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Dizionario biografico: Aiani-Ampollini

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        AIANI-AMPOLLINI

AIANI, vedi AJANI

AICARDI ANDREA
Parma ante 1445-Parma post 1484
Scrittore, di famiglia appartenente al patriziato. Così ne parla l’abate Tonani: Un certo Andrea Aicardi da Parma fu condotto dal Comune Reggio Professore di eloquenza sotto li 28 di Maggio del 1465, e nel 1466 ai 29 Giugno fu dal medesimo Comune destinato a fare l’orazione per la venuta del nuovo Vescovo Antoni Beltrandi; e finalmente nel 1468 prese il suo congedo con epigramma riportato nelle provvisioni del predetto Comune, dalle quali rilevansi dette notizie. Dell’Aicardi tengo un epigramma manoscritto diretto al nostro Gaspare Lanci. Nella Raccolta intitolata Camilli Palaeotti Tumulus, 1597, è un Protrepticon di Giulio Segni ove si parla di un Aicardi: nostrae aetatis honos ingens Aicarde. Fu amico di Andrea Portilia, il famoso editore e stampatore, cui dedicò un epigramma latino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 319; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, 1877, 4; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 571; Aurea Parma 4 1958, 234-235.

AICARDI FRANCESCO TEODORO
Parma 9 novembre 1640-Parma 27 gennaio 1713
Figlio del nobile Orazio e di Domenica. Emise a Modena il 29 giugno 1662, ventiduenne, la professione religiosa nell’Ordine cappuccino cambiando il nome di Francesco Teodoro in quello di Gioacchino. Fu predicatore efficace e di illibatissima vita, chiamato in tutta Italia come esorcista avveduto, prudente e dotto, devotissimo della Beata Vergine Maria, in onore della quale compose varie canzonette che distribuì largamente. Benedicendo nel nome di Maria, guariva molti infermi e liberava gli ossessi. Godette di tal fama di santità che, diffusasi la notizia della sua morte, ne vennero chieste reliquie non solo dalle città vicine, ma anche da Milano, Genova, Torino, Roma, Napoli e Lisbona. Si conserva un suo ritratto a olio nel convento di Parma con l’iscrizione latina che, tradotta, dice: Padre Gioacchino da Parma predicatore di grande pietà, ammirevole per carità verso il prossimo e nel guarire gli energumeni. Questo figlio, che la stirpe Aicardiana donò ai cappuccini, la morte colse settuagenario e lo collocò tra i santi in cielo. Spirò in questo convento di Parma il 27 gennaio 1713 con vivo rimpianto dei suoi che lo veneravano. Le sue ossa, in seguito alla soppressione del vecchio convento, furono trasferite con distinzione nella vicina chiesa parrocchiale di Ognissanti.
FONTI E BIBL.: Annuario Provinciale, IV, 113-194; Gabriele, Leggendario, I, 365-380; Cappuccini a Parma, 1961, 19; F. da Mareto, Necrologio cappuccini 1963, 93; Ausiliatrice 5/6 1965, 3.

AICARDI GERARDO
Parma 1210
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1210.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 14.

AICARDI GIACINTO
Parma-1667
Disegnatore e acquafortista, fu attivo nel 1640 e nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Manoscritti nella Biblioteca Palatina di Parma; U. Thieme-F. Becker; Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 571.

AICARDI GIOACCHINO, vedi AICARDI FRANCESCO TEODORO

AICARDI LODOVICO
Parma 1482/1489
Figlio forse di quell’Andrea Aicardi da Parma che fu professore di eloquenza a Reggio intorno al 1470. I Rotoli (I, 118, 121, 131, 134) designano l’Aicardi insegnante a Bologna di logica de sera per gli anni 1482-1483 e 1483-1484, e de mane per il biennio successivo, inoltre lo danno professore di Filosofia straordinaria per gli anni 1487-1488 e 1488-1489. Insegnava la sua disciplina contemporaneamente ad altri, perché, secondo il costume del tempo, si soleva contrapporre in un medesimo insegnamento un professore a un altro, allo scopo di esercitare con la polemica docenti e discenti nella ricerca del vero. Era quello il tempo delle ardenti polemiche tra averroisti e alessandristi, e Bologna divenne il centro di questi ultimi, come ha diffusamente illustrato il Fiorentino nel suo studio su Pietro Pomponazzi da Mantova (Firenze, 1868). È facile pertanto immaginare l’ardore delle discussioni che avranno agitato lo Studio bolognese al tempo dell’Aicardi, il quale ebbe a collega nella stessa sua disciplina il famoso Alessandro Achillini, il maggiore competitore del Pomponazzi.
FONTI E BIBL.: Chevalier; Mazzetti, Repertorio n. 23; Alidosi, Dottori forastieri, 50; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 571; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 6 1929, 78.

AICARDI PAGANINO
Parma 1235
Nel 1235 era suonatore di tubeta parva al servizio del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 16-17; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

AICARDI SCOLASTICA COLOMBA
Parma 1672
Fu monaca del Monastero di San Quintino di Parma nel 1672.
FONTI E BIBL.: Gaspari, Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, I, 239; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 572.

AICARDI SMERALDO
Parma 15 aprile 1857-Parma 20 gennaio 1926
Si diplomò con la lode distinta in violino alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1875. Fu amico di Arturo Toscanini che lo volle con sé in varie occasioni. Percorse un’ottima carriera in orchestre italiane e straniere, pur rimanendo a risiedere a Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 133; Dietro il sipario, 1986, 263.

AICARDO-Parma 733
Nel 709 fu canonico della Cattedrale di Parma. Fu il secondo Vescovo di Parma, mandato nel 731 dal pontefice Gregorio III. Visse fino al 733 e gli succedette Alboino.
FONTI E BIBL.: Gams, Series Episcop., 744; R. Pico, Catalogo dei Vescovi di Parma, 219; Cherbi; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 572; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, 1936, 75-81.

AICARDO-
Parma 4 settembre/12 novembre 926
Quale successore di Elbungo, fu vescovo di Parma nel 920 (né prima si trova di lui notizia). Proprio in quell’anno, a causa di un incendio, fu distrutta la Cattedrale e la canonica attigua. Tra le altre cose, furono ridotte in cenere le scritture appartenenti all’una e all’altra, con gravissimo danno. Perciò gli ecclesiastici ai quali era affidata l’amministrazione dei beni avuti per altrui liberalità o in qualunque altro modo posseduti, furono costretti a ricorrere all’imperatore Berengario contro i numerosi tentativi di usurpazione. L’imperatore, da Pavia, il 26 settembre 920, a istanza del marchese Olderico e dell’Aicardo, riconfermò alla Chiesa parmense tutte le donazioni e qualunque altro possesso anteriore, e in più accordò come prova l’inquaestum per vicinos avendo un incendio distrutto i documenti. Anche l’Aicardo, per difendere le proprietà del suo episcopio, a mezzo del conte Grimoaldo, si rivolse all’Imperatore, il quale da Mantova, l’ottobre del 920, ordinò che non fosse da alcuno molestato di ciò che aveva ottenuto in ogni tempo e ovunque con investitura. Concesse inoltre di potersi difendere tam per inquisitionem quamque per sacramentum adiurante suo advocatore, cioè col giuramento del suo avvocato. Il 19 febbraio 921, da Mantova, l’imperatore Berengario riconfermò ai canonici le cose da loro possedute, specialmente quelle che a essi erano pervenute dal vescovo Vibodo e da Vulgunda, e le altre donate dalla contessa Berta e dal figlio di lei, il conte Vifredo, stabilendo che delle cose tutte si facesse un’inquisitio per vicinos. Il giorno seguente, con altro diploma, l’Imperatore, oltre la riconferma, permise ai Canonici di difendere le cose loro non solo, come aveva decretato a favore del Vescovo, ma anche col giuramento. Intorno al 921 Adalberto, marchese d’Ivrea, tentò di ribellarsi all’imperatore Berengario e, guadagnati alla sua causa il marchese Olderico, conte di palazzo, e Lamberto, arcivescovo di Milano, armò in breve un esercito. L’Imperatore chiamò in soccorso gli Ungari. Nel corso del conflitto trovò la morte Olderico. I congiurati, cui si unirono le città lombarde (cioè i vescovi e i conti che le reggevano), tra i quali l’Aicardo, chiamarono a regnare in Italia Rodolfo, re dell’alta Borgogna. Da Pavia, il 4 febbraio 922, l’Aicardo alle istanze dello stesso marchese d’Ivrea e dell’arcivescovo di Milano, ottenne da Rodolfo un diploma che gli confermò il possesso della Badia di Berceto. L’8 dicembre dello stesso anno, Rodolfo convalidò i privilegi antichi anche al Capitolo di Parma e concesse il diritto di difendere i loro beni col giuramento. Berengario intanto si era ritirato a Verona per riparare alle forze perdute, e contemporaneamente tentò di guadagnare qualche potente alla sua causa: trasse infatti al suo seguito il vescovo Guido di Piacenza. Ribellatasi perciò la città a Rodolfo, l’Imperatore poté aprirsi la strada della Lombardia, e già il 29 luglio 923 bivaccò con l’esercito presso Fiorenzuola. Circondato di sorpresa da Rodolfo, non si smarrì, anzi combatté così coraggiosamente che sembrò dovesse arridergli la vittoria. Ma avvenne che il conte Bonifacio e il conte Gaiardo, giunti improvvisamente, si scagliarono nella mischia facendo strage dei nemici. Berengario, costretto a fuggire, riparò di nuovo a Verona. Rodolfo privò il vescovo Guido del titolo di suo consigliere, e in sua vece, forse proprio in questa occasione, nominò a tale carica l’Aicardo. Nell’estate cessò di vivere la vecchia imperatrice Ageltrude, vedova dell’imperatore Guido, che visse lungamente presso la sua chiesa di San Nicomede di Fontanabroccola, nel contado parmense. Il 27 agosto 923 testò lasciando due masserizie, una non lontano da Soragna e l’altra sotto Parola, all’altare di San Remigio nella Cattedrale di Parma, perché coi frutti fossero beneficiati i sacerdoti, mantenuti i lumi e gli incensi, ogni qual volta l’Aicardo e i suoi successori avessero ordinato di celebrare la Messa cantata al detto altare. Il 27 settembre 924, Rodolfo, a istanza del vescovo Beato, arcicancelliere, e dell’Aicardo (et Heicardum venerabilem sanctae Parmensis ecclesiae episcopum auricularium nostrum), prese sotto la sua protezione la Chiesa di Cremona, e le confermò i diritti e i possessi, segnatamente quelli che Berengario le aveva concesso. E al suo carissimo scilicet fideli nostro Aicardo l’8 ottobre Rodolfo donò la corte di Sabbioneta oltre il Po cedendo alle preghiere della contessa Ermengarda e del marchese Bonifacio, col diritto di poter trasferire la signoria a chi più gli fosse piaciuto. Si vuole che a istanza dell’Aicardo, Rodolfo il 18 luglio 925, da Pavia, confermasse a quella Chiesa gli antichi privilegi, le carte, i possessi e i diritti, concedesse nuovi favori e assegnasse speciali privilegi alla famiglia Confalonieri. Lo Schiapparelli però ritiene falso il diploma. Ermengarda, moglie del marchese Adalberto d’Ivrea, figlia di Adalberto II e di Berta, madre in prime nozze di Ugo, duca di Provenza, si lasciò indurre da Ugo e Lamberto e dall’arcivescovo di Milano, Lamberto, a procurare il Regno italico al fratello uterino, facendo insorgere Pavia contro Rodolfo, che fu costretto a fuggire dall’Italia. Ugo fu chiamato in Italia (anche Parma lo riconobbe come re) e fu incoronato il 21 luglio 926. Che l’Aicardo sia stato segretario del nuovo re non è certo, tuttavia trovò grazia presso di lui: Ugo privilegiò infatti la sua Chiesa, gli accordò il 4 settembre 926 gli antichi possessi, vietando ai conti, ai giudici e ai gastaldi di chiamare in giudizio chiunque e per qualsiasi ragione nei luoghi appartenenti alla Chiesa di Parma, gli concesse una più ampia immunità e il diritto di inquisizione. Dall’uso di tali formule si deduce che conti e ministri avevano preso a molestare l’Aicardo nel suo governo. L’Aicardo morì poco dopo, giacché dal 12 novembre dello stesso anno risulta eletto il nuovo vescovo: Sigefredus cancellarius episcopus.
FONTI E BIBL.: Cherbi; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 75-81; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

AICARDO ANDREA, vedi AICARDI ANDREA

AICARDO DA CORNAZZANO, vedi CORNAZZANO AICARDO

AILI LORENZO
Trento o Reggio Emilia o Cremona 1657 c.-Parma 16 maggio 1702
I documenti reperibili sull’Aìli riguardano più le sue opere che i fatti della sua vita privata, tanto che sono incerti sia il luogo di origine che la stessa grafia e l’accento del suo cognome. I ricercatori hanno indicato vari luoghi di provenienza e di lavoro: Trento, Cremona, Milano, Reggio Emilia. Il cognome non è documentato sempre nella stessa forma: lo si trova anche, per esempio, con l’acca iniziale, che potrebbe essere indizio di una sua origine nordica, forse germanica, considerando il suo tipo di scultura e il fatto che gli artisti si spostavano facilmente da una nazione all’altra. Comunque prevale, nella grafia, la forma Aìli, italianizzata, che si deve accettare come inevitabile evoluzione linguistica. Un documento importante riguardante l’Aìli è quello della sua morte, avvenuta all’età di circa quarantacinque anni, come si ricava dai registri dell’antica parrocchia di San Marcellino, dall’annotazione del parroco, da cui risulta pure l’indicazione della sua sepoltura, nell’Oratorio di San Giovanni Decollato, adiacente alla chiesa di Sant’Andrea, in seguito abbattuto. Dal necrologio, dunque, si potrebbe ricavare la data della sua nascita, cioè il 1657 circa, anche se lo storico Pietro Zani lo nomina come operante a Cremona nel 1660. L’opera dell’Aìli che forse precede le altre eseguite nel Ducato farnesiano, è quella del 1676: l’Altare del Crocifisso nella chiesa parrocchiale di Borgo Taro. Da questa data si potrebbe dedurre che l’Aìli giunse nel Parmense molto giovane e che vi si stabilì rimanendovi per quasi trent’anni, fino alla morte. Risulta certa anche la sua assunzione presso la Corte farnesiana nel 1677 in qualità di scultore e intagliatore. Era duca di Parma e Piacenza Ranuccio Farnese, che governò dal 1646 al 1694, nel quale periodo rientra in massima parte la presenza dell’Aìli nel Ducato (dal 1694 al 1702, data della morte dell’Aìli, fu duca Francesco Farnese, figlio di Ranuccio). L’ambiente culturale e artistico in cui s’inserì l’Aìli era molto propizio alla produzione di opere d’arte di vario genere: architettoniche, pittoriche, scultoree, letterarie e musicali, nonostante le gravi difficoltà economiche in cui si trovava il Ducato. La numerosissima Corte era dedita al lusso, alle feste e agli spettacoli, che gravavano in maniera eccessiva sull’erario, tanto che furono create imposte straordinarie a questo scopo. Ranuccio Farnese emanò alcuni importanti provvedimenti che favorirono lo sviluppo culturale di Parma: arricchì la Pinacoteca e la Biblioteca Ducale, favorì l’Università e il Collegio dei Nobili, fondò le Accademie di Lettere, Arti e Scienze e promosse, infine, con il suo mecenatismo, l’arrivo di molti intellettuali e artisti da varie parti d’Italia. Francesco Farnese fu costretto a interrompere le tradizioni sfarzose della famiglia, che avevano portato a una situazione economica insostenibile: dovette ridurre le spese della Corte, il numero dei cortigiani, chiamando tutte le classi sociali a contribuire al pagamento delle forti somme a debito. A quanto pare l’Aìli ebbe una bottega molto attiva e una produzione abbondante, come dimostrano le varie opere rimaste nel territorio del Ducato farnesiano: le sculture dell’Aìli, documentate o attribuite, raggiungono il numero di venticinque, escludendo le cornici e le decorazioni che legano alcune sculture nella loro composizione unificante, ed escludendo inoltre le opere reperibili nelle città fuori del Ducato farnesiano, indicate dai ricercatori, come Trento, Milano, Cremona e Reggio Emilia. L’Altare del Crocifisso della chiesa parrocchiale di Borgo Taro è la prima opera eseguita dall’Aìli nel Parmense. La data del 1676 e il nome dell’Aìli erano leggibili nella base dell’Altare ma vennero distrutti nel primo Novecento da un principio d’incendio e dal successivo restauro. È rimasta una fotografia dell’Altare, del 1880 circa, da cui, a forte ingrandimento, si possono leggere data e nome. L’Altare fu progettato intorno a un crocifisso antico, forse quattrocentesco, perciò stilisticamente staccato dal resto dell’opera, ma fulcro della composizione seicentesca. La stessa croce ha carattere barocco: probabilmente fu eseguita o rimaneggiata nel medesimo momento. Il crocifisso è sistemato in una nicchia rettangolare, dipinta in tono scuro, contrastante con l’abbondante doratura che riveste quasi tutto l’Altare. Le statue della Madonna e di San Giovanni fiancheggiano la croce, legandosi al Cristo con un movimento schematico, forse per adeguarsi allo stile antico del crocifisso. La nicchia è incorniciata da una ricca decorazione in cui si distingue un motivo sinuoso di girali vegetali, sui quali balzano in forte rilievo alcuni putti. Due colonne, dipinte a marmo, fiancheggiano la nicchia, avvolte da un motivo vegetale dorato per tutta la loro altezza, fino al capitello composito. Di fianco alle colonne due angeli-cariatidi, poggiati su alte mensole, anch’esse dello stesso colore marmorizzato con decorazioni dorate, portano pure capitelli compositi. Sui quattro capitelli si alza una trabeazione che regge un alto e ricchissimo timpano curvilineo ai cui lati sono sdraiati due grandi angeli, a tutto tondo, dorati, che si legano al dinamismo di tutto il fastigio con il movimento delle ali e delle vesti, e con la loro stessa posizione. Dall’analisi di quest’opera risulta chiaro che l’Aìli fu legato alla cultura artistica del suo tempo, che predilesse il movimento delle forme e l’uso abbondante dell’oro, che acquista, particolarmente in quel tempo, significato di luce, colore e celebrazione. Il modo personale dell’Aìli sta, forse, in una certa accentuazione di dinamismo, che può essere considerata sia di origine nordica che di tendenza già barocchetta. Nella Galleria Nazionale di Parma sono esposte due sculture dell’Aìli: la Vergine Annunciata e l’Angelo Annunciante. L’uso dinamico del panneggio e il modo di esecuzione dei visi e delle mani indicano che la concezione delle forme corrisponde alla maniera espressiva di questo scultore. Sulla base dell’inginocchiatoio dell’Annunciata è incisa la sigla LHF, cioè, molto probabilmente, Lorenzo Haili fecit. Sembra che queste due sculture siano provenienti dal soppresso Convento dei Cappuccini di Parma e donate al Museo Nazionale di Antichità nel 1870. Forse erano originariamente sistemate ai lati del Crocifisso che è rimasto su un altare della chiesa dei Cappuccini in Parma e che è opera di grande plasticismo: dinamico nel movimento del corpo, del perizoma, nel cartiglio in alto e infine nello stesso modo di concepire la croce come due tronchi d’albero incrociati, nodosi e mossi. È documentato il fatto che questo Crocifisso proveniva da Roma e che fu donato ai Cappuccini dal duca Ranuccio Farnese nel 1684. Si può fare l’ipotesi che l’Aìli lo eseguisse in quegli anni a Roma dove si trovava forse a spese del Ducato, come del resto avveniva spesso quando si voleva che gli artisti si mettessero in contatto con gli ambienti più avanzati nel campo delle arti. Si può infatti notare nel Crocifisso un plasticismo più vigoroso rispetto alle sculture precedenti, per un probabile influsso dell’ambiente romano in cui operavano grandi scultori, quali il Mochi, l’Algardi, il Bernini, il Duquesnoy. Nella sagrestia della chiesa della Steccata in Parma si trovano due statue attribuite all’Aìli: quelle di San Domenico e di Santa Caterina, che sono dorate, di dimensioni maggiori delle altre, con panneggio abbondante e dinamico, secondo i modi tipici dell’Aìli. Sembra che le due statue siano provenienti dalla distrutta chiesa di San Pietro Martire e che siano state sistemate in un nicchione della chiesa, ai lati di una Madonna del Rosario, la cui devozione divulgarono proprio quei due santi. Nel 1690 l’Aìli creò un’eccezionale carrozza destinata alla cerimonia per le nozze di Odoardo Farnese, figlio di Ranuccio, con la principessa Dorotea Sofia di Neoburgo. Sono state infatti ritrovate in una biblioteca di Parigi delle incisioni di Carlo Antonio Forti che riproducono la parte anteriore e posteriore della carrozza, incluso il nome dell’autore. Per l’opera dell’Aìli è interessante la testimonianza di G. Notari, che descrive in modo dettagliato le feste di quell’anno: Salirono in maestosa e superba carrozza di velluto cremisino al di fuori ricoperto da un massiccio ricamo d’oro. Il Carro era d’intaglio tutto dorato, con due figure nella parte deretana, rappresentanti la Liberalità e l’Avarizia spuntando tra quelle il Leone e il Cavallo Marino, Fiere allusive all’Arme de’ Serenissimi Sposi; la posta del cocchiere veniva pure freggiata da Figure, Festoni e Fogliami, sudata fatica d’eccellente scalpello. Sembra, dunque, che l’Aìli fosse attivo anche nella produzione di carrozze, certamente ad alto livello, risolvendole in modo plastico di grande qualità. Nell’occasione delle nozze, furono anche preparate grandi sculture di zucchero, da consumarsi in quella eccezionale festa, realizzate con figurazioni mitologiche e allegoriche che celebravano la potenza di Casa Farnese, le virtù e l’amore dei nobili sposi. A questo proposito, risulta documentato il pagamento all’Aìli dei modelli di terra che servirono per i trionfi. Intorno allo stesso anno 1690 (forse qualche anno prima) l’Aìli lavorò per il Palazzo farnesiano di Piacenza. Nel Museo Civico di Piacenza sono conservati quattro paracamini in legno, scolpiti e dorati, con soggetti mitologici e allegorici, entro ricche incorniciature. Questi pezzi sono documentati nell’inventario del 1691 riguardante gli arredi del Palazzo farnesiano piacentino. I paracamini, che furono tra le pochissime cose che si salvarono dalla spogliazione del 1803, furono attribuiti in passato dagli studiosi a più di uno scultore, ma poi assegnati definitivamente all’Aìli. È riconosciuta la straordinaria qualità di questi rilievi nei valori di composizione, di dinamismo delle forme e di effetti chiaroscurali, secondo modi espressivi attribuibili appunto alla mano dell’Aìli. L’Aìli usò preferibilmente il materiale ligneo, che comporta tecniche diverse da quelle usate per altri materiali, come per esempio il bronzo o il marmo. Il fatto che l’Aìli usasse il legno, può confermare, al di là delle citazioni dei luoghi di provenienza da parte dei vari ricercatori, l’origine geografica dell’Aìli, nordica o montanara, secondo una tradizione secolare di certe zone (che prevedeva normalmente anche la laccatura o la doratura). Queste sono proprio le caratteristiche delle opere dell’Aìli, tanto che si potrebbe ipotizzare che le sue sculture non dorate e non laccate non siano state finite. A Roma l’Aìli vide anche le numerose opere del Bernini, il vero arbitro dell’arte romana per buona parte del Seicento. Una certa risonanza col Bernini si può cogliere nella composita e già ricordata Annunciazione della Galleria Nazionale di Parma, che può richiamare, se pur vagamente, nella composizione, nella finezza di modellazione e nel dinamismo del panneggio, l’Estasi di Santa Teresa, la scenografica opera del Bernini del 1647, in Santa Maria della Vittoria a Roma. Se l’Aìli fu a Roma verso il 1680, ebbe dunque modo di vedere tutta la produzione artistica barocca, scultorea, pittorica, architettonica, che aveva già posto le premesse per l’evoluzione dello stile verso quello barocchetto o rococò. L’Aìli lo dimostra, infatti, nelle sue opere con il dinamismo più nervoso, la grazia degli atteggiamenti e la composizione. Risulta documentato un intervento dell’Aìli, entro il 1695, nella Cappella di Sant’Agata del Duomo di Parma, per la realizzazione della tomba del vescovo Saladini, in collaborazione con Mauro Oddi, l’artista parmigiano con cui l’Aìli ebbe rapporti di lavoro. Risulta ugualmente documentato che dall’anno 1695 l’Aìli lavorò per il marchese Giampaolo Meli Lupi di Soragna, che, dopo il suo matrimonio con Ottavia Rossi di San Secondo, volle rinnovare gli ambienti e gli arredi della Rocca, chiamando gli artisti e gli artigiani locali a quell’impresa, prima di rivolgersi agli artisti veneti, che apprezzò maggiormente. L’opera di rinnovamento fu iniziata dal pianterreno dove l’Aìli eseguì l’alcova tutta dorata, con un ricco baldacchino, un letto straordinario fiancheggiato da quattro sculture che s’impongono per la loro eleganza e dimensione, rappresentanti le Stagioni. Un prezioso cancelletto, decorato da motivi vegetali, mascheroni e putti, chiude l’alcova. Il tutto fu inserito in una splendida boiserie. Nel 1698 l’Aìli eseguì, ancora per la Rocca di Soragna, figure allegoriche, putti e festoni per il Teatrino, progettato da Ferdinando Bibiena (questi pezzi furono poi rimossi e sistemati in altro ambiente). Entro il 1701, un anno prima della morte, l’Aìli è documentato per l’esecuzione di una statua lignea di Madonna Addolorata per la chiesa dei Serviti in Soragna (trasferita in seguito nella chiesa di San Giacomo). Essa è caratterizzata, al solito, dal dinamismo che, oltre alla doratura, è un elemento importante per l’analisi del fare artistico dell’Aìli. Sono stati attribuiti all’Aìli i due angeli che si trovano nella Sala dei Cavalieri dell’Università di Parma, che per i caratteri che li contraddistinguono, sono effettivamente collegabili al suo modo di fare.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca dell’Archivio comunale, ms. 88, G. Borra, Diari; Parma, Museo Nazionale di Antichità, ms. 12, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI 1651-1700, c. 6; L. Testi, La Cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 68-69; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, II, I, 257-258; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lex. der bild. Künstler, I, 151; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario Biografico degli Italiani, I, 1960, 524; G. Godi, 1975, 100-102 con altra bibliografia; L’abbazia, 1979, 200; G. Godi, in Gazzetta di Parma 21 dicembre 1979, 3; G. Cirillo-G. Godi, L’arte, 1979, 191; B. Colombi, 1980, 35; Il mobile a Parma, 1983, 256; Gazzetta di Parma 8 aprile 1993, 12; P. Pietrantonio, Arte e politica, 1996, 8-18.

AIMI
Parma XIV secolo
Scultore attivo nel XIV secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 15.

AIMI ALCIDE
Vidalenzo 27 maggio 1896-Como 1960
Fu Segretario Generale dell’Ufficio provinciale C.N.S.F. di Carrara. Prestò servizio militare per tutta la durata della prima guerra mondiale e partecipò col 142° Fanteria ai combattimenti di Oppacchiaselle (Carso) e quota 208 e 144 (Carso) ove rimase gravemente ferito. Fu autorizzato a fregiarsi della Croce di guerra e del distintivo dei feriti. Iscritto al Partito Nazionale Fascista dalla fondazione del Fascio di Busseto (3 marzo 1921), fu segretario politico del Fascio di Busseto fino al dicembre 1921. Organizzatore del Fascio e dello squadrismo della Bassa parmense, triumviro della Federazione Fascista e membro dei vari Direttorii Federali, fu capo manipolo fuori quadro della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Prestò la propria attività nel movimento sindacale dal 20 aprile 1921, iniziata con l’organizzazione dei primi Sindacati del Fascio di Busseto (Parma). Fondò e diresse il sindacalismo fascista della provincia di Parma da tale data fino al 6 settembre 1927. Membro del primo Consiglio direttivo della Confederazione Nazionale dei Sindacati Fascisti, fu Commissario straordinario dei Sindacati Fascisti di Firenze, e Segretario generale di Massa e Carrara. Nel 1929 venne trasferito a Mantova dove si occupò di sindacalismo integrale.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 457-458.

AIMI ANGELA MARIA
Parma 14 luglio 1902-1954
Scrittrice. Compì gli studi classici con scarso amore per la scuola e i libri, ai quali tornò con viva simpatia solo dopo avere abbandonato i banchi scolastici. Scrisse il romanzo Colei che uccise il sogno, Bologna, 1935.
FONTI E BIBL.: M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea, Milano, 1936; M. Bandini, Poetesse, 1941, 22.

AIMI BATTISTA
Soragna 29 giugno 1550-Parma 1589
Nacque da Cristoforo e Lucrezia Concari. Il padre, pur di origine parmigiana, risiedeva da tempo a Soragna: è infatti menzionato nel 1543 e nel 1544 quale luogotenente del locale podestà, e poi per alcuni decenni ancora lo si ritrova citato come notaio in vari atti pubblici, quali un rogito del 1549, una testimonianza del 1556 nella vertenza in corso tra i Meli e Ferrante Gonzaga, le cause civili della pretura di Soragna fino al 1563 e una fede del 24 giugno 1569 nella veste di procuratore del conte Federico Rossi al battesimo di una figlia del medico Luca Campagna; pagava inoltre un canone annuo di quattro capponi al marchese Meli Lupi a titolo di livello su ventidue biolche di terra in luogo detto Il bosco delle rose a Carzeto. L’Aimi dunque trascorse la sua giovinezza a Soragna, godendo anche le rendite di alcune possessioni che il padre aveva acquistato proprio nella villa del Carzeto. D’indole versata per gli studi, l’Aimi, dopo i corsi di lettere, passò all’Università di Bologna, applicandosi dapprima nella filosofia, poi nelle scienze geometriche e infine nella giurisprudenza, conseguendo in quest’ultima la laurea tra il 1573 e il 1574. Furono suoi maestri Lodovico Carnola da Scandiano (per la medicina) e Antonio Giavarino (per la giurisprudenza), dei quali ebbe un felice ricordo e che volle menzionare nella prolusione alla sua prima opera letteraria. Lasciata Bologna per trasferirsi a Parma, vi fece ritorno qualche anno dopo per avervi ottenuto una giudicatura, e qui diede inizio a quello studio che gli valse fama e onori, tra cui, il 16 ottobre 1580, l’aggregazione al Collegio dei Giudici. Avendo infatti osservato che il celebre Bartolo nella sua Tiberiade, per mancanza di sapere geometrico, era caduto in gravi errori, pensò di scrivere un trattato vertente sui casi giuridici derivanti dalle alluvioni dei corsi d’acqua, sviluppandone quindi tutta la teoria secondo i principii della geometria: così nel 1580 in Bologna, per i tipi di Giovanni Rossi, riuscì a darlo alle stampe, animato a ciò dal Giavarino e dal cognato Lodomeo Giunti, sotto il titolo di De alluvionum jure universo, de fluviaticis scilicet incrementis cognoscendis, acquirendis, admittendis et facillime dividendis. L’opera è preceduta da quattro lettere: una al duca Ottavio Farnese, la seconda ai Magnifici Quaranta del Senato bolognese, la terza al Collegio dei Dottori di Parma, e l’ultima al lettore. Unanimi furono i consensi suscitati da questo erudito studio, tanto per la profondità della dottrina quanto per il metodo seguito dall’Aimi: legali, geometri e periti non mancarono di considerarlo il migliore tra gli altri di simile argomento, e lo stesso piacentino Giambattista Barattieri ne fece un’onorevole menzione quantunque dissentisse dall’autore sopra alcuni postulati di applicazione geometrica. Della stessa opera venne fatta dapprima una ristampa in Venezia (per Francesco Ziletto, nel 1581: Tractatus de fluviorum alluvionibus), un’altra nel 1599 sempre a Venezia per B. Barezzi, una in Lipsia nell’anno 1600 e infine una quinta in Amburgo nel 1675, edizione questa assai più completa perché riveduta e annotata da Assuero Fritsch (Jena, Z. Hertell). Acquisita quindi fama di eccellente giureconsulto, l’Aimi si distinse anche per talune importanti vertenze legali: nell’agosto del 1585 fu infatti chiamato a Guastalla dal principe Ferrante Gonzaga per dirimere la questione di un’isola nel Po rivendicata dal conte Federico Maffei, mentre quattro anni dopo ebbe a scrivere in favore del marchese Alessandro Pallavicino, di cui era confidente, che era stato spogliato dei suoi Stati da Alessandro Farnese, nella causa in corso con la Camera ducale. Queste ultime allegazioni, nel numero di due, vennero date alle stampe, insieme alle altre ragioni del marchese, come Responsiones pro Illustrissimo Domino Alexandro Pallavicino. Sposato a una sorella dell’illustre dottore Lodovico Giunti, l’Aimi ebbe due figli, Cristoforo e Francesco, laureatisi in legge rispettivamente nel 1605 e nel 1613 ed entrambi iscritti al Collegio dei Giudici di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori e letterati parmigiani, tomo IV, 1743, 175-178; Hoefer Catalogue inédit de la Bibliographique Nationale; G.B. Janelli, Parmigiani illustri, 1877, 5; Mazzuchelli, vol. I, 1, 228; Moroni, LI, 220; R. Pico, Appendice di vari soggetti parmigiani, 119; R. Pico, Dottori di legge di Parma, 55; Riccardi, Biblioteca matematica italiana, I, 11, correzioni e aggiunte, ser. V, 4; A. Pezzana, Continuazione, VI, parte II, 568; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8-9; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 586; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 265-267.

AIMI CRISTOFORO
Soragna o Parma 1576 c.-Abruzzo post 1605

Figlio di Battista, ne continuò la carriera. Fu ufficiale negli Abruzzi e nei territori del Regno di Napoli appartenenti al Duca di Parma, e dottore di leggi, laureato a Parma nel 1605. Morì ancora giovane, mentre si trovava come ufficiale in Abruzzo per conto del duca Ranuccio Farnese.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Dottori di legge di Parma, 71; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 586.

AIMI DOMENICO FELICE ROMANO 
Parma 23 febbraio 1728-post 1799
Figlio di Antonio Maria e Margherita Dall’Aglio. Fu notaio e giureconsulto. Dal 1795 al 1799 fu tra i proconsoli del Collegio Notarile di Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 21 luglio 1997, 5.

 AIMI FRANCESCO
Soragna o Parma 1577 c.-post 1642
Figlio di Battista. Dottore di leggi, laureato a Parma nel 1613. Dopo la morte della moglie, dalla quale aveva già avuto alcuni figli, si diede alla vita ecclesiastica, dando, come scrisse il contemporaneo Ranuccio Pico, diversi segni della sua molta pietà e del zelo del culto di Dio, aprendosi così la strada al Paradiso. Viveva ancora nel 1642.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Dottori di legge di Parma, 80; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 586.

AIMI FRANCO
Parma 19 marzo 1915-Parma 30 marzo 1968
Figlio di un maestro elementare, dopo aver concluso gli studi presso l’Università di Parma, si laureò in Giurisprudenza nel 1937. Iscritto sin dal 1933 alla Federazione universitari cattolici, aderì successivamente al Movimento laureati di Azione cattolica. Appena iniziata la carriera professionale, fu richiamato alle armi, partecipando al secondo conflitto mondiale per tutta la durata delle ostilità come tenente commissario dell’Aeronautica. Catturato dai Tedeschi in Grecia l’11 settembre 1943, fu internato nei campi di concentramento polacchi e germanici per due anni, rifiutandosi fino all’ultimo di collaborare col nemico. Ritornato in Patria nell’agosto del 1945, si iscrisse alla Democrazia Cristiana ricoprendo negli anni successivi importanti cariche presso gli organi direttivi provinciali. Eletto consigliere comunale nel 1946, l’Aimi fu candidato alla Camera nelle elezioni del 1948, dove ottenne oltre ventimila voti preferenziali, terminando nella graduatoria della circoscrizione di Parma subito dopo l’onorevole Valenti, unico candidato parmense allora eletto. Nelle amministrative del 1951 fu rieletto al Consiglio comunale. Professionista apprezzato e appassionato agricoltore, l’Aimi, nella sua qualità di conduttore di azienda agricola, acquistò anche una grande esperienza e una sicura competenza nel campo dei problemi dell’agricoltura. Nel 1953 fu eletto deputato con quasi ventottomila voti preferenziali, appoggiato dalle organizzazioni degli agricoltori e dei coltivatori diretti. Durante la sua prima legislatura fece parte della commissione permanente Giustizia e Agricoltura e fu membro della commissione speciale per il Mercato comune europeo e per l’Euratom. Anche nella successiva legislatura l’Aimi tornò a Montecitorio, mentre l’impresa non gli riuscì nelle elezioni del maggio del 1963. Da allora continuò ugualmente la sua attività in seno al partito democristiano divenendo tra l’altro, per i suoi riconosciuti meriti di buon agricoltore, presidente degli Enti zootecnici della provincia di Parma e della Federazione del consorzio zootecnico. Negli ultimi anni di vita continuò con successo la sua attività forense di valente civilista. L’11 novembre 1965 fu eletto presidente della Cassa di Risparmio di Parma. Durante la sua presidenza l’istituto continuò a svilupparsi con un ritmo eccezionale. L’Aimi fu inoltre consigliere delegato dell’Associazione Casse di Risparmio dell’Emilia-Romagna e ricoprì varie altre cariche. Uomo dotato di un grande equilibrio, durante il suo mandato parlamentare ebbe modo di fraternizzare con Andreotti, Moro, Rumor e Bonomi, con i quali fu legato da profonda amicizia. L’Aimi fu stroncato da un collasso cardiaco nella propria abitazione di viale Basetti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 marzo 1968, 5; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 19.

AIMI GIAN BATTISTA, vedi AIMI BATTISTA

AIMI GINO
Roccabianca 1895-San Michele 20 luglio 1915
Figlio di Carlo. Soldato nel 19° Reggimento Fanteria, fu tra i primi a varcare il vecchio confine italo-austriaco coi fanti della gloriosa Brigata Brescia. Superate felicemente le prime operazioni di occupazione, con brillanti azioni, nei contrafforti del San Michele, il 20 luglio 1915, in una violenta ed eroica azione, fu tra i dispersi di quella giornata.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 8.

AIMI MELCHIORRE
Parma XVII secolo
Fu celebre avvocato. Nelle Miscellanee Legali della Biblioteca di Casa Rosa si trovano diverse sue Allegazioni. In particolare, nel tomo VIII, una riguardante i diritti dei Parmigiani sul Po in opposizione ai Cremonesi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 175-178.

AIMI ORAZIO
Parma XVII secolo
Celebre giureconsulto del quale si hanno diverse Allegazioni nelle Miscellanee Legali della Biblioteca di Casa Rosa.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori e letterati parmigiani, tomo IV, 1743, 178; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 589.

AIMI PAOLO FELICE, vedi AIMI DOMENICO FELICE RAIMONDO

AIMI VITO
Borgo San Donnino 30 aprile 1825-Santa Lucia di Verona 6 maggio 1848Fece parte, con il concittadino Giovanni Bondi, della prima colonna di volontari parmensi al seguito dell’ardito cospiratore Giuseppe Gallenga, ritornato dall’Inghilterra e convertito al più puro patriottismo dopo aver riconosciuto in re Carlo Alberto il campione della causa italiana. Ventitreenne, l’Aimi si arruolò volontario nell’esercito piemontese e prese parte alla prima Guerra d’Indipendenza, cadendo sul campo nell’aspro combattimento di Santa Lucia, allorché quattro divisioni al comando di Vittorio Emanuele, duca di Savoja, attaccarono gli Austriaci trincerati a difesa della linea dell’Adige e del Mincio. Per ironia della sorte lo Stato maggiore dell’esercito piemontese, invece di segnalare all’ordine del giorno i volontari di Parma per il coraggio e l’eroismo dimostrati in quella circostanza, segnalò erroneamente i volontari di Pavia, i quali, come afferma Emilio Casa in un suo libro di memorie patrie locali, non avevano neppure preso parte al combattimento. Scrive Paolo Cassi che inutilmente il Gallenga protestò presso il Comando militare generale: nonostante promesse verbali, non fu mai apportata la dovuta rettifica.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 14-15.

AIMO ORAZIO, vedi AIMI ORAZIO

 AINARDO
Parma 1041
Fu suddiacono e prevosto della Chiesa di Parma nell’anno 1041.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 15.

AINÈ, vedi BIANCHI GIUSEPPE

AINOLFI BARTOLOMEO
Piacenza-Parma 1475 c.
Pittore attivo a Parma. Di lui si conosce solo il testamento in data 5 febbraio 1475.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 17.

AIOLFI, vedi AJOLFI

AIRONE, vedi PALLAVICINO GIOVANNI

AIUTANTE, vedi JOBBI NICOLÒ

AJANI AGOSTINO-
Parma 1625
Fu zecchiere disegnatore assai valente. Nella chiesa parocchiale della Santissima Annunziata di Parma si legge su una piccola lapide Agostino de Aguani 1625, epoca nella quale probabilmente morì.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 9; P. Zani, Enciclopedia di Belle Arti, I, 335; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 562.

AJANI ALESSANDRO
Parma 1594/1621
Fu basso nella chiesa della Steccata di Parma dal 21 ottobre 1594 al 2 aprile 1621.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

AJANI ALESSANDRO
Parma 1671
Nel 1671 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: G.G. Guarnieri, Cavalieri di S. Stefano, 1900.

 AJANI ASCANIO
Parma XVI/XVII secolo
Fu uomo prudente, letterato, seguace delle Muse, aggregato all’Accademia degli innominati col nome di Piacevole, nome adattato all’impresa che portava, che era una scimmia col motto inutile dulci. Venne assai elogiato per il suo comporre faceto.

FONTI E BIBL.: M. Garuffi, L’Italia accademica, 1688, 371.

AJANI CLAUDIO
P
arma-Parma post 1660
Nipote di Ascanio, si addottorò in ambo le leggi a Parma il 13 luglio 1627 e professò nello Studio di Parma prima Istituzioni, poi Diritto Civile dal 1627 al 1656. Fu consigliere ducale, Avvocato fiscale, Presidente della Serenissima Camera e membro del Consiglio dal 1656 al 1660. Ebbe molti discepoli. Fu eloquente, erudito e pratico nella scienza legale. Si dilettò del comporre faceto, ma compose anche versi di maggiore impegno.

FONTI E BIBL.: Bolsi, 38 e 48; R. Pico, Catalogo, 91-92; Archivio di Stato, Libro de’ Mandati, 1617-1630; Ricetto del Tesoriero, 1631-1635; Mandati, 1619-1675; Ruoli de’ Provigionati nn. 19, 21 e 60; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 568; F. Rizzi, Professori, 1953, 36; Aurea Parma 2 1958, 111-112.

AJANI FERDINANDO
Parma XVI secolo
Nipote di Lodovico. Fu Cardinale, e Vescovo di Novara.
FONTI E BIBL.: L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894.

 AJANI LODOVICO 
Parma XVI secolo
Di illustre famiglia, fu Vescovo di Lodi.
FONTI E BIBL.: L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894.

AJANI MERCURIO
Parma giugno 1592
Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma nel 1568.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 27; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

AJANI PAOLO ANTONIO
Parma 1544/seconda metà del XVI secolo
Fu zecchiere e disegnatore valentissimo. Viveva nell’anno 1544, e operò ancora per buona parte della seconda metà del XVI secolo

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 9; P. Zani, Enciclopedia di Belle Arti, I, 335; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 562.

AJOLFI ALBERTO
Parma 3 novembre 1882-Parma 23 novembre 1965
A soli diciassette anni si arruolò nei bersaglieri, e successivamente frequentò prima l’Accademia di Modena e poi la Scuola di applicazione di fanteria di Parma. La prima guerra mondiale lo vide combattente coraggioso. Fu capitano nel 112° reggimento di fanteria, un reparto che si coperse di gloria sulle doline del Carso. In una delle battaglie del monte San Michele, l’Ajolfi fu gravemente ferito, e trascorse una lunga e dolorosa convalescenza prima nell’ospedale Villa Ombrosa di Parma, quindi in un ospedale di Bologna. Fu poi chiamato a far parte del tribunale militare di Bologna, e successivamente di Perugia. Si guadagnò poi una alta onorificenza polacca in segno di riconoscenza per quanto seppe fare allorché fu incaricato del rimpatrio dei prigionieri. Poi, per molti anni, l’Ajolfi espletò le sue mansioni a Roma presso il Ministero della Guerra. Divenne generale di brigata nel 1940, e in quel momento tanto delicato fu incaricato della difesa della capitale: a Roma restò sino al giugno del 1943, quando lasciò il servizio attivo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 novembre 1965, 7.

AJOLFI ENRICO
Parma 21 marzo 1897-1966
Figlio di Oreste e Marianna Seletti. Ancora studente, si arruolò nel 1915 nel Corpo nazionale volontari ciclisti, e col reparto di Parma prese parte ad azioni di prima linea nel basso Tagliamento. Sciolto il corpo dal Ministero della Guerra, prestò servizio come caporale aviatore mitragliere nella 26a Squadriglia aeroplani, con la quale guadagnò anche un encomio solenne. Finita la guerra, si impegnò nel gioco del calcio, divenendo centravanti del Fidenza e poi del Parma tra il 1920 e il 1922, periodo eroico del football locale. In seguito curò il pubblico servizio della nettezza urbana di Parma. Fu inoltre dirigente di squadre di calcio e di ciclismo.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 11-12.

AJOLFI ORESTE
Parma 16 ottobre 1856-
Fotografo. Nacque al primo piano nella casa posta al n. 4 di vicolo della Ghiacciaia dall’appaltatore comunale Alessandro e da Giuseppa Merli. Fu l’ultimo di cinque figli. L’inizio dell’attività risale al 1881 in borgo Bondiola 15. Ma il suo modesto Stabilimento fotografico durò poco: chiuse nel 1883, cedendo tutto a Emilio Gerboni. Una delle tre sorelle, Elzira, sposò lo scultore Cristoforo Marzaroli, morto a soli trentacinque anni nel 1871. Il loro figlio Alessandro (nato nel 1868) visse con l’Ajolfi fino al secondo matrimonio della madre con Celestino Pirani.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 166.

ALAMANNO DA FORNOVO
Fornovo 1270/1272
Notaio attivo negli anni 1270-1272.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 15.

ALAY, vedi D’ALAY

ALBA RUSTICUS, vedi BASSANI ALESSANDRO

ALBANESI FERDINANDO
Vigatto 1838
Falegname, fu l’artefice nel 1838 di un tavolino apribile da scrivere in legno di pero col coperchio intarsiato presso la galleria Angelo d’Oro a Parma, firmato Ferdinando Albanesi di Vigatto falegname fece 1838.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 264.

ALBANESI OTTORINO
Parma 9 luglio 1896-Valdagno 9 maggio 1918
Figlio di Anselmo, fiorista, e di Irene Marossa. Fu caporale nella 135a Squadriglia del 2° Artiglieria Fortezza 16° Gruppi Aeroplani. Il 9 maggio 1918 allorché, nel corso di un’azione di ricognizione e di appoggio aereo a un reparto i fanteria, pur ferito più volte, si attardò in quota, avendo visto le proprie truppe in difficoltà, per sostenerle con il fuoco delle armi di bordo. Esauritasi vittoriosamente l’azione terrestre, tentò il rientro ma si schiantò al suolo nei pressi dall’aeroporto di Valdagno, forse per l’esaurimento del carburante. Fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Ardito ed abile pilota, coscienzioso esecutore di tutte le missioni affidategli, ritornando da una importante azione di guerra sul territorio nemico, incontrava gloriosa morte. Fu sepolto nel cimitero di Gastelgomberto.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 16 e 22 maggio e 10 giugno 1918, e 11 gennaio e 9 maggio 1919; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 5; Bollettino Ufficiale, 1919, Dispensa 59a, 3997; Decorati al Valore, 1964, 74; Aviatori Parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

ALBANI ANTONIO
Parma 1854
Fu cavaliere di prima classe (1849) dell’Ordine Costantiniano in Parma
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 19.

ALBASI BALDASSARRE
Salsomaggiore 1574
Nel 1574 fu notaio in Salso.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI DOMENICO
Salsomaggiore 1558
Nel 1558 fu medico condotto di Salso e poi medico del marchese Pallavicino di Corte Maggiore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI DONNINO
Salsomaggiore 1570
Dottore e fisico, fu priore della Comunità di Salso nell’anno 1570.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI GAETANO
Piacenza 2 gennaio 1770-Parma 14 dicembre 1847
Nella città natale (dove nacque, secondo alcuni autori, nel 1775 e non nel 1770) fu allievo dell’Istituto Gazzola e accademico d’onore all’Istituto di Belle Arti a Parma (eletto nella seduta del 9 maggio 1804). Si distinse specialmente nelle copie di opere dei grandi maestri quali Raffaello, Tiziano, Correggio. Sono rimasti di lui affreschi agiografici e allegorici in palazzi pubblici e privati e in chiese. Eseguì molti lavori per la nobile casa Sanvitale di Parma. Visse la maggior parte della sua vita appartato e insoddisfatto, nella città dove morì.
FONTI E BIBL.: Ambiveri, Artisti piacentini, 1879, 196 e s.; Thieme-Becker, Kunstlerlex, I, 1907, 179; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia pittori italiani, I, 21; A.M. Bessone Aurelj, Dizionario pittori, 1928; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 12; Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 21; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 26; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 40.

ALBASI GEROLAMOSalsomaggiore 1530/1543
Dottore in leggi, notaio pubblico e Attuario, nel 1530 fu Cancelliere addetto all’ufficio Commissariale e Comunale. Nel 1543 fu Priore di San Rocco.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI GIULIO CESARE

 Salsomaggiore-Piacenza 1630
Sacerdote. Per autorità imperiale e apostolica, fu pubblico notaio di Piacenza. Morì di peste.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI GIUSEPPE
Salsomaggiore 1575
Nel 1575 fu Rettore di Cangelasio.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI ORAZIO   
Salsomaggiore 1550 c.-Bergamo 1620 c.
Fu oratore e poeta distinto, e come tale è ricordato nella Cremona letteraria dell’Arisi, il quale, però, lo qualifica erroneamente cremonese. Secondo l’Anguissola, sarebbe stato anche professore di legge. Insegnò lettere a Cremona, Mantova e Lodi. Nel 1590 si stabilì definitivamente a Bergamo, avendo ottenuto quella cattedra nell’Università della Misericordia. Tra le numerose sue opere, vanno ricordate: De Serenissima Gente Farnesia, De bandibus Placentiae carmen e Orationes quattuor, date alle stampe per i tipi Bergonzi-Ventura in Bergamo rispettivamente negli anni 1593, 1594 e 1614. Il primo di questi opuscoli ha una dedicatoria al principe Ranuccio Farnese. L’Albasi non fu cattivo poeta latino, benché sentisse un po’ del gusto esagerato e gonfio che cominciava a dominare. Dal secondo opuscolo si comprende che l’Albasi era amantissimo della patria, e tendeva a essere in essa richiamato, e impiegato. Le lodi di Piacenza sono divise in due parti: poetica la prima, nella quale chiama a encomiarla tutti gli dèi, storica la seconda, ove si leggono tutte le mitologiche favole sull’origine della città. Il terzo libro dell’Albasi, ossia le Orazioni, ha una dedicatoria ai Decurioni Piacentini, nella quale l’autore dice di sé: Itaque licet ego ab ineunte ætate Cremonæ Mantuæ, Laude Pompeja vitam duxerim, nunc autem Bergomi in celebri Misericordiæ Accademia docendi munus sustineam; tamen sæpius memoria repetens me Salsi, qui est agri Placentini pagus, natum esse, aliquam rationem animi benevolentissimi erga Placentiam patriam meam testificandi a studiis litterariis petendam judicavi. Le orazioni sono quattro. La prima è de puerorum institutione, la seconda de artibus liberalibus, la terza de legum laudibus, la quarta de hominis felicitate. In quella de puerorum institutione è da notare il seguente passo: Mihi compertum est vos annis superioribus duos Bendinellos patrem et filium viros docendi et dicendi peritia spectatissimos et de vestra civitate optime meritos habuisse. Nell’orazione de artibus liberalibus si trova il seguente passo: Video etenim in hac bene morata civitate tum politicam prudentiam, morumque civilium elegantiam maxime florere, tum ingenuos adolescentes praeclaris artibus esse deditos. Hujusce rei testes sunt Papia, Patavium, Bononia ubi sunt erecta amplissima scientiarum Theatra ad Italos egregiis artibus erudiendos. Eo namque tamquam ad liberalium studiorum mercatum confluunt quotannis plurimi adolescentes placentini, qui præter cæteros ingenio, studio, doctrina puiantur excellere.
FONTI E BIBL.: G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 16-17; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 12; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 15.

ALBERGANDI ALESSANDRO, vedi ALBERGANTI ALESSANDRO

ALBERGANTI ALESSANDRO
Valsesia-post 1788
Disegnatore e pittore, fu allievo di Benigno Bossi nell’Accademia parmense. Fu premiato nel 1783 per un Ettore ed Andromaca e nel 1788 per La peste e Achille immerso nello Stige. Si sa inoltre che approntò il disegno del Battesimo di Cristo, inciso da Guglielmo Silvestri.
FONTI E BIBL.: Archivio Accademia, cart. 1769-1801, atti, vol, I, 1770-1781; E. Scarabelli-Zunti, ms. nella Biblioteca Palatina a Parma; U. Thieme-F. Becker, I, 1907; E. Bénézit, Dictionnaire des peintres, Parigi-Bruxelles, 1911, I; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 710; Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 21; Arte a Parma, 1979, 212; Dizionario Enciclopedico pittori e incisori, 1990, 41.

ALBERICI ANTONIO
Parma 1824
Mercante, rifugiato politico, giunse a Bruxelles nell’ottobre-dicembre 1824 proveniente da Parigi e diretto a Lussemburgo.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

ALBERINI FLAVIANO
Suzzara 1921-Colle Riempzia 26 marzo 1943
Figlio di Carlo. Residente a Parma, fu tenente di complemento del 35° Reggimento Fanteria Pistoia. Fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Volontario assumeva il comando di un piccolo reparto e si slanciava all’attacco per la riconquista di una importantissima posizione, tenuta saldamente da un nemico preponderante di numero e di mezzi. Con coraggio esemplare, attraversava un terreno intensamente battuto, guidando con baldanzosa sicurezza i suoi uomini alla vittoria. Ferito gravemente all’addome, si rialzava e persisteva nell’azione finché nuova mitraglia nemica lo colpiva a morte quando il suo eroico sforzo era per raggiungere la meta agognata. Fulgido esempio di eroismo cosciente e alto sentimento del dovere.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964; Bollettino Ufficiale, 1947, Dispensa 12, 1069.

ALBERINI RODIANA
Parma 1477-Fano 1523
Nata da nobile famiglia, è erroneamente fatta nascere in Palermo nell’anno 1530 nel Dizionario delle date e anche il Mazzuchelli scrive che l’Alberini fiorì intorno al 1530. Ebbe fama di buona cultrice di poesia sia latina che in volgare, per quanto nessun documento di lei sia rimasto. Il Quadrio asserisce che alcuni suoi versi siano compresi tra i Componimenti poetici delle più illustri rimatrici (Venezia, 1726), raccolti da Luisa Bergalli. L’Alberini sposò il capitano Marsiglio Alberini, dal quale ebbe una bambina. Soggiacque a tali e tante persecuzioni di carattere politico che nel 1517 dovette esulare a Fano, e ivi restò vedova (1519). Cinque anni dopo cessò di vivere, lasciando di sé sincero rimpianto. Il Liburnio e l’Affò fissano la data della sua morte al 1523. Il Liburnio fa sapere come questa scrittrice sapesse a memoria gran parte del poema dantesco, e che lo declamasse in pubblico. A lei il Liburnio diresse un discorso premesso a una sua opera, La spada di Dante Alighieri (Venezia, 1534), composto a seguito di uno scambio epistolare con l’Alberini, che gli aveva sottoposto alcuni suoi interrogativi relativi al poema dantesco: Nelli trascorsi tempi, Messer Giovan Francesco Magnifico, quando et per terra, et per mare andava io a molti, et diversi viaggi, ha già tredici anni, che di passaggio capitai alla Città di Fano, dove solamente per sette giorni hebbi alquanto amistà di una celebre gentildonna da Parma nominata Rodiana, la quale di quarantatre anni arrestossi vedova. Fu moglie costei del nobile Messer Marsilio di Alberini Capitano di milizia non picciolo. Ma per acerbi infortunj quai egli hebbe in Lombardia, con una figliuola fanciulla, che altri non havea, fu astretto pigliarsi esiglio spontaneo dalla patria, et venirsene ad habitar in Fano. Et due anni dapoi si morì. Era di vero questa Donna di venusto et grave aspetto, rara nel favellare, ma di facondia soave et elegante: nel resto di sua vita era come tempio di religione, modestia, et honesti costumi. Oltre a questo ella assai bene intendeva la lingua latina, nella quale Prose componeva mezzanamente, ma verso elegiaco misurato et polito. In lingua volgar poi io la conobbi Rimatrice mirabile. Vidila poco di Petrarca, ma di Dante studiosissima, però che quasi due Cantiche teneva nella memoria. Havea costei nelli suoi recitamenti delle cose latine et volgari, ciò che vince il tutto, una pronunzia tanto chiara, dolce, et distinta, che in verità la meglio udire non è onde alcuno possa sperare. Per la qual cosa poscia che ritornato fui a Vinegia, hor su, hor giù vicendevolmente scrivevamo, et due mesi avanti che la virtuosa femmina lasciò questa caduca vita, io le mandai la susseguente Pistola, con ciò che si contiene in questo Libretto; e fu in risposta di sue Lettere.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori parmigiani, Parma, 1791, tomo III, 193-194; G. Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane, Venezia, 1824; G.M. Crescimbeni, Commentari intorno alla sua istoria della volgar poesia, Roma, 1711, IV, 120 e V, 125; D’Harmonville, Dizionario delle date, Venezia, 1842; N. Liburnio, La spada di Dante, Venezia, 1534; G.M. Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, Brescia, I/1, 1753-1763; F.S. Quadrio, Della storia e della ragion d’ogni poesia, Milano, 1741, II, 382; L. Prudhomme, Biographie des femmes célèbres, Parigi, 1830; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 10-11; G.B. Janelli, Parmigiani illustri, 1877, 5-6; Moroni, LI, 221; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 770; M. Bandini, Poetesse, 1941, 25.

ALBERNOTTI FRANCESCO
Parma 1329/1335
Fu eletto Vescovo di Verona nell’anno 1329. Resse questa carica con grande prudenza fino all’anno 1335.
FONTI E BIBL.: F. Bordoni, Thesaurus Ecclesiae Parmenses, 1671, 206.

ALBERTAZZI ALESSANDRO
Stagno di Roccabianca 1783-Genova
Compositore e professore di pianoforte. Apprese le prime istruzioni musicali in Parma con il padre carmelitano Giuseppe Valeri di Milano, e il canto e la composizione sotto la direzione del dotto maestro Francesco Fortunati, parmigiano. Compose diversi lavori sacri, che ebbero sempre esito felice, non solo in Parma ma in diverse altre città della Lombardia e della Liguria. Compose altresì una farsa col titolo Gli Amanti raminghi (Genova, 1812) e molti pezzi da camera per pianoforte. Ed anche in ciò si distinse non poco. Nei primi anni dell’Ottocento si ritirò a Genova.
FONTI E BIBL.: F.J. Fétis, Biographique universal des musiciens, I, 51: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 79-80; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 11; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 13.

ALBERTELLI ARMANDO
Corniglio 1893-Ansa di Golfo 1 settembre 1918
Figlio di Francesco. Sergente maggiore della 524a Compagnia Mitragliatrici, fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di sezione mitragliatrici fatto segno al tiro di bombarde del nemico che preparava il passaggio di una imbarcazione attraversando il fiume, rimase impavido nella linea già in parte sconvolta dai colpi, esercitando alto ascendente sui suoi dipendenti ed ottenne aggiustato tiro per effetto del quale il tentativo nemico andava fallito. Con singolare e cosciente ardimento si manteneva ritto sulla trincea finché, mortalmente ferito, lasciava sul campo la giovane e fiorente vita sua.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 109a, 6485; Decorati al Valore, 1964, 36.

ALBERTELLI CAMILLO
Parma 1694/1727
Nipote di altro Camillo. Fu luogotenente sotto il duca Francesco Farnese. A riconoscimento dell’ormai consolidata posizione sociale raggiunta alla fine del XVII secolo dalla famiglia, all’Albertelli venne conferita dal duca Francesco Farnese, in data 25 febbraio 1704, una patente di nobiltà per sé e i suoi discendenti. Da quel momento gli Albertelli, come consuetudine dell’aristocrazia farnesiana, ruotarono intorno ai centri d’influenza della Corte, ricoprendo incarichi anche di natura militare, ma prettamente onorifici.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI CAMILLO 

 Parma 1791
Figlio di Giuseppe. Nel 1791 compare tra i membri della Reale Giunta d’Annona di Parma.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI CIRO GIOVANNI MARIA
Langhirano 20 gennaio 1840-Vergato 6 settembre 1902
Mentre era studente di matematica nella Regia Università di Parma, al primo annuncio di guerra, abbandonando famiglia e studi, corse ad arruolarsi nell’esercito sardo (1859). Volontario nell’8° reggimento fanteria, dopo aver preso parte al combattimento di Vinzaglio, fu tra i primi ad attaccare il nemico nella memorabile battaglia di San Martino. Soldato di fibra forte e senza paura, spontaneamente assunse l’incarico di portare un dispaccio agli avamposti, passando di notte attraverso gli accampamenti nemici. Nel 1860 frequentò un corso accelerato alla scuola d’applicazione di Torino, donde uscì col grado di tenente d’artiglieria. Pochi anni dopo venne promosso capitano e prese parte alla campagna del 1866. Successivamente raggiunse tutti i gradi superiori fino a quello di Maggiore generale. Nel 1900 si ritirò a vita privata. Di vasta cultura, fu più volte chiamato a far parte di Commissioni esaminatrici nei più importanti istituti militari.
FONTI E BIBL.: R.F., Necrologio, in Gazzetta di Parma 13 settembre 1902, n. 253; A. Pariset, Dizionario Biografico, Parma, Battei, 1905, 3; M; Rosi, Il Risorgimento Italiano. Dizionario, Milano, Vallardi 1914; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 397; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 19.

ALBERTELLI CLEMENTINA
Parma-post 1883
Nel maggio 1883 studiava canto (mezzosoprano) con il maestro Filippo Sangiorgi, direttore del Liceo musicale di Ferrara.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALBERTELLI EGIDIO
Parma 1848/1866
Fu Maggiore di fanteria e veterano della campagna dal 1848 al 1866, cavaliere.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

ALBERTELLI ERCOLE
Langhirano 1807-post 1859
Fu avvocato come il padre Giuseppe. Di sentimenti liberali, fece parte per numerosi anni del Consiglio degli Anziani di Parma e nel 1859 fu eletto consigliere comunale a Langhirano.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI FERDINANDO
Parma 1859
Dottore, fu eletto deputato per il collegio di Corniglio all’Assemblea dei rappresentanti del popolo delle Province parmensi (7 settembre -6 novembre 1859), che il 12 settembre votò all’unanimità l’unione al Regno di Vittorio Emanuele II.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 30.

ALBERTELLI GIUSEPPE
Parma 1713
Figlio di Camillo. Fu creato Alfiere con patente del 28 febbraio 1713. Successivamente ottenne la nomina a Capitano di cavalleria, e con tale grado è indicato nei documenti pubblici. Abitò sotto la vicinia di Santo Stefano in un palazzo di proprietà, divenuto dimora abituale. Inoltre possedette il palazzo contiguo al lato sinistro della chiesa di San Bartolomeo.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI GIUSEPPE
Parma 1779 c.-1848 c.
Avvocato. Nel 1809 fu Presidente del Conseil Municipal di Langhirano. Nel 1831, come Anziano del Comune di Parma, partecipò al consesso civico durante i moti del febbraio-marzo e per tale fatto, al ritorno della duchessa Maria Luigia d’Austria, fu interdetto da ogni carica pubblica.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI GUIDO
Parma 24 gennaio 1867-Roma 29 settembre 1938
Figlio di un fabbro, seguì gli studi tecnici (interrotti a più riprese per le modeste condizioni della famiglia), poi quelli universitari, addottorandosi in ingegneria e conseguendo anche la libera docenza in ingegneria sanitaria. Della sua attività professionale, svolta di preferenza nel campo dell’idraulica e dell’urbanistica, rimangono anche diverse pubblicazioni e progetti di acquedotti, bonifiche, piani regolatori edilizi. Si occupò principalmente di idraulica, pubblicando studi sulle acque salienti e sulla formazione idrogeologica della Valle del Po e della Sicilia. Si devono all’Albertelli il progetto del canale navigabile Parma - Colorno -Po, che forse senza l’avvento del fascismo avrebbe avuto pratica attuazione, il progetto dell’acquedotto di Parma, opera per quegli anni colossale, della fabbrica del ghiaccio di Parma e di vari acquedotti in Sicilia. Fu tra i fondatori del Partito socialista al congresso di Genova del 1892, e partecipò a tutti gli altri successivi congressi fino al fascismo. Fu pure tra i fondatori della Camera del lavoro di Parma (1893) e svolse un’intensa attività di propaganda e di organizzazione, specie tra i contadini della Bassa parmense. Orientato verso posizioni riformiste, assunse un atteggiamento moderato in occasione dell’agitazione agricola del 1901, iniziatasi con lo sciopero di Montechiarugolo, così come, alcuni anni più tardi, in occasione delle agitazioni promosse dal movimento di A. De Ambris in provincia di Parma. Molto scandalo suscitò, tra l’altro in campo socialista, un pranzo dell’Albertelli col presidente del consiglio Zanardelli nel 1902, dopo aver partecipato, poco tempo avanti, all’arbitrato per lo sciopero operaio di Genova. Fu contrario al rivoluzionarismo di E. Ferri (1903-1906) e al sindacalismo rivoluzionario, senza per altro seguire, nel 1912, la secessione di I. Bonomi, L. Bissolati e A. Cabrini. Fino dalla prima guerra mondiale rimase coerente con la posizione dei riformisti, respingendo il massimalismo e pronunciandosi a favore dei blocchi popolari con gli altri partiti della sinistra. Ebbe tra i suoi estimatori Berenini, Turati, Treves e Prampolini. Dal 1900 al 1902 (XXI legislatura) e dal 1913 al 1921 (XXIV e XXV legislatura) fu deputato al Parlamento per il collegio di Parma-Nord, e si ricorda tra l’altro per avere presentato nel 1902 un progetto per la statizzazione delle forze idrauliche. Grande oratore e polemista instancabile, durante la prima guerra mondiale si dichiarò neutralista e il suo atteggiamento gli costò, oltre che lo sfavore dei benpensanti, anche qualche pubblica manifestazione ostile da parte di alcuni suoi elettori. Fu anche, più volte, consigliere provinciale e comunale nella sua città. Nelle elezioni del 1921 soccombette di fronte al nuovo capo carismatico delle masse popolari, Guido Picelli. Alla Camera si battè specialmente contro il protezionismo siderurgico e a favore delle provvidenze antimalariche. Sfuggito a stento a un attentato tesogli dai fascisti (lo studio e la casa di Borgo Tommasini furono distrutti), fu costretto a trasferirsi a Roma, ove morì.
FONTI E BIBL.: Oltre a notizie di stampe, anche A.A. Quaglino, Chi sono i deputati socialisti della XXV legislatura?, Torino, 1920, ad vocem; C. Pompei-G. Paparozzo, I 508 della XXV Legislatura, Roma, 1920, 9; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 10-11; E. Falconi in Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 674; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 13 aprile 1999, 21.

ALBERTELLI IPPOLITO NIEVO
Parma 6 dicembre 1901-Firenze 12 marzo 1938
Figlio di Guido, compì gli studi musicali nel Conservatorio di Parma, al quale il suo istinto musicale era stato indirizzato per vie non consuete, certamente aspre e difficili, ma diritte verso la meta, in una visione dell’Arte concepita come manifestazione dello spirito umano e come mezzo di vita nel senso più alto della parola. Quando ebbe finito a Parma gli studi musicali (1921, fu allievo del maestro Gilberto Crepas), si recò a Berlino per perfezionarsi alla scuola del maestro Ugo Becker, il quale rafforzò in lui, se possibile, il religioso rispetto per l’Arte e lo iniziò alle supreme raffinatezze dell’interpretazione, di quel livello interpretativo dove tutto è necessario e essenziale, istintivo e ponderato a un tempo, in realtà superamento di incredibili ostacoli fisici e spirituali. Subito dopo l’Albertelli iniziò con successo la sua carriera artistica in Germania, e la continuò in Italia ottenendo notevolissime affermazioni in una serie di concerti che, negli ultimi anni della sua breve esistenza, divenne davvero imponente. Si guadagnò il favore del pubblico di Parma, Brescia, La Spezia, Roma, Milano, Siracusa, Catania, Messina, Reggio Calabria, Cosenza, Napoli, Firenze, Lucca, Bergamo, Torino e di molte altre città italiane. Seguì poi un grande giro artistico nell’America del Sud, da Lima a Buenos Aires. Tornato in Italia, lo vollero ancora a Siracusa per suonare alle Latomie, in occasione di un ricevimento offerto ai Reali. Sempre e dovunque seppe farsi ammirare per le sue elevatissime qualità di virtuoso e di interprete, che furono messe in rilievo dai critici musicali sin dai primi concerti in Italia, dopo gli anni di perfezionamento compiuti con Hugo Becker. L’Albertelli ebbe una tecnica eccellente e, grazie in particolare alla sua straordinaria potenza di cavata, era capace di ottenere dal suo strumento suggestive e struggenti vibrazioni. L’Albertelli non si fermò mai alle posizioni conquistate ma mirò sempre più in alto, e aspirò senza posa a perfezionarsi. Nel 1933 vinse per concorso il posto di professore di violoncello nel Conservatorio di Parma. Si dedicò all’insegnamento con fervore d’apostolo. Nel 1937 passò, quale titolare della cattedra di violoncello al Regio Conservatorio Cherubini di Firenze. Ebbe poi l’incarico di direttore artistico del Gruppo Universitario Musicale parmense. Negli ultimi mesi di vita fece parte del Quartetto di Firenze. Morì a soli 36 anni.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1938, 131-133; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, III, 1938, 791; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 11.

ALBERTELLI LUIGI
Langhirano 1805-Figlio di Giuseppe, fu avvocato. Ebbe il grado di Alfiere nelle milizie ducali e fu Sindaco di Langhirano dal 1834 al 1838. Sposò una Ravasini, appartenente a nobile famiglia langhiranese.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI NIEVO IPPOLITO, vedi ALBERTELLI IPPOLITO NIEVO

ALBERTELLI NULLO
Parma 19 marzo 1900-Roma 11 maggio 1968
Figlio primogenito di Guido, socialista riformista, deputato al Parlamento, e Angela Gabrielli. L’Albertelli prese parte giovanissimo, in qualità di ufficiale di Artiglieria, alla prima Guerra Mondiale. Nel 1922 conseguì la laurea, seguendo le orme paterne, con una brillantissima tesi in ingegneria civile. Venne poi assunto quale ordinario alla Cattedra di costruzioni e cominciò a collaborare con l’esigentissimo padre alla progettazione (1923) del secondo acquedotto di Parma. Compiute le prime esperienze di progettista a fianco del padre, l’Albertelli assunse la direzione tecnica, a soli ventisette anni, della Società Anonima Industriale Meridionale, carica che occupò fino al 1932. Aveva già progettato la bonifica dei laghi di Lesina e di Varano (Foggia), quando venne incluso nella Missione Omodeo, che l’URSS aveva convocato per opere di bonifica e di irrigazione. In trentasei mesi di permanenza in Unione Sovietica creò arditissimi schemi irrigui nell’Oltre Volga (un comprensorio da irrigarsi con sollevamento meccanico, su una estensione di quattro milioni di ettari) e nel secondo comprensorio del fiume Circik, nell’Asia centrale dell’estensione di 800.000 ettari. Ricevette l’Onorificenza Urdanik (partito del lavoro), tra le prime consegnate a uno straniero. Quindi cooperò al piano quinquennale. Lasciata la Russia, ripartì quale capo missione per la Dancalia per lo studio di un canale adduttore nelle acque del Maro Rosso e per il riempimento della depressione dancala. Tra il 1935 e il 1940 diresse i servizi tecnici dell’impresa Pietro Cidonio di Roma. In quel periodo l’Albertelli realizzò il progetto del tronco dell’acquedotto romano della Peschiera. Si recò poi in Sardegna quale direttore della Società elettrica sarda. Qui creò gli impianti idroelettrici dell’alto Flumendosa, con sedici chilometri di galleria e tre centrali idroelettriche in caverna, che producono ogni anno centotrenta milioni di kw/h.
FONTI E BIBL.: G. Silvani, in Gazzetta di Parma 13 aprile 1970, 3.

ALBERTELLI ORAZIO
Parma 1791/1801
Figlio di Giuseppe. Fu ascritto al Collegio dei dottori e giudici di Parma. Nell’Almanacco di Corte per l’anno 1791 è indicato tra gli assessori della Congregazione sopra i Comuni dello Stato. Ricoprì questa carica fino al 1801.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI ORAZIO
Parma 31 luglio 1823-Parma 6 marzo 1901
Figlio di Ercole. Sottotenente di Fanteria nelle truppe parmensi, nel 1850 passò nell’Esercito italiano e prese parte come capitano alla campagna di Ancona (1860-1861) distinguendosi nel fatto d’arme di Monte Pelago e Monte Pulito, ove guidò i suoi soldati all’assalto, guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Partecipò quindi alla occupazione di Roma (1870). Promosso Colonnello nel 1882, ebbe il comando del 9° Reggimento Fanteria. Collocato a riposo a sua domanda nel 1890, raggiunse nello stesso anno il grado di Maggiore Generale nella Riserva.
FONTI E BIBL.: M. Rosi, Il Risorgimento italiano. Dizionario, Milano, 1914; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 397; Enciclopedia Militare, 1923, I, 313; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 19.

ALBERTELLI PIETRO
Parma 1786
Fu Capitano nell’esercito borbonico di Parma nell’anno 1786.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare.

ALBERTELLI PIETRO
Parma 5 dicembre 1870-Buenos Aires 1953
Figlio di Camillo e Sofia Pizzetti. Ingegnere. Studiò a Bologna, e si trasferì poi in Argentina nel 1897. Ebbe molte iniziative, tra le quali il progetto per l’energia elettrica di Buenos Aires, e realizzò poco dopo le linee ferroviarie dello Stato al Nord. Per molti anni costruì ponti sui fiumi Bernego e Negro. Fu membro dell’Accademia americana di Storia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

ALBERTELLI PILO
Parma 30 settembre 1907-Roma 24 marzo 1944
Figlio di Guido, deputato socialista. Trasferitosi a Roma con il padre, che aveva potuto sottrarsi a stento alla violenza dei fascisti parmensi, fu discepolo di G. Calogero, laureandosi in lettere e filosofia nel 1929 con la tesi Problemi di gnoseologia platonica. Insegnò filosofia e storia, dal 1935, nel liceo Umberto I di Roma, che ora porta il suo nome. Nel 1939 conseguì la libera docenza in storia della filosofia antica. La sua tesi rimase inedita, ma dei suoi studi platonici è valida testimonianza il saggio sul problema morale nella filosofia di Platone. Più sicura orma l’Albertelli comunque segnò nel campo degli studi sull’eleatismo. La versione dei frammenti degli Eleati, che egli curò per la collezione laterziana dei classici del pensiero antico, costituì un eccellente contributo alla loro interpretazione. Nella sua interpretazione dei filosofi eleatici l’Albertelli subì in certa misura l’influenza delle ricerche del Calogero, ma in molti casi il suo giudizio critico manifestò spiccata indipendenza e originalità, come per esempio nella discussione del problema fondamentale della genesi del pensiero parmenideo, a cui egli dedicò anche un saggio specifico. Sin dal 1928 arrestato a Milano per antifascismo, l’Albertelli fu condannato a cinque anni di confino, commutati in tre di vigilanza speciale. Partecipò poi sempre più attivamente alla resistenza al fascismo, prima con il gruppo liberalsocialista, poi con il Partito d’Azione, di cui fu, nei primi mesi del 1942, uno dei fondatori a Roma, divenendo collaboratore dell’Italia libera clandestina. L’8 e il 9 settembre 1943 l’Albertelli prese parte ai tentativi di difesa di Roma. Divenuto subito dopo membro del comitato militare romano del Partito d’Azione, assunse la responsabilità diretta della zona di San Giovanni e poi dell’Ostiense, e fu infine chiamato a sostituire il comandante militare del partito per l’intera città, Giovanni Ricci, che era riuscito a sfuggire, gravemente ferito, a un’imboscata. Il 1° marzo 1944 l’Albertelli fu arrestato. Torturato, salvò con il silenzio numerosi compagni di lotta, e, volendo sottrarre la moglie e i figli alle rappresaglie, tentò due volte il suicidio. Il 24 marzo fu ucciso alle Fosse Ardeatine. Alla sua memoria venne conferita, nel 1947, la medaglia d’oro. Scritti principali: La dottrina parmenidea dell’essere, in Annali della Regia Scuola normale superiore di Pisa, 2, IV (1935), 327-334; Gli Eleati, testimonianze e frammenti, Bari, 1939 (collezione Filosofi antichi e medievali di Laterza); Il problema morale nella filosofia di Platone, Roma, 1939; Le antinomie dell’educazione, in Cultura magistrale, Enciclopedia dei maestri, Milano, 1939. Lasciò inoltre alcuni lavori inediti.
FONTI E BIBL.: Scritti di L. Albertelli, G. Calogero, M. Del Viscovo, C. Bandi, T. Carini, nel volume Pilo Albertelli, Roma, 1945, a cura del Partito d’azione, nel primo anniversario della morte; Pilo Albertelli, in Aurea Parma XXXVIII (1954), 37-38; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 11; Dizionario Biografico degli Italiani, I, 1960, 674-675.

ALBERTI ANTONIO
Parma prima metà del XVII secolo
Fonditore di campane operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 8.

ALBERTI ATTILA
Parma 1918-Parma 22 marzo 1950
Sindacalista, impegnato quale organizzatore dei sindacati lavoratori, perse la vita all’angolo tra strada della Repubblica e borgo Sant’Ambrogio in uno scontro con la polizia. I disordini avvennero in seguito a un comizio indetto dalla Camera del lavoro. Erano anni difficili, caratterizzati da rapporti violenti tra lavoratori e imprenditori: il 22 marzo 1950, alle ore 18, si riunirono settemila dimostranti. Da piazzale Marconi raggiunsero piazza Garibaldi, ma incontro al corteo si mossero camionette della Celere, con la polizia che ricordò ai manifestanti che nessuna autorizzazione era stata concessa. Una jeep fendette la folla all’altezza della chiesa di Santa Cristina, ne discese un funzionario, il commissario Maggio, che fu subito aggredito dagli scioperanti armati di bastoni, paletti di ferro e catene. Dai tetti vennero rovesciati sulla polizia (dalla Gazzetta di Parma del 24 marzo 1950) tegole e batuffoli di cotone in fiamme. In piazza Garibaldi furono formate barricate con tavolini e blocchi di pietra. La Celere reagì e colpì con furia: donne in preda al panico, urlando si rifugiarono in chiesa. Altri trovarono scampo sotto i portici del Comune, qualcuno fu travolto per terra. In quell’attimo partirono alcuni colpi mortali: l’Alberti, trentadue anni, si abbattè al suolo, mentre restarono feriti i dimostranti Enrico Amadasi (trentasette anni), Pietro Gainotti (trentaquattro anni), Aldo Magnone (segretario federale del Partito Comunista Italiano), Alide Del Sante (ventiquattro anni), il commissario Maggio, il vice-commissario Di Giorgio e sei guardie di Pubblica Sicurezza.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 16-17.

ALBERTI BARTOLOMEO
Parma 1848
Medico, fu volontario nella guerra del 1848 nella 2a Colonna Parmense.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 12.

ALBERTI GINO, vedi ALBERTI LUIGI

ALBERTI LUIGI
Gattatico 1892-Monte Ursic 20 agosto 1915
Figlio di Alberto. Sottotenente di complemento del 6° reggimento bersaglieri, residente a Parma. Fu decorato con due medaglie di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Si portava tra i primi con bello slancio e coraggio sulla trincea nemica alla quale aveva dato l’assalto col suo plotone, e, su di essa, ferito da prima con arma da fuoco e travolto poi dallo scoppio di una mina, lasciava la vita. L’Alberti fu laureato ad honorem in medicina e chirurgia.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Gazzetta di Parma 1 e 20 settembre, 18 ottobre e 8 novembre 1915, 20 e 21 agosto 1916 e 7 novembre 1917; Giornale del Popolo 26 agosto 1916; Rivista Eroica, 1916, fascicolo I; Annuario Regia Università, 1915-1916 e 1917-1918; G. Sitti, Caduti e Decorati, 1919, 9; Decorati al Valore, 1964, 143.

ALBERTI NICOLA
Pellegrino 1618/1619
Fu Commissario di Pellegrino negli anni 1618-1619.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11.

ALBERTI PIETRO
Parma 1778/1798
Fu violinista alla Steccata di Parma dal 6 dicembre 1796 al 1798 e alla Cattedrale di Parma dal 15 agosto 1778 al 15 agosto 1779.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1796-1798; Archivio della Fabbriceria, Mandati 1778-1779; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 169.

ALBERTINI CESARE
Colorno 1762
Il 25 novembre 1762 gli venne accordata una ricognizione di 2 zecchini romani, in quanto campanaro a Colorno (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALBERTINI CRISTOFORO
Parma 1641/1683
Architetto. Dal 1641 al 1683 circa prestò la sua opera al Comune di Parma come perito dell’Ufficio dei Cavamenti, pur tra ripensamenti e suppliche a Ranuccio II, che solo il 2 settembre 1679 lo confermò in carica con la modesta provvigione di dieci scudi mensili. Sopraintese ai lavori di tutta la rete stradale e fluviale della provincia, ponti compresi, delimitandone i confini e disegnandone le mappe (ne presentò una al Duca il 10 febbraio 1680). Fu chiamato spesso a dare il suo giudizio: nel 1660 dagli Anziani, circa le pretese di Giovanni Sartori, costruttore di due archi trionfali in onore di Ranuccio II e Margherita Violante di Savoia; nel 1663 dal governatore, circa un tratto di strada da accordare ai carmelitani di Santa Maria Bianca per ampliare la loro chiesa. Richiesto della sua opera da diverse comunità religiose, il 10 novembre 1649 iniziò, per i teatini, la costruzione, protrattasi fino al 1651, della nuova chiesa di Santa Cristina, ad imitazione di quella di San Vincenzo di Piacenza ideata da Pietro Caracciolo. La facciata a capanna in cotto esposto, sormontata nella parte centrale da frontone centinato, è rimasta incompiuta e il suo carattere austero contrasta piacevolmente con l’interno riccamente decorato. Dal 1658 al 1670, per i carmelitani scalzi, insieme con Carlo Magnani, costruì la chiesa di Santa Maria Bianca, demolita nel 1810.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ufficio dei Cavamenti, Memoriali dal 1645 al 1647, n. 393; dal 1659 al 1663, n. 71; dal 1664 al 1668, n. 119, 591; dal 1678 al 1680, n. 346; mandati dal 1641 al 1683; Parma, Biblioteca del Museo nazionale di antichità, ms. 12, E. Scarabelli-Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI (1651-1700), c. 7; Materiale per una guida, II, c. 30; N. Pelicelli, Parma monumentale, Parma, 1937, 118; U. Thieme-F. Becker, Allgemeine Lexikon der bildenden Künstler, I, 215; A. Bubani, in Dizionario Biografico degli Italiani, 1960, 724.

ALBERTINI GIUSEPPE
Parma 20 ottobre 1895-Monte Zugna 9 febbraio 1917
Studente presso l’Istituto Tecnico di Parma interruppe gli studi per arruolarsi volontario per la guerra nel Corpo Nazionale Volontari ciclisti al quale già apparteneva da tempo, animato da alte idealità patriottiche. Il 25 maggio 1915 partì da Parma col gruppo dei volontari parmigiani e a Piacenza fu assegnato come graduato, insieme agli altri graduati Giovanni Brezzi e Pietro Pariset, al reparto di Parma che comprendeva anche una parte del gruppo di volontari reggiani. Dopo il periodo delle esercitazioni raggiunse la zona di guerra sul basso Tagliamento ove prestò servizio, aggregato al 13° reggimento cavalleggeri Monferrato, sino alla fine di novembre, quando per ordine del Ministero della guerra venne sciolto il Corpo Nazionale Volontari Ciclisti. Poco dopo si arruolò, nuovamente volontario, in fanteria, e ben presto raggiunse il fronte. Frequentò il corso allievi ufficiali e fu assegnato al comando di reparti operanti in linea partecipando a diverse azioni di guerra. Fu poi destinato col grado di Sottotenente al 1° battaglione del 208° reggimento fanteria. Il 9 febbraio 1917 nel corso di un sanguinoso combattimento cadde da prode sul Monte Zugna alla testa dei suoi uomini nelle trincee del settore Fortini. Il suo nome è ricordato sulla lapide collocata nell’atrio dell’Istituto Tecnico Macedonio Melloni di Parma e su quella dei volontari caduti nella guerra 1915-1918 collocata sotto i portici del Municipio di Parma per iniziativa della locale Sezione dell’Associazione Nazionale Volontari di guerra.
FONTI E BIBL.: G. Bagnaschi, Volontari Plotone Parma, 1965, 19.

ALBERTINI LEONILDE MARIA LUIGIA
Grammatica 22 giugno 1888-
Trascorsa l’infanzia in una famiglia profondamente cristiana, adolescente entrò tra le Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, istituto fondato da monsignor E. Chieppi. L’Albertini, pur non avendo studi superiori, divenne ben presto, per la sua vita esemplare, Superiora, quindi Superiora Generale per ben due volte, e infine venne eletta Madre Vicaria Generale. Sotto la sua guida le Chieppine si svilupparono largamente, facendosi promotrici di forme di apostolato modernissime.
FONTI E BIBL.: E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 121.

ALBERTINO DA PARMA, vedi ALBERTO DA TRE CASALI

ALBERTINO DA SALSO, vedi RAINALDI ALBERTINO

ALBERTINO DA TERENZO
Terenzo 1200/1209
Fu architetto a Parma nel 1200-1209. Fu con Albertino da Taneto l’architetto della chiesa innalzata in onore di Sant’Antonio Abate da Guido Fogliani nel suo Castello di Salvaterra. Ricco e possente Signore dei suoi tempi, il Fogliani ospitò Ottone duca di Sassonia, prenunziato Imperatore, mentre di passaggio per l’Italia andava a Roma per ricevere dal Pontefice la corona imperiale. Sulla porta della chiesa di Salvaterra il fonditore e gli architetti scolpirono i loro nomi e nel XIX secolo vi era era ancora il marmo sul quale si leggeva incisa l’iscrizione seguente, in caratteri romani: † Anno Milleno ducentonoque noveno Consilio sano dans Guido de Fugliano Pro se pro natis, pro Verda coniuge gratis Hoc Templum Christo fundavit, Quisquis in isto Presbiter et (est), oret pro se, (petat atque) recitetque laboret Ut (praeces) prece cum Psalmis jungatur Civibus almis Albertus (Albertonus) de Terentio et Albertinus de Taneto fecerunt hoc opus.
FONTI E BIBL.: N. Tacoli, Memorie storiche di Reggio di Lombardia, III, 560; E. Fogliani Denaglia, Fogliani della Torricella continuazione, Reggio, 1836, tavola II; A.P. Zani, II, Parte I, 23 e II, 18; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 68; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon; Perkins, Italian Sculptors, 261; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 880.

ALBERTINO DA TRE CASALI, vedi ALBERTO DA TRE CASALI

ALBERTINO JACOPO DA NEVIANO
Neviano 1212
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1202.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 18.

ALBERTO
Parma 1081
Fu magister scholarum della Cattedrale di Parma nella seconda metà dell’anno Mille (1081).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 62.

ALBERTO
Parma 1134/1135
Il risvegliarsi della coscienza popolare e della libertà da una parte e dall’altra la potenza imperiale sull’Italia settentrionale crearono tali e tanti contrasti che diedero luogo a lunghe lotte cruente. Se si considera poi che i Vescovi erano investiti della città e del contado, ricchissimi, e quindi potenti, non fa meraviglia vedere eletti simoniacamente i vescovi che parteggiavano per l’Imperatore. Così alla morte di Bernardo, contrariamente all’opinione dell’Affò e dell’Allodi, venne eletto vescovo di Parma simoniacamente l’Alberto, come si legge negli atti del Concilio di Pisa. Va anzitutto osservato che tale Concilio si suole erroneamente ritenere celebrato nel 1134, mentre da documenti indiscutibili risulta charamente che fu tenuto dal 30 maggio al 6 giugno del 1135, sotto papa Innocenzo II. Il canone V del Concilio dice: Depositi sunt autem episcopi numero quinque: Alexander scilicet Leodiensis, Litardus Cameracensis, Eu(sta)chius Valentinus, B(oianus) Arethinus, G. Accerranus, H(ubertus) Taurinensis, Alb(ertus) Mutinensis electi Mutinensis vero, quia, cum pro mala conversacione ac publica symonia electio de ipso in Parm.si ecclesia facta, dampnata fuisset, indignum visum est, ut tam criminosa persona in alia ecclesia ad episcopale regimen vocaretur. È chiaro, dunque, che la sede di Parma immediatamente dopo Bernardo fu occupata da Alberto, la cui elezione, avvenuta simoniacamente, fu poi condannata. Parve quindi ai Padri del Concilio cosa indegna che una siffatta persona fosse chiamata a reggere la chiesa di Modena. Cadono così le induzioni degli storici locali, specialmente dell’Allodi, e viene colmata una lacuna nella storia dei Vescovi di Parma. Qualche mese ancora forse occupò la Chiesa di Parma il simoniaco Alberto. Ma l’anno dopo certamente fu sostituito nella sede parmense dal vescovo Lanfranco.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 154-115; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

ALBERTO
Parma 1180
Fu priore di San Leonardo in Parma nell’anno 1180.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 18.

ALBERTO DA CASTELGUALTIERI, vedi AVOGADRI ALBERTO

ALBERTO DA PARMA
Parma 1236
Era Ministro della Provincia Francescana di Bologna al tempo in cui reggeva l’Ordine frate Elia: probabilmente venne eletto nel 1236, quando frate Alberto di Pisa fu mandato Ministro in Inghilterra. Fu uomo di santissima vita, di molta abilità nel disbrigo delle cose ed in molta estimazione presso l’Ordine e presso i Papi. Frate Elia, constatato che l’Alberto non accondiscendeva minimamente ai suoi desideri, né favoriva i suoi partigiani, lo dichiarò deposto dall’ufficio. Contemporaneamente scrisse diverse lettere a frate Gherardo Boccabadati di Modena, colle quali non solo lo dichiarò eletto Pro-Ministro, ma gli ordinò di condurre a lui in Assisi il deposto Provinciale. Frate Gherardo, allo scopo di non contrariarlo, nulla disse di tutto questo all’Alberto, ma solo lo invitò ad accompagnarlo nel suo pellegrinaggio alla tomba di San Francesco. Una volta giunti ad Assisi, mentre stavano per entrare nella cella del generale Elia, frate Gherardo cavò da sotto la tonaca due cappucci da novizi, uno lo indossò egli stesso e l’altro lo presentò all’Alberto dicendogli di attendere fino al suo ritorno. Entrato nella cella di frate Elia, frate Gherardo si prostrò ai suoi piedi, e disse di aver eseguito il suo comando, conducendo l’Alberto in atteggiamento umile e rispettoso. Frate Elia ne fu compiaciuto e, mutato lo sdegno in benevolenza, ordinò venisse introdotto l’Alberto, lo accolse con grande amorevolezza, lo rimise nel grado di Provinciale e gli accordò parecchi favori in bene e a vantaggio della sua Provincia.
FONTI E BIBL.: Panfilo, I, 523 e 573; Salimbene, Cronica, 106; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 13-14; G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 33-36.

ALBERTO DA PARMA
Parma 1277
Fu scrittore del papa Giovanni XXII, dal quale fu inviato a Genova nell’anno 1277.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 19.

ALBERTO DA PARMA
Parma 1289
Fu elemosiniere e canonico di San Pietro in Roma. Fu inoltre vicario del vescovo di Sabina, Gherardo Bianchi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 19.

ALBERTO DA PARMòA
Parma 1496
Lo Zani lo ricorda come pittore e scultore attivo nel 1496 e allievo di Jacopo Loschi.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia, Parma, 1819, 28; Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 27.

ALBERTO DA PARMA, vedi anche ALBERTO DA TRE CASALI E UNGHERIA ALBERTO

ALBERTO DA DAN DONATO
San Donato 1257
Notaio attivo in Parma nell’anno 1257.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 20.

ALBERTO DA TERENZO, vedi ALBERTINO DA TERENZO

ALBERTO DA TORRICELLA
Torricella 1262
Fu Podestà di Parma nell’anno 1262.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 20.

ALBERTO DA TRE CASALI
Tre Casali 1308
Notaio attivo nell’anno 1308.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 19.

ALBINEI GIAMBENEDETTO, vedi ALBINEO GIAN BENEDETTO

ALBINEO BENEDETTO, vedi ALBINEO GIAN BENEDETTO

ALBINEO GIAN BENEDETTO
Parma 20 marzo 1486-post 1521
È merito dell’Affò averlo per primo tolto dall’oblio in cui giaceva, sconosciuto e sepolto fra le scritture di Tranquillo Molossi, celebre poeta di Casalmaggiore. Il Molossi, nel Poliuto, qualifica senz’altro parmigiano l’Albineo e lo loda come dotto poeta. Il Molossi, che dopo il 1494 si stabilì a Parma e vi stette qualche tempo, ebbe a conoscerlo giovanetto, onde poté cantare: Albineus Vates primo mihi junctus ab aevo. Grande fu l’amicizia tra i due letterati, tanto che il Molossi nelle sue poesie lo celebrò più volte, facendo anche menzione di una sua infermità giovanile: Macte Puer, quem Phoebus amat, Phoebique sorores Dignantur curà quem chorus ille suà. Multa Palatinae debes praeconia Febri: Immortale tibi contulit illa decus. Illa tibi Phoebum, Musasque probavit amicas, Sospite quo tantus delituisset honos. Dai protocolli di Pier Maria Prato, notaio parmigiano, si rileva che il 24 dicembre 1521 l’Albinei era prete, e che godeva una pensione di otto ducati d’oro di camera sopra la parrocchia di San Sisto nella Diocesi di Parma. Il cardinale Alessandro Farnese, vescovo di Parma, che divenne poi papa Paolo III, chiamò alla sua Corte il Molossi e successivamente anche l’Albineo, che il Molossi gli raccomandò come molto gentile e liberale, confessando di aver avuto da lui favori e cortesie. L’Albineo era di piccola statura ma, nota il Molossi, qui te parvum hominem dicit, Benedicte, videtur Ille mihi nulla cum ratione loqui. Magnus homo est qui magna facit, qui parva pusillus. Cum facias parvus grandia magnus homo es. Altri letterati lodarono l’Albineo, tra i quali Francesco Arsilli da Sinigaglia, che nel 1524 lo esalta in un suo poemetto, De poetis urbanis, accolto nella Coryciana.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 254-255; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 13; Aurea Parma 2/3 1957, 102-103.

ALBINEO NICCOLO'

 Parma 1470/1485
Fu prete e calligrafo, verosimilmente uscito dalla famiglia di Gian Benedetto Albineo. L’Albineo scrisse nel 1485 per il monastero di San Quintino di Parma un libro corale, verso la fine del quale si legge: descripsit ac notauit D. Nicolaus de Albineis presbiter Parm. 1485 die 26 septembris.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869.

ALBINI GIUSEPPE
Parma 1827-Napoli 1911
Resse la cattedra di Fisiologia dell’Ateneo parmense nel biennio 1860-1861, per passare quindi all’Università di Napoli. Lasciò, tra i vari studi, un Trattato di fisiologia (Milano, 1881).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 63.

ALBINI MARIETTA
Parma 1807-post 1842

 Soprano. Compì i suoi studi musicali a Parma con Luigi Tartagnini, primo fagotto della Ducale Orchestra, e il maestro la fece debuttare il 1° gennaio 1819 con altri suoi allievi in un’accademia al Teatro Ducale di Parma. Nella locandina è scritto che aveva dodici anni. Il 17 dicembre dello stesso anno si esibì in un’altra accademia con il violoncellista Vincenzo Merighi. Nel manifesto è scritto che aveva quattordici anni. Nella primavera 1821 esordì assieme al baritono Cosselli, cantando nel Teatro Sanvitale in Amelia e Leandro, opera di Germano Liberati. Nell’estate 1822 fu prima donna assoluta al Teatro di Reggio Emilia nella Cenerentola di Rossini e nell’Adelina di Pietro Generali e l’anno succesivo al Teatro Comunale di Modena nel Matrimonio segreto. In quell’occasione il 4 febbraio 1823 fu ospite con un concerto alla Società Filarmonica Modenese. Dal 1824 al 1827 fu in Spagna al Teatro di Barcellona, dove cantò un gran numero di opere italiane. Ritornata in Italia, nel settembre 1830 fu alla Canobbiana di Milano: nell’Elisa e Claudio di Donizetti dette prova meravigliosa della sua capacità nell’eseguire, sufficienti per farci distinguere il suo gran valore. Nel Carnevale fu al Teatro di Tordinona di Roma nelle opere di Pacini il Corsaro e Gli arabi nelle Gallie. L’11 febbraio 1831, in un’accademia vocale e strumentale, il pezzo che più d’ogni altro massimamente trasportò tutta l’udienza fu il gran duetto della Semiramide eseguito dall’Albini e per la parte del contralto da Gaetano Brizzi colla sua tromba, né alcuno può formarsi senza sentirlo un’idea del suo effetto. Nella Fiera del Santo del 1831 fu al Teatro Nuovo di Padova, dove stupì tutti spiegando gran vigore di voce e grande energia d’azione. Nel successivo autunno la si trova al Teatro Comunale di Bologna, tra le altre opere, nell’Otello di Rossini (Desdemona), e nel Carnevale al Teatro di Piacenza nei Capuleti e Montecchi di Bellini e nel Proscritto di Messina del compositore piacentino Daniele Nicelli. Nel Carnevale 1833-1834 cantò in diverse opere al Reale Teatro Carolino di Palermo. Nel 1841 fu al Teatro Valle di Roma nella Maria di Rudenz di Donizetti. Nel Carnevale successivo la si trova al Teatro di Perugia. Al termine di questa stagione La Fama scrisse che l’Albini era disponibile ad accettare scritture, in quanto libera da impegni.

FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 176; Papi; Tiby; Trezzini; Virella; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALBIO DA PARMA, vedi BIANCHI GIOVANNI ANDREA

ALBIO o ALBO GIOVANNI ANDREA, vedi BIANCHI GIOVANNI ANDREA

ALBOINO
Parma 733/775
Terzo vescovo della serie dei vescovi di Parma. Alcuni lo ritengono di nazione Longobarda, altri di quella Franca. Sembra però più probabile della prima perchè fu molto caro a Rachis, re Longobardo. Successe nel 733 ad Aicardo, e venne mandato dal pontefice Gregorio III a governare la chiesa parmense che tenne fino al 775.
FONTI E BIBL.: Cherbi; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 13; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, 1856, 24-25; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, 1936, 8 e 48.

ALBONIUS CAIUS VIATORParma I secolo a.C./V secolo d.C.
Di condizione incerta, dedicatario, insieme a Octavia Sabina di un’epigrafe postagli da [Oc]tavia Severa, presumibilmente databile al periodo imperiale (formula D.M.). Albonius è nomen presente in Cisalpina, documentato nella Tabula Veleiate, in questo solo caso a Parma. Viator, cognomen da nomina agentis, pure presente in Cisalpina, si trova in questo solo caso a Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 48.

ALBUS GERARDO, vedi BIANCHI GERARDO

ALCARI CESARE
Parma 28 agosto 1886-Parma 22 dicembre 1935

 Figlio di Cesare e Giuseppa Battioni. Storiografo musicale. Pubblicò 50 anni di vita del Teatro Reinach di Parma. 1871-1921 (Parma, Tipografia Adorni Ugolotti, 1921), Il Teatro Regio di Parma nella sua storia dal 1883 al 1929. In occasione del I centenario della sua inaugurazione: 16 maggio 1829 (Parma, Tipografia Fresching, 1929), Parma nella musica (Parma, Fresching, 1931), dizionario biografico di artisti parmensi (compositori, strumentisti, cantanti, scrittori, scenografi, ecc.). Appassionato cultore della musica, fu collaboratore di Musica d’oggi di Casa Ricordi. Bibliotecario della Palatina, l’Alcari passava il resto della sua giornata alla Gazzetta di Parma al fianco di Gontrano Molossi di cui fu, oltre che amico intimo, l’uomo di fiducia. Soprannominato il marrano per il suo piglio di uomo burbero e brusco, l’Alcari alla Gazzetta di quei tempi, che era un giornale fatto in famiglia, fece di tutto un po’. E fu la Gazzetta che gli pubblicò a puntate le sue cronistorie del Teatro Reinach e del Teatro Regio, due opere di diligente compilazione successivamente raccolte in volume.

FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 3, 1938, 15; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 11.

ALCIATI ARIALDO
Borgo San Donnino o Marignano 1095-Arona 1142
Chierico, poi diacono e arciprete, resse la Chiesa di Borgo San Donnino. Secondo lo storico G. Pietro Puricelli, apparteneva alla famiglia ambrosiana dei nobili Alciati, mentre il Muratori lo dichiara oriundo di Marignano milanese e Patarino, perché, come il coevo Liprando, combatté il matrimonio dei preti. Non manca tuttavia chi sostiene l’appartenenza dell’Alciati a famiglia borghigiana. Ranuccio Pico lo dice santo e il Poggiali afferma che nel 1142 fu creato cardinale. Fu nel rango dei Dogmani della chiesa arcivescovile di Milano. Per amore della fede cattolica da lui pubblicamente professata contro gli eretici e i simoniaci di quei tempi, per ordine di Oliva, nipote dell’arcivescovo di Milano, fu crudelmente perseguitato. Dai ministri di Oliva fu preso e condotto ad Arona, castello dello Stato milanese. Essendo stati spediti dalla suddetta Oliva altri suoi collegati, dubitando della fedeltà dei primi, arrivati questi ultimi con la spada sguainata, minacciarono l’Alciati di morte se non avesse negato ciò che aveva detto. Ed insistendo egli nel confermare, gli fu posta una mola al collo, e così venne gettato nel lago, trovando in tal modo glorioso martirio.
FONTI E BIBL.: Garofani; G. Negri, Biografia universale, 1844, 40; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 23.

ALCINIO LUPA, vedi PALLAVICINO FERRANTE CARLO

ALCIPPO PERSEIO o PERSEO, vedi BODONI GIAMBATTISTA

ALDIGERI UGOLINO, vedi ARDENGHERI UGOLINO

ALDIGERIO ANTONELLO, vedi ALDIGHIERI ANTONELLO

ALDIGHIERI ADEGHERIO
Parma 1092/1111
Fu notaio del Sacro Palazzo Vescovile di Parma dal 1092 al 1111. 

FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI ALDIGHIERA
Parma XII secolo
Sposò Cacciaguida degli Elisei, trisavolo di Dante Alighieri.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI ANTONELLO
Salsomaggiore 1458

 Nel 1458 era tra i più ragguardevoli locatari dei pozzi el Pozzello, la Cernia, lo Pozo Nove, el Pozo Giara.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.

ALDIGHIERI ANTONIO
Salsomaggiore 1570
Nel 1570 cedette a Gabriele Aldighieri un terreno situato in Salsomaggiore con diritti relativi alle saline.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.

ALDIGHIERI BONIFACIO
Parma ante 1514-1557 c.
Appartenne alla famiglia dalla quale, secondo Filippo Villani e Domenico d’Arezzo, proveniva Dante Alighieri. L’Aldighieri fu un personaggio politico localmente emergente nel secondo e terzo decennio del Cinquecento quando, alla morte di Diofebo, l’ultimo dei Lupi, venne infeudato del marchesato di Soragna dall’imperatore Massimiliano (31 ottobre 1515) e confermato da Carlo V nel febbraio del 1521. In contrasto coi Meli, conquistò Soragna nel 1522 per perderla però subito dopo. Ne nacque una vertenza portata a Roma che durò ben oltre la vita dell’Aldighieri. L’Aldighieri fu nominato protonotario apostolico il 13 maggio 1514 e fu arciprete della Cattedrale di Parma dal 1520 al 1537. Si sa che l’Aldighieri aveva abitazione a Roma nel rione della Regola presso il ponte Sisto e vicino ai Capodiferro. L’Aldighieri vendette quel palazzo allo spagnolo monsignor Francesco Solis, vescovo di Bagnarea, nel 1544. Nella vicenda della vendita di quella casa, è documentato un contatto tra l’Aldighieri e Antonio da Sangallo il Giovane. Come si legge in un documento del 12 luglio 1543, l’Aldighieri si decise a vendere la sua casa romana perché aveva bisogno di 3000 scudi: La Ill.ma s. Duchessa de Castro (Gerolama Orsini moglie di Pier Luigi Farnese) me fece dire havria caro havere tal casa in libera vendita, le feci dire et andai a dire che sendo servitore fideliss.o de sua s.a non solo la casa ma la vitta era al suo servitio. Così fu mandato Ms. Jac.o melechino e m. o Johan menghoni et m.o Ant.o da samgallo a considerare tal casa et m.o Ant.o refferì alla excellentia del s. Ducha et alla prefata s. Duchessa che la valeva sei mila scudi a gram mercato. L’Aldighieri dunque conosceva bene il Sangallo ed è probabile che gli avesse chiesto un progetto per un grande palazzo a Parma, forse quando ancora nutriva speranze di diventare marchese di Soragna. La complessità del palazzo voluto dall’Aldighieri fa infatti pensare quasi a una piccola Corte.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 1987, 25.

ALDIGHIERI GHERARDO
Borgo San Donnino 1272/1284
Fu Prevosto mitrato della chiesa di Borgo San Donnino. Ottenne la nomina del vescovo di Parma Obizzo Sanvitale, e per tale ragione non fu bene accetto alla popolazione borghigiana, che mal tollerava la dipendenza spirituale da quella città. Rinunciò dopo dodici anni alla prevostura per ritirarsi a Parma.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 27.

ALDIGHIERI GUGLIELMO
Parma 1363
Figlio di Antonio, fu Capitano delle milizie di Barnabò Visconti nell’anno 1363.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 23; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI MATTEO

 Salsomaggiore 1473/1479

 Nel 1473 e nel 1479 i duchi di Milano concessero all’Aldighieri il pozzo della Noce di Salsomaggiore.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.

ALDIGHIERI PAOLO
Parma ante 1319-Mantova post 1344
Figlio di Rolandino, era cognato di Gilberto da Corregio. Dopo alcuni dissapori col Correggio, rientratone nelle grazie, fu investito di Baganzola, dove nel 1325 il castello che vi aveva costruito venne distrutto dai ghibellini capeggiati da Matteo da Correggio. Nel 1319 fu Podestà di Brescia e nel 1321 di Milano. Nel 1330, inviso a Marsiglio Rossi, l’Aldighieri fu nuovamente carcerato. Nel 1337 fu Podestà di Verona e ottenne da Mastino II della Scala gli speroni da cavaliere. Nel 1344, al seguito di Obizzo d’Este, dopo uno scontro, venne fatto prigioniero dai Mantovani, e poco dopo cessò di vivere.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI ROLANDINO

 Parma 1272/1309
Ricoprì le primarie magistrature in città vicine a Parma. Fu infatti, dal 1272 al 1309, Pretore, Capitano del popolo e Podestà di Reggio, Modena e Brescia.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI UMBERTINO


ALDIGHIERI UBERTINO
Parma 1305/1310
Figlio di Rolando e fratello di Bernardino. Fu Capitano del popolo in Cremona nel 1305. In seguito, andata al potere la fazione a lui avversa, patì la confisca dei beni e la distruzione delle case. Nel 1310, catturato, fu carcerato a Guardasone per più di un anno, e venne liberato assieme al cugino Paolo, figlio di Rolandino.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI UBERTO
Parma 1211/1231
Figlio di Tendaldo e fratello di Giovanni. Fu Giudice del Comune di Parma dal 1211 al 1231.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

 ALDINI DOMENICO
-Bazzano 1626
Fu Arciprete di Bazzano. Con l’atto di battesimo del 19 novembre 1606 compare quale successore di Orazio Ziveri. Resse la parrocchia vent’anni, fino al 1626. L’ultimo atto di battesimo da lui redatto è infatti del 25 settembre 1626. Il 13 ottobre vi è un altro battesimo, ma è amministrato dal rettore di Cedogno, don Domenico Sassi, ove è detto essendo infermo l’arciprete di Bazzano don Domenico Aldini. Seguono altri tre battesimi, fatti dal rettore di Castione don Pagano Cavirani. Il 1° febbraio 1627 è già in funzione il successore dell’Aldini, don Giovanni Domenico Toschi, che battezza Anna Maria Costa fungendo da padrino lo stesso don Pagano. Gli atti di battesimo da lui amministrati furono 309, con una media di quindici l’anno. I matrimoni da lui sottoscritti durante gli anni della sua reggenza furono 75. Dei morti non esisteva ancora il registro. Durante gli anni dell sua reggenza, fu dipinto e donato alla chiesa l’artistico quadro su tela posto in presbiterio, raffigurante la Vergine e i misteri del Rosario, quadro di ottima fattura e ancora ben conservato. Fu fatto dipingere da Bonaccursio Costa di Bazzano, rettore della Confraternita del santo Rosario.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 21.

ALDO, vedi ARBIZZANI ALDO e MENONI RENZO

ALDIS IOSAPHAT, vedi ARALDI IOSAPHAT

ALDOBRANDINI MARGHERITA

 Firenze 1586-Parma 9 agosto 1646

Figlia di Gianfrancesco, principe di Rossano, e di Olimpia, dello stesso casato e nipote del pontefice Clemente VIII, fornita di una notevole dote. Andò sposa a Ranuccio Farnese, che sperò in tal modo di avvantaggiare lo Stato, anche se si doleva che le sue nozze fossero inferiori a quelle dell’avo Ottavio e di suo padre Alessandro. Mediatore ne fu (1596) un altro Farnese, il cardinale Odoardo, fratello di Ranuccio, che addirittura forzò la volontà del Papa. Corse anzi voce che le umiliazioni e gli insulti che sopportarono in quei frangenti gli Aldobrandini dai Farnese fossero tra le cause della morte di Clemente VIII. Ranuccio Farnese si recò a Roma con un seguito principesco, desiderando che gli sponsali fossero celebrati dal Papa stesso. Nella città eterna fu ospite sia in Vaticano, sia nel bel palazzo farnesiano del cardinale Odoardo. Il 7 maggio 1599 o, secondo altri, il 28 dicembre, Clemente VIII, sceso nella cappella di San Sisto, alla presenza di tutti i cardinali (come informano le cronache del tempo), congiunse gli sposi trattenendoli a pranzo in stanze separate all’uso dei principi, e nominò il Duca di Parma confaloniere perpetuo di Santa Chiesa, titolo trasmissibile ai suoi discendenti. L’Aldobrandini aveva tredici anni. Non era bella (il volto disadorno, la bocca stretta, gli occhi neri e profondi), ma aveva una grazia particolare nel portamento, tramutatosi però con la maternità in quella pinguedine che si trasmise alla sua discendenza maschile e che sarebbe stata una delle cause della sterilità e della estinzione della dinastia farnesiana. Pare fosse piuttosto ignorante, ma non si preoccupò mai di istruirsi. Nelle sue lettere si nota uno stile composto, freddo, protocollare, sotto cui è una nascosta sensualità, come rivelano certe missive scritte al marito. Dopo le nozze Ranuccio, precedendo la sposa, tornò a Parma onde predisporne l’accoglienza e le cerimonie, splendide, secondo la buona tradizione farnesiana. Molti furono anche i conviti, i bagordi e le feste sia a Parma che a Piacenza. In quell’occasione il Consiglio Generale di Parma decretò il dono di 100000 scudi a Ranuccio e 12000 all’Aldobrandini per il loro ingresso nella città: nemmeno un anno dopo, per tutte queste spese, il Comune fu costretto ad aumentare i balzelli. Data la delicata costituzione dell’Aldobrandini (che da bambina era stata operata per ben tre volte ai genitali) per molti anni ella fu incapace di dare un successore vitale al marito, che desiderava un erede legittimo. L’Aldobrandini rimase incinta con una certa regolarità, ma non sempre portò a termine la gravidanza, e quando questo avvenne, i figli nacquero morti o camparono solo poche ore. Convinto che qualcuno gli avesse fatto il malocchio, Ranuccio, perseguitato da superstiziose paure e dal timore di non avere un maschio legittimo, non solo non permise che il fratello Odoardo, già cardinale dal 1592, prendesse gli ordini sacri, ma fece ricondurre a Parma il figlio naturale Ottavio, che aveva avuto dall’amante Briseide Ceretoli, affidandolo al suo ministro più fido e intelligente, Bartolomeo Riva. E finì col legittimarlo per poterlo fare istruire ed educare in modo principesco. L’Aldobrandini fu molto devota e dedita alle pratiche religiose, tanto da essere definita più atta per le chiese che per la pratica di buon governo di Stato come che sempre visse tutta di Dio et donna di gran bontà e virtù. Chiamò a Parma i Teatini che ne fecero una delle città più clericali d’Italia ed ebbe frequenti relazioni epistolari e visite con preti e frati. A loro ricorse, col marito, quando vide che non riusciva ad avere figli vitali, ma si rivolse anche ad astrologi, a fisici, a pozioni, e a tutti i rimedi allora accreditati. Vi fu anche chi credette che l’Aldobrandini fosse stata ammaliata e, quello che è peggio, lo credette anche il Duca, come risulta dai processi alle presunte streghe, che si risolsero con tremende condanne: tra le altre, venne gettata nelle segrete del castello di Gragnano Sottano anche un’amante di Ranuccio, la giovanissima Claudia Colla, che si diceva facesse pratiche magiche nella cantina della sua casa. Intervenne nella questione anche il cardinale Odoardo. Egli, sentite prima le ragioni dell’Aldobrandini, ammonì il fratello a essere più frequente nelle visite alla duchessa e non rafreddar nell’amore, e a lasciar perdere le lascivie nelle quali per fragilità era caduto. I due sposi, così riconciliati, fecero doni ai poveri e a chiese e promisero donativi alla Santa Casa di Loreto qualora le loro preghiere fossero state esaudite. Finalmente nel 1610 nacque il primogenito, Alessandro, che però si rivelò muto, sordo e mentecatto, pare a causa del mal caduco di cui aveva sofferto nei primi mesi di vita. Due anni più tardi nacque Odoardo, il futuro duca, nel luglio del 1613 Orazio, che morì dopo sette mesi, nel febbraio del 1615 Maria, cui seguirono Maria Caterina, Maria Vittoria Francesca, e Francesco Maria (che poi fu cardinale). L’astio dell’Aldobrandini verso i figli illegittimi del marito si calmò, e in particolare l’odio verso Ottavio ebbe fine quando questi, in seguito a svariate, tristi vicende, terminò i suoi giorni nelle segrete della Rocchetta di Parma (1622). Qualche mese dopo la tragica fine del figlio Ottavio, anche Ranuccio morì, spirando tra le braccia della duchessa. Assunse la reggenza suo fratello, il cardinale Odoardo. Alla morte di quest’ultimo (avvenuta nel 1626) subentrò nel governo di Parma e Piacenza la stessa Aldobrandini, col titolo di curatrice e generale amministratrice. Non era nuova agli affari di Stato avendo già sostituito Odoardo Farnese quando egli era stato infermo per la podagra e malato di stomaco. In politica seguì le direttive del defunto marito, continuando a porre mano alle fortificazioni di Piacenza e resistendo ad ogni lusinga di uscire dalla neutralità favorevole alla Spagna. La sua reggenza durò fino all’agosto del 1629 quando il figlio Odoardo, ansioso di libe rarsi dalla tutela materna, a diciassette anni e quattro mesi, prese le redini del Ducato dando inizio a un periodo piuttosto tormentato. Libera da impegni di governo, l’Aldobrandini potè darsi alle opere di bene e a provvedere ai poveri e agli infermi colpiti dal flagello della peste nel 1629-1630. Quando Odoardo sposò Margherita de’ Medici, l’Aldobrandini visse a Corte a fianco degli sposi, dedita soprattutto alla beneficenza e alle opere di pietà. Soffrì, per un eccesso di sensibilità d’animo, turbamenti e scrupoli, che cercò di dissipare con l’assidua frequentazione dei monasteri (nel testamento lasciò scritto che il suo cuore fosse portato al monastero delle Scalze e fu lei ad adoperarsi presso la Santa Sede per istituire un Carmelo femminile a Parma). Fu anche priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode. Nel 1635, quando Odoardo partì per la guerra, ella, con il figlio Francesco, governò Parma, mentre Margherita de’ Medici, sua nuora, resse Piacenza con l’ausilio del vescovo Alessandro Scappi. 

FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 48; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 29-31; Malacoda 63 1995, 52-54.

ALDONIO CAPSO, vedi ELETTI FRANCESCO MARIA

ALDROVANDINI DOMENICO
Bologna 1655 c.-post 1736
Pittore. Secondo lo Zani, fu fratello di Giuseppe e di Mauro, ma in realtà figlio di Giuseppe. Fu attivo principalmente a Parma (1704-1719). Nel 1736 era ancora in vita, poichè ereditò dal fratello Tommaso.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Spettacolo, I, 1954, 258.

ALEOTTI GIACOMO, vedi ALIOTTI GIACOMO

ALESSANDRI ASCANIO
Parma 24 aprile 1880-Parma 18 marzo 1966
Allievo del Rondani, studioso e ricercatore d’arte parmense di taglio storico-erudito, fu collaboratore del Bollettino Bibliografico della Deputazione di Storia Patria per l’Emilia e per la Romagna. Fu per moltissimi anni bibliotecario della Biblioteca Palatina. Si occupò di studi e ricerche della storia dell’arte parmigiana dell’Ottocento, con particolare riguardo ad alcune figure più rappresentative, come Guido Carmignani e G.B. Borghesi. Fu Socio Corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, e collaborò, tra l’altro, anche alla rivista Aurea Parma con una serie di contributi dedicati al sipario del Teatro Regio di Parma. La sua vita fu incessantemente spesa a ricercare notizie, tracce di opere, date, tutti quegli elementi insomma atti a ricreare, su un inedito filo conduttore, la complessa attività e personalità del grande Correggio. Questo lavoro lo entusiasmò per anni. Fu pure un accanito ricercatore di cronache legate a Verdi, ai suoi maestri e amici, e alle semplici consuetudini di quei tempi, e, su queste, diede alle stampe studi vivi e affettuosi. Compilò pure succose monografie di artisti parmigiani, come ad esempio quella del pittore Guido Carmignani (Parma, 1910-1913). Altra sua indomita passione fu il componimento musicale: la romanza, la ninna-nanna, il canto sacro, la Messa. Sue composizioni, svolte in varie circostanze religiose e profane, attestano questa sua abilità di appassionato musicista. Dotato di una ferrea volontà, si andò formando nel corso degli anni, con l’energia e l’entusiasmo dell’autodidatta, una vasta e solida cultura. Entrò alla Biblioteca Palatina di Parma ancora giovane e, per oltre quarant’anni, vi lavorò con passione vivendo per essa e con essa, tanto da diventarne uno dei funzionari più esperti. Durante la seconda guerra mondiale, quando la Palatina fu colpita in pieno dagli eventi bellici, sconvolta e semidistrutta, l’Alessandri si prodigò senza risparmio, a salvare gli amati libri ovunque sparsi, bruciacchiati, bagnati, smembrati. Lo Stato italiano lo nominò Cavaliere della Repubblica e lo fregiò della medaglia d’argento dei benemeriti della cultura e dell’arte. Fu zelante Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi e fondatore e socio del Comitato Parmense per l’Arte, in cui ricoprì, dagli inizi, la carica di consigliere.
FONTI E BIBL.: S. Lodovici, Critici d’Arte, 1942, 29; Parma nell’Arte 2/3 1966, 111-112; Aurea Parma 1/2 1966, 85.

ALESSANDRI CLAUDIO  
Ramoscello 1845-Nizza 1916
Figlio di Antonio, modesto bracciante agricolo, l’Alessandri venne ammesso nell’anno accademico 1857-1858 alla scuola di disegno elementare di figura della Reale Accademia di Belle Arti di Parma, dove ottenne scarsi risultati. Frequentò poi, dal 1861 al 1867, la scuola di paesaggio sotto la guida di Guido Carmignani, conseguendovi dei premi, una medaglia d’oro e una borsa di studio a fine corso. Già dal 1863 presentò sue opere alla mostra Industriale Provinciale parmense, un Paesaggio, una Veduta del ponte verde sul Parma e un disegno di Paesaggio copiato dal Calâme. Nel 1865-1866, la Pinacoteca di Parma ottenne i seguenti dipinti dell’Alessandi dall’Incoraggiamento: Ponte verde sul Parma, Strada di Langhirano e Veduta del torrente Parma, e il Comune di Salsomaggiore nel 1867 ricevette un’altra Veduta del Torrente Parma. L’Alessandri nel 1870 presentò alla mostra nazionale di Parma il Moncenisio dalla parte della Brunetta, Veduta esterna della cattedrale di Parma presa dalla piazza di San Giovanni e La via dei Sarti in Susa, vincendovi una medaglia di bronzo e partecipando anche al Primo Congresso Artistico indetto in quella occasione. L’anno seguente espose in Pinacoteca Il ritorno dal mercato nella valle del Moncenisio, e nel 1872 a Milano Strada che conduce a Locarno. Nel 1874 poi vennero rispettivamente sorteggiate ai comuni di Soragna e di Roccabianca il Lago Maggiore e la Vallata con torrente. Nel 1875 espose a Parma La raccolta dei covoni e nel 1876 Una veduta del Lago Maggiore, Ciano d’Enza e Il colle di Superga. Inoltre Parmenio Bettoli lo visitò nel suo studio, dove vide il non finito Andata al mercato, auspicando che egli potesse avere un aiuto finanziario per il compimento di tale opera. Delle misere finanze dell’Alessandri si ha conferma l’anno seguente, quando nel mese di settembre il Consiglio Provinciale gli accordò un sussidio di 200 Lire affinché provvedesse di cornice un suo quadro. Proprio nel 1878 si trovò esposto nella sala maggiore del Casino di Lettura di Parma l’Andata al mercato: non è quindi improbabile che il quadro senza cornice fosse quello. Il Bettoli, rivisitandolo in quello stesso anno, vi vide pure Due paesaggi con la città di Parma. L’anno dopo l’Alessandri espose per l’Incoraggiamento Il giardino di Parma, che venne assegnato al Comune di Colorno. Nel 1880 lo visitò nel suo studio in Borgo delle Grazie Lodovico Ameni, che vi vide incompleti Il Quai de Bercy presso al ponte dell’Alma a Parigi e Il lago del bosco di Boulogne. Entrambi i quadri l’Alessandri espose, appena dopo, fuori concorso, assieme a due Vedute del Torrente Parma. Indi nel 1887 venne sorteggiato al Comune di Salsomaggiore Il golfo di Villafranca a Nizza, e nel 1890 a quello di Busseto Autunno. Nel 1889 si stabilì definitivamente a Nizza, dove acquistò una certa notorietà.
FONTI E BIBL.: Esposizione industriale provinciale, 1864, n. 492 e 565, 91-96; Catalogo delle opere esposte, 1870, n. 681, 713 e 805, 39-41 e 42-50; Giornale del primo congresso, 1870, 261; A. Rabbeno, 1870, 62; Atti ufficiali, 1871, 1; Gazzetta di Parma 6 aprile 1871; P.C. Ferrigni, 1873, 226; A. Rondani, 1874, 465-469; A. Rondani, 4 agosto 1875; A.C. in Gazzetta di Parma, 1876; P. Bettoli, 1876, Gazzetta di Parma 14 settembre 1877; B., in Gazzetta di Parma 10 aprile 1878; P. Bettoli, 13 settembre 1878; L. Pigorini, 25 novembre 1879; L. Ameni, 24 e 26 ottobre 1880; L. Ameni, 18 e 20 dicembre 1880; C. Ricci, 1896, 386-387; A. Alessandri, 1910, 62-63; Autori vari, 1936, 49-50; G. Allegri Tassoni, 1952, 62; G. Copertini-G. Allegri Tassoni, Pittura dell’Ottocento, 1971, 130-131; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 108-109 e 158-159; Archivio dell’Accademia di Parma, Ruolo, 1858-1860; Archivio dell’Accademia di Parma, Inventario, 1860-1874; Atti, VIII, 1864-1877; Archivio dell’Accademia di Parma, Esposizione, 1870; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 1851-1893; G. Allegri Tassoni, 1984, 523-566; Giusto, 1991, 14-17; Gazzetta di Parma 24 gennaio 1991, 12; Città latente, 1995, 87; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 5 maggio 1997, 5.

ALESSANDRI FRANCESCO
Parma 21 maggio 1816-post 1841
Cantante (basso). Allievo della Ducale Scuola di musica di Parma negli anni 1834 e 1835, appena uscito da questa fu scritturato a Venezia. Il Dacci scrisse che percorse una discreta carriera, della quale però si sa solo che nella stagione di primavera 1840 fu al Teatro Ducale di Parma, dove cantò anche ne I due Figaro di Giovanni Speranza, e si esibì nella successiva stagione di Carnevale.
FONTI E BIBL.: Dacci; Ferrari; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALESSANDRI GIUSEPPE
Cortile San Martino 30 agosto 1849-
Studiò alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1860 al 1866, diplomandosi brillantemente. Dopo aver suonato come primo clarinetto nella banda del 31° reggimento di fanteria, si trasferì a Varsavia, dove era stato scritturato come professore in quel teatro d’opera.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALESSANDRI GIUSEPPE
San Pancrazio Parmense 26 ottobre 1894-Parma 29 giugno 1976
Sotto la guida del professor Lodovico Mantovani iniziò, giovanissimo, lo studio del violino. Frequentò come alunno interno a posto gratuito dal 1904 al 1912 il Regio Conservatorio di Musica di Parma, uscendone appena diciottenne diplomato in violino e viola, e vincitore dei premi Barbacini e Campanini. La sua grande abilità quale violista, non fu solamente segnalata nelle principali orchestre, ma specialmente nel Quartetto romano. Nel 1924, in seguito a concorso, venne nominato titolare della cattedra di viola con obbligo del violino nel Regio Conservatorio di musica Arrigo Boito di Parma. Fu collocato a riposo nel 1966 dopo ben quarantuno anni di insegnamento, dal quale sono usciti allievi che tennero ben alto il suo nome e quello di Parma. L’Alessandri fu persona di vasta cultura musicale e dal suo strumento sapeva ricavare dolcezze e timbri inimitabili, tanto da essere considerato la miglior viola d’Italia e una delle più richieste nel mondo della musica sinfonica e lirica. Durante la prima guerra mondiale, Toscanini, che dirigeva concerti al fronte per i soldati, ebbe occasione di ascoltarlo e lo volle sempre nella sua orchestra che si presentava nei più grandi teatri e nelle più famose sale del mondo. Fu conteso dai migliori direttori d’orchestra, e suonò al Metropolitan di New York, all’Opera di Parigi, alla Scala di Milano, a Londra, Vienna, Budapest, Bruxelles e in tantissimi altri teatri d’Europa e d’America, sempre come prima viola. Fece parte del Quartetto Poltronieri, notissimo in tutta Europa, di quello di Abbado e di quintetti, imponendosi per tecnica, padronanza della musica e sensibilità artistica. Scrisse apprezzati metodi di studio per violino e viola.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 8; Gazzetta di Parma 30 giugno 1976, 5.

ALESSANDRI LUIGI
Parma 1844/1851
Pittore fiorista e miniaturista, fu attivo nell’anno 1844 e nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 7.

ALESSANDRI PIETRO
Parma 1831
Detto il Dottore. Patriota nei moti del 1831,  fu inquisito con la seguente motivazione: Uomo screditato, dedito ai monopolii, mezzano di contratti usurai, che ebbe impiego sotto il governo francese ma che ne fu dimesso per poca fedeltà, che fomentava lo spirito torbido ed inquieto della plebe. Fece la proposizione, per quanto narrasi, di sottoporre il capitano Rota a consiglio di guerra e poi fucilarlo.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 136.

ALESSANDRINI BRUNO
Parma 1914-Desenzano 31 gennaio 1985A Parma frequentò l’istituto di Belle Arti. Durante il servizio militare entrò a fare parte dell’aviazione, nella quale ebbe il grado di sottotenente pilota di complemento. In quel periodo prese parte alla guerra di Spagna, e quindi rimase nell’esercito come effettivo. In Spagna fu decorato con una medaglia d’argento e una medaglia di bronzo al valor militare, con le seguenti motivazioni: Volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti, partecipava quale pilota da caccia a numerosi combattimenti a lunghi voli di scorta e crociere, dimostrando alte qualità di combattente audace e sprezzante del pericolo (Cielo di Spagna, 5 marzo - 15 giugno 1937). Volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti, ardito pilota da caccia, in breve periodo compiva 90 azioni di guerra: dopo un combattimento in territorio nemico, trovandosi solo nel cielo della battaglia, avvistato un numeroso gruppo da caccia, che si stava ricomponendo, lo attaccava con impeto e decisione abbattendo un apparecchio avversario (Cielo di Torrelcidones, 25 luglio 1937; Cielo di Madrid, Santander, Saragozza, 1937). Durante la seconda guerra mondiale ebbe modo di mettersi in luce come pilota coraggioso e temerario: fu infatti decorato con tre medaglie d’argento per meriti di guerra, che gli consentirono anche alcune promozioni. Al termine del conflitto, l’Alessandrini si stabilì a Desenzano e divenne comandante dell’aeroporto di Ghedi, in provincia di Brescia, e quindi entrò a fare parte dello Stato maggiore della prima zona aerea di Milano. Promosso generale di brigata aerea, lasciò in seguito il servizio attivo. Fu anche protagonista, insieme a Mantelli e Cenni, di alcune imprese di volo a vela.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 febbraio 1985, 5.

ALESSANDRINI GIAN FRANCESCO, vedi ALESSANDRINI GIOVAN FRANCESCO

ALESSANDRINI GIOVAN FRANCESCO
Parma 1580
Notaio. Nell’anno 1580 fu Podestà di Borgo San Donnino, che era allora dominato dai Farnese.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

ALESSANDRINI GIROLAMO
San Lazzaro 1484/1494
Avo o zio dell’altro Girolamo Alessandrini, che fu priore di San Lazzaro e Accademico degli Innominati. L’Alessandrini fu Auditore Criminale in Bologna, come si ricava dalla dedica del suo poemetto, intitolato Bentivola, a Giovanni Bentivoglio. Pare studiasse Legge a Pavia, città che egli loda, mentre si scaglia contro Modena e parla molto male anche dei Parmigiani, che chiama incostanti, avari ed incivili (cerebrum volubile Parmae), e di Parma, di cui lamenta la rustica turba nimis, affermando che rusticitas ullam nescit habere fidem. L’Alessandrini pare aver avuto i primi rudimenti delle umane lettere sotto Tomaso Romignano, forse nativo di Calestano. Fu buon verseggiatore latino e volgare, come si vede dalla Raccolta di Rime di diversi rimatori trascritte da Carlo Vecchi. Il Trionfo di Venere fu composto dall’Alessandrini nel 1489 e pubblicato nel 1493 per le nozze di Lucrezia Borgia con Alfonso duca di Ferrara. Il poemetto intitolato Bentivola fu stampato nel 1494 insieme alla Bononia illustrata di Niccolò Burci, da Platone de’ Benedetti in Bologna. È forse lo stesso Girolamo Alessandrini che fin dal 1484 aveva stampato versi latini in Roma, citati dal Mazzuchelli, e dei quali vi è qualche esempio nella raccolta Coryciana (Roma, 1524), e al quale il Longolio scrisse una lettera consolatoria in morte del fratello Alessandro.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 241-245; Aurea Parma 4 1958, 230-231.

ALESSANDRINI GIROLAMO
Parma 1525-Parma 11 aprile 1597
Nipote dell’altro Girolamo Alessandrini. Fu esimio teologo, sacerdote e parroco, nonché poeta. Membro dell’Accademia degli Innominati, col nome di Ascoso, merita di essere annoverato fra’ migliori Poeti dell’aureo secolo XVI. Fu ben educato e istruito, dato che studiò Leggi, Filosofia e Teologia. Dopo avere studiato diritto all’Università di Bologna senza addottorarsi, abbracciò lo stato ecclesiastico e attese a studi di filosofia morale. Prima del 1560 si trattenne a lungo, per affari, a Piacenza. Nel 1569 fu eletto Priore della chiesa parrocchiale di San Lazzaro sull’Enza, e da quel momento venne a risiedere a Parma. Essendo in tale Priorato, l’anno 1575 intervenne alla seconda sessione del Sinodo diocesano presieduto dal vescovo di Parma Ferdinando Farnese, e ivi fu eletto Esaminatore, come risulta dalle Constitutiones di quel Sinodo, impresse dal Viotto nel 1576. Il cardinale Alessandrino lo chiamò a Roma come suo Segretario, ma egli rinunciò all’ufficio per rimanere coi suoi parrocchiani. Compose versi latini e italiani, ma tutti castigati e degni d’un sacerdote e parroco. Fu amico di molti dei maggiori letterati del suo tempo (Battista Guarino, Muzio Manfredi, Stefano Guazzo, Girolamo Catena, il cardinale Alessandrino), e in particolare di Pomponio Torelli: una sua lettera figura in apertura dell’edizione della Merope, da lui curata (Viotti, Parma, 1589). Ebbe carteggio con Torquato Tasso e Annibal Caro. Stefano Guazzo fa dell’Alessandrini un lungo elogio. Vi sono parecchie raccolte in cui si hanno sue rime, madrigali, ballate e versi (cfr. ad esempio le Rime di diversi, libro IX, Conti, Cremona, 1560). Curò pure le Rime di Gianmaria Agaccio di Brescia, che altrimenti sarebbero andate perdute. Fu fatto Vice-Preside dell’Accademia degli Innominati di Parma, della quale fu tra i fondatori nel 1574, mentre ne era Preside l’ancora giovinetto duca Ranuccio Farnese. Morì a settantadue anni, e fu sepolto nella Chiesa dei Padri Eremitani senza pompa alcuna e senza iscrizione sul sepolcro, come aveva disposto nel testamento. Il conte Pomponio Torelli ne compianse la perdita con un’ode latina.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 241-245; Aurea Parma 3/4 1959, 184; F.P., Letteratura Italiana, I, 1960, 56.

ALESSANDRINI STEFANO
Parma 1546/1564
Zio di Girolamo Alessandrini, fu maestro di cappella e compositore. Eletto sino dal 6 agosto 1546, come cappellano della Steccata in Parma, l’Alessandrini lasciò il priorato di San Lazzaro, fuori Parma. Dapprima esercitò l’ufficio di vicemaestro di cappella, poi il 14 ottobre 1552 la Compagnia della Steccata lo elesse maestro di cappella col salario di venti scudi d’oro d’Italia all’anno. L’Alessandrini occupò tale carica sino al 1564, e dopo si prese licenza per essere stato richesto dall’Illustrissimo e Eccellissimo Duca nostro (Ottavio Farnese) al Governo della musica e compagnia del santo Crucifisso, quale intende fondar in la giesia di San Giovanni di codeponte. Il Da Erba scrive così dell’Alessandrini: armoniosissimo musico e sacerdote, Priore della chiesa di San Lazzaro fuori in strada da Claudia fu per la musica un tempo molto stimato a Pistoia, a Messina a Roma e finalmente in patria quale compose sopra tutti gli uffici divini alcuni canti pieni di mirabilissima dolcezza e soavità, e fu continuamente di molta virtuosa vita e pieno di molta santità. Dell’Alessandrini non si conosce alcuna composizione musicale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Letterati di Parma, IV, 241; A. Da Erba, Comp. ms. delle cose di Parma, 221 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. parmense 922); N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 20, 22 e 24; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 17.

ALESSANDRINO GIOVAN FRANCESCO, vedi ALESSANDRINI GIOVAN FRANCESCO

ALESSANDRO
Parma 1516/1522
Orefice, figlio di Gian Maria. In data 15 giugno 1516 risultava iscritto all’Università degli Orafi in Roma. Ricordato ancora in vita il 10 aprile 1522.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 132 e 173.

ALESSANDRO DA PARMA, vedi BALDOINI ALESSANDRO

ALESSANDRO DA SALSO
Salsomaggiore XI secolo
Fu Rettore a Salsomaggiore nell’XI secolo.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1926.

ALESSANDRO FARNESE, vedi FARNESE ALESSANDRO

ALESSANDRO FELICE DA PARMA, vedi PALLAVICINO GIAN FRANCESCO e PANNONI DI CORTEMAGGIORE GIUSEPPE

ALESSI ALESSIO
Parma 1591-Parma 1648
Nel 1612 fuse una campana per la chiesa di San Francesco del Prato in Parma e nel 1619 quelle della chiesa di Santo Stefano a Sala. Nel novembre del 1630 fu processato per essersi appropriato di vasi di ferro e di altri oggetti in una casa dove gli abitanti erano morti a seguito dell’epidemia di peste. Si recò perciò per qualche tempo a Piacenza, dove venne incaricato di fornire la campana maggiore del palazzo comunale della città, utilizzando il bronzo avanzato dalla fusione dei cavalli della piazza e quello della campana realizzata da Sordo da Parma nel 1567. La campana avrebbe dovuto comprendere le iscrizioni (armi e figure) di cui gli Anziani fornirono gli stampi in legno. La fusione venne effettuata nell’ottobre 1632. Pesava 4230 chilogrammi di bronzo, era alta metri 1,98, aveva una circonferenza esterna di metri 5,65 e la vus del campanon si udiva fino a sette chilometri di distanza. Ritornato a Parma, il 15 marzo 1635 ricevette centoquaranta lire imperiali per la fusione della campanella detta del fuoco o delle armi, la quarta posta sulla torre della città. A quest’arte l’Alessi unì l’attività di campanaro e nel 1636 fu al servizio della chiesa di Sant’Antonino. Nel 1641 fuse la campana grande da sistemare sulla ricostruita torre della Piazza Grande. Riuscita di buona voce, chiara et sonora et da ogni mancamento perfetta, fu sostituita nel 1998.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 9, 13 e 15; Enciclopedia di Parma, 1998, 66.

ALESSI GIORGIO
Canosio 1898/1911
Poco o nulla si conosce dell’Alessi, ingegnere e architetto, come egli stesso firmava i propri progetti. Per un biennio lo si trova ingegnere-capo del Comune di Parma. Nel 1898 collaborò con Moderanno Chiavelli e con l’ingegnere Gino Fornari alla progettazione del nuovo Macello Pubblico. Nel dicembre del 1908 completò la progettazione del Salone Espositivo del Mobile Guastalla annesso alla Palazzina residenziale nello stesso borgo degli Studi. Della sua attività professionale si conoscono altri due progetti, realizzati su lotti vicini fuori barriera Farini. Il primo riguarda la realizzazione di un villino composto di due alloggi accoppiati per conto della Società Anonima Cooperativa per le case popolari o economiche, su lotto di terreno acquistato dal Comune nella località a nord del Campo di Marte. La richiesta di concessione edilizia è datata 11 agosto 1910 e il giorno successivo venne autorizzata dall’Ufficio d’Arte. Nella fase realizzativa il progetto fu purtroppo largamente ridimensionato nell’apparato decorativo. Del villino Longhi, nella stessa zona dell’ex Campo di Marte ma situato sul Lungo Parma, esiste un progetto datato 4 febbraio 1910, di cui sono presenti due richieste di variante per la facciata est e per l’altana. Successivamente esiste solo un progetto per la vetrina della ditta Magazzino Moderno, all’angolo tra via Cavour e via Dante, risalente all’aprile del 1911. Dopo quella data non si hanno notizie relative alla attività professionale.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 92.

ALESSI JACOPO
Scarzara ante 1607-post 1641
Fonditore di campane, nella torre del Comune di Parma vi è una sua campana fusa nel 1607, mentre un’altra del 1635 fu rifatta da Domenico Barbarini nel 1784. Collaborò con il figlio per il campanone, opera del 1641.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALESSIO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 7.

ALEXANDER EMILIA, vedi DE MERIC EMILIE

ALEXANDER TIMOLEONIE
Parma 1800-Strasburgo 9 gennaio 1854
Tenore, studiò con i maestri Luigi Tartagnini e Luigi Finali e debuttò nella primavera del 1821 assieme al baritono Cosselli e al mezzosoprano Marietta Albini nel Teatro del palazzo del conte Sanvitale a Parma in Amelia e Leandro, opera scritta espressamente per quelle scene esclusive dal compositore dilettante conte Germano Liberati-Tagliaferri. Nel febbraio 1828 cantò a Genova al Teatro Sant’Agostino nella Didone abbandonata di Mercadante, con grande successo. Il 27 giugno 1829, nella stagione di apertura del Teatro Regio di Parma, fu presente a fianco della diva Enrichetta Meric Lalande e del famoso basso Luigi Lablache nella parte di Zamoro nell’opera Colombo, scritta espressamente per quella ricorrenza dal maestro Luigi Ricci. Nel luglio dello stesso anno cantò a Piacenza nella Cenerentola di Rossini mentre nel febbraio 1833 fu al Teatro di Trieste nel Nuovo Figaro di Luigi Ricci. Nella stagione 1834-1835 fu a Mantova in Anna Bolena di Donizetti e nell’Assedio di Corinto di Rossini, e, nella primavera, fu alla Canobbiana di Milano dove conseguì caldo successo nella stessa opera di Donizetti e nel Battesimo di Leocadia di Lauro Rossi. Nel 1837, al Teatro Grande di Brescia nella Gazza ladra di Rossini e in Eran due ed or son tre di Luigi Ricci, cominciò a dar segni di decadenza. A Padova, infatti, sempre nel 1837, al Teatro Nuovo, nell’Elisir d’amore, dove la moglie Josephine De Meric raccolse un plauso caloroso, la critica osservò che non bastava essere il marito della Demery per soddisfare il pubblico. Si trasferì allora in Francia dove aprì una scuola di canto.
FONTI E BIBL.: Amadei; Bettoli; Brunello; Cambiasi; Ferrari; Frassoni; Levi; Papi; Valentini; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 284; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1982, 3.

ALEXANDRE CARLO
Parma 1816
Flautista. Nella graduatoria stilata per i posti di professore soprannumerario nella Ducale Orchestra di Parma a seguito della sua ricostituzione del 1816, si classificò al quarto posto.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALEXANDRE ENRICO
Piacenza 12 settembre 1800-
Figlio di Giovanni Vittorio, sposò nel 1833 Antonia Leoni, ed ebbe due figli. Alunno confetturiere, fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° gennaio 1826 come sottoaiutante della confettureria, dal 1° gennaio 1832 come primo aiutante della confettureria e dal 24 maggio 1844 capo della canditeria.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 303.

ALEXANDRE GIOVANBATTISTA
Piacenza 24 giugno 1798-
Figlio di Giovanni Vittorio. Sposò il 1° ottobre 1825 Rosalia Meley di Parma. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° gennaio 1818 come sottoaiutante della confettureria, e dal 1° gennaio 1826 come aiutante della confettureria. Dal 1° luglio 1831 fu pensionato con L. 303,01.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 304.

ALEXANDRE JEAN VICTOR
Saint Saveur 8 settembre 1767-gennaio 1843
Sposato il 4 settembre 1793 con Geltrude Cova di Parma, ebbe quattro figli. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 20 maggio 1815 come capoconfetturiere. Dal 1° luglio 1831 fu pensionato con L. 746,50. Precedentemente era stato impiegato: al servizio dell’ambasciatore di Francia, de Flavigny, sotto il defunto duca Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 304.

ALFIERE LOMBARDO, vedi COLOMBANI CARLO GIUSEPPE

ALFIERI AFRO
Parma 1904
Studiò nella Scuola di musica annessa alla Banda Comunale di Parma, licenziandosi con la lode. Dal 1° maggio 1904 venne nominato primo clarinetto nella banda di Parma e docente nella Scuola di musica annessa.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993.

ALFIERI CARLO
Parma 9 giugno 1897-Milano 14 febbraio 1974
Tenore. Uscito dalle file dei coristi della Corale Euterpe di Parma, studiò canto con il maestro Pizzarelli e fu alunno del Conservatorio di musica di Parma nell’anno scolastico 1915-1916. Debuttò nel luglio 1920 al Teatro Reinach di Parma in un concerto con l’orchestra mandolinistica milanese, e tornò sulle stesse scene il 4 novembre 1922 nella Bohème di Puccini. Percorse una buona carriera cantando in varie città con successo. Al Teatro Regio di Parma fu presente dal 1924 (Le donne curiose) fino alla stagione 1943-1944 ricevendo calde manifestazioni di simpatia. Nel 1924 fu alla Fenice di Venezia nella stessa opera di Wolf Ferrari con cui aveva debuttato al Regio di Parma. Il 24 aprile 1931 inaugurò il Teatro Carrani di Sassuolo con Madama Butterfly (Pinkerton) e vi ritornò, nella stessa parte, nel settembre 1945. La cronologia del Teatro Verdi di Pisa lo dà presente nel 1932 nella Traviata, e fu a Genova in vari teatri tra il 1937 e il 1944, sempre in prime parti. Nel novembre 1937 cantò per l’Ente radiofonico nazionale (Eiar): fu Alcassino nell’opera di Mario Barbieri Alcassino e Nicoletta. Nel novembre 1939 interpretò Edgardo nella Lucia al Teatro Metastasio di Prato, mentre nel 1941, al Municipale di Reggio Emilia, fu ancora Pinkerton. Cantò inoltre a Palermo (1925), Girgenti, Trapani, Catania e Messina (1926), Sidney, Melbourne e Wellington (1932), Lugano (1933), Voghera (1936), India (1936-1937), Padova, Rovigo, Malta (1938), Lugo (1939), Adria (1940), Asti (1942), Cremona (1946) e Carpi (1947). Terminata la carriera, si stabilì a Milano e si dedicò all’insegnamento del canto.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 9; Costi; Fioravanti; Frassoni; Gambara; Cronologie dei Teatri La Fenice, Municipale, Regio; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 10 gennaio 1982, 3.

ALFIERI CESARE
Parma 18 maggio 1940-Noceto 18 agosto 1992
Diplomato nel 1964 in pianoforte presso il Conservatorio di musica di Parma, l’Alfieri cominciò la sua carriera al Teatro Regio di Parma nel 1966. In seguito ai successi ottenuti, nel 1972, fu chiamato al Teatro alla Scala di Milano, dove diresse l’orchestra dei cameristi decine di volte. Con la Scala, ma anche da solo, partecipò a numerosi spettacoli in tutto il mondo: fu a New York, Filadelfia, Washington, Londra, Francia, Giappone e in Norvegia. Nel 1983 l’Alfieri diresse a Marsiglia il concerto del gran galà in onore del soprano Renata Tebaldi. Nel 1988 partecipò al Festival di Boston e nel 1989 a quello di Cincinnati. In quegli anni, l’Alfieri partecipò inoltre a numerose tournée dirigendo diverse opere tra cui Il Trovatore, La Tosca e La Traviata. Alla Scala riscosse particolare successo nel 1982 con lo Stabat Mater. Morì in un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 agosto 1992, 14.

ALFIERI CIPRIANO
Collecchio 1778-post 1812
Violinista, detto Germani, il 16 dicembre 1812 venne condannato a 3 franchi di ammenda per avere ingiuriato un compaesano.
FONTI E BIBL.: Collecchio, Archivio storico comunale.

ALFIERI ENZO VITTORIO, vedi ALFIERI VITTORIO ENZO

ALFIERI FERDINANDO
Parma 17 dicembre 1904-post 1963

 Tenore. Calcò il palcoscenico del Teatro Regio di Parma prima come piccolo cantore, poi come corista della Verdi. Studiò col maestro Manlio Bavagnoli e debuttò a Rimini nella Tosca il 7 febbraio 1931. Come comprimario, cantò in un gran numero di Teatri: Regio di Parma (1936-1943), Massimo di Palermo (1941), Sociale di Mantova (1959), Verdi di Pisa (1941), Petruzzelli di Bari (1956), Sociale di Cremona (1937), Municipale di Reggio Emilia (1940 e 1957), Comunale di Bologna (1937 e 1959), Politeama Genovese (1941), La Fenice di Venezia (1943 e 1944) e altri ancora (si esibì per l’ultima volta nel 1963 al Teatro Carrani di Sassuolo).

FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 9; Amadei; Frassoni; Giovine; Martinez; Santoro; Trezzini; Cronologie dei Teatri La Fenice, Municipale, Regio di Parma; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 10 gennaio 1982, 3.

ALFIERI GIUSEPPE
Parma 1831
Conduttore di mercanzie. Patriota nei moti del 1831. Fu inquisito con la seguente motivazione: Quest’individuo appartiene alla feccia del popolo e si distinse come uno dei principali perturbatori. Uomo assai scostumato sempre nelle osterie od ubbriaco.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831 in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 137.

ALFIERI LUIGI
Parma 1875
Sacerdote, fu fonditore di campane, attivo nella seconda metà del XIX secolo. Il 6 settembre 1875 per ricavare una campana per la parrocchia di Mamiano ne fuse due rotte: una portava la data del 1426.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 8.

ALFIERI LUIGI
Borgo San Donnino 28 luglio 1882-Piacenza 18 luglio 1949
Intraprese gli studi magistrali più per assecondare il desiderio della madre, direttrice per molti anni a Borgo San Donnino dell’asilo infantile, che per vera vocazione. Conseguito nel 1902 il diploma di maestro, insegnò nelle scuole elementari della sua città, poi in quelle del Riformatorio di Parma e ancora alle elementari di Borgo San Donnino. Nel 1914 passò a Salsomaggiore per ritornare dopo qualche anno a Parma, e nel 1923, avendo vinto il concorso per il posto di direttore didattico, fu destinato a Salsomaggiore, quindi a Seregno e infine a Milano. Fu uno dei più cospicui rappresentanti della cultura borghigiana agli inizi del secolo e fu pure sindaco della città dal 1914 al 1920, reggendo il Comune con competenza amministrativa. Giornalista distinto, collaborò con poesie, racconti e novelle a La Gazzetta di Parma e a Il Giornale d’Italia, e dal 1906 diresse Il Gazzettino di Salsomaggiore, da lui fondato con il concittadino Nullo Musini. Ebbe rapporti con Gabriele D’Annunzio, G. Antona Traversi, M. Praga, L. Illica, Ojetti, Pastonchi e con altri eminenti uomini di pensiero del suo tempo. Fu pure musicofilo appassionato, tenendo in varie città d’Italia conferenze sui maggiori compositori italiani e sulle loro opere. Per il musicista concittadino Giuseppe Baroni scrisse i libretti delle opere Vanja (1911), La Castellana (1920), L’Arpa di Taliesin e Visione italica (1915). Fu anche autore di testi scolastici, di una Guida turistica balneare di Salsomaggiore, Tabiano e Sant’Andrea e di una serie di studi, tra cui Agostino Berenini, Piccoli martiri, Il problema dell’infanzia abbandonata, Idee e figure del teatro ibseniano.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 10; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 15-16.

ALFIERI MARGARITA
Parma-post 1769
Fece parte come ballerina di mezzo carattere della compagnia che danzò negli spettacoli di primavera dati nel 1769. Fu retribuita con 2580 lire (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 5).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALFIERI ODOARDO
Parma 23 dicembre 1854-Reggio Emilia 29 marzo 1928
Nacque da famiglia poverissima. Nell’opuscolo Il figlio plebeo racconta: Nacqui in una stamberga tanto orrida che non avrebbe di certo fatto invidia a un selvaggio, era una tana degna di essere abitata da bestie e non da esseri umani, senza aria né luce, tutto era squallore e miseria. La madre era cristiana mentre il padre giudicava le religioni imposture fatte apposta per tenere avvinto il popolo al carro della schiavitù. Fin da ragazzo l’Alfieri concepì un feroce odio contro la società che lo aveva lasciato senza alcun conforto, nessuna gioia, e in particolare contro il clero, responsabile del plagio di sua madre e di tante donne del popolo, a loro volta strumenti inconsapevoli di conservazione e di reazione. Negli anni più maturi e attivi mantenne la convinzione che una delle cause dell’infelicità del proletariato risiedesse nell’attaccamento delle donne alla Chiesa. Ancora il 18 marzo 1890 conclude una manifestazione per l’anniversario della Comune di Parigi esclamando: La classe lavoratrice non sarà mai emancipata, finché le sue donne vendono la coscienza alla bottega del prete. Alle origini della sua precoce milizia politica vi fu un irriducibile anticlericalismo: Io, credetelo, benché ragazzo, mi gettai a capofitto nella mischia fra i liberi pensatori, con tutto l’entusiasmo, l’azione più sentita, non guardai a pericoli di sorta, esortai la giovine schiera dei miei compagni a proseguire impavidi contro tutta la ciurmaglia pretesca e fratesca. In ore strappate al sonno, dopo la giornata e la nottata di fatica in panetteria, cercava sui testi democratici, internazionalisti e comunardi la conferma di una verità che intuiva nella pratica quotidiana del super-sfruttamento e dello scontro di classe. Ma alla pienezza dell’ideale libertario giunse soltanto a trentasette anni. Fino a quell’età rimase legato all’ideologia mazziniana. È certo comunque che l’Alfieri, anche prima della rottura con l’organizzazione mazziniana, si rivelò tendenzialmente anarchista, o almeno interprete di quell’estremismo solidaristico che animava le masse proletarie e sottoproletarie dell’Oltretorrente di Parma, non sempre gradito alla democrazia ufficiale. L’Alfieri, detto Mignola (cioè uomo di piccola statura), impersonò la fase spontaneista di Parma vecchia, emergente con distinta fisionomia dal caleidoscopio di correnti e di dottrine che l’opposizione ufficiale parmense espresse, nella seconda metà del secolo XIX, con le tante organizzazioni di mestiere e società di mutuo soccorso (la prima, di ispirazione garibaldina, si ebbe nel 1860), con la sezione dell’Internazionale operante negli anni Settanta, con le frazioni di democrazia e di socialismo parlamentare facenti capo a L. Musini e ad A. Berenini e infine con la Camera del lavoro riformista (istituita nel 1893). L’attività dell’Alfieri sino a tutto il 1890 si sviluppò di pari passo con l’organizzazione mazziniana. Ma le associazioni da lui dirette, specialmente la società di mutuo soccorso tra i lavoranti fornai e pastai e la società operaia Fratellanza e umanità, esprimevano una particolare accentuazione classista. La categoria dei panettieri era tra le più allenate alla lotta di classe. L’Alfieri ne divenne presidente all’inizio degli anni Ottanta e fu promotore, forse per la prima volta in Italia, delle agitazioni per la soppressione del lavoro notturno. Nel 1883 ottenne il riconoscimento del cottimo (che poteva considerarsi conquista avanzata), e nel giugno 1885 l’istituzione del lavoro diurno. Quest’ultima rivendicazione fu in un primo momento condivisa dal sodalizio padronale (Comitato dei negozianti fornai di Parma), che in una relazione dell’11 giugno ne esaltò i promettenti auspici. Ma avvenne poco dopo, nell’agosto, la rottura tra negozianti e operai. L’Alfieri aveva proposto l’adozione di un sistema di turni e di rimpiazzi per dare lavoro ai disoccupati in alcuni giorni della settimana. I negozianti avevano rifiutato, e allora gli operai decisero di astenersi dal lavoro mandando in propria sostituzione altrettanti disoccupati. Il primo esperimento fu tentato in tre forni. I padroni rifiutarono di ammettere i disoccupati, sicché il 28 agosto iniziò lo sciopero. Il 1° settembre, con settantotto voti contro ventisette, i lavoranti fornai approvarono la condotta dell’Alfieri e deliberarono l’estensione dello sciopero a tutti i forni. La lotta si fece particolarmente aspra. Alcune mogli di operai, che venendo meno il salario dei mariti e iniziando la repressione si erano lasciate facilmente convincere dalla propaganda anti-sciopero, si recarono all’abitazione del presidente Alfieri e fecero un baccano indiavolato incolpando l’Alfieri stesso di essere causa dello sciopero. Il padronato si irrigidì nel diniego, mentre i vari sodalizi di lavoratori espressero solidarietà ai panettieri in lotta. Ma l’esteso movimento non valse a piegare il fronte dei negozianti, che ottennero anche l’intervento massiccio della polizia. Il 5 settembre, alle cinque del mattino, carabinieri e guardie di pubblica sicurezza invasero le abitazioni dell’Alfieri e di altri otto operai traendoli in arresto sotto l’imputazione di eccitamento allo sciopero e di minacce a vie di fatto contro altri loro compagni, che volevano recarsi al lavoro. La Gazzetta di Parma credette di vedere nell’agitazione una tinta politica e segnalò la pericolosità di un appello delle società operaie, dei democratici e dei socialisti, che recava anche la firma dell’onorevole Musini. Ma la solidarietà di Musini e dei repubblicani venne precisata da Il Presente come adesione non al mezzo di lotta prescelto, bensì all’intenzione umanitaria di aiutare i disoccupati, e il giornale mazziniano invitò gli operai a tornare al lavoro. Il processo, celebrato per direttissima, si concluse il 12 settembre con la condanna dell’Alfieri a sei mesi di carcere e di quasi tutti gli altri imputati a pene varianti tra i sei mesi e i quindici giorni (la condanna fu poi confermata in appello nel novembre successivo). I negozianti non solo non cedettero sulla questione dei rimpiazzi, ma ripristinarono il lavoro notturno nei forni e licenziarono parecchi scioperanti. La conclusione fu dunque disastrosa e costrinse i lavoranti panettieri a ricominciare da posizioni arretrate la lotta per l’abolizione del lavoro notturno. Il colpo inferto alla categoria ebbe ripercussioni negative sull’intero movimento operaio parmense, ma non incrinò la combattività dell’Oltretorrente, che trovò diverse occasioni di manifestarsi in lotte memorabili, come le agitazioni sul prezzo del pane, alle quali parteciparono anche le donne e che ebbero sempre al centro l’Alfieri. Gli orientamenti libertari si andavano staccando dalla matrice democratica, l’Alfieri, oltre a dirigere la società dei fornai e pastai, fu anche presidente del combattivo sodalizio operaio Fratellanza e umanità e dirigente della federazione repubblicana-socialista (coalizione che comprendeva, oltre alle organizzazioni di mestiere, le società Lavoratori parmensi, Lavoratrici, Diritti dell’uomo, Libertà e lavoro, il circolo Mazzini, l’Associazione Democratica e altri gruppi di orientamento radicale e socialista). Nel processo di scissione avviato alla fine degli anni Ottanta ebbero particolare rilievo le polemiche sul concetto di proprietà privata e, sia pure con minore puntiglio, quelle sul rapporto libertà-organizzazione. L’Alfieri agitò questi argomenti all’interno delle società operaie, portandoli alla massima tensione verso la fine del decennio. Nell’assemblea federale del 30 marzo 1890, alla quale erano rappresentati ventidue sodalizi della città e della provincia, il dissenso si concretò nel successo degli elementi più radicali, tra cui lo stesso Alfieri che ottenne il maggior numero di voti. Il Corriere di Parma e la Gazzetta di Parma, entrambi di scuola moderata e monarchica, non mancarono di segnalare l’inizio della scissura nella folla radicale. I discorsi del 1° maggio portarono ancora più avanti il tema della lotta contro la proprietà privata. Alcune assemblee, tra cui quella presieduta dall’Alfieri che ebbe un concorso enorme di pubblico, votarono ordini del giorno di adesione alle lotte per l’emancipazione proletaria, per l’uguaglianza delle classi sociali, per l’emancipazione dalla tirannia del capitale e degli sfruttatori del lavoro, per l’affermazione dei princìpi della Comune di Parigi. Il movimento anarchico parmense, in declino dopo gli anni Settanta, prese nuovo vigore e trovò un capo naturale nell’Alfieri, che nel 1891 si staccò definitivamente dall’organizzazione mazziniana, come egli stesso testimonia: Nel 1891 feci come fecero i più arditi combattenti mazziniani che nel 1874 passarono, con armi e bagagli, tra le file degli internazionalisti, che ora chiamansi socialisti e libertari! Io passai, ripeto, fra questi disinteressati ribelli, e come tale mi mantenni. Disertai dalle file mazziniane, perché autoritarie e statali. Sarò sempre fedele all’esercito degli affamati, non caporale, ma oscuro soldato. Caporale infatti non fu, perché irriducibilmente contrario a ogni forma di autorità, ma fu certamente un capo con un grande seguito di massa, se la polizia poté notare che la sua parola nel Circolo di studi sociali (chiamato dai moderati parmensi circolo di studi scopistici perché vi si giocava anche a carte) era ascoltata come vangelo. Negli anni tra il 1891 e il 1894 continuò a tenere comizi affollatissimi e a provocare il contraddittorio nelle assemblee di altri partiti. È ben vero, scrive B. Riguzzi, che Parma godeva fama di città rivoluzionaria. Se il partito socialista disponeva di un discreto numero di affigliati, il popolo di Parma era però nella sua grande maggioranza favorevole ai partiti più estremi: era un po’ democratico, un po’ repubblicano ed anche un po’ socialista, ma era anche un bel po’ anarchico e seguiva volentieri le idee estremiste di un fornaio detto Mignola dall’ingegno vivace e dalla parola facile, che interloquiva in tutti i comizi per richiamare l’attenzione degli uditori sulla necessità dell’anarchia. Nel 1894, con le leggi eccezionali, si scatenò la repressione antianarchica, che ebbe anche estesa applicazione contro le organizzazioni socialiste, malgrado gli sforzi di Berenini, di C. Prampolini e di altri esponenti del riformismo ufficiale per protestare la distinzione tra anarchismo distruttore e socialismo costruttore. Nel settembre 1894 cominciò il sistematico scioglimento delle organizzazioni operaie parmensi. Fratellanza e umanità fu sciolta il 21 ottobre unitamente ad altre venti organizzazioni di tutta la provincia, accusate di avere aderito al programma socialista e rivoluzionario concertato l’anno scorso a Reggio d’Emilia, cioè al congresso socialista del 1893. Il giorno dopo fu sciolta anche la lega socialista, succeduta al Circolo di studi sociali in Borgo del Gesso. Il procedimento contro Fratellanza e umanità fu celebrato il 29 novembre e si concluse con tredici condanne, tra cui quella del presidente Alfieri a quattro mesi di confino (da scontarsi a Collagna) per avere fatto parte di una associazione avente per oggetto di sovvertire per vie di fatto gli ordinamenti sociali. Il sodalizio fu poi ricostituito nel gennaio 1895 sotto il titolo di Società Filantropica di Mutuo Soccorso, ma senza più quel ruolo di punta che aveva avuto con la presidenza dell’Alfieri, il quale, condannato ancora a tre anni di confino da scontarsi a Porto Ercole, riparò a Fiume, in territorio austriaco. L’anarchismo parmense sembrò per il momento liquidato. Ma nel 1896 si avvertì una ripresa del movimento e con l’inizio del 1897 apparve il giornale Il Nuovo verbo, poi più volte sequestrato e rapidamente estinto. L’Alfieri e altri profughi, da Fiume, malgrado la miseria assoluta in cui si trovavano raccolsero e inviarono quattordici lire al giornale, accompagnando la somma con una lettera: Noi, abbenché lontani dal paese dove siamo nati, ove abbiamo care memorie degli amici e dei compagni, ci sentiamo imperterriti col fare il dover nostro perché amiamo la nostra causa, perché è la causa di tutti. Noi come i Refrattari di Vallès attendiamo il gran momento della liberazione. Ma invece della liberazione venne il sequestro dei giornali trovati in casa dei profughi, con l’arresto di quindici anarchici che furono estradati in Italia. L’Alfieri fu avviato al confino di Porto Longone, dove rimase praticamente isolato fino al 1900. Rientrò poi a Parma, dove il movimento operaio manifestava segni di declino in singolare contrasto con lo sviluppo delle leghe, delle cooperative e dei circoli socialisti nel territorio della provincia. Nel 1904 l’Alfieri, si trovò nuovamente al centro delle agitazioni nel corso degli scioperi di protesta per i fatti di Buggerru, del Trapanese e di Sestri. Ma l’attivismo dell’Alfieri, invecchiato anche a causa delle continue persecuzioni, non poteva più ritrovare l’antico smalto. Continuò a organizzare riunioni, a tenere discorsi, però con maggiore attitudine alla predicazione e alla divulgazione ideologica che non allo scontro di piazza. Nel 1906 si trasferì a Reggio Emilia dove esercitò per qualche tempo la sua professione di fornaio, per poi aprire un chiosco di bibite nei pressi di Porta San Pietro. Si tenne in contatto con l’anarchismo reggiano, il quale peraltro non aveva mai avuto un seguito di massa come quello parmense e perciò si rivelava più introverso e dottrinario, assai poco incalzante e aggressivo, ma forse per questo più congeniale, ormai, alle inclinazioni senili dell’Alfieri. Anche a Reggio tenne conferenze ai compagni e commentò nelle riunioni i testi libertari. Scrisse due opuscoli, Il Figlio plebeo del 1907 e La Figlia plebea del 1908. Di un terzo lavoro annunciato pubblicamente, I Figli del diavolo, non c’è traccia nelle biblioteche delle due città, né chi ebbe consuetudine con l’Alfieri ricorda di averlo mai letto. Negli opuscoli citati l’Alfieri condensa in una serie di brevi sintesi le personali esperienze di lotta, di lettura e di meditazione. Si alternano pensieri utopistici sulla vicina palingenesi dell’umanità a formule epigrammatiche del pensiero anarchico. Fu contro l’intervento nel 1915. Un suo figlio morì in guerra, e fu questo un altro motivo di amarezza e di solitudine. Con l’avvento del fascismo, preso di mira dagli squadristi, reagì sempre con dignità. In occasione del complotto comunista del 1923 (frutto di una montatura mussoliniana a uso interno, in tempo di crisi del fascismo), oltre a numerosi comunisti furono anche arrestati alcuni anarchici. Lo squadrista Macioli minacciò di bruciare il chiosco dell’Alfieri, e questi rispose che forse lui ci avrebbe rimesso il chiosco, ma lo squadrista ci avrebbe lasciato la pelle (testimonianza dell’anarchico Fortunato Sartori). In seguito non ebbe più noie. Vecchio d’età, non più ritenuto pericoloso, amareggiato ma sempre fiducioso nella caduta del fascismo, continuò fino alla fine a incontrarsi con i pochi anarchici rimasti a Reggio. Nel corso della sua lunga milizia ebbe corrispondenza con A. Cipriani, P. Gori, e L. Molinari. Fu condannato dai moralisti per avere amato due donne, e i riformisti parmensi lo etichettarono ora come macchietta ora come mattoide. A Reggio visse, si può dire, di ricordi e di speranze. Nel 1928 fu colpito dal vaiolo e morì, praticamente ignorato, nel lazzaretto di Villa Ospizio.
FONTI E BIBL.: Il Miserabile, Parma, 1873; Il Presente, Parma, 1885-1890 e 1894; Gazzetta di Parma, 1890 e seguenti; Il Nuovo verbo, Parma, 1897-1898; La Difesa, Parma, 1901-1902; Lo Scamiciato, voce del popolo, Reggio Emilia, 1882-1883; Il punto nero, Reggio Emilia, 1894; Il Secolo XX, Reggio Emilia, 1894; L’Italia centrale, Reggio Emilia, 1894; La Giustizia (domenicale), Reggio Emilia, 1894, 1904, 1906 e seguenti; La Giustizia (quotidiano), Reggio Emilia, 1904; All’Armi!, Guastalla, indi Reggio Emilia, 1921-1922; Rinascita, Reggio Emilia, 1923; L’Intransigente, Reggio Emilia, 1924; Giornale di Reggio 1923; O. Alfieri, Il figlio plebeo, Reggio Emilia, 1907; O. Alfieri, La Figlia plebea, Reggio Emilia, 1908; B. Riguzzi, Sindacalismo e riformismo nel Parmense. Luigi Musini, Agostino Berenini, Bari, 1931; F. Bernini, Storia di Parma, Parma, 1954; S. Merli, Alle origini del socialismo. Parma, il Comitato per l’emancipazione delle classi lavoratrici, in Movimento Operaio VI 1954, 5, 724 e seguenti; G. Berti, Gli inizi del socialismo parmense-piacentino (1870-1873), in Rassegna storica del Risorgimento, LI, 1964, 3, 369 e seguenti; G. Berti, Note sui rapporti tra popolo parmense-piacentino e governo alla fine del secolo XIX (1880-1885), in Archivio Storico per le Province Parmensi, IV serie, XXI, 1969, Parma, 1970; R. Cavandoli, in Movimento Operaio Italiano, I, 1975, 36-42.

ALFIERI ROSOLINO
Parma 1918-Parma 10 marzo 1998
L’Alfieri iniziò la sua attività sindacale nel 1947 come segretario del sindacato facchini e trasportatori alla Cgil, e questo incarico lo portò anche a ricoprire un ruolo nazionale. Poi entrò nella segreteria, fino a diventare segretario della Camera del lavoro, incarico che mantenne per parecchi anni meritandosi i consensi dei lavoratori e la stima del mondo economico-imprenditoriale. L’Alfieri fu anche segretario provinciale della federazione del Partito Socialista Italiano, espressione di quell’ala rigorosamente autonomista che, pur fedele all’alleanza di sinistra, mirò a tenere alti i valori del partito nella collaborazione con un Partito Comunista Italiano che era maggioritario nella realtà politico-amministrativa di Parma. Quando esaurì la parentesi politica, fu chiamato a presiedere il Cepim. Oltre a essere presidente del circolo sportivo Rapid, ebbe incarichi di responsabilità come presidente nella Federazione italiana pesca sportiva. Nel 1997 ricevette il premio Panathlon come dirigente sportivo, e fu anche insignito dell’attestato di benemerenza per il premio Sant’Ilario. Poeta per diletto, le sue liriche furono raccolte in volume. L’Alfieri fu colpito da un infarto mentre partecipava a una riunione del Consiglio del Rapid, il circolo sportivo cittadino di cui era presidente. La salma fu tumulata nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 marzo 1998, 6.

ALFIERI VINCENZO
Collecchio 1786-post 1813
Violinista, fratello di Cipriano, il 27 settembre 1813 vennero esposte le pubblicazioni del suo matrimonio con una damigella di Calestano, filatrice.
FONTI E BIBL.: Collecchio, Archivio storico comunale.

ALFIERI VITTORIO ENZO
Parma 3 maggio 1906-Pejo 26 luglio 1997
Figlio di un fabbro ferraio, poi rimasto disoccupato. Se il giovane Alfieri poté iscriversi, dopo le scuole tecniche, al Liceo Romagnosi di Parma, fu grazie all’aiuto di conoscenti. E fu proprio al Romagnosi, allievo di Vladimiro Arangio Ruiz, che si manifestò la sua vocazione per la filosofia. Un suo amico e compagno di studi, di un anno più giovane di lui, fu Pilo Albertelli, figlio dell’ingegner Guido che era stato deputato socialista. Nella prima giovinezza l’Alfieri e l’Albertelli furono alquanto sensibili ai richiami dell’idea socialista ma la conoscenza di Benedetto Croce orientò l’Alfieri verso il liberalismo, di cui poi per tutta la vita fu uno strenuo e intransigente assertore. Dopo la licenza liceale, l’Alfieri vinse una borsa di studio e fu ammesso alla Normale di Pisa. Nel 1926, appena ventenne, a Bologna, conobbe Benedetto Croce, con il quale era già in corrispondenza dall’anno precedente. E lo stesso Croce, con la sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915, fu causa involontaria, nel 1928, del primo arresto dell’Alfieri, insieme ad altri cinque amici, tra cui Albertelli, per cospirazione antifascista. L’Alfieri restò in carcere tre mesi, dopo di che fu liberato senza processo grazie all’interessamento di Croce stesso. Ma non poté più tornare alla Normale di Pisa. Ai primi degli anni Trenta vinse per concorso la cattedra di filosofia al Liceo di Messina, poi chiese e ottenne il trasferimento a Modena, e qui, nel 1936, in piena guerra d’Etiopia, fu arrestato per la seconda volta e destituito dall’insegnamento. Sopravvisse dando lezioni private. Partecipò alla Resistenza con il Gruppo Franchi di Edgardo Sogno, di ispirazione liberale. Nel Dopoguerra, ebbe prima una cattedra all’Università Bocconi di Milano, dove insegnò Storia della filosofia per tredici anni, finché, nel 1959, fu chiamato a Pavia a ricoprire la cattedra che era stata di Carlo Cantoni e di Adolfo Levi. In favore della scuola e a difesa dell’Università l’Alfieri costituì il Movimento per la libertà e la riforma dell’Università italiana e fu presidente del Cnadsi, l’associazione impegnata in difesa della scuola media e della cultura. Scrittore brillante e arguto, fu collaboratore assiduo della Gazzetta di Parma e oratore ufficiale nel 1985 per i duecentocinquanta anni di vita del giornale. Oltre a testi scientifici e pedagogici e a numerosi scritti d’argomento crociano, pubblicò le Lettere di Benedetto Croce a lui dirette, Maestri e testimoni di libertà e Nel nobile castello (una raccolta di profili). Si occupò principalmente di filosofia antica, studiando Lucrezio e soprattutto l’atomismo greco. In questo campo diede i suoi più importanti contributi, determinando (Atomos Idea, Firenze, 1953, preceduto da due studi minori, del 1936 e 1939) la cronologia di Leucippo e Democrito, e illustrando la cosmologia, la gnoseologia, la psicologia, la teologia e l’etica atomistiche e le relazioni con Epicuro. Il Lucrezio (Firenze, 1929) aveva d’altra parte rinnovato, non soltanto in Italia, la critica letteraria lucreziana, precedendo il Regenbogen nella ricostruzione della personalità di Lucrezio attraverso il poema e nella rivendicazione della fondamentale poeticità del De rerum natura. In questa sua prima, come nelle opere maggiori e negli articoli e rassegne di minor ampiezza dedicati al mondo greco-latino, l’Alfieri dimostrò il proprio carattere critico originale, storico-filosofico ma insieme storico-letterario. Nel campo della filosofia moderna l’Alfieri dedicò ampi studi ad aspetti storico-filosofici delle teorie politiche dal Medioevo all’Illuminismo, alla filosofia di Pascal, illustrata nella sua struttura sistematica, alle teorie estetiche dei secoli XVII-inizio XIX, al pensiero del primo Fichte, alla pedagogia crociana. In queste ricerche l’attenzione è prevalentemente centrata sul rapporto autorità-libertà, sorretta dalla forte passione civile su cui si modellò la vicenda umana dell’Alfieri. Una passione che si rivela del resto anche nei numerosi e ampi scritti di commemorazione di uomini dell’antifascismo e della Resistenza, nei quali l’Alfieri raccolse una galleria di ritratti di eroi delle libertà, contribuendo con ricerche pazienti, pubblicazioni di inediti, interpretazioni acute, a una migliore conoscenza della storia contemporanea italiana ed europea. Oltre agli scritti sopra menzionati, vanno ricordati: Autorità e libertà nelle moderne teorie della politica, Milano, 1947, L’estetica dall’Illuminismo al Romanticismo, Milano, 1955, Il problema Pascal, Milano, 1959, Pedagogia crociana, Napoli, 1967, Filosofia e filologia, Napoli, 1967, e le traduzioni Gli atomisti, Bari, 1936; Fichte, La missione del dotto, Padova, 1939; Pascal, Pensieri, Milano, 1952; Fichte, Sulla rivoluzione francese, Bari, 1956.
FONTI E BIBL.: Dizionario Universale Letteratura contemporanea, I, 1959, 67-68; Dizionario dei filosofi, 1976, 31-32; Rovatti, Dizionario dei filosofi contemporanei, 1990, 13; B. Molossi, in Gazzetta di Parma 28 luglio 1997, 6.

ALFONSI SOCRATE
Parma seconda metà del XIX secolo
Si conoscono due sue composizioni edite: Cernobbio, barcarola per canto e pianoforte con parole di Guido Dalla Rosa (Bologna, Trebbi), e Giorni felici, polka brillante per pianoforte (Bologna, Trebbi).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALFONSO
Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore operante nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 65.

ALFONSO DA BUSSETO, vedi DELFÒ GHIRARDELLI ALFONSO

ALFONSO DA PARMA, vedi BUSSANI FERDINANDO

ALFONSO DA VALERA, vedi BUSSANI FERDINANDO

ALGERI ANGIOLA
Parma-post 1724
Cantante, indicata anche come Algieri, la si trova nel novembre 1708 a Venezia al Teatro di Sant’Angelo in Arrenione: si fregiava del titolo di virtuosa di Margherita Farnesi, fu duchessa di Modena. Nel dicembre dell’anno seguente ritornò nello stesso teatro nel Tradimento tradito di Francesco Silvani, mentre nella primavera del 1713 al Teatro di Mantova, assieme alla sorella Anna Maria, firmò la dedica del libretto (Parma, Giuseppe Rosati) de L’amore politico e generoso della regina Ermengarda. Gli intermezzi erano del piacentino Pietro Paolo Pezzoni e la musica di Francesco Gasparini e di Gio Maria Capella, vicemaestro di Cappella della Cattedrale di Parma e virtuoso della Vedova di Mantova. Lei si fregiava del titolo di virtuosa dei Serenissimi di Parma. Nel 1716 fu al Nuovo Teatro Ducale di Parma nel dramma pastorale per musica Dafni e vi ritornò nel Carnevale 1718 ne L’enigma disciolto. Nel Carnevale 1723 la si trova al Teatro di Reggio Emilia nel dramma per musica Mitridate Eupatore: il libretto riporta che era del Principe Antonio di Parma. L’anno seguente cantò nel Teatro di Corte nel Venceslao, musica di Giammaria Capello, maestro di cappella del Principe di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Fabbri e R. Verti; Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALGERI ANNA MARIA
Parma 1708/1713
Nel novembre 1708, assieme alla sorella Angiola, cantò al Teatro di Sant’Angelo di Venezia nell’Arrenione: si fregiava del titolo di virtuosa di Margherita Farnesi, fu duchessa di Modena. Nel dicembre dell’anno seguente vi ritornò nel Tradimento tradito e nel dramma per musica Edvige regina d’Ungheria. Nella primavera del 1713, virtuosa dei Serenissimi di Parma, firmò con la sorella la dedica del libretto di L’amore politico, che cantò al Teatro di Mantova.
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALGIERI ANGIOLA, vedi ALGERI ANGIOLA

ALIANI BERNARDO
Borgo San Donnino-Piacenza 7 maggio 1809
Violinista, figlio di Francesco e padre di Francesco, andò ad abitare a Piacenza nell’ottobre 1750, dove nella stagione d’estate 1752 suonò nell’opera. Visse anche a Parma e nel 1757 si trovava a Genova, probabilmente per impegni professionali. Assieme ai violinisti Domenico Martelli e Giuseppe Cattani si fece impresario di un’opera buffa allestita al Teatro delle Saline di Piacenza, che sortì un esito disastroso. Per non essere arrestato per debiti, si rifugiò nella chiesa di San Pietro e, per soddisfare i creditori, cedette la dote della moglie e si impegnò a versare tutti i proventi della sua attività fino all’estinzione dei debiti (rogito Angelo Peretti, 1° agosto 1769). Visse poi miseramente.
FONTI E BIBL.: Fiori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALIANI EMILIO
Borgo San Donnino 1839-
Cameriere. Appartenne alla Società degli Operai di Borgo San Donnino, e il 9 marzo 1864 fu schedato quale soggetto pericoloso.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 18.

ALIANI FRANCESCO
Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 2.

ALIANI FRANCESCO
Parma 9 aprile 1762-Piacenza 28 maggio 1812
Iniziò a studiare violoncello con il padre, che lo mandò a completare la preparazione con Giuseppe Rovelli di Bergamo, primo violoncello al servizio del duca di Parma. Nel dicembre 1789 suonava nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma. Ritornato a Piacenza, occupò il posto di violoncello al cembalo nelle orchestre del teatro e della Cattedrale. Nella stagione di autunno del 1803 e del Carnevale del 1804 fu al Teatro Carcano di Milano. Suonò al Teatro delle Saline di Piacenza e nella stagione di Fiera del 1804 fu il primo violoncello dell’orchestra che inaugurò il Nuovo Teatro. Nell’ottobre 1805, non essendoci spettacolo per la Fiera d’autunno, si mise in società con Ferdinando Melchiorri e altri dell’orchestra per allestire due opere buffe. Nel manifesto si firmarono come Società Filarmonica (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1802-1806, b. 6). Risulta fosse il rappresentante dell’orchestra di Piacenza in tutte le petizioni e questioni che la riguardavano (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1807-1812, b. 7). Scrisse Composizioni per uno e due violoncelli, libri tre.
FONTI E BIBL.: Spezzaferri, Piacenza musicale; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALIANI NICOLA
Borgo San Donnino 1796/1799
Fu organista della Cattedrale di Borgo San Donnino dal 1796 al 1797.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 26.

ALICE MARIA CAROLINA, vedi BORBONE PARMA ALICE MARIA CAROLINA

ALIDALGO EPICURIANO, vedi DALLA ROSA PIER MARIA

ALINA
Parma 1279
Fu bruciata viva a Capodiponte nel 1279.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 98.

ALINOVI ANTONIO
Parma-post 1806
Fu allievo di Agostino Belloli. Nel 1791 divenne socio dell’Unione de’ Filarmonici e nel marzo 1798 concorse con esito negativo per un posto (corno da caccia) nel Reale Concerto del Duca di Parma. Ai primi dell’Ottocento risultava secondo corno da caccia, ascritto da sette anni all’Unione de’ Filarmonici (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1802-1806, b. 6). Dal 1804 al 1806 fu attivo nell’orchestra del Teatro Carcano di Milano.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALINOVI CARLO
Parma 1811-
Figlio di Antonio, studiò con il padre. L’8 giugno 1823, a dodici anni, dette al Teatro Ducale di Parma un’accademia molto applaudita, in cui eseguì un concerto per corno da caccia e un pot pourri di Luigi Belloli (Archivio Storico del Teatro Regio, Manifesti).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALINOVI ENRICO
Parma 2 febbraio 1855-1914

 Figlio di Paolo e Anna Paini. Per quasi quarant’anni fu impiegato presso la Biblioteca Palatina di Parma ove ricoprì la carica di segretario economo, e dedicò la sua attività per molti anni al riordinamento della Biblioteca. La sua memoria è legata principalmente alla nota Bibliografia parmense della seconda metà del secolo XIX, edita nel 1905 nell’Archivio Storico per le Province Parmensi. L’Alinovi fu anche arguto poeta dialettale e diede alle stampe due canti carnascialeschi, in ottonari rimati, su fogli volanti usciti dalla tipografia Adorni, nel 1905: uno è intitolato L’acqua... portabile (Mascaräda di romlazz) e l’altro El dietro-front dl’acqua portabile (Seguit dla mascaräda di romlazz).

FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 12.

ALINOVI FRANCESCA
Parma 1948-Bologna 12 giugno 1983
Dopo la maturità conseguita al Liceo Romagnosi di Parma, si iscrisse all’Università di Bologna alla facoltà di lettere. Subito i suoi interessi si incentrarono verso l’Estetica (materia insegnata all’Ateneo bolognese dal professor Anceschi, nume tutelare di questa disciplina in Italia) e verso la Storia dell’arte. Dopo la laurea, conseguita con una tesi sul pittore figurativo bolognese Carlo Corsi, discussa con Francesco Arcangeli, si perfezionò in Storia dell’arte contemporanea, con il professor Renato Barilli, con un importante studio sul pittore Giacomo Manzoni. Negli anni della specializzazione crebbe la profonda intesa culturale con Renato Barilli cui l’Alinovi fece da assistente presso il Dipartimento Arti Visive dell’Università di Bologna. Negli anni della frequenza post-universitaria, l’Alinovi, con dedizione totale, maturò la propria scelta: studiare, seguire e lanciare le tendenze emarginate e meno conosciute del settore artistico. Da qui il suo interesse per la performance, per le avanguardie, per la body-art, per la transavanguardia, i figurativi americani e, in seguito, la graffiti-art, gli enfatisti. Nel frattempo, grazie ad una serie di importanti ricerche e studi, l’Alinovi entrò a pieno diritto nell’Ateneo bolognese (Dipartimento Arti Musica Spettacolo) come ricercatrice di Storia dell’arte contemporanea e assistente alla cattedra di Fenomenologia degli stili. Negli ultimi anni di vita tenne corsi e seminari sul dadaismo, sulla fotografia e sulla nuova arte americana. L’Alinovi pubblicò anche due libri: Dada per l’editore D’Anna (1980) e Fotografia: rivelazione o illusione?, per l’editore Il Mulino (1982). A fianco dell’attività editoriale e universitaria l’Alinovi intraprese anche quella di critico d’arte (suoi interventi apparvero su L’Espresso, Domus, Panorama Mese, Frigidaire, Bolaffi Arte e tutte le maggiori riviste artistiche italiane e straniere) e di organizzatrice culturale. A quest’ultimo settore fanno capo tutta una serie di mostre e attività artistiche da lei curate per il Comune di Bologna e la Galleria di arte moderna diretta dal professor Solmi. Aprì anche una sua galleria, Il Neon, in via Solferino, nel centro di Bologna. L’Alinovi effettuò frequenti viaggi di studio e di lavoro in America dove intrattenne stretti rapporti con i principali artisti e galleristi di quel paese. L’Alinovi fu assassinata nel suo appartamento di Bologna da un giovane artista marchigiano. Postumi uscirono un suo articolo su Panorama Mese dedicato ai pittori emarginati in America e in Italia e L’Arte Mia (Il Mulino), raccolta di scritti voluta da amici ed estimatori.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 giugno 1983, 5; R. Barilli, in Gazzetta di Parma 9 maggio 1992, 5.

ALINOVI GIOVANNI
Parma 27 settembre 1790-Parma 13 marzo 1872
Maestro di musica, fratello gemello del più noto Giuseppe. Capo musica del Reggimento Maria Luigia, prese parte assai spesso agli spettacoli teatrali nel Teatro Ducale di Parma quando necessitava questo genere di musica in palcoscenico. Per la sua banda scrisse molte musiche e riduzioni che, però, non ci sono pervenute. Fu anche istruttore dei cori femminili del Teatro Ducale dal 16 maggio 1829 al 6 febbraio 1830. Nel 1842 lasciò la direzione della banda militare e nel 1852 divenne direttore della banda di palcoscenico del teatro Regio di Parma, carica che mantenne fino al 1859, anno in cui gli fu preferito il Ruggeri. La casa editrice Tavagliani di Parma nel 1833 pubblicò le sue Quattro marce per pianoforte a 4 mani e nell’Archivio Storico del Comune di Parma (lascito Sanvitale) si trova manoscritta una sua canzone per canto e pianoforte, Procella non s’ode, su versi del conte Luigi Sanvitale.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti, 9; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 130; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 282; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 87.

ALINOVI GIOVANNI
Parma 1867-1915
Avvocato, ricoprì a Parma numerose e importanti cariche pubbliche. Fu Presidente della Cassa di risparmio, consigliere e assessore comunale, presidente della Congregazione di carità San Filippo Neri, consigliere degli Ospizi civili, fondatore dell’Università popolare e della Pubblica assistenza. Svolse, per un ventennio, a favore degli Ospizi civili, l’opera di recupero dell’intero patrimonio del Consorzio dei vivi e dei morti. Mediante questo recupero, divenne possibile la costruzione dell’Ospedale Maggiore di Parma. Il sindaco Giovanni Mariotti nel settembre 1912 inviò all’Alinovi una lettera di ringraziamento a nome del Consiglio comunale. Presso l’Ospedale di Parma esiste un suo ritratto come benefattore.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 15.

ALINOVI GIUSEPPE
Parma-Parma 1785
Nel 1772 fu creato Consigliere, e nel 1775 Governatore di Parma. Il suo insegnamento universitario si prolungò per lungo tempo, tanto che lo si trova ricordato già nel 1748 e poi dal 1768 al 1775, nel quale anno fu proclamato professore emerito.
FONTI E BIBL.: Certificati Scolastici, 1688-1755; Registro spese per lo Studio pubblico, 1757-1768; Ruoli Università, 1768-1801, n. 40 (Ruolo de’ Provigionati, 18), n. 32, 165; n. 34, 26; R.D. Camera, Ruolo di Parma, 1777-1805, n. 46, 7; F. Rizzi, Professori, 1953, 62.

ALINOVI GIUSEPPE
Parma 27 settembre 1790-Parma 18 marzo 1869
Musicista, compositore e insegnante. dopo aver compiuto gli studi letterari, si dedicò alla musica, sotto la guida del conterraneo maestro Francesco Fortunati. Iniziò l’attività di compositore nell’autunno 1811 scrivendo alcuni pezzi che furono eseguiti, insieme con la Pietra simpatica dell’operista napoletano Silvestro Palma, nel teatro di Santa Caterina, dai dilettanti cantori della Società filo-musico-drammatica. Nel 1817 si fece apprezzare anche per la concertazione di due opere di Rossini, presentate a Parma: Il Turco in Italia (25 ottobre) e Il Barbiere di Siviglia (15 novembre). Dal marzo 1822 fu chiamato in qualità di organista alle funzioni solenni della chiesa ducale della Steccata. Due anni dopo, il 9 ottobre 1824, fu nominato organista al servizio della cappella ducale. Successivamente esercitò anche, nella stessa chiesa, le funzioni di sostituto del maestro di cappella Ferdinando Simonis. Allorché questi morì (13 marzo 1837) l’Alinovi ne ereditò tutte le cariche: ottenne infatti la nomina a maestro di cappella, a direttore dei concerti di Corte e il titolo di censore, cioè direttore, della scuola di musica che era stata fondata da Maria Luigia d’Austria. Sotto la sua direzione, che durò quasi un ventennio, precisamente fino al maggio 1856, la scuola ebbe notevole sviluppo: crebbe il numero degli alunni, nuovi insegnamenti strumentali furono aggiunti a quelli preesistenti, i locali adibiti a scuola vennero ampliati e adattati secondo le nuove esigenze. Frattanto con decreto ducale del 4 giugno 1847 l’Alinovi era stato delegato a insegnare nella scuola stessa la composizione, l’alto contrappunto e il pianoforte, cattedre che egli occupò fino al 1859, quando lasciò il posto per raggiunti limiti d’età. Fu anche direttore (dal 1838 al 1840) della Società filarmonica ducale. L’Alinovi compose molta musica sacra e profana, strumentale e vocale. Di essa solo una minima parte fu stampata: il resto giace manoscritto in molte biblioteche italiane, specialmente nella biblioteca annessa al Conservatorio di musica di Parma. Tra le composizioni edite ebbero rinomanza: Pasquale, ossia il postilione burlato, divertimento per corno da caccia con accompagnamento d’orchestra (Milano, Ricordi), Introduzione e tema originale con variazioni per pianoforte (Milano, Ricordi), le composizioni religiose Messa da requiem a quattro voci con orchestra, Messa da requiem a tre voci con orchestra, Sanctus, Benedictus e Agnus Dei per due soprani e orchestra, una Sinfonia per orchestra e parecchie Arie per voce e orchestra.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma dal 1800 al 1860, in Note d’archivio, XII, 1935, 214-215 (con numerosa bibliografia); G. Gasperini, Il Conservatorio di Parma, 1913, 45, 68 e 75; F.J. Fétis, Biographie universelle des musiciens, I, Paris, 1873, 69; Enciclopedia italiana, II, 515; R. Allorto, in Dizionario biografico degli Italiani, II, 1960, 459.

ALINOVI GIUSEPPE
Parma 25 febbraio 1811-Parma 9 agosto 1848
Pittore, scolaro del paesista e scenografo Giuseppe Boccaccio, nel 1837 espose in una mostra una veduta del lago di Como. Per Maria Luigia d’Austria eseguì nel 1839 un libro di vedute paesistiche sulle strade di Parma e di Pontremoli. Una Strada di villaggio con chiesa, a olio su rame, firmata Alinovi fece, e un Villaggio sui monti, pure a olio su rame, sono nella Pinacoteca di Parma, insieme con una veduta dell’Oratorio delle Grazie e un’altra di Castellarquato. Il gusto dell’Alinovi s’inquadra in quel momento vedutistico che è tipico degli inizi dell’Ottocento, premessa allo studio dei valori del paesaggio vero e proprio, e tuttavia già aperto alle ricerche di aria e di luce. Protagonisti dei suoi dipinti sono i piccoli paesi delle colline parmigiane con scorci di viuzze dove si affacciano tranquille dimore contadine, povere case diroccate sulle quali si abbarbicano verdi piante rampicanti, una chiesetta sull’unica piazza tra boschi silenziosi, interrotti da allegri, freschi ruscelli. Brani di poesia agreste sono queste vedute di campagne quasi selvagge. Danno un senso di pace, interrotta dall’apparizione di qualche maniero, come negli acquerelli Il castello di Montechiarugolo, il Castello di Felino e quello di Corniglio (conservati in raccolte private) che l’Alinovi ritrasse con ricca armonia coloristica. Un olio su tela rappresenta Borgo del pamense con mulino: è un piccolo dipinto che rimanda agli insegnamenti del suo maestro Boccaccio, come l’acquerello, dai toni chiari, Il Ferlaro e il quadro Angolo di campagna esposto nell’Accademia di Belle Arti di Parma, attribuito all’Alinovi (Guglielma Manfredi). Ispirato a Colorno è l’acquerello Case medioevali sulle rive del torrente Parma nelle vicinanze di Colorno. A Parma e provincia, dalla quale risulta non si allontanò mai, nacquero diversi lavori, tra i quali, esposti al Museo Lombardi di Parma, la bella tela (olio di cm. 33 x 47) Rocca di Fontanellato e l’acquerello di piccole dimensioni con il Palazzo ducale di Colorno e Il ponte sul Taro dove, in un’atmosfera luminosa, sperimentò una sicura tecnica nel rappresentare le arcate in prospettiva. Anche se la sua esistenza fu breve (morì a soli trentasette anni), la sua produzione fu intensa, assumendo sempre più un carattere locale: molti suoi lavori, come Ponte sul Naviglio e Borgo del Naviglio, mostrano suggestivi scorci della Parma scomparsa. I due dipinti Cortile dell’Abbazia di San Giovanni Evangelista verso Borgo Retto (olio su carta) e Case nell’isolato d’angolo fra via Verdi e via Affò (olio su carta), con l’acquerello Il Lago Santo parmense sono esposti nel Museo della Fondazione Cassa di Risparmio di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Stocchi, Diario del teatro ducale di Parma dal 1829 a tutto il 1840, I, Parma, 1841, 192; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 364; U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexikon der bildenden Künstler, I, 290; R. Buscaroli, in Dizionario biografico degli Italiani, II, 1960, 459; Negri, 1852 (edizione 1974); G. Copertini, 1971, 36-39; P. Ceschi, 1972, 75 (con bibliografia precedente); Martinelli Braglia, 1991, I, 246; Maria Luigia, Catalogo, 1992, 30; Città latente, 1995, 87; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 27 dicembre 1995, 5.

ALINOVI LUIGI, vedi ALINOVI GIUSEPPE

ALIOTTI ANTONIO
Parma 1470
È ricordato in un rogito del 14 maggio 1470: Maestro Antonio Aliotti, f.q. Signor Luchino, cittadino abitante nella vicinia di San Bartolomeo della Ghiaia. Ebbe bottega, dove esercitava l’arte di orefice, nella vicinia stessa. Risulta già morto in data 13 aprile 1491.
FONTI E BIBL.: Notaio incerto, Archivio Notarile, Parma; Rogito di Francesco Pelosi. Archivio Notarile, Parma; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 3.

ALIOTTI BARNABEOParma 1364
Notaio attivo a Parma nell’anno 1364.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 27.

ALIOTTI GIACOMO

 Parma 1449/1466
Orefice. Figlio di Luchino. Nel 1449 prestò con gli altri principali cittadini giuramento di fedeltà al duca Francesco Sforza e nel 1466 venne rimosso dall’ufficio di Anziano del Comune perché addebitato di negligenza. Dal libro di spese del canonico Antonio Oddi si ha che: Iacobus de Alleotii aurifex vicinæ Sancti petri parme debet dare pro pretio onziarum x gr. iij argenti diversis conditionibus prout in cedula sua et mea hic aposita die 17 augusti 1462, q. argentum capit in summa ll. xxvj, s. xij, d. x, nella partita contro. Debet abere pro calice j. argenti vid. onzearum 19 quati iij ad computum s. 38 pro qualibet onz. ad ligam parmes. capit. ll. xxxvij, s. viij, d. vj. Item pro ducat. 3 gr. j. auri pro deaurando dictum calicem ll. xiij, s. iij. Item pro manifactura dicti calicis ad computum s. 12 pro qualibet onzia capit, ratione facta die 22 decembris 1462 in summa ll. xvj, s. xvij. L’11 ottobre 1463 i nobili Giacomo e Nicolò, fratelli de Aliotij, cittadini abitanti nella vicinia di San Pietro, colla nobile Diamante de’ Rossi, già moglie del nobile e prudente Marco Aliotti, costituirono in loro procuratore Adone degli Aliotti, con diversi causidici parmigiani. In un rogito di Gaspare del Prato del 1464 l’Aliotti viene qualificato come orefice di professione e facoltoso cittadino.
FONTI E BIBL.: Rogito di Galasso Leoni, Archivio Notarile, Parma, Rogito di Gaspare del Prato; A. Pezzana, Storia di Parma, II, 142 e III, 264 e 8 dell’Appendice; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 1-2.

ALLEGRI ANDREA
Busseto 1894/1912
Cavaliere, Maggiore del 26° reggimento fanteria. Fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: In difficili circostanze di combattimento, diresse coraggiosamente l’azione del battaglione, sostenendo per due ore da solo l’attacco di forze superiori (Sidi Abdallah, Derna, 3 marzo 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

ALLEGRI ANTONIO
Correggio 30 agosto 1489-Correggio 5 marzo 1534
Pittore, deve il suo soprannome, il Correggio, alla cittadina ove nacque. Suoi genitori furono Pellegrino e Bernardina Piazzoli o degli Aromani. L’informazione lasciata dal Vasari, essere l’Allegri morto a circa quarant’anni, suffragata dal fatto che nel contratto di allogazione della Madonna di San Francesco, del 30 agosto 1514, egli è ancora assistito dal consenso paterno come si conveniva ad artista minorenne, porgeva l’attendibile ipotesi che data di nascita fosse il 1494. Senonché, dall’esame degli statuti di Correggio, A. Luzio trasse conclusioni che, contraddette da L. Testi ma accolte e precisate con largo consenso da A. Venturi, permisero di assumere come termine ante quem per la nascita del pittore il 10 agosto 1489. La biografia dell’Allegri non offre particolari ausili a intendere la storia spirituale dell’uomo e dell’artista. A parte i contratti di allogazione e le ricevute dei pagamenti, la documentazione rimasta riguarda la sua presenza in Correggio, in qualità di padrino a battesimi, di testimone ad atti notarili, di donatario in atti di donazione, o come parte in giudizi aventi per oggetto la difesa di interessi propri o della moglie o come acquirente di modesti appezzamenti di terreno. Nel 1520 sposò la sedicenne Girolama del fu Bartolomeo Merlini de’ Braghetis, uomo d’armi, la quale a sua volta compare in atti relativi ad assegni dotali. Il 15 maggio 1521 fu conferito dai benedettini a lui e alla sua famiglia il diploma di fratellanza della Congregazione Cassinese: concessione connessa alla vasta operosità dell’Allegri nel monastero di San Paolo e nella chiesa di San Giovanni Evangelista retti dall’Ordine benedettino. Il 3 settembre 1521 gli nacque in Correggio Pomponio Quirino, che pure fu pittore e che fu tenuto a battesimo dal celebre medico G. Battista Lombardi. Probabilmente nella primavera del 1523 prese alloggio in Parma con la famiglia. Il 15 febbraio 1525 fece da testimone a un atto notarile alla presenza di Veronica Gambara e di Manfredi, Signore di Correggio. Il 26 agosto dello stesso anno prese parte, insieme con altri quindici artisti, a una perizia relativa a opere di rafforzamento nella chiesa di Santa Maria della Steccata in Parma. Nacquero in Parma, rispettivamente il 6 dicembre 1524 e il 24 settembre 1526 le figlie Francesca Letizia e Caterina Lucrezia, una terza bambina, Anna Geria, nacque il 3 ottobre 1527. Nel 1529 perse la moglie. Dalla natura di tale documentazione (pubblicata in massima parte dal Pungileoni, integrata e riprodotta nella Storia dell’Arte del Venturi), dalla qualità delle persone che vi compaiono come legate all’Allegri per vincoli materiali e spirituali, possono trarsi indizi di una vita limitata bensì nell’orbita di un non vasto centro e attenta all’amministrazione di una modesta fortuna, ma certo illuminata dalla dimestichezza di uomini di dottrina e dalla protezione, forse anche dalla familiarità, dei signori di Correggio, il palazzo gentilizio dei quali sorse agli inizi del Cinquecento come prima affermazione in quella terra dei principi rinascimentali. Né spirava aura mediocre intorno all’alta cultura di Veronica Gambara, divenuta Signora di Correggio nel 1509. Tutto questo può indurre forse a imputare l’affermata meschinità (Vasari) della vita dell’Allegri a una distorta interpretazione della schiva semplicità di questo pittore grandissimo che in un silenzioso ambiente difese e maturò la sua prodigiosa realtà poetica. L’Allegri apprese certo i primi elementi dell’arte nella sua patria, ove tenevano bottega lo zio paterno Lorenzo e il cugino Quirino, pittori di modestissima fama, e ove, nel 1500, era a capo della consorteria dei pittori quell’Antonio Bartolotti, tradizionalmente ritenuto il primo maestro dell’Allegri, la cui opera sfugge all’indagine storica. È pure notizia tradizionale che l’Allegri abbia avuto a maestro il modenese F. Bianchi Ferrari, mentre l’accennato spostamento della data di nascita rese accettabile l’ipotesi di un contatto diretto col Mantegna, morto a Mantova nel 1506. Pare comunque certa la partecipazione (ancora negata, con altri, dal Berenson) agli affreschi della cappella funebre del Mantegna nella chiesa di Sant’Andrea, ove il giovane Antonio da Correggio, a detta del Donesmondi (Dell’Istoria ecclesiastica di Mantova, 1613-1616, II, 47), eseguì i Quattro Evangelisti nei peducci della volta. La presenza a Mantova è invece incontestata nel 1511, anno in cui la peste infieriva a Correggio. Al Mantegna era già succeduto come pittore di corte Lorenzo Costa. Per trovare una certezza documentaria all’indagine della formazione stilistica dell’Allegri bisogna giungere alla citata Madonna di San Francesco (Dresda), commessa nel 1514 per la chiesa di San Francesco in Correggio: grande tavola d’altare, di assoluta modernità per i rapporti tra le figure e lo spazio, anche se non mancano diverse citazioni da Mantegna, Costa, Leonardo e Raffaello. La carenza documentaria e le contrastanti sollecitazioni formali che operavano sull’attività giovanile dell’Allegri, ne hanno reso particolarmente insidioso il profilo critico: arricchito soprattutto dal Berenson, dal Morelli, dal Venturi e dal largo contributo del Longhi, esso non vanta ancora un’assoluta chiarezza. Tra le opere di meglio accertata individualità stilistica nel loro carattere genericamente emiliano, con chiare notazioni mantegnesche e in ipotesi anteriori alla Madonna di San Francesco, si citano qui le più note: Sposalizio di Santa Caterina già Frizzoni (New York, coll. Kress), Madonna tra angeli musicanti agli Uffizi, Sposalizio di Santa Caterina già nella raccolta Reisinger di Vienna (Detroit, Institute of Arts), Madonna con Santa Elisabetta (Filadelfia, coll. Johnson), Sacra Famiglia già Murray (Boston, coll. Brandegee), Natività Crespi a Brera. Sgorga dalla medesima esperienza della Madonna di San Francesco, la Madonna Bolognini del Museo civico di Milano, dalla quale non è lontano il Cristo giovane, già Kinnaird (New York, coll. Kress) segnalato dal Longhi al Ricci fin dal 1929, mentre in un gruppo di opere che il Longhi pone tra il 1514 e il 1517 l’Allegri si volge con ansia pungente verso nuovi mezzi espressivi saggiando i sentori leonardeschi (immancabili per la vicinanza topografica e l’imminenza politica di Milano) e le recenti esperienze raffaellesche (Santa Cecilia a Bologna, forse disegni dalla Madonna di Foligno, allora in questa città, incisioni del modenese Marcantonio Raimondi). Si rifanno a questo complesso clima spirituale l’estenuato raccoglimento del Congedo di Cristo dalla Madre (Londra, National Gallery), la chiusa contemplazione dei Quattro Santi (New York, Metropolitan Museum) e del Sant’Antonio Abate (Napoli, Museo di Capodimonte), la spregiudicatezza formale dell’Epifania di Brera e della Madonna di Helbrunn (Vienna, Museo), la composizione sinuosa della perduta Madonna di Albinea (copia a Parma), le indicibili raffinatezze cromatiche della Madonna Campori (Modena, Galleria Estense). Ma nella fase estrema di questo periodo, la dialettica creativa dell’Allegri volge, su equilibrati canoni, alla ricerca di quello che diviene il linguaggio più valido della sua poetica: la sensibilità dell’atmosfera a luci filtranti di sottobosco, la levità del chiaroscuro che avvolge la forma dai contorni fluenti e sembra toglierle la materialità del suo peso. La Madonna con Gesù e San Giovannino (Madrid, Prado) scopertamente denuncia la suggestione di Leonardo. La coerenza personale è invece perfetta nella Zingarella (Napoli, Museo di Capodimonte), capolavoro gentilissimo sviluppato da un lontano motivo del Mantegna. Un malaccorto restauro cancellò l’aggiunta autografa, d’altronde richiesta dalla narrazione del Vangelo apocrifo cui l’episodio si riferisce, della palma miracolosamente spiovente a proteggere quel divino riposo. Un’ultima fase delle ricerche luministiche giovanili, ormai orientate verso un più largo modulo, si coglie sia nel lentro ma sicuro emergere dal fondo buio del San Girolamo di Madrid (Accademia di San Ferdinando), sia nel deciso concretarsi delle forme nella Maddalena già Salting (Londra, National Gallery), nel Riposo nella Fuga in Egitto degli Uffizi, proveniente dalla chiesa di San Francesco in Correggio, e nella Sacra Famiglia di Hampton Court e della Galleria di Orléans. Si ritiene che tra il 1518 e il 1519, per suggerimento di Scipione Montino della Rosa, amatore d’arte e amministratore di Giovanna da Piacenza, nobile e colta badessa del monastero benedettino di San Paolo in Parma, sia accaduto il fatto cruciale della biografia dell’Allegri: la chiamata a Parma per decorarvi, in affreso, una sala appunto di quel monastero. Sala che, sottratta all’accesso del pubblico nel 1524 per nuovo rigore di disciplina claustrale, rimase ignorata fino al secolo XVIII. All’Allegri, sedotto alla ricerca di sottigliezze espressive, il nuovo assunto, dati gli scopi e la personalità della committente, proponeva una vasta decorazione parietale, nella tecnica rapida dell’affresco, con un intento celebrativo, in chiave umanistica: era inevitabile ch’egli se ne sentisse stimolato con maggiore urgenza verso il novus ordo, classico e monumentale, che già da oltre un decennio aveva cominciato a irradiarsi, attraverso tramiti molteplici, da Firenze, e più da Roma, per opera di Michelangelo e di Raffaello. E la frattura nello sviluppo stilistico dell’Allegri è parsa tanto viva da indurre una critica autorevolissima (Mengs, Venturi, Longhi) alla certezza, condivisa dai più, di un viaggio a Roma dell’Allegri, rimasto del tutto ignorato storicamente e negato in modo esplicito, sulla scorta delle notizie raccolte a Parma pochi anni dopo la morte del pittore, dal Vasari. Questi, infatti, proprio alla mancata comunicazione diretta con l’influenza, a un tempo esaltante e disciplinatrice, di Roma, attribuì, in sostanza, l’imperfetto adeguarsi dell’effusiva originalità dell’Allegri alla misura ideale. Alla notizia del Vasari, curiosamente volta da argomento di recriminazione di quella mancata disciplina a motivo di esaltazione di quella trionfale originalità, rimase fedele la ricerca erudita e critica dell’Ottocento, riecheggiata, con decisione polemica, in particolare da C. Ricci. La tesi romana, per la sua stessa posizione critica, si dichiara dunque brillante e illuminata, non tuttavia inevitabile. La frattura di cui si è detto, che esploderà con la prima cupola parmense, nella Camera di San Paolo si esprime nell’improvviso irrobustirsi del modulo formale nei putti (simili ormai a quelli della Madonna Sistina di Raffaello, allora a Piacenza) che compaiono, presi da giochi diversi, dagli ovati aperti nel verde sul cielo libero: essi costituiscono qui il corteggio di Diana, dea custode di castità, evocata, quasi genius loci, dalla mezzaluna araldica dello stemma della badessa. Ma nella partitura generale della decorazione, che muta l’intera volta in un pergolato prezioso di intrecci e di encarpi, l’Allegri risale ai motivi mantegneschi della Madonna della Vittoria e della cappella funebre di Mantova, fusi con l’esempio della Sala delle Asse nel Castello di Milano. E a quella elettissima sottigliezza commisura la sequenza delle lunette monocrome, di un classicismo tanto remoto da ogni suggestione monumentale che lo si direbbe vagheggiato sui preziosi reperti della glittica e della moneta antica. Forse non lontana di tempo dalla Camera di San Paolo è la Madonna della scala, affresco distaccato dalla porta orientale di Parma e poi collocato nella Galleria Nazionale di Parma. Può anche ritenersi di poco posteriore la ripresa dei temi patetici che presiedono al piccolo Matrimonio di Santa Caterina del Museo di Capodimonte a Napoli, considerato, non senza qualche superstite riserva, edizione originale di questa ripetuta figurazione, e il Noli me tangere del Prado. Intorno al 1519 il Longhi colloca il Ritratto da lui ritenuto di Veronica Gambara (Leningrado, Ermitage) e da lui rivendicato all’Allegri. L’attività dell’Allegri nel monastero benedettino di San Paolo iniziò dunque i fecondi e già accennati rapporti con quell’Ordine. Di poco dovette tardare l’allogazione degli affreschi per la chiesa di San Giovanni Evangelista, se per principio di pagamento delle pitture della cupola gli furono versati trenta ducati d’oro il 6 luglio 1520. I versamenti per tali pitture si conclusero il 28 luglio 1521 per un totale di centotrenta ducati d’oro. I compensi per la conca absidale (la capela granda) vanno dal 18 aprile al 19 maggio 1522 per un totale di sessantacinque ducati: essa si presume ultimata alla fine di ottobre dello stesso anno. Dal 20 gennaio 1523 al 23 gennaio 1524 si susseguono, per un totale di sessantasei ducati, i pagamenti per il fregio intorno alla navata centrale, le candeliere sui pilastri, et ogni altro loco: opere eseguite su disegni dell’Allegri quasi completamente da aiuti, tra i quali prevalente F. Rondani. Nella cupola, per la prima volta nell’arte italiana, ogni ripartizione architettonica o decorativa è abolita. La finzione pittorica apre lo spazio circolare sul libero cielo donde, nel cerchio degli apostoli sedenti sulle nubi, Cristo discende ad accogliere il santo esule di Patmos, che, dall’estremo lembo dell’isola, si affissa nell’ormai vicino Paradiso. L’adesione al clima eroico di Michelangelo giunge fino all’ardita innovazione iconografica della nudità per le figure degli apostoli, ma l’equilibrio instabile delle membra contrapposte, che bilancia sulle architetture simulate della Cappella Sistina gli Ignudi di Michelangelo, è qui volto a far partecipi del roteare dei cieli i mansueti giganti, tra corone di nubi. Di poco più tarde, come si è visto, furono le pitture dell’abside. Demolita nel 1587 per l’ampliamento della chiesa e poi ricostruita, essa reca la copia dell’intera figurazione originale, eseguita da C. Aretusi: una volta ancora l’Allegri aveva chiesto al Mantegna per questa sua Incoronazione il motivo dell’architettura vegetale. Furono preservate dalla distruzione le figure della Vergine e di Cristo; distaccate nel 1937 dal frammento di muro che le sorreggeva, esse sono oggi alla Pinacoteca di Parma. Si salvarono pure tre frammenti con teste angeliche, ora, fortemente deteriorati, alla National Gallery di Londra. L’osservazione ravvicinata, nonostante i danni del tempo e delle vicende, dà con l’Incoronazione l’emozionante misura dell’altissima efficacia spirituale e della probità tecnica di una pittura che non chiede indulgenza alla sua destinazione monumentale. Alla stessa atmosfera di spontanea felicità creativa appartiene il San Giovanni scrivente eseguito sulla lunetta della porta che si apre presso l’altare del transetto di sinistra, del quale i documenti non fanno cenno esplicito. A cagione delle vicende politiche e militari che profondamente turbarono in quel tempo la città, l’esecuzione degli affreschi di San Giovanni si protrasse più a lungo di quanto l’Allegri e i committenti desiderassero. Poterono perciò agevolmente interporsi alle varie fasi del lavoro i documentati nuovi impegni e le opere che per ragioni stilistiche la critica assegna a questo stesso periodo. In data storicamente non accertata ma che si suppone vicina al 1520-1521, l’Allegri dipinse il trittico dell’Umanità di Cristo per l’oratorio di Santa Maria della Misericordia a Correggio. Del pannello centrale (il Redentore) rimane una copia in Vaticano (in deposito presso il Collegio Etiopico). Risulta smarrito il laterale destro (San Bartolomeo). Alcuni critici identificarono il sinistro nel Battista già nella collezione Robinson di Londra, che il Venturi ritenne opera degli ultimi anni e che altri espungono dagli originali dell’Allegri. Il 14 ottobre 1522 A. Pratoneri commise all’Allegri per la propria cappella in San Prospero a Reggio Emilia una pala raffigurante la Natività (il documento originale, sottoscritto da Antonio Lieto da Correggio, si conserva nell’Archivio di Modena). Compiuta nel 1530, emigrò a Dresda dalla collezione estense insieme con la Madonna di San Sebastiano, la Madonna di San Francesco e la Madonna di San Giorgio per la vendita ad Augusto III nel 1746. Secondo una memoria già conservata nell’archivio del monastero di Sant’Antonio in Parma, e ora smarrita, nel 1523 Briseide Colla, moglie di O. Bergonzi, allogò all’Allegri la tavola con la Madonna e i santi Girolamo e Maddalena per la chiesa di Sant’Antonio ove l’opera venne collocata nel 1528. È la Madonna di San Girolamo, oggi nella Pinacoteca di Parma. Presumibilmente nel 1524, anno in cui, per contribuire a tale scopo, Cristoforo Bandini lasciò in testamento lire quindici imperiali, fu allogata la Madonna della scodella, anch’essa nella Pinacoteca di Parma, per la cappella di San Giuseppe, inaugurata nel 1530 nella chiesa del Santo Sepolcro della stessa città. Nessun documento soccorre per la datazione della Madonna di San Sebastiano (Dresda) eseguita per la Confraternita intitolata a quel santo, in Modena. Per la Madonna di San Giorgio, pure a Dresda, si ha un termine ante quem, giacché l’oratorio di San Pietro Martire, pure a Modena, per il quale fu eseguita, risulta compiuto nel 1532. In queste cinque pale, l’Allegri dà il supremo fiore di una pittura d’altare intesa a stabilire una commossa comunicazione tra il divino e l’umano. La Natività è l’opera famosa che, per aver rappresentato la scena in ambiente notturno rischiarato (secondo la narrazione dei Vangeli apocrifi) dal corpicino raggiante di Gesù, esempio tra i più precoci di luce innaturale, e, per l’alto valore poetico, il più stimolante all’imitazione, fu, per antonomasia, detta La Notte. Lo stesso tema, limitato agli elementi essenziali, si ritrova nella Madonna adorante, degli Uffizzi, analoga ricerca luministica compare nel Cristo nell’Orto già Wellington (Londra, Victoria and Albert Museum). Nella Madonna di San Girolamo, che rispetto alla Madonna di San Sebastiano segna una fase di perfetto equilibrio, la seduzione della grazia correggesca ha raggiunto tale livello da far crollare la bene assestata scala di valori dell’estetica classicista: si pensi al tu solo mi piaci mormorato al cospetto di quest’opera da quell’Algarotti che, affermando la supremazia assoluta di Raffaello, dichiarò non poter la decorazione scorciata nella finzione del cielo aperto, quale appunto le due cupole dell’Allegri, rappresentare al più che si possa dire una macchina di teatro e di opera in musica. A questo momento di suprema, delicata misura sembra da collegare il Matrimonio di Santa Caterina del Louvre, e la Santa Caterina leggente, di Hampton Court, mentre alla Madonna della scodella è vicina la Madonna del latte (Museo di Budapest). L’intimità poetica della Notte e della Madonna di San Girolamo, la tenera letizia che nella Madonna della scodella allaccia le figure su una duplice diagonale, cede il campo alla esteriorità sontuosa ed espansiva della Madonna di San Giorgio, vibrante di originalità decorativa e di ricchezza cromatica. Non si andrà lontani dal vero datando verso il 1524 la ripresa più convinta e sapiente di un tema prediletto prima degli impegni monumentali: quello della figura emergente dall’atmosfera boschiva. L’Educazione di Amore (Londra, National Gallery) ne reca una testimonianza che si ripete, con maggiore pienezza espressiva, nell’Antiope del Louvre. È generalmente attribuita una datazione di poco oscillante intorno al 1525, oltre che alla Madonna di San Sebastiano, a un gruppo di opere che, forse per le loro finalità meno impegnative, segnano un massimo di concessione a quella vena di gusto barocco avanti lettera che seduce talora l’Allegri verso la forma instabile e molle, verso una irrequietezza fine a se stessa, verso l’effusività espressiva portata a estremi e pericolosi limiti. Sarebbe forse arbitrario valersi del più o meno rilevante affiorare di tale gusto come rigido criterio cronologico, tanto intima è la sua appartenenza al temperamento dell’Allegri. Sta di fatto che esso appare più evidente negli affreschi ultimi (1523-1524) di San Giovanni, pennacchi e sottarchi, ma non va taciuto altresì che analoghi abbandoni si riscontrano allo scoperto nei sottarchi della cupola del Duomo, ossia verso il 1530. Si raccolgono dunque all’insegna succitata il sottarco della Cappella Del Bono in San Giovanni Evangelista, in gran parte eseguito da un aiuto su disegno dell’Allegri, e i due laterali della stessa cappella, oggi nella Galleria di Parma: il Martirio dei quatto santi, in cui si fondono sconcertanti ardimenti con una qualità pittorica di stupefacente bellezza, e la Deposizione. Si collegano a questo orientamento la Madonna della cesta (Londra, National Gallery), l’Ecce Homo (Londra, National Gallery), la Cattura di Cristo (rarità iconografica per la scelta dell’episodio del giovane ignudo fuggente, Marco, XIV 51; nota attraverso numerose copie: il presunto originale della collezione von Frey di Parigi comparve alla mostra parmense del 1935) e, in sede monumentale, l’Annunciazione, affresco distaccato dalla chiesa dei Padri dell’Annunciata di Parma, ora nella Galleria di quella città. Recano la data del 1528 le due tempere (San Giuseppe e Ritratto di donatore, Napoli, Capodimonte) tratte da F. Bologna, con l’attribuzione all’Allegri, dai fondi farnesiani. È del 3 novembre 1522 il contratto di allogazione degli affreschi della cupola e del presbiterio del Duomo di Parma, per mille ducati d’oro, cui se ne aggiunsero cento per la spesa dell’oro. Il 29 novembre 1526 risulta eseguito il primo quarto del lavoro. Il 17 novembre 1530 l’Allegri fu pagato per il secondo quarto: ossia la cupola era finita. La terza e la quarta rata avrebbero dovuto corrispondere alle pitture del presbiterio alle quali l’Allegri non pose mano. Di genialità ardita e nuovissima fu il partito decorativo che l’Allegri ideò per la grande opera. Dovendosi raffigurare l’Assunzione della Vergine, egli dette al poligonale tiburio romanico l’immaginaria funzione di balaustra del sepolcro di Maria intorno al quale gli apostoli assistono al miracoloso transito. A sommo della balaustra, una corona di adolescenti brucia incensi secondo una trionfale fantasia pagana che risale al Mantegna. Le gerarchie dei patriarchi e dei santi, bene ordinate sui troni di nuvole nella tradizione figurativa del Paradiso, sembrano qui travolte dal roteare dei cieli, affollati a perdita d’occhio intorno all’imminente incontro di Cristo e della Vergine che sale trasportata da un tripudio di angeli in volo. L’ardita concezione, che nella cupola di San Giovanni aveva portato ad annullare i limiti architettonici, qui si conchiude: la figura corporea non incombe dall’alto, ma seconda l’ascesa illimitata dello spazio. L’immenso, coraggioso fervore innovativo e l’immensa bravura rivelati da quest’opera che anticipa di un secolo il barocco, non furono subito capiti. Ma l’opera famosa nutrì per due secoli del proprio esempio la decorazione monumentale europea. Da una nota di spese dell’archivio Gonzaga risulta che l’Allegri aveva già ricevuto un pagamento dal Duca di Mantova nel 1530, anno dell’incoronazione di Carlo V a Bologna, della sua duplice visita a Mantova e della imperiale concessione del titolo di duca a Federico II Gonzaga. Tale circostanza induce a credere che fin da quell’anno l’Allegri fosse incaricato dal Duca di eseguire quelle tele raffiguranti gli Amori di Giove che, secondo la notizia vasariana, egli aveva destinato in dono all’Imperatore. Le tele di questo ciclo, confusamente indicate dal Vasari, sono le seguenti: la Io e il Ganimede del Kunsthistorisches Museum di Vienna, la Danae nella Galleria Borghese di Roma, la Leda (testa rifatta) nel Keiser Friedrich Museum di Berlino. Quanto all’Antiope del Louvre, che per il soggetto appartiene allo stesso ciclo, ma che per lo stile, come si è accennato, sembra denunciare una data anteriore, essa non partì per la Spagna, ma si distaccò dalla collezione dei Gonzaga soltanto nel 1628 per la vendita a Carlo I d’Inghilterra. Il clima della favoleggiata seduzione amorosa fu certo il più propizio così alla tenera poesia dell’Allegri, come alle scaltrite dovizie di una tecnica volta alla resa della morbidezza tattile e della grazia preziosa. Di tale intima concordia si alimenta la perfetta coerenza di queste ultime opere che non patiscono la minima incrinatura tra contenuto e forma. È forse la elettissima parsimonia figurativa della Danae a concludere la gloriosa vicenda della pittura correggesca. Vicenda che traccia una traiettoria compiuta, anche se una morte prematura colse l’Allegri verso i 45 anni in Correggio. Egli fu sepolto nella chiesa di San Francesco, con modeste esequie, in una tomba che fu manomessa nel 1641. Dopo la morte del pittore, Federico II Gonzaga chiese (12 settembre e 17 ottobre 1534) ad Alessandro Caccia, Governatore di Parma, di adoperarsi per la restituzione da parte degli eredi di un anticipo di 50 ducati fatto all’Allegri o per la consegna dei cartoni degli Amori di Giove, in caso di inadempienza. Dal carteggio che ne seguì non è dato accertare l’esito della richiesta ducale. Tuttavia occorre rammentare che nell’inventario compiuto dopo la morte di Isabella d’Este (1540) delle robbe trovate nell’appartamento di lei, in Corte Vecchia a Mantova, figurano due quadri di mano dell’Allegri, L’Istoria di Apollo e Marsia e le Tre Virtù, forse identificabili, per una errata interpretazione dei soggetti, con le due tempere del Louvre, il Vizio e l’Allegoria della Virtù (cui si collega la discussa replica incompiuta della Galleria Doria a Roma), non esenti dal sospetto di un compimento dovuto ad altra mano. Intorno all’aspetto fisico dell’Allegri, del quale il Vasari inutilmente ricercò il ritratto, molte sono state le indagini e le congetture (R. Finzi). Non è rimasta senza credito l’ipotesi che il ritratto virile, già nella collezione di Lee Richmond (oggi proprietà Butler, Londra) sia un autoritratto eseguito negli ultimi anni. L’Allegri ignorò l’uso di una collaborazione di scuola che entrasse nel vivo dell’opera sua e perciò non ebbe allievi nel vero senso della parola: il figlio Pomponio aveva solo tredici anni alla sua morte e i pittori operosi in Parma a mezzo il Cinquecento raccolsero la sua eredità dalla mediazione del Parmigianino, che ebbe prevalente e decisiva importanza per tutto il manierismo italiano. Soltanto il coetaneo F. Rondani raggiunse un intimo contatto con i suoi modi, perché traduttore dei suoi disegni per il fregio della navata centrale nella chiesa di San Giovanni. Non si ebbe dunque, alla morte dell’Allegri, l’immediata diffusione di un correggismo di prima mano. Schietta e scoperta accoglienza dell’umanissima arte dell’Allegri si ebbe piuttosto a Bologna al tramonto del manierismo, quando i tempi erano maturi per la riforma dei Carracci. E dall’Emilia, il linguaggio dell’Allegri fluì poi, quale vena copiosa, nella grande corrente barocca, né lesinò seduzioni allo squisito rococò. L’estimazione dell’Allegri, se pure ancora circoscritta, dovette essere altissima già nel quarto decennio del Cinquecento, giacché il Vasari, primo biografo, dopo avere definito l’Allegri grandissimo ritrovatore di qualsivoglia difficultà delle cose e avergli dato il vanto così di iniziatore in Lombardia della maniera moderna come di pittore insuperabile per gli scorci, per il colorito, per la vaghezza, afferma che tra gli uomini eccellenti nell’arte nostra è ammirata per cosa divina ogni cosa che si vede di suo. I riconoscimenti essenziali risultano così posti dalla critica del Vasari il quale tuttavia pose anche la riserva che si è vista: l’Allegri non fu altrettanto eccellente nel disegno, il che in sostanza significava denunciare la mancanza di un preordinato canone teoretico di origine classicista. Ma via via che si faceva più vasta l’accoglienza dell’arte dell’Allegri, si alzò il tono della critica: l’idea di un primato assoluto si afferma nello Scannelli (Microcosmo della pittura, Cesena, 1657) e nello Scaramuccia (Le finezze dei pennelli italiani, Pavia, 1674). Nel Settecento l’ammirazione dell’Allegri si fece esaltata. Essa diede il tono a buona parte della critica aulica, stimolò un’attivissima ricerca storica locale che sboccò nelle raccolte di notizie del Ratti e del Tiraboschi e alimentò il fanatismo del padre Sebastiano Resta. Toccò ad A.R. Mengs portare lo studio dell’Allegri sul piano di una equilibrata e illuminata critica stilistica. Gli inizi del secolo XIX videro la commossa comprensione dei romantici (A.W. Schlegel, Stendhal) e, in sede storica, la vasta opera di L. Pungileoni, ma tornò a serpeggiare, con mutati aspetti, l’antica riserva nella critica di carattere contenutista. Nel 1871 si giunse alla prima monografia, nel senso moderno della parola (Meyer), a cui seguirono, dopo un ulteriore apprestamento di materiale storico, contributi particolari, volti a documentare lo stile giovanile dell’Allegri: periodo intenso di studi parziali che via via si raccolsero nelle monografie del Ricci, del Thode, del Gronau, del Venturi e nelle notazioni del Berenson. Ricerca vasta e impegno critico massimo, senza che si sia giunti ancora a ricostruire in modo del tutto soddisfacente lo sviluppo stilistico dell’Allegri. Ne sono riprova le istanze per una revisione delle opere giovanili (Bodmer) e il felice impegno del Longhi alla loro cronologia. Per l’opera critica successiva, fondamentale per una compiuta interpretazione artistica e umana dell’Allegri, si rimanda direttamente alle segnalazioni prodotte in bibliografia.
FONTI E BIBL.: In occasione del IV centenario della morte del Correggio (1934) fu edito a cura dell’Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte (Roma) il volume di S. de Vito Battaglia, Correggio, Bibliografia, con prefazione di C. Ricci. Dei vari contributi menzionati in ordine cronologico, vi si trova un breve riassunto. Diamo qui tuttavia la citazione diretta di tutte le opere di essenziale portata. G. Vasari, Vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, Firenze, 1550, parte III, 581-585; G. Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze, 1568, parte III, vol. I, 16-19; A. R. Mengs, Opere, a cura di G.N. D’Azara, Parma, 1781, I, passim e II, 135-190; C.G. Ratti, Notizie storiche sincere intorno la vita e le opere del celebre pittore Antonio Allegri da Correggio, Finale, 1781; G. Tiraboschi, Notizie dei pittori, scultori, incisori e architetti natii degli Stati del Serenissimo Duca di Modena, Modena 1786, 22-90; L. Pungileoni, Memorie storiche di Antonio Allegri detto il Correggio, 3 voll., Parma, 1817-1821; G. Campori, Lettere artistiche inedite, Modena, 1866, passim; J. Meyer, Antonio Allegri detto il Correggio, Leipzig, 1871; I. Lermolieff [G. Morelli], Die Galerien Roms, I, in Zeitschrift für bildende Kunst X 1875, 330-333; Q. Bigi, Della vita e delle opere certe ed incerte di Antonio Allegri detto il Correggio, Modena, 1881; I. Lermolieff [G. Morelli], Kunstkritische Studien über Italienische Malerei. Die Galerien zu München und Dresden, Leipzig, 1891, 67 s., 194-217 e 369; C. Ricci, Antonio Allegri da Correggio, London, 1896; H. Thode, Correggio, Bielefeld und Leipzig, 1898; I. Strzygowski, Das Werden der Barok bei Raphael und Correggio, Strassburg, 1898, 87-135; B. Berenson, The study and criticism of Italian Art, London, 1901, 20-45; T. Sturge Moore, Correggio, London, 1906; B. Berenson, North Italian painters of the Renaissance, New York-London, 1907, 131-143; G. 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ALLEGRI BERNARDINO, vedi ALLEGRI PIETRO PAOLO

ALLEGRI ENRICO
Parma prima metà del XIX secolo
Pittore, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 3.

ALLEGRI FERDINANDO
Vidalenzo 22 gennaio 1846-Busseto 15 gennaio 1907
Compì gli studi ecclesiastici nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino, dov’era entrato nell’ottobre del 1856. Ordinato sacerdote dal vescovo di Parma, Felice Cantimorri, vacando la cattedra episcopale borghigiana, fu, poco dopo, inviato curato a Vidalenzo. Nominato nel 1873 parroco di Coduro, resse quella parrocchia per due anni, passando quindi arciprete a Zibello, e infine, nel 1898, prevosto a Busseto. Sacerdote dinamico, molto attivo e zelante nell’esercizio del ministero pastorale, allargò via via la cerchia della sua operosità: si dedicò, in diocesi e altrove, alla sacra predicazione acquistando fama di oratore distinto. Entrò a far parte di pubbliche amministrazioni, nelle quali portò il contributo della sua esperienza, tenne la soprintendenza di scuole e fu instancabile e premuroso verso quanti ricorrevano a lui per aiuto morale e materiale. Va pure segnalato il contributo che l’Allegri portò nella fondazione di una società di mutuo soccorso tra i sacerdoti e nel riattivare al culto il Santuario di Madonna dei Prati, organizzando al tempio della Vergine numerosi pellegrinaggi.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 16.

ALLEGRI GIUSEPPINA, vedi TASSONI GIUSEPPINA

ALLEGRI ILARIO
San Secondo 1737/1758
Nel 1737 ricoprì l’ufficio di commissario feudale di San Secondo. L’Allegri l’8 aprile 1758 fece richiesta di cittadinanza parmigiana, che gli fu concessa il 20 giugno dello stesso anno.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 23 novembre 1998, 13.

ALLEGRI LINDA
San Secondo 11 aprile 1857-

 Soprano. Studiò canto alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1874 al 1878. Debuttò a Mantova al Teatro Sociale nel Carnevale 1878-1879 in Aida e Promessi Sposi di Ponchielli. A Parma fu udita il 29 giugno 1878 in un concerto vocale al Teatro Reinach. Si esibì poi a Voghera (1879), Milano e Corfù (1880). Nel 1880 si ritirò dalle scene.

FONTI E BIBL.: Alcari; Amadei; Dacci; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 10 gennaio 1982, 3.

ALLEGRI PIETRO PAOLO
San Secondo 4 giugno 1741-Parma 15 agosto 1815
In Busseto professò la Regola francescana il 9 gennaio 1764, assumendo il nome di Bernardino. Scrisse: Modo pratico, breve e facile per fare la Santa Via Crucis, ricavato da un’Appendice delle Stazioni, che i PP. Osservanti presentarono al Pontefice in un Capitolo Generale celebrato in Roma. Del P. Fr. B.o da S. S.do M. O. 1777 e Origine della Corona delle sette allegrezze di M. V. SS.ma. Divozione mirabilmente introdotta nell’Ordine dei Minori della Regolare Osservanza da Essa Vergine per mezzo d’un suo divoto; approvata da’ Sommi Pontefici e condecorata dai medesimi dell’Indulgenza Plenaria. Aggiuntovi in fine il modo di recitarla. Estratta dagli Annali dell’Ordine da un Religioso del medesimo Istituto l’anno 1778 (ms. in Archivio provinciale francescano).
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 266-267.

ALLEGRI POMPONIO QUIRINI
Correggio 3 settembre 1522-Parma 1594
Pittore, figlio di Antonio. Per la sua illustre ascendenza non gli mancarono lodi e commissioni, tra cui la decorazione a fresco, ora scialbata, della cappella del Corpus Domini in San Quirino a Correggio, ma prese a dipingere assiduamente solo quando, sperperate le proprietà paterne, si stabilì a Parma, ove affrescò, tra il 1560 ed il 1562, il Mosè sul Sinai nel transetto superiore destro della Cattedrale e, circa nello stesso tempo, la seconda crociera nella nave minore a sinistra, che è poi un modesto lavoro decorativo. Delle molte altre opere eseguite per conto del Comune e delle fabbricerie, si ricordano: la Madonna della sanità nella chiesa della Trinità di Parma, la Madonna col Bambino e Santi nella Pinacoteca Nazionale di Parma, ma proveniente dalla chiesa di San Quirino, la Madonna col Bambino e San Giovannino, nella Pinacoteca Nazionale di Parma, ma già nella chiesa di Sant’Alessandro, e un’altra ricavata dalla Madonna del latte del Correggio, a Budapest, ma arida nel colore e tozza nei putti che si abbracciano, come nel dipinto posteriore della Pinacoteca di Brera a Milano. La sua opera migliore, se l’attribuzione è esatta, è certamente l’Abbondanza nell’Accademia di Belle Arti di Ravenna, nella quale prevale un eccezionale ritmo manieristico, ispirato, più che al Parmigianino, al Bertoja. L’Allegri non intende l’originale valore dell’opera paterna. Le sue figure, quando non sono un coacervo di reminiscenze e motivi del padre Antonio, di artisti locali e di Giulio Romano, annegano in un cromatismo basso, fumoso, lontano dai valori costruttivi del Correggio, volto alla inversione dello sfumato leonardesco d’ombra in quello di luce. Né l’Allegri penetra l’arte di Leonardo, che tutto condiziona all’ambiente: forma, vita, moto.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, Pomponio Allegri, in Bollettino d’arte, X, 1931, 337-356 (con bibliografia precedente); Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1934, 91; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 56, 86 s., 268; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti, Parma, 1948, 61, 79 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, La Galleria Nazionale di Parma, Bologna, 1956, 21, 25; I. Faldi, La quadreria della Cassa depositi e prestiti, Roma, 1956, 11; U. Thieme-F. Becker, Allgemeines Lexikon der bildenden Künstler, I, 307 s.; Enciclopedia Italiana, Appendice I, 87; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana, 38; A.O. Quintavalle, in Dizionario Biografico degli Italiani, 1960, 490; R. Pico, Appendice di varj soggetti Parmigiani, 1642, 153; G. Tiraboschi, Biblioteca modenese, VI, 230, 231, 290, 291; L. Pungileoni, Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio, Parma, 1817-1821, I, 128, 261 bis, 272, II, 262-270, III, 60-62; P. Zani 1817; P. Orlandi, 329; S. Ticozzi, 8-9; C. Ruta; C.G.C. Ratti, Notizie storiche sincere intorno alla vita e alle opere del celebre pittore Antonio Allegri da Correggio, Finale, 1780; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle arti parmigiane, IV, cc. 5-11; La Pinacoteca e la Villa Lochis, Bergamo, 1858, 69; G. Campori, Lettere artistiche, 280; C. Malaspina, Nuova guida di Parma, Parma, 1869, 28 e 87; La pittura in Italia, 622; G. Bertini, La Galleria, 268 n. 874; M. Tanara Sacchelli, Sulla presunta attribuzione di una Madonna col Bambino in gloria a Pomponio Allegri, in Aurea Parma 1992, 248-250; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 302-304.

ALLEGRI RAOUL

 Parma 1905-Parma 1969
Fu rigoroso docente e divulgatore dell’arte e appassionato cultore degli studi artistici locali. Seguì brillantemente i corsi dell’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma diplomandosi con onore nel 1927 in decorazione murale, pittorica e plastica sotto la guida di insegnanti come Carlo Baratta e Daniele Strobel. Nel 1928 aprì lo studio Allegri Pubblicità in via Vittorio Emanuele 133 a Parma, e sviluppò il massimo impegno pubblicitario fino al 1938. Tra le sue creazioni di quel periodo si ricordano annunci per Borsari, etichette per la OPSO, manifesti per VOV Pezziol, Calzature Zanlari, numerosi annunci per conserve di pomodoro, per lo più realizzate dall’officina Fratelli Zafferri, con cui mantenne uno stretto rapporto di collaborazione. Il 6 ottobre 1930 l’Allegri realizzò il cartello Le migliori paste, col primo piano di un negro che divora degli spaghetti, parodia del film Il cantante di jazz, in tono con le squillanti cromie futuriste, acquistato direttamente da Zafferri e poi, da questi, personalizzato per Barilla. A lui sono attribuiti altri due manifesti per il Pastificio Barilla dei primi anni Trenta: Uovo cameriere e Cinese con pastina glutinata. Come divulgatore e storico dell’arte locale lasciò saggi critici e recensioni pubblicate nelle riviste Aurea Parma e Parma per l’Arte del cui comitato fu animatore e Presidente.
FONTI E BIBL.: P. Tagliavini, Raoul Allegri, in Aurea Parma 53 (1969), 79-80; M. Turchi, Ricordo di Raoul Allegri, in Gazzetta di Parma 11 febbraio 1969; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 10; Barilla. Cento anni di pubblicità, 1994, 421.

ALLEGRI VITO

 San Secondo Parmense 4 aprile 1870-San Secondo Parmense 11 febbraio 1937
Si iscrisse alla Regia Scuola di musica di Parma in violoncello per poi passare al contrabbasso. Si diplomò nel 1888. Fece con questo strumento una eccezionale carriera in Italia e all’estero. Fu il primo contrabbasso del Metropolitan di New York prima e della Scala di Milano poi. Dal 1912 al 1914 insegnò al Conservatorio di Parma. Suo nipote fu il compositore Vito Frazzi, che proprio da lui prese il nome.
FONTI E BIBL.: San Secondo, 1982, 59; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 79.

ALLINI FELICE
Parma prima metà del XIX secolo
Calcografo, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, IX, 3.

ALLODI ANGELO MARIA GIOACHINO
Parma 20 marzo 1787-Parma 22 luglio 1842
Giovanetto esercitò l’arte dell’orologiaio, poi, mortogli il padre nel 1816, si dedicò alla calcografia. Lavorò a lungo nello studio di Paolo Toschi. Morì dopo aver sofferto i più penosi eccessi di una lunga malattia.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 17.

ALLODI BRUNO
Calestano 1 luglio 1915-LondraFisarmonicista.

Allievo di Francesco Marmiroli, svolse attività in locali da ballo nella provincia di Parma. Nel 1946 si trasferì a Londra dove, oltre a continuare nell’attività strumentale, si dedicò al restauro e alla riparazione degli strumenti, aprendo una catena di fortunati esercizi.

FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALLODI ELSA
Treia 10 marzo 1905-Genova 25 settembre 1965
Figlia e allieva di Eurialo. Riuscì concertista di indubbio valore e come tale fu giudicata nei convegni delle migliori società di concerti e quartettistiche d’Italia. La sera del 7 gennaio 1913 nella Sala Verdi del Regio Conservatorio di Parma diede un concerto per violino suscitando, per la precisa intonazione, per l’esattezza del ritmo e del disegno melodico, un entusiastico successo.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 11.

ALLODI EURIALO
Sorbolo 10 agosto 1867-Parma 5 giugno 1919
Studiò violino col maestro Ferrarini nella Regia Scuola di musica di Parma, diplomandosi con la lode e il secondo premio del Lascito Barbacini il 24 luglio 1885. Fu un eccellente violinista e fece una buona carriera come strumentista prima e come docente poi. Insegnò a Ferrara, a Treia, a Ostiglia e a Tortona. In quest’ultima città visse molti anni e vi esercitò anche come maestro di Cappella, direttore dell’Orchestra (1904), maestro della Banda, organista e insegnante di violino, piano e altri strumenti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 11; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 86.

ALLODI GIOVANNI MARIA
Parma 5 ottobre 1802-Parma 13 aprile 1884
Fece gli studi nel Seminario di Parma, fu lettore di Teologia per oltre quarant’anni, e divenne Professore emerito di Teologia morale e dogmatica nel Regio Ateneo di Parma. Fu anche Professore di Teologia nel Seminario di Parma, Dottore collegiale, Canonico, Arcidiacono del Capitolo della Cattedrale, Prelato domestico e Archivista capitolare. La sua attività di insegnante si svolse tutta durante il periodo turbolento del Risorgimento italiano. Fu sempre presente e di aiuto nelle difficili situazioni in cui si vennero a trovare i vescovi di Parma, obbligati a difendere i loro diritti contro le sopraffazioni di parte. Nel 1864 fu, per questo motivo, apertamente accusato di essere un reazionario. La sua vita fu interamente consacrata agli studi: fu considerato uno dei migliori latinisti del tempo, di gusto ed eleganza notevoli e rari, e si distinse pure nelle scienze teologiche (in particolare per lo studio dei Padri antichi e dei grandi teologi del Medioevo), nella storia patria e nei classici. Il suo nome è legato all’opera Serie cronologica dei Vescovi di Parma, in due volumi: opera pregevole, che raccoglie la cronaca riguardante la Chiesa parmense dal suo sorgere fino alla metà dell’Ottocento, valorizzando l’Archivio del Capitolo, da cui trasse preziose notizie. Questi volumi ebbero quattro edizioni: la prima stampata nel 1833, la seconda nel 1842, la terza, molto più ampia, nel 1856, la quarta, anastatica, nel 1981. L’Allodi ebbe anche il merito di avere raccolto cenni sui principali avvenimenti civili della Provincia parmigiana inquadrando le figure dei vescovi di Parma nella luce del loro tempo. L’Allodi ebbe inoltre il grande merito di avere curato nel 1853 la preziosa edizione dell’Opera omnia di San Tommaso d’Aquino, su quella uscita a Parigi nel 1843 per opera del Migne.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 3-4; I. Dall’Aglio, Seminario di Parma, 1958, 158-159; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 18; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, 1981, I, I; G. Marchi, Pietro Fiaccadori, 1991, 46.

ALLODI ILARIO VINCENZO FRANCESCO
Parma 5 luglio 1779-post 1831
Risulta battezzato nella Parrocchia di San Giovanni Evangelista, con il nome di Hilarius Vicentius Franciscus, figlio di Giovanni Maria, orologiaio, e di Paule Rivara (nel Registro dei Battesimi presso il Vescovado di Parma, il cognome ha una sola elle, mentre in seguito l’Allodi si firmerà con due elle). Nel 1814, durante il governo francese, si occupò della manutenzione degli orologi dei Palazzi Imperiali di Parma e di Colorno, incarico che conservò fino agli ultimi mesi del 1831, poiché nel dicembre di quell’anno fu sostituito da Antonio Allodi, probabilmente suo figlio. Alla Corte di Maria Luigia d’Austria l’Allodi assunse il titolo di Capo orologiaio insieme a Paolo Lusetti, orologiaio a Parma, Pietro Piazza, orologiaio a Colorno, e a Giuseppe Degli Alberi, orologiaio a Sala Baganza. Nel 1829 l’Allodi percepì per la cura e la manutenzione degli orologi dei Palazzi Ducali Lire nuove di Parma 800 annue. Negli Inventari dei Reali Palazzi di Parma del 1861 (Archivio di Stato di Parma), numerosi sono gli orologi a firma Ilario Allodi acquistati dall’Amministrazione della Casa Ducale. L’Allodi fornì inoltre alla duchessa Maria Luigia orologi da tasca e da tavolo provenienti dalla Francia. Egli firmò un orologio tipo Calvario e un orizzontale accostato a una croce. Al 1810 data invece il restauro del planisferologio del Facini, oggi nei Musei Vaticani. L’Allodi fu uno dei pochi maestri italiani capaci di fabbricare pendole con il gusto e la tecnica incomparabili della scuola francese. Un esemplare di proprietà dell’Amministrazione provinciale di Parma è in bronzo dorato, del periodo Impero, con linea classica a quattro colonne laterali e parti realizzate mediante fusione a cera perduta, interamente rifinito e cesellato a mano, con doratura ottenuta con procedimento al mercurio originale. Sul quadrante di smalto candido, con cifre romane ben dimensionate, è posta la firma del costruttore. Il meccanismo, originale d’epoca, è del tipo detto di Parigi, munito di suoneria delle ore e delle mezze, con otto giorni di carica. Le parti principali risultano marcate e siglate. Sulla pendola, eseguita con tecnica ineccepibile, sono impressi il sigillo C.R. (Casa Reale) e l’emblema della corona borbonica. La platina anteriore è punzonata GAY. Da ciò si può desumere che l’Allodi sia stato allievo di Joseph Gay, orologiaio di re Vittorio Amedeo di Savoia alla fine del Settecento in Torino.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia, bb. 39, 47, 97 e 110; E. Morpurgo, Dizionario degli orologiai italiani, 1974; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3; M.L.H., in Le regge disperse, 1981, 184-185.

ALLODI LEONE, vedi ALLODI PIETRO

ALLODI PIETRO
Parma 16 settembre 1841-21 aprile 1914
Nato dai nobili Antonio e Ermelinda Pasini, e battezzato nel Battistero di Parma. Frequentò l’Abazia di San Giovanni Evangelista di Parma. Sentì la vocazione benedettina ed entrò nel Noviziato a Subiaco: partì da Parma il 28 dicembre 1856, giunse a Subiaco il 5 gennaio 1857, e là, il 15 gennaio, festa di San Mauro, prese l’abito di probando, entrando poi nel Noviziato canonico il 13 novembre 1857, per emettere la prima Professione religiosa l’8 dicembre 1858 e quella solenne l’8 novembre 1868. Venne ordinato sacerdote il 6 dicembre 1868, e assunse il nome di Leone. Quando nel giugno 1873 la legge sulla soppressione delle Congregazioni religiose fu estesa anche alla Provincia di Roma, l’Allodi fu nominato dal Governo, Sopraintendente dei Monasteri di Santa Scolastica e Santo Speco (25 aprile 1874), dichiarati monumenti nazionali. Immane fu l’attività da lui svolta nei ricchissimi archivi sublacensi, di cui l’Allodi fu geloso custode, sapiente ordinatore e diligente studioso. Fu membro della Società Romana di Storia Patria. Frutto delle sue pazienti ricerche sono parecchi volumi, alcuni dei quali editi, altri inediti. Pubblicò: Il Regesto sublacense dell’undicesimo secolo (1855), Documenta chartacea archivi Sublacensis (1887), Codice diplomatico del Proto-cenobio di Subiaco (1887), Catalogo descrittivo dei codici dell’archivio sublacense (1902), Catalogo delle edizioni del secolo XV e dei primi venti anni del secolo XVI, esistenti nella biblioteca del monastero di Santa Scolastica di Subiaco (1903). Rimase in carica fino all’8 maggio 1910, quando diede le dimissioni. Papa Pio X lo nominò Abate titolare di Santa Maria di Monte Mirteto (diocesi di Viterbo).
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dictionnaire international des écrivains du monde latin, Florence, 1903, 22; C. Frati, Bibliotecari, 1934, 16; P. Lugano, in Rivista Storica Benedettina IX, 1914, 297-299; EBCU, 1978, 45.

ALLODI UMBERTO
Felino 6 luglio 1922-La Spezia
Fratello di Bruno, iniziò a studiare la fisarmonica a dieci anni con Francesco Marmiroli. Diventò un famoso concertista e lavorò in Italia e all’estero. A Londra vinse il campionato del mondo di questo strumento. Ritiratosi dalle scene, si dedicò all’insegnamento alla Spezia, dove per un quarantennio impartì lezioni di fisarmonica, chitarra e organo. Fu docente alla Scuola comunale di musica di Carrara. Con i suoi allievi costituì un’orchestra di fisarmoniche, con la quale dette numerosi concerti.
FONTI E BIBL.: B / S, 76-77; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALMAGNI TOGNINO
Parma seconda metà del XV secolo
Architetto civile operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, II, 12.

ALMANSI DANTE
Parma 1877-Roma 1949
Laureatosi in legge, intraprese subito la carriera amministrativa di pubblico funzionario raggiungendo i più alti gradi della gerarchia. Uomo di vari interessi e di molta cultura, fu prefetto a Caltanissetta, Avellino, Massa Carrara, Reggio Emilia e Macerata, commissario del Comune di Napoli, vice capo della polizia all’epoca del delitto Matteotti, capo gabinetto del Ministero delle Finanze quando era titolare del dicastero Jung, consigliere e poi presidente della Corte dei Conti. Colpito dalle leggi razziali fasciste, lasciò spontaneamente la carica per evitare l’umiliazione della destituzione. Fu presidente dell’Unione tra le comunità israelitiche d’Italia fino al 1944 e in tale veste, nel periodo dell’occupazione nazista di Roma, egli dovette trovare e consegnare ai tedeschi 50 chili d’oro, di cui Kappler gli aveva chiesto l’immediata consegna nel giro di poche ore, pena lo sterminio degli Ebrei della capitale. Emigrò poi in America stabilendosi per qualche tempo a New York. Tornò infine in Italia, e poco dopo morì.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 12.

ALMIRANTE GIORGIO
Salsomaggiore 27 giugno 1914-Roma 22 maggio 1988
L’Almirante nacque dietro le quinte di un teatro e respirò fin da giovane l’atmosfera del palcoscenico, giacché suo zio, Luigi, faceva l’attore, proseguendo una tradizione familiare piuttosto antica. Dopo essersi laureato in Lettere e avere insegnato greco e latino nei licei, passò al giornalismo. Fu assunto come redattore dal quotidiano di Roma Il Tevere di Telesio Interlandi, segnalandosi per una serie di articoli antisemiti. Nel 1940 andò in Africa come corrispondente di guerra, guadagnandosi la croce di guerra al valor militare. Dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica sociale italiana. Andò a Salò per seguire Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura popolare della Repubblica sociale, diventandone capo di gabinetto. Fu poi volontario delle brigate della Repubblica sociale italiana e operò in Val d’Ossola contro i partigiani. Nel 1946 fu tra i fondatori del Movimento Sociale Italiano, che nacque a Roma, in una riunione a casa di Alberto Michelini. Dal 1947 al 1950 fu primo segretario nazionale del partito. Entrò alla Camera nel 1948, raccogliendo 15.000 voti nella circoscrizione di Roma-Viterbo-Latina-Frosinone. Sempre rieletto deputato, nella quinta legislatura fu presidente del gruppo parlamentare missino. Membro della Commissione affari interni della Camera (1948-1958), dal 1953 al 1958 ricoprì la carica di vice-presidente del gruppo parlamentare del Movimento Sociale Italiano e, contemporaneamente, quella di condirettore de Il Secolo d’Italia. Membro delle commissioni Affari costituzionali e Pubblica istruzione negli anni 1958-1968, nel corso della IV legislatura fu uno dei maggiori protagonisti della battaglia ostruzionistica contro la legge elettorale regionale. Presidente del gruppo parlamentare del Movimento Sociale Italiano nel 1968, nel 1969, alla morte di Alberto Michelini, fu eletto all’unanimità segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano-Destra Nazionale. L’elezione, avvenuta in direzione, fu confermata, sempre all’unanimità, dal nono congresso nazionale del partito nel 1970. Salito alla segreteria del Movimento Sociale Italiano nell’anno della strage di Piazza Fontana a Milano, con i gruppi del terrorismo nero in azione, l’Almirante si impose all’attenzione generale come il rappresentante di una destra che non rinnegava le sue origini fasciste, ma prendeva anche le distanze dai gruppuscoli eversivi. L’obiettivo dell’Almirante fu quello di ritagliare per il Movimento Sociale uno spazio di legittimità nel sistema politico italiano, equilibrando le spinte oltranziste con quelle legalitarie. In questa chiave va letto da un lato il reinserimento nel Movimento Sociale Italiano di Pino Rauti, il fondatore del gruppo di estrema destra Ordine Nuovo, transfuga dal partito negli anni Cinquanta, e dall’altro la presentazione di liste comuni e la successiva fusione con i monarchici nel 1972. Nel referendum del 1974 il Movimento Sociale Italiano fu l’unico partito accanto alla Dc di Amintore Fanfani, contro il divorzio. Le aperture dell’Almirante in senso legalista, la cosiddetta politica del doppiopetto, ebbero però conseguenze indesiderate quando nel 1976 la corrente Democrazia nazionale, che chiedeva in pratica l’abbandono dei richiami al fascismo, uscì dal partito e diede vita ad un gruppo parlamentare autonomo. Nel 1978 l’Almirante si impegnò nella creazione del movimento Eurodestra con altre formazioni della destra europea. Già nel 1971 aveva autorizzato il francese Jean Marie Le Pen ad usare il simbolo della fiamma per il Front national. Nel 1979 fu eletto deputato europeo per la circoscrizione dell’Italia meridionale con 519.479 voti. Fu anche consigliere comunale di Roma nei primi anni Settanta, di Trieste dal 1978 al 1980 (dove condusse una battaglia contro il Trattato di Osimo) e di Napoli dal 1980 al 1984. La linea dell’Almirante ebbe un indiretto riconoscimento nel 1983, quando Bettino Craxi, Presidente del Consiglio incaricato, preannunciò ai missini la volontà di abbandonare la politica di ghettizzazione del Movimento sociale. Da allora, non a caso, i dirigenti del Msi parteciparono in prima fila al dibattito sulle riforme istituzionali. Nel 1984 fu rieletto segretario del partito per acclamazione. Negli ultimi anni di vita ribadì l’origine fascista del Msi-Dn (va ricordato in particolare un comizio che tenne al teatro Lirico di Milano il 26 gennaio 1986, nel corso del quale lesse brani dell’ultimo discorso di Mussolini) e lanciò la linea delle riforme istituzionali per la costituzione di una Nuova Repubblica, con l’elezione diretta del Capo dello Stato e la riforma del Parlamento anche in senso corporativo. L’Almirante comunicò la propria intenzione di dimettersi da segretario del partito al comitato centrale del 26 giugno 1987. Il comitato centrale del gennaio 1988 lo elesse presidente del partito.
FONTI E BIBL.: A. Biagini, in Enciclopedia Italiana, App. I, 1978, 107; Gazzetta di Parma 23 maggio 1988, 1 e 20.

ALODI ILARIO, vedi ALLODI ILARIO

ALOU NICCOLÒ, vedi ALOÙ NICOLAS

ALOU' NICOLAS
Francia ante 1687-post 1707
Intagliatore in rame ed anche all’acquaforte di origine francese, che operò dall’anno 1687 al 1707 circa. Lavorò sempre in Parma e forse al servizio della Ducal Corte come fanno credere diverse opere che di lui si conoscono. Dell’Aloù sono note infatti numerose incisioni religiose di gusto popolaresco, e fregi ed ornati per volumi, eseguiti all’acquaforte. Il Le Blanc ricorda soltanto un ritratto da lui eseguito. Dell’Aloù sono il Ritratto della Principessa Sofia Dorotea di Neoburgo Duchessa di Parma, ancor giovane, con ornato all’intorno (in-8° piccolo, Nicol. Alù scul. Parmae), Catafalco per funerale Farnese disegnato da Alessandro Baratta (fogl. mass., N. Alù scul) Esercizio accademico di picca di Antonio Vezzani modonese dedicato a Ranuzio Farnese Duca di Parma (in Parma, 1688, stamperia Ducale, in-4° picc. oblungo),  il frontespizio disegnato dal Bibiena, e le varie posizioni accademiche sparse in quel libretto (Nic. Alù scul. ed anche semplicemente N. A); Ritratto del Padre Mancini.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 17; P. Zani, I, 2, 69; Le Blanc, I, 33; Meyer, 1870, 565; U. Thieme-F. Becker, I, 358; E. Bénézit, I, 131; P. Martini-G. Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969, 37.

ALPI, vedi BOCCHIA DEMETRIO

ALPI GINO, vedi ALPI LUIGI

ALPI GIOVANNI
Compiano prima metà del XIX secoloLetterato e poeta della prima metà del secolo XIX. Alcune sue poesie stampate e manoscritte si conservano alla Civica Biblioteca di Piacenza (legato Pallastrelli). 

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 18.

ALPI GIUSEPPE
Compiano 1808-1874
Medico, nel 1847 ricevette in premio la citazione onorevole e la soddisfazione sovrana di Maria Luigia d’Austria per l’operosità e lo zelo dimostrati per la salvezza degli abitanti di Gotra affetti da sinoco gastrico nervoso. Il 10 aprile 1848 venne nominato, dalla suprema Reggenza dello Stato, membro della Commissione Speciale di Sanità e Soccorso del Comune di Compiano. Il 31 dicembre 1855 ebbe la medaglia d’argento per i Benemeriti del Principe dello Stato, dalla duchessa reggente Luisa Maria di Berry, con la seguente motivazione: Volendo Noi dare al dott. Giuseppe Alpi Podestà di Compiano un attestato della sovrana soddisfazione per le previdenti e solerti cure da esso adoperate personalmente e come Magistrato e come Uffiziale di Sanità al fine che il Colera morbo, il quale nell’agosto del 1854 infieriva nel Comune di Bardi non si propagasse nel territorio di Compiano, ove appena penetrato si spense. Ebbe anche la medaglia per i Benemeriti della Sanità Pubblica nel 1857. Fu Podestà di Compiano dal 1854 al 20 agosto 1859, giorno in cui fu nominato Sindaco (erano allora entrate in vigore le leggi piemontesi che prevedevano il Sindaco a capo dei Comuni, e non più il Podestà, come sotto il Governo Ducale) Pietro Calderoni. Quest’ultimo però, fino al 4 settembre, giorno delle elezioni per l’Assemblea Costituente parmense, non aveva ancora prestato giuramento, e pertanto in tale data l’Alpi continuava legittimamente nell’esercizio delle attribuzioni di Podestà, e in tale qualità presiedeva validamente l’uffizio provvisorio, come si legge negli Atti dell’ Assemblea. Nel 1864 fu segnalato come reazionario dal Ministero dell’Interno. Fu in seguito Vice Presidente del Consiglio Sanitario del Circondario di Borgotaro (1866-1867) e Commissario del Vaccino per lo stesso Circondario (1871). L’Alpi fu inoltre nominato Cavaliere della Corona d’Italia.  Fu sepolto nel cimitero di Compiano.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 18; U.A. Pini, Vecchi Medici, 1960, 25-26; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 18.

ALPI ILARIA
Compiano 1961-Mogadiscio 20 marzo 1994
Si laureò in Arabo all’Università di Roma, dove il padre, urologo, si era trasferito per ragioni di lavoro. Vinse un concorso della Rai e divenne giornalista, inviata di guerra, prima a Beirut, poi nel Kuwait e infine in Somalia, dove, forse perché venuta al corrente di verità scottanti, fu assassinata insieme all’operatore televisivo Miran Hrovatin.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 16-17.

ALPI LUIGI
Compiano 21 novembre 1882-Roma 1 aprile 1977

Nato da Cesare e Giuseppina Lagasi. Si laureò in Economia e Commercio nel giugno 1906, presso l’Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano. Fu segretario del Comitato nazionale per le Esposizioni ed Esportazioni all’Estero dal 1909 al 1911. Fu Sindaco di Compiano nel 1915. Diede le dimissioni da Sindaco nel 1916 per poter partecipare alla prima guerra mondiale come volontario. Fu Tenente di Artiglieria, e poi al Genio quale Ufficiale dei Lanciafiamme. Mutilato di guerra, ebbe la Croce al merito di guerra e fu insignito del titolo di Cavaliere di Vittoro Veneto. Decano del gruppo romano dei laureati dell’Università Bocconi, dall’agosto 1944 all’aprile 1945 collaborò con le missioni militari alleate Jack-Rochester operanti nella zona di Parma. Fu delegato dal Partito Socialista di Unità Proletaria presso il C.L.N. di Compiano. Raccolse testimonianze sulla storia e le tradizioni valtaresi, e pubblicò saggi sulla Zecca di Compiano e sui Canti popolari dell’alta Valle del Taro.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 1172; Storia di Compiano, 1978, 4.

ALPINI GIAMBATTISTA
Compiano XVI secoloFratello di Teopompo, fu stimato scrittore e letterato del secolo XVI. Scrisse un epigramma in versi latini in lode di Camillo Beccara, unico componimento che rimane a dimostrare l’ingegno e il sapere di questo scrittore.

FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 18.

ALPINI TEOPOMPO
Compiano XVI secolo
Fratello di Giambattista. Stimato scrittore e letterato del secolo XVI. Scrisse un epigramma in versi latini in lode di Camillo Beccara, unico componimento che rimane a dimostrare l’ingegno e il sapere di questo scrittore.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 18.

ALTEMARI MANFREDINO
Parma 1336
Fu Proconsole del Collegio dei Notai di Parma nell’anno 1336
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 29.

ALTERNARI MANFREDINO, vedi ALTEMARI MANFREDINO

ALÙ NICOLA o NICCOLÒ, vedi ALOÙ NICOLAS

ALVERI
Parma 1719
Fu musico alla Cattedrale di Parma il 10 agosto 1719.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

ALVIERI ANTONIO
Parma-post 1780
In anni diversi tra il 1770 e il 1775 fu allievo della Reale Scuola di Ballo e negli anni fino al 1780 fu danzatore al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALVIERI FRANCESCO 
Soragna 1768
Intagliatore, realizzò nel 1768, in collaborazione con Francesco Galli, la cantoria in San Giacomo di Soragna.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 261.

ALVIERI MARIANNA Parma-post 1780
In anni diversi tra il 1770 e il 1775 fu allieva della Reale Scuola di Ballo e negli anni fino al 1780 fu danzatrice al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALVIERI OTTAVIO Parma-post 1780

In anni diversi tra il 1770 e il 1775 fu allievo della Reale Scuola di Ballo e negli anni fino al 1780 fu danzatore al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

AMADASI FERDINANDO
Mezzani 1890-Nad Logen 14 agosto 1916
Figlio di Alberto, e fratello di Leonida, commerciante, fu Caporal Maggiore nel 2° Reggimento Granatieri. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare concessa sul campo, alla memoria con la seguente motivazione: Di pattuglia durante l’infuriare del fuoco dell’artiglieria e della fucileria nemica, benché contuso in più parti del corpo, metteva al riparo i suoi uomini e si recava sotto il reticolato nemico riuscendo ad assolvere completamente il compito assegnatogli.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Gazzetta di Parma 26 agosto e 26 settembre 1916 e 11 febbraio 1918; G. Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella guerra 1915-1918, Parma, Edizioni Fresching, 1919, 13; Decorati al Valore, 1964, 56.

AMADASI LEONIDA 
Fontanellato 14 agosto 1895-Venezia 24 giugno 1918
Figlio di Alberto. Compiuti a Parma gli studi classici, s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza nel 1914. Aveva appena terminato il primo anno degli studi di legge, quando fu chiamato alle armi, per raggiungere, dopo breve tempo, le trincee. Nel 1916 gli giunse la notizia della morte gloriosa del fratello Ferdinando, decorato con la medaglia d’argento al valor militare. Capitano nell’82° Reggimento di fanteria, il 20 ottobre 1916, sul Monte Corno, guidò all’assalto due compagnie. Alla loro testa, bersagliato dal fuoco nemico dava bella prova di perizia e fermezza d’animo, trasfondendo la propria intrepidezza in coloro che lo seguivano e trascinandoli, con l’esempio, tra i reticolati avversari. Una medaglia d’argento al valore lo premiò del suo valore. L’Amadasi ebbe infine una morte gloriosa a Capo Sile, presso Cà del Negro. Ivi, al comando di una compagnia, l’Amadasi, avanzando audacemente alla testa dei propri soldati, si trovò, ad un tratto, quasi accerchiato da forze nemiche schiaccianti. Ferito gravemente, egli continuò, fin che potè, a combattere e a spronare alla lotta. Spirò, di lì a poco, nell’ospedale militare Santa Chiara di Venezia. La sua memoria fu onorata con una seconda medaglia d’argento, e, l’8 dicembre del 1919, colla laurea a titolo d’onore. La seconda medaglia al valore gli fu concessa con la seguente motivazione: Comandante di una compagnia urtava, avanzando, in forze superiori che quasi riuscivano a circondare il plotone presso cui trovavasi. Combattendo audacemente e valorosamente, alla testa dei suoi, con bombe a mano, dava tempo agli altri plotoni di entrare in azione e respingere il nemico. Ferito molto gravemente continuava ad incitare i suoi uomini alla lotta, dando mirabile esempio di coraggio ed abnegazione (Cà del Negro Sile, 24 giugno 1918).
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 2, 10 luglio e 14 gennaio 1919; Il Piccolo di Parma 24 giugno 1919; La Libera Parma 28 giugno 1919; G. Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella Guerra 1915-1918, Parma, Edizioni Fresching, 1919, 14; E.B., Caduti Università Parmense, 1920, 53-54; Decorati al valore, 1964, 46.

AMADASI LUCA 

 Parma 3 maggio 1855-Firenze 1919
Figlio di Giovanni e Alba Melegari. Sottotenente di fanteria nel 1875, fu promosso Maggiore a scelta nel 1893, e con tal grado partecipò alla campagna d’Africa del 1896, meritandosi la medaglia d’argento nel combattimento di Monte Mocram, dove rimase gravemente ferito. Comandò da Colonnello il 65° Reggimento di fanteria (1902-1908) e, collocato in posizione ausiliaria a sua domanda (1910), raggiunse nel 1913 il grado di Maggiore Generale nella riserva, e più tardi quello di tenente generale. Fu vicepresidente della Lega Navale. Scrisse La disciplina delle intelligenze sul campo di battaglia e Alcune considerazioni sul valore del terreno nel combattimento.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1923, I, 480-481.

AMADASI LUIGI 
Parma 1901-
Fu solista e insegnante di chitarra e pittore. Fu allievo di Aldo Ferrari. Alcune sue musiche furono edite da Monzino (Milano) e da Il Mandolino (Torino).
FONTI E BIBL.: Dizionario chitarristico, 1968, 4.

AMADE' GIANNINA 
Guastalla 4 maggio 1895-Fidenza post 1925
Figlia di Giovanni, abilitata all’insegnamento del canto corale al Conservatorio di Parma nel 1925, maestra elementare alla scuola Pietro Cocconi di Parma, istruì nel canto corale i fanciulli, stimolandoli con originali esperimenti didattici. Si trattava di piccole composizioni fatte dai bambini stessi e trascritte da lei con poche fioriture armoniche adatte all’accompagnamento pianistico.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

AMADE' GIOVANNI 
Brescello 7 settembre 1876-Fidenza 14 dicembre 1948
Fu maestro organista e compositore di musica sacra tra i più significativi, la cui produzione meriterebbe di essere maggiormente conosciuta e diffusa. Lorenzo Perosi, dopo aver esaminato lo spartito della Missa Sancti Domnini Martyris, giudicò questo lavoro dell’Amadè una tra le più belle messe che l’Italia possegga. Nella fanciullezza dovette interrompere gli studi elementari in seguito a una grave anomalia visiva, strascico di una malattia infantile. E in previsione dell’irrimediabile perdita della vista (divenne cieco, infatti, a diciotto anni), fu ammesso a Reggio Emilia nell’Istituto per ciechi Giuseppe Garibaldi, dove studiò pianoforte, organo e infine composizione con Gugliemo Mattioli. Dotato di viva intelligenza e di non comune talento, sedicenne appena sbalordì gli insegnanti presentando loro una fuga in sedici parti per convincerli che la musica non era arte preclusa ai ciechi. Licenziato dall’Istituto il 29 ottobre 1896 con i migliori voti, l’anno seguente dette prova della sua maestria di organista e di interprete eseguendo nella chiesa della Steccata di Parma, in occasione delle Feste Palestriniane, vari pezzi per organo alla presenza di eminenti personalità ecclesiastiche e civili. Poco dopo ottenne per concorso il posto di organista nella Cattedrale di Guastalla, assumendo anche l’incarico di professore di canto figurato nel Seminario, di canto corale nell’Istituto delle Suore di San Vincenzo e fondando infine in quella città un’apprezzata Società corale. Conseguito il 25 maggio 1900 il diploma di maestro organista alla Reale Accademia Filarmonica di Bologna e il 6 settembre 1902 quello di composizione nella stessa Accademia, riprese a Guastalla le sue normali mansioni. Il 22 febbraio 1904 venne nominato dal vescovo Andrea Sarti membro della Commissione diocesana di musica sacra e in seguito fu pure preposto all’insegnamento di pianoforte e di armonia complementare nelle pubbliche scuole di musica della città. Al periodo guastallese appartengono molte composizioni dell’Amadè: una raccolta di romanze da sala, numerosa musica sacra, in particolare mottetti, e operette, ispirate a varie occasioni, composte per il Seminario, per l’Istituto San Giuseppe, per collegi e altri istituti. Trasferitosi il 3 luglio 1910 a Borgo San Donnino nella stessa qualità di maestro organista della Cattedrale, alternò questa attività, come già a Guastalla, con l’insegnamento nel Seminario diocesano e con la composizione. Scrisse varia altra musica d’occasione, soprattutto per il Seminario e per l’Oratorio Don Bosco, ma le opere che hanno felicemente superato le vicende del tempo e che sono rimaste a testimoniare il vigore del suo ingegno sono le messe: la Messa Madonna del Rosario (composta a Guastalla), la Messa funebre, scritta in collaborazione con il maestro Carra di Fontanellato, che ne musicò la parte lirica mentre egli si riservò quella drammatica, la Messa Maria Concetta e la Messa a San Donnino, suo miglior lavoro, da lui dedicata al vescovo Vianello e al Capitolo della Cattedrale, ed eseguita per la prima volta nelle feste patronali dell’anno 1942. Accanto a questa produzione è degna di figurare la Marcia funebre, sua ultima composizione, cui egli attese a Ponteghiara, dove era sfollato sul finire della seconda guerra mondiale, e che l’Amadè volle così intitolare per l’impressione suscitata nel suo animo dal terribile bombardamento aereo sulla vicina Fidenza del 5 maggio 1944 e per lo scoramento che lo prese in conseguenza della forzata inattività. Privato del lavoro, che era per lui ragione di vita, si rese forse conto solo allora della gravità di una menomazione che lo poneva in uno stato di inferiorità nei confronti dei suoi simili. Aveva sempre rifuggito quest’opinione, nella quale stava l’essenza della causa per la quale si era efficacemente battuto: dimostrare con i fatti che i ciechi sono, per quanto è possibile, autosufficienti per la realizzazione dei loro destini nel quadro etico, lavorativo e assistenziale della società e, conseguentemente passare dalla più generosa che saggia tutela dei ciechi da parte dei vedenti all’organizzazione dei ciechi per i ciechi. L’Amadè fu infaticabile e fervido sostenitore del movimento e uno dei più convinti e appassionati assertori di queste idee. Il primo sodalizio tra ciechi, la Società pro Cultura degli Insegnanti ciechi italiani, fu fondata dall’Amadè e dal celebre filosofo e pedagogo Augusto Romagnoli con il fine di estendere il numero dei ciechi professionisti e, più che altro, di sfatare il pregiudizio della pubblica opinione verso questi minorati. Il Romagnoli ne fu presidente e l’Amadè vicepresidente. Per loro interessamento si rese possibile, dopo la guerra 1915-1918, la costituzione dell’Unione Italiana Ciechi, riconosciuta dal Governo italiano, che riunì i ciechi civili con quelli di guerra in una sola associazione, della quale fu primo presidente onorario Carlo Delcroix, presidente effettivo Aurelio Nicolodi, e l’Amadè primo consigliere di Giunta. L’Amadè fu pure rapppresentante della Pro Cultura e, in seno all’Unione Italiana Ciechi, ricoprì sino alla morte la carica di presidente della Commissione musicale. Dote peculiare della personalità dell’Amadè fu il temperamento artistico d’avanguardia. Egli teneva a dichiararsi moderno e, senza essere un ribelle alle maniere tradizionali della musica sacra, si rivelò originalissimo in una produzione che ebbe a culminare con la citata Missa Sancti Domnini Martyris, la quale resta un monumento d’arte. L’Amadè iniziò l’attività professionale con un programma rivoluzionario, inteso nel senso evolutivo che anche la musica sacra ebbe a subire in conseguenza della riforma attuata dal pontefice Pio X nel 1903. Se prima di questa, infatti, s’era avuta nelle chiese una musica di atteggiamento profano, non di rado artificiosa e banale e quasi sempre non aderente al testo sacro, subito dopo la riforma, quando molti musicisti non ne avevano ancora compreso né lo spirito né i limiti e si erano fermati al rispetto esteriore delle forme tradizionali, l’Amadè introdusse in chiesa una musica che era prima di tutto arte viva e vera, anche se non sempre ossequiente in tutti i suoi andamenti ai canoni formali dei rigoristi. E veramente da lui, artista e non mestierante d’arte, non sarebbe stato possibile attendersi atteggiamento diverso: egli seppe intendere lo spirito della riforma ceciliana come lo seppero intendere solo i migliori maestri di quel tempo. E lo seppe far vivere nella sua arte senza rinunciare nè alla sua ispirazione originale nè alla modernità dei suoi mezzi espressivi. Anche nel campo dell’insegnamento e dell’interpretazione, il suo temperamento appassionato segnò l’impronta della sua opera. Ciò spiega l’amore che l’Amadè seppe guadagnarsi dagli allievi e l’impeto vitale che infuse nelle interpretazioni di ogni pagina di musica, sia che fosse sua o d’altri. Seppe essere sempre personale, senza mai cadere nel bizzarro, andare contro l’uso corrente, senza cadere nell’eccentrico, sorretto sempre da un gusto aristocratico che moderava sapientemente l’esuberanza del suo temperamento contenendolo entro i severi confini dell’arte. Soprattutto seppe trasfondere nell’anima degli esecutori, voci e strumenti, la stessa passione calda e, spesso, irruente, che faceva vibrare il suo animo, così che masse corali, organo e strumenti avevano una voce sola, viva, penetrante, che toccava il cuore degli uditori sin nel profondo. Al di sopra del temperamento e dell’arte dell’Amadè stava la fede di cattolico fervente, alla quale, del resto, si conformò pienamente la sua vita.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 17-20.

AMADEI ALBERTO 
Parma 2 novembre 1857-Parma 13 marzo 1903
Fu sotto archivista (1880) e direttore (1900) dell’Archivio di Stato in Parma. Fu socio corrispondente (1877), membro attivo (1890) e segretario (1891) della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: L. Sanvitale, Commemorazione fatta alla Regia Deputazione, in Archivio Storico per le Province Parmensi III 1903; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, Archivio Storico per le Province Parmensi 1914; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 12.

AMADEI GIOVANNI, vedi AMADÈ GIOVANNI

AMADEI LUIGI 
Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore quadraturista e plastico, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 5.

AMADIO DA PARMA, vedi MAYA LUIGI

AMANDOLESI FELICE MARIA, vedi AMANDOLESI GIUSEPPE

AMANDOLESI GIUSEPPE 
Borgo San Donnino 1 dicembre 1779-Reggio Emilia 10 maggio 1848
Predicatore, missionario nella Rezia, ospedaliere, fu esemplare soprattutto nell’obbedienza. Compì la vestizione a Guastalla il 14 maggio 1802, e fece la professione, sempre a Guastalla, il 15 maggio 1803. Ordinato sacerdote a Guastalla il 17 luglio 1805, nel maggio 1807 si trasferì a Lugano, ove compì gli studi e poi passò nelle missioni della Rezia. Nel giugno 1833, rientrò in provincia.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 289.

AMANZIO 
Corniglio 983
Presunto martire cornigliese, commemorato il 6 giugno assieme all’altro presunto martire cornigliese Lucio. Sono venerati anche a Caunes nella diocesi di Carcassonne. Se ne ha notizia in un documento del 983.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 17.

AMATI A.Parma 1869-Scrittore popolare, ed anzi popolaresco, che sui giornali di Parma scrisse (con lo pseudonimo di A. Pomelli) di argomenti folcloristici parmigiani.

FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 126.

AMATI CRISTOFORO 
Parma prima metà del XVI secolo
Armarolo operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 315.

AMBANELLI, vedi BENELLI ATTILIO

AMBANELLI FERRANTE
Parma 1625
Nel XVII secolo, per il lavoro di riordinamento dell’Archivio Comunale di Parma, all’archivista Mamiani fu aggiunto, in qualità di coadiutore, Angelo Garimberti. Questi, morto il Mamiani nel 1625, continuò il lavoro di riordinamento, che affidò poi all’Archivista Ambanelli, chiamato a tale carica il 21 ottobre 1625. Si ignora però sino a quale epoca l’Ambanelli occupò tale posto.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1914.

AMBRI AUGUSTO 
Parma 1890/1891
Fu Avvisatore Carrozziere del Teatro Regio nella Stagione 1890-1891.
FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 263.

AMBRI ENRICO 
Parma ante 1831-Parma post 1847
Calcografo, figlio di Luigi. Insieme col fratello Ferdinando frequentò per qualche tempo lo Studio Toschi, ma abbandonò presto l’arte per darsi alla medicina, imitato dal fratello. Fu nominato prima professore sostituto e poi titolare della Cattedra chirurgica nel 1847, in seguito a lettera elogiativa del professore G. Rossi, membro del Magistrato degli Studi per la Chirurgia del Ducato di Parma. Partecipò alla terza riunione degli scienziati italiani. Visse nella prima metà dell’Ottocento e morì in giovane età.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, 5; P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; F. Rizzi, Professori, 1953, 79-80; L. Servolini, Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 45; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 61.

AMBRÌ ENRICO, vedi AMBRI ENRICO

AMBRI FERDINANDO 
Parma 1831
Calcografo, figlio di Luigi e fratello di Enrico. Insieme col fratello frequentò per qualche tempo lo Studio Toschi, ma abbandonò presto l’arte per darsi alla medicina (fu allievo di Tommasini). Durante i moti del 1831 prese parte ad uno scontro a fuoco a Fiorenzuola (25 febbraio) e fu fatto prigioniero. Morì in giovane età.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 3; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 61.

AMBRI GIUSEPPE MARIA VINCENZO 
Parma 15 agosto 1773-Parma 5 settembre 1813
Nato da Antonio e Maria Spotti, fratello di Luigi. Si laureò il 19 luglio 1796. Fu uno dei più dotti ed esperti medici della città di Parma e dell’Ospedale civile detto della Misericordia, ed uno altresì dei tre zelantissimi compilatori (gli altri due furono i celebri Tommasini e Rubini) del Giornale della Società Medico Chirurgica di Parma, pubblicato dal 1806 al 1816. Si dedicò alla pietosa assistenza degli infermi affidati alla sua cura, e alla meditazione dei punti più alti e difficili dell’arte medica di cui, con altrettanto impegno che successo, promosse l’avanzamento. Morì vittima di acuta febbre terminata in flogosi cancrenosa degli intestini, all’età di quarant’anni.
FONTI E BIBL.: Articolo necrologico nel Giornale del Taro 11 novembre 1813, f. 316; A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 637; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 17-18.

AMBRI LUIGI 
Borgo San Donnino 3 marzo 1777-Parma 27 febbraio 1820
Figlio di Antonio e Maria Spotti, fratello di Giuseppe. Fu tra i più dotti e valenti chirurghi del suo tempo. Insegnò a lungo Istituzioni Chirurgiche all’Università di Parma, mentre era chirurgo ordinario all’Ospedale civile della stessa città. Giovanni Rossi, in una lettera del 1847, ancora lo ricorda come Professore peritissimo in Chirurgia. Dopo sole trentasei ore d’improvvisa e violentissima malattia di capo, cessò di vivere all’età di quarantatre anni.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 18; G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 11; F. Rizzi, Professori, 1953, 79; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 20.

AMBROGIO 
Parma 1285
Maestro di Manara, ricordato in un rogito in data 22 agosto 1285: Testimonio Ambrosius magister manarie vicinie Sancti Nicholay (rogito di Oglerio de Perdice notaio del Sacro Palazzo nel libro degli Acquisti del Comune, a carte 92 tergo, Archivio Comunale, Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 2.

AMBROGIO Parma seconda metà del XVI secolo

Orefice operante nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 12.

AMBROSOLI LUIGI 
1835-Parma 26 ottobre 1897
Fece le campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866. Fu decorato con cinque medaglie al valore.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 128.

AMERICANI BENEDETTO 
Terenzo 7 settembre 1916-Africa settentrionale 20 luglio 1942
Figlio di Paolo. Capitano Maggiore del 66° Fanteria Motorizzato, fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Durante violenta e prolungata azione aerea notturna, mentre accorreva in soccorso di un compagno ferito, veniva a sua volta colpito da scheggia che gli asportava un arto. Sottoposto ad intervento senza anestesia, sul campo, sopportava serenamente l’atroce sofferenza esprimendo solo il rammarico di dover lasciare il reparto (El Alamein, 2 luglio 1942).
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, Dispensa 44a, 4458; Decorati al Valore, 1964, 121.

AMICI UBERTO Pellegrino 1466

Notaio, fu giusdicente di Pellegrino. Tutte le investiture della Camera Ducale di Milano furono rogate In Mercato Pelegrini Episcopatus Placentiae videlicet in domo habitationis Magistri Uberti de Amico Notario. In un atto di dette investiture del 16 giugno 1466 si dice: Spectabilis Otto de Stradella investivit ad fictum perpetuum Magistrum Uberto de Amico notarium filium q.d domini Andreoli habitator in Mercato Pelegrini di tre pezze di terra, una detta Bora Mortale, l’altra Albareto, l’altra Legorino sub annui ficti prestatione stupellorum octo frumenti ad mensuram parmensem.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 19.

AMICO UBERTO, vedi AMICI UBERTO

AMIDANI GIULIO CESARE, vedi AMIDANO GIULIO CESARE

AMIDANO ALVIGI, vedi AMIDANO LUIGI

AMIDANO GIULIO CESARE 
Parma 27 ottobre 1572-22 giugno 1629
Figlio di Luigi, e chiamato anche Pomponio perché confuso con un suo fratello che faceva il notaio. Si formò sulla tradizione locale, guardò B. Schedoni e soprattutto Annibale Carracci. Poche sono le notizie biografiche: la data su qualche dipinto e il ricordo che nel 1628 affrescò sul cosiddetto arco di San Lazzaro, sulla via Emilia, eretto per le nozze di Odoardo Farnese con Margherita de’ Medici, la vittoria dei Parmigiani su Federico II di Svevia. Arduo è datare le sue opere perché la sua pittura è statica, se pure tormentata ed eclettica, con macchie di luce che appiattiscono, più che sussidiare, la forma: Giobbe sul letamaio, già nell’oratorio del rappresentato, e in seguito nella chiesa di San Giuseppe a Parma; la Sacra famiglia, angioli ed i santi Genesio, Francesco e Agnese, nella Galleria Nazionale di Parma, ma proveniente dalla chiesa di Santa Maria in borgo Taschieri; un’altra Sacra famiglia nella Pinacoteca Nazionale di Napoli, del pari fiacca e ricalcata sullo Schedoni; il Martirio di San Pietro nell’abside della chiesa parrocchiale di Vigatto, eseguito nel 1612 per dodici doppie d’oro; lo Sposalizio di Santa Caterina tra i santi Carlo Borromeo e Francesco d’Assisi, nell’oratorio dei Rossi a Parma, una delle sue opere migliori (1616); il Cristo deposto della Galleria di Parma, prossimo al San Sebastiano dello Schedoni, nella Pinacoteca di Napoli; il ritratto di uno Scultore, di buon effetto, malgrado il basso cromatismo, nella detta Galleria di Parma; un ulteriore Sposalizio di Santa Caterina, nella Galleria di Parma, copia con varianti del quadro di Annibale Carracci nel Palazzo Reale a Napoli, che l’Amidano replicò anche nella chiesa di Barbiano, presso Felino.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo di Antichità, R. Baistrocchi, Guida di Parma, ms. n. 120, 1780, c. 99 e Sanseverino, Dizionario pittorico, ms. n. 173, 22; Parma, Biblioteca Palatina, M. Zappata, Notitiae ecclesiarum, ms. parm. n. 1134, secolo XVIII; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 1551-1600, ms. n. 103, cc. 13 e 14, e V, 1601-1650, ms. n. 104, cc. 19-20 e E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida di Parma, II, ms. n. III, c. 61 v. e 218; Descrizione di 100 quadri, Parma, 1725, 55. C. Ruta, Guida della città di Parma, Parma, 1780, 61, 63-64; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 67, 124, 126, 127, 134; G.B. Bodoni, Le più insigni pitture parmensi, Parma, 1809, tavole XVII, XVIII; C. Ricci, Guida di Parma, Parma, 1896, 59-62, 229, 306; A. De Rinaldis, La Pinacoteca del Museo Nazionale di Napoli, Napoli, 1928, 4 s.; V. Moschini, B. Schedoni, in L’Arte XXX 1927, 123-125; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1939, 61 s., 278 s.; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti ed ignoti, Parma, 1948, 67, 82 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, La Galleria Nazionale di Parma, Bologna, 1956, 28; A. Ghidiglia Quintavalle, I Carracci e Parma, in Aurea Parma 4 1956, 285 s.; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, I, 406; Enciclopedia Italiana, II, 967 s.; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana, 53; A.O. Quintavalle in Dizionario Biografico degli Italiani, II, 1960, 792-793; M. Corradi Cervi, Brevi note sulla famiglia del pittore Giulio Cesare Amidano, in Parma per l’Arte 12 1962, 127-132; A. Ghidiglia Quintavalle, Giulio Cesare Amidano, in Tesori nascosti della Galleria di Parma, 1968, 52-53.

AMIDANO LUIGI 
Parma 1650
Fu pittore e acquafortista. Operò in Parma nel 1650. Firmava Alvigi Am. F. 1650.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, I, 406; Vesme, I pittori incisori italiani, 25; Z., II, 193; Campori, Raccolta di Cataloghi, 147, 245, 404, 409, 463 e 477; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 22.

AMIDANO POMPONIO, vedi AMIDANO GIULIO CESARE

AMITA DOMENICO 
Parma 1543-Parma 15 settembre 1607
Figlio di un notaio parmigiano. Studiò a Roma dove si laureò in legge il 21 novembre 1580. Dimorò per lungo tempo alla Corte di Roma ove fu impiegato in alcuni uffici. Poi fu canonico della Cattedrale di Parma. Uomo di lettere, molto stimato anche dal Capitolo e dal clero cittadino, ebbe uffici e onori e fu aggregato all’Accademia degli Innominati. Morì a 64 anni, e fu sepolto in Duomo, a Parma. Compose molti versi, ma poche delle sue poesie si sono conservate, tra le quali due epigrammi latini, uno in lode di Diofebo Farnese, l’altro in onore del celebre Ludovico Sacca.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 55; Aurea Parma II 1958, 116.

AMITA OTTAVIOParma 1655/1656

Sacerdote, cantante di coro (basso), fu accettato dalla Compagnia della chiesa della Steccata di Parma nel 1655 e gli fu pagato lo stipendio per un anno nel 1656.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica a Parma, 1936.

AMIZO DA CALESTANO 
Calestano 1028
Fu Arciprete nell’anno 1028.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 32.

AMIZONE Parma 1025
Fu canonico e prevosto della Cattedrale di Parma nell’anno 1025.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 32.

AMLETO, vedi BORASCHI DOMENICO

AMMALIATO, vedi BORRI BERNARDINO

AMONIO DA PARMA, vedi AZARI ANTONIO

AMORETTI AMBROGIO, vedi AMORETTI GIOVANNI AMBROGIO

AMORETTI ANDREA 
San Pancrazio 19 gennaio 1758-San Pancrazio 6 marzo 1807
Figlio di Pancrazio e Rosa Spaggiari, fu sacerdote. Allievo del sommo tipografo Bodoni, raggiunse ben presto la perfezione del maestro nel formare caratteri da stampa, e se l’Amoretti non è abbastanza conosciuto e non ha nella storia dell’editoria il dovuto posto d’onore, è perché lavorò al servizio del Bodoni, il cui merito eclissava qualunque astro minore. È vero però che, non potendo Bodoni, per la quantità delle sue occupazioni dedicarsi esclusivamente alla parte materiale dell’incisione, l’Amoretti gli forniva con sollecitudine tutto quanto gli occorreva: la quantità e qualità del suo lavoro fu notevolissima, e si può quindi affermare che non poco contribuì alla fama del Bodoni. Una volta staccatisi dal Bodoni, l’Amoretti e i suoi fratelli impiantarono una fabbrica di caratteri nella loro casa in San Pancrazio, in cui ebbero abitazione e officina. Coi loro prodotti si acquistarono fama e clienti. Ben presto anche l’antica stamperia Gozzi di Parma volle essere fornita dagli Amoretti, e già nel 1796 uscì dalla medesima, senza il nome dell’editore ma con la nota in Parma, con caratteri de’ Fratelli Amoretti, un’edizione di alcuni discorsi del Turchi, così elegante (salvo l’inchiostratura dei tipi) da poter essere scambiata, e non dal primo venuto, per una stampa bodoniana. Precipuo fondatore e anima della getteria amorettiana fu dunque l’Amoretti, infaticato e valentissimo allievo e imitatore del Bodoni nell’arte d’incidere punzoni, alla quale dedicò e sacrificò, con rara modestia e costanza, tutta la sua maturità, dopo aver lavorato con ardore straordinario al servizio del grande tipografo negli anni della giovinezza. Per non essere distratto da altre cure, l’Amoretti si accontentò del grado di sacerdote semplice nella chiesa della nativa parrocchia, grado nel quale restò sino alla morte, ricevendo soltanto, per bolla papale del 3 aprile 1802, un beneficio semplice canonicato dell’anno reddito di circa settecento lire. Così, detta di prima mattina la messa, l’Amoretti lavorava poi da mattina a sera indefessamente col cesello e col martello a fianco dei suoi parenti, fabbri e meccanici. L’Amoretti poté contare su poche amicizie, soprattutto dopo il distacco dal Bodoni. Solo il conte Claudio Linati manifestò pubblicamente la sua grandissima stima per l’Amoretti, e, con due tra i suoi primi saggi giovanili, volle tramandarne le sembianze con un’incisione all’acquaforte e un quadro a olio. In entrambi l’Amoretti è rappresentato di profilo, a mezzo busto, col cappello e il vestito sacerdotale e la chioma piuttosto lunga. Nell’incisione, che fu compiuta nelle ultime settimane di vita dell’Amoretti o forse dopo la sua morte, quando il Linati non era che diciassettenne, si legge, sotto il ritratto: Andreas Amorettus sacerdos parmensis aeris et ferri artificiis clarus praesertim autem characterum cusor eximius Discite, gnavus homo pulchras ut provehat artes Daedala si menti sit sociata manus. Claudius Linati amicus delineavit et sculpsit Parmae 1807. La forma alquanto strana del naso rincagnato fece credere allo Scarabelli-Zunti che si trattasse di una spiritosa incisione: in realtà derivava da una specie di caratteristica familiare, e un po’ era stata accentuata da una caduta. La medesima figura è rappresentata nel ritratto ad olio, conservato nella casa Amoretti Tirelli in Bologna, che è senza nome d’autore ma indubbiamente opera giovanile dello stesso conte Linati. Vi si legge, in un lato, la stessa epigrafe dell’incisione. L’Amoretti morì a soli quarantanove anni. A nome della famiglia, l’arciprete Lorenzo Biondi chiese e ottenne in vescovado il permesso di far rompere in chiesa per sotterarvi il di lui cadavere. La salma fu tumulata nella parete del presbiterio, dalla parte del Vangelo, ove fu messo il seguente epitaffio: Heic in pace dormit Andreas Amorettus presbyter pientissimus et ingeniosus qui archierei aedis huius adiutor doctus adsiduus gratuito pulcherrima laborum relaxatione instrumentis excogitandis perficiundis formisque typographicis affabre cudendis famam singularem adeptus omnibus amabilis vixit annos XLIX mens I dies XV decessit prid non mart. anno CIICCCVII Pancratius pater Iohannes Petrus Victorinus frs familiae officinaeque suae columen desiderantes lugentes condiderunt. Alla morte dell’Amoretti, la fonderia passò al fratello Vittorino.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 19; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 12-13; U. Benassi, G. Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135 e 140-143.

AMORETTI ANDREA 
San Pancrazio 5 marzo 1808-Bologna 5 agosto 1843
Figlio di Vittorino. Sposò nel 1829 Luigia Bozzani, della famiglia dei fabbricatori di carta in Parma. Col fratello Giuseppe a metà del 1831 si recò da Parma a Bologna, insieme al padre Vittorino, per farvi progredire, ciò che di fatto avvenne, l’arte tipografica, che vi era coltivata con poco successo. L’Amoretti, il quale riuscì a meraviglia nell’arte dei suoi maggiori, fu colto, e scriveva con buoni risultati sia in prosa che in versi: di ciò fa fede una interessante raccolta dei suoi scritti, in collezione privata. Fu giudice del Tribunale di Commercio di Bologna, città dove morì all’età di trentacinque anni.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 19; V. Lopez, Aggiunte, 140; Il Facchino, Anno 2°, 223; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 13 e 521.

AMORETTI ANTONIO 
San Pancrazio 1806-
Figlio di Vittorino, fu fonditore e stampatore lavorante. Da San Pancrazio si trasferì nel 1827 a Parma, assieme al padre e ai fratelli Andrea e Giuseppe.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135.

AMORETTI ARMANDO 
Parma 22 maggio 1897-Parma 7 agosto 1969
A tredici anni, il 15 dicembre 1910, l’Amoretti fu garzone nello studio di un maestro della fotografia, Ettore Pesci, in strada Garibaldi 81. Fece poi l’operatore, il ritoccatore e lo stampatore, apprendendo tutti i segreti del mestiere. E quando anche per lui venne il momento di prendere una strada diversa, Pesci non gli fece mancare un ottimo biglietto di presentazione: Dichiaro che Amoretti Armando fu alle mie dipendenze dal 15 dicembre 1910 a tutt’oggi in qualità di operatore, stampatore, ritoccatore e stampatore radiografico prestando servizio con scrupolosa onestà ed onore. In fede, Ettore Pesci. Parma, 29 luglio 1916. Vi fu poi la parentesi militare, che tuttavia l’Amoretti riuscì a far coincidere con i suoi interessi professionali: operò infatti come fotografo dell’Esercito e trascorse un periodo di servizio in Libia. Tornato a Parma, lavorò per qualche mese con un altro grande fotografo, Marcello Pisseri. Quindi, intorno al 1920, passò con Vaghi, come stampatore e operatore. Si mise però in evidenza soprattutto come ritoccatore. Residente in via Bixio, l’Amoretti fu un profondo conoscitore del quartiere Oltretorrente, e nel 1922, anno decisivo per l’affermazione del regime fascista, egli mise a frutto le sue esperienze durante lo storico episodio delle barricate e della resistenza ante litteram degli Arditi del popolo (2-5 agosto 1922). L’Amoretti registrò puntualmente le immagini delle prime barricate d’Oltretorrente, consapevole dell’importanza di quel che stava accadendo. Per la straordinaria funzione di fotoreporter (non a caso, trattandosi di un ex fotografo militare), Luigi Vaghi gli affidò una Mentor reflex e negativi 9 x 12 Film Pack. Quei ventiquattro scatti, esauriti probabilmente nel corso di una sola delle quattro esaltanti ma pericolose giornate, sono diventati un pezzo fondamentale per ricostruire non solo la storia di Parma ma la stessa parabola del fascismo e della sua lotta contro gli oppositori. Vaghi fu consapevole dell’eccezionalità del servizio, di cui riconobbe ad Amoretti la totale paternità lasciandogli i negativi quando, nel 1938-1939, egli lo lasciò. Nel frattempo (1924) si sposò con Olinda Ferraroni. Aprì così il suo primo studio privato in via Walter Branchi 2. Nella prima fase lavorò solo. Poi con il figlio Mario e Livio Amati. Infine entrò in studio anche il figlio minore Giovanni. L’Amoretti ebbe le migliori scuole di fotografia che si potessero ottenere (Pesci, Pisseri, Vaghi) e non mancò di trasmettere ai due figli uno stile rigoroso di gestione dello studio. L’Amoretti fu un fotografo fortemente attaccato ai valori e agli attrezzi del passato.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 1988, 28; R. Rosati, Fotografi, 1990, 297-298.

AMORETTI FRANCESCO 
San Pancrazio 5 aprile 1747-post 1810
Fonditore di caratteri tipografici. Dopo la morte di don Andrea, la fonderia di San Pancrazio continuò a prosperare. Nel 1810, la ditta Francesco Amoretti o Amoretti zio e nepoti, era l’unica nel Dipartimento del Taro, oltre alla bodoniana. In quindici anni di vita, si era fornita di 3600 matrici e 1800 punzoni, lavorava i caratteri con cinquanta forme e un solo fornello, e aveva due operai. L’Amoretti, oltre che fabbro, fu fonditore e incisore di caratteri, e uno dei nipoti, Vittorino, vi era continuamente occupato. Il valore della fonderia si calcolava in 20.000 franchi, il prodotto netto annuo in 1300. Tutte queste notizie sono date da un documento ufficiale: lo Stato dei fonditori in caratteri inviato a Parigi dal nostro prefetto il 5 febbraio 1811, nel quale è pure osservato che Les sieurs Amoretti exercent aussi la profession de serruriers et mécaniciens, avec le plus grand succés, osservazione tanto più notevole conoscendosi la loro grave rottura col Bodoni, adorato da prefetti e sottoprefetti. In quell’anno gli Amoretti pubblicarono un bel Saggio de’ Caratteri e Fregi della Fonderia dei Fratelli Amoretti Incisori e Fonditori in San Pancrazio presso Parma. F.A. MDCCCXI (in 8°, se ne conserva un unico esemplare nella Biblioteca Palatina di Parma, Misc. 63. B. 6).
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135 e 146.

AMORETTI GIACOMO 
San Pancrazio 25 luglio 1738-San Pancrazio 27 gennaio 1820
Col fratello Pancrazio, fu per molti anni tra i migliori collaboratori, allievi e amici di Bodoni, divenendo poi, non si sa bene per quale ragione, i suoi più detestati concorrenti nell’arte tipografica. Documenti dell’Archivio Vescovile di Parma mostrano l’Amoretti priore delle Compagnie del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario, esistenti in quella parrocchiale, delle quali era cancelliere il fratello Pancrazio. Già aiutante nel Terzo suburbano di Parma, fu nominato alfiere nella compagnia di Porta Santa Croce (rescritto del 12 aprile 1792 in Decreti e rescritti dell’Archivio di Stato in Parma), fu promosso al grado di tenente nel 1795 (rescritto del 12 gennaio) e a quello di capitano nel 1799 (rescritto del 19 dicembre). Essendo stato costituito il nuovo Comune di San Pancrazio, egli ne fu nominato primo maire (Registro di lettere originali del 1806 del Comune di San Pancrazio, n. 2, lettera del suddelegato Gubernatis a lui, da Parma, 21 marzo: gli inoltra i decreti del prefetto, per la sua nomina) e fu installato nell’ufficio il 23 marzo (ivi, n. 3 e 4). Tenne la carica sino al marzo 1813 (1813. Régistre de Naissance, atti 23 e 24, del detto Comune). L’Amoretti elaborò con singolare perizia grandi orologi: ancora ai primi del Novecento Vittorio Caviglia, nella sua bottega di orologiaio in Strada Mazzini 78 di Parma conservava con gran cura e adoperava ancora quale perfetto regolatore del tempo un grande orologio a pendolo entro custodia di legno, sul retro del quale si leggeva inciso che era stato realizzato da Giacomo Amoretti nel 1793. Altri due simili esistevano presso l’ingegner Enrico Amoretti (a torretta, ammirabili per la loro costruzione e massima esattezza: il più grande era a due pendoli, nel quadrante vi erano tre sfere, per le ore, i minuti ed i secondi, indicava i mesi e i giorni dell’anno e suonava ore e quarti) e un terzo presso la Fonderia di Bologna. L’Amoretti costruì anche una macchinetta per misurare le miglia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 12; U. Benassi, Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135 e 151-152.

AMORETTI GIOVANNI, vedi AMORETTI GIOVANNI FRANCESCO

AMORETTI GIOVANNI 
Roccabianca 1888-Sei Busi 26 luglio 1915
Figlio di Antonio e di Maria Zamberoni. Soldato nel 112° Reggimento Fanteria. Aveva già fatto due anni di servizio permanente, quando il 24 maggio 1915 fu destinato al 112° Fanteria, formatosi a Parma, e subito partì per il fronte sull’altopiano del Carso alla conquista del Monte Sei Busi. Là, dopo diversi combattimenti di attacco frontale che in quei giorni caratterizzavano la guerra, e le prime avanzate, cadde da eroe sul campo di battaglia guadagnandosi la medaglia di bronzo al valore e la croce al merito di guerra.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 8.

AMORETTI GIOVANNI AMBROGIO 
San Pancrazio 1785-San Pancrazio 26 marzo 1857
Figlio di Francesco, fu lodato per valentissimo fabbro. Collaborò nell’arte tipografica dell’azienda familiare, e lavorò anche oggetti di rame e di acciaio. Fu sepolto nel sagrato della chiesa di San Pancrazio per concessione governativa e ricordato da un’iscrizione sulla facciata.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135 e 154.

AMORETTI GIOVANNI FRANCESCO 8 febbraio 1764-San Pancrazio 26 maggio 1849Fabbro ferraio, specializzato nella costruzione di strumenti da taglio rusticali. Collaborò nell’officina coi fratelli. Su un pilastro della chiesa di San Pancrazio si legge la seguente iscrizione: A Giovanni Amoretti Fabbro Ferraio Utilissimo Collaboratore Ai Fratelli Il Quale Costruendo Egregi Strumenti Da Taglio Crebbe l’Onore Della Domestica Officina Visse 85 Anni Lodato Di Pietà E Di Beneficenza Morì A’ 26 Maggio 1849 E Fu Sepolto All’Ingresso Del Sagrato Di Cui Eresse A Spese Proprie La Cinta Laterizia La Figliuola Maria Moglie Di Geronte Colombi Pose Dolentissima.

FONTI E BIBL.: U. Benassi, Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135 e 154.

AMORETTI GIUSEPPE 
Parma-post 1878
Contrabbassista. Il 21 giugno 1878, assieme ad altri sette strumentisti di Parma, partì per Torino per poi recarsi a Parigi con la Regia Orchestra di Torino diretta da Carlo Pedrotti.
FONTI E BIBL.: Il Presente 18 giugno 1878.

AMORETTI GIUSEPPE 
Monchio 1887/1940
Falegname. Fu artefice dei serramenti delle finestre del Castello di Gabiano Monferrato.
FONTI E BIBL.: Gli Anni del Liberty, 1993, 155.

AMORETTI GIUSEPPE VITTORINO 
San Pancrazio 3 giugno 1773-Bologna 13 gennaio 1845
Figlio di Pancrazio e Rosa Spaggiari. Rimasto nel 1827 unico proprietario della fonderia, l’Amoretti la trasportò, col domicilio suo e dei figli Andrea e Giuseppe, a Parma, in Borgo della Macina 26. Qui Andrea condusse in sposa, due anni dopo, Luigia Bozzani, della famiglia dei cartai, e per queste nozze, in attestato di viva esultazione e in riguardo del merito singolare delle famiglie Amoretti e Bozzani nella fabbricazione de’ caratteri e della carta, il tipografo Torreggiani e compagno di Reggio Emilia stampò un’ode in quartine di settenari del letterato e professore reggiano Luigi Cagnoli. Nell’anno seguente, 1830, insieme con un nuovo grande saggio di caratteri, fu compiuta nell’officina dell’Amoretti, in tre unici esemplari, una bella e nitida edizione dei Versi aurei di Pitagora, fatta conoscere agli studiosi, agli inizi del Novecento, da un articolo di Luigi Galante. Questi la giudicò un’edizione bodoniana, probabilmente degli anni 1795-1796: uno splendido esempio di edizione bodoniana. Ma essa manca nell’elenco diligentissimo del De Lama e nella collezione delle stampe del Bodoni presso la Biblioteca Palatina di Parma, inoltre è accompagnata da una lettera di offerta del 7 settembre 1830 diretta a un amico e cortesissimo correttore, senza il minimo accenno del Bodoni, e infine fu trovata tra i libri dei conti Linati di Parma (passati, per eredità, al professor Luigi Garrone di Vercelli), e notoriamente il conte Claudio Linati diede prove di affettuosa amicizia per gli Amoretti. La mancanza di note tipografiche non fu mai uso del Bodoni, e meglio si spiega per l’Amoretti che non aveva alcuna ditta tipografica, e tuttavia poteva utilizzare i torchi nell’officina del fratello Pietro, a brevissima distanza. E da ultimo quel correttore si attaglia troppo bene alla correzione dell’opera medesima, che avendo anche la parte greca, dovette abbisognare dell’aiuto di uno dei non molti grecisti che erano allora in Parma, quale appunto era il conte Filippo Linati, padre di Claudio. Non fu, del resto, il primo caso di un’edizione amorettiana scambiata per un’edizione bodoniana, a gran lode dei non indegni allievi. L’Amoretti, non soddisfatto della nuova residenza, ove ai moti politici del 1831 seguì la reazione (da cui fu colpito lo stesso conte Filippo Linati), volle cercare fortuna migliore sotto altro cielo: i suoi assaggi presso le autorità dello Stato papale trovarono favorevole accoglienza. Il cardinal Bernetti gli scrisse in termini molto deferenti da Roma, il 28 maggio 1831, compiacendosi che avesse finalmente risoluto di effettuare il suo proposito di trasferirsi e stabilirsi in Bologna con la sua officina ed impiegati subalterni, secondava il suo desiderio di essere esentato dai dazi d’introduzione degli utensili della sua arte, di poche quantità di caratteri vecchi e nuovi esistenti nel proprio magazzino e della mobilia di casa sua, non che di quelle spettanti agli impiegati suddetti, e già aveva dato gli ordini opportuni a monsignor tesoriere generale. Il 2 luglio 1831 il permesso della pontificia Segreteria di Stato gli venne confermato dalle autorità di Bologna. Così Parma (proprio mentre si svolgevano i processi politici contro i liberali) perdette un’importante officina, e passarono a Bologna i perfetti punzoni de’ primi caratteri maestrevolmente incisi dai fabbri di San Pancrazio. Andato coi figli Andrea e Giuseppe nella nuova residenza, l’Amoretti continuò l’assiduo lavoro, realizzando nuovi saggi della fonderia dei Fratelli Amoretti. Quando morì, essendogli premorto Andrea (il quale, del resto, coltivò più le lettere che l’industria paterna), succedette nella direzione della fonderia Giuseppe.FONTI E BIBL.: U. Benassi, Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135 e 147-150.

AMORETTI MARIO 
Parma 15 maggio 1924-Parma 28 dicembre 1967
Iniziò a lavorare nello studio del padre Armando. L’Amoretti e il fratello Giovanni crebbero professionalmente leggendo Progresso fotografico. Poi, proprio nel momento in cui i progetti di ampliamento dello studio stavano per prendere forma, giunse l’improvvisa morte dell’Amoretti. Si produsse una frattura insanabile, e anche il padre, stroncato dal dolore, morì appena due anni dopo. L’Amoretti lasciò una particolare impronta come fotografo sportivo: insieme al fratello Giovanni, a William Carra e a Livio Amati (divenuto poi dipendente di Alberto Montacchini) seguì tutti gli avvenimenti e le glorie di cui i colori di Parma si riempirono in quel periodo fecondo: il leggendario Parma del calcio con la maglia crociata, i campioni d’Italia del rugby, Masetti e Mendogni nel motociclismo, il travolgente sestetto dei Ferrovieri nella pallavolo e indimenticabili edizioni della Parma-Poggio di Berceto e della Mille Miglia.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 298.

AMORETTI PANCRAZIO 
San Pancrazio 16 settembre 1732-post 1796
L’Amoretti e il fratello Giacomo (con i figli di Pancrazio, don Andrea, Pietro, Giovanni e Vittorino), furono per molti anni i migliori collaboratori, allievi e amici di Bodoni, divenendo poi, non si sa bene per quale ragione, i suoi più detestati concorrenti nell’arte tipografica. L’Amoretti nel 1791 era ancora esecutore dei punzoni e di tutti i ferri della tipografica bodoniana. Nel 1795 il distacco era già avvenuto, e la nuova tipografia era pronta a funzionare (godette poi, tra l’altro, della stima dei conti Linati). La prima opera della tipografia è del 1796, i Discorsi del Turchi, seguita dai Sonetti su l’armonia di Angelo Mazza. Nel 1810 l’officina era ricca di 3600 matrici e 1800 punzoni.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 22.

AMORETTI PIETRO 
San Pancrazio 14 aprile 1766-San Pancrazio 2 luglio 1840
Figlio di Pancrazio e Rosa Spaggiari. Eccellente meccanico, prestò opera costante al fratello Andrea, celebre punzonista. L’arte tipografica va assai debitrice all’Amoretti per l’incisione dei punzoni, e per la costruzione di torchi eccellenti (dei quali dotò la Tipografia Bodoniana) e d’altri strumenti utili non solo a quest’arte, ma anche a quella dell’incisione in rame, perchè inventò non poche macchine per condurre linee parallele, rette o sinuose nei fondi delle lastre da incidere, e provvide di esse i più grandi incisori italiani, tra cui il Rosaspina, il Longhi e il Toschi. Non solo l’Italia possiede suoi lavori, perchè diversi artisti del Cairo e di Liverpool ebbero ad ordinargli strumenti con molta loro soddisfazione. Altri non pochi suoi lavori si potrebbero citare, tra i quali almeno va ricordato che, essendosi trovata nell’anno 1747 negli scavi di Velleja la famosa Tavola Alimentare, che è ora nel Museo Archeologico di Parma, il celebre archeologo De Lama volle affidare all’Amoretti la cura di riunirne i vari pezzi. L’Amoretti fu anche sindaco del Comune di San Pancrazio.
FONTI E BIBL.: Cenno necrologico nel periodico Il Facchino, II, 28, Parma 11 luglio 1840, 223; Il Parmigiano istruito, 129, nella Necrologia dei personaggi ragguardevoli dei ducati; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 11-12; U. Benassi, Bodoni e i suoi allievi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1913, 135 e 153-154.

AMORETTI VITTORINO, vedi AMORETTI GIUSEPPE VITTORINO

AMORTH ANTONIO 
Parma 1908-Milano 20 luglio 1986
Illustre studioso, personaggio schivo e ricco di profonda interiorità. Figlio di Giulio, un funzionario di prefettura, che nel primo decennio del XX secolo si era trasferito a Parma. La famiglia dopo qualche anno, all’epoca del fascismo, lasciò Parma. L’Amorth si laureò a Pavia (ebbe tra i suoi maestri Antonio Segni) e da lì iniziò la sua brillante attività di docente universitario. Insegnò diritto amministrativo, diritto costituzionale e diritto pubblico nelle Università di Macerata, Modena, Milano (presso la Statale, la Bocconi e la Cattolica). Alla Statale di Milano per tre anni fu anche preside della Facoltà di giurisprudenza. Alcuni suoi testi sono ritenuti dei classici della letteratura giuridica: Gerarchia (1936), Merito dell’atto amministrativo (1939), Costituzione (1948), Province (1967). Il Ministero alla Pubblica Istruzione gli assegnò una medaglia d’oro di benemerenza. Nel 1982 l’Istituto di diritto pubblico della Statale di Milano promosse la pubblicazione di una raccolta di studi in suo onore, edita da Giuffrè.
FONTI E BIBL.: V. Italia, in Corriere della Sera 21 luglio 1986; c.d. in Gazzetta di Parma 22 luglio 1986, 5.

AMPOLLINI DIALMA 1876-Parma 1962Falegname, fu un valido esponente del mobile eclettico parmigiano. Appena diciottenne realizzò una camera nuziale completa. La composizione, liberamente concepita, ripropone, in un variato intreccio di motivi classicheggianti, la struttura del mobile parmigiano cinque-seicentesco eseguito con largo impiego di motivazioni floreali e figurative trattate ad altorilievo. Il legno di noce naturale a massello pieno è alternato negli sportelli a due battenti e nel lungo cassettone alla base, da fasce di palissandro di colore più chiaro. Educando i figli al mestiere, l’Ampollini creò un centro di produzione che ebbe sviluppo nel tempo con l’opera di Guido, Asdrubale, e Paolo, nel laboratorio di via Turchi in Parma.

FONTI E BIBL.: G. Capelli, Il mobile parmigiano, 1984, 56.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Teca Digitale Biblioteche del Comune di Parma - V.lo Santa Maria 5, 43125 Parma (PR)

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