Ti trovi in Home page>Dizionario biografico: Aiani-Alessio

Dizionario biografico: Aiani-Alessio

Stampa la notiziaCondividi su facebook

        AIANI-ALESSIO

AIANI, vedi AJANI

AICARDI ANDREA
Parma ante 1445-Parma post 1484
Scrittore, di famiglia appartenente al patriziato. Così ne parla l’abate Tonani: Un certo Andrea Aicardi da Parma fu condotto dal Comune Reggio Professore di eloquenza sotto li 28 di Maggio del 1465, e nel 1466 ai 29 Giugno fu dal medesimo Comune destinato a fare l’orazione per la venuta del nuovo Vescovo Antoni Beltrandi; e finalmente nel 1468 prese il suo congedo con epigramma riportato nelle provvisioni del predetto Comune, dalle quali rilevansi dette notizie. Dell’Aicardi tengo un epigramma manoscritto diretto al nostro Gaspare Lanci. Nella Raccolta intitolata Camilli Palaeotti Tumulus, 1597, è un Protrepticon di Giulio Segni ove si parla di un Aicardi: nostrae aetatis honos ingens Aicarde. Fu amico di Andrea Portilia, il famoso editore e stampatore, cui dedicò un epigramma latino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 319; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, 1877, 4; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 571; Aurea Parma 4 1958, 234-235.

AICARDI FRANCESCO TEODORO
Parma 9 novembre 1640-Parma 27 gennaio 1713
Figlio del nobile Orazio e di Domenica. Emise a Modena il 29 giugno 1662, ventiduenne, la professione religiosa nell’Ordine cappuccino cambiando il nome di Francesco Teodoro in quello di Gioacchino. Fu predicatore efficace e di illibatissima vita, chiamato in tutta Italia come esorcista avveduto, prudente e dotto, devotissimo della Beata Vergine Maria, in onore della quale compose varie canzonette che distribuì largamente. Benedicendo nel nome di Maria, guariva molti infermi e liberava gli ossessi. Godette di tal fama di santità che, diffusasi la notizia della sua morte, ne vennero chieste reliquie non solo dalle città vicine, ma anche da Milano, Genova, Torino, Roma, Napoli e Lisbona. Si conserva un suo ritratto a olio nel convento di Parma con l’iscrizione latina che, tradotta, dice: Padre Gioacchino da Parma predicatore di grande pietà, ammirevole per carità verso il prossimo e nel guarire gli energumeni. Questo figlio, che la stirpe Aicardiana donò ai cappuccini, la morte colse settuagenario e lo collocò tra i santi in cielo. Spirò in questo convento di Parma il 27 gennaio 1713 con vivo rimpianto dei suoi che lo veneravano. Le sue ossa, in seguito alla soppressione del vecchio convento, furono trasferite con distinzione nella vicina chiesa parrocchiale di Ognissanti.
FONTI E BIBL.: Annuario Provinciale, IV, 113-194; Gabriele, Leggendario, I, 365-380; Cappuccini a Parma, 1961, 19; F. da Mareto, Necrologio cappuccini 1963, 93; Ausiliatrice 5/6 1965, 3.

AICARDI GERARDO
Parma 1210
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1210.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 14.

AICARDI GIACINTO
Parma-1667
Disegnatore e acquafortista, fu attivo nel 1640 e nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Manoscritti nella Biblioteca Palatina di Parma; U. Thieme-F. Becker; Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 571.

AICARDI GIOACCHINO, vedi AICARDI FRANCESCO TEODORO

AICARDI LODOVICO
Parma 1482/1489
Figlio forse di quell’Andrea Aicardi da Parma che fu professore di eloquenza a Reggio intorno al 1470. I Rotoli (I, 118, 121, 131, 134) designano l’Aicardi insegnante a Bologna di logica de sera per gli anni 1482-1483 e 1483-1484, e de mane per il biennio successivo, inoltre lo danno professore di Filosofia straordinaria per gli anni 1487-1488 e 1488-1489. Insegnava la sua disciplina contemporaneamente ad altri, perché, secondo il costume del tempo, si soleva contrapporre in un medesimo insegnamento un professore a un altro, allo scopo di esercitare con la polemica docenti e discenti nella ricerca del vero. Era quello il tempo delle ardenti polemiche tra averroisti e alessandristi, e Bologna divenne il centro di questi ultimi, come ha diffusamente illustrato il Fiorentino nel suo studio su Pietro Pomponazzi da Mantova (Firenze, 1868). È facile pertanto immaginare l’ardore delle discussioni che avranno agitato lo Studio bolognese al tempo dell’Aicardi, il quale ebbe a collega nella stessa sua disciplina il famoso Alessandro Achillini, il maggiore competitore del Pomponazzi.
FONTI E BIBL.: Chevalier; Mazzetti, Repertorio n. 23; Alidosi, Dottori forastieri, 50; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 571; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 6 1929, 78.

AICARDI PAGANINO
Parma 1235
Nel 1235 era suonatore di tubeta parva al servizio del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 16-17; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

AICARDI SCOLASTICA COLOMBA
Parma 1672
Fu monaca del Monastero di San Quintino di Parma nel 1672.
FONTI E BIBL.: Gaspari, Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, I, 239; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 572.

AICARDI SMERALDO
Parma 15 aprile 1857-Parma 20 gennaio 1926
Si diplomò con la lode distinta in violino alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1875. Fu amico di Arturo Toscanini che lo volle con sé in varie occasioni. Percorse un’ottima carriera in orchestre italiane e straniere, pur rimanendo a risiedere a Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 133; Dietro il sipario, 1986, 263.

AICARDO-Parma 733
Nel 709 fu canonico della Cattedrale di Parma. Fu il secondo Vescovo di Parma, mandato nel 731 dal pontefice Gregorio III. Visse fino al 733 e gli succedette Alboino.
FONTI E BIBL.: Gams, Series Episcop., 744; R. Pico, Catalogo dei Vescovi di Parma, 219; Cherbi; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 572; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, 1936, 75-81.

AICARDO-
Parma 4 settembre/12 novembre 926
Quale successore di Elbungo, fu vescovo di Parma nel 920 (né prima si trova di lui notizia). Proprio in quell’anno, a causa di un incendio, fu distrutta la Cattedrale e la canonica attigua. Tra le altre cose, furono ridotte in cenere le scritture appartenenti all’una e all’altra, con gravissimo danno. Perciò gli ecclesiastici ai quali era affidata l’amministrazione dei beni avuti per altrui liberalità o in qualunque altro modo posseduti, furono costretti a ricorrere all’imperatore Berengario contro i numerosi tentativi di usurpazione. L’imperatore, da Pavia, il 26 settembre 920, a istanza del marchese Olderico e dell’Aicardo, riconfermò alla Chiesa parmense tutte le donazioni e qualunque altro possesso anteriore, e in più accordò come prova l’inquaestum per vicinos avendo un incendio distrutto i documenti. Anche l’Aicardo, per difendere le proprietà del suo episcopio, a mezzo del conte Grimoaldo, si rivolse all’Imperatore, il quale da Mantova, l’ottobre del 920, ordinò che non fosse da alcuno molestato di ciò che aveva ottenuto in ogni tempo e ovunque con investitura. Concesse inoltre di potersi difendere tam per inquisitionem quamque per sacramentum adiurante suo advocatore, cioè col giuramento del suo avvocato. Il 19 febbraio 921, da Mantova, l’imperatore Berengario riconfermò ai canonici le cose da loro possedute, specialmente quelle che a essi erano pervenute dal vescovo Vibodo e da Vulgunda, e le altre donate dalla contessa Berta e dal figlio di lei, il conte Vifredo, stabilendo che delle cose tutte si facesse un’inquisitio per vicinos. Il giorno seguente, con altro diploma, l’Imperatore, oltre la riconferma, permise ai Canonici di difendere le cose loro non solo, come aveva decretato a favore del Vescovo, ma anche col giuramento. Intorno al 921 Adalberto, marchese d’Ivrea, tentò di ribellarsi all’imperatore Berengario e, guadagnati alla sua causa il marchese Olderico, conte di palazzo, e Lamberto, arcivescovo di Milano, armò in breve un esercito. L’Imperatore chiamò in soccorso gli Ungari. Nel corso del conflitto trovò la morte Olderico. I congiurati, cui si unirono le città lombarde (cioè i vescovi e i conti che le reggevano), tra i quali l’Aicardo, chiamarono a regnare in Italia Rodolfo, re dell’alta Borgogna. Da Pavia, il 4 febbraio 922, l’Aicardo alle istanze dello stesso marchese d’Ivrea e dell’arcivescovo di Milano, ottenne da Rodolfo un diploma che gli confermò il possesso della Badia di Berceto. L’8 dicembre dello stesso anno, Rodolfo convalidò i privilegi antichi anche al Capitolo di Parma e concesse il diritto di difendere i loro beni col giuramento. Berengario intanto si era ritirato a Verona per riparare alle forze perdute, e contemporaneamente tentò di guadagnare qualche potente alla sua causa: trasse infatti al suo seguito il vescovo Guido di Piacenza. Ribellatasi perciò la città a Rodolfo, l’Imperatore poté aprirsi la strada della Lombardia, e già il 29 luglio 923 bivaccò con l’esercito presso Fiorenzuola. Circondato di sorpresa da Rodolfo, non si smarrì, anzi combatté così coraggiosamente che sembrò dovesse arridergli la vittoria. Ma avvenne che il conte Bonifacio e il conte Gaiardo, giunti improvvisamente, si scagliarono nella mischia facendo strage dei nemici. Berengario, costretto a fuggire, riparò di nuovo a Verona. Rodolfo privò il vescovo Guido del titolo di suo consigliere, e in sua vece, forse proprio in questa occasione, nominò a tale carica l’Aicardo. Nell’estate cessò di vivere la vecchia imperatrice Ageltrude, vedova dell’imperatore Guido, che visse lungamente presso la sua chiesa di San Nicomede di Fontanabroccola, nel contado parmense. Il 27 agosto 923 testò lasciando due masserizie, una non lontano da Soragna e l’altra sotto Parola, all’altare di San Remigio nella Cattedrale di Parma, perché coi frutti fossero beneficiati i sacerdoti, mantenuti i lumi e gli incensi, ogni qual volta l’Aicardo e i suoi successori avessero ordinato di celebrare la Messa cantata al detto altare. Il 27 settembre 924, Rodolfo, a istanza del vescovo Beato, arcicancelliere, e dell’Aicardo (et Heicardum venerabilem sanctae Parmensis ecclesiae episcopum auricularium nostrum), prese sotto la sua protezione la Chiesa di Cremona, e le confermò i diritti e i possessi, segnatamente quelli che Berengario le aveva concesso. E al suo carissimo scilicet fideli nostro Aicardo l’8 ottobre Rodolfo donò la corte di Sabbioneta oltre il Po cedendo alle preghiere della contessa Ermengarda e del marchese Bonifacio, col diritto di poter trasferire la signoria a chi più gli fosse piaciuto. Si vuole che a istanza dell’Aicardo, Rodolfo il 18 luglio 925, da Pavia, confermasse a quella Chiesa gli antichi privilegi, le carte, i possessi e i diritti, concedesse nuovi favori e assegnasse speciali privilegi alla famiglia Confalonieri. Lo Schiapparelli però ritiene falso il diploma. Ermengarda, moglie del marchese Adalberto d’Ivrea, figlia di Adalberto II e di Berta, madre in prime nozze di Ugo, duca di Provenza, si lasciò indurre da Ugo e Lamberto e dall’arcivescovo di Milano, Lamberto, a procurare il Regno italico al fratello uterino, facendo insorgere Pavia contro Rodolfo, che fu costretto a fuggire dall’Italia. Ugo fu chiamato in Italia (anche Parma lo riconobbe come re) e fu incoronato il 21 luglio 926. Che l’Aicardo sia stato segretario del nuovo re non è certo, tuttavia trovò grazia presso di lui: Ugo privilegiò infatti la sua Chiesa, gli accordò il 4 settembre 926 gli antichi possessi, vietando ai conti, ai giudici e ai gastaldi di chiamare in giudizio chiunque e per qualsiasi ragione nei luoghi appartenenti alla Chiesa di Parma, gli concesse una più ampia immunità e il diritto di inquisizione. Dall’uso di tali formule si deduce che conti e ministri avevano preso a molestare l’Aicardo nel suo governo. L’Aicardo morì poco dopo, giacché dal 12 novembre dello stesso anno risulta eletto il nuovo vescovo: Sigefredus cancellarius episcopus.
FONTI E BIBL.: Cherbi; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 75-81; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

AICARDO ANDREA, vedi AICARDI ANDREA

AICARDO DA CORNAZZANO, vedi CORNAZZANO AICARDO

AILI LORENZO
Trento o Reggio Emilia o Cremona 1657 c.-Parma 16 maggio 1702
I documenti reperibili sull’Aìli riguardano più le sue opere che i fatti della sua vita privata, tanto che sono incerti sia il luogo di origine che la stessa grafia e l’accento del suo cognome. I ricercatori hanno indicato vari luoghi di provenienza e di lavoro: Trento, Cremona, Milano, Reggio Emilia. Il cognome non è documentato sempre nella stessa forma: lo si trova anche, per esempio, con l’acca iniziale, che potrebbe essere indizio di una sua origine nordica, forse germanica, considerando il suo tipo di scultura e il fatto che gli artisti si spostavano facilmente da una nazione all’altra. Comunque prevale, nella grafia, la forma Aìli, italianizzata, che si deve accettare come inevitabile evoluzione linguistica. Un documento importante riguardante l’Aìli è quello della sua morte, avvenuta all’età di circa quarantacinque anni, come si ricava dai registri dell’antica parrocchia di San Marcellino, dall’annotazione del parroco, da cui risulta pure l’indicazione della sua sepoltura, nell’Oratorio di San Giovanni Decollato, adiacente alla chiesa di Sant’Andrea, in seguito abbattuto. Dal necrologio, dunque, si potrebbe ricavare la data della sua nascita, cioè il 1657 circa, anche se lo storico Pietro Zani lo nomina come operante a Cremona nel 1660. L’opera dell’Aìli che forse precede le altre eseguite nel Ducato farnesiano, è quella del 1676: l’Altare del Crocifisso nella chiesa parrocchiale di Borgo Taro. Da questa data si potrebbe dedurre che l’Aìli giunse nel Parmense molto giovane e che vi si stabilì rimanendovi per quasi trent’anni, fino alla morte. Risulta certa anche la sua assunzione presso la Corte farnesiana nel 1677 in qualità di scultore e intagliatore. Era duca di Parma e Piacenza Ranuccio Farnese, che governò dal 1646 al 1694, nel quale periodo rientra in massima parte la presenza dell’Aìli nel Ducato (dal 1694 al 1702, data della morte dell’Aìli, fu duca Francesco Farnese, figlio di Ranuccio). L’ambiente culturale e artistico in cui s’inserì l’Aìli era molto propizio alla produzione di opere d’arte di vario genere: architettoniche, pittoriche, scultoree, letterarie e musicali, nonostante le gravi difficoltà economiche in cui si trovava il Ducato. La numerosissima Corte era dedita al lusso, alle feste e agli spettacoli, che gravavano in maniera eccessiva sull’erario, tanto che furono create imposte straordinarie a questo scopo. Ranuccio Farnese emanò alcuni importanti provvedimenti che favorirono lo sviluppo culturale di Parma: arricchì la Pinacoteca e la Biblioteca Ducale, favorì l’Università e il Collegio dei Nobili, fondò le Accademie di Lettere, Arti e Scienze e promosse, infine, con il suo mecenatismo, l’arrivo di molti intellettuali e artisti da varie parti d’Italia. Francesco Farnese fu costretto a interrompere le tradizioni sfarzose della famiglia, che avevano portato a una situazione economica insostenibile: dovette ridurre le spese della Corte, il numero dei cortigiani, chiamando tutte le classi sociali a contribuire al pagamento delle forti somme a debito. A quanto pare l’Aìli ebbe una bottega molto attiva e una produzione abbondante, come dimostrano le varie opere rimaste nel territorio del Ducato farnesiano: le sculture dell’Aìli, documentate o attribuite, raggiungono il numero di venticinque, escludendo le cornici e le decorazioni che legano alcune sculture nella loro composizione unificante, ed escludendo inoltre le opere reperibili nelle città fuori del Ducato farnesiano, indicate dai ricercatori, come Trento, Milano, Cremona e Reggio Emilia. L’Altare del Crocifisso della chiesa parrocchiale di Borgo Taro è la prima opera eseguita dall’Aìli nel Parmense. La data del 1676 e il nome dell’Aìli erano leggibili nella base dell’Altare ma vennero distrutti nel primo Novecento da un principio d’incendio e dal successivo restauro. È rimasta una fotografia dell’Altare, del 1880 circa, da cui, a forte ingrandimento, si possono leggere data e nome. L’Altare fu progettato intorno a un crocifisso antico, forse quattrocentesco, perciò stilisticamente staccato dal resto dell’opera, ma fulcro della composizione seicentesca. La stessa croce ha carattere barocco: probabilmente fu eseguita o rimaneggiata nel medesimo momento. Il crocifisso è sistemato in una nicchia rettangolare, dipinta in tono scuro, contrastante con l’abbondante doratura che riveste quasi tutto l’Altare. Le statue della Madonna e di San Giovanni fiancheggiano la croce, legandosi al Cristo con un movimento schematico, forse per adeguarsi allo stile antico del crocifisso. La nicchia è incorniciata da una ricca decorazione in cui si distingue un motivo sinuoso di girali vegetali, sui quali balzano in forte rilievo alcuni putti. Due colonne, dipinte a marmo, fiancheggiano la nicchia, avvolte da un motivo vegetale dorato per tutta la loro altezza, fino al capitello composito. Di fianco alle colonne due angeli-cariatidi, poggiati su alte mensole, anch’esse dello stesso colore marmorizzato con decorazioni dorate, portano pure capitelli compositi. Sui quattro capitelli si alza una trabeazione che regge un alto e ricchissimo timpano curvilineo ai cui lati sono sdraiati due grandi angeli, a tutto tondo, dorati, che si legano al dinamismo di tutto il fastigio con il movimento delle ali e delle vesti, e con la loro stessa posizione. Dall’analisi di quest’opera risulta chiaro che l’Aìli fu legato alla cultura artistica del suo tempo, che predilesse il movimento delle forme e l’uso abbondante dell’oro, che acquista, particolarmente in quel tempo, significato di luce, colore e celebrazione. Il modo personale dell’Aìli sta, forse, in una certa accentuazione di dinamismo, che può essere considerata sia di origine nordica che di tendenza già barocchetta. Nella Galleria Nazionale di Parma sono esposte due sculture dell’Aìli: la Vergine Annunciata e l’Angelo Annunciante. L’uso dinamico del panneggio e il modo di esecuzione dei visi e delle mani indicano che la concezione delle forme corrisponde alla maniera espressiva di questo scultore. Sulla base dell’inginocchiatoio dell’Annunciata è incisa la sigla LHF, cioè, molto probabilmente, Lorenzo Haili fecit. Sembra che queste due sculture siano provenienti dal soppresso Convento dei Cappuccini di Parma e donate al Museo Nazionale di Antichità nel 1870. Forse erano originariamente sistemate ai lati del Crocifisso che è rimasto su un altare della chiesa dei Cappuccini in Parma e che è opera di grande plasticismo: dinamico nel movimento del corpo, del perizoma, nel cartiglio in alto e infine nello stesso modo di concepire la croce come due tronchi d’albero incrociati, nodosi e mossi. È documentato il fatto che questo Crocifisso proveniva da Roma e che fu donato ai Cappuccini dal duca Ranuccio Farnese nel 1684. Si può fare l’ipotesi che l’Aìli lo eseguisse in quegli anni a Roma dove si trovava forse a spese del Ducato, come del resto avveniva spesso quando si voleva che gli artisti si mettessero in contatto con gli ambienti più avanzati nel campo delle arti. Si può infatti notare nel Crocifisso un plasticismo più vigoroso rispetto alle sculture precedenti, per un probabile influsso dell’ambiente romano in cui operavano grandi scultori, quali il Mochi, l’Algardi, il Bernini, il Duquesnoy. Nella sagrestia della chiesa della Steccata in Parma si trovano due statue attribuite all’Aìli: quelle di San Domenico e di Santa Caterina, che sono dorate, di dimensioni maggiori delle altre, con panneggio abbondante e dinamico, secondo i modi tipici dell’Aìli. Sembra che le due statue siano provenienti dalla distrutta chiesa di San Pietro Martire e che siano state sistemate in un nicchione della chiesa, ai lati di una Madonna del Rosario, la cui devozione divulgarono proprio quei due santi. Nel 1690 l’Aìli creò un’eccezionale carrozza destinata alla cerimonia per le nozze di Odoardo Farnese, figlio di Ranuccio, con la principessa Dorotea Sofia di Neoburgo. Sono state infatti ritrovate in una biblioteca di Parigi delle incisioni di Carlo Antonio Forti che riproducono la parte anteriore e posteriore della carrozza, incluso il nome dell’autore. Per l’opera dell’Aìli è interessante la testimonianza di G. Notari, che descrive in modo dettagliato le feste di quell’anno: Salirono in maestosa e superba carrozza di velluto cremisino al di fuori ricoperto da un massiccio ricamo d’oro. Il Carro era d’intaglio tutto dorato, con due figure nella parte deretana, rappresentanti la Liberalità e l’Avarizia spuntando tra quelle il Leone e il Cavallo Marino, Fiere allusive all’Arme de’ Serenissimi Sposi; la posta del cocchiere veniva pure freggiata da Figure, Festoni e Fogliami, sudata fatica d’eccellente scalpello. Sembra, dunque, che l’Aìli fosse attivo anche nella produzione di carrozze, certamente ad alto livello, risolvendole in modo plastico di grande qualità. Nell’occasione delle nozze, furono anche preparate grandi sculture di zucchero, da consumarsi in quella eccezionale festa, realizzate con figurazioni mitologiche e allegoriche che celebravano la potenza di Casa Farnese, le virtù e l’amore dei nobili sposi. A questo proposito, risulta documentato il pagamento all’Aìli dei modelli di terra che servirono per i trionfi. Intorno allo stesso anno 1690 (forse qualche anno prima) l’Aìli lavorò per il Palazzo farnesiano di Piacenza. Nel Museo Civico di Piacenza sono conservati quattro paracamini in legno, scolpiti e dorati, con soggetti mitologici e allegorici, entro ricche incorniciature. Questi pezzi sono documentati nell’inventario del 1691 riguardante gli arredi del Palazzo farnesiano piacentino. I paracamini, che furono tra le pochissime cose che si salvarono dalla spogliazione del 1803, furono attribuiti in passato dagli studiosi a più di uno scultore, ma poi assegnati definitivamente all’Aìli. È riconosciuta la straordinaria qualità di questi rilievi nei valori di composizione, di dinamismo delle forme e di effetti chiaroscurali, secondo modi espressivi attribuibili appunto alla mano dell’Aìli. L’Aìli usò preferibilmente il materiale ligneo, che comporta tecniche diverse da quelle usate per altri materiali, come per esempio il bronzo o il marmo. Il fatto che l’Aìli usasse il legno, può confermare, al di là delle citazioni dei luoghi di provenienza da parte dei vari ricercatori, l’origine geografica dell’Aìli, nordica o montanara, secondo una tradizione secolare di certe zone (che prevedeva normalmente anche la laccatura o la doratura). Queste sono proprio le caratteristiche delle opere dell’Aìli, tanto che si potrebbe ipotizzare che le sue sculture non dorate e non laccate non siano state finite. A Roma l’Aìli vide anche le numerose opere del Bernini, il vero arbitro dell’arte romana per buona parte del Seicento. Una certa risonanza col Bernini si può cogliere nella composita e già ricordata Annunciazione della Galleria Nazionale di Parma, che può richiamare, se pur vagamente, nella composizione, nella finezza di modellazione e nel dinamismo del panneggio, l’Estasi di Santa Teresa, la scenografica opera del Bernini del 1647, in Santa Maria della Vittoria a Roma. Se l’Aìli fu a Roma verso il 1680, ebbe dunque modo di vedere tutta la produzione artistica barocca, scultorea, pittorica, architettonica, che aveva già posto le premesse per l’evoluzione dello stile verso quello barocchetto o rococò. L’Aìli lo dimostra, infatti, nelle sue opere con il dinamismo più nervoso, la grazia degli atteggiamenti e la composizione. Risulta documentato un intervento dell’Aìli, entro il 1695, nella Cappella di Sant’Agata del Duomo di Parma, per la realizzazione della tomba del vescovo Saladini, in collaborazione con Mauro Oddi, l’artista parmigiano con cui l’Aìli ebbe rapporti di lavoro. Risulta ugualmente documentato che dall’anno 1695 l’Aìli lavorò per il marchese Giampaolo Meli Lupi di Soragna, che, dopo il suo matrimonio con Ottavia Rossi di San Secondo, volle rinnovare gli ambienti e gli arredi della Rocca, chiamando gli artisti e gli artigiani locali a quell’impresa, prima di rivolgersi agli artisti veneti, che apprezzò maggiormente. L’opera di rinnovamento fu iniziata dal pianterreno dove l’Aìli eseguì l’alcova tutta dorata, con un ricco baldacchino, un letto straordinario fiancheggiato da quattro sculture che s’impongono per la loro eleganza e dimensione, rappresentanti le Stagioni. Un prezioso cancelletto, decorato da motivi vegetali, mascheroni e putti, chiude l’alcova. Il tutto fu inserito in una splendida boiserie. Nel 1698 l’Aìli eseguì, ancora per la Rocca di Soragna, figure allegoriche, putti e festoni per il Teatrino, progettato da Ferdinando Bibiena (questi pezzi furono poi rimossi e sistemati in altro ambiente). Entro il 1701, un anno prima della morte, l’Aìli è documentato per l’esecuzione di una statua lignea di Madonna Addolorata per la chiesa dei Serviti in Soragna (trasferita in seguito nella chiesa di San Giacomo). Essa è caratterizzata, al solito, dal dinamismo che, oltre alla doratura, è un elemento importante per l’analisi del fare artistico dell’Aìli. Sono stati attribuiti all’Aìli i due angeli che si trovano nella Sala dei Cavalieri dell’Università di Parma, che per i caratteri che li contraddistinguono, sono effettivamente collegabili al suo modo di fare.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca dell’Archivio comunale, ms. 88, G. Borra, Diari; Parma, Museo Nazionale di Antichità, ms. 12, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI 1651-1700, c. 6; L. Testi, La Cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 68-69; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, II, I, 257-258; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lex. der bild. Künstler, I, 151; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario Biografico degli Italiani, I, 1960, 524; G. Godi, 1975, 100-102 con altra bibliografia; L’abbazia, 1979, 200; G. Godi, in Gazzetta di Parma 21 dicembre 1979, 3; G. Cirillo-G. Godi, L’arte, 1979, 191; B. Colombi, 1980, 35; Il mobile a Parma, 1983, 256; Gazzetta di Parma 8 aprile 1993, 12; P. Pietrantonio, Arte e politica, 1996, 8-18.

AIMI
Parma XIV secolo
Scultore attivo nel XIV secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 15.

AIMI ALCIDE
Vidalenzo 27 maggio 1896-Como 1960
Fu Segretario Generale dell’Ufficio provinciale C.N.S.F. di Carrara. Prestò servizio militare per tutta la durata della prima guerra mondiale e partecipò col 142° Fanteria ai combattimenti di Oppacchiaselle (Carso) e quota 208 e 144 (Carso) ove rimase gravemente ferito. Fu autorizzato a fregiarsi della Croce di guerra e del distintivo dei feriti. Iscritto al Partito Nazionale Fascista dalla fondazione del Fascio di Busseto (3 marzo 1921), fu segretario politico del Fascio di Busseto fino al dicembre 1921. Organizzatore del Fascio e dello squadrismo della Bassa parmense, triumviro della Federazione Fascista e membro dei vari Direttorii Federali, fu capo manipolo fuori quadro della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Prestò la propria attività nel movimento sindacale dal 20 aprile 1921, iniziata con l’organizzazione dei primi Sindacati del Fascio di Busseto (Parma). Fondò e diresse il sindacalismo fascista della provincia di Parma da tale data fino al 6 settembre 1927. Membro del primo Consiglio direttivo della Confederazione Nazionale dei Sindacati Fascisti, fu Commissario straordinario dei Sindacati Fascisti di Firenze, e Segretario generale di Massa e Carrara. Nel 1929 venne trasferito a Mantova dove si occupò di sindacalismo integrale.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 457-458.

AIMI ANGELA MARIA
Parma 14 luglio 1902-1954
Scrittrice. Compì gli studi classici con scarso amore per la scuola e i libri, ai quali tornò con viva simpatia solo dopo avere abbandonato i banchi scolastici. Scrisse il romanzo Colei che uccise il sogno, Bologna, 1935.
FONTI E BIBL.: M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea, Milano, 1936; M. Bandini, Poetesse, 1941, 22.

AIMI BATTISTA
Soragna 29 giugno 1550-Parma 1589
Nacque da Cristoforo e Lucrezia Concari. Il padre, pur di origine parmigiana, risiedeva da tempo a Soragna: è infatti menzionato nel 1543 e nel 1544 quale luogotenente del locale podestà, e poi per alcuni decenni ancora lo si ritrova citato come notaio in vari atti pubblici, quali un rogito del 1549, una testimonianza del 1556 nella vertenza in corso tra i Meli e Ferrante Gonzaga, le cause civili della pretura di Soragna fino al 1563 e una fede del 24 giugno 1569 nella veste di procuratore del conte Federico Rossi al battesimo di una figlia del medico Luca Campagna; pagava inoltre un canone annuo di quattro capponi al marchese Meli Lupi a titolo di livello su ventidue biolche di terra in luogo detto Il bosco delle rose a Carzeto. L’Aimi dunque trascorse la sua giovinezza a Soragna, godendo anche le rendite di alcune possessioni che il padre aveva acquistato proprio nella villa del Carzeto. D’indole versata per gli studi, l’Aimi, dopo i corsi di lettere, passò all’Università di Bologna, applicandosi dapprima nella filosofia, poi nelle scienze geometriche e infine nella giurisprudenza, conseguendo in quest’ultima la laurea tra il 1573 e il 1574. Furono suoi maestri Lodovico Carnola da Scandiano (per la medicina) e Antonio Giavarino (per la giurisprudenza), dei quali ebbe un felice ricordo e che volle menzionare nella prolusione alla sua prima opera letteraria. Lasciata Bologna per trasferirsi a Parma, vi fece ritorno qualche anno dopo per avervi ottenuto una giudicatura, e qui diede inizio a quello studio che gli valse fama e onori, tra cui, il 16 ottobre 1580, l’aggregazione al Collegio dei Giudici. Avendo infatti osservato che il celebre Bartolo nella sua Tiberiade, per mancanza di sapere geometrico, era caduto in gravi errori, pensò di scrivere un trattato vertente sui casi giuridici derivanti dalle alluvioni dei corsi d’acqua, sviluppandone quindi tutta la teoria secondo i principii della geometria: così nel 1580 in Bologna, per i tipi di Giovanni Rossi, riuscì a darlo alle stampe, animato a ciò dal Giavarino e dal cognato Lodomeo Giunti, sotto il titolo di De alluvionum jure universo, de fluviaticis scilicet incrementis cognoscendis, acquirendis, admittendis et facillime dividendis. L’opera è preceduta da quattro lettere: una al duca Ottavio Farnese, la seconda ai Magnifici Quaranta del Senato bolognese, la terza al Collegio dei Dottori di Parma, e l’ultima al lettore. Unanimi furono i consensi suscitati da questo erudito studio, tanto per la profondità della dottrina quanto per il metodo seguito dall’Aimi: legali, geometri e periti non mancarono di considerarlo il migliore tra gli altri di simile argomento, e lo stesso piacentino Giambattista Barattieri ne fece un’onorevole menzione quantunque dissentisse dall’autore sopra alcuni postulati di applicazione geometrica. Della stessa opera venne fatta dapprima una ristampa in Venezia (per Francesco Ziletto, nel 1581: Tractatus de fluviorum alluvionibus), un’altra nel 1599 sempre a Venezia per B. Barezzi, una in Lipsia nell’anno 1600 e infine una quinta in Amburgo nel 1675, edizione questa assai più completa perché riveduta e annotata da Assuero Fritsch (Jena, Z. Hertell). Acquisita quindi fama di eccellente giureconsulto, l’Aimi si distinse anche per talune importanti vertenze legali: nell’agosto del 1585 fu infatti chiamato a Guastalla dal principe Ferrante Gonzaga per dirimere la questione di un’isola nel Po rivendicata dal conte Federico Maffei, mentre quattro anni dopo ebbe a scrivere in favore del marchese Alessandro Pallavicino, di cui era confidente, che era stato spogliato dei suoi Stati da Alessandro Farnese, nella causa in corso con la Camera ducale. Queste ultime allegazioni, nel numero di due, vennero date alle stampe, insieme alle altre ragioni del marchese, come Responsiones pro Illustrissimo Domino Alexandro Pallavicino. Sposato a una sorella dell’illustre dottore Lodovico Giunti, l’Aimi ebbe due figli, Cristoforo e Francesco, laureatisi in legge rispettivamente nel 1605 e nel 1613 ed entrambi iscritti al Collegio dei Giudici di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori e letterati parmigiani, tomo IV, 1743, 175-178; Hoefer Catalogue inédit de la Bibliographique Nationale; G.B. Janelli, Parmigiani illustri, 1877, 5; Mazzuchelli, vol. I, 1, 228; Moroni, LI, 220; R. Pico, Appendice di vari soggetti parmigiani, 119; R. Pico, Dottori di legge di Parma, 55; Riccardi, Biblioteca matematica italiana, I, 11, correzioni e aggiunte, ser. V, 4; A. Pezzana, Continuazione, VI, parte II, 568; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 8-9; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 586; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 265-267.

AIMI CRISTOFORO
Soragna o Parma 1576 c.-Abruzzo post 1605

Figlio di Battista, ne continuò la carriera. Fu ufficiale negli Abruzzi e nei territori del Regno di Napoli appartenenti al Duca di Parma, e dottore di leggi, laureato a Parma nel 1605. Morì ancora giovane, mentre si trovava come ufficiale in Abruzzo per conto del duca Ranuccio Farnese.

FONTI E BIBL.: R. Pico, Dottori di legge di Parma, 71; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 586.

AIMI DOMENICO FELICE ROMANO 
Parma 23 febbraio 1728-post 1799
Figlio di Antonio Maria e Margherita Dall’Aglio. Fu notaio e giureconsulto. Dal 1795 al 1799 fu tra i proconsoli del Collegio Notarile di Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 21 luglio 1997, 5.

 AIMI FRANCESCO
Soragna o Parma 1577 c.-post 1642
Figlio di Battista. Dottore di leggi, laureato a Parma nel 1613. Dopo la morte della moglie, dalla quale aveva già avuto alcuni figli, si diede alla vita ecclesiastica, dando, come scrisse il contemporaneo Ranuccio Pico, diversi segni della sua molta pietà e del zelo del culto di Dio, aprendosi così la strada al Paradiso. Viveva ancora nel 1642.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Dottori di legge di Parma, 80; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 586.

AIMI FRANCO
Parma 19 marzo 1915-Parma 30 marzo 1968
Figlio di un maestro elementare, dopo aver concluso gli studi presso l’Università di Parma, si laureò in Giurisprudenza nel 1937. Iscritto sin dal 1933 alla Federazione universitari cattolici, aderì successivamente al Movimento laureati di Azione cattolica. Appena iniziata la carriera professionale, fu richiamato alle armi, partecipando al secondo conflitto mondiale per tutta la durata delle ostilità come tenente commissario dell’Aeronautica. Catturato dai Tedeschi in Grecia l’11 settembre 1943, fu internato nei campi di concentramento polacchi e germanici per due anni, rifiutandosi fino all’ultimo di collaborare col nemico. Ritornato in Patria nell’agosto del 1945, si iscrisse alla Democrazia Cristiana ricoprendo negli anni successivi importanti cariche presso gli organi direttivi provinciali. Eletto consigliere comunale nel 1946, l’Aimi fu candidato alla Camera nelle elezioni del 1948, dove ottenne oltre ventimila voti preferenziali, terminando nella graduatoria della circoscrizione di Parma subito dopo l’onorevole Valenti, unico candidato parmense allora eletto. Nelle amministrative del 1951 fu rieletto al Consiglio comunale. Professionista apprezzato e appassionato agricoltore, l’Aimi, nella sua qualità di conduttore di azienda agricola, acquistò anche una grande esperienza e una sicura competenza nel campo dei problemi dell’agricoltura. Nel 1953 fu eletto deputato con quasi ventottomila voti preferenziali, appoggiato dalle organizzazioni degli agricoltori e dei coltivatori diretti. Durante la sua prima legislatura fece parte della commissione permanente Giustizia e Agricoltura e fu membro della commissione speciale per il Mercato comune europeo e per l’Euratom. Anche nella successiva legislatura l’Aimi tornò a Montecitorio, mentre l’impresa non gli riuscì nelle elezioni del maggio del 1963. Da allora continuò ugualmente la sua attività in seno al partito democristiano divenendo tra l’altro, per i suoi riconosciuti meriti di buon agricoltore, presidente degli Enti zootecnici della provincia di Parma e della Federazione del consorzio zootecnico. Negli ultimi anni di vita continuò con successo la sua attività forense di valente civilista. L’11 novembre 1965 fu eletto presidente della Cassa di Risparmio di Parma. Durante la sua presidenza l’istituto continuò a svilupparsi con un ritmo eccezionale. L’Aimi fu inoltre consigliere delegato dell’Associazione Casse di Risparmio dell’Emilia-Romagna e ricoprì varie altre cariche. Uomo dotato di un grande equilibrio, durante il suo mandato parlamentare ebbe modo di fraternizzare con Andreotti, Moro, Rumor e Bonomi, con i quali fu legato da profonda amicizia. L’Aimi fu stroncato da un collasso cardiaco nella propria abitazione di viale Basetti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 marzo 1968, 5; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 19.

AIMI GIAN BATTISTA, vedi AIMI BATTISTA

AIMI GINO
Roccabianca 1895-San Michele 20 luglio 1915
Figlio di Carlo. Soldato nel 19° Reggimento Fanteria, fu tra i primi a varcare il vecchio confine italo-austriaco coi fanti della gloriosa Brigata Brescia. Superate felicemente le prime operazioni di occupazione, con brillanti azioni, nei contrafforti del San Michele, il 20 luglio 1915, in una violenta ed eroica azione, fu tra i dispersi di quella giornata.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 8.

AIMI MELCHIORRE
Parma XVII secolo
Fu celebre avvocato. Nelle Miscellanee Legali della Biblioteca di Casa Rosa si trovano diverse sue Allegazioni. In particolare, nel tomo VIII, una riguardante i diritti dei Parmigiani sul Po in opposizione ai Cremonesi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 175-178.

AIMI ORAZIO
Parma XVII secolo
Celebre giureconsulto del quale si hanno diverse Allegazioni nelle Miscellanee Legali della Biblioteca di Casa Rosa.

FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori e letterati parmigiani, tomo IV, 1743, 178; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 589.

AIMI PAOLO FELICE, vedi AIMI DOMENICO FELICE RAIMONDO

AIMI VITO
Borgo San Donnino 30 aprile 1825-Santa Lucia di Verona 6 maggio 1848Fece parte, con il concittadino Giovanni Bondi, della prima colonna di volontari parmensi al seguito dell’ardito cospiratore Giuseppe Gallenga, ritornato dall’Inghilterra e convertito al più puro patriottismo dopo aver riconosciuto in re Carlo Alberto il campione della causa italiana. Ventitreenne, l’Aimi si arruolò volontario nell’esercito piemontese e prese parte alla prima Guerra d’Indipendenza, cadendo sul campo nell’aspro combattimento di Santa Lucia, allorché quattro divisioni al comando di Vittorio Emanuele, duca di Savoja, attaccarono gli Austriaci trincerati a difesa della linea dell’Adige e del Mincio. Per ironia della sorte lo Stato maggiore dell’esercito piemontese, invece di segnalare all’ordine del giorno i volontari di Parma per il coraggio e l’eroismo dimostrati in quella circostanza, segnalò erroneamente i volontari di Pavia, i quali, come afferma Emilio Casa in un suo libro di memorie patrie locali, non avevano neppure preso parte al combattimento. Scrive Paolo Cassi che inutilmente il Gallenga protestò presso il Comando militare generale: nonostante promesse verbali, non fu mai apportata la dovuta rettifica.

FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 14-15.

AIMO ORAZIO, vedi AIMI ORAZIO

 AINARDO
Parma 1041
Fu suddiacono e prevosto della Chiesa di Parma nell’anno 1041.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 15.

AINÈ, vedi BIANCHI GIUSEPPE

AINOLFI BARTOLOMEO
Piacenza-Parma 1475 c.
Pittore attivo a Parma. Di lui si conosce solo il testamento in data 5 febbraio 1475.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 17.

AIOLFI, vedi AJOLFI

AIRONE, vedi PALLAVICINO GIOVANNI

AIUTANTE, vedi JOBBI NICOLÒ

AJANI AGOSTINO-
Parma 1625
Fu zecchiere disegnatore assai valente. Nella chiesa parocchiale della Santissima Annunziata di Parma si legge su una piccola lapide Agostino de Aguani 1625, epoca nella quale probabilmente morì.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 9; P. Zani, Enciclopedia di Belle Arti, I, 335; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 562.

AJANI ALESSANDRO
Parma 1594/1621
Fu basso nella chiesa della Steccata di Parma dal 21 ottobre 1594 al 2 aprile 1621.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

AJANI ALESSANDRO
Parma 1671
Nel 1671 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: G.G. Guarnieri, Cavalieri di S. Stefano, 1900.

 AJANI ASCANIO
Parma XVI/XVII secolo
Fu uomo prudente, letterato, seguace delle Muse, aggregato all’Accademia degli innominati col nome di Piacevole, nome adattato all’impresa che portava, che era una scimmia col motto inutile dulci. Venne assai elogiato per il suo comporre faceto.

FONTI E BIBL.: M. Garuffi, L’Italia accademica, 1688, 371.

AJANI CLAUDIO
P
arma-Parma post 1660
Nipote di Ascanio, si addottorò in ambo le leggi a Parma il 13 luglio 1627 e professò nello Studio di Parma prima Istituzioni, poi Diritto Civile dal 1627 al 1656. Fu consigliere ducale, Avvocato fiscale, Presidente della Serenissima Camera e membro del Consiglio dal 1656 al 1660. Ebbe molti discepoli. Fu eloquente, erudito e pratico nella scienza legale. Si dilettò del comporre faceto, ma compose anche versi di maggiore impegno.

FONTI E BIBL.: Bolsi, 38 e 48; R. Pico, Catalogo, 91-92; Archivio di Stato, Libro de’ Mandati, 1617-1630; Ricetto del Tesoriero, 1631-1635; Mandati, 1619-1675; Ruoli de’ Provigionati nn. 19, 21 e 60; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 568; F. Rizzi, Professori, 1953, 36; Aurea Parma 2 1958, 111-112.

AJANI FERDINANDO
Parma XVI secolo
Nipote di Lodovico. Fu Cardinale, e Vescovo di Novara.
FONTI E BIBL.: L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894.

 AJANI LODOVICO 
Parma XVI secolo
Di illustre famiglia, fu Vescovo di Lodi.
FONTI E BIBL.: L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894.

AJANI MERCURIO
Parma giugno 1592
Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma nel 1568.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 27; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

AJANI PAOLO ANTONIO
Parma 1544/seconda metà del XVI secolo
Fu zecchiere e disegnatore valentissimo. Viveva nell’anno 1544, e operò ancora per buona parte della seconda metà del XVI secolo

FONTI E BIBL.: E. Scarabelli; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 9; P. Zani, Enciclopedia di Belle Arti, I, 335; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 562.

AJOLFI ALBERTO
Parma 3 novembre 1882-Parma 23 novembre 1965
A soli diciassette anni si arruolò nei bersaglieri, e successivamente frequentò prima l’Accademia di Modena e poi la Scuola di applicazione di fanteria di Parma. La prima guerra mondiale lo vide combattente coraggioso. Fu capitano nel 112° reggimento di fanteria, un reparto che si coperse di gloria sulle doline del Carso. In una delle battaglie del monte San Michele, l’Ajolfi fu gravemente ferito, e trascorse una lunga e dolorosa convalescenza prima nell’ospedale Villa Ombrosa di Parma, quindi in un ospedale di Bologna. Fu poi chiamato a far parte del tribunale militare di Bologna, e successivamente di Perugia. Si guadagnò poi una alta onorificenza polacca in segno di riconoscenza per quanto seppe fare allorché fu incaricato del rimpatrio dei prigionieri. Poi, per molti anni, l’Ajolfi espletò le sue mansioni a Roma presso il Ministero della Guerra. Divenne generale di brigata nel 1940, e in quel momento tanto delicato fu incaricato della difesa della capitale: a Roma restò sino al giugno del 1943, quando lasciò il servizio attivo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 novembre 1965, 7.

AJOLFI ENRICO
Parma 21 marzo 1897-1966
Figlio di Oreste e Marianna Seletti. Ancora studente, si arruolò nel 1915 nel Corpo nazionale volontari ciclisti, e col reparto di Parma prese parte ad azioni di prima linea nel basso Tagliamento. Sciolto il corpo dal Ministero della Guerra, prestò servizio come caporale aviatore mitragliere nella 26a Squadriglia aeroplani, con la quale guadagnò anche un encomio solenne. Finita la guerra, si impegnò nel gioco del calcio, divenendo centravanti del Fidenza e poi del Parma tra il 1920 e il 1922, periodo eroico del football locale. In seguito curò il pubblico servizio della nettezza urbana di Parma. Fu inoltre dirigente di squadre di calcio e di ciclismo.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 11-12.

AJOLFI ORESTE
Parma 16 ottobre 1856-
Fotografo. Nacque al primo piano nella casa posta al n. 4 di vicolo della Ghiacciaia dall’appaltatore comunale Alessandro e da Giuseppa Merli. Fu l’ultimo di cinque figli. L’inizio dell’attività risale al 1881 in borgo Bondiola 15. Ma il suo modesto Stabilimento fotografico durò poco: chiuse nel 1883, cedendo tutto a Emilio Gerboni. Una delle tre sorelle, Elzira, sposò lo scultore Cristoforo Marzaroli, morto a soli trentacinque anni nel 1871. Il loro figlio Alessandro (nato nel 1868) visse con l’Ajolfi fino al secondo matrimonio della madre con Celestino Pirani.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 166.

ALAMANNO DA FORNOVO
Fornovo 1270/1272
Notaio attivo negli anni 1270-1272.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 15.

ALAY, vedi D’ALAY

ALBA RUSTICUS, vedi BASSANI ALESSANDRO

ALBANESI FERDINANDO
Vigatto 1838
Falegname, fu l’artefice nel 1838 di un tavolino apribile da scrivere in legno di pero col coperchio intarsiato presso la galleria Angelo d’Oro a Parma, firmato Ferdinando Albanesi di Vigatto falegname fece 1838.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 264.

ALBANESI OTTORINO
Parma 9 luglio 1896-Valdagno 9 maggio 1918
Figlio di Anselmo, fiorista, e di Irene Marossa. Fu caporale nella 135a Squadriglia del 2° Artiglieria Fortezza 16° Gruppi Aeroplani. Il 9 maggio 1918 allorché, nel corso di un’azione di ricognizione e di appoggio aereo a un reparto i fanteria, pur ferito più volte, si attardò in quota, avendo visto le proprie truppe in difficoltà, per sostenerle con il fuoco delle armi di bordo. Esauritasi vittoriosamente l’azione terrestre, tentò il rientro ma si schiantò al suolo nei pressi dall’aeroporto di Valdagno, forse per l’esaurimento del carburante. Fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Ardito ed abile pilota, coscienzioso esecutore di tutte le missioni affidategli, ritornando da una importante azione di guerra sul territorio nemico, incontrava gloriosa morte. Fu sepolto nel cimitero di Gastelgomberto.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 16 e 22 maggio e 10 giugno 1918, e 11 gennaio e 9 maggio 1919; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 5; Bollettino Ufficiale, 1919, Dispensa 59a, 3997; Decorati al Valore, 1964, 74; Aviatori Parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

ALBANI ANTONIO
Parma 1854
Fu cavaliere di prima classe (1849) dell’Ordine Costantiniano in Parma
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 19.

ALBASI BALDASSARRE
Salsomaggiore 1574
Nel 1574 fu notaio in Salso.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI DOMENICO
Salsomaggiore 1558
Nel 1558 fu medico condotto di Salso e poi medico del marchese Pallavicino di Corte Maggiore.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI DONNINO
Salsomaggiore 1570
Dottore e fisico, fu priore della Comunità di Salso nell’anno 1570.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI GAETANO
Piacenza 2 gennaio 1770-Parma 14 dicembre 1847
Nella città natale (dove nacque, secondo alcuni autori, nel 1775 e non nel 1770) fu allievo dell’Istituto Gazzola e accademico d’onore all’Istituto di Belle Arti a Parma (eletto nella seduta del 9 maggio 1804). Si distinse specialmente nelle copie di opere dei grandi maestri quali Raffaello, Tiziano, Correggio. Sono rimasti di lui affreschi agiografici e allegorici in palazzi pubblici e privati e in chiese. Eseguì molti lavori per la nobile casa Sanvitale di Parma. Visse la maggior parte della sua vita appartato e insoddisfatto, nella città dove morì.
FONTI E BIBL.: Ambiveri, Artisti piacentini, 1879, 196 e s.; Thieme-Becker, Kunstlerlex, I, 1907, 179; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia pittori italiani, I, 21; A.M. Bessone Aurelj, Dizionario pittori, 1928; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 12; Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 21; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 26; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 40.

ALBASI GEROLAMOSalsomaggiore 1530/1543
Dottore in leggi, notaio pubblico e Attuario, nel 1530 fu Cancelliere addetto all’ufficio Commissariale e Comunale. Nel 1543 fu Priore di San Rocco.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI GIULIO CESARE

 Salsomaggiore-Piacenza 1630
Sacerdote. Per autorità imperiale e apostolica, fu pubblico notaio di Piacenza. Morì di peste.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI GIUSEPPE
Salsomaggiore 1575
Nel 1575 fu Rettore di Cangelasio.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 16.

ALBASI ORAZIO   
Salsomaggiore 1550 c.-Bergamo 1620 c.
Fu oratore e poeta distinto, e come tale è ricordato nella Cremona letteraria dell’Arisi, il quale, però, lo qualifica erroneamente cremonese. Secondo l’Anguissola, sarebbe stato anche professore di legge. Insegnò lettere a Cremona, Mantova e Lodi. Nel 1590 si stabilì definitivamente a Bergamo, avendo ottenuto quella cattedra nell’Università della Misericordia. Tra le numerose sue opere, vanno ricordate: De Serenissima Gente Farnesia, De bandibus Placentiae carmen e Orationes quattuor, date alle stampe per i tipi Bergonzi-Ventura in Bergamo rispettivamente negli anni 1593, 1594 e 1614. Il primo di questi opuscoli ha una dedicatoria al principe Ranuccio Farnese. L’Albasi non fu cattivo poeta latino, benché sentisse un po’ del gusto esagerato e gonfio che cominciava a dominare. Dal secondo opuscolo si comprende che l’Albasi era amantissimo della patria, e tendeva a essere in essa richiamato, e impiegato. Le lodi di Piacenza sono divise in due parti: poetica la prima, nella quale chiama a encomiarla tutti gli dèi, storica la seconda, ove si leggono tutte le mitologiche favole sull’origine della città. Il terzo libro dell’Albasi, ossia le Orazioni, ha una dedicatoria ai Decurioni Piacentini, nella quale l’autore dice di sé: Itaque licet ego ab ineunte ætate Cremonæ Mantuæ, Laude Pompeja vitam duxerim, nunc autem Bergomi in celebri Misericordiæ Accademia docendi munus sustineam; tamen sæpius memoria repetens me Salsi, qui est agri Placentini pagus, natum esse, aliquam rationem animi benevolentissimi erga Placentiam patriam meam testificandi a studiis litterariis petendam judicavi. Le orazioni sono quattro. La prima è de puerorum institutione, la seconda de artibus liberalibus, la terza de legum laudibus, la quarta de hominis felicitate. In quella de puerorum institutione è da notare il seguente passo: Mihi compertum est vos annis superioribus duos Bendinellos patrem et filium viros docendi et dicendi peritia spectatissimos et de vestra civitate optime meritos habuisse. Nell’orazione de artibus liberalibus si trova il seguente passo: Video etenim in hac bene morata civitate tum politicam prudentiam, morumque civilium elegantiam maxime florere, tum ingenuos adolescentes praeclaris artibus esse deditos. Hujusce rei testes sunt Papia, Patavium, Bononia ubi sunt erecta amplissima scientiarum Theatra ad Italos egregiis artibus erudiendos. Eo namque tamquam ad liberalium studiorum mercatum confluunt quotannis plurimi adolescentes placentini, qui præter cæteros ingenio, studio, doctrina puiantur excellere.
FONTI E BIBL.: G. Valentini, Guida storica di Salso e Tabiano, 1861, 16-17; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 12; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 15.

ALBERGANDI ALESSANDRO, vedi ALBERGANTI ALESSANDRO

ALBERGANTI ALESSANDRO
Valsesia-post 1788
Disegnatore e pittore, fu allievo di Benigno Bossi nell’Accademia parmense. Fu premiato nel 1783 per un Ettore ed Andromaca e nel 1788 per La peste e Achille immerso nello Stige. Si sa inoltre che approntò il disegno del Battesimo di Cristo, inciso da Guglielmo Silvestri.
FONTI E BIBL.: Archivio Accademia, cart. 1769-1801, atti, vol, I, 1770-1781; E. Scarabelli-Zunti, ms. nella Biblioteca Palatina a Parma; U. Thieme-F. Becker, I, 1907; E. Bénézit, Dictionnaire des peintres, Parigi-Bruxelles, 1911, I; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 710; Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 21; Arte a Parma, 1979, 212; Dizionario Enciclopedico pittori e incisori, 1990, 41.

ALBERICI ANTONIO
Parma 1824
Mercante, rifugiato politico, giunse a Bruxelles nell’ottobre-dicembre 1824 proveniente da Parigi e diretto a Lussemburgo.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

ALBERINI FLAVIANO
Suzzara 1921-Colle Riempzia 26 marzo 1943
Figlio di Carlo. Residente a Parma, fu tenente di complemento del 35° Reggimento Fanteria Pistoia. Fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Volontario assumeva il comando di un piccolo reparto e si slanciava all’attacco per la riconquista di una importantissima posizione, tenuta saldamente da un nemico preponderante di numero e di mezzi. Con coraggio esemplare, attraversava un terreno intensamente battuto, guidando con baldanzosa sicurezza i suoi uomini alla vittoria. Ferito gravemente all’addome, si rialzava e persisteva nell’azione finché nuova mitraglia nemica lo colpiva a morte quando il suo eroico sforzo era per raggiungere la meta agognata. Fulgido esempio di eroismo cosciente e alto sentimento del dovere.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964; Bollettino Ufficiale, 1947, Dispensa 12, 1069.

ALBERINI RODIANA
Parma 1477-Fano 1523
Nata da nobile famiglia, è erroneamente fatta nascere in Palermo nell’anno 1530 nel Dizionario delle date e anche il Mazzuchelli scrive che l’Alberini fiorì intorno al 1530. Ebbe fama di buona cultrice di poesia sia latina che in volgare, per quanto nessun documento di lei sia rimasto. Il Quadrio asserisce che alcuni suoi versi siano compresi tra i Componimenti poetici delle più illustri rimatrici (Venezia, 1726), raccolti da Luisa Bergalli. L’Alberini sposò il capitano Marsiglio Alberini, dal quale ebbe una bambina. Soggiacque a tali e tante persecuzioni di carattere politico che nel 1517 dovette esulare a Fano, e ivi restò vedova (1519). Cinque anni dopo cessò di vivere, lasciando di sé sincero rimpianto. Il Liburnio e l’Affò fissano la data della sua morte al 1523. Il Liburnio fa sapere come questa scrittrice sapesse a memoria gran parte del poema dantesco, e che lo declamasse in pubblico. A lei il Liburnio diresse un discorso premesso a una sua opera, La spada di Dante Alighieri (Venezia, 1534), composto a seguito di uno scambio epistolare con l’Alberini, che gli aveva sottoposto alcuni suoi interrogativi relativi al poema dantesco: Nelli trascorsi tempi, Messer Giovan Francesco Magnifico, quando et per terra, et per mare andava io a molti, et diversi viaggi, ha già tredici anni, che di passaggio capitai alla Città di Fano, dove solamente per sette giorni hebbi alquanto amistà di una celebre gentildonna da Parma nominata Rodiana, la quale di quarantatre anni arrestossi vedova. Fu moglie costei del nobile Messer Marsilio di Alberini Capitano di milizia non picciolo. Ma per acerbi infortunj quai egli hebbe in Lombardia, con una figliuola fanciulla, che altri non havea, fu astretto pigliarsi esiglio spontaneo dalla patria, et venirsene ad habitar in Fano. Et due anni dapoi si morì. Era di vero questa Donna di venusto et grave aspetto, rara nel favellare, ma di facondia soave et elegante: nel resto di sua vita era come tempio di religione, modestia, et honesti costumi. Oltre a questo ella assai bene intendeva la lingua latina, nella quale Prose componeva mezzanamente, ma verso elegiaco misurato et polito. In lingua volgar poi io la conobbi Rimatrice mirabile. Vidila poco di Petrarca, ma di Dante studiosissima, però che quasi due Cantiche teneva nella memoria. Havea costei nelli suoi recitamenti delle cose latine et volgari, ciò che vince il tutto, una pronunzia tanto chiara, dolce, et distinta, che in verità la meglio udire non è onde alcuno possa sperare. Per la qual cosa poscia che ritornato fui a Vinegia, hor su, hor giù vicendevolmente scrivevamo, et due mesi avanti che la virtuosa femmina lasciò questa caduca vita, io le mandai la susseguente Pistola, con ciò che si contiene in questo Libretto; e fu in risposta di sue Lettere.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori parmigiani, Parma, 1791, tomo III, 193-194; G. Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane, Venezia, 1824; G.M. Crescimbeni, Commentari intorno alla sua istoria della volgar poesia, Roma, 1711, IV, 120 e V, 125; D’Harmonville, Dizionario delle date, Venezia, 1842; N. Liburnio, La spada di Dante, Venezia, 1534; G.M. Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, Brescia, I/1, 1753-1763; F.S. Quadrio, Della storia e della ragion d’ogni poesia, Milano, 1741, II, 382; L. Prudhomme, Biographie des femmes célèbres, Parigi, 1830; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 10-11; G.B. Janelli, Parmigiani illustri, 1877, 5-6; Moroni, LI, 221; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 770; M. Bandini, Poetesse, 1941, 25.

ALBERNOTTI FRANCESCO
Parma 1329/1335
Fu eletto Vescovo di Verona nell’anno 1329. Resse questa carica con grande prudenza fino all’anno 1335.
FONTI E BIBL.: F. Bordoni, Thesaurus Ecclesiae Parmenses, 1671, 206.

ALBERTAZZI ALESSANDRO
Stagno di Roccabianca 1783-Genova
Compositore e professore di pianoforte. Apprese le prime istruzioni musicali in Parma con il padre carmelitano Giuseppe Valeri di Milano, e il canto e la composizione sotto la direzione del dotto maestro Francesco Fortunati, parmigiano. Compose diversi lavori sacri, che ebbero sempre esito felice, non solo in Parma ma in diverse altre città della Lombardia e della Liguria. Compose altresì una farsa col titolo Gli Amanti raminghi (Genova, 1812) e molti pezzi da camera per pianoforte. Ed anche in ciò si distinse non poco. Nei primi anni dell’Ottocento si ritirò a Genova.
FONTI E BIBL.: F.J. Fétis, Biographique universal des musiciens, I, 51: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 79-80; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 11; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 13.

ALBERTELLI ARMANDO
Corniglio 1893-Ansa di Golfo 1 settembre 1918
Figlio di Francesco. Sergente maggiore della 524a Compagnia Mitragliatrici, fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di sezione mitragliatrici fatto segno al tiro di bombarde del nemico che preparava il passaggio di una imbarcazione attraversando il fiume, rimase impavido nella linea già in parte sconvolta dai colpi, esercitando alto ascendente sui suoi dipendenti ed ottenne aggiustato tiro per effetto del quale il tentativo nemico andava fallito. Con singolare e cosciente ardimento si manteneva ritto sulla trincea finché, mortalmente ferito, lasciava sul campo la giovane e fiorente vita sua.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 109a, 6485; Decorati al Valore, 1964, 36.

ALBERTELLI CAMILLO
Parma 1694/1727
Nipote di altro Camillo. Fu luogotenente sotto il duca Francesco Farnese. A riconoscimento dell’ormai consolidata posizione sociale raggiunta alla fine del XVII secolo dalla famiglia, all’Albertelli venne conferita dal duca Francesco Farnese, in data 25 febbraio 1704, una patente di nobiltà per sé e i suoi discendenti. Da quel momento gli Albertelli, come consuetudine dell’aristocrazia farnesiana, ruotarono intorno ai centri d’influenza della Corte, ricoprendo incarichi anche di natura militare, ma prettamente onorifici.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI CAMILLO 

 Parma 1791
Figlio di Giuseppe. Nel 1791 compare tra i membri della Reale Giunta d’Annona di Parma.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI CIRO GIOVANNI MARIA
Langhirano 20 gennaio 1840-Vergato 6 settembre 1902
Mentre era studente di matematica nella Regia Università di Parma, al primo annuncio di guerra, abbandonando famiglia e studi, corse ad arruolarsi nell’esercito sardo (1859). Volontario nell’8° reggimento fanteria, dopo aver preso parte al combattimento di Vinzaglio, fu tra i primi ad attaccare il nemico nella memorabile battaglia di San Martino. Soldato di fibra forte e senza paura, spontaneamente assunse l’incarico di portare un dispaccio agli avamposti, passando di notte attraverso gli accampamenti nemici. Nel 1860 frequentò un corso accelerato alla scuola d’applicazione di Torino, donde uscì col grado di tenente d’artiglieria. Pochi anni dopo venne promosso capitano e prese parte alla campagna del 1866. Successivamente raggiunse tutti i gradi superiori fino a quello di Maggiore generale. Nel 1900 si ritirò a vita privata. Di vasta cultura, fu più volte chiamato a far parte di Commissioni esaminatrici nei più importanti istituti militari.
FONTI E BIBL.: R.F., Necrologio, in Gazzetta di Parma 13 settembre 1902, n. 253; A. Pariset, Dizionario Biografico, Parma, Battei, 1905, 3; M; Rosi, Il Risorgimento Italiano. Dizionario, Milano, Vallardi 1914; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 397; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 19.

ALBERTELLI CLEMENTINA
Parma-post 1883
Nel maggio 1883 studiava canto (mezzosoprano) con il maestro Filippo Sangiorgi, direttore del Liceo musicale di Ferrara.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALBERTELLI EGIDIO
Parma 1848/1866
Fu Maggiore di fanteria e veterano della campagna dal 1848 al 1866, cavaliere.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

ALBERTELLI ERCOLE
Langhirano 1807-post 1859
Fu avvocato come il padre Giuseppe. Di sentimenti liberali, fece parte per numerosi anni del Consiglio degli Anziani di Parma e nel 1859 fu eletto consigliere comunale a Langhirano.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI FERDINANDO
Parma 1859
Dottore, fu eletto deputato per il collegio di Corniglio all’Assemblea dei rappresentanti del popolo delle Province parmensi (7 settembre -6 novembre 1859), che il 12 settembre votò all’unanimità l’unione al Regno di Vittorio Emanuele II.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 30.

ALBERTELLI GIUSEPPE
Parma 1713
Figlio di Camillo. Fu creato Alfiere con patente del 28 febbraio 1713. Successivamente ottenne la nomina a Capitano di cavalleria, e con tale grado è indicato nei documenti pubblici. Abitò sotto la vicinia di Santo Stefano in un palazzo di proprietà, divenuto dimora abituale. Inoltre possedette il palazzo contiguo al lato sinistro della chiesa di San Bartolomeo.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI GIUSEPPE
Parma 1779 c.-1848 c.
Avvocato. Nel 1809 fu Presidente del Conseil Municipal di Langhirano. Nel 1831, come Anziano del Comune di Parma, partecipò al consesso civico durante i moti del febbraio-marzo e per tale fatto, al ritorno della duchessa Maria Luigia d’Austria, fu interdetto da ogni carica pubblica.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI GUIDO
Parma 24 gennaio 1867-Roma 29 settembre 1938
Figlio di un fabbro, seguì gli studi tecnici (interrotti a più riprese per le modeste condizioni della famiglia), poi quelli universitari, addottorandosi in ingegneria e conseguendo anche la libera docenza in ingegneria sanitaria. Della sua attività professionale, svolta di preferenza nel campo dell’idraulica e dell’urbanistica, rimangono anche diverse pubblicazioni e progetti di acquedotti, bonifiche, piani regolatori edilizi. Si occupò principalmente di idraulica, pubblicando studi sulle acque salienti e sulla formazione idrogeologica della Valle del Po e della Sicilia. Si devono all’Albertelli il progetto del canale navigabile Parma - Colorno -Po, che forse senza l’avvento del fascismo avrebbe avuto pratica attuazione, il progetto dell’acquedotto di Parma, opera per quegli anni colossale, della fabbrica del ghiaccio di Parma e di vari acquedotti in Sicilia. Fu tra i fondatori del Partito socialista al congresso di Genova del 1892, e partecipò a tutti gli altri successivi congressi fino al fascismo. Fu pure tra i fondatori della Camera del lavoro di Parma (1893) e svolse un’intensa attività di propaganda e di organizzazione, specie tra i contadini della Bassa parmense. Orientato verso posizioni riformiste, assunse un atteggiamento moderato in occasione dell’agitazione agricola del 1901, iniziatasi con lo sciopero di Montechiarugolo, così come, alcuni anni più tardi, in occasione delle agitazioni promosse dal movimento di A. De Ambris in provincia di Parma. Molto scandalo suscitò, tra l’altro in campo socialista, un pranzo dell’Albertelli col presidente del consiglio Zanardelli nel 1902, dopo aver partecipato, poco tempo avanti, all’arbitrato per lo sciopero operaio di Genova. Fu contrario al rivoluzionarismo di E. Ferri (1903-1906) e al sindacalismo rivoluzionario, senza per altro seguire, nel 1912, la secessione di I. Bonomi, L. Bissolati e A. Cabrini. Fino dalla prima guerra mondiale rimase coerente con la posizione dei riformisti, respingendo il massimalismo e pronunciandosi a favore dei blocchi popolari con gli altri partiti della sinistra. Ebbe tra i suoi estimatori Berenini, Turati, Treves e Prampolini. Dal 1900 al 1902 (XXI legislatura) e dal 1913 al 1921 (XXIV e XXV legislatura) fu deputato al Parlamento per il collegio di Parma-Nord, e si ricorda tra l’altro per avere presentato nel 1902 un progetto per la statizzazione delle forze idrauliche. Grande oratore e polemista instancabile, durante la prima guerra mondiale si dichiarò neutralista e il suo atteggiamento gli costò, oltre che lo sfavore dei benpensanti, anche qualche pubblica manifestazione ostile da parte di alcuni suoi elettori. Fu anche, più volte, consigliere provinciale e comunale nella sua città. Nelle elezioni del 1921 soccombette di fronte al nuovo capo carismatico delle masse popolari, Guido Picelli. Alla Camera si battè specialmente contro il protezionismo siderurgico e a favore delle provvidenze antimalariche. Sfuggito a stento a un attentato tesogli dai fascisti (lo studio e la casa di Borgo Tommasini furono distrutti), fu costretto a trasferirsi a Roma, ove morì.
FONTI E BIBL.: Oltre a notizie di stampe, anche A.A. Quaglino, Chi sono i deputati socialisti della XXV legislatura?, Torino, 1920, ad vocem; C. Pompei-G. Paparozzo, I 508 della XXV Legislatura, Roma, 1920, 9; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 10-11; E. Falconi in Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 674; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 13 aprile 1999, 21.

ALBERTELLI IPPOLITO NIEVO
Parma 6 dicembre 1901-Firenze 12 marzo 1938
Figlio di Guido, compì gli studi musicali nel Conservatorio di Parma, al quale il suo istinto musicale era stato indirizzato per vie non consuete, certamente aspre e difficili, ma diritte verso la meta, in una visione dell’Arte concepita come manifestazione dello spirito umano e come mezzo di vita nel senso più alto della parola. Quando ebbe finito a Parma gli studi musicali (1921, fu allievo del maestro Gilberto Crepas), si recò a Berlino per perfezionarsi alla scuola del maestro Ugo Becker, il quale rafforzò in lui, se possibile, il religioso rispetto per l’Arte e lo iniziò alle supreme raffinatezze dell’interpretazione, di quel livello interpretativo dove tutto è necessario e essenziale, istintivo e ponderato a un tempo, in realtà superamento di incredibili ostacoli fisici e spirituali. Subito dopo l’Albertelli iniziò con successo la sua carriera artistica in Germania, e la continuò in Italia ottenendo notevolissime affermazioni in una serie di concerti che, negli ultimi anni della sua breve esistenza, divenne davvero imponente. Si guadagnò il favore del pubblico di Parma, Brescia, La Spezia, Roma, Milano, Siracusa, Catania, Messina, Reggio Calabria, Cosenza, Napoli, Firenze, Lucca, Bergamo, Torino e di molte altre città italiane. Seguì poi un grande giro artistico nell’America del Sud, da Lima a Buenos Aires. Tornato in Italia, lo vollero ancora a Siracusa per suonare alle Latomie, in occasione di un ricevimento offerto ai Reali. Sempre e dovunque seppe farsi ammirare per le sue elevatissime qualità di virtuoso e di interprete, che furono messe in rilievo dai critici musicali sin dai primi concerti in Italia, dopo gli anni di perfezionamento compiuti con Hugo Becker. L’Albertelli ebbe una tecnica eccellente e, grazie in particolare alla sua straordinaria potenza di cavata, era capace di ottenere dal suo strumento suggestive e struggenti vibrazioni. L’Albertelli non si fermò mai alle posizioni conquistate ma mirò sempre più in alto, e aspirò senza posa a perfezionarsi. Nel 1933 vinse per concorso il posto di professore di violoncello nel Conservatorio di Parma. Si dedicò all’insegnamento con fervore d’apostolo. Nel 1937 passò, quale titolare della cattedra di violoncello al Regio Conservatorio Cherubini di Firenze. Ebbe poi l’incarico di direttore artistico del Gruppo Universitario Musicale parmense. Negli ultimi mesi di vita fece parte del Quartetto di Firenze. Morì a soli 36 anni.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1938, 131-133; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, III, 1938, 791; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 11.

ALBERTELLI LUIGI
Langhirano 1805-Figlio di Giuseppe, fu avvocato. Ebbe il grado di Alfiere nelle milizie ducali e fu Sindaco di Langhirano dal 1834 al 1838. Sposò una Ravasini, appartenente a nobile famiglia langhiranese.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI NIEVO IPPOLITO, vedi ALBERTELLI IPPOLITO NIEVO

ALBERTELLI NULLO
Parma 19 marzo 1900-Roma 11 maggio 1968
Figlio primogenito di Guido, socialista riformista, deputato al Parlamento, e Angela Gabrielli. L’Albertelli prese parte giovanissimo, in qualità di ufficiale di Artiglieria, alla prima Guerra Mondiale. Nel 1922 conseguì la laurea, seguendo le orme paterne, con una brillantissima tesi in ingegneria civile. Venne poi assunto quale ordinario alla Cattedra di costruzioni e cominciò a collaborare con l’esigentissimo padre alla progettazione (1923) del secondo acquedotto di Parma. Compiute le prime esperienze di progettista a fianco del padre, l’Albertelli assunse la direzione tecnica, a soli ventisette anni, della Società Anonima Industriale Meridionale, carica che occupò fino al 1932. Aveva già progettato la bonifica dei laghi di Lesina e di Varano (Foggia), quando venne incluso nella Missione Omodeo, che l’URSS aveva convocato per opere di bonifica e di irrigazione. In trentasei mesi di permanenza in Unione Sovietica creò arditissimi schemi irrigui nell’Oltre Volga (un comprensorio da irrigarsi con sollevamento meccanico, su una estensione di quattro milioni di ettari) e nel secondo comprensorio del fiume Circik, nell’Asia centrale dell’estensione di 800.000 ettari. Ricevette l’Onorificenza Urdanik (partito del lavoro), tra le prime consegnate a uno straniero. Quindi cooperò al piano quinquennale. Lasciata la Russia, ripartì quale capo missione per la Dancalia per lo studio di un canale adduttore nelle acque del Maro Rosso e per il riempimento della depressione dancala. Tra il 1935 e il 1940 diresse i servizi tecnici dell’impresa Pietro Cidonio di Roma. In quel periodo l’Albertelli realizzò il progetto del tronco dell’acquedotto romano della Peschiera. Si recò poi in Sardegna quale direttore della Società elettrica sarda. Qui creò gli impianti idroelettrici dell’alto Flumendosa, con sedici chilometri di galleria e tre centrali idroelettriche in caverna, che producono ogni anno centotrenta milioni di kw/h.
FONTI E BIBL.: G. Silvani, in Gazzetta di Parma 13 aprile 1970, 3.

ALBERTELLI ORAZIO
Parma 1791/1801
Figlio di Giuseppe. Fu ascritto al Collegio dei dottori e giudici di Parma. Nell’Almanacco di Corte per l’anno 1791 è indicato tra gli assessori della Congregazione sopra i Comuni dello Stato. Ricoprì questa carica fino al 1801.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1997, 5.

ALBERTELLI ORAZIO
Parma 31 luglio 1823-Parma 6 marzo 1901
Figlio di Ercole. Sottotenente di Fanteria nelle truppe parmensi, nel 1850 passò nell’Esercito italiano e prese parte come capitano alla campagna di Ancona (1860-1861) distinguendosi nel fatto d’arme di Monte Pelago e Monte Pulito, ove guidò i suoi soldati all’assalto, guadagnandosi la medaglia d’argento al valor militare. Partecipò quindi alla occupazione di Roma (1870). Promosso Colonnello nel 1882, ebbe il comando del 9° Reggimento Fanteria. Collocato a riposo a sua domanda nel 1890, raggiunse nello stesso anno il grado di Maggiore Generale nella Riserva.
FONTI E BIBL.: M. Rosi, Il Risorgimento italiano. Dizionario, Milano, 1914; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 397; Enciclopedia Militare, 1923, I, 313; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 19.

ALBERTELLI PIETRO
Parma 1786
Fu Capitano nell’esercito borbonico di Parma nell’anno 1786.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare.

ALBERTELLI PIETRO
Parma 5 dicembre 1870-Buenos Aires 1953
Figlio di Camillo e Sofia Pizzetti. Ingegnere. Studiò a Bologna, e si trasferì poi in Argentina nel 1897. Ebbe molte iniziative, tra le quali il progetto per l’energia elettrica di Buenos Aires, e realizzò poco dopo le linee ferroviarie dello Stato al Nord. Per molti anni costruì ponti sui fiumi Bernego e Negro. Fu membro dell’Accademia americana di Storia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

ALBERTELLI PILO
Parma 30 settembre 1907-Roma 24 marzo 1944
Figlio di Guido, deputato socialista. Trasferitosi a Roma con il padre, che aveva potuto sottrarsi a stento alla violenza dei fascisti parmensi, fu discepolo di G. Calogero, laureandosi in lettere e filosofia nel 1929 con la tesi Problemi di gnoseologia platonica. Insegnò filosofia e storia, dal 1935, nel liceo Umberto I di Roma, che ora porta il suo nome. Nel 1939 conseguì la libera docenza in storia della filosofia antica. La sua tesi rimase inedita, ma dei suoi studi platonici è valida testimonianza il saggio sul problema morale nella filosofia di Platone. Più sicura orma l’Albertelli comunque segnò nel campo degli studi sull’eleatismo. La versione dei frammenti degli Eleati, che egli curò per la collezione laterziana dei classici del pensiero antico, costituì un eccellente contributo alla loro interpretazione. Nella sua interpretazione dei filosofi eleatici l’Albertelli subì in certa misura l’influenza delle ricerche del Calogero, ma in molti casi il suo giudizio critico manifestò spiccata indipendenza e originalità, come per esempio nella discussione del problema fondamentale della genesi del pensiero parmenideo, a cui egli dedicò anche un saggio specifico. Sin dal 1928 arrestato a Milano per antifascismo, l’Albertelli fu condannato a cinque anni di confino, commutati in tre di vigilanza speciale. Partecipò poi sempre più attivamente alla resistenza al fascismo, prima con il gruppo liberalsocialista, poi con il Partito d’Azione, di cui fu, nei primi mesi del 1942, uno dei fondatori a Roma, divenendo collaboratore dell’Italia libera clandestina. L’8 e il 9 settembre 1943 l’Albertelli prese parte ai tentativi di difesa di Roma. Divenuto subito dopo membro del comitato militare romano del Partito d’Azione, assunse la responsabilità diretta della zona di San Giovanni e poi dell’Ostiense, e fu infine chiamato a sostituire il comandante militare del partito per l’intera città, Giovanni Ricci, che era riuscito a sfuggire, gravemente ferito, a un’imboscata. Il 1° marzo 1944 l’Albertelli fu arrestato. Torturato, salvò con il silenzio numerosi compagni di lotta, e, volendo sottrarre la moglie e i figli alle rappresaglie, tentò due volte il suicidio. Il 24 marzo fu ucciso alle Fosse Ardeatine. Alla sua memoria venne conferita, nel 1947, la medaglia d’oro. Scritti principali: La dottrina parmenidea dell’essere, in Annali della Regia Scuola normale superiore di Pisa, 2, IV (1935), 327-334; Gli Eleati, testimonianze e frammenti, Bari, 1939 (collezione Filosofi antichi e medievali di Laterza); Il problema morale nella filosofia di Platone, Roma, 1939; Le antinomie dell’educazione, in Cultura magistrale, Enciclopedia dei maestri, Milano, 1939. Lasciò inoltre alcuni lavori inediti.
FONTI E BIBL.: Scritti di L. Albertelli, G. Calogero, M. Del Viscovo, C. Bandi, T. Carini, nel volume Pilo Albertelli, Roma, 1945, a cura del Partito d’azione, nel primo anniversario della morte; Pilo Albertelli, in Aurea Parma XXXVIII (1954), 37-38; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 11; Dizionario Biografico degli Italiani, I, 1960, 674-675.

ALBERTI ANTONIO
Parma prima metà del XVII secolo
Fonditore di campane operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 8.

ALBERTI ATTILA
Parma 1918-Parma 22 marzo 1950
Sindacalista, impegnato quale organizzatore dei sindacati lavoratori, perse la vita all’angolo tra strada della Repubblica e borgo Sant’Ambrogio in uno scontro con la polizia. I disordini avvennero in seguito a un comizio indetto dalla Camera del lavoro. Erano anni difficili, caratterizzati da rapporti violenti tra lavoratori e imprenditori: il 22 marzo 1950, alle ore 18, si riunirono settemila dimostranti. Da piazzale Marconi raggiunsero piazza Garibaldi, ma incontro al corteo si mossero camionette della Celere, con la polizia che ricordò ai manifestanti che nessuna autorizzazione era stata concessa. Una jeep fendette la folla all’altezza della chiesa di Santa Cristina, ne discese un funzionario, il commissario Maggio, che fu subito aggredito dagli scioperanti armati di bastoni, paletti di ferro e catene. Dai tetti vennero rovesciati sulla polizia (dalla Gazzetta di Parma del 24 marzo 1950) tegole e batuffoli di cotone in fiamme. In piazza Garibaldi furono formate barricate con tavolini e blocchi di pietra. La Celere reagì e colpì con furia: donne in preda al panico, urlando si rifugiarono in chiesa. Altri trovarono scampo sotto i portici del Comune, qualcuno fu travolto per terra. In quell’attimo partirono alcuni colpi mortali: l’Alberti, trentadue anni, si abbattè al suolo, mentre restarono feriti i dimostranti Enrico Amadasi (trentasette anni), Pietro Gainotti (trentaquattro anni), Aldo Magnone (segretario federale del Partito Comunista Italiano), Alide Del Sante (ventiquattro anni), il commissario Maggio, il vice-commissario Di Giorgio e sei guardie di Pubblica Sicurezza.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 16-17.

ALBERTI BARTOLOMEO
Parma 1848
Medico, fu volontario nella guerra del 1848 nella 2a Colonna Parmense.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 12.

ALBERTI GINO, vedi ALBERTI LUIGI

ALBERTI LUIGI
Gattatico 1892-Monte Ursic 20 agosto 1915
Figlio di Alberto. Sottotenente di complemento del 6° reggimento bersaglieri, residente a Parma. Fu decorato con due medaglie di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Si portava tra i primi con bello slancio e coraggio sulla trincea nemica alla quale aveva dato l’assalto col suo plotone, e, su di essa, ferito da prima con arma da fuoco e travolto poi dallo scoppio di una mina, lasciava la vita. L’Alberti fu laureato ad honorem in medicina e chirurgia.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Gazzetta di Parma 1 e 20 settembre, 18 ottobre e 8 novembre 1915, 20 e 21 agosto 1916 e 7 novembre 1917; Giornale del Popolo 26 agosto 1916; Rivista Eroica, 1916, fascicolo I; Annuario Regia Università, 1915-1916 e 1917-1918; G. Sitti, Caduti e Decorati, 1919, 9; Decorati al Valore, 1964, 143.

ALBERTI NICOLA
Pellegrino 1618/1619
Fu Commissario di Pellegrino negli anni 1618-1619.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11.

ALBERTI PIETRO
Parma 1778/1798
Fu violinista alla Steccata di Parma dal 6 dicembre 1796 al 1798 e alla Cattedrale di Parma dal 15 agosto 1778 al 15 agosto 1779.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1796-1798; Archivio della Fabbriceria, Mandati 1778-1779; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 169.

ALBERTINI CESARE
Colorno 1762
Il 25 novembre 1762 gli venne accordata una ricognizione di 2 zecchini romani, in quanto campanaro a Colorno (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ALBERTINI CRISTOFORO
Parma 1641/1683
Architetto. Dal 1641 al 1683 circa prestò la sua opera al Comune di Parma come perito dell’Ufficio dei Cavamenti, pur tra ripensamenti e suppliche a Ranuccio II, che solo il 2 settembre 1679 lo confermò in carica con la modesta provvigione di dieci scudi mensili. Sopraintese ai lavori di tutta la rete stradale e fluviale della provincia, ponti compresi, delimitandone i confini e disegnandone le mappe (ne presentò una al Duca il 10 febbraio 1680). Fu chiamato spesso a dare il suo giudizio: nel 1660 dagli Anziani, circa le pretese di Giovanni Sartori, costruttore di due archi trionfali in onore di Ranuccio II e Margherita Violante di Savoia; nel 1663 dal governatore, circa un tratto di strada da accordare ai carmelitani di Santa Maria Bianca per ampliare la loro chiesa. Richiesto della sua opera da diverse comunità religiose, il 10 novembre 1649 iniziò, per i teatini, la costruzione, protrattasi fino al 1651, della nuova chiesa di Santa Cristina, ad imitazione di quella di San Vincenzo di Piacenza ideata da Pietro Caracciolo. La facciata a capanna in cotto esposto, sormontata nella parte centrale da frontone centinato, è rimasta incompiuta e il suo carattere austero contrasta piacevolmente con l’interno riccamente decorato. Dal 1658 al 1670, per i carmelitani scalzi, insieme con Carlo Magnani, costruì la chiesa di Santa Maria Bianca, demolita nel 1810.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ufficio dei Cavamenti, Memoriali dal 1645 al 1647, n. 393; dal 1659 al 1663, n. 71; dal 1664 al 1668, n. 119, 591; dal 1678 al 1680, n. 346; mandati dal 1641 al 1683; Parma, Biblioteca del Museo nazionale di antichità, ms. 12, E. Scarabelli-Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI (1651-1700), c. 7; Materiale per una guida, II, c. 30; N. Pelicelli, Parma monumentale, Parma, 1937, 118; U. Thieme-F. Becker, Allgemeine Lexikon der bildenden Künstler, I, 215; A. Bubani, in Dizionario Biografico degli Italiani, 1960, 724.

ALBERTINI GIUSEPPE
Parma 20 ottobre 1895-Monte Zugna 9 febbraio 1917
Studente presso l’Istituto Tecnico di Parma interruppe gli studi per arruolarsi volontario per la guerra nel Corpo Nazionale Volontari ciclisti al quale già apparteneva da tempo, animato da alte idealità patriottiche. Il 25 maggio 1915 partì da Parma col gruppo dei volontari parmigiani e a Piacenza fu assegnato come graduato, insieme agli altri graduati Giovanni Brezzi e Pietro Pariset, al reparto di Parma che comprendeva anche una parte del gruppo di volontari reggiani. Dopo il periodo delle esercitazioni raggiunse la zona di guerra sul basso Tagliamento ove prestò servizio, aggregato al 13° reggimento cavalleggeri Monferrato, sino alla fine di novembre, quando per ordine del Ministero della guerra venne sciolto il Corpo Nazionale Volontari Ciclisti. Poco dopo si arruolò, nuovamente volontario, in fanteria, e ben presto raggiunse il fronte. Frequentò il corso allievi ufficiali e fu assegnato al comando di reparti operanti in linea partecipando a diverse azioni di guerra. Fu poi destinato col grado di Sottotenente al 1° battaglione del 208° reggimento fanteria. Il 9 febbraio 1917 nel corso di un sanguinoso combattimento cadde da prode sul Monte Zugna alla testa dei suoi uomini nelle trincee del settore Fortini. Il suo nome è ricordato sulla lapide collocata nell’atrio dell’Istituto Tecnico Macedonio Melloni di Parma e su quella dei volontari caduti nella guerra 1915-1918 collocata sotto i portici del Municipio di Parma per iniziativa della locale Sezione dell’Associazione Nazionale Volontari di guerra.
FONTI E BIBL.: G. Bagnaschi, Volontari Plotone Parma, 1965, 19.

ALBERTINI LEONILDE MARIA LUIGIA
Grammatica 22 giugno 1888-
Trascorsa l’infanzia in una famiglia profondamente cristiana, adolescente entrò tra le Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, istituto fondato da monsignor E. Chieppi. L’Albertini, pur non avendo studi superiori, divenne ben presto, per la sua vita esemplare, Superiora, quindi Superiora Generale per ben due volte, e infine venne eletta Madre Vicaria Generale. Sotto la sua guida le Chieppine si svilupparono largamente, facendosi promotrici di forme di apostolato modernissime.
FONTI E BIBL.: E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 121.

ALBERTINO DA PARMA, vedi ALBERTO DA TRE CASALI

ALBERTINO DA SALSO, vedi RAINALDI ALBERTINO

ALBERTINO DA TERENZO
Terenzo 1200/1209
Fu architetto a Parma nel 1200-1209. Fu con Albertino da Taneto l’architetto della chiesa innalzata in onore di Sant’Antonio Abate da Guido Fogliani nel suo Castello di Salvaterra. Ricco e possente Signore dei suoi tempi, il Fogliani ospitò Ottone duca di Sassonia, prenunziato Imperatore, mentre di passaggio per l’Italia andava a Roma per ricevere dal Pontefice la corona imperiale. Sulla porta della chiesa di Salvaterra il fonditore e gli architetti scolpirono i loro nomi e nel XIX secolo vi era era ancora il marmo sul quale si leggeva incisa l’iscrizione seguente, in caratteri romani: † Anno Milleno ducentonoque noveno Consilio sano dans Guido de Fugliano Pro se pro natis, pro Verda coniuge gratis Hoc Templum Christo fundavit, Quisquis in isto Presbiter et (est), oret pro se, (petat atque) recitetque laboret Ut (praeces) prece cum Psalmis jungatur Civibus almis Albertus (Albertonus) de Terentio et Albertinus de Taneto fecerunt hoc opus.
FONTI E BIBL.: N. Tacoli, Memorie storiche di Reggio di Lombardia, III, 560; E. Fogliani Denaglia, Fogliani della Torricella continuazione, Reggio, 1836, tavola II; A.P. Zani, II, Parte I, 23 e II, 18; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 68; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon; Perkins, Italian Sculptors, 261; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 880.

ALBERTINO DA TRE CASALI, vedi ALBERTO DA TRE CASALI

ALBERTINO JACOPO DA NEVIANO
Neviano 1212
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1202.

FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 18.

ALBERTO
Parma 1081
Fu magister scholarum della Cattedrale di Parma nella seconda metà dell’anno Mille (1081).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 62.

ALBERTO
Parma 1134/1135
Il risvegliarsi della coscienza popolare e della libertà da una parte e dall’altra la potenza imperiale sull’Italia settentrionale crearono tali e tanti contrasti che diedero luogo a lunghe lotte cruente. Se si considera poi che i Vescovi erano investiti della città e del contado, ricchissimi, e quindi potenti, non fa meraviglia vedere eletti simoniacamente i vescovi che parteggiavano per l’Imperatore. Così alla morte di Bernardo, contrariamente all’opinione dell’Affò e dell’Allodi, venne eletto vescovo di Parma simoniacamente l’Alberto, come si legge negli atti del Concilio di Pisa. Va anzitutto osservato che tale Concilio si suole erroneamente ritenere celebrato nel 1134, mentre da documenti indiscutibili risulta charamente che fu tenuto dal 30 maggio al 6 giugno del 1135, sotto papa Innocenzo II. Il canone V del Concilio dice: Depositi sunt autem episcopi numero quinque: Alexander scilicet Leodiensis, Litardus Cameracensis, Eu(sta)chius Valentinus, B(oianus) Arethinus, G. Accerranus, H(ubertus) Taurinensis, Alb(ertus) Mutinensis electi Mutinensis vero, quia, cum pro mala conversacione ac publica symonia electio de ipso in Parm.si ecclesia facta, dampnata fuisset, indignum visum est, ut tam criminosa persona in alia ecclesia ad episcopale regimen vocaretur. È chiaro, dunque, che la sede di Parma immediatamente dopo Bernardo fu occupata da Alberto, la cui elezione, avvenuta simoniacamente, fu poi condannata. Parve quindi ai Padri del Concilio cosa indegna che una siffatta persona fosse chiamata a reggere la chiesa di Modena. Cadono così le induzioni degli storici locali, specialmente dell’Allodi, e viene colmata una lacuna nella storia dei Vescovi di Parma. Qualche mese ancora forse occupò la Chiesa di Parma il simoniaco Alberto. Ma l’anno dopo certamente fu sostituito nella sede parmense dal vescovo Lanfranco.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 154-115; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.

ALBERTO
Parma 1180
Fu priore di San Leonardo in Parma nell’anno 1180.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 18.

ALBERTO DA CASTELGUALTIERI, vedi AVOGADRI ALBERTO

ALBERTO DA PARMA
Parma 1236
Era Ministro della Provincia Francescana di Bologna al tempo in cui reggeva l’Ordine frate Elia: probabilmente venne eletto nel 1236, quando frate Alberto di Pisa fu mandato Ministro in Inghilterra. Fu uomo di santissima vita, di molta abilità nel disbrigo delle cose ed in molta estimazione presso l’Ordine e presso i Papi. Frate Elia, constatato che l’Alberto non accondiscendeva minimamente ai suoi desideri, né favoriva i suoi partigiani, lo dichiarò deposto dall’ufficio. Contemporaneamente scrisse diverse lettere a frate Gherardo Boccabadati di Modena, colle quali non solo lo dichiarò eletto Pro-Ministro, ma gli ordinò di condurre a lui in Assisi il deposto Provinciale. Frate Gherardo, allo scopo di non contrariarlo, nulla disse di tutto questo all’Alberto, ma solo lo invitò ad accompagnarlo nel suo pellegrinaggio alla tomba di San Francesco. Una volta giunti ad Assisi, mentre stavano per entrare nella cella del generale Elia, frate Gherardo cavò da sotto la tonaca due cappucci da novizi, uno lo indossò egli stesso e l’altro lo presentò all’Alberto dicendogli di attendere fino al suo ritorno. Entrato nella cella di frate Elia, frate Gherardo si prostrò ai suoi piedi, e disse di aver eseguito il suo comando, conducendo l’Alberto in atteggiamento umile e rispettoso. Frate Elia ne fu compiaciuto e, mutato lo sdegno in benevolenza, ordinò venisse introdotto l’Alberto, lo accolse con grande amorevolezza, lo rimise nel grado di Provinciale e gli accordò parecchi favori in bene e a vantaggio della sua Provincia.
FONTI E BIBL.: Panfilo, I, 523 e 573; Salimbene, Cronica, 106; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 13-14; G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 33-36.

ALBERTO DA PARMA
Parma 1277
Fu scrittore del papa Giovanni XXII, dal quale fu inviato a Genova nell’anno 1277.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 19.

ALBERTO DA PARMA
Parma 1289
Fu elemosiniere e canonico di San Pietro in Roma. Fu inoltre vicario del vescovo di Sabina, Gherardo Bianchi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 19.

ALBERTO DA PARMòA
Parma 1496
Lo Zani lo ricorda come pittore e scultore attivo nel 1496 e allievo di Jacopo Loschi.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia, Parma, 1819, 28; Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 27.

ALBERTO DA PARMA, vedi anche ALBERTO DA TRE CASALI E UNGHERIA ALBERTO

ALBERTO DA DAN DONATO
San Donato 1257
Notaio attivo in Parma nell’anno 1257.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 20.

ALBERTO DA TERENZO, vedi ALBERTINO DA TERENZO

ALBERTO DA TORRICELLA
Torricella 1262
Fu Podestà di Parma nell’anno 1262.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 20.

ALBERTO DA TRE CASALI
Tre Casali 1308
Notaio attivo nell’anno 1308.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 19.

ALBINEI GIAMBENEDETTO, vedi ALBINEO GIAN BENEDETTO

ALBINEO BENEDETTO, vedi ALBINEO GIAN BENEDETTO

ALBINEO GIAN BENEDETTO
Parma 20 marzo 1486-post 1521
È merito dell’Affò averlo per primo tolto dall’oblio in cui giaceva, sconosciuto e sepolto fra le scritture di Tranquillo Molossi, celebre poeta di Casalmaggiore. Il Molossi, nel Poliuto, qualifica senz’altro parmigiano l’Albineo e lo loda come dotto poeta. Il Molossi, che dopo il 1494 si stabilì a Parma e vi stette qualche tempo, ebbe a conoscerlo giovanetto, onde poté cantare: Albineus Vates primo mihi junctus ab aevo. Grande fu l’amicizia tra i due letterati, tanto che il Molossi nelle sue poesie lo celebrò più volte, facendo anche menzione di una sua infermità giovanile: Macte Puer, quem Phoebus amat, Phoebique sorores Dignantur curà quem chorus ille suà. Multa Palatinae debes praeconia Febri: Immortale tibi contulit illa decus. Illa tibi Phoebum, Musasque probavit amicas, Sospite quo tantus delituisset honos. Dai protocolli di Pier Maria Prato, notaio parmigiano, si rileva che il 24 dicembre 1521 l’Albinei era prete, e che godeva una pensione di otto ducati d’oro di camera sopra la parrocchia di San Sisto nella Diocesi di Parma. Il cardinale Alessandro Farnese, vescovo di Parma, che divenne poi papa Paolo III, chiamò alla sua Corte il Molossi e successivamente anche l’Albineo, che il Molossi gli raccomandò come molto gentile e liberale, confessando di aver avuto da lui favori e cortesie. L’Albineo era di piccola statura ma, nota il Molossi, qui te parvum hominem dicit, Benedicte, videtur Ille mihi nulla cum ratione loqui. Magnus homo est qui magna facit, qui parva pusillus. Cum facias parvus grandia magnus homo es. Altri letterati lodarono l’Albineo, tra i quali Francesco Arsilli da Sinigaglia, che nel 1524 lo esalta in un suo poemetto, De poetis urbanis, accolto nella Coryciana.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 254-255; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 13; Aurea Parma 2/3 1957, 102-103.

ALBINEO NICCOLO'

 Parma 1470/1485
Fu prete e calligrafo, verosimilmente uscito dalla famiglia di Gian Benedetto Albineo. L’Albineo scrisse nel 1485 per il monastero di San Quintino di Parma un libro corale, verso la fine del quale si legge: descripsit ac notauit D. Nicolaus de Albineis presbiter Parm. 1485 die 26 septembris.

FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869.

ALBINI GIUSEPPE
Parma 1827-Napoli 1911
Resse la cattedra di Fisiologia dell’Ateneo parmense nel biennio 1860-1861, per passare quindi all’Università di Napoli. Lasciò, tra i vari studi, un Trattato di fisiologia (Milano, 1881).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 63.

ALBINI MARIETTA
Parma 1807-post 1842

 Soprano. Compì i suoi studi musicali a Parma con Luigi Tartagnini, primo fagotto della Ducale Orchestra, e il maestro la fece debuttare il 1° gennaio 1819 con altri suoi allievi in un’accademia al Teatro Ducale di Parma. Nella locandina è scritto che aveva dodici anni. Il 17 dicembre dello stesso anno si esibì in un’altra accademia con il violoncellista Vincenzo Merighi. Nel manifesto è scritto che aveva quattordici anni. Nella primavera 1821 esordì assieme al baritono Cosselli, cantando nel Teatro Sanvitale in Amelia e Leandro, opera di Germano Liberati. Nell’estate 1822 fu prima donna assoluta al Teatro di Reggio Emilia nella Cenerentola di Rossini e nell’Adelina di Pietro Generali e l’anno succesivo al Teatro Comunale di Modena nel Matrimonio segreto. In quell’occasione il 4 febbraio 1823 fu ospite con un concerto alla Società Filarmonica Modenese. Dal 1824 al 1827 fu in Spagna al Teatro di Barcellona, dove cantò un gran numero di opere italiane. Ritornata in Italia, nel settembre 1830 fu alla Canobbiana di Milano: nell’Elisa e Claudio di Donizetti dette prova meravigliosa della sua capacità nell’eseguire, sufficienti per farci distinguere il suo gran valore. Nel Carnevale fu al Teatro di Tordinona di Roma nelle opere di Pacini il Corsaro e Gli arabi nelle Gallie. L’11 febbraio 1831, in un’accademia vocale e strumentale, il pezzo che più d’ogni altro massimamente trasportò tutta l’udienza fu il gran duetto della Semiramide eseguito dall’Albini e per la parte del contralto da Gaetano Brizzi colla sua tromba, né alcuno può formarsi senza sentirlo un’idea del suo effetto. Nella Fiera del Santo del 1831 fu al Teatro Nuovo di Padova, dove stupì tutti spiegando gran vigore di voce e grande energia d’azione. Nel successivo autunno la si trova al Teatro Comunale di Bologna, tra le altre opere, nell’Otello di Rossini (Desdemona), e nel Carnevale al Teatro di Piacenza nei Capuleti e Montecchi di Bellini e nel Proscritto di Messina del compositore piacentino Daniele Nicelli. Nel Carnevale 1833-1834 cantò in diverse opere al Reale Teatro Carolino di Palermo. Nel 1841 fu al Teatro Valle di Roma nella Maria di Rudenz di Donizetti. Nel Carnevale successivo la si trova al Teatro di Perugia. Al termine di questa stagione La Fama scrisse che l’Albini era disponibile ad accettare scritture, in quanto libera da impegni.

FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 176; Papi; Tiby; Trezzini; Virella; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALBIO DA PARMA, vedi BIANCHI GIOVANNI ANDREA

ALBIO o ALBO GIOVANNI ANDREA, vedi BIANCHI GIOVANNI ANDREA

ALBOINO
Parma 733/775
Terzo vescovo della serie dei vescovi di Parma. Alcuni lo ritengono di nazione Longobarda, altri di quella Franca. Sembra però più probabile della prima perchè fu molto caro a Rachis, re Longobardo. Successe nel 733 ad Aicardo, e venne mandato dal pontefice Gregorio III a governare la chiesa parmense che tenne fino al 775.
FONTI E BIBL.: Cherbi; G. Negri, Biografia Universale, 1842, 13; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, 1856, 24-25; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, 1936, 8 e 48.

ALBONIUS CAIUS VIATORParma I secolo a.C./V secolo d.C.
Di condizione incerta, dedicatario, insieme a Octavia Sabina di un’epigrafe postagli da [Oc]tavia Severa, presumibilmente databile al periodo imperiale (formula D.M.). Albonius è nomen presente in Cisalpina, documentato nella Tabula Veleiate, in questo solo caso a Parma. Viator, cognomen da nomina agentis, pure presente in Cisalpina, si trova in questo solo caso a Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 48.

ALBUS GERARDO, vedi BIANCHI GERARDO

ALCARI CESARE
Parma 28 agosto 1886-Parma 22 dicembre 1935

 Figlio di Cesare e Giuseppa Battioni. Storiografo musicale. Pubblicò 50 anni di vita del Teatro Reinach di Parma. 1871-1921 (Parma, Tipografia Adorni Ugolotti, 1921), Il Teatro Regio di Parma nella sua storia dal 1883 al 1929. In occasione del I centenario della sua inaugurazione: 16 maggio 1829 (Parma, Tipografia Fresching, 1929), Parma nella musica (Parma, Fresching, 1931), dizionario biografico di artisti parmensi (compositori, strumentisti, cantanti, scrittori, scenografi, ecc.). Appassionato cultore della musica, fu collaboratore di Musica d’oggi di Casa Ricordi. Bibliotecario della Palatina, l’Alcari passava il resto della sua giornata alla Gazzetta di Parma al fianco di Gontrano Molossi di cui fu, oltre che amico intimo, l’uomo di fiducia. Soprannominato il marrano per il suo piglio di uomo burbero e brusco, l’Alcari alla Gazzetta di quei tempi, che era un giornale fatto in famiglia, fece di tutto un po’. E fu la Gazzetta che gli pubblicò a puntate le sue cronistorie del Teatro Reinach e del Teatro Regio, due opere di diligente compilazione successivamente raccolte in volume.

FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 3, 1938, 15; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 11.

ALCIATI ARIALDO
Borgo San Donnino o Marignano 1095-Arona 1142
Chierico, poi diacono e arciprete, resse la Chiesa di Borgo San Donnino. Secondo lo storico G. Pietro Puricelli, apparteneva alla famiglia ambrosiana dei nobili Alciati, mentre il Muratori lo dichiara oriundo di Marignano milanese e Patarino, perché, come il coevo Liprando, combatté il matrimonio dei preti. Non manca tuttavia chi sostiene l’appartenenza dell’Alciati a famiglia borghigiana. Ranuccio Pico lo dice santo e il Poggiali afferma che nel 1142 fu creato cardinale. Fu nel rango dei Dogmani della chiesa arcivescovile di Milano. Per amore della fede cattolica da lui pubblicamente professata contro gli eretici e i simoniaci di quei tempi, per ordine di Oliva, nipote dell’arcivescovo di Milano, fu crudelmente perseguitato. Dai ministri di Oliva fu preso e condotto ad Arona, castello dello Stato milanese. Essendo stati spediti dalla suddetta Oliva altri suoi collegati, dubitando della fedeltà dei primi, arrivati questi ultimi con la spada sguainata, minacciarono l’Alciati di morte se non avesse negato ciò che aveva detto. Ed insistendo egli nel confermare, gli fu posta una mola al collo, e così venne gettato nel lago, trovando in tal modo glorioso martirio.
FONTI E BIBL.: Garofani; G. Negri, Biografia universale, 1844, 40; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 23.

ALCINIO LUPA, vedi PALLAVICINO FERRANTE CARLO

ALCIPPO PERSEIO o PERSEO, vedi BODONI GIAMBATTISTA

ALDIGERI UGOLINO, vedi ARDENGHERI UGOLINO

ALDIGERIO ANTONELLO, vedi ALDIGHIERI ANTONELLO

ALDIGHIERI ADEGHERIO
Parma 1092/1111
Fu notaio del Sacro Palazzo Vescovile di Parma dal 1092 al 1111. 

FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI ALDIGHIERA
Parma XII secolo
Sposò Cacciaguida degli Elisei, trisavolo di Dante Alighieri.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI ANTONELLO
Salsomaggiore 1458

 Nel 1458 era tra i più ragguardevoli locatari dei pozzi el Pozzello, la Cernia, lo Pozo Nove, el Pozo Giara.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.

ALDIGHIERI ANTONIO
Salsomaggiore 1570
Nel 1570 cedette a Gabriele Aldighieri un terreno situato in Salsomaggiore con diritti relativi alle saline.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.

ALDIGHIERI BONIFACIO
Parma ante 1514-1557 c.
Appartenne alla famiglia dalla quale, secondo Filippo Villani e Domenico d’Arezzo, proveniva Dante Alighieri. L’Aldighieri fu un personaggio politico localmente emergente nel secondo e terzo decennio del Cinquecento quando, alla morte di Diofebo, l’ultimo dei Lupi, venne infeudato del marchesato di Soragna dall’imperatore Massimiliano (31 ottobre 1515) e confermato da Carlo V nel febbraio del 1521. In contrasto coi Meli, conquistò Soragna nel 1522 per perderla però subito dopo. Ne nacque una vertenza portata a Roma che durò ben oltre la vita dell’Aldighieri. L’Aldighieri fu nominato protonotario apostolico il 13 maggio 1514 e fu arciprete della Cattedrale di Parma dal 1520 al 1537. Si sa che l’Aldighieri aveva abitazione a Roma nel rione della Regola presso il ponte Sisto e vicino ai Capodiferro. L’Aldighieri vendette quel palazzo allo spagnolo monsignor Francesco Solis, vescovo di Bagnarea, nel 1544. Nella vicenda della vendita di quella casa, è documentato un contatto tra l’Aldighieri e Antonio da Sangallo il Giovane. Come si legge in un documento del 12 luglio 1543, l’Aldighieri si decise a vendere la sua casa romana perché aveva bisogno di 3000 scudi: La Ill.ma s. Duchessa de Castro (Gerolama Orsini moglie di Pier Luigi Farnese) me fece dire havria caro havere tal casa in libera vendita, le feci dire et andai a dire che sendo servitore fideliss.o de sua s.a non solo la casa ma la vitta era al suo servitio. Così fu mandato Ms. Jac.o melechino e m. o Johan menghoni et m.o Ant.o da samgallo a considerare tal casa et m.o Ant.o refferì alla excellentia del s. Ducha et alla prefata s. Duchessa che la valeva sei mila scudi a gram mercato. L’Aldighieri dunque conosceva bene il Sangallo ed è probabile che gli avesse chiesto un progetto per un grande palazzo a Parma, forse quando ancora nutriva speranze di diventare marchese di Soragna. La complessità del palazzo voluto dall’Aldighieri fa infatti pensare quasi a una piccola Corte.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 1987, 25.

ALDIGHIERI GHERARDO
Borgo San Donnino 1272/1284
Fu Prevosto mitrato della chiesa di Borgo San Donnino. Ottenne la nomina del vescovo di Parma Obizzo Sanvitale, e per tale ragione non fu bene accetto alla popolazione borghigiana, che mal tollerava la dipendenza spirituale da quella città. Rinunciò dopo dodici anni alla prevostura per ritirarsi a Parma.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 27.

ALDIGHIERI GUGLIELMO
Parma 1363
Figlio di Antonio, fu Capitano delle milizie di Barnabò Visconti nell’anno 1363.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indici, 1967, 23; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI MATTEO

 Salsomaggiore 1473/1479

 Nel 1473 e nel 1479 i duchi di Milano concessero all’Aldighieri il pozzo della Noce di Salsomaggiore.

FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 15.

ALDIGHIERI PAOLO
Parma ante 1319-Mantova post 1344
Figlio di Rolandino, era cognato di Gilberto da Corregio. Dopo alcuni dissapori col Correggio, rientratone nelle grazie, fu investito di Baganzola, dove nel 1325 il castello che vi aveva costruito venne distrutto dai ghibellini capeggiati da Matteo da Correggio. Nel 1319 fu Podestà di Brescia e nel 1321 di Milano. Nel 1330, inviso a Marsiglio Rossi, l’Aldighieri fu nuovamente carcerato. Nel 1337 fu Podestà di Verona e ottenne da Mastino II della Scala gli speroni da cavaliere. Nel 1344, al seguito di Obizzo d’Este, dopo uno scontro, venne fatto prigioniero dai Mantovani, e poco dopo cessò di vivere.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI ROLANDINO

 Parma 1272/1309
Ricoprì le primarie magistrature in città vicine a Parma. Fu infatti, dal 1272 al 1309, Pretore, Capitano del popolo e Podestà di Reggio, Modena e Brescia.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI UMBERTINO


ALDIGHIERI UBERTINO
Parma 1305/1310
Figlio di Rolando e fratello di Bernardino. Fu Capitano del popolo in Cremona nel 1305. In seguito, andata al potere la fazione a lui avversa, patì la confisca dei beni e la distruzione delle case. Nel 1310, catturato, fu carcerato a Guardasone per più di un anno, e venne liberato assieme al cugino Paolo, figlio di Rolandino.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

ALDIGHIERI UBERTO
Parma 1211/1231
Figlio di Tendaldo e fratello di Giovanni. Fu Giudice del Comune di Parma dal 1211 al 1231.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1997, 5.

 ALDINI DOMENICO
-Bazzano 1626
Fu Arciprete di Bazzano. Con l’atto di battesimo del 19 novembre 1606 compare quale successore di Orazio Ziveri. Resse la parrocchia vent’anni, fino al 1626. L’ultimo atto di battesimo da lui redatto è infatti del 25 settembre 1626. Il 13 ottobre vi è un altro battesimo, ma è amministrato dal rettore di Cedogno, don Domenico Sassi, ove è detto essendo infermo l’arciprete di Bazzano don Domenico Aldini. Seguono altri tre battesimi, fatti dal rettore di Castione don Pagano Cavirani. Il 1° febbraio 1627 è già in funzione il successore dell’Aldini, don Giovanni Domenico Toschi, che battezza Anna Maria Costa fungendo da padrino lo stesso don Pagano. Gli atti di battesimo da lui amministrati furono 309, con una media di quindici l’anno. I matrimoni da lui sottoscritti durante gli anni della sua reggenza furono 75. Dei morti non esisteva ancora il registro. Durante gli anni dell sua reggenza, fu dipinto e donato alla chiesa l’artistico quadro su tela posto in presbiterio, raffigurante la Vergine e i misteri del Rosario, quadro di ottima fattura e ancora ben conservato. Fu fatto dipingere da Bonaccursio Costa di Bazzano, rettore della Confraternita del santo Rosario.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 21.

ALDO, vedi ARBIZZANI ALDO e MENONI RENZO

ALDIS IOSAPHAT, vedi ARALDI IOSAPHAT

ALDOBRANDINI MARGHERITA

 Firenze 1586-Parma 9 agosto 1646

Figlia di Gianfrancesco, principe di Rossano, e di Olimpia, dello stesso casato e nipote del pontefice Clemente VIII, fornita di una notevole dote. Andò sposa a Ranuccio Farnese, che sperò in tal modo di avvantaggiare lo Stato, anche se si doleva che le sue nozze fossero inferiori a quelle dell’avo Ottavio e di suo padre Alessandro. Mediatore ne fu (1596) un altro Farnese, il cardinale Odoardo, fratello di Ranuccio, che addirittura forzò la volontà del Papa. Corse anzi voce che le umiliazioni e gli insulti che sopportarono in quei frangenti gli Aldobrandini dai Farnese fossero tra le cause della morte di Clemente VIII. Ranuccio Farnese si recò a Roma con un seguito principesco, desiderando che gli sponsali fossero celebrati dal Papa stesso. Nella città eterna fu ospite sia in Vaticano, sia nel bel palazzo farnesiano del cardinale Odoardo. Il 7 maggio 1599 o, secondo altri, il 28 dicembre, Clemente VIII, sceso nella cappella di San Sisto, alla presenza di tutti i cardinali (come informano le cronache del tempo), congiunse gli sposi trattenendoli a pranzo in stanze separate all’uso dei principi, e nominò il Duca di Parma confaloniere perpetuo di Santa Chiesa, titolo trasmissibile ai suoi discendenti. L’Aldobrandini aveva tredici anni. Non era bella (il volto disadorno, la bocca stretta, gli occhi neri e profondi), ma aveva una grazia particolare nel portamento, tramutatosi però con la maternità in quella pinguedine che si trasmise alla sua discendenza maschile e che sarebbe stata una delle cause della sterilità e della estinzione della dinastia farnesiana. Pare fosse piuttosto ignorante, ma non si preoccupò mai di istruirsi. Nelle sue lettere si nota uno stile composto, freddo, protocollare, sotto cui è una nascosta sensualità, come rivelano certe missive scritte al marito. Dopo le nozze Ranuccio, precedendo la sposa, tornò a Parma onde predisporne l’accoglienza e le cerimonie, splendide, secondo la buona tradizione farnesiana. Molti furono anche i conviti, i bagordi e le feste sia a Parma che a Piacenza. In quell’occasione il Consiglio Generale di Parma decretò il dono di 100000 scudi a Ranuccio e 12000 all’Aldobrandini per il loro ingresso nella città: nemmeno un anno dopo, per tutte queste spese, il Comune fu costretto ad aumentare i balzelli. Data la delicata costituzione dell’Aldobrandini (che da bambina era stata operata per ben tre volte ai genitali) per molti anni ella fu incapace di dare un successore vitale al marito, che desiderava un erede legittimo. L’Aldobrandini rimase incinta con una certa regolarità, ma non sempre portò a termine la gravidanza, e quando questo avvenne, i figli nacquero morti o camparono solo poche ore. Convinto che qualcuno gli avesse fatto il malocchio, Ranuccio, perseguitato da superstiziose paure e dal timore di non avere un maschio legittimo, non solo non permise che il fratello Odoardo, già cardinale dal 1592, prendesse gli ordini sacri, ma fece ricondurre a Parma il figlio naturale Ottavio, che aveva avuto dall’amante Briseide Ceretoli, affidandolo al suo ministro più fido e intelligente, Bartolomeo Riva. E finì col legittimarlo per poterlo fare istruire ed educare in modo principesco. L’Aldobrandini fu molto devota e dedita alle pratiche religiose, tanto da essere definita più atta per le chiese che per la pratica di buon governo di Stato come che sempre visse tutta di Dio et donna di gran bontà e virtù. Chiamò a Parma i Teatini che ne fecero una delle città più clericali d’Italia ed ebbe frequenti relazioni epistolari e visite con preti e frati. A loro ricorse, col marito, quando vide che non riusciva ad avere figli vitali, ma si rivolse anche ad astrologi, a fisici, a pozioni, e a tutti i rimedi allora accreditati. Vi fu anche chi credette che l’Aldobrandini fosse stata ammaliata e, quello che è peggio, lo credette anche il Duca, come risulta dai processi alle presunte streghe, che si risolsero con tremende condanne: tra le altre, venne gettata nelle segrete del castello di Gragnano Sottano anche un’amante di Ranuccio, la giovanissima Claudia Colla, che si diceva facesse pratiche magiche nella cantina della sua casa. Intervenne nella questione anche il cardinale Odoardo. Egli, sentite prima le ragioni dell’Aldobrandini, ammonì il fratello a essere più frequente nelle visite alla duchessa e non rafreddar nell’amore, e a lasciar perdere le lascivie nelle quali per fragilità era caduto. I due sposi, così riconciliati, fecero doni ai poveri e a chiese e promisero donativi alla Santa Casa di Loreto qualora le loro preghiere fossero state esaudite. Finalmente nel 1610 nacque il primogenito, Alessandro, che però si rivelò muto, sordo e mentecatto, pare a causa del mal caduco di cui aveva sofferto nei primi mesi di vita. Due anni più tardi nacque Odoardo, il futuro duca, nel luglio del 1613 Orazio, che morì dopo sette mesi, nel febbraio del 1615 Maria, cui seguirono Maria Caterina, Maria Vittoria Francesca, e Francesco Maria (che poi fu cardinale). L’astio dell’Aldobrandini verso i figli illegittimi del marito si calmò, e in particolare l’odio verso Ottavio ebbe fine quando questi, in seguito a svariate, tristi vicende, terminò i suoi giorni nelle segrete della Rocchetta di Parma (1622). Qualche mese dopo la tragica fine del figlio Ottavio, anche Ranuccio morì, spirando tra le braccia della duchessa. Assunse la reggenza suo fratello, il cardinale Odoardo. Alla morte di quest’ultimo (avvenuta nel 1626) subentrò nel governo di Parma e Piacenza la stessa Aldobrandini, col titolo di curatrice e generale amministratrice. Non era nuova agli affari di Stato avendo già sostituito Odoardo Farnese quando egli era stato infermo per la podagra e malato di stomaco. In politica seguì le direttive del defunto marito, continuando a porre mano alle fortificazioni di Piacenza e resistendo ad ogni lusinga di uscire dalla neutralità favorevole alla Spagna. La sua reggenza durò fino all’agosto del 1629 quando il figlio Odoardo, ansioso di libe rarsi dalla tutela materna, a diciassette anni e quattro mesi, prese le redini del Ducato dando inizio a un periodo piuttosto tormentato. Libera da impegni di governo, l’Aldobrandini potè darsi alle opere di bene e a provvedere ai poveri e agli infermi colpiti dal flagello della peste nel 1629-1630. Quando Odoardo sposò Margherita de’ Medici, l’Aldobrandini visse a Corte a fianco degli sposi, dedita soprattutto alla beneficenza e alle opere di pietà. Soffrì, per un eccesso di sensibilità d’animo, turbamenti e scrupoli, che cercò di dissipare con l’assidua frequentazione dei monasteri (nel testamento lasciò scritto che il suo cuore fosse portato al monastero delle Scalze e fu lei ad adoperarsi presso la Santa Sede per istituire un Carmelo femminile a Parma). Fu anche priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode. Nel 1635, quando Odoardo partì per la guerra, ella, con il figlio Francesco, governò Parma, mentre Margherita de’ Medici, sua nuora, resse Piacenza con l’ausilio del vescovo Alessandro Scappi. 

FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 48; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 29-31; Malacoda 63 1995, 52-54.

ALDONIO CAPSO, vedi ELETTI FRANCESCO MARIA

ALDROVANDINI DOMENICO
Bologna 1655 c.-post 1736
Pittore. Secondo lo Zani, fu fratello di Giuseppe e di Mauro, ma in realtà figlio di Giuseppe. Fu attivo principalmente a Parma (1704-1719). Nel 1736 era ancora in vita, poichè ereditò dal fratello Tommaso.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Spettacolo, I, 1954, 258.

ALEOTTI GIACOMO, vedi ALIOTTI GIACOMO

ALESSANDRI ASCANIO
Parma 24 aprile 1880-Parma 18 marzo 1966
Allievo del Rondani, studioso e ricercatore d’arte parmense di taglio storico-erudito, fu collaboratore del Bollettino Bibliografico della Deputazione di Storia Patria per l’Emilia e per la Romagna. Fu per moltissimi anni bibliotecario della Biblioteca Palatina. Si occupò di studi e ricerche della storia dell’arte parmigiana dell’Ottocento, con particolare riguardo ad alcune figure più rappresentative, come Guido Carmignani e G.B. Borghesi. Fu Socio Corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, e collaborò, tra l’altro, anche alla rivista Aurea Parma con una serie di contributi dedicati al sipario del Teatro Regio di Parma. La sua vita fu incessantemente spesa a ricercare notizie, tracce di opere, date, tutti quegli elementi insomma atti a ricreare, su un inedito filo conduttore, la complessa attività e personalità del grande Correggio. Questo lavoro lo entusiasmò per anni. Fu pure un accanito ricercatore di cronache legate a Verdi, ai suoi maestri e amici, e alle semplici consuetudini di quei tempi, e, su queste, diede alle stampe studi vivi e affettuosi. Compilò pure succose monografie di artisti parmigiani, come ad esempio quella del pittore Guido Carmignani (Parma, 1910-1913). Altra sua indomita passione fu il componimento musicale: la romanza, la ninna-nanna, il canto sacro, la Messa. Sue composizioni, svolte in varie circostanze religiose e profane, attestano questa sua abilità di appassionato musicista. Dotato di una ferrea volontà, si andò formando nel corso degli anni, con l’energia e l’entusiasmo dell’autodidatta, una vasta e solida cultura. Entrò alla Biblioteca Palatina di Parma ancora giovane e, per oltre quarant’anni, vi lavorò con passione vivendo per essa e con essa, tanto da diventarne uno dei funzionari più esperti. Durante la seconda guerra mondiale, quando la Palatina fu colpita in pieno dagli eventi bellici, sconvolta e semidistrutta, l’Alessandri si prodigò senza risparmio, a salvare gli amati libri ovunque sparsi, bruciacchiati, bagnati, smembrati. Lo Stato italiano lo nominò Cavaliere della Repubblica e lo fregiò della medaglia d’argento dei benemeriti della cultura e dell’arte. Fu zelante Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi e fondatore e socio del Comitato Parmense per l’Arte, in cui ricoprì, dagli inizi, la carica di consigliere.
FONTI E BIBL.: S. Lodovici, Critici d’Arte, 1942, 29; Parma nell’Arte 2/3 1966, 111-112; Aurea Parma 1/2 1966, 85.

ALESSANDRI CLAUDIO  
Ramoscello 1845-Nizza 1916
Figlio di Antonio, modesto bracciante agricolo, l’Alessandri venne ammesso nell’anno accademico 1857-1858 alla scuola di disegno elementare di figura della Reale Accademia di Belle Arti di Parma, dove ottenne scarsi risultati. Frequentò poi, dal 1861 al 1867, la scuola di paesaggio sotto la guida di Guido Carmignani, conseguendovi dei premi, una medaglia d’oro e una borsa di studio a fine corso. Già dal 1863 presentò sue opere alla mostra Industriale Provinciale parmense, un Paesaggio, una Veduta del ponte verde sul Parma e un disegno di Paesaggio copiato dal Calâme. Nel 1865-1866, la Pinacoteca di Parma ottenne i seguenti dipinti dell’Alessandi dall’Incoraggiamento: Ponte verde sul Parma, Strada di Langhirano e Veduta del torrente Parma, e il Comune di Salsomaggiore nel 1867 ricevette un’altra Veduta del Torrente Parma. L’Alessandri nel 1870 presentò alla mostra nazionale di Parma il Moncenisio dalla parte della Brunetta, Veduta esterna della cattedrale di Parma presa dalla piazza di San Giovanni e La via dei Sarti in Susa, vincendovi una medaglia di bronzo e partecipando anche al Primo Congresso Artistico indetto in quella occasione. L’anno seguente espose in Pinacoteca Il ritorno dal mercato nella valle del Moncenisio, e nel 1872 a Milano Strada che conduce a Locarno. Nel 1874 poi vennero rispettivamente sorteggiate ai comuni di Soragna e di Roccabianca il Lago Maggiore e la Vallata con torrente. Nel 1875 espose a Parma La raccolta dei covoni e nel 1876 Una veduta del Lago Maggiore, Ciano d’Enza e Il colle di Superga. Inoltre Parmenio Bettoli lo visitò nel suo studio, dove vide il non finito Andata al mercato, auspicando che egli potesse avere un aiuto finanziario per il compimento di tale opera. Delle misere finanze dell’Alessandri si ha conferma l’anno seguente, quando nel mese di settembre il Consiglio Provinciale gli accordò un sussidio di 200 Lire affinché provvedesse di cornice un suo quadro. Proprio nel 1878 si trovò esposto nella sala maggiore del Casino di Lettura di Parma l’Andata al mercato: non è quindi improbabile che il quadro senza cornice fosse quello. Il Bettoli, rivisitandolo in quello stesso anno, vi vide pure Due paesaggi con la città di Parma. L’anno dopo l’Alessandri espose per l’Incoraggiamento Il giardino di Parma, che venne assegnato al Comune di Colorno. Nel 1880 lo visitò nel suo studio in Borgo delle Grazie Lodovico Ameni, che vi vide incompleti Il Quai de Bercy presso al ponte dell’Alma a Parigi e Il lago del bosco di Boulogne. Entrambi i quadri l’Alessandri espose, appena dopo, fuori concorso, assieme a due Vedute del Torrente Parma. Indi nel 1887 venne sorteggiato al Comune di Salsomaggiore Il golfo di Villafranca a Nizza, e nel 1890 a quello di Busseto Autunno. Nel 1889 si stabilì definitivamente a Nizza, dove acquistò una certa notorietà.
FONTI E BIBL.: Esposizione industriale provinciale, 1864, n. 492 e 565, 91-96; Catalogo delle opere esposte, 1870, n. 681, 713 e 805, 39-41 e 42-50; Giornale del primo congresso, 1870, 261; A. Rabbeno, 1870, 62; Atti ufficiali, 1871, 1; Gazzetta di Parma 6 aprile 1871; P.C. Ferrigni, 1873, 226; A. Rondani, 1874, 465-469; A. Rondani, 4 agosto 1875; A.C. in Gazzetta di Parma, 1876; P. Bettoli, 1876, Gazzetta di Parma 14 settembre 1877; B., in Gazzetta di Parma 10 aprile 1878; P. Bettoli, 13 settembre 1878; L. Pigorini, 25 novembre 1879; L. Ameni, 24 e 26 ottobre 1880; L. Ameni, 18 e 20 dicembre 1880; C. Ricci, 1896, 386-387; A. Alessandri, 1910, 62-63; Autori vari, 1936, 49-50; G. Allegri Tassoni, 1952, 62; G. Copertini-G. Allegri Tassoni, Pittura dell’Ottocento, 1971, 130-131; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 108-109 e 158-159; Archivio dell’Accademia di Parma, Ruolo, 1858-1860; Archivio dell’Accademia di Parma, Inventario, 1860-1874; Atti, VIII, 1864-1877; Archivio dell’Accademia di Parma, Esposizione, 1870; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 1851-1893; G. Allegri Tassoni, 1984, 523-566; Giusto, 1991, 14-17; Gazzetta di Parma 24 gennaio 1991, 12; Città latente, 1995, 87; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 5 maggio 1997, 5.

ALESSANDRI FRANCESCO
Parma 21 maggio 1816-post 1841
Cantante (basso). Allievo della Ducale Scuola di musica di Parma negli anni 1834 e 1835, appena uscito da questa fu scritturato a Venezia. Il Dacci scrisse che percorse una discreta carriera, della quale però si sa solo che nella stagione di primavera 1840 fu al Teatro Ducale di Parma, dove cantò anche ne I due Figaro di Giovanni Speranza, e si esibì nella successiva stagione di Carnevale.
FONTI E BIBL.: Dacci; Ferrari; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALESSANDRI GIUSEPPE
Cortile San Martino 30 agosto 1849-
Studiò alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1860 al 1866, diplomandosi brillantemente. Dopo aver suonato come primo clarinetto nella banda del 31° reggimento di fanteria, si trasferì a Varsavia, dove era stato scritturato come professore in quel teatro d’opera.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALESSANDRI GIUSEPPE
San Pancrazio Parmense 26 ottobre 1894-Parma 29 giugno 1976
Sotto la guida del professor Lodovico Mantovani iniziò, giovanissimo, lo studio del violino. Frequentò come alunno interno a posto gratuito dal 1904 al 1912 il Regio Conservatorio di Musica di Parma, uscendone appena diciottenne diplomato in violino e viola, e vincitore dei premi Barbacini e Campanini. La sua grande abilità quale violista, non fu solamente segnalata nelle principali orchestre, ma specialmente nel Quartetto romano. Nel 1924, in seguito a concorso, venne nominato titolare della cattedra di viola con obbligo del violino nel Regio Conservatorio di musica Arrigo Boito di Parma. Fu collocato a riposo nel 1966 dopo ben quarantuno anni di insegnamento, dal quale sono usciti allievi che tennero ben alto il suo nome e quello di Parma. L’Alessandri fu persona di vasta cultura musicale e dal suo strumento sapeva ricavare dolcezze e timbri inimitabili, tanto da essere considerato la miglior viola d’Italia e una delle più richieste nel mondo della musica sinfonica e lirica. Durante la prima guerra mondiale, Toscanini, che dirigeva concerti al fronte per i soldati, ebbe occasione di ascoltarlo e lo volle sempre nella sua orchestra che si presentava nei più grandi teatri e nelle più famose sale del mondo. Fu conteso dai migliori direttori d’orchestra, e suonò al Metropolitan di New York, all’Opera di Parigi, alla Scala di Milano, a Londra, Vienna, Budapest, Bruxelles e in tantissimi altri teatri d’Europa e d’America, sempre come prima viola. Fece parte del Quartetto Poltronieri, notissimo in tutta Europa, di quello di Abbado e di quintetti, imponendosi per tecnica, padronanza della musica e sensibilità artistica. Scrisse apprezzati metodi di studio per violino e viola.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 8; Gazzetta di Parma 30 giugno 1976, 5.

ALESSANDRI LUIGI
Parma 1844/1851
Pittore fiorista e miniaturista, fu attivo nell’anno 1844 e nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 7.

ALESSANDRI PIETRO
Parma 1831
Detto il Dottore. Patriota nei moti del 1831,  fu inquisito con la seguente motivazione: Uomo screditato, dedito ai monopolii, mezzano di contratti usurai, che ebbe impiego sotto il governo francese ma che ne fu dimesso per poca fedeltà, che fomentava lo spirito torbido ed inquieto della plebe. Fece la proposizione, per quanto narrasi, di sottoporre il capitano Rota a consiglio di guerra e poi fucilarlo.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 136.

ALESSANDRINI BRUNO
Parma 1914-Desenzano 31 gennaio 1985A Parma frequentò l’istituto di Belle Arti. Durante il servizio militare entrò a fare parte dell’aviazione, nella quale ebbe il grado di sottotenente pilota di complemento. In quel periodo prese parte alla guerra di Spagna, e quindi rimase nell’esercito come effettivo. In Spagna fu decorato con una medaglia d’argento e una medaglia di bronzo al valor militare, con le seguenti motivazioni: Volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti, partecipava quale pilota da caccia a numerosi combattimenti a lunghi voli di scorta e crociere, dimostrando alte qualità di combattente audace e sprezzante del pericolo (Cielo di Spagna, 5 marzo - 15 giugno 1937). Volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti, ardito pilota da caccia, in breve periodo compiva 90 azioni di guerra: dopo un combattimento in territorio nemico, trovandosi solo nel cielo della battaglia, avvistato un numeroso gruppo da caccia, che si stava ricomponendo, lo attaccava con impeto e decisione abbattendo un apparecchio avversario (Cielo di Torrelcidones, 25 luglio 1937; Cielo di Madrid, Santander, Saragozza, 1937). Durante la seconda guerra mondiale ebbe modo di mettersi in luce come pilota coraggioso e temerario: fu infatti decorato con tre medaglie d’argento per meriti di guerra, che gli consentirono anche alcune promozioni. Al termine del conflitto, l’Alessandrini si stabilì a Desenzano e divenne comandante dell’aeroporto di Ghedi, in provincia di Brescia, e quindi entrò a fare parte dello Stato maggiore della prima zona aerea di Milano. Promosso generale di brigata aerea, lasciò in seguito il servizio attivo. Fu anche protagonista, insieme a Mantelli e Cenni, di alcune imprese di volo a vela.

FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 febbraio 1985, 5.

ALESSANDRINI GIAN FRANCESCO, vedi ALESSANDRINI GIOVAN FRANCESCO

ALESSANDRINI GIOVAN FRANCESCO
Parma 1580
Notaio. Nell’anno 1580 fu Podestà di Borgo San Donnino, che era allora dominato dai Farnese.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

ALESSANDRINI GIROLAMO
San Lazzaro 1484/1494
Avo o zio dell’altro Girolamo Alessandrini, che fu priore di San Lazzaro e Accademico degli Innominati. L’Alessandrini fu Auditore Criminale in Bologna, come si ricava dalla dedica del suo poemetto, intitolato Bentivola, a Giovanni Bentivoglio. Pare studiasse Legge a Pavia, città che egli loda, mentre si scaglia contro Modena e parla molto male anche dei Parmigiani, che chiama incostanti, avari ed incivili (cerebrum volubile Parmae), e di Parma, di cui lamenta la rustica turba nimis, affermando che rusticitas ullam nescit habere fidem. L’Alessandrini pare aver avuto i primi rudimenti delle umane lettere sotto Tomaso Romignano, forse nativo di Calestano. Fu buon verseggiatore latino e volgare, come si vede dalla Raccolta di Rime di diversi rimatori trascritte da Carlo Vecchi. Il Trionfo di Venere fu composto dall’Alessandrini nel 1489 e pubblicato nel 1493 per le nozze di Lucrezia Borgia con Alfonso duca di Ferrara. Il poemetto intitolato Bentivola fu stampato nel 1494 insieme alla Bononia illustrata di Niccolò Burci, da Platone de’ Benedetti in Bologna. È forse lo stesso Girolamo Alessandrini che fin dal 1484 aveva stampato versi latini in Roma, citati dal Mazzuchelli, e dei quali vi è qualche esempio nella raccolta Coryciana (Roma, 1524), e al quale il Longolio scrisse una lettera consolatoria in morte del fratello Alessandro.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 241-245; Aurea Parma 4 1958, 230-231.

ALESSANDRINI GIROLAMO
Parma 1525-Parma 11 aprile 1597
Nipote dell’altro Girolamo Alessandrini. Fu esimio teologo, sacerdote e parroco, nonché poeta. Membro dell’Accademia degli Innominati, col nome di Ascoso, merita di essere annoverato fra’ migliori Poeti dell’aureo secolo XVI. Fu ben educato e istruito, dato che studiò Leggi, Filosofia e Teologia. Dopo avere studiato diritto all’Università di Bologna senza addottorarsi, abbracciò lo stato ecclesiastico e attese a studi di filosofia morale. Prima del 1560 si trattenne a lungo, per affari, a Piacenza. Nel 1569 fu eletto Priore della chiesa parrocchiale di San Lazzaro sull’Enza, e da quel momento venne a risiedere a Parma. Essendo in tale Priorato, l’anno 1575 intervenne alla seconda sessione del Sinodo diocesano presieduto dal vescovo di Parma Ferdinando Farnese, e ivi fu eletto Esaminatore, come risulta dalle Constitutiones di quel Sinodo, impresse dal Viotto nel 1576. Il cardinale Alessandrino lo chiamò a Roma come suo Segretario, ma egli rinunciò all’ufficio per rimanere coi suoi parrocchiani. Compose versi latini e italiani, ma tutti castigati e degni d’un sacerdote e parroco. Fu amico di molti dei maggiori letterati del suo tempo (Battista Guarino, Muzio Manfredi, Stefano Guazzo, Girolamo Catena, il cardinale Alessandrino), e in particolare di Pomponio Torelli: una sua lettera figura in apertura dell’edizione della Merope, da lui curata (Viotti, Parma, 1589). Ebbe carteggio con Torquato Tasso e Annibal Caro. Stefano Guazzo fa dell’Alessandrini un lungo elogio. Vi sono parecchie raccolte in cui si hanno sue rime, madrigali, ballate e versi (cfr. ad esempio le Rime di diversi, libro IX, Conti, Cremona, 1560). Curò pure le Rime di Gianmaria Agaccio di Brescia, che altrimenti sarebbero andate perdute. Fu fatto Vice-Preside dell’Accademia degli Innominati di Parma, della quale fu tra i fondatori nel 1574, mentre ne era Preside l’ancora giovinetto duca Ranuccio Farnese. Morì a settantadue anni, e fu sepolto nella Chiesa dei Padri Eremitani senza pompa alcuna e senza iscrizione sul sepolcro, come aveva disposto nel testamento. Il conte Pomponio Torelli ne compianse la perdita con un’ode latina.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 241-245; Aurea Parma 3/4 1959, 184; F.P., Letteratura Italiana, I, 1960, 56.

ALESSANDRINI STEFANO
Parma 1546/1564
Zio di Girolamo Alessandrini, fu maestro di cappella e compositore. Eletto sino dal 6 agosto 1546, come cappellano della Steccata in Parma, l’Alessandrini lasciò il priorato di San Lazzaro, fuori Parma. Dapprima esercitò l’ufficio di vicemaestro di cappella, poi il 14 ottobre 1552 la Compagnia della Steccata lo elesse maestro di cappella col salario di venti scudi d’oro d’Italia all’anno. L’Alessandrini occupò tale carica sino al 1564, e dopo si prese licenza per essere stato richesto dall’Illustrissimo e Eccellissimo Duca nostro (Ottavio Farnese) al Governo della musica e compagnia del santo Crucifisso, quale intende fondar in la giesia di San Giovanni di codeponte. Il Da Erba scrive così dell’Alessandrini: armoniosissimo musico e sacerdote, Priore della chiesa di San Lazzaro fuori in strada da Claudia fu per la musica un tempo molto stimato a Pistoia, a Messina a Roma e finalmente in patria quale compose sopra tutti gli uffici divini alcuni canti pieni di mirabilissima dolcezza e soavità, e fu continuamente di molta virtuosa vita e pieno di molta santità. Dell’Alessandrini non si conosce alcuna composizione musicale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Letterati di Parma, IV, 241; A. Da Erba, Comp. ms. delle cose di Parma, 221 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. parmense 922); N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 20, 22 e 24; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 17.

ALESSANDRINO GIOVAN FRANCESCO, vedi ALESSANDRINI GIOVAN FRANCESCO

ALESSANDRO
Parma 1516/1522
Orefice, figlio di Gian Maria. In data 15 giugno 1516 risultava iscritto all’Università degli Orafi in Roma. Ricordato ancora in vita il 10 aprile 1522.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 132 e 173.

ALESSANDRO DA PARMA, vedi BALDOINI ALESSANDRO

ALESSANDRO DA SALSO
Salsomaggiore XI secolo
Fu Rettore a Salsomaggiore nell’XI secolo.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1926.

ALESSANDRO FARNESE, vedi FARNESE ALESSANDRO

ALESSANDRO FELICE DA PARMA, vedi PALLAVICINO GIAN FRANCESCO e PANNONI DI CORTEMAGGIORE GIUSEPPE

ALESSI ALESSIO
Parma 1591-Parma 1648
Nel 1612 fuse una campana per la chiesa di San Francesco del Prato in Parma e nel 1619 quelle della chiesa di Santo Stefano a Sala. Nel novembre del 1630 fu processato per essersi appropriato di vasi di ferro e di altri oggetti in una casa dove gli abitanti erano morti a seguito dell’epidemia di peste. Si recò perciò per qualche tempo a Piacenza, dove venne incaricato di fornire la campana maggiore del palazzo comunale della città, utilizzando il bronzo avanzato dalla fusione dei cavalli della piazza e quello della campana realizzata da Sordo da Parma nel 1567. La campana avrebbe dovuto comprendere le iscrizioni (armi e figure) di cui gli Anziani fornirono gli stampi in legno. La fusione venne effettuata nell’ottobre 1632. Pesava 4230 chilogrammi di bronzo, era alta metri 1,98, aveva una circonferenza esterna di metri 5,65 e la vus del campanon si udiva fino a sette chilometri di distanza. Ritornato a Parma, il 15 marzo 1635 ricevette centoquaranta lire imperiali per la fusione della campanella detta del fuoco o delle armi, la quarta posta sulla torre della città. A quest’arte l’Alessi unì l’attività di campanaro e nel 1636 fu al servizio della chiesa di Sant’Antonino. Nel 1641 fuse la campana grande da sistemare sulla ricostruita torre della Piazza Grande. Riuscita di buona voce, chiara et sonora et da ogni mancamento perfetta, fu sostituita nel 1998.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 9, 13 e 15; Enciclopedia di Parma, 1998, 66.

ALESSI GIORGIO
Canosio 1898/1911
Poco o nulla si conosce dell’Alessi, ingegnere e architetto, come egli stesso firmava i propri progetti. Per un biennio lo si trova ingegnere-capo del Comune di Parma. Nel 1898 collaborò con Moderanno Chiavelli e con l’ingegnere Gino Fornari alla progettazione del nuovo Macello Pubblico. Nel dicembre del 1908 completò la progettazione del Salone Espositivo del Mobile Guastalla annesso alla Palazzina residenziale nello stesso borgo degli Studi. Della sua attività professionale si conoscono altri due progetti, realizzati su lotti vicini fuori barriera Farini. Il primo riguarda la realizzazione di un villino composto di due alloggi accoppiati per conto della Società Anonima Cooperativa per le case popolari o economiche, su lotto di terreno acquistato dal Comune nella località a nord del Campo di Marte. La richiesta di concessione edilizia è datata 11 agosto 1910 e il giorno successivo venne autorizzata dall’Ufficio d’Arte. Nella fase realizzativa il progetto fu purtroppo largamente ridimensionato nell’apparato decorativo. Del villino Longhi, nella stessa zona dell’ex Campo di Marte ma situato sul Lungo Parma, esiste un progetto datato 4 febbraio 1910, di cui sono presenti due richieste di variante per la facciata est e per l’altana. Successivamente esiste solo un progetto per la vetrina della ditta Magazzino Moderno, all’angolo tra via Cavour e via Dante, risalente all’aprile del 1911. Dopo quella data non si hanno notizie relative alla attività professionale.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 92.

ALESSI JACOPO
Scarzara ante 1607-post 1641
Fonditore di campane, nella torre del Comune di Parma vi è una sua campana fusa nel 1607, mentre un’altra del 1635 fu rifatta da Domenico Barbarini nel 1784. Collaborò con il figlio per il campanone, opera del 1641.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ALESSIO
Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 7.

Teca Digitale Biblioteche del Comune di Parma - V.lo Santa Maria 5, 43125 Parma (PR)

Usiamo i cookie
Questo sito utilizza i cookie tecnici di navigazione e di sessione per garantire un miglior servizio di navigazione del sito, e cookie analitici per raccogliere informazioni sull'uso del sito da parte degli utenti. Utilizza anche cookie di profilazione dell'utente per fini statistici. Per i cookie di profilazione puoi decidere se abilitarli o meno cliccando sul pulsante 'Impostazioni'. Per saperne di più, su come disabilitare i cookie oppure abilitarne solo alcuni, consulta la nostra Cookie Policy.
Il sito utilizza cookie tecnici per analizzare il traffico da e verso il sito. I cookie tecnici consento anche di fornire un migliore servizio di navigazione sul sito, e raccolgono informazioni di navigazione a questo scopo.
I cookie di Web Analytics Italia sono usati per analizzare la navigazione sul sito al fine di migliorarla e fornire all'utente un'esperienza di navigazione migliore possibile.
I cookie di Matomo sono usati per analizzare la navigazione sul sito al fine di migliorarla e fornire all'utente un'esperienza di navigazione migliore possibile.
I cookie di Google Re-Captcha sono usati per analizzare la navigazione sul sito al fine di migliorarla e fornire all'utente un'esperienza di navigazione migliore possibile.
Il sito utilizza cookie di profilazione per analizzare il comportamento e le scelte degli utenti al fine di proporre contenuti mirati corrispondenti al profilo dell'utente
I cookie di profilazione di Youtube permettono di mostrarti le pubblicità che potrebbero interessarti di più, fare analisi di accesso alla pagina e sul comportamento dell'utente, facilitare l'accesso ai servizi di Google.