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Dizionario dei parmigiani: Moi-Muzzi

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Parma seconda metà del XV secolo
Pittore e letterato attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 244.

MOIJ DOMENICO, vedi MOI DOMENICO

Parma 1520 c.-post 1565
Figlio di Antonio e di Maria Caterina Piaci.Fu calligrafo e miniatore, menzionato fino al 1565.Scrisse e decorò il Salterio n.3 della chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma, datato 1542.Sposò Maria Caterina Morbiolinel 1553.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 47; U.thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, vol.XXV, 1931; E.Aeschlimann, Dictionnaire des miniaturistes, Milano, 1940; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 46.


Parma ante 1443-Parma 1481/1493
Figlio di Giovanni.Boccalaro ricordato in diversi documenti e rogiti notarili: 5 marzo 1443, Anno a Nativitate eiusdem MCCCCXLIIIJ. Indicione sexta die v.to mensis Martii.Domina Margarita de Barberiis f.q. Pedrezoli et uxor condam Stefani Becarii de Seravale tertonensis diocesis et Antonius de Moyle bocalarius f.q.m Iohanni et ipsius domine Margarite, ambo habitatores civitatis parme in vicinia Sancti Blaxii, et uterque eorum conjunctim et divisim, omni modo, via, iure, forma et causa quibus melius potuerunt et possunt, fecerunt, constituerunt creant et solenniter ordinant suum verum et certum Nuncium, Actorem, iro curatorem et legiptimum deffensoremprovidum virum Andriolum de Comparotis habitatorem terre suprascripte Seravalis tertonensis diocesis, ipsius domine Margarite filium et dicti Antonii fratrem uterinum, absentem, tamquam presentem ad petendum et exigendum et recuperandum ab heredibus predicti quondam Stephani becharii de Seravale, omnes et singulas denariorum, bonorum et rerum quantitates per ipsum quondam Stefanum in suo testamento eisdem constituentibus et utrumque eorum constituentium conjunctim et divisim legatas (rogito di Martino Rizzi, nell’Archivio di Stato di parma); 11 agosto 1477, Item datos M.ro antonio de Moyle bocalario vicinie Sancti Michaelis de Canali libras viginti quinque imper. quas sibi donaverunt domini Antiani in subsidium fabricandi unam suam domum in dicta vicinia, cum hac conditione quod diximere debeat portichum tunc existentem dicte domni et fabricare dictam domum sine porticu pro honore Civitatis, et hoc vigore Mandati (a carte 41 tergo del Libro azzurro per l’anno citato, Archivio di Stato di Parma,Archivio Comunale);11 agosto 1477, Item datos M.ro Antonio de Moyle bochalario dono ut ipse domum suam cum portichu eisd.Ancianis promisit dirimere et rehedificare eam pulcriorem sine portichu vigore bullete facte die xj augustis lib.XXV (a carte 28 del Liber rationum 1477, Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune); 19 febbraio 1479, Maestro Antonio de Moyle f. di Giovanni della vic.a di San Michele in Canale testimonio (rogito del notaio parmigiano Galasso Leoni nell’Archivio Notarile di Parma);3 ottobre 1479, Trovasi fra i confratelli iscritti nel Consorzio della Disciplina vecchia sotto il titolo de’ Santi Cosma e Damiano nella vic.a di San Paolo, un Antonio de Moyle, e un Filippo de Grandis (rogito di Galasso Leoni, Archivio di Stato di Parma); 17 marzo 1480, Maestro Antonio de Moyle f.q. Iohannis vic.e S.cti Michaelis de Canali testimonio (rogito di Galasso Leoni, Archivio di Stato di Parma, Archivio Notarile).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti Parmigiane, 1911, 45-46.

Parma 1485 c.-Parma 1558/1564
Figlio di Francino e Ippolita Micheli.boccalaro, ricordato in diversi documenti e rogiti notarili: 2 marzo 1525, Testimonio Maestro Antonio de Moile f. quondam Maestro Francino della vic.a di San Michele in Canale (altrettanto si legge in anteriore atto del 24 febbraio 1524; rogito di Anton Marcello Bovini, Archivio Notarile di Parma);30 maggio 1525, Antonio de Moyle, Anziano dell’Arte de’ Boccalari (Ordinazioni Minute, Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale); 24 luglio 1524, Il Comune paga lire 57 e soldi 16 a Maestro Antonio de Moyllis boccalaro per piatti, boccali, pignatte, mezzette da osteria, scudelle somministrati ai soldati dell’Ill.mo Sig.Giambattista Savelli alloggiati in Parma (Ordinazioni, 187, Archivio di Stato di Parma, Archivio comunale); 10 marzo 1559, M.ro Antonio del Moyli possedeva alcuni terreni nella villa di San Martino di Beneceto districtus Parmae (rogito di Alessandro de Malgariis, in Pergamene presso la Società del Canale di Torrano, Archivio di Stato di Parma); 12 luglio 1557, Testamento dell’egregio Sig. Antonio de Moylis f. q. Sig. Francino citt.o abit.e nella vic.a di San Michele   in Canale nel quale a titolo di prelegato assegna a suoi figli Gio.Battista, D.Damiano ed Angelo la dote della madre loro defunta Maria Caterina Piaci, salvi i diritti che potessero competere alla sorella loro Maddalena e Polissena.Ai figli della seconda moglie Giovanna de’ Farassiis, Teodoro e Giacomo assegna loro lire 100 per ciascuno pure a titolo di prelegato.In tutti gli altri suoi beni eredi universali i cinque figli sopranominati in parti eguali.Maddalena già morta, aveva sposato un M.o Gio. Pietro Conforti, lasciando una figlia per nome Amabilia.Polissena era maritata con Farasio de Farasiis.Ippolita 3a figlia era moglie di Lorenzo Dominici (rogito di Lodovico Medici, Archivio di Stato di Parma, Archivio Notarile).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 45 e 47.


Parma 1442 c.-post 1477
Figlio di Francesco e di Caterina Mandri. Fu tipografo in Parma, attivo nell’anno 1477, quando nell’aprile stampò, assieme al fratello Damiano, un Corale in grande e bellissimo gotico rosso e nero con note di musica.
FONTI E BIBL.: G. Borsa, Clavis Typographorum, 1980, 224.

Parma 1440 c.-Parma 6 dicembre 1500
Figlio e allievo di Francesco, miniatore e boccalaro, e di Caterina Mandri.Il Moile nel 1470 era già padre di due gemelle, ricordate nei registri del Battistero di Parma.Queste gli erano nate, a quanto sembra, dalla sua prima consorte, Margherita de Quartariis, già vedova di Marsilio Maineri.Può dedursi che questa stessa donna nel 1485 lo facesse padre di un figlio maschio, il quale il 3 ottobre di quell’anno venne battezzato coi nomi di Giovanni Battista Geronimo.Non prima del 1498 il Moile passò a seconde nozze con Pietra di Bartolomeo Aversi, già vedova di Biagio de Rampani. Fu boccalaro, libraio, cartolaio, legatore, miniatore e calligrafo.Ma fu anche di professione tipografo, come risulta da un atto del 12 novembre 1474, citato dal Pezzana, nel quale Damiano stampatore figura come mallevadore del Corallo. Il Burger assegna due opere al Moile (Quaestiones Johannis magistri, 1481, e l’Expositio logicae di Nicola Dorbelli, Parma, 30 aprile 1482; (esemplare in Biblioteca Palatina di Parma, Inc. Parm.201 e 868; emendato con somma diligenza da Fra Pietro da Parma ad studentium utilitatem ejusdem fratris Petri instantia fideliter impressum, impensis Damiani de Moyllis et Joannis Antonii de Montalli), e due tipi di carattere gotico l’Haebler.Ma bisogna aggiungere alla produzione del Moile un Corale dell’aprile 1477, stampato assieme al fratello Bernardo, in grande e bellissimo gotico, e verso il 1480 un libretto di regole per costruire razionalmente l’alfabeto lapidario latino, che è la più antica opera del genere a stampa. Il libro di Corali, con caratteri rosso e nero e note di musica, di cui un esemplare è conservato nella chiesa dell’Incoronata di Lodi, è il secondo libro stampato in Italia con musica, mentre il primo del genere, un Missale Romanum fu stampato l’anno prima a Roma da Ulrico Hahn.Il sillabario da lui progettato, che, come detto, è il più antico sillabario xilografico con lettere costruite, servì come modello a Luca Pacioli e a Leonardo.A partire dal 1478, in collaborazione con altri artisti miniò per la chiesa di San Giovanni Evangelista salteri, graduali e antifonari, tra cui i migliori sono da ritenere il Graduale del 1486 (A. n.8) e l’Antifonario (L. n.2).Per ragioni di cronologia non è accettabile l’attribuzione fatta nel 1911 da Scarabelli Zunti di alcuni fogli miniati in un Messale del 1448.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 46-48; Bertieri, Editori, 1929, 92; C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 68; C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 235; A. Ciavarella, Storia della tipografia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 247; U.Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon,  XXV, 1931; E.Aeschlimann, Dictionnaire des miniaturistes, Milano, 1940; P. Trevisani, Storia della stampa, 1953, 92; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 46.


Parma ante 1514-post 1564
Figlio di Antonio e di Maria Caterina Piaci.Sacerdote, dal 1514 al 1524 fu attivo come mediocre miniaturista.Lavorò ai Libri del coro di San Petronio in Bologna. Fu Rettore del beneficio di San Niccolò fondato nella Pieve di San Martino di Traversetolo.Il 7 luglio 1562 fece testamento, istituendo suoi eredi universali i propri fratelli Giovanni Battista e Angelo, coll’onere di dare gli alimenti a una sua figlia spuria di nome Agata sino all’epoca del suo matrimonio, per il quale stabilì una dote di 700 lire imperiali (rogito di Lodovico Medici, Archivio di Stato di Parma, Archivio Notarile).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Memorie di Belle Arti, 1911, 45-46 e 51-52; L.Testi, I corali miniati della Chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, in La Bibliofilia 1918, 10 s., 139; P. D’Ancona, dizionario miniaturisti, 1940, 59.

Parma ante 1400-1450/1456
Figlio di Stefano.Nell’anno 1425 fu anziano dell’Arte dei boccalari.Fu anche ottimo miniatore: per il canonico Antonio Oddi miniò prima del 19 aprile 1447 un libro delle messe votive, il 27 luglio dell’anno seguente ebbe un acconto per la miniatura di un Messale per il Commendatario di Sant’Antonio di Vienna della Mirandola e il 12 luglio 1449 fu pagato per la miniatura del Breviario del Precettore di Sant’Antonio in Parma.Con lui lavorò il fratello Giovanni.Addestrò nella professione di miniatore il figlio Damiano.Fu sepolto nella Cattedrale di Parma: quando nel 1786 si operò l’imbrattatura dei muri esterni della cattedrale, fu cancellata un’iscrizione con due stemmi esistente presso una finestra dietro il Coro, portante le parole a lettere gotiche Sepultura d.ni francisi d.Moilis et heredum suor. (U.Bianchi, Iscrizioni Parmensi, 132, ms.Deputazione di Storia Patria, Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, 1911, 49-50 (vi sono riportati i testi di diversi rogiti relativi al Moile); G.Campori, in G.Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maiolichemetaurensi, Pesaro, 1879, volume II, 224; M. Lopez, Il Battistero di Parma, Parma, 1864, 54; A.Pezzana, Storia di Parma, tomo V, 162; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 305; U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, volume XXV, 1931; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 47.


Parma 1488
Boccalaro.Nel 1488 si obbligò a costruire il cornicione e gli ornati di cotto nella casa del Conte di Cajazzo.
FONTI E BIBL.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 305.


Parma 1460 c.-Parma marzo/dicembre 1523
Figlio di Antonio.Fu miniatore e calligrafo.I documenti lo menzionano dal 1481 al 1497 per lavori eseguiti per la chiesa di San Giovanni Evangelista, dove lavorò anche Damiano Moile, con cui collaborò.Un pagamento del 1481 attesta che eseguì delle miniature in un Salterio.Nel 1504 fu eletto consigliere e poi Sindaco del Consorzio dei Santi Cosma e Damiano.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 50-51 (vi sono riportati i testi di diversi rogiti relativi al Moile); U.Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon volume XXV, 1931; E.Aeschlimann, Dictionnaire des miniaturistes, Milano, 1940; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 47.

MOILE FRANZINO, vedi MOILE FRANCINO

MOILE GILIOLO, vedi MOILE ZILIOLO

ante 1399-Parma 1420/1442
Figlio di Luca.Boccalaro ricordato in alcuni rogiti notarili: 8 agosto 1408, Testimonio Giovanni de Moyule f. q.m Luca della vic.a di San Biagio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile Parma); 14 marzo 1412, Iohanne de Moyule bocalario f. q. Luce viciniae Sancti Blaxii testimonio ad un atto di Giovanni da San Leonardo (Archivio Notarile Parma); 20 aprile 1419, Presente Iohanne de Moyule bocalario filio quondam Lucae vice Sancti Blaxii porte Benedictae (rogito di giovannida San Leonardo, Archivio di stato di parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 45 e 49.


Parma 1447/1449
Figlio di Stefano.Assieme al fratello Francesco, eseguì in Parma nell’anno 1447 alcuni lavori di miniatura di un Messale per il canonico Antonio Oddi.
FONTI E BIBL.: A.Minghetti, Ceramisti, 1939, 305.

Parma ante 1489-Parma post 1564
Figlio di Antonio e di Maria Caterina Piaci.Boccalaro ricordato in alcuni rogiti notarili: Mcccc lxxxviiii die xxij Junij. Mandant Mag.ci D.ni Antiani nuper presidentes negotiis reipublice Parme Rationatoribus Comunis parme penes quos sunt Libri et rationes predicte Comunitatis, quat.s in et super libris pred.ti Comunitatis super quibus describuntur fictabiles bonorum dicti Comunis describant infrascriptos Bochalarios pro debitoribus predicti Comunis de una libra Cere laborate in candellis pro quolibet eorum occasione concessionis facte per predictos dominos Antianos eisdem Bochalariis de duobus quadris platee sibi et cuilibet eorum Bochalariorum concessis ad vendendum diebus mercati de laboreriis suis usque ad annor. quinque prox. futuros et beneplacitum dicte Comunitatis et ipsorum Bochalariorum si ambe partes concordes fierint in perseverando.Ita tamen quod infrascriptus Iohannes Baptista.Data inter eos sic prius in elligendo dictos quadros quos maluerit et alii successive elligant prout infra sunt descripti per ordinem; et facta semel ellectione perseverent prout semel ellegerunt; Et hoc vigore previsionis super inde facte per predictos Domines Antianos Scripte et Rogate per me notarium infrasc.tum cum auctoritate Spect LL.Doct.is D.Henrici de Marezariis Vicarii et Locumt.is Mag.ci D.Potestatis parme sub die suprascripta.Nomina Bochalariorum n.ro quinque sunt infrascripta vid. Io.Baptista de Moylle - libram unam cere utr. Antonius Galeoti - libram unam cere utr. Ludovicus Tabachinus - libram unam cere utr. Salvator Bochalarius - libram unam cere utr. Francinus de Moylle - libram unam cere utr. (rogito inserito tra gli atti del notaio Gaspare del Prato, filza 9, Archivio Notarile, Archivio di Stato di Parma); 19 aprile 1492.Gli anziani del Comune confermano a Gio. Battista de Moile boccalaro il godimento di due quadri della piazza grande per vendere de eius laboreriis terreis coctis per il fitto annuo perpetuo di 20 soldi imper.i (Ordinazioni, 60 e s., Archivio comunale, Archivio di Stato di Parma);27 aprile 1548.Furono presenti al testamento di Alessandro de Bechis Gio.Battista e Damiano ed Angelo fratelli de Moylle figli di Maestro Antonio della vic.a di San Michele in Canale (rogito di A.Fosio, Archivio di Stato di Parma).Gio.Battista Moili aveva per moglie Giulia di Alessandro Oddi, da Pesaro e di Lodovica Farasii, come da testamento di Maddalena Farasii, del 27 marzo 1562 ricevuto dal notaio medesimo, quale Giulia fu sposata da Gio.Battista in Fano ove abitava; 21 aprile 1564.Il Reverendo sacerdote Damiano de Moyllis coi fratelli suoi Angelo Gio.Battista e Giacomo figli tutti del fu Maestro Antonio citt.i abitanti della vic.a di San Michele del Canale, comperano alcune pezze di terra nella villa di Ravadese (rogito Alessandro Callegari, Archivio Notarile, Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Memorie di Belle Arti, 1911, 51-52.

Parma 1409/1410
Figlio di Giovanni. Lavorò in terrecotte insieme a Ziliolo Moile intorno al 1410. Rarissime sono le memorie intorno al Moile, modellatore e fabbricante di terrecotte, che forniva elementi ornamentali per la decorazione di edifici sacri e profani, specie in quelle regioni ove scarseggiavano i marmi e le pietre da taglio. Numerosi, viceversa, sono gli esemplari di codeste terrecotte che si possono ammirare sulle facciate delle chiese e dei palazzi del XV secolo.
FONTI E BIBL.: G.Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche metaurensi, Pesaro, 1879, volume II, 224; L.De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; G.M. Urbani de Ghelthof, Note storiche ed artistiche sulla ceramica italiana, in Erculei.Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 115; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, 1911, 45; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 305.

Parma ante 1425-post 1457
Figlio di Stefano. Fu prima boccalaro, divenendo poi sacerdote. Abitò nella vicinanza di San Biagio in Parma. È ricordato in due atti notarili: uno del 20 febbraio 1425 e l’altro del 1457.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, 1911, 45;

Parma 1410
Figlio di Luchetto. Boccalaro, fu presente come testimone l’8 luglio 1410 all’atto delle ultime volontà che dettò al notaio Pietro del Sale la nobile Taddea da Correggio, consorte del cavaliere Gian Pietro de Prothis di Vicenza .Nello stesso anno lavorò in terrecotte insieme a Luca Moile. Abitò nella parrocchia di San Biagio in Parma.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e  Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 48.

MOILI o MOILLI, vedi MOILE

Parma 1773
Fu aiutante di camera del duca Ferdinando di Borbone. Ottenne dalla Comunità di Parma con decreto del 20 dicembre 1773 per sé e per i suoi discendenti la nobiltà parmigiana.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 621.

Parma 4 giugno 1791-post 1840
Figlio di Vincenzo e Antonia Novoloni. Fu capitano nell’esercito di Maria Luigia d’Austria. Sposato nel 1820 con la baronessa Eleonora Caranza, ottenne dalla Duchessa la conferma del titolo di nobile per sè e i discendenti maschi con decreto del 20 maggio 1840.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 621.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Figlio di Emanuele. Fu intimo cubiculario del duca Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931,621.


Parma 1859/1860
Prese parte alle guerre del 1859 e del 1866.In precedenza era stato medico e chirurgo nelle truppe parmensi.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 11.


Parma 1876-1913
Esordì giovanissimo nel campo letterario e politico. Agli albori del Novecento, quando aveva appena 24 anni, si parlò già di lui come di una sicura promessa. Fu critico drammatico della Gazzetta di Parma. Intrapresa la carriera forense, si distinse come avvocato penalista di grido e sostenne con successo cause famose. Fu soprattutto noto come facondo oratore: sia nelle aule dei tribunali che nell’arengo politico la sua oratoria era fatta d’impeto e di nobiltà letteraria. Moderato progressista (il che non gli impedì di farsi sostenitore delle candidature al Consiglio Provinciale di Stanislao Solari e di Luigi Sanvitale), propagandò le sue idee con coraggio e con originalità di concetti. Fu deputato provinciale e consigliere comunale di Parma. Morì a 37 anni. Fu sepolto a Boretto.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 103.


Parma 1831
Poeta. Il 9 agosto 1831, per festeggiare il ritorno da Piacenza della duchessa Maria Luigia d’Austria, partita dopo i moti del Carnevale, al Teatro Ducale di Parma fu eseguita la cantata Il tempio della clemenza: versi del Molesini e musica di Luigi Savi.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1784/1804
Nel 1784 entrò come violinista a far parte dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma: non veniva retribuito per le accademie private, mentre percepiva 8 lire per quelle pubbliche. Nel marzo 1786 fu nominato seconda viola a 10 lire per accademia e nel dicembre prima viola per il periodo di tempo che rimase assente il dimesso Cesare Corsini. Nel 1791 era violino soprannumerario del Reale Concerto di Parma. La sera del 30 maggio 1803 suonò in un’accademia al Teatro Nazionale di Parma e nella stagione di Fiera del 1804 fu prima viola dell’orchestra che inaugurò il Nuovo Teatro di Piacenza (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1802-1806, b. 6).
FONTI E BIBL.: Calendario di Corte per l’anno 1791, 193; Donati, parte II, 12; G.N.Vetro, Accademia.

Mareto 16 aprile 1909-Parma 7 marzo 1980
Nato da famiglia contadina, entrò nel seminario serafico dei Cappuccini in Scandiano (1922) e vestì l’abito cappuccino nel noviziato di Fidenza il 1° agosto 1924 (nell’occasione assunse il nome di Felice da Mareto), professando i voti semplici l’anno seguente, il 2 agosto.Al termine del noviziato, conclusi gli studi liceali, venne inviato a Roma (1929) presso il Collegio Internazionale dei Cappuccini San Lorenzo da Brindisi per perfezionare gli studi superiori all’Università Gregoriana, dove si addottorò in teologia spirituale con la tesi Il Direttorio mistico del P.Bernardo da Castelvetere 1708-1756 (1934), studio che fu dato tardi alle stampe (Roma, Santa Barbara, 1950). Nel frattempo, l’11 marzo 1933, dopo aver emesso la professione solenne (11 marzo 1930), venne ordinato sacerdote nella Basilica di San giovanni in Laterano.Il carisma del sacerdozio dal Molga fu vissuto con coerenza francescana e trovò nella sua vita una generosa esplicitazione nelle forme a lui più congeniali per il suo temperamento piuttosto riservato.Direttore e animatore delle Fraternità locali del Terz’Ordine, dove si trovò a ricoprire il ruolo di superiore, stimato direttore spirituale e confessore di comunità religiose femminili, attese con particolare cura all’assistenza dei malati e dei moribondi.Compiuto il curriculum di studi superiori in Roma (1934), rientrò nella sua Provincia religiosa dove ricoprì successivamente diversi incarichi: vicedirettore nel Seminario di Scandiano nel 1934, l’anno seguente istruttore dei novizi in Fidenza, quindi insegnante e direttore nel prenoviziato di Modena (1937), segretario provinciale (1939), superiore a Modena (1940-1943) e Reggio Emilia per pochi mesi perché, a seguito della distruzione del convento per bombardamento aereo, fu trasferito di nuovo a Modena. Dal 1940 al 1956 fu archivista provinciale e, nel biennio 1946-1948, vicerettore del Collegio Scrittori nel Centro Studi Francescani di Modena, dove diede inizio a quella feconda attività di ricercatore che fu poi per tutti gli anni avvenire privilegiata passione e missione.Insegnò quindi teologia spirituale, sacra eloquenza e storia francescana nello studentato teologico in Reggio Emilia (1947-1948). Trasferito nel convento di Parma (1949), in seguito allo scioglimento del Centro Studi di Modena, quale archivista provinciale, venne nel 1955 nominato anche vicario della comunità.Fu tra i co-fondatori della biblioteca A.Turchi dei Cappuccini in Parma. A questa, ancora nella vecchia sede situata sopra il coro, dedicò molte e assidue cure nel tempo libero e nelle ore notturne, negli anni che vanno dal 1954 al 1957, schedandone il materiale previo riordinamento, incrementandone notevolmente il patrimonio, restaurandone le opere di pregio e creando così le premesse per una nuova vita e una nuova sede. All’ombra appunto della nuova Biblioteca, inaugurata e aperta al pubblico nel 1967, passò gli undici anni più intensi, ultimi della sua vita, e nella Biblioteca, abituale sede di consultazione per le sue ricerche, per le quali altri punti di riferimento furono la Biblioteca Palatina e l’Archivio Costantiniano, maturarono propositi, idee e le sue opere più significative. Dal 1958 al 1968 fu socio dell’Istituto Storico dei Cappuccini in Roma, dove attese per undici anni ininterrotti alla compilazione della Bibliografia cappuccina e di opere collettive, collaborando nel contempo a periodici di carattere storico francescano. Dalla sua provincia, nel capitolo del 1961 fu eletto definitore provinciale. Rientrato nel 1968 a Parma, raccolse i frutti più cospicui della sua attività scientifica, con traguardi che lasciarono il segno nella storiografia parmense, in questo favorito dalla temperie culturale propria della città di adozione e dal clima conventuale che offrì l’ambiente più congeniale al Molga studioso. Consociato al sodalizio della deputazione di Storia Patria per le antiche Province parmensi, in qualità di membro corrispondente prima e di effettivo poi, per la sua appassionata e costante opera si rivelò tra i più fecondi e illustri soci, meritandosi pubblici riconoscimenti, sottolineati dall’assegnazione di una medaglia d’oro conferitagli nel novembre 1974. Né va dimenticata l’opera svolta nell’ordinamento, schedatura, arricchimento del patrimonio bibliografico dell’Archivio dell’Ordine costantiniano di San Giorgio in Parma, del quale tenne l’incarico di Ordinatore e Conservatore per oltre un decennio, intrattenendo frequenti rapporti con gli ultimi principi Borbone Parma al fine di assicurare prezioso materiale archivistico all’istituzione.Ulteriore riconoscimento per la sua attività scientifica gli venne con la nomina (dicembre 1976) a membro effettivo per la classe studiosi d’arte dell’Accademia Nazionale di Belle Arti di Parma. Sostenuto da una volontà irresistibile, divorato da una febbre costante di realizzare progetti nati dalle sue meditazioni di studioso, fu impegnato con tutto il suo essere nella ricerca bibliografica, dove si acquistò comprovata autorevolezza e fama anche a livello internazionale.Chiamato in qualità di relatore a vari congressi (Congressi Italiani di Storia Ospitaliera: I in Reggio Emilia 14-17 giugno 1956, II in Torino 7-9 giugno 1961; Giornate Salesiane in Loreto e Roma; Convegno di studi per il IV Centenario della nascita di Cesare Magati in Scandiano, 2 ottobre 1978), mai volle sottrarsi, se non impedito da infermità, al compito di portare il suo specifico contributo scientifico.Fu sempre disponibile ai tanti studiosi, ricercatori e laureandi che a lui s’indirizzarono per informazioni, indicazioni e suggerimenti, mai geloso dei risultati delle proprie fatiche e generoso dispensatore del proprio sapere.Seppe destare in molti, anche tra i non più giovani, interesse ed entusiasmo per la ricerca storica, incoraggiando sempre e prestando il suo aiuto.Passando in rassegna le sue pubblicazioni di piccola o grande mole, si coglie senza dubbio la prova della indiscussa specializzazione tecnica raggiunta nella compilazione di repertori bibliografici, della fedeltà al metodo e della capacità di sintesi.Il panorama d’interessi culturali e storici in cui si mosse e sviluppò la sua ricerca è riconducibile ad alcune tematiche privilegiate: il francescanesimo nelle sue espressioni più generali e in quelle particolari locali, i Cappuccini con tutta la fioritura di santi, beati, venerabili e scrittori di ascetica e mistica e i rapporti tra case regnanti e principi dei Ducati di Parma e Modena con i Cappuccini.Questi furono i temi più ricorrenti, soprattutto nella prima fase della sua produzione: soggetti che più volte furono rielaborati, accresciuti e presentati in forma compiuta.In tale ambito si collocano, tra le altre, le opere Direttorio mistico del P.Bernardo da Castelvetere, Tavole dei Capitoli Generali dei Cappuccini, Missionari Cappuccini della Provincia Parmense, Biblioteca dei Frati Minori Cappuccini della Provincia Parmense, Bibliographia Laurentiana, Icappuccini a Pontremoli e Le Cappuccine nel mondo 1538-1969 (1972).Negli ultimi undici anni l’interesse prevalente, sollecitato da situazioni ambientali e sostenuto da vasta erudizione, venne rivolto alla storia locale: le antiche Province Parmensi nonché le Province Modenesi.Senza dubbio rappresentano pietre miliari nella storia documentaria e iconografica di Parma e Piacenza le opere Parma e Piacenza nei secoli.Piante e vedute cittadine (1975) e Chiese e Conventi di Parma (1978).La prima nel suo impianto generale non ha precedenti nella bibliografia parmense e offre una rilettura della crescita e sviluppo urbanistico nei secoli atta a soddisfare non solo il curioso di cose locali ma anche l’esigenza degli studiosi di urbanistica.La seconda, che pur si richiama a precedenti lavori di diversa impostazione e con altre finalità, è lo strumento di chiunque voglia addentrarsi con sicurezza nelle vie, vicoli e piazze di Parma per leggerne le testimonianze presenti, i resti o le memorie della sua ricca e complessa storia religiosa e culturale. Se l’Indice analitico dell’Archivio Storico delle Antiche Province Parmensi, necessario e atteso complemento di un autorevole periodico di studi parmensi, che resta fondamentale per la storia di Parma, si poteva affrontare con la proverbiale metodica pazienza certosina, ben altre risorse occorrevano per porre mano e portare a compimento una bibliografia generale parmense.Il progetto di un corpus dove si trovassero fusi i precedenti, parziali contributi di bibliografia parmense con i nuovi apporti, colmando lacune ed eliminando falsi e inesattezze, poteva sembrare impresa proponibile solo a un gruppo di studiosi.Ma il Molga accettò il compito da solo e da solo lo concluse. La Bibliografia Generale delle Antiche Province Parmensi (Parma, 1973-1974, 2 volumi) è un’opera imponente e monumentale, che rappresenta una pietra miliare nel campo degli studi storici e della ricerca storica.Costò cinque anni di intenso e appassionato lavoro, frutto della sua pazienza e della sua grande volontà ed energia. È un vero monumento patrio, destinato a fare da guida a diverse generazioni di studiosi.Fu collaboratore (1947-1948) del Lexicon capuccinum historico-bibliographicum (Roma, 1951), dell’Enciclopedia Ecclesiastica (UTET, 1953-1958), dell’Enciclopedia Cattolica (Sansoni, 1948-1954), dell’enciclopedia IGrandi del Cattolicesimo (1958), della Bibliotheca Sanctorum (Roma, 1961-1969), redattore del FTM e dell’Avvisatore T.O.F. (Reggio, 1943), membro della commissione storica per la Causa di Beatificazione del Servo di Dio Pietro Leonardi di Verona.
FONTI E BIBL.: Molga da Mareto P.felice, in Lui, chi è?, Torino, Editrice Torinese, volume L-Z, IIa edizione [s.a.], 376; F.da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 248-249; Molga da Mareto P.Felice, in Chi scrive. Repertorio bio-biobliografico e per specializzazioni degli Scrittori Italiani, Milano, Igap Edzioni, II edizione, 1966, 354; Molga Felice, in Poeti, scrittori ed artisti degli anni ’70.Dizionario bio-bigliografico, a cura di G. Cólomo, Firenze, Biblioteca InternazionaleEd. - Editrice La nuova Europa, 1970, 161; Molga Felice, in E. De Leo, Albo d’Oro dei Poeti, Narratori, Scrittori d’Italia al 1970, Genova, Associazione Italiana Poeti-Narratori e Scrittori,1971, 76; Collectanea Franciscana. bibliographia Franciscana 1931-1970. Index, curavit Claudius van de Laar, Roma, Istituto Storico Cappuccini, 1972, 195; Molga Felice, in G. Cólomo, Nuovissimo Dizionario dei Pittori, Poeti, Scrittori, Artisti dei nostri giorni, Firenze, Ed.Nuova Europa, 1975, 259; Padre Felice da Mareto storico dei Cappuccini, in Valnure e Valceno. Guida antologica, a cura della Camera di Commercio di Piacenza, Piacenza, 1971, volume 2, 132; Morto Padre Felice da Mareto storico di fama nazionale, in Libertà 9marzo 1980, 1; Convegno di studi a Farini in onore di Padre Felice da Mareto, in Libertà 10 marzo 1980, 5; È morto Padre Felice da Mareto: una personalità della cultura piacentina, in Il nuovo giornale 15 marzo 1980, 4; M. Bazzali, Grave lutto nella fraternità dei Cappuccini di Parma, in Il corriere apuano 15 marzo 1980, 5; R. Franceschini, Padre Felice Molga da Mareto, in Bollettino Ufficiale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia Parmense 2 1980, 298-301; O. Ferretti, La scomparsa di Padre Felice da Mareto: un lutto per tutta Parma, in Frate Francesco 57 1980, 129-131; A. Ciavarella, Padre Felice, in Aurea Parma 1 1980, 77-84; Padre Felice da Mareto: uno studioso che va ricordato nella toponomastica, in Gazzetta di Parma 15 dicembre 1980, 6; A. Samoré, Commemorazione di padre Felice da Mareto, tenuta nella seduta generale della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi il 15 dicembre 1980, in Bollettino Ufficiale dei Frati Minori Cappuccini della Provincia Parmense 3 1980, 390-395; O. Ferretti, Padre Felice Molga da Mareto, in Bollettino Storico Piacentino 2 1980, 213-214; Padre Felix (Aloysius) Molga a Mareto, in Anal.O.F.M.Cap.96 1980, 247a; G.Feretti, Bibliografia di Felice da Mareto, 1981, 10-30; G.F. scognamiglio, Convegno storico a Mareto in onore di Padre Felice Molga.Il Sindaco ha scoperto una lapide nella casa dove nacque, in Libertà 3giugno 1981, 14; Lecchini, Felice Molga da Mareto, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1981, 31-38; O.Chiareno, in Gazzetta di Parma 13 luglio 1987, 3; T.Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 260.

Castellazzo Bormida 1830-Castellazzo Bormida 1905
Professò Materia Medica e Tossicologia all’Università di Parma dal 1862. Fu Preside della Facoltà Medico Chirurgica nel 1879, Rettore dell’Università nel 1886 e 1887. Fu collocato a riposo nel 1901 dopo quarant’anni d’insegnamento .Lasciò parecchie opere: progressi pratici della Medicina (1866), Trattato di Materia Medica (1869), Della trasfusione del sangue (1875), Dei vini gessati (1885) e altri studi in L’Ateneo Medico Parmense (1888, 1889 e 1890).
FONTI E BIBL.: Annuario dell’Università di Parma per il 1901-1902; S. Lottici-G. Sitti, Bibliografia generale per la Storia parmense, 1904, 412; P. di Mattei, in Un secolo di progresso scientifico italiano, 1939, IV, 367; A.Pazzini, Storia della Medicina, 1947, II, 555; F.Rizzi, Professori, 1953, 77.

Borgo Taro 1914-Fornovo di Taro 1985
Convittore al Collegio Maria Luigia di Parma, da ragazzo frequentò Guareschi e Zavattini. Studiò all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma scenografia con Baratta. Dopo la seconda guerra mondiale (alpino della Julia), si dedicò alla caricatura attraverso la tecnica a pastello e collaborò con schizzi e scritti al Bajon, Su e zu pr’al burgu di Borgo Val di Taro, ‘Na besieda di Fornovo di Taro, Bornisi di Sorbolo e al Resto del Carlino (Galleria del lunedì). Eseguì vari ritratti, dal duca di Bergamo a Cugatt, fino ai nasoni del concorso di Soragna. Il Molinari fu anche coreografo, arredatore, disegnatore di pubblicità, documentarista cinematografico e corrispondente di giornali.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 212.


Parma seconda metà del XV secolo
Boccalaro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 245.

Parma 28 luglio 1728-Parma 27 marzo 1802
Frate cappuccino.Compì a Guastalla la vestizione (25 gennaio 1749) e la professione (25 gennaio 1750). Fu fatto sacerdote a Mantova il 24 maggio 1755. Fu predicatore e missionario nel Pernambuco (1778), dove fu pure prefetto (1779-1781).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 220; F.da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 205.

Medesano 1903-Padova 12 febbraio 1985
Operaio, fu comunista e attivo antifascista.Durante il ventennio fascista fu più volte arrestato per la sua attività contro il regime. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione come organizzatore della Resistenza e del movimento partigiano in provincia di Padova. Fu commissario politico e poi comandante di una Brigata Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo, III, 1976, 762.

Borgo Taro 1839-1883
Medico. Dal 1869 fu membro della commissione circondariale di Sanità e nel 1883 ne fu vice-presidente.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 32.

Parma 19 febbraio 1550-
Figlio di Giovanni e Maria Caterina. Scultore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 205.

Berceto 1919-Berceto 4 novembre 1989
Coraggioso ed epico eroe della Resistenza, il battesimo di fuoco lo ricevette quando, giovane ufficiale degli alpini della divisione Julia, partecipò alla disastrosa campagna di Russia. Tornato in patria, tra i monti che sovrastano il Pontremolese e l’alta valle del Taro organizzò una delle prime bande partigiane, successivamente chiamata Battaglione Pontremolese, della quale assunse il comando con il nome di battaglia di Birra.A Belforte, paese situato a ridosso della Cisa, il Molinari, insieme a Guido Anelli, Giovanni Cattini, Severino Molinari, Giovanni Iasoni e altri, coordinò le azioni contro i tedeschi. Nell’agosto del 1944, fondendo i vari organismi partigiani presenti nella zona in un organo unico, meno complesso e più razionale, formò la seconda brigata Julia, che condusse fino al febbraio del 1945, quando assunse il comando della terza brigata Beretta. Di lì a poco fu nominato vice comandante della Divisione Cisa, che raggruppava le tre brigate Beretta create da Guglielmo e Gino Cacchioli.Il 27 aprile di quell’anno, insieme ai fratelli Cacchioli e a Carlo Ghezzi, entrò in pontremoli, acclamato da una popolazione festante che fregiò lui e i suoi compagni della cittadinanza onoraria. A guerra finita il Molinari continuò il suo impegno sociale e politico come segretario provinciale della Democrazia Cristiana di Parma. Diventò sindaco di Berceto e di Valmozzola e costituì, collaborando con Mattei, Ferrari Agradi, Franchini, Cacchioli, Cavalli e Vignali, l’associazione Partigiani Cristiani. Un’effigie bronzea del Molinari, opera di Sergio Nadotti, fu posta ai piedi della chiesetta della Madonna della Guardia al Passo della Cisa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 novembre 1990, 19.

MOLINARO, vedi LONGHI ANTONIO

Parma 1653
Nel 1653 eseguì la doratura dell’organo e della cantoria di San Giovanni Evangelista in Parma, fabbricati nel 1636 da Pietro Coppini.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 119.

Parma XVI secolo
Scrisse versi latini.Fu attivo nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 118.


Parma 1795-
Ex militare, rifugiato politico, fu segnalato nel sud-ovest della Francia nel 1825.Tra il 1824 e il 1827 fu denunciato come appartenente a società segrete in francia da Giuseppe Basile de Luna, avventuriero napoletano e agente segreto.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.


Borgo San Donnino 1654-Modena 4 ottobre 1708
Frate cappuccino laico, esercitò sempre i suoi uffici con grande fedeltà.Durante l’agonia, senza sapere la lingua latina, pronunciò più volte Ego volo ire in paradisum.Compì la professione a Piacenza il 14 ottobre 1675.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio cappuccini,  1963, 568.


Zibello 1831
Durante i moti del 1831 fu arrestato come perturbatore ed inclinevole al sistema ribelle. Con ordinanza dell’11 giugno 1831 fu rilasciato per mancanza di prove.Fu però sottoposto ad alcuni precetti.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 183.

Parma 1819
Secondo il Martini, un allievo di questo cognome frequentò lo Studio d’incisione del Toschi.
FONTI E BIBL.: P.Martini-G.Capacchi, Arte incisione a Parma, 1969.

Parma 1845 c.-Parma 17 agosto 1907
Figlio di Lorenzo e fratello di Pellegrino.Fu cronista della Gazzetta di Parma. rimase ucciso accidentalmente dai carabinieri che avevano reagito col fuoco a un assalto di teppisti.
FONTI E BIBL.: E.Faelli, Eroi del giornalismo: la morte di Filiberto Molossi, in Gazzetta di Parma 18 agosto 1907 e in La Scintilla 31 agosto 1907; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 698.

Parma 10 agosto 1891-Parma 12 settembre 1927
Figlio del nobile Pellegrino e di Emilia Passerini.Alla morte del padre, appena ventunenne il Molossi assunse la proprietà e la direzione della Gazzetta di Parma, che mantenne, in un travagliato periodo politico, fino al giorno della sua morte, che lo colse all’età di 36 anni.Per evitare un’impari e inutile lotta contro la strapotente concorrenza dei grandi quotidiani nazionali, il Molossi diede alla Gazzetta di Parma un carattere prettamente locale e personale, lasciandovi l’impronta del giornalista di razza.La Gazzetta di Parma fu in quegli anni lo specchio fedele della città: non vi fu problema cittadino che il giornale non abbia largamente dibattuto, non vi fu nome, data o fatto che concernessero la storia o la vita cittadina senza un arguto o patetico commento dettato dal Molossi.Ebbe il gusto e la sensibilità del cronista nel senso più nobile della parola: dotato di una vasta cultura, di un grande amore per Parma, di una memoria citata come proverbiale e di un’acuta penna polemica, continuò degnamente l’opera paterna mantenendo la secolare Gazzetta di Parma all’altezza delle sue nobili tradizioni.Alla sua morte, la gestione e la direzione del giornale passarono all’associazione mutilati, che la mantenne fino al 1928, anno in cui, ottenuta la cessione della proprietà, la Gazzetta di Parma venne fusa con il Corriere Emiliano, assumendo quest’ultima testata (solo nell’ottobre 1941 riprese l’antico nome).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 104; Parma.Vicende e protagonisti, 1978, II, 193.


Pontremoli 3 aprile 1795-Parma 26 aprile 1880
Di nobile famiglia pontremolese, fu figlio di Pellegrino e di Caterina Costa Reghini.Studiò nel Seminario di Pontremoli e a Firenze.Si trasferì nel 1814 a Parma e dal Magawly fu subito addetto al Dipartimento di Giustizia e militare.Il 31 dicembre 1816 la duchessa Maria Luigia d’Austria lo nominò membro aggiunto alla Sezione prima dell’Amministrazione pubblica nella presidenza dell’Interno. Fu eletto segretario del Commissario distrettuale di Busseto il 30 aprile 1821 e dopo tre anni venne chiamato alla presidenza dell’Interno come vice-segretario.Nel 1817 sposò Rosa Antelmi.Si trovò in gravi difficoltà finanziarie: scrisse allora al ministro Magawly per esporre le sue necessità e, più tardi, indirizzò una supplica alla duchessa. Dopo la morte della moglie (1842) il presidente dell’Interno Michele Pazzoni gli comunicò (25 giugno) la nomina a segretario capo della Sezione delle contribuzioni indirette delle Finanze.Il 30 dicembre 1846 fu al Dipartimento dell’Interno col grado di segretario capo della Divisione di agricoltura, commercio e statistica.Nel 1831, in occasione dei moti rivoluzionari, fu segretario generale nel Governo provvisorio.Maria Luigia d’Austria, al suo ritorno a Parma, non prese alcun provvedimento contro di lui.Convinto patriota, nel 1848 caldeggiò l’unione al Piemonte.Fu uomo di ingegno versatile, dedito a studi di lettere, di filosofia e di arte.Collaborò al giornale Eclettico e in un articolo criticò aspramente le eccessive spese della Casa ducale. Nel 1849 fu direttore del giornale Il Postino, che si pubblicò dal 4 gennaio al 4 aprile, quando il Molossi fu sospeso dall’impiego (9 aprile) a opera del D’Aspre per la sua riprovevole condotta osservata nel regime rivoluzionario, e per essersi con dei fatti, mancando al suo giuramento, reso immeritevole della fiducia del Governo. Revocato il decreto, due mesi dopo il barone Sturmer lo nominò capo dell’Ufficio di statistica.Ma ancora una volta, nel 1856, perse l’impiego per ordine di Luisa Maria di Borbone in seguito al Memoriale da lui presentato (30 giugno) per denunciare le tristi condizioni del Paese (il Memoriale suscitò molto scalpore, ma molti dei suoi suggerimenti furono poi seguiti).Il Molossi non volle seguire il consiglio di fuggire e finalmente, alla caduta del Ducato, fu reintegrato.Il V Collegio di Parma lo elesse deputato all’Assemblea degli Stati parmensi, dove sedette anche Giuseppe Verdi, suo grande amico.Il 23 gennaio 1860 ebbe la Croce di San Maurizio e San Lazzaro, il 15 agosto 1862 fu promosso ufficiale dello stesso ordine e fu per molti anni segretario dell’accademia filarmonica.Nel 1860 fu nominato direttore dell’ufficio provinciale di statistica per l’Emilia.In seguito il ministro Tomaso Corsi offrì al Molossi la direzione della statistica del Regno, che non poté assumere perché ormai   quasi cieco.Nel 1864 fu messo in disponibilità e quindi a riposo.Il Molossi fu scrittore versatile e vivace e lasciò molte opere riguardanti argomenti di storia parmense.Tra le altre, vanno ricordate il Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla e il Diario del Teatro ducale di Parma dal 1829 al 1840. Fu anche valente suonatore di clarino. FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica 1844, 310; P.Bettoli, in Gazzetta di Parma 27 aprile 1880; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 120-122; G.Sforza, in Giornale storico della lunigiana 1 1910, 199-206; F.Poggi, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 615; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 187; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 301; A.Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, Parma, Battei, 1905; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414; Storia del Giornalismo, VIII, 1980, 588; Gazzetta di Parma 22 novembre 1981, 3; Aurea Parma 2 1982, 135; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 200.


Parma 28 ottobre 1844-Parma 11 gennaio 1912
Di nobile famiglia, figlio dello scrittore, patriota ed economista Lorenzo e di Elisa Rosini.Acquistò la Gazzetta di Parma e la diresse ininterrottamente per trentadue anni.Vi entrò come redattore capo, dopo avervi già collaborato quando la direzione del giornale era affidata a Parmenio Bettoli.Nel 1880 ne divenne direttore e l’anno dopo gli azionisti (tra i quali Girolamo Cantelli e Giuseppe Verdi) gliene trasmisero la proprietà a vita e nel 1884 la proprietà assoluta.Raccolse la Gazzetta di Parma quasi allo stremo e in breve tempo ne fece una tribuna ascoltata e temuta.Liberale conservatore, tra i rari superstiti della vecchia destra, fu una delle più forti fibre dell’epoca eroica del giornalismo di idee.Giornalista di mirabile costanza, ebbe polemiche famose con personalità del giornalismo e della politica e con fogli come il Corriere della sera, Il Secolo e l’Avanti! Della polemica tra il Molossi e Vincenzo Morello (Rastignac) della Tribuna parlò a lungo la stampa italiana come di un magnifico duello tra due fortissimi campioni.Memorabili furono anche la lunga polemica condotta contro Felice Cavallotti e la fierissima lotta sostenuta a favore di Carlo Nasi contro Agostino Berenini.Fu critico teatrale (con lo pseudonimo di Zeta) per molto tempo, famoso per i suoi severi giudizi.Fu spesso oggetto di violente dimostrazioni popolari, che affrontò sempre con impavido coraggio.Particolarmente grave fu quella del 17 febbraio 1894 a opera di scariolanti: la folla sarebbe forse trascesa a vie di fatto se non fosse intervenuto a sedare gli animi il sindaco Mariotti. Quasi ogni anno della sua lunga carriera giornalistica fu sfidato a duello, spesso da giornalisti avversari.Ligio all’autorità dello Stato e alla difesa dell’ordine sociale borghese, sostenne battaglie contro i partiti estremi, si batté pugnacemente a favore della guerra d’Africa e polemizzò aspramente contro i socialisti per i fatti del 1898, per lo sciopero generale del 1904 e per quello agrario del 1908. Fu contro la massoneria e l’anticlericalismo e si adoperò per la partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana e per la loro alleanza con i liberali.Il carattere del Molossi è reso bene da un tragico episodio, avvenuto nel 1907.Il 17 agosto di quell’anno il fratello del Molossi, Filiberto, che era cronista alla Gazzetta di Parma, rimase ucciso dai carabinieri, che, assaliti da teppisti, reagirono col fuoco.Icarabinieri furono attaccati dai giornali socialisti ma il Molossi li difese.Questa inusitata fortezza d’animo e lo stoico attaccamento del Molossi alle sue convinzioni gli valsero l’accusa di cinismo ma anche il titolo di eroe del giornalismo che gli attribuì Emilio Faelli in un articolo di fondo sul Secolo XIX di Genova.Invitato da Torelli Viollier alla condirezione del Corriere della sera, da Bergamini al Giornale d’Italia e poi al Popolo Romano e alla Tribuna, rifiutò e rimase alla Gazzetta di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 104-105; Parma.Vicende e protagonisti, 1978, II, 193.

Parma seconda metà del XVII secolo
Scultore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 194.

Parma 1027/1046
Non si conosce né il nome né l’eventuale cognome di questo scrittore. Visse nel monastero di San Giovanni evangelista di Parma durante il vescovado di Ugo (1027/1046).scrisse la vita del primo abate del suo monastero, Giovanni, raccogliendo le notizie dalla viva voce di coloro che lo avevano conosciuto.Il Mabillon fu il primo a indicare la patria dell’anonimo scrittore: Eorum auctor Parmensis Monacus fuit, qui aetatem suam variis in locis designat, ut si Johannem minime vidit, saltem discipulis ejus, atque convictoribus, aequalis fuerit. Il titolo dell’opera scritta dall’anonimo monaco benedettino è Vita et Obitus Sancti Johannis primi Abbatis hujus Monasterii Sancti Johannis Evangelistae (Parmae, ex Officina Erasmi Viotti, 1609). Fu pubblicata per la prima volta per cura di Barnaba da Parma, che la dedicò a Mauro Spinazzi, abate del monastero di San Giovanni Evangelista. Fu poi riprodotta iterum apud Viothos nel 1671. La prima edizione, ignota al Mabillon e ai bollandisti, fu data dal Barnaba sopra un codice interpolato e corrotto.In seguito Alessandro da Parma ne trasse una copia da un codice piacentino. Passata questa copia tra le schede di Jacopo Morino, fu comunicata da Pascasio Quesnelio al Mabillon, che la pubblicò in Parigi nel 1685 nella sua opera Acta Sanctorum Ordinis Sancti Benedicti, saeculi V. Ibollandisti ne ebbero un’altra copia dall’abate Ferdinando Ughelli, che diedero in luce nella loro opera Vite de’ Santi.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 26-29; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 26.

MONCHIO GIOVANNI MARIA, vedi GIOVANNI MARIA DA MONCHIO

Modena-post 1456
Figlio di Geminiano.Fu vasaio (boccalaro) e abitò in Parma nella vicinia di Santa Cecilia. È ricordato in un rogito notarile del 10 novembre 1456, per la vendita di una casa in Parma fatta da Giacobino de’ Bianchi, detto de Fornari o fornarius, a Tommasina de Bobulcis, al prezzo di 317 lire imperiali. La quale casa è così descritta: Unam domum muratam et copatam, cum sollo tecto tegulis, grondanis, claudendis et hedificiis et cum aliis pertinenciis et accessibus suis universis et ad ipsam quomodocumque spettantibus et pertinentibus iuris dicti venditoris ut ibidem dixit, poxitam in civitate parme in vicinia predicta sancte Cecilie, confinatum ab stratta Communis, ab Donati de la Porta, ab murus civitatis parme mediante quadam viacula seu anditu et ab Iohannis Tommaxii de bocalarii, salvis aliis confinibus (rogito di Pietro del Bono, Archivio Notarile Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 44-45.

Parma seconda metà del XIX secolo
Disegnatore d’architettura, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 105.

Busseto 20 febbraio 1888-2 agosto 1915
Figlio di Angelo ed Eurosia Bergamaschi. Soldato nel 61° Reggimento Fanteria, morì nella Sezione di Sanità della 20a Divisione in seguito alle ferite riportate mentre col proprio reparto si era slanciato all’assalto di una trincea nemica.
FONTI E BIBL.: Caduti di Noceto, 1924, 38.


Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 106.

Soragna 1873-1943
Figlio di Luigi e Ricciarda Dughetti.Frequentò con lodevole profitto il Regio Istituto di Belle Arti in Parma, presso cui nel 1897 conseguì il titolo di professore in disegno architettonico.In tale occasione il Consiglio comunale di Soragna, che già negli anni precedenti aveva deliberato costanti contributi al fine di permettergli il proseguimento negli studi, non mancò di esprimere un pubblico encomio per il risultato raggiunto, insieme all’unanime compiacimento per i progetti architettonici, che furono sottoposti all’attenzione degli amministratori (seduta del 6 settembre 1897).Trasferitosi a Milano, svolse la sua professione di architetto sia in settori pubblici che privati, riscuotendo sempre attestati di apprezzata considerazione per la sua competenza e capacità.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, II, 295-296.

Parma 1532/1550
Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1532 al 1550.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musicisti in Parma, 1936, 13.

MONGOLO, vedi DERLINDATI ATTILIO


San Michele Cavana 1856-Parma 1941
Di umile famiglia, seppe elevarsi da solo e arrivare, dalla condotta medica di Vigatto, all’insegnamento dell’anatomia topografica all’Università di Parma.Fu anche, succedendo nella cattedra che era stata del suo maestro Inzani, primario dell’Ospedale maggiore di Parma.Ottimo chirurgo, si creò una larga fama che gli permise in un secondo tempo di aprire una casa di cura privata.Insegnò per vari anni anatomia pittorica e plastica all’Istituto di Belle Arti di Parma e dettò due interessanti studi su Inzani e Rasori, pubblicati sulla rivista Aurea Parma.Scrisse inoltre un trattato di anatomia per le scuole d’arte molto apprezzato e fu per molti anni presidente della Società di incoraggiamento degli artisti, dei quali fu sempre amico e benefattore.Appassionato di cose d’arte e letterarie, il Monguidi fu, infatti, un fervido cultore di studi storici e uno squisito umanista.In gioventù (1880) scrisse anche versi in dialetto parmigiano.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1941, 124; Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 88; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 105-106.


Parma 6 aprile 1900-Parma 15 settembre 1975
Nonostante un lungo periodo sotto le armi alla fine della prima guerra mondiale, si laureò a soli ventidue anni al Politecnico di Milano in ingegneria meccanica industriale.Subito dopo prestò per alcuni anni la sua opera quale ispettore tecnico presso l’Istituto nazionale di credito per la cooperazione, quindi si specializzò presso l’Istituto Puricelli di Milano in ingegneria stradale.In seguito a ciò venne chiamato nel 1928 all’Ufficio tecnico del Comune di Parma ove si dedicò al rinnovo delle pavimentazioni stradali, portando Parma, verso il 1930, tra le poche città progredite in tale campo. Venne poi incaricato della sovrintendenza ai lavori di fognatura, al piano regolatore, ai giardini pubblici e al Corpo dei vigili del fuoco (fu in questo corpo che venne mobilitato durante la seconda guerra mondiale).Alla fine del conflitto lasciò il Comune in quanto chiamato alla direzione dell’acquedotto, al quale più tardi si unì anche la conduzione dell’Officina del gas.Nel 1953, a seguito di pubblico concorso, diventò direttore dell’Azienda Municipalizzata Elettricità Trasporti Acqua Gas, quindi con l’unione dell’azienda trasporti, ne assunse la direzione generale, mansione che abbandonò nel 1964, giunto all’età per il pensionamento. Dotato di solida esperienza tecnica e organizzativa, animato sempre da un autentico amore per la sua città, ebbe svariati incarichi pubblici, tra i quali, nell’ultimo decennio di attività, quello di membro del Comitato tecnico della Federazione nazionale delle aziende elettriche municipalizzate e, sino al suo decesso e per oltre quindici anni, quello di presidente della Commissione censuaria comunale. Uomo di vasta cultura, amante di ogni espressione artistica, specie della musica (in gioventù fu apprezzato violinista dilettante), manifestò le sue conoscenze tecniche in numerosi articoli su periodici, specie nel campo stradale e nei vari problemi attinenti alle discipline da lui seguite.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 settembre 1975.


Corniglio 1896-Parma 18 agosto 1960
Il Monguidi frequentò l’Istituto di Belle Arti di Parma, dove fu allievo di Giuseppe Mancini nella sezione di Architettura.Scoppiata la prima guerra mondiale, interruppe gli studi per arruolarsi come volontario (1915) e al fronte compì azioni belliche valorose, meritando una medaglia di bronzo e una croce al merito.Ritornò a Parma a guerra finita, dopo un lungo periodo di prigionia, e a venticinque anni conseguì brillantemente il diploma in Architettura (1921).L’attività del Monguidi trovò ben presto il suo centro di interesse: la realizzazione di opere celebrative.Nel 1923 costruì il monumento ai Caduti e il monumentale ingresso del cimitero di Vigatto e il monumento ai Caduti di Roncole di Busseto e nel 1926 il monumento ai Caduti di San Polo di Torrile.quest’ultima opera è costituita da quattro cuspidi che portano incisi i nomi dei caduti, quattro ali riunite da quattro spade o croci, ravvivate dall’effetto policromo del basamento e dei proiettili di bigio scuro di Zandobbio, dal marmo bianco e rosa delle ali, dal bronzo delle spade e dalle decorazioni a mosaico. Ma la grande occasione di realizzare un’opera di tale genere nel centro storico di Parma gli si presentò quando ebbe l’incarico di progettare il monumento a Filippo Corridoni (1925), in Piazza della Rocchetta.Il Monguidi si mise al lavoro con accesa passione e ne disegnò non solo la struttura ma anche tutti i particolari decorativi e la statua dell’eroe, per la quale si ispirò a una pagina del suo diario di guerra: ma se potrò, cadrò per andare più avanti.Nella ricca composizione i richiami al liberty, oltre alla statua bronzea plasmata da Alessandro Marzaroli, sono particolarmente evidenti nei lunghi altorilievi marmorei che coprono su quattro lati il fusto della colonna, finemente eseguiti in candido botticino e simboleggianti la Povertà, la Fede, l’Amore e la Vampa, e nel basamento stilizzato, ispirato alla forma di un calice in fiore.Se si tiene conto delle preesistenze ambientali e dello spazio irregolare in leggera pendenza su cui sorge il monumento, risulta evidente che il Monguidi seppe risolvere egregiamente un difficile problema urbanistico. Il Monguidi diede il suo contributo anche al settore residenziale.Il suo miglior lavoro nel settore è villa Vitali (1924-1925), all’angolo di viale Toscanini e via al ponte Caprazucca, a Parma, in cui elementi medioevali si fondono con raffinati motivi dell’ultima stagione secessionista. Interessante, nell’impianto planivolumetrico, la sciolta libertà distributiva delle masse murarie, ruotanti intorno alla torre centrale, concepita come belvedere aperto sul torrente. È da ricordre anche palazzo Alessandri (1940), in piazzale Boito, che, costruito sotto la suggestione dei modelli del Piacentini, ricalca gli schemi di un neoclassico di maniera, artificiosamente modernizzato. L’ultima sua opera fu la trasformazione della facciata della torre di San Paolo in monumento ai Caduti di Tutte le Guerre (1961), dove si mescolano a diversi livelli statue, pannelli, lapidi, medaglioni marmorei in marmo e in bronzo, con una distribuzione suggerita dalle incassature murarie dell’antico campanile. contemporaneamente alla realizzazione di queste opere maggiori, il Monguidi compì studi di architettura funeraria costruendo, nel cimitero di Parma, il cenotafio ai Caduti della società di Mutuo Soccorso Pietro Cocconi (1922) e numerose edicole funerarie, come quelle per le famiglie Gardella (1923), Dall’Aglio-zanzucchi (1924), Merli, Pizzorni e Camorali (1954), e in provincia le cappelle Bo a traversetolo (1925) e Carrara-Verdi a Busseto (1930).In tutti questi lavori, ispirati di preferenza al movimento secessionista, il Monguidi, pur costretto a operare entro limiti angusti, mise in evidenza una fantasia esuberante, influenzando con la sua visione artistica anche i suoi collaboratori, incaricati della parte scultorea dei monumenti, come Cacciani e Brozzi.Del Monguidi rimangono anche numerosi disegni di progetti non realizzati, che documentano e mettono in evidenza un estroso e fecondo talento creativo.
FONTI E BIBL.: G.Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 175-176; Gli anni del Liberty, 1993, 118.

Carignano 1914-Parma 21 dicembre 1992
Una grande passione per il disegno lo portò a frequentare l’Istituto d’arte Paolo Toschi, ma per motivi familiari fu costretto a interrompere gli studi.Allora andò a lavorare presso il mobilificio Pirazzoli.Qui, sotto la guida del fratello maggiore Medardo, imparò a esprimere tutta la sua manualità, una dote innata, che fece dei due fratelli dei veri artisti nel mestiere di mobilieri e intagliatori.Formatosi a contatto dei maestri del legno, affinò le sue doti naturali disegnando mobili di alta ebanisteria e scolpendo dettagli decorativi di finissimo gusto compositivo.La sua vena di scultore si manifestò con particolare espressività nella realizzazione di pale d’altare e di arredi liturgici. La nuova chiesa di Antognano ospita gran parte della migliore produzione del Monica: le quattordici stazioni lignee della Via Crucis (1987), l’alto rilievo raffigurante la resurrezione (1989) e infine la serie dei pannelli bronzei del portone centrale della chiesa, raffigurante la vita di Sant’Andrea apostolo (il tempio è dedicato al martire cristiano).Il Monica rimase fedele a una visione figurativa, che in lui si realizzò con piena espressività, fuori dalle tentazioni di ogni forma di sperimentalismo.La presenza di una certa arcaicità nelle prime opere del Monica non va ricercata nell’intenzionale adesione a un’arte lontana nel tempo, ma nella capacità di saper realizzare un proprio modello, che sfugge a ogni classificazione temporale.Una sensibilità, dunque, che seppe fondere l’armonia dell’antico e del moderno, senza sacrificio della schiettezza personale, anzi con l’approfondimento della propria personalità che non tentò impossibili mascheramenti per piegarsi alla variabilità delle mode. parallelamente all’attività di scultore, il Monica si dedicò alla pittura, con particolare predilezione per il pastello.Negli anni Cinquanta aprì il suo laboratorio in via Langhirano.Qui nacque l’Accademia del Cinghio.Ogni domenica mattina il gruppetto di pittori dell’Accademia si ritrovava e, se la stagione era buona, andava a dipingere all’aria aperta.Vennero così gli anni delle mostre, quasi tutte tenute tra Parma e provincia, molte assieme ad altri pittori della città, compagni d’arte e di vita: Renzo Barilli, Ercole Vighi, Luigi Carpi, Giovanni Provenzali e Carlo Mori.Negli anni Settanta il Monica smise l’attività di mobiliere, ebanista e intagliatore per dedicarsi completamente alla pittura.Le mostre personali del Monica si alternarono senza seguire un puntuale calendario di scadenze.Presente al Sagittario di Salsomaggiore nel 1970, alla Camattini nel 1973 e 1980, alla Petrarca nel 1975 e 1977, alla Sant’Andrea nel 1980, portò sempre un nutrito e omogeneo gruppo di paesaggi, frutto di un lungo e travagliato iter preparatorio sfociato in un variatissimo complesso di opere che esaltano una raffinata tecnica del pastello.Il morbido impasto del colore quasi impalpabile, il felicissimo taglio delle inquadrature, la finezza esecutiva e la delicatezza dei passaggi tonali riportano in luce i caratteri autentici del paesaggio padano e parmense osservato lungo le strade, al margine di vene d’acqua, nel labirinto di macchie boscose, nel cuore dell’abitato urbano e nei recessi ombrosi delle ville. Solo nell’ultimo decennio di vita riprese a scolpire, esprimendosi con tutto il suo vigore nella Via Crucis e nel portale della chiesa di Sant’Andrea a Parma. Se le sculture rivelano tutta la sua sensibilità e abilità manuale, la pittura di chiara impronta figurativa pone in primo piano un grande amore per la natura, per i smaglianti colori primaverili e i bruni autunnali.Una pittura en plein air dove il Monica fissò i paesaggi della giovinezza, Carignano, e le montagne dell’appennino verso Corniglio.Negli ultimi anni il Monica si dedicò con passione anche al pastello.Nel 1995 fu organizzata a Carignano una mostra antologica dei suoi dipinti, sculture e disegni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 dicembre 1992, 8; Gazzetta di Parma 28 settembre 1995, 8.


Parma 22 settembre 1898-Alcaniz 19 marzo 1938
Nato da Giulio e Cesira Ceci.Sposò Alberta Martini, dalla quale ebbe otto figli.Fervente fascista, già volontario in Africa Orientale Italiana, fu camicia nera nella 80a Legione Duca Alessandro Farnese.Trovò morte eroica a seguito di ferite riportate in combattimento.Fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Già distintosi in precedenti azioni, durante un aspro combattimento si spingeva in testa al reparto, incitando con l’esempio e con parole di fede i compagni a seguirlo.Cadeva mortalmente ferito gridando: Viva il Duce, viva l’Italia e dicendo ai compagni di proseguire e non curarsi di lui.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 117; Decorati al valore, 1964, 92.

Langhirano 1919-Sidi Rezegh 23 novembre 1941
Fece parte della squadra di calcio del Langhirano degli anni Trenta.Furono quelli gli anni d’oro del calcio langhiranese e il Monica fu tra i protagonisti di quell’epoca.Giocò nel ruolo di terzino e si distinse per la sua prorompente vitalità, per il suo slancio generoso e per la sua intelligenza.Scoppiata la seconda guerra mondiale, a poco più di vent’anni d’età partì per il fronte dell’Africa Settentrionale.bersargliere dell’8° Reggimento, partecipò alle varie fasi delle operazioni in Libia.Nel febbraio del 1941, durante uno scontro fu fatto prigioniero, ma dopo alcuni mesi riuscì a eludere la sorveglianza inglese e a ritornare nelle linee italiane ove riprese il suo posto di combattente col grado di caporale maggiore. Nel corso dell’offensiva inglese in Marmarica, il Monica cadde da prode sul campo.La sua salma venne tumulata nel cimitero monumentale di Tripoli.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 dicembre 1991, 20.

Neviano degli Arduini-Derna 27 dicembre 1911
Figlio di Domenico.Fante del 61° Reggimento Fanteria aggregato al 26°, fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Strenuamente e coraggiosamente combatteva sino a che cadeva colpito a morte a fianco del comandante del plotone.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1943, 4; G.Corradi-G.Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Edizioni Fresching, 1937, 154; Decorati al valore, 1964, 62.

MONICA ERCOLANO, vedi MONICA ERCOLIANO

Parmense 1550 c.-post 1618
Eruditissimo sacerdote, fu oratore, poeta e teologo moralista.Fu nominato Prevosto della chiesa parrocchiale di Sant’Andrea in Parma e nel 1583 lo si trova tra gli esaminatori dei parroci.In morte del cardinale Alessandro Farnese recitò un’orazione che fu stampata in Parma dal Viotti nel 1589 (l’anno stesso della morte del Farnese).Compose poi alcuni versi in lode di San Bernardo (Viotti, 1618) e un breve carme latino in morte del celeberrimo Dottore Lodovico Sacca (Viotti, 1614).I suoi esametri latini hanno un certo movimento e calore.Fu assai stimato da Paolo Sacrati, canonico ferrarese, che lo lodò in una delle sue epistole latine scrittagli il 15 marzo 1580.Lo celebrò anche Costantino Bellotti, prevosto di San Michele di Tiorre, nel suo Gregorius Magnus Instituto Sanctiss.Patris Benedicti restitutus (Brescia, 1603), dove afferma: Ibidem forte Herculianus Monicius Prestiber et Prepositus Sancti Andrea vir omnibus humanioribus et politioribus litteris valde instructus, et ad dicendum promptus surgens, et aperto capite loquendi facultate postulata dixit.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 314; Aurea Parma 2 1958, 112.

Lesignano de’ Bagni 29 luglio 1785-Lesignano de’ Bagni 17 febbraio 1860
Nacque da Gian Battista e da Giulia Ferrari da Vezzano.Dal 1814 operò come perito geometra a Lesignano Bagni. Il Monica fu più volte Sindaco o Podestà di Lesignano Bagni.A partire dal 1807 compilò un diario giornaliero in cui annotò le osservazioni meteorologiche, le tradizioni, le epigrafi antiche, i fatti del suo paese, l’eco dei grandi avvenimenti e le canzoni popolari.Questa cronaca ottocentesca è contenuta in numerosi quadernetti in sedicesimo, compilati con una grafia precisa e minutissima.A causa delle vicissitudini subite durante l’ultima guerra mondiale, non tutti i suoi quaderni si sono conservati.Il primo inizia dal dicembre 1807.Per diversi anni il Monica, ancora praticante presso l’ufficio del perito Delledonne, funzionario del catasto parmigiano, si limitò a tenere un accurato registro delle spese sostenute nelle più varie occasioni per conto del suo superiore.Durante il praticantato presso il Delledonne, nel 1811 il Monica dovette recarsi a Busseto per la stesura delle mappe catastali locali e là conobbe Caterina Casali, che sposò nella chiesa di Roncole il giorno 7 marzo 1812. Le prime sporadiche note di diario iniziano con il novembre 1813, offrendo al lettore spunti interessanti e dando una precisa idea della vita che si conduceva nella media Val Parma nella prima metà dell’Ottocento.
FONTI E BIBL.: Malacoda 45 1992, 15-16.


Vigatto 3 marzo 1905-Langhirano 17 settembre 1985
Lavorò inizialmente a Carignano, dove la famiglia si era trasferita, per poi raggiungere definitivamente Parma.Già avviato al lavoro nella prima adolescenza, il Monica a soli undici anni si trovò in mano gli attrezzi del mestiere.Sotto lo sguardo vigile di un artiere colto e fine come Minozzi affinò il suo talento naturale dimostrando, come un artigiano dell’antica bottega, le qualità innate di maestro d’ascia. Poco più che trentenne il Monica poté finalmente impiantare un laboratorio in proprio, prima in borgo Scacchini, poi in piazzale Santafiora e infine nel complesso in via Scarabelli Zunti.Operoso nell’età del morente Liberty e partecipe delle prime avvisaglie del Déco, non cedette alle tentazioni delle mode, attento come fu a produrre mobili di alta qualità senza distinzione di stili.Nella sua bottega non mancavano i primi numeri delle riviste Novissima, Vita d’arte, Emporium, La Lettura e L’artista Moderno, che raccoglievano il fior fiore della produzione artigiana nazionale ed europea.Alla base della sua feconda attività fu sempre presente un rigoroso controllo disegnativo, accompagnato da un certo gusto rinascimentale nel rispetto delle proporzioni e nella puntigliosa ricerca del particolare decorativo.Ogni dettaglio che usciva dalle mani del Monica, era messo in opera con matematica esattezza, nell’intento di raggiungere un risultato finale di perfetta omogeneità tra le varie componenti che formano il mobile. Non sorprende, pertanto, che all’atelier del Monica abbiano approdato, per realizzare arredi di prestigio, i protagonisti dell’architettura italiana: da Giò Ponti a Erberto Carboni, da Carlo Scarpa a Marco Zanuso.Anche a Parma alcuni importanti arredi del Monica sono presenti in case private e sale di rappresentanza del centro storico. Dalle sue mani uscirono pezzi di alto valore artistico, dalla scultura lignea al tutto tondo, dall’intarsio all’intaglio, dal mobile in stile al mobile moderno, dal trattamento del legno naturale a quello laccato. Molti arredi del cinquantennio 1930-1980, in parte eseguiti su disegno di architetti locali, uscirono dal suo laboratorio.
FONTI E BIBL.: G.Capelli, Il mobile parmigiano, 1984, 66.

Parma 18 febbraio 1894-Parma 5 gennaio 1955
Fu allievo prediletto di Paolo Baratta e uno dei più egregi rappresentanti della pittura della prima metà del Novecento parmense.tradizionalista per indole e convincimento, tenne fede ai suoi principi con onestà, inflessibilmente attaccato a quelle forme d’arte che traggono dalla realtà i succhi del loro esistere e che fanno del disegno e del colore i mezzi di ogni interpretazione fantastica e poetica.Il suo impressionismo passò attraverso due fasi: una schematizzazione di piani un poco meccanica dapprima, una fusione calda e armoniosa di pennellate lunghe e disinvolte poi.Ma anche là dove il colore pare prevalere, non dimenticò mai il fondamento indiscutibile di ogni arte figurativa: il disegno.Fortissimo disegnatore fu infatti sulla scorta di Paolo Baratta e uno dei suoi passatempi preferiti era il fermare con tratti sicuri ed eleganti le persone che gli stavano attorno, adoperando la penna, le matite, la sanguigna, l’inchiostro di china e i pastelli.Modelli frequenti furono la moglie e i figli ma, dopo che gli fu concesso d’insegnare prima decorazione e poi figura nell’Istituto d’Arte di Parma dall’ottobre del 1945, volse la sua attenzione ai colleghi e ai discepoli.Quando, durante la seconda guerra mondiale, le bombe gli sconvolsero casa e studio, distruggendogli i dipinti, i disegni e i libri, spinto dalla necessità si diede al mestiere del restauratore.
FONTI E BIBL.: G.Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 261; G.Copertini, in Parma per l’Arte 2 1955, 99-100.

Parma 1909-1962
Cominciò a lavorare giovanissimo nella drogheria del padre, quindi impiantò una torrefazione, prima in strada XXII Luglio e poi in borgo Riccio da Parma.Divenne noto in città con il caffè aperto in piazza Garibaldi, uno dei più frequentati di Parma.Aprì anche una fabbrica di macchine per caffè espresso.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 215.

Parma 29 agosto 1783-Parma 25 febbraio 1843
Frate cappuccino, fu predicatore applaudito, segretario provinciale, guardiano e definitore.Compì a Guastalla sia la vestizione (3 maggio 1801) che la professione (un anno dopo).Sempre a Guastalla fu fatto sacerdote (15 giugno 1806).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 151.

Parma 7 marzo 1812-Parma 18 febbraio 1888
Di umile origine, rimase orfano dei genitori giovanissimo.Con costante operosità e abnegazione, salì a un’elevata posizione sociale.A soli ventotto anni fu professore di storia naturale all’Università di Parma. Fece parte del collegio arbitrale della Banca Popolare, fu direttore degli Ospizi e prestò la sua opera a varie amministrazioni pubbliche e private.Nel 1855 si prodigò nell’assistenza dei colerosi, per cui ricevette la medaglia d’oro dei benemeriti.
FONTI E BIBL.: A.Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 69.

Parma 1859-Torino 20 giugno 1939
Fu apprezzato maestro di musica.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

MONICIO ERCOLIANO, vedi MONICA ERCOLIANO

MONIQUE, vedi DRAGONELLI COSTANZA

Parma-post 1696
Cantante. Interpretò la parte della ninfa Licori nella pastorale per musica Paride in Ida, eseguita nel 1696 al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma seconda metà del XVII secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XVII secolo
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 221.

Parma 13 aprile 1894-Parma 20 agosto 1956
Nacque da Augusto, vetturino, e da Romilda Aschieri, lavandaia, primo di cinque figli. L’apprendistato professionale del Montacchini fu dei più qualificati: a tredici anni fu infatti garzone dai fotografi Vaghi & Carra. Iniziò l’attività in proprio attorno al 1920 ma fu ufficialmente professionista solo dal 1928, con studio in borgo San Biagio 4. In quell’anno diventò fotografo teatrale con l’esclusiva del teatro Regio di Parma. Chiese, per comodità, di poter attrezzare una sala di posa all’interno del Teatro e gli fu concesso un piccolo spazio al secondo piano (entrando dal palcoscenico) di fianco a quello usata dal profumiere Nadalini incaricato di confezionare e sistemare parrucche per gli artisti. La stanza fu arredata con una maestosa sedia primo-Novecento, una maschera di Beethoven in marmo e un’altra di Montacchini in gesso, due riflettori e una macchina fotografica di legno, a cassetta, con cui riprese cantanti lirici e attori di prosa e varietà, all’inizio, nell’intervallo e al termine degli spettacoli. In quella saletta di posa passarono tutti i protagonisti di quel tempo (dal 1930 al 1956), impegnati al Teatro Regio di Parma: Bechi, Pertile, Gigli, Tebaldi, Guelfi, Olivero, Ricci, Dapporto, Chiari. Visti i risultati, furono poi loro stessi a cercare il Montacchini, una volta lontani da Parma, e a ordinare centinaia di copie da consegnare ai giornali e agli ammiratori nelle varie piazze d’Italia.Il Montacchini ebbe una seconda passione: la recitazione. A tredici anni ebbe il battesimo del fuoco nel teatrino di San Benedetto, accanto a compagni d’arte del nome di Vincenzo Paltrinieri, Luigi Tonelli e Felice Corini. Nel 1913 entrò nella Compagnia stabile parmense costituita da Guido Picelli e specializzata in grand guignol. Conclusa la prima guerra mondiale, dapprima con Eugenio Testa, poi con Cesare Gobbo, Peppino Schenoni e Icilio Pelizza, recitò in commedie e riviste. La sua prima grande affermazione dialettale fu Cola lì saltemmla, con Lanfranchi, Donati, Mattioli e la Monteverdi. Nel 1931 il Montacchini fondò il Gruppo Artistico per il Teatro Dialettale Parmense e si mise in luce come attore comico e caricaturista eccezionale.  Quindi, di successo in successo, prima con Giulio e Italo Clerici, poi ancora con Lanfranchi e la Magnanini, nella compagnia de  La risata interpretò le migliori commedie dialettali (Sott’al Ducca, Il fäsi dla lon’na, L’argent viv, La popolära dl’Aida, Al fiol dla serva, Riccio da Parma, Il donni? Schivia!, Bagolon dal luster, Bel cmè’l sol) che egli portò in giro anche per l’Italia, riscuotendo ovunque i consensi del pubblico e i più che lusinghieri giudizi dei critici. Fu amico dei poeti Renzo Pezzani e Alfredo Zerbini e dei fratelli Italo e Giulio Clerici, che con la Compagnia Dialetto Parmense furono per un certo tempo suoi diretti concorrenti. padrone dell’aspro dialetto parmigiano in tutte le sue sfumature, duttile, dotato di notevole vis comica, brillò sulle scene effondendovi un senso di umanità travolgente.Di ogni personaggio intuì e resse la psicologia infallibilmente.Fu anzitutto attore comico: le sue interpretazioni migliori appartengono al repertorio dialettale (benché abbia recitato anche in lingua).Il Montacchini portò il teatro dialettale parmense sui palcoscenici di Milano, di Reggio, di Modena e ovunque il dialetto parmigiano poteva essere compreso.Il suo nome e la sua recitazione sono particolarmente legati all’opera del commediografo Giuseppe Montanari. Gabriele d’annunzio gli regalò una spilla d’oro e lo definì uomo faceto. Dotato di una creatività innata ed elegante, il Montacchini fu amico dei grandi dello spettacolo, da Renato Rascel a Carlo Dapporto a Peppino ed Eduardo De Filippo, a Gilberto Govi e Cesco Baseggio, con i quali si ritrovava ogni anno al Piccolo Teatro di Milano per la Rassegna sul Teatro dialettale.personaggio di spicco della cultura dell’epoca, Ildebrando Pizzetti che volle accanto a sé al Teatro alla Scala di Milano, alla prima del suo Fra’ Gherardo.Rimangono, a tetimonianza del suo impegno artistico, il lungo carteggio con Sandrino Lopez, Ugo Betti e Indro Montanelli, che richiese la sua collaborazione fotografica per il settimanale Tempo. Nel 1933 cambiò sede al proprio studio fotografico, trasferito in piazza Garibaldi (palazzo Fainardi).Nel 1938 fu in via al Duomo 3 e l’attività giunse al massimo sviluppo: da un reddito iniziale (1928) di 6000 lire annue, nel 1938 venne tassato per il doppio.Arrivò ad avere sei dipendenti.Negli anni Quaranta fu a Roma per un anno, a Cinecittà, a impersonare il padre di Rossini in un film con Nino Besozzi.A Roma interpretò altre tre pellicole minori.Portò con sé la macchina fotografica e fissò pregevoli immagini mussoliniane (le statue dello stadio dei Marmi, agricoltori con le spighe del grano raccolto).In seguito, da via al Duomo passò in via Pisacane 4 (Cine-Foto Bartlett), in via Dante, in via A.Mazza e infine in via Farini 29. Si mise in società con Arnaldo Arduini nell’Emporium fotografia d’arte e aprì una parentesi salsese (via Roma) dove lo studio fu condotto dal socio Ferrandi, un tecnico radiologo specializzato nello sviluppo delle lastre ai raggi X.Il Montacchini si recava a Salsomaggiore due volte alla settimana.Il 30agosto 1945 ritornò a Parma e la società si sciolse.Nel 1947, nello studio di via Farini, fotografò Lucia Bosè appena eletta miss Italia a Stresa.Nel 1950 volle con sé come stampatore (era iniziato a Parma il successo della Mostra internazionale delle Conserve e occorreva consegnare le fotografie in giornata) Livio Amati. Nel 1953 lo prese come socio in ditta.Con loro lavorò anche Ernesto Bettati.Dall’unione con Fanny Copercini, sposata nel 1927, nacquero tre figli: Giorgio, Laura e Gianluca.Una prima retrospettiva delle sue fotografie si tenne a Parma, a cura del figlio Gianluca e della gallerista Maria Luisa Terenziani, il 10 dicembre 1988.
FONTI E BIBL.: aurea Parma 3 1956, 235; A.M. Aimi, in  Parma per l’Arte 1 1957, 38-39; B.Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 106; Corriere di Parma 2 1989, 56; R. Rosati, Fotografi, 1990, 304-305; Gazzetta di Parma 13 aprile 1994, 16; B.Molossi, in Gazzetta di Parma 20 agosto 1996, 9.


Parma 1825
Nel 1825 era il primo clarinetto del Reggimento Maria Luigia di Parma.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Felino 7 luglio 1851-Parma 17 giugno 1937
Esercitò parecchie attività, dal felegname al prestinaio, all’oste, al costruttore, al perrforatore di pozzi, all’inventore. Ma quella nella quale veramente si distinse, fu nel lavorare il legno, che egli seppe elevare a vera e propria arte. Suoi lavori di falegnameria di notevole bravura sono visibili, tra l’altro, nella sede municipale di Felino (tavoli e armadi). Ma ben altro egli seppe produrre. A Langhirano esisteva a quel tempo la cantina dei fratelli Pio ed Eugenio Bergonzi, produttori, in centinaia di biolche di loro vigneti, di enormi quantità del rinomato vino Montelupo. Probabilmente, visitando verso la fine dell’Ottocento un’esposizione enologica a Firenze, vi trovarono esposta una colossale botte di legno trentino, della capacità di ben 530 ettolitri, che senza esitazione comprarono. Occorse un artigiano capace di smontarla, farla spedire a Langhirano e ivi rimontarla.Il Montagna ebbe l’incarico, che assolse lodevolmente. Una volta messa a posto quell’enorme botte, per la quale, data la sua inconsueta mole, occorse una modifica allo stesso fabbricato, si rivelò subito l’opportunità, anche dal punto di vista estetico, di farla accoppiare con un tino di adeguata capienza. Ricevutane l’ordinazione, il Montagna si mise all’opera, previo un viaggio nel Trentino per la scelta di una adatta partita di legname. Verso l’autunno del 1901, dal suo modesto laboratorio di San Michele de’ Gatti, nel quale tutto veniva lavorato a mano, salvo l’ausilio di un rudimentale bindello che riusciva ad azionare con l’energia idraulica di una cascatella attigua, uscì, completo, un enorme tino della capacità di ben 430 ettolitri. Aperture larghe come veri e propri usci davano accesso all’interno, ove i cantinieri, per le periodiche pulizie, facevano uso di scale di una dozzina di pioli. Ma un’altra opera del Montagna, non meno importante, venne realizzata sempre a Langhirano. Quel Comune e il limitrofo di Lesignano Bagni sentivano da tempo la necessità di un collegamento diretto attraverso il torrente Parma, largo in quel punto un chilometro. Poiché un ponte in muratura non rientrava nelle loro possibilità, le rispettive amministrazioni ripiegarono sulla costruzione di un ponticello in legno che consentisse almeno il transito pedonale e con carretti a mano e di qualche capo di bestiame non appaiato. Bandita la gara, la costruzione venne aggiudicata al Montagna per la cifra di 18500 lire. Nella primavera del 1902 egli si mise all’opera con l’aiuto di una decina di operai. Due file parallele, distanziate tre metri l’una dall’altra, di cento fittoni ciascuna di appuntiti tronchi di pino vennero infisse nel greto del torrente, da una sponda all’altra, mediante quel dispositivo che veniva chiamato mazzabecco e che consisteva in un massiccio cilindro metallico, sollevato con un grosso canapo scorrente in una carrucola girante all’estremità superiore di un altro treppiede, azionata dalla forza muscolare degli operai. Collegati poi i fittoni da robuste travi longitudinali e da spesse tavole trasversali, ne uscì, dopo un’intera estate, un ponte munito di solidi parapetti e, ogni tanti metri e in ciascuno dei due lati, di alternati allargamenti rettangolari che consentivano l’incrocio di veicoli a mano. La costruzione rese un prezioso servizio per circa trent’anni, fino a che, divenuta inadeguata alle accresciute esigenze del traffico, venne demolita e sostituita dal ponte in muratura eretto poco più a valle.Ancora a Langhirano, nell’anno 1905 i Boschi decisero di aggiungere al loro mulino, in località Berzola, una segheria di legname da lavoro, azionata da energia idraulica: poiché il nome del Montagna aveva ormai una larga risonanza, a lui si rivolsero. Studiata l’ubicazione e le caratteristiche del posto, cominciò col costruire egli stesso una ruota di ben quattro metri di diametro, munita di pale, piazzata poi su sostegni a sfera all’estremità di una lunga canaletta di quercia a forte dislivello, nella quale precipitava l’acqua liberata dalla chiavica. Sotto la spinta dell’acqua la ruota girava vorticosamente e con ciò fu assicurata l’energia necessaria all’intero impianto. Un sistema di assi metallici muniti di ruote dentate ingranantesi ad angolo trasmetteva il moto a un enorme bindello sincronizzato nel movimento a un lungo carrello di larice scorrente su sfere, sul quale una robusta gru issava interi tronchi d’albero anche di notevole mole.Il carrello li faceva poi scorrere contro la sega a nastro. La Società costruttrice della centrale elettrica di Isola di Palanzano affidò nell’anno 1907 al Montagna la costruzione di tutti i serramenti del fabbricato della centrale stessa: porte e finestre di quell’enorme complesso erano ancora in piena efficienza nel 1990 dopo oltre ottant’anni di uso.Il Montagna fu autore di un secondo ponte di legno, assai meno lungo di quello di langhirano ma pressoché identico nel concetto, sul torrente Parmossa in Capoponte di Tizzano, su comissione di Paolo Soncini, proprietario del fondo cui il ponte serviva. Anche questo, inaugurato il 19 marzo 1907, rese un sicuro servizio per molti anni, sostituito poi a sua volta dal ponte in muratura interessante tutta la val Toccana.Il Montagna si interessò anche di politica, tanto da studiare un progetto per risolvere la questione agraria alla base dello sciopero del 1908. Nelle elezioni amministrative di Felino del 1913 egli pose la sua candidatura in una lista che non aveva politicamente una precisa definizione, ma era, a ogni modo, a sfondo proletario. La lista vinse e il montagna venne nominato assessore alla pubblica istruzione. Rassegnò poi le dimissioni dall’amministrazione il 16 marzo 1916 per poter adire a un’asta indetta dall’Amministrazione stessa di un ponte in muratura sul torrente Cinghio a San Michele Tiorre, costruzione che infatti condusse lodevolmente a termine. Anteriormente al suo assessorato, ricoprì diverse altre cariche pubbliche, tra cui quella di Giudice Conciliatore, di membro della Commissione mandamentale delle imposte dirette, di membro della vecchia Congregazione di Carità e della Società operaia di Mutuo Soccorso e inoltre promosse la costituzione in Felino di una Società Filarmonica. Si dedicò anche alla perforazione di pozzi artesiani con esito nella maggior parte dei casi favorevole. Poi il Montagna abbandonò l’attività artigiana che l’aveva fatto eccellere e gli aveva recato notevoli utili, per inseguire la chimera delle invenzioni. La prima di esse, in ordine di tempo, fu forse quella delle cassette scomponibili per la spedizione di agrumi e frutta. Si trattava di cassette tenute insieme da una serie di ganci angolari in modo da poter essere rapidamente disfatte una volte vuotate a destinazione e ritornate ridotte in volume minimo, quindi ricomposte e riutilizzate. Questa sua invenzione fu premiata con diploma di medaglia d’oro alla Mostra dell’Appennino che si tenne in Parma tra l’agosto e l’ottobre 1913 (L’Avvenire agricolo 30 novembre 1913, 399). Per sfruttare questa sua idea il Montagna si recò nel 1915 a Catania, allo scopo di tentarne il lancio tra gli esportatori di arance. Riuscì a ottenere la protezione del Duca di Carcaci, mercé il quale poté mettere insieme un modesto stabilimento, che però non ebbe fortuna.Altra sua invenzione fu quella del paraspruzzi e del parapolvere per le automobili.Il primo consisteva in due grembiuli metallici laterali contro le ruote, disposti e assicurati in modo da intercettare lo spruzzo, il secondo, invece, in una specie di largo e schiacciato imbuto sistemato sotto lo chassì e iniziante davanti alle ruote anteriori, in modo da prendere l’aria e convogliarla dietro la macchina lungo il tubo di uscita rivoltato verso l’alto.Non risulta che alcuna casa automobilistica abbia mai preso in considerazione le invenzioni del Montagna. L’invenzione che lo assillò durante gli ultimi anni di vita, fu quella delle case antisismiche che avrebbero dovuto sopportare scosse telluriche anche violente.Secondo la sua concezione, tali case avrebbero dovuto posare sopra un conveniente numero di sfere di vetro di sufficiente diametro, a loro volta collocate ciascuna tra due coppette di materiale duro e non corrodibile, aventi la forma di parentesi allungate e contrapposte in senso orizzontale, in modo che, in caso di scuotimento tellurico, le sfere giranti ne avrebbero annullato o quanto meno attutito l’effetto e la costruzione non sarebbe crollata. Per parecchi anni il Montagna andò offrendo il suo progetto per il quale ottenne il brevetto e pagò (31 dicembre 1918, n. 960, Ufficio del Registro di Parma) la tassa di concessione governativa, ai ministeri, Genio Civile e autorità militari italiane ed estere, non ricevendo mai se non compiacenti promesse di presa in esame. La morte lo colse all’età di 86 anni e in condizioni del tutto indigenti.
FONTI E BIBL.: Felino.Capitoli del passato, 1990, 182-186.

Parma 31 marzo 1881-Giarola 26 giugno 1923
Dal Liber Cronicus della chiesa di Giarola si rileva che ai funerali del Montagna parteciparono non meno di tremila persone, un numero eccezionale per quella piccola parrocchia.Si trattò di un personaggio assai notevole e molto amato, oltre che popolare.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 15 febbraio 1960, 3.

-Parma 6 febbraio 1894
Fu volontario del Risorgimento italiano nella 1a Colonna parmense dell’anno 1848.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 febbraio 1894, n. 39; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414.

Cortile San Martino 1905-Parma 1966
Si dedicò inizialmente all’attività di tipografo presso lo stabilimento Ferrari di strada Garibaldi a Parma.Dopo essersi sposato, rilevò con la moglie, Margherita Ramusani, il ristorante gestito da uno zio della consorte in via Mistrali, riuscendo subito a imporlo per la cucina scelta e raffinata, sino a farne un locale noto in Italia e all’estero.Nel 1956 acquistò in vicolo Sant’Alessandro il ristorante Vecchia Coroncina, che convertì in Aurora e rese famoso per le specialità parmigiane e per la varietà dei vini.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 215.


San Lazzaro Parmense 1891-Carso 4 giugno 1917
Figlio di Giuseppe.Sergente della 768a Compagnia Mitragliatrici Fiat, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Mentre si svolgeva un attacco nemico contro una importante nostra posizione, benché ferito alla testa, rimaneva presso la sua mitragliatrice in azione, noncurante del pericolo, finché colpito nuovamente a morte, cadde accanto alla propria arma.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 31a, 2411; Decorati al valore, 1964, 71.

MONTAGNANA, vedi VILLA MARIO


Borgo taro 3 maggio 1901-Milano 19 marzo 1976
Figlio di un’insegnante elementare e di un professore di belle lettere, ancora studente presso il Liceo di Fano iniziò a essere posto sotto sorveglianza per i suoi atteggiamenti antimonarchici, che gli costarono la prima condanna.Laureato in farmacologia, militante comunista, svolse durante il periodo fascista una intensa attività contro il regime. Condannato dal Tribunale speciale, fu confinato a Ventotene e a Ponza assieme a Giorgio Amendola, che nel libro Un’isola rievoca con dovizia di particolari i suoi ottimi rapporti di militanza e di amicizia col Montagnani. Scontò complessivamente undici anni tra carcere e confino. Dopo l’8 settembre 1943, assunto il nome di Marelli (che non abbandonò mai più e volle aggiunto, anche civilmente, al proprio cognome), si meritò i gradi di colonnello dell’esercito di liberazione. Fu designato a far parte dei triumvirati insurrezionali del Partito Comunista Italiano della Toscana e poi dell’Emilia. Medaglia d’argento della Resistenza, liberatore di Reggio Emilia, consegnò agli alleati la città del Tricolore. Alle prime libere elezioni del dopoguerra venne eletto consigliere comunale di Milano (dove si era da tempo stabilito) e fu nominato vice sindaco del capoluogo lombardo durante l’amministrazione Greppi.intellettuale d’azione, il Montagnani du deputato per il Partito Comunista Italiano alla costituente, senatore (1948) per quattro legislature e vice-presidente della commissione industria di Palazzo Madama.Negli ultimi anni di vita il Montagnani profuse il proprio impegno come amministratore comunale di Viareggio: in Versilia aveva compiuto parte della propria esperienza di partigiano, dando spunto a Mario Tobino per la descrizione di uno dei personaggi del romanzo Il clandestino.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo,III, 1976, 792, Gazzetta di Parma 25 maggio 1990, 16.

MONTAGNANI MARELLI PIERO, vedi MONTAGNANI PIERO

MONTALE GIOVANNI ANTONIO, vedi MONTALLI GIOVANNI ANTONIO


Parma 1753 c.-XIX secolo
Assieme al fratello Giacomo, acquistò agli inizi dell’Ottocento, in Langhirano, dai conti garimberti un palazzo con annesso oratorio.Il Montali raggiunse il grado di Consigliere Ducale.
FONTI E BIBL.: M.De Meo, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1998, 5.

Parma 1644/1653
Figlio di altro Battista.Con patente ducale del 1644 fu nominato fiscale e nel 1653 giudice.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.


-Parma 24 maggio 1877
Fece la campagna risorgimentale del 1859 e nel 1866, col grado di capitano, prese parte all’espugnazione di Borgoforte.
FONTI E BIBL.: Il Presente 26 maggio 1877, n. 142; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414.


Montale di Riano 1836/1859
Figlio di Ilario e di una Anighetti.Nel 1836 fu Sindaco di Langhirano, poi membro della Commissione di Statistiche, nel 1856 assessore alle strade e l’anno dopo Anziano, cariche che conservò sino al 1859.Ebbe cinque figli.
FONTI E BIBL.: M.De Meo, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1998, 5.


Parma 1778/XIXsecolo
Fu illustre giureconsulto e consigliere ducale in Parma.Unitamente al fratello Antonio, acquistò in Langhirano agli inizi dell’Ottocento un palazzo con annesso oratorio.Sposò Marianna Bertoncelli, abitò in Langhirano e fu Maire del Paese.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935; M.De Meo, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1998, 5.

Montale di Riano XVIII secolo/1809
Discendente da Domenico di Battista.Alfiere, fu tra i maggiorenti del Comune di Langhirano dalla fine del XVIII secolo.Membro del Conseil Municipal nel 1809, dalla consorte Anighetti, appartenente a distinta famiglia langhiranese, ebbe, oltre ad alcune femmine, Filippo e Giuseppe.
FONTI E BIBL.: M.De Meo, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1998, 5.


Parma 1866-1960
Commerciante, fu collezionista e cultore di memorie locali.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 373.

Parma 1472/1494
Stampò in società con Damiano da Moile nel 1482.È probabile che fosse solo un fabbricante di carta, per cui è documentato fin dal 1472.Sono note le sue forniture al monastero di San Giovanni (1491) e sua è la carta utilizzata da Angelo Ugoleto per stampare gli Statuta Communis Parmae del 1494.
FONTI E BIBL.: G. Borsa, Clavis typographorum, 1980, 225; Enciclopedia della stampa, 1969, 218; Enciclopedia di Parma, 1998, 460-461.


Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 250.

Spalato 1926-Alpe di Succiso 5 febbraio 1983
Conosciuto anche con il soprannome di nicchio.I Montan si trasferirono a Parma a metà degli anni Trenta, dopo aver lasciato la Dalmazia (divenuta jugoslava). Il padre, Girolamo, era direttore del Telegrafo.Degli amici Giorgio Torelli, Pier Boselli e Luca Goldoni (di cui il Montan sposò la sorella Isabella), fu l’unico giornalista (con Baldassarre Molossi) a scegliere di restare a Parma: dalla Gazzetta di Parma, dove cominciò nel 1953 per poi diventare responsabile delle pagine della Provincia, passò al Resto del Carlino nel 1961, succedendo ad Aristide Barilli nella guida della redazione locale.Ingaggiò una dura ma leale battaglia con l’amico-avversario Molossi, direttore della Gazzetta di Parma, fino a quando si verificò l’incidente sulla montagna reggiana nel quale, durante una escursione, il Montan perse la vita.Proprio la montagna, con il Po e la fotografia, fu la sua passione: amori intrecciati nella mostra allestita dall’Ente per il turismo alla galleria Sant’Andrea dopo la sua scomparsa.Con Maurizio Chierici realizzò il libro Parma in 1000 fotografie.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 215-216.

Parma 1 settembre 1843-post 1879
A Parma compì gli studi filosofici e letterari e quelli giuridici e politico-amministrativi, nei quali ottenne la laurea nel luglio del 1863. Giusto Dacci scrisse sulle sue rime la musica di Non è morto..., romanza per soprano, op. 53 (Milano, Lucca). Nell’anno 1865, terminata la pratica di avvocatura, fondò in Parma con alcuni amici un giornale di economia, L’amico dell’operaio, che propugnò le istituzioni più utili alle classi lavoratrici: banche popolari, biblioteche circolanti e società cooperative.Nel 1866, fatta la campagna di guerra coi volontari di Garibaldi, ricevette l’invito ad assumere l’insegnamento di lettere italiane e di economia politica presso il Collegio Bosisio e l’Istituto Tecnico di Monza.Ivi pubblicò la prima edizione degli Elementi di economia politica e diversi altri lavori di argomento letterario ed economico (un racconto, alcuni componimenti scenici educativi, uno studio su Federico Bastiat). Nel 1869 ottenne la cattedra di Economia e Diritto presso l’Istituto Tecnico di Padova.Subito dopo, in seguito a voto unanime della Facoltà Legale, fu nominato libero docente presso quell’università, dove lesse una sua prelezione sulle influenze della ragione economica.Essendo vacante in detta Università la cattedra di Ecnomia politica perché il titolare, Angelo Messedaglia, era stato chiamato a Roma a dettare Filosofia della statistica, il Ministero ne affidò la supplenza al Montanari, che la tenne per quattro anni, senza abbandonare il suo posto all’Istituto Tecnico.A Padova pubblicò la seconda edizione degli Elementi di economia, che fu premiata con medaglia d’argento all’VIII Congresso pedagogico di Venezia nel 1872.Altri studi del Montanari, pubblicati tutti a Padova, sono: Questione forestale in Italia, Niccolò Copernico ed il suo libro De Monetae cudendae ratione (lettura fatta alla Regia Accademia di scienze, lettere e arti, che venne poi tradotta in polacco dal Wolynski e stampata a Varsavia), Stato attuale del credito in Italia (in collaborazione con T.Martello), Credito popolare e Monte de’pegni. Fu il fondatore del comitato dell’associazione pel progresso degli studii economici in Messina, dove alla fine del 1874 andò come preside di quell’Istituto Tecnico.Fu poi (1879) alla presidenza dell’Istituto di Bergamo, dove pubblicò negli Atti di quell’Ateneo uno studio sulla Legislazione mineraria.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario biografico scrittori, 1879, 733; R.Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 209.

Parma 16 luglio 1809-Parma 24 maggio 1898
Fu tenente della Guardia Nazionale di Parma.Studiò il contrabbasso a Parma sotto la guida di Francesco Hiserich.Ottenne il diploma di professore nel 1830 e divenne secondo contrabbasso della Ducale Orchestra di Parma.Morto l’Hiserich il 28 dicembre 1851, egli ne prese il posto al Conservatorio di Parma.Dalla sua scuola (insegnò fino al 1888, anno in cui dovette rinunciarvi avendo perduto quasi del tutto la vista) uscirono numerosi e valenti allievi.In qualità di contrabbassista al cembalo, frequentò i primari teatri d’Italia.Si ritirò dai concerti soltanto dopo il Carnevale 1883-1884, causa l’età avanzata.Scrisse un Metodo per contrabbasso (Milano, Ricordi) e 12 studi per contrabasso a 4 corde(ristampati a cura di Isaia Billè, Ricordi, 1932), premiati all’esposizione internazionale di Milano del 1881, a quella di Parma del 1887 e adottati in quasi tutti i Conservatori del Regno.
FONTI E BIBL.: A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 69; C.Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 2, 1929, 120, e 3, 1938, 545; G.N.Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 98.

Parma 21 settembre 1870-1936
Figlio del generale Luigi e di Josephine Calembrun Mercure, percorse una brillante carriera nella magistratura.Fu, tra l’altro, Consigliere Istruttore presso il Tribunale diMilano, Presidente di Corte d’Assise a Bologna e a Venezia e Presidente onorario di Corte di Cassazione.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957 106-107.


Parma-post 1834
Violinista, nell’estate 1793 suonò nel complesso che eseguì la nuova opera di Paër I pretendenti burlati nel teatrino di Medesano. Con il decreto 10 luglio 1816 che ricostituì la Ducale Orchestra di Parma venne nominato violino in proprietà, cioè retribuito a stipendio e non a prestazione. Nel 1834 era ancora in servizio, in quanto fu tra i firmatari della petizione contro la riduzione dei compensi.
FONTI E BIBL.: Inventario; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma ante 1732-1760
Conte.Fu Amministratore dell’Ospedale di Parma.Nel 1732 fu inviato come ambasciatore, insieme ai conti Alessandro Tarasconi Smeraldi e Ignazio Riva, al nuovo sovrano Carlo di Borbone.Poco dopo venne nominato sovraintendente per la rimozione e il seppellimento dei cadaveri dopo la battaglia di San Pietro (1734).Per codesto compito il montanari impiegò ben 500 villani del contado, pagandoli con una razione di pane e 10 soldi al giorno.Il Montanari fu tra gli Anziani del Comune e dimostrò lodevole zelo onde provvedere, insieme ad altri, alla successiva carestia che afflisse il Ducato di Parma.Venne alfine nominato Commissario per il riordinamento degli Uffizi e delle Amministrazioni e ancora Commissario Delegato per il difficile e problematico alloggiamento delle truppe imperiali (1738).Il Montanari fu Cavaliere commendatore dell’Ordine Costantiniano.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 623-624.


Parma 13 novembre 1892-Parma 10 dicembre 1947
Figlio di Ugo e Maria Bonfanti, ereditò dal padre la passione per il teatro.Con lo pseudonimo di Saturnino Giampepe scrisse una decina di piacevoli commedie dialettali che diedero ai filodrammatici parmigiani la ragione di esercitare la loro arte e l’occasione di raccogliere molti e meritati applausi.La sua prima felice espressione fu La popolära dl’Aida, che i fratelli Italo e Giulio Clerici gli rappresentarono al Teatro Petrarca la sera del 24 settembre 1931. Delle sue commedie, per non dire che delle principali, vanno citate: Bel c’me’l sol, dove la comicità dell’azione è di continuo temperata da una indulgente patetica amarezza, Riccio da Parma, dove l’estrosa invenzione, anche se non originale, si colora di senso satirico, Il doni? Schivia!, dove tutto è ridotto a lucente e sana arguzia popolaresca, Al fiol d’la serva, dove si riflette una piacevole bonarietà rivestita di scanzonato umorismo, La mazurca äd Migliavaca, Rodolfo Valentino e Sott’al Ducca. Il successo di questi lavori scaturì anche dalla presentazione scenica fatta da attori di primissimo ordine, che contribuirono a esaltarne il valore.È il caso di ricordare, oltre ai due Clerici, Alberto Montacchini, Paride lanfranchi, Emilia Magnanini, per non menzionare che i capocomici.Indubbiamente il Montanari con i suoi lavori rinnovò il repertorio del teatro vernacolo parmigiano, ma soprattutto fu di tale valore da potere uscire dalla angusta cerchia cittadina e provinciale per affacciarsi a ribalte prestigiose e sostenere validi confronti. Oltre che a Parma le commedie del Montanari furono recitate dal Montacchini e dai fratelli Clerici in varie altre città (Reggio, Cremona, Modena, Ferrara, Piacenza e Milano). Alcune di esse, tradotte in dialetto milanese, furono rappresentate dalla compagnia Bonecchi a Milano e nel Canton Ticino.Il Montanari scrisse anche di cose teatrali sotto gli pseudonimi di Parmenio e di Macrobio e si esibì sulle tavole del palcoscenico col nome fittizio di Cantadori.Per il teatro tradusse e ridusse anche opere di altri, impadronendosi così del mestiere, che mise poi a profitto nelle sue opere, ove colse e scolpì magistralmente i caratteri salienti della gente parmigiana. Fu certamente l’autore più vivo, più presente e più profondamente aderente al modo di pensare e di vivere parmigiano.Con la sua sensibilità, diede voce in modo particolarmente efficace al modo di amare, di gioire e di soffrire e seppe ripetere in dialetto passioni e speranze tipiche della gente parmigiana. La grandezza del Montanari non sta tanto nell’aver dato voce e corpo ai protagonisti di un disagio sociale, in sintonia in questo con Pirandello ed Eduardo, ma nella sua capacità di inventare macchine teatrali perfette per dinamica, forza comica e autenticità dei personaggi. I personaggi del Montanari non solo hanno una precisa collocazione sociale e caratteriale ma anche una biografia da difendere. Si sente che hanno vissuto prima di entrare in scena e vivranno dopo, a commedia finita. Già dai titoli delle commedie del Montanari emergono alcuni temi costanti della sua drammaturgia: l’amore dei Parmigiani per la musica e il melodramma, a esempio, l’indigenza, la gelosia, la fatica del tirare avanti e le umiliazioni, che trovano consolazione e catarsi nella musica, dove tutto si stempera e ognuno ritrova il proprio io diviso. Altra costante è la misoginia. In tutta l’opera del Montanari la maggior parte delle donne sono incostanti, inaffidabili, ridicole, pettegole, antieroiche, palle al piede per i sogni degli uomini, viste con malumore e disprezzo. Così scrisse del Montanari su Il Telegrafo di Livorno del 24 febbraio 1937 Tino Massa a proposito del teatro dialettale parmense: Il migliore di tutti, e diciamo ciò non solo a nostro giudizio, ma anche a parere generale, è Saturnino Giampepe. Ha al suo attivo ben dieci commedie, e tutte hanno ottenuto un indiscusso successo. Ha trattato vari generi: dall’amore dei Parmigiani per la musica, alla delizia per la vita agreste; dalla commedia comico-sentimentale alla farsa; dal lavoro storico a quello di carattere. E sempre con perizia, con sentimento d’artista, con abilità costruttiva. Alcune sue commedie hanno ottenuto vivo successo anche in diverse città d’Italia, tradotte in italiano o in altri dialetti. Il Montanari fu autore delle seguenti commedie: La popolära dl’Aida, un atto (1931), La mazurca ed Migliavaca, un atto (1931), La quiete dla campagna e po pù, due atti (1931), Metema il cosi a post, un atto (1932), Rodolfo Valentino, due atti (1932), Sott’al Ducca, tre atti (1933), Il fesi dla lon’na, tre atti, traduzione in dialetto (1933), Bel cme’l sol, tre atti (1934), La terribile, tre atti, traduzione (1934), Il doni? Schivia!, due atti (1934), Na curiosa eredità, tre atti, traduzione (1935), Riccio da Parma, tre atti (1936), Al fiol d’la serva, tre atti (1937), L’Aida al Regio, tre atti (1938), Maridemma anca la nona, un atto (1938), I scavalchett, un prologo e tre atti, traduzione (1938), S.O.S. Felice in t’j pastizz, tre atti (1939), Che sia stà Napoleon?, tre atti, traduzione (1940), La rivincita ed Niblen, un atto (1942), In guardia, tre atti, traduzione (1942) e La medicina d’una ragazza malata, un atto, traduzione (1942).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1953, 177-179; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 107; Al Pont ad Mez 2 1984, 105; G.Belledi, Il teatro di Saturnino Giampepe, in Al Pont ad Mez 1999, 7-10.

Parma 2 maggio 1895-Parma 17 dicembre 1968
Figlio di Ettore e Teresita Venturini. Sentì fin dalla giovinezza il richiamo dell’arte.Era studente di scenografia quando scoppiò la prima guerra mondiale. Fu chiamato alle armi e, giunto al fronte, rimase subito ferito gravemente, tanto da meritare una croce al merito e l’esonero definitivo.Il Montanari riprese allora gli studi, diplomandosi brillantemente.Iniziò poi l’attività di scenografo. Allievo del carmignani, collaborò con lui per diversi anni, proseguendo nel frattempo un suo discorso pittorico che gli valse l’importante premio Savoia Bramante. Nel 1935 entrò nell’insegnamento: ebbe la cattedra di scenografia all’Istituto d’arte P.Toschi di Parma e per trent’anni, sino al 1965, mise la sua ricca esperienza a disposizione di molte generazioni di allievi. Il montanari, che fu anche accademico d’arte, fu un nome importante nella vita artistica parmense di quel periodo.Appartenendo alla generazione di Latino Barilli e di Amedeo Bocchi, costituì un punto di riferimento per riallacciarsi alla traccia lasciata nel discorso pittorico parmigiano dal suo maestroCarmignani, da Baratta e da de Strobel. Fu un paesaggista tradizionale che dipinse con una felice scelta di toni, superando attraverso la scoperta della luce la banalità degli elementi e proiettando così i suoi scorci familiari e le sue scene di vita quotidiana in una dimensione particolare. Da ultimo il montanari scoprì gli acquerelli, giungendo a una maturità di tocco e a una precisione di pennellata esemplari. È proprio in queste ultime opere, frutto di consumata esperienza eppure trasparenti e limpide, si specchia appieno la figura del Montanari artista schivo e tranquilllo ma ricco di interiorità e di esperienza.
FONTI E BIBL.: G.Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 261 e 264; È morto il pittore Guido Montanari, in Gazzetta di Parma 18 dicembre 1968, 4; Le mostre d’arte Montanari e Vighi alla Sant’Andrea, in Gazzetta di Parma 12 novembre 1968; Ricordato il pittore Guido Montanari, in Gazzetta di Parma 18 dicembre 1969; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 707.

Parma 23 gennaio 1876-Milano 4 agosto 1960
Studiò canto al Conservatorio di musica di Parma con il maestro Lodovico Spiga dal 1892 al 1895 e andò poi a perfezionarsi per qualche mese a Milano con Enrico Barbacini. Nello stesso anno 1895 debuttò (soprano) nella Jone di Petrella a Fiorenzuola d’Arda, dando inizio a una buona carriera. Sposata con il tenore Pietro Agostini, nel 1898 cantò negli Stati Uniti e nel Messico, teatri nei quali tornò per vari anni. Nel 1899 fu a Genova al Politeama Genovese nel Ballo in Maschera e l’anno dopo, nel Maestro di Cappella di Paër e nella Cavalleria rusticana, in quello di Sestri. Nei primi anni del XX secolo fu sempre in tournée col marito all’estero (San Francisco, 1901, Oporto) con un ricco repertorio. Nel 1911 fu al teatro  alla Scala di Milano in Arianna e Barbablu di Dukas e nell’Armida di Gluk, mentre nel 1917 fu al Comunale di Bologna nella Rondine di Puccini.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 134; Frassoni; Trezzini; Tintori; G.N.Vetro, Voci del  Ducato, in Gazzetta di Parma, 19 dicembre 1982, 3.

Parma 24 febbraio 1833-Parma 1 marzo 1937
Figlio di Carlo e Luisa Rusca. Laureatosi a Parma in medicina e chirurgia, fu inizialmente medico di battaglione nell’esercito parmense. Si arruolò nel 1859 nell’esercito piemontese, partecipando come medico combattente alla campagna 1860-1861, a quella contro il brigantaggio nel Molise e a quella del 1866. Fu anche all’assedio di Capua e di Gaeta e, come capitano medico dell’esercito regolare, prese parte alla battaglia di Custoza e al fatto d’arme di Aspromonte. Per tutto il periodo delle guerre dell’Indipendenza alternò le vicende militari con gli studi medici e le pubblicazioni scientifiche. Dopo aver diretto l’ospedale di Padova, fu promosso colonnello nel 1886.Diresse il servizio sanitario del X e poi del VII Corpo d’Armata.Passato in posizione ausiliaria nel 1895, venne promosso maggiore generale medico nel 1896.nel 1897 passò nella riserva e nel 1908 fu collocato a riposo. Fu lungamente collaboratore del Giornale di Medicina Militare ed espose in vari congressi pregevoli memorie, tra le qualli una sulla Meningite cerebrospinale in diversi eserciti. Fu anche consigliere comunale di Parma e assessore. Morì a 104 anni, pieno di ricordi, dopo aver servito tre re d’Italia e ancora capace di ricordare di aver visto Maria Luigia d’Austria e il Neipperg a passeggio per Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, 1933, V, 285; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 107.

Parma 10 maggio 1897-post 1965
Figlia di Enrico e Alice Vignali. Scrittrice, collaborò ad Aurea Parma, dove pubblicò, tra l’altro, La donna gentile del Foscolo, saggi su Giuditta Sidoli, Caterina Pigorini Beri, Paolina Leopardi e Isabella di Borbone, Cronache del Settecento parmigiano e uno studio sul Baratti.Fu anche novellista.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 201; F.da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 374.

MONTANARI PIETRO FRANCESCO, vedi MONTANI PIETRO FRANCESCO

Parma-post 1775
Cantante, nel Carnevale del 1775 fu al Teatro di Corte di Parma nella Locanda, dramma giocoso di Giuseppe Gazzaniga.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 9 dicembre 1862-Parma 19 dicembre 1924
Fu per vent’anni gestore del Teatro Reinach di Parma (dal 24 dicembre 1893 al 2 aprile 1913) e poi direttore amministrativo del Teatro Regio di Parma (autunno 1914, Carnevale 1915-1916, primavera 1921). Assunse la gestione del Reinach nel 1893 e l’abbandonò quando la proprietà del teatro passò a Cleofonte Campanini.Nei vent’anni della sua gestione il Reinach ospitò complessivamente 405 compagnie con un totale di circa 3500 rappresentazioni.Nel 1902 il Montanari assicurò alla compagnia operettistica Marchetti un introito serale netto di 450 lire, somma allora favolosa: il Marchetti in quindici giorni di permanenza a Parma intascò diecimila lire e quattromila il Montanari.Del Montanari si ricorda, come del suo massimo risultato, l’eccezionale stagione lirica dell’inverno 1893-1894.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 134; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 108.


Parma 12 aprile 1867-Forte dei Marmi 23 agosto 1932
Figlio di Luigi. Nel 1884 frequentò la Scuola di Guerra.Percorse i primi gradi della carriera militare nell’arma di Artiglieria (sottotenente nel 1887), poi, trasferitosi nel corpo di Stato maggiore, passò nel Corpo dei Bersaglieri. La sua carriera fu rapidissima. Fu al Ministero della guerra nei periodi della neutralità, della preparazione, della mobilitazione e dell’inizio della guerra 1915-1918. Promosso maggiore generale, nel 1916 fu destinato al fronte al comando della I brigata bersaglieri in Carnia, poi sul Carso, dove fu ferito e dove rimase fino al maggio 1917, guadaganandosi due medaglie d’argento al valor militare, di cui una sul campo. Altre due medaglie di benemerenza gli erano state conferite in precedenza per l’opera umanitaria prestata a Messina dopo il terremoto del 1908. Sottosegretario di Stato per la Guerra nel Ministero Boselli (17 giugno 1917) e nel periodo del Ministero Orlando, ritornò al fronte nell’aprile 1918 per comandare il 30° Corpo d’armata, che tenne le posizioni del Montello e del Grappa in quel decisivo periodo di guerra.Nel maggio 1919 venne inviato in Dalmazia quale comandante del I Corpo d’armata delle truppe di occupazione.Poi fu al comando dei corpi d’Armata di Bari (1919) e Trieste (novembre 1925). La sua profonda competenza di ogni branca dell’amministrazione militare, la lunga esperienza di uomini e cose militari raggiunta nelle missioni più varie, negli incarichi più delicati e nell’esercizio dei più importanti comandi in pace e in guerra, lo additarono ben presto quale comandante designato d’Armata (febbraio1927), prima alla sede di Milano, poi a Firenze.Cittadino onorario di Feltre e di Bari, ufficiale dell’Ordine Militare di Savoja, decorato di numerosissime onorificenze italiane ed estere, fu nominato Senatore il 22 dicembre 1928.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 5 1932, 207-208; Enciclopedia italiana, XXIII, 1934, 720; Enciclopedia Militare, Milano, 1925-1934; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 216; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 108; Gazzetta di Parma 31 gennaio 1962, 4.

MONTANARINI ZOE, vedi FONTANA ZOE

Borgo San Donnino 1865/1870
Fotografo.Operò in Borgo San Donnino intorno al 1865.Rilevò poi lo studio di Francesco Brunani negli anni che vanno dal 1867 al 1870.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 163.

Parma 1631
Soprano castrato, fu eletto il 24 gennaio 1631, dietro raccomandazione del duca Odoardo Farnese, ma fu licenziato quasi subito (l’11 febbraio dello stesso anno).Lo si ritrova a cantare in Cattedrale a Parma la festa di Pasqua di quell’anno.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 90.

Collecchio 16 maggio 1899-Collecchio 1 gennaio 1960
Semplice muratore, coltivò nella sua vita un rigido ideale di comunismo ateo militante, subendo per questo l’esilio, il confino e la tortura da parte del regime fascista. Conclusa la prima guerra mondiale,  fece parte dell’Unione Sindacale e degli Arditi del Popolo, fondando a Collecchio il circolo giovanile comunista, un organismo a tendenza piuttosto anarchica. Ai primi del 1922 esiliò volontariamente in Francia.In quella terra mantenne sempre vivo il suo amore per la patria, costante il suo ideale e non volle mai accettare la nazionalità francese. Prese parte alla guerra diSpagna tra gli antifranchisti. Nel 1941 tentò di entrare in Italia clandestinamente ma fu catturato dalla polizia e confinato a Ventotene con una condanna di cinque anni. Liberato nell’agosto 1943, ritornò a Collecchio dopo ben ventuno anni di assenza. Nel paese natale entrò subito a far parte del movimento di liberazione, trasferendosi poi in alta val Ceno quale commissario civile della 135a Brigata Garibaldi. Di nuovo catturato e rinchiuso nel carcere di San Francesco a Parma il 4 ottobre 1944, fu torturato affinché rivelasse i nomi dei compagni ma non parlò e anzi fu liberato tre giorni dopo in occasione di uno scambio di prigionieri. Riuscì a rimettersi dalle violenze subite ma la sua salute rimase per sempre minata.
FONTI E BIBL.: Dizionario dei Collecchiesi, XIII, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1960, 3; F.Botti, Collecchio Sala Baganza Felino e loro frazioni, 37; P.Savani, Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, 77; D.Gorreri, Parma ’43.Un popolo in armi per conquistarsi la libertà, Step, Parma, 1975, 130-131, 180, 210; Montanini (PCI) presidente della Provincia, in Gazzetta di Parma 5 settembre 1975, 4; Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo, III, 1976, 795; A.Curti e B.Molossi, Parma Kaputt, Step, Parma, 1979, 205; F.Sicuri (a cura di), Materiali per una storia della Federazione Comunista di Parma nella guerra di liberazione nazionale, Biblioteca Umberto Balestrazzi, Step, Parma, 1981, 94-99; A.Dal Pont e S.Carolini, L’Italia al confino, La Pietra, Milano, 1983, 980; U.Sereni, Sindacalisti, futuristi, anarchici e dannunziani nelle origini del Partito Comunista a Parma, in F.Sicuri (a cura di), Comunisti aParma, Step, Parma, 1986, 220; C. Drapkind, Le mie prigioni fasciste, in Gazzetta di Parma 19 luglio 1991, 8; B.Mambriani, 50° della Liberazione, in Arcobaleno 1, 1995, 4.

Golese 3 agosto 1900-post 1938
Nato da Alberto e Maria Bisaschi. Militante antifascista, dovette per questo espatriare in Francia in data imprecisabile. Il suo nome comparve sul Bollettino delle ricerche, Supplemento dei sovversivi. Entrato in Spagna in data sconosciuta, il 9 febbraio 1938 fu ad Albacete, base delle Brigate Internazionali, proveniente dalla Murcia. Dopo l’ottobre 1938 rientrò in Francia, a Bagnolet.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 103.

Parma 1905-Parma 1960
Fu pianista e organista. Cieco dall’età di sei anni, svolse apprezzata attività di organista nelle chiese di San Sepolcro e della Steccata a Parma. Nel 1951 ottenne il Premio della bontà per avere aiutato altri non vedenti.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 217.


Parma-post 1852
L’8 dicembre 1833 eseguì al Teatro Ducale di Parma un tema per tromba con variazioni e pot-pourri nell’intermezzo di una commedia. Suonò ancora il 31 marzo 1834 in un’accademia vocale e strumentale. Nella stagione di Fiera del 1834 fu prima tromba nell’orchestra del Teatro di Reggio Emilia. Si presentò nuovamente in un concerto al Teatro Ducale di Parma il 17 dicembre 1835. Nel 1852 fece parte della banda borghese di Parma.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Stocchi, 87; G.N. Vetro, Dizionario, Addenda, 1999.

Parma 10 luglio 1806-post 1845
Figlio di Gaetano e Margherita Mori.  L’11 gennaio 1834, al Teatro Ducale di Parma nell’intermezzo dopo il primo atto dell’Anna Bolena, eseguì sul corno da caccia musiche tratte dall’Otello di Rossini. Nel 1836 venne richiesto dal podestà di Monticelli d’Ongina per una funzione. Nel 1842 presentò domanda per assentarsi da Parma per prodursi in altro teatro. Nell’aprile 1845 era ancora aspirante corno della Ducale Orchestra di Parma.
FONTI E BIBL.: Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


-Parma 24 dicembre 1875
Militò nelle file dell’esercito italiano nel 1859 e nel 1866.
FONTI E BIBL.: Il Presente 28 dicembre 1875, n. 347; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414.

Parma 1838-Alcamo gennaio 1862
Fece da volontario la campagna militare del 1859. Si segnalò nella battaglia di castelfidardo in cui seppe guadagnarsi la medaglia al valore. Fu proditoriamente assalito da briganti e ucciso.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 gennaio 1862, n. 23; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414.

Parma 1814/1849
Cavaliere.Fu ingegnere e architetto di valore durante la dominazione di Maria Luigia d’Austria e posteriormente a essa.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 29.

Parma 18 maggio 1833-
Ammesso alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1856, il Dacci scrive che percorse diversi teatri della Spagna come distinto tenore.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1838-
Figlio di Giuseppe. Cantante, nel censimento del 1861 risulta che aveva ventitre anni e che era dimorante in Portogallo (Archivio Storico Comunale di Parma, Censimento 1861, v. I).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma 20 febbraio 1822-Perugia 3 marzo 1887
Percorsi lodevolmente gli studi nell’Accademia di belle arti di Parma, ottenne il premio di pensione nel concorso di architettura e passò a Roma a perfezionarsi. Nel 1848 combatté per l’indipendenza d’Italia.Tornato a Parma, fu professore all’Accademia di Belle Arti. Realizzò splendide opere pubbliche a Parma, Modena e Torino. Quando nel 1853 il Magnani restaurò il Teatro Regio di Parma, per la parte architettonica prese come aiuto il Montecchini. Costruì i teatri di San Secondo (1853) e di Fontanellato (1864) e nel 1857 ricevette l’incarico dal Comune di Busseto di progettare il nuovo Teatro Verdi. Nel 1866 fu a Palermo durante la rivoluzione e a stento poté salvare sé e la famiglia. Come Ingegnere Capo del Genio Civile, passò quindi a Forlì, Pesaro e Perugia.
FONTI E BIBL.: A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 70; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

MONTECRISTO, vedi ZANELLA FRANCESCO

MONTENOVO ALBERTINA MARIA, vedi NEIPPERG ALBERTINA MARIA

MONTENOVO GUGLIELMO ALBERTO, vedi NEIPPERG WILHELM ALBRECHT

MONTENOVO NEIPPERG GUGLIELMO, vedi NEIPPERG WILHELM ALBRECHT

MONTENUOVO ALBERTA o ALBERTINA, vedi NEIPPERG ALBERTINA MARIA

MONTENUOVO GUGLIELMO, vedi NEIPPERG WILHELM ALBRECHT


Parma 1816/1820
Il 16 marzo 1816 la Gazzetta di Parma pubblicò in prima pagina due atti con cui la duchessa Maria Luigia d’Austria, da Schönbrunn, stabilì i titoli da lei assunti come Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla e procedette alle nomine delle grandi dignità di corte. Con tale atto la baronessa di montfrault, sposata al conte Scarampi, già Dama della Croce Stellata, ricevette la carica di Dama d’onore della Duchessa, assumendo così il ruolo femminile di maggior prestigio della Corte. Nel 1820, malferma in salute, chiese e ottenne dal conte di Neipperg che le venisse affiancata la marchesa Dalla Rosa Sanvitale. Nell’autunno dello stesso anno lasciò l’incarico alla marchesa Ventura Litta Modignani, che il 22 ottobre prestò giuramento nelle mani della Sovrana.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 978; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 48.

MONTI, vedi BERTI AUGUSTO e UGOLOTTI UGO


Boccolo de’ Tassi 1823/1831
Rettore della parrocchia di Boccolo, nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari.Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 191.


Parma 1896-Sant’Ilario d’Enza 27 agosto 1988
A soli vent’anni si rivelò nel primo conflitto mondiale in Val di Fiemme per coraggiose azioni che gli valsero la promozione a tenente.Alla testa di una compagnia di alpini fu ferito nella battaglia del Monte Grappa e per questa azione venne decorato con una medaglia d’argento al valor militare. A guerra finita, nel 1924 ricoprì l’incarico di insegnante militare di sci alpino e in quell’anno ottenne il primo posto nel campionato italiano militare di sci, portando poi più volte i suoi alpini a manifestazioni agonistiche.Nel secondo conflitto mondiale fu inviato in zone di operazione in Albania e Croazia e anche là rimase ferito. Dopo l’8 settembre 1943 si schierò con l’antifascismo. Per le sue doti militari e il suo ascendente fu nominato comandante unico delle formazioni partigiane reggiane. A guerra finita, a Milano il generale Mac Clark, comandante della V Armata operante in Italia, gli conferì la Bronze Medal. Raggiunse il grado di Generale di Corpo d’Armata degli Alpini.Fu sepolto a Sant’Ilario d’Enza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 29 agosto 1988, 7.


Brescia 1646-Parma 1712
Pittore, allievo di Pietro Ricchi, fu seguace e forse discepolo del Borgognone.Lavorò in diverse città italiane (Genova, Roma, Vicenza, Parma, Piacenza e Napoli) e in Germania, rinnovando il genere delle battaglie. I viaggi e i soggiorni in varie città d’Italia gli consentirono di conoscere e studiare le opere degli specialisti nella pittura di battaglie, cui resta legato il suo nome, anche se è inoltre autore di tele religiose (Crocifisso e Santi, Conversione di San Paolo, Vocazione di San Pietro con Sant’Andrea, nella chiesa parrocchiale di Pieve Modolena, Reggio Emilia), di raffigurazioni di cerimonie, di paesaggi e di numerose burrasche, queste ultime alla maniera del Tempesta, di cui fu amico. Nel 1670 appose la sua firma nella cupola del Pordenone in Santa Maria di Campagna di Piacenza e si dichiarò al servizio di casa Farnese. È difficile ricostruire il catalogo delle sue opere poiché viene confuso con altri artisti contemporanei, non ultimo il suo allievo Ilario Spolverini. Certamente suo è un gruppo di opere nel Museo Civico di Piacenza e nella Rocca diSoragna, per i Meli Lupi, come dimostrano pagamenti datati al 1701. Risiedette a Parma per diversi anni (nella città nacquero i suoi figli) e passò al servizio stabile dei Farnese dal 1681 fino al 1695, quando venne licenziato in occasione di un ridimensionamento della Corte, inteso anche ad alleggerire le spese.Iquadri del Museo Civico di Piacenza, che si collocano nell’arco di diversi anni, sono tutti di provenienza farnesiana. Nel Ducato farnesiano lavorò anche al servizio di numerose famiglie aristrocratiche: Bertamini, Boscoli, Costa, Ferrari, Landi, Mambriani, Nicelli, Scotti, Serafini e Zanardi Landi.
FONTI E BIBL.: La battaglia nella pittura, 1986, 394-395; Enciclopedia di Parma, 1998, 463.

Parma ante 1692-Parma 1728/1739
Libraio e tipografo attivo a Parma. Iniziò le pubblicazioni in società con Alberto Pazzoni, col quale collaborò dal 1692 al 1702. Scioltasi la società per il trasferimento del Pazzoni, continuò in proprio l’attività. Nel 1704 ottenne il titolo di stampatore ducale, col quale pubblicò fino al 1727. Di questo periodo sono L’Architettura civile preparata su la geometria e ridotta alla prospettiva di Ferdinando Galli Bibiena, le Poesie toscane di Vincenzo da Filicaia, diverse opere di Ercole Mattioli, di Anton Francesco Bellati e di moltissimi altri. Ristampò le Opere del Segneri e del Lemene. Notevole è l’edizione in folio delle Opere di Giovanni Pietro Pinamonti, edita per Paolo Monti all’Insegna della Fede nel 1718. Alla sua morte la tipografia Monti continuò la propria attività, con la sottoscrizione  Eredi di Paolo Monti o semplicemente Eredi Monti, acquisendo poi il titolo di Regia Ducale.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 218; Al Pont ad Mez 1996, 22; Enciclopedia di Parma, 1998, 463

Parma 1610
Musico, fu ammesso alla Corte di Parma il 27luglio 1610.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1589 c.-1630
Si addottorò in entrambe le leggi nell’anno 1612. Fu Podestà di Monticelli d’Ongina, nello Stato di Busseto. Al termine del suo ufficio, ritornò a Parma e si sposò. Fu avvocato lodato e onorato. Morì in ancora giovane età a causa della peste dell’anno 1630.
FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 80.

Parma 1460 c.-Parma giugno 1524
La propensione per gli studi umanistici gli fece scegliere la carriera ecclesiastica: diventò canonico della Cattedrale di Parma e protonotario apostolico e partecipò attivamente alla vita culturale e politica di Parma ricoprendo importanti e delicati incarichi. Si fece costruire (nel 1507, quando era ancora in vita) uno splendido monumento funebre in Cattedrale, al quale lavorarono lo scultore Antonio Ferrari d’Agrate e il pittore Cristoforo Caselli. Fu chiamato a dirimere controversie e fu consigliere di Giovanna da Piacenza, quando la badessa del monastero benedettino di San Paolo di Parma chiamò il Correggio a dipingere una stanza del suo appartamento. Membro della confraternita di Santa Maria della Steccata, nel testamento lasciò alla chiesa, in costruzione, mille scudi che in parte servirono a pagare gli affreschi del Parmigianino.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 146; Enciclopedia di Parma, 1998, 463-464.

MONT LOUIS, vedi MONTLOUIS

Parma 29 ottobre 1790-post 1831
Fu alunno nella Scuola Imperiale Politecnica d’artiglieria dal 28 settembre 1809. Uscitone nel 1813, fu Sottotenente della Compagnia di Guardie organizzata dal conte Marescalchi (3 agosto 1814) e poi Capitano del 2° Battaglione (15giugno 1815). Fu promosso Maggiore il 28 agosto 1824. Nel 1823 appartenne alla società dei carbonari ed ebbe una parte di primo piano durante i moti del 1831, per cui fu obbligatoriamente pensionato il 27 marzo 1831 e privato del grado e della pensione il 28 maggio dello stesso anno.Le autorità di polizia stilarono per il Montlouis la seguente scheda: È opinione generale in paese che questi avesse mosso dei giovinastri nella sera del 10 ed in quella dell’11 febbraio per fischiare le truppe onde così dar moto alla insurrezione che si meditava. Esso fu anche alla porta San Michele in contatto con parecchi Reggiani che si presentarono per entrare in Parma già distinti colla coccarda.Dicesi che accortosi delle sediziose di lui tendenze il Colonnello Werklein lo mandasse a Piacenza da dove passò poi a Milano. Ritornato da colà all’arrivo delle truppe Imperiali ebbe a soffrire dei cattivi trattamenti dai Piacentini, ai quali era nota la condotta tenuta da esso in Parma allo scoppio dei primi movimenti popolari, condotta che cercava di coprire col mostrarsi del partito di S.M.rientrando colle truppe. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Ora fu dimesso dal servizio militare e rinunziò all’onore che egli aveva dapprima colla chiave di Ciambellano. Destituito dal grado di Maggiore.Continua ad essere sospetto.
FONTI E BIBL.: A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XXII; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 188-189.

Parma 1831
Fratello di Pietro. Cassiere degli Ospizi civili di Parma, fu tra i personaggi di primo piano dei moti del 1831. Una volta soffocata la rivolta, fu sospeso per sei mesi dalle sue funzioni e sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza. Del Monza, la polizia compilò la seguente scheda segnaletica: Era in continuo moto recandosi durante la Rivolta a Reggio, Modena e Bologna per prendere istruzioni. Dopo l’affare di Fiorenzola domandò soccorso ai Bolognesi. Fece distribuzione di denaro prima e dopo la Rivolta. Contribuì all’arresto arbitrario del Vescovo di Guastalla, e lo condusse all’Albergo del Gambaro in Parma come prigioniero. Esso vorrebbe che il Colonnello Werklein gli avesse ordinato di tenersi al giorno di tutto ciò che avveniva in Paese, e dice aver Lettere; ma Werklein non gli aveva al certo commesso di promovere la Rivolta. Durante la rivolta appartenne al consesso civico, e si tenne molto in relazione col governo provvisorio. A ciò lo moveva l’interesse che egli aveva negli appalti teatrali e quelli col fermiere Barone Testa. Vorrebbe esso che il colonnello Werklein a ciò lo insinuasse. Si adoperò molto nella sera del 13 febbraio per impedire i disordini e dirigere i buoni cittandini, occupandosi caldamente onde rilasciati non fossero i condannati dalla casa di forza. Si lasciò adoperare a materiale strumento nella circostanza che si recava a Bologna per portare una lettera a quel Governo, con la quale il Governo provvisorio di Parma gli dava parte del fatto di Fiorenzola.Forse da questa circostanza l’opinione che il Monza fosse inviato a domandare soccorso. Con decreto sovrano del 4 maggio 1831 venne sospeso dalle sue funzioni per il corso di sei mesi..
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 186-187.

Parma 1823/1854
Fratello di Lodovico. Fu assessore nel Tribunale di Parma, poi giudice del Tribunale civile e criminale di Piacenza. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Durante i moti del 1831 fu sospettato di aver organizzato riunioni di rivoltosi nel suo ufficio del Tribunale di Parma.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 189.

MOPSO, vedi BARDI FRANCESCO


Parma 1730
Fu musico alla Cattedrale di Parma il 9 aprile 1730.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Trecasali 1918-Sidi Hammet El Garrani 25 giugno 1942
Figlio di Emilio.Fante del 66° Fanteria Motorizzato, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Portaferiti volontario, coraggioso e dotato del più alto spirito di sacrificio, dava prova di grande generosità e di altruismo, adoperandosi senza tregua nel soccorso e nello sgombero dei feriti.Sempre presente ove era il rischio, si prodigava nella sua missione con slancio e sprezzo del pericolo.Durante un violento bombardamento aereo, mentre accorreva presso alcuni feriti, veniva colpito da scheggia che troncava la sua giovane vita di soldato generoso e valoroso.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1948, Dispensa 5a, 571; Decorati al valore, 1964, 127.

Parma 24 marzo 1937-Parma 10 dicembre 1986
Calciatore dotato di un talento eccezionale, bruciò le tappe passando a dodici anni alla Giovane Italia di Parma, poi al Bozzolo e quindi, nel 1957, alla Sampdoria di Genova, in serie A, dove rimase quattro anni. Nel 1960 fu al centro di un trasferimento clamoroso: gli Agnelli per portarlo nella Juventus di Torino (che già poteva contare su Charles, Sivori e Boniperti) pagarono 200 milioni. Due anni dopo fu trasferito al Milan in cambio del difensore Salvadore.L’allenatore Nereo Rocco lo volle a tutti i costi e in effetti fu coi rossoneri che il Mora esplose definitivamente, restando al fianco di Gianni Rivera dal 1962 al 1968, prima di tornare a Parma, dove concluse l’attività agonistica da professionista nel 1971 con l’A.C. Parmense, contribuendo alla sua promozione in serie C.Concluse la sua carriera calcistica, su richiesta del suo primo allenatore, Ugo Canforini, nel Viadana. In serie A disputò complessivamente 245 partite, segnando 63 reti.Vinse due scudetti con Juventus e Milan e una Coppa dei Campioni con il Milan (1965). Con la Nazionale giocò 24 incontri, segnando quattro reti.Partecipò ai campionati del mondo in Cile nel 1962 e in una partita fu anche capitano degli azzurri. Sarebbe stato certamente convocato anche per i mondiali in Inghilterra, se nel 1968 un gravissimo incidente (frattura di tibia e perone) durante la partita Bologna-Milan non lo avesse tenuto lontano dai terreni di gioco per oltre un anno. Nel 1976 intraprese la carriera di allenatore.Fu secondo allenatore del Parma guidando brevemente la prima squadra nel 1976-1977 e nel 1982-1983.Dal 1981-1982 fu addetto al settore giovanile della squadra gialloblù: tra i suoi allievi più noti vi furono Pioli e Berti.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 85; Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.


Talignano 28 aprile 1828-Talignano 1907
Nacque da Luigi e Maria Rosa Martini, famiglia addetta alla custodia del Palazzo Lalatta, secondo di ventidue fratelli.La sua fu una famiglia religiosissima. Nel Mora è con ogni fondatezza da riconoscere quel fanciullo che suora Maddalena Sofia Barat, di passaggio da Talignano, nella villeggiatura del Sacro Cuore, sostituì al pascolo, inviandolo a servire la messa, e al quale fece ogni giorno un poco di catechismo.Nel ritorno al Collegio del Sacro Cuore di Parma, le suore presero con sé, come servitore, il Mora, appena quattordicenne.Tra le educande vi erano Margherita e Alice di Borbone, figlie di Luisa Maria e del duca Carlo (la prima diventò poi duchessa di Madrid, sposa del pretendente al trono di Spagna, Carlo di Borbone, e la seconda sposò l’11 gennaio 1868 il granduca di Toscana). Il Mora le conduceva a passeggio in carrozza e godette anche dell’affetto del piccolo Roberto, l’ultimo regnante dei Borbone nel Ducato di Parma e Piacenza. Quando a ventuno anni, nel 1849, il Mora dovette presentarsi alla visita per il servizio militare, l’Anviti, capitano d’arruolamento, lo fece dichiarare dispensato dal servizio militare per anchilosi al piedre sinistro. Nonostante ciò, il 26 ottobre 1850 il Mora iniziò il servizio militare, destinato, a mezzo delle protezioni delle suore del Sacro Cuore presso le quali era alloggiato con la moglie, addetta anch’essa al servizio in Istituto, come casermiere della Regia Gendarmeria di Parma. Ricevette allora da Carlo di Borbone una pensione vitalizia, un paio di stivaletti e un orologio con le insegne del Duca per la fedeltà dimostratagli. Passò poco dopo al genio come caporale, solo il 30giugno 1853 fu congedato e nello stesso giorno fu iscritto al servizio della Regia Università, dove rimase cinquantacinque anni. Come amministratore del Collegio del Sacro Cuore, dovette condurre fuori dal Ducato le suore, cacciate nel 1848, spingendosi fino a Padova e forse anche in Francia. Nel 1858 si recò a Parigi, dove si incontrò certamente con la madre generale dell’Istituto, Maddalena Sofia Barat, che egli poi invocò morente nel 1907, essendo già essa beatificata.
FONTI E BIBL.: F.Botti, Talignano, 1973, 78-80.


Parma 5 febbraio 1898-Parma 4 agosto 1922
Figlio di Emilio e Teresa Priori. Operaio di borgo del Naviglio in Parma, aderì al movimento di autodifesa organizzato dagli abitanti per impedire l’accesso degli squadristi fascisti nel rione Trinità-Naviglio.Tale movimento spontaneo fu attivo ancor prima della nascita degli arditi del popolo: il 19 aprile 1921 il borgo si difese con le armi respingendo un tentativo notturno di penetrazione fascista, durato più di tre ore, nel corso del quale perse la vita uno dei difensori, il calzolaio Italo Strina, interventista e valoroso combattente della prima guerra mondiale.Il Mora, quando Guido Picelli alla fine del luglio 1921 fondò il proprio movimento, divenne ardito del popolo e prese parte all’uscita dimostrativa del 7 agosto 1921: in quella occasione 87 arditi del movimento sfilarono in ordine militare per le vie cittadine, capeggiati da Guido Picelli.Come è stato possibile appurare attraverso ricerche documentarie, la morte del Mora avvenne nelle seguenti circostanze: il 4 agosto 1922, poco prima dell’intervento dell’autorità militare fissato per le ore 11, egli uscì dalla trincea per meglio individuare la provenienza del fuoco fascista.Spintosi coraggiosamente nei pressi di borgo degli Studi, venne colpito a morte mentre, da un apprestamento di fortuna, rispondeva al fuoco sparando col proprio fucile.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 100.

MORA CARLUCCIO, vedi MORA CARLO


Vigatto 12 febbraio 1943-Vigatto 10 maggio 1996
Diplomato in flauto al Conservatorio di musica di Parma nel 1966, dopo aver esercitato la professione in orchestre liriche, si dedicò alla direzione di bande musicali, insegnando nel contempo nelle scuole secondarie. Alla metà degli anni Settanta fu tra i fondatori della banda musicale di Felino, che diresse per un paio di anni, per passare poi a quelle di Tarsogno e di Fornovo di Taro.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 12 maggio 1996.

Colorno 1879-Nervi 16 giugno 1950
Nato da una famiglia povera, con grandi sacrifici frequentò il Regio Istituto di Belle Arti di Parma (allievo di Cecrope Barilli), ottenendo la licenza del Corso Speciale di Ornato col premio di 1° grado e attestati di merito nella composizione e nella storia dell’arte (1896).La sua sorprendente abilità nel disegno lo portò poi all’insegnamento nelle scuole secondarie, ottenendo per concorso sedi di 1a classe, come Rimini, Roma e Genova. Innumerevoli furono i suoi lavori decorativi e illustrativi, nei quali adoperò specialmente gli stili barocco e rococò.La figura e lo slancio del cavallo furono sempre per la sua penna e il suo pennello un campo di abilità rappresentativa tale da gareggiare coi migliori artisti. Lasciò molte illustrazioni, tra cui le 60 tavole di storia genovese.Dipinse anche i sipari dei teatri di Rimini, Fidenza e Busseto e realizzò varie decorazioni e quadri a olio per chiese.Di lui rimangono anche le illustrazioni dei monumenti più caratteristici di Colorno: Il Castello nel 1500, Il Duomo nella sua forma primitiva gotico-lombarda, Il Teatro Ducale prima della demolizione manicomiale nel 1887 e il Panorama dei giardini della Villa Farnese di Colorno visti dalla fontana di Proserpina rapita.Questa prospettiva del giardino italiano più caratteristico del Settecento (prima che sorgesse quello di Caserta) è di un sorprendente effetto: dopo essere stata inserita nei grandi trattati del giardinaggio, fu pubblicata nel numero di marzo 1951 de Le Vie d’Italia. Fu grande amico e collaboratore di Glauco Lombardi.
FONTI E BIBL.: G.Lombardi, in Parma per l’Arte 2 1951, 91; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 108-109.

Parma 2 febbraio 1885-Parma 26 dicembre 1968
Frequento l’Accademia di Belle Arti di Parma (allievo di Edoardo Collamarini) dal 1897 al 1907.Il Mora collezionò, ancora prima del diploma, una lunga serie di encomi da parte del direttore dell’Istituto di Belle Arti Cecrope Barilli.Suoi disegni furono mandati dall’istituto di Belle Arti di Parma a Roma presso il Ministero, in occasione dell’Esposizione di Bruxelles.Non si sa di quali opere si trattasse, ma quasi con certezza Edoardo Collamarini scelse quei lavori realizzati nel corso della formazione accademica, visto che all’appuntamento belga dovevano essere esposti, dopo accurata selezione, i disegni degli allievi degli Istituti di Belle Arti.Forse vennero esposte proprio quelle tavole curatissime che si trovano nell’archivio privato Mora e che riguardano il progetto per Palazzo ad uso serra del Concorso Rizzardi-Polini.Conseguì infine il titolo di professore di disegno architettonico.Prima di iniziare la professione, il Mora frequentò a Milano un corso presso la Società Scenografi del Teatro alla Scala (1906), dimostrando attitudine non comune in ispecial modo per ciò che riguarda la parte architettonica e prospettica dell’arte scenografica, come ebbe a dichiarare il maestro del corso, Vittorio Rota, uno dei più prestigiosi artisti della scena.Il primo progetto firmato dal Mora riguardò un edificio  conosciuto col nome di Palazzo Podestà (1908), situato all’angolo di via Cavour e borgo Angelo Mazza.Semidistrutto durante l’ultimo conflitto e in seguito demolito, presentava quei caratteri classicheggianti che nulla concedono alle tentazioni floreali.Sulla facciata dimensionata dal modulo delle finestre con timpano correva un balcone sorretto da mensole e a pian terreno si aprivano sulla strada quattro occhi di bottega.Per esattezza di volume sobrietà di motivi decorativi e chiarezza formale, l’edificio si integrava esemplarmente nell’arteria centrale di Parma. Portato a termine questo impegnativo e apprezzato lavoro, il Mora rielaborò palazzo Malpeli (1910), una costruzione cinque-seicentesca con cortile interno, posta di fronte all’edificio della Corte d’Assise.Sfruttati maggiormente gli spazi interni, l’esterno venne rivestito con timidi rilievi a stucco e riquadrature geometrizzate di gusto secessionnista, allineate lungo le fascie marcapiano sopra e sotto le altissime finestre abbinate.Nella realizzazione di villa Manfredi (1912), oltre i limiti orientali del centro storico, il Mora dimostrò un’aperta seppur meditata vocazione per l’Art Nouveau: un edificio strutturalmente sobrio, impreziosito da una scala d’ingresso e da un balcone con ringhiere in ferro battuto tra i più eleganti e i più caratteristici di tutto il repertorio Liberty, non soltanto nazionale. A questi elementi, svincolati da ogni rigore simmetrico, fanno da contrappunto decorativo i delicati rilievi plastici delle finestre.Nonostante il fortunato inizio dell’attività professionale, il Mora, incline per temperamento ai gesti decisi, affrontò nel 1912 un lungo viaggio in mare verso Buenos Aires, convinto di potersi affermare in quel lontano paese con la sola forza del suo ingegno.Le speranze non andarono deluse e, pur senza mezzi e senza appoggi, nel giro di pochi mesi ottenne un incarico importante: l’insegnamento della prospettiva nell’Istituto di Belle Arti della capitale argentina.Per il Mora, che già aveva fatto parlare di sé nelle riviste artistiche, si aprì una carriera densa di promesse.Oltre ad affermarsi nell’insegnamento, riuscì  a progettare importanti edifici in diverse zone della città.Tenuto in grande considerazione, venne spesso invitato a presenziare a manifestazioni artistiche e culturali di alto livello.Intanto la vicenda politica europea precipitò improvvisamente con lo scoppio della prima guerrra mondiale.Il Mora, rimasto sempre idealmente legato alla sua patria, pur avendo un avvenire sicuro in Argentina, s’imbarcò sul primo piroscafo per l’Italia e, raggiuntala, corse ad arruolarsi.Ritornato nella città natale alla fine della guerra, il Mora, con volontà tenace accompagnata da una preparazione esemplare, riuscì a colmare il vuoto della lunga parentesi di inattività. Riprese il lavoro con rinnovato entusiasmo, riallacciando i rapporti professionali a lungo interrotti: costruì palazzo Amoretti (1920), in via Trento, e casa Peracchi (1920), in via Mazzini, e successivamente villa Rossi-Gasparri (1923), in viale Campanini.Si aprì proprio allora per Parma un decennio (1916-1926) di intensa attività edilizia, specialmente nel settore residenziale.I viali periferici, soprattutto quelli a sud della città, si andarono popolando di case unifamiliari, circondate da aree coltivate a giardino. Molte di queste portarono la firma del Mora: tra le altre, villa Rampini, in viale Solferino, villa Scotti e villa Razzaboni, sullo Stradone, portate a termine nel triennio 1919-1921.Queste costruzioni portano il segno di quella mentalità piccolo-borghese che richiedeva ai costruttori una casa, anche modesta, ma dominata dalla presenza di una torre, considerata, secondo la tradizione medioevale, elemento distintivo di classe. Da segnalare, anche per l’esistenza di almeno tre varianti di progetto, di cui la seconda attuata, la villa realizzata per il costruttore Masini, treapiazzale XXV aprile e viale Berenini.Le prime due versioni risalgono al febbraio-aprile del 1916 e al maggio dello stesso anno. La terza versione risale all’aprile 1919.La pianta esprime chiaramente l’impostazione della villa urbana di inizio Novecento, dove le stanze a spigoli smussati girano attorno alla hall sovrastata dal lucernaio e si interrompono per fare spazio a un corpo scala, a un giardino ritagliato e a una torretta.Sui prospetti i balconcini ricurvi, le bifore ad arco a sesto acuto, la trifora della torretta e i cartigli decorati dei sottogronda, il diverso trattamento delle superfici, a bugnato, a mattoni visti e a intonaco di cemento bocciardato, sono elementi tipici della villa urbana borghese.Villa Saccani riprende la stessa struttura compositiva dei fronti di casa Moraschi di Alfredo Porvinciali: stesse membrature a spigoli ricurvi e in altorilievo, che rigiravano con continuità attorno alle finestre, stessa diversità di trattamento delle superfici della facciata.Situata tra via Emilia est e via Bottesini, si sviluppava come lungo corpo rettangolare, dove l’andito distribuiva longitudinalmente le stanze della casa.La facciata era tripartita in una parte centrale più alta di un piano e in due laterali simmetriche.Al 1920 risale il progetto di Palazzo Zanchi, all’angolo di viale P.M.Rossi e via Emilia est, con pianta a L e corpo scala in angolo.Non si sa se realmente l’opera realizzata si debba attribuire al Mora oppure al Maffei, al Tomasi o al Chiavelli, dei quali si sono rinvenuti i rispettivi progetti per lo stesso lotto e commissionati dallo stesso costruttore Pietro Zanchi.Villa Soncini-Gabbi risale al 1923. Casa Trombini (1924), situata tra borgo Lalatta e via Salimbene, contiene elementi nuovi rispetto alle precedenti, come le decorazioni a graffito della fascia marcapiano e sovrastanti le finestre del piano terra. Poco dopo il Mora ebbe l’incarico di studiare il progetto in stile del campanile della chiesa di Collecchio (1922).Il campanile sorse in un lungo arco di tempo, ispirato a quello del Duomo di Parma, come si rileva dai motivi decorativi, dalle riquadrature, dalle bifore e trifore, dalla balaustra terminale dominata da una guglia piramidale sormontata da una statua bronzea del Redentore. Nel 1923 il Mora ottenne l’incarico di progettare il palazzo della Camera di Commercio, affiancato, per la risoluzione dei problemi tecnici, dall’ingegnere Alfredo Provinciali.L’imponente blocco sorse in un punto vitale del centro storico: l’area delimitata da via Cavestro, via Università, piazzale Bernieri e la sede dell’UPIM, a pochi passi dalla chiesa romanica di Sant’Andrea e di fronte alla facciata barocca di San Rocco.Un grande atrio con colonne immette nella sala degli sportelli e, separata da questa, un’elegantissima scala a quattro rampe conduce ai piani superiori, dove si sviluppano, con razionale distribuzione, gli ambienti a uso di rappresentanza.All’esterno, nelle larghe facciate, vengono riproposti, con più ampio respiro e più minuto studio dei particolari, i vari elementi architettonici e decorativi già introdotti in palazzo Podestà.Grandi riquadrature rettangolari girano intorno all’edificio sotto la forte sporgenza del cornicione, che attenua con la sua ombra le tinte un tempo vivissime degli affreschi di Poolo Baratta, illustranti l’allegoria del commercio.Altri affreschi, opera di Daniele de Strobel e di Enrico Bonaretti, impreziosiscono le sale interne, assieme agli stucchi di Giuseppe Carmignani.In questo notevole complesso tutto si fonde e si lega con un equilibrato gioco di vuoti e di pieni e tale armonia di proporzioni, unita alla perfetta impostazione volumetrica, stabilisce un rapporto con la logica costruttiva e urbanistica degli edifici circostanti.Particolare interesse riveste il progetto, studiato poco dopo dal Mora, per la decorazione architettonica esterna laterale della chiesa di Sant’Alessandro, il quale fu scelto tra i tanti presentati in seguito a un pubblico concorso.Il progetto porta anche la firma di Atanasio Soldati: fu forse l’unico lavoro architettonico di questo artista, che attraverso l’astrattismo geometrico riuscì più tardi a raggiungere la celebrità.Alcuni anni dopo il Mora realizzò altre costruzioni di tipo residenziale, dalle quali già affiora una certa sensibilità razionalista: palazzo Negri (1934), in borgo Paggeria, e palazzo Merli (1935), di fronte al cinema Orfeo.All’avvicinarsi degli anni Quaranta, quando ormai gli architetti del primo Novecento cominciavano a essere considerati dei decadenti, il Mora accettò l’incarico di costruire palazzo Medioli (1938), la prima casa alta di Parma.L’edificio, coi suoi otto piani fuori terra, costituisce un blocco di notevole volume, che domina la sottostante piazza Ghiaia.contrariamente alle scelte di molti suoi colleghi, il Mora seppe coraggiosamente abbandonare le idee della prima giovinezza progettando un edificio in linea coi tempi, condizionati dall’uso di certi materiali imposti dal mercato autarchico e dal gusto del Novecentismo imperante.La mascheratura delle facciate con lastre di travertino romano intercalate da striscie di cotto novo si uniforma ai metodi costruttivi del tempo.Questo palazzo, più criticato che discusso, servì da modello, proprio come fatto estetico, a edifici di successiva realizzazione.La scelta del Mora fu irreversibile e le numerose costruzioni che seguirono sino agli anni Sessanta non ebbero più nulla in comune con quelle realizzate nel primo quarto di secolo.Particolare significato rivestono le case popolari in via Milazzo (1938), palazzo Mantovani (1952), alla fine di via Garibaldi, e il condominio dei dipendenti della Cassa di Risparmio.Tra le opere minori del Mora vanno ricordate, a Parma le cappelle funerarie della famiglia Lagazzi (1919), Corazza (1925), Carrega Bertolini (1931), Pizzetti Braibanti (1945), Ferri (1951), Mordacci (1954) e Scotti (1952), il monumento ai Caduti di Soragna (1923), casa Tarasconi a Sala Baganza (1925), villa Montagna a Collecchio, l’asilo infantile di Traversetolo (1960), una chiesa parrocchiale a Marina di Massa (1933), la chiesa del Sacro Cuore di Parma (1937), la Casa dello Studente e il progetto della Casa Littoria di C.Ciano a Neviano degli Arduini.Dopo la guerra, diverse sue opere del primo periodo di attività vennero demolite, cosicché, negli ultimi anni di vita, il Mora ebbe a temere di veder distrutta l’intera sua opera.Lavoratore di solidissima tempra, il Mora frequentò i cantieri sino agli ultimi mesi di vita.Si spense ottantatreenne, a pochi giorni di distanza dalla scomparsa della moglie, ancora laborioso e vitale e più che mai interessato ai problemi architettonici e urbanistici della sua città.I numerosi disegni conservati dalla famiglia documentano l’inesauribile fantasia del Mora, che, in virtù di una vasta cultura, seppe autorevolmente inserirsi, con intuito nuovo, nella corrente novecentista più avanzata.Il Mora, oltre all’architettura, coltivò sempre in parallelo la pittura.Cominciando a dedicarsi all’acquerello nei primissimi anni del XX secolo, cioè quando era poco più che un ragazzo, risentì soprattutto degli studi tecnici che andava compiendo.Così il suo primo acquerello fu uno Studio di scenografia (1901), debitore, inevitabilmente, di quel gusto eclettico dai prevalenti connotati tardoromantici che in campo teatrale conobbe una lunga durata.L’opera rileva però anche una marcata propensione per l’aspetto architettonico, esibendo un ricco repertorio di strutture a volta, colonne e capitelli, mensole, balaustre, architravi e scalinate, quasi che l’intento del Mora fosse quello di dimostrare lo stato di avanzamento dei suoi studi.Negli anni successivi l’interesse per l’aspetto scenografico non venne meno ma si modernizzò, contando non tanto sulle risorse del teatro quanto su quelle del cinema, la nuova arte che proprio in quel periodo compiva progressi decisi, conquistando il favore del pubblico e di certi intellettuali e sviluppando le proprie tecniche.L’Interno di Basilica del 1909 e l’Ingresso di Basilica con leoni stilofori del 1911 sembrano difatti essere collegati, nel loro impianto grandioso e per modalità delle visione, a scene di un film. In particolare, nell’interno di Basilica la rievocazione del tempio ravennate, con l’incanto dei mosaici e degli intarsi marmorei, acquista sapore per la presenza di ministri del culto resi con un taglio appunto cinematografico.Agganci con le soluzioni di certi fotografi dimostra invece lo splendido acquerello I leoni del Duomo, del 1905, in cui la solita precisione dei particolari architettonici si accompagna alla rievocazione di un momento nelle giornate della piazza del Duomo: il Mora offre un’inedita veduta di Parma nella fusione tra un emblema visivo della città e un tratto di flagrante modernità, di suggestione liberty.L’opera più interessante è forse però La cella campanaria del Duomo di Parma, del 1911.Qui il Mora rinuncia al gusto, che pure possedeva in misura rilevante, per le rievocazioni storiche, per privilegiare invece l’osservazione minuziosa dell’insolito ambiente e soprattutto degli ingranaggi delle campane, così complessi da legittimare la lettura del luogo, di fatto dominato da tecniche sapienti e antiche, come un antro un po’ piranesiano o alla Victor Hugo medievalista. Nei decenni successivi ilMora si dedicò soprattutto alla pratica architettonica.Ma in tarda età, almeno a partire dagli anni Cinquanta, ritornò a quella sua giovanile passione per l’acquerello, svincolandola, ancora una volta, dalle esigenze del suo mestiere.Non che fosse venuto meno l’interesse per l’architettura, ché anzi la maggior parte di queste opere tarde riproducono con bella evidenza edifici monumentali della città di Parma, anche gli stessi visti in differenti stagioni e condizioni di luce, con quella medesima attenzione per i particolari che aveva contraddistinto gli esordi.Colpiscono maggiormente, però, gli acquerelli ispirati al paesaggio, alla natura o anche a qualche veduta di anonimi scorci cittadini.È come se il Mora, dopo tanta familiarità con le opere dell’uomo, avesse sentito il bisogno di ritrovare un rapporto più diretto con le cose e di rifugiarsi nella pace della natura.Ecco, quindi, la Chiesa del Quartiere (1964), San Sepolcro (1967), il Campanile di Sant’Alessandro (1966) e Vicolo del Vescovado (1967).Nei paesaggi, invece, amò giocare di più sulle contrapposizioni di colore, come in quei Panni stesi del 1967 o nel Bosco (1965), dove le tessere cromatiche paiono mosaici illuminati dal sole.L’approdo del Mora giunse a un naturalismo quieto, con la luce che filtra attraverso la tessitura vegetativa degli alberi (Gianni Cavazzini), un naturalismo però mai banale e scontato.Il Mora ottantatreenne poté perfino, nell’acquerello dal titolo Il ciliegio, rinunciare a una resa eccessivamente fotografica per esaltare la pura valenza decorativa, ai limiti dell’astrazione: un’altra, definitiva prova della freschezza e della modernità della sua ispirazione.
FONTI E BIBL.: G.Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 127-131; Gli anni del Liberty, 1993, 120-122; Gazzetta di Parma 19 aprile 1997, 5,  e 8 maggio 1997, 5.


Talignano 1851 c.-Castelgandolfo 12 maggio 1940
Figlio di Carlo. A ventinove anni si portò da Parma a Gastelgandolfo quale Segretario Comunale. Ebbe due medaglie al valor civile per aver coraggiosamente affrontato rissanti armati. I suoi meriti militari (raggiunse il grado di Colonnello) si riassumono invece in due croci di guerra, una medaglia dei volontari per aver rifiutato tre volte l’esonero e aver chiesto la prima linea, una campagna d’Italia, la medaglia della I Armata e quella dell’Unità d’Italia, una campagna di Francia, la Croce di Cavaliere Ufficiale e un encomio del colonnello bardiani.Il Comune di Castelgandolfo gli tributò la sua riconoscenza con una medaglia d’oro.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 171; F. Botti, Talignano, 1973, 102.

Parma 18 luglio 1838-Parma 1 dicembre 1887
Combatté valorosamente nel 1859 a San martino, dove subì una prima ferita, e nel 1866. Sui monti del Tirolo (passo del lodrone) fu gravemente ferito da una granata.Nel 1867 prese parte alla campagna dell’Agro Romano. Ritornò a Parma decorato della medaglia al valor militare e della Croce di Cavaliere della Corona d’Italia ma mutilato della gamba sinistra. Datosi all’avvocatura, divenne uno dei più noti penalisti del foro parmigiano. Nell’ottobre del 1877 ottenne la libera docenza in diritto costituzionale presso l’Ateneo di Parma e occupò quella cattedra sino al 1886. A scopo politico fondò un giornale liberale, che ebbe quale avversario il Presente.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1887, n. 328; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414; A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 70-71; G.Badii, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1933, 638-639; A. Ribera, Combattenti, 1943, 275.

Parma 29 settembre 1883-13 aprile 1973
Dopo aver frequentato l’Accademia militare di Modena, prese parte alla guerra 1915-1918 come capitano del V Reggimento alpini.Dal 1920 al 1928 fu insegnante alla Scuola di applicazione di fanteria e nel 1936 fu nominato comandante del presidio di Zara.Poi, dopo una missione speciale in Tripolitania, passò nel 1938 al Comando corpo d’armata di Bologna.Comandante del distretto militare di Sassari dal giugno 1940, due anni dopo venne promosso generale di divisione.Nel luglio 1945 fu collocato nella riserva col grado di generale del corpo d’armata.Già decorato di medaglia d’argento nel 1916, meritò un secondo analogo riconoscimento sul campo l’anno successivo perché incaricato della difesa di un importante tratto del fronte, per tre giorni consecutivi, nonostante violenti bombardamenti e ripetuti attacchi nemici, manteneva saldamente le posizioni, energicamente contrattaccava e con violenti corpo a corpo riconquistava alcune trincee perdute.Cadute le posizioni laterali, battuto di fianco e minacciato di aggiramento, resisteva ancora e ributtava nettamente l’avversario.Gli vennero poi conferite altre decorazioni e croci di guerra.Uomo di lettere e di vasta cultura, scrisse romanzi (uno dei quali, Il figlio atteso, pubblicato da Guanda), commedie, novelle per ragazzi e numerosi saggi e collaborò con riviste nazionali e locali con articoli storici e letterari.Il Mora, che fu altresì presidente del Comitato per l’arte (1946-1953) e membro della deputazione di storia patria (1951), iniziò la collaborazione con la Gazzetta di Parma (della quale fu anche direttore amministrativo per un breve periodo a conclusione della seconda guerra mondiale) nell’agosto 1923. Collaborò alla rivista Parma per l’Artefin dal suo inizio.Nel 1957 fu pubblicata una bibliografia essenziale dei suo principali lavori, comprendente più di trecento articoli, pagine critiche e parecchi saggi sparsi in oltre quaranta giornali e riviste locali e nazionali.Fu al centro di civili battaglie per la salvaguardia dei valori artistici e culturali della città di Parma, che amò appassionatamente.
FONTI E BIBL.: Si è spento a 90 anni il generale Manlio Mora nostro collaboratore, in Gazzetta di Parma 15 aprile 1973, 4; E.Bezzi, In memoria del Generale Manlio Mora, in Aurea Parma 57 1973, 161; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 714.


Parma 1865
Maestro di musica, nel 1865 faceva parte della banda della Guardia Nazionale di Parma. Fu anche avvisatore al Teatro Reinach.
FONTI E BIBL.: L’Amico dell’Operaio 4 dicembre 1865.

Parma 1903-Buenos Aires 1968
Industriale nel settore dei frigoriferi, si trasferì in Argentina molto giovane.Fondò gli stabilimenti Parma a Las Heras.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 luglio 1989, 3.


Parma 1910-Salsomaggiore 29 agosto 1998
Fu assunto a sedici anni come operaio alle Terme di Salsomaggiore, ma ben presto fu trasferito al ramo impiegatizio.Negli anni Trenta fu poi nominato responsabile del settore economato degli alberghi termali dove rimase anche durante la seconda guerra mondiale. Insieme a Giuseppe Sozzi e al professor Vittorio Mangoni, il Mora fu responsabile politico, nella clandestinità, del Comitato di Liberazione Nazionale, rischiando l’arresto da parte dei nazifascisti e la deportazione.nominato capo del servizio personale delle Terme dopo la seconda guerra mondiale, tornò però, dietro sua richiesta, all’ufficio economato, dove rimase fino al collocamento in pensione.Amante della cultura e della letteratura, il Mora si avvicinò alla poesia, nella quale amava spesso rifugiarsi, e nel 1952, coi tipi dell’editore Guanda, pubblicò la sua prima raccolta di liriche, dal titolo Sonetti del tempo, alla quale ben presto fecero seguito altre numerose pubblicazioni, anche in francese, che gli valsero l’apprezzamento e la stima di numerosi esponenti del mondo letterario anche d’oltralpe, oltre a numerosissimi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 agosto 1998, 22.

Parma-post 1917
Scrisse il libretto per l’operetta Il re dei belli, musicata da Giuseppe Camerani. Fu eseguita la prima volta nel 1917 al Teatro Fossati di Milano e portata poi per l’Italia dalla compagnia di Augusto Angelini.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Reinach, 1995, 397.

San GiorgioPiacentino 1893-Salsomaggiore Terme 1977
Frequentò giovanissima un collegio di monache benedettine e a diciannove anni entrò tra le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli.Nel 1919 fu trasferita presso l’Opera Pia catena di Salsomaggiore, dove trascorse cinquantotto anni di vita consacrata.
FONTI E BIBL.: R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 9-10.

MORA, vedi anche MAURO


Parma 12 marzo 1893-Monticelli Terme 3 dicembre 1967
Nacque quando il padre, Francesco, colto ingegnere abruzzese, era morto da quasi otto mesi.La madre, Vittoria Ferrari, di famiglia benestante, maestra elementare, rimase profondamente segnata, nel carattere e nella salute, dalla morte del marito. La Morabito, ancora giovanissima, sentì un’affinità spirituale per Pascoli e imparò ad amarne la poesia. Nel 1916 completò il suo studio Misticismo di G.Pascoli. Venne pubblicato nel 1920 da Treves e tutti i letterati di allora ne fecero le più ampie lodi: primo tra tutti Benedetto Croce, ma anche Galetti, Prezzolini, Borghese, Zanetti, Bernini, Pietrobono, Tilgher, Pascal, Chiesa, Papini, Cecchi, Momigliano, Valeri, Briganti, joergensen, Bandini, Bertoli, Tonelli, Pancrazi, Manara Valgimigli, Tecchi e Piccoli diedero giudizi interessanti, ognuno secondo la propria sensibilità e cultura, ma tutti ugualmente concordi nella lode senza riserve. Eleonora Duse espresse il suo giudizio in questi termini: Penso a lei con tenerezza e ammirazione. La ringrazio di aver accresciuto in me, amore e conoscenza. Il libro non perse d’interesse col passare del tempo. Nel 1951 Dino Provenzal scrive: Io la conosco per il suo bellissimo libro sul Pascoli. Nel 1955, nella rivista Il Ponte, Arrigo Levanti e Gianni Scalia parlano dello studio della Morabito come della più importante interpretazione della poesia pascoliana.Pietro Mazzamuti, nel suo libro Pascoli (Palumbo, 1957), riporta quattro intere pagine dello studio della Morabito e dice tra l’altro: Insieme al Galletti, rappresenta un momento notevole nello svolgimento della critica pascoliana. Quando nel 1958 la casa editrice di Firenze Nuova Italia pubblicò in due grossi volumi I classici italiani nella storia della critica,S.Antonielli si occupò dei critici del Pascoli e mise assolutamente in primo piano lo studio della Morabito (il discorso su Pascoli è ancora aperto e può essere svolto utilmente partendo dal primo saggio del Croce e dalla vivace sintesi della Morabito). La Morabito lasciò altri studi interessanti. Pochi seppero entrare come lei nel mondo incantato del Bojardo, tutto sfumature e delicata bellezza (A Matteo Maria Boiardo, in Aurea Parma  1921). Capì l’anima torbida di Fogazzaro, che riunì, senza riuscire a fonderli, un alto intuito di artista vero e una debole e confusa capacità di pensare e di sentire (Malombra, libro di poesia, in Aurea Parma1921). Cercò con analisi sicura il motivo della personalità di Giovanni Papini, ricca di tutti i contrasti (Papini Cristiano; la prima parte fu pubblicata in Aurea Parma 1921, la seconda, inedita, doveva uscire nella Nuova Antologia nel 1954 ma Antonio Baldini le scrisse: In questo momento le condizioni fisiche di Papini sono così miserabili che proprio non avrei cuore di recargli l’afflizione di leggere un giudizio, nel fondo, così negativo). Nel 1922 scrisse in Aurea Parma la recensione al primo libro di Bonaventura Tecchi, Il nome sulla sabbia: è un capolavoro di finezza, un’analisi precisa di quello che le parole nascondono, fino a tracciare con rara abilità la fisionomia spirituale del giovane scrittore.B.Tecchi le fu profondamente grato e da allora nacque la nobile amicizia con la Morabito che durò tutta la vita. Sempre in Aurea Parma, pubblicò (1922 e 1955) due scritti autobiografici: Quell’anno e Consolazioni. Nell’ultimo suo lavoro, Carducci e Ghirardini.Maestri nell’ateneo bolognese (Nuova Antologia 1964) la morabito riuscì a far rivivere l’atmosfera che il Carducci aveva risvegliato nella sua Università.
FONTI E BIBL.: B.Tecchi, Una figura scomparsa che onora Parma: Francesca Morabito, in Gazzetta di Parma 14 dicembre 1967; M. MontanariRavazzoni, Ricordo di Francesca Morabito, in Gazzetta di Parma 3 dicembre 1968; G.Cusatelli, Parole a voce bassa, in Aurea Parma 53 1969, 119-127; M.Montanari Ravazzoni, Benedetto Croce a Francesca Morabito, in Gazzetta di Parma 12 marzo 1969; M.Montanari Ravazzoni, in Aurea Parma 2/3 1969, 128-131; M.Montanari Ravazzoni, Papini cristiano in un articolo di Francesca Morabito, in Parma nell’Arte 2 1971, 7-18; Valgimigli Manara, Lettere a Francesca, a cura di M.V. Ghezzo, Milano, Pan, 1972; D.Borioni, Le lettere a Francesca Morabito: l’ultimo Valgimigli, in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1973; L’esempio e l’opera di Francesca Morabito, in Gazzetta di Parma 15 aprile 1973, 6; M.V.Ghezzo, Lettere a Francesca, in Aurea Parma 57 1973, 79-92; F.da Mareto, bibliografia, II, 1974, 714; M.Silvi Bergamaschi, Ricordo di Francesca Morabito 1893-1967, in Il Color Malva luglio-ottobre 1998, 5.


Borgo San Donnino 17 gennaio 1686-Piacenza 26 novembre 1722
Frate Cappuccino.Fu provato da varie infermità, sopportate con religiosa pazienza.Compì la professione a Carpi il 4 ottobre 1707.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 666.


Parma 1610/1611
Fu cantore alla chiesa della Steccata di Parma dall’ottobre 1610 al 21 gennaio 1611, nel quale giorno fu licenziato come non necessario.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 85.

Parma 1831
Cognato del tenente Boeri, durante i moti del 1831 fu un capo popolo riscaldatissimo il quale azzardò pure infamanti improperi contro la Sovrana, che pubblicamente chiamava ex Maria Luigia.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831,  in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 180.

Collecchio 1832/1837
Ingegnere. Risulta quale perito in tre documenti (7 maggio 1832, 31 luglio 1834 e 6 giugno 1837) per lavori di congiungimento della strada Scodoncello con la strada di Campirolo.
FONTI E BIBL.: Malacoda 9 1986, 50.

Parma 1622
Visse nella prima metà del secolo XVII.È noto per un suo manoscritto posseduto dalla biblioteca Palatina di Parma e dedicato il 12 marzo 1622 al duca di Poli, Lottario Conti: Apparata delle cognitioni delle polvere, et salnitro, et suoi effetti con il modo di fabbricarli in diversi modi, e la uera et approuata maniera di fare diuerse sorti di fuochi artificiali da guerra. Di Pietro Morandi Parmigiano. Il manoscrittto è costituito di 60carte, oltre 5 preliminari. Dalla dedicatoria sembra che il Morandi avesse esercitato l’arte della guerra.Il duca di Poli militò in Francia a favore della chiesa e poi meritò l’amicizia e la confidenza del duca di Parma Ranuccio Farnese, suo parente, che lo chiamò a Parma e se ne servì in affari di grande importanza, specialmente con la Corte di Spagna, ove lo inviò come Ambasciatore. Fu presente alla morte di Ranuccio Farnese e ne governò con pieni poteri gli Stati prima che Odoardo Farnese uscisse dalla minore età.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 925; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 288.


Parma 1606
Fece parte della Compagnia dei violini di Parma dal 1603 al 1606.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma XIII secolo
Fu maestro di grammatica. Di lui è ricordata, sia dal Salimbene sia dal Bartoli, una poesia in lode del vino.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 464.

Milano 16 aprile 1805-Parma 20 febbraio 1880
Nata da distintissima famiglia di Milano, nel 1821 sposò il capitano Enrico Melloni, fratello di Macedonio. Rimase vedova nel 1839. La sua casa fu il ritrovo di persone distinte nelle scienze, nelle lettere e nelle arti. La Morardet si distinse per le numerosissime opere di beneficenza da lei poste in atto.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 117-120; Gazzetta di Parma 15 marzo 1923.


-Genova aprile 1899
Prese parte alle congiure che prepararono l’epopea del Risorgimento italiano. Nel 1848 fu volontario nella 1a Colonna Parmense e prese parte anche alla campagna del militare1849.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 maggio 1899, n. 129; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414.


Gravago 30settembre 1780-Gravago 19novembre 1859
Soldato del primo Impero napoleonico, venne creato sul campo di battaglia Barone dell’Impero dopo che un colpo di cannone gli fracassò il braccio sinistro, rimastogli attaccato alla spalla solo per poca pelle. Al passaggio di Napolene Bonaparte col suo seguito, il Morbiani si strappò il braccio sinistro stritolato e, gettandolo per aria, gridò Vive l’Empereur.l’imperatore si arrestò e toccandogli le spalle, rispose: Bon jour, Baron de l’Empire.Il Morbiani fu poi pensionato dal Governo Francese.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 289.

Sorbolo 1922-Varano de’ Melegari 7 gennaio 1945
Inviato in campo di concentramento in Germania, riuscì a fuggire e a ragggiungere il fratello Sergio sui monti della provincia parmense, nella 31a Brigata Copelli. Durante le giornate del rastrellamento di Varano de’ Melegari del gennaio 1945, il giorno 7 il Mordacci, nel corso di un contrattacco, riuscì con pochi compagni a entrare in paese: tutti vennero però circondati e abbattuti. Fu decorato con medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 100.

Castelnovo di Sotto 1923-Varano de’ Melegari 10 gennaio 1945
Fratello di Renato. Fu tra i primi a entrare nelle file partigiane, nella 31a Brigata Copelli.  Il 10 gennaio 1945 il Mordacci venne sorpreso con diciotto compagni presso una cascina, dove si erano rifugiati: vennero tutti massacrati. Fu decorato con medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 100.


Parma 1586
Fu pagato 69 lire per ventitré giorni di lavoro per il catafalco della duchessa di Parma Margherita d’Austria nel 1586.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol.IV; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 350.

Port Royal o Santo Domingo 1782 c.-Parma post 1830
Contessa. Pittrice, fu attiva nella prima metà del XIX secolo.Nel 1802 sposò Pompeo Dall’Asta. Ebbe corrispondenza col Pezzana (1807-1830).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti Parmigiane, IX, 117.


Parma-post 1689
Nella stagione di Fiera del 1689 cantò nel Pubblico Teatro di Reggio Emilia in Clearco in Negroponte.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Corniglio 1896-Podgora 6 agosto 1916
Figlio di Pietro. Caporale del 2° Reggimento Genio, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Dirigeva con intelligenza e valore il collocamento dei tubi esplosivi sotto i reticolati nemici. Accortosi che la miccia di un tubo si era spenta, soffermavasi per riaccenderla, rimanendo vittima dello scoppio di altri tubi.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 107a, 6636; Decorati al valore, 1964, 38.

MORENI MARIANO, vedi MORINI MARIANO

Parma-post 1926
Soprano, il 14 settembre 1926 si esibì come Giannetta nell’Elisir d’amore in una stagione d’opera organizzata e diretta da Renzo Martini al Teatro Reinach di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Reinach, 1995, 500.

Parma-post 1918
Soprano, nel gennaio 1918 debuttò al Teatro Reinach di Parma con la compagnia di operette di Gino Vannutelli. Fu allieva di Maria La Via.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Reinach, 1995, 402.

MORESCHI FRANCESCO, vedi MORESCO FRANCESCO


Parma 1539/1545
Detto il pittore moresco o il preto moresco, venne pagato dal Comune di Parma il 17 luglio 1539 per aver dipinto gli stemmi del cardinale Angelo Ennio Filonardi, legato pontifico cispadano, nel Palazzo del Vescovado, in cui il prelato avrebbe in seguito alloggiato (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, ordinazioni Comunali, 1538-1539, c. 162).Il 14 agosto 1539 il Comune lo pagò per aver dipinto quattro stemmi da porre sul palio che il Comune esponeva in Cattedrale in occasione della solennità dell’Assunta il 15 agosto di ogni anno (Ordinazioni Comunali, 1538-1539, c. 188). Il 28 agosto 1540 fu pagato 2 lire per cinque stemmi (Ordinazioni Comunali, 1540, c. 156). Nel febbraio 1545 fu pagato dal Comune per aver dipinto in occasione del Carnevale (Ordinazioni Comunali, 1545). Il 29agosto 1545 fu pagato per stemmi dipinti in occasione della festa dell’Assunzione della Vergine (Ordinazioni Comunali, 1545, c. 173).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol.III, cc.311-313; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 350.

Parma 1543/1545
Nella Descriptio bonorum Com. Barbare et Horatii de Sanseverinis et Simonettis repertorum in domo habitationis eorum in civitate Parmae, die 15 junii 1612 (Archivio di Stato di Parma) si trovano annoverati: un libro con dentro diversi disegni e spolvirizamenti segnati di dietro via con queste lettere: Francesco Moresco in tutto numero sessantatre grande et piccole; due capi di disegni diversi signati di fuora via con queste lettere: Francesco Moresco. Potrebbe identificarsi con il prete moresco citato nel Libro delle Ordinazioni del Comune di Parma alla data 31 ottobre 1545, a cui il comune pagò 5 lire per dipingere stemmi.Nel 1543 il Moresco sollecitò il pagamento per aver dipinto ventiquattro bastoni per li donzeli e dieci stemmi del Papa per il Vescovado (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Raccolta degli autografi illustri).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III;Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 350-351.


Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 252.

Solignano 1880-Parma 1916
Nato da Ernesto, disegnatore e assistente edile, dimostrò sin da ragazzo un esuberante entusiasmo per il disegno. Entrò nell’Istituto di Belle Arti di Parma nel 1897 e frequentò il Corso Speciale di Architettura nel 1899 dopo il primo anno di Corso Comune. Sino al 1903 frequentò contemporaneamente la Scuola libera del Nudo. Allievo modello dell’Istituto, dopo un ciclo regolare di studi conseguì il diploma di Professore di Disegno architettonico a pieni voti e con menzione onorevole (1903). Prima ancora di diplomarsi, realizzò (1902) il suo primo progetto, studiato in collaborazione con l’amico e compagno di corso Igino Frattini: la scuola elementare di Fontanellato. l’affidamento dell’incarico definitivo, comprendente lo sviluppo con modifiche del progetto riguardanti unicamente alcuni locali secondari, avvenne solamente con lettera del 23 marzo 1906. In questo caso le soluzioni decorative risultano molto contenute e viene in particolare accentuato il carattere materico del rivestimento che si rifà a soluzioni tradizionali nell’abbinamento del mattone e della pietra. La soluzione distributiva è rigorosamente simmetrica: si distinguono un tronco centrale e due corpi avanzati con due accessi sul lato Nord. Ma il Morestori affrontò la prima vera esperienza costuttiva quando accettò l’incarico, affidatogli dall’amministrazione comunale di Parma, di progettare, con l’ingegnere domenico Ferrari, uno Stabilimento Bagni per la città (1902-1906), che avrebbero dovuto sorgere tra viale Basetti e via Goito. Il Morestori interpretò il tema impostando uno schema organico, dove le varie componenti del complesso si compenetravano e si integravano in un tutto armonico. Il blocco dell’edificio, a pianta rettangolare, era scandito modularmente nella facciata da ampie lesene, che creavano delle riquadrature in cui il traforo delle polifere a colonnine rompeva la piattezza della cortina muraria. La parte centrale, più alta, era ingentilita alla base da tre portali di accesso. Tutto intorno alla copertura girava una balaustra, sormontata da eleganti anfore classicheggianti. L’inutile demolizione del complesso e la successiva ricostruzione di tipica impronta littoria eseguita neglia anni Trenta cancellò una architettura che aveva un suo carattere e un suo significato nella storia edilizia di Parma. Fino al 1910 non si ha notizia di altri progetti. Nel giugno e nell’agosto di quell’anno avanzò richiesta all’Ufficio d’Arte per due sovralzi con sistemazione interna ed esterna di due piccoli edifici: casa di proprietà Campanini in borgo Cocconi e palazzo Tanzi in XX Settembre. Nello stesso anno progettò una edicola collocata in piazzale Santa Caterina sulla via Bixio. Da questi progetti emergono influenze decorative floreali.In particolare nel 1911, nelle decorazioni dell’abitazione del capitano Vittorio Poli in borgo Guazzo 58, emergono chiari riferimenti agli stilemi del Liberty floreale nel sottogronda e nelle cornici delle finestre. Con il 1912 iniziò la fase più intensa della sua attività professionale. Progettò il sovralzo e la sistemazione di casa Alfieri in via XX Settembre 39 e il progetto per una fabbrica di cioccolato fuori barriera Garibaldi, iniziando la collaborazione con l’Albertelli, progettista già noto sulla scena parmigiana, che proseguì con il restauro e le decorazioni di facciata di casa Ambrosi in borgo della Cavallerizza. Dopo avere eseguito un impegnativo lavoro in provincia (scuola di Brescello, 1912-1913), il Morestori disegnò e realizzò un edificio privato che per ubicazione e importanza è di grande interesse: palazzo Serventi, in via Mazzini (1914). La costruzione pluripiana, con due affacciamenti principali, posta sull’incrocio obliquo di via Mazzini con via Carduccci, arretrata rispetto agli altri edifici della prima strada, suscitò consensi e ammirazione e portò una nota nuova nell’antico contesto urbano. Il successo ottenuto dall’opera fece sì che al Morestori, ormai affermato, venisse affidato il progetto e la direzione dei lavori del cinema Edison (1915). L’edificio sorse con la facciata su via Cavour, modulata da una fitta tessitura di cornici che inquadravano i lunghi vani delle finestre nel rispetto di un certo rigore classicheggiante ma non priva di richiami di gusto floreale. La sala di proiezione, studiata a fondo con l’intento di creare uno spazio interno non appesantito da eccessivi dettagli decorativi, conservò a lungo le caratteristiche d’origine.I numerosi restauri succedutisi nel secondo dopoguerra falsarono la configurazione interna ed esterna dell’edificio: all’interno con arredamenti modernizzati, all’esterno con un sovralzo a piani degradanti dallo sconcertante profilo. Contemporaneamente il Morestori progettò e diresse i lavori di palazzo Lusignani, in via della Repubblica (1916). La facciata dell’edificio, che non ha sbocchi laterali, si adatta al contesto architettonico dell’antica strada, dove si affacciano, si alternano e si confrontano, con calcolato equilibrio, edifici civili e religiosi di epoche e di stili diversi, dal Gotico al Rinascimento, dal Seicento al Neoclassico.La ristrettezza dello spazio a disposizione offrì al Morestori la possibilità di risolvere razionalmente il problema distributivo, attraverso una planimetria in cui la scala diventa un elemento chiave della soluzione: il Morestori dimostrò di aver compreso a fondo la lezione dei maggiori costruttori contemporanei, da Josef Hoffmann a Peter Oud. Nella realizzazione di tutte queste opere dovette conciliare la ponderatezza del buon lavoro con la fretta dei committenti e quindi, non sapendo concedere nulla all’improvvisazione, specialmente negli ultimi anni di vita la sua operosità non ebbe tregua. Amò la musica operistica, quella verdiana in particolare, frequentò assiduamente il Teatro Regio e sapeva improvvisare sulla fisarmonica i motivi di successo di quel romantico periodo, popolato di chansonniers e di cafès chantants. Mentre l’edilizia entrava in crisi per il razionamento sempre più stretto dei materiali da costruzione dovuto al primo conflitto mondiale, il Morestori si avviò verso la fine.Morì a soli trentasei anni, dopo una breve malattia tubercolare. Da poco aveva unito il suo studio con quello degli ingegneri Nullo e Guido Albertelli, coi quali condivise gli ideali politici del socialismo riformista.
FONTI E BIBL.: G.Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 117-120; Gli anni del Liberty, 1993, 125.


-Parma gennaio 1581
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma nel 1576. Il Moretti proveniva dalla cattedrale di Parma, ove era stato cantore dal dicembre del 1574.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec.XVI, 36; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 20.


Parma 1638/1693
Il suo nome figura nelle liste delle persone che servirono l’oratorio della chiesa della Steccata di Parma dal 15 marzo 1638 al 12 marzo 1639.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 25.

Parma prima metà del XVII secolo
Indoratore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 252.

Berceto 1606-Berceto 2 novembre 1641
Figlio di Floriano. Ottenne la prevostura di Berceto, vacante per la morte del precedente arciprete. Nell’intestazione del Registro dei Morti iniziato l’anno 1632 vengono ricordati tutti i membri della Collegiata: il Moretti e i canonici Giovanni Perini, Francesco Lucchetti, Andrea Pinardi e Girolamo Belloli, tutti di Berceto.  Il Moretti morì in età di soli 35 anni. Dopo la sua morte la prevostura rimase vacante per circa sei anni: i documenti della Curia di Parma dimostrano infatti come in quell’epoca pendesse una lunga lite tra un Rozia o Rossi, nominato dalla Santa Sede alla prevostura di Berceto, e Francesco Lucchetti, presentato dal Duca di Parma (la controversia si risolse in favore di quest’ultimo).
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 95-96.


Piacenza ante 1752-Parma post 1805
Nel 1752 suonò nel Teatro di Piacenza in dieci recite dell’opera. Fu violinista del Teatro ducale di Parma nelle opere buffe date il Carnevale del 1761 e nell’agosto 1773 in occasione della nascita del principe Lodovico di Borbone. In seguito fu designato per un triennio a suonare nell’Accademia teatrale. Alla chiesa della Steccata di Parma prese parte alle funzioni solenni dal 1759 al 1805 e alla Cattedrale di Parma dal 1790 al 1800.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 202.

Parma prima metà del XIXsecolo
Scultore ornatista, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 200.


Parma 16 agosto 1766-Parma 15 giugno 1841
Figlio di Giovanni e Rosa Piva. Sacerdote esperto in diritto sacro e civile, fu esaminatore pro-sinodale, scelto a far parte dei 100 consorziali addetti alla Cattedrale di Parma e dei due dogmani incaricati di purificare i bambini nel battesimo.Fu inoltre segretario del vescovo Carlo Francesco Caselli, che seguì varie volte quando, per importanti impegni, andò a Parigi. Nell’anno 1823, essendo tra i prelati di camera del medesimo Caselli, partecipò a Roma al Conclave Vaticano, ricevendo dal Papa molti benefici.Chiamato tra i quattro incaricati di custodire il Collegio degli alunni (Seminario) della Chiesa di Parma, lasciò per testamento a quel Collegio il suo patrimonio per il mantenimento gratuito di un certo numero di alunni.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 547; Epigrafi della Cattedrale, 1988, 145.


Parma 1717/1768
Medico, fu discepolo di Pompeo Sacco.Fu prima lettore straordinario, poi ordinario e infine primario di Medicina all’Università di Parma dal 1722 al 1768.
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, I professori, 1953, 51.

MORETTO, vedi MORIGIACOMO

-Parma 19 giugno 1867
Fu volontario con Giuseppe Garibaldi nel 1866
FONTI E BIBL.: C.Pariset, in Il Patriota 21 giugno 1867, n. 168; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 414.

Fontanellato 1805-
Studiò violino con Ferdinando Melchiorri e nel 1826 partecipò al concorso per aspirante della Ducale Orchestra di Parma, nella quale suonava già da tre anni come aggiunto la viola o il violino (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della Ducale Orchestra).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma prima metà del XIX secolo
Pittrice attiva nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 201.


Parma 1831
Suonatore di Corte a Parma, di idee liberali, prese parte ai moti del 1831: Mostrossi caldo nei tempi rivoluzionarii marciando armato anche alla spedizione di Fiorenzola, dalla quale poi si ritrasse per timore, Era ditenuto nel forte di Compiano prima della rivolta per lo spirito fazioso.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 182.


Parma 21 maggio 1774-12 novembre 1845
Da pizzicagnolo, divenne prima Segretario della Ducale Biblioteca di Parma (24 maggio 1830) e poi Vice Bibliotecario (24 agosto 1843).Per molti anni, nonostante gli impegni derivantegli dal suo commercio, il Mori si occupò di lettere e di scienze: nella storia naturale, nella numismatica, nell’archeologia, nella fisica, nella chimica e nella matematica acquisì più che ordinarie cognizioni e imparò il greco, il latino, l’ebraico, il francese, lo spagnolo, l’inglese, il tedesco, l’olandese e il polacco.Abilissimo e accurato correttore di bozze, per cinquant’anni non fu pubblicata in Parma opera di qualche importanza, senza che fosse prima sottoposta al Mori.La sua bottega di pizzicagnolo fu frequentata dai più celebri scienziati e letterati parmigiani (tra di essi, il Mazza, l’abate Michele Colombo e Domenico Bosi).
FONTI E BIBL.: G. Negri, Il ParmigianoIstruito, anno IX, 45; Il Facchino 45 1845; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 499-500; Gazzetta di Parma 7 settembre 1927.

1778-Parma 13 luglio 1852
Nel 1816, alla ricostituzione della Ducale Orchestra di Parma, dichiarò che da venti anni suonava come violinista e che era l’unico timpanista, per cui era ricercato anche dai teatri di altre città.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma 27 novembre 1810-Genova 18 gennaio 1861
Figlio di Pasquale, cornista. Studiò oboe con Gaetano Beccali e clarinetto con Francesco Guareschi.Dal 1826 cominciò a suonare in orchestra e nelle cerimonie religiose. Non ancora ventenne, il 21 maggio 1830 suonò in un’accademia al Teatro Ducale di Parma talmente bene che fu nominato professore di clarinetto nella Ducale Orchestra (decreto del 29 maggio 1830) e, alla morte del suo maestro Beccali, il 9 luglio 1845, occupò il suo posto quale primo oboe nell’Orchestra Ducale e insegnante di flauto e clarinetto presso la Regia Scuola di musica di Parma (20 novembre 1845).Molto stimato, suonò nelle orchestre più importanti in Italia (a Reggio Emilia, nel 1831 e nel 1844) e all’estero.A Londra, durante la prima Esposizione Universale, destò viva ammirazione in concerti tenuti dal 15 marzo al 31 luglio 1851: gli fu offerta la nomina quale primo clarinetto al Her Majesty’s Theatre, ma rifiutò preferendo l’insegnamento nella città natale e il posto nel suo teatro.I suoi a solo nella Giovanna d’Arco, nel Guglielmo Tell, nel Rigoletto e in Roberto il Diavolo nella Traviata   restarono a Parma indimenticati per lungo tempo per la magistrale interpretazione.chiamato affettuosamente dai Parmigiani el brav morètt, fu degno continuatore della grande scuola parmense fondata dai fratelli Besozzi: per il Dacci fu il più rinomato oboista che Italia abbia vantato.Nella Biblioteca del conservatorio di musica di Parma si trovano alcune sue composizioni manoscritte: Canto di Virgina, per oboe e orchestra o pianoforte, Fantasia sulla Beatrice, per oboe e orchestra, Souvenir della Zelmira, opera1, per oboe e orchestra, Fantasia sulla Norma, opera 2, per oboe e orchestra, Tema e variazioni sulla Straniera, opera 3, per oboe e orchestra, Rimembranze del Martin Faliero, opera4, per corno inglese e orchestra, Fantasia sui Lombardi, opera5, per oboe e orchestra, Rimembranze dei Lombardi, opera6, per corno inglese e orchestra.
FONTI E BIBL.: P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 210; C.Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 2, 1929, 132, e 3, 1938, 550; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 95.


Parma 1782-San Prospero 11 ottobre 1877
Fratello di Domenico.Fu per molti anni segretario generale del Ministero dell’Interno di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 500.

Parma 1707/1737
Dottore fisico, appartenente a distinta famiglia parmense che già aveva goduto del privilegio di cittadinanza, fu creato nobile coi suoi discendenti di ambo i sessi dal duca Francesco Farnese con diploma del 24 ottobre 1707, registrato negli atti del Comune il 28 settembre 1737.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, AppendiceII, 1935, 359.

Borgo taro 1897-Parma 1968
Di famiglia profondamente cattolica, da ragazzo frequentò l’oratorio dei Padri Stimmatini a Parma. All’esplodere del primo conflitto mondiale, abbandonati gli studi, si arruolò volontario. Nel 1919 aderì al Partito popolare italliano e l’anno successivo venne eletto nel Consiglio comunale di Parma. Fu tra i fondatori a Parma del gruppo Avanguardia cattolica. Nell’agosto 1922, con il fratello Luigi, Ulisse Corazza e altri giovani del circolo Domenico Maria Villa, partecipò alla difesa antifascista dei borghi dell’Oltretorrente. Durante gli anni del regime mussoliniano si impegnò nella direzione dell’opificio Capolo di Montecchio Emilia, testimonianza del cooperativismo cattolico emiliano. Dopo l’8 settembre 1943 fu attivo nel movimento antifascista e nel dopoguerra rappresentò la corrente sindacale democristiana nella segreteria della Camera del Lavoro di Parma. Con la scissione sindacale del 1948 aderì alla Libera Confederazione Generale Italiana del Lavoro.T ra i fondatori delle Acli di Parma, fu un noto dirigente della Democrazia Cristiana parmense.Mantenne la direzione della società azionaria cattolica Capolo fino al 1955.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 465.

Parma-post 1886
Mezzosoprano, debuttò nel 1885, nel 1886 cantò a Sassari e il 1° giugno dello stesso anno al Teatro Comunale di Ferrara. Nell’ottobre 1886 cantò al Teatro Argentina di Roma nei Dragoni di Villars.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Mamiano 1892-Parma 1939
Clarissa cappuccina e poi Badessa del monastero di Parma, fu di vita assai esemplare.
FONTI E BIBL.: E.Gatti, Maria Giacinta Mori, badessa delle Cappuccine di Parma, in Frate Francesco 17 1939, 73-75, 97s,127s, 154s, 215s, 247s, 263s; F.da Mareto, Le Cappuccine, 1970, 303-304.


Piacenza 1787-post 1852
Essendo da dodici anni corno da caccia nell’orchestra, quando fu riorganizzata la Ducale Orchestra di Parma rifiutò di partecipare al concorso per secondo oboe (Archivio di Stato di Parma, Governo provvisorio e Reggenza, Interno, 1816, b. 8). Con decreto del 10 luglio 1816 venne comunque nominato secondo corno da caccia nella Ducale Orchestra con assegno annuo di 500 franchi. Nella carte del Teatro Ducale di Parma relative all’autunno del 1852 vi è la comunicazione che aveva ripreso servizio dopo un periodo di congedo.
FONTI E BIBL.: Inventario; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Santa Maria del Piano 25 aprile 1895-26 agosto 1917
Figlio di Fedele e Maria Pelagatti. Agricoltore, fu soldato nel 94° Fanteria. In battaglia fu ardimentoso, tanto da meritarsi la medaglia di bronzo e il grado di Sergente.Conducendo a un assalto il suo plotone, fu fatto prigioniero e subì diverse ferite, in conseguenza delle quali morì.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 35.

MORI, vedi anche MAURO

MORIBARIGAZZI GIUSEPPE
Parma 1831
Lattaio, partecipò ai moti del 1831. Fu inquisito e arrestato come disarmatore della truppa nel giorno 13 febbraio e altro dei principali facinorosi.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 184


Parma-post 1812
Liutaio generico attivo a Parma negli anni 1807-1812. Allievo forse di Giambattista o Giuseppe Guadagnini, in quanto ricorda lo stile di questa scuola specie nell’impostazione e nel taglio delle f, ebbe uno stile che dette un’impronta inconfondibile ai suoi strumenti. Lasciò una produzione di ottimo livello medio che caratterizza una personalità originale e i suoi strumenti sono apprezzati anche per la sonorità. Caratteristica era la scelta del legname, che per lo più manca di venature anche sul fondo, e la qualità della vernice che non è mai densa, ma di bella trasparenza. Il 19 novembre 1991 a Milano fu rubato un suo strumento con l’etichetta Felix Mori Costa - Parma 1801.
FONTI E BIBL.: L. Forino, Il violoncellista, 1905, 158; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Rimini 1725-Parma 22 gennaio 1801
A Padova studiò il violino con G.Tartini e la composizione con padre Vallotti. A partire dal 1° aprile 1766 fu I violino nell’orchestra della Corte di Parma (con soldo di 6000 lire, più 2000 di pensione) e dal 1773 regolatore della musica strumentale, posto che, rimasto vacante per la promozione di Gerolamo Gaspared, tenne per molti anni. Con decreto dell’11 novembre 1776 la paga gli fu portata a 8000 di soldo, più le solite 2000 di pensione in considerazione dei lunghi suoi servigi, e senza che passi in esempio (Archivio di Stato di Parma, Ruolo dei provigionati dal 1766). Fu anche attivo come insegnante: alla sua scuola si formò B.Asioli. Fu autore delle seguenti composizioni: 6 Sonatas for 2 violini with a thorough Bass (Londra, s. a., probabilmente 1751), Sonate a violinoe basso,opera1, (Parigi, s. a.), Sonate a violino e basso, opera 2, (Parigi, 1756 c.), 6Concerti grossi in 7 parti per archi, opera3 (Londra, 1756), Sonate a violino e basso, opera4 (Parma, 1759). Scrisse inoltre le opere didattiche Elementi e regole di contrappunto e Trattato di contrappunto fugato (pubblicato postumo a cura di B.Asioli, Milano, 1815 c.).
FONTI E BIBL.: L.Torchi, La musica istrumentale in Italia nei sec.XVI, XVII e XVIII, in Rivista Musicale Italiana, 1899; N.Pelicelli, Musicisti in Parma nel sec.XVIII, in Noted’Archivio 1934; Dizionario musicisti UTET, 1987, V, 198.

Sesta di Corniglio 1780-Parma 26novembre 1814
Studiò medicina a Firenze e vi rimase poi per nove anni a esercitare la professione.Ebbe la stima di Nannoni, Mascagni e Vaccà.rientrato a Parma, vi esercitò la chirurgia, eseguendo non poche operazioni di rilievo, alcune delle quali riportate nel Giornale della Società Medica e Chirurgica, della quale fu membro.Fu promosso alla carica di chirurgo della Casa centrale di detenzione di Parma, poi a quella di chirurgo aggiunto allo Spedale Civile, ciò che gli consentì di perfezionarsi a fianco del chirurgo maggiore Cecconi. Il Mori Lazzari morì a soli 34 anni.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 273; E.Guerra, Medaglioni di Cornigliesi, Parma, 1942, 11-12.

Parma 1763/1791
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 3 aprile 1763 al 23 marzo 1778 e alla chiesa della  Steccata di Parma dal 1778 al 1791.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma seconda metà del XIX secolo
Fu uno dei più valenti maestri dell’arte dell’imbroglio  (il giudizio è di Arturo Frizzi, autore del Passaporto della Leggera), vissuto nella seconda metà dell’Ottocento e assurto a fama nazionale. Il biglietto da visita del Morini recava le seguenti iscrizioni: Trasformista-spiegatore, Segretario di Circoli Equestri, Dentista, Comico, Pedicure, Cantante. La sua eloquenza persuasiva venne scherzosamente paragonata a quella dell’onorevole Ferri, allora in auge a Montecitorio.Frequentando le principali piazze italiane, il Morini presentava il rinomato Teatro Meccanico Gardinali di Piacenza, un complesso di oltre mille automi in legno, dai movimenti sincronizzati.Lo spettacolo comprendeva prestazioni compiute da animali.Il Morini fece scuola allevando schiere di estrosi seguaci in ogni parte d’Italia.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 2 1986, 98.

Parma 1814/1847
Pittore, plastico e restauratore.Già Ispettore delle Gallerie e delle Scuole, fu poi Consigliere con voto dell’Accademia di Belle Arti di Parma.Fu attivo per buona parte del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 626.

Parma 6 giugno 1762-Parma 12 novembre 1837
Figlio di Claudio e Francesca Tagliazucchi. Lo si incontra la prima volta nel 1794, quando fu scritturato per ballare nel Teatro Ducale di Parma. Era anche copista di musica per il Teatro, lavoro che gli rendeva 1000 lire all’anno (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 4). Il 3 dicembre 1802 fu nominato copista e custode della musica del Teatro di Parma con un soldo annuale di 1320 lire, più 480 lire per indennità vestiario (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti). Per la sua opera di copista ricevette 70 lire per copie di musica fatte della Cantata del Sig. Maestro Morlacchi data nell’Imp.le Teatro la sera delli 15 agosto 1808 per la festa di San Napoleone (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune: Spettacoli, b. 4107). Quando nel 1816 la nuova amministrazione procedette alla ristrutturazione delle attività musicali, fu nominato aiutante alla direzione del Teatro Ducale di Parma, assumendo mansioni ispettive e di controllo. Nel 1818 venne promosso sottoispettore del Teatro e gli venne concessa una gratifica. Dal 1821 firmò i rapporti serali del Teatro con il conte Senesio Del Bono. Fu collocato in pensione nel 1830.
FONTI E BIBL.: Inventario; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 19 maggio 1732-Parma 21 gennaio 1801
Entrò nel 1750nell’Ordine dei Minimi e insegnò parecchi anni teologia e filosofia nelle case dell’Ordine.Verso il 1760fu superiore del convento di San Barnaba a Modena e professore di filosofia, fisica generale e poi sperimentale nella Regia Università.Seguace della scuola galileana e delle moderne teorie del Newton, abile matematico, fu tra i primi a introdurre nella scuola e far apprezzare il metodo sperimentale, in un tempo in cui i gabinetti e laboratori di fisica non esistevano se non rari e solo privatamente.Fece edificare un apposito edificio, ancora esistente, il teatro fisico, che egli disegnò e di cui curò personalmente la costruzione, dotandolo di macchine di sua invenzione e,  per quei tempi, notevoli (alcune sono conservate nel Museo Estense di Modena), per indicare le scosse e le direzioni dei terremoti, per misurare la quantità della pioggia e l’umidità dell’aria.Ideò pure alcuni speciali orologi.Ebbe a collaboratore il laico cappuccino Agostino Artieri da Modena, abilissimo meccanico.Con osservazioni barometriche e con studi sul metano, il Morini cooperò all’accademia Michele Rangoni di Modena.Fu socio corrispondente di quella medica di Michele Rosa a Parigi, dove si recò più volte, cooperando all’esperienza della trasfusione del sangue, e lesse dissertazioni sull’elettricità e sulla luce. Lo Spallanzani, suo collega e amico, apprezzò specialmente le sue esperienze sull’elettricità e la luce. Dopo ventitré anni d’insegnamento univeristario si ritirò (1784) nel convento di Parma, dove tuttavia continuò a insegnare filosofia ai giovani del suo Ordine.Fu autore, tra le altre, delle seguenti opere: Congettura intorno all’aria infiammabile, nativa (in Nuovo giornale dei letterati d’Italia, Modena, 1778, 124 sgg.), Paragone tra il fuoco e le materia elettrica (s. n. t.), Descrizione d’istrumento per delineare sopra qualunque superficie anche ineguale, qualunque genere di orologi (s. n. t.) e Lezioni di fisica particolare e sperimentale (non consta se e dove pubblicate).
FONTI E BIBL.: A.Cerati, Opuscoli diversi, Parma, 1819; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, VII, 1833; Enciclopedia italiana, XXIII, 1934, 857; E. Lucatello, Preti scienziati, 1949, 225-226; G.Moretti, in Enciclopedia Cattolica, VIII, 1952, 1416; G.Moretti, in Charitas 1933, 16-22; Dizionario Ecclesiastico, II, 1955, 1064; Enciclopedia ecclesiastica, VII, 1962, 316.

MORINI MARTINO, vedi MORINI MARIANO

Parma 24 ottobre 1791-post 1845
Figlio di Giacomo e Giuditta Avanzini. Nella stagione di Fiera del 1811, suonò (tromba) nell’orchestra del Pubblico Teatro di Reggio Emilia. Nel 1845 era professore nella Ducale Orchestra di Parma.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1816
Clarinettista, dietro concorso fu nominato soprannumerario della Ducale Orchestra di Parma (Archivio di Stato di Parma, Governo provvisorio e Reggenza, 1816, b. 8).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Pellegrino Parmense 1917-Fronte russo gennaio 1943
Figlio di Giacomo.Geniere alpino del 3° Battaglione Misto Genio Divisione Julia, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: In fase di ripiegamento, superando ogni stanchezza e dando prova di non comune coraggio si prodigava, durante molti giorni di durissime marce contrastate da sanguinosi scontri, per assicurare i collegamenti.Si distingueva valorosamente anche in tutti gli scontri, contro un nemico agguerrito e ricco di mezzi.Rimaneva disperso nella steppa.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1956, Dispensa 20a, 2154; Decorati al valore, 1964, 105.

MORIS, vedi BERTHOLEMIEUX

Parma 1606
Fu suonatore della Compagnia dei violini di Parma dal 3 maggio a tutto il 1606.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1663
Incisore in rame attivo in Parma nell’anno 1663.
FONTI E BIBL.: P.Martini-G.Capacchi, Arte incisione, 1969.

MORO, vedi CASTAGNOLI MARIO

MORO BARBERO, vedi SPERONI ANDREA


Parma 9 gennaio 1865-Spezia 10 agosto 1901
Compiuti gli studi medici nell’Università di Parma, si laureò nel 1889, diventando subito Assistente di Patologia Generale e nel 1895 Assistente di Fisiologia. Fu medico della Congregazione di Carità di San Filippo Neri e attese a vari studi che ebbero l’onore di comparire sui periodici più importanti. Una sua osservazione sullo stato del fegato nella tifoide trovò piena conferma in studi compiuti nel secolo seguente. Fece pure importanti ricerche chimiche sulla quantità di ferro nel fegato in varie malattie e sulle acque potabili di Parma e parallelamente a esse fece indagini su di una streptotrix dell’aria, sulla biologia del colera coli e sulla presenza dello stesso nelle acque.Pubblicò altre ricerche sperimentali sul cervello e nel 1899 comunicò all’Associazione medico-chirurgica di Parma le sue indagini (da lui iniziate fin dal 1895) sul nucleo dei globuli rossi.Amò anche gli studi letterari, nei quali fu assai versato.
FONTI E BIBL.: A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 71.

Parma 21 febbraio 1939-Parma 14 giugno 1975
Studioso della storia della musica, la morte precoce gli impedì di compiere l’opera di aggiornamento del libro del Pelicelli che si era riproposto di effettuare. Scrisse tra l’altro un’attenta ricerca su Ferdinando Provesi in Biblioteca 70 e articoli su Aurea Parma, Parma Bell’Arma e altre testate locali.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Cremona 6 ottobre 1888-Roma 22 ottobre 1959
Iniziò gli studi nella città natale.In seguito, avendo vinto il concorso per il legato Fanny Ferrari, poté frequentare a Milano l’Accademia di Brera. Prescelto tra i giovani pittori lombardi, conseguì il Premio Oggioni, che gli permise di completare gli studi alla Scuola superiore di Belle Arti in Roma sotto la guida di valenti maestri tra i quali il Sartorio e il Bargellini. Dopo l’intervallo del servizio militare, prestato durante la prima guerra mondiale, coadiuvò e sostituì il Bargellini quale insegnante di decorazione applicata nella Scuola superiore di Architettura in Roma. Rinunciato all’insegnamento, si dedicò alla libera attività professionale. Partecipò a varie esposizioni a Milano, Torino, Cremona, Venezia, Trieste e Roma, ma fu nel 1925 che la sua opera artistica ottenne un giusto riconoscimento con il dipinto San Francesco riceve le stimmate, che vinse il Concorso Nazionale Francescano.successivamente fu premiato alla Mostra d’Arte Sacra cristiana moderna di Padova con Il miracolo di Sant’Antonio e ad Assisi gli fu conferita dal ministero della Pubblica Istruzione la medaglia d’argento per il particolare valore e significato delle opere esposte.Si dedicò quasi interamente ai dipinti di soggetto sacro, tra cui molti affreschi per chiese.Caratteristica della sua arte è l’indirizzo moderno che non segue le orme tradizionali, mantenendosi però lontano da ogni deformazione, un’arte fatta di meditazione e di contemplazione quasi mistica. Di capacità formale e tecnica non comune, sentì il bisogno della sintesi e la praticò con misura nelle proprie opere.Nella sua produzione, pervasa di intensità pacata, si impone a un primo sguardo il tratto deciso, il modellato ben fermo e carico delle figure con una chiara visione della realtà spirituale che esse incarnano.Nello sfondo sobrio si delineano scene evangeliche, episodi della vita di santi, dolci Madonnine e angeli raccolti in atteggiamento orante. La sua arte, così spontanea, sfociò nella massima semplicità luminosa, oltre i comuni mezzi pittorici, e cioè nelle vetrate. Vi sono in esse preziosità profonde e ricercatissime che sfuggono all’osservatore superficiale e che solo l’occhio attento sa afferrare. Per meglio renderne gli effetti, si volse alla tecnica del vetro soffiato, curando poi egli stesso, nel laboratorio da lui espressamente impiantato, la giusta cottura dei pezzi. Si stabilì nel 1928 a Pieve ottoville e ivi nacquero le sue opere migliori, che gli procurarono ambiti riconoscimenti. Il Moroni dipinse alcune decine di Madonne, su tela e a fresco, sparse in ogni parte d’Italia, tutte soavi di gentilezza. Altre sue tele degne di rilievo sono: San Francesco risana il lebbroso, L’Annunciazione, La Madonna con Gesù dormiente (presso la famiglia), Il Battesimo di Nostro Signore (chiesa di Soragna), La Pietà dei Caduti (chiesa di San Michele Arcangeloin Cremona), Sacro Cuore (chiesa di San Martino sul Lago), La Deposizione (Civico Museo di Cremona), Sacro Cuore (chiesa di Pieve San Giacomo) e L’Assunta (chiesa di Ca’ d’Andrea), una delle sue opere migliori, nelle quale domina la figura della Vergine che, accompagnata da uno stuolo di angeli musicanti e oranti, sale candida e trasfigurata nella luce celeste verso l’infinito. Sue vetrate decorano le chiese di Santa Croce al Flaminio (Il Battesimo di Nostro Signore) e di Santa Maria Liberatrice in Roma (Misteri della vita della Madonna), del Corpus Domini a Parma (L’ultima cena, La caduta della manna, L’apparizione dell’angelo a Isaia), di Cicognara (La Natività), di Noceto (San Martino), di Sesto Cremonese (San Giovanni Bosco e San Giacomo) e di San Daniele Ripa Po (L’Eucarestia). Dipinse molte nature morte e paesaggi e fu anche ritrattista di valore: lasciò una trentina di ritratti, tra cui quello dell’arciprete di Pieve Ottoville e suo congiunto Alessandro Fava, esposto nel Civico Museo di Busseto. Chiamato a decorare la chiesa maggiore di Benevento bassa, dipinse a fresco nell’abside una raffigurazione storica della città, riprodusse a mosaico sulla facciata la scena della Discesa dello Spirito Santo e infine eseguì per l’antico tempio una Via Crucis e le pale degli altari: un Sacro Cuore, un Battesimo di Nostro Signore e una Santa Maria Goretti.Affrescò a Cremona, nella chiesa di San Luca dei Barnabiti, la cappella di Sant’Antonio Maria Zaccaria, nella chiesa di Calvenzano Episodi della vita dei Santi Pietro e Paolo, nel salone delle Terme Berzieri di Salsomaggiore un trittico nel quale risplende un’immateriale figura di Igea (1925) che simboleggia la salute, idealizzata in atteggiamento pudico, mentre nelle pareti laterali si sviluppa, vivace e spedito, il racconto fiabesco che s’innesta nel mito greco, nella chiesa di Ca’ d’Andrea Episodi della Passione di Nostro Signore con a lato le figure di San Pietro, di Sant’Anna con Maria bambina e di Sant’Antonio col Bambino, nella sala delle Poste di Montecatini la Sorgente e nell’atrio delle Terme Tettuccio una raffigurazione simbolico-storica delle Comunicazioni attraverso il tempo. Il Moroni lavorò in varie chiese della diocesi fidentina, dove lasciò anche pregevoli vetrate. Affrescò nella collegiata di Busseto la cappella dei Caduti (decorandola inoltre di due vetrate nelle quali sono effigiati i Santi Vigilio e Giusto) e le pareti laterali del santuario di Episodi della Passione di Nostro Signore, nella chiesa bussetana di Santa Maria dipinse a fresco una Crocifissione nell’arco del coro, nella chiesa parrocchiale di Castelvetro affrescò il santuario, tratteggiandovi le figure del Buon Pastore e i quattro Evangelisti. Sue tele figurano nella collegiata di Pieve ottoville (San Carlo Borromeo e la Pietà dei Caduti, quest’ultima copia, leggermente variata, di quella eseguita per la chiesa di San Michele Arcangelo in Cremona), nella chiesa della Madonnina del Po pure a Pieve ottoville (Madonna col Bambino), nelle chiese parrocchiali di San Michele Arcangelo in Fidenza (Il Battesimo di Nostro Signore) e di Santa Croce (Le Anime purganti). Per la collegiata di Busseto eseguì anche una Via Crucis e un’altra decora la parrocchiale di Spigarolo. Tra le vetrate sono da segnalare un Redentore nella chiesa di Croce Santo Spirito, Sant’Agata in carcere e il Martirio di San Agata nella chiesa di Santa Croce, La Madonna di Fatima con i tre pastorelli e i Santi Gervasio e Protasio nella parrocchia di Zibello, Il Battesimo di Nostro Signore nella collegiata di Pieve ottoville e Le vie del sogno nella villa Corbellini pure e Pieve ottoville. Pittore più di merito che di fortuna, tenne l’ultima sua personale a Salsomaggiore Terme nel settembre 1958, nelle sale dell’Azienda autonoma di cura. Già membro onorario dell’Accademia di Brera, l’alto significato e la validità artistica della sua copiosa produzione fu anche riconosciuto dall’Academia latinitati excolendae artium et litterarum, che nel giugno 1959 volle onorare il Moroni annoverandolo tra i suoi soci accademici. Aveva da pochi mesi lasciato Pieve ottoville, sua patria di adozione, per stabilirsi a Roma, quando, ormai minato da una paralisi, si spense.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1 1960, 50; D. Soresina, Enciclopedia Diocesana fidentina, 1961, 273-278; Strade di Zibello, 1991, 27.

Parma 19 gennaio 1848-Parma 25 gennaio 1867
Figlio di Pietro Luigi e Luisa Solari. Sostenne con valore, col grado di caporale d’artiglieria, la campagna risorgimentale del 1866. Morì a soli diciannove anni.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 195.

MOROSI o MOROZZI o MOROZZO GIACOMO ANTONIO o GIACOMPO ANTONIO o JACOPO ANTONIO, vedi BAZZI GIOVANNI ANTONIO

MORUSSI GIAMBATTISTA, vedi MORUZZI GIOVANNI BATTISTA

Borgo Taro 1891-post 1965
Si laureò brillantemente a Bologna in giurisprudenza. Trasferitosi a Milano, diede vita a numerose società commerciali e industriali, tra cui quella mineraria di Val Trebbia e quella di Val di Ceno. Creò la Società per azioni Riviera di Milano – Idroscalo, di cui fu consigliere delegato, e l’Associazione Nazionale Parchi e Campeggio. Tra le sue numerose pubblicazioni si ricordano l’Annuario dei legali d’Italia e la rivista Asso-Campi. Fu insignito di medaglia d’oro per benemerenze dalla città di Borgo Val di Taro.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 189.


Parma 23 luglio 1897-Sortenna 8 settembre 1918
Fece gli studi classici a Parma. Chiamato alle armi quando era iscritto al secondo anno del corso d’ingegneria, nell’autunno del 1916 entrò nell’Accademia militare di Torino, da dove uscì Sottotenente, per raggiungere, sul Monte Nero, il 28° Reggimento d’artiglieria da campagna. Combattè valorosamente, ma dopo poche settimane fu gravemente avvelenato dai gas asfissianti. Fu ricoverato in vari ospedali e da ultimo nel sanatorio di Sortenna, dove morì. Fu proclamato ingegnere a titolo d’onore alla memoria l’8 dicembre 1919.
FONTI E BIBL.: Caduti Università parmense, 1920, 91.

MORUZZI  GIAMBATTISTA o GIAN BATTISTA, vedi MORUZZI GIOVANNI BATTISTA

Bardi 1913-Parma 30 agosto 1999
Unico figlio maschio della famiglia, sin da ragazzo non manifestò l’intenzione di proseguire l’attività del padre Massimino, gestore in Valceno di una bottega di scarpe. Il Moruzzi frequentò infatti gli studi superiori e successivamente si iscrisse all’Università di Parma, dove di laureò brillantemente in Medicina e chirurgia, divenendo subito uno degli allievi prediletti del professor Campanacci. In quel periodo lavorò assieme al professor Ugo Butturini e al professor Giovanni Migone, con i quali rimase legato da un profondo sentimento di amicizia. Dopo essere rimasto alla Mutua per qualche tempo, passò alla direzione sanitaria del Rasori. In seguito divenne direttore delle Terme di Tabiano, carica che ricoprì per ventitré anni. Il rilancio delle Terme di Tabiano si realizzò proprio grazie all’intraprendenza e alla passione che il Moruzzi mise nel suo lavoro. Quando andò in pensione, le Terme di Tabiano donarono al Moruzzi un prestigioso riconoscimento. E lo stesso fece l’Ordine dei medici di Parma, che per i cinquant’anni di laurea gli consegnò una medaglia d’oro. La salma del Moruzzi fu tumulata nella tomba di famiglia nel cimitero di Bardi.
FONTI E BIBL.: C. Drapkind, in Gazzetta di Parma 2 settembre 1999, 8.

Cereseto di Compiano 1807-Piacenza 13 gennaio 1884
Allievo del Collegio Alberoni di Piacenza, ne uscì sacerdote. Divenne poi canonico della Cattedrale di Piacenza e professore di belle lettere e di fisica. Patriota convinto (nell’ottobre 1848, dinanzi al generale Thurn e ai suoi ufficiali, osò pronunciare dal pulpito del Duomo di Piacenza un discorso altamente patriottico), rappresentò il IV Collegio di Piacenza nel 1859 all’Assemblea Parmense quando si votò per l’annessione al Piemonte. Sottoscrisse la proposta di ringraziamento a Napoleone III e alla Francia e fu rieletto nelle elezioni supplettive. Fu inviso ai clericali, osteggiato dalla curia e negli ultimi anni della sua vita, stante l’accentuato dissidio tra la Chiesa e lo Stato e conservandosi il Moruzzi patriota ardentissimo, soffrì non poche vessazioni e fu fatto segno di basse e volgari ingiustizie.Fece parte del consesso civico di Piacenza e fu Cavaliere mauriziano. Lasciò i seguenti scritti: Discorso sul Cuore di Maria (1846), Discorso pel tempo d’avvento (Piacenza, Tipografia Del Maino, 1851), Il Rotamento della terra (prelezione letta il 10 novembre 1858), Orazione funebre ai martiri della Libertà (Piacenza, Tip. Porta, 6 agosto 1859), Lezioncine popolari di fisica (Tip. Solari, 1863), Discorso per l’inaugurazione del Monumento a Bernardino Mandelli (pronunciato il 6 giugno 1869), Discorso sopra Giuseppe Taverna (1870), Manuale di Chimica, La giovane divota.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 60-61; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 291; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 313-314; R.Lasagni, Bibliografia Parmigiana, 1991, 39.

Varsi 1884-Monte Wies 7 giugno 1918
Figlio di Giovanni.Fante della 321a compagnia Militare, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Di servizio in trincea, durante un bombardamento, con eroico spirito di abnegazione, si spingeva fin sotto i reticolati nemici per meglio assolvere il proprio compito, finché cadeva colpito a morte; nobile esempio di ardimento e di alto sentimento del dovere.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 109a, 6112; Decorati al valore, 1964, 131.

Campagnola Emilia 30 luglio 1910-Pisa 11 marzo 1986
Il Moruzzi si iscrisse nel 1927 alla facoltà di medicina dell’Università di Parma, dopo avere studiato nel liceo classico di tale città. Frequentò come allievo interno gli Istituti di anatomia (1927-1930) e di fisiologia (1930-1933), portando a termine ricerche d’istologia della corteccia cerebellare (1930) e di neurofisiologia, sotto la guida di A. Pensa e Mario Camis. Dopo la laurea (1933), fu assistente negli Istituti di fisiologia di Parma (1933-1936) e Bologna (1936-1945) con Camis e G. C. Pupilli. Visse per tre anni all’estero: a Bruxelles (1937-1938) e a Cambridge (1938-1939), nei laboratori di F. Bremer e di E. D. Adrian e come fellow della Rockefeller Foundation. A Chicago (1948-1949), fu alla Northwestern University come visiting professor. Nel decennio che intercorse tra il primo e il secondo soggiorno all’estero fu professore incaricato di fisiologia a Siena (1942-1943) e a Parma (1945-1948) e professore titolare a Ferrara (1947-1948). Con la chiamata a Pisa (1948) raggiunse la sede definitiva.All’Istituto universitario di fisiologia si aggiunse, venti anni dopo (1968), un laboratorio di neurofisiologia, creato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche. Tra il 1929 e il 1935 nacque in Europa l’elettrofisiologia dei centri nervosi. La scoperta di H. Berger dell’elettroencefalogramma (1929), la dimostrazione della sua origine dalle pulsazioni bioelettriche sincrone o asincrone dei neuroni corticali a opera di Adrian e J.L. Matthews (1934), le prime ricerche elettrocorticografiche di Fischer e di A. E. Kornmüller (1932-1935), lo studio dell’attività elettrica della corteccia cerebrale nell’animale senza narcosi, che portò Bremer (1935) a risultati fondamentali sulla fisiologia della veglia e del sonno, sono le tappe storiche di un progresso rapidissimo. Tra il 1933 e il 1937 l’attività del Moruzzi si rivolse a problemi di neurofisiologia che potevano essere studiati con i metodi che Sherrington introdusse alla fine dell’Ottocento, i soli disponibili nei laboratori ove lavorava. Tra i risultati ottenuti, può essere ricordata la dimostrazione nel gatto decerebrato dell’inibizione cerebellare dei riflessi vasomotori (1937 e 1938). Queste ricerche furono poi estese ai riflessi senocarotidei, circolatori e respiratori, durante il soggiorno a Bruxelles (1938). Il primo soggiorno all’estero (1937-1939) diede modo al Moruzzi di lavorare in due dei centri di elettrofisiologia ricordati. Le ricerche elettrocorticografiche (1939) sulla facilitazione corticale e sugli effetti dell’ipoglicemia insulinica sono il risultato del periodo trascorso a Bruxelles. Il soggiorno a Cambridge fu tutto dedicato alle ricerche con Adrian (1939) sulle singole unità piramidali. Di ritorno in Italia, allo scoppio della seconda guerra mondiale, riprese la sua attività a Bologna, presto interrotta dalla chiamata alle armi come ufficiale medico. Nel 1941 sposò Maria Vittoria Venturini. Il ritorno in Italia portò a un’interruzione di nove anni delle ricerche elettrofisiologiche, non però dell’attività sperimentale, che proseguì con i mezzi semplicissimi che erano permessi dall’attrezzatura esistente nel periodo prebellico. Il cervelletto di gatto e i lobi ottici del piccione furono i temi di studio di quegli anni. Un risultato inatteso conseguito durante le ricerche sul cervelletto (1941) pose un problema che l’anatomia di quel tempo non permetteva di risolvere. Si poté dimostrare che il paleocerebellum, che si pensava allora fosse in rapporto solamente con il tronco dell’encefalo e il midollo spinale, inviava impulsi anche alla zona corticale motrice. Questa almeno fu la sola spiegazione possibile di alcuni miogrammi ottenuti durante la stimolazione paleocerebellare in narcosi cloralosica. Sempre negli anni di guerra, H.W. Magoun dimostrò che la sostanza reticolare del bulbo esercita un’azione inibitrice sui motoneuroni spinali (1944) e assieme ad altri studiosi provò (1947 e 1949) che il paleocerebellum esercita la sua azione inibente sul tono posturale e sui riflessi attraverso le vie fastigio-reticolo-spinali. I due ricercatori lavorarono, l’uno all’insaputa dell’altro, su temi che erano considerati lontani tra loro perché le azioni ascendenti e discendenti erano attribuite a parti diverse del cervelletto. Ma dai due indirizzi di ricerca nacque un problema comune. Si trattava di vedere se la stimolazione dei nuclei cerebellari del tetto o della sostanza reticolare esercitasse un’azione sull’attività elettrica della zona corticale motrice, oltre che sui motoneuroni spinali. Con questo obiettivo limitato si iniziarono a Chicago le prime ricerche, nell’autunno del 1948. Nelle condizioni favorevoli rappresentate dalla narcosi cloralosica, si vide subito che la stimolazione elettrica del nucleo del tetto o della sostanza reticolare esercitava una marcata azione sull’attività bioelettrica corticale. Gli impulsi paleocerebellari raggiungevano la corteccia cerebrale   attraverso vie ascendenti, a mediazione reticolare. Dopo pochi esperimenti apparve chiaro che quello era solo un aspetto di un fenomeno più vasto e complesso. L’azione sull’elettroencefalogramma poteva infatti essere ottenuta stimolando tutta la sostanza reticolare del tronco dell’encefalo, non solo la parte bulbare di essa, che esercita azione inibitrice sul midollo spinale. Inoltre l’effetto non era limitato alla corteccia sensitivo-motrice ma interessava tutto il neopallium. Ripetendo le stesse ricerche in assenza di narcosi, si vide che la stimolazione reticolare riproduceva la reazione di risveglio, da tempo nota nell’uomo e negli animali. Da ultimo venne la dimostrazione che gli impulsi ascendenti decorrevano attraverso vie del tutto indipendenti da quelle fino allora note. Nacque così il concetto di sistema reticolare ascendente. Dal 1949 in poi molti temi di neurofisiologia furono studiati a Pisa da ricercatori italiani e stranieri. Limitando l’esposizione ai risultati principali delle ricerche a cui il Moruzzi direttamente collaborò, possono essere ricordate la dimostrazione della convergenza d’impulsi afferenti disparati su un solo neurone reticolare (1950-1955), l’esistenza di un secondo sistema ascendente, antagonista al sistema reticolare ascendente e quindi deattivante (1958 e 1959), la dimostrazione di un risveglio per inattivazione reversibile di questo sistema, prodotta con farmaci (1959) o con il raffreddamento locale (1964), infine il ritrovamento dei due sistemi antagonisti nel tronco dell’encefalo degli uccelli e il passaggio allo studio delle azioni reticolari sulle attività istintive che si svolgono nella veglia (1972). I risultati sono illustrati in: L’epilessia sperimentale (Bologna, 1946),  Problems in cerebellar physiology (Springfield, 1950), The physiology and pathology of the cerebellum (Minneapolis, 1958) e The sleep-waking cycle (in Ergebn. Physiol. 1972). Parallelamente all’attività di ricerca, e mai sacrificata a essa, proseguì l’attività d’insegnamento universitario, concretatasi in lezioni esemplari e in un trattato di fisiologia, monumento di conoscenza e lucidità di pensiero. Si ritirò dall’insegnamento nel 1980, vivendo da allora lungamente al Bombodolo presso Parma. Il Moruzzi fu membro dell’Accademia Nazionale dei Lincei (corrispondente 1953 nazionale 1961), dell’accademia Gioenia (corrispondente 1957), dell’Accademia Toscana La Colombaria (effettivo 1960) e dell’Accademia Nazionale dei XL (1971). Fu membro straniero dell’american Philosophical Society (1961), della Kungla Svenska Vetenskapsakademien (1972), della Norske Videnskaps Akademi i Oslo (1962), membro ad honorem della Société Française de Neurologie (1952), della EEG Society (1957), dell’American Physiological Society (1959), della Sociedad Argentina de Biologia (1963), della Harvey Society (1963), dell’American Neurological Association (1965), della American Academy of Arts and Sciences (1965), dell’Accademia dei fisiocritici (1969) e dell’Accademia di Medicina di Torino (1972). Ebbe nel 1956 il premio Feltrinelli (Accademia dei Lincei), nel 1965 il premio Lashley (American Philosophical Society), nel 1969 il premio Saint Vincent (Accademia di Medicina di Torino) e nel 1971 il Kenneth Craick Award (St. John’s College, Cambridge). Tenne su invito a New York la Harvey Lecture (1963) e a Londra l’Annual Lecture della Ciba Foundation (1969). Gli furono conferite lauree honoris causa dalle Università di Pennsylvania (1963), Lione (1963), Lovanio (1964), Oslo (1965), Zurigo (1969) e Monaco di Baviera (1972).
FONTI E BIBL.: Dizionario UTET, Appendice I 1964, 713; G.Moruzzi, in Scienziati e tecnologi, 1975, II, 270-272; T.G. Cosmacini, Una dinastia di medici. La saga dei Cavacciuti-Moruzzi, Milano, 1992; Aurea Parma 1 1993, 32-33.


Parma XIX secolo
Fu poeta dialettale di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 627.

MOSCA FRANCESCO, vedi SIMONCELLI FRANCESCO

Parma 14 gennaio 1915-post 1981
In un primo periodo visse a Milano e a Monza, dove fu allievo di Atanasio Soldati, rimanendo attratto dal suo stile astratto. Dopo l’esperienza della deportazione nazista si trasferì a Roma, alternando periodi di lunghi soggiorni all’estero (Spagna e Usa). Studiò alla Scuola del Libro di Milano e alla Reale Accademia di Arti Figurative di Monza. La sua pittura, che dà grande importanza alla morfologia degli insetti e alla loro realtà vera o immaginaria, propone un originale contatto con questo specifico cosmo. Dipinse inoltre paesaggi solitari e vasti muri assai suggestivi. Partecipò  dal 1933 in poi a molte esposizioni collettive e di gruppo italiane e straniere. Tenne numerose personali in Italia e all’estero. Sue opere figurano in collezioni e Musei di arte moderna di Roma, Milano, Venezia, Torino, Parigi, Londra, Zurigo, Madrid, New York e Buenos Aires. Praticò l’acquaforte e la litografia (Paesaggio valenciano, Paesaggio delle Marche, Fiori), entrambe anche a colori.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 66; La Voce Repubblicana 29 maggio 1947 (F.Bellonzi); Avanti! 5 giugno 1947 (E.Maselli); Corriere della Sera 15 maggio 1948 (L.Borgese); A.Crespi, E.Mastrolonardo, Ivan Mosca, Madrid, 1953; Il Giornale del Mezzogiorno 30 giugno 1955 (G. Etna); E.D’Ors, Ivan Mosca, Roma, 1956; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2148; Dizionario Guida pittori, 1981, 95.

MOSCA SIMONE, vedi SIMONCELLI SIMONE

Coltaro 7 ottobre 1886-Caracas 21 novembre 1959
Nacque da una famiglia di modesti agricoltori. La sua innata predilezione per la musica non tardò ad affiorare, così il Moschini poté varcare le soglie del Conservatorio di musica di Parma ed essere allievo di Ildebrando Pizzetti, ai suoi primi anni d’insegnamento. Tra i suoi compagni di corso vi furono Arnaldo Furlotti, Vito Frazzi e Franco Ghione. Nel 1908 il Moschini si diplomò onorevolmente in musica corale e nel 1911 in composizione, presentando un’opera sacra, un genere cui si dedicò con fervore per tutta la vita e nel quale lasciò una cospicua produzione. I primi mesi dopo aver conseguito il diploma lo videro direttore della banda comunale di San Secondo Parmense. Un impiego che egli ben presto lasciò per assumere la direzione di complessi orchestrali sempre più importanti. Fu in quel periodo che viaggiò per tutta Italia e compì frequenti puntate negli altri paesi d’Europa. Alcuni giorni dopo una sua esecuzione a Dusseldorf, fu dichiarato vincitore di un concorso riservato a insegnanti di canto italiani indetto dal Conservatorio di musica di Caracas, appena istituito. Il Moschini s’imbarcò a Genova e, dopo un viaggio durato venti giorni, giunse nella capitale sudamericana (1913). Quasi due anni dopo sposò in Italia il soprano Maria Del Bono, che subito dopo le nozze lo seguì a Caracas. La Del Bono, pochi mesi dopo essere giunta a Caracas, rimase vittima di una caduta accidentale. Era allora in attesa di un bambino e le conseguenze della caduta le furono fatali (1919). Il Moschini stava intanto imponendosi all’attenzione degli amanti della musica e ben presto divenne il sinonimo dell’importatore in Venezuela dell’arte musicale e canora d’Italia. La sua materia d’insegnamento fu il contrappunto e i migliori cantanti del Venezuela furono suoi allievi: tra i tanti, il soprano Fedora Aleman e, tra gli strumentisti, il violoncellista Andres Sandoval. Dopo essersi sposato in seconde nozze con la nobile Berta Del Fino Palacios, parente col presidente Gomez e con numerose alte personalità politiche, il Moschini, pur conservando la cattedra del Conservatorio, divenne direttore di una delle più importanti orchestre del Venezuela e con essa inaugurò l’installazione di Radio Caracas. Infine fu chiamato a far parte della giuria del più importante premio musicale venezuelano: il Premio di Musica classica. Nel 1953 abbandonò per raggiunti limiti d’età il Conservatorio. Il presidente della Repubblica, Betancourt, volle, con suo decreto, che fosse concesso uno speciale vitalizio al Moschini, in riconoscenza della sua opera altamente meritoria.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 novembre 1959, 5; G. Capelli, Sissa, 1996, 199.

MOSCHINI SIMONE, vedi SIMONCELLI SIMONE

MOSCHINO, vedi LEONARDO da MONCHIO

MOSCHINO FRANCESCO, vedi SIMONCELLI FRANCESCO

MOSCHINO SIMONE, vedi SIMONCELLI SIMONE

MOSCHINO LEONARDO, vedi LEONARDO da MONCHIO

Mezzani 1815-1878
Fu il primo sindaco di Mezzani dopo l’unità d’Italia. Appartenente alla Comunità evangelica, appoggiò la costruzione di un tempio per le celebrazioni metodiste.
FONTI E BIBL.: M.Minardi, Le terre de’ Mezzani, Mezzani, 1989, 35.

Parma 19 ottobre 1661-post 1704
Nato da Ippolito e Paola. Dovette essere di famiglia distinta, poiché fu tenuto a battesimo dal conte Ascanio Garimberti e dalla contessa Maria Bernieri. Il Motta fu sacerdote, compositore di musica e anche poeta, come appare da un’ode a monsignor Barni, vescovo di Piacenza, a cui è dedicata l’opera prima da lui stampata nel 1701. Anche la maggior parte delle poesie, nelle cantate del 1704 a voce sola, insieme alla musica, si deve al Motta. Fu autore delle seguenti opere: Concerti a cinque consacrati all’Illustrissimo e Reverendissimo Monsig. Giorgio Barni Vescovo di Piacenza e Conte, e referendario dell’una e dell’altra Signatura da D. Artemio Motta Parmiggiano. Opera prima (In Modena, Fortunato Rosati, 1701; 2a edizione Estienne Roger, Amsterdam) e Cantate a voce sola consacrate al Merito sopragrande dell’illustrissima Signora contessa Elena Caterina Bernieri Riva, Feudataria di Spetine da D. Artemio Motta. Opera Seconda. (In Bologna, 1704; la dedica è da Parma, il 10 aprile 1704).
FONTI E BIBL.: Libri del Battistero di Parma alla data della fede di nascita sopracitata; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca di Bologna, volume III, 247, e volume IV, 131; R. Eitner, Quellen Lexikon, volume VII, 82, e volume X, 391; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 234; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 553; C. Gallico, Le capitali della musica. Parma, 1985, 107.


Parma 1701
Fu cantore della chiesa della Steccata di Parma fin dal 14 marzo 1701. Fu pure cantore alla Cattedrale di Parma il 26 maggio 1701.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1700-1702; Archivio della Fabbrica del Duomo, Mandati 1700-1725; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 159.


Parma 17 giugno 1807-post 1840
Figlio di Pierre, cacciatore a cavallo francese, e di Maddalena Pecchioni, nel 1840 era violinista della Ducale Orchestra di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

MOULIN CARLO, vedi MOULIN ANTONIO CARLO

MOYLE o MOYLI o MOYLLE o MOYLLI o MOYULE o MOYULI, vedi MOILE

Parma-1626
Già Vicario del vescovo di Parma Ferdinando Farnese, fu eletto Arcivescovo titolare di Scitopoli in Palestina il 22 Ottobre 1621.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

MOZANI GIULIANO, vedi MOZZANI GIULIANO

MOZANIGO GIOVANNI, vedi MOZANEGA GIOVANNI

Parma 26 aprile 1894-Monte Veliki Kribak 18 settembre 1916
Figlio di Ugo. A Parma fece gli studi medi e iniziò quelli di zooiatria. Frequentava il secondo anno, quando, all’inizio della prima guerra mondiale, fu chiamato alle armi. Divenuto sottotenente di milizia territoriale, fu addetto all’istruzione delle reclute. Chiese e ottenne di partire, coi granatieri, per il fronte. Sottotenente del 2° Reggimento Granatieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Guidava con mirabile coraggio il suo plotone all’assalto e con supremo sprezzo del pericolo lo incitava alla resistenza sulla posizione occupata. Gravemente ferito, con sereno stoicismo, non volle essere subito rimosso per non esporre a inevitabili perdite i portaferiti. Morì in seguito alla ferita riportata.Il Mozzani morì nell’ospedale da campo n. 236 in seguito alle ferite di arma da fuoco alla gamba sinistra riportate in combattimento.Fu sepolto nel Cimitero di Cranglio. Fu in seguito (5 novembre 1917) laureato ad honorem in zooiatria.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 settembre 1916, 18, 26 maggio, 9 giugno, 7 novembre 1917; Bollettino Associazione Agraria 30 settembre 1916; Annuario della R. Università 1916-1917, 1917-1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 165; Caduti Università parmense, 1920, 44-45; Decorati al valore, 1964, 92.

Carrara-Parma 1734
Architetto e scultore. Nel 1711 venne chiamato alla Corte dei Farnese a Colorno, dove nel Palazzo Ducale attuò alcuni rifacimenti, come l’asporto dei merli alle torricelle d’angolo e il fastigio marmoreo per la porta posta al culmine della Real Scala. Resta ancora in dubbio se attribuirgli anche l’aspetto del palazzo realizzato tra il 1723 e il 1726, mentre sicura è la sua opera legata ai lavori del giardino in collaborazione con l’ingegnere idraulico e idrostatico Giovanni Baillieul per l’esecuzione della Fontana dei Venti. Più tarda è la costruzione delle Fontane dell’Obelisco e della Piramide. Nel 1714 ideò la Stele di Elisabetta Farnese, commissionata dal Comune di Borgo Taro per commemorare il pernottamento della Regina di Spagna. Nel 1720 eresse a Vedole la deliziosa costruzione della Santissima Annunziata, a pianta ottagonale con coppia di torricelle in facciata ed eleganti membrature nella parte inferiore, insieme all’originale canonica a forma di losanga. Sempre nello stesso anno progettò e costruì la chiesa di San Michele a Mezzano Superiore, connotata da un esagerato timpano tondo, da coppie di volute di raccordo e da fini elementi di stucco, le cui non armoniche proporzioni sarebbero da attribuire al mantenimento del precedente prospetto. Il Mozzani è lo statuario che più si avvicina al Boudard. Scolpì per il Giardino di Colorno diverse statue singole, il gruppo di Plutone (ritrovato in Inghilterra) e la fontana del Trianon o del Parma. Pure di suo scalpello sono le due belle Virtù poste di lato all’ancona dell’altare maggiore della chiesa di San Vitale in Parma e un bel puttino inginocchiato sorreggente una croce (all’Istituto d’Arte di Parma). Lo si può ritenere un artista di transizione tra la fine del Seicento e la prima metà del Settecento.
FONTI E BIBL.: G. Campori, Memorie biografiche, Carrara, 1873, 162; L. Testi, La Madonna della Steccata, Firenze, 1922, 96, 215; G. Copertini, L’opera di Giuliano Mozani e G. Baillieul nel giardino Ducale di Colorno; Dizionario Architettura e Urbanistica, IV, 1969, 155; M.Pellegri, Boudard statuario, 1976, 30-31; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 240; Enciclopedia di Parma, 1998, 468.

Contignaco 1435/1447
Figlio di Antoniolo. Detto Contignaco. Fu mediocre pittore e maestro da muro, come egli stesso si sottoscrisse sotto una immagine della Beata Vergine: Antonius de Contignago murator et pictor fecit hanc figuram 1447 (Zani, volume VII, 29 e 172) Il Cerati dice che il Mozzi dipinse nella chiesa dei Padri Conventuali di Parma. Nel 1447 eseguì sul fianco di una colonna in San Francesco del Prato a Parma il ritratto del fratello Bertone e nella stessa chiesa un affresco con vari santi. Assieme al fratello partecipò ai lavori nel Castello di Contignaco. Collaborò anche con Jacopo Loschi.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, III, 67 e 68; A. Cerati, Opuscoli, I, 229; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 23; Risveglio 7 1978, 8.

Contignaco 1440/1451
Figlio di Antoniolo. Fu architetto ingegnere (magister a muro), detto negli atti pubblici del suo tempo perito e sufficiente nell’arte sua. Fu oriundo e forse nativo della villa di contignaco, soggetta ai ricchi e possenti Aldigieri di Parma. Il Mozzi con molta probabilità collaborò alla ricostruzione delle case degli aldigieri nella vicinanza di San Giovanni in Parma. Nel 1448 e 1449 risulta stipendiato dal Comune di Parma: 29 aprile 1448. Item die suprascripta dat. Bertono suprascripto pro andata per eum facta una cum tribus muratoribus Castellarium pro dirupando dictum castrum vic.e ll. vij, s. iiij. Gli Aldigieri lo raccomandarono al duca Francesco Sforza per un impiego: il 18 novembre 1451 lo Sforza diede conferma dell’elezione fatta dagli Anziani di Parma del Mozzi a Ingegnere del Comune. Il Mozzi si fece ritrarre dal fratello Antonio in una pittura a fresco nella chiesa di San Francesco del Prato in Parma nel 1447: si vede ritrattato genuflesso dinanzi ad alcuni santi, con una cazzuola e un piombo da muratore e la scritta Magister Bertonus de Moziis de Contignago Murator. Realizzò, per conto degli Aldigieri, il Castello di Contignaco.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, volume III, 67 e 68; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 225; E. Scarabelli Zunti, documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 52-53.

Parma 1561
Figlio di Giovanni Marco e fratello di pellegrino, abitante nella vicinia di San Giovanni Evangelista in Borgo delle Pescherie, in data 7 gennaio 1561 è definito Magistro.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 53.

Parma 1561
Figlio di Giovanni Marco. In un rogito in data 7 gennaio 1561 è definito magistro: Actum in civitate parmae et in appoteca infrascripti magistri Peregrini de Mozziis sita in vicinia sancti petri presentibus ibidem-predicto Magistro Peregrino et magistro Blaxio fratribus de Moziis f. q. Io. Marci vic.a Sancti Io. Evang. pro burgo piscariae (rogito di Giovanni Alberto Rocca, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 53.

MUCCHI ANTON MARIA, vedi MUCCHI VIGNOLI ANTON MARIA

Fontanellato 27 maggio 1871-Salò 3 gennaio 1945
Seguendo gli spostamenti del padre Venceslao, pretore, iniziò la propria educazione artistica a Ravenna, la proseguì a Modena, Reggio e Saluzzo e la completò all’Accademia Albertina a Torino. Qui fu allievo di Giacomo Grosso e, contemporaneamente all’attività di paesista (in cui è rintracciabile l’affievolita voce del paesaggismo piemontese da Fontanesi, primi lavori del 1891, a Belleani), svolse intensamente quella di ritrattista, solo inizialmente condizionato dalla lezione del maestro. Nel 1896-1897 frequentò i corsi di Cesare Tallone all’accademia Carrara di Bergamo, così che la sua produzione, nel prediletto campo della figura, si arricchì di nuovi motivi e approdò a significativi traguardi di quasi fotografico e incantato stupore. Sono soprattutto interessanti i lavori (ritratti e scene di genere) eseguiti alla fine del XIX secolo e agli inizi del Novecento: Ritratti del padre, della moglie, della famiglia, Le sorelle (collezione Pastore, Milano), La passeggiata, in cui della lezione grossiana rimane l’attitudine alla precisa definizione dei volti e l’armonizzazione degli sfondi a un tono dominante che caratterizza ogni sua opera. Esordì nel 1897 alla Promotrice torinese con due ritratti che lo fecero giustamente apprezzare. Tre anni dopo prese parte al Concorso Alinari col quadro Madre e fanciullo e alla mostra della Promotrice torinese con La mamma e Le cieche. Da allora, affermatosi, inviò i suoi dipinti alle più importanti esposizioni: alla Biennale veneziana nel 1901 (Anime intente), nel 1905 (La nidiata), nel 1907 (Paese) e nel 1910 (Sul lago di Garda e Il mattino d’un fauno), a Milano, Firenze, Roma, Parigi, Londra, Monaco, Saint-Louis e Leningrado. Fino a tutto il primo decennio del XX secolo visse a Torino, dove frequentò soprattutto Mario Reviglione, Cesare Ferro e Domenico Buratti. I suoi paesaggi mostrano un forte legame con la tradizione paesistica piemontese (in particolare Delleani), mentre l’impianto secessionista di alcuni suoi quadri di figura rimanda anche a un suo viaggio in Germania e Olanda nel 1902. Trasferitosi in Lazio (Albano, Velletri), dipinse numerosi paesaggi e si interessò alla cinematografia, fondando l’Ars-Film, che però chiuse poco dopo. A Bologna nel 1916, iniziò ad appassionarsi al restauro e abbandonò progressivamente la pittura. Nel 1923 a salò e Milano intraprese studi storico-artistici sul Duomo di Salò, svolse un’opera di ampia catalogazione delle opere d’arte della provincia di Brescia per conto del Ministero dell’Educazione Nazionale e fu ispettore per i monumenti del Garda. Verso il 1930, considerando decisamente superata la propria espressione, il Mucchi Vignoli abbandonò la pittura e si rivolse definitivamente a studi di storia.
FONTI E BIBL.: L. Mallè, I dipinti della Galleria d’Arte moderna, catalogo, Torino, 1968; G. Mucchi e A. Morassi, Il pittore Anton Maria Mucchi, Milano 1969; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2157-2158; N. D’Althan, Gli artisti italiani, Torino, 1902; U. Thieme-F. Becker, 1907; L. Callari, Storia dell’arte contemporanea italiana, Roma, 1909; Emporium 1919, 50, e 1926, 63; Dizionario pittori ’800, 1974, 298-299; Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 47-48; Dizionario pittura e pittori, III, 1992, 754.


Parma XVI secolo-post 1591
Ingegnere attivo nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 314, e IV, 212.

Parma seconda metà del XVI secolo
Ingegnere attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 213.


Fiorenzuola d’Arda 6 giugno 1861-Parma 5 dicembre 1945
Fu imprenditore molto noto per le varie attività svolte, dalle imprese di lavori pubblici (opere di difesa del Po) ai trasporti (azionista di maggioranza delle Tranvie parmensi, poi cedute alla ditta Balestrieri, come Sorit). Fece parte dei consigli di amministrazione dell’Edison e dell’Emiliana esercizi elettrici. Fu sepolto nel cimitero israelita di Parma.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 103.

Fiandre 1568 c.-Altamura ante 1642
Nacque da una famiglia di nobili spagnoli. Il padre, che fu capitano di valore, era assai affezionato alla casa Farnese: prima di morire, lo raccomandò al duca Ottavio Farnese, che infatti lo fece condurre a Parma e lo fece allevare da Giovanni Ponzio assieme al principe Ranuccio Farnese, che aveva la medesima età del Mugnoz. Di ingegno acuto e perspicace, si applicò allo studio delle leggi presso l’università di Bologna, quindi ritornò a Parma e si laureò il 16 aprile 1591. Il principe Ranuccio Farnese lo fece ammettere al Collegio dei Dottori di Legge e gli diede la cittadinanza parmigiana. Fu impiegato dal Duca in diversi uffici, dapprima in Abruzzo e poi in Lombardia. Fu Auditore Criminale e Civile a Piacenza e poi a Parma. Infine fu eletto Consigliere Ducale. Sembrandogli però di poter ambire a ben più alti incarichi, il Mugnoz si allontanò dalla Corte di Parma, offrendosi a quella di Napoli. Ma non fu accettato (probabilmente anche a causa delle pressioni esercitate da Ranuccio Farnese, particolarmente risentito), e si ritirò allora ad Altamura, dove già era stato come Ufficiale e dove si era sposato. Tentò poi, tramite il marchese Pietro Francesco malaspina, di essere reintegrato alla Corte di Parma, ma senza esito. Morì in ancor giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 58-60.

MULAZZI SEVERINA, vedi CORRADI SEVERINA


Parma 31/1 a.c.
Di condizione forse libertina, è documentata in un frammento di epigrafe presumibilmente databile, per i caratteri paleografici, ai primi decenni dell’età imperiale. La gens Munatia è ampiamente documentata a Parma. Lychnis, cognomen grecanico rarissimo in tutta la cisalpina, è documentato per un’altra parmensis. Il cognomen, tipico di schiavi e liberti, orienta verso la supposizione che Munatia Lychnis fosse una liberta dei Munatii.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 126.


Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Di condizione incerta, forse liberta, fu dedicataria di un’epigrafe, perduta, presumibilmente assegnabile, per la presenza della formula D.M., a età imperiale, postale dal sodalis C. Iulius Zenon. Si tratta di un altro personaggio portante il nomen dei Munatii, gens ampiamente documentata in Parma. Il cognomen Piaetas, molto usato anche al maschile, rarissimo tuttavia in Cisalpina, è documentato in questo solo caso a Parma. Munatia Piaetas fu, insieme a C. Iulius Zenon, membro di un sodalizio che non è possibile identificare: questo fatto, cui si aggiunge il nome grecanico del secondo personaggio, orienta verso la supposizione che entrambi fossero liberti.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 126.

MUNATIA ROMULA, vedi LUCILIA ROMULA

Parma 173 a.C./13 d.C.
Figlio di Publius. Libero, è documentato in epigrafe sepolcrale insieme alla consorte Lucilia Sex. f. Romula e al figlio C. Munatius Novellus. L’epigrafe, di cui il Munatius è il dedicante, è attribuibile per i caratteri paleografici e contenutistici, al I secolo d.C. I Munatii, gens molto diffusa in Italia, sono documentati in notevole numero anche a Parma. Nel 173 a.C., il Munatius fu uno dei decemviri incaricati di assegnare viritim le terre non occupate in Liguria e in Gallia e forse la diffusione del nomen nella zona può farsi risalire a questo periodo. Anche la tipologia dell’epigrafe, che si distingue dalle altre parmensi, per lo più semplicissime, induce a ritenere questi Munatii in una posizione di rilievo nella vita sociale della città di Parma. Nell’anno 13 d.C. il Munatius costruì a Parma, per conto dei consoli di Roma, il Teatro per giuochi Lucio Mummio.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 92; Arrigoni, Parmenses, 1986, 127.


Parma I secolo d.C.
Libero, figlio primogenito di Caius Munatius P.f. e di Lucilia Sex. f. Romula. È documentato in epigrafe che ne presenta anche la protome infantile. Novellus è cognomen documentato, ma sporadicamente, in Africa e presente a Parma anche in un altro caso.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 130.


Parma I secolo a.C./I secolo d.C.
Di condizione incerta, fu coniunx incomparabilis di Voconia Ingenua, con la quale visse trent’anni e che gli dedicò un’epigrafe, perduta ma documentata tradizionalmente a Parma. L’epigrafe è presumibilmente databile (cfr. la presenza della formula D.M.) al primo periodo imperiale. La gens Munatia è ampiamente documentata in Parma. Agrippa è cognomen molto diffuso ovunque. Presente in alcuni casi in Cisalpina, a Parma è documentato solo in questa epigrafe.
FONTI E BIBL.: M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 128.


Parma 27 a.C./14 d.C.
Fu probabilmente di condizione o di origine libertina, sexvir et Augustalis, in epigrafe, perduta, datata al periodo augusteo. In essa il Munatius testimonia di aver fatto pavimentare, d(e) p(ecunia) s(ua), una strada corrente dal foro a una porta della città di Parma, che sarebbe stata ornata [m]armoribus statu[eis] [fist]uleis et salientibus. Le testimonianze antiche, che dicono l’epigrafe rinvenuta presso Porta San Michele, sono state avvalorate dai reperimenti del 1809, in base ai quali è possibile identificare con certezza la via con il tratto orientale del decumanus maximus e la porta forse con una porta monumentale della città, ornata di marmi, i cui resti sono stati trovati nello stesso anno all’altezza della chiesa di San Michele. L’iscrizione è inoltre interessante perché allude a una condotta d’acqua e lascierebbe presupporre un ingrandimento della città verso est fin da questo periodo. I Munatii, gens molto diffusa in Italia e in occidente, furono presenti a Parma con notevole frequenza. Apsyrtus è cognomen grecanico, presente in una seconda epigrafe parmense, menzionante un omonimo del Munatius, forse con questo stesso identificabile.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 82; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 129.

Parma I secolo a.C./I secolo d.C.
Forse di condizione o di origine libertina, fu dedicatorio di un’epigrafe, perduta, al liberto L.Nonius Chilo. Un personaggio di uguale denominazione è documentato in un’altra epigrafe parmense, pure perduta, datata al periodo giulio-claudio: è stata pertanto avanzata l’ipotesi dell’identità dei due personaggi. La gens Munatia fu particolarmente presente in Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 128.

Parma I secolo a.C./I secolo d.C.
Di condizione libertina, fu patronus della liberta Hecale, che gli dedicò un’epigrafe ritrovata in centro cittadino a Parma, presumibilmente databile, per i caratteri paleografici (regolarità del ductus, T longa, M dai tratti obliqui) alla prima età imperiale. La gens Munatia è ampiamente documentata a Parma. Hospes, cognomen diffuso, presente tuttavia assai raramente in Cisalpina e sempre per liberti, è documentato a Parma in questo solo caso. Come L. Gavius Lalus, anche Q. Munatius Hospes fu liberto di una donna.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 130.

MURALTI AGATA, vedi MURALTI CATERINA

Piacenza 21 maggio 1641-Parma 25 luglio 1713
La sua famiglia proveniva dalla Svizzera. Nacque da Ulderico e Virginia Seccamelica. Il padre militò sotto la bandiera di Rodolfo II, riportando alti riconoscimenti del proprio valore e decorazioni. Trasferitosi nel Ducato di Parma, venne accolto dal duca Odoardo Farnese che, per premiarlo degli ottimi servizi resi allo Stato nel maneggio di importanti affari, lo nominò Capitano di una compagnia di soldati dislocata a Piacenza. Ranuccio Farnese lo promosse di grado, destinandolo a Parma dove si trasferì con la famiglia e rimase fino alla morte. Dalla moglie ebbe quindici figli di cui nove maschi e sei femmine, la prima delle quali fu la Muralti. Le fu assegnato il nome di battesimo di Caterina per significare la gratitudine della madre a Santa Caterina di bologna, da cui si era recata per chiedere, dopo tre figli maschi, il dono di una bambina. La Muralti fu collocata dai genitori in collegio per prepararvisi a divenire una buona e saggia madre di famiglia. Infatti più tardi la richiamarono in famiglia per maritarla, ma ella si oppose energicamente, con il proposito di consacrarsi alla vita religiosa. Chiese di entrare nel monastero delle Cappuccine di Piacenza, dove viveva monaca una sua zia, ma ne ebbe risposta negativa mancandovi un posto a disposizione. chiese allora di essere ammessa in quello di San Maria della Neve in Parma, dove fece il suo ingresso il 16 aprile 1662, assumendo il nome di Agata. Una volta eletta Superiora, la Muralti, avendo riscontrato che, per l’intromissione di alcuni parenti delle monache, andavano ripetendosi troppe visite e troppo prolungate al parlatorio del monastero e ritenendo ciò un abuso tutt’altro che benefico allo spirito religioso, alla solitudine e al raccoglimento, intervenne per toglierlo. La Muralti non indietreggiò di fronte alle numerose proteste e accuse di incapacità di governo e di mancanza di umanità e di prudenza, con minaccia di sospendere le consuete elemosine al monastero. Nei manoscritti dell’Archivio delle Cappuccine si dice che meravigliosissimi furono i favori compartiti da Dio alla Muralti in attestato del suo amore. E si parla diffusamente di apparizioni e rivelazioni. Morì dopo 66 giorni di atroci sofferenze. Fu poi venerata come serva di Dio.
FONTI E BIBL.: R. Lecchini, Cappuccine a Parma, 1982, 50-58.

Borgo Taro 27 settembre 1758-Pomaro 22 gennaio 1850
Nacque da Silvestro, dottore in legge, e da Isabella Stradelli. All’età di sette anni cominciò gli studi di belle lettere, e a dodici anni si applicò al canto fermo sotto la direzione dell’arciprete Francesco Costamezzana, ottenendo in breve tempo ottimi risultati. Nel 1772 apprese i principi elementari del cembalo dal veneziano Carlo Mischiatti, che si trovava impiegato  a Borgo taro in qualità di professore e maestro di cappella della chiesa di Sant’Antonino. Nel 1775 fu posto dai suoi genitori nel seminario di Piacenza, da dove poi passò al Collegio Alberoni. Per quattro anni proseguì il corso degli studi letterari, compresa la filosofia. Quindi si recò a Parma, dove attese per tre anni consecutivi agli studi teologici e per altri tre anni a quelli di legge. All’età di 23 anni fu ordinato sacerdote e a 27 fu laureato in legge. Durante il corso dei suoi studi in Parma, ogni anno si recò a Borgo Taro durante i quattro mesi delle vacanze scolastiche, istruendosi nel bel canto col maestro Vincenzo Baruffaldi di Viadana. Nel maggio del 1786 fu destinato in qualità di vicario foraneo a Borgo Taro con patente del vescovo di Piacenza Gregorio Cerati. Dopo la morte dell’arciprete costamezzana (dicembre 1805), nel successivo gennaio 1806 ne ottenne la parrocchia. Il Murena amò appassionatamente la musica, della quale ebbe conoscenza molto estesa nella teoria e nella pratica del canto, che perfezionò sotto la direzione del milanese Carlo Gervasoni, che fu maestro di cappella della chiesa di sant’antonino di Borgo taro. Del Gervasoni fu mecenate e protettore. Nel 1821 dedicò al vescovo Scribani una poesia in ottava rima intitolata I quindici misteri del S. S. Rosario. Pubblicò pure (1830, coi tipi Tedeschi) Una corona di sonetti sui sette dolori di Maria Vergine. La duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria con diploma del 16 giugno 1827 gli concesse un’arma gentilizia. Fu prelato domestico di Sua Santità e da ultimo Arciprete di Pomaro.
FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 196-197; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 292-293; E.De Giovanni, in Nuovo giornale 16 e 17 marzo 1927.


Borgo Taro 13 febbraio 1702-Piacenza 16 giugno 1782
Frate capuccino, fu predicatore ed esattissimo nella regolare osservanza. Compì a Carpi la vestizione (17 aprile 1719) e la professione di fede (17 aprile 1720).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 357.

Borgo Taro 1850-Ferrara
Alunno del Collegio Alberoni di Piacenza, entrò tra i missionari di San Vincenzo e visse sempre a Ferrara. Dotato di tenace memoria e di pronto ingegno, fu noto soprattutto come quaresimalista. Lasciò alcune opere, tra le quali Vita di San Paolo Apostolo (Ferrara, 1880): la biografia popolare si articola in tre parti, dedicate a San Paolo come apostolo, come martire e come dottore.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Appendice, 1899 alla voce; F. Molinari, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 183.


Borgo Taro 1732 c.-
Dottore in legge, fu letterato e poeta arcade per diletto.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 293.


Borgo Taro 24 gennaio 1915-Parigi 26 gennaio 1971
Fu fisarmonicista di notevole valore. In Francia il Murena ebbe un grande successo: le sue qualità furono immediatamente riconosciute e apprezzate. Il Murena, grandissimo esecutore di stile musette (Alberto Bazzurro), non fu propriamente un jazzista, ma facilmente passò da questo genere ad un jazz di ispirazione reinhardtiana. A lui sono stati accostati gli altrettanto grandissimi Gus Viseur e Jo Privat. Sotto il profilo solistico, il Murena fu uno stilista di grande eleganza, nonché un compositore particolarmente fecondo: circa cinquecento sono i temi usciti dalla sua penna. A Viseur lo legarono molti punti di contatto: i due furono coetanei e francesi d’adozione. Talenti precocissimi, amanti del tango e cultori del bandoneòn, nonché di un jazz prezioso, vagamente cameristico. Il mensile Musica Jazz (Milano, Rusconi) pubblicò nel 1995 un numero dedicato alla fisarmonica nel jazz, con allegato un compact-disc nel quale è inserita una registrazione (dal titolo Milk-bar) effettuata a Parigi dal Murena il 30 maggio 1942.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 giugno 1995, 24.

MURONER AMADEO, vedi MAURONER AMADEO

Calice di Bedonia 5 maggio 1882-Milano 3 marzo 1960
Figlio di Giovanni e di Gilda Antolotti, che fu anche sua prima maestra. Studiò a Parma, allievo di Cecrope Barilli, e a Firenze, discepolo di Adolfo De Carolis. Dal 1902 al 1904 prestò servizio militare in Eritrea, colonia italiana. Rientrato in Italia, iniziò la carriera scolastica come insegnante di disegno prima a Mosso Santa Maria (Vercelli), dove nel 1911 sposò Valmira Sella, poi a Grignasco, successivamente a Tolmezzo e a Nuoro. Richiamato alle armi nel 1915, partecipò alla prima guerra mondiale nell’Arma del Genio fino alla vittoria nel 1918. Ritornato alla vita civile riprese l’insegnamento nell’Istituto Normale di forlimpopoli, dove decorò la cappella battesimale della chiesa di San Pietro e progettò la fonte battesimale che venne costruita in ceramica a Faenza. Nel 1924 venne trasferito all’Istituto magistrale di Campobasso, dove insegnò fino al 1933. Cominciò allora il periodo di intensa attività artistica, con la produzione di xilografie che illustrano la vita delle campagne molisane. Nel 1933 venne trasferito all’Istituto Magistrale Gaetana Agnesi di Milano. In quel periodo si dedicò particolarmente alla xilografia, anche illustrando libri e racconti per ragazzi che hanno come protagonisti animali. Il Musa fu pure autore di numerose novelle per ragazzi, come La luna sul salice, che rivela e interpreta l’umorismo agreste delle popolazioni attorno a Bedonia. Con lo pseudonimo Musmeo o Musa da Calice celebrò con bonaria arguzia le gesta di Disolla e Tognu con poesie in dialetto valtarese, sempre illustrate con xilografie. Negli anni 1938-1945 affrescò alcune chiese: Codogno di Albareto, Bedonia, Allegrezze, Borgo val di Taro. Trattò ogni sorta di pittura: a olio, all’acquerello, a fresco, ed eseguì anche acqueforti e miniature. Nel 1903 esordì a Firenze, alla promotrice, con L’inverno ai boschi di Ferriere. In seguito partecipò saltuariamente a esposizioni tenutesi a Milano, Bologna, Forlì, Cesena, Campobasso, Aquila e Torino. In Eritrea eseguì il Ritratto di San E. Ferdinando Martini e le decorazioni del Palazzo governatoriale di Asmara. Riprodusse, in acquerelli e oli, paesaggi di varie località d’Italia e dell’Eritrea. Nella Cappella dei Combattenti di Compiano, nel Battistero di Codogno e in quello di Forlimpopoli dipinse a fresco le decorazioni murali. Una sua grande tela, La sagra del Matese, orna la biblioteca del Provveditorato agli Studi del Molise e una dozzina di quadri riproducenti paesaggi, castelli, usi e costumi del popolo molisano si trova nel Convitto Nazionale Mario Pagano di Campobasso. Di duemila legni per xilografie, oltre la metà andarono distrutti nelle incursioni aeree del 1943 a Milano. Illustratore di libri, si ricordano in questo genere le tavole per i Canti popolari dell’Appennino parmense di Jacopo Bocchialini e Il bosco selvaggio di K. Grahame, comprendente 250 xilografie originali. Ottenne la medaglia d’argento alla Mostra d’Arte Sacra de L’Aquila, altra del Ministero della Pubblica Istruzione alla I Mostra d’Arte molisana e la medaglia d’oro dal Circolo Artistico di Campobasso. Fu vice presidente degli Incisori d’Italia e partecipò a tutte le loro mostre. La matrice culturale del Musa affonda le radici nell’ambiente fiorentino, alla scuola di Adolfo Carolis, docente all’Accademia di Firenze. A contatto col fertile illustratore di gran parte della produzione letteraria di d’Annunzio, il Musa trasse dal maestro marchigiano illuminati insegnamenti. Si accostò all’inizio della sua attività allo spirito dei preraffaelliti, approdando in seguito allo studio profondo dell’opera michelangiolesca. Strettamente vincolato a una propria concezione romantico-letteraria dell’arte, ligio alla tradizione e ai canoni accademici, decisamente sensibile ai fermenti liberty, abilissimo disegnatore, si trovò, per naturale vocazione, nelle condizioni ideali per preparare ai difficili cimenti dell’incisione le nuove leve dei futuri artisti del Novecento. Se molteplice, varia e complessa fu l’attività artistica del Musa, non vi è dubbio che l’opera che più di tutto ne esaltò i pregi e la personalità fu il ricchissimo repertorio xilografico fissato in duemila pezzi, alcuni dei quali toccano un’altissimo vertice di contenuto estetico e di perfezione esecutiva. Paesaggio, figura e tavolette di ex libris nacquero dalla sua fervida fantasia di infaticabile creatore. Conobbe a fondo la botanica appenninica e scelse con occhio esperto gli alberi adatti (pero, noce, bosso) per ottenere tavole compatte e senza nodi, da rendere levigate come lastre di marmo. Il Musa seppe poi come scavare parallelamente o perpendicolarmente alle fibre del durame, secondo le esigenze del disegno e la complessa trama dell’intaglio dettata da una inesauribile vena creativa. Uomo colto, sensibilissimo poeta e scrittore, il Musa iniziò la sua attività ripercorrendo a ritroso il cammino dell’arte per studiare a fondo, insieme all’opera degli incisori locali, anche quella dei grandi cinquecentisti italiani e stranieri, da Dürer a Grien, da Stimmer a Moreelse, da Goltzins a Wechtlin. Poi ancora, in uno scorcio di secoli che porta all’età contemporanea, il Musa guardò a Mariette, Seur, Prestel, Rosaspina, Jackson e, più avanti, a Manet, Vibert, Verhaeren, Le Père Rivière, Colin, Paul, Beardsley, Nicholson, Brangwin, Klemm, Thiemann, Stoizner, Junqnickel, Marc, Pechestein, Picasso, Braque, Morandi e, in particolare, a de Carolis sperimentatore di nuove tecniche, che con l’autoritratto (1904) aprì nuovi orizzonti alla xilografia, pur nell’evidente ricordo dei chiaroscuristi antichi. Ma pur scavando nel tempo e nell’opera dei maestri di ogni età, il Musa rimase sostanzialmente se stesso: un sottile vedutista e raffinato illustratore che contribuì, con estrema coerenza, alla rinascita del chiaroscuro nel travagliato, se pur fecondo, periodo novecentista. La lastra lignea del Musa nasce da un capzioso studio della composizione. Nell’intavolazione del quadro, gli elementi architettonici, paesaggistici e figurativi si fondono in un complesso intreccio prospettico. Le linee di fuga tagliano di preferenza il piano secondo quell’andamento diagonale che il Correggio introdusse nei capolavori sacri della maturità. Le due xilografie Vecchia Bedonia e Lungo il Pelpirana, che inquadrano luoghi caratteristici del mai dimenticato Appennino parmense, offrono una immagine quasi speculare di soggetti espressi attraverso una personalissima metodologia concettuale e operativa, costantemente riproposta nella consapevolezza della raggiunta unità di stile. Anche nella nitida inquadratura che coglie in primo piano Il suonatore d’organetto, l’incisiva ferita della sgorbia taglia, con la precisione di un bisturi nella mano del chirurgo, l’ampia superficie della composizione. Si delinea così un contrappunto di nitidi contrasti tonali che la sapiente pressione del torchio, sulla lastra inchiostrata, rende luminoso sulla pagina stampata. Tra le ultime opere del Musa, realizzate alla fine degli anni Cinquanta, è da segnalare la serie dei personaggi manzoniani tratti dai Promessi sposi, bizzarramente trasformati in docili o aggressivi animali, colti in atteggiamenti che evidenziano un’acuta ricerca psicologica dei soggetti, rievocati in perfetta aderenza allo spirito del romanzo. Il bestiario moderno, che sotto un certo aspetto si riallaccia agli altorilievi dello zooforo antelamico del Battistero di Parma, presenta un gruppo di pennuti, di fiere, di falchi e di colombe riccamente abbigliati nei costumi d’epoca, che, per espressività e atteggiamento, ricordano pregi, virtù e difetti dei personaggi usciti dalla fantasia del grande romanziere milanese. Con le immagini vive e spregiudicate dei protagonisti del grande affresco letterario ottocentesco, si può dire che si concluse la parabola operativa del Musa xilografo. La sua variatissima produzione, che abbraccia un lungo periodo di intensa attività, è legata spazialmente e temporalmente a paesi stranieri, a molte regioni italiane e alla sua terra di origine, con principali punti di approdo in Eritrea, Romagna, lombardia, Piemonte, Carnia, Molise, Sardegna, Liguria e Appennino Emiliano. In questi luoghi il Musa lasciò il segno del suo versatile ingegno. Basta menzionare le già ricordate chiese e cappelle gentilizie affrescate a Campobasso, Boiano, Bedonia, Codogno di Albareto, Isola di Compiano e Borgo val di taro, le pergamene istoriate, gli oli, le tempere, le sculture, le illustrazioni (che spesso integrano visivamente le sue composizioni poetiche e letterarie) e l’intero corpus xilografico, per rendersi conto del significato culturale di un prezioso patrimonio artistico che merita di essere più profondamente e dettagliatamente divulgato e conosciuto. Il numero delle opere del Musa, sia pittoriche che xilografiche è enorme. Attraverso di esse, si possono seguire le tappe della sua vita e l’evolversi della sua arte. L’opera omnia del Musa, donata dagli eredi, è esposta dal 1993 in sale a lui dedicate e situate nel Seminario vescovile di Bedonia.
FONTI E BIBL.: Septimanie, Narbonne, 1931, VII, 79-81; L. Servolini, Tecnica della Xilografia, Milano, 1935; E. Toth, Az uj Olasz Fometszömuvészet., Debrecen, 1938; L. Servolini, La Xilografia, Milano, 1950; E. Padovano, Dizionario artisti contemporanei, Milano, 1951; La Piè maggio-giugno 1954; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Aurea Parma luglio-settembre 1956; Gazzetta di Parma 8 gennaio e 23 marzo 1958; L. Servolini, Gli Incisori d’Italia, Milano, 1960; Arte incisione a Parma, 1969, 67; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2166-2168; Dizionario Bolaffi Pittori, VIII, 1975, 58; G.Capelli, in Gazzetta di Parma 31 luglio 1982, 3; Bedonia, 1998, 20-21.

Drusco 19 luglio 1885-Bedonia 6 maggio 1971
Figlio di Giovanni, possidente, e di Ermenegilda Antolotti. Sposò Clotilde Lusardi il 13 luglio 1912. Compì i propri studi tra Piacenza, Firenze e Parma, ove si laureò in Medicina l’8 luglio 1911. Dal 1° settembre dello stesso anno al luglio 1921 ebbe l’incarico di medico condotto e Ufficiale sanitario al comune di Compiano. Durante il primo conflitto mondiale fu Capitano nella Sanità della Terza Armata sul Piave. Dal 28 luglio 1921 fino al marzo 1924 fu Medico Ufficiale sanitario della prima condotta di Bedonia, dopodiché tale incarico gli venne tolto per manifesto antifascismo (sospettato anche di appartenere alla formazione Italia Libera, fu sfidato a duello). Partecipò vivamente alla lotta di liberazione antifascista e un attestato di gratitudine gli venne rilasciato dalla 32a Brigata Garibaldi Monte Penna. Reintegrato nell’esercizio della condotta bedoniese, vi rimase fino al 30 aprile 1953, quando fu collocato a riposo. Fu per vari anni, a partire dal 4 maggio 1949, delegato della Croce Rossa Italiana. Il Musa fu profondo cultore di storia locale, attività per la quale si guadagnò la carica di Ispettore onorario all’Archeologia per il Comune di Bedonia, conferitagli dalla Direzione Generale della Soprintendenza Archeologica di Roma. La precisione e lo scrupolo del Musa nell’annotare tutti i ritrovamenti archeologici delle varie località bedoniesi, riportandoli poi nelle sue pubblicazioni, rendono queste ultime ancora particolarmente preziose per chi intenda avvicinarsi allo studio della storia locale (il corpus delle indicazioni del Musa può ritrovarsi in Renato Scarani, Repertorio di Scavi e Scoperte dell’Emilia Romagna, Bologna, Forni, 1963). Si riportano i titoli di alcune pubblicazioni del Musa: Documenti litici preistorici della gens Penninica nell’Alta Val di Taro e in Val di Ceno, in Corriere Emiliano 11 luglio 1939, Il coltello della gens Penninica, in Giovane Montagna 9 1942, Il Castello di Montarsiccio, in Bollettino Storico Piacentino 50 1955, I Liguri Ilvati, manoscritto inedito nell’Archivio della Soprintendenza Archeologica, Bologna.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 febbraio 1959; Severino Musa, in Gazzetta di Parma 30 marzo 1971, 10; Il dottor Severino Musa si è spento, in Gazzetta di Parma 8 maggio 1971; Ricordo del dottor Musa, in Gazzetta di Parma 9 giugno 1971; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 728.


Parma 1625
Nell’anno 1625 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: G.V. Marchesi Bonaccorsi, Galleria dell’onore, 1735, II, 148.

Parma 1607
Nell’anno 1607 fu insignito dalla Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: G.V. Marchesi Bonaccorsi, Galleria dell’onore, 1735, II, 148.

Parma 1584/1614
Figlio di Luigi. Fu insignito della Croce di Cavaliere di Santo Stefano il 4 settembre 1584. Nell’anno 1614 fu anche tesoriere dello stesso ordine.
FONTI E BIBL.: G.V. Marchesi Bonaccorsi, Galleria dell’onore, 1735, II, 148.


Parma 1493/1534
Nel 1505 fu canonico della Cattedrale di Parma. Consacrò le chiese della Steccata in Parma e Santa Margherita di Colorno. Fu nominato il 26 settembre 1525 vescovo di Lidda in Palestina. Fu inoltre uno dei vicari del vescovo di Parma Alessandro Farnese (1509-1534), poi papa Paolo III (Eubel, Hierarchia catholica medi aevi, III, Monasterii, 1910, 125). Dominus Pompeus Musachis figura tanto nel Registrum vetus beneficiorum civitatis et diocesis Parmensis del 1493 come titolare del beneficio pertinente alla chiesa di San Bartolomeo (in Schiavi, La Diocesi, II, 65 sgg.), quanto nel Sinodo detto Tuscolano del 1519, in cui è chiamato mansionarius et rector ecclesie sancti Bartholomei de Glarea. Il 17 luglio 1530 consacrò la restaurata chiesa di San Alessandro. Intervenne alla traslazione del corpo del Beato Bertoldo fatta il 13 novembre 1530.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 53; P.Martini, Cenni storici sull’origine dell’archivio capitolare della basilica cattedrale di Parma e cronologia degli ill.mi e rev.mi canonici, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 128; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; Aurea Parma 2/3 1971, 97.

Barco 1908-Parma 1998
Chitarrista e compositore, fondò a Basilicanova una casa editrice specializzata in musica da ballo.
FONTI E BIBL.: B/S, 45; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Corniglio 1913-Corniglio 30 giugno 1999
Figlia di Domenico, notaio di Corato di Bari,  e di Maria Andrei.Il padre, per ascendenze familiari, era imparentato con una figura del Risorgimento meridionale, Carlo Poerio.Vissuta in una famiglia patriarcale, quattro sorelle e tre fratelli, la Musci seguì il padre notaio da Corniglio a Milano.Il genitore decise il trasferimento dopo avere subito negli anni Venti le prime angherie del fascismo per le sue idee di sinistra.A Milano la Musci studiò con impegno e nel fermento delle idee familiari avvertì l’urgenza di una scelta ideale: forgiò la sua formazione all’Università Statale, alla scuola del professor Banfi, attorno al quale si formò un gruppo di intellettuali che costituì una decisa fronda al fascismo.Appena si formarono i primi nuclei del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, la Musci aderì come staffetta partigiana col nome di battaglia di Luisa ed ebbe occasione di incontrare nella capitale lombarda Curiel e Amendola.Iniziò a collaborare alle riviste Rinascita, il Combattente e all’Unità clandestina. Poi, nell’immediato dopoguerra, la sua scelta marxista (militò nel Partito comunista italiano e dal 1991 in Rifondazione comunista) la portò prima alla scuola di formazione politica a Faggeto di Lario (Como), poi alla federazione milanese, direttamente a contatto con il Comitato federale, e ancora alla scuola di Economia politica a Mosca, dove restò per tre anni  Si trasferì in seguito a Parma per insegnare filosofia.Fu sepolta nel cimitero di Beduzzo.
FONTI E BIBL.: C.Drapkind, in Gazzetta di Parma 2 luglio 1999, 24.

Monchio 1846-Monchio 11 ottobre 1915
Fu parroco di Grammatica, Rettore del Seminario di Berceto dal 1878 al 1888 e poi passò a reggere la parrocchia di Baganzolino. Nel 1895 fu nominato Rettore del Seminario di Parma e Canonico della Cattedrale. Morì a 69 anni.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 195.

Parma 1714-Noceto 31 dicembre 1780
Dopo aver esercitato il ministero sacerdotale nella direzione spirituale degli istituti femminili di Parma, venne nominato arciprete di noceto il 19 ottobre 1754. Trovò la chiesa appena ultimata e provvide al tinteggio, all’arredamento e ad arricchirla di preziosi apparati e vasi d’argento. Esiste nell’archivio parrocchiale l’elenco dei 110 oggetti da lui acquistati o commissionati, tra cui un dipinto di San Martino sulla facciata, l’orologio sopra la torre, le due porte laterali della chiesa, gli altari di sant’antonio da Padova, di Sant’Agostino, di San giuseppe e del Suffragio, il quadro di San giovanni Battista nel battistero, l’ornato del crocifisso, le cantorie con l’organo e sue facciate, i banchi del coro, un calice solenne d’argento, due messali solenni, uno coperto d’argento e uno con borchie d’argento, un apparato completo in terzo di tela d’oro e un altro calice d’argento. Provvide pure ai restauri e alla decorazione della casa parrocchiale, ubicata nel paese, ove esercitò una larga ospitalità ed ebbe l’onore di avere tra i suoi ospiti i principi Ferdinando e Amalia di Borbone. Morì dopo ventisei anni di parrocchialità e fu sepolto nel presbiterio della chiesa, presso la torre. Una grande lapide fu posta sul suo sepolcro per tramandare ai posteri la conoscenza delle sue doti e della sua benefica attività sacerdotale, rese palesi anche dall’atto di morte in cui è scritto: Uomo retto e di grande bontà; difensore strenuo dei diritti della Chiesa e generoso verso i poveri. Ebbe di mira solamente il bene e la felicità del suo popolo. Curò in particolare l’istruzione religiosa ed accorreva ovunque vi fosse un infelice cui potere rendere sollievo.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 75-76.

Parma 1783-Parma 3 marzo 1858
Appaltatore teatrale. Tenne l’impresa del Teatro Ducale di Parma per molte stagioni, dal Carnevale 1831 al Carnevale 1846. Lavorò anche fuori e nel 1838 tenne l’impresa del Teatro della Pergola di Firenze. Lo Stocchi riporta che nel luglio 1844 fu innalzato in Ghiaja un casotto di travicelli ed assi, chiamato Nuovo Anfiteatro. Visto il successo incontrato, il Musi, determinò di costruirne a proprie spese un ben architettato e degno d’accogliere ogni più civile persona in una zona che non ostacolasse il funzionamento del Teatro Ducale. Il 15 aprile 1845 chiese l’autorizzazione per innalzare un Teatro Diurno od Arena in quel spazio di terreno che trovasi tra il Ducale Giardino e l’imboccatura del ponte verde sul Torrente Parma, siccome luogo per tutti i rispetti, da me creduto più conveniente a tale uso. Avuta una risposta negativa, chiese l’uso di quel locale detto della fabbrica delle carrozze posto a Porta San Michele con l’uso anche del porticato posto a levante dello stesso cortile (Archivio di Stato di Parma, Comune, Spettacoli, b. 4113). Il 10 luglio 1845 venne inaugurato il Teatro Diurno in legno, nei cui spettacoli furono impiegati anche professori della Ducale Orchestra. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Non figurò invece nella sommossa del 1831.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 135; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 190; M. Ferrarini, Impresari teatrali, 1950, 63; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 9 marzo 1850-1925
Figlio di Ilario e Maria Luisa Oranger.ingegnere. Fu assessore del Comune di Parma, Sindaco di Golese e Presidente del Consorzio agrario.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 109.

Parma 1820
Fu capo speziale e direttore dello stabilimento farmaceutico di San Filippo Neri in Parma.
FONTI E BIBL.: R.Lasagni, Bibliografia, 1991, 213.

Parma 1538
Architetto civile e ingegnere attivo nell’anno 1538.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIII, 1822, 439.

Parma 1831
Durante i moti del 1831 fece parte del consesso civico. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza. La polizia lo segnalò all’autorità costituita in questo modo: È uomo moderato. Dicono però taluni che abbia fatti gravi minaccie alla musica del reggimento Maria Luigia per costringerla a suonare al pranzo che si diede in Parma al generale Zucchi.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 187-188.


Torrile 2 settembre 1903-Guna Gadù 24 aprile 1936
Nato da Eugenio e da Serena Zoppi. giovanissimo si arruolò nei carabinieri, dove servì per ben tredici anni, segnalandosi per disciplina e spirito di sacrificio e raggiungendo il grado di vice-brigadiere. Congedatosi, si iscrisse al Partito fascista. All’inizio del conflitto italo-etiopico, chiese di partire per l’Africa Orientale dove fu aggregato a un reparto di carabinieri Autocarrato (3a banda). Partecipò a diversi fatti d’arme, comportandosi sempre valorosamente. In un vittorioso scontro con l’avversario a Guna-Gadù (Somalia), cadde eroicamente sul campo guidando i suoi uomini all’assalto. Alla sua memoria venne decretata la medaglia d’argento al valor militare con la motivazione: Nell’aspra battaglia per la presa del forte di Guna Gadù combattè da eroe; con alto spirito di sacrificio, sprezzo del pericolo, slancio singolare ed ardimento non comune, concorse alla vittoria delle nostre armi, rimanendo mortalmente ferito nell’assalto delle posizioni nemiche.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’Impero, 1937, 206-207; Decorati al valore, 1964, 124.


Parma-Parma 1630
Fu lettore di Istituzioni all’Università di Parma dal 1622 al 1630. Il Musini è ricordato dal Bolsi (p. 48).
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 39-40.

Roccabianca 1812-Borgo San Donnino 15 febbraio 1899
Frequentò le scuole elementari a Busseto, dove ebbe a compagno Giuseppe Verdi, con il quale si mantenne sempre in cordiali rapporti di amicizia. Proseguiti gli studi a Parma, conseguita la laurea e assunto al servizio di medico condotto nel Comune di Borgo San Donnino, oltre al disimpegno delle mansioni professionali ricoprì cariche di importanza e responsabilità in pubbliche amministrazioni. Nel 1856 venne decorato di medaglia d’argento alla carità coraggiosa per la cura e l’assistenza prestata ai colerosi durante l’epidemia del Parmense del 1855. Collocato a riposo nel 1887 dopo quarantaquattro anni di servizio, gli venne offerta per la circostanza dalla popolazione una medaglia d’oro.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 278-279.

Parma 1874-Bologna 26 maggio 1949
Figlio di Attilio, avvocato di grido. Fece a Parma gli studi classici e gli universitari a Bologna, dove, alla scuola illustre di Poggi, di Ruggi e di Nigrisoli, divenne chirurgo di altissima fama. Fondò poi la casa di cura che portò il suo nome e che si rese nota e apprezzata anche fuori Bologna. Fu inoltre filosofo, umanista e artista e presiedette per qualche tempo la Società Wagneriana.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1949, 56; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 109.

Soragna 1769
Fu priore nel convento dei Serviti di Soragna (1769), maestro di novizi, confessore in quattro diocesi, lettore dei casi di coscienza e sindaco ad lites.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 296.

Zibello 1902/1942
Fu Podestà e Commissario prefettizio a Zibello in epoca fascista. Al Musini si deve la realizzazione delle prime fognature del paese e la pavimentazione in porfido di piazza e contrada.
FONTI E BIBL.: Strade di Zibello, 1991, 28.


Roccabianca 1806-Parma 1866
Fu docente di Diritto Romano all’Università di Parma. Insegnò prima Istituzioni Civili romane (1848) e poi Diritto romano (1861). Nel 1859 fu Preside della Facoltà legale. Fu anche Priore del Collegio degli Avvocati di Parma. Fu nel Consiglio degli Anziani di Parma il 20 marzo 1848. Durante la breve restaurazione albertina del 1849, il Municipio di Parma lo prepose con altri al dipartimento dell’interno. Al ritorno degli Austriaci, il generale Stürmer lo mandò in esilio. Con l’avvento dell’unità nazionale, fu consigliere e assessore comunale. Non venne rieletto nelle elezioni provinciali supplettive del luglio 1865. Il Musini fu inoltre vice-presidente del Consiglio provinciale (1860-1865) e fece parte nel 1859 della Commissione istituita per preparare le leggi e i decreti atti a parificare le province riunite col Regno Sardo. Anche nel 1848 fece parte di commissioni incaricate di preparare progetti di leggi, tra qui quella per il nuovo ordinamento municipale, che fu presieduta da S. Riva e contò tra i suoi membri anche il conte Linati.
FONTI E BIBL.: Annuario dell’Università per il 1854-1855 e sgg.; Almanacco di Corte dal 1856 al 1859; Gazzetta di Parma 27 dicembre 1920, 1-2, e 7 gennaio 1921, 1.

Soragna 1726/1730
Tenne la carica di Pro Podestà di Soragna dal 1726 al 1730.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 296.

Soragna XVIII secolo
Fu apprezzato giureconsulto.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 296.

Zibello-Parma post 1837
Fu maestro legnaiuolo di bellissimo ingegno (Lorenzo Molossi). Abitò a Parma e fu attivo per la Corte. Realizzò nel 1834 molti mobili in acajou, noce tinta ed ebano e ad acajou per i gabinetti da conferenza e di musica e le sale d’onore e da pranzo della duchessa Maria Luigia d’Austria, più vari altri. Nel 1835 eseguì mobili per la Rocca di Fontanellato. Nel 1837 realizzò un parafocho d’acero e granatiglia e lavori vari, cinquanta panchette e dieci mantovane per il Salone di San Paolo, su disegno approvato dal Gazola.
FONTI E BIBL.: L.Molossi, Vocabolario topografico, 1832-1834, 294; Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, buste 196, 240, 830; Sanvitale, 1835; Il mobile a Parma, 1983, 264; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 221.


Parma 27 settembre 1875-Parma 19 marzo 1960
Figlio di Ercolano e Leopoldina Montacchini. Studiò da esterno al Conservatorio di musica di Parma, frequentando la classe di violino di Lodovico Mantovani. L’insegnante di armonia, Pio Ferrari, dubitava che fosse lui l’autore dei compiti che gli assegnava ma, dopo un controllo in sua presenza, lo invitò a iscriversi a composizione. Ferrari, però, morì quell’estate e il Musini lasciò cadere il suggerimento. Si diplomò in violino nel 1897. Violinista dalla cavata eccezionale, intonazione perfetta, abilità virtuosistica di grande rilievo, in presenza del pubblico non riusciva però a suonare da solo. In considerazione delle sue doti, all’esame di diploma gli fu concesso in via eccezionale (lo si riporta in quanto fu un caso unico per il Conservatorio di Parma) di suonare dalla balconata dell’organo della chiesa della Steccata, mentre la commissione e il pubblico lo ascoltavano dalle panche della chiesa. Lo stesso anno del diploma, come prima scrittura si recò in Spagna e Portogallo, successivamente girò tutta l’Europa suonando con Toscanini e Richard Strauss. In Portogallo si esibì in un quartetto con Umberto Ferrari davanti al re, che li fregiò di un ordine cavalleresco. Nel secondo anno della costituzione dell’orchestra di Santa Cecilia di Roma, fu invitato a farne parte con la retribuzione di violino di spalla e vi rimase fino alla prima guerra mondiale, quando fu arruolato come territoriale, suonando la grancassa nella banda militare diretta dal maestro Gaudino. All’epoca di Caporetto, in un caffè di Parma venne a colluttazione con alcuni individui che dileggiavano l’esercito: riportò la rottura di un dito della mano sinistra. Medicato male, il dito rimase anchilosato e non poté più suonare. Alla fine degli anni Venti diventò il maestro della banda di Borgo Taro, dove istituì anche una scuola di archi e impartiva lezioni di pianoforte. Passò poi a Bedonia, dove rimase fino al 1935. Dal 1945 fu l’organista della chiesa di San Vitale a Parma. Compose: Leongrino, melodramma ochico, eroico-comico, romantico, acquirinoso, su libretto parodia del Lohengrin dell’avvocato Arturo Scotti (Parma, Zafferri, 1903), rappresentato al Teatro Regio di Parma in occasione delle feste goliardiche del 1903, Vivien, operetta (Milano, Sonzogno, 1916), Miss Muriel, operetta (rappresentata in Egitto, 1922), Lui, Lei, Loro, operetta (rappresentata a Biella), un poema sinfonico (smarrito), sette messe (29 aprile 1907, chiesa di San Bartolomeo a Parma: Messa per coro e orchestra, diretta da don Gialdini; 7 settembre 1923, chiesa di Panocchia: Messa a 3 voci, Corale Euterpe diretta da Annibale Pizzarelli), musica da camera e cento valzer dedicati ognuno a una città italiana (Roma, Editoria Musicale Italiana).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1199; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Samboseto 24 febbraio 1843-Parma 20 febbraio 1903
Nato da Carlo, medico, e Antonietta Cornacchia. Il Musini iniziò giovanissimo, sull’onda degli entusiasmi risorgimentali, a interessarsi alla lotta politica e al dibattito delle idee da posizioni vagamente mazziniane. Avrebbe egli stesso testimoniato di aver letto, già nel 1858, l’organo clandestino lafariniano Il Piccolo corriere. Dopo il proclama del 1° gennaio 1859 di Vittorio Emanuele di Savoja, il Musini decise di arruolarsi, come volontario, nell’esercito sardo.Scartato a causa della giovane età, si arruolò nella guardia nazionale, cercando invano di essere poi incorporato tra i volontari garibaldini dei Cacciatori di Parma.Dopo una breve esperienza come volontario dell’esercito sardo a Modena e il fallito tentativo di partecipare all’impresa dei Mille, il Musini tornò a Parma per riprendere gli studi. Allo scoppio della guerra del 1866 contro l’Austria il Musini si arruolò nei garibaldini, combattendo a Bezzecca.Ripresi gli studi al termine della campagna, nel 1867, informato dell’ormai prossima spedizione garibaldina alla volta di Roma, si recò a Firenze con l’amico Berzieri per arruolarsi. Tra i pochi superstiti della colonna guidata dai fratelli Cairoli distrutta a Villa Glori, il Musini raggiunse Garibaldi a Monterotondo, partecipando allo scontro finale e decisivo di Mentana.Ripresi gli studi interrotti all’Università di Parma, il Musini si laureò nel 1869 in medicina e chirurgia.collaboratore del periodico democratico bolognese, su cui scrivevano G.Carducci, A.Saffi e M.imbriani, L’Amico del popolo, il Musini si arruolò nuovamente nel 1870 come chirurgo maggiore di prima classe nella brigata di Menotti Garibaldi, che si apprestava a partire in aiuto della Francia contro i Prussiani: prestò la sua opera a Digione con l’aiuto di J.White Mario e fu tra i difensori della Comune di Parigi, alla cui caduta rientrò in Italia. Il Governo francese, per le benemerenze acquisite, lo decorò a guerra finita della Legion d’Onore.  Assunta la condotta medica di Borgo San Donnino, il Musini operò attivamente nelle campagne parmensi stimolando la costituzione di numerosi nuclei socialisti e internazionalisti, raccolti nella Società operaia (poi Società democratica) di Borgo San Donnino e collaborò al periodico democratico Il Presente  di Parma.Assillato da gravi problemi economici e circondato dall’ostilità della locale borghesia conservatrice, il Musini emigrò nel marzo 1872 in Uruguay, stabilendosi a Salt Oriental dove esercitò la professione di medico, non tralasciando però di costituire numerose associazioni patriottiche, di cui stilò anche gli statuti sociali.Intensa fu anche la sua collaborazione alla stampa locale (a esempio a El Siglo di Montevideo e all’Operaio italiano di Buenos Aires) e a quella italiana (a esempio alla Minoranza  di Reggio Emilia, con un articolo in quattro puntate sull’emigrazione italiana in America del sud).Tornato in Italia nell’aprile 1876, il Musini si stabilì nuovamente a Borgo San Donnino, con la cui società democratica non aveva mai interrotto i contatti.Fondato il periodico Il fidentino, organo di quella società, di tendenza anticlericale e patriottica, il cui primo numero uscì nell’agosto 1876, ne diresse le pubblicazioni, compilando gran parte degli articoli di politica e di varietà comparsi sui cinquanta numeri del periodico, che si interruppe nel luglio 1877.Consigliere comunale di Borgo San Donnino, il Musini dimostrò particolare interesse per le misere condizioni delle categorie più umili del mondo del lavoro, denunciando la scarsezza dei salari, la carenza di abitazioni e le malattie, sociali e non, come l’alcoolismo e la pellagra, che nella povertà e nell’ignoranza trovavano alimento e diffusione.Medico condotto a Zibello dalla seconda metà del 1877, il Musini, dopo la chiusura del Fidentino, iniziò a collaborare ad altri periodici democratici della provincia, come il già ricordato Il Presente,Il Dovere, Il Lavoratore di Parma e, soprattutto nel biennio 1880-1881, alla Lega della democraziadi A.Mario.A questa attività pubblicista e alla sua professione, per cui godette di vasta popolarità nelle campagne del Parmense, il Musini affiancò quella di organizzatore e di propagandista socialista, promuovendo la costituzione di numerose società operaie e legandosi intimamente ad Andrea Costa in un rapporto di adesione politica e di devozione personale.Gli scioperi agricoli iniziati a Pieve d’Olmi nel 1881 si vollero attribuire ai discorsi da lui tenuti ai lavoratori dei campi. Fondatore a Parma e a Borgo San Donnino delle due più importanti sezioni del Partito socialista rivoluzionario romagnolo al di fuori della Romagna, il Musini venne candidato dal blocco socialista-repubblicano, costituito dal comitato elettorale centrale dei lavoratori e dal comitato dei reduci delle patrie battaglie della provincia di Parma, aderenti al Fascio della democrazia, alle prime elezioni politiche a suffragio allargato del 29 ottobre 1882.Non eletto, dopo un altro vano tentativo il 1° luglio 1883, il Musini venne infine eletto alla Camera nel gennaio 1884 (il Musini fu il secondo deputato socialista italiano dopo Andrea Costa), dove si affiancò a Costa nel corso dei lavori della XV legislatura, denunciando il generalizzato sistema repressivo delle autorità nei confronti del movimento operaio organizzato e delle manifestazioni popolari di dissenso, che dal Mantovano si erano diffuse nelle province limitrofe, Parma compresa.  Per la forma e il contenuto dei suoi discorsi, venne spesso richiamato all’ordine dal presidente della Camera. Collaboratore di numerosi organi operaistici, il Musini partecipò al congresso operaio romangolo (Forlì, 29-30 marzo 1884) contro le leggi del ministro del lavoro Berti, che già avevano costituito il nodo centrale del dibattito di molti precedenti congressi operai.In quella occasione si riuscì per la prima volta a stabilire una piattaforma comune di azione tra socialisti e repubblicani.Il Musini, relatore col repubblicano Nathan sul lavoro minorile, criticò il progetto governativo che non contemplava limiti di età nelle assunzioni, orari massimi e industrie da cui sarebbe stato necessario escluderlo, proponendo a sua volta la costituzione di scuole professionali presso le migliori officine.Al successivo III Congresso del Partito Socialista Rivoluzionario romagnolo (Forlì, 20 luglio 1884), il Musini, assieme agli altri luogotenenti di Costa (i fratelli Zirardini, N.Baldini, Antonio Lanzoni, secondo Cappellini), si oppose alla candidatura protesta di Amilcare Cipriani nel collegio di Imola, sottolineando il rischio di perdere il seggio o di non ottenerne la convalida, condannando nel contempo gli attacchi anarchici a Costa.Con quest’ultimo e con Cappellini, il Musini propose la costituzione del Partito Socialista Rivoluzionario Italiano per collegare, sulla base del programma dei romagnoli, tutti i socialisti italiani.Accorso a Napoli e a Palermo allo scoppio dell’epidemia di colera del settembre 1884 assieme a Costa, F.Cavallotti, Fratti e Malatesta, prestò la sua opera di medico ma rifiutò la medaglia d’argento di benemerito della salute pubblica assegnatagli dal governo. Il Musini, come Costa, non ebbe fiducia negli scioperi improvvisati e temeva che l’urgenza delle cose e l’impeto dei suoi seguaci portassero allo sbaraglio.In questo quadro nacque affrettatamente la prima proposta di un cooperativismo di lavoro, come sostegno alle lotte contadine e insieme come nuova prospettiva sociale.Qualcosa di analogo era già in atto nel Mantovano, ma l’ispirazione principale venne da Ravenna dove nel 1883 era sorta, sotto il patrocinio di Costa, la prima grande cooperativa contadina, l’Associazione Generale dei Braccianti.Il Musini volle approfittare dell’inverno, stagione morta, per diffondere la nuova idea.Nel gennaio 1885 fece approvare a Roccabianca, Zibello e Polesine Parmense un ordine del giorno secondo il quale la Società Operaia deve farsi imprenditrice di opere per assicurare lavoro e congrua mercede agli operai, fancendo in tal modo guerra ad ingordi speculatori, e che da oggi nessun operaio deve lavorare per mercede inferiore a 2 lire al giorno.Ai primi di febbraio, a Soragna, ampliò l’orizzonte: si riunirono tutti i caporioni dei radicali del Circondario di Borgo San Donnino, in numero di 30, coll’intervento dell’onorevole Musini, il quale loro tenne una conferenza tendente a riunire tutti i capitali delle Società Operaie del Circondario, ovvero separatamente, onde intraprendere imprese pubbliche per emancipare il proletariato e dar lavoro agli operai. Solo nelle tre società musiniane fedelissime, quelle che si erano mosse per prime, la proposta trovò qualche eco.A Roccabianca in marzo si raccolsero quote di adesione ma non si giunse mai alla costituzione della cooperativa, a Zibello questa si costituì stentatamente in aprile, dopo varie riunioni fallite, solo a Polesine Parmense, grazie ad Angelo Balestrieri, l’iniziativa ebbe qualche respiro.Il FascioOperaio Cooperativo vi venne fondato il 22 marzo con 140 soci.Lo statuto, stampato in aprile, prevedeva anche magazzini per materie prime e piccoli laboratori d’industria. Ma la stagione dei grandi lavori agricoli era ormai prossima: il progetto cooperativo, che richiedeva lunga lena, passò presto in secondo piano di fronte all’urgenza dello scontro sociale.I Mantovani in marzo furono i primi a entrare in lotta e i primi a soccombere.Sorte non diversa subirono Cremonesi e Parmigiani, sotto ogni aspetto più deboli.Nel Parmense l’epicentro fu Diolo di Soragna, dove nel maggio i musiniani tentarono lo sciopero, subito represso con arresti.In sostanza gli avvenimenti dettero ragione ai timori del Musini: di fronte alla violenta reazione si diffuse lo scoraggiamento e in poche settimane l’agitazione si smorzò.Nella sconfitta del movimento contadino rimase travolto anche il gracile tentativo cooperativo.In settembre il Fascio cooperativo di Zibello, visto che le riunioni andavano deserte e che nessuno più si iscriveva, decise lo scioglimento.Nell’ottobre, quaranta soci di quello di Polesine Parmense stabilirono di tenere in vita l’associazione ancora per tre mesi, passati i quali essa verrà dichiarata sciolta qualora i soci avessero persistito nel non pagare la loro quota.Nel marzo 1886, a un anno della fondazione, il Fascio di Polesine Parmense si sciolse definitivamente.Il tentativo musiniano, frettolosamente avviato sotto il pungolo della tensione sociale, si consumò quindi in pochi mesi.A tale esito contribuirono certamente, oltre alla sconfitta contadina, l’inesperienza dei promotori e l’ostilità di chi avrebbe potuto fornire lavori. A fianco di Costa nella dura polemicha che divise sul finire dell’autunno 1884 gli operaisti milanesi, guidati da C.Lazzari, dai romagnoli sulla questione della gestione delle ferrovie, il Musini tentò il riavvicinamento con i primi nel suo intervento al II Congresso nazionale del Partito Socialista Rivoluzionario italiano (Mantova, 25-26 aprile 1886), proponendo la fusione dei due gruppi.Fallito questo progetto, il congresso decise di scegliere come sede del massimo organo del Partito Socialista Rivoluzionario italiano (la commissione federale) Parma, eleggendone a membri il Musini, Orlandi, Ruffini, Tommasini e Cordero.Tuttavia la sconfitta elettorale del Musini alle politiche del 23 maggio 1886 e la scarsa disciplina interna, aggravata dalla carenza di una reale organicità ideologica dei componenti, resero praticamente inattiva la commissione, spegnendo nel Musini ogni entusiasmo.Rifiutata la candidatura a Ravenna al posto di A.Cipriani, il Musini si ritirò dalla scena politica e riprese la sua professione di medico condotto a San Secondo Parmense.Rimasto però sempre in contatto con Costa, a testimonianza del quale fatto rimane un voluminoso carteggio, il Musini fu rieletto deputato il 28maggio 1889, quando, resosi vacante il II collegio di Bologna, venne a lui offerta la candidatura dal comitato elettorale democratico, espressione unitaria del partito socialista e del Fascio operaio.La sua permanenza alla Camera fu stavolta di breve durata: decaduto Costa da deputato in seguito alla nota condanna, il Musini si dimise per protesta il 28 marzo 1890.Impegnatosi nella campagna elettorale a favore dell’amico in esilio a Parigi, ne ottenne la rielezione nel collegio di Ravenna il 14 aprile 1890. Sempre assillato da gravi problemi economici, avendo abbandonato quasi del tutto la professione a causa degli impegni politici degli ultimi anni, che però ne avevano fatto il più autorevole portavoce di Costa in Italia e la maggiore personalità del Partito Socialista rivoluzionario italiano, il Musini si recò a Bombay e a Massaua con una delegazione medica ufficiale del governo italiano dal giugno all’agosto 1890.Tornato in Italia, fu delegato al IV Congresso dei cooperatori italiani tenutosi a Faenza dal 23 al 24 settembre 1890, per poi rappresentare il nucleo socialista di Borgo San Donnino al III Congresso del Partito Socialista Rivoluzionario italiano (Ravenna, 19 ottobre 1890), con cui praticamente ebbe termine il tentativo di Costa, che poco prima del congresso il Musini aveva incontrato a Modane, di estendere l’influenza del Partito Socialista rivoluzionario italiano in tutta Italia.amareggiato da gelosie interne, che ne impedirono la rielezione alla Camera, disilluso dall’ormai accertato fallimento del Partito Socialista rivoluzionario italiano e forse anche in rottura con Costa, reo a suo modo di vedere di non averlo sufficientemente appoggiato, il Musini da quel momento limitò la sua attività politica e pubblica a sporadiche collaborazioni alla stampa democratica, come il torinese Il Ventesimo Secolo o il romano Il Milite dell’Umanità, diretto da O.Pennisi.All’improvviso, decise allora di attuare il vecchio progetto di sistemarsi economicamente emigrando in Argentina, dove aveva lasciato parecchi amici.Poco si sa di questo periodo, protrattosi dagli ultimi mesi del 1890 ai primi del 1902.Rientrato in Italia, il Musini, che si era rivolto l’anno prima a Costa, dopo un lungo periodo di silenzio, per ottenere un impiego governativo, si stabilì a Salsomaggiore, fondando e dirigendo il foglio locale Il Nuovo Salsomaggiore, senza più rimprendere l’attività politica.Di lui vanno ricordate le significative testimonianze, pubblicate postume, fonti ricchissime per la storia dei rapporti tra il garibaldinismo e il movimento operaio e socialista, oltre a una eccezionale quantità di scritti di diversa natura, di cui il figlio Nullo, attento custode delle memorie paterne, curò e pubblicò una bibliografia analitica. Cinque anni dopo la morte, Borgo San donnino ne onorò la figura inaugurando nel Palazzo municipale un suo busto marmoreo, recante la seguente epigrafe dettata da Agostino Berenini: Luigi Musini, tra le balze del trentino, a villa Glori a Mentana a Digione, soldato della patria e della libertà, al parlamento, deputato del popolo, a Napoli a Palermo contro il morbo orrendo, milite di carità, nelle nostre campagne derelitte, medico dei corpi rendentore delle anime, tutta la vita combattente pel nuovo diritto umano, da questo marmo, ara di gloria e di sacrificio tribuna di vangelo civile, addita la via del dovere. XXV ottobre MCMVIII. A Roma, nel monumento ai fratelli Cairoli sul Pincio, il nome del Musini è inciso assieme agli altri del manipolo dei Settanta.
FONTI E BIBL.: G.Beghelli, La Camicia Rossa in Francia, 1875, 418; Avanti! 22-25 febbraio 1903; U.Balestrazzi, Luigi Musini e i suoi tempi, in L’Idea 18ottobre 1952; B.Riguzzi, Sindacalismo e riformismo nel Parmense, Bari, 1931, ad indicem; G.Bosio (a cura di), Carteggio Musini-Costa, in Movimento Operaio 3-4 1949-1950, 64-86; N.Musini, contibuto ad una bibliografia degli scritti di politica, economia, storia e varietà (1871-1902) di Luigi Musini, in movimento Operaio 5-6 1950, 158-163; G.trevisani, Appunti sulla influenza della tradizione garibaldina nel movimento operaio italiano, in Rivista di Studi Sociali 13-14 1961, 645-663, G.Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi, Roma, 1973, ad indicem; L.Valiani, Questioni di storia del socialismo, Torino, 1975, ad indicem; Dal Trentino ai Vosgi 1866-1871, Memorie garibaldine ordinate e pubblicate dal figlio Nullo, con prefazione di G.C.Abba, Borgo San Donnino, 1911; Da Garibaldi al socialismo, Memorie e cronache per gli anni dal 1855 al 1890, a cura di G. Bosio, Milano, 1961; G.Badii, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 669; T.Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; Malatesta, Ministri, deputati e senatori, 1941,  II, 234; N.Denti, in Aurea Parma 2 1953, 98-115; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 279-281; U.A.Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 7; F.Andreucci, in Movimento Operaio Italiano, II, 1977, 630-633; A.Ciavarella, Faustino Tanara, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 276-277; Cent’anni di solidarietà, 1986, 5-7; Strade di Zibello, 1991, 28-29; Grandi di Parma, 1991, 86; Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 248-254

Soragna 30 agosto 1891-Soragna 2 dicembre 1967
Partecipò alla prima guerra mondiale e raccolse poi nel volume Diario di un fante del Carsoi suoi ricordi legati a tale periodo. Fu pure presidente dell’Asilo Vittorio Emanuele II  e della locale Associazione Mutilati. Appartenne a una distinta famiglia che a Soragna, specialmente nel XVIII e XIX secolo, annoverò personaggi in diversi settori.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, II, 296.

Borgo San Donnino 14 febbraio 1883-Fidenza 16 giugno 1967
Figlio di Luigi, valoroso garibaldino. Compì gli studi a Parma, laureandosi nel 1907 in medicina e chirurgia e perfezionandosi alla Clinica chirurgica di Roma.Sin da studente rivelò doti eccezionali di caricaturista, collaborando a giornali goliardici. Poco dopo essersi laureato, prese parte alla colonna dei medici volontari parmensi che si recarono a Messina, sconvolta dal terremoto, a prestare gratuitamente la propria opera di solidale assistenza ai colpiti dall’immane sciagura. Tornato a Parma, divenne aiuto alla cattedra di patologia chirurgica dell’Univerisà, diretta dal Ferrari, al cui fianco rimase per un decennio.Nel 1919 fu nominato chirurgo direttore dell’Ospedale  civile di Borgo San Donnino, attività che svolse ininterrottamente per trent’anni, sino al 1948. Partecipò alla prima guerra mondiale con il grado di tenente e accanto all’opera di medico trovò il tempo per dedicarsi alla caricatura giornalistica, inviando a riviste disegni e schizzi ispirati al più alto patriottismo e collaborando ai giornali di trincea che venivano diffusi tra le truppe: Il Razzo, La Trincea, La Ghirba, La Voce delPiave. Terminate le ostilità, lasciò i gradi di ufficiale dell’esercito per riprendere la professione. Quale attività collaterale, continuò a dedicarsi alla caricatura nel giornalismo e alla raccolta di documenti e cimeli relativi all’epoca del Risorgimento italiano.Già nel 1906 fondò e diresse Il Gazzettino di Salsomaggiore e in seguito collaborò a Verd’azzurro di Notari, a Fracassa di Gandolin, a Italia ride di Bologna e, dal 1910 al 1914, a Pasquino, per il quale compose notevoli tavole di satira politica, divenendo popolare in tutta Italia. Questa sua attività si estese al punto da indurlo quasi a rinunciare alla professione medica.Il Resto del Carlino, Il Travaso, La beffa, Il mondo che ride, Il Secolo XX, Numero, Capitan Fracassa, Il Teatro Illustrato, Satana, Il Giornale d’Italia, Le fonti allegre, Il Corriere dei piccoli, Ma chi è?, Humor e Le Rire di Parigi l’ebbero per molti anni collaboratore assiduo e argutissimo. La sua matita seppe far sorridere un mondo di lettori, grandi e piccini, riproducendo i difetti umani con una fresca vena di sincerità.Proveniente dalla vecchia scuola ottocentesca, la sua caricatura si discostò notevolmente da quella dei contemporanei: fu, quello del Musini, un umorismo un po’ morbido, nel quale non balenò mai l’invettiva, espressione di un’epoca romantica nella quale l’umorismo si avvicinò più al compassato humor britannico che all’aggressività della battuta mediterranea.La testimonianza di una larga attività svolta nel campo del disegno umoristico volle affidarla alla sua ultima raccolta di vignette apparsa nel volume Quei medici…! (Milano, 1952), dedicato alla satira in medicina.La collaborazione del Musini al giornalismo non si limitò però alla caricatura.Per molti anni collaborò, con articoli di varia natura, a quotidiani e riviste: scrisse infatti per Il Corriere della sera, Il Giornale dell’Emilia, La Lettura, Il Secolo XIX, Camicia Rossa, Il Corriere Emiliano, Cultura moderna, Vita, Il Corriere d’Italia, La Gazzetta di Parma e Il Risveglio. Sono pure da rilevare, accanto agli articoli giornalistici, le numerose sue pubblicazioni di carattere storico e biografico: Gli avvenimenti politici del 1859 nei Ducati di Parma e una lettera inedica di Cavour (1928), Un amministratore privato di Casa Borbone e un carteggio inedito di Maria Amalia e di Luisa Maria (1930), Giuseppe Verdi a Trieste: una berceuse inedita del Maestro (1931), I Moti del 1831 a Borgo San Donnino (1931), Garibaldi a Caprera (1932) La ferita di Garibaldi ad Aspromonte (1932), Don Giovanni Verità, cappellano militare a Chieti, con corrispondenza inedita col Capitano Amos Ronchei (1935), Il primo sfortunato concorso di Giuseppe Verdi (1941), Verdi e la caricatura (1941), Giuseppe Verdi deputato (1941), I settanta di Villa Glori (1941), Un condiscepolo di G.Verdi: dr. Carlo Musini (1941),Cavour e la guerra di Crimea (1941), G.Verdi patriota (1943), Luigi Illica (1945), Un ufficiale napoleonico fidentino (1946), Vita eroica di un popolano parmense  (1947), La visita di Vincenzo Gioberti alle città dell’Alta Italia e la sua sosta a Fidenza (1948), Feste universitarie parmensi 1896-1910 (1950) e Il Teatro di Fiedenza e Girolamo Magnani (1950). Bibliofilo e collezionista appassionato, si formò una ricca biblioteca, nella quale non mancavano opere rare e di pregio.Il suo studio ridondava di fotografie, caricature e lettere autografe di eminenti personalità del mondo culturale e artistico con le quali entrò in consuetudine amichevole: D’Annunzio, Mascagni, Benelli, Fraccaroli, Pascarella, Barbarani, Cenzato e altri.Con lunga e paziente opera provvide al riordinamento della civica biblioteca di Fidenza, inaugurata il 24 aprile 1959 assieme al Museo del Risorgimento, da lui fondato per evitare che potesse andare disperso quanto rappresentava il frutto di mezzo secolo di indagini, di ricerche e anche di non lievi sacrifici. Il Musini fu anche un ottimo fotografo.Dotato di una istintiva attenzione alle cose, che assurgeva talvolta ad autentica sensibilità, dovette comprendere ben presto l’importanza che la fotografia avrebbe assunto come strumento di documentazione e di riflessione.Probabilmente, la nuova arte lo attirò anche perché, a prescindere da ogni altra considerazione, essa rappresentava una novità con cui prendere confidenza: un lato caratteristico della sua indole fu, infatti, una marcata curiosità intellettuale, unita a un attivismo quasi frenetico.Di fronte al nuovo mezzo offerto dal progresso tecnologico, egli non potè restare indifferente: così se ne occupò tra i primi a Borgo San Donnino, cominciando a frequentare lo studio di Achille Coen. Particolare inclinazione sentì per la foto-documento, con una viva attenzione alla qualità dell’immagine. Lo facilitò in ciò soprattutto la sua intensa attività di disegnatore e di caricaturista, che costituì a lungo, per lui, un impegno svolto a un livello quasi professionistico. Molte delle sue più antiche fotografie colgono gli aspetti più caratteristici di Borgo San Donnino, non soltanto le emergenze monumentali ma soprattutto i punti nodali del tessuto urbanistico: ebbe una conoscenza profonda delle vicende storiche della sua città e poté pertanto cogliere determinate situazioni storiche e urbanistiche e determinati aspetti della realtà locale. Ciò che più affascina, però, in questo reportage degli inizi del secolo, è la particolare presenza umana che conferisce a ogni fotografia il senso reale della vita e della storia.Quelle donne che lavano i panni nelle acque del pozzone, quei ginnasti con panciotto e baffoni, quei passanti nei loro abiti scuri di foggia ancora ottocentesca, sono i protagonisti della vicenda che ha per teatro la città, e il Musini si rende conto che i monumenti e le piazze, che egli vide certamente con occhi diversi da quelli dei passanti delle sue fotografie, vivono in quanto sono abitati. Questo accento posto sulla gente e sulla vita informa anche quelle fotografie dedicate a monumenti, per i quali ogni intendimento celebrativo o di maniera pare essere rigorosamente e consapevolmente bandito. La partecipazione alla grande guerra fu un momento fondamentale della vita del Musini: oltre millecinquecento negativi fotografici costituiscono l’irripetibile documentazione di prima mano che egli realizzò negli anni del conflitto.Sono testimonianze il cui valore storico e la cui drammaticità non fanno venire meno l’atteggiameno del Musini, che resta sempre lo stesso: all’interesse per la grande vicenda storica si sovrappone l’interesse autobiografico e non si sa, in fondo, quale sia il sentimento prevalente.A partire dagli anni Trenta il Musini si dedicò anche alla fotografia a colori, nella quale egli vide, quasi certamente, un’evoluzione tecnologica di portata molto vasta, tale comunque da incidere sulla sua concezione della fotografia.Un interesse eccezionale rivestono le numerose diapositive scattate dopo il bombardamento aereo del 1944, che rase al suolo gran parte della città di Fidenza.Si può dire che questa serie di oltre quaranta immagini rappresenti il punto di arrivo di questa sua ricerca.Esse rappresentano, al di là degli intenti soggettivi del Musini, il documento di una terribile distruzione, che non si risolve nel dolore della gente per le molte vittime e per le grandi sofferenze, ma si arricchisce di rigorosi scignificati storici. La sua competenza e passione per la storia risorgimentale italiana e la sua multiforme attività nel campo della cultura e dell’arte ebbe ufficiale riconoscimento: nel maggio 1959 fu decorato di medaglia d’argento dall’Accademia parmense delle Biblioteche e di Belle Arti e nel settembre successivo di medaglia d’oro con diploma per i benemeriti della cultura e dell’arte dal ministero della Pubblica Istruzione.Un’altra medaglia d’oro gli fu conferita dal Municipio di Fidenza per la fondazione del Museo del Risorgimento.Fu membro attivo della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, socio effettivo dell’Istituto per la storia del Risorgimento, accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma, ispettore onorario bibliografico per l’Emilia, ispettore onorario alle antichità dell’Emilia e Romagna, ai Monumenti e scavi dell’Emilia e alla Soprintendenza alle Gallerie e opere d’arte di Parma e Piacenza e primo direttore del Museo Storico del Risorgimento diFidenza.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 282-286; N.Denti, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 25-26; M.Galli, G.Ponzi, Ciao Borgo, 1987, 12-14; Gazzetta di Parma 21 gennaio 1991, 16.

Soragna XVIII secolo
Fu vexillifer nelle milizie ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, II, 296.

Soragna-Parma post 1788
Fu Priore nel Convento dei Minimi a Parma nell’anno 1788.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, II, 296.

Soragna XVIII secolo
Figlio di Giulio.Fu tenente nelle milizie ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, II, 296.

Parma 1752
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 3 maggio 1752.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

MUSSI EMILIO, vedi MUSSI ERMILIO

Parma 18 aprile 1835-Parma 1925
Figlio di Luigi Francesco e Maria Maddalena Piroli. Reduce dalle guerre per l’Indipendenza (1859- 1860) alle quali aveva preso parte come volontario, da civile fu noto con il nomignolo di Maciàn e come tale popolare in piazza ghiaia ove vendette ogni sorta di uccelli (in particolare usignoli).Esercitò il suo mestiere per più di mezzo secolo fino a poco tempo prima della morte.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 110.


Parma 1831
Detto Leon di Parma, garzone maniscalco.Durante i moti del 1831 fu arrestato e inquisito come uno dei più caldi sostenitori della rivolta.Fece parte della spedizione di Fiorenzuola.In seguito al decreto d’amnistia fu poi posto in libertà.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 184.


Parma 1757-1834
Figlio di Francesco, capitano.Nel 1790 fu Commissario della Notulazione e nel 1791 Alfiere della Guardia delle truppe di Parma.Dopo essere stato promosso tenente, nel 1810 fu maire di Collecchio. IlMussi possedette una casa in Parma, situata nell’Oltretorrente, e ville a San Ruffino e a San Michele dei Gatti.La sua proprietà in collecchio fu invece costituita da una grande casa circondata da un ampio prato, denominata in complesso Recinto Mussi e popolarmente Cà de denter, data la sua posizione interna rispetto alla strada maestra, sulla destra per chi proveniva da Parma, poco dopo l’arco del Bargello e il canale Manubiola.Non si sa fino a quando il Mussi rimanesse maire. Certo non fu riconfermato al momento dell’avvento al Ducato di Maria Luigia d’Austria: nel 1816 era infatti podestà Luigi Mamiani, già aggiunto nel 1810.Il Mussi fu consigliere anziano del Comune di Collecchio nel 1824. I fratelli Mussi si resereo famosi per cospicui prestiti elargiti alla duchessa Maria Amalia.Il Mussi fu creato nobile da Ferdinando di Borbone il 20 gennaio 1791 proprio per l’attività bancaria svolta assieme ai fratelli.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935; U.Delsante, Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 334-335; Almanacco del Dipartimento del Taro per l’anno 1812, Parma, 1812; L.Gambara, Le ville parmensi, 214, 215, 287; Malacoda 9 1986, 50-51.


Parma 13 ottobre 1759-
Figlio di Francesco e Maria Franchi.Fu capitano nelle truppe del duca di Parma Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

Parma 30 agosto 1865-Parma 1920
Figlio di Luigi e Rosa Musiari. Allievo di Cecrope Barilli all’Accademia parmense di Belle Arti, ultimati gli studi disertò il consueto soggiorno romano dei pittori parmensi dell’ottocento e, con l’amico Giuseppe Bricoli, si recò a Napoli, dove avvertì la prepotente influenza di Domenico Morelli.Al ritorno nella città natale, si dedicò al ritratto, al paesaggio e alle composizioni di genere trattando soggetti di profonda emotività e operando sempre un’attenta analisi degli elementi che compongono le sue scene, come in La pace (Parma, Pinacoteca Nazionale). Presso la Galleria Nazionale di Parma è conservato anche il dipinto Poltrona con studio di stoffe, tavoletta ricca di tocchi luminosi e morbidezza nelle fitte pieghe delle stoffe abbandonate su una poltrona ottocentesca.Del Mussi è inoltre l’opera Flirtation, che venne premiata nel 1897 e di cui fu vincitore Alberto Rondani.Artista molto dotato, va ricordato per i melanconici paesaggi ma soprattutto per i ritratti familiari, tra cui affascinanti quelli, numerosi, della moglie.L’Istituto d’Arte di Parma conserva un Ritratto di suora in preghiera: il fondo scuro della seppia e il grigio turchino della tonaca accentuano la luce che si concentra sugli immacolati bianchi del copricapo e del soggolo.La suora, dallo sguardo curioso e ardito, ben poco monacale, è in realtà la sua giovane sposa Cristina.Di livello superiore è l’affascinate Ritratto della moglie, il cui sfarzoso abito bianco prende rilievo sul fondo scuro dell’alta poltrona su cui essa siede, ma qui, sotto la tinta predominante, vi è una varietà infinita di mezzi toni e sapienti velature.Ciò che maggiormente attrae è l’espressione assorta degli occhi pensosi e sognanti.Il Mussi trattò anche soggetti di genere, profondamente emotivi, bagaglio culturale del suo tempo, come Mon Ange, in cui la giovane madre abbraccia con estrema angoscia  la bara del suo piccino.Anche i suoi paesaggi sono melanconici. Nella nevicata, esposta nel 1952 all’Accademia di Parma, la neve caduta da tempo è infangata e annerita.Negli ultimi due decenni di vita le condizioni di salute, fattesi precarie, rallentarono la sua attività, che si fece anche più discontinua.
FONTI E BIBL.: G.Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, catalogo, Parma, 1952; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 120-121; G.L.Marini, in Dizionario Bolaffi pittori, VIII, 1975, 60; M.Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1998, 27.

Piacenza 1780-Parma 18 marzo 1857
Figlio di Giacomo.Giovanissimo, si stabilì a Parma, dove diventò uno dei migliori allievi punzonisti di Giambattista Bodoni. Poi, ancora molto giovane, si separò dal maestro e aprì una tipografia in proprio (1803), da cui torchi nel 1804 uscì La Cleopatra di Baldassarre castiglione, se non la prima, sicuramente tra le prime opere del Mussi.Fervente bonapartista, stampò l’anno seguente l’ode Alla Maestà di Napoleone IImperatore dei Francesi e re d’Italia  e nel 1806 il Dizionario del Codice civile di Napoleone in forma di codice generale in Ital.Ampliato da F[ranco] B[ertioli] parmigiano.Entusiasta del sistema metrico decimale introdotto nell’Impero francese, il Mussi scrisse e stampò Rapporti fra le misure nostre e le nuove: lavoro affrettato, imperfetto e poco chiaro, che riprese e attorno al quale lavorò fino al 1807, anno in cui venne ripubblicato con il titolo Compendio sulle nuove misure introdotte nell’Impero francese con tavole di rapporto tra le nuove misure e le parmigiane.Nella prefazione il Mussi mette in evidenza soprattutto i vantaggi che i commerci ricaverebbero dall’uniformità di pesi, di misure e di monete.attribuisce, poi, la lentezza con cui detto sistema viene introdotto nel Regno d’Italia, principalmente all’esiguo numero di coloro che lo conoscono e alla mancanza di tempo e di capacità d’istruirsi da parte del popolo.Illustra infine l’intento del suo lavoro, che è essenzialmente pratico: fornire uno strumento utile al popolo chiamato ad applicare le nuove disposizioni di legge in materia di pesi e misure.Nel 1809 si trasferì a Milano, impiantando la sua tipografia in dieci stanze nella Pescaria in Porta Romana, che gli erano state concesse fin dal 1804. Pubblicando nel maggio 1809 La Divina Commedia, pregevole edizione con la quale cercò di conquistarsi il mercato milanese, il Mussi rende noto che egli è il primo tra i tipografi a essersi costruito da solo macchine, punzoni e matrici.A Milano stampò tra l’altro una ventina di classici italiani e latini grandiosi per formato, tra i quali spiccano Lucrezio, Ovidio e Macchiavelli in più volumi, usando propri caratteri (co’ tipi di Luigi Mussi), edizioni tutte da far invidia a Bodoni per accuratezza e magnificenza di stampa, fregiate di dediche prestigiose, in assoluto i libri migliori che si pubblicassero allora in Italia, Parma esclusa.A Milano il Mussi si impose anche per gli interessi intellettuali che lo facevano un vero e proprio editore e non un semplice stampatore: sua passione fu, a esempio, l’economia politica.L’incontro-scontro con Ugo Foscolo è stato più volte riferito: l’edizione del Montecuccoli, curata e commissionata dal poeta, è cosa ottima anche tipograficamente.IlFoscolo, che non ebbe poi di che pagarla per la scarsità delle sottoscrizioni, non sopportò tuttavia le rimostranze del Mussi, fatto oggetto così di titoli offensivi e colorati.In una lettera lo chiamò vero seccacoglioni, in un’altra caccadubbi e, dopo la rottura, allacciò nuovi rapporti editoriali col Bettoni, per litigare presto anche con quel rinomato tipografo.si ritrova il Mussi a Parma all’indomani della nomina del Paganino, furioso che alla direzione della stamperia del governo fosse stato messo un suo ex lavorante, mediocre artigiano, ignorante, uomo sconosciuto.Tantò brigò il Mussi, anche con la presentazione di sapienti e dettagliati progetti di risanamento e riforma della Ducale Stamperia, che, destituito il Paganino, ne divenne lui nel 1819 il direttore e lo stabilimento prese il nuovo nome di Tipografia Ducale.Cominciò un periodo, quello del primo anno, di grande attività: riordino delle finanze con la vendita dell’esorbitante fondo librario accumulatosi nei cinquant’anni precedenti, stampa quasi in monopolio di ogni occorrenza amministrativa e scolastica, ben 1272 lavori, con un utile di 13000 lire nuove, l’impiego di 35 lavoranti dei 14 che erano, un fervore di iniziative che avrebbero dovuto favorire l’appoggio icondizionato del governo.Appoggio che invece venne subito meno quando il Mussi, che concepiva in grande, avanzò l’opportunità di rinnovare le attrezzature, qualificarsi incidendo in proprio i punzoni, aprire quindi una fonderia di caratteri e inoltre lanciarsi in imprese editoriali di grande rilevanza economica e culturale.Quanto a punzoni e matrici, il suo consiglio di acquistare dalla vedova la preziosa suppellettile bodoniana trovò ostacolo nel prezzo eccessivo richiesto.Margherita Bodoni, proprio in quei mesi, era in trattative attraverso il conte Boutourlin, direttore della Biblioteca Imperiale di Pietroburgo e grande bibliofilo, per la sua cessione allo zar.Si dovette attendere la morte della vedova perché Maria Luigia d’Austria acquistasse nel 1843 dagli eredi a prezzo stracciato punzoni e matrici.Quanto allo stampare magnifiche edizioni, si hanno del Mussi due progetti.Il primo è l’abbozzo di due manifesti di associazione per una nutritissima collana in sedicesimo (trentasei volumetti all’anno) delle opere italiane più celebrate nel fatto della Poesia, della Filosofia, della Storia e in ogni altro ramo di utile ed amena letteratura, seguita da una consimile collana di opere francese togliendo a modello la celebre raccolta che si sta ora pubblicando in 8° e in 16° dal famoso Pietro Didot in Parigi.L’altro progetto riguarda un’edizione di gran lusso e gran formato dell’Orlando Furioso, in cinque tomi illustrati da incisioni di Isac e Toschi.Di quest’ultima la Duchessa diede l’approvazione di massima, ma poco dopo entrambe le imprese furono accantonate.In poco più di un anno i coraggiosi intenti del Mussi erano definitivamente arenati. Alla Tipografia Ducale egli rimase fino al 1827, quando fu pensionato.L’anno dopo lo sostituì Paolo Oppici.Una volta pensionato, lasciata la carriera tipografica, il Mussi si gettò a capofitto in nuove imprese.A lui si deve nel 1828 il progetto di una Cassa di Risparmio, di Assicurazione e d’incoraggiamento a Parma.Maria Luigia d’Austria, con risoluzione del 1° novembre, ne autorizzò l’istituzione.Subito ne venne pubblicato lo statuto e iniziò la ricerca di soci azionisti. Il progetto però non si realizzò, essendo il Mussi caduto in disgrazia per motivi politici presso la Corte: si trovò infatti coinvolto nei moti carbonari del 1831.A Bologna, dove si recò per raccogliere informazioni sul locale Governo Provvisorio, venne a sapere di essere stato nominato membro del Governo Provvisorio di Parma e di essere stato annoverato tra quelli che avevano provocato i tumulti nella capitale del Ducato parmense.Decise quindi di non rientrare a Parma ma di imbarcarsi a Livorno per Marsiglia. Da lì si recò in Corsica per poi passare a Ginevra e restarvi per un lungo periodo.Soffocati i moti e tornata nella capitale la Duchessa, iniziarono i processi contro i membri del Governo Provvisorio.Al Mussi, contumace, venne sospesa la pensione di 1500 lire quale ex impiegato ducale e gli fu vietato di far ritorno negli Stati parmensi senza previa autorizzazione del governo ducale, in quanto considerato individuo pericoloso.Il Mussi ricomparve a Parma nel marzo 1848, quando i Parmigiani insorsero contro il governo ducale.Come nei moti del 1831, anche in questi, egli non partecipò, ma figura tra i principali redattori del giornale L’Indipendenza nazionale, che cominciò a uscire il 25 marzo 1848 per propagandare l’idea repubblicana.Nei suoi scritti, il Mussi criticò l’azione sia della Suprema Reggenza sia del Governo Provvisorio, accusandoli di non affermare con i fatti che il potere sovrano risiede ormai nelle meni del popolo.Confrontando poi il modo con cui i cittadini di Parma avevano riaccolto in patria lui e Ferdinando Maestri, definisce questi martire fortunato, mentre dice di se stesso di sentirsi martire di secondo ordine.Contro il generale sentire dei partecipanti ai moti risorgimentali della prima guerra d’indipendenza, il Mussi sostenne che la richiesta di annessione dei territori parmensi al Piemonte era alquanto prematura.La sua collaborazione a L’Indipendenza nazionale verte soprattutto su temi di carattere economico.In un articolo dal titolo Economia sociale, sostiene che è necessario porre alcuni limiti all’accumulo eccessivo della ricchezza privata, in quanto esso è la causa prima della miseria di molti.Il 13 febbraio 1849 venne eletto deputato al primo parlamento Subalpino nel Collegio diFontanellato, zona nella quale probabilmente godeva di una certa fama. Non prese parte attiva ai lavori parlamentari ma adempì a vari incarichi governativi.La sua elezione avvenne con soli 12 voti su 347 iscritti: il seggio elettorale era stato infatti trasferito a Monticelli d’Ongina, dove gli elettori dovettero recarsi per votare. Dopo questa breve esperienza parlamentare si ritirò a vita privata.
FONTI E BIBL.: Amministrazione del Regno d’Italia, 1823, cx; T.Sarti, Rapresentanti legislature Regno, 1880, 596; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 186; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 235; Parma.Vicende e protagonisti, 1978, II, 196; Maria Luigia donna e sovrana.Saggi, 1992, 142-143 e 146; Al Pont ad Mez, 1996, 31-32.

MUSSIARI LUIGI, vedi MUSIARI LUIGI

Zibello-Parma 29 ottobre 1693
Frate cappuccino, noto predicatore, fu lettore erudito, guardiano, più volte definitore e primo ministro provinciale della provincia parmense (1679). Compì la vestizione a Cesena l’11 settembre 1645 e la professione di fede a Ravenna l’11 settembre 1646.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 614.

Bagno di Reggio Emilia 1879-1935
Frate cappuccino, fu cappellano negli ospedali e parroco di Sant’Antonio in Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 381.


Parma 21 aprile 1897-Parma 5 agosto 1922
Figlio di Paolo e Giuseppa Barezzi. Operaio calzolaio del rione Trinità di Parma (ma di origine contadina), abitò nell’ultimo tratto di strada XX Settembre, presso borgo del Naviglio. Appartenne a una delle quattro squadre effettive di arditi del popolo impegnate nel 1922 nella difesa dell’intero quartiere e fu tra i più attivi nel presidio del trincerone scavato contro la casa numero 42: quella postazione sbarrò il passo ai fascisti che premevano da strada Garibaldi, dirigendo il fuoco contro gli avversari anche dai piani alti di alcuni edifici di strada XX Settembre, da loro occupati. Quando il direttorio degli arditi inviò ai difensori del Trinità-Naviglio, ormai circondati, il messaggio di resistere a oltranza (morire sul posto), il Mussini accettò di prendere parte all’estrema difesa e fece parte del gruppo di una trentina di audaci agli ordini del libertario abruzzese Antonio Cieri. Nel pomeriggio del 4 agosto 1922, mentre combatteva accanto a Silvio Cremonesini e ad Alberto Puzzarini, il Mussini venne gravemente ferito da un proiettile sparatogli alle spalle, forse da un cecchino fascista appostato nell’edificio delle carceri di San Francesco. Malgrado le cure praticate all’ospedale, cessò di vivere il giorno dopo.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 106.


Zibello 1831
Una volta soffocati i moti del 1831, fu arrestato come perutrbatore ed inclinevole al sistema ribelle. Ma con ordinanza 11 giugno 1831 del giudice processante fu rilasciato per mancanza d’aggravi. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 183.


Gualtieri 1861-Parma 1912
Avvocato di valore, fu chamato a reggere varie cariche politiche e amministrative, ove portò il peso della sua competenza.Professionista stimato e lavoratore indefesso, fu anche consigliere provinciale e, per vari anni, presidente della Cassa di Risparmio di Parma.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 110.

MUSSIO DONNINO EMANUELE, vedi MUZIO DONNINO EMANUELE

Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, VI, 197.


Parma 1886-1978
Dopo una prima fase di affiancamento al padre e ai fratelli nella conduzione di poderi agricoli, si dedicò nel 1919 alla guida della fornace Ceramica Parmense con sede nelle vicinanze di Collecchio. Primario obiettivo del Mutti rimase sempre quello della ricerca della migliore possibile qualità dei coppi e dei materiali laterizi prodotti, senza però trascurare l’inserimento di elementi innovativi nel processo produttivo tradizionale: fu a esempio tra i primi ad adottare la scavatrice meccanica a tazze per estrarre l’argilla dalla cava.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 404.


Nociveglia 1936-Ginevra 2 maggio 1998
Frequentò a Parma il liceo scientifico dei salesiani, poi fece le prime collaborazioni alla Gazzetta di Parma e l’Università a Milano, da cui usci con una laurea in fisica. Una borsa di studio lo portò negli Stati Uniti alla Rutgers University, dove si interessò di scienze politiche e sociali, perfezionandosi nell’Università del Minnesota e stringendo amicizia con Mondale. Negli anni della grande speranza entrò, unico straniero, come consulente nel gruppo di volontari istituito da Kennedy per aiutare le popolazioni del Terzo Mondo. Conclusa questa esperienza, passò a Time: la rivista volle fare un inserto in lingua locale in vari paesi e partì con un progetto pilota che riguardava Italia, Argentina e Giappone. Dopo un anno a New York, ritornò in Italia, alla Mondadori, in rappresentanza degli editori statunitensi. Quando rientrò in America, portò la sua esperienza alla Readers Digest, che lo mandò per tre anni in Sudamerica e quindi lo richiamò a New York come vicedirettore generale di tutte le edizioni internazionali. Nel frattempo si sposò con Maria Cristina Zilioli, parmigiana. Dopo il matrimonio tornò in Italia ed entrò come manager nella Hill and Knowlton, salendo rapidamente i gradini della carriera: direttore  generale per l’Italia, presidente, quindi amministratore delegato per l’Europa, carica che lo portò a Ginevra. Nel 1987 fondò il gruppo Eureka specializzato in consulenza di comunicazione e strategie aziendali: una rete che coordinò numerose società in tutta Europa. Essendo basato sul concetto di partnership a livello professionale, il gruppo Eureka diventò uno dei principali network di consulenza in Europa. Il Mutti coordinò e diresse l’attività dell’ufficio di Bruxelles, dove la sua grande preparazione e la sua professionalità lo portarono a rapporti privilegiati con la Comunità Europea: osservatorio, redazione di progetti di fattibilità e attuativi, rappresentanza di imprese e assistenza giuridica furono i campi nei quali il Mutti si fece conoscere e apprezzare anche a Bruxelles.Nel 1988, in qualità di presidente della Fondazione Adelphi, ideò il Premio Stendhal per il giornalismo e la Comunicazione in Europa, un premio creato in collaborazione con la Comunità Europea per lo sviluppo delle relazioni sociali e culturali in Europa e per favorire l’integrazione europea. Fu anche presidente della fondazione europea Pro natura et scientia per la salvaguardia dell’ambiente. Il Mutti ebbe frequentazioni con i più grandi personaggi dell’epoca, da Reagan a Kissinger, da Indira Gandhi a Willy Brandt. Fu sepolto a Nociveglia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 maggio 1998, 8.

Golese 1889-Piazza di Basilicanova 1965
Figlio di Marcellino, noto pioniere dell’agricoltura, continuò l’attività sulle orme paterne. La famiglia si trasferì a Beneceto e poi a Piazza, dove nel 1911 sorse uno stabilimento per la salsa di pomodoro con la marca Due leoni. Esperto di agricoltura, curò personalmente concimazioni, semine, raccolti e allevamento del bestiame, completando il ciclo agricolo con un moderno caseificio.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 222.

Nociveglia 1898-Fino Mornasco 1959
Fu il primo laureato in chimica industriale in Italia (presso l’Università di Bologna, nel 1923). Docente di analisi chimico industriale nella Regia Scuola Superiore di chimica Industriale di Bologna, fu autore di numerosi studi sui fertilizzanti, la cellulosa e i metodi di analisi chimica industriale. Insegnò per breve tempo al Politecnico di Milano, passando quindi alla Montecatini, dove rivestì incarichi dirigenziali.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1200.


Basilicanova 1854 c.-1941
Nei campi intorno a Basilicanova nel 1899 il Mutti fondò la Fratelli Mutti, con l’obiettivo di trasformare l’azienda agricola, da molto tempo attiva, in un’industria per la trasformazione e la lavorazione del pomodoro. Già da tempo infatti, con il padre Francesco e il nonno Giovanni, la famiglia Mutti aveva intrapreso un percorso di innovazione nel campo dell’agricoltura, introducendo prassi allora poco usuali al fine di un migliorare la resa dei campi e delle stalle.
Ben presto, proprio grazie all’impegno e alla capacità di percepire le innovazioni, il Mutti divenne proprietario di un’importante tenuta di oltre 150 ettari a Piazza di Basilicanova, fino ad allora appartenuta alla contessa Marianna Politi e poi alla Pia società salesiana  di San Giovanni Bosco. Con l’acquisizione dell’azienda i Mutti incrementarono gli sforzi e instaurarono un rapporto di stretta collaborazione con la cattedra di agraria dell’Università di Parma, diretta da Antonio Bizzozzero. Tale collaborazione è testimoniata anche da un diploma dei primi anni del XX secolo: la cattedra universitaria riconobbe ai fratelli Mutti il merito nella diligente coltivazione del pomodoro, una vocazione che si trasformò con il tempo nell’attività principale dell’azienda familiare. A fianco, infatti, dell’azienda di trasformazione del pomodoro esisteva anche un caseificio: utilizzava moderne caldaie a vapore che lavoravano giornalmente circa venti quintali di latte, in massima parte ricavato dalle stalle dell’azienda. Intanto i quattro figli maschi del Mutti (Ferdinando, Ugo, Giovanni e Francesco) dimostrarono subito doti spiccate d’intraprendenza, sviluppando un’azienda che divenne protagonista della nuova epoca industriale nella fertile regione padana e nella provincia di Parma in particolare. Da allora l’azienda si sviluppò combinando le tecnologie più moderne con la fedeltà alla tradizione e la cultura del prodotto. Nella prima metà del Novecento l’azienda conserviera si sviluppò tanto da ricevere riconoscimenti ufficiali per la qualità e l’innovazione, tra cui la medaglia d’oro all’Esposizione di Roma (1911) e la Palma d’oro all’Esposizione mondiale di Parigi (1925). Già allora, infatti, la capacità d’innovazione e un’estrema attenzione alla tecnologia molto avanzata contraddistinguevano l’opera del marchio il Mutti, che divenne ben presto un punto di riferimento per gli operatori del settore e per i consumatori. Come quasi tutti gli industriali della zona parmense, il Mutti fu attivo anche nel settore agricolo e zootecnico ma il mutare dei tempi e lo sviluppo della produzione spinse la famiglia a preferire una maggiore specializzazione che determinò in breve un progressivo abbandono delle altre attività al fine di concentrare tutto l’impegno nel settore della trasformazione del pomodoro. In quegli anni poi il successo del pomodoro concentrato fu tale che l’azienda ben presto non fu più sufficiente la materia prima ottenuta nello stabilimento di Piazza, nonostante i continui potenziamenti e rifacimenti. Fu così che, dopo la parentesi della prima guerra mondiale, l’azienda si impegnò ad acquisirne altri al fine di ottenere sempre maggiori quantità di semilavorati. Si cominciò nel 1927 con Noceto, cui seguirono in ordine di tempo, fino intorno al 1940, Provazzano, Rubbiano, Bosco Marengo (Alessandria), Gambettola (Forlì) e Felegara, oltre gli stabilimenti di Medesano, Tortiano e La Forca, che produssero anche per conto terzi.
FONTI E BIBL.: P.L. Longarini, Il passato del pomodoro, Parma, 1998, 94.

Vigatto 6 gennaio 1922-Bedonia 8 gennaio 1945
Chiamato alle armi nell’esercito della repubblica Sociale Italiana, non esitò, con grave rischio suo e dei suoi familiari, a disertare dai reparti fascisti per unirsi alla 32a Brigata Garibaldi che operava nella zona del Monte Penna, con la quale si distinse per le doti di coraggio e abnegazione. Cadde in combattimento nel corso del violento rastrellamento invernale del 1945.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1990, 264.

Golese 1893-1980
Figlio di Marcellino. Industriale conserviero, realizzò tra i primi un impianto per la trasformazione del pomodoro in concentrati, attivando una rete di distribuzione a livello europeo forte di un nuovo tipo di contenitore a tubetto da lui ideato.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 404.

Zibello 24 agosto 1821-Parigi 26 novembre 1890
Figlio di un calzolaio, trasferitosi a Busseto nel 1826, iniziò gli studi musicali con Margherita Barezzi (prima moglie di Verdi) e li continuò con Ferdinando Provesi, esibendosi in quel periodo come cantore solista nella Collegiata bussetana e in altre chiese dei dintorni (soragna e Castell’Arquato). Nel periodo 1840-1843 sostituì G.Ferrari alla direzione della cappella della Collegiata di Busseto col titolo di organista provvisorio. Vestito l’abito talare, vi rinunziò nel 1842, allorquando gli fu negato il sussidio indispensabile per il proseguimento degli studi ecclesiastici nel seminario di Borgo San Donnino. Nel 1844, ottenuto un sussidio dal Monte di Pietà di Busseto, poté recarsi a Milano, dove fu raccomandato da Antonio Barezzi a Verdi, il quale gli insegnò armonia, contrappunto e composizione. Presolo a benvolere anche per una certa affinità di carattere, Verdi non si limitò a impartirgli lezioni, ma lo fece partecipare alla sua vita creativa e nel 1847 lo portò con sé come assistente a Firenze e a Londra per le prime, rispettivamente, del Macbeth e dei Masnadieri. Le case Ricordi e Lucca gli commissionarono in quegli anni riduzioni per pianoforte (a due e quattro mani) o per canto e pianoforte di opere di Verdi, Rossini, Mercadante e Donizetti. Nel 1848 prese parte attiva alle cinque giornate di Milano, ma al ritorno degli Austriaci dovette riparare a Mendrisio, in Svizzera, soccorso da Barezzi e da Verdi. Tornato a Milano nel 1849, cominciò a muoversi autonomamente, dedicandosi all’insegnamento e alla composizione, attività quest’ultima cui attese fino al 1858, anno della sua definitiva rinuncia. Nel 1850 esordì come direttore d’orchestra in occasione dell’inaugurazione del Teatro Italiano di bruxelles (Giovanna la pazza). In Italia, dove fece ritorno nell’autunno 1849, debuttò come compositore al Teatro Re di Milano con Claudia, su libretto di Giulio Carcano (1853). L’anno 1855 nella metropoli lombarda andò in scena alla Canobbiana Le due regine, quindi, nel 1857, al Comunale di Bologna,  La sorrentina. Alla composizione di altre opere il Muzio alternò l’attività didattica e quella direttoriale, che nel 1858 lo vide a capo dell’orchestra della Royal Opera di Londra. Poi compì una lunga tournée nel Nord-America durante la guerra di secessione.In tal modo consolidò il suo mestiere e sviluppò una personalità artistica propria, lontano dall’influenza verdiana.Ritornato in Italia nel 1867 per concertare alla Fenice di Venezia una nuova opera di Pacini, vi riscosse successi tali (esecuzione impeccabile della Messa Solenne di Rossini a Bologna, nel 1869), che gli venne affidata (1870-1876) dal Bagier la direzione del Theatre Italien di Parigi, dove curò tra l’altro la prima francese della Forza del destino (1876). A causa degli impegni con questo teatro, fu costretto a rinunciare, con grave disappunto suo e del maestro, alla direzione della prima dell’Aida al Cairo nel 1871. In compenso concertò in molti paesi europei (Inghilterra, Spagna, Austria e Germania) la Messa da requiem, nel periodo 1875-1877. Come direttore ebbe un momento di chiara notorietà, tanto da dare ombra, anche per le predilezioni verdiane, al celebre Mariani.Per l’attività oltre Atlantico anticipò esperienze comuni più tardi ad altri direttori italiani, indicando tra i primi le possibilità di un’emigrazione artistica per le favorevoli condizioni di quei teatri e di quel pubblico. Trascorse gli ultimi anni a Parigi, dedicandosi, dopo il fallimento del Theatre Italien, esclusivamente all’insegnamento del canto: ebbe tra gli allievi Clara Kellogg, il tenore Durot e le sorelle Patti.Nel 1887 fu annoverato per acclamazione nella Società Internazionale di Mutuo Soccorso tra gli artisti. Allorchè morì, in conseguenza di una lunga e dolorosa malattia di fegato, espresse il desiderio di essere sepolto a Busseto e legò a quel Monte di pietà un’annua rendita a favore dei giovani poveri inclinati all’arte. Nominò Verdi, di cui fu l’unico allievo, suo esecutore testamentario.Il Muzio compose le opere teatrali Giovanna la Pazza (libretto L.Silva, Bruxelles, 1851; nuova versione, Milano, 1852), Claudia (G.Carcano, da G.Sand, Milano, 1853), Le due regine (G.Peruzzini, Milano, 1856) e La Sorrentina (libretto proprio, da Adrienne Lecouvreur di Scribe, Bologna, 1857) e musica strumentale, tra cui pezzi per pianoforte e banda e romanze.
FONTI E BIBL.: G.Ricordi, Emanuele Muzio, in Gazzetta Musicale, 1890; A. Belforti, Emanuele Muzio, l’unico allievo di G.Verdi, Fabriano, 1895; G.Cesari e A.Luzio, ICopialettere di G.Verdi, Milano, 1913; L.A.Garibaldi, G.Verdi nelle lettere di E.Muzio a A.Barezzi, Milano, 1931; G.Marchesi, in GROVE; A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 71-74; Enciclopedia spettacolo, VII, 1960, 987; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 286-288; Dizionario Ricordi, 1976, 460; Dizionario musicisti UTET, 1987, V, 314-315; Dizionario opera lirica, 1991, 600; Grandi di Parma, 1991, 86-88; Strade di Zibello, 1991, 29; G.N.Vetro, l’allievo di verdi, Parma, 1993; Gazzetta di Parma 1 marzo 1995, 21; A. Belforti, Emanuele Muzio, l’unico allievo di giuseppe verdi, in Falstaff, Busseto, 1 dicembre 1913, 11-13; Archivio di Stato di Parma, Presidenza dell’Interno, b. 123; Carteggi verdiani, a cura di Alessandro Luzio, vv. I-IV,Roma, Reale Accademia d’Italia, Accademia dei Lincei, 1935-1947, ad indicem.Il cap. XXII del IV volume è intitolato Il carteggio Verdi-Muzio; G. Drei, Il concorso del maestro Muzio a Busseto e l’inefficace raccomandazione di Giuseppe Verdi, in Aurea Parma I-II, 1941, 9-21; G. Marchesi, Verdi’s American correspondent, in Opera News 6, 1977, 38-39;. George Martin, La prima rappresentazione di Un ballo in maschera a Boston, 15 marzo 1861, in Atti dell’Istituto di Studi verdiani, Parma, I, 1969, 378-382; M. J. Matz, Verdi’s shadow, in Opera news 12, 1972, 30-32; C. M. Mossa, Le lettere di Emanuele Muzio alla casa Ricordi, in Studi Verdiani 4 1986-1987, n. 4, 167-201; A. Napolitano, La devozione di Emanuele Muzio a Verdi, in Biblioteca 70 I 1970, 11-12; A. Napolitano, La famiglia Muzio-Delfanti, in Biblioteca 70 I 1970, 13-16; Necrologio di Emanuele Muzio, in Gazzetta Musicale di Milano XLV, 7 dicembre 1890; A. Pougin, Biographie universelle des musiciens par F.J.Fétis, Supplément et complément, v.II, Paris, 1880, ad vocem; F. Abbiati, giuseppe verdi, Milano, Ricordi, 1959, 4 voll., ad indicem; S. Abdoun, Il Teatro d’Opera del cairo, in Genesi dell’Aida, a cura di mario medici, Parma; Quaderno n. 4 dell’Istituto di Studi Verdiani, 1971, 147-149; G. Amadei, I 150 anni del sociale nella storia dei teatri di Mantova, Mantova, s.n.t., 1973, 189; F. Botti, Spigolature d’Archivio.Terza serie, Parma, Tip.La Nazionale, 1963, 23-25; B. Brunelli, I teatri di Padova, Padova, Draghi, 1921, 434-435; Carteggio Verdi-Boito, Parma, Istituto di Studi Verdiani, 1978, 2 voll., ad indicem; Carteggio Verdi-Ricordi 1880-1881, Parma, Istituto di Studi Verdiani, 1988 (edizione critica dell’epistolario verdiano), ad indicem; Catalogo delle pubblicazioni del R.Stabilimento ricordi, Milano, Ricordi, 1875, I, 53, 122, 331, 349, 469, 477, 542, 581, 630, 672, 712, II, 25; The Catalogue of Printed Music in the British library to 1980, London, K.G.Saur, 1980, 341; D. Cecchi, giovanni Boldini, torino, UTET, 1962, ad indicem; E. Comuzio, Il Teatro Donizetti, Bergamo, Lucchetti, 1990, I, 129-130, II, stagione 1851; M. Conati, Interviste e incontri con verdi, Milano, Il Formichiere, 1980, ad indicem; I copialettere di giuseppe Verdi pubblicati e illustrati da Gaetano Cesari e Alessandro Luzio, Milano, Commissione esecutiva per le Onoranze a giuseppe Verdi, 1913, ad indicem; G. Dacci, Cenni storici e statistici intorno alla Reale Scuola di musica di Parma, Parma, Battei, 1888, 36; C. Gatti, Verdi, Milano, Alpes, 1931, ad indicem; M. Girardi e f. Rossi, Il Teatro La Fenice: cronologia degli spettacoli 1792-1936, Venezia, Albrizzi, 1989, 223, 234-236; L. Inzaghi, All’Opera del Cairo, in giovanni Bottesini virtuoso del contrabbasso e compositore, Milano, Nuove Edizioni, 1989, 41, 47, 125-127; T.G. Kaufman, Verdi and his major contemporaries, New York & London, Garland, 1990, 109-110; C.L. Kellog, Memoirs of an American Prima Donna, New York, 1913, 11-12, 17, 22-27, 66, 72, 88; C.Leoni, Dell’arte e del teatro di Padova, padova, Sacchetto, 1873, 127-128; G. Marchesi, Verdi, Merli e Cucù, cronache bussetane fra il 1819 e il 1839 ampliate su documenti ritrovati da G.N.Vetro, Busseto, Biblioteca, 1979 (Quaderno n. 1 di Biblioteca 70), ad indicem; G. marchesi, Verdi: anni, opere, Parma, Azzali, 1991, ad indicem; M. 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Vetro (a cura), Giovanni Bottesini, Parma, Università degli studi, 1989, 13, 126-128; F. Walker, L’uomo Verdi, Milano, Mursia, 1978, ad indicem.

MUZIO EMANUELE o EMMANUELE, vedi MUZIO DONNINO EMANUELE

Parma 8 gennaio 1742-Parma 16 aprile 1812
Non si conosce la sua produzione giovanile, subito dopo l’alunnato con Giuseppe Peroni, né la sua figura artistica ha avuto un chiarimento completo e una sistemazione nella cultura parmense, anche perché molte delle opere ricordate dalle antiche guide sono poi andate disperse.Pittore, decoratore e disegnatore, si dedicò con successo anche alla progettazione di medaglie.Venne nominato professore di disegno all’Accademia di Belle Arti di Parma, dove ebbe, tra i numerosi suoi allievi, Giovanni Tebaldi, Antonio Pasini e Antonio Calza.godette di una notevole fama, se a lui andarono le più importanti commissioni di dipinti murali dell’ultimo ventennio del XVIII secolo, dall’ornamentazione della cupola della chiesa ducale di San Liborio a Colorno (eseguita prima del 1786), alla complessa impresa decorativa di palazzo Sanvitale, ove lavorò dal 1787 al 1792.Non ci sono notizie di viaggi del Muzzi e molta parte della sua formazione dovette compiersi a Parma, ove gli avvenimenti culturali più importanti di quegli anni furono certamente il ritrovamento delle statue romane di Velleia, esposte già nel 1761, e nel 1774 il passaggio dal Ducato del Mengs, che visitò la Camera di San Paolo del Correggio, ammirando alcune pitture tutte copiate e imitate dall’antico. Ma il riferimento cinquecentesco comune, come un tramite culturale a un più diretto assorbimento di concetti neoclassici, che doveva essere ben preciso se in quegli anni il Rosaspina iniziò a incidere le opere del Correggio, proprio per incarico della fabbriceria di San Giovanni, venne risolto dal Muzzi in un modo ibridamente accademico, senza che si senta in queste sue opere una reale comprensione delle motivazioni più vere di questi interessi.Infatti egli scelse un linguaggio solenne, in cui compare l’eco di certa pittura francesse, oppure, per conoscenza diretta o per tramite del Callani, delle opere romane del Cades, nel gusto medioevaleggiante della scena con la contessa Matilde.Ma questa eco non coinvolge tutto il discorso, in cui compaiono citazioni dal repertorio cinquecentesco, esercitazioni di figure in scorcio talvolta non felici, come il soldato caduto in primo piano nella scena con l’incontro, ottenendo complessivamente un risultato magniloquente ma di grande freddezza.È nella pittura murale che meglio si affermarono la maestria e l’originalità del Muzzi, artista molto attivo.Tra queste decorazioni ad affresco, si ricordano: San Bernardo che incontra Guglielmo d’Acquitania, Matilde di Canossa che libera San Bernardo, dal 1782 (San Giovanni Evangelista, Parma), la composizione col Carro del sole, vari medaglioni e sovrapporte (nel Salone da ballo di Palazzo Sanvitale, Parma), Allegoria (volta di una scala in Palazzo Marchi, Parma), L’Incoronazione della Vergine, tra profeti, patriarchi e santi in gloria (cupola di San Liborio, Colorno).Tra i suoi dipinti, vanno ricordati: Giovane contadina (Galleria Nazionale, Parma), Annunciazione, incoronazione di Maria, Resurrezione, ascensione (sant’antonio Abate, Parma), Deposizione (Santa Caterina, Parma), Circoncisione, Presentazione della Vergine al tempio e altri sei quadretti (Monastero delle Carmelitane, Parma), Scene mitologiche (Palazzo Marchi, Parma), Addolorata (SanLiborio, Colorno), San Bernardo benedice Parma attorniata dai Santi protettori, Sant’Alberto da Bergamo orante, San Luigi di Francia che dona la corona di spine al Beato Bartolomeo di Breganze (Colorno, San Liborio), Sant’Antonio Abate che guarisce una mucca (Vicomero, chiesa della Purificazione), Santo in Preghiera, Santa Margherita da Cortona (Soragna, San Giacomo), Madonna col Bambino, i Santi Stefano e Lorenzo (chiesa dei Santi Stefano e Lorenzo, Sala Baganza), Il Sacro Cuore (San Martino Sinzano, chiesa di San Martino) e in Parma, chiesa di Santa Teresa, Crocifisso (dipinto nel 1791 per l’oratorio ducale di Sala.Eseguì disegni allegorici, su incarico di bodoni, partecipando, con altri artisti parmensi, a progettare le composizioni per i rami di Epithalamia exoticis linguis redita, del 1775, dedicata ai Savoja.Fu autore delle vignette per il Congresso degli Elisi (Piacenza, 1769).La Regia Deputazione gli affidò l’incarico (1771) di fare i bozzetti per la medaglia della commedia e della tragedia, coniata poi da F.cropanese.Durante il periodo della dominazione francese divenne membro dell’Accademia imperiale). Alcuni disegni del Muzzi sono conservati nella galleria Nazionale di Parma: studi preparatori per Due storie della Beata Stefana Quinzani e Studio di nudo (1759).
FONTI E BIBL.: I.Affò, Il Parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 111, 123, 129; P.Donati, nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 42-43; G.Bertoluzzi, Nuovissime guida, Parma, 1930, 129; G.B.Jannelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 275; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. VIII, carta 31 e carte 204-206; E.Scarabelli Zunti, Chiese e conventi, vol. I; U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, vol. VIII, 1913, e vol. XXV, 1931, 130 e 305; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani, Torino, 1975, 72; A.M.Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1973, 2177; Aurea Parma 2 1978, 91; Arte a Parma, 1979, 195; Abbazia di San Giovanni Evangelista, 1979, 218; Disegni antichi, 1988, 82-83.

Parma XVIII secolo
Cronista.Fu autore, assieme a Sanseverini, del codice manoscritto Notizie storiche (in Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 634.

Parma o Cremona-Parma 1707
Soprannominato Speroni, secondo gli atti dell’Accademia Filarmonica di Bologna e alcuni libretti era nativo di Parma, per altri di Cremona. Si fregiò del titolo di Musico da camera dell’imperatrice Eleonora, come pure del duca di Parma. Il 19 aprile 1690 fu ascritto tra i soci della prestigiosa Accademia Filarmonica di Bologna e indicato come cantore. Fu attivo per circa trentacinque anni: Venezia (Teatro Vendramino di San Salvatore, 1683: I due Cesari; 1684: Publio Elio Pertinace), Milano (Teatro Ducale, 1688: L’anarchia dell’impero, I due Cesari), Piacenza (Nuovo Teatro Ducale, 1688: L’Ercole trionfante; 1689: Amor spesso inganna, Teodora clemente), Genova (Teatro del Falcone, 1689: Il Giustino; 1690: Massimo Puppieno), Parma (per le feste delle nozze ducali, 1690: L’età dell’oro, Il favore degli dei, La gloria d’amore), Bergamo (agosto 1691: Il merito fortunato), Milano (Teatro Ducale, Carnevale 1695: Pirro e Demetrio), Firenze (autunno 1708 e Carnevale 1709: Nerone fatto Cesare), Ancona (Teatro della Fenice, 1717: La forza del sangue), Roma (Teatro della Pace, Carnevale 1718: Massimo Puppieno, La pastorella al soglio).
FONTI E BIBL.: Balestrieri, 117-119; Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1 febbraio 1698-Parma 1783
Figlio di Domenico e Maria Piegazzi. Fu intendente generale delle Regie Poste dei Ducati di Parma e Piacenza.
FONTI E BIBL.: P.M. Paciaudi, Inscriptiones, 227; L.Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 145.

MUZZI GIUSEPPE ANTONIO, vedi MUZZI GIUSEPPE

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