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Dizionario dei parmigiani: Mazzadi-Mellara

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Noceto XIX secolo
Avvocato.Fu in corrispondenza con Giuseppe Mazzini.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 590.


Alpe di Bedonia 1873-Bardi 4 febbraio 1969
Dopo aver frequentato il Seminario di Bedonia, si trasferì a Bardi, dove fu assessore in Comune a soli ventisette anni, sindaco e poi podestà e di nuovo sindaco nel dopoguerra (terminò la sua carriera politica nel 1956). Durante le sue amministrazioni furono realizzate opere di notevole importanza, quali la magnifica Piazza Vittoria, la Strada Nuova, il monumento ai Caduti della prima guerra mondiale, il ponte della Baracca sul Ceno, la strada di Gravago e il congiungimento della Bardi-Bedonia e la realizzazione di diverse strade frazionali. Fu anche presidente dell’asilo infantile, della Società operaia e del corpo bandistico.per le sue benemerenze fu insignito del titolo di commendatore della Repubblica e premiato dalle sezioni mutilati e invalidi di Parma e Piacenza con una medaglia d’oro.
FONTI E BIBL.: M.C., in Gazzetta di Parma 2 febbraio 1999, 27.


Parma 1831
Ricco proprietario di idee liberali, durante il moti del 1831 in Parma fece parte del consesso civico.Fu poi per lungo tempo a Parigi.Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 183.

Parma 12 marzo 1810-Parma 1883
Figlio di Giuseppe e Flaminia Agosti. Patrizio parmigiano, dovette praticare assiduamente la xilografia, poiché un legno da lui firmato (Al Dsevod) è di buona fattura.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 54.


Parma 1834
Copista musicale, nella stagione di Carnevale del 1834 lavorò al Teatro Ducale di Parma anche come suggeritore.
FONTI E BIBL.: Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


1803-Parma 1867
Conte, Colonnello delle milizie estensi, commendatore dell’Ordine Costantiniano, possedette la villa La Pellegrina in via Farnese a Parma.Fu anche sindaco di Reggio Emilia, Tenente scudiere del Duca di Lucca, membro dell’Anzianato di Parma dal 4 maggio 1831 e sindaco nel 1841.Fu eletto podestà di Collecchio il 15 marzo 1831 alla conclusione dei moti e dopo l’esilio di Ermenegildo Ortalli.Rimase in carica fino al 13 ottobre 1835.Nel 1831 testimoniò al processo contro Filippo Linati. Nella stagione teatrale del 1842 possedette un palco in prima fila al teatro Regio di Parma.Fu Presidente (1850) degli Ospizi Civili di Parma e Commissario straordinario di Parma dal 3 maggio 1850 al 18 ottobre 1852.Nel 1852 fu Maggiore nel 2° Reggimento di Riserva Estense e Presidente della commissione incaricata di vegliare all’adempimento degli obblighi della chiesa magistrale della Steccata dell’Ordine Costantiniano.Prese parte ufficiale alle esequie del duca di Parma Carlo di Borbone nel 1854.Lo stesso Duca lo aveva nominato Ciamberlano il 1° dicembre 1850.Eletto Podestà di Parma, nel 1854 ordinò di sopprimere le chiudende dei negozi che si aprivano verso l’esterno entro il periodo di tre anni, contribuendo (secondo Gambara-Pellegri-De Grazia, Palazzi e Casate, 1971) a cancellare il volto originario della città.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Consoli governatori e podestà di Parma dal 1100 al 1935, Parma, 1935; F.Botti, V.Sani, Il cimitero urbano della Villetta, Parma, 1973, 20; A.Galante Garrone, Il conte Filippo Linati capo del governo provvisorio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1932, 130 e seguenti; G.Sitti, Cenni storici sull’archivio del comune di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1896, 183-184; U.Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 19 febbraio 1960, 3; Malacoda 9 1986, 49-50.


San Martino Sinzano 16 gennaio 1877-Bergamo 9 gennaio 1924
Fratello di Zeffirino. fece gli studi nel Seminario di Parma, donde passò nel 1894 all’Ordine Domenicano vestendone l’abito nel Convento di San Domenico di Fiesole.Celebrò la prima messa nel Convento di Bologna.Si laureò in filosofia e teologia.Fu Priore del Convento di Bologna.Il Mazzetti fu studioso d’ingegno non comune e valente oratore sacro.la morte lo colse in una clinica di Bergamo, mentre era Priore del Convento delle Grazie in Milano.
FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 169.

MAZZETTI GIACINTO, vedi MAZZETTI ZEFFIRINO


San Martino Sinzano 1854-Fontanellato 4 luglio 1951
Uscito da distinta famiglia (fratello di Agostino), compì gli studi nel Seminario diocesano di Parma e, una volta ordinato sacerdote, entrò nell’ordine di San Domenico, tenendo costante residenza nel convento di Fontanellato.Datosi per più tempo alla predicazione con buon successo, a Parma e in altre diocesi, dedicò gli ultimi trent’anni della sua vita anche alla realizzazione di opere edilizie presso il Santuario di Fontanellato.Fece ricoprire di marmi l’intera facciata e un fianco della chiesa, eresse il caseggiato adiacente all’abside e ornò il piazzale antistante di un monumento al cardinale Ferrari.Ma l’opera che specialmente distinse l’attività del Mazzetti fu l’Orfanotrofio nazionale, edificato nell’ampio spazio di terreno tra il Santuario e il cimitero.Seppure sprovvisto di mezzi, il Mazzetti seppe ottenere il continuo contributo della pubblica carità occorrente a così rilevanti lavori per mezzo della diffusione di un bollettino a stampa, da lui compilato, Fiorita Mariana, con tiratura di 700 mila copie mensili.La salma del Mazzetti fu inumata nel camposanto di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 98-99; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 674.


Parma 1115
In un poemetto di trecento versi descrisse l’epidemia dell’anno 1115, che fu caratterizzata da una altissima mortalità e che finì per spopolare l’Italia (Battista Pagliarino, Croniche di Vicenza, libro I, anno 1115).Il Mazziera fu nominato cittadino vicentino.per lo stile del suo componimento, che sembra posteriore al XII secolo, non vi è la certezza che il Mazziera sia stato contemporaneo agli avvenimenti narrati.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 56-57.


San Lazzaro Parmense 29 settembre 1901-
Studiò viola al Conservatorio di Parma e si diplomò come allievo nel 1921 per dedicarsi alla professione orchestrale. Aveva iniziato anche lo studio della composizione con Gian Francesco Malipiero e si diplomò nel 1931 come alunno del Conservatorio di Venezia. Fu autore eseguito: Pavane (Venezia, 1930), Allegretto (Venezia, 1930), Mephisto danza (Venezia, 1930), 4 Allegorie del tempo e delle stagioni per orchestra da camera, 3 Intavolature per orchestra da camera, Episodio corale e scena dell’Alcesti per violino e orchestra, Salmo n. 118 e Salmo n. 87 per solo coro e orchestra, Madrigali per coro solo a 4 e 5 voci, un Quartetto d’archi, una Suite per violino e pianoforte, Tempi di sonata per violoncello e pianoforte, Canti per la messa di Alessandro Manzoni per canto e organo, composizioni per pianoforte solo e liriche per canto e pianoforte.
FONTI E BIBL.: Recupito; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma XVIII secolo
Scultore, fu allievo del Petitot.
FONTI E BIBL.: Accademia parmense di Belle Arti, 1979, 66.

Parma 1906-Milano 7 gennaio 1981
Nel 1925 fu assunto dalla Gazzetta di Parma come collaboratore sportivo e poi promosso cronista.Col Mazzieri lavoravano in quegli anni Ferruccio Cavezzali, Michelangelo Rizzi, studente di giurisprudenza e cronista giudiziario, Bruno Lunardi, Attilio Bertolucci, Giovannino Guareschi e Giovanni Silvani.Redattore capo del giornale era Umberto Del Ciglio, stenografo il Pariset, mentre la responsabilità amministrativa del giornale era di Cesare Alcari.Il Mazzieri fu uomo di punta del giornale, distinguendosi anche per una intensa attività collaterale.Collaborò a riviste e periodici studenteschi, tra i quali La fiamma verde, fondata e diretta da Massimo Notari, fondò e diresse (1930) con Giovanni Silvani il quindicinale di arte L’Arciere e fu autore di canzonette di successo, scritte tra il 1929 e il 1934, e anche di commedie dialettali, messe in scena dalla compagnia La Risata dei fratelli Clerici, tra le quali Quand Cataren’na l’al vol, La lengua d’ill doni, I mariden e Al mal d’amor.Inoltre, in collaborazione con Giovannino Guareschi e Vittorino Ortalli, scrisse Il tarlo.Fu promotore di numerose riviste studentesche: Ce n’è per tutti, Gas esilarante e Strenna 1930.Dopo un breve periodo a Littoria per dirigere la pagina locale del Messaggero (1934), si trasferì a Milano entrando nel settore petrolifero. Dapprima fu alle dipendenze dell’Agip e poi dell’Api, condotta dall’amico Nando Peretti.Finita la seconda guerra mondiale, fu per un breve periodo alla raffineria di Falconara, rientrando poi a Milano dove, sempre per conto dell’Api, lavorò fino al momento della pensione.Da Milano riprese la collaborazione alla Gazzetta di Parma, sia con articoli sull’arte sia con notizie di cronaca.Fu anche direttore di Arte-mercato, una rivista specializzata. Il Mazzieri fu tra i fautori prima e animatore poi del Consolato dei parmigiani residenti a Milano: si dovettero a lui le più qualificanti iniziative del sodalizio, di cui fu console e cancelliere.Morì stroncato da una rara malattia: la panarterite nodosa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma, 8 gennaio 1981, 5.

San Secondo Parmense 2 febbraio 1915-Parma 4 maggio 1970
Terminate le scuole medie, si iscrisse al Conservatorio di Parma dove frequentò per qualche anno la classe di oboe, per abbandonarla quando iniziò a studiare canto (tenore).La guerra interruppe i suoi studi.Nel settembre 1943 si trovò con la Divisione Acqui a Cefalonia quando questa unità fu vittima del massacro perpetrato dai nazisti contro gli inermi prigionieri di guerra italiani.Fu poi recluso in un lager in Germania.Tornato in Italia, ricominciò a studiare a Roma con il maestro Nerilli.Poi, per l’intervento di un professore dell’orchestra sinfonica della Rai di Roma, il parmigiano Gallesi, riuscì a ottenere qualche audizione radiofonica (1947).In quello stesso anno, in un concerto a Fidenza, il tenore Nino Bertelli fu colpito dal suo timbro potente e chiaro.Il Mazzieri iniziò così a studiare con Bertelli e debuttò in un’opera allestita nel paese natale: un Trovatore, in un teatro all’aperto nella piazza accanto alla Rocca.Ebbe l’incitamento di tutto il paese e la serata fu un trionfo. Nel 1949 si esibì ancora nel Trovatore a Monza.Negli anni Cinquanta, al Teatro Ponchielli di Cremona, al Regio di Parma, al Municipale di Reggio Emilia e alla Fenice di Venezia, il Mazzieri fu un Radames che entusiasmò i teatri: specie nel duetto finale nel sotterraneo del tempio, la sua mezza voce aveva accenti che confermarono la tendenza che il Mazzieri ebbe al bel canto all’antica.oltre a essere applaudito nel repertorio verdiano, il Mazzieri cantò nell’Andrea Chenier, nel Mosè, nella Lucia di Lammermoor, nella Manon Lescaut e in vari teatri di tutta Italia, quali il Comunale di Modena, il Petruzzelli di Bari, il Municipale di Piacenza, a Ferrara e a Ravenna. Anche una prima assoluta fu interpretata dal Mazzieri: l’Ave Maria di Salvatore Allegra.Cantò con grande successo in Venezuela, a Malta, in Olanda e negli Stati Uniti. A Detroit, una delle tante città toccate nelle sue tournée, riscosse grandi ovazioni in un Andrea Chenier assieme al baritono Gino Bechi e al soprano Curtisa.Esuberante, cordiale, generoso, contò innumerevoli amici e ammiratori e condusse una vita nomade e dispendiosa.Il Mazzieri cantava in teatro, a casa di amici, nelle osterie e ovunque ci fosse compagnia.Colpito da diabete prima e da paresi poi, volle cantare un’ultima volta per aiutare il parroco di un paese della Bassa che doveva restaurare la chiesa e non aveva i mezzi per farlo.Si spense a soli cinquantacinque anni.
FONTI E BIBL.: Conati, Santoro, Cronologie dei Teatri La Fenice di Venezia, Regio di parma e Municipale di Reggio Emilia; Gazzetta di Parma 18 maggio 1970; Al Pont ad Mez 2 1970, 27; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma, 5 dicembre 1982, 3.


1717-Soragna 26 agosto 1786
Figlio di Antonio.Il 7 luglio 1750 venne chiamato a reggere la plebania di San Giacomo di Soragna.Fu uno dei più illustri arcipreti di Soragna.Si fece subito promotore, vista l’angustia e l’infelice ubicazione di quella esistente, dell’edificazione di una nuova chiesa al centro del paese, superando in tale impresa ostacoli e sacrifici non comuni.Coronò nel 1755 questo suo sogno con la posa della prima pietra del costruendo edificio, e quindici anni dopo con la benedizione della chiesa ormai ultimata.Strenuo sostenitore delle prerogative proprie della sua carica, le difese sempre con decisione e solerzia, mai scendendo a compromessi che potessero recare pregiudizio alla sua dignità e ai diritti della chiesa.Dottore in ambo le leggi e vicario foraneo, curò, per incarico superiore, anche l’istruttoria di vari processi criminali riguardanti religiosi, dei cui atti si conservano nella parrocchia di Soragna numerosi stralci.Morì all’età di 69 anni.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna: cristiani e ebrei, 1975, 35-36.


Parma 1756
Ottenne il primo premio al concorso di architettura dell’Accademia di Belle Arti di Parma del 1756.Un suo progetto si trova al Museo dell’Istituto d’Arte.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 3 1964, 217.

MAZZIERI TATO, vedi MAZZIERI FERRUCCIO TATO

Parma 1823
Carbonaro, fu uno di quelli che nel 1823, per eccitamento di Giovanni Grossardi, arruolò e tentò di arruolare diversi contadini, invitandoli ad armarsi e a recarsi dove li avrebbe guidati lo stesso Grossardi.Fu scoperto e arrestato.Interrogato in giudizio, sulle prime negò questi fatti, ma poi finì per confessare, aggiungendo che la sua iniziale reticenza era stata l’effetto delle raccomandazioni fattegli, prima di venire a deporre, dai parenti del Grossardi e del timore che la sua confessione potesse esporlo a qualche vendetta privata.
FONTI E BIBL.: E.Casa, Carbonari parmigiani, 1904, 140.

Salsomaggiore 1574
Nel 1574 comperò dalla Camera Ducale una pezza di terreno in salso, cogli annessi diritti sul sale e sulle saline.
FONTI E BIBL.: F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 17.


Olza 27 agosto 1826-Ragazzola 20 luglio 1901
Entrò quindicenne nel seminario diocesano di Borgo San Donnino.Vi compì gli studi e fu ordinato sacerdote nella primavera dell’anno 1850 dal vescovo Pier Grisologo Basetti.Destinato nell’aprile 1856 a reggere la parrocchia di Stagno, svolse la sua missione con zelo infaticabile, riuscendo anche, a prezzo di duri sacrifici, a ridare al paese una chiesa dopo che il Po, nel 1846, aveva distrutto il sacro edificio nel corso di una delle sue più gravi alluvioni.La nuova chiesa fu progettata dall’architetto Riccardo Magnani e aperta al culto nel 1865.Rinunciò alla cura della parrocchia nell’agosto 1895 per passare rettore a Ragazzola.Fu sepolto nel cimitero di Stagno.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 263.

Salsomaggiore 1500
Nell’anno 1500 era notaio in Salso.I suoi figli acquistarono alcuni beni e relativi diritti su pozzi di acqua salata dalla Camera Ducale in Salso (1524) e dai Pallavicino in Salsominore (1568).
FONTI E BIBL.: F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 17.

Salsomaggiore 1655
Nell’anno 1655 lasciò un annuo, perpetuo legato alla chiesa della Marazzuola.
FONTI E BIBL.: F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 17.


Bazzano-Bazzano 8 maggio 1727
Il 24 settembre 1675 fu nominato arciprete di Bazzano, dove fu parroco per cinquantadue anni.Sotto il Mazzini vi furono altri sacerdoti cappellani o coadiutori: nell’anno 1679 e 1683 Tommaso Bertini, nel 1681 Domenico Bergonzani, nel 1685 Giuseppe Antonio Costa, dal 1687 al 1719 Lorenzo Ziveri e nel 1727 Simone Ziveri.Compare anche giovanni Bonzanini per l’amministrazione di nove battesimi negli anni 1712, 1720, 1722, 1723 e 1724.I suddetti sacerdoti erano tutti oriundi di Bazzano.L’atto di morte del Mazzini fu redatto in buon latino da Simone Ziveri, che si firma coadiutore.I battezzati dal Mazzini furono 836, (16-17 battesimi l’anno), i morti 342 e i matrimoni 93.
FONTI E BIBL.: F.Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 27.

Bazzano-Bazzano 19 luglio 1680
Fu nominato Arciprete di Bazzano nel 1649.Resse la parrocchia ventisei anni, fino all’agosto del 1675.In questo periodo figurano cappellani o coadiutori del Mazzini, l’Albertelli, fino all’anno 1656, e poi Lazzaro Ragazzi.Dal 1675 il Mazzini rinunciò alla parrocchia e restò come ex arciprete a coadiuvare il successore fino al 1680.L’atto di morte del Mazzini fu redatto dall’arciprete in carica, Nicolò Mazzini.Entrambi erano oriundi di Bazzano.Dal 1649 al 1675 i matrimoni celebrati nella parrocchia di Bazzano furono 94, dei quali 73 redatti dal Mazzini e 21 sottoscritti dall’Albertelli.Fu introdotto col Mazzini il libro dei morti, che inizia con l’anno 1665.I morti da tale anno al 1675 furono 71. Inati furono 492, con una media di 19 nati l’anno.
FONTI E BIBL.: F.Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 25.


Salsomaggiore 1574
Nell’anno 1574 la Camera Ducale vendette al Mazzini tutti i diritti dei pozzi di Brugnolo e Salsomaggiore, nonché dei boschi di Grotta, per la fabbricazione del sale.
FONTI E BIBL.: F.Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 17.

Parma 1549/1552
Fu canonico della Cattedrale di Parma nel 1536. Il 24 marzo 1539 fu eletto vescovo titolare di Chichester, in Inghilterra.Fu inoltre suffraganeo del vescovo parmense Guido Ascanio Sforza.
FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 53; A.Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

Parma 1535/1560
È noto per una Descrizione della Città di Parma scritta in lingua latina, che si trova a f.23 e seguenti di un volumetto di Cronache Parmigiane copiate dal Vaghi.Comincia così: Ad Ill.mum et Rev.mum D. num D.meum Col.mum D.Guidonem Ascanium Sfortiam S.R.E.S.M. in via lat.Miseratione div.a diaconum Card.em et ejusdem S.R.E.et S.mi D.ni n.ri Camerarium Parmens.Episcopum et Comitem benemeritum.Antonius Macciochus Parmen.Guido Ascanio Sforza era cardinale di Santa Fiora, nato da Costanza, figlia naturale di papa Paolo III, e da questo assunto al cardinalato in età di sedici anni. Lo Sforza governò la Diocesi di Parma dall’anno 1535 sino al 1560. Il Mazzocchi, nominato Vescovo di Cistre da papa Paolo III, fu secondo il da erba, fatto suffraganeo di Guido Ascanio predetto. È verosimile che il Mazzocchi fosse parente di AnnibaleMazzocchi, vescovo di Chichester e anch’egli suffraganeo di Guido Ascanio Sforza.Questa scrittura occupa 16 fogli di carattere assai minuto.Non solo descrive in generale la città, ma dà ragguagli delle chiese, dei conventi di essa e del territorio, dei benefici, delle prebende, dei loro rettori e dei privilegi loro accordati dai principi e dai papi.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 977.


Piacenza 1832-post 1861
Dagli atti del censimento di Parma del 1861 risulta cantante, di ventotto anni e due mesi, fuori di patria e di ignota abitazione.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

MAZZOLA, vedi BEDOLI GIROLAMO


Parma 13 agosto 1533-Parma 1608
Girolamo Bedoli, dopo le giovanili capitali esperienze col Parmigianino a Viadana del 1521, nel 1529 ne sposò una cugina di nome Caterina Elena, figlia di Pier Ilario Mazzola, e quattro anni dopo, assunto il cognome Mazzola, gli nacque il secondogenito Alessandro: Alexander Michael filius Hieronimi de Bedullis et Helenae uxoris: nat. 13 et baptizatus 15 Augusti comp. e D.franciscus de’ Gentilis et Domina Cecilia de’ Portiolis.Quindi, coll’insegnamento del genitore, egli avrà certo trascorso un periodo giovanile di oscuro apprendistato, collaborando alle opere formulate in bottega.Le non grandi capacità pittoriche del Mazzola, avranno reso particolarmente arduo e difficoltoso il critico accumularsi in lui di esperienze visive, necessarie per il concretarsi di una autonoma personalità, e ancor più avranno impedito il distacco necessario dal campo gravitazionale paterno.Tutto questo genere di considerazioni venne già apertamente adombrato dagli scrittori d’arte ottocenteschi, come il Ticozzi, quando osservò che gli affreschi del Mazzola nel Duomo di Parma non altro presentano che un’ombra dello stile della famiglia, ed il vano desiderio di mostrarsi non degenere discendente di un’illustre famiglia pittorica.Anche il Lanzi che disse del Mazzola un debole imitatore del domestico stile, fato, per così dire, delle famiglie pittoriche che arrivano al terzo erede. Fatto sta che le prime pennellate il Mazzola le stese probabilmente nei quadri del genitore, ipotesi da tempo avanzata, ma non ancora attestata.L’affiorare delle prime prove pittoriche del Mazzola (databili verso il 1550-1560) sono da riconoscersi, a esempio, in alcuni particolari dell’affresco con Santa Cecilia, compagna a Santa Margherita nell’arco d’ingresso alla cappella del transetto destro in San Giovanni Evangelista a Parma. Una certissima collaborazione del Mazzola col padre la si ravvisa in una piccola tavola appartenente al Museo di Belle Arti di Budapest, rappresentante la Sacra Famiglia con San Francesco, della quale una antica copia conservata nella sala capitolare del Duomo di Fidenza potrebbe attestare una provenienza locale.Il volto della Vergine dai tratti asimmetrici (che nell’atteggiamento ripete la figura femminile semi-nascosta dalla colonna destra nella pala dell’Immacolata Concezione eseguita nel 1533; nella Pinacoteca di Parma) costituisce una tale macroscopica incongruenza nella altrimenti ben eseguita operetta, che proprio non si riesce a comprendere come si possa sottacere per questo importante particolare la presenza del Mazzola, al quale solo il cieco amore paterno poteva affidarne l’esecuzione. Quando, dall’aprile 1555, Girolamo Bedoli si impegnò a dipingere l’intero soffitto della navata maggiore del Duomo di Parma con motivi decorativi e busti di Profeti, affiancato da numerosi aiuti tra i quali, documentato, Francesco Mendogni, non sembra improbabile che nella mastodontica impresa, conclusasi nel giugno del 1557, il maestro abbia inserito l’allora ventiduenne Mazzola.le parti più scopertamente deboli della decorazione sono indubbiamente i lunettoni che comprendono le finestre al culmine delle pareti, per i quali concordemente viene negata l’autografia del Bedoli.Una delle prime opere completamente autonome del Mazzola la si ravvisa nella Madonna col Bambino e San Giovannino, riconosciuta e pubblicata da W.Suida, precedentemente assegnata addirittura al Correggio, nella collezione Sebô di Budapest, che a suo vedere potrebbe essere considerata il capolavoro del Mazzola.Ve ne è palmare la schiacciante componente correggesca che il Mazzola sovrappose all’araldico parmigianinismo cifrato del padre.Manca naturalmente quell’impeccabile disegno e l’argentina ottica della maniera tipica del Bedoli: il Mazzola infatti ne colse solo quei dati compositivi più esteriori come, a esempio, l’affettuoso immedesimarsi nel circostante magico e scintillante paesaggio di quella Madonna col Bambino del Bedoli, appartenente alla Collezione Payne di Cambridge (Mass.).Mentre dalla grande pala con lo Sposalizio di Santa Caterina nella Pinacoteca parmense, il Mazzola estrasse il diagonale atteggiamento della sua Madonnina, che si destreggia, in un compatto viluppo di membra, con il nudo Bambino che giocherella con San Giovannino, proprio come nelle instabili intersecazioni compositive della Madonna col Bambino, sempre del Bedoli, e nella Madonna col Bambino e San Giovannino. Collateralmente al mestiere di pittore, alle dipendenze del padre, il Mazzola esercitò pure quello di doratore, all’epoca quasi una delle componenti d’obbligo per una professionalità completa.Infatti già nel 1553 decorò aureamente le parti puramente ornamentali dei grandi lavori a fresco approntati dal Bedoli nella chiesa della Steccata.Lo si deduce da una sua lettera non datata, ma da supporsi scritta poco dopo il maggio 1562, che dice: Mr. Her. o sarete contento far pagare Allex.o mio figliolo la mercede de dui miliari doro del grande a ragione de libre tre e soldi sei per cento qual’oro sie messo in hopera per gli quattro ultimi rosoni et a finire gli archi sotto le figure chiaro e scuro de’ la capella verso la piazza: Hier.o Mazzolo.Tali pagamential mazzola si protrassero sino al 12 marzo 1568, appunto per le dorature nell’arco antistante ai nicchioni.Presumibilmente tra il 1565 e il 1570 il Mazzola eseguì, forse per i conti Gardani, la pala con L’Immacolata Santa Lucia e Sant’Omobono che si trova nella chiesa di Santa Maria Assunta del Castello a Viadana, insistentemente assegnata al Bedoli, del quale sono ricalcati svariati elementi, ma che qualitativamente non ha nulla da spartire con la pittura del maestro.Se ne esamini, a esempio, la caricaturale fisionomia della Vergine e ci si accorgerà che la presenza del Bedoli nel quadro è assolutamente assente.Vi sono invece patenti i modi del Mazzola per la stragrande somiglianza con il mal riuscito inserto nel quadretto del Museo di Belle Arti di Budapest. La Santa Lucia nella tela di Viadana è modellata ancora più precisamente sull’esempio della Giovinetta che suona la cetra, eseguita con altri pannelli dal Bedoli nel 1562, poco prima della pala viadanese del Mazzola, per gli stilobati dell’organo del Duomo di Parma (visibile nella locale Pinacoteca).In quanto al poverello di profilo che riceve l’obolo di Sant’Omobono, risulta ricopiato dall’analogo San Giovannino che si protende al Bambino nel dipinto del bedoli in San Sepolcro a Parma.un discorso particolare per il Mazzola di Viadana va fatto rigurado la modellazione pittorica che, come l’ambientazione paesistica, si avvicina in modo impressionante alla particolarissima maniera tenuta dal padre proprio in certe opere per la zona mantovana: la fusa e non lucida epidermide con la quale furono trattati i dipinti eseguiti tra il 1552 e il 1562.A questa sorta di fuso manierismo, il Mazzola si dimostrò molto aderente pure nelle opere seguenti, facendo pensare che una determinante impressione egli trasse dalle opere mantovane del padre, certamente le più vicine temporalmente per essere studiate dal Mazzola, che proprio a quel tempo apriva gli occhi da adulto sul circostante mondo artistico, e dalle quali ricopiò poi anche interi brani.Nel quadro di Viadana, dunque egli impastò i pur coloristicamente acidi panneggi con toni fumosi e rappresi, quasi in antitesi alle tipiche cristalline pennellate del Bedoli non mantovano.Alla recuperata pala viadanese del Mazzola lega in stretta contiguità temporale il dipinto con la Vergine il Bambino e i Santi Pietro e Luca, ubicata nel coro di Sant’Alessandro a Parma, il quale ripete sia la ingenua composizione triangolare che la disposizione ambientale e la ottusa sfocalità coloristica della precedente tela viadanese.Mentre di nuovo si osserva un certo carattere di pittore animalista nel mazzola, quando ritrae il toro, simbolo di San Luca, in primo piano.Sempre verso l’ultimo scorcio del 1560 si pensa sia da porsi il San Rocco scoperto dai piacentini della chiesa di Santa Margherita a Colorno, che è ritenuto dal Santangelo di uno scolaro parmense del Sons.In questa tela sono assommate le varie esperienze del Mazzola con la pala di Viadana e di Sant’Alessandro a Parma.Depurò le incertezze e gli zoppicamenti disegnativi per approntare una ben orchestrata composizione.Nel dipinto grande di Colorno il Mazzola reinventò completamente la nuda roccia dell’ambientazione iniziale per impiantare un interessante e personale scorcio paesistico decorato da flora scelta in varie specie.In rapporto al modelletto, altre innovazioni notevoli sono l’inserimento del viandante che scorge il San Rocco e l’attonita mezza figura che osserva lo spettatore, certo il ritratto del donatore (oppure un autoritratto).Anche la gamma dei colori è scelta e ben orchestrata, la domina la mantelletta giallo-canarino accostata alla veste rosso fuoco del viandante, mentre toni di caldo rosa e pastosi giallo-ocra rivestono il San Rocco.Una seconda presenza del mazzola a Colorno è riconoscibile in due frammenti di affresco posti esternamente sopra le entrate secondarie dell’oratorio dedicato alla Santissima Annunziata, ma che in precedenza decoravano l’altare della più antica chiesetta eretta nel 1568 per conto di Anna Sanseverino.Da ciò è databile, quindi, anche l’approssimativa situazione cronologica dei dipinti del Mazzola.Questi affreschi, raffiguranti appunto l’Annunciazione, godevano per tradizione del nome di Parmigianino quale autore, almeno per la concezione disegnativa.Molto consunti dalle intemperie, forse furono eseguiti assieme al San Rocco.Nonostante le ridipinture, rimane in qualche modo leggibile l’Annunciata, mentre il rispettivo frammento dell’Arcangelo, a suo tempo già rinnovato da Pier Ilario Spolverini, si mostra in uno stato di conservazione larvale. Nel primo pezzo balza all’occhio l’ingenua tradizione bedolesca portata avanti dal Mazzola che continuò a ripetere idee del padre, a esempio quelle insite nel disegno con lo stesso tema della collezione Heim-Garac di Parigi, nel quale si ravvisa pure quel gusto per gli istoriati mobili-accessori decorati da sfingi, presenti anche nella Santa Cecilia del sottarco in San Giovanni Evangelista a Parma.Da notare inoltre che la Annunciata anticipa alla lettera le cadenze della Madonna nella tela con l’Adorazione dei pastori in San Tommaso a Parma, che è opera tarda. Un piccolo capolavoro del Mazzola, all’incirca della fine del sesto decennio del XVI secolo, lo si trova nella Sacra famiglia e angeli della Pinacoteca di Parma.Il quadretto, concordemente a lui riconosciuto, è composto sempre con l’impronta di un fuso modellato e nella struttura compositiva ricorda quello della collezione Sebô di Budapest.Per il simpatico chiacchiericcio dei puttini seminascosti nella verzura del bosco, riecheggia il dipinto del Bedoli raffigurante Putti che disarmano Amore dormiente conservato nel Museo Condé di Chantilly, mentre il chiuso ambiente vegetale ricorda il pannello centrale del polittico già in San Martino de’ Bocci (in Pinacoteca a Parma).Ancora caratteristico del Mazzola è il deformante carattere al limite del caricaturale, delle fisionomie angeliche, come pure altrettanto tipici sono gli spunti animalistici del coniglietto in primo piano, alla pari delle tele di Colorno e di Sant’Alessandro a Parma, mentre il fisso San Giuseppe, relegato in un canto alle spalle della Madonna, molto ricorda il ritratto inserito nel San Rocco di Colorno. Assai più atipiche sono invece le finezze a punta di pennello che cesellano l’acconciatura della Vergine, la bella natura morta nel paniere in primo piano e anche le foglie e i rami: ciò dimostra che quando il Mazzola voleva impegnarsi a fondo in eleganza non poteva fare a meno di ricorrere ai preziosi formalismi del padre.Girolamo Bedoli morì a Parma nel 1569, ma forse fece in tempo a procurare al Mazzola la prestigiosa commissione inerente la decorazione delle due navate minori del Duomo di Parma, quasi in logica continuità riguardo la navata maggiore.Questi affreschi sono l’opera più comunemente nota del Mazzola.Probabilmente i primi a essere eseguiti furono quelli della navatella a sinistra entrando, dove dipinse nei pennacchi delle volte scene dell’antico testamento in collaborazione con un non meglio identificato Giovanni bolognese.Le volte a destra sono invece esclusivamente di sua mano, se si eccettua la prima che da vecchia data viene attribuita a Pomponio Allegri.Per tali operazioni, concluse nel 1571, l’Affò assicura che il Mazzola percepì la somma di 150 scudi d’oro.Negli affreschi a destra si nota all’istante che la pittura ritardataria del Mazzola si sottopone a un aggiornamento stilistico: ora che gli manca il rassicurante appoggio del padre, egli si orienta sulla moda romanista, divulgata a Parma in quel torno di anni da Lattanzio Gambara e Bernardino Gatti soprannominato Sojaro.I due operarono nel Duomo istoriando le pareti della navata centrale, gomito a gomito col Mazzola: terminarono infatti la fatica proprio in quello stesso 1571.Il Mazzola imitò le titaniche torsioni e le monumentali proporzioni dei personaggi usciti dal pennello del bresciano e del cremonese, in special modo quelli negli spicchi appena sopra le grandi arcate romaniche, imprimendo però ai suoi robusti angeli l’aria caricaturale che gli era tipica.Ma il Mazzola non dimenticò neppure i modelli paterni: a esempio, nella seconda crociera due putti imitano i tortuosi collegamenti articolari del dipinto del Bedoli con la Madonna col Bambino e Santi della Gemäldegalerie di Dresda. Il 4 aprile 1571 si trova il Mazzola, che allora abitava nell’avita casa dei Mazzola in Borgo dell’Asse sotto la parrocchia di San Paolo, come testimone al matrimonio di M.Stefano di Pier Paolo Porzioli con Ottavia del messer Ettore Vallelonga.A questo Porzioli forse il Mazzola fu legato da vincoli parentali, provato che egli venne per l’appunto tenuto al fonte battesimale dalla madrina Cecilia dé Portiolis, forse una parente. La pittura parmense stava in quei tempi cambiando, orientandosi verso una meno ristretta visione regionale, in una sorta di cifrato manierismo controriformistico e il Mazzola ne ebbe certamente sentore.Dopo gli affreschi del Duomo dovrebbe situarsi la piccola tavoletta rappresentante la Madonna che mostra il Bambino addormentato a San Gerolamo e angeli della Pinacoteca di Parma, che venne attribuita al Mazzola dal Quintavalle.Alcuni particolari, in verità pochi, per sottoscrivere tale aggiunta al Mazzola sono da riconoscersi forse solo nei spiritosi puttini che occhieggiano dalle spalle della Vergine (simili nella Sacra Famiglia della stessa Pinacoteca).Ma non è altrettanto probante la monumentale possanza dei personaggi principali che, assieme ai puri colori dei panneggi scolpiti plasticamente, moltissimo riecheggiano la pittura di Orazio Sammarchini e del suo scolaro Giovan Battista Tinti.Un chiaro manifesto di evoluzione stilistica, anzi un vero e proprio apice, lo si ravvisa nella Madonna col Bambino, Sant’Agata, Santa Lucia, Sant’Agnese e angeli che si trova nella parrocchiale di Colorno, eseguita circa nel settimo decennio del Cinquecento e già giustamente attribuita, ma troppo precocemente datata al 1566 c. L’intima struttura dell’opera resta fondamentalmente bedolesca e riecheggia in modo confuso i ritmi compositivi della pala del Bedoli con l’Immacolata Concezione della Pinacoteca di Parma, dalla quale il Mazzola fece suo pure il gusto animalistico per la pecorella brucante, che è posta in primo piano come nel San Rocco di Colorno e nelle tele di Sant’Alessandro a Parma e della Pinacoteca.La differenza sostanziale di questa seconda opera colornese, anche rispetto al precedente San Rocco, è il relativante moderno caotico mosaico dei volumi massicci e incombenti dei corpi che si accaparrano di prepotenza la ribalta del quadro: nella loro entità pure presentano evidenti rimandi all’arte del novellarese lelio Orsi, specie il rude abbraccio della Madre al Figlio, nonché a Pellegrino Tibaldi.L’epoca della tela in esame sembra evidente, in particolar modo per il seghettato portale marmoreo, decorato da festoni di frutta, in secondo piano, che riprende le identiche soluzioni architettoniche poste come quinte negli affreschi della navatella destra in Duomo.Anche nei colori il Mazzola rinunciò alle soffuse orchestrazioni dell’anteriore San Rocco per stendere larghe campiture cromatiche quasi allo stato puro, accoppiandole per contrasti.In questa pala di Colorno, per altro, non sono assenti le suggestioni esterne, come la Sant’Agata legata all’albero che è vista dal dipinto sull’altare dell’omonima cappella del Duomo di Parma eseguito dal cremonese Sojaro.Il Quintavalle datò il Ritratto di Ranuccio I Farnese fanciullo della Pinacoteca di Parma, generalmente riconosciuto al Mazzola, verso il 1576, mentre attorno al 1580 va posto il San Giovanni Battista meditante conservato nella chiesa di San Sisto a Piacenza, attribuito al bedoli dal Buttafuoco, il quale afferma averne visto una memoria antica che appunto datava il quadro a quell’anno.Visibilmente lo storico non si rese conto dell’infondatezza delle proprie proposte, essendo il Bedoli nel 1580 morto da ben undici anni.Oltre a ciò la tela in questione non presenta nessuna caratteristica della preziosa maniera del padre del Mazzola.Infatti il bedolismo nell’opera piacentina si riduce a una modesta riuscita pittorica, riecheggiando la figura del Santo che guarda lo spettatore agli aulici moduli del Bedoli nel polittico parmense già in San Martino de’ Bocci e nel dipinto con la Madonna col Bambino e San Giacomo Maggiore che si trova nella chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma. Questa di San Sisto, comunque, è un’opera che non può godere nel catalogo del Mazzola un posto di rilievo, per colpa dell’irrimediabile involuzione e della povertà della resa pittorica che vi si dimostra.Un’interessantissimo dipinto di collezione privata cremonese, la Vergine col Bambino, San Giovannino, Santa Caterina d’Alessandria e San Francesco, databile al nono decennio del XVI secolo, presenta con le opere sicure del Mazzola fino a ora ragionate tali somiglianze da non richiedere molti paragoni a suffragio della nuova ascrizione.Nel quadro cremonese si trova manfesta la posizione mentale del Mazzola che aveva appena superato la crisi manieristica avvenuta dopo gli affreschi del Duomo di Parma con la tavoletta della Madonna che mostra il Bambino a San Girolamo in Pinacoteca (in questa si ritrova la tenda-baldacchino annodata agli angoli del quadro e le due colonne di fondo) e più significativamente con la pala della Madonna col Bambino e Santi di Colorno, dove è appunto uguale il mosaico compositivo dei corpi.Ripresosi da tale impasse, il Mazzola ritornò alle accordate tonalità delle opere giovanili, recuperando quella sensibilità disegnativa e coloristica assimilata dal padre in quegli incarnati di cinerina trasparenza e nelle pagliuzze dorate che impreziosiscono addobbi e monili. Comunque la preziosa testimonianza cremonese del Mazzola viene a datarsi verso il 1585-1590, sicuramente dopo il modello baroccesco precedentemente trattato, che costituisce un ottimo termine post-quem. Nella tela con l’Adorazione dei pastori conservata in San Tommaso a Parma, databile all’ultimo decennio del Cinquecento, si osserva il Mazzola tagliare il traguardo conclusivo del suo modesto sviluppo evolutivo.Egli vi standardizzò con stanca inventiva i modelli iconografici del padre, inevitabilmente retrocedendo dalle in qualche modo significative posizioni manieristiche guadagnate dopo gli affreschi del Duomo di Parma e culminanti nella Madonna col bambino e Santi di Colorno.Il Mazzola vi abbandonò ogni ricerca stilistica per rimediare sterilmente e in modo totale l’arte paterna dando ben a vedere anche il ricorso ai puntelli iconografici già adottati nell’operetta di collezione privata cremonese.Nel dipinto parmense in esame i ricopiamenti dal Bedoli sono assai rilevanti e come non mai, precedentemente, importanti per la fatale decadenza della personalità del Mazzola.Dalla pala del padre con l’omonimo soggetto già nell’Abbazia di San Benedetto di Polirone (poi nei depositi del Louvre) il Mazzola riprese tutto l’assetto compositivo, ricopiandone esattamente anche i tre angeli della parte superiore, i due pastori che avanzano dal secondo piano a destra, il pastore stupito un poco più avanti a sinistra e i due che offrono la pecora in primissimo piano a destra.Ma i rimandi iconografici nel quadro di San Tommaso non sono ancora esautiri, perché pure le due figurine dei pastori che si abbracciano in fondo a sinistra sono esattamente ripetute da un fotogramma pittorico del catino della Natività, ultima opera del Bedoli alla Steccata.Le antiche fonti giudicano la mezza figura del San Tommaso tagliata dal bordo inferiore del quadro, come aggiunta posteriormente, mentre è invece perfettamente consona sia stilisticamente che materialmente al resto dell’opera.Visti gli estremi dell’intima relazione tra il Bedoli e il Mazzola, e appurata pure la non rilevante statura artistica del Mazzola, rimane l’ardua problematica di discernere la sua partecipazione nelle opere del padre, già dal 1552, il periodo dei dipinti mantovani, fin oltre all’ultima opera della Steccata.Il Mazzola ricorda perfettamente anche in seguito nelle opere personali elementi compositivi talmente secondari e marginali nel contesto dei dipinti girolameschi (invece che particolari strutturali importanti e rilevanti) da venire così spontaneo supporre che tali frammenti figurativi siano stati proprio da lui inseriti nelle opere del padre.Le più sgraziate caratteristiche fisionomiche delle figure nel quadro di San Tommaso si riscontrano, con evidente soluzione di continuità anche temporale, nella pala conservata presso la Pinacoteca di Parma effigiante la Madonna col Bambino, Santa Elisabetta, San Biagio, Santa Rosa, un Santo domenicano e angeli, che è siglata A.M. (Alessandro Mazzola).Chiaramente essa va datata all’ultimo scorcio del XVI secolo assieme alla tela di San Tommaso: valga a ciò notare che nelle sembianze della Santa Elisabetta a mani giunte viene ripetuto tale e quale l’atteggiamento della Madonna nel quadro di San Tommaso.In questa opera della Pinacoteca, il Mazzola ricopia la parte principale della Vergine col Bambino dal dipinto del Bedoli sull’altare maggiore della chiesa di sant’alessandro a Parma, non rivelando anche nulla di nuovo stilisticamente, anzi la deformazione caricaturale dei tipi è talmente standardizzata da divenire insopportabilmente sciocca.Pure la composizione risulta più del solito affastellata e traballante, mentre resta tipico il modellato pittorico steso tra il fumoso e lo scintillante, come lo si vede per esempio nel quadretto di collezione privata cremonese. Tali irrimediabili scadimenti sono indubbiamente da attribuirsi alla avanzata età del Mazzola (contava 67 anni circa), che da buon artigiano continuava senza problemi il proprio lavoro.Poco più tardi, nel 1604, il Mazzola siglò e datò un dipinto con la S.V. in gloria col Divin figlio che porge l’anello a Santa Caterina da Siena cui un angelo intanto porge sul capo una ghirlanda di rose, sul davanti un santo vescovo ginocchioni canta le lodi di quel celeste connubio ha davanti un leggio sul quale pone un gran libro aperto sul quale leggesi scritto in minio Sanctus Ilarrius ed le iniziali dell’autore così A.M. 1604.Nel fondo una architettura con la statua di un martire ed un San Giorgio che uccide il drago.Introvabile ma come sopra descritto dallo Scarabelli-Zunti, notando che In questo dipinto domina un colore violaceo non gradevole all’occhio e se mai adoperato con tanta notevole esagerazione dal pittore nostro.Dunque, anche se solo per iscritto, non si fatica a comprendere le assonanze di questa opera con quella innanzi trattata della Pinacoteca parmense.Inoltre, il 22 gennaio 1605 il Mazzola contrattò l’esecuzione di un quadro ancora visibile nella sua ubicazione originale sull’altare della prima cappella d’angolo a destra nella chiesa della Steccata, come si desume dai documenti originali di allogazione ritrovati dal Testi: P.a esso Mr.Alessandro si obbliga fare una figura di Sant’Antonio et un’altra di Santa Maria Maddalena dal vivo con un Cristo in aria circondato da una gloria di Angioli, conforme al disegno che ha dato, con pagamento di ducc.ni sessanta da lire 7 soldi 6l’uno.Et più si obbliga darla finita di qua dalla prossima festa di Sant’Antonio sotto pena d’arbitrarsi dalla detta Cong.ne.All’incontro poi la Co’pagnia darà la tella et il tellaro p’fare dett’opera.Come fosse quasi risaputa la pratica del Mazzola nel copiare vecchi modelli, lo si deduce dall’obbligo di fare i due santi principali dal vivo, cosa che puntualmente non accadde perché il Sant’Antonio riproduce identica la stessa figura dipinta dal Bedoli nella Natività e Santi del Museo Nazionale di Napoli, mentre il Cristo sulle nuvole ripete l’atteggiamento di quello del Bedoli nel catino dell’abside principale nel Bedoli di Parma.Ancora, il gruppo di angioletti a destra in alto nel quadro della Steccata è ripreso alla lettera dal Mazzola da quelli nella medesima posizione forse da lui stesso affrescati assieme al padre nel catino del Rosario nella medesima chiesa.E non abbastanza sazio di saccheggi iconografici, il Mazzola riassunse l’atteggiamento della sua Maddalena e il putto col vaso a lei retrostante dall’inarrivabile modello del grande Correggio nella Madonna di San Girolamo.Tra l’altro, la Maddalena nel dipinto alla Steccata ripete le movenze della Santa Lucia nella pala di Viadana e della Santa Cecilia affrescata nella cappella presbiteriale di San Giovanni Evangelista a Parma. Con quest’ultima opera parmense, il Mazzola terminò così l’involuzione che caratterizzò questi anni tardi. Poco dopo, nel 1608, a 75 anni d’età il Mazzola morì. Al completamento del suo catalogo vale la pena ricordare il Ritratto di fanciulla del Museo Nazionale di Napoli e l’altro Ritratto della Pinacoteca di Bologna ascrittogli dal Pelicelli, il Crocifisso e Santi, irrintracciabile, ricordato dall’Affò nella collezione Garimberti di Parma, e le due copie egualmente scomparse della Madonna del San Girolamo e della Madonna della scodella del Correggio, citate dallo Scarabelli-Zunti nella chiesa di San Pietro Martire a Parma.Il medesimo testo manoscritto elenca pure una lunga serie di dipinti del Mazzola ricavandola dagli antichi inventari delle collezioni farnesiane già nel Palazzo del Giardino.Un San Lorenzo vestito da levita, già sull’altare maggiore della chiesa di San Lorenzo, viene assegnato al Mazzola dal Donati, mentre un San Francesco stigmatizzato è segnalato dalle antiche fonti prima nell’oratorio della Concezione poi nella chiesa della Santa Trinità (non identificato).Per tradizione, era attribuito al Mazzola il dipinto raffigurante la Vergine col Bambino, San Pietro e San Paolo che si conserva dietro l’altare maggiore nella chiesa di San Pietro Apostolo, che invece è da depennare dal suo catalogo. Altra opera variamente assegnata al Mazzola, oppure a suo padre Girolamo, è l’Adorazione dei pastori con Santi in Sant’Uldarico, ma non appartenente alla mano di nessuno dei due.Il Santangelo assegna al Mazzola una Vergine e Santi già in San Marcellino e poi dispersa, una Natività in Santa Maria delle Grazie in Borgo Maria Luigia e un Ritratto di Lucia Zoboli datato 1596 di proprietà degli Ospizi Civili, attribuito a seguace di.Per ultimo viene un Sant’Agostino in trono, ascritto alla scuola del Mazzola dal Soncini. La lunga traiettoria del Mazzola, che ricopre per intero la seconda metà del secolo, si conferma alla fine del bilancio critico come decadente per la non rilevante posizione tardo manierista da lui tenuta all’interno dell’ambiente pittorico parmense che viveva in tutto dell’eredità dell’epoca d’oro.Tuttavia la conoscenza della personalità del Mazzola, i cui alti e bassi qualitativi, rivelati anche nei dipinti colornesi, ne impedirono uno sviluppo lineare, pare utile e interessante per l’oggettivo significato documentario e ambientale che comporta, il cui aspetto maggiormente stimolante è da vedersi nella vicenda iniziale indistricabilmente legata a quella del padre Girolamo, che filologicamente è ancora in molte parti da recuperare.
FONTI E BIBL.: P.Donati, Nuova descrizione, Parma, 1824, 170; G.Bertoluzzi, Nuovissima Guida, Parma, 1830, 178-179; G.M. Allodi, Serie cronologica, Parma, 1856, volume II, 48; L.Testi, La Steccata, 1922, 182, 213 e documento XXXIII; A.Santangelo, Inventario, 1934, 72; A.Ghidiglia Quintavalle, La Steccata, in Tesori d’arte Cistiana, volume IV, 360; Clerici Bagozzi, in Dizionario Bolaffi, volume VII, 314, (lo inserisce erroneamente nel catalogo di Gerolamo Bedoli); Enciclopedia della pittura italiana, II, 1950, 1624-1626; G.Godi, Attività di Alessandro Bedoli, in Proposta settembre-dicembre 1973, 12-20 (l’autore costruisce un dettagliato profilo di Alessandro Mazzola, individuando una importante serie di collaborazioni col padre); S.Ticozzi, Dizionario degli architetti, II, 1831, 422; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 258; Dizionario Bolaffi pittori, VII, 1975, 306-307; Santa Maria della Steccata, 1982, 203; L.Lanzi, Storia pittorica dell’Italia, Bassano, 1789, 103; A.O.Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; C.Ruta, 1739, 74; I.Affò, Il parmigiano, 43, 112 e 133; P.Zani; E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, cc. 193-197; A. GhidigliaQuintavalle, Alessandro Mazzola, in Tesori nascosti della Galleria di Parma, Parma, 1964, 48; G.Bertini, 180, 236, 250, 254, 255, 256, 257, 258, 259, 263, 266,  267, 269, 270 e 271; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 339-341.

MAZZOLA BARTOLINO, vedi MAZZOLA BARTOLOMEO

Parma-Parma 1509
Figlio di Pier Ilario. Pittore attivo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIII, 1822, 147.

Parma 1537 c.-
Figlio di Girolamo Bedoli, che dopo aver sposato nel 1529 Caterina Elena, cugina di Francesco Mazzola, ne assunse il cognome.P.Gozzi riporta la notizia che, con atto del notaio colornese Giorgio Degli Ardenghi del 1578, il Mazzola e il fratello Pietro Ilario si impegnarono a dipingere due grandi ovati con le immagini della Vergine e dell’Angelo annunciante sopra l’altare maggiore del nuovo oratorio dedicato all’Annunciazione in Colorno, per conto della contessa Anna Sanseverino, moglie di Vincenzo de’ Balduchini.Il Mazzola era ancora attivo nei primi decenni del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 243.

Parma 1460 c.-Parma 1505
Figlio di Bartolomeo.Allievo del cremonese Francesco Tacconi, la moglie di costui, rimasta vedova, adottò il Mazzola e la sua sposa, i quali però dovettero mostrarsi ben poco meritevoli del favore loro concesso poiché nel 1494 la Tacconi annullò ogni atto di donazione.Poche altre notizie rimangono della vita del Mazzola, che, trascorsa in assidua operosità, fu interrotta dalla peste.Formatosi presso il Tacconi, da cui attinse le sue propensioni belliniane, guardò in seguito ad Alvise Vivarini e a Cima da Conegliano nonché, nella ritrattistica, ad Antonello da Messina.Nell’assimilare gli elementi stilistici dei suoi modelli conservò sempre una certa durezza nel disegno e una definizione pedantesca e quasi geometrica dei volumi, ravvivando allo stesso tempo le composizioni con effetti di luce e con un cromatismo proprio dei maestri veneti.Tra i suoi dipinti più antichi è probabile sia la Madonna col Bambino nel Museo di Padova.Del 1491 è la Madonna coi Ss. Francesco e Giovanni Battista nella Galleria parmense, del 1493 quel Battesimo di Cristo che, in cattive condizioni, si conserva nel Duomo a Parma.Nel 1497 il Mazzola datò la Resurrezione di Cristo (a Strasburgo) e due anni dopo compì il polittico, considerato il suo massimo raggiungimento artistico nel campo religioso, per la collegiata di Cortemaggiore.del 1500 è la Pietà nel Museo di Napoli, del 1504 sono la Conversione di San Paolo (a Parma), il Cristo benedicente, già nella raccolta Raczynski e poi nel Museo di Poznan, e la Madonna col Bambino e le Ss. Chiara e Caterina (a Berlino). Ancora più tardo è il Cristo alla colonna, firmato, nella Galleria di Zagabria.La sua formazione viene diversamente spiegata.Il Berenson lo vuole discepolo di Cristoforo Caselli e influenzato dal Giambellino, da Antonello da Messina e, forse, da Andrea Solario.Più tradizionalmente ci si attiene alla dipendenza dal Tacconi, con successive influenze dei Bellini e della scuola di Padova, che potrebbero essergli state mediate da Cristoforo Caselli di ritorno da Venezia, dove operò col Giambellino: così il Ricci, il Malaguzzi-Valeri, A. Venturi e altri, tra i quali il Frizzoni, che ha notato forse per primo la derivazione da Antonello da Messina per la fermezza del modellato nei visi e per la foggia del cartiglio applicato al parapetto in diversi ritratti del Mazzola.Invece L.Venturi, ricordando che del Mazzola è la copia firmata della Madonna degli Scalzi del Giambellino nella Galleria di Padova, avanza l’ipotesi che, recatosi a Venezia, studiasse da Antonello da Messina o da qualche antonelliano, e passasse poi alla scuola di Giovanni Bellini.Però il Moschetti dimostrò che detta copia non era stata tratta direttamente dall’originale belliniano ma da un’altra versione eseguita dal Tacconi ed esistente nel British Museum.Il De Rinaldis, rilevando come è pur sempre una ipotesi che la Madonna degli Scalzi sia veramente opera del terzo Bellini, è più propenso a parlare di un addentellato fra la scuola veneta e la parmense, anche se una relazione di tal genere non è risultante dall’opera degli altri pittori parmigiani e lo dimostrerebbero soprattutto i ritratti, per i quali è disposto a vedere, col Frizzoni, l’esempio e lo studio di quelli di Antonello da Messina, che gli avrebbe suggerito una maggiore schiettezza e una più viva ed efficace solidità di modellazione rispetto ai compaesani.Il Sorrentino torna ad ammettere per il Mazzola, dopo l’alunnato presso il Tacconi, un viaggio a Venezia, dove sarebbe venuto in diretto contatto con l’arte del Giambellino, che lo avrebbe influenzato soprattutto nei soggetti sacri, e di Antonello da Messina, i cui modi si rivelerebbero specialmente nei ritratti e anche in qualche composizione chiesastica, come il Cristo alla colonna di Zagabria. Il Quintavalle (1935) suppone una prevalente influenza dal Giambellino, di cui il Mazzola avrebbe appesantito il segno e le ombre nei soggetti religiosi, e da Antonello da Messina, del quale però non avrebbe saputo intendere il geometrismo e il colore nei ritratti.In seguito (1939) lo stesso studioso propende piuttosto per una mediazione dei modi belliniani attraverso il tacconi, ricorda genericamente l’imitazione da Antonello da Messina e sembra accettare le influenze solariane indicate dal Berenson.La vecchia storiografia, dopo aver ricordato che il soprannome dall’Erbette gli proveniva dal riuscir meglio in queste che nelle figure, ne nota l’inferiorità artistica nei riguardi dei due fratelli, Michele e Pier Ilario, riconoscendo a suo unico merito il fatto di averli superati nella felicità della prole, essendo di lui nato il Parmigianino.Dalla fine del XIX secolo la critica ha chiarito la sua figura artistica rilevandone le doti come ritrattista e la povertà quale compositore di soggetti sacri minutamente eseguiti: Assai miglior artista di Michele e Pier Ilario, il Mazzola fu pittore povero di fantasia nelle sue composizioni religiose ma buon osservatore del vero ne’ suoi ritratti.Nelle prime gli nocque la sua accuratezza troppo fredda e degenerante in aridità ma da essa seppe trar vantaggio quando non ebbe altra preoccupazione che di ritrarre figure umane fedelmente ed efficacemente.Non mancò tuttavia di grazia e di gentilezza anche nelle prime cose religiose, e si può ammirarlo senza sforzo, talvolta, pur che non si pensi di poter vederlo sollevato oltre il medio limite quando dipinge le sue del grande veneziano (De Rinaldis); Pittore accurato, ma secco, e di aspro colorito, il Mazzolariuscì efficace ritrattista, cogliendo talora abilmente il carattere rude e arguto dei suoi personaggi (Sorrentino). Suoi ritratti si possono ammirare nella Galleria di Parma, in quelle di Brera e Borromeo di Milano, nella collezione Doria di Roma, nella raccolta Vieweg di Brunswick e nella galleria Czartoryski (Cracovia). Della sua abilità di ritrattista testimonia il bel Ritratto virile della Lowe Art Gallery di Coral Gables in Florida (opera firmata) e quello supposto di Nicola Burzio nella Galleria di Parma.Un altro Ritratto virile di sua mano (Isola Bella, Palazzo Borromeo) porta la data, ovviamente mal ricostruita, 1464. Del Mazzola rimangono le seguenti opere: Baltimora, Galleria Walters: Madonna col bambino che tiene un uccellino e due santi; Berlino, Museo imperatoreFederico: Madonna adorata da SantaCaterina da Siena e da SantaCaterina d’Alessandria (1502), Madonna; Boston, Museo: Busto virile; Budapest, Museo: San Cristoforo; Cortemaggiore, Frati: Madonna e otto santi (polittico, 1499); Cracovia, Museo: Testa virile; Cremona, Museo civico: Madonna e due santi (trittico); Londra, Galleria nazionale: Madonna e due santi; Londra, Museo Vittoria e Alberto: Testa di giovanetto; Londra, Palazzo Buckingham: Profilo di giovane; Milano, Brera: Testa virile; Milano, Poldi-Pezzoli: Sacra famiglia; Modena, Estense: Busto virile; Napoli, Museo nazionale: Pietà (1500), Madonna e due santi; Padova, Museo civico: Madonna; Parma, Galleria: Madonna coi Ss. Francesco e Gio. Battista (1491), Madonna coi Ss.Girolamo e Gio.Battista, Conversione di San Paolo (1504), Cristo portacroce; Parma, Duomo: Battesimo di Cristo e santi (1492); Poznan, Museo Wiekopolskie: Cristo (1504); Sarasota, Museo Ringling: Madonna; Strasburgo, Museo: Resurrezione (copia del Bellini, 1497); Torino, Pinacoteca: Adorazione dei pastori; Venezia, Museo civico: Madonna e l’Eterno (in lunetta); Zagabria, Galleria: Cristo alle colonne.
FONTI E BIBL.: G.Vasari, Vite, Firenze, 1550; G.P.Lomazzo, Trattato, Milano, 1584; I.Affò, Vita di Francesco Mazzola, Parma, 1784; I.Affò, Il Parmigiano servitore di Piazza, Parma, 1794; L.Lanzi, Storia pittorica, Milano, 1821; C.Ricci, RegioMuseo di Napoli, Trani, 1898; C.Ricci in Napoli Nobilissima, VII, 1; F.Malaguzzi-Valeri, Pittori lombardi del ’400, Milano, 1902; L.Venturi, Le origini della pittura a Venezia, Venezia, 1907; A.De Rinaldis, Catalogo del Museo nazionale di Napoli, Napoli, 1911; F.Malaguzzi-Valeri, Catalogo della Regia Pinacoteca di Brera, Bergamo, senza data; A.Venturi, Storia, Milano, 1915, VII, 4; N.Pelicelli, in U.Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, Lipsia, XXIV 1930 (con ampia bibliografia); B.Berenson, ItalianPictures of the Renaissance, Oxford, 1932, 355-356; A.Sorrentino, in Enciclopedia Treccani, 1934, XXII; A.O.Quintavalle, in Emporium giugno 1935; B.Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, Milano, 1936; A.O.Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; Enciclopedia italiana, XXII, 1934, 655-656; Enciclopedia ecclesiastica, VI, 1955, 624-625; A.O.Quintavalle, Mostra parmense di dipinti dal XIV al XVIII secolo, Parma, 1948; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 1626-1628; A. Puerari, La Pinacoteca di Cremona, Cremona, 1951; F.Heinemann, Giovanni Bellini e i belliniani, Venezia, 1962; B.Berenson, Italian Pictures of the Renaissance.Central Italian and North Italian Schools, Londra, 1968; F.Rusk Shapley, Paintings from the S.H. Kress Collection. Italian Schools, XV - XVI century, Londra, 1968; F.Zeri, Diari di lavoro, Bergamo, 1971; Dizionario Bolaffi pittori, VII, 1975, 307-308; Dizionario pittura e pittori, III, 1992, 562.

MAZZOLA FRANCESCO o FRANCESCO MARIA, vedi MAZZOLA GIROLAMO FRANCESCO MARIA

MAZZOLA GIROLAMO, vedi BEDOLI GIROLAMO

Parma 11 gennaio 1503-Casalmaggiore 24 agosto 1540
Ottavo figlio di Filippo, pittore, e di Maria di ser Guglielmo.A soli due anni rimase orfano del padre e, stando al Vasari, venne allevato dagli zii paterni Michele e Pier Ilario Mazzola, anch’essi pittori, nella bottega dei quali si confezionavano tavole su l’esempio de’ pittori cremonesi, con qualche elemento bellinesco di seconda e terza mano (De Rinaldis), che lo introdussero al disegno e all’uso del pennello. Questi due mediocri artefici ebbero il merito di lasciar intravvedere al Mazzola quanto di nuovo e di superiore si andasse manifestando nel campo dell’arte intorno a Parma, come del resto attesta il Vasari quando avverte che ancorché essi fussero vecchi pittori di non molta fama, essendo però di buon giudizio nelle cose dell’arte, conosciuto Dio e la natura essere i primi maestri di quel giovinetto, non mancarono con ogni accuratezza di farlo attendere a disegnare sotto la disciplina di eccellenti maestri, acciò pigliasse buona maniera. Il Mazzola, di grande intelligenza e sensibilità, mostrò presto di possedere un eccezionale talento, tanto da dipingere all’età di sedici anni per la chiesa dell’Annunciata di Parma un Battesimo di Cristo, identificato da vari studiosi nella tavola conservata a Berlino.Il vero apprendistato lo fece a fianco del Correggio sui ponteggi della cupola di San Giovanni Evangelista in Parma, che l’Allegri stava affrescando nel 1520: il maestro lo stimava tanto da fargli eseguire i due putti che si trovano negli angoli alti del pennacchio con San Luca e Sant’Ambrogio, nonché Caino che uccide Abele, nella sottostante base dell’arco.L’assedio, poi respinto, delle truppe francesi a Parma nell’estate del 1521 indusse gli zii a far allontanare il Mazzola dalla città (si recarono a Viadana) insieme a Girolamo Bedoli, probabilmente loro apprendista.Anche il Correggio lasciò Parma per tornare provvisoriamente nella città natale.Il Mazzola non restò inoperoso e dipinse due tavole, di cui è rimasta quella di Bardi con le Nozze mistiche di santa caterina coi santi Giovanni Evangelista e Battista, in cui risente del composto clima correggesco.Terminata la guerra in dicembre, nel 1522 il Mazzola tornò a Parma e, in considerazione della buona prova offerta nella cupola di San Giovanni, gli venne commissionata, sempre per la chiesa benedettina, la decorazione dei sottarchi di tre cappelle della navata sinistra.In ordine di tempo sono: la quarta coi santi Nicola di Bari e Ilario di Poitiers, la prima con sant’Agata e il carnefice e le sante Lucia e Apollonia, la seconda con due diaconi che leggono un libro e san Secondo col cavallo, che egli realizzò con uno scorcio particolarmente ardito, uscendo prepotentemente dagli schemi architettonici, tanto da far ipotizzare, durante il soggiorno a Viadana, un viaggio a Cremona per vedere i recentissimi affreschi del Pordenone in Duomo. Tra le opere giovanili, eseguite prima dei vent’anni, del Mazzola si ricorda anche uno sconcertante (Bodmer) Autoritratto, nel Museo Storico di Vienna, nel quale rende la propria figura come se essa gli fosse rimandata da uno specchio convesso.Nel margine inferiore del dipinto il Mazzola attua persino la deformazione della mano destra, modellata esageratamente grande, e pure nello sfondo rende lo scorcio della finestra, così come gli appare, rotonda, preoccupandosi soltanto di ottenere nello spazio figurativo, mediante questi particolari, un effetto che colpisca e sorprenda quanto più possibile.Delle opere compiute durante il soggiorno a Viadana, nulla rimane di quanto è citato dai vecchi biografi.Il Gamba assegna però a quel momento alcune composizioni piene di grazia e di animazione, come lo Sposalizio di SantaCaterina a Parma, la piccola Adorazione dei pastori nella Galleria Doria e uno stupendo Ritratto di giovanetto col volto appoggiato a una mano, che si trova nel Louvre di Parigi, attribuito a Raffaello. Poco dopo il 1522 eseguì pure Re David che suona il liuto e Santa Cecilia con la viola da gamba nelle due portelle dell’organo che si trovava nel vecchio e piccolo oratorio della Steccata e che nel 1541 furono trasportate nella nuova grande chiesa a croce greca.Le straordinarie doti del Mazzola si dispiegarono in tutta la loro grandezza a Fontanellato, nel castello del conte Galeazzo Sanvitale, dove, appena ventenne, fu chiamato a dipingere una piccola stanza rischiarata solo dalla luce artificiale: una saletta riservata che la moglie del feudatario, Paola Gonzaga di Sabbioneta, usava per ritirarsi a meditare e per ricevere amici e letterati. È il Correggio del monastero di San Paolo che gli ispira il verde impianto architettonico, ma il suo personale, raffinatissimo gusto emerge già nelle figure, eleganti e nervose, e negli agili cani.Viene raccontata la storia, tratta dalle Metamorfosi di Ovidio, dello sventurato Atteone che, avendo casualmente visto Diana nuda mentre faceva il bagno, è tramutato dalla dea in cervo e sbranato dai suoi stessi cani.Secondo l’interpretazione più convincente, nella vicenda è cifrata allegoricamente la sventura che colpì Paola Gonzaga, moglie di Galeazzo, con la perdita di un figlio appena nato.L’Atteone degli affreschi è infatti una donna, sulla quale (senza alcuna colpa da parte sua, come spiega l’incisione latina della cornice) si accanisce l’ira di Diana, dea del parto e delle puerpere.Gli affreschi tornarono al loro antico splendore con l’intervento dei tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze (1997-1998).Il Mazzola eseguì pure il ritratto del conte Galeazzo Sanvitale, poi a Napoli.Nella seconda metà del 1524 il Mazzola lasciò Parma per recarsi a Roma dove la produzione artistica, favorita dal papa Clemente VII, stava vivendo un periodo estremamente felice.Raffaello era morto da quattro anni ma gli allievi proseguivano la sua lezione, pur dirigendosi verso il manierismo, come avvenne pure per Michelangelo. Fattosi una notevole fama con alcuni eccellenti dipinti, il Mazzola venne riconosciuto come un nuovo portento e per la sua gentilezza non solo di arte ma anche di modi fu considerato subito un Raffaello redivivo. Nello stesso 1524 fu presentato a papa Clemente VII, allora eletto, e in quel medesimo anno dipinse la Sacra famiglia degli Uffizi (A.Venturi; per altri studiosi, questo dipinto, pur appartenendo ai primi anni del soggiorno romano, potrebbe anche essere un poco posteriore al 1524). Tanto per il Bodmer quanto per altri studiosi, il correggismo sarebbe ormai dimenticato in questo e in molti dei dipinti successivi.Così la Gengaro rileva che nella Famiglia agli Uffizi gli spunti compositivi correggeschi risultano pressoché annullati dalla posa rigida delle figure principali, dal segno aricciolato, minuto e fratto, che specialmente richiama alle alte qualità di incisore che furono proprie al Mazzola. A Roma il Mazzola si ambientò rapidamente e nella Madonna col Bambino e San Giovannino, poi a Napoli, raffredda i toni e l’eleganza del disegno prevale sul cromatismo acidulo.Con la Visione di san Gerolamo dimostra di avere ormai assimilato la cultura romana, filtrandola attraverso la propria autonoma sensibilità che gli fa fondere il pulito disegno raffaellesco con la forma serpentinata raccomandata da Michelangelo e rispondente alle sue inquietudini interiori, raggiungendo vertici di straordinaria grazia manieristica. In quel tempo a Roma si fece molto ammirare Polidoro da Caravaggio, la cui arte molto influì sullo sviluppo della scuola locale, benché della sua vasta e lodata produzione quasi nulla si conosca all’infuori di alcune copie o incisioni.È quindi difficile stabilire chi tra questi due giovani, Polidoro da Caravaggio o il Mazzola, abbia per primo influito sull’altro: sta di fatto che la maniera di lumeggiare e di drappeggiare del Mazzola nella Visione di San Girolamo e in opere conseguenti coincide con quanto si conosce dello stile polidoriano.Intanto Clemente VII gli commise la decorazione nella Sala dei Pontefici, il cui soffitto era stato dipinto da Perin del Vaga e Giovanni da Udine.In quello stesso anno 1527, però, il sopraggiunto sacco di Roma non permise al Mazzola di eseguire questa opera, essendo, come tanti altri, costretto ad abbandonare la città. La Visione di san Gerolamo era infatti ancora sul cavalletto quando i Lanzichenecchi invasero Roma e il mazzola, per salvarsi, scrive il Vasari, compensò i soldati con molti disegni a penna e ad acquerello.Ma più tardi altri soldati lo imprigionarono ed egli dovette pagare una taglia per ottenere la libertà.Lasciò quindi Roma per sempre e si trasferì a Bologna, dove restò fino a tutto il 1530 eseguendo, tra l’altro, la pala con San Rocco e il donatore, un testo fondamentale per la pittura bolognese. A Bologna la sua arte imprime un’impronta profonda sui maestri locali, operanti ancora secondo i concetti di Francesco Francia e dei suoi seguaci (Bodmer).Ivi il Mazzola dipinse, per la cappella Gamba in San Petronio, la Madonna col Bambino e santi, poi nella Pinacoteca Civica (A.Venturi).Nell’agosto del 1529 fu collocata nella chiesa di Santa Margherita la pala della Madonna, detta appunto di Santa Margherita, poi nella Pinacoteca bolognese.La composizione ricercata in atteggiamenti contrapposti e vivacissimi e in un’armonia cromatica quasi monotona (Gamba), la signorilità di linguaggio e un profondo fascino esteriore conferiscono a questa opera una capitale importanza nella storia del primo manierismo (Bodmer). Pure del periodo bolognese è la Madonna della Rosa (poi a Dresda), notevole per il modo raffinato di trattare la visione esteriore, per la gravità dei movimenti e l’eleganza della composizione.La nota profana risuona così forte, che in tale Madonna si volle vedere Venere col piccolo Amore sulle ginocchia.Ma non può sussistere alcun dubbio sul significato del quadro: si tratta della Madonna che, vezzeggiando la sua creatura, abbassa lo sguardo con noncuranza verso il bel fanciullino, che si volge civettuolo allo spettatore, stirando gioioso le membra in grembo alla madre.La rappresentazione delle vesti a pieghe delicate ed accuratamente allineate, dei riccioli, modellati con profondo senso d’arte, è d’un’elevata raffinatezza (Bodmer). All’inizio del 1531 tornò a Parma e si stabilì in casa dello zio Pier Ilario Mazzola, che abbandonò poi per andare a vivere da solo.Il 10 maggio si accordò ufficialmente con gli amministratori della Steccata di Parma per affrescare, dietro un compenso di quattrocento scudi, la volta e la nicchia (con l’Incoronazione di Maria) della chapela granda, quella in cui doveva essere collocata l’immagine miracolosa della Madonna, mentre nella volta andavano inseriti i rosoni di rame da dorare.I tempi di esecuzione previsti erano stretti: entro il novembre dello stesso anno.Il Mazzola si mise al lavoro con impegno, preparando una gran quantità di disegni per la volta: qui avvennero i primi contrasti con i committenti, che avrebbero preferito avesse iniziato dalla nicchia (o catino absidale).Cominciò pure la decorazione ad affresco, ma i rosoni da porre nelle cornici e da dorare non arrivavano e la disputa coi fabbricieri si fece accesa, tanto che il Mazzola salì raramente sui ponteggi.Questa sua assenza diede adito alla diceria, raccolta dal Vasari, di un Mazzola artista bizzarrissimo e di pessimo disordine di vita, che trascurava la pittura in quanto assorbito dagli studi e dagli esperimenti alchemici.Che l’alchimia lo interessasse è vero: Maurizio Fagiolo dell’Arco ha dimostrato la presenza di significati alchemici in molte sue opere.Ma è altrettanto vero che il mazzola continuò a dipingere quadri da cavalletto, realizzando alcuni capolavori assoluti quali la Madonna dal collo lungo, commissionatogli da Elena Bajardi per la chiesa di Santa Maria dei Servi in Parma (contratto del 23 dicembre 1534), poi agli Uffizi a Firenze, Cupido che fabbrica l’arco (a Vienna; il contratto col Cavalier Bajardo è del 27 settembre 1535) e il Ritratto di giovane donna o Antea (a Napoli). Nella Madonna dal collo lungo la ricerca della perfezione artistica e formale è così laboriosa, che si comprende come il Mazzola non sia riuscito a concludere l’opera in lunghi anni di lavoro.La composizione è di rara eleganza: il movimento delle braccia della madonna raggiunge incomparabile maestà.L’arguta grazia degli angeli raccolti in gruppo è resa con vivo senso artistico, mentre la grande ricchezza dei particolari e l’accuratezza esecutiva concorrono ad aumentare l’impressione di magnificenza.secondo il Venturi, con questo dipinto il Mazzola giunse alla più alta vetta del suo artificioso e perfetto manierismo, all’applicazione più studiata del suo formulario estetico, tanto che la colonna fortemente rastremata dietro il seggio e l’anfora tenuta fra le braccia da un angelo, appaiono come simboli della forma muliebre, che sboccia ovoidale nel contorno dei fianchi e si restringe all’estremo. Nel Cupido che fabbrica l’arco la perfezione anatomica con la quale sono resi i corpi si impone profondamente e alla maestria tecnica si aggiungono incantevole freschezza e semplicità narrative.L’ingenuità con cui il piccolo Cupido, senza interrompere la propria attività, si svolge allo spettatore con espressione insieme furba e curiosa, è incantevole. Lavorò pure per la nobiltà parmigiana eseguendo per Galeazzo Sanvitale un affresco nel villino (poi inglobato nel Parco Ducale) che nel 1527 aveva acquistato da Scipione Dalla Rosa, di cui è rimasto un piccolo frammento, e ritraendo il conte di San Secondo Pier Maria Rossi e probabilmente (l’attribuzione è contrastata) sua moglie Camilla Gonzaga coi tre figli (entrambe le opere sono a Madrid). Quando finalmente nel 1538 gli vennero consegnati i rosoni, nel giro di pochi mesi li dorò e completò la volta, trasformandola in uno splendido scrigno con festosi motivi ornamentali rappresentativi della terra (foglie verdi, frutti, fiori), del cielo (colomba), dell’acqua (conchiglie, granchi) e del fuoco (l’oro dei rosoni e delle cornici) e inserendovi le straordinarie figure delle Vergini sagge e delle Vergine stolte, nonché di Aronne, Mosè, Eva ed Adamo in monocromo.Gli amministratori, però, lo fecero ugualmente imprigionare per mancato rispetto del contratto, non avendo egli ancora affrescato il catino absidale.Quando il Mazzola ottenne la libertà, fuggì da Parma e si rifugiò oltre Po, a Casalmaggiore, dove dipinse la suggestiva e affascinante Madonna col Bimbo, i santi Stefano e Giovanni Battista e il committente (a Dresda), ricca di significati simbolici. I mezzi espressivi sono quelli del manierismo che ha raggiunto il pieno sviluppo: modellazione delle forme, magnificenza compositiva e pomposi drappeggi.Eppure non v’è nulla di convenzionale o di schematico in questo procedimento, che si compie con la rigida severità di una funzione solenne.È la forma più sublime di cui dispone l’arte del tardo Rinascimento, per esprimere con mezzi reali un evento soprannaturale (Bodmer).Sorprende come il Mazzola, sempre alla ricerca di raffinatezze stilistiche, riesca a manifestarsi così intenso e naturale nella sua ritrattistica, imponendosi per determinatezza di carattere e per senso monumentale anche nei saggi più pomposi e freddi. Certo, dovette godere non poca reputazione in tale ramo artistico: infatti, quando nel 1530 Carlo V andò a Bologna per farsi incoronare da Clemente VII, gli venne concesso di ritrarre l’imperatore in un dipinto allegorico, noto per un esemplare molto rovinato nella Galleria Cook a Richmond. Si ammalò nel 1540 e dopo pochi mesi si spense.Venne sepolto, secondo le sue disposizioni, nella chiesa della Fontana, dei padri Serviti, circa due chilometri fuori Casalmaggiore, nudo con una croce d’arcipresso sul petto in alto. La maggior parte dei suoi ritratti si trova nel Museo Nazionale di Napoli, proveniente dalla Galleria Farnese: tra essi i più celebri sono quelli del Conte Sanvitale, della cosiddetta Antea e di G.B. Castaldi.A Vienna, tra diversi esemplari meno solidi, domina il cosiddetto Malatesta Baglioni.Nel Prado sono invece effigi di personaggi presentati fino alle ginocchia, assegnabili all’ultimo periodo del Mazzola.Ma certo tra i suoi più intensi dipinti è da annoverarsi il Ritratto di gentiluomo bruno con barba nera, agli Uffizi, raffinata espressione di eleganze lineari e di sottigliezze pittoriche, veduto traverso il velo di un nitido e trasparente chiaroscuro, come riflesso da specchio.Pure notevoli sono i particolari della cravatta raffinatamente lanceolata e l’aristocratica posa della mano sotto le mobili falde di un copricapo nero.Un tempo passò per autoritratto, ma certamente (come rileva il Gamba) neppure a distanza di vari lustri può assomigliare al giovane Mazzola dai capelli biondi e dagli occhi celesti, a Vienna.Meglio può rappresentare il Mazzola, trasformato dagli anni e dalle vicissitudini, l’uomo con barba e capelli arruffati, inciso dal Vasari in testa alla Vita del Mazzola.Meno ancora corrisponde a questa immagine l’altro piccolo cosiddetto Autoritratto in medaglione, pure agli Uffizi, raffigurante un uomo sbarbato e grassoccio, coi capelli neri, d’aspetto maturo e vicino a una tavola su cui vari oggetti indicano il collezionista e studioso di scienze naturali.Di questo stesso dipinto, il Gamba indica una versione non meno eccellente ma in formato naturale, nella collezione Strafford.In questa opera, oltre ai caratteri individuali, altri elementi si oppongono a farla ritenere quale effigie del Mazzola.Il gusto spiccatamente raffaellesco, i forti contrasti chiaroscurali e la netta modellazione sono caratteristiche del periodo romano del Mazzola, quando non aveva più di ventiquattro anni, mentre il personaggio ivi ritratto mostra un’età superiore ai trentasette anni, appena compiuti dal Mazzola quando morì. Pochi artisti raggiunsero così fulmineamente il successo come il Mazzola nei pochi anni della sua residenza romana.La critica di tutti i tempi gli ha sempre dimostrato una notevole stima, anche se, come è naturale, diversi ne sono stati gli apprezzamenti.Ma ciò che forse più conta è l’impressione della sua arte sugli artisti che allora convenivano in Roma da ogni altra parte d’Italia.Le sue forme slanciate, gli atteggiamenti flessuosi, il dolce modo di rilevare, le morbide lumeggiature divennero in breve elementi comuni a molti.però, come ha rilevato il Venturi, la diffusione della sua arte è più dovuta alle incisioni: con questo mezzo le sue eleganze stilistiche raggiunsero la Toscana, impressionandovi il Pontormo e gli altri manieristi, e l’Italia settentrionale, non lasciando indifferente lo stesso Paolo Veronese, pur tutto preso dalle sue ricerche cromatiche. Le sue acqueforti vanno dal 1524 al 1540.Il Copertini ne elenca dodici, di cui una chiaroscurata con due legni e una monotipata.A esse devono aggiungersi cinque chiaroscuri xilografici, eseguiti insieme con Antonio da Trento, e una ventina di altri, fatti nella scuola xilografica che il Mazzola ebbe in Bologna tra il 1527 e il 1531. Le sette acqueforti riconosciutegli tra le quindici descritte nel catalogo del Bartsch (l’Annunciazione, la Natività, la Deposizione, la Resurrezione di Cristo, il Pastorello in piedi, un Giovine e due vecchi, forse l’Astrologia) hanno un posto non secondario tra le sue opere per l’impegno che presuppongono e la felicità del risultato, innovatore nel reciproco adeguarsi dello stile e del mezzo tecnico affrancato dagli schemi bulinistici. Il Mazzola divenne il rappresentante manifesto e l’araldo di un programma artistico, nel quale prevale l’ideale dell’aristocrazia e delle classi più elevate della società. Come tutti gli artisti che possiedono una spiccata attidutine per la rappresentazione dell’aspetto esteriore dell’uomo, il mazzola fu anche ritrattista fuori dell’ordinario.Il suo nome si può porre perciò immediatamente accanto a quello d’un Bronzino o d’un Pontormo.veramente, con sensibilità pittorica tutta settentrionale, egli rifiuta le durezze di disegno del Bronzino, ed è più vicino alla finezza del sentire del Pontormo, che, primo tra gli artisti del Cinquecento, approfondì ed arricchì la ritrattistica raffaellesca, nel campo dell’espressione psicologica.Il Mazzola li supera però tutti per il calore rappresentativo e la nobiltà con cui le sue figure si muovono davanti allo spettatore.I suoi ritratti seguono in pieno l’ideale del tardo Rinascimento, nella sua impronta assolutamente aristocratica.Ma oltre alle limitazioni mondane, e perciò caduche, egli sa conferire al ritratto una tal ricchezza di tratti individuali, che si dimentica completamente il motivo convenzionale e si rimane proprio sotto l’impressione d’un’arte pienamente sviluppata nel campo della rappresentazione psicologica che penetra in modo insuperabile l’intima natura del personaggio rappresentato (Bodmer).Del Mazzola rimangono le seguenti opere: Bardi, chiesa Arcipretale: Nozze di SantaCaterina; Bologna, Pinacoteca: Madonna col Bambino e santi (già in San Petronio), Madonna e santi (1529); Bologna, San Petronio: SanRocco e donatore; Copenaghen, Galleria: Ritratto di L.Cibo; Detroit, Museo: Circoncisione; Dresda, Galleria: Madonna coi Santi Giovanni Battista e Stefano, e donatore, Madonna della Rosa, Ritratto di giovane; Firenze, Pitti: Madonna dal collo lungo (dopo il 1534); Firenze, Uffizi: Madonna e santi (non dopo il 1527), Ritratto di giovane, Ritratto di gentiluomo bruno con barba nera; Fontanellato, Castello: affresco (1534-1536); Hampton Court, Palazzo reale: Ritratto di donna; Leningrado, Eremitaggio: Nozze di SantaCaterina; Londra, Galleria nazionale: Visione di SanGirolamo; Lovere, Museo: Ritratto di cavaliere; Madrid, Prado: Ritratto di giovanetto, Ritratti di Pier Maria Rossi e di sua moglie con tre figli, SantaBarbara, Sacra famiglia; Milano, Ambrosiana: Ritratto di scultore; Napoli, Museo nazionale: Ritratto di giovane donna, Ritratto di erudito, Natività, Ritratto di G.Sanvitale (1524), Giovanetto con mano sul fianco, Ritratto di Giovanni da Castelbolognese, Ritratto di sarto, SantaChiara, Ritratto di G.Di Vincenti (1535), Ritratto di giovane con libro; Parma, Pinacoteca: Giovane donna, Nozze di SantaCaterina; Parma, San Giovanni Evangelista: affresco; Parma, Madonna della Steccata: affresco; Roma, Borghese: Busto di prelato; Roma, Doria: Natività, Madonna; Vienna, Museo: SantaCaterina, Ritratto di giovane artista, Cupido, Giovane donna, Ritratto virile, Ritratto di Malatesta Baglioni, Windsor, Castello reale: Ritratto di giovane, Busto di santa.
FONTI E BIBL.: G.Vasari, Vite; Baistrocchi, ms. 1106 nella Biblioteca Palatina di Parma; Mariette Lettere di pittori; G.P. Lomazzo, Trattato, Milano 1584; G.P. Bellori, Vite, Roma, 1672; C.Malvasia, Felsina pittrice, Bologna, 1678; C.G.Ratti, Notizie storiche sincere intorno alla vita del celebre pittore A.Allegri da Correggio, Finale, 1781; I.Affò, Vita di Francesco Mazzola, Parma 1784; L.Lanzi, Storia, Bassano, 1789; I.Affò, Il Parmigiano servitore di Piazza, Parma, 1794; C.Ricci, Di alcuni quadri di storia parmigiana nel Museo di Napoli, Trani, 1894; C. Ricci, A.Allegri, Londra, 1896; C.Ricci, Regio Museo di Napoli, Trani, 1898; C.Ricci, in Napoli nobilissima, VII, 1; F. Malaguzzi-Valeri, Pittori lombardi del ’400, Milano, 1902; P. Toesca, in L’Arte, 1903; L.Venturi, Le origini della pittura veneziana, Venezia, 1907; L.Testi, Una grande pala di Girolamo Mazzola alias Bedoli, detto anche Mazzolino, in Bollettino d’Arte 1908; A.de Rinaldis, Catalogo del Museo nazionale di Napoli, Napoli, 1911; F.Malaguzzi Valeri, Catalogo della Regia Pinacoteca di Brera, Bergamo, senza data; A. Venturi, Storia, Milano, 1915, VII, 4; L.Dami, in Dedalo 1923-1924; G.Copertini, La Pinacoteca Stuard di Parma, Parma, 1926; A.Sorrentino, Il Parmigianino, Firenze, senza data; L.Fröhlich Bum, in The Gurl.Mag. maggio 1930; N.Pelicelli, in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, Lipsia, 1930 (con bibliografia; vediMazzola Filippo); C.Brandi, La Regia Pinacoteca di Siena, Roma, 1933; G.Copertini, Un’opera poco nota del Parmigianino: il Battesimo di Gesù, Parma, 1933; A.Sorrentino, in Enciclopedia Treccani, 1934, XXII (vedi Mazzola Filippo e Mazzola-Bedoli Girolamo); A.O.Quintavalle, in Emporium giugno 1935; A.O.Quintavalle, Mostra del Correggio, Parma, 1935; E.Fiori, Il Correggio e il Parmigianino, in Aurea Parma I 1935; G.Copertini, Un’opera sconosciuta del Parmigianino, in Aurea Parma II 1935; W.Arslan, Un disegno del Parmigianino a Worms, in Aurea Parma VI 1935; L.Fröhlich Bum, Un ritratto sconosciuto del Parmigianino a Vienna, in Aurea Parma VI 1935; T.H. Lunsing Scheurleer, Parmigianinoa Boulle in The Burl.Mag. giugno 1936; A.Cutolo, L’Antea del Parmigianino, in Emporium agosto 1937; A.O.Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; C.Gamba, in Emporium settembre 1940; J.Bocchialini, Un grande pittore, un piccolo quadro, in Aurea Parma III-IV-V 1940; J.Bocchialini, Ancora la Santa caterina del Parmigianino, in Aurea Parma VI, 1940; P.Torriano, Il Parmigianino, in Illustrazione italiana XV, 1940; A.Rapetti, Un inventario di opere del Parmigianino, Parma, 1942; H.Bodmer, Correggio e gli Emiliani, Novara 1943; M.L.Gengaro, Umanesimo e Rinascimento, Torino, 1944; M.Marangoni, Saper vedere, Milano, 1944; A.O.Quintavalle, Il Parmigianino, 1948 (con bibliografia); G.M.Piò, Vite di pittori, 1724, 34-35; S.Ticozzi, Dizionario degli architetti, II, 1831, 420-422; A.Venturi, Storia dell’arte italiana, IX, II, Milano, 1926, 623-691; B.Berenson, Italian Pictures of the Renaissance, Oxford, 1932; G.Copertini, Il Parmigianino, Parma, 1932; A.Venturi, in  Enciclopedia Italiana, XXVI, 1935, 392-393; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 1860-1862, 1864 e 1866-1867; A.Bartsch, Le peintre graveur, Würzburg, 1920, vedi indice; L.Fröhlich-Bum, Parmigianino under der manierismus, Vienna, 1921; L.Fröhlich-Bum, in U.Thieme-F.Becker, XXIV, 1930, 309-311; M.Tinti, Parmigianino, in Dedalo 4 1923, 304 e seguenti; M.Pittaluga, L’incisione italiana del Cinquecento, Milano, 1932, passim; H.Voss, Zeichnungen der ital.Spätrenaiss., Monaco, 1930, passim; G.Copertini, Nuovi contributi di studi sul Parmigianino, Parma, 1949; B.Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, Milano, 1936, 372-373; A.O.Quintavalle, Nuovi affreschi del Parmigianino in SanGiovanni Evangelista, in Le arti V-VI, 1940, 308-318; A.O.Quintavalle, Falsi e veri nel Parmigianino giovane, in Emporium 10 1948, 184-197; Alberto Neppi, in Enciclopedia cattolica, IX, 1952, 851-852; Enciclopedia ecclesiastica, VI, 1955, 625; Arte incisione a Parma, 1969, 31; A.Bartsch, XVI, 1818; G.Copertini, Il Parmigianino, Milano, 1948; S.J.Freedberg, Parmigianino, his works in painting, Cambridge, 1950; K. Oberhuber, Parmigianino als radierer, in Alte und moderne Kunst, 1963, A.Ghidiglia Quintavalle, Parmigianino, Milano, 1964; A.Ghidiglia Quintavalle, Gli affreschi giovanili del Parmigianino, Parma, 1968; M.Fagiolo dell’Arco, Il Parmigianino, un saggio sull’ermetismo nel Cinquecento, Roma, 1970; H.Salamon, Appunti per uno studio sulle acqueforti del Parmigianino, in I quaderrni del conoscitore di stampe, 1972; N.Clerici Bagozzi, in Dizionario Bolaffi pittori, VII, 1975, 308 e 310-311; Disegni antichi, 1988, 11; Dizionario pittura e pittori, IV, 1993, 176-177; C.Gould, Parmigianino, Milano, 1994; Enciclopedia di Parma, 1998, 517-519; A.E.Mortara, Della vita e dei lavori di Francesco Mazzola detto il Parmigianino, 1846; L.S., Memorie intorno alla rocca di Fontanellato ed alle pitture che vi fece Francesco Mazzola detto il Parmigianino, 1857; C.Ricci, Di alcuni quadri del Parmigianino già esistenti in Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi IV 1895; Voss, Ein wiedergefundenes Gemälde von Parmigianino, Prussian Yearbook, 1933, 33; F.Bologna, Il Carlo V del Parmigianino, in Paragone VII 1956, 16; I.K.Oberhuber, Parmigianino und sein Kreis, catalogo della mostra, Vienna, Albertina, 1963; A.E.Popham, Catalogue of the Drawings of Parmigianino, 3 voll., 1971; A. GhidigliaQuintavalle, Gli ultimi affreschi del Parmigianino, 1971; C.Gould, Notes on “Parmigianino’s Mystic Marriage of St Catherine, in Burlington Magazine II 1975, 230 ss.; P.Rossi, L’Opera completa del Parmigianino, 1980; U.Davitt Asmus, Fontanellato I.Sabatizzare il mondo. Parmigianinos Bildnis des conte Galeazzo Sanvitale, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz XXVII 1983; D.Ekserdjian, Parmigianino’s Madonna of St Margaret, in Burlington Magazine 1983, 542 ss.; D.Ekserdjian, Parmigianino’s first idea for the Madonna of the Long Neck, in Burlington Magazine 1984, 424 ss.; U.Davitt Asmus, Fontanellato II. La trasformazione dell’amante nell’amato. Parmigianino Fresken in der Rocca Sanvitale, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz XXXI 1987; C.Gould, A Parmigianino Madonna and child and his Uncommissional Paintings, in Apollo marzo 1992.


Parma 1722/1740
Sacerdote, fu suonatore di contrabasso alla Cattedrale di Parma dal 5 aprile 1722 al 25 dicembre 1740 e alla chiesa della Steccata di Parma dal 1730 al 1734.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 178.

Parma 1469-post 1529
Figlio di Bartolomeo.Fu zio e protettore del Parmigianino.Dipinse insieme al fratello Pietro Ilario per le chiese di Parma e del circondario fino al 1515: assieme eseguirono la tavola raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Ilario e Antonio per la chiesa di Scurano (1514) e affrescarono l’imbotte dell’arco della cappella di San Nicolò in San Giovanni Evangelista di Parma (1515).Altra opera eseguita in collaborazione è la Madonna in trono col Bambino e i santi Pietro, Giovanni Battista e Ulderico (firmata Opus de Mazzolis; Parma, Galleria Nazionale).Nel 1519 il Mazzola eseguì da solo la decorazione a fresco, poi cancellata, della cappella Bajardi in San Giovanni Evangelista e altri lavori decorativi negli anni successivi.Nel settembre 1526 dipinse con dorature alcuni ornamenti nella cappella del Santissimo in Cattedrale a Parma per 41 lire imperiali (ricevute dal 26 ottobre al 23 dicembre dello stesso anno; Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Registro di cassa della compagnia del Santissimo del Duomo, c.32).Il 7 luglio 1527 fu pagato per gli ornamenti del corpo di Cristo.Nell’occasione fu pagato l’architetto Iorio da Erba per fare li ponti de dicti ornamenti et torli via (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Liber societatis SS.mi Corporis Christi della cattedrale, c.33). Scarabelli-Zunti gli attribuisce la pala dell’altare maggiore della chiesa di San Tommaso Apostolo raffigurante Natività di Cristo con SanGiuseppe e pastori.Una guida intitolata Memorie di Belle arti (ms. presso l’Archivio di Stato di Parma) l’assegna invece a Girolamo Bedoli.C.Ruta la considera opera del Parmigianino, ma nell’edizione del 1752 della sua guida l’attribuisce ad Alessandro Mazzola.Si pensa che il Mazzola fosse più che altro un decoratore.Di cultura abbastanza ritardataria, il suo stile unisce abilmente ricordi delle scuole quattrocentesche cremonese, bolognese e veneta.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 1630; Dizionario Bolaffi pittori, VII, 1975, 313; S.Ticozzi, 34; C.Ruta, 1739, 74, 1752, 97; G.Bertoluzzi, 1830, 37 e 180; P.Zani, vol.XIII, 146 (afferma che fu attivo dal 1515 al 1522); E.Scarabelli-Zunti, III, cc. 293-294; L.Testi, Pier Ilario e Michele Mazzola.Notizie sulla pittura parmigiana dal 1250 alla fine del sec.XVI, Roma, 1910; A. Ghidiglia Quintavalle, Pier Ilario Mazzola, in Arte in Emilia 4, Parma, 1971, 37-38; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 343.

MAZZOLA PIER ILARIO, vedi MAZZOLA PIETRO ILARIO


Parma 1476 c.-post 1545
Figlio di Bartolomeo. Fu zio e protettore del Parmigianino.Dipinsero insieme per le chiese di Parma e del circondario fino al 1515, poi probabilmente si separarono.Secondo il Lanzi, il Mazzola e il fratello Michele dipinsero spesso insieme, come dimostra il dipinto della chiesa parrocchiale di Scurano raffigurante Vergine con Bambino e santi Antonio Abate e Ilario, con l’iscrizione Petrus Hilarius pictor et frater Mazzola 1514.Poco prima del 1515 ricevette la commissione dai consorziali di Parma di una pala per l’altare maggiore della chiesa di Santa Lucia raffigurante Vergine in trono, SanPietro Apostolo e SantaLucia.Nel 1790 l’opera fu tolta per essere sostituita da un dipinto di Sebastiano Ricci e collocata in sagrestia.Qui la vide l’Affo nel 1796 (pag. 42), poi non se ne ha più notizia. Il 27 febbraio 1515 il Mazzola e il fratello Michele ricevettero la commissione da parte di Niccolò Zangrandi di dipingere sulla fascia dell’imbotte della cappella gentilizia di San Niccolò in San Giovanni Evangelista di Parma (in seguito ridipinta da altri).Altra opera eseguita in collaborazione fu la Madonna in trono col Bambino e i santi Pietro, Giovani Battista e Ulderico (firmata: Opus de Mazzollis, Parma, Galleria Nazionale).Scarabelli-Zunti sostiene che il Mazzola dipinse il fregio della navata maggiore di una chiesa, pur non specificando quale fosse.Nel 1533 il Mazzola ricevette dalla Confraternita della Concezione la commissione di dipingere una pala d’altare, che poi fu eseguita dal genero Girolamo Bedoli, raffigurante la Vergine in trono con il Bambino, un santo Vescovo (forse Sant’Agostino) con libro e pastorale.Alla sinistra il Battista e dietro lui un altro santo (forse San Francesco).Sul piedistallo del trono figurano in finto bassorilievo Adamo ed Eva.Sulla base del trono si legge: Opus de Mazzolis.Il 30 maggio 1545 venne pagato dalla Compagnia del Santissimo del Duomo di Parma 7 lire e 8 soldi per aver restaurato la Pietà sopra il Cippo del Sacratissimo Corpo de Christo alla ferrata de la scalla granda che va sotto ale confessioni computato l’oro et la sua manifatura (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, registro di entrata e spesa della Compagnia, c.59).È difficile scindere la personalità del Mazzola con quella del fratello poiché se ne conoscono solo le opere eseguite in collaborazione.Si pensa comunque che il più impegnato fosse il Mazzola, che tenne a Parma una scuola di pittura, frequentata in gioventù anche dal nipote Francesco Mazzola.Di cultura ritardataria, lo stile dei due fratelli unisce abbastanza abilmente ricordi delle scuole quattrocentesche cremonese, bolognese e veneta.
FONTI E BIBL.: S. Ticozzi, Dizionario degli architetti illustri, II, 1831, 423; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 254; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 1630; C.Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896; L.Testi, Pier Ilario e Michele Mazzola, in Bollettino d’Arte, 1910; U.Thieme-F.Becker, XXIV, 1930; G.Copertini, Il Parmigianino, Parma, 1932; N.Clerici Bagozzi, in Dizionario Bolaffi pittori, VII, 1975, 313; L.Lanzi, VIII, 62; I.Affò, Il Parmigiano, 1796, 42 e 122; G.Bertoluzzi, Novissima guida, 131; E.Scarabelli Zunti, III, cc. 295-296 e 431; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 343-344.


Parma 15 settembre 1539-post 1616
Figlio di Girolamo Bedoli, che dopo aver sposato nel 1529 Caterina Elena, cugina di Francesco Mazzola, ne assunse il cognome.Il Mazzola, con i fratelli Fabio e Alessandro, fu legatario dello zio Annibale Bedoli (de Bedulli) da Viadana per una somma di 300 scudi in oro. P.Gozzi riporta la notizia che, con atto del notaio colornese Giorgio degli Ardenghi del 1578, il Mazzola e il fratello Fabio, figli di Girolamo Bedoli, si impegnarono a dipingere due grandi ovati con le immagini della Vergine e dell’angelo annunciante sopra l’altare maggiore del nuovo oratorio dedicato all’annunciazione in Colorno, per conto della contessa Anna, figlia di Cristoforo Sanseverino e moglie del cavaliere Vincenzo de’ Balduchini.Bertoluzzi afferma che il quadro dell’altare della Beata Vergine è di Alessandro Mazzola.Il 23 febbraio 1581 il Mazzola, della vicinia di San Paolo, abitante in Borgo delle Asse, compare citato in un rogito (Archivio di Stato di Parma, Notarile, rogito di L.Medici).Nel volume Copia del libro del compartito del 1616, a c. 243 v. si legge: Pietro Ilario Mazzola per reddito di lire 31.17.6 li toccava (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale).
FONTI E BIBL.: S.Ticozzi, 34; P.Gozzi, Historia di Parma, I, 551 e seguenti, ms. presso la Biblioteca Palatina di Parma; E.Scarabelli Zunti, IV, c.198, e III, c.296; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 344-345.

Parma 1880/1925
Fabbro.Realizzò in ferro battuto stile liberty la vetrina del negozio di cornici e lavori artistici in via della Repubblica n.101, di proprietà della ditta Franchini.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.

MAZZOLA BEDOLI ALESSANDRO, vedi MAZZOLA ALESSANDRO

MAZZOLA BEDOLI FABIO, vedi MAZZOLA FABIO

MAZZOLA BEDOLI GIROLAMO, vedi BEDOLI GIROLAMO

MAZZOLA BEDOLI PIER ILARIO o PIETRO ILARIO, vedi MAZZOLA PIETRO ILARIO

MAZZOLI FRANCESCO, vedi MAZZOLA GIROLAMO FRANCESCO MARIA


San Siro di Torrile 2 dicembre 1935-Sabaudia 30 luglio 1972
Figlio unico, artigiano carrozziere, cominciò a gareggiare nella motonautica nel 1962.Ben presto raggiunse traguardi prestigiosi, culminati nel 1967 con la conquista del titolo di campione d’Europa e poi di quello di campione mondiale nella classe fuoribordo 700.Disputò oltre duecento gare nazionali e internazionali, correndo inizialmente per la Motonautica Parmense di Colorno e poi per il Club Nautico di Torricella.morì in un incidente di gara durante la disputa del Campionato Mondiale Entrobordo 2500, che lo vedeva tra i favoriti.tra i suoi tanti successi, vanno ricordati: 1963, Centomiglia del Lario e III Gran Premio del Po (Boretto); 1964, Gran Premio Punta Sabbioni (Venezia) e IVGran Premio del Po (Boretto); 1966, Coppa Avis (Sacca) e Gran Premio Lido delle Nazioni (Ferrara); 1967, Campionato Italiano (Bracciano), Gran Premio del Cadore (Auronzo), Trofeo Due Ponti, Campionato Mondiale (Auronzo), Campionato Europeo (Piacenza) e Raid Pavia-Venezia (primo di categoria); 1968, cinque vittorie nel Trofeo Mercury e Raid Pavia-Venezia (primo di categoria); 1969, Oscar al valore atletico, Premio Oscar del Successo e IX Gran Premio del Po; 1970, Gran Premio Yacht Club.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 agosto 1972, 10.

MAZZOLI PIER ILARIO, vedi MAZZOLA PIETRO ILARIO

Parma 1771-Parma 9 luglio 1844
Fu violinista in soprannumero del Regio Concerto di Parma (Rescritto del 3 dicembre 1792). Nell’orchestra rifondata a Parma con la riforma del 1816 venne nominato seconda viola con gratificazione di 400 franchi all’anno. Con decreto 10 dicembre 1831 fu nominato docente di violino e viola nel nuovo Convitto Maria Luigia di Parma.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Parma XIX secolo
Attore comico attivo nel XIX secolo.Dopo aver fatto parte di società filodrammatiche, si diede, con mediocre fortuna, all’arte girovaga.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, in Aurea Parma 1 1939, 29; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1904-Parma 1960
Vestì la maglia crociata del Parma Calcio negli anni Venti.Una volta abbandonato lo sport attivo, si dedicò alla poesia dialettale: nei suoi versi il Mazzoni si commuove alla pazzia di Albino, sorride alla sbornie di Stopaj, si esalta di fronte allo scenario fantastico delle Dolomiti e si diverte alle storielle di pescatori e di cacciatori. Le sue poesie sono raccolte in un unico volume dal titolo Na brisla.
FONTI E BIBL.: Antologia poesia dialettale, 1970, 119.

Parma 22 marzo 1766-Chambery 29 aprile 1842
Nacque da Carlo e da Jeanne Remillet, di Chambéry.Il padre conobbe probabilmente quella che poi diventò sua moglie allorché la Corte di Filippo di Borbone si insediò in Chambéry prima di raggiungere nel 1749 il Ducato di Parma e Piacenza.Il Mazzotti studiò architettura nell’Accademia di Belle Arti di Parma seguendo gli insegnamenti dell’architetto Domenico Cossetti e di Ennemond Alexandre Petitot.Si distinse nei concorsi accademici di Architettura: in quello del 1785 ricevette un caldo elogio nel progettare una Sala per concerti di musica, nel 1787 raggiunse il secondo premio nella progettazione di un Vescovile palagio e nel 1788 vinse il primo premio nell’ideare un Edificio per osservazioni astronomiche. Verso il 1790 si recò a Chambéry, nella città materna, ove rimase per tutto il resto della sua vita.In questo lungo lasso di tempo si applicò come ingegnere-architetto al servizio dei Ponts et Chaussées (Genio civile), progettanto, dal 1795 al 1830, soprattutto ponti e strade, senza trascurare opere architettoniche vere e proprie, come il Monument de Boigne.Ulteriore sua attività non trascurabile, che si può far risalire al 1815, consistette nel dipingere ad aquerello grandi vedute raffiguranti parti della città di Chambéry e paesaggi di fantasia.Tali disegni si trovano suddivisi tra il Musée Savoisien e privati.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIII, 1822, 151; Parma nell’Arte 1 1982, 128-129.

MAZZUOLA o MAZZUOLI, vedi MAZZOLA


1895-Cartiére 16 luglio 1918
Figlio di Nazzareno.fabbro, sottotenente nella 1616a Compagnia Mitragliere Fiat, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare.morì a Cartiére (Francia) in seguito a ferita da scheggia di granata alla testa.Fu sepolto nella stessa località.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 agosto 1919; G.Sitti, Caduti e decorati, 1919, 156.

Parma 1691
Fu monaca del convento di San Martino. Si fece conoscere in ambito musicale, verso la fine del XVII secolo, per un’opera intitolata Motetti a una, due, tre e quattro voci con violini e senza (Bologna, I.Monti, 1691).
FONTI E BIBL.: P.Bettoli, Fasti musicali, 1875, 103.

Colorno-Derna 28 dicembre 1911
Soldato nel 61° fanteria aggregato al 26°, concorse efficacemente a trasportare sotto il fuoco nemico le salme di superiori morti sul campo.Rimase a sua volta mortalmente ferito a Derna il 27 dicembre 1911 e morì il giorno seguente.Meritò la medaglia di bronzo al valor militare.
FONTI E BIBL.: R.Vecchi, Patria!, 1913, 4.


Parma 1495
Tipografo.Si stabilì a Forlì, ove stampò nel 1495 un libro scolastico, il De elegantia linguae latinae servanda in epistolis di Nicola Ferretti.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori, III, 1791, XLV; A.Ciavarella, Storia della tipografia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 257.


Parma 1551/1552
Fu notaio e sollecitatore di cause nella Curia parmigiana, come ricorda il da Erba, suo confidente e amico.Al tempo della guerra parmigiana, fu mandato dai Farnese al Duca di Firenze per aiuto o consiglio.Scrisse diversi sonetti.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 53; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 499-500.

MEDICI ILARIO, vedi MEZZI ILARIO

Villa Gaida 1903-Parma 1994
Lasciò il proprio nome legato alla cantina  Grotta Mafalda, che gestì dal 1938 al 1970, in via Cavestro a Parma, sede di una cantina e dell’omonimo gruppo di appassionati verdiani.Nata in una famiglia di ristoratori, si trasferì a Parma agli inizi degli anni trenta.Nel 1938 rilevò, con l’aiuto della cognata e soprattutto del nipote Emilio, l’osteria Al Vagòn, in via Walter Branchi. Con il nipote promosse la nascita del coro verdiano che si denominò della Grotta Mafalda.Moltissimi grandi interpreti del teatro d’opera furono ospiti della cantina.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 448.


Firenze 31 maggio 1612-Parma 6 febbraio 1679
Figlia di Cosimo e Maria Maddalena d’Austria.L’evento per cui la Medici è maggiormente ricordata, è costituito dalle sontuose feste che inaugurarono il nuovo Teatro Farnese della Pilotta in Parma, in occasione delle sue nozze con Odoardo Farnese, figlio di Ranuccio (avvenute in Firenze l’11 ottobre 1628).Questo matrimonio fu preparato e tenacemente voluto da Ranuccio Farnese allo scopo di rinsaldare, tramite un’alleanza coi signori di Toscana, la posizione del Ducato parmense, sempre vessato dalle tensioni coi Gonzaga di mantova, acuitesi dopo lo sfortunato matrimonio di Margherita Farnese con Vincenzo Gonzaga.Il fidanzamento tra la Medici e Odoardo Farnese fu combinato nel 1620 con Cosimo de’ Medici: i fidanzati avevano entrambi otto anni.La Medici rinunciò alle profferte di Richelieu, che aveva chiesto la sua mano per il fratello minore del re di Francia Luigi XIII, Gastone d’Orleans, figlio di Maria de’ Medici.La Corte francese confidò di poter avere la meglio sul piccolo Ducato parmense ma la Medici si dimostrò irremovibile.Fu amata dal popolo parmigiano e la sua unione con Odoardo fu fedele e felice nonostante le ambizioni guerresche e il carattere sognatore del marito, il quale, con le sue disastrose imprese, mise a repentaglio l’esistenza stessa del Ducato parmense.Funestarono il regno di Odoardo Farnese e della medici luttuosi eventi, tra cui la peste del 1630, che uccise un terzo degli abitanti di Parma.Le velleità militari del duca (il suo motto era ho bruciato il fodero) lo portarono a gettarsi in avventure militari più alte delle sue possibilità e fu solo per l’intercessione della madre e della moglie che si fermò prima di compromettere tutto.Morì nel 1646 lasciando alla Medici la reggenza.Nella reggenza, la Medici fu aiutata per breve tempo dal cardinale Francesco Maria Farnese.Confermò ministro il potente Jacopo Gaufrido, di origine francese (che più tardi cadde in disgrazia e fu giustiziato).Contrariamente al marito, si mostrò neutrale tra Francia e Spagna, ma ciò non impedì il perdurare di tensioni, sfociate nella guerra di Castro (Gaufrido fu sconfitto in battaglia e pagò con la vita la sua avventatezza, mentre Castro fu in seguito persa definitivamente da Ranuccio Farnese).Ranuccio Farnese fu l’erede di Odoardo, al quale la Medici generò altri otto figli, tra i quali Caterina, suora carmelitana, Alessandro, generale, Orazio e Pietro.La Medici governò con polso saldo i figli, dimostrandosi talvolta un po’ rigida e di carattere chiuso.Donna coraggiosa e pia (fu priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode), fu molto amante delle arti e favorì la venuta a Parma di artisti e l’allestimento di spettacoli. Fu sepolta in Santa Teresa a Parma, ove era monaca la figlia Caterina.Lasciò usufruttuaria di tutti i suoi beni la figlia Maria Maddalena (così dal ms. Bertioli).
FONTI E BIBL.: G.Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 48; U. Benassi, I natali e l’educazione del duca Odoardo Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi, nuova serie, IX 1909; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; P.Minucci del Rosso, Le nozze di Margherita dei Medici con Odoardo Farnese, in Rassegna nazionale XXI 1885; F.Orestano, Eroine, 1940, 140-141; Dizionario Storico Politico, 1971, 789; M.Castelli Zanzucchi, Aspetti di vita seicentesca, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1973, 240; Malacoda 63 1995, 54-55.


Modena 9 giugno 1913-Roma 21 marzo 1990
Si diplomò in pianoforte e composizione nel 1935 al Liceo musicale di Bologna.Fu compositore di concerti per pianoforte e orchestra, sonatine per violino e piano, un’introduzione a commedia per archi e timpano e un’introduzione a film eroicomico per orchestra: una produzione dell’età giovanile in parte inedita, in parte eseguita da strumentisti del livello di Dallapiccola e Cesare Nordio.Fu bibliotecario del Conservatorio di Bologna (1947-1954) e di quello di Parma (1955-1963). Durante gli otto anni in cui ricoprì questa carica (mai correndo il rischio di insterilirsi in ricerche erudite o fini a se stesse) si produsse in un’instancabile opera di riordino che si concretizzò anche nel fondamentale fondo Maria Luigia. Dal 1960 al 1977 fu direttore dell’Istituto di Studi Verdiani a Parma (del quale fu ideatore, fondatore e primo direttore e del quale diresse anche il periodico Bollettino). Fu attivo come critico musicale per vari quotidiani, tra gli altri per il Resto del Carlino e per il Giornale dell’Emilia (1947-1954). Si occupò della rubrica dischi del settimanale Epoca e collaborò ai programmi culturali della Rai.Ma forse è nei sette numeri della rivista periodica Melodramma che si può trovare la filosofia del Medici: unire gli uomini di cultura a far quadrato intorno a un fenomeno come quello del melodramma e di Verdi in particolare, quando il rischio era quello di mitizzare quel mondo magico.Il Medici chiamò a raccola quali collaboratori della rivista scrittori come Montale, Buzzati, Papini, Alvaro e Malaparte. Dal 1968 al 1970 fu direttore artistico dell’Arena di Verona. Va ricordato il suo impegno nell’organizzare in grande stile nel 1958 le celebrazioni toscaniniane a Parma e, appunto, la sua attività di direttore artistico dell’Arena di Verona dove ebbe il merito di scoprire e proporre per la prima volta in Italia Placido Domingo. Nel 1978 gli fu conferita una laurea honoris causa dal Centre College of Kentucky. Negli ultimi anni si dedicò alla poesia.Con il volumetto Il becco all’oca fu semifinalista al premio Viareggio. Fu autore delle seguenti composizioni: Sonatina per violino e 13 strumenti (anche per violino e pianoforte, 1935), Procedimento amoroso per soprano e 13 strumenti (1935), Concerto per pianoforte e orchestra (1936), Introduzione a commedia per archi e timpani (1936), Allegro con intermezzo per pianoforte (1938) e altro.Curò la trascrizione di due cantate di D.Scarlatti conservate nella Biblioteca Musicale di Parma.Il Medici pubblicò i seguenti scritti: Il corsaro di Verdi.Appunti e premesse per un’analisi (quaderno n.1 dell’Istituto di Studi Verdiani, Parma, 1963), Osservazioni sulla Biblioteca Musicale di Parma (in Aurea Parma, 1964), Simon Boccanegra di Verdi (Chicago, 1974), Don Carlos nella leggenda e nella storia (in Storia illustrata, 1980) e Pizzetti e l’Istituto di Studi Verdiani (in Pizzetti e Parma, Parma, 1980).Curò la pubblicazione di: Parma a Toscanini (Parma, 1958) e Carteggio Verdi-Boito (edizione critica), 2 volumi in collaborazione con M.Conati e M.Casati (Parma, 1978).Il Medici fu sepolto a Roncole Verdi.
FONTI E BIBL.: G.Vecchi, Un musicista con le carte in regola, e V. Pini, Un carattere, in Studi in onore di Mario Medici, IMET, Università di Bologna, 1978; Dizionario Ricordi, 1976, 427; Dizionario musicisti, UTET, 1987, V, 3; Gazzetta di Parma 27 marzo 1990; Gazzetta di Parma 6 aprile 1990.

MEDICI ORLANDO, vedi MEDICI ROLANDO

Milano 1330 c.-Bargone 15 settembre 1386
Fonte unica della vita del Medici è il manoscritto della Biblioteca Laurenziana di Firenze della metà del secolo XV, copia della Vita scritta nello stesso anno della sua morte dal carmelitano Domenico de Dominicis. L’originale del documento era custodito nell’archivio della collegiata di Busseto, dal quale (afferma il Seletti) scomparve nel 1563. Il camaldolese Silvano Razzi per primo la tradusse in italiano e pubblicò nel 1601.A questa si rifanno gli scrittori parmensi e altri che scrissero sul Medici, mentre i Bollandisti pubblicarono poi il testo latino.Nato da famiglia di Milano, a trent’anni circa, nel 1360, spinto dal desiderio di una vita santa, si ritirò nei boschi tra Tabiano e Salsomaggiore nei pressi di Bargone, castello dei Pallavicino, sottoponendosi a un regime di penitenze straordinarie. Per ventisei anni osservò un continuo silenzio senza mai parlare ad alcuno, neppure per le cose più necessarie.Conservò l’abito nero che aveva portato nei boschi e quando gli cadde a brandelli rimediò con giunchi e foglie finché trovò una pelle di capra che portò fino alla morte.Senza cella alcuna, dimorava all’aperto in tutte le stagioni dell’anno, calmava la fame con erbe crude, frutti o bacche che poteva fornirgli il bosco e d’inverno si portava presso qualche casolare chiedendo con cenni di che sfamarsi.Non sempre riceveva la carità, ma preso come pazzo, venne a volte percosso a sangue.la sua vita fu una continua preghiera e contemplazione.Fu visto rimanere immobile, ritto su un piede solo, per cinque o sei ore, fisso con lo sguardo nel sole di giorno e nella luna di notte: contemplava in questi astri il suo Creatore.Sfinito dalle penitenze, fu trovato, quasi morto, lungo un sentiero nei pressi del castello di Bargone, dai servi della marchesa Antonia Casati, moglie di Niccolò Pallavicino, signore di Bargone, che si trovava a caccia col falcone.La pia signora gli profferse ogni sorta di ristoro che egli rifiutò con cenni delle mani e della testa.Il Medici si portò nella chiesa presso il castello, dove accettò volentieri la visita del carmelitano Domenico de Dominicis di Cremona, confessore della Casati.Solo con questi sciolse il suo silenzio, rivelò lo stato della propria anima, si giustificò di non essersi accostato ai sacramenti per tutto il tempo della sua vita eremitica e li accettò con gioia.Un po’ di ristoro prolungò la sua vita per una ventina di giorni.La salma venne poi portata con grandissimo concorso di chierici e di popolo fino a Busseto, capitale dello Stato Pallavicino, dove fu sepolta nell’oratorio di San Niccolò, detto poi del beato Rolando e infine della Santissima Trinità, contiguo alla chiesa collegiata e parrocchiale di San Bartolomeo.Le sue reliquie riposano in un cofano posto nel retro dell’altare maggiore.Secondo la tradizione, numerosi miracoli attestarono subito la sua santità e un culto anche liturgico gli fu prestato fin dalla morte.Papa Benedetto XVI nel 1749 accenna a un processo di canonizzazione iniziato nel 1563 sotto papa Pio IV dalla famiglia de’ Medici di Milano, ma poi interrotto, sembra, con la morte di quel Papa.Le pratiche per la conferma da parte della Santa Sede furono riprese nel secolo XIX, ma nel 1839 papa Gregorio XVI si astenne dal confermare il voto favorevole della Congregazione dei Riti, adducendo come ragione che il Medici non si era accostato ai sacramenti per tanto tempo.Sciolta questa difficoltà, ricorrendo ai tanti esempi di santi eremiti che, anche per più lungo spazio di tempo (alcuni di essi, neppure in punto di morte) avevano fatto uso dei sacramenti e che la Chiesa venera sugli altari, papa Pio IX il 23 settembre 1853 confermò il culto del Medici.La festa si celebra nella sola diocesi di Fidenza, con rito di terza classe, ma la devozione popolare, un tempo tanto fervida, andò via via languendo.
FONTI E BIBL.: De vita, poenitentia et miraculis B.Rolandi de Medicis, ms. della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, PL, XX, 9, secolo XV, con miniatura (dal capitolo 1° al capitolo 5 b contiene la Vita; dal capitolo 5b inizia il Pelagium miraculorum B.Rolandi, del notaio Anselmino dei Raimondi di Cremona; la descrizione del codice si può leggere in A.M.Bandini, Catalogus codicum latinorum Bibl.Laurentianae, I, Firenze, 1774 (col.620); S.Razzi, Delle Vite de Santi e Beati Toscani, II; Vita del B.Orlando de’ Medici, Firenze, 1774 (col. 620); S.Razzi, Delle Vite de Santi e Beati della città di Parma e suo territorio: Del Ven. Orlando de’ Medici, Parma, 1642, 661-687; F.Bordoni, Thesaurus Sanctae Ecclesiae Parmensis: B.Orlandi de Mediceis Mediolanensium, Parma, 1671, 295-297; G.M.Brocchi, Vita del B.Orlando de’ Medici, Firenze, 1737, 40; Acta SS.Septembris, V, Anversa, 1755, 117-122; I.Affò, Vita del B.Orlando de’ Medici eremita, Parma, 1784, 119; Atti della SantaCongregazione dei Riti per la conferma del culto al B.Rolando, in Archivio della Collegiata di San Bartolomeo di Busseto; Chevalier, Répertoire, I, col.1054; BHL, II, 1058, nn. 7291-7292; Vies des Saints, IX, 307; W.Breuning, in LThK, VIII, col.1367; T.Cavalli, Busseto: L’eremita che guarda sempre il cielo, Parma, 1967, 31-33; Dizionario Ecclesiastico, II, 1955, 1238; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 263-266; I.Manocci, in Bibliotheca Sanctorum, XI, 1968, 300.


Parma prima metà del XVII secolo
Stuccatore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 244.

MEDIOLI, vedi GORRERI DANTE

Parma 23 giugno 1855-Parma 10 settembre 1937
Dedicò tutta la sua vita ai problemi dell’agricoltura ideando e dirigendo la cattedra agricola itinerante che aveva lo scopo, attraverso visite alle coltivazioni della provincia, di informare e aggiornare i contadini sulle nuove tecniche di produzione agricola, tecniche che lui stesso applicò nel suo podere Piccole Teatine di Lemignano di Collecchio.Fu tra i fondatori del Consorzio Agrario Provinciale di Parma e per diversi anni vi svolse l’incarico di consigliere.
FONTI E BIBL.: L. Vignoli, notizie manoscritte.

MEDIOLI LUIGI
Parma 26 ottobre 1890-1973
Figlio di Emilio e Ugolina Schiaretti.  Unitamente al fratello Ettore, seppe condurre con grande efficacia l’impresa edile fondata dal padre fino a far divenire la Medioli una delle più importanti imprese italiane nel campo dei lavori pubblici.Grandi lavori vennero realizzati prima e dopo la seconda guerra mondiale in Italia e all’estero, soprattutto nel campo delle fortificazioni militari, metanodotti e oleodotti, oltre alla costruzione di grandi palazzi per civile abitazione.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 403.

San Pancrazio Parmense 9 gennaio 1899-Roma 15 novembre 1960
Figlio di Vincenzo.Conseguito il diploma di ragioneria, fu chiamato appena diciottenne alle armi e inviato al fronte col grado di ufficiale degli alpini, dove si meritò la croce di guerra al valor militare. A guerra finita (col grado di maggiore), venne assunto come impiegato dalla Cassa di Risparmio di Parma ma dopo appena un anno lasciò volontariamente l’impiego per entrare nel 1922 a far parte, chiamato dal padre, della società molitoria appena costituta, la Chari e Forti, della quale fu dapprima socio, quindi membro del consiglio di amministrazione e direttore generale, contribuendo in misura determinante all’affermazione del complesso, divenuto ben presto il più importante in Italia nel campo dell’industria molitoria dei cereali e dell’olio di semi.Il prestigio del suo nome e delle sue capacità e la valutazione sempre più larga della sua competenza non tardarono ad aprirgli nuovi campi di lavoro.Animato dalla passione di un pioniere per tutto ciò che si riferiva allo sviluppo dell’industria, dell’economia e del commercio, non esitò mai a rendere disponibile la sua collaborazione ovunque fosse richiesta e ad affrontare nuovi compiti e nuove responsabilità in campo cittadino, nazionale e internazionale.Membro della giunta e del consiglio dell’Associazione italiana industriali molitori, su mandato della stessa partecipò negli anni Cinquanta a Bruxelles e Parigi alle trattative relative al nascente Mercato comune europeo.Ricoprì altresì la carica di presidente dell’Associazione industriali mugnai e pastai d’Italia, fu vice presidente della Association internationale de meunerie e consigliere di amministrazione del Groupement des associations meunières des pays de la Communauté economique européenne.Non meno importante e intensa fu l’attività del Medioli nell’ambito locale.Fu presidente della Camera di commercio di Parma dal 1946, vicepresidente della Cassa di Risparmio dal 1947, presidente dell’Automobile Club per oltre un ventennio, presidente (nel 1948-1949) dell’Ente autonomo Mostra internazionale delle conserve (dal Medioli portata ad alto livello organizzativo e tecnico) e membro del comitato direttivo dell’Unione parmense industriali dal 1946. Fu anche membro della commissione provinciale per l’artigianato, componente della commissione teatrale del Teatro Regio e membro del consiglio di patronato per i detenuti e i liberati dal carcere.Durante la lotta di Liberazione fu patriota convinto e, arrestato dai nazifascisti, conobbe la durezza del carcere.Coerente con le sue convinzioni, nel dopoguerra non venne meno all’impegno politico e civile.Candidato al Senato per la Democrazia Cristiana nel 1953 nel collegio di Parma, ottenne quasi 37mila voti.Nelle elezioni amministrative del 1960 fu eletto, sempre per la Democrazia Cristiana, consigliere comunale. Pur rivestendo cariche innumerevoli, trovò il tempo e il modo di occuparsi d’arte con silenziosa tenacia.trasformò le sue dimore (quella di Parma e quella di San Martino Sinzano) in interessanti raccolte di oggetti artistici: mobili, dipinti, soprammobili e tappeti.La raccolta dei tappeti, la più cospicua forse dell’Emilia, fu il frutto di una competenza rara e profonda.Di alcuni quadri della sua raccolta (uno Schiavone, due Sebastiano Ricci, numerosi acquerelli e disegni di Paolo Toschi) ebbe occasione di parlare la rivista Aurea Parma.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1960, 235; Parma nell’arte 2 1961, 141; G. Cavalli, Commemorazione di Nino Medioli, in Parma Economica 11 1960; Nino Medioli nel primo anniversario della morte, Parma, Donati, 1961; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 680; Gazzetta di Parma 15 novembre 1985, 7; Cento anni di associazionismo, 1997, 403.

Parma 1942-Talmassons 18 settembre 1993
Fu docente di filologia italiana nell’Università di Parma.Gli studi e le ricerche sul Rinascimento e l’Umanesimo della medioli restano esemplari per metodo, cura e rigore. A parte i singoli contributi apparsi in Lettere italiane sulle prime escursioni filologiche e le prime letture comparate dei testi, la Medioli raccolse il frutto più cospicuo del proprio lavoro nel convegno internazionale di studi umanistici Lorenzo Valla e l’Umanesimo italiano, all’interno del quale figurò un’ampia sezione riservata a Parma e l’Umanesimo italiano, cui la Medioli contribuì con il saggio Letteratura e società a Parma nel Quattrocento.Il Philogyne di Andrea Baiardi e il ms.parm.1424 della Palatina di Parma. Si compì così nel 1984, dopo l’incontro di qualche anno prima su Fra’ Salimbene e la sua Cronica, quello che era stato uno dei progetti più ambiziosi della Medioli: il progetto teso a evidenziare, con documenti e letture nuove, la presenza della cultura padana parmigiana dentro quel vastissimo movimento di idee che Valla, tra gli altri, sostenne, animò e nutrì di nuove linfe.Ma nessuna pagina della Medioli restò mai una semplice e fredda pagina erudita.Anche quando le escursioni filologiche diventavano necessarie, seppe usare quei toni e quelle espressioni di stile che rimettevano in circolo l’idea stessa della poesia.
FONTI E BIBL.: G.Marchetti, in Archivio Storico per le Province Parmensi XLV 1993, 40-41.

Valera di San Pancrazio 24 giugno 1842-Vicofertile 23 aprile 1918
Figlio di famiglia di mugnai proprietari del mulino di Vicofertile. Nel 1888 realizzò un lungo processo di ristrutturazione degli impianti che portò il mulino di Vicofertile a essere uno dei più moderni e tecnologicamente avanzati in Italia.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 259.

MEDONTE, vedi CERATI ANTONIO

MEISTER GIOVANBATTISTA
Borgo San Donnino 1722
Falegname, verso il 1722 fu attivo nel complesso gesuitico di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: Ghizzoni, 1970, 82; Il mobile a Parma, 1983, 257.

Parma 1771/1778
Allieva della Reale Scuola di Ballo di Parma, nel 1771 la si trova nel Nuovo Pubblico Teatro di Bologna nei balli dell’Orfeo ed Euridice, nel Carnevale del 1772 al Teatro di Corte di Parma, nel 1774 ballò al Teatro Vicini di Carpi assieme al fratello Silvestro, poi di nuovo a Bologna al Teatro Marsigli Rossi, dove lavorò anche nel Carnevale del 1776. L’anno dopo, sempre a Bologna, fu al Teatro Zagnoni, mentre nella stagione di Fiera del 1778 fu al Teatro di Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma o Roma 1763/1789
A volte sui libretti è indicato di Roma ma, in quanto allievo della Reale Scuola di Ballo di Parma, istituzione che era riservata ai cittadini del Ducato (e le eccezioni erano indicate chiaramente), fu quasi certamente di origine parmigiana.Iniziò come ballerino, danzando nella stagione di primavera 1763 al Teatro Ducale di Parma, ma già nell’estate 1766 si presentò come coreografo al Teatro di Piazza di Vicenza.Nell’autunno dello stesso anno fu al Teatro Obizzi di padova e per la Fiera 1768 si esibì ad Alessandria al Teatro Solerio.Come ballerino lo si trova nel 1771 nel Nuovo Pubblico Teatro di Bologna nei balli dell’Orfeo ed Euridice, nel Carnevale 1772 al Teatro Ducale di Parma, nel 1774 al Teatro Vicini di Cento, dove ballò e fu coreografo assieme alla sorella Maddalena, poi di nuovo a Bologna al Teatro Marsigli Rossi.nel Carnevale 1775 fu a Siena al Teatro Grande dell’Accademia degli Intronati e nel Carnevale 1777 nei balli grotteschi a Livorno.Nella stagione di autunno 1779 fu primo grottesco al Teatro Bonacossi di Ferrara e nel Carnevale risulta coreografo al Teatro di Udine.Nel 1780 fu a Carpi e, nell’estate, a Bologna al Teatro Zagnoni e l’anno dopo al Marsigli Rossi.In questa città fu anche nel 1783.Nel Carnevale 1784 fu al Teatro di Reggio Emilia, poi di nuovo allo Zagnoni di Bologna.Nel Carnevale 1785 fu coreografo al teatro di Cingoli e nel Carnevale 1788-1789 al Teatro dell’Aquila di Fermo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 449.

MELARA CARLO, vedi MELARI CARLO


Parma 15 marzo 1778-Parma 1840
Allievo di G.Ghiretti e F.Fortunati, incominciò a scrivere musica fin dalla più giovane età.Fu autore delle seguenti opere teatrali: La prova indiscreta (Verona, 1804), Berenice in Roma (Verona, 1805), Il bizzarro capriccio (Venezia, 1806), La fiera di Livorno (Verona, 1807), I Gauri (Brescia, 1808), La nemica degli uomini (Ferrara, 1809), Zilia (Parma, 1810),  Il marito imbarazzato (Venezia, 1812), Il finto matrimonio (Cremona, 1814), Berengario (Bergamo, 1820) e La voce misteriosa (Roma, 1823).Inoltre compose una Messa con orchestra (1798) e vari pezzi strumentali e vocali.
FONTI E BIBL.: F.Regli, Dizionario biografico artisti, 1860, 319; Dizionario musicisti, UTET, 1987, V, 16; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma prima metà del XVI secolo
Boccalaro attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 297.

Parmigiano 25 novembre 1827-post 1897
A otto anni fu inviato a Milano a spese della duchessa Maria Luigia d’Austria per studiare violino e composizione.Ebbe lezioni da Alessandro Rolla e, alla morte di questi, da Bernardo Ferrara.A quattordici anni fu ammesso nell’Orchestra della Scala di Milano come ultimo dei primi violini.Scoppiata la rivoluzione del 1848, si arruolò nel Corpo dei Bersaglieri di Luciano Manara: al termine della prima guerra d’Indipendenza, non potendo tornare a Milano, fuggì a Genova, dove entrò in una compagnia lirica che si recava a Cagliari.fermatosi in quella città, il Municipio lo nominò violino di spalla nella cappella. Diede al Teatro Civico concerti di beneficenza, ma dopo tre anni ritornò a Milano, chiamato da Eugenio Cavallini come violino di spalla alla Scala.Tenne il posto per venticinque anni e nel contempo diede vita a un’orchestra con professori del teatro con la quale fece servizio di Corte per l’Arciduca a Milano e a Monza.Diventato direttore dei balli alla Scala e alla Cannobiana, si diede anche alla direzione d’orchestra: in veste di direttore fu due anni a Calcutta.Suonò per quattro anni nell’orchestra di Giovanni Bottesini al Cairo e poi in Argentina e in Brasile.Nel 1897 si trovava alla Scala come professore di viola e compositore di musica per i balli.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 449.

MELCHIORRE DA BUSSETO, vedi VIGNANI MELCHIORRE

MELCHIORRE DA PARMA, vedi FRIZZOLI MELCHIORRE e POSTRELA MELCHIORRE


-Castellaneta 1650
Il 31 luglio 1645 fu nominato Vescovo di Castellaneta.
FONTI E BIBL.: A.Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

Parma 9 maggio 1776-Parma 2 gennaio 1855
Detto gesuita perché figlio di un agente al servizio dei padri Gesuiti, fu valente violinista e direttore d’orchestra.Studiò il violino sotto la direzione del celebre Alessandro Rolla e in breve tempo divenne un eccellente suonatore (cominciò a suonare in orchestra nel 1879).Con Regio Rescritto del 31 dicembre 1800 fu nominato violinista in soprannumero della Regia Orchestra di Parma con anzianità dal 27 settembre 1794 per avere fin da allora sostenuto la prova formale.Quando nel 1804 venne aperto il nuovo teatro di Piacenza, fu destinato a dirigere quell’orchestra dimostrando in tale occasione una rara abilità.Quindi passò a Milano, ove ben presto fu accolto come primo violino al teatro di Santa Radegonda (1812).Nell’estate di quell’anno diresse anche l’orchestra di Bologna.Passò poi definitivamente a Parma come direttore del Teatro Ducale (avendo il Simonis come maestro concertatore) dal Carnevale del 1816 al Carnevale del 1832.Fu il Melchiorri che il 16 maggio 1829 inaugurò il nuovo Teatro di Parma, fatto costruire dalla duchessa Maria Luigia d’Austria, con l’opera Zaira di Vincenzo Bellini.Fu collocato a riposo nel 1835.Si trasferì a Milano e nel 1849 venne decorato della Croce di 5a classe del Reale Ordine del merito sotto il titolo di San Lodovico.
FONTI E BIBL.: Archivio del Battistero, Libro dei battezzati; Archivio di Stato, Ruolo B.1, fol.135; C.Gervasoni, Nuova teoria della Musica, Parma, 1812, 185; P.Bettoli, I nostri Fasti musicali, Parma, 1875, 103; P.E.Ferrari, Spettacoli drammatico musicali, Parma, 1884, 58, 60, 62, 64, 103; Bignami, Cronologia degli Spettacoli del teatro comunale di Bologna; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 260.

Parma ante 1752-Parma 18 gennaio 1804
Violinista, suonò nelle opere buffe rappresentate nel Teatro di Corte a Colorno l’autunno del 1752 e negli spettacoli dati nell’agosto 1773 in Parma in occasione della nascita del principe Lodovico di Borbone.Il Melegari fu poi accettato per un triennio a suonare nell’Accademia teatrale (1769-1773).Docente di violino dei paggi ducali, virtuoso di camera al servigio di SAR il duca di Parma, dal programma dell’accademia del Collegio dei Nobili del 1772 risulta che vi insegnava violino, come pure da quello del 1778, mentre nel 1774 fu retribuito con 200 lire per musiche di balli e tragedie (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica: Collegio dei Nobili, b. 1038). Con decreto del 19 gennaio 1878 fu nominato professore soprannumerario della Reale Orchestra e nel 1778 e 1779 nell’edificio della Veneria di Colorno, che era stato adattato a teatro posticcio, diresse un’orchestra di tredici elementi in vari spettacoli lirici e di ballo. Dal 1783 fece parte come socio onorario dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma. Nella sera di Natale 1787 si tenne al Collegio dei Nobili un’accedemia nella quale suonò, retribuito con 3 lire. Per il Carnevale 1788 compose 24 arie, la n. 6 doppia, e una introduzione o sinfonia per il ballo Il ciclope: venne retribuito con 538 lire (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica: Collegio dei Nobili, b. 374). Nel gennaio 1789 ricevette 458 lire per la composizione e la copiatura del ballo e per aver suonato nelle tre recite (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica: Collegio dei Nobili, b. 374) e nel Carnevale seguente, per analogo lavoro, ricevette 360 lire (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica: Collegio dei Nobili, b. 365). L’11 agosto 1792 percepì 10 lire per essere intervenuto alle prove fatte per il Concertone e Prologo scritti da Giuseppe Colla (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica: Collegio dei Nobili, b. 376 a). Il 18 maggio 1795 fu nominato Professore proprietario di Violino nella Ducale Orchestra (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti). Suonò anche alla Steccata dal 1759 al 1791 e in Cattedrale dal 1776 al 1800.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 202; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 4 agosto 1840-Parma 17 ottobre 1887
Figlio di Giuseppe e Maddalena Papini. Fu valoroso soldato nelle campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1861.Fu tra i garibaldini che liberarono Napoli dalla dominazione borbonica.
FONTI E BIBL.: L’Avanguardia 18 ottobre 1887, n.250; G.Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 122.

Parma 27 aprile 1825-1907
Figlio di Giovanni e Antonia Venuti. Nel 1848 abbandonò la sua oreficeria per imbracciare le armi: si arruolò volontario nella legione parmense capitanata da Giuseppe Gallenga, combattendo valorosamente a Pastrengo e a Goito.Riprese più tardi la sua attività di orefice con alterna fortuna.Iscritto alla Società dei veterani del 1848-1849, varie volte si recò a Roma per fare la guardia alla tomba del re Vittorio Emanuele di Savoja.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 99.

-Parma 20 marzo 1848
In gioventù ricevette una buona istruzione. Fu il vero eroe della giornata del 20 marzo 1848: assieme al suo garzone Luigi Ferrari, fu il primo a prendere le armi e sparare contro le sentinelle asutriache in Piazza Grande a Parma.Rimasero tutti e due uccisi e, una volta cessato lo scontro, i due cadaveri furono raccolti e portati nella sagrestia della chiesa di San Vitale, ove fu fatta al Melegari la maschera in gesso che si conserva nell’Archivio Comunale di Parma.
FONTI E BIBL.: Memoria del Sig.Gioacchino Levi di Busseto (Archivio Comunale di Parma); G.Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 413.

Parma-Torino post 1888
Fu apprezzato costruttore di strumenti ad arco in Torino.Dal 1860 al 1887 costruì anche chitarre di notevole valore. La Gazzetta di Parma del 5 novembre 1888 riporta: Nell’elenco dei premiati all’Esposizione Italiana di Londra troviamo il nome del sig. Melegari Enrico da Parma. Al nostro bravo concittadino, già premiato con medaglia d’oro alle mostre di Torino e di Parma, venne pure a quella di Londra conferito lo stesso premio per la forma e la bontà dei suoi violini e la specialità delle sue vernici.
FONTI E BIBL.: Dizionario chitarristico, 1968, 88; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 18 ottobre 1761-Parma 1 ottobre 1837
Nel 1783 si laureò in legge all’Università di Parma.Frequentò poi lo studio dell’avvocato Antonio Bertioli per il praticantato.Dal 1791 insegnò materie giuridiche al Collegio dei Nobili di Parma e fu professore onorario dell’Università.Stimatissimo anche sotto il governo francese, fu scelto da Moreau de Saint-Méry per incarichi importanti, tra i quali quello di consigliere capo del Tribunale di Prima istanza e d’Appello (1804).Il Melegari collaborò anche col Moreau de Saint-Méry nella raccolta del materiale storico che avrebbe dovuto servire alla pubblicazione di una monumentale Storia di Parma.Attese alla pubblicazione del Codice napoleonico, nel 1806 fu presidente del Tribunale di Fiorenzuola e nel 1811 consigliere della corte imperiale di Genova e presidente della Corte criminale straordinaria di Casale Monferrato.Nel 1814 fu presidente di Prima istanza di Borgo San Donnino e professore onorario dell’Università.Nel 1815 fu presidente del Tribunale di Prima istanza di Parma.Nel 1817 fu eletto membro della Commissione legislativa per la revisione dei Codici, della quale fecero parte i migliori giuristi.Fu anche presidente della Commissione Serventi.Consigliere del Supremo tribunale di Revisione, iniziò la Raccolta delle decisioni di tale Supremo tribunale. Nel 1828 fu nominato Cavaliere Costantiniano.Due anni dopo fu eletto Presidente del Tribunale d’Appello.Nel 1831 (15 febbraio - 12 marzo) fu membro del Governo provvisorio e fu poi costretto all’esilio.Riprese allora la professione di avvocato.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 258-260; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 285; G.Sitti, Il Risorgimento, 1915, 413; Marchi, Figure del Ducato, 1991, 106.


Parma 1738
Intagliatore, ricordato all’anno 1738 per un pagamento per lavori eseguiti nella chiesa parrocchiale di Stagno.
FONTI E BIBL.: Aimi, 1979, 129; Il mobile a Parma, 1983, 258.

Parma 1741
Intagliatore ricordato all’anno 1741 per aver realizzato dodici candelieri, una croce, tavolette e due torcere nella chiesa parrocchiale di Stagno.
FONTI E BIBL.: Aimi, 1979, 129; Il mobile a Parma, 1983, 258.

Riano 10 luglio 1905-Madrid 7 dicembre 1936
Figlio terzogenito di Giulio e Clementina Dallafiora.I genitori, originari di Neviano degli Arduini, dopo aver svolto l’attività di mezzadri, si trasferirono a Riano dove acquistarono un piccolo fondo sul quale condussero una vita di rinunce e sacrifici.Il Melegari fin da giovane non nascose i suoi ideali di fermo e intransigente antifascista.Nel 1923, unitamente a un suo compaesano, venne affrontato e minacciato da tre fascisti che gli imposero di andarsene a casa.Il Melegari ubbidì, ma ne uscì subito dopo armato di una rivoltella, mettendo in fuga i tre. Le successive continue minacce, però, lo costrinsero il 28 agosto 1928 a emigrare.Si recò in Francia, nella Mosella, ove lavorò per diversi anni come minatore.In Francia, a contatto degli ambienti antifascisti, crebbe e maturò in lui il desiderio di impegnarsi maggiormente nella lotta contro i soprusi e le ingiustizie.Scoppiata la guerra di Spagna, partì volontario nell’ottobre 1936, arruolandosi nella 4a compagnia del battaglione Garibaldi, comandata dal capitano Enrico Ferraresi di Mirandola.Prese parte alle battaglie di Cerro de Los Angeles, Casa Campo, Puerta de Hierro e Pozuelo de Alarçon, distinguendosi per il coraggio e lo sprezzo del pericolo.Il 1° dicembre 1936, in quest’ultima località, una pallottola esplosiva, oltre che spappolargli il braccio destro, gli provocò anche una lesione al polmone. Soccorso dal suo capitano, venne trasportato al pronto soccorso e poi, data la gravità delle ferite, avviato all’ospedale Obrero di Madrid. Nonostante le cure prodigategli, il Melegari morì sei giorni dopo, all’età di 31 anni.La salma del Melegari fu inumata nel cimitero delle Brigate Internazionali di Fuencarral, a Madrid.
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 181-182; L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 98-99; A. Lopez, Battaglione Garibaldi, 1990, 36.


Varano de’ Melegari 1831
Podestà di Varano de’ Melegari, durante i moti del 1831 fu tra i propagatori della rivolta.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 181-182.

Parma 1808-1874
Fu fervente patriota.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 134.

Fontanellato 1793/1796
Falegname ricordato nell’anno 1793 per un pagamento per servizio in Casa Sanvitale e nel 1796 per lavori vari nella parrocchia di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Carte della famiglia Sanvitale, busta 547; Il mobile a Parma, 1983, 262.

Parma 4 dicembre 1716-Lisbona 25 giugno 1766
Frate cappuccino, fu missionario a San Tomé (1750), Rio de Janeiro (1751-1763) e Bahia (1763-1765).Morì mentre stava ritornando in Italia.Compì a Guastalla la vestizione (19 agosto 1735) e la professione solenne (19 agosto 1736).Fu ordinato sacerdote a Reggio Emilia il 4 giugno 1741.
FONTI E BIBL.: De Guimaraes, Os Barbadinhos italianos, 22 e 30; F.da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 374.

Gaiano 27 novembre 1935-Gaiano 3 marzo 1955
Morì in concetto di santità.Nei suoi radiosi vent’anni, fu fiaccola ardente di fede, assetata di santità, ansiosa del Cielo, ricreò con la sua freschezza, incantò col suo profumo.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 76.


Cremona 1478 c.-1531
Figlio di Giovanni, dottore in legge e decurione, e Caterina Lupi, figlia del marchese Bonifazio.Alla morte del marchese Diofebo Lupi il feudo di Soragna passò nelle mani del piccolo Giampaolo Meli, che lo tenne fino alla maggiore età attraverso la regenza del Meli, suo padre.Strenuo difensore dei diritti del figlio, il Meli non mancò di opporsi anche con le armi a coloro che glieli contesero, incorrendo così nelle censure dei tribunali pontifici e nelle azioni mosse in più sedi da Bonifacio Aldigeri.Fu pure fedele al re di Francia Francesco I e ne sostenne le parti contro l’Impero e il Papato.Viene ricordato come huomo gentile, virtuoso et litterato et se in Cremona fra cittadini occorreva qualche differenza esso era quello che l’accomodava. A Soragna nel 1525 il Meli promulgò, in nomedel figlio Giampaolo, una serie di bandi sul quieto vivere riguardanti varie norme di comportamento civile e si adoperò affinchè le stesse disposizioni venissero osservate.Dalla moglie Ippolita Ponzoni ebbe otto figli, a favore dei quali testò nel 1520.Fu suo primogenito Diofebo che, dopo essere stato nel 1562 decurione della città di Cremona, morì senza figli nel 1571, lasciando il fidecommesso Meli al pronipote Alessandro di Diofebo Meli Lupi, suscitando liti a non finire tra le due famiglie.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 337-338.

MELI GIAMPAOLO  o GIAN PAOLO, vedi MELI GIOVANNI PAOLO

Cremona 1508 c.-Canale Secchia 15 agosto 1543
Nacque dal cavaliere Giambattista, nobile cremonese, e da Ippolita Ponzoni.Il lui il marchese Diofebo Lupi volle far continuare la discendenza della propria famiglia e ancora in fasce lo chiamò presso di sè a Soragna, circondandolo di affetto e di cure:Ho visto che ms. Deiphebo et sua moglie si facevano portare il s.r Gio:Paulo sopra la tavola, et si pigliavono piacer di farlo andare inanzi et indietro sopra la tavola perché era picolino, et questo fu non solo l’anno 1509 ma ancora doppo per un anno o doi infino che il putto cresceva. Succeduto al prozio nel feudo di Soragna, ne tenne inizialmente il governo sotto la tutela del padre, che l’8 marzo 1514 non esitò a occupare la rocca con le armi per prevenire azioni consimili da parte di altri pretendenti.Una lunga disputa venne successivamente sostenuta con Bonifacio Aldigeri che, ritenendosi il parente più prossimo del defunto Lupi, non tralasciò nessuna azione (facendo pure uso della forza) per conseguire i suoi fini: nel 1522 l’Aldigeri si impadronì, per breve tempo, di Soragna. Il Papa (come signore di Parma), il Re di Francia (succeduto nel Ducato di Milano) e l’Imperatore (che considerò sempre Soragna un feudo della propria giurisdizione) intervennero nella contesa, che alla fine, dopo alterne vicende, si risolse con la conferma per il Meli dei suoi diritti sul marchesato.L’imperatore Carlo V nel 1530 gli concesse l’uso dell’aquila imperiale nel proprio stemma, a cui fece seguito la facoltà di assumere il cognome di Meli Lupi.Ebbe pure nel 1537 la cittadinanza di Lodi e l’anno seguente quella di Milano.Il Meli si curò dell’aspetto urbanistico di Soragna: fece fare un muro di cinta intorno al paese, abbattendo poi diverse case per ricavarvi il giardino della sua rocca, ristrutturò quest’ultima con l’aggiunta di un torrione e con la costruzione di un belvedere sopra il torrione maestro, creando logge e nuove sale che poi volle decorate da valenti artisti, il principale dei quali fu Nicolò dell’Abate.Edificò case coloniche nei suoi possedimenti e fece rifare la chiusa muraria sullo Stirone a potenziamento del canale che portava acqua ai mulini di Soragna.Leandro Alberti, descrivendo le qualità del marchesato di Soragna, non mancò di lodare lo stesso Meli comehuomo saggio, virtuoso et de’  virtuosi amatore, et un altro Mecenate.Il Meli fece testamento il 18 novembre 1539. Morì annegato nel canale Secchia cadendo da cavallo mentre andava o veniva da Scandiano e fu sepolto nella chiesa dei Servi di Soragna, in quella cappella dedicata all’Immacolata Concezione che egli stesso alcuni anni prima aveva fatto edificare.Sposò Isabella Trivulzio, secondo le convenzioni stipulate il 14 ottobre 1518 tra il di lei padre Giacomo e il cavaliere Giambattista Meli per il matrimonio a maggior età conseguita. La moglie fu galante signora e di lei venne scritto che si potrebbe ben dire quel che disse l’Ariosto di Isabella uccisa da Rodomonte.Furono loro figli Bianca, Diofebo, che successe al Meli nel feudo, Giambattista, Antonio e Francesco.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 338-339.

Ghiara di Fontanellato 1887-Ghiara di Fontanellato 9 giugno 1937
Fu meccanico e inventore ingegnoso.A fianco del padre falegname prese dimestichezza col tornio.Cominciò a fare modelli di granate per il governo, poi si costruì una macchina a vapore per proiettare le pellicole nei cinematografi, quindi caldaie a vapore.Disegnò, in tutte le sue parti, un modello di trattore con quattro ruote motrici, in grado di girare entro il raggio di cinque metri, con un motore a due cilindri contrapposti a testa calda, alimentato da petrolio di basso costo, così da ridurre al minimo le spese di esercizio.Ma il progetto del trattore esigeva un’attrezzatura adeguata per la realizzazione e allora il Meli si rivolse ai cantieri dell’Ansaldo di Genova, dove fu ospite per due anni assieme al motorista di fiducia Damon. Tale fu la stima che il Meli si accattivò in quegli ambienti, che lo chiamavano ingegnere. Un primo esemplare del trattore fu esposto in Piemonte con grande successo, un altro fu portato a Fonanellato, dove fu accolto trionfalmente, calamitando la curiosità e l’interesse della gente.Nel crocevia di Ghiara, tra la chiesa e l’officina, il trattore entusiasmò il pubblico accorso, girando su se stesso, senza motorista alla guida.Unanime fu il gradimento e l’accoglienza, tanto da far presagire un avvenire sicuro all’invenzione.Ma il proficuo lavoro di collaborazione tra il Meli e la casa costruttrice si interruppe bruscamente quando si trattò di dare il nome al trattore e concordare il brevetto.Il Meli avrebbe voluto si intitolasse Meli-Ansaldo, mentre la controparte pretese di invertire l’ordine dei nomi, ricompensando il Meli con la somma di due milioni di lire.Ma il Meli rifiutò l’offerta dell’Ansaldo e il progetto andò in fumo.Il Meli perdette dunque due anni di lavoro, si caricò di debiti e tornò a casa col solo motore, lasciando nelle officine genovesi il telaio.In seguito il Meli mise a punto una pompa per l’irrigazione con prestazioni notevoli, poca spesa e grande rendimento.Novità assoluta nel settore, con motore a testa calda, in quattro versioni da 8, 12, 18 e 30 cavalli, e taluni con turbine accoppiate, ne costruì una settantina di esemplari: se ne può ammirare uno nella collezioneTesti, al Campazzo di Fontanellato.Nelle mostre del settore che venivano organizzate un po’ ovunque, le creazioni del Meli furono sempre in testa alla classifica: il primato gli spettava in forza del consumo minimo di olio di scarto e grazie alla portata massima di acqua. Per conto di un grande industriale della seta di Varese, il Meli lavorò a un nuovo trattore (il prototipo finì poi nei pressi di Noceto).Ideò pure un motore per imbarcazioni, con iniezione di olio e di acqua, riscuotendo anche in questo caso grande successo.Godette inoltre di fama non solo locale per la non comune abilità nel rimediare ai guasti meccanici più difficili.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 ottobre 1993, 21.

MELIGARI VINCENZO, vedi MELEGARI VINCENZO

Soragna 1549 c.-
Figlio di Diofebo e di Cassandra Marinoni.Dal padre venne designato suo successore (27 settembre 1552) con l’obbligo di trasferirsi a Cremona e di riassumere il cognome e lo stemma dei Meli.Impugnò tuttavia le disposizioni paterne a favore del nipote Giampaolo e tentò poi di occupare con la forza anche Soragna.La causa fu rimessa al Duca di Parma, il quale alla fine assegnò al Meli Lupi i beni dei Meli nel Cremonese e al nipote Giampaolo le sostanze derivanti da Casa Lupi.Il Meli Lupi fu Maestro di Camera di Ranuccio Farnese e da Filippo IIvenne fatto Cavaliere di San Jago.Sposò dapprima Ottavia Averoldi di Brescia e poi Polissena Ponzoni.Isuoi discendenti, già conti palatini, si chiamarono spesso conti Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 341.


Soragna 26 ottobre 1636-Soragna 7 marzo 1671
Figlio di Diofebo e di Isabella Sanvitale.Fu sacerdote e il 19 febbraio 1658 ottenne un beneficio in Soragna nell’oratorio di Santa Maria Maddalena, del quale fu il primo rettore.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV.

MELI LUPI ANNA, vedi GRILLO DI MONDRAGONE ANNA

MELI LUPI ANTONIETTA, vedi GREPPI ANTONIETTA

MELI LUPI ANTONIO, vedi MELI LUPI TARASCONI ANTONIO

Soragna 1577c.-Casale 1630 c.
Figlio di Alessandro.Combattendo all’assedio di Casale contro i Francesi, li respinse quando già stavano per vincere, ma vi lasciò la vita.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; Argegni, Condottieri, 1937, 247.

Soragna 17 gennaio 1747-22 gennaio 1789
Figlio di Diofebo e di Giuliana Collalto.Nel luglio 1776 rinunciò all’Imperatore la carica di Ciambellano di Maria Teresa d’Austria (carica ottenuta il 25 giugno 1769) per diventare Capitano dei Corazzieri austriaci, Reggimento Palphi.Fu di indole torbida e anche la sua morte rimase avvolta da un certo alone di mistero.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.IV.


Soragna 21 febbraio 1747-11 giugno 1765
Figlio di Diofebo e di Giuliana di Collalto.Sacerdote, fu nominato canonico della Cattedrale di Parma con bolla di papa Clemente XIII del 7 aprile 1764.Fu inoltre coadiutore del canonico Giovanni Cerati nella prebenda del Pizzo.Morì di vaiolo.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 356.


Soragna 28 dicembre 1810-Beirut 24 novembre 1895
Figlio del principe Casimiro e di Anna Grillo, fu ben presto avviato alla carriera ecclesiastica: nel 1833 venne ordinato sacerdote e due anni dopo conseguì nell’Università di Parma la laurea in teologia.Già canonico della Cattedrale di Parma, vi rinunciò nel 1836 per entrare nella Compagnia di Gesù: il 16 aprile di quell’anno fece la sua professione religiosa.Due anni dopo fu mandato in Siria e nella sua terra di missione passò il resto della vita: cinquantasette anni di ininterrotto apostolato in mezzo a tante difficoltà e tanti sacrifici, senza mai più ritornare in patria e rivedere i suoi familiari, con i quali però tenne un’intensa corrispondenza.Morì ottantacinquenne.Il suo più bel profilo biografico lo tracciò il vescovo di Cremona, Geremia Bonomelli, che, in una lettera di cordoglio al fratello principe Diofebo di soragna, così si espresse il 13 dicembre 1895: Per amor di Dio lasciò il mondo; passò cinquant’anni di vita in Oriente, vita di apostolo, pregando, faticando: morì sul campo come un veterano.Se quest’uomo non va dritto in cielo, chi ci va?Lo vedo ancora quel vecchio venerando, curvo sul suo bastone, pochi capelli, quasi calvo, candida e fluente la barba, e due occhi tranquilli, sereni, pieni di dolcezza, perennemente ridenti come quelli di un fanciullo di cinque anni.Attraverso a quegli occhi sì amabili si vedeva un’anima pura, candida, quasi beata in Dio.Non è poesia, ma verità.Io non vidi mai un vecchio religioso che mi ispirasse tanta venerazione e mi facesse sentire sì vicino Dio come il fratel suo, se non il cardinale Massaia.Messi a fianco l’uno dell’altro, difficilmente si potrebbe differirli.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav IV; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 363.

MELI LUPI BONIFACIO, vedi anche MELI LUPI BONIFAZIO


Soragna 2 dicembre 1839-Soragna 20 ottobre 1909
Figlio primogenito di Diofebo e Antonietta Greppi.Venne di lui scritto che appartenente a famiglia ligia all’antico ordinamento di cose, dovette subirne l’ambiente, e repugnando ogni sorta d’azione che potesse sembrare un’aperta sconfessione di quanto era irremissibilmente caduto, si ritrasse nell’ombra ed ivi stette lunghi anni, senza rimpiangere il passato e senza imprecare al presente (Gazzetta di Parma 21 ottobre 1909).Solo dopo la morte del padre egli potè prendere parte alla vita pubblica di Parma, della quale divenne consigliere comunale e provinciale, stimato e apprezzato da tutti i colleghi per la sua lealtà e l’innata signorilità della sua azione.Tutto questo gli valse, da parte del Sindaco di Parma Cattaneo, la significativa definizione di cavaliere venuto a noi staccandosi da un quadro antico. Occupò per vari anni la carica di presidente della Consulta Araldica, dando ripetute prove di competenza e di responsabilità.venne sepolto a Soragna.Il Consiglio comunale del luogo deliberò piu tardi, proprio in riconoscimento dei meriti del Meli Lupi e del suo attaccamento alle istituzioni del paese, dimostrato col suo lungo impegno come assessore e consigliere e anche attraverso segni tangibili di beneficenza, di intitolare al suo nome quello che già era il piazzale del Municipio, che da allora si chiamò piazza principe Bonifazio Meli Lupi.Il Meli Lupi fu commendatore di juspatronato del Sovrano Militare Ordine di Malta.Fu Presidente della Commissione Teatrale di Parma nella stagione di Carnevale 1897/1898.Sposò il 16 febbraio 1870 Anna Rivarola dei marchesi di Mulazzano, che portò in dote un ricco patrimonio, tra cui un’interessante collezione di opere d’arte.Da essi nacquero: Diofebo, Antonietta e Negrone.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931,542; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 369; Dietro il sipario, 1986, 297-298.


Milano 6 febbraio 1909-Lux 24 agosto 1983
Figlio di Negrone e di Giuseppina Gonzaga di Vescovato.Si trovò a soli 22 anni a succedere al padre nella direzione della propria azienda agricola: in questa attività, che gli valse in seguito anche significativi e prestigiosi riconoscimenti, profuse passione ed energie, ristrutturando le forme di conduzione e i metodi di coltivazione e di allevamento, tanto agricoli quanto lattiero caseari.Ottenne infatti nel 1935 la Stella d’argento al merito rurale e nel 1954 il 2° premio del concorso provinciale per l’aumento della produttività, nonché il 1° premio in analogo concorso a carattere regionale l’anno seguente.Questi e altri meriti legati a varie iniziative industriali e commerciali gli procurarono poi nel 1973 l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro.Poliedrica fu l’attività del Meli Lupi in vari campi della vita pubblica e privata: fu infatti delegato dal 1931 della Società Reale Mutua di assicurazioni, consigliere di amministrazione dell’Istituto Italiano di Previdenza e presidente del Rotary Club di Salsomaggiore Terme dal 1957 al 1959, mentre a Soragna fu consigliere di diritto nelle amministrazioni dell’Orfanotrofio femminile Meli Lupi, dell’asilo infantile Vittorio Emanuele II e delConsorzio dei poveri, nonché consigliere dell’associazione Famiglia soragnese e primo presidente del Premio di bianco e nero istituito dalla stessa.Si interessò attivamente di sport e dei sodalizi a esso legati: fu medaglia d’oro del Club Alpino Italiano per la prima spedizione sciistica al Medio Atlante nel 1934, presidente negli anni Cinquanta della società calcistica Parma A.S., membro della Lega nazionale calcio nel biennio 1957/1958 e della Commissione sportiva di motonautica per gli anni 1964-1965, della cui disciplina fu anche campione italiano nel 1964 per entrobordo turismo classe 3000. Partecipò alla seconda guerra mondiale col grado di Capitano degli Alpini, in servizio di difesa costiera in Provenza nel battaglione Monte Berico e venne pure fatto prigioniero e deportato in Germania.Per un episodio di salvataggio nelle acque del Po di cui fu protagonista nel 1976 gli venne concessa, alla memoria, la medaglia di bronzo al valore civile.Il Meli Lupi, che fu anche membro della Deputazione di storia patria per le provincie parmensi, si interessò con autentica passione della sua Rocca di Soragna e del patrimonio culturale in essa custodito, sensibile ai richiami del bello e perennemente disponibile a ogni iniziativa a ciò finalizzata o relativa, continuando così, e rimarcando ancor di più, una tradizione di famiglia fatta di mecenatismo e di incondizionato amore per gli studi storici e per la valorizzazione di ogni espressione artistica e del sapere in genere.Fu insignito delle onorificenze di Commendatore di juspatronato del Sovrano Militare Ordine di Malta, Cavaliere di Giustizia dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e di Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro.Morì nella sua residenza estiva, in Francia.Sposò a Napoli il 28 giugno 1939, Margherita dei conti Quaranta di Zullino.Dal loro matrimonio nacquero Isabella e Diofebo succeduto al padre nel titolo di principe.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 371-372.


Soragna 1569-Farnese 28 settembre 1611
Figlia di Giampaolo e di Isabella Pallavicino.Ebbe fama di grande bellezza.Nel dramma Le danze di Venere di Antonio Ingegeri (pubblicato in Vicenza nel 1583 e dedicato, a istanza della madre Isabella committente dell’opera, alla Meli Lupi), rappresentò la parte principale durante una rappresentazione alla Corte Ducale di Parma.Morì all’età di 42 anni.Fu moglie (1587) di Mario Farnese, duca di Laterza.Fu sepolta nella chiesa dei Cappuccini di Farnese.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III.


Soragna 6 novembre 1600-
Figlia di Giampaolo e di Lucrezia Schizzi, fu monaca in Sant’Alessandro in Parma.Nel 1616 l’editore viotti dedicò a lei l’opera Esercizj devoti per prepararsi alla Pasqua, scritta dal padre Giampaolo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie  celebri, XI, 1870, tav. III.

MELI LUPI CAMILLO o CAMMILLO, vedi MELI LUPI TARASCONI CAMILLO


Soragna 15 agosto 1773-Parma 5 novembre 1865
Figlio del principe Guido e di Giovanna Borromeo.Ancora giovanissimo entrò nelle Guardie dell’infante Ferdinando di Borbone, di cui, per privilegio legato alla carica paterna di capitano, fin dalla nascita si tritovò Esente col grado di Colonnello.Durante la dominazione francese fece parte del Consiglio municipale di Parma (1809) e della delegazione inviata a Parigi in occasione della nascita del figlio di Napoleone Bonaparte, occupando pure il ruolo di colonnello aiutante di campo del maresciallo Junot per tutto il tempo che questi rimase Governatore generale del Ducato di Parma. Dopo il Congresso di Vienna venne chiamato a essere membro del Governo provvisorio della città e, come presidente della sezione amministrativa, si adoperò per la conservazione delCodice francese.In quel tempo, cosituitasi in Parma una Guardia d’onore per accogliere la nuova Duchessa, ne venne (1814) dal conte Ferdinando Marescalchi, commissario plenipotenziario imperiale, nominato Capitano comandante. Presiedette anche una Commissione militare incaricata dell’organizzazione di un Reggimento di fanteria. Da Maria Luigia d’Austria ebbe numerosi attestati di grande stima e considerazione: fu infatti Consigliere diStato effettivo, Gran Scudiere e Consigliere Intimo, Intendente dei palazzi ducali quando la Sovrana dovette lasciare la città a causa dei primi fermenti rivoluzionari del 1831, Grande di Corte e Ciambellano.Venne incaricato di missioni diplomatiche alle corti di Toscana e di Napoli: in quest’ultima capitale presenziò nel 1825 ai funerali di Ferdinando di Borbone e in ogni occasione furono ammirate la sua avvedutezza e perspicacia, e l’altro sentire.Lungo fu il suo servizio nelle Regie Truppe, che continuò anche sotto il Governo borbonico: già Maggiore comandante la Compagnia degli Alabardieri e Aiutante di campo del duca Carlo di Borbone, venne nel 1850 fatto Generale Brigadiere, mentre l’anno successivo ebbe la nomina di Comandante delle Regie Guardie del corpo.Altri incarichi occupò nella vita pubblica: fu infatti Conservatore del Collegio dei Nobili, Presidente della Commissione Araldica e, a Soragna, Presidente dell’Amministrazione del locale Orfanotrofio fondato dalla sua famiglia.Ebbe onorificenze e distinzioni non comuni: commendatore e senatore di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, ne fu poi Gran Contestabile, concludendo infine con la carica di Gran Cancelliere che occupò dal 1849.Dal Re delle Due Sicilie ebbe il Gran Cordone dell’Ordine di San Gennaro.Al Meli Lupi può anche ascriversi una buona cultura letteraria e una versatile predisposizione per lo scrivere: attento osservatore degli avvenimenti del suo tempo (e particolarmente di quelli interessanti la vita di Corte e della gente comune), non mancò di trattarli spesso con simpatica arguzia e un sottile velo di umorismo che stempera dell’ufficialità e il protocollo più formale. Ne lasciò un evidente saggio nelle pagine dei suoi diari, che costituiscono senza dubbio un’interessante fonte per la cronaca patria. Fu dapprima pastore e poi padre gridato nella colonia arcade dell’Emonia di Busseto (come Iralgo Olimpiaco) mentre nell’Arcadia di Parma operò con lo pseudonimo di Eumante Palleneo. Fu pure Virtuoso d’onore nell’Artistica Congregazione del Pantheon di Roma.In gioventù tradusse in versi italiani l’Idilio di Gessner e ne fece dedica al padre Affò (1790) e in altre poesie si dilettò in seguito.Sempre in versi compose, negli anni appena successivi alla scomparsa della consorte, un’Autobiografia evidenziante i momenti più importanti della sua vita e i tratti più spiccati della propria sensibilità: Io di parole avaro spenditore al finger rude ed inflessibil, mai non seppi un ghigno lieto ostentar, se noia in cor mi stava; né d’onoranza o spregio altri far segno del favore a seconda e della sorte, non del merto in ragion; né aperto viso fuor mostrando a talun, il prediletto degli amici nomarlo, ed in segreto tramare intanto di formarmi grado della rovina sua, al salire mio.L’arte ignorai d’insinuar maligno il sospetto e l’accusa dentro il velo della difesa avvolti e della lode, nè alla viltà piegai dell’ostinato postular cui non fan stanco le altere disdegnose ripulse e il lungo aspetto. Altrove, annotando un giudizio di etica politica improntato alle nascenti idee liberaleggianti, non mancò di scrivere: Vorrei poi che venisse il giorno in cui gli uomini cessassero di essere comprati, venduti, ereditati, ceduti, permutati come pecore della mandria e spighe del campo: giorno in cui fosse riconosciuto che un Principe, il quale accorda al popolo qualche diritto, nulla del proprio gli cede, mentre che crede altrimenti fà della popolazione un cavalo a cui dica il padrone: a me s’atterrebbe il non cibarti che di paglia ed il farti arare il mio campo, ma perchè ho compassione del fatto tuo e perchè sono buono m’accontento di aggiungerti avena e di esigere solo che tu mi porti sulla schiena.A questi tratti, che seppero incontrare ovunque ampi consensi, si aggiunsero quelli di severo e zelante cattolico, che praticò senza riserve ( e finchè gli ressero le forze fisiche) l’esercizio della carità come confratello nella Congregazione di San Filippo Neri.Morì all’età di 92 anni e venne sepolto nella cappella gentilizia del cimitero di Parma. Il Meli Lupi sposò l’11 giugno 1801, a Roma, Anna Grillo dei duchi di Mondragone, figlia di Domenico e Maria Rosa Sanseverino dei Principi di Bisignano.Numerosi furono i figli del Meli Lupi: Diofebo, che successe al padre nel titolo, Domenico, Bonifacio, Guido, Ottavia, Matidia Nicoletta, Placidia, Cornelia e Clelia, suora nelle Figlie della carità, che, come superiora del convento di Napoli, seppe distinguersi in un’intensa azione soccorritrice a favore delle popolazioni del Regno di Napoli colpite dal terremoto nel dicembre del 1857.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 423-426; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 22; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; Proposta 3 1973, 42; Parma nell’Arte 1 1982, 77; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 359-362; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 40.

Soragna 1811-Napoli 22 settembre 1898
Figlia di Casimiro e di Anna Grillo dei duchi di Mondragone.Fu suora nelle Figlie della Carità.Come superiora del convento di Napoli, seppe distinguersi in un’intensa azione soccorritrice a favore delle popolazioni del Napoletano colpite da terremoto nel dicembre del 1857.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 362.

MELI LUPI DEIFOBO, vedi MELI LUPI DIOFEBO

Soragna 17 febbraio 1532-Farnese 17 aprile 1591
Primogenito del marchese Giampaolo e di Isabella Trivulzio. Ancora giovanetto si trovò a reggere il feudo attraverso i suoi curatori.Conseguita innanzi tempo la maggiore età legale, venne coinvolto nelle lunghe dispute giudiziarie promosse da Ferrante Gonzaga che mirò a impadronirsi del territorio di Soragna per assecondare i propri fini politici avversi ai duchi di Parma.Nelle cause in atto nei vari tribunali il Meli Lupi ebbe però la meglio e si vide alla fine riconfermati tutti i suoi diritti sulla contesa successione dell’avo di cui portava il nome: lo stesso Ottavio Farnese, nel 1557, non mancò di riconoscergli le acquisite prerogative feudali sul territorio di Soragna e i privilegi che la famiglia su di esso deteneva.Nel 1584, col grado di capitano dei cavalleggeri ducali di Parma, combattè nelle Fiandre con Alessandro Farnese e dallo stesso venne nel 1586 inviato come ambasciatore all’imperatore Rodolfo.Morto poi il duca Ottavio Farnese, fu da ventisette feudatari dello Stato di Parma delegato a prestare in loro nome il dovuto giuramento di fedeltà al suo successore.Il Meli Lupi fu un attento Signore del feudo, dotando lo stesso di tutti gli ordinamenti necessari alla sua amministrazione: emise infatti una serie di statuti per il buono e quieto vivere, provvide la Magnifica Comunità di regolamenti per la sua elezione e per il suo operare e migliorò la giustizia.Fu pure uomo di fede e di pietà e come tale non mancò di beneficare più volte la chiesa locale e specialmente il convento dei Servi di Maria.Presiedette a Soragna un’Accademia di scienze fisiche che ebbe la sua sede proprio nella Rocca e si dimostrò sensibile mecenate nel chiamare alla sua corte il pittore Cesare Baglione, al cui pennello si deve la decorazione di quella sala che rappresenta il trionfo del pensiero rinascimentale e delle sue diverse espressioni filosofiche.Sposò il 20 agosto 1548 a Cassano d’Adda Cassandra Marinoni, che, per le frequenti assenze del Meli Lupi, si trovò spesso ad amministrare di persona il feudo di Soragna.La moglie ebbe una fine tragica: venne infatti pugnalata a Cremona il 18 giugno 1573, insieme alla sorella Lucrezia, dai sicari del cognato, il conte Giulio Anguissola, che aveva simulato un tentativo di riconciliazione con la moglie.Morì il giorno dopo e fu poi sepolta nella chiesa dei Servi di Soragna.Alle doti di Cassandra Marinoni venne dedicata una medaglia in bronzo recante (nel dritto) l’immagine della marchesa e le parole Cassandra Marinoni Lupi marchionissa Soraneae e (nel rovescio) un tempietto rotondo di ordine dorico sulla prospettiva di una città, con le parole Formae pudicitiae Que Sacrum.Il Meli Lupi, che da Ferdinando IIfu fatto Cavaliere della Chiave d’oro, morì a Farnese, ove si era recato per far visita alla nipote Camilla.Ebbe due figli, Giampaolo e Alessandro.
FONTI E BIBL.: Diploma del duca Farnese del 7 gennaio 1557; Lettera del duca Farnese del 2 ottobre 1548; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C. Argegni, Condottieri, 1937, 247; B. Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 339-342.


Soragna 8 settembre 1717-Parma 1 novembre 1764
Figlio di Giambattista e di Lucrezia Fogliani.Dopo la rinuncia a lui fatta dal nonno Nicolò e la stipulazione, col padre, di una transazione investente più che altro l’aspetto economico della successione, il Meli Lupi prese possesso del feudo nel 1774, all’età di 26 anni.Già allievo del Collegio ducale di Modena, ancora giovane si arruolò volontario nell’esercito imperiale per combattere in Ungheria contro i Turchi (1737) e più tardi, nelle vesti di Gentiluomo di Camera, ebbe a svolgere vari incarichi per conto del Duca di Parma.Ambasciatore nel 1751 a Torino per la nascita del primogenito della Duchessa di Savoja, lo fu ancora nel 1756 presso il Re di Francia.Un importante e segreto incarico da svolgere alla Corte di Madrid (probabilmente intorno alla successione di Spagna) lo ebbe due anni dopo dall’Infante Filippo di Borbone e nel 1759, in occasione dell’ascesa al trono spagnolo di Carlo di Borbone, venne mandato a Napoli.Fu pure membro dell’Accademia fiorentina degli Apatisti (1736) e di quella di Belle Arti di Parma (1758).Come Signore di Soragna non mancò d’interessarsi della vita locale, per il cui migliore ordinamento riformò la legislazione in corso ed emise il 12dicembre 1747 una nuova serie di bandi marchionali più adatti ai tempi e alle nuove situazioni.Con matrimonio celebrato a Vienna il 27 aprile 1739 dal nunzio apostolico Paolucci, sposò Giuliana del conte Antonio Rambaldo di Collalto e della contessa Maria Eleonora Starhemberg. L’arrivo degli sposi a Soragna venne salutato con una serie di grandi festeggiamenti in Rocca. Ebbe diversi figli: Guido, che raccolse la successione paterna, Maria Eleonora, Antonio, Felice, Bonifacio, Raimondino, Enrichetta, Marianna e Giampaolo.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.IV; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 355-356.


Soragna 27 ottobre 1808-Parma 15 agosto 1897
Figlio di Casimiro e di Anna Grillo di Mondragone.Entrò a sedici anni nelle truppe parmensi, di cui divenne ufficiale e poi Aiutante di campo del Comandante supremo generale Bianchi (1829).Scoppiati nel 1831 a Parma i primi moti rivoluzionari, seguì la duchessa Maria Luigia d’Austria a Piacenza, facendo poi parte (come volontario) del Corpo austriaco che, ristabilito l’ordine, la ricondusse nella capitale.Deluso però dall’amnistia generale emanata dal restaurato governo, si ritirò dal servizio nell’esercito ducale e il 20ottobre dello stesso anno passò al servizio del Piemonte, arruolandosi come sottotenente nel Reggimento Genova cavalleria.Promosso ufficiale da Carlo Felice di Savoja, si trovò nel febbraio del 1834 a comandare un grosso distaccamenteo di dragoni impegnato in uno scontro armato con le bande di rivoltosi, guidati dal generale Ramorino e dallo stesso Mazzini, che avevano invaso la Savoja. Richiamato in patria dalla famiglia, lasciò nel 1836 il suo reggimento e l’anno seguente rientrò a Corte, prima come Ciambellano e poi, nel 1842, con funzioni di Ciambellano in permanenza di servizio.In tale veste accompagnò due anni dopo la Duchessa alla Corte imperiale di Vienna e ivi stette per quattro mesi.Passata Parma sotto il dominio dei Borbone, fu Maggiordomo del principe ereditario Ferdinando e da Carlo venne confermato nella carica di Ciambellano.Quando però nel 1848 scoppiò la rivoluzione egli, per essersi apertamente pronunciato contrario a essa, venne arrestato dal popolo e tradotto nel Castello come nemico della causa italiana, uscendone soltanto in seguito alla sconfitta di Novara subita dal Piemonte a opera dell’Austria.Dopo la restaurazione ducale ebbe quindi dal nuovo Sovrano onori e cariche: nel 1849 tenne al sacro fonte, in nome del re diNapoli Ferdinando di Borbone, la principessa Alice, figlia di Carlo di Borbone, e l’anno dopo venne nominato dapprima Maggiore nelle Regie Truppe e poi Aiutante di campo generale delDuca.Come tale fu inviato a Verona, a capo di una delegazione militare, per conferire col feldmaresciallo Radetzky, ottenendo poi al ritorno la promozione a tenente colonnello.In quel tempo venne inoltre destinato a comandare un progettato corpo di Volontari Reali avente come fine la difesa della legittimità e dell’ordine, ma l’opposizione del partito rivoluzionario e dell’Austria vanificò il tutto.Più tardi però,  toccati ormai gli estremi limiti della coscienza e dell’ordine e non sentendosi di continuare a condividere le decisioni di un Governo che aveva servito con fedeltà ma anche con dignitosa alterezza, preferì allontanarsi da esso e l’8 marzo 1851 rassegnò nelle mani del Duca le sue dimissioni da ogni incarico.La tragica fine di Carlo di Borbone e l’ascesa al trono del figlio minorenne Roberto sotto la reggenza della madre Luisa Maria avvicinarono di nuovo il Meli Lupi alla Corte ducale, della quale venne nominato Gran Maestro.Dalla Reggente accettò (1856) il gravoso e non certo facile incarico di Presidente di uno speciale Consiglio di guerra costituito per porre fine alla violenza politica che infieriva a Parma: egli credette fermamente nelle funzioni di questo tribunale, e non solo per impulso delle proprie idee ma convinto che era compito di esso di penetrare liberamente e tutto scrutare quell’antro di scellerate macchinazioni, donde primieramente il Regicidio e poscia tanti atroci delitti che si perpetravano nella città.Sorta però forte divergenza tra lui e il Ministero circa le competenze delConsiglio di guerra e le sue modalità d’azione che infrangevano il diritto e la verità e lo metteveno nella situazione di dover operare in opposizione alle intenzioni di S.A.R. e contrariamente ad un coscienzioso sentire, preferì, tre mesi dopo, dimettersi da questa carica, non senza tuttavia significare alla Duchessa, sulla quale premeva fortemente il ministro Pallavicino, le ragioni che l’avevano indotto a tale decisione.Come risposta sovrana, oltre all’accoglimento delle dimissioni, ebbe anche la contemporanea destituzione dal ruolo di Gran Maestro.Richiesto poi di accettare un’altra carica, rifiutò fermo per dignità propria, perdurando un sistema avverso ed avversatore.Tutto questo segnò la fine della sua presenza a Corte e della sua partecipazione alla vita pubblica ma non intaccò minimamente i suoi principi politici, cosicchè la rivoluzione del 1859 e la caduta dei Borbone lo videro ancora una volta su posizioni contrarie al nuovo corso della storia.Fatto segno a minacce e intimazioni, dovette perciò lasciare la famiglia, rifugiandosi dapprima a Bologna, poi a Milano e infine a Genova, ove già si trovavano diversi esuli suoi concittadini, e soltanto nelnovembre del 1861 potè fare ritorno a Parma.Intraprese poi una fitta corrispondenza col duca Roberto di Borbone che, cresciuto negli anni e senza mai aver accantonato il sogno di un suo ritorno su quel trono che già un tempo aveva occupato con la madre, gli conferì il più ampio mandato per realizzare politicamente queste aspirazioni.Dallo stesso venne poi, nel 1869, chiamato a Roma per fungere da testimone alle proprie nozze con la principessa Maria Pia delle Due Sicilie.Il Meli Lupi, oltre a quelli legati alla vita politica della città, non mancò di impegnarsi in altri incarichi pubblici: fu infatti membro della Commissione di Sanità (1853) e consigliere di amministrazione del Sacro Monte di Pietà (1854).Come animatore del nascente movimento cattolico, fu dapprima presidente della sezione parmigiana dell’Associazione cattolico-italiana per la difesa della libertà della Chiesa in Italia e più tardi lo fu del Comitato diocesano dell’Opera dei Congressi Cattolici.Ebbe numerose onorificenze e prestigiosi riconoscimenti per la sua poliedrica attività: fu Cavaliere dell’Ordine militare dei Santi Maurizio e Lazzaro, Cavaliere dell’Ordine del Merito di San Giorgio, Senatore di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Gran Cordone del Real Ordine di San Gennaro, Commendatore di juspatronato del Sovrano Militare Ordine di Malta, Gran Croce dell’Ordine di San Ferdinando di Napoli, Gran Cancelliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e Commendatore del pontificio Ordine di San Gregorio.Trascorse gli ultimi tempi della sua vita in dignitoso distacco da tutto quanto lo circondava, dedicandosi alla famiglia, alle letture predilette e alla cura della sua Rocca di Soragna.Politicamente non mutò mai pensiero: respinse sempre il nuovo ordine di cose non vedendo in esse la mano di Dio, autore unico della pubblica e privata società e di  ogni potere, coltivò il sogno di una federazione di Stati con a capo il Sommo Pontefice, si consideròun medioevale gentiluomo smarrito in pieno secolo XIX, secolo del materialismo e dell’utilitarismo, tracciando poi egli stesso una sintesi di questo periodo ed esprimendo tutta l’amarezza di chi, improvvisamente, aveva visto crollare i suoi miti e le proprie credenze. Venne sepolto nel cimitero della Villetta di Parma.Unanimi furono i commenti dei giornali del tempo intorno alla sua figura: Fido sostegno del trono e dell’altare, visse e morì in un passato ormai sepolto nell’oblio, transitando in mezzo ai tempi nuovi a guisa di statua antica.In quell’aristocratico di antica razza c’era tanta dirittura di mente, tanta equanimità di giudizio, tanta nobile alterezza, da imporre rispetto a chiunque ed ispirare simpatia anche a coloro che non dividevano le sue opinioni. Dalle sue memorie venne tratto lo studio sulle vicende di Parma culminate con l’assassinio del duca Carlo di Borbone Sangue a Parma. Il Meli Lupi sposò a Milano il 15 aprile 1837 Antonietta dei conti Greppi di Bussero e Cornegliano.Furono suoi figli Guido e Bonifazio, che successe al padre nel titolo di principe.
FONTI E BIBL.: A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 68; M. De Grazia, Lettera di Carlo III, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 262; Parma nell’Arte 1 1981, 86-88; Parma nell’Arte 1 1982, 101; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 364-367; B.Colombi, in Gazzetta di Parma 15 agosto 1997, 22.

Soragna 14 ottobre 1601-Soragna 9 maggio 1681
Figlio di Giampaolo e di Lucrezia Schizzi.Venuto in possesso del feudo di Soragna non già per la morte del padre ma in conseguenza della rinunzia dallo stesso a lui fatta dopo essere asceso al sacerdozio (la decisione fu presa dopo la morte della seconda moglie, madre del Meli Lupi), il Meli Lupi fu per lo più uomo d’armi e a meno di ventidue anni gli venne concesso di subentrare al genitore nel ruolo di Capitano delle Guardie ducali.Nel maggio 1620 fu mandato a incontrare il cardinale Farnese e nel 1625 fu inviato dal duca Odoardo Farnese come ambasciatore a Mantova.Fu a fianco di Odoardo Farnese nell’assedio di Valenza, nella presa di Candia e nella guerra di Castro, distinguendosi per capacità, iniziativa e coraggio: per i suoi meriti venne promosso al grado di tenente colonnello e gli fu affidato il comando di quattro compagnie.Accompagnò il Duca di Parma in Savoja e in Francia alla Corte di Luigi XIII e per lui sostenne con successo varie missioni diplomatiche presso il Duca di Modena e il Granduca diToscana.Fu pure mandato a papa Urbano VIII.Al Collegio dei Cardinali riunito in conclave per eleggere il suo successore confermò poi i sentimenti de l’humilissima et inviolabil devotione che l’Altezza del Serenissimo di Parma ha sempre conservato nell’animo suo, e professato in tutte le sue operationi verso la Santa Sede Apostolica. A Parma potenziò la Compagnia delle Guardie, fortificò parte delle mura cittadine per difenderle dagli attacchi degli Spagnoli e dei Modenesi e contro entrambi fece diverse favorevoli sortite verso Colorno e Montechiarugolo. Non tralasciò il governo del suo feudo e con la Comunità locale trattò la regolamentazione di vari aspetti della vita pubblica.A lui si deve poi la fondazione del Conservatorio per orfane (1677), che non mancò di dotare e beneficare.Di sentimenti cristiani, chiamò nel 1640 a Soragna i Padri Carmelitani, ai quali donò l’oratorio di San Rocco e il terreno per edificarvi un nuovo convento.Fu anche scritto che portò alla conversione due ebrei, un Diofebo, al quale donò alcune biolche di terra, e un Giambattista, che poi volle con sé in rocca.Lasciò traccia della sua devozione in un volumetto dal titolo Brieve instruzione eccitativa agli atti di contrizione, et alla divozione verso San Gioachino e a lui si deve pure un Sonetto al sig.Ippolito Calandrini per il suo compendio delle invitte glorie del Ser.mo Odoardo Farnese il Grande.Venne sepolto nella chiesa della Visitazione di Maria Vergine: sulla sua tomba, situata nella cappella dell’Immacolata Concezione che nel 1663 aveva fatto restaurare e decorare, venne posta la seguente iscrizione (poi trasportata in Santa Croce): Deophebus Lupus de hoc nomine III Soraneae marchio urnam hanc predecessoribus sibi ac posteris instructam adhuc vivens presenti lapide clausit expectans cum hys sonitum vocis eius de celo dicentis surgite mortui venite ad iuditium anno MDCLXIII.Con testamento rogato il 31 marzo 1681, il Meli Lupi stabilì precise disposizioni per la sua sepoltura: tra di esse, quella che alla sua morte si suonassero tutte le campane delle chiese di Soragna e della Rocca acciò con qualche Pater, Ave Maria et De profundis, riceva l’anima sua qualche suffragio.E poi ancora che il suo cadavere sia vestito con una veste del Santo Rosario e di sopra di un habito da capucino se quella religione vorrà farlo degno, et che la bara ove verrà messo sopra il suo corpo non sia ornata di panno alcuno nero, ma solo coperta d’un lenziolo bianco di tela con sopra il suo cadavere.Et che detta bara con sopra il suo cadavere sia portata dalla rocha al convento dei Padri dei Servi da quatro poveri huomini malvestiti, con li suoi capelli in testa, et esposta nella capella della Santissima Concettione sin tanto siano recitati dalli religiosi li noturni dei morti, et sia esposta in terra sopra una stuora con un quadrello sotto al capo.Et che nel portare a sepelire il suo corpo non vi intervenghi altro che il signor Rettore di San Giacomo et il Padre Priore dei Servi, con il suo solito sagrestano et un chierico con la Santa Croce avanti et che all’altare della Santissima Concettione non si accendino altro che quatro candeloti di cera bianca di oncie tre l’uno.Et che  si faciano dire più presto sia posibile tre milla messe per rimedio dell’anima sua, et più che si potrà alli altari privilegiati et che siano finite da dirsi entro il settimo.Il testamento si conclude con una particolare esortazione per il suo erede Giampaolo e i suoi successori: Raccomanda i suoi fedelissimi sudditi, desiderando che sempre venghino trattati con ogni amorevolezza et pietà, fugendo li rigori et ascoltandoli in qualonque loro ricorso, ricordandoli riconoscere come figlij et corisponderli con affetto paterno. Il Meli Lupi sposò nel 1622 Isabella Sanvitale, del conte Alessandro e di Margherita dei Rossi di San Secondo, dalla quale ebbe diversi figli: Lucrezia, Giambattista, Maria, Caterina, Camilla, Bonifacio, Alessandro Luigi, Margherita, Anna Giacinta, Luisa e Maria Maddalena.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 909-910; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931,542; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1870; C. Argegni, Condottieri, 1937, 247; M. Castelli Zanzucchi, Aspetti di vita scientifica, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1973, 249; B. Colombi, Soragna. Feudo e comune, 1986, I, 346-348.

Soragna 26 dicembre 1809-Parma 12 luglio 1870
Figlio di Casimiro e di Anna Grillo di Mondragone.Occupò varie cariche nella vita pubblica della città di Parma: fu infatti membro del consiglio di vigilanza della Casa di forza e correzione (1838-1843), della Commissione di statistica della Provincia (1849) e della Commissione onoraria di censura per la stampa (1852), nonché presidente del consiglio di beneficenza degli Ospizi civili (1856), ricevendone sempre incondizionati encomi.Dopo essere stato nel 1850 primo Sindaco di Parma, ne venne nominato Podestà nel 1854, tenendo con saggezza tale carica per cinque anni, in tempi certamente difficili per la città e segnati pure da un’epidemia di colera.Fu proprio in quel periodo che egli dette splendide prove di vero e cristiano coraggio, anteponendo l’esempio e l’azione alle parole, continuando anche più tardi l’esercizio della carità verso i poveri, sovente da lui visitati e soccorsi.Lasciata la vita pubblica, si dedicò agli studi prediletti e alla poesia, curando poi per le stampe una libera traduzione delle Metamorfosi di Ovidio.Fu Ciambellano di Maria Luigia d’Austria e dei sovrani successivi, Cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e Commendatore dell’Ordine di San Ludovico.Il professor Ronchini ne sintetizzò la vita con una significativa epigrafe: Al coltissimo ingegno associò singolare modestia e visse costante esempio di religione fervente e d’operosa pietà.Sposò nel 1836 la contessa Giustina Piovene Porto Godi, di Vicenza, dalla quale ebbe Goffredo.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 427; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 362-363.

Soragna 18 gennaio 1696-23 febbraio1723
Figlio di Nicolò e di Cecilia Loredan.Il 14 giugno 1714 gli fu concesso un beneficio dalla Curia di Parma.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.IV.

Soragna 17 luglio 1774-Roma 16 ottobre 1852
Figlio di Guido e di Giovanna Borromeo. Intraprese presto gli studi ecclesiastici.Nominato canonico della Cattedrale di Parma, ebbe nel 1807 la prebenda di Moletolo, che poi rinunciò il 20settembre 1820 per trasferirsi a Roma presso la Curia vaticana: fu infatti prelato domestico di sua Santità, protonotario, referendario nell’una e l’altra segnatura e Delegato apostolico delle province di Spoleto e Rieti.Quest’ultima carica, che tenne dal luglio 1830 all’anno dopo, coincise con l’inizio dei moti rivoluzionari nello Stato Pontificio, ai quali il Meli Lupi dovette fare fronte in diverse occasioni: fu anche costretto a lasciare per due mesi la città per rifugiarsi a Terni, mantenendo sempre un atteggiamento contrario alle nuove idee liberali che stavano avanzando. Richiamato a Roma, svolse vari servizi curiali: fu infatti Uditore della Camera apostolica, segretario del Sacro Collegio e infine Prefetto degli Archivi pontifici (1843).I suoi funerali, svoltisi nella chiesa collegiata dei Santi Celso e Giuliano in Bianchi, vennero officiati dall’arcivescovo di Nicomedia Cometti Rossi con l’accompagnamento musicale della Cappella Pontificia.Venne sepolto nella basilica di San Giovanni il Laterano, nella cripta dei canonici.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.IV; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 358.


Soragna 14 settembre 1611-
Figlia di Giampaolo e di Lucrezia Schizzi.Fin dalla nascita fu destinata al convento (vedi  nota apposta in calce all’atto di battesimo).A lei l’editore Bartolomeo Fontana (1621, in Brescia) dedicò la Raccolta di devozione, composta dal padre Giampaolo.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III.

Soragna 11 agosto 1718-Parma 25 novembre 1783
Figlio di Giambattista e di Lucrezia Fogliani Sforza.Il 25 maggio 1759 fu adottato dallo zio Giovanni Fogliani Sforza, vicerè di Napoli (con il quale aveva fatto in Napoli le sue prime esperienze militari), che, in mancanza di propri eredi, trasmise a lui i suoi beni, il titolo di duca e la dignità di Grande di Spagna, con l’obbligo però di assumerne il cognome.Ebbe l’investitura feudale di Pellegrino (1761), di Ponte dell’Olio e di Riva (1778) e l’anno seguente quella di Scipione.Fu tenente colonnello nella Marina di Napoli e Cavaliere d’onore della duchessa di Parma Maria Amalia.Sposò Anna dei conti Barbazzi Manzoli.Fu commendatore dell’Ordine Costantiniano.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.IV; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 392.


Soragna 26 febbraio 1746-Trafalgar 21 ottobre 1805
Figlio di Diofebo e di Giuliana Collalto.Fu al servizio della Spagna fin dal 1775 come Aiutante del generale d’armata ed ebbe parte nell’infelice spedizione di Algeri, durante la quale rimase ferito.Nominato il 21 dicembre 1780 Capitano di Fregata, ebbe poi il comando del dipartimento navale di Barcellona e fu Governatore del porto di Cartagena.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542.


Soragna 1575 c.-post 1636
Figlio di Alessandro e Ottavia Averoldi (o di Polissena Ponzoni, che il padre sposò in seconde nozze).Fu maestro di campo dell’imperatore Mattia e poi di Ferdinando II.Sotto gli ordini del Collalto partecipò col grado di Colonnello all’assedio di Mantova, combattendo con grande valore.Riuscì a impossessarsi di un terrapieno ma rimase ferito.Tornato alla vita civile, il 10 dicembre 1634 fu fatto conte palatino e cameriere dell’imperatore Ferdinando, poi confermato conte palatino di Filippo V, re di Spagna (1635), quindi cameriere di Massimiliano di Baviera (1636).
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; C. Argegni, Condottieri, 1937, 247.

Soragna 30 ottobre 1605-Soragna 12 gennaio 1669
Figlio di Giampaolo e di Lucrezia Schizzi.Del Meli Lupi si conserva nell’oratorio di Santa Croce in Soragna la lapide funebre con le parole: Qui giace a marcir entro l’avello nudo senza vigor vile fetente un Lupo per venir celeste agnello.Francesco Lupi 1669.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1880, 175; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, I, 1986, 388.

1720-Soragna 11 giugno 1757
Figlio di Giovanni Battista e di Lucrezia Fogliani Sforza.Dopo aver avuto la prima tonsura nel 1732, si addottorò in legge e fu Capitano nel Reggimento imperiale Leopoldo Palfi.Fu ascritto nella colonia parmense dell’Arcadia col nome di Vranisto.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, I, 1986, 354.

Soragna 1579 c.-Verona 26 dicembre 1654
Figlio di Antonio.Fu vessillifero delle insegne del marchese di Malaspina e partecipò giovanissimo alle guerre in Belgio, all’assalto di Ostenda (1601-1604) e di altre città, combattendo sempre gloriosamente e restando più volte ferito.Fu poi agli ordini della Repubblica veneta, che in ricompensa dei suoi servizi lo elesse generale dell’isola di Creta e poi governatore di Verona.Nel Ducato di Milano fu condottiero di cavalli nel nome del Re di Spagna.Partecipò alla guerra di Casale e difese Cremona dai Francesi, dagli Estensi e dai Savoja.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C. Argegni, Condottieri, 1937, 247; M. Castelli Zanzucchi, Aspetti di vita seicentesca, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1973, 249; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 348.


Soragna 7 ottobre 1626-San Benedetto Po 15 luglio 1679
Primogenito del marchese Diofebo e di Isabella Sanvitale.Seguì la carriera militare e nel 1655 da Ranuccio Farnese venne nominato Capitano della Compagnia delle corazze. Cavaliere di Camera dello stesso Duca, fu al seguito di Ranuccio Farnese quando andò a Torino per sposare Margherita Violante di Savoja nell’aprile 1660,  venne inviato in missione a papa Clemente X (1675) e poi anche all’Imperatore (1679).Ammalatosi a San Benedetto Po, nel Mantovano, di ritorno da un viaggio di devozione al Santo di Padova, vi morì e venne sepolto nella locale chiesa dei Padri Benedettini.Ebbe tre mogli: Felicita Sozzi, da lui sposata in Cremona il 22 settembre 1653, Lucrezia Cantelli, sposata nel 1670, e Isabella Zanardi Landi, sposata nel 1676.Tra i nove figli del Meli Lupi si ricordano: Giampaolo, che successe al nonno Diofebo nel feudo di Soragna, Giuseppe, Ugolotto e Nicolò, che ereditò poi dal fratello il governo del feudo.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; Castelli Zanzucchi, Aspetti di vita seicentesca, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1973, 249; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 348.

MELI LUPI GIAMBATTISTA, vedi anche MELI LUPI GIOVANNI BATTISTA


Soragna novembre 1549-Piacenza 7 agosto 1571
Figlio primogenito di Diofebo e di Cassandra Marinoni.Non riuscì a raccogliere l’eredità del padre perchè morì all’età di 21 anni mentre si trovava a Piacenza per incontrare i figli dell’imperatore Massimiliano che, di ritorno dalla Spagna, andavano in Ungheria: in essa quindi (come da testamento del marchese Diofebo del 4 aprile 1591) subentrò il figlio Giampaolo, che nacque poco dopo la morte del padre e che già il nonno aveva assunto sotto la propria tutela. Si hanno poche notizie sulla vita pubblica del Meli Lupi, se si esclude che fu Capitano della Guardia a cavallo di Alessandro Farnese e che in una controversia col fratello Alessandro ottenne i beni di origine Lupi. All’età di sei anni gli venne dedicata, alla pari della madre, una medaglia commemorativa in bronzo, recante sul dritto la sua immagine in corazza e le parole: Ioannes Paulus Lupi II marchionis Soraneae filius aetatis annorum VI e a tergo la figura di un uomo con barba, corazza e bastone del comando (certamente il padre Diofebo), avente ai piedi un ragazzino pure in tenuta militare e le parole te sequar.Sposò il 14 agosto 1568, dietro dispensa di affinità, Isabella del marchese Girolamo Pallavicino di Cortemaggiore e di Camilla Pallavicino di Busseto.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.III; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 339.


Soragna settembre/dicembre 1571-Soragna 28 agosto 1649
Dopo la scomparsa del marchese Diofebo, avvenuta nell’aprile del 1591, il feudo di Soragna passò, non senza contrasti domestici, al Meli Lupi, nipote di Diofebo e figlio di Giampaolo e di Isabella Pallavicino.Sebbene, infatti, il suo avo gli avesse fin dal 1576 fatto donazione dei propri beni, l’eredità gli venne contestata dallo zio Alessandro Meli Lupi che, tra l’altro, non esitò a occupare con la forza anche certe possessioni in Samboseto e nella villa di Diolo.La questione si risolse due anni dopo quando, con l’intervento del Duca di Parma, il marchese Alessandro Meli Lupi rinunciò ogni sua pretesa sul feudo di Soragna a favore del Meli Lupi, ricevendo da questo la cessione di tutti i beni di origine Meli.Controversie per lo più di natura economica sostenne anche con la madre, dalla quale nel 1592 si separò.Da Alessandro Farnese ebbe la carica di capitano della Compagnia dei cavalli, mentre da Ranuccio Farnese venne inviato a trattare importanti affari presso papa Paolo V e più tardi (1621) fu ambasciatore a Roma in occasione dell’ascesa al soglio pontificio di Gregorio XV.Sposò nel 1589 Beatrice degli Obizzi, padovana, figlia di Pio Enea ed Eleonora Martinengo, dalla quale rimase vedovo dopo meno di sei mesi di matrimonio.Contrasse nuove nozze in Cremona, il 21 aprile 1592, con Lucrezia Schizzi, figlia del conte Giambattista e di Elena Ugolini.Da questa ebbe quattro figli (Diofebo, Francesco Giulio, Giovanni, poi ancora Giovanni) e nove femmine che divennero per lo più monache in vari conventi.Quando però nel 1623 anche la marchesa Lucrezia Schizzi morì, il Meli Lupi abbandonò le cariche che aveva, affidò al primogenito Diofebo l’amministrazione del feudo di Soragna e di quello di Castellina, che aveva acquistato due anni prima da Girolamo Pallavicino, e si votò alla vita ecclesiastica.Ordinato infatti sacerdote il 23 marzo 1624 dietro dispensa apostolica, assunse l’anno dopo la rettoria del beneficio di Santa Maria e San Prospero, eretto nell’oratorio di Santa Maria Annunziata e di patronato della sua famiglia, e si diede poi alla predicazione.Secondo la testimonianza di Ranuccio Pico, segretario del Duca di Parma e contemporaneo del Meli Lupi, egli si distinse in  varie opere di pietà e di quella carità ch’è Madre uguale dell’amore di Dio e del prossimo.E benchè non habbia gran scienza né profonda dottrina, non lascia però di mostrare l’influenza del suo buono spirito e nel predicare la parola di Dio ai suoi sudditi, e nel comporre opere spirituali che si possono à punto dire un ritratto della sua religiosa e divota vita.Di questo nobilissimo Personaggio si può con ragione dire ch’egli viva più tosto in Cielo che in terra, e che rassembri un Angelo anzi che huomo terreno, mentre fa risplendere più la sua grandezza con l’humiltà che con la nobiltà del sangue, e in vero non si possono à bastanza celebrare le sue virtù e rare qualità che nella persona di lui à maraviglia lampeggiano, poichè ogn’hora più vanno crescendo di maniera che né il più divoto né il più sollecito di esso alle opere di pietà si può ritrovare.Questo esemplare comportamento trova conferma anche nelle memorie del Calandrini, che certamente conobbe e frequentò il Meli Lupi. proprio da lui si apprende che in occasione di una sua omelia nella Cattedrale di Parma, presente il vicario apostolico Sperelli ad un’udienza numerosissima predicò di tal fatta che, per la sua eloquenza e moralità nel dire, dilettò e fece frutto.Abitò per vario tempo in un bosco presso un piccolo oratorio e qui, solitario, vita a tutti esemplare menò: cotidianamente digiuni, elemosine, orationi e discipline erano li suoi essercitij, e la Santa Messa celebrava ogni giorno. A Soragna fece edificare l’oratorio di SantaCroce attiguo alla Rocca e qui volle poi la fondazione di un beneficio semplice sotto la medesima invocazione.Alla sua pietà si deve pure la costruzione dell’oratorio di Santa Maria Maddalena, che per le ricche pitture, per la valuta dell’oro e pavimento, e per l’artificioso disegno fu considerabile e superbo.Di animo generoso, beneficiò più volte i poveri, e per maggiormente in opre di carità impiegarsi, alcuni figlioli de’ suoi sudditi di Soragna del suo proprio vestiva, cibava et insegnava appo di sè tenendosi.Edificanti furono gli ultimi suoi giorni, che passò nella preghiera insieme a sei sacerdoti chiamati al suo letto.Lo stesso giorno della sua morte espresse poi il desiderio di poter vedere i padri cappuccini dei quali era assai devoto, e fu gran sorpresa per il messo inviato appositamente a Fontevivo l’incontrarli già sulla porta della Rocca alla quale essi si erano spontaneamente portati.Morì in opinione di santità e venne sepolto nell’oratorio di Santa Maria Maddalena.Sulla sua tomba fu posta la seguente iscrizione: Ioannes Paulus Lupus origine marchio electione sacerdos rite ut litaret post oblatos deo manes suos hic extra castra cinerem suum deposuit tacet lapis et tamen docet deo terminus est ut parcat homini ut promereatur disce nutriendam cis hunc terminum veniae spem operis studium excitandum rerum si sapis periculum facito splendent saepe sed vitium coelant quales penitus eae sint funestus hic lapis lydio fidelius indicabit stat saxum hoc longumq.Stabit eodem utere vel quasi cote ut mentem ad pietatem exacuas vel quasi scopulo ad quem tumentes animi fluctus frangas. Solenni onori funebri gli furono tributati anche a Milano, presente il marchese Leganes, governatore della città. Il Meli Lupi fu autore di alcune operette di carattere ascetico che compose prima della sua ordinazione sacerdotale.La prima, dal titolo di Prattica del Nostro Signore Giesù Cristo, da farsi per ciascun’hora secondo ch’ei patì, così di giorno come di notte (1611), venne dedicata alla madre Isabella Pallavicino nel tentativo di riavvicinarsi a lei dopo i domestici dissapori, la seconda, dedicata alla figlia suor Camilla, ha per titoloDivoti esercitii per prepararsi con frutto alla Santa Pasca, compartiti per ciascuna settimana di Quaresima, mentre l’altra è la Raccolta di varie et affettuose divotioni utilissime a qual si voglia persona che desidera approffittarsi nel servigio di Dio con unione di spirito, che, dedicata alla figlia suor Elisabetta, venne stampata in Brescia nel 1621 per Bartolomeo Fontana.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 71-73; B. Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 343-346.


Soragna 2 agosto 1749-Parma 27 gennaio 1831
Figlio di Diofebo e di Giuliana di Collalto.Fu Brigadiere, col grado di tenente colonnello, nelle Guardie del Corpo dell’infante Ferdinando di Borbone (1769).Due anni dopo, però, abbandonò il secolo e prese i voti monacali nel convento benedettino di San Giovanni in Parma, ove si distinse per le sue pratiche ascetiche, la sua pietà e lo zelo impiegato nei vari incarichi ricevuti.Morì col titolo di Priore.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 356.

MELI LUPI GIAMPAOLO, vedi anche MELI GIOVANNI PAOLO

Soragna 14 agosto 1654-Vienna agosto 1729
Figlio del marchese Giambattista e di Felicita Sozzi.All’età di 27 anni successe nel feudo al nonno Diofebo.In quello stesso anno contrasse matrimonio con Ottavia dei conti Rossi di San Secondo.Legò il suo nome alle radicali trasformazioni che fece nel castello avito e in particolare alla realizzazione del piano nobile superiore, le cui sale arredò poi con mobili di squisita fattura e ornò splendidamente con l’apporto di ottimi artisti e di valenti artigiani.Questa ostentazione di sfarzo a tutti i costi fu sempre la caratteristica più evidente della propria personalità e del proprio carattere e che ben seppe accordarsi alla sua sfrenata ambizione.Ne fu già una prova l’abbigliamento che egli indossò quando nel 1690 prese parte, a Parma, alle fastose nozze tra il principe Odoardo Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg: per tale occasione fece espressamente venire da Parigi molti abiti superbissimi, alcuni dei quali erano di ricamo, ricchi d’oro finissimo et uno era da parata, con guarnizione volante di pizzi d’oro e pizzi di seta in grandissima quantità, tanto sul vestito, cioè giuppone e calzoni, come sul tabarro, e sopra questo portava un cappello nero con dentro una penachiera color di ponsò; e detti abiti erano dei più belli che si vedessero in sì nobil comparsa.Il Meli Lupi partecipò col seguito di sei servitori da cappa ben in ordine, con guarnizione d’oro sopra li abiti, oltre a sei staffieri, due paggi e un lacché, tutti con vestiti in velluto e broccato guarnito di pizzi e passamanerie in oro e argento.Rivendicata per sé la nobiltà veneta (1686) e non contento del titolo di Conte Palatino dell’Ordine superiore ottenuto nel 1691 dall’imperatore Leopoldo, volle essere fatto Principe dell’Impero e, con il determinante appoggio di Eugenio di Savoja e l’ausilio di forti somme di denaro, vi riuscì: con suo diploma del 14 agosto 1709 l’imperatore Giuseppe I confermò ufficialmente la concessione già fatta dal suo predecessore al Meli Lupi nel 1704, accordandogli inoltre vari privilegi a questo titolo legati, non ultimo quello di poter battere moneta di qualsiasi metallo con l’impronta delle proprie armi.Questa nuova dignità imperiale, che si rivelò poi un’abile mossa politica nel contesto di tutte quelle azioni tendenti a limitare il predominio spagnolo in Italia, non fu accolta bene dal Duca di Parma che avviò contro il Meli Lupi una serie di cause giudiziarie tendenti a disconoscere il titolo e le prerogative connesse.Allora il Meli Lupi riparò a Milano e qui poté dare sfogo al suo temperamento e alla propria disordinata indole circondandosi di una schiera di amici il cui tenore viene con chiarezza illustrato da una lettera che il fratello Ugolotto gli scrisse da Soragna: Osservo poi nella compitissima di V.E. che tutto quello che la mia debolezza à saputo suggerirle, tutto è stato superfluo, onde potevo tralasciare lo scrivere.V.E.faccia tutto quello che con il suo alto intendimento stima proprio, che così non fallerà, anzi viverà, come si suol dire, di più, perché in questo modo è cosa molto dolce il poter dire sic volo, sic jubeo; avverti però di non fallare in qualche conto perché lei saprà meglio di me che un fallo talvolta dà persa la partita.Per secondare la magnanimità del suo bel cuore generoso, dirò dunque che mi rallegro con V.E.che abbia di già formata una sì bella corte di personaggi descittimi: solo spiacemi molto il saperne duoi di questi essere banditi dalle loro patrie, perché tal cosa mi fa dubitare essere anche vero quello si dice per tutto Milano, che se vi fossero tre altri personaggi del genio di V.E. Milano si spoglierebbe di birbe; oltre che io, se fussi in lei, non mi chiamerei tanto tanto siguro, stando alla confessione fattami da uno di questi di lei soggetti, quale dice essere lontano dalla sua Patria per aver velenato un proprio zio prete, in fallo però perchè l’intenzione sua era di velenare una serva di casa; ma sia come sia, io dico che chi peccò una volta, con meno ribrezzo vi torna la seconda.Questo fu però solo l’inizio di tutta una lunga corsa che vide il Meli Lupi inseguire con ogni mezzo onori e dignità: così, per non essere da meno dei Rossi, riuscì nel 1711 a ottenere il titolo di Grande di Spagna, impegnando nell’operazione forti somme di denaro e gli stessi argenti di famiglia e non senza contrarre pure debiti per raggiungere gli scopi voluti.E quando pochi giorni dopo egli prese parte a un ricevimento offerto a Vienna dallo stesso Imperatore, non mancò di ricordare al fratello Nicolò che in tale occasione gli Ecc.mi signori Ambasciadorj avevano sì spiegato sontuose livree, ma la mia era comparsa di gran lunga superiore alle loro: dovevo far questo sforzo come Principe dell’Impero per far conoscere al mondo che Cesare a tal dignità non aveva promosso un pezzente, e lascio che dica il mondo quali onorj abbia con ciò fatto alla mia Casa. Indebitandosi notevolmente (in particolare con la Camera imperiale per via di 6250 dobloni rimasti scoperti nell’affare del Grandato), ebbe feudo e mobili sequestrati, da cui originarono manovre in più sedi per sbloccare la situazione non certo rosea per il Meli Lupi, non ultimo un suo diretto intervento a Vienna per perorare la propria causa e respingere le eccezioni che erano state sollevate contro di lui dal Duca di Parma.Proprio dalla capitale informò il fratello Giuseppe in merito alle azioni in corso e sui metodi seguiti per condurle a proprio favore: Son costante, e lo sarò sin alla morte, nella rissolutione di non partirmi dall’imperial metropoli di Vienna se prima non ho dato sesto ai due affari dell’investitura per la sovranità dovutami di Soragna e per il Grandato di Spagna, che se prenderà la piega da me proposta spero di haver trovato un antidoto che non solo mi rissani dal morbo sin hor sofferto, ma che mi debba ponere in stato di veder i miei nemici confusi delle loro passate allegrezze che si convertiranno, cred’io, in confusioni e tristezze.Con la pazienza si supera tutto sì che convenendomi navigare secondo il vento m’accomodo al costume che corre: il signore Consigliere Tinti è un buon amico di nostra Casa, il signor Giovanelli è fedelissimo ma non pesca molto al fondo; siamo adietro ad espugnare il sig.r Conte di Schenborn qual si dimostra veramente un  buon amico, tuttavia lo stimiamo guadagnato dal Cardinal Nunzio di Roma e dall’oro di Parma: l’ho però fatto esorcizare dal sig.r Principe Eugenio che sembra habbia fatto mutatione, et il sig.r Consiglier Tinti li ungerà la mano e le darà l’ultima spinta perchè abbraccij la giustizia e metti da parte la politica dei Preti e le astuzie diaboliche e venali del Duca di Parma.Alla fine le cose volsero al meglio per il Meli Lupi che da Carlo VI, mercé un nuovo interessamento dei Savoja, ebbe un decreto di sospensione delle azioni legali sopra i suoi beni mobili de grande precìo y estimacion, que de mucho tiempo a esta parte sérven de adorno à su casa y le son nezesarios para mantener la decencìa correspondiente à su persona, un ampio salvacondotto per tutti i luoghi d’influenza imperiale e la conferma solenne del titolo di Grande di Spagna di prima classe per sé e per i suoi successori.Dopo la morte, il suo corpo, portato a Soragna, venne sepolto nella chiesa dei Serviti.Il Meli Lupi sposò Ottavia del conte Scipione Rossi di San Secondo, traendola dal convento dell’Annunziata di Cremona a cui era stata destinata dalla famiglia.Il matrimonio, celebrato a San Secondo il 18 agosto 1681, ebbe come sempre una festosa appendice anche a Soragna.Non passò però molto tempo che la loro unione incominciò a vacillare, finché nel 1698 Ottavia Rossi, che come carattere non fu troppo dissimile dal marito, decise di trasferirsi presso il fratello.Mediò inutilmente una riconciliazione il Duca di Parma, da cui l’ordine per la marchesa di ritirarsi in un convento di propria scelta.Ottavia Rossi stette così sette anni nel chiostro di Santa Caterina in Ferrara (ove già si trovavano professe una sorella e una zia) ma ne uscì poi (1705) con l’intenzione di non farvi più ritorno.Ebbe così inizio presso la Sacra Congregazione la causa della separazione, la cui fase istruttoria venne commessa ai vescovi di Parma e di Borgo San Donnino.Nel frattempo la nobildonna, rimasta per tre mesi nel convento di San Domenico in Mantova, passò a vivere a Venezia, ove abitava il padre, finendo poi tra le Terziarie Francescanele quali entrano ed escono dal chiostro quando li piace, non avendo altro di religioso che l’abito, per godere con maggiore sicurezza tutta la libertà di vita secondo il costume notorio di quella città. A Soragna ella ritornò ancora nel periodo immediatamente successivo alla morte del Meli Lupi, ma poi, stipulata una transazione economica col cognato Nicolò e stanca ormai della disordinata e inquieta vita fino ad allora condotta, si stabilì definitivamente nella città di Parma e qui morì la notte del 31 agosto 1756. Il Meli Lupi e Ottavia Rossi ebbero un solo figlio, Giambattista, nato il 6 luglio 1682. Una morte prematura lo colse però il 20 novembre 1698.Venne sepolto nella chiesa dei Padri Serviti, al termine di solenni funerali.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.IV; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, I, 1986, 348-352.

MELI LUPI GIAN PAOLO, vedi MELI LUPI GIAMPAOLO

MELI LUPI GIOVANNA, vedi BORROMEO ARESE GIOVANNA

Soragna 19 aprile 1693-Cremona 28 novembre 1769
Figlio di Nicolò e di Cecilia Loredan. Fu sempre aperto sostenitore delle  parti imperiali e quando nel 1734 Parma passò sotto il dominio francospagnolo si trovò a essere sospettato di intelligenza con il nemico e di fornire avisi,consigli e forze alla generalità alemanna.Avvertito che si era presa la risoluzione di arrestarlo, lasciò nottetempo Soragna e si rifugiò a Bologna. In considerazione poi dell’età avanzata del padre Nicolò e temendo che alla sua morte gli spagnoli non gli avrebbero consentito di prendere possesso dell’eredità, fece rinuncia di tutti i suoi diritti di primogenitura sul feudo a favore del figlio Diofebo (26 settembre 1734).Rimasto vedovo della moglie e passsato a seconde nozze con donna dagli ultimi natali e del più vile concetto, si vide dallo stesso Imperatore proibire l’accesso negli Stati di Parma.Tale divieto gli venne successivamente rinnovato dall’imperatrice Maria Teresa il 22 dicembre 1742, sempre dietro sollecitazione paterna.Passato poi da Reggio a Lovere, sul Mantovano, tentò inutilmente d’impugnare l’investitura del feudo fatta al marchese Diofebo.Venne sepolto nella chiesa di Santa Lucia in Cremona e sulla sua tomba il nipote Guido e i figli Diofebo e Federico posero la seguente iscrizione: Johanni Bapt. Melio Lupo Nicolai filio, antiquiss.et nobiliss. cremon.familiae ex marchionibus soraneae, nob. veneto, qui ut sibi et amicis viveret, non solum veronensem praeturam recusavit, sed omnia familiae jura in diophebum primogenitum filium transulit, equiti optimo. Soraneae marchiones nobiles veneti Guido Diophebi filio nepos avo meritiss.et Fridericus ab avunculo jo.duce siciliae pro rege in rem nomenq.de aragonia sfortia folianum coaptus, patri amatissimo monumentum hoc moerentes p.p. Obiit IV kal.dec .MDCCLXIX an. natus LXXVII.sposò Lucrezia, del marchese Giuseppe Sforza Fogliani e Rosa Malvicini Fontana, dalla quale nacquero Diofebo, Federico, Gaetano, Bonifacio, Anna, Caterina, Matilde, Antonio e Bonifacio.Non si conosce il nome della seconda moglie.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 354.

MELI LUPI GIOVANNI BATTISTA, vedi anche  MELI LUPI GIAMBATTISTA

Soragna 19 ottobre 1662-Venezia 11 gennaio 1712
Figlio di Giambattista e Felicita Sozzi.Fu capitano nel Reggimeno del principe Alessandro Farnese in Dalmazia, col quale già aveva combattuto nelle Fiandre nel 1680.Passato sotto la bandiera di Venezia, venne dal doge Giustiniani nominato capitano l’11 marzo 1684 (Archivio della Rocca di Soragna, pergamena 384).Col principe Morosini combatté contro i Turchi a Patrasso e a Lepanto.Di quest’ultima città fu poi per due anni Castellano e Provveditore.Nel 1698, al comando della nave Il Giove, abbordò un vascello nemico e liberò dieci schiavi cristiani: ebbe elogi lusinghieri dal comandante supremo Dolfin.Quando fu conclusa la pace di Karlowitz (16 maggio 1703) si ritirò dalle armi e curò a Vienna gli affari del fratello Giampaolo.
FONTI E BIBL.: M.Foscarini, Istoria della repubblica veneta, Venezia, 1696; P. Garzone, Istoria dellarepubblica veneta, Venezia, 1705; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; C. Argegni, Condottieri, 1937, 247; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 390.

MELI LUPI GIUSEPPINA, vedi GONZAGA GIUSEPPINA

Soragna 26 aprile 1837-Soragna 22 luglio 1911
Figlio di Domenico e di Giustina Piovene Porto Godi.Lasciò ampia traccia della sua cultura nella Rocca di Soragna, la cui biblioteca arricchì di rare e significative edizioni di ogni tempo.La sua amicizia col libraio e antiquario Leo Olschki di Venezia gli permise di venire in possesso di preziosi esemplari di Aldo Manuzio.Membro dell’Accademia di San Tommaso, compose anche alcune odi, poi date alle stampe: Inno all’Immacolata (Parma, Tip.San Paolo, 1879) e Ode a San Tommaso d’Aquino (Parma, Fiaccadori, 1880).
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, I, 1986, 363.


Soragna 17 giugno 1741-Parma 11 febbraio 1819
Primogenito del principe Diofebo e di Giuliana di Collalto.A quattordici anni entrò nella Compagnia dei Cavalleggeri del Re di Francia, dalla quale uscì come tenente nel 1758 per arruolarsi, con lo stesso grado, nel Regio Reggimento Corso.Nel 1760, tornato a Parma, dal duca Filippo di Borbone venne nominato Gentiluomo di Camera con esercizio, carica che gli permise anche una grande confidenza col Sovrano.Uguale stima, amicizia e fiducia gli confermò l’infante Ferdinando di Borbone che lo volle Consigliere di Stato, Primo Cavallerizzo e Capitano delle Regie Guardie del corpo, un ruolo di comando, quest’ultimo, che il Meli Lupi tenne con il massimo onore, dimostrando dedizione e senso del dovere.Svolse, per conto del Duca di Parma, diverse missioni diplomatiche: fu a Genova per le nozze dell’infanta Maria Luigia col Granduca Leopoldo di Toscana, poi a Napoli nel 1768 e infine ambasciatore alla Corte di Vienna l’anno seguente.Dall’imperatore Giuseppe gli fu conferita nel 1782 la cittadinanza di Milano. Riconfermato  nel grado militare dal Governo francese, durante il quale periodo fu membro della Commissione amministrativa degli Ospizi Civili di Parma (1806) e poi presidente dell’Assemblea Cantonale di San Secondo e Soragna (1810), si ritirò però di lì a poco a vita privata, non senza tuttavia aver ottenuto anche dalla duchessa Maria Luigia d’Austria, con la nomina a Consigliere intimo attuale e la Gran Croce dell’Ordine Costantiniano, ulteriori attestati di degna considerazione.Il Meli Lupi fu anche uomo di buona cultura: arricchì la sua biblioteca di numerosi volumi a carattere storico e tenne costante corrispondenza con letterati e dotti del tempo.Nel 1766 fu consigliere della Regia Accademia Parmense e più tardi ebbe l’aggregazione, come Socio consultore, dell’Accademia Filarmonica (1783). Questo suo amore per le lettere e per le arti si concretizzò poi con la realizzazione, nella Rocca di Soragna, della Galleria dei poeti, che egli volle dedicata al dio Apollo a ai maggiori geni del passato: tale galleria avrebbe dovuto unire la Rocca a un progettato teatro di Corte, assai più ampio di quello esistente, ma l’acquisto a Parma del prestigioso palazzo già dei marchesi Dalla Rosa in via Caprazucca e il non indifferente onere finanziario per la sua completa ristrutturazione, impedirono la realizzazione dell’opera.Il Meli Lupi curò in modo particolare l’amministrazione del feudo di Soragna (di cui fu l’ultimo Signore) dimostrandosi particolarmente ligio agli aviti diritti e alle proprie prerogative: sotto il suo governo si ebbe un notevole sviluppo edilizio al centro del paese, venne realizzato il palazzo del Pretorio e non mancarono numerose regolamentazioni delle varie attività locali.Investì l’Orfanotrofio dei beni che già erano stati donati dalla sua famiglia ai Padri Carmelitani e curò poi, nella chiesa parrocchiale, l’erezione dell’altare del Cristo morto che si trovava nel soppresso convento dei Serviti.Venne tuttavia fatto anche segno di scritte e manifestazioni ostili e fu proprio in seguito ad alcune di esse (nel clima della nascente Rivoluzione francese) che nel 1791 lasciò indignato Soragna per trasferirsi a Parma.Vi fece però ritorno poco dopo, accogliendo le insistenti suppliche della Comunità e dei più ragguardevoli esponenti della popolazione locale.Venne sepolto a Soragna, nella cui parrocchiale furono celebrate solenni e sontuose esequie.L’abate Ramiro Tonani dettò una lunga iscrizione latina collocata sulla porta maggiore della chiesa: Adestote indigenae hospitesue flebili hac parentatione incensae preces deo o.m. hostiaeq.dantur uti caelites ocius adsequatur V cl.guido sacri imperii romani princeps et soraneensium melius qui et Lupius antea praef.regiae alae eqq.stipatorum nuper eques cruce magna ord. sacri angelici constantiniani et d.n.m.lud augustae a concilio sublimiore penitissimo huius viro pura firmaq. pietate familiarum officiurum cura in exemplum servata penes deum et homines magno domus tota luctu publico funus instruxit. Di lui venne scritto che fedele mai sempre e zelante presso quei Principi al cui servigio fu addetto, non osò mai macchiare con vile adulazione la nobile schiettezza del suo carattere.Il Meli Lupi sposò il 6 novembre 1771 Giovanna del conte Renato Borromeo Arese e di Marianna Erba Odescalchi.Ebbe quattro figli: Casimiro, Domizio, Irmina e Paolina.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 261-262; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; Parma nell’Arte 2 1982, 108; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 356-358.

Soragna 19 dicembre 1910-Gardone 12 marzo 1963
Figlio di Negrone e Giuseppina Gonzaga di Vescovato.Partecipò alla seconda guerra mondiale col grado di tenente di Cavalleria nei Lancieri di Novara.Sul fronte russo, in seguito a una coraggiosa azione d’attacco, venne decorato di medaglia di bronzo al valor militare (25 agosto 1942).Fu per alcuni anni presidente della società sportiva Rugby Parma.Fu Cavaliere di onore e devozione del Sovrano Ordine di Malta.Venne sepolto nella cappella di famiglia a Soragna.Il Meli Lupi ebbe una figlia: Margherita.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 371.


Parma 6 aprile 1857-Collecchio 17 ottobre 1931
Figlio di Diofebo e Antonietta Greppi.Dottore in legge.Fu Console a Uskub, Console generale al Cairo (1905) e Ministro plenipotenziario onorario (1923).Collaborò a varie riviste culturali con saggi e studi di storia locale.Militò nel 6° Reggimento Cavalleria Aosta come Tenente (1886), promosso poi Capitano nella Cavalleria della Milizia Territoriale (1904).Fu cavaliere e commendatore della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 368-369.

MELI LUPI ISABELLA, vedi PALLAVICINO ISABELLA

Soragna 2 febbraio 1845-Soragna 27agosto 1923
Figlio di Diofebo e di Antonietta Greppi.Venne istituito erede universale del conte Luigi Tarasconi, già gran maestro onorario della Corte di Parma e figlio di Marianna, sorella del principe Guido Meli Lupi di Soragna, con l’obbligo di assumerne il cognome: da qui ebbe inizio il ramo Meli Lupi di Soragna Tarasconi.Sposò il 1° febbraio 1873 Luisa Melzi, di Giuseppe e di Camilla Meroni dei conti di Cusano.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 368.


Soragna 23 maggio 1874-Milano 11 marzo 1931
Figlio di Bonifazio e di Anna Rivarola dei marchesi di Mulazzano.Fu in gioventù un appassionato pioniere dell’automobilismo e un cultore di varie attività sportive.Si interessò della vita politica e, come rappresentante dei partiti dell’ordine, fu consigliere provinciale e del Comune di Soragna.Prese parte alla prima guerra mondiale come volontario nella Croce Rossa Italiana, mettendo a disposizione la sua automobile trasformata in ambulanza.Dalla stessa Associazione ebbe, come tenente automobilista, l’incarico di Commissario amministrativo (1917). Volse il suo interesse all’industria (a Soragna impiantò nel 1908 una filanda per la lavorazione della seta) e all’agricoltura, nella quale ultima seppe acquisire indiscusse benemerenze attraverso anche la bonifica e l’intensificazione produttiva dei suoi fondi, la meccanizzazione dei sistemi di coltivazione e di allevamento del bestiame e le migliorie ai fabbricati e alle case coloniche.Fu pure delegato provinciale della sezione allevatori.Dedicò particolari cure alla sua Rocca, nella quale fece eseguire diversi lavori di restauro e di abbellimento e la cui biblioteca arricchì di pregevoli esemplari.Sempre a Soragna non mancò di interessarsi delle istituzioni locali e delle iniziative che vi venivano realizzate, non disdegnando spesso di figurare tra i promotori di esse.Fu insignito dell’onorificenza di Commendatore di juspatronato dell’Ordine di Malta.Il Meli Lupi sposò a Milano, il 20 aprile 1907, Giuseppina dei principi Gonzaga di Vescovato.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 370.

MELI LUPI NICCOLÒ, vedi MELI LUPI NICOLÒ

Soragna  5 luglio 1666-Parma 14 agosto 1748
Nato dal marchese Giambattista e da Felicita Sozzzi, si trovò a occupare vari impieghi per conto della Repubblica di Venezia: Provveditore di Zarnata dal 17 giugno 1691, venne eletto nel 1698 Provveditore diSalò e Capitano della Riviera di Brescia, fu poi Proveditore di Laconia dal 10 giugno 1709 e infine Provveditore di Romania, nel Regno di Morea, dal 1° marzo 1715.Morto nel 1729 il principe Giampaolo senza lasciare figli, il feudo di Soragna passò nelle mani del Meli Lupi, suo fratello, che già in più occasioni l’aveva sostituito durante la sua lunga permanenza a Vienna.Dovette però sostenere una causa con la Camera Ducale che pretendeva avocato a sè (per mancanza di eredi diretti) ogni bene del defunto.Avuta nel 1731 dall’imperatore Carlo VIla conferma del titolo di Principe per sè e i suoi discendenti, si avvalse del diritto di zecca insito nel privilegio e fece approntare i conii per battere le proprie monete.Di questi scudi, in mancanza di notizie certe sull’eventuale loro emissione, si conoscono soltanto alcuni esemplari battuti in oro che recano, sul diritto, lo stemma Meli Lupi con le parole: Nicolaus marchio Melolupi Sacri Romani Imperiii princeps soraneae magnu hispaniarum e, sul rovescio, l’aquila bicipite imperiale coronata con le parole sub protectione caesarea 1731.Il Meli Lupi non lasciò sensibile traccia del suo governo a Soragna: probabilmente non portato alla conduzione del feudo, amareggiato dalle vicende del figlio Giambattista che, fedele all’Impero durante il dominio franco-spagnolo a Parma, si rifugiò a Bologna, e bramando ormai, anzi volendo, con tutto lo spirito dell’età sua avanzata procurarsi quella quiete che è necessaria per attendere seriamente all’importantissimo affare dell’anima propria, e quale difficilmente può sperarsi da l’impegno di regolare un insigne feudo e l’obbligo d’invigilare alli interessi di una gran Casa, abdicò nel 1741 a favore del nipote Diofebo Meli Lupi, rinunziando allo stesso ogni ragione presente e futura sulla giurisdizione.Fece testamento il 12 agosto 1748 e morì due giorni dopo: il suo corpo venne trasportato a Soragna e sepolto nella chiesa della Visitazione di Maria Vergine.Sposò il 27 giugno 1691 Cecilia Loredan, di gentilizio casato veneziano che, ereditate poi pingui sostanze, contribuì non poco a risanare le finanze del marito, condotte alla rovina dagli sperperi del di lui fratello Giampaolo.Ebbe diversi figli: Giambattista, Gaetano, Bonifacio, Domenico Pietro, Maria Elisabetta, Maria Maddalena e Lucrezia Maria.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 352-353.

MELI LUPI OTTAVIA, vedi ROSSI OTTAVIA

Soragna 14 aprile 1779-Milano 12 marzo 1867
Figlia di Guido e di Giovanna Borromeo Arese.Sposò il conte Gaetano della Somaglia, fratello del cardinale.Fu donna di grande cuore e di molta pietà.Morì a Milano, essendole da vari anni premorto il consorte.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV.

MELI LUPI RAIMONDINO, vedi MELI LUPI RAIMONDO

Soragna 14 aprile 1842-Parma 5 ottobre 1891
Figlio di Diofebo e di Antonietta Greppi.Può a ragione annoverarsi tra i migliori cultori della storia locale, avendo profuso in essa tanti anni della sua esistenza.Nominato infatti, il 13 giugno 1880, socio effettivo della Regia Deputazione di Storia Patria, iniziò a raccogliere materiale per la sua Bibliografia storica e statutaria delle Provincie Parmensi, il cui primo volume (unico pubblicato) venne dato alle stampe nel 1886.Scrisse pure un’accurata monografia storica, Vittoria.La rivolta e l’assedio di Parma nel 1247, e, in compendio, una Vita di Francesco Serafini maestro di campo del Duca di Parma, castellano di Piacenza 1634-1669.Non trascurò neppure la letteratura amena e, seguendo la scia degli scrittori di storielle medioevali, scrisse il romanzo La valle dei cavalieri e alcune altre novelle rimaste inedite. Nominato nel 1891 membro della Commissione Araldica di Parma, seppe dare prova non comune di operoso impegno compilando pressoché da solo l’elenco delle famiglie titolate parmensi, raccogliendo inoltre materiale per stendere quello sul patriziato municipale.Intorno a quest’ultimo scrisse una Memoria che gli procurò numerosi encomi.Disimpegnò pure con lodevole serietà la carica di segretario del Congresso Storico di Torino.Cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e medaglia di bronzo come benemerito della salute pubblica per l’opera svolta durante il colera del 1873 a Parma, il Meli Lupi volle anche interessarsi di politica e fu uno dei primi in Italia a proclamare la necessità di un partito conservatore che concorresse con gli altri allo sviluppo democratico delle istituzioni.Ma i tempi non erano maturi per tale idea, allora più utopia che altro, per cui preferì ritirarsi dalla battaglia politica che aveva iniziato e nella quale decisamente, con parole e con scritti, credette.Cattolico convinto, fu membro del Consiglio diocesano parmense (1884) e sostenne in più sedi la necessità di una presenza cristiana nella società.Morì mentre stava riordinando una copiosa raccolta di documenti necessari per redigere una storia municipale della città di Parma.Il senatore conte Filippo Linati commemorò lo scomparso nella seduta della Deputazione di storia patria del 7 novembre 1891.
FONTI E BIBL.: F.Linati, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1892, VII-VIII; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 367-368.

Soragna 1576 c.-
Figlio di Alessandro e di Ottavia Averoldi (o di Polissena Ponzoni, sposata al padre in seconde nozze).Fu Capitano delle corazze.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.III.

MELI LUPI SERAFINA, vedi MELI LUPI CLELIA

Soragna 8 marzo 1667-Soragna 6 ottobre 1723
Figlio di Giambattista e di Felicita Sozzi.Servì la Repubblica veneziana.Nel 1691 fu provveditore di Zarnata in Morea e nel 1698 di Peschiera.Si interessò dell’amministrazione del feudo in assenza del fratello Giampaolo. avendovi nel 1711 accolte le truppe imperiali, ebbe a incontrare le censure del Duca di Parma, che dispose per il suo arresto nella Rocchetta di Parma.Fuggì allora a Venezia.Sposò nel 1698 Faustina di Gian Domenico Grimani.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 348 e 390.

MELILUPI, vedi  MELI LUPI

MELI LUPI di SORAGNA, vedi MELI LUPI

Milano 22 gennaio 1885-Vigatto 24 agosto 1971
Figlio di Luigi Lupo Meli Lupi, istituito erede universale dal conte Luigi Tarasconi con l’obbligo di assumerne il cognome, e di Luisa Melzi dei conti di Cusano. Da giovanissimo la sua formazione venne incanalata verso solidi principi morali: il suo precettore fu don Ratti, poi papa Pio XI.Si laureò in legge a Genova.Leggeva correntemente la lingua ebraica, che imparò dal rabbino di Milano.Partecipò al movimento filosofico Rinnovamento, con Alessandro Casati e Stefano Iacini.Partito  come ufficiale per la prima guerra mondiale, fu addetto alle informazioni.Nel 1917, come console militare, fu inviato a Gerusalemme presso il comando del generale d’Allemby.Nel 1920 il ministro degli Esteri conte Sforza gli offrì la possibilità di intraprendere la carriera diplomatica.Diventò Capo ufficio della Russia al Ministero degli Esteri, poi consigliere del’lambasciata d’Italia a Vienna e in Romania.Nel 1929 fu a Tirana come ministro d’Italia plenipotenziario.Tra il 1931 e il 1932 venne nominato segretario della delegazione italiana della Società delle Nazioni a Ginevra.Nel 1935 rientrò a Roma e il Governo lo inviò come ministro d’italia a Stoccolma, carica che ricoprì fino alla metà del 1939.Poi, per dissensi con il Governo stesso e in particolare con Ciano, si ritirò a Vigatto.Nel frattempo si sposò con l’avvocato danese Elsa Mery Fischer.Nel 1945 con la famiglia venne imprigionato dal comando del Servizio di Sicurezza tedesco a Parma: scontò due settimane nel carcere di San Francesco, poi per intercessione di Evasio Colli, vescovo della città, venne liberato.Ritornò in servizio al Ministero degli Esteri e si recò a Parigi come segreteraio generale della delegazione italiana per le trattative della pace.Il 10 novembre 1947 firmò il trattato di pace con le potenze alleate a Parigi.Nel 1948 fu ambasciatore d’Italia alla Santa Sede, dove rimase fino al 1952.Studioso profondo di storia locale, collaborò attivamente a varie riviste cittadine, lasciando saggi della sua erudizione.Diede inoltre alle stampe una traduzione con commento delle Profezie di Isaia figlio d’Amoz e insieme al sacerdote Orazio Salavolti curò l’opera, rimasta incompiuta, Cenni storici degli antichi pievati e castelli della diocesi parmense.Fu capitano e poi maggiore di complemento dell’Arma di Cavalleria.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 368; Grandi di Parma, 1991, 80.


Milano 26 dicembre 1873-1954
Figlio di Luigi Lupo e di Luisa Melzi.Fu capitano di fregata della Riserva Navale.Sposò a Milano il 19 aprile 1900 Maria Borghi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 542.

MELI LUPI TARASCONI LUIGI LUPO, vedi MELI LUPI LUIGI LUPO

MELLARA CARLO, vedi MELARI CARLO

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