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Dizionario biografico: Tornielli-Tuzzi

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1926-Parma 14 agosto 1992
Zoologo e medico veterinario, appassionato osservatore degli uccelli nel loro ambiente naturale, fu autore di numerose pubblicazioni scientifiche e dell’importante opera Gli Uccelli del Parmense, uscita nel 1956 e, in seconda edizione aggiornata, nel 1991.
FONTI E BIBL.: A. De Marchi, Guida naturalistica, 1997, 361.

TORNIGLIO FRANCESCO, vedi TORNILIO FRANCESCO


Parma 1278
Entrato nell’Ordine dei Frati Minori, si distinse talmente nella carriera degli studi, che meritò di occupare le prime cattedre dell’Ordine. Il Papa lo nominò Nunzio Apostolico. Gherardo Bianchi, cardinale della Curia Romana, desiderando dare un attestato di gratitudine e di riconoscenza a coloro che avevano prestato la loro opera come nunzi pontifici in favore della Chiesa, diede al Tornilio dieci lire imperiali (Salimbene, Cronica).
FONTI E BIBL.: Beato Buralli 1889, 48.

TORREGIANI LUIGI, vedi TORRIGIANI LUIGI


Parma 1690/1695
Cantante al servizio del Duca di Mantova, si portò a Parma nel 1690 per sostenere la parte di Calisto nel dramma fantastico musicato da  B. Sabadini e rappresentato nel Teatro Farnesiano e quella della Dea Fortuna nella Idea di tutte le Perfezioni. L’anno dopo passò dalla Corte di Mantova a quella di Parma (1 maggio 1691), rimanendovi fino a quando venne licenziata (15 febbraio 1695). Mentre era a Parma cantò la parte di Sulpizia nell’opera di Massimino, quella di Flora nell’Età dell’Oro e quella di Virtù in Glorie di Amore.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1683-1692, fol. 379, 1693-1701, fol. 92; P.E. Ferrari, 30; L. Balestrieri, 123, 127; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 144.

TORRI ANTONIA, vedi ISOLA ANTONIA


Parma 1593/1595
Poeta, fece parte dell’Accademia degli innominati di Parma. Scrisse Sette Canzoni in morte del Serenissimo Duca Alessandro Farnese. Di Tiberio Torricella nella Illustriss. Academia de’ Sig.i Innominati di Parma Il Violentato. all’illustrissimo et Reverendissimo Signor Cardinale Farnese (In Parma, Appresso Erasmo Viotti,  M. D. LXXXXIIII). Furono pubblicate all’insaputa del Torricella per cura di Lorenzo Bedodi, suo amico, che le dedicò a Benedetta Pia Sanvitale, marchesa di Colorno. Le canzoni del Torricella sono ripiene di fuoco apollineo, e di be’ concetti, temprate all’incude de’ migliori (Pezzana). Quattro sonetti sul medesimo argomento e una Canzone al Duca Ranuccio farnese, et altri Principi d’Italia (un caldo invito ai principi italiani per la difesa della penisola travagliata dai Francesi e dai Turchi) concludono il volume, del quale esistono due diverse edizioni, con alcune varianti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 658-660; Aurea Parma 2 1958, 118.

Parma 5 gennaio 1871-Parma 14 marzo 1938
Figlio di Carlo. Dopo la nascita del Torricelli, la famiglia si trasferì a Calestano, dove il padre era stato nominato guardia comunale. Avviato al sacerdozio, ebbe come superiore Carlo Andrea Ferrari. Ordinato sacerdote a soli 23 anni dal vescovo Magani, fu inviato alla cura della parrocchia di Vigolone, cui lasciò la nuova chiesa parrocchiale, che il Torricelli innalzò dalle fondamenta. Attraverso la parrocchia di Fontevivo, nel 1904 passò all’arcipretura di Basilicagoiano. A Basilicagoiano, oltre alle normali cure pastorali, diede vita a due iniziative: la cucina dei poveri e la pubblicazione di un foglio volante festivo, La Voce del Pastore, distribuito in tutte le parrocchie della Diocesi di Parma e in parrocchie di altre Diocesi, tanto che, al momento della sua morte, se ne pubblicavano ben 13.500 copie. Sotto la sua testata, il Torricelli pubblicò più opuscoli: I nostri vecchi, Chi è il prete, Amate il prossimo, Chi è l’ateo. Altra cura costante del suo ministero furono i giovani, raccolti in uno dei primi circoli cattolici della gioventù della Diocesi. Nel terremoto di Calabria e Sicilia del 1908 perdette il fratello Giovanni e la sua famiglia. Ottenendo il permesso del vescovo, raggiunse quelle terre e, accertato che per i suoi familiari non c’era più nulla da fare, si mise a disposizione delle autorità locali per l’assistenza spirituale e materiale ai colpiti dal cataclisma. Tale fu il suo contributo di carità da meritarsi una decorazione al merito civile. Durante la guerra 1915-1918 riportò sul suo foglio volante settimanale la preghiera della pace, dettata dal pontefice Benedetto XVI. Fu accusato di alto tradimento dal Tribunale Militare e incarcerato. Difeso da Agostino Berenini presso il supremo Tribunale di guerra e marina a Roma, fu assolto per inesistenza di reato. Ma i 108 giorni di carcere lo segnarono anche fisicamente, al punto di chiedere, nel novembre 1919, di potersi ritirare privatamente e lasciare la parrocchia di Basilicagoiano. Nel 1923, ristabilitosi, il vescovo lo assegnò alla parrocchia di Marore, dove esercitò il suo ministero per quindici anni. La stima e la fattiva capacità consigliarono il vescovo Colli ad affidargli la costruzione della chiesa nel quartiere barriera Farini, che avrebbe dovuto essere dedicata a San Giovanni Bosco. Motivi di salute lo costrinsero a declinare l’incarico. Il Torricelli fu anche direttore dell’Agenzia Orcesi. Morì all’ospedale a 67 anni.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 561; E. Paini, in Gazzetta di Parma 27 marzo 1988, 12.

Parma 1885-Parma 30 aprile 1943
Non si hanno notizie del suo curriculum scolastico. Nel 1930 lo si trova direttore musicale della Centuria Filodrammatica dell’Opera Nazionale Balilla e con questa diresse davanti ai sovrani a San Rossore l’operina Il piccolo balilla di Romolo Corona, che il 26 ottobre ripeté al teatrino di Fontanellato. Fu insegnante di canto corale al Convitto Maria Luigia, al Liceo Magistrale e alla casa penale di Parma. Fu uno dei fondatori dell’asilo infantile di San Lazzaro. Morì sotto un bombardamento aereo. Molto attivo nella composizione di musiche per i fanciulli, fu autore di diverse operine tra le quali: Cuore d’Italia, 3 atti su versi di Renato Illari (eseguita al Teatro Comunale di Biella), Maschere e bambole italiane, commedia mimo-sinfonica, Il talismano di Pin, operina fiaba in 3 atti del poeta friulano Ermes Amilcare Zunino (Parma, Casa Musicale Eugenio Carboni; fu presentata in prima assoluta al Teatro Sociale di Gemona il 31 marzo 1933 ed eseguita con successo in tutta Italia; dopo Fornovo di Taro e Collecchio, a Parma fu rappresentata per sette sere al Teatro Regio nel giugno e ottobre 1934) e Perché piangi Pierrot?, commedia musicale mimo sinfonica in 2 preamboli e 2 atti su libretto di Pantaleo Luigi Colly (eseguita nel 1936 per l’inaugurazione a Parma del Teatro del Balilla). Compose inoltre: Tramonto, lirica, Preghiera dei bimbi d’Italia per la salvezza del Duce, parole di S.Delindati, e Inno dei balilla moschettieri, parole di F.Prati (questi due brani furono eseguiti al Teatro Regio il 22 ottobre 1934 dopo Il talismano), Inno dei caduti fascisti (diretto dal Torricelli nel maggio 1935 al Foro Mussolini di Roma con il coro dell’Istituto Magistrale di Parma in occasione del I concorso nazionale delle accademie di canto corale). Nel 1936, durante le operazioni in Africa Orientale, scrisse i canti: Lancia fiamma, Il figlio del volontario, Ruggito di Leone, Le sanzioni e Schiavetta nera. Sembra fosse l’autore della canzone Mamma, portata a un grandissimo successo da Beniamino Gigli e che gli era stata sottratta da Bixio Cherubini e presentata con poche modifiche con la sua firma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 147-148; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Piacenza 1888-Monte Cucco 24 maggio 1917
Figlio di Luigi. Capitano nel Reggimento genova Cavalleria, Comandante la 732a Compagnia Mitraglieri Fiat, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare. Morì combattendo eroicamente nell’assalto di Monte Cucco, da lui espugnato. Abitò per molto tempo nella sua villa di Ozzano Taro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20, 24 maggio, 2 giugno, 14 luglio 1917, 13 maggio 1918, 7 aprile, 14 maggio, 8 giugno 1919; Bollettino dell’associazione Agraria Parmense 26 maggio 1917; Per la Vittoria, Parma, 26 maggio 1917; Il Lavoro 17 luglio 1917; Commemorazioni: Consiglio Comunale di Parma, seduta del 31 maggio 1917, Consiglio Provinciale di Parma, seduta del 13 agosto 1917, Senato del Regno, tornata del 20 giugno 1917, 3484-3485; La Giovane Montagna 5 luglio 1919; G. Sitti, Caduti e Decorati, 1919, 243; U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1960, 3.


Corniglio 19 giugno 1729-Parma 6 novembre 1792
Figlio di Lazzaro Antonio, chirurgo, e Angela Franceschini. Compì la sua formazione classica in Parma, probabilmente al Collegio dei Nobili diretto dai Gesuiti, e si iscrisse alla facoltà medica universitaria parmense. Nel 1750 difese alcune tesi di fisica e già dal 1751 sostituì il Soldati sulla cattedra di medicina pratica, coll’obbligo di fare in sua vece le lezioni senza compenso (Memoria anonima di ricorso per mancati riconoscimenti economici, probabilmente del Torrigiani stesso, in Archivio di Stato di Parma, Carte Du Tillot, 90).Fu poi lettore di Notomia nell’Università e quindi tenne lezioni alla cattedra e nel Teatro anatomico. Intanto nel 1755 terminò gli studi in Firenze, Pisa e Bologna e divenne perciò maestro di Notomia dal 1757, obbligato oltre le lezioni a medicare gli ammalati per 400 lire annue come quelli che facevan le semplici fasciature (in Archivio di Stato di Parma, Carte Du Tillot 90). Fece nel 1759 istanza al Duca per l’ammissione gratuita al Collegio dei Medici perché da molti anni in qua esercitata con la possibile diligenza, e fede in Parma, la professione di Medico, e cerusico insieme. Il Torrigiani fu inoltre Accademico Professore di Geometria e Notomia nella Reale Accademia delle belle Arti (in Archivio di Stato di Parma, busta 23). Paciaudi, nella più pulita maniera, lo convinse a cambiare la cattedra di Notomia con quella di medicina teorica nel 1768 (all’Anatomia fu nominato il Girardi). Allora, citando le costituzioni, tolsero al Torrigiani anche la scuola anatomica dell’Ospedale, costata a lui quindici anni di lavoro. Alcuni biografi (Janelli, 952; Rizzi, 53) affermano che il Torrigiani studiò anche a Berlino e Parigi. Il Pezzana cita del Torrigiani le Lezioni di anatomia, fisiologia e patologia e fisica sperimentale e un Trattato della flogosi (inedito). Studioso diligentissimo, fu maestro di G. Rasori e di G.A. Tommasini. Si occupò di studi sperimentali e introdusse nell’insegnamento un indirizzo pratico e positivo. Scrisse inoltre alcune opere letterarie, tra cui una tragedia, tradotta dal francese, e parecchie poesie e prose. Si dedicò anche alla scienza veterinaria, stampando nel 1771, assieme a Michele Girardi, il libro Segni dai quali si potrà facilmente conoscere la malattia che serpeggia nelle bestie bovine.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, VII, 1833, 331-334; L. Molossi, Vocabolario topografico dei Ducati, Parma, 1832-1834, 111; E. De Tipaldo, Biografie degli Italiani, 5, 1837, 301-302; Enciclopedia Italiana, XXXIV, 1937, 70; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1960, 3; E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 107-108; G. Berti, insegnamento universitario parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1960, 123; F. Rizzi, I Professori dell’Università di Parma, Parma, 1953, 53; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 451-452; Berti, atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 489; Parma nell’Arte 1 1969, 123-124; Palazzi e casate di Parma, 1971, 453; M.O. Banzola, L’Ospedale Vecchio di Parma, 1980, 169.


Parma 1854-1885
Avvocato, fondò e diresse la rivista letteraria L’Emilia e scrisse alcuni sonetti cui le ineguaglianze di pensiero e di forma tolgono compiutezza (Bocchialini).
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 103; Aurea Parma 3 1924, 130.


Corniglio 1769-Ozzano Taro 12 dicembre 1837
Nipote di Flaminio. Fu avvocato, discreto letterato e poeta appassionato di melodrammi, onde ricoprì la carica di Revisore degli spettacoli del nuovo Teatro Ducale di Parma. Scrisse una raccolta di odi, sonetti e versi sciolti, tra cui un’ode, assai lodata, per l’avvento di Maria Luigia d’Austria a Parma.  Scrisse i libretti d’opera Il Re Teodoro in Venezia, musicato da G. Finali (Parma, 1826) e Cesare in Egitto, che Vincenzo Bellini si rifiutò di musicare. compose anche il libretto d’opera, rimasto inedito, Vittoria, scritto per la solenne inaugurazione del teatro Ducale di Parma (1829). Era stato ventilato per l’occasione il progetto di allestire un’opera tutta parmigiana: il soggetto (il famoso assedio di Parma del 1248 da parte di Federico II), con librettista, compositore, artisti di canto e strumentali parmigiani. Il progetto andò a monte per varie circostanze e, invece di Vittoria, andò in scena la Zaira di V. Bellini. Il Torrigiani fondò e presiedette il collegio degli Avvocati di Parma. Durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza perché liberalissimo e imprudente.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 452; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 190; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 211; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1960, 3; Parma nell’Arte 1 1969, 125; Palazzi e casate di Parma, 1971, 453-454.


Parma 19 marzo 1846-Roma 24 dicembre 1925
Figlio del senatore Piero, che fu patriota fervente e deputato di Borgo Taro per sette legislature, e di Emilia Hallez. Si laureò in legge in giovane età, fu consigliere provinciale, vice presidente e infine (nel 1896) presidente della Deputazione provinciale. Non accettò mai la designazione alla candidatura di deputato che più volte e da più parti gli venne sollecitata. Dal 28 luglio 1899 al 9 luglio 1914 fu consigliere Comunale di Collecchio. Uomo dotato di una notevole capacità amministrativa e di un vivo senso della vita pubblica, studioso di questioni agrarie e provetto agricoltore egli stesso, dedicò la sua cospicua attività in molti campi della vita associata: fu, tra l’altro, vice presidente del Consiglio superiore delle acque e foreste, vice presidente del Consiglio superiore dell’Economia Nazionale (1924) e presidente del Supremo Comitato dei Ricorsi in materia annonaria, di requisizioni e approvvigionamenti durante la guerra. Il 4 aprile 1909 fu nominato senatore. Fu in intimità con la Regina Margherita di Savoja di cui godette l’amicizia e la stima. Fu sepolto a Ozzano.
FONTI E BIBL.: Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; Aurea Parma 2 1926, 58-60; A. Tortoreto, I parlamentari italiani della XXIII legislatura, Roma, 1910; A. Malatesta, Ministri, 1941, 194; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1960, 3; Giovanni Gonizzi, in Gazzetta di Parma 16 febbraio 1962, 4; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 148; Parma nell’arte 1 1969, 125; Palazzi e casate di Parma, 1971, 454.


Parma 1 febbraio 1879-Ozzano Taro 13 marzo 1955
Capitano di Vascello, rimase in servizio fino al 1920 comandando un sommergibile. Nel 1926 si stabilì definitivamente a Ozzano Taro, occupandosi dei suoi poderi, e lì rimase fino alla morte. Fu Podestà di Collecchio nel periodo badogliano.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1960, 3.

TORRIGIANI PIERO, vedi TORRIGIANI PIETRO


Parma 26 febbraio 1810-Parma 9 luglio 1885
Figlio dell’avvocato Luigi. Percorse un regolare corso di studi letterari e scientifici nell’Ateneo parmense, ma anche musica e poesia trovarono in lui un appassionato cultore. Dopo avere studiato musica sotto la direzione del cugino Luigi Finali, attese a comporre. Scrisse una solenne messa da requiem per la morte del maestro Ferdinando Simonis e musicò la cantica della Francesca da Rimini. La sua opera Ulrico d’Oxford fu accolta con molto favore l’11 agosto 1841 al Teatro del Fondo di napoli e i critici la lodarono soprattutto per l’efficacia drammatica. Collaborò pure alla Gazzetta Musicale di Ricordi. I successivi tentativi di composizione operistica si rivelarono un disastro: La Sibilla, rappresentata a Bologna nel 1843, e La sirena di Normandia, a Napoli nel 1846, lo decisero a cambiare mestiere. Dal 1840 al 1843 fu vice direttore della Società filarmonica posta sotto la protezione di Sua Maestà e diretta da G. Alinovi (il Torrigiani ne fu poi anche direttore). Prese viva parte ai movimenti politici del 1831 e del 1848 e si trovò con le truppe di Carlo Alberto di Savoja alla presa di Peschiera. Dal 1849 al 1854, di fatto relegato dal governo di Carlo di Borbone nella sua villa di Ozzano Taro, vi introdusse metodi nuovi e razionali  di agricoltura, tanto che forse la prima vigna col sistema francese sorse per opera sua. Nel 1859 fece parte dell’Assemblea parmense e fu delegato insieme col Cantelli e con Ranuzio Anguissola a rappresentare gli interessi e i voti delle Province parmensi presso Napoleone III. Il Farini lo chiamò a reggere il dicastero dei lavori pubblici nel governo dittatoriale, il Comune e la Provincia di Parma lo ebbero più volte consigliere, rappresentò ininterrottamente il Collegio politico di Borgo Taro dal 1860 al 1877 ed ebbe più volte l’onore di essere eletto contemporaneamente a Langhirano e a Pontremoli. Occupò la cattedra di professore di economia politica all’Università di Parma e, successivamente, in quella di Pisa. Di là passò al Consiglio di Stato e nel 1878 fu nominato Senatore del Regno. Alla Camera sedette a destra e fece parte di commissioni di guerra e di finanza, stendendo varie relazioni. Fu tra i dissidenti toscani che determinarono la caduta della Destra il 18 marzo 1876. Propose nel 1869 con i deputati F. Paini e Piroli l’inchiesta  per l’abolizione della tassa sul macinato, approvata dalla Camera. Rifiutò un portafoglio di Ministro nel secondo Gabinetto rattazzi (1867). Fu consigliere della Società Geografica Italiana. Nel 1862 contrastò con successo alla Camera la proposta di rendere provinciale la Regia Scuola di Musica di Parma e più tardi ottenne il decreto per la ferrovia Parma-Spezia. Negli ultimi anni di vita fu colpito da malattia mentale.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti Legislature Regno, 1880, 843-844; Capitan Fracassa 12 luglio 1885; Tribuna 12 luglio 1885; C. Arrighi, I 450 deputati, V, 100; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 110-111; Gazzetta di Parma 10 luglio 1885, n. 183; Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 422; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 610; C. Arrighi, I 465 ossia i Deputati del presente e i Deputati dell’avvenire, Milano, 1865, 241; Illustrazione Italiana vol. 2°, 1885, 46; A. Brunialti, Annuario Biografico Universale, Torino, Unione tipogr. edit. Torinese, 1886, vol. II, 47-48; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Nazionale, Profili e cenni biografici, Terni, Tip. de l’Industria, 1890, 929; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 461-462; Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 211; Biblioteca palatina di Parma, Almanacchi di Corte; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 158; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 278; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; T. Sarti, Il Parlamento subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. malatesta, Ministri, 1941, 195; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 265-266; U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 28 marzo 1960, 3; Gazzetta di Parma 15 ottobre 1920, 1; Gazzetta di Parma 22 febbraio 1962, 4; Parma nell’Arte 1 1969, 125; L’onorevole Piero Torrigiani, in E.Sabia, Reggio e Parma dal ’500 all’800, Reggio, 1971, 235-236.

Stoccolma 1897-Parma 1961
Violinista, valente esecutore, peregrinò per tutta Europa con complessi operistici e sinfonici. In modo particolare sono da ricordare le sue esibizioni a Parigi, in Svezia e Turchia. Nel periodo tra le due guerre mondiali fece parte del complesso del Vecchio Gardenia con Angelo Bocelli. Prestò la sua opera nelle sale cinematografiche di Parma come accompagnatore dei film muti. Partecipò come volontario alla prima guerra mondiale e combatté alle Argonne con la Brigata Garibaldi. Ritiratosi dall’attività di violinista, diventò segretario dell’Ufficio lavoratori dello spettacolo.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 308-309.

TORTA, vedi CAVATORTA

TORTELLI ARCANGELO, vedi TORDELLI GIOVANNI FILIPPO

1899-Castell’Aicardi 10 marzo 1960
Mutilato di guerra, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo di battaglia nel primo conflitto mondiale (1915-1918). In seguito fu per quarant’anni impiegato presso il Comune di San Secondo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1960, 7.


Soragna 1669/1670
Figlio di Girolamo. Sacerdote e organaro, lavorò insieme al fratello Ottavio in San bernardino a Carpi tra il 1669 e il 1670 e a pontremoli.
FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 9.


Soragna ante 1630-ante 1667
Fabbricante d’organi. Nel 1639 lavorò a Correggio. Nel 1638 fabbricò un organo per la chiesa dei Padri Francescani di Correggio, ricevendo 888 lire e 8 soldi, oltre alle cibarie somministrategli dal convento. Nel 1656 fu attivo nella chiesa di San Sepolcro in Parma.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 189; Malacoda 37 1991, 9.

Soragna 1635 c.-Piacenza 21 dicembre 1676
Figlio di Girolamo, nel 1667 era maestro di cappella nella chiesa di San Giovanni di Piacenza. In una lettera del 21 luglio 1670 il capitolo della Cattedrale di Piacenza comunicò al duca che, essendo deceduto il 18 luglio giuseppe Allevi, aveva nominato al posto di maestro di cappella il Tortona (Archivio di Stato di Parma, Teatri e spettacoli di età farnesiana, b. 1, mazzo II, 7). Il 27 marzo 1677 la vedova cedette a Francesco Maria Bazzani per 850 lire tutte le composizioni musicali del Tortona, che erano contenute in un credenzone e in un baule.
FONTI E BIBL.: Fiori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Soragna 1662/1670
Figlio di Girolamo. Organaro, lavorò in Santa Maria di Campagna (1662) e Pieve Ottoville. Insieme con il fratello Antonio lavorò in San Bernardino a Carpi tra il 1669 e il 1670 e a Pontremoli.
FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 9.


Parma seconda metà del XVI secolo
Incisore di cammei e di cristalli attivo nella seconda metà del XVI secolo
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 335.

Parma 27 giugno 1750-Parma 3 luglio 1805
Nato da Pietro e Teresa Toschi nella vicinia di San Giacomo. Studiò cembalo, canto e contrappunto con Giuseppe Ginocchio. raccomandato dal conte Jacopo Sanvitale e dal maestro, nel 1776 si recò a Bologna per perfezionarsi per un anno con padre Martini. sacerdote, l’8 aprile 1767 il Toscani presentò un suo esperimento per essere aggregato all’Accademia dei Filarmonici di Bologna. Venne eletto Maestro di Cappella della Cattedrale di Parma il 22 gennaio 1778, come si ha dal libro delle Ordinazioni sotto questa data: Lettasi la supplica di Don Antonio Toscani il quale addimanda succedere al defunto Giuseppe Ginocchio in qualità di Maestro di Cappella di questa chiesa Cattedrale di Parma l’Ill.ma Congregazione della Fabbrica, avendo considerato l’abilità del ricorrente, è venuta in sentimento d’eleggerlo e nominarlo, come lo elegge e lo nomina Maestro di Cappella di questa chiesa Cattedrale con i soliti emolumenti. Il ricorso del d.to Don Antonio Toscani qui cade ed è registrato nella Filza degli Inserti sotto il N. 8. La prima esecuzione musicale in Cattedrale è del 19 aprile 1778, giorno di Pasqua. Il Toscani fu un grande organista. Amava eseguire, nelle maggiori solennità, un concerto obbligato all’organo, come avvenne il 15 agosto 1787. Per la Cattedrale di Parma, ove fu maestro di cappella, compose e fece eseguire della sua musica: una Messa nuova da Pontificale (ricevendo il 6 agosto 1795 una regalia di 64 lire), un offertorio in G., canto solo con ripieni e strumenti (composto espressamente, 4 agosto 1794, copiato in partitura da Pietro D’Alberti, professore di musica alla Corte ducale), un Vexilla fatto per la Festa del Santo Legno (3 maggio 1797, a quattro voci con strumenti, ordinatogli dalla Fabbriceria), Graduale ed Offertorio (fatto per ordine della Fabbriceria per la stessa Festa della Croce del 1797). L’ultima funzione diretta dal Toscani fu il 14 aprile 1805, Festa di Pasqua. Il Toscani servì anche la Corte ducale di Parma. Venne infatti nominato R. compositore della Musica da Chiesa con R. Decreto del 20 dicembre 1779 e l’assegno di 2000 lire godute prima da Francesco Poncini. Fu organista per le funzioni del Regio Servigio nella chiesa ducale di San Paolo. Soppressa la cappella il 12 dicembre 1779, gli fu assegnata una pensione annua di 540 lire. Nel 1775 per la messa in scena dell’opera giocosa da lui composta intitolata La Colonia, si portò a Colorno per quindici giorni, fino a che venne eseguita in quel Regio Ducale Teatro. Per avere musicato il detto dramma ebbe dal Duca 30 zecchini, pari a 1320 lire. Una lettera del Toscani si trova nella raccolta di Giovanni battista Martini (tomo 22). Il Toscani compose le seguenti opere: Nisi Dominus, salmo in Fa a tre voci, soprano, tenore e basso con strumenti (partitura ms., Liceo Musicale di Bologna), Magnificat in Re a quattro voci concertato con strumenti (partititura ms., Liceo Musicale di Bologna), Responsorii per la settimana Santa e una Raccolta di Lezioni pratiche di contrappunto dedicate al P. Gio. Battista Martini (biblioteca Basevi di Firenze, ms., confronta Pougin e R. Eitner), Salve in Befa a tre voci, parti, Te Deum corale a tre voci, parti, Tantum ergo in Fa.ut a tre voci, parti, Responsorii con il miserere a tre voci, organo e violini, viole e violoncello, partitura autografa e parti,  Responsorii per il Giovedì Santo a tre voci e Miserere a quattro voci con violini, viole e violoncello, partitura autografa, Responsorii per il Venerdì Santo, a tre voci e Miserere a quattro voci con violini, partitura autografa, Responsorium postremum in Sabbato Sancto, Tantum ergo in Fa.utb, a tre voci, partitura e parti, Tantum Ergo in c.bequadro a tre voci, partitura e parti, Inno di S. Tomaso d’Aquino a tre voci, partitura e parti, Credo in G. diesis a tre voci partitura e parti, In coelesti Hyerarchia, sequenza di San domenico a tre voci, partitura e basso continuo, Chirie, Gloria e Credo in Fefaut, partitura autografa e parti, Vexilla a tre voci, partitura e parti, Iste confessor in G. a tre voci, partitura e parti, Magnificat in F., a tre voci, partitura e parti, Tantum ergo in G. diesis a tre voci partitura e parti, Chirie, Gloria e Credo in Befa tre voci, partitura e parti, Magnificat in G. a tre voci, partitura e parti, Iste confessor breve a tre voci, partitura e parti, Benedictus in Faut a tre voci, parti, Infensus in F. a due voci, parti, Tantum ergo a tre voci, parti, Sequenza dei Morti, solo basso numerato, Magnificat in Alamire a tre voci, partitura e parti, Magne Vincenti, inno di San Vincenzo Ferreri, a tre voci, partitura e parti, Credo a tre voci, partitura e basso continuo, Aeterno Regi gloriae, inno della Santa Spina, a tre voci, partitura e parti.
FONTI E BIBL.: Libri del Battistero dell’anno 1750; Archivio del Duomo, Ordinazioni 1770-1788, fol. 43, 135, e Mandati 1782-1788, 81, 1794, 32, 1797, 41, 1801-1805, Pasqua di questi anni; Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 887, Ruolo B, 1, fol. 267; A. Pougin, Fétis supplément, II, 384; G. Gaspari, vol. I, 151, vol. II, 319, vol. IV, 181; R. Eitner, Quellen-Lexikon, vol. IX, 434; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 182 e 296; P.L. Bonassi, Musiche di S. Liborio, 1969, 144; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1934; Dizionario Musicisti UTET, VIII, 1988, 75.

Parma 8 agosto 1781-post 1831
Nel 1806, come coscritto, iniziò il servizio militare nell’esercito del Regno italico. partecipò successivamente alle campagne del portogallo, della Spagna, di Russia e di Germania, dal 1808 al 1813, rimanendo ferito quattro volte. Dopo la caduta di Napoleone Bonaparte prestò per qualche tempo servizio, collo stesso grado di Sottotenente, nel reggimento Maria Luigia. Nel 1821 ottenne la pensione. durante i moti del 1831 fu sottoposto a sorveglianza perché istruiva la gioventù nel maneggio delle armi e con esso l’ufficiale manghi ora fuggitivo, procurando entrambi di riscaldarla allorchè si esercitavano.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 36; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 212; E.Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 465.

Soragna 5 aprile 1815-Soragna 30 marzo 1893
Nato da Luigi e Giuditta Dallagiacoma. Fu sacerdote di non comune intraprendenza e cultura. Dopo essere stato precettore dei figli del marchese Diofebo Meli Lupi di Soragna, insegnò per venticinque anni come maestro nelle locali scuole elementari. Cappellano della Confraternita del Suffragio nell’oratorio di Sant’Antonio, coltivò la passione per la musica mediante la composizione, l’insegnamento ai giovani e la direzione del coro parrocchiale, dedicandosi contemporaneamente alle lettere e alla poesia: dalla sua penna uscirono infatti innumerevoli sonetti, spesso dati anche alle stampe, approntati per tante occasioni locali e denotanti la sua particolare predisposizione per questo genere di espressione culturale. Alla morte del Toscani, il Consiglio comunale, tessendone l’elogio, non mancò di affermare che egli fu cittadino integro, preclare e di principii liberali, e seppe mai sempre conciliare con molta sagacia la sua difficile posizione di sacerdote con quella di cittadino libero e indipendente.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 303.

Parma 25 marzo 1867-Riverdale 16 gennaio 1957
Le doti musicali che dimostrò fin dall’infanzia indussero il padre, un sarto appassionato per la lirica, a iscriverlo all’età di nove anni al Conservatorio di Parma. Qui fu allievo di L. Carini per il violoncello e di G. Dacci per la composizione. Si diplomò nel 1885 col massimo dei voti. Dal 1880 fu attivo come violoncellista nell’orchestra del Teatro Regio di Parma. Nel 1886 fu scritturato in qualità di strumentista e come secondo maestro del coro da una compagnia formata in Italia in vista di una tournée operistica in Brasile. Chiamato improvvisamente a dirigere, nel corso di una esecuzione dell’Aida compromessa dall’incapacità del direttore e dall’ostilità del pubblico, trionfò, seguitando a dirigere nella tournée e ottenendo al ritorno in Italia l’incarico di concertare e poi di dirigere, al Teatro Carignano di Torino, Edmea di Catalani (4 novembre 1886). Negli anni seguenti suonò ancora in orchestra, quindi diresse opere dapprima in provincia, poi dal 1888 anche a Milano (La forza del destino al Teatro Dal Verme), Genova, Torino e dal 1890 al Liceo di Barcellona, quindi a Palermo (1892) e Bologna (1894), presentando un repertorio comprendente Luisa Miller, Rigoletto, Falstaff e anche la Cavalleria e la Wally, oltre a curare alcune prime. Dal dicembre 1895 all’aprile 1898 fu maestro concertatore e direttore d’orchestra al Regio di Torino, dove, sotto la spinta di Giuseppe Depanis, contribuì alla creazione dell’Istituto musicale della città nel cui ambito fu costituita un’orchestra municipale, primo organismo stabile del genere in Italia. A capo di quell’orchestra, soprattutto distintasi nell’attività al Regio, il Toscanini poté realizzare la sua concezione del compito spettante al direttore d’orchestra, curando con piena libertà d’azione tutti gli elementi dello spettacolo. Ebbe successo, tra l’altro, nell’impulso dato alla musica wagneriana: dopo aver presentato il Tannhäuser a Genova nel gennaio 1895, presentò a Torino il Crepuscolo in prima italiana nel dicembre dello stesso anno, quindi il Tristano (1897) e la Walkiria (1898). Nel 1896 diresse in prima assoluta la Bohème, presentandola poi in altre città. Per l’Esposizione del 1898 diresse una serie di 43 concerti, consolidando definitivamente la sua fama e ottenendo così per la fine di quell’anno l’invito alla Scala di Milano malgrado che, persona grata alla Casa Sonzogno (si dedicò, tra l’altro, a farne conoscere i compositori francesi quali Bizet e Massenet), godesse minor favore da parte della Casa Ricordi. Alla Scala esordì con un’accurata esecuzione dei Maestri cantori: fu l’inizio di un legame trentennale, se pure spaziato da temporanei distacchi. Negli anni seguenti vi diresse, tra l’altro, le prime italiane del Sigfrido (1899), Eugenio Onegin (1900)), Euriante (1902), Salome (1906) e Pelléas et Mélisande (1908). Dopo aver diretto nel 1903, 1904 e 1906 a Buenos Aires, nel 1908 venne chiamato a New York da Gatti Casazza, che assumeva la direzione del Metropolitan, ove fu attivo fino al 1915. Qui, oltre a tre opere di Wagner (Crepuscolo degli Dei, Tristano e Maestri cantori) e alla riesumazione dell’Orfeo e dell’Armida di Gluck, presentò in prevalenza opere di Verdi e Puccini, di cui diresse in prima mondiale La fanciulla del West (1910). Nel 1915 tornò in Italia e alla fine della guerra si dedicò alla riorganizzazione del Teatro alla Scala, guidandone l’orchestra in una tournée in Italia e negli Stati Uniti (1920-1921) e diventandone il direttore artistico. Vi presentò negli anni seguenti, oltre a opere classiche, anche alcune prime, tra cui, nel 1926, Turandot. Riprese quindi a svolgere attività negli Stati Uniti e nel 1928 fu nominato direttore principale della Filarmonica di New York, congedandosi dalla Scala nel 1929 e guidando nel 1930 l’orchestra della Filarmonica in tournée in Europa. Sebbene nel 1919 avesse fatto parte di una lista elettorale fascista, si trovò successivamente in crescente opposizione nei confronti della dittatura e, nato in ambiente repubblicano, della monarchia. Il rifiuto di eseguire i due inni ufficiali in una commemorazione di Martucci nel 1931 a Bologna provocò un tafferuglio in cui i fascisti lo colpirono. Non diresse quindi in Italia dal 1931 al 1946 e in Germania, ove aveva preso parte ai festival di Bayreuth nel 1930 (Tannhäuser e Tristano) e nel 1931 (Tannhäuser e Parsifal), sospese ogni attività dal 1933 in opposizione al nazismo. In Austria, dopo aver diretto nel 1938 a Salisburgo Falstaff, Fidelio e Flauto magico, interruppe altresì l’attività per l’Anschluss. Dal 1937 fu a capo dell’orchestra della NBC e negli anni seguenti non diresse più opere in teatro. Dopo la seconda guerra mondiale tornò più volte in Italia e l’11 maggio 1946 diresse il concerto inaugurale della Scala ricostruita. Vi diresse ancora uno spettacolo commemorativo di Boito (1948), la Messa di Verdi (1950) e un concerto wagneriano (1954), mentre nel 1949 inaugurò a Venezia il 1° festival del dopoguerra. Negli stessi anni diresse ancora negli Stati Uniti varie importanti esecuzioni radiofoniche e concertistiche di musica operistica e sinfonica, incidendo inoltre numerosi dischi. Molteplici ragioni non squisitamente musicali hanno contribuito a fare del Toscanini una figura quasi leggendaria. Certamente influirono la quasi casuale rivelazione nel corso della tournée brasiliana, i suoi atteggiamenti spesso burberi e duri, la scarsa disposizione ad accettare compromessi di qualsiasi genere, la sua lunghissima carriera ed ebbero un peso rilevante le prese di posizione politiche, come il suo acceso interventismo in occasione della prima guerra mondiale, la sua decisa avversione al fascismo e al nazismo e la polemica nei confronti di R. Strauss e Furtwängler, la dichiarata simpatia per gli ebrei e il ciclo di concerti palestinesi nel 1936. Va tuttavia sottolineato che alla base del mito Toscanini stanno indiscutibili ragioni musicali. Ebbe una memoria e un orecchio fuori del comune, conobbe come pochi la musica dell’Ottocento, dimostrò sempre una estrema fedeltà ai testi interpretati, entro i limiti, naturalmente, di una prassi esecutiva moderna, e si distinse dai grandi direttori del suo tempo, soprattutto per il più vivace stacco dei tempi e per il brillante carattere del suono che sapeva ottenere dall’orchestra. Ma la sua opera può essere compresa appieno soltanto se si fa riferimento alla cultura musicale italiana del suo tempo. Se si tiene conto dell’opera appassionata del cosiddetto gruppo di Martucci e Sgambati, che si adoperò per la diffusione in Italia della grande musica ottocentesca, ignorata a favore del melodramma, se si pensa al tentativo di sprovincializzazione e internazionalizzazione effettuato dai musicisti della generazione dell’Ottanta, risulta più facile comprendere la predilezione del Toscanini per il teatro wagneriano, per la produzione sinfonica tedesca, per i compositori francesi e le sue simpatie per Boito e Catalani. Il suo merito maggiore fu senza dubbio la decisa reazione al malcostume imperante nell’esecuzione del repertorio melodrammatico, tutta incentrata sui cantanti, che erano i veri e soli arbitri di se stessi e alle cui prestazioni si limitava l’interesse del pubblico. Malcostume che coinvolgeva anche le opere di Verdi, che pure aveva mirato a creare unità drammatiche complesse, alla cui formazione contribuivano con pari dignità canto, orchestra ed elementi scenici. Proprio partendo dall’interpretazione delle opere verdiane, il Toscanini rovesciò dalle fondamenta questo stato di cose, sostenendo la necessità di una serrata coordinazione dei vari elementi musicali del melodramma, in termini altrettanto perentori che per la drammaturgia wagneriana. Il suo primo bersaglio fu il divismo dei cantanti, che troppo spesso si allontanavano dalla lettera e dallo spirito delle partiture per ragioni esclusivamente virtuosistiche, e poi pretese la corretta organizzazione degli allestimenti, sostenendo l’esigenza che anche la parte scenica fosse curata in maniera professionale e introducendo la figura del regista, sino ad allora sconosciuta nei teatri d’opera italiani. Il risultato fu quello di ridare dignità a opere che, realizzate correttamente, dimostravano di poter stare accanto degnamente, pur con le inevitabili differenze storico-culturali, ai grandissimi capolavori wagneriani. Proprio l’esperienza direttoriale dell’opera verdiana segnò in modo indelebile lo stile toscaniniano, che fu caratterizzato dalla capacità di far emergere, anche nelle più complesse partiture sinfoniche, le singole linee melodiche, mettendone in risalto tutti i particolari, compresi quelli più minuti e apparentemente insignificanti. Così il Toscanini poté accostarsi con risultati di assoluto rilievo, anche se qualitativamente differenti, a compositori come Donizetti, Verdi, Wagner, Puccini, Mozart, Beethoven, Brahms e Debussy. Autore, quest’ultimo, che segnò praticamente il confine oltre il quale il Toscanini non volle spingersi: legato infatti soprattutto alla musica ottocentesca, delle opere contemporanee eseguì quelle che a essa si ricollegavano, ignorando Mahler, schönberg, Berg, Webern, Casella e Malipiero. Ma si trattò di una scelta corretta e conseguente, poiché non si sentiva di dirigere musiche che non riusciva a capire. Compose Berceuse per pianoforte (1884) e alcune romanze.
FONTI E BIBL.: G.M. Ciampelli, A. Toscanini, Milano, 1923;   Il pianoforte, 1924; E. Cozzani, A. Toscanini, Milano, 1927; D. Bonardi, Toscanini, Milano, 1929; T. Nicotra, A. Toscanini, New York, 1929; P. Stefan, A. Toscanini, Vienna, 1936; P.Stefan, Toscanini, Milano, 1937; L. Gilman, Toscanini and Great Music, New York, 1938; S. W. Hoeller, A. Toscanini, New York, 1943; Gajanus, Toscanini, Bologna, 1945; G.M. Ciampelli e F. Dameno, Toscanini, Milano, 1946; D. Nives, A. Toscanini, Milano, 1946; A. Della Corte, A. Toscanini, Vicenza, 1946; A. Segre, Toscanini, the First Forty Years, in MQ 1947; H. Taubman, Toscanini, Londra, 1951; F. Sacchi, Toscanini, Milano, 1951; D. Ewen, The Story of A. Toscanini, New York, 1951 (ed. ampliata 1960; traduzione italiana, Bari, 1951); A. Della Corte, L’interpretazione musicale e gli interpreti, Torino, 1951; H. Taubman, The Maestro, New York, 1951; C. Sartori, The Scala under Toscanini, in Opera 1954; R.C. 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Lendvai, Toscanini and Beethoven (A Reconstruction of the Seventh Symphony), in Studia Musicologica 1966; M. Labroca-V. Boccardi, Arte di Toscanini, Torino, 1966; L. Frassati, A. Toscanini e il suo mondo, Torino, 1967; J. W. Klein, Toscanini and Catalani. A Unique Friendship, in ML 1967; K. V. Burian, A. Toscanini, Praga, 1967; A.Toscanini, Parma nel centenario della nascita, a cura di C. Allodi, Parma, 1967; B. H. Haggin, The Toscanini Musicians Knew, New York, 1967; G. Pugliese, Verdi and Toscanini, in Opera 1967; D.H. Winfrey, A. Toscanini in Texas. The 1950 NBC Symphony Orchestra Tour, Austin, 1967; S. Khentova, L’impresa di Toscanini, Mosca, 1968; N. Fiorda, Arte, beghe e bizze di Toscanini, Roma, 1969; F. D’Amico, R. Paumgartner e altri, La lezione di Toscanini Atti del Convegno di studi toscaniniani al XXX Maggio musicale fiorentino, Firenze, 1970; F. Serpa, Gli schiaffi a Toscanini (Gli avvenimenti del 1931 a Bologna attraverso una raccolta di documenti inediti), in Nuova Rivista Musicale Italiana, 1970; G. Barblan, Toscanini e la Scala, Milano, 1972, con Testimonianze e confessioni di E. Gara; G.N. Vetro, A. Toscanini alla R. Scuola del Carmine in Parma (1876-1885), Parma, 1974; G.R. Marek, Toscanini, New York, 1975; B.W. Wessling, Toscanini in Bayreuth, Monaco, 1976; A. Basso, Storia del Teatro Regio di Torino, vol. II, Il Teatro della Città, Torino, 1976; H. Sachs, Toscanini, Londra, 1978 (traduzione italiana Torino, 1981); D. Matthews-R. Burford, A. Toscanini, Tunbridge Wells, Kent, 1980; D Cairns, in GROVE; H. Sachs, A. Toscanini: Some New Discoveries, in Ovation, 1982; D. Matthews, A. Toscanini, Tunbridge Wells, 1982; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, Parma, 1982; H. Sachs, Toscanini, Hitler and Salzburg, in Grand Street 1986 (traduzione italiana in Nuova Rivista Musicale Italiana 1987); H.Sachs (a cura di), A. Toscanini dal 1915 al 1946: l’arte all’ombra della politica, catalogo della mostra, Torino, 1987; J. 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Studi e ricerche, a cura di G.Piamonte e G.N.Vetro, Parma, 1973; R. C. Marsh, Toscanini der Meisterdirigent, Zurigo, 1958; Enciclopedia Italiana, XXXIV, 1937, 106 e appendice II, 1961, 969; G. Samazeuilh, Toscanini à Paris, in Les Annales Politiques et Littéraires 1 giugno 1934; E. Vuillermoz, Toscanini à Paris, in L’illustration 8 dicembre 1934; D. Shawe-Taylor, Toscanini or Beecham, in New Statesman and Nation 1951, 1952, 1957; G. Graziosi, L’interpretazione musicale, Torino, 1952; R. Leibowitz, Le compositeur et son double, in Les Temps Modernes giugno 1954; Enciclopedia Spettacolo, IX, 1962, 1009-1021; Dizionario Ricordi, 1976, 664-665; A.Trudu, in Dizionario Musicisti UTET, VIII, 1988, 75-76.

Parma 1833-Milano 29 marzo 1906
Figlio di Angelo. Sarto, temperamento focoso e ardito, fu garibaldino e repubblicano e per i suoi ideali affrontò volontario la guerra e il carcere. Combatté con Garibaldi nella campagna del 1859, prese parte alle battaglie che conclusero nel 1860 l’impresa dei Mille e nel 1862 fu tra coloro che risposero all’appello di Garibaldi per la liberazione di Roma partendo dalle province meridionali: disertò dal Regio Esercito per unirsi ai garibaldini. Per tale ragione fu condannato a morte dopo l’aspromonte e, scampato alla fucilazione, soffrì tre anni di carcere duro. Nel 1866 la terza guerra di indipendenza lo trovò nel Trentino con Garibaldi benché sposato da pochi giorni. Tornato a Parma al termine di questa sua ultima impresa militare, ritrovò la giovane moglie in attesa del primogenito. Ma anche la prospettiva di un prossimo lieto evento in famiglia non lo distolse dalla sua attività politica. In un rapporto riservato della Prefettura di Parma al Ministero dell’Interno in data 7 novembre 1866 si legge: Ieri sera convenivano presso il farmacista Gardelli in via S.ta Croce cinque o sei cittadini del partito radicale fra cui si notarono gli avvocati Magradi e Spinazzi per determinare intorno ai sussidii di cui estremamente abbisogna il periodico l’Unità Italiana. Si sono nuovamente quotati ed incaricarono certo Toscanini Claudio fu Angelo d’anni 30 sarto e Ceresini Augusto di Pellegrino Parmense d’anni 28 commesso di negozio, ambedue dimoranti in Parma e già compromessi nell’affare d’aspromonte, di raccogliere offerte a questo scopo. Si terrà dietro alle loro pedate. A seguito di tale rapporto il Toscanini fu anche schedato dal Ministero dell’Interno, mentre la sua opera di ricerca di fondi per il giornale, almeno da quanto risulta in altra riservata del 30 novembre, pare non abbia avuto esito favorevole.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1906, n. 90; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 422; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 10-11.

TOSCANINO, vedi STETUR ENRICO


Parma 9 novembre 1892-Cason del Sole 7 dicembre 1917
Figlio di Ercole e Adelina Baistrocchi. calzolaio, milite della Croce Rossa della 81a Sezione Sanità, 281° Reparto Someggiato, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sprezzante del pericolo ed infaticabile, rinunciava al cambio in un posto di collegamento avanzato, finché cadde ferito a morte. Fu sepolto nel Cimitero di Caron della Mura.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13-14 dicembre 1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 244; Decorati al valore, 1964, 100.


ante 1580-Parma 1620
Sacerdote, fu cantante (basso) e suonatore di viola della Cattedrale di Parma (20 aprile 1590-12 aprile 1592). Il 7 ottobre 1580 fu investito di un beneficio semplice, eretto nella parrocchia di San Bartolomeo in Parma. Il Toschi fu anche sagrista della Cattedrale con l’incarico di pagare i cantori della Cappella. Nel 1592 venne investito del beneficio della prima dogmania, a cui era annesso l’obbligo di insegnare il canto ai Seminaristi, ufficio che continuò fino al 1620.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale, Mandati; Archivio della Curia vescovile, Benefit. necnon Benefitiat. Compendium, fol. 32, Civitatis Parmae Beneficia, vol. III, 185, vol. IV, 289; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 106.


Berceto 1421/1447
Dopo essere stato Rettore della parrocchia di Fugazzolo, il vescovo Bernardo da Carpi gli conferì la cura della Pieve di Berceto il 29 luglio 1421. Con atto del cancelliere vescovile Nicolò Zangrandi in data 29 dicembre 1427, il Toschi venne creato dal vescovo Delfino della Pergola suo nuncio, attore, procuratore e legittimo difensore in tutto ciò che poteva riguardare la difesa e tutela dei beni di proprietà della Mensa Vescovile, contro i duchi di Milano. Per un tratto di benevolenza e stima da parte del vescovo Delfino della Pergola e dei suoi ufficiali verso il Toschi, venne a lui indirizzato l’editto di convocazione del Sinodo diocesano del 1436: Dilecto nobis in Christo Archipresbytero plebis de Bercepto. Da ciò si può pensare che in detto Sinodo il Toschi ricevesse qualche importante mansione. Lo stesso vescovo Delfino della Pergola ricorse più tardi all’opera del Toschi in occasione di ingiuste spogliazioni di beni della Mensa Vescovile compiute nel territorio di Berceto. Con atto infatti del suo cancelliere notaio Nicolò zangrandi dell’11 maggio 1447, costituì suoi procuratori in Berceto lo stesso Toschi e il sacerdote Gabriele Solari, perché rivendicassero i beni usurpati alla sua Mensa.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 35-38.


Berceto 1480/XVI secolo
Figlio di Andriolo. Canonico della Collegiata di Berceto, fu presente allorché il vecchio Pier Maria Rossi dettò al notaio bercetano giovanni Malchiostri, il 19 settembre 1480 nella Camera d’Oro del Castello di Torrechiara, il terzo codicillo al suo testamento costituendo erede della vasta Contea di Berceto il figlio naturale Bertrando. Il Toschi fu in seguito eletto Prevosto: era già tale nel 1486, allorché con atto notarile del 26 giugno del bercetano Gian Lazzaro Marchetti, Matteo Beccari dichiara di accettare il canonicato di San Moderanno, vacante per rinuncia di Giovanni Beccari (Archivio Vescovile, rogito Giovanni Antonio Pavarani).
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 49-51.


Parma prima metà del XIX secolo
Calcografo, fu parente e allievo di Paolo Toschi nell’Accademia parmense.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3305.

Ballone 1785-Parma 19 novembre 1836
Mandato a Parma per compiervi gli studi, vi si applicò con tenacia e amore studiando prima lettere e poi medicina. Seppe guadagnarsi grande stima, dovuta al valore dei suoi studi e malgrado non godesse protezioni di potenti. Appena laureato fu iscritto tra i Medici della Carità, dedicandosi alla cura dei poveri. Alla morte del titolare (Ambri), fu chiamato provvisoriamente a tenere lezioni di igiene e terapeutica e poco dopo si guadagnò per concorso la cattedra di Materia medica, che tenne dal 1817 alla morte. Coprì le cariche di consulente medico della Ducal Casa e consigliere del protomedicato di Parma. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Scrisse Tesi mediche e Cenni sulla tolleranza Rasoriana. Alla sua morte, Gaspare Ortalli scrisse un sonetto posto all’Università di Parma sotto il suo busto. Delfino Delfini ne incise il ritratto nello Studio Toschi. Della sua morte parlarono anche giornali non locali, come il Figaro (n. 97) di Milano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1828, 377, 1836, 417; B. Molossi, Vocabolario Topografico, 1834, 9; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 452-453; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 213; M. Varanini, Salsomaggiore, 1939, 99-101; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 232.


-Parma 20 dicembre 1800
Fu cantore alla Corte di Parma con l’obbligo di cantare in tutte le funzioni di chiesa tanto a Parma che a Colorno e a Copermio, nelle esecuzioni musicali di Camera o di Accademie, nominato con Regio Decreto del 5 giugno 1783. Il 27 ottobre 1784 gli fu aumentato lo stipendio di 2 mila lire.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo B, 1, fol. 329; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 215.


Monticelli 14 settembre 1700-Cadice 2 febbraio 1740
Frate cappuccino, fu destinato alle missioni. Compì a Carpi la vestizione (28 maggio 1718) e la professione di fede (28 maggio 1719). Fu predicatore nel 1729.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 105.


Bazzano 1627/1649
Il 9 gennaio 1627 il Toschi fu nominato arciprete di Bazzano. Sotto il Toschi figurarono altri sacerdoti coadiutori o cappellani: dal 1644 in avanti Pellegrino Albertelli, Pellegrino Rubertelli e Lazzaro Ragazzi. Il Toschi sottoscrisse fino al 1649 373 atti di battesimo: una media di diciassette l’anno. I matrimoni dal 1627 al 1649 furono 48, più 9 sottoscritti dall’Albertelli. Dei morti non esisteva ancora il registro, che venne istituito nel 1665.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 23.


Parma 1265
Saltimbanco, attore comico e mercante, ricordato da Andrea Tolomei in una sua lettera da Troyes (29 novembre 1265): Guido Toscho di Parma si à fati pani di questa fiera per la sua compagnia, e andarsene chon essi: ed ami deto que i falivano intorno di ciento lire e que vole qued io li li presti; la quale chosa non vorei que fuse mistiere; ma se mistiere sarà, si credo di prestarlili, perqué mi parebe una crudilità a non prestarlili; tanta dimesticheza avemo avuto cho la sua compagnia, e avaremo anchora, se Dio piacie. E se i trovarò a comprare, a paghare in Lombardia, si li comprarò cho lui insieme, più voluntieri qued io non li li prestarò. E la sua investita monta intorno di mille lire di provesini (Lettera di Andrea de’ Tolomei a messer Tolomeo e agli altri compagni de’ Tolomei in Siena, da Troyes 29 novembre 1265, in Lettere volgari del Secolo XIII scritte da Senesi pubblicate da C. Paoli e E. Piccolomini, Bologna, Romagnoli, 1871).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 luglio 1979, 3.

TOSCHI MARCHIONE o MARCHIONN, vedi TOSCHI MELCHIORE


Parma ante 1416-Brescello o Parma 1440 c.
Figlio di Michele. Fu maestro d’orologi insigne. Dimorò in Brescello. Nel 1421, essendo podestà di Parma Pietro Barbò da Soncino, gli Anziani del Comune deliberarono di ornare la torre comunale di un orologio nuovo decorandone il prospetto con dipinti. Si offrì per eseguire l’orologio il Toschi, il quale si obbligò a darlo compiuto nel marzo del seguente anno. Inoltre pattuì non solo di porre l’orologio a luogo, ma anche di provvedere gli ingegni occorrenti a condurre sulla torre la Stella o il Raggio e il dipinto che doveva ornare l’orologio. Il prezzo dell’opera fu concordato in 90 lire imperiali, con esenzione di ogni dazio per il trasporto da Brescello a Parma (dove il Toschi promise di trasportare il suo domicilio) delle ruote e degli altri meccanismi dell’orologio. Da ultimo promise di avere diligente cura dell’orologio durante tutta la sua vita: per questo il Comune lo retribuì con uno stipendio mensile di 44 soldi e col godimento di una bottega del Comune sotto la scala del Palazzo vecchio verso la piazzuola delle erbe. Solamente dieci anni dopo si determinò di farvi quella Stella o Raggio convenuti col Toschi, poiché il cronista da Erba sotto il 18 marzo 1431 registra che si incomenciò di far ponti alla torre del Comune di fuora verso le tavolle per farvi la ruota dell hore dimostrative al popolo nella quale fu anco fatta una luna che dimostrava tutti gli dì et il tempo della luna agli   intelligenti, e fu finita lì 24 di luglio. Nell’aprile poi del 1433 al mezzo della torre medesima venne aperta una finestra a foggia di tabernacolo, donde a ogni battere delle ore per maestrevole artificio usciva un angelo con tromba in mano in atto di suonare. Il Toschi morì, a quanto sembra, verso il 1440 poiché la figlia Maddalena, abitante in Brescello, il 30 luglio 1443 accettò sui beni dei Mazzoli di Parma l’ipoteca della dote di 133 lire imperiali che aveva avuto dal defunto genitore all’epoca del matrimonio da essa contratto con Giovanni Mazzoli di Parma. Il Toschi è ricordato in diversi atti notarili: Mccccxvj, Indicione nona, die octava mensis Septembris. Michael de Pedrinis f. q. Avancini vic.e Sancte Trinitatis porte Benedicte, profitens se lege romana vivere, per se et suos heredes, ad proprium et alodium, dedit, vendidit et tradidit. Magistro Melchiore de Tuschis figlio domini Michaelis presentialiter habi. Terre Burgi sancti Donini parm. Dioec. in vicinia Sancte Marie, presenti, acquirenti, stipulanti et recipienti pro se et suis heredibus et cui dederit medietatem pro indivisso duarum domorum contiguarum et mediatatem pro indivisso duarum aliarum domuncularum contiguarum muratarum et copatarum cum medietate pro indiviso cuire existente in medio ipsarum et mediant medietatis pro indiviso unius putei cum casamento, muris et edificiis ad ipsas medietates pro indiviso spectantibus et pertinentibus posit. in civitate parme in vic.e Sancte Trinitatis. Quibus omnibus sunt fines, ab parte strata communis Burgi strinatorum abi. Zanini de Scanacapris, ab Bernardi de Strinatis pro precio, solucione et pacamento in soma librarum centum quinquaginta imperialium. Unde predictus Michael venditor fuit confussus et in concordia cum suprascripto Magistro Melchiore emptore, se ab eo habuisse et recepisse libra CL imper. pro precio solucione et pacamento dictarum medietatarum pro indivisso dictarum domorum, domuncularum, curie et medietate medietatis puteis. Actum parme in vicina Sancte Trinitatis (rogito di Giovanni da San Leonardo, nell’Archivio Notarile Parma); Mccccxviiii Indicione xij die secondo mensis aprilis. Venerabilis et religiosus ac honestus vir dominus Frater Pretus de Vicedominis de Monticulo f. q. nobilis et egregi viri D. Tomaxini de vicedominis de Monticulo, Preceptor domus sancti Thomae de Carubiolo, Ordinis sancti Johannis Iserosolamitani discrictus Burgi sancti Donini parmensis diocesis per se et suos successores ac sponte et ex certa scientia et non per errorem ut dixit, fuit confessus et in concordia cum Magistro Melchiore de Tuschis f. q. d. Michaelis, habitatore Burgi Sancti Donini in vicinia Sancte Marie parmensis diocesis ibi presente stipulante et recipiente pro se et suis heredibus se ab eo habuisse et recepisse libras octo sold. septem et den. sex imper., pro complemento et integra solucione et satisfacione illorum ducatorum decem novem cum dimidio auri quos dictu Magister Melchior dare et solvere tenebatur et debebat dicto domino Petro Preceptori antedicto occaxione fictus terrarum dicte domus Sancti Tomae de Carubiolio. Inoltre lo stesso Precettore da quitanza della somma librarum decem imper. et sold. undecim imper. pro duabus libris candelarum cere solutis per dictum Magister Melchiorem, magnifico Rolando Marchioni Pallavicino occaxione taleae per ipsum imposite Clero Burgi sancti Donini et Districtus eiusdem. Actum parme in vicinia Sancti Apolinaris in domo habitationis egregii legum Doctoris Domini de Guarumbertis (rogito di Giovanni da San Leonardo, nell’Archivio notarile di Parma); 9 giugno 1422, Maestro Melchiorre de Tuschis f. q. Michele e Giovanni Ferrandi abitanti in Borgo S. Donnino avevano preso in affitto dalle monache di S. Maria Theodotis detta della Pusterla di Pavia le terre che queste possedevano nella villa di Tocalmato posta nel distretto di Parma e di Borgo (rogito di Antonio Busani, in Archivio Notarile di Parma); 18 agosto 1425, Testimonio maestro Melchiorre de Tuschis f. q. Michaelis vic.e Sacnti Alexandri, porte benedicte (rogito San leonardo Giovanni, in Archivio Notarile di Parma); 12 settembre 1427, Il Rettore della chiesa di Sant’Imerio da a livello annuo di 10 soldi imp. a Melchiorre de Toschi f. del fu Michele citt.o parm.o unam curtem muratam positam in vicinia dicte Ecclesie Sancti Imerii cui sunt fines ab via co.is et plateale dicte ecclesie, ab Buseti ab ecclesia Sancti Donini civitatis parme in parte et in parte Guielmini de Taneto, et ab Jacobi de Folchinis que dicitur esse tabula una et pedes duo terre vel circha e fu stimata dai discreti uomini Niccolò da Ramiano maestro di legname e Francesco de Calziavachis maestro a muro et lignamine (rogito di Andriolo Riva, in archivio Notarile di Parma); 15 novembre 1427, Actum parme, presentibus Ma.gro Melchiore de Tuschis f. q. d.ni Micaelis vic.e Sancti Alexandri porte benedicte (rogito di Giovanni da San Leonardo, in Archivio Notarile di Parma); 13 febbraio 1441, Giovanni de Tuschis f. q. Melchiore della vic.a di S. Imerio testimonio (rogito di Giovanni Palmia, in Archivio notarile di Parma); 30 maggio 1458, Testamento della Sig. Giovanna Cerati f. q. Ilariolo e vedova di Melchiorre Toschi, ab.e nella vic.a di S. Imerio, nel quale istituisce erede universale la propria figlia Francesca, maritata in Maestro Francesco de Faragutis; lascia un legato di mobili a Baldassarre f. q. Giovanni Toschi suo figlio predefunto, e 5 soldi imperiali per cadauno ai figli della defunta altra figlia, Giacomina già moglie di Paolo Comaschi, di nome Pietro, Baldassare, Gaspare, Bernardino e Beatrice fratelli suoi nipoti (rogito di Galasso Leoni, in Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, 1842, II, 206 e ss.; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 68-70.

Parma 6 giugno 1788-Parma 30 luglio 1854
Nato da Luigi, cassiere delle Poste del Ducato, e Anna Maria Brest. Il Toschi cominciò giovanissimo a studiare pittura sotto la guida di Biagio Martini, professore dell’Accademia di Parma, ottenendo già nel 1805, in un concorso di nudo di quell’Istituto, elogi per un disegno presentato. Contemporaneamente alla pittura, fece pratica d’incisione nella scuola del francese Francois Simon Ravenet e nel 1807 fondò, assieme a Tommaso Gasparotti, antonio Isac e Vincenzo Raggio (ai quali si aggiunse un anno più tardi Claudio Linati), la Società parmense degli incisori all’acquerello. La Società durò solo fino al 1809. Su disegni di Biagio Martini (spesso tratti da opere del parmigianino o del Poussin), i giovani incisori riprodussero all’acquatinta soggetti sacri, scene classiche e realistiche (appartengono a quel periodo alcune Sacre famiglie, il Baccanale, La Morte di Lucrezia, Gismunda che beve il veleno, Diogene in cerca della donna, Vecchia che si scalda). Nel 1809 il Toschi, in seguito a disgrazie di famiglia, decise di abbandonare definitivamente la pittura e dedicarsi all’incisione, che riteneva di maggiore rendita. Gli amici, che riconoscevano in lui singolari doti di disegnatore e di potenziale pittore, cercarono in ogni modo di dissuaderlo e più di tutti il Linati che chiese anche l’intervento del precettore Caderini perché cercasse con la sua autorità di far recedere il Toschi dalle sue decisioni: Sarebbe peccato che il suo talento si perdesse in materiale lavoro, e che uno che può essere pittore, scelga di farsi servitore alla  pittura. Egli è un poco di avidità di denaro, che gli fa parer fiorita quella carriera arida e scabrosa; ma l’oro splende da lunge e per toccarlo si pone talvolta in un cammino, che per lunghezza fa cadere a mezzo. Ma il Toschi, sicuro della sua scelta e desideroso di dare alla propria cultura un più ampio respiro, decise di andare a Parigi, città che il trionfo dell’epopea imperiale aveva reso centro vitale di ogni attività artistica europea. Finanziato da quell’ottimo Lucio Bolla che chiamerò sempre mio unico amico e secondo padre, e in compagnia dell’amico fraterno e futuro cognato Antonio Isac, nel 1809 partì finalmente per Parigi. sistematosi in un primo tempo presso il pittore Michele Rigo in Rue de Hanovre e in seguito all’Hotel de Mailly in Rue de l’Université n. 45, cominciò a frequentare lo studio d’incisione all’acquaforte del fiammingo Oortmann e soprattutto quello di bulino del Bervic, al quale il Bolla lo aveva particolarmente raccomandato. Sotto la guida del Bervic, al quale riconobbe tutta l’arte del bulino, siccome all’olandese Oortmann ciò che concerne la preparazione all’acquaforte, cominciò a perfezionarsi nel disegno (ottenendo già nel 1810 il 1° premio triennale) esercitandosi soprattutto in neoclassiche riproduzioni di statue antiche e nella imitazione di alcuni ritratti del Sei-Settecento francese. Appartengono a questo periodo alcune incisioni che furono esposte nel 1811 a Parma in occasione della exposition des objets d’art et d’industrie du département du Taro, riproducenti Pallade, Marte e i ritratti di Bossuet, Mazzarino, Colbert e Fleury. Inserendosi subito nell’ambiente artistico parigino, strinse amicizia con Gérard e i suoi più intimi, dei quali anche in seguito riconobbe l’influenza sulla sua formazione culturale. Ma soprattutto rivolse la sua attenzione e il suo studio ai capolavori del Rinascimento italiano raccolti in quel tempo nei Musei Napoleonici: Ma oltre ogni dire accendevami lo spirito e avvezzami al vero bello il meditar continuo e lo studiare nelle sublimi opere italiane che erano a que’ giorni sulla Senna. Dopo il crollo dell’impero napoleonico, quando l’imperatore d’Austria incaricò il conservatore della Galleria di Vienna di recuperare le opere d’arte degli Stati austriaci e del Ducato parmense portate a Parigi da Napoleone Bonaparte, il Governo di Parma incaricò il Toschi, unica persona che, per sapere, prudenza ed energia potesse condurre a buon effetto il negozio, di riceverne la consegna. In collaborazione col conte Stefano Sanvitale e col console Giuseppe Poggi, incaricato d’affari del Ducato di Parma, rintracciò molte opere, tra le quali anche la Madonna del S. Girolamo del Correggio, che riuscì a far tornare a Parma nel 1816. Il Poggi, relazionando da Parigi il ministro Magawly sul recupero e la spedizione dei quadri, dice tra l’altro: Mi credo in dovere di raccomandare al favore di V. E. il Signor Toschi nostro, che ha meritato dalla patria esponendosi ancora allo sdegno de’ suoi confratelli nell’arte, ch’egli coltiva con onore anche di Parma. Nel 1817 ricevette il diploma di accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Nello stesso anno gli venne dato dal Bervic l’incarico di collaborare assieme al Gérard e al Fragonard alle illustrazioni dell’importante edizione di Os Lusiadas del Camões, curata dal Souza Boltho, incidendo ex novo la vignetta del canto VII e revisionando tutte le altre pur compiute da valenti e rinomati incisori. Incaricato dal console del Ducato di Parma a Parigi, Giuseppe Poggi, di sbrigare diversi affari pel servizio del Governo, pieno di merito e carico di onorifici lavori, tornò a Parma nel 1819, portando con sé le lastre già iniziate dello Spasimo di Sicilia da Raffaello e della Entrata di Enrico IV dal Gérard, oltre che la commissione di terminare l’intaglio del Testamento di Eudamida dal Poussin, iniziato dal Bervic. Sposatosi lo stesso anno con Maria Rigo, figlia del banchiere Bartolomeo, divenne socio del cognato Isac della Scuola d’incisione da questi fondata nel 1814, che prese il nome di Studio Isac-Toschi. La scuola, divenuta in poco tempo famosa e frequentata da studenti provenienti da ogni parte d’Europa, venne in seguito inserita come sezione d’insegnamento nell’Accademia di Belle Arti. Con Decreto sovrano del 18 novembre 1820 venne nominato da Maria Luigia d’Austria direttore della Galleria e delle Scuole dell’Accademia di Parma, al posto di Francesco Calboli Paolucci. Da quel momento in poi il Toschi resse (tranne un breve periodo nel 1848, di sospensione per ragioni politiche) le sorti artistiche della città. In meno di dieci anni, in collaborazione con l’architetto Bettoli, al quale fu unito da uno stesso ideale neoclassico di composta e misurata eleganza, cambiò la fisionomia architettonica della città, sovrintendendo ai progetti (e a volte modificandoli) e alle esecuzioni di questi, proponendo nuove opere di interesse pubblico e imponendo artisti da lui considerati meritevoli. Nel 1821 il Toschi venne incaricato da Maria Luigia d’Austria di studiare, assieme all’architetto Bettoli, l’ampliamento delle Scuole dell’Accademia e quello della Galleria, che da tempo si era rivelata inadeguata al patrimonio artistico della città. nell’aprile del 1821, in seguito alla sollecitazione sovrana, il Toschi inviò al barone Ferdinando Cornacchia il progetto d’ampliamento, perché lo sottoponesse al giudizio sovrano. Ottenuta da Maria Luigia d’Austria l’approvazione, iniziarono lo stesso anno i lavori, che si protrassero fino al 1825. L’Accademia venne ampliata e riunita in  un unico edificio, usufruendo di un grande magazzino della tipografia ducale, di stanze attigue al teatro Farnese e di un appartamento lasciato libero da Biagio Martini, mentre la Galleria si arricchì di un grande salone ricavato dal Teatrino di Corte, unito alla sala preesistente per mezzo di una stanza elittica creata ex novo, dove vennero poste quattro colonne corinzie. La costruzione, l’ornato e il riordinamento della Galleria vennero progettati dal Toschi, secondo quanto egli stesso afferma, mentre il Bettoli diresse l’esecuzione dei lavori. L’inaugurazione avvenne solennemente il 10 luglio 1825 e il 14 luglio dello stesso anno il Toschi ricevette da Maria Luigia d’Austria la croce di cavaliere. contemporaneamente ai lavori di ampliamento dell’accademia e della Galleria, nel 1821 Maria Luigia d’Austria incaricò il Toschi di sovrintendere alla costruzione del nuovo Teatro ducale progettato dal Bettoli, affidandogli in modo particolare la parte decorativa. Durante la costruzione del nuovo teatro, allorquando dovrassi intraprendere qualche lavoro d’ornato, è mia intenzione che si senta prima il parere della Commissione d’ornato, presieduta dal prof. Dir. Toschi, alla quale verrà pure ammesso l’arch. Gazola. Il Toschi progettò tutte le decorazioni in rilievo dell’edificio: quelle dell’atrio, della platea, della bocca d’opera, della Galleria e di gran parte dell’arredamento. Suggerì i motivi ornamentali per gli affreschi della volta e del sipario ottenendo, dopo molte polemiche, che venissero affidati ad artisti locali. Dovetti immaginare tutto l’insieme della decorazione, e per la parte ornativa, causa l’insufficienza de’ pittori, mi vidi costretto ad inventare e disegnare in grande come ora si vedono, tutti gli ornati in tante grandi carte a ciò preparate, e poi sorvegliarne l’esecuzione. Nonostante l’impegno per i lavori del Teatro (che, iniziati nel 1821, terminarono nel 1829), il Toschi non trascurò in quel periodo la sua attività d’incisore. Nel 1826 portò a termine la lastra dell’Ingresso dell’Enrico IV da un dipinto del Gérard e nel settembre dello stesso anno si recò a Parigi per presentare, assieme al pittore francese, la stampa al re Carlo X al quale era dedicata. l’avvenimento, di grande rilievo nell’ambiente artistico francese, venne così commentato da un noto giornale parigino: Un artista che la Francia può dir suo, perché formato alla scuola del Bervic e perché ha scelto dei quadri francesi, il Sig. Toschi si è ora provato a prenderne dall’Italia, dalla Francia e dall’Inghilterra varie maniere diverse per usarne nella entrata dell’Enrico IV del Gérard il Sig. Toschi ha saputo ad un capolavoro aggiungere un capolavoro. Noi ci rallegriamo col Sig. Gérard e facciamo voti onde il Sig. Toschi impieghi il suo ingegno formato e coltivato in Francia a qualche nuovo capolavoro della scuola francese. Carlo X, in segno di apprezzamento per l’incisione particolarmente gradita, gli inviò in dono una tabacchiera d’oro ornata delle sue cifre in diamanti. Nel marzo 1827 il Toschi perdette la figlia di sedici mesi, Marianna Teresa, per un fulmineo attacco di petto. Nello stesso anno si aggravarono le condizioni di salute del cognato Isac, che venne dal Toschi assistito moralmente e materialmente con affetto più che fraterno. All’inizio del 1828, in seguito alla sua morte, che lo addolorò profondamente (l’ottimo mio amico e dilettissimo cognato ha terminato i suoi giorni, perì da angelo come visse), per aiutare la famiglia che si trovava in ristrettezze economiche (e sulla quale continuò a vegliare anche in seguito come un padre, pensando agli studi e alla sistemazione dei figli, aiutandoli a risolvere complessi problemi legali) chiese e ottenne di prendere il suo posto di professore d’intaglio all’Accademia di Belle Arti per versarne lo stipendio alla vedova. Nel 1828 riuscì a far comprare dal Governo la famosa Collezione Ortalli (composta di sessantamila incisioni di grande valore, conservata alla Biblioteca Palatina di Parma), che da lui acquistata nel 1827 per evitare che la lentezza delle trattative e l’indecisione del Governo potessero compromettere l’affare e che la preziosa raccolta venisse venduta all’estero, venne ceduta dal Toschi allo Stato per la stessa cifra da lui pagata. Nell’aprile del 1828 ricevette, in segno di stima, un anello dal Re di Sassonia, venne insignito della Legion d’onore da neipperg e venne nominato Cavaliere d’onore del Re di Francia (dal quale gli venne pure commissionata poco dopo l’incisione della sua incoronazione) e socio del Reale Istituto di Francia. Alla vigilia dei moti del 1831, nonostante importanti affari richiedessero la sua presenza a Firenze, il Toschi preferì rimanere a Parma per partecipare attivamente alle vicende politiche: fece parte della Deputazione del Comune che il 13 febbraio chiese a Maria Luigia d’Austria l’armamento della Guardia Nazionale e fu membro del Consiglio Civico fino al ristabilimento del Governo Ducale. Al ritorno di Maria Luigia d’Austria dal breve esilio piacentino, il Toschi, sospettato di carbonarismo fin dal 1823 e ormai politicamente molto esposto, venne tenuto sotto assiduo controllo della Polizia, che non gli perdonò l’attiva partecipazione ai moti insurrezionali. Nell’aprile del 1831 chiese un permesso per recarsi a Firenze, che, sotto il governo mite e tollerante di Leopoldo II, oltre che centro culturale vivace e stimolante, rappresentava il rifugio ideale di tutti gli esuli e perseguitati politici. Alla fine del mese, prima di partire per la Toscana dove il Bartolini, amico di vecchia data, gli offrì calorosamente ospitalità, scrisse al Presidente dell’Interno: Prima d’allontanarmi da Parma, in momenti in cui la malignità cerca di profittare delle attuali vicende per iscagliare i suoi dardi anche contro quelli che non ha mai potuto attaccare ed al solo fine che il mio silenzio non venga mal interpretato reputo mio dovere dichiarare che durante tutto il tempo della passata insurrezione io non ho fatto cosa alcuna che a me non sia sembrata un obbligo di buon cittadino e d’uomo d’onore e della quale io non possa dare pienamente ragione. Tornato a Parma, e ancora amareggiato per le recenti vicende, meditò, per un certo periodo, di trasferirsi definitivamente a Firenze o a Parigi, città a lui ugualmente care. Nell’agosto dello stesso anno presentò le dimissioni da Presidente e Professore dell’Accademia di Belle Arti, che vennero probabilmente rifiutate, perché dopo questa data il Toschi continuò a occupare il suo posto e a svolgere, anche se saltuariamente, le sue mansioni. Fino alla fine del 1831, infatti, fu costretto all’immobilità per una noiosa malattia dalla quale si rimise lentamente: Debbo avere molto riguardo e penso al modo di ripararmi i piedi dall’umido e dal freddo. Sono perciò a pregarti di mandarmi gli stivali fattimi dal Ronchetti col sughero nelle piante. Nel 1832 il Toschi fu quasi sempre fuori Parma, per lo più a Firenze dove di recò più volte per assistere alla tiratura dello Spasimo di Sicilia (terminato quell’anno) e a Roma. Solo all’inizio del 1833 riprese la sua normale attività. Ma il vigile e costante controllo della Polizia gli procurò una forte tensione nervosa che si tradusse spesso in una violenza verbale in lui insolita. In una lettera del 20 maggio 1833, strapazza sarcasticamente il direttore della Polizia di Parma, Odoardo Sartorio (che, odiato dai cittadini, venne assassinato il 19 gennaio 1834) perché aveva fatto sequestrare l’innocuo opuscoletto (che da tempo circolava autorizzato a Milano) del Giordani sullo Spasimo di Sicilia: Io debbo supporre che ciò provenga da’ suoi impiegati perché non posso credere che Ella si voglia dare il ridicolo di controllare la Polizia di Milano. Il vessare i buoni cittadini che vanno per le vie regolari pel solo piacere di far sentire il proprio potere è il vero carattere del vile impiegatuzzo ignorante e a che serve rompere gli stivali domandando per ogni ragazzata che arriva una dichiarazione in iscritto che a nulla giova? Nello stesso periodo inviò al podestà Le Brun una lettera fortemente polemica perché aveva destinato la sua casa ad alloggio militare per un Capitano con ordinanza a cavallo. Questa disposizione, che per il Toschi ebbe sapore di punizione e di controllo, lo amareggiò profondamente, convinto come era di aver ampiamente compiuto il suo dovere civico verso il pubblico interesse, ospitando in casa sua da sempre e senza ricompensa la scuola d’incisione facente parte dell’accademia di Belle Arti. Nonostante il fiero sdegno per i sospettosi controlli di cui si sentì ingiustamente oggetto, il Toschi non aveva, politicamente, la coscienza tranquilla. Dovendosi, nell’ottobre del 1833, recare a Milano per lavoro, chiese in via amichevole al Capo della Polizia se dall’anno scorso in qua fosse insorto qualche ostacolo al mio entrare nel Regno lombardo. Nessuno al certo meglio di Lei lo può sapere. In questi tempi più che mai, si deve credere tutto possibile. E ancora nel giugno del 1834, dovendosi di nuovo recare a Milano, si informò perché avendo sentito che nuovi rigori sono stati messi ai confini lombardi per lasciar passare le persone che sin qui non erano soggette che ad essere visitate, io sarei a pregarla di voler verificare presso la Polizia di Milano se nulla di nuovo vi sia sul mio conto trattandosi di materia che un rapporto d’un malevolo basta a rendere sospetto non si può mai essere sicuri. Nel settembre del 1834 gli venne commissionato da Roberto D’Azeglio, direttore della Galleria e dei Musei di Torino, il ritratto di Carlo alberto re di Sardegna (che già nel 1832 gli aveva inviato, in segno di stima, una scatola d’oro con le sue iniziali), che avrebbe dovuto servire come frontespizio alla Illustrazione della Reale Galleria, le cui incisioni vennero pure affidate al Toschi e alla sua Scuola. I lavori si protrassero fino al 1846, ma ancora  nel 1850 il Toschi avanzava grossi crediti dagli editori di questa povera opera che è stata il bersaglio dei bricconi. Nell’ottobre del 1836, al ritorno da un lungo soggiorno a Roma, venne nominato socio dell’Accademia di Ravenna e di quella di Durazzo. Nel marzo del 1837 accettò di collaborare alla Strenna Letterario-Artistica che il tipografo Santo Bravetta pubblicò l’anno successivo, nella quale si raccolsero articoli inediti dei migliori letterati italiani viventi e composizioni originali di noti artisti italiani incisi nelle principali scuole. Il Toschi, assicurando da parte sua un disegno poi inciso dal Dalcò, si prestò per ottenere la collaborazione dei più noti artisti contemporanei riuscendo a far aderire all’iniziativa anche l’Hayez, il Giordani e Massimo D’Azeglio. Lo stesso anno iniziarono i lavori per le illustrazioni della Reale Galleria Pitti, commissionata al Toschi e alla sua Scuola dal granduca Leopoldo II di Toscana, il cui ritratto inciso dal Toschi nel 1833 servì come antiporta della pubblicazione. I lavori si protrassero con alterne vicende e polemiche fino al 1842. L’opera, pubblicata dal Regio Calcografo Luigi Bardi (editore fiorentino di gran parte delle incisioni del Toschi), procurò al Toschi, nel 1841, la decorazione del Granduca di Toscana, dell’Ordine del merito di San Giuseppe. Sempre nel 1837 il Toschi fece da intermediario per risolvere la lunga polemica tra Maria Luigia d’Austria e il Bartolini, per la costruzione del monumento a Neipperg, che minacciava di divenire irreparabile per il comportamento e le pretese dello scultore che sembravano troppo esose. nell’agosto del 1838 il Toschi riuscì a ottenere da Maria Luigia d’Austria l’approvazione per un ulteriore ampliamento della Galleria, che, nonostante la ristrutturazione terminata nel 1825, si era da tempo dimostrata insufficiente. Già nel 1835, in occasione dell’acquisto della Collezione Sanvitale da parte dello Stato (che ne dilatò macroscopicamente il patrimonio artistico), il Toschi aveva esposto un progetto per un ulteriore riassetto della Galleria, nel quale venne considerata, per meglio valorizzarli, una diversa collocazione dei quadri del Correggio. Nel maggio del 1839, ottenuto da Maria Luigia d’Austria il finanziamento per la riproduzione di gran parte delle opere del Correggio in Parma (gli affreschi di San Giovanni, del Duomo, della Camera di San Paolo, la Madonna della Scala, l’Incoronata, l’Annunciazione, la Madonna del S. Girolamo, la Madonna della Scodella) e i quattro affreschi del Parmigianino sugli archi delle due cappelle della chiesa di San Giovanni, iniziò, in collaborazione con gli allievi, i lavori per le incisioni, che si protrassero fino dopo la sua morte. Nel maggio del 1845 venne nominato dal re di Francia Luigi Filippo, Ufficiale del Regio Istituto di Francia. Nell’agosto dello stesso anno, per iniziativa dell’Accademia di Belle Arti di Monaco, venne organizzata in quella città un’esposizione delle incisioni del Toschi. Contemporaneamente ai lavori per la riproduzione delle opere del Correggio e del parmigianino, il Toschi lavorò intensamente anche alle lastre della Pietà del Canova, che, quasi ultimata nel novembre del 1845, venne per diverse ragioni pubblicata solo nel 1853, e soprattutto a quella del Testamento d’eudamida del Poussin, che, iniziata dal Bervic quando il Toschi era ancora a Parigi, era rimasta interrotta per lungo tempo. Nel 1847, a lastra quasi ultimata, il Toschi decise di andare a Parigi per darle il colpo di grazia, cogliendo così l’occasione per recarsi anche a Londra, dove gli editori Colnaghi avevano organizzato un’esposizione delle sue riproduzioni degli affreschi del Correggio e del Parmigianino, che ebbe grande successo di pubblico e di critica. Alla morte di Maria Luigia d’Austria, avvenuta il 17 dicembre 1847, il suo successore Carlo di Borbone, appoggiato da una camarilla conservatrice e duchista (alla quale il Toschi venne ingiustamente sospettato di appartenere), iniziò una impopolare politica reazionaria e austriacante che portò all’insurrezione della città il 20 marzo 1848. Già nel gennaio del 1848 il Toschi dice: Notre nouveau Duc me parait être Antidiluvien e, preoccupato per le sorti della città e dell’Italia, scrive agli amici inglesi Colnaghi: Les evenements du monde marchent à vapeur. Dieu veuille la paix. Quant à vous anglais, vous n’avez rien a craindre, parce que vous étes inattaquables; mais nous, que deviendrons nous? La rapida soluzione della rivolta, sedata per le promesse di Carlo di Borbone di una Costituzione e per la nomina di una Reggenza di fiducia della popolazione, interpretata come tradimento della causa d’Italia, venne violentemente criticata dalla stampa italiana. Il Toschi, membro dell’Anzianato come indipendente liberale, inviò il 15 aprile 1848 a Roberto D’Azeglio un chiaro e oggettivo resoconto degli avvenimenti che, pubblicato nel Risorgimento, chiarisce e riabilita la posizione della città verso la causa d’Italia e verso il Piemonte. Nell’agosto del 1848, dopo il deludente armistizio di Salasco, il Toschi si rifugiò prudentemente a Torino con la famiglia, facendo ritorno a Parma nell’ottobre successivo, quando le truppe austriache avevano di nuovo occupato la città e dissanguato le sue finanze: La nourriture que nous devons, contre toute justice, fournir aux troupes autrichiennes met nos finances dans un état pitoyable. Nous esperons toujours que le puissances mediatrices aient pitie de nous, mais nos esperances sont toujours deluées. Nonostante l’avversione per il nuovo regime, la convivenza con le truppe occupanti fu per il Toschi sopportabile: Qui noi siamo abbastanza tranquilli grazie alla rettitudine e buon senso del governatore militare austriaco e alla ottima condotta della nostra guardia nazionale, ma l’incertezza della nostra sorte futura ci tiene inquieti. Dopo l’abdicazione di Carlo di Borbone, il Ducato passò al figlio Carlo, che, entrato a Parma il 29 maggio 1849, iniziò, con l’aiuto delle guarnigioni austriache, una feroce reazione che coinvolse anche il Toschi. Già alla vigilia dell’arrivo del Duca circolarono voci allarmistiche sul conto del Toschi. L’11 maggio di quell’anno rassicurò gli amici Colnaghi (ai quali erano giunte indiscrezioni dall’ambiente londinese di Carlo di Borbone) sull’infondatezza della notizia di una sua fuga da Parma. Il 12 ottobre dello stesso anno il Toschi, da diversi mesi immobilizzato da una dolorosissima malattia reumatica, ricevette una secca lettera di destituzione dalla carica di direttore dell’Accademia di Belle Arti, motivata dalla sua cattiva condotta politica. Profondamente addolorato da questa decisione che sentì ingiusta e inspiegabile, il Toschi reagì con grande dignità ed equilibrio. Nella lettera di risposta del 24 ottobre successivo, inviata al presidente del dipartimento di Grazia e Giustizia e Buongoverno, limitandosi a prendere atto della decisione, data la sua condizione di salute che non gli permetteva di scrivere una lettera con quella calma e dignità che convengono alla mia posizione sociale, domandò che gli venissero chiariti i motivi di quella destituzione, tanto più inspiegabile per lui vilipeso da quasi tutto il giornalismo italiano e da alcuni del mio stesso paese come duchista e retrogrado per aver sostenute le ragioni di Carlo II. Ristabilitosi dalla lunga malattia, il 22 novembre scrisse al Presidente di Grazia e Giustizia una fiera e dignitosa autodifesa, sintetizzando il suo comportamento politico dal marzo del 1848 in poi: Prima dell’arrivo di S.A.R. ne’ suoi Stati ero accusato di tenere in mia casa una Camarilla Duchista, e scrivevano su tutti i muri delle strade occhio alla Camarilla Toschi e avevano messo il mio nome nella lista delle persone da arrestare, e se le truppe piemontesi stavano un giorno di più a Parma, mi toccava andare in Castello con Soragna, Ferrari, etc. Né aveva mai perso occasione di far riflettere i cittadini che il Duca Carlo II non era stato vinto dai Parmigiani, che egli spontaneamente aveva fatto cessare il fuoco, mentre aveva tutti i mezzi in mano di smantellare la città, che si era disarmato ed aveva armato i cittadini, concedendo loro nello stesso tempo delle istituzioni liberali al di là di quello che avevano fatto gli altri principi riformatori, e che quindi era una slealtà dopo di aver accettato con entusiasmo queste sue concessioni, servirsi di quelle stesse armi contro di lui. Questi stessi miei sentimenti erano pur quelli della stragrande maggioranza della parte educata della città ma rimasi solo e ne ebbi in ricompensa, come ognun sa, la maledizione di tutto il giornalismo italiano. Io non ho mai cessato di professare queste massime unitamente a quella della convenienza per l’Italia e specialmente per noi, di rimanere in Stati separati, e ciò oltre alle ragioni tante volte esposte da accreditati uomini di Stato, per l’antipatia che il mio lungo soggiorno in Francia mi ha ispirato pei grandi centri di dominazione: ma dopo la scandalosa defezione di Piacenza, la impolitica accettazione di quella città per parte del Piemonte, e l’abbandono nel quale gli altri sovrani avevano lasciato il nostro Duca, la quasi totalità degli avveduti e onesti cittadini credettero che per noi non vi fosse altro modo di sfuggire una crisi repubblicana, che ci veniva minacciata dai nostri anarchisti uniti a fomentatori forestieri, che nell’unirci anche noi al Piemonte dopo l’unione al Piemonte io altro non ho fatto che ciò che fecero tutti i galantuomini per ottenere l’ordine e la quiete. Nell’Anzianato io sono sempre stato coi più moderati. Io mi recai a Torino colla mia famiglia alla vigilia dell’entrata delle truppe austriache nel Ducato cedendo al timore generale che i Croati potessero usare delle violenze verso i cittadini. Avendo passata la mia gioventù in Francia mentre succedevano i grandi sconvolgimenti politici, ho cominciato per tempo a preferire ai popolari i Governi forti, qualunque ne sia la forma, purché abbiano i mezzi di far eseguire le leggi e proteggere la giustizia. Nonostante la chiarezza e la sincerità della lettera, Carlo di Borbone rimase insensibile e fermo nella sua decisione, né il Toschi si abbassò a ulteriori giustificazioni non compatibili con la propria dignità: quant à moi il est impossible que je commette des bassezzes pour le ramener. De nous deux, c’est plutôt lui qui a perdre, que moi. Molti personaggi influenti cercarono di intercedere per lui: l’intervento più autorevole e certo determinante fu quello del principe consorte Alberto d’Inghilterra, grazie al quale il 31 luglio 1850 il Toschi venne riammesso in carica. Preoccupato di sistemare i migliori allievi della sua Scuola, divenuta ormai famosa e prestigiosa, nel settembre del 1850, dopo una lunga polemica che lo costrinse ad assumere un atteggiamento ostile verso l’incisore Michele Bisi, suo amico, riuscì a far ottenere al Raimondi il posto di professore d’intaglio all’Accademia di Belle Arti di Milano e al Costa, nel 1851, quello di professore di Calcografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Nel 1852, completamente riabilitato, venne nominato da Carlo di Borbone membro della Commissione onoraria di censura per i libri e per le stampe e incaricato di organizzare un nuovo corso d’insegnamento all’Accademia sullo stile Anglo-Sassone. Nello stesso anno ottenne dalla madre di Carlo di Borbone, Maria Teresa di Savoja, l’autorizzazione di dedicarle l’incisione della Pietà del Canova, terminata da alcuni anni e non ancora pubblicata. La stampa, edita nel 1853, piacque molto a Maria Teresa di Savoja che, in segno di stima, inviò in dono al Toschi un gioiello. Alla fine del 1852 terminò l’incisione del Cristo sorretto da due angeli, che, commissionatogli da lord Mauley, proprietario del quadro, venne più tardi pubblicata in Inghilterra. Nel 1853 lavorò intensamente alla Madonna del S. Girolamo, que je voudrais ce fut le testament de ma vie artistique, e al ritratto del Bervic che, iniziato trent’anni addietro, era da venticinque anni rimasto interrotto. Colpito da un attacco apopletico, il Toschi morì a 66 anni. L’attività dell’incisore non può far tacere di quella pittorica oltre, ovviamente, i dati disegnativi che preludono alla traduzione su rame dei soggetti. A questo proposito, più dei carboncini e degli acquerelli di paesaggio come Nel bosco (Parma, Banca del Monte) e Mulino abbandonato (Parma, Museo Lombardi), sono significativi gli squisiti ritratti, soprattutto quelli della figlia: Ritratto della figlia (Parma, collezione Medioli).
FONTI E BIBL.: Paolo Toschi, Copialettere, anni 1820-1854, Parma, Accademia di Belle Arti; Paolo Toschi, Copialettere, anni 1824-1854, voll. 5, Parma, Museo Lombardi; P.Giordani, Del quadro di Raffaello, detto lo Spasimo e dell’intaglio in rame fattone dal cav. Toschi, Milano, 1833; G.Beretta, La Madonna così detta del Velo, dipinta da Raffaello e incisa da Longhi e Toschi, in Racoglitore Italiano e Straniero, rivista mensuale europea di Scienze, Lettere, Belle Arti, Bibliografia e Varietà aprile 1835, 608; F.Ambrosoli, Tutti gli affreschi del Correggio e quattro del Pamigianino intagliati in rame da Paolo Toschi e dalla Sua Scuola, in Il Saggiatore 1844, n. 3; F.Ambrosoli, La deposizione dalla croce dipinta a fresco dal Ricciarelli (detto comunemente Daniello da Volterra), ed ora intagliata in rame dal cav. Paolo Toschi, in Giornale dell’I.R.Istituto Lombardo di Scienze, Lettere ed Arti e Biblioteca Italiana 1845; P.Martini, Intorno a Paolo Toschi, Parma, 1854; G.P.Clerici, Paolo Toschi e Pietro Giordani, in Nuova Antologia 1914, 1-8; G.P.Clerici, Paolo Toschi e Massimo D’Azeglio, in Nuova Antologia 1915, 1-12;  G.P.Clerici, Paolo Toschi e Roberto D’Azeglio, in Rivista d’Italia 1916, 839-855; G.P.Clerici, Il Pezzana, il Toschi, il Cicognara, il gioco dei Tarocchi e un quadretto del Mantegna, Firenze, 1917; A.Barilli, Recensione a Graziano Paolo Clerici: Il Pezzana, Il Toschi, Il Cicognara, in Gazzetta di Parma 14 novembre 1917; G.Lombardi, L’amicizia di due grandi artisti: Paolo Toschi e Lorenzo Bartolini, in Aurea Parma 1920, 197-201; G.Lombardi, La desituzione di Paolo Toschi, in Aurea Parma 1927, 1-6; V.Paltrinieri, Paolo Toschi, il principe degli incisori italiani, in Resto del Carlino 9 novembre 1927; A.Alessandri, Gli scolari cremonesi nella celebre scuola di Paolo Toschi in Parma, in La Rivista di Cremona e delle sue Province luglio 1928; G.Copertini, Contributo alla storia dell’incisione italiana. 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Medioli Masotti, in Gazzetta di Parma 2 marzo 1992, 5; Aurea Parma 3 1993, 245-246.


-Parma 10 marzo 1831
Indicato come capo corista, fu attivo al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Stocchi, 42; G.N.Vetro, dizionario.Addenda, 1999.


Langhirano 1831
Ebbe parte attiva nei moti del 1831 a langhirano. Fu processato e riconosciuto colpevole, ma con sentenza dell’8 agosto 1831 fu dichiarato amnistiato. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato senza requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 212.

Collecchio-Parma 27 agosto 1650
Figlio di Lazzaro. Feroce bandito che si rese colpevole di orribili delitti, fu giustiziato dopo essere stato trascinato per la città di Parma a coda di cavallo e troncato della mano destra. Insieme col Toschi furono giustiziati, a mezzo di squartamento, altri due banditi.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi,  in Gazzetta di Parma 28 marzo 1960, 3.

Parma prima metà del XVII secolo
Orefice e pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 366 e 368.

TOSCHO GUIDO, vedi TOSCHI GUIDO


Quinzano XV secolo
Fu Podestà di Mantova nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 52.


Calestano 1621
Fu Maestro del Seminario di Parma e Rettore di Sant’Ambrogio. Spiegò e commentò le ordinanze del Sinodo Diocesano emanate dal vescovo Cornazzani nel novembre dell’anno 1621.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 90.


Guastalla 24 luglio 1902-Parma 25 agosto 1988
Ultimogenito di Emilio, mediatore di legname, e Maria Gambarini. Iniziò a lavorare giovanissimo dapprima a bottega dal decoratore Masetti e successivamente, come ritoccatore, presso il fotografo Giosuè Alberici, che dallo studio di Boretto aveva allargato la propria attività ai paesi di Gualtieri e Guastalla. A diciasette anni fu socio in uno studio fotografico, sempre a Gualtieri, con Plinio Zani. Dopo sei mesi e mezzo partì per Milano, dove lavorò in diversi studi fotografici: Zoni,  Paganini, Gilardi e Chiesa Belloni, la SFRAI, Capelli e Salvarani. A Milano si iscrisse ai corsi serali dell’Accademia di Brera, ove fu allievo di Pallanti e di Ambrogio Alciati, uno degli ultimi personaggi della scapigliatura lombarda, che Tosi considerò sempre il suo maestro, conservandone l’immagine nello studio. Conquistò così una dimensione artistica nuova, più ampia, allargata alla pittura, che in tutto il corso della sua esistenza si incrociò costantemente con la fotografia. Strinse amicizia con gli artisti della generazione di Corrente: Casorati, Rosai, Soldati, Pizzinato, Borgonzoni, De Grada e Guttuso e con critici del calibro di Marussig, Ballo e Pietro Bianchi, con i quali mantenne, anche dopo il suo trasferimento a Parma, uno stretto rapporto. Nel 1920 collaborò con Borghello, un fotografo di Piacenza poi trasferitosi a Milano, che lavorava sul colore. La capacità professionale lo mise in evidenza, tant’è che appena ventiquattrenne fu associato dal Belloni alla conduzione di uno dei due studi milanesi, inoltre gli fu affidata, sempre dal Belloni, la gestione della succursale di Bognanco durante la stagione termale. Alla conclusione del decennio milanese, il Tosi, che si sposò nel 1921 con Maria Rosa Bollini, sua seconda cugina, che gli diede due figli, Carla e Gianfranco, era uno stimato professionista, combattuto tra l’amore per la pittura e la necessità di far quadrare un bilancio familiare, che scelse, pur in un momento di recessione, di investire sulla professione orientandosi decisamente verso la fotografia e lasciando la metropoli per Parma. Qui aprì, alla metà del 1929, uno studio in via Cesare Battisti 9 con la denominazione di Photorapide. Il decollo economico dello studio si manifestò nelle committenze ricevute dall’Ente Provinciale per il Turismo con cui il Tosi iniziò a collaborare dalla metà degli anni Trenta, rapporto che non venne mai meno nel corso della sua attività professionale. Per l’Ente Provinciale per il Turismo utilizzò la tecnica del fotomontaggio, o collage fotografico, per realizzare una serie di manifesti, Visitate Parma e la sua provincia, che caratterizzarono, dalla metà degli anni Cinquanta agli anni Sessanta, la linea promozionale dell’Ente Provinciale per il Turismo. Per lo stesso ente turistico, il Tosi percorse, con una camera di legno corredata di lastre 18x24 cm., l’Appennino, compiendo una preziosa opera di documentazione del patrimonio artistico e naturalistico del Parmense. Lo stesso Luigi Vaghi cominciò a temere la concorrenza del Tosi. La politica dei prezzi praticata dal Tosi fu addirittura oggetto di una riunione tra i maggiori professionisti del momento: Vaghi, Montacchini, Pisseri e gli Zambini. La carriera del Tosi si sviluppò poi nel nuovo studio (1954) in via Cesare Battisti, per restarvi fino alla morte. Utilizzò il fotomontaggio per realizzare la scherzosa caricatura di Pietro Bianchi nelle vesti di Bacco nel giardino di Boboli, mentre nel ritratto di Carlo Mattioli usò l’anamorfosi. È del periodo 1935-1955 una serie di esperimenti su lastra, ispirati all’esplorazione di un linguaggio fotografico che aveva radici nella fotografia pura e nei rayograph, onde ottenere immagini tridimensionali dalle ombre di oggetti appoggiati alla lastra e creando figure insolite che hanno un archetipo nei lavori del dadaista Christian Schad. Il Tosi fotografò i monumenti del Romanico padano con lastre 24 x 30 cm., anticipando la visione critica di un’epoca, la contemporanea, che ne rilegge un’altra, il Medioevo. Nell’architettura realizzò fotografie dall’insolita bellezza formale sia durante le riprese dei lavori di costruzione del Centro Contabile della Banca Commerciale, progettato dall’architetto Gigiotti Zanini (conservate presso l’Archivio Storico della Banca commerciale) che nelle immagini della Petrolifera di Fornovo: immagini che hanno comuni matrici nella ricerca della fotografia pura portata avanti da Vincenzo Balocchi, Achille Bologna, Carlo Mollino e Antonio Boggeri.Il Tosi fu anche un valente ritrattista: molti sono i ritratti femminili che fanno parte del fondo Tosi, ammontante a circa 600 stampe originali, conservato presso l’Archivio Storico comunale di Parma e pervenuto per donazione del Tosi nel 1987, mentre tutto l’archivio dello studio (stampe e negativi, lastre di vetro al bromuro d’argento e pellicole) fu lasciato, nel 1989, con disposizione testamentaria, al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma. I ritratti del Tosi non sono mai frontali ma sempre colti di sbieco e caratterizzati dalla partecipazione delle mani. Il Tosi adoperò tecniche semplici che gli derivavano da  una perfetta conoscenza delle possibilità dei materiali che usava, con camere di legno che utilizzavano lastre di grande e medio formato. Le comperava usate, snobbando la ricerca del modello più recente e tecnicamente più perfezionato, e solo avanti negli anni si concesse il lusso di acquistare una Hasseblad nuova. Con l’ausilio di alcune fonti luminose (qualche lampadina) e giocando sulla profondità di campo, riusciva a ricreare sulla lastra un ambiente in cui esce lo spessore del volto. La pratica del ritocco, esercitata in gioventù presso Alberici, non venne mai utilizzata: il ritratto fotografico, per il Tosi, deve presentare una morbidezza tonale che non ha bisogno di alcun ritocco e che è reso possibile dalla conoscenza e dalla padronanza delle tecniche e dei materiali utilizzati. I suoi ritratti non sono contaminati dagli effetti patinati e irreali di Luxardo né dalla predominanza asessuale delle figure femminili realizzate da Ghitta Carel, che erano gli archetipi dominanti dell’epoca: le sue figure femminili, a esempio, sono carnali, ammiccanti, la cui sensualità esce dalla superficie della carta. Il Tosi fu soprattutto un fotografo da studio. Negli ultimi anni di vita, intervistato, dichiarò di non aver mai fatto fotografie in movimento. D’altra parte la sua storia professionale si compì nello studio di Parma sull’onda degli incontri decisivi fatti negli anni milanesi: gli anni di Brera, dei sodalizi artistici, degli studi di porta Ticinese, dove facevano i busti a Girardengo, degli intellettuali e della buona borghesia. Casorati, Rosai, Soldati, De Grada e mille altri protagonisti della cultura popolano la sua straordinaria galleria di ritratti. La vena ritrattistica passò disinvoltamente dal campo fotografico a quello pittorico , all’incisione e alla scultura, come schizzi, quadri e teste della sua produzione dimostrano. Nel 1947 a Stresa, con i colleghi Luxardo, Cantera e Malandrino di Roma, Villani e Bonori di Bologna e Pedrotti di trento, seguì e fotografò la seconda edizione di Miss Italia. Al concorso, ideato da Dino Villani, fu abbinato un premio di centomila lire per i migliori ritratti fatti alle concorrenti. Con la sua morte lo studio prestigioso, che ebbe per anni operatore e stampatore il fedele Rolando Pattacini, chiuse i battenti per sempre. A Parma il 15 dicembre 1984 la Ritz Saddler e Consigli arte, con la mostra Ritratti, resero il giusto riconoscimento al Tosi.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 319-320; G. Cattani - R. Spocci, Libero Tosi fotografo con l’anima, in Palazzo Sanvitale 1 1999, 237-244.


Parma 1879-1933
Fu tra i primi a Langhirano a sviluppare l’iniziale attività di macellazione dei suini con confezionamento dei tradizionali salumi tipici del Parmense. Diede vita nel 1905 alla Tosini salumi, nel cui ambito, coadiuvato successivamente dal figlio Pio, promosse la produzione dei prosciutti crudi stagionati, sulla cui scia sorsero in Langhirano alcune decine di stabilimenti del comparto.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 409.

TOTI, vedi BRUNAZZI ALBERTO e PERACCHI GUERRINO

Parma XIX/XX secolo
Puparo attivo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Visse e lavorò con la famiglia Berni, alla quale insegnò il mestiere.
FONTI E BIBL.: A.Litta Modignani, Dizionario dei Burattini, Bologna, 1985, 129.


San Secondo 1806-Parma 5 dicembre 1883
Studiò flauto con Francesco Raguzzi e a vent’anni fu dichiarato idoneo come aspirante della Ducale Orchestra di Parma. Oltre che collaborare con la stamperia dei fratelli, dal 1834 fu primo flauto dell’orchestra del Teatro Ducale di Parma. Lo Stocchi, circa un’esecuzione dei Lombardi, alla data del 6 maggio 1846, riporta: Il preludio del terzetto che era suonato dallo Squassoni (applauditissimo) per sua malattia viene eseguito da Flaminio Tovagliari col flauto: applausi. Si esibì come solista anche negli intermezzi degli spettacoli. Come risulta dalle domande presentate al Teatro, fu invitato a suonare anche in altre città (Firenze, Monticelli d’Ongina, pontremoli e Livorno) e insegnò lo strumento agli allievi del Convitto Maria Luigia di Parma. Con la decadenza del Teatro Regio dopo la fine del Ducato e lo scioglimento dell’orchestra stabile, iniziò a suonare nei teatri della provincia anche l’ocarina e lo zufolo di latta, con i quali dette un grandissimo numero di concerti, eseguendo anche composizioni e trascrizioni per questi inusuali strumenti. Fu autore delle seguenti composizioni didattiche: Grande studio per flauto di tutti i modi dei diesis maggiori e minori diviso in 14 esercizi, Grandi studi per flauto, II e III fascicolo (tutti editi dalla casa editrice Tovagliari), 12 esercizi per flauto (Milano, Lucca), 9 esercizi per flauto onde facilitare l’uso delle chiavi (Milano, Ricordi), 14 esercizi utili e dilettevoli in tutti i toni maggiori e minori del diesis per flauto (milano, Canti) ed Esercizi per flauto (ms). Compose ancora per flauto: 12 waltser, 20 waltser (editi dalla casa editrice Tovagliari), Canto greco variato, per flauto e pianoforte (Milano, Canti), Il carnevale di Venezia, per flauto e pianoforte (Milano, Canti), Polka delle maschere, per flauto e pianoforte (attribuito, ms) e Valzer dal ballo La figlia del bandito, per flauto (attribuito, ms). Per gli strumenti compose: Metodo per ocarina (ms), Tirolese sul Guglielmo Tell e waltzer per ocarina (ms), Divertimento sull’opera Nabucco, per zufolo (ms), Mazurka con variazioni brillanti, per zufolo (ms), Pensiero nella Figlia del reggimento, per zufolo (ms) e Waltzer variato, per zufolo (ms). Valentissimo flautista, fece parte, insieme a Curti, Mori, Comandini, Galvani, Del Maino e a tanti altri musicisti insigni, dell’orchestra ducale di Parma, diretta da De Giovanni e poi da Ferrarini, che fu una delle migliori d’Italia. Il Tovagliari fu anche appassionato maestro ed ebbe diversi distinti allievi. È probabilmente lo stesso che fu maestro di musica a Brescello (1861-1867) e a Lentigione (1864-1879).
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 54-55; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


San Secondo 1807 c.-
Fu cornista di buon valore. Assieme ai fratelli Massimiliano e Flaminio diresse dal 1832 al 1838 una litografia musicale in Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 666.

San Secondo 1800-post 1840
Violinista. Diresse tra il 1832 e il 1838 a Parma la ditta Tovagliari M. & Comp., stamperia di musica, assieme ai fratelli Flaminio e Luigi. Il Tovagliari lasciò questa attività verso il 1837 e nel 1840 lo si trova impiegato della Presidenza delle Finanze a Pontremoli. Nel 1835 la ditta aprì in strada Santa Lucia 53 un negozio di musica con annessa calcografia: oltre a vendere e noleggiare partiture, forniva anche copie su ordinazione. Gli autori pubblicati furono musicisti attivi a Parma tra il 1833 e il 1836. Stampò, tra l’altro, un Gran quintetto di Luigi Savi, dedicato al barone Nicolò Paganini.
FONTI E BIBL.: Dizionario Editori musicali, 1958, 159; Enciclopedia di Parma, 1998, 666.


Parma 14 gennaio 1847-Pegli 1/10 dicembre 1926
Nacque da Luigi e Carolina Panighi. Si allontanò dalla città natale dopo la morte del padre, in cerca di quella fortuna che nei primi anni non gli aveva arriso. Nel 1872, trovandosi a Livorno la compagnia drammatica diretta e condotta dal Papadopoli, si presentò a questo attore, offrendosi di recitare, pur non avendo mai calcato le scene. La prova riuscì e il Tovagliari fu scritturato come generico, a 4 lire al giorno. Nei due anni passati con Papadopoli, fu al Quirino di Roma dove recitò, cantò e ballò, facendo tutto quello che era di moda. Nel 1876 passò nella compagnia Ciotti, nel 1878 andò con il Romagnoli e nel 1880 il Drago lo assunse come caratterista. In questo ruolo fu col Calamai nel 1884, col Vitaliani nel 1885, con la Pezzana nel 1886, col Novelli dal 1886 al 1889 e dal 1890 al 1892 col Brunorini. Nel 1894 entrò nella compagnia comica Talli-Sichel-Tovagliari, che durò due anni. Poi fu colla Mariani, col Paladini, col Talli e con Pia Marchi, finché non entrò socio con Claudio Leigheb. Ammalatosi questo attore e scioltasi la compagnia, il Tovagliari formò società con Enrico Reinach. Morì quasi ottantenne, dopo più di un anno di dolorosa malattia. Il Rasi dice di lui: Pier Camillo Tovagliari non era privo di egregie doti artistiche; prime e non comuni quelle della spontaneità e della verità; ma coll’andar del tempo cotal trasandamento lo fece attore scolorito e monotono.
FONTI E BIBL.: L. Rasi, Comici Italiani, III, 1905, 599-600; N. Leonelli, Attori, 1944, 405.

TOVAGLIE GIOVANNINO, vedi DELLE TOVAGLIE GIOVANNINO

Borgo San Donnino 6 marzo 1741-Piacenza 5 marzo 1789
Frate cappuccino laico di grande abilità, compì a Carpi la vestizione (28 novembre 1761) e la professione di fede (28 novembre 1762).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 167.

TOVAZZI ANTONIO, vedi THOVAZZI GIUSEPPE ANTONIO BERNARDINO

TOVAZZI FRANCESCO, vedi THOVAZZI FRANCESCO


Corcagnano 17 marzo 1754-20 giugno 1834
Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1816 come garzone della confettureria. Fu in disponibilità di servizio dal 1831.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 315.

Collecchio 1852-1910
Funse da collettore per quasi tutte le associazioni del paese di Collecchio. Fu presidente del Lento Club, un club ciclistico dei primi anni del Novecento. Attraverso questo sodalizio, i giovani ebbero la possibilità di compiere gite domenicali in compagnia verso i più lontani paesi della provincia di Parma.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 28 marzo 1960, 3.


-Parma 24 gennaio 1905
Fu garibaldino. Incorporato nell’esercito regolare, fece la campagna del 1866.
FONTI E BIBL.: L’Idea 28 gennaio 1905, n. 261; Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 422.


Piacenza-Parma 1 febbraio 1647
Sacerdote. Castratino, fu soprano alla Corte Farnese di Parma, ove venne ammesso il 22 gennaio 1611. Fu cantore anche alla Steccata di Parma fino dal 21 giugno 1613, ma poi se ne allontanò, per ritornarvi più tardi (28 ottobre 1622), rimanendovi fino alla morte. Fu investito di un beneficio nel 1617.A Corte si fermò soltanto fino al 26 maggio 1628.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 108 e 128.

-Parma 31 marzo 1911
Capitano, fu prode soldato dell’indipendenza italiana. Fece la campagna del 1859.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 110.

TRANQUILLO, vedi PIZZARELLI GUERRINO

Scrofiano-Parma 7 giugno 1925
Studiò nell’Istituto musicale di Firenze corno con Bartolini e armonia e strumentazione per banda con Teodulo Mabellini. Iniziò la carriera come professore d’orchestra e fu primo corno della Società Orchestrale Fiorentina diretta da Enea Brizzi. Si dedicò indi alla direzione del corpo bandistico del paese natale, passò poi a quello di Torrita, sempre in provincia di Siena, dove rimase otto anni. Dopo altri tre anni a Stia, passò ad Arezzo, avendo vinto nel 1887 il concorso per direttore della banda e docente di strumenti a fiato nell’istituto Musicale Guido Monaco. Vi rimase tre anni, nei quali si distinse con la banda a Roma e a Firenze. Nel 1890 vinse per concorso nazionale il posto di docente di corno nel Conservatorio di musica di Parma, dove insegnò fino al 1922. Dopo la morte del Zanardi, fu docente anche di tromba e trombone fino al 1914. Continuò a occuparsi dell’organizzazione delle bande: nel 1898 riordinò quella di Arezzo, nel 1900 quella di Fano e, durante i mesi estivi, diresse quelle di Stia, di pratovecchio, di Soci e di Loreto. Dal 1901 al 1910 curò la banda del Riformatorio di San Lazzaro Parmense, composta da giovani ricoverati. Dal 1890 al 1909 fu primo corno nei Teatri Regio e Reinach di Parma. Fu autore di composizioni e trascrizioni per banda e di metodi per strumenti a fiato.
FONTI E BIBL.: Banda della Guardia Nazionale, 1993, 100.

TRASIBULO, vedi COSENZA ETTORE


Fermo 1814-1884 c.
Incisore in rame, attivo nella prima metà del XIX secolo. Compì gli studi a Parma con P. Toschi e a Roma con T.Minardi.Realizzò nel 1844 una medaglia d’oro dedicata a Guido Reni per l’Accademia di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 285; Callari, Storia dell’arte contemporanea, 1909, 401; A.M. Comanducci, I pittori italiani dell’Ottocento, 1934.


Borgo San Donnino 1542
Dottore in legge, fu Commissario e Pretore di Castel San Giovanni in nome del duca Sforza Sforza e della moglie Luisa Pallavicino.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 914.


Borgo San Donnino 1550-Borgo San Donnino 26 settembre 1617
E’ ricordato per una Cronaca di fatti locali da lui redatta e che inizia con l’anno 1574 e termina con il 1617. Lasciò altre opere degne di menzione, quali la trascrizione in due volumi delle cose più notevoli ricavate dalla lettura dei documenti conservati nell’archivio della Comunità di Borgo San Donnino e un compendio di tutti gli atti pubblici rogati da notai della città. Ebbe per moglie la nobildonna Maddalena Omati, alla cui morte abbracciò la carriera ecclesiastica, divenendo Canonico della Cattedrale e rettore del beneficio semplice di Santa Maria Maddalena, fondato nella chiesa borghigiana di Santa Maria dei Disciplinati. Dalla consorte ebbe due figlie, delle quali una morì in tenera età, mentre l’altra, Cecilia, andò sposa a Gabriele Scarabelli, che, rimasto vedovo, si fece anch’egli sacerdote. La salma del Trecasali riposa in Duomo nel sepolcro di famiglia,  eretto a lato dell’altare nella cappella dedicata a Santa Caterina. Tra le sue opere si citano: Cronaca, o sia memoria, delle cose accadute in Borgo San Donnino dall’anno 1574 all’anno 1617 (conservata presso l’Archivio di Stato di Parma e la Cancelleria vescovile di Fidenza; in tre volumi, la prima, e in uno la seconda, manoscritti), Summarium processus agitati coram excelso Consilio iustitiae in causa conventionis et reconvertionis occasione vinditionis Burgi San Donnini (Piacenza, ed. Ardizzoni, 1626), Liber Jurium Juspatronatus nonnullarum ecclesiarum et Beneficiarum Ecclesiasticorum erectorum in Civitate et Dioecesi Fidentina (manoscritti presso la Cancelleria vescovile di Fidenza).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani,  III, 1827, 537-539; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 475.


-Parma 1657/1667
Fu monaco benedettino (compì la professione di fede il 10 aprile 1622). Si formò nell’accademia del Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma, avendo a maestro l’abate Scotti. Fu lettore di Filosofia e di Teologia. L’abate Andrea Arcioni nel suo Racconto de’ Componimenti fatti pel Capitolo Generale di Parma l’anno 1640 lo qualifica Soggetto stimato singolarmente da questa Città, e da tutta la Religione, per le pubbliche dimostrationi tante volte fatte apparire, e massime in occasione de’ Capitoli per il passato celebrati in Parma. L’abate Vittorio Siri fu suo studente in Teologia. Il Siri, scrivendo da Parigi all’abate Angelo Arcioni il 22 dicembre 1679 e mandandogli un volume del suo Mercurio, dice: Era mio pensiere di donarlo al Convento di Parma; ma mi trovo sì maltrattato da esso coll’intera dilapidazione de’ miei mss. fino della Teologia scritta da me sotto il P. D. Benedetto, che volevo rivedere, e poi rimandare, che sono sdegnatissimo contra un procedere sì indegno e fratesco. Nel Capitolo Generale in Perugia del 1656 il Trecca fu nominato Abate titolare: Decet, ut quos virtutum praerogativae a ceteris secernunt, eosdem pariter et praemiorum retributiones super alios extollant. Cum ergo R. P. D. Benedictus a Parma Congregationis nostrae Casin. Monachus expresse professus, et Prior tit. a suae Religionis fasciis ad haec usque tempora immaculatam semper duxerit vitam, et per vigintisex annorum curriculum in insigni Monasterio S. Johannis Evangelistae Parmen. Sacrae Theologiae et Philosophiae Lectoris munus maxima cum sui laude, et Congregationis nostrae decore ita obierit, ut ex ipso veluti ex fonte tot Lectorum rivuli per alia Religionis nostrae corrivaverint Monasteria. Ut ergo Juvenibus etiam hic addatur stimulus, quo ad virtutum tum intellectualium tum moralium inflammentur amore, districte injungimus P. Procuratori nostro Generali, ut totis nisibus a Sanctissimo Domino Nostro imploret facultatem, ut in Abbatem titularem Congregationis casinen. promoveatur. Datum Perusii in Comitiis Generalibus die 11 Martii 1656. Del Trecca si trovano epigrammi latini di buona fattura nel Racconto de’ Componimenti (1640). Quando nel 1668 il Bacchini compì la professione di fede, volle assumere il nome di Benedetto (come lasciò scritto nella propria Vita) et sanctissimum Ordinis parentem veneratus, et clarissimi praedefuncti Monachi memoriam restituens, qui in eodem Coenobio per triginta fere annos pietate ac literis celebris floruerat, pluresque instituerat.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 84-86; A.Pezzana, memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 725-726.


Cremona 13 luglio 1813-Parma 6 ottobre 1882
Figlio del marchese Manfredo, studiò nel collegio Maria Luigia di Parma. Arruolatosi nell’esercito sardo, partecipò alla prima guerra d’indipendenza: il 4 aprile 1848 fu sottotenente nel Reggimento Savoja Cavalleria, due mesi dopo Luogotenente e il 19 marzo 1849 Ufficiale d’ordinanza del Duca di Savoja. Terminata la guerra, rimase nell’esercito sardo fino al 31 marzo 1851, finché non ne fu espulso.In seguito si recò a Cremona, dove fu intermediario tra quei patrioti e i Torinesi. Agli avvenimenti del 1859 il Trecchi partecipò attivamente: il 20 maggio di quell’anno fu nominato Luogotenente nei Cacciatori delle Alpi e il 2 settembre successivo Capitano nello Stato maggiore delle truppe modenesi e parmensi. Da Garibaldi, in ottobre, fu inviato in missione presso il re Vittorio Emanuele di Savoja. Si occupò allora alacremente della sottoscrizione che si stava iniziando per l’acquisto di un  milione di fucili. Tornato Garibaldi a Caprera, il Trecchi rimase presso il Re, del quale  divenne ufficiale d’ordinanza (30 dicembre 1859) e fu intermediario tra questi e Garibaldi. Nel 1860 il Trecchi che, per la sua posizione presso il Re, non aveva potuto prendere parte alla spedizione dei Mille, recò al Sovrano il saluto del Garibaldi partente (lettera di Garibaldi al Trecchi, Genova, 4 maggio 1860). Il 14 giugno 1860 si dimise dall’esercito sardo per tornare presso Garibaldi, dal quale fu nominato Capitano di Stato maggiore nell’esercito meridionale. Fu, in seguito, aiutante di campo del Garibaldi, continuando a svolgere opera d’intermediario tra questi e il Sovrano. Il grado di Luogotenente colonnello di cavalleria, che aveva conseguito nell’esercito garibaldino, gli fu conservato nell’esercito regolare italiano, dove il 9 novembre 1862 fu collocato in aspettativa per riduzione di corpo. Il Trecchi, per partecipare alla terza guerra d’indipendenza, tornò in servizio effettivo e fu addetto al quartiere generale del corpo volontari italiani (27 maggio 1866). Fu decorato di tre medaglie d’argento al valor militare: la prima per essersi distinto nel fatto d’armi del 24 e 25 luglio 1848 allo Staffalo, la seconda per essersi distinto il 15 giugno 1859 nel fatto d’armi di Tre Ponti, la terza per essersi comportato valorosamente nei combattimenti di Monte Suello e Bezzecca il 3 e 21 luglio 1866.
FONTI E BIBL.: G. Manacorda, Vittorio Emanuele e Garibaldi nel 1860 secondo le carte Trecchi, in Nuova Antologia 1 giugno 1910; G. Castellini, Eroi Garibaldini, Milano, Treves, 1931; I. Bellini, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 474.

Cremona 1814 c.-post 1862
Figlia del marchese Manfredo e sorella del colonnello Gaspare, aiutante di campo di Garibaldi, fu una figura di donna colta, sensibile e aperta alle idee più liberali. Ospitò Garibaldi nella sua bellissima villa di Maiatico, dopo la visita a Parma da lui compiuta nel marzo 1862 in un’atmosfera di entusiasmo. Successivamente la Trecchi accolse nella dimora dove viveva separata dal marito, la giovane e vivacissima figlia di Garibaldi, Anita, accompagnata dalla madre Battistina Ravel, nizzarda. Venticinque furono le lettere scambiate tra la Trecchi e Garibaldi. Oltre alle missive, a Caprera pervenivano i tralci delle viti di Maiatico e i giovani fusti di castagno da lei spediti e che il Garibaldi, ormai divenuto agricoltore di professione, piantava per rinverdire l’isola.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 10 aprile 1978, 3.

TRENTO, vedi VALESI ERNESTO

Rivalta di Lesignano de’ Bagni 13 luglio 1914-Parma 2 marzo 1982
Nacque da Giuseppe ed Elettra Oddi. Venne ordinato sacerdote nella Cattedrale di Parma il 20 giugno 1937 dal vescovo Evasio Colli e da lui nominato vicerettore e insegnante di lettere nel Seminario minore (dal luglio 1937 al 21 febbraio 1938). Poi, continuando l’insegnamento di lettere antiche, divenne rettore del Seminario minore e tale rimase fino all’8 agosto 1956. Nel 1952 venne nominato canonico della Cattedrale di Parma. L’8 agosto 1956 venne chiamato dal vescovo a ricoprire la carica di rettore del Seminario maggiore, ove rimase fino al luglio 1970. Nell’ottobre 1955 cominciò a insegnare patrologia nel Seminario maggiore, continuando l’insegnamento del latino e del greco al Seminario minore fino al 1961. Dall’ottobre 1956 insegnò pure teologia, propedeutica (1961) e, in liceo, greco biblico, catechetica, latino, pedagogia, psicologia e lettura dei Padri. Nel 1956 venne insignito dell’onorificenza di Prelato domestico di Sua Santità. Il 30 maggio 1959 conseguì il diploma di pedagogia e catechetica presso il pontificio Ateneo salesiano di Roma. Dal 29 settembre 1962 fu Arcidiacono della Basilica cattedrale di Parma e al 7 giugno 1967 protonotario apostolico. Tra le sue opere, vanno ricordati i volumi Vicende e figure (Parma, Benedettina, 1978), Lettere pastorali e Semina flammae (1956 e 1960, sugli scritti di monsignor Colli) e A proposito di sacerdozio (Parma, La Bodoniana, 1970). Il Triani fu sepolto  nel cimitero di Rivalta di Lesignano.
FONTI E BIBL.: C. Drapkind, in Gazzetta di Parma 3 marzo 1982, 5; Aurea Parma 1 1982, 99; Il Seminario di Parma, 1986, 78; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 164.

TRIDENTI ANTONIO, vedi  TRIDENTONE ANTONIO


Parma 1442/1470
Fu Lettore di Rettorica e Poesia negli anni 1454 e 1455-1456 presso l’Università di bologna. Nell’Università di Bologna studiò (sin dal 1442) Diritto (cfr. Pezzana, Continuazione alle memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, 204), ma il suo nome rimase specialmente legato alla poesia latina. Secondo alcuni, anzi, fu anche poeta laureato, ma il Lancetti nelle Memorie intorno ai poeti laureati di ogni tempo e d’ogni nazione (Milano, 1839) non fa il suo nome. Il Tridentone visse specialmente in Roma (già dal 1445) durante il pontificato di Nicolò V, di Callisto III e di Pio II, ai quali dedicò i suoi versi. In latino scrisse anche commedie, che rivelano l’imitazione di Plauto e di Terenzio. Nel 1459 seguì papa Pio II a Mantova. Nel 1470 fu Custode del Capitolo di Parma. Il Tridentone raccolse codici e ne fece scrivere. Fu istruito anche nella lingua greca.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterari parmigiani, II, 1789, 259-262; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 202-203; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 5-6.

TRINCADINI GASPARE, vedi TRINCADINI GIOVANNI GASPARE


Parma 1575 c.-Parma 1633
Si laureò in Legge il 17 luglio 1597. Attese dapprima (dal 1601) alla Lettura  nell’università di Parma, poi fu Avvocato fiscale. Secondo il Pico, morì di peste.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 63; F. Rizzi, Professori, 1953, 40.


Pontremoli-Parma post 1586
Esercitò diversi uffici in Parma e in Piacenza al tempo del duca Ottavio Farnese. Si stabilì in Parma, ne divenne cittadino ed entrò nel Collegio dei Dottori. Morì assai vecchio
FONTI E BIBL.: Pico, Appendice, 1642, 52.

TRINCADINO GIOVANNI GASPARE, vedi TRINCADINI GIOVANNI GASPARE

TRIONFI STEFANO, vedi TRIUNFI STEFANO


Parma 1627/1673
Prestò servizio come ragioniere nella computisteria Ducale di Parma dal 1627 al 1667. Le prime notizie del Triunfi si hanno da lui stesso. Infatti, nella facciata interna dell’ultima carta del mastro n. 27 (1627) a contatto con la pelle della legatura è scritto Stefano Triunfi con l’aiuto di Dio e Maria ha raguagliato il presente libro l’anno 1627, venuto a servire S.A. nella computisteria. Alla carta n. 1 del mastro è scritto: Giesù e Maria 1627. L’invocazione si ripete all’inizio di tutte le carte del mastro e in quelle degli anni successivi, per ben quarant’anni. Le invocazioni religiose erano comuni nei libri contabili, prima in latino e poi, col passare dei secoli, in volgare. L’uso si andò sempre più diradando per cessare del tutto alla fine del secolo XVIII. Nel 1647 il Triunfi aggiunse anche il nome di San Giuseppe: Giesù, Maria e Gioseffo. Il mastro n. 43 (1667-1669) fu iniziato e condotto quasi a termine dal vecchio Triunfi, ormai al quarantesimo anno di servizio presso la computisteria Ducale. Nelle ultime pagine del mastro si nota un’altra mano che compila le scritture e anche la nuova mano ripete all’inizio di ogni carta l’invocazione Giesù, Maria e Gioseffo, forse perché lavorava sotto la direzione del Triunfi. Nelle ultimissime pagine non c’è più l’invocazione ripetuta su migliaia di fogli: il Triunfi morì probabilmente in quel periodo.
FONTI E BIBL.: Malacoda 52 1994, 39-40.

TRIVELINI, vedi BETTOLI OTTAVIO

TRIVELLINO, vedi BETTOLI CRISTOFORO

TRIVULZI DOMITILLA, vedi TRIVULZIO DOMITILLA

TRIVULZIO DAMIGELLA, vedi TRIVULZIO DOMITILLA


Milano 1482-Montechiarugolo 2 marzo 1527
Nacque da Giovanni e da Angiola martinengo, bresciana. Sposò Francesco Torelli, conte di Montechiarugolo. Il Quadrio riferisce che, rimasta vedova, si chiuse in un monastero, ma il Tiraboschi nega questa circostanza sulla fede di Ireneo Affò, il quale rese noti documenti rinvenuti nel suo convento dei Minori osservanti di Parma, da cui si deduce che la Trivulzio, dopo la morte del marito avvenuta presumibilmente nel 1518, continuò ad attendere alla famiglia, all’educazione dell’unico figlio Paolo e al governo del feudo di montechiarugolo. Il Tiraboschi suppone che il Quadrio sia stato indotto nel suo errore da una non corretta interpretazione di due versi dell’Ariosto, dedicati alla Trivulzio: Veggo Ippolita Sforza, e la nodrita Damigella Trivulzia al sacro speco (Orlando Furioso, canto 46, stanza 4). Il quadrio errò anche nel ritenere che la Trivulzio si sposasse nel 1486, mentre Jacopo Filippo da Bergamo, scrivendo di lei nel 1497, la presenta ancora come nubile. La Trivulzio compose epistole e poesie greche e latine, che leggeva nelle adunanze in casa sua, con grande semplicità ed eloquenza. Risplende illustre per la fama tra le più chiare donne. Tra’ musici e per arte, e per attitudine, e soavità di voce sovrasta. Ha imparate per eccellenza le lettere greche, e moltre altre sì fatte cose ella sa, da essere la meraviglia di tutti. Con queste e altre espressioni elogiative, Niccolò Pacediano compose la relazione della visita che nel 1517 fece alla Trivulzio a Parma. Che ella fosse dotta nelle lingue latina e greca, studiosa di filosofia e che recitasse orazioni dinanzi a cospicui personaggi lo si apprende anche da Jacopo Filippo da bergamo, che la conobbe giovanetta, e dal Betussi. A iniziativa della Trivulzio si avviò la costruzione del convento di Santa Maria delle Grazie fuori le mura di Montechiarugolo.
FONTI E BIBL.: P. Addeo, Eva togata, Napoli, 1939, 120; R. Amari, Calendario di donne illustri italiane, Firenze, 1857, 65; Delle donne illustri italiane dal XIII al XIX secolo, Roma, s. a., 95; Le donne più illustri del regno Lombardo-Veneto, Milano, 1828, 62; F. Argelati, Bibl. Script. Mediol., tomo II, 515; G.F. Astolfi,  Scelta curiosa et ricca officina di varie antiche e moderne istorie, Venezia, 1602, 112; J.Ph. Bergomensis (Jacopo Filippo Foresti), De claris mulieribus, Ferrara, 1497; G. Betussi, Addizione alle donne illustri di G. Boccaccio, Firenze, 1596; G. Bonvicini, Saggio intimo sulla vita di Damigella Trivulzio, nobile milanese, Milano, s. a.; G. Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura, Venezia, 1824; B. Cassane, Catalogus gloriae mundi, Venetiis, 1576, 48; E. Comba, Donne illustri, Torino, 1920, 22; F.A. Della Chiesa, Theatro delle donne letterate, Mondovì, 1620; L. Domenichi, Della nobiltà delle donne, Venezia, 1545, V, 240; F.M.C., Centuria di donne illustri italiane, Milano, 1890, 59; A. Levati, Dizionario biografico cronologico degli uomini illustri, Classe V: donne illustri, Milano, 1821, vol. III, 169; G. Maffei, Storia della letteratura italiana dall’origine della lingua sino a’ nostri giorni, Milano, 1834; F. Picinelli, Ateneo dei letterati milanesi, Milano, 1670, 164; L. Prudhomme, Biographie des femme célèbres, Parigi, 1830, tomo IV; F.S. Quadrio, Della storia e della ragion d’ogni poesia, Milano, 1739-1752, tomo II, 235, e tomo VII, 70; P.P. Ribera, Le glorie immortali dei trionfi et heroiche imprese di 845 donne illustri antiche e moderne, Venezia, 1609, 284; A. Ronchini, Damigella Trivulzio contessa di Montechiarugolo, Modena, 1882; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Milano, 1821-1826, vol. VI, 1276; A. Tiraquello, De legibus connubialibus, Lugduni, 1560, 185; A. Ungherini, Manuel de bibliographie biographique et d’iconographie des femmes célèbres par un vieux bibliophile, Torino, 1891-1905; C. Villani, Stelle femminili, Napoli, 1915, 700; M. Bandini, Poetesse, 1942, 316-317; V. Barbieri, Torelli, 1998, 185.

Parma 1701/1732
Scultore. Assieme allo statuario Pietro Pellini, adornò di numerose statue barocche l’aviluppante e gigantesca balaustra della Steccata, allorché il cinquecentesco tempio, dal 1701 al 1732, per opera di Adalberto della Nave, Carlo Fontana, Giovanni Ruggeri e forse del Bibiena, ebbe aggiunte grandi volute, riccioloni murali, pieghe svolazzanti e grandi vasi decorativi.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 30.

Parma 1723
Fu strumentista della Cattedrale di Parma il 27 maggio 1723.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1849 c.-post 1896
Fu architetto di grande ingegno e di brillante intuito. Fu lodato per i lavori di restauro della cupola di San Giovanni in Parma, per le modifiche apportate nell’Osservatorio astronomico del regio Ateneo di Parma e per le pregevoli opere fatte eseguire nel regio Museo di Antichità di Parma. Il Trombara fu certamente una eminente figura della seconda metà del XIX secolo e le cronache cittadine del tempo, interessandosi sovente a lui, lo qualificano capomastro muratore e talvolta architetto. In un foglio siglato dal rettore dell’Università (Archivio storico dell’Università) si accenna a lavori da far eseguire ad economia sotto la direzione del Capomastro dell’Università sig. Carlo Trombara uomo di capacità e onestà senza eccezioni, essendo ora l’anno molto inoltrato né essendovi tempo per soddisfare alle formalità di un incontro. Nel 1878 nell’Osservatorio astronomico di Parma il Trombara ha compiuto lavori necessari, importantissimi sulle due torri ivi esistenti e seppe con molta perizia parecchie difficoltà architettoniche superare e ne ottenne lode in un’Appendice del Presente mercé quei lavori, che nessuno riteneva possibili, immaginati dal Trombara (Il Presente 6 agosto 1880). Ancora su Il Presente (25 gennaio 1881), a firma di Giovanni Mariotti, è detto: La torre orientale dell’Università, con la sua volta in ruina, colle sue finestre cadenti è divenuta da molti anni nido di falchi. Dal Trombara la vecchia minacciata volta fu in un momento demolita, e ne sorse una nuova divisa arditamente in due da un’ampia spaccatura che lascia libera alla vista, dall’uno all’altro orizzonte, una striscia di cielo. A proposito dei restauri della cupola di San  Giovanni viene detto: per rendere più agevole la esecuzione il Trombara ideò e fece costruire un ponte così ingegnoso che forma l’ammirazione di quanti intelligenti, e non son pochi, si recano a visitarlo. La cupola del tempio di S. Giovanni Evangelista è terminata e quanti la osservano sono concordi nel riconoscerla assai più elegante e svelta della precedente, la maggior lode è giustamente dovuta all’architetto sig. Trombara. La stampa locale (1881) dà inoltre notizia del trasporto di un dipinto a fresco di Bartolomeo Schedoni (La Vergine col Bambino, S. Francesco e S. Chiara) dalla soppressa chiesa dei Cappuccini di Fontevivo (divenuta proprietà dei Sanvitale) alla Rocca di Fontanellato: L’assunzione dell’ardua e pericolosa impresa fu accettata dal sig. Carlo Trombara e condotta a termine felicemente. Stefano e Alberto Sanvitale indirizzarono al Trombara una lettera di lode (30 novembre 1881): Il pieno successo col quale mercé sua si è compiuto il difficile e pericoloso trasporto di un prezioso dipinto dello Schedoni nella Rocca di Fontanellato, ci ha fatto apprezzare particolarmente la valentia da Lei addimostrata in questa circostanza. A proposito di nuovi importantissimi lavori nell’Osservatorio astronomico di Parma, condotti felicemente a termine dal Trombara, Pietro Pigorini pubblicò su Il Presente (7 aprile 1889) una lettera di ringraziamento: Ora che colla costruzione del Balcone meteorologico da poco terminato, sono compiuti i lavori tutti per cui, in questo Osservatorio si è allestita una specula meteorologica nelle migliori condizioni desiderabili, ella ha saputo risolvere felicemente anche quesiti difficili, pur riuscendo a costruzioni solide, adatte alle esigenze del servizio scientifico e in pari tempo belle. Corrado Ricci nella prefazione a La Regia Galleria di Parma (Parma, 1896) fa il nome del Trombara, alla cui prudenza, intelligenza e amore per le cose patrie, debbo il delicatissimo trasporto delle ancòne della Madonna della Scodella e della Concezione, dell’affresco del Correggio esprimente la Madonna della Scala e, infine, della statua nella quale Antonio Canova effigiò Maria Luigia in sembianza di Concordia. Il Trombara lavorò anche per privati: una costruzione genialissima, consistente in un ramo di scala a volto, appoggiato semplicemente a un pilastro isolato alto m. 4, 28 e di centimetri settanta di diametro, solidissimo, con ingegnoso raccordamento di archi, senza che subito si vedesse come fisicamente esso potesse reggere e in qual modo si fosse ottenuto il raccordamento suddetto. Tale scala, costruita allora nel palazzo Castellinard, esiste ancora oggi in Borgo Petrarca. Per questo avveniristico progetto il Trombara fu premiato (medaglia d’argento con diploma) all’Esposizione Industriale Scientifica (Parma, 1887) con la seguente motivazione: per una ingegnosa scala a volto e per altri lavori.
FONTI E BIBL.: G.C. Mezzadri, in Gazzetta di Parma 12 gennaio 1987, 3.

Borgo San Donnino 1890
Geometra. Fu Sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1890.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

Parma 1909-settembre 1993
Figlio del noto scultore Emilio, le cui opere si trovano in numerose chiese del Parmense e presso abitazioni signorili, e di Nella Rossini. Laureato in Scienze agrarie e naturali, si diede all’insegnamento presso le scuole superiori, non tralasciando in parallelo la via della ricerca, prima come assistente volontario, poi incaricato e ordinario di botanica farmaceutica nell’Università di Parma, dal 1938 al 1957. In seguito lasciò l’incarico, per motivi personali, ritornando temporaneamente all’insegnamento nelle scuole superiori. In lui la passione per la ricerca naturalistica, si accompagnò a una feconda curiosità per la cultura umanistica, tanto che nel 1961 venne nominato assistente straordinario presso l’Istituto di Storia dell’Università, carica che mantenne fino alla pensione. Questi suoi interessi produssero varie pubblicazioni riguardanti sia l’istruzione elementare e secondaria negli  Stati parmensi, dal Settecento all’unità d’Italia, sia monografie sulla storia degli istituti scientifici dell’Ateneo di Parma, nonché sui rapporti tra la Facoltà medica e le istituzioni ospitaliere cittadine. Si possono ricordare le Memorie e documenti sulla Cattedra di Anatomia umana normale dell’Università di Parma, del 1958, la Fondazione della Cattedra di Chimica dell’Università di Parma, dello stesso anno, e le Notizie  sulla carriera universitaria del Romagnosi, del 1961. Collaboratore per molti anni del professor Ugo Gualazzini, emerito di Storia del diritto italiano e fondatore dell’Istituto di storia dell’Università, provvide al riordinamento del ricco materiale archivistico ivi custodito, a incrementare la biblioteca e a porre i primi coordinamenti con le analoghe istituzioni di altre sedi. I suoi interessi umanistici riguardarono pure le vicende del palazzo universitario nella storia e nell’arte, né disdegnarono aspetti poco conosciuti della vita accademica di professori e studenti, perfino nel settore della goliardia, intesa come strumento di libera e attiva partecipazione al sapere, anche in forme inconsuete. Il Trombara fu socio corrispondente (1952) della Deputazione di Storia Patria di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 565; S. Di Noto Marrella, in Aurea Parma 3 1993, 280-281; S. Di Noto Marrella, in Gazzetta di Parma 24 settembre 1993, 7.


Parma 13 giugno 1875-Parma 20 gennaio 1934
Figlio dell’architetto Carlo. Fu scultore dotato di una spiccata inclinazione naturale per la modellazione, non ampiamente sviluppata nell’arco di una vita breve, in gran parte spesa nella città natale, dove lasciò il segno di un talento tardivamente e solo episodicamente riconosciuto. L’alunnato artistico e culturale del Trombara si svolse nell’ultimo decennio del XIX secolo. Iniziò e finì didatticamente nell’Istituto di Belle Arti di Parma, dove Cecrope Barilli teneva la cattedra di figura e Agostino Ferrarini quella di scultura. Da quegli insegnamenti il Trombara, incostante nella frequenza, trasse sicuramente nozioni fondamentali per poter operare in proprio, rifuggendo istintivamente dal metodo che la scuola imponeva. Per questo non raggiunse la meta del diploma. Fu attratto da Firenze, dove, lavorando col Garella, studiò dal vivo ciò che la sua indole ribelle gli permetteva di osservare nella piena libertà delle scelte. Altri centri di interesse, altri luoghi e paesi entrarono nel pellegrinaggio conoscitivo del Trombara, che alla fine approdò alla città natale, dedicandosi intensamente alla scultura in tutte le sue molteplici applicazioni. A Parma tanti altri stimoli pervennero al Trombara, a contatto degli artefici attivi nel secolo in cui era nato, quando la scultura fu chiamata a soddisfare le esigenze di tanti committenti pubblici e privati, per esaltare eventi storici vicini e lontani, illustrare le gesta di personaggi mitologici, celebrare le imprese guerresche e arricchire di allegorie le tombe dei cimiteri. Tra i tanti, Canova, Bartolini, Marocchetti, Vela, Duprè, Grandi, Cecioni, Gemito e Rosso entrarono nell’ottica culturale del Trombara e molte opere di quegli artefici costituirono motivo di meditazione e di riflessione nel momento delle scelte in cui prendevano forma le sue sculture. Infatti, appena diciannovenne (1894), modellò le morbide carni di un fanciullo dormiente, Ismaele, riproponendo lo stesso soggetto di Giovanni Strazza, sotto la suggestione del realismo di Adriano Cecioni e di Cristoforo Marzaroli, a lui più vicino, che ai fanciulli dedicarono opere improntate a quella freschezza naturale e gioiosa, suggerita da spontanei atteggiamenti infantili. Dieci anni dopo (1904) l’operosità del Trombara si rifletté fuori dai limiti della provincia e fu principalmente rivolta all’insegnamento al Centro di scultura di Pietrasanta, in veste di direttore. La nostalgia di Parma lo riportò in patria, dove, nel calore di una famiglia appena  formata, riprese l’attività più consona al suo temperamento e alle sue autentiche capacità creative. Un primo successo ufficiale di rilievo il Trombara lo ottenne in Inghilterra nel 1910, quando la commissione dell’International Exhibition di Londra lo premiò con la massima attestazione: la medaglia d’oro. Presentò un soggetto carico di patos, intitolato Resurgam, che coglie l’immagine dolente di Cristo, con palpitante verismo, nell’attimo della morte. Nella quiete domestica, ormai totalmente padrone dei propri mezzi, il Trombara affrontò quei soggetti tanto cari ai suoi colleghi di rinomanza nazionale e anche europea attivi nella seconda metà dell’Ottocento, modellando con sicurezza e libero da ogni soggezione le statue a tutto tondo di Maria Stuarda e Messalina, personaggi antitetici anche se vittime di uno stesso, tragico destino. Uguale impegnò mostrò il Trombara nella realizzazione dei busti raffiguranti le glorie letterarie italiane, del mondo latino e della Grecia antica, che vennero allineati su supporti marmorei lungo le pareti della Galleria dei poeti, nella rocca di Soragna, mentre la chiesa parrocchiale del paese si arricchì degli splendidi bassorilievi di una originalissima Via Crucis e il carcere di San Francesco a Parma del busto di Padre Lino. Il soggetto della Via Crucis fu trattato dal Trombara in altre due versioni: nella chiesa di Sant’Antonio e di Sant’Uldarico, a dimostrazione dell’interesse suscitato da quest’opera,  tipologicamente diversa dalle precedenti, nell’ambiente ecclesiastico cittadino. Le formelle in terracotta dipinta documentano la versatilità del Trombara nell’affrontare il non facile accostamento cromatico al bassorilievo che, nella chiesa di Sant’Antonio, risulta fortemente evidenziato da sottoquadri che ne esaltano lo spessore plastico. Di altro segno sono le stazioni di Sant’Uldarico, improntate a un più acuto verismo, sostenuto da una più intensa sottolineatura cromatica. L’attività del Trombara spaziò, dunque, in tutte le direzioni e non fu condizionata da timori di nessun genere, anche quando affrontò un tipo di scultura ritenuta minore. Non a caso modellò con genuino spirito reclamistico l’immagine sbarazzina del pastaio per la Barilla. Non sarà inutile ricordare che nel primo ventennio del Novecento fu presente a Parma Ettore Ximenes, autore delle sculture celebrative dei monumenti a Vittorio Bottego (1907) e a Giuseppe Verdi (1913-1920), opere che assunsero un pregevole carattere architettonico e urbanistico e che impegnarono le nuove leve della scultura parmigiana. Rapporti di reciproca stima esistettero tra il più noto artista palermitano e il Trombara e fu proprio Ximenes che gli affidò nel 1907 l’incarico dei restauri delle sculture del Teatro Farnese, con particolare riferimento alle statue equestri poste sopra gli arconi che affiancano il boccascena. La versatilità del Trombara si coglie nella sua evolutiva progressione intorno agli anni Venti ed è particolarmente rintracciabile nelle seguenti opere: bassorilievi dell’altare posto nella cappella Zilieri ad Arola, altare dedicato a San Giuseppe nella chiesa di Fontanellato, targa ai Caduti nella chiesa di Monticelli, capitelli e bassorilievi nella chiesa di Basilicanova e targhe ricordo nell’Istituto salesiano e nell’acquedotto di Bacedasco sopra. Da ricordare a Parma, per l’esemplare originalità compositiva ed esecutiva, la fontana in bronzo posta all’ingresso del palazzo Ducale (poi demolita) e quella in cemento, forse precedentemente realizzata, ubicata nel cortiletto di accesso del palazzo Lusignani e i fonti battesimali di San Quintino (poi trasferito nella chiesa di Santa Maria Maddalena), di San Sepolcro e di San Benedetto. Questa serie di interventi plastici portati a compimento tra la provincia e la città anticipano una nuova stagione operativa incentrata sulla realizzazione di soggetti di carattere religioso e cimiteriale attraverso i quali emerge il talento più propriamente scultoreo del Trombara. Già nel primo quindicennio del XX secolo sono da ricordare i bronzi che ornano la freddezza marmorea delle sepolture del cimitero della Villetta di Parma e la scultura in pietra (tomba Salvadori) raffigurante una fanciulla dormiente, ove solo un bocciolo di rose tenuto in grembo addolcisce il ricordo di una vita spenta. Sia pure nel diverso atteggiamento di questa figura, viene spontaneo l’accostamento a quella del Grandi intitolata Tumulo recente. Si profilò intanto per il Trombara il momento si affrontare soggetti di più alto profilo, come a esempio la scelta di un più ampio impegno per la scultura a un tutto tondo, che implicò anche difficoltà di maggiore arditezza dimensionale rispetto a opere precedenti. Fu la volta del grappolo umano sovrastante la cappella Romanelli, fusione staticamente complessa, che nel ritmato slancio compositivo delle figure raccorda elementi floreali e naturalistici in modo da formare una spirale ascendente verso il cielo. La base è arricchita dalla presenza di carnosi angioletti recanti i simboli della gloria, della cultura e della musica. Al vertice, in atto di spiccare il volo, si erge una figura alata in sembianze femminili che sostiene, in un tenero abbraccio, il corpo inanimato di chi si accinge a raggiungere il cielo. Vario e nobilmente raffigurato è il corredo dei bronzetti che affiancano la cappella. Tra questi, l’immagine di San Michele che uccide il serpente simbolo del male e la donna con le brocche d’acqua simboleggianti i fiumi dell’Inferno dantesco. Sempre nel campo delle raffigurazioni simboliche è da segnalare la solida figura alata seduta su un blocco marmoreo della tomba Giordani-Mancini (arco 81 del cimitero della Villetta di Parma), atteggiamento anticipato dallo Ximenes nella sua Rinascita, opera che risente, contrariamente a quella del Trombara, di languidi influssi accademici. Realistico e sodo è il modellato trombariano, quasi un calco dal vero, con qualche punta di teatralità nel gesto delle mani, una delle quali è bilanciata da una clessidra. Il Trombara  affidò la sua sottile osservazione a un classicismo moderatamente interpretato, ansioso di raggiungere se non uno stile proprio, un nuovo traguardo che lo assicuri di possedere un modo personalissimo di intendere la scultura. Non molto dissimile dalla precedente è la slanciata figura femminile che spicca sotto l’arco 46 sulla tomba gnecchi-Schianchi (1919-1920; cimitero della Villetta di Parma), sia pure nella diversità dell’atteggiamento, in questo caso caratterizzato da un più solenne atteggiamento formale. Il volto segnato dalla tristezza, la folta capigliatura sciolta dietro le spalle, il busto eretto, un seno nudo, l’ampio arco della braccia sostenente una ghirlanda di rose, denunciano una chiara tendenza stilistica di gusto libertiggiante. All’inizio degli anni Venti (1922-1924) la chiesa di San Sepolcro si arricchì di un suo fonte battesimale. Il Trombara lo realizzò in bronzo dotando l’elegante struttura architettonica di figurazioni liturgiche nel bacile dell’acqua santa e di tralci, foglie e fiori nel basamento cilindrico, sostenuto da un appoggio a pianta poligonale. Una statuetta del Battista domina il vertice della composizione. Ammirato negli ambienti ecclesiastici, il fonte battesimale di San Sepolcro venne riprodotto in calco e collocato nelle chiese di sant’antonio e San Benedetto. Una serie di piccole sculture è enucleabile dal contesto architettonico della tomba Chierici (1917) dove ricompare, insieme a volti giovanili congiunti da un bacio, il volto dolente del Cristo, copia ricavata da quella presentata sette anni prima alla mostra di Londra. Di piccolo formato sono anche i bassorilievi della tomba Manicardi-Chiari, dove i coniugi sono rappresentati in medaglioni di particolare raffinatezza plastica. L’infaticabile attività del Trombara si manifestò compiutamente negli anni della piena maturità sotto le arcate funerarie della Villetta, dove lasciò il segno forte della sua passione di artista. La schematica semplicità dell’impianto architettonico del cimitero luigino, con le sue arcate modulari fu ravvivata dal Trombara in alcuni punti privilegiati, con l’eleganza e l’arditezza di felici schemi compositivi, e così pure si può dire della plastica che adorna pareti e vani nel raccolto silenzio delle cappelle. La fantasia del Trombara si sbizzarrì nella varietà di tante composizioni che sottolineano il grado di conoscenza al quale pervenne nell’interpretazione sottile e acuta dei testi sacri. Nella cappella Colla, dalla piccola cupola vibrante di riflessi dorati, a guardia del portale d’ingresso è posto un militaresco San Michele, armato di tutto punto, ben diverso, nella sua giovanile baldanza, da quello che in altra veste è posto all’esterno della cappella Romanelli. Altri riferimenti simbolici variamente espressi arricchiscono lo spazio interno, come la Santa Cecilia che porta il lume, le urne decorate con grifi alati, il medaglione con l’effige della Medusa, la figura incappucciata che allude al trionfo della morte corporale quando le tenebre oscurarono l’universo dopo il peccato originale. E infine l’ampia composizione con l’aviatore morente in primo piano, col busto del corpo inanimato proteso in avanti sullo sfondo di un aereo abbattuto, segno della tragedia da poco consumata. La profondità della scena è messa in evidenza dalla cesellata immagine alata che trasporta in cielo l’eroe caduto.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 279; P.P. Mendogni, in Gazzetta di Parma 22 settembre 1978, 12; P.P. Mendogni, Sant’Antonio Abate, 1979, 81-82; Malacoda 63 1995, 13-21; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1996, 5.

Parma 1729
Fu musicista alla Steccata di Parma nel novembre del 1729.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, anno 1729; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 165.

Parma 24 marzo 1741-Parma o Roma gennaio/aprile 1808
Secondogenito di Antonio e di Maria Pedratti. Fu tenuto al fonte battesimale dal conte Ignazio Tarasconi. Il Trombara rivelò presto attitudine all’arte e un’eccezionale abilità per il disegno. Scarabelli-Zunti lo classifica disegnatore e afferma di avere visto in Accademia a Parma sue copie, degli anni 1763-1765, di ritratti di personaggi religiosi parmensi disegnati con perizia e resi con intensità espressiva. Tuttavia negli stessi anni risulta iscritto all’Accademia di Belle Arti, nella sezione di architettura, sotto la valente guida di alessandro Ennemondo Petitot, architetto geniale e insegnante impareggiabile. Il Trombara non avrebbe potuto trovare ambiente culturalmente più stimolante: il primo trentennio della seconda metà del Settecento fu un periodo privilegiato per l’arte del Ducato di Parma. Il duca Filippo di Borbone nel 1752 fondò l’Accademia, alle cui Costituzioni, stilate con sobria eleganza dal poeta Carlo Innocenzo Frugoni, suo primo segretario, si ispirarono Caterina II di Russia per il suo liceo artistico e l’imperatrice Maria Teresa per l’Accademia di Brera, mentre i concorsi accademici parmensi, aperti agli artisti di tutte le nazioni, erano considerati una delle gare più prestigiose d’Europa. Il Trombara, dopo avere frequentato con diligenza e passione i corsi accademici e superato con onore gli esami interni, partecipò al concorso accademico del 1773, che fu tra quelli di maggiore rilievo per il numero e la qualità dei concorrenti e per l’istituzione di un secondo premio. Il concorso di architettura di quell’anno ebbe per soggetto Una magnifica piazza, cui dovevano essere prospicienti contrade con decorosi edifici. Il primio premio fu assegnato al parmense Giacomo Ferrari e il secondo al Trombara. Il Corpo accademico, a proposito del Trombara rilevò con soddisfazione che egli aveva ottenuto la totalità dei voti a disposizione del Consiglio e ciò stava a dimostrare la stima che i giudici avevano dell’autore e delle sue opere (Atti accademici, vol. I, 1770-1794). Dopo l’importante affermazione, il Trombara fece la sua visita d’obbligo a Roma e approfittò di quel soggiorno per partecipare al concorso di prima classe di architettura indetto nel 1775 dall’Accademia di San Luca: si richiese ai concorrenti il Disegno di una dimora a delizia di un ragguardevole personaggio. Il premio venne ripartito ex equo tra il Trombara e l’architetto Filippo Nicoletti. Il progetto del Trombara, precocemente neoclassico, per la nobiltà scenografica che richiama Petitot, rivela la sua formazione avvenuta nell’Accademia di Parma. I rapporti del Trombara con l’Accademia di San Luca non si fermano qui: nel 1780 il Trombara fece pervenire il progetto di una maestosa biblioteca e nel 1787, forse in considerazione anche delle sue affermazioni in Russia, venne nominato accademico. Il Trombara, ritornato a Parma dopo la sosta romana, sentì la necessità di trovarsi un’occupazione stabile. Le condizioni del Ducato non erano più tanto felici e le committenze si facevano sempre più scarse, mentre la celebre scuola del Petitot ogni anno licenziava un numero di architetti superiori alle esigenze dello Stato. Fortunatamente per il Trombara si presentò un’occasione che non poteva giungere più propizia, né rispondere meglio alle sue aspirazioni. L’imperatrice Caterina II incaricò il suo Reiffenstein di trovarle deux bons architectes italiens de Nation, et habiles de profession, perché tutti i suoi architetti sont devenus ou trop vieux ou trop avengles, ou trop paresseux. I due artisti italiani designati furono il bergamasco Giacomo Quarenghi e il Trombara, entrambi noti per la loro rigorosa formazione classica e la personale efficienza. Il Trombara molto probabilmente fu segnalato dal conte Carlo Gastone della Torre di Rezzonico, segretario dell’Accademia, alla stessa imperatrice Caterina II, con la quale intercorsero ottimi rapporti. Proprio il 4 giugno dello stesso anno 1779, a esempio, fu indetta dal Rezzonico una straordinaria seduta accademica generale che ebbe lo scopo di esaminare una tela, rappresentante una Danae attribuita al Correggio. Si trattò, da parte del Collegio accademico, di scoprire se, nonostante le rovinose vicende subite, l’opera conservava tracce della raffinata tecnica e della fascinosa grazia correggesca e in tal caso la tela, di proprietà di una gentildonna veneta, sarebbe stata acquistata dall’imperatrice Caterina II per la somma di 14 zecchini. Il Trombara nell’agosto del 1779 si mise in viaggio per la Russia: notizie del viaggio di andata si ricavano da due lettere indirizzate al conte di Rezzonico. La prima lettera è scritta da Berlino dove arrivò il 29 agosto: dopo aver informato il conte di avere fatto la commissione al suo amico, descrive con rapidità ed efficacia la città, che trova bella e degna del grande monarca, del quale elogia per prima cosa le truppe. Quindi esprime il suo compiacimento per non avere visto nelle vie della città né frati, né suore, né preti e per non aver sentito scampanio. Piuttosto licenzioso è il suo giudizio sulle donne di Berlino: la mercanzia più bella e più a buon mercato. Nell’accomiatarsi dal conte raccomanda in particolare la propria sorella e l’informa che riprenderà il viaggio durante la notte in compagnia di una dama che ritornava a San Petersburgo. La seconda lettera proviene da Vienna e porta la data del 20 settembre. Il Trombara aveva recapitato al Metastasio una missiva del conte di rezzonico, sul cui talento il poeta cesareo si era intrattenuto a lungo. Quindi comunica le sue impressioni sulla città, che trova grandiosa, popolatissima, allegra e degna di ammirazione in particolare per la superba biblioteca. Il Trombara arrivò in Russia alla fine del 1779 e Giacomo Quarenghi nel gennaio dell’anno successivo. I due architetti lavorarono a Mosca, a Pietroburgo, nelle grandi tenute imperiali e in quelle private in piena indipendenza l’uno dall’altro. A incontrare il gusto dell’Imperatrice, diventandone l’artista preferito, fu il Quarenghi, nelle cui monumentali e solenni costruzioni, venate da un aspetto scenografico, di intonazione barocca, la Zarina trovò una rispondenza con la vastità e la potenza dell’Impero russo. Il Trombara fu meno favorito dall’Imperatrice, ma per il naturale talento e la profonda cultura stilistica fu ugualmente apprezzato. Si tratta di rivedere la sua attività con maggiore attenzione e obiettività e di metterlo nella luce che gli spetta perché degli artisti italiani in Russia, fu tra i più trascurati dalla critica. La prima opera che venne affidata al Trombara fu il Maneggio imperiale a Mosca, realizzato con severa semplicità, come comportava il soggetto. Il felice esito conseguito gli fece ottenere, nello stesso anno (1780), la chiamata del principe M. A. Golitsyn a collaborare con il famoso architetto Chevalier de Querne alla costruzione della chiesa della grande tenuta di Archàngèl-skoe. Il de Querne fece il corpo centrale dell’importante edificio e il Trombara la parte a terrazza, che dà una nota elegante alla costruzione. Veramente la critica, compreso il compilatore della Cronaca della chiesa di Archàngèl-skoe, un sacerdote locale, attribuisce all’achitetto italiano più famoso del periodo barocco in Russia, Bartolomeo Rastrelli, la parte centrale di tale tempio, iniziato nel 1780 (quindi un decennio dopo la morte del Rastrelli, venuto a mancare nel 1771) e altrettanto arbitraria risulta l’attribuzione della parte a terrazza al Quarenghi. L’identità dei veri autori del tempio si deve all’opera di S. V. Bersanov: l’insigne studioso reperì nell’archivio Micolsky Urynyum un prezioso album, che contiene, tra l’altro, due disegni rispondenti all’edificio centrale della chiesa come fu realizzata, i quali portano la seguente indicazione: Composé par de Querne architectes en 1780. Nello stesso album, conservato nell’archivio della tenuta, vi sono altri due disegni rappresentanti le terrazze di profilo e un foglio di pugno del trombara, il quale afferma di aver lavorato per il principe Golitsyn. Le notizie delle importanti affermazioni del Trombara giunsero nella città natale e l’Accademia di belle arti di Parma, l’ente più sensibile a tali successi, il 27 dicembre 1782 nominò Accademico d’onore il concittadino Giacomo Trombara, architetto di S.M. Imperatrice di tutte le Russie (Archivio accademia di Belle Arti di Parma, Atti accademici, vol. 1770-1795). Le committenze al Trombara si succedettero senza tregua. Dopo Archàngèl-skoe venne chiamato a svolgere la sua attività nella grande tenuta imperiale di Simbirsk, sotto il governatore Darzavin, al cui servizio rimase dal 1785 al 1789. Gli venne affidato, per prima cosa, il progetto della nuova città di Tambòv, che divenne, anche per il suo intervento, un centro piuttosto importante nell’immediata periferia di Mosca. Sempre in Tambòv costruì l’edificio Gostinny-Dov (Corte dei mercanti), imponente nella sua semplicità, e il Padiglione del Giardino pubblico di Viarka. Secondo Ettore Lo Gatto, il Trombara sarebbe autore  anche del Palazzo del Governo della città di Simbystk. Il critico de Larivrère informa che al termine delle importanti commissioni realizzate nella grande tenuta imperiale di Simbirsk, al Trombara venne affidata una serie delle così dette opere minori, non in rapporto al loro valore intrinseco, ma perché costruzioni adeguate ai piccoli centri, ambientate lungo una linea periferica che, passando per Kazan, porta in Crimea. Tali opere sono quasi pietre miliari che attestano l’evoluzione dello stile neoclassico, più severo e più puro, anche se relegate in un territorio secondario e geograficamente disperse. Venne poi affidata al Trombara quella che può essere considerata la sua opera maggiore: le nuove grandi Scuderie nella città di Pietroburgo. L’imponente edificio, dato per finito nel 1790, sorse sul canale Caterina, dirimpetto alle Scuderie di Corte. Aveva un’altra imponente facciata rustica sul giardino Michele. In tale opera il Trombara unì gli stili classici con elementi rinascimentali. Il critico L. Hautecoeur, che dà una descrizione molto dettagliata di tutta l’opera, critica in particolare la seconda facciata perché la commistione stilistica di vari stili le toglie unità. Il Trombara invece ritenne di avere ottenuto l’unità proprio con un’accurata scelta degli elementi. L’ultima opera del Trombara di cui si ha notizia e che conclude felicemente la sua carriera artistica è il progetto di un ponte in pietra sulla Neva, che gli meritò l’iscrizione a membro dell’Accademia russa. Del Trombara non si conosce la data del ritorno in Parma. Quella della morte venne data nella seduta dell’8 maggio 1808 da un consigliere dell’accademia di San Luca, di cui il Trombara fu membro.
FONTI E BIBL.: E. Lo Gatto, Artisti in Russia, III, 1943, 188; Dizionario Architettura e Urbanistica, VI, 1969, 264; A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 58; L. Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 200; G. Allegri Tassoni, in Gazzetta di Parma 28 settembre 1987, 3, e 5 ottobre 1987, 3; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 166 e 168.

Borgo San Donnino 1902/1923
Cavaliere. Fu sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1923.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.

TROMBETTA, vedi GIOVANNI DA PARMA


Bardi-post 1712
Dottore. Fu Podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1712.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.

Bardi 1751/1765
Conte, fu elevato alla carica di Governatore di Piacenza nel 1765, carica che tenne anche negli anni successivi. Lasciò onorevole ricordo di sé per alcuni leggi annonarie e per l’impulso dato all’industria serica piacentina. Il Trombetti è pure ricordato quale letterato e latinista forbito (il Bonora lo accenna nei suoi Ricordi di letteratura patria).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 445.

Parma seconda metà del XVI secolo
Architetto attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 338.


Parma 22 aprile 1897-
Figlio di Giovanni, dopo aver studiato violino con Nordberg, Enrico Paolo ed Henri Marteau si diplomò nella Scuola di musica di Malmö in Svezia. Studiò anche canto con Manlio Bavagnoli. Per dare valore legale ai suoi studi ripeté i diplomi di violino, viola e canto didattico al Conservatorio di Parma nel 1934. Da giovane visse in Svezia, Danimarca, Inghilterra e Germania. Nel 1913 diresse l’orchestra del Kursaal di Ramlösa e nel 1914 fece parte del Quartetto Svedese, con il quale fu molto attivo. Nel 1915 ritornò in Italia e, datosi alla composizione, il 3 febbraio 1918 diresse alcune sue musiche al Teatro Alighieri di Ravenna. Dal 1929 al 1932 fu maestro della Schola cantorum della Cattedrale di Milano e primo violino del Quintetto di Milano. Nel 1934 fu nominato incaricato per l’insegnamento del canto del Liceo musicale di Piacenza, dove nel 1937 passò di ruolo. Scrisse le opere didattiche: Metodo per violino, Il contrappunto e la fuga, L’istrumentazione moderna e L’arte del bel canto. Compose: Sonia, opera in 3 atti, i poemi sinfonici La sera, La notte, Il mattino, Espiazione d’amore, La prima notte nella metropoli, Rintocco di campane, Nostalgie nordiche e russe, Nostalgie svedesi, un Quartetto d’archi, una Sonata per violino e pianoforte, Nostalgia accarezzante, pensiero musicale per arpa e pianoforte (Milano, Sonzogno, 1923), Inno dell’ordine dei SS Maurizio e Lazzaro e Inno dell’ordine costantiniano di S.Giorgio. Nel 1942 ristampò a Reggio Emilia alcune composizioni, raggruppandole sotto il titolo di Inni della rivoluzione fascista e dell’Italia imperiale: tra queste, Vecchia guardia (1919), su parole del quadrumviro Michele Bianchi, e Inno imperiale d’Italia, su parole di Nicolò Gianni, fondatore di Mistica fascista. Compose inoltre la seguente musica sacra: Messa da requiem, Inno a S.Francesco, patrono d’italico impero, preghiera delle donne italiche, su versi della regina Margherita, Quattro oratori, su versi di Rinaldo Giorgio Santagostina (Reggio Emilia, Bizzocchi, 1941), Raggi di luce nella vita di Gesù Cristo, Accenti di dolore sulla passione di gesù Cristo, Pasqua di Resurrezione e ascensione.
FONTI E BIBL.: C.Renzi, Tre compositori di musica moderna: Pizzetti, Respighi, Tronchi, in La Comédie Italienne 11-12 1925.

TRONCHI GIAMBATTISTA, vedi TRONCHI GIOVANNI BATTISTA

Parma 10 giugno 1876-Milano 21 novembre 1952
Allievo dapprima del Conservatorio di Parma, ove fu diplomato in flauto, studiò poi in Amburgo con Guglielmo Popp e a copenhagen con G. S. Svendsen. Trasferitosi nel 1907 a Malmö, vi fondò un Conservatorio di musica sovvenzionato dal Municipio, una biblioteca musicale, una Società  per la musica da camera, una Società editrice musicale, la sezione svedese della Società Internazionale di musica, la sezione scandinava dei musicologi italiani, della quale tenne la presidenza, nonché la Malmö Symfoni-Orchester, che egli stesso diresse. Il 21 aprile 1912 diresse la Società corale Sydsvenha Fillarmoni Foreningen nell’occasione che, celebrandosi il suo decimo anno di vita, venne eseguito l’Elias di Mendelssohn. Ritornato in patria allo scoppio della prima guerra mondiale, dopo avervi preso parte quale Capitano di fanteria, si stabilì a Milano, ove, dopo aver diretto stagioni liriche e concerti sinfonici in varie città, aderì al partito fascista e nel 1923 aprì un Istituto internazionale per lo studio del canto e il perfezionamento della concertazione orchestrale. Costituitasi l’Orchestra Stabile di Milano (60 esecutori), si volle a dirigerla il Tronchi. Ne fu inaugurata l’attività, con pieno successo, nella sala del Regio Conservatorio G. Verdi il 23 marzo 1930. Compose un Quartetto (do minore) per archi, Marcia funebre per la morte del Re Cristiano IX e l’opera I nemici delle donne, su libretto di E. Golisciani. Pubblicò in lingua svedese un Metodo di solfeggio parlato, sostituendo alla notazione comune quella dell’a, b, c, lavoro premiato con medaglia d’oro e largamente diffuso in Svezia.
FONTI E BIBL.: A. De Angelis, Dizionario musicisti, 1918, 340; C. Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 3, 1938, 744; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 136.


Parma ante 1792-Parma 24 dicembre 1838
Fu violinista del Regio Concerto di Parma dal 3 dicembre 1792. Nella stagione di Fiera dell’estate 1804 fu il primo dei secondi violini nell’orchestra che inaugurò il nuovo Teatro di Piacenza (Archivio di Stato di Parma, spettacoli e Teatri, 1802-1806, b. 6) e da un documento del 1807 risulta terzo violino nell’orchestra a carico del Comune di Parma per il funzionamento del Teatro. Alla riorganizzazione della Ducale Orchestra alla fine della dominazione francese (decreto 10 luglio 1816), fu nominato concertino con un assegno annuo di 1000 franchi e il 31 ottobre fu autorizzato a vestire l’uniforme. Nel 1822, per assicurare il buon funzionamento dell’orchestra in ogni circostanza, il Melchiorri lo designò suo sostituto in caso di assenza: in questa veste diresse la stagione estiva 1828. Fu attivo anche fuori del Ducato di Parma: nell’estate 1827, per la festa del Crocifisso di Longiano, fu primo violino direttore delle funzioni nella chiesa di San Francesco, dove era stato invitato da Pietro Generali, e nell’occasione dette valida prova di sé anche in un concerto. Messo a riposo il Melchiorri per ragioni di salute, in attesa della nomina del nuovo direttore, diresse la stagione 1833-1834 al Teatro Ducale di Parma. Al termine la commissione gli negò la nomina con la motivazione: Essere il Tronchi abile artista in quanto all’esecuzione, ma non avere quelle doti né quelle qualità che ad un direttore d’orchestra si richieggono. Dopo la sua morte, con decreto 9 dicembre 1837 al suo posto di primo violino dei secondi venne nominato Ferdinando Squassoni.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli; Inventario; OER, 80, 90, 92, 149-150; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936; L. Malusi, Musica e musicisti a Longiano, in Studi Romagnoli XXXVI 1995, 224.

Sorbolo 21 marzo 1854-Camogli post 1899
Figlio di Gaetano, possidente, e di Giovanna Del Canale, primo di sei figli. Iniziò l’attività fotografica in proprio, dopo varie esperienze, nel 1894, quando rilevò lo studio di Enea Gardelli in vicolo della Macina. Oltre la consueta routine di lavoro, operò nel settore teatrale fotografando gli artisti che si susseguirono al Teatro Regio e per la Società Anonima Tranvie Parmensi. Il 15 febbraio 1899 il Tronchi abbandonò l’attività professionale a Parma (lo studio passò a Bartolomeo Baroni dal giugno seguente) e si trasferì, con la moglie Virginia Beghini e la figlia Ines, a Camogli.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 195.

Parma 1582 c.-Parma 1642
Divenne monaco benedettino nel 1692. Fu eletto Abate del Monastero di San Giovanni Evangelista in Parma nel 1634. Oppresso dai calcoli, morì all’età di circa 60 anni.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium Abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 113.


-Parma 30 aprile 1783
Marchesa, fu dama della Corte di Parma. Di moltissimo ingegno, fu celebrata dai versi del Frugoni.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 59.

TROVATORE, vedi PALLAVICINO PELAVICINO

Casale di Tornolo 12 novembre 1795-Borgo Taro 24 febbraio 1877
Nato da Bartolomeo e Maria Brigati. Fu allievo del Collegio Alberoni di Piacenza. Consacrato sacerdote, il vescovo di Piacenza, apprezzando la sua opera, lo nominò prima Ispettore con ampi poteri e poi professore al Ginnasio superiore di Borgo Taro, ove insegnò lettere, storia, religione e matematica. Fu autore di alcune pubblicazioni per l’insegnamento di dette materie e di alcune traduzioni in latino di opere classiche, come la Divina Commedia. Inviato speciale del vescovo nelle parrocchie che si trovavano in difficoltà o si rendevano vacanti, ne redigeva con nota descrittiva un  verbale simile a un rogito notarile. Recandosi nella parrocchia di Alpe per inventariare gli averi del parroco defunto, fece sapere che quella era forse la parrocchia più povera della Diocesi. A Valdena accertò che i Platoni avevano proprietà innumerevoli e avrebbero potuto pagare decime molto superiori alle 17,50 lire richieste ma protestate. Nella parrocchia di Caffaraccia consigliò il rifacimento o meglio la costruzione di una nuova canonica, di cui allegò anche un disegno con l’ubicazione delle stanze, il sistema di costruzione e la spesa approssimativa da sostenere. Analoga richiesta la sottopose anche per Casale di Tornolo, ma visto vanificare tale intendimento, in data 25 aprile 1872 con testamento olografo lasciò la sua casa, in Villa Berni, alla sua parrochia con il semplice onere di una messa annuale. Tra il suo svariato carteggio, si trova una lettera indirizzata allo scultore statuario Piero Canaogli di Piacenza per la statua in legno di S. Pietro in Vincoli, oltre alla lettera e relativo impegno di pagamento della madonna di Lourdes in marmo di Carrara, portata al Casale con corrieri speciali via Pontremoli-Zeri-Borgo Taro. L’unico suo ritratto è un dipinto a olio in cui è riprodotto in veste talare con in mano un biglietto sui cui è scritto Illustrissimo e molto Reverendo signore don Giambattista Truffelli, direttore spirituale e censore, prof. Superiore nel Ginnasio Borgotaro 1859.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 445; F. Ferrari, in Gazzetta di Parma 15 ottobre 1984, 3.

TRUFFELLI GIOVANNI BATTISTA, vedi TRUFELLI GIOVANNI BATTISTA


Parma 1859
Medico, già in servizio nelle truppe del ducato di Parma, fu volontario nella campagna del 1859.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Medici di Parma nel Risorgimento, 1960.


Pianello Val Tidone 24 novembre 1823-Parma 21 giugno 1886
Compiuti gli studi classici nel Collegio San Pietro di Piacenza, per un biennio frequentò i corsi di medicina a Parma, che lasciò per   seguire gli studi chimico-farmaceutici. Frequentò un triennio di perfezionamento a Firenze (1845-1848) con il Taddei, che gli facilitò l’ingresso nell’Ateneo parmense, dove percorse tutta la carriera universitaria. incaricato prima dei corsi di chimica nelle varie facoltà, divenne professore ordinario di chimica inorganica e organica (1854).  Fu successivamente nominato direttore dell’Istituto chimico parmense (1863) che fu il centro dei suoi studi e del suo impegno relativo ai progressi della scienza. Preside della Facoltà di scienze fisiche e naturali e direttore della scuola di farmacia, ebbe anche la nomina nei consigli sanitari del Comune e della Provincia di Parma. Sua fu una ricerca relativa all’analisi delle acque di Salsomaggiore (1855).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 445; Libertà 25 giugno 1886; Annuario Università di Parma 1886-1887; P. Marchettini, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 268-269.

Gainago I secolo a.C./ V secolo d.C.
Di condizione schiavile, fu contubernalis di Mauricus, che le dedicò un’epigrafe per i caratteri paleografici (P aperta, forma della M, formula B.M.) databile a età imperiale, priva della parte superiore, ritrovata a circa dieci chilometri a nord di Parma. Si tratta con ogni probabilità di due schiavi conviventi. Tryphaene (o Tryphaena) è cognomen grecanico ovunque diffuso, presente in Cisalpina e documentato in questo solo caso nella regio VIII.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 182.

Parma 25 agosto 1888-Roma agosto 1955
Volontario nella prima guerra mondiale, fu valoroso soldato, raggiungendo il grado di Capitano nella fanteria e guadagnandosi due medaglie al valore e tre croci di guerra. Combatté a Santa Lucia di Tolmino, Gorizia, nel Trentino e sul Piave. All’indomani del conflitto trovò lavoro in un giornale di Brescia. In questa città capeggiò lo squadrismo, mettendosi in luce nell’apparato fascista per la sua capacità di organizzatore e anche come dirigente politico. Fu successivamente Segretario della Federazione Provinciale Fascista, Segretario della Federazione Provinciale Sindacale, Presidente della Federazione Bresciana dei Comuni Fascisti, Triumviro della Federazione Provinciale dei Combattenti, Console della Milizia Volontaria e comandante della XV Legione Camicie Nere della Leonessa. Alle elezioni dell’aprile 1924 il suo nome raccolse una votazione quasi plebiscitaria: riuscì in testa alla lunga lista dei deputati lombardi, preceduto solamente da Mussolini e Farinacci. Il 30 marzo 1926 fu designato da Mussolini Segretario Nazionale del Partito fascista in sostituzione di Roberto Farinacci. In tale veste il Turati fu per circa un quadriennio l’uomo della normalizzazione del potere governativo fascista contro il brutale estremismo dei ras periferici, l’organizzatore delle prime strutture portanti del regime e il fedele esecutore della volontà del dittatore nell’instaurazione dell’ordinamento autoritario. Negli anni della sua gestione del partito vennero varate le  Leggi eccezionali fasciste (novembre 1926) e la Carta del lavoro (aprile 1927), fu istituzionalizzato il Gran Consiglio del fascismo (dicembre 1928), furono firmati i Patti Lateranensi (febbraio 1929), fu indetto il Plebiscito fascista (marzo 1929), vennero create organizzazioni come l’Opera Nazionale Balilla e l’Accademia d’Italia. Ma soprattutto il Turati inaugurò quella ritualità fascista che, dopo il breve interregno del suo immediato successore Giovanni Giuriati (ottobre 1930-dicembre 1931), fu portata a livelli grotteschi da Achille Starace. Mentre partecipava come Segretario del Partito Nazionale Fascista all’opera di consolidamento del regime, il Turati cercò di rendere in qualche modo meno becera l’immagine del partito (per questo passò alla storia come fascista intellettuale) e studiò di liberare le fila del partito stesso dai più famelici profittatori, tra il quali il ministro Costanzo Ciano, che egli denunciò apertamente. Questi intenti moralizzatori, lo resero oltremodo inviso ai gerarchi e il Turati presentò ripetutamente le dimissioni dalla carica di Segretario, ma se le vide sempre respingere  dal duce. Finché il 23 settembre 1930 Mussolini le accettò e lo nominò direttore del quotidiano La Stampa di Torino. Dopo questo atteso cambio della guardia, Farinacci e altri riuscirono a imbastire sulla persona del Turati un losco scandalo: non potendolo attaccare su altri piani, fecere circolare la voce di una sua peraltro presunta omosessualità, colpa inammissibile per un fascista. Destituito in tronco dalla direzione del giornale (agosto 1932) ed espulso dal partito, il Turati fu confinato a Rodi (gennaio 1933) sotto scorta dei carabinieri (Mussolini però comunicò al governatore dell’isola che il Turati doveva essere trattato col rango di ministro di Stato). Riuscì a tornare in Italia nel marzo 1937 e fu riammesso nel partito a condizione che accettasse di ripartire per l’Etiopia. Dall’Africa tornò in Italia nei primi mesi del 1938. Dopo la liberazione di Roma, nonostante i contatti e gli aiuti dati alla Resistenza romana dopo la caduta del regime fascista nel luglio 1943, fu condannato in contumacia, ma poté rimanere indisturbato a Roma, finché nel 1946 venne ufficialmente prosciolto da ogni accusa grazie all’amnistia concessa dal guardasigilli Togliatti.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 49-50; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 148; Dizionario Storico Politico, 1971, 1340; F. Cordova, Uomini del fascismo, 1980, 475-519; N. Caracciolo, Uomini del Duce, 1982, 72; Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, VI, 1989, 179; M. Innocenti, I gerarchi del fascismo, 1992, 171.

Parma XVI/XVII secolo
Scultore attivo nella seconda metà del XVI secolo e nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 339, e V, 48.

TURCHI ADEODATO o CARLO DOMENICO MARIA o CARLO MARIA DOMENICO, vedi TURCHI DOMENICO CARLO MARIA


Parma 5 agosto 1724-Parma 2 settembre 1803
Nacque da Giuseppe di Antonio, sarto, e da Lucia Pelati, che abitavano nella parrocchia di Ognissanti. Frequentate le scuole di filosofia (nella quale materia ebbe istitutore il belgrado) e di retorica dirette dai gesuiti, il 21 agosto 1739 entrò nell’Ordine dei cappuccini in Carpi. Ordinato sacerdote, fu lettore di teologia a Modena (1754), città dove per la prima volta rivelò le sue doti di grande oratore, a Piacenza e Parma (1750). Fu poi due volte Guardiano in Parma, nel quale tempo radunò nel suo Convento parecchi cappuccini artisti ai quali fece dipingere il quadro grande del refettorio e costruire due orologi, uno dei quali a servizio della biblioteca da lui fondata e arricchita di libri. Nel 1755 tenne il suo primo quaresimale a Borgo Taro. Oltre le prime città dell’Emilia, l’udirono con plauso Arezzo, Pisa, Firenze, Genova (1766), Roma e Napoli, ove pure predicò alla Corte nel 1767. In Lucca, al cospetto del Senato di quella Repubblica, recitò nel 1764 il suo celebrato discorso sul Segreto politico. Nel 1759 fu eletto definitore e guardiano del convento di Parma, nel 1768 ministro provinciale e chiamato quale predicatore ordinario alla Corte di Parma. Ferdinando di Borbone nel 1778 lo nominò precettore del principe ereditario. Il 13 maggio 1788 papa Pio VI lo elesse Vescovo di Parma su designazione dello stesso duca Ferdinando di Borbone. Tutto il clero andò a complimentarlo in Colorno e il Comune di Parma gli inviò le congratulazioni. Il 16 agosto partì alla volta di Roma accompagnato da fra Bernardino. Fu preconizzato vescovo il 15 settembre in Concistoro. Ritornato da Roma il 4 di ottobre, fece il suo solenne ingresso nella cattedrale il 5 novembre, al quale assistettero i regnanti, con notevolissimo concorso del popolo: si erano riempite persino le logge superiori del vasto tempio. Il 7 dicembre conferì in Colorno il sacramento della confermazione ai principi di cui era precettore. restaurò la Cancelleria, il Palazzo Vescovile e il Seminario, per il quale ancora accrebbe le entrate e ristabilì le cattedre di Divinità e di Filosofia con denaro proprio. Aumentò inoltre le rendite della Mensa episcopale, adoperandosi perché fosse migliorata la coltura dei suoi terreni. Nel 1789 visitò tutta la Diocesi con intendimento, sembra, di riparare ai bisogni delle parrocchie più povere. Nel 1802, benché già prossimo all’ottantesimo anno di età, ritornò in più luoghi della Diocesi, anche nelle più alpestri montagne dell’Appennino, per amministrare la Cresima. Già da qualche tempo egli aveva spontaneamente abbandonato la Corte, ove dimorò otto anni dopo l’assunzione al Vescovado, per ritirarsi nel suo Palazzo Vescovile, in cui più volte lo visitò il Duca. Per circa quindica anni resse la Diocesi parmense, introducendovi varie riforme, sempre ispirate alla dottrina cattolica più ortodossa, e mantenendo rapporti amichevoli col primo ministro ducale. Alla venuta dei Francesi osservò un contegno riservato e prudente, sì che nel 1802 poté ottenere dal Melzi, vicepresidente della Repubblica Italiana, di esercitare la giurisdizione vescovile su una parte della sua Diocesi che era situata nel territorio reggiano. Ma, nello stesso tempo, non tralasciò di adoperarsi presso l’Amministratore dello Stato di Parma perché non fossero intaccati i diritti della Chiesa e dell’Episcopato e, quando il suo antico allievo Ludovico di Borbone divenne re d’Etruria, esercitò grande influenza su di lui perché vi abolisse, come fece, le leggi giurisdizionaliste introdotte dal granduca Pietro Leopoldo. Ebbe numerosi avversari, tra cui G. Della Torre di Rezzonico. Si fa iniziare da lui il vero rinnovamento dell’eloquenza sacra. Benché ricchi di maniere e di voci francesi, proprie del tempo, tanto il Quaresimale e le Omelie quanto le prediche alla Corte, le orazioni funebri e i panegirici si fanno leggere ancora per originalità di argomentazione, per forza e modernità di idee, per zelo evangelico e per libertà di movenze, che fecero tacciare il Turchi di giansenismo. Ancora non è stato invece ben fissato il posto che egli occupò nella storia politica del tempo, quale scrittore politico e quale consigliere del Duca di Parma, da cui fu molto ascoltato. Le sue Opere complete, in 20 tomi, furono pubblicate a Venezia nel 1832 (v. anche A. Turchi, Opere inedite, 5 tomi, Ancona, 1843). Il Turchi fu sepolto nella Cattedrale di Parma a lato dell’altare dell’Assunta. Nelle esequie suntuose, fattegli dal Capitolo, fu pronunciata l’orazione funebre, poi data alle stampe, da Giovanni Scutellari, canonico e conte, e don Ramiro Tonani fece e pubblicò diverse iscrizioni. Il Cerati pubblicò versi italiani per la stessa occasione. Dipinsero il suo ritratto il portoghese Vieira e i parmigiani Biagio Martini e Gaetano Callani. Assai rassomigliante è l’intaglio fatto dal Morghen, che sta in fronte alle sue opere, impresse a Parma dal Mussi. Merita lode anche quello di Luigi Pizzi, posto avanti le Prediche alla Corte (Bassano, 1806).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Continuazione alle memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII,  1833, 257-300; G.Allegri Tassoni, La vertenza fra il governo francese e il vescovo di Parma per la camera di S.Paolo, in Aurea Parma 31 1947, 88-89 (rapporti tra il Turchi e il Moreau de Saint-Méry nel 1803); G.Andrà, Elogio di mons. Adeodato Turchi, s.n.t. (Assisi, 1804); G.M.Bozoli, Adeodato Turchi, in Studi biografici di rinomati italiani, s. III, Milano, 1834; Bullarium Ordinis FF.Min. Capuccinorum, IX, Oeniponte, 1883-1884 (notizie biografiche e catalogo delle opere); A.Cerati, Memorie intorno alla vita ed agli studi di monsignor A.Turchi vescovo di Parma, premesse alle Prediche a corte, Bassano, 1806 e 1820, Milano, 1826, alle Omelie, Lettere pastorali, Editti, Indulti ed Orazioni funebri, Venezia, 1828, alle Opere complete, Venezia, 1832, alle Opere scelte, Milano, 1830, alle Opere inedite, Modena, 1818, e Foligno, 1820, e 1827, inoltre in Opuscoli diversi di A.Cerati, II, Parma, 1809 (brevi, ma fondamentali, scritte da uno degli amici più intimi del Turchi); F.Ceretti, Lettera inedita di mons. Adeodato Turchi a Giammaria Ortes, in Erudizione e Belle Arti 1 1904, 67-69;  F.da Mareto, Adeodato Turchi e Guglielmo Du Tillot in un episodio di vita ospedaliera, in Aurea Parma 38 1954, 191-200; G.Ferrari Moreni, Il cappuccino Turchi e la corte di Parma, Modena, 1870, estratto da Opuscoli Religiosi, Letterari, Morali, s. III 1 Modena, 1870, 199-210, 321-335 (di notevole interesse per i rapporti del Turchi con Ferdinando di Borbone e figli dal 1788 al 1803);  G.Gardenghi, Biografia di monsignor A.Turchi, in Opere inedite di A.Turchi, I, Imola, 1839; Goffredo da Bronte, Cenno critico sulle opere oratorie di monsignor Turchi e di altri valenti italiani, in Opere inedite di A.Turchi, I, Messina, 1853 (polemizza con l’Audisio sull’eloquenza del Turchi); R.Lambruschini, Quaresimale del P.Paolo Segneri e Prediche alla corte di monsignor Adeodato Turchi, in Antologia 27 settembre 1827, 59-78; M.Leoni, Biografia di Fra’ Adeodato Turchi vescovo di Parma, in La plejade parmense, Parma, 1826, indi ripubblicato in Museo scientifico, letterario, artistico, III, Torino, 1841, 368, e in Prose di M.Leoni, Parma, 1843 (di carattere letterario-elogiativo); Lexicon capuccinum. Promptuarium historico-bibliographicum Ord.FF. MM.Capuccinorum, Romae, 1951, coll. 1743-1744; Placidoda Pavullo, Adeodato Turchi fu giansenista? Nota critico-storica intorno ad un certo libro di un anonimo intitolato Non praevalebunt, 3a ed., Reggio Emilia, 1933, già in Bollettino Storico-Bibliografico Francescano 5 1933, 173-211; Placido da Pavullo, Consensi alla difesa di mons. Adeodato Turchi, in Bollettino Storico-Bibliografico Francescano 5 1933, 156-172; La Realtà.Numero-Ricordo della prima commemorazione centenaria di monsignor A.Turchi vescovo di Parma, Parma, 1904; P.Savio, Devozione di Mgr. Adeodato Turchi alla Santa Sede.Testo e DCLXXVII documenti sul giansenismo italiano ed estero, Roma, 1938; G.Sitti, I tre vescovi di Parma appartenenti all’Ordine Francescano, in bollettino Francescano Storico-Bibliografico 1 1930, 81-84 (con documenti del 1788); V.Sopransi, Riflessioni sulle omelie di Fra Turchi vescovo di Parma, s.n.t., Biella 1802; Stanislaoda Campagnola, Adeodato Turchi in un carteggio inedito con Antonio Cerati, in Aurea Parma 42 1958, 41-49 (amicizie e letture); R.Tonani, Iscrizioni pel funerale di monsignore Adeodato Turchi celebrato in Parma dal capitolo e clero della cattedrale, Parma, 1803; C.Ugoni, Adeodato Turchi, in Iconografia italiana degli uomini e delle donne celebri, I, Milano, 1836. Si segnalano ancora tra le più importanti voci, quella di M.P.Picot, in Biographie universelle (Michaud) ancienne et moderne, 42, Paris, s.a., 254-255, passata, accresciuta ma non corretta, nella traduzione italiana Biografia universale antica e moderna 59, Venezia, G.B. Missaglia, 1830, 86-88, assunta egualmente in Biographie universelle, ou Dictionnaire historique, V, Paris, Furne et C., 1841, 178, e ancora, in Richard-Giraud, Biblioteca sacra, ovvero Dizionario universale delle scienze ecclesiastiche, IX, Napoli, C.Battelli, 1852, 615-616, in F.X. de Feller, Dictionnaire historique, ou Hostoire abrégée, XIII, Lilla, L.Lefort, 1833, 128-129; F.Pérennès, Dictionnaire de biographie chrétienne et anti-chrétienne, III, Paris, 1851, 1392-1393. Notevole è l’articolo di B.S.castellanos, in Biografía ecclesiástica completa, XXIX, madrid, A.G.Fuentenebro, 1868, 490-492; assai indipendente la notizia data in Dizionario biografico universale, V, Firenze, D.Passigli, 1840, 441; povere sono invece quelle di C.Molteni, in Lessico ecclesiastico illustrato, IV, Milano, F.Vallardi, 1906, 676-677; E.Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, IV, Milano, F.Vallardi, 1937, 494; F.Ercole, in Enciclopedia biografica, serie 42. Il Risorgimento italiano. Gli uomini politici, Roma, Istituto editoriale italiano, 1942, 281-282. Una informazione con bibliografia ne danno O.Masnovo, in Enciclopedia italiana, XXXIV, Roma, Treccani, 1937, 534; F.da Mareto, in Enciclopedia cattolica, XII, Città del Vaticano, 1954, 616, e nell’Enciclopedia biografica.I grandi del cattolicesimo, II, Roma, 1958, 561, e infine il Lexicon capuccinum, Roma, 1951, 1743-1744; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, 1856, II, 411-446; E. Santini, L’eloquenza italiana dal concilio tridentino ai nostri giorni, I: Gli oratori sacri, Palermo, 1923, cap. 5°; F. Zanotti, Storia della predicazione, Modena, 1899, 403-410; mss. 640, e le lettere nella biblioteca Palatina di Parma; Memorie storiche intorno alla persona di Mons. Turchi, Vescovo di Parma, mss. Parmense, 1459, in Biblioteca Palatina di Parma; Poesie a Mons. Adeodato Turchi, novello Vescovo di Parma, Parma, Rossi Ubaldi, 1788; V. Iacobacci, Sonetto per la promozione di Mons. Turchi al Vescovado di Parma, Parma, 1788; Gaetano Volpi, Orazione panegirica in lode di Mons. Adeodato Turchi Vescovo di Parma e Conte, mss. Parmense, 1072, in Biblioteca Palatina di Parma; G. Scutellari, Orazione funebre di Mons. Adeodato Turchi, Vescovo di Parma, recitata nell’insigne Cattedrale della stessa città il dì 16 settembre 1803, Parma, Gozzi, 1803; M. Leoni, Fra Adeodato Turchi Vescovo di Parma, Lugano, Ruggia, 1829; F. Bellini, Cenni intorno alla vita e alle opere di Mons. Adeodato Turchi, Parma, Rossetti, 1842; Il Facchino 31 e 32 1842; A. Cerati, Versi alla tomba di Mons. A. Turchi, Parma, Carmignani, 1804; Michelangelo da Rossiglione, Cenni di padri cappuccini, 1850, 133-137; E. Michel, Dizionario Risorgimento,  4, 1937, 492; Enciclopedia Italiana, XXXIV, 1937, 534; Ercole, Uomini politici, 1942, 281; Nouvelles ecclésiastiques, ou mémoires pour servir à l’histoire de la constitution “Unigenitus” pour l’années 1788, Utrecht, 1788, 208 (si allude a un presunto ricorso contro il Turchi da parte di alcuni prelati della Diocesi di Parma); G. Giacomo Andrà, Apologia delle Omelie di mons. A. Turchi vescovo di Parma, o Apologia della Verità e della Religione, 2 voll., Assis, 1803-1804 e Carmagnola, 1804; G. Drei, Notizie sulla politica ecclesiastica del ministro Du Tillot, sua corrispondenza segreta col vescovo di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, nuova serie, 15 1915, 197-230; E. Santini, L’eloquenza italiana dal Concilio Tridentino ai nostri giorni, I, Palermo, 1923, 197-210; C.A. Jemolo, Il giansenismo in Italia prima della Rivoluzione, Bari, 1928, 391-393; G. Natali, Il Settecento, II, 2° ed., Milano, 1947 (v. indice); F. da Mareto, in Enciclopedia Cattolica, XII, 1954, 616; E. De Tipaldo, Biografia degli italiani illustri, VII, Venezia, 1840, 270-274; corniani-Ugoni, I secoli della letteratura italiana, V, Torino,  1855; Dizionario Enciclopedico Letteratura Italiana, 5, 1968, 349; Felice da Mareto, Biblioteca dei FF. MM. Cappuccini della Provincia Parmense, 1951, 1-112; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 1195; stanislaoda Campagnola, Adeodato Turchi uomo, oratore, vescovo, Roma, 1961 (cui si rimanda per le indicazioni delle fonti archivistiche); F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 506-507; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1984, 9.

Parma prima metà del XIX secolo
Falegname attivo alla Corte di Parma nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: L’Arte 1979, 413; Il mobile a Parma, 1983, 262.

Parma 14 gennaio 1914-Parma 24 novembre 1993
Nacque da antico ceppo locale e tra i suoi ascendenti si distinse l’oratore sacro di fama nazionale, Adeodato. Rimase orfano del padre, che era commerciante e proprietario terriero, all’età di due anni. Venne allevato dalla madre che, quale maestra, gli impartì le prime basi del sapere, che affinò alle scuole elementari di San Marcellino e poi al ginnasio-liceo Romagnosi ove ebbe come insegnante di lettere umanistiche Ferdinando Bernini. Conseguita nel 1930 con voti altissimi la maturità classica nel Liceo Romagnosi, il Turchi, in seguito a concorso, entrò nella Scuola Normale di Pisa. Tra i docenti della Facoltà di Lettere emergeva Attilio Momigliano. Il Turchi ne sentì l’influsso, scelse la tesi su Paolo Sarpi e la Storia del Concilio di Trento, ma non la discusse con lui, passato in quel momento alla cattedra di Firenze. Relatore fu Luigi Russo e tra i due si animò un serrato dibattito, concluso con la riappacificazione sul Lungarno pisano. Altro maestro della giovinezza del Turchi fu, con la sua Estetica e con i libri di critica di storia e  storiografia, Benedetto Croce. Suoi compagni di studi furono invece Emilio Taverna, Pietro Viola, Bruno Grossi e Walter Binni. Con Binni, unitamente a Carretti e a Bruno Maier, intessè per tutta la vita, assieme a legami di amicizia, reciproci interessi letterari. Dal Momigliano e dal Russo, in particolar modo, il Turchi trasse una certa forma di costrutto e di segno che seppe però evolvere secondo il suo giudizio. Le sue critiche letterarie infatti, i saggi e i commenti su classici italiani, sebbene partano da un fondo impressionistico, peculiare del Momigliano, e da un’intesa  problematica insita nella corrente crociana del Russo, sanno articolarsi in una molteplicità di rapporti, rilevati da una fine sensibilità, da una capacità d’indagine e da una non comune ricchezza di impostazione. Laureatosi nel 1936 a pieni voti, il Turchi ebbe il primo incarico al Convitto Maria Luigia di Parma, ove insegnò greco, per passare poi, avendone vinto il concorso, alle scuole superiori dell’Istituto magistrale di Bobbio. A Bobbio rimase due anni. Nel 1940 il Turchi divenne titolare alle magistrali di Parma restandovi, come docente di latino, storia e geografia, fino al momento del pensionamento, salvo un’interruzione di tre anni causata dal richiamo alle armi come ufficiale di fanteria. Venne inviato in Jugoslavia ove guadagnò la croce di guerra al merito, riuscendo fortunosamente a rientrare in Italia, poco prima dell’8 settembre 1943, su di un veliero che lo sbarcò a Vieste. impossibilitato a ricongiungersi con la sua famiglia, che era stata allietata dalla nascita di una bambina, si mise a insegnare a Oria, in provincia di brindisi. Terminate le ostilità, ritornò in Parma nel 1945, ove rioccupò la sua cattedra mantenendola sino al momento della quiescenza. La grande preparazione culturale gli permise di affrontare difficili traduzioni sia di latino che di greco, di esternare il suo sapere in numerosi saggi e articoli, che sapeva produrre di getto, quale frutto di lunghe letture, di meditazioni volte a un interesse appassionato su qualsiasi autore. Se dai suoi allievi pretendeva una certa attenzione verso nuove idee e una certa costanza di studio, lui stesso da queste norme non si sottrasse e si riteneva appagato quando, nel chiuso del suo studio, poteva per ore e ore consultare, ordinare e stendere i suoi acuti scritti. I suoi temi preferiti, per citare i maggiori, verterono su Dante, Ariosto, Carducci, Folengo, Basini, Foscolo, Chiabrera, Leoni e Salimbene. Scrisse per l’editore Garzanti e per Garzanti si interessò di opere nuove per le quali venne richiesto il suo parere, collaborando anche alla collana dei classici dell’Utet. Rimangono di lui, oltre a introduzioni e commenti sulle poesie del Foscolo e sull’Orlando Furioso nella collezione I grandi libri nell’edizione Garzanti, l’edizione delle poesie e traduzioni di Berchet (ediz. Rossi, Napoli, 1972) e quella del Chiabrera e lirici classicistici del Seicento, nella grande collezione UTET. Numerosissimi furono i suoi interventi su riviste specializzate, sulla Rassegna Critica della Letteratura italiana di Walter Binni, su Aurea Parma, sulla Gazzetta di Parma e su altri giornali e riviste. Lo stile critico del Turchi è serrato, denso, talvolta difficile a una prima lettura, ma suggerisce prospettive nuove e utili riflessioni. Il suo Ariosto o della liberazione fantastica (1969) suggellò un lungo periodo di interesse per il poeta e andò oltre il fondamentale saggio di Croce e il bel libro di Momigliano. Giacché va detto che caratteristica dell’ingegno del Turchi fu quella di non essere passivo scolaro dell’insegnamento dei maestri, pur non rinnegandolo. Si comprende così la stima di Oreste Macrì, Giorgio Cusatelli, Adolfo Jenni, di indirizzi culturali lontani dal suo. Si andò via via avvicinando alla metodologia critica di Walter Binni, sulla cui rivista pubblicò importanti contributi sulle opere del Sarpi, sui Viceré  di De Roberto e su altri scrittori. allorché assunse la carica di Archivista dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, si immerse nelle carte che doveva assestare e da esse trasse importanti spunti che toccarono vicende dei secondi Borbone e la storia dell’Ordine stesso: Origini, problemi e storia dell’Ordine costantiniano di San Giorgio (1983) e Temi politici e civili del Gridario costantiniano (1988). Nei primi anni Settanta decise di lasciare l’insegnamento per poter dedicare tutte le proprie energie agli studi, mai interrotti nemmeno quando la malattia minacciò di sottrargli ogni forza. Fu Segretario e poi Presidente della deputazione di Storia Patria di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Marchetti, in Gazzetta di Parma 26 novembre 1993, 8; A. Sibilio, in Aurea Parma 3 1993, 277-278; M. Pellegri, in Archivio Storico per le Province Parmensi XLV 1993, 29-31.

Parma 1701/1718
Fu suonatore di violone o contrabbasso alla chiesa della Steccata il 25 marzo 1701. In cattedrale a Parma lo si trova nel giugno 1718.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1700-1702; Archivio della Cattedrale, Mandati 1700-1725; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 160.


Parma IV/V secolo d.C.
Di condizione incerta, fu coniunx di Cl Valerius, col quale visse un anno, otto mesi e otto giorni e che le dedicò un’epigrafe documentata in centro cittadino a Parma, poi perduta, attribuibile per elementi contenutistici (cfr. l’espressione virginiae suae, caratteristica del linguaggio cristiano) ad avanzata età imperiale. Tur(ia) è nomen illirico, diffuso tuttavia anche in Italia e in occidente, ma raramente documentato in Cisalpina. Ingenua è cognomen presente a Parma per altri due personaggi.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 182.

TURIDDU, vedi PIAZZA CESARE

TURNO, vedi SALTERINI FERDINANDO

Busseto seconda metà del XV secolo-Busseto 1505
Figlio di Domenico, anziano del Comune di Busseto, e nipote del prevosto Niccolò Tuzzi. Iniziò gli studi di medicina, che interruppe per riprenderli nel 1495, alla morte del padre, e conseguì la laurea all’Università di Bologna. Si dedicò tuttavia propriamente all’astronomia. Nel 1499 lesse in quella città un’orazione latina su tale materia, che fu data alle stampe il 5 giugno dello stesso anno con i tipi di Giustiniano da Bologna, e non tardò a porsi in vista per la serietà scrupolosa delle sue indagini scientifiche. La sua promettente attività fu interrotta dalla morte, che lo colse nel pieno vigore degli anni a Busseto, dove era tornato a stabilirsi al termine degli studi universitari.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 475-476.

seconda metà del XIV secolo-Busseto 1458
Abbracciò lo stato ecclesiastico dopo essere rimasto vedovo e aver avuto un figlio, domenico, dal quale ebbe origine il ceppo bussetano di quella famiglia patrizia. Il Tuzzi si fece monaco di San Benedetto e fu poi nominato rettore della chiesa di San Bartolomeo. Nel 1448 passò Priore di Santa Giustina in ferrara, ma nel 1450 tornò a Busseto quale primo Canonico prevosto dell’eretta collegiata. Per le sue benemerenze fu elevato dal pontefice Callisto III alla dignità di Protonotario apostolico.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 477.

 

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