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Dizionario biografico: Tabachini-Terzani

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TABACHINI-TERZANI


Parma 1453
Vasaio. Il suo nome è ricordato in un rogito notarile in data 18 novembre 1453.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, 1911, 7.

TABERNA, vedi TAVERNA


Compiano 1670-Piacenza 30 settembre 1749
Frate cappuccino, fu lettore e predicatore applaudito, guardiano, definitore, custode generale e ministro provinciale (1715). Compì la professione di fede a Reggio il 25 marzo 1686.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 432; F.da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 560.


Compiano 1658-Piacenza 26 settembre 1733
Frate Cappuccino, fu guardiano e predicatore quotidiano per circa quaranta anni anche fuori di provincia su pulpiti di decorose collegiate della Marca, di Toscana, di Venezia. Compì la professione di fede a Piacenza l’8 settembre 1677.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 552.

Piacenza 17 gennaio 1767-Parma 22 settembre 1850
A quindici anni entrò nell’Ordine dei Predicatori e dopo un anno (1783) pronunciò a Faenza i voti solenni. Compiuto il corso delle umane lettere, fu mandato a Fermo, ove studiò filosofia. Indi passò a Genova a studiarvi teologia per sei anni, al termine dei quali fu proclamato lettore nel Convento di Bologna. Fu promosso sacerdote extra tempora il 22 novembre 1789. Finito il tirocinio teologico, ritornò in Parma in qualità di filosofo nel Convento di San Pietro Martire, ove insegnò per sei anni. Nel 1799 ebbe la cattedra di Sacra Scrittura come sostituto, cattedra della quale divenne titolare definitivamente nel 1802, venendo nell’anno stesso aggregato al Collegio dei Teologi di Parma. Nel 1814, allorché la duchessa Maria Luigia d’Austria ripristinò gli studi universitari, fu confermato in tale posto. Nel 1816 il vescovo Caselli lo annoverò tra gli esaminatori prosinodali e nel 1823 lo dichiarò Teologo della Diocesi. Nel 1819 fu chiamato all’ufficio di Prefetto della Pietà nelle scuole superiori e nel 1830 a quello d’Ispettore delle scuole inferiori. Nel 1832 ebbe il titolo di Professore eminente di teologia. Nello stesso anno rinunciò alla cattedra di Sacra Scrittura e nel 1837 all’ufficio di Prefetto della Pietà per motivi di salute. Il Tacchini fu profondo conoscitore della lingua ebraica. Predicò in Parma e fuori.Fu eletto Priore di San Pietro Martire, stabilì la devozione del Rosario nella chiesa della Steccata e istituì un’accademia di sacra scrittura. A conclusione di una lunga infermità, morì all’età di 83 anni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1850, 893; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 428-430.

TACCOLI ALFONSO, vedi TACOLI CANACCI ALFONSO

Parma 1447
Dottore. Nell’anno 1447 resse la Comunità di Borgo San Donnino quale Podestà.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.

Firenze ante 1736-Parma post 1799
Marchese di San Possidonio, fu gentiluomo alla Corte del duca Ferdinando di Borbone, Colonello, architetto, nonché Accademico Clementino e Amatore della Regia Accademia di Parma. Al Tacoli Canacci si attribuiscono il progetto di un fastoso palazzo reale in figura esagona, come pure quello di una radicale modifica del palazzo del Giardino: grandiosi progetti che restarono tali. Per conto del Duca, fece inoltre acquisti di quadri a Firenze (acquisti non sempre commendevoli) onde arrcchire la Pinacoteca da poco tempo fondata (1787). Nel 1799 passò a terze nozze con la giovane patrizia fiorentina Ermellina Davanzati: nozze sottolinate da una profusione di componimenti poetici, bene auguranti e osannanti all’amore, da parte degli arcadi parmensi.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 478.

Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVIII, 1824, 106.

TACQUEZ PIER FRANCESCO, vedi TACQUEZ GIANFRANCESCO

TACTICA LELIO, vedi CATELLI ATTILIO


Parma 8 febbraio 1712-Piacenza 23 gennaio 1781
Frate cappuccino, fu predicatore ornato di dottrina, zelo e bontà. Compì a Guastalla la vestizione (4 ottobre 1729) e la professione solenne (4 ottobre 1730).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 84.

Scandiano febbraio 1881-Parma 26 gennaio 1955
A Scandiano svolse la prima attività di organizzatore di leghe dei lavoratori della terra. Calzolaio, si fece una cultura di autodidatta e cominciò a scrivere per La Giustizia. Nel 1910 fu Segretario della Camera del Lavoro confederale di Borgo San Donnino. L’impostazione conferitagli dalla scuola prampoliniana e l’assoluta devozione al metodo riformista, che allora egemonizzava l’intera esperienza del Partito socialista e della Confederazione generale del lavoro, furono come una garanzia per i socialisti parmensi quando progettarono di allargare la loro azione alle zone sindacaliste, in preda allo smarrimento per la sconfitta dello sciopero agrario e per la decapitazione di tutto il gruppo dirigente. I risultati non furono quelli che si attendevano, non tanto per responsabilità del Taddei, quanto perché il loro disegno soffriva di un vizio di fondo: l’incomprensione della grande maturazione civile e politica delle masse lavoratrici del Parmense, avvenuta nel fuoco di una lotta condotta con coraggio, tenacia e passione. Nei mesi successivi alla conclusione dello sciopero, alla consapevolezza dei diritti calpestati dalla protervia degli agrari si aggiunse per i lavoratori la convinzione che a non pochi dirigenti del socialismo parmense non fosse dispiaciuto un esito così disastroso dell’agitazione. Rinserrata in un limitato lembo della provincia, l’organizzazione camerale riformista, denominata Camera del lavoro di Borgo San Donnino, si dimostrò inadeguata a fronteggiare la ripresa sindacalista, che si concretizzò nell’apertura di una succursale proprio nel cuore della Bassa, in quel Borgo San Donnino che tributava consensi elettorali ad Agostino Berenini. Coinvolto nella violenta polemica con i dirigenti della Camera sindacalista, costretto a subire i pesanti strali del giornale dell’organizzazione di Borgo delle Grazie, il Taddei si trovò in difficoltà anche all’interno del Partito socialista, dove, in preparazione del congresso di Reggio Emilia, si aprì una vivacissima dialettica di posizioni contrapposte. La sostanziale adesione di Berenini alla tesi della guerra libica come fatale e suprema necessità contribuì ad agitare le acque della Federazione parmense che si ritrovò a congresso a Soragna l’ultima domenica del giugno del 1912 per discutere la linea di condotta nell’imminenza dell’assise nazionale del partito. Contrastando la tendenza emergente a livello nazionale, che denotava un marcato spostamento a sinistra con il declino dei riformisti e la prevalenza netta della corrente rivoluzionaria, il congresso di Soragna aderì alle tesi più moderate. Solo il gruppo guidato da Gustavo Ghidini costituito dai delegati delle sezioni di Parma, Zibello e Polesine, votò contro l’ordine del giorno presentato da Albertelli, Taddei e Faraboli, nel quale, a proposito della guerra di Libia, dopo aver confermato l’irriducibile avversione alla guerra, si invitava il partito a non sconfessare coloro che pur avendo accettato l’attuale stato di cose come una suprema fatalità, si trovarono concordi col partito nell’idea umana e civile di detestare la guerra e tutta la sua preparazione e le sue conseguenze. A proposito di un eventuale appoggio del partito al governo, l’ordine del giorno di Taddei, Faraboli e Albertelli affermò  l’impossibilità di consentire ai propri rappresentanti in Parlamento la partecipazione al Governo ma riconobbe a questi la possibilità di garantire l’appoggio a un governo di base e di programma schiettamente democratico qualora esso si presenti con programma profondamente riformatore. A questo punto dell’ordine del giorno la corrente di sinistra propose una drastica modifica, nella quale ribadì come inammissibile la accettazione della politica dei sistematici accordi, con appoggio e partecipazione al governo. Le conclusioni del Congresso di Reggio Emilia (espulsione di Bissolati e Bonomi e formazione di un nuovo partito socialista a dichiarata tendenza riformista, al quale aderì Berenini) gettarono il socialismo parmense nello scompiglio. Il Taddei, assieme a Faraboli, sostenne la posizione del deputato espulso e diresse il congresso di Zibello delle organizzazioni socialiste e sindacali del collegio elettorale di Borgo San Donnino, nel quale furono respinte le dimissioni di Berenini e si gettarono le basi per dare vita a un organismo autonomo. Questo avvenne al Congresso di Fontanelle, dove venne deliberata la costituzione di una Federazione autonoma, che disponeva del giornale L’idea. A questo  i socialisti in linea con il partito attivi nella provincia contrapposero un altro giornale, La Riscossa, che prese a uscire nel marzo del 1913. All’inizio del 1914 il Taddei lasciò l’incarico di Segretario della Camera del lavoro di Borgo San Donnino, dopo che con un opuscolo dal titolo L’unità operaia e i mestieranti di scissione aveva polemizzato con Alceste De Ambris, che aveva dato alle stampe una raccolta di articoli sotto il titolo L’Unità operaia e i tradimenti confederali. Della sua attività a Borgo San Donnino così scrisse molti anni dopo la prefettura di Parma: non si dimostrò mai pericoloso, anzi i suoi discorsi di propaganda erano sempre equilibrati e la sua presenza nei comizi era quasi garanzia di ordine. Il Taddei fu poi segretario della Federazione provinciale delle leghe dei contadini di Cremona, della quale diresse anche il giornale Il Contadino. Dopo una breve permanenza ad Adria e Ferrara, tornò a Parma nel 1919 come Segretario della Camera confederale del lavoro, che aveva aumentato la sua forza e accresciuto le adesioni dei lavoratori per la posizione assunta nei confronti della guerra. Circa un anno dopo il Taddei lasciò l’incarico e fu assunto come impiegato presso l’ufficio dell’emigrazione. La nuova occupazione non lo distolse dall’impegno civile e dall’azione contro il fascismo avanzante. Fatto segno di persecuzioni, il Taddei fu anche arrestato per essere stato trovato in possesso di materiale di propaganda antifascista. Dopo essersi trasferito ancora una volta, andando a risiedere a Milano, dove trovò lavoro come agente in una compagnia di assicurazioni, il Taddei preferì prendere la via dell’esilio. Si diresse in Francia e trovò ospitalità presso i compagni parmensi di Tolosa. In quella città, che il Taddei stesso descrisse come ospitale ai fuggiaschi della persecuzione fascista, non gli fu difficile riprendere l’attività politica. Una nota del Consolato del 1932 informa che Egli si reca di tanto in tanto nelle campagne per riunire gli italiani e tenere loro qualche conferenza contro il fascismo, coadiuvando in ciò il noto Faraboli. Il suo libro Fontanelle in patria e in esilio, che ricostruisce con fedeltà e serenità la storia delle battaglie sostenute dai socialisti della Bassa, pubblicato a Tolosa nel 1932, fu oggetto di attenta sorveglianza da parte della polizia fascista che ne impedì la diffusione nel territorio italiano, così come per la raccolta di poesie, dal titolo Ombra soave, che il Taddei diede alle stampe nel 1939 per ricordare la morte della sua compagna. Chiamato a far parte degli organi dirigenti della Federazione Giacomo Matteotti, il Taddei prese parte al congresso di Marsiglia del Partito Socialista Italiano e come membro dell’assistenza confederale aderì al Comitato che preparò il congresso di Basilea contro la guerra di Abissinia. Il suo nome ricorre frequentemente nelle note che le autorità consolari redissero per la polizia politica, anche se con il passare del tempo le notizie si limitano a confermare i cenni precedenti. Nel 1943 il Taddei presentò al consolato di Tolosa la richiesta di rimpatrio, che gli venne subito concessa. Rientrato a Parma, visse nella clandestinità il periodo tormentato della fine della guerra e riprese i contatti con i gruppi socialisti attivi nella provincia parmense. Dopo la Liberazione tornò a dirigere il movimento sindacale della provincia, ma forti contrasti e incomprensioni e un quadro politico decisamente mutato lo portarono su una posizione di polemica con la linea maggioritaria delle organizzazioni dei lavoratori. Al momento della rottura del Patto di Roma, dopo l’attentato a Togliatti, il Taddei partecipò alla ricostituzione del sindacato cattolico e divenne Segretario provinciale della confederazione Italiana Sindacati Lavoratori. Assai malandato in salute, con una vicenda umana segnata dal dolore per la scomparsa della sua adorata compagna, che, ancora dopo molti anni, rievocò con un commosso libretto di poesie, Ricordandola, composte in Francia, il Taddei concluse la sua vita, interamente spesa per lo sviluppo dell’azione di classe, nell’ospedale Ugolino di Neviano.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1955, 68; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 144; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 261-264; P.tomasi, in Gazzetta di Parma 3 maggio 1993, 5.


Parma 1318/1321
Averroista, insegnò Decreti, Filosofia e Astronomia nella Facoltà delle arti di Bologna nel 1318 e nel 1321. La sua importanza è esclusivamente storica. Dai manoscritti e soprattutto dalle Quaestiones super tres libros Aristotelis de Anima (Vanni Rovighi, Milano, 1951) appare chiaro il suo rapporto con Giovanni di Jandun e non è azzardata l’affermazione che il Taddeo raramente si scosti dall’opera di questo. È però più audace nel sostenere le sue dottrine eterodosse;:contrappone infatti alla fede la rei veritas. Nelle sue argomentazioni specifiche il Taddeo presenta sempre quell’abuso dell’argomento di autorità aristotelica che è proprio dell’averroismo. Sostiene che la dottrina averroistica rappresenta l’autentico aristotelismo ed è fermamente convinto che questa sia l’unica verità (Ista opinio est falsa quia est  contra intentionem aristotelis). Nega pertanto l’immortalità dell’anima: secondo Aristotele, ciò che resta dell’individuo dopo la morte è vale modicum quia est regnare in opinionibus hominum. Il Taddeo fu inoltre autore di una Expositio Theoricae Planetarum (1318), per gli studenti di medicina dell’Università di Bologna, e della dissertazione De Elementis. Fu, con Angelo d’Arezzo, uno dei principali rappresentanti dell’averroismo latino in Italia. Sul mancato approfondimento della figura dell’eretico Taddeo dovette pesare la scomoda posizione religiosa dell’Affò, non aduso per di più a inoltrarsi nelle più ardue tematiche dell’attività speculativa. Tuttavia, bastano pochi sprazzi di luce, deducibili soprattutto dai suoi stessi manoscritti custoditi nelle biblioteche più prestigiose (Laurenziana di Firenze, Ambrosiana di Milano, Vaticana di Roma, Nazionale di Parigi), per rilevare l’orma non superficiale del Taddeo nella cultura filosofica del suo tempo. Si formò ai corsi di filosofia aistotelica tenuti a Bologna da Gentile da Cingoli, di cui fu auditor et repetitor. Il primo merito del Taddeo fu quello di aver fondato con Angelo da Arezzo e Urbano da Bologna il Circolo degli averroisti in seno alla Facoltà delle arti, precedente, sia pure di poco, quello patavino, che ebbe però una superiore rinomanza. L’averroismo del Taddeo, come quello degli altri esponenti del Circolo felsineo, non brillò per l’originalità delle idee quanto per la spregiudicatezza delle questioni trattate, avendo assunto una posizione decisamente radicale. Vi traspare infatti il suo tentativo di fare quadrato attorno alle principali tesi del pensatore arabo-ispanico, sostenendo a spada tratta il principio della rei veritas rispetto a quello della fede sostenuto dagli scolastici. Il Taddeo si dimostra talmente convinto della veridicità della dottrina averrostica, da ritenerla la riproduzione più autentica del pensiero aristotelico. Pertanto, ogni altra dottrina in contrasto con quella dello Stagirita, viene dichiarata falsa. Il Nardi, uno dei più acuti esegeti italiani dell’averroismo, vide in Giovanni di Jandun il principale ispiratore del De anima del Taddeo. Più o meno dello stesso parere è la studiosa della Università Cattolica di Milano, Sofia Vanni Rovighi, che dedicò un saggio alle Quaestiones del Taddeo (1951). In un esame comparativo di giudizio, le tesi taddeiane ricalcano effettivamente quelle del filosofo transalpino, accumunato al Taddeo nella grande fedeltà esegetica al pensiero di Ibn Rushd, al punto da definirsi La scimmia di Averroè. Tuttavia, le proposizioni del Taddeo non mancano di autonomia argomentativa e stilistica, anche se appaiono complesse e lambiccate, come del resto tutto l’averroismo delsecolo. A proposito del quale quanto mai pertinente si mostra il giudizio della studiosa germanica Annaliese Maier, secondo il quale si tratta di un averroismo di scuola che non ha da presentare una propria grande produzione, ma che crea una tradizione e prepara con ciò il futuro sviluppo. Vi è una questione, uno dei temi nucleari dell’intera ermeneutica post-aristotelica, in cui il Taddeo prende le distanze da Giovanni di Jandun: quella relativa all’intelleto agente. Nella fattispecie, mentre il filosofo francese sostenne la necessità del soggetto agente quale causa dell’intellezione o atto dell’intendere, il Taddeo oppose che l’intelletto agente fosse necessario per fare passare all’atto l’intelletto possibile. La personalità del Taddeo emerge anche da uno scritto del Piana sulle correnti dottrinarie del XIV secolo nell’Univerità di Bologna (Antonianum XXII 1948, 235) in cui viene definito come l’esponente più in vista dello Studio bolognese di allora.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II 1789, 57; Aurea Parma 2 1951, 104, e 3 1951, 185; M.Grabmann, Mittelalterliches Geistesleben, II, 1936, 239-260; S.Vanni-Rovighi, La psicologia di Taddeo da Parma, in Rivista di Filosofia Neoscolastica 1931, 504-512; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 1032; Puccinotti,  Storia della Medicina, Firenze, 1870, II, 1, documento 38; Mariotti, 54-55; U. Gualazzini, in Corpus Stat., XXI; Dizionario dei filosofi, 1976, 1147; S.Congia, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1995, 5.

Trecasali 28 novembre 1885-Vizzola 3 febbraio 1963
Sacerdote, fu parroco di Vizzola dal 1921 al 1963 e buon pittore. Compì studi regolari presso l’Istituto d’Arte di Parma sotto la guida di Paolo Baratta. Realizzò pochi quadri (piccole miniature sacre e una Annunciazione) e disegni accuratissmi.
FONTI E BIBL.: E.Grassi, L’apoteosi delle feste per la Madonna di Fontanellato nelle piture di Alberto Tadè, in Giovane Montagna 4 aprile 1925; Parma per l’arte 2 1963, 150; F.Botti, D.Alberto Tadè, prete pittore, parroco di Vizzola dal 1921 al 1963, Parma, Benedettina, 1964; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1040.

TADEO ADANI LAURA, vedi ADANI MARIELLA

TAGLIAFERRI ALESSANDRO, vedi TAGLIAFERRI GIROLAMO ALESSANDRO

Parma XVI secolo
Fratello di Giovanni Antonio. Fu laureato in legge.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 50.

Sant’Andrea di Busseto 9 agosto 1804-Piacenza 13 giugno 1872
Frate cappuccino, fu predicatore efficacissimo, lettore, guardiano, definitore e ministro provinciale (1838, 1844 e 1853), lodato per zelo e prudenza. Compì a Piacenza la vestizione (8 novembre 1822) e la professione solenne (9 novembre 1823).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 353.

Parma 1538/1551Schieratosi per il partito imperiale pro spagnolo, nell’anno 1551 gli vennero bruciate le case dai partigiani della fazione avversa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1581
Si addottorò in ambo le leggi nell’anno 1581.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 55.

-Parma 1593
Fu valente giureconsulto. Nel 1592 fu Commissario o Sovraintendente Generale per i conti speciali della Cittadella di Parma, in contrasto con lo Smeraldi. Su di lui e sul maggiordomo di Corte conte Giacomo Piosasco pesò la colpa di molte perdite per trascuranze, inettitudini e anche per ruberie nella costruzione della Cittadella a danno dello Stato (E.Casa). Fu pure riordinatore dell’Archivio Comunale di Parma, insieme all’Aleotti e al Balestrieri. La vedova del Tagliaferri, Claudia, fu posta dal duca Ottavio Farnese al governo della pia Comunità delle Figlie del Soccorso, chiamate poi delle Orsoline.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 656.

TAGLIAFERRI COSIMO, vedi anche TAGLIAFERRI COSMO

Parma XVI secolo
Fu Rettore dell’Ospedale Grande Rodolfo Tanzi di Parma. È forse il Cosimo che fu Sovraintendente Generale e Commissario ai lavori della Cittadella di Parma (1592), accusato di frodi e malversazioni.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 108.

Parma 1486/1505
Figlio di Gabriele. Fu dottore e giudice di collegio. Sedette nell’anzianato di Parma dal 1486 al 1492.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1424/1449
Fece parte del Consiglio generale di Parma, tra i rappresentanti la squadra Sanvitale, nel 1424. Nel 1449 fu uno degli anziani che giurarono fedeltà a Francesco Sforza, offrendogli la Signoria di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1492
Dottore. Nel 1492, perso il senno, fuggì nel monastero dei Benedettini di Parma con 249 ducati d’oro e 94 bislacchi. Allorché ritornò in sé, il Tagliaferri presenziò, col fratello Girolamo e il cognato di questi, Pietro da Pleta, alla riconsegna dei denari da parte del priore del monastero dei Benedettini.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.


Parma 28 settembre 1516-post 1575
Figlio di Guido Antonio. Si laureò in legge e fu aggregato al Collegio dei Giudici di Parma. Nel 1551 combatté nell’esercito del duca Ottavio Farnese. Seguì Piero Strozzi nella lotta contro il duca Piero dei Medici. Nel 1554 con una compagnia di Francesi pervenne a cascina, presso Pisa. Assalito dai Fiorentini, che erano comandati dal Vinco, dopo fiera lotta venne sconfitto e fatto prigioniero. Nel 1571 ebbe il grado di Capitano. Fu governatore di Castro nell’anno 1573. Scrisse in volgare, diviso in dieci libri, De dignitate principis et de origine cuiuscumque Dignitatis e, pure in volgare, varias eglogas recitabiles. Compose anche alcuni sonetti (Parma, Viotto, 1575). Sposò solomea Bajardi.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati, 1743, IV, 174; S.Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze, 1647; C. Argegni, Condottieri, 1937, 303; Aurea Parma 2-3 1957, 108.

TAGLIAFERRI GABRIELLO, vedi TAGLIAFERRI GABRIELE MARIA

Parma 1448/1465
Dopo essere stato cacciato da Parma, nel 1448 venne riammesso in città. Fu Priore del Collegio dei dottori e giudici di Parma. Per l’iscrizione al Collegio dei dottori e giudici occorreva addottorarsi utrusque legis e fornire prove di more nobilium, da intendersi con il non esercizio di arti vili e mestieri, per sé, i genitori e gli agnati. Presiedere il Consiglio era quindi carica riservata ai rappresentanti di un ristretto numero di famiglie: quelle più cosicue per nobiltà e censo. Ulteriore riprova della nobiltà e del prestigio del Tagliaferri è data dal fatto che sposò Beatrice Sanvitale, figlia di Angelo e di Francesca Pallavicino di Zibello.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1439/1456
Nel 1439 fu tra i fondatori della confraternita di Santa Brigida e preposto alla costruzione della chiesa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1449
Fu al servizio del papa Pio II. Nel 1449 svolse incarichi di natura diplomatica (il Pezzana lo chiama portator di lettere).
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.


Parma 1588/1593
Laureato in legge, fu tra i provvigionati di giustizia nel 1593 e dal 1589 Governatore di Piacenza. Morì in età molto avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 41; Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1513/1568
Fu collezionista di libri rari. Presso il tagliaferri, il Panvinio vide la Cronica delle antichità Veronesi di Gioanni Diacono, acquistata in Pavia.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 174.


Parma 26 aprile 1585-post 1642
Figlio di Antonio e Ausizia Palmia. Si laureò in legge nell’anno 1607. Poco dopo aver intrapreso la professione di avvocato, vi rinunciò per entrare nei Cappuccini, assumendo il nome di Ignazio.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 71.

TAGLIAFERRI IGNAZIO, vedi TAGLIAFERRI ALESSANDRO

Parma 1487/1497
Figlio di Gaspare e di Beatrice Sanvitale. Fu dottore e giudice. Ebbe in moglie Costanza dei marchesi Lupi di Soragna. Il Tagliaferri fu Rettore dell’ospedale di Rodolfo Tanzi e membro dell’anzianato di Parma dal 1487 al 1497.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1551
Schierato per il partito imperiale pro spagnolo, nel 1551 gli vennero bruciate le case dai partigiani della fazione avversa.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Parma 1570/1573
Commissario generale e Colonnello delle milizie ducali di Parma, il 9 aprile 1570 ottenne la nomina a Governatore di Castro. Per i suoi meriti, venne dal duca Ranuccio Farnese creato Cavaliere il 25 maggio 1573.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 maggio 1996, 5.

Parma 1620/1643
Nell’anno 1623 fu insignito della croce dell’Ordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano. Il 30 marzo 1643 fu eletto a prestare servizio gratuito con carica a vita quale Archivista del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.V. Marchesi Buonaccorsi, Galleria dell’onore, 1735.

Parma 1630
Medico. Fu lodato per lo zelo nel tentativo di debellare la peste del 1630. Dopo aver visitato le località di Colorno, Sacca e Mezzano Rondani, il Tagliaferri stese una relazione alle autorità sull’epidemia.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 885.

Parma 1559-Parma 1639
Figlio di Cosimo e Lavinia Cassola. Studiò anatomia e botanica in Roma (dove si laureò) e medicina e filosofia in Padova (dove fu insegnante in quella celebre Università). Insegnò anche in Roma e Bologna. Data la competenza raggiunta nella botanica, fu chiamato a Padova a sostituire Melchiorre Guilandino, morto l’8 gennaio 1589. Ma ricostituendosi in quel periodo l’Università a Parma per volere di Ranuccio Farnese, fu costretto a declinare l’onorifico invito perché, narra il Pico (cronista dell’epoca e segretario di Ranuccio Farnese), il Duca lo chiamò (1601) e volle ch’egli in ogni modo venisse a leggere Medicina ordinaria, conché a suo tempo esercitasse ancor l’Anatomia, avesse insieme cura dell’Orto dei Semplici, che detto Principe piantò per servigio de scuolari di quella professione. A Parma il Tagliaferri esercitò con molto onore la sua professione di medico e semplicista e, ormai famoso sia entro le mura che fuori, specialmente in qualità di chirurgo e ostetrico, venne ripetutamente chiamato in altre città per consulti medici al capezzale degli uomini più potenti e illustri. Alle doti di scienziato, di anatomo abituato a incidere e sezionare, unì un raro talento di musicista: suonava l’arpa e fece collezione di esemplari di tali strumenti. Il Tagliaferri ha il merito di essersi svincolato dai metodi ingenui seguiti dai commentatori filologici: guardò e osservò le piante sotto molteplici aspetti. Narra ancora il Pico che il Tagliaferri confezionasse, nel suo studio, preparati medicinali di molto pregio ed efficacia, che i suoi libri fossero pieni di molti esemplari di erbe medicinali   e che avesse fatto nuove scoperte nell’arte semplicista, con l’intenzione di darle alle stampe. Ciò non si avverò:lasciò alla sua morte molti manoscritti sui semplici e un erbario, definiti dal Pico gloriose fatiche, che andarono perduti per incuria della seconda moglie e dei figli, che preferirono rivolgere l’attenzione ai poderi lasciati loro in eredità a Fiesso e a Ronco Campo Canneto. La perdita di questi erbari e dei relativi manoscritti fu grave per la storia della Botanica in Italia, se si considera che i primi erbari di cui si ha notizia sono quelli di Luca Ghini (1500-1556) e di Ulisse aldrovandi (1522-1605). L’erbario di L.Ghini è anch’esso scomparso, quello dell’Aldrovandi è conservato nell’Istituto Botanico di Bologna. Del Tagliaferri restano alcuni scritti di ginecologia conservati nella Biblioteca Palatina di Parma. Iscritto al Collegio dei Medici come dottore in Arti e Medicina nel 1558, ne fu Priore nel 1629 (prese parte, nel 1622, a una modifica agli Statuti, durante il priorato di Stefano Alessandrini).Fu anche reputato ostetrico. Fece parte della commissione di medici, chiamati dai Conservatori della Sanità del Ducato, che il 31 dicembre 1629 negarono la natura della peste che già da due mesi aveva invaso la Bassa e la città di Parma. Nonostante questo episodio, nel 1632 un ritratto del Tagliaferri fu esposto in Piazza Grande durante la pubblica preparazione della teriaca, assieme a quelli del botanico e alchimista evangelista Quattrami e del dottore Simon Bocchi perché ritenuti uomini, per le loro virtù, di statue eterne degni. Ebbe due mogli, di cui una in età senile la cui conversatione forse anche gli accorciò la vita (Ranuccio Pico). Sue opere di argomento medico sono conservate, manoscritte, nella Biblioteca Palatina di Parma. Nel 1622 il suo allievo e successore Lorenzo Porta gli pose una lapide nel palazzo di San Francesco in Parma, con ampie lodi per la sua dottrina. Nella chiesa di San Bartolomeo in Parma vi sono due iscrizioni in suo onore, una posta dal nipote Bartolomeo Francesco Maletti, sacerdote e medico, e l’altra dal chirurgo Francesco Pavesi. Il testo di quest’ultima è il seguente: Pompilio Tagliaferro patricio Parmen. nuovo Dioscoridi Hippocratis aemulo Galeno in arte pari Romae Bononiae Parmaeque pubblico medicinae ennarratori suo paeceptori optimo Franciscus Pavesius chirurgiae doctor M.P.florida quidquid habet foecunda semine tellus pandere Pompilius noverat eloquio corpora dissecuit rerum penetralia vidit nunc oculis lustrat lumina celsa poti scilicet hoc uno potuit sperare salutem omnibus in morbis aurea Parma dolens.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, 1797, 19-20; P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 192; Aurea Parma 3-4 1933, 113-114; Aurea Parma 2-3 1957, 108; Parma per l’Arte 3 1965, 207-208; R.Pico, Appendice, 1642, 202-205; C.Trombara, Memorie e documeni sulla Cattedra di Anatomia Umana normale dell’Università di Parma, Parma, 1958, 8-10; G. Berti, Studio universitario parmense, 1967, 105; Palazzi e casate di Parma, 1971, 657-659; Il verde a Parma, 1981, 10-11; T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 12 agosto 1986.

Parma 1543/1548
Scrisse in volgare una Cronica  di Parma dal 1543 fino al 1548. Il Tagliaferri appartenne all’arte degli aromatari. Condiscepolo del Calcaferri, fu allievo del celebre speziale Calestani.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2-3 1971, 79-80.

Parma 1538
Fu, assieme al fratello Claudio, fervente ghibellino della città di Parma (1538).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 886.

TAGLIAFERRO TIBERIO, vedi TAGLIAFERRI TIBERIO

Parma 1902-Parma 10 agosto 1968Iniziò l’attività di atletica leggera nel 1921, durante il servizio militare. Individuato dall’olimpionico Frigerio, si rivelò subito marciatore di grande levatura e dotato di notevole tecnica. Atleta della società polisportiva Corridoni di Parma, dal 1924 al 1928 vinse otto titoli regionali nei 5 e 10 chilometri e nel 1928 vinse a Napoli il titolo assoluto italiano di marcia nei 10 chilometri. Diventò poi allenatore alla Stella azzurra e istruttore degli olimpionici Dordoni e Pamich.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 299.

1824-Valera 3 febbraio 1884
Ricco proprietario, perse in giovane età entrambi i genitori e successivamente (forse a causa del colera) la moglie e le tre figlie. Lasciò erede universale (per un ammontare di centomila lire) l’Orfanotrofio maschile Vittorio Emanuele di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1884, 61-62.

TAGLIASACCHI GIAMBATTISTA o GIAN BATTISTA o GIOVAN BATTISTA, vedi TAGLIASACCHI GIOVANNI BATTISTA

Borgo San Donnino 16 ottobre 1789-Borgo San Donnino settembre 1837
Studiò a Parma al Collegio Lalatta, poi si dedicò all’attività legale. In collegio aveva iniziato a studiare musica ed ebbe modo di dimostrare il valor suo nell’arte musicale da esso profondamente saputa e qualche tempo esercitata. Diventò infatti buon pianista e compositore. Mentre era ancora allievo, fu prescelto per suonare davanti a Napoleone Bonaparte in visita a Parma. Diventato podestà della città natale, fu attivo sostenitore della Società Filarmonica.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 21 ottobre 1837.


Borgo San Donnino 27 agosto 1696-Castelbosco di Campremoldo Soprano 3 dicembre 1737
Figlio di Giovanni Maria, alfiere, e di Lidia Arcari Scarabelli. Nel 1711 fu a Parma presso Giacomo Maria Giovannini, pittore di Sua Altezza Serenissima, da cui si staccò nel 1715 per frequentare a Bologna lo studio di giovanni Gioseffo Dal Sole, rimanendovi fino alla morte (1719) del maestro bolognese (Memoria di Donnino Tagliasacchi, in appendice all’opera inedita Materiali di Pietro Zani, ms. di A.Riccardi, secolo XIX, Archivio della famiglia Baffoli di Salsomaggiore Terme). La sua prima opera importante a carattere pubblico è la pala dei Cappuccini di Borgo San Donnino, inaugurata il 16 gennaio 1721 (Bergamaschi 1968, 17, 18, 19, n. 1). Tra l’aprile del 1722 e il luglio del 1723 lavorò, per conto della compagnia di San Giuseppe di Cortemaggiore, accanto alle due tele dello Sposalizio di Maria Vergine e il Transito di San Giuseppe (Liber D della Compagnia di San Giuseppe, Archivio Parrocchiale di Cortemaggiore). Nel 1724 fu in Borgo San Donnino per assistere Luca Casana, suo scolaro, in un dipinto per i cappuccini (A.Bergamaschi, 20). Nell’ottobre del 1726 la Compagnia di San Giuseppe di Cortemaggiore lo incaricò per altri due dipinti da collocarsi nell’oratorio omonimo: Sacra Famiglia e Visitazione (Liber D, Archivio Parrocchiale di Cortemaggiore). Nel 1728 donò ai Cappuccini di Borgo San Donnino il quadro dell’Immacolata (nel coro della chiesa) e, stando a quanto dice il Pancotti, licenziò il quadro del Beato A.Sauli della chiesa di Santa Brigida di Piacenza (V.Pancotti, 1929, 156,158). Tra il 1729 e il 1730 venne collocato nella chiesa piacentina di San Sisto il dipinto del Salvatore che appare alle Sante Gertrude e Margherita (R.Arisi, 1977, 208 n. 46). Nel 1730 donò ai Cappuccini di Borgo San Donnino l’ovale con San Fedele da Sigmaringa (A.Bergamaschi, 23). Nello stesso anno, sotto la data del 16 gennaio, il Comune di Borgo San Donnino lo incaricò di eseguire il quadro per il nuovo altare di Sant’Andrea nel Duomo (nota ms. dell’archivio della famiglia Musini di Fidenza). Il 3 ottobre 1731 il parroco Giordano Calestani inaugurò il quadro dell’altare maggiore della chiesa di San Vittore (Archivio Parrocchiale di San Vittore). Forse in quello stesso periodo (ma la data non è certa) venne interpellato circa il progetto di totale rifacimento della Cappella dell’Immacolata della Collegiata di Busseto e raccomandò che fossero risparmiate dalla demolizione le pitture dell’Anselmi (E.Seletti, 1883). Successivamente l’attività del Tagliasacchi sembra imperniarsi soprattutto in Piacenza, anche in relazione con il trasferimento in quella sede del vescovo di Borgo San Donnino, Zandemaria, per il quale eseguì ben quattro ritratti (ai tre segnalati da Pettorelli e da Arisi va aggiunto un quarto ritratto individuato presso il vescovado di Parma nel corso della campagna fotografica del 1978 a cura della soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Parma). Come ulteriore riferimento cronologico resta però la sola data 1732, che appare nel restro della tela del noto dipinto della Cena di Emmaus, già nella Cattedrale e poi nella chiesa del Corpus Domini di Piacenza (F.Arisi, 1978, 39). È ricordato infine nel 1737 per un aiuto prestato all’allievo Luca Casana. Il tagliasacchi ebbe per moglie Elisabetta Testa e fu padre di cinque figli (ms. Memoria, di Donnino Tagliasacchi, Archivio della Famiglia Baffoli di Salsomaggiore Terme). L’atto di morte del Tagliasacchi e la lapide funeraria sono presso la chiesa parrocchiale di San Pietro di Campremoldo Soprano. Un’intensa attività è attestata dal lungo elenco delle opere rimaste nello studio al momento della morte (A.Pettorelli, 1938, 145, 146). Di queste sono state rintracciate soltanto il quadro con il Cristo in Croce con la Beata Vergine e sant’agostino, individuato presso l’ex convento dei Gesuiti di Borgo San Donnino, e la tela con la Beata Vergine della Cintura, segnalata presso il convento delle Cappuccine di Parma (in Gazzetta di Parma del 16 marzo 1979, 3). Si ha memoria anche di altri dipinti da tempo dispersi in collezioni e raccolte private dei secoli XVIII e XIX (Cataloghi di quadri, ms. 118 in Pinacoteca di Parma; inventario del Palazzo Scutellari, 1771, nn. 14, 54, 55; G.Fiori, 1971, 231, 242). Le antiche guide di Piacenza gli attribuiscono inoltre il quadro della Gloria di Sant’Ignazio, già nella chiesa di San Pietro e poi nella Casa dello Studente dei Gesuiti di Piacenza (Scarabelli, 1841,143), e il quadro, notissimo, della Madonna dello Zitto, citato anche dal Lanzi (1818, 113), già sull’altare della Madonna del Popolo e poi presso il Vescovado (Scarabelli, 53). Di sicura pertinenza al Tagliasacchi sono pure la pala con l’Immacolata e San Liborio dell’oratorio di San Lorenzo di Cortemaggiore, segnalata dal Pettorelli e pubblicata dal Riccomini (1977, 38), un piccolo ovale con San Biagio nella sacrestia del Duomo di Fidenza, attribuito dal Santangelo (1934, 228), una pala d’altare raffigurante la Madonna in Trono col Bambino e Santi, nell’oratorio dei Cappuccini di vigoreto, riconosciuta da F.Voltini, una teletta centinata con la Madonna col Bambino e San Giovannino, individuata da Lucia Fornari presso un oratorio privato di Lesignano Bagni, il quadro con San Giuseppe col Bambino e Sant’Antonio Abate della parrocchiale di Medesano, pubblicato dal Riccomini (1977, 44) e infine la nota pala della Galleria Nazionale Parma (n. 60), già dei Cappucini di Parma. A testimoniare la buona fama del Tagliasacchi presso i contemporanei restano gli elogi della committenza e un sonetto celebrativo del Frugoni, dedicato al quadro di Sant’Andrea d’Avellino, oggetto, tra l’altro, di alcune imitazioni settecentesche. Sul finire del secolo, l’elogio del pittore neoclassico Gaspare Landi, è sostanzialmente confermato dalla critica, che indica il Tagliasacchi tra i protagonisti della pittura del Settecento parmense (L.Tanzi). Le prime notizie biografiche furono raccolte dallo Scarabelli Zunti verso la metà dell’Ottocento e ne fece tesoro il Pettorelli (1938) per la breve monografia comparsa in occasione del primo centenario della morte del Tagliasacchi. È questo il primo saggio importante, che aprì la strada agli ulteriori contributi dell’Arisi (1960), che si occupa dell’attività piacentina, e quello particolarmente utile sotto il profilo documentario del Bergamaschi (1968), che consente il riconoscimento di alcuni inediti presso la chiesa dei Cappuccini di Fidenza. Si registra infine il saggio del Riccomini (1977) dedicato al Settecento Parmense, che sul conto del Tagliasacchi offre spunti e osservazioni assai stimolati per l’approfondimento critico. La formazione dalsoliana è da ritenersi un dato acquisito, non taciuto nemmeno dalle primissime note dello Scarabelli. Così pure l’indubbio fascino correggesco, riconducibile addirittura alla frequentazione della bottega parmense di Giacomo Giovannini, apprezzato divulgatore delle opere degli antichi maestri. Non estranei, assimilati forse con la giovanile esperienza bolognese, sono anche i Carracci, Guido Reni e il Guercino, presenti nelle composte e tradizionali sacre conversazioni dei Cappuccini di Fidenza, Parma e Vigoreto, anche in forma di diretta citazione particolarmente dal Reni. Facilmente riconoscibili sono inoltre gli spunti suggeriti dal Creti, dal Pasinelli, dal Cignani e ancor più spesso dal Franceschini, per cui il Riccomini presuppone la frequenza ai corsi della Accademia Clementina aperti proprio nel 1715. Ciò che la critica dal Pettorelli in poi non ha saputo o voluto evidenziare è invece l’apporto della pittura romana, a cui il Tagliasacchi dimostra di essersi rivolto in modo diretto e non soltanto occasionale. L’ipotesi del viaggio romano, già timidamente avanzata dal Ricci (1896, 165) e ripresa dal Copertini (1937) in contributi che restano sostanzialmente marginali e in seguito confermata dai documenti di Cortemaggiore, è stata forse troppo frettolosamente liquidata (e con questo, dunque, anche la felice intuizione del Lanzi che avverte sul conto della Madonna dello Zitto: né volti ideali tien dello stile romano). È proprio questo tipo ideale, questo volto ammantato della Vergine, che ricorre anche nella pala di Vigoreto, a segnare un preciso punto di contatto con esperienze pittoriche romane del momento post-marattesco, con particolare riferimento al Luti. Un’altra e forse meno indiretta eco marattesca si fa risentire nella pala di Emmaus, ispirata almeno per la composizione, alla pala del Presepe della chiesa romana di San Giuseppe dei Falegnami. Di sicura derivazione marattesca è invece la Sacra Famiglia di Cortemaggiore, per le rovine del fondo e il profilo scorciato di San Giuseppe, che ripetono un motivo divulgato dalle incisioni del pittore marchigiano. Non possono inoltre sfuggire certi richiami al Conca, specialmente nella dinamica composizione dell’Immacolata di Cortemaggiore, e qualche altra possibile suggestione romana nel giovanile Sposalizio, sempre in Cortemaggiore. Come tarda meditazione su Giacinto Brandi, va ricordata infine l’inedita Gloria di Sant’Ignazio che ha per modello la pala omonima del brandi esistente presso la chiesa di San Bartolomeo a Modena. Più attuale e aggiornato nella prospettiva del protorococò romano è invece il rapporto che il Tagliasacchi sembra stabilire col Trevisani nel Sant’Andrea d’Avellino del Duomo di Fidenza. Morì a soli 41 anni di età, nella villa di Castelbosco, presso Piacenza, dove era ospite dei conti Scotti. La sua salma ebbe sepoltura a Borgo San Donnino nella chiesa detta del Pilastro, crollata durante i bombardamenti aerei che si abbatterono sulla città nel maggio 1944.
FONTI E BIBL.: S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, III, 1832, 390; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1877, 431; E.Scarabelli-Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, (ms. presso il Museo d’Antichità di Parma, 1700-1750); C.Ricci,  La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 165; U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, volume XXXII 1938; Dizionario Bolaffi Pittori, XI, 1976, 10; G.Carasi,  Le pubbliche pitture di Piacenza, Piacenza, 1780; L.Lanzi, Storia, Bassano, 1789; G.Copertini, in EnciclopediaTreccani, 1937, XXXIII, 183; A.O.Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; Enciclopedia Pittura Italiana, III, 1950, 2369-2370; D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 448-450; Parma Realtà 1979, 13; G.Ponzi, in Arte a Parma, 1979, 54-56.


Borgo San Donnino 1722 c.-
Figlio di Giovanni Battista e di Elisabetta Testa. Incisore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 210.

TAGLIASACCHI DI VALBRUNA ANTONIO MARIA, vedi TAGLIASACCHI DI VALBRUNA TOMMASO ANTONIO MARIA


Soragna 23 aprile 1708-Piacenza 15 aprile 1785
Frate cappuccino. Fece la vestizione a guastalla il 26 luglio 1729 e la professione di fede l’anno seguente. Di lui venne scritto che fu sacerdote ed esorcista di molta virtù e fede non ordinaria, tanto che nei primi di settembre dell’anno 1744 liberò dal demonio contemporaneamente sette chierici energumeni: Michele da Modena, Sigismondo da Modena, Fedele da Mantova, Corrado da Modena, Agostino da Casalmaggiore, Gregorio da Modena e Michelangelo da Caslmaggiore. Visse in Piacenza assistendo per lungo tempo gli infermi dell’Ospedale e qui contrasse la malattia che lo portò alla morte.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna: cristiani ed ebrei, 1975, 182.

Campegine 1913-Parma 1987
Temperamento sensibile, autodidatta, seppe inserirsi nel mondo artistico prima come collezionista (negli anni Cinquanta fu tra i primi a Parma ad acquistare opere astratte di Fautrier, Ruggeri, Chighine, Birolli, Morlotti e altri, oltre a essere uno dei maggiori estimatori di Antonio Ligabue) e poi come gallerista. Ispiratore della galleria Zerbini, aprì successivamente, in società con Ennio Lodi, la galleria della Steccata, dalla quale passarono i più bei nomi della pittura contemporanea internazionale. Nel 1969 si ritirò a vita privata. Lasciò alle due figlie una stupenda collezione d’arte moderna.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1977, 299-300.


Parma 18 maggio 1897-Alcaniz 19 marzo 1938
Nato da Giuseppe e Desolina Zaccarini. Camicia nera della 80a Legione Duca alessandro Farnese, fu inquadrato nella Bandera Ardente, appartenente alla Divisione XXIII Marzo. Rimasto ferito una prima volta, ritornò ben presto tra i compagni e in combattimento. Cadde da eroe mentre con una mitraglia poneva in fuga il nemico. Già decorato di croce di guerra al valor militare (ferito mentre con la sua arma sparava sui nuclei nemici, non si recava al posto di medicazione se non dopo aver messo piede sulla posizione conquistata La Magdalena, 16 agosto 1937), alla sua memoria fu concessa la medaglia di bronzo al valor militare, colla seguente motivazione: In cruenta azione si lanciava decisamente avanti al reparto verso il  raggiungimento della munitissima posizione avversaria, suscitando col suo audace gesto l’emulazione fra i camerati. Colpito mortalmente, cadeva col sorriso sulle labbra.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 123; Decorati al valore, 1964, 99.


Parma 22 giugno 1874-Noceto 1939
Figlio di Carlo ed Erminia Terrarossa. geometra, operò a Noceto quale sorvegliante dell’amministrazione provinciale per le zone viarie della valle del Ceno. Contemporaneamente creò un’attività per la produzione dei manufatti di cemento, dando lavoro a diversi operai del paese. Socialista di tendenza moderata (della linea bereniniana), partecipò alla vita politica in difesa delle classi più diseredate contro gli agrari. Nelle elezioni amministrative del 1914 capeggiò la lista socialista, che per la prima volta conquistò il Comune di Noceto, e venne eletto Sindaco. Durante la prima guerra mondiale si prodigò incessantemente a favore delle famiglie dei richiamati alle armi, dei profughi e dei feriti di guerra ricoverati nel locale ospedale militare. Riconfermato Sindaco nel 1919, fu candidato nel 1920 del Partito Socialista Italiano nella circoscrizione di Borgo San Donnino per la Camera dei Deputati, con capolista Agostino Berenini. Rimase in carica come sindaco fino al 1923, quando fu costretto a dimettersi dopo aver subito minacce e angherie di ogni genere da parte dei fascisti. Ritiratosi dalla vita politica, continuò la sua opera di imprenditore edile.
FONTI E BIBL.: Noceto e la sua gente, 1977, 299-300.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Fonditore di campane, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 276.


Parma 13 maggio 1833-
Figlio di Giacomo. Di umile condizione, campò facendo il bracciante. Il 5 maggio 1860 partì da Quarto coi Mille e, sbarcato a marsala, prese parte alla spedizione garibaldina in Sicilia e nell’Italia meridionale.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, Officine Grafiche Fresching, 1915, 356; E.Michel, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 375; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 221.


Casalmaggiore 15 giugno 1891-Parma 2 settembre 1956
Verso il 1914 si trasferì a Parma dove compì i primi studi d’arte sotto la guida di Cécrope Barilli. Ancora ragazzo, fu travolto dall’ondata del futurismo. Il nuovo verbo artistico lo trasformò in un iconoclasta: una serie di violenti articoli a sua firma contro alcuni insegnanti dell’Istituto d’Arte di Parma gli fruttò l’espulsione da tutti gli istituti scolastici d’Italia. Seguì un agitato periodo a Firenze, ove il Talamazzi fu redattore, con Papini e altri, del giornale di battaglia L’uomo Nuovo. temperamento irrequieto, intrepido e generoso, partecipò come volontario alla guerra 1915-1918 e a quella del 1940-1943, guadagnandosi tre medaglie di bronzo al valor militare, cinque croci di guerra e, per il suo valoroso comportamento durante l’assedio di Bengasi, la Gran Croce dell’Aquila Tedesca. Di ritorno dalla prima guerra mondiale, il Talamazzi instradò la sua attività di artista sui binari della professione. Incominciò come pittore, poi fece lo scultore, l’incisore (xilografo) e infine si dedicò allo sbalzo, il suo genere preferito, che coltivò poi con profitto e successo. Inseritosi nella migliore tradizione degli sbalzatori parmigiani, quella di Ghiretti e di Brozzi, il Talamazzi riuscì a staccarsi dai consueti motivi ornamentali e decorativi, ricercando soggetti nuovi e desueti.Affrontando scenette di genere e di gusto popolare, seppe ricavarne opere formalmente notevoli e spesso di sapore sarcastico e amaro. Il Talamazzi fu animatore e organizzatore del Sindacato parmense dei pittori e degli scultori.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 144-145; G. Copertini, in Parma per l’Arte 1 1957, 39; Arte dell’incisione a Parma, 1969, 68.


Parma seconda metà del XVII secolo
Scultore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 283.

TALIGNANI DONINO, vedi TALIGNANI TONINO


Parma 11 dicembre 1901-Parma 27 dicembre 1975
Tra gli allievi più attivi della scuola di Mancini, il Talignani si diplomò professore di disegno architettonico nel 1924, ottenendo l’iscrizione all’albo degli architetti ai sensi della legge Gentile, resa operante poco dopo. La preparazione accademica del Talignani, formatasi all’insegna dell’eclettismo in una scuola e in una città che vedevano ormai spegnersi i bagliori delle ultime vampate del Liberty, dovette scontrarsi con una nuova realtà stilistica che si delineò con connotati estetici, sotto diversi aspetti, rivoluzionari. Mentre coesistevano in Italia, in una stessa temperie culturale, il Liberty, il futurismo e il metafisico, a Milano giovani battaglieri postulavano l’avvento di un’architettura in cui sia bandito il facile ornamento riempitivo, la decorazione cementizia, la complicazione degli oggetti, delle sagome e ricercata piuttosto la sincerità e la bontà del materiale. Affioravano già i prodromi di una poetica razionalista e si era consapevoli che l’esperienza vissuta aveva un carattere europeo e non derivava da una sordità provincialistica ma dalla coscienza che si era degli interpreti di un nuovo spirito e di una nuova disciplina. In questo clima innovatore l’attività del Talignani si dibatté tra le difficoltà imposte a ogni impresa privata dalla crisi economica generale nel periodo compreso tra il 1926 e il 1929 e iniziò timidamente a svilupparsi dopo gli anni Trenta, quando le iniziative legate all’edilizia a Parma risentivano del ristagno ormai esteso a tutti i settori della produzione. La dinamica costruttiva, sia privata che pubblica, era in via di esaurimento e gli interventi edilizi sovvenzionati dallo Stato tendevano a ripiegare sulla realizzazione di alcuni complessi burocratici, ginnico-sportivi e politico-amministrativi classificabili col nome generico
di opere del regime. Per un intero decennio il Talignani si dedicò con particolare impegno alla progettazione di piccoli edifici residenziali, dei quali la casa Fadani a Sissa (1925) può essere considerata il prototipo. In queste villette unifamiliari per committenti di modeste ambizioni, il Talignani tentò con successo di svincolarsi decisamente dalla concezione scenografica e monumentale dell’eclettismo  e dagli schemi fantastici  manciniani, che furono quasi del tutto dimenticati anche nella costruzione (1931) della chiesa di Corniana nei pressi di Terenzo. Il verbo razionalista, che anche in Italia, dopo la pubblicazione del manifesto del Gruppo 7, suscitò polemiche, critiche e consensi, trovò in Talignani il primo fervente seguace a Parma, non soltanto in senso ideale ma decisamente operativo. Con la costruzione del piccolo complesso per uffici dello stabilimento Terme di Sant’Andrea Bagni (1935) il Talignani dimostrò di aver compreso la lezione di Giuseppe Terragni, autentico talento ed elemento di punta della nuova architettura italiana. Sullo sfondo di macchie boschive, dominate da un’aspra chiostra di monti, il Talignani inquadra un nitido e ben calibrato edificio. La fronte liscia intonacata, di due corpi simmetrici di diversa altezza, è interrotta al centro da un volume emicilindrico in mattoni sagomati, racchiudente il vano scala, tagliato verticalmente da una lunga vetrata. Questo gioco di linee, che conferisce al blocco murario una particolare valenza plastica, si direbbe ispirato o addirittura preso a modello da uno dei più meditati progetti terragniani degli anni Trenta. Il secondo conflitto mondiale troncò per molti anni l’attività edilizia. Il Talignani riprese, in piena maturità, la libera professione (1950) riallacciandosi con rinnovato slancio e con chiarezza di idee alla corrente razionalista, rimeditandone gli apporti vecchi e nuovi alla luce di concrete e collaudate esperienze non soltanto nazionali. Nel 1951 in un’area vitale del centro storico (borgo Riccio), il Talignani inserì un edificio condominiale pluripiano, organizzando a verde l’ampio spazio a disposizione, in modo da allontanare al massimo, dal filo stradale, l’imponente blocco murario, definito nella facciata principale, da due corpi di fabbrica innestati a V al vano vetrato della scala. Dopo la costruzione delle case abbinate in via Cagliari (1951) il Talignani realizzò con purezza di linee (1954) il complesso industriale Farmaceutici Chiesi (via Palermo) e più tardi (1955) la palazzina degli Ufficiali in congedo (via Torelli), improntata invece a una sorta di duro e spigoloso espressionismo che compromette la coerenza strutturale della facciata. Da quel momento l’attività del Talignani si esplicò principalmente nel campo dell’edilizia abitativa INA-Casa, soprattutto nel comprensorio collinare parmense, dove sorsero numerose case per i lavoratori, di varia tipologia, a Fornovo di Taro (1958), Felegara di Medesano, Valmozzola e Terenzo (1961). È di quel periodo il progetto, studiato in collaborazione con Pellegri e Carolli, di riassetto di una casa colonica a Sala Baganza per incarico del soprano Renata Tebaldi. Le costruzioni appenniniche del Talignani, concepite come elementi integrativi di piccoli nuclei abitati, si impongono per semplicità di forma, di struttura e felice accostamento di materiali, mettendo in evidenza il suo puntiglio nel definire ogni aspetto nei minimi dettagli. È per questa via che viene raggiunto uno scopo fondamentale: quello di ambientare con assoluta coerenza un edificio di nuova concezione all’architettura spontanea preesistente. I validi risultati ottenuti procurarono al Talignani, sempre nel campo dell’edilizia sovvenzionata, altri significativi incarichi in Lombardia, particolarmente nella provincia mantovana, a Dosolo (1959) e a Piadena (1960). Nel centro rurale di Asola il Talignani fu chiamato a realizzare (1963) su un vasto terreno a forma trapezoidale un esteso piano urbanistico per un complesso residenziale costituito da un gruppo di edifici a due piani che mettono a fuoco la sua capacità di progettista meticoloso e attento ai problemi tecnici, alla scelta dei materiali, alla individuazione della tradizione edilizia locale, sempre capace di uniformare, al limite del possibile, la sua architettura all’ambiente preesistente. In altri centri della provincia parmense il talignani portò il contributo della sua esperienza costruendo importanti edifici pubblici, quali la scuola elementare di Sant’Andrea Bagni (1961), le scuole medie di Lesignano e di medesano (1970) e inoltre la casa Foppiano a Felegara, l’edicola funeraria della famiglia Gazza a Sorbolo (1961), la casa pluripiano dei fratelli Agnetti a Berceto e la casa Riccardi a Fidenza (1965), provvedendo, tra l‘altro, alla ristrutturazione dell’albergo Poggio a Berceto (1965). Anche trascurando di elencare numerose opere minori, l’attività del Talignani si dimostra densa, varia e costruttivamente coerente e fedele a una scelta decisa sin dai primi studi giovanili. Nel lungo arco della sua vita non gli venne mai meno la fedeltà ai principi razionalisti, anche se, come costruttore attento, non mancò di aggiornare le sue esperienze sul metro delle nuove conquiste dell’architettura. Il Talignani esplicò dal 1961 al 1966 la carica di Presidente dell’Ordine degli architetti di Parma.
FONTI E BIBL.: G.Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 289; G.Capelli, in Gazzetta di Parma 23 febbraio 1976, 6.


Modena 1656-Parma 1724
Poeta e drammaturgo, visse quasi sempre in Parma, dove ebbe il titolo di aiutante di camera dei duchi Francesco e Antonio Farnese. Morì in età di 68 anni. Pare che il Tiraboschi non abbia avuto conoscenza delle numerose opere drammatiche del Tamagni, perché tra queste cita solo Gli amori di Apollo e Dafne.
FONTI E BIBL.: G.Tiraboschi, Biblioteca modenese, V, 176-177; L. Balestrieri, Feste e spettacoli alla corte dei Farnese, 1981, 51.


Brescello 1800-Parma 5 gennaio 1864
Consorziale della Basilica Cattedrale di Parma e professore di Eloquenza all’Università di Parma, entrò tra i canonici il 28 aprile 1837 e fu anche uno dei più rinomati rappresentanti del Collegio Teologico. Professò dal 1854 Teologia generale. Nel 1830, aprendo l’anno scolastico, pronunciò la prolusione non in latino ma in italiano, esaltando la filosofia che si fonda sull’esperienza e spregiando quella che si fonda sulle parole e sull’autorità. Fu Priore della Facoltà Teologica, Arcidiacono e Vicario generale sotto il Vescovo di Parma Neuschel e patriota (1848). Nel 1849 venne sollevato dal vicariato per i suoi sentimenti liberali. Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859: fece parte degli uffici parlamentari e fu assiduo ai lavori dell’assemblea. Nel Duomo lo ricorda una lapide sepolcrale con iscrizione.
FONTI E BIBL.: Annuario dell’Università di Parma 1854-1855 e seguenti;  G.M.Allodi, Serie cronologica dei Vescovi di Parma, Parma, Fiaccadori, 1854-1856, I, 192, e II, 535, 540, 543, 553, 569, 570, 572, 576, 593, 596, e 597; G.Mariotti, L’Università di Parma e i moti del ’31; V.Soncini, La politica del clero, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1931, 272 e 290; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 223; A.Barilli, Marco Tamagni, in Aurea Parma 1948, 123 e ss.; F. Rizzi, Professori, 1953, 127; Enciclopedia di Parma, 1998, 644.

TAMAGNI PIETRO, vedi TAMAGNI MARCO

Vignale di Traversetolo 1913-Santa Margherita Ligure 26 settembre 1990
Studiò fisarmonica e a vent’anni incise il suo primo disco a 78 giri, dal titolo Passione. Diresse poi l’Orchestra azzurra. Nel 1938 ricevette il premio Nozze d’oro per i cinquanta anni di fedeltà alla musica e poco dopo anche il Disco d’oro, a testimonianza di una carriera dedicata al folclore parmense. Il Tamagnini fu compositore di circa 200 brani musicali. I suoi successi più noti sono: Trionfo, Capriccio, Il canto del vento, Diavolo, Dammi un bacio.
FONTI E BIBL.: F.e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 300.

Parma XVsecolo
Frate francescano. Fu apprezzato teologo.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.


Colorno 1 giugno 1915-Parma 19 marzo 1984
Studiò pianoforte, organo e composizione al Conservatorio di Parma dal 1929 al 1937, dove però si diplomò soltanto nel 1964 in musica corale e direzione di coro. Da studente fondò un’orchestrina di musica leggera, con la quale diede inizio a un’intensa attività, proseguita anche durante la seconda guerra mondiale. La sera del 25 luglio 1945 dette in Piazza Garibaldi a Parma un grande concerto per festeggiare il ritorno della pace. Il suo periodo migliore fu negli anni Cinquanta, quando con l’orchestra viaggiò anche nelle Americhe e lavorò con una società francese  di navigazione che organizzava crociere attorno al mondo. Per il mutare dei gusti, negli anni Sessanta sciolse l’orchestra, prese il diploma e si dedicò all’insegnamento della musica nelle scuole medie.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1984.

TAMARISCO ALAGONIO, vedi MANARA PROSPERO MARIA VALERIANO

Parma 1841-
Avvocato. Fu volontario nel 1859 e dell’esercito garibaldino nel 1860. Fu sottoposto a sorveglianza nel 1864 perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 226.


Borgo San Donnino 15 ottobre 1846-post 1883
Figlio di Giovanni e di Rosa Baroni. Cominciò a esercitare la professione di fotografo alla fine degli anni Settanta del XIX secolo nella sua località natale, dopo Francesco Brunani e Calisto Montani. Il suo atelier fu in piazza Duomo 47 e, come fece del resto il più noto concorrente Brunani, utilizzò strumenti tecnici tra i più aggiornati (stampa con il sistema privilegiato Crozat). Ufficialmente figura solo per due anni ma è ragionevole ipotizzare che l’attività sia proseguita senza iscrizione alla Camera di commercio. Sposato con Carolina Tondi, di professione cucitrice, il Tamburini ebbe due figli; Umberto e Carlo. Il censimento del 1883 lo segnala a Parma in Borgo San Biagio 7 bis, in locali di proprietà di Luigi Marchi.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 120.

-Parma 26 novembre 1903
Combatté nelle file garibaldine durante la campagna del 1860-1861.
FONTI E BIBL.: La Democrazia 27 novembre 1903, n. 149; Gazzetta di Parma 28 novembre 1903, n. 327; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 421.


Parma seconda metà del XV secolo
Muratore ingegnere attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 331.

Manzano di Langhirano 10 gennaio 1831-Langhirano 25 aprile 1876
Figlio di Giacomo. Al momento di dargli un’istruzione, fu messo nel Seminario di Berceto. Ma il Tanara, pur dimostrando intelligenza e amore per gli studi, non era portato per la vita religiosa e più che leggere le preghiere e il breviario prestò ascolto e si interessò alle notizie sui moti rivoluzionari che venivano di fuori attraverso qualche volantino, come il testo della lettera di Mazzini indirizzata a papa Pio IX, letta e commentata in sua presenza da alcuni seminaristi e che suscitò la dura riprovazione del direttore. Non rimase a lungo nel Seminario: ne uscì per assecondare più liberamente i suoi entusiasmi patriottici e repubblicani. Di certo si può dire che fu iscritto alla Giovane Italia, come risulta da alcune lettere di Mazzini, che lo chiama fratello. Fu amico di patrioti, come Francesco Caprara, Pietro Cocconi, Biagio Mantovani, il Sanini e Giovanni Rustici, e di altri mazziniani militanti. Affiliato alla Giovane Italia, consapevole delle cospirazioni e dei moti che si preparavano, vi prese parte attiva a partire dal 1859. Con l’assunzione al trono di Vittorio Emanuele di Savoja e la predicazione instancabile e trascinatrice di Mazzini, i moti e le insurrezioni presero vigore e tutto lasciava presagire che il fuoco del grande scontro non avrebbe tardato molto a scoppiare. Da quel momento il Tanara entrò nelle file garibaldine: fu Sergente di fureria nel Corpo Cacciatori delle Alpi (1859). Dichiarata la guerra all’Austria, partecipò ai combattimenti di Casale, Varese, San Fermo e Laveno. A Seriate, l’8 giugno, il Tanara ricevette il battesimo del fuoco. In quel fatto d’armi mise in luce arditezza e particolari attitudini: tenne fermo al fuoco il reparto che comandava, senza dar fiato né possibilità di ripresa al nemico. Per tale prova di resistenza e intrepidezza si meritò l’ammirazione dei superiori: il generale Cosenz, comandante la Brigata, lo abbracciò fraternamente e il suo nome fu poi citato all’ordine del giorno come esempio di valore. Anche nella tormentata battaglia di Treponti ebbe modo di distinguersi contro un nemico agguerrito e numeroso: il valore del Corpo dei Cacciatori delle Alpi fu superiore agli eventi e il Tanara per premio fu assegnato al Corpo dei bersaglieri e promosso a Sottotenente. Garibaldi a metà aprile 1860 lasciò l’isola di Caprera per Genova e si stabilì a Quarto a Villa Spinola. La notte tra il 5 e il 6 maggio i vapori Piemonte e Lombardo uscirono dal porto di Genova per imbarcare il corpo di spedizione.Dopo una sosta a Talamone per il rifornimento di armi e munizioni, il 10 ripresero il viaggio e nel pomeriggio dell’11 entrarono in Marsala sotto il fuoco delle armi borboniche. Il Tanara nell’eroica impresa risorgimentale portò sempre un attivo e instancabile contributo di valore e di ardimento. A Calatafimi, alla testa del suo reparto, si batté da leone e si meritò la promozione a Capitano nella 1a divisione di Fanteria. Al Ponte dell’ammiraglio, il luogo convenuto per entrare in Palermo, il Tanara si batté corpo a corpo in modo superbo. Così lo descrive l’Abba con rapide e felici pennellate: quell’ufficiale dei bersaglieri pallido, ardito e bello veniva tempestando con un manipolo da quella parte: con lui incalzati, incalzando, ci addensammo al crocicchio di Porta Termini, spazzato dalle cannonate d’una nave che tirava a rotta e dal fuoco d’una barricata di fronte a noi. A Catania il Tanara passò a far parte della divisione Türr: si costituì un battaglione di bersaglieri e a lui ne fu dato il comando. Un altro suo commilitone e storico, l’Adamoli, dice di lui: uomo d’acciaio, tutto fuoco ed energia, mirabilmente adatto a quel comando. espugnata Palermo, il 18 agosto Garibaldi con un esercito di 3500 uomini attraversò lo stretto e iniziò le operazioni di guerra in Calabria. In breve tempo si aprì la strada per Napoli, essendosi verificate numerose defezioni in seno all’esercito borbonico. L’ingresso nel capoluogo campano avvenne in un delirio di entusiasmo. Il Tanara ebbe la promozione a Maggiore e il suo nome venne citato all’ordine del giorno a titolo d’onore. Col suo battaglione rinnovò i prodigi passati, a Capua e al Volturno. Il 14 settembre una sortita borbonica dalla fortezza di Capua fu infranta dai bersaglieri del Tanara che si avventarono contro i nemici alla baionetta e via via li fecero retrocedere incalzandoli fin quasi sotto le mura della cittadella. Al Volturno, gli stessi, su lo stradale tra Santa Maria e Sant’Angelo tennero fronte a un assalto borbonico, lo ruppero e lo tramutarono poi in fuga disordinata. Compiute le operazioni del plebiscito e sancita l’annessione del Regno delle due Sicilie, Garibaldi tornò a Caprera. Anche Tanara rassegnò le dimissioni dal grado di Maggiore e si ritirò nella quiete di Langhirano. Al Tanara, come a uno dei Mille sbarcati con Garibaldi a Marsala, il Senato della Città di Palermo decretò l’attestato e la medaglia di riconoscimento, mentre il Ministero della Guerra da Torino gli conferì (1862) la medaglia d’argento col soprassoldo di 100 lire annue. Intanto da Caprera Garibaldi raccomandò calorosamente agli amici la costituzione delle Società di Tiro a segno, intese ad addestrare i giovani nell’esercizio delle armi. Il Tanara, zelante all’invito del generale, provvide alla formazione di tali società sia a Parma che a Langhirano. Il 6 dicembre 1863 sposò Virginia Costa e l’anno dopo ebbe una figlia, cui impose lo stesso nome della primogenita del Generale, Teresita. Padrino per procura fu lo stesso Garibaldi. Vi fu poi il trattato di alleanza con la Prussia (Berlino, 8 aprile 1866) e la dichiarazione di guerra all’Austria. In Trentino il Tanara si batté a Bezzecca da par suo: durante una violenta carica alla baionetta fu ferito al braccio destro, ma con energia e supremo sprezzo del pericolo continuò a guidare il suo battaglione, tenendo alta la spada con la mano sinistra. Mentre il nemico indietreggiava, il Tanara, colpito per la seconda volta in pieno petto, fu raccolto e portato all’ambulanza. In data 6 dicembre 1866 cenne nominato Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoja.  In seguito il Tanara fu ancora con Garibaldi nella marcia su Roma, contro il dominio del Papa. Il 19 ottobre 1867 Garibaldi sbarcò a Vada, raggiunse il Passo di Corese e il 24 fu a Monterotondo. La guarnigione asserragliata nel castello alzò bandiera bianca. Poi vi fu l’episodio di Villa Glori, con la tragica morte   di Giovanni ed Enrico Cairoli, e l’infausta giornata di Mentana (3 novembre): l’intervento del generale francese De Fally con truppe fresche, armate di chassepots, mutò l’esito dello scontro e le colonne garibaldine dovettero ritirarsi a Monterotondo. In quei giorni il Tanara contrastò il nemico con destrezza e abilità, confermando le sue doti di valoroso ufficiale. Fu un progressista e come tale, a Langhirano, divenne un sorvegliato speciale della forza pubblica al servizio del governo conservatore: subì più volte fermi e perquisizioni. Nel 1868, all’atto dell’applicazione della tassa sul macinato, l’autorità politica, temendo che la sua influenza potesse in qualche modo ostacolare l’imposizione dell’oneroso balzello, lo fece trarre in arresto. Ammanettato come un malfattore, venne condotto in carcere a Parma tra la costernazione dei familiari e lo sdegno dei cittadini. Venne rimesso in libertà alla fine del gennaio 1869. Dopo la capitolazione di Sedan, Parigi proclamò la repubblica. Ai primi di novembre del 1870 Garibaldi stabilì a Dôle, capoluogo del Giura, la base delle sue operazioni e cominciò a preparare quella che fu poi l’Armée des Vosges. Al Tanara fu assegnato il comando della 1a Legione italiana, che in seguito, per il valore del suo comandante, fu chiamata Legione Tanara. Per decisione di Garibaldi, il Tanara fu promosso Colonnello e in occasione di una rivista lo stesso Garibaldi gli consegnò la bandiera che le Dame di Chambery gli avevano offerto. Il piccolo esercito, trasferito nella Borgogna, dovette fronteggiare un nemico più forte per numero e per mezzi. Dopo alterne vicende e sanguinosi combattimenti (Paques, Prenois, Epinac, Lantenay e Saint Michel), i Prussiani dovettero abbandonare le posizioni occupate. Il Tanara si distinse per l’ardimento e la vivacità degli attacchi da lui capeggiati (a passo di carica e alla baionetta), contribuendo col suo valore alle vittorie parziali di quei giorni. Nello scontro decisivo di Dijon, i Prussiani tentarono inutilmente un colpo di mano su Talant. Il giorno dopo (23 gennaio 1871) il nemico riattacò l’Armata dei Vosgi con forze maggiori e impegnò fin le riserve per tentare il colpo decisivo. La colonna Canzio, la Legione Tanara e altre forze si gettarono sul nemico alla baionetta con tale prontezza ed energia che la formidabile colonna prussiana fu costretta a indietreggiare in gran disordine. Ricompostasi, rinnovò l’attacco, ma i garibaldini, coperti dietro l’argine di un fossato, al suo apparire la colpirono con una violenta scarica di fucileria e immediatamente le furono addosso alla baionetta: sulla sera il nemico si ritirò. Il Tanara, per le prove di valore date nelle giornate di Dijon, fu insignito della Croce di Cavaliere della Legion d’onore. Al termine delle sue imprese di guerra, smise in tutta umiltà la camicia rossa del garibaldino combattente e si ritirò nei suoi campi di Quinzano a fare l’agricoltore. Quando il Tanara si spense all’età di 45 anni, Garibaldi inviò un commosso telegramma alla vedova. Al direttore de Il Presente telegrafò queste parole di cordoglio: La perdita del valoroso nostro fratello d’armi Col. Tanara, dei Mille, è certamente una delle più sensibili nella gloriosa falange. Milite di tutte le pugne per la libertà italiana, la Nazione e il Governo devono ricordarsi di lui. Mercé l’interessamento di amici (Fabrizi, Miceli, Sprovieri) e del ministro Nicotera, la vedova ottenne un assegno di 600 lire annue. Il 16 maggio 1926 il Comune di Langhirano gli decretò la lapide con la seguente epigrafe (dettata da Luigi mantovani): A eternare la memoria di Faustino Tanara Colonnello Garibaldino dei Mille grande precursore dell’Italia rinnovata il Comune di Langhirano questo marmo devotamente pose (10-1-1831 - 25-4-1876). Gli stretti rapporti personali con Mazzini e Garibaldi sono documentati dal fitto carteggio conservato nel Museo del Risorgimento di Langhirano, che raccoglie anche i cimeli del Tanara e degli altri ventotto garibaldini langhiranesi. Oltre alla diretta partecipazione alle lotte risorgimentali, il Tanara si fece promotore di iniziative politico-sociali d’ispirazione mazziniana, quale la costituzione a Langhirano della Fratellanza Artigiana (19 marzo 1869) e della Società di Mutuo Soccorso Femminile.
FONTI E BIBL.: G.Beghelli, La Camicia Rossa in Francia, Torino, 1875; Cenni biografici di Faustino Tanara, in Giornale del Popolo 3 luglio 1882; G.Adamoli, Da San Martino a Mentana, Milano, Treves, 1892; G.C.Abba, Cose garibaldine, Torino, 1907; G.C.Abba, Storia dei Mille, Firenze, 1910; G.C.Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille, Bologna, 1911; G.C. Abba, Pagine di storia, Bologna, 1913; G.Castellini, Eroi garibaldini, Bologna, 1911, 236-237; Il Presente 26 aprile 1876, n. 115; Parma a Garibaldi, Parma, Battei, 1893; Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 421; L.Barbieri, Faustino Tanara dei Mille, Langhirano, 1926; A.Barilli, Lettere inedite di Garibaldi e di Mazzini a Fausto Tanara, in Aurea Parma 1929; F.Cammarata, L’animo di un eroe del Risorgimento attraverso le sue lettere alla moglie, in Salsomaggiore 20 agosto 1932; G.Garibaldi, Le memorie nella redazione definitiva, Bologna, 1932; Enciclopedia Militare, VI, 1933, 1152; G.Garibaldi, I Mille, a cura della Reale Commissione, Bologna, 1933; M.Macchi, almanacco italiano, Milano, 1876; D.Montini, in dizionario Risorgimento, 4, 1937, 382-383; E.Morelli, I fondi archivistici di Timoteo Riboli, in Rassegna Storica del Risorgimento 1941; A. Ribera, Combattenti, 1943, 365; G.Mazzini, Scritti editi e inediti, Edizione Nazionale, 1906-1943; A.Bottai, Faustino Tanara, l’amico di Mazzini, Garibaldi e Saffi, in Giallo e blu, Parma, 1949 58-59; A.Balbo, garibaldi, Fausto Tanara e un soggiorno a Maiatico, in gazzetta di Parma 17 maggio 1954; N.Musini, Fausto Tanara, volontario di tutte le campagne garibaldine, in Gazzetta di Parma 21 novembre 1955; Provincia - Comune di Parma, Per il primo centenario della unificazione d’Italia 1859-1959, Parma, 1960; P. d’angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 226; C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 81-102; A.Ciavarella, Faustino Tanara, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 275-292; Langhirano ieri e oggi, 1988, 33-35; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 126-127; Gazzetta di Parma 23 luglio 1993, 16.

Parma 1931-Parma 1 giugno 1999
Il nonno Bonfiglio Tanara intraprese l’attività di barista, ristoratore e gelatiere nei primi decenni del XX secolo. Iniziò con il Caffè Correggio, nella Piazza Grande di Parma, per poi aprire ai numeri civici 53-55 di Piazza Garibaldi la Bottiglieria Centrale. Dopo pochi anni lasciò in eredità la prestigiosa impresa commerciale al figlio Giuseppe, che intuì la forza di attrazione del cognome Tanara: così in quel locale, divenuto a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale il ritrovo di una Parma attenta al mutare del costume, ci si ristorava con i gelati e ci si dilettava con un’orchestrina. In quel clima della ormai storica gelateria apprese i rudimenti dell’arte del gelato anche il Tanara, che visse coi familiari i momenti cruciali dell’immediato secondo dopoguerra con il trasferimento della gelateria in via Bruno Longhi, dove restò alcuni anni. Ma attorno agli anni Cinquanta Giuseppe Tanara volle che il proprio gelato facesse un deciso salto di qualità, trasformandosi da gelato artigianale a industriale. Alla morte del padre, nel 1956, il Tanara, allora poco più che ventenne, si inserì nell’azienda portando l’entusiasmo dell’età e alcune intuizioni vincenti nel settore dei macchinari per la confezione del gelato industriale. La ditta Tanara si impose al vasto pubblico dei consumatori e il marchio cominciò a interessare le multinazionali: prima la Grace, poi l’Italgel e infine la Nestlè. La tradizione del gelato e del marchio Tanara si mantenne nell’Antica Gelateria del Corso. Il Tanara, lasciata la guida dell’azienda familiare, proseguì il suo impegno nel settore industriale, rivelando di volta in volta estro e intraprendenza. Divenne consulente dell’Alemagna, rilevò la Poldi, azienda per il commercio dei cuscinetti, con Ermanno Francesci, la Fmi e poi ancora valorizzò il brevetto per i frigoriferi per camion con la Sapa e la Corbellini di Romano Bertolini. L’ultimo passaggio fu alla Frigi-line. La salma fu tumulata nel cimitero monumentale della Villetta di Parma, nella cappella di famiglia.
FONTI E BIBL.: C.Drapkind, in Gazzetta di Parma 2 giugno 1999, 8.


Castrignano 15 gennaio 1805-Piacenza 24 gennaio 1878
Frate cappuccino, rifulse nell’assistere i colerosi negli anni 1854-1855 in Colorno e nell’ospedale di Piacenza. Fu anche esperto rubricista. Compì a Piacenza la vestizione (29 settembre 1826) e la professione di fede (30 settembre 1827).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 87.

1872-Collecchio 1933
Impiantò verso la fine del XIX secolo uno stabilimento alimentare che fin dall’inizio occupò un buon numero di mano d‘opera. Si trattava di una piccola attività di salumi e conserve di pomodoro.Si macellavano i maiali nel cortile di casa, gran parte del lavoro si faceva a mano o con macchinari rudimentali, i prosciutti venivano stagionati alla vecchia maniera e il concentrato preparato in grandi vasche, travasato e sigillato con operazioni lente e laboriose. È considerato uno dei padri dell’industria del Collecchiese.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1960, 3.


-Parma 18 gennaio 1880
Combatté nel 1849 per il Risorgimento italiano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 21 gennaio 1880, n. 20; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 421.


Parma-Monte Sleme 16 agosto 1915
Soldato del 12° Reggimento Bersaglieri, fu decorato con Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Attendente del Comandante di reggimento, accorreva a soccorrere il suo superiore gravemente ferito, restando a sua volta colpito a morte.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 284; Decorati al valore, 1964, 99.

Parma 1909-Milano 1980/1996
Dopo gli studi classici, seguì a Milano corsi di pittura all’Accademia di Brera, diplomandosi nel 1938. Da quella data iniziò la sua attività artistica, interrotta negli anni della guerra dal richiamo alle armi. Nel 1948 si trasferì in argentina, ove insegnò scenografia, stili e costumi all’Istituto Superiore di Arte Plastica dell’Università di Cuyo. Nel 1958 si recò in Venezuela, rientrando definitivamente in Italia nel 1965. La sua pittura rappresenta un connubio dei linguaggi surreale e astratto. Temi ricorrenti sono paesaggi, figure e animali fantastici. Esordì nel 1941, quindi espose in mostre personali e collettive in Italia e all’estero.
FONTI E BIBL.: P.Bianchi; L.Borghese; C.Broni; D.Buzzati; L.Budigna; S.Ceccato; D.Climent; L.Cruz; V.A. Grillet; M.Lepore; F.Passoni; G.Ruggeri; D.Villani; Dizionario artisti italiani XX secolo, 1979, 346.

Collecchio 1887-1975
Dopo la fondazione nel 1875, a opera del padre Enrico, in Collecchio dell’attività di macellazione e confezionamento di salumi, sviluppò l’attività salumiera sotto la ragione sociale Tanzi Enrico e figli, che nel 1941 si trasformò nella Tanzi Gino. Nel dopoguerra, intuendo l’importanza dell’attività di stagionatura del prosciutto, incentrò i suoi spazi in questo settore sino a realizzare un secondo stabilimento a Langhirano.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 409.

Sala Baganza 1903-1965
Fu industriale della macellazione e conservazione di carni animali in Sala Baganza, oltre che produttore di conserve di pomodoro e formaggi in altre unità produttive del Pavese, Modenese, Piacentino e in provincia di Livorno. Avviata l’attività nel 1930, nell’ambito di una piccola macelleria condotta dal padre in Sala Baganza, seppe dar vita a una articolata rete di produzioni alimentari, riuscendo a portare i vari stabilimenti da lui realizzati a significative dimensioni, in un processo fortemente legato alle sue personali capacità imprenditoriali. Morì in un incidente.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 179; Cento anni di associazionismo, 1997, 409.

Parma 10 luglio 1794-post 1841
Sposò nel 1813 Maria Teresa Cacciani, dalla quale ebbe sei figli. Già impiegato extra della confettureria, dal 1826 fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria come garzone della Confettureria.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 315.

Collecchio 1905-1960
Subentrò al padre Calisto nella conduzione dell’azienda alimentare, che si mantenne nel solco della tradizione, senza grandi cambiamenti: molta attenzione fu rivolta al miglioramento della qualità e a una caratterizzazione sempre più marcata dei prodotti per distinguerli e farne un punto di riferimento sul mercato.Successivamente, con l’ingresso della tecnologia, la razionalizzazione dei cicli delle lavorazioni e una sempre maggiore attenzione per l’immagine dei prodotti, la ditta si sviluppò e si consolidò, ma presto il Tanzi dovette abbandonarne la guida: morì infatti a cinquantacinque anni e il figlio Calisto, non ancora ventenne, prese in mano le redini dell’azienda.
FONTI E BIBL.: F.Campanello, notizie manoscritte.


Varano de’ Melegari-Conca di Maglenci 9 maggio 1917
Caporale del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Visto cadere il proprio ufficiale, si slanciava coraggiosamente per soccorrerlo, rimanendo colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 10a, 793; Decorati al valore, 1964, 129.

Felino-Albareto settembre 1944
Fu partigiano col nome di battaglia di Maurizio. Cadde in combattimento.
FONTI E BIBL.: Ufficio Toponomastica del Comune di Felino.


XII secolo-Parma 1216
Ricco e dotato di spirito di carità, pur tra le turbolenze politiche che travagliarono Parma all’alba del XIII secolo, fondò un ospedale in alcune case di borgo Taschieri nel Co’ di ponte di Parma, sotto il titolo generale di tutti i Santi e in particolare dedicato a Sant’Antonio. Vogliono alcuni ch’ei fosse dell’Ordine Teutonico, i cui cavalieri professavano a un tempo milizia e ospitalità, di che però non si adducono prove, cercate indarno in tutti i documenti originali ed autentici spettanti a lui (Affò). La prima fonte documentaria che ricorda l’opera del Tanzi è un atto, in data 2 dicembre 1201, con il quale Raineri Fronti, parmigiano qui se ex natione sua lege vivere longobarda confessus fuit per se ejusque heredes investivit Rodulfum Tancii nomine et vice Pauperum de quodam suo casamento posito in burgo tascherio. La medesima pergamena contiene un atto del 9 maggio 1203 con il quale lo stesso Raineri promisit Rodulfo Tanzi stipulanti nomine et vice pauperum et eis successoribus aut cui dederit in festivitate Sancte Marie XII Imper. quos dictus Rainerius Hospitalis dicti Rodulfi nomine et vice pauperum pro remedio anime sue et suorum mortuorum vel defunctorum donaverat. Con atto del 1° settembre 1204 il Tanzi fu investito di una terra ortiva nomine et vice Hospitalis, quem ipse Rodulfus edificaverat in Burgo Tascherio. In quest’ultimo documento si ha la prova che fu proprio il Tanzi a creare l’ospedale. L’Ospitale non poteva dirsi completo se non dotato della chiesa, per cui fu rivolta una petizione al vescovo Obizzo Fieschi, il quale, in data 22 marzo 1202, sentito il parere del prevosto Ugo e del canonico della cattedrale Greco, concessit Domino Rodulfo de Tanzo Hospitalerio facere Ecclesiam ad honorem Dei et Sancte Marie Virginis ac omnium Sanctorum ad hospitale in Burgo. L’iniziativa del Tanzi prosperò rapidamente e si susseguirono le donazioni a favore dei poveri infermi e degli esposti: negli anni 1204, 1208, 1209, 1213 e 1214 l’Ospedale poté acquistare case, terre e diritti d’acqua. Lo sviluppo dell’ospedale era indubbiamente fiancheggiato dallo Studio Parmense, poiché proprio nel secolo XIII nasceva a Parma la Scuola Medica, traendo la sua origine dalla scuola vescovile di arti liberali. La facoltà medica si affermò prima a Salerno e poi, subito dopo, a Parma, ove un fiorente Collegio di Maestri di medicina venne tosto a costituirsi, collegio che nello stesso secolo XIII ordinava i suoi primi statuti (Dall’Aglio). Il Tanzi diresse l’Ospedale fino al 1216, anno probabile della sua morte. Le sue spoglie furono tumulate nella chiesetta annessa all’Ospedale.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 49-50; M.O. Banzola, L’Ospedale Vecchio di Parma, 1980, 85-89.

Soragna 19 aprile 1882-Parma 5 settembre 1969
Ordinato sacerdote nel 1905, fu insegnante nel Seminario diocesano di Parma, primo Prevosto di Fontanellato dal 1917 al 1936 e infine Consorziale e Guardacoro della cattedrale di Parma. Fu letterato e giornalista, dotato di senso critico e talvolta anche polemico. Del Tanzi Cattabianchi sono alcuni studi: Giovanni Battista Sestio, grammatico bercetese del secolo XVI (Parma, Tipografia Zerbini, 1910), La gita al Lago Santo. Paginette di impressioni (Noceto, Tipografia Castelli e Milli, 1925), Contrasti stendhaliani. La vera Certosa di Parma (Parma, Tipografia benedettina, 1967).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, I 1937, 545; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 302.

TANZI CATTABIANCHI PASQUALINO, vedi TANZI CATTABIANCHI PASQUALE

Parma 1586
Falegname. Nell’anno 1586 realizzò, in collaborazione con altri, un catafalco per la duchessa Margherita d’Austria nel Duomo di Parma.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 253.

TANZO RODOLFO, vedi TANZI RODOLFO

Parma 1723
Fu suonatore della Cattedrale di Parma il 28 marzo 1723.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Valverde di Rubiera-post 1506
Boccalaro attivo a Parma nella prima metà del XVI secolo. Nel 1506 lavorò per Antonio Bernieri.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 384.

TARABUSSI TOMMASO, vedi TARABUSI TOMASO


Langhirano 1896/1918
Ufficiale osservatore sui palloni frenati, diresse il fuoco dell’artiglieria, a 200 metri d’altezza, bersagliato sistematicamente da scariche di fucilerie che non di rado lo costringevano a recuperare in tutta fretta il cavo d’ancoraggio e un paio di volte a toccare terra bruscamente, sepolto sotto l’involucro del Drachen afflosciato dalla ben diretta fucileria austriaca.
FONTI E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

TARAS, vedi BARBIERI ROLANDO

TARASCONI ALESSANDRO, vedi TARASCONI SMERALDI ALESSANDRO ANTONIO FELICE

Parma seconda metà del xvii secolo
Pittore attivo nella seconda metà del xvii secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 284.

TARASCONI ANNA, vedi TARASCONI SMERALDI ANNA


Varano dei Melegari 1917-Nowo Postolajowka 17 gennaio 1943
Figlio di Cesarino.Alpino dell’8o Alpini, battaglione Gemona, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma di squadra fucilieri, durante un attacco contro munita posizione, avanzava con la sua arma alla testa del plotone. Ferito continuava il fuoco contro il nemico fino a quando scompariva nella mischia.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1955, Dispensa 45a, 4655; Decorati al valore, 1964, 129.

Langhirano 13 giugno 1827-post 1870
Residente a Castrignano, repubblicano, nel 1870 su di lui fu inviato alla Questura di Parma il seguente rapporto di polizia: Sotto il duca Carlo iii fu compromesso e fuggì per non essere arrestato; professa principi repubblicani: non ha mai subito pene, ma sempre cospira contro il governo. È agiato possidente. Si reca in casa del notaio Stocchi Giacomo a progettare tentativi contro l’attuale governo. È amico pure dell’ex maggiore garibaldino Faustino Tanara di Mantovani Biagio. Ha influenza sulla popolazione , specialmente nella frazione di Castrignano ove abita. All’epoca dei tumulti avvenuti a Langhirano nel gennaio u.s. si vociferava che vi dovesse arrivare l’intera popolazione di quella villa, e ve ne andò una gran parte. Egli ha dato ospitalità al noto Tanara per alcune notti del gennaio stesso in cui questo temeva di essere arrestato.
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nell’Ottocento, 1987, 57-58.

Parma 15 marzo 1459-agosto/dicembre 1532
Figlio di Bartolomeo e di Francesca Arcimboldi. Fu istruito nelle buone lettere, negli studi sacri e in particolare nella musica. Recatosi alla Corte romana, fu nominato Protonotario Apostolico e impiegato con varie cariche da papa Alessandro vi sino a papa Clemente vii. In una bolla di pensione del 1508 si sottoscrive Ego Evangelista Tarasconus de Parma Scriptor Archivii Curiae Romanae. Papa Giulio ii lo elevò a Segretario e nel 1511 lo elesse Commissario della Sacra Lega. Tra le varie cariche da lui occupate, ebbe ai tempi di papa Leone x anche quella di Internunzio nella città di Piacenza. Secondo quanto scrive il Giovio, papa Leone x, che si dilettava di secondare le stranezze di certi uomini particolari o bisbetici, si prese gioco del Tarasconi: Ut Evangelistae Tarascono Parmensi ab epistolis honesto seni accidit, qui se repente novo studio, ac levi persuasione summum esse Musicum putabat. Huic adeo industrie ac suaviter est adulatus, ut vana inflatus opinione incredibilia ac ridenda quaedam Musices praecepta commentaretur. Citharaedis enim lacertos obligavit ut quadam intensione nervorum in articulis et digitis argutius, firmius, et clarius exprimerent. Quum vero Phonascorum chorus induceretur, aulaea detrahi juberet ut voces nudis parietibus illisae acutius atque suavius resilirent, quae omnia ad alendam hommis insaniam probabat Pontifex, quando ipse in ea arte consummatissimus secum de tonis, et chordis, totaque numerorum proportione disputaret, ac se omnino superari egregia simulatione fateretur. Scrive il da Erba che, trovandosi in Bologna nel 1530 con papa Clemente vii e l’imperatore Carlo v allorché ricevettero l’ambasciatore dei Veneziani Lorenzo Bragadino, il Tarasconi fu ammirato per la sua eloquenza in lingua latina. Fece testamento il 31 luglio 1532 e aggiunse un codicillo il 3 agosto dello stesso anno in favore di Gian Andrea, suo fratello, raccomandando al cardinale Salviati, legato di Parma, e agli altri cardinali Santiquattro Volpi, Millino e Medici suo nipote Giambatista, perché volessero procurargli l’ufficio di Segretario domestico del Papa.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, iii, 229-230; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, ii, 436; G.B.Janelli, Dizionario Biografico, 1877, 434-435.

TARASCONI GIAN ANDREA, vedi TARASCONI GIOVAN ANDREA


Felino 7 febbraio 1886-25 ottobre 1916
Figlio di Giuseppe e Paola Monica. Contadino, fu soldato nel 67° Reggimento Fanteria. Si distinse in ardite azioni di guerra, tanto da meritarsi la medaglia d’argento al valor militare. Sprezzante del pericolo, rimase colpito dal nemico, morendo sul campo.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 46.

Parma 1460 c.-post 1532
Figlio di Bartolomeo e di Francesca Arcimboldi. Secondo il da Erba, scrisse un Sommario dottissimo, e brevissimo di tutte le leggi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, iii, 230.

Lesignano Bagni 3 agosto 1836-post 1870
Residente a Mulazzano, repubblicano, nel 1870 su di lui fu inviato alla Questura di Parma il seguente rapporto di polizia: Già soldato delle truppe parmensi, ora girovago senza professione. È uno dei principali promotori dei tumulti avvenuti a Langhirano nel gennaio u.s. È capace anche di fare da Capo Popolo, ha influenza sui contadini, non smette mai di censurare l’attuale governo. Ora trovasi presso la famiglia Giovanardi proprietario e fittabile di Basilica Nuova (Montechiarugolo, Traversetolo) e colà pure fa progetti favorevoli al Partito Rosso. In Langhirano si reca sovente ma non vi ha domicilio.
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nell’Ottocento, 1987, 56.

Parma 1851-Milano 1925
Liutaio, creò un modello personale cui si mantenne fedele. La sua produzione fu quantitativamente limitata ed è apprezzata, anche se conosciuta da pochi. Notevole è la vernice degli strumenti, che va dal giallo al rosso vivo o rosso rosa.
FONTI E BIBL.: Azzolina; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

TARASCONI LODOVICO, vedi TARASCONI SMERALDI LODOVICO


Calestano 1526-post 1577
Figlio di Alessandro, conte di Calestano. Il Tarasconi fu Dottore di leggi, Protonotario Apostolico, nel 1560 Governatore di carpentras e Vicelegato di Viterbo. Viveva ancora nel 1577, come si ricava da certe Prove di nobiltà della famiglia Puelli. È probabilmente lo stesso che fu esattore di certa imposizione e taglia, che alla Città di Parma fu imposta, del quale parla il Pico in modo molto confuso a f. 126 delle Aggiunte fatte all’Appendice, e che fu laureato il 29 ottobre 1555. Scrisse diversi sonetti, tra i quali uno in morte del duca Ottavio Farnese.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, ii, 1827, 437-438; Aurea Parma 2 1958, 109-110.


Parma 28 febbraio 1686-Padova 1742/1749
Figlio di Orazio, ciamberlano del duca ranuccioFarnese che, con la figlia Margherita, tenne a battesimo il Tarasconi Smeraldi. Allevato al Collegio dei Nobili di Parma, vi esordì con altri collegiali partecipando a un bellissimo torneo organizzato per l’arrivo dell’infante Carlo di Borbone a Parma. Nominato cameriere d’Onore, ebbe dalla consorte contessa Vittoria Marazzani tre figli; Poeta arcade col nome di Enide Asopico, scrisse un poemetto sulle Fontane di Colorno e anche la tragedia Astartea (cinque atti, in versi endecasillabi, lodata dallo Zeno). Insieme al conte Ignazio Riva e al cognato Francesco Montanari, il tarasconi Smeraldi si recò a Livorno (1731) a incontrare il nuovo duca Carlo di Borbone. Nel 1738 (questa volta in compagnia del conte Antino Antini) venne inviato a Piacenza allo scopo di limitare i disagi causati dall’invasione delle truppe imperiali austriache. Ma il comandante, conte Traun, tenne in nessun conto le loro rimostranze e li licenziò senza alcuna soddisfazione. Nel 1731 il Tarasconi Smeraldi assunse l’onerosa carica di Delegato Commissario per gli alloggiamenti delle truppe spagnole. Attivo e di buona volontà, fu onorato e considerato, per cui il duca Carlo di Borbone lo creò Marchese di Berceto.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, iv, 106-107; E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 128; Palazzi e casate di Parma, 1971, 432.

Parma-post 1771
Figlia di Orazio e moglie di Antonio fFancesco Pallavicino. Fu Dama di palazzo della Corte di Parma nell’anno 1771.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, vi, 1840, tav. xxvii.

TARASCONI SMERALDI CORRADINO, vedi TARASCONI SMERALDI CORRADO


ante 1717-Parma 1778
Conte. Nominato Gran Priore Costantiniano, fu canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1717.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Archivio Capitolare della cattedrale, in Archivio Storico per le Province parmensi 1911, 132.


Fornovo di Taro 1896/1929
Conte e sacerdote. A Fornovo di Taro dette impulso ai movimenti cattolici, creando un centro oratoriale particolarmente attrezzato e dotato di sala cinematografica (la prima del paese in ordine di tempo), biblioteca e sala giochi. Nell’edificio costruito per il funzionamento di un ospedale locale, aprì un asilo d’infanzia, chiamando a dirigerlo le Mantellate di Pistoia. Rifece il pavimento della chiesa parrocchiale eliminando antichi avelli e lapidi ai muri.
FONTI E BIBL.: L. Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 63-64.


Calestano 1687 c.-post 1749
Figlio di Francesco, feudatario di Calestano. Si trovò coinvolto nelle vicende della guerra di successione di Polonia, partecipando a diverse commissioni e ambasciate, facendo del suo meglio onde attenuarne le dolorose conseguenze. A fianco del conte Aurelio Bernieri, di Giovanni Benedetto Buralli e Girolamo Zunti, fece omaggio di sudditanza all’infante Carlo di Borbone nel suo quartiere generale a castelnuovo-Scrivia. Nel 1746, all’uscita degli spagnoli da Parma con il conseguente rientro degli Austriaci, toccò ai medesimi di riprendere le chiavi della città già offerte agli Iberici e offrirle, questa volta, al generale imperiale-austriaco marchese Pallavicino. Nel 1748, raggiunta la pace di Aquisgrana, il Tarasconi Smeraldi, in compagnia di amici di alto lignaggio, si portò a ossequiare, a nome della città di Parma, il generale Haumada, insediato nel palazzo Giandemaria, indi, con altro entourage di nobili, si recò incontro a Filippo di Borbone mettendo preventivamente la città ai suoi piedi. Nel 1749 venne inviato a Milano onde liquidare i crediti tra la Ducal Camera di Parma e l’Impero austriaco. In tale circostanza il Tarasconi Smeraldi si mostrò all’altezza del suo incarico, poiché lo condusse con perizia, avvedutezza e celerità, ciò che gli conferì molto merito.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 432-434.

TARCHI MANIO o MARIO, vedi TARCHIONI MANSUETO

Parma 1831
Direttore delle bevande nella Presidenza delle Finanze, durante i moti del 1831in Parma si compromise nella rivolta, per cui Maria Luigia d’Austria, con decreto del 4 maggio 1831, lo sospese dal suo impiego per quattro mesi, e la Direzione Generale della Polizia lo indicò come cooperatore allo scoppio e alla propagazione della rivolta. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria e fu sottoposto ai precetti di visita e di sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio storico per le Province Parmensi 1937, 211.

Parma 1835
Pittore di prospettiva, fu attivo nella prima metà del xix secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 263.


Parma 27 novembre 1788-Collecchio 12 giugno 1851
Figlio di Antonio e Costanza Marzoli. Sposò la contessa Fulvia Masetti. Fu podestà del Comune di Collecchio nel 1820. Il 17 dicembre 1824 fu rieletto nella carica. Nel 1828 compare come sindaco facente funzione di podestà. Il 4 maggio 1831 fu nominato membro del consiglio degli anziani di Parma rinnovato dopo i moti: da ciò si deduce la sua fede legittimista. Il 26 agosto 1835 entrò a far parte della commissione di sanità e soccorso del Comune di Collecchio. Fu consigliere anziano del Comune di Collecchio tra il 1824 e il 1836 e deputato d’acque e strade tra il 1826 e il 1834.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Gli ampliamenti territoriali del Comune di Collecchio dopo l’Unità, in Archivio storico per le Province Parmensi 1975, 336; U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1960, 3; U. Delsante, Collecchio, ville e residenze; A Del Prato, L’anno 1831 negli ex Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1919; F. Magani, Ordinamento canonico della Diocesi di Parma, i, Parma, 1910; Malacoda 10 1987, 74.


San Martino Sinzano 9 agosto 1843-Parma 22 aprile 1913
Laureato in leggi (ma certamente più filosofo e letterato che legista), fu intelletto critico piuttosto che creativo. Così il suo buon nome di studioso è soprattutto affidato ai suoi studi filosofici, storici e di critica letteraria, sparsi in riviste e giornali (e specialmente a quelli sul Carducci, sul D’Annunzio e sullo Zola), che non ai suoi versi. La sua opera poetica, sebbene già iniziata nel 1864, si prolungò a lungo nel tempo, tanto che scrisse versi ancora nel 1909. Spiriti e forme di tale opera sono assenti o lontani dalla grande ispiratrice dei poeti che vissero nel Risorgimento o in epoche a quello vicine. Il Tarchioni fu infatti, nel pensiero politico e storico, un cattolico della vecchia scuola legittimista e autoritaria. Il che spiega la sua grande solitudine volontaria e il suo appartarsi dai pubblici uffici. Pur aperto nell’animo alle voci del suo tempo, si chiuse in se stesso e in studi solitari, lontano dal mondo, onde tale desiderio di amore e tale rinuncia rivissero soltanto dopo la sua morte, quando la sorella volle raccoglierne i versi in edizione a tiratura limitata (Borgo San Donnino, Mattioli, 1917). Il Tarchioni ebbe qualità critiche eccezionali, che culminarono nel saggio sul Ça ira del Carducci, aspra censura sull’interpretazione epica di alcuni fatti della rivoluzione francese (Rassegna Italiana del giugno 1883), cui rispose deferentemente il Carducci, mettendo l’anonimo scrittore alla pari con Ruggero Bonghi e riconoscendo implicitamente (come fu osservato da Luigi Sanvitale nella prefazione ai Versi del Tarchioni) la dottrina e la competenza del critico, che dalle iniziali M.T. egli scambiò per Marco Tabarrini (Confessioni e battaglie, i, 387-465). Assai minore è invece il suo spirito poetico: il Sanvitale scrive che nel suo volume postumo di versi va ricercato più tosto un caro ricordo di lui che una prova di singolari facoltà poetiche. Tali sue liriche infatti attestano che il dotto, nella tristezza della solitudine e nell’austerità degli studi, sentì il bisogno della poesia e tentò d’innalzarsi ad essa in un nobile desiderio di bellezza, di gioia e di libertà. E tali sforzi onorano sempre un ingegno, anche se l’opera non risponda pienamente alle alte aspirazioni. Animato (in armonia con la sua fede) dal trionfo della scolastica, fu, insieme al marchese Goffredo di Soragna, uno dei più entusiasti fondatori dell’Accademia parmense di S. Tommaso d’Aquino e in essa tenne applaudite discussioni e conferenze. In quest’accademia lesse non pochi dei suoi componimenti poetici. Il Tarchioni tradusse le dissertazioni del Hergenwether (La chiesa cattolica e lo Stato cristiano) nonché Le tradizioni del genere umano del Lueken. Le due versioni furono pubblicate dal Fiaccadori, per il quale il Tarchioni scrisse molte prefazioni e curò buon numero di edizioni. Pubblicò sotto lo pseudonimo di Mario Tarchi, Il ricongiungimento di Parma colla Chiesa ai tempi di S. Bernardo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 5/6 1913, 248; J. Bocchialini, Figure e ricordi, 1960, 282-283.

Parma 1823/1831
Amico fraterno di Amedeo Rosazza, alla sua morte (1830) divenne tutore della figlia del medesimo, Elisa, curando le pratiche della complessa successione. L’eredità Rosazza comprendeva infatti numerosi edifici e poderi, tra cui la villa Avogadro in via Farnese denominata La Pellegrina (o Capello), costruita dallo stesso impresario Rosazza su progetto dell’architetto Paolo Gazzola (da qualche autore erroneamente attribuita al Bettoli). Il Tarchioni possedette invece, in proprio, diversi altri beni in Vigatto, San Martino Sinzano, Sala e Collecchio. Fu direttore delle Regalie, cioè dei monopoli ducali, e godette dell’amicizia di Pietro Giordani e di G. Battista De gubernatis. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari e dalla procedura avviata a suo carico dalle autorità appare come il Tarchioni avesse distribuito denaro alla plebe per incoraggiarla.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 212; L. Gambara, Le ville parmensi, 1971, 240-243, 278; Per la Val Baganza 7 1985, 81.

Parma 1859
Fu deputato dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nel 1859. Prese parte attiva ai lavori dell’Assemblea e ne fu Segretario.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 232.

Parma 1602
Fu Consorziale della Cattedrale di Parma, Doctissimus atque in dicendi facultate perillustres, secondo quanto dice Romolo Pugolotti nella dedica delle Orationes in Synodo Diocesana Parmae de mense septembris 1602 habitae (Parmae, apus Erasmus Viothum, 1603), che contiene un’orazione del Tardelieri.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 927.

TARDIANI LUIGIA SAVERIA, vedi TARDIANI MARIA GIULIA LIVIA

Borgo Taro 10 maggio 1797-Parma 12 dicembre 1890
Figlia di Scipione e di Sofia Bertucci. Ricevette il battesimo privato nella casa dove nacque per mano del dottor Luigi Rabboni o Babboni, medico chirurgo e professore di ostetricia. Le cerimonie suppletive del battesimo furono tenute solennemente il giorno seguente per mano dell’arciprete Francesco Costamezzana, protonotario apostolico. Il timore che la neonata non potesse sopravvivere e di conseguenza la somministrazione del battesimo dalle mani del Rabboni trovava il suo fondamento, oltre che per motivi contingenti, dal fatto che la neonata era la diciannovesima figlia dei coniugi Tardiani. All’età di dieci anni fu posta a scuola ed educazione nel monastero di Santa Chiara di Piacenza. Poiché quel monastero pochi anni dopo venne soppresso a causa delle leggi di soppressione degli ordini religiosi sotto l’impero napoleonico, i genitori la mandarono nel convitto delle madri Orsoline di Parma. Nei primi anni di questa permanenza nell’istituto, esso fu visitato occasionalmente dal padre Panizzoni della Compagnia di Gesù, il quale preconizzò alla Tardiani il suo futuro di Priora. Il 15 giugno 1814 entrò in noviziato dopo aver passato pochi mesi in famiglia e il 19 settembre del medesimo anno vestì l’abito (professione) e prese il nome di Luigia Saveria. Fu anche maestra della scuola esterna, per la quale conservò sempre molta sollecitudine. A 33 anni fu eletta Priora. Durò nella carica dieci anni, passati i quali fu rieletta, rimanendo in carica quasi quarant’anni. Quando nell’ottobre 1873 fu emanato un decreto regio che impose una commissione amministrativa che regolasse gli interessi materiali e l’istruzione data nelle scuole, la Tardiani fece ogni sforzo per superare questa situazione, che di fatto limitò l’autonomia dell’istituto. In seguito a ciò, nacque il timore che da un momento all’altro potesse venire intimato uno sfratto all’istituto e allora la Tardiani concepì il progetto di fondare una casa in Milano: contava 82 anni quando nel 1879 inaugurò la nuova casa. Negli ultimi anni di vita sopportò con pazienza una sopravvenuta totale cecità. Nel 1886, sentento prossima la fine, ottenne di mettersi a riposo per prepararsi nella solitudine e nel silenzio. Morì all’età di novantatre anni e fu tumulata nel cimitero di Parma, nella sepoltura riservata alle Orsoline, terzo arco della cappella destra, vicino a quella dei Benedettini.
FONTI E BIBL.: F.Botti, in Gazzetta di Parma 7 giugno 1965, 3.


Borgo Taro 1750 c.-1820 c.
Figlio di Domenico. Fu filosofo e critico letterario. Del Tardiani si hanno versi stampati nel 1775 in una raccolta di poesie diverse di altri Borgotaresi, tra i quali Silvestro Murena, Giuseppe Angelo Ostacchini e Bartolomeo Mussi, che pubblicarono versi per l’orazione panegirica di Maria Vergine del Carmine.
FONTI E BIBL.: Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 434.


Parma settembre/ottobre 1921-Parma 23 settembre 1991
Figlio dell’avvocato Ennio. Fu allievo della scuola di Anatomia dei professori Raso e Bini. Prese a insegnare presso l’Università di Parma nel 1963, dopo una docenza quinquennale a Sassari. Per ventotto anni diresse l’Istituto di anatomia patologica dell’Università di Parma. Gli esordi della sua vicenda professionale risalgono invece al 1959, quando l’Università di Sassari gli affidò la cattedra di Anatomia e istologia patologica. Nel 1975 fondò l’Associazione italiana informatica medica, alla cui presidenza rimase sino al 1991. Tra i primi a sviluppare l’applicazione delle nuove tecnologie in ambito medico, propose e introdusse in Italia l’utilizzo della microscopia elettronica nella diagnostica anatomopatologica. Molte delle sue osservazioni nello studio delle alterazioni patologiche del glomerulo renale si rivelarono basilari, così come le conclusioni a cui pervenne nell’analisi dei meccanismi di crescita cellulare coinvolti nell’instaurarsi di frequenti malattie cardiache. L’ultimo periodo della sua carriera lo vide impegnato nel tentativo di migliorare la comprensione delle basi biologiche dei linfomi al fine di ottenere diagnosi precoci e sicure. Fu direttore della scuola di specializzazione di anatomia patologica e direttore del centro di microscopia elettronica, da lui stesso fondato nei primi anni Sessanta. Il Tardini fu anche dotato di sensibilità artistica: amò la pittura e la scultura (dipinse e fece caricature) e durante i viaggi scattava fotografie che poi ordinava in raccolte ispirate a criteri etnologici e geografico-ambientali. Meta preferita dei suoi viaggi fu l’India, dove si recò una decina di volte e di cui fu profondo conoscitore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 settembre 1991, 5; Gazzetta di Parma 22 settembre 1996, 8.

Parma 8 settembre 1879-Parma 16 agosto 1923
Figlio di Giulio e Caterina Del Bono. Laureatosi nel 1902, esercitò per breve tempo l’avvocatura. Liberale di intransigenti principi, rivelò non comune forza d’animo nelle fiere polemiche che condusse sulla Scintilla, il settimanale dei liberali parmensi da lui diretto, che lasciò un’impronta sensibile nella storia del giornalismo parmigiano per il suo spirito brillante e battagliero. Nel 1903, durate lo sciopero agricolo di Felino, il Tardini venne chiamto a ricoprire la carica di segretario generale dell’Associazione agraria parmense, alle cui fortune il suo nome rimase poi legato. In occasione del lungo sciopero agrario del 1908 il Tardini, come luogotenente dell’avvocato Lino Carrara, fu l’animatore instancabile della lotta e seppe stringere in un fascio compatto le forze agricole della provincia di Parma guidandole alla vittoria. Contro un avversario della forza di Alceste De Ambris, il Tardini condusse un duello non facile, che rivelò la sua prosa asciutta e nervosa di vigoroso polemista e il suo argomentare lucido e tagliente di individualista irriducibile. Concluso lo sciopero, il Tardini successe al Carrara e prese le redini dell’Associazione Agraria, che sotto la sua guida di organizzatore infaticabile divenne uno dei più potenti e agguerriti baluardi del padronato italiano. Nel 1913 assunse la direzione della Banca Agraria, fondata per suo consiglio, che dotò di magazzini di deposito e di grande frigorifero, una delle prime iniziative del genere in Italia. Seguirono poi le battaglie sindacali degli anni 1919, 1920 e 1921, che lo videro in prima linea alla testa del suo sodalizio, fino alla stipulazione dei patti agrari del 1922. Durante l’amministrazione Lusignani fu consigliere comunale di Parma. Tra le sue benemerenze, si ricorda la fondazione della palestra ginnastica intitolata a Umberto I di Savoja, sorta per suo volere nell’antica Casa di provvidenza. Inoltre concepì e attuò l’ardito progetto del nuovo Campo Polisportivo sorto nell’area del Castelletto: il Tardini non vide l’opera compiuta, ma lo stadio fu poi intitolato al suo nome.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 145-146; Grandi di Parma, 1991, 105.

Parma II secolo a.C./V secolo d.C.
Di condizione presumibilmente libertina, fu il dedicante di un’ara alle Iunones, perduta e di incerta datazione. Le Iunones, divinità tipicamente italiche, simili a genii, guardiani di luoghi o persone, corrispondono in Cisalpina alle Matronae galliche e testimoniano una persistenza di culti celtici anche nella zona parmense. Il nomen, non sicuro per la dubbia lettura della prima lettera, è riportato dal Bormann negli indici del CIL come Tarius. È nome venetico diffuso anche in Illirico, noto per personaggi di rilievo. A Parma e in Cispadana è tuttavia documentato in questo solo caso. Philero, o più probabilmente Phileros, è cognomen grecanico, documentato in tutto il mondo romano e anche in Italia, come cognomen tipico di liberti. Nella regio VIII, in particolare, è presente in un paio di casi.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 174.

TAROLI, vedi ZANRÈ ALBERTO


Parma 1598
Sacerdote. Fu contralto nella chiesa della Steccata di Parma dal 13 marzo 1598.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma 1478
Figlio di Agostino. Fu pittore e miniaturista, attivo a Parma nell’anno 1478.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia Metodica di Belle Arti, XVIII, I, 126; P. D’Ancona, Dizionario dei miniaturisti, 1940, 202.


Borgo San Donnino-Monte Gardinal 15 settembre 1916
Sottotenente del 4° Alpini della Milizia Territoriale, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di una sezione di mitragliatrici in una posizione da poco conquistata e battuta vivamente dal fuoco nemico, riusciva con esemplare ardimento a piazzare le proprie armi proteggendo efficacemente l’avanzata di nostri reparti, ma mentre incoraggiava i propri soldati alla resistenza, cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1921, Dispensa 54a, 2609; Decorati al valore, 1964, 45-46.


Mantova o Parma-Parma 13 novembre 1849
A Mantova compì gli studi musicali. Nei registri dell’Accademia filarmonica di Bologna è indicato come nativo di Mantova, nelle carte del Liceo è detto nativo di Parma. Fu aggregato alla suddetta Accademia filarmonica nel 1812. Essendosi nel successivo anno istituita al Liceo la scuola di fagotto, vi si trasferì anche il Tartagnini. Nel 1816 lasciò la scuola di Bologna perché richiamato in patria. Nel 1819 fu nominato primo fagotto nell’orchestra ducale parmense. Come professore di fagotto ebbe tra i suoi allievi Marzoli, Spotti e Barisini. Il Tartagnini era solito recarsi a suonare nelle solennità della Cattedrale di Parma. Furono suoi allievi di canto Cosselli, Ferri, Superchi, Ettore Caggiati ed Enrico Calzolari.
FONTI E BIBL.: P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 220; Succi, Catalogo autografi celebri musicisti, 1888, 168; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 269.


Parma 1859
Figlia di Luigi, che la istruì nel canto. Fu addetta come virtuosa di camera e di cappella della Regia Corte di Parma fino al 1859.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 269
.


Parma 14 luglio 1826-Padova marzo 1889
Figlia di Luigi, primo fagotto della Ducale Orchestra di Parma, nel novembre 1846 si esibì come pianista e debuttò come cantante al Teatro Comunitativo di Mantova. Per il successo incontrato, dovette replicare il concerto al Casino di Conversazione. Da quell’anno al 1859 fu virtuosa da camera alla Corte di Parma. Fu una insegnante molto attiva: il 15 ottobre 1857 dette in città un pubblico saggio di gravicembalo, in cui presentò le sue allieve Malvina e Pia Carmignani, Amelia e Maria Daccò, Cecilia e Isabella Hableger e Aretea Zoni. Per l’occasione le fu offerto un omaggio a stampa (Biblioteca Palatina di Parma, Fogli volanti, A 98). Nel 1858 fu nominata insegnante di pianoforte delle duchessine margherita e Alice di Borbone e tra le sue allieve nel canto e pianoforte va ricordata anche la cantante Marietta Erba. Alla fine del Ducato si trasferì a Padova, dove riprese a dare lezioni. Pubblicò Un fior di primavera, mazurka per pianoforte (Parma, Litografia Vigotti), in cui al suo cognome unisce quello del marito, Prayer.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Palatina di Parma, Almanacchi di Corte; Archivio dela Fabbriceria della Cattedrale, Mandati 1830; P.Bettoli, I nostri fasti, 156-157; P.E.Ferrari, Gli Spettacoli, 220; Gazzetta di Mantova 28 novembre 1849; E.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 269 e 278.

TARTANI BARTOLOMEO, vedi DARDANI BERNARDINO

Montepulciano fine del XIX secolo-Salsomaggore 1932
Discendente da nobile famiglia.I suoi genitori si trasferirono a Parma verso la fine del XIX secolo. Il Tarugi frequentò i licei e l’Università di Parma, concludendo i suoi studi a Padova, dove si laureò in medicina e chirurgia. successivamente si specializzò in radiologia e cure fisiche. Nel 1907 aprì a Parma un gabinetto medico. Nel corso del primo conflitto mondiale, superò il concorso per la direzione dei nuovi reparti di cure fisiche e radiologiche nelle terme Dalla Rosa e Magnaghi di salsomaggiore. Il compito del Tarugi si presentò delicatissimo, in quanto dovette dimostrare l’efficienza curativa e diagnostica di una specializzazione i cui metodi non erano stati fino ad allora decisamente legati alle cure termali dell’importante stazione salsoiodica. I suoi successi furono immediati e ne guadagnò il prestigio personale e quello degli stabilimenti sotto il suo controllo. Fu quello un periodo di transizione decisivo, che avviò a più grande fortuna le cure di Salsomaggiore. Illustri consulenti entrarono a far parte del complesso organico di altri sanitari, ai quali vennero gradualmente assegnati gabinetti per l’applicazione di nuove cure (tra i consulenti vanno ricordati Zoja, Alfieri e Lasagna, i quali furono validamente coadiuvati, oltre che dal Tarugi, anche dai medici degli stabilimenti, Alberto Bavagnoli, Velardi e Botti). Il Tarugi studiò e lavorò portando un contributo notevole di dati clinici e di statistica sulle indagini radiologiche e fisiche, bastanti a creare una base sicura per ogni ulteriore approfondimento di ricerche.
FONTI E BIBL.: V.Bianchi, in Gazzetta di Parma 24 febbraio 1969, 3.

Parma 1770
Nel 1770 era allieva della Reale Scuola di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

San Lazzaro Parmense 2 ottobre 1903-Parma 30 agosto 1982
In gioventù indossò la maglia del Parma Calcio affiancando calciatori come Calda, Rossini, Mazzoni e Mattioli. Giocò nei ruoli di mezzala e centravanti, con caratteristiche di eccezionale sveltezza e intuito. Successivamente, continuando la tradizione familiare ereditata dal padre Primo, che introdusse il gioco di bocce  a raffa a Parma, aprì e gestì un bocciodromo in viale Duca Alessandro, creando una nuova società bocciofila, l’Ardita. In coppia con Bruno Curti conquistò il titolo regionale di bocce. Si dedicò poi al commercio di cicli aprendo un negozio in strada della Repubblica. Nel dopoguerra esercitò l’attività di concessionario della Moto Morini. Nel suo negozio-officina fu assidua la presenza del campione mondiale Emilio Mendogni. Fu proprio il Tassi a lanciare il giovane campione parmigiano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.

TASSI ANTONIO, vedi TASSO ANTONIO


Varsi 1894/1912
Soldato del 34° Reggimento fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Spontaneamente offrivasi di uscire dalla trincea per recarsi con un portaferiti a raccogliere un ferito in fondo ad un burrone e riusciva a trasportarlo al posto di medicazione, pur fatto segno ai colpi nemici (Derna, 8 ottobre 1912).
FONTI E BIBL.: G.Corradi-G.Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.


Noceto 1885-Parma 1957
Diplomato nel 1910 alla scuola di architettura del Collamarini all’Istituto di Belle Arti di Parma, esordì nel 1912 con il riattamento della casa Piazza, tra via XXII Luglio e via Groppi, fondato sul sovralzo e il rifacimento dell’impianto delle decorazioni a sbalzo a vari livelli dell’edificio. Alcuni progetti successivi rivelano una vivace fantasia disegnativa, preludio ai successi ottenuti nel periodo 1920-1926, quando portò a realizzazione alcuni importanti progetti: gruppo di villini in via Mantova (1920-1923), casa Colla (1921) in via Cavour, vivacizzata da fasce marcapiano sottolineate da finissime decorazioni di taglio liberty, come i balconi e le riquadrature dipinte sottogronda, tipiche del periodo, e casa Zanichelli (di datazione incerta), tra via Saffi e via Dalmazia, dalle ampie facciate d’angolo riccamente decorate in chiave liberty. Il Tassi realizzò inoltre casa Vettori (1925) a Noceto e il cimitero di Felegara (1926).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 647.


Parma 1877-1962
Fu un pioniere del gioco delle bocce a Parma. Mediatore di vini, dedicò tutto il suo tempo libero alle bocce, dal bocciodromo di borgo Giacomo Tommasini nel 1910, alla società Aquila, da lui fondata, ai Mulini Bassi.
Fonti e Bibl.: F. e T.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 301.


Napoli 30 marzo 1921-Esine 3 agosto 1996
Nato a Napoli, dove il padre, otorinolaringoiatra, si era trasferito da Parma dopo la nomina a primario, ritornò ben presto (1924) nella città di origine della famiglia. Frequentò il Liceo Maria Luigia e poi la facoltà di Medicina. Quindi si laureò nella stessa specialità paterna. Intorno ai trent’anni prese a interessarsi in modo sempre più intenso alla critica d’arte. Negli anni Cinquanta, con Attilio Bertolucci, Giancarlo Artoni, Giorgio Cusatelli, Francesco Squarcia e Giuseppe Tonna fu tra i fondatori della rivista Palatina, finanziata da Barilla. La direzione rimase al Tassi fino alla fine delle pubblicazioni, nei primi anni Sessanta. Frequentò Roberto Longhi e Francesco Arcangeli e scrisse anche per la Gazzetta di Parma. Nel 1967 entrò come redattore nella rivista Paragone. Dieci anni dopo (1977) ebbe la nomina a critico d’arte de La Repubblica. Il Tassi curò l’allestimento di diverse mostre: tra queste, quella sull’Ottocento italiano nella collezione Marzotto e la raccolta Barilla di arte moderna alla Fondazione Magnani Rocca. Scrisse due testi importanti: L’atelier di Monet, uscito da Garzanti nel 1989, una raccolta di saggi sulla pittura di paesaggio tra Otto e Novecento, e La corona di primule (Guanda, 1995), che raccoglie saggi sul romanico. Appartenne a quella schiera di critici che alla solida cultura uniscono la capacità di entrare all’interno dell’opera fino a coglierne i palpiti più segreti, che il Tassi descrive con un linguaggio poetico e accattivante. E questa capacità di sentire, unita a una rigorosa preparazione artistica e letteraria, che gli permise di spaziare dal romanico all’arte contemporanea, lasciando libri e saggi altissimi per la profondità delle intuizioni, rese sempre con prosa scorrevole, con linguaggio piacevole quanto suggestivo nelle immagini e vibrante nelle emozioni. Morì di tumore all’Ospedale di Esine. Fu sepolto nel cimitero di Marore.
FONTI E BIBL.: R.Longoni, in Gazzetta di Parma 5 agosto 1996, 6.


Parma 29 settembre 1879-Firenze 29 luglio 1957
Fece il ginnasio presso l’istituto salesiano della città natale, sotto la direzione di don Baratta, e ivi maturò la sua vocazione salesiana. Andò quindi a Foglizzo nel 1894 per il noviziato. A Ivrea il 29 settembre 1896 ricevette l’abito chiericale dalle mani di don Rua. Passò due anni a Fossano e nel 1898 fu trasferito alla casa di Bologna, dove iniziò lo studio della teologia e continuò i suoi studi di musica. Fu ordinato sacerdote dal cardinale Svampa il 21 dicembre 1901 e si diplomò in canto il 16 luglio 1904. Dal 1904 al 1911 fu catechista, maestro di musica in casa, insegnante di gregoriano nel seminario arcivescovile di Bologna e compositore ispirato e fecondo. Infatti nel 1907, con la sua Messa in onore di San Michele Arcangelo, vinse il concorso indetto dal Centro di Musica sacra di Milano. Nel 1911 fu nominato direttore dell’istituto di Firenze, dove poi rimase fino al termine della sua vita. Nel 1915 lasciò la direzione dell’istituto e divenne il primo parroco della nuova parrocchia della Sacra Famiglia, cooperando sia alla costruzione del maestoso tempio sia all’edificazione spirituale della popolazione affidata alle sue cure, tanto da farne una delle migliori parrocchie di Firenze. Nel 1926, celebrandosi il 25° della sua ordinazione sacerdotale, Giovanni Papini dettò questa bella epigrafe: Parroco amoroso e operoso, maestro e fratello di tutti i buoni, figlio degnissimo di don Bosco, che sa mutare in opere la fede e in canto d’angeli la musica terrestre, in questa chiesa, antico sogno salesiano trasformato in pietre viventi dalla sua infaticabile volontà. Fu detto di lui che il parroco ammazzò il musico, ma la realtà è che il Tassi fu comunque un grande maestro di melodie liturgiche, curate con finezza d’artista. Fu eletto socio corrispondente dell’Accademia Mariana Salesiana l’11 febbraio 1956, nella sezione artistico-letteraria. Il Tassi compose le seguenti opere: Missa brevis prima, ad chorum unius vocis mediae (Torino, Capra), Messa degli Angeli, trascrizione e accompagnamento facile (Bologna, Libreria Salesiana), Messa della Madonna, trascrizione e accompagnamento facile (Bologna, Libreria Salesiana), L’accompagnatore gregoriano alla benedizione del Santissimo Sacramento (Bologna, Libreria Salesiana, 1906), Messa in onore di San Michele Arcangelo (a due voci, Milano, Bertarelli), Tantum ergo (a una voce media, Bologna), In festo S. Francisci Salesii, Proprium Missae ad chorum trium vocum virilium (Torino, Capra), Missa pro abbatibus, Proprium ad chorum unius vocis (Torino, Capra), In festo S.Joseph, Proprium Missae ad chorum unius vocis mediae (Torino, Capra), Credo De Angelis, alternatim cum choro duarum vocum aequalium (Torino, Capra), Il canto del Credo (coro popolare a versetti alternati, Torino, SAID Buona Stampa), Tota Pulchra (mottetto per coro a una voce media, Firenze), Messa in onore di Maria Santissima Ausiliatrice (a due voci, Torino, SEI), Tantum ergo (a tre voci, Torino, Chenna), Sacerdos et pontifex (a tre voci, Torino, Chenna), Ingrediente Domino, Responsorio à 2 voces iguales (Buenos Aires, Colegio Pio IX), In Monte Oliveti Responsorio a 4 voces (Buenos Aires, Colegio Pio IX), Salmo 50, Miserere (a tre voci, in falso bordone, Torino, Chenna), Cor Jesu (a due voci bianche, Torino, Chenna), Tu es sacerdos, Motete à 2 voces (Buenos Aires, Colegio Pio IX), 3 Tantum ergo (a una voce media, Torino, Chenna), Adiuva nos Deus (versetto a due voci, Torino, Chenna), Deus tu conversus (mottetto a due voci bianche, Torino, Chenna), Missa in honorem Sanctae Familiae et B.Joannis Bosco (a tre voci, Torino, SEI), Missa eucharistica ad chorum duarum vocum inaequalium concinenda (Torino, SEI), Laudi al Santissimo Sacramento, per processioni eucaristiche (Firenze, Maurri), Missa in honorem B.Mariae Dominicae Mazzarello ad chorum duarum vocum aequalium facile concinenda (Torino, SEI), Repleti sumus mane, mottetto eucaristico, (in Voci Bianche, 3, 1947), Recordare, Virgo Mater, in festo septem dolorum B.M.V. (a una voce, in Voci Bianche 5, 1947), Adoramus te, Christe (a una voce, in Voci Bianche 2, 1949), Invocazione a San Giovanni Bosco (a 2 voci, in Voci Bianche 1, 1950).
FONTI E BIBL.: Dizionario Biografico Salesiani, 1969, 268-269
.


Fidenza o Salsomaggiore 1921-Parma 28 agosto 1997
Fu una delle figure più rappresentative dell’architettura parmense dell’ultimo quarantennio del Novecento, svolgendo attività di rilievo sia come progettista che come docente e storico dell’architettura. Il Tassi Carboni fu per molti anni presidente dell’Ordine degli architetti di Parma, prima negli anni Sessanta e poi negli anni Ottanta. Fu, come pochi, conoscitore dell’evoluzione urbanistica della città di Parma, nella quale si impegnò negli anni della maggiore espansione urbanistica, cercando sempre di coniugare funzionalità e criteri estetici. Ma la sua attività e il suo impegno fu rivolto anche alla provincia, di cui apprezzava  le bellezze naturali, le memorie storiche e le esigenze sociali e urbanistiche. Di Langhirano si occupò per un piano regolatore che desse un nuovo volto alla cittadina e nella Valceno progettò una casa per anziani. Del Tassi Carboni va anche ricordato il progetto per il recupero conservativo del castello di Bardi e, durante il secondo mandato di presidente dell’Ordine degli architetti, la mostra sull’architettura inglese degli anni Settanta, che è rimasta uno dei risultati più ragguardevoli della sua attività critica e storiografica. Inoltre il Tassi Carboni insegnò disegno nel biennio di Ingegneria dell’Università di Parma. La salma del Tassi Carboni fu tumulata nel cimitero della chiesa parrocchiale di Marore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 agosto 1997, 6.

Parma 1651/1670
Il Tasso fu nominato alla carica di Generale delle Poste degli Stati di Parma e Piacenza con patente data in Parma il 10 agosto 1653. Per riordinare il settore e avviare la sua nascente autonomia occorreva un uomo di fiducia e di prestigio e il Tasso si dimostrò tecnico fidato e capace, nel quale si integrarono aspirazioni nobiliari e criteri borghesi. La designazione di un Tasso, nome postalmente  parlando pregnante, sembra avvalorare l’ipotesi di un preciso disegno ducale, sostenuto dall’autorevolezza della nomina. È interessante notare che il Tasso fu chiamato a operare nelle Poste del Ducato non in proprio o per conto di compagnie private, com’era nella più accreditata tradizione del casato, ma in posizione di diretto dipendente. La patente rilasciata da Ranuccio Farnese motiva la scelta nei termini seguenti: la sperienza che n’abbiamo ci assicura che pienamente concorrono tutte le necessarie e le accennate qualità. Di quale esperienza si trattasse non è agevole documentare: da una breve relazione, in data 20 luglio 1651, pare potersi desumere che il Tasso rivestisse allora le funzioni di Cancelliere delle poste. Si apprende dal documento che il Tasso, obbedendo a un preciso ordine, discusse con il corriere ordinario di Bologna la spesa dl viaggio, per andare e tornare: ne propose l’aumento ad almeno 5 soldi per viaggio precisando che, detratto il contributo dovuto dal Mastro della Posta di Parma (mezza dobla a viaggio), restavano a carico delle casse ducali 3 soldi e mezzo. Dopo la nomina a Generale delle Poste il Tasso si dette a brigare non poco, riuscendo a ottenere nel 1664 l’autorizzazione a portarsi e trattenersi nelle anticamere della Corte che sono ad ogni altri comunemente praticato. La nomina del Tasso a Generale può essere considerata il primo atto formale verso l’autonomia del servizio delle lettere. I contenuti concreti di questo processo di emancipazione si ritrovano nell’Instruttione a Voi Generale Antonio Tassi per il carico del Generalato delle poste de nostri Stati. Si tratta della regolamentazione dell’incarico prevista nella patente di nomina che, di fatto, fece seguito un anno dopo, l’8 agosto 1654. Lo strumento dell’istruzione costituì, di per sé, un’innovazione in materia. Alla compilazione, redatta a più mani con il concorso del Tasso, dette il suo apporto Scipione Garimberti che il 26 marzo 1654 trasmise al Duca queste note acciò conforme la mente di S.A. possa formare l’instrutione del Generalato delle Poste. Il decalogo (dieci sono, infatti, i capitoli) disciplinò il servizio delle lettere, innovando l’impostazione sino allora seguita, che aveva sempre privilegiato gli aspetti inerenti la posta del cavalli: è il segno più evidente della maggiore incidenza economica del settore e degli interessi che lo agitavano. innanzitutto si dispose che l’ufficio delle lettere fosse trasferito in stanze particolari a questo destinate, nell’abitazione del Tasso. Il trasferimento in sede separata del servizio delle lettere costituì la prima manifestazione di autonomia operativa e funzionale del settore, anche se non fu modificata la situazione gestionale. Si può leggere nella scelta l’esigenza di qualificare il servizio rendendolo più accessibile e più efficiente o forse soltanto più controllato. Il compito principale attribuito al Tasso riguarda la spedizione degli ordinari, che doveva avvenire con puntualità tenendo conto ai vostri libri delle hore di tali speditioni. Altrettanto doveva fare per gli arrivi e la distribuzione delle lettere assegnando la precedenza a quelle dirette alla Segreteria Ducale e ai Ministri e successivamente con qualche maggior comodo tutte l’altre. Fu delegato al Tasso anche il potere disciplinare, per quanto controllato: poteva punire mastri, corrieri, staffette e postiglioni per le mancanze commesse nell’esecuzione dei suoi ordini ma doveva averne preventiva autorizzazione dal Segretario di Stato. Il contenzioso, così come l’autorià di fare gli affitti, restò di pertinenza del Magistrato della Camera Ducale. L’accentramento delle spedizioni e degli arrivi consentì un controllo contabile più attento sui conti presentati dai mastri. A tal fine tutti gli ordini di spedizione delle staffette, corrieri e postiglioni che il Tasso riceveva dalla Casa ducale e dai ministri dovevano essere consegnati alla Computisteria Generale. Un elemento rilevante dell’incarico è costituito dal controllo politico, previsto nel regolamento ai capitoli 9 e 10: il Tasso doveva tenere informato il Governo delle spedizioni eseguite e degli eventuali viaggi dei particolari, che potevano partire soltanto dopo averne ottenuto licenza. Analoga comunicazione e autorizzazione erano dovute per le persone, corrieri e altri che giungevano in posta e intendevano ripartire. La posta divenne, anche formalmente, uno strumento di controllo dell’attività e della mobilità dei sudditi. Infine il Tasso era tenuto, in occasione delle feste di Corte, a provvedere carrozze e cavalli nel numero e nel genere che sarebbe stato indicato perché habbiate voi a supplire con ogni maggior puntualità, anche col farne venire dai Stati circonvicini. Di notevole interesse risultano le indicazioni programmatiche del Tasso per la gestione economica del servizio. Sono contenute in una Forma da tenersi nelli Uffici del Generale delle Poste per cavar qualche denaro per suplire a certe spesete di stafete per lochi vicini, spedire dietro ad ordinari, in Padania Milano et cose simili et altre spesete del Uficio. Si tratta di un programma organico di riordino tariffario, articolato su tre provvedimenti. Gli interventi proposti dal Tasso interessarono il riordino delle esenzioni, l’aumento delle tariffe e la tutela del monopolio delle lettere. Per quel che riguarda quest’ultimo aspetto l’intendimento espresso dal Tasso è quello di rinnovare il divieto di portar lettere salvo quelle lettere che accompagnano marcanzie o robbe che si chiamano lettere di porto. propone così un’interpretazione precisa, per quanto eccesiva, del concetto di procaccio: una questione, quella dell’estensione del monopolio, che segnò l’evolversi in senso statuale di tutti i servizi postali. Un’interpretazione rigorosa dell’esclusività postale era più semplice da affermarsi che da applicarsi e questa sembra la sottesa preoccupazione del Tasso. Gli interventi tariffari vengono sostenuti con la necessità di migliorare i servizi, mediante l’inoltro di staffette per i luoghi vicini, lo spedire dietro ad ordinari diretti a Milano e in Padana, quando questi erano partiti prima di aver potuto ritirare la corrispondenza, e per far fronte ad altre spese d’ufficio. Un esplicito richiamo alla tariffa allora praticata consente interessanti riflessioni su aspetti mai del tutto chiariti della questione. Il Tasso propose che le lettere di Piacenza a Parma et da Parma a Piacenza Reggio e Modina paghino il solito soldi 4 l’una; ma quelle di Milano, Mantova, Cremona, Bologna Ferrara Toscana Romagna Genova Venetia e loro domini soldi 5 l’una; Roma e Napoli soldi 6 e le oltre monti soldi 8. Occorre precisare che il riferimento tariffario riguardava la tassa interna di consegna delle lettere. Le spese per il trasporto e lo scambio erano regolate tra i mastri sulla base del regime convenzionale, che disciplinava i loro rapporti. In relazione agli accordi esistenti e al regime di reciprocità concordato, i mastri riscuotevano o meno, all’atto della spedizione, gli importi loro spettanti. Per taluni luoghi lo scambio reciproco avveniva gratuitamente e il vantaggio consisteva nella riscossione del dovuto, al momento della consegna. L’adozione della tariffa differenziata per luoghi di destinazione risultò conseguente ala proposta del Tasso. Poiché al momento il servizio delle lettere era dato in appalto unitamente alle poste, il Tasso propose che, con il maggior gettito, si dovessero pagare le prestazioni dei mastri oppure che l’aumento fosse loro direttamente affittato. L’altra questione tariffaria, affrontata dal Tasso e significativamente collocata al primo posto del programma, è quella delle esenzioni. La necessità di disciplinare la materia era resa urgente, come è facile arguire dal manoscritto, da considerazioni economiche sull’incidenza delle esenzioni. Ad aggravare la situazione concorrevano anche abusi e consuetudini che, in genere, si sommavano ed erano espressione della complessa questione politica sottostante. La richiesta del Tasso perché fosse fatta chiarezza (è necessario dichiarare li essenti) sollevò un problema di rilevanza epocale per il settore. La soluzione proposta intese ridurre entro limiti ben definiti coloro che avevano titolo all’esenzione. Accortamente richiamandosi sul piano politico a come si pratica in altre Corti, il Tasso propose che venissero dichiarate esenti le persone di Corte, il Primo segretario di Stato e Segretario di S.A.Ser.ma. Per quel che riguardava l’interno dello Stato, avrebbero dovuto beneficiare dell’esenzione le lettere di un ministro a un altro e quelle che contenevano ordini del Duca. La proposta di circoscrivere le fonti dell’esenzione alla Corte e al servizio di stato, esprime in materia una visione moderna, precocemente statalista, quale è dato ritrovare soltanto molto più tardi. Non è possibile documentare quali indicazioni del Tasso siano state applicate e se e in quale misura le reazioni suscitate ne abbiano sconsigliato l’adozione. Occorre considerare che la competenza in materia era affidata al Magistrato Camerale e le iniziative del Tasso si collocarono in un contesto di grave stagnazione: un quadro poco favorevole sul piano economico a provvedimenti tariffari e su quello politico per interventi radicali. È certo che l’accrescimento delle tasse de’ Corrieri, applicato sulla base della proposta del Tasso, diede luogo a una generale protesta degli ambienti commerciali e popolari. Con una nota al Duca, il segretario Cesare Zinetti riferì che l’aumento delle tariffe non aveva ottenuto gli effetti sperati, mentre si manifestavano acutissimi disagi sociali, lamentandosi ogni hora più li poveri per la gravezza ch’esse tasse hanno portato seco. Anche se più intuitiva che documentale, risulta convincente l’ipotesi che siano state le reazioni politiche alle proposte del Tasso a segnare la fine del primo generalato: l’aumento delle tariffe, inviso al commercio e agli strati popolari, il riordino delle esenzioni, di certo non gradito ai nobili e agli ordini ecclesiastici, e il controllo mal tollerato dai mastri e dai corrieri sulla loro attività. Queste iniziative resero insostenibile la posizione del Tasso e il Duca e il suo apparato lo sacrificarono come capro espiatorio. Nonostante questo il Tasso continuò a godere della piena fiducia dell’apparato ducale. Quando esattamente si concluse il generalato del Tasso non è possibile precisare. Da una lettera del cancelliere delle Poste di Piacenza in data 30 maggio 1661, pare desumersi che il Tasso fosse stato allontanato dall’incarico nei primi mesi di quell’anno. Nell’ottobre 1665, rispondendo a un quesito ducale, il Tasso assicurò che durante il periodo nel quale aveva ricoperto la carica di Generale delle poste non aveva mai permesso che i mastri per le stafete che ocoreva spedire per qual si voglia parte li pigliasero che quatro Pacchi per Posta. Il 5 aprile 1669 il Tasso informò il segretario Rossi che il Sig. Carlo Cittadini, Generale delle Poste di S.M. Cattolica nel Stato di Milano, con la credenza che io continui qui ad essere Generale delle Poste gli aveva trasmesso un’interessante proposta, allegando il diario della partenza dell’Ordinario di Roma per Madrid e da Madrid per Roma, nuovamente stabilita. Di fatto chiedeva che i corrieri della nuova linea, nel tratto da Milano per Roma e viceversa, fossero autorizati a transitare per il Ducato di Parma, per la strada diritta, et non per quella del solito Ordinario e che venissero dati loro i cavalli necessari allo stesso prezzo praticato agli altri corrieri. Il Tasso, d’intesa con l’apparato ducale, condusse la trattativa con il Generale milanese senza sganarlo, cioè senza informarlo di non ricoprire più la carica attribuitagli. Da ciò risulta confermato che dopo il Tasso non venne nominato un nuovo generale delle poste e si tornò al sistema precedente (per oltre tre decenni almeno). Non è infatti pensabile che, se vi fosse stato un altro generale in carica, i colleghi vicini potessero ignorarne l’esistenza e, di contro, che una trattativa di tale rilievo politico-gestionale fosse lasciata a un predecessore esautorato. La circostanza porta, semmai, a considerare che l’incarico del Tasso si fosse concluso in forma riservata.  D’altro canto l’utilizzazione del Tasso nel caso in questione conferma il prestigio da lui goduto. Il servizio Roma-Madrid, iniziato puntualmente nel maggio del 1669, funzionò con regolarità. Il 21 marzo 1670 il Tasso ricevette da Milano il conto delle lettere di Spagna e Francia per il trimestre finito a tutto l’anno 1669. La spesa ammontava a Giuli 90 e un terzo (sono realini o siano Pauli o Giuli che è tutto uno per la parte di S.A.S.; al cambio di 28 soldi per Giulio corrispondevano a Lire 126, soldi 9, denari 4 di moneta di Parma). Il Tasso rimarcò con soddisfazione che anche l’andamento del secondo trimestre aveva confermato il notevole vantaggio economico e la maggiore rapidità del servizio e sollecitò l’emissione dell’ordine di pagamento a proprio nome già che io farò pagare il denaro al detto Generale delle Poste a Milano. Nella gestione finanziaria dell’accordo con le poste milanesi si perpetuò l’equivoca posizione del Tasso: non era più Generale delle Poste e non era ancora stato nominato Computista Generale. È certo che, nell’imprecisato intervallo tra le due cariche, il Tasso si occupò per conto dell’apparato ducale di delicate incombenze di natura contabile. Il 30 settembre 1668 ricevette il Sergente Maggiore che ha portato lire centocinquanta per diritto della Secretaria e ne raccolse le lagnanze, assicurandogli il proprio interessamento. Il 29 marzo 1669 riferì al segretario di Stato Rossi che il mercoledì, a San Secondo, era stato costretto a lavorare dalle 19 e mezzo alle tre e mezzo per sistemare e cernire il denaro e poterlo contare perché mastro Giovanni Dio perdoni aveva servito così male il Ser.mo Padrone e si scusò se per quel contrattempo non aveva potuto essere a Corte ad augurargli buon viaggio. Riferì in merito ad altri accertamenti eseguiti, segnalando di aver riscontrato un errore  di 264 lire in danno delle casse ducali nell’emissione di un mandato: Io non ho voluto andare alla Computisteria a farlo agiustare perché ho avuto dubio si abbino a male che altri li corega e trasmise il mandato perché fosse fatto rettificare e agiustato consegnare poi subito al Cavagliere Tasso. Quella che traspare dai documenti è un’attività di esazione e di controllo, l’espressione di un ruolo oscuro ma di rilievo, forse una funzione ispettiva. La nomina del Tasso a Computiata Generale  di tutti li nostri stati, così di Parma come di Piacenza, di Busseto, come d’Abruzzo, di Napoli, di Roma e di ogni altro luogo del Nostro dominio, con l’incarico di sovraintendere a tutte le entrate, avvenne il 26 giugno 1670 con patente data in Piacenza da Ranuccio Farnese. In pari data venne ordinato ad Alberto Riva, computista in Parma, di riconoscere per suo superiore il Tasso.
FONTI E BIBL.: P.Pietrini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1995, 295-314.


Modena 27 giugno 1628-Parma 8 novembre 1682
Figlia dei nobili Baldassarre e Tomasa Fontana, i quali morirono di peste a distanza di due anni (1630) dalla nascita della Tassoni. Insieme con un fratello, morto fanciullo, e con due sorelle, morte prima di lei, venne accolta da una zia, che i documenti presentano come matrona di singolare pietà cristiana. Non appena ebbe compiuto cinque anni, la Tassoni venne affidata, come le due sorelle, alle suore di Sant’Orsola di Modena. La Tassoni rimase presso quell’istituto soltanto tre anni perché la zia la rivolle con sé. Scomparsa anche la zia, fu costretta a trasferirsi a Parma in casa di uno zio. Chiesto di entrare tra le monache cappuccine del Monastero di Santa Maria della Neve di Parma, venne accettata definitivamente al noviziato il 18 maggio 1648. Il nome di Beatrice le venne mutato in quello di Cherubina. Quasi subito la Tassoni fu colpita da una malattia che ne prostrò talmente le forze che le monache furono d’avviso di rinviarla a casa dello zio, non ritenendo possibile per lei, così cagionevole di salute, resistere ai rigori della vita claustrale francescana. Prima però di porre in atto la decisione, la badessa, convinta della natura diabolica della malattia della Tassoni, fece eseguire dal padre guardiano dei frati cappuccini gli esorcismi, ottenendo che la Tassoni guarisse da ogni male e potesse essere ammessa alla professione solenne dei voti monastici. Per oltre nove anni le fu affidato l’ufficio di infermiera, dopo di che fu eletta maestra delle novizie. La Tassoni si distinse per l’asprezza delle penitenze cui si sottopose, per l’austerità di vita e per la carità verso il prossimo. Fu protagonista, secondo la tradizione popolare, di diversi episodi miracolosi e morì in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: R. Lecchini, Cappuccine a Parma, 1982, 30-39.

Vigatto 11 gennaio 1920-Cassio 7 dicembre 1944
Fu partigiano della 12a Brigata Garibaldi Ognibene. Fu fucilato da nazi-fascisti.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, Strade di Parma, III 1990, 131.

TASSONI CHERUBINA, vedi TASSONI BEATRICE

Parma 1716/1735
Sacerdote, fu cantore dal 22 aprile 1716 al 3 maggio 1723 alla Cattedrale di Parma e dal 25 marzo 1726 al 1735 alla Steccata di Parma.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 177.

Vigatto ottobre 1900-Parma 9 maggio 1997
Mostrò fin da giovanissima una particolare propensione allo studio, che le consentì di conseguire (1926) la laurea in Lettere discutendo una tesi sulla grande congiura del 1611, soffocata nel sangue da Ranuccio Farnese. Dopo un periodo di tirocinio come supplente, nell’ottobre del 1928 venne nominata presso l’Istituto d’Arte Paolo Toschi, scuola dove rimase fino al pensionamento (1972): docente di Italiano, Storia e Storia dell’arte, vi esercitò il proprio magistero per ben quarantadue anni. Accudì al riordino della Biblioteca e partecipò a numerosi congressi relativi alle discipline artistiche. Ebbe come colleghi Guido marussig, Paolo Baratta, Umberto Benassi, Pietro Berzolla e Latino Barilli. dell’accademia fu consigliere e poi Segretaria. Per prima ne ordinò l’Archivio e ne scrisse un’esauriente storia. Educatrice per vocazione, fu in grado di trasmettere ai propri allievi l’amore per la cultura, il gusto estetico e il piacere della documentazione. Dotata di forte fibra e di volontà ferrea, riuscì a conciliare il gravoso impegno scolastico con i doveri familiari (sposò il pittore Raoul Allegri, da cui ebbe due figli) e la passione per lo studio e la ricerca. Iniziò la propria attività scientifica nel 1929, pubblicando due brevi saggi sulle carte farnesiane oggetto della sua tesi di laurea. Su temi farnesiani tornò in più occasioni e nel 1954 curò l’edizione del classico volume I Farnese, di Giovanni Drei. Anche il suo ultimo lavoro, apparso nel III fascicolo del 1995 di Aurea Parma e intitolato Il mio rapporto con le carte farnesiane, riguarda l’argomento da cui aveva iniziato la sua lunga e poliedrica indagine storiografica. In esso ricorda i suoi molteplici, infruttuosi tentativi condotti presso le autorità locali, il Consiglio superiore per gli Archivi del Regno e persino presso la segreteria del Capo del governo, a Palazzo Venezia in Roma, dove con uno stratagemma era riuscita a farsi ricevere, per perorare il ritorno a Parma di quella parte di documenti farnesiani che Carlo di Borbone portò con sé a Napoli nel 1734, in occasione del suo passaggio dal trono ducale a quello della capitale partenopea. Con tale lavoro, dettato e rivisto da un collaboratore essendo la Tassoni ormai priva di vista, concluse emblematicamente la sua pluriennale e feconda attività di studiosa di storia parmense. Aurea Parma fu la rivista che più di ogni altra accolse i suoi numerosi articoli. Si tratta di contributi brevi, ma sempre accurati e documentati, riguardanti vicende aventi per oggetto figure artistiche di primo piano, come Paolo Toschi, Girolamo Magnani o giambattista Bodoni, per citare solo i principali. Ebbe particolarmente a cuore le sorti della testata, di cui fu redattrice ininterrottamente dal 1963 al giorno della morte. Tra gli ultimi studi pubblicati sulla rivista, vale la pena segnalarne due del 1994.Il primo consente l’individuazione di otto quadri e dei musei francesi dove sono collocati, appartenenti al Ducato di Parma, trasferiti in Francia come bottino di guerra da Napoleone bonaparte e non più restituiti dopo la caduta dell’imperatore dei Francesi. Il secondo si riferisce a un episodio inedito relativo all’Istituto d’arte di Parma che, soppresso dalla riforma gentiliana del 1923, venne ripristinato dallo stesso Gentile per l’interessamento di Umberto Benassi, che del filosofo attualista fu compagno di studi alla Normale di Pisa. Sull’Istituto d’arte, erede della gloriosa Accademia parmense istituita da Filippo di Borbone nel 1752 e trasformata in Istituto di Belle Arti nel 1877, la Tassoni scrisse un libro (pubblicato nel 1941 dalla casa editrice Le Monnier) nel quale ripercorse la storia di quella che considerava la sua  scuola. Esso costituisce l’unica monografia sull’argomento. Sul tema si soffermò nuovamente vari anni più tardi con un apprezzato articolo apparso negli Atti del Convegno sul Settecento parmense nel 2° centenario della morte di Carlo Innocenzo Frugoni, ove fornì un interessante ritratto del poeta genovese, che dell’Accademia di Belle Arti fu segretario perpetuo. Altri suoi scritti degni di particolare menzione apparvero sull’Archivio Storico per le Province Parmensi. Nel 1962, nel volume celebrativo del centenario della Deputazione di Storia Patria, tracciò il profilo dei presidenti succedutisi alla guida dell’associazione dalla fondazione a quei giorni e predispose l’indice dell’attività scientifica degli autori che pubblicarono sull’Archivio dal 1860 al 1960, ancora utilizzabile come prezioso repertorio bibliografico. In due ampi saggi ospitati nei volumi del 1962 e 1963 del medesimo Archivio si occupò dello storico e bibliotecario Angelo Pezzana, pubblicandone prima il carteggio conservato in Palatina, quindi il copialettere. L’impegno nel campo storiografico non le impedì tuttavia il costante approfondimento della storia dell’arte, tanto che nel 1971 curò (completando e rivedendo le varie schede) il bel volume di Giovanni Copertini su La pittura parmense dell’Ottocento. La Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi fu comunque l’istituto a favore del quale profuse il meglio delle sue energie. Ne venne chiamata a far parte nel 1934 e , divenutane nel 1949 socio corrispondente per la sezione di Parma, venne nominata membro effettivo nel 1956, per entrare l’anno seguente nel Consiglio direttivo con la carica di segretario. Lo zelo con cui svolse la funzione, durante le presidenze dell’insigne storico Roberto Andreotti, di Francesco Borri e dell’internazionalista Gian Carlo Venturini, consentì alla Deputazione di Storia Patria di vivere un periodo di particolare fulgore e di portare a termine importanti iniziative, come la pubblicazione del volume sopra ricordato del centenario e della monumentale Bibliografia generale delle antiche province parmensi di padre Felice da Mareto. Quest’ultima opera, fortemente voluta dal Borri e dalla Tassoni, è strumento indispensabile per gli studiosi di discipline storiche. Nel 1983, alla morte del Venturini, la Tassoni venne eletta con larghissima maggioranza alla guida del sodalizio, prima donna nell’ultracentenaria storia dell’istituto a ricoprire un incarico tanto prestigioso. Durante gli otto anni della sua presidenza (nel 1991 chiese di non essere riconfermata per motivi di età e di salute) si dedicò a tempo pieno al proprio mandato, coordinando l’attività accademica dell’istituzione, riordinando il ricco patrimonio librario e la sezione dei manoscritti, organizzando due convegni farnesiani, incentrati principalmente sulle figure di Ottavio e Margherita d’Austria il primo, sul cardinale Alessandro il secondo. Nel momento in cui uscì dal Consiglio direttivo, all’unanimità l’assemblea dei soci la nominò, per le sue benemerenze, presidente onorario. Fu infatti grazie alla sua intercessione che la deputazione di Storia Patria entrò in possesso di Palazzo Schizzati, lasciato in dono dalla professoressa Ines Cocconi all’ente culturale parmense. gravemente lesionato dal terremoto del 1983, venne in seguito completamente ristrutturato per merito principalmente dell’infaticabile impegno della Tassoni. Esercitò una fervida presenza in seno all’Amministrazione comunale di Parma quale membro, per quasi un quarantennio, della Commissione toponomastica collaborando non solo alle intitolazioni ma anche alla stesura delle varie biografie. Le venne conferito un Attestato di civica benemerenza e la Medaglia d’oro da parte del Capo dello Stato quale prestigioso riconoscimento delle sue varie attività.
FONTI E BIBL.: L.Farinelli, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1997, 12; Aurea Parma 2 1997, 193-195; C.Cavalieri, in Gazzetta di Parma 9 giugno 1998, 15; M.Pellegri, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1997, 27-28.

Parma 143 d.C.
Libero, fu pretoriano f(isci) c(urator), cioè preposto all’amministrazione della cassa del corpo di appartenenza.Il Taurius è documentato in latercolo rinvenuto a Roma, alla data 143 d.C. Il nomen Taurius è sporadicamente documentato in Cisalpina ma sconosciuto nella regio VIII. Comunissimo invece è il cognomen Secundus, presente anche a Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 175.

Parma ante 1285
Fu calzolaio e sarto di singolare educazione e bravura, lodato da Salimbene de Adam nella sua Cronaca. Il Taverna ebbe clientela soprattutto nella nobiltà cittadina di Parma.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 884.

San Lazzaro Parmense 25 luglio 1914-Parma 8 giugno 1988
Nacque da una famiglia di piccoli agricoltori, che si trasferì poco dopo la sua nascita a Ozzano Taro, ove il Taverna visse a lungo. Si laureò alla Normale di Pisa. Insegnò italiano e latino presso il Liceo Classico di La Spezia dal gennaio al settembre 1939. Dal 15 settembre 1939, dopo avere vinto un concorso straordinario di ruolo A, ebbe la cattedra di Italiano e Storia nell’Istituto Magistrale di Reggio Emilia, da dove venne richiamato alle armi il 5 marzo 1942. Il 12 settembre 1947 diventò professore di ruolo di italiano e latino nel Liceo G.D.Romagnosi di Parma. Terminò il servizio, per raggiunto pensionamento, il 1° ottobre 1975. Fu Segretario provinciale del Partito Socialista Italiano fino alla rottura del 1956. Nel corso degli anni Sessanta si impegnò per dare vita a Parma a una nuova forza politica socialista e tornò sul suo seggio in consiglio comunale. Il Taverna scrisse molti racconti, poesie e saggi su scrittori italiani e latini, rimasti in gran parte inediti. Fu sepolto nel cimitero di Ozzano Taro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 giugno 1989, 3; Malacoda 46 1993, 25.

Calestano 1885-Collecchio 25 gennaio 1949
Fu Segretario comunale di Collecchio dal 1932 fino alla morte. Amò le arti e la storia locale e predispose la conservazione degli oggetti di maggior valore del Comune, così come il riordino dell’Archivio.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma  21 marzo 1960, 3.

Piacenza 14 marzo 1764-Piacenza o Parma 20 aprile 1850
Fu sacerdote, maestro pubblico e privato a Piacenza (nel Collegio di San Pietro, dove ebbe scolaro P.Giordani), a Parma e a Brescia, dove resse (1812-1822) il Collegio Peroni e dove lo costrinsero a ritirarsi le persecuzioni austriache. Nel 1825 ebbe da Maria Luigia d’Austria la direzione del Collegio Lalatta in Parma, soppresso il quale (1831) trascorse gli ultimi anni in strettezze gravissime, alleviategli solo nel 1848 dal governo rivoluzionario che lo nominò professore onorario di filosofia. Patriottismo e sensi liberali, anche in materia religiosa (che da giovane lo fecero sospettare, pare non a torto, di giansenismo, e poi lo resero sgradito all’Austria e a Roma), pietà religiosa, purezza di vita, sapere, fermezza d’animo e doti non comuni di educatore gli procurarono stima o amicizia di uomini come il Cuvier, il Rosmini (che gli dedicò il saggio sull’Idillio, dopo che ebbe ammirato gli Idilli del Taverna, 1820) e, più tardi, il Gioberti. Risentì dell’educazione sensistica e illuministica del XVIII secolo: fu, se non propriamente lockiano, ammiratore del Locke, razionalista in educazione e seguace in morale di un eudemonismo nobilmente inteso. Il Taverna pone come primo compito dell’educatore, nella prima età del fanciullo, l’educazione dei sensi, poi, nella seconda, il perfezionamento e l’affrancamento della ragione. Da ciò deriva anche il suo proposito costante di insegnare la morale come indipendente dalla religione. Prima della diffusione del girardismo in Italia, patrocinò e praticò un’educazione intellettuale e morale mediante l’insegnamento della lingua, e con frutto, sebbene i suoi scritti per fanciulli eccedano spesso per preziosità linguistiche e arcaismi. Ebbe, dopo il primo esempio del Soave, il merito di fondare una letteratura infantile più vicina a criteri e ideali moderni. Scrisse: Abbecedario (Parma, 1806), Prime letture (Parma, 1808), Novelle morali ad istruzione dei fanciulli (Parma, 1803; 2a edizione, Milano, 1829; 3a edizione, 1833), Lezioni morali ai giovanetti tratte dalla storia (Piacenza, 1806), Del leggere e delle letture (scritti inediti pubblicati da L.Scarabelli, Milano, 1864), la Prolusione alle lezioni di storia recitata in Piacenza li 15 febbraio 1811 (Piacenza, 1812), Apologia di G. Taverna contra il Giornale scientifico letterario di Modena, scritta da lui stesso (Torino, 1841). Lasciò traduzioni delle Epistole di Seneca, della Catilinaria  di Sallustio, delle Storie e dell’Agricola di Tacito, della Genesi (in compendio, Piacenza, 1856) e dell’Imitazione di Cristo. Una raccolta di Lettere fu pubblicata da V.Cortesi (Torino, 1889).
FONTI E BIBL.: A.Testa, La mente dell’abate GiuseppeTaverna, Genova, 1851; G.B.Moruzzi, Discorso sopra Giuseppe Taverna, Piacenza, 1870; G.Pariset, L’abate Giuseppe Taverna, Parma, 1879; P.Dazzi, Cenni biografici di Giuseppe Taverna, in V.Cortesi, Lettere, Torino, 1889; G.Thermignon, Il pensiero pedagogico di Giuseppe Taverna, Torino, 1904; G.Chiari, Giuseppe Taverna pedagogo letterato e filosofo piacentino del secolo XIX, in Rivista Pedagogica settembre-ottobre e dicembre 1908, gennaio 1909; G.B.Gerini, Gli scrittori pedagogisti italiani del secolo XIX, Torino, 1910, 131-148; W.Cesarini Sforza, Giuseppe Taverna giansenista, in Bollettino Storico Piacentino novembre-dicembre 1912 (con documenti); G.Fanciulli-E.Monaci, La letteratura per l’infanzia, Torino, 1926, 173 e ss.; Enciclopedia Italiana, XXXIII, 1937, 341; O.Giacobbe, Manuale di letteratura infantile, 5a edizione, Roma, 1947, 54-55; C.Testore, in Enciclopedia Cattolica, XI, 1953, 1802; V.Agosti, in Libertà 2 aprile 1962; Bollettino Storico Piacentino 59 1964, 134-135; G.Berti, in Vos del Campanon 5 1964, 184-185; A.Ciavarella, in Archivio Storico per le Province Parmensi XVI 1964, 127-151; G.Forlini, in Archivio Storico per le Province Parmensi XVI 1964, 153-158; G.Berti, in Archivio Storico per le Province Parmensi XVI 1964, 159-183; G.Bergamaschi, Giuseppe Taverna educatore, Piacenza, AGR, 1970.


Calestano-Derna 3 marzo 1912
Figlio di Pietro. Alpino del 4° Reggimento Alpini, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Fu di esempio ai compagni esponendosi al fuoco nemico per meglio vedere e rendere efficace il proprio fuoco finché cadde mortalmente ferito da una palla alla testa.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4; G.Corradi, G.Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 32.


Parma-Perugia 4 aprile 1285
Figlio di un sarto assai apprezzato dalla nobiltà parmigiana, studiò a Parigi dove si laureò in ambo le leggi. Trasferitosi a Roma, esercitò con successo l’avvocatura alla Corte papale. Il Taverna fece educare suo nipote Ugolino (figlio della sorella Imelda e di Ugone Cagna) nell’Università di Bologna e lo costituì suo procuratore per l’acquisto di diversi poderi nel Parmigiano. Il 10 maggio 1278 il Taverna fu nominato Vescovo di Spoleto da papa Noccolò III, nonostante il Capitolo della Chiesa di Spoleto avesse già provveduto alla nomina del nuovo vescovo. Ciò costrinse il Taverna a battersi contro le pretese dell’arcidiacono e del clero di Spoleto per sostenere le proprie ragioni. Per questo motivo dovette trattenersi diverso tempo a Roma. Successivamente il Taverna, forse meditando un suo ritorno a Parma, comprò nella città natale alcune case poste tra il Duomo e il Monastero di San Giovanni Evangelista, in luogo delle quali fece edificare un palazzo con un ampio giardino. Fondò inoltre nei pressi di Parma un monastero per i Certosini, che dotò con l’acquisto di terre a Gainago e a San Genesio. Il Taverna non riuscì a iniziarne la costruzione perché scelto da papa Martino IV per essere inviato in Francia allo scopo di contiuare il processo di canonizzazione del re di Francia Luigi IX (morto di peste nel 1270 durante la seconda crociata). Prima di partire per Parigi, il Taverna considerò prudente dettare il proprio testamento (Orvieto, 21 febbraio 1282), col quale lasciò al nipote Ugolino 200 biolche di terra in San Genesio e una casa presso San Sepolcro in Parma, comprata dai figli di Armanno de Arro, sostituendo a Ugolino, in mancanza di eredi, la Certosa di Parma. Inoltre ordinò l’edificazione di una cappella da erigersi sopra il tumulo dei suoi genitori, posto fuori della chiesa di San Sepolcro, e che i suoi libri di legge canonica e civile rimanessero per dieci anni a uso del chierico Manfredo (nato da Briseide, sua consanguinea), il quale li avrebbe poi dovuti consegnare a quello dei figli di Ugolino che avesse voluto studiare. Costituì alcuni legati a vantaggio di Lorenzo, altro suo nipote, dal quale era stato lungamente servito, e di altri suoi familiari. Infine stabilì che con ogni altra sua entrata fosse dotata la costruenda Certosa di Parma. Il Taverna rimase in Francia due anni, raccogliendo ben settantaquattro testimonianze (da lui vagliate e verificate) di altrettanti miracoli attribuibili a Luigi IX. Fece ritorno a Roma nel 1284. Fece fabbricare in marmo la cappella sul sepolcro dei genitori nella chiesa di San Sepolcro in Parma e favorì la cessione da parte del Capitolo di Spoleto della chiesa e monastero di San Concordio a una nuova congregazione religiosa (1285). Nonostante fosse già infermo, volle seguire la Corte del papa Martino IV a Perugia. Martino IV vi morì improvvisamente il 29 marzo 1285 e a distanza di soli sei giorni cessò di vivere anche il Taverna. In base a una sua volontà testamentaria, fu sepolto nella Cattedrale di Spoleto.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 175-182.

Milano-Parma 26 dicembre 1498
Nobile, fu creato Vescovo di Parma da papa Alessandro VI il 21 dicembre 1497. Fu sempre detto semplicemente Eletto e non fu consacrato. Ebbe per suo vicario Giacomo Corona, dottore di decreti, come si rileva dai Capitoli della Società dell’Annunziata, approvati dal Taverna il 24 aprile 1498 (Parma, per Angelo Ugoleto). A questa Società della annunciazione, detta anche della Steccata, numerosa e in grande prosperità, fu incorporata nello stesso anno l’antica Società della disciplina, ridotta a pochi confratelli. Il 12 maggio 1498 (rogito di Giovanni Antonio Pavarani, notaio parmigiano) si fece l’unione della chiesa di San Siro colla prebenda canonicale di San Martino di Sinzano, coll’approvazione del Taverna e col consenso del Capitolo, a istanza di Floriano Zampironi, canonico di quella prebenda.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 824-825; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 240.


Parma-18 novembre 1972
Fu professore dell’Università di Parma e dell’università Popolare.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1046.

Parma 4 agosto 1858-
Esercitò per molto tempo in Parma (dal 1882 al 1905 circa) la professione di agente teatrale, occupandosi in special modo del Teatro Reinach. Diresse anche un giornale teatrale intitolato Fra Diavolo. Poi passò a Milano, impiegandosi presso l’Agenzia del Trovatore. Organizzò tournée liriche e assunse imprese in molti teatri d’Italia, facendosi apprezzare e ben volere. Diresse anche per alcuni anni il Teatro Sociale di Brescia.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 187-188.

TAVERNERI BARTOLINO o BERTOLINO, vedi TAVERNIERI BARTOLINO

Parma 1243/1261
Discendente da nobile famiglia, fu cognato di papa Innocenzo IV, Governatore e Podestà di Napoli. Ebbe la responsabilità del mantenimento dell’ordine durante il Conclave. Per affrettare l’elezione del nuovo pontefice, ebbe l’idea di far diminuire ogni giorno la provvista di cibo destinata ai cardinali, tanto che ben presto venne eletto (1254) Alessandro IV. Nel 1260 fu Podestà di Piacenza.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 37.


Parma 1321
Fu mandato nell’anno 1321 dall’arcivescovo di Ravena, Rinaldo II, in Francia da papa Giovanni XXII per ottenerne la conferma nell’Arcivescovado. Il Tavernieri fu forse Segretario vescovile.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, [176].

TAVERNIERI BERTOLINO, vedi TAVERNIERI BARTOLINO

Valera 1831
Partecipò ai moti del 1831: si presentò a Corte armato il 13 febbraio. Fu arrestato e processato, ma in forza del decreto di amnistia venne messo in libertà il 1° ottobre 1831 e sottoposto ad alcuni precetti.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 211-212.

Parma XIII/XIV secolo
Notaio. Fu Maestro di Astronomia. Negli ultimi anni del XIII secolo tradusse in latino libri di astronomi arabi già fatti tradurre in lingua castigliana da re Alfonso.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati, I, 1789, 265-266; A.Pezzana, Continuazione Memorie, VI, II, 1827, 64-68; G.B.Janelli, Dizionario biografico, 1877, 437; G. Mariotti, in Memorie e Documenti, 54; U. Gualazzini, Corpus Statutorum, XXI-XXII; Aurea Parma 3 1951, 185.

TEBALDI GIACOPO, vedi TEBALDI EGIDIO


Parma 29 agosto 1787-Parma 1858/1862
Figlio di Antonio e Chiara Maj. Assieme a Michele Plancher fu allievo di Domenico Muzzi, alla morte del quale passarono entrambi alla scuola di Biagio Martini (primo decennio dell’Ottocento). Il Tebaldi vinse con la Morte di Adamo il concorso accademico del 1819. L’anno precedente aveva vinto il pensionato a Roma, che trascorse sempre insieme al Plancher. A Roma conobbe Ferdinand Boudard e ne divenne amico. Forse passò poi a Firenze, dove lo mantenne a proprie spese la duchessa Maria Luiga d’Austria. Al ritorno fu incaricato come sostituto di pittura nell’Accademia ducale di Parma. Maria Luigia d’Austria già dal 1829 gli commissionò i due importanti dipinti con le storie di San Lodovico per la cappella a lui intitolata. In queste opere è scoperta, senza mezzi termini, l’adesione alla dialettica nazarena, con puntali riferimenti ai lavori di Joseph Füzrich e Schnorr von Carolsfeld nel Casino Massimo di Roma, visti dal Tebaldi durante il soggiorno romano. Queste relazioni culturali risultarono determinanti nel linguaggio del Tebaldi come, in varia misura, testimoniano successive imprese pittoriche. Nel 1829 Maria Antoietta, figlia di Ferdinando di Borbone, gli allogò pure una pala col tema  di San Rocco ghe guarisce gli appestati, a risarcimento del vuoto lasciato dalla pala del Veronese nella chiesa ducale di San Rocco. La tela fu terminata l’anno seguente ed esposta nella Galleria dell’accademia ma non venne esteticamente gradita dalla committente che, pur retribuendo il Tebaldi, ne fece eseguire una seconda da Francesco Scaramuzza, che la consegnò nel 1831. Lo sfortunato dipinto fu riesposto nel 1837 a una mostra nel Palazzo del Giardino di Parma e venne poi addirittura sezionato, finendo (la parte inferiore) in possesso dello scultore Trombara, che nel 1914 la donò alla chiesa di Sant’Uldarico. Nel 1832 il Tebaldi eseguì per la chiesa di San Vitale il San Gregorio Magno che prega per le anime purganti (nel 1889 subì anch’esso varie vicissitudini). Le commissioni della duchessa Maria Luigia d’Austria continuarono nel 1835 con una Beatrice Cenci, esposta al pubblico due anni dopo e poi ereditata da Leopoldo d’Austria, e ancora nel 1837 con la Nascita del Redentore, esposta nel 1838 e quindi donata alla chiesa di San Lazzaro presso Parma. Le regie ordinazioni si susseguirono dal 1840 al 1847 con La distribuzione delle venture alla Steccata (1840), esposta nel 1841 al Palazzo del Giardino, Una scena di miseria (1841), litografata dal Vigotti nel 1842, San Vincenzo de’ Paoli con le suore della carità (1842), La Sacra Famiglia (1843) e Santa Teresa (1844). Tutti e cinque i dipinti furono poi ereditati da Leopoldo d’Austria. Seguirono i Santi Pietro, Paolo, Domenico, Liberata (1845), donato alla chiesa di Felino dopo essere stato esposto nel 1846, San Rocco (1846), donata alla chiesa di Musiara, e infine il San Silvestro Papa (1847), donato alla chiesa di Scipione. Poco altro si conosce della vicenda umana del Tebaldi, se non che ebbe una figlia anch’essa pittrice. Tra l’altro nel 1863 venne esposto, postumo, un suo Interno alla Mostra industriale provinciale tenutasi in quell’anno a Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 ottobre 1819, 337; Gazzetta di Parma 29 luglio 1829, 237; L., in Gazzetta di Parma 19 giugno 1830, 193-194; Gazzetta di Parma 8 febbraio 1837, 43; Gazzetta di Parma supplemento 5 maggio 1838, 165; Gazzetta di Parma 28 aprile 1841, 152; C.Malaspina, 1841, 140; L.Vigotti, C.Malaspina, 1842, tav. III, 9, 14; G.N., in Il Facchino 1844, 387; Il Giardiniere 16 maggio 1846, 74; G.Bacchi, 1847, 104; C.Malaspina, 1851, 116; G.Negri, 1852, 53, 55, 58, 59, 60, 62, 63, 64, 65, 66; P.Martini, 1858, 43; P.Martini, 1862, 18, 37; Esposizione industriale, 1864,   92; C.Malaspina, 1869, 113; P.Martini, 1873, 16; P.Grazioli, 1877, 39; A.Ferrarini, 1882, 7; P.Grazioli, 1887, 198; E.Scarabelli-Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, volume X, 152; E.Scarabelli-Zunti, Chiese e conventi, volume II, 267; A.Del Prato, 1913, 25; A. Santangelo, 1934, 107-108; U.Thieme-F.Becker, Künstler-Lexikon, 1938, volume XXXII, 497; G.Monaco, 1953, 183; G.Copertini, 1970, 14-15; N.Pelicelli, Guida di Parma, 1906, 218; P. Martini, Guida di Parma, 1871, 19; C.Ricci, La Regia Galleria di Parma; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 3238; G.Copertini, Guida delle opere d’arte della chiesa di San Vitale a Parma, in Parma per l’Arte 2, 1951; G.Copertini, Pittori parmensi dell’800, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 155-156; I.Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma 1972, 41; G.Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’800, catalogo della mostra, Parma 1974, 21; G.L.Marini, in Dizionario Bolaffi dei pittori, XI, 1976, 34; A. Musiari, Neoclassicimo senza modelli, 1986, 266; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 288.


Pellegrino Parmense-Macabez 24 maggio 1912
Bersagliere dell’11° Reggimento Bersaglieri, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Calmo, sereno e disciplinato in combattimento, mentre attendeva alternativamente al fuoco ed a trincerarsi cadeva colpito a mote.
FONTI E BIBL.: G.Corradi, G.Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Edizioni Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 105.


Parma seconda metà del XIX secolo
Calcografo, fu allievo del Toschi nell’Accademia di Parma. Si dedicò poi all’architettura. Fu attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: P.Martini, L’Arte dell’Incisione a Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario incisori, 1955, 780.

Corniglio 1882-Dolje 28 settembre 1915
Figlio di Augusto. Alpino zappatore, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Non curante del pericolo, dando prova di mirabile arditezza e di spirito di sacrificio e, servendo di nobile esempio ai compagni, si esponeva più volte in zona intensamente battuta per recuperare la salma di un compagno ed alcune armi e per recarsi a tagliare i reticolati nemici ove cadeva mortalmente ferito.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 69a, 3695; Decorati al valore, 1964, 39-40.


Sala Baganza 1891-Sagrado 18 luglio 1915
Figlio di Egisto. Cementore, fu Sergente del 20° Reggimento Fanteria. Venne decorato di Medagia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Diede mirabile esempio di coraggio in combattimento. Ferito continuò a dare prove di eroismo e di elevati sentimenti, finché cadde nuovamente e mortalmente ferito.
FONTI E BIBL.: G.Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella guerra 1915-1918, Parma, Edizioni Fresching, 1919, 240; Decorati al valore,1964, 110.

Parma 1300
Fu Rettore nello Studio Universitario di Padova e fece alcune riforme allo Statuto di quelle scuole. Il Papadopoli (De Gymn. Patav., I, 94) scrive: 1300 Theonitarius de Teobaldis Parmensis, Gymnasii R. A sua volta il Facciolati (Fast. Gymn. Patav., I, 7): Seculum clausit Teonitarius de Tedaldi, al. Teobaldis Parmensis  Cisalpinorum   Rector, qui Gymnasii Statutis retractatis, nonnulla addidit Transalpinis parum probata; unde ortae contentiones sunt, sed cito sublatae, dato Tractatoribus negotio, ut viderent, ne quid ex eis res Gymnastica detrimenti caperet.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 264.


Busseto 1714
Fu Colonnello delle truppe ducali di Parma nell’anno 1714.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

Busseto 1797
Percorse la carriera militare nelle truppe del Ducato di Parma. Fu Tenente colonnello nell’anno 1797.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

Bedonia 1613/1623
Sacerdote, fu arciprete di Borgo Taro nella prima metà del XVII secolo. Erudito, poeta e umanista eccellente, fu autore delle seguenti opere: De prosodia et ratione faciendorum versuum epitome (Papia, Vianum, 1613), Stachyoogia seu spicilegium ex cerimoniali episcoporum jussu Clem. VIII Pont. Max. novissima riformat (Placentia, 1623, Tip. Ardizzoni) e Praxis Grammatica.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 437.


Busseto 1615
Fu consigliere di giustizia nell’anno 1615.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

TEDALDI EGIDIO, vedi TEBALDI EGIDIO

Busseto 1778
Fu Commissario dei confini dello Stato di Parma nel 1778.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.


Busseto 26 febbraio 1851-Fidenza 18 aprile 1933
Appartenente a una famiglia cospicua per nobiltà e censo, iniziò gli studi nel paese natale e li continuò nel seminario diocesano di Borgo San Donnino, dove entrò per assecondare la vocazione che da tempo si era manifestata. Ordinato sacerdote il 20 settembre 1873, iniziò il sacro ministero a Bargone quale curato e nella stessa qualità passò poi a Croce Santo Spirito e a Cabriolo. Nominato parroco a Sant’Andrea di Busseto, si trattenne in quella parrocchia per otto anni, fintanto che nel dicembre 1891 il vescovo G.B.Tescari lo chiamò a far parte del Capitolo della Cattedrale, di cui divenne Arciprete il 28 giugno 1909. Il Tedaldi si servì del patrimonio di famiglia per beneficare largamente: vanno in particolare segnalate le munifiche elargizioni alla Santa Sede a favore delle missioni. A Borgo San Donnino, dove ricoprì con scrupolosa rettitudine vari importanti incarichi, acquistò benemerenze soprattutto nel campo educativo, contribuendo, tra l’altro, alla fondazione dell’Oratorio Don Bosco. Fu annoverato dal pontefice Pio XI tra i suoi camerieri segreti. Dispose per testamento vari lasciti, tra i quali la donazione della casa in cui dimorò a Fidenza alla chiesa di Busseto.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia Diocesana fidentina, 1961, 458-459.


Busseto 1737/1778
Marchese. Fu Commissario dei confini dello Stato di Parma (1737-1778).
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.


Compiano 1468/1500
Medico molto lodato per la sua dottrina da illustri uomini del tempo. Nel 1468 Galeazzo Sforza, Signore di Piacenza, lo insignì di diploma, accordandogli prvilegi ed esenzioni. Tenuto in grande considerazione da Galeazzo Sforza, di cui era medico, fu inviato nel 1492 a Firenze per curare Lorenzo il Magnifico e forse in tale occasione ebbe una disputa col medico del Magnifico, Pier Leone da Spoleto, per il metodo di cura. Lorenzo il Magnifico morì l’8 aprile 1492 e il giorno seguente Pier Leone da Spoleto fu trovato affogato in un pozzo, forse suicidatosi dopo che il Tedaldi ne aveva pubblicamente disapprovato le cure adottate. Nel 1495 abitava in Pavia, dove insegnò Medicina all’Università. Da Bona di Savoja fu creato marchese di Ancarano (il feudo fu poi tolto al figlio del Tedaldi, Bernardino, che tentò una sommossa in Piacenza, e ritornò alla famiglia Tedaldi solo alla metà del XVII secolo). Fu medico collegiato in Piacenza e nel 1500 contribuì all’erezione di un monumento al chirurgo guglielmo da Saliceto nella chiesa di San Giovanni in Canali a Piacenza. Il Tedaldi fu lodato dal Giovio, dal Poliziano e dal Cipellario.
FONTI E BIBL.: A. Emmanueli, L’alta valle del Taro, 1886, 132-133; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 437-438; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 33; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 198.

TEDALDI TEONITARIO, vedi TEBALDI TEONITARIO

TEDALDO, vedi PALLAVICINO TEDALDO


Borgo San Donnino 27 marzo 1846-Borgo San Donnino 29 luglio 1899
Fece gli studi secondari a Firenze, a Pisa si laureò in giurisprudenza (1866) e a Milano compì la pratica per l’avvocatura. Pur esonerato dalla leva militare nell’anno 1866, si arruolò come volontario, ma, colto da un grave malore, il 13 dicembre 1866 venne congedato. Tornato nel 1870 al suo paese, continuò gli studi interrotti dedicandosi con passione a quelli d’indole letteraria e storica. Nel 1875 pubblicò un grosso volume di Studi critici sulle tragedie di Vittorio Alfieri (Ermanno Loescher, Roma, 1876), rifacendo e ampliando, come dice nella prefazione, un lavoretto abbozzato nei suoi anni giovanili. Altra pregevole opera del Tedeschi è uno studio storico  su Daniele Manin e Giorgio Pallavicino, riprodotto nella Nuova Antologia (fascicolo XV, 1878) e pubblicato anche in opuscolo a parte (Roma, Tipografia del Senato, 1878). Tra i numerosi discorsi che il Tedeschi pronunciò nei momenti solenni della sua vita pubblica, primeggia certamente per bellezza di stile e per elevatezza di concetti quello fatto il 3 maggio 1885 a Borgo San Donnino in occasione dell’inaugurazione del monumento a Garibaldi, che la Provincia, foglio parmigiano, riprodusse integralmente e con molti elogi nel suo n. 122 del 7 maggio 1885. Entrato giovanissimo nella vita amministrativa e politica del suo paese, il Tedeschi prese posto tra le file del partito moderato. Fu sindaco di Borgo San Donnino per ben tre volte e in momenti difficili (dal 1881 al 1884, dal 1884 al 1886 e dal 1896 fino alla morte). Per molti anni tenne le cariche di consigliere e deputato provinciale e fu pure Presidente della Deputazione. Venne nominato Presidente del Congresso di tutte le province italiane, tenutosi a Roma nel 1890. Nel 1883 (contro Giovanni Mariotti) e nel 1892 e nel 1895 (contro Agostino Berenini) fu candidato nel collegio di Borgo San Donnino, ma non fu mai eletto: nel 1895 entrato in ballottaggio, soccombette per pochissimi voti. Nel 1880 sposò Carolina Sacerdoti.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori, 1879, 981-982; Gazzetta di Parma 27 dicembre 1920, 1-2; G.Grilli, in I primi 40 anni del “Numero Unico”, 1982, 33.

Parma 1881-post 1927
Fu medico chirurgo. Nel 1927 fu libero docente presso la Regia Università di Parma.
FONTI E BIBL.: Annuario Regio Convitto Maria Luigia, 1927, 17.

Parma XVIII secolo/1820
Pittore copista attivo nella seconda metà del XVIII secolo e nella prima metà del XIX secolo. Fu Canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVIII, 1824, 139.

Borgo San Donnino 1899/1917
Fu insignito della Medaglia d’Argento al Valore Militare (Carso, 1917).
FONTI E BIBL.: A.Aimi-A.Copelli, in Il Risveglio 40 1980, 2.

Parma 1881- Brasile 1922
Distintosi giovanissimo negli studi giuridici, intraprese nel 1903 la carriera consolare. Fu a Nizza, a Marsiglia e a Campinas nel Brasile. Tornato in patria, nel 1908 fu destinato a Spalato e a Zara, ove curò gli interessi della popolazione italiana. Più tardi fu nominato console a Düsseldorf e, allo scoppio della prima guerra mondiale, dopo un breve periodo passato al fronte, fu destinato a Berna. Infine fu nominato Console generale in Brasile. Fu anche artista di buon valore.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 146.


Parma 1506
Pittore di vetrate attivo nel 1506.
FONTI E BIBL.: P. Zani, vol. XVIII, 1824, 141; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III, c. 385; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 371.


I secolo a.C./ V secolo d.C.
Di condizione incerta, pose un’epigrafe funeraria (attribuibile, per caratteri paleografici e contenutistici, a età imperiale) all’[incomp]arabilissimus maritus, che visse quarantacinque anni, sei mesi e ventitre giorni, e alla figlia, vissuta diciassette anni, sei mesi e diciassette giorni: di entrambi non si legge il nome per una frattura dell’epigrafe priva della sua parte superiore. Alla rarità del nomen Tedius, presente tuttavia in Cisalpina, si affianca il cognomen Crescentinus, molto comune. Esso si riscontra tuttavia con scarsa frequenza a nord del Po e raramente nella regio VIII. Da notare che l’epigrafe, che presenta due iscrizioni affiancate, riporta per due volte il nome della dedicante e che in essa si legge la formula [cont.]ra votum.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 176.

TEDIZIO DA MARANO, vedi MARANO TEDIZIO


Parma 11 maggio 1877-Milano 26 gennaio 1951
Debuttò nel giornalismo nel 1898 come redattore del Veneto di Padova, passando poi alla Libertà e al Gazzettino. Dal 1912 al 1924 fu redattore del Corriere della Sera di Milano. Apprezzato collaboratore di vari giornali e riviste con articoli letterari e di varietà, nel 1919 pubblicò il suo primo libro, un romanzo dal titolo L’uomo nudo, cui seguirono altri romanzi (Fatma, Bluff) e raccolte di novelle e di bozzetti. Ma in particolar modo si dedicò alla letteratura infantile, legando il suo nome a molte opere di narrativa per ragazzi. L’attività più intensa del Tegani si svolse dal 1912 al 1939, come giornalista e romanziere. I suoi volumetti per i piccoli riscossero non solo la simpatia dei fanciulli ma anche l’interesse dei grandi. Li elogiarono letterati di buon nome: Mario Sobrero, Gino Damerini, Giovanni Cenzato, Ferdinando Paolieri, Vincenzo Bucci, Mario Puccini e Guido Fabiani. In seguito il Tegani si ammalò gravemente e non scrisse più.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 2 1951, 68; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 146.

Parma 19 novembre 1871-post 1911
Tenore. Nella stagione 1901-1902 ebbe successo al Teatro Manzoni di Pistoia in Nabucco e nel Ballo in Maschera. Nel 1903 fu Manrico nel Trovatore al Teatro Regio di Parma, nel 1904-1905 si esibì nella Cavalleria a Piacenza con buon successo, nel 1907 al Teatro Reinach di Parma ancora nel Trovatore, dove dovette, su richiesta del pubblico entusiasta, eseguire per tre volte la pira. Nella stagione 1910-1911 ebbe un notevole successo al Petruzzelli di Bari quale Radames nell’Aida.
FONTI E BIBL.: Alcari; Giovine; Papi;  Ricci; Cronologia Teatro Regio di Parma; G.N. Vetro, Voci Ducato, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1983, 3.

TEGONINI GIOVANNI, vedi TEGONI GIOVANNI

TELAMI ANGELO, vedi TALAMI ANGELO

TELASCO ORNEATE, vedi BANDINI GASPARE MELCHIOR BALDASSARRE


Parma 1474
Cartaio e fornitore di pergamena. Fu salariato dal Comune di Parma nell’anno 1474.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 1996, 61.

TEMPERELLI CRISTOFORO, vedi CASELLI CRISTOFORO

TEMPERELLI FRANCESCO, vedi CASELLI FRANCESCO

TEMPERELLO, vedi CASELLI CRISTOFORO

TEMPESTA, vedi BECCANTI UGO e SORENTI VITTORIO


Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 286.

Soragna 1893 - Parma 9 settembre 1966
Si diplomò al Conservatorio di Parma come professore di fagotto. Iniziò poi una lunga carriera che lo portò in tutti i maggiori teatri lirici del mondo. Fu nel 1925 al Teatro Colon di Buenos Aires. Tornato dopo un anno in Europa, ebbe contratti con i teatri di Parigi, di Vienna e di Düsseldorf. Fu anche in Bulgaria , Svizzera e Jugoslavia. Il Tencati strinse amicizia con celebri cantanti e direttori d’orchestra, dei quali seppe guadagnarsi la stima per le sue doti professionali e per la sua serietà. Non mancò quasi mai alle stagioni liriche del Teatro Regio di Parma: vi suonò come primo fagotto dell’orchestra anche pochi mesi prima della morte. Morì in seguito a collasso cardiaco. Fu sepolto nel cimitero di Fiorenzuola d’Arda.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 settembre 1966, 5.

Cremona 6 Marzo 1899-Argirocastro ottobre 1943
Figlio di Vittorio. Maggiore Veterinario della Divisione Perugia, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valore Militare, con la seguente motivazione: Dopo l’armistizio partecipava con accanito valore ai combattimenti sostenuti dalla Divisione«Perugia» contro il nuovo nemico. Catturato con i resti del proprio reparto e condannato a morte per la resistenza opposta, teneva contegno fermo e dignitoso. Colpito a morte da una raffica di mitragliatrice cadeva al grido di “Viva l’Italia”. Il Tentolini risiedette a lungo a Parma.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore, 1964; Caduti Resistenza, 1970, 103.

Parma 1892 - Roma 3 ottobre 1968
Iniziò l’attività forense a Parma ma, essendo il suo campo prevalentemente quello amministrativo ed esercitando in maniera sempre più esclusiva avanti al Consiglio di Stato e alla Corte dei conti, preferì a un certo punto trasferire il suo studio a Roma. Ottenne pure la libera docenza ed ebbe l’incarico dell’insegnamento del diritto amministrativo all’Università di Urbino. Nel campo del diritto amministrativo scrisse alcune opere, frutto della sua esperienza professionale e dei suoi studi. Sono del 1950 due trattati su La prova amministrativa e su Il contributo di miglioria. Altri scritti riguardano Le pensioni di guerra unificate, L’esecuzione forzata sui beni mobili, Pubblico ministero e processo e La giurisprudenza di merito del Consiglio di Stato. Il Tentolini fu anche poeta dialettale. Tutte le composizioni poetiche del Tentolini furono pubblicate a Parma: Bilen (1955), Luzi e lussi (1956) e Smeli (1958) da Battei, mentre gli ultimi due, I tribuleri d’Italia (1967) e ...I me vers int al cassett (1969) dalla Nazionale. Qualitativamente la poesia del Tentolini si stacca da quella di tutti gli altri poeti dialettali parmigiani per un senso di finezza e di arcaicità. In certi momenti sembra derivare la sua ispirazione da certa letteratura del Settecento, quasi esprimendo distacco per le cose di questa terra per richiamarsi alla bellezza della natura e ai ricordi lontani e a sentimenti profondi. I tribuleri d’Italia è un’originalissima e spiritosa storia degli anni di guerra raccontata in dialetto attraverso le fasi più salienti viste da Roma. Il Tentolini immagina di visitare una mostra iconografica e descrive i vari quadri. Il manoscritto de I tribuleri d’Italia fu dato in visione all’onorevole Giuseppe Micheli, una cui lettera è riportata nella prefazione. ...I me vers int al cassett fu pubblicato postumo a cura della vedova e con la prefazione di Ottorino Ferrari. Il Tentolini mostrò un certo numero di sue opere all’amico e collega Jacopo Bocchialini, il maggiore studioso del dialetto parmigiano e della sua letteratura, che fece una scelta, operò qualche correzione, fece qualche annotazione e  invitò senz’altro il Tentolini a dare alle stampe l’opera, per la quale trovò pure l’editore. Bocchialini aveva già corredato di una sua presentazione un precedente volume del tentolini, Bilen, senonché la raccolta, tornata nello studio del Tentolini a Roma, si affossò fra le molte carte: custodita in una cartella con l’indicazione dello studio, andò a finire tra le pratiche legali, i ricorsi e le comparse. Solo dopo diverso tempo, fu la segretaria Annamaria ragusa a ritrovare il manoscritto, con grande felicità del Tentolini, il quale però non fece in tempo a rivedere tutti i testi e a corredare varie poesie di una versione italiana, come era solito fare. Toccò a Ottorino Ferrari completare l’opera, alla quale fu mantenuto il titolo che il Tentolini aveva scritto sulla cartella e la dedica alla moglie.
FONTI E BIBL.: G. Capelli, Ottorino Tentolini, in Parma nel Mondo 1 1963, 43-45; G.P. Minardi, Un poeta dialettale colto, in Il Landò 10-11 1965; È morto il prof. Tentolini Console parmigiano a Roma, in Gazzetta di Parma 4 ottobre 1968; L. Vicini, Le nuove rime di Ottorino Tentolini, in Gazzetta di Parma 15 marzo 1968; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1055; M. Bommezzadri, in Al Pont ad Mez 2 1985, 65-68.

TENTOLINI RENZO, vedi TENTOLINI OTTORINO

TEOBALDI TEONITARIO o THEONITARIO, vedi TEBALDI TEONITARIO

Parma 1013
Prete, fu maestro della Scuola e Canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1013.
FONTI E BIBL.: P. Martini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911.

TEODORICO o TEODORICO CATALANO o TEODORICO da LUCCA, vedi BORGOGNONI TEODORICO

Parma 1501 c.-Bologna 1553 o 1554
Figlio di Giambattista. Insegnò Logica all’Università di Bologna dal 1537 al 1542, poi Filosofia straordinaria dal 1543 al 1545, indi Filosofia ordinaria nel biennio successivo e finalmente Medicina pratica dal 1547 fino alla morte. Le poche notizie pervenute del Teodosi provano che coltivò gli studi naturalistici, e in particolare delle piante, non meno del padre. Infatti fu legato da stretta amicizia con Andrea Mattioli da Siena, autore dei celebri Comenti a Dioscoride, opera che ebbe almeno sessanta edizioni. Il Mattioli fu intenditore espertissimo di piante, se non addirittura il più esperto del suo secolo. L’invidia gli procurò attacchi villani e turpi, offensivi non solo della sua vita scientifica ma anche di quella morale. Resta notizia che il Teodosi ne prese apertamente e vivacemente le difese all’accademia di Bologna, in particolare contro i due più violenti detrattori dell’opera del Mattioli, anch’essi assai noti a quei tempi tra i botanici: Guilandino e Amato Lusitano. Si è poi rinvenuta tra i manoscritti Aldrovandiani una lettera diretta al Teodosi, la quale comprova che egli ebbe corrispondenza su argomenti naturalistici con Francesco Petrolini di Viterbo, medico condotto attorno al 1553 in cotignola, noto raccoglitore di erbe, corrispondente dell’Aldrovandi e abilissimo nel preparare le piante per i così detti orti secchi o erbai, con un procedimento, sembra, tutto suo. Il teodosi nel 1553 curò la pubblicazione postuma delle Lettere medicinali del padre. Fatti questi che, se pure indiretti, dimostrano la partecipazione attiva del Teodosi agli studi botanici del suo tempo. Nessuno scritto del Teodosi si è conservato.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 77; F.Lanzoni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1941, 133-136.

TEODOSI GIACOPO o GIAMBATTISTA, vedi TEODOSI GIOVANNI BATTISTA


Parma 1475-Bologna settembre 1538
Figlio di Antonio. Si laureò in Filosofia e Medicina a Bologna. Medico, esercitò l’arte fuori patria, successivamente a Mirandola, a Imola e poi a Bologna, con molte lode, tanto che le Comunità di Mirandola e Imola lo iscrissero per gratitudine tra i propri concittadini e a Bologna fu chiamato a leggere, in quella Università, medicina pratica. Il Teodosi fu, oltre che uomo d’arte e di scienze, anche uomo di toga. Luigi Angeli lasciò scritto nelle sue Memorie storiche di alcuni medici Imolesi (1808) che il Teodosi fu nel 1516 aggregato al consiglio sopranumerario del popolo, indi al Catalogo dei consiglieri numerari, in seguito (1521) fu gonfaloniere surrogato per la morte di Scipione Gigli, poi membro della commissione dei tre deputati nominata per concordare coi Bolognesi sui confini della via Doccia a norma della bolla di papa Sisto IV, essendo tra i Bolognesi e il Comune di Imola insorte alcune discrepanze di merito. Al 1° febbraio 1523 il Teodosi trova elencato tra gli eletti a vedere le ragioni che aveva quel vescovo d’Imola sopra il castello di Bagnara e il 12 maggio 1524 compare tra i deputati alle liti della città. A Bologna si trasferì nel 1528, l’anno della pestilenza, perché chiamato alla cattedra di Medicina dello Studio bolognese, che mantenne fino alla morte. Le sue benemerenze valsero a lui e alla sua famiglia ampi privilegi (breve di papa Clemente VII del 6 marzo 1533), tra cui la concessione di trasportare a Bologna i prodotti dei possedimenti che aveva in Imola. Per la notorietà raggiunta nelle scienze mediche e naturali fu legato di amicizia a medici e letterati insigni del tempo, tra cui il famoso Manardo ferrarese, lettore di botanica in quello Studio, per consiglio del quale intraprese a scrivere un’opera destinata a conciliare gli scritti di Serapione, Avicenna e altri medici arabi con le opere di Dioscoride, Plinio e Teofrasto: la morte non gli permise di portare a termine il suo commento. Per altro restano del Teodosi le Epistolae medicinales LXVIII, dettate sull’esempio di Giovanni Manardo e stampate postume a Basilea nel 1553 a cura del figlio Filippo, con dedica del cardinale Cesarini. Altre opere del Teodosi, a detta del figlio Filippo, furono rubate o andarono perdute. Perduto sembra doversi ritenere un Comento sopra Dioscoride, di cui il Teodosi lasciò notizia nella quinta delle sue Epistolae, non per altro terminato. Tale Comento avrebbe  dunque precorsi i famosi Comentari del Mattioli, la cui prima edizione è del 1544 (per i tipi di Nicolò de’ Boscarini, da Pavone di Brescia). Nelle Epistolae medicinales, che Haller riassume nella sua Biblioteca botanica, prevalgono naturalmente argomenti medici e clinici (non senza che Teodosi indulga alle superstizioni del tempo), ma vi si leggono anche alcune disputazioni di argomento botanico e naturalistico, sotto forma di lettere dirette a due patrizi bolognesi cultori appassionati delle piante e degli altri studi della natura: Alessandro Manzoli e Antonio Albergati. Il Teodosi appartiene alla schiera di quei commentatori filologici che nel XV secolo e nella prima metà del XVI secolo dedicarono la loro attività all’interpretazione dei testi scientifici greci, latini e arabi allo scopo di conciliarne a tutti i costi le discordanze (spesso logiche e naturali). Gli studiosi di quei secoli prescindono dall’unico indirizzo che dovrebbe guidare all’esame dei fatti: l’osservazione diretta della natura. La quale, viceversa, è da loro ignorata, negletta o guardata con assoluta ingenuità di metodi e di criteri. Il Teodosi fu anche buon poeta: pubblicò Poesie latine e volgari (Basilea, 1530). Dapprima il suo sepolcro si trovava nella chiesa dei Frati di Santa Maria annunziata di Bologna, poi il mausoleo fu trasportato nel Tempio monumentale di San Francesco, dove è visibile nella parete sinistra dell’ultima arcata. È un bel mausoleo marmoreo con statua al naturale, giacente sopra l’urna in atto di leggere un libro, con questo epitaffio: Parma parens primos Mirandvla cessit honores declarat civem me Imola grata svvm. Ad se docta vocat tandem me Felsina deflent moestae docta cohorsq. Virvm deflent artes me medicae docta cohorsq. virum deflent moestae vrbes ipsae civemq. reposcvnt Imola Miranda Felsina Parma parens. Ioanni Baptistae Theodosio medico filii piisimi pp. vixit annis LXIII obiit anno M.D. XXXVIII. mense septembr.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 3-6; A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 470-471; P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 161; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 77; F. Lanzoni, Albori dello studio delle piante, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1941, 133-136; Aurea Parma 4 1958, 236; Un precursore dello sperimentalismo secentesco: Gian Battista Teodosio, in Atti XX Congresso Nazionale di Storia della Medicina, Roma, 1964; Un maestro dello Studio Bolognese fra Umanesimo e Rinascimento: Gian Battista Teodosio, in Bullettino di Scienze Mediche 1965.

TEODOSIO GIOVANNI BATTISTA, vedi TEODOSI GIOVANNI BATTISTA


Parma IV/V secolo d.C.
Di condizione probabilmente libertina, figlio di Valeria Heliodoris, cui pose un’epigrafe presumibilmente databile a età tardo-imperiale. Terentius è nomen molto diffuso, soprattutto in Cisalpina. Ben documentato anche in Aemilia, è presente tuttavia a Parma in questo solo caso. Orfeus è cognomen reso in questo caso con la f anziché la ph, raro in Cisalpina, in tutta la Aemilia forse documentato in questo solo caso. Testimoniato in Gallia, è compreso tra i nomi religiosi dello Hatt.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 177.


San Lazzaro Parmense 7 giugno 1906 - Casevecchie 25 aprile 1945
Partigiana, fu fucilata per rappresaglia dai Tedeschi.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 132.

Colorno 1676/1678
Sacerdote, fu l’organista della chiesa di Santa Margherita a Colorno dal 1676 al 1678. Per contratto ebbe anche l’obbligo di insegnare musica e canto ai putti gratis.
FONTI E BIBL.: E.Fornasari, Per una storia degli organi a Colorno, in Proposta 3 1973, 53-54.

TERESA MARGHERITA dell’INCARNAZIONE, vedi FARNESE CATERINA

Bazzano 1299
È ricordato il 26 marzo 1299 come archipresbyter Plebis Bazzani. Si ignora quanto tempo abbia retto la parrocchia e l’anno e il luogo della morte.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 11.

Parma 13 settembre 1623-Padova 16 maggio 1692
Figlio di Ottavio e di Margherita Manli. Nel 1639 divenne monaco benedettino nel Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma. A soli 21 anni fu chiamato a leggere Filosofia. Succesivamente si laureò in Teologia all’Università di Parma, dove ebbe maestro Benedetto Trecca, e fu quindi ascritto al Collegio dei Teologi di Parma. Dopo aver insegnato Teologia nei conventi di Parma, Piacenza, Firenze e Venezia, nel 1655 fu incaricato di leggere Filosofia straordinaria nello Studio di Bologna. Tenne ininterrottamente tale cattedra con gran plauso per diciotto anni. Anche quando il cardinale Rinaldo d’Este volle il Terrarossa come precettore del nipote Rinaldo, figlio di Francesco d’Este duca di Modena, i Bolognesi gli conservarono per ben vent’anni (cioè fino alla morte) la cattedra di Teologia scolastica (cfr. Rotoli, III, I). Dopo cinque anni si recò a Roma, dove fu Teologo del cardinale Francesco Barberini. Nel 1679 iniziò l’insegnamento della Filosofia all’università di Padova, con lo stipendio di 200 zecchini (aumentato a 300 nel 1685). Del Terrarossa fu molto lodato il tentativo, nelle sue pubbliche lezioni di Bologna, di accordare Aristotele e Democrito, come è ricordato nella lunga iscrizione posta tra la seconda e la terza arcata del loggiato a pianterreno nell’archiginnasio di Bologna (Sorbelli, Le iscrizioni e gli stemmi dell’Archiginnasio, in Archiginnasio anno I, fascicolo IV, 21). Inoltre fu assai ammirata la sua poderosa cultura, che gli permetteva, con gran diletto degli uditori, di porre al servizio della filosofia, la matematica, la giurisprudenza, la medicina e la stessa teologia. Di questa notevole dottrina sono documento le sue opere, che vanno dalle dispute filosofiche alle riflessioni geografiche, dalle meditazioni mistiche alle disquisizioni fisiche, dalle orazioni sacre alle dissertazioni storiche (I. Affò, V, 257). A Bologna il Terrarossa fu anche consultore del Sant’Uffizio. Per la fama che tanta scienza gli aveva recato, fu fatto nel 1690 Abate del Monastero di San Giovanni in Parma, dove si trovò ad avere alle sue dipendenze il Bacchini, che ebbe il torto di non apprezzare debitamente. Il Terrarossa, per meglio illuminare la cupola dipinta dal Correggio, fece aprire sopra i pennacchi quattro finestre ovate e fece ricoprire esteriormente la cupola di rame. Morì nel Monastero di Santa Giustina a Padova, dove si era recato per cercare di guarire da una fastitidiosa infermità.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 254-257; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 6 1929, 8-9.


Parma 1899/1917
Tenente, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valore Militare durante la guerra italo-austriaca, con la seguente motivazione: Ufficiale addetto al comando di reggimento, durante 15 giorni di azioni continue coadiuvò intelligentemente il comando, recando ordini ai reparti in prima linea, sotto intensi bombardamenti, cercando il collegamento con reparti laterali, ed assumendo di propria iniziativa utili e preziose informazioni sullo svolgersi dell’azione (Quote 235-219, 24 maggio-6 giugno 1917).
FONTI E BIBL.: Libro d’Oro Reggimento Granatieri, 1922, 191.


Guinadi 22 giugno 1848-Borgo San Donnino 28 agosto 1907
Figlio di Giuseppe e di Maria Corvi. Entrò nel seminario di Pontremoli, dove seguì i corsi ginnasiali, liceali e teologici. Ordinato sacerdote il 15 dicembre 1871 dal vescovo Orlandi, fu poco dopo destinato curato a Guinadi e nel 1873 promosso parroco a Ceserano nel fivizzanese, dove svolse per dieci anni la missione di pastore d’anime con prudenza e carità, provvedendo, tra l’altro, a costruire una nuova e decorosa canonica dotata di ampi locali per la gioventù. Essendo vacanti nel 1883 le parrocchie di Caprio e di Scorcetoli, concorse per entrambe e per entrambe fu approvato: scelse quella di Scorcetoli, nella quale si trattenne per altri dieci anni, rendendosi benemerito per l’attività apostolica spiegata a beneficio della popolazione, per aver restaurato e abbellito la chiesa parrocchiale e provvisto di canonica la chiesa sussidiaria di Ponticello. Allorchè il 13 aprile 1887 esplose la polveriera Bonzani, situata nelle vicinanze di Scorcetoli, incurante di esporsi al pericolo di ulteriori scoppi, accorse sul luogo del disastro a prestare soccorso ai feriti. L’atto valoroso fu altamente encomiato dal Governo, che con decreto 4 marzo 1888 conferì al Terroni la medaglia d’argento al valore civile. Nominato consigliere presinodale da monsignor Mistrangelo, da poco vescovo di Pontremoli, questi nel 1894 lo volle in seminario a ricoprire gli incarichi di Rettore e di Amministratore e successivamente gli affidò la cattedra di sacra scrrittura. Quattro anni dopo lo insignì nel Capitolo della Cattedrale della dignità di Arcidiacono. Il Terroni ebbe in quel periodo cura appassionata per il seminario, da lui portato, negli studi e nella disciplina, alla massima efficienza e del quale migliorò sensibilmente la situazione finanziaria, e diede vigoroso impulso alle associazioni cattoliche. Fu inoltre solerte assistente ecclesiastico del Comitato diocesano e organizzatore di adunanze delle società di Azione Cattolica. In seminario attuò una vasta epurazione, risoluto nell’allontanare dall’istituto gli immeritevoli e incurante di scatenare contro di sè tempeste che continuarono a colpirlo anche dopo che la suprema autorità della Chiesa lo ebbe destinato all’episcopato. La sua elezione a Vescovo di Borgo San Donnino risale al 22 giugno 1903. Il 29 seguente fu consacrato a Roma nella chiesa delle Missionarie Francescane dal cardinale Satolli, assistito dai vescovi di Pontremoli e di Massa, Fiorini e Tonetti. Fece il solenne ingresso l’8 novembre 1903. Giunto da Pontremoli, fu ricevuto alla stazione ferroviaria dal clero urbano e da rappresentanze del clero diocesano, da autorità cittadine e da numerosa folla. Una carrozza trainata da due pariglie, posta a disposizione dalla duchessa Fogliani, lo condusse con largo seguito in episcopio, dove ebbero luogo i ricevimenti di rito. Il giorno seguente, domenica, celebrò in Duomo il primo pontificale, nel corso del quale pronunciò un breve discorso sul tema della pace, rilevandone i pregi e contrapponendo la pace di Cristo a quella menzognera del mondo, invitando alla fine i fedeli a prodigarsi fattivamente nel ricondurre la prima nel cuore di ogni singolo individuo, delle famiglie e della società intera. Preso possesso della Diocesi, volse le sue prime sollecitudini pastorali al seminario, che volle si mantenesse, per studi e per disciplina, all’altezza cui l’aveva portato monsignor Tescari. Pose quindi mano a importanti restauri nel palazzo vescovile. Servendosi del consiglio e dell’opera del cappuccino fra Biagio del convento di Pontremoli, eccellente mastro muratore, dispose per il rammodernamento del piano inferiore, comprendente anche gli uffici di curia. Restaurò al primo piano il salone adibito a galleria di quadri e curò il totale rifacimento dei tetti in rovina. Il 3 marzo 1904 indisse la visita pastorale, che eseguì con diligenza, interessandosi minuziosamente alla vita religiosa di ogni singola parrocchia. Per facilitare ai suoi sacerdoti il compito di attrarre i giovani per idirizzarli verso principi di ordine, di buon costume, di rispetto e di religione, ricorse al mezzo degli oratori. Sorse così a Borgo San Donnino, per suo impulso, l’oratorio festivo, che dette l’avvio nella Diocesi ad analoghe iniziative. Organizzò poi la dottrina cristiana come vera e propria scuola. Non gli fecero difetto fermezza ed energia, specie nel reprimere abusi e negligenze. Allorchè giunse a Borgo San Donnino, la sua salute era già minata. Accusò  i primi sintomi del male, che l’avrebbe poi ridotto all’impotenza, durante l’ultimo periodo del rettorato nel seminario di Pontremoli e in una circostanza singolare. Stava presiedendo agli esami dei seminaristi, allorchè ricevette un telegramma dal Mistrangelo, da poco assunto al governo dell’Arcidiocesi di Firenze, il quale lo invitò a raggiungerlo nella sua sede con la massima urgenza. A Firenze il Mistrangelo comunicò compiaciuto al Terroni la notizia della sua elevazione all’episcopato. Nell’apprenderla, il Terroni cadde riverso sopra un sofà, privo di sensi. Fu quella la prima manifestazione di arteriosclerosi, in forma già accentuata. A quel fatto morboso ne seguirono altri, nè le cure più sollecite valsero a ristabilire il Terroni, perchè nell’organismo indeboito fecero presa altre malattie: la nefrite e l’artrite. Sopraggiunse poi una paralisi progressiva che ne stroncò definitivamente la pur robusta fibra, costringendolo sopra una sedia tra spasmodici dolori, per oltre tre anni. Chiese anche al Pontefice di essere esonerato dal suo incarico ma la domanda non fu accolta. Sul calvario del Terroni, Guido Maria Conforti, vescovo di Parma, imperniò il suo discorso che tenne in Duomo durante le solenni esquie. La salma del Terroni fu inumata nel cimitero urbano di Borgo San Donnino, donde nel 1928, per interessamento di monsignor Giuseppe Fabbrucci, fu traslata con quella di altri presuli fidentini nella cripta della Cattedrale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 460-465.

Baganzola I secolo a.C./I secolo d.C.
Fu probabilmente [uxo]r di L. Vettidius, veteranus leg. XII Paterna, sexvir e aed(ilis), come sembrerebbe di poter dedurre dalla r superstite alla l.2a.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 177.

Parma 1896/1922
Avvocato, fu eletto deputato di Parma per la XXVI legislatura. Venne rieletto nella XXVII legislatura. Appartenne al Partito socialista sino al 1916 e diresse La Difesa di Firenze. Poi abbandonò il partito e fece parte del comitato di resistenza interna a Firenze. Dopo la guerra fu per qualche tempo direttore de La Provincia di Mantova. Aderì al fascismo e con una lista del partito entrò alla Camera.
FONTI E BIBL.: V. Bonfigli e C. Pompei, I 535 di Montecitorio, Roma, 1921; Pangloss, Gli eletti della XXVI legislatura, Roma, 1921; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; A. Malatesta, Ministri, 1941,178.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Plastico e stuccatore, fu attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 278.

 

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