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Dizionario biografico: Rondani-Ruzzi

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RONDANI-RUZZI

Parma 29 luglio 1846-Parma 11 gennaio 1911
Figlio di Emilio e Maddalena Kolenz. Nato da una famiglia di antichissime origini aristocratiche ma di consuetudini borghesi, fu ammesso giovanissimo all’Accademia di Belle Arti di Parma. Frequentò anche il locale Liceo e, per soli sei mesi, l’Università cittadina. Dopo una breve parentesi quale allievo presso la Regia Accademia Militare di Torino, in relazione agli avvenimenti del 1866, riprese da autodidatta gli studi prediletti (si diplomò nel 1869 in belle arti presso l’Università di Padova). Al termine del 1871, avendo già precedentemente conseguito l’abilitazione all’insegnamento, accettò la cattedra di Lettere italiane presso l’Istituto Tecnico di Parma, incarico che mantenne fino al 1898. Oltre a insegnare, collaborò a riviste locali e a periodici nazionali (Art, Nuova Antologia, Rivista Europea, Rivista Minima, Illustrazione Italiana), acquistando buon nome nel campo della poesia e della critica, sia letteraria che artistica, settori in cui il suo ingegno ebbe modo di estrinsecare pienamente le proprie potenzialità. Nel 1887 fu chiamato alla cattedra di Letteratura e Storia dell’Arte nella Regia Accademia di Belle Arti di Parma. Alla difesa di quest’ultima, minacciata di soppressione, dedicò gran parte dell’attività dei suoi ultimi anni. Il 5 settembre 1891 si unì in matrimonio con Giuseppina Ricci. Da allora visse esclusivamente per la famiglia e per gli studi, non interrompendo la sua laboriosa attività neppure quando si manifestarono i primi sintomi del male che poi gli fu fatale. Successivamente, però, le crisi dovute alla nefrite di cui soffrì si acuirono, impedendogli di dedicarsi con tranquillità alle proprie occupazioni. Cittadino integerrimo, poeta civile, pensatore acutissimo, critico e scrittore da tutti ammirato, il Rondani consacrò le forze del proprio intelletto al culto di quelli che furono i suoi ideali supremi: la famiglia, la scuola, l’arte e la patria. Come poeta, ebbe due grandi maestri, Giacomo Zanella e Giuseppe Revere, dal primo dei quali prese la chiara ispirazione di fede, scienza e umanità e dal secondo il severo e incalzante atteggiamento formale del sonetto: scuola confessata e prediletta, che invece di chiudere il Rondani nella disciplina di un seguace, ne elaborò e rafforzò la solitudine e l’originalità, sia pure attraverso i brevi accostamenti alla moda del borghesismo praghiano e del verismo stechettiano (Jacopo Bocchialini). Tale solitudine e originalità sono un tutt’uno con lo spirito e con la vita del Rondani. Sorto nel pieno fervore e nella piena fortuna della produzione carducciana (né il suo valore poetico sfuggì al Carducci, che ne riconobbe la bravura), amico di amici del Carducci, quali il Panzacchi, l’Occioni e Pasquale Papa, visse tuttavia solitario, tra lo sdegnoso e l’accigliato, lontano dai grandi centri letterari, pago di nulla chiedere per sé e di tutto dare al suo ideale poetico e umano: Solitudin non è stato d’amore ma d’odio o sdegno o di malinconia perciò col mio pensier, col mio dolore vò pellegrin senz’altra compagnia. Ancora giovane, fu caro allo Zanella ed ebbe il primo e inebriante incoraggiamento del Manzoni. Colpì e scosse, sin d’allora, uomini delle più diverse fedi e tendenze, quali il moralissimo ma angoloso Tommaseo, l’estroso e più tardi sommarughiano Milelli, Onorato Occioni, latinista e poeta, Salvatore Farina, delicato e umano creatore di romanzi che lo avvicinarono a Dickens, Pompeo Molmenti, colta e raffinata anima d’artista, l’ardente e romantico Cannizzaro, l’heiniano Zendrini e il fine e toccante Salvatore Di Giacomo. Il Rondani fu il poeta dei primi Versi (1871) e di Affetti e meditazioni (1875), che segnò  un’orma propria e durevole coi sonetti di Voci dell’anima (1883) e di Savoia e Caprera (1883-1884) e coi successivi canti isolati, usciti dal 1889 al 1906. Nel 1890 compose un dramma di carattere sociale, dal titolo Il signor Crèpin (Parma, Battei), come fosse traduzione di lavoro francese. Il Rondani però non vi appare neppure come traduttore e anzi l’edizione non fu poi messa in vendita. La cosa rimase pertanto nota a pochi intimi del Rondani e fu rivelata solamente dopo la sua morte dell’editore e da Oreste Boni, che aveva consentito all’amico Rondani di usare le proprie iniziali per designare il presunto traduttore. Parecchi dei suoi sonetti godettero di grande rinomanza, vennero riportati in varie antologie ed ebbero l’onore di molte traduzioni in parecchie lingue: in tedesco, in inglese, in greco e in spagnolo. Una sua raccolta di Rime scelte (1871-1906) venne edita da Battei nel 1956. Il Rondani prese dal Revere certo piglio risoluto e vigoroso atteggiamento di forme e di verseggiatura nel sonetto, oltre alla robustezza concettosa accentuata e messa in rilievo dall’incedere foscolianamente incalzante per il frequente e ben adatto incrociarsi di vocali elidentisi e oltre a certa maniera di elevare sostanzialmente e formalmente il sonetto in una chiusa che completa e riassume le sensazioni del lettore e ne lascia soddisfatto l’animo, pur già abituato alla dignità di tutto l’andamento. A tale severa e nobile poesia mancò la meritata fortuna. La solitudine del Rondani non ne intaccò il valore, ma lo isolò in un opaco silenzio, che ne mutò la sorte anche se non ne mutò la sostanza. Coi sonetti di Savoia e Caprera furono persino largamente varcati i confini d’Italia. Ma anche su questa superba pagina di poesia si ricompose poi la calma dell’oblio. Il Rondani serbò fede a una severa linea di dignità e tenne tanto alla semplicità della sua vita che visse, letterariamente, quasi sempre solo. Particolarmente duro fu il giudizio del Rondani nei confronti della critica in genere (chiamò latrati gli scritti dei critici) e un tale atteggiamento gli portò inevitabili svantaggi. Ma simil vita è a sua volta propizia a mantenere alle impressioni, alle idee, ai sentimenti, anche se alquanto invecchiati e oltrepassati, una sorte di perenne giovinezza, conservando la spontaneità ed il colore nativo, e stampandovi un suggello di convinzione superiore ad ogni incertezza e ad ogni dubbio (Antonio Boselli). A pochi anni di distanza dalla sua morte, letterati della vecchia e della nuova generazione finirono per incontrarsi nel riconoscere che quella poesia, che sembrava sepolta, era invece più viva e vitale che mai. Il pensiero di Isidoro Del Lungo, di Antonio Restori, di Giulio Natali, di Alfredo Galletti, di Domenico Oliva, di Carlo Calcaterra e di Alfredo Panzini ha una coincidenza significativa col giudizio di critici posteriori, quali Valentino Piccoli, Enrico Bevilacqua e Luigi Emery e di poeti novecentisti come Ugo Betti e Renzo Pezzani. Il Rondani avversò il verismo, nel quale vide la negazione dei valori spirituali e religiosi propri dell’idealismo romantico risorgimentale, di cui si considerò un epigono. Predilesse G. Zanella, col quale ebbe in comune la fede e l’ottimismo cristiano, e che rieccheggiò nella sua lirica gnomica. Si ispirò anche alla storia contemporanea e compose una collana di sonetti per la morte di G. Garibaldi. Come critico, fu ricco di cultura, equilibrio e buon gusto, pur giudicando di solito secondo criteri moralistici. Della sua bibliografia, che comprende 289 opere (di cui venti postume), è doveroso segnalare: Versi (1871), Affetti e meditazioni (1875), Voci dell’anima (1876 e 1883), Scritti d’arte (1874), La filosofia positiva e la critica d’arte (1888) e Saggi di critiche d’arte (1880).
FONTI E BIBL.: E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 224; J. Bocchialini, Alberto Rondani e il suo tempo, Parma, 1922, con prefazione di A. Restori; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, 3a ed., Bari, 1929, II, 242-245; E. Bertana, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, LVII 1911, 477-478; N. Rizzi, Alberto Rondani poeta e critico, Parma, 1935, che rimanda ad altri precedenti lavori; Enciclopedia Italiana, XXX, 1936, 96; A. Boselli, Commemorazione di Alberto Rondani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1912, 353-382 (con ampia bibliografia); Lodovici, Critici d’Arte, 1942, 310; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 130-131;  E. Bevilacqua, Alberto Rondani, in I Libri del Giorno, 7, 1922; B. Pinchetti, in La lirica italiana da Carducci al D’Annunzio, Bologna, 1928; Dizionario universale della letteratura contemporanea, 4, 1962, 196-197; B. Croce, in Letteratura della nuova Italia, VI, Bari, 1929; Dizionario enciclopedico della letteratura italiana, 4, 1967, 597; Aurea Parma 1/2 1970, 81-82; Nel centenario di Alberto Rondani, Parma, 1947; Dizionario della letteratura italiana contemporanea, 1973, 668-669; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 16 giugno 1985; Aurea Parma 3 1993, 200; G.C. Mezzadri, in Gazzetta di Parma 14 ottobre 1996, 5.


Parma 1586/1592
Fu Capitano delle truppe del Ducato di Parma militando sotto Alessandro Farnese.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508.

Parma 1547/1585
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma (1547-1574). Tre anni dopo (26 agosto 1577) passò, come corsorziale, alla Cattedrale di Parma. Con suo testamento del 29 ottobre 1585 lasciò un legato di messe alla Steccata (notaio Ottavio Manghi).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20; Archivio di Stato di Parma, Benefit. et Benefitiat. Elenchus, fol. 226; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 16.


Parma 21 novembre 1808-Parma 17 settembre 1879
Figlio di Salvatore e Angela Balzaretti. Fu uno dei migliori entomologi italiani del XIX secolo e uno dei più grandi ditterologi di tutti i tempi. Innamorato fino da fanciullo delle bellezze della natura, si dedicò completamente (dopo una parentesi di studi ecclesiastici e poi giuridici) alla storia naturale e all’agronomia. All’Università di Parma conobbe Macedonio Melloni, fisico, suo insegnante e poi amico. Nel 1827 Melloni gli regalò due grandi bacheche di farfalle, che diventarono poi il nucleo delle collezioni del Rondani e approdarono infine al Museo entomologico di Firenze. Studiò anche le piante con Giorgio Jan ed ebbe libero accesso alla biblioteca del conte Stefano Sanvitale, ove trovò molti libri di storia naturale e la preziosa collezione di insetti del Rossi. Nonostante il rammarico dei familiari, rinunciò all’abito talare dopo aver conosciuto Petronilla Musiari, che in seguito sposò. Caduto il governo di Maria Luigia d’Austria, il Melloni gli offrì la cattedra di storia naturale all’Università di Parma, ma la gioia del Rondani fu di breve durata: tornati gli Austriaci, deluso, abbandonò gli studi e per qualche tempo tentò la via del commercio di generi coloniali in società con il fratello Emilio. Scomparsa la prima moglie, sposò in seconde nozze Elisa Gelati. Effettuò ricerche sul parassitismo entomologico e tenne intensi carteggi con Massimiliano Spinola, di Genova, e con il Genè, di Torino. Pubblicò memorie di entomologia su periodici italiani e stranieri, accompagnandole da disegni e acquerelli da lui stesso efficacemente realizzati. Partecipò attivamente ai movimenti liberali del Risorgimento (1848 e 1859). Fu professore di agronomia all’Università di Parma (1854) e, dopo l’abolizione di questa cattedra, diresse il liceo e infine l’Istituto agrario nella città natale, fino alla morte. Dopo l’Unità fu nominato preside del neocostituito Istituto tecnico di Parma. La Società entomologica italiana lo ebbe tra i suoi fondatori (1870). Il Rondani acquistò il castello di Guardasone, sopra Traversetolo, e vi creò il proprio studio. L’attività che più lo rese illustre nel mondo scientifico fu lo studio della tassonomia dei Ditteri, di cui descrisse numerosi generi e specie, ma per i quali soprattutto stabilì sistemi razionali che dimostrano la sua profonda conoscenza dell’argomento. Classiche sono le sue ricerche sui Muscidi e sui Tachinidi. L’opera fondamentale è costituita dai 6 volumi del Prodromus Dipterologiae Italicae (Parma, 1856-1877; ristampata in fototipia a Berlino nel 1914), continuata, illustrata e completata, per le forme italiane, da un’ottantina di note e di memorie speciali, oltre a una decina di pubblicazioni sui Ditteri esotici. Un secondo campo in cui il nome del Rondani ebbe larga risonanza è lo studio degli insetti parassiti di altri insetti, che condusse per molti anni e che gli diede frutti abbondantissimi. Numerosi lavori del Rondani illustrano vari insetti dannosi all’agricoltura o altrimenti interessanti. Le pubblicazioni scientifiche del Rondani ammontano complessivamente a più di 160.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, Parma, Grazioli, 1880; C. Rondani, Commemorazione, Parma, Battei, 1881; M. Bezzi, In memoria di Camillo Rondani nel primo centenario della sua nascita, in Bollettino dei Musei di Zoologia della R. Università di Torino, XXIII, n. 592; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201; Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 96; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1989; Grandi di Parma, 1991, 101.

Parma 1807 c.-Parma 15 settembre 1881
Nel 1831 il Rondani fu tra i promotori del moto rivoluzionario parmense e venne per questo relegato nel forte di Compiano. Nel 1848 prese di nuovo parte alle lotte politiche e fu ancora una volta rinchiuso nella carceri dello Stato. Rimesso in libertà, cooperò sempre per l’unificazione dell’Italia.
FONTI E BIBL.: A. Silva, in Il Presente 17 settembre 1881, n. 255; G.B. Janelli, Dizionario biografico, Appendice, Parma, Grazioli, 1880, 147; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201-202.

Parma  1 febbraio 1843-1914
Figlia di Emilio e Maddalena Kolenz. Sorella maggiore del poeta Alberto, fu grande appassionata del teatro dialettale. Le furono familiari le commedie del Goldoni, del Gallina e quelle bolognesi. Di questo suo interesse si ha traccia nelle sue argute poesie dialettali, le poche rimaste tra le molte disperse, sufficienti comunque per farne accogliere il nome e un saggio nell’antologia di J. Bocchialini, Il dialetto vivo di Parma. Fedele alla tradizione patriottica familiare, fu, sebbene appena sedicenne, tra le giovani di Parma che al passaggio delle truppe sarde, nel 1859, offrirono ai soldati generi di conforto.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 78; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 131.

Parma 26 aprile 1834-1909
Figlio di Emilio e Maddalena Kolenz. Avvocato garibaldino e fautore dei Piemontesi, che definì i Francesi d’Italia, fece parte della Guardia Nazionale di Parma. Sebbene fosse stato educato dai Gesuiti, fu culturalmente orientato verso lo spirito francese. Ultimo discepolo dello studio dell’avvocato Guareschi, il più affermato legale dell’Ottocento parmense, il Rondani fu avvocato di acuto intelletto giuridico. Il suo temperamento antimassonico lo schierò col Chimirri alla difesa del Consorzio dei Vivi e dei Morti, che assisté in Cassazione nell’ultima disperata difesa per mandato del Guareschi.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 131.

RONDANI FRANCESCO MARIA, vedi RONDANI GIOVANNI FRANCESCO MARIA

RONDANI GIAN BATTISTA, vedi RONDANI GIOVANNI BATTISTA

RONDANI GIGLIO, vedi RONDANI GIGLIOLO

Parma 1397/1401
Figlio di Aristeo. Fu il primo della sua famiglia a stabilirsi in Parma. Il 18 luglio 1397 aumentò la dote del beneficio di San Jacopo Maggiore eretto nella parrocchia della Santissima Trinità di Parma. Istituì, con testamento del 20 gennaio 1401, sempre presso la chiesa della Santissima Trinità di Parma, un ospizio perpetuo e gratuito per le famiglie impossibilitate a pagare l’affitto. Lo stesso Rondani, persona pietosa, dotò la chiesa di Mezzano Rondani e lasciò altre case all’Ospizio dei poveri e dei peregrini di Casalmaggiore.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508-509; Rondani, Origine della famiglia Rondani, in Archivio Storico per le Province Parmensi VIII 1900, 15-112; A. Schiavi, La Diocesi di Parma II, 1940, 423; Parma nell’Arte 1 1973, 90-91.

RONDANI GILIOLO, vedi RONDANI GIGLIOLO

Parma 1425
Detto Bariano. Figlio di Pellegrino. Fondò nel 1425 il patronato di un beneficio eretto nella Chiesa di San Giovanni di Casalmaggiore.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 6; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 509.

Parma-1515 c.
Figlio di Tommaso. Fu pittore di buon valore. Morì probabilmente nell’anno 1515.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 188.

Parma 1666
Fu Capitano delle truppe ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

Parma 6 maggio1796-post 1877
Figlio di Sante e Rosa Rocchi. Fu Arciprete di Mezzano Rondani, definito dallo Janelli persona dottissima. Pubblicò (1838-1843) diverse raccolte di poesie.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 509.

Parma 15 luglio 1490-22/30 settembre 1550
Figlio di Bernabeo. Fu allievo del Correggio. Il 9 aprile 1504 ricevette da uno zio un’eredità, insieme ai fratelli. Sposò una non meglio identificata Francesca nel 1504 e da lei ebbe tre figli Caterina, Girolamo e Paolo (Descrizione delle bocche della città di Parma, 1545). La critica attribuisce al Rondani i fregi con scene di Sacrifici ebraici e pagani su cartoni del Correggio affrescati lungo le pareti della navata centrale di San Giovanni Evangelista in Parma (1520-1524). Dal 1522 il Rondani avviò la decorazione, rimasta incompiuta, del transetto meridionale del Duomo di Parma. Il 7 marzo 1524 dipinse sul muro del palazzo del Governatore nella piazza grande di Parma le insegne del Ss.mo Signore nostro, papa Clemente VII, da cui Parma dipendeva, ricevendo dieci giorni dopo, il 17 marzo, 65 libbre imperiali e 15 soldi. Nel 1525 fu invitato a pronunciarsi (insieme ad altri artisti, tra i quali il Correggio e l’Anselmi) circa le lesioni verificatesi nella fabbrica della Steccata. Dal 1527 al 1531 affrescò a monocromo, nella zona inferiore della cappella Centoni del Duomo di Parma, Cattura di Cristo e Cristo mostrato al popolo. Vengono attribuiti a una sua collaborazione con l’Anselmi gli affreschi del sottarco della Cappella Del Bono nella chiesa di San Giovanni Evangelista (1521) raffiguranti Il Padre Eterno benedicene, Conversione di S. Paolo e Elemosina di S. Pietro Apostolo (una parte della critica li riferisce al Correggio). Sono documentati suoi affreschi nel chiostro dei novizi dello stesso monastero raffiguranti Miracoli di S. Benedetto. L’Affò menziona (1796) suoi affreschi decorativi nel coro di Sant’Alessandro di Parma, eseguiti nel 1530. Nel 1532 collaborò alle imprese decorative finanziate dal Comune di Parma per celebrare l’ingresso in città dell’imperatore Carlo V d’Asburgo. Il 5 e 27 marzo 1539 figura tra i convocati dalla Congregazione della Concezione di Parma. Collaborò con l’Anselmi alla decorazione dei pennacchi della cupola dell’oratorio della Concezione in San Francesco del Prato a Parma (1532-1535). Nel 1541 eseguì lavori per il Duomo e nel 1543 fu perito di parte nella contesa tra l’Anselmi e i fabbriceri della Steccata di Parma a proposito dell’affresco dell’abside, commissionato in precedenza al Parmigianino e a Giulio Romano. È citato, negli anni 1541, 1542, 1545, 1546, 1547, 1549 e 1550 (21 settembre) nel Libro Varia expensa fabrice cappelle societatis Conceptionis dell’Oratorio della Concezione. In questi documenti, alla data 15 settembre 1549 compare la croce anziché la firma: ciò significa che il Rondani morì nell’annata 1550 (Testi ritiene che possa essere morto tra il 21 e il 30 settembre 1550). Il primo documento noto in cui si ricorda che il Rondani è defunto è una testimonianza di suo figlio Girolamo del 20 dicembre 1557 in un rogito del notaio Giovanni Battista Zandemaria. Il Rondani eseguì anche le seguenti opere: Madonna con Bambino in gloria e Ss. Agostino e Girolamo (firmata, Parma, Pinacoteca), Visitazione (Parma, Pinacoteca), Assunzione (Parma, Pinacoteca), Madonna tra i Ss. Pietro e Caterina (Napoli, Capodimonte). Pirondini e Monducci tolgono l’attribuzione della pala con Sant’Omobono e la relativa predella (Reggio Emilia, San Prospero) alla collaborazione Rondani-Anselmi per assegnarla a Nicolò Patarazzi. Il Rondani imitò il Correggio, derivandone principalmente gli schemi compositivi e traducendo i modelli del maestro nella sua trascurata maniera, dai colori chiassosi, dalle deboli forme, limitate da duro contorno e talvolta contorte nella ricerca del movimento.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 339-340; Crisopoli 3 1935, 186; N. Pelicelli, in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XXVIII, Lipsia, 1934 (con bibliografia); C. Ricci, Di alcuni quadri conservati nel R. Museo di Napoli, in Napoli nobilissima, IV, 1895, 129 segg.; L. Testi, Gian Francesco Maria Rondani o Rondine, in Aurea Parma I 1912, 73-75; L. Serra, Sommario del museo Mosca di Pesaro, in Rassegna Marchigiana II 1923-1924, 209; G. Copertini, Il Parmigianino, I-II, Parma, 1932; L. Magnani, Note sui disegni del Correggio, in Crisopoli, 1934, 213 segg.; L. Magnani, in Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 97; I. Affò, Il Parmigiano servitore di Piazza, Parma, 1794; L. Lanzi, Storia pittorica, Milano, 1821; F. Castellani Tarabini, Cenni storici e descrittivi intorno alle pitture della Galleria Estense, Modena, 1854; S. Ricci, La R. Galleria Estense, Modena, 1925; A.O. Quintavalle, Mostra del Correggio, Parma, 1935; E. Zocca, La R. Galleria Estense di Modena, Modena, 1935; E. Bodmer, Il Correggio e gli Emiliani, Novara, 1943; R. Pallucchini, I dipinti della Galleria Estense, Roma, 1945; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2147-2148; A.O. Quintavalle, Mostra parmense dei dipinti noti ed ignoti dal XIV al XVIII secolo, Parma, 1948; A.E. Popham, Correggio’s drawings, London, 1957; A. Ghidiglia Quintavalle, L’oratorio della Concezione a Parma, in Paragone 1958; A. Molajoli, La Pinacoteca di Capodimonte, Napoli, 1958; A. Ghidiglia Quintavalle, Michelangelo Anselmi, Parma, 1960; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 458 e 460; S. Ticozzi, 193; E. Scarabelli Zunti, vol. III, cc. 359-360; G. Bertini, La Galleria, 107 e 278, 293, La pittura in Italia, 824; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 361-362.

Parma XV secolo
Pittore vissuto nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: Un santo e due pittori nella storia di un Monte, in Aurea Parma XXXIX 1955, 122-127; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 936.


Parma 1659/1663
Tenore. Cantò per la cappella della Corte Ducale di Parma dal 1 settembre 1659 al 12 febbraio 1663.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma seconda metà del XIX secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XIX secolo. Fu professore (consigliere con voto) di Architettura nell’Accademia di Belle Arti di Parma.
FONTI E BIBL.: P.Martini, Scuola delle arti belle, 1862, 37.

Parma 1173
Appartenne a distinta famiglia. Andò Legato dei Piacentini al Congresso della Lega Lombarda, tenuto in Crema nell’anno 1175.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, II, 1793, 254; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508.

Parma 1560/1580
Fu organista nella chiesa della Steccata in Parma dal 6 dicembre 1560 al novembre 1580.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 24, 37; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 23.

Parma 1564/1573
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 22 dicembre 1564 al novembre 1573.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 19.

Parma 1425
Capitano di ventura visconteo, si rese protagonista della battaglia di Val Lamone in cui si scontrarono le truppe di Filippo Maria Visconti con quelle della Repubblica di Firenze. Antecedentemente allo scontro, furono fatti grandi reclutamenti di soldati dall’uno e dall’altro fronte. La Repubblica in particolare, che si sentiva minacciata nei suoi territori dalla politica astuta e aggressiva di Filippo Maria Visconti, non lasciò niente d’intentato per sbarrare la strada ai rivali, affidando il comando a un condottiero di provato valore e ancora invitto, se lo storico Magenta (I Visconti e gli Sforza, II, 162) lo definisce il semper victoriosissimus vir Nicolaus Piceninus. Dell’esercito fecero parte le bande che avevano militato sotto Braccio di Montone, morto nella battaglia di Zagonara. Ne assunse il comando il figlio Oddo, promosso anch’egli capitaneus guerrae, malgrado la ancora giovane età. La battaglia di Val Lamone fu un gravissimo errore strategico che costò la terza grave sconfitta dei Fiorentini nei confronti dei ducheschi. In essa incontrò tragica fine anche il giovanissimo Oddo da Montone. Il Piccinino aveva in verità dissentito nettamente da quel piano, ma dovette piegarsi di necessità ai consules della Repubblica. Lo scontro avvenne il 1° febbraio 1425 alle Scalelle della Valle. Imbottigliate tra le truppe viscontee e un reparto di montanari del luogo, le milizie gigliate furono nettamente sconfitte e il Piccinino cadde prigioniero. La cattura fu merito soprattutto del Rondani che lo tenne con sé come ostaggio fino al momento del riscatto, fissato nella somma di 500 scudi. Il conflitto, a differenza di tanti altri, fu tra i più cruenti: La gente del duca di Milano c’erano e li stancie se redussero e se messero tucti insieme e cavalcaro con quello esercito in Val de Lamone e apicioro facti d’arme con la gente de’ fiorentini permodo che la gente de’ fiorentini foro rotti e fracassati (Cobelli, Cronaca). Ciò pone in maggior risalto l’impresa del Rondani del quale, tuttavia, dopo quella battaglia rimangono scarse notizie.
FONTI E BIBL.: S. Congia, in Gazzetta di Parma 11 novembre 1996, 5.

Parma 1852/1881
Fu fabbricante di stoviglie, placche con numeri, pianelle e tegole. La fabbrica del Rondani ebbe sede in borgo Fiore n. 18 a Parma. Nel 1861 produsse circa 7000 pezzi tra Pignatte, Brocche, Tegami e vasi diversi. Nel 1861 il Rondani espose alla Fiera di Firenze una profumiera ornata di bassi rilievi. Il Rondani, ancor più che dalle stoviglie, si sentì attratto dalle applicazioni industriali che la materia ceramica poteva offrire e in questo senso fu senza dubbio un pioniere. In una lettera al sindaco di Parma racconta le sue prime esperienze: Recatomi in Francia nell’anno 1852 all’oggetto di apprendere utili cognizioni intorno alla mia professione di stovigliaio e fermato il mio soggiorno a Nancy dopo aver percorso alcune Provincie di quel Regno, studiai quivi la fabbricazione delle tegole meccaniche e dei mattoni traforati. Passati due anni, feci ritorno in patria e mi diedi tosto alla fabbricazione degli oggetti suindicati. Alla Fiera di Firenze, oltre la profumiera, il Rondani presentò le sue tegole meccaniche, una serie di mattoni traforati e alcuni vasi e vasettini di terra porosa usati pel galvano plastier e per la pila elettrica. Ottenne una delle medaglie d’argento all’Esposizione di Milano del 1881.
FONTI E BIBL.: G. Corona, La Ceramica, Milano, 1855; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 361; G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 51.

Parma-Alatri gennaio/settembre 1547
Il 3 luglio 1545 fu promosso al Vescovado di Alatri, quale successore di Valerio Tartarini. Il Bordoni e l’Ughelli assegnano al Rondani sedici anni di ministero pastorale in Alatri, ma in verità sedette su quella cattedra due anni appena. Un memoriale del Rondani, indirizzato al cardinale Farnese, evidenzia come egli fosse poco contento del vescovado alatrino, sulle cui rendite, già povere, era stata imposta una pensione a favore di un non meglio identificato prelato: Prego V. S. Rev. che me fatia gratia raccomandarmi a N. S. che me voglia levare de questa miseria de la pension ch’io pago, perché non cavo tanto de lo Episcopatello ovvero con la prima occaxione permutarmelo: perché più me incresce ed dire delle persone, che non fa del danno, per esser io creatura de S. S. et de sua casa Ill. de tanti anni; et ch’io abbia andare mendicando le cose a me neccessarie per far onore a S. S. et alla dignità, me pare non sia conveniente. Pur del tutto me remetto a V. S. Rev. Non è nota la risposta data dalla Corte di Roma a questa istanza del Rondani (databile al 1546), ma è certo per altro che egli poco dopo cessò di vivere.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 56; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 508; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

RONDINE GIAN FRANCESCO MARIA, vedi RONDANI GIOVANNI FRANCESCO MARIA

Parma ante 1723-1774
Sacerdote. Fu cantore alla Steccata di Parma fin dalla Pasqua dell’anno 1730. Chiese di avere il medesimo compenso degli altri, come risulta da una sua lettera scritta al duca di Parma Carlo di Borbone il 20 settembre 1735. Lo si trova a cantare in Cattedrale a Parma dal 3 maggio 1723 al 25 dicembre 1731. L’11 aprile 1739 fu investito di un beneficio.
FONTI E BIBL.: Archivio del Duomo, Mandati 1700-1725, 1726-1747; Archivio della Steccata, Mandati 1730; Lettere ducali 1731-1735; Archivio della Curia, Benefit necnon Benefitiat, 253; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 164.

Parma seconda metà del XVI secolo
Laureato in legge, fu prete consorziale della Cattedrale di Parma. Morì in giovane età, verso la fine del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 50.

Parma 1539-
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani. Scolastico per tendenza e pensiero, fu dimesso dalla Compagnia di Gesù nel 1562.
FONTI E BIBL.: M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti, 1968, 129.


Mezzano Superiore 14 maggio 1788-Valparaiso 24 maggio 1866
Figlio di Gian Battista e di Rosa Canepa. Entrato nel 1807 come soldato al servizio di Francia, due anni dopo fu Sergente nel battaglione Cacciatori del Po, nel 1812 Sottotenente, nel 1813 Tenente e nell’anno medesimo Tenente Aiutante maggiore. Combatté nel 1808 in Spagna (a Polvedera rimase ferito) e nel 1809 in Austria (fu ferito alla gamba destra a Wagram). Si trovò nel 1810 al campo di Bologna. Fu ferito altre volte nella campagna di Russia a Polotsk (alla spalla destra) e nel 1814 al blocco di Magdeburgo. Con Napoleone Bonaparte combatté sino alla fine: nel 1813 e 1814 in Germania (battaglie di Lutzen, Bautzen, Dresda, Lipsia, Magdeburgo). Nel 1815, col grado di Capitano, diede grandi prove di valore a Waterloo. Le guerre napoleoniche gli valsero complessivamente quattro ferite, venti citazioni all’ordine del giorno e la Legion d’onore. Abbandonato il servizio militare francese entrò col grado di Tenente nel Reggimento Maria Luigia a Parma. Essendosi però ben presto accorto che in quella posizione avrebbe dato solo lustro alle feste della Sovrana e che il suo servizio sarebbe stato utile soltanto agli interessi dell’Austria, pensò di ritirarsi e respinse pure la proposta del conte Neipperg di procurargli, per il valore dimostrato sui tanti campi di battaglia, un posto adeguato nell’esercito austriaco. Difatti, avendo ottenuto nel 1816 un anno di soldo a titolo di gratificazione, il Rondizzoni diede le dimissioni. Recatosi poi a Bordington, nello stato del New Jersey, dove il fratello maggiore di Napoleone Bonaparte, Giuseppe, viveva come proprietario di un grande podere, ottenne da lui una raccomandazione al generale e patriota cileno Josè Miguel Carrera. Il Rondizzoni si imbarcò a Baltimore nel dicembre 1816 e giunse nel febbraio dell’anno seguente a Buenos Aires. Quindi, pur di combattere la tirannide spagnola, si contentò del grado di Sergente maggiore, agli ordini del generale cileno San Martin. Si distinse presto per valore ed esperienza tattica in vari combattimenti, specialmente in quello detto Sorpresa di Cancia Rayada (18 marzo 1818). Prese poi parte col grado di Maggiore alla guerra per la liberazione del Perù nel 1823 e, per le sue gesta eroiche, fu nominato Colonnello. Fu allora che la fama militare del Rondizzoni si diffuse in tutta l’America del Sud. Per il consolidamento dell’indipendenza del Cile occorsero altre campagne: il Rondizzoni combatté a Mocopulli il 1° aprile 1824 al comando del 7° battaglione della Riserva, poi, col grado di Colonnello, a Bellavista il 14 gennaio 1826 e a Santiago il 6 giugno 1829. Le frequenti guerre civili, scoppiate ben presto nella giovane Repubblica cilena, lo indussero a passare in esilio il decennio 1830-1840. Tenne successivamente (1851), con buoni risultati, l’amministrazione (come governatore e intendente) di varie province cilene e mostrò la sua abilità come Colonnello di Stato maggiore nella guerra contro i ribelli comandati da Giuseppe Maria della Cruz. Fu governatore di Constituciòn e del porto di Talcahuano, ministro speciale della Corte d’appello di Concepciòn per la Corte marziale, capo di Stato maggiore dell’esercito nel 1851: in quell’anno partecipò alle battaglie di Los Guindos (19 novembre) e di Loncomilla (8 dicembre), combattute per sedare un tentativo rivoluzionario. Nel 1854 divenne Generale di brigata e combatté ancora a Concepciòn l’8 febbraio 1859, come capo delle Forze nazionali, per soffocare una nuova insurrezione. Nel 1861 si congedò, ritirandosi a Valparaiso. Nel 1924 gli fu eretto un busto dalla Società Scientifica del Cile e nel 1930 fu donata dal Governo cileno una riproduzione del busto in bronzo al Municipio di Parma, che gli assegnò un posto d’onore nel palazzo comunale.
FONTI E BIBL.: Corriere Emiliano 21 giugno 1929 e 18 e 20 maggio 1930; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 104; E. Loevison, Gli Ufficiali napoleonici parmensi, Parma, 1930, 32; Dizionario UTET, XI, 1961, 139; Dizionario storico politico, 1971, 1100; Gazzetta di Parma 14 settembre 1973, 4.

RONDIZZONI JOSÈ, vedi RONDIZZONI GIUSEPPE

Busseto 1831
Fu il promotore, con il podestà Stanislao Biagi e un Fontana, dei moti del 1831 in Busseto. Fu poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 164 e 201.

Borgo San Donnino 1831
Professore di Rettorica a Borgo San Donnino, fu tra i promotori della rivolta del 1831 in Borgo San Donnino. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria e fu destituito dall’incarico.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.

RONGHINI LUIGI, vedi RONCHINI LUIGI

Borgo San Donnino 16 novembre 1817-Parma 4 settembre 1900
Impiegato a Parma nella pubblica amministrazione, nel 1849 estromesso dal posto di lavoro per aver manifestato ostilità nei confronti del duca Carlo di Borbone e imprigionato. Uscito dal carcere dopo 59 giorni di detenzione, durante i quali venne frequentemente sottoposto alla pena del bastone che gli procurò gravi disturbi cardiaci, si trasferì a Genova, dove svolse la propria attività dapprima in seno al Comitato per l’emigrazione quindi come segretario particolare del conte Jacopo Sanvitale. Rientrato a Parma dopo la morte di Carlo di Borbone, si trattenne al servizio della casa Sanvitale fintanto che, passato il Ducato di Parma nelle mani di Carlo Farini, fu da questi, nel 1859, reintegrato nell’impiego perduto con riconoscimento di tutti i diritti dei quali non aveva potuto beneficiare nel periodo trascorso in esilio. Dotto e piacevole conversatore, il Ronzoni godette a Parma l’amicizia degli uomini più in vita del tempo: Alberto e Stefano Sanvitale, Gaspare Cavallini, Gerra, consigliere di Stato, Eleonora Torlonia, Giuseppe Fantoni.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 131-132; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 383-384.

RONZONI FRANCESCO, vedi RONZONI FERRUCCIO

-Parma 16 settembre 1871
Fu caldo patriota e valente difensore della Patria.
FONTI E BIBL.: Il Presente 16 settembre 1871 n. 259; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419.

ROSA ANDREA, vedi DALLA ROSA ANDREA

ROSA ANGELO, vedi ROSA CARLO

Sala Baganza 30 agosto 1871-Buenos Aires 8 novembre 1930
Figlio di Luigi e di Maria Schianchi. Sul fronte delle lotte sociali, alimentate da idee di un socialismo anarco-sindacalista, si stagliò la vigorosa figura del Rosa. Egli fu sempre in prima linea dal 1898 al 1919 quando si trattò di svegliare il torpore amministrativo e politico del paese di Sala Baganza, di sostenere l’incognita di uno sciopero agricolo imponente come quello del 1908 o di assumere direttamente l’amministrazione della cosa pubblica (il Rosa fu sindaco di Sala Baganza nel periodo 1914-1919) nella fase tormentata della prima guerra mondiale, di fronte alla quale si dimostrò, come Alceste De Ambris, dapprima neutralista e poi  interventista. La fine della sua esperienza amministrativa fu segnata da una velenosa campagna di accuse per irregolarità amministrative scatenata dal settimanale socialista riformista L’Idea. Il 26 aprile 1922 il Rosa si trasferì da Sala Baganza a Parma e di qui in Argentina, dove morì, nell’Ospedale italiano di Buenos Aires, all’età di 59 anni.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 2 1978, 74; P. Bonardi, Vicende dello sciopero agricolo del 1908, 1979; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1908, 20.

Parma 1611-Bologna 25 ottobre 1659
Frate capuccino, fu noto predicatore, lettore di singolari talenti, guardiano e definitore, da tutti tenuto per santo. Compì la professione a Carpi il 4 ottobre 1632.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 606.

Parma 1590 c.-post 1642
Figlio di Andrea e fratello di Lorenzo. Si addottorò in ambo le leggi nell’anno 1614. Andò poi a Roma dove lavorò presso la Corte. Vestito l’abito clericale, fu ammesso per il suo valore nella Segreteria del Papa. Andò in Germania con una Legazione papale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 83.

Parma 1592 c.-post 1642
Figlio di Andrea e fratello di Francesco. Si addottorò in ambo le leggi nell’anno 1616. Lesse per diverso tempo nello Studio di Parma con grande plauso e concorso di molti allievi. Si trasferì quindi a Roma dove fu eletto Agente e Avvocato della Religione di Malta.
FONTI E BIBL.: Pico, Appendice, 1642, 84-85.

Sala Baganza 19 giugno 1902-Parma 6 dicembre 1947
Fiumano e antifascista, partecipò attivamente alla Resistenza. Morì suicida alla vigilia della cerimonia della consegna, da parte di De Nicola, della medaglia d’oro per la guerra di Liberazione alla città di Parma. La sua morte venne annunciata dalla Gazzetta di Parma, il 7 dicembre 1947, nella rubrica dello Stato Civile, senza alcuna annotazione circa le cause del decesso.
FONTI E BIBL.: Renzo Pezzani nella vita, nell’arte, nel ricordo, Parma, 1952, 56; Comunisti a Parma, 1986, 230.

ROSA SISTO, vedi BADALOCCHIO SISTO ROSA

Parma XVI secolo/1619
Astrologo, cosmografo, pittore, miniatore, disegnatore e incisore attivo alla Corte di Parma nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, V, 302.

Parma 4 marzo 1864-post 1933
Figlio di Giovanni e Dorotea Nasalli. Sottotenente di fanteria nel 1882, frequentò poi la scuola di guerra e fu insegnante al Collegio militare di Napoli. Colonnello nel 1915, ebbe il comando del 17° Fanteria e con esso entrò in guerra contro l’Austria, rimanendo ferito sul Carso (meritò la medaglia d’argento al valor militare). Maggiore generale nel 1916, comandò per un anno la brigata Torino. Nel 1918 ebbe il comando della 75a divisione, dalla quale passò alla 18a, schierata  sul Grappa, sino all’armistizio. Comandante della divisione militare territoriale di Catanzaro nel 1919, quattro anni dopo assunse il grado di Generale di divisione. Venne collocato a riposo nel 1933.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, VI, 1933, 634.

Parma 1682/1693
Tipografo attivo a Parma nella seconda metà del XVII secolo. Stampò spesso associato, tra il 1682 e il 1693, con Ippolito Rosati e Giuseppe Dall’Oglio.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez, 1996, 21; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.


Parma ante 1624- Parma 1692
Tipografo. Compare per la prima volta nel 1649 nei Capitoli dell’Arte de’ Librai. Nel 1671, in società con Pietro Del Frate, affittò le attività dei Viotti. Dal 1675 i soci ottennero il privilegio, come appare in alcune grida, di sottoscrivere con la qualifica di stampatori ducali. Nel 1679 stamparono un’opera di G.F. Seratti, una di Corneglio Magni e nel 1683 la Relatione delle esequie del M.R.P. Paolo Rosini. Appare associato a Giuseppe Rossetti per le edizioni di G.P. Sacco nel 1686 e di B. Gatti nel 1688. Nell’edizione della Medicina Theorico-Practica del Sacco, edita Ex Typographia Galeatij Rosati nel 1687, il Rossetti sembra essere solo il finanziatore (Sumptibus Ioseph de Rossettis) avendo ottenuto probabilmente il privilegio della stampa dell’opera. Dopo questa data il Rosati pubblicò l’opera di Carlo Giuseppe Fontana, Le bellezze diformi o sia la Venere smascherata, nel 1689, e, nuovamente sciolto da vincoli societari, gli Statuta, decreta et ordines Serenissimi DD. Nostri Ranutii Farnesii, observanda in statu Bardi, Compiani, et pertinentiarum nel 1690. In seguito, con la qualifica di impressorem episcopalem, stampò il Synodus Dioecesana del vescovo Tommaso Saladini.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez, 1996, 20; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

Parma 1692/1745
Sembra essere stato il diretto erede di Galeazzo Rosati. Il suo nome compare in numerose pubblicazioni dal 1692 almeno fino al 1741, con le più diverse qualifiche: impressoris episcopalis e episcopalem typographum (datando spesso Romae et Parmae) e stampatore dell’Illustrissima Comunità. Numerose sono anche le sue ristampe di grida, decreti e bandi editi con la qualifica di stampatore ducale. Tra le tante edizioni, si ricorda la prolusione di Giovanni Battista Pedana Facultas medica ex temporum vicissitudine, edita nel 1699. Pubblicò ancora Il tutto in poco, modo per imparare il Canto fermo (1711) e due trattati del Vallara: Teorico-prattico del canto gregoriano (1721) e Primizie del canto fermo (1724). Nel 1733 pubblicò Selva di varie composizioni ecclesiastiche, ancora del Vallara. Dal 1735 al 1745 almeno, stampò la Gazzetta di Parma i cui primi numeri recano l’intestazione Novelle più recenti delle corti d’Europa.
FONTI E BIBL.: Dizionario Editori musicali, 1958, 134; Al Pont ad Mez, 1996, 20-21; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.


Parma 1831
Cadetto del Reggimento di Parma, fu espulso per punizione dopo i moti del 1831. Dopo l’affare di Fiorenzuola, il Rosati fu uno dei più arditi nel disarmamento della compagnia diretta dal capitano Rota, dimostrandosi assai caldo nella rivolta. Ristabilito il governo legittimo, gli fu dato un passaporto per la Francia. Il Rosati si stabilì a Marsiglia dove si sposò.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.


Parma 1682/1693
Tipografo attivo a Parma, risulta spesso associato con Giuseppe Dall’Oglio, tra il 1682 e il 1693, e con Francesco Maria Rosati. In alcune sue edizioni compare ancora la marca dei Viotti, che probabilmente gli avevano affittato o venduto la propria impresa. Tra le edizioni uscite dai suoi torchi si annoverano: Dio. Sonetti ed inni di Francesco De Lemene del 1684, il Giornale de’ letterati di Benedetto Bacchini (1686-1690), la Miscellanea Italica Erudita di Gaudenzio Roberti (1690-1692), l’Ex Pandectis et codices celebriores di Tommaso Saladini del 1687, il ricchissimo repertorio bibliografico giuridico di Agostino Fontana intitolato Amphitheatrum legale del 1688 e le Tavole di Fortificazione del signore di Vauban, del 1691. Pubblicò assieme al Dall’Oglio nel 1682 il Ristretto e breve discorso sopra le regole di Canto fermo di Maurizio Zappata.
FONTI E BIBL.: Dizionario Editori musicali, 1958, 55; Enciclopedia della stampa, 1969, 279; Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

Parma 1700
Da una typografia Octavii Rosati venne stampato, nel 1700, Georgicorum libri III, Miscellaneorum liber I del poeta parmense Tommaso Ravasini: il volumetto contiene diverse altre liriche del poeta, ciascuna presentata con un proprio frontespizio.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 577.

-Parma gennaio 1581
Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma il 15 novembre 1566.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 19.

ROSATTI GIUSEPPE, vedi ROSATI GIUSEPPE

Parma-post 1888
Soprano, il 27 aprile 1888 debuttò a Ravenna nel Rigoletto.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma nell’anno 1859.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1943, 79.

ROSCIO LORENZO, vedi ROSSI LORENZO

ROSCIUS LUCIO VITRUVIO, vedi ROSSI VITRUVIO

Parma II/III secolo d.C.
Fu forse libero. È documentato in epigrafe attribuibile alla piena età imperiale, fatta fare per testamento per sé e per la uxor Statoria Corintis, testimoniata a Parma (in pieno centro cittadino) dalla tradizione manoscritta, ma poi perduta. Il nomen Roscius è diffuso soprattutto nell’Italia centrale e in occidente, presente in questo solo caso in Cispadana. Gratus è invece cognomen assai diffuso nei territori celtici, ma raro in Cispadana.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 156.

ROSCIUS VITRUVIO, vedi ROSSI VITRUVIO

Pozzo di Pellegrino 1763-Torricelle San Nazzaro 24 settembre 1833
Sacerdote. Fu maestro di grammatica ed economo nel Seminario vescovile di Piacenza per molti anni. Il Rosi fu dotto latinista: molti suoi manoscritti si conservano nell’Archivio del Seminario di Piacenza. Morì all’età di 70 anni.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 367.

Pavullo nel Frignano 21 febbraio 1876-Parma 23 aprile 1945
Frate minore del Convento di San Pietro d’Alcantara in Parma, fu un esperto orologiaio. Fu dapprima padre guardiano nel Convento di San Cataldo di Modena, per poi trasferirsi a Parma, dove trascorse gran parte della propria esistenza. Il 23 aprile 1945 le forze tedesche iniziarono a ritirarsi da Parma: gli uffici civili smobilitarono in tutta fretta e il comando tedesco, nel corso della notte, si trasferì altrove. Il deposito del Distretto in via Granatieri di Sardegna venne allora assalito e saccheggiato. Tutto però si interruppe quando, armata di tutto punto, comparve la brigata nera, agli ordini di un nazista. I frati di San Pietro d’Alcantara, in atto di prendere in consegna il loro ex convento adibito a caserma (allo scopo di poter più facilmente rivendicarne la proprietà da trattarsi con le nuove autorità e per preservare dal saccheggio l’archivio e il prezioso carteggio delle pratiche di assistenza alle famiglie di prigionieri e internati), vennero improvvisamente a trovarsi in mezzo a una gran folla che, all’apparire degli armati, irruppe in chiesa cercando un asilo sicuro. Il Rosi tentò di difendere alcune persone, ma venne con esse arrestato e condotto via su un auto. Presto liberato, avendo potuto provare la propria innocenza, tornò alla chiesa. Avendo trovato nascoste alcune donne, si prestò a farle uscire da una porta secondaria in via Adorni. Nel frattempo gli uomini della brigata nera tornarono sul posto proprio nel momento in cui il Rosi faceva uscire in strada le donne. Sul momento tutto parve chiarirsi, ma, a mezz’ora di distanza, in convento irruppero tre brigatisti, con il fucile spianato e con l’intento di punire i religiosi che ritenevano avversari delle idee nazifasciste, più volte dimostratisi tali e ora complici del nemico nel voler trasmettere e conservare intatta per gli occupanti partigiani e angloamericani la caserma attigua al convento e loro ex proprietà. Il primo frate rintracciato fu proprio il Rosi, che finì barbaramente trucidato. Altre vittime sarebbero seguite, se la fretta di partire non avesse distolto la brigata nera da ulteriori indagini. La memoria storica del sacrificio del Rosi venne tramandata ai posteri da una lapide collocata nei pressi del Convento dei Frati minori di San Pietro d’Alcantara. Scoperta nel 1975, in presenza delle autorità e di una grande folla, questa lapide reca la seguente iscrizione: A Padre Onorio che con spirito di cristiana carità e per senso di civile dovere solidarizzò con gli innocenti perseguitati fin a cadere vittima egli stesso dei persecutori fascisti. Parma 23 aprile 1945.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 132; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 4 marzo 1984; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 12 maggio 1986, 3.

ROSI ONORIO, vedi ROSI FRANCESCO

ROSIGNOLI TERESA, vedi ROSSIGNOLI TERESA

Parma 23 gennaio 1785-2 luglio 1836
Figlio di Eligio. Entrò cadetto nelle truppe del duca Ferdinando di Borbone il 30 dicembre 1801 ottenendo il grado di Alfiere (1804). Il 31 gennaio 1805 fu promosso Sottotenente. Alla cessione del Regno di Etruria alla Francia fatta dalla regina Maria Luisa, fu ammesso (1° gennaio 1808) al servizio di Francia. Poco dopo fu promosso Luogotenente e il 1° novembre 1810 Capitano nel 113° Reggimento di linea. Fece con onore le campagne del 1808 e 1809 in Catalogna, quelle del 1810, 1811 e 1812 nel nord della Spagna e da ultimo quella del 1813 e 1814 con la Grande Armata. Il 25 novembre 1813 Napoleone Bonaparte lo nominò Cavaliere della Legion d’Onore. Nel 1816 fu Capitano al seguito del 4° Reggimento. Il Rosini ebbe parte attiva nei moti del 1831 in Parma, come attesta la scheda informativa redatta nell’occasione dalla polizia: Fu fuori Porta S. Michele in distaccamento colla Guardia nazionale. Fu altravolta tradotto in Ungheria unitamente ad altro capitano perché conosciuto fautore di rivoluzionari. Egli è fuori di servizio, continua ad essere meritevole di sorveglianza.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 166; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 32; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 203.


Parma 28 aprile 1629-1707
Figlio di Ippolito e Margherita. Frate francescano, fu oratore sacro, uomo di cultura e maestro generale dell’Ordine.
FONTI E BIBL.: A. du Monstier, Martirologio francescano, 1946.

Parma 8 marzo 1624-11 ottobre 1682
Figlio di Ippolito e di Margherita, fu frate minore conventuale. Compiuti gli studi nel Collegio di San Bonaventura in Roma, ebbe poi cattedra d’insegnamento per la Logica a Praga, Assisi, Padova e Bologna (1666), acquistando fama di acutissimo disputatore. Seguace delle dottrine filosofiche di Giovanni Duns  Scoto, giunse ad alcune forzature nelle sue interpretazioni: a forza de’ suoi raziocinj faceva dire a Scoto medesimo ciò che non disse giammai (Franchini, Bibliosofia, 283, 515). Seguì il Bini, generale dell’Ordine dei Minori conventuali, a Parigi, dove il Rosini fu aggregato al Collegio della Sorbona e nominato Teologo del re Luigi XIV. Il Rosini ebbe anche il titolo di Teologo personale dei cardinali D’Arach e Laureac e del duca di Parma Ranuccio Farnese. Fu inoltre Definitore generale dei Minori conventuali e Esaminatore sinodale del vescovo di Parma Nembrini. Il Rosini scrisse un’opera per sostenere che Scoto riconobbe in Dio la Scienza Media: il lavoro, ormai completato e pronto per essere sottoposto all’approvazione dei superiori, rimase inedito per la morte del Rosini. Tutti i manoscritti teologici del Rosini passarono ai Gesuiti e andarono poi dispersi. Nella chiesa di San Francesco in Parma fu murata la seguente iscrizione: F. Paulo Rosino parmensi art et sac theologiae doctori theologorum sui temporis acutissimo in praecipuis franciscani ordinis gymnasiis scholasticis exercitationibus notissimo inter socios parisiensis academiae ob eximium doctrinae specimen adscripto ne cum ingenii sui monumentis praelo iam paratis aliena vel incuria vel fraude deperditis tanti viri memoria periret patres coenobii parmensis lapidem hunc obsequii et amoris testem ponendum curarunt obiit mense octobris anno reparatae salutis MDCLXXXII aetatis suae nondum expleto LIX.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 200-203; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani III, 1827, 794-795.

ROSINI IPPOLITO, vedi ROSINI GIACOMO e  ROSSI IPPOLITO

ROSINI PAOLO, vedi ROSINI GIULIO PILLOMEO

ROSINO IPPOLITO, vedi ROSSI IPPOLITO

ROSINO PAOLO, vedi ROSINI GIULIO PILLOMEO

ROSIO ANNIBALE, vedi ROSSI ANNIBALE

Parma 1318/1319
Fu scultore in marmo, giudicato da Cincinnato Baruzzi superiore in merito a non pochi de’ suoi contemporanei. Fu condotto in Bologna dal medico Antonino Mondino Liucci a scolpire in marmo a bassorilievo nella chiesa dei Santi Vitale e Agricola il sepolcro del fisico Liuccio de’ Liuzzi, morto nel 1318. Il monumento fu compiuto dal Roso l’anno seguente. Per la prima volta (e con qualche inesattezza) comparve litografato nel 1840 nell’opera Eletta di Monumenti della città di Bologna. Nel 1859 Angelo Pezzana, con accurata incisione del parmigiano P. Sottili, lo riprodusse nella Storia di Parma (vol. V, XIV), accennando al Roso e al suo monumento.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 340; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 60; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 433.


Borgo San Donnino primi anni del XIV secolo-post 1350
Armaiolo fabbricante di proietti d’artiglieria. Nel 1350 fece palle di ferro per le bombarde pontificie.
FONTI E BIBL.: Storia dell’artiglieria italiana, I, 149; A. Malatesta, Armaioli, 1939, 272.


San Secondo 1847/1861
Studiò all’Accademia di Parma ma venne espulso dallo Studio Toschi nel 1838. Artista dunque poco legato alle consetudini accademiche, eseguì all’acquaforte tra il 1860 e il 1863 una serie di effigi di personaggi della Famiglia reale tratti da fotografie, alcune delle quali furono presentate all’Esposizione Industriale Provinciale di Parma nel 1863. Mantenne una certa dignità artistica finché operò nell’ambito della scuola. In seguito la sua produzione si fece sempre più artigianale e frettolosa. Fu attivo anche nel 1861, come attesta una sua mediocre Immagine di Sant’Abbondio nella chiesa di San Savino. Tra le sue cose migliori sono due ritratti: Il Barone Bolla e il Vescovo Cantimorri. Collaborò alla Galleria Pitti di Luigi Bardi (Ignoto, dal Pontormo e Ignota, dal Bassano).
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 58; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1974, 2811; Enciclopedia di Parma, 1998, 578.

ROSSENA ANGIOLO, vedi ROSSENA ANGELO

ROSSENA GIAN PAOLO o GIOVANNI PAOLO, vedi ROSSENA GIUSEPPE

Parma 3 settembre 1766-Parma 8 dicembre 1844
Vestì l’abito dei frati minori osservanti il 5 novembre 1780, assumendo il nome di Gian Paolo. Insegnò Filosofia e Teologia e, compiuto il corso di Lettura prescritto dalle leggi, ebbe titolo di Lettore giubilato. Fu inoltre Definitore generale, Prefetto degli studi, Definitore provinciale e valente oratore, specialmente in panegirici. Il nome del Rossena figura onoratamente nelle Serie dei Predicatori Quaresimali della Basilica di San Prospero in Reggio Emilia all’anno 1814. Nel 1830 fu eletto Ministro provinciale. Haec est electio Min. prov.lis per Patres Vocales, in conventu Ss. Annunt. Bononiae, die 20 octob. 1830, rite et canonice celebrata Praesidente A. R. p. Paulo Augustino de Lucca in qua pro Provincialatu, A. R. p. Ioannes Paulus Rossena de Parma habuit vota 17 (Atti Capitolari, tomo 2, p. 303). Il Rossena fu per nove anni Guardiano del Convento della Santissima Annunziata in Parma. Si tramanda che il Rossena fosse assai stravagante: tra le altre cose, pare non rispondesse mai alle lettere inviategli, tanto che alla sua morte fu trovato nella sua cella un cesto ricolmo di lettere ancora sigillate.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 307-308.

San Secondo 18 ottobre 1722-Lisbona 7 maggio 1763
Frate francescano, fu sagrista e confessore nell’ospizio per gli Italiani in Lisbona (1755) e poi missionario a Bahia nel Brasile. Dovette essere rimandato in patria per motivi di salute e durante il viaggio morì. Compì a Guastalla la vestizione (10 novembre 1740) e la professione di fede (10 novembre 1741). Fu ordinato sacerdote a Borgo San Donnino il 1° novembre 1746.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 282.

Rivalazzo di Sanguinaro 1879-India 1973
Laureata all’Accademia di Belle Arti di Piacenza, entrò giovanissima nell’ordine delle Dame Orsoline di Piacenza. Visse molti anni del suo apostolato nel collegio dell’Angelo di Borgo San Donnino, retto dalle Orsoline. Nell’ottobre del 1934, alla guida di quattro consorelle, partì missionaria in India. Durante la sua permanenza di oltre quaranta anni in quella nazione, fondò due ospedali, una scuola, una chiesa e una farmacia. Divenuta cieca nel 1963, morì all’età di 94 anni e in fama di santità, dopo aver rinunciato alla possibilità di rimpatriare.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 281-282.


Parma 2 gennaio 1901-Parma 23 aprile 1945
Partigiano della Brigata Parma Vecchia, fu ucciso in uno scontro a fuoco coi Tedeschi nei pressi della scuola elementare di San Leonardo. La vecchia scuola elementare del quartiere San Leonardo ospitò elementi della polizia ausiliaria fascista e successivamente fu occupata dai Tedeschi che vi rinchiusero temporaneamente gli arrestati al termine dei rastrellamenti. Quando già erano avvenute puntate di mezzi corazzati americani da Colorno e tutta la zona era in fermento in previsione del movimento insurrezionale, nella notte tra il 22 e il 23 aprile si verificò una sparatoria durante le ore di coprifuoco: a un attacco di squadre sappiste fu risposto con le armi. Il mattino seguente, nel fosso davanti alla scuola, furono ritrovati due partigiani uccisi da colpi d’arma da fuoco, uno dei quali era il Rossetti. Seguì, a distanza di non molte ore, un combattimento tra i volontari della  brigata Parma Vecchia e nuclei tedeschi. Lo scontro finì con la cattura di circa duecento militari tedeschi, che furono rinchiusi nella vicina fornace Andina.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 24 luglio 1985.

Parma-post 1814
Nel 1814 scrisse i versi della cantata per il compleanno di Gioachino Murat, re delle Due Sicilie, musicata da Ferdinando Simonis ed eseguita nel salone di San Paolo a Parma il 25 marzo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

Parma-post 1787
Cantante, detta la Parmiggianina, la si trova al Teatro della Munizione di Messina nel 1786 nella commedia buffa per musica Il falegname di Domenico Cimarosa e nel 1787 come prima Donna seria in Giustina e Bernardone dello stesso compositore.
FONTI E BIBL.: G. Molonia, Teatri minori messinesi dal XVIII al XIX secolo, Messina; Filarmonica Laudamo, 1996, 59.

Rivalazzo di Sanguinaro 15 settembre 1883-Milano 12 settembre 1947
Si laureò in ingegneria navale all’Accademia Navale di Genova. Fu collaudatore alla Grandi Motori FIAT di Torino, Direttore generale tecnico del cantiere navale di Muggiano e successivamente dei cantieri navali di Fiume. Fu progettista e costruttore di incrociatori pesanti e di sommergibili che furono vanto della Marina militare italiana durante la seconda guerra mondiale. Raggiunta l’età del pensionamento, in collaborazione col figlio, pure ingegnere, creò uno stabilimento per la produzione di utensileria meccanica a Milano.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 282.

Parma 1686/1717
Alla fine del Seicento il Rossetti, che aveva finanziato varie edizioni e risulta associato a diversi tipografi (tra i quali Galeazzo Rosati) dal 1686 al 1692, iniziò a stampare in proprio pubblicando opere di C. Crivelli (1694), G.B. Morasca, Gebhardus Frischius (Anatomiae alchemicae edente Thoma Bergmiller, 1695), C.E. Fontana (1696), L’arte amatoria del poeta Ovidio, ridotta al sacro di Angelo Antonio Sacco (1717), un’opera di A.M. Stellani (1712) e il Baldus redivivus di Isidoro Grassi (1717), dando vita a una stamperia che risulta attiva anche nel secolo successivo. Nel 1697, negli Statutorum Brixilli et eius districtus, compare una marca tipografica, molto simile a quella di Mario Vigna, col motto vita vitae
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez, 1996, 21; Enciclopedia di Parma, 1998, 578.

ante 1918-Parma 23 dicembre 1998
A Parma, per molti anni (dal 1938 al 1956) insegnò nella scuola Mazza, dopo aver prestato servizio nelle elementari di San Rocco di Busseto, Soragna e Vicomero. Fondò nel 1948 la società di pesca Aurora, sport nel quale eccelse, divenendo poi il presidente provinciale della Federazione di pesca sportiva, in carica sino al 1983 e, successivamente, onorario. Nel 1969 fu nominato commissario e poi presidente della Sezione insegnanti di Parma nell’Associazione nazionale combattenti e reduci.Divenne poi presidente della Federazione provinciale fino al 1995 e, successivamente, presidente onorario. Contemporaneamente, dal 1981 al 1995, fu eletto in seno al Consiglio direttivo centrale dell’Associazione nazionale combattenti e reduci. A Noceto giunse nel 1961, dopo essere stato incaricato nei circoli di Traversetolo, Langhirano, Bedonia, Neviano degli Arduini, Bardi e Salso, e vi rimase fino al 1976. Per ottenere una più assidua e fruttuosa applicazione degli scolari, con l’aiuto dell’amministrazione comunale, diede una nuova, più agile e variegata organizzazione ai doposcuola del patronato scolastico. Ufficiale di complemento nel luglio 1940, fu combattente sul Fronte Occidentale in Albania sino al 1941. Appassionato della ricerca storica, scrisse i seguenti volumi: Noceto e la sua gente l’altro ieri (1977) e Noceto e le sue frazioni (1978), La pesca sportiva parmense. Cronache e immagini di un quarantennio (1986). Per la sua molteplice attività culturale e organizzativa, fu nominato Cavaliere della Repubblica (1971), Cavaliere Ufficiale (1982) e Commendatore (1988).
FONTI E BIBL.: E. Burgio, in Gazzetta di Parma 3 febbraio 1999, 24.

ROSSETTI LUCETTA, vedi BIZZI LUCETTA

ROSSETTI MARIA ANNUNCIATA SAVERIA, vedi ROSSETTI ALICE

Parma seconda metà del XVIII secolo
Intagliatore, realizzò una croce processionale in San Quintino a Parma.
FONTI E BIBL.: G. Godi, in Gazzetta di Parma 20 luglio 1979, 3; Il mobile a Parma, 1985, 260.

Parma 1887/1954
Scultore. Assieme a Dossena realizzò i due camini delle sale da pranzo del Castello di Tabiano di proprietà della famiglia Corazza, su disegno di Mario Vacca. Sempre col Dossena, realizzò le sculture in altorilievo della fontana del Castello di Gabiano Monferrato, su disegno di Lamberto Cusani.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.

Parma 1899/1918
Fu un pioniere dell’aviazione parmigiana.
FONTI E BIBL.: Ali parmensi: Achille Rossi, in Corriere Emiliano 4 dicembre 1927.

Parma ante 1404-Gessate 1486
Figlio di Clemente. Si laureò in ambo le leggi e fu ascritto al Collegio dei giudici di Parma. Nel 1448 fu eletto tra i Conservatori della Repubblica di Parma, poco prima che la città si sottomettesse a Francesco Sforza. Dopodiché il Rossi passò a Milano. Dopo aver tenuto un’orazione in onore dello Sforza che gli procurò la sua benevolenza, fu da questi utilizzato in più circostanze. Nel 1458 fu inviato quale legato al nuovo re di Napoli, Giovanni D’Aragona, che lo volle onorare permettendogli di aggiungere al suo il cognome Aragona. L’anno seguente fu di nuovo in Parma, dove esercitò la professione di avvocato: il 21 febbraio 1459 il duca di Milano lo scelse per dirimere una controversia per questioni di confine tra Pier Maria Rossi di San Secondo e Francesco Lupi di Soragna. Nel 1473 si trasferì definitivamente a Milano con la moglie Simona Bertani di Correggio. Fu ancora al servizio del Duca di Milano, per il quale compì diverse legazioni a Roma presso il Papa. Nell’anno 1476 fu creato cavaliere dello Sperone d’Oro. Due anni dopo recitò una pubblica orazione per l’elezione del duca Gian Galeazzo Sforza e fece parte del Consiglio segreto dello Stato di Milano. Il Rossi fu uomo di grande erudizione e cultura. Restaurò la cappella di Sant’Agostino nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo in Gessate di Milano, impetrando indulgenza da papa Sisto IV a chi avesse contribuito con elemosine a tale opera pia. Nella stessa cappella edificò il suo sepolcro dove poi fu sepolto. Non avendo figli, lasciò eredi della sua biblioteca i monaci benedettini della chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Gessate.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani II, 1789, 285-288; A Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 842.

Parma 1173/1169
Nel 1173 fu Legato dei Parmigiani al congresso di Crema, onde conciliare alcune controversie coi Piacentini e coi Pontremolesi, in modo da rendere sempre più forte la lega lombarda contro l’imperatore Federico. Nel 1177 fu assessore del podestà di Parma. Nel 1186 intervenne a Milano all’incoronazione a re d’Italia di Enrico, figlio dell’Imperatore. Fece parte del Magistrato dei consoli nel 1188 e nel 1196.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

San Secondo 1515 c.-
Figlio di Troilo e di Bianca Riario. Perdette da fanciullo l’udito e in seguito divenne muto. Ciononostante intraprese la carriera militare, ma ben presto fu costretto a rinunciarvi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. IV.

Ischia 14 Marzo 1549-Parma 24 Marzo 1615
Secondo il Pico, fu figlio della balia del cardinale Alessandro Farnese. Fu dapprima segretario del duca Ranuccio Farnese e da lui creato cittadino di Parma il 19 dicembre 1596 (Ordinazioni della Comunità). Nel 1599 ottenne dal Papa, per raccomandazione del Duca, il canonicato e la prebenda di San Secondo superiore, vacanti per la morte del canonico Tiberio Scoffoni, di cui il Rossi prese possesso il 5 gennaio del medesimo anno. Uomo dotto e sperimentato, servì il duca e il capitolo in vari e difficili incarichi. Vescovo di Castro dal 31 gennaio 1611, fu traslato alla sede vescovile di Parma da papa Paolo V il 9 luglio 1614. Il 19 luglio l’arciprete della Cattedrale, Ottavio Lanfranchi, presentò al Capitolo la bolla del Papa che conferiva al Rossi il Vescovado di Parma e gli dava facoltà di prenderne possesso per mezzo di un procuratore (lo stesso Lanfranchi). Il Rossi confermò suo vicario il Cornazzani. Fu stabilito che due canonici andassero a incontrarlo a Bologna: furono deputati Alberto Zunti e Pietro Maria Prati. Anche i consorziali mandarono il primicerio Alessandro Verri e Camillo Zandemaria e i parroci Bernardino Zalli, rettore della parrocchiale di Santa Maria Borgo Taschieri e di Santa Croce, e Francesco Moreni, rettore della parrocchiale di San Michele dall’Arco. Il 9 ottobre partirono da Parma e la mattina seguente arrivarono a Bologna e andarono a casa Facchinetti a ossequiare il Rossi. Concertarono con lui di partire da Bologna lo stesso giorno. La mattina seguente furono a Modena e il Rossi fu condotto dal Duca a palazzo dove desinò cogli ambasciatori, col pronipote Pietro Rossi e col notaio della curia vescovile di Parma  Girolamo Magnani. Dopo il pranzo si recarono a Reggio. Nel tragitto tra Rubiera e Reggio, andarono incontro al Rossi gli ambasciatori della città di Parma: Ottavio Zoboli, Angelo Garimberti e Ottavio Lalatta. Prima di arrivare a Reggio fu accolto dal vescovo della città, Claudio Rangoni, che lo accompagnò al vescovado di Reggio, ove la sera il Rossi alloggiò. Il giorno seguente, dopo un sontuosissimo banchetto, il Rossi celebrò la messa nella chiesa della Madonna di Reggio. Ripreso il viaggio per Parma, vicino alla Cadè gli vennero incontro due carrozze con i canonici di Parma, Ranuccio Pico, segretario del Duca, altre due carrozze con i consorziali e molti gentiluomini, preti e frati. Il Rossi sostò al monastero della Certosa. Il solenne ingresso avvenne il giorno 19 ottobre alle ore 18. Il Rossi, vestito con la cappa e cappello pontificale e procedendo sopra una mula ricoperta da un drappo di colore violaceo, giunto alla porta San Michele si inginocchiò e baciò la croce e i guardacoro cantarono l’antifona Sacerdos et Pontifex. Poi andò a piedi nell’oratorio della Madonna della Scala, dove vestì i paramenti sacri, e quindi a cavallo si portò sino alla Cattedrale. Al tempo del Rossi si fece una transazione tra il Capitolo e il Consorzio, e tra il Consorzio e la fabbrica della Cattedrale, per eliminare le vertenze esistenti, che pregiudicavano l’osservanza dei sacri riti nella Cattedrale:  le convenzioni, lette e pubblicate a rogito del notaio Girolamo Magnani il 24 dicembre 1614, furono sottoscritte dalle parti aventi causa in vescovado alla presenza del Rossi. Il Rossi, che da tre mesi era infermo, morì all’età di sessantasei anni, dopo aver governato la Chiesa di Parma per soli otto mesi e cinque giorni.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 244-245; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 166-178; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 241.


Parma prima metà del XVII secolo
Scultore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di belle arti, V, 304.


Corniglio 12 gennaio 1731-Piacenza 24 gennaio 1808
Frate cappuccino, sacerdote, fu per undici anni assistente agli infermi nell’Ospedale di Piacenza con la più grande carità e universale soddisfazione. Compì a Carpi la vestizione il 20 novembre 1750 (assunse il nome di Ilarione, mutato poi in quello di Tommaso) e la professione (20 novembre 1751). Fu ordinato sacerdote a Reggio Emilia il 20 dicembre 1755.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 87.


Parma XIX secolo-1913
Violinista diplomato nel 1913 al Conservatorio di Parma, si stabilì a Londra. Si sa di alcuni suoi concerti dati al Winter Garden.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

ROSSI ALESSANDRO, vedi anche ROSSI AUGUSTO


Parma 1308/1312
Figlio naturale di Guglielmo. Fu fatto prigioniero nel 1308 alla difesa della Ghiarola. Tradotto a Guardasone, vi rimase fino al 1312, anno in cui Enrico VII pretese da Giberto da Correggio la riconciliazione coi suoi nemici.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.


Parma 1323/1338
Figlio di Ugolino. Partecipò alle lotte contro i Sanvitale, famiglia nemica della sua casata, rovinando alcuni loro castelli nel 1323. Il Rossi fu podestà di Piacenza nel 1325. Nel 1326 fu al servizio della Chiesa contro i ghibellini lombardi e poi a fianco di Cangrande della Scala nella conquista di Padova. Nel 1332, avendo reso molti servigi a Carlo di Boemia combattendo contro gli Scaligeri a San Felice, venne creato cavaliere. Difese eroicamente Borgo San Donnino quando gli Scaligeri, guidati da Azzo Visconti, se ne impadronirono insieme ai Parmigiani nel 1336 e fu da questi ultimi proscritto dalla sua patria. Partecipò quindi alla difesa di Pontremoli e a quella di Verona nel 1338. Il Rossi sposò Vannina Quirico.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1538; A.M. da Erba, Excerpta et compendia chronicorum omnium, ms. secolo XIV; P. Litta, Famiglie celebri italiane. Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma. 1837; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 53.

San Secondo 1405
Figlio di Bertrando e Costanza Aldighieri. Fuggì da Parma nel 1405 in occasione delle persecuzioni che Ottoboni Terzi compì a danno della sua famiglia. Dal Rossi si fa discendere il ramo dei Rossi di Ravenna.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. V.

Bardi 23 ottobre 1772-San Lazzaro di Piacenza 1816
Dopo esser stato maestro in Bardi e poi parroco d’Isola, venne chiamato professore di storia e cronologia nel Collegio nobile di Como, dove si distinse e dove si conservano i suoi trattati di cronologia. Lasciato quel collegio, si fece missionario in San Lazzaro di Piacenza e dal 29 settembre 1815 fu lettore di filosofia ed eloquenza sacra al Collegio Alberoni di Piacenza. Morì di tifo . Ebbe una bella biblioteca di opere scelte, che lasciò al Collegio Alberoni sotto condizione che ogni anno in sua memoria fosse cantata la messa solenne nel giorno dell’Addolorata.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 367; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1958, I, 178; G. Pongini, Storia di Bardi. 1973, 204-205.

ROSSI ANDREACCIO o ANDREASIO o ANDREASSO, vedi ROSSI ANDREA

Parma 1326
Figlia di Guglielmo e Donella da Carrara. Fu monaca in San Domenico di Parma. Nel 1326 ottenne un breve papale col quale le si concesse di poter essere eletta badessa di qualunque monastero di religiose cistercensi o benedettine.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.

Parma 1566/1595
Sacerdote. Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dall’8 marzo 1566 al 1° novembre 1595.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 25; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.


Borgo San Donnino 1810-1899
Insegnò lettere nelle scuole classiche secondarie di Parma. Fu insegnante di Alberto Rondani. Collaborò alle riviste letterarie cittadine Prime Armi e L’Emilia e pubblicò nel 1885, a scopo di beneficenza, un volume di versi: Ore d’ozio (Parma, Battei e Ferrari-Pellegrini). Cominciò a scrivere versi fino dal 1849. La sua produzione fu quasi tutta d’occasione, e reca il segno dell’origine; a nobilitarla sarebbe occorso, più che magistero d’arte, senso profondo di poesia; ossia un volo tropp’alto per ali impacciate (Bocchialini).
FONTI E BIBL.: Aura Parma II 1924, 81-82; J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 75.

Parma prima metà del XVII secolo
Orefice attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, V, 303.

Parma 1308/1312
Figlio naturale di Guglielmo. Fu fatto prigioniero nel 1308 alla difesa della Ghiarola. Tradotto a Guardasone, vi rimase fino al 1312, anno in cui Enrico VII pretese da Giberto da Correggio la riconciliazione coi suoi nemici.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.

Parma 1 giugno 1899-
Figlio di Alfredo e Firmina Sartini. Giornalista e scrittore, fu redattore del Marc’Aurelio, condirettore del Travaso, redattore di Ecco e collaboratore de La Stampa.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1205.

ROSSI ANTONIA, vedi TORELLI ANTONIA

Parma 1404
Figlio di Giacomo. Sfuggito alle vendette dei Terzi nell’anno 1404, si rifugiò prima a Ferrara e poi ad Argenta.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 313.

San Secondo 1654c.-Venezia post 1700
Figlio di Scipione e di Maria Rangoni. Nella guerra di successione spagnola scoppiata dopo la morte, avvenuta nell’anno 1700, del re Carlo II, militò in Catalogna in favore della casa d’Austria.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. IV.

Bettola 17 Gennaio 1785-post 1853
Nel 1805 fu coscritto nel 32° Reggimento francese. Col grado di ufficiale prese parte alle campagne di Gerona nel 1807, a quella del Portogallo nel 1809, a quella di Spagna nel 1809-1811 e a quella di Russia (come sottotenente) nel 1813. Un anno dopo fu sottotenente dei dragoni nel Ducato di Parma e nel 1815 fu promosso tenente. Fu più volte decorato per il suo valore (ricevette anche la Legion d’Onore, avendo riportato diverse ferite in combattimento, una della quali ne determinò un’infermità permanente agli arti inferiori). Avendo preso parte ai moti del 1831, fu cancellato dai ruoli e messo in aspettativa (agosto 1831). Maria Luigia d’Austria lo graziò nel 1839 e lo nominò prima Aiutante della Piazza di Colorno e poi (1841) di quella di Parma. Nel 1850 fu comandante del castello di Compiano e nel 1853 andò in ritiro.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli ufficiali napoleonici parmensi, Parma, 1930, 39; E. Loevison, Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 4, 1937, 120; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 83.

Parma 8 gennaio 1831-Parma 1897
Figlio di Giovanni e Luisa Maier. Pittore. Ebbe una prima formazione da Luigi Marchesi. Vinse nel 1857, presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, una medaglia di prima classe ed espose a Piacenza e a Parma per la Società d’Incoraggiamento una Veduta di un palazzo di Venezia, il Cortile del già convento di S. Quintino in Parma e uno Studio dal vero sulle colline di Romagna, che fu vinto dalla duchessa Luisa Maria di Berry, mentre la Pinacoteca si aggiudicò il Chiostro di S. Quintino a Parma (un altro suo quadro con lo stesso soggetto ma diversa angolazione è nel comune di Trecasali). Nel 1858 espose Parte della soffitta nel Regio Teatro di Parma, Sala dei pittori nel teatro medesimo, Interno di un magazzino di carbone, Cortile rustico, Copia da una prospettiva del Guardi e Il canalaccio a Vairo (sorteggiato a Carlo Raimondi). L’anno seguente partecipò con due vedute di cortili e due vedute della soffitta del Teatro Regio, nel 1863 con Bozzetti alpini da Susa (acquerelli), Due paesaggi e Risaie in Valsesia. Infine nel 1870 fu presente alla nazionale parmense con una serie di acquerelli (Bosco di Pioppi, Interno del Duomo di Parma, Lungo l’argine del torrente Parma, Brughiere del Ceno, Gruppo d’olmi e Tramonto), aggiudicandosi una medaglia di bronzo. Nel 1861 il Rossi fu a Pieve ottoville a dipingere la facciata della chiesa di San Giovanni Battista: delle diverse composizioni figurative, stagliate verso il cielo, è rimasta solo qualche traccia. Nell’interno di questa chiesa è invece ben conservato il dipinto Angelo che salva un’anima dal purgatorio, che documenta un aspetto raro dei temi solitamente trattati dal Rossi ed estremamente rappresentativo in un piccolo paese. Nella sua lunga serie di opere ad acquerello il Rossi si concentrò nell’osservazione della natura descrivendo arditi scorci, l’amore per le masse d’ombra dei boschi, le vaste brughiere ricoperte di piante ed eriche dai colori indefiniti, dalle sottilissime variazioni dei bruni e dai tramonti rossi che vanno spegnendosi verso la notte. Il Rossi, durante la sua carriera artistica, ebbe sempre qualche cosa di proprio da dire, anche se nelle sue opere si notano soluzioni compositive analoghe a quelle del suo maestro Luigi Marchesi, col quale ebbe lo stesso tipo di educazione artistica e condivise le stesse idee sulla pittura ispirata principalmente alla sua città chiusa nelle mura o ai suoi dintorni e alle sue colline.
FONTI E BIBL.: G. Adorni, 29 agosto 1857, 108; Gazzetta di Parma 18 agosto e 30 settembre 1857, 737 e 882; G. Panini, 1857, 945; X, in L’Annotatore 1857, 147; Esposizione delle opere, 1858, 13; F.G, in Gazzetta di Parma 1858, 862; Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 842; P. Martini, 1858, 25; G. Panini, 1858, 885; C.I., in L’Annotatore 1859, 170; Gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 619; Catalogo delle opere esposte, 1870, 23; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 85; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, 1896; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlex., 1935, XXIX; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2813; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 27; Enciclopedia di Parma, 1998, 578; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 12 aprile 1999, 13.

Casale 1568
Nel 1568 fu eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma. Nel Capitolo generale di Ravenna fu poi eletto abate generale. Appartenne alla nobile famiglia parmense.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa di S. Sepolcro, 1932, 90.

Parma 20 aprile 1921-Parma 24 aprile 1945
Nato in una modesta famiglia artigiana, non poté frequentare regolari corsi di studio. Antifascista, il Rossi fu tra i primissimi ad aderire alla Resistenza e partecipò alle azioni dei gruppi dell’Oltretorrente di Parma che predisposero l’organizzazione della lotta armata subito dopo l’8 Settembre 1943. Benché fosse affetto da una menomazione (paralisi infantile) che gli impediva il normale uso di un braccio e, parzialmente, della spalla, il Rossi salì ai monti dove fece parte per un certo periodo di una formazione partigiana. Tra gli animatori della costituenda Brigata Parma Vecchia, successivamente fu arrestato a Parma e fu sottoposto a sevizie durante gli interrogatori. Riacquistata la libertà, nel corso di uno degli scontri grazie ai quali i nuclei armati cittadini impedirono l’entrata del grosso delle forze tedesche a Parma, il Rossi cadde in combattimento in via Nino Bixio.
FONTI E BIBL.: T.Marcheselli, in Gazzetta di Parma 24 luglio 1985.

Parma 16 giugno 1889-Parma 23 ottobre 1977
Figlio di Dante ed Emilia Contini. Laureatosi nel 1911 e cresciuto alla scuola di Aristide Busi di Bologna, il Rossi può essere annoverato tra i pionieri della radiologia. Titolare per trentadue anni della cattedra di radiologia all’Università di Parma, il Rossi lasciò un segno profondo della propria attività. La sua prima opera di particolare rilievo fu l’ideazione e la creazione dell’Istituto autonomo centrale di radiologia e del Radium, che divenne, con la stessa scuola radiologica di Parma, un’autentica fucina di validi specialisti. Importanti conquiste della radiologia sono legate al nome del Rossi e alla sua scuola (ricca di oltre seicento pubblicazioni) e tra queste le acquisizioni ottenute nelle ricerche sulle vie biliari, attraverso l’attivazione di mezzi di contrasto in circolo unitamente allo studio funzionale della colecisti per mezzo di un alimento grasso, e sulle vie respiratorie; con l’introduzione transtracheale di un contrasto opaco nell’albero bronchiale. Ancora gli studi sull’aotografia addominale e degli arti inferiori, sul retropneumoperitoneo, sulla isterosalpingografia, sui tumori addominali di origine genitale evidenziarono l’originalità dell’indirizzo clinico adottato dal Rossi e la perfetta collaborazione da lui raggiunta con le varie cliniche universitarie. Al nome del Rossi è anche legata l’istituzione dei Gruppi regionali, vere e proprie palestre per la preparazione culturale e didattica dei giovani medici, esempi successivamente imitati dalle associazioni culturali di tutte le altre branche della Medicina. Alla stampa medica il Rossi collaborò assiduamente, sia come redattore delle principali riviste italiane e straniere di radiologia, sia come direttore di uno dei più autorevoli periodici di radiologia, gli Annali di Radiologia Diagnostica. Spesso relatore o delegato della Società italiana di radiologia in congressi nazionali ed esteri e socio onorario della Società di radiologia medica dal 1950 per acclamazione dell’assemblea generale, il Rossi svolse la sua opera anche nel campo della medicina sociale. Fu presidente della sezione parmense della Lega italiana contro i tumori, membro del Consiglio direttivo centrale della Lega stessa, fondatore del Centro provinciale per la diagnosi e la cura dei tumori e direttore dei servizi radiologici e del Radium del Centro. Inoltre il Rossi creò e organizzò nel policlinico un Centro di radioterapia di movimento e organizzò corsi di aggiornamento sui tumori per l’aggiornamento dei medici condotti e mutualistici. Fu infine socio e fondatore del Rotary club di Parma. Per la sua opera il Rossi ricevette il diploma e la medaglia d’oro del presidente della Repubblica, come benemerito dell’insegnamento, della cultura e dell’arte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 ottobre 1977, 4.

Parma 28 gennaio 1857-Roma 25 maggio 1936
Figlio secondogenito di Ercole, nobile di San Polo, proprietario terriero, e di Virginia Laurent. In giovane età (1865) frequentò le scuole, quale convittore, a Reggio Emilia. Trasferitosi, poco più che ventenne, a Genova, iniziò a lavorare e a studiare francese, tedesco e contabilità presso il Circolo filologico di Genova. Lavorò prima presso la ditta Emanuele Balestrieri di Genova, poi presso i banchieri Rossi (Banco F.lli Rossi fu Luigi, via Ponte reale 19 a Genova). Successivamente fu nominato Direttore dell’Istituto Nazionale per  i cambi con l’estero (1920) e nel 1921 Vice-Direttore generale della Banca d’Italia. Rimase profondamente legato alla sua terra d’origine: fu tra i fondatori, nei primi anni del Novecento, del Consolato dei parmigiani a Roma, organizzazione che mantiene vivi i legami con Parma e le sue tradizioni tra i numerosi Parmigiani trasferitisi nella capitale.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, V, 1932, 815; Archivio Famiglia Venturini.


Parma 1819/1854
Calcografo, allievo del Toschi nella Scuola parmense. Secondo l’Alessandri, fu allievo dell’Accademia di Parma, ma fu giudicato mediocre e congedato dalla scuola. Lo stesso Alessandri riproduce del Rossi la stampa Serpente attorcigliato ad un albero, che giudica mediocre, piatta, di timido incerto intaglio.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’incisione in Parma, 1873; A. Alessandri, La Rivista di Cremona, 1928, I; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte dell’incisione a Parma, 1969, 58; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1974, 2813.

Parma 1831/1848
Partecipò ai moti del 1831. Divenuto medico fu volontario nella guerra del 1848 nella seconda Colonna Parmense.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 796.


Credarola 1823/1831
Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Fu tenuto sotto sorveglianza anche durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.

ROSSI BASILIO, vedi ROSSI MARSILIO

ROSSI BELTRANDO, vedi ROSSI BERTRANDO

Parma 1243/1264
Figlio di Ranieri. Fu podestà di Firenze nel 1243, di Reggio nel 1248 e di Orvieto nel 1264.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI BERNARDINO, vedi anche ROSSI BERNARDO

Parma 1015
Figlio di Guido. Fu fatto Signore della Corte di Nirone e Vallisnera, vacante per la morte di Ugo d’Este marchese di Toscana, come attesta l’imperatore Enrico in un suo decreto dato in Meresburg l’anno 1015, col quale conferma a istanza di Cunegunda, la donazione fatta dall’imperatore Ottone: Quoniam senioris nostri Ottonis praedecessoris Imperatoris, cognoscentes huius remunerationis fautricem gratiam, Bernardo Parmensi Comiti fidelissimo nostro Curtem Neironem, & Castrum de Valleuisineria cum omnibus ibi pertinentibus, vel adiacentijs, quae dici, vel nominari possint; & ficut quondam Vgo Tusciae Marchio per omnia tenuit in integrum, per interuentum, & petitionem Cunigundae Imperatricis Augustae coniugis nostrae donamus, concedimus, atque largimur. Quoniam Senior noster Otto Imperatoream, quam praefati sumus Curtem, eidem Bernardo Comiti, pro digno eius servitio donauit, concessit, suoq.; Imperiali iure ius, & dominium tribuit. & largitus est. Secondo l’Angeli, il Rossi morì attempato, et di molti anni pieno.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seguenti.


Parmigiano post 1029
Figlio di Guido. È ricordato dall’imperatore Corrado II in una sua concessione data in Odembrun l’anno 1029: post discessum, videlicet, Bernardi Comitis Vidonis, nisi forte de coniuge sua filium habuerit masculum. Il Rossi servì a lungo Corrado II, non solo nel Parmigiano, ma anche contro i Saraceni e gli Ungari, che occuparono il Patrimonio e la Toscana. Fu fatto signore di diversi luoghi del Parmigiano.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.


Parma 1167
Figlio di Orlando e fratello di Sigifredo. Assieme al fratello, a Esdra de Maledobati, a Pietro Bravo, e a tutto il popolo di Parma, cacciò dalla città nel 1167 i ministri dell’Imperatore.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.


Parma-Parma 14 febbraio 1248
Figlio di Orlando. Servì l’imperatore Federico II per diversi anni. Fu podestà di Modena nel 1213. Nello stesso anno (10 novembre), con l’aiuto di Parmigiani, Bolognesi, Mantovani e Ferraresi, costrinse alla resa Albertino Torelli nel castello di Dosolo, che fu distrutto e bruciato. Fu podestà di Siena nel 1224 e sposò Maddalena Fieschi. Nel 1230 fu inviato, assieme a Orlando Rossi, come ambasciatore a Federico II e, secondo Antonio Campi, nello stesso anno fu podestà di Cremona, che cinse parzialmente di mura. Divenuto papa nel 1243 Sinibaldo Fieschi, del quale il Rossi aveva sposato la sorella, passò nel 1245 ai guelfi. Assieme ai Sanvitale, dovette abbandonare Parma ed ebbe le case distrutte dall’imperatore. Il Rossi passò poi a Milano, ove fu presente alla compilazione degli Statuti della Congregazione della Credenza, nel 1274. In quello stesso anno raggiunse Ugo Sanvitale, che voleva impadronirsi di Parma. Si ebbe allora l’assedio della città, intorno alla quale Federico II edificò un altro villaggio di legno, chiamato auguralmente Vittoria. Questa, sconfitto l’Imperatore nel 1240, fu data alle fiamme. Il Rossi, che nell’occasione combatté valorosamente, cadde da cavallo e fu ucciso. Secondo i diversi autori, la data di morte del Rossi varia dal gennaio 1248 (a Collecchio), al 20 marzo 1251 e a dopo il 1264.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, 1591, 311-313; V. Carrari, Historia dei Rossi Parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, VI; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario della istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 140; Argegni, Condottieri, 1937, 53.


Parma 1289/1305
Figlio di Sigifredo. Da Obizzo d’Este fu mandato a Reggio nell’anno 1289 quale suo vicario a ricevere il giuramento di fedeltà di quella città. Fu cacciato da Parma da Giberto da Correggio nel 1305.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 313.


Morcate-post 1437
Muratore, figlio di Bertrando. È ricordato in un atto notarile del 1437: Spectabilis Comes Andreas de Valeriis natus quondam spectabilis viri domini Cristofori, civis et habitator Civitas parme in vicinia Sancti Sepulcri sponte ed ex certa scientia dedit, concessit et locavit Magistro Bernardo muratori f. q.m Bertrandi de Rubeis de Morcate dioc. Cumarum et nunc habitator civitatis parme in vicinia Sancti Gervasii presenti ad faciendum, fabricandum et costruendum in villa Baganzola a mane, Comitatus sui predicti ipsius Andree laborerium et alia de quibus et prout infra in capitulis infrascriptis inferius anotatis vulgariter. Mccccxxxvij Inditione xv die xvij mensis may. Infrascripti sono li pacti del Conte Andrea da Vallera e de Magistro Bernardo Muradore da Como f. q. Bertrandi de Rubeis de Moreate episcopatus Cumarum habitatori Civitatis parme in vicina Sancti Gervaxij. Primo el dicto Muradore si ha tolto a fare uno pallaxio del dicto Conte, el quale Pallaxio si de’ essere in longhexa braza xlij vel circha per le doe quadre et le altre doe quadre denno esser brazza xxxvj vel circha, et questi muri li denno essere de fora via, et deno essere grosse dal fondo della Caneva in su per fine al coridore onz. xiiij, e in fondamenti onz. xvj, e quisti sono li muri che vanno de fora, via, e da el coredore in su onz  viiij grosse et denno essere quisti muri alte braza xxxiiij computando el fondamento che sera braza ij e braza vj per Caneva et braza octo per Loza, octo per Sale, braza v per granaro et braza v tra antepecto et Merli. Item el dicto Muradore se vole essere tegnudo a fare tutti quilli ussi et quelle fenestre e quilli destri in ti cantoni et muraglie, li Canoni supra li Cantoni et farli dunda dirà el dicto Conte. Item li fundamenti de queste mura suprascripte denno essere grosse onza xvj per fine inguale del fondo de la Caneva. Item quelli muri che vanno da lo lato de dentro denno essere grosse onze x et in fondamenti onz. xij de le quale mure suprascripte et dicto Magistro Bernardo le de fare tute senza entayo, salvo chel de fare li incastri de li ussi e de le fenestre, e fare quelle fenestre ferade a colonello e a la volunta del dicto Conte, dogandoge el fornimento de quelle fenestre zoe li coloney et capitey e fenestre ferrà da fare queste fenestre. Item el dicto Muradore vole essere tegnudo a fare quilli Intay de li mazi  de quelle colone redonde, dagandoge et dicto Conte quelli quelli quadrelli che siano facti a modo de dovere fare quelle colonne senza tayo, salvo le maze che sono suprascripte et que mure denno essere mesurade vodo per pieni archi per fine in fondo e merli vodi per pieni de’ essere tegnu al dicto Muradore de dovere cavare quilli fondanti chel de’ impire a tute soe spexe. Item de questi lavoreri el dicto Conte si de’ essere tegnu de dare tuti li apparechiamenti che andaranno a fare quelle mure, zoè primo de quadrelli, e quisti quadrelli vechij siano descalcinà a modo che se possano mettere in opera, sabioni, calcina, stanghe, asse, strope a tutte sue spexe de dicto Conte. Item el dicto Muradore sia tegnudo a dimanda del dicto Conte n. iij de Imperiali per cadauna perticha de muro a la moneda che core, non intendando a la moneda che se paga li dacij; E quelle mure denno esser mesurade come dicto de supra. Item chel dicto Muradore sia tegnudo a dimanda del dicto Conte fare le mure grosse duis quadrelli e una testa; e de avere per pagamento de ogni vj perteghe fiorini vij doro de le dicta grosseza quando el dicto Conte le voglia più tosto de questa groseza e in altra forma che de la groseza e in la forma predicta. Item el dicto Conte sia tegnudo de dare una casa in Baganzola unde dee habitare el dicto Muradore cum tuti li Compagni tanto che luy habia facto el suprascrito lavorero zioe una pezana de la fornaxe. Item uno Carro, una Fiada per menare le cose sue a Baganzolla e così per recondurre a Parma le dicte sue cose. Item el dicto Conte sia tegnudo de dare ll. xxv in ante tracto al dicto Muradore e de pagarlo ogni septemana per lo lavorero che lhavera facto, e quando el dicto Conte cossì non fesse el dicto Muradore non se tegnudo de murare, e chel dicto Muradore le dicte ll. xxv debia goldere, le quale poi denno essere computade ne li ultimi pagamenti de l’anno primo, e cossì ogni anno durando el dicto lavorero e lavorando el dicto Maestro Bernardo de non essere prestade ut supra e computade ut supra. E questo lavorero supra scripto se de a comenzare a la intrada del mese de Mazo, o sel fosse octo di più ne meno di octo el non ghe fusse nessuna differentia e secondo chel fo decto de lanno de Mccccxxxviij, cioè al Mazo et a primo tempo sel porà e chel dicto Muradore sia obligado de lavorare el suo lavorero salvo e quando el dicto Conte cossì non fesse el dicto Muradore non sia tegnudo a lavorare. Item sel dicto Muradore vignisse a nessuna condictione ni de malatiya ne de morte ne de guera ne de altro male che occorresseno chel non potesse lavorare, e sia tegnudo a rendere le ll. xxv e quello più che lavesse ricevuto, e così per lo simile il Conte Andrea sia excusato occorendoli caxo fortuito, o altra caxone chel non potesse appareghiare o fare attendere al dicto lavorero, e quando retornasse le condictione a luno et alaltro, cioè de possere lavorare, Magistro Bernardo e el  Conte Andrea de fare appareghiare luno e l’altro sia tenuto come e dicto de sopra. Item el dicto Conte sia tegnudo de dare acqua da fare quello suo lavorero, o in te le fosse del suo pallaxio, o in te le fosse del fornaxaro che lavora li a quello pallaxio. E quando el dicto Conte non ge mantegnesse laqua a uno de quisti duy loghi el dicto muradore non sia tegnudo a lavorare. Item chel Conte non sia tenuto a dare zape, conche, ne altri Usuvij, ma per questa caxone et etiandio per li sopraciglii de le volte, li quali Maestro Bernardo e tenuto a fare, el dicto Conte de dare mesure iiij de vino e stara iiij de formento. Item che se alcuno dubio o defferentia apparesse fra el dicto Conte e Magistro Bernardo predicto e chel facesse più o meno, o in altra forma, Magistro Gabriele muradore el quale è stato mezzano e presente a le dicte cosse. suxo lanima e conscientia sua debia e possa deghiarare ogni differentia e che le parte siano tenute a stare a la determinatione del dicto Magistro Gabriele. Et predicta omnia et singula suprascripta et infrascripta et in hoc presenti Instrumento contenta prefacti Comes Andreas et Magister Bernardus murator et ut supra eorum pro se et ut supra promiserunt et convenerunt sibi ad invicem mutuo et vicissim ibi presentibus et ut supra stipulantibus et recipientibus solemniter. Et pro predictis omnibus et singulis suprascriptis firmiter et perpetuo attendendis et inviolabiliter abservandis, dampnis, expensis et interesse solvendis et restituendi pignori obligaverunt prefacti Comes Andreas et Magister Bernardus murator et uterque eorum per se et ut supra sibi ad invicem mutuo et vicissim presentibus et ut supra stipulantibus et recipientibus omnia et singula bona sua presentia et futura, de quibus et quorum ex nunc pront ex tunc et eorum unus pro altero et e contra se fecit et constituit et precarium posses. Actum in Civitate parme in camera cubiculari Egregii Iuris periti domini Ludovici de Blancis de Murisono f. quondam domini Francisci iudex Malleficiorum spectabilis et Generosi viri domini Iohannis de Boris ducalis honor. potestatis Civitatis et Distructus parme posita in Palatio residentie prefacti domini Potestatis parme, presentibus prefacto domino Ludovico Iudice ut supra, Martino f. quondam Micaelis de Clericis vic.e Sancti Stephani, Antonio de Carignano filio quondam Marci vic.e Santi Francisci de prato et Michaele de Luguagnanno f. q.m Antonii vicinie Sancti Sepulcri omnibus testibus ydoneis, notis et assentibus se cognoscere dictos contrahentes, et oriundis parme, praeter dictum D. Lodovichum qui est oriundus de Murisono, ad predicta specialiter hadibitis, vocatis et rogatis. Et presente etiam Simone de Plaza filio Cristophori cive et notario parm. vic.e Sancti Nicolay porte Benedicte, notario rogato pro secundo notario (nel margine all’alto della prima facciata: Expletum per me Gasparem de Zampironibus notarium; Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 65-66.


San Secondo maggio/dicembre 1431-Roma gennaio/luglio 1468
Figlio di Pier Maria e di Antonia Torelli. Fu canonico della Cattedrale di Parma nel 1450 e nel 1453. Fu inoltre prevosto di Farfengo nel 1451. Fu eletto Vescovo di Cremona da papa Pio II a 26 anni, il 27 aprile 1458. Il Rossi l’8 ottobre 1460 fece trasferire nella Cattedrale di Cremona dalla parrocchiale di San Giacomo le ossa dei santi Babila e Simpliciano. Fece poi riporre in un sarcofago marmoreo nella chiesa di San Lorenzo le ossa dei santi martiri Marta, Maria, Audiface e Abaco e le reliquie del pontefice urbano e del martire Quirino, che prima si trovavano tutte nella chiesa, demolita, di San Sigismondo fuori le mura. Quest’ultima chiesa fu poi riedificata e nelle fondamenta il Rossi pose tre ampolle di vetro contenenti olio, vino e acqua. Nel 1463 vi celebrò il matrimonio tra Bianca Maria e Francesco Sforza, duca di Milano. Fu trasferito alla Diocesi di Novara l’8 ottobre 1466. Morì di peste e fu sepolto a Roma nella chiesa Aracoeli Minore dell’Osservanza.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 777; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.


Parma 26 agosto 1468-Parma 24 giugno 1527
Figlio di Guido Maria e di Ambrogina Borromeo. Si istruì nelle arti liberali e nelle leggi civili e canoniche. Datosi alla carriera ecclesiastica, giovanissimo fu nominato arcidiacono di Padova e rettore della badia di San Grisologo di Zara. Nel marzo 1485 (il Rossi aveva allora appena sedici anni) gli furono assegnate le entrate della Diocesi di Treviso. Nominato suo procuratore Jacopo Caviceo, il Rossi inviò a Treviso il 15 aprile 1485 Girolamo Cendadi in qualità di suo vicario, pretendendo (nonostante da Roma non fossero ancora giunte le bolle di approvazione) di governare la diocesi, suscitando così non lievi turbolenze e le rimostranze del Capitolo al Senato della Repubblica veneta. Così, ai primi di maggio del 1485 le precedenti ordinazioni furono revocate. Comunque il 4 aprile 1487 il Rossi fu eletto Vescovo di Belluno, essendo stato trasferito Pietro Baroccio alla diocesi di Padova: Bernardo Rossi Episcopo Bellunese fece in questi giorni la sua prima intrata in Cividale, havendo il Comune mandato suoi rappresentanti ad incontrarlo fin a Conegliano. Fu poi dal Clero et populo tutto con grand’allegrezza accompagnato al Tempio Cattedrale, dove fu da Joseffo Faustini huome dottissimo, et lettor pubblico in Cividale recitata un’elegante Oratione in lode sua, et della sua illustrissima famiglia (Giorgio Piloni). Il Rossi fu in relazione con gli uomini più insigni della sua epoca, che protesse e rimunerò da vero mecenate. Nel 1494 trasferì a una cappella della Cattedrale di Belluno, dai suoi antecessori e da lui stesso restaurata, le reliquie dei santi che prima giacevano in un’arca posta dietro l’altare maggiore. Resasi vacante per la morte di Nicolò Franchi la Diocesi di Treviso, il Rossi vi fu trasferito il 16 agosto 1499. Nell’occasione il doge di Venezia scrisse al podestà di Treviso la seguente lettera: Augustinus Barbadico Dei gratia Dux Venetiarum Nobb. et sapp. Viris Andreae Dandulo de suo mandato Potestati et Capitaneo Tarvisii et Successoribus suis fidelibus dilectis salutem et dilectionis affectum. Ad preces nostras nostrique Senatus Sanctitas Pontificia promovit ad istum Episcopatum Tarvisinum vacantem per obitum quondam Domini Nicolai Franchi ultimi Antistitis R. Patrem D. Bernardum de Familia nobilissima Rubeorum de Statu nostro optime merita, virum quidem doctissimum integerrimum et cunctis virtutibus refertum, nobisque et Dominio nostro gratissimum. Vobis itaque auctoritate dicti Consilii Rogatorum imperamus ut eundem R. D. Bernardum in tenutam et corporalem possessionem dicti Episcopatus admitti et poni faciatis solemniter, ut moris est. Responderi illi vel nunciis suis faciendo omnes fructus, redditus, et proventus, ac spolia Episcopatus ipsius, ac praestari faciendo R. P. suae in spirituali debitam reverentiam et obbedientiam juxta formam et tenorem Bullarum Apostolicarum super inde confectarum. Has autem ad futuram memoriam registrari facite, et registratas praesentanti restitui. Dat. in nostro Duc. Palacio die xxvi. Sept. Indict. 3. 1499. Il Rossi governò la chiesa di Treviso mediante suffraganei: nel 1502 Angelo Lemino e nel 1507 Nicolò Gravina, vescovo di Scutari, avendo come cancelliere il parmigiano Brocardo Malchiostri, che fu poi anche suo vicario. Il Rossi si dedicò invece agli studi delle antichità, delle meccaniche, della storia naturale e delle arti, cui fu appassionato e fine intenditore. Secondo il Bonifazio (Storia di Trevigi), nel 1509 il Rossi fu allontanato dal Vescovado di Treviso perché sospettato dalla Repubblica di Venezia di sostenere il partito imperiale: in quel momento i Veneziani stavano combattendo contro l’imperatore Massimiliano e un fratello del Rossi, Filippo, si era apertamente schierato con l’Imperatore. Quando nel 1511 papa Giulio II lo chiamò a Roma, i provvisori e gli anziani della Comunità di Treviso inviarono al Rossi una lettera congratulatoria nella quale, tra l’altro, è detto: His igitur nostris litteris, intercedente Magnifici Domini Andreae Donati clementissimi Praetoris nostri consensu et auctoritate, vobis committimus et demandamus quatenus ad conspectum Reverendissimi Praesulis nostri antedicti incunctanter accedatis, et nomine Magistratus nostri Rempublicam Tarvisinam representantes osculata manu totam Civitatem ipsi Reverendissimo Domino Episcopo commendetis, et deinde quantum nobis et toti Civitati eius discessus sit futurus gravis, ut intelligat omni vi verborum efficere conemini. Non quod dubitemus per eius absentiam Templum Tarvisinae Ecclesiae suis inde fraudatum obsequiis: speramus enim illud super inde, ante discessum, ne quid postea tale accidat opportune provisurum, sed quia Reverendissimi Praesulis grato et venerando privemur aspectu: ita ut sospes quo pergere intendit applicet, et quod expetierit voti compos evadat; et tandem ad cives suos felix redeat. Interim Civitatis suae se protectorem esse memoriter teneat rogetis. Il Rossi partecipò al concilio lateranense: il 10 dicembre 1512 fu presente alla quarta sessione. Morto nel febbraio 1513 Papa Giulio II, il Rossi fu eletto dal Collegio dei cardinali governatore di Roma, col preciso incarico di reprimere eventuali tumulti che si fossero verificati durante il conclave. Il neo eletto papa Leone X confermò il Rossi nella carica di governatore di Roma. Il Rossi continuò a reggere la diocesi di Treviso tramite vicari: nel 1513 Bertuccio Lamberti, nel 1520 Ottaviano da Castello e nel 1524 Annibale Grisoni. Il Rossi fu ancora tra i deputati del   concilio lateranense a trattare la pace tra principi cristiani e principi scismatici (sessione decima, 4 maggio 1515). Nel 1516 fu inviato dal Papa a Ravenna a sedare le gravi sollevazioni che stavano avvenendo in quella città. Nel 1519 Leone X lo destinò al governo di Bologna col titolo di vicelegato del cardinale Giulio de’Medici: nel principio del suo governo non comportò che li Senatori, né altri entrassero nella sua camera per negoziar seco, se prima non ebbero deposte le spade, che per ordinario da quei tempi portavano al fianco; la qual cosa non avevano mai usato né con i Legati, né meno con li Pontefici ed Imperatori (Masini). In quel tempo Giambattista Pio gli dedicò la sua interpretazione di Columella, De cultu hortorum, magnificandone le doti e il genio che nutriva per le cose botaniche e celebrandolo con alcuni epigrammi (edizione in folio, eseguita a Bologna da Girolamo Benedetti nel 1520). In onore del Rossi fu anche coniata una medaglia, nel cui diritto si vede il suo busto con l’iscrizione Bernardus Rubeus Comes Berceti Episcopus Tarvisinus Legationis Bononiensis Vice Gubernator et Praeses e nel rovescio una donna con un fiore in mano, sopra di un carro tirato da un’aquila e da un drago, col motto Ob virtutes in Flaminiam restitutas. Sembra che nel 1523 papa Adriano VI lo abbia rimosso dall’incarico per essersi mostrato parziale nei riguardi dei Bentivoglio. Fu allora trasferito nella Marca anconitana, dove purgò le strade di Baccano, della Marca, e di Romagna da’ ladroni, ch’erano talmente infette, che non era né solo, né in troppi sicuro ad alcuno l’andarvi (da Erba). Il nuovo papa Clemente VII nominò nuovamente il Rossi governatore di Roma verso la fine del 1523. Nel 1527, per sfuggire al saccheggio della città da parte delle truppe di Carlo V, si rifugiò a Corniglio. Il 23 giugno dello stesso anno, sentendosi minacciato per questioni di interesse dai figli di Troilo Rossi, si trasferì a Parma, dove il giorno seguente morì (forse avvelenato) nel palazzo vescovile. Ebbe sepoltura nella Cattedrale di Parma, col seguente epitaffio: Bernardo Rubeo com. Berceti episcopo Tarvis.no sub Leone X pont. max. urbis praefec. paulo post universae Flaminiae praes. Bononiae simul proleg. qui sedente Clem. vii iterum urbis praef. eam sua prudentia et integritate ex summis belli civilis difficultatib. expedivit amplissima mox eximiae virtutis praemia relaturus ni mors repentina ann. Christi mdxxvii quarto cal. iulii aetatis suae lviii cunctis moerentibus ipsum praeripuisset Philippus Philippi avi fratri et Vespasiano summae spei fratri suo xvii annum agenti an. mdlxxiv id. apr. acerbe sibi erepto.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; R. Pico, Appendice, 1642, 34-36; I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 197-208; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; Cenni biografici intorno a mons. Bernardo Rossi, vescovo di Treviso, Parma, 1951; G.P. Bernini, Bernardo Rossi, conte di Berceto e vescovo di Treviso, Parma, 1969.

1550 c.-Parma post 1581
Figlio di Pietro Maria e di Maria Delfino. Laureato nell’Università di Ferrara nel 1572, fu governatore di alcune città dello Stato della Chiesa. Scrisse diverse poesie e l’opera De aetatis Joannis Petri Ghislerii Ravennae praesidis, pubblicata nel 1581. È forse lo stesso che fu canonico della Cattedrale di Parma e in corrispondenza col Guicciardini.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. III.

ROSSI BERNARDO, vedi anche ROSSI BERTRANDO


-Cremona maggio/dicembre 1345
Figlio di Rolando e di Agnese Ruggeri. Fu uno dei principali promotori della sollevazione avvenuta in Parma il 4 aprile 1345 contro gli Estensi, con lo scopo di rendere padrone della città Luchino Visconti. Gli Estensi ebbero però la meglio e il Rossi si salvò fuggendo a Milano alla Corte dei Visconti.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. III.


Parma 1348 c.-Pavia 4 novembre 1396
Figlio di altro Bertrando. Servì nelle milizie dei Visconti, combattendo contro i guelfi. Partecipò all’assedio di Modena nel 1363, restando prigioniero, come pure fu fatto prigioniero combattendo a Gavardo nel 1373. Ebbe diversi incarichi civili, tra i quali una ambasceria al Re di Francia per conto di Gian Galeazzo Visconti per tentare un accordo militare ai danni dei Fiorentini e una a Cipro per conto di Carlo Visconti per concordare il matrimonio con la sorella del Re, Margherita. Fu nobile veneziano, cittadino di Parma e di Milano. In quest’ultima città risiedette in una casa a Porta Romana, nella parrocchia di San Nazaro in Broljo, dove redasse il suo testamento nel 1386. Fu nominato Consigliere ducale da Gian Galeazzo Visconti, che lo volle tra gli esecutori del suo testamento. Sposò Eleonora Rossi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 53-54; Rocca dei Rossi di S. Secondo, 1995, 83.


San Secondo 1384/1404
Sebbene Giacomo Rossi avesse avuto due figli, l’investitura del feudo di San Secondo, per ragioni non note, passò nel 1396 al Rossi, nipote di Giacomo. Questi, per godere più tranquillamente il possesso di San Secondo, ottenne, ai primi dell’anno 1400, dal vescovo Giovanni Rusconi, conferma dell’acquistato e nell’anno successivo (24 ottobre 1401) comprò dagli indebitati canonici di Parma il vicino feudo del Pizzo a esclusione delle ville di San Quirico, Ronchetti, Corticelli e Castellaicardi, le quali però, col tempo, passarono tutte sotto la signoria rossiana. Il Rossi fu uno dei personaggi più battaglieri e ricchi della Lombardia. A lui il doge di Venezia Veniero concesse, nel 1384, il diploma conferente la nobiltà veneta in benemerenza dei servigi prestati: ciò è attestato dalla raffigurazione del Leone della Serenissima in una parete del Salone delle gesta rossiane. Il Rossi partecipò con onore all’estenuanti lotte intestine contro i Terzi. In una vicenda bellica, nel settembre del 1402, Otto Terzi riuscì, con 300 cavalli e 200 pedoni, ad avvicinarsi al castello di San Secondo e a incendiarne la borgata. Il Rossi sposò Costanza Aldighieri.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 41-42.

1440 c.-Berceto post 1501
Figlio naturale di Pietro Maria. Ereditò dal padre la contea di Berceto, nonostante l’opposizione del fratello Guido. E forse fu questo il motivo per cui nel 1482 il Rossi si schierò con Lodovico il Moro contro i suoi fratelli. Nel 1490 Lodovico il Moro gli riconobbe la legittimità del suo titolo. Alla morte, lasciò le sue sostanze al nipote Troilo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III.


San Secondo 1509-Valmontone 1528
Figlio di Troilo. Il fratello Gian Girolamo, dapprima protonotario apostolico in Parma, poi vescovo di Pavia, fu amico di letterati, soprattutto del Bembo, del cui aiuto ebbe bisogno dopo una clamorosa lite in San Marco di Venezia, nel corso del quale fu ucciso un gentiluomo che si era permesso di chiamarlo ironicamente guelfo. È proprio in questa occasione che appare per la prima volta il Rossi, il quale fu incolpato dell’omicidio. Va aggiunto, però, che ne fu ben presto scagionato per l’intervento del Bembo. Nel 1527, subito dopo il sacco di Roma, scoppiò una controversia tra Gian Girolamo Rossi e monsignor Bernardo Rossi, cugino e vescovo di Treviso. A Bernardo Rossi, nelle Ghiare della Parma, sotto Langhirano, fu teso un agguato, andato a vuoto, cui partecipò anche il Rossi. Bernardo Rossi morì in ogni modo il giorno seguente a causa di una violenta colica. Subito si sparse la voce che il trapasso fosse stato causato da un potente veleno, somministratogli con un clistere e di nuovo si fece il nome del Rossi quale mandante del supposto omicidio. Subito dopo quell’episodio il Rossi andò a raggiungere il fratello Pier Maria, che combatteva per Carlo V. Ancora molto giovane, combatté contro i Francesi con l’esercito imperiale di Carlo V nella guerra di Napoli. Fatto Luogotenente del suo colonnello di fanteria dal fratello Pietro Maria, mentre il Rossi entrava nel Castello di Valmontone, dopo averlo bravamente espugnato, fu ucciso con un colpo di archibugio. Cessò di vivere all’età di soli diciannove anni, tre mesi e quattro giorni. Fu dapprima sepolto in Paliano. Il fratello Gian Girolamo non volle che riposasse lontano da Parma, perciò dal 1531 fece eseguire un monumento funebre da Bartolomeo Spano a ricordo del Rossi. Sei anni durò l’opera, sicché soltanto il 23 ottobre 1536 giunse a Parma il cadavere del Rossi, che fu collocato nella chiesa di Santa Maria della Steccata, nella prima cappella a destra, dedicata a Sant’Antonio. Si sa che il lavoro costò ben 100 ducatoni d’oro.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; R. Pico, Appendice, 1642, 31; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 53; A.M. Aimi, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1969, 3.

ROSSI BIANCA, vedi RIARIO BIANCA

-Borgo San Donnino 1313
Figlio di Ugolino e di Elena Cavalcabò. Fu Canonico della Cattedrale di Parma. Fu ucciso all’assalto di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. I.


1513-Corniglio 1573
Figlio di Filippo Maria e di Antonia. Per rinuncia di Bernardo, suo zio, nel 1525 fu eletto Canonico e Arcidiacono di Padova. Ottenne inoltre l’Abbazia di San Giovanni Grisologo di Zara, un protonotariato e una pensione sul vescovado di Treviso. A questi benefici poté poi aggiungere le vicipreture di Bardone e di Corniglio. Soggiornando in Padova, si invaghì di una sua fantesca, Lucrezia Colavecchia. La fece sposare a un Pellegrino, che subito dopo, però, fece uccidere, fuggendo con lei a Corniglio. Bandito ufficialmente dalla Repubblica Veneta, il 26 agosto 1563 sposò clandestinamente la sua concubina, sperando in questo modo di poter assicurare ai figli almeno la successione al feudo di Corniglio, che dipendeva dall’Ordinario di Parma. Il matrimonio fu ben presto risaputo: il Rossi ebbe allora contro il Papa e i vescovi di Treviso e di Parma, che gli intimarono di rinunciare a tutti i benefici ecclesiastici. Con grande diplomazia, il Rossi riuscì, però, a conservare tutti i beni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III.


Busseto 1642-Semoriva 17 settembre 1711
Si laureò in ambo le leggi all’Università di Parma e acquistò larga stima a Busseto tra i suoi concittadini, tanto da essere ritenuto il più adatto a presentarsi al duca Francesco Farnese per giurargli obbedienza e fedeltà a nome della Comunità e del popolo. In precedenza aveva acquistato la fiducia di Ranuccio Farnese che nel 1666 lo nominò suo commissario in Colorno e, nel 1679, tutore del marchese Alessandro Pallavicino, del quale il Rossi patrocinò i diritti in complesse vertenze. Afferma Emilio Seletti, sulla scorta principalmente dei documenti autografi di Francesco e Ranuccio Farnese, che il Rossi godette di tale stima presso quei duchi da essere spesso da lui interpellato su questioni attinenti il Comune di Busseto e la stessa Corte. Per tre anni, dal 1669 al 1672, ricoprì la carica di commissario ducale in Borgo Taro. Deputato comunale, ottenne nel paese natale la reggenza del Monte di pietà e dell’Ospedale e fu inoltre conservatore del monastero di Santa Chiara. A riconoscimento delle sue benemerenze, Francesco Farnese, con diploma 18 giugno 1697, lo creò nobile con diritto di trasmettere il titolo ai discendenti. Lasciò due lodate opere di giurisprudenza: Trattato sulla fusione e distinzione del diritto dei defunti e degli eredi (Alberto Pazzoni, Parma, 1697) e Sul conferimento dei beni dei Forensi posti nel territorio (Ducato) a vigore di Statuto, secondo le consuetudini generali d’Italia (Piacenza, Tipografia Vescovile Zambelli, 1698).
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 384-385.

Parma XVII/XVIII secolo
Sacerdote. Pittore fiorista e di storia attivo nella fine del XVII secolo e per buona parte del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 256.


Parma 1831
Patriota, partecipò ai moti del 1831. Scrisse alcuni Diari, inediti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 797.


Soragna 1911-
Figlio di Giovan Battista e di Teodolinda Donati. Capomanipolo del reggimento speciale misto, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Aiutante maggiore di un battaglione nonostante si trovasse in riconosciute menomate condizioni fisiche per infermità, partecipava ad un lungo, aspro e vittorioso ciclo operativo, distinguendosi per iniziativa e coraggio. Durante un’azione per la conquista di forti posizioni avversarie, visto un plotone che si trovava in difficile situazione per il fuoco nemico e per aver perduto il comandante ferito, ne assumeva il comando e con serenità ed ardimento, lo portava all’occupazione dell’obiettivo (Alture di Fojas, 30 marzo 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

Parma 1462 c.-post 1509
Figlio di Giacomo. Fu al soldo dei Veneziani in Padova nel 1509, quando la città fu assediata dall’imperatore Massimiliano.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e ss.

Parma 12 luglio 1854-25 aprile 1923
Figlio di Giuseppe e Maria Teresa Rastelli. Fu una delle più gustose macchiette della Parma dell’Ottocento, noto come Cornèn. In vita godette di una notevole popolarità, tanto che il giorno della sua morte la Gazzetta di Parma parlò di lui con accenti commossi (che le furono poi rimproverati, e ne seguì una polemica).  Sarcastico, cerimonioso, beffardo, fu il principe della ribalderia parmense del XIX secolo, cara a Ubaldo Bertoli. La sua vita fu un andirivieni continuo tra la sua dimora e San Francesco o le altri carceri italiane. Fu condannato una sessantina di volte a espiare lievi condanne, per un totale di cinque anni e sei mesi sempre per ubriachezza e invettive. Cominciò da ragazzo a sputare noccioli dai tetti sui passanti e a prendersi beffe delle guardie. Aveva appena sedici anni che fu condannato per la prima volta a due giorni di prigione per ubriachezza. Nel 1897 si buscò sette mesi di reclusione. Poi fu rinchiuso nelle carceri di Ustica, Ventotene, Favignana e Palermo, ove rimase dal 1903 al 1911. Tornato a Parma, non mutò il proprio atteggiamento scanzonato e irridente dell’ordine pubblico. Un anno prima della sua morte un funzionario lo fece rinchiudere nel manicomio di Colorno, dichiarandolo pericoloso a sé e agli altri. Riavuta la libertà, il Rossi ritornò a Parma e venne accolto trionfalmente dalla popolazione festante: percorse le vie principali in carrozza scoperta, fatto segno dalle calorose acclamazioni della folla. Bevitore formidabile, ciononostante possedette una voce magnifica (cantava a tutte le ore a gola spiegata) e fu il protagonista di una serie infinita di inimitabili concioni. Esercitò il mestiere di merciaio ambulante e non si sposò mai. Alla sua morte (fu stroncato dalla polmonite) lasciò ottanta lire, che vennero depositate presso l’economato dell’Ospedale di Parma. Il suo teschio è conservato in una teca dell’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 132-133.

Parma 1313 c.-
Figlia di Rolando e di Agnese Ruggeri. Sposò, forse nel 1333, Arrigo Castracane. Il matrimonio fu voluto dallo zio Pietro Rossi che, eletto vicario di Lucca, volle ingraziarsi la famiglia Castracane, dominante in Lucca.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II.

Borgo San Donnino 3 marzo 1884-Fidenza 29 novembre 1933
Il padre, soprannominato Scaldamàn, era postiglione delle diligenza che copriva giornalmente l’itinerario Borgo San Donnino-Santa Margherita-Pieve Cusignano e il Rossi l’aiutava nel servizio, spesso leggendo a cassetta qualsiasi libro gli capitasse sottomano e meditando il proposito di lasciare il paese, che non poteva offrirgli altre prospettive. Da ciò la determinazione di recarsi a Torino, dove ebbe la fortuna di ottenere un posto che fu il trampolino di lancio verso la carriera cui aspirava. Autodidatta, giunse al giornalismo dalla gavetta, perché, da semplice fattorino del quotidiano torinese la Gazzetta del Popolo, pervenne nella redazione di quel giornale a un posto di importanza e responsabilità. Destinato infatti quale redattore della Gazzetta del Popolo a Parigi, resse per molti anni nella capitale francese l’impegnativo incarico, scrivendo (si firmava Memmo Rossi), articoli e corrispondenze che gli procurarono larga notorietà. Colpito nel 1930 da grave infermità, rinunciò al giornalismo per ritirarsi a Fidenza, dove, con la cospicua liquidazione ricevuta per il lungo servizio prestato, acquistò un albergo, che affidò alla moglie e ai figli. In seguito riprese a scrivere articoli di vario genere per la Gazzetta di Parma, che glieli pubblicava nell’edizione del pomeriggio facendogli pervenire qualche compenso per la sua collaborazione, dato che, per un seguito di circostanze, il Rossi era piombato nella più squallida miseria. Alla fine, abbandonato da tutti, ottenne di poter essere ricoverato nell’Ospizio di Mendicità di Fidenza.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 133; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 385.

San Secondo 1435-Sala post 1483
Figlia di Pier Maria, conte di Berceto e marchese di San Secondo, e di Antonia Torelli. Nel 1454 sposò il conte Giberto Sanvitale, uno dei più facoltosi e potenti feudatari del Parmigiano. Il Sanvitale si adoperò per dare continuo sostegno agli Sforza, collaborando prima con Francesco e poi con Galeazzo Maria. La Rossi fu sempre al fianco del marito. Significativo è il testo della lettera con la quale il 27 novembre 1472 Lodovico Maria Sforza, per compensare il Sanvitale, gli assegnò la Rocca di Noceto, dandone avviso proprio alla Rossi: Magnifica Signora, carissima nostra. Questo nostro Illustrissimo Signore è stato contento di assegnare in mano di vostro Consorte la fortezza di Noceto, acciò conosciate che delle fatiche e sinistri vostri sopportati in beneficio di questo illustrissimo Stato suo tiene buon conto. E quantunque li meriti vostri siano assai maggiori, non essendosi per ora potuto fare di più, accettate questo di buon animo, tenendo per certo che abbiate nello avvenire a conseguire di meglio per la buona e ottima disposizione del prefato Signore e nostra verso di voi, vostro consorte e figliuoli. Quando Pier Maria Rossi fondò in Torrechiara la Badia dei Benedettini, la Rossi contribuì alla sua dotazione assegnandole, consenziente il marito, alcuni beni con atto del 3 settembre 1473. Trucidato alla fine del 1476 in Milano Galeazzo Maria Sforza, e proclamato duca Gian Galeazzo Sforza a Parma insorsero le squadre dei Pallavicino, dei da Correggio e dei Sanvitale per abbattere l’invisa e crescente potenza dei Rossi. Giberto Sanvitale, sollecitato dalla Rossi, il 6 giugno 1477 nominò in Sala tre notai parmigiani a suoi procuratori per proporre una riconciliazione e la restituzione dei beni estorti, facendosi inoltre mallevadore per i suoi seguaci della perpetua e inviolabile osservanza dei patti da convenirsi con atto solenne (rogito di Gianlodovico Sacca; copia nell’Archivio Sanvitale). Ma la proposta non ebbe effetto. Pier Maria Rossi, incessantemente molestato dalle tre squadre avversarie, mise in campo le proprie soldatesche, non risparmiando i castelli del genero. La Rocca di Oriano, una delle più forti del Sanvitale perché posta su un’alta rupe, fu presa nel 1482 e spianata. Da Oriano le bande di Guido Rossi si portarono (25 agosto 1482) contro Sala, sede di Giberto Sanvitale. Il Castello di Sala, in assenza del marito, era difeso dalla Rossi e da due suoi figli. Mentre le truppe nemiche erano ormai sul punto di sferrare l’assalto decisivo, avendo colmato i fossati e poste le scale alle mura, la Rossi con un archibugio riuscì a colpire al femore il comandante Amuratte Torelli. Il fatto disorientò gli attaccanti, che decisero di ripiegare, togliendo l’assedio. Il Torelli morì tre giorni dopo. Della Rossi non si hanno notizie successive ed è probabile sia morta non molto tempo dopo il padre (settembre 1482).
FONTI E BIBL.: Carpesano, Commentaria suorum temporum, col. 1191-1192; A. Ronchini, Strenna parmense, 1843; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 509-513 e 378-379; C. Villani, Stelle femminili, 1915, 622; Biografia universale antica e moderna, Venezia, 1829 (alla voce Torelli Orsina); F. Orestano, Eroine, 1940, 318; L. Barbieri, Torelli, 1998, 180.

Parma-post 1828
Figlio di Luigi. Entrato coscritto nel 1809 nel 24° Reggimento fanteria leggera francese, fece come caporale le campagne di Germania (1809), di Olanda (1810) e di Russia (1812) e appartenne, col grado di Sottotenente, alla Grande Armata nel 1813-1814. In tale campagna rimase ferito tre volte e fu decorato con la Legione d’Onore. Sottotenente del Reggimento Maria Luigia nel 1816, ebbe pensione definitiva nel 1828.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense, 1930, 33; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 121.

-Napoli 1600
Figlio di Giulio Cesare e di Maddalena Sanseverino. Nel 1552 fu in Lombardia a combattere contro Cosimo dei Medici e Carlo V; mentre soccorreva Montalcino, venne fatto prigioniero. Restò prigioniero anche nella battaglia di Marciano, combattuta e perduta da Piero Strozzi contro il marchese di Marignano. Caduta Siena, restò fedele ai Senesi e li difese a Pontercole nel 1555, dovendo però arrendersi a discrezione. Si ritirò poi nella contea di Cajazzo, nel Napoletano.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 54.

Parma 1485
Figlio naturale di Guido. Giostrò in Venezia nell’anno 1485.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Un feudatario sotto l’insegna del leone rampante, Parma, 1996, 185.

Parma 1488 c.-Lardirago post 1552
Terzo figlio del conte Troilo, marchese di San Secondo, e di Bianca Riario. Ebbe, ancor giovanissimo, il titolo di Protonotario Apostolico e successivamente, per rinuncia del patriarca di Acquileia, suo zio materno, cardinale Riario, ottenne l’abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro in Pavia e l’altra della Colomba di Chiaravalle. Stette in Roma per tre anni, rinchiuso in Castel Sant’Angelo, per ottenere la liberazione del fratello, Giangirolamo, vescovo, caduto in disgrazia a Papa Paolo III. Morto il fratello Pier Maria e ucciso Pier Luigi Farnese, il Rossi venne chiamato da Camilla Gonzaga a San Secondo come tutore del nipote Troilo, a reggere i domini dei Rossi. Fortificò San Secondo e resse con grande prudenza i castelli della famiglia durante la guerra franco-spagnola. Combatté al Taro e vinse vicino a Sissa. Dopo cinque anni di guerra, al ritorno del nipote Troilo dall’assedio di Mirandola, il Rossi rinunciò a ogni cosa e si ritirò nell’Abbazia di San Pietro in Ciel d’Oro. Fu eletto Prevosto di Berceto subito dopo la morte del precedente prevosto: il 27 ottobre 1545 prese possesso della prevostura per procuratore, nella persona di Angelo Pizzi (il possesso gli venne conferito dai canonici della prevostura Bercetano Boroni e Giovanni Becchetti, con rogito del notaio Broccardo Belloli). Il 12 giugno 1552, lasciando per sempre San Secondo (dove aveva continuato a risiedere) per ritirarsi nell’Abbazia di Lardirago, è da credere che facesse anche rinuncia formale della prevostura di Berceto, titolo che il Rossi tenne per circa sette anni solo nominalmente.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 73-75.

San Secondo 1629-Fiandre 1657
Figlio di Federico e di Isabella Borromeo. Essendo al servizio dello Stato di Milano, combatté in Piemonte contro i Francesi. Passato poi alle guerre di Fiandra, vi trovò la morte a soli ventotto anni.
FONTI E BIBL.: F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 54.

San Secondo 1523 c.-Pavia luglio/agosto 1569
Nacque da Pietro Maria e Camilla Gonzaga. Di ottima indole, di acuto ingegno e ben educato nelle scienze e nella pietà, studiò retorica e poesia. Fu poi inviato a Padova ad apprendervi le leggi civili e canoniche, ottenendone la laurea. Il Rossi passò quindi a Roma, ove fu creato Referendario e Protonotario Apostolico, nonché Abate di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia. Fu caro al cardinale Ferdinando de’ Medici, nella cui Corte a Firenze dimorò più anni. Si dilettò di musica, oltre che di leggi, eloquenza e poesia. Pratico delle cose del mondo, d’animo splendido e generoso, fu stimato Signore pio, letterato e politico. Tornò poi a San Secondo, ove fondò una letteraria adunanza, partecipante dell’Accademia degli Innominati, che si raccoglieva nella Rocca due o tre volte alla settimana. Tra gli Innominati il Rossi ebbe il nome di Inculto. Tornato a Firenze dal cardinale Ferdinando de’ Medici, morì a soli 46 anni a causa del soverchio caldo. Il cardinale de’ Medici disse che col Rossi erasi spento uno dei maggiori lumi di tutta Italia e gli accademici di San Secondo pubblicarono un breve volume di Rime lugubri per la perdita del loro fondatore e mecenate. Oltre a rime in latino e in volgare (contenute nel Tempio di Donna Gioanna d’Aragona, Venezia, Plinio Pietrasanta, 1555, e nel Libro IX delle Rime di diversi, Cremona, Vincenzo Conti, 1560), scrisse anche una commedia e una tragedia in italiano e illustrò in latino le gesta di personaggi della famiglia Rossi e ne compose l’albero genealogico (Federici Roscii Petri Mariae junioris filii in Elogia Rosciorum virorum bellica virtute, et literis illustrium Praefatio ad Jo: Hieronymum Roscium Ticini Pontificem).
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 184-185; F. Rizzi, in Aurea Parma 3/4 1959, 184, e 2 1959, 111-112.


18 maggio 1580-San Secondo 22 marzo 1632
Figlio di Pietro Maria e di Isabella Simonetta. A soli tredici anni successe al fratello Troilo, morto prematuramente, nel marchesato e si distinse, per nobiltà d’animo e per virtù guerriere: militò per lo Stato di Milano e quando Enrico IV volle assalire la Lombardia venne eletto maestro di campo di un reggimento di fanti. Nella guerra del Monferrato del 1614 militò agli ordini di Pietro di Toledo, segnalandosi a Verrua e a Vercelli. Partecipò quindi alla lotta dei Genovesi per il feudo di Zuccarello. Fu l’ultimo grande esponente dei Rossi parmigiani: nella Relazione di Francesco Maria Violardo sopra il Stato di Parma e Piacenza (s.d., 1601-1603 c.), di lui si dice che ha del Principe ed ha d’entrata 14 mila scudi. In effetti, egli accrebbe la potenza e il prestigio della famiglia, imparentandosi con importanti casati mediante i suoi matrimoni, sventurati per la breve vita delle spose: nel 1596 sposò Isabella del conte Renato Borromeo, fratello del cardinale Federico, nel 1603 si unì con Caterina Sforza di Santa Fiora, figlia di Francesco, cardinale di Santa Fiora, e nel 1609, infine, si congiunse in terze nozze con Orsina di Tadeo Pepoli. Le rilevanti ricchezze che le mogli portarono in dote gli consentirono di operare importanti interventi all’interno del suo feudo: ampliò San Secondo con nuovi edifici (da ricordare l’Ospedale della Misericordia), completò i lavori della rocca e fondò (1610) il convento dei Cappuccini, a nord del paese, sulla strada per Roccabianca, per secondare il desiderio del fratello Ippolito, militante nello stesso ordine. La chiesa del convento, dedicata a Santa Maria della Neve, aveva una sola navata con ai lati sei cappelle. Morì di podagra.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; M. Argegni, Condottieri, 1937, 54; C. De Grazia, Guida degli Stati Farnesiani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 164; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 55; A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 34.

1598-Cremona 1626
Figlio di Federico e di Isabella Borromeo. Come il fratello Ettore, combatté in Piemonte contro i Francesi. Morì in battaglia all’età di 28 anni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; M. Argegni, Condottieri, 1937, 54.


San Secondo 1660 c.-San Secondo 1754
Primogenito di Scipione e di Maria Rangoni. Successe al padre nel 1680: è il feudatario che più a lungo tenne la Signoria di San Secondo. Nel 1690 fu scelto per portare i complimenti della nobiltà degli Stati di Parma al principe Odoardo Farnese in occasione delle sue nozze. Partecipò alla guerra di successione di Spagna e combatté col principe Eugenio di Savoja contro la Francia (fu fatto prigioniero nel 1704 a Hochatet). Nel 1708 fu nominato da Carlo III Grande di Spagna. Fu bene accetto ai Farnese. Nel 1750 fu creato gentiluomo effettivo del duca di Parma Filippo di Borbone. Iniziò, senza poterlo condurre a termine, un grandioso e principesco appartamento prospiciente il vasto piazzale posto innanzi alla rocca di San Secondo. Nel 1713 fece erigere nel borgo un pio Reclusorio di Religiose Clarisse. Venne sepolto nell’oratorio del castello di San Secondo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 59.

ROSSI FEDERIGO, vedi ROSSI FEDERICO

-Tropea 18 marzo 1567
Nipote di Giacomo, arcivescovo di Napoli. Consigliere Regio in Napoli, fu assai dotto. Fu Vescovo di Potenza (1564), trasferito poi a Tropea (5 luglio 1566). Fu sepolto nel Duomo di Napoli, nel sacello della famiglia Rossi.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 28; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

San Secondo 1627-Pavia 1 maggio 1670
Figlio di Federico e di Orsina Pepoli. Venne ricevuto in Congregazione dai Padri Barnabiti di Sant’Alessandro in Milano, che lo educarono alle belle lettere e alla pietà. Alla morte del fratello Pier Maria (1650) avrebbe dovuto succedere nei feudi della sua casata ma si fece invece chierico regolare. Professò in Monza nell’anno 1645, assumendo il nome di Giuseppe Maria. A Milano il Rossi fu insegnante di lettere e prefetto delle scuole. Dopo essere stato destinato nel convento di Santa Brigida, nell’aprile del 1670 fu inviato in quello di Santa Maria Incoronata di Pavia, dove, appena giunto, fu colpito da febbre maligna, che ne causò il decesso. Per la santità della sua vita, il Rossi fu riconosciuto Servo di Dio.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; Menologio dei Barnabiti, V, 1934, 7-9; Una figura eminente, in A. Micheli, I Barnabiti a Parma, Fidenza-Salsomaggiore, 1936, 9 e 25; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 939.


1775-Parma 1850
Fu facoltoso possidente di proprietà terriere in San Polo di Torrile, in frazione di Gainago. Il Molossi lo cita tra i più distinti conduttori di aziende agricole del suo tempo. In gioventù il Rossi fu amico di Pietro Giordani, che si confidò con lui allorquando questi risolse di entrare in chiostro e di vestire l’abito cassinese nel convento di San Sisto in Piacenza. Dalla loro copiosa corrispondenza risulta che il Giordani si era pazzamente innamorato di Rosa Milesi, di cui il Rossi era nipote. Nelle lettere scambiatesi, il Giordani confida perfino al Rossi la data della sua imminente fuga dal convento (1799). Tale carteggio è conservato nella Biblioteca Palatina di Parma. Il Rossi figura ancora nell’elenco dei corrispondenti di Angelo Pezzana. Oltre a un palazzo in Parma, il Rossi possedette pure una villa con annessi terreni in località Gainago.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 660-661.

-Retimo XVI secolo
Figlio di Orlando Carlo. Come colonnello di un reggimento di fanti al servizio di Venezia, partecipò alle guerre di Candia contro i Turchi. Morì di peste.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Argegni, Condottieri, 1937, 54.


San Secondo-Boemia 1618
Figlio di Giulio Cesare e di Maddalena Sanseverino. Passò tutta la vita tra le armi. Fu prima in Francia (partecipò all’assalto di Poitieres) nella guerra contro gli Ugonotti, quindi nel 1580 in Portogallo, al servizio di Filippo II. Nel 1592, come mastro di campo dell’imperatore Carlo V e suo luogotenente, fu con Giovanni de’ Medici nelle guerre di Ungheria contro i Turchi. Durante la campagna d’Ungheria, il Rossi fu collocato alla difesa della piazza di Giavarino, dove operò grandi prodezze. Celebre rimase la sortita da lui attuata contro il campo turco in piena notte e con l’ausilio di fuochi artificiali, nel corso della quale furono uccisi più di duemila nemici. Dopo essere stato accolto a Vienna dall’imperatore Rodolfo con grandi onori, nel 1595 fu di nuovo in Ungheria. Si segnalò nelle battaglie di Strigonia e di Vilegrado. Per i suoi grandi meriti, il 7 maggio 1589 venne nominato cavaliere di Santo Stefano. Fu poi consigliere di guerra e generale di artiglieria sotto l’arciduca Massimiliano. Nel 1602, al servizio dei Veneziani, fu alle guerre di Dalmazia e di Albania. Al servizio dei Veneziani, dai quali percepiva tremila ducati l’anno, dimostrò particolare valore nelle guerre del Monferrato e del Friuli (in quest’ultima ebbe parte importante nell’espugnazione di Gradisca). Eletto Sopraintendente generale delle fortezze della Repubblica di Venezia, si ritirò infine in Boemia. Il Rossi sposò Polissena Gonzaga.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; G.V. Marchesi Bonaccorsi, Galeria dell’onore, 1735, II, 148-150; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; G. Tommasi, Delle guerre et rivolgimenti del regno di Ungaria e della Transilvania, Venezia, 1621; C. Argegni, Condottieri, 1937, 54.


-Parma 17 maggio 1817
Figlio di Troilo e di Maria Francesca Ippoliti. Fu Maresciallo nelle Guardie del duca di Parma Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV.

ROSSI FERRANTE, vedi anche ROSSI FERDINANDO


Parma 1468 c.-Corniglio 1529
Figlio di Guido Maria e di Ambrosina Borromeo. Dopo che tutti i possedimenti della sua famiglia erano passati nelle mani di Ludovico il Moro (1483), si mise con il padre al servizio di Venezia, combattendo prima a Roveredo, poi contro Carlo VIII (1495), e quindi nel Regno di Napoli (1496). Dopo aver portato il suo aiuto a Ludovico il Moro (che aveva ritolto ai Francesi lo Stato di Milano, da dove era stato espulso l’anno precedente) nell’intento di recuperare le sue terre, ritornò a Venezia, da cui ebbe incarico di soccorrere gli Aragonesi, contro i Francesi. Passò poi al servizio dell’imperatore Massimiliano, che se ne avvalse nella guerra di Padova, dove rimase prigioniero nel 1509. Una volta liberato, fu nominato governatore di Modena e ritornò in possesso di Bardone e Corniglio. Fu poi luogotenente in Romagna.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Argegni, Condottieri, 1937, 54.

Parma-post 1490
Tipografo, fu attivo a Bologna nel 1490.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 280.

Corniglio 1564 c.-Parma 1647
Figlio di Camillo e di Lucrezia Colavecchia. A diciotto anni fu inviato, insieme al principe Ranuccio Farnese, dal duca di Parma Ottavio Farnese, a incontrare l’Imperatrice che si imbarcava a Genova. Il Rossi fu poi mandato in Abruzzo, presso quella Corte, e quindi andò a Roma a rendere omaggio a papa Sisto V. Dovette difendere i propri beni dalle pretese dei cugini e da quelle del Papa e dei vescovi di Parma e Treviso: i primi lo accusarono di essere figlio illegittimo, i secondi accusarono il padre, ecclesiastico, di avere concluso un matrimonio clandestino. Carcerato per alcuni delitti, il Rossi morì nel carcere della Rocchetta di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III.

San Secondo 1578 c.-
Figlio di Pietro Maria e di Isabella Simonetta. Fu prevosto della Collegiata di San Secondo negli ultimi anni del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834.


San Secondo 1606 c.-
Figlio naturale di Federico. Fu abate.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834.

Borgo San Donnino XVII secolo-XVIII secolo
Tenente e pittore quadraturista e di architetture. Fu attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 219.


Parma 1924-Cantone di Porporano 18 ottobre 1998
Fu violoncellista assai apprezzato e conosciuto negli ambienti del Conservatorio di Parma. Insegnò per oltre trent’anni all’istituto musicale Peri di Reggio Emilia. Nel corso della sua lunga carriera suonò in numerose orchestre, tra le quali quelle della Scala di Milano e del Metropolitan di New York e trascorse lunghi periodi all’estero per lavoro, soprattutto in Sudamerica. Il Rossi morì in un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 ottobre 1998, 7.


Busseto 1683
Realizzò nell’anno 1683 un coro intagliato in Santa Maria degli Angeli a Busseto, convento ove il Rossi fu Superiore, firmato Opera ac industria P. Gabrielis de Rubeis a Buxeto Guardiani Anno Domini MDCLXXXIII. Il coro fu alienato nel 1911.
FONTI E BIBL.: E. Seletti, 1883, 220; Lombardi, 1963, 65-66; Il mobile a Parma, 1983, 256.

Bardi 1831
Con Bazzini, Bertucci e il pretore di Bardi Valente Vaccari, fu tra i promotori dei moti del 1831 a Bardi. Divenuto in seguito Pretore di Langhirano, il Rossi continuò a essere tenuto sotto sorveglianza dalla polizia.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201.


Parma 1329/1334
Figlio naturale di Guglielmo. Nel 1329 fu Vicario e Rettore di Pontremoli, dopo che ne era stato scacciato il figlio di Castruccio Castracane. Fornì poi il suo aiuto a Parma nella lotta contro il legato pontificio e nel 1334 combatté valorosamente contro gli Scaligeri, ai quali tolse Varano, tenuta da Oberto Pallavicino.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; Chronicon Parmense, ab anno 1308 usque ad annum 1336, in Monumenta historica ad provincias parmensem et placentinam pertinentia; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; A. Pezzana, Storia di Parma, 1837; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 55.


Parma 1583/1584
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 25 giugno 1583 al 6 aprile 1584.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma-post 1781
Nel Carnevale del 1781 danzò al Teatro Ducale in Ifigenia in Aulide, Le gelosie villane e La pastorella rapita dai mori.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

ROSSI GERARDO, vedi ROSSI GHERARDO

Parma 1277
Figlio di Orlando. Fu Podestà di Rocca Contrada nel 1277.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


Parma 1367
Figlio di Ugo. Fu Vicario di Monza per i Visconti nell’anno 1367.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


Parma 1193/1224
Figlio di Bernardo. Fu Console della Repubblica di Parma nell’anno 1193. Fu poi Podestà di Borgo San Donnino nel 1224. Sposò Agnese Fieschi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


Parma 1244
Figlio di Ugo. Fu Podestà di Arezzo nell’anno 1244. Fu soprannominato Boteri.
FONTI E BIBL.: Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI GIACOMINO, vedi ROSSI GIACOMO


Parma 1198
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1198.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 797.


Parma 1240/1271
Figlio di Bernardo e di Maddalena Fieschi. Combatté contro l’imperatore Federico, difendendo con gran valore la rocca delle Aspicelle nel 1240. Fu per parecchi anni Podestà in diversi luoghi dell’Emilia e della Toscana, di Milano nel 1250 e di Orvieto nel 1262 e 1271. Nel 1264 fu uno dei principali fautori della cacciata dei ghibellini da Parma.
FONTI E BIBL.: S. Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 55.

Parma 1266/1273
Figlio di Orlando. Fu Podestà di Reggio nel 1266. Mentre ricopriva questa carica, accettò una somma di denaro dai Modenesi per fare in modo che non si addivenisse alla pace tra i Lupi e i da Correggio, per la qual cosa il Rossi era stato scelto ad arbitro. Risaputo il fatto, i Reggiani lo liquidarono dopo soli quattro mesi di governo pagandogli interamente lo stipendio dovuto. Fu quindi Podestà di Padova nel 1273, dove si segnalò per l’introduzione di alcune utili leggi in ordine alle monete, tanto che in Prato della Valle a Padova fu innalzata una statua in suo onore nel 1782.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


-San Secondo 1396
Figlio di Rolando e di Agnese Ruggeri. Col fratello Bertrando, avendo prestato a più riprese fortissime somme al Capitolo della Cattedrale di Parma, tanto da raggiungere la somma di 1071 fiorini d’oro, e non ottenendone il rimborso entro il termine fissato, il Capitolo alienò al Rossi la terra di San Secondo (rogito del notaio Alberto Malebranche, steso nella cappella di San Vicinio in Cattedrale, in data 8 aprile 1365), favorito in questo acquisto dalla zio, vescovo di Parma, Ugolino Rossi, il quale ne approvò il contratto. Il 2 gennaio 1367 in tal modo il Rossi, morto nel frattempo il fratello Bertrando, fu investito del feudo e nominato primo Conte di San Secondo. Detta investitura fu approvata in corpo da papa Bonifacio IX il 9 marzo 1391.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. II; Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 41.

Parma ante 1363-San Secondo 30 marzo 1418
Figlio di Bertrando e di Eleonora Rossi, datosi allo studio delle Leggi, e delle sacre lettere principalmente, in quelle riuscì non men dotto, che Pietro suo fratello, e gli altri parenti nell’armi valorosi, massime avendo alle dette scienze aggiunto la cognizione della Filosofia, e dell’Astrologia (Carrari, Storia dei Rossi parmigiani, IV, 126-127). Giangaleazzo Visconti, Signore di Milano, avendo istituito lo Studio di Pavia nell’anno 1387, destinò il Rossi a leggervi pubblicamente ragion canonica (Corio, Storia di Milano, IV, 290). Il Visconti, che lo annoverò anche tra i suoi consiglieri, ridotta l’anno seguente in suo dominio Verona fece rimuovere il Vescovo Pietro dalla Scala, che fu trasferito a Lodi, e lo sostituì (21 aprile 1388) col Rossi. Il Rossi e il fratello Pietro furono banditi da Parma da Ottone Terzi, nemico giurato della famiglia, che nell’aprile 1405 fece impiccare alla forca le figure dipinte dei due sulla Piazza Grande: Dominus Jacobus de Rubeis filius quondam Domini Beltrami Episcopus Veronae, et Petrus de Rubeis ejus frater fuerunt picti ad Palatium vetus Communis Parmae versus Plateam appensi per unum pedem ad furcam, pictis ibi prope eos duobus schurizolis ad insignia sua Leonis. Nel frattempo i Veneziani rioccuparono Verona e ottennero dal Papa che il Rossi fosse trasferito al vescovado di Luni, essendo troppo compromesso coi Visconti. Secondo Bartolomeo Oliveto (Diario), il teschio del Terzi, assassinato nel 1409, fu inviato come trofeo al Rossi. Ottenuta nel 1400 la conferma da papa Bonifacio IX dei feudi dei Rossi avuti dalla Chiesa di Parma, nel 1413 il Rossi ebbe dall’imperatore Sigismondo un diploma di ristabilimento dell’antico territorio appartenuto alla famiglia. Il Rossi fu poi nominato Governatore della Marca di Ancona e partecipò al Concilio di Costanza, dove si schierò con l’antipapa Giovanni XXIII, il quale lo ricompensò nominandolo Vescovo di Napoli (6 marzo 1415). Fu sepolto nella Cattedrale di Parma in un’arca di marmo posta sopra la porta della sagrestia maggiore, verso il coro (poi, come quella del Pelacani, distrutta). Se ne conserva la lapide incastrata nel muro in altra parte della chiesa, sulla quale si leggono questi versi: Sanguinis heroici Rubeorum gloria, Praesul Jacobus hic situs est, patriae memorabile nomen, Religionis honor latiae, Synodique verendae. Mens tamen alta petens, quae noverat astra revisit. Hic norat causas rerum, sacrataque jura. Hunc Verona suum Pastorem, ac oppida Lunae, Regia Parthenope novit, sibi Marchia cessit. Mille quadringentos bis nonos Sol dabat annos, Magna ligustinae periit cum gloria Parmae.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 127-130; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.


Parma 1436 c.-post 1482
Figlio di Pietro Maria. Come condottiero al servizio di Francesco Sforza duca di Milano, fu con quattromila cavalli e molti fanti al soccorso di Bologna, assediata da Jacopo Piccinino (1455), e poi passò a Giovanni Bentivoglio. Nel 1482 ebbe la condotta di trecento cavalli dai Veneziani, per i quali combatté contro Ludovico il Moro e poi alla guerra di Rovereto.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’istoria dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 55.

Borgo San Donnino 1769/1795
Falegname. Nel 1769 eseguì i lavori nel Palazzo Comunale di Borgo San Donnino e nel 1795 due confessionali nella parrocchiale di Sant’Agata di Villanova, firmati Jacobus de Rubeis Fidentia multis in locis professor expertus fuit anno 1795 (provenienti dalla parrocchiale di Busseto, ove se ne trovano altri sei).
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 260.

San Secondo 21 dicembre 1574-San Secondo 8 marzo 1593
Figlio di Pietro Maria. Fu il quarto marchese di San Secondo (1591). Come Capitano di una compagnia di uomini d’arme, servì nello Stato di Milano e con altre due compagnie di corazze partecipò alla guerra con i Savoja contro i Francesi, durante la quale venne gravemente ferito. Morì a soli diciotto anni e fu sepolto nell’Oratorio di Santa Caterina in San Secondo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Argegni, Condottieri, 1937, 55; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 55.


1735-Padova 21 dicembre 1817
Figlio di Troilo e di Maria Francesca Ippoliti. Fu conte e marchese di San Secondo dal 1802 al 1817. Passata la bufera napoleonica, il Rossi ritornò in possesso di ogni prerogativa feudale. Soggiornò pochissimo in San Secondo e passò la maggior parte della sua vita a Padova. Alla sua morte, lasciò usufruttuario della rocca il fratello Guido ed erede di ogni bene il conte Ferdinando Vaini, figlio adottivo del Rossi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 60.

ROSSI GIAN GIROLAMO, vedi anche ROSSI GIOVANNI GIROLAMO

Parma 1831
Studente, prese parte ai moti rivoluzionari del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 798.

ROSSI GIOVAN GIROLAMO, vedi ROSSI GIOVANNI GIROLAMO

ROSSI GIOVAN MARIA, vedi ROSSI GIOVANNI MARIA


Busseto 1462/1476
Fu maiolicaro a Busseto: vi operò nel 1462-1476. Il Rossi nel 1476 lasciò la sua città per andare a Mantova a lavorare ma fu poi richiamato dai Pallavicino, signori di Busseto.
FONTI E BIBL.: C. Baroni, Le ceramiche minori al Castello Sforzesco di Milano, Milano, 1934; G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche metaurensi, Pesaro, 1879, vol. II, 226-227; L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 159.

San Secondo 1431 c.-San Secondo 1502
Figlio di Pietro Maria e di Antonia Torelli. Pietro Maria Rossi, nel testamento del 1464, scoprì, senza pudore alcuno, i favoritismi verso l’amante e i figli bastardi per giustificarsi di avere diseredato il Rossi, suo figlio primogenito. Costui, esule e povero, si affidò alle fortune francesi, tanto che, per i servigi militari resi e non avendo mai rinunciato ai suoi diritti di primogenitura essendosi sempre opposto legalmente al testamento paterno, assai vecchio, riebbe nel 1493 da Giacomo Trivulzio, generale di Luigi XII, il feudo di San Secondo. Sposò Angela Scotti, unica erede di una grande casata e di una ingente ricchezza, il che contribuì a risollevare le sorti della famiglia.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III; M. Pellegri, Il castello e la terra di San Secondo, 1979, 47.

Sarzana 3 aprile 1801-Parma 24 maggio 1853
Figlio quartogenito di Giambattista e di Elisabetta Luciardi, entrambi di famiglia patrizia. Compiuti i primi studi nella città nativa, entrò a dodici anni nel Liceo ivi eretto dal Governo Francese. Passò poi in quello del Seminario dove si approfondì nella rettorica e nel latino, che coltivò anche successivamente insieme al francese, e si dedicò particolarmente alle matematiche. Fin da fanciullo mise straordinario interesse nel sezionare gli animali per apprendere natura, forma e disposizione degli organi interni. Tra i tredici e i diciassette anni, conobbe il chirurgo pisano Puccianti, che gli mostrò le dissezioni nei cadaveri umani, gli diede in lettura libri di anatomia e chirurgia e lo chiamò con sé nel curare ferite ed eseguire operazioni. Entrò, studente di medicina e chirurgia, all’Università di Pisa (1818) dove diede così evidenti prove del suo amore allo studio e della sua preparazione che il Vaccà Berlinghieri, compiuto appena il primo anno scolastico, lo ammise come praticante all’Ospedale e assistente al dissettore anatomico, posto che il Rossi tenne fino a quando si laureò in medicina e chirurgia (1822). Appena laureato, il Vaccà Berlinghieri lo volle suo assistente di clinica chirurgica, per cui il Rossi si fermò a Pisa ancora un anno, durante il quale si esercitò specialmente in ostetricia. Lasciata Pisa (1823), si recò a Firenze, poi a Pavia, a Milano e da ultimo a Bologna. In questo suo passaggio da un’università all’altra, ebbe modo di conoscere e seguire lezioni dei sommi maestri di quel tempo, tra i quali Giuntini, Panizza, Cairoli, Palletta, Nespoli, Uccelli, Bongioanni, Tommasini e il famoso Scarpa. Sul finire del 1824 il Rossi si trasferì a Parma, ove strinse amicizia con Luigi Frank, archiatra alla Corte dell’arciduchessa Maria Luigia d’Austria, al quale pare dovuta in modo particolare la decisione presa dal Rossi di fermarsi definitivamente a Parma. Essendosi manifestata (1825) nei soldati del Reggimento Maria Luigia una gravissima epidemia di oftalmia di forma nuova e sconosciuta ai medici locali, che infieriva con esiti fatali, il Rossi, che ebbe occasione di visitare tali ammalati, la riconobbe per una oftalmia purulenta egiziana contagiosa, da lui osservata a Livorno e Pisa poco prima (1822). Destando tale suo parere non poca incredulità nei colleghi, mentre veniva affidata alla sua direzione una sala oftalmica, dove poté curare ventisei ammalati guarendoli tutti senza postumi (con l’eccezione di uno solo che rimase con lieve alterazione dell’occhio), il Governo chiamò il Vaccà Berlinghieri, il quale confermò la natura della malattia che le truppe francesi reduci dall’Egitto avevano importato in Europa e approvò completamente il metodo di cura del Rossi. Fatto, con sovrano decreto, cittadino di Parma (1827), il Rossi diede opera a fornire la Scuola di Anatomia normale e patologica e quella di fisiologia di preparati a scopo didattico, dei quali mancavano completamente, donando ferri e pezzi di chirurgia patologica da lui stesso predisposti, accontentandosi del modesto titolo di preparatore. Come chirurgo  si guadagnò sempre più larga fama, ottenendo con le sue operazioni insperate guarigioni. Con una pubblicazione sull’allacciatura delle grosse arterie degli arti (1824) intervenne nella discussione, allora vivace, tra i due celebri chirurghi Vaccà Berlinghieri e Scarpa, a cui fece seguire l’opuscolo sulla comunicazione dei vasi linfatici con le vene (1825) e successivamente la storia di una cistotomia. Accademie italiane e straniere lo vollero annoverare tra i loro soci e gli tributarono lodi. Nominato (1829) assistente alla cattedra di Chirurgia dell’Università e alla Clinica chirurgica superiore dell’Ospedale Civile di Parma, fu supplente all’anatomia e fisiologia (1832), consigliere al protomedicato e, con sovrano diploma, nominato chirurgo consulente di Corte e della Casa Ducale (1832). Ebbe poi la cattedra di terapia chirurgica (1836), il titolo di professore emerito di anatomia e fisiologia e titolo e stipendio di chirurgo primario della duchessa Maria Luigia (1837). Nel 1842 fu nominato Presidente della commissione direttiva dello stabilimento termale di Tabiano e nel 1844 ispettore sanitario degli ospedali di Parma. Nell’insegnamento portò nuovi metodi, basati particolarmente sulla necessità che lo studente debba seguire lo studio del malato, cosicché i suoi corsi erano seguiti col maggiore interesse e profitto e la scolaresca molto numerosa aveva per lui, anche per i suoi modi affabili, il più vivo affetto (Freschi; Omodei). La sua valentìa come operatore fu provata dall’ardimento, straordinario per quel tempo, col quale seppe affrontare e superare per primo o tra i primi, operazioni inusitate: per primo a Parma eseguì la esofagotomia (1831), l’allacciatura simultanea della carotide primitiva e della succlavia col metodo di Bradorf per aneurisma dell’arteria innominata e la cistotomia, che gli acquistarono la fama di primo tra i chirurghi del tempo in Italia. Nel 1838 sposò Gaetana Tommasini. Nei congressi di chirurgia di Firenze (1841), di Milano (1844) e di Genova (1847) il Rossi fu sempre al centro dell’attenzione per le novità introdotte. Insignito dalla duchessa della Croce di Cavaliere dell’ordine Costantiniano (1839) e nominato suo privato Consigliere e Ispettore generale di sanità negli ospedali di Parma, consacrò la sua attività ad arricchire la Clinica di ogni più moderno mezzo di insegnamento. Il Rossi predispose il disegno di un teatro chirurgico, dimostrando la necessità di provvederlo di un completo armamentario, che il Governo allestì col concorso privato della Sovrana, che diede cinquemila lire. Volle costituita a favore delle sue cliniche una biblioteca medica, donando egli stesso 1400 volumi, e altrettanti ne donò la Duchessa facendo acquistare a sue spese la biblioteca di Stefano Mistrali e assicurando alla nuova istituzione un’annua dotazione. Il Rossi fece parte delle accademie medico-chirurgiche di Livorno, Perugia, Torino, Bologna e Vienna e di quella di scienze naturali e mediche di Bruxelles. Nel 1848 il Rossi fu privato dal Governo provvisorio rivoluzionario del titolo di Ispettore di sanità. Ammalatosi di  bronchite, che diede forse inizio a una forma polmonare lenta, di probabile natura tubercolare, complicatasi con una forma meningea, il Rossi non si riprese più, fino al decesso. Venne sepolto nel cimitero di Parma con iscrizione dettata da Pietro Giordani.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 88-90; G. Battelli, in Crisopoli 4 1934, 310-312; M. Varanini, Salsomaggiore, 1939, 101-105; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 344-348; Aurea Parma 1/2 1962, 34; Malacoda 10 1987, 72; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 216; I. Ferrari, in Gazzetta di Parma 9 marzo 1992, 5.

Borgo San Donnino 5 agosto 1828-Genova 31 marzo 1886
Dopo aver ricevuto alcune lezioni da Giuseppe Verdi nel 1837, studiò con il padre Marco, organista del Duomo della città natale e successivamente lo sostituì nel lavoro. Nel 1846 si recò a studiare al Conservatorio di Milano con i maestri Pietro Ray, A. Angeleri e Felice Frasi, rientrando in patria due anni dopo. Il 5 dicembre   1851 fu incaricato a Parma, come sostituto dell’ammalato maestro Giuseppe Barbacini, quale Maestro concertatore e fu nominato definitivamente a tale ufficio con Decreto sovrano del 2 settembre 1852, decreto che gli conferì anche l’incarico di Organista di Corte. Nel novembre dello stesso anno ebbe la nomina di insegnante di canto della Scuola femminile e di pianoforte per gli alunni maschi della Regia Scuola di musica. Per l’insegnamento del canto ai giovani sostituì per un certo tempo Antonio De Cesari, e per la composizione Giuseppe Alinovi dal 1853 al 1856, insegnamento che gli venne poi conferito definitivamente, assieme all’incarico di vice censore, alla morte dell’Alinovi (Decreto dell’8 maggio 1856). Il 19 maggio 1864 fu nominato direttore della Regia Scuola di musica di Parma, posto che occupò fino all’ottobre 1874. Tra i suoi allievi si annoverano Giovanni Bolzoni, Giusto Dacci, Cleofonte Campanini e Primo Bandini. Il 9 agosto 1869 il governo lo nominò Cavaliere della Corona d’Italia, per i lodevoli servizi resi. Dal 1872 al 1874 diresse delle ottime stagioni al Teatro Regio di Parma (storica fu la rappresentazione dell’Aida, presente Verdi) e acquisì tale fama da essere chiamato il Mariani di Parma. Alla morte di Angelo Mariani, il Comune di Genova lo invitò a dirigere il Teatro Carlo Felice. Il Rossi accettò e a Parma si scatenarono delle furiose polemiche, in quanto sia il Teatro sia la Regia Scuola di musica rimasero senza direttore. In omaggio a Verdi, il 22 maggio 1874 alla prima della Messa da requiem eseguita a Milano, volle cantare nel coro come basso. Il Rossi tenne la direzione del Teatro Carlo Felice di Genova per quattro anni, fino al 1879, anno in cui il Municipio sciolse l’orchestra. In quella sede l’esistenza del Rossi non fu serena: invidie e pettegolezzi gli amareggiarono l’attività, che continuò comunque intensa come direttore d’orchestra (a Roma diresse la stagione inaugurale del Teatro Costanzi nel 1880, a Borgo San Donnino le stagioni liriche ogni anno fino al 1873), come compositore e come maestro di canto, attività quest’ultima dove conseguì risultati brillanti. Corresse il metodo di canto di Giuliano Gayarre, che era stato disapprovato a Milano, facendone un grandissimo tenore. Fu anche maestro di Adalgisa Gabbi, Enrichetta Guarnieri, Oreste Cappelletti e Lodovico Contini. Alla morte, la moglie non volle che la salma restasse a Genova, e ne curò la traslazione al Cimitero Monumentale di Milano. Un busto marmoreo orna il primo piano del cortile monumentale del Conservatorio di Musica di Parma, accanto all’ingresso della Biblioteca, dove sono conservati gli autografi della sua musica inedita (Gazzetta musicale di Milano, 29 aprile 1886). Scrisse Cenni sulla Regia Scuola di musica e dati statistici degli insegnanti, allievi ed alunni dal 1840 al 1870 (Parma, Ferrari, 1870). Delle sue composizioni, si conoscono le opere Elena di Taranto, in tre atti, scritta per il Teatro Regio di Parma (30 ottore 1852, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma; la Casa musicale   Lucca pubblicò tre arie), Giovanni Giscala, in quattro atti (scritta per il Teatro Regio di Parma, 10 giugno 1855, ripresa alla Scala di Milano nel 1856; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Nicolò de Lapi, opera in 4 atti (Parma, 15 gennaio 1866, poi Ancona; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), La contessa d’Altemberg, melodramma in 4 atti (per l’inaugurazione del Teatro di Borgo San Donnino, 1871, poi Genova, 1875; Ricordi pubblicò, ridotte per pianoforte, due arie e due duetti); le composizioni per orchestra Sinfonia a grande orchestra su due motivi dei Vespri Siciliani (1857; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Saul, sinfonia a grande orchestra, premiata col secondo premio dalla Società del Quartetto di Milano nel 1867 (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia drammatica in Mi, per orchestra (1868; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia in do Minore, per orchestra (1868; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); Rimembranze del Don Carlos, per orchestra piccola con due pianoforti (1869; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia in la Maggiore per orchestra (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Sinfonia a grand’orchestra (1880; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Rimembranza della Jone, per orchestra (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), L’unione italiana, fantasia sui motivi dell’Inno di Garibaldi, della Marcia Reale e dell’Inno nazionale Fratelli d’Italia, per grande orchestra e due bande (riduzione per pianoforte a 4 mani; Milano, Ricordi), la musica strumentale Souvenir dall’opera Gli Ugonotti per due violoncelli e pianoforte (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Melanconia, mazurka per pianoforte solo (ed. Milano, Lucca), Duetto sulla Linda, per flauto e pianoforte (partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Fantasia sulla Linda, per oboe e per pianoforte (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Duetto sulla Sonnambula, per oboe e pianoforte (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Divertimento sulla Norma, per oboe e pianoforte (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), la musica sacra La preghiera di S. Anna (Milano, 1848; partitura per canto e pianoforte autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Le sette parole del Redentore in Croce, parafrasate in versi del Marchese Centurioni, oratorio per soli, coro e orchestra (Genova, Carlo Felice, 1874; partitura e riduzione per canto e pianoforte autografe nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); Preghiera alla Vergine, coro per voci femminili con accompagnamento di orchestra, parole di Alfonso Cavagnari (Genova, 1882; partitura e riduzione per canto e pianoforte autografe nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Ave Maria, per soprano e pianoforte (Ed. Ricordi), le composizioni vocali La madre veneta a S. Martino (Carnevale 1859-1860; partitura autografa per canto e pianoforte nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); Inno a Giuseppe Garibaldi, parole di A. Folli (Parma, 1862; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Madrigale a 4 voci, Quanto di me più fortunate siete (1867, menzione onorevole al Concorso di Milano; partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Addio a Genova, per soprano con accompagnamento di piena orchestra (1878, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Tu sei bruna ma bella o Sunamita, coro a 4 voci su versi di Arrigo Boito (1879 e altra stesura nel 1882; partiture autografe nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Santa speme, coro a 5 voci senza accompagnamento (1881, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), T’amo, romanza per mezzosoprano con accompagnamento d’orchestra su parole di Felice Cavallotti (1882, partitura autografa nella Biblioteca del Conservatorio di Parma); La vergine di Sunam, coro a 4 voci su versi di Arrigo Boito (Milano, Teatro dal Verme, 1884; Ed. Lucca), Volate… volate!, valzer per canto e orchestra (1885, partitura manoscritta nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), L’anello della fidanzata, romanzo per canto e orchestra (partitura manoscritta nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Il canto di Mignon (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), Se fra il sonno a lusingarmi tu vieni (nella Biblioteca del Conservatorio di Parma), La rosa bianca, melodia per canto e pianoforte, versi di Alfonso Cavagnari (Ed. Bertetti, Udine), Un fiore, melodia n. 8 dell’album musicale del Trovatore per canto e pianoforte (Ed. Canti, Milano), Romanze per canto e pianoforte (Ed. Lucca), e l’opera didattica Compendio teorico pratico d’armonia e d’accompagnamento (1837, manoscritto nella Biblioteca del Conservatorio di Parma).
FONTI E BIBL.: Minimus, in Gazzetta Musicale di Milano aprile 1886; Corriere Mercantile 2-3 aprile 1886; Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 29-30; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 385-386; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 98-99; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 36-37; S. Martani, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1986, 3; N. Pelicelli, Musicisti in Parma dal 1800 al 1860, in Note d’Archivio, 1935; Dizionario musicisti UTET, 1988, VI, 441; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 96-98.


San Secondo 19 giugno 1505-Prato 5 aprile 1564
Nacque da Troilo, marchese di San Secondo e conte di Berceto, e da Bianca Riario, nipote di papa Sisto IV. Il 13 agosto 1517, all’età di tredici anni, ebbe in Roma la tonsura dal patriarca di Alessandria e arcivescovo di Pisa, Cesare Riario, zio materno. Quattro giorni dopo fu nominato Protonotario Apostolico da Papa Leone X. Nel medesimo tempo l’altro zio materno, Raffaele Riario, cardinale di San Giorgio e vescovo di Ostia, rinunciò a favore del Rossi la Badia di Chiaravalle della Colomba. Avuto a precettore il parmigiano Cristoforo Vandino, il Rossi proseguì gli studi a Bologna e poi a Padova, dove nel 1525 seguì gli insegnamenti di leggi civili e canoniche del piacentino Francesco Burla, ottenendo la stima di Pietro Bembo. Tornato a San Secondo, dopo il sacco di Roma del 1527 il Rossi si recò a piedi da papa Clemente VII, che si era rifugiato a Orvieto. Dal Papa fu nominato Chierico di camera. A Orvieto divenne amico di monsignor Giovanni Guidiccioni, che lo indusse a scrivere poesie in lingua toscana. Sottoposto un suo sonetto al Bembo, in data 14 giugno 1530 ne ebbe cordiali congratulazioni: Più caro ancora mi è stato il vedere voi aver fatto tanto, e sì bel profitto nella Poesia, del quale con voi mi rallegro, e veggio che andate per via di farvi anco da questa parte grandemente chiaro ed illustre. Il Rossi fece anche studi di sfragistica e raccolse un buon numero di medaglie. Il 3 giugno 1530, con approvazione del Papa, cedette a Giovanni Maria del Monte vari benefici ecclesiastici in cambio del Vescovado di Pavia, del quale prese possesso (come semplice eletto, non avendo ricevuto gli ordini sacri) attraverso il vicario Lodovico Ardizzoni di Reggio. Papa Paolo III impiegò il Rossi in un’ambasceria ai Fiorentini subito dopo l’uccisione del duca Alessandro de’ Medici (1537). Il Varchi, nelle sue Storie, così ne parla: Aveva ancora il Papa (non si sa se da sé, o pure pregatone da’ Cardinali) mandato a Firenze Monsignor de’ Rossi Vescovo di Pavia cognato del Signor Alessandro Vitelli con due Brevi, uno pubblico indiritto allo Stato, e un privato indiritto al Signor Alessandro, il qual Signor Alessandro per non dar sospetto non volle accettarlo privatamente. Ragunato adunque il Consiglio de’ Quarantotto, il Vescovo poich’ebbe alla presenza del Signor Cosimo presentato il Breve pubblico, favellò brevemente, stando sempre in su generali, che Sua Santità avendo intesa la morte del Duca si doleva, gli confortava, gli offeriva per l’ufizio della Santissima Sede Apostolica, ed altre cose così fatte. Matteo Strozzi, a cui fu commesso, gli rispose generalmente, accettando in nome di tutti, ringraziando, lodando, e promettendo. Allora Monsignore presentò com’erano convenuti, il suo Breve al Signor Alessandro, ed egli lo diede al Cancelliere de’ Consiglieri, che lo leggesse forte, e volgarmente. La sustanza del Breve era questa, che lo confortava a voler esser autore dell’unione di quella Città, e portandosi in  modo, che dese buon odore di sé e s’acquistasse merito e laude appresso Dio, e appresso gli uomini: alle quali parole il Signor Alessandro anzi alterato che no disse: Questi Signori sanno, che io non ho mancato mai di far tutti i buoni uffizi, e che io ho obbligata la fede mia di non uscir mai della voglia di lor Signorìe, e mai da real soldato per l’innanzi non uscirò. Fu chi ebbe caro assai quest’impromessa fatta così pubblicamente, e affermata con tanta efficacia, ma sogliono molte volte prometter più coloro, che vogliono attender meno. Matteo tagliò le parole ringraziando la buona volontà del Papa, e del Vescovo, e lodando il valore e la fede del Signor Alessandro. Fu da molti biasimato il Vescovo, e ripreso come ingrato, e sconoscente del benefizio fatto già dal Signor Giovanni de’ Medici a lui, e a tutta la famiglia de’ Rossi, e la Signora Maria, vedova di Gioanni de’ Medici, e madre del Duca ucciso, rimproverandogliele gli disse quel che dipinto non si sarebbe: ma l’agonia, ch’egli aveva d’esser fatto Cardinale fino a quel tempo, benché in vano, gli tolse sempre ogni buon conoscimento, tanto può sempre l’ambizione dovunque ell’entra una volta. Nel 1539 il fratello Giulio, conte di Cajazzo, rapì Maddalena Sanseverino e occupò il Castello di Colorno. Il Rossi fu accusato di aver favorito l’impresa criminosa e per questo fu incarcerato in Castel Sant’Angelo, dove conobbe ed ebbe modo di favorire Benvenuto Cellini. L’intervento dell’altro fratello, Ettore, abate di San Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, non valse a scagionarlo, anche perché nel frattempo il Rossi fu accusato da Marcantonio Pizzi di San Secondo e dal capitano Alfonso Mazza di essere stato complice nell’uccisione del piacentino Fantino Rampini a Venezia nel 1521, di aver fatto avvelenare a Parma nel 1527 Bernardo Rossi, vescovo di Treviso, e di aver fatto ammazzare nel 1534 a Rozzasco il conte Alessandro Langosco. Solo il deciso intervento dei fratelli, del Bembo e del cardinale Ercole Gonzaga indussero il Papa, nel 1541, a tramutare il carcere nella residenza obbligata a Città di Castello, presso la sorella Angela, moglie di Alessandro Vitelli. Il Rossi fu comunque privato delle rendite del Vescovado di Pavia e della Badia di Chiaravalle. In seguito ottenne il permesso di potersi liberamente muovere all’interno dello Stato della Chiesa (a eccezione delle città di Parma e Piacenza) e a Venezia e Ferrara. Postosi sotto la protezione del duca di Firenze Cosimo de’ Medici, ottenne con la sua mediazione di poter riscattare una parte delle entrate della Badia di Chiaravalle. Nel 1545 si recò a Parigi (dove divenne amico di Luigi Alamanni e di Antoine le Masson), cercando, senza troppa fortuna, di ingraziarsi il Re. Rientrato in Italia, continuò a condurre un’esistenza sempre agitata e tormentata. Alla morte del cardinale Bembo (1547), il Rossi si fece promotore di una raccolta di componimenti a ricordo dell’amico e benefattore, che fu poi stampata (senza indicazione di luogo e di data) col titolo di Epigrammi latini, et Sonetti volgari, et altre Compositioni di diversi Autori raccolte insieme, e fatte sopra la Morte del Cardinal Bembo. Quando nel 1547 il duca di Parma Pierluigi Farnese fu assassinato e Piacenza fu occupata da Ferrante Gonzaga in nome di Carlo V, il Rossi riebbe dal Gonzaga la Badia di Chiaravalle e buona parte dei feudi del Vescovado di Pavia, nonostante le proteste papali. Il Rossi individuò nella casa Farnese l’origine di ogni sua disgrazia: questo odio profondo si manifestò quando volle che il fratello Giulio e il nipote Troilo servissero con l’Imperatore contro i Farnese e quando, alla morte di papa Paolo III (novembre 1549), vergò il seguente sonetto: Spento è l’antico orrendo atro Serpente Di Lerna, e seco son spenti i Giganti, Gli Antropofagi, e Lestrigoni, e quanti Per esca usar già mai l’umana gente. De’ Regni bui spento è quel gran Reggente, Cui furie atroci erano sempre astanti, E i Dionigi, e Polifemo, e tanti Ciclopi, e Arpie a depredarci intente. Spento è l’empio Diomede, quella fera, Che nel gran laberinto avea dimora, E coprìa il rio con sue larve mentite; E Falari, e Agatocle, e quell’altera Medusa, e Polinnestore, e in un’ora Cerbero, e’l Regno, e la Città di Dite. Il nuovo papa Giulio III rimise il Rossi in possesso del Vescovado di Pavia (22 febbraio 1550) e, scoppiata la guerra tra Ottavio Farnese e l’imperatore Carlo V (alleato del Papa), fu nominato Governatore di Roma. Non ottenne invece il cardinalato, cui tanto aspirava, sia per la morte del Papa (1555) sia, soprattutto, per i maneggi dei potenti cardinali Farnese, che si impegnarono con ogni mezzo perché il Rossi non fosse eletto. Svanita la possibilità di diventare cardinale, il Rossi si ritirò a vita privata in Toscana. Nei Discorsi e Ragionamenti palesa quanta pace gli recasse il nuovo tenore di vita: Essendo io Prete, et salvatomi per gran miracolo di Dio dalle ingorde mani del Fisco Romano, e dall’immensa forza dell’ambizione, et datomi alla quiete, et agli studi humani et piacevoli, dir non potrei quanto io rimanghi consolato d’essermi ridotto in Toscana alle mie ville, et a vita tranquilla e quieta. Il nipote Federico, che ebbe dal Rossi nel 1555 la rinuncia della Badia di Chiaravalle, narra quali fossero i veri sentimenti dello zio ritiratosi in Toscana presso Cosimo de’ Medici: Ammisso igitur tam benigno perhumanoque Principe Jo: Hieronymus ad id potissimum animum adhibuit, ut posthabitis aulicis illecebris litterarum studiis vacans, illam vitam viveret, quae nullas in se contineret molestias. Concessit iccirco Florentiam lepidissimis ingeniis, et liberali Principe litterarumque alumno Civitatem profecto florentem, ubi Cosmi summi et veteris Familiae Rosciae patroni gratiam adeptus, ita ut in arduis, maximisque rebus ejus utatur consilio, quicquid otii nanciscitur, id totum ad studia convertat eoque quietiore animi tranquillitate, quod Hypolitum ex fratre Petro Maria nepotem adolescentem omnibus liberalibus artibus, et praesertim Philosophia imbutum, in Episcopatus administratione sibi collegam, et successorem nuperrime delegerit. Quando papa Pio V obbligò tutti i vescovi a risiedere nelle loro diocesi, il Rossi preferì trattenersi in Toscana, e rinunciò alla Diocesi di Pavia in favore del nipote Ippolito Rossi. Si dedicò in particolare all’educazione dei nipoti sigismondo e Ferrante, figli di Pier Maria. A sigismondo donò (4 settembre 1562) i suoi beni di Montemurlo, del Lucchese e del Napoletano. Morì di podagra e fu sepolto nella chiesa di Santa Trinità di Prato. Tra i suoi estimatori ebbe Matteo Giberti, Ippolito Capilupi, giovanni Della Casa, Pietro Bembo, Guidiccioni, Marmitta, Luigi Alamanni, Rainieri, Vivaldi, Bargeo, Benedetto Varchi e Giorgio Anselmi. Il Rossi scrisse Rime (edite a cura di P.F. bottazzoni, Pisarri, Bologna, 1711) e una Vita di Giovanni de’ Medici (ferrario, Milano, 1833). Mentre non si ha notizia di altre opere, di cui il Rossi fa menzione (tra le quali un Discorso della Guerra contro i Turchi e un Discorso sopra le medaglie), restano manoscritti gli ampi Discorsi e ragionamenti fatti in guisa di Dialoghi (ms. Vaticano ottoboniano 2213), di materia politica e militare, con frequenti richiami polemici a macchiavelli.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 81-93; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 343-344; Aurea Parma 1 1959, 16-17; Letteratura italiana, I, 1990, 702; G.C. Mezzadri, in Gazzetta di Parma 28 agosto 1995, 5.

Parma 1485
Figlio naturale di Guido. Giostrò in Venezia nell’anno 1485. Nonostante la sua giovanissima età, il Rossi ruppe ben tre lance, ottenendo i favori del pubblico e, in premio, un corsiere riccamente guarnito.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e s.


Parma 1522/1524
Nel 1522-1523 e 1523-1524 fu Rettore dell’una e dell’altra Università di Bologna, ossia di quella dei Citramontani e di quella degli Ultramontani (Malagola, 188). Il Rossi, mentre occupava la carica di Rettore, lesse anche Inforziato e Digesto nuovo (Rotuli, II, 33, 37).
FONTI E BIBL.: Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 236.

ROSSI GIROLAMO, vedi anche ROSSI GIOVANNI GIROLAMO

San Secondo 1539/1554
Figlio naturale di Sigismondo. Fu al servizio dei duchi di Savoja.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 798.

San Secondo XVI/XVII secolo
Figlio naturale di Ferrante. Fu al servizio del Duca di Toscana e si trovò in Francia nelle guerre contro gli Ugonotti, alfiere di Alberto Pio.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e s.

San Secondo 1519-Chiaravalle 6 aprile 1554
Figlio di Troilo e di Bianca Riario. In gioventù partecipò a numerose giostre e tornei cavallereschi, riuscendo quasi sempre vincitore. Ereditò dal padre il castello di Basilicanova. Volendo aumentare il suo patrimonio, a murano (1537) rapì e sposò Maddalena di Sanseverino, che possedeva i grandi feudi di Cajazzo e Colorno. La madre di Maddalena chiese aiuto a Venezia, che, oltre a Colorno (di cui il Rossi si era impadronito colle armi), gli tolse anche gli altri possedimenti di Parma, condannandolo al bando perpetuo. Il Rossi allora si rifugiò a Napoli, ove fu al centro di  vari tumulti, rendendosi inviso per la sua prepotenza. Per recuperare le sue terre, che nel 1545 furono date da papa Paolo III a Pier Luigi Farnese, andò in Lombardia a chiedere l’aiuto di Ferrante Gonzaga, promettendogli il possesso di Parma. Ma il Rossi non riuscì nell’intento. Nel 1551, scoppiata in Lombardia la guerra tra il Farnese, alleato del Re di Francia, e papa Giulio III, alleato di Carlo V, seguì quest’ultimo come Colonnello, nella speranza di riprendere con le armi Colorno: nonostante i ripetuti assalti non vi riuscì. Durante quella guerra il Rossi ebbe un duello a cavallo con il barone francese Monsù du Senio, che aveva disprezzato i soldati italiani, riuscendone vincitore. Nel 1554 stava per andare a raggiungere Cosimo de’ Medici nella guerra di Siena, quando fu ucciso dalle milizie di Ottavio Farnese.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 55-56.

Parma 1731/1743
Nobile, dottore in leggi, fu Presidente della Camera di Parma (1731), Consigliere e Pro-Governatore di Parma negli anni 1734-1736, governatore nel 1737, quindi ancora consigliere e Pro-Governatore dal 1738 al 1743.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 798.


Parma-post 1857
Medico. Nel 1845 fu nominato membro della Commissione di Sanità e Soccorso di solignano. Emigrò a Torrile nel 1857. È forse lo stesso che fu Podestà di San Secondo nel 1831.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 32.


Parma 6 gennaio 1867-1927
Figlio di Paolo e Luisa Bertolotti. Artigiano. Fu il primo a far conoscere e a introdurre a Parma i velocipedi. Ciò accadde intorno al 1890. Il Rossi ebbe negozio prima in via Farini e poi, per molti anni, in via Garibaldi, di fronte al Teatro Regio. Fu inoltre l’inventore e il costruttore delle prime biciclette pieghevoli adottate dall’Esercito italiano per il Corpo dei bersaglieri.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 133-134.


Parma 1921-Selenj Jar 16 gennaio 1943
Figlio di Ettore. Ottenuta la maturità scientifica presso il Liceo G. Marconi di Parma, fu ammesso all’Accademia di fanteria e cavalleria di Modena il 3 novembre 1940. Due anni dopo (27 marzo 1942) ottenne la nomina a Sottotenente in servizio permanente effettivo. Destinato all’8° Reggimento Alpini della Divisione Julia e assegnato al battaglione Gemona, 69a compagnia, mobilitato, partì col reparto il 10 agosto dello stesso anno per la Russia. Cadde eroicamente in combattimento (il corpo non fu mai recuperato, per cui è da ritenersi ufficialmente disperso). Fu decorato nel 1948 di medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Comandante di plotone fucilieri assegnato a difendere una importantissima posizione, investita da preponderanti forze nemiche arginava l’attacco e contrattaccava con estrema violenza e decisione. Ferito, rifiutava di essere medicato continuando impavido l’azione. Ferito una seconda volta rifiutava ogni cura per rimanere alla testa del reparto dove più ferveva la lotta. Solo quanto l’attaccante era respinto si faceva medicare, ma non lasciava il comando del plotone, malgrado l’ordine del medico di riparare in luogo di cura. Avendo il nemico ripreso l’attacco ritornava in linea, ed ancora una volta con indomito coraggio e spirito di sacrificio, reso più evidente dal sangue che gli arrossava le recenti bende, incitava i suoi alpini, riuscendo con nobile esempio a galvanizzare la resistenza ed a respingere l’avversario finché un colpo di pezzo anticarro ne troncava la fulgida esistenza. Magnifica figura di eroico soldato.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 134; Decorati al valore, 1964, 97; G. Carolei, Medaglie d’Oro, 1965, II, 171-172; Gazzetta di Parma 30 marzo 1987, 10; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 277 e 279.

ROSSI GIUSEPPE MARIA, vedi ROSSI FERDINANDO

Parma 12 gennaio 1780-Parma 1850
Figlio di Francesco e Maria Teresa Neroni Belmariti. Dal 1814 professò Ostetricia e Clinica Ostetrica all’Università di Parma. Dal 1818 fu Direttore dell’Ospizio di Maternità. Nel 1850 ebbe a coadiutore Francesco gueneau. Il Rossi assunse anche la carica di direttore della Scuola Clinica Ostetrica, istituita nello stesso Ospizio di Maternità.
FONTI E BIBL.: Calendario di Corte dal 1818 al 1819; Almanacco di Corte dal 1820 al 1845; Archivio di Stato di Parma, Filze Università, n. 583; F. Rizzi, Professori, 1953, 83; I. Paoletti, in Aurea Parma 1/2 1962, 34-35.

ROSSI GUGLIELMINO, vedi ROSSI GUGLIELMO

Parma 1261 c.-post 1336
Figlio di Bernardo. Fu Domicello e servitore di Enzo, figlio dell’imperatore Federico. Fu eletto Capitano del Popolo a Bologna nell’anno 1291. Nel 1336, in seguito alla persecuzione attuata da Mastino della Scala nei confronti dei suoi figli, il Rossi si mise in salvo a Venezia accompagnando le mogli di Orlando e Marsilio Rossi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 324; Pico, Appendice, 1642, [177].


Parma 1252 c.-Padova 10/28 febbraio 1340
Figlio di Giacomo. Fu uno dei valorosi difensori della libertà della sua patria, che protesse  nel 1295, quando i Sanvitale volevano darla alla casa d’Este, e poi nel 1308 contro Giberto da Correggio, che si era impadronito del potere. Lo combatté animosamente costringendolo a fuggire e venne poi alla conclusione di una pace, per intercessione dell’abate del monastero di San Giovanni. Questa pace durò poco perché Giberto da Correggio riprese le armi, sconfisse e cacciò da Parma il Rossi con i suoi partigiani guelfi. Solo nel 1311, grazie all’intercessione di Arrigo VII, il Rossi poté fare ritorno a Parma. Ma dovette lasciarla nuovamente per fuggirsene a Padova, presso il cognato Marsilio da Carrara (ne aveva sposato la sorella Donella).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; A.M. da Erba, Excerpta et compendium chronicorum omnium, ms. del sec. XVI; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIII; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Enciclopedia Italiana, XXX, 1936, 140; C. Argegni, Condottieri, 1937, 56; Dizionario storico politico, 1971, 1104.


Parma XIII/XIV secolo
Fu giurista insigne nel Diritto imperiale e pontificio. Per due volte fu Podestà di Milano.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1959, 16.


Parma 22 settembre 1834-San Remo 10 gennaio 1893
Figlio di Edoardo e Teresa Colla. Si arruolò volontario con le truppe di Giuseppe garibaldi e fece la campagna del 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parmai 14 gennaio 1893, n. 13; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419.


Parma X/XI secolo
Fu soldato valoroso: si batté contro Berengario e servì nelle truppe dell’imperatore Ottone I.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307.

-Parma 1825
Figlio di Troilo e di Maria Francesca Ippoliti. Fu Ciambellano e Colonnello del Duca di Parma Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV.

Parma 1442 c.-Venezia 1490
Figlio di Pietro Maria. Dopo essere stato Governatore di Pontremoli (1478) e della lunigiana, nel 1479 fu condottiero di uomini d’arme. Nel 1482 fu Governatore di conegliano. Nemico di Ludovico il Moro, che aveva perseguitato il padre del Rossi, combatté più volte contro di lui, venendone sconfitto e privato di tutti i suoi castelli e i suoi territori (San Secondo, Corniglio, Berceto). Passato al servizio di Venezia, ebbe una condotta di duecento uomini e trecento arcieri a cavallo, con i quali partecipò alla guerra contro Sigismondo d’Austria. Combatté a Feltre, Seleda, serravalle e Numo (in quest’ultima località diede prova di valore). Il Rossi si ritirò poi a Venezia. Sposò Ambrogina Borromeo. Fu sepolto nella chiesa della Carità di Venezia (l’orazione funebre fu pronunciata da Marco Antonio sabellico).
FONTI E BIBL.: S. Ammirato, Historie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; S. Romanin, Storia documentata di Venezia, Venezia, 1855; G. Rossi, Sommario dell’historia dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 56.

Parma 1621
Sacerdote. Fu cantore alla Steccata di Parma nel febbraio e marzo del 1621.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


San Secondo 22 ottobre 1531-Roma 18 aprile 1591
Figlio di Pier Maria, conte di San Secondo, e di Camilla Gonzaga (secondo alcuni autori, figlio naturale di Pier Maria). In gioventù fu Luogotenente della compagnia di cavalli leggeri del fratello Troilo agli ordini del re di Francia Enrico II durante l’impresa di Siena. Studiò assieme al fratello Federico la giurisprudenza e le scienze sacre in Padova, dove anche ottenne la laurea. Andato a Roma, chiamatovi dallo zio Gian Girolamo Rossi, fu Cameriere del papa Paolo IV. Fatto Vescovo titolare Cononiense, fu mandato come coadiutore allo zio, vescovo di Pavia. Il 4 settembre 1560 ricevette gli ordini sacri dal vescovo di Bobbio Borso Merli. Si distinse nel concilio di Trento, tanto che papa Sisto V lo chiama litteris et doctrina clarum, longo rerum usu justitia, prudentia, et vitae integritate insignem, qui Concilio Tridentino interfuisti, ubi cum in dicendis illic sententiis, tum in tuenda ejusdem Romanae Ecclesiae, huiusque Sanctae Sedis auctoritate, dignitate, et libertate, qua praestares doctrina, fide, et costantia palam omnibus ostendisti. Sisto V promosse il Rossi Cardinale il 18 dicembre 1585 al titolo di Santa Maria in Portico, poi a quello di San Biagio dell’Anello. In Pavia, ove fu Vescovo dal 1564, fondò il Seminario e l’Ospedale, ampliò il Capitolo dei canonici, stabilì scuole per i fanciulli, celebrò più sinodi e spese somme considerevoli nel ridurre a conveniente comodità il palazzo vescovile e nel restaurare e abbellire la cattedrale, fornendola tra l’altro dei sedili del coro e trasportandovi diverse reliquie di santi. Fondò una cappella col titolo di Santa caterina, dotata di benefici. Il Rossi fece ristampare nel 1573, introdotto da una sua elegante Pastorale, il Confessionale di Girolamo savonarola. Fu ascritto all’Accademia degli Affidati di Pavia col nome arcadico di Ortofilo. mantenne forte la libertà millenaria della propria Chiesa contro l’arcivescovo Carlo Borromeo, che nel 1565 pretendeva di assoggettarla a Milano (Antonio Maria Spelta, Storia dei vescovi di Pavia). Il Rossi fu seppellito nella chiesa del suo titolo cardinalizio, poi il corpo fu trasferito in quella di San Carlo a Catinari, con un nobile sepolcro fatto costruire dai cardinali Giovan Vincenzo e Scipione Gonzaga, suoi parenti ed esecutori testamentari, ornato della seguente iscrizione: Hippolyto Rubeo card. avitae nobilitatis splendore summaeque virtutis laude clariss. qui episcopus ticin. concilio tridentino interfuit in suaque ecclesia XXX annos regenda paternam in populum sibi commissum charitatem perpetuum in retinenda ecclesiastica disciplina studium singularem in omni vita integritatem praestitit. Io. Vincentius et Scipio cardd. Gonzagae testamenti executores affini et collegae optimo posuerunt. Vixit annos LIX. menses V. dies XXVIII. obiit IV. kal. maii. M. D. XCI.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 185-187; P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894, 8; G. Gonizzi, Il Card. Ippolito Rossi, in Gazzetta di Parma 31 luglio 1968; V.L. Bernorio, Ippolito Rossi: il Cardinale, in San Secondo, 1970, 103-113.


San Secondo 9 novembre 1586-San Secondo 28 agosto 1621
Figlio del conte Pietro Maria e di Isabella Simonetta. Si laureò all’Università di Pisa. Si fece frate cappuccino nel 1614 col nome di Lodovico di San Secondo. È ricordato come predicatore e uomo di santa vita. Compì la vestizione il 4 marzo 1608 e la professione di fede (a Ravenna) il 4 marzo 1609.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 497.

Parma 1627/1628
Intagliatore ricordato negli anni 1627-1628 per acconti ricevuti per un soffitto da fare al Salone della Fontana, ovvero nel Palazzo del Giardino di Parma in collaborazione col cremonese Marcantonio Betta e compagni, e nel 1628 per altri acconti per cinque soffitti che fanno alla Fontana. Nel 1628 lavorò nel Teatro Farnese.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Mastri farnesiani, 210, 255, 353, 368, 470; M. De Grazia, Per una, 1972, 138; Il mobile a Parma, 1983, 254.

San Secondo 21 gennaio 1691-Senigallia 31 agosto 1776
Figlio di Federico e di Maria Vittoria Rangoni. Fu Cameriere d’onore pontificio. Nominato Vescovo di Camerino e Fabriano nel 1736, fu infine eletto Vescovo di Senigallia il 17 gennaio 1746.
FONTI E BIBL.: F.da mareto, Indice, 1967, 799.

Collecchio 1838/1889
Figlio di Pietro. Sposò Guglielmina Ferrari, sorella di Domenico, e come questi il Rossi stagionò prosciutti e altri salumi a scopo commerciale, dando inizio a una dinastia di maestri salumieri. Durante l’epidemia di colera del 1855 fece parte della commissione speciale di sanità del Comune di Collecchio (vi fu nominato il 16 novembre 1853). Era ancora in quella carica nel 1859 e a essa aggiunse quella di membro della commissione comunitativa di statistica. Fu iscritto nel 1889 nell’elenco dei contribuenti come pizzicagnolo e prestinaio, con un reddito annuo di 1050 lire, assai superiore alla media. Fu consigliere anziano del Comune di Collecchio dal 1838 al 1857.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Le epidemie di colera a Collecchio, in F. Botti, Spigolature d’archivio, VI, Parma, 1966, 22 sgg.; Ministero delle Finanze, Elenco dei contribuenti privati, Provincia di Parma, Roma, 1889, 76; Almanacco di Corte per l’anno 1859; Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati Parmensi degli anni 1851 al 1853, Parma, 1858; Malacoda 10 1987, 72-73.


Parma 18 gennaio 1860-Scandicci 1933
Figlio di Pietro e Angelica Soncini. sottotenente di cavalleria nel 1878, frequentò poi la scuola di guerra. Col grado di Colonnello, nel 1910 comandò i cavalleggeri Saluzzo. Fu promosso Maggiore generale, comandante la 5a brigata di cavalleria, nel 1914. Andò in pensione nel 1915. Richiamato durante la guerra contro l’Austria, fu promosso Generale di divisione del 1923.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, VI, 1933, 644.


Parma 1223
Figlio di Alberto. Fu Podestà di Treviso nell’anno 1223.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

Parma 1305
Figlio di Gherardo. Fu bandito nel 1305 da Giberto da Correggio, divenuto Signore di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI JACOPO, vedi anche ROSSI GIACOMO

Parma-Portogallo 1580 c.
Figlio di altro Lelio, appartenente a un ramo della nobile famiglia di Parma. Fu capitano di cavalli al servizio del Re di Spagna. Morì durante le guerre di Portogallo.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, tav. III; A. Valori, Condottieri, 1940, 331.

San Secondo 1406
Figlio naturale di Bertrando. Durante la guerra tra i Terzi e i Rossi per il possesso di Parma, tentò una sortita notturna che però non ebbe esito. Nel 1406 tradì i fratelli, levando loro il possesso di San Secondo. Assediato, dovette però ben presto arrendersi, avendo comunque salva la vita.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III.

Parma 1459
Fu creato nel 1459 Cavaliere di San Giovanni.
FONTI E BIBL.: L. Araldi, L’Italia nobile, 1722.


-Genova 18 giugno 1881
Fu volontario nella guerra del 1848 nella prima Colonna della Guardia Nazionale parmense. Si guadagnò la medaglia d’argento al valore militare nella battaglia di Santa Lucia (maggio 1848) per i distinti servizi resi nella sua qualità di chirurgo durante la guerra, col prestar che fece con grandissimo zelo, intelligenza e coraggio, e con grave pericolo della propria vita. Dopo l’armistizio, entrò nell’esercito sardo col grado di Chirurgo Maggiore in 2a nel III Reggimento Bersaglieri, col quale prese parte alle battaglie del 1849. Nel 1854 si trovò a Genova durante una epidemia di colera e si dedicò gratuitamente alla cura degli ammalati. Nel 1859, come medico nel IX Reggimento Bersaglieri, prese parte a tutta la campagna e ottenne un’altra medaglia d’argento al valore militare per essere entrato in Magenta unitamente al proprio battaglione ed ivi aver curato molti feriti durante il combattimento, sotto il fuoco nemico. Nello stesso anno fu insignito dell’Ordine Militare di Savoja per aver fatto lodevolmente più del suo dovere.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 9-10.

ROSSI LODOVICO, vedi ROSSI IPPOLITO

Parma XVI secolo
Compose versi eroici ed elegiaci. Visse nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 104.

ROSSI LUCIO VITRUVIO, vedi ROSSI VITRUVIO

-San Secondo 9 aprile 1809
Figlio di Troilo e di Maria Francesca Ippoliti. Fu Capitano delle guardie del duca di Parma Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.


Parma 4 maggio 1823-Torino 23 luglio 1903
Studiò (usufruendo di un posto gratuito) nella Scuola di musica di Parma dal 1833 al 1841 con il maestro Francesco Hiserich il contrabbasso e con i maestri Antonio De Cesari e giuseppe Barbacini armonia e pianoforte. Nel marzo 1845 fu primo contrabbasso e maestro concertatore del Teatro di San Sotero di Torino, ottenendo nel 1857 la nomina governativa di maestro dei cori nel Teatro Regio di Torino. Passò nel 1864 come maestro concertatore e di canto e capo musico della Guardia nazionale del Comune di Cuneo, per ritornare nel dicembre del 1872 maestro dei cori al Teatro Regio di Torino, ove si trovava ancora nel 1875. Compose canti e inni popolari, ballabili, romanze, marce, musica sacra e canzonette in vernacolo piemontese, che ebbero molto successo. Nell’ottobre 1877 venne eletto maestro di musica della Società Artistico Filarmonica, direttore d’orchestra e capomusica a Cormons e dal 20 agosto 1895 della banda di Carmagnola. Fu il primo istruttore del canto corale in Italia e compose alcune opere didattiche pregevoli, delle quali la più importante, Metodo pratico per l’insegnamento simultaneo del canto corale (edita a Torino), ebbe diffusione nazionale.
FONTI E BIBL.: Archivio del Battistero di Parma, Libro dei battezzati; P. Bettoli, I nostri fasti, 138; C. Arcari, Parma nella musica, 172; Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 99; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 277; G.N.Vetro, dizionario, 1998.

Parma 30 giugno 1836-1908
Figlio di Emanuele e Fiorita Musini. ingegnere. Si arruolò nell’esercito piemontese nel 1859, combattendo sui campi lombardi, e nel 1866 vestì la divisa di garibaldino, guadagnandosi durante le campagne per l’indipendenza il grado di Sergente. Nel 1862 ebbe la nomina di insegnante di matematica alla Scuola tecnica di Parma, di cui nel 1875 fu nominato direttore. Insegnò per quarant’anni. Nel 1887 si meritò una medaglia d’argento per un progetto di edificio scolastico e una medaglia d’oro per una collezione zoologica da lui composta. Si dilettò di astronomia, raccogliendo in tre volumi lo scibile della materia. Si dedicò pure alla ricerca dei petroli nella provincia di Parma e compilò un dizionario di merceologia.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 134.

Parma 1290
Figlio di Orlando. Fu chiamato al governo di Modena da Obizzo d’Este verso il 1290.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. I.

Parma 1262 c.–
Figlia di Giacomo. Sposò nel 1282 Rolando da Marzolara con un matrimonio concordato per riconciliare le due famiglie lungamente in contesa per l’uccisione fatta dai Rossi di Gherardo da Marzolara.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. I.

Parma 1294 c.-1340
Figlia di Guglielmo e Donella da Carrara. Sposò nel 1314 Giberto da Correggio, che era al suo quarto matrimonio. Le nozze erano state concordate in segno di riconciliazione quando Giberto, in quello stesso anno, aveva riammesso in Parma i Rossi, suoi nemici.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. I.


Borgo San Donnino 1802 c.–
Fu organista della Cattedrale di Borgo San Donnino dal 1822 al 1828 e nel 1846.
FONTI E BIBL.: A. Aimi, in Il Risveglio 8 1974.

ROSSI MARGHERITA, vedi LODIGIANI MARGHERITA

ROSSI MARIOTTO, vedi ROSSI GIOVANNI MARIA

ROSSI MARSIGLIO, vedi ROSSI MARSIGLIO


Parma-Veneto 16 agosto 1337
Figlio di Guglielmo. Nel 1307 fu Capitano del popolo a Bologna. Servì poi con trecento cavalli Giacomo da Carrara nella guerra contro Cangrande della Scala, rimanendo prigioniero nel 1314. Tornato in Parma, contribuì all’espulsione dei Sanvitale, adoperandosi poi al servizio della Chiesa per le lotte contro i ghibellini. Alla venuta in Italia di Ludovico il Bavaro, nel 1318, abbandonò la Chiesa per seguire la causa imperiale: ciò per vendicarsi del legato pontificio, che aveva imprigionato il fratello Rolando. Nel 1328, insieme con Azzo da Correggio, Giberto Fogliano e Nicolò Manfredi, uccise il rettore del legato apostolico di Reggio Arnaldo Vacca e lo sostituì con bonaccorso Ruggieri, cognato del fratello rolando. Quando Ludovico il Bavaro entrò in Parma, ne venne eletto Vicario imperiale. Il Rossi accompagnò poi a Trento l’Imperatore, dal quale fu investito, assieme ai fratelli, della Marca di San Secondo e della Contea di Berceto. Combatté quindi il legato pontificio sconfiggendolo a Borgo Panigale e impadronendosi di Borgo San Donnino. Servì poi Giovanni di Boemia (dal quale ottenne anche Lucca), al quale diede aiuto contro la lega di Castelbaldo, formatasi contro di lui. Nel 1333 combatté con gran valore a San Felice, riportando vittoria sulla lega e venendo eletto Cavaliere dal principe di Boemia. Quando Parma fu assalita dagli Scaligeri (1335), nonostante la valorosa difesa del Rossi, dovette cedere, come pure Borgo San Donnino, assediata da Azzo da Correggio nel 1336. Quando nel 1337 scoppiò la guerra dei Veneziani e Fiorentini collegati contro gli Scaligeri, fu dato al Rossi il comando di una delle tre schiere venete. Riuscì a restaurare in Padova (di questa città il Rossi fu anche Podestà) la signoria dei Carraresi e certo avrebbe ottenuto il comando generale, che era già stato del fratello Pietro, se non fosse venuto a morte nello stesso anno.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; S. Ammirato, Historie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; Storie pistoiesi, Prato, 1835; Archivio di Stato di Firenze, Cap. reg. XLII, c. 56; S. Bengi, Bandi lucchesi del sec. XIV, Bologna, 1863; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; Chronicon Parmense, ab anno 1308, usque ad 1336, in Monumenta historica ad provincias parmensum et placentinam pertinentia; G. Cittadella, Storia della dominazione carrarese in Padova, Padova, 1842; A.M. da Erba, Excerpta et compendium chronicorum omnium, secolo XIV; G. Della Corte, Historia della città di Verona, Venezia, 1744; F. Fischer, Urkunden zur Geschichte des Roemerzuges Kaiser Ludvig des Baiern, Innsbruch, 1865; F. Landinelli, Origini dell’antichissima città di Luni, Sarzana, ms. nell’archivio di Stato in Massa; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, in Rerum italicarum Scriptores, VIII; G. Orti Manara, Cronaca inedita dei tempi degli Scaligeri, Verona, 1842; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’historia dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; G. Villani, Cronica, Milano, 1848; Enciclopedia militare, VI, 1933, 642; C. Argegni, Condottieri, 1937, 56-57.

Parma 1415/1418-Piacenza 1492 c.
Figlio naturale di Giacomo, vescovo di Napoli. È ricordato la prima volta nel testamento del padre, redatto il 29 marzo 1418. La parte di testamento che riguarda il Rossi si esprime così: Item reliquit, et legavit dictus testator Marsilio eius filio, ex soluta nato pro eius condigna alimentatione tot ex terris comunibus ipsius testatoris, et infrascripti Petri eius fratris situatis in meliori, et uberiori loco ipsorum fratrum videlicet dictorum Testatoris, et domni Petri, quot possint laborari, et cultivari per decem paria boum, et que dici possit, et debeat esse laborativa sive labore via decem paria boum. Et eidem Marsilio in dictis terris et earum proprietate, et usufructu substituit post mortem ipsius Marsilii omnes ipsius Marsilii futuros liberos legitimos, et naturales pro alimentatione eorum; domnum Petrum de Rubeis fratrem suum, et Petrum parvum filium legittimum et naturalem dicti Domni Petri sibi heredes universales instituit reliquit, et esse voluit, et iussit voluit, et mandavit dictus testator quod in casu quo dicti Domnus Petrus, et Petrus parvus heredes sui suprascripti decederent quandocumque sine liberis masculis legitimis et naturalibus hereditatem suam per venire debere ad suprascriptum Marsilium eius testatoris filium si tunc viveret et legittimatus esset sic quod capax esset dicte hereditatis. Quem Marsilium ex nunc testator legavit, reliquit, ac petiit et voluit legittimari per quemlibet potestatem habentem ad hoc. Il Rossi venne effettivamente legittimato, anche se non se ne possiede l’atto notarile: doveva essere ancora un ragazzo e non aver manifestato la sua intenzione di lasciare il mondo per diventare monaco. Per vari anni non si sa più nulla di lui, fino a quando lo si incontra, non più col nome di Marsilio ma di Basilio, monaco nel monastero di San Sisto di Piacenza. Sembra che fosse già Canonico della Cattedrale di Parma, ma la cosa non è certa e documentata. Lo stesso Allodi non la ritiene vera. Non si sa quanti anni avesse quando entrò in monastero. La Matricula omnium monachorum riporta la sua professione religiosa il 6 agosto 1441. Da notare che, pur essendo di Parma, non scelse di entrare nel monastero di San Giovanni Evangelista della sua città, forse per un motivo spirituale: sentendosi realmente portato alla vita religiosa, come dimostra la sua opera successiva, non trovò evidentemente nella vita religiosa cittadina quella profondità e serietà che ricercava. Il monastero di San Sisto di Piacenza invece si era unito da tempo alla riforma operata dal Barbo e presentava una vita più esemplare. Il Barbo stesso fu a Parma nel 1432 quale legato del papa Eugenio IV per incontrarsi con l’imperatore Sigismondo per la questione del Concilio di Basilea: i due potrebbero essersi conosciuti direttamente allora. Poi del Rossi non si sa di nuovo nulla fino a quando non compare nei documenti della Congregazione di Santa Giustina nel 1454, quale definitore al 13° capitolo generale. L’incarico affidatogli era tra i più importanti: i definitori infatti nel capitolo generale assumevano tutta l’autorità e l’iniziativa programmatica dell’assemblea. Ne venivano eletti nove che rappresentavano l’intero capitolo e avevano facoltà di stabilire, decretare e interpretare quanto era necessario per l’osservanza regolare e per il divino ufficio absque tamen ipsius regulae variatione substantiae. A essi spettava pure disporre di monasteri e dei loro beni per l’utilità della congregazione, nonché eleggere gli abati e i priori dei monasteri vacanti e rinnovarli a loro beneplacito. Il Rossi, giunto a Perugia quale deputato del proprio monastero, molto facilmente iniziò proprio in quel periodo l’amicizia con Paolo de Boncambiis, a cui rivolse un suo scritto moraleggiante. Nel 1455 lo si trova di nuovo presente al Capitolo Generale della Congregazione, questa volta con l’incarico di uditore delle cose temporali. Da notare che nei documenti riportati dal Leccisotti viene sempre chiamato Basilius de Parma e mai de Rubeis. Gli auditores causarum temporalium, scelti dai definitori, dovevano controllare le spese dei visitatori e dei monaci pro utilitate communi congregationis e tutti i monasteri dovevano sottostare alle loro determinazioni senza possibilità d’interferire. Il Rossi dovette avere una particolare attitudine per dirimere questioni economiche, poiché a tale ufficio venne di nuovo chiamato nel 1459 e nel 1470. Anche se tra le righe dei decreti capitolari non è possibile discernere la sua opera, è pensabile che fosse abbastanza noto nella sua congregazione, poiché nel 1463 lo si trova ancora, sempre per decreto del capitolo generale, insieme all’abate di San Giorgio Maggiore come arbitro in alcune cause fondiarie sorte tra i monasteri di Praglia e Santa Giustina di Padova. Ma a parte la sua attività nel campo economico della nuova congregazione, dal 1455 alla morte fu eletto abitualmente superiore di qualche monastero. Una delle innovazioni portate da Ludovico Barbo fu quella di introdurre gli abati e priori annuali, non eleggibili dai monaci dei vari monasteri, ma direttamente dal capitolo generale della congregazione, per messo dei definitori. Questa innovazione fu necessaria per combattere la Commenda e anche per ridare fiducia ai superiori che col tempo erano divenuti degli autocrati, quasi principi feudali, dei despoti humilitatem regiminis non ferentes. Gli abati così furono spogliati di ogni sovrastruttura aggiunta nel corso dei secoli, di prelato e di signore feudale. Gli si vietarono perfino l’uso dei pontificali senza una licenza espressa del capitolo generale. Era in tal modo restituito il genuino carattere di superiore regolare per la direzione della comunità e l’amministrazione del monastero e il superiore diventava un semplice esecutore delle ordinazioni del capitolo generale. Conservava però la facoltà di eleggere tutti gli ufficiali del monastero. Nel 1455 il Rossi fu Abate di San Pietro di Gessate. Il capitolo generale gli impose di costruire un dormitorio per il monastero, prima di pensare ad altre spese edilizie. Il monastero fu in lite per beni fondiari con alcuni laici e la questione fu definita da alcuni monaci a ciò destinati dal capitolo generale, mentre il Rossi era superiore. Nel 1456 fu Abate di San Pietro di Modena. Anche qui vi furono questioni economiche: si trattava di alienare alcuni possedimenti per usare il denaro ricavato a beneficio di costruzioni del monastero stesso. Tale vendita venne eseguita con un discapito così grande per l’acquirente da gettarlo sul lastrico: per questo se ne dovette interessare di nuovo il capitolo generale seguente. Nel 1457 e nel 1458 il Rossi fu Abate di San Procolo di Bologna e nel 1459 fu Abate di San Colombano e uditore delle cose temporali al capitolo generale. Per il periodo che riguarda il monastero di San Colombano di Bobbio si ha un’ulteriore documentazione, già pubblicata nel codice diplomatico dello stesso monastero edito dal Cipolla. Il Rossi viene detto talvolta de Parma, talvolta de Russis, talvolta de Rusiis. Nel 1461 fu Priorie a San Pietro di Gessate. Dovette accogliere, per ordine del capitolo generale, Grazioso di Tortona, di cui il monastero in seguito dovette prendersi completamente cura finché fu in vita. Nel 1464 fu Priore del monastero dei Santi Felice e Fortunato di Bassano. Tale casa dovette trovarsi in acque poco sicure: il capitolo generale impose a vari monasteri di dare a mutuo 25 ducati ciascuno per aiutarla a riprendersi economicamente (il tutto doveva venire restituito appena possibile). Nel 1465 e 1466 il Rossi fu Abate di Santa Maria di Cesena e dal 1467 al 1470 fu Abate di San Colombano di Bobbio, mentre fu anche uditore delle cose temporali. Nel capitolo del 1470 ricevette l’ingiunzione di non interessarsi delle confessioni delle donne e lasciarle o al cappellano del monastero o, in caso di estrema necessità, a qualche monaco tra i meno sospetti, e di rimanere libero ad curam fratrum: tra le varie restrizioni apportate dalla nuova congregazione vi fu anche quella che escludeva il più possibile il contatto tra i monaci e le donne, anche monache, con pene piuttosto severe per i trasgressori, come digiuno a pane e acqua. Dal 1471 al 1473 fu nuovamente Abate di San Pietro di Modena. Durante il 1474 il Rossi non compare in alcun elenco: forse fu  nuovamente preso dall’opera di costruzione del nuovo monastero di Santa Maria della Neve a Torrechiara. Infatti suo cugino, Pier Maria Rossi, durante un lungo periodo della sua vita (dal 1454 al 1476) si diede a svolgere opere di bene e tra le varie che i suoi biografi riportano non ultima è la costruzione del suddetto monastero. Forse fu il Rossi stesso a indurlo a questo. I lavori iniziarono nel 1471, mentre il Rossi si trovava Abate a Modena, e appena furono terminati la Congregazione di Santa Giustina vi mandò i suoi monaci a prenderne possesso e il Rossi ne divenne abate nel 1475. Pochi autori hanno scritto del Rossi, anche tra quelli che si sono interessati del nascere del nuovo monastero, presi piuttosto dalla figura di Ugolino de’ Rossi, suo nipote e abate di San Giovanni Evangelista di Parma, o dagli amori di Pier Maria, suo cugino. Se ne ricorda l’Allodi, mentre invece lo tralasciano sia il Pezzana che l’Angeli. Alcuni documenti autentici dell’Archivio del Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma riportano il suo nome e la sua carica abbaziale per il monastero appena fondato. Verso il 1471 il Rossi si interessò perché il Monastero di San Giovanni di Parma passasse alla congregazione di Santa Giustina: furono raggiunti anche gli accordi definitivi, firmati nello stesso castello di Torrechiara, alla presenza di Pier Maria Rossi, ma poi non se ne fece nulla. L’iniziativa del Rossi dimostra la sua opera instancabile di riforma e il suo desiderio di togliere Ugolino de’ Rossi dalle difficoltà che gli stavano combinando i nemici della sua famiglia, che non lo volevano Abate di San Giovanni. Il Rossi rimase Abate di Santa Maria della Neve a Torrechiara fino al 1486, per dodici anni consecutivi. Furono quelli gli anni più difficili per la sua famiglia. Nel 1477 infatti Pier Maria Rossi dovette fuggire da Milano e, dopo varie sconfitte, perse molti dei suoi possedimenti. Sfuggito a mala pena ai suoi nemici, si rifugiò proprio nel castello di Torrechiara, dove morì nel 1482. L’anno successivo anche quest’ultima fortezza venne occupata da Lodovico il Moro e il figlio di Pier Maria Rossi, Guido, dopo numerose sconfitte, fu costretto a cercare rifugio presso i Veneziani. Non risulta che le scorrerie compiute contro i possedimenti della famiglia dei Rossi si siano accanite anche contro il Rossi e la sua Abbazia, forse protetta dalla nuova Congregazione a cui apparteneva. Risulta che nel 1487 il Rossi si trovava ancora nello stesso monastero di Torrechiara come semplice abate titolare, senza regime, mentre come amministratore vi fu Battista di Piacenza, prima priore. Ormai vecchio, il Rossi si dovette ritirare nel monastero in cui era entrato, a San Sisto di Piacenza, e là presumibilmente morì.
FONTI E BIBL.: C. Carini, Basilio de Rossi Abate, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1974, 217-236.

Parma 6 gennaio 1520-Corniglio agosto 1560
Figlio di Filippo Maria e di Antonia. Fu allevato a Cesena dallo zio Bernardo Rossi. A Padova intraprese lo studio delle leggi civili e canoniche, che non portò a termine a causa dei continui conflitti tra la sua famiglia e i Visconti, che obbligarono il Rossi ad abbandonare l’università per l’esercito. Rimase comunque un cultore delle belle lettere e della storia. Nel 1552 fu al servizio di Cosimo de’ Medici, che gli diede una compagnia di cavalli nella guerra di Siena. Visse molti anni a Venezia e a Roma. Morì nel 1560 a Corniglio a causa di un fulmine caduto sulla polveriera della Rocca, che produsse un’esplosione che distrusse completamente la camera dove il Rossi dormiva. Secondo l’Angeli morì invece nel 1573.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 57.


1819-Parma 1892
Il Rossi fu per oltre vent’anni Sindaco di Torrile, disimpegnando la propria carica con oculatezza e solerzia. Sposò Virginia Grisanti. Fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma. Nella chiesa di Gainago esiste una lapide in sua memoria.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 8 giugno 1987.

Parma 1583
Nell’anno 1583 fu insignito della Croce dell’ordine Militare dei Cavalieri di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: L. Araldi, L’Italia nobile, 1722.

ROSSI MEMMO, vedi ROSSI DOMENICO

Antesica 11 gennaio 1921-Cassio 7 dicembre 1944
Figlio di Domenico, anch’egli caduto per la causa partigiana. Il Rossi fu dapprima, con tutta la famiglia, prodigo di aiuto ai partigiani di passaggio nella zona della propria residenza, poi il 13 settembre 1944 si arruolò nello Stomboli, con il nome di battaglia di Topolino. Si impegnò a più riprese in azioni di guerriglia, stimato per il coraggio e per la conoscenza dei luoghi, a lui familiari. Per non nuocere agli altri compaesani, preferì lasciarsi catturare seguendo l’esempio del proprio comandante. Fu ucciso assieme al padre e all’intera famiglia Bernini.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 4 1980, 63.


Parma o San Secondo ultimi anni dell’XI secolo-Milano post 1167
Detto Orlando del Rosso, da cui probabilmente l’origine del cognome de’ Rossi. Si ignora la sua condizione. Professò la legge romana e visse a cavallo tra l’XI e il XII secolo. Il Rossi è solitamente indicato come il capostipite della famiglia. Durante la grave carestia del 1128 sovvenne con le proprie sostanze il popolo di Parma. Il Rossi fu milite valoroso al servizio dell’imperatore Federico. Secondo il da Erba, nel 1162 fu nominato Vicario generale dell’Imperatore per l’Italia. Fu sicuramente Podestà di Parma negli anni 1162 e 1167. Il Rossi fu sepolto nella chiesa di Santa Tecla in Milano.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


Parma o San Secondo 1180/1212
Figlio di Bernardo. Fu podestà di Parma nel 1180-1182 e nel 1201, e rettore nel 1198. Nel 1200 fu podestà a Bologna, nel 1207 e 1212 a Modena e poi a Genova. Durante la podesteria di Bologna, il Rossi catturò e fece bruciare sul rogo il ribelle Sassatello, uccise Alberto Araldi, detto Camporella, capo riconosciuto dei masnadieri bolognesi, fece decapitare il giureconsulto Azzo, cinse d’assedio, conquistò e saccheggiò il castello di Argenta e fece costruire il castello di San Pietro per meglio difendere il territorio bolognese. Quando i Piacentini, collegati coi Milanesi, dichiararono guerra ai Parmigiani e strinsero d’assedio Borgo San Donnino, unitosi ai Cremonesi, ai Reggiani e ai Mantovani, il Rossi batté il nemico (1198), conducendo prigionieri in Parma 200 cavalli e molti fanti. L’anno seguente, quando i Piacentini si accinsero a una nuova invasione, il Rossi andò loro incontro, sconfiggendoli al fiume Taro. Fu caldo difensore della Chiesa: nel 1210, quando il Papa fu molestato da Federico II di Svevia, rese segnalati servigi alla causa guelfa.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e s.; Candida Gonzaga, Memorie di famiglie nobili, Napoli, 1875; F. Sansovino, Famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1852; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L. A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 57 e 62; Enciclopedia italiana, XXX, 1936, 140.

Parma 1224/1238
Figlio di Ugo. Fu podestà di Cremona nel 1224, di Pisa nel 1226 e di Pavia nel 1227. Nel 1231 fu chiamato al congresso di Ravenna dall’imperatore Federico II che volle premunirsi contro la lega lombarda. Fu quindi podestà di Modena nel 1233, di Rimini nel 1234 e di Mantova nel 1238.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


Parma 1277/1285
Figlio di Bernardo e di Maddalena Fieschi. Nel 1277 fu Podestà di Siena, ove fu esposto a gravi pericoli durante gli scontri tra guelfi e ghibellini. Fu quindi Podestà di Bergamo nel 1285.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. I.


Parma 1308/1336
Figlio di Bernardo. Nel 1308 cacciò da Parma (con l’aiuto dei Lupi, di Tegnaccia Pallavicino e di Guglielmo e Giacomo Cavalcabò) Giberto da Correggio e i ghibellini e la città volle acclamarlo Signore, carica che il Rossi rifiutò. Si oppose ad Azzo Visconti, che voleva occupare Piacenza e Parma, e lo fece ritirare. A Parma fu ordita una congiura contro la sua famiglia, ma fu sventata e i congiurati puniti, onde il Rossi per quattordici anni poté governare tranquillamente. Mise in fuga da Borgo San Donnino Azzo Visconti che vi si era fortificato, ma fu a sua volta fatto prigioniero dal legato pontificio, che aveva cacciato da Parma. Durante la sua assenza, il reggimento della città fu tenuto da due suoi fratelli.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Storia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; C. Gonzaga, memorie di famiglie nobili, Napoli, 1875; F. sansovino, Famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1852; C. Argegni, Condottieri, 1937, 62.


Parma 1410-Noceto 1480
Figlio naturale di Pietro Maria. Fu cavaliere gerosolimitano assai famoso: prese parte alla difesa di Rodi, assalita dai Turchi nel 1438. Nello stesso anno fu creato Cavaliere di San Giovanni. Tornato in patria, guerreggiò contro i Sanvitale, conquistando la Rocca di Noceto il 15 ottobre 1448. Per motivi personali, tentò di far uccidere il conte Lodovico Valeri, che riuscì però a salvarsi (rimase ucciso un suo familiare). Questo delitto, commesso proprio mentre a Milano il duca Galeazzo Maria Sforza veniva assassinato in una congiura (1476), diede l’occasione ai Pallavicino, ai da Correggio e ai Sanvitale di prendere le armi contro i Rossi. Da parte sua il Valeri si vendicò assalendo la casa del Rossi e uccidendo due suoi dipendenti. Nel 1479 fu costretto ad abbandonare Parma per odine di papa Sisto V. Il Rossi fu sepolto a Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, 3, Milano, 1831, tav. III; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 806; C. Argegni, Condottieri, 1937, 57; L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 102.

ROSSI ORLANDO, vedi anche ROSSI BERNARDO

Parma 1595
Figlio di Ferrante. Nel 1595 al comando di  quattrocento cavalli, fu con il Duca di mantova in Ungheria a combattere contro i Turchi, che avevano assediato l’imperatore Rodolfo. Eletto Cavaliere del Redentore, tenne il governatorato del Monferrato per i duchi di Mantova.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; argegni, Condottieri, 1937, 57.

-Parma 7 giugno 1579
Fu gentiluomo di camera del duca di Parma Ottavio Farnese. Fu sepolto nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 124.

1677 c.-Parma 10 agosto 1756
Sposò Giampaolo Maria Meli Lupi. Di natura violenta come il marito, il matrimonio molto presto naufragò e i due si decisero alla fine per il divorzio (1698). La Rossi si ritirò allora col fratello prima a San Secondo e poi a Ferrara. Avendo espresso il desiderio di farsi monaca, il duca di Parma Francesco Maria Farnese si intromise cercando di riportarla al marito (1706). La Rossi riuscì però a fuggire riparando in un convento a Mantova. In seguito, stanca della vita religiosa, abbandonò il convento e si portò a Venezia. Da ultimo rientrò a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV.

Parma 1613/1618
Per cinque anni (dal 1613 al 1618) professò Instituta all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Università di Parma, Registro delli Lettori 1610-1616; Libro de’ Mandati, 1617-1630; F. Rizzi, Professori, 1953, 39.

-Brescia 7 agosto 1092
Fu ucciso con molti altri e martirizzato in Brescia a seguito dello scisma suscitato nel 1092 da Enrico III. Fu sepolto nella chiesa di Sant’Afra, dove si commemora il 7 di agosto. Secondo il Pico, fu uomo celebre al suo tempo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 13-14 e 166.

Parma 1307/1336
Figlio naturale di Guglielmo. Come i suoi fratelli Annino e Lamoroto, combatté contro Giberto da Correggio, usurpatore di Parma, restando per due volte prigioniero a guardasone, nel 1307 e nel 1308. Fu liberato solo nel 1312 quando l’imperatore Enrico riuscì a pacificare le fazioni in lotta. Fu al governo di Lucca nel 1334 e due anni dopo difese valorosamente Pontremoli assediata dagli Spagnoli.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; A.M. da Erba, Excerpta et compendium chronicorum omnium sec. XIV; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; C. Argegni, Condottieri, 1937, 57.

Roccabianca ante 1890-post 1953
Insegnante. Nel 1953 ottenne un alto riconoscimento da parte del Comune di Milano per l’opera di educazione degli anormali psichici. La Rossi insegnò per quarantasette anni presso la Scuola Speciale per anormali psichici Treves-De Sanctis di Milano, della quale fu anche direttrice.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 940.

Parma 1668/1673
Fu Abate della chiesa di San Sepolcro in Parma una prima volta nel 1668. Fu poi confermato nel 1671 per un altro triennio.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa S. Sepolcro, 1932, 91.

San Secondo 1573/1588
Figlio di Paolo, dei marchesi di San Secondo. Fu insignito della Croce di Cavaliere di Santo Stefano il 28 maggio 1573. Il 5 aprile 1587 prese il comando delle galere stefaniane con il grado di Ammiraglio. La sua attività fu presto interrotta dalla morte del granduca Francesco I. A ogni modo, il Rossi nulla omise per fare conoscere la sua abilità nautica e il suo personale valore: catturò due vascelli di corsari bene armati ed esercitò una vigilanza così attiva e così feconda di successi nel Medio Tirreno, da tenere a bada corsari e Turchi. Tra le sue imprese più significative, vi fu la cattura nel 1588 del corsaro Memet Rois con 77 seguaci e la conseguente liberazione di 120 schiavi. Nello stesso anno il Rossi catturò un’altra galea mussulmana con a bordo 120 Turchi e 130 schiavi cristiani.
FONTI E BIBL.: G.V. Marchesi Buonaccorsi, Galeria dell’onore, 1735, II, 147-148; G.G. Guarnieri, Cavalieri di S. Stefano, 1960, 117-118.

ROSSI PIER MARIA o PIERMARIA, vedi ROSSI PIETRO MARIA

San Vitale Baganza-Fornovo 6 luglio 1495
Cadde combattendo valorosamente nella battaglia di Fornovo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 799.

Parma 1301-Monselice 8 agosto 1337
Figlio di Guglielmo e di Donella da Carrara. Fu valoroso uomo d’armi. Cooperò per far aderire a Ludovico il Bavaro i Parmigiani. Servì Giovanni, re di Boemia, quando nel 1331 venne in Italia. L’anno dopo aiutò con buon successo i Lucchesi nel riconquistare Barga contro i Fiorentini e passò quindi nell’esercito del principe Carlo di Boemia, impegnato nella lotta contro la lega di Castelbaldo. Combatté per questo principe alla battaglia di San Felice nel 1332 e fu creato Cavaliere per il suo valore. Mentre era vicario imperiale in Lucca (1333), venduta a lui e ai suoi fratelli da Giovanni di Boemia, dovette cederla a mastino della Scala (1335), combattendo quindi gli Scaligeri che gli assediavano Pontremoli (1336). Per breve tempo il Rossi dominò anche su Parma. Avuta poi notizia della lega fatta dai Fiorentini e dai Veneziani contro gli Scaligeri, andò a raggiungerli, ottenendo il comando dell’esercito. Nel settembre del 1336 riprese Lucca. Malvisto a Corte, dove dominava Azzo da Correggio, si portò subito dopo a Venezia, ove gli vennero fatte grandi accoglienze. Al comando delle milizie venete iniziò la guerra contro gli Scaligeri, combattendo e sconfiggendo Mastino della Scala al Brenta. Il Rossi aggredì con rapidità Bovolenta, prese il forte delle Saline e mise a mal partito i nemici. Queste vittorie determinarono i Visconti, gli Estensi e i Gonzaga a formare una lega che fu poi rovinosa per Alberto e Mastino della Scala. Sfuggito a un tentato assassinio da parte di quest’ultimo, nel 1337 occupò Padova (ottenuta dai Ferraresi con un trattato), dove ripristinò la signoria dei Carraresi, proseguendo per Monselice, difesa da Pietro dal Verme. Mentre combatteva con intrepido coraggio, fu ferito da una lancia il 7 agosto 1337 e morì il giorno seguente. Dopo la morte del Rossi, che era stato eletto patrizio di Venezia, le sue armi furono collocate in San Marco.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; S. Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; Storie pistolesi, Prato, 1835; archivio di Stato di Firenze, Capitoli reg. XLII, c. 56; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; Chronicon patavinum ab anno Christi 1174 usque ad annum 1394; G. Cittadella, Storia della dominazione carrarese in Padova, Padova, 1842; A.M. da Erba, Excerpta et compend. chronicorum omnium, sec. XIV; G. Della Corte, Istoria della città di Verona, Venezia, 1744; F. Fischer, Urkunden zur Geschichte des Boemerguges Kaiser Ludwig des Baiern, Innsbruch, 1865; F. Landinelli, Origini dell’antichissima città di Luni, Sarzana, ms. nell’Archivio di stato in Massa; Laugier, Histoire de la République de Venise, Paris, 1758; V. Lazzarini, Storia di un trattato tra Venezia, Firenze e i Carraresi, in Archivio Storico Veneto, a. IX, t. XVIII; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; L.A. Muratori, Antiquitates italiae medii aevi IV; L.A. Muratori, in Rerum italicarum Scriptores, VIII; G. Orti Manara, Cronaca inedita dei tempi degli Scaligeri, Verona, 1842; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; Romanin, Storia documentata di Venezia, Venezia, 1855; G. Rossi, Sommario dell’historia dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di pontremoli, Firenze, 1904; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; G.B. Verci, Storia della Marca Trivigiana e Veronese, cap. XI; Biografia universale, XLIX, 1829, 126-127; G. Villani, Cronica, Milano, 1848; E. Musatti, Venezia e i Veneziani, Padova, 1866; Enciclopedia militare, VI, 1933, 642; C. Argegni, Condottieri, 1936, 293, e 1937, 57-58.

Parma 1620/1644
Sacerdote. Fu cantore alla Steccata di Parma, accettato per un anno il 4 luglio 1620. Lo si trova a cantare molti anni dopo nella festa di Pentecoste del 1644. Il Rossi fu anche cantore della Cattedrale di Parma (1635-1642).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 88 e 112.

Parma 1650
Falegname. Nell’anno 1650 fu immatricolato tra gli ufficiali dell’Arte.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 254.

Parma 1374-Parma 26 gennaio 1438
Figlio di Bertrando e di Eleonora Rossi. Successe nel 1404 al padre, quale conte di San Secondo, Berceto e Corniglio. Nello stesso anno divise il dominio di Parma con ottobono Terzi, che però l’anno seguente costrinse il Rossi a fuggire dai suoi possedimenti, dando inizio a terribili persecuzioni contro la sua famiglia. Tre anni dopo l’investitura comitale, dovette domare una rivolta interna scoppiata in seguito ai malumori dovuti alla gravezza delle imposte. I rivoltosi si asserragliarono nel castello di San Secondo, resistendo alcuni mesi all’assedio postovi dal Rossi e dalle sue genti d’arme. Chiesta la resa, ottennero, facendo atto di ubbidienza, il perdono del Rossi. In questo fatto d’arme il castello subì notevoli danni e pare che il Rossi non lo abbia fatto riattare lasciandolo in completo abbandono. Dopo il 1408 fu fatto prigioniero dai Fieschi, contro i quali era entrato in conflitto per il possesso di Pontremoli. Una volta liberato, passò alla Corte degli Estensi, nuovi proprietari di Parma. Nel 1413 il Rossi andò, al seguito del marchese Nicolò d’Este, a Gerusalemme e là, in segno di onoranza e distinzione, fu decorato del cingolo del Santo Sepolcro. Ottenne l’investitura su San Secondo da parte dell’imperatore Sigismondo e da parte di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, il 17 novembre 1421. Nel 1420 cedette Parma ai Visconti e si ritirò a Venezia. Da ultimo ritornò a Parma. Il Rossi, che sposò Giovanna cavalcabò, fu teorico e compositore di musica. Fu attivo a Parma, dove morì all’età di 64 anni, come rivela la lapide nella chiesa di sant’antonio Abate. Come teorico è noto dal trattato De harmonia dialogi di Giorgio Anselmi, che lo indica come illustre insegnante, dedicandogli l’opera. Il Rossi compose tre mottetti a tre voci e una ballata a due voci.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. III; M. Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 42; J. Handschin, Anselmi’s Treatise on Music Annotated by Gafor, in MD, 1948; G. Reaney, The Italian Contribution to the Manuscript Oxford bolleian Library canonici misc. 213, in L’ars nova italiana del Trecento, II, Certaldo, 1969; Dizionario musicisti UTET, 1988, VI, 484.


Berceto 25 marzo 1413-Torrechiara 1 settembre 1482
Figlio di Pietro Maria e di Giovanna Cavalcabò. Omonimo al padre, cui successe nel 1440, portò come lui il titolo di Magnifico. Giovanissimo, militò nell’esercito del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, e divenne amico del più valoroso capitano del quattrocento: Francesco Sforza. Nel 1428 sposò antonia, figlia di Guido Torelli da montechiarugolo, influente più di ogni altro tra i membri della Corte milanese. Fu un matrimonio esclusivamente di interesse: il Rossi non amò mai la moglie. Quando nel 1447 morì Filippo Maria Visconti, il Rossi si schierò con intelligenza e contribuì in modo determinante all’ascesa di Francesco Sforza, spingendo Parma a darsi al nuovo Signore. Nel momento in cui (1450) lo Sforza partì alla conquista di Milano, lasciò i propri figli in custodia al Rossi: un segno di grande amicizia e fiducia. Fino alla pace di Lodi del 1454, il Rossi fu sempre al fianco del nuovo Duca in tutte le guerre vittoriose. Nel 1447 lo Sforza e il Rossi invasero il Piacentino e il Parmense. Mentre lo Sforza assediava Piacenza, i Parmigiani nominarono il Rossi loro capitano. Alla testa di un forte esercito sgominò i Terzi, togliendo loro i castelli e i feudi dell’Appennino parmense. Al suo ritorno i Parmigiani lo accolsero trionfalmente e lo proclamarono Padre della Patria, autore della libertà parmigiana. successivamente, accorso in aiuto allo Sforza, riuscì con lo stesso a impadronirsi di Piacenza. Nel 1448 sconfisse i Veneziani a Casalmaggiore. Poco dopo i Parmigiani, temendo che lo Sforza togliesse loro la libertà, si ribellarono al Rossi. I due allora, nell’intento di assediare Parma, riunirono le loro forze a Felino. Nel frattempo i Parmigiani, affidate le loro truppe al campobasso, il 17 gennaio 1449 sferrarono un improvviso e poderoso attacco al nemico, ferendo il Rossi a un braccio e alla coscia e obbligandolo a trincerarsi nel castello di Felino. Il Rossi, non appena ristabilito dalle ferite, riuscì con un’abile manovra a dividere l’esercito parmense e a sconfiggerlo. Allo Sforza, in seguito, non fu difficile rioccupare la città di Parma. Nel 1450 il Rossi si batté ancora per lo Sforza, riuscendo a fare cessare le scorrerie che i Veneziani da tempo andavano effettuando nei suoi territori del Cremonese. Nel 1471 il duca Galeazzo Sforza lo inviò in ambasciata presso papa Sisto IV per rallegrarsi dell’avvenuta sua elezione al soglio pontificio. Alla morte di Galeazzo, essendo ancora il nuovo duca Gian Maria Sforza sotto la tutela della madre, il Rossi venne chiamato a fare parte del triumvirato che provvisoriamente resse le sorti del casato milanese. Francesco Sforza ricompensò con generosità i servigi ricevuti e la potenza e la ricchezza dell’insigne famiglia parmigiana crebbe notevolmente. Il Rossi ebbe la dura tempra dei condottieri dell’epoca e perseguì, lungo tutta la sua vita, un vasto sogno di dominio. Ma non fu solo un valoroso uomo d’arme: aritmetico valente e abile nelle lettere, parlava con disinvoltura il francese e lo spagnolo. Fu musico, letterato, intenditore di fortificazioni, feroce e gentile, duro e pietoso, vero figlio del suo tempo. Protesse artisti e letterati, lasciando nel parmigiano maestose architetture, che ne testimoniano il gusto raffinato e la modernità. innamorato teneramente di Bianca Maria pellegrini, moglie del cavaliere Melchiorre di Arluno, nel 1448 ordinò la costruzione del castello di Torrechiara, che si protrasse per dodici anni. All’interno del maniero fece realizzare la splendida camera d’oro, testimone degli amori tra il Rossi e la Pellegrini. Fece erigere anche la magnifica rocca di San Secondo e riorganizzò la struttura urbanistica del paese secondo i più moderni criteri rinascimentali. Ripristinò gli antichi bagni termali di Lesignano e fondò il convento di Torrechiara. Romantico e appassionato, volle dare all’amante un’altra grande prova di affetto: per lei fece costruire il maniero di Roccabianca. Purtroppo è ignoto il nome dei progettisti cui affidò questi importanti incarichi. Il Pellegri li ritiene di estrazione lombarda, mentre altri autori ne reputano progettista lo stesso Rossi. Si tratta di tre castelli che sulla carta geografica sono allineati su di un’unica linea retta e che custodirono gli amori più gelosi del Rossi: Roccabianca e torrechiara furono le abitazioni rispettivamente invernale ed estiva dell’amante Bianca Maria Pellegrini, mentre in San Secondo abitò la moglie Antonia Torelli, con numerosa prole. Quando divenne signore della Rocca di San Secondo, questa era mal ridotta, inadatta a qualsiasi possibilità difensiva, scomoda e indecorosa. La ristrutturazione cui il Rossi si dedicò col più grande impegno trasformò la rocca in un potente castello, così agguerrito e ben studiato da tenere vigorosamente testa agli assalti della armi più micidiali. Dopo anni vissuti a Parma alla maniera dei principi del Rinascimento, l’assassinio del duca di Milano, Galeazzo Maria Sforza, fu per il Rossi l’inizio della fine. Il Rossi si schierò infatti con Bona e Cicco Simonetta, contro Lodovico Sforza: il prevalere del Moro causò la drammatica caduta della famiglia parmigiana. Lodovico Sforza, i Pallavicino, i da Correggio e i Sanvitale ingaggiarono contro il Rossi una vera e propria guerra che azzerò il ruolo dei Rossi all’interno dello Stato. Nel gennaio del 1482 infatti, Sforza, figlio naturale del duca Francesco Sforza, nominato governatore generale di Parma, ebbe l’ordine di portarsi, quale luogotenente generale dell’esercito sforzesco, per il territorio della Bassa, all’assedio di San secondo, assieme al nobile Gian Giacomo Trivulzio marchese di Vigevano. Il Rossi, nonostante l’età e la malferma salute, tenne testa all’infuriare delle artiglierie nemiche e, con arditissime sortite, obbligò a più riprese l’assediante a retrocedere oltre il greto del Taro e del Parola, riuscendo a far prigionieri, il 21 febbraio 1482, il calabrese Scaramuccia, Pier Paolo da Fabiano, il caposquadra di Scipione, e intere squadre di armigeri. Rimasti a capo delle forze milanesi, il Trivulzio e il Bergamino decisero di assalire l’uno i castelli collocati nella zona montana e l’altro le rocche di pianura. Il Rossi continuò a difendersi con leonina vigoria ma, perduta Roccabianca, si ritirò a Torrechiara, ove cessò di vivere l’anno stesso.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Mantova, Archivio Gonzaga, busta 1367; Archivio di Stato di Modena, Archivio Segreto Estense, Cancelleria ducale, Particolari, b. 1244, fasc. 11; Archivio di Stato di Milano, Fondo Visconteo, da cartella 9 a cartella 15, Fondo Sforzesco, cartella 401, da cartella 744 a cartella 751, da cartella 829 a cartella 844; Registri Ducali, registro n. 14, Registri della Missive, che contengono la corrispondenza tra Milano e Parma dal 1452 al 1482, i nn. 14, 19, 29, 42, 43, 50, 59, 60, 64, 68, 75, 84, 90, 92, 97, 101, 103, 107, 114, 115, 119, 121, 127, 128, 132, 136, 137, 141, 164bis, 145, 154, 156bis, parte antica dei Feudi camerali n. 36; Archivio di Stato di Napoli, Archivio farnesiano, Serie Orvieto, fascicolo 686/162, nel fascicolo 24 anno 1459, ms. cartaceo di carte 288 dal titolo Copia testium magnifici domini Petrimarie de Rubeis; Archivio di Stato di Parma, Famiglia Rossi, Feudi e Comunità, in particolare b. 206, Carte Feudali, dal 1456 al 1602; Archivio Notarile di Parma, Documenti del notaio e cancelliere vescovile Antonio Maria Pavarani; F. Rossi, Elogia Virorum Rosciorum bellica Virtute et Litteris illustrium, biblioteca Palatina, Parma, ms. parmense n. 1184, pubblicato da A. Pezzana nella Storia della città di Parma, vol. IV, doc. XXIV; G. Rustici, Cantilena pro potenti Petro Maria Rubeo Berceti Comite Magnifico et Noceti Domino, Biblioteca Palatina, Perma, codice in pergamena, riportato da A. Pezzana nella Storia della città di Parma, vol. IV, appendice n. 26; J. Caviceo, Vita Petri Mariae de Rubeis parmensis, da incunabolo del 1490, Parma, 1895; L. Campari, Storia di un castello attraverso i secoli, Parma, 1910; N. Pelicelli, Pier Maria Rossi e i suoi castelli, Parma, 1911; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 281-284; Enciclopedia Militare, VI, 1933, 642; L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1934, 384; S. Ammirato, Storie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, Historia di Parma, Parma, 1591, 307 e s.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani più illustri, Genova, 1877; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819, vol. III; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; S. Romanin, Storia documentata di Venezia, Venezia, 1855; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609, 78-79; F. Stella, genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; G. Villani, Cronica, Milano, 1848; C. Argegni, Condottieri, 1937, 58; E Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 39; M. Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 42-43; C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 71-72; Langhirano ieri e oggi, 1988, 33; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 104-105; M. Pellegri, Un feudatario sotto l’insegna del leone rampante, Parma, 1996.

1497 c.-San Secondo 1 agosto 1547
Figlio di Troilo e di Bianca Riario. Fu allevato quale paggio alla Corte del Re di Francia. Quando gli morì il padre (1521) si licenziò dal Re che gli donò uno spada con il proprio ritratto, tempestata di gioie di gran valore. tornato a San Secondo, dovette subito difendersi dalle insidie di potenti nemici. Nel 1523 sposò, continuando così la serie dei grandi e felici matrimoni politici dei Rossi, Camilla Gonzaga. Così si espresse sulla festa nuziale il Pochettino: Nel 1523, nel castello di S. secondo, furono lunghi mesi di feste, dal primo romper di primavera. Durante i preparativi, pei quali il castello subì notevoli miglioramenti, per le belle camere di recente adornate dal munifico buon gusto di Troilo Rossi, la vedova di lui Bianca Riario, si aggirava con insolita attività per assicurarsi che la fastosità elegante dei mobili e degli arredamenti fosse tale che il casato dei Rossi non avesse a scapitare al confronto del fasto degli altri casati che avrebbero partecipato alle feste. Lucevano qua e là i mobili che lo suocero di lei, Giovanni, era riuscito a mettere insieme nel parziale ricupero dei beni aviti col favore del re di Francia e Duca del Milanese Luigi XII. Ma più ricca e più bella splendeva la supellettile che dalla propria casa degli Scotti aveva portata a Giovanni la moglie Angela, che, unica erede della sua ricca famiglia, aveva recato al marito una dote di nove mila scudi d’argento oltre gli aviti arredi. Passava Bianca Riario, giovane, e bella ancora nel suo profilo delicato e puro, che gli anni e i dolori recenti avevan lasciato quale era stato tracciato qualche lustro prima nella bella medaglia delle tre Grazie. E gli occhi le brillavan d’orgoglio: perché superiore alla mobilia che ricordava i Rossi e gli Scotti era la mobilia portata da lei dalla grande casa di Girolamo Riario, suo padre, e aumentata poi con la sua dote grossissima e coi donativi superbi fatti a lei dallo zio Sisto IV, dal fratello Cardinal Riario di Santa Fiora e dalle città di Imola e di Forlì in segno di devozione verso la figlia del loro signore. Un’orgia magnifica di luce e di colori, lanciarono sopra gli sposi delle vere nubi di fiori. balenando sorrisi, la giovane coppia salì per lo scalone centrale, sotto i riquadri cinquecenteschi della volta, al primo piano, nel Salone magnifico. Qui Bianca Riario abbracciò la sposa e il figlio con maestosa dignità, ma un molle tremolio di pianto era nei suoi occhi materni, in cui c’era anche la speranza che un nuovo ordine di glorie cominciasse per la sua grande casata. Il Rossi nel 1525 fece parte delle Bande Nere, nel 1526 fu all’assedio di Milano (ove rimase ferito), si trovò al sacco di Roma nel 1527, quando il Lautrec invase il Regno di Napoli fu alla difesa della Puglia, fu presente all’assedio di Firenze nel 1529, prese parte al fatto di gavinana, seguì Carlo V nell’impresa di Tunisi e di Provenza nel 1536 e nel 1537 aiutò i Veneziani nella guerra contro i Turchi. Urtatosi col papa Paolo III, si ritirò in San Secondo rifiutandosi di prestare giuramento di fedeltà a Pier Luigi Farnese. Abbandonata l’Italia, passò in Francia al servizio di Francesco I, che lo creò Cavaliere di San Michele e Generale di fanterie italiane. Nelle guerre di Fiandra si segnalò particolarmente all’assedio di Landrecy e poi all’assedio di Boulogne contro gli Inglesi nel 1545. ritornato in Italia in seguito alle ferite riportate, si ritirò nelle sue terre di San Secondo. Scrissero di lui che era d’aspetto di volto veramente eroico con meravigliosa vivacità d’occhi cò capelli e colla barba bionda. Fu grande di statura e di fermezza di membra gagliarda atta a portare e maneggiare armi. Tale lo effigiò in una medaglia il Litta a semibusto, nel verso con corazza e grossa collana al collo, mentre, nel recto, armato cerca di afferrare la volubile fortuna. Lo circonda il motto aut te capiam aut moriar. È pure raffigurato nel Salone delle gesta del castello di San Secondo, piegato innanzi a Francesco I in atto di ricevere il collare di San Michele. Bello, imperioso e sognante lo ritrasse anche il Parmigianino: la tela, unitamente a quella della moglie Gonzaga, si trova al museo del Prado di Madrid.
FONTI E BIBL.: S. Ammirato, Storie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, Historia di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; G. Villani, Cronica, Milano, 1848; A. Ademollo. M. de’ Ricci e l’assedio di Firenze, Firenze-Chiari, 1846; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; C. Argegni, Condottieri, 1937, 57 e 58-59; M. Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 48 e 52.


San Secondo 19 dicembre 1551-1 settembre 1590
Figlio di Troilo e di Eleonora Rangoni. Dopo aver militato al servizio della Francia, passò nello Stato di Milano, ove ebbe il comando di una compagnia di cavalli. Sposò Isabella Simonetta.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 59.

San Secondo ottobre/dicembre 1598-Farfengo di Grumello Cremonese 20 giugno 1650
Figlio di Federico e di Orsina Pepoli. Non avendo Troilo Rossi lasciato alcun erede maschio, gli successe nel marchesato di San Secondo nel 1635. Il Rossi successe al fratello Troilo anche nel comando di una compagnia di uomini d’arme dello Stato di Milano. Poiché il Rossi rimase fedele alla Spagna, casa Farnese mantenne la confisca sul feudo per cui non poté mai porre piede nei possedimenti aviti. In quell’interregno feudale San Secondo fu governato da podestà nominati dalla Camera ducale. I beni prediali del feudo si aggiravano allora a circa 3000 biolche di cui 60 formavano il parco attorno al castello.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, III, 1831, tav. IV; A. Valori, Condottieri, 1940, 332; M. Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 57.

San Secondo 1689-Cremona 1754
Primogenito di Federico, morì pochi giorni dopo il padre, lasciando il potere feudale della Marca di San Secondo nelle mani del figlio Scipione. Il Rossi sposò Girolama Spinola.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; M.Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 59.

ROSSI PIETRO MARIO, vedi ROSSI PIETRO MARIA


Parma 1253
Anche in Parma, così come in altre città, le autorità comunali ricorrevano di frequente alla consulenza professionale dei dottori dello Studio universitario. Se ne ha un esempio nel 1253 quando, dopo la sconfitta dei fautori dell’imperatore, Gilberto da Gente prima di pronunciare la sentenza arbitrale di pace tra le fazioni, volle ascoltare il parere dei due docenti di diritto parmigiani, il dominus legum prandone Rossi e il dominus decretalium Giovanni di Donna Rifiuta.
FONTI E BIBL.: C. Antinori-M.C. Testa, Università di Parma, 1999, 136.


Parma-post 1682
Fu indotto a entrare tra i frati eremitani di Sant’Agostino dal maestro Prospero Cavazza, vicario generale dello stesso ordine. Tramite i buoni uffici di Raimondo Capisucchi, maestro del Sacro Palazzo, ottenne di ritirarsi a ventimiglia nella biblioteca di Angelico Aprosio per dedicarsi ai suoi studi. Il Rossi passò quindi a Genova come lettore dei professi e nella città ligure pubblicò la raccolta di poesie Primizie canore, ovvero Primi furori poetici del Padre F. Prospero-Antonio Rossi Agostiniano da Parma, Lettore de’ Professi nel Convento del Santiss. Crocifisso di Promontorio di Genova, e tra gli Apatisti di Firenze Accademico Ottuso (In Genova, per Andrea Biserti, 1677), con dedica al Capisucchi, cui seguì Sacra Appendice d’heroi Agostiniani. Madrigali, dedicata a domenico Valvasorio.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 204; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1827, III, 796.

ROSSI RAINERO
-Cremona 1317
Fu Canonico di Volterra. L’8 maggio 1296 fu nominato Vescovo di Cremona da papa bonifacio VIII. Intervenne il 6 gennaio 1311 in Milano all’incoronazione dell’imperatore Enrico VII. Concesse ai Carmelitani di stabilirsi a Cremona, cui diede la chiesa di San bartolomeo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 57.

San Secondo 1429 c.-23 luglio 1450
Figlio di Pietro Maria e di Antonia Torelli. Scrisse una biografia di Pietro Maria Rossi. Militò agli ordini di Guido Maria Rossi a Rovereto, dove fu fatto prigioniero.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.


Parma o San Secondo 1279 c.-post 1304
Figlio di Guglielmo e di Donella Carrara. Fu prevosto mitrato e resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1298 al 1304.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 27.

Parma 1287 c.-Padova 10 maggio 1345
Figlio di Guglielmo. Nel 1317 partecipò alla congiura contro Giberto da Correggio, cacciandolo da Parma. Nel 1322 perseguitò i Sanvitale e fece prevalere la sua fazione, costringendo i Parmigiani ad abbandonare la parte ghibellina. Ebbe poi dal legato pontificio il governo di Parma. Volendo disfarsi della presenza del legato, il Rossi nel 1328 fece rivivere il partito ghibellino e tolse Parma al pontefice Giovanni XXII. Nel 1329 fu dichiarato Signore assoluto della città e capo di tutte le milizie. Però non obbedì a Ludovico il Bavaro e quando Pontremoli si ribellò all’Imperatore, il Rossi se ne impadronì. Venne in seguito anche ad accordi col legato pontificio, ma questi lo fece più tardi arrestare a Bologna. Liberato nel 1331, nel frattempo Parma si era data a Giovanni re di Boemia. Questi attirò a sé il Rossi, dandogli l’investitura di Lucca, Borgo San Donnino, Pontremoli, Brescello e Berceto. Nel 1332, formatasi la lega di castelbaldo, combatté per l’Imperatore contro gli Scaligeri: nel 1335 fu costretto ad aprire le porte di Parma ai della Scala, i quali poi ben presto gli presero anche Borgo San Donnino. Passato a Verona, vi trovò il grande nemico della sua casa, Azzo da Correggio, il quale nel 1336 lo fece condannare al bando. Servì allora i Veneziani contro Mastino della Scala, quindi passò ai Fiorentini, per i quali combatté nella guerra di Lucca. Non avendo potuto impedire la resa di Pontremoli, venne sostituito nel comando. Colla pace del 1339 riebbe i suoi beni, ma non poté rientrare a Parma. Rimase allora a Padova. Il Rossi sposò Agnese Ruggeri.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; S. Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze, 1641; B. Angeli, Storia di Parma, Parma, 1837; Storie pistolesi, Prato, 1835; Archivio di Stato di Firenze, capitolo reg. XLII, c. 56; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; Chronicon parmense ab anno 1307 usque ad annum 1336, in monumenta historica ad provincias parmensem et placentinam pertinentia; G. Cittadella, Storia della dominazione carrarese in Padova, Padova, 1842; A.M. da Erba, Excerpta et compendia chronicorum omnium, sec. XIV; G. Della Corte, Storia della Città di Verona, Venezia, 1744; F. Fischer, Urkunden zur Geschichte des Boemerguges Kaiser Ludwig des Baiern, Innsbruch, 1865; F. Landinelli, Origini dell’antichissima città di Luni, Sarzana, ms. nell’Archivio di Stato di Massa; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; Manucci, La azioni di C. Castracane, Lucca, 1843; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, VIII; G. Orti Manara, Cronaca inedita dei tempi degli Scaligeri, Verona, 1842; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’historia dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; G.B. Verci, Storia della Marca Trivigiana e Veronese, cap. XI, Archivio di Stato di Venezia; G. Villani, Cronica, Milano, 1848; C. Argegni, Condottieri, 1937, 59.

ROSSI ROLANDO, vedi anche ROSSI ORLANDO

Compiano-14 gennaio 1630
Frate laico cappuccino, si dedicò con mirabile slancio alla cura degli appestati. Contratto il contagio nell’esercizio della sua missione, morì di peste.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 371.

Parma 1887/1907
Falegname. Restaurò il soffitto seicentesco del Salone Bottego dell’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 157.

Parma 1702
Figlia di Giuseppe. Nel 1702 fu immatricolata all’Arte dei falegnami.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2-3; Il mobile a Parma, 1983, 256.

ROSSI ROSSETTO, vedi ROSSI ROSSO

San Secondo 1237
Figlio di Ugolino e di Elena Cavalcabò. Fu eletto Podestà di Piacenza nel 1237 dal legato pontificio, grato alla famiglia Rossi che con tanto ardore seguiva la fazione guelfa.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1831, tav. I.

Parma 1751 c.-post 1780
Figlio di Carlo. Fu alla Corte di Spagna. Tornato in patria, fu nominato, con patente del 22 febbraio 1783, Capitano delle guardie ducali di Parma, poi Praefectus viarum e Consigliere intimo del duca Ferdinando di Borbone. Sposò Maria Milesi, milanese, morta giovanissima nel 1778, come appare dall’epigrafe posta dal Rossi nella Cattedrale di Parma alla di lei memoria.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 815.


1593-Farfengo di Grumello Cremonese 1680
Figlio di Federico. Fu Capitano di una compagnia di ordinanze nello Stato di Milano. Nel 1653 rientrò in possesso dei suoi feudi di Parma. Il Rossi seguì, nell’investitura feudale, i fratelli Troilo e Piero Maria. Con grave onere finanziario riuscì a riscattare il feudo ai farnese, aiutato in questo anche dalla Spagna, sottoponendosi però al giuramento di fedeltà al Sovrano secondo i precisi termini delle antiche investiture. Nel 1657, col permesso dei farnese, servì la Corte di Spagna nella guerra di lombardia. Nel 1680 rinunciò al figlio primogenito ogni diritto e si ritirò a dimorare a venezia. Fu sepolto nell’oratorio di Santa caterina in San Secondo. Ebbe inizio con il Rossi il decadimento, morale e materiale, della casata, il cui patrimonio, dilaniato da debiti verso la Camera Ducale e da strozzini, andò sempre più diminuendo. Il Rossi sposò Maria Rangoni.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 59; M. Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 57.


San Secondo 1715 c.-Venezia 4 marzo 1802
Figlio di Pietro Maria e di Girolama Spinola. Alla morte del padre (1754) divenne l’undicesimo Marchese di San Secondo. Fu Grande di Spagna, Consigliere intimo di stato dell’imperatore e Ciambellano presso varie corti. sebbene fosse uno dei gentiluomini più qualificati, avendo ottenuto titoli e cariche onorifiche sia dalla Spagna che dall’Impero, allo scoppio della Rivoluzione francese e alla conseguente invasione dell’Italia, il Rossi (ormai ultrasettantenne) fuggì innanzi alle armi rivoluzionarie nonostante fosse stato sollecitato dal duca Ferdinando di Borbone di reclutare un reggimento e di portarsi a combattere i nemici. Si rifugiò a Venezia, ove cessò di vivere senza lasciare discendenza alcuna.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, 3, 1831, tav. IV; M.Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 59-60.


Parma-Busto Arsizio 29 maggio 1176
Figlio di Orlando. Fu inviato al soccorso dell’imperatore Federico nella guerra contro la Lega lombarda. Si trovò alla battaglia di Busto Arsizio, nella quale, dopo aver valorosamente combattuto, venne ucciso.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 59.


Parma 1184
Figlio di Bernardo. Fu Console della repubblica di Parma nell’anno 1184.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

Parma 1197
Figlio di Bernardo. Fu, insieme ad Alberto della Porta, Console della Republica di Parma nell’anno 1197.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 313; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

San Secondo 1524 c.-XVII secolo
Figlio di Pietro Maria e di Camilla Gonzaga. Fu allevato a Firenze presso la Corte di francesco dei Medici. Al comando di una compagnia di corazze, servì Cosimo dei Medici nella guerra di Siena, dimostrando il suo valore nelle vittoriose battaglie di Valdinievole e Montecarlo e nella sventurata difesa di Pienza. Conquistata Siena nel 1554, si recò alle guerre di Lombardia contro i Francesi, al comando di un reggimento. Combattendo presso Reggio in aiuto di Ottavio Farnese, fu ferito da un colpo d’archibugio all’orecchio sinistro. tornato a Firenze, fu eletto Generale della cavalleria del Granducato e il 30 marzo 1562 cavaliere di Santo Stefano. Fu uno dei primi ad avere questo titolo. Nel 1570 fu ambasciatore del Granducato di Toscana a Madrid e a Praga. Sposò la tedesca Barbara Trappia, nobile damigella d’onore della sposa del Granduca di Toscana. Fu marchese di San Secondo, Signore di Corniglio, Fornovo, Rocca lanzona, Corniana, Segalara e del Bosco.
FONTI E BIBL.: S. Ammirato, Istorie fiorentine,  Firenze, 1641; B. Angeli, La Historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’historia dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 59.

ROSSI TERESA, vedi SIDOLI TERESA

1934-Parma 7 novembre 1999
Parallelamente a un’intensa esperienza di lavoro nel settore del commercio carburanti e all’ingrosso coltivò sempre una grande passione per il teatro. La prosa fu una sua passione costante , da quando prese a frequentare Il Piccolo di Parma, in cui, tra gli altri, si segnalarono artisti come Clelia Bianchi, Sergio Cantoni, Resi Ubaldi e Francesco Sciacco. Negli anni Sessanta il Teatro Universitario aveva già nelle sue file il Rossi, che si rendeva disponibile per ogni necessità e a figurare nelle tournée che venivano fatte all’estero: dalla Polonia alla Jugoslavia, dall’Olanda all’Inghilterra. Poi, nel 1968, con la nascita del Collettivo del Teatro Stabile di Parma, dopo la brevissima parentesi del Gruppo eventi teatrali, il Rossi si trovò a collaborare   con Giorgio Belledi, i fratelli Casoli e lo stesso Sciacco. All’interno di una attività teatrale per molti versi intensa, giustificata sempre  da una genuina passione e disponibilità, divenne per diversi anni anche parrucchiere e truccatore al Teatro Regio di Parma. Anche nell’ultimo scorcio della sua vita il suo impegno teatrale non scemò. Anzi, con rinnovata passione dette vita alla compagnia del Calandrino per giovani artisti di teatro, una scuola che tenne viva per diverso tempo. Poi accettò la direzione artistica del Teatro Tenda annesso al circolo dipendenti comunali, raccogliendo l’invito di Luigino Miodini e dei suoi collaboratori, e impreziosendo il cartellone di iniziative che nel fine settimana richiamavano il pubblico di mezza età amante di un repertorio tradizionale. Percorse tutte le strade, da comparsa ad attore, a regista, interessato un po’ a tutti gli autori, da Plauto a Molière, da Beckett a Jonesco, rivelando un talento e una perspicacia che non lasciavano affatto trasparire la sua passione autodidatta.
FONTI E BIBL.: in Gazzetta di Parma 10 novembre 1999, 8.

San Secondo 1462 c.-San Secondo 1521
Primogenito di Giovanni e di Angela Scotti. Nel 1497-1500 militò coi Francesi nella conquista del Ducato di Milano. Come ricompensa, non solo riebbe il feudo di San secondo (1502), che era stato tolto alla sua famiglia da Ludovico il Moro, ma questo fu elevato dal re Ludovico XII, a compenso degli altri feudi perduti, al grado, dignità e titolo di marchesato. Nel 1505 Ludovico XII lo nominò senatore di Milano. Sposò la contessa Bianca Riario, nipote di papa Sisto IV e figlia di Girolamo, Signore di Imola, entrando con tale parentela nel gioco della grande politica italiana. Restaurò il castello di San Secondo rialzando bastioni e torri che, negli assedi degli anni precedenti, erano stati abbattuti, e ne ampliò il recinto. Internamente fece adornare con affreschi diverse stanze del quartiere di mezzogiorno. Morì lasciando diversi figli in giovane età: fu gran ventura per loro che fratellastro della madre fosse Giovanni, detto dalle Bande Nere, il quale accorse a San Secondo per difenderli dai tanti nemici che li circondavano e specialmente dal vescovo di Treviso Bernardo Rossi. A San Secondo Giovanni dalle Bande Nere volle anche essere portato ferito dopo la battaglia di Pavia. Morendo poi a Mantova, pregò papa Clemente VII di affidare le sue milizie al figlio del Rossi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e seg.; U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1899; V. Carrari, Historia dei rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; G. Rossi, Sommario dell’historia dei Rossi, Vicenza, 1629; F. Sansovino, dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 60; M. pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 47-48.

San Secondo 1524 c.-San Secondo 31 gennaio 1591
Figlio di Pietro Maria e di Camilla Gonzaga. Fu uno dei più splendidi cavalieri del suo tempo. Fu con il padre come Luogotenente della fanteria italiana alla guerra di Fiandra, nel 1542. Venne nominato Grande di Spagna e patrizio veneto ed ereditò dal padre il grado di Comandante delle fanterie italiane al servizio della Francia. Sposò la nobile Eleonora d’Uguccione Rangoni di Modena. Avverso ai Farnese, si unì alla truppe di papa Giulio III e si trovò all’assedio del forte di Mirandola (1551). Conclusasi la pace nel 1552, il suo casato venne espressamente contemplato nel trattato, onde essere garantito dalle vendette dei Farnese. Il Rossi però non poté sfuggire al duca Ottavio Farnese. Per cercare di ottenere dal Rossi atto di sottomissione, il Duca gli inviò il 13 gennaio 1556 una lettera, per mano di un contadino, intimandogli di recarsi alla sua presenza onde dichiararsi vassallo e giurargli fedeltà. A un netto rifiuto del Rossi, il Duca rinnovò l’intimazione mediante un Monitorio fatto affiggere nella borgata di San Secondo nella prima settimana del successivo mese di febbraio: entro il termine di sette giorni il Rossi avrebbe dovuto rendere il richiesto omaggio, avendo giurato fedeltà nella mani di papa Giulio del Monte, e perciò essere a lui debitore come sovrano di Parma del giuramento dovutogli, con minaccia di obbligarlo alla forza. Per tutta risposta il Rossi fece attaccare a un pilastro, posto nella contrada maestra di San Michele in Parma, uno scritto dichiarante essere vero di aver giurato fedeltà al papa Giulio del Monte, il quale lo aveva lasciato libero interamente e pienamente, e se vi fosse ancora gli renderebbe di nuovo obbedienza. Ma asseriva in pari tempo di non conoscere né papa Paolo IV della casa Caraffa, né duca Ottavio Farnese, né padrone e sovrano. Avuta notizia di questa risposta, il Duca ne spedì copia a Roma onde rendere nota la ribellione del Rossi. Quando Ottavio Farnese, il 26 ottobre dello stesso anno, si recò a Piacenza per riprendere possesso della città restituitagli dall’Imperatore, inviò al Rossi un cortese invito, convocandolo a Piacenza stessa onde essere testimonio della solennità dell’avvenimento. Il Cardinale di Trento, esecutore per detto atto degli ordini imperiali, assunse il compito di presentare al Duca il Rossi e, contro l’aspettativa di ognuno, ne ricevette un garbato consenso. Il 20 dicembre dell’anno stesso il Farnese fece invitare il Rossi a Corte e lì gli presentò una lettera del re di Spagna Filippo II colla quale gli si ordinava di consegnare al Farnese San Secondo affinché ne disponesse a suo piacere. Il Farnese mandò quindi a San Secondo suoi ingegneri, i quali sopraintesero alla demolizione di tutte le fortificazioni. Per mano dei guastatori si abbatterono le cinte e furono rasi al suolo i due baluardi che difendevano la rocca e in pari tempo furono colmate di terra le fosse che ne cingevano le mura. Nel 1561 il Rossi ebbe da Filippo II il comando di una delle compagnie di uomini d’arme di ordinanza dello Stato di Milano. Trascorsi diversi anni, il Rossi mandò truppe a Cosimo Medici, figlio di Giovanni detto dalle Bande Nere, onde aiutarlo nell’impresa di Siena, accompagnandolo nel 1570 a Roma alla presenza del pontefice Pio V quando ricevette il titolo di Granduca di Toscana. Il Rossi allargò in San Secondo la borgata e la chiuse con porte a nord e a sud, una detta di Parma e l’altra dei Cappuccini, fregiandole dello stemma della Casa dei Rossi in rilievo. Probabilmente questa nuova cinta muraria, di cui non rimane traccia, doveva, partendo dalla Rocca, seguire l’andamento delle strade poi denominate Via XXV Aprile, Borgo del Monte Frumentario, Borgo della Rete, Borgo Bevilacqua e Via XX settembre. La forma del borgo era rettangolare, con polarizzazione su due centri: quello politico-amministrativo, che si accentrava nella Rocca, e quello religioso, gravante nella chiesa parrocchiale. Entro il Castello il Rossi fece decorare alcune stanze con dipinti e stucchi. Presso la porta maggiore della rocca, nel 1550, fece costruire un oratorio intitolato a Santa Catterina. Internamente vi erano tribune a filo muro, che comunicavano direttamente con gli appartamenti, e un solo altare con la pala raffigurante la titolare. Fu sepolto nell’oratorio da lui fatto erigere: per sua disposizione testamentaria venne inumato vicino alla consorte premortagli. In memoria di questa aveva fatto collocare una cospicua lapide in marmo, in una delle pareti a ponente, con la seguente iscrizione: Eleonorae Rangonia immatura morte praerepta ut qui unanimes vixere eorum corpora feliciorem animorum reditum expectantia simul etiam quiescunt monumentum in hoc Sacello Troilus II Rubeus comes XIX benemerenti ac sibi ponere curavit vixit anno XXXIII menses XI dies XI maximum sui desiderium Marito ac Petro Mariae filio maestissimis relinquens obiit anno ab orbe redempto MDLXIX III idus Januarii.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 60; M. Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 52-54.


San Secondo 30 settembre 1601-Milano 13 novembre 1635
Figlio di Federico e di Orsolina Pepoli. Nel 1624 fu inviato da Odoardo Farnese, quale ambasciatore, al pontefice Urbano VIII per prestare alla Santa Sede, in nome del Sovrano, giuramento di vassallaggio e fedeltà. Partecipò col genitore alla guerra di Savoja. Nel 1632 ebbe il comando di una compagnia di uomini d’arme dello Stato di Milano e, per l’attaccamento prestato alla Spagna durante la guerra scoppiata nel 1633 con i Francesi, fu decorato del Toson d’oro. Nel 1633 soccorse Valenza assediata dai Francesi e nel 1635  fu inviato in Valtellina contro il principe di Rohan, che l’aveva occupata. Casa Farnese, avversa alla Spagna, confiscò per vendetta il feudo di San Secondo (questa confisca durò due decenni). Le gravi ferite che il Rossi riportò nei combattimenti cui partecipò lo costrinsero a ritirarsi in Milano e ne causarono il decesso.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; Argegni, Condottieri, 1937, 60; Pellegri, Il castello e la terra di S. Secondo, 1979, 55.

ROSSI TROILO, vedi anche ROSSI GIAMBATTISTA TROILO


Parma 1205
Figlio di Sigifredo. Fu uomo distinto nella scienza del diritto. Nel 1205 fu giudice della podestaria di Belluno.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

Parma 1162
Magister Scholae, fu canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1162.
FONTI E BIBL.: P.Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911.

Parma 1209
Figlio di Sigifredo. Detto Ugo il Vecchio o ugone. Fu Podestà di Modena nell’anno 1209.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


Parma 1240/1251
Figlio di Gherardo e di Agnese Fieschi. Seguì la fazione ghibellina. Fu Podestà di Pavia nel 1240 a nome dell’Imperatore e vi era ancora nel 1247, nonostante il papa Innocenzo IV, suo zio, avesse tentato nel frattempo di fargli abbracciare la parte guelfa. Seguì le imprese di Federico II e nel 1251 fu Podestà di Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

San Secondo 1268/1282
Figlio di Ugolino. Nel 1282 fu Prevosto della Cattedrale di Parma ed è ricordato in quell’anno con onore per avere largamente sovvenuto la patria in occasione di una grave carestia. Il Consiglio della città ordinò infatti che ciascun cittadino ricco dovesse contribuire con il prestito di una somma di denaro necessaria per l’acquisto di biade: tra la popolazione furono raccolte 300 lire imperiali, 100 lire furono versate dal Vescovo di Parma e dal clero e altre 100 lire diede il Rossi assieme all’arcidiacono di Parma Brancaleone Flisco. In seguito, quest’ultimo fu sostituito nel titolo di arcidiacono dal Rossi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

ROSSI UGO, vedi anche ROSSI UGOLINO


Parma 1227/1243
Figlio di Ugo. Fu Podestà di Ferrara nel 1227, di Cremona nel 1237, di Pisa nel 1242 e di Firenze nel 1243. Durante la podestaria di Cremona il Rossi rifiutò l’aiuto richiesto dai Ravennati per combattere i Bolognesi.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


Parma 1230/1231Figlio di Orlando. Fu Podestà di Genova nel 1230, nel quale anno si recò con otto genovesi al congresso di Ravenna, indetto dall’imperatore Federico. Il Rossi fu probabilmente anche Podestà di Pavia nell’anno 1234.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.


San Secondo 1234/1254
Figlio di Bernardo e Maddalena Fieschi. Sposò Elena Cavalcabò di Viadana. Rimasto vedovo, si fece prete e nel 1234 fu nominato Canonico della Cattedrale di Parma. Prevosto della Cattedrale di Parma e Cappellano pontificio, seguì lo zio Innocenzo IV quando questi, nel 1254, si recò a Napoli per impedire a manfredi di Svevia la conquista di quel Regno. Fu assieme allo zio anche al momento della sua morte (1254). Fu quindi Arcidiacono di Parma. Ebbe poi il titolo di Conte della flaminia o Romandiola, cioè Governatore delle romagne, dimorando lungamente in ravenna. In quest’ultima carica svolse una preziosa opera di riconciliazione delle fazioni cittadine e spronò il vescovo Teodorico e i da Polenta nell’avviare la ricostruzione di quanto era stato distrutto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I; P.Martini, Archivio capitolare della Cattedrale,  in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 122; B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.


Parma ante 1278-post 1307
Figlio di Giacomo. Fu il primo Capitano del popolo di Reggio Emila (1278). Secondo il Carrari, nel 1286 fu Podestà di Modena. Comandò i Fiorentini (dei quali era divenuto Podestà) alla vittoria di Campaldino (1289) contro i ghibellini, meritandosi il privilegio di rientrare nella città di Firenze con pallio di drappo d’oro sulla testa. Il Rossi fu coadiuvato nell’impresa da Almerico Narbona, capitano cremonese, e poté contare su truppe guelfe provenienti da Siena, Prato, Lucca, Volterra, Pistoia, Bologna, San Giminiano, San Miniato e Colle Val d’Elsa. Lo scontro principale avvenne nella piana sotto Poppi: secondo le cronache contemporanee, furono uccisi circa 1700 ghibellini (tra gli altri, il vescovo di Arezzo) e altri duemila furono fatti prigionieri. Furono inoltre distrutti o conquistati quarantaquattro tra castelli e rocche del territorio aretino. Fu in seguito Podestà di diversi luoghi della Toscana e dell’Umbria (nel 1292 di Perugia, nel 1298 di Orvieto). Nel 1295 ebbe la dignità di Senatore di Roma da papa bonifacio VIII. Nell’anno 1300 ospitò nel suo palazzo di Parma Beatrice d’Este e Galeazzo Visconti, reduci dal matrimonio celebrato a Modena, e organizzò per loro splendide feste. Nel 1303 non aderì all’invito del Signore di Parma Giberto da Correggio, esteso a tutti coloro che erano stati banditi dalla città perché vi rientrassero: assieme a Guglielmo Rossi preferì, non fidandosi, restare a dimorare a collecchio, Neviano e Segalara. L’anno seguente il Rossi fu nuovamente eletto Podestà di Orvieto. Mentre stava completando questa podestaria, fu ancora una volta bandito da Parma (con i principali componenti delle famiglie Rossi, Senaza, Enzola, Lupi e ruggieri) in seguito all’omicidio di un servitore dei da Correggio. La sua casa fu bruciata e tutti i suoi beni confiscati. Analogamente fu fatto per le sue possessioni di Collecchio, Neviano e Segalara. Nel 1304 fu eletto reggente della gran Corte della vicaria di Napoli. In unione con Azzo d’Este, nel 1305 il Rossi compì diverse scorrerie nel Parmigiano sulle terre dei da Correggio, saccheggiando e devastando. Nell’aprile 1307, su invito dei da Canossa, il Rossi e gli altri fuoriusciti parmigiani presero posizione nel castello di Gesso, che fortificarono per timore dei da Palude. Nello stesso anno Giberto da Correggio attaccò Gesso distruggendo il paese.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia di Parma, Parma, 1795; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 307 e s.; V. Carrari, Historia dei Rossi parmigiani, Ravenna, 1583; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, Parma, 1837; F. Sansovino, Dell’origine et dei fatti delle famiglie illustri d’Italia, Venezia, 1609; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Firenze, 1904; F. Stella, Genealogia della famiglia Rossi, Parma, 1687; C. Argegni, Condottieri, 1937, 60.

Parma 1336/1344
Figlio di Bernardo e di Alessandra Ruggeri. Nel 1336 fu proscritto da Martino della Scala. Nel 1338 fu imprigionato dai da Correggio e nel 1343 visse, da fuoriuscito, presso Obizzo d’Este. Ritornò a Parma l’anno seguente, quando Obizzo comprò la città da Azzo da correggio. Una volta vedovo (aveva sposato Alessia Ruggieri), fu eletto Protonotario apostolico.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e seg.; P.Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

San Secondo 1278 c.-Milano 28 aprile 1377
Figlio di Guglielmo Rossi e di Donella Carrara. Fu Canonico della Cattedrale di Parma e nel 1298 Prevosto mitrato reggente la Chiesa di Borgo San Donnino. Il Comune di Parma, per ottenere l’assoluzione dall’interdetto a cui era stata sottoposta la città per avere somministrato milizie a Galeazzo Visconti contro i divieti della parte guelfa (a capo della quale era il fratello del Rossi, Rolando), mandò in dono al Legato pontificio Bertrando del Poggetto una coppa d’argento con mille fiorini d’oro, promettendo per l’avvenire ubbidienza alla Chiesa. Il Legato fece buon viso ai nunzi ma ricusò il dono, scrivendo il 1° dicembre 1322 al Rossi, canonico di Parma e suo cappellano, perché esaminasse l’affare e, riconosciuto per vero che i Parmigiani non avrebbero aderito al Visconti, li assolvesse dalle censure contratte. Tanto fu il giubilo alla notizia che il Rossi aveva tolto l’interdetto, che si celebrò più solennemente del solito la festa di San Bernardo (4 dicembre 1322). Da quel momento i Rossi acquistarono in Parma una quasi assoluta autorità, perciò cercarono di avere uno della loro famiglia vescovo di Parma e si adoperarono presso il Legato l’anno dopo, allorquando Simone Saltarelli passò alla sede di Pisa, perché sulla Cattedrale parmense fosse collocato il Rossi, che non oltrepassava i 23 anni d’età. Si legge nel Chronicon Parmense: In questo tempo frate Simone Saltarello de l’ordine de’ Predicatori, qual era episcopo di Parma, renonciò il detto episcopato e fu fato arciepiscopo di Pisa; et Ugolino Rosso fiolo di Guilielmino Rosso, canonico parmense; eletto fu episcopo parmense per il predetto legato qual era a Placentia, e questo di consentimento del Papa. Et quello anno a’ 15 di magio, un mercore dopo vespero, venero lettere di detta elletione de la quale fu gran letitia in Parma e la sera del detto dì fati furon falodii grandi et luminarij in segno di letitia sopra omni tore, tanto delle chiesie quanto altre, et omni casa e loco et piaza; e tutte le campane sonaron detto dì con gli duoi seguenti, stete serato il palazo comune et ogni botega e si fecero bagordi e feste per la città. L’elezione del Rossi avvenne ufficialmente ai primi giorni del mese di giugno. Infatti papa Giovanni XXII notificò con sua lettera del 6 giugno 1323 al Rossi la sua promozione al Vescovado di Parma per la traslazione di Simone Saltarelli all’arcivescovado di Pisa, vacante presso la Santa Sede. Si legge nella lettera, datata da Avignone: in dilectum filium Ugolinum electum Parmensem, ejusdem ecclesiae canonicum, genere nobilem, licet patientem in ordinibus et aetate defectum cum in minoribus ordinibus et vigesimo tertio aetatis suae anno, vel circa illum constitutus existat. Con lo stesso tenore il Pontefice scrisse lo stesso giorno al Capitolo della Cattedrale, ai vassalli della Chiesa parmense, al clero e al popolo della città e diocesi di Parma. Il giorno dopo il Papa concesse la facoltà al suo Legato Bertrando del Poggetto di eleggere le persone di sua fiducia per decidere su certe cause gravi (tra i prescelti figura il Rossi). Il Pontefice scrisse il 18 luglio al Rossi, che aveva ricevuto soltanto gli ordini minori, di avergli concesso la facoltà di ricevere gli ordini sacri e la consacrazione dal vescovo che più gli sarebbe piaciuto. Il Rossi si trovò a Piacenza il 21 gennaio 1323, quando furono condannati i figli di Matteo Visconti di Milano. Erano stati invitati a discolparsi i tre ambasciatori di Lodovico di Baviera, Bertoldo di Marsteron, detto di Niffen, Bertoldo di Greyspach e Federico di Trubenlingen, ma, non essendosi presentati, furono condannati in contumacia. La sentenza di condanna dei suddetti ambasciatori, messi imperiali in Lombardia, fu data dal papa Giovanni XXII il 12 aprile 1324. La pubblicazione del processo contro i figli del Duca di Milano venne fatta solennemente nel Duomo di Parma il 20 maggio 1324 e contro Lodovico di Baviera il 17 dicembre dello stesso anno, nella chiesa benedettina di San Giovanni Evangelista in Parma. Il Papa nominò il 27 luglio 1323 i vescovi di Bologna e Modena e il Rossi, come giudici conservatori al vescovo di Reggio. Il 13 agosto di quell’anno il Rossi, il vescovo di Siena e l’abate del monastero di San Savino della diocesi pisana furono nominati dal Papa giudici conservatori dell’Arcivescovo di Pisa. Il Rossi, che era a conoscenza che gran parte dei beni appartenenti alla sua Mensa vescovile era stata occupata illegalmente, ricorse al papa Giovanni XXII, il quale il 13 agosto 1323, da Avignone, incaricò Simone Saltarelli, arcivescovo di Pisa, il vescovo di Reggio, Guido Roberti, e l’abate del monastero di Castione di investigare se fosse vero quanto gli aveva esposto il Rossi, e cioè che vescovi, chiese, collegi, università, conti, baroni e Comuni avessero occupato e occupassero terre, case, poderi e sostanze della Mensa vescovile di Parma: se le lagnanze del Rossi fossero state confermate, gli si doveva dare un valido aiuto, ricorrendo anche al braccio secolare. Quando il Papa, il 19 settembre 1323, concesse a Ubertino Segalini una prebenda canonicale nella chiesa di San Giovanni di Modena, si rivolse per l’esecuzione di tale conferimento al Rossi, al vescovo di Piacenza e al prevosto di San Giovanni de domo piacentino. Il Rossi fu a Parma fin dal 1° settembre 1323: Al primo setembre una giobia, Ugolino Rosso fiolo di Guglielmino eletto episcopo di Parma, qual era a Placentia, vene a Parma et con maximo honore, letitia e bagordi fu ricevuto et hospitato nel palazo de l’episcopo; e tutto quel dì il palazo comune e statione de’ mercanti stetero chiuse: e furon fati per tutto quel mese gran doni e presenti al detto episcopo da tutte le arte e mestierij de la cità; dal collegio de’ notarij gli fu donato dal suo comune in vaso di argento lire 100 imperiali, e deto episcopo fece un magno convito a li presidenti di dette arte e mesterij et a molti altri boni homini di Parma (Chronicon Parmense). Al principio del 1324 il Rossi, che aveva ormai ricevuto tutti gli ordini sacerdotali, ritornò a Piacenza per esservi consacrato vescovo: Di genaro domenica, dominus ugolinus Rubeus, electus parmensis, consecratus fuit in episcopum parmensem in civitate Placentiae, ubi erat dominus legatus, secundum ritum ordinatus, habitis omnibus ordinibus; et multi boni homines de Parma iverunt Placentiam ad dictam consegrationem et ad festum quod ibi postea per eum factum fuit; quo facto, reversi sunt domum, e lo episcopo restò ivi per volontà del legato (Chronicon). Poiché il Rossi fu ospite del vescovo di Piacenza, fece un’offerta di sette fiorini d’oro (1° febbraio 1324) per indennizzarlo delle spese che aveva sostenuto durante il suo soggiorno. Fu vicario generale del Rossi l’aretino Filippo Urbeventi, il quale, a nome del Rossi, ricevette il 4 febbraio 1324 una somma legata da Guido di Bologna ai frati minori e ai mansionari della Cattedrale di Parma. Altro vicario del Rossi fu, dal 14 febbraio dello stesso anno, Guglielmo de Gagis, prevosto del Battistero. Ritornando da Piacenza dopo la sua consacrazione fatta dal legato del Papa, Bertrando del Poggetto, assistito da Bernardo da Cario, vescovo di Piacenza, e da un altro vescovo, gli andarono incontro i più nobili cittadini delle due fazioni, in cui era divisa la città di Parma, e tutto il popolo che lo accolse con sommo plauso. Vincenzo Carrari nella Storia dei Rossi parmigiani scrive che né per l’addietro, né per molti anni avvenire fu in Parma il più celebrato spettacolo, né un maggior concorso di gente. Così racconta il Chronicon: A’ 12 Julio una giobia anzi tercia, Ugolino Rosso episcopo vene a Parma consacrato, e fu anco ricevuto con honore dal clero e popolo, et al modo solito primo andò al monasterio di santo Joanne. Il 16 luglio 1324 il Rossi diede in feudo le terre delle Ghiare di Boretto ad alcuni uomini di quel luogo per la somma di 70 fiorini all’anno. Il Rossi fece costruire una fortezza a Collecchio, che però nel maggio del 1325 fu incendiata e distrutta dai nemici di Borgo San Donnino. Poiché l’Ospedale di Rodolfo Tanzi era stato gravato di decime e di collette da parte della Santa Sede e dei vescovi di Parma, il Rossi si rivolse al Pontefice perché per l’avvenire fosse dichiarato esente. Il Papa, da Avignone, il 24 gennaio 1326 ordinò al cardinale Bertrando del Poggetto, legato della Santa Sede, di informarlo circa l’esenzione richiesta a favore dell’ospedale di Sant’Antonio, che si dice di Rodolfo. Lo stesso giorno il Papa concesse quaranta giorni d’indulgenza ogni anno a coloro che avessero visitato la chiesa di Sant’Antonio dell’Ospedale parmense che si dice di Rodolfino, nelle singole festività di Santa Maria, di San Giovanni, di Santo Stefano, di San Vincenzo, di sant’antonio e di Santa Caterina, e offerto elemosine per il sostentamento dei poveri e degli infermi di quell’ospedale. Nel novembre del 1325, i confinati partigiani del Rossi furono tolti dal bando, qualunque fosse stata la loro colpa. Il 22 novembre 1325 il cardinale Legato Bertrando del Poggetto si portò a Parma accompagnato dai suoi soldati. Tutto il popolo andò a incontrarlo insieme alle autorità cittadine, con i vessilli. Intervenne il Rossi con tutto il clero regolare e secolare e le croci di tutte le chiese della città. Bertrando del Poggetto fu ospitato nel vescovado. Il Rossi ricorse al Papa supplicandolo di concedere al priore e ai frati del monastero di Santa Maria Maddelana nel pievato di Basilicanova la chiesa di Sant’Anna, che aveva una rendita di 25 fiorini d’oro, appartenente alla badessa e al convento del monastero di Fontanelle, dell’Ordine cistercense, soggetto alla diocesi di Parma, dopo aver dato una certa compensazione, se possibile, altrimenti secondo il beneplacito della badessa e del convento. Il Papa, il 24 gennaio, ordinò a Bertrando del Poggetto, suo legato, di intervenire e disporre secondo il desiderio del Rossi. Il Rossi indirizzò al Papa una petizione perché fosse ceduta al monastero di Fontevivo la casa del priore dei frati del Martorano, sita presso le fosse della città, non esente ma sottoposta al vescovo medesimo. Il Papa il 24 di gennaio ordinò a Bertrando del Poggetto di informarsi e di riferirgli circa una siffatta unione. Papa giovanni XXII, il 24 maggio, invitò bertrando del Poggetto a cedere la casa già data in custodia dal Rossi ai Servi di Maria, perché così potessero edificare altra chiesa più adatta e più comoda. Il Rossi, per promuovere la devozione e la pietà tra il popolo, supplicò Giovanni XXII di concedere speciali indulgenze alla sua chiesa maggiore. Il Pontefice, da Avignone, il 18 marzo 1326 concesse l’indulgenza di 100 giorni a chi avesse visitato ogni anno la chiesa parmense di Santa Maria nelle feste della Natività della Madonna, di Pasqua, di Natale, dell’Annunciazione, Purificazione e assunzione della Vergine e di San Bernardo, e di 40 giorni nelle ottave delle suddette festività. Il 6 aprile poi ottenne dal Papa la dispensa dei difetti di nascita per quattro chierici de soluto et de soluta genitos per potere adire alle ordinazioni ed essere investiti di benefici ecclesiastici. Il Rossi ottenne dal Papa, il 20 maggio, la facoltà per tutti i monasteri esenti e non esenti di San Benedetto, Cistercensi e di San Marco non aventi un numero sufficiente di monaci, di sopprimerli e di fare accettare le singole persone idonee in altri conventi. Il 23 maggio ottenne pure dal Papa di poter conferire a persone idonee i benefici, ancorché con dignità, di sua collazione, nonostante la riserva di due anni a favore dei romani pontefici. Gli fu inoltre data il 1° giugno la facoltà di poter assumere un laico o un chierico al posto di uno dei quattro fabbricieri, qualora fosse rimasto vacante, col diritto di percepire i proventi inerenti all’ufficio stesso. Il 10 giugno 1326 il Papa ordinò a Bertrando del Poggetto, legato della Sede apostolica, su supplica del Rossi e del nobile Rolando Rossi, che, per l’avvenuta morte di Dionisio, fosse eletto Matteo de’ Cancelli abate del monastero di Fontevivo dell’Ordine dei Cistercensi. Alla fine di luglio il Rossi riconfermò la donazione di San  Prospero e delle paludi di Fognano, già concessa da Bernardo e da tutti i suoi antecessori alla Fabbriceria della Cattedrale di Parma. Il Papa, avendo saputo che la città di Parma si era sottomessa spontaneamente al dominio pontificio, si rallegrò, con lettera del 9 novembre, col Rossi perché ciò si doveva per l’opera sua e dei suoi fratelli Rolando e Marsilio. Lo esortò altresì ad adoperarsi perché la città rimanesse ferma nella devozione verso il Pontefice e la Chiesa romana e lo pregò di assistere con i suoi consigli e aiuti Bertrando del Poggetto. In quello stesso anno (22 novembre) giunse a Parma il cardinale legato del Papa con grande seguito di prelati, baroni e soldatesche. Si portarono a incontrarlo solennemente il Rossi, il clero, il podestà, il capitano del popolo, gli anziani e i capi dei collegi e delle arti, con le bandiere spiegate tra il suono festoso delle campane e gli evviva di tutto il popolo di Parma. Il Rossi, che cedette al Cardinale e alla sua corte il palazzo episcopale, si ritirò nella canonica del Battistero. Il 21 dicembre 1326 il Papa ordinò al cardinale legato di confermare la donazione del castello di Pietramogolana fatta dal Rossi a Pelavicino Pelavicino di Pellegrino. Poiché Mannello da Vallisnera vantava diritti su alcune famiglie nella curia di Corniglio, di Rigoso e altre ville, il Rossi, desiderando di avere libero e quieto possesso di quelle sue terre (di cui era podestà e rettore il parente Galvano Rossi), ne acquistò le ragioni e così poté assicurare alla sua Chiesa l’intero vassallaggio dei suoi sudditi (l’atto fu rogato da Veltrezzolo del Bosco sotto il portico della chiesa di San Lorenzo di Rigoso il 5 febbraio 1327). Giovanni XXII il 29 giugno inviò lettere al Rossi, all’abate del monastero di Fossinara della diocesi di Modena e all’arciprete di Foliano di Reggio, ordinando loro di conferire a Guido dei Medici, reggiano, la pieve di San Giovanni di Bagno, riservata alla Sede apostolica. Lo stesso giorno Bertrando del Poggetto confermò le concessioni feudali fatte da Obizzo Sanvitale e poi da Simone Saltarelli e dal Rossi a favore del nobile Guglielmo Merelli de Cornazano di decime e frutti che avevano i vescovi di Parma sulle possessioni poste in Viatica e in quelle pertinenze. Il 1° di luglio il Papa scrisse allo stesso cardinale legato perché concedesse al Rossi la licenza di poter permutare con Guglielmo Rossi le curie di Corniglio e di Rigoso e i diritti che il vescovo e la mensa possedevano nel pievato di Berceto e di Monte Bardone, con altre possessioni situate nella medesima diocesi. Il Rossi, il 15 agosto 1327, ricevette due lettere dal Papa: una gli concesse la facoltà di ricevere nei monasteri esenti e non esenti di San benedetto, dei Cistercensi e degli Umiliati della sua diocesi le persone scelte da lui, e l’altra, dello stesso tenore, con la quale gli diede la facoltà di accogliere nei monasteri delle monache le persone di suo gradimento. Per ordine del Papa, il 1° dicembre 1327 il Rossi, insieme al prevosto del Battesimo e all’arciprete della Cattedrale, diede al superiore del monastero degli Umiliati di Parma la facoltà di far propria la somma di 400 fiorini d’oro e di altro denaro, che era stato imposto a favore di tutto l’Ordine dal maestro generale. Papa Giovanni XXII, con sua bolla da Avignone, concesse l’immunità dalle collette e da altri gravami all’Ospedale di Sant’Antonio in Parma, detto di Rodolfo Tanzi, e ai suoi inservienti, su preghiera del Rossi e di Bertrando del Poggetto, legato della Sede apostolica in Lombardia. Ma poiché il Comune non volle comprendere nell’esenzione i fratelli e i conversi abitanti fuori dell’ospedale, i frati inoltrarono un ricorso al Papa, il quale il 21 dicembre 1327 scrisse al Rossi, al vescovo di Modena e al prevosto del Battistero, perché presso il podestà, il capitano, il rettore e gli altri ufficiali si adoperassero e ottenessero a favore dei fratelli e dei conversi che non dimoravano nell’ospedale ogni immunità, purché abitassero le case dell’ospedale poste in città. Il 25 febbraio 1328 il Rossi investì di certe terre, poste nelle ville di noceto e Medesano, per una libbra di cera all’anno, Pietro Garimberto della vicinia di Santa Cecilia. Il Papa, da Avignone, il 23 dicembre 1327 scrisse al Rossi concedendogli la facoltà di ricevere da Giovanni da Enzola, canonico della chiesa di Padova, la rinuncia dei canonicati e delle prebende che aveva ottenuto nella stessa chiesa di Padova, nella chiesa Morinense e di San Pietro de Maceriis e gli arcipresbiterati della Pieve di San Pancrazio e della chiesa remense e il diritto di conferire le dette prebende canonicali e gli arcipresbiterati a persone di sua scelta. Il 15 dicembre 1328 Pietro Rossi, fratello di Rolando, che aveva condotto in sposa Ginetta, figlia di Carlo Fieschi, Signore di Calestano, si portò a Parma con grande seguito di cavalieri e fu alloggiato in Vescovado, dove per tre giorni si fecero grandi feste e banchetti. Nell’anno 1329 il cardinale legato chiamò a Bologna Rolando Rossi e lo fece imprigionare. I Parmigiani, per nulla soddisfatti circa l’operato del cardinale, determinarono di darsi a Lodovico di Baviera, allora a Pavia, e gli mandarono Marsilio Rossi per stringere alleanza. Il legato lanciò allora l’interdetto contro la città di Parma. Il 24 giugno 1329 l’esercito del legato ebbe il suo quartiere nella terra di Beneceto. In quel giorno fu concordata una tregua tra il Comune di Parma e l’esercito nemico fino al giorno di San Pietro. Nei giorni di tregua il Rossi fu più volte a parlamentare col capitano dell’esercito, finché fu fatta la pace tra la Chiesa e il Comune di Parma, pace che fu gridata e pubblicata dalle scale del palazzo degli Anziani e per la città la vigilia di San Pietro (28 giugno). Ad Aimerico, camerario del legato, fu consegnata una chiave di ogni porta della città, un’altra al Rossi, al rettore e agli Anziani della città. Nell’ottobre il Rossi consentì che fosse imposto un tributo agli ecclesiastici. Il Rossi, avendo inteso che Lodovico il Bavaro, giunto a Cremona, si sarebbe portato a Parma, si ritirò nel suo castello di Corniglio: D’Ottobre lo episcopo parmense per lo interdito e per lo advento de’ Todeschi e de l’imperatore, qual s’aspettava ogni dì in Parma uscì de la città et andò a stare con certa sua famiglia a Cornilio, qual era terra de l’episcopato di Parma (Chronicon Parmense). Il 17 novembre Lodovico il Bavaro, varcato il Po per la via di Colorno, si condusse a Parma insieme alla consorte e con grande seguito e alloggiò nel palazzo vescovile. Il giorno dopo fu dichiarato Signore di Parma, ricevendo le chiavi della città. Ai primi di dicembre partì da Parma, dopo aver creato suo vicario imperiale in Parma e in tutto il suo distretto Marsilio Rossi. Il 21 agosto 1331 il Rossi concesse in affitto le decime sul canale posto nel territorio di Serravalle a Bonifacio Scarpi, coll’obbligo di pagare due libbre di cera all’anno. Poiché la badessa del monastero di San Siro in Piacenza aveva ricorso alla Santa Sede perché i baroni, i conti, i marchesi e il clero molestavano e avevano occupato i beni di sua pertinenza, il pontefice Giovanni XXII il 18 gennaio 1332 ordinò all’arcivescovo di Milano, al Rossi e al vescovo di Piacenza di venire in suo aiuto, anche, se fosse stato necessario, colle censure e col ricorrere al braccio secolare. Da Lucca il re Giovanni di Boemia si portò a Parma e il 18 ottobre 1333 partì dalla città accompagnato per un buon tratto di strada, dalla porta di San Barnaba fino al Po, dal Rossi e da tutta la nobiltà, lasciando come suo vicario in Parma e suo distretto Rolando Rossi con pieni poteri. Intanto i Bolognesi si sollevarono contro il legato pontificio (1334), scacciandolo dalla città. Si rifugiò in Toscana, per andare poi ad Avignone presso il Pontefice. Allora il Rossi, prevedendo la caduta di Parma, raggiunse il legato a Lucca, con l’intenzione di imbarcarsi a Pisa e fermarsi alla Corte papale: D’aprile Ugolino, Dei gratia episcopo di Parma, con honere accompagnato andò a Lucca per andare incontro al Legato, qual volevasi imbarcare a Pisa per andare in Avignone (Chronicon). L’esercito filo imperiale si portò nell’agosto del 1334 contro il castello di Colorno e bruciò i mulini del Vescovo e quelli di Torrile. Dopo la partenza del legato da Bologna, si portò a Parma alla fine di dicembre 1334, nella qualità di vice legato, Bernardo Caursio et hospitava in casa de l’archidiacono di Parma in la canonica del Domo e stando in Parma molto favoriva i regenti di Parma, il vescovo, gli Rossi, gli anciani. Di genaro venero lettere da Ugolino Rosso nostro episcopo, che la absolution de ogni caso nel qual si fosi incorso contro papa Iohanne, già morto, et contra il legato, havendo auttorità dal papa che absolvere lo interdito et excomunication qual era in Parma, e ne fu gran gaudio (chronicon, all’anno 1335). Eletto papa Benedetto XII il 20 dicembre 1334 in Avignone, il 20 febbraio 1335 scrisse al Rossi concedendo la dispensa a Giovanni Ubertini supra il difetto dei natali. Il Rossi il 5 dicembre 1335 investì per nove anni Zarino dei Zangrandi dei fossati del castello di Poviglio, con l’obbligo di pagare una libbra di cera all’anno. Il 19 dicembre ordinò che la somma di denaro da spendersi dal rettore del beneficio di San Bartolomeo della Ghiaia servisse a vestire alcuni poveri secondo l’intenzione del fondatore Luchesino Cogoni. Il 21 dicembre 1335, in Duomo, il Rossi lesse e spiegò le lettere del Papa e predicò la crociata in Terra Santa. Si tornò a predicare la crociata nel febbraio del 1336 primo per lo espicopo parmense e per altri preti dando a chi pigliasi la croce indulgentia, remissione de tutti i peccati. I Rossi furono accusati dai da Correggio di aver attentato alla vita di mastino della Scala, per cui l’8 maggio 1336 furono condannati al bando perpetuo e le loro cose confiscate. Il Rossi il 6 maggio se ne andò a Corniglio con un fratello. Mastino della Scala si impossessò dei beni della mensa vescovile nel maggio e giugno 1336, appropriandosi delle rendite per mezzo dei suoi ufficiali. Azzo da Correggio distrusse il palazzo vescovile di Colorno e di quelle pietre si servì per fabbricare una sua rocca. Benedetto XII il 31 luglio scrisse a Mastino della Scala e lo esortò, per rispetto verso la Santa Sede, a rimettere nel pristino possesso il Rossi, che era stato spogliato di tutti i beni e messo pubblicamente al bando more latronum publice exbandiri. mastino della Scala mandò allora Azzo da Correggio in Avignone perché facesse conoscere al Pontefice il suo pensiero. Azzo da Correggio perorò a favore di Mastino della Scala e nel tempo stesso cercò di scusarlo di tutto ciò che aveva fatto contro il Rossi, soggiungendo che sarebbero stati restituiti i suoi beni, sebbene i tempi calamitosi vietassero il suo ritorno in diocesi. Il Rossi, che non si sentiva abbastanza sicuro in Corniglio, riparò a Padova, città che già aveva accolto benevolmente i suoi valorosi fratelli Pietro e Marsilio. La promessa di mastino della Scala di restituire i beni confiscati e di togliere il bando al Rossi non ebbe attuazione. Allora Benedetto XII, da avignone, il 15 maggio 1337 ordinò all’abate secolare Daurat e a Pietro de Talliata, canonico carnotense, di citare Alberto e Mastino della Scala dinanzi alla Sede Apostolica, allo scopo di fare giustizia al Rossi. Il 13 novembre 1337 il Papa, da Avignone, scrisse al Rossi, a Giovanni da Ponte, padovano, e a Francesco dei maccassoli, piacentino, perché investissero Lorenzo della Torre, chierico parmigiano, dell’arcipretura curata e collegiata della pieve di Santa Maria di Trabaziario nella diocesi di Piacenza, vacante per la morte di Pietro Venerosi. Poiché vane continuavano a essere le promesse di Mastino della Scala, il Papa, da Avignone, il 4 dicembre 1338 scrisse all’arcivescovo di ravenna e ai vescovi di Imola e Faenza ordinando loro di pubblicare le pene nelle quali erano incorsi Mastino della Scala, i suoi complici e gli ufficiali che egli teneva in Parma, secondo la Costituzione del Concilio viennense. Mastino della Scala chiese e ottenne la pace, che fu conclusa il 24 gennaio 1339. Tra le condizioni imposte, vi era quella di restituire al Rossi tutte le proprietà della Chiesa e le sue private, di cui era stato spogliato, e di riconoscere le città di Verona, Vicenza e Parma, finché fosse stato vacante l’Impero, come ricevute dal Papa in vicariato, pagando un canone di 5000 fiorini d’oro e stipendiando le milizie a favore della Chiesa. Mastino della Scala, i Correggesi e tutti i loro partigiani ottennero dal Pontefice l’assoluzione dalle censure. Poiché Azzo da Correggio aveva chiesto la licenza di permutare con il Rossi possessioni appartenenti alla Mensa vescovile poste nella terra di Colorno, nella quale terra aveva costruito un castello, il Papa scrisse l’11 ottobre 1339 al vescovo di Mantova, all’abate del Monastero di Santa Maria di Valserena e al prevosto della chiesa di Borgo San Donnino perché s’informassero e riferissero circa la proposta di detta permuta. Il 9 febbraio 1340 fece il suo testamento a Padova Guglielmo, padre del Rossi, istituendo suo erede universale il figlio Rolando e i figli di lui. Al Rossi lasciò solo dieci lire di moneta di Parma. Inoltre Guglielmo ordinò che i suoi eredi fondassero un beneficio sacerdotale nella chiesa di Sant’Andrea di Parma nei modi, forme e condizioni dettate dal Rossi, il quale ne sarebbe stato il patrono per tutta la vita (dopo la sua morte il diritto doveva passare ai suoi eredi). Azzo da Correggio domandò in feudo il monte sopra Castrignano, perché di nessuna rendita della Mensa vescovile, avendo intenzione di costruirvi un castello per la difesa dei suoi vassalli. Il Rossi il 4 giugno 1340 interpose appello davanti a Benedetto XII contro il Correggese per essere Castrignano della Chiesa parmense. Poiché Taddeo della Costola, dottore di decreti e canonico della Cattedrale, aveva lasciato in testamento alcuni legati da spendere nell’ornare la Cattedrale, il Rossi volle, con suo decreto del 24 gennaio 1341, che i redditi fossero spesi per l’acquisto di due libri corali: uno contenente gli Invitatori col Venite exultemus, il Te Deum, i suffragi dei Santi, Kyrie, Gloria e Credo, e nell’altro gli uffici propri di Santa Maria Maddalena e di San Bernardo vescovo di Parma e tutti gli altri uffici propri, con le note musicali, e ordinati secondo la forma e l’ordine usati dalla Chiesa romana. I due volumi furono poi muniti del sigillo del Vescovo. Quando il sacerdote Donnino raimondi eresse in onore della Santissima Trinità l’oratorio e l’ospedale della disciplina di Portanova per rinnovare l’antica società dei Disciplinanti, il Rossi, ritornato da poco dal suo esilio, il 29 giugno 1341 ne approvò la costituzione, a istanza di Paganino dei Costanti. Il Rossi, con sua lettera da Padova del 28 febbraio 1341, incaricò Altigrado della Costola di esaminare se la dote costituita di case e terre offerte da Giacomo degli Antichi fosse sufficiente per fondare due benefici, uno in San Quintino e l’altro in qualunque altra chiesa. Il Rossi (da Padova, 6 maggio 1342) ordinò che con i beni appartenenti alla chiesa di San Lorenzo, nel pievato di San Pancrazio, e con quelli lasciati da Andriolo di Ugone, venissero trasferiti al monastero di San Paolo, ove istituì un beneficio, coll’obbligo di celebrare almeno tre messe la settimana. Era allora vicario del Rossi Giacomo da Ramiano, arciprete della pieve di Corniglio. Dopo dieci anni di esilio (cioè verso la fine di giugno del 1341) il Rossi ritornò alla sua sede di Parma, ma vi trovò demolito il palazzo di Colorno, devastati i fondi della Mensa, rovinati i castelli, smantellate le case e derubati gli animali che servivano alla coltivazione delle terre. Per riparare in qualche modo ai danni, chiese del denaro in prestito a suo fratello Rolando: secondo la stima del suo vicario Bartolomeo Martelli, dottore di decreti, l’ingente somma di 10171 fiorini d’oro. Richiesto più volte della restituzione, promise di farla, senza però riuscire a mettere insieme una somma così vistosa. Perciò Giacomo Rossi, suo nipote, e Agnese, vedova di Rolando, ricorsero a papa innocenzo VI, il quale, con sua lettera da Avignone del 12 giugno 1353, delegò Valente, arciprete di Carpi, di esaminare questa causa e proferire una sentenza definitiva. L’arciprete subdelegò in sua vece Baccio, abate benedettino del monastero di Santa Maria di Castione dei Marchesi, il quale, il 15 dicembre 1354, pronunciò una sentenza a favore dei nipoti del Rossi, condannandolo alle spese e a pagare la somma dovuta. La sentenza fu confermata da Valente il 13 aprile dell’anno dopo, onde il Rossi cedette ai nipoti, in pagamento del debito, le terre di Corniglio, Roccaferrara, roccaprebalza e Corniana (rogito di Bartolomeo Nasingueri da Carpi, notaio imperiale). La consegna delle tre prime terre non fu formalmente eseguita se non quindici anni dopo (13 giugno 1370). Il 22 luglio 1344, il Rossi concedette in feudo ai procuratori dei comuni di Scurano, di Rignano e Mezzano tutte le decime con l’obbligo di pagare ogni anno 10 libbre di cera. Obizzo d’Este, marchese di Ferrara, il 22 settembre 1344 vendette la città di Parma a Luchino Visconti al prezzo di 70000 fiorini d’oro. Il nuovo Signore inviò Paganino Bizozzero, che ridusse la città a una fortezza per guardarsi dalle insidie nemiche. Temendo che da un momento all’altro potesse scoppiare qualche sommossa, il Rossi decise di portarsi a Padova, lasciando a Parma il suo vicario generale Giacomo da Ramiano. L’anno dopo ritornò alla sua sede vescovile. Il 19 ottobre 1347, il Rossi esaminò e decise intorno a una causa giudiziaria: i mansionari della Cattedrale sostenevano che il beneficio goduto da Nicolò di Carpaneto, fondato dal mansionario Giacomino del Bocchetto, doveva essere aggregato agli altri benefici delle mansionarie, perché tale era stata l’intenzione del fondatore. Nicolò di Carpaneto invece pretendeva che il beneficio fosse libero, non vincolato da alcun obbligo. Il Rossi esaminò la vertenza e decise in favore dei mansionari, ordinando che a loro fosse devoluto e che Nicolò di Carpaneto partecipasse però ai proventi. Il Rossi durante la dominazione di Luchino Visconti tornò ad abitare in Parma e vi rimase finché questi visse e poi anche sotto il governo dell’arcivescovo Giovanni Visconti. Il sacerdote Donnino Raimondi fondò nell’oratorio da lui eretto un beneficio col consenso del Rossi, sotto l’invocazione della Santissima Trinità, e gli assegnò 85 biolche di terra nella villa di Tanzolino. In tal modo ravvivò l’antica società dei disciplinati, le cui costituzioni il Rossi aveva approvato fin dal 29 giugno 1341. Il papa Clemente VI, da Avignone, il 21 agosto 1348 scrisse al Rossi concedendogli la facoltà di ammettere nella milizia ecclesiastica Ettore Rossi, scolaro parmense, nonostante il difetto dei natali (era figlio naturale di Andreasio Rossi). Il 4 giugno di quell’anno Tedisio, monaco di San marciano di Tortona e vicario generale del Rossi, dichiarò quali erano le decime del Vescovado in base all’istrumento del 12 marzo 1273. Sono elencate tutte le chiese di città e campagna con i parroci titolari. In quell’anno il Rossi ordinò la misura delle sue terre di Poviglio e di Meletolo. Il 15 novembre 1348, col consenso del Capitolo, decretò l’unione del monastero di Vigorculo, con ogni suo diritto e sue competenze, a quello, dello stesso Ordine, di Sant’Agnese in Parma. Inoltre minacciò di scomunica le monache se avessero rifiutato l’unione, ordinando alle suore di Sant’Agnese di prendere possesso del monastero di Vigorculo e dei suoi beni. Clemente VI il 7 maggio 1351 si rivolse al Rossi perché difendesse e proteggesse Andreasio Rossi, milite parmense, molestato dall’usuraio Marchetto Ognibene di Parma. Quando si volle togliere al Rossi il diritto di riscuotere un certo dazio su Brescello, egli rivolse un’istanza all’arcivescovo Giovanni, Signore di Milano, che ordinò (1351) che fosse mantenuto tale diritto a favore della Chiesa parmense. Secondo quanto dice l’abate di Sade, il Rossi fu troppo facile a credere ciò che astuti adulatori gli sussurravano negli orecchi. Quando nel giugno 1351 il Petrarca lasciò Parma, dove era stato nominato arcidiacono da Clemente VI (29 ottobre 1346), si sparse la voce che il poeta si recasse ad Avignone al solo scopo di nuocere al Rossi, screditandolo di fronte al Papa. Il Petrarca, informato dell’opera nefasta di questi malevoli e dei tristi effetti prodotti sull’animo del Rossi, gli scrisse una lunga lettera da Avignone nel 1352, recapitata per mezzo di un amico che aveva in Parma, familiare di casa Colonna, Luca Cristiano di Roma. La lettera è interessante e giova quindi darne un sunto. Anzitutto il Petrarca si mostra meravigliato che lo possa ritenere suo nemico, quando ha fatto di tutto per meritarne l’amicizia. Con rispetto, l’avvisa di non credere agli impostori, che si ammantano da uomini onesti e godono nel dividere gli animi uniti (non mi mescolo con siffatta genia che disprezzo). In quest’affare non vuole che lui come testimone e giudice. Mai ha pensato di nuocere a chicchessia, e sempre ha lasciato la satira e la vendetta alle femmine. Quand’era offeso consolava il suo cuore con le parole di Dio: A me la vendetta, io renderò la retribuzione. Prova poi insussistente l’accusa di fermarsi ad Avignone per ordire trame contro il Rossi, perché i motivi, onde gli uomini sogliono fare del male agli altri, sono per lo più l’odio, l’invidia, la speranza e il timore. Non l’odio, perché confessa di non avere ricevuto da lui che benefici. Si gloria anzi di essere stato dal Rossi amato e distinto tra i molti, prima di ottenere la dignità dell’arcidiaconato. Non l’invidia, perché contento della sua sorte, reputandosi in quella vece più invidiato che invidioso, mentre compativa la condizione dei vescovi che, come il Rossi, dovevano portare il peso di una diocesi e a cui si aggiungeva da parte sua il dover sopportare le querele così frequenti dei suoi concittadini. Non la speranza, perché con la sua caduta non sarebbe salito più in alto. Non ambiva né disprezzava le dignità: avrebbe potuto salire a uffici sublimi ma non l’ha voluto. Gli ripugna l’esaltazione e preferisce una modesta libertà a una sfolgorante schiavitù. Non il timore poteva spingerlo alla denigrazione, perché dal Rossi non ebbe che dimostrazioni di bontà. Perciò lo rassicura della pienezza del suo affetto e della più grande riverenza. In quanto all’amicizia che l’univa ai da correggio, si scusa col dire che mai una parola troppo mordace e libera aveva pronunciato contro il Rossi nel difendere una causa che gli pareva giusta. Né tace un segno della sua buona disposizione verso di lui per aver accettato di essere arcidiacono della sua Chiesa, quando invece aveva rifiutato dei benefici più luminosi e importanti. Conclude con nobile fierezza: scacciate dall’animo questi soggetti, che sono la peste dell’amicizia, degnatevi di accogliermi nel novero dei vostri amici, tra i quali credevo da tempo di essere compreso. Se dubitate della mia fedeltà, provatela. Se non mi giudicate degno della vostra amicizia, respingetemi con dolcezza. Non costringete un uomo duramente respinto a unirsi ai vostri nemici. Voi non perdete niente, perdendo me, ma la vostra reputazione ne soffrirebbe e per voi sarebbe una grande perdita. Quale fosse la risposta del Rossi e se si persuadesse dell’innocenza del poeta, si ignora. Gherardo degli Avogadri il 20 luglio 1352, con un suo mandato di procura, confermò e riconobbe dinanzi al Rossi che il feudo che occupava apparteneva al Palazzo vescovile, e giurò fedelta. Tanto il Rossi che il Capitolo riconobbero la necessità che un maestro di canto istruisse il giovane clero a maggior decoro del culto divino e a onore della Cattedrale di Parma. L’8 giugno 1353 si riunirono nel Palazzo vescovile e scelsero Nicolò da Carpaneto, valente cantore, investito di uno dei due benefici di dogmania, stabilendo di aggiungere al suo beneficio una dotazione coll’obbligo a lui e ai suoi successori in perpetuo d’insegnare il canto ai chierici della città dal 1° di aprile al 1° di luglio e dal 1° di ottobre fino al 1° di dicembre di ogni anno. Finalmente fu stabilito che l’elezione del maestro di canto e guardacoro appartenesse in perpetuo al Capitolo e la conferma e l’istituzione al vescovo (l’atto fu steso dal notaio Ambrogio dei Naselli, familiare e scrittore del Rossi). Il vicario generale Giacomo da Ramiano (che in tale funzione si trova negli atti pubblici fino al 1363), come sindaco e procuratore del Rossi, il 2 giugno 1352 diede in feudo a Filiberio dei Vicedomini di colorno i possedimenti della Mensa vescovile posti nella villa di Copermio, dal fiume Parma all’Enza fino al Po. Il 7 settembre 1353 il Rossi concesse al ministro e massaro dell’Ospedale di Santa Maria in Borgo San Donnino la facoltà di poter riscuotere centocinquanta lire di legati lasciati dagli uomini che abitavano oltre il Taro, per venire in aiuto appunto di detto ospedale. Il 10 ottobre 1353 gli uomini della terra di Berceto si radunarono nella chiesa di San Moderanno per eleggere Giovannino dei Caltori sindaco e procuratore di quel Comune perché si presentasse davanti a Scanzio Rossi, altro vicario del Rossi, per protestare ubbidienza in nome di tutti gli abitanti nel distretto dell’antica badia, come vassalli del vescovo e del suo palazzo, Signoria ottenuta con diploma dai re d’Italia e dagli Imperatori, di cui due anni dopo il Rossi chiese una nuova investitura. Tra le cose operate dal Rossi in quegli anni è da ricordare la riforma degli Statuti della curia di Corniglio e di Rigoso, terre ove ebbe il mero e il misto impero. Questa riforma fu data dal Palazzo episcopale l’8 novembre 1353. Al terzo libro, che concerne i delitti, venne fatta un’aggiunta pubblicata il 15 dicembre dell’anno stesso. Il 16 febbraio 1354 il Rossi diede in affitto per nove anni le ghiare e isole del Po appartenenti ai beni della sua Mensa a Castelgualtieri ad alcuni uomini di Guastalla, con l’obbligo di pagare 34 libbre imperiali all’anno. Il 6 marzo 1354 il Rossi rilasciò patenti per questuare liberamente e il 9 marzo concedette, con sua bolla, 40 giorni d’indulgenza a tutti i fedeli, chierici e laici, che avessero elargito elemosine all’ospedale di Sant’Antonio, detto di Rodolfo Tanzi. Il 7 febbraio 1352 il Rossi deputò il suo vicario Giacomo da Ramiano e altri sacerdoti per la formazione dell’estimo di tutto il clero e diocesi di Parma, esente e non esente, che fu pubblicato dopo due anni (1354). dell’importantissimo documento, tanto il codice originale che la copia cartacea sono incompleti, però si integrano per buona parte. In quell’anno fu vicario del Rossi Degoldeo dei Fiori. Dopo il 1359 il Rossi ordinò l’elenco delle 48 chiese pievane della diocesi di Parma, con la specificazione delle 30 chiese che possedevano il fonte battesimale. Tale elenco delle chiese forensi si trova aggiunto all’estimo del 1354 (nel manoscritto della Biblioteca Palatina, segnato col n. 1584, si legge anche quello delle chiese di città). A Carlo IV di Lussemburgo, incoronato re a Milano il 6 gennaio 1355, il Rossi si rivolse per chiedere una nuova investitura delle sue terre di Berceto, che ottenne il 5 aprile dello stesso anno, da Roma, allorché Carlo IV fu creato imperatore. Il diploma circoscrive i confini del distretto col Vescovado di Luni, col territorio del Bosco, con la via di Rigoso e Limano e col territorio di Corniglio. Quanto al territorio del Bosco, ricorsero all’imperatore alcuni uomini di quella terra (Michele Pagano di Marchesella, Veltro di Guizzolo degli Atti e Opizino di Lionardo dei Brusi), dimostrando che Ottone IV, mentre era a Parma nel 1210, aveva investito i loro antenati delle terre del Bosco, di Rivalta, di Cumulo e di Antena. Ne ottennero la conferma da Pietrasanta il 2 giugno 1355, ma il Rossi comprovò la dolosità del ricorso; gli uomini del Bosco il 5 luglio dell’anno dopo giurarono fedeltà al Rossi, come sudditi, vassalli e feudatari della curia di Corniglio. Il Rossi acquistò la chiesa dei 12 Apostoli e il convento di Portanuova appartenenti alla Religione vecchia di Mantova e il 7 aprile 1355 scrisse al Capitolo del convento di avere nominato priore Andrea, persona capace e adatta. Avendo nel 1356 Rolando da Cornazzano rinunciato al Rossi la prebenda canonicale che possedeva nella Chiesa parmense, il Rossi, col consenso del Capitolo, investì Giovanni da Cornazzano. contemporaneamente Giacomo degli Albertazzi conseguì da Clemente VI lo stesso canonicato, di cui già erano state spedite le Bolle apostoliche. Il Rossi e il Capitolo si rifiutarono di accettarlo. Il Papa delegò l’arcivescovo di Ravenna, il prevosto di Sant’Antonino di Piacenza e Pietro, abate del monastero di Fontevivo, per esaminare l’affare. L’abate Pietro, anche a nome gli altri, condannò il Rossi e il Capitolo. Avvedutosi poi di aver sentenziato con troppa leggerezza e riconosciuta non valida la bolla di Clemente VI a favore dell’Albertazzi, annullò la condanna (22 ottobre 1358). Avendo Azzo da Correggio occupato nella terra di Castel Rignano sette casamenti spettanti alla Mensa vescovile, il Rossi ricorse al Duca di Milano per avere giustizia. Aronne Spinola da Luculo, delegato di Bernabò, pronunciò sul fatto una sentenza che riuscì favorevole al Rossi (12 settembre 1358). Azzo da Correggio allora interpose presso il Duca causa di appello: la sentenza fu proferita l’8 novembre 1358 dai commissari del Duca di Milano, Segarolo degli omodei, Raimondino degli Arcidiaconi e rolandino di Osnago, la quale, ancora favorevole al Rossi, fu data nella stessa casa ove gli abitava, la canonica di San Nazzaro di Porta romana in Milano. Jacopo da Ramiano, camerario, ordinò nel 1359 a Guido Bugura, agrimensore, la misura delle terre che il Rossi possedeva in Montecchio. Il Rossi, da Milano, il 15 giugno 1359 accordò quaranta giorni di indulgenza a tutti coloro che, confessati e comunicati, avessero fatto elemosina al rettore e ai frati dell’Ospedale di Sant’Antonio, detto di Rodolfo Tanzi, perché, a causa della presenza di una moltitudine di poveri, di ammalati e di bambini abbandonati dai loro genitori, il pio luogo versava in tali ristrettezze da non poter più sostenere le spese. Papa Innocenzo VI notificò il 25 agosto 1360 all’arcivescovo di Ravenna e al Rossi, da poco ritornato a Parma, la scomunica di Bernabò Visconti, Duca di Milano. Da Avignone, papa Urbano V il 17 gennaio 1363 concesse la facoltà al Rossi di chiamare hinc inde le persone per udire le ragioni sopra decime, prati, pascoli e possessioni appartenenti alla sua Mensa vescovile, di cui si era impossessato Ambrosino, abate del monastero di San Genesio di Brescello. Il Rossi chiese poi la conferma del Consorzio dei Vivi e dei Morti e la dichiarazione che i beni che gli appartenevano non si potessero mai convertire ad altro uso fuori di quello di soccorrere i fedeli. Urbano V il 3 agosto 1363 concedette l’una e l’altra richiesta per mezzo di Arduino, suo legato Apostolico. Fu in quell’anno vicario del Rossi Bartolomeo Puzzoli, arciprete della Cattedrale. L’8 gennaio 1363 il Rossi dichiarò che l’amministrazione dei beni del Consorzio dei Vivi e dei Morti apparteneva esclusivamente ai beneficiati della cattedrale. Nel 1364 fece istanza al cardinale Arduino perché fosse concessa l’indulgenza di cento giorni a chiunque avesse elargito elemosine a questa istituzione. Nel 1375 permise che vi si potessero ammettere una o più persone col titolo di converso, come appare da un atto rogato in Milano. Nel 1365 il Rossi donò alla fabbrica della Cattedrale una grande campana, molto sonora, fatta a sue spese, detta dal suo nome Ugolina. In quell’anno fu vicario generale del Rossi frate Benedetto, abate del monastero di Sant’Apollonio di Canossa. Rodolfo Visconti, Signore di Parma, il 15 ottobre 1367 ordinò che il Rossi non fosse molestato nei suoi beni, vassalli e operai, come se godesse della quasi immunità. Il 27 ottobre Jacopo da Iseo, podestà di Parma, sedente pro tribunali al banco della riformagione nel palazzo del Comune, sentenziò a favore del Rossi, dichiarando che i vescovi di Parma, la Mensa vescovile e i loro agenti erano esenti da tutti i dazi e gabelle del Comune di Parma, e ciò in virtù dei privilegi concessi alla Chiesa di Parma. Il Capitolo di Parma, trovandosi da una parte aggravato da molti debiti a causa delle decime, collette e sussidi a favore del Papa, del cardinale legato e del Vescovo, e dall’altra essendo le rendite della Mensa capitolare scarse e insufficienti a pagare i debiti, dopo maturo esame deliberò di vendere al nobile Jacopo Rossi, nipote del Rossi, i diritti, le azioni e le giurisdizioni di mero e misto impero sul castello e sulla terra di San Secondo e del Pizzo al prezzo di 200 libbre imperiali. L’atto fu celebrato in Cattedrale il 23 novembre 1366 nella cappella di San Vicino, con rogito di Alberto dei malebranchi. Il contratto fu approvato dal Rossi a Milano il 2 gennaio 1367. Il Rossi concesse ai figli di Jacopo Rossi, suoi pronipoti, il 17 maggio 1371, il vicedominato del Palazzo vescovile. Inoltre concesse loro l’investitura della giurisdizione delle battaglie che solevano farsi per il Comune di Parma, della terza parte del Mezzano, di Copermio, di altre giurisdizioni e dei diritti di acque, delle quali erano in possesso i vescovi di Parma. Da Milano, il 30 luglio 1372 il Rossi scrisse a Pasquino degli Schizzi, prevosto di Borgo San Donnino, pregandolo di informarsi circa la qualità e il valore di certi beni appartenenti al beneficio della cappella di San Martino, che Rubino dei Rubini chiedeva di cambiare con altri. Il Papa non accettò le condizioni di pace di Bernabò Visconti e così le ostilità proseguirono per tutto il 1373. Il 7 gennaio di quell’anno fece pubblicare un monitorio, col quale citò il Visconti a comparirgli dinanzi il 28 marzo per giustificarsi di diverse colpe, tra le quali quella di tenere da gran tempo confinato in Milano il Rossi e le enormi taglie imposte agli ecclesiastici. Quasi certamente Bernabò Visconti obbligò il Rossi a risiedere a Milano per poter agire più liberamente nel Parmigiano: il Rossi era allora il capo riconosciuto della sua casata, mentre i nipoti erano ancora tutti fanciulli. Nel 1375 fu nuovamente vicario generale del Rossi Degoldeo dei Fiori, canonico di Tours. Il 5 luglio 1376 il Rossi, confinato ancora in Milano, dettò gli Statuti ai frati e alle suore dell’ospedale di Rodolfo Tanzi. Il 18 settembre di quell’anno investì di Castrignano, antico feudo della Chiesa parmense, il pronipote Rolando Rossi e i suoi discendenti maschi legittimi, in benemerenza dei grandi servigi prestatigli dal padre Jacopo. Il Rossi morì a 77 anni d’età. Fu Vescovo di Parma per 54 anni: un lunghissimo periodo di tempo a cui non arrivò nessun altro vescovo di Parma, né prima né dopo di lui. Non si sa in quale chiesa sia stato sepolto, né alcuna iscrizione lo ricorda.
FONTI E BIBL.: B. Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 290-316; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239; E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 25; D. soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 27.

San Secondo 1447-Ravenna 1498
Figlio naturale di Pietro Maria. Fu Canonico della Cattedrale di Parma, cui poi rinunciò perché il 15 febbraio 1469 morì l’abate di San Giovanni Evangelista di Parma, Simone Da Su, e il 15 maggio seguente, con bolla di papa Paolo II, venne assegnata la commenda di detto monastero al Rossi, ventiduenne, con il diritto di esserne Abate appena raggiunta l’età richiesta, vestito l’abito monastico e fatta la professione religiosa. Questa nomina tuttavia defraudò i monaci del privilegio di eleggersi il proprio abate. Essi avevano esercitato il loro diritto il 19 aprile (la scelta era caduta sulla persona di Gaspare Da Su), ma inutilmente, perché tale elezione fu dichiarata irrita dal Rossi, in possesso di nomina apostolica. Con tutto ciò il Rossi venne a trovarsi in una situazione assai difficile: a capo di una comunità che non lo voleva e con difficoltà di ordine amministrativo a causa di abusive detenzioni di beni, tanto da aver bisogno di un’altra bolla pontificia per poterli ricuperare. Due anni dopo il conte Pier Maria Rossi, che aveva a cuore le sorti e l’onore del figlio, ricorse ai Padri della Congregazione di Santa Giustina di Padova, riuniti in capitolo nel monastero di Santa Maria di Praglia, per offrire loro il monastero. Il capitolo incaricò i Padri più in vista della congregazione per trattare la cosa e il 4 giugno 1471 ci fu un incontro nel castello di Torrechiara. Fu stipulato un contratto per l’annessione del monastero di San Giovanni Evangelista alla Congregazione, con corrispondente rinuncia del Rossi, che si riservò, sui beni del monastero, una pensione annua di 400 fiorini d’oro de Camera. Questo trattato autentico, con sigilli e firme dei Padri di Santa Giustina, del Rossi e del padre Pier Maria, non ebbe alcun effetto, forse perché il Rossi era abate nominato ma non lo era ancora nel pieno senso della parola (i documenti parlano di lui come futurus abbas): con la rinuncia all’abbazia di San Giovanni non gli sarebbe rimasto perciò nemmeno il titolo. Il Rossi tenne così il suo monastero e proseguì gli studi giuridici a Pavia, dove il 28 marzo 1472 ricevette l’ordinazione sacerdotale da Francesco Cavalieri, vescovo di Betlemme, e il 18 maggio anche la benedizione abbaziale. Intanto il padre Pietro Maria completò nel 1473 la costruzione dell’Abbazia di Santa Maria della Neve di Torrechiara. Nello stesso anno il Rossi diede il suo consenso allo smembramento di alcuni beni del suo monastero per dotarne quello di Torrechiara. Si può facilmente arguire che con l’erezione canonica dell’abbazia di Santa Maria della Neve e la sua annessione alla congregazione di Santa Giustina, dalla quale forse sperava avere onori e privilegi, il Rossi ne avrebbe dovuto accettare le costituzioni e gli usi, in particolare lo statuto degli abati temporanei di nomina del capitolo generale, condizioni queste che non sembra fossero di suo gradimento. Il 1477 fu un anno disastroso per la casata dei Rossi: contro di essa si accanirono le tre squadre, i Correggesi, i Sanvitale e i Pallavicino. Il Rossi ne subì le più gravi conseguenze salvando a malapena la sua stessa vita, mentre vennero saccheggiati e incendiati la chiesa e il monastero di San Giovanni, di cui era Abate. Davanti a un tale stato di cose il Rossi ripensò alla convenzione del 1471 con i Padri della Congregazione di Santa Giustina e rimise nelle loro mani l’amministrazione del monastero di San Giovanni Evangelista, riservandosi il semplice titolo abbaziale e una pensione annua di 500 ducati d’oro. Questo documento, originale, è del 2 maggio 1477 ed è sottoscritto dal Rossi e dal padre, conte Pier Maria. Il 27 maggio seguente presentò nelle mani del papa Sisto IV anche le dimissioni dal titolo abbaziale purché gli venisse conferita la dignità di Protonotario apostolico, oltre la suddetta pensione. Il Papa accettò immediatamente (17 luglio 1477) tali dimissioni dal regime del monastero e gli assegnò la pensione richiesta, lasciandogli il solo titolo abbaziale di San Giovanni, e contemporaneamente sancì l’unione e l’incorporazione dell’abbazia stessa alla congregazione di Santa Giustina, che ne curò la direzione e l’amministrazione attraverso un priore claustrale. Il 1° marzo 1484 il Rossi fu traslato all’Abbazia di San Zenone in Verona, che in seguito rinunciò in cambio di una pensione di 600 scudi. Ottenne infine nel 1491 l’Abbazia di Santo Spirito di Ravenna, dove morì e fu sepolto.
FONTI E BIBL.: B.Angeli, Historia, 1591, 307 e s.; R. Pico, Appendice, 1642, 29; F. Bordoni, Thesaurus Ecclesiae Parmensis, 1671, 218; P. Martini, Archivio capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 127; A. Galletti, Abbazia di S. Maria della Neve, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1973, 101-109.

ROSSI UGOLINO, vedi anche ROSSI UGO

Parma 1297
Fratello di Guglielmo. Fu Podestà di Jesi nell’anno 1297.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 800.

ROSSI UGONE, vedi ROSSI UGO

ROSSI UGO VECCHIO, vedi ROSSI UGO

Parma 19 giugno 1878-Reggiano 10 maggio 1963
Figlio di Ignazio e Clementina Peratoner. Scultore. Si stabilì a Parma nel 1910 dopo aver lavorato a Siena e a Cremona, in quest’ultima città al fianco del noto artista Dossena. Molte sono le opere a lui dovute presenti in provincia di Parma. A Salsomaggiore, nel Parco Margherita, si trovano le figure che scolpì a copia di statue del Boudard e un Nettuno sistemato al centro del laghetto. Negli anni Venti il Rossi eseguì per conto di Gabriele d’Annunzio una serie di aquile in pietra, che poi vennero sistemate lungo un viale del Vittoriale. A Parma restaurò nel 1930 le statue del Giardino pubblico e verso la fine degli anni Cinquanta i porticati del Palazzo vescovile. Sue creazioni si trovano pure in vari musei all’estero. Una sua fontana, imitazione del Trecento, fu presa a esempio nel 1953, quando a Parma scoppiò una polemica incentrata sul fatto se fosse opportuno sistemarne una al centro di piazza del Duomo, e fu poi acquistata da un antiquario veneziano che la rivendette ad altissimo prezzo a un collezionista americano. Il Rossi si dedicò al suo lavoro fino all’età di 83 anni. Morì in seguito a emorragia cerebrale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 maggio 1963, 4.

Parma 1500 c.-Ferrara 1545/1549
Entrato nell’Istituto dei canonici regolari di San Salvatore, si diede allo studio delle lettere latine e greche. Si fece conoscere in più occasioni quale valente oratore e poeta elegante. Insegnò pubblicamente Umanità in Bologna, succedendo al Beroaldo. Lodandolo in un suo epigramma, Leonardo Pozzo ebbe a dirgli: Et numero et prosa tu Maro, tu Cicero. Avendo composto l’opuscolo De ratione studendi (Bologna), il Rossi lo indirizzò nel 1536 al dottissimo Lodovico Vanino, forlivese priore della canonica di San Salvatore in Bologna, il quale volle che si pubblicasse, aggiungendovi il poemetto intitolato Christi in Crucem acti querela di Giacopo Lavezzuolo. Amico di Gian Andrea Rufo Calepio, da lui conosciuto in Brescia, e di Gian Antonio Flaminio, il Rossi sottopose alla loro valutazione le sue Istituzioni Gramaticali, che indirizzò al bolognese Angelico Gripo. Il Rossi svolse quasi certamente un incarico superiore nel suo Ordine, incarico dal quale comunque decadde nel Capitolo generale svoltosi in San Michele di Candiana. Ciò gli consentì di tornare ai suoi studi: Ipse mihi testis esse possum locupletissimus, cui tantum abest ut nuper adversa quicquam obfuerit fortuna, ut multum etiam profuerit. Nam malevolorum meorum odio, atque invidia appetitus ad Musas, tamquam tutissimum in portum confugi, et ad litterarum studia aliquamdiu intermissa, te etiam adhortante, retuli, atque haec ipse scripsi (Quistioni Gramaticali). Le Quistioni, stese a modo di dialogo col Lavezzuolo, esprimono ragionamenti tenuti dal Rossi con altri canonici esclusi dai congressi durante il Capitolo di San Michele di Candiana e furono stampate in Genova nel 1542 a spese di Giovanni Fieschi, suo protettore. Il cremonese Elio Giulio Crotti accusò nel 1545 (nella sua opera Hermione) il Rossi di essersi appropriato di alcuni suoi versi. Lo ricorda invece con lode Giovanni Grisostomo Trombelli nelle Memorie istoriche di S. Maria di Reno, e di S. Salvatore.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterali parmigiani, 1743, IV, 33-36; Aurea Parma 4 1958, 235-236.

Salsomaggiore 30 giugno 1904-Massaua 24 aprile 1937
Entrò giovanissimo nell’Accademia navale di Livorno, dopo aver frequentato a Parma i corsi di studio liceali. Uscitone con il grado di Sottotenente, percorse la carriera militare marittima, pervenendo al grado di Capitano. Durante la guerra italo-abissina fu mobilitato al comando del piroscafo Nazario Sauro. Durante una sosta del piroscafo nel porto di Massaua, accortosi che uno scaricatore indigeno disceso nella stiva vi giaceva inanimato, non esitò a raggiungerlo per prestargli soccorso, ma, investito da esalazioni mefitiche, cadde anch’egli esanime. Gli fu decretata dal ministero della Guerra la medaglia d’oro al valor militare. Il Rossi fu sepolto nel cimitero di Massaua.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 386-387.

ROSSI ARAGONA AGOSTINO, vedi ROSSI AGOSTINO

Parma 1859
Fu cantante (basso) di meriti non comuni.
FONTI E BIBL.: P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 258.

Parma-post 1779
Il 13 agosto 1770 ricevette una borsa di studio di uno zecchino da 43 lire al mese per poter continuare a frequentare la Reale Scuola di Ballo di Parma fino al termine degli studi.Nel Carnevale 1770 danzò al Teatro Ducale di parma nella Sposa fedele e nell’Impresa d’opera.Nella stagione di Fiera del 1772 fu al Teatro di Reggio Emilia e vi ritornò l’anno dopo.Nel Carnevale del 1777-1778 fu al Teatro di Cremona e nel 1779 al Teatro Zagnoni di Bologna.
FONTI E BIBL.: Cremona; Fabbri e Verti; librettistca bolognese; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore figurista attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 132.


novembre 1897-Parma 8 luglio 1987
Laureatosi in ingegneria al Politecnico di Milano nel 1922, nel 1925 fu destinato all’ufficio speciale del Genio civile per il Po di Parma. Ricoprì in seguito numerosi e importanti incarichi di responsabilità sia in Italia che all’estero. Nel 1948 divenne ingegnere capo dello stesso ufficio speciale per il Po, nel 1955 membro del Consiglio superiore dei lavori pubblici, poi ispettore generale, quindi nel 1958 presidente del Magistrato alle acque e provveditore alle opere pubbliche per il Veneto, con sede a Venezia. Nel 1961 fu nominato provveditore alle Opere pubbliche per la Lombardia, con sede a Milano, dove rimase fino al novembre 1962, data del suo collocamento a riposo. Per oltre un trentennio il Rossini si occupò con grande competenza e professionalità dei lavori di sistemazione dell’alveo del Po. Durante la disastrosa piena del 1951 partecipò attivamente alla difesa degli argini del fiume, in una pericolosissima zona a monte di Casalmaggiore, dimostrando come fosse possibile difendere il territorio contro un livello d’acqua di oltre un metro superiore al piano dell’argine maestro. Dal 1946 fino al pensionamento il Rossini fu consulente della Commissione svizzera per la via navigabile Locarno-Venezia. Alla soluzione dei problemi della navigazione interna e della regolazione dei corsi d’acqua diede un notevole contributo sia in qualità di relatore in importanti convegni nazionali e internazionali che come autore di fondamentali pubblicazioni scientifiche. Intensa fu anche l’attività sportiva del Rossini, uno dei pionieri del calcio parmigiano. indossò, insieme con i fratelli, la maglia crociata del Parma calcio negli anni 1920-1925, segnalandosi per l’intelligenza, la rapidità di gioco e l’impegno. Fece parte della squadra che, nel 1924-1925, raggiunse la promozione in serie A. Con il commediografo Ugo Betti fu l’ideatore della maglia crociata. Lasciato il calcio per dedicarsi alla professione, il Rossini non si staccò completamente dalle competizioni agonistiche; gareggiò infatti nella motonautica, con significativi risultati.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 luglio 1987, 4.

ROSSO ORLANDO, vedi ROSSI OROLANDO

Ravadese 28 settembre 1915-Parma 4 dicembre 1987
Fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Parma da monsignor Evasio Colli il 19 giugno 1938. Fu Vicario cooperatore nella parrocchia della Santissima Trinità dal 1° luglio 1938 al 10 aprile 1940. Dal giugno 1940 all’ottobre 1945 fu parroco di Terenzo. Dal 1° novembre 1945 venne nominato parroco della Basilica cattedrale di Parma e dal 1° aprile 1946 Canonico effettivo della medesima Cattedrale, incarico e mansioni che ricoprì sino alla morte. Fu insegnante per molti anni all’istituto tecnico commerciale statale M. Melloni e presso il Liceo scientifico G. Marconi di Parma. Nel novembre del 1984 fu nominato Cappellano onorario dell’Ordine costantiniano di San Giorgio. Il Rossolini fu inoltre pilota, Cappellano degli avieri e Cappellano onorario degli alpini. Istituì nel 1948 con pochi volenterosi la casa Protezione della giovane. Fu nominato dal Colli assistente diocesano del movimento di Rinascita Cristiana. Fondò l’associazione Gioventù studentesca.
FONTI E BIBL.: in Gazzetta di Parma: È morto monsignor Rossolini (6 dicembre 1987, 4), Celebrata la festa degli aviatori nel ricordo di mons. Pietro Rossolini (12 dicembre 1987, 8), Un segno che non si cancella (4 gennaio 1988, 7), Grazie dal Melloni a monsignor Rossolini (7 gennaio 1988, 7), in L’Eco fasc. 4, 1987, 151-153; La scomparsa di mons. Pietro Rossolini-Parroco della Cattedrale, in Vita Nuova 12 dicembre 1987, 2; Vito Orlando raccolse una testimonianza del Rossolini già nel 1977, che fu ripresa dalla Gazzetta di Parma del 24 dicembre 1987, 3: Natale è una pagina nuova; in Per la Val Baganza 1985, 183, il Rossolini raccontò la sua testimonianza sulla fucilazione del podestà di Terenzo Massimo Ferretti; Per la Val baganza 9 1988, 398; T. marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 272.

Parma 1665/1690
Fu musicista della Cappella ducale a Monaco di Baviera dal 1665 al 1676. Ritornato in Italia, passò alla Corte dei Farnese in Parma (1 settembre 1679) e vi si fermò fino a tutto il dicembre del 1690. Nell’opera Amalasonta in Italia sostenne la parte de La Notte (1680) e quella di Marte in Amore riconciliato con Venere (1681).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani 1671-1682, fol. 336, 1683-1692, fol. 151; R. Eitner, vol. VIII, 328; L. Balestrieri, 121-122; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 137.

Parma 29 agosto 1766-Borgo San Donnino 18 agosto 1805
Frate cappuccino, fu predicatore e guardiano. Compì la vestizione (21 settembre 1777) a Guastalla e la professione di fede il 21 settembre 1778.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 477.

Parma 1659
Fu soprano della Cattedrale di Parma durante le Feste di Pasqua dell’anno 1659.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 3 giugno 1885-1961
Figlio di Bartolomeo e Maria Savi. Sarto, creatore di un’infinità di modelli, diffusi e apprezzati in campo nazionale. Costituì le premesse per l’industria di confezioni del figlio, la Ramcy.
FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 273.

Parma 1843-Parma 5 gennaio 1877
Figlio di Giuseppe. Fu prode soldato nelle guerre risorgimentali. Fece la campagna del 1866.
FONTI E BIBL.: Il Presente 10 gennaio 1877, n. 9; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 177.

Borgo San Donnino 1911-Fidenza 1981
Iniziò da bambino a suonare il clarinetto piccolo nella banda dei Garian, come era indicato il complesso creato dal salesiano don garlaschi. Passò poi alla fisarmonica e all’ocarina: con questa, il regista Bernardo Bertolucci lo volle ritrarre nel film Novecento. Suonò per alcuni anni in Svizzera, alternando il sax al clarinetto e all’ocarina. Suonò anche per le orchestre di Tamani e di Maioli.
FONTI E BIBL.: W. Pellegrini, Il re dell’ocarina, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1997.

Parma 15 ottobre 1787-Parma 28 febbraio 1865
Figlio di Giuseppe e di Giuseppa Landi. Entrato al servizio di Francia come velite nel 1806, prese parte in quell’anno e in quello seguente alla campagna militare di Germania. Come Tenente (1811) e poi Capitano del 12° Reggimento, partecipò alle campagne di Russia (1812) e di Germania (1813), dove rimase prigioniero a Kulm. Riportò inoltre ferite a Wagram (1809) e alla Moscowa (1812). Il Rota ebbe modo di segnalarsi nei sanguinosi combattimenti di Smolensko e di Voltellina: il giorno dopo quest’ultima battaglia l’imperatore Napoleone Bonaparte lo fregiò della Croce della Legion d’Onore. Come Capitano del Reggimento Maria Luigia, fece le campagne di Napoli e di Francia (1814). Cancellato dai ruoli per la sua partecipazione ai moti unitari del 1831, fu poco dopo riammesso in attività di servizio. Promosso a Maggiore comandante il ducale castello di Parma (1839) e a Tenente colonnello (1845), fu posto in ritiro con pensione dal Governo provvisorio nel 1848, probabilmente perché inviso al popolo per aver difeso nel 1831 il palazzo ducale e accusato (sembra, senza alcun fondamento) di aver fatto levare nella notte del 10 marzo la bandiera tricolore dal municipio di Parma. Il Rota fu prima Cavaliere e poi Commendatore dell’Ordine costantiniano.
FONTI E BIBL.: E. Casa, I moti rivoluzionari del 1831, Parma, 1895; E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografica Parmense, 1830, 39; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 513; A. Del Prato, L’anno 1831, Parma, 1919, XXIV; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204; E. Loevison, in Dizionario Risorgimento, 4, 1937, 127-128.

Parma 1907-Parma 25 luglio 1973
Frequentò il Conservatorio Boito di Parma, diplomandosi in violino (1929) e, intraprendendo quindi con successo l’attività concertistica. Ebbe poi modo di esibirsi con le migliori orchestre stabili nei più famosi teatri italiani ed europei, tenendo anche a battesimo artisti quali Renata Tebaldi e Otello Bersellini. A conclusione della seconda guerra mondiale il Rota fondò a Parma un Circolo musicale, del quale fecero parte una ventina di strumenti, poi divenuti affermati solisti e direttori d’orchestra. Dell’iniziativa del Rota, in un manifesto dell’epoca si legge: Lo scopo del Circolo è di portare gradualmente una cultura musicale al popolo cittadino e di recare agli intervenuti una piacevole ricreazione in un ambiente sano e familiare. Nell’opera di ricostruzione che impegna tutte le buone energie, non poteva d’altra parte essere dimenticata in Parma verdiana la ripresa della musica bella che educa ed innalza. Una testimonianza dell’amore che musicalmente il Rota portò alla sua città è evidente nella composizione Stornellata parmigiana (meglio conosciuta come Rondanen’na), un elogio a Parma, culla della musica, e alla Corale Verdi. Dal 1958 il Rota fu consulente commerciale di una ditta di confezioni per bambini. Sposò nel 1937 Tina Ferrari.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 luglio 1973, 5.

Casalsigone 14 settembre 1886-Fidenza 31 dicembre 1960
Figlio di esercenti, frequentò a Cremona i corsi ginnasiali al collegio Vida ed entrò tredicenne nel seminario di quella città, dove compì gli studi liceali e teologici. Ordinato sacerdote il 21 maggio 1910 dal vescovo Geremia Bonomelli, fu inviato poco dopo a Corte dei Cortesi in qualità di vicario cooperatore. Nel 1911 passò a dirigere il circolo cremonese S. Omobono e l’anno successivo divenne segretario dell’Unione Popolare, istituzione avente finalità assistenziali. Chiamato alle armi allo scoppio della prima guerra mondiale, prestò servizio quale cappellano militare dapprima a Nervi e in seguito a Creta. Terminate le ostilità e smobilitato dall’esercito, riprese a Cremona il sacro ministero in qualità di vicario adiutore di monsignor Parischi nella chiesa di San Michele Arcangelo. In pari tempo ricoprì per un anno l’incarico di professore di lettere in seminario Nel 1919 fu nominato assistente diocesano della Gioventù maschile di Azione Cattolica. Di quel tempo è la sua opera Le vie nuove della Gioventù Cattolica italiana, composta nella ricorrenza del cinquantennio dell’Associazione giovanile per tracciare il  cammino secondo le nuove forme di attività e con il programma dettato dal pontefice Benedetto XV. Nel 1921 gli fu affidato l’incarico di segretario dell’Ufficio missionario diocesano, che ricoprì per nove anni unitamente a quello di assistente della Gioventù femminile. Tale intensa attività non gli impedì l’anno seguente di laurearsi in Scienze sociali. Nel 1924 il vescovo Giovanni Cazzani lo nominò anche assistente diocesano dell’Unione Donne di Azione Cattolica Italiana. In quel periodo ideò, per realizzarla nel 1928, la Casa di Nostra Signora del S. Cuore per l’apostolato sociale della giovane e della donna (sorse a Cremona sull’area del vecchio Istituto dell’Infanzia Abbandonata). Nel 1930 papa Pio XI lo chiamò a Roma e lo nominò assistente centrale dell’Unione Donne di Azione Cattolica Italiana in sostituzione di monsignor Nogara, carica che tenne ininterrottamente sino al 1947. Furono diciassette anni densi di responsabilità, che videro il Rota passare da un capo all’altro d’Italia a dirigere e organizzare. Dando vita e slancio alle svariate iniziative di formazione, animò pure il perfezionamento organizzativo dell’Associazione e delle singole iniziative, indicando in tale perfezionamento la condizione necessaria per l’efficacia dell’attività dell’apostolato. Questi scopi furono perseguiti dal Rota anche attraverso le sue numerose pubblicazioni di carattere ascetico, organizzativo e di formazione, edite dalla SALES di Roma. Tra le prime, sono da segnalare In Orazione, Meditazioni (in tre volumi) e Dal visibile all’invisibile. Tra le seconde, Adiuva illas e Il Cattolicesimo sociale. Queste opere furono corredate e integrate dagli articoli che per diciassette anni il Rota andò pubblicando su vari periodici dell’Unione Donne di Associazione Cattolica Italiana Prelato domestico del pontefice già dal 1932, nel concistoro del 10 marzo 1947 venne preconizzato vescovo titolare di Memfi e deputato ausiliare a Cremona. Ricevette la consacrazione episcopale nella Cattedrale della sua città il 25 maggio successivo. Il 25 luglio 1952 monsignor Cazzani, gravemente infermo, gli conferì la delega dei poteri ordinari per il governo della Diocesi e, alla morte del Cazzani, il Capitolo lo elesse con unanime suffragio vicario capitolare. Il 27 dicembre 1952 papa Pio XII lo destinò a reggere la Cattedra episcopale fidentina. Carlo Azzolini, vicario capitolare, ne dette il 10 gennaio 1953 l’annuncio ufficiale al clero e al popolo e il 29 marzo successivo il Rota compì il solenne ingresso. Accolto dalle autorità ecclesiastiche e civili e fatto oggetto da parte della cittadinanza di manifestazioni di omaggio deferente, il Rota raggiunse tra due ali di popolo osannante la Cattedrale, dove, al termine del cerimoniale di rito, tenne il suo primo discorso ai diocesani. Il Rota si volse con sollecitudine al problema del seminario: vi era da completare il grandioso edificio e, soprattutto, aumentare nell’istituto il numero dei seminaristi. Da ciò la necessità di rivolgere un caldo appello ai parroci perché procurassero nuove vocazioni e ai fedeli perché contribuissero allo sviluppo della maggiore opera diocesana con generosi aiuti materiali. Ideò e attuò poi nuove forme per riassestare la situazione economica dell’ente e colmare il notevole deficit finanziario rappresentato dalla differenza tra il contributo erogato dallo Stato per l’erezione dell’edificio (distrutto per eventi bellici) e la spesa effettiva, che eccedeva notevolmente. Il Rota nel giugno 1953 annunciò il proposito di attuare la visita alla diocesi, ponendo subito mano all’impresa. Iniziò la sacra visita il 7 novembre successivo nella parrocchia della Cattedrale e la terminò il 15 marzo 1956 a Bersano. Nel frattempo, mentre si recava dall’una all’altra parrocchia, si preoccupò di incrementare la pietà con iniziative mirate: particolarmente solenne fu la celebrazione del centenario della terza invenzione delle ossa di San Donnino, che iniziò il 29 settembre 1953 con sacre funzioni e con la venerazione delle reliquie, trasportate dalla cripta al centro della navata maggiore del Duomo, e che proseguirono per tutta la settimana con un corso di predicazione in preparazione alla festa patronale del 9 ottobre. A questa intervennero cinque vescovi, tra i quali Mario Vianello, che nella Cattedrale, affollatissima e fastosamente addobbata, pronunciò durante il solenne ponteficale l’omelia del santo, e nel pomeriggio, durante la processione a chiusura delle manifestazioni, impartì sul pronao del tempio la benedizione eucaristica ai fedeli. Il 30 novembre 1955, festa di Sant’Andrea Apostolo, il Rota indisse l’Anno Eucaristico. A esso fece seguito l’Anno del S. Cuore, nella circostanza della consacrazione della regione emiliana al Sacro Cuore di Gesù. Il Rota portò a Fidenza il frutto di una consumata esperienza acquisita nella lunga permanenza a Roma e nel governo della Diocesi cremonese. Si aggiunga a ciò una chiara visione dei problemi del momento per comprendere la vastità di una azione pastorale che toccò tutti i settori vitali della Diocesi fidentina per rendere le forze cattoliche più efficienti e operanti. Le visite pastorali, i ritiri in seminario per il clero, le adunanze, i convegni dei dirigenti e degli iscritti ai vari rami di Azione Cattolica, stabilirono un contatto continuo tra il Rota e i fedeli. Non vi fu settore della vita diocesana che non ricevesse dal Rota impulso e utile iniziativa che non fosse da lui sostenuta e incoraggiata. Volle che Il Risveglio ritornasse settimanale e si fece promotore di una campagna di diffusione del periodico diocesano. Dimostrò inoltre la sua sollecitudine per gli oratori parrocchiali, per lo studio del catechismo, per le confraternite, che volle fossero ripristinate, e per le colonie marine e montane. Al Rota si deve l’erezione delle nuove parrocchie di Maria Santissima Ausiliatrice e di Maria Santissima Assunta in Salsomaggiore, iniziativa attuata per adeguare la città termale, in continua espansione, alle necessità dell’apostolato. Durante il governo del Rota sorsero le chiese delle due parrocchie e furono inoltre ricostruite quelle di San Vittore e di Bersano. Altra opera del Rota fu il sinodo diocesano, indetto per la festa di Cristo Re del 1955 e solennemente celebrato nei giorni 11, 12 e 13 settembre 1956. Le costituzioni, raccolte in un volume di 350 pagine, formano una legislazione che tocca tutti i settori della vita diocesana. La grande Missione tenuta a Fidenza dalla Pro Civitate Christiana nei giorni 19-30 settembre 1956 rappresentò un’altra manifestazione dello zelo pastorale del Rota. Alla formazione cristiana della donna e della giovane, il Rota pose cure particolari, sia in qualità di assistente centrale dell’Unione Donne di Azione cattolica Italiana, che di vescovo. È per tale ragione che, anche negli anni di episcopato fidentino, non si allontanò mai completamente da Cremona, dove spesso lo riconduceva la Casa di Nostra Signora del S. Cuore con il gruppo delle Oblate. Nel 1955 diede alle stampe il volume Caritas Christi urget nos (a cura delle Oblate di Nostra Signora del Sacro Cuore, Cremona, 1955), che è una sintesi della sua spiritualità e una guida per l’istituto secolare delle Oblate. Onorò sempre il suo sacerdozio e ne visse intensamente le superiori esigenze di ordine ascetico, culturale e apostolico. Ne danno esauriente conferma le lettere pastorali, che rappresentano un richiamo costante alla sfera soprannaturale. La prima, per la Quaresima del 1954, ebbe per titolo L’uomo immagine viva di Dio. A essa seguirono Voi in me e io in voi (1955), Di parrocchia in parrocchia (1956), Dio vuol amare col cuore degli uomini (1957), La vittoria sul mondo è la nostra fede (1958), La famiglia di Gesù e le nostre famiglie (1959) e La Messa e la comunione (1960). Il 20 aprile 1959 il Rota iniziò la seconda visita pastorale, che non poté ultimare, che compì suddividendola in due tempi, feriale e festivo, per poterla condurre con maggiore diligenza. Nella ricorrenza del decimo anniversario della sua consacrazione episcopale, il Papa l’annoverò tra i vescovi assistenti al Soglio pontificio: le celebrazioni diocesane che contrassegnarono l’avvenimento si svolsero nella giornata del 26 maggio 1957 e videro impegnate tutte le parrocchie della diocesi. Il Rota organizzò inoltre il VII Congresso Eucaristico diocesano (1-8 maggio 1960), illustrato dalla presenza del cardinale Giovanni Urbani, patriarca di Venezia, di monsignor Natale Mosconi, arcivescovo di Ferrara, e dei vescovi di Prato e di Guastalla, Pietro Fiordelli e Angelo Zambarbieri. Subito dopo la grande assise eucaristica, il Rota accusò i sintomi di una malattia tumorale. Nel declinare delle forze, si recò a Ortisei per un periodo di riposo. Ritornò a Fidenza in settembre, apparentemente ritemprato. Fu poi sottoposto a Parma nella clinica delle Piccole Figlie, il 17 ottobre, a un delicato quanto inutile intervento chirurgico. Fu dimesso il 26 novembre successivo. Dopo la sua morte, la salma, rivestita dei paramenti pontificali e composta nella sala a pianterreno dell’episcopio, cominciò a essere meta di un incessante afflusso di cittadini, di autorità e di sacerdoti. I solenni funerali si svolsero nella mattinata di martedì 3 gennaio 1961. Undici vescovi e altri prelati intervennero a onorare la memoria del Rota: Evasio Colli, arcivescovo di Parma, Umberto Malchiodi, ausiliare di Piacenza, Natale Mosconi, arcivescovo di Ferrara, Beniamino Socche, vescovo di Reggio Emilia, Giuseppe Amici, arcivescovo di Modena, Danio Bolognini, vescovo di Cremona, Artemio Prati, vescovo di Carpi, Antonio Poma, vescovo di Mantova, Angelo Zambarbieri, vescovo di Guastalla, Placido Cambiaghi, vescovo di Crema, Giuseppe Piazzi, vescovo di Bergamo, l’abate dei Benedettini di Parma De Vincentiis e il provinciale dei Cappuccini Emilio da Arzelato. Dopo il corteo per le vie della città, il feretro raggiunse la Cattedrale per le funzioni funebri. Celebrò il pontificale da requiem l’Amici e il Mosconi tenne l’orazione funebre. La salma fu poi traslata a Cremona per la sepoltura, in conformità al desiderio del Rota di riposare accanto a monsignor Cazzani. Le spoglie mortali del Rota furono inumate nella cripta del Duomo di Cremona in un loculo (poi completato da un artistico ricordo in marmo e bronzo, opera dello scultore Piero Ferraroni) tra i due altari dei protettori della città lombarda, Sant’Omobono e Sant’Antonio Maria Zaccaria.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 388-404; N. Mosconi, Il vescovo Paolo Rota, Roma, 1964; G. Rocca, in Dizionario Istituti di Perfezione, VII, 1983, 2045.

1808-Parma 7 maggio 1877
Fu maestro d’arti, presidente della Società operaia e membro del governo provvisorio del 1859.
FONTI E BIBL.: Il Presente 9 maggio 1877, n. 125; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 27.

Cassio 23 dicembre 1907-Suresnes 6 aprile 1942
Nato da Girolamo e Cesarina Abbondi. Emigrò in Francia verso il 1925, dove ebbe residenza ad Argenteuil. In Spagna nel 1936 combatté come volontario nella Brigata Garibaldi dove si distinse per coraggio e determinazione. Rientrato in Francia, militò nella Resistenza. Catturato dai Tedeschi, venne fucilato per rappresaglia.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 130; V.S., in Gazzetta di Parma 24 agosto 1998, 19.


Roccaprebalza 11 aprile 1727-Parma 12 aprile 1809
Frate cappuccino, fu predicatore di buon valore. Compì la vestizione a Guastalla (2 dicembre 1746) e la professione di fede il 2 dicembre 1747. Fu ordinato sacerdote a Parma il 23 dicembre 1752.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 233.

Parma 1796/1814
Nel 1796 fu volontario degli Ussari Italiani. Fu promosso nel 1798 Brigadiere, nel 1804 sottotenente, nel 1810 Tenente e nel 1812 Capitano. Nel 1814 fu con le Guardie del Corpo di Parma. Partecipò alle seguenti campagne: 1797 Romagna, 1798 Svizzera, 1799 piemonte, 1800 Italia, 1801 Tirolo, 1805 germania, 1806 Napoli e Calabria, 1808-1811 Spagna, 1813 Prussia. Fu ferito due volte.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34.

Parma 22 aprile 1908-Macas 28 agosto 1939
Appartenne a una famiglia nobile, che aveva coperto alte cariche al tempo del Du Tillot e di Maria Luigia d’Austria. Cresciuto nell’ambiente spirituale dei Salesiani con Ernesto Camesasca, il Rouby nel 1926 partì, ancora studente, con una spedizione di missionari salesiani, con meta l’Ecuador, occupato nella sua parte più interna da tribù di Kivari, costretti a ritirarsi in un territorio sempre più limitato per il progressivo avanzare dei bianchi. Inutilmente, per più di due secoli, i missionari avevano tentato la loro evangelizzazione. Il Rouby per primo imparò la loro lingua, la mise in iscritto romanizzandola e ne compilò la grammatica, la sintassi e il vocabolario. Curò gli ammalati, rappacificò odi inveterati e impedì rivalità fratricide. Nel 1939 si propose come inviato del Governo per riportare alla pace la zona e consentire ai Kivari di reggersi autonomamente. Il Governo accettò, concesse che nel territorio, da delimitarsi, i Kivari fossero padroni di autogovernarsi e ne proibì l’entrata ai bianchi per qualunque motivo. Da parte loro i Kivari si impegnarono a porre termine a uno stato di continua guerriglia. Il governo finanziò il viaggio al Rouby per fissare la delimitazione dei confini del nuovo territorio. Dopo pochi giorni di viaggio le acque impetuose del fiume Upano travolsero la sua canoa e il Rouby scomparve tra i flutti insieme al confratello salesiano Isidoro Bigatti. Il senato dell’Ecuador e il presidente della repubblica ecuadoriana lo commemorarono con parole di grande stima.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 134; Al Pont ad Mez 3 1982, 95; T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 283; G. Toscano, in Gazzetta di Parma 22 gennaio 1990, 3.

Parma 10 giugno 1896-Fidenza 17 novembre 1961
Figlio di Guglielmo e Romilda Allodi. Fu allievo del Conservatorio di Parma, presso il quale ottenne il diploma di violoncellista (1915), e in seguito fece parte per trent’anni dell’Orchestra sinfonica del maestro Gino Gandolfi di Salsomaggiore e fu primo violoncellista nell’orchestra del Teatro Regio di Parma per diverse stagioni liriche. Partecipò a concerti in diversi parti d’Europa e suonò particolarmente in Svizzera.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 novembre 1961, 5.

ROUERE PAPINIANO, vedi DELLA ROVERE PAPINIANO


Parma 1869-Roma 1939
Emigrò giovanissimo a Roma, dove fu vice segretario al Ministero della Guerra, raggiungendo col passare degli anni i più alti gradi della gerarchia: fu, tra l’altro, direttore generale della divisione del personale civile e della divisione delle pensioni. Fu insignito di molte onorificenze. Coltivò sempre con passione lo studio e la lettura delle opere di Dante.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 135.

Parma 30 ottobre 1804-post 1859
Fu uno dei pochi cuochi al servizio di Maria Luigia d’Austria che abbia goduto di una qualche notorietà: il Rousseau è talvolta citato anche dagli storici della gastronomia italiana. Nacque da una famiglia di origine francese. Molti Francesi avevano infatti seguito il duca Filippo di Borbone e la moglie Luisa Elisabetta quando questi erano arrivati a Parma nel 1749. Per l’entourage ducale fu allora imperativa una manifestazione di sfarzo e raffinatezza, necessari per testimoniare l’altissimo rango della coppia reale. La cucina ovviamente non sfuggì a questa regola e, a parte qualche presenza spagnola e italiana, fu affidata a cuochi francesi. Costoro resero la mensa ducale accurata, delicata e sfarzosa. Tra i nomi dei cuochi transalpini che si alternarono a Parma si trova anche quello di Luigi Rousseau, entrato al servizio ducale il 1° aprile 1766. Era ancora in servizio nel 1802, alla morte del duca Ferdinando di Borbone. In quell’anno, tra i ruoli degli inservienti di cucina appare un Giovanni Rousseau, se non figlio certo parente del precedente: era infatti abitudine che i figli dei dipendenti di Corte intraprendessero anch’essi la carriera nella stessa amministrazione. Il Rousseau fu presumibilmente il figlio di questo Giovanni. Intraprese il mestiere dei suoi parenti: partì dalla posizione di apprendista garzone in prova percorrendo poi tutte le tappe della carriera nelle cucine ducali. Lo si trova infatti a diciotto anni garzone straordinario in prova. Dopo quattordici anni di servizio, nel 1836 venne inserito nei ruoli di Corte con uno stipendio annuo di 540 lire. nominalmente fu assunto come garzone, ma in realtà era ormai in grado di espletare in pratica il servizio di cuoco. Infatti il 25 maggio 1840 venne nominato cuoco di seconda classe con stipendio di 600 lire. Il 22 maggio 1843 ebbe il brevetto di cuoco di prima classe con 900 lire annue di retribuzione. Gli aumenti di stipendio si succedettero poi regolarmente: 100 lire all’anno sino al 1846, quando il Rousseau raggiunse lo stipendio massimo per un cuoco ducale (1200 lire annue). In quel periodo il Rousseau, che sposò nel 1830 Orsola Baroni da cui ebbe due figli, godette di notevole prestigio: negli anni Quaranta ai suoi manicaretti vennero tributati elogi ufficiali anche da Maria Luigia d’Austria, cosa che non accadeva spesso a un cuoco della Corte. In alcune pubblicazioni il Rousseau è descritto erroneamente come capo e responsabile delle ducali cucine. In realtà, secondo le chiacchiere che circolavano allora in Parma, la sua brillante carriera dipese dai favori che Maria Luigia  d’Austria gli elargì, essendone l’amante. Professionalmente il Rousseau non dovette essere comunque un principiante. Pur provenendo da una famiglia di cuochi francesi vissuti a Parma, non ebbe difficoltà nell’imparare tutti i segreti della cucina viennese, a quel tempo abbastanza in auge a Corte. Egli rivelò una certa versatilità e disponibilità a imparare nuove ricette e a variare i propri piatti manifestando così un’elevata professionalità. Questa abilità gli dovette essere riconosciuta anche dalla committenza ducale, se, dopo la morte di Maria Luigia, lo si ritrova anche al servizio di Carlo di Borbone. Dopo la morte del Duca, il Rousseau rimase al servizio della Reggenza, sempre come aiutante di cucina, e fu uno degli ultimi quattro ex cuochi di Maria Luigia ancora in servizio verso la fine degli anni Cinquanta.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 maggio 1990, 3; M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314.

ROUSSEAUX LUIGI, vedi ROUSSEAU LUIGI

San Secondo 1558 c.-post 1597
Figlio di Giovanni Antonio, notaio, e di Francesca Pizzi. Nel 1577 studiò nel seminario vescovile di Parma e in quello stesso anno perdette la madre. Nel 1582 si portò a cremona, in casa Persichelli, ove dimorò un anno. Nel 1583, deposto l’abito ecclesiastico, andò a Venezia con lo zio Francesco Rovacchia. ritornato in Parma nello stesso anno, il 12 maggio 1584 vi fu creato notaio. Sempre nel 1584 sposò Pasquina Raineri, dalla quale ebbe diversi figli. Il Rovacchia scrisse un interessante codice contenente Croniche di Parma et d’altri luoghi (di Giovanni del Giudice), Breve narrazione dello Stato di Maria Regina di Scozia e di suo figlio (scritta nel 1583 in cremona da Francesco Masi) e Cronica di quanto di più rimarchevole è accaduto dall’anno 1577 fino al 1597 nell’Europa, e specialmente in Italia, e più minutamente in Parma, e in S. Secondo (dello stesso Rovacchia).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 653-654; G.B.janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1887, 350.

ROVACHIA MASSIMO, vedi ROVACCHIA MASSIMO

Borgo San Donnino 1483
Figlio di Marchio. Detto anche Picinagli. Fu pittore di storia attivo nell’anno 1483.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 234.

Piacenza 7 maggio 1889-Parma 19 agosto 1958
Generale della riserva, dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza. Membro della 12a Brigata Garibaldi operante sull’Appennino parmense, fu nominato comandante del comando piazza di Reggio Emilia e come tale guidò le formazioni partigiane della pianura reggiana fino al dicembre 1944. Alla fine del 1944, per sfuggire alla cattura da parte della polizia fascista che già aveva nelle mani quasi tutti i membri del suo Comando, riparò in montagna e si mise in contatto con il comando unico di zona del Reggiano. successivamente venne nominato comandante del comando Nord-Emilia, dal quale dipendevano le formazioni partigiane di Piacenza, Parma e Reggio. Dopo la Liberazione, promosso Generale di divisione per meriti di guerra, rimase in servizio attivo fino al 31 dicembre 1947. Nel 1948, assunta a Parma la presidenza del Comitato Provinciale del Fronte democratico Popolare, fu eletto alla Camera dei deputati con 74505 preferenze. Nel 1953, presentatosi alle elezioni per il Senato nella stessa circoscrizione, ma nelle liste dell’Alleanza democratica Nazionale (formazione di destra), raccolse soltanto 788 voti.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo, V, 1987, 279.

Borgo San Donnino 1605-Parma 7 novembre 1682
Già sacerdote, fu poi frate cappuccino. Fu fervoroso predicatore, devoto alla Beata Vergine, più volte guardiano e favorito del dono di profezia. Compì la vestizione a Carpi il 25 aprile 1632 e la professione di fede il 25 aprile 1633.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 631.


Parma 6 febbraio 1795-Bergamo 8 settembre 1838
Figlio del violinista Alessandro, rimase presto orfano e venne accolto dal nonno paterno, Giovanni Battista, primo violino della chiesa di Santa Maria Maggiore e del Teatro Riccardi di Bergamo, che lo istruì nella musica. Inviato a Parigi a spese del senatore Alessandri, si perfezionò con Rodolphe Kreutzer. Come violinista e compositore conobbe la gloria in Italia e all’estero e fu grandemente stimato da paganini. Fu a Weimar, a Vienna e a Monaco, dove rimase come maestro di Corte dal 1815 al 1819. Ritornato a Bergamo nel 1820, accettò l’offerta di Simone Mayr e diventò direttore dell’orchestra dei teatri Sociale e Riccardi, maestro di cappella della chiesa di Santa Maria Maggiore e insegnante dello strumento al Pio Istituto musicale. Tra i suoi meriti vi fu quello di organizzare delle accademie musicali al Teatro Riccardi a beneficio dei vecchi musicisti indigenti.Nel 1827 divenne direttore dell’Accademia filarmonica presso il Teatrino La Fenice.In occasione di un concerto dell’accademia Filarmonica, il conte Giovanni Colleoni gli dedicò un omaggio poetico.Si ritirò da ogni attività nel 1832 a causa della salute instabile e di una tetra insoddisfazione.Il suo ritratto si trova nel Museo Donizettiano di Bergamo. Il Rovelli lasciò manoscritti di concerti per violino e di quartetti per strumenti a corda (alcune di queste sue composizioni furono pubblicate dall’editore tedesco Singer).
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 139; Enciclopedia di Parma, 1998, 582; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1370/1374
Fu contemporaneo del Petrarca e Cancelliere del marchese Nicolò d’Este. È conosciuto unicamente per una sua lettera latina in risposta a una del Petrarca, scritta dal Rovenio a nome di Nicolò d’Este. Il Pezzana ritiene che se così rinomato Principe ebbelo scelto a suo cancelliere, e di lui giovavasi per rispondere a cotanto letterato, convien dire che fosse uomo di non picciola levatura. La lettera fu pubblicata nel 1773 negli Anecdota litteraria ex mss. Codicibus eruta (vol. II, f. 298) assieme a quella del Petrarca (entrambe conservate nella Biblioteca della Città di Lipsia). Quella del Petrarca, che deplora la perdita del fratello di Nicolò d’Este, suo amico, fu scritta da Arquà tra il 1370 e il 1374. La risposta del Rovenio è intitolata Responsio Marchionis Nicolai Estensis ad litteras superiores scripta per Antonium Rovenium de Parma ejus Cancellarium. Di questa lettera fece menzione il Nuovo Giornale de’ Letterati (tomo 8°, c. 81).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 103-104; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 350.

ROVERE GIORGIO, vedi DELLA ROVERE GIORGIO

ROVERE PAPINIANO, vedi DELLA ROVERE PAPINIANO

Parma 1653/1661
Frate agostiniano. Fu cantore (basso) nella cappella ducale della Steccata di Parma. Fu pagato per i mesi di novembre e dicembre 1653 e per quelli di febbraio e marzo del 1656-1661.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 99.

ROXI GIOVAN PIETRO, vedi ROSSI GIOVAN PIETRO

Collecchio 1092
Figlia di Martino. Popolana di Collecchio, figura in una donazione del 2 aprile 1092, assieme al marito Lorenzo.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.


Monchio 1801 c.-1836
Dovrebbe essersi laureato in Medicina nel 1826 perché nel 1823-1824 era studente del quarto anno e una storia clinica da lui raccolta si trova in Anno Clinico Medico, di Carlo Speranza, in quella data. Nel 1832 fu nominato medico ordinario nell’Ospedale dei Pazzi di Parma. Nel 1835 visitò il Manicomio di Reggio Emilia per prendere i disegni di letti e seggiole che vi si usavano. L’Ospedale dei Pazzi o di San Francesco di Paola o Centrale, annesso all’Ospedale della Misericordia, fu istituito da Maria Luigia d’Austria nel 1820 ed eretto su un vecchio convento. Il Rozzi morì di colera (secondo quanto scritto in un’opera di Giacomo Tommasini).
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici Valli Cavalieri, 1983, 53.

Parma-post 1609
Fusore di campane attivo nella prima metà del XVII secolo. Il 29 gennaio 1609 fornì il campanone di 350 pesi per il servizio della torre dell’orologio del Comune di Parma, che, data la cattiva riuscita, fu fuso nuovamente nel mese di maggio.Nel 1644 la fusione fu rifatta da Alessio Alessi.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 306; G.N.Vetro, Dizionario, 1998..


Parma 30 ottobre 1918-post 1939
Nato da Amilcare. Emigrato coi genitori in Francia, risiedette a Parigi, da dove giunse in Spagna nel settembre 1937, arruolandosi nella Brigata Garibaldi. Prese parte a vari combattimenti fino a quelli dell’Ebro (settembre 1938) e fece parte dei gruppi di resistenza che combatterono anche in seguito per ritardare l’avanzata franchista in Catalogna. Uscito dalla Spagna nel febbraio 1939, fu internato a Saint-Cyprien. Fuggito dal campo con l’aiuto del padre adottivo, Egidio Luppi (a sua volta volontario delle Brigate Internazionaliste), tornò a vivere coi familiari a Parigi.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 130.

Parma 1920/1933
Arpista, nel 1920-1921 fece una tournée negli Stati Uniti. Nel 1933 dette un concerto alla Società dei Concerti di Adria.
FONTI E BIBL.: Casellati, 71; G.N.Vetro, dizionario.Addenda, 1999.

RUBEO, vedi ROSSI

Cortile San Martino 19 maggio 1923-Jugoslavia 22 aprile 1945
Combatté in Jugoslavia con la Divisione Italia. Fu ucciso in combattimento (ufficialmente disperso) e decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare alla memoria.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 102.

Parma 1632/1644
Frate carmelitano, fu tenore al servizio della Steccata di Parma per cantare le Compiete il sabato e le domeniche con uno stipendio di 10 ducatoni d’argento, che riscosse la prima volta il 2 gennaio 1632. Come cantore, si trova ancora alla Steccata il 17 giugno 1644.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 93.

RUBERTI ORAZIO FRANCESCO, vedi ROBERTI ORAZIO FRANCESCO

Parma seconda metà del XV secolo
Fu advocatus e procurator causarum, vicarius Rote e iuris professor, attivo nell’ambiente giudiziario ecclesiastico del secondo Quattrocento tra Roma, la Dalmazia, Padova e Venezia. Questo singolare personaggio, sempre in lotta prima di tutto con clienti tardi e neghittosi nel pagare, poi con le vicende sovente angosciose della professione, amò raccogliere singolarissime incisioni quattrocentesche e scene riproducenti figure sacre a colori, di cui allora si faceva gran commercio essendo molto in voga e che venivano vendute sulle piazze. Nei suoi giri professionali (che lo portarono un poco in tutta Italia), il Rubieri ne raccolse più che poté, radunando una collezione di una cinquantina circa di soggetti. Tutto materiale di eccezionale interesse, che sicuramente sarebbe andato disperso nei secoli successivi, se il Rubieri non avesse pensato di conservare i suoi piccoli quadretti colorati in un modo del tutto inconsueto: incollando le minuscole icone alle pagine dei suoi testi giuridici manoscritti. Nel 1886 il bibliotecario ravennate Andrea Zoli giunse a una scoperta veramente esaltante: scorrendo due codici di argomento giuridico conservati nella Biblioteca Classense, si avvide che, proprio in quella sede insospettata, alle pagine di consilia giuridici erano incollate delle singolarissime incisioni quattrocentesche, riproducenti figure sacre a colori, di un gusto particolare. Fu una scoperta eccezionale perché si trattava di alcune decine di incisioni di un interesse elevato: raffigurazioni popolari del XV secolo di cui prima non si aveva conoscenza. Forse neppure lo Zoli (pur appassionato e conoscitore profondo di cose d’arte) si rese conto dell’eccezionalità della scoperta, tanto è vero che il Lehrs, quando, dopo parecchio tempo, vide le incisioni, scrisse che quelle stampe di eccezionale interesse fino allora non erano cadute sott’occhio a nessun intelligente della materia. Rimane tuttavia il fatto che quell’insperato ritrovamento convinse lo Zoli a staccare le stampine dalle pagine dei codici di giurisprudenza e a collocarle, poste tra vetri, nel piccolo Museo della Biblioteca Classense.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 giugno 1972, 3.

ante 1648-Parma ante 1680
Si addottorò in Parma, dove fu poi segretario del duca Ranuccio Farnese, al quale dedicò il romanzo De Philogenis et Calisto Amoribus, rimasto manoscritto. Le sue poesie uscirono postume a Venezia nel 1680.
FONTI E BIBL.: Giambattista Bodoni, 1990, 311.

Parma 22 luglio 1805-Parma 24 dicembre 1841
Figlio di Pietro e Maddalena Tagliavini. divenne orfano del padre quando aveva appena 14 anni. Laureatosi a 23 anni, tre anni dopo venne nominato lettore alle cattedre di Patologia, di Istituzioni mediche e di Clinica medica dell’Università di Parma, queste ultime rette dal famoso Giacomo Tommasini. Nel 1835 venne inviato dal governo a Nizza e a Cuneo per studiarvi il morbo asiatico. Alla fine del 1836, come premio dei servigi prestati e delle idee e della cultura importati, ottenne la medaglia d’argento dei benemeriti della salute pubblica e venne nominato Consigliere del protomedicato. Fu per qualche tempo sostituto alla cattedra di Botanica, scienza che aveva amato fin da ragazzo. Il Rubini si spense a soli 36 anni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1836, 439, 1841, 429, e 1842, 5; G. Tommasini, in Strenna Parmense 1843; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 351 e 524; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 2 ottobre 1989.

RUBINI GIAN BATTISTA vedi RUBINI GIOVANNI BATTISTA

Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore di storia attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 182.


Parma 1786 c.-post 1862
Figlio di Pietro. Del Rubini rimane il carteggio con Angelo Pezzana (1820-1862).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, 1967, 804.

Busseto 1563/1582
Figlio di Giovanni. Nel 1563 militò nelle truppe del Re d’Ungheria e nel 1582 venne promosso dall’Imperatore al grado di Colonnello di cavalleria in un suo reggimento e nominato nobile del Sacro Romano Impero.
FONTI E BIBL.: E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883; B. Vitali, Cronaca, ms. già presso E. Seletti; C. Argegni, Condottieri, 1937, 65.

Parma 1710 c.-post 1788
Pittore del quale non è nota né la data di nascita né sotto quale maestro imparò l’arte. Un contributo alla sua conoscenza viene dal Santangelo (Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, Roma, 1934) che documenta a prima del 1731 i sedici Miracoli della Madonna di Fontanellato, ovali nelle cappelle dell’omonimo Santuario, ai quali se ne aggiungono altri appesi nell’arcone presbiteriale e nella galleria degli ex voto: opere assai acerbe ma interessanti per la robusta pennellata che illustra brani della vita popolare dell’epoca. Sono invece ingiudicabili per le ridipinture i quattro affreschi nella volta della chiesa. Giovanbattista Gabbi in un manoscritto del 1819 ricorda molti affreschi del Rubini nell’oratorio di San Giovanni Battista a Cò di Ponte a Parma (poi distrutto), accompagnati ad altri del Bolla e databili verso il 1732, allorquando fu restaurato l’edificio. Il Rubini si trovò a lavorare ancora col Bolla nel 1734 in San Quirino, ove eseguì il Martirio di S. Quirino (poi in San Pietro), buona composizione di sapore veneto, ben orchestrata negli esagitati gruppi di figure situate in complesse architetture, il tutto riecheggiante con scioltezza i modi di Clemente Ruta, tanto da poter quasi ipotizzare un alunnato del Rubini presso quest’ultimo. In San Quirino il Gabbi annota pure la decorazione a chiaroscuro delle cantorie e un quadro in sagrestia. Alcuni manoscritti nel Convento di Santa Maria degli Angeli a Busseto riferiscono che in sagrestia nel 1746 le due medaglie laterali dell’altare furono dipinte dal Signor Rubini di Parma, Pittore che allora dipingeva le medaglie del Palazzo di Boffalora di Sua E.za il Sig. Marchese Pallavicini Allysandro. Perdute le prime due, si possono quindi riconoscere al Rubini i quattordici deliziosi e conservatissimi affreschi, tra fini stucchi veneti, nei soffitti del Palazzo Pallavicino (Museo Civico), già ascritti allo Spolverini (in L. Gambara, Le ville parmensi, 1966) o al Draghi. Nello splendido ciclo di Busseto si sviluppa nel comportamento stilistico del Rubini una meditata osservazione del Galeotti. La capricciosa figura di donna con serpente nell’Allegoria delle Arti torna quasi identica al centro del soffitto del Salone da Ballo in Palazzo Ferrari Pelati a Parma, mentre la Fama sullo scalone bussetano riappare in speculare nel medaglione dello scalone di Palazzo già Liberati a Parma, anonimi ma riconsegnabili al catalogo rubiniano attorno al 1746. Il Testi (S. Maria della Steccata, Firenze, 1922) ha poi documentato tra il 1751 e il 1752 la raffinata decorazione monocroma del coro nella chiesa della  Steccata e tra il 1759 e il 1761 quella delle quattro pilastrate nella cappella maggiore, della cassa d’organo e della cantoria. Mentre del 1762 sono diversi altri lavori non ben identificabili. Si riconoscono i modi caratteristici del Rubini anche in due affreschi tondi nella volta del coro di Sant’Uldarico, confermanti le sue ottime qualità, databili verso il 1762, epoca in cui il Bresciani lavorava nella navata antistante. Il Testi ha pure documentato tra il 1763 e il 1764 le volte a monocromo delle quattro cappellette d’angolo in Steccata, mentre lo Scarabelli Zunti (Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. in Pinacoteca di Parma) e il Gabbi datano al 1765 sei affreschi in Santa Brigida (perduti). La cronologia nota termina al 1772-1774, quando il Rubini restaurò alcuni quadri in Steccata. Si può presumere che la sua attività continuasse almeno oltre il 1788, quando terminò uno stendardo con S. Pietro e tre Santi per la parrocchiale di Vigatto, lasciato incompiuto alla morte del Passerini. In Santa Croce a Parma si conservano altri lavori documentati dal Gabbi ma non databili con sicurezza: gli affreschi nella volta della sagrestia e della scala che porta alla Confraternita con la Madonna e il Bimbo in gloria e Gloria d’angeli con la Croce. È andato invece distrutto quello nella camera della Confraternita. Non sono del pari identificabili il quadro nella facciata della Sagrestia e il Quadro di S. Pietro e Santa Geltrude nella Confraternita. Sempre in Santa Croce, si ritiene del Rubini la paletta del primo altare a destra, già ascritta al Ferrari, la Trinità con S. Vincenzo Ferreri miracolante in Palazzo Sanvitale (recante una citazione dal Galeotti), l’eccezionale cassapanca dipinta a finto rilievo nei depositi della Pinacoteca di Parma, nonché la Madonna col Bimbo e S. Bernardo nella sagrestia del Duomo di Fidenza, assegnata al Ruta, e la Trasfigurazione nel Priorato di San Salvatore presso Fontanellato, attribuita ad Antonio Balestra. Altri dipinti (perduti) vengono menzionati in San Francesco di Paola a Parma dallo Scarabelli Zunti e nell’oratorio della sua famiglia a San Pancrazio. l’importanza del Rubini nell’ambito della pittura parmense del Settecento emerge per l’altezza del suo operare, connotato dalla facilità compositiva, dall’eleganza del disegno e dalla freschissima pennellata, soprattutto per merito della congrua pratica affreschista che ereditò dal Galeotti (allontanatosi dal Ducato di Parma nel 1729), superando per qualità quella del Bolla (scomparso nel 1735), affiancandosi efficacemente, per un personalissimo e spiritoso linguaggio rococò, al fare più composto del Peroni ed eclissando senz’altro le sgrammaticate prove del Bresciani. Prende consistenza così un curriculum di decoratore a fresco, in cui si avverte l’influsso del Galeotti nelle tinte schiarite e in certi tratti del disegno. Ma le sue componenti culturali sono tutte ancora da precisare poiché la sua produzione sembra piuttosto disuguale. Per esempio negli ovali di Fontanellato, documentati al 1731, può colpire un certo senso realistico nelle scene, di un carattere di vivacità popolaresca da ex voto. Il martirio di S. Quirino invece, di cui lo scarabelli Zunti possedeva un disegno preparatorio che lo induce a considerazioni piuttosto negative (se avesse avuto miglior scuola e più lunga vita avrebbe superato la mediocrità), sembra situarsi al di fuori della ricerca di aggraziamento formale, più consueta agli artisti suoi contemporanei e diversamente pure dai suoi modi di palazzo Pallavicino, e attingere piuttosto a fonti manieriste, nell’espressività declamata dei movimenti e delle membra. Negli affreschi sembra preferire modi più armonici, traducendo in lingua più facile le composizioni complesse e l’animazione del Galeotti.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. XXIX, 1935; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 62; G. Godi, in Gazzetta di Parma 25 maggio 1979, 3; Arte a Parma, 1979, 59.


Parma 24 agosto 1760-Parma 15 maggio 1819
Figlio di Antonio e di Margherita Provinciali. Il padre, fabbro-ferraio, era detto il Tedesco per la conoscenza di questa lingua che gli aveva permesso di fare l’interprete durante la guerra del 1746. Terminati gli studi grammaticali e quelli di filosofia, si diede allo studio della medicina. Gli venne assegnato l’aiuto di un sussidio di studio (1778) che, trasformato e aumentato (1783), gli fu mantenuto anche a studi compiuti fino a che non ottenne una astanteria nell’Ospedale della Misericordia di Parma. Ottenuta la laurea (suo promotore fu Michele Girardi) il 6 agosto 1782, fu per tre anni assistente straordinario all’Ospedale di Parma e per due anni assistente ordinario (1787), facendo contemporaneamente il medico pratico sotto la guida di Serafino Gambara. Venne quindi assunto a sostituire il medico titolare del paese di Compiano, dove poi ebbe la nomina definitiva (1788) e stava per trasferirvisi con la famiglia quando, dietro proposta del protomedico Camuti, fu inviato con un altro giovane medico, Luigi Borani, a spese dello Stato a udire lezioni nelle università forestiere (Archivio di Stato di Parma, Ruoli approvigionamenti, 87), agevolato dal fatto di conoscere le lingue francese, inglese e tedesca. Si fermò dapprima a Pavia (1789) per sentire le lezioni del famoso Pietro Frank. L’anno scolastico successivo (1790) lo passò a Montpellier, poi a Lione (1791, seguì le lezioni del celebre Vitet), poi sei mesi a edimburgo, dove fu eletto membro onorario della Società Medico Chirurgica e dove studiò con Monro, Duncan, Blackers, Rotheram, hamilton, Home e Gregory. Si trattenne da ultimo anche a Parigi (1792). Durante la sua assenza per questi viaggi all’estero, la famiglia venne soccorsa con un sussidio concessole dal duca di Parma Ferdinando di Borbone. Fece ritorno in Parma nel giugno 1792, ma la cattedra che gli era stata promessa la poté avere solo nel novembre 1794. Tenne nel frattempo lezioni in Ospedale che furono molto frequentate anche da studenti forestieri e gli procurarono grande fama. La ristrettezza dei mezzi economici fu mitigata dall’assegno di 3000 lire che gli fu accordato quattro mesi dopo il suo ritorno e mantenuto finché ebbe la cattedra di clinica medica (aumentato allora di duemila lire). Fu ascritto al Collegio dei Medici di Parma nel 1801. Fu uno dei fondatori (1804), prima segretario e poi presidente, della Società Medico Chirurgica di Parma e uno dei principali collaboratori del Giornale Medico chirurgico, pubblicato da tale Società (1806-1813). Fu fatto socio di molte Accademie, anche straniere, e da diverse Università sollecitato a trasferirvisi per insegnare clinica medica (Pavia lo richiese nel 1810), ma il Rubini non volle abbandonare Parma. Quando Maria Luigia d’Austria fu duchessa di Parma, volle conoscerlo personalmente, presenti i rappresentanti dell’Università e della Corte, e lo nominò protomedico (maggio 1816). Nel luglio 1816 fu nominato medico consultore della Corte ducale. In apposito lazzaretto si dedicò (1817) alla cura della febbre petecchiale impiegandovi un metodo personale del quale fece oggetto di una pubblicazione. Divenne Preside della Facoltà medica, Riformatore per gli Studi e  professore decano. Fornito anche di spiccate tendenze letterarie, fu tra i fondatori della Società del Gabinetto Letterario, che presiedette nel 1815. Fu amante delle lettere, dell’arte e della musica. I suoi scritti preludono a quelli del Rasori e del Tommasini. Nei suoi lavori vi è l’impronta di un ingegno superiore, il frutto di osservazione costante e conoscenza profonda di metodi e di scuole, delle quali seppe cogliere il meglio. Tra i suoi numerosissimi scritti, vanno ricordati Sull’attività della Datisca Cannabina di Linneo contro le febbri intermittenti (1794), L’azione specifica della china-china sulle vie urinarie (1799) e Sopra la maniera meglio atta ad impedir la recidiva delle febbri periodiche già troncate col mezzo della china-china (1805). Il Rubini morì a 58 anni per indomabile peripneumonia. Nella chiesa di San Bartolomeo in Parma gli furono tributate solenni esequie, presenti il corpo medico dell’Università e del protomedicato. Antonio Azzali, professore di anatomia e di biologia e poi successore alla sua cattedra, ne lesse l’elogio. Nel cimitero di Parma, nell’arco dell’università, è ricordato con una lapide e nell’atrio d’ingresso del palazzo Universitario si trova a suo ricordo un monumento ornato del suo busto (opera di Tommaso Bandini), collocato di fronte a quello dedicato al Rasori. Il Rubini si sposò una prima volta nel 1794. Rimasto vedovo, si risposò nel 1802.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 623-636; E. De Tipaldo, Biografie degli Italiani, 6, 1838, 16; M. Varanini, Salsomaggiore, 1939, 74-77; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 32; Tommasini, Necrologia, in Gazzetta di Parma 1819, n. 40, 163-164, 1822, 184; A. Pezzana, Elogio storico di Pietro Rubini, Pistoia, 1839 (con l’elenco delle opere); G.B.Janelli, 351-353; F. Rizzi, 73-74; G. Berti, Insegnamento universitario parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1960, 129; G. Berti, Atteggiamento del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 496-497; Parma nell’Arte 3 1965, 208-209; L. Ferrari, onomasticon, Milano, 1947; Storia del giornalismo, VIII, 1980, 634; R. Giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 365; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 218.


Parma 1831
Patriota, partecipò in Parma ai moti insurrezionali del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 804.

RUFFINI, vedi BOCCHI RENZO ILDEBRANDO

Parma 1252
Fu inviato a Brescia come ambasciatore nel 1252 assieme a Rolando Lupi per stringere alleanza con gli altri liberi comuni della lombardia. Il Ruffini sposò Galizia, la quale fu una delle primicerie che il 7 aprile 1279 fondarono il beneficio delle Donne, in onore di Maria Vergine, San Giambattista e San Bernardo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 272.

RUFFINI GIACOMO, vedi RUFFINI GIACOPINO

Parma-Parma 24 maggio 1321
Fu probabilmente figlio di Bernardino e di Galizia. Nel 1295 difese il partito del vescovo Obizzo Sanvitale (Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, tomo IX, col. 833). Sconfitto e probabilmente bandito da Parma, il Ruffini si recò a Parigi dove insegnò scienze legali. Il da Erba lo chiama Cavagliero nobilissimo, e di Pontificia, e Cesarea Legge dottore cumulatissimo, quale fu di sua età in consiglj, e da governo il primo di tutta l’Italia, che leggendo, e insegnando con molta frequenza di Scolari pubblicamente nello Studio di Parigi, fu molto amato, et onorato da Filippo IV Re di Francia. Probabilmente le insegne cavalleresche di cui parla il da Erba furono concesse al Ruffini dallo stesso Filippo IV poco dopo l’anno 1300. Ritornato in Italia adorno di grande reputazione, nel 1310 il Comune di Padova lo invitò a leggere Diritto Civile in quella università: Eximiae sapientiae, et eloquentiae Viro Domino Jacopino de Ruffinis de Parma utriusque militiae tam legalis, quam cinguli militaris nobilitate praeclaro, Ptolemeus de Curtesiis de Cremona Potestas, Anciani, Consilium, et Commune Civitatis Paduae salutem, et optati honoris, et felicitatis augmenta. Ex famae vestrae praeconiis, quae scientiae ingentis in vobis thesauros perlucidos latere non sinit in partibus Italiae, ac per circumpositas regiones, nos permoti, et desideranter impulsi, et Rectores Studii Paduani nobiscum, cum Doctoribus, et scholaribus universis, personam vestram condignam, et nostrae Universitati acceptam nuper elegimus, et electionem ipsam de more nostro confirmavimus in nostro Consilio generali, ad regendum, et legendum extraordinarie in Civitate Paduae in Jure Civili, secundum modum, et formam Statuti nostri, et Constitutiones Scholarium Studii Paduani a festo Sancti Michaelis proxime venturo, quod mense Septembris praesentis die penultima celebratur, usque ad tres annos proxime accesuros ad salarium librarum quadringentarum denariorum Venetorum parvorum in grossis argenteis vobis dandum pro quolibet anno in duobus terminis, videlicet medietatem ad Calendas Novembris, et aliam medietatem ad festum Purificationis Beatae Mariae Virginis, quod est die secundo Februarii, de pecunia nostri Communis, ut in Statutis nostris plenius continetur. Ideoque sapientiam vestram attenta prece requirimus, et precamur, quatenus electionem praedictam de vobis factam honore vestri, et amore Communis, et Studii Paduani, acceptare dignemini. Nam et discretum virum guillielmum Floriani nuncium, et sindicum nostrum, et totius Universitatis nostrae sufficienter instructum ad vos mittimus ad dictam nostram acceptationem recipiendam, et promissionem veniendi, et legendi Paduae, ut dictum est in legibus extraordinarie, modis praedictis, et ad promittendum vobis, si acceptaveritis, salarium supradictum. Quasi certamente il Ruffini non accettò l’inito, dato che lo si trova nominato (col titolo di Professore di Leggi) nel novembre 1311 in Parma tra coloro che diedero facoltà ad alcuni procuratori di stringere una lega con altre città a garanzia della pace. Assai stimato in vita, al Ruffini furono tributati grandi onori anche durante le esequie: 1321 Indizione 4 al modo nostro. A 24 Maggio in Domenica il nobile Cavaliero, e Professore eccellentissimo, e degnissimo Dottor di Leggi Giacopino de’ Ruffini Cittadino di Parma, come a Dio piacque morì. Questi a’ suoi dì fu chiaro in ogni sorta di scienza; e fu grande, e fedel Consigliero al Comune di Parma riguardo ai pubblici fatti, come pure ad ogni particolar Cittadino per i privati, In genere di eloquenza paragonavasi a Tullio, e in gravità filosofica a Seneca; talché per tutta l’Italia era assaissimo riputato. Il dì seguente, che fu Lunedì, correndo la festa di San Salvatore, fu seppellito in San Paolo nella sepoltura di sua casa; e pel Comune di Parma, e a spese di esso fu vestito di una roba di scarlatto con sopra il vajo doppio. Da tutto il Clero, da tutte le Croci di Parma, e da tutto il Popolo con gran quantità di torchj fu accompagnato il suo cadavere, e sotterrato; ardendosi poi la copiosa cera per una settimana nelle esequie, che si andarono facendo con grande spesa a stimolo, ed esempio de’ buoni. Stettero in quel tempo tutte le botteghe chiuse; e intervennero a tale onore il Podestà, il Capitano, il Sindico maggiore, il Giudice delle Gabelle del Comune, coi loro Uffiziali (da Erba, Compendio). Il da Erba aggiunge che lasciò una Somma dottissima di Consiglj e l’Angeli (Historia di Parma, I, 17) afferma che il Ruffini lasciò alcune Questioni disputate. Gli scritti del Ruffini, tutti perduti, dovettero essere di particolare importanza, dato che diverse sue opinioni legali sono citate dal celebre giureconsulto Alberico da Rosciate (Comment. ad Legem, De Edendo, IV), il quale fu forse discepolo del Ruffini.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 272-276; A. Pezzana, memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1827, II, 71-72.

San Martino Sinzano 1825-20 luglio 1891
Fu Sindaco di Collecchio per oltre un ventennio. Al tempo della sua elezione a questa carica, nel 1869, scoppiarono a Collecchio dei moti popolari tendenti all’abolizione della tassa sul macinato, promossa dal ministro conservatore Menabrea per sanare il bilancio statale. Durante i tafferugli scoppiati in paese tra la popolazione contadina e le forze dell’ordine, alcuni Collecchiesi furono arrestati dai gendarmi e incarcerati nelle prigioni di Perugia. Il Ruffini accettò la carica di Sindaco alla condizione che venissero liberati i suoi concittadini (avevano piazzato delle funi trasversalmente alla strada per Parma onde impedire il passaggio a uno squadrone di carabinieri a cavallo inviati da Parma). Il Ruffini fu l’ideatore del viale della Stazione, la più bella strada di Collecchio, che, da lui appena iniziata, fu terminata dai suoi successori nel 1906. Il Ruffini è ricordato da una lapide posta sul viale all’altezza della pesa pubblica. La sua reggenza dell’amministrazione comunale coincise per collecchio con tempi di disoccupazione e di miseria nerissima. Il Ruffini, che ebbe possedimenti agrari a San Martino Sinzano e godette di una notevole agiatezza, nei mesi invernali faceva lavorare la manodopera disoccupata del paese costruendo strade a sue spese. Per questi suoi meriti fu assai benvoluto dalla popolazione. Il Ruffini impresse una svolta nel modo di essere amministratore di un ente locale rispetto al sistema prettamente conservatore dei predecessori, legati in un modo o nell’altro alla classe nobiliare, detentrice delle proprietà immobiliari e soprattutto terriere. Il Ruffini si preoccupò subito delle condizioni della popolazione contadina, oppressa dalla miseria e dalla pellagra, protesse, come detto, i concittadini incarcerati in seguito ai moti per il macinato, si occupò dei colerosi e degli agricoltori caduti vittime della malattia causata dalle risaie, promosse il sorgere di scuole anche nelle frazioni e diede il via a opere pubbliche allo scopo di alleviare la disoccupazione stagionale.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3; F. Botti, collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 43-44; U. Delsante, Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1975, 349-350.

Specchio 1890-Parma 13 maggio 1968
Esperto in agricoltura, fu Podestà di Solignano e commissario prefettizio a Varano Melegari.
FONTI E BIBL.: A. Credali, Ricordo di Pietro ruffini, in Gazzetta di Parma 26 maggio 1968; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 942.

RUFFINO DA BOSCO CONRNIGLIO, vedi GIACOMI DOMENICO

Borgo Taro 1624
Fu Podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1624.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

Parma 1849-Buenos Aires 1915
Prese parte alla terza guerra d’indipendenza e alla battaglia di Porta Pia (1870). Si trasferì a Buenos Aires verso il 1895, dove eseguì importanti opere edili.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 luglio 1989, 3.

RUFFONI GIACOPINO, vedi RUFFINI GIACOPINO

Parma XIX secolo
Danzatore, fu un primo ballerino di mezzo carattere.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1824
Nella stagione di fiera del 1824 danzò con Teresa Rugali al Teatro di Reggio Emilia nel ballo eroico tragico Carlo VIII re di Francia in pavia.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Parma ante 1815-post 1845
Nella stagione di Carnevale 1815 era al Teatro degli Avvalorati di Livorno, mentre in quello successivo si esibì al Teatro Regio di Torino negli Orazi e Curiazi, palcoscenico che calcò ancora l’anno successivo.La Gazzetta di parma ricorda i fratelli Rugali di Parma come eccellenti danzatori grotteschi nel ballo Gundeberga al Teatro Ducale il 3 aprile 1820, mentre li si incontra nella stagione di Fiera del 1823 al Teatro di Reggio Emilia.Nel carnevale 1824-1825 fu primo grottesco a perfetta vicenda al Teatro Regio di Torino.Scompare dalle cronologie dei teatri italiani per circa un decennio e nell’autunno 1936 lo si trova come coreografo (inventa e compone) per il ballo storico Currado Malaspina al Teatro della Pergola di Firenze, sulla musica di Luigi Savi.Ormai affermato, nel Carnevale 1838 e 1840 e nella Quaresima 1839 lavorò come danzatore alla Scala di Milano con Salvatore Taglioni, nell’autunno 1841 fu al Carignano di Torino e nel 1843 al Carlo Felice di Genova.Nel 1844-1845 fu ancora una volta al Teatro Regio di Torino.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1814
Danzatore.Nella stagione di Quaresima del1814 lavorò al Teatro degli Avvalorati di Livorno.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1815/1818
Danzatrice.Nel Carnevale del 1815 fu al Teatro degli Avvalorati di Livorno e nel Carnevale 1817-1818 al Teatro Regio di Torino.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RUGALI PIETRO, vedi RUGARLI PIETRO

Parma 1814/1824
Danzatrice.Sorella di Ferdinando, nella Quaresima del 1814 fu al Teatro degli Avvalorati di Livorno e lavorò con il fratello nel carnevale del 1817-1818 al Teatro Regio di Torino, nella primavera 1820 al Teatro Ducale di Parma e nella stagione di Fiera del 1823 in quello di Reggio Emilia.Nel 1824 vi ritornò con Carlo Rugali, mentre nel Carnevale 1824 fu nuovamente al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Melisi; Storia del Teatro Regio di Torino, v. V; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RUGALI, vedi anche RUGARL

Collecchio 1875 c.-Stradella di Collecchio 1915 c.
Presentatore di spettacoli e comico, fu scritturato da numerosi impresari in diverse località della regione, a Parma e a Salsomaggiore soprattutto. Seppe recitare con mirabile maestria bozzetti parmigiani in vernacolo. Morì in ancora giovane età in un incidente stradale mentre si recava a Parma in motocicletta.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3.

Collecchio 1870
Ingegnere, fu uno dei tre nominativi sui quali il prefetto di Parma operò la scelta del sindaco di Collecchio nel 1869. Fu a lungo consigliere comunale di Collecchio e nel 1870 fece parte di una commissione incaricata di recarsi presso i deputati della provincia a presentare un’istanza tendente a sostituire alla tassa sul macinato una tassa di testatico graduale, la quale verrebbe a produrre all’Erario un uguale introito e senza spesa di sorta per la riscossione della medesima, e che certo sarebbe ben accetta dal popolo, a vece dell’odiosa e vessatoria del macinato.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Ampliamenti di collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 361-362.

RUGARDI CARLO, vedi RUGARLI CARLO


Parma 2 aprile 1773-Parma 14 agosto 1855
Nacque dal conte Gabriele e da Anna Schiattini. Studiò nel Collegio dei Nobili, quindi nell’università di Parma dove si laureò in leggi nell’agosto 1796. Nel 1801 fu  Segretario del conte Cesare Ventura quando questi andò a prendere possesso del Regno d’Etruria per conto di Lodovico di Borbone. Entrato poi nella carriera amministrativa, fu dapprima Segretario del Magistrato del Po, quindi Segretario nell’Amministrazione dei beni della Corona. Cessato il governo francese, il Rugarli fu nominato nel febbraio del 1814 amministratore dei beni della Corona, quindi intendente generale della Casa Imperiale di Maria Luigia d’Austria e del Patrimonio dello Stato. Quando nel 1823 fu soppressa l’Intendenza del Patrimonio dello Stato, entrò a far parte delle diverse sezioni del Consiglio di Stato (dall’aprile 1816 ne era stato eletto Consigliere effettivo, e vi fu attivo fino al 1831). All’inizio del 1831 il Rugarli fu nominato Governatore di Piacenza ma non poté assumere l’incarico a causa dello scoppio dei moti insurrezionali. Nel marzo successivo fu nominato rappresentante del Governo presso la Ferma Mista, ufficio che esercitò per breve tempo, e nel giugno fu Governatore di Parma. Durante l’armistizio del 1848, il generale austriaco Degenfeld pose il Rugarli a capo dei Dipartimenti di Grazia e Giustizia e dell’Interno. Riprese la carica di Governatore nel marzo 1849, ma ottenne di esserne esonerato non molto dopo. Passò così nuovamente nel Consiglio di Stato ordinario: nel novembre 1852 fu promosso Direttore della Sezione d’Amministrazione e nell’ottobre 1854 Vice Presidente del Consiglio stesso. Nel 1821 Maria Luigia d’Austria lo fece Cavaliere dell’Ordine Costantiniano (nel 1849 ne fu Commendatore). Sia nella Corte di Maria Luigia d’Austria che in quella borbonica il Rugarli fu Ciamberlano.
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 354-355; V. V. Spreti, enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 869.

Parma 1724
Fu Alfiere nelle truppe ducali di Parma nel 1724.
FONTI E BIBL.: Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 869.


Parma 1 giugno 1739-Colorno 11 luglio 1807
Figlio di Orazio e di Marta Chittò. Fu organista, maestro di Cappella della Regia Corte di Parma e compositore. Nel 1768 scrisse gli intermezzi dei balli e le arie che erano eseguite al Teatro Ducale di Parma dalla compagnia dei comici diretta da Domenico Bassi.Nel 1770 scrisse le musiche e le arie per le farsette che la compagnia di comici diretta da Pietro Rossi inframmezzava nelle commedie che erano eseguite al Teatro Ducale di Parma.Nel 1772 risulta docente di clavicembalo del Collegio dei Nobili di Parma. Con Reale decreto del 19 marzo 1775 venne nominato maestro di Cappella onorario con l’annua gratificazione di 50 zecchini pari a 2150 lire. Invece col Reale Decreto del 13 gennaio 1776 ebbe il titolo di organista per il Servizio Reale in Colorno e l’assegno annuo di 5000 lire. Servì per tutto l’anno 1778. Del Rugarli sono ricordate le opere seguenti: Endimione (Parma, 1769, Teatro Sanvitale), Il fanatico (Parma, 1770, Teatro Ducale), L’ammalata per amore (1773), Il figlio del gran Turco (Colorno, 1774), Il giuocatore (1776), Inno di S. Rocco, partitura e parti, O spem miram, inno di S. Domenico, partitura e parti, Sequenza del Corpus Domini del M. Antonio Rugarli, 1775, a tre voci, partitura autografa e parti, Te Ioseph celebrent, inno di San Giuseppe, parti, Si quaeris, inno di Sant’Antonio, a tre voci, partitura e parti (queste ultime cinque si trovano manoscritte nell’Archivio della chiesa di San Liborio di Colorno).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 437; P.E. Ferrari, Gli spettacoli in Parma, 36; F. Bettoli, I nostri fasti musicali, 139; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 217 e 295; Dizionario musicisti UTET, 1988, VI, 497.

Parma 30 maggio 1778-
Figlio di Gabriele. Nel 1799 fu Sottotenente al servizio di Parma. Nel 1804 fu Tenente e nel 1808 Capitano del 113° Reggimento francese. Nel 1810 fu dimissionato. Nel 1815 fu nuovamente Capitano nel Reggimento Maria Luigia. Fece la campagna del 1808-1809 in Catalogna.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 34.

Pellegrino 1846-1933
Dopo aver compiuto studi irregolari, si arruolò nell’Armata dei Vosgi di Garibaldi e combatté a Digione durante la guerra franco-prussiana (1870-1871). Passato all’esercito regio, trovato in possesso di un cifrario, fu processato per cospirazione repubblicana. Venne mandato a Massaua per organizzare la colonia. Rientrato in Italia, Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia, lo fece Delegato del Tesoro per la provincia di Caserta. Il governo francese lo decorò con la Legion d’onore.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 275.

Colorno 20 maggio 1767-Parma 27 ottobre 1799
Figlio di Antonio. Fu anch’egli un valente organista. Svolse la sua attività soprattutto in San Liborio a Colorno. Imparò i primi elementi dell’arte musicale sotto la guida del padre, poi studiò col maestro Francesco fortunati e in seguito andò a Bologna a perfezionarsi col famoso padre Martini. Sulla partitura di Tantum Ergo del 1791 gli viene attribuito il titolo di Accademico Filarmonico di Bologna (quattro anni prima era stato accettato nell’accademia Filarmonica di Parma). Dal 1795 fu maestro di cappella onorario della Corte di Parma. Morì a soli 32 anni. Il Rugarli fu autore delle seguenti composizioni: le opere teatrali Il doppio equivoco (Parma, 1793) e L’isola disabitata (Libretto P. Metastasio, Parma, 1794), messe e mottetti.
FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 256-257; P.L. Bonassi, Musiche di S. Liborio, 1969, 145; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio, 1934; Dizionario musicisti UTET, 1988, VI, 497.


Parma 1777/1790
Contrabbassista, fu nominato a far parte dell’Accademia teatrale di Parma per un triennio. Nel Carnevale del 1777 sostituì nell’orchestra di Parma l’ammalato Gaspare Caroli (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 3). Il 18 febbraio 1790 fu nominato nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma al posto del deceduto Antonio gisalberti. Suonò anche nel Carnevale del 1780.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999; Archivio di Stato di Parma, Teatri 1770-1779, Affari diversi, cart. n. 2; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 226.

Compiano 1578
Fu Castellano e feudatario di Compiano. Il 23 agosto 1578 l’imperatore Rodolfo II conferì al Rugarli un diploma di familiarità, ornato dello stemma (l’arma è riprodotta anche nel volume Descrizione delle feste celebrate in Parma l’anno 1769).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 869.

Fornovo di Taro 7 dicembre 1862-Fornovo di Taro 24 aprile 1900
Figlio del conte Carlo e di Zeffira Previdi. Frequentò il ginnasio e il liceo nel Collegio Maria Luigia di Parma. Negli anni Settanta ebbe quale insegnante il suo conterraneo e cognato Italo Pizzi, che ritrovò poi a Firenze quando nel 1879 si iscrisse a quell’Istituto di Studi Superiori, dove il Pizzi, bibliotecario alla Laurenziana, esercitò dal 1880 al 1885 la libera docenza d’iranico. Il Rugarli, forse già fin d’allora iniziato dal Pizzi agli studi orientali, completò così la sua preparazione iranistica con lui a Firenze e lì probabilmente si laureò. Gli studi orientali, tanto prediletti dal Pizzi, diventarono così anche per il Rugarli una  vera passione: in quegli anni, tra l’altro, imparò in modo approfondito la lingua persiana. Ottenuta a Bologna una cattedra nel ginnasio comunale Guinizelli, vi insegnò quattordici anni, facendosi apprezzare anche da Giosuè Carducci. Carducci lo ebbe sempre carissimo: fu tanta la stima che il Rugarli godette presso il poeta che non di rado questi passava a lui i manoscritti delle sue poesie perché gliene desse un giudizio. Del Rugarli il Carducci fu anche ospite a Fornovo di Taro, ove si ispirò sui luoghi della famosa battaglia. Nel 1898 ottenne il trasferimento al ginnasio Maria Luigia di Parma. Frutti delle sue fatiche e dei suoi studi furono la traduzione del poemetto persiano Kuk il Montanaro (1891), seguito nel 1896 dal Libro di Ghershâsp, poemetto ciclico persiano di Asadi il giovane, e una versione letterale del primo canto del Libro di Berzû, altro poemetto ciclico persiano del XII secolo (che il Rugarli si riprometteva di pubblicare per intero), del quale aveva già dato alle stampe nel 1898 l’episodio di Sûsen la Cantatrice. Alcuni di questi studi ebbero l’onore di essere accolti nel Giornale della Società Asiatica Italiana, società della quale il Rugarli fu membro. Pubblicò anche un volume di Canti popolari (parole e musica) raccolti in Fornovo di Taro (1893). Mentre il Pizzi estese il suo interesse a più campi del dominio iranico, il Rugarli si concentrò sulla letteratura neopersiana, prediletta del resto dal maestro stesso:  qui, più che di storico e critico, l’attività del Rugarli fu di prosastico ma efficace ed elegante traduttore. Qualche saggio di versione di Omar Khayyàm e Sa’di apprestò sotto la forma consueta di omaggi nuziali, ma il più e meglio delle sue versioni dedicò al ciclo epico di Persia. Grandeggiava qui l’opera imponente del suo maestro, che tra il 1886 e il 1888 aveva dato all’Italia la versione completa del Libro dei Re e a Firdusi e all’epopea persiana aveva dedicato una quantità di studi e saggi, frutto di grande dottrina ed entusiasmo, anche se non sempre di altrettanto senso critico e storico. Il Rugarli volle anche provarsi in un saggio di versione del grande poema e nel 1888 pubblicò in opuscolo a Correggio la sua versione in prosa di un episodio firdusiano, La battaglia dei sette Eroi: pubblicazione già da tempo annunziata, tanto che il Carducci, vedendola tardare, minacciò di chiamarla piuttosto La battaglia dei setti Codardi. Questo episodio, che non è se non una delle molte gesta attribuite dal poema al suo principale eroe Rustem, misurantesi con sette prodi nemici, era già stato reso in versi italiani nel secondo volume, uscito l’anno prima, della completa traduzione pizziana, onde non può servire a dare la misura dell’esperienza linguistica e filologica del Rugarli. Ma i seguenti lavori vertono quasi tutti su testi non da altri tradotti prima di lui e che pochi anche dopo di lui studiarono. Essi danno perciò migliore testimonianza delle sue qualità di interprete e traduttore, sia pure con l’assistenza, francamente riconosciuta, del maestro. Il Rugarli lavorò su quelli che si possono chiamare i poemi ciclici dell’epopea eroica di Persia, nati nel solco del poema firdusiano e verseggianti elementi dell’epos non inclusi o appena accennati dal suo maggiore cantore nello shàhnàmè. Si tratta in generale di materia epica del ciclo del Sigistàn, celebrante le gesta di mitici eroi di quella regione orientale dell’Iran, nessuno dei quali cinse la corona regale iranica ma il cui principale campione, Rustem, col padre Zàl, il nonno Sàm e il figlio Sohràb, assunti nella generale tradizione eroica di Persia, sono alcuni dei più famosi personaggi di Firdusi stesso. Ma oltre a essi il ciclo narra anche di altri loro avi e discendenti e su Rustem stesso ricama altre avventure oltre quelle narrate nel Libro dei Re. Tutta questa materia, non meno antica di quella verseggiata da Firdusi, ebbe la sua forma poetica neo-persiana in opere a lui posteriori e sorte in sua imitazione del corso dell’XI secolo: tali il Ghershasp-nàme di Asadi, narrante le gesta dell’avo di Rustem, Ghershasp, il Barzù-nàme, da taluni attribuito a un ‘Atà ibn Yaqùb, che ha invece per eroe il figlio di Sohràb e nipote di Rastem, Barzù, o l’anomino Kùk-nàm, il cui argomento è la lotta vittoriosa di Rustem contro il montanaro Kùk, un brigante afghano, rispecchiante appunto le rapine e incursioni di Baluci ed Afghani nel Sigistàn. Quest’ultimo è un non lungo poemetto a sé stante, ma gli altri due, ciò che non seppe a suo tempo il Rugarli, sono vasti e macchinosi poemi di più migliaia di versi, di cui ciò che Pizzi e il Rugarli poterono conoscere, gli estratti inclusi dal Turner Macan in appendice alla sua edizione calcuttense dello Shàhnàmè, non sono se non frammenti. Comunque, allo studio di questi resti del ciclo post-firdusiano Pizzi opportunamente avviò il Rugarli ed egli vi si dette con entusiasmo, con saggi di versione che affrontarono veramente un terreno vergine e sono rimasti in parte unici nel loro genere. Ciò vale soprattutto per Kuk il Montanaro, che il Rugarli tradusse integralmente in elegante edizione zanichelliana nel 1891 e che, senza l’introduzione, fu poi ristampato nel 1900 nel Giornale della Società Asiatica Italiana (XIII, 27-60). Sul Barzù-nàme il Rugarli ritornò più volte, traducendone più episodi: La gazzella  di Berzu fin dal 1889 (ed è questa versione che fu lodata dal Carducci), Rustem e Berzu nel 1892 e Susen la cantatrice in quello stesso 1892, poi ristampato quest’ultimo nel Giornale della Società Asiatica Italiana (XI, 1897-1898, 15-33). Del Ghershasp-nàme infine, dopo aver anticipato nei soliti opuscoli per nozze due episodi (Le nozze del re Gemshld e Viso di Peri, nel 1894), pubblicò quella che credeva la versione dell’intero poema, sul testo del Turner Macan, nel Giornale della Società Asiatica Italiana (IX, 1895-1896, 33-80): fu quella versione che diede al suo nome un’eco nel mondo internazionale degli iranisti. In realtà, ciò che il Rugarli credette fosse il tutto dell’opera d’Asadi (18 canti con 1802 versi, sino alla nascita di Ghershasp, onde il Rugarli poté dire il poema è una genealogia) non era che la prima parte di assai più vasta trattazione, quale cominciò a pubblicare e tradurre nel 1926 l’Huart su manoscritti di Parigi e di Londra. La traduzione fu poi completata solo nel 1951 dal Massé, mentre un’edizione integrale del poema (145 canti con 8850 versi) fu data nel 1938 a Teheran da H. Yaghmàì. L’Huart, in testa alla sua edizione, ricorda appunto i frammenti tradotti dal Rugarli. Tutte queste versioni cicliche (saggio di studi che amo) hanno filologicamente il merito di essere compiute su testi mai prima da altri tradotti e spesso non facili per le caratteristiche dello stile epico persiano, che è a volte ambiguo e oscuro. Le brevi introduzioni orientano correttamente il lettore sul valore storico ed estetico degli originali (meno là, come nel Ghershasp-nàme, dove ulteriori studi hanno del tutto modificato la prospettiva al riguardo). Ma lo scopo principale del Rugarli, come già del suo maestro e modello Pizzi, resta essenzialmente letterario ed è di rendere in buona veste italiana l’esotica materia. Si impone qui spontaneamente il confronto tra i due cognati, quali traduttori dell’epopea di Persia: confronto qualitativo, s’intende, ché quantitativamente i piccoli saggi del Rugarli scompaiono davanti alle proporzioni dell’opera pizziana. Di più, l’uno tradusse in versi e l’altro sempre in prosa. Eppure questa prosa del Rugarli, sobria, efficace, elegante, si avvantaggia forse di questa sua modestia rispetto al turgore magniloquente degli endecasillabi pizziani. Proporzioni a parte, le versioni del Pizzi poggiano certo su una esperienza linguistica e filologica incomparabilmente maggiore, ma proprio come resa letteraria appaiono alquanto invecchiate, perché legate a uno stile non più congeniale: la prosa del Rugarli resiste meglio al tempo.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 100; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 135; F. Gabrieli, in Gazzetta di Parma 5 maggio 1967, 3.

RUGARLO, vedi RUGARLI


Borgo Taro 1907-Caffaraccia 1944
Vittima dei nazi-fascisti, fu fucilata perché scoperta mentre portava del cibo a partigiani nascosti. Rientra tra le vittime del rastrellamento dell’inverno 1944-1945, per la maggior parte appartenenti alla 1a Brigata Julia.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 286.

Parma 1289
Nell’anno 1289 fu Podestà di Pistoia.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1958, 34.


Parma 1598
Trasferitosi a Reggio Emilia, tradusse un canto epitalamico in latino, francese e tedesco (Ferrara, Baldini, 1598). In italiano compose versi sciolti.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1958, 34; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 943.

Parma 1181/1186
Fu Console di Parma nel 1181 e nel 1186 fu investito del castello di Felino dall’imperatore Federigo I Barbarossa.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1958, 34.

Cremona 1801-Parma 1 aprile 1868
Nel 1840 entrò nell’esercito ducale di Parma come soldato musicante. Fece una carriera rapidissima e il 21 dicembre 1842 venne nominato direttore della banda del reggimento Maria Luigia. Oltre a istruire e dirigere il complesso musicale, ebbe l’obbligo di scrivere tre composizioni al mese. La Gazzetta di Parma del 31 gennaio 1844 riporta che il Ruggeri pose in musica il dramma di giovanni Cattani, L’alba. Il testo venne pubblicato in occasione dell’accademia data il 29 gennaio 1844 al Teatro Ducale a favore degli asili infantili. Diresse l’orchestra Nicola De giovanni e danzò la famosa Fanny Cerrito. Fu anche maestro di musica alla Scuola Militare e direttore della Società Filarmonica Parmense. Si fregiò del titolo di Accademico Filarmonico di Bologna. Il 20 gennaio 1858 trasmise al Teatro di Regio di Parma la sua offerta per un’opera semiseria, I pirati di Baratteria, da rappresentarsi nella stagione di primavera. Essendo stato però già concesso l’appalto all’impresario Eugenio Merelli di Milano, l’offerta venne declinata né l’opera poté essere messa in cartellone nella successiva stagione di Carnevale in quanto i principali cantanti hanno apposta nelle loro scritture la condizione di non cantare che in opere serie (Parma, Archivio Storico Comunale, 1858, fasc. III, Spettacoli). Iniziò allora a musicare l’opera seria in tre atti Elfida di Provenza, ma anche questa, da quanto risulta, non ebbe mai l’onore delle scene. Rimase al comando della banda fino alla caduta del Ducato nel 1859. Dal 1860 fino al decesso diresse la banda della Guardia Nazionale di Parma e quella che agì al Teatro Regio durante gli spettacoli lirici. Alcune sue composizioni per pianoforte sono contenute in un album edito a Parma (litografia Vigotti, 1855): Cotillon, Il più bel giorno della vita, valzer, Marianella, polka. Inoltre scrisse Camelie, polka (Parma, Litografia corsini, 1855), Dalia, Gemma, polke (Ricordi).
FONTI E BIBL.: Banda della Guardia Nazionale, 1993, 99-100.

-Parma 1350
Monaco del Monastero dei Domenicani di Parma, fu eletto Vescovo di Cremona il 6 marzo 1327. Fu versato in ogni genere di scienza. Governò la Chiesa di Cremona con grande prudenza. Orami vecchio, nel 1344 abdicò dal suo incarico per ritirarsi in convento a Parma. Fu sepolto nella chiesa di San Domenico.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 439; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; Aurea Parma 1 1958, 34.

RUGGERO da PARMA o SALERNITANO, vedi FRUGARDO RUGGERO

Parma 1397
Figlio di Ilario. Pittore ricordato in un atto notarile del 16 ottobre 1397: Marchus de Cotis f. q. d.ni Anthonii civis parme vicinie sancti Marcelini porte nove per se et suos heredes fuit confessus et in concordia cum Paulo de Pizo f. q. d.ni Francischini vic.ae sancte Cecilie porta de parma ibi presente dante et solvente et numerante nomine et vice Tomaxini de Borzano f. q. Zorzii vic.e sancti Gervaxii porte de parma et Iohannis de Rogleriis f. q. d.ni Ylarii vic.e Sancti Baxilidis porte de parma, et de denariis propriis et communibus ipsorum Tomaxinii et Iohannis et utriusque ipsorum, se ab eo dante et solvente ut supra habuisse et recepisse florenos quinque auri boni et iusti ponderis pro complemento et integra solucione et sottisfacione cuiusdam debiti florenorum decem auri boni et iusti ponderis in quibus ipsi Tomaxinus et Iohannes et uterque ipsorum in solidum eidem Marcho tenebantur et obligati erant occaxione certarum quantitatum colorum a pingendo, ut constat publico instrumento rogato et imbreviato per me Iohannem de Sancto Leonardo notarium Millesimo trecentesimo nonagesimo quinto Indicione tercia die trigesimo Augusti, de quibus denariis ipse Marchus a predicto Paulo dante et solvente ut supra sibi bene solutis clamavit et renunciavit exceptione de non datis, non habitis et non receptis ipsis denariis et spei future numeracionis (rogito di Giovanni San Leonardo, Archivio Notarile Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 16.

RUGGIERO da PARMA o SALERNITANO, vedi FRUGARDO RUGGERO


Salsomaggiore-Monte Cobilek 19 agosto 1917
Caporale Maggiore del Reggimento Artiglieria da Campagna, fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare, con la seguente motivazione: Durante una intera giornata di azione, fu costante esempio di slancio e di coraggio per mantenere perfetto il collegamento con le fanterie, assolvendo con ammirevole zelo il suo compito. Finché colpito a morte, lasciava eroicamente la vita sul campo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 12a, 778; Decorati al valore, 1964, 112.


Valdena 1443 c.- Piacenza 13 giugno 1515
Si portò colla famiglia in Piacenza, dove insegnò lingua latina, greca e umane lettere per cinquant’anni. Nel sepolcro del Ruinagia si vede la sua effigie in marmo, colla seguente epigrafe incisa in lamina di bronzo: Qui decem lustris Placentinorum liberos docens multorum animis. Musas inseruit, Abrami Ruinagiae quod reliquuum est in terris hic jacet. Huic Alexander et Hyeronimus filii bona spe monumentum posuerunt. At tu lector precare bona obsecro. Obiit 1515 7 idas Junii.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 371;G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 199.

Parma 1726/1780
Fu suonatore di violino sotto il maestro di ballo Francesco Pagnini dal 18 marzo 1730 al 1° febbraio 1731. Sebbene licenziato, gli fu continuata la provisione di 32 lire ogni mese fino al 25 giugno dello stesso anno. Fu alla Steccata di Parma per più di cinquant’anni a suonare nelle principali solennità (dal 25 marzo 1726 fino al 1780). Suonò nel 1744 a Lucca per la festa di Santa Croce, retribuito con 39,12 lire.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 186.

RUNINO TOMMASO, vedi RAVASINI TOMMASO

Pavia 21 agosto 1833-
Giunto a Parma col padre Jean Clément, nel 1854 esercitò la professione di fotografo, che trasferì presto a Cremona, con stabilimento fotografico in Contrada Santa Margherita 11. Tornò a Parma il 13 luglio 1865 e fissò tanto la residenza quanto lo studio al primo piano di borgo delle Asse 23. Con lui vissero le sorelle Edoarda ed Elisa. Risulta aver combattuto con i Francesi, e a ciò si deve la definizione di Patria francese che compare nel censimento della popolazione del 1861.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 62.

RUSCA ANTONIO, vedi RUSCA BUONO ANTONIO

Parma 9 luglio 1829-Cremona post 1912
Appartenne a una famiglia di musicisti: il fratello Leone fece parte della Ducale Orchestra come violinista, mentre la sorella Laura fu una buona cantante. Nel 1845 il Rusca era pensionante al Conservatorio di musica di Milano, dove studiava composizione. Nel 1848 fu volontario nella seconda colonna mobile parmense. Dal 1857 al 1906 diresse la Scuola di musica di Busseto, dove insegnò anche teoria, armonia, composizione, canto e pianoforte. Nel contempo fu direttore della banda musicale, organista della collegiata e direttore dell’orchestra dei filarmonici.mentre per questi doveva comporre 24 pezzi di musica all’anno, per l’opera parrocchiale aveva l’obbligo di una Messa solenne e di un Tantum ergo. Dalle carte dell’Archivio di Stato di Parma risulta che nel 1857 venne retribuito per dodici pezzi di musica composti per le commedie rappresentate al Teatro Regio.Concertatore dell’orchestra di Busseto e maestro dei cantanti, il 17 agosto 1868 inaugurò con un’orchestra composta quasi interamente di filarmonici bussetani il nuovo Teatro Verdi, concertando il rigoletto e Un ballo in Maschera, diretti da gaetano Bassoli.Il 21 luglio 1912 diresse un concerto vocale e strumentale pro patronato scolastico di busseto.Oltre alla musica per le funzioni religiose e per i filodrammatici, scrisse un trattato di solfeggio e pubblicò Attualità, album di 6 danze per pianoforte (Milano, Lucca).
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 173; E. Seletti, La città di Busseto; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 286; Enciclopedia di Parma, 1998, 584; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma prima metà del XIX secolo
Stuccatore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 247.

RUSCA GIOVANNI, vedi RUSCONI GIOVANNI


Parma prima metà del XIX secolo
Stuccatore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 247.

Busseto 1821-
Sorella di Buono Antonio e di Leone. Fu una buona cantante lirica.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 584.


Parigi 1815-Parma post 1845
Nel 1842 era sicuramente già dipendente della Ducale Orchestra di Parma, in quanto vi è una sua domanda per assentarsi al fine di prodursi in altro teatro. Il 19 dicembre 1845 fu nominato II viola al posto del defunto Mazzoni, con lo stipendio di 600 lire l’anno.
FONTI E BIBL.: Inventario, 1992, 214, 281, 300, 310, 318, 382; Stocchi.

Lombardia-Parma XIX secolo
Ornatore e stuccatore, si trasferì a Parma dove fu attivo nella prima metà del XIX secolo e dove fu consigliere con voto nell’Accademia di Belle Arti di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Scuola della Arti Belle, 1862, 37.

RUSCANI GIOVANNI,, vedi RUSCONI GIOVANNI

Como-Parma 20/30 settembre 1412
Nacque da una delle più nobile e illustri famiglie d’Italia, che signoreggiò le città di Como, Lecco, Lugano, Mendrisio, Locarno e bellinzona. Figlio di Lotario, podestà di Milano, e di Enrica, figlia di Bernabò Visconti. Ebbe due fratelli, Baldassarre, arciprete e canonico della Cattedrale di Como, e Franchino, inviati quali ambasciatori da Gian Galeazzo Visconti, loro cugino, per ringraziare i Siciliani che erano venuti a congratularsi con lui della dignità ducale, e due sorelle, Enrica e Anastasia, moglie di Antonio Sanvitale, nobile parmigiano. Il Rusconi fu elevato al vacante Vescovado di Parma alle istanze di Gian Galeazzo Visconti quando i due suoi fratelli l’accompagnarono a Como. La data precisa della sua promozione è sconosciuta. La bolla di papa Urbano VI al Capitolo di Parma (che l’Affò riporta nelle sue schede) del 1380 è certamente falsa perché Beltrando da Borsano non lasciò vacante per morte la sede di Parma, ma per essere stato trasferito a quella di Como. Il 28 settembre 1380 in un rogito di Antonio Zandemaria, notaio imperiale, il Rusconi è chiamato semplicemente Eletto Parmense e perciò non era ancora stato consacrato vescovo. Questo rogito contiene alcuni Statuti del Capitolo di Parma approvati da Stefano de’ Nasi, arciprete e canonico di Como e vicario del Rusconi, e da Matteo Garimberti, arcidiacono e vicario capitolare. Poco dopo il suo ingresso a Parma il Rusconi pronunciò la scomunica contro coloro che occupavano i beni del suo Vescovado. Il primo documento dove il Rusconi è chiamato vescovo di Parma è del 30 luglio 1381. È una concessione livellaria a favore di Galdino Tintore di poter estrarre un bocchetto d’acqua dal canale maggiore, con l’obbligo di dare ogni anno una certa quantità di grano. Il 13 agosto di quell’anno il Rusconi diede l’investitura feudale a Giovanni Manzi di una pezza di terra nelle pertinenze di gualtieri. Elesse poi, quale sindaco, camerario e suo procuratore generale di tutte le cause, Gabriele degli Accorsi il 27 maggio 1382. Albertino Garsi, conduttore del dazio e della mercanzia di Parma, e Guglielmo da Neviano, conduttore della macina, supplicarono Galeazzo Visconti, Signore di Milano e di Parma e vicario imperiale, perché ordinasse al podestà e ai giudici del dazio di far pagare il Rusconi, il quale introduceva grano in Parma senza pagare le gabelle, appoggiandosi a una sentenza che il referendario della città aveva proferito a suo favore, con la quale lo si dichiarava immune dai dazi e dalle gabelle. Il Duca, esaminato l’affare, sentenziò il 20 dicembre 1383, secondo il parere dei suoi commissari Giovanni Diversi, podestà di Parma, e Cristoforo dei Bandelli, entrambi giudici delle gabelle, che i vescovi non erano tenuti a pagare dazi e gabelle per le cose di loro uso e di tutta la loro famiglia per una antichissima consuetudine, cui in contrarium memoria non existit. Nel 1382 il Rusconi riconfermò l’investitura di una pezza di terra fatta ad Antonio degli Arcelli e a suo fratello Ilario. Manfredo della Croce, di Milano, era vicario del Rusconi il 25 ottobre 1383, giorno in cui il Capitolo rielesse all’ufficio di custode o sagrista della Cattedrale il canonico Dionigi Capelluti, che lo aveva rinunciato. Il Rusconi confermò la rielezione il 25 maggio dell’anno seguente. Da Parma, il 23 ottobre 1384 il Rusconi conferì il priorato di Sant’Armanno ad Antonio Bertani e due mesi dopo (23 dicembre) il canonicato e prebenda della chiesa di Gainago a favore di Bartolomeo gonzino. Il 4 aprile 1385 Giovanni Griffoni, rettore della chiesa di Sant’Ilario di Poviglio, deputato dal Rusconi, investì di un beneficio Francesco Cavalchi di Noceto. Poiché il Rusconi ebbe altre noie dagli esattori parmigiani, il referendario di Parma, delegato dal Duca di Milano, il 22 maggio 1386 dichiarò che i vescovi di Parma erano liberi, esenti da qualsivoglia carico, dazio e gabelle circa i frutti e le rendite, proibendo ai dazieri di molestare in alcun modo la Chiesa parmense. Il 6 aprile 1388 il Rusconi ordinò una precisa descrizione di tutti i beni posti nel territorio di Castelgualtieri (atto rogato da Ugone Rossi, notaio imperiale). Il 23 aprile di quell’anno investì di una pezza di terra nella vicinanza di Gualtieri Pietro Obizzi e Opicino, suo nipote, per una mezza misura di vino all’anno, e lo stesso giorno concedette in feudo una casa con una pezza di terra nelle pertinenze di Gualtieri a Giovanni Antonio e Andrea Bonelli e ai loro figli, nel luogo detto alle Caselle. In quell’anno (21 agosto) fu fatta l’unione e incorporazione del monastero e dei beni della Religione vecchia alla Mensa vescovile. Il 24 novembre 1388 fu pronunciata a Pavia una sentenza favorevole al Rusconi contro Giovanni ghibani, appaltatore parmigiano delle gabelle del vino in Parma, il quale pretendeva che i sudditi del Vescovo non fossero esenti dal dazio della imbottatura. Il giudice dei dazi gli aveva già dato sentenza favorevole e il Rusconi si era poi appellato a Gian Galeazzo Visconti, producendo i suoi privilegi antichi. Il Duca commise l’esame della controversia al dottore Giovanni Omodei, il quale diede sentenza favorevole al Rusconi. I comuni e i luoghi soggetti al Vescovo, dichiarati immuni dal predetto dazio, furono i seguenti: Communia et homines Montis Curiae Raygusii, loci de montibus, loci de Gramatica, loci de Raygusii, loci de Casarolo, loci de Tichiano, loci de Laneta, de Valceca, loci de Nerone, loci de Lugagnano, loci de Vezatica, et loci de Treflumine omnium locorum praefati D. Episcopi. Il 5 giugno 1389 ebbe una investitura feudale dal Rusconi Guglielmo della Mazza (24 biolche poste nel territorio di Gualtieri). Altra sentenza del 19 maggio 1390 venne promulgata dal referendario del Duca di Milano, con la quale il rusconi e il clero furono riconosciuti esenti da qualsiasi tassa, come per il passato. Frate Musio da Beccaria, precettore delle case e della chiesa di San Giovanni Gerosolimitano di Parma, il 6 dicembre 1392 ottenne licenza dal Rusconi di consacrare nell’oratorio già costruito, che si disse dello Steccato, un altare dedicato a San Giovanni Battista decollato, con l’onere di pagare due libbre di cera al monastero di sant’alessandro. Il 16 agosto 1393 dal rusconi fu assolto Ilario da Beccaria, beneficiato della chiesa di San Donnino, per un giuramento falso fatto in una causa vertente tra lui e Giovanni da Cornazzano. Bonifacio Lupi, marchese di Soragna, stralciò (suo codicillo del 1° novembre 1388) dalle possessioni lasciate in eredità a Ugolotto Lupi suo nipote, 50 biolche di terra, che legò alla badessa e monache di San Paolo, con l’obbligo di dare, annualmente e in perpetuo, 20 lire ai Frati minori di San Francesco del Prato per celebrare ogni anno un anniversario con Messa nel giorno della morte di suo padre nella cappella dei Lupi e di provvedere l’altare dei paramenti necessari. Legarda Biancardi, badessa del monastero, e le monache rinunciarono al legato. Il Rusconi cedette allora il lascito alla badessa e monache di Santa Chiara, le quali lo accettarono per mezzo del loro procuratore promettendo di adempierlo per l’avvenire e in perpetuo. Il decreto del Rusconi fu rogato da Filippo da Fossio, cancelliere della Curia, il 28 gennaio 1394. Dal 1394 al 1398 fu vicario generale del Rusconi, tanto in spiritualibus quanto in temporalibus, Gregorio Berenghi, canonico di Reggio. Il Rusconi il 15 maggio 1395 nominò Antonio di Vedriano, prete parmigiano, rettore della chiesa curata di San Nicolò di Cavriago. Poiché una grave controversia era sorta tra l’Opera parrocchiale della Cattedrale di Parma e il Comune di Borgo San Donnino, la lite fu portata dinanzi al Rusconi. Lo stesso Duca di Milano si fece mediatore, esortando il Rusconi e i borghigiani ad accordarsi pacificamente. Ma il Rusconi pronunciò una sentenza contro i Borghigiani, i quali però mandarono a Pavia nell’ottobre 1396 ambasciatori al Duca per protestare contro tale giudicato. Si ignora l’esito dell’ambasceria. Il 1° agosto 1397 il rusconi nominò Giovanni dei Ferrari suo podestà di Corniana, con il salario, emolumenti, onori e oneri inerenti. La compagnia dei Bianchi o della Misericordia, istituita da Enrico II di Castiglia e approvata da papa Giovanni XXII, che andava recitando orazioni e cantando lo Stabat Mater, passò da Parma il 4 agosto 1399 e vi si associarono 3552 Parmigiani: il Rusconi, con tutto il clero, fece parte della comitiva. Nel 1392 Bartolomeo Fredulfi fu sindaco e procuratore del Rusconi. Il 1° agosto 1397 il rusconi diede la patente della podesteria a Giovanni Pienazza. Il 25 settembre 1399 ottenne una sentenza in suo favore per la libertà dei Mezzani del Vescovo, dichiarata interamente e integralmente sotto la giurisdizione del vescovo di Parma. Nello stesso anno,  Della Noce, delegato dal Duca di Milano, sentenziò che gli uomini del Mezzano non erano tenuti ad alcun carico reale e personale, né misto, ma che erano sottoposti alla giurisdizione del vescovo di Parma. Nell’anno 1400 il Rusconi unì al monastero di San Quintino la chiesa di San Damiano al di qua dell’Enza. Il 21 giugno 1401 investì Giulino Talione di diverse terre poste nel territorio di Boretto, nella giurisdizione di Brescello, già tenute in feudo da Antonio Talione. Nello stesso anno Gian Galeazzo Visconti impose al clero di Parma una taglia di 4800 fiorini e al Rusconi di 10300 fiorini. Il 30 agosto di quell’anno il Rusconi privò della voce attiva e passiva, nell’elezione della loro badessa, le monache di San Quintino, perché discordi: una parte pretendeva nominare Todeschina Bianchi e l’altra Asina Mazzi. Simonino da Parma, sindaco e procuratore del Rusconi, ricorse a Gasparo Grassi, commissario e delegato del Duca di Milano e vicario e luogotenente di Antonio Ubaldini, podestà di Parma, per ottenere l’immunità del Mezzano del Vescovo: la sentenza, favorevole al Rusconi, è del 28 giugno 1402. Il 14 marzo 1404 i procuratori del Rusconi fecero una locazione di acque irrigatorie defluenti dal canale della villa di Santa Maria del Piano al Comune di Mamiano, con l’obbligo di pagare un canone di una libbra di cera bianca nel giorno dell’Assunta. Nel 1406 fu vicario del Rusconi il canonico Ravacaldi. Il Rusconi il 27 ottobre 1410 si rivolse a Michele Steno, doge di Venezia, lamentandosi di essere stato spogliato di certe sue terre. Lo Steno il 16 novembre dello stesso anno ordinò al podestà e capitano di guerra Delfino Veniero che fossero restituite alcune terre poste nei luoghi di Boretto e di Castelgualtieri, nella giurisdizione di Brescello, appartenenti alla Mensa vescovile e occupate da Attone. Nel 1412 fu vicario del Rusconi Simone da Enza, il quale teneva le udienze in Capella Sancti Vicinii audientiae praefati D.ni Vicarii contigua Majori Ecclesiae Parmensi. Dopo la sua morte, il corpo del Rusconi fu per più giorni esposto nella cappella di Sant’Agata, ove era solito radunarsi il Capitolo dei canonici, prima di essere tumulata nella cappella che, ancora vivente, si era fatto erigere e decorare di affreschi. La cappella che ne accolse la salma andò soggetta a varie peripezie e deturpazioni. Sulla parete a ovest è rappresentata la Madonna con aureola dorata, seduta, col Bambino nudo in grembo, sopra un seggio ricchissimo di stile gotico, con guglie, nicchie e statuine. A destra della vergine è rappresentato il Rusconi (che fu vescovo per trentadue anni) in abito pontificale rosso, cappa d’ermellino e mitra bianca, riccamente ornata, col pastorale tra le mani, presentato da San Giovanni Apostolo alla Vergine. Alla sinistra San Giovanni Battista con manto rosso e una lunga pelliccia, che tiene in una mano una fettuccia col motto Ecce vox clamantis in deserto parate. Nel fregio, che sta sopra nei piccoli tondi, sono raffigurati giovani e adulti. Nelle pareti laterali sono alcuni busti di profeti, patriarchi e re dell’antico Testamento, tra i quali bellissimo è quello di Roboamo. Il monumento sepolcrale alla metà del secolo XVII andò distrutto. Rimane solo l’epitaffio con lo stemma incastonato nel muro a fianco della scala. L’iscrizione è in versi esametri, con caratteri gotici: religionis hono procerum decus inclitus heros urbis Cumane Ruschorum quem tulit ortu alma tribus rutilo quo flamine leta Iohanes aurea Parma deum sanctos adolevit honores hic situs est aram hanc hos celibes que penates instituit sua mens sic gazophilata sub annis mille quatercentum bissex super astra recessit corpus in occasu septembris et alma relinquit. Lo stemma è tripartito di rosso a tre bande d’argento, caricato al leone di rosso accosciato e coronato d’oro, avente ai lati un rusco formato di tre chiodi intrecciati, sopracaricato da mitra nel mezzo e ai lati dal pastorale e da due chiavi.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 232-233; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa parmense, 1936, 319-327; V. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239.

RUSI, vedi ROSSI

RUSIGNOLI TERESA, vedi ROSSIGNOLI TERESA


Parma 1412
Dal rogito di Andriolo de Ripa si sa che il Rusini Missale novum scripsit et miniavit. L’atto, in data 1412, si trova nell’archivio Notarile di Parma.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 66.

Parma 1752
Fu strumentista alla Cattedrale di Parma il 3 maggio 1752.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 16 agosto 1706-Piacenza 4 agosto 1768
Frate cappuccino, fu predicatore ed esperto rubricista. Compì la vestizione a Guastalla (22 aprile 1724) e la professione di fede il 22 aprile 1725.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 450; F. da Mareto, Biblioteca Cappuccini, 1951, 373.

Parma 16 dicembre 1782-10 dicembre 1836
Figlio di Giovanni Battista e Teresa Negroni. Medico. Fu inviato dal Governo ducale di Parma in missione a Bassano (1812), collecchio (1816), Vigatto (1817) e Pieve Ottoville (1821) per debellarvi altrettante influenze epidemiche. Fece parte dei Medici della Carità di Parma, poi nel 1814 fu destinato alla succursale dell’Ospedale degli Eremitani e nel 1817 fu nominato medico straordinario dell’Ospedale per il Tifo. Dal 1814 al 1830 fu medico straordinario dell’Ospedale Civile. Il ruspaggiari fu anche Consigliere del Protomedicato parmense e fece parte della Commissione per la riforma del ricettario. Nel 1830 successe al Basili quale medico ordinario dell’Ospedale Civile di Parma. Il Ruspaggiari, che fu medico personale di Rubini, l’11 marzo 1834 fu nominato Medico di Corte e Consulente e il 30 marzo 1836 sorvegliante il servizio della facoltà medica della Casa Ducale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1836, 645; G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 356-357; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 879.

-Porporano 29 ottobre 1862
Fervente patriota, ebbe a soffrire dal governo borbonico vessazioni e persecuzioni.
FONTI E BIBL.: Il Patriota 30 ottobre 1862, n. 289; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419.

Parma-post 1760
Pittore scenografo attivo nella prima metà del XVIII secolo. Fu attivo come pittore in chiese e nella Cattedrale di Parma. Nel 1745 lavorò come aiuto scenografo di Antonio Malagodi al Teatro Ducale di Piacenza, mentre nel 1754 fu attivo in quello di Parma.Nelle ricevute dei pagamenti relativi al teatro di Parma per il Carnevale 1757 è indicato come pittore ajuto d’architettura per il nuovo scenario per le opere giocose. Nel 1758 dipinse le decoraziooni de’ balli francesi per l’opera Ricimero re de’ Goti.Dopo essere stato presente nel 1759, lavorò ancora con il Malagodi nel 1760 per lo scenario di Tindaridi.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 189; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

RUSSI, vedi ROSSI

-Parma 1884
Capitano, combatté in tutte le principali battaglie risorgimentali.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 146.

Parma 1824
Musicista, rifugiato politico, arrivò a Bruxelles nel febbraio o marzo 1824, proveniente da Parigi e diretto a Lovanio.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.


Corniglio 2 febbraio 1823-Polonia agosto/dicembre 1863
Si laureò in legge presso l’Università di Parma. Esercitò l’avvocatura solo per breve tempo perché subito lo infiammò la politica. Al richiamo di Carlo Alberto di Savoja per liberare l’Italia dal giogo austriaco, si arruolò volontario nella prima colonna parmense che il 19 aprile partì agli ordini di Eugenio Leonardi per raggiungere a Valeggio il quartiere generale piemontese, dove venne aggregata alla 3a Divisione Broglia. Il suo battesimo del fuoco avvenne il 28 aprile. Due giorni dopo prese parte alla battaglia di Pastrengo, meritandosi una citazione all’ordine del giorno e facendo prigionieri cinquanta Austriaci. Il 28 luglio, sull’altipiano di Sona prospettante Verona, durante un violento attacco austriaco, il Rustici rimase ferito gravemente alla mano sinistra. Riuscì a raggiungere ugualmente Peschiera insieme agli altri. Dopo Novara, il Rustici scelse l’esilio nello Stato piemontese. Nel 1851 fu in Sardegna, dove si guadagnò da vivere con lavori saltuari. Quando gli giunse notizia che in Polonia vi era fermento rivoluzionario, partì da Cagliari e raggiunse Costantinopoli, da dove riuscì a far giungere a un amico duecento lire che da due anni conservava cucite nella falda dell’abito, e si diresse verso la Polonia, fermandosi temporaneamente a Varna, in Bulgaria, a lavorare come garzone di stalla. I moti polacchi non ebbero seguito e il Rustici tornò verso Costantinopoli. Fece il garzone di cucina in una bettola di Pera, finché venne cacciato, poi aprì una drogheria che non ebbe fortuna. Decise allora di rientrare in Italia. Sbarcò a Genova, ma quando sentì che tra i suoi monti era scoppiato il colera (1855) non esitò ad accorrervi e si prodigò con grande generosità. Alle prime avvisaglie di guerra, nel 1859 partì volontario: il 15 aprile fu a Savigliano, arruolato nella 21a Compagnia, prima squadra, dei Cacciatori delle Alpi. Partecipò, al seguito di Garibaldi, alla battaglia di Varese (26 maggio), dove una palla di fucile lo colpì a un polpaccio. Scrisse a un amico: per darti un’idea del fuoco che abbiamo sostenuto ti basti sapere che i nostri cappotti sono quasi tutti traversati da palle e che il mio conta quattro buchi. Seppur convalescente, seguì Garibaldi in Sicilia, risalendo poi la penisola. Nella battaglia del Volturno fu in prima linea, sempre nella 21a Compagnia di Nino Bixio. Gli uomini di Bixio si batterono sulle postazioni di Maddaloni. Il Rustici fu ferito sotto l’ascella sinistra da un colpo di baionetta e perdette molto sangue. Terminata l’impresa garibaldina, il Rustici tornò a Corniglio. Quando nel marzo del 1863 venne a conoscenza dell’insurrezione dei Polacchi contro lo zar Alessandro II e della partenza dall’Italia di un gruppo di volontari, quasi tutti bergamaschi, comandati da Francesco Nullo, la notte del 29 marzo il Rustici lasciò Corniglio e iniziò il suo viaggio verso la Polonia. Nullo, con la sua legione, cadde in un’imboscata in Galizia e morì combattendo come molti dei suoi, mentre i prigionieri furono deportati in Siberia. Del Rustici non si ebbe più nessuna notizia.
FONTI E BIBL.: Parma a Garibaldi 28 maggio 1893, Parma, Battei, 1893; Corriere di Parma 7 e 10 ottobre 1893; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 419; E. Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 109-110; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 203; P.P. Mendogni, in Gazzetta di Parma 1 marzo 1982, 3; T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 286.


Parma 1721
Detto anche Jacopo. Fu Architetto civile e pittore di architetture attivo nell’anno 1721.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 263.

Parma 9 maggio 1685-Parma 11 novembre 1767
Secondo il Lanzi, fu alunno dello Spolverini. Si recò poi a Bologna, dove rimase per ben due lustri (Scarabelli Zunti) alla prestigiosa scuola di Carlo Cignani. Durante questo decennio trascorso in un ambiente in cui certo osservò non soltanto il maestro, ma le opere del pasinelli, del Dal Sole, del Creti e del franceschini, cioè gli esiti più raffinati della ricerca di segno classicista, il Ruta si orientò verso una tendenza a cui, con poche varianti, rimase in sostanza fedele, almeno per ciò che è emerso dal suo catalogo. Si sa inoltre (dallo Scarabelli Zunti, che insieme all’Affò è la fonte principale per la sua biografia) che trascorse tre anni a Roma, ove presumibilmente guardò a certa accademia marattesca, che dovette sentire consonante alle sue aspirazioni. Il Ruta fu comunque a Parma nel 1712, ove prese moglie e aprì una scuola di pittura, molto rinomata ai suoi tempi ma dalla quale uscirono soltanto pittori mediocri. Delle sue prime opere non si ha notizia fino al 1718, quando gli vennero commissionate le due grandi tele (in sant’ulderico), dipinte per la cappella della Concezione di San Francesco del Prato. I segni dell’educazione bolognese appaiono evidenti, con molte citazioni, come le inquadrature degli sfondi con grandiosi elementi classicheggianti, usati per esempio dal Pasinelli e dal Creti, da cui il Ruta sembra pure mediare, alla lontana e con una certa ingenuità, l’impaginazione delle scene, i particolari delle teste e degli atteggiamenti e il panneggio delle vesti. Attorno al 1720 dipinse, in tono più sommesso e meno magniloquente, i due quadri con la Natività e la Visitazione per l’oratorio palatino di Vedole presso Colorno, in cui appare evidente soprattutto un’altra delle sue componenti culturali più costanti: il riferimento cioè al Correggio e al Parmigianino. Con questi elementi stilistici, dipinse alcune pale d’altare narrative, con la rappresentazione di un miracolo o di un martirio, con un linguaggio apparentemente semplice ma calibrato e studiatissimo negli spazi delimitati da quinte architettoniche, nella disposizione delle figure e nello stile nutrito di un manierato accademismo, ripreso, ma solo in senso formalistico, dalla tradizione classica bolognese, e ben consapevole dei valori patri della maniera cinquecentesca, soprattutto del Parmigianino: per esempio Il Rifiuto di Tiburzio ad adorare gli idoli (1723), Il Miracolo di S. Vincenzo, Il Martirio di S. Orsola (1723) e Il martirio di S. Fedele di Sigmaringen (1729). In questo senso e con questi mezzi accadde al Ruta di eseguire alcuni dei suoi quadri migliori, come la Natività della Vergine di S. Quirino (1734) o come la pala del 1736 per San Pietro d’Alcantara. Al 1727 si data almeno la prima parte del bel ciclo con storie bibliche di palazzo Casati a Piacenza. Le tele della sala di Giuseppe, nello stesso palazzo, mostrano una maturazione culturale notevole, con scene di storia ben composte, spaziate, che farebbero supporre una diversa datazione e informazioni ed esperienze più ampie. Più o meno scalati attorno a queste date sono i dipinti nelle chiese di Piacenza: il S. Vincenzo Saverio della chiesa del Gesù, la S. Elena di Santa Maria della Pace, il S. Pellegrino Laziosi di San Francesco, poco leggibile ma accostabile forse alla tela per i Cappuccini. Negli ultimi anni prima del viaggio napoletano dipinse, tra le altre, la pala per Sant’Ilario Baganza, la Sacra Famiglia per San bartolomeo di Parma, e Gesù Bambino e santi per la parrocchiale di Busseto. Nel periodo napoletano (nel 1741 Carlo di Borbone lo chiamò a Napoli, dove fu pittore di Corte e restauratore della Galleria di Capodimonte) lo stile del Ruta pare ancora sostenuto dalle stesse componenti: l’eleganza parmigianinesca composta nella ricerca purista dei Bolognesi, ma arricchita da citazioni di tradizione napoletana e forse da un uso più sostenuto della luce di suggestione solimenesca, come si può verificare nei due ovali di soggetto biblico all’ambasciata spagnola di Buenos Aires e al museo di La Coruña (cfr. J. Urrea Fernandez, La pintura italiana del siglo XVIII en España, Valladolid, 1977, 413-414). Svolse pure attività di ritrattista, genere di cui non si è trovata traccia nelle opere del periodo emiliano, di buona qualità, dipingendo già nel 1741 l’Infanta Maria Isabella in un quadro inviato ai reali di Spagna (a Madrid) e in un altro (al Museo di La Coruña), già assegnato al Solimena e riconosciuto al Ruta da Nicola Spinosa. Il Ruta inoltre fornì i cartoni per sette arazzi monocromi, da adibire a sovraporte e sovrafinestre, per la Real Fabbrica degli Arazzi (1743), in cui appare un certo spirito laico e profano fatto di agreste sapore d’Arcadia, e di sottile e raffinata sensualità (N. Spinosa, L’arazzeria napoletana, Napoli, 1971, 22). Secondo lo Scarabelli Zunti, fece testamento a Napoli nel 1756 e tornò in patria cieco: senza aver la gioia di rivedere la sua patria. Da una notizia del carteggio dell’Accademia di Belle Arti di Parma, si sa che nel 1759 fu in campagna presso Parma. Fu anche scrittore: rara è una sua opera di consultazione sulle pitture di Parma pubblicata nel 1739, Guida ed esatta notizia ai forastieri delle più eccellenti pitture che sono in molte chiese della città di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 125-126; I. Affò, Il Parmigiano, Parma, 1794; M. Oretti, Notizie, ms. nella Biblioteca Comunale di Bologna; L. Lanzi, Storia, Bassano, 1789; G. Copertini, La Pinacoteca Stuard, Parma, 1926; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2183; Thieme-Becker, vol. XXIX, 1935; Dizionario Bolaffi pittori, X, 1975, 82; Parma Realtà 1979, 13; Arte a Parma, 1979, 46-47; Gazzetta di Parma 19 febbraio 1986, 4.

Parma 1676/1691
Insegnò architettura militare in Parma tra il 1676 e il 1690. È probabilmente l’autore del libro Spectaculum fortitudinis a Josepho Ruta in lucem editum, con figure diligentemente delineate e frontespizio figurato. Non si sa se di fatto fosse dato alle stampe. La Breve Biblioteca dell’Architettura Militare non ne fa menzione. Il Pezzana non ne vide che due esemplari manoscritti aventi tra loro qualche differenza. Fu maestro di fortificazione dei Duchi di Parma e del Collegio dei Nobili nella seconda metà del XVII secolo e sembra che il libro citato contenesse le sue lezioni di fortificazione. Nel 1691 pubblicò Tavole di fortificazione con il modo d’adoprarle per delinear le piante delle fortezze regolari ed irregolari (Parma, per Ipp. e Franc. Rosati, con tavola di figure geometriche). Pubblicò altre tavole di fortificazioni in Bologna (presso Domenico Maria Ferroni, 1679, di sole 8 figure) e nel 1684 fece stampare in due carte Nuova aggiunta di tavole di fortificatione moderna per uso de’ SS. Convittori del Collegio de’ Nobili di Parma (Parma, per gli eredi del Vigna).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 125; L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1934, 465.

RUTA JACOPO, vedi RUTA CARLO

Parma 1900/1918
Soldato semplice, fu il più abile mitragliere del 3° Battaglione Squadriglie Aviatori. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

Sorbolo-Klanc 30 gennaio 1942
Fante del 1° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Volontariamente, durante violento combattimento, si poneva alla testa di un gruppo di arditi per slanciarsi contro un centro di fuoco nemico particolarmente attivo. Colpito al petto, non cessava di scagliare bombe contro l’avversario, finché, esausto, si abbatteva al suolo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1945, Dispensa 14°, 1282; Decorati al valore, 1964, 121.


 

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