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Dizionario biografico: Rigè-Roncovieri

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Parma 1831
Ebbe parte nei moti del 1831 a Parma. Il Rigè fu segnalato nel seguente modo dalle autorità di polizia: altro dei disarmatori della truppa, feccia di popolo, vegliato per delitti commessi e condanne sofferte, e quindi capacissimo a delinquere. Fu iscritto nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202.

Langhirano 1776/1838
Figlio di Giuseppe, notaio. Il Righelli dal 1776, anno della sua immatricolazione, sino al 1827 fu notaio in Langhirano. Nel 1791 fu Giurisdicente feudale di Castrignano e Traversetolo, nel periodo di dominazione francese (1812) compare come uno dei due supplenti il giudice di pace di Langhirano e nel 1821 vice Pretore. Verso il 1838 alienò metà dei propri possedimenti langhiranesi a Francesco Gennari e da quel momento cessano le notizie di lui e anche di una sua eventuale discendenza dalla consorte Matilde Schianchi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 marzo 1997, 5.

Langhirano o Parma 1600/1636
Fu Prevosto della chiesa di Martorano dal 1600 al 1636.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 marzo 1997, 5.


Traversetolo XIX/XX secolo
Fu apprezzato direttore d’orchestra e direttore della banda cittadina di San Remo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 settembre 1979, 16.


Langhirano o Parma 1662/1689
Nell’anno 1662 fu Rettore della chiesa della Santissima Trinità in Parma. Dal 1664, quando la Santissima Trinità fu elevata a parrocchia, ne fu Preposito e come tale rimase sino al 1689, anno in cui, coi membri della sua famiglia, fece edificare in Langhirano l’oratorio dell’Assunta. L’oratorio è caratterizzato dall’importante Portale del muro di cinta. Esso rappresenta un pregevole esemplare d’arte barocca interamente costruito in laterizio, sormontato da tre guglie in cotto, arricchito da archi, volute, dentelli, lesene e cornici che si rincorrono cadenzando gli spazi. All’interno dell’oratorio è conservata una pala d’altare, opera di Biagio Martini, raffigurante la Presentazione al Tempio.
FONTI E BIBL.: Gazzzetta di Parma 17 marzo 1997, 5.

Cornice 11 ottobre 1843-Carpi 7 giugno 1924
Si trasferì a Borgo San Donnino ancora bambino. Il Righetti trovò ospitalità durante il periodo di studio nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino presso lo zio Andrea Righetti, vicario perpetuo della Cattedrale. Ordinato sacerdote il 31 marzo 1866, il Righetti venne subito preposto, nello stesso Seminario, all’insegnamento di filosofia e successivamente di teologia morale, di sacra eloquenza e di diritto canonico. Fu pure Canonico teologo e Vicario generale, facendosi apprezzare per dottrina e pietà. Ebbe tra i suoi allievi Alberto Costa, divenuto poi vescovo di Melfi, Rapolla e Venosa e in seguito di Lecce, che lasciò un opuscolo biografico dal titolo Mons. Andrea Righetti, tomista. Proposto e chiamato alla dignità episcopale, fu consacrato il 20 dicembre 1891, ma, per una questione di diritto circa la nomina dei vescovi di Carpi pendente tra Stato e Santa Sede, poté prendere possesso di quella diocesi soltanto il 23 dicembre 1894. Sua prima cura fu quella di riordinare il Seminario, dove insegnò a lungo filosofia e diritto canonico, prodigandosi alacremente nell’educazione e nella formazione religiosa del clero. Fu prelato di alta spiritualità, di profonda fede e grande carità. Il Righetti appoggiò la nascente Azione Cattolica e si occupò efficacemente della formazione cristiana della gioventù, promuovendo per essa il sorgere di circoli e oratori. Fu in rapporti di consuetudine amichevole con i cardinali Gennari, Svampa, Ferrari e Sarto, succedendo a quest’ultimo quale amministratore apostolico a Mantova, allorché il Sarto fu trasferito patriarca a Venezia. La Santa Sede gli affidò sovente delicate mansioni e papa Benedetto XV, in riconoscimento delle sue alte benemerenze, lo creò Assistente al Soglio pontificio. Durante la guerra 1915-1918, quantunque vecchio e malfermo in salute, si adoperò a mantenere alto il morale nella popolazione e nei soldati, favorendo inoltre, dopo la conclusione dell’armistizio, ogni opera sorta ad alleviare le sofferenze degli ex prigionieri di ritorno alle loro case. Il 13 marzo 1930 fu solennemente commemorato a Fidenza, insieme con monsignor Giuseppe Buscarini e monsignor Giacomo Donati. Per la circostanza, un medaglione con la sua effigie venne collocato nell’atrio del Seminario vescovile.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 128; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 373-374.

Parma prima metà del XX secolo
Imbonitore, proprietario di un baraccone viaggiante adibito a museo delle cere, nei primi anni del Novecento il Righi esibì, come pezzo forte della sua collezione, la povera Albertina Bianchi, giovane figlia di una regina dei deserti dell’Africa Centrale. Secondo quanto declamava il Righi, la principessa, raffigurata nelle prosperose sembianze di balia, andò un giorno a fare il bagno in compagnia delle fide ancelle. Dalla selva prese a osservarla un animale gorillo, ultima spezie dell’uomo, che, colpito da subitaneo e furibondo amore per la nobildonna africana, la rapì, desideroso di farne la sua sposa diletta. A questo punto il Righi, per accrescere la tensione negli astanti, scudisciava l’aria, scalciando con gli stivaloni da cavallerizzo, in atteggiamento di dominare il puledro che tentava di disarcionarlo. Soltanto dopo aver eseguito questa fantasiosa serie di esercizi equestri, strillava il finale della disavventura: Non vuole e non puole, la povera Albertina Bianchi, abituata agli aggi di corte, accedere alle brame del gorillo. E così ella morse di crepacuore e di spaventi, mentre anche pure il pretendente respinto lasciò questa valle di lacrime. Vedendo, infatti, la sua bella spincolare, ormai senza vita, dal ramo più alto dell’albero dove c’era il suo mancato nido d’amore, ebbene, lui si gettò a capofitto sulla dura terra sottostante e ne morì senza un lamento. L’attenzione degli spettatori si concentrava sul simulacro della principessa Albertina deposta sul catafalco, mentre l’immagine del gigantesco gorilla era dipinta contro un fondale. Il Righi esauriva le sue lamentanze funebri con la seguente considerazione, ogni volta destinata a scatenare l’ilarità: Questa è la tragica storia d’amore di Giuletta e Romeo in Africa.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 2 1986, 97-98.

RIGHI ANTONIO, vedi RIGHI JACOPO ANTONIO


Parma 5 ottobre 1807-post 1865
Figlio di Giovanni e Teresa Ferroni. Fotografo, litografo e pittore, fu associato a Guido Calvi nella conduzione dello studio fotografico di quest’ultimo. Non risulta che abbia continuato l’attività dopo la cessione dello studio da parte del Calvi. Il Righi si distinse durante i moti del 1831: fu poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202; Aurea Parma 1 1989, 42.

Parma 1831
Impiegato della Presidenza dell’Interno del Ducato di Parma, sezione di Grazia e Giustizia, prese parte ai moti del 1831: nel giorno in cui scoppiò la rivoluzione fu sempre veduto unito al Commissario Briccoli assieme al Conte Jacopo S. Vitale, Angelo Grossardi e Dr. Coruzzi. Nella sera di detto giorno poi il Righi si presentò armato al Palazzo Ducale e si pose in sentinella allo scalone in compagnia dell’Avvocato Casapini. Fu inquisito e poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201.


Parma 1777 c.-post 1831
Fu Ispettore della casa di forza di Parma. Ebbe parte nei moti del 1831: nella sua qualità d’Ispettore della casa centrale di forza fu quello che diede la coccarda ai due detenuti Pederotti e Sasanella. Consegnò egli personalmente al conte Jacopo San Vitale una lettera direttagli dallo Sasanella colla quale implorava la libertà, promettendo l’opera sua in favore della patria ed assicurando che sarebbesi di bel nuovo costituito a compiere la sua pena. Questo fatto potrebbe essere testificato da Pietro Breviari, custode della casa centrale di forza. Fu inquisito e poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 201.


Parma 20 giugno 1922-Parma 29 febbraio 1980
Insegnante e uomo politico socialista. Eletto per la prima volta consigliere provinciale di Parma per il Partito Socialista Italiano nelle elezioni amministrative del novembre 1960, ricoprì la carica di assessore effettivo nella Giunta presieduta da Luciano Dalla Tana. Esperto nei problemi della scuola e della cultura, affrontò i propri compiti distinguendosi come amministratore pubblico per la lucidità e la serietà dell’impegno ma anche per l’esempio di attaccamento al lavoro. Ritornò poi in Consiglio provinciale nel 1964, dove venne eletto Presidente, carica che mantenne fino al 1970. La sua guida alla testa dell’ente locale fu caratterizzata da una serie di iniziative, idee e progetti, indirizzati al progresso del territorio parmense. Eletto consigliere regionale nel 1970, assurse a una delle massime cariche politiche in seno alla Regione Emilia-Romagna divenendo vice-presidente del Consiglio. Rimase vittima di un incidente stradale verificatosi durante uno dei viaggi di servizio per Bologna, sede regionale. Il Righi tentò di risolvere alcuni problemi di grande respiro, in particolare quello del riequilibrio culturale per l’eliminazione delle differenze tra i giovani residenti nelle zone di campagna e di montagna e i residenti nella città o nell’area immediatamente confinante. Proprio per questo egli operò in modo concreto puntando a far sorgere nuovi complessi scolastici decentrati, come quello di San Secondo e quello di Langhirano.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 263-264.

Parma 17 luglio 1736-Firenze luglio 1802
Figlio di Giovanni e di Annunziata Guasti. Medico e chirurgo, fu aggregato al Collegio medico parmense nell’anno 1759, mediante la deroga al requisito della nobiltà. Il Righi, che apprese l’anatomia in Padova dal Morgagni e chirurgia dal Nannoni nell’ospedale di Santa Maria Novella in Firenze (1762-1765), fu professore all’Università di Parma (Lettore di Chirurgia Teorico Pratica dal 1767 al 1779, nel 1770 appare anche Lettore dell’arte ostetricia e così anche nel 1785; nel 1800 viene detto Lettore di Chirurgia Teorico Pratica e dell’Arte ostetricia) e medico di Corte. Nel 1765 pubblicò la Lettera chirurgica sopra due astrazioni di pietra. In lui l’attività teorica non fu dissociata da quella pratica: nell’anno 1767 eseguì una mirabile operazione di doppia cateratta. Nel mese di febbraio del 1769, in una lettera inviata dal Protomedico al Magistrato dei Riformatori, si comunica la volontà del duca Ferdinando di Borbone di mandare il Righi in Francia. Il progetto fu realizzato e ne sono testimonianza due lettere conservate nell’Archivio di Stato di Parma, con le quali il Righi trasmise in Italia alcune brevi notizie relative al suo soggiorno all’estero. Da Lione il 29 marzo scrive: Sono undici giorni che io vivo in Lione con sommo piacere mio perché trovo di che soddisfarmi con l’acquisto di nuovi lumi nella professione che io esercito. Avvi qui un vasto spedale, dei più regolati e puliti che uomo abbia mai saputo immaginare. Non ho mancato di frequentarlo coll’impiegarci molte ore al giorno per osservare i metodi di operare e di medicare gli infermi, come pure per relevarne i regolamenti. Successivamente afferma di essere rimasto sorpreso dal rigore con cui sono ricevuti i giovani in questo ospedale. Qualche settimana dopo, il 23 maggio, scrive da Parigi: Non sono che momenti che io sono unito al Grand Hotel-Prior ove sono stato spettatore di molte operazioni. Ho avuta la contentezza di vedere usato con ottimo successo e con l’approvazione di molti valenti cerusici di Parigi il metodo insegnatomi a Firenze e da me eseguito più volte a Parma con esito felice. Tornato in Italia nel 1771, fu nominato chirurgo maggiore dell’Ospedale della Misericordia di Parma. Il Righi fu anche aggregato al Regio Collegio dei medici di Madrid. Fu sepolto in Santa Croce a Firenze.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 577; Ruoli Università 1768-1801; Ruolo de’ Provigionati n. 40 (p. 36), n. 36 (p. 115), n. 34 e n. 42; Ruolo Generale Università n. 66 (p. 76); Ruolo de’ Provigionati 1800, n. 67 (p. 177); F. Rizzi, Professori, 1953, 55-56; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero dei Ducati, 1962, II, 491; C. Cropera, Facoltà Medica Parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 156-157.

Brescello 2 aprile 1842-Parma 29 dicembre 1930
Studiò con Giuseppe Bonazzi nella Scuola di musica di Brescello dal 1856 e pianoforte e composizione alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1861 al 1865, con Giusto Dacci e Giovanni Rossi. Si diplomò come allievo emerito nel 1866, ottenendo subito la nomina a maestro supplente, che divenne definitiva nell’ottobre 1875. Insegnò pianoforte complementare (dal 1866 al 1888), organo (dal 1875 al 1888), pianoforte principale (dal 1875 al 1888) e composizione dal 1888 al 1908, anno in cui fu posto in pensione. Fu il maestro di Ildebrando Pizzetti. Il Righi fu autore di Giuditta, opera giocosa in tre atti (rappresentata a Torino al Circolo degli Artisti, 1° dicembre 1871), e di Marcellina, melodramma serio in quattro atti su libretto di A. Castelli (Parma, Teatro Regio, 1° marzo 1873). Delle altre sue composizioni si conoscono soltanto L’addio, duetto per due tenori, e i Lavoratori del mare, opera teatrale.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 650; Enciclopedia della musica, 4, 1964, 17; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 83; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 96.

Parma  1700
Abitante a Parma, allievo e aiutante poco noto di Ferdinando Galli Bibiena, dipinse le scene per il Teatrino della Rocca di Soragna e il 19 giugno 1700 fu pagato per questo lavoro 200 lire. Le scene furono dipinte in accordo con il suo maestro, che era preposto alla costruzione del Teatrino stesso.
FONTI E BIBL.: B. Colombi; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 2 agosto 1683-Parma 20 dicembre 1742
Fu allievo di Ferdinando Galli Bibiena. Svolse inizialmente la sua attività per il teatro alla Scala di Milano (1717) e per il teatro Municipale di Piacenza. Nel 1719-1720 fu scenografo presso il Teatro Ducale vecchio di Reggio. Nelle stagioni di primavera 1724 e 1726 dipinse le scene al Teatro Ducale di Parma. Fu architetto teatrale presso la Corte ducale di Parma dal 1727 al 15 febbraio 1739. In questa attività allestì per la stagione di primavera 1728 Il Medo (otto incisioni dalle scene di quest’opera si trovano in un volumetto in folio). Nella Fiera d’aprile 1730 fu al Nuovo Ducale Teatro della Cittadella di Piacenza, come pure in occasione della fiera d’autunno 1732. Lavorò agli ultimi due spettacoli dati al Teatro Farnese di Parma: nel 1728, in occasione delle nozze del duca Antonio Farnese, vi fu dato il dramma Il trionfo di Camilla, allestito dal Collegio dei Nobili (il Frugoni gli dedicò due sonetti per le bellissime scene) e nel 1732, quando venne eseguito un carosello con l’introduzione in mosica, La venuta di Ascanio in Italia, per l’arrivo del nuovo sovrano Carlo di Borbone. Nel 1730 e 1737 operò anche al Regio di Torino e, sempre nel 1737, fu chiamato a Napoli per lo spettacolo inaugurale del Teatro San Carlo (Achille in Sciro), dove riscosse un successo unanime e venne riconfermato direttore dell’allestimento scenico di quel teatro. Troppo assorbito in patria e altrove dalla sua normale attività di architetto, si riservò soltanto la guida artistica del personale tecnico e, in linea di massima, l’ideazione dei bozzetti più importanti. Affidò invece la realizzazione delle scene a un gruppo di artisti locali, in base alle diverse specializzazioni: responsabile del laboratorio di scenografia (e realizzatore della maggior parte delle scene) fu Vincenzo Re, scenografo per le architetture Francesco Saracino (o Saraceni, architetto di Corte dal 1727 al 1739) e per le figure e i paesaggi Cristoforo Russo (1726-1740). Nel 1740 il Righini (che contribuì tra l’altro alla festa teatrale per le nozze di Carlo di Borbone) lasciò la carica a Saracino, sostituito l’anno seguente da Re. Ritornato a Parma, fu invitato a Brescia per progettare la costruzione di un nuovo teatro. Lavorò ancora al Teatro Ducale di Parma e l’ultima scenografia che di lui si conosce è del Carnevale 1742 per il Siroe, re di Persia. Dopo la morte le sue scene furono utilizzate ancora per decenni. Nonostante l’incompletezza delle notizie cronologiche, lo stile e l’apporto del Righini alla scenografia settecentesca sono sufficientemente documentati grazie a un gruppo di incisori che illustrano alcuni libretti. Raccolte in una prima serie (conservata parzialmente presso la Raccolta Bertarelli di Milano e la Raccolta G. Fiocco a Padova), furono edite nuovamente ad Augusta nelle incisioni di M. Engelbrecht e sono note col titolo Theatralische Veränderungen, vergestellt in einer zu Mayland gehaltenen Oper (s. a.). Da questa serie furono ricavati due quadretti a olio (Corpo di guardia Reale e Anteriore d’un serraglio di fiere) conservati presso il Theater Museum di Monaco, il quale possiede anche una copia delle incisioni. Sebbene poco studiato, il Righini è in realtà una delle figure più interessanti della prima metà del Settecento, già inserito nel linguaggio della scenografia rococò quando ancora militavano i Bibiena e soprattutto i Clerici, artisti parmigiani, dai quali certo il Righini molto apprese in gioventù. Nelle sue scene l’interesse prospettico e quello pittorico-rovinistico si incontrano e compongono in una unità stilistica senza contrasti. Le scene architettoniche prevalgono sugli esterni e ritornano anch’esse agli schemi tradizionali (vedute ad angolo, assi in diagonale, architetture iscritte le une nelle altre), ma manca l’ossessione illusionistica e la moltiplicazione degli spazi a scatola ottica. La profondità spaziale, assai ridotta, si modera nel movimento curvilineo e ritornante, tipicamente rococò, delle architetture e degli spazi, che si slanciano rientrando gli uni negli altri. Anche i motivi decorativi (ricci, volute, cornici ondulate) assecondano e sottolineano il movimento curvilineo. Ma soprattutto compaiono col Righini le prime scene senza profondità geometrica, dove la sede dell’azione scenica si sviluppa in larghezza e in prossimità del proscenio. Non si può ancora parlare di scena-quadro in senso rigoroso ma ve ne sono molti presupposti. Manca, è vero, la libertà spaziale del plein-air e la scena s’inquadra ordinatamente, come una veduta-paesaggio, entro la cornice architettonica e asimmetrica situata in primo piano, ma dietro le arcate il gioco prospettico è definitivamente scomparso. Forse, più che un innovatore, il Righini fu un naturale prodotto del suo tempo, un giudizioso interprete di esigenze prossime a maturazione. Della sua attività di apparatore, connessa alla carica di architetto ducale, resta il disegno a penna (Parma, Archivio di Stato, Archivio Farnese) del catafalco per il mortorio del duca Francesco Farnese (4 settembre 1724). Tra le opere di architettura si ricordano (tutte a Parma) le cappelle laterali di Santa Maria in Quartiere, l’altare maggiore in San Vitale, la cappella della Beata Vergine del Caravaggio e la facciata per la chiesa di Santa Maria del Fiore (distrutta). Del Righini sono note le seguenti scenografie: 1719, Bajazet di F. Gasparini (Reggio, Teatro Ducale vecchio), 1720, Nino di G.M. Capello, A. Bononcini e Gasparini (Reggio, Teatro pubblico), 1724, Venceslao di Capello (Parma, Teatro Ducale), 1725, Il Trionfo di Camilla di L. Vinci (Parma, Teatro Ducale), 1728, Le Nozze di Nettuno l’equestre con Anfitrite, di C.I. Frugoni e L. Vinci (Parma, Teatro Farnese, per le nozze di Antonio Farnese ed Elisabetta d’Este), 1729, Siroe re di Persia di S.A. Fioré (Torino, Teatro Regio), 1730, Scipione in Cartagine nuova di G. Giacomelli (Piacenza, Nuovo Teatro Ducale), 1732, La Venuta di Ascanio in Italia, di Frugoni (Parma, Teatro Farnese, per la venuta di Carlo di Borbone), 1737, L’Olimpiade di G.F. Brivio (Torino, Teatro Regio), Achille in Sciro di D. Sarro (Napoli, San Carlo, spettacolo inaugurale). Inoltre, tutte al San Carlo, ideate dal Righini ma realizzate da V. Re e aiuti: Olimpiade di L. Leo, 1738, Demetrio di L.Leo (solo atto I e una scena atto II), Artaserse di Vinci, La Clemenza di Tito di A. Hasse e A. Palella, La Locandiera di P. Auletta, Temistocle di G.B. Ristoro, Nozze d’Amore e di Psiche, festa teatrale, di G. Baldassare e L. Leo (per le nozze di Carlo di Borbone), 1739, Semiramide riconosciuta di N. Porpora, La Partenope di Sarro, Adriano in Sciro di G.B. Tistoni, 1740, Il Trionfo di Camilla di Porpora.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker; G. Campori, Gli artisti italiani e stranieri negli Stati Estensi, Modena, 1855, 407; Teatro a Reggio (per il primo Centenario del T. Comunale), Reggio, 1857, 80; H. Tintelnot, Barocktheater und barocke Kunst, Berlino, 1939, 91,95-96 e passim; C. Schmidl, Dizionario Universale musicisti, 2, 1929, 373; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 169; Enciclopedia spettacolo, VIII, 1961, 986-987; Aurea Parma 3 1962, 127; F. Mancini, Feste, apparati e spettacoli teatrali, in Storia di Napoli, vol. VIII, Napoli, 1971; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 407; Enciclopedia di Parma, 1998, 570-571.

RIGOLETTO, vedi BERNINI REMO e VERTI LINO

Torrile 1920-Torrile 1990
Esercitò la professione di ostetrica per moltissimi anni nel Comune di Torrile riscuotendo stima incondizionata. Dopo il collocamento a riposo continuò a prestare la propria opera nei servizi sociali come volontaria, fino alla sua scomparsa.
FONTI E BIBL.: Comune di Torrile, Ufficio Toponomastica.


Forlimpopoli 12 aprile 1876-Parma 6 luglio 1949
Si diplomò maestro di scuola elementare e aderì al Partito socialista, interessandosi particolarmente alle lotte dei braccianti. Fu segnalato come agitatore rivoluzionario pur essendo costituzionalmente incline al metodo gradualista. Il movimento operaio locale, come quello di altri centri della Romagna, manteneva una spiccata attitudine alla protesta e alla ribellione spontanea. Forlimpopoli fu tra le città italiane più legate alla I Internazionale. Il 18 marzo 1878 vi si svolse una grande dimostrazione popolare per l’anniversario della Comune di Parigi. Nel luglio successivo, dopo il congresso di Forlì, la città partecipò attivamente alla ricostruzione clandestina del movimento e durante i moti dell’aprile-maggio 1898, la zona fu interessata da violenti scontri, subendo poi duramente la reazione di Pelloux. Il Riguzzi, non del tutto insensibile all’influenza di quelle tradizioni ancora recenti, ne mantenne però l’impronta più nel linguaggio che nel sostanziale orientamento politico, sicché in seguito trovò un ambiente più congeniale nella riformista Borgo San Donnino. Nell’anno scolastico 1899-1900 insegnò come maestro a Fabrica di Roma, poi si impiegò come commesso in un’agenzia agricola di Forlimpopoli, dove fondò il Circolo di educazione socialista e assunse la segreteria della lega di miglioramento tra operai e braccianti. In tale veste organizzò, nel maggio 1901, uno sciopero di 900 lavoratori addetti all’escavazione del canale Torricchia, conclusa con una transazione. Grazie anche alla sua opera nelle trattative intavolate con gli impresari, i braccianti ottennero notevoli vantaggi e l’eco dell’agitazione vittoriosa si diffuse nei centri della Romagna. Il 1° maggio di quell’anno il Riguzzi chiamò a Forlimpopoli e nel circondario i più noti dirigenti socialisti, come Artino Zambianchi di Forlì, Gaetano Zirardini di Ravenna, Umberto Serpieri di Rimini e Brunelli di Castel Bolognese, affidando loro l’incarico di tenere conferenze. Corrispondente del giornale socialista di Forlì Il Risveglio e dell’Avanti!, il Riguzzi curò poi la diffusione dei giornali e di tutta la stampa giornalista. A Borgo San Donnino si trasferì il 1° ottobre 1901 come segretario della Camera del lavoro. Il socialismo borghigiano era legato alla personale influenza del deputato riformista Agostino Berenini, proveniente dalle file radicali, e di G. Faraboli, organizzatore del movimento contadino della Bassa parmense secondo schemi di cooperazione integrale e di affittanza collettiva. Tra l’inizio del secolo e la prima guerra mondiale mantenne una quasi totale autonomia nei confronti di Parma, che si manifestò con la diffusione di giornali locali come Il Lavoratore (socialista) e Il Salso-Borgo (democratico-socialista) e che nei momenti decisivi assunse l’aspetto di autentica contrapposizione politica. La Camera del Lavoro di Borgo San Donnino divenne il centro di un vasto movimento che comprendeva, oltre alla vicina Salsomaggiore, gran parte della Bassa. Dopo il 1904, con il prevalere del sindacalismo rivoluzionario nella zona del capoluogo, il riformismo parmense fece di Borgo San Donnino il proprio rifugio e il contraltare della Camera del Lavoro deambrisiana: il Riguzzi si trovò pertanto a operare come uno dei principali organizzatori dell’ala destra del movimento operaio, non solo del collegio borghigiano ma di tutta la provincia. Il Riguzzi stesso scrisse, più tardi: Poiché gli scioperi del 1901 e 1902 non avevano pienamente soddisfatto i lavoratori per le ripercussioni economiche che produssero, i riformisti si dedicarono con fervore alla formazione di cooperative di consumo con o senza riconoscimento giuridico, le quali, superate le prime gravi difficoltà inerenti alla deficienza di capitali e di esperienza, si sviluppavano in modo meraviglioso in alcuni centri come Borgo San Donnino, Fontanelle, Colorno, Sissa. Il Riguzzi lasciò nel marzo 1905 la segreteria della Camera del Lavoro e assunse la direzione amministrativa delle cooperative di consumo della zona, per tornare poi al precedente incarico il 5 giugno 1909, a un anno dalla conclusione della lotta agraria sindacalista, durante la quale il movimento che faceva capo a Borgo San Donnino aveva mantenuto un contegno di neutralità, accontentandosi dei patti sottoscritti nel 1907. Impegnato anche nel Partito socialista, fedele all’ottica prevalente nella Bassa, in occasione del Congresso provinciale dell’aprile del 1905 prese la parola per sostenere che le leghe non avevano diritto al voto deliberativo e per difendere il periodico dei socialisti di Borgo San Donnino e Salsomaggiore, la cui pubblicazione era stata violentemente criticata dai dirigenti federali come atto di indisciplina. Assieme a Faraboli, Riccardo Bò, Demetrio Pelloni e Italo Salsi, il Riguzzi rilanciò nell’aprile del 1909 la propaganda confederale e organizzò un congresso al quale presero parte le leghe della Camera del lavoro di Borgo San Donnino, quelle del Colornese, di Langhirano e di Parma, uscite dall’orbita socialista dopo la disastrosa conclusione dello sciopero agrario. In quell’occasione il Riguzzi fu il relatore, assieme a Demetrio Pelloni di Soragna, sul punto Rapporti fra l’azione di resistenza e l’azione cooperativistica e mutualistica. Annunciando i temi del suo intervento, il Riguzzi scrive: La cooperazione di consumo nella nostra provincia è slegata, senza unicità d’indirizzo, in balia di se stessa, e purtroppo non sviluppa tutte quelle energie di cui potrebbe essere capace. E’, senza volerlo, l’organizzazione più localista della nostra provincia, perché ogni cooperativa sotto l’ombra del già vecchio campanile pensa a sé sola senza essere legata da alcun vincolo di solidarietà colle altre cooperative. I rimedi che il Riguzzi propose per ovviare a un simile stato di cose si limitarono alla costituzione tra le cooperative di consumo di un’agenzia collettiva per gli acquisti, che avrebbe permesso di stipulare grossi contratti e realizzare forti risparmi. Sul tema dei rapporti tra cooperazione e resistenza il Riguzzi tornò a riferire nel Congresso del 1910. L’adesione di Berenini al Partito socialista riformista e la conseguente scissione nel movimento socialista della Bassa trovarono il Riguzzi impegnato nel tentativo di evitare la frattura. A questo scopo pubblicò su L’Idea una lettera aperta a Berenini perché recedesse dalle sue posizioni e, quando ormai la rottura era consumata, mantenne i legami con molti iscritti e il resto del Partito, non seguendo Berenini nella sua scelta. Fu il Riguzzi che presiedette il Congresso della Rinascita socialista, tenuto a Parma nel maggio del 1913 alla presenza dei delegati di quattordici circoli della provincia. In quella circostanza, trattando anche delle candidature per le elezioni politiche, il Riguzzi approvò la proposta di candidare al collegio di Borgo San Donnino, contro Agostino Berenini, il direttore dell’Avanti!, Benito Mussolini. La proposta venne poi lasciata cadere. Il Riguzzi identificò nella cooperazione la più alta forma di organizzazione del movimento operaio, relegando a posti secondari la funzione di resistenza e la stessa lotta politica. Di tale concezione fu sempre partigiano nell’ambito della Federazione socialista parmense, del cui comitato direttivo fu chiamato a far parte al congresso provinciale del 30 giugno 1913. Alla vigilia del primo conflitto mondiale fece propaganda per la neutralità, contrapponendosi vivacemente all’interventismo deambrisiano. Nel 1916 fu chiamato alle armi con il grado di caporale e destinato a un battaglione di stanza a Borgo San Donnino. Poco dopo l’autorità militare lo trasferì a Piacenza per impedirgli di continuare l’attività politica e sindacale: nominato Sottotenente contabile e destinato a Parma nel giugno 1917, fu congedato alla fine del 1919. Dal gennaio 1920 assunse la direzione della Federazione parmense delle cooperative di consumo, presieduta, unitamente alle federazioni dei settori agricolo e di lavoro, da Faraboli. Mantenne i contatti con Borgo San Donnino come segretario di quella casa del popolo. Eletto consigliere provinciale, fu poi costretto a dimettersi a causa della reazione fascista. Aderì al Partito Socialista Unitario di G. Matteotti, limitando però i propri interessi politici al campo della cooperazione. Nel 1925 pubblicò, con Romildo Porcari, un saggio sulla Cooperazione italiana (Gobetti, Torino), ricco di informazioni e di dati. Nello stesso anno scrisse in Critica Sociale una serie di articoli dove sostenne, contro il principio della socializzazione e delle affittanze collettive, la superiorità della piccola azienda agricola sotto il profilo produttivo e sociale, profetizzando la rovina della grande impresa e l’assorbimento del bracciantato nell’industria e nell’emigrazione. Con l’affermarsi della dittatura fascista si ritirò a vita privata, dedicandosi alla vendita di alti forni e all’attività di mediatore. Il regime fascista lo cancellò dalle liste dei sovversivi nel 1930, considerandolo ormai un simpatizzante. Nel 1931 pubblicò un saggio storico sul movimento operaio parmense (Socialismo e riformismo nel Parmense, Laterza, Bari), che segnò una positiva novità per l’argomento trattato e per il metodo usato, nell’avvilente panorama di una cultura mortificata dal regime. Molti furono i riconoscimenti per questo lavoro. La stessa stampa comunista in Francia non mancò di suggerire la lettura di quest’opera che, pur risentendo di una forzatura con l’assunzione quasi acritica del modello reggiano a pietra di paragone, fece emergere la carica di rinnovamento nazionale e di riscatto sociale presente nelle battaglie sostenute dai lavoratori della provincia parmense. Nelle elezioni del 1946 per la Costituente il Riguzzi fu presentato candidato dal Partito socialista: non fu eletto, ma il suo nome riscosse così ampi consensi, che quando si trattò di garantire una personalità di prestigio e di assoluta onestà politica e culturale per la direzione de La Gazzetta di Parma, la scelta cadde sul Riguzzi, che rimase alla Gazzetta per due anni (1946-1948). Nel 1946, a cura della Federazione socialista di Parma, il Riguzzi pubblicò il frutto di un lungo studio su I partiti politici in Italia, che fu l’ultima sua fatica di storico. Morì alla casa di cura Braga-Valli.
FONTI E BIBL.: B.R., Sindacalismo e riformismo nel Parmense. L. Musini, A. Berenini, Bari, 1931, ad indicem; B.Riguzzi, La socializzazione della terra e i piccoli coltivatori, in Critica Sociale 16 1925, 200-204, e 17, 222-224; B.Riguzzi, Il problema dei piccoli coltivatori e l’organizzazione dei lavoratori della terra, in Critica Sociale 18 1925, 230-233; P. Basevi, Lo sciopero agrario a Parma nel 1908, in Emilia 17 1951, 144-147; N. Denti, Fidenza nell’età contemporanea, in Aurea Parma I 1953, 36-54; U. Balestrazzi, 1863-1915. Il Parmense nel movimento operaio italiano, in Eco del Lavoro 30 ottobre, 7, 13 e 27 novembre, 4, 10, 18 e 25 dicembre 1953; G. Saragat, G. Faraboli apostolo di socialismo e di italianità, Reggio Emilia, 1955; Balestrazzi, Lo sciopero parmense del 1908 nel ricordo e nelle considerazioni di un vecchio socialista, in MOS 1-2 1965, 129-141; F. Manzotti, Il socialismo riformista in Italia, Firenze, 1965, 30-31; L. Valiani, Questioni di storia del socialismo, Torino, 1975, 112-113; U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 248-251; A. Cavandoli, in Movimento operaio italiano, IV, 1978, 356-358.

RINALDI ALBERTINO, vedi RINALDI UBERTINO

Neviano degli Arduini 1920-Bore 1990
Maestra elementare. Si trasferì a Bore nel 1950, dopo anni di tirocinio in scuole dell’Appennino, e vi si stabilì dopo aver sposato Mario Papais. La Rinaldi fu il fulcro culturale del paese di Bore. Si fece promotrice di molteplici iniziative, quali la creazione del costume locale che ragazzi e ragazze indossavano in occasione delle feste paesane e l’organizzazione del Corpo Bandistico e Majorettes di Bore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1995, 29.

San Secondo 1806-post 1844
Figlio di Giuseppe e di Catterina Bianchi. Architetto, operò in Parma e a Milano. Luigi Uberto Cornazzani (Gazzetta di Parma 26 gennaio 1829) scrive che a Milano si fa conoscere con lode, l’architetto Antonio Rinaldi, il quale dopo aver diretta la costruzione del nuovo studio del famoso scultore Cav. Marchesi, architettata dal celebre Sig. Gioacchino Crivelli, ne ha pubblicata una descrizione apprezzabile assai da que’ dell’arte e piacevole a chiunque, per le tavole disegnate da lui stesso, che presentano fedele e vaga figura di quel grandioso edificio. Delle dodici che debbono compier l’opera, quattro sono incise; e quelle raffiguranti le varie vedute interne ed esterne ci paion fatte con grande accuratezza, e perizia dell’effetto prospettico, come d’altre d’icnografia saran riconosciute, in particolar modo esatte. Nel 1842, ancora il Cornazzani sulla Gazzetta di Parma, dopo aver detto che il Rinaldi continuava a farsi molto onore a Milano e che era elogiato in pubblici fogli di quella città, tra cui la Gazzetta e il Pirata, ricorda che il celebratissimo scultore Marchesi cotanta fiducia ha nel valore di lui, da affidargli in ogni occasione il dirigere la parte architettonica de’ propri grandiosi monumenti. Ed ora è cresciuto in fama colà per la recente costruzione della casa Passalacqua. Gli edifizi riguardevoli non solo per ricchezza di marmi, ma ancora per eleganza di costruttura son moltissimi a Milano, e moltiplicano prodigiosamente, eppure quella casa si riconosce degna di lode quasi singolare; cotanto ne è semplice ed uno lo stile dell’architettura. La faccia esterna ha le perfette proporzioni delle fabbriche del Palladio. Il cortile ha sì magnifico aspetto che vien giudicato più vasto di quanto sia; e riesce comodissimo mediante uno di quegli atrj che i periti chiamano tetrastici joni. Di tutto quel bell’artificio il merito è del celebre architetto milanese Gioacchino Crivelli, e del nostro Rinaldi, che, assente quel suo maestro, nel tempo della fabbrica, la diresse e compié. Nel 1844, il Rinaldi è nuovamente citato in una Bibliografia del Facchino e in un altro articolo della Gazzetta di Parma, per aver avuto un suo progetto coronato fra dieci ch’erano stati mandati per costruzione di un edificio ad uso macello e di mercato di Commestibile a Torino. Infine, sempre nel 1844, il giornale parmigiano La Lettura scrive, recensendo la Bibliografia illustrante il Sepolcro Passalacqua in Paina, Provincia di Milano, disegnato e descritto all’architetto Antonio Rinaldi Parmigiano: Annunciamo volentieri questo libro fatto da un nostro concittadino, il quale fuori della sua terra nativa, va acquistando onore, per opere lodevoli d’Architettura, ch’egli coltiva con grande amore e con felice riuscita. Vorremmo poter dir qualche cosa delle quattro tavole unite al libro, rappresentanti la 1° il Prospetto del monumento; la 2° la Pianta; la 3° l’Interno; la 4° il piedestallo del busto del Conte Gio: Battista Lucini Passalacqua, ma non possiamo che esprimere una certa compiacenza, avuta nel vedere questi disegni, nei quali ci è sembrato che sia una certa gravità non disgiunta da grazia e leggiadria di forme; proporzione regolare di parti, ed eleganza di stile; per le quali doti c’immaginiamo come il monumento, già eseguito, debba riuscire gradito all’occhio di ogni riguardante, sia egli perito o ignaro di Belle Arti. Il monumento funebre Passalacqua palesa elementi di un neoclassicismo decadente, già orientato verso forme rinascimentali. L’edificio funebre non manca di una certa grandiosità. Il Rinaldi esercitò gran parte della sua attività lontano da Parma. Frequentò il corso di architettura dell’Accademia di Belle Arti di Parma (1829) e il corso di matematica e fisica dell’Università di Parma. L’appartenenza del Rinaldi all’Accademia è dimostrata dal seguente documento: Accademia Ducale di Belle Arti. Adunanza Privata straordinaria del 31 marzo 1844. E ancora dall’Architetto Antonio Rinaldi, uscito dalle nostre scuole, si mandavano in dono da Milano, con lettera del 6 aprile 1844, a questa Accademia sette tavole litografiche  rappresentanti il laboratorio del Cav. Pompeo Marchesi, disegnate dall’istesso Rinaldi. Il Corpo Accademico, mostrò di aver caro un tale atto di ricordanza del volonteroso giovine, e ancora verso di lui lasciò al segretario l’Ufficio di rispondere e ringraziare.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 gennaio 1839 e 9 marzo 1842; C. Trombara, Antonio Rinaldi, architetto parmense del sec. XIX: sue opere per l’Università di Parma, in Parma per l’Arte 5 1955,  31-35; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 908.


Salsomaggiore 1336 c.-
Figlio di Ubertino. Come il padre, si laureò in medicina all’Ateneo di Pavia, nel quale fu poi per molti anni stimato professore di fisica.
FONTI E BIBL.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, I, 1961, 374.


Parma 1629-1709
Numerosi furono i suoi lasciti per opere religiose e di misericordia parmigiane, tra i quali una somma per far costruire l’altare maggiore nella chiesa della Santissima Trinità, un lascito  per la Congregazione di carità San Filippo Neri, una somma alla Confraternita dei pellegrini e altre allo Spedale degli Esposti, alla Casa pia dei poveri mendicanti e al convento di San Pietro d’Alcantara. Il Rinaldi godette della fiducia di Ranuccio Farnese.
FONTI E BIBL.: F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 265.

RINALDI GIOVANNI CARLO, vedi RAINERI GIOVANNI CARLO

RINALDI GIOVANNI PAOLO, vedi RAINERI GIOVANNI PAOLO

RINALDI GIROLAMO, vedi RAINALDI GIROLAMO

Parma 1840 c.-Buenos Aires 21 aprile 1899
Di umili natali, fu destinato alla carriera ecclesiastica. Entrò inizialmente nel Seminario di Berceto, ma poi, sentendosi portato per la medicina, frequentò l’Università di Parma. Esordì nell’esercizio della professione di medico nella guerra del 1866. Due anni dopo emigrò in America. A Buenos Aires fu tra i medici fondatori dell’Ospedale italiano e per più di vent’anni vi rimase come oculista. Nel 1871, quando la febbre gialla mieté migliaia di vittime e gli abitanti di Buenos Aires fuggivano terrorizzati, il Rinaldi rimase in città prodigandosi per gli ammalati. Per tanta abnegazione e coraggio, il Municipio di Buenos Aires gli attribuì una medaglia d’oro, e il Governo italiano la medaglia al valor civile. Anche durante la guerra dell’Argentina contro il Paraguay, il Rinaldi prestò la sua opera di medico volontario. Dei suoi vari studi oculistici, il più importante è quello relativo al Massaggio della cataratta. Il Rinaldi fu fervente monarchico.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 93.


Salsomaggiore 1310-Salsomaggiore 1387
Fu medico di valore e professore emerito a Pavia, a Bologna e in altre Università Italiane.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, I, 1961, 374.


Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane VII, 180.

Borgo San Donnino 1142/1144
Fu dapprima Canonico della Cattedrale di Piacenza. Resse come Arciprete la Chiesa borghigiana per soli due anni (1142-1144) perché chiamato ad altri uffici.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, I, 1961, 23.

RINCI ORSOLINA, vedi VENERI ORSOLINA


Alessandria 1929-7 aprile 1997
Parma divenne la sua città adottiva: questa città lo vide studente in Medicina e vi percorse la carriera accademica fin dai primi gradini. Il Rinetti cominciò come assistente volontario, prima alla cattedra di Patologia speciale chirurgica e propedeutica clinica (dal 1957 al 1959) e poi a quella di Scienza dell’alimentazione (dal 1962 al 1969). Poi, con la qualifica di aiuto, nel 1973 divenne assistente nella cattedra di Clinica medica. Dopo la morte di Bianchi, suo maestro, nel 1978 il Rinetti passò all’Istituto di Patologia medica e nel 1984 divenne professore associato nella cattedra di Gastroenterologia. Gastroenterologo di fama, all’attività universitaria affiancò quella di libero docente: fu molto stimato a Milano, dove ebbe consulenze e collaborazioni con importanti ditte farmaceutiche e cliniche private.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 aprile 1997, 9.

-Parma 22 settembre 1879
Volontario, fece la campagna risorgimentale del 1866.
FONTI E BIBL.: Il Presente 23 settembre 1879, n. 261; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

Berceto 1586/1588
Appena nominato prevosto di Berceto, si dedicò alla stesura, seguendo le indicazioni del vicario generale della Diocesi di Parma Pietro Campana, dei nuovi Statuti della Collegiata di Berceto, i quali portano la data del 6 maggio 1586. In essi venne tra l’altro stabilito che il servizio di settimana fosse compiuto da un solo canonico, anziché da due. Il Rinieri si firmò l’ultima volta nei registri parrocchiali il 23 febbraio 1588: poco appresso rinunciò alla Prevostura.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 93.

RINIERI, vedi anche RAINERI

RIO ANTONIO, vedi DEL RIO ANTONIO

Parma 1526/1569
Figlio di Lorenzo. Fu un celebre orefice, che operò lungamente in Roma. Lavorò per molto tempo col Caradosso e si trova segnato tra i testimoni nel testamento dello stesso Caradosso, fatto il 6 dicembre 1526 (vedi Artisti Lombardi, vol. I). Nel testamento il Caradosso si confessa debitore al Ripa, suo garzone, di 35 scudi, parte in prestito e parte per fare una medaglia ad un cavaliere di Gian Maria da Parma. Dopo la morte del maestro, il Ripa affittò dall’erede vari stabili in Roma (Not. Reydettus, 1544, fol. 2). Il Ripa nel 1545 mosse lite contro il camerlengo e i consoli degli orefici in Roma perché l’avevano cacciato da console. Condannato, nel 1546 si appellò. Fu citato nel maggio 1547 dal console degli orefici Francesco de Leys ed ebbe finalmente giustizia dopo il 1550: fu infatti reintegrato, come appare in un documento del novembre 1569 (Tribunale del Camerlengo, Manuale 1545-1548). Fin dal 1546 risulta essere stato milite di San Pietro e fu appunto in virtù dei privilegi dei militi di San Pietro che il Ripa cominciò la lite con l’Università degli orefici (Miscellanea artistica, orefici, fol. 27). Il 7 settembre 1554 ebbe lite con Bernardino San Martino, chierico d’Ivrea, per conto di una società di 50 scudi, passata per atto notarile, dal quale il Ripa pretendeva essere stato danneggiato (Lib. In. 1554, f. 165-166). Portato l’affare davanti al governatore di Roma, pare non aver avuto ulteriore seguito. Nel 1560 il Ripa fu Console degli orefici (Registro degli assaggi di Zecca 1554-1570). Il Ripa fu poi espulso dall’Università degli orafi di Roma una seconda volta: il 31 agosto 1550 mastro Tobia de Camerino mediolanensis, mastro Giacomo de Passeris e mastro Troiano de Gigantibus, romano, orefici e consoli proposero infatti all’Università congregata l’espulsione del Ripa perché persona scandalosa, che aveva defraudato i colleghi. La proposta fu accettata e il Ripa fu definito nell’occasione persona litigia (notaio Sano Perello 1548-1551, f. 626). L’espulsione fu confermata nella seduta dell’11 novembre 1550 (notaio Sano Perello, f. 666). In seguito però il Ripa fu reintegrato, tanto che la seduta del 21 ottobre 1565 risulta presieduta da M.o Donnino da Parma e da Bernardino da Gallese, consoli, e Gio. di Prato, console e camerlengo.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 132-133 e 173-174

RIPPA DONNINO, vedi RIPA DONNINO

Parma 25 settembre 1892-Dolina Aosta 7 settembre 1917
Figlio di Vittorio e Itala Sachelli. Laureando in ingegneria, fu Tenente nella 72a Batteria bombarde. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì colpito da granata nemica.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 settembre 1917 e 1 ottobre 1918; Il Popolo d’Italia 28 settembre 1917; L’Internazionale 29 settembre e 6 ottobre 1917; Per la Riscossa 17 febbraio 1918; La Libera Parola 27 ottobre 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 211.

RISCA, vedi SCAGLIA RICCARDO

RISCALDATO, vedi PAGANI MARCO ANTONIO

Parma prima metà del XVII secolo
Stuccatore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, V, 300.

RISENTITO, vedi PUELLI GIAN FRANCESCO


Calestano-Strada Salettuol Maserada 15 giugno 1918
Fante della 329a Compagnia Mitragliatrici, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Di vedetta ad una mitragliatrice portata in barbetta sotto l’intenso bombardamento avversario, si mantenne sempre calmo e sereno al proprio posto, noncurante dei numerosi proiettili che gli scoppiavano vicino. Essendo stata colpita da una scheggia di granata l’arma che egli guardava, continuò a rimanere al proprio posto, sempre strettamente osservando la consegna ricevuta, finché ferito da una successiva granata nemica trovava gloriosa morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 90a, 5598; Decorati al valore, 1964, 32.

Fornovo di Taro 1892-Vertoibizza Biglia 20 agosto 1917
Figlio di Francesco. Sottotenente medico del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Travolto e gravemente ferito dallo scoppio di una granata avversaria che recava forti danni al posto di medicazione ove egli si trovava per servizio, conscio della gravità della ferita che pochi istanti di vita gli avrebbe ancora concessi, non volle essere medicato e raccomandando si provvedesse al salvataggio degli altri colpiti, stoicamente si spegneva. Mirabile esempio di sacrificio ed altruismo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 39°, 3043; Decorati al valore, 1964, 51.

Piacenza 1548-Parma luglio 1620
Figlio di un mugnaio, approdò al notariato nel 1580. Dopo aver fatto per un certo tempo il procuratore, Ranuccio Farnese lo scelse come archivista del Criminale di Piacenza. Nel 1590 gli fu affidato l’incarico di redigere il computo dei grani del Piacentino. Nel 1599 fu commissario per la composizione delle condanne criminali della montagna parmigiana e amministratore dello Stato Pallavicino. Nel 1603, in tarda età, si accasò con Caterina Leoni, figlia di un macellaio piacentino, anche se aveva già una figlia naturale che fece sposare nel 1608 a Camillo Scrollavezza. Dalla moglie ebbe diversi figli (il primogenito venne chiamato Ranuccio). Nel 1605 si trasferì a Roma   e creò il Monte Farnese, una banca che avrebbe dovuto essere garantita dal denaro del Duca di Parma, il quale razziò così i risparmi dei Romani, ancora affascinati dal ricordo della grandezza farnesiana. Il fallimento del Monte portò alle guerre di Castro e alla perdita da parte dei Farnese dei feudi laziali. Il 14 dicembre 1609 il Riva diventò tesoriere generale dei Ducati di Parma e Piacenza. Iniziò a ristrutturare in senso imprenditoriale e capitalistico l’economia degli Stati padani, con una concezione protezionistica e monopolistica della produzione, sognando un cambiamento della classe dirigente in senso decisamente antiaristocratico. Fu lui il grande regista della repressione della pretesa congiura dei feudatari del 1612 che rimpinguò le casse statali. L’ideologia antiaristocratica del Riva è espressa nel capitolo XIX de Il Mondo Nuovo di Tommaso Stigliani e nelle poesie di Guidobaldo Benamati, precettore di suo figlio Ranuccio. Nel 1613 il Duca fece pubblicare con splendidi disegni del Malosso un libro che fece firmare al figliastro Ottavio, le Quaestiones definitae, in cui confrontando le teorie copernicane e tolemaiche, si sostiene la validità di queste ultime, che giustificano anche l’asserzione che il potere del principe discende direttamente da Dio, con una forzatura evidente sulle dottrine giuridica e teologica del tempo. È la risposta ai tentativi democratici del Riva che, pur mantenendo le sue funzioni, alla fine abbandonò questo progetto di rinnovamento, una specie di lucida utopia di un realista spesso al limite del cinismo, che del resto non era condivisa neppure da quelli che egli aveva favorito nell’ascesa nelle magistrature. Dal 1616 il Riva, che aveva fino ad allora accettato solo la laurea honoris causa e il titolo di cavaliere dell’Ordine portoghese del  Redentore, cominciò a comperare castelli, come quelli di Travezzano e Ciriano, e la contea di Spettine, con relativo titolo comitale, da Roberto Caracciolo. Il poema che scrisse per lui Guidobaldo Benamati alla morte dell’amico, paragonandolo a Palinuro, rimase inedito per volere del duca Ranuccio Farnese. Col fratello Cesare, col giudice Barsotti e col giudice inquisitore Papirio Picedi fece parte del tribunale del Duca quando questi volle liberarsi della favorita Claudia Colla e della madre di lei (per lasciare posto alla sua nuova favorita Briseide Ceretoli), facendole accusare di maleficio. Inoltre il Riva dimostrò in più occasioni la sua amicizia a Ranuccio Farnese, come quando questi gli affidò in custodia, quando era ancora un fanciullo di sette anni, il figlio illegittimo Ottavio, nato nel 1598 dalla sua relazione, durata fino al 1610, con Briseide Ceretoli. I conti Riva furono, per tradizione e attitudini, uomini colti e appassionati d’arte e di musica: il Riva infatti diresse il lavoro di esecuzione e la collocazione dei due monumenti equestri di Ranuccio e di Alessandro Farnese, che ornano la piazza principale di Piacenza, dove furono collocati nel 1625. Altri episodi rivelano ancora come il Riva fosse stretto confidente di Ranuccio Farnese. Nel 1614 infatti, il Duca e il Riva stipularono un patto con un alchimista che si vantava si sapere fabbricare l’oro: procurati tutti gli ingredienti richiesti, attesero vari giorni l’esito promesso, ma invano: l’alchimista si dileguò, inseguito inutilmente dalle ire dei due interessati e da una fortissima taglia pendente sul suo capo. È assai probabile che i due Riva traessero grandi favori e cospicue ricchezze economiche dalla loro posizione privilegiata, e con ciò aumentassero il loro patrimonio. Fu in quel contesto politico-sociale che essi poterono costruire con dovizia di mezzi la villa di Arola, così vicina al castello del Duca, loro amico e Signore, senza timore alcuno e anzi protetta da lui. Così essa serba nella parte più antica, a sud, e nella struttura planimetrica il segno di quei tempi: le cortine murarie sono rudi e robuste ma non presentano nessuno di quegli aspetti aggressivi che caratterizzò l’architettura del Cinquecento. Una loggia su quattro arcate basse e incombenti si protende verso il pendio sottostante di fronte e il castello vicino. Quindi una struttura solida ma già aperta, come si conviene in un territorio che è governato da una sola e potente autorità.
FONTI E BIBL.: E. Grassi, Villa Peroni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 314-316; Enciclopedia di Parma, 1998, 571.

Piacenza 1550 c.-1622
Figlio di un mugnaio. Conte, fratello di Bartolomeo. Il Riva fu Cancelliere della Camera Ducale, archivista, Governatore di Piacenza e tesoriere accorto e prudente di Ranuccio Farnese e coadiuvò il fratello nel ruolo di Sovraintendente generale delle entrate ducali. Assieme al fratello e al giudice inquisitore Papirio Picedi, sostenne Ranuccio Farnese nella drammatica repressione della congiura dei nobili parmensi contro di lui, capeggiati dai Sanvitale e dai Sanseverino, conclusasi il 19 maggio 1612 con l’esecuzione della pena capitale per i congiurati. Ancora assieme al fratello e al giudice Barsotti, fece parte del tribunale di Ranuccio Farnese quando questi volle liberarsi della favorita Claudia Colla e della madre di lei (per lasciare posto alla sua nuova amante Briseide Ceretoli), facendole accusare di maleficio. Fu il Riva che insinuò nel Duca la convinzione che gli atti di Ottavio Farnese (nonno di Ranuccio), che designavano la successione del feudo di Colorno anche per la linea femminile dei Sanseverino, di cui godeva allora la bellissima Barbara e suo figlio Gerolamo Sanvitale, potevano essere annullati. Inoltre fu il Riva che stabilì la somma che Ranuccio Farnese avrebbe dovuto ricevere dall’Imperatore per rinunciare ai diritti del feudo di Gerolamo da Correggio, associato ai cospiratori della congiura dell’agosto del 1611 e morto poi nel carcere della Rocchetta a Parma. Il Riva fu uomo colto e appassionato d’arte e di musica. È assai probabile che traesse grandi favori e cospicue ricchezze economiche dalla sua posizione privilegiata e con ciò aumentasse il suo patrimonio. Assieme al fratello, il Riva fece costruire, con dovizia di mezzi, la villa di Arola.
FONTI E BIBL.: E. Grassi, Villa Peroni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 314-316.


Parma 1545
Il 12 dicembre 1545 fu pagato dal Comune di Parma 8 lire imperiali per avere dipinto 2000 braccia di frange da porre intorno alla Genepra e per altre opere realizzate in occasione dell’ingresso di Pier Luigi Farnese in città (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Mastro d’Entrata e Speza dei Dazi, 1545-1550, Ordini e Mandati 1545, c. 280).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli-Zunti, vol. III, c. 358; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI, 1994, 361.

Parma 1686
Incisore attivo in Parma nell’anno 1686.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Incisione a Parma, 1969.

Sant’Agata di Villanova sull’Arda 23 marzo 1813-Bologna 14 febbraio 1896
Nacque da Giuseppe e da Maria Simonetta. Frequentò con profitto le scuole di Busseto e a quindici anni appena compiuti si presentò al Ministro provinciale dei Minori Osservanti che si trovava in visita al convento di Busseto per essere accettato nell’Ordine. Il 9 luglio 1829 compì la vestizione nel convento di San Nicolò in Carpi assumendo il nome di Ireneo. Trascorso l’anno di prova, emise la solenne professione (Registri degli accettandi e dei Novizii). Licenziato dagli studi compiuti in Parma, nel settembre del 1835 si presentò ai concorsi di filosofia in Ferrara, nei quali ottenne la cattedra di Reggio, dove il 17 dicembre dello stesso anno fu ordinato sacerdote. Insegnò filosofia in Reggio e teologia in Ferrara, Bologna e Parma. A Parma nel 1847, pur continuando l’insegnamento, fu nominato parroco curato, ufficio che sostenne per quindici anni (Registri provinciali e Atti Capitolari, t. 2, p. 477). Nel 1848 fu dichiarato Lettore giubilato. Nel 1855 il Riva si prodigò con altri religiosi durante la spaventosa epidemia di colera. A titolo di riconoscenza, la duchessa Luisa Maria di Berry, oltre ai generosi sussidi mandati al convento, conferì al Riva un diploma di benemerenza e una medaglia d’argento. Il Riva fu più volte Commissario del ministro generale per la presidenza dei Capitoli e nel 1862 Ministro provinciale: Haec est electio Ministri provincialis, Custodis et Definitorum per Patres Vocales in hoc conventu S. Spiritus Ferrarie capitulariter congregatos die 25 augusti 1862, canonice et rite celebrata; Praesid. in ea A. R. p. Antonio a Vastalla; in qua pro provincialatu A. R. p. Irenaeus Riva a Buxeto habuit vota 22 (Atti Capitolari, t. 2, p. 361, 477). Compiuto il triennio di governo, il 24 giugno 1865 fu confermato, col titolo di Commissario generale: Hinc de tua charitate zelo, rebusque in agendis dexteritate in Domino confisi, tenore praesentium Te Commissarium nostrum et Visitatorem praefatae Provinciae instituimus, nominamus et declaramus. Durante il governo del Riva avvenne la soppressione dei conventi (1866). Il Riva governò la Provincia bolognese dal 1862 al 1869, anno in cui fu eletto Definitore generale. Fu ascritto a varie accademie e in Roma fu membro attivo di quella dell’Arcadia e Consultore della Congregazione dell’Indice. In seguito si stabilì a Bologna, presso l’Ospizio di Santa Maria della Libertà, e dall’Arcivescovo di Bologna fu nominato Esaminatore Pro-Sinodale (Memorie, in Archivio provinciale). Il Riva fu Lettore nell’Annunziata di Parma, insegnante di teologia in diversi conventi e di filosofia in Ferrara, valente epigrafista (diede alle stampe molte iscrizioni e opuscoli ascetici) e disputò pubblicamente su tesi teologiche in elegantissimo latino. Fu anche valido letterato: in occasione del VII centenario di San Francesco d’Assisi, pubblicò in due volumi la traduzione della Francisciade di Francesco Mauri (Seletti, t. 2, p. 287). Sul suo sepolcro, nella Certosa di Bologna, fu posta la seguente epigrafe: Irenaeus Sacerdos Hic Jacet Franciscalis Veteris Observantiae Domo Buxeto Iosephi Riva Et Mariae Simonetta Filius Animo Mitis Scientia Litteris Poesique Clarus Clarior Que Pietate In Ordine Et Extra Variis Magnis Que Muniis Egregie Functus Hilari Vultu Semper Aequanimi Ad Ultimam Senectam Deo Dilectus Et Hominibus Perventus Sacris Rite Pie Que Expiatus Mortem Oppetiit Die XIV Februarii MDCCCIVC Annos Natus LXXXII Menses X Dies XXIII Cuius Anima In Pace Xti Requiescat.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 331-335 e 346-347.

Parma 29 novembre 1755-Torrechiara 1847
Figlio di Giovanni Antonio e Camilla Riva. Non coltivò grandi passioni politiche né grandi passioni mondane come i suoi avi, sebbene partecipasse attivamente ai salotti letterari del tempo. Si sa infatti di un suo componimento poetico di gusto arcadico intitolato A Marore, che è conservato negli archivi della famiglia Albertelli Pancrazi. Il manoscritto del 1827 è un magnifico saggio calligrafo in tre canti, dedicato a Lucia Albertelli nata De Musi, molto nota tra i nobili del tempo per la sua bellezza e cultura (nella sua residenza di Torrechiara teneva un salotto, ove convenivano gli amici dei paesi vicini). Il Riva Cattaneo, in occasione del matrimonio della figlia di lei con Francesco Abbondio Rognoni nel 1832, compose con l’affettato gusto del tempo una poesia-acrostico. Il Riva Cattaneo risiedette nella sua villa di Arola. Temperamento meditativo e curioso di ogni sapere, con attitudini letterarie e scientifiche, coltivò nella sua lunga esistenza ogni manifestazione dell’arte e della cultura. Si dedicò soprattutto a ricerche glottologiche. Conobbe sei lingue, oltre l’italiano: francese, tedesco, spagnolo, inglese, greco e latino. Per questa sua attitudine, fu definito ellenista ed eptaglota. Ebbe cura della biblioteca di famiglia (conservata integralmente fino a metà del Novecento nella villa di Arola) ricca di molti volumi. Fu affiliato all’Accademia del Conservatorio di Parma. Il Riva Cattaneo, scrupoloso e preciso, tenne un diario quotidiano dove annotò le letture in lingua compiute giornalmente. Sembra quindi che gli si possano attribuire le didascalie e gli aforismi che si trovano in calce agli affreschi dell’atrio della villa e quelli dei tondi delle sovraporte. Morì all’età di novantadue anni e fu sepolto nella cappella di San Nicomede nel castello di Torrechiara.
FONTI E BIBL.: E. Grassi, Villa Peroni, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1984, 326-327.

Sampierdarena 1 gennaio 1802-Parma 1 agosto 1875
Piacentino di adozione perché la famiglia si trasferì per stabilire la base dei suoi commerci a Piacenza, il Riva frequentò le scuole ginnasiali presso il Collegio di San Pietro. Studiò alle Università di Bologna e di Pavia e si laureò in medicina a Parma nel 1823. Per esame di concorso ebbe la nomina di professore sostituto alla cattedra di clinica medica dell’Università di Parma ma ne venne poi esonerato per avere partecipato ai moti del 1831. Fece parte nel 1831 della commissione, capeggiata dal Berghini, che si recò dalla duchessa Maria Luigia d’Austria a chiedere le riforme. Fece parte nel 1848 del Consesso Civico e di alcune commissioni legislative nominate dalla Suprema Reggenza. Fu considerato nel decennio 1849-1859, sia dalla popolazione che dagli ambienti governativi, il capo dei repubblicani parmensi. Presiedette nel 1859 l’effimera Giunta Provvisoria di Governo. Si prodigò per la cura dei malati nelle epidemie di colera degli anni 1836, 1855 e 1866, tanto da meritare una medaglia d’oro e una d’argento. Esercitò privatamente la professione di medico fino al 1870, mantenendo la direzione dell’Ospedale psichiatrico di Parma. Fu eletto deputato di Parma nella I e nella II legislatura. Non prese parte attiva ai lavori della Camera, dove militò nelle file dei liberali. Venne eletto il 12 febbraio 1849 con soli 10 voti su 377 iscritti nelle liste elettorali del collegio, perché gli elettori parmensi furono convocati a Fiorenzuola d’Arda. Fu uno dei due soli casi di seggio elettorale costituito fuori della propria sede naturale. Fu consigliere del Comune di Parma, esercitando per breve periodo la funzione di sindaco della città (1859-1860). Membro del Protomedicato e del Consiglio sanitario provinciale parmense, tenne la presidenza del Comitato di provvedimento e cooperò ad avviare in Sicilia migliaia di giovani. Fu consigliere della Società emancipatrice e socio della Società operaia. Il Riva fu insignito della Croce di Cavaliere di San Maurizio e di quella di Ufficiale della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 agosto 1875; G.B.Janelli, Parmigiani illustri, Parma, 1877, 334-335, e 1880, 184; I. Cantù, Italia scientifica, 1844, III, 78-79; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 716; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 358; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, 1941, 65; Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 63; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 196; F.Rizzi, I professori, 1953, 80 e sgg.; C. Pecorella, I governi provvisori parmensi, 1959, 111; P. Marchettini, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 229.

RIVACATTANEO LUIGI, vedi RIVA LUIGI FILIPPO GIUSEPPE

Sale di Alessandria 1884-Parma 9 dicembre 1960
Proveniente da Milano, si trasferì a Parma nel 1907, chiamato a ricoprire il ruolo di assistente del Bernardini, direttore della Clinica di chirurgia veterinaria dell’Università di Parma. Alla vigilia della prima guerra mondiale, fu nominato direttore incaricato della stessa clinica e tenne tale carica fino al 1930, anno in cui ottenne la cattedra. Alla direzione della Clinica chirurgica veterinaria rimase fino al suo collocamento fuori ruolo, avvenuto nel 1955. Il 20 ottobre 1960 fu collocato in pensione. Per diversi anni fu preside della facoltà di Veterinaria. In considerazione dei suoi meriti scientifici e scolastici, fu nominato professore emerito con decreto del presidente della Repubblica. All’attivo del Rivabella è da ascrivere un notevole numero di memorie e di pubblicazioni, che apportarono un valido contributo scientifico.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 dicembre 1960, 4.


Parma 1445-post 1535
Nacque da nobili genitori, i cui antenati signoreggiarono il castello di Rivalta, che poi passò ai Rossi. Studiò umane lettere con tanto profitto da essere scelto a Pubblico Precettore di Grammatica e di Rettorica. Fu maestro di molti illustri Parmigiani, come Niccolò Manlio, Bernardino Dardano e Giorgio Anselmi. Quest’ultimo e il Manlio gli dedicarono versi affettuosi. Il Rivalta ebbe offerte da molte città che avrebbero voluto averlo a professore: scelse Pontremoli per il decoroso stipendio e la quiete assai maggiore. Poi, per l’avanzata età, si dimise dall’ufficio e tornò in patria, sempre però dedicandosi allo studio. Lasciò Epistole famigliari, Cronica de’ fatti e successi di Pontremoli, una breve raccolta di versi latini e qualche rima in volgare. Visse oltre novant’anni. Un suo epigramma in lode di Donato Veronese, quando questi tenne l’Orazione De Laudibus Parmae et de studiis humanitatis (1533), fu scritto dal Rivalta all’età di ben ottantotto anni.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 318; Aurea Parma III 1958, 176-177.

Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 232.

Rivarolo 1624
Di nobile famiglia originaria del castello di Rivarolo di Torrile presso Parma, nel 1624 fu capitano, inviato ad assoldare duecento fanti nella riviera di Ponente per la Repubblica di Genova.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, V, 742; A. Valori, Condottieri, 1940, 326.

RIVO ANTONIO, vedi DEL RIO ANTONIO


Parma 1707/1717
Intagliatore, ricordato nell’anno 1707 per un pagamento per lavori nella Rocca a Soragna, sotto la direzione dell’architetto Pietro Abbati, e nell’anno 1717 per la realizzazione dell’altare maggiore nell’oratorio di San Giovanni Battista a Cò di Ponte in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 34; Il mobile a Parma, 1983, 257.


Parma- Parma giugno/agosto 1667
Sacerdote, fu investito di un beneficio, che poi lasciò, il 18 ottobre 1651. Fu organista della Cattedrale di Parma dal 1º novembre 1659 fino al 1666. Il 15 settembre 1664 fu investito di un nuovo beneficio in Cattedrale. Morì poco dopo la metà del 1667, poiché il 16 settembre di quell’anno fu eletto allo stesso beneficio, per obitum D. D. Marci Antonii, Diofebo Beltrami.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 115.


Parma-1738
Sacerdote, fu cantore della Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1722 al 3 maggio 1723. Il 24 giugno 1716 fu investito di un beneficio in Cattedrale.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 178. 


-Parma 23 luglio 1888
Nel 1848 accorse con le prime schiere di volontari combattenti sui campi lombardi per l’indipendenza nazionale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 luglio 1888, n. 203; G.Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.


Parma 5 gennaio 1808-Parma 14 aprile 1881
Figlio di Pietro Antonio, pompiere, e di Ferdinanda Martani, solo a costo di grandi sacrifici poté dedicarsi agli studi e poi alla professione di architetto, dopo essere stato semplice muratore. La Ducale Accademia di Belle Arti in Parma lo fregiò del titolo di accademico d’onore (20 dicembre 1839) e pochi anni dopo (10 settembre 1844) fu nominato professore consigliere con voto nell’Accademia stessa. Il 25 giugno 1878, con voti quasi unanimi, ne fu eletto presidente. Il Rizzardi Polini realizzò un gran numero di edifici privati e pubblici, soprattutto a Parma e a Guastalla, spesso dedicandosi sia alla progettazione che alla direzione dei lavori. Diresse, tra l’altro, gli estesi restauri al duomo di Berceto (1844-1856), alla facciata del palazzo Bulloni-Serra (via della Repubblica 40) e a quella della casa Conforti (via Farini 55). Lasciò diecimila lire per un premio annuale di architettura. Il Rizzardi Polini fu liberale di vecchia data, né mai venne meno ai propri principi. Fece parte dell’amministrazione comunale di Parma dal 26 luglio 1863. Rieletto più volte consigliere e membro della Giunta Municipale, fu incaricato principalmente di soprintendere ai lavori pubblici. Il 6 aprile 1862 ebbe la Croce Mauriziana. Fu poi nominato il 10 luglio 1874 cavaliere, il 1º giugno 1879 ufficiale e l’8 gennaio 1880 commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 140-143; Enciclopedia di Parma, 1998, 571-572.

RIZZARDI POLLINI GIUSEPPE, vedi RIZZARDI POLINI GIUSEPPE

Roccabianca 1896-Fosa di Valdagna 5 dicembre 1917
Figlio di Ernesto. Fu soldato nel 2° Reggimento zappatori e con esso partecipò a diverse operazioni di guerra tanto sul Carso che nel Trentino. Sempre tra i primi in ogni pericolosa contingenza, fu assai stimato dai suoi superiori e dai suoi compagni d’arma per il suo coraggio e per la sua generosità. Morì in combattimento.
FONTI E BIBL.: Combattimenti di Roccabianca, 1923, 48.

Langhirano 1831
Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria per aver preso parte ai moti del 1831. Con sentenza dell’8 agosto 1831 fu dichiarato amnistiato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 202.


Capo di Ponte 1880- Parma 3 febbraio 1965
Studiò nel Liceo di Brescia, poi all’Università di Bologna, dove si laureò col Carducci nel 1904 presentando una tesi sulle commedie di Giovan Maria Cecchi. Dopo aver insegnato a Sarzana e a Casale Monferrato, nel 1914 pervenne all’Istituto tecnico Macedonio Melloni di Parma quale docente di lettere italiane.Dovette interrompere l’insegnamento per partecipare come combattente alla prima guerra mondiale col grado di tenente degli alpini. Ripresa l’attività scolastica, divenne preside del suo istituto nel 1936, carica che lasciò nel 1951 per raggiunti limiti di età. All’opera di educatore, seppe unire quella di conferenziere, di collaboratore attivissimo di riviste a carattere parmigiano e nazionale, di organizzatore d’incontri letterari e di divulgatore di problemi culturali. Il noviziato presso la scuola carducciana, che lasciò in lui un’indelebile impronta, rievocò in un articolo (in Aurea Parma del 1957) su Giosuè Carducci nel cinquantenario della morte. Il Rizzi conservò in sé il succo di quel libero e integro insegnamento del Carducci, che gli diè forza di mantenersi fedele a se stesso e alla verità, segnando le linee di un ritratto del poeta-educatore tracciato a rapidi tratti in punta di penna, sì che nelle sue parole appare veramente non solo l’immagine di lui quale spirito anticonformista e antifazioso, ma il vivo e personale esprimersi di una natura profonda attraverso quel rapporto maestro-discepolo che si attuò in maniera umanamente aperta, al di fuori di schemi convenzionali. La lezione morale carducciana penetrò profondamente nel Rizzi, non solo nel suo vivere per la scuola e per i giovani, ma anche nel perfezionamento continuo degli strumenti del suo insegnamento attraverso la dedizione costante ai problemi della cultura, cui seppe accostarsi con una particolare sensibilità. La sua attività scientifica si articolò in un duplice ordine di studi che condusse parallelamente nella direzione della letteratura e della storia parmigiana e in quella della letteratura nazionale. Al centro sta quel volume del 1934 su Francesco Petrarca e il decennio parmense, edito sotto gli auspici della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, per cui il Rizzi è citato a titolo di onore, accanto ai nomi di Vittorio Rossi, Francesco Novati, Carlo Calcaterra, Enrico Carrara e Pierre de Nolhac, nella Vita del Petrarca dell’italianista Ernest Hatch Wilkins. Si moltiplicarono intanto gli studi del Rizzi intorno a scrittori parmigiani e anche intorno ad altri scrittori che ebbero rapporti con il centro culturale e la storia parmense: da Biagio Pelacani a Taddeo Ugoleto, a Francesco Puteolano, a Filippo Beroaldo, a Francesco Maria Grapaldo, a Giorgio Anselmi, ad Andrea Baiardi, a Nicolò Burci, a Bernardino Donato, a Claudio Achillini, a Tommaso Stigliani, ai Professori dell’Università di Parma attraverso i secoli, a Figure dimenticate del Parnaso parmense, alla famiglia dei Lalatta. Ma con convergenza di linee nacquero di pari passo saggi e commenti critici, come quelli intorno a Michelangelo poeta e a L’Anima del ’500 e la lirica volgare, volume quest’ultimo che tra il 1928 e il 1929 diede origine a una fertile discussione critica sul valore e il significato del petrarchismo cinquecentesco, come è provato dalle numerose recensioni che le maggiori riviste letterarie italiane gli dedicarono per opera del Calcaterra, del Chiorboli, del Citanna e del Galletti. Ancora lavori intorno al Tasso, all’Alfieri, al Parini, al Caro, al Manzoni, a Dante arrecarono di anno in anno i frutti di contributi attenti e precisi, espressione di un’attività instancabile che acquistò nel tempo una sua fisionomia inconfondibile per il calore e per il concentrarsi dell’indagine morale e dello scavo psicologico. In tale penetrazione del critico si può scorgere in definitiva il segno di una personale sofferenza, di una partecipazione che nasce da una serenità difficile, raggiunta attraverso un sentimento universale di un accrescimento interiore che trova le sue radici in una considerazione della letteratura come vita, come espressione più alta del dialogo dell’uomo con se stesso. È appunto in tale senso che va interpretato il rapporto scuola-cultura-vita del Rizzi, che non può essere inteso in un’accezione puramente addizionale di funzioni diverse, ma va ricondotto a un centro di animazione interiore, a un umanesimo per la scuola e nella scuola. Il Rizzi scrisse inoltre molti commenti per testi scolastici, dalla Gerusalemme liberata ai Promessi sposi al Giorno del Parini. Per un ventennio collaborò alle riviste Pro Familia, Minerva e Aurea Parma.
FONTI E BIBL.: M. Turchi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1965, 27-31; T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 268-269.

Roccabianca 10 febbraio 1743- Lisbona 28 dicembre 1804
Frate cappuccino, fu missionario a Rio de Janeiro dal 1779 e cappellano presso la spedizione di Cabinda nell’Angola. Compì a Guastalla la vestizione (17 ottobre 1761) e la professione di fede (17 ottobre 1762). Fu ordinato sacerdote a Piacenza il 4 marzo 1767. Fu approvato per la predicazione nel 1773. In data 25 maggio 1804 in Lisbona diede il suo giudizio circa il Dizionario angolese di Bernardo Maria da Canicattì.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 729.

Parma seconda metà del XVII secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, VI, 230.


Monticelli 12 luglio 1724-Parma 17 luglio 1786
Frate cappuccino, fu missionario nel Congo dal 1759 al 1765. Compì a Guastalla la vestizione (16 maggio 1744) e la professione di fede (16 maggio 1745). Fu ordinato sacerdote a Reggio Emilia il 19 settembre 1750.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 417.

Coenzo 1889-16 novembre 1979
Frequentò a Parma l’Istituto San Benedetto. Fu poi all’Accademia di Modena, da cui uscì nel 1911 con i gradi di sottotenente di fanteria. Nello stesso anno fu destinato in Libia, sua prima campagna di guerra. Il Rizzi combatté poi valorosamente nella prima guerra mondiale: fu anche ferito sul San Michele e, promosso per meriti speciali, divenne il più giovane capitano di tutto l’esercito italiano. Alla fine della guerra, fu prima a Parma, al 61° Fanteria, poi a Milano, al 7° Fanteria, quindi di nuovo a Parma, distaccato al Distretto. Nel 1941 gli fu assegnato il comando della base militare di Salonicco, dove venne a trovarsi l’8 settembre 1943. Non volle arrendersi ai Tedeschi e, per quel suo gesto, fu insignito del diploma di partigiano greco. Fu deportato nel 1944 in Germania. Rientrò in Italia dopo circa un anno di prigionia. A 55 anni abbandonò la carriera militare col grado di generale di divisione. Si dedicò con grande impegno all’Associazione reduci e combattenti; fu presidente per trentacinque anni della sezione di San Lazzaro e fondatore di quella di Solignano. Apicoltore e agricoltore appassionato, fu assai attivo anche in seno alle associazioni degli apicoltori e degli agricoltori. Eletto nel 1951 (e rieletto nel 1956) consigliere comunale a Parma, fu infine per dieci anni sindaco a Solignano. FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 novembre 1979, 4.


Parma-Parma aprile 1610
Frate servita, fu cantore alla Steccata di Parma dal 1° gennaio 1605. Morì nell’aprile del 1610, come appare dal pagamento dello stipendio fatto agli eredi il 7 maggio 1610.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 83.

RIZZI PIETRO, vedi SPERONI PIETRO


Parma post 1906-Parma 17 marzo 1987
Assieme ai fratelli Clelia, Carlo e Luigi sviluppò l’attività di produzione di conserve ittiche avviata in Parma dal padre Emilio, che vi si era trasferito nel 1906 da Torino dove pure la famiglia inscatolava pesce. Costruito un moderno stabilimento, la ditta conquistò gradatamente ampi spazi di mercato che i Rizzoli consolidarono grazie all’ideazione di una speciale salsa nella quale seppero conservare in modo ottimale le alici.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1977, 406.

RIZZU, vedi BERNI LUIGI


Felino prima metà del XVI secolo
Conte di Felino, ebbe il comando di tremila fanti nelle campagne del Piemonte contro il duca Carlo Emanuele di Savoja (prima metà del XVI secolo). Fu maestro generale di campo e poi generale delle milizie di Parma e Piacenza per i Farnese. Ebbe infine il titolo di viceduca di Castro.
FONTI E BIBL.: A. Cosci, L’Italia durante le preponderanze straniere, Milano, 1875; R. De Crescenzi, Corona della nobiltà d’Italia, Bologna, 1642; G.B. Di Crollanza, Dizionario storico blasonico delle famiglie nobili italiane, Pisa, 1888; L.A. Muratori, Annali d’Italia, Milano, 1838; E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, Firenze, 1861; C. Argegni, Condottieri, 1937, 47.

Parma 1360/1390
Secondo il Ghirardacci (Historia di Bologna, Bologna, MDCLVII, 250 e 451), insegnò Grammatica nel 1360 e Rettorica nel 1390 presso l’Università di Bologna. Con lui leggevano anche Antonio da Faenza, Antonio di Monte dell’Olmo e Giovanni Mogli, probabilmente uno per ciascuno dei quattro quartieri della città, in ognuno dei quali vi era una scuola di grammatica. Fin dal primo anno del suo insegnamento, il Robazi, insieme coi suoi colleghi, ebbe un aumento di salario per ordine del Legato pontificio: se si pensa che lo stipendio era quasi sempre indice della fama dei lettori, si deve concludere che il Robazi e i suoi colleghi fossero valenti insegnanti. È da identificarsi con quel Giacomo dei Robazî a cui è diretta un’epistola del Moggio, dalla quale si ricava che il Robazi fu anche un non ignobile scrittore di versi. Il Moggio si protesta legato a lui dal triplice vincolo delle Muse, dell’amor patrio e dell’ingegno (cfr. M. Vattasso, Del Petrarca e di alcuni suoi amici, Roma, 1904, 99).
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 5; C. Garibotto, I maestri di grammatica a Verona, Verona, 1921, 10; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 172.

Parma XVII/XVIII secolo
Coniatore di medaglie attivo tra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 144.


Parma 13 novembre 1655-Parma 17 maggio 1695
Figlio di Francesco e Maria. Abate carmelitano, fu bibliotecario e teologo del duca Ranuccio Farnese, che lo scelse per la sua vasta erudizione. È ritenuto erroneamente da alcuni fondatore del Giornale de’ Letterati di Parma e Modena. Si limitò, in realtà, come dice il Piccioni, a dare al Bacchini l’impulso per iniziare e continuare l’opera e anche in questo non fu sempre sollecito. Al Bacchini fornì le opere di cui si doveva occupare il Giornale. Pubblicò la Miscellanea italica erudita, la Miscellanea matematica e parecchi opuscoli e raccolse ben diciassette volumi di Ritratti degli uomini illustri.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 265-266; L. Ferrari, Onomasticon. Repertorio bibliografico degli scrittori italiani, Milano, 1947; L. Piccioni, Il giornalismo letterario in Italia. Saggio storico-critico, Torino, I, 1894; Storia del giornalismo, VIII, 1980, 630.


Parma-post 1675
Francesco Saverio Quadrio, nella Storia e ragione d’ogni poesia, ricorda che il Roberti scrisse il libretto del dramma L’inganno trionfato, ovvero la disperata speranza ravvivata nei successi di Giacopo V di Scozia e Maddalena di Francia, musicato da Francesco Maria Bazzani e rappresentato nel Teatro Ducale di Parma nel 1672 e nel teatrino della Rocca dei conti Terzi a Sissa nel 1673 in occasione delle nozze di Mario Terzi con la contessa Lucrezia Scoffoni. Nell’ottobre 1675 si rappresentò al Teatro dei Temperati di Verona Iphide greca, dramma per musica del conte Nicolò Minato. Nell’avviso al lettore si legge: «La poesia del ridicolo è del Sig. Dottore Orazio Francesco Ruberti Parmigiano».
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 243; Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 169; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Borgo Taro 1911-Agna De Dios 13 aprile 1950
Compì i corsi teologici nel Seminario Maggiore di Parma. Ordinato sacerdote da monsignor Colli il 27 giugno 1937, fu inviato come coadiutore all’arciprete di Sorbolo nel luglio dello stesso anno. Vi restò fino al 31 marzo 1940. Accolto nella Congregazione Salesiana di San Giovanni Bosco, fu inviato su sua richiesta, all’inizio del 1949, nel Lebbrosario di Agna De Dios in Colombia.
FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 207-208.


Carona di Fornovo 1570 c.-Parma 6 maggio 1630
Entrato verso il 1610 nella Società di Gesù, con sede a Parma, divenne ricercato confessore e anche durante l’infuriare della pestilenza non rinunciò mai ai suoi doveri. Fu uomo di pronto ingegno e grande memoria, indefesso nello studio dei problemi di ufficio, di cui divenne assai perito. Non accettò mai cariche pubbliche perché molto timido e balbuziente. Morì all’età di circa sessant’anni.
FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 288-289.

ROBERTO da ARZELATO, vedi LECCHINI CARMELO

ROBERTO di BORBONE, vedi BORBONE PARMA ROBERTO

ROBILLO GIOVANNI ANTONIO, vedi RUBILLO GIOVANNI ANTONIO

Soragna 27 giugno 1818-Castellina 1902
Nato da Ferdinando e da Lucia Romanini. Fu laborioso falegname, che lasciò segni della sua opera specialmente a Castellina, ove visse: suo è il leggio per il coro della chiesa di Santa Maria, eseguito nel 1874.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 300.


Colorno 1789-
Calcografo, fu allievo del Toschi nella Scuola di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; P.Martini-G.Capacchi, Arte incisione, 1969; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2749.

Parma-post 1775
Fabbricante di strumenti. Nei pagamenti effettuati dall’amministrazione della Corte di Parma nel 1775 per gli spettacoli musicali a Colorno, risulta il pagamento al Robuschi per la fornitura di due trombe.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Colorno 15 agosto 1765-Colorno 5 settembre 1850
Figlio di Antonio e di Giuseppa Benincuori di Casalmaggiore. Studiò inizialmente a Parma lettere e nel contempo musica con Francesco Fortunati. La grande attitudine dimostrata per questi studi, indusse il duca Ferdinando di Borbone ad assegnargli una pensione di tremila lire annue perché seguisse a Bologna (1781-1784) le lezioni di contrappunto di padre  Giovanni Battista Martini e padre Stanislao Mattei. Fece anche studi filosofici all’Università. Compose poi una Messa, due Concerti e due Vespri: questi ultimi furono eseguiti nella chiesa di San Liborio di Colorno nel giorno di Santa Cecilia (22 novembre 1782). Nel marzo 1784 fu invitato in Russia per tre anni, ma dovette interrompere il viaggio in quanto si ammalò gravemente a Vienna e fece ritorno a Colorno. Fu quindi allievo del Sarti a Milano (1785-1786) e di Domenico Cimarosa a Napoli (1786). Dopo aver fatto parte dell’Accademia Filarmonica di Bologna, nel 1787 si stabilì a Parma ove ottenne il posto di maestro della Cappella Ducale. Dapprima svolse la sua attività prevalentemente come compositore di melodrammi, più tardi abbandonò il teatro (sembra che le sue opere non incontrassero più il favore del pubblico) e si dedicò esclusivamente alla musica sacra, in cui dimostrò grande talento. Il Robuschi fu nominato da Maria Luigia d’Austria organista, residente in Colorno. Sostenne le cariche municipali di primo Aggiunto sotto la dominazione dei Francesi, poi di primo Sindaco e di Podestà di Colorno. Il Robuschi fu autore delle seguenti composizioni: I Castrini padre e figlio (libretto G. Greppi, Venezia, 1786), La nuova Giannetta (G. Petrosellini, Parma, Carnevale 1786-1787), Chi sta bene non si muova (G. Bertati, Firenze, 1787), Attalo re di Bitinia (A. Salvi, Padova, 1788), Il geloso disperato (Padova, 1788), Riccardo Cuor di Leone (da M. Sedaine, Venezia, 1789), I tre rivali in amore (Roma, 1789), La morte di Cesare (G. Sertor, Livorno,1790), La Briseide (A. Pocobelli, Napoli, 1791), I due cattivi (anonimo, 1793). Inoltre compose almeno altre 25 opere teatrali, Stabat Mater, numerosi Magnificat, inni e altra musica sacra anche con orchestra, tre sinfonie, una marcia e altro per orchestra, Il Palladio conservato per tre solisti, coro e orchestra e altre cantate e arie.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 43-45; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel sec. XVIII, in Note d’Archivio, 1935; Bonassi, Musiche di S. Liborio, 1969, 145; C. Gallico, Le capitali della musica, Parma, 1985, 133; Dizionario dei musicisti UTET, 1988, VI, 382; Enciclopedia di Parma, 1998, 572.


Fontanellato 1893-Parma 16 novembre 1969
Nato da un’umile famiglia contadina, iniziò tardivamente gli studi, contribuendo col suo lavoro ad arrotondare il magro bilancio familiare. Fin dall’adolescenza dedicò lo scarso tempo libero al disegno interpretando dal vero gli aspetti più suggestivi della sua terra. Un’inaspettata predisposizione per l’arte, convalidata da validi risultati, sia pure nell’ambito di un estroso dilettantismo, costrinse i reticenti genitori ad avviare il Robuschi agli studi permettendogli di iscriversi nel corso di pittura all’Istituto di Belle Arti di Parma. Per evadere da una metodologia contraria al suo temperamento, nelle pause dello studio il Robuschi schizzava con segno rapido e sicuro progetti di edifici preparandosi ad abbandonare il corso intrapreso per passare alla sezione di architettura. Lì trovò l’ambiente a lui più congeniale per esprimere liberamente le proprie idee e sfogare, senza inibizioni, il suo fantasioso talento creativo. Sempre tra i primi, meritò subito quei riconoscimenti scolastici che lo portarono rapidamente al conseguimento del diploma di professore di disegno architettonico nella sessione speciale estiva del 1915. Sostenne l’ultimo esame di domenica per poter raggiungere il giorno dopo il suo reggimento già dislocato in zona d’operazioni a causa dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco degli alleati. Ritornò a Parma alla fine del conflitto, portando a casa una cartella di progetti che tradiscono uno sforzo di superamento dei modelli eclettici, studiati nella scuola di Giuseppe Mancini. A Parma, nell’immediato dopoguerra, l’edilizia, dopo un triennio di quasi totale inerzia, ritrovava lentamente spazio nel campo limitato dei piccoli edifici residenziali della borghesia cittadina. L’attività del Robuschi, la cui vocazione era spinta alla realizzazione di opere più impegnative, non entrò in questo giro. In attesa di momenti migliori, il Robuschi ottenne l’incarico provvisorio della cattedra di edilizia presso l’Istituto che lo aveva visto allievo pochi anni prima e nel quale prestò più tardi la sua attività di docente di ruolo (1925-1963), per assumerne infine la direzione negli anni 1947-1955. Nel 1920, in collaborazione con il geometra Ozia Guareschi, realizzò il villino Castagnetti in viale dei Mille a Parma, che rappresenta il suo esordio professionale. Solo tre anni più tardi, con Ettore Leoni, progettò l’interessante, per l’apparato decorativo, casa Capra sul viale di Circonvallazione fuori Barriera Vittorio Emanuele. La realizzazione vide ridimensionato notevolmente il progetto, limitandone le decorazioni previste. Sempre nel 1923, assieme a Giuseppe Lunardi, vinse il Premio Artistico Perpetuo per il settore Architettura, i cui lavori furono esposti nelle sale del Ridotto del Teatro Regio di Parma. Il Robuschi si caratterizzò per la singolare tempra d’artista, più libero, più lirico, più fantasioso, più personale del Lunardi. Per quanto riguarda la forma compositiva, s’interessa della massa prima che del particolare, che vuole legare all’ossatura la ragion d’essere della linea prima di rivestirla d’una superficiale sonorità decorativa. Per quanto riguarda l’ornamento, il Robuschi si rivela pittore, sapiente compositore e animatore di masse umane. Espose alcuni bozzetti a soggetto sacro, tra cui un Monumento ai caduti, una Chiesa e un Museo di Guerra. Dopo una lunga pausa professionale, il Robuschi firmò due soli ulteriori progetti: nel 1934 una casa di civile abitazione in via Vitali e nel 1938 un villino in via Trento. Il più significativo incarico professionale il Robuschi lo ottenne negli anni Trenta, quando fu chiamato a costruire il complesso padiglione della Mostra delle conserve nella zona nord del Giardino pubblico. In quest’opera impegnativa il Robuschi sentì strettamente il vincolo delle preesistenze architettoniche del Parco, dalla reggia ducale al tempietto d’Arcadia, ma ciò non gli vietò di proporre un edificio che, in larga misura, rispecchia anche i caratteri dello stile del tempo. Il nitido e ben calibrato volume di netta nudità strutturale è ricco di trabeazioni, cornici, timpani e nicchie, coerenti con la struttura dell’impianto planivolumetrico. L’ingresso monumentale, il colonnato raccordato da un risvolto semicircolare e le finestre ovali sono gli ingredienti di un’architettura di compromesso ancora in voga e propagandata dagli ultimi epigoni di un neoclassicismo duro a morire. Sulla muratura intonacata, un tempo tinteggiata col tradizionale giallo Parma, spiccano le fini e candide mondature che incorniciano l’ingresso, le fonti di luce e altri settori della lunga facciata, creando contrasti tonali e nitidi giochi di luci e di ombre. Alle nuove correnti, guardò poco dopo il Robuschi che abbandonò gli stilemi del passato inserendosi nella corrente razionalista, per lasciare un’impronta significativa nel tessuto della città storica. Il taglio netto è avvertibile nella scuola elementare Pietro Giordani, edificio che, tra l’altro, ha il pregio di un felice inserimento urbanistico. Il salto di qualità, rispetto ai precedenti progetti, mise in luce nuove potenzialità del Robuschi, che si immise abilmente nel filone razionalista. Dopo aver disegnato tanti progetti, in gran parte irrealizzati, il Robuschi partecipò (1938) al concorso per la costruzione del Santuario della Madonna della Consolazione, poi dedicato a San Marco, a Bedonia, un tipo di edificio che mancava al suo repertorio. L’equilibrato impianto compositivo, nel suo sviluppo classicheggiante, si avvale del supporto di quattro arconi in cemento armato che sostengono la cupola semisferica formalmente simile a quella della Steccata. Il secondo concorso (1948), vinto dal Robuschi insieme all’architetto Sassi, approdò alla realizzazione, più volte interrotta negli anni successivi. Collocato a riposo dall’insegnamento per raggiunti limiti di età (1963), rinunciò anche agli impegni professionali, limitandosi a disegnare a china, con freschezza di mano, i più significativi monumenti della città (alcune sue tavole rivestirono le pareti del caffè Bizzi di Via Cavour).
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 289; Gli anni del Liberty, 1993, 134; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 6 luglio 1998, 15.


Parma 5 aprile 1898-1972
Figlio di Emilio e Marcellina Camorali. Nel 1925 avviò una piccola officina in Parma specializzata nel settore delle motopompe per irrigazione ed elettropompe avendo intuito la crescente importanza di tali impianti nel settore agro-alimentare e industriale. Nel 1930 si trasferì in strada Bixio, dove riparava pompe centrifughe. Nel 1934 la ditta fu portata in Via Emilia Ovest e si occupò anche di tecnologia applicata alle pompe a vuoto per il concentrato di pomodoro. Nel 1941 si trasferì in viale Piacenza, dove venne attivata anche una fonderia di ghisa e bronzo. Nel 1961 la Robuschi si installò nella sede delle ex Officine Barbieri, a Barriera Bixio. Nel 1962 assunse la veste di società per azioni e la guida passò ai figli Marcello, Emilio e Paolo.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 406; Enciclopedia di Parma, 1998, 572 e 574.


Parma XVII secolo/1805
Fu scenografo e pittore quadraturista. Con Clemente Isacci, viadanese, e Lodovico Pozzetti ed Ercole Montavoce, reggiani, dipinse le scene per le opere rappresentate nell’estate 1805 al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 170.


Parma 10 agosto 1911-Parma 4 gennaio 1988
Allievo del maestro Giovanni D’Amato al Conservatorio di musica della città natale, si diplomò con la lode nel 1931, vincendo tre anni dopo il posto di prima tromba al Reale Teatro dell’Opera di Roma, città dove si fermò fino al 1941. Il 15 ottobre 1940 fu nominato insegnante di tromba e trombone al Conservatorio di musica di Pesaro. Rimase nella città adriatica fino al trasferimento al Conservatorio di musica di Parma ottenuto nel 1954. Qui, continuando la grande tradizione del suo maestro Giovanni D’Amato, ottenne eccellenti risultati, in particolare per gli ottimi allievi che uscirono dalla sua scuola. Oltre all’insegnamento, il Robuschi svolse una intensa attività quale prima tromba nei concerti al Teatro alla Scala di Milano subito dopo la sua riapertura, suonando anche con Arturo Toscanini. Per una ventina di anni fu poi la prima tromba dell’orchestra del Teatro Nuovo di Milano e fino agli ultimi anni della carriera fu invitato quale prima tromba nelle stagioni teatrali al Teatro Nuovo di Torino, al Teatro Donizetti di Bergamo, al Teatro Comunale di Bologna, all’Arena di Verona e al Teatro Regio di Parma. Partecipò a tournée in Francia, Germania, Jugoslavia e Brasile. Si ritirò in pensione per ragioni di salute nel 1979, dopo venticinque anni di insegnamento al Conservatorio Boito di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 8 gennaio 1988, 5.


Parma 1876/XX secolo
Sacerdote, fu il fondatore della Società Operaia Cattolica di Mutuo Soccorso di Parma (1896).
FONTI E BIBL.: P. Mordacci, Don Virginio Robuschi, in Vita Nuova, 7 aprile 1923; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 918.

Salsomaggiore 1913-Alassio 29 aprile 1982
Nato da famiglia veneziana, discende dalla famiglia del Tintoretto, risiedette ad Alassio. Amante della natura nei suoi aspetti cromatici e formali, fu il creatore del sintetismo virtuale, corrente pittorica nella quale i primi piani non occultano il significato dei piani successivi. Tenne personali a Roma, Milano, Firenze, Venezia, Bologna, Napoli, Parma, Montecatini, Palermo, Mantova, Nervi, Alassio, New York, Filadelfia, San Francisco, Boston e in Olanda, Belgio, Francia, Germania, Inghilterra, Svezia, Norvegia e Spagna. Sue opere si trovano presso gallerie pubbliche e private italiane ed estere.
FONTI E BIBL.: Catalogo personale alla Galleria d’Arte Guidi, Genova, marzo-aprile 1968 (G. Migone); A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2749.

Parma 13 dicembre 1819-post 1864
Figlio di Angelo e Angela Squarcia. Disertò nel 1860 per prendere servizio nell’armata meridionale ove raggiunse il grado di Sottotenente. Nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 197.


Parma o Piacenza-Parma primi anni del XVII secolo
Verseggiatore, fu aggregato all’Accademia di Castell’Arquato. Fu a Roma col cardinale Guidascanio Sforza di Santafiora, ma quando questi morì (1564) ritornò a Parma, dove visse sino ai primi anni del XVII secolo. Tra le altre cose, scrisse un sonetto in lode di Crisippo Selva e una canzone in lode dello Sforza, fratello del cardinale, di cui esaltò le imprese militari.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 193-194.

ROCCA LUCA, vedi LAROCCA LUCA

Parma 1666-Venezia 1751
A Parma apprese il disegno dal Galletti. Stabilitosi a Roma intorno al 1682, studiò con Ciro Ferri formandosi inizialmente in ambito cortonesco per accostarsi poi alla cerchia di Sebastiano Conca. Attento osservatore delle opere di Trevisani e Giordano, il Rocca eseguì molto precocemente opere vicine al rococò francese, mostrandosi in netto anticipo sulla cultura pittorica romana. Il distacco dalla tradizione deriva verosimilmente dallo studio del Correggio, che il Rocca intraprese durante un soggiorno in patria, e dagli echi della cultura francese giunti a Parma dalla vicina Genova. A Parma il Rocca fu ancora nel 1687, secondo quanto  riportato dallo Scarabelli Zunti: a 18 gennaio dell’anno 1687 dal governatore di Parma furono eletti li signori Michele Rocca e Filippo Clerici per stimare li quadri di pittura esposti nel Lotto di Fortuna del Signore Giuseppe Attiglio. Nel 1691 fu di nuovo sicuramente a Roma nell’atelier di Ciro Ferri. La Cassa di Risparmio di Parma possiede due tele di questo periodo con Prometeo e Andromeda. Nel 1710 fu membro della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon e nel 1719 venne nominato accademico di San Luca. Operò anche a Siena nell’Oratorio di San Giacinto. Di un soggiorno veneziano databile al 1715 risente la Santa Cecilia al cembalo presso l’Accademia di San Luca di Roma, che si può collocare tra il 1719, anno di rientro nell’Urbe, e il 1722. Pittore di genere, dipinse scene mitologiche, spesso ripetendo i soggetti più fortunati, come la fanciulla che infila la mano nella Bocca della Verità di cui si conoscono quattro versioni. A questo filone appartengono anche Venere con satiro e ninfa e Amore con putti, oli su rame della Fondazione della Cassa di Risparmio. Ultima notizia sul Rocca è quella che lo ricorda vecchissimo e inoperoso a Venezia nel 1751. A parte alcune pale d’altare (Le stimmate di san Francesco, Roma, San Paolo alla Regola; La visione della Maddalena, 1698, Roma, Santa Maria Maddalena), la sua produzione religiosa è scarsa e limitata agli anni giovanili (Santa Cecilia, ante 1722, Roma, Accademia Nazionale di San Luca), specializzandosi in seguito in opere di piccolo formato, di sapore arcadico e soggetto mitologico di gusto rococò (Angelica e Medoro, Praga, Rudolphinum; Rinaldo e Armida, Batimore, WAG). Talvolta ripetitivo, nell’età matura produsse dipinti connotati da un disfacimento della forma che fa ipotizzare strette relazioni con la pittura di G.A. Pellegrini. L’arte del Rocca fu salottiera, da godersi a prima impressione, senza scendere nei particolari, ed è amabile soprattutto per i suoi fini squisitamente decorativi, come raramente è dato incontrare nella pittura del Settecento. È la pittura di un piacevole petit-maitre, incapace a staccarsi dal suo piccolo mondo di santi e di dei e a divenire lo spiritoso interprete della società romana, di cui fu tutt’al più un garbato e talvolta ironico cronista, protetto dal velo della mitologia o della religione. Le sue sante Cecilia, le sue Madonne, le sue martiri e le sue veneri sono in sostanza le stesse dame del suo tempo, per i boudoirs delle quali poi creava le sue leggere pitture. Il Rocca non ebbe però la tempra per portare un soffio rinnovatore nel conciliante clima romano e si limitò a esternare la sua pittura quasi come diletto proprio e di pochi intimi, adattandosi al volere dei tempi e rimanendo in tal modo presto sommerso da pittori più dotati e ambiziosi, ma anche da tanti altri solo vuoti e stucchevoli. Da questo oblio in cui cadde subito dopo la morte, è venuto risorgendo in seguito, timidamente e a poco a poco, così come timida e schiva di successi pubblici fu la sua arte. Secondo lo Zani, morì nel 1770.
FONTI E BIBL.: N. Pio, Vite dei pittori, 1724, 111; Enciclopedia pittura italiana, III, 1950, 2135; Thieme-Becker, vol. XXVIII, 1934; G. Sestieri, Michele Rocca, in Quaderni di Emblema 1973; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 435; L. Sartorio, in Gazzetta di Parma 3 aprile 1985, 3; Dizionario pittura e pittori, IV, 1993, 663; Enciclopedia di Parma, 1998, 574.


Parma XIX secolo
Fu un importante collezionista di statue, quadri e antichità.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 919.

ROCCA TADDEO, vedi UGOLETO TADDEO


-Parma 2 marzo 1640
Ebbe il titolo di conte e fu canonico della Cattedrale di Parma. Nel 1601 venne nominato dal cardinale Aldobrandini collettore delle decime imposte al clero parmense da papa Clemente VIII e successivamente ottenne il canonicato e la prebenda di Palasone. Da un’iscrizione ottocentesca si apprende che era stato già membro del prestigioso collegio dei cerimonieri pontifici: questi erano dei religiosi con il principale compito di dirigere le cerimonie papali e cardinalizie, oltre a quello di partecipare alle missioni di Stato, al seguito dei cardinali legati. Da questa esperienza il Rocca trasse un libro sui viaggi del Pontefice, almeno stando a quanto riportato nell’iscrizione sopra citata, alla quale asserzione non si è riusciti a trovare conferma. Alla sua morte è legato un curioso episodio. Ecco quanto ne riferisce l’Allodi: essendo morto ai 2 marzo 1640 il canonico Vincenzo Rocca della parrocchia  di S. Paolo, il Capitolo destinò il canonico Ottaviano Garimberti a far la funzione, e cantar la vigilia in detta chiesa. Alla quale essendosi egli recato col Capitolo per tale effetto, intesero i canonici che l’arciprete volea far la funzione. E mentre i canonici si erano ritirati nella sagristìa delle monache per discutere su ciò che era spediente di fare, ecco l’arciprete arrivar in chiesa in piviale e con molti consorziali, i quali cominciarono a gridare che l’arciprete facesse la funzione. Il che inteso dal Vicario che, allo scopo di prevenire lo scandalo, si era trasferito a S. Paolo col suo Cancelliere, sentite le ragioni dell’Arciprete e dei canonici, ordinò per modo di provisione che facesse la funzione il canonico Ottaviano Garimberti deputato dal capitolo. Nonostante l’arciprete si appellasse al Papa, il canonico Garimberti celebrò le esequie del Rocca, che venne poi sepolto in Duomo nella cappella di Sant’Agata.
FONTI E BIBL.: A. Boni, Documenti parmigiani, 1998, 47.

ROCCHETTI GIUSEPPE o PIERGIUSEPPE, vedi ROCCHETTI PIETRO GIUSEPPE


Parma ante 1740-post 1787
Pittore di paesaggi, fu allievo di Ilario Mercanti. Dopo aver collaborato verso il 1740 nella costruzione del Teatro della Cittadella di Reggio Emilia, dipingendo le venti figure della loggia, nel 1745 fu scelto per l’esecuzione delle figure che avrebbero ornato il nuovo teatro che si stava costruendo in Brescia. All’Archivio di Stato di Parma si conserva il bozzetto di una sua scena rappresentante un bosco, dipinta probabilmente per la tragedia e ballo Il Serse del Bettinelli, eseguito nel Carnevale 1787 nel Teatro del Collegio dei Nobili in Parma.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XVI, 1823, 151; G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 266; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Parma seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 304.

Fontanellato 7 marzo 1865-Montevideo post 1891
Dopo aver studiato alla Regia Scuola di musica di Parma, nel 1883 si diplomò in oboe e, con la lode, in clarinetto. Studiò anche violoncello. Nella stagione di autunno 1889 fu al Teatro Sociale di Voghera con Toscanini e diresse una delle ultime repliche dell’Aida, che era stata concertata e diretta dal compagno di scuola. Il 18 novembre in un concerto al palazzo Sartirana di Voghera diretto da Toscanini, dopo aver eseguito il Quintetto per archi e clarinetto di Mozart e un Notturno di Chopin, presentò una Gavotta per archi di sua composizione, che venne ripetuta anche in un intermezzo al Teatro. Nel giugno 1891 si recò in Brasile con una compagnia d’opera diretta da Arnaldo Conti, la cui orchestra era per la quasi totalità composta da Parmigiani. Si stabilì poi a Montevideo, dove ottenne la cattedra di clarinetto presso il locale Conservatorio di musica. Sposò Teresina Carini, nativa dello stesso paese e nipote del maestro di violoncello. La Carini diventò una delle donne più in vista del socialismo brasiliano, ma si separò dal Rocchi nel 1910 per incompatibilità di carattere, in quanto lui non era partecipe delle sue battaglie sociali. Lei diceva del coniuge: «Rocchi è una celebrità, ma ha la testa piena di paglia con alcune note musicali in mezzo».
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998,574; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1849
Fu ferito in Roma nel 1849 combattendo al comando di Giuseppe Garibaldi per la difesa della Repubblica Romana.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 785.

Parma seconda metà del XV secolo
Ricamatore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 307.

Noceto XIX secolo-post 1910
Si diplomò in clarinetto al Conservatorio di Parma nel 1910. Oltre a dirigere la banda, compose ballabili e dette vita a una sua casa editrice di composizioni da ballo, le Edizioni Mino Rocchi.
FONTI E BIBL.: B e S, 27; G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Borgomanero 1922-Parma 1 dicembre 1944
Figlio di Corrado, che fu direttore della Gazzetta di Parma. Studente, già volontario nei battaglioni GIL e combattente sul fronte di Nettuno, fu catturato da un gruppo di partigiani in provincia di Parma, condannato a morte e fucilato la notte del 1° dicembre 1944, a diciotto giorni dalla cattura, mentre erano in corso trattative per uno scambio di ostaggi tra i quali era compreso anche il Rocchi. Posto in precedenza altre due volte al muro per la fucilazione, una prima volta fu salvato dall’amico partigiano Brunetto Ferrari (caduto il giorno dopo in un rastrellamento) e poi una seconda volta da un altro partigiano amico del Ferrari. Conosciuta la notizia della morte del figlio, il padre ottenne da Mussolini che in memoria del Rocchi fosse concessa la grazia della vita a un partigiano condannato a morte e, venuto a conoscenza che gli autori della fucilazione del figlio sarebbero stati a loro volta fucilati dal Comando partigiano, chiese lo stesso perdono anche per essi. La vicenda fu rievocata da Corrado Rocchi nel suo opuscolo Ricordo di mio figlio Ottaviano.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 129.

ROCCHI TERESA o TERESINA, vedi CARINI TERESINA


Noceto 1888-1953
Terminate le prime classi elementari, fu garzone per l’apprendimento di un mestiere. A diciotto anni si fabbricò con mezzi rudimentali una bicicletta e cominciò a studiare e a perfezionarsi nel disegno elettromeccanico. Realizzò tante piccole invenzioni e in seguito, presso la fabbrica di biciclette Bianchi di Milano, mise a punto la saldatura elettrica dei tubi del telaio delle biciclette. Pensò poi di applicare lo stesso sistema di saldatura per tubi di medio e grosso calibro e creò una macchina lunga trenta metri nella quale entrava la lamiera grezza e ne usciva il tubo saldato e levigato. Il brevetto del Rocchi fu richiesto anche all’estero. Il primo impianto di questo genere funzionò presso gli stabilimenti di Dalmine. Nel 1928 conseguì la laurea in ingegneria discutendo nella tesi il suo brevetto. Meritò una medaglia d’oro per i benemeriti di particolari invenzioni. Fu consulente di diverse industrie, tra cui la Rumi. Morì a 65 anni d’età, e fu sepolto nel cimitero di Noceto.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 287.

Parma seconda metà del XV secolo
Maestro figulino attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 308.

ROCO, vedi VISDOMINI EUGENIO

RODI, vedi BORGHESE GIANGUIDO


Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, II, 310.

Parma 1551
Architetto attivo in Roma. In data 5 novembre 1551 fu Soprastante alle fontane di Piazza San Pietro.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 82.

Borgo San Donnino 1882-Milano 1918
Entrato nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino, si distinse per la vivacità dell’ingegno e la sensibilità ai problemi umani, sociali e spirituali. In seguito il Rodingher, pur mantenendosi ligio agli ideali cattolici, scelse di abbandonare il Seminario: fu allora mandato in liceo a Parma grazie all’aiuto di generosi Borghigiani. Si presentò al Corriere della Sera nel 1905, e vi fu assunto in prova. Il Rodingher si rivelò un giornalista sensibile,  sobrio e preciso, sempre pronto. I colleghi della stampa milanese lo apprezzarono e lo stimarono per la sua rettitudine, la vivacità del suo stile e l’entusiasmo che poneva nel lavoro. Compì indagini di pregio e fece resoconti dei processi più celebri. Il Rodingher fu sepolto a Milano.
FONTI E BIBL.: C.D. Faroldi, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1970.

Sala Baganza-Roccolo di Monte Catz 19 giugno 1917
Sottotenente del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Costante mirabile esempio di slancio, fermezza e coraggio, offertosi volontariamente al comando di una pattuglia ardita incaricata di riconoscere se i tubi esplosivi fatti brillare nella notte, avessero aperto varchi nei reticolati nemici, alla testa dei suoi uomini, risolutamente e con sprezzo del pericolo, benché fatto segno al vivo fuoco avversario, si portò fin sotto i reticolati stessi, dove trovò gloriosa morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 39a, 3044; Decorati al valore, 1964, 109-110.


Parma 1756
Il 17 luglio 1756 venne ammesso al Reale Concerto in qualità di violino coll’annuo soldo di 4000 lire (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1905-1976
Industriale conserviero. Sviluppò l’attività produttiva dell’azienda paterna realizzando per primo prodotti innovativi sul piano gastronomico in quanto basati sul connubio del concentrato di pomodoro con altri prodotti vegetali. Convinto assertore della ricerca tecnologica, promosse lo sviluppo della Stazione Sperimentale dell’Industria delle Conserve di Parma.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 407.


San Pancrazio Parmense 1882-Ozzano Taro 7 gennaio 1970
All’iniziale attività casearia in Ozzano Taro avviata dallo zio Remigio fin dal 1897 affiancò nel 1904 la trasformazione industriale del pomodoro che si affermò successivamente con i concentrati di pomodoro marca Alpino sui mercati nazionali ed esteri. La cura delle attività agricole e l’avvio di un secondo stabilimento conserviero a Castelguelfo furono resi possibili con l’inserimento nell’azienda dei figli Lucio e, dal 1945, Giuseppe. L’azienda, tra le prime a svolgere attività conserviera nel Parmense, produsse derivati del pomodoro fresco (doppio-triplo concentrato, succhi, passate, polpe, polvere) e composti (sughi e condimenti integrati con verdure, erbe aromatiche, carni, formaggi, vongole e tonno). La produzione era destinata per quasi metà all’estero (Europa, Stati Uniti e Canada). Il semiconcentrato veniva fornito alle maggiori imprese multinazionali del settore alimentare.
FONTI E BIBL.: L’improvvisa scomparsa del Gr. Uff. Mansueto Rodolfi, in Gazzetta di Parma, 8 gennaio 1970; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 920; Cento anni di associazionismo, 1997, 407, Enciclopedia di Parma, 1998, 574.

Sala 1806/1826
Chirurgo, svolse le funzioni di vaccinatore a Sala all’epoca dell’amministrazione francese. Fu consigliere anziano del comune di Collecchio nel 1826.
FONTI E BIBL.: P. Bonardi, Sala Baganza ’800-’900; Malacoda 10 1987, 72.

RODOMONTE da PARMA, vedi STASI RODOMONTE


Val di Taro 1607
Teologo, scrisse l’opera Risposta al parere di Fra Marc’Antonio Cappello, minor conventuale, sopra le controversie tra il Sommo Pontefice e la Repubblica di Venetia (In Roma, appreso Guglielmo Facciotto, 1607).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 920.

ROGALLI ROLANDO vedi ROGOLLI ROLANDO

Parma 1764/1791
Fu maestra di cembalo alla Corte Ducale di Parma dal 12 giugno 1764 con la pensione di 6 mila lire all’anno, che però, con decreto sovrano del 31 marzo 1766, fu ridotta a sole 3 mila lire. Dal 1 gennaio 1770 fu nominata Donna di Camera della principessa Carolina di Borbone con l’assegno di 2750 lire (in tale ufficio la si trova per tutto l’anno 1778). La Roger viveva ancora a Parma nel 1791, come si rileva da una sua lettera del 28 marzo di quell’anno al conte d’Aranda, colla quale fece appello alla generosità della Regina di Spagna in favore della giovane Filippina Roger.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 342; H. Bédarida, Parme et la France de 1748 a 1789, Paris, 1928, 486; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 206.


Parma XV secolo
Si addottorò in ambo le leggi alla fine del XV secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 32.

ROGIERI GIOVANNI, vedi RUGGIERI GIOVANNI

ROGLERI GIOVANNI, vedi RUGGIERI GIOVANNI

Parma 1913-Milano 1964
Nipote dello studioso di agraria Carlo Rognoni, si laureò in Legge a Parma. Durante il periodo universitario frequentò un gruppo di giovani antifascisti, tra i quali erano Giuseppe Barbieri, poi caduto durante la Resistenza, e Mario Ghidini, che sposò sua sorella. Entusiasta della guerra d’Etiopia, non poté prendervi parte, ma si arruolò in seguito in quella di Spagna, dove si segnalò per capacità di comando. Iniziò così una rapida carriera di gerarca. Nel 1940, all’inizio della guerra, fu nominato federale del Fascio di Tripoli e, dopo la perdita della Libia, nella primavera del 1943 divenne federale di Lecce. Richiamato alle armi in Montenegro dopo il 25 luglio, in settembre fu deportato in Germania ma, liberato pochi mesi dopo, aderì alla Repubblica sociale e divenne federale di Nizza. Nel novembre 1944 successe a Giuseppe Romualdi nella carriera di federale di Parma. La sua nomina fu accolta con sollievo, e in effetti egli si distinse per moderazione, cercando di evitare le rappresaglie e intavolando trattative con le forze partigiane. Arrestato e processato nel 1945, fu condannato a morte, nonostante la difesa dell’avvocato socialista Gustavo Ghidini e le molte testimonianze favorevoli. La pena fu poi trasformata in 27 anni di carcere. Nel 1951 fu amnistiato e da allora visse a Milano.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 575.

Vigatto 23 marzo 1829-Panocchia 28 settembre 1904
Nacque da distinta famiglia, legata per tradizione e per censo alla terra. Pur essendosi rivolto nei suoi studi universitari alla chimica, dedicò poi tutta la vita e il vivido ingegno all’agricoltura. Laureatosi in chimica a Parma, dopo un breve periodo di assistentato alla cattedra di Chimica dell’Università di Parma, nel 1874, a seguito di autorevoli insistenze, passò all’Istituto Tecnico M. Melloni quale docente della cattedra di Agraria e di Contabilità agraria e all’insegnamento si dedicò per oltre trent’anni. Dal 1874 al 1902 diresse anche il Podere Sperimentale annesso dall’Amministrazione Provinciale all’Istituto Tecnico, conducendolo con pratici criteri di progresso e con risultati assai proficui. Dalla sua scuola uscì così una folta schiera di professionisti ottimamente preparati nella pratica e nell’economia agraria. Non pochi dei suoi alunni, compiuti gli studi superiori di agraria, vennero poi assunti quali dirigenti e quali tecnici specializzati nelle nuove istituzioni, sorte sul finire del XIX secolo e all’inizio del Novecento, in tutta Italia: le Cattedre di Agricoltura, le Stazioni sperimentali agrarie, i consorzi agrari  e altri enti agricoli. Le sue lezioni erano esposte con facile e limpida parola, così come è la prosa dei suoi scritti. Sulla cattedra, di abitudine, disponeva l’abbondante materiale didattico che aveva raccolto con cura in tanti anni di insegnamento e che gli serviva per rendere più chiare e gradite le lezioni. Le lezioni le integrava con frequenti visite al Podere Sperimentale dell’Istituto, posto in vicinanza della città. Più rare erano le uscite al suo podere di Panocchia per esaminare e osservare le prove sperimentali da lui impiantate in piccole parcelle e in pieno campo, che il Rognoni illustrava sia nella tecnica applicata sia nei risultati attesi, specialmente in riguardo alla coltivazione del pomodoro, per averne iniziato, proprio nel suo podere, la coltivazione con indirizzo industriale e per averla diffusa e introdotta con lo stesso intendimento in tutta la provincia. Al Rognoni va il merito di aver introdotto per primo questa solonacea nella rotazione del proprio podere. Per rendere nota tale innovazione, nel settembre del 1876 partecipò al concorso regionale di Reggio Emilia presentando alcun frutti accompagnati da un’ampia relazione per illustrare la validità della coltivazione, le terre più adatte e come farla entrare nella rotazione. Unitamente a Giuseppe Ferrari ideò e per primo pose in atto il sistema di preparazione del terreno alla coltivazione, nonché la forma di allevamento, ottenendo risultati produttivi sorprendenti. Riuscì a ottenere raccolti di oltre 400 e sino a 500 quintali per ettaro dalle coltivazioni di pomodoro da lui dirette, pur se attuate con mezzi tecnici assai imperfetti, specie rispetto alle concimazioni. Il sistema di allevamento con filo di ferro e pali di sostegno, ideato dal Rognoni in collaborazione con il Ferrari, trovò subito un gran numero di imitatori e si continuò ad applicare fino dopo la seconda guerra mondiale, quando vennero importate dagli Stati Uniti nuove varietà di pomodoro, a portamento semieretto, idonee a essere allevate a terra. Il nuovo sistema, più pratico ma soprattutto più economico per il minor impiego di mano d’opera, si diffuse rapidamente. Con la coltivazione del pomodoro in pieno campo, il Rognoni intese fornire la materia prima per la preparazione della salsa di pomodoro: a seguito del suo autorevole esempio e anche per i suoi incitamenti, la coltura si estese prima nei dintorni immediati di Panocchia e successivamente in buona parte della provincia, incontrando il crescente favore degli agricoltori, pronti a porre in atto gli insegnamenti del Rognoni. La coltivazione del pomodoro andò assumendo, nel volgere di pochi anni, un posto di prim’ordine nell’organizzazione aziendale e nei valori economici di rendimento. Nel frattempo si andò affermando l’industria conserviera con la produzione prima della conserva dura in pani, per passare successivamente al doppio o triplo concentrato. Per la diffusione del pomodoro in pieno campo e il conseguente sviluppo della nascente industria conserviera, il Rognoni, insieme ad alcuni coraggiosi amici e seguaci, tra i quali Lodovico Pagani e Brandino Vignali, si deve considerare come il promotore geniale e uno dei fondatori di questa industria. Nel 1866, con decreto ministeriale, vennero istituiti i Comizi Agrari: il Rognoni fu tra i fondatori del Comizio Agrario di Parma e dal 1870 fino alla morte ne fu prima vicepresidente e successivamente Presidente, ma soprattutto il valente direttore tecnico. Il Comizio Agrario aveva il compito di proporre al governo le provvidenze di ordine generale e locale ritenute capaci di migliorare le sorti dell’agricoltura, raccogliere e sottoporre al governo le notizie che fossero richieste nell’interesse dell’agricoltura, svolgere attiva opera di propaganda per far conoscere le migliori coltivazioni, i migliori metodi colturali e i più perfezionati strumenti, promuovere e in genere stimolare concorsi ed esposizioni di macchine e di strumenti rurali e vigilare sulle leggi e sui regolamenti di polizia sanitaria. Nel complesso, anche in considerazione dei tempi in cui le istituzioni operavano, i Comizi Agrari possono essere considerati utili pionieri. Infatti molti di essi patrocinarono la costituzione delle Cattedre ambulanti di agricoltura (a Parma fu fondata dal grande maestro Antonio Bizzozero) per le attività tecniche e di propaganda, mentre per quella commerciale ebbe vita il movimento cooperativo del Consorzio Agrario. A mezzo del Bollettino del Comizio (1870-1902), che è una preziosa miniera di memorie e studi storici, economici e tecnici, di ricerche, di sperimentazioni e di dati statistici (il tutto dovuto quasi esclusivamente al lavoro e alla penna del Rognoni), e a mezzo anche della diretta azione personale di divulgatore, il Rognoni può essere considerato come un precursore di quel vasto movimento innovatore dell’agricoltura locale e dell’intera nazione che ebbe poi, verso la fine del XIX secolo, grandi maestri come il Poggi, il Bizzozero e il Solari. Il Rognoni fu scrittore limpido e fecondo. Tra le sue molte pubblicazioni, si ricorda, a titolo d’onore, Sull’antica agricoltura parmense (1865, 2a ed. 1897), chiaro saggio storico, corredato da una ricca serie di note e documenti. In essa viene ricordato quando le terre del Parmigiano si arricchirono di nuove piante come il gelso, il riso, il granoturco e la patata, come vennero utilizzati i relativi prodotti, quali le piante più coltivate, come e dove venivano coltivate. Descrive pure gli animali domestici, ricordando che i bovini non erano senza pregio e due le razze allevate (l’una a pelame bianchiccio, l’altra a pelame rosso). Descrive i maiali di razza parmigiana, che erano allevati anche in città e che non era difficile vedere sulla pubblica strada. Il Rognoni si dilunga quindi a parlare dei canali per l’irrigazione delle terre, dallo Spelta al Canale Comune, al Canale Maggiore, al Canale San Carlo, tutti in grado di servire acqua per uso irriguo alle aziende dei rispettivi territori attraversati. Nel 1866 (2ª ed. 1881) pubblicò la Raccolta dei proverbi agrari e metereologici del Parmigiano, che è una rassegna briosa di antiche norme di passate generazioni. Con detta pubblicazione intese dar prova a un pubblico più moderno e smaliziato che gli antichi detti e proverbi possono essere fonte di saggezza e di ammaestramenti e in molti casi possono contenere alcune elementari verità scientifiche che valgono nell’agricoltura più perfezionata. L’Avvenire Agricolo, bollettino del Consorzio Agrario e dell’Ispettorato Provinciale dell’Agricoltura, riprese e pubblicò in dodici puntate questi proverbi, intendendo appunto illustrare quanto fosse valida la saggezza dei padri per quanto riguardava i problemi agricoli e quanto di tale saggezza fosse ancora interessante e applicabile. L’iniziativa del periodico fu poi raccolta in un volumetto che fu distribuito tra i produttori agricoli. Un’altra pubblicazione, L’agricoltore (1857-1859, annuario), vide il primo numero nell’anno 1857. In essa compaiono gli articoli più svariati, dal terreno al letame, al gesso e alla sua utilizzazione, dalla descrizione della pianta in tutte le sue parti, alla destinazione dei prodotti, sulle malattie delle piante coltivate e sul come difendersi dagli insetti dannosi, e tanti altri argomenti di estremo interesse per l’agricoltore, trattati in modo semplice, ma soprattutto accessibili al tipo di utilizzatore. Nel 1892 il Rognoni diede alle stampe le Note tecniche di climatologia parmense. Il Rognoni scrisse queste note per riportare e continuare l’attività iniziata da Ubaldo Bianchi nel 1722, con osservazioni sulle temperature minime e massime, sulla quantità d’acqua caduta annualmente su Parma e comuni limitrofi, sul numero dei giorni piovosi, sulle grandinate e sui fulmini. Solo due anni dopo il Rognoni pubblicò la Storia delle risaie parmensi, che è una raccolta di notizie e documenti storici assai piacevoli da leggere. La coltivazione del riso, secondo il Rognoni, ebbe inizio nella provincia di Parma verso la fine del XV secolo. Non trovò subito vita facile perché, con le Ordinazioni del 1542, si vietò di seminare riso, pena la perdita del riso stesso e cinque scudi d’oro per ciascuna biolca seminata. Ma nonostante ciò le risaie andarono sempre più estendendosi, interessando in particolare Cardara, Vicomero, Enzano, Bersagneto, Guardasone, Montechiarugolo, Golese, San Secondo e Trecasali. Il Rognoni, nel concludere la sua Storia delle risaie parmensi, lancia un appello alle autorità in difesa delle risaie e degli interessi degli agricoltori che dal riso sapevano trarre risultati economici non indifferenti. Quando verso la fine del XIX secolo comparve una deliberazione della Camera di Commercio di Milano che stabilì che si dovesse chiamare parmigiano soltanto il grana prodotto a Lodi e nelle province lombarde mentre l’altro che si fabbricava a Parma e nelle province limitrofe si dovesse chiamare reggiano, aggiungendovi giallo per distinguerlo dal vero lodigiano, il Rognoni pubblicò Per la storia del formaggio grana. Quest’ultimo lavoro è un’interessantissima raccolta di notizie e documenti storici sul parmigiano e sul caseificio parmense. Il Rognoni conclude la sua raccolta di documenti sul grana con una calorosa difesa del prodotto: Continui pure la Piazza di Milano a chiamar reggiano, se così le talenta, il vero formaggio parmigiano, e a riservar pel proprio grana quest’ultimo nome. Ma sappia che la pubblica stampa non mancherò di far noto anche alle genti più lontane che a tale denominazione oggidì si ribellano le provincie dell’Emilia, che sanno quanto più valga del grana lombardo il vero parmigiano. Il quale, per l’aumentata produzione e la maggior esportazione, sta acquistando quella fama che seppe procacciarsi in antico e che nelle tante sventure che afflissero la patria nostra, da oltre un secolo, aveva miseramente perduta. Il Rognoni fu anche un grande polemista. Dotato di vasta cultura, profondo conoscitore dell’economia agricola parmense, si fece spesso difensore di talune peculiari attività allorché risultavano scosse da  necessità sorte nei nuovi tempi, incalzanti con crescenti esigenze. Quando i tecnici della Cattedra Ambulante di Agricoltura, per far fronte alle aumentate necessità di latte, pensarono di introdurre nelle stalle delle aziende parmigiane una razza a spiccata attitudine lattifera, la Bruna Alpina, il Rognoni insorse con tutta la sua forza per difendere i bovini di razza Formentina, che popolavano, unitamente a razze locali, l’intero territorio provinciale. Il Rognoni sostenne che la razza Formentina non doveva essere abbandonata ma che era necessario sottoporla a una maggiore selezione genetica riconoscendo in essa bovini a triplice attitudine, in grado di fornire latte, carne e anche lavoro. La polemica, attraverso scritti, conferenze e incontri, continuò per diversi anni. La tesi sostenuta dai tecnici della Cattedra Ambulante di Agricoltura trovò, però, la disponibilità degli agricoltori, soprattutto della pianura, e la Bruna Alpina in poco tempo sostituì la Formentina, che rimase dominante nelle zone di collina e bassa montagna ancora per diversi anni, in quanto l’ambiente naturale e agrario era più consono alle esigenze e alle caratteristiche della razza stessa. Il Rognoni accettò alla fine questa innovazione nel patrimonio bovino riconoscendo, nelle mutate condizioni del trasformato ambiente agrario, l’inutilità di un’ulteriore opposizione all’introduzione della razza Bruna Alpina. Il Rognoni fu anche pubblico amministratore integro e competente; consigliere e assessore comunale di Parma e consigliere provinciale, fu anche Sindaco di Vigatto nonché membro di varie amministrazioni. Nel 1862, per incarico del Comune di Parma, il Rognoni visitò a Londra l’Esposizione internazionale sull’agricoltura inglese, lasciando un’ampia e apprezzatissima relazione, nella quale, dopo aver menzionato i progressi compiuti dall’agricoltura e dalla zootecnia delle nazioni presenti, trae utili ammaestramenti e varie possibilità di applicazione.
FONTI E BIBL.: G. Savazzini, in Aurea Parma 2 1947, 82-87; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 129; U. Mutti, in C. Rognoni, Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 239-249; G. Mellini, in Gazzetta di Parma 9 giugno 1990, 21; C. Rognoni, Raccolta di proverbi, 1993, 7-8; G.C. Mezzadri, in Gazzetta di Parma 5 maggio 1998, 5.

Parma XIV secolo-post1416
Orologiaio attivo all’inizio del Quattrocento. Assunto l’incarico di rifare l’orologio pubblico di Reggio Emilia, con l’aiuto di B. Clavario, terminò l’opera nel dicembre 1416.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3; F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 267.


Parma 1073/1081
È degno di ricordo anche per l’ambiente culturale dal quale proveniva: Rolando non fu certo un prete del basso clero parmense, come lo dice il Gregorovius, né il semplice Rullandus sacerdos ricordato da un tardivo giurista svizzero annotato dall’Affò, il quale anzi vede erroneamente l’audacissimo chierico parmigiano presente alla dieta di Worms, alla quale del clero italiano, fu presente soltanto il vescovo Brunone di Verona. Oltre Donizone, si ha ancora una testimonianza dalle carte medioevali studiate dal Mariotti e dal Drei, nonché nell’opposizione del Novati – Monteverdi alla fantasiosa scuola laica preuniversitaria dal primo sostenuta. In un privilegio dell’anno 1073 (Archivio di Stato di Parma) la benedettina badessa Berta donò al proprio monastero di San Paolo in Parma varie sue proprietà nel territorio di Berceto. Nell’atto, a quella del vescovo Everardo, dell’arcidiacono Giovanni e dell’arciprete Gezzone, segue la subscriptio del Rolandus diaconus et praepositus et magister scholarum. Rolando fu inviato a Roma a nome dell’Imperatore Enrico IV a capo di una ambasceria che ingiunse al Papa di dimettersi: huius legatinois ministrum ex officina iniquitatis scilicet Parmensi civitate faciunt quemdam Rolandum clericum. Is, diaboli repletus spiritu, in media synodo ex parte regis, laici scilicet hominis, pontificale ei interdixit officium, eique praecepit, ut de sede descenderet (Liber ad amicum, VII); Mittitur et Roman, qui cogat cedere papam. Et faciat rursus in cruce stare Petrum, Pactus mercedem pro tanti criminis ausu, Legatus Sathanae. Garrulus et gentem superans regemque furore (Vita Anselmi Lucensis Episcopi, 2681-2687). Nell’anno 1080 Rolando fu Canonico della Cattedrale di Parma. A istruire quanti, presso la Cattedrale di Parma, fossero già avanzati nello studio (incarico pari a dignità tra le più importanti, dopo l’arcidiaconato e l’arcipretura) gli successe l’accolito Ingone nel 1081, allorché tale ufficio poteva evidentemente affidarsi anche a chi non fosse insignito del presbiterato. Tra il 1073 e il 1081 Rolando fu assegnato per volere di Enrico IV al vescovado di Treviso, dove però, quasi contemporaneamente le condanne (1076-1080) del Re e di diversi consiglieri e fautori religiosi e laici imperialisti, con l’ammonizione pontificia e ripetute scomuniche (pro adipiscendo episcopatus honore subdolus factus legatus, inter regnum et sacerdotium schisma facere non abhorruit) ne segnarono il declino. A Treviso, all’infuori di qualche atto legale riportato dal Sartoretto in una Cronotassi sui vescovi di Treviso, di Rolando non rimane traccia.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1977, 217-219.

Monticelli di Montechiarugolo 1284/1286
Notaio attivo in Parma (1284-1286).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 787.


Parma 1299
Fu Chierico della chiesa di Collecchiello, secondo quanto risulta dall’Elenco di tutte le chiese alle dipendenze di Collecchio fatto compilare nel 1299 dal Vescovo di Parma Giovanni da Castell’Arquato. Non è detto che Rolando fosse un sacerdote consacrato; potrebbe essere stato anche un semplice tonsurato, che godeva delle rendite beneficiarie e curava, nei limiti del possibile, l’esercizio del culto nell’oratorio di Collecchiello.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

ROLANDO DA PARMA, vedi anche CAPELLUTI ROLANDO e RAINERI BARTOLOMEO

ROLANDO de’ CAPELLUTI, vedi CAPELLUTI ROLANDO

ROLLA ANTONIO, vedi ROLLA GIUSEPPE ANTONIO


Parma 20 dicembre 1782-Parma 10 gennaio 1831
Figlio di Alessandro e Matilde Damiani, nel 1792 il Duca di Parma mise i suoi buoni uffici perché fosse ammesso al Collegio Lalatta, ma non si sa se e per quanto tempo vi fu ospitato. Studiò musica con il padre e nel 1816 e 1817 suonò nell’orchestra del Teatro Re di Milano, poi fu prima viola dell’Orchestra Ducale di Parma fino al 1829. Fu professore nel Ducale Concerto e membro dell’Accademia Filarmonica di Parma. Morì di vaiolo confluente.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 201; Enciclopedia di Parma, 1998, 575.


Parma 29 giugno 1784-post 1842
Pianista. Nel 1827 fu nominato professore di accompagnamento al Conservatorio di musica di Milano.Dall’Almanacco I.R. della Lombardia per l’anno 1842 si sa che abitava in Milano in via Borgospesso 1356. Scrisse composizioni per pianoforte, per orchestra, per arpa, arie per canto e pianoforte e un solfeggio a due voci per tenore e basso col basso d’accompagnamento.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 18 aprile 1798-Dresda 19 maggio 1837
Figlio di Alessandro. Dopo aver studiato violino col padre, si diede al concertismo e in giovane età entrò a far parte dell’Accademia Filarmonica Fortini di Pavia. Nel 1802 la famiglia si trasferì a Milano dove il Rolla iniziò a lavorare assai giovane. Nella primavera 1807 fu primo dei secondi violini al Teatro di Pavia, ma perdette il posto alla caduta dell’Impero napoleonico. Nel 1818 dette un concerto al Teatro Ducale di Parma. La sua abilità fu sottolineata anche da Nicolò Paganini, del quale fu amico e che lo ospitò a Dresda. Si ricorda che nel Teatro Ducale di Parma il Rolla diede ancora prima una accademia di violino l’11 giugno 1810. Nel 1820 succedette a F. A. Radicati quale insegnante al Liceo Musicale, maestro di cappella a San Petronio e direttore del Teatro Comunale in Bologna. Nel 1822 lasciò questi incarichi per divenire primo violino nell’orchestra dell’Opera italiana di Dresda, succedendo a G. B. Polledro. Svolse tale attività fino al 1835, procacciandosi con essa e con il concertismo ottima reputazione. Stretta amicizia con Nicolò Paganini, gli raccomandò il Ferrata quale direttore degli spettacoli in Parma, come appare da una lettera del grande violinista del 23 dicembre 1834. Come compositore si rifece ai grandi violinisti francesi, specie a Rode, ma per vari aspetti risentì anche l’influsso di Spohr, al quale rimanda il modello di concerto (l’opera 7 in la minore) concepito nella forma di una scena cantante. Come il padre fu anch’egli violista e concepì alcune buone opere didattiche. Il Rolla fu autore delle seguenti composizioni per violino e orchestra: Concerto in la minore op. 7, Variations brillantes in la maggiore op. 8, Variations brillantes su tema di Carafa op. 9, Introduzione e variazioni sopra un tema della Gazza Ladra, op. 14, Terzo rondò alla polacca in re maggiore op. 15. Inoltre: Variazioni brillanti in fa maggiore per viola e orchestra op. 13, Potpourri in sol maggiore a più strumenti con orchestra (1823), 12 Walzer per 2 violini op. 1, Variazioni per violino e pianoforte op. 10 e, tra le opere didattiche, 50 petits exercices progressifs per violino solo, 12 Studii per violino e 24 Cadenze per violino.
FONTI E BIBL.: P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 183 e 347; A. Moser, Geschichte des Violinspiels, Berlino, 1923; G. Franchi, L’Accademia Filarmonica Fortini di Pavia, Pavia, 1933; Archivio del Battistero di Parma, Libro dei Battezzati; P. Bettoli, 136; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 282; G. Zampieri, L’epoca e l’arte di Antonio Rolla, Pavia, 1941; C. Sartori, Il regio Conservatorio di musica “G.M. Martini” di Bologna, Firenze, 1942; A. Bonaccorsi, Musiche dimenticate del Sette-ottocento, in RaM, 1956; F. Göthel, in MGG; L.A. Bianchi, Il virtuosismo violistico nell’opera di Rolla e Paganini, in NRMI, 1975; C. White, in GROVE; C. White - L. Inzaghi, Antonio Rolla, Milano, 1981; L. Inzaghi, Antonio Rolla, Milano, 1984; R. Zanetti, in Dizionario della Musica e dei Musicisti, VI, 1988, 405; Enciclopedia di Parma, 1998, 575.

Pione 17 agosto 1916-Monticelli Terme 19 settembre 1999
Nel 1920, alla morte del padre, si trasferì con la madre a Cereseto. Frequentò il seminario di Bedonia, dal quale lo allontanarono nel 1930, a tredici anni, perché non ha vocazione allo stato ecclesiastico. Dopo l’espulsione si iscrisse a collegi religiosi di La Spezia, Pontremoli e Alassio. Tornò in seminario a Bedonia per il liceo nel 1936. Poi si recò a Piacenza per i quattro anni di teologia. Il 18 giugno 1943 venne ordinato sacerdote: tre giorni prima gli era stata assegnata la parrocchia di Villora di Varsi, nella Diocesi piacentina. Il 17 settembre 1943 gli fu chiesto di organizzare una spedizione di forme di grana per i primi partigiani di Edoardo Fassoni di Tosca, che si stavano organizzando sul Barigazzo. Il Rolleri non si tirò indietro e cominciò a fare il doppio gioco con i fascisti, fino a che non venne fatto prigioniero. Furono i Tedeschi a liberarlo e poco dopo il Rolleri si impegnò nelle trattative di scambio che permisero di salvare 126 partigiani e 57 Tedeschi. Intanto, in canonica e nelle case dei fedeli, riuscì a ospitare 51 prigionieri inglesi fuggiti dal campo di Fontanellato. Poi dovette scappare a sua volta, con abiti civili e la carta d’identità che lo aveva trasformato in Andrea Casali di Giovanni, ragioniere fidentino, sposato. Ma sempre più spesso vestì da partigiano, con una pistola alla cintola che, sembra, non usò mai. Operò con i partigiani della 31ª e poi della 12ª brigata Garibaldi. Nelle azioni di guerra diede sempre l’estrema unzione ai feriti di entrambi gli schieramenti. Quando Cavestro e altri quattro partigiani furono fucilati a Bardi, il Rolleri aspettò che i nazisti se ne fossero andati, per ricomporre pietosamente i corpi dei cinque. Cercò di salvare anche la vita di una spia fascista. Nel dopoguerra fu parroco di Specchio.Monsignore, cappellano nazionale dell’Associazione partigiani cristiani, dell’Associazione mutilati e invalidi di guerra e cappellano di Sua Santità per nomina di Giovanni Paolo II, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì stroncato da infarto.
FONTI E BIBL.: R.Longoni, in Gazzetta di Parma 20 settembre 1999, 28, e 25 ottobre 1999, 27.

Illica 10 dicembre 1799-Borgo San Donnino 18 ottobre 1866
Frate cappuccino, fu predicatore e assistente agli infermi nell’Ospedale di Parma. Fu più volte guardiano. Compì a Piacenza la vestizione (6 luglio 1822) e la professione di fede (7 luglio 1823).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 613.

Parma 1794
Falegname. Nel 1794 realizzò la bussola della porta in San Pietro a Parma.
FONTI E BIBL.: L’Arte, 1979, 414; Il mobile a Parma, 1983, 262.


Parma 1909-1984
Industriale conserviero. Dotato di non comuni capacità creative, diede vita ad aziende con impianti produttivi avanzati sul piano tecnologico e organizzativo, tanto da richiamare sulle sue aziende l’attenzione e l’interesse da parte di importanti gruppi internazionali che finirono per acquisirne alcune.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 407.

Parma 1743/1770
Fu un noto e apprezzato tenore. Cantò alla Steccata di Parma dal 25 marzo 1743 al 1770 e alla Cattedra di Parma dal 25 dicembre 1740 al 25 marzo 1769.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati, 1743-1770; Archivio della Cattedrale, Mandati 1726-1747, 1748-1761, 1762-1772, 1773-1782; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168.


Salsomaggiore 1735 c.-post 1785
Notaio, amministratore di piccoli feudi, fu ufficiale pubblico, consigliere del Ducato di Parma e Piacenza e Controscrittore Camerale (1755-1785). Fu reputato uomo di lettere e poeta. Un fascicolo di suoi versi manoscritti è conservato nella civica Biblioteca di Piacenza nella raccolta Vitali.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 363; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 376.

ROMAGNOSI GIAN DOMENICO o GIANDOMENICO, vedi ROMAGNOSI GIOVANNI DOMENICO GREGORIO


Salsomaggiore 11 dicembre 1761-Milano 8 giugno 1835
Figlio di Bernardino, notaio, amministratore di piccoli feudi, ufficiale pubblico e consigliere del Ducato di Parma e Piacenza, e di Marianna Trompelli. Visse gli anni della fanciullezza e dell’adolescenza tra Salsomaggiore, il Ginnasio dei Gesuiti di Borgo San Donnino (1772-1774), il Seminario vescovile di Piacenza (1774-1775) e il Collegio Piacentino della Congregazione di San Vincenzo de’ Paoli (1775-1781), la grande istituzione culturale e formativa voluta e realizzata da uno dei personaggi chiave del potere politico settecentesco europeo, il cardinale Giulio Alberoni. Laureatosi in giurisprudenza a Parma l’8 agosto 1786, dapprima svogliato praticante notaio per circa un triennio nella città di Piacenza, il Romagnosi esordì come scrittore nel 1791 con il libro Genesi del Diritto Penale che, probabilmente, contribuì a farlo entrare con notevole prestigio nella terna degli eligendi alla carica di Pretore del Principato di Trento, città dove dimorò dal 1791 al 1802 svolgendovi per un anno l’antico mestiere del probo forestiero chiamato a rendere giustizia con ampia giurisdizione e continuando, poi, per quasi un decennio e con diversi ruoli, privati e pubblici, a operare in una dimensione locale molto caratterizzata dai valori della legislazione e dell’amministrazione. Tuttavia anche in questa dimensione il Romagnosi non si sottrasse alla suggestione delle infuocate vicende politiche che dalla Francia rivoluzionaria, con intensità sempre crescente, investirono gli Stati italiani. Professore di Diritto Pubblico a Parma dal 1802 al 1806, pubblicò una seconda imponente opera di assai largo respiro, Introduzione allo studio del diritto pubblico universale (Parma, 1805), consolidando così stabilmente la sua fama di giurista acuto e di scienziato profondo, sino a diventare, nel giugno 1806, consulente assai apprezzato di quel bello Italia regno che, dopo l’affermarsi dell’influenza francese in Italia, a partire dal 1805, superate le convulsioni proprie dell’età giacobina, costituì la prima moderna struttura statale italiana non a carattere regionale ma nazionale. Fu quella un’epoca che il Romagnosi visse intensamente in tutte le sue fasi. Dapprima in un’area squisitamente asburgica e imperiale come quella trentina, sino a subire, tra il 1799 e il 1800, il processo e la prigionia di Innsbruck, cui seguì il proscioglimento (dopo quindici mesi di carcerazione preventiva) con formula liberatoria ampia e conseguente cacciata e bando dagli Stati imperiali del denunciante Francesco Slop, e svolgendo infine il delicato ruolo politico di Segretario Generale del Consiglio Superiore Trentino, presieduto dalla rilevante figura del riformatore Carlo Antonio Pilati. Al ritorno dei Francesi nel 1801 fu nominato segretario del governo provvisorio presieduto dal Pilati.  Nel 1806 il Luosi, ministro di Giustizia del Regno d’Italia, lo invitò a Milano per collaborare al progetto del codice penale e di procedura penale. L’anno seguente, dimessosi dalla cattedra di Parma, fu nominato consultore del ministro di Giustizia e professore di diritto civile all’Università di Pavia. Passò quindi (novembre 1808) a insegnare l’Alta legislazione nei suoi rapporti colla pubblica amministrazione nelle Scuole speciali politico-legali, da lui promosse e organizzate a Milano. A Milano per circa un trentennio (1808-1835) svolse il suo magistero scientifico, politico e umano. Venerando, incomparabile e sommo, secondo la definizione del Cattaneo, il Romagnosi nella capitale lombarda venne a costituire una vivida luce che educò a un ideale di filosofia civile, cioè a una scienza delle cose umane concepita secondo un profondo convincimento onesto, razionale e virtuoso del bene vivere, un’intera generazione di intellettuali, di studiosi e di patrioti. Il Romagnosi si pose come uno degli artefici più costruttivi di quella coscienza italiana che, con la Rivoluzione di Francia e con la discesa della armate repubblicane in Italia nel 1796, prese l’avvio e iniziò a fare uscire la Penisola dall’accidia e dal torpore di lunghi secoli di decadenza civile. Il Romagnosi giurista grandeggiò certamente secondo la tradizione e secondo la stessa successione delle sue opere sino a tutto il 1815. L’elaborazione del primo Codice italiano di procedura penale (1806), le riedizione della Genesi (1807), il lavoro sul progetto di Codice dei delitti e delle pene (Codice penale, 1808), i diversi scritti sull’istruzione pubblica legale, sulla legislazione civile e sull’alta amministrazione (1807, 1808 e 1812) preludono alla redazione di quell’opera faticosa e ardua che è il Giornale di Giurisprudenza Universale (1812-1814), momento di riorganizzazione pratica e concettuale che introduce alla sistematicità progettante delle Istituzioni di diritto amministrativo (1814) e al volume Della Costituzione di una Monarchia nazionale rappresentativa (1815). Colpito da emiplegia nel 1812, il Romagnosi perse l’uso della mano destra. Nel crollo delle speranze di conservazione dell’autonomia e indipendenza del Regno d’Italia, il Romagnosi giurista cedette il passo, negli ultimi fervidissimi venti anni di vita, al pensatore politico stimolante, robusto, carico di umori sociali, poliedricamente rivolto all’economia, alla statistica, alla storia delle civiltà, all’indagine sulla vita degli Stati, con accenti e ispirazioni profondamente laici. Ritornati gli Austriaci, il Romagnosi, che si era naturalizzato milanese fino dal 1813, poté continuare l’insegnamento di alta legislazione fino al settembre 1817, quando furono soppresse le Scuole speciali. Non potendo sperare dal governo austriaco  un incarico per l’insegnamento pubblico, chiese e ottenne d’insegnare privatamente. Frutto del suo insegnamento fu l’Assunto primo della scienza del diritto naturale (Milano, 1820). Alla sua scuola si formarono, tra gli altri, Giuseppe Ferrari, Carlo Cattaneo, Cesare Cantù e i cugini Defendente e Giuseppe Sacchi. Nel giugno 1821 il Romagnosi fu coinvolto nel processo contro i carbonari sotto l’accusa di correità nel delitto di alto tradimento per omessa denuncia. Il Romagnosi era sospettato e vigilato dall’Austria per il suo passato liberale e per i suoi sentimenti italiani. Fondatore e Venerabile della loggia Gioseffina, anche dopo lo scioglimento della loggia aveva incoraggiato segretamente i tentativi per la restaurazione di un regno italico indipendente. Nel 1814 uno schema di costituzione da lui preparato era stato trovato presso il suo giovane allievo Lattuada, uno dei partecipanti alla congiura militare. Il Romagnosi lavorava in quell’epoca intorno all’opera Della costituzione di una monarchia nazionale rappresentativa, che fu pubblicata nella prima parte anonima nel 1815 con la falsa indicazione di Filadelfia (Lugano). Non volle però affiliarsi alla carboneria malgrado le sollecitazioni del Pellico, col quale collaborò nel Conciliatore. Non poté tuttavia sfuggire, per le indiscrezioni dello stesso Pellico, all’accusa di non aver denunciato i cospiratori del 1821. Fu arrestato e inviato nel carcere di Venezia. Negli anni di reazione e di censura che corrono dal 1815 al 1835 il Romagnosi, nella povertà retorica del pensiero politico italiano, assunse sempre più un ruolo di maestro di pensiero e di vita al quale si raccordarono, con differenze di accenti e di stili e con varietà e originalità di approcci, Cattaneo, Ferrari, Correnti, Cantù, i Sacchi e Pisacane. Si può dire che in quegli anni il Romagnosi sviluppò una delle poche, articolate e globali costruzioni teoriche del pensiero politico della democrazia italiana. Sereno e impavido, affrontò ancora una volta, a partire dal giugno 1821 e sino al 10 dicembre dello stesso anno, l’inquisizione e la prigione austriache quale indiziato di partecipazione alle congiura dei carbonari Pellico e Maroncelli. Senza venire meno alla sua dignità di uomo libero e sapendo usare in modo superbo le armi del diritto, venne assolta, anche se, da quel momento, nei suoi confronti l’autorità imperial-regia fu opprimente e durissima. Fu esonerato dall’insegnamento e privato del passaporto con il quale avrebbe dovuto raggiungere Corfù, per svolgere in quell’Università un corso di giurisprudenza teorica offertogli dal governo inglese. Perseguitato, malato, povero, il Romagnosi trovò in Milano, in una città viva, percorsa dagli umori romantici e intellettuali degli anni Venti del XIX secolo, e nella quiete della Brianza (in modo particolare a Carate, dove la solidarietà affettuosa di Luigi Azimonti lo pose con molta discrezione al riparo degli stenti di una vita misera), una nuova giovinezza. Il Romagnosi espresse così una vitalità di pensiero impressionante, posta al servizio di una passione civile che emoziona ed entusiasma al contempo. Accanto alla terza e rinnovata edizione della Genesi (1823-1824) si pongono opere originalissime come quelle sulla condotta e la ragione civile delle acque. Fiorisce quasi come un’autoconfessione quella singolare chiave d’accesso e di interpretazione alle sue opere che sono le lettere a Giovanni Valeri sull’Ordinamento della scienza della cosa pubblica (1826). Accanto all’ordito concettuale e penetrante dell’Assunto Primo della scienza del diritto naturale (1827) c’è la ricchezza frammentaria ma particolarmente stimolante e varia che, a partire dalla morte di Melchiorre Gioja, vide il Romagnosi animatore instancabile degli Annali Universali di Statistica, una delle voci più interessanti dell’editoria periodica lombarda aperta all’Europa e al mondo. Fu in quella congiuntura che si colloca l’osservazione acutissima di Francesco De Sanctis che vide nel Romagnosi il pensatore che con vigore tramanda all’Ottocento romantico ma anche esangue nei suoi primi decenni impregnati di metafisica e di spiritualismo, il retaggio della grande riflessione sulla società umana che il Settecento espresse con vigore ovunque in Europa e che in Italia, col Genovesi, col Carli, col Beccaria, con i Verri, col Filangieri, col Pilati e con tanti altri riformatori, pose le basi per una cultura legata intimamente alla vita degli uomini nella concretezza quotidiana e negli istituti giuridici ed economici propri del consorzio sociale. L’immagine del Romagnosi giurista puro va, quindi, modificata. Il Romagnosi diventa un pensatore politico, integralmente politico, e il suo pensiero si fonda saldamente sulla storia, penetra il processo multiforme e complesso dell’incivilimento, scandaglia la vita degli Stati, esalta come pochi sanno fare il valore del consorzio umano dove il potere è solo funzionale a un progetto in cui la società ha il massimo di faccende e il governo il minimo di affari. Rilevò con molta acutezza Gioele Solari, erede anch’egli del Romagnosi, per li rami e per l’insegnamento del suo maestro Giuseppe Carle, che il Romagnosi fu un uomo vivo proprio per questa sua capacità di collegare le ragioni profonde dell’individuo con quelle della società e che la fondazione della civile filosofia fu veramente il pensiero e il travaglio di tutta la sua vita. Nel 1834 fu nominato membro dell’Accademia di Scienze morali e politiche di Francia. Il Romagnosi ebbe sepoltura a Carate Brianza.   Filosoficamente la posizione del Romagnosi è caratterizzata dal tentativo di risolvere i principi della sua formazione sensistica nel riconoscimento di una più autonoma attività del soggetto e dall’esigenza di evadere dall’istanza astrattamente speculativa convogliando la filosofia verso concrete applicazioni e risoluzioni politico-sociali. Giurista, insigne, fece oggetto di indagine e di studio le statistiche, il diritto penale e processuale, il diritto civile, costituzionale, amministrativo e la scienza dell’amministrazione e della politica. Nell’economia politica sostenne un equilibrato liberalismo. Giurista e filosofo, vede la sintesi dell’economia, del diritto della politica nella filosofia civile, dottrina operativa, rivolta alla pratica, scienza intermediaria tra la pura filosofia razionale o analisi dell’uomo interiore e la scienza della legislazione. Secondo il Romagnosi, la filosofia dell’uomo interiore, o ideologia, studia il processo conoscitivo e in questa indagine il Romagnosi segue una via di mezzo tra il sensismo e l’intellettualismo, tra il realismo e l’idealismo. Il primo fondamento dell’intelletto è la sensazione provocata dal mondo esterno: non si pensa senza sentire. L’io però non accoglie passivamente la sensazione: la conoscenza è quindi l’effetto di due potenze (il me e il non-me) operanti nel fondo comune della sensibilità. Erra dunque tanto il sensualismo, che fa derivare tutte le idee dai sensi, quanto l’intellettualismo, che le trae tutte dal fondo dell’anima. Il sistema vero è quello della competenza come risultato dei rapporti e dell’azione reciproca del mondo esterno e dello spirito (della potenza dell’oggetto e non-io e della potenza del soggetto o Io). L’attività intellettiva che stabilisce dei rapporti fondamentali tra le varie sensazioni è detta dal Romagnosi senso logico o razionale, che interviene in ogni atto conoscitivo e, di fronte al materiale fornito dai sensi, stabilisce le idee di estensione, tempo e numero. Questi concetti mentali (segnature razionali, logìe), pur essendo provocati dalle qualità sensoriali, non dipendono esclusivamente dall’azione dei sensi e costituiscono il mondo della ragione o dell’intelletto. Il senso logico è dunque la caratteristica della vita intellettiva umana e, cooperando con l’attività sensoriale, trasforma il sentire in conoscere o intendere. Questi elementi extrasensoriali della conoscenza non sono forme o leggi preesistenti al conoscere, cioè idee innate, ma non vengono nemmeno dal di fuori: sono pure logìe, suità, esprimono solamente modi di essere, funzioni fondamentali dell’anima, e le idee che ne conseguono sono fattura della mente. Sembrerebbe di essere caduti nel soggettivismo o idealismo, ma il Romagnosi supera questa posizione, in quanto dimostra l’esistenza fuori di noi della realtà oggettiva che è la causa determinante delle idee. Le  idee, diverse e successive, si producono e  variano tutte, però in un solo soggetto che è sempre il medesimo. Da un lato si ha dunque la molteplicità delle impressioni che mutano, dall’altro l’unità semplice dell’io. Ma l’io non ha nell’essenza del suo essere alcuna ripugnanza a produrre piuttosto l’una che l’altra idea: l’io è potenza comune, indifferente, capace di produrre egualmente tutte le modificazioni, quindi non si può supporre determinato per natura a generarne una piuttosto che un’altra. Solo un fattore esterno può spiegare l’ordine e la differenza di successione delle idee. Ma non si può conoscere l’essenza della realtà e degli enti: siamo in rapporto immediato non con gli oggetti esterni, ma sempre con le idee, e solo attraverso queste vediamo gli enti esterni. Il conoscere così si riduce a percepire quanto di ideabile c’è nelle cose: la verità quindi, afferma il Romagnosi, in una maniera quasi prammatistica, consiste nella corrispondenza del sapere non con la natura oggettiva delle cose e dei loro nessi reali e necessari (inconoscibili), ma con l’azione di questa natura. Come si vede, si trova nel Romagnosi incertezza di pensiero oscillante fra un fenomenismo idealistico e un realismo indeterminato: l’espressione più adatta a caratterizzare la concezione del Romagnosi è dunque dottrina della compotenza. L’analisi dell’uomo interiore va integrata con la filosofia civile, giacché l’uomo individuo nasce, cresce e vive in seno all’uomo collettivo, ossia alla società civile, e nella società sviluppa la sua intelligenza attraverso il linguaggio e tutto il patrimonio ideale accumulato dai contemporanei e dalle generazioni passate. L’individuo isolato è dunque un’astrazione, l’uomo reale è quello civile, per cui piena filosofia è solo quella che studia la civiltà. Sia che lo si giudichi un liberale aristocratico, come già fece il Mazzini, oppure filosofo di un aristocratico moderatismo liberaleggiante (Sestan) oppure un apostolo radicale, il capostipite del positivismo italiano e il patriarca dell’idea di socialità nel nostro primo Risorgimento (Berti), certo è che il Romagnosi fu tra gli autori più letti, se non più citati, da tutta la tradizione democratica del XIX secolo in Italia.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 363-364; E. De Tipaldo, Biografie degli italiani, 5, 1837, 18-24; Aurea Parma 1 1928, 2-9; una delle migliori collezioni delle sue opere è quella curata da C. Marzucchi in 19 volumi, Firenze, 1832-1839 (ristampa, Prato, 1833-1842); una delle più complete è quella curata da A. De Giorgi in 8 volumi, Milano (Padova), 1841-1852 (ristampa, Napoli-Palermo, 1850-1877); cfr. anche Scritti inediti, Bergamo, 1862; per le lettere pubblicate a stampa del Romagnosi (non molte), cfr. Belloni, in Bollettino storico piacentino III 1930; per i manoscritti conservati nella Biblioteca Civica di Bergamo, vedi la descrizione fattane da A. Locatelli, in Bollettino della Civica Biblioteca, V, 1931 s.; per i manoscritti conservati altrove e per una bibliografia degli scritti del Romagnosi e sul Romagnosi, vedi le notizie alquanto confuse e non sempre esatte contenute in L.G. Cusani Confalonieri, Notizie storiche e biografiche: bibliografia e documenti, Carate Brianza, Biblioteca del Museo Romagnosi, 1928; per la vita e le dottrine del Romagnosi, G. Ferrari, Milano, 1835; G. Cantù, Milano, 1835 e poi 1861, 1873-1874, A. De Giorgi, Parma, 1874; A. Nova, Memorie e documenti per l’Università di Pavia, 1878, parte 1a, 341-395; per il pensiero del Romagnosi, F. Cavalli, La scienza politica in Italia, IV, Venezia, 1881; G. Carle, Vita del diritto, 2a ed., Torino, 1890; G. Gentile, passim., in Rosmini e Gioberti, Pisa, 1898; B. Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX, Bari, 1921; A. Norsa, Il pensiero filosofico di Gian Domenico Romagnosi, Milano, 1930; L. Caboara, La filosofia del diritto di Gian Domenico Romagnosi, Città di Castello, 1930; un’ampia bibliografia sul Romagnosi si può vedere nel Cusani e nel Norsa; confronta ancora G. Solari, in Enciclopedia italiana, XXIX, 1936, 938-939; A. Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli, Milano, 1903; A. Monti, G. D. Romagnosi, in Nuova Antologia 1° maggio 1918; D. Mistrali, G.D. Romagnosi martire della libertà italiana, precursore dell’idea sociale moderna, Borgo San Donnino, 1907; M. Rosi, in Dizionario Risorgimento, 4, 1947, 94-95; La filosofia politica del Romagnosi, Roma, 1936; M. Barillari, Il diritto pubblico del Romagnosi, Bari, 1936; F. Battaglia, in Dizionario PNF, IV, 1940, 140-141; C. Cantù, Notizia di Gian Domenico Romagnosi, Prato, 1840; A. De Giorgi, Cenni sulla vita di Gian Domenico Romagnosi, premessa al volume delle Opere filosofiche, Milano, 1841; C. Cattaneo, Delle dottrine di Romagnosi, in Annali Universali di Statistica 1839, poi nel vol. VI delle Opere, Firenze, 1881-1882; G. Ferrari, La mente di Gian Domenico Romagnosi, Milano, 1885;  R. Mondolfo, L’educazione secondo Romagnosi, in Rivista di Filosofia, fasc. I e II 1903, 22, 114; V. Graziani, Le idee pedagogiche di Gian Domenico Romagnosi, con prefazione di B. Varisco, Città di Castello, 1912; A. Monti, Pensiero e azione, Milano, 1926; G. Solari, Il pensiero filosofico e civile di Gian Domenico Romagnosi, in Rivista di Filosofia 23 1932, 155-163; E. Catellani, Gian Domenico Romagnosi, in Atti del Regio Istituto Veneto, t. XLIV 1934-1935, parte II, 467 sgg.; A. Levi, Romagnosi, Roma, 1935; G. Del Vecchio, Gian Domenico Romagnosi nel primo centenario della sua morte, in Rivista Internazionale di Filosofia del Diritto I 1936 1-18; A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 363-365; Ercole, Uomini politici, 194, 69; E. Di Carlo, Bibliografia romagnosiana, Palermo, 1936; A. Messineo, Gian Domenico Romagnosi e il p. Luigi Taparelli d’Azeglio, in Civiltà Cattolica I 1936, 20-31; P. Romano, Lo spirito pedagogico nelle opere di Gian Domenico Romagnosi, Roma, 1937; G.A. Belloni, Saggi sul Romagnosi, Piacenza, 1940; B. Brunello, Il pensiero politico italiano dal Romagnosi al Croce, Bologna, 1940; G. Fassò, in Enciclopedia cattolica, X, 1953, 1278-1279; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 584; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 376-379; G. Berti, Atteggiamenti del pensiero nei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 29; P. Romano, Le idee pedagogiche di Gian Domenico Romagnosi, in Rivista di Pedagogia, 1906, 20-25; C. Rebora, Gian Domenico Romagnosi nel pensiero del risorgimento, in Rivista d’Italia 1911; G. De Ruggiero, Storia del liberalismo europeo, Bari, 1925; G. De Giuli, Il criticismo e il positivismo di Gian Domenico Romagnosi, in Atti dell’Accademia di Scienze di Torino LX 1925; G.A. Belloni, Romagnosi, Milano, 1931; G. Galati, Il concetto di nazionalità nel risorgimento italiano, Firenze, 1931; A. Cudali, Romagnosi, Modena, 1935; C. Cagli, Gian Domenico Romagnosi La vita, i tempi, le opere, Modena, 1935; L. Salvatorelli, Storia del pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, 1943; S. Fermi, P. Giordani e Gian Domenico Romagnosi nella polemica fra classici e romantici, in Archivio storico per le Province Parmensi, s. IV, 1949-1950, 247-263; A. Draetto, Della civile filosofia di Gian Domenico Romagnosi, Bari, 1950; B. Fava, Il pensiero politico di Gian Domenico Romagnosi, Reggio Emilia, 1953; F. Catalano, Gian Domenico Romagnosi e la Società letteraria di Piacenza, in Lett. moderne, V, 1954; L. Ricci Garotti, Gian Domenico Romagnosi nella critica recente, in Società XV 1959; Dizionario enciclopedico letteratura italiana, 4, 1967, 583-584; Dizionario storico politico, 1971, 1095-1096; Dizionario filosofia, 1976, 1008-1009; V. Orlando, in Gazzetta di Parma 13 settembre 1981, 3; E. A. Albertoni, in Libro-catalogo della mostra romagnosiana, 1981, 1-5; Dizionario Bompiani autori, 1987, 1944; R. Giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 360-363; La filosofia civile, a cura di R. Fondi, Lanciano, Carabba, 1917; Opuscoli filosofici, a cura di R. Fondi, Lanciano, Carabba, 1919; Scritti sull’educazione, a cura di L. Ambrosoli, Firenze, La nuova Italia, 1972; Scritti filosofici, a cura di S. Moravia, Milano, Ceschina, 1974; Storia civiltà letteraria, 1993, II, 571-572; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 210; Grandi di Parma, 1991, 99-100; Aurea Parma 2 1997, 181-183.

ROMANELLI GINA vedi ROMANELLI ZELINDA

Parma 2 aprile 1867-Parma 1955
Figlia di Emilio e Leopolda Celati. Fu attrice e scrittrice. Col nome d’arte di Gina Romani calcò le scene drammatiche per circa venticinque  anni. Conobbe ottimi successi fin dai primi passi mossi nella compagnia di Ferruccio Benini. Fu poi a fianco di Giacinta Pezzana e prima attrice in complessi di prim’ordine recitando nei migliori teatri italiani, dal Manzoni di Milano al Costanzi di Roma, passando con disinvoltura dal genere brillante al dramma passionale. Ancora giovane, lasciò il teatro per dedicarsi alla famiglia, ma coltivò ugualmente la passione per l’arte rivelandosi scrittrice di buon valore. A Parma diede alle stampe Addio Rosy! (1939), Contessina si, una raccolta di novelle dal titolo Istantanee (1954) e un romanzo intitolato Alla deriva, cui fece seguito l’atto unico La voce più forte.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 129-130.

Busseto 1839-Parma 1910
Figlio di Vincenzo. Fu medico del Comune di Parma, amico e seguace di Ferdinando Zanzucchi, docente di Economia Politica nell’Università di Parma e per molti anni Sindaco di Parma. Il Romani e il Zanzucchi furono riprodotti in caricatura nel 1890 sul giornale umoristico L’on. Sugamàn dal pittore Giovanni Trombara. Nutrito di buoni studi, umanista, il Romani ebbe una vivace vena versificatrice. Scrisse scherzose e briose poesie in vernacolo, che circolarono, trascritte, tra gli amici. Il Romani fu autore anche di sonetti in italiano.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 84; A. Scotti, Un verseggiatore parmigiano dell’Ottocento, in Aurea Parma 31 1947, 3-14; F. da Mareto, Bibliogafia, II, 1974, 933.


Parma 8 agosto 1833-Parma 6 gennaio 1897
Dal padre Vincenzo, letterato di un certo valore, ereditò un ingegno vivace e acuto. Ancora giovanissimo, apprese dal padre la lingua latina. Rimasto orfano a quindici anni, per mantenersi e continuare gli studi, si diede a impartire lezioni private. Nel 1854 si laureò in utroque iure. Il Romani dimostrò di essere versato in ogni disciplina, arrivando perfino a compilare il giornale Lo Studente Veterinario. Entusiasta dei classici, scrisse egli stesso in prosa e in poesia. Dettò versi latini, che andarono perduti come la maggior parte dei suoi scritti. Abilitato a insegnare lettere italiane e latine e divenuto letterato di professione, fu redattore di vari giornali. Fu pure valente epigrafista ed eccellente critico musicale nel Presente (Giuseppe Verdi, entusiasta della recensione del Romani all’Aida pubblicata sul Presente, gli donò uno spartito di quell’opera). Dotato di spirito satirico, agli attacchi e alle offese che si attirò nel corso della carriera giornalistica, rispose con le Tirate eroicomiche (1868). Il Romani scrisse versi per le più svariate occasioni e sui più disparati argomenti: tra i tanti, i sciolti pubblicati nel 1857 sotto il titolo Un primo amore e l’ode sopra Un’apparizione del Salvatore, entrambi ispiratigli da due statue di Agostino Ferrarini, la canzone in morte di Macedonio Melloni, quella in morte di Eugenio Gandolfi, l’ode Il Giudizio Finale, Il Telegrafo elettrico (sonetto), alcuni versi dal titolo Dolore ed Amore, la canzone La Posta dei Colombi nell’Assedio di Parigi (1871), i sciolti dedicati alla memoria del conte Jacopo Sanvitale, il sonetto al principe Alessandro Torlonia, artefice della bonifica del lago Fucino (1875), il sonetto per la candidatura del principe Amedeo di Savoja al trono di Spagna e vari canti carnevaleschi.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 93-95.

Roccabianca 1896-Monfalcone 15 maggio 1916
Figlio di Guglielmo e di Celestina Fochi. Fu chiamato alle armi nel novembre 1915. Destinato al 26° Reggimento Lancieri di Vercelli, fu inviato al fronte dopo un breve periodo di istruzione impartitagli a Vercelli. Combatté nel settore di Monfalcone con reparti di cavalleria appiedata. Morì da eroe durante un assalto.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 48-49.

Collecchio 1842-Collecchio 17 novembre 1918
Fu consigliere comunale di Collecchio dal 1907 al 9 luglio 1914. Rappresentò in quel consesso, composto per lo più da persone agiate, gli interessi della classe popolare del paese. Successe al Reggiani nella presidenza della Società di Mutuo soccorso tra i contadini e gli operai, dopo essere stato nel comitato promotore di quella e di numerose altre associazioni locali. Uomo di buona cultura e di notevole operosità, lasciò ai figli una azienda artigiana.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1960, 3; Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 43.

Collecchio 1860-Collecchio 15 febbraio 1915
Fu per quasi trent’anni cantoniere comunale. Poi impiantò in proprio un’impresa che, servendosi di carri trainati da cavalli, si incaricò di trasportare la ghiaia dal Taro per conto di terzi e principalmente del Comune di Collecchio. In breve la sua industria divenne floridissima. In gioventù il Romani servì come volontario l’esercito regio e fu insignito di due medaglie al valor militare.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

ROMANI GINA, vedi ROMANELLI GINA

Monticelli-Bologna 7 marzo 1750
Frate dell’Ordine dei Minori Osservanti. Nel Capitolo del 1717 venne eletto Definitore di Provincia e nel 1718 ebbe laurea di giubilazione. Fu bravo teologo e celebre predicatore. Per vari anni, a partire dal 1720, governò in qualità di Guardiano il convento di Recollezione presso San Secondo. Poiché la chiesa era quasi diroccata e il convento bisognoso di riparazioni, il Romani provvide al restauro dell’una e dell’altro. Inoltre provvide la sagrestia di vasi e suppellettili sacre e arricchì la biblioteca di molti e nuovi libri (Flaminio, tomo 2, 538; Atti Capitolari, tomo 2, 35 e 38; Codice G Serie dei Guardiani). Nel Capitolo del 1732 venne eletto Superiore della Provincia: Haec est electio Min. provincialis per Patres Vocales in conventu nostro Ss. Annuntiatae Bononiae capitulariter congregatos anno Domini 1732, die 14 maii, canonice ac rite celebrata; Praesidente in ea A. R. p. Ioanne Antonio Lucensi Commiss. Visitatore; in qua quidem electione. Per il Provincialato A. R. p. Ioseph Antonius a Monticellis habuit vota 42, supra 43. (Atti Capitolari, tomo 2, 94).
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 253-254.

Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metò del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane II, 311.

Parma 2 marzo 1884-post 1931
Nel 1904 si diplomò in arpa nel Regio Conservatorio di Parma. Fu subito richiesta per l’orchestra del Covent Garden di Londra. Lasciò poi il posto per effettuare una tournée in Oriente: fu a Sofia, Varna, Bucarest, Filippopoli e Costantinopoli e suonò alla presenza dei sovrani di Romania e Bulgaria e del sultano Abdul Hamid, il quale la insignì di decorazioni e le offrì pregevolissimi doni. Per molti anni fu la beniamina del popolo bulgaro, non solo per le sue preclari doti artistiche ma anche per il coraggio con il quale seppe sopportare, durante la prima guerra mondiale, numerose e dolorose traversie. Trasferitasi con la famiglia verso la fine degli anni Venti a Buenos Ayres, fu insegnante in varie scuole musicali e arpista al Teatro Colon.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 170-171.

Parma 1730/1744
Fu violinista alla Steccata di Parma dal 1730 al 1734. Fu inviato a suonare a Lucca per la festa di Santa Croce del 1744. Fu retribuito con 20 lire.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1730-1734; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma 1787
Nel 1787 era primo contrabbasso al cembalo dell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma. Nel dicembre dello stesso anno chiese un aumento di 6 zecchini.
FONTI E BIBL.: G.N.Vetro, Accademia; G.N. Vetro, Dizionario, Addenda, 1999.


Vigoleno 1781-Parma 11 gennaio 1850
Nacque da famiglia originaria di Roma. Ancora giovanetto entrò nel Seminario di Piacenza e fu quindi ammesso nel Collegio Alberoni della stessa città. Applicatosi con fervore agli studi, lasciò un compendio della vita e degli scritti dei Santi Padri, dedicato al Clero d’Italia, del quale si ebbero due edizioni (la prima a Piacenza, Del Maino, l’altra a Casalmaggiore, Bizzarri). Uscito nel 1802 dal Collegio Alberoni, si dedicò all’insegnamento delle grammatiche italiana e latina. Fu maestro a Castellarquato, Cortemaggiore, Parma, Busseto, Colorno, Fornovo e poi definitivamente a Parma. Sposò Maria Teresa Galluzzi di Cortemaggiore, dalla quale ebbe dieci figli maschi.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 339; L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 365.

San Lazzaro Parmense 24 maggio 1895-Boadilla del Monte 12 dicembre 1936
Figlio di Antonio e di Luigia Cavalca. Arruolatosi nell’ottobre 1936 nel Battaglione Garibaldi, cadde in battaglia durante la guerra civile spagnola.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 129; A. Lopez, Battaglione Garibaldi, 1990, 46.

Parma 1911-1992
Formatosi alle dipendenze di fonderie lombarde, diede vita nel 1945 a una piccola fonderia che, sotto il nome di Compagnia Emiliana Fusione Metalli, acquisì significative dimensioni affermandosi quale fornitrice di elementi e prodotti indispensabili per le aziende dei comparti dell’impiantistica alimentare, oleodinamica e meccanica in genere.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 408.

ROMANINI ENRICO, vedi ROMANI ENRICO


-Parma 26 gennaio 1879
Combatté volontario a Curtatone nel 1849. Prese parte a tutte le cospirazioni politiche contro il governo Borbonico.
FONTI E BIBL.: Il Presente 27 gennaio 1879, n. 26; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 418.

Parma 14 marzo 1864-Brescia 28 settembre 1934
Studiò al Regio Conservatorio musicale di Parma il violino con Lodovico Mantovani e la composizione con Giusto Dacci e ne uscì con diploma di maestro nel 1882, vincendo anche il primo premio del Lascito Barbacini. Fece quindi parte dell’orchestra del Teatro Regio di Parma. Suonò in molti concerti in Italia e all’estero e fu per tre anni maestro di violino, direttore d’orchestra e insegnante nella scuola musicale di Savigliano (1888-1890). In seguito a concorso passò poi (1890) a Brescia quale maestro di violino e violino di spalla al Teatro Grande. Dal 1897 fu direttore dell’Istituto musicale Venturi di Brescia. Si dice che fosse stato prescelto da Verdi per far parte dell’orchestra che, diretta da Franco Faccio, presentò la prima dell’Otello a Londra nel 1889. Scrisse l’opera in due atti Al Campo (Brescia, Teatro Guillaume, 2 maggio 1895, che ebbe buon successo e venne riprodotta a Parma, Teatro Reynach, 14 marzo 1897), composizioni per quartetto e quintetto d’archi, due sinfonie per orchestra, pezzi per violino e pianoforte e musica vocale da camera.
FONTI E BIBL.: A. De Angelis, Dizionario musicisti, 1918, 293-294; C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 2, 1929, 390, e 3, 1938, 658; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 72; Enciclopedia di Parma, 1998, 576.

Parma 1703/1746
Fu suonatore di tiorba alla Cattedrale di Parma dal 1703 al 25 dicembre 1746.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

ROMANO DA COMPIANO, vedi CANTÙ ROMANO


Borgo Taro 1831
Causidico di Borgo Taro, ebbe parte attiva nei moti del 1831, come appare chiaro dalle informative della polizia: Fu quello che in Borgo Taro inalberò la bandiera tricolore. Fece lo stesso alla Dogana di Bertello ed a Cisa confine Toscano. Costui doveva già essere arrestato per truffe ed estorsioni. Ultimamente precettato a non escire dal Distretto di Borgo Taro senza licenza, essendosi mostrato caldo di speranze sull’arrivo dei Francesi in Ancona.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 200.

Parma 1831
Cadetto nel Reggimento Maria Luigia di Parma, durante i moti del 1831 fu tra i disarmatori della truppa di guardia alla Porta San Michele. Figurò nell’elenco degli inquisiti.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.

Parma 1720/1726
Fu violinista della Cattedrale di Parma il 15 agosto 1720 e della Steccata di Parma il 25 marzo 1726.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

- Parma 25 gennaio 1991
Fu professore associato di istochimica presso la facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Parma. Nell’istituto di anatomia umana normale, diretto dal marito, per molti anni svolse attività di ricerca, specialmente nel campo dell’istochimica, interessandosi alla messa a punto di metodi di avanguardia per lo studio cellulare e sub-cellulare di aspetti della enzimologia, branca nella quale ottenne riconoscimenti in Italia e all’estero. Molti furono gli studiosi provenienti da varie università e centri di ricerca sparsi in tutto il mondo che frequentarono il suo laboratorio. Dell’attività di ricerca della Romita si trova traccia in numerose pubblicazioni apparse su riviste nazionali e internazionali e negli atti di molti congressi e convegni. La Romita fu collocata in pensione nell’ottobre 1985.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 gennaio 1991, 5.

ROMUALDO da BORGO SAN DONNINO, vedi UGOLINI CASTELLINA ALESSANDRO BENEDETTO IGNAZIO


Montecchio 1303
Maestro falegname, ricordato in un atto notarile del 10 dicembre 1303. In quell’anno abitava a Parma nella vicinia di Sant’Anna.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 5.

ROMUALDO DA PARMA, vedi MIRRA VITALE FRANCESCO MARIA e UGOLINI CASTELLINA AQUILANTE


Busseto 1768/1773
Falegname, nel 1768 realizzò dei serramenti e nel 1771-1773 una nuova libreria e restauri a quella vecchia per il Monte di Pietà di Busseto.
FONTI E BIBL.: Archivio Monte Busseto, Filze Pagamenti 1766-1769 e 1770-1773; Il mobile a Parma, 260.

Parma 20 gennaio 1893-Parma 15 novembre 1917
Studente del secondo anno nella facoltà di Medicina dell’Ateneo di Parma, fu chiamato alle armi nell’ottobre del 1915. Ottenne di far parte del plotone allievi ufficiali di complemento nel 1° Reggimento Artiglieria da Montagna a Torino. All’inizio del 1916, col grado di Sergente, raggiunse il fronte. Dopo qualche mese venne richiamato a Torino per sostenervi gli esami a Sottotenente e, superatili, fu destinato al Deposito del 36° Artiglieria a Messina, e incaricato dell’istruzione delle reclute. Sulla fine del 1917 fu di nuovo mandato al fronte e in seguito ancora comandato al suo deposito e distaccato a Sant’Agata di Militello. Colpito a Sant’Agata da febbri mediterranee, la violenza del male lo costrinse a entrare nell’Ospedale militare di Messina dove gli venne concessa una prima licenza di convalescenza. Tornato in famiglia, trascorse vari mesi all’Ospedale Civile di Parma. Ottenuta una più lunga licenza di convalescenza trascorsa a Sant’Andrea dei Bagni, quasi ristabilito in salute, nell’ottobre fu ancora a Parma. Il 10 novembre fu colto da febbre spagnuola e, dopo cinque giorni di sofferenze, già indebolito dalle precedenti malattie, morì. L’8 dicembre 1919 al Roncaglio fu conferita la laurea ad honorem in Medicina.
FONTI E BIBL.: Caduti Università parmense, 1920, 39.

RONCAJOLI GAETANO, vedi CALVI PIETRO

Borgo San Donnino 13 febbraio 1832-Borgo San Donnino 27 ottobre 1896
Fu patriota distinto e caldo sostenitore della causa dell’indipendenza e dell’unità d’Italia. Laureato in legge nel 1858, fu membro attivissimo del Comitato Nazionale parmense e in  relazione con Giuseppe La Farina. Dopo i moti liberali dell’anno seguente, il Governo provvisorio di Parma lo inviò in missione a Torino per chiedere al Governo Sardo un commissario regio e un generale, ma, avendo nel frattempo la reazione ripreso il sopravvento a Parma, il Ronchei dovette trattenersi nella capitale del Piemonte oltre il previsto in attesa degli eventi. Aggregato per incarico di Cavour in qualità di regio commissario al Corpo d’armata guidato dal principe Napoleone, che avrebbe dovuto marciare sul Ducato di Parma, allorché l’esercito mutò itinerario per dirigersi invece in Toscana, il Ronchei lo abbandonò in segno di protesta e si arruolò a Massa Carrara nei Cacciatori della Magra. In quella provincia partecipò assiduamente ai movimenti militari e organizzò a Pontremoli la rivolta contro l’Austria. Nominato ufficiale e aiutante in campo del generale Ribotti, fu promosso Capitano al tempo dell’annessione del Ducato parmense al Piemonte. Dall’ottobre 1860 all’ottobre 1864 fu Capitano aggiunto al comando della 12a divisione e poi a quello della divisione territoriale di Modena, sempre a fianco del generale Ribotti. Si dimise poi dall’esercito, nonostante la prospettiva di una brillante carriera. Durante la guerra del 1866 fu assunto in servizio nelle truppe di Giuseppe Garibaldi, come capitano di stato maggiore ed ebbe modo di segnalarsi guadagnandosi la Croce di cavaliere dell’Ordine militare di Savoia. Datosi alla vita politica, militò nel partito conservatore e per sei legislature rappresentò al parlamento i collegi di Montecchio, di Mirandola e infine di Borgo San Donnino. Entrò in consuetudine amichevole con i maggiori esponenti della destra ed ebbe la fiducia e la confidenza dei più noti parlamentari, da Crispi a Ricasoli, da Visconti Venosta a Puccioni, da Finzi a Bianchi, dai quali venne spesso consultato nei momenti più difficili e delicati della vita politica. Partecipò assiduamente ai lavori della Camera, dove sedette a sinistra. Pronunciò vari discorsi, fu membro di giunte e commissioni e avanzò proposte e interpellanze al Governo. Nella sua città coprì cariche amministrative. Pubblicò inoltre alcune opere letterarie. Insignito da re Vittorio Emanuele di Savoja della commenda della Corona d’Italia per le sue benemerenze, si ritirò negli ultimi anni di vita in Borgo San Donnino, dopo aver rinunciato a ogni attività di governo, accettando solo la carica di ispettore delle Regie Saline per la regione emiliana.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 728-729; C. Arrighi, I 450 deputati del presente e deputati dell’avvenire, Milano, 1864-1865; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; G. De Orestis, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1937, IV, 103; A. Malatesta, Ministri, 1941, 75; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 75; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 379-380.

Borgo San Donnino 1860
Fu Sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1860.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

RONCHEJ o RONCHEY, vedi RONCHEI

Parma 22 gennaio 1812-Parma 3 febbraio 1890
Figlio di Luigi, segretario comunale di Parma. Amante delle lettere, formò la sua educazione in un ambiente fervido di molteplici interessi culturali. In quegli anni, vicino a uomini come Tonani, Pezzana e Giordani, che gli furono maestri di scienza e di consigli, il Ronchini formò quel carattere e quella solidità scientifica che lo fecero uno dei rappresentanti più vivi della cultura parmense. Sotto la disciplina dell’abate Ramiro Tonani, prese a coltivare le lettere latine (in modo particolare l’epigrafia, nella quale poi si propose a modello, più che gli scritti del maestro, le opere del Morcelli e dello Schiassi). L’amore per la storia lo trasse alla carriera archivistica ed ebbe la ventura di trovare un buon precettore di paleografia in Tommaso Gasparotti, direttore dell’Archivio di Stato di Parma. Nel 1834 Angelo Pezzana lo scelse a suo cooperatore per la compilazione della Storia di Parma. Fu professore onorario di epigrafia (1840) presso l’Università di Parma. Entrò all’Archivio di Stato di Parma come Segretario archivista nel 1836 e, quale direttore, vi rimase dal 1847 al 1875. Fu poi nominato soprintendente agli Archivi emiliani. Dopo l’unificazione nazionale, fece parte, in qualità di segretario, della commissione ministeriale per gli archivi. Ebbe parte attiva e di rilievo nella locale Deputazione di Storia Patria, come già prima del 1860 aveva avuto modo di mettersi in luce operando in seno alla Società storica. Fu membro attivo della Società colombiana e della consulta araldica e promotore e fondatore della scuola di paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Parma. Scrupolosissimo e intelligente archivista, il Ronchini si applicò contemporaneamente alla storiografia, approfondendo specialmente la storia patria, all’arte, alla politica e alla biografia (molti suoi scritti furono pubblicati negli Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria di Parma). Importante fu il suo commento agli antichi statuti municipali. Il Ronchini non mostrò semplicemente una fredda erudizione ma in ogni sua pagina seppe infondere partecipazione e calore. Bello è il libro su Barbara Sanseverino (Modena, 1863), in cui il Ronchini dà prova del suo equilibrato giudizio. Cultore della buona lingua italiana, fu egli stesso verseggiatore e traduttore: espresse in ogni sua opera un profondo senso di italianità, come nel magistrale lavoro sulle Satire di Persio (Modena, 1867). Epigrafista e latinista competente, ornò delle sue epigrafi i monumenti eretti a Parma da Maria Luigia d’Austria e il sepolcro di molti uomini illustri. Tra le sue numerose opere, vanno ricordate: Discorso in morte di Angelo Pezzana, Gesta di Sua Maestà Maria Luigia narrate per epigrafi latine, Proemio agli Statuti del Comune di Parma vigenti tra gli anni 1316-1325 (Parma, 4 voll.), Fasti rerum gestarum a Maria Ludovica ab anno 1814 ad 1829 (Parma, 1840), Iscriptiones gratulatoriae, Lettere d’uomini illustri conservate in Parma (Parma, 1853). Nel 1855, con la pubblicazione dei Monumenta historica, insieme all’abate Luigi Barbieri promosse la costituzione di una società che, prima in Italia, seguì l’esempio della Deputazione di Storia Patria piemontese, dichiarata governativa nel 1860. Ad attestare l’ampiezza dei suoi interessi, si ricorda infine la sua ricerca sull’espressione metodica della metrica latina; ne formò un sistema completo di espressioni che, con l’aiuto di un musicista parmense, ridusse a note musicali. Applicò poi questo sistema all’Ode di Orazio Sic te diva potens Cypri.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario Biografico Scrittori, 1879, 1241-1242; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 95-98; Aurea Parma 3 1952, 140; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 320-321; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 212.

Sala 1837
Falegname, fu al servizio della Corte di Parma. Nell’anno 1837 realizzò una libreria e altri lavori a Sala.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, busta 240; Il mobile a Parma, 1983, 264.

Parma 25 gennaio1825-
Figlio di Antonio e Luisa Nobili. Caffettiere. Nell’anno 1864 fu sottoposto a sorveglianza perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 198.

Parma 16 dicembre 1779-Parma 8 febbraio 1867
Nacque da Antonio. Nello studio delle umane lettere fu allievo di Giuseppe Maria Pagnini. Ottenne la laurea in giurisprudenza il 6 dicembre 1804. Durante gli studi strinse amicizia con Vincenzo Mistrali, il quale, divenuto Segretario del Comune di Parma nel 1806, volle che fosse assunto come impiegato pubblico anche il Ronchini. Questi gli successe poi nella carica di Segretario comunitativo nell’anno 1810. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Dopo 47 anni di servizio, ottenne la pensione l’11 febbraio 1853: a ricompensa, ebbe dal duca Carlo di Borbone il titolo di Segretario emerito del Comune e la Croce di Cavaliere di 2a classe del Regio Ordine di San Lodovico. Il Ronchini non abbandonò mai gli studi letterari e pubblicò varie composizioni poetiche. Tra queste, un’Ode al Mistrali che meritò gli encomi del poeta Angelo Mazza. Il Ronchini fu poi uno dei fondatori del Gabinetto letterario, al quale vennero ascritti i più cospicui personaggi di Parma. Intraprese l’impresa di illustrare i principali dipinti della Pinacoteca parmense, incisi in rame dall’amico Paolo Toschi. L’opera, che s’intitola Fiore della D. Accademia di Belle Arti di Parma, non fu condotta a termine dal Toschi, ma, per ciò che concerne la parte descrittiva, essa fu pubblicata coi tipi bodoniani. Il Ronchini nel 1853 intraprese il riordinamento dell’Archivio comunitativo di Parma, attingendovi importanti notizie storiche colle quali poté compilare una Memoria intorno all’origine e alle vicende dell’Archivio. Il Ronchini fu poi nominato Archivista. Fu sepolto nel cimitero di Parma, con la seguente iscrizione: qui riposa il cav. Luigi Ronchini, dottore in leggi, segretario del Municipio per lustri IX. Operoso integerrimo lodato cultore delle lettere e della patria storia; uomo sinceramente pio, nella vasta fortuna de’ tempi devoto sempre al pubblico bene, rifuggente dagli onori, pago di meritarli, cessò a questa vita l’8 febbr. 1867. D’an. 87. Pianto dai figli e da’ nepoti che questa mem. gli posero.
FONTI E BIBL.: Strenna Parmense 1842, 171; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 506-508; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 204.


Soragna 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato di Medaglia di Bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Diede spiccata prova di slancio e ardimento sotto il fuoco nemico (Sidi-Abdallah, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alle conquista dell’impero, 1937.


Parma 185
Contrabbassista, con decreto del 12 dicembre 1853 venne nominato professore nell’orchestra della Reale Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, Addenda, 1999.

Parma 1908-Parma 31 dicembre 1990
Figlio di Luigi, illustre figura di neurologo. Il Roncoroni, seguendo la tradizione familiare, si laureò in medicina e chirurgia a Parma. Divenuto docente di patologia speciale medica, iniziò la carriera di primario ospedaliero negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale dirigendo la prima divisione medica e contemporaneamente l’Ospedale di Colorno. Il Roncoroni acquistò a sue spese il primo elettrocardiografo dell’Ospedale Maggiore di Parma. Dopo la direzione della prima divisione medica, il Roncoroni divenne primario del reparto infettivi. Successivamente passò a dirigere il reparto specifici e infine la quarta divisione medica, sempre distinguendosi per l’attaccamento al lavoro. Nel 1983, ormai in pensione, il Roncoroni ricoprì l’incarico di direttore sanitario della casa di cura Città di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Zucchi, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1991, 4.


Como 3 febbraio 1865-Parma 16 marzo 1957
Laureatosi in medicina a Torino nel 1890, divenne poi assistente di Cesare Lombroso, che affidò a lui il corso di neuropsichiatria nell’Università di Torino. Nell’anno 1900 il Roncoroni diventò titolare della cattedra di malattie nervose e mentali dell’Università di Cagliari. Dal 1907 al 1935 (anno del suo collocamento a riposo) fu a Parma come direttore della cattedra universitaria di neuropsichiatria. Fu il fondatore della Clinica neurologica di Parma, Presidente della Società dei concerti e uomo di vasti e profondi interessi letterari e musicali. In campo scientifico fu autore di numerosi studi, di libri di testo sulla psichiatria, di un trattato sull’epilessia (1894) e di uno studio sul genio e la pazzia del Tasso. Il Roncoroni fu inoltre autore di un pregevole saggio sulle teorie artistiche di Wagner (1898).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 marzo 1957, 4; Palazzi e casate di Parma, 1971, 454; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 273.


Piacenza 17 novembre 1642-Piacenza 27 giugno 1711
Appartenne al nobile casato piacentino dei conti de Roncoveteri. Il Roncovieri rispettò le tradizioni di famiglia, distinguendosi come scienziato, letterato e poeta. Dotato di ingegno aperto e versatile, buon parlatore e fine diplomatico, fu destinato a fare nel mondo una delle più nobili comparse. Si servì della nobiltà, della fama, degli impieghi elevati, della grazia dei principi per rafforzare lo spirito. Applicandosi allo studio delle più elette facoltà con la vivezza dell’ingegno, le sue idee furono di recar giovamento alle lettere, alla politica, alla morale, scrivendo della Francia, della religione in tempi di fieri contrasti suscitati dall’eresia e dalle armi degli Ugonotti; ed anche di Luigi XIII, esempio di magnanima giustizia (Bertuzzi). Prima di abbracciare la carriera ecclesiastica, il Roncovieri ricoprì nella vita pubblica importanti mansioni. Narra il Poggiali che, allorquando il pontefice Alessandro IV disincamerò il Ducato di Castro per il trattato concluso con il Re Cristianissimo nel 1664 a favore del duca di Parma Ranuccio Farnese, questi volle mostrare con solenne ambasciata obbligazione e gratitudine al Monarca, deputando a tale scopo il conte Antonio di Sissa, uno dei primi cavalieri di Parma, il Roncovieri e altri gentiluomini dello Stato parmense, che partirono il 6 aprile di quell’anno per assolvere il compito loro affidato. Nel 1671 il Roncovieri fu chiamato a Roma per entrare a far parte della Casa d’Este. Nell’aprile 1694 Ranuccio Farnese l’inviò alla Corte di Francia e successivamente a quella di Roma, dove si trattenne per circa due anni, raccogliendo poi le sue esperienze in un volume dal titolo Relazione della Corte di Roma (1699, fa parte dei manoscritti conservati nella Biblioteca civica di Piacenza). Scrisse pure una biografia di Luigi XIII di Francia e lasciò infine numerosi saggi di poesie. Il 12 dicembre 1697 fu designato ad accompagnare il principe Antonio, fratello del duca Francesco Farnese, nei suoi viaggi attraverso l’Europa, che si protrassero sino al 24 luglio 1700. Nel frattempo, essendo sorta nel Roncovieri la vocazione al sacerdozio, intraprese la carriera ecclesiastica. Compiuti gli studi nel seminario di Piacenza, fu ordinato sacerdote il 29 dicembre 1686 (precedentemente, il 26 marzo, si era laureato a Parma in entrambe le leggi). Due mesi prima di far ritorno in Italia (28 maggio 1700) la Santa Sede lo elevò alla dignità di Vescovo di Borgo San Donnino, essendo rimasta vacante quella cattedra episcopale in seguito alla morte di Giulio Della Rosa. Il 31 dello stesso mese fu consacrato a Roma dal cardinale Sebastiano Tanario. Gli impegni del ministero pastorale non gli impedirono di continuare con profitto l’azione diplomatica. Nel 1702 il duca Francesco Farnese gli affidò l’incarico di suo ambasciatore presso il duca di Vendòme. Il Roncovieri condusse seco, come suo segretario particolare, il giovane abate Giulio Alberoni. Fu quella, tuttavia, l’ultima volta che il Roncovieri comparve nella vita pubblica, perché, al suo rientro in sede, si dedicò interamente al governo della diocesi. La sua azione pastorale fu diretta principalmente a incrementare nel popolo la fede e la pietà, alle cure per il seminario, del quale riordinò gli studi, e a dare un migliore assetto al patrimonio ecclesiastico. Compì  la sacra visita pastorale (che iniziò il 17 settembre 1702 e terminò il 6 marzo 1703), benedisse chiese e oratori pubblici e privati, concorse con generosità alla costruzione del nuovo convento dei Cappuccini di Monticelli d’Ongina, promosse infine esercizi spirituali, sacre missioni e predicazioni nelle chiese della città e diocesi. Del Roncovieri ebbero grande stima i pontefici Innocenzo XII e Clemente XI, principi e regnanti, per le sue virtù di prudenza, magnanimità, modestia, verecondia, fortezza e religione, onde si appartava da comparse non convenienti ad un ecclesiastico, rendendolo imperturbabile nei sinistri accidenti con l’esemplarità di vescovo (Bertuzzi). Fu inoltre acerrimo assertore dell’immunità ecclesiastica. Governò la diocesi di Borgo San Donnino per undici anni. Colpito da improvvisa malattia mentre si trovava di passaggio a Piacenza, morì nel giro di pochi giorni. A Borgo San Donnino, dove la salma fu trasportata per interessamento del Capitolo della Cattedrale, si svolsero le solenni esequie con partecipazione di popolo e rappresentanza di nobili e di autorità. Il canonico piacentino Romualdo Mirra lesse l’orazione funebre, quindi la salma del Roncovieri fu sepolta in Duomo nella cappella dell’Immacolata, da lui eretta, ai piedi della parete di sinistra.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 365-366; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 380-383.

 

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