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Dizionario biografico: Placidi-Puzzi

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Fpoliti pierParma 1856/1859
Poco oltre la metà del XIX secolo fu professore emerito di Diritto Canonico, all’Università di Parma. Vicepreside emerito del Magistrato degli Studi e Presidente della Corte Regia di Parma.
Fonti e Bibl.: Almanacco di Corte per gli anni dal 1856 al 1859; F. Rizzi, Professori, 1953, 99.

PLACIDO da PARMA, vedi BECHIGNI PLACIDO

Fontevivo 1878-Bologna 1929
Insegnò all’Università di Parma chimica generale dal 1907 al 1920, quando fu trasferito a Bologna. Fu preside della Facoltà di Scienze dal 1912 al 1918. Una nota di sue pubblicazioni è negli Annuari dell’Università di Parma. In quello del 1912-1913 è contenuto il discorso Un Ventennio di Chimica organica. Tra i suoi scritti, vanno ricordati Sovra alcuni derivati del carvacrol (Palermo, 1891), Sul paraclorobromocimene (Parma, 1893), Sintesi di chetoni (Parma, 1909) e Azione del cloroformio (Parma, 1909).
Fonti e Bibl.: Registro Personale Univesitario (Archivio dell’Università), III, 108, VI, 51, VII, 47; M. Betti, Un secolo di progressi, II, 261, 276; F. Rizzi, Professori, 1953, 151.

Parma gennaio/giugno 1796-2 luglio 1848
Di famiglia borghese e di prospera situazione finanziaria, il Plancher fu allievo di Domenico Muzzi, assieme all’amico Giovanni Tebaldi, verso i primi anni del secondo decennio del XIX secolo. Esperto in disegno, tecnica nella quale produsse molto, fu presente nel 1812 alla Exposition des objets d’art et d’industrie, tenuta nelle sale del Museo d’Antichità di Parma, con un disegno copiato da Poussin raffigurante Apollo e Dafne. Recatosi prima del 1822 a completare gli studi a Roma, con il solo sostentamento delle proprie risorse patrimoniali, vi iniziò a dipingere Il serpente di bronzo (in raccolta privata milanese). A Roma ricevette una determinante influenza classicheggiante alla David. Fu infatti poco attento ai pittori parmensi, anche se le tre o quattro opere certamente autografe non permettono una sicura ricostruzione della sua personalità artistica, peraltro interessante, almeno a giudicare dal Ritratto del medico Luca Balestra (Busseto, Cassa di Risparmio), di buona evidenza plastica. Rientrò a Parma entro la primavera dell’anno seguente a quallo della sua partenza per l’improvvisa morte del padre. Espose poi nel 1829 presso la Galleria Ducale quattro ritratti al naturale, tra cui uno di persona compiuta, grandi al vero e un quadretto con la Morte di Lucrezia. Divenne professore nell’Accademia di Belle Arti di Parma completando nel 1832 la pala col Giudice Paolino che condanna a morte S. Vitale per l’altare maggiore dell’omonima chiesa (l’opera venne restaurata nel 1844 da Serapione Colombini). Tale quadro andò a colmare il vuoto lasciato dal dipinto di Sebastiano Ricci asportato dai Francesi nel 1803. Nel 1841 espose anche nel Palazzo del Giardino di Parma una serie di tele con Paolo e Francesca, Gli Ateniesi abbandonano la loro città per difenderla dal mare consigliati da Temistocle, Eliodoro cacciato dal tempio e La Morte di Lucrezia. L’anno seguente la duchessa Maria Luigia d’Austria comperò dal Plancher. La Nascita di Gesù, ereditata poi da Leopoldo d’Austria. Il Plancher, passionato amatore dell’arte ch’egli per solo genio coltiva, esercitò la professione saltuariamente e non per necessità. Ebbe fervida immaginativa, buona cultura e buon metodo (P. Martini, 1862, 19). Quando morì, a 52 anni d’età, fu murata a suo ricordo nella chiesa del Quartiere di Parma la seguente lapide: Le dipinture di alto concetto e di animo liberamente cristiani manterranno ai futuri il nome qui onorato del pittore Michele Plancher la cui vita non poterono condurre oltre i 52 anni e il 2 luglio 1848 le sollecitudini pur tante della moglie Anna Filippini.
Fonti e Bibl.: P. De Lama, 1812, 380; Gazzetta di Parma 29 luglio 1829, 237-238; Gazzetta di Parma 28 aprile e 8 maggio 1841, 151 e 163; C. Malaspina, 1841, 139-140 e 148; G.N., in Il Facchino, 1844, 378-379; G. Negri, 1846; C. Malaspina, 1851, 116; G. Negri, 1852, 60; P. Martini, 1862, 18-19; C. Malaspina, 1869, 113-114; P. Martini, 1873, 16; P. Grazioli, 1877, 39; A. Ferrarini, 1882, 7; P. Grazioli, 1887, 198; E. Scarabelli Zunti, Chiese e conventi, v. II, 267 v.; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 227 r. e v.; N. Pelicelli, 1906, 217; L. Testi, 1912, 117; N. Pelicelli, in Thieme-Becker, 1933, v. XXVII, 132; A. Santangelo, 1934, 110; G. Copertini, 1951, IV; G. Monaco, 1953, 226; g. Copertini, 1954, 156-158; E. Bénézit, 1955, v. VI, 718; G. Copertini-G. Allegri Tassoni, 1971, 40-41; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 57; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 139.

PLANTIO GIAMBATTISTA, vedi PLAUZIO GIOVANNI BATTISTA

Borgo San Donnino 1811/1823
Fu medico presso l’Ospedale di Borgo San Donnino. Fu corrispondente e collaboratore dello Zani.
Fonti e Bibl.: Almanacco del Dipartimento del Taro per l’anno 1811, Parma, Blanchon, 1811, 98; L. Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 369.

PLATESTAINER, vedi PLATESTEINER

Parma 8 maggio 1761-Parma 18 luglio 1846
Fu personalità interessante, citato anche dal Pezzana quale studioso delle opere di Adoadato Turchi. Educato dai Cistercensi del convento dei Bocci, si addottorò in teologia a 21 anni. Fu poi ordinato sacerdote. Il duca Ferdinando di Borbone lo fece nominare arciprete di Luzzara sentenziando che intendeva essere padrone delli sudditi suoi per fare il bene delli sudditi suoi. Il Platesteiner vi fondò dapprima (1802) un modesto educandato per orfane, che, con intelligenza e perseveranza, trasformò cogli anni in un opificio di lavorazione e confezione di cappelli di paglia. Avvalendosi della competenza di un ingegnere, il Platesteiner fece costruire locali a sue spese e allestire macchine per la preparazione del trecciolo, arte già prosperante nel comune di Luzzara. I prodotti dell’opificio gareggiarono con quelli di Firenze e interessarono perfino la Camera di commercio di Milano, la quale premiò l’opificio di una medaglia d’oro, che il Platesteiner rimise al Museo di Parma. La manifattura dei cappelli di paglia di Luzzara fu per molti anni bene accolta in Italia, in Francia e in Germania. Il Molossi informa che nel 1832 l’opificio Platesteiner annoverava ben 42 fanciulle operaie, 14 per ognuno dei tre comuni del ducato di Guastalla. Ciascuno di questi contribuiva con una quota di 1000 lire per il mantenimento del luogo, insieme con l’erario ducale che contribuiva con 4500 lire annuali. Durante l’epoca imperiale, napoleone Bonaparte inviò più di un sussidio periodico di 3000 lire, l’ultimo ancora quando Mosca era in fiamme. Il Platesteiner venne insignito dalla duchessa Maria Luigia d’Austria del titolo di Cavaliere dell’Ordine Costantiniano e donò l’opificio da lui fondato al Comune di Luzzara. Avanzato in età, si trasferì a Parma accettando il canonicato in Duomo con la prebenda detta di San Ruffino e del castellaro, dopo aver rinunziato la parrocchia di Luzzara (1830) per commendatizia del cardinale Crescini. Nel 1834 venne accusato di liberalismo dai canonici conservatori, onde al Platesteiner venne inibita la predicazione. Deluso e amareggiato, si ritirò in un podere a San secondo col titolo di Vicario foraneo, ove si dedicò a tradurre lo Psatterio Davidico in metro italico.
Fonti e Bibl.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 564-565; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 410; Palazzi e casate di Parma, 1971, 758-760; G. Adorni, Carlo Giuseppe Platesteiner di Parma, in Enciclopedia Popolare, Milano, 1841, 356-357; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 863.

Parma 10 ottobre 1767-Fiorenzuola luglio 1845
Fu sottotenente delle truppe di Ferdinando di Borbone, duca di Parma.
Fonti e Bibl.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 410.


-Parma 6 febbraio 1879
Di principi liberalissimi, si trovò coinvolto nei moti politici del 1821 e fu tra i proscritti dalle terre Lombarde.
Fonti e Bibl.: Il Presente 11 febbraio 1879, n. 41; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417.

Parma 10 maggio 1757-Parma 9 febbraio 1840
Discendente di una famiglia di origine tedesca, ebbe incarichi nell’amministrazione di Moreau de Saint-Méry come responsabile dell’economia generale. Certamente specializzato in finanze, al momento del trapasso tra il dipartimento del Taro e il protettorato austriaco conservò la carica di direttore delle Contribuzioni dirette.Fu poi membro, accanto a Ferdinando Cornacchia, suo buon amico e corrispondente, della Suprema Giunta di Censimento e direttore generale delle finanze tra il 1815 e il 1816.
Fonti e Bibl.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 410; Enciclopedia di Parma, 1998, 542.

ante 1576-Parma 1622 c.
Fu cantore e suonatore di cornetto nella chiesa della Steccata in Parma (1576-29 aprile 1605). Il Platino fu cantore anche della Cattedrale di Parma (1 gennaio 1583-1586). Fece testamento il 28 febbraio 1622 (notaio G. Comaschi).
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 36; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 19.

Parma 1583/1599
Fu cantore della Cattedrale di Parma (25 giugno 1583-12 marzo 1599). Passò in quello stesso giorno alla Steccata di Parma, sempre come cantore.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 42; Archivio della Fabbriceria della Cattedrale, Mandati; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 105.

Borgo Taro seconda metà del XVIII secolo
Avvocato. Fu professore di belle lettere e poeta attivo nella seconda metà del XVIII secolo. Tra le sue diverse composizioni è rammentata la Canzone da lui scritta in lode del conte canonico Carlo Carasi, dotto piacentino.
Fonti e Bibl.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 338.

Parma 25 dicembre 1530-Parma 14 maggio 1592
Nacque da Giovanni Antonio e da Giulia. Studiò retorica e poesia, filosofia, medicina, morale e teologia. Fu sacerdote e primicerio del capitolo di Parma, uno dei più dotti ed esemplari dei giorni suoi: appartenne al collegio dei Medici e a quello dei Teologi. Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma (1 febbraio 1550-aprile 1562). Dalla Steccata passò alla Cattedrale di Parma rimanendovi qualche mese quale cantore, investito del beneficio delle nobili donne primicerie il 23 maggio 1561. Il Platoni, come rettore della chiesa di Santo Stefano di Parma, unì in matrimonio il celebre organista Claudio Merulo con Amabilia Banzola il 10 luglio 1588. Morì all’età di 62 anni ed ebbe scritto sul suo sepolcro in Duomo il seguente epitaffio: Camillo Platonio parm. Doctori theologo academico innominato ac hvivs ecc. primicerio viro oratoriaeq. et poeticae facvndiae elegantia omnibvs accepto collegae grato grati consortiales p. p. obiit XIV. Kal. Maii MDXVCII annvm agens LXL. Il Platoni fu dottissimo, scrisse in latino versi e prose con eleganza e tra gli accademici Innominati fu chiamato l’Oscuro. Il cardinale Ferdinando Farnese, che più volte l’onorò, si valse della sua opera per l’organizzazione dei sinodi. P. Torelli ne pianse la morte con un’ode latina. Il Platoni fu autore delle seguenti opere (Parma, Biblioteca Palatina): Camilli Platoni in Parmen. Innominatorum Academia cognomento Obscuri Oratio civium Parmensium in nomine in Funere Serenissimae Mariae Lusitaniae in Aede Majori x Kal. augusti anno MDLXXVII habita. Cui non nullorum ex eadem Academia addita sunt Carmina tum latina, tum vernacula lingua conscripta (Parmae, typis Seth Vioti escussu, 1577), Poesie latine sparse in opere a stampa e manoscritte.
Fonti e Bibl.: R. Pico, Appendice dei vari soggetti Parmigiani, parte V, 145; I. Affò, Letterati parmigiani, IV, 188-189; N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 20-22; Benefit. necnon benefitiat. Elenchus, fol. 433 (Archivio di Stato di Parma); A. bertolotti, La Musica in Mantova, 56; M.E. da Erba, Compendio delle cose di Parma (Biblioteca Paltina di Parma ms. n. 922, 221); R. Eitner, Quellen-Lexikon, vol. 6, 276; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21; Aurea Parma 1 1958, 31.

PLATONI CAMMILLO, vedi PLATONI CAMILLO

Borgo Taro 1664/1679
Si trasferì da Borgo Taro a Piacenza, dove nel 1664 fu ascritto al Collegio dei Dottori e Giudici. Nobile, dottore in legge, fu pro Governatore di Parma nel 1671 e quindi Governatore di Piacenza dal 1674 al giugno 1679. Fu inoltre Auditore delle cause civili in Piacenza. Venne prescelto dal duca Ranuccio Farnese e mandato a Roma perché tentasse di recuperare il Ducato di Castro. A tale scopo gli fu affidata l’ingente somma di 814875 lire, in tanti scudi d’oro e d’argento. Dopo parecchio tempo di permanenza in Roma, papa Clemente IX consigliò al Platoni di riportare a casa il denaro e di persuadere il Farnese ad abbandonare ogni pretesa su Castro.
Fonti e Bibl.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 338; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 2 marzo 1998, 5.

Borgo Taro 1238
Fu arciprete di Borgo Taro nell’anno 1238.
Fonti e Bibl.: F.da Mareto, Indice, 1967, 736.

Borgo Taro 1650
Verso la metà del XVII secolo fu auditore civile di Borgo Taro.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 188.

Gravago-Borgo San Donnino post 1772
Conte, fu l’ultimo feudatario di Gravago. Soppressi i feudi nel 1772, ebbe l’intimazione dal duca di Parma Ferdinando di Borbone di ritirarsi dal suo feudo, che venne incamerato dal Demanio Parmense, mentre i sudditi furono uniti al Comune di Bardi. Il Platoni si stabilì a Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 338.

Parma 26 maggio 1904-Villa Cadè 9 febbraio 1945
Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Patriota fervente, abile organizzatore dei primi nuclei partigiani, si distingueva per le sue doti di coraggio e per la sua profonda fede. Ricercato ed individuato dal nemico, persisteva nella sua coraggiosa attività di comandante partigiano. Arrestato e sottoposto a bestiali torture, rifiutava sdegnosamente di riferire qualsiasi informazione sul movimento partigiano. Condannato a morte cadeva per la libertà della Patria.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 28 gennaio 1972, 6.

PLAUZIO CAMILLO PEZONE, vedi PLAUZIO FURIO CAMILLI PEZONE

Fontanellato 1506 c.-post 1573
Studiò giurisprudenza avendo quale insegnante Niccolò Bellone. Divenuto celebre avvocato, fu chiamato a insegnare diritto civile all’Università di Pavia. Il Plauzio ebbe poi la pretura di Piacenza, ove si distinse per esperienza ed equilibrio, come nota Pietro dalla Porta, piacentino, dedicandogli l’orazione De Sanctorum Vitae, et Lutheri discrepantia (Pavia, 1570): Placentiae multis ab hinc annis jus dixisti: tunc te Urbis nostrae Praefecto illud esse verissimum experti sumus, Legem mutum Magistratum, Magistratum esse Legem loquentem. Il da Erba, oltre a dire che il Plauzio aveva a sufficienza dato il saggio di sua dottrina nell’Ufficio di Piacenza, soggiunge che fece altrettanto in Cremona. Forse tali incombenze le ebbe al tempo in cui Piacenza fu occupata dalle armi spagnole dopo l’uccisione di Pier Luigi Farnese (1547). Meritò anche la stima di Laura Pallavicino, cui omne quicquid habeo fortunarum debeo. Guadagnatosi la benevolenza di Pier Paolo Arrigoni, senatore di Milano, ottenne con la sua mediazione una lettura nell’Università di Pavia, dove fu in cattedra fin dall’anno 1551, come si ricava dall’avvertimento posto in fine ai primi tre libri dei suoi Comentari alla legge prima, De officio ejus, cui mandata est jurisdictio, ove dice di averli esposti separatamente dal quarto libro quia instat dies lectionum publicarum.. Il Plauzio abbandonò la cattedra universitaria di Pavia prima del 1556, anno in cui dedicò un suo libro al consigliere Bernardo Bollea, già composto cum Ticini publice profiterer. Quasi certamente nel giugno 1557 il Plauzio si recò in Fiandra al seguito di Ferrante Gonzaga per la guerra contro Enrico II di Francia (da Erba). Vi conobbe, forse nel 1559, Margherita d’Austria, duchessa di Parma, e il figlio Alessandro Farnese. Il Plauzio dedicò ad Alessandro Farnese la sua opera De verborum obligationibus: Veniunt in mentem, Princeps Augustissime, quanta beneficentia me apud Belgas prosecutus fueris, quanta comitate, atque humanitate me dignaveris. Optime memoria teneo, quantum ipse una cum Margherita Matre tua, cui tantum debeo, quantum nemini, honori existimationis meae faveris, cum me jacentem protexisti, et ab impiis sceleratorum et potentissimorum hominum manibus liberasti, et ex ore, atque e faucibus immanium barbarorum eripuisti. Ritornato in Italia, si mise sotto la protezione di Cosimo de’ Medici. Il Plauzio confutò le Note già pubblicate in Ferrara nel 1549 da Aimone Cravetta, che era passato lettore pubblico in Pavia. Indirizzò l’opera al Medici, affermando che, se le augustie della sua povertà non glielo avessero vietato, assai più cose vedute sarebbonsi in quel libro inserite. Nel 1562 ottenne da Francesco de’ Medici una cattedra nell’università di Pisa. Il Plauzio cominciò a godere non solo maggiore tranquillità economica, ma anche il favore dei principali Signori e del Papa (Pietro dalla Porta, Orazione): Optimus quisque tuae plurimum tribuit auctoritati, primoribusque Italiae Princibus, summo maxime Pontifici es carus. Grato dei benefici ottenuti da Francesco de’ Medici, gli dedicò nel 1571 una delle sue opere, nella quale il Plauzio dice di sé: Ego qui in publicis Gymnasiis jam pridem vitam ago, et in Legibus interpretandis, ac studiosa juventute undique confluente erudienda, otium omne, tempusque contero. Nemo enim est hodie inter vivos, cui praeter Serenissimum, eundemque magnum Etruriae Ducem Patrem tuum, magis quam amplitudini tuae debeam, cujus decreto multos jam annos publicis honorariis studia mea sublevantur et foventur. Il Plauzio insegnò infine (prima del 1573) diritto civile a Roma (da Erba; Deciano). Fu stimato dal Menocchio, dal quale viene detto vir celeberrimus, et olim mihi summa necessitate conjunctus. Anche l’Aimi lo lodò: De Plautio Paezone nihil dicam licet in non modica laude tot ejus egregia in Jus civile Commentaria nobis ponenda sint. Ortensio Landi gli diede luogo nel Catalogo degli uomini astuti. Il Plauzio fu anche elegante scrittore in prosa e in versi latini: stampò un volumetto di poesie in Piacenza nel 1537.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 149-153; Aurea Parma 1 1959, 14, e 3/4 1959, 184.

PLAUZIO GIAMBTTISTA, vedi PLAUZIO GIOVANNI BATTISTA

Fontanellato 1480 c.-post 1536
Dopo aver studiato sotto Filippo Beroaldo iuniore e Giambattista Pio le lettere latine e sotto Gioviniano Grecolino quelle greche, fu professore di Grammatica, durante il triennio 1502-1505, in una delle scuole che aveva ognuno dei quattro quartieri della città di Bologna. Nel 1505-1506 fu insegnante di Rettorica e poesia in campana Sancti Petri (Rotuli, I, 182 e segg.). Al Plauzio e ai suoi colleghi insegnanti nei quartieri cittadini, fu imposto dai Rotuli d’insegnare gratuitamente a quattro poveri, secondo l’uso antico di concedere agli scolari bisognosi certe letture, che erano dette dell’Università. Accolto in casa di Gianfrancesco Aldrovandi per istruire nelle lettere il figlio Nicolò e il nipote Camillo, il Plauzio ebbe agio di commentare le satire di Persio insieme con altri quattro umanisti, dei quali il Plauzio è indicato come il più famoso: difatti l’opera è presentata coi commenti dottissimi di grandi uomini, praesertim Ioannis Baptistae Plautii (A. Persii Flacci, Satyrae a Io. Baptista Plautio, Bononia, MDII). Del Plauzio si hanno pure i Carmina stampati a Bologna nel 1504 e sei carmi latini in morte di Serafino dell’Aquila, che fanno parte delle Collettanee grece, latine e vulgari dell’Achillini (Bologna, MDII), e un epigramma, l’Oratio de laudibus Parmae di Donato Veronese (Parma, MDXXXIII). Dal 1510 al 1536 il Plauzio professò il notariato. Da quanto è pervenuto dei suoi scritti e dalle memorie che sono state tramandate del Plauzio, è possibile arguire che si adoperò per addestrare i giovani nell’interpretazione dei classici, ma non con gli insegnamenti teorici che di solito s’impartivano dalle cattedre di rettorica o con quelli pedanteschi dei grammatici, bensì col cercare di ritrarre il pensiero degli scrittori in relazione alle loro condizioni di vita e di civiltà. Il Plauzio fu, insomma, un illuminato cultore e propugnatore dell’antichità, che ebbe la ventura di vederre oscurata la propria fama da quella del figlio Camillo, celeberrimo giureconsulto dei suoi tempi.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 232-233; G.B. Janelli, dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 319; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 5 1929, 7; Aurea Parma 4 1958, 229; Enciclopedia di Parma, 1998, 542.

PLAUZIO PEZONE o PEZZONIO CAMILLO o CAMMILLO, vedi PLAUZIO FURIO CAMILLO PEZONE

PLETA DAMIANO, vedi PIETI DAMIANO

Parma 15 ottobre 1885-Parma 15 agosto 1964
Nacque da famiglia agiata (la madre apparteneva alla nobile famiglia dei Mori Lazzari). Dopo avere studiato con Alfredo Ravazzoni pianoforte e armonia e con Ildebrando Pizzetti contrappunto, nel 1907 Cleofonte campanini, presagendone le doti, lo volle suo sostituto nella stagione lirica estiva che si svolse al Teatro Regio di Parma in occasione di manifestazioni e di festeggiamenti culminanti con l’inaugurazione del monumento a Vittorio Bottego. Sempre come sostituto direttore, il Podestà seguì quindi Campanini nell’America del Nord, ove si trattenne quasi due anni dirigendo nei maggiori teatri statunitensi. ritornato a Parma, debuttò nel 1909 nel Teatro Reinach, dirigendovi la Tosca la sera del 6 novembre. Da quel momento il Podestà diede inizio a una carriera direttoriale tanto lunga quanto fortunata, passando attraverso i maggiori teatri di Torino, Roma, Pavia, Brescia, Rimini, Udine, Carrara, Mantova, La Spezia e, all’estero, Nizza. Ma il nome e il valore del Podestà sono particolarmente legati al Regio di Parma. Delle esecuzioni operistiche che lo ebbero quale guida intelligente, volitiva e infaticabile, basta ricordare, tra le altre, quella di Otello nel 1914 (col tenore Chiodo e il baritono Montesanto), di Aida nel 1929 e nel 1942 (con Ebe Stignani), dell’Amico Fritz (tenore Giuseppe Di Stefano, 30 dicembre 1947), di Bohème nel gennaio 1944 (con la Favero) e con Renata Tebaldi e il tenore Annaloro il 27 febbraio 1945, e poi Carmen, l’Elisir d’amore (con la Capsir e Tito Schipa), il Faust (con la Cigna), la Gioconda nel 1928 (con l’Arangi Lombardi), il Lohengrin (prima stagione del dopoguerra, nel 1946, con Renata Tebaldi), Madama Butterfly (con Toti Dal Monte e Mario Filippeschi), Manon Lescaut (con la Pampanini e successivamente con la Castellani e Del Monaco), Rigoletto (col baritono Franci), Salomè, Traviata, Trovatore (con Pertile), Turandot, la Dannazione di Faust, la Manon di Massenet, il Werther (con wesseloski), Iris e Lucia. Da ricordare, inoltre, la partecipazione del Podestà alle celebrazioni cinquantenarie della morte di Verdi (1951) a Busseto, ove diresse una rappresentazione dell’Aida, e, nel 1940, la sua concertazione di Cavalleria rusticana, sempre al Regio di Parma, nel cinquantenario della prima del capolavoro mascagnano al Teatro Costanzi di Roma. Antifascista convinto, si trovò sempre precluso l’accesso al Teatro alla Scala di Milano, quando la fama che si era ormai conquistato gli avrebbe invece concesso tale privilegio. Gli ultimi tempi furono vissuti dal Podestà, dopo tanti successi, in un’atmosfera di sfiducia e di sconforto. Smise l’attività nel 1961.In vecchiaia fu ospite della casa di riposo per musicisti di Milano, ma volle spegnersi nella sua di parma.
Fonti e Bibl.: A.De Angelis, Dizionario musicisti, 1918, 267; C. Schmidl, Dizionario Universale Musicisi, 3, 1938, 621; Gazzetta di Parma 17 agosto 1964, 4; Grandi di Parma, 1991, 96; Enciclopedia di Parma, 1998, 542.

Castell’Arquato 7 febbraio 1838-Roma 26 ottobre 1929
Nacque da famiglia nobile parmigiana. avvocato, per quattro legislature, dal 1897 al 1913, rappresentò alla Camera il collegio di Oleggio (Novara). Fu sottoprefetto, consigliere provinciale di Novara e sindaco di Castell’Arquato. Militò nelle file liberali democratiche e si occupò particolarmente di problemi amministrativi. Appoggiò Zanardelli e partecipò assiduamente ai lavori parlamentari. Fu questore della Camera durante la XXII e la XXIII legislatura. Fu nominato senatore il 16 ottobre 1913 per la categoria 3a (deputati). Fu poi anche questore del Senato. Il Podestà fu decorato al valor militare per la repressione del brigantaggio.
Fonti e Bibl.: Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1924, 3; Gazzetta di Parma 13 febbraio 1962, 4.

Parma 1203
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1203.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 921.

POETA, vedi BACCHINI LUIGI

POETONE, vedi DAL POZZO FRANCESCO

Parma 1641
Rabbino e scrittore israelita documentato a Parma nell’anno 1641.
Fonti e Bibl.: M.Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 50.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Architetto civile e disegnatore, fu attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 245.

POGGI BELTRANDO o BERNARDO, vedi ZAMBERNELLI BERNARDO

POGGI BERTRANDO, vedi BORSANO BELTRANDO

Piacenza 19 agosto 1923-Fidenza 7 settembre 1997
Fu ordinato sacerdote il 16 marzo 1946, all’età di 23 anni. Fu subito nominato vicario cooperatore nella parrocchia della Cattedrale di Piacenza, dove restò fino al 1948, quindi divenne Cerimoniere vescovile e segretario di monsignor Umberto Malchiodi, a partire dal 1948. Dieci anni più tardi divenne Cameriere segreto soprannumerario di Sua Santità, quindi Canonico della Cattedrale di Piacenza e Cancelliere vescovile dal 1962. Laureato in Diritto canonico presso la Pontificia università di San Giovanni in Laterano di Roma, nel 1983 divenne prelato d’onore di Sua Santità. Nel 1982 venne nominato parroco di sant’Antonino in Piacenza, dove rimase per un paio d’anni. Nel 1984 divenne Vicario generale della Diocesi di Piacenza. Mantenne l’incarico fino al 1988. Il 13 agosto 1988 venne eletto Vescovo di Fidenza. Fu consacrato vescovo il 17 settembre 1988 dal fratello, cardinale Luigi Poggi, nella Cattedrale di Piacenza. Prese possesso della Diocesi di Fidenza il 13 ottobre 1988, per procura, e fece il suo ingresso solenne il 16 ottobre 1988. Morì sull’ambulanza che lo stava trasportando da Caorso, dove si trovava ospite della sorella, a Fidenza. La salma del Poggi fu inumata nella cripta del Duomo di Fidenza.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 8 settembre 1997, 25.

POGGI CIPRIANO, vedi POGGI CLAUDIO


Piacenza 1831-Scandiano 1908
Frate cappuccino, indi sacerdote della Diocesi di Parma, fu predicatore e poi professore di filosofia e letteratura. Fu decorato di medaglia di benemerenza per la salute pubblica (1859) e socio dell’accademia degli Agiati di Rovereto. Fu prima professore (1876-1894) e poi per sette anni (1890-1896) rettore del Collegio Maria Luigia di Parma. Scrisse alcuni saggi di taglio moralistico sulle questioni educative.
Fonti e Bibl.: F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 866; Enciclopedia di Parma, 1998, 546.

Parma 27 maggio 1878-Albisola Capo post 1938
Pittrice. Trasferì la propria residenza ad Albisola Capo.  Allieva di Lazzaro De Maestri, espose alle mostre regionali di Genova dal 1932 al 1939, alle mostre provinciali di Savona, al Concorso Femminile del Ritratto a San Remo nel 1938 e in altre manifestazioni regionali e interregionali.
Fonti e Bibl.: A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2524.

POGGIO BELTRANDO o BERNARDO, vedi BORSANO BELTRANDO e ZAMBERNELLI BERNARDO

Parma 1448
Fu Capitano della Porta Cristiana nell’anno 1448. Assieme ad altri Parmigiani fece parte delle truppe condotte da Taliano Furlani in difesa di Borgo San Donnino. La famiglia Poi o de Puoi abitò nella zona di Santa Cecilia e di San Giacomo, a Parma.
Fonti e Bibl.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 251.

Parma 1731/1755
Sacerdote, fu strumentista della Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1731 al 29 maggio 1755.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

POLDI GIAN BATTISTA vedi POLDI GIOVANNI BATTISTA

Parma 1831
Durante i moti del 1831 in Parma fu membro del consesso civico. Definito dalle autorità di polizia Ricco proprietario di Parma di niuna coltura ma di condotta regolare, fu poi sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
Fonti e Bibl.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 195.

Parma 20 marzo 1768-Milano 1833
Essendo di condizione sociale agiata, il Poldi praticò l’arte non professionalmente: Poldi Giuseppe egregio pittore, dilettante, di prospettive e d’architettura, lo ricorda lo Scarabelli Zunti (ms. seconda metà del XIX secolo, v. VIII, f. 246 r.). L’accentuatissima stilizzazione delle figurine è caratteristica dei pochi disegni noti del Poldi, quelli che costituiscono il Progetto per una Accademia di Pittura, conservati in Accademia di Belle Arti di Parma, ove vinsero il concorso del 1795 (Pellegri, 1988, pp. 296-299). Il Bertoluzzi (ms. 1820, f. 309 r.; ediz. 1980, fasc. II, pp. 77-78) narra della cura assidua dedicata da Gaetano Callani al Poldi, suo allievo, nel corso della stesura di questo progetto, nonostante la diversa disciplina. Vari documenti concernenti Biagio Martini (in archivio privato) testimoniano il Poldi come legato strettamente a questi, col quale peraltro condivise la residenza a Roma tra il 1795 e il 1799. Si può poi presumere che interrompesse l’attività verso il 1818, quando ereditò una fortuna cospicua, trasferendosi a Milano (Mottola Molfino, 1979, pp. 7, 9, 11-12, 18, 19, 49-52). Il figlio Gian Giacomo, titolare della collezione diventata il Museo Poldi Pezzoli, ereditò nel 1844 alcuni studi di architettura del Poldi eseguiti a Roma. I molti particolari figurati che costellano tre delle tavole nel progetto accademico del Poldi sono talmente aderenti allo stile del Martini, che uno di questi riproduce la Morte di Agrippina da lui disegnata per l’avvocato Torregiani e poi incisa nel 1808.
Fonti e Bibl.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 221; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 252.

Parma 1893/1911
Soldato del 20° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Benché ferito rimase al suo posto di combattimento (Tobruk, 22 dicembre 1911).
Fonti e Bibl.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Parma 14 luglio 1893-
Figlio di Armano e Teresita Antonia Perutelli. Medico e scrittore, fu fondatore e direttore della rivista La Verità medica.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1203.

Parma 1716/1759
Sacerdote, fu cantore della Steccata di Parma dal 25 marzo 1726 al 1759. Con lettera indirizzata al duca di Parma Carlo di Borbone, domandò di succedere nel 1736 al Tassoni nelle funzioni sacre musicali alla Steccata. Fu anche cantore del Duomo di Parma dal 22 giugno 1716 al 14 giugno 1759.
Fonti e Bibl.: Archivio del Duomo, Mandati 1700-1725, 1726-1747, 1747-1761; Archivio della Steccata, Mandati 1726 al 1759, Lettere ducali 1731-1735; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 164.

1818-Parma 25 novembre 1883
Maggiore Medico, fu volontario nella guerra del 1848 nella 2a Colonna Parmense. Prese poi parte, combattendo da prode, anche alle campagne di guerra del 1849, 1855, 1856 e 1859. Il Poletti fu nominato Cavaliere ufficiale della Corona d’Italia.
Fonti e Bibl.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 72.

Montecchio Emilia 6 novembre 1909-Parma 22 agosto 1966
Laureato in lettere a Milano e in giurisprudenza a Parma, fu illustre insegnante e integerrimo pubblico amministratore. Operò nel settore lattiero-caseario: presiedette il gruppo degli imprenditori del settore nell’Unione Parmense Industriali dal 1948 fino alla morte.Dal 1954 al 1959 presiedette il Consorzio del formaggio Parmigiano Reggiano e legò il suo nome alla nascita del marchio tipico.Aderente alla democrazia cristiana, ricoprì anche cariche pubbliche: fu primo sindaco di San Secondo Parmense dopo la Liberazione e commissario prefettizio degli Ospedali Riuniti di Parma dal 1957 al 1961. Il Poli fu autore del primo studio organico (pur se incompleto e inedito) della raccolta ufficiale delle Gride dei Conti di San Secondo, ricca di innumerevoli argomenti di costume e di economia, in grado di apportare un miglior inquadramento degli atteggiamenti sociali e politici dell’illustre casata dei Rossi. Ferdinando Bernini, ne Il Castello dei Rossi in San Secondo (Parma, 1936), ne ricorda l’esistenza e l’importanza.
Fonti e Bibl.: L. Gambara, Gride dei Conti di San Secondo, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 127; Enciclopedia di Parma, 1998, 546.

Roccabianca-Basso Isonzo 29 marzo 1917
Figlio di Evangelista. Fu soldato nella 307a compagnia mitraglieri e partecipò a diverse azioni belliche nel settore del basso Isonzo, dove operò la Terza Armata. Il Poli morì combattendo eroicamente a Quota 114.
Fonti e Bibl.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 46.

POLICCI GIAN BATTISTA, vedi POLICCI GIOVANNI BATTISTA

Parma 1665/1684
Visse e operò a Parma. Fino dall’11 marzo 1665 inoltrò domanda alla Compagnia della Steccata di Parma per avere la carica di vice maestro di Cappella. La domanda non venne esaudita se non alla morte di Francesco Manelli (22 luglio 1667). Poi, il 23 maggio 1670, il Policci fu nominato organista. Il 23 settembre 1681 fu nominato dal duca di Parma Ranuccio Farnese sotto maestro di Cappella a Corte, posto che conservò fino alla fine di agosto 1684. Alla Steccata fu poi eletto maestro di Cappella il 3 ottobre 1684. Il Policci compose le seguenti opere: Amalasonta in Italia, dramma d’Alessandro Guidi posto in musica dal Maestro di Cappella Gio: Battista Policci e fatto rappresentare dal Serenissimo Signor Duca di Parma al teatro del Collegio dei Nobili l’anno 1670 (In Parma, per Galeazzo Rosati Stampator Ducale), Amore riconciliato con Venere. Introduzione al Balletto fatto dalla Serenissima Signora Duchessa di Parma l’anno 1681 nel Teatrino del Serenissimo Signor Duca. Poesia d’Alessandro Guidi posta in musica dal Maestro di Cappella Gio: Battista Policci (In Parma, per Galeazzo Rosati).
Fonti e Bibl.: Archivio della Steccata, ordinazioni 1664-1672, fol. 13, 95, 168, e dell’anno 1681, fol. 118 retro; Ruoli Farnesiani 1671-1682, fol. 362, 1683-1692, fol. 132; L. Balestrieri, Feste e Spettacoli, 121, 122; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 100; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 63.

Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, iv, 258

-Parma 15 giugno 1513
Nel 1488 suonava l’organo nella chiesa del Carmine.Fu poi organista della chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma. Accettato in prova (1489), ebbe la conferma dall’abate del monastero il 24 giugno 1490. Dal saldo del salario rilasciato al fratello Luigi si ricava la data di morte del Polidoro
Fonti e Bibl.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 7.

POLINO GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIO

POLIPISTO, vedi ZURLINI CESARE

POLITI BATTISTA o GIAN BATTISTA, vedi POLITI GIOVANNI BATTISTA MARIA

Parma 31 ottobre 1789-post 1831
Figlio di Pietro Luigi e Diana Toccoli. Conte. Fu colonnello e ciambellano alla Corte di Maria Luigia d’Austria. Sposò la contessa Amalia Boscoli.
Fonti e Bibl.: F.da Mareto, Indice, 1967, 740.

Piazza di Basilicanova XVII/XVIII secolo
Ai primi del Settecento si trasferì a Parma. In seguito venne nominato Governatore di Piacenza.
Fonti e Bibl.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 222.

Parma 1776/1778
Appartenente al monastero di Santa Croce di Torino, fu abate della chiesa di San Sepolcro in Parma fino al ritorno dei canonici, avvenuto il 7 marzo 1778.
Fonti e Bibl.: V. Soncini, Chiesa S. Sepolcro, 1932, 92.

Parma XVII secolo
Sacerdote, lasciò manoscritta la rappresentazione spirituale Il Martirio di S. Lorenzo, rappresentazione di D. Hilario Politi Sacerdote parmigiano, scritta in versi e divisa in cinque atti, con tre Intermedi spirituali e Dedicatoria ad Antonio Gerardo Bernieri, canonico della cattedrale di Parma. Precedono, in lode dell’autore, Madrigali di Lodovico Bianchi e di francesco Petrei (Biblioteca Palatina di parma).
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 243; E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 127.

POLITI MARIETTA, vedi CASATI MARIETTA

Piazza di Basilicanova 1684-Parma 1747
Si laureò in giurisprudenza a soli diciotto anni (1702). Fu eccellente legale nei tribunali di Parma, Milano e Genova e per trent’anni lesse Diritto criminale nelle primarie cattedre dell’università di Parma, con grandissimo credito e concorso di studenti, molti dei quali acquistarono poi rinomanza. Duecento di questi, tutti laureati dal Politi, gli posero nelle pubbliche scuole di San Francesco in Parma questo epitaffio: Paulo Politi in almo parmensi lyceo primario legum interpreti apud supremos principes et amplissimos Italiae senatus eximia facundia, editisque in jure responsis celeberrimo dignitatibus ecclesiasticis insignito joseph regio consiliario et placentiae praeside petro regalium redituum patrono fratribus foelicissimo bis centum candidati, quos laurea donavit, grati animi monumentum posuere MDCCXXXII. Il Politi fu dotato di grande eloquenza e fu assai stimato dal duca Francesco Farnese. Fu ascritto alla Società Albrizziana coll’impresa di un campo di mature spighe e col motto Feret omnibus annis. Scrisse versi latini facili ed eleganti, dei quali si ha un saggio nelle Poesie di autori parmigiani per la venuta di D. Carlo di Borbone (1732). Morì all’età di 63 anni. Fu sepolto in Duomo a Parma con il seguente epitaffio: egregio parmensi viro Pulo Politi in almo patriae lYceo primario legum interpreti aliena enixe tutando jura doctrina ut facundia ubique celebri inter ecclesiasticos baptisterio addictos praepositi dignitate insignito anno tertio aetatis suae ultra sexagesimum pie ac fortiter vita functo Ioannes Baptista ex fratre nepos grati moerentisqua animi monumentum pusuit anno CIICCXLVII.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 101-106.

POLITI PIER LUIGI, vedi POLITI PIER MARIA LUIGI

Parma 1 febbraio 1745-Parma 17 novembre 1814
Figlio primogenito del conte Giambattista (editore delle opere di Paolo Politi) e di Margherita Bolsi. Fu uomo d’ingegno potente e acuto come l’avvocato Paolo Politi e perciò erudito in ogni genere di scienze e lettere, a cui si assommò una prodigiosa memoria. Venne proposto dal Paciaudi alla cattedra di Diritto Pubblico. Fu molto stimato e considerato dal ministro Du Tillot, il quale lo definì uomo di gran talento. Entrato poi nella magistratura, cadde in disgrazia in occasione della sua a lite col conte Galantino, appaltatore generale. In quel periodo, sollevato da ogni incarico, poté dedicarsi allo studio della lingua greca e della chimica. Fu poi nominato, una volta riacquistato il favore del duca ferdinando di Borbone, Giudice criminale. Di mente eclettica, studiò giurisprudenza e diritto pubblico, aggiungendovi vaste cognizioni matematiche, tanto da poter essere designato ad alti incarichi. Nel 1796 venne infatti inviato a Parigi, insieme ad altri, onde aprire le trattative di pace tra il Ducato di Parma e la repubblica Francese. Nell’anno seguente fu inviato a Napoleone Bonaparte circa alcune vertenze con la Repubblica Cispadana: risultò non gradito a Napoleone Bonaparte, a causa provbabilmente dello zelo eccessivo nel sostenere la causa dell’ultimo Borbone. Nel 1799 e 1800 ascese alla carica di Governatore di Parma, in tempi difficili e calamitosi. In questa carica il Politi dimostrò alte ed elette qualità di reggitore. Da Napoleone Bonaparte fu insignito dell’Ordine della Riunione. Ferdinando di Borbone gli indirizzò diverse lettere per esprimergli la sua riconoscenza. Nella Reggenza del giugno 1814 fu Presidente della Sezione giudiziaria. Molti anni prima della morte fu colto da paralisi, dalla quale guarì solo parzialmente. Ebbe sepoltura e iscrizione in San Giovanni Evangelista in Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 102-103; palazzi e casate di Parma, 1971, 244 e 688; enciclopedia di Parma, 1998, 546.

Parma I secolo a. C./V secolo d. C.
Schiavo pubblico della città di Parma dedicatario di un’epigrafe, perduta, a lui posta da Callistratus frater e dalla co‹n›iu(n)x Victoria, le cui denominazioni riportano pure all’ambiente schiavile. L’epigrafe è databile a età imperiale (formule D.M. e B.M.). In Cisalpina è documentato almeno un altro Politicus.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 148.

POLITO GIAN BATTISTA o GIOVANNI BATTISTA GIOVANNI BATTISTA, vedi POLITI GIOVANNI BATTISTA

Parma 1927-Parma 7 giugno 1984
Figlia di Secondo e di Ida Mussini. appartenne a una famiglia che, per l’esemplare impegno nella lotta contro la dittatura fascista, dovette affrontare dure prove. Fin dagli albori dell’azione partigiana la Polizzi, benché giovanissima, strinse contatti con diversi esponenti dell’antifascismo parmigiano, come gli zii Remo Polizzi e Luigi Porcari, Umberto ilariuzzi, Virginio Barbieri, Bruno Tanzi, Alceste Benoldi, Roberto Bertoli, Malvisi, Maria Zaccarini, Iole Benna e Lucia Sarzi. Arrestata ai primi del 1944 insieme al Porcari, riottenne la libertà dopo un mese di detenzione in San Francesco di Parma, grazie anche al pressante intervento del medico Menozzi, che l’aveva in cura. La sua scarcerazione contribuì a rendere permanente il collegamento che si era venuto a stabilire all’interno della prigione con patrono, Marchesano e Capuano, tre eroici agenti di custodia che pagarono con la vita la loro scelta di campo a fianco della resistenza. Partigiana della XII Brigata Garibaldi, la Polizzi operò sia nella zona di Parma, sia nel Bardigiano, spingendosi talvolta vicino a La Spezia, per rischiose missioni. Il 31 luglio 1944, a seguito di infiltrazione spionistica nella struttura clandestina urbana, venne individuato il recapito partigiano da tempo attivo presso il domicilio della famiglia Polizzi, in vicolo Santa Maria 6. Insieme alla Polizzi furono catturati il padre, la madre e alcune compagne di lotta che avevano trovato rifugio temporaneo nella base. Tra queste vi era la staffetta del comando regionale Julka Deskovic, una studentessa jugoslava fuggita dopo l’armistizio dal campo di Fraschette di Frosinone. sottoposti a pesanti interrogatori nella sede del Servizio di Sicurezza e nel carcere di Parma, i Polizzi vennero tradotti in Germania verso la metà di settembre del 1944. Vano fu il tentativo di scambiarli come ostaggi, compiuto dal Comando delegazione Nord Emilia. Dai campi di concentramento il padre non fece più ritorno: si seppe nel 1946, tramite un sacerdote di San Marino, che Secondo Polizzi fu soppresso, quattro giorni prima della liberazione, nel lager di Mauthausen. La Polizzi e la madre finirono nel campo di sterminio di Rawensbrück, detenute nel blocco 17, occupato dai triangoli rossi, prigioniere politiche sottoposte a ogni genere di vessazioni. I crudeli maltrattamenti compromisero in modo permanente la sua salute. Ricoverata nell’Ospedale di lubecca al sopraggiungere dell’Armata rossa, vi rimase molti mesi, sempre costretta al letto. Soltanto verso la metà di settembre del 1945, al ritorno in patria, poté riabbracciare la madre, il fratello Primo, rientrato in pessime condizioni fisiche (sarà poi riconosciuto grande invalido di guerra) dal lager di Mauthausen, la sorella Laura, che si era fatta onore nella lotta partigiana sulle montagne reggiane e a Milano, e lo zio paterno Remo, divenuto commissario unico delle formazioni piacentine. Nel dopoguerra la Polizzi si occupò presso la Camera del lavoro di San Lazzaro e svolse saltuari servizi di vigilatrice nei campi estivi, prima di poter ottenere un impiego continuativo in Municipio.
Fonti e Bibl.: P. Tomasi in Gazzetta di Parma 8 giugno 1984, 6.

Fontanellato 2 luglio 1909-Parma 7 settembre 1977
Operaio tipografo. Militante giovanissimo (1923) nella Federazione giovanile comunista di Parma, ne divenne segretario provinciale nel 1927. Arrestato nel 1928, fu deferito al Tribunale speciale che lo condannò a un anno e otto mesi di reclusione. Liberato nel 1930, fu nuovamente arrestato nello stesso anno e assegnato a tre anni di confino. Nell’attesa di essere tradotto alle isole, venne nuovamente deferito al Tribunale speciale e condannato, nel 1931, a dodici anni di reclusione. Fu rinchiuso in diverse carceri: Fossano, Padova, fossombrone e Civitavecchia. Liberato nel 1935 in seguito ad amnistia, riprese l’attività antifascista e nel gennaio 1940 fu arrestato per la terza volta e nuovamente assegnato a tre anni di confino, che trascorse a Ventotene. A fine periodo, fu trattenuto quale internato di guerra. Liberato il 25 luglio 1943 con la caduta del fascismo, dopo l’8 settembre dello stesso anno partecipò alla Resistenza. Fu segretario delle federazioni comuniste di Parma e poi di Piacenza (marzo 1944), facendo parte del Comitato di Liberazione Nazionale, organizzando formazioni partigiane in pianura e in montagna (operò nella Bassa parmense, nella zona di Salsomaggiore e nel Bardigiano). Nell’ottobre 1944 fu nominato commissario politico del Comando unico operativo della montagna piacentina (XIII Zona), incarico che tenne fino alla Liberazione. Per la sua attività nella Resistenza fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Dopo la liberazione assolse a diversi incarichi politici e sindacali. Rientrato a Parma, divenne infatti responsabile della Commissione stampa e propaganda della locale Federazione comunista, diresse il periodico Eco del lavoro (fondato da Bruno Longhi) ed ebbe anche la responsabilità della scuola regionale per quadri del Partito Comunista Italiano dell’Emilia Romagna. Figura integerrima, si dedicò pure ai maggiori problemi amministrativi del dopoguerra in veste di assessore del Comune di Parma e della Provincia. Fu tra i dirigenti dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani di Parma e dell’istituto Storico della Resistenza di Parma (di cui fu tra i fondatori e segretario dal 1964 al 1971). Un’opera letteraria del Polizzi acquistò notorietà nazionale: Il lavoro cospirativo, con prefazione del senatore Umberto terracini, testimonianza autobiografica tra le più penetranti sotto il profilo umano e di grande pregio documentario. Vi si riflettono senza retorica i sacrifici sopportati da chi si schierò apertamente contro il fascismo e preparò, nelle prigioni e al confino, il riscatto democratico del Paese.
Fonti e Bibl.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, IV, 1984, 676; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 223.; Enciclopedia di Parma, 1998, 546-547.

Parma 18 novembre 1868-Milano 3 dicembre 1953
Fu ammesso alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1879 nelle classi di violino e di composizione. Si diplomò (quale allievo del Mantovani) nel giugno 1887 con la lode e il primo premio del lascito Barbacini. Entrò subito in orchestra, ma nel 1893, con l’aiuto del mecenate conte Stefano Sanvitale, andò a Berlino a perfezionarsi con Joseph Joachim presso la Hochschule. Studiò la lingua tedesca arrivando al punto di poter tradurre e pubblicare un volume di Steinhausen, Fisiologia della condotta dell’arco negli strumenti a corda. Mentre d’estate suonava nella piccola orchestra di Savigliano presso Cuneo venne a sapere che era stato bandito l’esame per il posto di spalla del Teatro Regio di Torino con annesso l’insegnamento nel liceo musicale e vi concorse. Esaminato dai commissari Bolzoni e Toscanini, nel 1895 vinse il concorso. Fondò poi la Società del Trio con la quale ebbe un’intensa attività. Nel 1903 il Polo vinse il concorso per la cattedra di violino nel conservatorio di Milano, città dove fondò (1906) il quartetto che da lui prese il nome e col quale girò per sedici anni tutta l’Europa. A questa attività unì quella di attento revisore di antiche composizioni violinistiche e di autore di lavori didattici. Fu un meraviglioso insegnante (insegnò fino al 1935) e diplomò trentuno ottimi violinisti. Suonò spesso con E. Consolo eseguendo soprattutto le Sonate per violino e pianoforte di Beethoven, delle quali presentò per la prima volta in Italia il ciclo completo (1910). Il Polo fu autore delle seguenti composizioni: Rêverie per violino e pianoforte e alcune liriche, tra cui Invocazione, con accompagnamento di violino e pianoforte. Inoltre realizzò numerose trascrizioni di opere di tartini, Viotti, Boccherini, J. S. Bach, F. Bonporti e Rovelli e le opere didattiche Il meccanismo delle 5 prime posizioni del violino, Esercizi applicati alle scale (2 voll.), 30 Studi a doppie corde, 12 Studi di tecnica (1914), Tecnica fondamentale delle scale e degli arpeggi, Fisiologia della condotta dell’arco sugli strumenti a corda (1923). Infine fu autore di revisioni di opere didattiche per violino di Bazzini, Dont, Kayser, Paganini e altri.
Fonti e Bibl.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 124; Dizionario Ricordi, 1976, 521; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 70; Dizionario Musicisti UTET, 1988, vi, 69-70.

Salsomaggiore 1947-Parma 12 aprile 1997
Allievo dell’Azzini, sviluppò la sua carriera nell’Università di Parma nella quale tenne gli insegnamenti di Economia aziendale, economia dei gruppi e delle concentrazioni aziendali e Ragioneria pubblica. Nel 1997 fu eletto Presidente del consiglio di corso di diploma in Economia e amministrazione delle imprese. Fu componente del Consiglio di amministrazione dell’Università dal 1992 al 1995, membro del Comitato scientifico di consultazione del Centro interaziendale servizi di Reggio Emilia, del Consiglio di amministrazione e del Comitato scientifico di Profingest di Bologna. Il rettore Nicola Occhiocupo lo designò componente del Consiglio generale dell’Ente autonomo Fiere di Parma. Il Polonelli fu attento studioso anche di economia sanitaria e per le approfondite conoscenze in questo campo fu nominato dalla Giunta regionale dell’Emilia-Romagna componente del gruppo di lavoro per l’emanazione di norme per la gestione economico-finanziaria e patrimoniale delle Unità sanitarie locali e delle Aziende ospedaliere. Inoltre fece parte di diversi gruppi di lavoro dell’Agenzia regionale per la sanità dell’Emilia-Romagna. Autore di diverse pubblicazioni di economia aziendale e sanitaria, il Polonelli fu socio della Strategic Management Society e dell’European Accounting Association e componente del Consiglio direttivo dell’Ancrel Sanità. Fu sepolto a Salsomaggiore Terme.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 13 aprile 1997, 11.

Parma 1728/1735
Capomastro architetto, lavorò tra il 1728 e il 1735 a Parma nella chiesa di San Pietro d’Alcantara.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 161.


Bozzolo di Mantova 14 novembre 1881-Padova 28 febbraio 1924
Fu nipote di Carlo (figlio del fratello minore). Si laureò in chimica a Parma nel 1905. Dal 1903 al 1906 fu condirettore con Ennio Tardini de La Scintilla. Lavorò nel 1907 a Breslavia nel laboratorio di Abegg e nel 1910 a Stoccolma in quello di Svante August arrhenius. Volontario di guerra, diresse il laboratorio pirotecnico della 3a armata e fu promosso maggiore per merito di guerra. Si occupò particolarmente dello studio dei composti complessi. Nel 1922 fu nominato direttore del laboratorio di chimica industriale della Regia Scuola degli ingegneri di Padova. Fu direttore e consulente di vari stabilimenti industriali. Scienziato di chiara fama, fu il primo in Italia a insegnare Chimica industriale, presso l’omonima cattedra istitutita nell’Univesità di Padova.
Fonti e Bibl.: Enciclopedia italiana, XXVII, 1935, 790-791; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 124; Enciclopedia di Parma, 1998, 547.

POMELLI A., vedi AMATI A

Parma ultimi decenni del I secolo d.C.
Di condizione incerta, fu dedicataria, insieme a P. Flavius P. l. Fronto e Flavia P. f. Ingenua, di una epigrafe funeraria dedicata, anche per sé, da P. Flavius P. et L. l. Eunus. Pomponia è nomen assai diffuso dappertutto e ben documentato anche in Cispadana, come il cognomen Primigenia. Dal testo dell’epigrafe non è possibile ricostruire un legame certo tra questo e gli altri personaggi menzionati.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 148.

Parma XVIII secolo
Scultore, fu allievo di Petitot.
Fonti e Bibl.: Accademia Parmense di Belle Arti, 1979, 68.

Francia ante 1732-post 1799
Ebanista attivo a Parma nella seconda metà del Settecento. Venne assunto nel 1752 in qualità di conservatore degli arredi ducali. Nel 1753 fu impegnato a Colorno nella ristrutturazione degli appartamenti ducali. Su progetto del Petitot eseguì il modello per la Cappella ducale di Colorno. Nel 1756 lavorò nella Rocca di Sala. Nel 1760 realizzò una biblioteca e fu impegnato, con Nicholas Yon, ad allestire una macchina dei fuochi in Giardino per le nozze di Isabella di Borbone con l’arciduca d’Austria. Nel 1766 si recò a Parigi per effettuare acquisti su commissione della Corte parmense. Dal 1766 al 1768 lavorò con altri agli scaffali della Biblioteca Palatina. Operò spesso in collaborazione con Ignazio Marchetti: dal 1775 al 1777 per il coro e il leggìo di San Liborio a colorno, e nella stessa chiesa, nel 1779 per il pulpito e nel 1793 per gli armadi. Nel 1794 lavorò all’oratorio di San Lorenzo nella Rocca di Sala, dove realizzò, ancora in collaborazione con Ignazio Marchetti l’ancona lignea e le tribune.
Fonti e Bibl.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmi-giani, 1997, 252; enciclopedia di Parma, 1998, 547.

PONCET MICHELE, vedi PONCET MICHEL

Parma prima metà del XVI secolo
Piombatore apostolico attivo nella prima metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 336.


Parma 5 ottobre 1844-1925
Figlio di Fortunato Antonio e di Paolina Terzi. Ingegnere. Fu il fondatore delle Terme di Sant’Andrea Bagni. Alla sua memoria fu intitolata la nuova piazza della cittadina termale. Appassionato di mineralogia, lasciò una notevole collezione di minerali. Fu anche scultore su legno: bastoncini in bosso, di rara fattura, furono premiati a diverse esposizioni.
Fonti e Bibl.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 124.

Parma 1697
Organaro, nel luglio 1697 fornì al marchese di Soragna per 700 lire un cimbalo à tre registri.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 6 febbraio 1696-Parma 11 dicembre 1758
Figlio di Domenico. Fu sacerdote e organaro. Nel 1733 succedette al padre nella manutenzione dell’organo della Steccata in Parma. Inoltre, sempre a Parma, costruì l’organo di sant’agostino (1747), poi trasferito nella chiesa di Ognissanti, quello di San Michele dall’arco (1735) e lavorò all’organo dell’oratorio di santa Maria delle Grazie nel 1732. L’organo di Sant’Agostino denota un notevole livello qualitativo e una cura fino nei minimi particolari, mentre per quanto riguarda lo stile risaltano influssi delle scuole reggiano-modenese e lombarda: fu acquistato nel 1813 per sole 500 lire dalla chiesa di Sant’Agostino (fu oggetto di radicale restauro nel 1982). Pare sia del poncini l’organo della parrocchia di Monticelli terme, giunto lì nel 1812, si ignora da dove.Una delle ultime commissioni fu il grande organo della chiesa di San Rocco, finito nel 1754.Altri strumenti attribuiti a lui o ad altri membri della famiglia, si trovano a sant’andrea in Parma, nell’oratorio della Rocca sanvitale di Fontanellato e a mulazzano.
Fonti e Bibl.: Malacoda 37 1991, 9; Enciclopedia di Parma, 1998, 547.

Parma 14 maggio 1626-Parma 1697
Figlio di Lorenzo e Giulia. Fu falegname, intagliatore e organaro. Per l’anno 1665 è citato nei capitoli per la realizzazione degli armadi nella chiesa della Steccata a Parma, assieme a Mascheroni, Rottini e Torri, ma fu poi depennato. Nel 1674-1675 realizzò l’ancona maggiore, una porta e altri lavori nell’oratorio della Confraternita di Santa Brigida a Parma, in collaborazione col figlio Domenico. Fu il capostipite della famiglia parmense di organari che operò per tutto il Settecento.
Fonti e Bibl.: Ronchini, 1852, 315; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 222; Il mobile a Parma, 1983, 255; Malacoda 37 1991, 9.

Parma 18 luglio 1660-Parma 6 aprile 1733
Figlio di Bernardo, iniziò a lavorare nella bottega del padre. Col fratello Lorenzo costruì l’organo di Sant’Antonino a Borgo taro nel 1681. Il Poncini si dedicò all’arte organaria e costruì strumenti oltre che nello Stato parmense, in quelli di Genova, Milano e Venezia. Nel 1687 si sposò a Piacenza. Sostituì Giuseppe Lanzi dal 1697 alla manutenzione dell’organo Antegnati della Steccata di Parma e nel 1698, per 3200 lire, costruì un organo nuovo per la basilica di San savino in Piacenza, utilizzando parti del preesistente strumento di Giovanni Battista Facchetti. Nel 1704 costruì l’organo della chiesa di Santa Croce a Fontanellato e nel 1708 realizzò per la chiesa dei Santi nazaro e Celso di Piacenza un organo di nove registri. Secondo Alessandro Sanseverini, nel 1712 il Poncini stava lavorando all’organo della chiesa del Quartiere. Nel 1715 lavorò allo strumento dell’oratorio di Santa Maria delle Grazie a Parma, che restaurò nel 1721. Nel 1725 fornì quello della chiesa di San Giorgio di Sacca di Colorno. Dal 1729 al 1732, come risulta dal libro dei mandati di pagamento, venne retribuito per effettuare la pulizia e l’accordatura dell’organo della chiesa di Ognissanti in Capo di Ponte a Parma. Nel 1674-1675 realizzò, in collaborazione con il padre, l’ancona maggiore, una porta e altri lavori nell’Oratorio della confraternita di Santa Brigida a Parma. Nel 1722 comprò parte dell’organo per la chiesa di Priorato.
Fonti e Bibl.: Il mobile a Parma, 1983, 225; Malacoda 37 1991, 9; Enciclopedia di Parma, 1998, 547.

Soragna 14 febbraio 1845-
Figlio di Luigi e Maria Vignali. Laureato ingegnere civile nell’Istituto tecnico superiore di Milano, fu professore titolare di Matematiche nell’Istituto tecnico di Pesaro per cinque anni e in seguito (1879) Direttore dell’Istituto tecnico di Casale Monferrato. Fu apprezzato professore di scienze matematiche e scrisse vari trattati sulla matematica applicata e sulle proprietà delle curve.
Fonti e Bibl.: A. De Gubernatis, Dizionario biografico scrittori, 1879, 828; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 297; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 243.

PONCINI GIUSEPPE, vedi anche PONCINI ZILIOLI GIUSEPPE

Parma 30 marzo 1652-Parma 1729
Figlio di Bernardo e Maria. Costruì assieme al fratello Domenico l’organo di Sant’Antonino a Borgo Taro nel 1681 e quello di Basilicagoiano.
Fonti e Bibl.: Malacoda 37 1991, 9.

Parma 1838/1884
Fu poeta di buon valore.
Fonti e Bibl.: C. Ughi, Versi a Luigi Poncini, Parma, Rossi-Ubaldi, 1838; G. Valentini, Versi a Luigi Poncini e Carlo Ughi, Parma, Fiaccadori, 1838; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 871.

PONCINI NEGRI CARLO, vedi NEGRI PONCINI CARLO DOMENICO GIUSEPPE

PONCINI NEGRI GIUSEPPE, vedi NEGRI GIUSEPPE

PONCINI ZILIOLI FRANCESCO, vedi ZILIOLI FRANCESCO

PONCINI ZILIOLI GIUSEPPE, vedi ZILIOLI GIUSEPPE


Enzola di Poviglio XIII secolo
Per vendicare il Poncioni dagli insulti ricevuti da qualche fazioso ghibellino, i socii crociati assaltarono le case di tre famiglie imputate dell’offesa.
Fonti e Bibl.: L.Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 86.


Parma 1539/1544
Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1539 al 1544.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, 8; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 14.

Bardi 8 ottobre 1808-Bardi 2 gennaio 1892
Sacerdote e allievo alberoniano, ebbe ingegno acuto ma non sempre equilibrato. Si laureò in legge e, in età avanzata, esercitò l’avvocatura a Piacenza. Pubblicò, giovandosi anche della carte lasciate da Giuseppe Lagori, Notizie storiche circa Bardi, il Ceno e i suoi dintorni (Piacenza, Marchesotti, 1873), di un certo interesse per la storia della Val Ceno, inoltre un’opera intitolata  Le mie origini (Piacenza, Marchesotti, 1870-1871, voll. 3) in cui tratta dell’origine dell’essere, dell’uomo e dell’italiano. Nel 1883 pubblicò un opuscolo riguardante due scoperte da lui fatte sulle sostanze luminose.
Fonti e Bibl.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 341; A. Rapetti, Adamo ed Eva erano di Bardi, in Libertà 3 dicembre 1949; E. Cordani, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 215.

Borgo San Donnino 1913-1991
Naturalista autodidatta, appassionato astrofilo, costruì a Fidenza un importante osservatorio astronomico (l’unico allora esistente nel parmense), con annessa torre solare. Grazie all’impegno della famiglia, anche dopo la morte del Pongolini, l’osservatorio rimase funzionante e frequente meta di studiosi e scolaresche.
Fonti e Bibl.: A.De Marchi, Guida naturalistica, 1997, 361.

1889-San Secondo Parmense 22 dicembre 1971
Combattente nel 3° Reggimento bersaglieri nella prima guerra mondiale, nel corso di uno scontro, avendo svolto un’azione determinante, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Più tardi fu insignito del cavalierato di Vittorio Veneto. Agricoltore, fu per parecchi anni presidente dell’amministrazione dell’ospedale civile e consigliere comunale di San Secondo negli anni Quaranta.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 24 dicembre 1971, 19.


Parma 1401/1428
Laureato in legge, notaio, fu eletto nell’anno 1428 a correggere gli Statuti dei Beccai di Parma.
Fonti e Bibl.: R. Pico, Appendice, 1642, 21.

PONTE CRISTOFOLO o CRISTOFORO , vedi PONTI CRISTOFORO

Parma 1537
Conosciuto anche col nome di Gustavo Scarzarino. Orologiaio operante nella prima metà del Cinquecento. Assieme a L. Rainieri, nel 1537 prese parte alla costruzione dell’orologio della torre di Rigobello a Ferrara. l’orologio, con figure semoventi e dotato di automatismi sofisticati paragonabili a quelli dell’orologio di Venezia, andò poi distrutto dal crollo della torre avvenuto nel 1553. E’ pure ricordato (maestro che fa li relogi), come esecutore di lavori alla cupola di Santa Maria della steccata in Parma. Il Ponti fu anche intagliatore.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3; F.e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 253.

Suzzara 1826-Parma 1887
Docente di Oftalmologia (1863) e di Clinica Oculistica (1883) nell’Ateneo Parmense, lasciò vari studi specialistici: Aperçu sur l’ophthalmologie (Parma, 1855), Doppia iridoenclesi (Genova, 1868), Del glioma (Torino, 1868), Il solfato di chinina (Milano, 1873) e Amaurosi nicolinica (Parma, 1873). Istituì a Parma l’Ambulanza oftalmica gratuita per i poveri (Rendiconto, Parma, 1856).
Fonti e Bibl.: F.Rizzi, I professori dell’università, 1953, 84; Enciclopedia di Parma, 1998, 552.

PONTICELLE SILVESTRO ANTONIO, vedi PONTICELLI SILVESTRO ANTONIO

Parma 1600/1608
Sacerdote. Fu accettato alla Corte Farnese di Parma il 1° gennaio 1600 e poi compare, come musico, alla Steccata di Parma la prima volta nel mandato di pagamento del 26 febbraio 1608. Il 12 dicembre dello stesso anno venne radiato dal novero dei salariati per essere mancato dal servizio tra il 15 novembre e il 12 dicembre.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 85.

Parma 1768/1790
Conte, figlio del protomedico Silvestro Antonio. Tradusse dallo spagnolo l’Orazione funebre in morte di Carlo III, stampata dal Bodoni nel 1789.
Fonti e Bibl.: Giambattista Bodoni, 1990, 310.

Garfagnana ante 1741-1780
Originario della Garfagnana e di nobile famiglia, fu nel 1741 in Spagna, al servizio del duca d’Atri. Conseguì il titolo di protomedico (1745) durante il suo servizio in Piemonte, occupato dai Franco-Ispani. Dopo la pace del 1748, il Ponticelli venne elevato alla cattedra di Botanica nell’Ateneo parmense, posto che detenne dal 1749 al 1768 (F. Rizzi). Salì al più alto onore allorquando divenne Archiatra di Corte e fu fregiato del titolo di conte di contignaco, il cui castello forse ascquistò per tale circostanza. Malgrado una così brillante carriera il Ponticelli appare dai suoi scritti mente poco progressiva e un mediocre scienziato. In lui inoltre affiora un carattere talvolta poco generoso, gretto e geloso dei suoi attributi, opportunista e cacciatore di emolumenti e prebende. Fu, in effetti, di cultura assai ristretta, poco portato ad accettare il progresso scientifico, ambizioso e opportunista. In Parma godette, nonostante tutto, di vasta notorietà e illustri amicizie. Parteggiò, nel Collegio dei Medici, con coloro che propugnarono l’obbligo del titolo nobiliare per appartenere al Collegio stesso (1759). Nel 1750 si oppose all’istituzione di una accademia di Anatomia. Chiamato ad Alessandria a visitare Filippo di Borbone morente, tentò di incolpare Roger, primo chirurgo di Corte. Il Ponticelli si dichiarò anche contrario all’inoculazione del vaiolo, per cui scrisse un’opera sugli Infortuni del vaiolo e metodo di andarne a riparo (Parma, 1761), ove sentenziò una probabile ricaduta dopo l’operazione. Scrisse ancora Di tre specie di affezioni isterica e ipocondriaca. Trattato teorico-pratico(Lucca, 1759). Nella Gazzetta Medica del 1765 apparve il discorso pubblicato fin dal 1735 dal celebre Sig. marchese D. Silvestro Antonio Ponticelli, Archiatra della R. Corte di Parma, in occasione della pubblica dimostrazione di Semplici per la composizione della Teriacca di Andromaco Seniore. Dedicato a S.A.R.D. Don Filippo Infante di Spagna, duca di Parma e Piacenza. Con ogni probabilità fu il principale estensore della Gazzetta Medica (Parma, 2 novembre 1762-8 ottobre 1765; inizialmente col titolo Gazzetta medica d’oltremonti, nell’ultimo periodo col titolo Raccolta d’opuscoli medico-teorico-pratici ed anatomici), rivista che, al pari di quella di Venezia, di cui è molto spesso una fedele copia, ebbe notevole importanza e diffusione. Al Ponticelli venne infine affidato (1768) il complesso compito di riorganizzare l’insegnamento della facoltà di Medicina e il Paciaudi gli fornì anzi alcuni utili suggerimenti. Ma pochi mesi dopo venne sostituito (per incapacità o per inerzia) da Michele Girardi, alunno del Morgagni e celebre anatomista. Rimase in carica come Protomedico fino al 22 ottobre 1769, giorno in cui gli successe Giuseppe Camuti, il quale scrisse per lui una Ode in Onore, segnalata negli elenchi della Biblioteca Medica Universitaria di Parma ma materialmente irreperibile. Nella Biblioteca Palatina di Parma si conservano le seguenti opere del Ponticelli: Discorso sopra la Teriaca di Andromaco Seniore (Parma, Monti, 1753), Di tre specie di Affezione Isterica Ipocondriaca (Lucca, 1759), Infortuni del Vajuolo e metodo di andarne al riparo (Parma, Carmignani, 1761) e Succinto ragguaglio della composizione della Teriaca (Parma, Carmignani, 1763).
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 3/4 1933, 112; Palazzi e casate di Parma, 1971, 723-725; U. benassi, Per la storia del progresso italiano nel Settecento: l’inoculazione del vaiolo, particolarmente nei Ducati parmensi, in Bollettino storico piacentino XVII, 1922; H. Bédarida, La Gazzetta medica di Parma. Contributo alla storia della medicina nel sec. XVIII, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi XXV 1925; L. Ferrari, Onomasticon, Milano, 1947; Storia del giornalismo, VIII, 1980, 616; C. Cropera, Facoltà medica Parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 144.

Isola di Palanzano 17 gennaio 1914-Zona di Cogull 26 dicembre 1938
Nato da Martino e da Laura Pini. Studente in medicina presso l’Ateneo di Parma, nel 1935 troncò gli studi e si arruolò nel Battaglione Curtatone e Montanara partecipando alla guerra per la conquista dell’Etiopia. Nel settembre 1937 si arruolò nuovamente tra i volontari della Divisione d’assalto Littorio e, col grado di sottotenente, prese parte in Spagna ai vittoriosi combattimenti di Bilbao, Teruel e Tortosa, evidenziando indomito coraggio e sprezzo del pericolo. Sul fronte di Catalogna, nell’adempimento di una delicata e difficile missione di guerra, cadde gloriosamente. Alla memoria gli venne concessa la medaglia d’argento al valor militare sul campo, colla seguente motivazione: Comandante di plotone avanzato in momento particolarmente difficile trascinava i suoi uomini all’assalto di posizioni nemiche munitissime. Esaurite le bombe a mano, con pistola in pugno balzava su una postazione e veniva ucciso da un miliziano con una pallottola al petto. Caduto, trovò la forza di incitare ancora una volta i suoi fanti al grido di “Savoja!”.
Fonti e Bibl.: G.Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 57; Decorati al Valore, 1964, 64.

Parma I secolo a. C./V secolo d. C.
Di condizione incerta, fu madre di Parmensia Tacita. Fu ricordata insieme a questa dal marito Ti. Parmensius Tacitus, che dedicò loro un’epigrafe di età imperiale. Il nomen Pontilius, assai raro, risulta documentato in questo solo caso in tutta la Cisalpina. Crespina è cognomen diffuso (sempre nella forma Crispina) soprattutto in Italia e nelle province celtiche, raro tuttavia in Aemilia e in tutta l’Italia settentrionale, in questo solo caso documentato a Parma.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 149.

Parma 12 giugno 1927-San Michele Tiorre 24 giugno 1944
Figlio di Pietro. Studente residente a San michele Tiorre, antifascista convinto, come la madre, diplomata maestra, che contribuì a educarlo con principi antifascisti, subito dopo l’8 settembre 1943 il Pontirol Battisti, appena sedicenne, collaborò alla ricerca e all’occultamento di armi per la resistenza. Al formarsi dei primi gruppi partigiani sulle montagne della Val Parma, assolse la funzione di staffetta per mantenere i rapporti con il Comitato di Liberazione, per sottrarre giovani alla leva della Repubblica Sociale di Salò e per indirizzare gli sbandati nelle formazioni partigiane. Mantenne perciò i collegamenti con il distaccamento Afro della 143a Brigata Garibaldi, nella zona del monte Sporno. Nel giugno 1944 una compagnia di militi fascisti si stabilì nelle scuole di San Michele Tiorre. Il Pontirol Battisti svolse un’attività preziosa di informazione di partigiani del numero dei militi e dell’armamento di cui erano dotati. Prima del combattimento della notte del 24 giugno 1944 portò ai partigiani, che si apprestavano ad attaccare il presidio, le ultime informazioni. Seppe che in paese giravano pattuglie di militi ancora dopo mezzanotte e che forse si disponevano a sostenere l’attacco. Volle partecipare all’azione, nonostante i tentativi di dissuaderlo, e si comportò da eroe. Nel combattimento, violentissimo, nel corso del quale del morirono almeno trentaquattro militi, il Pontirol Battisti venne colpito da una raffica di mitra mentre in ginocchio stava ricaricando il moschetto. Perì di lì a poco nonostante gli sforzi fatti dai compagni per trarlo in salvo. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Staffetta partigiana, già distintosi per coraggio ed ardimento, si offriva volontario per compiere un’azione particolarmente rischiosa. Colpito a morte da una raffica di mitra, esortava i compagni a non lasciare inoperosa la sua arma, ma rivolgerla ancora contro il nemico. Rifiutava ogni soccorso ed esalava l’ultimo respiro incitando i partigiani della sua formazione a proseguire fino all’estremo nella lotta. Fulgido esempio di coraggio e di amor patrio.
Fonti e Bibl.: Decorati al Valore, 1964, 95; Caduti Resistenza, 1970, 87; Felino. XXX della liberazione, 1975, 17; Per la Val Baganza 6 1984, 103; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 224; M. Morelli, in Gazzetta di Parma 26 giugno 1994, 27.

-Parma 1549
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1530 al 1537.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, La Cappella corale della Steccata in Parma nel sec. XVI, 6; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 14.

Traversetolo 1816-1864
Patriota tenuto in gran conto da Garibaldi e Mazzini. Fu eletto deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del popolo di Parma nel 1859. Non prese parte alle sedute dell’Assemblea. Nel 1860 fu sindaco di Traversetolo. A lui fu dovuta la proposta del consiglio comunale di offrire al governo del re per la guerra del 1859 tutto quanto il comune avrà disponibile per le spese necessarie alla totale indipendenza dell’Italia nostra.
Fonti e Bibl.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 10; Lettere inedite di Mazzini e di Garibaldi ad un patriota parmigiano, in Aurea Parma 3 1915, 52-53; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 873; Gazzetta di Parma 9 settembre 1979, 16.


Madregolo 1733
Fu parroco di Madregolo. Nel maggio del 1733 costruì la sacrestia della monumentale chiesa, come testimonia una lapide marmorea posta proprio all’interno della costruzione da lui eretta.
Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

Parma-4 febbraio 1670
Frate dell’ordine dei Minori Osservanti Riformati, fu eletto Guardiano nei conventi di Borgonovo, Piacenza e Castell’Arquato. L’11 novembre 1646 venne nominato Definitore dal Capitolo provinciale. In occasione dell’apertura del convento di San Pietro d’alcantara, il Pontoli scrisse l’opera Cristo addolorato, overo Sermoni della Passione di N. S. Gesù Cristo; Opera utilissima ad ogni stato di persone per esser adorna di notabili Storie sacre e profane, ricca di varie erudizioni e dottrine divine et humane, e copiosa di spiritosi concetti, e d’utili moralità, del Padre Gioanni Pontoli da Parma, dell’Ordine de’ Minori Osservanti Riformati, con cinque copiosissime Tavole (In Venetia, 1652, per Matteo Leni). Sono trentasei sermoni dedicati a Margherita de’ Medici, duchessa di Parma. Precedono un Pietoso Scherzo in rima di Marcellino Giudicariense e un Madrigale di Ermanno Armani.
Fonti e Bibl.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 169; Enciclopedia di parma, 1998, 552.

Sant’Ilario d’Enza 11 gennaio 1897-Parma 4 gennaio 1960
Il Ponzi si trasferì giovanissimo in Parma. Allo scoppio della prima guerra mondiale, animato da un fervido amor patrio, partì volontario con le squadre degli arditi. Il suo sprezzo del pericolo divenne, tra i suoi commilitoni, proverbiale. Promosso al grado di Sergente, si trovò ad affrontare il 16 giugno 1918 una situazione disperata: lo sparuto gruppo di soldati che comandava rimase circondato a Fossalta del Piave da preponderanti forze nemiche, che intimarono loro la resa. Il Ponzi non solo declinò l’offerta del nemico, ma riuscì ad aprirsi un varco tra i nemici portando in salvo i suoi soldati e facendo prigionieri parecchi Austriaci. L’eroica azione gli valse una Medaglia d’Argento al Valor Militare. per le sue imprese gli furono concesse anche una Croce al Merito e altre due medaglie d’argento al valor militare. Ritornato a vestire i panni borghesi, il Ponzi fu per un certo periodo impiegato all’Istituto Mutilati e poi commesso nella cartoleria Bigi. Aprì quindi un negozio in via Melloni e, terminato il secondo conflitto mondiale, installò un negozio di macchine e mobili per ufficio in via Garibaldi 29.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 6 gennaio 1960, 4.

1878-Rio de Janeiro 1949
All’età di 24 anni emigrò negli Stati Uniti, ove, dopo essere passato da un mestiere all’altro con alterna fortuna, gli riuscì una colossale operazione finanziaria. Divenuto ricchissimo, la sua popolarità era tanta che la polizia dovette più d’una volta scortare il passaggio della sua automobile per le vie delle città. In seguito, quando venne scoperta una sua illegale speculazione bancaria, il Ponzi fu ridotto sul lastrico e finì per morire nella più squallida miseria in un ospizio.
Fonti e Bibl.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 124.

Sala 1844-Parma 1921
Mentre era studente universitario, troncò gli studi per indossare la camicia rossa dei garibaldini. Fece quale Sergente la campagna del 1866. Seguì poi la corrente di lealismo verso la monarchia e fu uno schietto seguace dell’idea monarchica. Occupò numerose cariche pubbliche e fu per molti anni presidente della Deputazione provinciale di Parma, quando il Consiglio comunale era presieduto dal sindaco Mariotti. Ingegnere molto apprezzato, tracciò le strade comunali di Calestano, Corniglio e Varsi.
Fonti e Bibl.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 127-128; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 125.

Sala 1859
Fece quale volontario la campagna risorgimentale del 1859.
Fonti e Bibl.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 128.

Luzzara 1901-1971
Residente in Parma, fu libero docente di ostetricia, primario dell’Ospedale di Fidenza e bibliofilo.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 468.


Borgo San Donnino 26 ottobre 1908-Fidenza 31 gennaio 1992
Denotò, giovanissimo, spiccata attitudine all’arte ma, per le modeste condizioni economiche della famiglia, dovette ben presto trovare un’occupazione. Continuò però ad applicarsi al disegno cercando sempre di migliorare, fintanto che, al ritorno dal servizio militare, ottenne una borsa di studio del Comune che gli permise di iscriversi all’Istituto d’Arte di Parma, dove ebbe a maestri Paolo Baratta, Guido Marusich e Pietro Berzolla. Licenziatosi nel 1934, si dedicò con sempre maggiore impegno alla pittura, perfezionandosi continuamente e partecipando con successo a varie mostre d’arte nazionali e provinciali. Richiamato alle armi allo scoppio del secondo conflitto mondiale, non smise di dipingere e nel 1942 si aggiudicò il primo premio al Concorso artistico militare indetto dal comando della divisione di fanteria Arezzo. La guerra lo mobilitò in seguito nello scacchiere balcanico (Grecia e Albania). Dopo l’8 settembre 1943 fu rinchiuso in un campo di concentramento tedesco (Wieztendorf) dove rimase sino al termine delle ostilità. Ritornato nel 1945 a Fidenza, sconvolta dai bombardamenti aerei, si allogò con la famiglia, stante la carenza di case di abitazione, in un palazzo diroccato prospiciente il Duomo. La visione di quel paesaggio di muri sbrecciati, di squarci nel terreno martoriato dalle bombe e di travi affioranti dalle macerie, lo spinse a riprendere l’interrotta attività artistica per fissare sulla tela quello spettacolo di desolazione e rovina. Ritrovò poi con la pace dell’animo, scosso dalle peripezie della guerra e dalle dure prove della vita, la vena di un tempo: la sua arte, volta essenzialmente a illustrare le bellezze della natura, continuò a procurargli consensi, tanto che i suoi quadri figurano in collezioni pubbliche e private. Dopo la guerra, il Ponzi insegnò alle scuole medie di salsomaggiore e Fidenza. Membro della commissione diocesana per l’arte sacra, fu insignito nel 1983 del titolo di Commendatore dell’Ordine Pontificio di San Gregorio Magno. Il Ponzi proseguì l’attività artistica fino a un anno prima della morte. Fu sepolto nel cimitero di Fidenza. Il Ponzi fu legato alla sua città da un affetto che si tradusse in mille scorci paesani, in commosse rievocazioni del triste periodo bellico, in quadri densi di tormentato realismo e in apprezzate impressioni sul Duomo. La sua produzione annovera anche figure e panorami ritratti qua e là per il mondo: molte sue opere riproducono figure e paesaggi balcanici, dove il Ponzi trascorse un periodo di guerra, altre si vestono dei colori delle Alpi e dei paesaggi dolomitici, luoghi dove si recava quasi ogni anno. Buon paesaggista, trovò nella natura tanta ricchezza di spunti e tanta abbondanza di luci e di colori, da non sentire il bisogno di ricorrere a ispirazioni. Predilisse la natura morta e si mosse con disinvoltura nel bianco e nero. Nei suoi quadri risalta inoltre una spontanea e schietta vena narrativa. Elegante nel disegno, raffinato negli impasti, festoso nel colore, seppe farsi riconoscere per un insieme di caratteri personali mantenuti sia nei paesaggi, sia nelle nature morte, che non sono semplici esercizi di virtuosismo ma prove di gusto e di fantasia pittorica. All’impressionismo e all’astrattismo, il Ponzi si volse più tardi per una necessità dello spirito, per trovare un lenimento al suo animo ancora tormentato dai ricordi del tempo di guerra. Distruzione, Casa in rovina, La città morta, Lotta di mostri, Battaglia navale, più che riflettere lo sgomento per un’epoca che gli lasciò profonde tracce nell’animo, rivelano l’ansia del Ponzi per un avvenire nel quale una nuova guerra sarebbe apportatrice di ben maggiori distruzioni morali e materiali. Come pittore di figura, il Ponzi lasciò numerosi ritratti, tra i quali sono da rimarcare i propri e quelli della figlia. Ma è soprattutto come paesaggista che si affermò in una vasta produzione, la quale, oltre ai numerosi soggetti fidentini e ai paesaggi dolomitici, annovera tra le molte altre opere le seguenti: Panorama di S. Andrea Bagni (che nel luglio 1953 vinse il primo premio di pittura S. Andrea), Montagne albanesi, Il lago d’Ocrida in Jugoslavia, i castelli di Vigoleno, Bargone e castell’arquato, Nevicata, Paesaggio di San nicomede.
Fonti e Bibl.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 358-361; Gazzetta di Parma 1 febbraio 1992, 23.

Sala 1830-Sala Baganza 1903
Fece la campagna del 1848 contro gli Austriaci, col grado di Sottotenente di fanteria dei cadetti, rimanendo ferito a Volta mantovana. Passò in seguito nell’esercito nazionale e fece la campagna del 1866. Percorse brillantemente tutta la gerarchia militare, raggiungendo il grado di Colonnello nel 1883. Comandò il 68° fanteria e nel 1888 fu collocato a riposo. Nel 1895 fu promosso Maggiore generale nella riserva. Fu per quattro anni sindaco di Sala Baganza (1898-1902).
Fonti e Bibl.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 128; Enciclopedia militare, VI, 1933, 220; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 125; Collecchio e Sala Baganza, 1979, 266.

Sala Baganza 1873 - 1931
Figlio di Ferdinando. Tenente del 22° reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Inviato col proprio plotone a sostenere e a disimpegnare l’artiglieria durante il ripiegamento della colonna, eseguì con slancio il mandato, riuscendo a trattenere l’avversario giunto a breve distanza. Raccolse inoltre diversi feriti, proteggendoli validamente, sebbene fosse fatto segno a ripetuti attacchi (Derna, 24 novembre 1911). Il Ponzi raggiunse poi il grado di Tenente colonnello.
Fonti e Bibl.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

PONZI GIOVANNI , vedi PONZIO GIOVANNI

Collecchio 1828/1846
Fu primo sindaco facente funzioni di podestà del comune di Collecchio tra il 1828 e il 1829. Fu poi consigliere anziano tra il 1838 e il 1846.
Fonti e Bibl.: Malacoda 10 1987, 71.

Sala 1838/1848
Fu consigliere anziano del comune di collecchio nel 1838. Fu consigliere anziano anche del comune di Sala e sergente della Guardia nazionale organizzata nel 1848 in quel comune.
Fonti e Bibl.: P. Bonardi, Sala Baganza ’800-’900; P. Bonardi, Sala Baganza: cronache del passato, Parma, 1979; Malacoda 10 1987, 71.

PONZI NELLO, vedi PONZI STANISLAO

PONZI PIETRO, vedi PONZIO PIETRO

Colorno 1894/1912
Tenente del 6° Reggimento Alpini, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Per il coraggioso contegno tenuto in ripetuti combattimenti portando ordini in terreno esposto al fuoco nemico e coadiuvando efficacemente il comando del battaglione nei vari periodi dell’azione (Derna, 3 marzo 1912; Misurata, 8 luglio 1912).
Fonti e Bibl.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Santa Maria del Piano 22 febbraio 1897-post 1971
Fu scultore e pittore dilettante. Sulle pietre raccolte nei campi, i sass mort, il Ponzi impresse i suoi sentimenti, diede sfogo al suo animo sensibilissimo, trasmise il suo stupore semplice e ingenuo. La sua interiorità e il suo misticismo non si esaurirono nei ricami sulle pietre, ma si manifestarono anche in un modo più immediato e spontaneo sui cartoni e sul legno compensato, dipingendo o scrivendo su larghi fogli di carta grezza gli avvenimenti del mondo e suoi personali: è proprio allora che il Ponzi si rivela poeta oltre che scultore e pittore naïf. Da giovane scolpì delle teste di legno e dei burattini e poi, avvicinandosi maggiormente alla natura, allargò il suo campo d’azione aiutando le pietre a prendere una forma più definita: così uscirono dalle sue mani leoni, mostri preistorici, draghi e personaggi storici. Il Ponzi, modesto e riservato, si trincerò nel suo piccolo mondo paesano. La sua creazione artistica andò crescendo anno per anno coprendo le pareti di casa di fiori, grandi e colorati, di castelli incantati, di figure umane e di figurazioni fantastiche e irreali. A far conoscere per la prima volta il Ponzi al pubblico fu la prima Mostra di pittura Hobby di lesignano Bagni, promossa dalla parrocchia nel 1968. Quindi partecipò alla collettiva Il Mondo del naïf (Correggio, 1969), alla Prima Rassegna Nazionale della Pittura Naive e Fantastica (Parma, 1971), al Premio Ducato di Parma (1971), alla Rassegna Internazionale di Prato (1971, a cui fornì anche il disegno pubblicitario del cartellone), alla Rassegna internazionale Galleria Bucholz (Colonia, 1971).
Fonti e Bibl.: I. Dall’Olio, Lesignano Bagni dalle origini, 1973, 122.

Sala Baganza 1864-1942
Figlio di Ferdinando. Ottenne il grado di Sottotenente di fanteria nel 1885. Fu in Libia nel 1915 come Maggiore del 63° Reggimento Fanteria e nel combattimento di Fonduc Gemel ebbe la medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Per il bel contegno durante il combattimento, specialmente nel ripiegamento della colonna, della quale aveva avuto il comando, dopo che il comandante era rimasto ferito. Dal 1916 al 1918 combatté contro l’Austria: Colonnello nel 1916, comandò il 56° fanteria e a oppacchiasella meritò una medaglia d’argento al valor militare. Colonnello brigadiere comandante la brigata Caltanissetta nel 1917 e Brigadiere generale nel 1918, comandò la brigata Perugia sugli Altipiani, sul Piave e sul Grappa e vi guadagnò la Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Comandò quindi la brigata Spezia in Macedonia e, rimpatriato all’armistizio, la brigata Cuneo e poi la brigata Sicilia. nel 1920, ebbe nel 1923 il grado di Generale di brigata e nel 1926 quello di Generale di divisione. Nel 1930 fu collocato nella riserva. Scrisse una monografia su Bartolomeo Colleoni.
Fonti e Bibl.: Enciclopedia militare, VI, 1933, 220; G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Parma 1631/1661
Sacerdote, fu contralto alla Steccata di Parma, come straordinario, fin dal 14 marzo 1631. Il 13 febbraio 1632 venne eletto tra i salariati. Alla Steccata lo si trova fino al 30 dicembre 1661. Il 14 gennaio 1656 fu nominato maestro di canto dei chierici.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 94.

1838-Parma 9 marzo 1880
Capitano nei Carabinieri Reali, combatté da prode nel 1859 per l’indipendenza italiana e dal 1872 al 1876 il brigantaggio nelle provincie campane.
Fonti e Bibl.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 149.

Parma 10 marzo 1504-Parma 6 gennaio 1599
Figlio di Andrea. Fu grammatico di assai buon nome (Pico). A Parma aprì scuola di umane lettere e Ottavio Farnese lo scelse a precettore del figlio Ranuccio. Il Ponzio fu poi precettore anche del principe Odoardo Farnese, senonchè ebbe la disgrazia di perdere la vista e fu sostituito con Giovanni Pelusio, un calabrese (di Crotone) versato in greco e in latino. Da tale sostituzione nacquero gelosie, invidie, satire e maldicenze, più in danno del Pelusio (che scrisse nel 1579, 1582, 1585 e 1592 diversi libelli infamanti contro il predecessore) che del Ponzio. Il Ponzio trasse conforto alle sue disgrazie dalla poesia e lasciò molti componimenti latini. Del Ponzio sono pervenuti tre epigrammi latini, due dei quali in morte di Margherita d’Austria, madre di Alessandro Farnese e un terzo in morte del duca Ottavio Farnese, tutti stampati da Ernesto Viotti nel 1886. Il Ponzio fu assai stimato dal conte Pomponio Torelli. Salito al governo dello Stato Ranuccio Farnese nel 1593, il Ponzio gli indirizzò un epigramma celebrativo. Il Ponzio fu sepolto nel Duomo di Parma, con iscrizione.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 203-206; Aurea Parma 1 1958, 33, e 3/4 1959, 189; Enciclopedia di parma, 1998, 552.


Parma 25 marzo 1532-Parma 27 dicembre 1596
Figlio di Orlando e di Caterina. La documentazione della sua attività musicale inizia con la nomina a maestro di cappella presso la cattedrale bergamasca di Santa Maria Maggiore, su proposta di Cipriano de Rore (del quale forse il Ponzio fu allievo), il 17 gennaio 1565. L’incarico, che doveva durare nove anni, finì con notevole anticipo il 3 gennaio 1567, per un processo non precisato che lo portò davanti al Magnifico Consiglio della Misericordia. Le difficoltà incontrate dal Ponzio nella sede bergamasca derivarono essenzialmente dallo scarso gradimento da parte degli studenti, ancora molto legati alla più popolare figura del maestro precedessore del Ponzio, Battista Muzio, ma non è da escludere che a complicare ancor più le cose vi siano state faccende di donne (Murray). Si trasferì quindi a Parma per esercitare le funzioni di maestro di cappella alla chiesa della Steccata, fino al maggio 1569. Il Ponzio, dopo essere stato per un certo tempo presso Gerolamo Cornazzano, Cavaliere del Re di Polonia, ebbe poi un nuovo incarico bergamasco, di cinque anni, questa volta in sant’Alessandro in Colonna. Dal 1577 fu al Duomo di Milano, per tornare definitivamente a Parma il 26 settembre 1582, dapprima sempre alla chiesa della Steccata e poi dal 1592 in Cattedrale con un beneficio presso il Consorzio dei vivi e dei morti sollecitato dal cardinale Farnese. In Cattedrale fu sepolto con il seguente epitaffio: Petro Pontio indigenae sacerdoti qvod eivs fama svpertes asserit integerrimo nec non mvsicae facvltatis vt celeberrimis vrbibvs omissis vbi choro praefectvs excellevit edita ab eo testantvr opera peritissimo d. Aloysivs Pontivs hoc honorarvm saxvm triste p.c. Obiti vi kal. ianvar.an. mdcxcvi natus an. lxiv. Nei suoi Diari manoscritti, Smeraldo Smeraldi così scrive: 25 dec. 1596 sono andato a visitare M. Don Pietro Pontio, e vi è anco venuto il Signor Bartolommeo Simonetta Chirurgo, e vi erano molti preti suoi amici, et esso se ne stava con buonissimo e pronto animo al morire: però era quasi senza febre, ma il suo male era il grossissimo catarro, che haveva sul petto, e che gli cadea dalla testa; però havea sani tutti gli suoi sentimenti, e conoscea ciascuno. 27. hoggi è morto il Reverendo M. Don Pietro Pontio Musico eccellentissimo et raro con dolore et danno di tutti gli suoi amici per haver perso un sì raro e perfetto compositore, et l’hanno portato a sepellire in Duomo. La sua attenzione per la produzione contemporanea e il suo conseguente impegno nell’insegnamento, strettamente legato alla sua attività di teorico, sono testimoniati dall’acquisto alla cappella della Steccata, negli anni della sua permanenza, delle edizioni a stampa della migliore musica dell’epoca e dall’esecuzione sotto la sua direzione di mottetti suoi, di O. Lasso, Palestrina, Asola, V. Ruffo, Del Fiore e di messe sue, di Isnardi, P. Vinci e il 2° e 3° libro delle messe di Palestrina. La sua produzione riguarda quasi esclusivamente il repertorio sacro e si inserisce nell’ambito controriformistico. Come teorico ha una posizione interessante e non priva di originalità. Delle sue due opere teoriche, entrambe in forma dialogica, solo la prima, il Ragionamento di musica (1588), contiene, nella prima delle sue quattro parti, delle considerazioni estetiche di ampio respiro sulla musica. Qui, alla domanda su cosa sia la musica, risponde che essa non è altro che una modulatione della voce fatta con ragione e propone, riprendendo per alcuni versi esplicitamente Boezio, una divisione in musica Naturale (divisa in humana e mundana) e Artificiale (plana, figurata, istromentale). Sostiene anche l’esistenza di due tipi di musicisti, uno Specolativo e l’altro Pratico, ma nel secondo trattato, il Dialogo (1595), sostiene che la pratica di Musica è più difficile che la teroria.Il dialogo, formato di tre parti, tratta esclusivamente (come la seconda, terza e quarta parte del precedente) di teorica applicata alla tecnica compositiva e particolarmente del contrappunto, dei modi, della qualità degli intervalli e delle proporzioni pitagoriche, proponendo molti esempi musicali. Il ragionamento risulta un documento di grande utilità per la ricostruzione della prassi compositiva rinascimentale. In tale prospettiva si può vedere nell’opera del Ponzio il primo sforzo compiuto di teorizzazione della Missa parodia, quella cioè ricavata da materiale preesistente, non solo per quanto riguarda il cantus firmus, ma per il complessivo materiale melodico e l’apparato contrappuntistico. Il Dialogo compendia indirizzi teorici già affermati nel tempo, in particolare attraverso l’opera di Zarlino. Uno degli aspetti che viene approfondito con particolare attenzione è quello del rapporto tra la parola e l’invenzione melodica, che è tema cruciale del dibattito cinquecentesco connesso al Concilio di Trento. Il Ponzio, che durante il suo servizio milanese aveva operato nell’ambito della lezione liturgica del cardinale Borromeo (che con il cardinale Bitelli fu la presenza guida nell’ambito della commissione tridentina per le questioni musicali), non può che sostenere l’indirizzo di fondo della nuova linea conciliare, specie per quanto riguarda l’intelligibilità della parola, ma in maniera non privativamente ortodossa quale si può vedere riflessa nelle Messe di Vincenzo Ruffo, composte con arte meravigliosa, conforme al decreto del Concilio di Trento. Lo stile omofonico di Ruffo, dice il Ponzio nel Dialogo, rappresenta la morte della composizione. Vi è quindi nel privilegio assegnato dal Ponzio al ruolo della parola una larga compatibilità con l’articolarsi più vario delle forme musicali e anche qui si può cogliere l’influenza esemplare di Cipriano de Rore, come portato di una tradizione più ampiamente umanistica che non rigorosamente liturgica. Si può scorgere nell’ordine e nella trasparenza della struttura contrappuntistica della musica del Ponzio una luce che sottrae queste pagine alla pura consuetudine del mestiere: quella luce appunto che mediava la grande lezione stilistica di un Gombert e la tensione umanistica di de Rore con i nuovi indirizzi tridentini. Una linea conservativa, dunque, ma non nei termini più restrittivi di marchio controriformistico bensì con il respiro recato dal convivere nel Ponzio del teorico e del compositore insieme. Il Ponzio fu autore delle seguenti composizioni (pubblicate a Venezia): Missarum Liber secundus cum 5 v. (1581), Modulationum cum 5 v. Liber primus (1581), Magnificat liber primus a 4 voci (1584), Missarum cum 4 v. liber primus (1584), Missarum cum 5 v. liber tertius (1585), Modulationum cum 5 v. liber secundus (1588), Psalmum vesperarum totius anni secundum Romanae Ecclesiae usum. Cum 4 v. decantandi (1589), Missarum cum 4 v. liber tertius (1592), Hymni solemniores a 4 voci (1596). Pubblicò inoltre i seguenti scritti teorici: Ragionamento di musica ove si tratta de’ passaggi delle consonantie et dissonantie, buoni et non buoni; et del modo di far Motetti, Messe, Salmi et altre compositioni; et d’alcuni avertimenti per il contrapuntista e compositore et altre cose pertinenti alla musica (Parma, Erasmo Viotto, 1588), Dialogo ove si tratta della thoerica et prattica di musica et anco si mostra la diversità de’ contraponti et canoni (Parma, Erasmo Viotto, 1595).
Fonti e Bibl.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 199-200; La cappella corale della Steccata nel sec. XVI, Parma, 1916; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note d’Archivio, 1931; A. Geddo, Bergamo e la musica, Bergamo, 1958; C. Sartori, in MGG; J. Haar, Zarlino’s Definition of Fugue and Imitation, in JAMS, 1971; J, Armstrong, How to compose a Psalm: Ponzio and Cerone, in Studi Musicali 1978; R. Jackson, in GROVE; Dizionario Ricordi, 1976, 522; C. Gallico, Le capitali della musica, 1985, 53-55; G.P. Minardi, in Gazzetta di Parma 22 luglio 1987, 6; R. Verti, in Dizionario Musicisti UTET, 1988, vi, 77-78; Enciclopedia di Parma, 1998, 552.


Roncocampocanneto 1889-1936
Sacerdote saveriano, laureato in teologia, fu missionario in Cina (1914-1925), procuratore generale dell’Istituto missioni estere (1933-1936) e verseggiatore.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 469.

POR DANIELE, vedi PORRI DANIELE

Parma 24 dicembre 1905-Roma 16 febbraio 1986
Meccanico, giovane socialista dalla primavera del 1923, due mesi dopo passò alla federazione giovanile comunista. L’anno successivo fu nominato segretario della sezione giovanile cittadina di Parma. In tale veste, nell’agosto 1925 partecipò al primo corso della scuola organizzata dal Partito Comunista d’Italia e diretta da Antonio Gramsci alla Capanna Mara, nei pressi di Como (nel 1928 quasi tutti i partecipanti al corso, allievi e insegnanti, si ritrovarono nel 6° braccio del carcere romano Regina Cœli). Nel 1927 venne chiamato da Pietro Secchia a far parte della segreteria interregionale della Federazione giovanile comunista per il Lazio e la Toscana. Nell’ottobre dello stesso anno fu arrestato a Roma, deferito al tribunale speciale e condannato (20 febbraio 1929) a 12 anni e 7 mesi di reclusione. Scontati due anni e un mese di segregazione cellulare a fossombrone e trasferito nella casa penale di ancona, qui diresse una grande agitazione di carcerati per ottenere un migliore trattamento e il diritto dell’acquisto di libri di studio. Tradotto a Volterra per scontarvi quindici mesi di rigore (che divennero poi quindici, consolidando il primato già raggiunto dal Porcari quale detenuto politico italiano maggiormente punito), in quel carcere capeggiò analoghe manifestazioni di protesta. Ammalatosi di tubercolosi in seguito ai disagi e alla denutrizione cui era stato soggetto in carcere, venne inviato al sanatorio giudiziario della Pianosa, dove insieme a Sandro Pertini diresse un’altra agitazione, sempre per il problema dei libri e del trattamento riservato ai detenuti. Scarcerato nel 1937 in seguito ad amnistia, riprese l’attività clandestina. impossibilitato a riprendere la professione causa i postumi della malattia, tentò inutilmente di mettere a profitto la conoscenza delle quattro lingue estere apprese in carcere. Per guadagnarsi da vivere si unì allora a Remo Polizzi, altro noto sovversivo, reduce da una pesante condanna inflitta dal Tribunale speciale. Sposò la sorella dell’amico, Oriele e, grazie all’aiuto del fratello maggiore di costei, Enrico (generosa figura dell’antifascismo, che ebbe tragica fine nel lager di Mauthausen), sempre in società con Remo Polizzi, impiantò una bancarella di libri usati, in via Bodoni, angolo strada Garibaldi, a Parma. Tale commercio, favorendo i contatti, servì anche da copertura per l’attività cospirativa, cui presero parte Bruno Longhi, Umberto Ilariuzzi, Lanfranco Fava, Dante Gorreri, Virginio Barbieri e Giuseppe Isola. La caduta del fascismo vide il Porcari mobilitato in primissima fila nelle manifestazioni contro la guerra e per la rinascita dei partiti democratici. Il 26 luglio 1943 il Porcari, Isola e Fava parlarono, per la prima volta dopo tanti anni, alla folla radunata a Parma in piazza Garibaldi. Il suo ruolo dirigente ebbe conferma in altri momenti decisivi per la ripresa democratica locale. Il Porcari partecipò all’incontro di Villa Braga, tenutosi il 10 settembre 1943 a Mariano, quando vennero gettate le basi della lotta armata contro l’invasore nazista. Presenziò, inoltre, alla nascita del Comitato di Liberazione nazionale per la provincia di Parma, massimo organismo unitario sorto il 15 ottobre 1943 nell’ufficio dell’onorevole Giuseppe Micheli in borgo San Vitale (protagonisti di questa basilare intesa furono Renzo Ildebrando Bocchi e Calzolari per la Democrazia cristiana, Umberto Pagani per il Partito repubblicano italiano, Arturo Scotti per il Partito liberale italiano, Bruno Bianchi per il Partito d’azione, Biagio Riguzzi per la corrente social-riformista, il Porcari e Gorreri a nome del Partito comunista italiano. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione, in Emilia e in Toscana. Il 9 settembre, il Comitato federale del Partito comunista italiano di Parma, d’accordo con la Direzione del partito, lo designò responsabile del Comitato militare per le province di Parma, Reggio Emilia, Piacenza e Cremona. Il mese successivo, con la collaborazione preziosa dei fratelli Cervi, nacque nel Parmense la 12a Brigata Garibaldi che, nel dicembre dello stesso anno, ebbe a Osacca il suo battesimo di fuoco. Arrestato nel marzo del 1944, il Porcari preparò l’evasione in massa dei numerosissimi detenuti politici chiusi nel suo stesso carcere (a Parma aveva sede il Tribunale speciale). L’evasione, che poté realizzarsi subito dopo un bombardamento aereo degli alleati sulla città, consentì a numerosi detenuti politici (tra cui una decina di condannati a morte in attesa di fucilazione) di raggiungere le formazioni partigiane di montagna. Inviato successivamente dal Partito comunista italiano a Siena (dove il segretario della Federazione comunista era stato arrestato), il Porcari concentrò la propria attività soprattutto nell’organizzare squadre di Gruppi di Azione Patriottica., il che permise, alcuni giorni prima della liberazione della città, di arrestare numerosi fascisti che si apprestavano (per ordine di Chiurco) a nascondersi onde trasformarsi in cecchini dopo l’arrivo degli alleati. Inoltre i gappisti occuparono a mano armata il carcere, liberando tempestivamente i detenuti politici che stavano per essere tradotti al Nord. Dopo la Liberazione, superando l’inerzia e lo scetticismo degli altri partiti, a nome della Brigata Spartaco Lavagnini, il Porcari promosse una grande campagna per l’arruolamento di volontari che permise il sorgere e il rafforzarsi dei Gruppi di combattimento, quali il Cremona. Nell’ottobre del 1945 tornò a Parma, dove venne eletto segretario della Federazione comunista. Nel luglio 1948 fu chiamato a Roma per assumere la funzione di vice responsabile della Sezione Lavoro di massa della Direzione del partito. Si impegnò a fondo (vivacemente contrastato da altri compagni qualificati, anche dirigenti sindacali) per ottenere l’autonomia dell’organizzazione sindacale dal partito, contro la teoria dominante della cinghia di trasmissione. Nel gennaio 1951, su richiesta di Giuseppe Di Vittorio, passò alla Confederazione Generale Italian del lavoro per dirigere l’appena costituito Ufficio Quadri e Scuole, che istituì tra l’altro la Scuola sindacale di Ariccia.
Fonti e Bibl.: Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo, IV, 1984, 709-710; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 18 febbraio 1986, 6.


Parma-Parma 2 maggio 1704
Frate cappuccino, fu predicatore, guardiano, teologo e confessore di Gaetano Garimberti, vescovo di Borgo San Donnino. Trovandosi per il proprio ufficio nella città di Asti, dove si venerano le ceneri del martire san Secondo, palesò ai nobili astigiani l’esistenza del paese di San Secondo.Tornato a Parma, scrisse La forza dell’esempio espressa nella vita, e nel Martirio del gran martire d’Asti san Secondo, che fu pubblicato ad Asti.
Fonti e Bibl.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 291; F.da mareto, biblioteca cappuccini, 1951, 171; Cappuccini a Parma, 1961, 23; Enciclopedia di parma, 1998, 552.


-Parma 20 novembre 1885
Medico, fu volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna Parmense. Nel 1858 fu Direttore dell’Ospedale dei Pazzi di Parma, carica che mantenne fino al 1872.
Fonti e Bibl.: Il Presente 20 novembre 1885, n. 316; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 10.

Borgo San Donnino 1455
È ricordato in un atto notarile del 1455 come vasaio. Secondo il Campori, tenne fornace a Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 318; E. Scarabelli-Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 277.

PORCELLI BERTOLINO, vedi PORCELLI BERTOLANO

Borgo San Donnino 1455
È ricordato in un atto notarile del 1455 come vasaio. Secondo il Campori, tenne fornace a Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.: A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 318.

PORI DANIELE, vedi PORRI DANIELE

Parma XIX secolo
Sacerdote, fu dottore in teologia e pubblico precettore.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 470.

Parma ante 1500-Roma 1577
Di famiglia originaria di Milano, viene spesso indicato con il cognome Chiovini. Allievo del Correggio, Vasari ne tratta nella vita di Taddeo Zuccari, chiamandolo Daniello da Parma e riferendo che, come discepolo dello Zuccari, collaborò con lui alla decorazione di una cappella a Vitto, vicino a Sora. Al 16 febbraio 1503 risale il mandato di pagamento degli Anziani del Comune di Parma di 9 lire imperiali al Porri per aver dipinto sedici insegne dei signori Chiamonti e del governatore Antonio Gimello in due porte della città (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, ragioneria, Ordini e Mandati 1500-1514). Il 27 marzo 1545 fu pagato una lira e 9 soldi per aver dipinto lettere nel palazzo nuovo del Comune (Pro primo trimestre anni 1545 per aver fatto il carattero delle lettere che vanno sul marmo per la trasportazione del magistrato, il quale dalle camere inferiori del Palazzo del Comune trasportò la sua sede in una sala con camere attigue nuovamente fabbricate nella parte superiore dello stesso palazzo: Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Filza di mandati per l’anno 1545; Ordinazioni Comunali, cc. 65 e 254). Il 12 novembre 1545 fu pagato dal tesoriere del Comune 7 lire e 10 soldi imperiali per aver dipinto 25 aste per la Comunità di Parma per onorare il duca Pier Luigi Farnese (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni Comunali per l’anno 1545, c. 254, e Libro Mastro d’Entrata e Spesa dei Dazii 1545-1550, c. 77; Ordini e Mandati, 1545). Il 28 gennaio e il 15 luglio 1548 fu testimone ad atti notarili. Si sa inoltre che nel 1564 versò un contributo per entrare nell’Accademia di San Luca e che nel 1575 fece parte dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon. Fu sepolto nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma.
Fonti e Bibl.: G. Vasari, Vite, vol. XIII, 107 dell’edizione Le Monnier; R. Borghini, Il Riposo, 1584, 507; G. B. Armenini, De’ veri precetti della pittura, 1587, 261; I. Affò, Vita del Parmigianino, 1784, 97; P.L. Pungileoni, Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio, Parma, 1817-1821, vol. I, 259 e 263, e vol. II, 261; A. Ronchini, Il pittore Daniele da Parma, Parma, 1872; A. Bertolotti, Artisti modenesi in Roma, in Atti e memorie 1882, 57; P. Martini, Il Correggio, 1871, 324; Siret, Dictionnaire, 351; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, cc. 261-262; H. Voss, Die Malerei d. Späteren in Rom und Florenz, Berlino, 1920, 438; Notizie dall’Archivio dell’Accademia di S. Luca e dalla Congregazione dei Virtuosi di Roma; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 359; U. Thieme-F. Becker, vol. XXVII, 1933; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 145; Rosci, Pittori e scultori, 1967, 34; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 184.

Parma prima metà del XVI secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 340.

Parma ante 1510-Roma post 1550
Pittore attivo in Roma nella seconda metà del XVI secolo. Fratello di Daniele, fu forse di origine milanese.
Fonti e Bibl.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 121.


Parma ante 1502-post 1553
Zani registra questo artista, che ritiene attivo dal 1544, sotto i cognomi di Chiovini, Chiavini, Chierini, Chievini e Chivini. Il Porri, figlio di maestro Cristoforo, a sua volta figlio di maestro Giovanni, di famiglia originaria di Milano trasferitasi a Parma negli ultimi decenni del XV secolo, ricevette la cittadinanza parmense e abitò nella vicinia di San Michele in Canale (Archivio di Stato di Parma, Rogito di Gaspare del Prato, 13 luglio 1504). E. Scarabelli-Zunti afferma che Fu buon pittore quadraturista e d’ornati che lavorò sempre di conserva ad opere d’altri pittori. Il Porri lavorò sotto la direzione di Antonio Speciotto, come si deduce dai registri della Confraternita della Concezione: a più a dì 22 di luii a maestro Michele Chiovini di commissione di M. Antonio Spicioti per integro pagamento lire VI: Collaborò pure con i Mazzola. Il 7 dicembre 1502 il Porri ricevette 28 lire imperiali per aver dipinto armi e insegne regie sopra i portoni della piazza (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Libro Ratio dati et recepti dal 1502 al 1514, c. 6 v.). Il 16 febbraio 1503 fu pagato 9 lire imperiali per aver dipinto sedici insegne dei signori Chiamonti e del governatore in due porte della città e in due portoni della piazza (Libro ratio, c. 10). Il 25 e 29 giugno 1506 fu pagato 8 lire imperiali per aver dipinto insegne nel palazzo del governatore (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Registro di spesa della Cattedrale e del Comune 1504-1514, Ordinazioni comunali 1490-1512, c. 261). Il 7 dicembre 1507 gli furono pagate 28 lire per le armi e le insegne regie dipinte sopra le porte Magistri Stratae Claudie (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Registro Spesa della Fabbrica della Cattedrale e del Comune 1504-1514, c. 28). Il 31 dicembre 1507 fu testimone a un atto notarile. Il 16 febbraio 1508 il Comune gli pagò 9 lire imperiali per le insegne dei signori Chiamonti e del governatore (Registro Spesa della fabbrica carta 32 v.). Il 7 agosto 1514 gli vennero pagate 19 lire per le insegne pontificie eseguite sul portone di S. Lucia (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Libro Ratio dati e receptis dal 1502 al 1514, c. 184 e c. 155). Nel 1519 il Porri fu testimone ad atti notarili. Il 28 gennaio 1530 gli vennero pagate 50 lire imperiali per la doratura del pomo del cupolino della torre del Comune, essendo già state pagate per la stessa causa 25 lire al Mazzolo (forse Pier Ilario o Michele Mazzola, con i quali il Porri lavorò; Archivio di Stato di Parma, Archivio comunale, Ordinazioni Comunali). Nel 1537 ricevette il pagamento di due scudi d’oro per aver dipinto armi in occasione dell’ingresso a Parma del papa Paolo III (Archivio capitolare del Duomo, n. 46, cassa 1: nota delle spese fatte per ornar el domo in la venuta del SS.mo S.N. PP. Paulo tertio furono nel 1537 numerati dal massaro della fabbrica Don Francesco Maria da Piceto scudi due d’oro, ovvero Lire 11.1.6 per 28 arme dipincte da Michel de Chivino) e per lo stesso motivo nel 1538 dipinse le armi papali, le armi del cardinale Farnese, della Comunità parmense, del cardinale legato e del duca Pier Luigi Farnese: i pittori impiegati in quest’impresa furono il Porri, Francesco Maria Cornazzano e Leonardo da Monchio. Al 28 marzo 1542 risale il pagamento al Porri per la realizzazione di insegne Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ragioneria dell’anno 1538-1543). Il 29 marzo 1542 il massaro del Comune pagò il Porri per le insegne dei cardinali e della Comunità a 5 soldi l’una (40 insegne in tutto). Venne pagato anche per aver dipinto 46 bastoni per la livrea della Comunità, per 1050 braccia di fimbrie da mettere intorno ad armi e porte, per 4 brevi da mettere intorno alle porte del vescovado e per 12 banzole di pioppo dipinte per il cardinale Gambara Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Libro delle Ordinazioni Comunali dell’anno 1542, p. 85). Il 30 giugno 1544, con Michelangelo Anselmi, il Porri venne eletto dai fabbriceri di Santa Maria della Steccata per eseguire una perizia su quanto dovesse quella Confraternita pagare agli eredi del Parmigianino per la doratura dei rosoni. Il giudizio dei due maestri fu accettato dagli eredi del Mazzola, tra i quali il pittore Gio. Francesco Strabucchi (G. Bertoluzzi, ms. Parma, Biblioteca Palatina). Nel 1545, nell’occasione dell’ingresso del duca Pier Luigi Farnese, il Porri collaborò con altri pittori all’opera di abbellimento della città, dipingendo le facciate delle case che prospettavano sulle strade principali (1545. 14 ottobre Michele de Chiovino pittore per far arme 32; Archivio di Stato di Parma, Archivio comunale, ordinazioni Comunali. Pungileoni riporta le spese fatte dalla Comunità di Parma: armi dipinte da Giovan Maria de’ Varani e Giovanni de Malamadre; banderuole dipinte da Stopacino e maestro Leonardo; pagato i pretto moresco per armi; armi dipinte da Michele Chiovino, Pietro Millantano, da Viadana, Francesco Maria Cornazzano; pagato Leonardo da Monchio per aver dipinto l’insegna del Duca dentro il portone del Malcantone e per altre pitture fatte dentro e fuori al detto portone di commissione dei Signori Anziani della Comunità). Il 26 luglio 1547 il Porri ricevette dal sacerdote Gio. Battista Ariani una donazione di un reddito (ASPR, rogito di Agostino Foxio). Il 6 ottobre 1547 Marc’Antonio Ponzi, massaro dell’arte dei beccai di Parma, ricevette dal Porri 8 lire imperiali per canone di livello dovuto all’arte da certo Francesco de marchesiis, che era padre di Paolo (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Rogito di Antonio Foxio). Con rogito del 10 settembre 1550 del notaio Antonio Foxio (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, filza 19) il Porri donò a Paolo Marchesi, della vicinia di San Michele in Canale, alcuni beni mobili, tra cui un ritratto e tutti i suoi disegni. Il 1° novembre 1552 il Porri pagò il livello solito all’arte dei beccai per conto dei fratelli Marchesi. Nei manoscritti del padre romualdo Baistrocchi si legge che operò quale aiuto di Girolamo Mazzola presso il convento dei monaci di San Giovanni Evangelista, i quali lo pagarono l’anno 1553: a’ 27 ottobre a M° Michel de Chiovino per dorare l’ancona de madonna Baiarda Lire 16 (R. Baistrocchi, Spogli, ms. Parma, Biblioteca Palatina).
Fonti e Bibl.: P. Zani; E. Scarabelli Zunti, vol. III, c. 126 e 383; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 356-358.

Parma-post 1850
Burattinaio attivo in Inghilterra a metà dell’Ottocento. Suo allievo fu il celebre burattinaio inglese Pake.
FONTI E BIBL.: A. Litta Modignani, Dizionario dei burattinai, Bologna, 1985, 110.


Parma 1501
Verseggiatore. Francesco Cereti, suo ottimo amico, gli indirizzò un epigramma, che fu impresso nel 1501, in cui accenna a esitazioni e dubbi del Porta: Fluctuat in medio sic vaga cymba mari et morbos affert curva senecta suos. Ingredere, o mihi me carior ingredere. En tibi subsidunt colles, de rupe Thalia, te vocat: ipse tipi dicit Apollo: veni.
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 3 1958, 179-180.

Camerino 16 febbraio 1905-Parma 10 marzo 1974
In età giovanissima si stabilì a Parma, dove il padre fu docente di zoologia all’Università e dove il Porta, nel 1928, conseguì la laurea in medicina e chirurgia. Intrapresa la carriera universitaria, fu per tre anni assistente di medicina legale e, dopo aver frequentato nei semestri estivi l’Università di Vienna, fu dapprima assistente e poi aiuto nella clinica Otoiatrica di Parma, diretta da Lasagna. Conseguita la libera docenza nel 1935, l’anno successivo fu nominato direttore incaricato nell’Università di Siena, dove operò intensamente lasciando una traccia profonda della sua attività. Nel 1949 ritornò a Parma quale direttore incaricato e, nel 1952, avendo vinto il relativo concorso, fu chiamato quale professore straordinario a ricoprire la direzione della cattedra di otorinolaringoiatria presso la facoltà di Medicina. Tre anni dopo divenne professore ordinario e direttore della clinica Otoiatrica e della scuola di specializzazione. Negli anni in cui diresse la clinica Otoiatrica svolse una intensa attività didattica e scientifica dando alle stampe numerosissime pubblicazioni e creando una scuola dalla quale uscirono valenti otoiatri che si affermarono in campo nazionale. Fu anche presidente della Società italiana di otorinolaringoiatria e patologia cervico-facciale e relatore ufficiale a congressi nazionali e internazionali della specialità. Particolare impulso, in campo chirurgico, il Porta diede alla patologia neo-plastica dei distretti cervico-cefalici. In Italia e all’estero furono ben conosciuti anche i suoi studi sul sistema linfatico dei distretti otorinolaringoiatrici.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1974, 4.

Morbegno 14 settembre 1724-Parma 29 gennaio 1802
Nato da Giovan Battista e Maria Cotta. Studiò nel Collegio dei padri Somaschi di Como. Iniziati in seguito gli studi di medicina, a diciotto anni decise che la strada intrapresa non lo soddisfaceva pienamente e nel 1742 entrò nel convento domenicano di sant’andrea a Faenza, assumendo il nome di giuseppe Eugenio. Dopo un anno prese i voti e si applicò agli studi filosofici e teologici nello Studio generale di Bologna dei frati predicatori. Il 5 giugno 1750 si laureò lettore. Data la sua intelligenza, la sua applicazione e la brillantezza della sua esposizione, a soli ventisei anni diventò insegnante di filosofia a Pavia e poi nel 1753 a Bologna. Intanto cominciò a pubblicare e quindi a farsi conoscere. Nel 1756 si trasferì a Parma e vi rimase fino alla morte. Prima insegnò teologia nello studio domenicano e poi nel nuovo Collegio Lalatta (1759). Qui cominciò a esercitare in maniera particolare il suo insegnamento: nella sua stanza, al di fuori della rigidità scolastica, organizzò accademie filosofico-teologiche con enorme successo, accentuando la sua capacità, non solo di rigore scientifico ma anche e soprattutto di contatto umano, di conoscenza e stimolo agli interessi dell’insegnamento come modo di vita. Nel 1768 venne nominato professore di teologia morale nella rinnovata Regia Università di Parma. Uomo abituato a essere obiettivo con se stesso e con gli altri, fu capace di superare con disinvoltura le proprie avversità: quelle dottrinali lo portarono obbligatoriamente, nel 1787, a cambiare la sua cattedra di Morale in quella di Sacra scrittura. La lettera che Ferdinando di Borbone gli scrisse il 30 agosto di quell’anno testimonia l’amicizia, oltre che la stima, per il Porta, il quale l’aiutò e l’indirizzò nella riconciliazione con la Santa Sede. Ebbe corrispondenza con vescovi della Germania e uomini colti della Francia, fu consigliere dei vescovi Francesco Pettorelli Lalatta e Gregorio Cerati, operò in favore di sovrani (tra i quali, soprattutto, Ferdinando di Borbone, duca di Parma), che bene spesso affidavano alla sua fede, prudenza e integrità affari anche i più rilevanti. Questa stima da lui goduta è confermata anche da altri documenti, in uno dei quali si legge: Godeva di grande autorità presso il principe ma non se ne gonfiò mai, mai se ne abusò a proprio vantaggio, e non pensò che ad aiutare i veri bisognosi. Il sovrano l’amò e lo stimò sempre grandemente. Fu quindi un personaggio, nel piccolo e provinciale mondo di Parma, e di conseguenza nelle relazioni esterne con la civil società, cittadino utilissimo, al quale furono aperte molte porte. Ma questo non cambiò la sua personalità, di uomo schivo, parco e, soprattutto, molto umile. Il frequentare ambienti altolocati, sia per lo studio, sia per le amicizie, non lo distorsero mai dall’attenzione per gli altri, i meno fortunati e le persone che soffrivano. Consigliere infatti di Gaetana Moruzzi, forse la seguì anche nella fondazione sia dell’ospedale di Fiorenzuola sia in quella del monastero delle Domenicane. Il Porta ebbe l’idea di trasformare il piccolo ricovero delle Luigine di Rosa Orzi in un centro stabile di studio, lavoro ed educazione. La specializzazione alla scuola fu il carattere peculiare che il Porta impresse all’Istituto. Ricovero non coercitivo, per togliere alla città il fastidioso disturbo di persone mendicanti, ma promozionale: nella sua stessa abolizione della clausura si legge l’interesse a preparare costruttivamente alla vita di famiglia e di società. Per fare questo occorreva prima di tutto capire i bisogni, l’habitus mentale di queste fanciulle. Perciò il Porta mise una clausola severa e significativa alla sua embrionale scuola magistrale: le future maestre dovevano essere scelte tra coloro che avevano provato direttamente la povertà e quindi erano in grado di capirla e di capirne i bisogni. E’ in questo aiuto che non svilisce, non umilia e non cade dall’alto con caratteristiche principalmente correttive e coercitive, tanto care alle istituzioni contemporanee, che sta la vera novità dell’opera del Porta. Anche qui, come in altre occasioni, la sua presenza fu determinante e discreta: partecipò con denaro e forse addirittura con il cibo che avanzava dalla mensa domenicana. Si adoperò perché il duca Ferdinando di Borbone, nel 1779, riconoscesse l’esistenza legale dell’istituto, convogliò sulle Luigine, che ormai avevano moltiplicato le loro attività, i doni e i lasciti delle persone più in vista della beneficenza parmense, come la marchesa Vidoni Pallavicini, e partecipò sempre alle riunioni della Congregazione di sacerdoti che amministrava l’Istituto, proponendo, discutendo e perorando, ma sempre con molto rispetto per le decisioni che la Congregazione stessa deliberava. Il Porta trovò locali più adatti e confacenti alla vita di comunità, si preoccupò che le nuove scuole di trovassero dislocate nei quartieri di Parma che ne avevano più bisogno, volle che le maestre ritornassero giornalmente al Conservatorio in modo da mantenere i contatti con le consorelle e che la loro vita di lavoro, scolastico e assistenziale, si svolgesse uniformemente e unitariamente. Il Porta trovò per loro anche la possibilità di una sede definitiva nel fabbricato di borgo Valorio (1796).
Fonti e Bibl.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 431-435; A. Mantelli-Riccardo Buttafava, in Gazzetta di Parma 10 febbraio 1981, 3; B. Vignato, Vita del p. Giuseppe Eugenio Porta dei Predicatori, fondatore dell’istituto Maestre Luigine di Parma, Parma, 1943; M. Ollari, in Dizionario Istituti di Perfezione, VII, 1983, 101.

Parma 1831
Laureato. Segretario Generale nella Ferma mista, prese parte ai moti del 1831. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato ma senza requisitoria.
Fonti e Bibl.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 196.

Parma 5 ottobre 1778-Recoaro 1842
Nacque, secondogenito, da Bonaventura (di Cervera in Catalogna, che seguì Filippo di Borbone a Parma una volta che questi fu nominato duca, e che ebbe poi anche la fiducia di Ferdinando di Borbone e del Du Tillot), e da Rosa Ziliani, parmigiana. All’età di sette anni fu avviato al collegio di Correggio. Morti nel 1787 il padre e nel 1791 la madre, fu affidato alla cura dello zio Gaetano Ziliani. Di salute cagionevole, fu tolto di collegio e istruito in casa. Dopo molte ricerche, fu suggerito da Placido Tavini di affidare il Porta, per l’istruzione, all’abate Michele Colombo (1795). Questi si trasferì a Parma nel 1796. l’educazione e l’istruzione del Porta si iniziarono con la preoccupazione di migliorarne le condizioni di salute con i viaggi. Così nel 1797 furono in Toscana, nel 1799 sul lago di Garda, a Milano, a Torino, in Francia e finalmente a Barcellona, dove il Porta vide la terra dei suoi avi, accompagnato da lettere del duca Ferdinando di Borbone e della duchessa Maria Amalia ai sovrani di Spagna. Nel 1800 visitarono l’Italia, la Svizzera, la Francia, la Scozia, l’Olanda, la Danimarca e la Svezia. Durante questi viaggi l’educatore gli fu largo di ammaestramenti e di consigli. Durante la permanenza a Parigi ebbero modo di ascoltare le lezioni di chimica del Fourcroix e del Tenard, di fisica del Charles, del Biot e del Cuvier, di zoologia e di mineralogia del Dalamantrie e del Tondi. Si giovarono pure dei consigli di Scipione Breislak a Milano, del Gismondi a Roma e del Monticelli a Napoli. Frutto di questi studi fu lo svilupparsi nel Porta della passione per la mineralogia. Raccolti minerali durante i viaggi, si formò una cospicua raccolta nella casa di Parma. Fu amico del Canova, che gli concesse di essere ritratto dal pittore Gaspare Landi, per incarico del Porta stesso, in un quadro che andò a ornare la casa del Porta. Formò anche una bella collezione di intagli moderni e antichi. Rientrato in Parma definitivamente nel 1813, fu eletto secondo dei tre deputati (tra questi il conte Stefano Sanvitale) incaricati di rendere omaggio a Napoleone Bonaparte in Parigi, dove il Porta fu insignito della Legion d’Onore. Mutato il governo di Parma, ebbe numerose cariche pubbliche (tra le tante, fu consigliere della direzione degli Ospizi civili). Nel 1817 sposò Elena dei conti Bulgarini di Siena e, morta questa due anni dopo, ne sposò la sorella Sofia.Non ebbe però conforto di figli. Michele Colombo, considerato dal Porta quasi un fratello maggiore, venne chiamato a far parte della sua casa e della sua famiglia. Il Porta stette in ansia durante le malattie e la vecchiaia del venerando maestro (morì a 91 anni d’età il 17 giugno 1838 a Parma) e molto soffrì per la sua morte. Lo volle nella sua tomba gentilizia in Parma, dove è ricordato da una modesta lapide. Durante la vita del precettore, il Porta comprò, con voluta larghezza, la rara biblioteca del Colombo, lasciandogliela sempre in uso, col duplice scopo di giovargli finanziariamente e di non lasciare disperdere così preziosa raccolta. Morì a Recoaro, dove si era recato per cura: la duchessa Maria Luigia d’Austria si interessò affinché la salma fosse trasportata a Parma.
Fonti e Bibl.: G.F. De Castagnola, Memoria intorno al cavaliere Giovanni Bonaventura Porta, Parma, Carmignani, 1843; E. Colombi, in Parma per l’Arte 3 1951, 135-136; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 880.

PORTA GIUSEPPE EUGENIO, vedi PORTA DOMENICO GIUSEPPE

Parma ante 1622-15 giugno 1676
Allievo dell’illustre medico e botanico pompilio Tagliaferri, ne divenne poi il successore alla cattedra di Medicina dell’Università di Parma (chiamato dal duca Odoardo Farnese nel 1639). Fu tra i migliori botanici del tempo, essendo citato, insieme coi migliori, in uno scritto di Benedetto Puccinelli. Il Porta dettò nel 1622 per il Tagliaferri la sonante epigrafe che fu scolpita in marmo a destra dell’entrata del palazzo Cusani, in San Francesco, acquistato dal Comune di Parma per uso della Scuola di Medicina e di Legge. Risulta che nel 1667 il Porta era ancora attivo nell’insegnamento (Drei, p. 240).
Fonti e Bibl.: R. Pico, Appendice, 1642, 205; Aurea Parma 3/4 1933, 114; M. Castelli Zanzucchi, Aspetti di vita scientifica, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1973, 241.

PORTA OBIZZO, vedi DELLA PORTA OBIZZO

PORTA, vedi anche DALLA PORTA e DELLA PORTA

PORTELLI, vedi PORCELLI

Torino-post 1484
Tipografo. Si trasferì prima a Parma, dove stampò De liberis educandis di Plutarco (1472) e i Trionfi del petrarca (1475), e poi a Bologna nel 1472, senza però fermare i suoi torchi in Parma. La prima opera bolognese fu Super secunda parte Digesti veteris (1473), poi seguirono i tre volumi in folio del Repertorium iuris (1475), ai quali posero mano anche Stefano Merlini da Lecco e Giacomo Cevenini, notaio bolognese. I caratteri presentano lettere mal fuse e altre stanche, e il gotico di corpo grosso è irregolare. Nonostante ciò, il Repertorium fu lungamente studiato e discusso, per cui divenne famoso. Il Portilia tornò poi a Parma, ove stampò dal 1478 al 1482 (del 1480 è il Plinio). Per qualche anno il Portilia non pubblicò, forse disturbato dall’arrivo a Parma del tipografo lionese Stefano Corallo.L’Affò ritiene però che diversi volumi di quaesto periodo, i quali non recano il nome dello stampatore, siano da attribuirsi al Portilia. Quindi si trasferì a Reggio Emilia (1484), ove era già stato nel 1480, e poi ancora a Bologna ove godette di grande reputazione.
Fonti e Bibl.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 322-323; P. Trevisani, Storia della stampa, 1953, 90-92; Enciclopedia di Parma, 1998, 554.

Parma 1432/1437
Architetto e ingegnere, ricordato in alcuni rogiti notarili: 26 settembre 1432, Iohannes de Portiolo civis parme magister a muro et lignamine eletto dal Vicario del Vescovo a stimare una casa spettante a un Benefizio eretto nella plebana di Corniglio (rogito di Gherardo Mastagi. Archivio Notarile, Parma); 27 maggio 1433, eletto Gio. Porziali con Antonio Frizzoli maestri a muro (rogito di Gherardo Mastagi. Archivio Notarile, Parma); 22 novembre 1435, Giovanni Portioli di Parma e Gabriele de Martini di Piacenza abit.i entrambi in Parma magistri a muro et lignamine eletti a stimare una casa di ragione del Vescovo della Maddalena (rogito di Gherardo Mastagi); 18 gennaio 1436, Maestro Gasperino de Cerba e Giovanni Portioli entrambi maestri da muro e di legname eletti a stimatori di una casa posta in Parma di ragione del beneficiato di S. Matteo in questa città (rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile, parma). Del Portioli si trova memoria nella storia di Parma di Angelo Pezzana in data 2 aprile 1437 (tomo II, pag. 378, annotazione 2).
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62.

PORTIOLO GIOVANNI , vedi PORTIOLI GIOVANNI

PORTOGHESE DISCRETO, vedi BIANCHI PIETRO

PORTOLI ENRICO , vedi PONTOLI ENRICO

PORZIALI o PORZIOLI GIOVANNI, vedi PORTIOLI GIOVANNI

Parma 1444/1503
Silografo e orefice. È citato in un atto notarile del 1444 perché chiamato a comparire dinanzi all’Avogadro della Mercanzia per rimborsare 15 lire imperiali all’orefice Giberto Bajardi che gli aveva fornito dei bottoncini lavorati.
Fonti e Bibl.: Enciclopedia della stampa, 1969, 209.

Parma II/III secolo d.C.
Di condizione incerta, coniunx karissima et dulcissima del veteranus ex praet(orio) Titius Acceptus, morta tenerae aetatis dopo solo quattro anni e due mesi di matrimonio, documentata in epigrafe, ornata con protome femminile entro il timpano triangolare, postale dal marito. Il reperto è attribuibile, per i caratteri paleografici e forse la mancanza del praenomen del coniuge, al II-III secolo d. Cristo. Il nomen Postumius, molto diffuso oltre il Po, piuttosto raro nella regio VIII, appare documentato a Parma in una seconda epigrafe. Tra i più famosi Postumii, operanti nella zona in periodo repubblicano, ancor prima della fondazione romana di Parma, fu L. Postumius Albinus, console nel 234 a. C., vincitore dei Liguri, poi sconfitto dai Galli nella selva Litana. Nel 148 a. C. il console Sp. Postumius Albinus costruì la Via Postumia dopo la vittoria, che si considera definitiva, sui Liguri. Felicitas, cognomen molto diffuso dappertutto e anche in Cisalpina, è presente a Parma in questo solo caso.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 150.

Parma-Pettau ante 42 d.C.
Libero, veter(anus) missi(cius) della legione XI Claudia, morto a ottantacinque anni di età a Pettau, sulla Drava, documentato in epigrafe postagli dai liberti Postumia, Iucunda e Primigenius. La gens Postumia è documentata anche in un’epigrafe parmense. Seneca, forse latinizzazione del celtico Senaca, diffuso nelle province celtiche e in Spagna, è cognomen raro in Cisalpina, documentato per un Parmensis solo in questo caso. Per la menzione della legio XI Claudia senza gli attributi pia fidelis, ricevuti del 42 d. C., l’epigrafe dovrebbe essere attribuita alla prima metà del I sec. d. C.. I veterani missicii, raramente documentati nelle iscrizioni, non sarebbero stati propriamente veterani ma militari congedati in anticipo (ex causa missi) e forse costituenti un corpo di riserva.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 151.

POSTURONI LODOVICO , vedi PUSTIRONI LODOVICO

POTIOL, vedi ILARIUZZI PAOLO

POZZI ALFONSO, vedi DAL POZZO FARNESE ALFONSO

Parma-post 1786
Nel 1782 cantò al Teatro Zagnoni di Bologna nel Giulio Sabino di Giuseppe Sarti. Nella stagione di Fiera del 1786 fu la primadonna al Teatro di Reggio Emilia nella Idalide, sempre del Sarti.
Fonti e Bibl.: Fabbri-Verti, Librettistica bolognese; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

POZZI BELTRANDO o BERNARDO, vedi BORSANO BELTRANDO

POZZI DANIELLO, vedi PORRI DANIELE

Fontanellato 5 ottobre 1894-Parma 1946
La spontanea e genuina attitudine all’uso dei colori si manifestò nel Pozzi sin da fanciullo, ma, trasferendosi da Fontanellato a Parma con la madre, due sorelle e un fratello, dovette imparare un mestiere per aiutare la famiglia. Nel tempo libero attinse dagli acquerelli e dai pastelli i suoi sogni, che estrinsecò con pitture paesaggistiche cariche di accorata poesia. Riuscì a iscriversi all’Accademia di belle arti di Parma nel 1917 (fu allievo di Daniele de Strobel), ma, causa il carattere introverso o forse per sua stessa volontà, non frequentò assiduamente l’ambiente accademico. Rifuggì la mondanità e durante tutta la vita rimase distaccato dal mondo che lo circondava e dai movimenti artistici contemporanei, forse troppo lontani dal suo sentire. Conoscitore profondo della tecnica dell’affresco e padronissimo del mestiere, fu chiamato a collaborare col Casanova per l’esecuzione di alcuni affreschi nella Basilica del Santo a Padova. Nel 1928 si recò a Parigi e in seguito fissò la sua residenza a Milano ove rimase fino al 1940. Ritornato a Parma durante la guerra, morì a 52 anni, nel pieno rigoglio delle forze artistiche e creative. Lasciò una numerosa, seppure discontinua, produzione, con opere sparse in Italia e all’estero. Si dedicò con intensa vena lirica e densa gamma cromatica alla pittura di paesaggio e soprattutto alla natura morta, genere che predilesse e in cui riprese lo stile della cultura francese, da Courbet a Cézanne. Meno felice nel ritratto e nella figura, le grandi tele della chiesa di San Vitale a Parma attestano però una mano vigorosa e una sensibilità non comune, specialmente nella dosatura dei colori. Espose al IV, V e VI Premio Ussi di Firenze del 1924, 1929 e 1934. Alla Galleria d’Arte Moderna di Milano esiste la sua opera Pesche. Il Pozzi considerò il colore come l’elemento primario che permetteva di esprimere le varie sensazioni poetiche dello spirito e concepì il quadro come vibrazione di colori e dopo averla colta cerca di impossessarsi della forma: è come se, con le pennellate, il colore, espandendosi, desse corpo alla forma. L’animo poetico e semplice del Pozzi trovò esempi nella natura per la bellezza e la svariata gamma di colori e anche in maestri quali il Correggio, Raffaello, Tiziano, Leonardo e Tiepolo. Non rinnegò il passato per aderire con la sua pittura al dinamismo della vita moderna: la vitalità, nelle sue opere, è rappresentata dalla sintesi visiva colore-forma che accompagna tutta la sua produzione artistica. Tele rappresentanti rivelazioni di miti e sogni pagani si alternano a ritratti composti ed essenziali, dipinti a pastello e olio. Il tema bucolico-amoroso venne dal Pozzi sviluppato decorando una scala del Palazzo Tanzi. Nelle sue opere La Penitente, S. Cecilia e La Deposizione (nella chiesa di Santa Cristina a Parma) è evidente l’influenza dei classici riguardo al soggetto sacro e il suo modernismo nella funzione decorativa. Dai caratteri somatici dei volti, particolarmente in quello di Maria Maddalena, e nel taglio di capelli e basette anni Venti del personaggio che volge la schiena ai fedeli, si intuisce la data di inizio secolo. Molti dei suoi quadri appartengono a privati. Delle nature morte del Pozzi (l’agenzia di assicurazioni Ina Assitalia allestì a Parma nel 1997 una mostra con creazioni tarde del Pozzi: 1930-1944). La natura morta fu consona al temperamento del Pozzi: la pacatezza del soggetto è affine al suo modo di vivere silenzioso e discreto, i colori e le forme sono carichi di vitalità, di gioia e di pienezza. Iris e margherite (1940) è un inno alla primavera, le tinte sono tenui ma allo stesso tempo vive e luminose, Le peonie (1930), calde e carnose nel vaso azzurro di ceramica, e ancora composizione di funghi, Anatra su vaso con melograno (1932) e Composizioni di frutta (1930-1940): in tutte queste opere si nota una cura dei particolari, un gioco di ombre e penombre che vivifica i soggetti dei quadri, trasparenza dei vasi e lucentezza delle maioliche. Tutto ciò su uno sfondo scuro che fa risaltare gli oggetti in primo piano.
Fonti e Bibl.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 125; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori e incisori italiani moderni, vol. III, Milano, 1973, 2558; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 204; F. De Leonardis, in Gazzetta di Parma 22 aprile 1997, inserto, 4.

1937-Parma 24 marzo 1996
Conseguì la laurea in filosofia all’Università Cattolica di Milano, abbinando all’impegno universitario la professione di maestro elementare a Solignano e poi quella di direttore didattico a Medesano. Proprio in quegli anni cominciò a frequentare l’Istituto di filosofia dell’Università di Parma diretto dal Pesci: nella facoltà di Magistero fu dapprima assistente volontario, per poi salire tutti i gradini della carriera accademica, fino alla cattedra di Logica. Studioso in particolare del pensiero medioevale, appassionato conoscitore di sant’Anselmo d’Aosta, il Pozzi pubblicò numerosi studi, tra cui un importante trattato di logica. scrisse, tra l’altro, una guida alla lettura del calendario astronomico di piazza Garibaldi di Parma. Condirettore, insieme a Marzio Pieri, della rivista Philo-logica, instancabile promotore di seminari e iniziative per gli studenti, il Pozzi fu sempre in prima linea nell’associazionismo cattolico. Fu docente e coordinatore scientifico della Scuola Diocesana di formazione sociale e insegnante di teologia e pedagogia all’Istituto diocesano di scienze religiose. Fu apprezzato collaboratore della gazzetta di Parma, sulle cui pagine approfondì molti temi di valenza sociale. Nel 1975 il Pozzi diventò presidente della Commissione per la tutela della salute e prevenzione alle tossicodipendenze e fondò un comitato scientifico per l’educazione alla salute all’interno dell’Avis. Nei primi anni Ottanta fu tra i fondatori della scuola parmigiana di formazione per attivisti e dirigenti Avis e nel 1990 fu incaricato di dirigere la Scuola regionale di Castrocaro, che coinvolse tutte le province dell’Emilia Romagna. Fautore di vari progetti e iniziative, il Pozzi credette fermamente nell’attività di formazione del volontariato.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 26 maggio 1996, 8.

POZZI FARNESE ALFONSO, vedi DAL POZZO FARNESE ALFONSO

Parma 1655
Da Cremona si trasferì a Parma dove impartì lezioni straordinarie all’Università. Un documento d’archivio informa che professò Diritto Civile nello Studio docte et subtiliter, ex libris Instit. Imp. nell’anno 1655.
Fonti e Bibl.: Mandati 1619-1715; Rizzi, Professori, 1953, 36.

Santa Maria del Piano 24 aprile 1838-Parma 27 settembre 1917
Frate cappuccino, fu predicatore e per molti anni guardiano. Compì a Piacenza la vestizione (5 settembre 1855) e la professione di fede (8 settembre 1856). Fu consacrato sacerdote a Reggio Emilia il 22 dicembre 1860.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 555.

PRADESELLI BARTOLOMEO, vedi PRADESOLI BARTOLOMEO

Reggio Emilia-post 1508
Fu architetto e scultore attivo nel XVI secolo. A Parma eseguì le seguenti opere: rifacimento della facciata della chiesa dei canonici del Santo Sepolcro (1505, rimasta incompiuta), monumento sepolcrale per Marco Colla, nel Duomo (1507). Del 1508 è un contratto con il Comune di Parma per l’erezione di quattro bastioni.
Fonti e Bibl.: Dizionario architettura e urbanistica, V, 1969, 10.

Parma II/III secolo d.C.
Di condizione incerta, fu dedicataria di un’epigrafe, perduta, databile alla piena età imperiale, documentata come reperita nel centro cittadino di Parma, posta alla coniunx da G. Sinuleius Miccalus, col quale era vissuta due anni, otto mesi e ventidue giorni. Praecilia, nomen documentato in Italia e in Occidente, è presente in questo solo caso in Cispadana ed è riscontrabile nella forma Praecellius/a in almeno tre epigrafi della regio X. Severina è cognomen assai diffuso nelle regioni celtiche, documentato, anche se con scarsa frequenza, in tutta la Cisalpina.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 152.

PRAECONIA BEINIGNA, vedi LIVIA BENIGNA


Parma I secolo a. C./I secolo d. C.
Figlio di Publius. Libero, eques Rom<a>nus, insieme alla uxsor et nutrix Livia Benigna, lasciò in eredità ai propri sodales trentacinque iugeri di terreno bonificato, in epigrafe rinvenuta nel centro di Parma, databile alla prima età imperiale. I nomi Praeconius e Ventilius non sono documentati in Cisalpina e Ventilius è assai raro dappertutto. Magnus è cognomen ex virtute, diffuso soprattutto in Italia e nelle regioni celtiche, documentato tuttavia in Aemilia solo in un paio di casi. Da notare che dalla l.10 l’iscrizione procede in forma metrica. Della parte che rimane dell’epigrafe non è possibile ricavare il nome del collegium cui appartennero i sodales: esso ebbe sicuramente scopi funerari.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 153.

Parma 13 dicembre 1899-Parma 11 agosto 1980
Fin da ragazzo trovò il modo di mettere in evidenza le sue innate doti espressive, dedicandosi a modesti ma pur sempre validi spettacoli d’animazione. Le sue prime vere esperienze sul palcoscenico, però, risalgono agli anni 1922-1923, per manifestarsi poi più concretamente nel periodo che va dal 1925 al 1935, presso il Teatrino parrocchiale degli Stimmatini in Via d’Azeglio e ancor più presso quello dei Salesiani in Via A. Saffi, sempre a Parma. nell’angusto locale dell’oratorio di San Benedetto, ogni quindici giorni veniva allestita una nuova commedia per i molti appassionati spettatori. Si trattava, in genere, di riduzioni, per soli uomini, di testi dell’epoca: da drammi come Al caro nido, Ali spezzate e I due sergenti, a pièces brillanti quali L’onorevole Cicini, Le due nobiltà, L’omonimo, Sposo mia cugina e Il capocomico Tromboni (quest’ultima fu interpretata, quale protagonista, per ben 120 volte dal Pramori). Il pubblico, sempre numerosissimo, non mancò mai di applaudirlo e di entusiasmarsi a ogni sua apparizione. Negli anni successivi, il Pramori fu autore di interpretazioni magistrali nel Cardinale Mazzarino, nell’Avaro di Molière, nel Piccolo parigino e ancora in Mister Wou, nel Treno fantasma e nella Sorpresa di mezzanotte. In ogni filone, fosse esso storico o drammatico, umoristico o poliziesco, la sua naturalezza e la sua serietà di esecuzione ebbero modo di conquistare anche l’ascoltatore più pretenzioso. Il Pramori eseguì le imitazioni di Ridolini e di Wanda Osiris nella rivista Girotondo, allestita nel 1948, suo unico ma significativo tentativo nel campo del teatro leggero. Ancor prima di quella data, il Pramori fece parte della Compagnia guidata da Barbaresi e del Complesso del Piccolo Teatro città di Parma, assieme a Lidia Alfonsi. I personaggi che seppe delineare nelle opere La lampada alla finestra di Caprioli, Il piacere dell’onestà di Pirandello (1° Premio a Pesaro come migliore attore caratterista), La stagione delle albicocche di Nicolai e L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, rimangono tra le sue prestazioni più significative. Dopo alcune saltuarie e brevi apparizioni con la Risata dei fratelli Clerici, fu solo dal 1955 circa che il Pramori esplicò la sua attività artistica al completo servizio del teatro dialettale parmigiano. In un primo tempo fu con la Compagnia Luigi casalini-emilia Magnanini e poi con la compagnia Famija Pramzana, assieme a Bruno Lanfranchi. Interpretò con molto successo il Monsignore in I pogjoi in stra mestra, Niceto in Al bagolon dal lustor, Sajeta in La rosada ‘d San Zvan e La guardia Arduini in Al fijol ‘d la serva. Il 12 aprile 1980, a Monticelli, per l’ultima volta calcò le tavole di un palcoscenico recitando la parte di Don Gaitan in A la bersagliera.
Fonti e Bibl.: N. Giampietri, in Al pont ad mez 2 1980, 94-95.

Parma 1203
Fu ingrossatore in Parma nell’anno 1203.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 749.


Parma 1201
Fu ingrossatore in Parma nell’anno 1201-
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 749.

Parma 13 febbraio 1812-Sissa 2 novembre 1892
Compì gli studi nel Seminario di Parma e ricevette gli ordini minori nel 1832, il diaconato il 24 maggio 1834 e il sacerdozio il 20 dicembre 1834. Dopo essere stato coadiutore in alcune parrocchie, fu inviato dal vescovo Janos Tamas Neuschel a Sissa il 10 marzo 1847 per avere vinto il concorso a quella parrocchia il 7 dicembre 1846. Fedele interprete degli insegnamenti evangelici, si schierò dalla parte dei più deboli, degli indifesi, degli emarginati e di tutti quelli, per l’età o le condizioni di salute, ritenuti umanamente inutili. Per essi ideò un ospedale con l’intento di far ritrovare a quegli infelici una seconda famiglia. Con ammirevole accortezza e ferrea tenacia, il Prandocchi, mosso da una potente carica interiore, riuscì a mettere insieme un piccolo patrimonio bastante per dare inizio al suo grande sogno. Il 19 marzo 1879, col rogito del notaio L. Sermani, tradusse in atto pubblico il suo nobile divisamento, dotando il suo paese di un ospedale per ricoverarvi, mantenervi e curarvi gli ammalati poveri. La donazione iniziale del Prandocchi consistette in un podere denominato Conventino, posto sull’angolo formato dalla strada provinciale di Sissa e di Palasone, su cui sorgeva un fabbricato adattabile a ospedale. Detto podere, il Prandocchi lo acquistò dalla Società Anonima per la vendita dei beni demaniali (atto G. Canaglia, 14 agosto 1867), incorrendo tra l’altro nelle previste censure ecclesiastiche per quanti avessero comperato beni già appartenenti alla Chiesa e incamerati dallo Stato. Da tale censura venne assolto, con atto della Sacra Congregazione del Concilio, il 7 luglio 1884, ottenendo dalla Sacra penitenziaria, essendo lo stabile di spettanza dei Padri Conventuali, la facoltà di destinarlo a ospedale. Ad affiancare l’iniziativa del Prandocchi e, in certo senso, a completarne il raggio d’azione, si aggiunsero altre generose e cospicue donazioni: Rosa Cavalli di Casalfoschino nel suo testamento lasciò i suoi beni per il ricovero degli inabili al lavoro e per incrementare l’ospedale stesso e altrettanto fecero altri benemeriti cittadini. L’istituzione arrivò al suo compimento il 15 maggio 1881, con la benedizione solenne da parte del vescovo di Parma Domenico Maria Villa, e di lì a breve tempo (1884) anche il ricovero si aprì per accogliere gli anziani senza famiglia.
Fonti e Bibl.: E. Dall’Olio, in Gazzetta di Parma 2 novembre 1992, 5.


Parma XVI secolo-Parma 1636 c.
Figlio di Andrea. Professò il notariato, e fu Procuratore impiegando particolarmente il suo patrocinio, et ogni opera sua nel difendere cause pie e de’ poveri, non mirando di conseguir altra mercede che quella, che da Dio largo rimuneratore d’ogni bene s’aspetta. Egli era tutto dato allo spirito, e molto inclinato alla pietà (Ranuccio Pico). Il Prati scrisse poesie in latino e in volgare, trattando argomenti sacri e teatrali. conobbe ed ebbe corrispondenza con Angelo Grillo e con Guid’Ubaldo Benamati, nella prima parte delle cui Rime s’incontra un sonetto al Prati con la relativa risposta. Fu autore di rappresentazioni spirituali corredate dai relativi intermedi di tipo semplice improntati alla musica madrigalesca con abbondanza di cori. A detta dell’Affò (tomo V, pp. 16-17) erano come lavoro letterario ridicole, tediose, assurde, mentre la Burgio scrive trattarsi di tragedie a sfondo religioso ricche di spunti e scritte in stile agile e cantabile. Si conoscono: Margherita ravveduta (1612), Maria riacquistata (1614), Egittia pentita (1615), Tito convertito (1617) e Vittoria migliorata (1623).
Fonti e Bibl.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, 1797, 16-17; Aurea Parma 3/4 1959, 198; Balestrieri, 20-21; A. CerutiBurgio, Parma rinascimentale e ducale, Parma, Tecnografica, 1996, 104, 137-151.

Parma 10 giugno 1471-Parma 30 agosto 1542
Studiò giurisprudenza in Pavia sotto il celebre Francesco Corte, come testimoniava un volume di sue Lezioni che si conservava nella biblioteca di casa Rosa e che riportava in fine queste parole: Scripta per me Bartolomeum de Prato ll. Scollarem parmensem sub magnifico et excellentissimo ll. monarcha Domino Francisco Curtio ordinariam in mane in felici papiensi gimnasio legentem, et ad honorem omnipotentis Dei et gloriose ejus matris virginis marie. Anno studii mei primo in vigilia sancti Martini que fuit X. Novembris 1488. Il Prati fu anche discepolo di Carlo Ruino, come si ricava dalla sua sottoscrizione al Consiglio 765 del Ruino, che sta tra quelli del Mandello. Leone Smagliati, nella sua Cronaca (all’anno 1510), assicura come il Prati, Pietro Ruggeri e Girolamo Zunti fossero tre Dottori de’ migliori della Città. Infatti il Prati, che fu Dottore collegiato, trattò molte cause presso il Senato di Milano e di distinse particolarmente nella celebre causa Pallavicino. Il da Erba, suo contemporaneo, lo chiama Giureconsulto incomparabilissimo e in grande stima per tutta l’Italia, e massimo appresso del dottissimo Filippo de’ Decii, et Andrea Alciati famosissimi Dottori, de’ quali fu molto amico, e negli studj compagno. Il Prati fu il primo a fare annotazioni agli Statuti di Parma. Nel 1522 fu Luogotenente di Francesco Guicciardini, Commissario generale e Governatore di Parma. Fu in quello stesso anno deputato dal Comune di Parma a porre la solita approvazione agli Statuti merzadrorum della città, la quale approvazione, autografa, è a carte 48 di quegli Statuti. Fu celebrato con orazione funebre latina da Cristoforo Farasio, ove tra l’altro viene sottolineata la stima che del Prati ebbe l’Alciato: Certe Alciatus ille numquam satis laudatus, quum unus fere omnium hac tempestate eloquentia cum juris scientia conjunxit, tantum viri hujus doctrinae deferre visus est, ut quod ab eo semel fuisset assertum, saepissime ipse non modo non in dubium vocare, sede nec intueri quidem sustinuerit. Il Prati ebbe due mogli, la prima delle quali si chiamò Margherita, l’altra Orsina Stremeri. La salma del Prati fu inumata nel Duomo di Parma, sotto la Confessione, in un mausoleo in marmo, opera egregia del reggiano Prospero Clementi. Sul basamento è la seguente iscrizione: Bartholomaeo Prato ivriscons q. v. ann. lxxi. men.ii. d. xx. ob. ter. cal. sept. ann. sal. mdxlii. filii pientiss. mvltis cvm lach.p.
Fonti e Bibl.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 9-10; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 474-476.

PRATI BERNARDO , vedi DEL PRATO BERNARDO

Parma 8 maggio 1894-Santa Maria di Tolmino 22 ottobre 1915
Nel 1913 si iscrisse al biennio d’ingegneria presso l’Università di Parma. Chiamato alle armi il 1 giugno 1915, frequentò il corso allievi ufficiali di Modena, uscendone il 15 settembre col grado di Sottotenente. Il 25 settembre 1915 partì per il fronte assegnato al 66° Reggimento Fanteria, dislocato a Tolmino. Alle giornate di guerra dell’ottobre svoltesi in quel settore, il Prati partecipò con coraggio e dando prova di valore. Il 22 ottobre 1915, comandato col suo plotone ad aprire un varco nei reticolati nemici e a penetrare nelle trincee avversarie, fu ferito mortalmente prima a una gamba e poi al collo. Alla sua memoria l’Università di Parma conferì il 5 novembre 1917 la laurea ad honorem in ingegneria.
Fonti e Bibl.: Caduti Università parmense, 1920, 92-94.

Granarolo 1892-Parma 24 maggio 1973
Frate minore, fu predicatore per oltre trent’anni nel convento della Santissima Annunciata in Parma.
Fonti e Bibl.: G. Torelli, Ricordo di p. Fedele, un salariato di Cristo, in Gazzetta di Parma 26 maggio 1973, 7; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 420.

PRATI FIORITA, vedi BAJARDI FIORITA

Parma 1535
Fu editore di un opuscolo intitolato Expositio orationis dominicae del frate Antonio da Matelica (esemplari, secondo Edit 16/A, n. 2084; a Carpi, Biblioteca comunale, e Padova, Biblioteca universitaria).Il tipografo potrebbe essere stato Antonio Viotti.Il Prati è ignoto alla Clavis del Borsa.
Fonti e Bibl.: M. Menato, in Dizionario dei tipografi e degli editori italiani, 1997, 456.


Parma 1850
Pittore paesaggista con qualche preziosità ancora settecentesca, espresse il meglio di sè negli esatti scorci rurali, come Mulino di Santo spirito a Parma (Parma, Pinacoteca nazionale).
Fonti e Bibl.: Dizionario enciclopedico pittori e incisori, 1990, IX, 217.

Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del popolo di Parma nell’anno 1859. Non prese parte attiva ai lavori dell’Assemblea.
Fonti e Bibl.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 18.

Parma 1590
Sacerdote, fu suonatore di trombone in Parma nell’anno 1590.
Fonti e Bibl.: Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

PRATI GIROLAMO, vedi anche DEL PRATO GIROLAMO

Parma 1592/1622
Marchese, figlio di Antonio Maria, fu assunto da Ranuccio Farnese con la carica di ciambellano maggiore.Una volta coniugato alla contessa Fiorita Bajardi, lasciò in dote ogni suo avere alla figlia Marianna, andata in sposa al marchese Pier Luigi Dalla Rosa.La casata dei Prati si estinse nel diretto nipote Scipione Marcello, che assunse il doppio cognome.
Fonti e Bibl.: M.C.Testa, in Parma Economica 1 1999.

Parma 1859
Fu deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del popolo di Parma nel 1859. Non prese parte, se non in modo sporadico, ai lavori dell’Assemblea.
Fonti e Bibl.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1942, 18.

PRATI PIER MARIA, vedi DAL PRATO PIER MARIA

PRATO BARTOLOMEO o BARTOLOMMEO, vedi PRATI BARTOLOMEO

PREDA GELTRUDE o GERTRUDE o GIULIAGiulia, vedi PIETRA GIULIA

PREDA GUGLIELMO, vedi CUSINI GUGLIELMO

PREDA MARIA CECILIA, vedi PIETRA GIULIA

PRAYER TERESA, vedi TARTAGNINI TERESA

1736 c.-Soragna 9 gennaio 1803
Fu apprezzato intagliatore, doratore e pittore. A lui si devono la doratura del baldacchino ligneo sovrastante l’altare maggiore nella chiesa di San Giacomo in Soragna (1789), l’esecuzione a intaglio dell’altare per la Compagnia di San Rocco nella chiesa di Diolo (1798) e vari lavori eseguiti nella Rocca di Soragna tra il 1797 e il 1798.
Fonti e Bibl.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 297.

Calestano 1600 o 1601- Modena 10 gennaio 1668
Figlio di Giovanni. Entrato nei Gesuiti nel 1620, compì il noviziato a Novellara. terminato il corso degli studi a Parma, insegnò nel Collegio gesuitico di Cento. Venne quindi destinato a insegnare nelle scuole dei Gesuiti di Piacenza e infine di Modena. Scrisse dieci volumi di Rime, che però sono andati perduti. Testimonia F. S. Quadrio, nella Storia e ragione d’ogni poesia, che ai suoi tempi rimanevano disponibili solo cinque volumi. E’ conservata l’Ode sopra Candia invasa dal Turco, inclusa in una raccolta di F. Testi (Poesie, Curti, Venezia, 1676), amico del Predomini, perché erroneamente attribuitagli. Lo Smeraldi dice che abbandonò del tutto gli studi teologici per le umane lettere, e che in Modena fu Prefetto ancora delle scuole, e attendeva a quell’ufficio con grande applicazione. Si dilettò assai di Belle Lettere, e di poesia, e con frutto, perché ne riuscì eccellente. Il che si è veduto sì per le composizioni da lui fatte, e recitate più volte in scena in varii luoghi, massime l’Eugenio e la Sinforosa in versi italiani, come anche per quelle che dopo morte si sono trovate. Poiché li manoscritti passano le centinaja. Il Predomini compose Eugenio e sinforosa, tragedie in versi, che nelle Memorie de’ padri e fratelli parmigiani del padre Orazio smeraldi si dicono recitate più volte con molto plauso.
Fonti e Bibl.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 161; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 763; E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 127; Letteratura italiana Einaudi, II, 1991, 1449.

PREDONINI GIROLAMO, vedi PREDOMINI GIROLAMO

PRETE MORESCO, vedi MORESCO BARTOLOMEO e MORESCO FRANCESCO

PRETI CLEOFONTE, vedi PRETI CLETOFONTE

Taneto 20 settembre 1842-Parma 28 luglio 1880
Compì gli studi all’Accademia di belle arti di Parma sotto la guida di Francesco Scaramuzza. Appena adolescente si impose per le spiccate attitudini disegnative e ricevette i sussidi necessari, viste le difficoltà economiche della famiglia, a proseguire gli studi. Delle opere giovanili, offerte alla Società di Incoraggiamento, non è rimasta traccia. Si rivelò pittore maturo a soli 23 anni con la sua prima opera nota, La lattante (Parma, Pinacoteca Nazionale), dipinto che suscitò tanta ammirazione da costringere il Preti a più repliche. Si specializzò in soggetti di genere, trattando le sue figure femminili con morbidezze correggesche, e nel 1866 presentò un altro piccolo capolavoro, La toilette (Parma, Pinacoteca Nazionale), opera di controllata conduzione romantica per cui non a caso si è azzardata una sua precisa conoscenza della poetica hayeziana. Una svolta cruciale nel processo stilistico del Preti si ebbe nel 1870. In quell’anno si tennero a Parma il primo Congresso artistico e l’Esposizione d’arti belle. Il Preti aveva già compiuto viaggi di studio, finanziati dall’Accademia, a Venezia e a Napoli, aveva partecipato al Premio triennale di Bologna, aveva eseguito altre opere significative, come La pappa (proprietà del Comune di San Pietro in Cerro), oltre a copie, inviate a Parma dal soggiorno veneziano, su testi di Paris Bordone e Paolo Veronese. all’esposizione che si tenne a Parma nel 1870, in occasione del Congresso artistico, il Preti presentò le due opere La lattante e La toilette e riportò la medaglia d’argento. Alla rassegna parmigiana esposero pittori di gran nome, quali Gerolamo Induno, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega. Furono proprio i macchiaioli a interessare il Preti: la conferma si ebbe l’anno seguente, quando il Preti, dovendo scegliere la città ove recarsi per il perfezionamento nello studio della pittura, decise per Firenze. Dalla Toscana giunsero a Parma alcuni quadri e tra questi il documento più alto della produzione pittorica del Preti, la tela A studio della culla (1871, Parma, Istituto d’Arte Paolo Toschi), esprime un gusto più avanzato e informato delle tendenze macchiaiole nella serena rievocazione di un quieto ambiente borghese. Garbato, ma non all’altezza dei precitati saggi, è il più convenzionale dipinto di genere Goldoni giovinetto legge la sua prima commedia alla governante, del 1873. Robusto è il tardo Autoritratto, con qualche indicazione all’arte lombarda. La sua opera più significativa è La culla (1874, all’Accademia parmense). Del periodo che va dal 1875 al 1880, anno della morte, non si conoscono opere: si può solo presumere che i dipinti del Preti, eseguiti a Firenze, siano stati dispersi per le collezioni toscane tra le opere di ignota attribuzione. Su questo periodo oscuro non vi è segno o documento che consenta di orientare le ricerche. Solo un atto di matrimonio, datato al 21 giugno 1880 (un matrimonio che si presume riparatore), lascia intuire una sofferta e inquieta vicenda personale. Il Preti, pur se legato al vero episodico, fu figura di primo piano nell’ambiente artistico parmense del secondo Ottocento, ma immeritatamente poco studiato.
Fonti e Bibl.: A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 105 e 107-108; G.L. Marini, in Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 224-225; G. Cavazzini, in Gazzetta di Parma 23 settembre 1980, 3; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1998, 5; Enciclopedia di parma, 1998, 556.

Parma 24 marzo 1867-Parma 25 gennaio 1888
Entrò nella Regia Scuola di musica di Parma nel 1876, dove studiò violino, composizione e trombone, diplomandosi nelle prime due materie con lode e secondo premio del Lascito Barbacini nel 1885. Avviato a brillante carriera, decedette per malattia a soli ventun’anni.
Fonti e Bibl.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 67.

Salsomaggiore 1901-Salsomaggiore 1941
Figlio di Ermenegildo, burattinaio, e di Luigia Franchini. Terminato il servizio militare nel 1923, aprì un negozio fotografico in proprio dopo essere stato garzone da Luigi Vaghi. Da quest’ultimo rilevò una galleria in legno, e operò tra l’Hotel Milano e il Teatro Ferrario, a Salsomaggiore. La luce veniva immessa attraverso le tendine che manovrava un garzone, Alfredo Bassi, cognato del Preti e successivamente anch’egli fotografo. Nel 1927 rilevò un negozio a ridosso delle terme Magnani (forse quello del Coen). Ebbe una clientela fatta di nobili, gerarchi fascisti e borghesi. Il Preti fu aiutato dal fratello Mario, addetto allo sviluppo. Nello studio del Preti operò anche Libero Dondi, titolare in seguito di un negozio a Busseto. Il Preti fu anche burattinaio. Assieme ai genitori e ai fratelli Dino, Carlo, Dario, Mario, Maria e Rosina formò la compagnia de I FratelliPreti. La famiglia si costruì tutti i burattini, circa trecento, tutte le scene e tutta l’attrezzatura come tavoli, sedie, cartonaggi, spade, cappelli, fucili e bastoni. Il padre Ermenegildo muoveva Sandrone, Sgorghiguelo e Pulonia. La madre fu ottima intreprete delle parti femminili. Le sorelle Rosa e Maria confezionavano tutti gli abiti. Il Preti lavorò più di tutti in baracca con il padre e la madre, interpretando molto bene la parte di Sandrone. La famiglia lavorò in periodi fissi nella bassa modenese, nel Reggiano e nel Parmense, girando con un carro sul quale caricavano tutto il materiale del teatro e i pochi mobili di casa. Nel 1930 vinsero il secondo premio al Concorso dei Burattini organizzato dal Dopolavoro di Modena rappresentando L’inferno aperto in favore di Sgorghiguelo.
Fonti e Bibl.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 209; A.Litta Modignani, Dizionario dei burattinai, Bologna, 1985, 112.

Vicopò 1878-Parma 1972
Cuoca, nota come Filoma. Nel 1915, con il marito Augusto Cacciamani, capomastro, e i quattro figli, si trasferì a Parma da Vicopò, rilevando una vecchia osteria in borgo XX Marzo. Di eccezionale dinamismo, aiutata dalle figlie Iside, Ida e Violetta, si specializzò in alcuni piatti parmigiani: lasagne, punta al forno e assortimenti di lessi (manzo, pollo, testina di vitello). Negli anni Trenta il locale, caratterizzato da un ambiente elegante, fu frequentato dai professionisti. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, una malattia costrinse la Preti a cedere il ristorante alla famiglia Guasti.
Fonti e Bibl.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 255.

Parma ante 1947-ante 1997
Fu il primo segretario della Famija Pramzana, coinvolto dalla spinta appassionata di Italo Clerici. Dapprima disimpegnò il suo lavoro di segretario presso il locale di Giuseppe Clerici, poi presso Mario De Marchi, che fu il primo presidente del sodalizio. Successivamente (col nuovo impulso e fervore di opere dato da Piero Pioli), il Preti divenne vice presidente, carica che tenne fino alla sua scomparsa. Fu uno dei promotori del 1° Festival della Canzone parmigiana.
Fonti e Bibl.: R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 36.

Salsomaggiore 1900-post 1930
Figlia di Ermenegildo e di Luigia Franchini. Assieme ai genitori e ai fratelli Dino, Carlo, Dario, Fernando, Mario e Rosina formò la compagnia di Burattini I Fratelli Preti. Assieme a Rosina, confezionò tutti gli abiti dei burattini.
Fonti e Bibl.: A.Litta Modignani, Dizionario dei burattinai, Bologna, 1985, 112.


Salsomaggiore 1900-post 1930
Figlio di Ermenegildo e di Luigia Franchini. Assieme ai genitori e ai fratelli Dino, Carlo, Dario, Fernando, Maria e Rosina formò la compagnia di burattini I fratelli Preti.
Fonti e Bibl.: A.Litta Modignani, Dizionario dei burattinai, Bologna, 1985, 112.

PRETI NANDO, vedi PRETI FERDINANDO

Salsomaggiore 1905-post 1930
Figlia di Ermenegildo e di Luigia Franchini. Assieme ai genitori e ai fratelli Dino, Carlo, Dario, Fernando, Mario e Maria formò la compagnia di burattini I fratelli Preti. Assieme a Maria, confezionò tutti gli abiti dei burattini.
Fonti e Bibl.: A.Litta Modignani, Dizionario dei burattinai, Bologna, 1985, 112.

PRETI ROSINA Rosina, vedi PRETI ROSA


Parma 27 aprile 1936-Parma 24 agosto 1987
Molto attiva nell’ambito ecclesiale e civile di Parma, fu negli anni giovanili impegnata nell’Azione Cattolica, per poi approdare alla politica nell’ambito della Democrazia cristiana: una vocazione che caratterizzò soprattutto a partire dai primissimi anni Settanta la sua figura pubblica, accanto all’impegno educativo nella scuola (laureatasi in pedagogia all’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, fu insegnante di storia e filosofia nei licei). Negli anni dal 1970 al 1987 fece parte del Consiglio comunale di Parma, impegnandosi contemporaneamente nel Movimento femminile della Democrazia cristiana, di cui fu delegata provinciale e regionale. Intensa fu la sua produzione pubblicistica, concentrata prevalentemente su tre testate: il settimanale della diocesi di Parma, Vita nuova il settimanale della Democrazia cristiana, La Discussione, e la rivista Progetto Donna, da lei fondata nel 1982 assieme ad altre studiose cattoliche, tra cui Gianna Agostinucci e Maria Dutto. l’impegno della Preti in quest’ultima testata venne, materialmente e idealmente, a sostituire quello nelle altre due: Progetto Donna si rivelò quindi come luogo femminile e autonomo, l’occasione per portare a maturazione, in uno stile per la prima volta scevro di vis polemica, il patrimonio di cultura, di analisi sociale e politica, di passione educativa che altrove si intuiva ma non si esplicava appieno. Progetto Donna, grazie soprattutto alla Preti, diventò così, seppure per breve tempo (la pubblicazione cessò nel 1990) un importante riferimento per le donne che, in Italia, cercavano una via possibile, ma non appiattita sull’esistente, di promozione e di identità nuova.
Fonti e Bibl.: A fronte delle numerose testimonianze orali sulla Preti, che ne ricordano l’impegno sociale, culturale e di dialogo con avversari politici e ideologici, introvabili o difficilmente utilizzabili sono le fonti documentarie che la riguardano (fatta eccezione per quelle pubblicistiche), come materiale del Comune o della Democrazia cristiana provinciale o regionale. Su questo problema, oltre che per un’interpretazione delle fonti pubblicistiche, cfr. la tesi di laurea di R. Torti, Vilma Preti: immagini e messaggi, Università degli studi di Bologna, Facoltà di lettere e filosofia, a.a. 1989-1990, in cui si trova anche l’elenco completo degli articoli pubblicati su Vita Nuova, La Discussione e Progetto Donna; vedi inoltre R. Torti, in Dizionario storico del Movimento cattolico. Aggiornamento, 1997, 418.

Parma 1831
Sindaco di Parma, durante i moti del 1831 appartenne al consesso civico. Definito nei rapporti della polizia uomo tendente al liberalismo, di nessun carattere, ricco, solo e tendente all’usura, fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
Fonti e Bibl.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 195.

Parma II/III secolo d. C.
Probabilmente libera, fu mater miserrima di Geminia Maxima, cui dedicò un’epigrafe, perduta, nella quale si fa menzione anche all’offerta di statua odoramenta per quattromila sesterzi. Il cognomen Prima da numerale, comunissimo, tipicamente romano, non porta ad alcuna considerazione di rilievo. La denominazione tuttavia della figlia e il contenuto dell’epigrafe depongono senza dubbio per un’alta condizione sociale ed economica di questo personaggio.
Fonti e Bibl.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 154.

Parma 1649/1654
Fu cantore della Cattedrale di Parma nella Pasqua del 1649. Fu investito di un beneficio della Cattedrale il 2 agosto 1650, cui rinunciò il 15 maggio 1654.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 113.

PROCIDA, vedi GALLENGA ANTONIO

PROFETIS ANTONIO
Parma prima metà del XVI secolo
Armarolo attivo nella prima metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 349.

PROLEZA PAOLO, vedi BARTOLOMEI PAOLO

Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 162.

Parma 1250/inizi del XIV secolo
Frate domenicano. Fu priore di Sant’Eustorgio di Milano (1250-1251 e 1257-1258). Scrisse un codice (Parigi, Biblioteca Nazionale, Nouv. Acq. Lat. 1242, f. 45-83), attribuito erroneamente in passato al minorita Guglielmo Britone (cf. Stegmüller, Rep. Biblicum, II, n. 2824 ss.). Fu inoltre autore di sermoni sacri. Nel codice membranaceo n. CCCXIXIV della Biblioteca dei Domenicani dei Santi Giovanni e Paolo in Venezia, si trova un sermone del Prosperi. Domenico Maria Bertardelli, nel catalogo della Biblioteca, inserito nella Nuova Raccolta d’Opuscoli scientifici e filosofici (1780) del Calogerà a f. 94 del tomo 35°, così lo registra: Ægidii de Prosperii de Parma, de quo nihil apud Echardum. Hujus est sermo N.° 67. In conversione S. Pauli, Incip. Ubi abundavit delictum. Consuevit dici. Il Prosperi è verosimilmente quello stesso frate Egidio da Parma del quale il Berardelli, nel tomo 33° della Nuova Raccolta (f. 146), dice che fu possessore di un codice contenente l’opera di Guglielmo Britone intitolata Expositio Prologorum S. Hieronymi in libros Sacrae Scripturae.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 149-150; Giordani, Acta Franciscana e tabulariis Bononiensibus deprompta, Quaracchi, 1927, 387-389, n. 780; H. tiraboschi, Vetera Humiliatorum monumenta, II, mediolani, 1767, 238; Analecta franciscana 10 1940, 328, 331; Venezia, Bibl. Marciana, lat. II, 5; Kaeppeli, Scriptores Praedicatorum, I, 1970, 16-17.

PROSPERINO, vedi MARCHI ANTONIO

Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 263.

PROTASIO DA LONDRIGNANO, vedi MISTRALI GIORGIO

Parma 20 aprile 1770-Busseto 26 luglio 1833
Nacque da Davide, servitore, che morì a soli trentatre anni, e Brigida Ferraia, ed ebbe due fratelli e due sorelle. Non si sa nulla sugli studi da lui compiuti in Parma, però è possibile arguire che oltre alla musica compì anche quelli letterari. Usufruì di una sovvenzione del Governo ducale che gli consentì di frequentare a Parma i corsi di studio alla Scuola di musica, dalla quale fu licenziato con ottimi voti. Terminati gli studi, il Provesi venne nominato organista a Scandolara, indi a Soresina, poi a Cremona e infine a Busseto nel 1816. Secondo Ascanio Alessandri, il Provesi esercitò anche a Milano, ad Asola e a Sissa verso il 1799. Nel 1799 fu incarcerato per un furto sacrilego e condannato all’esilio perpetuo a Compiano.Per le mutate condizioni politiche e le preghiere della moglie del Duca, nel 1802 ebbe il permesso di lasciare qual borgo. Nel 1820 venne nominato maestro di cappella della chiesa di San Bartolomeo a Busseto, dove riorganizzò e recò nuova linfa alla locale Società Filarmonica, che si riuniva nella casa di Antonio Barezzi, dalla quale fece eseguire molte sue musiche, tra cui una bella Messa da requiem. Durante il suo lungo soggiorno a Busseto ebbe numerosi allievi, tra i quali, oltre al celeberrimo Giuseppe Verdi, si ricordano la moglie di lui Margherita Barezzi, il Lamberti, organista a Monticelli di Ongina ancora nel 1870, il cieco Donnino Mingardi, organista ed eccellente suonatore di viola, Ottavio Boni e Emanuele Muzio, che in seguito divenne l’unico allievo di Verdi, il quale ricevette dal Provesi i primi rudimenti musicali e il soprannome di Rossetto, dal colore dei suoi capelli. Quando nel giugno del 1832 Verdi andò a Milano per sostenere l’esame di ammissione al Conservatorio, il Provesi lo raccomandò caldamente al vecchio Alessandro Rolla. Tutto fu però inutile perché Verdi venne respinto. Allora il Provesi consigliò a Verdi un buon maestro a Milano: il Lavigna. Il Provesi compose le seguenti opere teatrali (rappresentate a Busseto): La clemenza di Tito, Eurisio e Camilla, Pigmalione, Le nozze campestri e L’ebreo di Livonia (farse), inoltre quattro sinfonie per orchestra e circa 140 pezzi di musica sacra tra cui un Requiem. Il ritratto del Provesi conservato nel Museo di Busseto è forse opera della zio Noè Provesi, che a Parma esercitò, nella vicinia di San Quintino, la calcografia e l’incisione in rame.
Fonti e Bibl.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 326-327; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 367-368; A.  Moroni, in Biblioteca 70 2 1971, 107-112; dizionario Ricordi, 1976, 531; Dizionario musicisti UTET, 1988, VI, 145; Enciclopedia di Parma, 1998, 558.

Parma 18 gennaio 1730-Parma 1810 c.
Incise ritratti (Filippo duca di Parma, Francesco Saverio Bedulli), allegorie, immagini sacre (La Madonna col Bambino e San Rocco, S. Maria de’ Pazzi) e i rami per l’Eneide tradotta da Annibale Caro, edita a Parma nel 1759. Una sua stampa raffigurante la Biforcazione dei fiumi Tidone e Luretta è datata 1773. Un’altra sua stampa (Mater et decor Carmeli) porta ancora la data del 1808.
Fonti e Bibl.: Thieme-Becker, vol. XXVII, 1933,  428; P. Zani, I, 15, 1823; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1751-1800; Pelliccioni, Incisori, 1949, 143; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 250; P. Martini-G. Capacchi, Incisione a Parma, 1969.

Parma prima metà del XVII secolo
Pittore di storia attivo nella prima metà del XVII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 284.

Parma 1819
Falegname. Nel 1819 fornì le sedie di noce per l’arredamento dei palazzi ducali.
Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, 6.8; Il mobile a Parma, 1983, 263.

Parma 20 aprile 1869-Bologna 8 dicembre 1929
Frequentato il liceo di Parma, si iscrisse al corso di ingegneria civile presso il politecnico di Torino, ottenendo la laurea a pieni voti (1893). Conseguì poi il diploma di specializzazione in disegno architettonico frequentandone i primi corsi sperimentali tenuti in quell’Università. Quest’ultimo tipo di studi anticipò, nella forma e nella sostanza, le facoltà di architettura, che soppiantarono, qualche anno dopo, i corsi ormai superati degli istituti di belle arti. Terminati gli studi, il Provinciali ritornò a Parma, ansioso di misurarsi coi colleghi concittadini, che appresero da lui il metodo scientifico di impostare progetti e piani edilizi. Il Provinciali ottenne il primo incarico di rilievo dall’amministrazione ospedaliera di Ramiola (1903), che gli affidò la costruzione dell’omonima casa di cura. La struttura del monoblocco, caratterizzata da corpi sporgenti al centro e ai lati, si sviluppa su una planimetria di esemplare funzionalità, raramente verificabile in quel periodo in costruzioni analoghe. Sopraelevato in seguito di un piano (1914), l’edificio non perdette le caratteristiche originarie, che documentano la concezione architettonica del Provinciali, rivelandone in pari tempo i successivi obiettivi. Poco dopo gli venne affidato il progetto più difficile e insidioso della sua carriera: la costruzione delle cosiddette case Bormioli (1905), in adiacenza al torrione prossimo all’ingresso del Giardino, affacciate da un lato sul torrente Parma e dall’altro su via dei Farnese. Il costruendo edificio, affidato all’entusiasmo ben controllato del Provinciali, doveva sorgere nel rispetto dell’ambiente circostante: fu questo il problema di fondo che tormentò il Provinciali, assillato da mille dubbi, prima di affidare a un foglio di carta una soluzione definitiva. L’idea di innalzare un vasto complesso residenziale sul muraglione del torrente andava considerata non soltanto sotto il profilo architettonico ma soprattutto sotto l’aspetto urbanistico, tenendo conto di tutte le difficoltà che tale scelta implicava. L’edificio, magistralmente realizzato nel rispetto dell’ambiente, del colore, del quadro prospettico della zona (forse la più pittoresca di Parma), fu discusso, criticato o lodato da un’opinione pubblica molto attenta e sensibile ai problemi edilizi della città. Il complesso, che si estende in lunghezza per circa sessanta metri, è caratterizzato da due facciate, concepite come quinte sulla scena del Giardino Pubblico o del torrente. La facciata su quest’ultimo si compone di tre parti strutturalmente e plasticamente dissimili, ma tali da creare una continuità dinamica dell’insieme. Il corpo a lato del torrione, concepito come villetta isolata, ha una raffinata eleganza, con il traforo allungato delle finestre in stretta correlazione con le piombatoie del mastio. Esso si ispira chiaramente alla casa dell’architetto Pietro Fenoglio a Torino (1902). Su via dei Farnese il lungo fabbricato, che ricorda l’impaginazione di palazzo Castiglioni (1903) di Giuseppe Sommaruga, si uniforma a un unico tema strutturale e decorativo, dando l’idea di un blocco continuo scandito dal modulo verticale delle lesene e delle finestre e da quello orizzontale dei balconi. Le une e gli altri sottolineati da ricercate decorazioni floreali o classicheggianti. Incaricato poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale di progettare il municipio di San Pancrazio (1916), quasi in tangenza alla via Emilia, il Provinciali, abbandonando la strutturazione razionale e il gusto di certi motivi decorativi, impostò un progetto in stile, tema obbligato per ogni architetto del tempo per almeno una volta nella carriera. Seguendo la moda, che soprattutto a Parma optò per un Neogotico asfittico e anacronistico, il Provinciali non trovò gli accenti per far uscire la sua opera dall’impersonalità quasi ovunque dominante. Anche lo spazio interno, determinato da una rigida impostazione strutturale, non esce dagli schemi correnti. La pieve di Diolo di Soragna (1914-1917), il municipio di Fornovo (1926), le chiese di Solignano e di Traversetolo (1928-1929), disegnate dal Provinciali, riflettono la mentalità dei committenti e il clima storico in cui gli architetti furono costretti a operare. Ma con tutte le riserve che si possono avanzare sulla validità di questi edifici, bisogna dare atto al Provinciali della corretta impostazione stilistica e dell’accorto impiego dei materiali in relazione alle esigenze contingenti, unici elementi positivi delle opere in questione. Dal virtuosismo plastico suggerito dall’uso del cemento nella goticizzante pieve di Diolo si passa all’eclettismo di gusto medioevale del municipio di fornovo, al disegno pieno di armonia della chiesa romanico-gotica di Traversetolo, dove l’opportuna scelta del mattone faccia a vista è integrata dalla valorizzazione di un antico frammento scultoreo inserito nelle lunetta del portale. Questi lavori, paralizzanti per la fantasia di un costruttore e l’ingegno di un tecnico, non potevano soddisfare le ambizioni del provinciali, ma toccò proprio a lui, architetto razionale, di cimentarsi più volte sull’arido terreno della progettazione in stile. Nel 1918 fu impegnato nel completamento del fronte sud dell’edificio destinato a sede dell’Istituto della Banca Italiana di Sconto, all’angolo di piazzale Battisti e via Cavour, e nel 1922 nel progetto di villa Rossi, in via Emilia est. Di poco fuori Barriera Vittorio Emanuele, la villa sorse con la svettante torretta orientale contenente il corpo scala. L’ingresso a est, su strada privata, è decentrato rispetto al corridoio, su cui si affacciano le stanze del piano terra e immette direttamente alla scala. Anche dell’Orfanatrofio infantile Vittorio Emanuele, progettato nello stesso anno, ma terminato nel 1924, non restano che le cancellate e alcuni pilastri su via rondani. Il complesso era costituito da un corpo a L con ingresso centrale su via rondani, comprendente un edificio a due piani con cavedio, nel quale erano collocati gli uffici, la dispensa e alcune camere, e un corpo rettangolare adibito a salone di ricreazione, al piano terra, e a dormitorio, al primo piano. I fronti liberi si affacciavano all’interno sul giardino e su via Rondani. Al 1923 risalgono casa soncini-Gabbi, progettata insieme a Ennio Mora, Villa Generali, realizzata con la collaborazione di Augusto Guatelli, due case di proprietà Frati, in via al Collegio Maria Luigia e all’angolo tra via Pezzana e borgo Lalatta, casa Devoto e casa Moraschi. Nei disegni di Villa Generali, collocata tra viale Campanini e una strada non identificata, perpendicolare alla via Emilia, compare come progettista la firma dell’architetto Augusto Guatelli: si ritiene, pertanto, che al Provinciali spettasse esclusivamente la supervisione e il progetto strutturale. L’edificio è estremamente interessante soprattutto nell’impiego, comunque contenuto, di elementi decorativi liberty, come la cancellata, o nella distinzione in facciata tra il piano terra, trattato a bugnato, e il primo piano, dove esili fasciature a spigoli arrotondati girano con continuità attorno alle finestre e alla restante superficie lasciata volutamente a mattoni a vista. Sulla facciata di Casa Moraschi, collocata tra borgo Scoffone e la strada nuova al Collegio Maria Luigia, vennero riproposte soluzioni analoghe a Villa Generali. Le fasce a spigoli smussati vengono qui a riquadrare e a evidenziare i corpi laterali e centrale. l’occasione propizia per affermare costruttivamente i suoi principi, senza limitazioni opprimenti, si presentò quando, per la sua riconosciuta esperienza tecnica, venne affiancato all’architetto Ennio Mora nella realizzazione del palazzo della Camera di Commercio (1922-1923), una delle opere pubbliche più valide nell’ambito dell’eclettismo parmense. Di questo edificio il Provinciali curò, oltre all’impostazione strutturale e ai dettagli costruttivi, la vasta rete degli impianti, assumendo la direzione totale dei lavori. Quasi contemporaneamente, con la realizzazione della casa pluripiana Coatz-Mensi (1923), situata all’angolo di viale solferino e viale Martiri della Libertà, il Provinciali ritrovò gli spunti felici dei primi lavori, impostando con intendimenti nuovi, sia formali che distributivi, un progetto di estrema semplicità, totalmente privo di incrostazioni decorative. Questo edificio, che nulla concede alle divagazioni del liberty, salvo un timido accenno nella finestra ovale del vano scala, può essere considerato l’atto di fede modernista del Provinciali, che quando poté rifuggì dalla schiavitù del rigido formulario degli ordini architettonici. Nella ristrutturazione dell’antico palazzo Giordani (1925-1926), il provinciali adottò una pianta a U, col segmento più lungo affacciato su piazza della Steccata, nel quale si apre il portone circolare di accesso. La scala a quattro rampe collega con minimo ingombro i quattro piani dell’edificio, che mantiene all’esterno un perfetto schema simmetrico rispetto all’asse verticale della facciata. Pochi ed essenziali elementi plastici decorativi sottolineano, assieme alle fascie marcapiano, lo sviluppo rettangolare della fronte, traforata da alte finestre intercalate a lunghi pannelli in rilievo, terminanti in basso con ghirlande floreali. La linearità del cornicione dentellato è interrotta al centro da un fastigio con figure umane sorreggenti uno scudo, col monogramma dell’antico proprietario dell’edificio. Il palazzo si armonizzava esemplarmente coll’albergo Croce Bianca, sinistrato durante la guerra e successivamente abbattuto, e con tutti gli altri edifici monumentali che ruotano intorno alla piazza, creando così uno degli ambienti più significativi del centro storico di Parma. Nella carriera del Provinciali molte altre opere si sommano a quelle descritte. Si ricordano, tra le tante, la ristrutturazione interna ed esterna del palazzo della Banca del Monte, villa Benassi, villa Montagna a Giarola, villa Provinciali a Ramiola e, fuori della provincia di Parma, le terme di Collagna, un esempio di architettura ospedaliera di particolare validità per le novità distributive introdotte. Per i suoi meriti il Provinciali ebbe varie cariche, come quella di sindaco della Banca Agraria di Parma (1921-1922), che lo coinvolse nelle fallimentari vicende dell’ente cittadino. Considerata la sua breve attività professionale, durata poco più di un quarto di secolo, è sorprendente la quantità e la qualità delle opere realizzate dal Provinciali. Nel confronto delle sue costruzioni con quelle degli altri architetti di estrazione artistica, non si colgono differenze sostanziali di contenuto ma non sfugge, in quasi tutti i progetti importanti della sua giovinezza e in alcuni della sua maturità, un impegno più rigoroso nella risoluzione dei problemi strutturali e distributivi, sempre svincolato da quei rigidi schematismi tanto cari a quasi tutti i progettisti del primo Novecento. Il Provinciali fu sepolto nel cimitero di Traversetolo.
Fonti e Bibl.: G. Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 69-72; Gli anni del Liberty, 1993, 128.

-Reggio Emilia 30 luglio 1888
Laureato. Nel 1848 fu tra i volontari che da Parma mossero ai campi di Battaglia lombardi. Si distinse, mostrandosi sempre pronto a rischiare la propria vita, per la causa dell’unità italiana.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 8 agosto 1888, n. 212; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417.

-Parma 18 gennaio 1900
Figlio di Luigi. Combatté come volontario nel 1859 nelle file garibaldine.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 20 gennaio 1900, n. 19; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417.

1834-Parma 16 luglio 1884
Fece la campagna risorgimentale del 1859 col grado di capitano. Si batté con valore.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 18 luglio 1884, n. 194; Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 104.

Parma 18 giugno 1871-1945
Studiò violino al Conservatorio di musica di Parma e si dedicò alla viola, che suonò fino in età avanzata. Cominciò la carriera nel 1887, quando lo si trova in un concerto di musica da camera in casa Sanvitale. Suonò spesso in questi organici con Attilio Brugnoli e Romeo Franzoni. Fino al 1940 fece sempre parte dell’orchestra del Teatro Regio di Parma e dell’orchestra delle Terme di Salsomaggiore, dove ricoprì il posto di prima viola. Fu anche in importanti stagioni in Italia e all’estero (Sud America ed Egitto) e suonò diverse volte con Toscanini: faceva parte dell’orchestra di Bologna nello storico concerto mancato in onore di Martucci. Nel 1921-1922 insegnò per un anno viola come supplente al Conservatorio di Parma e fu altresì dirigente del sindacato orchestrali della provincia. Il 27 febbraio 1938 fu uno di quei Carmelitani che prese parte al simposio in casa Toscanini, benché questi fosse controllato dalla polizia politica, per rievocare i tempi della gaia clausura giovanile. Ebbe un fratello, Ettore, anch’egli musicista.
Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1851 c.-1935 c.
Figlia di Enrico, studiò violino al conservatorio di Parma e fece la professione di violinista.
Fonti e Bibl.: V. Bianchi, Le veglie di Bianchi, 1974, 24.

Parma 19 giugno 1825-1910 c.
Figlio di Giuseppe e Maria Luisa Saccani.Secondo il desiderio del padre, avrebbe dovuto diventare fermacista, ma il temperamento esuberante, la passione per la ginnastica, la scherma e il ballo, fecero di lui un ballerino.Studiò con il maestro di ballo di Corte e a diciotto anni venne scritturato per sostenere al Teatro Regio di Parma la parte di primo mimo nel ballo Oreste, scritto e musicato da Antonio Cortesi, parmigiano.Conseguì un vivo successo.Fu attivo in altri teatri: alla Scala a Milano, a Parigi, Vienna, Berlino, Madrid e nel Teatro Imperiale di Mosca.A cinquant’anni tornò a Parma, dove sposò una giovane concittadina.
Fonti e Bibl.: V. Bianchi, Le veglie di Bianchi, 1974, 24.


Parma 1765/1774
Intagliatore di legname già attivo nella prima metà del XVIII secolo. Realizzò negli anni 1765-1774 gli ornati dell’ancona maggiore, la cantoria e i mobili della sagrestia della chiesa  di Santa Brigida in Parma.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 163; Il mobile a Parma, 1983, 260.

Parma 1727/1732
Intagliatore. È ricordato nell’anno 1727 per il saldo del catafalco per il duca Francesco Farnese. Nel 1731 realizzò quattro semibusti di personaggi Farnese per le esequie di Antonio Farnese e nel 1732 la macchina dei fuochi artificiali in Castello per l’entrata di Carlo di Borbone.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. VII, 164; Il mobile a Parma, 1983, 257.


Parma 2 agosto 1774-Parma 3 novembre 1852
Frate cappuccino. Fu predicatore, ospedaliere e guardiano. Compì a Guastalla la vestizione (20 agosto 1791) e la professione di fede (20 agosto 1792). Fu ordinato sacerdote a Borgo San Donnino nell’anno 1797.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 624.


Parma 27 luglio 1915-Parma 26 gennaio 1984
Figlio di Enea. Diplomato in violino al Conservatorio di musica di Parma nel 1938, entrò subito nell’orchestra di Radio Torino, dove rimase fino al 1940, anno in cui fu chiamato alle armi. Nel fronte africano perdette l’uso di tre dita della mano sinistra, proprio quando, al ritorno dal fronte, trovò l’invito di fare parte dell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano. Rifiutò la possibilità riservata agli invalidi di guerra di entrare come insegnante al Conservatorio di musica di Parma e, dopo qualche anno di lavoro impiegatizio, si dette all’insegnamento della musica nelle scuole medie.
Fonti e Bibl.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 28 gennaio 1984.


Parma 27 giugno 1846-Gubbio 21 dicembre 1879
Fu allieva della Regia Scuola di musica di Parma dal 1861 al 1866 con il maestro griffini. Vi conseguì la medaglia d’argento e un premio di trecento lire. Dopo aver preso parte a vari concerti dati nelle sale dal Casino di lettura di Parma, esordì nel 1866 a Milano cantando nella rivista musicale Se sa minga del giovane compositore brasiliano Carlos Gomes con la Compagnia Scalvini. Il debutto lirico (soprano) avvenne l’anno dopo, nella stagione di Quaresima 1867 nella Muta dei Portici di Auber al Teatro Vittorio Emanuele di Torino. La Provinciali continuò nel contempo a studiare a Milano con il maestro Corsi prima e poi con Giovanni Rossi a Parma. Nel carnevale 1868 cantò al Teatro di Orvieto nel Rigoletto e nella Lucrezia Borgia conseguendo un brillante successo. Con pari successo fu subito dopo a Gubbio e a Sassari dove si esibì nel Trovatore e nella Contessa di Amalfi di petrella. Chiamata al Teatro di Urbino, vi conobbe il marchese Polidoro Benvenuti, di Gubbio, che la sposò nel 1869. Si ritirò allora dalle scene.
Fonti e Bibl.: P. Bettòli; Dacci; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 166; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1983, 3.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Architetto civile e scultore (fu allievo del Petitot) attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: Accademia Parmense di Belle Arti, 1979, 68.

Parma 14 marzo 1895-Roma 13 ottobre 1981
Nacque da Ferruccio e da Italia Albertelli. studiò al Liceo classico Romagnosi a Parma e nella prima guerra mondiale combatté sul Piave e sugli altipiani. Conseguita a Parma la laurea in Giurisprudenza nel 1920, esercitò brillantemente nel distretto della Corte d’Appello di Bologna, diplomandosi nel frattempo in paleografia e archivistica. Nel 1932 si laureò a Padova in scienze politiche e commerciali con una tesi che poi divenne la sua prima monografia. Libero docente all’Università di Roma nel 1936, vi tenne corsi liberi fino al 1941, quando gli fu conferito l’incarico di diritto processuale civile alla Facoltà di economia e commercio di Roma, che tenne per ventun anni. iniziò la sua attività forense dapprima da solo e poi con Aurelio Candian, che lo chia-mò, in un momento delicatissimo della sua vita, a collaborare con lui. Alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Parma fu chiamato solo nel febbraio 1959, alla cattedra di diritto processuale civile, provenendo dalla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Catania. Pochi anni, dunque, poté dedicare alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Parma, ma in quel poco tempo, fino al collocamento a riposo con l’anno accademico 1970-1971, fu tutto un fiorire di iniziative propiziate o appoggiate dal Provinciali: dall’approvazione e dall’attuazione del corso universitario di diritto fallimentare alla costituzione dell’istituto di diritto fallimentare, attraverso le cui conferenze riuscì a far convergere sull’Università di Parma studiosi di ogni estrazione culturale e provenienza, tutti tesi a investigare una legge che stava già dimostrando la sua inadeguatezza a cogliere e a sanzionare gli aspetti negativi della realtà economica italiana, dai convegni su Romagnosi e sulla riforma del contenzioso tributario, all’incessante prodigarsi per Il diritto Fallimentare e delle società commerciali, che in quel decennio conobbe forse i suoi momenti più alti, proprio per i contributi e i saggi che il Provinciali vi dedicò, caratterizzati, come tutta la sua opera, dalla più appassionata aderenza alla multiforme realtà quotidiana, in un anelito di giustizia che si alimentò nel Provinciali dell’intuizione della soluzione esatta del problema, spesso scavalcando l’apparato logico. Del Provinciali sono anche da ricordare gli scritti (che era solito firmare con lo pseudonimo Esiodo) che negli anni parmigiani e ancora fino al silenzio osservato a partire dal 1980, partendo da noterelle di costume assunsero spesso la dignità di piccole composizioni letterarie, preziose testimonianze del suo amore per i classici. Tuttavia la sua cura più appassionata, in quei vigorosi anni parmigiani, che costituì senz’alcun dubbio la stagione più intensa del suo operare, fu dedicata all’esame delle sentenze che via via i giudici italiani e stranieri emanavano in materia di diritto fallimentare, alle quali riservò la parte seconda della rivista Il diritto fallimentare e delle società commercia-li, sia sotto forma di note, sia soprattutto mediante incisive osservazioni di riferimento che, apparentemente anodine e anonime, costituiscono invece un prezioso ausilio per la soluzione dei singoli casi concreti. Proprio negli anni parmigiani si sviluppò più intensa la produzione monografica del Provinciali: dalla seconda edizione del Sequestro di azienda, che è del 1959, al volume, per il Trattato di diritto processuale civile di Francesco carnelutti, sulle Impugnazioni in generale (1962), in cui rielaborò i risultati cui era addivenuto quasi vent’anni prima, dai Prolegomeni allo studio del diritto fallimentare alla quarta edizione del Manuale di diritto fallimentare, in due volumi (1962-1964), alla quinta in tre volumi (1970), dalla seconda (1966) alla terza edizione (1970) delle Lezioni di diritto fallimentare, completamente rielaborate rispetto alla prima, fino al volumetto su Fallimento e credito fondiario, pubblicato nel 1971, che è frutto di oltre un decennio di elaborazione critica e speculazione ricostruttiva, per finire con la raccolta di due serie di volumi di autori vari, sempre in tema di diritto fallimentare. Questa dedizione all’insegnamento e alla divulgazione del diritto fallimentare fu affettuosamente ricompensata dalla facoltà giuridica di Parma, al momento del suo collocamento fuori ruolo, con una bella raccolta di Studi in onore e, dopo il pensionamento, con la qualifica di professore onorario. Il Provinciali, che nella facoltà di Giurispridenza dell’Università di Parma si dedicò anche alle istituzioni di diritto privato, alla filosofia del diritto e al diritto industriale, curò contemporaneamente l’attività forense (fu avvocato in Cassazione), sempre svolta a un superiore livello di tecnica e scrupolo, che non andò mai disgiunto da un vigore leonino e spesso da una travolgente passione nel difendere i suoi patrocinati. Nell’ambito forense, il Provinciali si formò sull’esempio di figure della statura di Enrico Redenti, Francesco Carnelutti, Piero calamandrei, Antonio Segni e Salvatore Satta, ed ebbe per colleghi professionisti quali Giovanni Pavarini, Carlo Furno, Eugenio Minoli, gianantonio Micheli, Angiolino Gualandi, Riccardo Camber, Giancarlo Giannozzi e Renato Vecchione.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 470; Gazzetta di Parma 14 ottobre 1981, 4; A. Bonsignori, in Studi Parmensi XXXI 1982, 3-6.

Parma prima metà del XIX secolo
Pittore scenografo, fu attivo nella prima metà del XIX secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 229.

Parma prima metà del XVI secolo
Orefice attivo nella prima metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 351.

PRUM o PRUMER GIOVANNI, vedi BRAUN GIOVANNI

PRUSSIAN, vedi VITALI GUGLIELMO

Parma 1565 c.-Parma 1630
Figlio di Giovanni Battista e di Rosa. Si laureò in legge nell’anno 1587. Fu inviato in Abruzzo dove fu impiegato nell’esercizio di alcuni governi. Ritornato a Parma, non esercitò più la professione di avvocato ma vestì l’abito clericale e in seguito entrò nei cappuccini, assumendo il nome di Giovanni Battista. Morì di peste.
Fonti e Bibl.: R. Pico, Appendice, 1642, 54.

Parma 1374
In data 15 giugno 1374 rogò quale notaio del Sacro Palazzo.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 666.


Parma 1436
Nell’anno 1436 fu sindaco dell’arte della lana a Parma.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 666.

Parma-Parma 1587
Il Puelli ebbe i natali da famiglia parmigiana dedita all’industria e che ebbe anche cariche pubbliche. Nel 1580 dello stesso anno fu deputato sopra la requisizione. Il 21 aprile dello stesso anno il Consiglio del Comune di Parma lo nominò archivista comunale, retribuendolo con 120 lire imperiali annue da pagarsi trimestralmente, e coll’obbligo di osservare quanto il cardinale ordinò in proposito. Durante l’incarico del Puelli fu compilato dal cancelliere del Comune, Alessandro Callegari, un repertorio dell’Archivio.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, 366-678; G. Sitti, Archivio comunale in Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

Parma XV secolo
Dottore in entrambe le leggi, fu consigliere del Marchese di Mantova. Visse nel XV secolo. E’ forse lo stesso che fu ammesso il 26 marzo 1425 tra i mercanti dell’arte della lana di Parma.
Fonti e Bibl.: R. Pico, Appendice, 1642, 28; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 666.

Parma 19 settembre 1553-Piacenza 15 febbraio 1621
Nato da Giovanni Battista e da Rosa. Il 5 dicembre 1577 ottenne il titolo di Cavaliere dell’Ordine di Santo Stefano avendo potuto dimostrare essere antica e chiarissima la nobiltà di sua schiatta, non avere questa mai professata arte vile e meccanica, né mercatura, essere imparentata colle nobili famiglie Galla, Ferrara e Tarascona, lui dilettarsi d’arme ed essere già più volte uscito da prode fuor de’ campi dell’onore. Il Puelli navigò nel 1578 sulle galere a servizio dell’Ordine di Santo Stefano. Nel 1580 si batté in duello con Bachio del Bene: ne restò leggermente ferito, ma ferì a sua volta l’avversario. Per questo fatto fu condannato a quindici giorni di prigionia, della quale chiese remissione al Gran Duca di Toscana. Il Puelli coltivò le buone lettere e meritò di far parte dell’Accademia degli Innominati col nome di Risentito. Il Puelli fu fatto poi Commendatore dell’Ordine di Santo Stefano. Morì a 67 anni d’età e fu sepolto nella chiesa degli Eremitani di San Lazzaro a Piacenza. Secondo l’Affò, lasciò un’opera contro il duello, che verso il 1700 fu fatta stampare dai Teatini sotto altro nome. Del Puelli, il Pico riporta quanto segue: fece le sue caravane e navigatione, mentre delle Galee di Toscana era Ammiraglio il Cavaliere Rossi; avendo dato molti segni del suo valore, e quanto fosse intelligente dell’arte marinaresca, e delle carte di navigare, e d’altri Instromenti pertinenti a tale professione, venne in tal credito, e si rese talmente meritevole, che poteva facilmente sperare di conseguire ogni principale grado dei carichi, e gouerni marittimi, che si sogliono conferire nella detta religione. Ma veduto l’infelice euento di detto Cavaliere Rossi, che altroue si è narrato, e per schiuare l’inuidia de’ molti suoi emoli, che erano sommamente fauoriti, se ne ritornò alla patria, e si dedicò in tutto al servigio de’ Serenissimi suoi Prencipi, mentre regnaua il Duca Rannuccio, il quale lo mandò a Piacenza, creandolo uno de’ Questori della Camera Ducale, e dandogli insieme la cura della Casa di Piacenza, fu poi dal medesimo mandato in Ispagna per compagno dell’Ambasciatore Marchese Cesare Maria Scotti, quindi ritornatosene, il medesimo Duca non lasciaua di adoperarlo in altri negotij, e massime nel comporre le paci, e per questo conto fu mandato a trattare col Duca d’Urbino, affine d’intendere il parere di quel Prencipe tanto intelligente di simili materie circa l’accomodamento d’ alcuni Cavalieri Modonesi de’ Rangoni, con la quale occasione facendo conoscere il valore suo al detto Duca, fu sempre poi da lui stimato, et hauto in molta consideratione, et in tanto benché egli non seruisse effettiuamente alla sua religione, hebbe però a suo tempo la Commenda, che per giustitia gli toccava d’Antichità, et in Piacenza ancora hebbe una pensione sopra una Chiesa del Piacentino, in virtù del priuilegio, che hanno detti Caualieri. Nell’anno 1600 il Puelli fu a Valladolid. Mentre era alla Corte di Spagna, gli morì la moglie Ippolita Biondi, dalla quale ebbe due figli: Ippolito e Ippolita.
Fonti e Bibl.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 666-669; Aurea Parma 2 1958, 113.

PUELLI GIOVAMBATTISTA, vedi PUELLI GIOVANNI BATTISTA

-Parma 1525 c.
Fu quasi certamente figlio di Giacomo, dottore in leggi. Fu tra i consiglieri del Comune di Parma che nel 1494 pubblicarono gli Statuti della città. E’ probabilmente il nobilis et generosus vir che fece testamento il 18 aprile 1525, nominando suo erede universale il figlio Gian Francesco, avuto dalla moglie Costanza Lalatta. Il Puelli fu proprietario di terre in Olmo, Praticello e Celle di Colorno (queste ultime di origine feudale, un tempo proprietà dei da Correggio).
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 666.


Parma-Parma post 1577
Figlio di Gian Francesco. Nell’anno 1564 fu Consultore dell’arte della lana di Parma. Nel 1567 fu delegato assieme al da Erba alla riforma degli Statuti dei merciai. Il Puelli fu tra i più famosi dottori di leggi dei suoi tempi. Fu anche capo e principale dei Deputati al Reggimento e Governo della città di Parma.
Fonti e Bibl.: Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 666.

PUELLO, vedi PUELLI


Parma 1768
Frate minore osservante, fu lettore di Teologia nel 1768.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 753.

Santa Croce di Zibello 22 febbraio 1884 -
Ottenne il brevetto di pilota aviatore civile il 29 gennaio 1913 a Mirafiori di Milano.
Fonti e Bibl.: M. Cobianchi, Pionieri dell’aviazione, 1943, 439.

Pavia 1938-Parma 26 maggio 1997
Il Puglisi si trasferì a Parma dopo la laurea in scienze biologiche. Allievo di luminari come Andrea Buzzati Traversa e Giovanni Magni, seguì quest’ultimo all’istituto di genetica dell’Università di Parma, continuando poi da solo nell’opera di sviluppo della scuola. Nel corso di quegli anni, come ordinario di genetica dei microrganismi, formò parecchi allievi. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, per diversi anni si occupò di inquinamento informazionale, lavorando su un progetto commissionato dal ministero dell’Ambiente e su uno studio per il Comune di Parma relativo all’importanza delle piante come sentinelle verdi per migliorare la qualità dell’aria. Il Puglisi visse gli anni della contestazione (1968) in prima linea, come leader carismatico insieme all’amico fraterno don Antonio Moroni. Nemico delle ipocrisie e dei falsi valori, si batté sempre per una ricerca scientifica attenta ai bisogni della società. Il Puglisi fu amante dei libri, della storia e della poesia. Un suo romanzo, a cui lavorò per anni, intitolato Il tenente lombardo, ambientato durante le guerre d’indipendenza, rimase inedito. Nel 1992 venne insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine dei Templari.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 28 maggio 1997, 7.

Parma 1367/1383
Fu vicario in Trento negli anni 1367, 1368, 1369 e 1370, al tempo del vescovo Alberto.Nei documenti dell’epoca viene citato come segue: Ioannes de Pugnis, de Parma, legum Doctor, Vicarius in temporalibus, et jus pubblice reddens in criminalibus et civilibus causis in civitate et curia Tridentina et de hominibus et personis totius Gastaldiae et Perticae Pergini, videlicet Plebatuum Pergini, Pinedi, Civezzani, Meyani et Albiani.Il Pugni compare anche in alcune carte degli anni 1381 e 1383 ancora come Vicarius in temporalibus Tridenti.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Storia di parma, I, 1837, Appendice, 55.

Parma 14 novembre 1600-Parma 12 dicembre 1659
Redasse un’interessante Cronaca di Parma seicentesca. Il Pugolotti venne battezzato nella parrocchia di Santi Gervaso e Protaso. Ebbe una sorella di lui maggiore di due anni, Ludovica, e un fratello, Genesio, probabilmente più giovane, al quale, nella cronaca, fa talora riferimento. Si sposò una prima volta nel 1625 con Giulia filiola di maestro Pietro Alegri Alesio, daciaro del vino. I quattro figli nati da queste nozze morirono tutti in tenera età. Morta anche la moglie nel 1630, nel più gran furore che avesse il contagio, il Pugolotti pochi mesi dopo si risposò con Antonia bertinelli da Salla, che morì nel 1639. Da questo matrimonio sopravvisse solo la figlia Dalia Maria, nata nel 1636 (altri due figli morirono nella prima infanzia). In terze nozze il Pugolotti sposò Giovanna Butii figlia del maestro Benedone da Reno di Tizzano, nel 1640. La prole (otto figli) nata da questa terza unione ebbe destino migliore quanto a sopravvivenze. nel 1641 nacque Domenico, che più tardi aggiunse alcune note alla cronaca del padre, specie riguardanti nascite, matrimoni e morti della propria famiglia e dei fratelli, in un intreccio di nomi ricorrenti, in cui non è sempre facile raccapezzarsi.Nacquero in seguito Gioseffo, nel 1642, il quale prese i voti sacerdotali nel 1658, Giulia Antonia, nel 1643, Andrea Agostino, nel 1645 (morto nel 1646), Lucia Annunziata (che morì nel 1692, secondo una nota apposta al diario da Domenico), Marta, nel 1648, Francesco Antonio, nel 1651, Giovanni Nicola nel 1653, e Antonio gioacchino, nel 1655. Il Pugolotti rimase vedovo ancora una volta nel 1656. Morì a 59 anni d’età e venne sepolto nella chiesa dell’annunciata di Parma. Si conosce l’attività esercitata dal Pugolotti, sia direttamente dalla cronaca sia attraverso un documento da lui stesso compilato in occasione del censimento della popolazione ordinato nel 1636: “Adì 27 agosto 1636. Io Andrea Pugolotti, bombardiero, nella v(icinia) S(anto) Spirito, d’anni 36.” La milizia dei bombardieri, istituita da Ranuccio Farnese nel 1615, costituì un corpo privilegiato, in virtù della capacità tecnica che i suoi membri dovevano possedere: l’artiglieria, come deterrente militare assoluto, giustificava un esame di ammissione, un giuramento, l’esclusione degli infami, l’obbligo di addestramento, la tenuta e la manutenzione delle armi. Un compito gravoso che trovava compenso in alcuni privilegi, consistenti nel diritto a portare le armi, nell’esenzione da vari carichi comuni e dall’alloggiamento dei soldati, nell’esclusione dalla tortura, salvo per certi delitti gravi, e, per il diritto civile, nell’accesso al testamento militare, nelle facoltà d’istituzione di erede per i figli naturali, di restitutio in integrum nei contratti eccessivamente onerosi, di esclusione dalle rappresaglie e di speciali garanzie nei processi per debito, nonché nell’estensione dei privilegi ai figli maschi, e in gratie particolari alle figlie, in sostanza nella costituzione di dote per le più povere. Vi si aggiungeva la particolare giurisdizione dell’autorità militare, in caso di delitto. Dal contesto della cronaca, può supporsi che la professione militare del pugolotti gli permettesse un’esistenza se non proprio agiata, certo decorosa. Echi e riflessi di un suo coinvolgimento negli avvenimenti bellici sono riscontrabili nella cronaca, anche se non come partecipazione diretta. Riguardano la prima guerra di Castro (sub annos 1640-1642), la seconda (sub 1649) e le operazioni di difesa dei confini con la Lombardia nell’ultima fase della guerra dei Trent’anni (sub 1656-1658), in cui furono impegnate milizie farnesiane. Tuttavia la sua attenzione è rivolta anche ad altri eventi, in uno sforzo globale di percezione di essi. Il Pugolotti fa anche cenno a certe sue misteriose vicende personali: sotto il 9 luglio 1647 riferisce che d’ordine di S.A.S. hanno levato Andrea Pugolotti dalle miserie delle carceri della Rochetta e sotto il 21 marzo 1648 scrive: fui sequestrato in palazo dall’ill. sig. Gubernatore Alberto Labadino et questo perché voleva che gli prestassi 150 ducatoni effettivi d’argiento et disse per voler comprare delli grani per la città et io non li havere, sono stato sequestrato per tutto il dì 29 sudd., con che anco gi ho bisognato dare 50 ducatoni se mi ho voluto liberare. Item, non mi sono mai insognato di essere sopra la bondantia, stando essendo un pover homo. Forse il Pugolotti era più ricco di quanto volesse far credere: vi sono spesso nella cronaca riferimenti a località di pianura (Viarolo, Malandriano) in cui è probabile avesse interessi terrieri ovvero legati alla produzione e al commercio della seta, come inducono a credere le fluttuazioni di prezzo dei filugelli, registrate puntualmente assieme alle quotazioni dei principali prodotti agricoli. Per quanto riguarda i viaggi, vi sono cenni di pellegrinaggi a Loreto, uno dei quali compiuto nell’aprile del 1630: per esser io alla s. Casa di Loreto al momento della nascita della figlia Dalia Giulia morta poco dopo, assieme alla madre, di contagio. La cronaca redatta dal Pugolotti è specchio della sua cultura che, anche in relazione alla media del suo tempo, non pare certamente elevata. Tuttavia è notevole, in lui come in altri cronisti, l’inclinazione ad annotare i fatti secondo un archetipo certo non dotto ma tramandato da generazioni, che traeva origine dall’uso di tenere memorie familiari, come da esempi di contemporanei.Il Pugolotti appare dunque l’iniziatore di una saga familiare, proseguita, per quel che rimane, dai figli Gioseffo e Domenico, più da un terzo discendente anonimo. Questa cronaca appartiene a quel genere di libri segreti o familiari, frutto talora dello sviluppo di libri di conti, ricordanze o memorie domestiche, arricchiti da note di pubblici eventi, magari allo scopo di fissare tempi e luoghi per le necessità dell’attività privata dello scrittore. Il permanere presso autori, in maggioranza di estrazione sociale non elevata, dell’uso di scrivere tali memorie, ne esalta l’autenticità, anche se non la completezza d’informazione. Frutto di cultura popolare, questa tipologia documentale poteva servire come contrapposizione alla cronachistica ufficiale o ufficiosa, posta al servizio del principe, diffusa con la stampa (si pensi ai vari Mercuri o Avvisi), atta a creare l’interesse, pubblico e privato, intorno ai fasti del potere o a introdurre il popolo alle suggestioni degli arcana imperii. La tendenza a scrivere assai spesso era legata alla professione esercitata: l’uso del diario privato o pubblico era diffuso tra personaggi appartenenti alla piccola borghesia, artigiani in particolare, membri delle corporazioni di mestiere o titolari di uffici, e più o meno qualificati interpreti del sociale. Ma non disdegnarono di scrivere anche borghesi di condizione più elevata: si tratta di uomini di legge o chierici, la cui formazione li spinse alla curiosità per i fatti cittadini o di più vasta ampiezza. La raccolta dei dati, propria dei cronisti sincroni, è lo specchio dei pregi e limiti di questi scritti. Da una parte rappresentano un momento di sincerità, garantita dalla loro mancata diffusione: custoditi nell’ambito familiare, non circolano o al massimo vengono letti tra amici, non lasciano trasparire perciò preoccupazioni di propaganda o di denigrazione preconcette, proprie di certa storiografia cortigiana. D’altronde, sarebbe troppo pretendere, al di là dei dati, opinioni personali oppure che l’autore abbia profondi discernimenti politici o economici, oltre il proprio mondo particolare, la propria classe sociale e, in una parola, la propria cultura. Il limite della cronaca a uso privato o al massimo destinata a pochi intimi, se da un lato ne favorisce l’autenticità, dall’altro lo priva del confronto con il pubblico. La sincerità può giungere allora ai limiti dell’ingenuità. Nella descrizione dei fatti narrati, anche il Pugolotti, come altri autori popolari, subisce gli eventi, specie drammatici: la sua versione resta legata a valutazioni immediate e locali, con toni, tutto sommato, modesti (un fatto che accomuna gli scrittori sincroni, che, dalla precarietà delle informazioni raccolte, non sono sempre in grado di valutare il fatto nel giusto rilievo spazio-temporale). Al Pugolotti manca lo spirito critico individuale, mentre si fa interprete di quello pubblico: accetta le valutazioni provenienti dal potere costituito, del tutto fedele a chi esercita l’imperio. Della sua cultura sono segni i richiami alle superstizioni e all’irrazionale, non sempre padroneggia i grandi numeri e nello scrivere (così come è impressionabile) tende a impressionare. ogni sua nota è preceduta dalla data, enfatizzata dal nome del santo del giorno, quasi a voler dare solennità all’evento (ma potrebbe essere un espediente di memoria, suggerito da quell’elementare libro di lettura che era il calendario). A parte però ogni significato, frutto di posteriore esperienza, il Pugolotti, curioso degli eventi, utilizza il proprio libro di famiglia per la genealogia della casa regnante accanto ai nomi dei propri figli, annota ogni spunto di vita, soprattutto locale, che desti la sua privata attenzione più ancora che politica, in cui notizie ecclesiastiche o militari si intrecciano con quelle economiche o metereologiche, in un fluire di notizie che, dati i mezzi a disposizione, avrebbe potuto interessare anche scrittori di ben altra preparazione. Muovono l’interesse del Pugolotti gli arrivi e le partenze dei personaggi eminenti, laici ed ecclesiastici, e degli eserciti, i prezzi dei beni e le valutazioni delle monete, i fatti cruenti privati o pubblici, l’emanazione di provvedimenti (gride) che toccano direttamente i sudditi, specie in materia fiscale. Per quanto concerne l’attendibilità delle notizie fornite dal Pugolotti, a parte le umane, scusabili imperfezioni, non sembra che i vari racconti possano essere tacciati di scarsa credibilità. Riscontri con carte d’archivio o con scritti di altri cronisti (anche provenienti da diversi ambienti), indicano, nella quasi totalità dei casi, una sostanziale aderenza tra fatto e sua divulgazione. Se poi non di tutti i fatti narrati resta traccia e proprio il pugolotti possa essere unico tramite di conoscenza, l’assenza di verificabilità non sminuisce il valore di questi documenti.
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 1/2 1995, 70-78.

PUGOLOTTI LORENZO, vedi PUGOLOTTI LUIGI

Piacenza 1774 c.-Bardi 1860
Figlio di Geltrude. Servì nell’esercito francese dal 1792 al 1815. Appena dopo il conseguimento della laurea in medicina e chirurgia, il pugolotti, nell’estate del 1812, fu inviato in Spagna dove infuriava la rivolta contro l’esercito francese. A Oviedo, centro principale delle asturie, col grado di Tenente medico, gli ven-ne assegnato un ospedale da campo, giovane chirurgo senza esperienza, compì interventi oltremodo difficili e curò numerosissimi feriti guadagnandosi la stima e l’ammirazione di colleghi e superiori. A Oviedo conobbe e sposò Emanuela, dalla quale ebbe una figlia che chiamò Geltrude, come la propria madre. Dopo lo sbarco degli inglesi, accorsi in aiuto della Spagna, il Pugolotti venne fatto prigioniero e internato in Portogallo dove rimase fino al 1816 quando, ottenuta la libertà, con molti disagi riuscì a ritornare a Piacenza, nella casa dei genitori, insieme con la moglie e la figlia. Avendo vinto il concorso per la condotta medica, nel 1817 approdò a Bardi e con tenacia si mise immediatamente al lavoro in un ambiente particolarmente difficile a causa della precarietà dei collegamenti in un territorio molto vasto. ben presto la sua bravura venne riconosciuta: la gente si rivolgeva a lui anche dai comuni limitrofi, specialmente per casi gravi e difficili. Rimasto vedovo con una figlia quattordicenne, nel 1832 gli capitò un caso veramente disperato che riuscì a risolvere anche grazie all’esperienza acquisita in Spagna, come risulta da una relazione (Storia di stravaso sanguigno nella cavità del petto) inviata dal pugolotti a Giacomo Tommasini, professore di clinica medica di Parma e protomedico dello Stato. Accadde che un giovane di Centenaro, nel Piacentino, in seguito a una lite, rimase ferito da arma da taglio nella regione sottoscapolare sinistra. Tenuto per alcuni giorni in osservazione, il paziente fu poi operato dal pugolotti alla presenza del collega Cavagnari, migliorando in poco tempo e giungendo a completa guarigione. L’attività medico-chirurgica del Pugolotti si fece sempre più intensa per l’arrivo di pazienti anche dalle valli del Taro, dell’Arda e del Nure e anche per richieste dalla Francia da parte di emigrati del bardigiano e delle zone limitrofe, desiderosi di farsi curare da colui che era diventato un vero mito. Risposatosi, ebbe quattro figli: Nicola, guglielmina, Ernesto e Luigi junior. Nel 1848 fu volontario nella 1a Colonna Parmense. Tra le molte benemerenze che furono concesse al pugolotti, spiccano la medaglia di Sant’Elena da parte di Napoleone I e la promozione (16 settembre 1850) al grado di Medico-chirurgo onorario di 2a classe delle Reali truppe del ducato di Parma da parte di Carlo di borbone.
Fonti E Bibl.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 11; M. Caffagnini, in Gazzetta di Parma 7 agosto 1989, 3.

PULANI GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIOG

Parma 1267
Fu primo Vicario Generale dei Conventuali Cavalieri Gaudenti in Bologna. E’ ricordato in un documento del 15 novembre 1267.
Fonti E Bibl.: D.M. Federici, Istoria dei cavalieri Gaudenti, venezia, 1787.

PUNTIROL BATTISTI MARCO, vedi PONTIROL BATTISTI MARCO

PUOI CORRADO, vedi POI CORRADO


Sanguigna II/III secolo d.C.
Di condizione libertina, purpurarius, fece costruire sibi et suis un sepolcro con una grande epigrafe ornata con protome virile e la raffigurazione degli strumenti del mestiere, ritrovata a Sanguigna, presso Colorno. Per i caratteri paleografici e le caratteristiche iconografiche, l’epigrafe è databile alla media età imperiale. Il nomen Pupius è documentato alcune volte in Cisalpina ma solo in questo caso nella zona parmense. Per il cognomen Amicus, conosciuto solo in questo caso in Cispadana e raro in Cisalpina, si riscontra la derivazione dal latino, ma anche dal greco, come sembra più probabile in questo caso. L’epigrafe è di grande importanza per la conoscenza dei purpurarii nell’Italia settentrionale.
Fonti e Bibl.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 29; Arrigoni, Parmenses, 1986, 155.

Parma 7 marzo 1694-post 1760
Figlio del dottore di medicina Carlo e di Caterina Bolsi. Il 7 marzo 1716, dopo avere riportato la laurea in giurisprudenza, fu aggregato al Collegio dei Giudici di Parma, del quale fu poi Promotore perpetuo. Nel 1736 fu Podestà a Berceto, feudo dei Tarasconi. Esercitò poi con successo anche l’avvocatura: diverse allegazioni del Pusterla furono stampate. Fu inoltre buon cultore della poesia italiana e latina: un suo poemetto in 32 ottave è tra le Poesie di Autori Parmigiani per la venuta in Parma di D. Carlo (1732). Diverse canzoni e molti suoi sonetti sono inseriti in raccolte del tempo. Il Pusterla fu uno degli otto decurioni legali degli Anziani di Parma.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 156-157.

Parma 1435/1448
Fu celebre condottiero d’armi al servizio del Duca di Milano, Filippo Maria Visconti.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62; A. Pezzana, Storia di Parma, II, 360, 376, 464-465, 614, 618-620.


ante 1360-Parma 1391/1400
Pittore. È ricordato (Petrus pustironus pictor) in un frammento di carta del MCCCLX contenuto nel Registro di Entrata e di spese compilato dal Massaro della Fabbrice del Duomo dall’anno 1410 al 1414 (Archivio Comunale, in Archivio di Stato  di Parma). In altro documento dal titolo Infrascripti sunt debentes dare fratribus domus fabrice maioris ecclesie qui vulgariter fratres de Laborerio nominantur decimas fructum terrarum quas habent et tenent in Paule prope civitatem extra portam sancte cristine. Nomina quorum sunt hec, vi è l’indicazione heredes petri pustoronis vic.a Sancti pauli, bobul. iiij, star. o. Quest’ultima carta fu scritta tra gli anni 1396 e 1401 (a carte CXL del Registro citato).
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62.

PUSTURONE LODOVICO, vedi PUSTIRONI LODOVICO

Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 223.

PUTEO, vedi DAL POZZO o DEL POZZO

PUTEOLANO, vedi DAL POZZO FRANCESCO

Parma 1628/1649
Nel 1628 fu eletto abate della chiesa di San  Sepolcro in Parma. Fu rieletto una seconda volta nel 1644 e infine confermato per un altro triennio nel 1647.
Fonti e Bibl.: V. Soncini, Chiesa S. Sepolcro, 1932, 91.

Parma ante 1768-post 1790
Fu allievo della Scuola de’ Cantanti istituita a Parma nel 1768. Anche se non in prime parti, calcò le scene di diversi teatri. Nel Carnevale del 1772 cantò al Teatro Ducale della città natale nel dramma giocoso Le gare degli amanti di Francesco Fortunati, su libretto di Luigi Salvoni e ne I tre gobbi innamorati di Vincenzo Ciampi. Nel Carnevale del 1774 si esibì al Teatro dell’Accademia dei Remoti di Faenza nei Visionari e nello stesso anno fu a Bologna al Teatro Marsigli Rossi nel Don Anchise di Paisiello e ne L’idolo cinese di Giacomo Rust. Nel 1775 forse fu a Pinerolo, mentre nel Carnevale del 1776 cantò al Teatro Sacchi di Casale Monferrato nelle due opere della stagione, per poi lavorare nel Teatro di Pesaro ne Il geloso in cimento. Nel 1777 fu ancora a Bologna, al Teatro Zagnoni, ne La bizzarria degli umori di Giuseppe Gazzaniga e ne Lo zotico incivilito di Pasquale Anfossi, per essere scritturato poi per l’opera rappresentata alla Fiera di maggio di Ravenna. Nella stagione di Fiera del 1778 fu in Spagna, a Barcellona, dove cantò al Teatre de la Santa Cruz nella Frascatana di Paisiello, mentre nel Carnevale del 1779 fu al Teatro di Cittadella di Bergamo nella Virtuosa alla moda, opera che ripeté, anche se in altro ruolo, nella primavera al Teatro di Lodi. Nella Fiera d’estate dello stesso anno fu al Teatro di Corte di Colorno nell’Ospite incomodo e nelle Due contesse, poi a Parma nel Cavaliere magnifico. Nel 1780 lavorò a Piacenza nella Scuola dei gelosi, mentre nell’estate fu al Teatro di Sant’Agostino di Genova nelle due opere della stagione. Nella primavera del 1783 cantò al Teatro Alli de’ Maccarani di Nizza nel Convito e nelle Gare degli amanti, mentre nel 1790 comparve ancora a Genova nelle Due contesse.
Fonti e Bibl.: Librettistica bolognese; Sartori; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1902-Parma 1 luglio 1923
Figlio di Serafino. Giovane antifascista, avendo saputo di essere ricercato da squadre fasciste, la sera del 30 giugno 1923 si rifugiò in un fienile in via Firenze a Parma, presso la casa numero 34. Durante la notte del 1° luglio, in seguito alla delazione di un abitante del luogo, un gruppo di fascisti in pieno assetto da guerra diede l’assalto al fienile, uccise a colpi di rivoltella il Puzzarini e infierì poi sul cadavere a colpi di pugnale. Il corpo venne quindi messo in un sacco e portato al cimitero della Villetta, ove il custode venne minacciato di morte affinché aprisse il cancello anche senza la necessaria autorizzazione giudiziaria.
Fonti e Bibl.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 232.

Fontanellato 1787-Londra 1 marzo 1876
Lo si presume allievo di L. Belloli, virtuoso di corno a Parma tra il 1790 e il 1812. Studiò musica nel Conservatorio di Fontanellato e presto esordì come concertista.Nella stagione 1810-1811 vi fu a Cremona la novità delle Accademie musicali: il Puzzi aprì la serie con un concerto di corno da caccia in teatro.Accoglienza parimenti festosa ricevette il 7 gennaio 1812 in un concerto al Teatro Imperiale di Parma. Iniziata ben presto una brillante carriera concertistica in varie città europee (dal 1812 al 1815 suonò ripetutamente a Parigi), nel 1817 debuttò a Londra come solista in un Concertante di sua composizione, stabilendosi poi definitivamente nella capitale inglese. Fino al 1827 fu primo corno in varie orchestre londinesi, tra cui quelle della philharmonic Society, dei Concerts of Ancient Music e del King’s Theatre, nonché di numerosi festival locali, affiancandovi l’attività solistica, che lasciò nel 1837 dopo essere apparso in diciassette concerti. Contemporaneamente fondò il complesso Classical Concerts for Wind Instruments con Sdlatzek (flauto), Willaman (clerino), Barret (oboe) e Baumann (fagotto). Nel 1826, incaricato dal direttore del King’s Theatre di cercare nel continente dei cantanti, condusse con sé e sposò il soprano Giacinta Toso. Scrisse una Nouvelle méthode pour apprendre le cor (non pubblicata).
Fonti e Bibl.: F. Regli, Dizionario biografico artisti, 1860, 426-427; R. Morley-Pegge, The French Horn, Londra, 1960 (2a edizione 1973); H. Fitzpatrick, The Horn and Horn-playing and the Austro-Bohemian Tradition 1680-1830, Londra, 1970; Dizionario musicisti UTET, 1988, VI, 182; Enciclopedia di Parma, 1998, 559.

Parma-post 1837
Il 1° agosto 1833 cantò al Teatro Ducale di Parma in un’accademia vocale, nel Carnevale del 1835 fu II basso nel Barbiere e nella sonnambula, mentre nella stagione d’estate 1837 calco quella stessa scena come altro basso.
Fonti e Bibl.: Negri; Stocchi, 80.

 

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