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Dizionario biografico: Piacentini-Pizzoni

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Parma ante 1351-Padova 1379
Figlio di Orlando. Si trovava in Padova il 26 novembre 1351, giorno in cui, essendo già dottore di leggi e Professore in quella università, intervenne a sentenza d’arbitro, pronunciata da Jacopo da Carrara, Signore di Padova, per comporre alcune controversie tra il vescovo Ildebrandino e i Rettori dello Studio, che pretendevano luogo e suffragio negli esami scolastici per la promozione al Magistero. Fu aggregato al Collegio dei giuristi di Padova nel 1349. Documenti posteriori dimostrano che egli continuò a dimorare in Padova fino al 1362. Non è però certo che continuasse senza interruzione nell’insegnamento delle leggi, dato che, venuto in grande favore presso Francesco da Carrara per la sua dottrina e probità, fu da questi elevato alla dignità di Pretore o Vicario. Col titolo di Pretore dei da Carrara il piacentini si trova nominato nella seguente iscrizione posta a un altare della Cattedrale di Padova, da lui eretto nel 1356 e dedicato a San Girolamo e agli altri Dottori della Chiesa: Hieronymo, et reliquis structa est Doctoribus ara Haec sacra, quam celebris devotio Bartholomaei De placentinis; Parmae studiosa dicavit Doctoris legum merita ratione Cathedrae Aulae carrigerum dum Praetor adesset, et almi Laudibus, et vita miris haec picta Capella est Hieronymi solum, cujus doctrina columnis Est ardens fidei lumen, fulgorque coruscum. M.CCC. LVI. de mense Sept. constructum fuit hoc altare. Quale Vicario di Francesco da Carrara intervenne verso il 1357 nei congressi che si tennero per la conclusione della pace tra i Veneziani e il Re di Ungheria che assediava Zara e Treviso, dopo essersi impadronito di Conegliano e castelfranco. Il Re d’Ungheria, amico e collegato del da Carrara, gli domandò di potersi valere del Piacentini, averlo seco, e condurlo nel suo regno. Si ignora se il desiderio del Re fu adempiuto. Il Piacentini il 16 aprile 1362 fu delegato e procuratore di Francesco da Carrara alla stipulazione della solenne lega tra Egidio Albornoz, legato del Papa, Cansignorio e Paolo Alboino della Scala, Francesco da Carrara e i marchesi d’Este a danno dei Visconti che minacciavano la Romagna. Alla stipulazione di questa segreta alleanza fu premesso in quello stesso giorno un trattato di pura difesa, pubblico e ostensibile. Il Piacentini e gli altri delegati lo recarono a Bernabò Visconti in Milano, che li accolse con furore grandissimo prorompendo in mille invettive. E prima di accommiatarli, li obbligò a vestirsi di vesti bianche, e a comparire in pubblico, esposti alla beffa di tutto il popolo milanese affollatosi intorno al palazzo del Principe. Firmata poi la pace il 3 marzo 1364, il Piacentini si trasferì quale ambasciatore del da Carrara a Bologna per ratificarne l’atto solenne. Si sa pure che fu in Padova nell’ottobre dell’anno 1362. Nel 1367 fu inviato dal da Carrara alla Corte del Papa in Viterbo, in compagnia di Pileo Prata, vescovo di Padova, per festeggiare la venuta del Pontefice in Italia e trattare con lui dell’affare della lega. Fu poi professore di Legge a Bologna, dove si ha traccia di lui in vari strumenti dal 1372 fino al 1378 (Chartularium, VI, 35 s.). Il Piacentini fu sepolto nella Cattedrale di Padova.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 65-66; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 104-106; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 233.

Parma 1351
Insegnò leggi all’Università di Padova nell’anno 1351.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 65.


-Asti 5 maggio 1408
Figlio di Bartolomeo o di Ciriaco, e forse fratello di Giovanni. Fu nominato Vescovo di Asti nel dicembre 1381.
FONTI E BIBL.: A.Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

Parma-9 maggio 1404
Figlio di Bartolomeo o di Ciriaco. Dal Pezzana si apprende che nel 1364 il Piacentini fu in Padova con il parente Bartolomeo Piacentini. Il secondo, giureconsulto, fu nelle grazie del signore della città, Francesco da Carrara, mentre il Piacentini, canonico e arciprete della Cattedrale, fu invece mal visto, tanto da essere costretto ad abbandonare nello stesso anno la città. Papa Urbano V lo nominò Vescovo di Cervia (8 marzo 1364), nella quale sede stette sino al 1369. Da papa Gregorio XI venne trasferito a Padova (13 gennaio 1369), ma forse Francesco da Carrara continuò a osteggiarlo perché due anni dopo (28 aprile 1371) passò all’arcidiocesi di Patrasso, e nel 1373 alla diocesi di Orvieto, ove rimase sino al 1375, quando lo stesso Gregorio XI lo innalzò (27 novembre) Vescovo di Venezia Castello. Vi risiedette sino al dicembre 1378: ne fu rimosso da papa Urbano VI per l’avvenuta adesione all’antipapa Clemente VII, con il quale vi era stato di guerra. In tale occasione il Piacentini raggiunse in Francia Clemente VII mentre lo scisma d’occidente entrava nella fase acuta, e ne ottenne la promozione a Cardinale prete il 12 luglio 1385. Il titolo fu quello di San ciriaco alle Terme. Il Piacentini venne chiamato il cardinale veneziano. Non fu presente ad Avignone quando la nomina venne resa pubblica. Il Pezzana dice di ignorare ove dimorasse durante l’assenza, ma è credibile fosse stato inviato in qualche importante legazione. Per raggiungere una transazione tra i due papi e far cessare lo stato di guerra, il re di Francia Carlo VI convocò i cardinali per escogitare una soluzione. Il Piacentini, che nel suo parere fu sempre irremovibile, sentenziò che i due competitori, per il bene della Chiesa cattolica, dovessero entrambi rinunciare al pontificato. Ma l’Antipapa e molti altri non la pensarono così, e lo scisma continuò. Anzi, pochi anni dopo fu eletto un secondo antipapa, detto di obbedienza pisana, e così ci furono tre papi contemporaneamente. Orsolina da Parma, nel suo intercedere tra i due pontefici per un accordo, fu sempre aiutata e incoraggiata dal Piacentini. Clemente VII morì il 16 settembre 1394 in Avignone, e ai funerali, nel novero dei personaggi presenti, figura tra i cardinali anche Dominus Johannes de Parma Lombardus dictus Venetiarum, tituli Sancti Cyriaci in Thermis (Muratori, Rerum italicarum scriptores, III, p. II, col. 772). nell’elenco dei cardinali del Cristofori, nel titolo presbiteriale di San Ciriaco alle Terme diocleziane, figura De Placentinis Giovanni, anticardinale (con un punto interrogativo, ciò che starebbe a indicare non essere pacifica l’indicazione anticardinale), nominato nel luglio 1385 e cessato il 9 maggio 1404. Negli elenchi dell’eubel, il nome del Piacentini non figura mancando gli antipapi, ma non figura nemmeno nel De Mas Latrie che riporta tutti gli anticardinali creati da Clemente VII. L’Affò non è benevolo con il Piacentini come del resto con tutti antipapi e i nemici della Chiesai. Il Pezzana è invece molto più accomodante: pur ammettendo che dopo la morte di Clemente VII il Piacentini partecipò all’elezione del nuovo antipapa avignonese Pietro de Luna, che assunse il nome di benedetto XIII, rammenta che nel giugno 1395 in un convegno con altri venti cardinali e con i principi della casa di Francia, il Piacentini insistette sostenendo appunto l’utilità della deposizione della tiara da parte di ambo i contendenti.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 66; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; G. Gonizzi, in Gazzetta di Parma 13 luglio 1968, 3.

Parma 9 agosto 1722-
Figlio di Giulio e Maria Teresa Merli. Nel 1760 successe al francese Cartier nella gestione della fabbrica di maioliche da questi fondata qualche tempo prima a Parma. Nella Descrizione di tutta la popolazione della città di Parma (1765) il Piacentini alla voce professione è detto Impresaro della fabbrica della maiolica. Prima di subentrare al Cartier, si occupò, dal 1757, della fabbrica dei vetri. L’affitto che pagava alla Reale Intendenza Generale fin dal 1760 per la privativa era di ben 5000 lire all’anno per le ceramiche, più 7000 per la fabbricazione dei vetri (cifre davvero ingenti, se si considera che il salario medio di un lavorante era di 60-100 lire mensili). Tale livello di investimenti si addice più a un ricco borghese che a un semplice maiolicaro. Notizie della florida situazione patrimoniale del Piacentini si hanno anche dall’Atlante Sardi (1765), che informa che egli era proprietario di una casa in strada Maggiore Santa Croce e di un palazzo in strada Maggiore San Michele. Il Piacentini fu dunque soprattutto un imprenditore, come molti altri fabbricatori del suo tempo: i ferniani a Faenza, l’Antonibon a Nove, il Clerici a Milano, i Ginori a Firenze. Imprenditori mossi certamente dall’amore per i loro preziosi prodotti ma anche guidati da un innato intuito commerciale. Nel novembre del 1771, a causa del malcontento generato dalle riforme che aveva introdotto, il Du Tillot, grande protettore della fabbrica di maioliche, fu costretto a fuggire da Parma e a riparare prima a Madrid e poi a Parigi. Nonostante la perdita di un così influente sostenitore, la manifattura prosperò. Pochi mesi dopo la sostituzione del ministro, il 6 aprile 1772, allo scadere del precedente contratto, il Piacentini ottenne la rinnovazione per altri sei anni del diritto di privativa coll’aumento di lire mille di più all’anno di Pensione sotto li medesimi patti, e condizioni risultanti dalla spirata sua novennale Locazione. Furono quelli anni di intenso lavoro, tanto che l’espansione della produzione rese i locali esistenti insufficienti. In una lettera del 13 dicembre 1773 il Piacentini, Conduttore della Real Fabbrica, chiede che siano evaquate la Rimessa, e Stallino, che sono dirimpetto a questa Real Fabbrica della Majolica per valermene a riporvi li carriaggi inservienti alla Fabbrica stessa. Umilmente supplico V.E. a degnarsi disporre in modo, che ne possa almeno far’uso in questi giorni di Natale, e sinacché piacerà al R. sovrano determinare diversamente, mentre non so dove riporre detti carriaggi, ne dove ritrovare or’ora comodo migliore, massimamente per essermi caricato di due cavalli più dell’ordinario, e corrispondente provvista di Fieno, di cui abbisogno moltissimo, e che il privarmene in questa circostanza mi sarebbe d’un notabile pregiudizio. La Real Fabbrica operò in regime di monopolio, tuttavia le grandi casate nobiliari potevano impunemente eludere ogni disposizione restrittiva, tant’è che i Sanvitale acquistarono ripetutamente terraglie e porcellane provenienti da manifatture estere (la majolica però fu sempre proveniente dalla Real Fabbrica). Dai libri mastri si legge infatti che l’11 aprile 1775 vennero pagati Al Sig. Nicola Piacentini Lire Settanta tre correnti, sono per importo rispettivamente di n.° 60 Tondi a forma bianchi, Piatti cinque, e mezzi piatti quattro, ed altri tondi quattro, ed un acquasantino di Cristallo dal med.mo somministrati per uso della Tavola di Sua Ecc.za P.rone per Fontanellato e parte in Parma. Nei mandati di pagamento si trova citato il Piacentini fino al 1779, anno in cui fornì 8 piatti di Majolica ciò è quattro grandi, e quattro mezzani stati spediti a Fontanellato per uso e servigio della Tavola di S.E.. L’attività dell’officina del Piacentini durò fin verso il 1783.
FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche metauenensi, Pesaro, 1879, II, 241-242; L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; C. Malagola, Memorie storiche sulle maioliche di Faenza, Bologna, 1880; U. Thieme-F. Becker, Kunstler Lexikon, t. XXVI, 580; G. M. Urbani de Ghelthof, Note storiche ed artistiche sulla ceramica italiana, in Erculei. Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 116; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 334; G. Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 23-25.

Borgo Taro o Piacenza 1135 c.-Montpellier 1192
Dottore in legge, fu Lettore di Diritto Civile alle Università di Bologna e di Montpellier. Fu autore di diverse opere legali, tra le quali un’importante Summa Institutionum.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 66.


Parma 3 giugno 1752-1802/1806
Figlio di Nicola e di Cattarina Bertorini. Studiò in seminario a Parma coi fratelli Giulio e Bernardo. Dal 1783 il Piacentini è citato esplicitamente come direttore della Real fabbrica delle maioliche di Parma. dell’attività del Piacentini si hanno numerose testimonianze d’archivio ma la cosa più significativa che rimane della sua gestione è la bella vaschetta con stemma borbonico conservata al Museo Civico di Torino, unico pezzo firmato e datato della Real Fabbrica conosciuto. Le fortune del Piacentini come direttore furono di breve durata, visto che la gestione finanziaria della fabbrica divenne sempre più problematica. Nel gennaio del 1785 la situazione fu posta all’attenzione del Duca con una supplica datata 12 gennaio: Giaccomo Marchini riverentemente espone come ritrovassi in Debito colli Sig. Tosini e Benvignal Parmigiani, Impiegati nella Real Fabbrica della Majolica e Vetri di Parma per la somma di lire tre milla e sei cento quattro, per tanti e diversi Generi somministrateli, e non sà a che partito appigliarsi per soddisfarli. Il supplicante chiese la concessione di una pensione mensile di lire 88,10 fino all’estinzione del suo credito. Ferdinando di Borbone approvò e dispose il pagamento perché evidentemente la Real Fabbrica non era più in grado di far fronte, autonomamente, ai debiti contratti. formalmente la situazione precipitò il 27 settembre 1785, quando il Duca ordinò la soppressione del diritto di privativa per la fabbricazione delle maioliche, lasciando però inalterata la normativa sulla produzione dei vetri. L’avviso di soppressione venne pubblicato il 12 ottobre. È provato che il Piacentini riuscì a produrre terraglia negli anni della sua gestione e che gli oggetti fabbricati dovevano essere di qualità soddisfacente, se la Real Ferma, al momento della successiva locazione ai Piazza, valutò il valore del segreto di far terraglia a foggia d’Inghilterra lire 500. I Piazza offrirono una iniziale resistenza per quel modo e per quel prezzo ma alla fine pagarono. L’attività del Piacentini nel campo delle ceramiche non si esaurì con la sua esclusione dalla Manifattura Reale. Continuò infatti a operare nel settore per molti anni ancora, iniziando una sua attività privata. Nel 1794 lo si trova tra i firmatari della supplica che chiese gli Statuti per l’Arte dei Boccalari. Qualche anno dopo (1801) il suo nome appare in un elenco di debitori (il documento non è chiaro, sembra comunque che si riferisca a vecchi debiti contratti con la Real Fabbrica, risalenti a molti anni prima, e forse si tratta di uno strascico della gestione della Real Fabbrica). Con il tempo le cose migliorarono e la produzione si adeguò alle nuove esigenze: le maioliche tradizionali a smalto stannifero e le terrecotte ingobbiate furono soppiantate lentamente dalle terraglie forti di tipo inglese. Il Piacentini capì che quello era il prodotto del futuro e ne continuò con successo la fabbricazione. La tenace dedizione al lavoro del Piacentini alla fine fu premiata. Dopo la parentesi della gestione della famiglia Piazza, le fabbriche di strada dei Farnese tornarono a essere dirette dal piacentini e dai suoi congiunti (la moglie Cattarina Bertolini in particolare).FONTI E BIBL.: G.Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 25-37.

PIACENTINO, vedi PIACENTINI PIETRO e TERZI BERNARDO

PIACENZA CRISTOFORO, vedi CRISTOFORO DA PIACENZA

Parma 1479-Parma 19 settembre 1524
Figlia di Marco, patrizio parmigiano appartenente alla famiglia ghibellina delle Tre Parti, e di Agnese Bergonzi (famiglia guelfa del partito rossiano), la Piacenza venne eletta badessa del monastero di San Paolo in Parma a ventotto anni (1507), succedendo a Orsina bergonzi, la quale era succeduta a sua volta (1505) a un’altra Bergonzi, Cecilia. Quando la Piacenza assunse la dignità, nel suo stesso convento entrarono altre tre Bergonzi: Francesca lucrezia anastasia, Maria Caterina e Drusiana: come era costume, anche il San Paolo fu dunque un feudo monastico.La Piacenza entrò in questo arengo, spese del suo, tutto contrassegnò col suo scudo e naturalmente vantò il suo buon diritto.Certamente fu una donna decisa, se, da poco eletta, si rivolse al Pontefice per chiedere la sua protezione contro gli usurpatori dei beni, dei libri, delle ragioni e delle scritture spettanti al suo monastero: il Santo Padre le diede ragione con un Breve che minacciò di scomunica gli usurpatori.Alei si deve l’esecuzione degli stupendi affreschi dipinti nel 1518 da Antonio Allegri detto il Correggio, per una camera del monastero.Da quei giorni in poi, una serie di personaggi più o meno importanti accompagnano le cronache del governo della Piacenza: i Bergonzi della Comunità di Parma (tra essi Melchiorre, dottore in leggi), i da Piacenza, imparentati coi dalla Rosa (e tra essi Cesare e Scipione), i da Cola (o Colla), anch’essi impegnati nella vita pubblica, i garimberti, il cardinale Montini e molti altri tra i maggiori del tempo.Tra i tanti personaggi che entrarono in rapporto con la Piacenza, vi fu anche il vicario generale del vescovo, Bartolomeo Guidiccioni da Siena, che dal 1509 e fino oltre il 1524 resse la Diocesi parmense per incarico di Alessandro Farnese (poi divenuto papa Paolo III).Questi, secondo la tesi dell’Affò, sarebbe stato antagonista della Piacenza.Ma nulla si legge del dissidio sorto tra i due e semmai ci furono sollecitazioni all’applicazione della Riforma e interventi e provvedimenti questi vennero dalla comunità, come si verificò nel caso dell’abate dei cistercensi di San Martino de’ Bocci, dell’arciprete Giacomo Colla e di molti altri.Solo il Cherbi (Le grandi epoche sacre, 1835-1839) nel suo guazzabuglio di appunti storici, che non danno però alcuna garanzia, scrive che il vicario Guidiccioni cominciò a insistere sulla pratica attuazione della Riforma a partire dal 1516.Al contrario, il Benassi affema con decisione che non vi furono sollecitazioni: in primo luogo per l’indulgente debolezza del governo papale, poi per i molti intrighi, per una certa titubanza (leggi papa Adriano VI) e per i molti sospetti. Comunque è certo, contro la tesi dell’Affò che lascia adito a molti dubbi sull’onorabilità della Piacenza in ragione della sua presunta altezzosità, che fu proprio lei ad accettare per la prima volta a Parma la perpetua clausura e la regolare osservanza.Radunate infatti nella sua camera cubiculare le monache di San Paolo, il 28 agosto 1524, la Piacenza fece oggetto del suo capitolo il Breve di papa Clemente VII (che Francesco Ugoleto aveva stampato, unitamente a quelli dei papi Giulio II e Leone X, il 28 giugno 1524), laddove monalium urbis nostrae clausura petitur.considerati i vantaggi che ne venivano al convento, sia nel vivere temporale che in quello spirituale, si convenne, fatte salve alcune prerogative, di aderire alla prescrizione papale e, a riprova dei buoni rapporti intercorsi tra il vescovo e la Piacenza, venne affidata al vicario vescovile monsignor Bartolomeo Guidiccioni l’amministrazione del monastero, riservandosi la piacenza, a vita, dignità e onori abbaziali, nonché l’usufrutto di certi beni.Dopo di lei, fu deciso che la badessa avrebbe avuto incarico annuale.Il che venne steso e rogato e quindi confermato dal Breve papale del 2 dicembre 1524.E tutto ciò mentre in tutti gli altri conventi della città non si faceva assolutamente nulla di nuovo e continuava il vivere scandaloso. È vero che la Piacenza (già gravemente ammalata) accettò la Riforma in articulo mortis, comunque, lei vivente, nel suo monastero non ebbe mai a verificarsi alcun grave fatto, come quello che spinse il Consiglio Generale parmense a decidere (27 novembre dello stesso 1524) di prendere provvedimenti per riportare le monache del monastero di San Paolo all’osservanza, al caso minacciando di espellerne talune come membri fetidi.Tutto ciò conferma la rettitudine della Piacenza e il suo buon governo.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 212; La badessa Giovanna da Piacenza, in Bollettino Storico Piacentino 20 1925, 177-179; P.G.Colombi, Il tinello della badessa Giovanna, in La Lettura novembre 1929; G.Mariotti, La mia bella badessa, Roma, Editrice Mercurio, 1942; G.Parroni, L’apoteosi di Giovanna Piacenza nella Camera di San Paolo, in Aurea Parma 27 1943, 89-100; A.M.Aimi, La fastosa badessa Giovanna Piacenza, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1950, 3; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 847; Parma nell’Arte I 1975, 14-16.

Colorno 1525 c.-Colorno post 1579
Figlio di Giovanni Giacomo e di Elena. Entrò nell’Ordine dei Predicatori poco prima del 1550, come ricorda Leandro Alberti nella Descrizione d’Italia, ove parla del Piaci e delle speranze che già si concepivano del suo elegante ingegno. Laureato in Teologia, dopo aver sostenuto il magistero nel suo Convento di San Domenico in Bologna, fu Inquisitore in Parma e in Como (dove con tale carica si trovava ancora nel 1571). Non molto dopo ritornò in Colorno, ove era certamente nel 1579, e dove pare che poco più tardi terminasse i suoi giorni. Il Piaci pubblicò la instituzione cristiana, un catechismo in dialogo impresso la prima volta in Como nel 1567, e in seguito più volte (6a ed. Rossi, Bologna, 1571), e il Rosario di Maria, con molte stampe. Il da Erba, che del Piaci parla con onore, lo descrive molto zelante e risoluto nel punire i malvagi.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1747, 157-158; Colorno, Memorie storiche, 1800, 79.

Parma 14 giugno 1868-Parma 31 marzo 1895
Figlio di Giuseppe e Rosa Baldini. Compiuto il corso liceale, andò a studiare Lettere a milano. Allievo dell’Ascoli, il Piagnoli si dedicò particolarmente a studi di glottologia: la sua Fonetica del dialetto parmense, presentata in parte nel 1893 all’Accademia Scientifica e letteraria di Milano come tesi di laurea, monografia cui il Piagnoli attese sino alla morte (pubblicata postuma da Antono Boselli nel 1904), fa testo in materia. Debole, malaticcio, minato dalla tisi che lo spense appena ventiseienne, il Piagnoli versò la sua malinconia nell’unico volume di Versi, pubblicato a Parma nel 1892 collo pseudonimo di Ausonio marenghi.
FONTI E BIBL.: J.Bocchialini, Poeti del secondo ottocento, 1925, 168-169; Aurea Parma 6 1924, 332; G. Battelli, Figure e macchiette, 1939, 39; F. da Mareto, bibliografia, I, 1973, 451.

1839 c.-Sala Baganza 1920
Fu volontario nelle battaglie risorgimentali del 1859. Raggiunse il grado di Sergente.
FONTI E BIBL.: A.Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

Urzano 25 aprile 1795-Urzano 29 novembre 1874
Fu il più fecondo compositore di musiche rusticane. Vanno ricordate La precipitosa monferina, senza tempo, L’aria di Mantova, monferina in tono minore, La passerina, ballabile che il Pianforini suonava sbrigliatamente danzando nello stesso tempo, Il ballo della lepre, La Bisagna, El continten d’l’hai, Teresa di per, Teresa di pom, Caro amore e Il bigordino. Il capolavoro del Pianforini è la Marcia degli sposi, che suonava accompagnandola con parole pure di sua invenzione. È divisa in tre parti e chiusa con una codetta. Si apre con un andante mosso, che rappresenta l’uscita dalla casa della sposa, segue il secondo pezzo con musica più movimentata, riproducente la letizia degli animi, e il terzo patetico pezzo raffigura il distacco dalla famiglia. Il Pianforini suonò ordinariamente con tre sole dita, giacché teneva il mignolo sotto il manico del violino. Nel suonare gettava alle volte grida selvagge di gioia e accompagnava i motivi con atteggiamenti del viso mobilissimi. Durante l’inverno si recava a piedi a Parma a vendere tordi, e siccome non abbandonava mai lo strumento, ebbe occasione di suonare in pubblici esercizi con plauso e vantaggio. Dimorò qualche tempo a Vairo, e Filippo Basetti lo ritrasse in vari disegni.
FONTI E BIBL.: G.Micheli, Valli Cavalieri, 1915, 299-300; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 152.

Parma 1708
Fu contralto della Cattedrale di Parma nel 1708.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1650/1651
Fu eletto organista alla morte di Giacinto Merulo nella Cattedrale di Parma. È detto in un mandato organista et sacerdote parmigiano. Cominciò a servire il 23 febbraio 1650 e continuò fino al 24 maggio 1651.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 114.


Torrechiara 1867-1932
Per quarantadue anni prestò servizio presso la Prefettura di Parma in qualità di usciere capo. In così lungo e ininterrotto servizio servì ventisette prefetti del Regno.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 119.

PIATTI BRUNA, vedi AVANZINI BRUNA

Piacenza 1818-1877
Fu deputato all’assemblea dei Rappresentanti del Popolo di Parma del 1859. Non prese parte alle sedute dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Parma, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 379.


Parma 12 marzo 1803-Firenze 14 febbraio 1837
Figlio di Agostino e Maria Alberti. Fu ritrattista di gusto romantico, dall’espressione morbida che si sposa a un’efficace ricerca d’introspezione psicologica. Nell’aprile 1826 ebbe il premio nel disegno del nudo. Si portò a Firenze nel 1831. Fece copie sull’avorio del San girolamo e della Madonna della Scodella (lunghe cm 22 e larghe cm 15). A Firenze copiò il quadro di Cristoforo Allori San Giuliano che risana un lebbroso. Fece anche ritratti per la famiglia del Gran Duca di Toscana. È ben rappresentato dalle miniature Ritratto di cavaliere e Ritratto femminile (Parma, Pinacoteca nazionale).
FONTI E BIBL.: G.B.Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 314; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, catalogo, Roma, 1939; dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 12.

Parma 1780
Pittore e architetto attivo nella seconda metà del XVIII secolo. Negli anni Ottanta collaborò ai lavori di scenografia al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, VIII, 241.

Parma 25 gennaio 1922-Varsi 22 luglio 1944
Crebbe in una famiglia animata da fermi sentimenti democratici. Chiamato alle armi nel 1942 e assegnato dapprima al III° Autocentro di Milano, venne poi destinato al fronte dell’africa Settentrionale dove non poté giungere: naufrago della nave Lerici nell’Adriatico, salvato dalla torpediniera Calliope e in seguito catturato dai Tedeschi, riuscì a evadere durante il trasferimento in Germania. Insieme al fratello Ferdinando, detto Fieramosca, di qualche anno più anziano, fu tra gli iniziatori del movimento partigiano raccolti nel primo distaccamento Copelli. Nel distaccamento, che verso la metà del giugno 1944 confluì nella 12a Brigata Garibaldi, operarono molti degli uomini che poi divennero prestigiosi comandanti delle forze partigiane parmensi: Virginio Barbieri, Bruno Tanzi, Ettore Cosenza, Luigi Leris, Giovanni Vignali e Giacomo di crollalanza. Durante una vasta azione di rastrellamento condotta da soverchianti forze nemiche, il Piazza prese parte alla strenua resistenza sul Monte Dosso. Catturato insieme a un altro partigiano (Renzo Pezzani), fu seviziato e barbaramente trucidato mediante impiccagione del torrione del castello di Varsi. Riesumata nell’estate 1945, la sua salma fu collocata nella galleria dei Caduti partigiani del cimitero della Villetta a Parma. Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’Argento al Valore Militare.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 9 luglio 1990, 7.


Parma prima metà del XVII secolo
Sacerdote. Fu anche pittore, attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, V, 278.

Parma 1853/1864
Architetto della Real Casa dei Borbone Parma, fu aggregato quale professore con voto all’accademia di Belle Arti di Parma nel 1857 e, grazie alla protezione dei nuovi duchi, divenne il primo alfiere dello storicismo stilistico contro il gusto neoclassico che ancora alla fine del periodo luigino connotava l’ambiente artistico e accademico parmense.Progettò la ridecorazione neobarocchetta del palazzo della Riserva (1853), la guglia neogotica alla villa del ferlaro a Sala, l’eclettico arco di trionfo posticcio eretto in via Garibaldi per l’arrivo a Parma di vittorio Emanuele di Savoja e la marmorea facciata dell’oratorio dei Rossi (1862-1864).
FONTI E BIBL.: P.Martini, Scuola delle arti belle, 1862, 37; Enciclopedia di Parma, 1998, 533.

Parma seconda metà del XVIII secolo-Parma 2 marzo 1847
Insegnò all’Università di Parma Teologia Dogmatica ed Elementi di Storia Ecclesiastica. Dal Calendario di Corte prima e dall’almanacco di Corte poi, risulta che insegnò dal 1818 in poi. Nel 1828 fu Priore della Facoltà teologica. Nel 1840 appare con la qualifica di professore Emerito. Una lettera del 4 marzo 1847 (archivio di Stato, Filze Università) attesta la data della morte.
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

Parma giugno/luglio 1700-Parma 18 settembre 1782
Figlio di Vincenzo e della contessa Teresa Boni. Fu Cavaliere confeudatario di Ricetto: giurò fedeltà al duca Filippo di Borbone nel 1749. Ereditò dal padre l’attitudine poetica poiché fu facile verseggiatore e improvvisatore, qualità sufficienti per essere annoverato tra i fondatori della Colonia parmense dell’Arcadia col nome di Patroclo Achilleio. Amò pure le arti e perciò venne aggregato all’Accademia di Belle Arti di Parma (1758). Uomo di animo retto e onesto, venne chiamato dall’imperatore Carlo VI nel 1740 a reggere la carica di tesoriere Generale del Ducato di Parma, che detenne per quarantadue anni, fino al tempo del Du Tillot (carestia del 1763) e anche dopo il suo tramonto. Filantropo e disinteressato, coprì pure molteplici cariche onorifiche. lasciò uno scritto di Giunte al poema Bona Espugnata del proprio genitore, nonché notizie storiche sulla città di Parma (continuate poi dal nipote, suo erede universale, Alessandro Luigi Lalatta), rimaste inedite. Il suo nome appare tra i frequentatori della villa del pantaro durante i brillanti ricevimenti della marchesa Annetta Malaspina. Nel 1729 fu nominato Cavaliere di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 43; Palazzi e casate di Parma, 1971, 681.

PIAZZA FRANCESCO OTTAVIO, vedi PIAZZA FRANCESCO MARIA OTTAVIO

Parma 1514/1522
Notaio. Nel 1514, assieme a Girolamo Borri, curò una revisione degli Statuti della Città di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 18.

Parma 1830/1859
Chirurgo, già al sevizio delle truppe del ducato di Parma, seguì poi le colonne dei volontari per ordine del Governo Provvisorio. Passò infine in un reggimento di fanteria Sarda.
FONTI E BIBL.: U.A.Pini, Medici di Parma nel Risorgimento, 1960.

PIAZZA GIAN ANTONIO, vedi PIAZZA GIOVANNI ANTONIO

Parma 1729
Nell’anno 1729 fu insignito della Croce dell’ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.

Parma seconda metà del XVI secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, IV, 234.


Modigliana 1670 c.-Firenze 27 ottobre 1704
Figlio di Cristoforo e di Dorotea Ravagli. Fu Conte e Canonico di Parma (città nella quale si trasferì verso il 1676 come paggio di Corte). La sua prebenda di Enzola, rimasta vacante, fu data con bolla apostolica del 28 gennaio 1705 al conte Aldigherio Fontana.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 327.


Parma 1700/1724
Arcivescovo titolare di Nazareth, Nunzio a vienna e poi a Colonia, fu elevato (1712) alla porpora cardinalizia da papa Clemente XI per i suoi meriti diplomatici. L’Affò riferisce che il conte Jacopo Sanvitale compose, in tale occasione, un tetrastico latino allusivo all’arma dei marchesi Piazza. L’Allodi annota ancora che il piazza nel 1713 donò preziose reliquie al congiunto conte Vincenzo Piazza, allora prefetto della Confraternita del Suffragio. Alla morte del Pontefice, il Piazza partecipò ai due conclavi successivi donde uscirono papa innocenzo XII e papa Benedetto XIII. Anche il Piazza ebbe il suo partito e venne elencato tra i papabili.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 683-684.

Parma 1770/1794
Suonatore di corno da caccia, fu assunto per un triennio a suonare nell’Accademia teatrale di Parma, dove anche sostituì Francesco ziliani, ammalato, durante il Carnevale del 1780. Cornista della Banda della Duchessa di Parma, suonò anche la tromba come aggiunto negli spettacoli teatrali dal 1794 a Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Teatri 1770-1779, Affari diversi, Cart. n. 2; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 226.

Parma 1754/1761
Compì osservazioni sul tempo atmosferico a Parma dal 1754 al 1761 pubblicandole poi sul suo Diario istorico e meteorologico.
FONTI E BIBL.: A.De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171.

Parma 1763/1788
Dalle carte dell’Archivio di Stato di Parma (Teatri, 1763) risulta che fu pagato per aver dipinto a fiori li quattro Palchi del Regio Ducal Teatro di Parma fatti cangiare e restaurare d’ordine del S. Ministro come pure per aver dipinto a fiori il Palcho del S. Ministro di Stato. l’ufficio fatto di nuovo ad esso palcho ed il contrufficio. Risulta inoltre retribuito per decorazioni macchinose per il Ballo Pantomimico dell’opera musicale dell’andante primavera. Nel 1769, 1775 e 1777 furono opera sua i cartelloni (la gioia) che si esponevano in piazza con il programma della stagione d’opera. Risulta anche retribuito per l’opera prestata per le accademie di primavera del 1774 e per le pitture per il ballo nel 1777 (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli Borbonici, b. 2 e 5). Lavorò in collaborazione con Francesco Grassi nella pittura delle scene del Teatro Ducale di Parma negli ultimi anni Ottanta del XVIII secolo, dopo che nel 1775 ne aveva già dipinto da solo le scene.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma XIX secolo
Pittore e scenografo, fu attivo per buona parte del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, IX, 220.

Parma 1577
Nell’anno 1577 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: L.Araldi, L’Italia nobile, 1722.


Parma-Parma 6 aprile 1805
Fu nominato secondo professore di oboe nella Reale Orchestra di Parma con decreto ducale del 13 gennaio 1776. Lo stipendio di tremila lire annue gli venne elevato, con altro decreto dell’11 novembre dello stesso anno, fino a quattromila lire. Prese parte alle solennità maggiori della Steccata di Parma dal 1770 al 1797. Nel 1776 suonò nell’orchestra del collegio dei Nobili e nel 1791 era oboe di propaietà del Reale Concerto di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 786; Archivio della Steccata, Mandati dal 1770 al 1797; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 223.


Parma XVII secolo/1768
Pittore paesista e architetto civile attivo alla fine del XVII secolo e per buona parte del XVIII secolo. Nel 1748 lavorò per la congregazione dei virtuosi di Roma e nel 1768 alla facciata del Duomo di Perugia.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, V, 279; Siepi, Descrizione di Perugia, 1822, I, 60.

Parma ante 1716-post 1768
Pittore quadraturista, nel 1748 divenne socio della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon di Roma. Nel 1768 eseguì quadrature nel Duomo di Perugia. Fu forse attivo a Parma dal 1716 al 1730, anche come architetto civile.
FONTI E BIBL.: U.Thieme-F. Becker, vol. XXVI, 1932; Dizionario Bolaffi pittori, IX, 1975, 16-17.

Parma 1 agosto 1774-Parma 28 febbraio 1839
Figlio di Luigi e Gertrude Vasselli. Studiò a Parma con Francesco Grassi.Nel 1803, assieme ad Alessandro Cocchi, dipinse le scene del Teatro Nazionale di Parma, dove nel 1805 attuò la nuova costruzione de’ palchi mobili e la nuova pittura della sala ad uso di anfiteatro, e nel 1807 lavorò per quelle degli spettacoli del Collegio Lalatta.Quando Maria Luigia d’austria restaurò il nuovo Collegio dei Nobili, continuò la sua attività anche in quella sede.Il suo lavoro fu molto apprezzato e dal 1807 al 1839 fu quasi ininterrottamente lo scenografo del Teatro Ducale.Nel 1825, in occasione della visita dell’Imperatore d’Austria a Brescia, fu invitato in quella città per le scenografie degli archi di trionfo e, nello stesso anno, dipinse il soffitto e le scene del Teatrino Ducale di Colorno fatto restaurare, dopo anni di abbandono, da Maria Luigia d’austria.Nel maggio 1829, stagione di inaugurazione del nuovo Teatro Ducale di Parma, affrontò, assieme a Giuseppe Boccaccio e a Giuseppe giorgi, l’allestimento scenico della Zaira e decorò anche alcune sale accanto al Ridotto.Fu attivo nel Teatro di Reggio Emilia per un grande numero di stagioni di Fiera tra il 1810 e il 1838, anno in cui dipinse le scene per il teatrino di Reggiolo. Un bozzetto per il secondo sipario di comodo del Teatro del collegio dei Nobili, dopo che Maria Luigia decretò nel 1831 la fusione dell’antica istituzione con quella del Collegio Lalatta, dovrebbe essere tra le poche, se non l’unica testimonianza rimasta dell’intensa attività, non solo locale, del Piazza scenografo e buon pittore d’ornati e quadrature, di cui lo Scarabelli Zunti (ms. seconda metà dell’ottocento, v. IX, f. 221 r. e v., 222 v.) fornisce il riassunto tra il 1800 e l’anno di morte. Il foglio, di schietta ispirazione romantica, appartiene dunque al periodo tardo del Piazza, quando nel Teatro Ducale, a partire dal 1836, ricorse sempre più intensamente alla collaborazione del paesaggista Giuseppe Boccaccio.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 153; Disegni della Palatina, 1991, 430; Enciclopedia di parma, 1998, 534.

Parma 27 luglio 1915-Chiavari 9 dicembre 1998
Diplomato in ragioneria, il Piazza lavorò alla Banca del Monte di Parma, dove ricoprì incarichi dirigenziali.Anche durante gli anni in cui era impiegato all’istituto di credito cittadino, coltivò sempre la passione per la parmigianità, che manifestò con la sua adesione alla Famija Pramzana.Tra i primi ad aderire all’associazione, il Piazza ne fu anche consigliere e revisore dei conti, ma soprattutto si occupò delle pubblicazioni della Famija Pramzana: curò l’edizione del mensile Al Pont äd Méz e nel 1997 scrisse un libro sulla storia della Famija Pramzana in occasione del 50° della fondazione.
FONTI E BIBL.: F.Bandini, in Gazzetta di Parma 12 dicembre 1998, 8.

Colorno 5 febbraio 1817-Bahia 30 ottobre 1865
Frate cappuccino laico, compì a Borgo San Donnino la vestizione (9 giugno 1837) e la professione di fede (10 giugno 1838). Pur non essendo sacerdote, si rese assai benemerito nella catechesi dei Botocudos di Catulè (brasile). Data la scarsezza dei missionari sacerdoti, il prefetto di Bahia impiegò nella catechesi anche qualche laico, non solo come aiuto ma anche come direttore. Il Piazza, mandato nel 1846 sul Rio Pardo per assistere un sottoaldeamento di Botocudos stabilito sul territorio di S. Pedro de Alcantara, si rese talmente caro agli indios che quando il prefetto lo richiamò all’ospizio (1853), per poco non si ebbe una ribellione e il Piazza dovette essere rimandato tra i primitivi del Catulè, ove continuò per vari anni a catechizzare. Fu molto lodato dallo stesso direttore generale degli indios nelle sue lettere al vicepresidente della provincia.
FONTI E BIBL.: Cappuccini a Parma, 1961, 26; metodio, Storia dei Capuccini nel Brasile, 206, 226, 307; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 616-617.

Modigliana 1 marzo 1668-Parma 12 agosto 1745
Figlio di Cristoforo e Dorotea Ravagli. A parma venne dapprima accolto quale paggio alla corte farnesiana (1676) e in seguito fece carriera quale Maestro di Camera del principe Antonio Farnese (del quale fu anche castellano di Piacenza).Fu creato prima Cavaliere (1686) e poi Commendatore dell’Ordine di Santo Stefano (1732). Colto letterato, compose un poema giovanile intitolato Bona espugnata, pubblicato a Parma nel 1694: lavoro che fu assai lodato quale opera foriera di promesse. Nel poema celebrò la spedizione dei cavalieri pisani di Santo Stefano contro i pirati algerini (1607). Intimo e prediletto dai due ultimi duchi Farnese, fu da loro creato conte di Ricetto con Scanzo e marchese di Cassio (1733). Appartenne all’Arcadia sotto il nome di Enotrio Pallanzio e fu ascritto a varie accademie, tra le quali quella della Crusca (1693) e quella degli Innominati, fondata a Parma da Pomponio Torelli. La sorte gli riserbò il triste incarico di presiedere l’ultima sessione di tale accademia, spentasi nel 1709. Alla morte del duca Antonio Farnese (17 febbraio 1731), venne conferito al Piazza l’incarico da parte della Reggenza di procedere allo spoglio della camera dove il Duca era spirato, secondo l’uso della Corte o pure l’equivalente. Il Farnese lasciò al Piazza per testamento un legato di mille oncie d’argento. Sposato nel 1697 alla contessa Teresa Del Bono, ebbe cinque figli.
FONTI E BIBL.: G.V.Marchesi Buonaccorsi, Galeria dell’onore, 1735, II, 153; I. Carini, L’Arcadia dal 1690 al 1890, Roma, 1891; A. Belloni, Il Seicento, Milano, 1929; Dizionario UTET, IX, 1959, 1113; Palazzi e casate di Parma, 1971, 680-681.

Parma 1637-Parma 13 agosto 1710
Fu Abate e Visitatore nell’Abbazia del Santo Fiore in Arezzo. Nel 1704 divenne Abate di San giovanni Evangelista in Parma. Fece fare numerosi lavori di ampliamento e abbellimento del Monastero. Resse il titolo di Abate fino al 1707. Morì all’età di 73 anni.
FONTI E BIBL.: M.Zappata, Corollarium Abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 158.

Parma prima metà del XVI secolo
Tagliapietre attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, III, 330.

Parma prima metà del XVI secolo
Tagliapietre attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, III, 330.

Parma prima metà del XVI secolo
Tagliapietre attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, III, 330.


1878-Nad Logen 16 settembre 1916
Figlio di Luigi. Maggiore nel 74° Reggimento Fanteria, fu decorato di una medaglia d’argento e una medaglia di bronzo al valor militare. Morì combattendo valorosamente, colpito da una granata alla testa. Fu sepolto nel Cimitero di Chiopris.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 maggio 1917 e 11 febbraio 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 193.

PICCINAGLI, vedi BONAZZI GIACOMO

PICCINARDI, vedi PICENARDI

Parma 1897/1918
Tenente del Corpo aeronautico militare, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Due volte ferito in combattimento, venne catturato ma riuscì a evadere la notte successiva rientrando nelle linee italiane. Due mesi dopo, ancora convalescente, ritornò a volare nel cielo del medio Isonzo.
FONTI E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3.

Parma 1463/1465
Capitano di ventura e squadriere del duca Francesco Sforza, fu tra coloro che presero parte nel 1463 alla cerimonia della distribuzione dei guanti. È forse lo stesso cui nel 1465 i Landi concessero Compiano, onde rafforzare il confine dei Visconti, quale capitale della media Val Taro. Al Piccinini fu affidato da Francesco Sforza il figlio Polidoro. Secondo documenti d’archivio (Drei), il nome di Borgo Polidoro della città di Parma si intitolerebbe da lui.
FONTI E BIBL.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 100.

Parma 1706/1707
Insegnò dapprima Procedura Civile e poi Istituzioni all’Università di Parma. Ebbe uffici a Genova, Lucca e Firenze, ove fu consigliere del Granduca. È ricordato dal Bolsi (p. 50). Risulta come Lettore d’Instituta a Parma nel 1706 e 1707.
FONTI E BIBL.: F.Rizzi, Professori, 1953, 40-41.

PICCININO GIOVANNI, vedi PICCININI GIOVANNI

Parma 1847-1922
Disegnatore ornanista, fu attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, X, 116; U.Montanari, Pio Piccioni, in Annuario dell’Istituto Tecnico Melloni, 1927, 42.

PICCO ANNA EUGENIA o EUGENIA, vedi PICCO MARIA ANGELA

Crescenzago 8 novembre 1867-Parma 7 settembre 1921
Nata da Giuseppe e da Adelaide Del Corno, trascorse la sua fanciullezza e adolescenza in un difficile ambiente familiare. Suo padre, cieco e ricercato suonatore di tibia nei più celebri teatri italiani ed esteri, unitosi a un’altra donna, andò in America abbandonando la famiglia. La Picco fu affidata da principio alle cure della nonna ma poi la madre volle riprenderla con sé e riportarla a casa, dove soffrì molto per i maltrattamenti del patrigno. Nel 1886 cominciò a frequentare l’oratorio delle orsoline del Sacro Cuore a Milano. Decise di consacrarsi al Signore, e così venne accolta nel 1887 da Agostino Chieppi che la inviò a Parma, dalle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, prima come aspirante e poi nel novembre 1889 come novizia. Emise la sua prima professione il 10 giugno 1891 e quella perpetua il 1° gennaio 1894. Fu nominata nel 1905 maestra delle novizie, ufficio che esercitò fino al 1911, quando venne eletta superiora generale, riconfermata poi nel 1917 e nel 1919. Ebbe cura attenta dell’attuazione di tutte le regole della congregazione, fu diligente nel dare una sistemazione alla vita religiosa e di comunità e curò la formazione morale e culturale dei singoli membri. Si preoccupò poi di esercitare un’intensa vita apostolica, consona al momento storico, mettendo a disposizione delle autorità tutte le suore per l’assistenza ai degenti in ospedale e alla popolazione. Nella Curia vescovile di Parma furono istruiti negli anni 1945-1946 i processi ordinari sulla sua fama di santità. La Sacra Congregazione per le Cause dei Santi emise il decreto sugli scritti il 6 luglio 1963 dichiarandola Serva di Dio.
FONTI E BIBL.: G.B. Parma, Anima candida. Lineamenti biografici e di vita interiore della Madre Anna Eugenia Piazza, Subiaco, 1928; P. Aloysia, Vita della serva di Dio Madre Anna Eugenia Piazza, Parma, 1946; G.M. Conforti, Le piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria, Parma, 1980; T. brizzolara, Eugenia, Parma, 1983; Beaudoin, Index processuum beatificationis, 235; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 8; Bernardino da Siena, in Bibliotheca Sanctorum, Appendice I, 1987, 1045-1046.

Parma 1765
Fu musicista alla Steccata di Parma nell’anno 1765.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1765; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

1747-Parma 1809
Fu profondo conoscitore delle lingue greca, latina e italiana, della Teologia e delle buone lettere in genere. Divenne dapprima precettore di alcuni giovani di ricche famiglie parmigiane, e fu poi fatto maestro di umane lettere e di lingua greca nelle scuole della Reale Università di Parma. Morì a 62 anni.
FONTI E BIBL.: A.Cerati, Opuscoli diversi, IV, 1810, 284-287.

Parma 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet e invetriate gotiche, nel Casino del Ferlaro.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.

Arcola 1528-Parma 4 marzo 1614
Appartenne a una nobile famiglia originaria della città di Luni. Il padre, conte Picedo, facoltoso possidente, si stabilì nel 1525 ad Arcola. La madre, Clementina degli Ottaviani, era oriunda di Vezzano, dove poi il Picedi fece costruire un palazzo sontuoso nel quale progettò di ritirarsi a vita privata dopo aver rinunciato agli impegni di Corte. Il Picedi iniziò gli studi sotto la guida di precettori e li continuò a Padova, dove, ventunenne, conseguì la laurea in legge. Dotato di aperto ingegno e acquistata esperienza negli affari, fu nominato uditore di rota in Bologna, quindi a Mantova e infine a Faenza. Passato a Roma, entrò al servizio del cardinale bresciano Gian Francesco Gambara, vescovo di Viterbo, il quale lo inviò a Parma per risolvere una vertenza in corso tra lui e il cardinale Sforza Pallavicino, a negoziare la quale era stato scelto dalle parti il duca ottavio Farnese. Questi, in tale circostanza, ebbe modo di conoscere e di apprezzare l’acume e la prudenza del Picedi nel dirimere l’aggrovigliata e complessa questione e senz’altro gli propose di passare al suo servizio. Avuto il consenso dell’interessato e il benestare del cardinale gambara, condusse il Picedi alla propria Corte servendosi per molti anni di lui in importanti missioni. Nel 1585 lo annoverò tra i nobili cittadini parmensi e contemporaneamente lo nominò Fiscale in Piacenza e poi Podestà in novara, inviandolo quindi al governo di Parma, città che Carlo V aveva scorporato dallo Stato di Milano per cederla a Pierluigi Farnese. In seguito il Picedi fu per due anni Fiscale a Pavia e fece parte della locale accademia degli Affidati. Ebbe pure la cittadinanza di Novara (1571), dove fu Pretore, e, avendo acquistato notorietà e benemerenze anche in altre città nello svolgimento dell’attività diplomatica, fu insignito di numerose onorificenze: Genova lo annoverò tra i patrizi che avevano diritto al governo della Repubblica, Piacenza lo iscrisse al suo patriarcato e Roma gli conferì il titolo di cittadino romano. Ottenuto da alessandro Farnese, figlio di Ottavio, l’incarico di suo ambasciatore a Milano, passò in tale qualità alla corte di re Filippo di Spagna (il quale a quel tempo si trovava in Portogallo) per sostenere i diritti del Duca sopra quel regno. La missione presso il Monarca non ebbe esito felice, sicché il Picedi fece ritorno alla residenza di Milano, che lasciò poco dopo per passare a Genova. Nel frattempo, essendo rimasto vedovo di Ersilia Forlani (dama piacentina dalla quale aveva avuto due figlie, Lavinia e Maria), sposò in seconde nozze la genovese Maria Spinola, che lo rese padre di un’altra figlia, costanza. Alla morte del duca Ottavio, alessandro Farnese lo inviò nel 1591, sempre in qualità di suo ambasciatore, a Roma. il pontefice Innocenzo IX, essendo stato governatore di Parma e conoscendo la destrezza del Picedi nel trattare gli affari di Stato, lo decorò dell’Ordine di Cristo e determinò di valersi di lui nel servizio della Curia romana. Senonché il Papa morì dopo solo due mesi di pontificato senza aver potuto dare una definitiva sistemazione al Picedi, il quale, intanto, si era svincolato dal duca Farnese. Non meno benevolo nei confronti del Picedi fu papa Clemente VIII, che gli accordò una lauta pensione per gli incarichi di fiducia che lo destinò a ricoprire in Vaticano. Ranuccio Farnese, allorché successe al padre nel governo del Ducato di Parma e Piacenza, richiamò il Picedi, lo ricevette con tutti gli onori e lo nominò suo Consigliere segreto e Ambasciatore. In quest’ultima qualità lo inviò dapprima a Roma e in seguito a Madrid alla corte di Filippo II. La notizia della morte della seconda moglie, da lui appresa in Spagna, rappresentò per il Picedi la spinta decisiva ad abbracciare lo stato ecclesiastico. Rientrato a Parma e informato Ranuccio farnese della vocazione, ne ebbe dal Duca approvazione e incoraggiamento, a condizione che non rinunciasse a prestare i suoi preziosi servizi alla Casa Farnese. Ricevuta nel 1596 la sacra ordinazione, fu creato Referendario dell’una e dell’altra segnatura. Nel 1598, alla morte di Carlo Sozzi, prevosto mitrato della Chiesa borghigiana, venne destinato a succedergli e, allorché il 12 febbraio 1601 Borgo San Donnino fu elevata con bolla di papa clemente VIII a sede vescovile, il Picedi divenne primo vescovo della costituita nuova diocesi. La data ufficiale della nomina risale all’8 gennaio 1603, al tempo cioè in cui vennero ultimate le pratiche inerenti alla giurisdizione spirituale e temporale dell’episcopio borghigiano sui territori dipendenti dalla prevostura e su quelli dello Stato di Parma e Piacenza che erano soggetti al vescovo di Cremona. Il Picedi fece il solenne ingresso in Borgo San Donnino il 12 aprile 1604 e per la circostanza due canonici e due rappresentanti del Comune lo ricevettero a Parola, mentre alla porta di San Michele, dove fu eretto un arco trionfale, attendevano gli altri canonici e consiglieri del Comune con alla testa il podestà Giovanni Zucchi. Nella chiesa di San Michele il Picedi vestì gli abiti pontificali, quindi fu accompagnato processionalmente in Duomo, dove celebrò la messa pontificale. Per un caso singolare, lo assistettero durante la solenne funzione altri due vescovi, il canonico Alfonso Trecasali, come diacono, e il canonico giacomo Marri, come suddiacono, e furono presenti le tre figlie del Picedi con i rispettivi mariti, la figlia del Trecasali con il consorte e il figlio del Marri con la moglie: tutti, al termine del sacro rito, ricevettero dalle mani del Picedi la comunione. L’episcopato del Picedi a Borgo San Donnino fu più formale che effettivo. Di atti notevoli che l’abbiano contrassegnato, le cronache non registrano che l’istituzione della congregazione della Dottrina cristiana e l’emissione di un regolamento per i monasteri delle religiose. Il Picedi continuò a risiedere a Parma e a prestare servizio presso quel Duca, recandosi di tanto in tanto a Borgo San Donnino per attendere agli affari ecclesiastici più urgenti. Il 30 agosto 1606 fu traslato da papa Paolo V alla sede vescovile parmense. Ne prese possesso per procura il 7 settembre successivo per rogito del notaio Giacomo Magnani e fece l’ingresso il 30 novembre dello stesso anno. Il 23 aprile 1607 consacrò la chiesa prepositurale di San secondo, dopo che era stata interamente restaurata. Il 18 ottobre 1608 procedette alla consacrazione della chiesa di Santa Maria Maddalena delle Carmelitane e il 30 aprile 1610, con l’approvazione dei canonici della Cattedrale di Parma, concesse la chiesa di Santa Maria del Quartiere (della quale aveva gettato la prima pietra nel 1604) ai padri del Terz’Ordine di San francesco, presso la quale i religiosi costruirono il loro convento. Emanò infine alcune disposizioni sulle modalità delle esequie, allo scopo di eliminare abusi e scandali. Il suo episcopato, che vide negli anni 1606 e 1607 una tremenda carestia, alleviata da ogni possibile caritatevole provvidenza, comprese anche gli anni 1611 e 1612, quello della congiura dei feudatari, accusati di cospirazione contro lo Stato e la vita del Duca di Parma Ranuccio Farnese, e quello della conseguente sanguinosa repressione che suscitò una vasta e clamorosa eco in tutte le corti d’Italia. A conclusione di quel processo, nel quale le più atroci torture forzarono alle confessioni più improbabili, sette nobili lasciarono il capo sul patibolo (fu giustiziata anche la contessa Barbara Sanseverino, celebrata in versi dal Tasso e dal Guarini) e tre altri complici furono impiccati. Dal grande processo fu stralciata, per ragioni di competenza, la parte riguardante le offese alla religione (sortilegi, bestemmie ereticali) e quella sulla colpevolezza di due sacerdoti ritenuti complici dei cospiratori. Il tribunale ecclesiastico, presieduto dal Picedi, non fu meno severo di quello del Farnese. Si disse anche che il Picedi, d’accordo col Duca, avesse preparato al giudice Piosasco le domande che dovevano costringere gli imputati a confessare. Informa l’Allodi che il Picedi fu colto nelle lettere e abile negli affari. Compose qualche orazione, tra le quali si ricorda quella che recitò per i funerali di Maria di Portogallo, consorte del duca Alessandro Farnese. Fece inoltre pubblicare dall’editore parmense Erasmo Viotti nel 1564 i quattro ultimi volumi della Storia d’Italia del guicciardini, in calce ai quali aggiunse una sua diligente ed estesa Tavola delle cose notabili e i sommari. Morì all’età di 86 anni e fu sepolto in cattedrale nella cappella di Sant’Agata. Sopra il suo sepolcro spicca un simulacro scavato nel marmo raffigurante un vescovo vestito degli abiti pontificali. Una lapide reca la seguente iscrizione: Papirio Picedo de Arcula nobili genuensi summa prudentia, parique sapentia praedito, Primario Ser. Ranutii Farnesi Parme et Placentiae etc. Ducis IV Consiliario, J. V. consultissimo, saepius in magnis Principum negotiis probato. Burgi primum deinde Parmae Episcopo omnia tanti honoris munera obeunti omni meritorum ergo laude comulatissimo Heredes affines tanto Antitisti optime merito M. PP. Obiit quarto nonas Martii MDCXIV annos natus XXCVI. Nel pavimento, intorno all’effige del Picedi, si legge quest’altra iscrizione: Papirius Picedius Episcopus Serenissimorum Dominorum Fratrum Octavii et Alexandri Farnesi Consiliario, negotiorum maximorum eorundem apud maximos in toto orbe terrarum Principes gloria vivet, memoria vivit, virtus vixit.
FONTI E BIBL.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 147-166; Parma per l’arte 3 1952, 144-145; A. Angelletti, Vita di mons. Papirio Picedi, rifusa poi nell’opera di Achille Neri, edita a Parma nel 1875; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 353-357; F. Piazza, in Gazzetta di Parma 18 marzo 1996, 5.


Parma 1649
Monaco benedettino, fu autore di un lungo Gratulatorium Carmen in reditu D. Andreae Arcioni Casinensium Praesidis (Parmae, Typis Seth et Erasmi de Viothis, 1649).
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 932.

Parma 9 ottobre 1889-El Matoral 5 gennaio 1937
Figlio di Leonardo, cocchiere, e di Maria Melegari, portinaia. Dopo aver frequentato la scuola media, cominciò fin da ragazzo a lavorare come apprendista orologiaio, ma ben presto dette una prima prova del suo carattere avventuroso e impulsivo fuggendo da casa con una compagnia di guitti. Dal 1906 al 1912 girovagò per l’Italia settentrionale, recitando anche, sembra, nella compagnia di Ermete Zacconi. L’amore per il teatro non lo abbandonò neppure dopo il ritorno a casa: aperto per vivere un piccolo negozio di orologeria, fondò infatti la Compagnia filodrammatica stabile di Parma n. 1. Iscrittosi giovanissimo al partito socialista, allo scoppio della prima guerra mondiale ne condivise le posizioni neutraliste. Si arruolò poi volontario nella Croce rossa, ma ciò non gli evitò il trasferimento in fanteria, presso il cui 112° Reggimento prestò servizio come Sottotenente di complemento, riportando una medaglia di bronzo al valore militare, e una ferita a una gamba. dall’esperienza della guerra, che non mancò di colpirlo profondamente, il Picelli trasse la convinzione che fosse suo precipuo dovere assistere quanti ne erano stati colpiti. Si impegnò così nell’organizzazione parmense della Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra, che lo elesse segretario nel 1919. questa organizzazione, che si riferiva nazionalmente al partito socialista (ma vi erano presenti anche anarchici e sindacalisti rivoluzionari), nacque per dare risposte concrete agli strati popolari che più avevano sofferto della guerra e diventò in pochi mesi una vera organizzazione di massa. La distinzione rispetto ad altre associazioni di ex combattenti consistette in una visione decisamente classista: appello alla costruzione dello stato operaio contrapposto allo stato nazionale, richiamo alla solidarietà di classe. Accanto a una attività assistenziale e legale per i mutilati, gli invalidi e per le famiglie colpite, venne condotta un’azione per dare lavoro ai reduci, e non mancarono le voci di chi vedeva nella Lega il momento per la preparazione dell’esercito rosso (G. Isola). A Parma il Picelli si batté, oltre che per la soluzione dei bisogni immediati degli ex combattenti e delle loro famiglie, per un’azione decisa nel campo sindacale, che non disdegnò il momento dello scontro. Più volte, tra il 1919 e il 1920, ribadì che la Lega interverrà ogni qualvolta occorrerà l’azione costituendo essa l’avanguardia del movimento rivoluzionario e che non erano sufficienti gli scioperi di protesta ma si rendevano necessari movimenti decisi e rivoluzionari. Delegato a rappresentare la provincia di Parma alle assise della lega, al II congresso svoltosi a Bologna il 20-23 giugno 1920 fu eletto membro del Comitato centrale dell’organizzazione, ma non poté assumere effettivamente l’incarico perché venne arrestato pochi giorni dopo. Soprattutto uomo d’azione, nell’acuta crisi sociale e politica del dopoguerra, il Picelli maturò una particolare sensibilità per i problemi dell’organizzazione militare del proletariato e fin dal 1920 costituì a Parma una Guardia rossa autonoma. Composto per lo più di giovani socialisti (i più turbolenti elementi sovversivi, a detta del prefetto) e mal tollerato dal partito, questo organismo non raggiunse mai una grande consistenza e non svolse in effetti azioni di particolare rilievo. L’iniziativa più clamorosa fu quella del sabotaggio di un treno carico di soldati in partenza per l’Albania, effettuato il 28 giugno 1920 e seguito dall’immediato arresto del Picelli. Per uscire dal carcere, dovette attendere le elezioni politiche del maggio 1921, per le quali il Partito Socialista Italiano presentò la sua candidatura-protesta e che lo videro eletto con 20294 voti. Tornato così in libertà, il Picelli si trovò di fronte una situazione radicalmente mutata, nella quale al dilagare dell’offensiva fascista faceva riscontro la passività del movimento operaio e la divisione tra socialisti e comunisti, con le ostilità e il settarismo che ne derivavano. A Parma, per giunta, tutto ciò si inseriva in un cronico stato di divisione e di contrapposizione tra socialisti, sindacalisti dell’Unione Sindacale Italiana e deambrisiani. Pur facendo parte del gruppo parlamentare socialista, il Picelli non fu legato a nessuna delle correnti che nel 1921-1922 diedero vita a più partiti dal tronco socialista. Lontano dalla tradizione riformista, non si identificò né con le posizioni massimaliste né con quelle comuniste e neppure si collocò all’interno degli altri raggruppamenti, l’anarchico e il sindacalista, che così forti radici mantenevano anche nella Parma del primo dopoguerra. In mesi caratterizzati da una acuta crisi economica, sociale e politica e da una recrudescenza dello scontro di classe, nel quale si inserirono le azioni dello squadrismo fascista, mentre le forze dello stato si opponevano con forza solo all’opera di difesa dei gruppi del movimento operaio, l’attività del Picelli si articolò in più direzioni, che ebbero tutte al centro la difesa delle condizioni di vita e le libertà politiche e civili delle masse lavoratrici. Lo si trova presente nelle riunioni convocate alla prefettura per chiedere un impegno del governo contro la disoccupazione, attivo sulla stampa per chiamare all’unità le diverse componenti sindacali del movimento operaio, impegnato per la liberazione dei detenuti politici e organizzatore degli Arditi del popolo per la difesa militare contro le spedizioni fasciste, che nella provincia avevano già decretato la fine di alcuni capisaldi socialisti. Non legato ad alcuna delle organizzazioni tradizionali del movimento operaio, non bruciato dagli scontri che divisero il campo in interventisti, neutralisti e contrari, il Picelli si pose come l’uomo che poteva unire il corpo smembrato del fronte operaio. La Lega proletaria, in quanto organismo nuovo, gli consentì abbastanza liberamente di svolgere un’azione su più fronti, da quello sindacale a quello dell’organizzazione militare. Convinto che fosse necessario opporsi al fascismo sul piano della lotta armata, nell’estate del 1921 il Picelli dette vita a Parma al corpo degli Arditi del popolo, riuscendo a ricreare attorno a esso una vasta unità delle forze proletarie, nonostante l’opposizione di numerosi dirigenti del Partito Socialista italiano e del Partito Comunista Italiano: nell’interesse collettivo devono tacere i vari dissensi politici, scomparire le questioni individuali, i piccoli rancori, vecchi e nuovi, pensando solo che ogni essere è l’elemento indispensabile alla coesione e alla costituzione di quella forza immensa che è data dall’unione dei singoli. Voglio sperare che presto si cesserà di offrire il triste spettacolo della disunione: le tre Camere del lavoro scompariranno, si fonderanno in una e la nostra provincia fatta forte darà finalmente battaglia certa del buon esito di essa. Viva l’unità proletaria! (Idea 4 giugno 1921). Gli organi di stampa dei raggruppamenti politici dal Picelli chiamati all’unità, pur dissentendo o ponendo riserve alla sua azione, non rifiutarono le sue lettere e i suoi articoli: non lo aiutarono, ma neppure, di fatto, lo avversarono. Lo stesso quotidiano Il Piccolo, inizialmente contrario agli Arditi del popolo in quanto tentativo antilegale che si arrogava il compito di esercitare funzioni che in una nazione civile spettano allo stato, due mesi più tardi, il 21 settembre 1921, di fronte al dilagare della violenza fascista, che veniva meno al patto di pacificazione sottoscritto nell’agosto, e all’impotenza delle strutture dello stato, scrive: sarebbe davvero un’ingiustizia a voler aggiungere al danno le beffe, attribuire agli arditi del popolo la responsabilità del prolungarsi di una situazione angosciosa. Sul versante opposto si collocò la Gazzetta di Parma, pronta a difendere le azioni degli squadristi e ad accreditare ogni interpretazione fascista degli scontri e violenze a Parma e in provincia. Il giornale mise in atto un’opera di denigrazione nei confronti degli arditi e specialmente del Picelli, di cui cercò di ridicolizzare la figura di dirigente, ricordando con toni perbenisti il suo passato di attore, lanciandogli la falsa accusa di essersi proposto come propagandista dell’Agraria e ripetendo che egli cercava con tutti i mezzi di mettersi in luce. Disturbò molto i conservatori e i reazionari parmensi che a rappresentare Parma in parlamento, accanto all’onorevole Micheli, di parte popolare, sedesse il Picelli, l’eletto della teppa e della masse proletarie e ignoranti (G. Stefanini, 27). Nell’ondata repressiva di parte governativa che si abbatté nella tarda estate 1921a livello nazionale contro gli Arditi del popolo fu colpito anche il Picelli, arrestato il 27 settembre per detenzione abusiva di armi, trovategli in casa durante una perquisizione. In effetti, nelle file degli Arditi del popolo accorsero sindacalisti e anarchici, socialisti e comunisti, e tra questi ultimi, con compiti di responsabilità, il segretario della federazione Filippini e quello della Federazione Gioventù Comunista italiana D. Gorreri. Si riuscì anche a far uscire per qualche numero, stampandolo a Milano, un periodico intitolato appunto L’Ardito del popolo. Divisa la città in settori secondo una rete organizzativa capillare e una struttura militare centralizzata, il Picelli non attese gli attacchi dei fascisti ma passò decisamente all’offensiva, consentendo così al movimento operaio della città e della provincia di riprendersi e di promuovere numerose manifestazioni. Il 1° maggio 1922 lo stesso Picelli poté trarre questo bilancio dell’opera svolta: In tutta la Valle Padana, Parma è l’unica zona che non sia caduta in mano al fascismo oppressore. La nostra città, compresa una buona parte della provincia, è rimasta una fortezza inespugnabile, malgrado i tentativi fatti da parte dell’avversario. Il proletariato parmense non ha piegato e non piega. Dietro la prima linea c’era tutto il popolo che senza distinzione di partito costituiva l’invincibile esercito dei simpatizzanti. Giovani e vecchi, uomini e donne hanno dato tutto il loro contributo. Ma se fino al quel momento, grazie al suo coraggio personale, allo stretto rapporto con le masse instaurato giorno per giorno nei rioni popolari della città e al suo prestigio di capo degli Arditi del popolo, il Picelli poteva dirsi uno degli uomini più amati e popolari di Parma, presto la sua figura entrò nella leggenda. Parma è l’ultima roccaforte in mano alle forze antinazionali: rappresenta un luogo di rifugio e un aiuto morale per il sovversivismo italiano (Italo Balbo). La prova di forza venne in occasione dello sciopero legalitario dell’agosto 1922, che a Parma e nella provincia riuscì compatto e totale: agli ordini di Balbo, per far cessare lo sciopero e conquistare l’ultima roccaforte del movimento operaio, conversero sulla città le squadre fasciste dell’intera Italia settentrionale. Ma, in tre giorni di ripetuti assalti, i fascisti di Balbo non riuscirono ad aver ragione degli Arditi del popolo del Picelli, i quali, asserragliati nei quartieri del Naviglio e dell’Oltretorrente, con il sostegno attivo dell’intera popolazione, non esclusi numerosi militanti cattolici, opposero un’eroica resistenza e costrinsero infine il nemico a ritirarsi sconfitto, lasciando sul terreno 39 morti e 150 feriti. Le camicie nere arrivarono nella notte tra il 3 e il 4 agosto, e l’ammassamento venne fatto nei pressi della stazione ferroviaria, da Barriera Garibaldi al ponte della circonvallazione. Già nella notte cominciarono le prime scaramucce. La mattina del 4 agosto il primo attacco avvenne contro i borghi di Parma nuova, dalla parte di via Garibaldi e via parmigianino. Gli Arditi contrattaccarono, lasciando sul campo Giuseppe Mussini, un operaio di 25 anni. Balbo si recò dal prefetto intimandogli di riportare alla normalità la situazione entro dodici ore. Seguirono trattative convulse, ma ben presto Balbo capì che l’esercito non avrebbe mai attaccato le barricate, e ruppe ogni indugio. Il mattino seguente i fascisti attaccarono di nuovo, e Balbo, con un centinaio di uomini, riuscì ad arrivare davanti alla vecchia Camera del Lavoro, vicino alla chiesa delle Grazie. Ma la sede sindacale era presidiata dall’esercito, che aveva avuto l’ordine di sparare su chiunque tentasse di avvicinarsi, e Balbo dovette tornare sui suoi passi. I fascisti tentarono un nuovo attacco penetrando dai giardini pubblici ma la manovra era stata prevista e si rivelò un insuccesso. Alla sera il vescovo Conforti tentò una pacificazione facendo visita a Balbo all’Albergo Croce Bianca ma il suo tentativo fallì. L’epilogo si ebbe a mezzanotte, quando il generale lodomez comunicò al gerarca che l’esercito aveva deciso di prendere in mano la situazione proclamando lo stato d’assedio e intimando agli insorti di consegnare le armi. Dopo due ore Balbo diede l’ordine di smobilitare e la mattina seguente se ne andò con le sue legioni. Nella generale disfatta del movimento operaio, la vittoria del proletariato parmense assunse un grande significato politico: Fu allora Parma a salvare l’onore del proletariato italiano. Parma con il successo della sua resistenza, dovuto alla partecipazione unitaria di tutte le componenti del movimento operaio e popolare, costituì un luminoso punto di riferimento per la lotta contro il fascismo (E. Ragionieri, La storia politica e sociale, in Storia d’Italia, IV, dall’unità a oggi, 3, Torino, 1976, 2118). Ciò che non era riuscito ai fascisti fu poi compiuto dall’esercito, alla cui ingiunzione di sgomberare i quartieri già trasformati in fortilizi, gli Arditi del popolo non poterono opporre ragionevole resistenza. Il Picelli, denunciato e incarcerato per breve tempo nel mese di ottobre, continuò la sua milizia a Parma animandovi ancora per diversi mesi, anche dopo la marcia su Roma, la resistenza antifascista, ormai nel buio della clandestinità. In meno di due anni, il Picelli subì quattro arresti. Dopo quelli del 27 settembre 1921 e del 5 marzo 1922, fu di nuovo fermato il 31 ottobre 1922 e il 3 maggio 1923. Le imputazioni furono sostanzialmente le stesse: porto abusivo di armi e formazione di bande armate. Ogni volta la Camera dei deputati negò l’autorizzazione a procedere, per cui il Picelli tornava di nuovo in libertà, dopo aver tuttavia scontato un fermo di diversi giorni e a volte di settimane. La sua vita, soprattutto dall’agosto 1922, ma ancora di più dal dicembre, quando giunse sul tavolo del ministro la circolare firmata dal Picelli che chiamava all’unità proletaria sul piano nazionale, non fu più scissa dalla persecuzione poliziesca. Venne seguito, pedinato, perquisito, fermato. De Bono, il quadrumviro che dirigeva il ministero dell’interno, nel suo telegramma del 28 dicembre al prefetto di Parma è molto esplicito: Dia informazioni ogni movimento et ogni iniziativa sovversiva et sorvegli bene Picelli in modo occorrendo poter provvedere suo arresto. I dirigenti fascisti lo perseguirono non solo per lo scorno subito nell’agosto, quando non poterono occupare i borghi popolari di Parma: ciò che preoccupava era il fatto che i borghi non erano ancora domati (come dimostravano gli scontri del 14, 15 e 16 ottobre 1922, in cui vennero di nuovo erette le barricate) e che il Picelli si era fatto promotore di convegni nazionali segreti per gettare le basi per la costituzione di un organismo di difesa forte e capace di opporsi con l’azione diretta e disciplinata alla reazione. Il Picelli, infatti, se dopo la marcia su Roma (14 dicembre 1922) sciolse il movimento degli Arditi del popolo, non cessò per questo di lavorare per la formazione dell’esercito rosso proletario. Il 1° ottobre 1922 sull’Ardito del popolo riprese il tema dell’organizzazione militare: Al proletariato occorre un nuovo organo di difesa e di battaglia: “il suo esercito”. Le nostre forze devono inquadrarsi e disciplinarsi volontariamente. L’operaio deve trasformarsi in soldato, soldato proletario, ma “soldato”. A differenza dei partiti operai, socialista e comunista, i quali concepivano il momento militare strettamente connesso con l’organizzazione politica e da questa dipendente, per il Picelli i due momenti dovevano essere scissi: Sappia il proletariato italiano comprendere la necessità dell’organizzazione militare rossa, all’infuori delle Camere del Lavoro e dei partiti politici, indispensabile alla difesa ed alla conquista della libertà (L’Ardito del popolo 10 ottobre 1922). Senz’altro giocò in questa sua idea della separatezza la visione delle forze proletarie divise, per cui l’unità si rendeva possibile solo con una organizzazione militare al di fuori dei partiti e dei sindacati. Quando ormai il movimento operaio era sconfitto e demoralizzato, l’appello del Picelli a tutto il proletariato italiano dei primi di ottobre e rinnovato il 19 dicembre 1922, per la costituzione di un organo a carattere militare e tecnicamente capace, che oltre al compito della difesa abbia anche quello di entrare in azione al momento opportuno, non poté non cadere nel vuoto. Il Picelli tuttavia non demorse. A Parma costituì i Gruppi segreti di azione o Soldati del popolo, i quali fino a tutta la prima metà del 1923 continuarono ad agire. A livello nazionale tenne contatti con diversi esponenti politici, tra cui Giuseppe Mingrino, che, con Baldazzi e Secondari, era stato tra i massimi dirigenti degli Arditi del popolo. Poi, nel maggio del 1923, fu costretto a trasferirsi a Roma per evitare le conseguenze dell’odio dei fascisti verso il principale artefice della loro umiliazione. Già su posizioni di critica del partito socialista, che non poterono non accentuarsi di fronte al patto di pacificazione con i fascisti, il Picelli mostrò in quel periodo di condividere la politica di adesione al Komintern e di fusione tra Partito Socialista Italiano e Partito comunista Italiano, perseguita dalla frazione terzinternazionalista, le cui tesi difese infatti strenuamente (secondo quanto riferiscono fonti di polizia) nel gennaio 1923. Al contrario di quanto si è da più parti ritenuto, però, il Picelli non aderì mai effettivamente alla frazione, abbandonando il Partito Socialista Italiano nel corso del 1923 e rimanendo indipendente fino all’anno successivo. Nelle elezioni dell’aprile 1924 fu di nuovo eletto deputato, al di fuori delle preferenze organizzate su scala nazionale dal Partito comunista Italiano. Fu un grande successo, considerato il clima di violenze e intimidazioni in cui si svolse la campagna elettorale. La lista di Unità proletaria, che raggruppava comunisti e terzinternazionalisti, ottenne complessivamente 19 deputat.In Emilia il solo Picelli venne eletto. Non è comunque privo di significato che, rieletto deputato nelle liste dell’Unità proletaria, il Picelli si iscrisse infine al Partito comunista Italiano nel momento della fusione con i terzinternazionalisti. Dopo l’ingresso nel partito comunista, il Picelli, che già il 1° maggio 1924 aveva fatto parlare di sé per aver spiegato una grande bandiera rossa sul balcone di montecitorio, partecipò all’attività del gruppo parlamentare comunista, incorrendo più volte nelle aggressioni dei fascisti, nel parlamento e nelle vie di Roma. Utilizzato dal partito per svolgere opera di collegamento e di direzione politica, tra il 1924 e il 1926 il Picelli si spostò continuamente da un capo all’altro della penisola, e in particolare nel Mezzogiorno, valendosi delle facilitazioni riservate ai parlamentari. Dopo le leggi eccezionali fu condannato nel novembre 1926 a cinque anni di confino e tradotto prima a Lampedusa e poi, nel febbraio 1927, a Lipari, dove rimase fino al novembre 1931, con la sola interruzione di sette mesi di carcere a Messina nel 1928. Per lui, come per tanti altri, gli anni del confino furono anni di studio e di discussione, che lo videro maturare compiutamente l’adesione alla nuova linea adottata dal Partito comunista Italiano al congresso di Lione. Scontata la condanna al confino, il 9 novembre 1931, giunto a Roma, chiese di trasferirsi a Milano, dove viveva la compagna Paolina Rocchetti, impiegata presso la Delegazione commerciale sovietica. Il capo della polizia centrale, Arturo Bocchini, firmò il nulla osta al trasferimento, chiedendo una attenta vigilanza per impedire un eventuale espatrio. Appena giunto a Milano, in effetti, la prima preoccupazione del Picelli fu di espatriare. Cercò contatti con i compagni di fede conosciuti prima e durante il confino e all’inizio del 1932 espatriò clandestinamente in Francia su ordine del partito, e qui lo raggiunse pochi mesi dopo Paolina Rocchetti. Nei mesi della sua permanenza in Francia, il Picelli svolse una intensa propaganda antifascista. Espulso dal paese, nel luglio dello stesso anno riparò in Belgio e dalla fine di agosto del 1932 si rifugiò nell’Unione Sovietica, dove lavorò come operaio in una fabbrica di cuscinetti a sfera. Dopo lo scoppio della guerra civile, fu tra i primi volontari ad accorrere in Spagna a difesa della repubblica: giunto a Barcellona nel novembre 1936 e di lì inviato ad Albacete, centro di raccolta delle Brigate internazionali, mise a frutto le sue sperimentate capacità militari addestrando personalmente il gruppo di volontari che poi guidò in battaglia. Un mese dopo, con trecento garibaldini, giunse sul fronte di Madrid, dove fu nominato comandante di compagnia. Promosso Comandante del battaglione Garibaldi dopo i primi combattimenti dello scorcio del 1936, il Picelli partecipò quindi alla battaglia di Mirabueno, dove cadde alla testa dei suoi uomini, falciato da una raffica di mitragliatrice. Una imponente manifestazione a Madrid rese l’estremo saluto a colui che un comunicato del Comitato Centrale del Partito comunista Italiano definì uno dei capi più amati della classe operaia del nostro paese, mentre a Parma e in tutta l’Italia l’esempio leggendario del Picelli, vincitore di Balbo e caduto per la libertà della Spagna, alimentò la coscienza antifascista e la volontà di riscossa di un crescente numero di cittadini. I giornali antifascisti lo ricordarono con articoli in prima pagina e i suoi funerali, tenuti in forma solenne, furono seguiti dalla popolazione di Barcellona, nel cui cimitero avvenne la sepoltura, e da dirigenti del movimento antifascista internazionale.
FONTI E BIBL.: Partito comunista d’Italia, comitato centrale, L’estremo saluto del PCI all’eroe di Parma, in Lo Stato operaio n. 1 1937, 1-2; M. Ercoli (P. togliatti), À la mémoire de Guido Picelli, in l’internationale communiste n. 1-2 gennaio-febbraio 1937, 74-75; Pionieri dell’Italia democratica, a cura di A. Dal Pont e L. Zocchi, Roma, 1956; U. Terracini, Guido Picelli nel 30° anniversario della sua scomparsa, Parma, 1969 (contenente anche altre rievocazioni: tra le altre, quelle di F. Santi, D. Gorreri, V. Vidali); P. Spriano, Storia del PCI, I-III, Torino, 1967-1970, ad indicem; M. De Micheli, Barricate a Parma, presentazione di G. Amendola, Parma, 1972, passim; T. Detti, Serrati e la formazione del PCI, Roma, 1972, ad indicem; P. Savani, antifascismo e guerra di liberazione a Parma, Parma, 1972, 29 sgg.; G. Calandrone, La Spagna brucia, Roma, 1974, 55, 75-76; G. Isola, La Lega proletaria mutilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra, tesi di laurea discussa all’Università di Firenze nell’anno accademico 1974-1975. Del Picelli cfr.: Unità e riscossa proletaria, Parma, 1922; Gli operai di Parma sotto il terrore, in l’Unità 23 marzo 1924; La rivolta di Parma, in Lo Stato operaio n. 10 1934, 753-760; Una lettera di Guido Picelli a C. Montanari, a cura di S. Morini, in Ricerche storiche n. 7-8, 1969, 89 s.; 535 deputati, 1924, 224; V. Bonfigli e C. Pompei, I 535 di Montecitorio, Roma, 1921; Pangloss, Gli eletti della XXV legislatura, Roma, 1921; Treves, I deputati al Parlamento delle legislature XXIII, XXV e XXVI, tre volumi, Milano, 1910, 1920, 1922; A. malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 319; T. Detti, in Movimento Operaio Italiano, IV, 1978, 130-134; L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 118-121; Dietro le barricate, 1983, 173-181; Grandi di Parma, 1991, 90-92; F. Sicuri, Il guerriero della rivoluzione : contributo alla biografia di Guido Picelli (1889-1937), Parma, Uni.Nova, 2010 (con un saggio di William Gambetta; F. Sicuri, "Così vidi morire Picelli", in Gazzetta di Parma, 2 agosto 2010, p. 5.

Parma 1893-Roma 1979
Figlio di Leonardo e di Maria Melegari. Nel 1909 fu tra i fondatori del Fascio anticlericale Francesco Ferrer. Di professione fattorino postale, promosse l’organizzazione sindacale della categoria  A causa di questa attività venne trasferito a Brescia, dove continuò la sua opera. Nell’agosto del 1914 tornò a Parma e si impegnò nella campagna a fianco dei dirigenti sindacali. Combatté con il grado di aiutante di battaglia sul fronte francese, meritando una medaglia di bronzo al valor militare. Alla fine del conflitto assunse incarichi di direzione alla Camera del Lavoro di Parma e nell’Unione Italiana del Lavoro. Nell’agosto del 1922 partecipò alla resistenza delle barricate, organizzata dal fratello Guido. Successivamente aderì all’associazione antifascista Italia Libera. Nel maggio del 1924 espatriò in Francia. A Parigi fu attivo nel gruppo sindacalista Filippo Corridoni e insieme a Giuseppe Donati e altri fuoriusciti curò la pubblicazione del Corriere degli Italiani. Fece parte della Lidu e della Concentrazione antifascista.Intorno al 1934 risultò assai vicino a Giustizia e Libertà.costretto a una condizione di penosa indigenza, nella primavera del 1935 riparò in Belgio. Da Bruxelles scrisse a Mussolini per essere arruolato volontario tra le truppe dirette in Africa orientale. Dall’Etiopia rientrò in Italia alla fine del 1936 e con la famiglia si stabilì a Roma. Gli venne dato un incarico nell’organizzazione sindacale del regime fascista e pubblicò il libro Il fante nella guerra nell’Africa Orientale.
FONTI E BIBL.: Dietro le barricate, 1983, 173; Enciclopedia di Parma, 1998, 536.

Borgo Taro 1636
Appartenne a una nobile famiglia di Borgo Taro.  Fu inviato nel 1636 dalla Comunità di Borgo Taro a Piacenza alla corte dei Farnese, collegati con la Francia contro gli Spagnoli. Ottenne di essere nominato Commissario ducale per condurre soccorsi a Borgo Taro, che riuscì a liberare dagli Spagnoli assedianti
FONTI E BIBL.: Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340; Valori, Condottieri, 1940, 290.

Borgo Taro 19 marzo 1753-post 1812
Nato da nobile famiglia, ebbe la sua educazione alla Corte di Parma tra i paggi degli infanti Filippo e Ferdinando di Borbone. Coltivò ardentemente la musica: allievo del Ragazzi e di Andrea Melegari, si applicò specialmente al violino, giungendo a eguagliare i maestri. A neppure quattordici anni d’età, fu ammesso a eseguire alcuni difficili concerti di violino alla presenza dell’infante Ferdinando di Borbone, per cui ottenne i più grandi onori e applausi. Ritornato a Borgo Taro, il Picenardi costituì una considerevole raccolta di composizioni musicali e organizzò frequenti accademie, divenendo in breve tempo un valido direttore d’orchestra. Quando nel 1790 il Gervasoni si portò a Borgo Taro, rimase sorpreso dall’organizzazione dell’orchestra cittadina (formata esclusivamente da dilettanti) e dall’abilità al violino del Picenardi, del quale apprezzò particolarmente la sicurezza d’intonazione, una grande espressione nell’adagio, un brillante staccato nell’allegro, un sonare netto in somma, puro, eguale ed armonioso. Compose anche buona musica: una Messa a tre voci concertata, alcuni Salmi e dodici concerti per violino. Soprattutto Sei duetti per violino lo pongono tra i migliori compositori di tale genere. Si distinse pure nella pittura e nelle belle lettere.
FONTI E BIBL.: C.Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 231-234; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 334.

Borgo Taro 1697
Fu segretario di diversi principi e presso molte corti di Germania. Condusse a termine l’accordo di matrimonio dell’arciduca Giuseppe d’Austria, poi Imperatore Leopoldo I, il quale, con diploma del 26 ottobre 1697, lo creò barone. coltivò le arti belle, e non poche sue poesie videro la luce in Cremona e Venezia. Seguì la scuola dei poeti della metà del XVII secolo, acquistando fama di buon letterato.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 334; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340.

Borgo Taro 1773
Nell’anno 1773 fu nominato Tenente colonnello delle milizie valtaresi.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 340.

Borgo Taro 1749
Nell’anno 1749 fu nominato Tenente colonnello delle milizie valtaresi.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340.

Borgo Taro 1728
Nel 1728 venne nominato dal duca Francesco Farnese Tenente colonnello delle milizie valtaresi. Fu anche appassionato e mecenate di musica.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 334; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 340.

Borgo Taro 4 luglio 1765-Parma 18 ottobre 1849
Figlio di Gian luigi e Maria Maddalena Costerbosa. Fu delegato ducale e commissario del distretto di Borgo Taro dal 15 giugno 1814 al 20 novembre 1823. Si imparentò colla nobile famiglia Stradelli sposando la contessa Maria Luisa. Prese l’abito di Cavaliere milite dell’Ordine di Santo Stefano di Toscana come collatario di una commenda di grazia il 18 ottobre 1818. Da Maria Luigia d’Austria l’11 giugno 1821 fu nominato Consigliere di Stato, e con diploma del 28 dicembre dello stesso anno insignito coi discendenti maschi per linea retta del titolo di barone. Con lettera patente del 25 maggio 1823 fu nominato Commissario ducale per la delimitazione dei confini tra Parma e la Toscana. Con diploma del 10 dicembre 1827 fu nominato Cavaliere di prima classe dell’Ordine Costantiniano e nel 1836 Ciambellano di Corte.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 335; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, 5, 1932, 340; M.De Meo, Il ceto dirigente in Borgo Val di Taro, 1998, 116-117; Statuti concessi alla Comunità di Borgo Val di Taro, 1999, 17.

PICINAGLI GIACOMO, vedi ROVAZZI GIACOMO

Corniana 26 marzo 1864-Parma 25 aprile 1944
Compiuti i corsi ginnasiali e liceali nel seminario di Berceto, passò in quello di Parma ove fu ordinato sacerdote dal vescovo Miotti il 24 settembre 1887. Fu nominato parroco di beduzzo, da cui passò alla parrocchia di basilicanova. Dal 10 gennaio 1908 fu per trentasei anni Canonico Penitenziere della Basilica Cattedrale di Parma. Fu per molti anni professore di Liturgia, di Pastorale, di Ascetica e di Mistica nei corsi teologici del Seminario di Parma. Morì durante una incursione aerea. Resta monumento alla memoria del Picinotti, la grandiosa chiesa parrocchiale di Corniana, a tre navate e col turrito campanile, da lui fatta edificare e consacrata da monsignor Conforti l’11 ottobre 1931.
FONTI E BIBL.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 203-204; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.

PICIO DAMIANO, vedi PIZZI DAMIANO

Mirandola 1511 c.-
Figlia di Gianfrancesco. Sposò nel 1531 Paolo Torelli. Quale tutrice del figlio Pomponio, fu esposta a continue vessazioni e liti per il possesso dei dazi di Guastalla. Alla fine ne dovette fare cessione a Ferrante Gonzaga.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, VIII, 1844, tav. X.


Parma 1591 c.-post 1642
Figlio di Ranuccio. Dopo aver compiuto privatamente gli studi di Rettorica e Etica avendo a precettore Giambattista Sestio, si addottorò in leggi nell’anno 1613. Fu notaio e Podestà prima di Cortemaggiore e poi di Busseto. dovette abbandonare ogni incarico dopo il matrimonio in seguito alle brighe e alle liti mossegli dai familiari della moglie (R. Pico, Appendice). Fece l’orazione funebre per le esequie del consigliere Ludovico Sacca, orazione in seguito stampata.
FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 80; Aurea Parma 2 1947, 97.

PICO LUCA, vedi PIZZO LUCA

Parma ottobre/dicembre 1568-Parma mag-gio/dicembre 1644
Nacque da Giambattista, segretario del duca Ottavio Farnese. Giovanissimo, fu ammesso, assieme al principe Ranuccio Farnese, alla scuola di Giovanni Ponzio, dal quale apprese i primi rudimenti grammaticali. Fece poi gli studi di umanità sotto Giambattista Sestio e quelli legali con Ottavio Zoboli. Perfezionò gli studi di giurisprudenza a Bologna e a Padova (in quest’ultima città fu allievo di Guido Pancirolo), dove ebbe anche modo di perfezionarsi in rettorica. Rientrato in Parma, vi fu laureato nell’ottobre 1588 da Giambattista Bajardi. Mortogli il padre nel 1590, poco tempo dopo si sposò con Giulia Cantelli. Godette di molta fama, almeno nel piccolo mondo letterario del Ducato di Parma. dottore in utroque e aggregato al Collegio dei giudici, fu a sua volta segretario dei duchi ranuccio e Odoardo Farnese, ma, assai più che non alla giurisprudenza, si dedicò alle lettere. Si interessò alla studio delle Sacre scritture, raccogliendo una ricca biblioteca. Tra le numerosissime opere del Pico, per la gran parte di genere agiografico, si cita lo Specchio de’ Principi, ovvero Vite de’ Principi santi (Viotti, Parma, 1622). Poligrafo, bibliofilo ed erudito, diede alle stampe anche parecchie vite ed elogi di Santi, tra cui un voluminoso Teatro de’ santi et beati della città di Parma et suo territorio, con la narrazione della vita di ciascuno di essi (Parma, M. Vigna, 1642). Maggior interesse presenta, pur con tutte le sue lacune e i suoi difetti, l’Appendice de’ vari soggetti parmigiani che o per bontà di vita o per dignità o per dottrina sono stati in diversi tempi molto celebri et illustri (Parma, Vigna, 1642), corredata anche di un catalogo dei vescovi e della matricola dei dottori del Collegio. Così intitolata perché considerata dal Pico come un supplemento alla Historia della città di Parma dell’Angeli, quest’opera rappresenta un non spregevole primo tentativo, almeno tra quelli dati alle stampe, di biografia generale parmense. Il lavoro del Pico rimase unico nel suo genere per lungo tempo. Costituì una delle fonti per le ricerche, ben altrimenti feconde, grazie alle quali Ireneo Affò arricchì la storiografia parmigiana delle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani. All’elogio che fa del Pico il puricelli, si contrappone il severo giudizio datone dal Muratori nella sua prefazione in Historiam Parmensem, attribuita dal Muratori a Giovanni Cornazzano. Ivi si leggono (f. 727 del tomo 1°, Rerum Italicarum Scriptores) queste dure parole: Neque heic ullum sperandum lumen a Ranucio Pico, qui anno 1642 de literatis Parmensibus infeliciter, ne dicam inepte, ac potissimum, ubi de Scriptoribus a suo tempore remotis agit.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, 1797, 55-57; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 703; Aurea Parma 2 1947, 95-96; Letteratura italiana Einaudi, II, 1991, 1394.

Parma 1861
Tenente in seconda del Reggimento Maria Luigia, ebbe parte attiva nei moti del 1831. Istruì la gioventù nel maneggio delle armi durante la rivolta. Inquisito e sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza, fu poi riammesso al servizio e mandato in distaccamento a Berceto. In seguito appartenne al corpo dei Dragoni ducali di stanza a Fiorenzuola d’Arda.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 198.

Parma XV secolo
Frate. Fu giurista di buon valore. Visse nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 102.

Masera 1488
Nell’anno 1488 fu addottorato al Collegio dei dottori e dei maestri di teologia di Parma.
FONTI E BIBL.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

Mattaleto 1445 c.-post 1503
Figlio di Bernardo. Il 28 settembre 1464 fu inviato al Collegio Branda da Castiglione di Pavia, dove studiò medicina. Tornato a Parma, vi si laureò il 5 gennaio 1470. Il Pier Antonio da Mattaleto fu ascritto al Collegio dei medici di Parma.
FONTI E BIBL.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 59; C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 50

PIERANTONIO DA PARMA, vedi CAMPAGNA IGNAZIO


Piazza di Montechiarugolo 1512
Fornaciaio attivo nell’anno 1512.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 724.


Parma 1570
Ingegnere, architetto civile e scrittore attivo nell’anno 1570.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 126.

PIERIO, vedi ILARIO DA PARMA

 PIER LUIGI FARNESE, vedi FARNESE PIER LUIGI

 PIERMARIA DA PARMA, vedi ILARIUZZI ILARIO

Parma gennaio/ottobre 1495-post 1545
Insieme a Francesco Bajardi fece da mallevadore tra i fabbricieri della Steccata di Parma e il Parmigianino, e inoltre disegnò la cappella in Santa Maria dei Servi dove fu collocata la Madonna dal collo lungo (cfr. E. Scarabelli zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III, 1501-1550, presso la Galleria Nazionale; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 126, e soprattutto A. O. Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, 142, 143, 157, 166, 168-169, 183, 184, 188). Oltre al lavoro per la cappella in Santa Maria dei Servi, lo Scarabelli Zunti informa che il Pieti (o de Pleta o Pleta) nel 1538 diede un disegno per un restauro della torre comunale di Parma, nel 1547 insieme a un collega andò fuori città per controllare il canale Naviglio, il 27 dicembre 1539 venne eletto insieme ad Alessandro Muciasio ingegnere della riparazione della città di Parma e che nel novembre del 1545 il Pieti aveva cinquant’anni. Nel Compendio copiosississimo dell’Origine, antichità et Nobilità suo popolo, e territorio estratto dal Raccolto d’Angelo Mario di Edoardi da Erba Parmiggia(no) in metà l’anno 1572 (Biblioteca Palatina di Parma, ms. parmense 978, c. 21 r.) si afferma: Fu imperatore Massimiano 2: damiano di Pieti ingegnere molto eccele(n)te nel dissegno, e nell’opera et talmente dotto dell’Architettura di Vetruvio, che tratta egregiam(en)te. La commentò et ridusse in boniss.mo disegno. La traduzione del Pieti è contenuta in un minuscolo volume manoscritto conservato alla Biblioteca Municipale di Reggio Emilia (mss. Rari, G 3; dimensioni cm. 7,9 x 11,8, alcuni fogli appaiono rifilati almeno in alto e nel lato destro dove vengono smangiate parole e cifre; il volume è composto di fogli 25 + 493 numerati + 3 non numerati).Al foglio 493 v. si legge: Scrito et tradoto in parma p damià di piieti del 1538 adi 15 di martio. Fini de scrivere. Alla rilegatura è incollato un foglio con utili indicazioni sul manoscritto di G.B. Venturi.Il frontespizio con caratteri settecenteschi dice: Leo Baptista di Albertis Florentinus de Architectura. Traduzione manoscritta di Damiano Pieti Parmigiano 1538. Ad uso di me F. Carlo dal Finale Ca.pno. la carta dal frontespizio al foglio segnato 25, cioè da dove ricomincia la numerazione, è diversa dalla carta del rimanente del volume salvo qualche foglio uguale ai primi.I primi 25 fogli rispecchiano, salvo le prime righe, la traduzione fatta dal modenese Lauro e pubblicata a Venezia nel 1546.La calligrafia sembra comunque vicina e pressoché contemporanea a quella del Pieti.
FONTI E BIBL.: U.Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 330 e 332; Dizionario architettura e urbanistica, IV, 1969, 471; Abbazia di S. Giovanni Evangelista, 1979, 84.

PIETRA GELTRUDE o GERTUDE, vedi PIETRA GIULIA

Borgo Taro 14 novembre 1610-Parma 16 febbraio 1693
Nata da Domenico e Maddalena Cecilia boccia, consorti d’insigne carità verso i poveri. secondo quanto viene riportato dalla tradizione, era ancora lattante quando vari fatti sorprendenti la preconizzarono oggetto di vita non comune. La Pietra si mostrò presto inclinata alla preghiera e avida di conoscere la dottrina cristiana. Il padre, dottore in legge, aveva aperto a Borgo Taro una scuola gratuita per i bambini poveri e fu egli stesso maestro della figlia anche nelle lettere umane: la Pietra fece così rapidi progressi che a undici anni già possedeva la lingua latina in modo da potersene valere in ogni conversazione. A soli trentacinque anni (31 agosto 1624) il padre cessò di vivere. La Pietra, ravvisando nella dolorosa perdita un segno della vanità delle gioie terrene, intensificò la cura della sua precoce aspirazione alla vita religiosa preparandosi, sotto la guida del cugino gesuita Giovanni Macazzi, a entrare nel chiostro delle cappuccine. A pochi mesi dalla morte del padre, dopo breve malattia, cessò di vivere anche la madre. Il bisogno di assistenza che avevano due fratelli e una sorella, tutti di lei minori, mise a duro cimento la vocazione della Pietra. Ma poiché essa alla fine rimase ferma nella sua decisione, il macazzi le consigliò di voler almeno entrare in un monastero vicino alla famiglia (quello di Compiano, fondato dalla devota Margherita Antoniazzi) o in un monastero di vita meno rigida di quella professata dalle Cappuccine. La Pietra accettò soltanto di ritardare il suo ingresso nelle Cappuccine, entrando nel 1629 nel nuovo istituto delle Bajarde, fondato in Parma dalla vedova contessa Vittoria Cantelli. La Pietra aveva allora diciotto anni. In Parma fu accolta dalla Cantelli e, vestito l’abito, mutò anche il nome chiamandosi da quel momento Maria Cecilia. Nel monastero delle Bajarde la Pietra corrispose pienamente alle speranze in lei riposte dalla fondatrice divenendo in breve tempo un ammirabile esempio per tutte le consorelle, distinguendosi soprattutto per spirito di mortificazione e utilità negli uffici più umili. Favorirono il suo impegno un gusto speciale delle cose spirituali e la stima e la benevolenza dell’istitutrice. Per la Pietra però quella vita era lungi dall’esaurire la sua brama di austerità. Manifestò dunque nuovamente il suo desiderio di entrare nelle monache cappuccine. Intanto negli anni 1629-1631 a Borgo Taro la peste uccise uno dopo l’altro i due fratelli e la sorella della Pietra. Dopo dodici anni di attesa tra le Bajarde, entrò con l’appoggio del padre spirituale Andrea Costa, nel monastero delle Cappuccine di Santa Maria della Neve, vestendone l’abito il 3 marzo 1642 e assumendo il nome di suor Geltrude. Emise la professione solenne il 2 marzo 1643. Nel monastero di Santa Maria della Neve il suo desiderio di umile nascondimento poté dirsi pienamente soddisfatto: la Pietra ben presto non vide più in se stessa alcun bene né alcun merito, ma solo imperfezioni e indegnità. Tale martirio, cui la Pietra volle sottoporsi (con disumane forme di mortificazione e penitenza), continuò per 52 anni, e infine si accompagnò a varie malattie, tra le quali la sordità e la cecità.
FONTI E BIBL.: Giochino da Soragna, Vita della venerabile serva di Dio Suor Geltruda, cappuccina nel monastero di S. Maria della Neve descritta in tre libri, nel primo col nome di Giulia al secolo, nel secondo di Suor Maria Cecilia tra le Sig.re Baiarde, e nel terzo di Suor Geltruda tra le Cappuccine, dedicata all’A.S. di Dorotea Sofia Contessa Palatina del Reno, Duchessa di Parma, Piacenza, Castro, ms. nell’archivio delle cappuccine dell’Addolorata in Parma; Giovanni da Monticelli, Vita di Suor Geltrude da Borgo Val di Taro, cappuccina in S. Maria della Neve in Parma, ms. nella Biblioteca Palatina di Parma; Annali dei Fr. Min. Cappuccini e delle Cappuccine della provincia, I, 96, 264 s. (mss. nell’Archivio Provinciale In Parma); Felice da Mareto, Necrologio dei Cappuccini Emiliani, Roma, 1963, 75; Felice da Mareto, Le Cappuccine, 1970, 272-273; R. Lecchini, Cappuccine a Parma, 1984, 61-74; Geltrude Pietra da Borgo Val di Taro, 1992, 6-30 e 3-8.

PIETRA MARIA CECILIA, vedi PIETRA GIULIA

Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831 in Parma. Fu tra coloro che si distinsero nel giorno 13 febbraio nel disarmare la truppa, nell’alzare grida sediziose e coll’inalberare le insegne tricolori. Allo scoppio della rivoluzione il Pietra batté il tamburo a raccolta.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 196.


Collecchio 1826/1850
Perito geometra. Eseguì nella zona di collecchio perizie tecniche relative alle seguenti opere: strada della chiesa (1826-1830), strada del Pilastrello (1828-1832), strada di campirolo (1829), strada della Varra (1828), strada Maria Lunga e Bergamino di Madregolo (1832).
FONTI E BIBL.: Raccolta generale delle leggi pei ducati di Parma, Piacenza e Stati annessi, a. 1850, sem. 2°, t. 3°, Parma, 1851; Malacoda 10 1987, 70.

Pagazzano di Berceto 21 marzo 1899-Roma 3 marzo 1960
Nato da famiglia di modeste condizioni (la madre fu maestra a Pagazzano), compì gli studi medi e superiori a Parma. Il Pietrantoni si laureò a Parma nel 1923. Fu assistente prima negli Istituti di Anatomia e di Fisiologia e quindi assistente e poi aiuto della Clinica Otorinolaringoiatrica dell’Università di Parma, diretta da Francesco Lasagna. Conseguita la libera docenza nel 1930, dopo un soggiorno nella Clinica otorinolaringoiatrica di Parigi, venne nominato per concorso primario otoiatra dell’ospedale civile di Brescia. La sua carriera universitaria cominciò nel 1942 come direttore incaricato della Clinica Otorino-Laringoiatrica dell’Università di Parma. Nel 1947 fu chiamato a dirigere per incarico la Clinica otorinolaringoiatrica dell’Università di Milano e nel 1950, in seguito a concorso, venne nominato professore ordinario di clinica otorinolaringoiatrica presso la stessa università. Negli anni 1952-1953 fu nominato presidente della Società europea per gli studi bronchiali. Fu presidente della Società internazionale di audiologia e membro del Comitato internazionale per lo studio del cancro della laringe. Membro di numerose società e accademie e relatore in Congressi nazionali e internazionali, tenne conferenze e corsi presso le Università di Madrid, di Barcellona, di Lione e di Parigi. Nel 1958 fu insignito dal governo francese della Croce di Cavaliere della Legione d’Onore. Il Pietrantoni realizzò importanti contributi scientifici nel campo dei tumori polmonari, delle sinusiti, delle affezioni senili dell’orecchio, del cancro della laringe e dell’esofago, delle otiti e dei traumi del cranio, pubblicati in oltre trenta anni di esperienze e di indagini.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 marzo 1960, 4; F. Squarcia, Luigi Pietrantoni, in Aurea Parma 44 1960, 33-34; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 852.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Incisore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, VIII, 242.

Parma 518/527
Fu eletto Vescovo di Parma da papa Ormisda (secondo il Bordoni, da papa Simmaco). Resse la chiesa di Parma dall’ano 518 all’anno 527 (Ughelli).
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie Cronologica, I, 1856, 21; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa, 1936, 7; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 852.

-Parma 26 settembre 819
Fu Vescovo di Parma. Il nome di Pietro quale vescovo di Parma appare la prima volta in un diploma di Carlo Magno del 6 giugno 781. Il vescovo di Reggio Emilia, Apollinare, ricorse infatti a Carlo Magno perché si tentava di spogliarlo di beni appartenenti alla sua Chiesa, che, essendo bruciate tutte le carte, si trovò nell’impossibilità di comprovarne la proprietà. Il Re dei Franchi gli concesse, con diploma, la facoltà di prova col giuramento di persone dabbene. Inoltre nel diploma si dice che il vescovo di Reggio gli riferì di una controversia insorta tra lui e l’abate Anselmo di Nonantola: ad un Ausperto erano stati concessi, finché fosse vissuto, due oratori di proprietà della chiesa di Reggio, uno in Luzzara in onore di San giorgio e l’altro in Gabiana in onore di sant’andrea. L’Ausperto chiese poi di entrare nel monastero di Nonantola e al suo ingresso in religione cedette i due oratori a favore del monastero. Il vescovo allora chiamò in giudizio Anselmo, abate del monastero, alla presenza del duca Goerado. Poiché non si poté definire la lite senza udire i vescovi vicini, furono chiamati Pietro di Bologna, Geminiano di Modena e Pietro di Parma. La contesa fu portata dinanzi al duca Goerado, il quale, udito il parere dei tre vescovi, decise che le due chiese dovevano considerarsi come appartenenti alla chiesa di Reggio. Nel diploma carolino i tre vescovi sono ricordati così: Petrus scilicet bononiensis, Geminianus Mutinensis et Petrus parmensis. Pietro occupò sino al 26 settembre 819 la sede vescovile di Parma, se si presta fede al necrologio membranaceo delle monache di sant’uldarico, citato dallo Zappata: die 26 septembris obiit Dominus Petrus gratia Dei Parmensis Episcopus.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Vescovi della chiesa parmense, 1936, 49; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

Parma 1015/1029
Fu suddiacono e prevosto della canonica di santa Maria in Parma (1015-1029).
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 713.

Collecchio 1319
Fu vicario di due vescovi di Parma. Nel 1319 fu incaricato, assieme a frate Giacomo, priore di Santa Felicola, di approvare la fondazione di un beneficio sotto il titolo di San Nicolò, Santa Caterina e Santa Liberata nella cattedrale di Parma (donazione fatta da Nicolò dei Fiori, cittadino parmense). Pietro fu anche arciprete di Collecchio.
FONTI E BIBL.: U.Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

Parma 1375
Figlio di Giacobino. Nell’anno 1375 fu assessore del Podestà di Jesi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 726.

Borgo San Donnino 1464/1471
Figlio di Giacomino. Fu mastro muratore, operante in Roma nel XV secolo. Fu al servizio di papa Paolo II per i lavori nel Palazzo di San marco.
FONTI E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 77.

Borgo Taro 1495/1555
Gesuita, insegnò lettere greche nell’Università di Bologna dal 1512 al 1522 (Alidosi, catalogo, Bologna, 1623).
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 336; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 201.

PIETRO DA BUSSETO, vedi FINETTI FRANCESCO

Lesignano 1469/1480
Visse nella seconda metà del XV secolo e, con tutta probabilità, si laureò l’anno 1469. Di lì a pochi anni si rese famoso per i suoi trattati, primo tra tutti quello sulle acque termali di Lesignano: Tractatus de virtutibus acquae Termalis Lexignani (poi andato perduto). Un altro studio interessante, suddiviso in dieci capitoli, Pietro da Lesignano scrisse sulle nuove cure ai malati: Tractatus magistri Petri de Lusignano super novo Almazoris (ms. parmense 1683, H. H. V. 14, in Biblioteca palatina di Parma). Lo storico Ireneo Affò, nelle Memorie degli scrittori e letterati Parmigiani, erroneamente lo scambia con Pier Antonio da Mataleto: avendo Pier Maria Rossi edificata Torchiara, e messi in grido i vicini Bagni di Lesignano, servissi di Pier Antonio per meglio renderli manifesti, e l’animò a scriverci sopra: onde compose il libro veduto dal Zunti intitolato Tractatus de virtutibus Acquae Thermalis Lisignani. L’errore fu subito riscontrato da Angelo Pezzana che continuò le Memorie dell’Affò (pag. 346 del tomo VI, parte II, Parma, Ducale Tipografia, MDCCCXXVII). Infatti lo Zunti, nel De Balneo Thermali lixignano vocato necnon de luto Barboliorrum medicato, in Ducato Parmensi (Venetiis, typis Damiani Zennarij, MDCXV), più volte cita con esattezza Pietro da Lesignano: Petri de lixiniano Physici, qui de hoc balneo primus scripsit (pag. 81); Petrus ille de Lixignano phisicus compilans tractatum quendam de virtutibus acquae Ther. huius putei Lixiniani (pag, 83); Narrat tres historias Petrus de Lixininao supradictus Medicus ex numero Collegij Parmen. (pag. 83); Petrus de Lixignano memoratus dicit in suo Tract. (pag. 85). Pietro da Lesignano fu Dottore del Collegio dei Medici di Parma.
FONTI E BIBL.: E.Dall’Olio, Lesignano Bagni dalle origini, 1973, 64-65; Gazzetta di Parma 1825, 257; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 248; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 347.

PIETRO DA MARANO, vedi GALLONI GIOVANNI BATTISTA

Noceto gennaio/febbraio 1397-Lucca marzo 1467
Fu forse figlio di Paolo da Noceto, notaio. Non vi sono notizie precise sulla sua gioventù: è da supporre che la famiglia l’abbia inviato a frequentare le scuole superiori di Parma, dove erano attivi e rinomati i corsi delle sette arti, e da poco era stata ufficializzata e regolamentata l’Università con le cattedre di Giurisprudenza, di Filosofia e di Medicina. Ma a Parma in quegli anni vi era una situazione di turbolenza (dominio dei duchi di Milano e della famiglia Terzi), e Pietro, non appena maggiorenne, trovò consono e conveniente recarsi, verso il 1419, a Bologna al servizio di Nicolò albergati, vescovo della città. In casa di quel presule si trovò a fianco di due co-segretari del vescovo: Tomaso Parentucelli, sarzanese, e Enea Silvio Piccolomini, romano, dottissimo umanista e mecenate insigne. Pietro trovò un ambiente aperto e umanistico consono al suo temperamento: vi si formò la sua personalità e si costruì le amicizie destinate a durare tutta la vita. Fu in relazione con eminenti letterati del tempo. Con Marsilio Ficino tenne lunga corrispondenza, e così pure con Francesco Barbaro: questi, ancora nel novembre 1453, da Venezia lo ringrazia per aver contribuito alla nomina a vescovo di Verona del proprio nipote Ermolao Barbaro e aggiunge molte significazioni di stima e gratitudine. Fu anche in rapporti di amicizia con Francesco Filelfo, ed è ricordato dal Piccolomini, che gli indirizzò diverse lettere, nel De somnio quodam dialogus per le visite compiute insieme a Maffeo Vegio, al Valla e al Biondo nei monasteri del Lazio e di montecassino alla ricerca di codici. Nel 1426 il vescovo di Bologna Albergati fu creato cardinale e prese come suoi segretari Pietro e tomaso Parentucelli, che lo accompagnarono in varie legazioni in Italia, Francia, Fiandra e Germania. Papa Eugenio IV, appena eletto, aprì nel luglio 1431 il Concilio di Basilea (già indetto dal precedente papa Martino V) che ebbe lo scopo di chiarire e riordinare canoni e governo della Chiesa. Pietro fu nominato Notaio del Concilio assieme a A. Ferrari, arciprete di Casteggio. Per tenere con precisione e in varie copie gli atti del Concilio, nel 1432 ai padri Petrus de Noxeto et Ferrarius plac. furono aggiunti altri tre segretari. A Basilea nel 1432-1433 si tennero accademie di varia erudizione da parte di illustri padri conciliari: secondo quanto scrive il Piccolomini vi fu annoverato anche Pietro. Presto a Basilea cominciarono le dispute: sotto la spinta di ingerenze politiche esterne, molti padri conciliari vollero ridurre l’autorità del Papa e sottometterlo al Concilio. Si aggiunsero poi le rivalità tra il papa Eugenio IV, l’imperatore Sigismondo, il duca di milano, il duca di Borgogna e il patriarca armeno. Alla fine le questioni di autorità (titoli, prebende e benefici) sopravanzarono gli originali propositi di riforme della Chiesa. Per qualche tempo Pietro, assieme a Enea Silvio piccolomini, fu sostenitore del cardinale Domenico Capranica, vescovo di Fermo, ma essendo questi avversato dal Papa (nell’anno 1432 il Capranica fu deposto da tutte le cariche ricoperte e privato dei beni ricevuti dal padre), se ne allontanò. Il concilio di Basilea, tra interminabili e infruttuose discussioni, si scisse: la parte legittimista, e con essa Pietro, si trasferì nel 1438 a Ferrara sotto la direzione dell’albergati, e poco dopo a Firenze (1439) con papa Eugenio IV. I padri conciliari rimasti a Basilea persero molto credito, avendo anche eletto un antipapa col nome di Felice V. Varie lettere furono scambiate tra il Pietro (Petro noxetano o Pietro de noxeto) e Enea Silvio Piccolomini in occasione di una grave vicenda accaduta tra il 1444 e il 1445. Pietro scrisse all’amico, dopo aver protestato il suo stato di quasi povertà, di aver conosciuto una Puella Florentina di ottimi costumi ma di famiglia umile e poverissima, di aver avuto da lei una prima figlia e di attenderne un secondo, aggiungendo di essere molto preoccupato per il futuro. Il Piccolomini rispose al viro praestanti fratrique colendo et amatissimo Petro de Noxeto, si tibi morigera est Puella et tuo gustui conveniens, consigliandolo di non protrarre oltre le nozze. In effetti, di lì a poco Pietro si sposò. Tra i maneggi dell’alta politica, le trattative, inutili, per una cercata e desiderata riconciliazione con i Greci e le minacce dei Turchi che avanzavano nell’Europa sud-orientale, il papa Eugenio IV venne a morte. Il 6 marzo 1447 venne eletto papa il vescovo di Bologna Parentucelli, da poco tempo cardinale, che assunse il nome di Nicolò V. Egli subito prese come suo segretario particolare l’amico Pietro, che ufficialmente ebbe il titolo di primo segretario dei brevi ma sostanzialmente fu (come dicono le fonti del tempo) primario ministro di Nicolò V. Gli rimase poi sempre accanto e gli fu di molto aiuto, oltre che per le sue capacità diplomatiche e per la profonda cultura, anche perché sapeva adattarsi al carattere impulsivo e volitivo dell’instancabile Papa. Pietro si dimostrò fedele, modesto e abile: fu l’unico che esercitò un certo influsso sull’altrimenti assai indipendente Nicolò V. Il Papa, con lunghe e pazienti trattative, riuscì ad attirare al suo partito quasi tutti i padri del concilio. Infine, con la rinuncia dell’antipapa Felice V, fu sciolto il Concilio di Basilea e finalmente composto lo scisma d’Occidente. In quel tempo molti furono i contatti diplomatici e le trattative condotte da Pietro per incarico del Papa: in un breve di Nicolò V diretto ai Bolognesi, datato 11 gennaio 1448, c’è la firma per esteso Petrus de Noxeto. Nel 1448 si manifestò un’epidemia di peste micidiale: cominciando dalla Lombardia si diffuse nell’Italia centrale, sino nel Napoletano. Si esaurì solo nel 1451. nonostante ciò il Papa indisse un solenne Anno Santo nel 1450, e molti furono i pellegrini che si recarono a Roma. Il Papa si allontanò spesso da Roma, fuggendo, davanti all’epidemia, in varie città dell’Italia centrale, partecipando tuttavia saltuariamente a varie celebrazioni. Pietro rimase invece sempre a Roma. Nel febbraio 1450 il cardinale greco Bessarione fu inviato dal Papa come Legato a Bologna per dirimere alcune gravi questioni. Il breve di nomina dice che il Bessarione fu inviato come angelo di pace, confidando che riuscirà a governare bene e felicemente Bologna e le Marche (il che effettivamente avvenne, con una permanenza del Bessarione a Bologna di cinque anni). Il breve fu steso e firmato da Petro de Noxeto, in assenza di papa Nicolò V. Una lettera del Piccolomini (in quel tempo vescovo di Siena) del settembre 1453, annunciò a Pietro che l’imperatore Federico III lo aveva nominato Conte Palatino, in segno di stima per la sua efficace opera diplomatica. Ancora con una lettera del maggio 1456, lo stesso Piccolomini ringraziò vivamente l’amico Pietro per avergli favorito la nomina a Cardinale. In seguito alla congiura di Stefano Porcaio (1452) tendente a ristabilire il governo repubblicano a Roma, buona parte dei componenti la curia romana si trasferì in altre città. Pietro tuttavia, continuò a dimorare a Castel Sant’Angelo adoperandosi attivamente per unire i principi cristiani contro i Turchi che nel 1453 avevano invaso Costantinopoli. Ai primi del 1455, essendo il Papa ammalato seriamente, il cardinale Enea Silvio piccolomini gli scrisse che Petro Noxetano gli à detto ogni cosa della di Lui santità: in effetti papa Nicolò V sopportò stoicamente una lunga e dolorosa malattia. Il giorno precedente la sua morte, a tutti i cardinali radunati attorno al suo letto fece un appassionato discorso sugli intendimenti che lo avevano guidato, incitando tutti ad agire per il bene della Chiesa. In quell’occasione fu presente anche Pietro. Il 25 marzo 1455 il papa Nicolò V morì.Già durante la sua malattia, a Roma si riaccesero rivalità, odi e contrasti: i Colonna e gli Orsini, con i loro sostenitori (i Farnese e il Duca di Calabria), si combatterono, mentre anche da lontano arrivarono sollecitazioni, intimazioni e minacce per l’elezione del nuovo papa.I cardinali, dopo aver richiamato in città le truppe sparse nel Lazio, si ritirarono quasi tutti nel rifugio di Castel Sant’Angelo e con essi Pietro da Noxeto con sua famiglia e sue robe.Dopo un conclave molto incerto, fu nominato papa il vecchio Alonso Borgia, che prese il nome di Calisto III.Durante il papato di Nicolò V le forti rivalità tra i principi italiani furono composte con la Pace di Lodi, opera paziente del Papa e dei suoi ambasciatori.Federico III fu solennemente incoronato a Roma il 19 marzo 1452 imperatore del Sacro Romano Impero. Grande umanista, Nicolò V fondò la Biblioteca Vaticana, abbellì molto Roma e con l’architetto Leon Battista Alberti progettò l’abbattimento della vecchia Basilica costantiniana di San Pietro.In tutta questa opera del Papa, fu sempre presente e attivo Pietro, come segretario particolare e amico leale.Con papa Calisto III Pietro non ebbe più un ruolo eminente. Messo da parte dalla Curia, fu costretto a lasciare Roma: si recò a Firenze presso la famiglia della moglie. In una lettera scritta a Pietro poco dopo la morte di Nicolò V, il cardinale Piccolomini cercò di consolarlo dimostrandogli che chi, integerrimo, non ha mai voluto scendere a compromessi di puro tornaconto, facilmente è messo da parte dai cattivi amici al voltare della sorte, ma tuttavia continua a godere della stima degli onesti e non è mai povero. Nel 1459 Pietro, con la famiglia, si trasferì a Lucca: chiamatovi in qualità di professore di lingua latina e greca, gli fu assegnata una casa d’abitazione gratuita, con esenzione da ogni gabella. Qui visse onorato gli ultimi suoi anni. Pietro fu sepolto nella Cattedrale di Lucca, dedicata a S. Martino, con un magnifico monumento sepolcrale eretto, a cura della famiglia e del figlio Nicolò, da Matteo cividale. L’epitaffio porta la seguente iscrizione latina: Petro Noceto a multis regibus: et a Nicolao Q. Pont. max multis honoribus. Dignitatumque insignibus sua virtute decorato qui vix annos LXX. M.I.D.X. Nicolaus Parenti B.M.H.M.F.F. MCCCCLXXII.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 333-334; G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 183-184; Letteratura italiana einaudi, II, 1991, 1400; Parma nell’arte, 1983/1984, 13-19; B. Quarantelli, Appunti per una breve storia di Noceto, 1990, 38-39.

Lucca o Noceto 1501/1505
Fu nipote dell’omonimo segretario di papa Nicolò V. Successe nel 1501 ad Antonio da Vagli nella scuola di San Giovanni in Lucca come insegnante di umanità, col salario di ottantaquattro ducati, che l’anno dopo gli furono aumentati a cento. Fu riconfermato nel 1505.
FONTI E BIBL.: P. Barsanti, Il pubblico insegnamento in Lucca, Lucca, 1905, 131 s.; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 341.

PIETRO DA PADOVA, vedi BALDOINI PIETRO

Parma 1213
Monaco cistercense, scrisse il Librum sermonum in laudem Virginis Matris. Secondo il Pico, fu forse anche autore dell’Historia albigense (1213).
FONTI E BIBL.: R.Pico, Appendice, 1642, 74; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 164.

Parma 1294
Figlio di Ugo. Fu attivo come pittore a bologna verso la fine del XIII secolo. Si impegnò il 17 maggio 1294 a dipingere e dorare un tabernacolo per le suore francescane di via Santo Stefano, seguendo come modello quello eseguito per le suore di Sant’Agnese.
FONTI E BIBL.: F. Filippini e G. Zucchini, miniatori e pittori a Bologna, Firenze, 1947; Dizionario bolaffi pittori, IX, 1975, 68.


Parma 1347
Pittore. Il suo nome è compreso tra quelli dei 968 cittadini componenti il Consiglio generale tenutosi nel Palazzo vecchio del Comune di Parma il 7 febbraio 1347 per richiamare in patria i banditi ghibellini e restituire i beni che erano stati loro confiscati: In nomine domini. Millesimo trecentesimo quadragesimo septimo Indicione quintadecima die septimo februarii. Infrascripti sunt consiliarij qui fuerunt ad Conscilium generale communis et populi parme factum in pallatio vetere dicti Communis occaxione Restitutionum fiendarum et occaxione bannitorum. De porta Benedicta. D. magister Petrus depinctor (a carta 7 verso del ms. cartaceo Conscilium generale Co.is parme pro restitucione et bonnitis, Brescello e i suoi Signori, 1328, Archivio del Comune, in Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, 1911, 59.

Parma XIV secolo
Fu medico di valore.Visse nel XIV secolo. È ricordato dall’Alidosi (Li dottori forestieri, 60), che lo dice operante a Bologna assieme a Paolo di Maestro Giovanni.
FONTI E BIBL.: R.Fantini, in Aurea Parma 2 1930, 74-75.


Parma XV secolo
Calligrafo. Ne fa menzione lo Jannelli nel catalogus Biblioth. Latinae Mus. Borbonici manuscriptae (f. 139 e seg.). Pietro copiò dieci tragedie di Seneca, che formano il codice CXC di quella biblioteca. Il volume fu scritto su richiesta di Galasso, conte di montefeltro.
FONTI E BIBL.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 660; A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 316.

Parma 1481/1482
Frate francescano. Il suo nome è ricordato nel libro impresso in Parma nel 1482 col titolo Nicolai Dorbelli Ord. Min. Logice brevis expositio secundum doctrinam Scoti. Nell’ultima carta si legge: Emendatum per venerabilem Fr. Petrum de Parma Ordinis Minorum de observantia Impressum Parme an. 1482. È probabile che Pietro da Parma curasse pure l’edizione (uscita dai torchi parmigiani l’anno 1481) de Questiones perutiles super tota philosophia magistri Joannis Magistri doctoris parisiensis cum explanatione textus Aristotelis secundum mentem Doctoris subtilis I. Scoti. Questi libri servirono per testi di scuola agli alunni francescani dell’osservanza, lo Studio dei quali, per quanto concerne la provincia bolognese, era in quel tempo in Parma nel convento di Maria Annunziata dall’Angelo, fatto distruggere nel 1546 dal duca Pier Luigi Farnese per edificarvi la Cittadella.
FONTI E BIBL.: Beato Buralli, 1889, 128.

Parma prima metà del XVII secolo
Fu frate e scultore. Fu attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, V, 78.

PIETRO DA PARMA, vedi anche BALDOINI PIETRO, BASILI PIETROe PORTIOLO PIETRO

Vianino 1404
Giudice attivo nell’anno 1404, considerato crudele.
FONTI E BIBL.: F.da Mareto, Indice, 1967, 726.

Parma 1515
Pittore attivo nell’anno 1515.
FONTI E BIBL.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 138.

PIETRO ANTONIO DA MATTALETO, vedi PIETRO DA LESIGNANO

PIETRO ANTONIO DA PARMA, vedi CAMPAGNA IGNAZIO

PIETRO CHIRYSOLANUS o GROSOLANO o GROSSOLANO, vedi GROSOLANO PIETRO

Parma 1568
Stampatore operante nella tipografia del Manuzio a Roma nell’anno 1568.
FONTI E BIBL.: A.Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 174.

PIETRO MARTIRE DA PARMA, vedi MERCANTI PIETRO MARTIRE


Tabiano 1468
Fu Podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1468.
FONTI E BIBL.: G.Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.


Parma 8 settembre 1792-Piacenza 30 gennaio 1865
Studiò all’Istituto Gazzola di Piacenza e col Sanquirico. Nel 1834 si dedicò all’insegnamento. Tra i suoi allievi annoverò A. Prati e D. Stroppa.
FONTI E BIBL.: L.Scarabelli, Guida di Piacenza, 1841; Ambiveri, Artisti piacentini, 1879, 216 e seg.; U. Thieme-F. Becker, Künsterlex, 1933, XXVII; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1973, 2481.

PIETTI DAMIANO, vedi PIETI DAMIANO

Parma 1884-1960
Durante la prima guerra mondiale fu soldato in prima linea, poi tornitore meccanico presso la ditta Marazza di Milano, produttrice di materiale bellico. In seguito fu titolare di una trattoria nei Boschi di Carrega, rinomata per le specialità gastronomiche e i vini locali.
Fonti e Bibl.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 245.

Parma 21 dicembre 1876-Parma 3 febbraio 1969
Figlio di Giuseppe ed Enrica Marenzoni. Compì gli studi classici e, laureatosi in medicina nel 1902, si trasferì a Roma per specializzarsi in neurologia con il Mingazzini e in psichiatria con il Sciammanna. Dopo una serie di ricerche biologiche a Napoli, ottenne nel 1908 la libera docenza in neuropsichiatria, passando nel 1910 alla direzione dei laboratori scientifici Lazzaro Spallanzani presso l’Istituto psichiatrico di Reggio Emilia, incarico che conservò sino al 1942. Furono più di trent’anni di intenso e proficuo lavoro che portarono alla realizzazione di oltre centocinquanta pubblicazioni di ricerca sperimentale in vari campi: chimica biologica, embriologia, neurologia e psichiatria. Il lavoro ai laboratori Spallanzani fu interrotto solo nel periodo della prima guerra mondiale, quando il Pighini, arruolatosi volontario, partì per il fronte col grado di sottotenente medico. Con successive promozioni, raggiunse il grado di maggiore e l’incarico di consulente neuropsichiatrico della IV armata. Alla fine del conflitto ritornò alla ricerca nei laboratori reggiani.Ma la sua attività non si limitò solo alle discipline scientifiche. Collaborò infatti alla Gazzetta di Parma e fu autore di numerose pubblicazioni di storia e letteratura: La chimica del cervello (1915), Le correlazioni chimico nervose (1941), Leonardo e la psicologia del genio (1951), L’italiano del Rinascimento (1952), Dove andiamo? Lo spirito che vince. L’uomo d’oggi (1950-1956), Le basi fisiche della energia nervosa e del pensiero (1960), Napoleone, l’uomo e il dominatore (1962), Il piacere di confessarsi. Pagine autobiografiche (1963), il genio di Giuseppe Verdi visto da un biologo (1964), L’uomo che ho voluto. Romanzo (1964), L’arte di saper vivere (1964), Scritti di carattere letterario ed artistico (1964), Racconti (1964). Per la sua attività scientifica e letteraria fu nominato membro d’onore dell’accademia Lancisiana di Roma e della Società d’endocrinologia e psicologia di Budapest. Fu anche membro corrispondente della Società medico-psicologica di Londra, socio e pensionato della Società Italiana degli autori. Anche se la musica e la pittura furono solo due aspetti minori nel quadro della frenetica attività del Pighini, pure ebbe modo di mettersi in evidenza anche in questi campi. Come pittore partecipò a mostre e concorsi. Come musicista, compose molte canzoni, alcune delle quali anche di discreto successo, incise su dischi: Tu che avrei amato, serenata, o stasera o mai più, lontananza, voglio illudermi ancora, tu che non sapevi amare, ritorna, balliamo il cha cha cha. La salma del Pighini fu inumata a Valditacca.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 4 febbraio 1969, 4; G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 181-182; Giacomo Pighini, Parma, 1971; F. da Mareto, bibliografia, I, 1973, 454.

-Parma 29 maggio 1896
Fu medico volontario nel 1866 nell’esercito nazionale.
Fonti e Bibl.: A. Romani, in Gazzetta di Parma 31 maggio 1896 n. 151; G. Sitti, il Risorgimento italiano, 1915, 417.

PIGHINI MARIA LUISA, vedi PERETTI MARIA LUISA

1847-Parma 4 febbraio 1914
Fu insegnante di lettere e di filosofia nel Seminario di Parma. Coltissimo in tutti i rami del sapere, si costituì una fornitissima biblioteca. Fu arciprete della Cattedrale di Parma.
Fonti e Bibl.: I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 195.

Parma 1503/1515
Fu suonatore di liuto: dolcemente cantava e suonava di liuto. Papa Giulio II se ne compiaceva tanto che lo trattenne alla sua Corte con buon salario, sebbene il Pigoni fosse di carattere capriccioso e arrogante.
Fonti e Bibl.: A. Da Erba, Compendio delle cose di Parma, Biblioteca Palatina di Parma n. 922, fol. 220; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15.

Fontanellato 24 settembre 1845-Roma 26 marzo 1924
Figlia di Luciano e di Lucia Marenghi. La Pigorini, dopo avere seguito fino a all’età di quattordici anni una scuola privata per signorine nella casa del padre, medico condotto, ebbe come guida spirituale Luigi Caggiati (condiscepolo del padre) e il conte Jacopo Sanvitale. Sulla sua formazione ebbero a influire anche lo zio di parte materna, Pietro, parroco di Fontanellato, rettore del Seminario parmense e membro del Governo provvisorio del 1848, il parente Pietro Pigorini, che fu rettore dell’università degli Studi di Parma dal 1887 al l891, e il fratello Luigi, principe dei paletnologi italiani, senatore del Regno, fondatore nel 1875 del Museo preistorico-etnografico ospitato nei locali del Collegio Romano. A venticinque anni, nel 1870, assunse, per nomina del ministro della Pubblica Istruzione, Cesare Correnti, la direzione della Regia Scuola normale e Convitto femminile Costanza Varano di Camerino. Il contatto con l’ambiente camerte, ancora ricco, nel naturale isolamento geografico, delle sue tradizioni, dette la spinta alla Pigorini per la raccolta di un abbondante materiale documentario che seppe abilmente trasfondere, con una prosa calda e avvincente, nell’opera Credenze ed usi nell’Appennino marchigiano (1879). Sposò poi il sindaco di Camerino, Beri, abbandonando così la carriera magistrale appena intrapresa. Si occupò di letteratura, di storia, di morale, di arte e di politica.Lasciò novelle, romanzi e profili ma il suo nome è durevolmente affidato soprattutto ai lavori di folclore. La Pigorini, formatasi in un ambiente ricco di fermenti culturali, di alta tradizione e virtù civica, portò una sua forza culturale e uno slancio di ricerca, mai venuto meno in oltre un cinquantennio di feconda vita intellettuale. Nel 1890 ricevette il premio della Società di antropologia ed Etnologia di Firenze per la monografia Le superstizioni e i pregiudizi delle Marche appenninicbe (Città di Castello, 1889). Merita menzione, tra la sua ricchissima produzione, l’opera In Calabria (Torino, Casanova, 1889) in cui è contenuta una descrizione assai viva dell’aspetto ambientale e tradizionale di quella regione. In Calabria la Pigorini raccolse anche testimonianze sulla presenza degli Albanesi, prendendo contatto in Firenze con Dora d’Istria, la principessa Ghika, pretendente al trono d’Albania e autrice di opere e racconti sull’Europa orientale e balcanica. La Pigorini ebbe rapporti d’amicizia con Giuseppe Verdi, fu ricevuta più volte al Quirinale dalla regina Margherita di Savoja ed ebbe intensi rapporti epistolari con i più insigni uomini del tempo (Giosuè Carducci, Pietro Mantegazza, Marco minghetti, Ugo Ojetti). Ebbe dimestichezza anche con il liberatore delle Marche, il generale emiliano Enrico Cialdini: l’epistolario è conservato, per dono della figlia, presso la Biblioteca Palatina di Parma. Giornalista e scrittrice assai feconda e, all’occorrenza, anche polemista (si ricorda di lei una polemica che ebbe con Alberto Rondani e Felice Martini sulla punteggiatura di quattro versi del sanvitale), la Pigorini scrisse di svariati argomenti su tutti i giornali e le riviste dell’epoca, dall’illustrazione italiana alla Nuova antologia, dal Corriere della sera alla Stampa, dal messaggero alla Tribuna. Il primo giornale che ospitò un suo scritto fu la Gazzetta di Parma, a cui la Pigorini collaborò per cinquant'anni, dal 1867 al 1918, scrivendo di ogni cosa. Il suo trattato di Buone maniere (la Pigorini si interessò molto di educazione femminile) venne fatto adottare da Ferdinando Martini come libro di testo nelle scuole normali. Si occupò anche di politica (fu liberale conservatrice cattolica): fu lei, con Pellegrino Molossi, che appoggiò Carlo Nasi, l’antagonista di Felice Cavallotti nei collegi elettorali del Parmense. Rimasta vedova, si trasferì a Roma dove aprì un accreditato salotto politico-letterario con intenti benefici ove convenivano le più illustri personalità della capitale. Cesare Correnti parlò di lei come della Sevignè d’Italia.
Fonti e Bibl.: T.Rovito, Dizionario Letterati e Giornalisti, 1907, 197; C. Villani, Stelle femminili, 1915-1916, 170-171 e 539-540; C. Pariset, caterina Pigorini Beri folklorista, in Il folklore italiano I 1925, 236-250; R.C., in Enciclopedia italiana, XXVII 1935, 270; A. De Gubernatis, Dizionario biografico, Firenze, 1879, 821; A. Codignola, pedagogisti, 1939, 341-342; G. Casati, Manuale di letture per le biblioteche, le famiglie e le scuole, Milano, 1926; A. De Gubernatis, Dictionnaire international des écrivains du jour, Firenze, 1891; A. De Gubernatis, dictionnaire international des écrivains du monde latin, Firenze, 1905; A. De Gubernatis, Dizionario biografico degli scrittori contemporanei, Firenze, 1879; O. Greco, Biblio-biografia femminile italiana del XIX secolo, Venezia, 1875; P. Mantegazza, C. correnti e G. Verdi. Lettere inedite a C. Pigorini Beri, in Nuova Antologia 16 agosto 1928; F. Martini, Lettere inedite di Ferdinando Martini a C. Pigorini Beri, in Nuova Antologia 16 maggio 1928; G. Mazzoni, l’ottocento, in Storia letteraria d’Italia, Milano, 1936, 1369; M. Montanari, C. Pigorini Beri, in Aurea Parma settembre-ottobre 1924; M. Montanari, C. Pigorini Beri nelle lettere dei suoi grandi amici, in Aurea Parma maggio-giugno 1925; C.Pariset, C. Pigorini Beri, commemorazione, in Archivio storico per le provincie parmensi 1925; T.Rovito, Letterati e giornalisti contemporanei, Napoli, 1922; M. Bandini, Poetesse, 1942, 139-140; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 120-121; Dizionario Enciclopedico Letteratura italiana, 4, 1967, 371; F. Bonasera, Celebre opera di etnografia, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1979, 345-356; Corriere di Parma 1986, 82.


Fontanellato 1840 c.-Scarzara 3 ottobre 1914
Figlio di Luciano e di Lucia Marenghi. Volontario nel 1859, fece anche le due campagne risorgimentali del 1860 e 1866.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 6 ottobre 1914 n. 233; G. Sitti, Il risorgimento italiano, 1915, 417.

Fontanellato 10 gennaio 1842-Padova 1 aprile 1925
Nacque da Luciano, medico condotto, e da Lucia Marenghi di Soragna. Trascorse a Fontanellato gli anni dell’infanzia col fratello primogenito Lucio e le sorelle Angiolina e Caterina, stringendo affettuosa amicizia con Alberto e Stefano Sanvitale, figli del conte Luigi, feudatario del paese, che fu sindaco di Parma, senatore del Regno e presidente dell’Accademia di Belle Arti. Terminate le classi della scuola elementare a Fontanellato, il Pigorini fu avviato dal padre a Parma per proseguire gli studi di umanità, rettorica e filosofia, per i quali era particolarmente predispostto. Portato sin dall’adolescenza a interessarsi degli studi di antiquaria e numismatica, in ciò stimolato dall’ambiente culturale che lo circondava, il Pigorini potè mettere a frutto le conoscenze acquisite quando nel 1856, all’età di quattordici anni, iniziò a frequentare Michele Lopez, direttore del Regio Museo d’antichità di Parma. Solo due anni più tardi venne nominato, con decreto ducale alunno presso lo stesso museo. Se con quel primo incarico ufficiale l’attività del Pigorini fu rivolta principalmente alla catalogazione del monetiere (questo interesse per la numismatica continuò a coltivarlo anche in seguito), ben presto tuttavia fu la preistoria ad attirarlo in modo particolare. Una prima occasione, che indirizzò in maniera specifica l’attenzione del Pigorini alla paletnologia, è da individuare nell’incontro avvenuto con B. Gastaldi nel dicembre del 1860, in occasione di un soggiorno di quest’ultimo a Parma per esaminare i materiali conservati nel museo locale, provenienti da diverse stazioni terramaricole. In quello stesso periodo (1861) il Pigorini conobbe Pellegrino Strobel che, già in contatto con il Gastaldi, fu da quest’ultimo avviato a interessarsi delle ricerche nelle marniere (Desittere, 1988, pp. 23-24). Con una solida base naturalistica ma senza pratica di problemi storico-antiquari, lo Strobel, per continuare le ricerche nelle terramare chiese e ottenne l’aiuto del Pigorini. La cooperazione tra i due fu esemplare e proficua sotto tutti i punti di vista. Una relazione sulle osservazioni compiute in occasione dello scavo di Castione dei Marchesi vide la luce l’anno seguente come appendice a un più ampio lavoro del Gastaldi (Pigorini-Strobel, 1862). Anche Gaetano Chierici, promotore degli studi preistorici e del Gabinetto di antichità patrie nella vicina Reggio Emilia, inizò, tra il 1861 e il 1862, a interessarsi alle terramare della sua provincia. Di ventitré anni più anziano del Pigorini e di due rispetto allo Strobel, il Chierici appare tra i tre studiosi senz’altro quello più preparato e attento nelle osservazioni: le sue intuizioni furono ampiamente recepite dal Pigorini. Inizialmente i rapporti tra Chierici e il Pigorini risentirono della rivalità sorta nell’intento di accrescere, con i materiali acquisiti tramite gli scavi, i rispettivi musei, tuttavia ben presto prevalse il comune interesse e tra i due si stabilì una fattiva collaborazione. Nonostante alcune forzature interpretative dovute in larga parte all’impostazione ancora classicistica del Pigorini, l’accoglienza a quelle prime indagini fu, sia in Italia che all’estero, molto favorevole e consentì al Pigorini di trovare le prime sovvenzioni per i suoi scavi e i suoi studi di preistoria. La strada per la nuova disciplina era ormai aperta: a essa strettamente si legarono in un crescendo che non conobbe praticamente pause nè ostacoli, le vicende del Pigorini, che nel volgere di poco meno di un ventennio riuscì ad accentrare nella sua persona tutte le più importanti cariche relative all’archeologia preistorica e a esercitare quindi un vero e proprio controllo sugli studi paletnologici in Italia. tramite le conoscenze che M. Lopez e P. strobel potevano vantare nell’ambito del ministero della Pubblica Istruzione, il Pigorini ottenne sovvenzioni per effettuare viaggi di studio. Tra il 1863 e il 1866 visitò la Svizzera, la Toscana, Roma e Napoli: il soggiorno romano, del quale pubblicò un dettagliato resoconto (Pigorini, 1867), è senz’altro il più importante. Nella Roma pontificia, dove l’indagine scientifica era ancora sottoposta al vaglio ecclesiastico e dove predominavano le dispute antiquarie, il Pigorini svolse una missione di sostegno alla nuova disciplina incoraggiando l’attività dei primi cultori. Riuscì a tenere alcune conferenze presso l’Istituto di corrispondenza Archeologica, e anche se questo primo contratto non fu trionfale, si ritenne soddisfatto di aver potuto dimostrare la presenza dei vari periodi della vita selvaggia e semibarbara anche nel classico suolo di Roma (Pigorini, l867, 9). Il Pigorini annotò anche alcune osservazioni relative sia ai materiali preistorici che ebbe modo di esaminare nelle collezioni esistenti a Roma (tra cui quelli del Museo Kircheriano) che ad alcuni acquisti effettuati per conto del Museo di Parma. Sebbene il suo interesse fosse rivolto principalmente agli studi di preistoria, l’impressione che i monumenti romani suscitarono sul Pigorini fu così notevole che egli manifestò l’intenzione di approfondire anche gli studi classici e si propose di studiare il greco e il tedesco (Desittere,1988, 46). Anche durante il soggiorno napoletano il Pigorini si mostrò particolarmente attento nello stabilire relazioni con le personalità più impegnate nel campo archeologico: ciò gli consentì più tardi di poter contare su di una capillare e fondamentale trama di cultori e appassionati locali dai quali avere notizie e materiali per il Museo Preistorico. A Napoli conobbe, tra gli altri, Giuseppe Fiorelli, che fu poi chiamato da Ruggero Bonghi alla guida della Direzione Centrale degli Scavi e Musei, e da quell’incontro ottenne diversi riconoscimenti della sua attività di paletnologo. Nell’ambito del riordino del Museo Nazionale di Napoli, il Fiorelli lo incaricò di separare il materiale preistorico da quello greco e romano (Pigorini, 1867, 35) e lo sollecitò a svolgere un pubblico corso libero di paleoetnologia allo scopo, come informa lo stesso Pigorini, di servire ai profani in questi studi ad illustrazione della nuova collezione che divisava fondare, e per dare anche in Napoli una spinta alla novella scienza, ivi posta quasi nell’assoluto oblio (Pigorini, 1867, 35). Probabilmente questo secondo incarico prese spunto da un corso libero sulle più antiche popolazioni d’Europa che il Pigorini tenne all’Università di Parma nel marzo del 1864. Il sorgere di un’epidemia di colera a Napoli impedì di svolgere il programma stabilito. Terminati gli studi universitari con il conseguimento nel 1865 della laurea in scienze politico-amministrative nell’Università di Parma, nel 1867 (con Regio decreto del 24 marzo 1867) il Pigorini fu nominato direttore del Museo d’Antichità di Parma e degli scavi di Velleia. In occasione del VII Congresso Internazionale di Antropologia e Archeologia Preistoriche, tenutosi nel 1874, si recò a Stoccolma, dove ebbe modo di visitare e apprezzare i Musei scandinavi, che costituivano l’esempio migliore del modello museografico, a cui egli fece riferimento per il Museo di Parma e, successivamente, per quello di Roma. La fase più importante della sua vita dal punto di vista sia scientifico che politico sembra essere concentrata negli anni 1871-1877, quando si intensificarono le sue attività e si ampliarono i suoi interessi. Il Pigorini, dopo averlo inizialmente avversato, fu tra gli organizzatori e tra i relatori ufficiali del V Congresso internazionale di Antropologia e Archeologia preistoriche di Bologna (1871), congresso che segnò una delle tappe fondamentali dello sviluppo della preistoria in Italia. Più direttamente legati all’incarico di direttore del Museo archeologico di Parma sono sia la conduzione dello scavo della terramara di Casaroldo di Busseto che i diversi articoli scritti a commento delle scoperte che vennero fatte in Emilia, relative non solo alla Preistoria ma anche ai periodi romano e medievale, delle quali fornì brevi relazioni soprattutto sul quotidiano Gazzetta di Parma. Un nutrito gruppo di articoli, pubblicati sempre sul quotidiano parmense (Marchesetti, 1925, 348-349) ha per temi, più in generale, la didattica e l’istruzione pubblica. Il Pigorini sembra così preparare la strada alla richiesta di istituire una cattedra di archeologia presso l’Università di Parma, cattedra che venne attivata nel 1875. In quel periodo lo Stato unitario stava affrontando la riorganizzazione generale del patrimonio artistico e culturale italiano e, in particolare, l’organizzazione museale di Roma capitale. Il Pigorini partecipò attivamente al dibattito, soprattutto in relazione alle molteplici proposte avanzate per la salvaguardia del patrimonio archeologico e per il coordinamento degli scavi archeologici. Nel 1871 fu uno dei soci fondatori della società Italiana di antropologia e di Etnologia e, nel 1875, socio effettivo della Reale Società Geografica Italiana: entrambe le nomine erano strettamente legate all’idea (già in parte attuata a Parma) di creare un museo che potesse rispondere tanto alle esigenze dell’archeologia nazionale quanto a ciò che avevano insegnato i maestri scandinavi in ordine alla etnografia. Questo ambizioso progetto trovò espressione compiuta nel Museo Preistorico-Etnografico di Roma. Nel 1875 entrò anche a far parte, come Capo sezione, della nuova Direzione Centrale dei Musei e degli Scavi di antichità del Regno d’Italia, istituita su proposta del ministro della Pubblica Istruzione Ruggero Bonghi. Nel breve periodo in cui lavorò presso la Direzione Centrale, dal 1875 al I877, il Pigorini redasse annualmente un elenco dei siti meritevoli di essere indagati a spese dello stato e, per sopperire alla scarsa conoscenza che i singoli ispettori agli Scavi e Monumenti avevano dei materiali preistorici, si fece portavoce della necessità di redigere degli Atlanti di Paletnologia, veri e propri manuali corredati dalle tavole tipologiche delle varie classi di oggetti. Dipinge molto realisticamente la sua attività presso la Direzione Centrale il barnabei nelle sue Memorie: il Pigorini diede inizio alle sue funzioni amministrative presentandosi con un sacchetto di armi di pietra (Barnabei-Delpino,1991, p. 178). Nel 1875 fondò, insieme a Gaetano Chierici e Pellegrino Strobel, il Bullettino di Paletnologia Italiana, la prima rivista a trattare esclusivamente del periodo preistorico di un singolo paese. Nel luglio del 1875 riuscì a far istituire il Regio Museo Preistorico e Etnografico, e nel 1877 ne venne formalmente nominato direttore (nello stesso anno divenne anche socio corrispondente della Reale Accademia dei Lincei). Sempre nel 1877 convinse il mondo accademico a riconoscere come disciplina universitaria la paletnologia, a istituirne la cattedra presso l’Università di Roma e ad affidargli l’incarico come professore straordinario (fu poi ordinario dal 1890 fino al 1916). Il corso ebbe durata biennale e vennero trattati, oltre a temi concernenti la Preistoria italiana ed europea, anche temi relativi all’etnografia. In una lettera al Chierici il Pigorini si lamenta del fatto che, per soddisfare le richieste del Ministero della Pubblica Istruzione (al governo vi erano le sinistre del Gabinetto Depretis), era costretto ad affrontare, in più, argomenti di etnologia comparata (Desittere, 1988, p. 84). Con tre formidabili strumenti (la direzione della rivista, la direzione del Museo nazionale e la cattedra presso l’Università di Roma), all’età di soli 35 anni il Pigorini deteneva saldamente il controllo (che conservò, non senza polemiche, per quasi mezzo secolo) dell’archeologia preistorica in Italia. È evidente che una carriera così brillante e fulminea si giovò anche degli appoggi determinanti che derivavano dalla sua situazione familiare e dai suoi contatti con importanti personaggi del mondo politico-culturale parmense. Tuttavia nella pronta accettazione, da parte della classe politica, dei suoi progetti dovette svolgere un ruolo determinante soprattutto l’intuizione dell’apporto che lo sviluppo delle scienze paletnologiche in Italia avrebbe potuto recare alla legittimazione dello Stato unitario. La tesi di successive migrazioni di popolazioni indoeuropee che dall’Europa si erano propagate in Italia fino a raggiungere e fondare Roma (espressa in quella che fu definita la teoria pigoriniana) poterono in un certo qual modo trovare rispondenza nelle vicende politiche del tempo e aiutare nel processo di unificazione della penisola e nella auspicata rinascita italiana, spiegando come sia nata e cresciuta la nazione italiana e mettendo bene in chiaro le ragioni di quanto ha prodotto attraverso i secoli, affinché dal confronto del passato col presente abbia essa gagliardo conforto a perseverare nella missione che le venne affidata (Pigorini, 1903, p. 69). Dal 1877 iniziò dunque per il Pigorini la stagione più fruttuosa della sua vita: a Roma, godendo di grandi poteri e della stima di molti, poté operare nel migliore dei modi per portare avanti i suoi ambiziosi progetti. In questa impresa gli fu sempre accanto la moglie, figlia del celebre naturalista Pier Paolo Martinati, fondatore del Museo di Verona, del quale il Pigorini tracciò un sentito elogio nella ricorrenza della morte (Pigorini, 1879). durante il lunghissimo periodo in cui ebbe la direzione del Regio Museo Preistorico e etnografico di Roma il Pigorini si dedicò con mirabile impegno alla formazione e al rapido accrescimento dell’istituto: basti citare tra le tante testimonianze quella del Marchesetti che, nel commemorarlo presso la Società di Minerva, disse che il Pigorini attese ognora con fenomenale attività ai suoi studi e all’accrescimento delle collezioni museali (Marchesetti, 1925, 329), sia di quelle di interesse più strettamente paletnologico che di quelle di interesse etnografico. Le donazioni fatte al Museo furono spesso essenzialmente il frutto della stima di cui il Pigorini godette presso i personaggi più diversi, dai collezionisti (E. Hyllier Giglioli, C. Rosa, G.B. Traverso, M.S. De Rossi), agli esploratori (G. Bove, A. Cecchi, V. Bottego, G. Boggiani, G. Doria, R. Salvado), dagli studiosi alle alte personalità politiche, dai titolari delle legazioni italiane all’estero fino addirittura al principe ereditario e al re. Una volta, essendo giunti dei doni di Menelik a re umberto di Savoja, questi disse, trattandosi di oggetti d’interesse etnografico: Questi bisogna mandarli a Pigorini, perché se no se li viene a prendere. La sua volontà di accrescere le collezioni del Museo fu tale che arrivò a suscitare le lamentele anche di amici. Il Chierici, che agiva soprattutto in provincia di Reggio Emilia, gli scrisse di non dimenticare la necessità che aveva il suo Gabinetto nascente di Reggio di raccogliere ogni spiga e quanto sia gran peccato spogliare il povero della sua camicia, più che togliere ad un ricco alcune delle sue tenute (Pigorini, 1896, 184). Il Pigorini giunse a sostenere persino delle cose non vere pur di ottenere alcuni reperti che gli stavano particolarmente a cuore. Nel 1879 fece a esempio credere alla Direzione Generale dei Musei e degli Scavi che il De Ruggiero, direttore del Museo kircheriano, era disposto a uno scambio di oggetti tra i due musei mentre al contrario quest’ultimo non era affatto favorevole al cambio. Il Pigorini non si fece nemmeno scrupolo di usare toni perentori con il direttore generale per le antichità. Alla fine della sua direzione lasciò al Collegio Romano un Museo suddiviso in 54 ambienti, con più di 170000 oggetti, e una biblioteca specializzata con oltre 5000 volumi e svariate centinaia di estratti. Come ricordò Ugo Antonielli, il nuovo direttore del Museo, nel corso della commemorazione del Pigorini tenutasi il 1 giugno 1925, i doni superano di gran lunga gli acquisti, tempestando di missive persone amiche, o autorevoli, o in qualche modo utili, scienziati, esploratori, viaggiatori del vecchio e del nuovo continente, musei, associazioni culturali. Croci e commende hanno volteggiato, posando e appagando, auspice il sollecitatore meraviglioso; i gabinetti di molte eccellenze sono stati il più provvido ausilio alla diuturna fatica del raccoglitore instancato (Antonielli, 1925, 33-34). Il Pigorini volle creare nel museo una biblioteca specializzata nel campo degli studi paletnologici ed etnologici e la arricchì con il dono della sua biblioteca personale, preziosissima soprattutto per i numerosi estratti che ricevette, da tutto il mondo, dai suoi numerosi corrispondenti scientifici. Con la fondazione nel 1875 del Bullettino di Paletnologia Italiana, del quale fu direttore per cinquant’anni, diede vita a uno strumento essenziale per lo sviluppo e la diffusione della paletnologia in Italia: vero e proprio archivio nel quale si registrarono tutte le scoperte e i dibattiti che interessavano la preistoria dal Paleolitico all’età del ferro. Da fedele servitore dello Stato, non trascurò di occuparsi in prima persona anche dell’ordinaria amministrazione del Museo e di riferire puntualmente al ministro. Si lamentò della burocratizzazione della Direzione Generale ed espresse parere contrario all’introduzione della tassa d’ingresso dei musei (Pigorini, 1884, p. 36). Considerato un ottimo dirigente, di indiscussa fedeltà verso l’Amministrazione, fu più volte incaricato di risolvere questioni estremamente delicate. Nel 1878 fu nominato Regio Commissario delle Gallerie, dei Musei e dell’Opificio delle pietre dure di Firenze per rimettere ordine in tutti i Musei e gallerie di Firenze nei quali imperavano abusi di ogni genere. E questo ha fatto sfidando ogni minaccia, e non si piegò certo di fronte a tergiversazioni politico-ministeriali. Quando nel 1899 fu relatore dell’inchiesta sul Museo di Villa Giulia presieduta da A. Bonasi, pur avendo avuto spesso forti scontri e accese rivalità con Felice Barnabei, direttore dei Musei, delle Gallerie e degli Scavi di Antichità del Regno (1895) e, tra il 1897 e il 1900, direttore generale per le Antichità e Belle Arti, dimostrò ancora una volta la sua profonda onestà difendendo il Barnabei con coraggio e intelligenza. all’archeologo-mercante tedesco e sua vecchia conoscenza Wolfang Helbig che accusò Felice Barnabei di aver falsificato e manomesso i corredi delle tombe dell’agro Falisco esposte nel Museo di Villa Giulia per tentare di colpire e distruggere la credibilità della Direzione generale per i Musei e gli Scavi di Antichità (direzione che era nota per contrastare gli interessi rilevantissimi che ruotavano intorno al commercio antiquario, forte fra l’altro di protezioni internazionali e interne tolleranze) il Pigorini rispose con fermezza smontando le accuse speciosamente ideate e non lasciandosi in alcun modo intimidire dalle minacce dello Helbig. Come il Barnabei non si lasciò comperare dai trafficanti d’arte disonesti (rifiutò somme elevatissime che gli erano state offerte a nome di un gruppo di antiquari per modificare in senso più favorevole ai trafficanti d’arte la legge, di cui fu proponente, sull’esportazione degli oggetti d’interesse storico e artistico), così il Pigorini non cedette alle pressioni dello Helbig che cercò di minarne la fermezza persino preannunciandogli azioni volte a screditarne l’onestà. Nello sviare la manovra dello Helbig e di coloro che a lui si associarono il Pigorini fu addirittura violento. Fu inoltre scrupolosissimo nello stendere la relazione: analizzò più volte i manoscritti preparati dal Barnabei per la pubblicazione su Narce e Falerii, interrogò più volte i testimoni e chiese tutte le possibili informazioni anche sullo Helbig prima di trascrivere e consegnare la sua relazione al Ministro. Nel corso della sua quarantennale attività di docente dell’Ateneo romano, formò numerosi e validi allievi che in seguito gli testimoniarono in molti modi la loro gratitudine. Come scrive il suo antico allievo Roberto Paribeni nell’idea Nazionale, l’efficacia del suo insegnamento fu tale, che ad un certo momento parve che tutti i giovani studiosi di archeologia volessero dimenticare i monumenti classici e le lusinghe della storia dell’arte per correre alle ricerche preistoriche. passarono alla sua scuola non solo famosi paletnologi, come il Gherardini, lo Issel, il castelfranco e il Pellegrini, ma anche archeologi classici del rango del Marinoni, del Della Seta, del Ducati, del Giglioli, dello Helbherr e del Pernier. Nel ricordarlo, uno dei suoi allievi, antonio Taramelli, che legò il suo nome soprattutto agli studi di preistoria sarda, scrive: il maestro, buono, appassionato, che sapeva stimolare le energie di allievi e di ignoti, che pure nella febbre del suo lavoro intenso non negò mai una parola di aiuto, un conforto, una guida a quanti a lui si rivolsero per lunghi e lunghi lustri da ogni parte (Un Maestro di scienza, 1925, 9). L’umanità del Pigorini, nella sua dimensione più quotidiana, si riconosce agevolmente nelle parole affettuose con cui fu ricordato dagli illustri amici, tutti uomini di grande valore, da Corrado Ricci (che lo definisce grande valentuomo, dilettissimo amico) a Edoardo Volterra, che lo ricorda scienziato illustre, amatissimo collega, a Paolo Orsi, che lo chiama maestro insigne, amico impareggiabile. Il suo prestigio fu talmente grande che a Parma, il 26 ottobre 1908, il sindaco Giovanni Mariotti (direttore del Museo di Parma dal 1875 al 1933), gli consegnò nell’aula magna dell’Università una grande medaglia d’oro recante sul dritto l’immagine dello stesso Pigorini e sul retro la seguente iscrizione: A Luigi Pigorini principe de’ Paletnologi Italiani nel cinquantesimo anniversario del suo ingresso negli Istituti Archeologici Discepoli e Amici. MDCCCLVIII-MCMVIII. contemporaneamente gli venne conferita la cittadinanza onoraria di Parma e nel locale Museo archeologico fu inaugurata la Sala Pigorini. Nel 1912 fu chiamato a far parte del Senato del Regno d’Italia. Per rendergli un omaggio veramente straordinario, i numerosi discepoli, amici ed estimatori ordinarono allo sculture Ettore Ximenes di raffigurarlo in un busto bronzeo che venne inaugurato a Roma l’11 gennaio 1914, nella sede del Regio Museo Preistorico Etnografico alla presenza dello stesso Pigorini. Uomo definito di adamantina rettitudine, morì ottantatreenne, nella casa del figlio Luciano, ove era stato costretto a trasferirsi nel corso del 1923 perché le sue condizioni finanziarie non gli permettevano più di vivere a Roma. La notizia della sua scomparsa ebbe vasta eco su tutta la stampa nazionale, e lo Stato, che aveva servito fedelmente per tanti anni, gli tributò onoranze solenni a sue spese. Una commemorazione funebre tenutasi a Roma il 1° giugno, nel 60° giorno dopo la morte, alla quale parteciparono esponenti del mondo politico e culturale, fu tenuta dall' Antonelli, suo successore nel Museo romano, nell’atrio dell’Istituto, di fronte al ritratto dell’estinto circondato dal tricolore e da fronde di alloro tratte dal Palatino.
Fonti e Bibl.: La vasta produzione del Pigorini è elencata in Un Maestro di scienza e d’Italianità, Roma, 1925 (pubblicazione edita a cura della Direzione Generale Antichità e Belle Arti nel cinquantenario del R. Museo Preistorico - Etnografico) e nello scritto di C. Marchesetti, Commemorazione di Luigi Pigorini, Trieste, 1926; U.A., in enciclopedia Italiana, XXVII, 1935, 270; A. De Gubernatis, Dizionari biografici, 2 volumi, Firenze, 1879, e Roma, 1895; A. Malatesta, Ministri, Deputati, Senatori, 1941, II, 322; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 120; Gazzetta di Parma 9 febbraio 1962, 4; Gazzetta di Parma 17 gennaio 1996, 5; M. Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 308; Grandi di Parma, 1991, 92; M. Catarsi, in Aurea Parma 3 1994, 235-245; Le Terremare, 1994, 95-100.

Salsomaggiore 1858
Zio di Caterina. Fu farmacista in salsomaggiore e protettore di Cristoforo Marzaroli.
Fonti e Bibl.: F.da Mareto, Indice, 1967, 728.

Mariano di Marore 7 marzo 1833-Parma 17 ottobre 1891
Passò i primi anni di vita aiutando nel lavoro il padre mugnaio. Nel 1852, grazie all’aiuto di alcuni benefattori che lo fecero studiare, si laureò in scienze matematiche, poi andò a Parigi dove prese la libera docenza. A soli ventiquattro anni il Pigorini fu professore di astronomia nonché direttore dell’osservatorio astronomico di Parma. Dopo aver visitato nel 1858 (inviatovi dal Governo) i principali osservatori in Francia e Inghilterra, portò un notevole impulso scientifico nella propria città. Dal 1864 al 1868 occupò la cattedra di calcolo differenziale e integrale, mentre nel 1873 ebbe la nomina di ordinario di fisica, raccogliendo l’eredità di Macedonio Melloni. Le onorificenze per il Pigorini non tardarono a venire: fu membro della Società astronomica di Heidelberg, membro corrispondente dell’Accademia delle scienze di Lione e, con decreto del 27 marzo 1877, venne nominato cavaliere della Corona d’Italia. Per quattro anni consecutivi il Pigorini fu Rettore dell’Università di Parma. Sedette due volte nel Consiglio municipale di Parma e appartenne al Consiglio di amministrazione dell’Orfanotrofio Vittorio Emanuele. Tra gli scritti del Pigorini, vanno ricordati gli Studi fisici negli ultimi tempi.
Fonti e Bibl.: A.Pariset, Dizionario biografico, 1905, 87-88; Grandi di Parma, 1991, 23.


Parma prima metà del XIX secolo
Pittore attivo nella prima metà del XIX secolo. Fu consigliere aggiunto nell’Accademia di Belle Arti di Parma.
Fonti e Bibl.: P.Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 37.

PII FRANCESCO, vedi PIO FRANCESCO

PIJAMA, vedi BASSANINI EUGENIO

Parma 1922-Roma 28 settembre 1988
Figlio di un ferroviere. Si diplomò all’accademia di belle arti di Parma, pur senza averla frequentata, come conclusione di una attività individuale, tenace e sincera. Tenne numerose mostre personali a partire dal 1954: all’obelisco di Roma, alla Tooths Gallery di Londra, al Museum of art di Cincinnati,alla Perls gallery di Los Angeles, al Museum of art di Santa Barbara, al De Young Museum di San francisco, all’Italian Parade di Sydney, al Walker art center di Minneapolis, alla Sagittarius Gallery di New York, alla Symphony Hall di Boston, alla Casa Menotti di Spoleto, alla Three directions di San Francisco e alla Palm Beach gallery in Florida. Una lunga serie di rassegne che indica chiaramente come la pittura del Piletti fosse molto apprezzata, in particolare nei paesi anglosassoni. Fu infatti un artista tradizionalista, che aveva studiato gli Olandesi e Modigliani, assaporando anche qualcosa del Sudamerica, mantenendo, comunque, nei personaggi un gusto contemporaneo e mediterraneo (nelle labbra tumide, nelle narici dilatate, negli occhi profondi e neri). Il Piletti visse tra Roma e New York.
Fonti e Bibl.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 3 ottobre 1988, 7.

Trecasali 5 agosto 1894-Monfalcone 17 novembre 1915
Compì a Parma gli studi classici, quindi iniziò quelli di medicina presso l’Università di parma. Chiamato alle armi, non volle usufruire del diritto che la sua qualifica di studente in medicina gli dava di entrare a far parte di una sezione di sanità.Dopo un breve corso, fu nominato sottotenente e inviato al fronte, dove combattè eroicamente. Il 15 novembre 1915, presso Monfalcone, il Piletti, con slancio travolgente e spada in pugno, guidò all’assalto il suo plotone (118° Reggimento fanteria). Nel corso dell’azione fu gravemente ferito da una fucilata. Raccolto e trasportato in un ospedale da campo, vi spirò due giorni dopo. Il Piletti fu proclamato dottore in medicina a titolo d’onore il 5 novembre 1917.
Fonti e Bibl.: Caduti dell’Università Parmense, 1920, 35-36.

Borgo San Donnino 1827-post 1863
Possidente, ingegnere, nel 1863 fu sottoposto a sorveglianza dal Ministero dell’Interno perché fervente repubblicano.
Fonti e Bibl.: P.D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 181.

Parma 1732/1735
Fu suonatore di tromba alla chiesa della Steccata di Parma dal 22 gennaio 1732 al 1735.
Fonti e Bibl.: Archivio della Steccata, Mandati 1732-1735; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 166.

Parma 1 luglio 1780-post 1821
Figlio di Raimondo. Nel 1790 fu cadetto al servizio di Parma, nel 1805 fu promosso sottotenente, nel 1808 tenente al servizio di Francia e nel 1812 capitano. Diede volontariamente le dimissioni al Governo Francese nel 1814 e l’anno seguente entrò come capitano nel reggimento Maria Luigia di Parma. Il Pimienta partecipò alle seguenti campagne: 1810-1811 in Spagna, 1812-1814 con la Grande Armata. Nel 1821 fu pensionato.
Fonti e Bibl.: E.Loevison, Ufficiali, 1930, 30.


Berceto 1693/1708
Figlio di Sagramoro. Presentato dal duca ranuccio Farnese alla prevostura di Berceto, ne ottenne l’investitura il 18 novembre 1693. Con il Pinardi furono canonici Agostino caprara, Rocco Moretti, Moderanno Moretti e Giacomo Moretti, dottore in sacra Teologia. Il Pinardi restaurò il deposito di San Brocardo. Nel luglio 1708 si tennero a Berceto solenni missioni, predicate dallo stesso vescovo di Parma, Giuseppe Olgiati, e chiuse da una singolare processione, nella quale si videro molte persone con le corde al collo o con altri segni di penitenza. Il Pinardi compilò due inventari della chiesa e dei beni, censi e livelli della prevostura di Berceto. Venne autorizzato a cedere a livello parecchie proprietà della stessa prevostura situate in Pagazzano e in Fugazzolo, che il Pinardi non poteva amministrare. Nel 1708 venne convalidato il trapasso del diritto di giuspatronato sopra la prevostura e i quattro canonicati di Berceto dal duca Francesco Farnese al marchese Andrea Boscoli e ai suoi figli maschi. Tale donazione ebbe effetto solo più tardi (1717).
Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 111-112.

Berceto 1630/1641
Fu commissario di Pellegrino dal 1630 al 1641.
Fonti e Bibl.: A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 12.

PINAROLI O PINAZOLI SIGISMONDOo, vedi PINAZZOLI SIGISMONDO


Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 280.

Borgo Taro 1846-Piacenza 1931
Fu allievo del Collegio Alberoni di Piacenza dal 1862 al 1870. Ordinato sacerdote il 22 maggio 1869, fu curato nella parrocchia di San Francesco a Piacenza e successivamente prevosto di San Martino in Borgo. Canonico della Cattedrale di Piacenza, fu cancelliere, vicario generale e vicario capitolare della diocesi. Il suo nome è legato all’istituto climo-balneare di Stradone Farnese a Piacenza, da lui fondato nel 1893 con l’aiuto di alcuni benefattori.
Fonti e Bibl.: G. Boiardi, I nostri preti, Piacenza, 1983, 133-135; F. Molinari, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 212.

PINAZZI ILARIANO, vedi PINAZZI ILARIONE

Parma XVII/XVIII secolo
Padre benedettino, fu tornitore e intagliatore di ornati attivo nel XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: P.Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, XV, 1823, 24; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane; Malaspina, 1869, appendice; Il Mobile a Parma, 1983, 260.

San Lazzaro Parmense 1886-Parma 1963
Prese parte alla guerra 1915-1918 meritando, quale sergente del genio pionieri, due medaglie al valore militare. Rientrato alla vita civile, aiutò il padre Nestore nell’attività edilizia. Tra le sue opere, la ricostruzione, dopo le devastazioni causate dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, della Biblioteca Palatina, della Pinacoteca e di tutte le altre costruzioni legate alla Pilotta di Parma. Ripristinò anche la cella campanaria del Duomo di Parma e la chiesa di Castione Marchesi. Dopo gli iniziali lavori di ricostruzione del teatro Farnese di Parma, nel 1954 cedette l’azienda ai figli, ai quali si deve l’ultimazione dello stesso teatro e del cortile del Vescovado.
Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 246.


Mezzani 4 febbraio 1890-Parma 26 novembre 1961
Già a quindici anni suonava la tromba nella banda del paese e si recava in bicicletta a Parma a prendere lezioni di armonia dal maestro pizzetti. Ben presto diventò virtuoso di cornetta, mandolino, quartino e chitarra e diede vita a un complesso da ballo. Mentre il Concerto Cantoni si distinse per brani maggiormente concertistici, il complesso Pinazzi si specializzò, invece, in musica folkloristica e da ballo (il Pinazzi ottenne una medaglia d’oro in una manifestazione a Monticelli Terme). Il Pinazzi compose numerosi spartiti depositandone alla Società Italiana Autori e Editori circa 250. Divenne istruttore del corpo bandistico dell’Enal San Geminiano di Basilicagoiano.
Fonti e Bibl.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931; F. e T.Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 246.

Parma 1823
Il 20 novembre 1823 inviò una supplica alla duchessa Maria Luigia d’Austria scrivendo che da anni cantava come primo tenore in quasi tutte le funzioni della città di Parma e che pertanto aspirava di essere annoverato tra i cantanti delle funzioni ecclesiastiche di Corte.Si ignora se la richiesta venne o meno accolta (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi, 1823).
Fonti e Bibl.: G.N.Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

Parma ante 1459-post 1514
Sacerdote, musicista, calligrafo e miniatore, lavorò a Bologna come scrivano di corali per la Basilica di San Petronio. Nella Biblioteca queriniana di Brescia è conservato un Breviarium Romanum da lui scritto e miniato, così firmato: ego presbyter Sigismundus de Pinazolis de Parma scripsi nunc breviarium manu propria. Il Pinazzoli è ricordato a Parma come calligrafo e miniatore di corali del duomo (Parma, fabbriceria del Duomo): il 31 dicembre 1507 ottenne il pagamento per un Vangelo, il 31 marzo 1508 per un Salterio, il 13 luglio 1508 per un breviario da lui scritto e miniato. Il 2 giugno 1508 fu pagato per l’aggiunta di cinquanta quinterni che scrisse e miniò per libri della sagrestia. Negli anni 1505-1514 fu pagato dal Comune di Parma 20 lire imperiali per aver miniato un evangelistarium (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Registro di spese per la Cattedrale e la Comunità 1505-1514, c. 119 v.). il 31 dicembre 1507 fu pagato 12 lire e 10 soldi imperiali per aver miniato un Legendarium (c. 120 v.). Il 31 marzo 1508 fu pagato 11 lire imperiali per aver miniato un salterio (c. 122).
Fonti e Bibl.: C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; U. Thieme-F. Becker, vol. XXVII (1933), 51; E. Aeschlimann. Dictionnaire des miniaturistes, Milano 1940; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 73; A. Pezzana, Storia della città di Parma di Affò continuata, Parma, 1837-1859, 275; N. Pelicelli, note d’archivio per la storia della musica, Roma, 1931, 137; E. Scarabelli-Zunti, vol. III, c. 331; archivio Storico per le Provincie Parmensi XLVI 1994, 355.

PINCARO, vedi PENCARO

PINCHELINI O PINCHELINO, vedi PINCOLINI

Parma 1627
Nell’anno 1627 fu podestà di Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.: G.Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.

Borgo San Donnino 1160
Nell’anno 1160 fu podestà di Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.: G. Laurini, Borgo S. Donnino e i suoi capi civili, 1927.

Borgo San Donnino 1116
Valoroso cavaliere che l’imperatore Arrigo V, in riconoscimento della sua fedeltà e delle sue benemerenze, nell’anno 1116 elesse a vicario imperiale di Borgo San Donnino.
Fonti e Bibl.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 357.

Borgo San Donnino 1708-Borgo San Donnino 27 agosto 1785
Fu l’ultimo esponente del ceppo borghigiano dei Pincolini imparentato con i marchesi Pallavicino di Pellegrino. Inclinato alla carriera ecclesiastica, compì gli studi nel seminario diocesano di Borgo San Donnino e fu ordinato sacerdote il 10 aprile 1734 dal vescovo gherardo Zandemaria. Nominato nel 1738 prevosto di San Michele per diritti di giuspatronato, nel 1754 venne elevato nel capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino alla dignità di canonico primicerio. Cinque anni dopo passò prevosto a Bargone, ma nel 1763 fece definitivamente ritorno a Borgo San Donnino perché promosso parroco in duomo. Appassionato cultore di memorie e tradizioni locali, per quarant’anni raccolse pazientemente notizie storiche sulla natia città, che poi espose in una ponderosa raccolta di manoscritti, molti dei quali andarono dispersi dopo la sua morte. I suoi compendi storici (una parte dei quali è conservata nell’Archivio di Stato e nella civica Biblioteca parmense) rappresentano una ricca documentazione alla quale attinsero a più riprese chiosatori di memore locali, soprattutto lo Zani, che l’ebbe assiduo collaboratore nella redazione dell’Enciclopedia delle Belle Arti, e l’Affò. La sua opera principale, Storico compendio della città di Borgo San Donnino dal 281 di Cristo al 1599, è conservata in manoscritto nell’archivio della Cancelleria vescovile di Fidenza.
Fonti e Bibl.: D.Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 357-358; R. Tassi, il Duomo di Fidenza, 1973, 130.

PINCOLINI PALLAVICINI VITTORIO, vedi PINCOLINI VITTORIO

PINCOLINI ENRICO, vedi PINCOLINI ENRICO


Parma 22 marzo 1864-
Figlio di Giuseppe e Augusta Poletti. Fu tra i più reputati artisti di operette. Ebbe una bella voce da baritono e recitò con successo. Fu uno dei primi cantanti della compagnia diretta dal Marchetti, con la quale percorse tutta l’Italia con un repertorio di opere leggere che comprendeva anche quelle di Offenbach, Paisiello, Lecoq e Ricci. Il Surcouff di Planquette fu il suo cavallo di battaglia.
Fonti e Bibl.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 153; Frassoni; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 121; G.N. Vetro, voci del ducato, in Gazzetta di Parma 6 febbraio 1983, 3.

PINELLI DANTE, vedi PINELLI ARIODANTE

PINELLI ELENA, vedi PINELLI MARIA


Parma 5 aprile 1801-1860 c.
Figlio di Giovanni e Lucia Casalini. Pittore allievo del Pasini.Malgrado le buone capacità dimostrate, abbandonò l’arte.
Fonti e Bibl.: P.Martini, Scuola delle Arti Belle, 1862, 20.

Collecchio 1720-San Martino Sinzano 5 marzo 1778
Fu economo spirituale di San Martino sinzano dal 1760. Fu sacerdote versato nelle scienze teologiche e liturgiche. Stranamente, nei registri parrocchiali di Collecchio è detto che morì a Collecchio il 4 ottobre 1778. Fu sepolto nel cimitero di San Martino Sinzano.
Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma, 7 marzo 1960, 3.

Parma 11 febbraio 1829-Milano 8 agosto 1886
A diciannove anni abbandonò il corso della facoltà fisico-matematica dell’Università di Parma e col padre evangelista e altri generosi patrioti combattè il 20 marzo 1848 per le vie di Parma contro le truppe ducali e quelle austriache. Quattro giorni dopo andò a Milano ad arruolarsi nella colonna comandata da Luciano Manara. Prese parte quale luogotenente al combattimento di Castelnuovo Veronese, dove rimase ferito una prima volta. Poi si arruolò nuovamente nelle truppe volontarie che il Governo provvisorio parmense stava ordinando, e con quelle raggiunse l’esercito piemontese a Santa Lucia il 6 maggio. Si battè con coraggio ed ebbe la menzione onorevole al valore militare e la promozione a sergente, e poco dopo a sottotenente. Ammesso nei bersaglieri, fece la campagna del 1849 nel 3° battaglione e quella di Crimea nel 5°, meritando una seconda menzione alla battaglia della Cernaia. Sottotenente nel 10° battaglione, il 4 maggio 1859, cominciata appena la campagna contro gli Austriaci, venne gravemente ferito da un proiettile che gli perforò il torace ledendo un polmone. Promosso luogotenente in giugno, passò in ottobre nell’esercito italiano gol grado di capitano e con esso rientrò nei bersaglieri dell’esercito sardo il 16 aprile 1860. Comandò il 25° battaglione, appena formato, durante le campagne delle Marche e dell’Umbria, e lo condusse il 26 settembre con ammirevole slancio all’assalto di Monte Pelago e di Monte Pulito. Il battaglione ebbe una menzione onorevole e il Pinelli fu promosso maggiore per merito di guerra. Al Pinelli venne quindi affidata la campagna contro il brigantaggio in Calabria: vi rimase tre anni, compiendo atti di valore e spiegando energicamente la sua azione contro i sovversivi. Nell’agosto 1862, con l’altro comandante giolitti arrestò la marcia di garibaldi, che venne ferito ad Aspromonte. In quell’occasione fu decorato della croce dell’ordine militare di Savoja. A Custoza nel 1866 comandò il 15° bersaglieri e nel 1870, quale luogotenente colonnello, ebbe il comando dei dodici battaglioni di riserva al corpo d’esercito di Cadorna che operarono a Grotta Rossa, passarono il Tevere e occuparono i ponti sull’Aniene. Entrò tra i primi in Roma per la breccia di Porta Pia e poche ore dopo, trovandosi in piazza colonna, fece scudo del proprio corpo agli zuavi pontifici prigionieri, contro i quali il popolo inveiva. Meritò altra menzione onorevole per l’opera prestata in occasione dello straripamento del Tevere (dicembre 1870). comandante del 10° bersaglieri dal 1° gennaio 1871 e comandate del 3° nel 1873, ebbe alla fine di quell’anno il grado di colonnello. L’8 novembre 1880 lasciò il corpo dei bersaglieri per passare al comando di una brigata, e il 2 giugno dell’anno successivo fu nominato maggiore generale comandante la brigata Palermo di stanza a Verona. Schermidore formidabile, il Pinelli fu a lungo considerato la prima lama dell’esercito piemontese. Coltivò anche le lettere e le arti, e fu poeta e musicista di gusto squisito. Oltre alle medaglie al valore militare, ebbe varie altre decorazioni: fu infatti nominato ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro e dell’ordine militare di Savoja e commendatore della Corona d’Italia. Pochi giorni prima della sua morte, (il Pinelli si suicidò sparandosi un colpo di pistola alla tempia destra mentre era alloggiato all’albergo Biscione di Milano), venne nominato comandante la sesta divisione militare di sede a Brescia.
Fonti e Bibl.: U. Pesci, in Caffè 11 agosto 1886; U. Pesci, in Il Bersagliere, numero straordinario dell’illustrazione italiana, luglio 1886; P. Bettoli, in Caffè 12 agosto 1886; Emporio pittoresco 16-21 agosto 1886; Illustrazione italiana 15 agosto 1886, 128; tutti i giornali di Milano dei giorni 9, 10 e 11 agosto 1886 ed altri d’Italia; Brunialti, Annuario biografico universale, 1887, 122-125; A. Pariset, dizionario biografico, 1905, 88-90; Un valoroso bersagliere: Macedonio Pinelli, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1926.


Parma-post 1875
Fu valida prima donna soprano. Fece gli studi a Parma. Ottenne lusinghieri risultati in vari teatri italiani e quindi passò all’estero, dove si sposò e dove rimase a lungo.
Fonti e Bibl.: P.Bettoli, Fasti musicali, 1875, 125.

Parma 29 luglio 1859-America 1882
Soprano. Dacci scrisse di lei (p. 304): Allieva della Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1880, aveva già iniziato a studiare canto prima dell’ammissione. Dopo aver cantato da soprano in diversi teatri esteri, morì in America nel 1882.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1585
Falegname e intagliatore, realizzò nell’anno 1585 due cassette.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 256; Il mobile a Parma, 1983.


Casalbaroncolo 3 marzo 1825-Bologna 1900
Dal 1836 al 1844 fu alunno della Regia Scuola di musica di Parma e nel 1842, benché ancora allievo, fu ammesso a far parte dell’orchestra Ducale come aggiunto praticante.Nel 1850 suonò anche nell’orchestra di Reggio Emilia nella stagione di Fiera, mentre il 26 marzo 1852 fu nominato aspirante aggiunto della Reale Orchestra di Parma e, dopo il concorso, professore (14 luglio).Suonò nelle maggiori orchestre come contrabbasso al cembalo e prestò la sua opera all’orchestra di Parma fino alla sua soppressione (1874).Su suggerimento di Verdi, quell’anno il Comune di Bologna lo nominò docente dello strumento al Liceo Comunale: egli continuò a prestare la sua opera in vari teatri fregiandosi di tale titolo.Insegnò fino al 1894, formando una scuola di ottimi allievi.Scrisse 24 Studi per contrabbasso a 4 corde ed Esercizi per contrabbasso a 4 corde.
Fonti e Bibl.: Biblioteca Palatina di Parma, Almanacchi di Corte; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 153-154; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 276; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.

Parma-post 1782
Cantante primo mezzo carattere, calcò le scene in Italia e all’estero per più di venti anni in teatri primari: Bologna (Teatro Marsigli Rossi, Carnevale 1762: Le avventure di Ridolfo), Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1762: Le avventure di Ridolfo, Don trastullo, Tigrane; autunno 1763: Le contadine bizzarre, Il re alla caccia; Carnevale 1764: Le donne vendicate, L’incognita perseguitata), Bonn (Teatro della Corte Elettorale, 1764: L’amante di tutte), Munster (Teatro della Corte Elettorale, 1765: La calamita de cuori, La pastorella al soglio, Li tre amanti ridicoli), Vienna (Teatri Privilegiati, Carnevale 1767: L’albagia smascherata, L’amore artigiano, Le contadine bizzarre, Il vecchio geloso), Brescia (Teatro dell’Accademia degli Erranti, Fiera d’agosto 1771: L’amore artigiano, Il viaggiatore ridicolo), Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1771: L’inimico delle donne, Calandrano; Carnevale 1772: L’astratto, Gli intrighi amorosi), Mantova (Teatro Ducale Vecchio, autunno 1772: Calandrano), Reggio Emilia (Teatro Pubblico, Fiera 1772: calandrano, L’astratto), Firenze (Teatro di via del Cocomero, primavera 1773: L’astratto, L’isola di Alcina), Genova (Teatro di San Agostino, carnevale 1773: La locanda), Trieste (carnevale 1774: Il viaggiatore ridicolo), Parigi (académie-Royale de Musique, 10 settembre 1778: La frascatana; 18 gennaio 1779: Il geloso in cimento), Mestre (Nuovo Teatro della casa Balbi, autunno 1779: Il geloso in cimento), Venezia (Teatro Grimani di San Samuele, autunno 1780: L’isola della luna, I viaggiatori felici), Venezia (Teatro Grimani di San samuele, Carnevale 1781: La muta per amore, l’amante per bisogno), Verona (Teatro dell’accademia Vecchia, primavera 1781: Li viaggiatori felici), Bologna (Teatro Zagnoni, autunno 1781: Il pittor parigino, Li viaggiatori felici), Perugia (Teatro del Casino della Città, carnevale 1782: Le nozze in contrasto, I viaggiatori felici).
FONTI E BIBL.: A.De Angelis, Lorena; Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; Sartori; Wiel; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1500/1502
Fu maestro di vetrate. Operò in Parma (nel monastero dei Benedettini) negli anni 1500-1502 assieme al fratello Antonio.
Fonti e Bibl.: Spogli del Baistrocchi, dal 1500 al 1502, citati dallo Scarabelli in Documenti; U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 344.

Parma 1500-1502
Maestro di vetrate. Operò in Parma, nel monastero dei Benedettini, assieme al fratello Agostino all’inizio del XVI secolo (1500-1502).
Fonti e Bibl.: U.Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 344.

Parma 1749-30 settembre 1822
Di ascendenza francese (figlio di Jacques, detto Normand, parrucchiere dei paggi ducali), entrò a servizio della Reale Orchestra di Parma nel 1764, il 1° dicembre 1768 venne ammesso al Reale Servigio in qualità di sonatore di Violino di Camera per il Ballo e il 28 luglio 1774 nominato Professore della Reale Orchestra ammesso al soldo.Ebbe modo di mettersi in evidenza e di fare carriera se l’8 marzo 1781 fu «accordato a questo virtuoso di Camera di poter assentarsi per un anno da Parma per abilitarsi sempre più nella sua virtù», accordandogli l’anticipazione di sei mesi del soldo che percepiva. Da una lettera di Prospero Manara al conte Zappata di Torino del 14 maggio 1782 appare che Antonio Normand suonator di violino al servigio di S.A.R. il Sig. Infante Duca mio Signore si restituisce da Parigi a Parma, e nel suo passaggio per cotesta città desidera l’onore di essere presentato alle MM.LL. e farsi sentire a suonare. Lo raccomando però a V.S. Illma, onde siano compiuti i di lui desideri. Si ignora se questa esibizione davanti al re di Sardegna ebbe luogo. Si sa dai Decreti e Rescritti che il 5 settembre 1782 il duca di Parma, evidentemente soddisfatto dei miglioramenti ottenuti a Parigi dal Pinguard, gli condonò la suddetta anticipazione e il 1° luglio 1784 a questo suonatore di Violino nell’Orchestra di S.A.R. venne concesso di potersi recare per un anno in Germania. Il 15 gennaio 1792 la Reggenza dell’Accademia Filarmonica di Parma decise di nominarlo I violino e direttore della sua orchestra.Alla sua morte, la vedova del Pinguard ebbe una pensione dal duca Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol.84, Ruolo B. 1, fol.170; H.Bédarida, Parme et la France de 1748 a 1789, 490, nota 12; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 200; Enciclopedia di Parma, 1998, 488.

Parma 1769/1770
In occasione degli spettacoli dell’opera nel 1769 e 1770 a Parma e a Colorno, la si trova impegnata nella rifinitura e guarnizione dei costumi (Archivio di Stato di Parma, Computisteria borbonica, bb. 692-693).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

PINI ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

San Benedetto Po 13 dicembre 1924-Ciano d’Enza 4 dicembre 1944
Figlio di Francesco e di Marianna Boraschi, palanzanesi trasferitisi per motivi di lavoro nel Mantovano. I genitori tornarono poi a risiedere a Palanzano, ove il Pini venne comunemente identificato come Gidio o Egidio. Quando ebbe inizio la lotta partigiana il Pini seguì l’esempio del fratello maggiore, dello zio materno e dei cugini, entrando nel distaccamento Cosacco, con il nome di battaglia di Sam. catturato il 31 ottobre 1944 durante una puntata tedesca, insieme a un coetaneo anch’egli partigiano venne rinchiuso nelle segrete del presidio nazista di Ciano d’Enza, tristemente noto perché vi persero la vita, durante l’intero periodo della Resistenza, oltre un centinaio di partigiani. Anche il Pini vi venne fucilato. Dopo la conquista di Ciano d’Enza (14 aprile 1944) a opera congiunta delle formazioni partigiane parmigiane e reggiane, la salma del pini venne ritrovata, su indicazioni dei civili locali, in un campo vicino, sepolta sotto poche decine di centimetri di terra. All’assalto di ciano presero parte, in prima linea, il fratello maggiore del Pini, comandante del distaccamento Cosacco (Relazione del Comando della 143^ Brigata Garibaldi Aldo, a cura di leonardo Tarantini) e un altro prode palanzanese (che vi perse la vita), Bruno Bocconi, comandante del distaccamento Sambuchi, alla cui memoria venne poi conferita la medaglia d’oro al valore militare. Pochi giorni dopo la conquista di Ciano da parte delle forze partigiane, nella Sala municipale del Comune di palanzano, trasformata in camera ardente, vennero rese le estreme onoranze al Pini, la cui salma fu poi inumata nel cimitero di Palanzano.
Fonti e Bibl.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 207.

Parma prima metà del XVIII secolo
Calligrafo attivo nella prima metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 156.


Tizzano Val Parma 18 febbraio 1898-Cascina Paolicchi 18 settembre 1925
Tenente, conseguì il brevetto di pilota dell’aeronautica a Cameri nel 1924. Fu quindi aiutante maggiore al Campo di San Giusto (Pisa). Partecipò alla guerra contro l’Austria a partire dal 1917.Al Piave fu d’esempio nel compimento del dovere: in tre giorni di aspra e continua lotta per la conquista di un trinceramento nemico, mantenne impavido la sua compagnia sotto il fuoco dell’artiglieria avversaria e con slancio ammirevole per primo penetrò tra le posizioni nemiche. Ferito da scheggia di granata, volle restare sulla linea di combattimento incitando i suoi uomini alla resistenza. Nel 1919 e 1920 fu in Albania partecipando alle operazioni di guerra. Morì cadendo vicino al Campo di San Giusto per incidente di volo. Il Pini fu decorato di medaglia d’argento e di bronzo al valore militare e di croce di guerra.
Fonti e Bibl.: E.Grossi, Eroi e Pionieri dell’Ala, 1934, 207.

PINI EGIDIO, vedi anche PINI ALBERTO LUIGI

Parma 1908-1965
A quindici anni si arruolò volontario nella marina militare. Nel 1928, quando il dirigibile Italia, comandato dal generale Umberto Nobile, si fracassò sulla banchisa del Polo Nord, il Pini venne imbarcato su una nave che portò i soccorsi ai naufraghi. Promosso per meriti particolari, sempre a bordo di navi da guerra operò in quasi tutto il mondo. Nella seconda guerra mondiale, col grado di maresciallo, partecipò sull’incrociatore Garibaldi a numerose operazioni belliche. Trascorse sei anni a Massaua. Terminata la guerra, si congedò dall’esercito. Economo di un istituto della Pontificia opera di assistenza a Misurina, meritò un encomio solenne dopo essere stato travolto da una valanga mentre si recava a Belluno per procurare i viveri necessari ai ragazzi ospiti del centro.
Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 247.

Parma 1710
Fu attivo come pittore e incisore (1710).
Fonti e Bibl.: P.Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione, 1969.

Parma 1711
Nel 1711, in occasione delle nozze di elisabetta Farnese, fece parte come trombetto ducale della scorta d’onore (Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 433).
Fonti e Bibl.: G.N. Vetro, Dizionario.Addenda, 1999.

PINI GIAN ALBERTO vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

Parma 1677-Parma 1739
Fu incisore di buon valore.
Fonti e Bibl.: P. Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione, 1969.

Parma ante 1550-17 aprile 1596
Fu orefice e incisore. Essendo cognato di giovanni Giacomo e Giovanni Federico Bonzagni, ne assunse il cognome. Fece una testa di S. Bernardo in argento. Fu attivo per gran parte del XVI secolo (documentato in Parma il 1° dicembre 1586).
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, App., 41; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 235.

Parma 21 febbraio 1696-Parma 1749
Fu artista di corte dei Farnese. Incise su rame soggetti sacri, apparati per feste e funebri e illustrazioni di libi (l’Arcade, favola boschereccia di P.G. Balestrieri, Parma, 1712, da proprie invenzioni; due raccolte di numismatica: I Cesari in oro nel Farnese museo, di Paolo petrusi, Parma, 1694-1727, e Imperatorum romanorum numismata, Milano, 1730). Fu attivo a Busseto nella prima metà del XVIII secolo. Sono ancora del Pini diversi ritratti farnesiani, Tre macchine da fuoco (invenzione di Clemente Ruta) per festeggiare l’elezione al pontificato di Innocenzo XIII (1721), medaglie del cardinale Antonio Francesco Sanvitale (1714), proscenio del Teatro Farnese (assieme al Coccetti), medaglie del cardinale Alessandro Farnese, Ranuccio I, Odoardo, Ranuccio II e Francesco Farnese. Incise anche dal Nuvolone e da Clemente Ruta.
Fonti e Bibl.: U.Thieme-F. Becker, vol. XXVII, 1933, 60; A. Pezzana, Memorie di scrittori parmigiani 7, 1833, 63, 97; Nag.: Diz., II, 1841; Monog., 3, 1863; Biblioteca Palatina di Parma, Raccolta delle incisioni Ortalli; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1701-1750; Pelliccioni, Incisori, 1949, 136; P. Martini-G. Capacchi, Arte dell’incisione, 1969; Dizionario Bolaffi dei pittori, IX, 1975, 76-77.

Priorato di Fontanellato 26 gennaio 1790-Priorato di Fontanellato 26 febbraio 1848
Fu valente suonatore di corno. Apprese l’arte nella scuola di musica istituita a Fontanellato dalla munificenza del conte Stefano Sanvitale. Fu inventore di un corno da caccia con otto chiavi, col quale poteva suonare in tredici toni a scala cromatica, dal si bemolle basso al si bemolle ottavino, con suoni naturali senza bitorto. Si passava dall’uno all’altro tono con rapidità, anche senza levare il bocchino dal tubo, e vi era pure la pompa per le diverse accordature. Lo presentò il 21 dicembre 1821 alla duchessa Maria Luigia d’Austria. Lo strumento (che fu materialmente realizzato da Lorenzo dall’Asta) si conserva nel Liceo musicale Rossini di Bologna.
Fonti e Bibl.: P. Bettoli, I nostri fasti, 125; Gazzetta di Parma 14 aprile 1876; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, 1884, 40; C. Schimidl, Dizionario Universale Musicisti, 2, 1929, 283; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 281; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1991, 19.

Ruzzano 1823-1861
Medico e patriota, durante la campagna del 1859 diresse il reparto chirurgico di un ospedale militare a Brescia. Raggiunse il grado di capitano medico nell’esercito italiano. Fu in rapporti epistolari con Giuseppe Garibaldi.
Fonti e Bibl.: U.A. Pini, Medici valli cavalieri, 1983, 53.

Parma 1445-1446
Nel 1445-1446 fu lettore del Sesto e delle Clementine all’Università di Bologna.
Fonti e Bibl.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.

Parma seconda metà del XVI secolo
Intagliatore di legname attivo nella seconda metà del XVI secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 256.

Parma 635
Fu vescovo di Parma nell’anno 635.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 730.

PIO, vedi anche PALLAVICINI MAFREDINO

Sassuolo 1564-Parma 1617
Figlia di Ercole, signore di Sassuolo. Sposò nel 1587 Gerolamo Sanvitale, e visse a Parma. Nel 1599 le fu trucidato il fratello Marco per ordine, pare, degli Estensi. Nel 1612 il marito venne decapitato e uguale sorte ebbe il figlio primogenito. Condannata inizialmente an-ch’essa a morte, le fu poi fatta la grazia. chiusa nelle prigioni della Rocchetta di Parma, vi morì dopo lunghe sofferenze.
Fonti e Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, famiglia Pio di Carpi e Sanvitale, Milano, 1819; F. orestano, Eroine, 1940, 317.

Parma 1590 c.-Parma 1660 c.
Sacerdote, nel 1621 ebbe il titolo di insegnante (prefetto) di musica al collegio di Santa Caterina in Parma e dal 4 giugno 1655 fu massaro della Cattedrale di Parma. Fu autore delle seguenti composizioni (pubblicate a Venezia): Il 1° libro de salmi a 9 concertati e a 8 non concertati con una Messa a 9 concertata, con cont. per l’organo (1621), Liber I motectorum a 2-5 v. una cum b. pro organo (1624), Liber II et secunda pars psalmorum, qui in solemnitatibus totius anni horis Vespertinis concinuntur, 8 et 9 v. una cum b. ad org. (1625).
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei sec. XV-XVI, in Note d’Archivio 1931 e 1932; archivio della Fabbriceria della Cattedrale, Mandati 1644-1660; R. Eitner, vol. VII, 448; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 131; Dizionario dei musicisti Utet, 1988, VI, 26.

Carpi 1408 c.-Montechiarugolo 8 aprile 1460
Figlia del Signore di Carpi, divenne la sposa di Cristoforo Torelli, figlio di Guido, nel 1428.Si trovò a vivere nel turbinoso primo quattrocento, agitato da cento guerre.Fu saggia amministratrice in assenza del marito soldato, spesso impegnato sui campi di battaglia.Come ad altre spose dei Torelli, anche a lei toccò imbracciare le armi e lo fece con coraggio.Fu quando si trattò di recuperare al marito assente il feudo di montechiarugolo sottrattogli dall’irrequieto Pietro Guido, suo fratello.Si sa che l’esito dell’impresa della Pio non fu positivo, almeno sul momento, e se ne lagnò poi col Duca di milano. Rimangono infatti le testimonianze delle guardie dell’armeria di guido Torelli sull’impedimento alla Pio di entrare nel castello (1456).Tornata la pace tra i due fratelli con la definitiva divisione dei beni e delle ragioni, la Pio condusse la sua normale esistenza di contessa.Si può dire che visse gran parte della vita in gravidanza, avendo dato a Cristoforo ben tredici figli.
Fonti e Bibl.: V.Barbieri, Torelli, 1998, 181.

Parma prima metà del XVIII secolo
Architetto civile attivo nella prima metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 160.

Parma 1706
Fu musicista della Cattedrale di Parma nell’anno 1706.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

San Martino Sinzano 1895/1913
Capitano del 26° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Guidò con molto slancio la sua compagnia nell’avanzata e nei successivi assalti alla baionetta. Poscia sotto un fuoco micidiale che produsse rilevanti perdite, ferito ad una spalla e ad una gamba, rimase al suo posto, dando esempio di elevate virtù militari e non si allontanò dal combattimento fino a che, per ordine superiore, poco prima del ripiegamento, venne portato al posta di medicazione (Sidi Garbàa, 16 maggio 1913).
Fonti e Bibl.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

ante 1829-Berceto 25 giugno 1879
Il 5 febbraio 1829 ebbe la cura della parrocchia di Berceto, che conservò per oltre cinquant’anni. Svolse una molteplice attività a favore della chiesa e degli enti ecclesiastici dipendenti, con spiccata tendenza alla parte temporale: fu infatti assai diligente nel tenere aggiornati i registri delle entrate e delle uscite e assai preoccupato per la tutela dei diritti parrocchiali. Gli spetta, almeno in parte, il merito di avere condotto a termine i grandiosi restauri della chiesa nel 1845. Traspare nel Pioli uno spirito alquanto cortigianesco, che da un lato gli facilitò il conseguimento di favori presso il governo di Maria Luigia d’Austria e dall’altro suscitò verso di lui l’ammirazione (ma in qualche caso anche la riprovazione) dei fedeli.
Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 120.

Berceto 28 giugno 1843-Urdinarrain 1 giugno 1911
Fabbro ferraio, si trasferì a Buenos Ayres nel giugno del 1872 e nel 1876 fissò la sua dimora a Casares, Entre Rios. Sposò Angela Francesca Orato in Concepciòn, uruguaiana, nel 1877. Ebbe undici figli. Assunto da Ettore d’Elia, stabilì abitazione e officina nel centro della località di Villa Elisa di Casares. Nel contratto firmato dal Pioli con il d’Elia, pubblicato dal settimanale Jornada del 7 aprile 1940, merita menzione la costruzione di cento aratri, alla quale si obbligò il Pioli, restando in cambio proprietario di due lotti di terreno che avrebbe poi dovuto recintare. Oltre alla professione di fabbro ferraio, il Pioli si dedicò all’agricoltura nelle terre che furono di sua proprietà. Fu collaboratore della scuola locale e fece parte della commissione scolastica formata dai genitori degli alunni. Si prodigò, assieme ai figli, per la costruzione della chiesa e ricoprì inoltre il ruolo di banditore: alla domenica, accanto alla porta principale della chiesa, leggeva al pubblico le notizie più importanti del mondo e quelle di ordine locale, riferintesi a messe e a smarrimenti o ritrovamenti di animali, con le marche e segni corrispondenti. Nell’anno 1903 si stabilì con la sua famiglia a Urdinarrain. Fu sepolto nel cimitero di quest’ultima cittadina.
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 1 1947, 40-42.


Berceto 1861-1925
Dal 1887 fu insegnante a Pontremoli.
Fonti e Bibl.: M.Tassi, Il maestro Pioli, Bolzano, Rinfreschi, 1955; L.Leoncini, Il maestro Faustino Pioli, un educatore d’altri tempi, in Gazzetta di Parma 16 dicembre 1957, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 857.


Parma 6 ottobre 1920-Niksic 14 giugno 1943
Figlio di Giovanni. Orfano dei genitori dall’età di quindici anni, visse poi con gli zii. Frequentò il liceo vincendo diverse gare di cultura che gli permisero di visitare, come premio, Egitto, Palestina e Stati Uniti. Laureato in giurisprudenza, fu volontario in guerra col grado di sottotenente del 383° Reggimento Fanteria, nei Balcani. Il 15 maggio 1943 a Bjoce, in Montenegro, fu al centro di un violento scontro col nemico. Nel furioso combattimento contro forze preponderanti, vide subito cadere il prode colonnello Paolo Vercesi e numerosissimi soldati e compagni. Prese successivamente il posto di due ufficiali caduti, rincuorando con l’esempio i suoi uomini, finché la notte del 17 riuscì, con pochi animosi, a rompere l’accerchiamento nemico. Il Pioli era già in vista di Podgòriza (sede del Comando italiano), quando una pattuglia nemica in perlustrazione lo catturò e lo condusse a un campo di prigionieri. Un improvviso riaccendersi della lotta (con intervento di forze italiane, tedesche, croate e bulgare) costrinse i Montenegrini a spostarsi, conducendo con sé i prigionieri. Dopo ventitré giorni di cammino (650 chilometri tra le montagne) erano sopravvissuti solo qualche decina di soldati e sedici ufficiali. Verso la mezzanotte del 9 giugno il Comando nemico decise la fucilazione di tutti i prigionieri. Ma il Pioli non fu raggiunto dai colpi delle mitragliatrici, che uccisero invece tutti gli altri. Prima di allontanarsi, gli spararono a bruciapelo con la rivoltella: il colpo, passando dallo zigomo sinistro alla mandibola destra, gli lese gravemente il retrobocca. Pur ferito in modo gravissimo, il Pioli riuscì a ricoverarsi in una casa poco distante e più tardi a raggiungere una postazione tedesca. Non essendo in grado di parlare, stese un rapporto scritto con le informazioni di cui era venuto in possesso nel periodo di prigionia, che riuscì prezioso per le ulteriori operazioni. Il Pioli morì due giorni dopo all’ospedale di Niksic. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Dopo due giorni di aspri violenti combattimenti, caduto prigioniero con altri ufficiali nelle mani dei nemici, sopportava con fede e stoicismo le dure giornate di prigionia. Sottoposto al plotone di esecuzione assieme ad altri ufficiali, miracolosamente scampato alla morte, rimaneva però gravemente ferito al viso e riusciva a costo di sforzi sovrumani e dopo faticoso cammino attraverso terreno nemico, a raggiungere le nostre linee dove, conscio della propria fine rifiutava le cure mediche, preoccupandosi di scrivere subito, di proprio pugno, non potendo parlare, dati e notizie sui nemici, utili per i superiori comandi. Veniva poi ricoverato in un ospedale da campo dove cessava di vivere, pago di fare olocausto della sua giovane vita per una più grande Italia. Bello esempio di elette virtù militari, di profonda fede e di supremo attaccamento al dovere.
Fonti e Bibl.: A.Cavalli, In memoria di Marcello Pioli, in Aurea Parma 28 1944, 26-31; F. da Mareto, Bibliografia, II 1974, 857; Decorati al valore, 1964, 94-95.

Borgo Taro 1903--Parma 3 novembre 1970
Laureato in scienze economiche presso l’università Bocconi di Milano, fu direttore generale della Cassa di Risparmio di Parma dal 1930 al 1949, della Banca del Monte di Parma dal 1949 al 1955 e infine dell’Istitutio commerciale Laniero Italiano di Milano.Dal 1947 al 1962 presiedette la Famija Pramzana.Fu prodigo di erogazioni benefiche a favore di enti ospedalieri e caritatevoli.Decisivi furono la sua azione e il suo contributo per la nascita del Museo Glauco Lombardi di Parma.
Fonti e Bibl.: G.Pighini, Storia di Parma, 1965, 193; R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 141; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.

Berceto 4 novembre 1886-San Pancrazio Parmense 8 dicembre 1958
Studiò nel seminario di Berceto compiendovi il ginnasio, poi passò in quello di Parma ove fece il liceo e Teologia. Fu ordinato sacerdote nel 1910 e fu mandato a Selva del Bocchetto in funzione di parroco. Dopo due anni passò a Fornovo come coadiutore. Nel 1914 partecipò al concorso per la parrocchia di San Pancrazio Parmense. Vinto il concorso, vi fu nominato arciprete il 17 luglio 1914. Prese possesso della parrocchia l’8 dicembre dello stesso anno. Dopo pochi mesi dal suo ingresso in parrocchia scoppiò la prima guerra mondiale che svuotò il paese degli uomini dai diciotto ai quarant’anni. Il periodo di guerra vide il Pioli impegnato a portare opera di aiuto, di assistenza e di consiglio alla popolazione. Fece parte di un comitato comunale di assistenza per la distribuzione di un sussidio mensile alle famiglie più povere dei richiamati alle armi. Visse pure a San Pancrazio Parmense tutta la seconda guerra mondiale, e anche in quel periodo si prodigò per quanto potè per i suoi parrocchiani. Seguì gli avvenimenti nazionali e internazionali con molto interesse e seppe giudicarli con particolare competenza. Vide con simpatia la Resistenza che si svolgeva sulle montagne, ma si mantenne in un giusto equilibrio in modo da poter essere il parroco dell’una e dell’altra parte. All’inizio della resistenza tenne nascosto in casa sua per una ventina di giorni l’avvocato Primo Savani, suo compaesano e amico, che ebbe un ruolo importante nella lotta per la Resistenza sulle montagne parmigiane. Il Pioli ebbe particolare intelligenza e non comune cultura, continuando a studiare per tutta la vita. Terminati gli studi teologici e diventato sacerdote, si laureò in Teologia e continuò poi a coltivare gli studi letterari, particolarmente il latino e il greco. La sua competenza fu riconosciuta anche dai suoi superiori che lo nominarono insegnante di lettere nel Ginnasio del Seminario di Parma. Fu poi per molti anni insegnante di religione nell’Istituto d’Arte P. Toschi di Parma. Ebbe particolare interesse ebbe per la storia ecclesiastica dei primi secoli del Medioevo, per le discipline giuridiche e l’arte sacra. Oltre al suo profilo di Fra Ruffino del Bosco (Parma, 1930), il suo lavoro sulla Pieve di San Pancrazio, pubblicato nel 1957, evidenzia l’impegno e la serietà dell’uomo di studio, la sua diuturna confidenza con la materia storica e la brillante arditezza delle ipotesi. È facile anche ravvisare nel saggio la passione con cui il Pioli condusse a termine i restauri e affermò, non senza contrasti, la radice antichissima del tempio. Per avere un’idea dell’ampiezza e serietà dei suoi interessi storici, si possono leggere le pagine dello studio dedicate al diffondersi del cristianesimo lungo l’asse della via Emilia. Spira in esse una singolare suggestione, come di cosa viva, perché il Pioli possedette appunto la capacità appassionata di rendere presente l’antico, aiutato in questo dalla vivacità del temperamento e della parola. Dotato di non comune gusto artistico, curò sempre con passione la sua chiesa, nella quale riuscì a compiere notevoli lavori di restauro. Il Pioli venne ricordato da una lapide apposta sul lato sud della chiesa di San Pancrazio Parmense: Alla memoria dell’arciprete don Tito Pioli che resse questa parrocchia per 44 anni nel X anniversario della morte 8-XII-1968.
Fonti e Bibl.: F. Squarcia, in Aurea Parma 3 1958, 255-256; P. Tagliavini, in Parma nell’Arte 1 1959, 24; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1989, 208; A. Marocchi, in Tito Pioli. Pagine di Storia della Parrocchia di S. Pancrazio, 1990, 7-9.

PIOMBO GIAN GIACOMO, vedi DEL PIOMBO GIAN GIACOMO

Parma 1769/1805
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 25 marzo 1769 al 1800 e alla Steccata di Parma dal 1777 al 1805.
Fonti e Bibl.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 31 marzo 1776-post 1831
Dopo essere entrato nel 1798 come volontario nell’esercito della Repubblica Cisalpina, fece da sottufficiale del 1° Reggimento leggero italiano le campagne militari dal 1803 al 1806 sulle coste dell’oceano, come sottotenente (1807) e poi tenente (1808) quelle di Spagna, carinzia e Tirolo degli anni 1808-1809, come capitano (1811) di nuovo quelle di Spagna (1811-1813), Germania (1813) e Italia (1814). Capitano nel Reggimento Maria luigia, fece nel 1815 la campagna di Napoli. Si distinse nella battaglia di Hanau, negli assedi di Kolberg, di Stralsund, in Pomerania, e in tanti assalti a piazzaforti della Spagna, cavandosela con poche ferite. Fu infatti ferito all’assalto di Milbach da un colpo di fucile alla testa e ad Hanau da colpi di sciabola. Fu all’assalto del Forte della Trinità, detto il Bottone di Roses e alle battaglie di Granuliers, Molino del Re, Valls e, l’11 e 12 aprile, a San Ilien. Fu pensionato nel 1822 e ammonito l’anno seguente perché appartente alla Massoneria come Sublime Maestro Perfetto. Si rimise in luce nel 1831 combattendo alla testa delle Guardie Nazionali Parmensi contro gli autriaci. Fatto prigioniero nello scontro di fiorenzuola d’Arda, fu rinchiuso nella fortezza di Pizzighettone presso Cremona. In forza del decreto d’amnistia, venne messo in libertà nell’ottobre 1831 e sottoposto ad alcuni precetti.
Fonti e Bibl.: E.Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821, Parma, 1904; E. Casa, I moti rivoluzionari del 1831, Parma, 1895; E. Loevison, Gli Ufficiali Napoleonici Parmensi, Parma, Tipografia Parmense, 1930, 31; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XXIII; E. Loevison, in dizionario del Risorgimento, 3, 1933, 906; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Provincie parmensi 1937, 197-198; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 389.

Manerbio 1929-Parma 1996
Compiuti gli studi classici, si mise in luce come difensore nelle squadre di calcio marzotto, Bagnolese e Vigevano, poi in Serie B con il Messina e infine in A con l’Inter (1954, sotto la guida di Foni). Ceduto al Parma, preferì smettere di giocare per laurearsi in giurisprudenza. Dopo esperienze all’Althea e alla De Rica, nel 1964 entrò alla Braibanti, diventando direttore della ditta di pasta. Nel 1984 impiantò a Ghiare di Berceto la Alea, poi società per la produzione delle lasagne, controllata dalla Braibanti, della quale fu socio e amministratore delegato e, nel 1991, la Berceto factory. Con Mauro Ziveri creò anche la podere Emilia, per i cibi pronti. Ottimo tennista, per anni vinse tornei a Parma e in varie altre città, restando classificato fino a oltre 50 anni d’età e dominando poi nella categoria veterani.
Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 247-248; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.

PIPPO, vedi ILARIUZZI UMBERTO

PIR, vedi BERNARDI QUIRINO


1847-Parma 1916
Bohèmien della letteratura parmense, visse di modeste rime e grandi ideali garibaldini (con Garibaldi combattè a Condino, a Storo e a Bezzecca, assieme con Oreste Boni, Luigi Battei e Faustino Tanara). Morì pazzo e in miseria. Il suo canto più sentito è quello dedicato al caro e illustre Giosuè Carducci, che ha qualche impeto di ispirazione e qualche scioltezza di forme e di rime ma che, attraverso strofe metricamente non sempre ben collegate l’una all’altra, attesta anche lo sproporzionato concetto che il Pirani ebbe di sé stesso quando parla di sacro verso sfidator degli anni e di fiero carme e di amore che un dì lo faranno eterno, e si professa delle Muse prediletto alunno.
Fonti e Bibl.: J.Bocchialini, Poeti del secondo ottocento, 1925, 59-60; Aurea Parma 2 1924, 67-68.

Salsomaggiore-Busseto 1782
Minore osservante, fu dedito al ritiro, all’orazione e alla mortificazione. Dal popolo fu tenuto in concetto di santità, per cui dopo la sua morte una moltitudine di persone concorse a venerarlo, anche per avere qualche pezzetto del suo abito onde conservarlo come reliquia.
Fonti e Bibl.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 336.

Borgo San Donnino 1755/1777
Architetto e disegnatore copista attivo nel periodo 1755-1777.
Fonti e Bibl.: P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XV, 1823, 169.

Collecchio14 ottobre 1839-Vigatto 21 aprile 1896
Figlio di Francesco e di Maria Merighi. Fu parroco di Vigatto dal 1868 al 1896 e ivi svolse la sua migliore attività, ricostruendo tra l’altro il cimitero e la chiesa.
Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

Parma 1698/1739
Nel 1698 fu chiamato a occupare l’ufficio di perito dei Cavamenti. L’anno successivo lavorò nei canali Comune e di Vigatto. Il Piretti conservò per lungo tempo la carica, dal momento che il suo successore, Edalberto Dalla Nave, firmò un documento della Congregazione nel luglio 1739 come suo vice-perito.
Fonti e Bibl.: P.Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 95-97.

PIRETTI GIACOMO, vedi PIRETTI ERMENEGILDO ERNESTO FRANCESCO

PIRINO DI FRANCIA, vedi PERRIN

PIROLETTA, vedi GUGLIERI PIETRO

Parma prima metà del XIX secolo
Incisore in rame attivo nella prima metà del XIX secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 225.

Parma 1837/1847
Fu docente di chimica e minerologo dei Ducati di Parma e Piacenza. Nel 1837, durante una escursione scientifica, rilevò l’esistenza di un vero litantrace nella vallata del Taro. Dopo studi e analisi sui campioni di carbone, il Piroli iniziò i lavori di ricerca in un affluente del Canale di Vona, il San Martino Rio Secco, ove venne constatata l’esistenza di uno strato di carbone di 60 centimetri. Nel 1847 il Piroli, non avendo trovato ulteriori mezzi finanziari per proseguire l’impresa, fu costretto a sospendere i lavori.
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Indice, 1967, 732.

Busseto 10 febbraio 1815-Roma 14 novembre 1890
Iniziò gli studi a Busseto e li continuò a Parma, laureandosi in giurisprudenza. dedicatosi al libero esercizio della professione, non tardò a emergere tra gli avvocati del foro parmense, acquistando fama anche in altre città e regioni. La sua attività si svolse principalmente a Parma, dove, oltre a insegnare Legislazione criminale (1848) e Diritto penale (1863) nell’Ateneo parmense, dal 1862 al 1865 ricoprì la carica di preside della facoltà di giurisprudenza.Ricoprì anche importanti cariche pubbliche (presidente del Consorzio della Parma-Spezia e nel 1878 del Consiglio di amministrazione delle Ferrovie dell’Alta Italia). La sua attività politica iniziò nel 1847. Stretta amicizia col Cantelli, col Pellegrini e con altri liberali, alla morte di Maria Luigia d’Austria credette di ottenere pacificamente dal successore, Carlo di Borbone, un governo che rispondesse ai bisogni dei tempi. Fu invece necessaria la sollevazione del 20 marzo 1848 per ottenere la nomina della Reggenza. Fu segretario del Governo provvisorio di Parma del 1848, membro in quello del 1859 e rappresentò la città all’assemblea di Modena che elesse Carlo Farini dittatore dell’Emilia. Nel 1848 rappresentò a Milano il Governo parmense nella commissione speciale del progetto di legge che riguardava la convocazione delle assemblee. Di ritorno a Parma, il Piroli propugnò l’annessione al Piemonte, che ebbe quasi un plebiscito (3700 voti su 3900 votanti). Quando gli Austriaci riportarono Carlo di Borbone al potere, il Piroli fu destituito da ogni ufficio. Nella seduta dell’11 settembre 1859 propose il decreto che sanciva l’unione delle Provincie parmensi al Regno d’Italia, progetto di cui venne nominato relatore. Di idee liberali, fu deputato per dodici anni, dal 1866 al 1878, del collegio di San Donato, Parma Sud e Borgo San Donnino e vice presidente della Camera dal 1874 al 1876. Eletto rappresentante di Parma all’assemblea dei deputati di Parma e Piacenza, fu mandato deputato per quella città anche alla prima legislatura della Camera italiana nel 1860, con 379 voti, contro i 74 dati al Mordini. Ma essendo stato nominato consigliere di Stato il 18 giugno 1865, cessò di appartenere alla Camera per quella legislatura. Nel gennaio del 1866 rimase vacante il collegio di Borgo San Donnino, in seguito all’opzione dello Scolari per Guastalla, e il Piroli vi fu eletto con 316 voti contro i 156 dati ad Alvisi. Fu rieletto nel marzo 1867 (Legislatura X; 372 voti, Medici 290), nel novembre 1870 (Legislatura XI; voti 268, T. Riboli 86) e nel novembre 1874 (Legislatura XII; voti 370, A. Saffi 71), ma soccombette nelle elezioni del 1876 di fronte al candidato della sinistra, ne riuscì più ad entrare alla Camera. Eletto senatore (1884), ricusò il portafoglio di Grazia e Giustizia e fece parte del Consiglio di Stato della sua istituzione (1865), divenendone poi presidente di sezione.Alla Camera militò nelle file del partito moderato, ma votò sempre con moltra indipendenza.Fu membro di giunte e commissioni e relatore di progetti di legge.Buon oratore, pronunciò discorsi su vari argomenti. Alla Camera il Piroli riferì sui seguenti disegni di legge: Spesa straordinaria sul capitolo 75 del Bilancio della pubblica istruzione 1864, per la scuola d’applicazione e l’Istituto Tecnico superiore di Milano (Amari) 1863-1864, n. 169, riordinamento del Consiglio di Stato (peruzzi) 1863-1864, n. 216, applicazione all’armata di mare del Codice penale in vigore presso l’esercito (Biancheri) 1867-1869, n. 28, Modificazione all’art. 14 della legge 14 agosto 1862 sulla Corte dei conti (La Porta) 1867-1869, n. 91, Provvedimenti rispetto ai benefici ed alle cappellanie laicali, che in alcune provincie del Regno furono soppressi con leggi precedenti a quelle del 15 agosto l867 (De Filippo) 1867-1869, n. 205, proroga del termine per la rivendicazione e lo svincolo dei patronati, cappellanie ed altre istituzioni laicali l867-1869, n. 213, Bilancio del ministero di grazia e giustizia e culti pel l870 1869-1870, n. 8, provvedimenti rispetto ai beneficii, ecc. ut supra (Reali) l869-1870, n. 21, Appalto dello stabilimento di Salso (minghetti) 1873-1874, n. 81, facoltà al governo di istituire sezioni temporanee di corte di Cassazione (Vigliani).1874-1875, n. 87.
Fonti e Bibl.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 666, 667; A. Brunialti, Annuario biografico Universale, 1887, 228; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 90; Corriere di Parma 15 novembre, n. 314; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417; Gazzetta di Parma 15 ottobre 1920, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; Dizionario del Risorgimento, 3, 1933, 908; T.Sarti, Il Parlamento subalpino e italiano, Roma, 1896-1898; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 390; C. Arrighi, I 450 deputati del presente e deputati dell’avvenire, Milano, 1864-1865; A. Malatesta, Ministri, 1941, 11; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 358; g. Gonizzi, in Gazzetta di Parma 9 febbraio 1962, 4; Enciclopedia di Parma, 1998, 539.


Parma 28 febbraio 1830-post 1871
Figlio di Agostino e di Carolina Pezzana. avvocato, scrisse due lavori teatrali musicati dal maestro Rossi: Nicolò De Lapi, rappresentato al Teatro Regio di Parma nel carnevale 1865-1866, e Cuore di madre o la contessa di altemberg, messo in scena a Borgo San donnino nel 1871 in occasione dell’inaugurazione del teatro.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 28 giugno 1922, 3.

Parma 1814/1847
Fu inizialmente apprendista di falegnameria. Tredicenne, da carpentiere passò a fabbricare mobili scolpendo architravi, testiere dei letti, alzate delle credenze e cornici delle specchiere. Il Piroli cominciò poi a scolpire teste di burattini, per suo diletto, e quindi intuì che poteva trarre profitto da essi manovrandoli. I bambini della casa popolare dove il Piroli abitava furono i suoi primi entusiasti spettatori, poi vennero quelli del suo borgo e infine i ragazzini di tutti i sobborghi di Parma. Il Piroli recitava di preferenza in dialetto, brevi intermezzi di sua invenzione e poi anche qualche commedia brillante. La sede del suo teatrino era in uno stanzone di un vecchio palazzo di Strada di Santa Lucia. Successivamente, sempre guidato dal suo estro, diede vita a una maschera che si può considerare locale: Fasolein. Il Piroli fu anche invitato a dare spettacolo a Corte. La sua farsa Fasolein e la vecchia Dorotea, in cui fasolein, per favorire due fidanzati, appare come fantasma alla vecchia zia, suscitò l’ilarità dell’intera Corte. Maria Luigia d’Austria, da parte sua, affermò di essersi divertita assai più che non alla recita dell’Ines di Castro del maestro Persiani, data qualche sera prima al Teatro Ducale di Parma.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 31 agosto 1959, 3.

Parma 16 febbraio 1846-
Figlio di Giuseppe e di Maria Rosa Madini. Fu redattore capo di una rivista di varietà, Il Tutto (di cui Emilio Faelli fu redattore politico), e redattore capo de Il gran mondo, rivista brillante e dilettosa.
Fonti e Bibl.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 121.


Pellegrino 1750/1755
Fu commissario e dottore di Pellegrino dal 1750 al 1755. Il 30 marzo 1750 pubblicò una grida per il mercato di Pellegrino.
Fonti e Bibl.: A.Micheli, Giusdicenti, 1925, 15.

Parma 21 febbraio 1889-Mariano di San Lazzaro Parmense 5 marzo 1927
Il padre fu insigne docente di matematiche nell’Istituto Tecnico e nell’Università di Parma. Conseguì la laurea in medicina in Roma nel 1913 e vinse i concorsi Rolli, Corsi e Colasanti. La sua carriera scientifica si intensificò e si affermò specialmente nello studio dell’Urologia, specialità che in Francia si era da tempo imposta colla scuola del Guyon e che anche in Italia annoverava valenti cultori. Lo studio delle malattie delle vie urinarie infatti si era già reso autonomo e svincolato da tempo dalle branche fondamentali della medicina in Inghilterra e in Francia, mantenendosi però in un campo puramente circoscritto all’osservazione del paziente. Ad avvalorare e a rendere più completo il concetto clinico, a eliminare quelle incertezze e quei dubbi che l’esame dell’ammalato lasciava di sovente, occorreva l’indagine scientifica di laboratorio. In questo genere di studi, che avevano già avuto un grande impulso dalla scuola francese dell’Albarran, si affermò l’opera del Pirondini. Col lavoro Applicazione dell’azoturia sperimentale alla chirurgia renale ottenne la libera docenza per titoli in Clinica delle malattie urinarie. A quest’opera seguirono altre non meno importanti e apprezzate sugli esami della funzione renale, sul cateterismo ureterale, sulla cistoscopia e cromocistoscopia, sulla prostata e sulle affezioni chirurgiche del rene. Nel 1923 la Società Italiana di Urologia lo nominò relatore sull’importante tema dell’esame della funzione renale e nell’anno successivo fu relatore al Congresso Internazionale di Urologia tenutosi in Roma sulla vaccinoterapia in chirurgia urinaria. Il Pirondini perfezionò le proprie tecniche presso i grandi maestri del tempo: durante, Alessandri e Bastianelli in Roma, nicolich a Trieste, Lasio a Milano, Albarran, Legueu e Marion a Parigi. Istituì in Roma una clinica privata per le malattie delle vie urinarie tra le più moderne e attrezzate del tempo. il Pirondini si spense a soli 38 anni.
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 3 1927, 129-130; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122.

Bologna-post 1590
Zani scrive che fu pittore di quadrature e prospettive attivo nel 1590 di origine bolognese. Fu scolaro di Cesare Baglione. Malvasia riporta la notizia che il Pisanelli godette alla Corte di Parma di una provvigione mensile assegnatagli dal duca Ranuccio Farnese sopra le fabbriche e fortezze dello stato.
Fonti e Bibl.: C.G. Malvasia, Felsina pittrice, ed. 1841, tomo I, 259; P. Orlandi, 1704, 265; M. Oretti, Notizie storiche, Bologna, Biblioteca comunale, ms. n.B, 124, c. 152; F. Baldinucci, notizia dei professori del Disegno, 1845-1847, III, 414; M. Gualandi, Memorie originali italiane riguardanti le Belle Arti, IV, 1843, 162, VI, 1845, 4; G. Campori, Raccolta di inventari e cataloghi inediti, Modena 1870, 617-619; P. Zani, vol. XV, 179; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, c. 257; Künstler-Lexikon, vol. XXVII, 91; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 355-356.

1924-Salsomaggiore Terme 30 maggio 1993
Nel 1943 il Pisaneschi, che aveva cominciato a giocare a sedici anni nei tornei tra scuole, venne convocato nella Gil di Parma e vinse il campionato nazionale giovanile di rugby. Coraggio, velocità e senso tattico fecero del Pisaneschi uno dei più prestigiosi rugbisti italiani. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, il Pisaneschi fu titolare nella Rugby Parma con il ruolo di mediano di mischia. Iniziarono allora gli anni della rinascita della palla ovale parmigiana, una realtà che si concretizzò nei tre scudetti vinti nel 1950, 1955 e 1957 e nella convocazione in nazionale di numerosi atleti parmigiani: il Pisaneschi indossò una decina di volte la maglia azzurra in partite ufficiali. Rimasto, giovanissimo, orfano di padre, presto si impiegò all’Inam, ma continuò anche gli studi: conseguì il diploma magistrale e poi la maturità scientifica. Rifiutò le proposte di squadre francesi e il contratto che gli offrì l’armatore Costa, abbandonando infine l’attività sportiva nel 1959. Nella prima metà degli anni Cinquanta, il Pisaneschi si laureò in Veterinaria e nel 1956 raggiunse la seconda laurea, in Medicina. Si specializzò in Cardiologia e in Pneumologia. Nel 1968 fondò la Pubblica assistenza di Salsomaggiore. Nel 1969 raggiunse la libera docenza in Idrologia medica, tema su cui pubblicò un’ottantina di studi. Lavorò come assistente, poi come vice direttore e infine come direttore sanitario alle terme di Tabiano, che sotto la sua guida si svilupparono sensibilmente. Diventò amico di Sabin: lo scopritore della penicillina fu suo ospite a Salsomaggiore negli anni settanta. Il ministero della Sanità gli conferì nel 1982 l’onorificenza di benemerito della salute pubblica. Fu anche nel comitato per la lotta alla distrofia muscolare e accettò con entusiasmo la carica di commissario provinciale della Croce rossa: in poco tempo riuscì a dare nuovo vigore all’associazione umanitaria. Varò progetti di assistenza ai profughi dell’ex Jugoslavia, realizzò la carta dell’amicizia e studiò un piano di vaccinazioni antipolio per i piccoli dell’Angola.
Fonti e Bibl.: R. Longoni in Gazzetta di Parma 1 giugno 1993, 6.

Parma 21 maggio 1717-Parma 14 marzo 1783
Marchese, fu canonico della Cattedrale di Parma nel 1765. In seguito fu parroco, abate di San Marcellino, arciprete e arcidiacono della Cattedrale di Parma. Fu eletto il 2 giugno 1766 da papa Clemente XIII vescovo di Piacenza. Fu consacrato in Roma il 17 dello stesso mese. Resse la Diocesi con energia: in molti frangenti e nelle frequenti dispute col ministro Du Tillot seppe abilmente destreggiarsi e trarre profitto d’ogni opportunità. Gli furono celebrati solenni funerali: la sua salma venne trasportata in Piacenza e deposta nella Cattedrale, accanto all’altare del beato Paolo Burali d’Arezzo. Lesse l’orazione funebre il prevosto di Borgo San Donnino, Luigi Dodici. Pare che il Pisani avesse suggerito al duca Ferdinando di Borbone, che lo andò a visitare durante la malattia, di eleggere, come poi fu fatto, a suo successore Gregorio Cerati. Un ritratto a olio del Pisani si trova in una sala del Seminario vescovile di Piacenza. Pregevoli sono le iscrizioni latine che gli dedicò il conte Rocca.
Fonti e Bibl.: G.M.Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 387; L. Mensi, Dizionario biografico dei piacentini, 1899, 460; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; L. Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 162.

PISANI ANTONIO , vedi DEL FERRO ANTONIO

Parma ante 1658-Parma 1712
Nel 1670-1671 spiegò all’Università di Parma Rubr. et Can. de prescript. Decret. Gregor. lib. 1 tit. B. Cominciò a leggere all’Università nel 1658 e insegnò Diritto Canonico sino al 1712, anno in cui lo si ricorda come giubilato da Sua Altezza Serenissima.
Fonti e Bibl.: Mandati 1619-1675; Registri d’entrata e spesa 1631-1750, per gli anni 1684, 1702, 1703; Registro dei Mandati 1701-1720; Bolsi, Annot., 49; F. Rizzi, Professori, 1953, 57.

Parma 1483
Secondo quanto riportato da Vincenzo Carrari nell’Istoria dè Rossi Parmigiani sotto l’anno 1483, il Pisani scrisse una cronaca di quegli anni.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 26.


Corniglio 1340/1360
Figlio di Ugolino. Sin dal 1340 abitò in Corniglio presso Galvano Rossi, dei cui figli fu precettore. Se ne ha la prova in una carta di pagamento fatto da Gioannino di Grisoppino Beccari a Corrado Prete, rogata il giorno 22 ottobre 1340 dal notaio Giovanni Beccari, nella cui sottoscrizione si dice: Et de quolibet legato feci confici publicum Instrumentum Magistro Johanni filio Domini Ugolini Pisani, qui tunc erat in Cornilio ad docendum filios Domini Galvani de Rubeis. Il Pisani viveva ancora nel 1360, quando Moggio de Moggi, indirizzandogli suoi versi, lo dice non ignobilem Grammaticum.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70.

Borgo San Donnino 15 agosto 1706-Parma 25 febbraio 1774
Frate cappuccino, fu predicatore chiaro e zelante. Compì a Guastalla la vestizione (12 ottobre 1726) e la professione di fede (12 ottobre 1727).
Fonti e Bibl.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 150.

Parma 1663/1692
Notaio e cancelliere della Camera Ducale di Parma, con privilegio del 17 ottobre 1692 del duca Ranuccio Farnese, fu creato nobile coi suoi discendenti (il privilegio fu registrato negli atti del Comune di Parma il 25 ottobre dello steso anno).
Fonti e Bibl.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobilia-re, Appendice, II, 1935, 477.

Parma 1385-inizi del XV secolo
Figlio di Ugolino e fratello di Giovanni. È nominato in un rogito di Pietro del Sale del 13 maggio 1385 (Archivio di Stato di Parma). In un documento del 1387 custodito nella Biblioteca di San Marco a Venezia si legge: Testis Simon de Parma Artis Grammaticae Professor. Domenico Maria Pellegrini trovò nella biblioteca Zeniana, di cui era custode, tra le schede di Apostolo Zeno, una nota che dice: nella Rostgardiana, seu Catalogus libror. Friderici Rostgard, Hafniae, 1726, si cita un ms. cartaceo in-f.° del sec. xv, che contiene dictionariolum latinum: Iter de Venetia ad Tanaim: De modis eundi secundum Magistrum Simonem de Parma, carmen elegiacum: Fragmentum alterius Poematis similis materiae ejusdem Auctoris. Questi due ultimi pezzi si dicono espressamente di maestro Simone da Parma. Se l’autore di questi due ultimi opuscoli è veramente il Pisani (il che pare probabile non essendo noto altro Simone da Parma di quei tempi che fosse atto a scrivere versi latini), non è improbabile che, essendo egli un grammatico, possa essere sua fattura anche quel dictionariolum latinum.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 69-70; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 106-107.

Parma 1405/1410-Parma 1445/1450
Nacque dal nobile e colto Gerardo. Nel 1435 fu studente a Pavia e, laureatosi nel 1437 presso l’Università di Bologna, nel 1439 e nel 1440 combatté per Alfonso V d’Aragona, alla cui corte s’incontrò con Lorenzo Valla e l’ebbe maestro di greco: fu lontano dunque alcuni anni dalla città natale che era governata da Filippo Maria Visconti (1420-1447). Nel 1441 partecipò al concilio di Basilea e fu ostile al papa Eugenio IV e favorevole invece all’antipapa Felice V. Nel frattempo viaggiò attraverso l’Europa e fu conosciuto da principi e, a dire del Decembri, omnibus matronis. La sua vita fu breve (morì a 40 anni) ma assai avventurosa: è il tipico esempio di umanista errante, tanto gentile da meritarsi il soprannome di Gattomammone dei letterati. a Pavia, da studente, sulle rive del Ticino, ebbe modo di dilettare il consorzio dei buontemponi, narrando in versi storie facete e suonando il flauto e la cetra. Intraprese numerosi viaggi in Grecia, Turchia, Macedonia, Bulgaria, Russia, Valacchia, Bosnia, Croazia, Dalmazia, germania e Ungheria. Tornato in Italia nel 1443, due anni dopo fu a Napoli. Gli studiosi sono d’accordo nell’affermare che il Pisani ottenne la corona poetica dal re Sigismondo d’Ungheria, ma non si conosce con sicurezza il luogo dove ciò avvenne. Il Sabbadini sostenne che fu incoronato in Italia durante il soggiorno dell’imperatore nel 1432 o 1433, tenendo conto dell’affermazione dell’Affò, secondo cui, durante la sua permanenza a Parma (22 marzo-25 maggio 1432), Sigismondo onorò il Pisani, che recitò davanti a lui un’orazione latina. Ma l’Ugolino di cui parla l’Affò, rifacendosi al Decembri, non è il Pisani ma il Cantelli, come viene mostrato dalle righe terminali dell’orazione stessa, conservata a Parma nella Biblioteca Palatina. Anche il Pezzana ricorda l’incoronazione del Cantelli, avvenuta in Parma, e sottolinea che invece non conosce il luogo in cui fu incoronato il Pisani. Il pezzana, in una sua nota, osserva che l’Affò non disse in quale preciso anno il Pisani fosse laureato poeta da Sigismondo, ma che nel 1437 gli fu conferita la laurea in ambe le leggi in una chiesa di una città ligure. Il Lancetti ritenne che nello stesso anno il Pisani fosse onorato poeta dal sovrano ungherese. Si hanno dati inconfutabili che attestano il soggiorno del Pisani in Ungheria prima del 1437: è probabile quindi che il Pisani abbia ottenuto l’incoronazione poetica da parte di sigismondo in Ungheria, dove rimase a lungo, tanto da stringere relazioni di amicizia con il Re. A confutare la conclusione del Sabbadini è l’Elogium Hugolino Parmensi (composto da scrittore ignoto in occasione della laurea del Pisani, avvenuta nel 1437), in cui tra i luoghi da lui visitati nelle molteplici peregrinazioni figura pure l’Ungheria. Il Rossi narra che durante il carnevale, a Pavia, gli studenti solevano condurre in giro per le vie un carro con aneddoti scandalosi, rivolti ai frati e ai colli torti. Seguendo proprio questo costume, il Pisani nel 1435 compose la Confabulatio coquinaria, che è una parodia dei panegirici e delle cerimonie di laurea del tutto comica: simpaticissimo è il dottoramento del lodato cuoco Zanino nell’arte della cucina. Dell’antica commedia l’opera suddetta ha la lingua o, per meglio dire, la parodia della lingua, ma appartiene non tanto alla cultura che rinasce quanto alla vita studentesca gioiosa e gaia. Nel 1437 ne presentò un elegante esemplare a Leonello d’Este. Ma il cenacolo letterario ferrarese accolse con ironia lo scherzo parodistico del Pisani. Così almeno testimonia il Decembri, che definisce l’autore come stultus, insanus e lo soprannomina Cercopithecum literatum. Limitata è la parentela del testo citato con il teatro vero e proprio, al quale invece appartiene la commedia Philogenia, che, composta anch’essa durante il periodo studentesco, rappresenta il momento di transizione dal teatro medievale a quello rinascimentale. Il Pisani tenne rapporti epistolari con Pier Candido Decembri, del quale criticò la versione latina della Repubblica di Platone. Il Rossi analizzò rapidamente anche la Philogenia, che nel 1437 il Pisani ebbe modo di presentate al futuro duca di Ferrata Lionello d’Este: la composizione risente della scenografia del teatro sacro ed è probabilmente la migliore tra le commedie umanistiche del Quattrocento. Il Pisani attese a studi di ogni genere: fu eccellente non solo nella poesia comica ma anche nelle leggi civili e canoniche. Inoltre, esercitandosi nelle arti cavalleresche, mostrò la sua bravura nelle giostre e nei tornei e il suo coraggio nelle guerre di quel tempo, perocché ogni sorta di gloria gli era cara. La fama, che lo accompagnò sempre, gli offrì ovunque buona accoglienza e in ogni Università gli presentava un campo di dispute, donde uscia sempre vincitore. Il Lancetti mise in evidenza che dal Decembri e dal suddetto Elogium il dottissimo Affò ha tratto gran parte delle notizie spettanti al Pisani, aggiungendovi l’elenco delle sue opere delle quali solo due sono sicure: la Confabulatio e la Philogenia. L’Affò ricorda che giovane, ancora, invogliossi di veder mondo, avido di cognizioni e di gloria. Scorsa l’italia vide la Grecia, la Macedonia, la bulgaria, la Croazia, la Dalmazia, l’Alemagna. fermatosi nella Ungheria, ov’era la sede del Romano Impero, pigliò risoluzione di provarsi fra le armi, e militò valorosamente in alcune guerre di quei tempi. L’Affò afferma che il Pisani, quando giungeva in una città, la riempiva di gioia perché tutti lo aspettavano: il Pisani scendeva dalle cattedre negli steccati e come là sapeva vincere i sofismi che a lui venivano opposti, così qui si dimostrava buon cavaliere. l’anonimo autore dell’Elogium sostiene che nel 1437, cioè a metà circa del corso della vita, tante erano le sue glorie passate che molto faceva sperare per il futuro. Giunto in una città della Liguria, dimostrò ancora una volta il suo valore letterario e cavalleresco, tanto che fu deliberato di dargli la laurea in entrambi i campi. Il Pisani, visto che prima del 1437 fu in Ungheria, dovette senz’altro lasciarvi l’orma della sua personalità. Nella nazione magiara il Pisani poté essere pienamente capito nella sua duplice attività cavalleresca e letteraria e dovette essere molto caro a Sigismondo, se le basi dell’umanesimo ungherese, che sotto il regno di Mattia Hunyadi raggiunse la massima sua fioritura, risalgono all’epoca di re Sigismondo. l’imperatore, come scrisse giustamente il Ruzicska, rappresenta molto bene, col suo carattere fantasioso e generoso, ma incostante e crudele, la sua età di transizione dalla civiltà cavalleresca a quella rinascimentale. Il Ruzicska notò anche che per la sua vita Sigismondo fu un monarca prerinascimentale, ma per la sua morte si poté considerare come l’ultimo dei re cavalieri. Infatti fu sepolto a Várad perché volle riposare vicino alla prima moglie Maria, figlia di Lodovico il Grande, per la cui mano aveva ereditato la Corona ungherese, ma anche perché volle stare accanto a S. Ladislao, il re cavaliere suo modello. Del soggiorno in Ungheria del Pisani rimangono i suoi stessi ricordi, espressi nelle importanti postille che si leggono nel codice F. 141 sup. della Biblioteca Ambrosiana di Milano. Il codice risale al secolo quattordicesimo, è membranaceo e contiene queste opere di Aristotele tradotte in latino: f. 1 Ethica, f. 69 Politica, f. 157 Magna Moralia, f. 183 Rhetorica. Che il codice appartenesse al Pisani è dimostrato dalle sue annotazioni nel f. 68 e nel f. 156. Dalla grafia delle annotazioni suddette si comprende che le postille all’Ethica e alla Politica sono opera del Pisani, che stava preparandosi su di esse in vista della laurea in giurisprudenza. Il Pisani rimase colpito da alcune pagine lette in quelle opere aristoteliche, in cui trovò delle analogie con cose che nei suoi numerosi viaggi per l’Europa aveva avuto modo di vedere direttamente. Quindi, mentre si preparava per la laurea, non esitò ad annotarvi in latino a mò di postille le impressioni che aveva avuto in terra magiara. In queste postille è specialmente da osservare la pompa ch’egli fa delle sue cognizioni di greco moderno e di ungherese. Si riportano a titolo di esempio le note al foglio 33, in cui il Pisani osserva: habent et habeo in grecho sclavonico accipitur pro sto stas stat, ut caco simas ogi vagi et postechis (pvx eeiz): et hungaricha exempla hic posui. Qui l’esempio ungherese sarebbe ogi vagi (=hogy vagy), cioè come stai. In questa espressione non tanto il verbo stare quanto invece il verbo essere è corrispondente ad habere, data la classica frase quomodo te habes. Il suddetto codice, posseduto e largamente postillato dal Pisani, è ricco di interesse per chi voglia studiare i rapporti dell’umanista con l’Ungheria. Le postille attestano che in Ungheria, prima dell’anno della laurea, cercò d’imparare la lingua magiara e vi riuscì, anche se non perfettamente. Fu il primo degli Italiani a portare notizie di quella lingua che Dante nel De vulgari eloquentia affermò essere idioma di io, poiché gli Ungheresi io (= jò) affirmando respondent. Non si può stabilire se il Pisani meritasse o meno la corona poetica, comunque fu senz’altro degno della sua città, fervido centro di cultura a quel tempo e ricca di letterati e di dotti. A. Ciavarella, in un suo articolo su Taddeo Ugoleto, si soffermò in una lunga nota a elencare gli ingegni eletti, sensibili alle umane lettere di quel tempo e nati a Parma. Così accennò anche al Pisani, l’umanista girovago allievo del Guarino, che percorse l’Europa e partecipò con autorità a dispute legali e morali nelle più illustri Università. I viaggi per il Pisani ebbero il valore di una continua ricerca di cose nuove da sapersi, ed egli seguì l’esempio di tanti famosi personaggi dell’antichità: l’Affò ricorda il Pisani tra coloro che viaggiarono per migliorarsi. Le parole del Pezzana bene illustrano il personaggio: prestante del pari nelle armi, nelle lettere e nelle scienze, militò valorosamente nelle guerre dell’Ungheria, ed uscito poscia di quel sanguinoso arringo, fece cento volte bella mostra di sé nell’incremento delle più famose Università come buon giurisperito, dotto disputatore di scienze morali e politiche, orator facondo, leggiadro verseggiatore.
Fonti e Bibl.: R.Sabbadini, Saggi e testi umanistici, Roma, 1933, 113-119; Enciclopedia Italiana, XXVII 1935, 411; R. Sabbadini, Ugolino Pisani, in Miscellanea Scherillo-Negri, Milano, 1904; R.Sabbadini, Classici e umanisti da codici ambrosiani, Firenze, 1933; F. Banfi, Ugolino Pisani da Parma in Ungheria, in Corvina gennaio 1940; V. Pandolfi, in Teatro goliardico; Dizionario Enciclopedico della letteratura italiana, 4, 1967, 392; C. Corradi, Parma e l’ungheria, 1975, 37-41; Dizionario Bompiani autori, 1987, 1786; V. Zaccaria, Pier Candido decembrio, Michele Pizolpasso e Ugolino Pisani (nuove notizie dall’epistolario di P.C.Decembrio, con appendice di lettere e testi inediti), in Atti dell’Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti CXXXIII 1974-1975, 204-205; Due commedie umanistiche pavesi: Ianus Sacerdos, Repetitio magistri Zanini coqui, a c. di P. Viti, Antenore, Padova 1982; Teatro goliardico dell’umanesimo, a cura di V. Pandolfi e E. Artese, Lerici, Milano, 1965, 171-285, 287-310 (trascrizione rispettivamente della Philogenia e della Repetitio a cura di F. Roselli); R. Sabbadini, Classici e umanisti da codici ambrosiani, Olschki, Firenze, 1933, 115-119 (riporta alcune postille del ms. Ambrosiano); Letteratura Italiana Einaudi, II, 1991, 1415; Storia civiltà letteraria, 1993, II, 535.

Parma 1586/1588
Falegname, nell’anno 1586 realizzò il mortorio per il duca Ottavio Farnese, in collaborazione con Antonio Maria Vacchesani e i fratelli Pietro e Michele Cimardi, intagliatori. Nel 1588 costruì il ponte dorato sulla fontana antistante il Palazzo del Giardino.
Fonti e Bibl.: Gambara, Pellegri, De Grazia, Palazzi e casate di Parma, 1971, 777; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 99-100; Il mobile a Parma, 1983, 253.

PISELLO, vedi MEJ SILVESTRO

Sorbolo 1898-Rohot 31 luglio 1917
Figlio di Giuseppe. Geniere del 2° reggimento Genio, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandato allo stendimento di un reticolato subito dopo un’azione di sorpresa, era di mirabile esempio ai compagni per attività e calma. Sferratosi un attacco nemico, prendeva parte coraggiosamente al combattimento impegnatosi e, colpito a morte, cadeva incitando fino all’estremo, i compagni a mantenere la posizione.
Fonti e Bibl.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 83ª, 6591; Decorati al valore, 1964, 120.

PISINDRO SURMONTEO, vedi PEZZA-NA GIUSEPPE

Parma 28 gennaio 1480-Parma 7 novembre 1534
Figlio di Lodovico, che fu magistrato del Comune di Parma. In età giovanile entrò nell’Istituto dei Francescani Osservanti e in breve tempo avanzò talmente negli studi sacri e profani che il 7 maggio 1503, a ventire anni, ottenne il diploma di predicatore, attività nella quale diede prova di profonda dottrina e di rara facondia. All’interno dell’Ordine francescano il Pisotti fu lettore, ministro provinciale (1518-1523), definitore (1517) procuratore (1517) e commissario generale (1526). Nel 1517 partecipò al Capitolo generale voluto da papa Leone X per dividere i conventuali dagli osservanti.Venne nominato definitore generale e procuratore della famiglia Cismontana.Nel 1518 venne eletto provinciale nel capitolo di Modena. Nel 1529, celebrandosi il capitolo in Parma, venne elevato alla suprema dignità di Ministro Generale. Ammalatosi di podraga e divenuto infermo, il Pisotti ebbe nel 1533 da papa Clemente VII un vicario che lo coadiuvasse. Nonostante ciò, aumentando le sue sofferenze, il Pisotti il 24 dicembre 1533 decise di rinunciare alla carica. Si ritirò nel Convento di Montechiarugolo e poi in quello di Parma. Il Pisotti ebbe a protettore il cardinale Agostino Trivulzi. Il Wadding lo biasima per l’eccessivo fasto del quale si circondò e per aver ostacolato la riforma dei cappuccini. Il Pisotti fu sepolto nella chiesa della Santissima annunziata in un sepolcro ornato della seguente iscrizione: Pavlo Pisotto Parmensi, ludovici Pisotti filio, universi ordinis minorum ministro generali, sapientissimo theologo vita aeque scientia ipsa rarissimo, nepotes quatuor e gente zandemaria avunculo benemerenti posuerunt. Obiit anno salutis MDXXXIIII. Aetatis suae LIIII. M. IX. D. XI. VII. Idus novembris.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 235-237; Beato Buralli, 1889, 198-200; G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 134-136 e 138; Enciclopedia di Parma, 1998, 540.

PISOTTO PAOLO, vedi PISOTTI PAOLO


Savoja 1909-Parma 18 giugno 1997
La famiglia, di ceppo spagnolo, visse per molto tempo nella Savoja. le ferventi idee repubblicane del padre Edoardo si espressero anche nel dare alla numerosa prole di ambo i sessi nomi che esprimevano i suoi sentimenti e ideali. Così avvenne anche per il Pissard, che, completati gli studi si portò alla scuola mineraria di Iglesias divenendo perito minerario perforatore. il Pissard avviò ricerche petrolifere e minerarie nel Parmense, a Banzola e in Val Parola. A Pieve di Cusignano conobbe la futura consorte, Nera Bacchini, che lo legò per sempre alla terra parmense. Nonostante i viaggi di lavoro in Italia e all’estero, il Pissard restò profondamente attaccato alla città di Parma e andò ad abitare in Via Domenico Maria Villa. Dopo le prime esperienze di perforatore nel Fidentino, proseguì a Cortemaggiore, Caviaga e Bordolano, al confine tra il Piacentino e il Cremonese: fu proprio il Pissard che esaltò la vocazione petrolifera della zona e da Crema diresse le attività petrolifere di questa area padana. Nonostante la seconda guerra mondiale non avesse bloccato la sua attività, fu solo nel dopoguerra che la sua esperienza si espresse ai massimi livelli: il Pissard divenne uno dei più fidati collaboratori di Enrico Mattei, che lo premiò con incarichi di alta responsabilità e fiducia in Iran, Argentina, Egitto, Israele e Usa. In quegli anni il Pissard ideò una speciale piattaforma galleggiante per le perforazioni che fu utilizzata, per la genialità del progetto, in varie parti del mondo. Per i sessant’anni dell’Agip, di cui era il più anziano pioniere vivente, nel 1986 gli furono resi vari riconoscimenti e un suo manoscritto, che rifaceva passo passo la storia dell’azienda pubblica, trovò larga eco nel mondo petrolifero, non solo italiano, e grande risalto sul quotidiano Il Giorno, di proprietà del Gruppo Agip. Spesso si attinse alla sua esperienza e conoscenza e alle sue memorie e cimeli per allestire mostre un po’ dovunque. Il Pissard fu sepolto a Pieve di Cusignano, accanto alla consorte.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 22 giugno 1997, 10.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Fratello di Giuseppe. Fu ceramista attivo a Parma nella seconda metà del Settecento. Fu abile sia nel formare che nel miniare e fin dall’inizio operò nella manifattura del Piacentini, dalla quale, sembra, venne dimesso dopo un anno. Poco tempo dopo, accusato di aver infranto la legge sulla privativa lavorando in casa la maiolica, finì in carcere, da dove uscì dopo due mesi e mezzo. Riparato a casalmaggiore, diede vita una manifattura di ceramica, dalla quale si allontanò ben presto per dissidi di carattere economico coi soci fondatori. Ritornato a Parma, visse di piccoli lavori in terracotta, finché ottenne la protezione del Duca, che gli assegnò un alloggio e uno stipendio giornaliero di sei lire.
Fonti e Bibl.: G.Dondi, Maioliche e vetri, 1990, 62.

Cella di Noceto 30 novembre 1882-Parma 19 maggio 1961
La sua famiglia condusse un piccolo podere di proprietà tra la pianura e le prime colline, a sud-ovest di Parma. Nel 1902 il Pisseri entrò nello studio fotografico di Enrico Rastellini, un maestro dal quale apprese tutti i segreti della professione. L’inserimento fu così rapido e profondo che già nel 1908 il Pisseri si accordò con Giuseppe Bricoli (società in nome collettivo Marcello Pisseri e C.) per gestire lo Stabilimento Fotografico Rastellini in via Farini 21. Rastellini era morto da poco, ma il Pisseri fu perfettamente in grado di sostituirlo aggregandosi Bricoli, buon pittore, che gli garantì sul piano tecnico un solido supporto in fatto di ritocchi. In questo modo riuscì a integrare l’attività fotografica principale con quella ritrattistica al carboncino che ottenne straordinari consensi commerciali. In pratica il Pisseri curava i ritratti in fotografia e il cliente, se lo desiderava, poteva ottenere nel medesimo studio anche il carboncino. Rastellini non ebbe figli e il Pisseri ne fu il naturale erede nella professione. Nel 1910 sposò valentina Bezzi. Severo, brusco nei modi, individualista, il Pisseri fu anarchico e antifascista. Benché laico, non disdegnò rapporti di amicizia nell’ambiente dei missionari saveriani. Aristide Vecchi entrò nel suo studio a nove anni come apprendista insieme a Mario cattani e Mario Torregiani. Vecchi divenne il collaboratore preferito del Pisseri per la costruzione della luce caratteristica delle sue immagini. Vecchi si collocava nella posizione indicata e reggeva, orientandolo, un pannello di stagnola che rifletteva luce su un altro pannello, governato da Cattani. Da qui la luce, moltiplicata, passava infine sul soggetto. Fu con questa procedura che il Pisseri fotografò la cupola interna del Duomo di Parma portando letteralmente la luce da fuori e organizzando pose di ore e ore. Mai soddisfatto, ossessionava i suoi collaboratori in ogni fase del lavoro: pretendeva che le copie venissero lavate alla perfezione, fino a eliminare qualsiasi traccia chimica dello sviluppo e del fissaggio e, abituato a virare in seppia quasi tutte le stampe con bromuro, prussiato e solfuro di sodio, dopo il viraggio imponeva un ulteriore lavaggio di sei-sette ore. La sua fu una cultura della luce naturale senza compromessi. Il Pisseri lavorò con due macchine grandi per le foto esterne e una macchina più piccola per lo studio. I suoi apparati ottici furono della massima qualità e ne possedette tanti e di tale valore a decidere di custodirli nelle cassette di sicurezza di una vicina banca di via Farini. Lo studio si sviluppava interamente al primo piano dello stabile. Nella sala d’attesa erano esposti i pezzi migliori, suoi e del suo maestro Rastellini. Nella galleria di ripresa c’era una macchina a cassetta in legno, completa di un mastodontico cavalletto con manovella, in grado di fornire foto di ogni formato, dalla tessera al 18 x 24 cm, poi tre o quattro poggiatesta, fondali fatti da lui stesso, due sedie Savonarola e colonne appoggiagomito di legno. Nella camera oscura c’era un vecchio ingranditore dotato di una lampada talmente debole che Vecchi e gli altri aiutanti erano costretti a montare di sentinella anche per due ore di fila con una sveglia per avvertire il Pisseri al momento opportuno. Nel 1919 avvenne la rottura dei rapporti con Vecchi a causa di un episodio verificatosi in studio: la caduta accidentale e la rottura di una lastra. Rimproverato severamente, Vecchi lasciò il Pisseri e passò alla concorrenza, da Vaghi. Sul piano commerciale il Pisseri fu troppo meticoloso e perfezionista sui risultati per essere un fotografo a buon mercato. La sua clientela fu costituita prevalentemente da tutta quella parte della città di Parma (dai nobili al clero, dai laici ai borghesi) che per qualche ragione, politica o personale, non amò Vaghi. quest’ultimo infatti fu il fotografo dell’ufficialità, dell’Italia vincente, del regime in crescita. Il Pisseri fu invece il fotografo della qualità appartata, in tutto e per tutto il contrario di Vaghi. Per esempio il Pisseri fu chiuso a ogni innovazione quanto l’altro fu pronto a sperimentare qualsiasi novità tecnica o di costume. Guardò con disprezzo a lampade e flash tenendosi fedele alle poche cose che aveva imparato, sviluppandole, da Rastellini. Coi guadagni della professione il Pisseri acquistò un podere dalle parti di Marore e dedicò molto tempo all’osservazione della vita contadina, nel pieno di quella luce solare che lo affascinava da sempre. Ma forse il Pisseri, nella sua natura pratica, antiretorica, nemica dell’esteriorità quanto innamorata della bellezza autentica e duratura, è sintetizzabile nella frase che pronunciò dopo aver ricevuto in dono una spilla dalla regina Margherita di Savoja, da lui fotografata a Salsomaggiore: era meglio se mi regalava un orologio. Le lastre di Parma e del suo territorio sono conservate dall’Azienda Provinciale per il Turismo di Parma a testimonianza del rilievo che l’opera fotografica del Pisseri ebbe per la storia della città.
Fonti e Bibl.: Parma nell’arte 2 1961, 142; R. rosati, Fotografi, 1990, 260-261.

PISTOGENE ELEUTERIO, vedi PAGNINI LUCA ANTONIO

PITONI PIETRO, vedi ANELLI PIETRO

Reggio Emilia 1448/1470
Il 29 ottobre 1463 l’egregio uomo Ser Antonio de’ Pittori da Reggio fu nominato all’ufficio di procuratore del vescovo Giacomo Antonio dalla Torre, dal vescovo medesimo, con atto del notaio milanese Donato dalla Torre esistente tra i rogiti del cancelliere vescovile Gherardo Mastagi. Il Pittori è ricordato in altri due atti notarili: il 2 maggio 1464, Ser Antonio de pictoribus f. q. D. Pauli cive regino residente presentialiter cum prefacto Domino Episcopo Giacomo Antonio della Torre in domibus Canonice Ecclesie parmensis; Mcccclxx die 1° Ianuarii. Ego Antonius pictor, Reverendi domini Episcopi parme factor Recepi a domino x.foro blanco dico Torlino pro canone seu livello suo anni 1469 unam libram candelarum cere.
Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, archivio Governativo, dal mazzo intitolato Canonici regolari di S. Sepolcro; Rogiti di Gherardo Mastagi; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 58.

San Lazzaro Parmense 1911-Roma 1947
Capitano pilota, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare sul campo, con la seguente motivazione: Comandante di una squadriglia da bombardamento, arditamente assaliva a bassa quota una base aerea nemica e distruggeva tre velivoli avversari e gli impianti aeroportuali. Dopo due giorni ripeteva l’azione e distruggeva altri tre apparecchi sullo stesso aeroporto, sfuggendo all’attacco dei caccia con l’immergersi in una cortina di nuvole. In una terza offensiva contro la stessa base aerea nemica eseguiva, alla testa dei tre apparecchi da bombardamento, la propria missione, nonostante l’attacco di tre caccia nemici; sosteneva quindi contro questi ultimi il combattimento, benché i nostri velivoli fossero molte volte colpiti e alcuni membri dell’equipaggio fossero gravemente feriti, riusciva a mettere in fuga il nemico e a riportare la nostra formazione alla base di partenza. Esempio di ardire ponderato e cosciente (cielo di Wajir-Kenia, 12,16 giugno e 11 luglio 1940).
Fonti e Bibl.: T.Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 211-212.

Parma 20 gennaio 1774-post 1830
Staffiere. Sposatosi nel 1827 e rimasto vedovo, si risposò nel 1830 con Deanira Toscani. Fu in servizio dal 1819 alla corte di Maria Luigia d’Austria come staffiere di prima classe e dal 1830 come copritore di tavola.
Fonti e Bibl.: M.Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 314.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Intagliatore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
Fonti e Bibl.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 244.

Felino 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Concorse efficacemente a trasportare, sotto il fuoco nemico, le salme dei superiori morti sul campo. Rimase gravemente ferito (Derna, 27 dicembre 1911).
Fonti e Bibl.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

Corniglio 1922-Nowo Postolajowka 19 gennaio 1943
Figlio di Anacleto. Alpino dell’8° Alpini battaglione Gemona, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma di squadra fucilieri, durante un attacco contro munita posizione, avanzava con la sua arma alla testa del plotone. Ferito, continuava il fuoco contro il nemico fino a quando scompariva in una mischia.
Fonti e Bibl.: Bollettino Ufficiale 1955, Dispensa 45ª, 4653; Decorati al valore, 1964, 39.

-Parma dicembre 1675
Cominciò a servire alla Steccata di Parma come musicista il 3 aprile 1670 e alla Corte Farnese il 1° agosto 1671.
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 101.

Parma 1760/1762
Fu musicista alla Cattedrale di Parma dal 5 giugno 1760 al 3 maggio 1762.
Fonti e Bibl.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 3 agosto 1885-Parma 24 agosto 1973
Ammesso al corso di fagotto nel Regio conservatorio di Parma nell’anno scolastico 1899-1900, ne uscì col diploma di magistero nel luglio 1905. Si dedico allo studio del canto corale e ben presto (1910) divenne istruttore del coro al Teatro di Novellara, al Teatro Reinach e nel 1910-1911 al Regio di Parma. Nel 1912 venne nominato maestro di canto nelle scuole elementari del Comune di Parma, nelle quali lavorò fino al 1940. Da questa scuola uscirono i coristi della Corale Euterpe che il Pizzarelli fondò prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Dal 1919 si affermò, sempre con la Società Euterpe, in modo definitivi: fu questo un periodo di grande produzione concertistica che ebbe un epilogo memorabile in un concerto del 1921 al Conservatorio di Milano, alla presenza del maestro Arturo Toscanini, che seguì l’esecuzione con grande interesse e compiacimento. Sul Piccolo di Parma dell’1° febbraio 1921 si legge: Il maestro Toscanini, dopo aver complimentato a lungo il maestro Pizzarelli e avergli stretto calorosamente la mano, si rivolge a tutti dicendo: Vi ringrazio, poiché mi avete fatto provare una vera gioia, continuate e seguite sempre l’insegnamento del vostro grande maestro, che si è mostrato musicista profondo, istruttore valoroso ed efficacissimo direttore. Da allora la corale cominciò a distinguersi in concorsi nazionali e internazionali. Vinse infatti nel 1920 il primo premio del concorso di Verona e in tale occasione il pizzarelli ebbe dal Comune di Verona il riconoscimento come miglior maestro dei cori d’Italia, con un diploma d’onore come direttore artistico della Corale Euterpe. Il Pizzarelli si dedicò, oltre al canto corale, anche al canto individuale, istruendo allievi promettenti, tra i quali il parmigiano Carlo Alfieri, che ebbe una splendida carriera. Il Pizzarelli fu anche direttore d’orchestra, dimostrando, in una ottima edizione di Bohème al Teatro Reinach il 4 novembre l922, di possedere anche in questo ruolo qualità di concertatore e direttore di prim’ordine. Molti, iufatti, lo incoraggiarono a intraprendere la carriera di direttore d’orchestra, ma il Pizzarelli, non volendo lasciare la sua città natale, declinò ogni offerta, rimase a Parma e nel 1927 fondò la nuova Corale verdi, vincendo anche il primo premio nel concorso nazionale a Roma (1925). Nel 1942 fondò la Corale Corridoni che ebbe breve esistenza. Dopo il secondo conflitto mondiale, volle rifondare una nuova corale Verdi, continuando la sua opera, con grande abnegazione e amore, fino a che le forze fisiche lo permisero.
Fonti e Bibl.: C.Alcari, Parma nella Musica, 1931, 154; Gazzetta di Parma 7 aprile 1993, 12; enciclopedia di Parma, 1998, 540-541.

Parma 1917-1987
Fu allevatore di cavalli e gestore di ippodromi. Appassionato di auto d’epoca e di cavalli, costruì due ippodromi, a Ponte Taro e a soresina di Cremona, organizzando numerose corse al trotto. Da giovane fece mille mestieri: pescivendolo in strada Saffi a Parma, cantante a Parigi, demolitore di auto. Il Pizzarelli prese a parte alla Resistenza.
Fonti e Bibl.: F.e T.Marcheselli, Dizionario dei parmigiani, 1997, 311.

Parma 1911-1966
Geometra, fondò nel 1945 l’impresa edile omonima. La capacità e la competenza, unite a grande lungimiranza, lo indussero a rivolgersi all’estero al fine di approfondire la conoscenza delle più avanzate tecnologie. Sviluppò così un innovativo sistema di pavimentazione stradale in conglomerato bituminoso brevettato in vari paesi del mondo e fu tra i primi in Italia ad iniziare l’attività di prefabbricazione in cemento armato.
Fonti e Bibl.: Cento anni di associazionismo, 1997, 405.


Parma 30 giugno 1853-San Lazzaro parmense 3 agosto 1926
Dal 1868 al 1875 studiò pianoforte al conservatorio di Parma. Fu per due anni maestrino nella classe di elementi e solfeggio parlato e più tardi (1884) maestro di elementi e divisioni musicali della scuola di musica di Reggio Emilia. Ritornato a Parma nel 1900, vi fu ricercato insegnante di pianoforte. Musicò La fata azzurra, fiaba in tre atti di Teresa Fulloni Bedogni (Parma, Collegio Santa Caterina, 21 febbraio 1895) e Gabriele il pastore, vaudeville per fanciulli, tre quadri di Virginia Guicciardi-Fiastri (Reggio Emilia, Frenocomio di San Lazzaro, 19 marzo 1896).
Fonti e Bibl.: C.Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 3, 1938, 620; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122.


Parma 31 marzo 1798-post 1831
Figlio di Luigi e Anna Poi. Negoziante. rifugiato politico, giunse a Lione nel 1823, proveniente dalla Spagna. Fu poi volontario del generale Mina nella rivoluzione di Spagna (1831).
Fonti e Bibl.: S.Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962; Da Mareto, Indice, 1967, 734.

-Parma 26 maggio 1900
Fu valoroso soldato. Col grado di maggiore fece le campagne risorgimentali del 1866-1870.
Fonti e Bibl.: G.B. Barbieri in Gazzetta di Parma 31 maggio 1900, n. 149; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 205.

-Parma 25 gennaio 1896
Volontario nel 1859, rimase poi nell’esercito e fece tutte le campagne del risorgimento italiano. Raggiunse il grado di capitano.
Fonti e Bibl.: V. Cervi, in Gazzetta di Parma 26 gennaio 1896, n. 25; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 417.

Parma 27 luglio 1831-Genova 9 dicembre 1890
Laureatosi in legge nell’Università di Parma, poco dopo venne assunto all’ufficio di segretario della Procura presso la Corte regia di Parma. Poi occupò il posto di vice segretario e successivamente di segretario nel Consiglio di Stato, in cui furono illustri magistrati, tra i quali il Niccolosi, che divenne amico carissimo del Pizzetti. Soppresso il Consiglio di stato, il Pizzetti passò giudice al Tribunale di Forlì e poi a quello di Reggio Emilia. Fece quindi parte del Collegio del Tribunale di Parma, che, sotto la presidenza del Malavasi e con Panini, Borré, Varron e Sozzi, fu per diverso tempo considerato il più efficiente dei Tribunali italiani. Chiamato in seguito alla vicepresidenza del Tribunale civile di Roma, poco dopo fu mandato a reggere l’ufficio di presidente del Tribunale Commerciale, prima di Napoli e poi di Roma. Infine andò a Genova come consigliere in quella Corte d’Appello. Fu sepolto nel cimitero di Prma.
Fonti e Bibl.: A. Pariset, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1905, 90-91.


Parma 25 gennaio 1756-Parma 29 gennaio 1811
Figlio di Giuseppe, pasticciere. Terminati gli studi delle lettere e della filosofia, mirando al sacerdozio si volse alla teologia, facoltà in cui si laureò, per poi essere aggregato al Collegio teologico di Parma. Fattasi vacante la cattedra di Logica e Metafisica per la morte di Antonio Grondoni (3 novembre 1780), quattro giorni dopo il Pizzetti fu promosso a quell’insegnamento, che mantenne sinché visse. Poco tempo dopo il Pizzetti celebrò la sua prima messa al cospetto del duca Ferdinando di Borbone in Colorno. Rifece più volte le sue lezioni di Logica e Metafisica, per cui ne circolarono parecchie varianti. Il Pizzetti fu accusato di plagio sia relativamente alle lezioni che alle altre sue scritture. Si è in effetti accertato (cfr. Pezzana, 649) che il Pizzetti per la sua traduzione delle Opere filosofiche di Mosè mendelsohn, da lui pubblicata nell’anno 1800, copiò la traduzione di Carlo Ferdinandi (losanna, 1779) e quella di Gianfrancesco Manzoni (morto nel 1762). Il Pizzetti tradusse pure in italiano e commentò le Ricerche sulle bellezze della pittura, di Daniel Webb, non direttamente dall’Inglese, che il Pizzetti non conosceva, ma dalla versione francese. Le pubblicò nel 1804 e vi aggiunse un volume di sue Riflessioni, nelle quali confessa onestamente (a f. 32 della prefazione) di aver seguito le tracce di non pochi Scrittori eccellenti della Francia, dell’Inghilterra, dell’Alemagna e dell’Italia, dichiarandosi debitore di tutto quel buono che ho potuto aver messo nella mia opera. Il libro ebbe comunque buona accoglienza in Italia e soprattutto all’estero. Nel 1780 ottenne la nomina a vice segretario dell’Accademia delle Belle Arti di Parma, che gli fu tolta nel 1786, quando si decretò che quell’ufficio dovesse spettare a un accademico consigliere con voto: vi fu nominato il prevosto Luigi Scutellari. Quantunque il Pizzetti non fosse un esperto conoscitore di Belle Arti, pure vi si dedicò negli ultimi anni di vita: approntò per la stampa un Saggio sopra l’architettura civile che rimase inedito per la morte del Pizzetti stesso, colpito da apoplessia, forse conseguenza di una caduta da cavallo mentre guadava un torrente. Il conte Aurelio Bernieri fu protettore e amico ospitale del Pizzetti. Questi, in segno di riconoscenza, compilò un’Istoria genealogica dell’illustre famiglia Bernieri, che rimase inedita. Il Pizzetti fu membro di più accademie italiane e fu in corrispondenza con parecchi letterati, tra i quali Draghetti, Soave e Del Bene.
Fonti e Bibl.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 648-650; E.trombara, Francesco Pizzetti nel bicentenario della nascita, in Parma per l’Arte 7 1957, 27-32.


Colorno 1802
Fu capo falegname delle Regie Fabbriche in Colorno. Assieme a Pier Paolo Pizzetti, sottoscrisse nel 1802 l’inventario estimativo delle mobilie nel Palazzo di Colorno.
Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, Corti Borboniche di Lucca e Parma, busta 2, fasc. 2; Il mobile a Parma, 1983, 262.


Parma 20 settembre 1880-Roma 13 febbraio 1968
Studiò pianoforte col padre Odoardo, pianista e professore di teoria della Scuola musicale di Reggio Emilia, dove il Pizzetti visse i primi anni di vita, dimostrando prestissimo una grande passione per il teatro. Frequentò il ginnasio e nel 1895 entrò nel Conservatorio di Parma. Vi studiò per sei anni armonia e contrappunto con Telesforo Righi e approfondì la conoscenza del canto gregoriano e della musica vocale e strumentale dei secoli XV e XVI attraverso l’insegnamento di Giovanni tebaldini, direttore dell’istituto. Dopo aver esercitato l’insegnamento privato e svolto per due stagioni (1901-1902) l’attività di maestro sostituto di C. Campanini e A. Conti al Teatro Regio di Parma, ottenne la cattedra di composizione al Conservatorio della città (1907). Frattanto, dopo vari tentativi (Romeo e giulietta, Lena, Mazeppa, Aeneas) di accostarsi a shakespeare, Byron, Corneille, Pu?skin e Ovidio, scrisse la musica di scena per La Nave di D’Annunzio e nel 1908 esordi con questa opera al Teatro Argentina di Roma, dando inizio a un lungo periodo di amicizia e collaborazione con il poeta, che lo battezzò Ildebrando da Parma. Nello stesso anno divenne professore di armonia e contrappunto nell’Istituto Musicale L. Cherubini di Firenze, che diresse dal 1917 al 1924. Questa città influì con la sua atmosfera culturale sulla formazione del Pizzetti, che vi fondò con E. Consolo la Società degli Amici della Musica e con G. Bastianelli la pubblicazione periodica Dissonanze, organo della musica contemporanea in Italia, e frequentò la cerchia di bastianelli, Papini, Soffici, Salvemini, Prezzolini e De Robertis, raccolti intorno al periodico La Voce. Dal 1924 al 1936 diresse il conservatorio di Milano, svolgendo pure attività di direttore di concerti e di opere proprie. Dopo aver compiuto una tournée in America (1929), dove tra l’altro presentò al metropolitan Fra Gherardo, nel 1936 succedette a Respighi come titolare della cattedra di perfezionamento in composizione all’Accademia di Santa Cecilia in Roma, che tenne fino al 1958. Fu presidente dell’Accademia dal 1948 al 1951. Accademico d’Italia dal 1939, nel 1931 vinse il premio Mussolini per la musica, nel 1950 vinse il Premio Italia con l’opera radiofonica Ifigenia e nel 1958 ebbe il premio internazionale Feltrinelli. Svolse attività di critico musicale sul Secolo di Milano (1910), sulla Tribuna di Roma (1937), sulla Nazione di Firenze e su vari periodici e riviste musicali. Se la vita del Pizzetti influì sulla sua produzione artistica e sui suoi orientamenti, ciò avvenne certamente in misura minore di quanto non avvenga per la maggior parte dei musicisti. Infatti il Pizzetti scelse per sé una vita normale, tutta dedita alle sue multiformi attività di compositore, scrittore, organizzatore e direttore di musica. Una cosa non gli mancò mai: una cerchia di amicizie che gli consentì di esprimere le sue non comuni doti di conversatore, di dibattere i problemi vivi della cultura e, soprattutto, di passare dal momento teoretico a quello realizzativo. La sua non fu una vita da salotto, ma di cenacolo sì. Certe sue inclinazioni verso l’Arcadia non sono, dunque, il frutto di un credo estetico, bensì di una naturale predisposizione a discutere e a elaborare le sue pur personalissime idee nel crogiolo del dibattito collettivo. In questo senso il Pizzetti fu l’esatto opposto del musicista puro, severamente impegnato soltanto nella sua opera di compositore, cui tutti gli altri interessi facevano al massimo da corona. Si ricorda di lui una conferenza su Dante, e non sulla musicalità o sulla musicabilità di Dante, bensì proprio sulla sua opera di poeta: tutto ciò che porta all’approfondimento della conoscenza dell’uomo è fondamentale per un musicista, tanto più se si tratta di un musicista, come il Pizzetti fu, essenzialmente di teatro. Nel periodo in cui il Pizzetti si affacciò alla vita culturale, la cultura italiana stava vivendo una profonda crisi di trasformazione. La cultura del XIX secolo non era andata molto al di là di un impegno politico inteso in primo luogo come impegno di scoperta di un’identità culturale nazionale e di proclamazione di un patriottismo e di un’apertura sociale che non uscirono dalla genericità. Le grandi trasformazioni economiche e strutturali in atto esigevano una presa di posizione assai più analitica sui rapporti sociali concreti e nello stesso tempo travolgevano antichi modelli e valori senza che ne apparissero dei nuovi di una qualche consistenza e durata. La stessa retorica, unica fonte di certezze, fu sottoposta alla pressione di contenuti mai prima considerati che imposero forme adeguate assolutamente nuove. Fu l’epoca degli -ismi e delle poetiche premesse al concreto poetare. Solo gli operisti sembrarono sfuggire al contagio di questa rimessa in discussione di tutto, ma fu illusione di breve durata: anche il rapporto tra il melodramma e il suo pubblico si fece precario, soprattutto diventò sempre meno possibile fare musica buona per tutti. La giovinezza del Pizzetti trascorse appunto nel periodo in cui gli stessi protagonisti della stagione verista andavano affannosamente e disordinatamente alla ricerca di nuovi soggetti, di nuove tecniche, di un ampliamento e di un affinamento del linguaggio. Il divorzio tra musica e cultura stava per tramontare: le capacità trasformistiche del melodramma mostrarono chiaramente di avere dei limiti e la cultura, perdendo le sue certezze, dovette dimettere la boria accademica che spesso l’aveva tenuta lontana dalla coscienza nazionale. Il clima era adatto alla discussione e il temperamento personale del Pizzetti fece il resto. Trascorsi gli anni di Parma nella lettura di testi teatrali (fatto comune a tutti i musicisti italiani), il Pizzetti fu nominato professore al Cherubini di Firenze. Fu subito a contatto con D’Annunzio, allora fiesolano d’elezione, con Giannotto Bastianelli e, poco a poco, con tutti gli intellettuali che facevano capo alla rivista La Voce. Per inciso, a Firenze fondò la Società degli Amici della Musica ed esercitò l’attività di critico della Nazione, nonché di corrispondente del Secolo di Milano. Più tardi, in epoca fascista, i dibattiti culturali si smorzarono e allora l’attività teorica del Pizzetti si limitò a quella di critico (La tribuna), nonché di saggista sulle riviste specializzate. Il Pizzetti manifestò la vocazione a fare il presidente (Accademia di Santa Cecilia, società italiana autori editori), ma ciò fu dovuto al fatto che, a qualunque istituzione partecipasse, egli vi svolse effettivamente attività e non si limitò a intendere la sua partecipazione come un fatto puramente onorifico. Si tenne sempre al corrente della produzione musicale contemporanea. Anzi, il suo scritto giovanile Musicisti contemporanei (1914), pur contenendo lacune d’informazione dovute al fatto che è difficile prendere visione di un’opera musicale prima che sia trascorso qualche anno dalla prima esecuzione, costituisce un panorama assai ricco e, quel che più conta, insolitamente imparziale per un’opera uscita dalla penna di uno che era sulla breccia. Come formazione culturale il Pizzetti appartenne senz’altro alla generazione dell’Ottanta, eppure non si riscontra, nei suoi scritti, quel livore antiromantico che caratterizza le prese di posizione dei suoi colleghi: anzi la sua valutazione dell’opera italiana ottocentesca e perfino verista, è serena, magari discutibile ma certamente coerente con le sue idee. Il suo essere personaggio emergente per mezzo secolo nella vita musicale italiana costituisce, a conti fatti, il suo massimo contributo alla storia della musica. Immediatamente dopo la sua scomparsa i suoi lavori praticamente scomparvero dai cartelloni dei teatri e dai programmi dei concerti. Il fatto è generale: la generazione precedente quella in attività non è sufficientemente antica per essere storicizzata e non è sufficientemente moderna per mantenere l’attualità. Però dall’eclissi rossiniana si salvò Il Barbiere di Siviglia, da quella mascagnana la Cavalleria rusticana, da quella di Respighi Le fontane di Roma. Probabilmente la ragione di questo fatto sta nella caratteristica dell’opera pizzettiana di non essere stata sogetta ad alti e bassi ma, a parte le opere di apprendistato, di aver mantenuto tutta uniformemente un alto livello. Non esiste, forse, il lavoro che emerge, che presenta punte di genialità prorompente e irripetibile. Ma ciò era estraneo al carattere del Pizzetti. Basti pensare al suo primo modello ideale: il canto gregoriano. Nel canto gregoriano la singola sfumatura, lo stilema ritmico o melodico e l’improvvisazione del momento non hanno mai valore prevaricante: è il tutto che conta e compito della singola parte è di costruire il tutto e di armonizzare con esso. Il canto gregoriano non ha momenti di stanca o momenti di accensione che non siano giustificati dall’economia generale. L’opera del Pizzetti ha appunto questo carattere del prevalere della globalità sul particolare. Ciò non significa che il particolare non sia accuratamente studiato, non abbia valore intrinseco, ma solo che esso non soverchia mai la concezione generale dell’opera. L’ascolto musicale non è generalmente rivolto alla globalità dell’opera e la sua tensione non è continua: stimolata dal particolare emergente, poi via via si rilassa in attesa di un’altra fonte di richiamo. Forse a questo fu dovuta la temporanea eclissi dell’opera pizzettiana. La carriera teatrale del Pizzetti si aprì con D’Annunzio e, se si fa eccezione per L’assassinio nella cattedrale, Il calzare d’argento e Clitennestra, si chiuse con D’Annunzio. Vennero dapprima le musiche di scena per La nave, che rivelarono il valore del Pizzetti al pubblico e al poeta, poi seguì un progetto per la riduzione a melodramma della Fedra di Euripide. Il Pizzetti era in grado di scrivere i libretti da sé e anzi, quando lo fece, ne trasse giovamento la corrispondenza tra parola e musica. Ma a quell’epoca (1909) la soggezione del giovane Pizzetti nei confronti del Vate affermato fu tale che, quando il poeta, cui il progetto e il libretto erano stati sottoposti, disse che avrebbe provveduto egli stesso alla stesura del libretto, il Pizzetti non solo non osò rifiutare ma se ne sentì lusingato. I versi, già di per sé musicali, di D’Annunzio erano una camicia di forza per qualsiasi musicista, tanto più se non aveva il coraggio di pretenderne l’assoggettamento alle proprie esigenze: ne sapeva qualcosa Mascagni, reduce dalla tormentata composizione della dannunziana Parisina. La soluzione fornita al problema dal Pizzetti consiste in un declamato melodico che differisce da quello mascagnano solamente per una maggior pacatezza e apollineità ereditata dal canto gregoriano. Anche la coralità è meno decorativa, più essenziale e a volte costituisce il senso profondo del dramma più ancora del comportamento scenico e vocale dei singoli: eredità, questa, della classicità greca da cui l’opera è desunta, ma anche prodotto originale della sensibilità pizzettiana. Dopo Fedra il Pizzetti rimase, nella concezione formale del teatro, un dannunziano, però i versi dell’immaginifico gli andavano stretti e, consapevole ormai del proprio valore, provvide da solo ai libretti delle proprie opere. Per D’Annunzio compose ancora le musiche per La Pisanella (ma sono musiche di scena) e La sinfonia del fuoco per Cabiria. Bisogna fare un salto di quasi quarant’anni per ritrovare, nel catalogo dell’opera pizzettiana, un dramma dannunziano musicato, dall’alto di una semisecolare esperienza e senza l’ingombrante presenza dell’autore, dal Pizzetti: La figlia di Iorio. l’allontanamento dal D’Annunzio non fu, tuttavia, dovuto soltanto a motivi contingenti relativi al bisogno, da parte del Pizzetti, di disporre di una maggiore flessibilità del libretto. Come bussole per orientarsi in un mondo in fase di radicale trasformazione, contenuti-valori permanenti e resistenti al mutare delle forme di organizzazione del mondo, il Pizzetti scoprì in sé due cose fondamentali: la classicità nella forma (e questa D’Annunzio poteva fornirgliela) e l’amore, un amore universale di chiara derivazione religiosa (a questo proposito poeta e musicista si trovarono su sponde opposte). Il tema dell’amore è il filo conduttore che congiunge tra loro opere pizzettiane anche assai diverse per argomento e tematica contingente: da Dèbora e Jaéle allo Straniero, a Orsèolo, a L’oro, a Vanna Lupa, alla radiofonica Ifigenia, a Cagliostro e, finalmente, all’Assassinio nella Cattedrale, nel quale i tormenti delle opere precedenti sembrano comporsi in una superiore purificazione. Il numero e il valore delle composizioni corali (naturalmente si citano di preferenza le composizioni di più ampie dimensioni, come il Requiem, ma forse si trovano pagine ancora più pregnanti e partecipate in certe piccole composizioni, come Cade la sera) comprovano l’importanza che questo genere musicale ebbe per il Pizzetti. La musica strumentale del Pizzetti, oltre a quella destinata in qualche modo alla scena, concilia la perfetta strumentalità alla sua sensibilità drammatica, che dovunque cerca il canto. Esemplari sono, a questo proposito, non solo i Canti della stagione alta per pianoforte e orchestra ma anche composizioni apparentemente meno adattabili al continuo melologo, come la bella Sonata per violino e pianoforte. Non si può chiudere un discorso sul Pizzetti senza citare il suo prezioso e copioso contributo all’arricchimento del repertorio della lirica vocale italiana. Fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma. Il Pizzetti fu autore delle seguenti composizioni: opere teatrali, Il Cid (A. Beggi; non rappresentata e distrutta, 1902), Fedra (libretto proprio, da D’Annunzio, Milano, 1915), Dèbora e Jaéle (proprio; ivi, 1922), Fra gherardo (Milano, 1928), Lo straniero (Roma, 1930), Orséolo (Firenze, 1935) L’oro (Milano, 1947), Vanna Lupa (Firenze, 1949), Ifigenia, tragedia musicale radiofonica (libretto proprio e di A. Perrini; RAI, 1950; in teatro, Firenze, 1951), Cagliostro (RAI, 1952; in teatro, Milano, 1953), La figlia di Iorio (libretto proprio, da D’Annunzio; Napoli, 1954), L’assassinio nella cattedrale (libretto proprio, da T. S. Eliot; milano, 1958), Il calzare d’argento (R bacchelli; Milano, 1961), Clitennestra Milano, 1965), Rondò veneziano, azione coreografica (caramba; Milano, 1931); musiche di scena: La Nave, 2 pezzi (D’Annunzio; Roma, 1908), La pisanella (D’Annunzio; Parigi 1913; come azione coreografica, Roma, 1955), La sacra rappresentazione d’Abram e d’Isaac (F. Belcari; Firenze, 1917; 2ª versione ampliata, 1926), agamennone (Eschilo; Siracusa, 1931), Le Trachinie (Sofocle, Siracusa, 1933), La rappresentazione di S. Uliva (C. d’Errico, da anonimo del secolo XVI; Firenze, 1933), Edipo a Colono (sofocle; Siracusa, 1936), Le feste delle Panatenee (Paestum, 1936), Come vi piace (Shakespeare; Firenze, 1938), La lunga notte di Medea (C. Alvaro; Milano, 1949), Il Campiello (Goldoni; Venezia, 1957); musiche per film: Cabiria di G. Pastrone (1914), Scipione l’Africano di C. Gallone (1937), I promessi sposi di M. camerini (1941), Il mulino del Po di A. Lattuada (1949), per orchestra: Sinfonia in la (1940), Extase, intermezzo (1898), Il sonno di Giulietta, (1899), Ouverture per l’Edipo a Colono (1901), 3 preludi sinfonici per l’Edipo Re (1904), Ouverture per una farsa tragica (1911), La Pisanella, suite dalle musiche di scena (1913), Sinfonia del fuoco, per Cabiria (1914), Danze per l’Aminta del Tasso (1914), Concerto dell’estate (1928), Rondò veneziano (1929), Canzone di beni perduti (1950), preludio a un altro giorno (1951); per strumento solista e orchestra: Poema emiliano per violino (1913), Canti della stagione alta, concerto per pianoforte (1930), Concerto in do per violoncello (1934), Concerto in la per violino (1945), Aria (Augurio nuziale) per violini all’unisono (1958), Concerto in mi bem. per arpa (1960); musica vocale con orchestra: Canto di guerra per coro (1899), Canzone a maggio per solo e coro (1901), Scena lirica da Le ruine di braunia (R. Salustri, 1901), Messa a 4 voci e archi (sine Credo, 1902), 2 Liriche drammatiche napoletane per tenore (versione anche per pianoforte, 1916-1918), L’ultima caccia di S. uberto per coro (versione anche senza coro, 1929), Epithalamium per soprano tenore e baritono, coro e piccola orchestra (dai Carmina di Catullo, 1939), Oritur Sol et occidit, cantata per baritono (1943), Cantico di Gloria: attollite portas (dai Salmi) per 3 cori, 24 fiati, 2 pianoforti e percussioni (1948) Vanitas vanita-tum, cantata per soli, coro maschile (1958), Vocalizzo per mezzosoprano (1960), Filiae Jerusalem, adjuro vos, piccola cantata d’amore per soprano, coro femminile e orchestra (1966); inoltre: 3 Canzoni (Donna lombarda, La prigioniera, La pesca dell’anello) per soprano e quartetto o orchestra d’archi (1926); 2 Poesie d’Ungaretti (La Pietà, Trasfigurazione) per baritono, violino, viola, violoncello e pianoforte (1953); musica da camera: 2 quartetti (in la, 1906, in re: 1933); Trio con pianoforte (1901, distrutto), Trio con pianoforte in 1a (1925); sonata per violino e pianoforte (1901, distrutta), Sonata in la per violino e pianoforte (1919), Sonata in fa per violoncello e pianoforte (1921), Aria in re per violino e pianoforte (1906), Colloquio, per violino e pianoforte (1949); 3 Canti (versione per violino e pianoforte e per violoncello e pianoforte, 1924); per pianoforte: Sogno (1898), Foglio d’album (1906), Poemetto Romantico (1909), Da un autunno già lontano, 3 pezzi (1911), Sonata 1942 (1942), Canti di ricordanza, variazioni su un tema di Fra Gherardo (1943), cori, 3 Cori sacri (Ave Maria a 3 v., Tantum ergo a 3 voci maschili, Tenebrae factae sunt a 6 v.; 1897), 2 Canzoni (Per un morto a 4 voci maschili, La rondine a 6 voci, 1913), Canto d’amore a 4 voci maschili (1914), Lamento con tenore (Shelley, 1920), Messa di Requiem per 4-12 solisti (1922), De Profundis a 7 voci (1938), 3 Composizioni corali (Cade la sera, D’Annunzio; Ululate, quia prope est dies Domini, Isaia; Recordare, Domine, Geremia; 1942-1943), 2 Composizioni corali a 6 voci (1961), Cantico di gloria per coro misto, 2 cori maschili e 22 strumenti (1968); liriche: 3 liriche (I. Cocconi: Vigilia nuziale, Remember, Incontro di marzo; 1904), Sera d’inverno (M. Silvani, 1906), I pastori (D’Annunzio, 1908), La madre al figlio lontano (R. Pantini, 1910), Erotica (D’Annunzio, 1912) S. Basilio (poesia popolare greca, 1912), Il Clefta prigione (1912), Passeggiata (G. Papini, 1915), 2 liriche drammatiche napoletane (S. Di Giacomo, 1916-1918), 3 Sonetti del Petrarca (La vita fugge, Quel rosignuol, Levommi il mio pensier; 1922), Altre 5 liriche (Adjuro vos, filiae jerusalem, Oscuro è il ciel, Augurio, Mirologio per un bambino, Canzone per ballo; 1932-1933) E il mio dolor io canto (J. Bocchialini, 1940), 3 liriche (Bebro e il suo cavallo, poesia popolare greca; Vorrei voler, Signor, quel ch’io non voglio, Michelangelo; In questa notte carica di stelle, M. Dazzi; 1944), 3 Canti d’amore (1956-1959). Inoltre eseguì revisioni e trascrizioni di sonate per violino di F. M. Veracini e di madrigali di C. Gesualdo di Venosa. Il Pizzetti fu inoltre autore dei seguenti scritti: La musica dei Greci (Roma, 1914), Musicisti contemporanei (Milano, 1914), Intermezzi critici (Firenze, 1921), La musica italiana dell’Ottocento (in L’Italia e gli Italiani del sec. XIX, Firenze, 1930), Paganini (Torino, 1940), Musica e dramma (Roma, 1945); La musica italiana dell’ottocento (Torino, 1947), commemorazione di G. Puccini nel primo centenario della nascita (Milano, 1959). Inoltre scrisse articoli e saggi vari in Rivista Musicale Italiana, pianoforte, Rassegna Musicale, Pegaso, Marzocco, La Voce, La Scala (fra cui, Ildebrando Pizzetti si confida, 1949).
Fonti e Bibl.: A. della Corte, Ildebrando Pizzetti e la Fedra in Rivista d’Italia 1915; G. Barini, Fedra di Gabriele D’Annunzio e Ildebrando Piezzetti, in Nuova Antologia 1915; D. Sincero, La première di Fedra alla Scala, in Rivista Musicale Italiana 1915; R. Fondi, Ildebrando Pizzetti e il dramma musicale italiano di oggi, Roma 1919; G.M. Gatti, Le liriche di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1919; M. Castelnuovo-Tedesco, La pisanella di Ildebrando Pizzetti, in Critica Musicale 1919; F.B. Pratella, Due avvenimenti musicali: Fedra di Ildebrando Pizzetti, in L’evoluzione della musica dal 1910 al 1917, Milano, 1919; Il Pianoforte, numero speciale dedicato al Pizzetti, 1921; R. Giani, Note marginali agli Intermezzi Critici di Ildebrando Pizzetti, in Rivista Musicale Italiana 1921; G.M. Gatti, Debora e Jaele di Ildebrando Pizzetti: guida attraverso il poema e la musica, Milano, 1922; G. Barini, Debora e Jaele dramma di Ildebrando Pizzetti, in Nuova Antologia 1923; L. 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Parma 5 gennaio 1749-Parma 28 ottobre 1821
Figlio di Ignazio e di Daria Rosati. Appena laureato in medicina e immatricolato in chirurgia e in ostetricia, si pose all’esercizio della professione, acquistando reputazione di buon medico pratico e di ostetricante. Fu fatto medico di Corte nel 1780. Viaggiò in Francia e in inghilterra per un anno a proprie spese e, tornato a Parma nel 1790, riprese a esercitare la professione. Il Camuti, occupato in gravi cariche, rinunciò al Pizzetti, che fu buon conoscitore della lingua francese, l’incombenza di terminare la versione del Trattato de’ mali dell’ossa del Petit, che fu poi stampato dal Carmignani. Il Pizzetti tradusse anche dalla lingua inglese il Trattato delle malattie de’ fanciulli di underwood e lo pubblicò in Venezia nel 1794. A questi lavori è da aggiungersi quello che comparve nel 1781 nella Gazzetta di Parma: La scoperta originaria della Cannabina per le intermittenti, scritto ripreso in un altro foglio periodico: Avvisi sopra la salute umana, del 1782. Il Pizzetti accusò di plagio nel 1796 il concittadino P. Rubini per la pubblicazione della dissertazione sopra L’attività della Datisca Cannabina. Il Pizzetti rifiutò poi la cattedra di Ostetricia, rimasta vacante per la morte del Righi. Durante la guerra del 1799, fu arrestato insieme con altri suoi concittadini e condotto a Milano. Fu poi inviato nelle carceri di piacenza, quindi rinchiuso in quelle del castello di Parma. Alcuni mesi dopo fu prosciolto. Il conte Antonio Cerati scrisse nel 1806 una lettera in versi per le nozze del Pizzetti, contenuta nel terzo volume dei suoi Opuscoli diversi. Fu medico consulente della Corte di Parma negli ultimi anni di vita ed ebbe il titolo di professore onorario dell’Università di Parma. Il Tonani ne scrisse l’iscrizione funebre.
Fonti e Bibl.: A.Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 641.

Parma 24 luglio 1860-Pisa 14 aprile 1918
Laureatosi in ingegneria a Roma nel 1880, vi restò come assistente di Geodesia collaborando col Pisati e il Pucci nella loro nota determinazione assoluta della gravità. Il Pizzetti fu però più un teorico che uno sperimentatore. Insegnò geodesia teoretica nell’Università di Genova dal 1886 al 1900 e geodesia meccanica in quella di Pisa dal 1900 fino alla morte. La sua opera di ricercatore fu certamente tra le più cospicue, nel campo della geodesia teoretica, della prima metà del XX secolo e per la geodesia italiana segnò un’epoca. Nella varia, ricca e geniale produzione scientifica del Pizzetti, che toccò argomenti svariati, sempre con acutezza d’indagine e larghezza di punti di vista, tre indirizzi di ricerche sono in modo particolare da segnalare come quelli in cui conseguì i risultati più importanti e originali: la teoria degli errori, la rifrazione geodetica e astronomica, la teoria meccanica della forma dei pianeti. Le ricerche relative alla teoria degli errori d’osservazione, che investono i principi scientifici della teoria stessa e i suoi procedimenti fondamentali, sono riassunte e raccolte in corpo in I fondamenti matematici per la critica dei risultati sperimentali, pubblicati negli Atti della Università di Genova per il centenario colombiano. Tra i risultati più interessanti degli studi del Pizzetti intorno alla rifrazione, sono degni di rilievo quelli intorno alla rifrazione laterale sferodica e quelli che pongono in luce la scarsa influenza del modo di variare della densità atmosferica con l’altezza nel calcolo della rifrazione. Nel terzo gruppo di ricerche si debbono ricordare, come di alto interesse scientifico, la soluzione del cosiddetto problema dello Stokes (determinazione della funzione potenziale esterna di un pianeta, note la forma di una superficie di livello, la massa e la velocità angolare) nel caso che la superficie di livello sia ellissoidica, le dimostrazioni della formula dello Stokes, che permette di assegnare gli scostamenti lineari del geoide dall’ellissoide in funzione delle anomalie della gravità, indipendentemente da sviluppi del potenziale in serie di potenze negative del raggio vettore e lo studio delle relazioni tra azione esterna e distribuzione di densità nella massa di un pianeta. Anche questo imponente gruppo di lavori del Pizzetti venne da lui riassunto e sistemato nel notevole trattato Principii della teoria meccanica della figura dei pianeti (Pisa, 1913), che è opera fondamentale nella letteratura sull’argomento. Soprattutto in quest’ultimo campo l’influenza dell’opera del Pizzetti fu di grande momento, così che a essa si riallacciò buona parte di quanto fu fatto in argomento, almeno per tutto il ventennio successivo. Fu socio dell’Accademia nazionale dei Lincei e di quella di Torino. Dell’opera del Pizzetti come sistematore e maestro rimane chiara documentazione nel Trattato di geodesia teoretica (Bologna, 1905; 2ª ed. postuma, Bologna 1928). Dopo la sua morte, uscì postumo un volumetto di poesie, Versi, sono argute e piacevolissime le sue poesie dialettali.
Fonti e Bibl.: V.Reina, in Rendiconti dei Lincei 5 1918, 336-345; Enciclopedia Italiana, XXVII, 1935, 466; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 93; B. Molossi, Dizionario dei parmigiani, 1957, 122; F. Tricomi, matematici Italiani, 1962, 89.

Parma 1910-1987
Industriale pastario. Si affiancò al padre umberto già nel 1935 nella conduzione del pastificio di famiglia Braibanti, perseguendo con intuizione e determinazione la qualità del prodotto, impiegando in via esclusiva la semola di grano duro e battendosi efficacemente fino a ottenere il recepimento nella normativa della obbligatorietà dell’impiego di tale prodotto.
Fonti e Bibl.: Cento anni di associazionismo, 1997, 405.

Colorno 1802
Capo falegname della Corte di Parma, nel 1802 sottoscrisse, assieme a Giuseppe Pizzetti, l’inventario estimativo delle mobilie nel Palazzo di Colorno.
Fonti e Bibl.: Archivio di Stato di Parma, Corti borboniche di Lucca e Parma, busta 2, fasc. 2; Il mobile a Parma, 1983, 262.

ante 1734-Fornovo 26 maggio 1755
Come informa una grande lapide funeraria posta all’esterno della chiesa parrocchiale di Fornovo, lato nord, il Pizzetti, che vi fu parroco, nel 1745 trasformò l’architettura della chiesa da romanica a barocca e coprì le capriate della navata centrale con un soffitto a botte (in seguito demolito). Il suo intervento è ricordato come segue: Ecclesia haec longis temporib. eversa divina providentia et b.v. mr assumptae patrocinio istorum omniumq: ss. intercessione reparata et aucta anno MDCCXLV sub regimine pri. mrae Pizzetti a. et v.f. cuius ossa hic humiliata iacent a die 26 maii anno dni 1755.
Fonti e Bibl.: L.Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 63.


Parma 1886-1951
Figlio di Italo. Nel 1909 si laureò a Torino in ingegneria industriale elettrotecnica, dedicandosi poi all’insegnamento. Dopo la prima guerra mondiale, cui valorosamente partecipò, fu funzionario dirigente prima del Gruppo SIP e poi del Gruppo Edison alla Comacina. Lasciata Como per la libera professione, si dedicò con particolare passione agli studi inerenti all’industria petrolifera. Incaricato dall’AGIP, oltre a compilare importanti relazioni sull’impiego dei gas naturali, nel 1932 progettò e diresse i lavori del Deposito carburanti a Durazzo, in Albania, quindi nel 1935 quello costiero di Massaua in Africa orientale italiana. Dopo la seconda guerra mondiale fu alle dipendenze del C.I.P., ove resse la direzione dell’Ufficio manutenzione e ricostruzione. Venne in seguito incaricato di delicate funzioni ispettive, nelle quali seppe mettere in luce le sue non comuni doti di tecnico appassionato.
Fonti e Bibl.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 122-123.

Berceto ante 1513-Berceto 18 ottobre 1545
Figlio di Francesco.Il Pizzi si trova ricordato, insieme al fratello Angelo, nel testamento del canonico bercetano Giacomo Becchetti, in data 18 marzo 1513, quale ministro del notaio Broccardo Belloli. Nel sinodo Tusculano si sottoscrisse Praepositus Berceti. Fu anche parroco di Pagazzano e intervenne all’atto di fondazione del Beneficio di San Rocco fatto da Giorgio Franchi con rogito del cancelliere vescovile Antonio Marzocchi in data 22 gennaio 1530. Il Pizzi cedette a livello al prete Bartolomeo e a Giacomo della Cravaria di Pagazzano una pezza di terra nel luogo detto al Grontone e un’altra pezza di terra denominata al Molino, con rogito di Antonio marzocchi in data 3 luglio 1538. Ridusse notevolmente la proprietà fondiaria della Prevostura di Berceto cedendo a livello perpetuo i seguenti appezzamenti (rogito del cancelliere vescovile Antonio Marzocchi): un bosco denominato tra le vigne a Fugazzolo (2 ottobre 1532), un bosco di castagne detto li cogozzi in Valbona, un altro bosco di castagne in Berceto, un fondo detto Rubiatica, un altro fondo denominato Riolo in data 23 marzo 1541, un fondo Tra la costa (8 ottobre 1538) e un altro fondo detto Ripa santa (13 ottobre 1543). Dopo la morte, il corpo del Pizzi fu tenuto , non è chiaro per quale motivo, nascosto in casa per tre giorni sotto la guardia di don Giorgio Franchi e poi seppellito (Diario di berceto).
Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 71-72.

Collecchio 1606/1621
È indicato come arciprete di Collecchio nel Sinodo cornazzano del 1621. Figura nella stessa carica in altri documenti già dal 1606.
Fonti e Bibl.: U.Delsante, Dizionario dei collecchiesi, in Gazzetta di Parma 7 marzo 1960, 3.

Parma 1598 c.-Parma 28 aprile 1659
Fu priore e poi abate di San Colombano di Bobbio nel 1645. In seguito diresse le abbazie di Gangi, Caveosi, Bobbio e Reggio Emilia, Dal 1654 al 1659 fu abate del monastero di San Giovanni Evangelista di Parma. Eccelse nelle discipline scolastiche e in particolare in quelle economiche. Sollevò dai tanti gravami la sua Congregazione e migliorò la biblioteca del Monastero. Dal 1657 al 1659 fu presidente generale della Congregazione benedettino cassinese. Morì all’età di più di sessant’anni.
Fonti e Bibl.: M.Zappata, Corollarium Abatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 115.

Berceto 1552/1586
Il Pizzi compare la prima volta quale prevosto di Berceto il 26 ottobre 1552 nell’atto col quale diede in enfiteusi perpetua a Lodovico Scarpa, figlio di Santalotto, un appezzamento di terra laborativa denominato il Praticello, confinante colla via comune, colla sagrestia, coi Pinardi e Bertinelli e con il rio, stimata da don Giorgio Franchi, Alessio Gargalini e Broccardo Cavalli del reddito di 15 lire. Nel 1559 venne investito anche del canonicato di San Cristoforo in San Secondo. Nel Sinodo Sforza del 1564 si sottoscrisse prevosto di berceto. Durante la cura parrocchiale del Pizzi vennero compilati i nuovi statuti del Comune di Berceto (pubblicati da Seth Viotto, Parma, 1553). Dal punto di vista ecclesiastico è importante il capitolo de Diebus Festi celebrandis (p. 51): allo scopo di rendere a Dio Ottimo Massimo il dovuto onore, e la terra di Berceto per grazia Sua riceva incremento; sappia ognuno quali festività debbono essere celebrate in onore di Dio e dei Santi, nei quali non è lecito trattare cause davanti a qualunque giudice od arbitro. A proposito di che tutti i giorni si considerano giuridici, ad eccezione dei sottonotati i quali vanno considerati festivi, vale a dire i giorni di festa in honore di Dio e dei Santi suoi ed i giorni nei quali cadono le solennità dei Santi Remigio, moderanno, Broccardo, Abondio e Tiberio i corpi dei quali riposano nella Chiesa grande. Segue l’elenco dei giorni festivi di ogni mese. Nei due giorni festivi di San Genesio e San Cristoforo nonché nel giorno antecedente e seguente a dette feste vi era completa esenzione di dazio (p. 104). Vigeva la proibizione di lavare erbe, panni et altre robbe vicino al pozzo di San Moderanno, sotto pena di 20 soldi imperiali. A pag. 23 è un altro capitolo che tratta dell’elezione di una persona che tenesse i computi del Comune insieme al prevosto e dei redditi della chiesa di San Moderanno (p. 109). Sotto il Pizzi la Collegiata di Berceto fu oggetto di molte attenzioni da parte della Curia vescovile di Parma. Il cancelliere e notaio Cristoforo della Torre fa cenno di diversi ordini emanati a tale riguardo il 7 maggio 1586 e accenna come ne fossero stati approvati gli statuti in data 3 luglio 1557 (Convenzione del 21 febbraio 1557 stabilita tra il Pizzi e i canonici, rogata da Matteo lozzolasi). Di questi statuti si conservano due esemplari autentici, uno nell’Archivio vescovile di Parma tra le carte della Collegiata di Berceto, l’altro nell’Archivio notarile di Parma tra le filze di Cristoforo della Torre.
Fonti e Bibl.: G.Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 79-86.

Parma 1706
Figlio di Federico. Il Pizzi, giureconsulto, fu creato nobile per benemerenze civili da francesco Farnese, con privilegio del 18 novembre 1706.
Fonti e Bibl.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobilia-re, 5, 1932, 401.

PIZZI GIOVANNI LUIGI, vedi PIZZI GIOVANNI MARIA

Parma 17 giugno 1485-post 1539
Figlio di Giacopino. Umanista, fu diligente precettore, valente in poesia e retorica, e insegnò in Mantova per molti anni. Compose in latino il libro Della vera amicizia e quello Della vecchiezza. Tradusse in volgare parte delle Commedie di Terenzio, e dedicò alcune ottave a Isabella d’Este Gonzaga, duchessa di Mantova. Scrisse un sonetto in lode del Bembo, che il Pizzi incontrò a Roma quando era già divenuto cardinale. Il Crescimbeni lo lodò come poeta valoroso, e anche il Quadrio ne parla. Le rime del Pizzi furono giudicate pulite e culte e di buona e facile maniera. Il Pizzi fu amico di Antonio Viola.
Fonti e Bibl.: Aurea Parma 4 1958, 237, e 1 1959, 18.

Parma 1610/1615
Sacerdote, fu suonatore di trombone alla Steccata di Parma dal 7 maggio 1610 al gennaio 1615.
Fonti e Bibl.: N.Pelicelli, Musica di Parma, 1936.

Parma 30 novembre 1849-Torino 6 dicembre 1920
Insegnò dapprima alle scuole secondarie, poi al Collegio Maria Luigia di Parma, di cui fu vice rettore. Fu sottobibliotecario alla biblioteca laurenziana di Firenze dal 1879 al 1885. Collaborò anche a Riviste educative come l’educatore Italiano. A Firenze fu libero docente di lingua e letteratura persiana nell’Istituto di studi superiori. Dal 1885 fu professore straordinario di persiano e dal 1899 alla morte ordinario di filologia indoiranica nell’Università di Torino, dove per diciotto anni tenne anche l’incarico di lingue semitiche comparate. Per un breve periodo di tempo, su proposta di Francesco d’Ovidio, il ministro Boselli lo mandò a inaugurare e dirigere l’Istituto orientale di Napoli. D’ingegno vivace e versatile, combatté con grande ardore, forse talvolta eccedendo, l’indirizzo pedantescamente erudito che, sotto influenza tedesca, circa dal 1880 prese a dominare in Italia nello studio delle varie letterature, a detrimento del senso del bello. Questo sentimento umanistico, insieme con la cura di provvedere ai bisogni didattici, dominò tutta la sua produzione anche fuori del campo orientalista. Fu merito del Pizzi se gli studi iranici, soprattutto neopersiani, furono per la prima volta coltivati con serietà e profondità in Italia. Appunto in questo campo si mosse la maggiore produzione del Pizzi, culminante nella traduzione completa, in endecasillabi dello Shãhnãmeh (Libro dei Re) di Firdusi (Torino, 1886-1888, vol. 8; ed. rifatta e compendiata sull’integra, Torino, 1915, vol. 2), condotta scrupolosamente sull’edizione di Calcutta del 1829 e frutto di circa diciotto anni di lavoro. Connesso con questa versione è il libro, che ebbe il premio reale della Regia Accademia dei Lincei (1884), L’epopea persiana e la vita e i costumi dei tempi eroici di Persia (firenze, 1888). Con disegno assai più ampio di quanto fosse stato fatto sino allora e con molte traduzioni poetiche anche da testi inediti, condusse la sua Storia della poesia persiana (Torino, 1894, voll. 2), che arriva sino alla morte di Giãmi nel 1492. Tradusse dal persiano anche il Gulistãn di Sa’ dí (Il Roseto di Saadi, Lanciano, 1917, voll. 2), dal sanscrito il Pancatantra, Le novelle di Visnusarma (Torino, 1896) e parzialmente Le sentenze di bhartrihari (Torino, 1899), da varie lingue orientali i Fiori d’Oriente (Milano,1906), dal tedesco medievale i Nibelunghi (Milano, 1890, voll. 2, in versi) inoltre alcuni testi dal pahlaví, dall’avestico e dal siriaco. Per i bisogni della sua scuola compose grammatiche elementari, con crestomazia e lessico, dell’antico iranico (Torino, 1897), dell’ebraico (Torino, 1899; ristampa 1909), del sanscrito (Torino, 1896), dell’arabo (Firenze,1913), del dialetto arabo d’Egitto (Firenze, 1886; rimesso in circolazione con la data 1912) e del persiano (chrestomathie persane, Torino, 1889). Invece più che semplice libro scolastico è il Manuale della lingua persiana (Lipsia, 1883; 2ª edizione col titolo più esatto di Antologia Firdusiana, Lipsia, 1891). Nel campo orientalista sono da notare inoltre i manuali di Letteratura persiana (Milano,1887), Letteratura araba (Milano, 1903); e Islamismo (Milano, 1903); gli ultimi due di gradevole composizione, ma non privi di gravi difetti. Compose anche qualche libro scolastico di letteratura italiana e di letteratura greca: degni di nota sono gli Ammaestramenti di letteratura (Torino, 1875, molte volte ristampati) poiché per la prima volta introdussero nell’insegnamento ginnasiale utili raffronti con letterature straniere, sia europee che orientali. Componimenti originali in poesia sono il dramma lirico Bizeno (Ancona, 1884), di argomento tolto da Firdusi, e il grosso poema in ottave, in venti canti, Miro e Naida (Torino, 1901), libera elaborazione di materia tratta da poemi romanzeschi persiani. Con lo pseudonimo Italo da Parma comparvero postume le autobiografiche Memorie d’un letterato che non fu ciarlatano (Torino, s.a. ma 1922). Il Pizzi scrisse inoltre per diletto, il libretto dell’operetta Il Barbiere e l’avaro, per musica di Lodovico Spiga, rappresentata dai convittori del Regio Collegio Maria Luigia in Parma nel carnevale 1876.
Fonti e Bibl.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 199-200; Aurea Parma 2 1921, 65; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 401; Frati Bibliotecari, 1934, 466; Enciclopedia Italiana, XXVII, 1935, 466-467; C. Schmidl, Dizionario Universale Musicisti, 3, 1938, 620; B. Molossi, dizionario biografico, 1957, 123; T.Rovito, Letterati e giornalisti italiani contemporanei, Napoli, 1922, 316; Parenti, Bibliotecari, III, 1960, 89; I. Bocchialini, Italo Pizzi traduttore e poeta, in Aurea Parma IV, 1920; C.A. Nallino, Italo Pizzi, in Rivista di studi orientali IX, 1921-1923; L. Valmaggi, Italo Pizzi, in Annuario dell’Università di Torino, 1922-1923; E. Faelli, Firdusiana, in Aurea Parma XIX 1935; dizionario Enciclopedico Letteratura Italiana, 4, 1967, 398; M. Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta, 1978, 310; Grandi di Parma, 1991, 95; Enciclopedia di Parma, 1998, 541.

Fontanelle di Roccabianca 1886-Sagrado 1 ottobre 1915
Figlio di Francesco. Sposò Maria Mezzadri, dalla quale ebbe tre figli. Scoppiata la prima guerra mondiale, fu arruolato nel 112° fanteria mobilitato, ove fu caporale maggiore nella 3ª compagnia. Combatté valorosamente sul San Michele partecipando a diverse azioni offensive. Durante un attacco fu colpito da una pallottola austriaca che, penetrata sotto ad una ascella, gli perforò i polmoni. Due ore dopo, mentre in barella lo trasportavano al posto di medicazione, l’artiglieria nemica lo colpì nuovamente accecandolo con numerose ferite al viso. Dopo cinque ore di agonia spirò a Sagrado, dove fu sepolto. Il 24 aprile 1923 avvenne la traslazione della sua salma dal cimitero di Sagrado a quello di Fontanelle.
Fonti e Bibl.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 45.


Parma 10 dicembre 1892-Monte Vies 8 dicembre 1915
Figlio di Paolo e Umbellina Gambara. Dottore in scienze agrarie, Sottotenente del 5° reggimento Alpini, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Con vero coraggio ed ardimento condusse la sua pattuglia fin sotto i trinceramenti nemici superando difficoltà di terreno ed ostacoli di ogni genere frapposti dal nemico. Nel sostenere con calma e fermezza il fuoco nemico preciso e violento cadeva mortalmente ferito. Fu sepolto a Tiarno Inferiore.
Fonti e Bibl.: Gazzetta di Parma 23 dicembre 1915; L’avvenire agricolo 31 gennaio 1916; Giornale di Agricoltura della Domenica anno 1916; G. Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella guerra 1915-1918, Parma, Ediz. Fresching, 1916, 196; Decorati al valore, 1964, 95.

Parma ante 1496-post 1555
Forse fu figlio di Giovanni Maria. Si trova un suo sonetto nel Tempio di Donna Giovanna d’Aragona (Venezia, 1555). L’Affò asserisce che dai processi contro Gian Girolamo Rossi si ricava che il Pizzi era nel 1521 Cancelliere di Bianca Riaria, madre del Rossi, e che fu condotto prigioniero a Roma, ove nel 1540, dinanzi allo stesso vescovo Rossi, ne confessò i delitti.
Fonti e Bibl.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 515-516; Aurea Parma 3/4 1959, 184-185.

PIZZINALI, vedi BONAZZI GIACOMO

PIZZO GIOVANNI, vedi PIZZI GIOVANNI MARIA

Parma-ante 1490
Fu un eccellente grammatico. Ne fece onorevole menzione Giacomo Crotti nel tessere l’orazione funebre (Pavia, 1518) a Niccolò Lucaro, suo allievo. Dal Crotti si apprende che, tornato il Lucaro a Cremona all’età di diciannove anni, cioè verso il 1458, dopo aver studiato in Pontremoli sotto Giorgio belmessere, rimasto alquanto indeciso circa la scelta del maestro con cui continuare i suoi studi, deliberò infine di affidarsi al Pizzo: Per id tempus Grammaticam maxime profitebantur Lucas Picus Parmensis, et Petrus Manna Cremonensis, viri per omnen Italiam decantati, et inter subtilia suorum temporum ingenia praeeminentes. Cunctis ad multos dies dilingenter subodoratis, tandem relicto doctore veteri sub quo Puer diligens calamo sollicito, flores et gemmas illius collegerat, auditor Lucae Parmensis efficitur. Quando il Pizzo morì, non molto dopo, ebbe a successore nella sua cattedra proprio il Lucaro: Paulo post Lucas Parmensis vitam cum morte mutat: quaestio inter auditores de sufficiendo qui demortui vices in cathedra referat oritur. Tandem post varias disceptationes solus Nicolaus omnium suffragio dignus successor judicatus est: ad quod et Lucas ipse moriens suos hypodidascalos proprio ore honorificaque de Lucaro oratione exhortatus fuerat. Nicolaus relicta sede propria Parmense solium votis omnium literatorum satisfacturus conscendit. Del Pizzo rimane un manoscritto conservato nella biblioteca Estense di Modena dal titolo Christo Deo. Libellus de moribus, et vita clarissimae foeminae Caterinae Zabulae Parmensis ad sanctum Virum Dominum pi. m Crisopolis per Lucam Parmensem.
Fonti e Bibl.: I.Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 289-292; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV/2, 1827, 219-220.

PIZZO MARC'ANTONIO, vedi PIZZI MARCO ANTONIO

PIZZONI ELEAZARIO, vedi PIZZONI ELZEARIO

Parma 1669/1678
Frate francescano, negli anni 1669-1670 occupò la carica di maestro di cappella in santa Maria della Carità a Bologna. Figura tra i fondatori dell’Accademia Filarmonica bolognese, della quale fu princeps nel 1670. Fu organista nella cattedrale di Borgo San donnino dal 1676 al 1678. Il Pizzoni fu autore delle seguenti composizioni: Balletti, Correnti, Gighe e Sarabande per camera a 2 violini e violone col suo b. cont. per spinetta o tiorba op. 1 (dedicata a Ranuccio Farnese di Parma, bologna, 1669), Motetti sacri a voce con le 4 antifone della B.V. Maria op. 2 (Bologna, 1670).
Fonti e Bibl.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1933; Dizionario Musicisti UTET, 1988, VI, 43.

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