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Dizionario biografico: Luca-Luxardo

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LUCA - LUXARDO

Parma 1438/1439
Fu rettore degli studenti di Medicina ultramontani nell’Università di Bologna. Nel 1438-1439 lesse Medicina nelle feste (Rotoli, I, 11).
FONTI E BIBL.:R.Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 75.

LUCA DA PARMA, vedi anche PIZZO LUCA


Petrignacola XI/XII secolo
Il nome di questo calligrafo compare nel  Catalogue des manusctrits provenant des collections Saibante et Gianfilippi de Vèrone (Milan, 1842, 50, n. 360): Senecae Tragoediae, gr.in-4°, ms., sur vélin, d’une grande antiquité, présumé être du xi ou xii Siècle. Il est orné de grandes lettres fleuronées en rouge et bleu au commencement de chaque tragédie, et d’autres plus petites au commencement de chaque scène. On lit à la fin: Marci Lucii Annei Senece Tragedie decem feliciter expliciunt scripte per me Lucam de Petregnaculla de Parma.
FONTI E BIBL.:A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 274.

LUCA DA ROCCABIANCA, vedi RIZZI FRANCESCO


Parma XIV secolo/1402
Studiò Diritto in Bologna nel XIVsecolo: prout temporibus meis pluries vidi fieri Bononiae (De Fisco et ejus Privilegiis, I, 97). Diventò buon legale e passò al servizio di Giangaleazzo Visconti, primo duca di Milano, impiegato tra i maestri delle entrate ducali.Nel 1402, avendo acquistato il Visconti la città di Bologna, il Lucano scrisse il suo trattato De Privilegio Fisci, come accenna egli stesso nell’epistola che vi è premessa.Il Pico ne cita un’edizione antica così intitolata: Celeberrimi Jur, utriusque Doctoris D. Francisci Lucani de Parma optimi Practici, et ex Magistris Intratarum Ducalium Mediolani, Tractatus de Privilegio Fisci ad Illustriss. olim Mediolani Ducem Jo: Galeaz Vicecom. Si trova riprodotto nella collezioneTractatus Illustrium in utroque tum Pontificii, tum Caesarei Juris facultate Jurisconsultorum, tomo  XII, col titolo De Fisco, et ejus Privilegiis (Venezia, 1584, 6 e seg.). Il Gesner (Biblioteca) gli attribuisce anche l’opera De crimine laesae Majestatis.
FONTI E BIBL.:I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 126; A.Pezzana, Memorie degli scrittori, VI/2, 1827, 134-135.

Parma 1471/1481
Fu rinomato giureconsulto, del quale rimane un’opera nel codice Ambrosiano H 33 così intitolata: Francisci Lucani Parmensis de Regimine Principum Libri II. Comincia con le seguenti parole: Ad Illustrissimum Principem D.D.Galeaz Marium Sf. Caesarem II Mediolani Ducem V Francisci Lucani Parmensis Doctoris de Regimine Principum Liber primus.In fine si ha: Sub anno Domini nostri Jesu Christi MCCCCLXXI die XIII Maii per me Franciscum de Lucanis de Parma Legum Doctorem licet minimum Vicarium magnifici Domini Capitanei Justitiae Mediolani. Thomas Curtius Mediolanensis Presbiter manu propria transcripsit.Adornano il libro le armi sforzesche e il ritratto del Principe in elegantissima miniatura. Forse è la stessa opera che nel codice Parigino 4685 si intitola Francisci de Lucanis Parmensis Jurisconsulti Tractatus de Justitia, et quomodo Subditi gubernari debeant. Nel febbraio del 1481 il Lucano fu stipendiato per esercitare la carica di Avogadro in Parma.
FONTI E BIBL.:I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 227; A.Pezzana, Memorie degli scrittori, VI/2, 1827, 217.

Parma prima metà del XIX secolo
Fu calcografo di buon valore.Uscì dalla Scuola di Paolo Toschi.
FONTI E BIBL.:L.Servolini, Dizionario Incisori, 1955, 450.


Soragna-Monfalcone 23 maggio 1916
Sottotenente di Reggimento di Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Sotto l’infuriare del combattimento, non curando il pericolo, incuorava i rincalzi che sopraggiungevano, trasformando in essi il proprio entusiasmo e la propria fede. Giunto fra i primi sulla posizione conquistata, si ergeva fuori dalla trincea per rianimare i soldati; cadde colpito mortalmente invocando: Trieste Italiana.
FONTI E BIBL.:Bollettino Ufficiale, 1917, Dispensa 75a, 6168; Decorati al valore, 1964, 119.


Fiorenzuola d’Arda 1775-1841
Ecclesiastico e dottore in teologia, venne nominato arciprete della Cattedrale di Parma, carica che mantenne sino alla morte.Fu anche canonico della Collegiata di Fiorenzuola.
FONTI E BIBL.:A.V.Marchi, Figure del Ducato, 1991, 142.

Parigi 22 gennaio 1873-Ginevra 20 ottobre 1910
Figlio di Luigia Lacchini, nata dal mugnaio di Tombeto Luigi, e da Maria Sartori.Le ristrettezze economiche della famiglia costrinsero la madre a fare la serva in casa Brandini, notabile e influente famiglia, alla Folta, frazione di Albareto. All’età di 25 anni, rimasta incinta con tutta probabilità del figlio del padrone, fu mandata a Parigi per partorire. Il neonato venne registrato nel XII arrondissement, per errore dell’impiegato dell’anagrafe o per calcolo della madre, come Luigi Luccheni, mentre all’ambasciata d’Italia risultò figlio di ignoti.Affidato dapprima all’ospizio di Saint Antoine, nel 1882 il Luccheni venne portato all’ospizio dell’Infanzia abbandonata di Parma. Nel frattempo la madre partì per l’America, talché il Luccheni non la conobbe mai. A San Francisco, in California, Luigia Lacchini sposò un barista e cancellò  definitivamente il suo passato: il giorno in cui un emigrante (Costantino Ravella di Pieve di Campi) le mostrò il ritaglio di giornale che recava la notizia dell’uccisione dell’imperatrice Elisabetta d’Austria per mano dell’anarchico Luccheni, ella disse di non conoscerlo. In un primo tempo il Luccheni venne affidato alla famiglia Monici. A otto anni fu ospite della famiglia Nicasi di Varano Melegari, che lo mandò a scuola.A quattordici anni fu a Solignano presso la famiglia Salvi D’Angelo, dove rimase per un paio di anni, finché  trovò lavoro (portatore d’acqua) nell’erigenda ferrovia Parma-La Spezia, che fu inaugurata il primo agosto 1894. In seguito manifestò tendenze anarchiche e si spostò in alcune città svizzere e anche, per breve tempo, a Vienna e a Budapest. Nel ritorno in Italia, a Trieste la polizia lo fermò e lo inviò a Parma.Qui, nel 1894, venne coscritto e arruolatto nel 13° Reggimento Cavalleggeri di Monferrato e nel 1896 prese parte, come volontario, alla campagna d’Abissinia, comportandosi lodevolmente e meritando dal suo capitano, principe Raniero de Vera d’Aragona, una deposizione scritta che lo qualificava come uno dei migliori soldati del reparto.Fu decorato, promosso al merito di guerra e poi degradato per indisciplina. Lo stesso capitano, quando alla fine della ferma il Luccheni gli si rivolse per ottenere un lavoro, lo assunse al suo servizio in qualità di domestico, incarico che il Luccheni preferì abbandonare poco dopo, essendogli stato negato un aumento di salario. Nell’aprile 1898 si trovò a Parma e da lì partì alla volta di Losanna, dove alloggiò in via della Merceria. Frequentò i circoli anarchici, inviò lettere sovversive ai giornali italiani e, anelando una vendetta contro la società che gli era stata avara e ostile, attese l’occasione propizia per un gesto clamoroso. Il 10 settembre, sul lungolago di Ginevra, sulla soglia dell’Hotel Beau Rivage, pugnalò al petto la sessantenne Imperatrice d’Austria.Spontaneamente costituitosi alle autorità, il Luccheni si compiacque che l’impresa gli fosse riuscita così bene e aggiunse spavaldo che un Luccheni uccide un’imperatrice, giammai una lavandaia.Al processo, celebratosi dopo un mese, accolse la condanna all’ergastolo al grido di Viva l’anarchia, dicendosi rammaricato di non poter salire gioiosamente a salti il palco dell’amata ghigliottina. Per un paio d’anni fu detenuto modello, finché il 16 ottobre 1910 ebbe un diverbio con un secondino (il Luccheni pretendeva di non essere associato ai delinquenti comuni bensì ai detenuti politici). Il direttore del carcere lo punì isolandolo in cella di rigore.Il Luccheni si ribellò a questo provvedimento che riteneva ingiusto e nel pomeriggio dello stesso giorno, secondo la versione fornita dalla polizia, si impiccò con la sua cintura di cuoio. Per motivi di studio il cadavere delLuccheni venne decapitato: il corpo sepolto in una fossa del carcere di Ginevra e la testa messa sotto spirito e conservata in un museo di reperti medici a disposizione degli studiosi.Nel 1998 un antiquario diede alle stampe le memorie scritte in prigione dal Luccheni, uscite contemporaneamente a Parigi e a Vienna con due titoli diversi: in tedesco, Non mi pento di nulla, in francese, Memorie dell’assassino di Sissi. Storia di un bambino abbandonato alla fine del XIXsecolo. Nel volume vengono addotte numerose prove che fanno credere che il Luccheni sia stato strangolato nella sua cella da un secondino.
FONTI E BIBL.:C. del Maestro, in Gazzetta di Parma 16 febbraio 1958, 3; Dizionario UTET, VII, 1958, 1130; B. Molossi, in Gazzetta di Parma 9 settembre 1998, 13.

1823-Parma 6 maggio 1907
Tenente Colonnello del Regio Esercito, fu valoroso soldato, distinguendosi in particolare a Curtatone.Combattè per l’indipendenza della patria nelle guerre del 1848, 1859, 1860-1861 e 1866.
FONTI E BIBL.:G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 83.


Parma 1774
Pur non essendo pensionante della Reale Scuola di Ballo di Parma, nel 1774 danzò nelle manifestazioni allestite in onore dell’arciduca di Milano (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri Borbonici, b. 4).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma prima metà del XVIII secolo
Incisore in legno attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.:E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 122.


Parma 1835
Nel 1835 fu medico condotto a Berceto e membro della Commissione di Sanità e Soccorso di quel Comune.
FONTI E BIBL.:U.A.Pini, Vecchi medici, 1960, 31.


Parma 1613/1622
Dal 1613 al 1622 professò Istituzioni all’Università di Parma.
FONTI E BIBL.:Archivio di Stato di Parma, Registri dei Lettori 1610-1616; Libro de’ Mandati 1617-1630; Rizzi, Professori, 1953, 39.


Berceto ante 1648-Berceto 7 novembre 1688
Già canonico, venne presentato alla prebenda prepositurale di Berceto dal duca Ranuccio Farnese, in contrasto con un Rozzia presentato dalla Santa Sede.Dopo una aspettativa di circa sei anni, venne fatto prevosto, col quale titolo si incontra per la prima volta nei registri battesimali il 5 maggio 1648.Il Lucchetti figura nel I Sinodo Nembrini del 1659. Verso il 1660 il Lucchetti, non si sa per quale motivo, venne rinchiuso nel carcere dell’Inquisizione e ivi trattenuto per circa vent’anni. Durante la sua prigionia, per ordine del vescovo Nembrini, i canonici di Berceto (Francesco Caprara, Ranucio Becchetti, Rocco Moretti, Matteo Perini e più tardi anche Moderanno Moretti) fecero nell’anno 1672 una convenzione allo scopo di sostituirlo a turno nelle sue mansioni, lasciandogli i frutti del beneficio, sotto certe condizioni, perché potesse vivere.
FONTI E BIBL.:G.Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 110-111.


Parma 3 aprile 1648-Piacenza 1688
Fece il corso degli studi legali e si laureò a Bologna nel 1669. Fu ascritto al Collegio dei Giudici di Parma il 24 marzo 1677, anno in cui pubblicò in Parma apud Galeatium Rosatum il Propugnaculum innocentiae DD. De Bottis in plures divisum criminales discussiones. Fu uditore criminale in Piacenza nell’anno 1685. Lasciò ai suoi eredi alcune scritture e allegazioni inedite.
FONTI E BIBL.:A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 75; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 170.


Parma 1673
Dottore, fu podestà della Valle dei Cavalieri nell’anno 1673.
FONTI E BIBL.:V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 170.

Parma 26 agosto 1894-Parma 11 marzo 1991
Figlio di Ildebrando e Angela Landini. Dopo aver conseguito il diploma di ragioniere presso l’Istituto tecnico Macedonio Melloni di Parma, entrò per concorso nell’amministrazione comunale, ove raggiunse nel 1924 il grado di ragioniere capo. Nel 1940 passò all’Azienda comunale del gas, ove ricoprì l’incarico di vice direttore amministrativo, per poi trasferirsi nel 1951 all’Azienda unificata elettricità, acqua e gas, con la stessa qualifica. Si dimise volontariamente nel 1959 dopo una lunga attività amministrativa, nel corso della quale palesò una particolare competenza specifica. Nel 1926 fu eletto segretario dell’Automobile Club di Parma, mansione che ricoprì per molti anni, così come per molti anni fu (sino al 1977) revisore dei conti dello stesso ente. Nel 1953 diede alle stampe un’importante monografia riservata alla municipalizzazione dei servizi pubblici in Parma e provincia, ricca di dati cronistici, tecnici, statisctici ed economici. Nel 1962 pubblicò l’indice, per il periodo 1942-1961, per autori e per materie della rivista Aurea Parma, cui anche dedicò alcuni articoli di interesse economico. Da segnalare anche la sua collaborazione al Bollettino dell’Aci di Parma.
FONTI E BIBL.:Aurea Parma 1 1991, 62.

Parma o Berceto 1758
Fu podestà di Pietra Mogolana nel 1758.
FONTI E BIBL.:Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 171.

Berceto 1859
Dottore, fu eletto nel 1859 deputato di Berceto all’Assemblea dei rappresentanti delle province modenesi e parmensi. Prese parte assidua ai lavori dell’Assemblea.
FONTI E BIBL.:Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F.Ercole, Uomini Politici, 1941, 230.


Berceto 1700
Notaio, fu pretore di Felino nell’anno 1700.
FONTI E BIBL.:Blasone Parmense dello Scarabelli in Museo Archeologico di Parma; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 170-171.


Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.:E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 209.


Borgo San Donnino 13 novembre 1583-Borgo San Donnino 1632
Figlio di Giambattista.Pittore.Per primo il Vitali descrive la paletta con la Madonna, il Bambino, San Giuseppe e San Cristoforoposta all’altare di San Giuseppe nella parrocchiale di Busseto, poi in sagrestia, dando testimonianza della scritta che figurava sul quadro, non più leggibile: Franciscus Luckius burgensis anni 1614 idibus martii.Lo Zani nella sua Enciclopedia dice che il Lucchi venne soprannominato Scartocchino.Ricorda pure tre modi di firmare del Lucchi: 1610 die 24 decemb. F. Lucas faciebat, 1617 die 24 dicemb.Franciscus Lucius faciebat e   F.L.Lo Scarabelli Zunti, raccogliendo documentazioni e manoscritti, rivela che al Lucchi venne commissionata nel 1604 la decorazione degli apparati fittizi per l’ingresso a Borgo San Donnino di monsignor Papirio Picedi, recatosi a prendere possesso della diocesi, incarico analogamente assegnatogli nel 1607 per il nuovo ingresso del vescovo Linati. Dipinse nel 1612 altre insegne per la Comunità in occasione dei festeggiamenti in onore della Duchessa sposa di Ranuccio Farnese. Il Santangelo, nelle schede delle pale borghigiana e bussetana, considera in esse un’influenza di Bernardino Campi anziché del Malosso. Pittore certamente non eccelso e variamente ritardatario nel gusto, il Lucchi si legò come temperamento all’ambiente parmigiano di quegli anni: a Piero Antonio Bernabei, a Giovanni Maria Conti, a Fortunato Gatti, artisti che portavano avanti gli strascichi manieristi di un Tinti o di un Alessandro Mazzola, in antitesi con i più dotati Amidano, Schedoni e Lanfranco. Le poche opere rimaste del Lucchi testimoniano tutte una costante dipendenza dai modi del Malosso, il quale, portatosi nel 1604 a Parma al servizio della Corte farnesiana per rimanervi non stabilmente fino al 1619 (anno della sua morte), spesse volte ebbe rapporti di lavoro, come imprenditore, con il Lucchi. Il Lucchi si avvicinò così sintomaticamente alla maniera del maestro e, abbandonando ogni personale vena inventiva, si buttò a una sua aderente imitazione, diventando il frutto più tipico dell’eclettismo cremonese innestato nel Parmense. Nel 1604 la sua prima attività venne esplicata in opere poco durature, come quelle degli apparati per mons. Picedi. Nel 1606-1607 analogamente il Lucchi, sotto la direzione del Malosso, partecipò alla dipintura di un carro per una mascherata della corte di Parma, su cui dovevano trovare posto il Duca e la sua sposa. Concorsero all’impresa i parmigiani Innocenzo Martini, Pierantonio e Alessandro Bernabei, Annibale Bertoja e altri otto artisti: tutti guidati dal Malosso, che oltre ai disegni fornì loro tutto l’occorrente per il lavoro. Sempre nel 1607 il Lucchi dipinse gli apparati per il vescovo Linati. Al 1610 è databile la Visitazione in San Michele a Borgo San Donnino: è probabile infatti che la data 1610, riportata dallo Zani fosse da questi letta sul finto cartellino attaccato sul piedistallo della colonna a destra, poi cancellato. Stilisticamente questa è opera della giovinezza del Lucchi, che vi mise in pratica la lezione malossiana in modo sgangherato e corsivo, avvicinandosi inevitabilmente alle distillazioni che il Chiaveghino operava dal Trotti, per via di quei colori vivaci così simili a quelli dellaPurificazione di dieci anni precedente.Nel 1612 il Lucchi eseguì ancora apparati, del 1614 è la paletta bussetana dove la gamma cromatica perde la gioiosa vivacità iniziale per opacizzarsi in impasti sordi, tra il 1615 e il 1620 va inserita la Purificazione, già in Santa Maria in Borgo Taschieri a Parma, poi nella sagrestria di Santa Croce, erroneamente pubblicata dal Santangelo come di Mauro Oddi ma sicuramente del Lucchi, come dimostrano le imprescindibili somiglianze con le tele di San Michele a Borgo San Donnino e di Busseto. Delle datazioni riportate dallo Zani, resta ancora senza riscontro in un dipinto quella del 1617. Si ha notizia che nel 1619 il Lucchi, sempre sotto il Malosso, partecipò alla decorazione del soffitto del Teatro Farnese a Parma assieme a molti altri pittori.Lo si desume dal fatto che, alla morte del cremonese, Francesco di Luca di Borgo, Leonardo Cremonesi, Alessandro Penadi, Lorenzo Capra, Alessandro Dea (tutti impegnati al lavoro del teatro) molto rimpiansero la morte del maestro. A questo anno risale anche la tela raffigurante Santa Margherita e Santa Lucia in carcere, e angeli nella chiesa parrocchiale di Toccalmatto.È sicuramente assegnabile al Lucchi per il traballante malossismo che vi si nota.Sul pavimento a sinistra, su un finto cartellino si legge la scritta lacunosa:Gaetani Coni rectori et nil libera ale 1619, da considerarsi come dedicatoria. Il capolavoro del Lucchi, l’Ultima Cena, siglato su un coltello F.L., è da porsi al terzo decennio del XVIIsecolo: il Lucchi, fondamentalmente in ritardo con i tempi, tentò un aggiornamento del linguaggio appannando di torbide ombre la gamma cromatica e ricercando effetti di lume più naturali. I folti gruppi degli apostoli sui lati della scena sono sottolineati dal fondale architettonico che si apre al centro con l’absidiola istoriata ad accogliere la mestizia del Cristo. Con grande efficacia compositiva la tovaglia bianca seziona lo spazio isolando in primo piano la snodata figura di Giuda, bilanciata dalla natura morta nell’angolo. Ancora multiforme è la cultura del dipinto perché sul ceppo malossiano il Lucchi innesta motivi tratti da vari artisti: il rapporto ambientale tra architettura e figure è simile nella Deposizione del Pordenone nel Duomo di Cremona, mentre l’ascendente di Giulio Campi si afferma nel personaggio di Giuda che il Lucchi estrae dall’Ultima Cena, sempre nel Duomo della stessa città. Nel ritrarre la natura morta con la pagnotta e la scaglia di fomaggio grana, cita gli esempi di Vincenzo Campi (si vedano le stesse cibarie nelle nature morte delCastello di Kircheim), mentre le grottesche che decorano l’absidiola sono chiaramente esemplificate su modelli di Cesare Baglione. Del resto non sono improbabili da parte del Lucchi frequenti viaggi di istruzione alla volta della vicina Cremona. Oltre alla pala d’altare, il Lucchi sicuramente ricevette la commissione per tutta la decorazione della cappella a sinistra del presbiterio. Infatti certamente suoi sono gli affreschi della volticella.Essi vennero ridipinti all’inizio del Novecento e dal rifacimento si salvarono solo tre dei quattro ovali inscriventi figure di Profeti o Evangelisti, molto sbiancate.Queste figure sono modellate in modo così simile agli apostoli della pala sottostante da poter anch’essi prendere posto nel dipinto.
FONTI E BIBL.:Thieme-Becker, vol. XXIII, 1929; Dizionario Bolaffi pittori, VII, 1975, 59; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 233;G.Godi, in Proposta 1 1973, 8-9; Aurea Parma 3 1979, 244.

Berceto 19 ottobre 1876-Fugazzolo 21 agosto 1952
Figlio di Pier Antonio. Dopo aver percorso le classi ginnasiali e i corsi liceali nel Seminario vescovile di Berceto, passò in quello di Parma per i corsi teologici e venne ordinato sacerdote il 28 giugno 1899 da monsignor Francesco Magani. Per due anni Delegato vescovile nella parrocchia di Rigoso, venne promosso alla parrocchia di Fugazzolo il 17 settembre 1901.Si laureò in Legge presso l’università di Parma. Fu parroco per cinquant’anni di Fugazzolo e professore nel Seminario vescovile di Berceto per oltre vent’anni. Istituì nel 1908 a Fugazzolo la Banca Rurale per favorire gli emigrati e gli agricoltori. Quando la Banca Cattolica di Parma dichiarò fallimento (1929), trascinando nel suo dissesto finanziario le agenzie della provincia, il Lucchi, per evitare gravi danni ai suoi parrocchiani, vendette parte del suo patrimonio paterno. Con la collaborazione dei parrocchiani ampliò la chiesa, costruendo le due navate laterali, ornandola dell’altare maggiore e del battistero e ricostruì il campanile, con un nuovo concerto di campane, fuse da Pietro Ferri.Restò famoso come erborista e conoscitore della flora dell’Appennino Parmense. Migliaia di persone di tutte le condizioni sociali, tra le quali il cardinale Nasalli Rocca di Cornegliano, arcivescovo di Bologna, sofferenti dei più svariati mali, ricorsero a lui per ottenere erbe medicinali. Pubblicò diversi opuscoli sulla flora dell’Appennino Parmense, specialmente su fiori, erbe e funghi. Per il loro studio il Lucchi percorse migliaia di volte i monti della Cisa, delCervellino e del Molinatico raggiungendo anche le zone più impervie per sentieri di difficile accesso.Delle sue scoperte restano innumerevoli articoli sul giornale La giovane montagna, di cui fu apprezzato collaboratore. Del Lucchi micologo, botanico e erborista restano i volumi Le piante medicinali dei monti parmensi (Parma, Bodoniana, 1926) e La flora del Molinatico, dell’Orsaro e del Cervelllino (Parma, Bodoniana, 1926). Scrisse inoltre Le Fabbricerie Parrocchiali, Il Prontuario delClero contribuente e Appunti sul Codice Penale.Alcune riviste ecclesiastiche ospitarono altri suoi articoli. Ebbe corrispondenza con illustri cultori di questioni giuridiche.Proverbiale fu la sua umiltà e il modo dimesso della sua persona. In riconoscimento dei suoi alti meriti, da monsignor Conforti fu fatto prima arciprete ad personam e canonico della chiesa plebana di Berceto e nel 1949 da monsignor Evasio Colli, canonico onorario della Basilica Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.:I.Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 186; A.De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171; Il seminario di Parma, 1986, 62; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16; F. Barilli, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1992, 14.

LUCCHI GIOVANNI CESARE, vedi LUCCHI GIULIO CESARE


Borgo San Donnino 1586-
Figlio di Giambattista e fratello di Francesco. Fu pittore e indoratore.
FONTI E BIBL.:P.Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XII, 1822, 126.

Parma 1907-1990
Fu gestore di osteria, conosciuto in Oltretorrente, a Parma, come il sordo.Dal 1937 condusse una nota osteria in borgo Sorgo, dove si beveva vino in scodella (lambrusco, malvasia e barbera) e si poteva mangiare anche una saporita busecca.Negli anni Sessanta il pittore Walter Madoi affrescò una parete dell’osteria.
FONTI E BIBL.:F. eT.Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 182.

Parma 26 dicembre 1900-post 1972
Studiò nell’Accademia di Belle Arti di Roma.Espose a importanti mostre come pittore e incisore: a Vienna, Bruxelles, Varsavia, Cracovia e Kosice.Insegnò disegno nella Scuola d’Arte di Reggio Emilia e in quella di Tunisi. Notissima e apprezzata fu la sua opera di ceramista.
FONTI E BIBL.:E. Tóth, Az úi Olasz Fametszömüvészet, Debrecen, 1938; C.Ratta, Congedo, Bologna, 1937; Quaderni Ratta, Bologna, 1933, II, 1934, III e 1935, V; C.Ratta, L’Ex-libris moderno in Italia, Bologna, 1933; 8° Salon: les Xilographes italiens, Bruxelles, 1933; P.Fornaciari, Ugo Lucerni, in Quaderni Ratta n. 3, Bologna; L.Servolini, Incisione italiana di cinque secoli, Milano, 1951; L.Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Arte incisione a Parma, 1969, 65; A.M.Comanducci, Dizionario dei pittori, 1972, 1767.

Attiggio 1878-Parma 3 gennaio 1964
Le prime prove della sua passione sportiva e delle sue doti ginniche si manifestarono nelle gare disputate a Terni: iscrivendosi alla Palestra Garibaldi, vinse diplomi di 1° grado e medaglie nel salto triplo, nel salto in lungo e nel giavellotto.Poi il servizio militare lo portò nella città di Belluno: fu furiere, furiere maggiore e sergente nel 68° Reggimento Fanteria, di cui divenne insegnante di esercitazioni ginnastiche e preparatore atletico dopo aver terminato il servizio di leva.Conquistò diverse medaglie d’oro, d’argento e di bronzo nelle gare, tra sottufficiali, di tiro col fucile, di tiro con la pistora, di scherma, in gare di marcia e in gare ciclistiche.Nel 1905 ricevette il certificato di tiratore scelto del 42° Reggimento Fanteria e nel Concorso Ginnastico Federale interprovinciale di Bassano fu insignito di diploma come caposquadra militare del 68° Fanteria.Nel 1908, nel Concorso Metodico di ginnastica educativa, fu classificato eccellente e premiato con l’oro come insegnante di ginnastica nel 68° Fanteria di Belluno.A Belluno si fermò fino al 1908: vi conobbe Paola Zuliano e la sposò intraprendendo la professione di insegnante di ginnastica.Dalla sua attività agonistica, sia a livello individuale che come caposquadra, ottenne lusinghieri successi: in concorsi regionali e nazionali gli vennero conferite corone d’alloro e medaglie a titolo personale e come caposquadra del Veloce Club Alpino e della Società Alpina di Belluno, in gare podistiche, velocipedistiche e in esercizi ginnici.Quando il Lucertini lasciò Belluno per trasferirsi a Modena (1909), la Società Alpina gli conferì un elogiativo diploma di benemerenza e L’Auto (il giornale sportivo di Francia) lo fregiò di un diploma per l’attività sportiva fino allora svolta, con le firme di H. Desgranges e J.Goddet. Dopo un breve soggiorno a Modena, il Lucertini si trasferì definitivamente a Parma. Insegnò nella Pia Casa di Provvidenza e nel Regio Riformatorio Lambruchini di San Lazzaro Parmense. Portò con successo i suoi allievi ai concorsi provinciali, regionali e nazionali. Uno dei tanti diplomi rende merito al Lucertini per aver presentato una squadra del Regio Riformatorio Lambruschini al 1° Concorso premilitare (1914), in occasione dell’Esposizione Internazionale di Genova (divisione Educazione Fisica). Dopo la prima guerra mondiale (che per tre anni interruppe i consorsi delle attività ginniche), il Lucertini assunse l’insegnamento nel Regio Istituto M. Melloni di Parma, pur continuando nei suoi impegni di preparazione atletica al Riformatorio Lambruschini, al gruppo Asilo Notturno, alla Scuola di Applicazione di Fanteria, al Ricreatorio Femminile Italia Forte (da lui fondato e organizzato) e al gruppo Forza e Virtù. Il Ministero di Giustizia (Direzione delle Carceri e dei Rifomatori) gli conferì un diploma Al merito della redenzione sociale (1925). Gli accadde a volte di portare ai concorsi anche due o tre squadre contemporaneamente, vincendo diplomi e medaglie: al concorso internazionale di Firenze (1924) fu presente con i gruppi della Scuola di Applicazione di Fanteria, del Ricreatorio Femminile Italia Forte e del Regio Istituto Melloni, al concorso delle Acciaierie e Ferriere di Novi Ligure, presentò il Ricreatorio Femminile Italia Forte, la Società ginnastica Forza e Virtù e un gruppo del Regio Riformatorio Lambruschini.Negli anni trenta fu nominato Direttore ginnico della G.I.L.: saggi ginnici, gare regionali e nazionali e corsi di educazione atletica lo videro sempre in primo piano per serietà d’impegno ed eccellenti capacità preparatorie e organizzative. Anche dopo il collocamento in pensione, continuò la sua opera in istituti parificati religiosi: San Benedetto, La Salle e i seminari diocesani. Fu sepolto ad Attiggio.
FONTI E BIBL.:Corriere di Parma 1986, 108-110.

LUCHENI LUIGI, vedi LUCCHENI LUIGI

LUCHETTI, vedi LUCCHETTI

LUCHI GIULIO CESARE, vediLUCCHI GIULIO CESARE

LUCHINO DA PARMA, vedi BIANCHINI LUCHINO


Parma 1760/1762
Fu assistente all’Ospedale della Misericordia di Parma e in seguito medico condotto a Borgo taro.Non dovette essere molto propenso all’opera dei frati cappuccini che svolgevano la loro missione nell’Ospedale di Parma perché nel 1760, dietro suo suggerimeno, fu proibito a un frate che si recava all’Ospedale per imparare a cavar sangue di entrare nell’infermeria delle donne.Dietro ricorso dei frati però, il protomedico Silvestro A.Ponticelli concesse di nuovo il permesso al cappuccino. Nel 1762 il Lucia fu bastonato da un inserviente della farmacia e da un servo dell’Ospedale e questo fatto fece molto scalpore. Fu poi nominato medico condotto a Borgo Taro per raccomandazione del ministro Du Tillot.Ebbe parecchie noie anche con l’amministrazione borghigiana per il suo carattere non certo malleabile, tanto che il Comune ne chiese l’allontanamento dalla condotta.
FONTI E BIBL.:U.A.Pini, Vecchi medici, 1960, 31.

LUCIA ODOARDO, vedi LUCIA EDOARDO


Parma 26 maggio 1891-1974
Figlio di Ercole e Giunipera Cordiviola. Avviata l’azienda in un piccolo laboratorio in Via Imbriani a Parma, sviluppò con grande intuizione creativa le tecnologie meccaniche al servizio dell’industria casearia, realizzando nella nuova sede di Via Bologna (costruita nel 1928) generatori di vapore tra i più moderni e avanzati, tanto da divenire fornitore delle principali industrie dell’epoca.
FONTI E BIBL.:Cento anni di associazionismo, 1997, 400.

Parma I secolo d.C.
Libera, consorte di C.Munatius, compare in una epigrafe in cui è menzionata e ritratta insieme al consorte e al figlio C.Munatius Novellus.Sia Lucilia che Romula sono elementi onomastici assai diffusi ovunque.
FONTI E BIBL.:M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 112.

Parma 1792/1798
Nel 1792 fu eletto abate del Santo Sepolcro in Parma. Decadde il 26 giugno 1798, quando a lui e a tutti i professi e fratelli dimoranti in quella canonica fu concesso il breve di secolarizzazione.
FONTI E BIBL.:V.Soncini, Chiesa Santo Sepolcro, 1932, 93.

Corniglio 983
Presunto martire cornigliese commemorato, assieme ad Amanzio, il 6 giugno, venerato anche a Caunes, nella diocesi di Carcassonne, e del quale si ha notizia in un documento del 983.
FONTI E BIBL.:M.Spalazzi, I santi Lucio ed Amanzio secondo la leggenda, in Corniglio nella festa dei suoi santi martiri, Parma, 1923; V.Soncini, I santi martiri cornigliesi Lucio ed Amanzio, Parma, 1924, 24; A.Amore, Lucio, Amanzio, Alessandro, santi martiri, in Bibl.Sanct.I, Roma, 1961, 934; Aurea Parma 52 1968, 8; F.da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 621.


Parma 9 agosto 1605-Mantova 17 giugno 1630
Figlio di Fulgenzio e Battistina.Fu Priore scolastico.Dal 1622 fece parte della Società di Gesù, con sede a Mantova.
FONTI E BIBL.:P.Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 305.

Torrile I secolo a.C./I secolo d.C.
Libera, filia di M.Lucretius M.f.Lupus e di Titia M.f. e sorella di M.e P. Lucretius.Il suo nome compare nel cippo dei Lucretii rinvenuto a Torrile nel 1925.
FONTI E BIBL.:M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 113.


Torrile I secolo a.C./I secolo d.C.
Fu padre di M.Lucretius Lupus, e quindi avus di Lucretia e di M. e P.Lucretius. Il suo nome compare nel cippo della famiglia dei Lucretii ritrovato a Torrile nel 1925.
FONTI E BIBL.:M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 113.


Torrile I secolo a.C./I secolo d.C.
Libero, filius primogenito di Marcus Lucretius M.f. Lupus e di Titia M.f. e fratello di Lucretia e di P.Lucretius. Il suo nome è documentato nel cippo dei Lucretii ritrovato a Torrile nel 1925.
FONTI E BIBL.:M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 114.


Torrile I secolo a.C./I secolo d.C.
Figlio di Marcus. Libero, il suo nome compare nel cippo della famiglia dei Lucretii ritrovato a Torrile nel 1925, dove è detto pater di Lucretia e di M. e P.Lucretius. La mater fu Titia M.f. Lucretius è nomen molto diffuso ovunque, soprattutto in Cisalpina. In Cispadana si rileva soltanto, oltre che in questa, in altre due epigrafi. Lupus, cognomen pure assai diffuso, soprattutto in Italia e nelle province celtiche, è documentato in Cispadana in alcune epigrafi ravennati e in una di Piacenza ma si trova, anche se non molto frequentemente, in tutta la Cisalpina. L’ampiezza del sepolcro di Torrile è quella più modesta, forse la più frequente nella zona (dodici piedi per lato), in genere tuttavia usata per un minor numero di persone. Per le caratteristiche paleografiche (cfr. le T longae e la forma delle lettere) l’iscrizione è databile alla prima età imperiale.
FONTI E BIBL.:M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 115-116.


Torrile I secolo a.C./I secolo d.C.
Libero, figlio di MarcusLucretius M.f. Lupus e di Titia M.f. e fratello di Lucretia e di M. Lucretius, documentato nel cippo dei Lucretii rinvenuto a Torrile nel 1925.
FONTI E BIBL.:M.G.Arrigoni, Parmenses, 1986, 114.

LUDEDERI BERNARDINO, vedi ZACCAGNI BERNARDINO

LUDOVICO DA PARMA, vedi MARMITTA LODOVICO MARIA e SILVAGNI LUDOVICO

LUDOVICO DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA LODOVICO FILIPPO

LUDOVIGO o LUDVIGO DA PARMA, vedi LODOVICO DA PARMA

LUGAGNANI GIUSEPPINA, vedi ASSONI GIUSEPPINA


Bergamo 18 maggio 1897-Cortellazzo 24 giugno 1918
Si trasferì a Parma al seguito della famiglia quando era ancora giovanissimo. Nel 1915, studente universitario, si arruolò volontario per la prima guerra mondiale nel Corpo Nazionale Volontari Ciclisti e partì il 24 maggio per raggiungere la Compagnia di Piacenza, ove venne assegnato al reparto di Parma col quale fu avviato in zona di guerra sul basso Tagliamento. Ivi prestò servizio sino allo scioglimento del Corpo Nazionale Volontari Ciclisti disposto dal Ministero della guerra.Subito dopo si arruolò per la seconda volta volontario nel 62° Reggimento Fanteria, che raggiunse al fronte.Ammesso a sua domanda al corso allievi ufficiali, ne uscì col grado di Aspirante e venne assegnato, successivamente, a diversi reggimenti, coi quali partecipò a numerosi e importanti combattimenti sulle posizioni più contese del fronte, per molti mesi e sino alla primavera del 1918. Con la promozione a Tenente fu assegnato al 207° Reggimento Fanteria e da questo, a sua domanda, passò al Battaglione Marina Caorle, prendendo parte a sanguinosi combattimenti sul Piave, sino a quando trovò morte gloriosa alla testa del suo reparto. Alla sua memoria fu concessa la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: Calmo e sereno, durante un’azione offensiva, benchè ostacolato da numerose mitragliatrici avversarie, portava con slancio mirabile il proprio plotone fin sotto i reticolati nemici, tentando più volte, impareggiabile esempio di tenacia, di sorpassarli. In un ultimo tentativo, colpito a morte, cadeva gloriosamente alla testa del reparto.
FONTI E BIBL.:G.Bagnaschi, Volontari plotone Parma, 1965, 36-37.

Suzzara 1924-Parma 14 gennaio 1994
Praticamente visse sempre a Parma, città ove si trasferì con la famiglia nel 1937 e dove lavorò per molti anni nello studio di borgo Giacomo Tommasini. Diplomato all’Istituto d’arte Paolo Toschi di Parma, studiò all’Accademia di Brera a Milano e a quella di Bologna.Dal 1956 partecipò a varie mostre e concorsi di pittura, tra cui Resistenza a Bologna, Sant’Ilario e Tricolore a Reggio Emilia, Biennale di Parma, Golfo della Spezia, Premio Bergamo, Mostra d’autunno e  Arte contemporanea in Emilia a Bologna, riportando premi a Sant’Ilario nel 1956, Emilia Romagna (1958), Modigliani a Livorno (1959), Mostra d’autunno (1963) e Tricolore (1964). Insegnò disegno nelle scuole medie dal 1959, dedicandosi, contemporaneamente e con grande perizia, a lavori di restauro di dipinti antichi. Il Lui restò pittore solitario, dalla fantasia accesa ma dal quadro centellinato, vissuto in una dimensione propria, permeata essenzialmente di lirismo, attento e sensibilissimo al colore che lo circondava. Un colore e un mondo spesso ribaltato, tra Chagall e Soutine (a esempio, una bellissima Piazza di Parma del 1964, in una prospettiva sognata ma di notevole potenza di pennellata e di cromatismo), maturato e raffinato di dentro, prima di venire espresso di getto, in superfici costruite senza ripensamenti. Dall’altra parte, il Lui realizzò poche opere, meditate per mesi.Nella pittura del Lui i personaggi appaiono distaccati e pur vivi, i paesaggi deformati e pur reali: come uno stato di dormiveglia, in cui la felicità del sogno non riesce a essere mai completamente se stessa trascinandosi alla base un’articolazione umana e una consistenza delle cose che non si sciolgono mai completamente.
FONTI E BIBL.:Gazzetta di Parma 15 gennaio 1994, 9.

Parma 1746/1770
Fu contrabbassista alla chiesa della Steccata di Parma dal 23 aprile 1751 al 1770 e alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1746 al 25 marzo 1769.
FONTI E BIBL.:Archivio della Steccata, Mandati 1751-1770; Archivio della Cattedrale, Mandati 1726-1747, 1748-1761, 1762-1772; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168.

LUIGI DA BORGO SAN DONNINO, vedi PISANI GIULIO MARIA

LUIGI DA CERESETO, vedi OMEGNA LUIGI

LUIGI DA SAN SECONDO, vedi CAMPANINI GIACOMO

LUIGIA MARIA TERESA DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA

LUIGI ANTONIO DA PARMA, vedi NEGRONI GIUSEPPE PIO

-Parma 8 giugno 1630
Frate francescano conventuale, fu cantore (basso) alla Corte di Parma dal 2 gennaio 1626 fino alla morte.In quel periodo di tempo fu pure cantore alla chiesa della Steccata di Parma.
FONTI E BIBL.:N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 129.

LUISA, vedi MUSCI TERESA e RICCÓ GINA

LUISA DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA

LUISA ELISABETTA DI BORBONE, vedi BORBONE FRANCIA LOUISE ELISABETH

LUISA MARIA D’ARTOIS, vedi ARTOIS LOUISE MARIE THERESE

LUISA MARIA TERESA DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA MARIA LUISA TERESA


Parma 1604
Fu musico alla Corte Farnese di Parma a partire dal 1 gennaio 1604.
FONTI E BIBL.:N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Langhirano 26 settembre 1920-Parma 11 gennaio 1954
Studente e ufficiale di complemento, dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza, capo di stato maggiore del Comando unico della Zona Est-Cisa.Dopo la Liberazione, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare per il suo contributo alla lotta partigiana.
FONTI E BIBL.:Enciclopedia della Resistenza e dell’Antifascismo, III, 1976, 438.

Costamezzana 11 agosto 1903-Montechiarugolo 2 maggio 1983
Figlio di Giovanni.Fondatore dell’associazione stampa sportiva parmense.Fu una delle figure più rappresentative dello sport parmense, pur non avendolo mai praticato a livello agonistico.Fu infatti un appassionato di calcio, nuoto, sci, motociclismo, scherma e tennis. Nel 1926 fondò l’Associazione stampa sportiva parmense, dopo essere stato redattore sportivo de Il Piccolo, della Gazzetta di Parma, del Corriere Emiliano e del Corriere dello sport.Per diversi anni fu medico sociale del Parma (calcio), della Parmense (ciclismo), della Rugby Parma e di altre società sportive.Inoltre ricoprì la carica di presidente onorario del Moto Club Lunardi, il sodalizio intitolato alla memoria del figlio Giuseppe, tragicamente scomparso nello svolgimento di una gara di speedway.
FONTI E BIBL.:Gazzetta di Parma, 24 gennaio 1993.

Noceto 1874-Noceto 6 agosto 1916
Fu medico del 62° Reggimento Fanteria di stanza a Noceto, alloggiato nel salone parrocchiale, nella casa del Popolo e alle Tettoie.La sua opera di medico condotto in Noceto non conobbe sosta e il suo prodigarsi in ogni istante per lenire il dolore altrui lo portò a morte prematura all’età di quarantadue anni.
FONTI E BIBL.:G.Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 283.


Parma 1770/1780
Nel 1770 era allievo della Reale Scuola di Ballo di Parma. Danzò al Teatro Ducale nel Carnevale del 1770 ne L’avaro, nel 1774 nello spettacolo dato in occasione della venuta dell’arciduca di Milano, nel 1779 negli spettacoli della Fiera di Colorno e nel 1780 al Teatro Ducale in Il cavaliere errante.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Soragna-1319/1348
Figlio di Goffredo.Nel 1318, essendosi rifiutato di sottomettersi a una condanna emanata contro di lui da Simone Crivelli, podestà di Parma, fu fatto prigioniero (dopo che il castello di Soragna, nel quale si era rifugiato, era stato incendiato) e condotto a Parma. Solo a stento riuscì a salvarsi dalla pena di morte che era stata bandita contro di lui.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. I.


Parma-1338
Figlio di Rolandino e di Matilde. È ricordato per la proma volta in un documento dell’anno 1319.Fu preposto di Soragna.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.III.


Parma 1335 c.-Padova o Mantova 1412
Figlio di Guido di Rolandino e di Mabilia, ebbe insieme agli altri Lupi l’investitura della corte di Soragna (1347) da Carlo IV.Nel 1356 combattè in favore dei Genovesi contro i Visconti e rimase prigioniero nella battaglia di Casorate. Fu podestà di Pavia nel 1359 e combattè con onore contro Galeazzo Visconti: a tal proposito l’Angeli scrive che il Lupi fu capitano dei pavesi, e ruppelo, uccidendovi molti nobili e facendone assai prigioni, oltre una innumerevole moltitudine d’altri che ne restò uccisa e presa.Alla fine, però la città di Pavia cadde nelle mani delle truppe milanesi. Assunse poi nel 1368 la podesteria di Belluno. Nel 1370 fu inviato dalla città di Padova a prendere in consegna dal podestà Ugolino Scrovegni la città di Belluno.In data 10 novembre 1372 è nominato nel trattato di pace tra i Visconti e la Lega. Nel 1372 risulta capitano dei Padovani nella guerra contro Venezia, distinguendosi, insieme al fratello Simone, in vari fatti d’arme vittoriosi per i Carraresi.A lui si deve la distruzione, avvenuta il 15 dicembre, delle bastie di Lugo e di Lova.L’anno dopo, il 1° luglio 1373, nello scontro presso la bastia di Buon Conforto, venne tuttavia fatto prigioniero insieme al conte di San Bonifacio (che l’aveva in precedenza nominato capitano di Piove di Sacco) e ad altri comandanti patavini e ottenne la liberà soltanto il 27 settembre, stabilita che fu la pace tra le due città. Nel 1378 risulta coinvolto nella sconfitta di Mestre e, secondo il Litta, è il solo dei Lupi che nel 1387 si ricordi nella guerra contro gli Scaligeri: al fatto d’arme di Brentella (11 Maggio) guardava la bandiera. Nel 1385, insieme a Bonifacio Lupi, ottenne dal Conte di Virtù la facoltà di costruire un castello in Soragna, ove possedeva diversi beni in località Cantone dei Manghi. Dopo essere stato nel 1393 Podestà di Riva di Trento, non si hanno di lui molte notizie, se si esclude quella di una sua presenza a Parma nel 1407, ove figura, in età certamente assai avanzata, tra i membri del Consiglio Generale.Venne sepolto nell’oratorio di San Giorgio in Padova, accanto allo zio Raimondino.Ebbe pure la sua statua funebre e l’iscrizione D.nus Antonius marchio Soraneae, nepos.In precedentza testò a Mantova, ove risiedeva in Contrada Sant’Egidio, a favore del figlio Raimondino, disponendo vari legati a beneficio della moglie.All’ospedale Rodolfo Tanzi di Parma lasciò due casamenti da lui acquistati in Soragna e due pezze di terra nella stessa giurisdizione, che erano già state della madre Mabilia. Nel 1361 sposò Luisina di Tommasino Beccaria di Pavia ed ebbe un unico figlio, il Raimondino già ricordato.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna, Feudo e comune, 1986, I, 318-319.


Soragna 1256 c.-ante 1327
Fu figlio di Ugolino di Guido.Eletto Podestà di Reggio nel 1286, il Lupi si trovò a dover sedare le numerose discordie e i frequenti tumulti che travagliavano la città.Non essendovi riuscite le varie ambasciate inviate dai parmigiani, vi si applicò con decisione, condannando a morte i più facinorosi e i delinquenti. Ne fu pretesto anche l’uccisione di Guido e Bonifacio da Bibbianello a opera dei sicari dei Canossa, per la qual cosa il Lupi fece arrestare e torturare Guido da Albareto.Ma, aggiunge il Salimbene, detti tormenti furono sì miti che l’imputato, lasciato libero perché prosciolto dalle accuse, si diede subito a far festa con i suoi parenti, alimentando così il diffondersi delle voci che davano il Lupi corrotto per denaro (cui obediunt omnia) e le torture inflitte tutta una messa in scena. Otto anni dopo, nel 1294, il Lupi venne fatto Podestà di Pistoia.Nel luglio di quell’anno la città fu devastata da un terremoto che fece numerosi danni alle cose e alle persone e tanto benemerita fu l’opera del Lupi che venne riconfermato nella carica anche per l’anno successivo.La sua fortuna crebbe ancora nel 1302 quando, dopo la disfatta di Matteo Visconti avvenuta nel Lodigiano a opera delle truppe del Marchese di Monferrato, dei Cremonesi, dei Piacentini guidati da Alberto Scotti e dei loro alleati, i principi Dalla Torre furono rimessi in possesso di Milano: per i meriti acquisiti a loro favore, il Lupi venne da questi nominato Podestà della città. Nel 1305 per breve tempo fu alleato di Giberto da Correggio che aveva permesso il ritorno dei Lupi a Parma.Poco tempo dopo però si alleò coi Rossi per cacciare il Correggio dalla città ma il tentativo fallì e i Lupi furono nuovamente costretti all’esilio.Il 22 dicembre 1305 si rifugiò col fratello Rolandino in Soragna.Ma il Correggio, attaccato il castello di Soragna, scacciò definitivamente il Lupi a Reggio, accolto dagli Estensi.Solo nel gennaio del 1311, una volta allontanato da Parma il Correggio dai fuoriusciti di Brescia e di Cremona, il Lupi poté rientrare in città grazie all’imperatore Arrigo di Lussemburgo.Ma il 25 febbraio dello stesso anno i Lupi vennero nuovamente cacciati da Parma e dal Castello di Soragna dal popolo di Parma.Fu infine nel 1318 a Castellina di Soragna per occupare la rocca che teneva Manfredino Pallavicino, il quale si rivolse poi al podestà di Parma, Contino dei Grassi, per riavere quanto a lui ingiustamente tolto.Il Lupi sposò il 22 novembre 1282 Margherita di Enrico Pallavicino di Varano e da questo matrimonio nacquero Ugolotto, Corrado (canonico nella cattedrale di Borgo San Donnino e nel 1329 prevosto di Santa Maria in Castellina), Agnesina, Franceschina, Beatrice e Bernardino, quest’ultimo naturale.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. II; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna, Feudo e comune, 1986, I, 309-310.

ante 1327-Padova 1367 c.
Figlio di Rolandino di Guido e di Matilde. Insieme ai fratelli Montino, Guido, Antonio e Raimondino, contese nel 1327 a Manfredino Pallavicino l’investitura di Soragna e Parola, che era stata da lui richiesta a Ludovico il Bavaro dopo che il Papa l’aveva privato delle medesime terre. Grazie all’appoggio del Comune di Parma, i Lupi ebbero in effetti riconosciuto il dominio su Soragna e le corti di Redalda e Parola. Due anni dopo però, sollecitati dal Bavaro, i Lupi rinunciarono all’investitura a favore dei Pallavicino, ottenendone quale compenso l’esenzione per dieci anni dal pagamento delle pubbliche gabelle. Divenuto nel 1343 prevosto della chiesa diSanta Maria in Castellina, dal 1359 risiedette per lo più a Padova.Qui testò il 14 marzo 1367 a favore del fratello Raimondino e dei nipoti Simone e Antonio e dopo la sua morte venne sepolto nell’oratorio di San Giorgio, ove ebbe pure la sua statua funebre recante sull’acroterio le parole D. Bonifacius marchio soraneae filius. La stima che lo circondò in vita fu tale che il popolo padovano si recava al suo sepolcro come fosse stata l’urna di un santo.Tanto che i frati della Compuntiva, per fare cessare quella forma di idolatria, chiusero l’oratorio e spogliarono il monumento della statua e di ogni decorazione.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III; B.Colombi, Soragna. Feudo e comune, 1986, I, 328.


Parma 1320-Padova 21 giugno 1390
Figlio primogenito di Ugolotto e di Legarda Rossi, dovette, come il padre e gli altri della sua famiglia, subire i soprusi dei Visconti: nel 1351 fu costretto dall’arcivescovo Giovanni a rinunciare a tutti i titoli di origine imperiale e a dargli nel contempo cauzione di diecimila fiorini d’oro (che ottenne tramite l’impegno di vari nobili veneti), dopo di che il Lupi andò esule a Padova, dove, lo stesso anno, nominò un suo procuratore per prendere possesso, a Soragna, dell’eredità paterna.Fedele a Carlo IV, venne dallo stesso (13 febbraio 1354) liberato dal giuramento di obbedienza prestato al Visconti e più tardi (14 giugno dello stesso anno) ottenne l’investitura feudale delle terre di Crema, Pizzighettone e Castelnuovo di Bocca d’Adda, luoghi tutti soggetti ai Signori di Milano e, come tali, non disponibili dall’Imperatore: una concessione, quindi, di nessun valore pratico, che dimostra, alla pari di altre rilasciate a soggetti diversi, la tendenza di quel sovrano a procacciarsi amici e mezzi finanziari con liberalità a basso costo.Avuta nel 1355 la cittadinanza di Venezia, il Lupi fu in quell’anno infeudato da Carlo IV del Castello e Valle di Primiero in Valsugana, di cui nel 1367 promulgò gli Statuti, e fu poi al suo seguito a Roma quando ricevette la corona imperiale.Sempre dal nuovo Imperatore ebbe una pensione di 300 fiorini esigibili dal Comune di Firenze: fu forse questo uno dei motivi che spinse il Lupi a recarsi in quella città, ove nel 1359 risulta alla guida di 30 barbute comunali.Eletto nel 1362 Capitano generale nella guerra contro i Pisani per le franchigie di quel porto, ricevette dalla Signoria il bastone del comando e le bandiere a mezzogiorno del 20 giugno, nell’ora cioè che gli era stata indicata come più propizia dagli astrologi.Riuscì in pochi giorni a mettere insieme un esercito di 1500 cavalli e 4000 fanti (tra cui 1500 balestrieri) e con esso, noncurante del parere avverso dei suoi consiglieri ai quali replicò dicendo che l’arti della guerra erano ben diverse da quelle della mercatura, si diresse da Pescia verso Fucecchio e Castelfranco.Per lo stretto di Valdera corse poi fino a Ghizzano e con l’impeto delle proprie balestre ne costrinse dopo due giorni alla resa la fortezza (26 giugno). Pregiando più il suo honore che la gratia e amore de’ privati cittadini, volle proseguire oltre e in pochi giorni prese e predò Padule, Riccavilla, Castelsampiero, il mercato di Forcoli, guastando e mettendo a fuoco trentadue tra castella, fortezze e villate dei Pisani, nelle quali arsono oltre a 600 case con danno quasi inestimabile.Chiese battaglia al grosso dell’esercito avversario asserragliato a Castel del Fosso e non l’ebbe, ma poi, per mancanza di mezzi e di viveri, preferì ritirarsi a Petriolo, mandando 400 tra barbute e ungari, con 500 masnadieri sotto la condotta di Leoncino dei Pannocchieschi a far prede nelle maremme verso Monte Scudaio, rifiutando comunque per sé quanto come capitano gli competeva.In quell’occasione (secondo l’Angeli e gli altri storici del tempo) furono condotte al campo mille e dugento buffale, novecento vacche, assai vitelli, oltre a mille porci e altro bestiame minuto assai.A dire del Villani, il Lupi fu huomo quasi solitario e di poche parole, ma di gran cuore, di buono e savio consiglio e maestro di guerra, mentre il Marangone annota che fu uomo di suo capo, e non voleva troppo i consigli dei cittadini, e non diceva loro i suoi segreti, e non faceva cosa nissuna secondo il loro volere.E furono proprio i suoi consiglieri, che il Lupi in maniera così evidente aveva più volte messo in disparte, a porlo in cattiva luce verso la Signoria, la quale di lì a poco, temendo conseguenze negative da azioni troppo azzardate, lo sostituì nel comando con Rodolfo da Verano, Signore di Camerino.Dopo essere stato fatto Maresciallo dell’esercito, il Lupi si ritirò ben presto a Firenze, non tollerando la dissolutezza di costumi del nuovo capitano e la conseguente indisciplina del campo.Richiamato però dai Fiorentini, che vedevano peggiorare le sorti della guerra, fu messo di nuovo alla testa di 1000 balestrieri e 200 fanti a cavallo e inviato all’assedio di Peccioli.E quando questa contrada chiese una tregua e patteggiò la propria resa (che avvenne il 10 agosto), il Lupi, ponendosi con le sue insegne a guardia del luogo dopo che una delle due torri era crollata, impedì che i suoi soldati entrassero e violassero col saccheggio gli accordi della capitolazione.Per questa prova di coraggio e di lealtà, il Lupi venne ricompensato con l’onore di fare cavaliere del popolo, a nome del Comune, il conte Aldobrandino Orsini (29 agosto 1362), lo stesso che a nome della Signoria aveva preso il pacifico possesso della città di Peccioli dopo la resa.Nel 1364 fu ancora al soldo dei Fiorentini e più tardi si trovò a fianco del Conte Arrigo da Monforte nella guerra contro i Pisani, che con Manno Donati riuscì a sconfiggere presso il borgo di Cascina (29 luglio 1366).Questi e probabilmente altri meriti gli valsero la concessione della cittadinanza di Firenze, che ottenne il 23 gennaio 1369 con l’esenzione dalle tasse. Non fu tuttavia un’onorificenza isolata, perché già tre anni prima (27 giugno 1366) aveva avuto dall’imperatore Carlo IV un nuovo attestato di considerazione con la nomina a consigliere, segretario familiare, domestico e commensale suo e dell’Impero, con l’assegnazione di sei cavalli e di altrettanti serventi.Intorno al 1372 il Lupi fu a Padova al servizio dei da Carrara, per i quali il 3 maggio andò come ambasciatore al Re d’Ungheria per chiedere nuovi aiuti militari.Comandante nell’esercito carrarese, partecipò a un consiglio di guerra con altri Lupi e di lì a poco venne inviato al cardinale legato di Bologna per perorare la causa contro Venezia.Cavalcò poi verso la Toscana per assoldare sotto le bandiere patavine la compagnia Bianca inglese di John Hawkwood e nell’ottobre dello stesso anno fu a Monselice alla guida di ventimila cerne.Giunte infine le condizioni di pace tra Padova e Venezia, il Lupi fu mandato a trattarle insieme al patriarca di Grado (agosto 1373).Nel 1377 chiese al Comune di Firenze di poter avere una propria sepoltura in San Giovanni: pur esternando la sua volontà di ornare il tempio con vari mosaici e fondarvi quattro cappellanie, non riuscì a ottenerla.Nonostante ciò, legato come era alla città che gli aveva dato onore e fama, diresse subito i suoi intenti alla fondazione di un ospedale con due separate infermerie, in via San Gallo, dopo che la Signoria di Firenze gli aveva autorizzato l’acquisto dell’area necessaria (23 dicembre 1377).L’ospedale, che il Lupi dedicò a San Giovanni Battista e dotò con numerosi beni, venne poi detto di Bonifazio e fu condotto a compimento nel 1387.A esso fu unito anche l’ospedale di San Michele della Croce che il Lupi aveva acquistato dal podestà Pietro Emo.In tutta quest’opera, che gli valse per secoli il ricordo dei Fiorentini, furono spesi ben venticinquemila fiorini d’oro, oltre a una costituita rendita annua di altri 700.Nuove provvidenze patrimoniali furono apportate successivamente dallo stesso fondatore e dalla consorte Caterina.Nel 1388 (13 giugno) la Signoria concesse l’esenzione delle gabelle per i lasciti a favore del nuovo ospedale, al quale nel 1436 papa Eugenio IV assegnò i beni del soppresso monastero di Santa Maria Maddalena di Querceto, dell’Ordine Camaldolese, mentre papa Alessandro VI nel 1503 fece altrettanto per le entrate della chiesa di Santa Maria a Cajano.Due secoli dopo (maggio 1734), mutatisi i tempi e le esigenze della città, papa Clemente XII, al fine di favorire la realizzazione di un ampio Conservatorio dei poveri, soppresse vari pii istituti, tra cui l’ospedale di Bonifazio, e più tardi le sue entrate vennero unite a quelle dell’ospedale di Santa Maria Nuova.Intanto il Lupi, che si trovava sempre al fianco dei Signori di Padova, fu mandato nel 1383 come negoziatore di pace all’Arciduca d’Austria nella guerra di Treviso e poco dopo riuscì a sedare i tumulti popolari contro Francesco Carrara il Novello, al quale il padre, assalito dalla Lega viscontea, aveva rinunciato alla Signoria.In tale azione ebbe l’elogio degli storici del tempo, che lo definirono vecchio d’animo e di senno profondo, in lealtà ed in utile consiglio passato ogni altro cavagliero.Cresciute però le pressioni cittadine, il Carrara fu costretto ad abbandonare Padova e il Lupi, che già era stato membro del Consiglio dei Trecento, fu fatto Capitano Generale del Popolo (dicembre 1388) e fece quell’ufficio con gran discrezione e amorevolezza con tutti, ovviando i pericoli e scandali che occorrevano nella città. Da ricordare che nel frattempo il Lupi, unitamente al cugino Antonio, aveva ottenuto da Gian Galeazzo Visconti la licenza di costruire (come subito fece) un castello in Soragna (1385), segno che il Signore di Milano aveva cominciato a guardare con più benevolenza e considerazione i marchesi Lupi. Il Lupi fu essenzialmente un capitano di ventura e come tale portato quindi a porre le proprie armi al servizio anche di Signorie diverse.Cosicché, come da un lato (e durante pure l’ultimo atto del dominio Carrarese) egli viene definito uomo grave e di gran fede verso i da Carrara, e di molta autorità appresso i Padovani, dall’altro non deve stupire il fatto che il Lupi possa aver accettato i Visconti quando questi vennero a succedere nel dominio patavino.Anche se non figura tra i maggiorenti che prestarono giuramento di fedeltà al nuovo Signore, non esitò a respingere le proposte di tradimento avanzate da Francesco Novello quando gli chiese di aprire una breccia nel muro della sua casa (vicino alla chiesa di San Fermo) per poter entrare in città: Io non fuy may traditore e mentre io fuy al servitio di la Caxa da Carara fuy liale a loro, e così intendo da eser a la Caxa di Visconti e specialmente dil Conte di Vertù. Questo diniego potrebbe essere stato la causa della sua morte, avvenuta (secondo il Sartori) il giorno dopo, 21 giugno 1390, a opera dei fautori del Carrarese quando riuscirono a entrare in Padova per il portello di San Matteo.Va comunque detto che nella Cronaca del Gataro non si ha menzione del Lupi né tra quelli che furono uccisi né tra quelli che furono fatti prigionieri o lasciati liberi di espatriare (e per la fama del personaggio un simile evento non poteva passare in sordina), cosicché è logico anche pensare alla sua morte in epoca successiva.Su tale data di morte dissentono l’Affò, il Pezzana e il Litta, i quali l’assegnano al 23 gennaio 1389, secondo cioè quanto inciso sulla lapide marmorea posta sul suo monumento funebre, la quale reca altresì l’elogio del Lupi: Proh dolor! Hic miles iam bello clarus et armis iam terra pelagoque micans Bonifacius atra molle iacet quem Parma tulit qui marchio vixit soranee gentis decus et summa Luporum gloria pro latiis qui quondam plurima gessit praelia ductor heris et saepe decora triumphis hic hic cuius erat consulta resumere letus imperialis apex regique domesticus idem astitit ungarico domino vir gratus utrique quidni?Consilio fuit hic probitate fideque iusticiaque nitens superum devotus et alme relligionis amans quo non praestantior alter recta sequi maiorque sui dilector honoris at quid fata virum tanti prostrasse iuvabit?Sidera mens scandit gelidum licet ossa sepulcrum stringa et aeternum sua vivet fama per aevum MCCC LXXXVIIII die XXIII.Ragionevoli dubbi sulla corrispondenza della data della lapide con quella della morte sono comunque giustificati dall’esistenza di documenti successivi a essa, dai quali risulta evidente l’essere il Lupi in vita: un decreto del ministro generale Fra’ Enrico da Asti datato 30 agosto 1389 con cui gli conferma tutte le precedenti concessioni sulla cappella di San Giacomo, un rogito di Giordano Machiavelli del 9 settembre 1389, con cui il Lupi cede a Giacomo de Alleis, per 300 fiorini d’oro, tutti i crediti da lui vantati verso il banchiere fiorentino Nicolò Bechi e un atto rogato da Andrea Codagnelli il 13 marzo 1390, con il quale il Lupi approva quanto il rettore del suo ospedale ha disposto a favore di alcune monache.Il 10 marzo 1391 la Signoria di Firenze autorizzò gli esecutori testamentari del Lupi a far celebrare in tale città un solenne ufficio funebre cum cera, banderiis, equis, drappis.Prescindendo comunque da questa disputa cronologica, il Lupi già poco più che settantenne, venne sepolto a Padova nella sontuosa cappella che diversi anni prima aveva fatto edificare nella Basilica del Santo e che, forse in ricordo anche dell’originaria Soragna e del titolare della sua chiesa, aveva dedicato a San Giacomo Apostolo.Un ritratto del Lupi è giunto attraverso un’incisione settecentesca tratta da un dipinto su tavola esistente nell’ospedale di Firenze (J.Verkraysse, 1757) raffigurante lo stesso in atteggiamento orante: vicino a lui l’identico stemma che si ritrova nel proprio sigillo.Sposò dapprima (nel 1341) Filippina di Ubertino Lupi, marchese di Soragna, e poi (verso il 1369) Caterina di Antonio Franzesi della Foresta dei Signori di Staggia e di Cina Cinughi di Siena.Quest’ultima fu dama assai colta e raffinata: i suoi ripetuti contatti con Firenze e Siena, ove aveva anche numerosi interessi economici, le offrirono l’occasione di frequentare anche numerosi artisti, per cui non è improbabile che proprio a lei debba imputarsi l’ispirazione per le decorazioni pittoriche della cappella voluta dal Lupi.La Franzesi fu altresì pia e devota, come attestano anche i lasciti a ordini religiosi e le sue disposizioni benefiche. Rimasta vedova, si trasferì a Venezia, di cui in precedenza aveva ottenuto l’ammissione al patriziato, e qui, il 19 luglio 1405, stese il suo testamento e forse nello stesso anno chiuse i suoi giorni terreni.Le sue spoglie però, secondo quanto da lei stessa disposto, trovarono sepoltura a Padova accanto al marito.Il Lupi, non avendo figli, testò il 5 luglio 1388 e, non senza lasciare cospicue rendite a favore della moglie e disporre ampie liberalità per l’ospedale da lui eretto in Firenze (e per il quale fissò dettagliate norme di regolamento), designò come beneficiario della parte più importante del suo patrimonio, compresa la metà del castello di Soragna, il nipote Ugolotto Biancardi, figlio della sorella Caterina. È una disposizione che non trova ragioni immediate, considerando pure che il testamento prevedeva, in mancanza di eredi del Biancardi, il passaggio dei beni ai Rossi di San Secondo, le cui sepolture già avevano trovato posto nella cappella di San Giacomo fatta erigere dal Lupi.Non va d’altronde dimenticato che i rapporti tra zio e nipote erano da tempo divenuti assai stretti, tanto che nel 1386 il Lupi concesse persino a Ugolotto Biancardi la facoltà di fregiarsi del proprio stemma e ornare con questo tanto le sue vesti e armature quanto le sue bandiere: D.Bonifacius de Lupis digne praemeditans et attendens personam generosam et virtutis multimodae perinsigniti Ugolotti de Blancardis de Parma eiusdem d.Bonifacii nepotis dilecti potestatem dedit ut deinceps perpetuo idem Ugolotus in suis quibuscumque lanceriis vexillis penelonibus supervestibus et armis quibuscumque ac elmis cristudis et galeis, necnon picturis et texturis quibuslibet zimerium et insignem praeclaram vernicis, videlicet capite cum collo vernicino albedine renittentis, cum cornibus nigris infra deductis ac auribus magnis, coloris eiusdem.Sta di fatto, però, che la figlia di Ugolotto Biancardi sposò poi Francesco Lupi, cosicché feudo e beni rimasero ai marchesi né il castello di Gallinella, che il Lupi acquistò il 3 agosto 1378 da Benedetto e Pietro Petroni, né le varie terre in località Corticelle dei Marchesi che a lui vendette Bernardo Vidice di Parma: il tutto infatti (giurisdizione compresa), per disposizione testamentaria, venne ceduto a Maffeo del fu Franceschino Petroni, con il quale il Lupi aveva già in corso altri affari economici. Più ancora che per le sue gesta militari, il nome del Lupi sopravvive per la cappella funebre che egli, sotto il titolo di San Giacomo, volle nella Basilica di Sant’Antonio a Padova, che costituisce uno dei più insigni capolavori artistici del secolo XIV. Venne edificata con inizio nell’anno 1372, quando cioè il Lupi stipulò col veneziano Andreolo de’ Santi i patti per il lavoro architettonico e scultoreo della stessa.la decorazione pittorica, invece, deve attribuirsi ai pennelli di Altichiero da Verona e Jacopo Avanzi, bolognese.il motivo conduttore degli affreschi di tale cappella, per lo più incentrati su episodi della vita dell’apostolo Giacomo, è tratto, pur con alcune varianti, dalla Leggenda aurea del domenicano Jacopo da Varazze: gli stessi committenti vi sono raffigurati mentre, in ginocchio, vengono dai Santi Giacomo e Caterina presentati alla Beata Vergine con Bambino in trono.Nel 1376, pronta la cappella all’officiatura, il Lupi si preoccupò di far conoscere ai frati del Santo quanto aveva disposto in merito alla sua dotazione e agli obblighi da ciò derivanti.Lo attesta anche l’iscrizione marmorea posta in quel luogo: Anno Domini MCCCLXXVI indictione XIIII nobilis miles et marchio soraneae dominus Bonifacius de Lupis fecit fieri hanc capellam ad honorem dei eiusque gloriosae Matris Virginis Mariae et beati Jacobi maioris apostoli cuius capellae altare consecratum est nomine ipsius incliti apostoli super quo de consensu ministri provincialis guardianus et fratres huius ecclasiae qui pro tempore fuerint promiserunt facere celebrari perpetuo singulis diebus tres missas pro anima predicti militis omniumque defunctorum suorum et pro his quidem firmiter observandis quoniam omnis labor optat praemium prefatus dominus Bonifacius reliquit fratribus praedictis annuatim diversis temporibus anni centum et quadraginta ducatos auri quos dare eisdem tenentur sorores minores de arcella nova Paduae absque aliquo earumdem gravamine et ex testamento antedicti militis plenissime continetur.Seguirono poi le varie convenzioni con i Frati Minori di Padova per la celebrazione degli uffici in detta cappella, alla quale più tardi papa Urbano VI concesse l’applicazione dell’indulgenza di un anno e quaranta giorni.In questa cappella il Lupi fece collocare la sua urna funeraria ornata degli stemmi di famiglia, al di sopra della quale venne dipinta l’immagine del Cristo risorto adorato da due angeli.Alato, invece, trovò posto il sarcofago dei conti Rossi.Giova infine ricordare che nel cimitero di Soragna la cappella funebre dei principi Meli Lupi si richiama alla struttura architettonica di quella di San Giacomo: gli stessi affreschi dell’interno ne riproducono alcune scene, unitamente ad altre prese dall’oratorio di San Giorgio.
FONTI E BIBL.:S. Ammirato, Istorie fiorentine, Firenze, 1547; L. Cantini, Memorie storiche delle azioni praticate in Toscana da Messer Bonifacio Lupi, di Parma, Firenze, 1795; A.Gatari, Cronaca carrarese, in RerumItalicarumScriptores, XVII; D.M. Manni, Osservazioni istoriche sopra i sigilli dei secoli bassi, t.XV, sigillo XII di Bonifacio Lupi, Firenze, 1743; A.Pezzana, Albero genealogico della famiglia Lupi, pubblicato in fine al tomo I della storia di Parma, in continuazione a quella dell’Affò, Parma, 1837; R.Roncioni, Istorie pisane, in Archivio Storico Italiano, t.VI, I, 1844; P.Tronci, Annali pisani, t.IV, Lucca, 1829; G.Villani, Cronaca, Firenze, 1554; Argegni, Condottieri, 1937, 110; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; Dizionario storico politico, 1971, 754; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 319-328; Parmenio, in Gazzetta di Parma 11 marzo 1996, 5.

Soragna 1409 c.-Soragna 1/4 febbraio 1497
Figlio del marchese Francesco e di Caterina Biancardi, il Lupi ebbe per intero il governo del feudo di Soragna alla morte del fratello Raimondo (1488 c.) che già aveva testato a suo favore.Con lui, nel 1477, giurò fedeltà alla duchessa Bona e al figlio Gian Galeazzo, ottenendone la riconferma dei privilegi feudali.Quando però Ludovico Sforza venne in possesso del ducato di Milano, il Lupi gli dovette produrre tutti i titoli domostranti la sua posizione e il 26 giugno 1495 ebbe dal giudice Antonio Buchiarini, delegato ducale, una favorevole sentenza che attestò la legittimità del possesso di Soragna.Lo stesso Duca, il 30 maggio 1496, gli rinnovò l’investitura e confermò il maggiorasco già disposto dal marchese Francesco Lupi.In tal senso (a favore cioè del primogenito Diofebo) egli testò il 16 dicembre 1496, non senza tuttavia destinare mobili, crediti e denari agli altri due figli, Leonello e Galeotto.Di indole religiosa, il Lupi nel 1490 volle l’erezione in Soragna di una chiesa sotto il titolo della Visitazione di Maria Vergine, la dotò di un adeguato beneficio fondiario (1494) e due anni dopo affidò il tutto ai Padri dei Servi dell’Osservanza affinché, stabilitisi a Soragna, vi edificassero un proprio convento, per la quale opera destinò anche il relativo terreno.Si interessò della cura del proprio feudo e amministrò la giustizia anche con severità: si dice, a esempio, che fece tagliar la testa a un suo suddito, riconosciuto colpevole di omicidio.Alla morte del Lupi fu presente nella Rocca di Soragna il governatore di Parma, Francesco Fontana, inviato dal Duca di Milano perché si desse immediata attuazione alle disposizioni testamentarie a favore di Diofebo.Venne sepolto nella chiesa dei Servi di Maria.Sposò Costanza degli Uberti, mantovana, ed ebbe diversi figli: Diofebo, che gli successe nel feudo, Leonello, che con Galeotto contrastò al primo il suo insediamento e finì poi i suoi giorni in Francia, avvelenato, Galeotto, che il 1° gennaio 1491 venne condannato dal tribunale degli Otto Savi di Firenze a pagare 150 fiorini d’oro per aver tentato di falsificare il testamento dello zio Antonio e che secondo il Litta sarebbe morto di morte violenta, Fabrizio, che fu il primo rettore del beneficio di Sant Maria Annunziata (1476) e successivamente lo fu di quello di San Martino eretto nella chiesa di Sant’Andrea in Parma, e Antonio, che morì a Ferrara.Ebbe anche Francesca, sposa al nobile bresciano Achille Martinengo, Luisa, che sposò Emanuele Pallavicino, Ginevra, maritata in Ottaviano Del Carretto, Mabilia, coniugata con il conte Pietro Scotti il 14 luglio 1487, Alda monaca col nome di suor Elisabetta, e infine Caterina che, sposatasi col nobile cremonese Giambatista Meli, generò vari figli tra cui Giampaolo, erede del feudo e primo dei marchesi di Soragna col cognome Meli Lupi.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 334-335.

LUPI BONIFAZIO, vedi LUPI BONIFACIO


Soragna 1284 c.-post 1329
Figlio di Bonifacio e di Margherita Pallavicino.Fu canonico della Cattedrale di Borgo San Donnino e nel 1329 prevosto di Santa Maria in Castellina.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. II.


Soragna 1434 c.-Soragna 5 marzo 1514
Primogenito del marchese Bonifacio e di Costanza degli Uberti, il Lupi poté venire in possesso del feudo di Soragna soltanto con l’intervento diretto del Governatore di Parma, Francesco Fontana, che, in esecuzione degli ordini ducali, si recò personalmente nel conteso castello per tenere testa alle pretese dei fratelli Leonello e Galeotto e dare così attuazione a quanto già disposto per testamento dal padre loro.Dopo alterne vicissitudini che lo posero in aperto contrasto con questi ultimi, il Lupi riuscì alla fine ad avere la piena disponibilità del marchesato.Di lì a poco, però, venne processato per aver parteggiato (almeno secondo l’accusa) per Ludovico il Moro quando questo, all’inizio del 1500, tentò di riprendersi, senza tuttavia riuscirvi, il Ducato di Milano tenuto dal re di Francia Luigi XII.Il Lupi si difese asserendo di avere sì fatto ammainare le bandiere francesi e issare quelle sforzesche ma di averlo fatto soltanto per scoraggiare le truppe di Galeotto e Pierino Lupi che stavano per assalire, con l’aiuto dei Sanvitale, la rocca di Soragna.Questa versione, vera o falsa che fosse, venne accettata dagli inquirenti e il Lupi ebbe salvo il feudo.Sempre al Re di Francia egli assicurò la sua fedeltà in occasione di un’assise di feudatari convocati appunto dal Signore di Milano nel maggio del 1509 per un sondaggio sulla loro disponibilità per l’eventuale fornitura di armati.Non si hanno molte notizie sul governo del Lupi, che comunque, a giudicare da certi atti, sembra fosse improntato a non poca rigidità: venne infatti scritto che portava grande amore alli suoi huomini, et gli faceva bono trattamento et non voleva che nessuno ne scalcagnasse ma anche che inesorabile nel far eseguire i suoi ordini severi, in manco di un anno ne fece impichar forse sei, uno dei quali era suo servitore.Di contro si ha una testimonianza del 1498 che definisce il Lupi vir pacificus, quietus, amator pacis et concordiae et bonae qualitatis et clemens et vere nobilis devotus et non rixosus.Nel 1499 stipulò convenzioni con l’architetto Giovita de Fays, bresciano, per ampliare con edifici la zona circostante la rocca e a questa apportò strutturali modifiche.Nello stesso tempo si rese benefattore del nascente convento dei Padri Serviti.sempre sotto questo profilo il nome del Lupi appare su di un elegante altorilievo marmoreo in edicola architettonica, nella cappella della rocca, raffigurante Cristo coronato di spine.L’opera, forse in origine appartenente a un complesso di più ampie dimensioni, reca sulla base la firma dello scultore Giovanni Amadeo: Diophebus Lupus fecit fare 1470. J.A. De Amadeis fecit hoc opus.Il Lupi sposò nel 1489 Caterina di Giovanni Francesco dei Pallavicino di Zibello e poi, nove anni dopo, Caterina di Francesco Castiglioni dei Signori di Garlasco e Marano e di Rosanna del Maino.Non ebbe però figli, sicché nel 1499 testò a favore dei fratelli Antonio Maria per una metà e Galeazzo e Cristoforo Pallavicino per l’altra.Quando però verso il 1508 nacque Giampaolo, nipote della sorella Caterina, il Lupi lo volle presso di sé a Soragna e su di lui concentrò le sue attenzioni, tanto che il 24 ottobre 1513, ottenuta dalla Santa Sede (che era succeduta nel dominio di Parma) l’autorizzazione a testare in tal senso, lo designò suo erede universale, revocando così le sue precedenti disposizioni.Tale decisione non piacque a Giovanni Castiglioni, suo parente, che, vantando certi crediti verso il Lupi, si rivolse subito (28 ottobre 1513) a Massimiliano Sforza, con la speranza che questo potesse un giorno riavere il ducato di Milano, e dal medesimo ottenne un diploma d’investitura per il marchesato di Soragna, da rendersi esecutivo alla morte del Lupi. Tale evento però non si verificò perché il giorno stesso del decesso Giambattista Meli, padre di Giampaolo, con l’aiuto delle armi pallavicine prese possesso del feudo, ricevendo anche dal popolo il rituale giuramento di fedeltà.Il Lupi venne sepolto nella chiesa dei Servi in Soragna, alla quale per testamento lasciò vari beni: con questo atto, e successivo codicillo del 2 marzo 1514, dispose 127 legati a favore anche di suoi dipendenti e di vari conventi e chiese, tra cui quella di Diolo, aumentò inoltre il numero delle ragazze da dotare e stabilì nuove periodiche elemosine a favore degli indigenti del territorio soragnese.Il Lupi fu l’ultimo del ramo diretto dei marchesi Lupi di Soragna: dopo di lui il feudo passò al pronipote Giampaolo Meli, dandosi così origine alla famiglia Meli Lupi.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 335-337.

LUPI DIOFEBO, vedi anche MELI LUPI DIOFEBO

Parma 1334 c.-24 settembre 1367
Figlio di Guido e di Mabilia.Il 12 aprile 1364, quale procuratore del fratello Simone, venne investito dal vescovo di Reggio di alcune terre in Albinea per l’annuo canone di due pernici.Fu consigliere di Carlo V, dal quale, assieme ai fratelli, fu esentato il 22 luglio 1366 dai pubblici balzelli e creato cittadino di Mantova, Reggio e Cremona.L’epigrafe sepolcrale lo definisce miles strenuus.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III.


Soragna 1360 c.-ante 1445
Figlio naturale di Folco.Detto da Melara, è ricordato una prima volta nell’anno 1423.Fu vicario per Francesco Gonzaga delle terre di Capriana, Revere e Melara.Resse inoltre l’Ospedale di Santa Lucia in Mantova, dove abitualmente risiedette.Morto Francesco Gonzaga (1407), tornò a Melara dove fu ufficiale del successore del duca, Gianfrancesco Gonzaga.In seguito, caduto in disgrazia, riparò altrove.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III.


Soragna 1389 c.-Soragna 1475
Figlio di Raimondino e di Maddalena Caimi.Ancora giovanetto successe al padre nel marchesato di Soragna, potenziato con il matrimonio, avvenuto nel 1407, con Caterina di Ugolotto Biancardi, erede di metà castello e di buona parte delle sostanze dei Lupi.Il 4 giugno 1409 il Lupi venne accolto nella Lega costituitasi tra il duca di Milano Giovanni Maria Visconti, Nicolò d’Este, marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesta, signore di Brescia, e Cabrino Fondulo, signore di Cremona, contro Ottene Terzi, suoi eredi e seguaci.A nome della Lega stessa, il vescovo di Luni, Giacomo Rossi, gli fece promessa della riconferma di tutti i suoi diritti sul feudo di Soragna (che nell’atto è detto castrum Luporum), con relativi privilegi, immunità, esenzioni e preminenze.In cambio il Lupi si impegnò a combattere i seguaci del Terzi, usque ad eorum finale exterminium e a non dare loro asilo o vettovaglie né stipulare con essi alcuna pace occulta o soltanto tregua, senza il consenso degli alleati.Nel 1415 si trovò implicato in una congiura contro il marchese Rolando Pallavicino: il tentativo di far sorprendere da dodici suoi armati il castello di Santa Maria tenuto dal Magnifico non ebbe successo e gli stessi uomini del Lupi, catturati, furono condannati a morte da Bassano Fraganesi, vicario di quel luogo.Solo  più tardi, intervenuta una transazione tra le due parti, essi poterono venire graziati ed essere così messi in libertà.L’avversione per i Pallavicino si manifestò ancora in un altro fatto d’arme, quando, con i Rossi, i Sanvitale e i Barbiano, soccorse nel 1418 Zibello assediata dalle truppe di Antonio e Donnino, costringendole a desistere dall’impresa.Già compreso nella tregua intercorsa nel 1416 (30 luglio) tra il Duca di Milano e i da Correggio, signori di Parma, il Lupi perseguì in quel tempo una politica di totale allineamento con i Visconti, tanto che nel 1421, decretata da Filippo Visconti la distruzione di Madregolo, ne ottenne un particolare decreto di salvaguardia per i beni da lui posseduti in quel luogo.Un ulteriore privilegio di immunità riuscì poi ad avere dallo stesso Duca il 2 marzo 1426, con particolare riferimento anche al castello e alla corte di Soragna.Negli anni successivi ebbe inizio una lunga serie di controversie con Rolando Pallavicino a proposito di confini verso Samboseto: il Lupi riuscì tuttavia a ottenere favorevoli sentenze, la prima pronunciata dal delegato ducale Luchino Curti il 29 aprile 1427 su pretese imposizioni a carico di coloro che per recarsi nelle possessioni di Roncole erano costretti a transitare nella giurisdizione del medesimo Rolando Pallavicino, la seconda (del 26 giugno 1436) emessa dal podestà di Parma Corrado del Carretto, consistente in un precetto penale al Pallavicino affinché non rechi molestia agli uomini di Soragna e non imponga a loro carico indebite gabelle.Nuove vertenze per uguali motivi il Lupi le sostenne con i feudatari limitrofi, vale a dire il conte Stefano Sanvitale di Fontanellato (1456) e il conte Pier Maria Rossi di San Secondo (1459).Ribellatosi intanto Francesco da Correggio al Visconti, il Lupi parteggiò ancora una volta per quest’ultimo e nel 1432 mandò le proprie truppe in aiuto di Erasmo Trivulzio che stava assediando il Correggio in Casalpò, contribuendo così alla sua cattura. Quando poi Filippo Maria Visconti intentò guerra a Venezia (1438), crebbero per i feudatari le imposizioni fiscali: il Lupi pagò dapprima i 200 ducati d’oro posti a suo carico (24 luglio 1439) e ottenne tre giorni dopo la riconferma dei privilegi feudali che il Duca aveva revocato ma quando le pretese ducali divennere sempre più frequenti e onerose egli, alla pari di altri nobili, non mancò di opporvisi e a nulla valsero le minacciose lettere ingiuntive spedite dai maestri delle Entrate.Coinvolto nelle vicende che nel 1447 portarono gli Sforza ad avanzare le loro pretese di successione sul ducato di Milano (in contrapposizione a Venezia, che per questa causa non aveva mancato di scendere in guerra), il Lupi si fece carico di tenere informato il Comune di Borgo San Donnino sul passaggio delle truppe del conte Francesco Sforza, promettendo di accogliere gli eventuali espatriati e di non dare asilo alle forze avversarie, il che puntualmente attuò alzando i ponti del proprio castello al viceré Alfonso d’Aragona (designato per testamento da Filippo Maria Visconti alla successione nel Ducato di Milano) in transito, nel settembre di quell’anno, per le terre di Soragna.Raggiunto che fu nel 1449 un accordo tra il Comune di Parma e Francesco Sforza, al Lupi venne assicurato il possesso di tutti i suoi beni: item che prefacto Signore sia tenuto providere cum effecto et fare che lo spectabile Francisco Lupo Marchise de Soranea sia mantenuto et defesso in pacificha possessione vel quaxi de tuti et ciaschuni beni ragione et jurisdictione, cusì in lo territorio cremonese como altra segundo luy ha tenuto et posseduto per lo passato.Tutto ciò gli confermò l’anno seguente lo stesso Sforza, ottenuto che ebbe il Ducato di Milano.Quando più tardi il potere passò nelle mani di Galeazzo Maria, il Lupi non tardò a inviare il proprio figlio Raimondino a giurare fedeltà al nuovo Duca (1466), ricevendone così un’ennesima riconferma dell’investitura feudale (9 marzo 1467).Gli ultimi anni del suo governo non furono caratterizzati da particolari avvenimenti, se si escludono varie diatribe con la Comunità di Borgo San Donnino (1466 e 1468) e con quella di Soragna (1469 e 1470), sempre in materia di prerogative. Dopo aver ottenuto da Galeazzo Maria Sforza la cittadinanza di Milano, il Lupi testò il 5 luglio 1474 a favore dei figli Bonifacio e Raimondino, costituendo tra l’altro anche numerosi legati a favore di chiese e di conventi.Volle la fondazione di un beneficio semplice nell’oratorio di Santa Maria Annunziata di Soragna e dispose lasciti anche per l’oratorio di San Prospero, che due decenni prima aveva fatto riedificare, dotandolo poi della rendita di 25 biolche di terra con l’obbligo di una messa quotidiana.Con quest’atto dispose altresì la primogenitura maschile per la successione del feudo di Soragna.Il Lupi, secondo la sua volontà, venne sepolto nella chiesa dell’Annunziata di Parma ove, nel 1453, aveva fatto costruire il proprio sepolcro.Le sue spoglie furono trasferite nel 1546 nella chiesa di Santa Maria di Soragna, unitamente all’originaria pietra tombale in marmo rosso di Verona recante, oltre all’arma dei Lupi, anche la seguente iscrizione: Hoc Franciscus opus tumuli de prole Luporum marmoreum condi statuit qui marchio dignus imperio titulo soragnee sceptra gubernat mille quadringentis domini currentibus orbe quinquaginta annis tribus et super inde repostis. Il Lupi ebbe sei figli: Raimondino, Bonifacio, Bartolomea, che sposò nel 1431 Baldassarre di Antonio Aldigeri, Anna, sposa a Bonaventura Torelli di Mantova, Elisabetta, che sposò nel 1450 Francesco Bravi, e Antonio, coniugato a Elisabetta Sanvitale e premorto al padre.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 329-332.

LUPI FRANCESCO, vedi anche MELI LUPI FRANCESCO

Soragna 1441 c.-1511 c.
Figlio di Bonifacio e di Costanza degli Uberti.Spogliato nel 1497 del castello di Soragna a favore del fratello maggiore Diofebo, si unì al Sanseverino, conte di Cajazzo.Nel febbraio dell’anno 1500, radunata gente a Fontanellato in favore di Lodovico il Moro e avuti aiuti dai Sanvitale, mosse assieme al fratello Leonello contro Soragna, accusando apertamente Diofebo di essere un partigiano della Francia.Ma al momento dell’attacco i militi raccolti dal Lupi lo abbandonarono e quelli comandati da Leonello furono dispersi dalle artiglierie di Diofebo.Il Lupi morì assassinato.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV.


Soragna o Parma 1299/1313
Figlio di Seth, fu podestà dei calzolai di Parma nell’anno 1313.
FONTI E BIBL.:Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. I.

Soragna 1321 c.-
Figlio di Ugolotto e di Legarda Rossi.Fu dottore di teologia, canonico in Padova e prevosto di Santa Maria di Castellina.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. II.

LUPI GIOVANNI BATTISTA, vedi MELI LUPI GIOVANNI BATTISTA


Soragna-post 1261
Figlio di Guido e di una sorella di Bernardo Rossi.Fu tra i primi a entrare nell’ordine dei Templari allorché venne istituito in Parma.Marchese ricco e potente, visse in Napoli nell’anno 1255.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. I; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541.


Soragna-post 1361
Figlio di Ugolino.Appartenne all’Ordine dei Cavalieri Templari.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. II.

LUPI GOTIFREDO o GOTTIFREDO, vedi LUPI GOFFREDO

Cremona o Soragna-ottobre/dicembre 1213
Figlio di Sopramonte Cavalcabò de’ Lupi.Viene ricordato per la prima volta in un atto di  permuta intercorso nel 1198 (2 aprile) con il vescovo di Parma Obizzo, mediante il quale il Lupi fece cessione della metà di quanto possedeva in Soragna e in Diolo in cambio della proprietà della Terra di Mainone, che già teneva a titolo di feudo dalla Mensa Vescovile: D.nus Opizo Dei Gratia Ep.us Parmae concessit et dedit D.no Guidoni Lupo Marchioni ad petitionem ipsius Guidonis.Nel 1202 venne eletto Podestà di Parma e con tale carica figura citato in numerosi atti del tempo (In MCCII d.guido Lupus Marchio de Parma fuit Potestas Parmae) e così in una sentenza a favore dei canonici di Parma contro tale Gerardo, pronunciata dal giudice Ugone che agisce in qualità di advocatus tempore regiminis D.ni Guidonis Lupi Marchionis Potestatis Parmae, come in altri successivi giudicati.L’anno di questo mandato fu caratterizzato da qualificanti azioni pacificatrici che proprio al Lupi fecero capo: il 10 giugno, infatti, assecondando il desiderio di papa Innocenzo III che voleva pace in Lombardia per vederla partecipe della Crociata che stava approntando, il Lupi riuscì ad appianare in Alseno il conflitto esistente tra Parma, Piacenza e Milano per il possesso di Borgo San Donnino e Bargone (per la quale tregua questi centri rimasero ai Parmigiani), dandosi poi (31 luglio) a comporre con successo, insieme al cremonese Corrado di Somma, le vertenze in materia di confini che esistevano tra Reggiani e Modenesi.Successivamente, stretta alleanza con questi ultimi, riuscì per loro tramite a contrarla anche con Mantova.Dopo essere stato Podestà di Reggio (1206), lo fu di Brescia nel 1207.Finito l’anno della sua carica rimase in città come Podestà dei nobili e dei cavalieri, ma da essa si allontanò l’anno dopo in seguito alla scissione avvenuta tra questa fazione e quella del popolo guidata da Opizone Pusterla (maggio 1208).Rifugiatosi allora a Cremona, di lì a poco, con l’aiuto di armi cremonesi e parmigiane, riprese Pontevico (settembre 1208) e sembra rientrasse anche a Brescia, ove nel 1209, secondo una Cronaca bresciana, figura di nuovo podestà dei militi e citato appunto come Guido Lupus Marchio de Cremona Potestas Militum Brixiae.Nel 1212 trattò per Azzolino d’Este la cessione di Argenta e l’anno seguente figura Podestà di Castelleone nel Reggiano.In quel tempo il Lupi possedette diversi beni in Cremona, Rivarolo di Bozzolo e Casalmaggiore, ed ebbe affari con il nobile cremonese Ponzio Amati, i cui diritti (omnia jura et actiones et directas reales et personales quae et quas habebat) questo cedette ad altri alla morte del Lupi. Tale suo frequente ritrovarlo a Cremona, lascia ai più il supporre che proprio da tale città derivasse la sua origine e che la madre stessa, vuoi anche per certi nomi ripetuti nei discendenti più immediati, fosse una cremonese dei Cavalcabò.Il Lupi ebbe in moglie una Rossi, che secondo l’Affò sarebbe stata una sorella di Bernardo di Rolando, mentre per il Litta una prozia. Abitò con la famiglia in Parma, a cò di Ponte, e Frà Salimbene non manca di annotare tanto il nome dei suoi cinque figli (Ugo, Guido, Rolando, Sopramonte e Goffredo), che tutti conobbe di persona, quanto la rivalità che esisteva tra essi e i marchesi Pelavicini, entrambi abitanti in villa quae appellatur Soragna quae est in episcopatu parmensi prope Burgum Sancti Donini per milliaria 5 versus aquilonarem partem; et ob hanc causam inter eos emulatio non modica habebatur.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. I; Argegni, Condottieri, 1937, 248; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 305-306.

Soragna ante 1244-post 1275
Figlio di Guido e di una sorella di Bernardo Rossi.È ricordato una prima volta nell’anno 1244.Nel 1275, probabilmente in età già molto avanzata, fu podestà di Jesi.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. I.

LUPI GUIDONE, vedi LUPI GUIDO


Soragna 1435 c.-Francia post 1500
Figlio di Bonifacio e di Costanza degli Uberti.Nel 1497 fu arrestato assieme al fratello Galeazzo dal governatore di Parma, Fontana, e il duca di Milano cedette il castello di Soragna al fratello maggiore Diofebo.Il Lupi, alla testa di un gruppo di armati, riuscì in seguito a riprendere il possesso del castello, che però il senato milanese il 9 febbraio 1498 restituì a Diofebo, spogliando per di più di tutti i beni gli altri fratelli.Il 1° settembre 1498 il Lupi tentò ancora una volta di sorprendere la rocca di Soragna cercando di far esplodere la polveriera ma il colpo di mano non riuscì.Passò allora al comando dei militi del Sanseverino, conte di Cajazzo, e nell’anno 1500 si riappacificò con Diofebo.Si recò in seguito in Francia, dove morì avvelenato.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV.

LUPI LIONELLO, vedi LUPI LEONELLO

Parma o Soragna 1227/1257
Figlio di Ugo e di Alessandra.È citato una prima volta in un atto di acquisto del 1227. Nel 1257 fu Podestà di Jesi e Senigallia.
FONTI E BIBL.:B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 307.

Soragna o Parma-ante 1344
Figlio di Gherardo.Scacciato da Parma, nel 1307, sostenuto dai cremonesi e dai fuoriusciti di Piacenza, occupò Roncarolo, il monastero della Colomba, Castell’Arquato e Fiorenzuola a danno dei Piacentini.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. I.

LUPI MONTE, vedi LUPI SOPRAMONTE


Parma 1336 c.-Padova 1364
Figlio di Guido e di Mabilia.Fu Canonico di Padova: il 12 maggio 1350 risulta ascritto al Capitolo vescovile di quella città.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III.

LUPI ORLANDO, vedi LUPI ROLANDO

LUPI PIERINO, vedi LUPI LEONELLO

Soragna 1360 c.-post 1393
Figlio naturale di Folco.Assieme al fratello Francesco resse l’Ospedale di Santa Lucia in Mantova, fondato da Raimondino Lupi.
FONTI E BIBL.:P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. III.


Parma o Soragna ante 1330-Padova 30 novembre 1379
Figlio di Rolandino di Guido e di Matilde, entrambi sepolti nell’oratorio di San Giorgio in Padova e ricordati sulle loro statue funebri con le parole: D. Rolandinus egregius miles soraniae marchio pater. D.Mathilda coniux marchionissa mater, con riferimento appunto al Lupi che fece edificare tale luogo.Il Lupi militò dapprima nella fazione di Giovanni re di Boemia e seguì poi quella di Carlo suo figlio: fu al suo fianco anche nel 1332 quando vinse i Modenesi e i loro alleati sul campo di San Felice, per la qual cosa venne dallo stesso Re fatto cavaliere.La fedeltà a Carlo IV gli procurò, a opera dei Visconti, la spogliazione dei suoi beni in Soragna, che tuttavia gli ritornarono nominalmente nel 1347 sotto forma di investitura feudale di origine imperiale.Sempre da Carlo IV il 15luglio 1350 ebbe in concessione feudale le terre di Castell’Arquato e Fiorenzuola (luoghi sottratti così alla giurisdizione di Piacenza), ricevendone più tardi (il 9 luglio 1352, dopo aver prestato il giuramento di vassallaggio) la solenne investitura: va tuttavia aggiunto che il Lupi, consapevole di aver ricevuto doni teorici e di effimero valore, mai poté godere di questi feudi ed esercitare su di essi giurisdizione alcuna.Rifiutato il giuramento di fedeltà all’arcivescovo Giovanni Visconti, il Lupi scelse la via dell’esilio e nel 1351 fu al servizio dei Fiorentini: per suo tramite la Signoria chiese aiuti a Carlo IV (che pur non riconosceva come legittimo Re dei Romani) contro Giovanni da Oleggio dei Visconti e poco dopo, investito di un’ampia procura per trattare le cose imperiali in Italia, riuscì a pacificare le parti. Capitano delle milizie di Firenze, combatté nel 1352 contro Pier Saccone dei Tarlati quando questo, occupando certe valli, tentò di tagliare la via di Montecchio: con belli artificii di guerra, come scrive l’Ammirato, riuscì a ingannare l’astuto capitano costringendolo a salvarsi in Bibiena e ad abbandonare al Lupi 200 prigionieri i quali, legati ad una lnghissima fune, furono condotti a Firenze in vendetta del danno patito a Razzuolo.Nell’ottobre dello stesso anno fu inviato a soccorso di Barga assediata da Francesco Castracani: partito da Pistoia con 600 barbute e 2000 masnadieri, si scontrò col nemico a Borgo a Mezzano in Garfagnana, mettendolo in fuga e uccidendo 53 cavalieri di parte avversa.Spogliati poi delle armi i 120 prigionieri che aveva fatto e che rilasciò liberi, riuscì a condurre a termine la missione affidatagli.Nel 1353, dopo essere stato fatto consigliere e segretario del Re di Boemia, figurò come procuratore dello stesso Carlo per contrarre alleanza in suo nome con Venezia, Padova, Verona, Mantova, Ferrara, Firenze, Siena, Pisa e le altre città che avevano tra loro formato una lega contro i Visconti.Come capitano al soldo di Ugolino Gonzaga combatté anche sui territori parmigiani e piacentini (1356), ritirandosi poi dietro il Ticino quando le forze dell’avversario risultarono preponderanti.Stando al Villani e alla Cronaca piacentina, nei pressi di Pavia il Lupi fu fatto prigioniero insieme a diversi altri comandanti dell’esercito alleato, tra cui il conte Landi e lo stesso Marcoaldo vescovo di Augusta, già vicario imperiale nella città di Pisa.Fatto di nuovo nel 1366 da Carlo IV familiare, consigliere, segretario e commensale suo e dell’Impero, con l’assegnazione di sei cavalli, con decreto del 2 maggio 1367 venne nominato Vicario imperiale e Luogotenente di Pisa e Lucca, mentre con altro di pari data lo fu per la città e Stato di Siena. Ampie sono le facoltà che gli vennero date in tali occasioni: puniendi fures, et maleficos laqueandi, suspendendi, membris truncandi igne cremandi, in toto corpore vel in parte debilitandi, vale a dire con piena e libera potestà e con diritto di spada sui sudditi.L’anno dopo (6 marzo 1368) lo stesso Carlo IV sentenziò a suo favore contro le pretese di Ugo e Folco, fratelli d’Este, e gli confermò, unitamente a Bonifacio Lupi, le sue ragioni su Soragna e Parola.Conclusasi finalmente nel 1370 la pace tra i Visconti e la Lega, insieme agli altri Lupi fu compreso nel relativo trattato, ma ciò non lo persuase affatto a tornarsene in patria. Andò così a stabilirsi dapprima a Mantova, ove con atto dell’11maggio 1372 dotò l’ospedale di Santa Lucia e Santa Caterina tenuto dalle suore di Santa Chiara, legando a esse terre e case in territorio mantovano ad favorem et subsidium pauperum, infirmorum, peregrinorum, senium, orphanorum et aliarum miserabilium personarum non habentium unde sustenari e nello stesso tempo dispose un carattere di laicità dei beni conferiti (intendit et vult esse profana et talia remanere) e stabilì la specifica esclusione giurisdizionale di persone ecclesiastiche, pur ordinando la presenza di un sacerdote con età superiore ai trent’anni (di nomina dello stesso testatore o della sua famiglia) con funzioni di rettore.Passò poi a Padova: ne ottenne da Francesco Carrara la cittadinanza (16 aprile 1376) e dallo stesso acquistò beni terrieri.L’anno seguente il Lupi volle in questa città l’erezione dell’oratorio di San Giorgio adiacente la Basilica del Santo, che scelse a luogo di sepoltura per sé e per la sua famiglia e nel quale fece trasferire i resti degli stessi genitori.Così si legge infatti nell’iscrizione marmorea apposta sulla facciata dell’oratorio medesimo: Oratorium hoc sub auspiciis beati georgii ubi chondentis est sepulcrum pro ejus parentumque ac fratrum et nepotum indelenda memoria miles egregius Raimondinus de Lupis parmensis soranee marchio edificit anno domini MCCCLXXVII de mense novembris. Questa data può quindi prendersi come inizio dei lavori per l’oratorio, la cui decorazione venne dallo stesso Lupi affidata al pittore Altichiero che già aveva lavorato nella cappella di San Giacomo.Il Lupi non poté però vedere compiuta l’opera che l’avrebbe consegnato ai secoli futuri, giacché morì due anni dopo.Venne comunque qui sepolto e il suo sarcofago trovò originario posto nel mezzo dell’oratorio, sotto una gran piramide sostenuta da archi, colonne e lupi marmorei.Il Savonarola nel 1450 non mancò di descriverlo come marmorea arca operosa nimis, nimiumque superba, quatuor lupis marmoreis jacentibus est sustentata, lapideo arcu et circumflexo, auro ac variis coloribus ornata.Sopra la volta del mausoleo, intorno cioè alla base della piramide, si trovavano in origine dieci statue di pietra rappresentanti altrettanti membri della famiglia Lupi, e precisamente i coniugi Rolando e Matilde, genitori del Lupi, i loro figli Montino, Antonio, Bonifacio, Guido e Raimondino, nonché i loro nipoti Simone, Folco e Antonio.I guerrieri erano racchiusi in armature, mentre la dama indossava sontuose vesti: l’acroterio delle statue riportava il nome del personaggio.Il monumento funebre recava altresì il seguente elogio: Marchio soraniae miles pietatis asillum hoc Raimondinus marmore pace cubat in bellis pugil indomitus recitanda luporum fama virens armis consilioque fuit crisopolis gaude tanto celeberrima nato cuius cum superis mens sedet ante deum qui D.Raimondinus obiit MCCCLXXIXXXXnovembris. Proprio per la magnificenza della sua struttura, tale monumento divenne, col passare del tempo, oggetto d’idolatria da parte del popolo, nel quale si insinuò la convinzione di essere davanti a reliquie di grandi santi. Questo portò, verso la fine del Quattrocento, alla chiusura dell’oratorio e successivamente, a opera della Compagnia della Compuntiva, allo smembramento dello stesso mausoleo. Quando poi nel 1797 le truppe napoleoniche di stanza a Padova trasformarono l’oratorio di San Giorgio in prigione e in stalla per i loro cavalli, si ebbe la profanazione dell’urna e la pressoché totale distruzione delle statue, tanto che di esse resta soltanto un incompleto torso con effigiata l’arma dei Lupi che porge un’idea sì del vestito militare di quei tempi cavallereschi, che dello scalpello diligentissimo che lo scolpiva.L’oratorio di San Giorgio deve però la sua importanza alla stupenda decorazione pittorica che ne orna le pareti interne: lo stesso Mellini non manca, a tale proposito, di annotare che essa costituisce la sfida di Altichiero a Giotto.Gli affreschi rappresentano scene della vita di San Giorgio, di Santa Caterina, di Santa Lucia ed episodi della vita di Gesù e si deve alla sensibilità di Bonifacio Lupi se essi poterono venire realizzati: questo infatti, alla morte del Lupi, volle onorare gli impegni da lui presi con Altichiero, cosicché il 30 maggio 1384 il pittore potè attestare di essere stato intieramente soddisfatto per la dipintura dell’oratorio e dell’arca in esso costruita.Un ulteriore ricordo del Lupi nella chiesa del Santo di Padova si ha in una teca d’argento che egli donò ai frati con la reliquia di un dente di San Giorgio.L’opera, caratterizzata da uno stelo avente il nodo formato da sei piccole nicchie con altrettante statuine e da un tubo di cristallo sormontato da un catino con l’immagine del Santo nell’atto di atterrare il drago, si conserva nel tesoro della Basilica di Padova.
FONTI E BIBL.: S. Ammirato, Historie fiorentine, Firenze, 1647; B.Corio, Mediolanensis patriae historia, Milano, 1503; G.de Mussi, Chronicon placentinum, in RerumItalicarumScriptores, XVI; P.Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1834; A. Pezzana, Storia di Parma, in continuazione a quella dell’Affò, Parma, 1837; C.Argegni, Condottieri, 1937, 110; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 311-315.


Parma 1409/1420
Figlio di Antonio.Seguì le sorti di Nicolò d’Este, quando fu Signore di Parma, contro i Pallavicino.
FONTI E BIBL.: V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541.

Soragna 1408 c.-Milano 1488
Figlio di Francesco e di Caterina Biancardi.Il nome del Lupi è legato alla fondazione del Consorzio dei poveri, la benefica istituzione che per cinque secoli operò a Soragna a favore degli indigenti: con suo testamento del 1484, il Lupi dispose infatti un legato a carico dell’Ospedale della Misericordia di Milano (che aveva ampiamente beneficato con vari lasciti) affinché ogni anno venisse erogata la somma di cento lire imperiali per dotare alcune nubende di onesti costumi e prive di mezzi, delegando a tale scelta il rettore di San Giacomo e il podestà di Soragna.Fu dal padre Francesco avviato agli studi giuridici e, dopo aver ottenuto la laurea in ambo le leggi, venne aggregato al Collegio dei Giudici di Parma.Risiedette per molti anni a Mantova, nel cui territorio possedette anche diversi appezzamenti di terreno, e fu consigliere del marchese LudovicoII col titolo di Vicario della Corte.Venne poi (1471) ascritto alla Corte di Giustizia di Milano e gli storici non mancano di annotare che fu austero e incorruttibile magistrato. Passò infine alla Corte Ducale, presso la quale già nel 1466 e nel 1470 si era recato per giurare fedeltà a Galeazzo Maria Sforza in nome del padre, e dallo stesso Duca venne nominato, il 1° gennaio 1475, membro del Consiglio Segreto.Come tale fu presente due anni dopo alla stesura dei capitoli per la reggenza assunta dalla duchessa Bona in nome del figlio Gian Galeazzo.Dalla stessa ebbe in quell’anno, insieme al fratello Bonifacio, la conferma dell’investitura feudale su Soragna e degli annessi privilegi e immunità (6 dicembre 1477). In precedenza aveva ottenuto la cittadinanza di Piacenza (1473) e il 10 aprile 1480 ebbe quella di Pavia.Il Lupi viene ricordato anche come persona assai colta e amante delle lettere: dal padre ereditò un buon numero di codici e di libri e altri ne raccolse in seguito.Corrispondendo il 15ottobre 1441 col cognato Baldassarre Aldighieri, parla dei Sinonima di Cicerone e più tardi (26 giugno 1449), sempre con lo stesso, menziona libri di Virgilio e di Ovidio, nonché il De officiis e le Epistole di Tullio, tutte opere al medesimo prestate.Per disposizione testamentaria, tutta la sua biblioteca passò al Convento di SantaMaria delle Grazie in Milano: i libri donati furono tanti da riempire tutti i banchi della libreria e il Lupi stesso si premurò della loro conservazione facendo a sue spese con catene e chiavi assicurare dalle mani infide.In questa stessa chiesa il Lupi volle essere sepolto: lo fu in mezzo al Capitolo. Alla morte di lui e della moglie venne scritto che tutt’e due furono vero Padre e Madre dei frati di San Domenico.Testò il 13 aprile 1484 a favore del fratello Bonifacio e del nipote Diofebo e a questo trasmise il diritto di primogenitura già stabilito dal padre.Dal matrimonio con Margherita Giorgi di Pavia, avvenuto nel 1458, non nacque infatti figlio alcuno.Morì probabilmente nel 1488, anno in cui Bonifacio Lupi ratificò il suo testamento e la conseguente successione.I numerosi legati disposti in morte dal Lupi mostrano più di ogni altra cosa la sua indole e i suoi sentimenti, con particolare riguardo anche al paese di origine: oltre alla già citata fondazione del Consorzio, stabilì infatti un’entrata di 95 lire annue per la Comunità di Soragna a uso delle proprie necessità, un’elargizione di 40 lire ogni vigilia diSan Giacomo e l’assegnazione della terza parte delle entrate delle biade a favore dei poveri del feudo, beneficò poi vari luoghi pii, conventi e chiese, tra cui SanGiacomo e SantaMaria Annunziata, nonché i detenuti nelle carceri di Mantova.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 278-280; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 332-333.

LUPI RAIMONDO, vedi LUPI RAIMONDINO

LUPI RAMONDINO, vedi LUPI RAIMONDINO

Parma o Soragna ante 1234-Mantova 1256
Detto anche Orlando.Figlio di Guido e di una sorella di Bernardo Rossi, fu nel 1234 Podestà di Pistoia, rieletto poi a tale carica dopo Malatesta da Rimini, suo successore.Durante il suo mandato non mancò di applicare zelo, sollecitudine e prudenza nel dirimere le controversie che travagliavano in quel tempo la città finché, non piegandosi a compromessi di comodo, venne destituito.Nel 1236, però, fu di nuovo chiamato a reggere la massima autorità municipale, anche se non gli fu dato di chetare le discordie interne.Nel 1238, secondo le memorie di Matteo Sala, fu Podestà di Siena, mentre nel 1249 lo fu di Novara, segno questo di particolare considerazione per avere il Lupi preso parte alla difesa di Parma contro Federico II.Nel 1252, insieme al giureconsulto Bernardino di Ruffino, fu ambasciatore di Parma al Congresso convocato a Brescia dal Cardinale Ubaldini per rinnovare, dopo l’avvenuta morte dell’Imperatore, l’antica Lega guelfa tra Lombardi, Trevigiani e Romagnoli.Podestà di Mantova nel 1253, prestò giuramento di aleanza con i Veneziani, dopo la presa di Padova, alle truppe di Ezzelino da Romano.Rieletto nella carica nel 1256, morì di lì a poco e a concludere la sua podesteria venne chiamato il nipote Ugolino, figlio del fratello Sopramonte.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.I; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 308-309.

Soragna 1280
Figlio di Ubertino.Fu canonico morinense di Reggio e, nel 1280, di Parma.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.I.

Parma o Soragna-1259/1261
Figlio di Ugo e di Alessandra.È citato una prima volta in un atto di acquisto del 1227.Nel 1258 fu Podestà di Jesi e Senigallia succedendo al fratello Lupo.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.I.

LUPI SETO, vedi LUPI SETH

Parma 1335 c.-Padova 10 gennaio 1385
Fu certamente il più illustre dei figli di Guido di Rolandino e di Mabilia.Suoi fratelli furono Folco, miles strenuus, Giovanni, Antonio, Montino Giovanni, canonico in Padova nel 1350, Galeotto, Tommasina e Matilde. Ambasciatore di Francesco Carrara, il Lupi fu mandato nel 1362 in Friuli per sedarvi, insieme al Legato del Re d’Ungheria, Federico da mattaloro, le discordie tra i sudditi del Duca d’Austria, del Conte di Gorizia e della Chiesa d’Aquileia. Il 15 agosto dello stesso anno riuscì a far firmare una tregua e, recatosi in Ungheria, un arbitrato col re Lodovico. Dal 1° marzo 1364 all’ultimo di febbraio 1368 fu Podestà in Padova e le sue annuali riconferme testimoniano i meriti da lui acquisiti nello svolgimento della carica, tanto che il 4 maggio 1370 ebbe dal Signore di Padova il privilegio della cittadinanza.In quel tempo fu anche nominato familiare dell’imperatore Carlo IV, con titolo di consigliere e segretario (27 giugno 1366).Esperto capitano dell’esercito carrarese, prese parte nel 1372 alla guerra tra Padova e Venezia.Tenne col fratello Antonio i forti di Campo Sampiero, del Serraglio di Sant’Elero e di Mirano e il 16 settembre di quell’anno, approfittando di certi tumulti sorti tra le soldatesche avversarie che protestavano per l’esiguità del loro salario, fece con lui una scorreria fino alle porte della città di Treviso, facendo qui per dispregio sonare molti instromenti musicali e ritornandosene con abbondante bottino.Ebbero altresì la meglio, pur inferiori di truppe, nello scontro con i Veneziani che avevano saccheggiato e arso il borgo di Solagna: in tale occasione condussero al campo patavino ben 1250 prigionieri, tutti da taglia.Nominato Capitano generale, fu inviato il mese successivo contro l’esercito veneziano comandato da Riniero dei Vaschi, che era già arrivato a Mestre, e dopo alcuni scontri che avevano determinato la rottura del ponte di Curtarolo, lo costrinse a ripassare il Brenta, non senza tuttavia un duro combattimento alle Brentelle.In quell’occasione il Lupi diresse in maniera valorosa e tenace tale bastia, e quando la capitolazione delle sue truppe sembrò imminente egli tolse le brigate ch’erano alle bandiere, le mise sopra i terragli e chiese bombarde infinite. Questo provocò un capovolgimento delle sorti della battaglia: lo stesso comandante veneziano Federico Todesco venne colpito, per modo che poco passato gli convenne morire.Vi furono poi altre occasioni fortunate per le armi patavine, ma quando l’anno dopo, per avere i Veneziani ristrutturato l’esercito, le sorti della guerra volsero a loro sfavore, il Lupi venne sostituito nel comando dal conte Rizzardo di San Bonifacio (2 marzo). Nel corso del conflitto, il 1° luglio 1373 fu fatto prigioniero. Il 31 luglio 1376 rimase ferito nella battaglia diMestre, che segnò una vergognosa sconfitta per le truppe padovane. Nel 1374 rese alla salma del Petrarca, del quale fu amico fraterno, un tributo di riverenza e di dolore allestendo splendide cerimonie funebri. Nel 1377 ottenne, per decreto del principe Ludovico Gonzaga, la cittadinanza di Mantova (5 dicembre).Rimase tuttavia per lo più a Padova continuando a occupare posti ragguardevoli presso la Signoria. Il 21 agosto 1380 firmò a Venezia la pace tra Padova e Venezia.L’8 agosto 1381 fu, con Bonifacio e Ugolotti Lupi, rappresentante dei Carraresi a definire i confini tra Padova e Venezia e a siglare la pace tra le due contendenti. Nel 1382 gli venne di nuovo affidato il comando dell’esercito nella guerra di Chioggia.Con Francesco Carrara mise il campo intorno a Treviso, che levò in seguito all’avvenuta pace con i Veneziani.Sotto di lui si trovarono allora 5000 lancie e pedoni 1500, con molti balestrieri. Volendo però Leopoldo d’Austria riprendersi quella città, il Lupi ritornò l’anno dopo sotto le sue mura (14 agosto 1383) e, dopo aver avuto i campi di Feltre e Belluno ed eretto una grossa bastia a Nervesa, costrinse le truppe austriache a scendere in soccorso degli assediati.Scrisse di quest’azione il Gataro: Il magnifico capitano dell’esercito padovano si fermò col campo a Santi Quaranta, e fece fare un ponte che traversava il Sile per poter correre alla porta Altilia con più suo commodo.E mise molti pezzi di bombarde dietro il monistero di S.Girolamo, e quello di Santa Maria Mater Domini.E quelle bombarde tirarono per tutto il borgo, e ogni notte faceva fare buonissima guardia a 80 lancie d’uomini d’arme, e molti fanti a piedi e balestrieri.Seguirono alterni combattimenti, favorevoli ora all’una ora all’altra parte, finché di nuovo Treviso fu costretta ad arrendersi al Carrara: il 4 febbraio 1384 il Lupi entrò per primo nella città vinta e si dice che lo facesse in pompa magna, alla testa di mille balestrieri guidati da Cermisone da Parma, con la targa del Carro, e con un gran pennone verde sopra il cimiero del Saracino, venivano poi Paolo da Bologna con duemila fanti guidati dal conte Giovanni da Barbiano e infine, affiancati, il duca Leopoldo e Francesco da Carrara.In quello stesso anno (6 novembre) venne chiamato per la quinta volta a reggere la carica di podestà di Padova, succedendo così a Marin Memmo, ma due mesi più tardi morì.Venne sepolto nell’oratorio di San Giorgio e sul suo sarcofago venne posta la seguente iscrizione funebre (chiostri della Basilica di Sant’Antonio): Egregius miles quem stirps generosa luporum progenuit symon rupe sub hac tegitur.Patruus hic secum fratres duo pace quiescunt.Heu colit exiguam turba quaterna domum.Orta crisopolis decoravit marchionatum soraneae sensu moribus atque fide.Iusque dedit patavis bis praeses jure secundo defecit castris dux fuit armigeris mensque recepta deo est meruit super astra levari dotibus innumeris lucida fama patet. Qui dominus Symon obiit a.MCCCLXXXV ind.VIII die X ianuarii. In questo sepolcro, che il Gonzati descrive come recante una croce nei due fianchi, nel prospetto altre due, e nel mezzo lo scudo col lupo azzurro rampante in campo d’oro, trovarono dunque posto altri tre membri della famiglia Lupi, come attestato anche da una lapide collocata vicino a esso: Hic iacent nobiles de lupis marchiones soraneae parmensis dioecesis domini Antonius praepositus Soraneae qui obiit MCCCXXXVIII montinus Johannes canonicus patavinus qui obiit MCCCLXIIII atque fulcho miles strenuus qui obiit MCCCLXVIIXXIIII septembris. Il Lupi, che sposò Rengarda di Manfredo conte di Como, non ebbe figli.Lasciò suo erede principale il fratello Antonio e con testamento dispose anche l’erogazione di 500 ducati d’oro per maritare o monacare fanciulle povere di Soragna, nonché cospicui lasciti a favore dei Frati Minori di Parma, Padova e Casalmaggiore e dei Padri Carmelitani di Padova.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.III; B.Colombi, Soragna.Feudo e comune, 1986, I, 315-318.

Parma o Soragna ante 1198-Grola di Parma 1250
Talune volte è citato anche come Monte.Figlio del marchese Guido e di una sorella di Bernardo Rossi, viene per la prima volta menzionato nella permuta che il padre fece nel 1198 col vescovo Obizzo Fieschi: Praeterea sup.tus D.nus Guido iuravit quod faciet uxorem suam et D.nus Supramontem marchionem et filium eius dare parabolam ad hoc totum ut ratio exigit, et omnes alios si qui sunt necessarij quos D.nus Ep.us requieveret.Presente in Soragna con i fratelli alla divisione dei beni paterni, fu Podestà di Mantova negli anni 1243 e 1244 e durante tale mandato combattè e sconfisse le truppe veronesi.Tornato a Parma, dovette abbandonarla nel 1245, insieme agli amici della fazione guelfa, quando venne scoperta la congiura ai danni dell’imperatore Federico.Si rifugiò allora a Piacenza ed ebbe attestati di grande considerazione.L’anno successivo lo si ritrova come Vicario del podestà diPavia Bonaccorso da Palude.Nuovamente in patria nel 1247, prese parte attiva alla rivolta guelfa contro Federico II, sostenendo pure l’assedio che si concluse con la distruzione di Vittoria e lo spoglio della tenda imperiale (18 febbraio 1248).In tale occasione il Lupi dovette certamente distinguersi, perché l’anno dopo venne eletto Podestà di Milano e gli storici del tempo annotano che in giorno di Domenica alli 2 di Maggio, convocati 500 principali i quali si chiamavano i generali del Concilio, fece alcuni statuti di grandissima importanza, li pubblicò e sotto il suo governo li fece sempre osservare.Il Corio precisa che il Lupi si pronunciò sopra il consiglio avuto da Pietro dei Farisei giusperito e sopra gli Statuti fatti per gli Anciani dei paratici l’anno prossimo passato per il pagamento da esser fatto dell’ottava parte del debito del Comune. Quando però nel 1250 Uberto Pallavicino, Signore di Cremona e capo della parte ghibellina, volle prendersi la rivincita sui Parmigiani, il Lupi fu attivissimo nel combattere contro di lui e le sue truppe.Frà Salimbene lo definisce magnus bellator et fortis armatus, nonché doctus a bellum et fortis et saevus ut leo.Dopo aver fatto mordere la polvere a parecchi avversari (multos prostravit), egli stesso cadde ucciso durante la battaglia di Grola.In quella occasione Uberto Pallavicino, per vendicare le armi imperiali, mosse assieme ai ghibellini di Parma e di Cremona contro i guelfi parmigiani.Il Lupi uscì allora dalle mura della città e li assalì.Valorosissimo qual era, affrontò e uccise molti avversari ma alla fine, sopraffatto dal nemico incalzante, rimase ucciso sul campo di battaglia.Il Lupi ebbe due figli, Paganino e Ugolino (quest’ultimo condusse a termine, nel 1256, la Podesteria di Mantova, già dello zio Rolando).
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.I; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 307-308.

LUPI UBERTINO, vedi LUPI UBERTO


Parma ante 1266-post 1304
Figlio di Guido.Detto anche Ubertino.Fu Podestà di Pontremoli nel 1285 e di Piacenza nel primo semestre del 1287.Il 30 giugno di quell’anno, ricoprendo egli ancora la sua carica, le città diPiacenza, Parma, Reggio, Bologna, Cremona e Brescia stipularono un patto di amicizia.Viveva ancora nel 1304: si trova infatti nominato assieme a Ugo e Sopramonte Lupi in un atto notarile di quell’anno.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.I; Giuliani, Podesteria di Uberto Lupi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1960, 33-42.

Parma o Soragna ante 1227-1246/1252
Figlio primogenito del marchese Guido e di una sorella di Bernardo Rossi.Fu Podestà di Cremona nel 1229, quando questa, con Parma e Modena, era fedele a Federico II.Come tale, sostenendo guerre continue con le città vicine che aderivano alla Lega Lombarda, si distinse particolarmente combattendo contro Bolognesi e Romagnoli che assediavano il castello di San Cesario nelModenese e li mise in fuga.Esule da Parma dopo che l’Imperatore aveva stretto notevolmente i freni di un dominio fino ad allora soltanto nominale, il Lupi venne fatto dapprima Podestà di Siena (1231) e l’anno seguente Podestà di Pisa.In quest’ultima carica, a istanza di papa Gregorio IX, costrinse con le armi i Lucchesi a togliere l’assedio a Barga (10 aprile 1232), per il quale merito ebbe il raro privilegio della riconferma nella stessa podesteria.Dopo essere stato subito dopo Podestà di Ravenna (1234), lo si ritrova nel 1237 a Soragna per dividere con i fratelli il castello e i beni paterni.Nel 1245 fu tra i promotori di una congiura contro Federico II e quando nel monastero di Fontevivo furono scoperti i documenti provanti il tentativo dei cospiratori di porre Tebaldo Franceschi sul trono di Sicilia, il Lupi, per ordine di re Enzo figlio dell’Imperatore, dovette lasciare Parma insieme ai Rossi, ai Correggesi e agli altri nobili di parte guelfa.Il Lupi sposò Alessandra (di cui non è noto il casato) ed ebbe come figli Lupo e Seth (quest’ultimo nel 1258 successe al fratello nella podestaria di Jesi e Senigallia). Altri due suoi figli, Buttapane e Uberto, furono naturali.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.I; V.Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 541; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 306-307.


Soragna 1256
Figlio di Sopramonte.Condusse a termine, nel 1256, laPodesteria di Mantova, già dello zio Rolando Lupi.
FONTI E BIBL.: B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 308.


Soragna 1283 c.-Casalmaggiore o Parma 4 febbraio 1351
Figlio di Bonifacio e Margherita Pallavicino, alla pari di tanti della sua famiglia è ricordato come un guerriero dedito alle armi: l’Angeli lo definisce anche capitano molto valoroso.Da papa Giovanni XXII ebbe nel 1327 (25novembre) l’investitura dei beni e feudi già posseduti da Manfredino Pallavicino, dopo che questo, per aver seguito la fazione di Galeazzo Visconti, era stato condannato per eresia.Fedele a Giovanni, conte di Lussemburgo e re di Boemia, fu nel 1331 prima a Brescia e poi a Cremona (insieme a Pietro Rossi e alle milizie del podestà di Parma, Ponzone dei Ponzoni) per sedarvi la rivolta dei Cavalcabò favorevoli a Ludovico il Bavaro: fatti anche diversi prigionieri, li condusse a Carlo, figlio di re Giovanni, al quale fu restituito il dominio della città.Il Lupi rimase quindi a Cremona nelle vesti di Vicario dell’Impero, citato in tale importante carica da un diploma di re Giovanni del 5 luglio 1333, nonché in una procura dello stesso Sovrano per trattare una tregua con Azzone Visconti e i soui alleati.Nel 1343 fu tra gli aderenti di Obizzo d’Este, marchese di Ferrara, che rivendicava a Luchino Visconti la città di Parma vantandone un suo acquisto da Azzo da Correggio.Quando però il Visconti ebbe la meglio e, dominando Parma, annientò il potere dei nobili, il Lupi si rivolse a Carlo IV per ottenere l’investitura delle terre di Soragna e Castione e il conseguente appoggio imperiale per farsele restituire: il che conseguì con diploma del 20 settembre 1347 insieme al cugino Raimondino Lupi.Forte di un salvacondotto avuto nel 1350 dall’arcivescovo Giovanni Visconti, si ritirò a Casalmaggiore in cui possedeva diversi beni e dove, secondo il Calandrini, morì.Sepolto dapprima nella locale chiesa dei Frati Minori, il suo corpo sarebbe più tardi stato trasportato a Parma nella chiesa di San Francesco del Prato, non appena pronto il suo sepolcro marmoreo.In questo monumento, che rimase in tale chiesa fino al 1805 per essere poi trasportato inizialmente nell’Accademia di Belle Arti e infine (1821) nell’oratorio di Santa Croce in Soragna, scomposto rispetto all’ordine primitivo, si ha l’effige dello stesso Lupi, giacente nella sua armatura con la spada al fianco.L’epitaffio reca gli elogi del Lupi, del quale si evidenziano le doti di giustizia, di cultore dell’amicizia e di strenuo combattente: Hic recubat tumulo miles pietatis amator marchio magnanimus vir constans sanguinis alti iusticie cultor fervens protector amici egregia natus hugolotus stirpe luporum strenuus hic armis securus turbine belli reddidit audaces furienti marte catervas quinquaginta simul primo sub mille trecentis luce febri quarta tulit hunc nimis invida parca.Il Lupi sposò Legarda di Guglielmo dei Rossi e di Donella di Pietro da Carrara ed ebbe come figli Bonifacio, Giovanni (dottore in telogia, canonico di Padova e prevosto di Santa Maria di Castellina), Caterina (che sposò Antonio Biancardi e fu madre del celebre guerriero Ugolotto) e Donella, che andò sposa a Francesco Lucci.
FONTI E BIBL.: P.Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav.II; B.Colombi, Soragna.Feudo e Comune, 1986, I, 310-311.

LUPI UGOLOTTO, vedi anche BIANCARDI UGOLOTTO

LUPO, vedi LUPI

LUPO, vedi anche CASTELLI NANDO e VILLANI ENZO


Parma 1533/1556
Fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1533 al 1556.
FONTI E BIBL.: N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 13.

Parma 1372
Ingegnere ricordato in un atto notarile in data 27 febbraio 1372: Magister Iacomus Lurago Inzignerius Mag.ci et Excelsi D.ne D.Bernabovis Vicecomitis habitator civitatis Parme viene eletto con altri probi ed esperti uomini a sentenziare sopra una vertenza insorta per confini di una casa fra certo Salomone da Castelnuovo ed i padri Serviti, la quale casa era in questa citta in Borgo Torto (rogito di Barb.o de Fredulfis, Archivio de PP.Serviti di Parma, l.1,N.13, in Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Memorie e Documenti di Belle Arti parmigiane, 1911, 43.

Borgo San Donnino 19 aprile 1879-post 1941
Fu collaboratrice assidua di vari periodici nei quali pubblicò articoli di varietà non sempre firmati col suo nome ma con pseudonimi diversi.Dedicò anche la sua attività alla letteratura per l’infanzia: un volume apprezzato da critici e pubblico di giovani lettori fu Cuor d’oro.Nelle pagine della Lurini vibrano incessantemente l’amore, il ricordo e l’esaltazione di un figlio immolatosi nella prima guerra mondiale.
FONTI E BIBL.: M.Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea, Milano, 1936; M.Bandini, Poetesse, 1941, 346.

Parma prima metà del XVI secolo
Scultore in legno attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E.Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 243.

LUSARDI CRISTOFORO MARIA, vedi LUSARDI CRISTOFORO MATTEO


Cereseto di Compiano o Casaleto 24 febbraio 1778-1853
Fu medico e chirurgo oculista.Studiò presso l’Università di Pavia, avendo a maestro il grande Antonio Scarpa, e trascorse gran parte della sua vita peregrinando per l’Europa (Francia, Belgio, Svizzera e Italia) ed esercitando la professione di oculista con l’operare centinaia di individui di cataratta e di pupilla artificiale.Nel 1810 emigrò inFrancia con la famiglia, prendendo residenza a Lilla, e nello stesso anno presentò la tesi Préjugés sur l’operation de la cataracte, con cui ottenne anche la laurea a Duisbourg in Westfalia.Sono di quegli anni vari viaggi del Lusardi in Prussia, Olanda e Belgio, dove operò con successo (gratuitamente per gli indigenti) molti malati di cataratta, mentre i giornali delle varie città dove si fermò riportarono le notizie delle cure e dei risultati ottenuti.Nel 1819 ritornò per breve tempo in Italia e nella Gazzetta di Parma del 28 agosto si dice disposto a curare malattie d’occhi, alloggiando all’albergo del Pavone.In occasione del suo soggiorno in Parma offrì alla Ducale Biblioteca un suo trattato sul cristallino (Sur l’opacité du Cristallin et sur l’operation de la cataracte), pubblicato nel 1811: la notizia è riportata dalla Gazzetta di Parma dell’11 settembre.Nel Calendario di Corte del 1820 è nominato per la prima volta oculista di S.A.R. e I. la Duchessa di Parma (e tale fu fino al 1847, e in seguito ebbe lo stesso titolo con Luisa Maria): è lecito pensare che tale onorificenza gli fosse concessa durante la sua permanenza a Parma.Un figlio del conte Linati venne operato di cataratta e come lui altre sei persone a Milano, con buon esito, secondo i Mémoires sur la cataracte congenitale del 1827.Riprese quindi a viaggiare attraverso il Belgio e la Francia e ogni sua sosta fu annunciata sui giornali con l’invito a comperare le sue opere.Si interessò a una epidemia di oftalmia che mieteva vittime specie negli eserciti dei Paesi Bassi (1826).Già dal 1821, ne L’Ami du Roi et de la Patrie si poteva leggere un violento attacco al Lusardi (opera di qualche collega), accusato di ciarlatanismo per il suo modo di comportarsi, anche se ne veniva riconosciuto il talento e il fatto che le autorità dei vari luoghi dove aveva operato erano sempre state soddisfatte, specie per le cure gratuite ai poveri.Gli attacchi al Lusardi continuarono per parecchi anni e si ebbero risposte del Lusardi stesso per difendersi e per affermare la sua priorità per l’invenzione di un ago adatto alle operazioni di cataratta, contro le affermazioni del dottor Baratto.Nel 1843 il più violento attacco venne dalla Gazette Médicale belga che chiese l’allontanamento del Lusardi dal Belgio e rimproverò ai giornali politici di pubblicare avvisi pubblicitari di ogni genere, senza considerare che l’operazione della cataratta era delle più ordinarie, mentre sembrava che il Lusardi volesse far cadere dall’alto ogni suo intervento.Anche in Francia fu al centro di polemiche, ma questa volta per questioni non completamente personali: infatti prese parte alle discussioni tra i medici così detti enciclopedisti e gli specialisti, prendendo le parti di questi ultimi, nel 1843, come decano degli specialisti in oftalmojatria.Il Lusardi dovette però valere come chirurgo perché, a parte il successo che ottenne presso il pubblico, anche scienziati del nome di Giacomo Tommasini lo stimarono (in una lettera del 1829 quest’ultimo si rammarica di non aver potuto incontrarlo). Anche l’oculista piemontese Carran du Villars ne parlò bene, citando il suo magnifico ingegno, anche se non condivise la troppa pubblicità legata all’opera del Lusardi. Nel 1830 il Lusardi conobbe il generale Guglielmo Pepe, allora esule in Belgio, e, allo scoppio della rivoluzione di luglio, lo aiutò a varcare la frontiera con la Francia approfittando del fatto che i gendarmi non gli chiedevano i documenti perché lo conoscevano bene.Numerose sono le opere lasciate dal Lusardi: oltre il trattato sul cristallino, pubblicòMemoires sur la cataracte congenitale (1827), De l’ophtalmie contagieuse (1831), Essai phisiologique sur l’iris, la rétine et les nerfs de l’oeil (1831), Mémoire sur le fungue hématode et médullaire de l’oeil (1831), Sur la cataracte noire et la manière de la distinguer de la goutte sereine.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 31; U.A. Pini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1979, 271-273.

Bedonia 29 ottobre 1793-Piacenza 14luglio 1866
Frate cappuccino, compì a Piacenza la vestizione (14 giugno 1817) e la professione solenne (14 giugno 1818).Fu lettore, guardiano, maestro dei novizi e definitore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 410.

Parma 1781/1800
Fu insigne criminalista.Professò a Parma nella seconda metà del XVIII secolo, cominciando però come lettore di Istituzioni canoniche dal 1781 al 1788.Nel 1800 fu consigliere del Supremo Magistrato Camerale e del Supremo Consiglio di Giustizia Criminale.Celebre avvocato, fu difensore (1786) nel processo Anna Barbisini.Infine fu governatore e podestà di Guastalla.Fu autore delle Istituzioni, divise in tre libri, preceduti da un proemio sulla struttura dell’opera.Il libro I è in due parti: la 1a parte tratta il diritto in generale (divisione del diritto canonico, fonti, origine e false collazioni), la 2a parte riguarda de iure personarum, de pontifice, de patriarchis et episcopis, de presbiteris et diaconi.Il libro II è dedicato ai Sacramenti, in generale e singolarmente considerati, l’ultima parte riguarda le cose sacre e quelle temporali.Il libro III tratta de iudiciis.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1995, 305.

Bedonia 21 marzo 1789-Piacenza 17 gennaio 1844
Frate cappuccino, compì a Piacenza la vestizione (19 ottobre 1816) e la professione (29 giugno 1817).Già sacerdote nel secolo, fu predicatore e cappellano delle carceri di Piacenza, religioso di molta preghiera, estremamente povero, illibatamente casto, ciecamente obbediente.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 73.


Val di Taro 1258/1259
Potente ghibellino, con altri nobili di Val di Taro prese Borgo taro nel 1258.Il 6 novembre 1260, assieme a 400 militi di Cremona e con 300 suoi servi, sconfisse le truppe che il Comune di Piacenza gli aveva spedito contro per togliergli il castello di Noceto, nella Valle del Ceno, da lui espugnato nel 1259.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 251.


Borgo Taro 1831
Fratello del causidico di Borgo Taro, nel 1823fu riconosciuto appartenere alla Società dei carbonari.Durante i moti del 1831 fu tenuto sotto sorveglianza dalle autorità di polizia.
FONTI E BIBL.: O.Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 180.


Cassine 25 aprile 1862-Milano 3 marzo 1925
Costretto dalle ristrettezze economiche, abbandonò Parma e si recò in America cominciando a lavorare nell’ambiente teatrale.Dotato di vivo ingegno, fece presto una discreta fortuna.Tornò poi in patria e si stabilì a Milano, dove divenne socio dell’agente teatrale Argenti, alla morte del quale rilevò l’Agenzia che in pochi anni divenne la prima e più reputata agenzia teatrale lirica d’Italia (fu, tra l’altro, il rappresentante di Caruso).Il Lusardi fu apprezzatissimo nel campo artistico tanto in Italia quanto all’estero e nel mondo lirico italiano non ebbe rivali. Diede più volte calorosa collaborazione all’ottima riuscita degli spettacoli lirici del Teatro Regio di Parma.Fondò e diresse il giornale teatrale Il corriere di Milano.
FONTI E BIBL.: C.Alcari, Parma nella musica, 1931, 115-116.

Bedonia 11marzo 1785-Piacenza 30 maggio 1816
Entrò nel collegio Alberoni di Piacenza nel 1802 e nella Congregazione missionaria il 18 luglio 1815.Fu lettore di filosofia, indi professore di teologia nello stesso collegio Alberoni.Morì a soli 31 anni d’età.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 251-252.

Val di Taro 1270/1283
Fu uno dei capi che sconfissero e scacciarono i Fieschi dalla valle del Taro nel 1270.Nel 1283, presso Compiano, il podestà di Piacenza battè gli uomini del Lusardi, li inseguì e distrusse quante fortezze si trovavano in quei monti.
FONTI E BIBL.: L.Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 252.


Parma 31ottobre 1810-post 1858
Fu alunna della Regia Scuola di musica di Parma dal 1833 al 1835. Appena lasciata la scuola, fu scritturata al Teatro di Saluzzo come primo soprano.Le pur scarse notizie indicano che la Lusignani fu una buona cantante.Nel marzo 1837, infatti, fu scelta per eseguire al Teatro alla Scala di Milano una cantata composta da vari autori (Donizetti, Pacini, Mercadante, Vaccaj e Coppola) In morte di Maria Malibran, il cleberrimo soprano deceduto a soli ventotto anni il 23 settembre 1836 a Manchester per una caduta da cavallo.La cantata fu eseguita da un complesso di cantanti che comprendeva le più note voci dell’epoca.Malgrado ciò ebbe un esito disastroso.Nel giugno 1839 la si trova a Barcellona al Teatro Principale in Agnese di Castro di Persiani e in Gemma di Vergy di Donizetti. In Spagna cantò fino al 1840. Nel 1841 si esibì a Salerno, Palermo e Bari, nel 1844 a Cagliari e nel 1847 a Messina.Dopo una lunghissima assenza nei documenti, la si ritrova un’ultima volta nel marzo 1858 al Teatro di San Carlo a Napoli in un’opera di Pacini.
FONTI E BIBL.: Arnese; Dacci; Tintori; Virella; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma, 14 novembre 1981, 3.


Parma 23 agosto 1832-Parma 18 aprile 1914
Figlio di Giuseppe e Luigia Olivetti. Avvocato civilista, accoppiò a una grande esperienza giuridica una notevole perizia professionale. Fu uno dei civilisti più noti e partecipò a importanti discussioni in tutti i principali tribunali giudiziari e amministrativi del Regno, stimato dai maggiori giuristi italiani. Uomo di straordinaria energia e vitalità, dispiegò una intensa attività anche quando fu in età avanzata e fu membro di molte associazioni di interesse pubblico e consigliere comunale di Pellegrino e di Varano Melegari. Fu vicepresidente della Croce Rossa, Presidente del Consorzio idraulico per l’arginatura destra del Parma, membro del Consorzio delle opere idrauliche di IV categoria, dell’Accademia di Belle Arti, della Commissione di Beneficenza, dell’Istituto Tecnico di Sant’Antonio, che difese gratuitamente, Presidente del Bacino Grisanti e della Bonifica di Mezzani. Essendo anche Presidente dell’Opera Parrocchiale di San Giovanni, ebbe gran cura  di questo magnifico tempio e ottenne di rimetterlo in condizioni di conveniente conservazione, facendo eseguire opportuni lavori e illuminando a luce elettrica gli immortali dipinti del Correggio.Iniziò a sue spese e vinse la causa con il Fondo Cutto, per cui alla chiesa di San Giovanni furono rivendicati i suoi beni. Entrò nell’Amministrazione Provinciale come consigliere nel 1895 e 1896 e poi senza interruzione dal 1899 e ne tenne la presidenza dal 1903 fino al giorno della sua morte.Promosse la costruzione di strade (Fornovo - Pellegrino - Salsomaggiore, Traversetolo - Vetto, Borgo taro - Chiavari), del ponte di Fornovo di Taro e delle prime tranvie parmensi, favorendo così gli scambi commerciali e industriali dell’intera provincia.Costituì la Società Parmense di Elettricità, che consentì di dare alla città di Parma (1899), tra le prime d’Italia, l’illuminazione elettrica e si adoperò per aumentare le irrigazioni del territorio agricolo e le opere di difesa idraulica.Personalità complessa, di carattere fiero e talvolta indomabile, ebbe, in politica, molti avversari.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 dicembre 1920, 1-2; B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 87; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 483.

Parma 2 dicembre 1859-10 ottobre 1909
Figlio di Giovanni, fu a sua volta avvocato.Fu membro della Commissione Teatrale del Comune di Parma nella stagione 1897-1898.
FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 293.

Roma 1877-Reggio Emilia 26 giugno 1926
Fu nipote di Giovanni.Esponente del partito liberale, si impose nel difficile ambiente di Parma, sottoposto alle pressioni delle consorterie, con una rapidità che non mancò di suscitare ammirazioni e invidie.Laureato in legge a venti anni, nel 1898 conseguì la libera docenza e insegnò prima a Urbino e poi a Modena. A ventisei anni fu docente ordinario di diritto romano all’Università di Parma.Nel 1901 fu tra i fondatori dell’Associazione Agraria, di cui divenne presidente, carica che ricoprì fino al 1906, quando capeggiò la lista del blocco moderato nelle elezioni municipali.In precedenza era stato consigliere provinciale e presidente della Cassa di Risparmio.Si dimostrò particolarmente intraprendente anche negli affari sostenendo e realizzando le prime attività industriali della lavorazione del pomodoro e inserendosi in varie iniziative, come la Società dell’Elettricità. La sua milizia nel campo moderato non conobbe incrinature e si distinse per un inconsueto fervore, accompagnato sempre da una pratica manovriera che non si arrestò di fronte a nessun ostacolo. Di carattere autoritario e difficile, ebbe aspre polemiche con avversari e amici, quali Telemaco Dall’Ara, l’onorevole Albertelli, l’onorevole Berenini, Aurelio Candian, l’onorevole Micheli, l’avvocato Molesini, l’avvocato Melli e altri ancora. Fondatore dei fogli liberali-monarchici La Lotta e La Scintilla, legato a una delle logge massoniche più potenti della città, quando venne chiamato a dirigere il comune di Parma (1906-1909) sembrò destinato a eccelsi traguardi. Nel 1907 sbalordì la città con le Feste settembrine e nel 1908, in occasione dello sciopero agrario, dominò come pochi altri la scena parmense. Appena trentenne, egli incomincia dunque dove il finire è ambizione e titolo singolare di lode per molti ingegni di prim’ordine, scrisse L’Ordine, il foglio che sostenne la sua candidatura alla vigilia delle elezioni politiche del 1909 (fu candidato nel Collegio di Borgo San Donnino contro Agostino Berenini). Invece, sconfitto sia pure per un ristretto numero di voti, il Lusignani assistette al crollo della sua fortuna, che fu più rapido della sua ascesa.Dimessosi da sindaco, il suo operato fu sottoposto a una inchiesta amministrativa dalla quale risultarono elementi di una gestione avventurosa della finanza pubblica.Abbandonato da tutti gli amici, il Lusignani fu costretto a fuggire da Parma, dove tornò in occasione dei processi che gli vennero intentati o che lui stesso intentò nei confronti dei suoi ex sodali.Nel 1910, alla vigilia delle elezioni per il rinnovo dell’Amministrazione comunale, fece stampare un pamphlet per rivelare la caratura dei maggiorenti del partito conservatore parmense: dal direttore della Gazzetta di Parma, Pellegrino Molossi, che aveva lautamente foraggiato, all’onorevole Faelli, che aveva mantenuto, dalla famiglia De Giorgi, che aveva avviato al successo, al sindaco uscente Cattaneo, al quale aveva dato la possibilità finanziaria di soddisfare voglie senili, a Molesini, all’onorevole Giuseppe Micheli, personaggi tutti impegnati nella difesa della vacillante amministrazione moderata, che si videro accusati di vicende imbarazzanti.Successivamente diede vita a un altro settimanale, La luce, anche questo specializzato in campagne scandalistiche, che gli procurarono altre querele. All’indomani della prima guerra mondiale, il Lusignani, che intanto aveva fondato insieme al Cuppini la Banca popolare agricola, sembrò sul procinto di riprendere il cammino bruscamente interrotto nel 1909.Ponendosi come punto di raccolta delle disorientate forze conservatrici, entrò in contatto con gli ambienti del movimento fascista che non approvavano le suggestioni corridoniane, assai forti a Parma.Nelle elezioni politiche del 1921il Lusignani presiedette il comitato del Blocco Nazionale e i suoi legami con il Fascio parmense si fecero più stretti quando, nel novembre, venne nominato segretario della sezione di Parma l’avvocato Odoardo Bagatti, un’altra figura dai contorni indefiniti, che del Lusignani aveva condiviso molte vicende, oltre all’iniziazione massonica. È di quel periodo il finanziamento per il nuovo quotidiano La Patria, diretto da Paolo Giudici, ex ardito ed esponente dell’ala più dura del fascismo parmense. Nel 1921 fu creato conte e ciò originò polemiche vivacissime e un lungo processo per diffamazione col Candian, che coinvolse molti noti personaggi di Parma e che interessò l’intera stampa italiana per mesi, prolungandosi, tra ricorsi in Appello e in Cassazione, fino al 1924. Un convincente giudizio sul Lusignani, stella luminosa intorno alla quale girarono fino a ieri le luci minori della costellazione moderata parmense, e una attendibile interpretazione del fenomeno del suo ascendente nell’ambiente di Parma, vennero in quei giorni da Alceste De Ambris, di nuovo costretto a ritornare sull’annosa storia dei suoi rapporti con l’ex sindaco: Credo che Lusignani sia un arrivista audace, senza scrupoli e senza fede, capace di tutto pur di riuscire al suo intento, che è sempre ed esclusivamente il successo personale.Credo altresì che Lusignani sia forte, più che per qualità positive sue, per quelle negative degli uomini politici locali e soprattutto per la curiosissima suggestione collettiva che ha fatto di lui una specie di mito, il demiurgo della vita pubblica parmense, con dei tentacoli a guisa di polipo in ogni campo e quasi in ogni casa. Il suo ascendente subì un forte colpo con l’esito negativo della causa che lo vide opposto all’avvocato Aurelio Candian, ma nelle giornate dell’agosto 1922, quando Parma fu assalita dalle squadre fasciste giunte da tutta la Valle Padana, il Lusignani sembrò prendersi una clamorosa rivincita.Le abitazioni di coloro che si erano impegnati in quel processo (durato mesi, con colpi di scena che avevano sollevato emozioni e interesse in città), gli studi degli avvocati del Candian e la stessa redazione del quotidiano Il Piccolo, anche questo schierato contro il Lusignani, furono assaliti e saccheggiati dai fascisti. L’impressione di quelle azioni fu enorme e non mancò di ripercuotersi all’interno dello stesso movimento fascista. Per avere concesso l’iscrizione al Lusignani al fascio di Collecchio, di cui era segretario, il Giudici fu espulso dal Partito e al Lusignani venne ritirata la tessera. Quelle decisioni scontentarono i settori più oltranzisti che si ispiravano al ras di Cremona Farinacci, al quale si legava anche il Lusignani. Sotto la protezione di Farinacci, il Lusignani riuscì ancora a riprendere quota ma non cessò di battere le abusate strade della corruzione e delle azzardate speculazioni, alimentando correnti di ostilità che solo la potenza del suo patrono riuscì a far decantare.Il vacillare, all’interno del movimento fascista, del prestigio di Farinacci coincise con l’affiorare di difficoltà finanziarie per la Banca del Lusignani.La situazione, anziché venire sanata attraverso un intervento del regime, venne così lasciata esasperare fino al fragoroso fallimento (10 giugno 1926). Di nuovo costretto a fuggire da Parma, il Lusignani fu arrestato a Firenze e tradotto alle carceri di Reggio Emilia dove, dopo un tentativo di evasione non riuscito, si tolse la vita.
FONTI E BIBL.: B.Molossi, Dizionario biografico, 1957, 87-88; Aurea Parma 1 1983, 60-61.

Parma-Corfù 25 settembre 1943
Colonnello, rivestì dal 1941 al 1943 il comando del presidio di Corfù.Fu fucilato dai nazisti e insignito di medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.

Parma ante 1797-post 1821
Fu cantore alla chiesa della Steccata di Parma nel 1797. Non si hanno altre notizie del Lusignoli fino a quando ricompare cantore nel Duomo di Casalmaggiore, nel quale fu probabilmente anche maestro di cappella dal 1807 al 1821. Qui si conservano trentanove sue composizioni di musica sacra sia vocale che orchestrale autografe e altre potrebbero essere tra le molte di autore ignoto conservate nell’archivio stesso. Nell’archivio capitolare del Duomo di Vicenza si trovano un Tantum ergo a tre voci e organo e ventisette responsori per tre giorni della Settimana Santa, sul cui frontespizio si qualifica Maestro di Cappella nell’jnsigne Basilica Ducale dell’Ordine Cavalleresco Costantiniano di Parma e Maestro di Corte di Sua Maestà Maria Luigia.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1797; N.Pelicelli, Musica in Parma, 1936; G.N.Vetro, Dizionario, 1998.


Val di Taro XVI secolo
Avventuriero valtarese del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: Un avventuriero valtarese del secolo XVI, in Bollettino Storico Piacentino 56 1961, 129-130; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 627.

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