Ti trovi in Home page>Dizionario biografico: Gracco-Grossi

Dizionario biografico: Gracco-Grossi

Stampa la notiziaCondividi su facebook

GRACCO - GROSSI

GRACCO, vedi LERIS LUIGI


-Parma 29 settembre 1630
Sacerdote, fu eletto cantore della chiesa della Steccata di Parma in luogo di Pietro Bernieri il 12 settembre 1608 e come residente il 18 novembre 1611. Servì, come musico, anche la Corte ducale di Parma dal 1° maggio 1620 fino a che, dieci anni dopo, venne a morire di peste.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 85.


Parma 1621/1644
Sacerdote e cantore. Fu Basso e Residente della chiesa della Steccata di Parma dal febbraio 1621 all’aprile 1632. Gli venne fatto un donativo per avere cantato dal maggio al settembre 1638 e nella festa di Pentecoste del 1644.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 88.


Parma 1810
Falegname, realizzò nell’anno 1810 due ante di armadio a muro in stile Luigi XVI, firmate Agostino Grafino fece 1810 (collezione privata).
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.


Graiana-post 1421
Rinunciò poco prima del 22 luglio 1421 all’Arcipretura di Berceto, forse per vecchiaia o per traslazione, e venne incaricato dal vescovo di Parma di dare possesso reale dell’Arcipretura al suo successore don Antonio Toschi, come si legge nell’atto d’investitura di quest’ultimo.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 34.


Berceto 1389
In un documento dell’Archivio di Stato di Parma del 7 maggio 1389 si legge che il Graiana, arciprete della pieve di Berceto, si costituì davanti a Paolino dei Pignardi di Milano, vicario ducale per Berceto e suo plebato, allo scopo di rivendicare alla sua pieve il possesso del Mulino di Casacca con casa e orto annesso, indebitamente occupato da Franceschello delle Ghiare e da Nicola da Pagazzano, eredi di Andriolo da Pagazzano. Dopo aver provato che il diritto della pieve datava da più di sessanta anni, ottenne che gli venisse riconosciuto il possesso di tale mulino e che gli venisse corrisposta per sei anni un’indennità di 10 staia di frumento (Carte Rossi-Feudi, mazzo 269.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 33-34.


Grammatica 1225
Fu Signore di Fontana Pradosa e nel 1225 prese parte alla Lega Lombarda.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopeida storico nobiliare, 3, 1930, 534.

Grammatica 1096/1118
Nel 1096 fu crociato e nel 1118 ottenne da Addo, vescovo di Piacenza, l’investitura della Signoria di Grammatica e di Graiano.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 534.

Borgo San Donnino 22 marzo 1872-Ostia 8 novembre 1965
Il padre, Domenico, suggeritore, e la madre, Cristina Bradil, vestiarista e sarta, si trovavano a Borgo San Donnino con la compagnia teatrale di Luigi Monti quand’ella nacque. Come tutti i figli d’arte, cominciò a recitare dalla più tenera età. Il suo nome figura già in programmi teatrali del 1884-1885. Meno favorita della sorella Irma nei mezzi fisici e vocali, la sua passione per il teatro si urtò contro i consigli di esperti anche insigni (la Duse, Talli), che la dissuadevano dall’arte. Ma, animata da una volontà e da una intelligenza, cui presto soccorse una cultura notevole tra gli attori del tempo (anche per essere un’eroica autodidatta), la Gramatica si ostinò nella sua battaglia, vincendola faticosamente ma definitivamente. Bambina ancora, fu con la sorella al seguito della Duse nelle sue peregrinazioni artistiche in Italia e all’estero (Russia e America), producendosi a lungo come comparsa e coltivando, alla scuola della grande attrice, quelle doti che poi fecero anche di lei una regina del teatro di prosa. Per un anno stette nella compangia Pietriboni e, passata in quella dell’Aleotti, si recò ancora in America con la sorella, scritturata prima attrice giovane. Ripresa al rientro a Bologna dalla Duse, la seguì in Germania, Spagna, Austria e Russia, sostenendo parti di secondo piano. Rimase due anni con la Duse e fu anche a Londra, dove si fermò per proprio conto visitando musei e studiando Spencer. Visitò poi da sola, per perfezionarsi nello studio delle lingue, l’Olanda, la Germania e il Tirolo. In seguito fece parte della compagnia Rosaspina-Montrezza come prima attrice giovane e, scioltasi questa, passò nella compagnia sociale diretta da Luigi Biagi. Tornata alla Duse, prese parte a un giro artistico in Norvegia, dedita al lavoro e allo studio di Voltaire. Rientrata in Italia, fu scritturata nella compagnia Reinach-Talli. Per la quarta volta ritornò alla Duse, con la quale si recò nell’America del Nord, quindi, rimessasi da una grave malattia, prese il posto della Mazzocca nella compagnia Andò-Leigheb-Reiter, interpretando le parti delle prima attrice giovane ne La lupa del Verga, nella Mamma del Praga e ne La seconda moglie del Pinero. Per un anno si produsse con Novelli e fu di nuovo in America. In seguito, scritturata nella compagnia Andò-Tina Di Lorenzo, sostenne con successo le parti di Elena nella Caterina di Lavedan, di Nora ne La sorella maggiore del Lemaître e procurò applausi a I figli d’Ercole del Pilotto. Scritturata nel 1899 da Ermete Zacconi come prima donna, rimase con questi due anni, cogliendo consensi di pubblico e di critica ne Le anime solitarie, Il vetturale, Henschel, Il nuovo idolo, in Bartel Thuraser, Zelinda e Lindoro di Carlo Goldoni e in Gloria e Gioconda di D’Annunzio. Sempre come primadonna passò nelle compagnie Alfredo De Santis e Andò, quindi formò compagnia con Leo Orlandini e Fabbri (1903). Successivamente, per un triennio (1906-1909), stette con Ruggero Ruggeri e infine, nel 1909, divenne capocomica e direttrice di una propria compagnia. Attrice colta e intelligente, di predilezioni romantiche, divulgò in Italia le opere maggiori di molti drammaturghi nordici, tra cui, principali, Ibsen (Casa di bambole, Gian Gabriele Borkman, Rosmersholm, Hedda Gabler), G.B. Shaw (Pigmalione, La professione della signora Warren, Cesare e Cleopatra, Non si sa mai, Santa Giovanna, Candida), Enrico Bataille, suo autore prediletto (Falena, Risurrezione, La vergine folle, Sogno d’una notte d’amore, Poliche), Barrie (Le medaglie della vecchia signora, L’età delle attrici, La moglie che lo sa) e Wolff (La bomba, Rigagnolo). Celebri furono le sue interpretazioni di Anna Peters di Jennsen, La sorridente signora Beudet di Amiel, La signora Suinter di Schonerr, Amare di P. Géraldy, La bimba sciocca di Lope de Vega, Anfissa di L. Andrejeff, Menzogne di Vinnicenko, La samaritana di Rostand, Fedra di Racine, Il passato di Portoriche, Piccola amica di Brieux, Rosa Bernd di Hauptmann, Cena d’addio di Schnitzler, La volpe azzurra di F. Herzeg, Teresa Raquin di Zola e La via lunga di Bernstein. Tra gli autori italiani quello che si avvicinò forse più all’arte della Gramatica fu Cesare Vico Ludovici, del quale ella interpretò le opere migliori (La donna di nessuno, Tobia e la mosca, Isa, dove vai?), ma anche D’Annunzio ne La citta morta, G.C. Viola in Quella, Canadà e Il giro del mondo, Pirandello in Ma non è una cosa seria, Beltramelli ne Le vie del Signore, Rino Alessi ne La gatta, G.A. Traversi in Carità mondana, S. Gotta ne La damigella di Bard ebbero in lei un’interprete di squisita sensibilità e non comune valore. Particolarità dell’arte della Gramatica fu quella di rendere sulla scena, con molta semplicità, i caratteri più complessi, lasciando nelle interpretazioni il segno di una vivida intelligenza. Più che in creature energiche e volitive, ella si trovò a suo agio nell’esprimere i sentimenti e le inquietudini delle protagoniste delle tragedie in sordina, perché la sua arte fu assai delicata nel trarre la grazia dal rude e dallo sgraziato e significato dall’insignificante: arte profondamente umana, che seppe dare calore e colore alla vita anche più grigia con accento toccante che penetrava e commuoveva. In questo, principalmente, sta la ragione del successo che mai l’abbandonò nelle sue interpretazioni così sentite, sorrette in lei da grande dolcezza, precisa dizione ed eleganza innata degli atteggiamenti. Dopo aver recitato sulle principali scene d’Europa e d’America in quattro lingue, sospese l’attività dal 1926 al 1928. Nel 1928 si ripresentò con la sorella, in compagnia della quale intraprese un giro artistico nell’America del Nord. Formò poi compagnie proprie, fancedosi affiancare da attori come M. Benassi (1931), M. Giorda (1932), C. Ninchi (1935), G. Stival (1939) e N. Pavese (1941). Fu ancora in vari paesi d’Europa e d’America prima di prodursi per due anni (1944-1945) in Italia con A. Geri primattore. Nel 1947, intrapresa una tourneé a Buenos Ayres, vi rimase per due anni, recitandovi in spagnolo. Dall’America del Sud passò in Spagna e infine, nel 1950, tornò in Italia, fomando compagnie più volte e svolgendo intensa attività alla televisione. Artista nobilmente curiosa del più interessante e vario repertorio internazionale, la Gramatica , pure ostinandosi nell’interpretazione di autori non sempre giudicati confacenti al suo temperamento (tutte le sue interpretazioni di Shaw diedero luogo a gravi riserve), pure insistendo in certe sue debolezze per il traversti (Candida, Il Furfantello dell’Ovest di Synge e addirittura Amleto), tuttavia lasciò sempre, in ogni genere, il segno di una vivida intelligenza. Notata, agli inizi, per le sue note romantiche, nella maturità si affermò piuttosto nei tratti di un verismo talvolta crudo e anche ingrato, ma da cui, almeno nei momenti migliori (Casa di bambola, La Sorridente signora Baudet, Le medaglie della vecchia signora, Aimer), seppe trarre accenti di una accorata poesia di caratteri delicatamente intimisti e crepuscolari. Sicché il giudizio della critica le riconobbe un posto di singolare onore, accanto alla sorella Irma, nella scena drammatica italiana. La Gramatica debuttò nel cinema nel 1916 in Quando il canto si spegne, firmando poi la sceneggiatura e la regia, con Piero Ballerini, del remake (1954) di La vecchia signora, intitolato Peppino e la nobile dama. Nel gruppo delle sue prestazioni cinematografiche vanno ricordate Napoli d’altri tempi (1938) di Amleto Palermi, La vedova (1938) di Goffredo Alessandrini, Sissignora (1941) di Poggioli, Miracolo a Milano (1951) di De Sica (dove impersonò in maniera significativa Lolotta, la nonna di Totò), Il segreto di suor Angela (1956) di Leo Joannon, per chiudere poi la carriera con due film di Carmine Gallone, Don Camillo monsignore (1961) e La monaca di Monza (1962). Furono interpretazioni piuttosto di maniera quelle della Gramatica, improntate a un patetismo lacrimoso, con personaggi di sapore ottocentesco, che però piacevano al pubblico, tanto che anche le sue apparizioni in televisione riscossero sempre significativi successi.
FONTI E BIBL.: Annali del teatro italiano, volume I, volume II, Milano, 1921-1923; A. Cervi, Senza maschera, Bologna, 1919; M. Corsi, Le prime rappresentazioni dannunziane, Milano, 1928; S. D’Amico, Tramonto del grande attore, Milano, 1929; Illustrazione Italiana 1917; A. Manzini, Emma Gramatica, Milano, 1921; L. Rasi, I comici italiani, volume I, Firenze, 1897; G. Rocca, Teatro del mio tempo, Osimo, 1935; A. Varaldo, Profili di attrici e di attori, Firenze, 1926; N. Leonelli, Attori, 1940, 450-456; Dizionario UTET, VI, 1957, 652; Enciclopedia spettacolo, V, 1958, 1556-1557; Filmlexikon, II, 1959, 1138-1139; A. Varaldo, Fra viso e belletto, Milano, 1910; A. Varaldo, Profili di attrici e di attori, Firenze, 1926; P. Gobetti, La frusta teatrale, Milano, 1923; M. Ramperti, Emma Gramatica, in Com 9 1926; E. Roma, Il Segreto di Emma Gramatica 9 1929; N. Leonelli, Viaggio intorno al mio camerino, Bologna, 1928; G. Calendoli, Emma Gramatica, in Teatro 19-20 1950; A. Gramsci, Letteratura e vita nazionale, Torino, 1950; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 199-202; G. Rondolino, Dizionario cinema italiano, 1969, 171-172; Filmlexikon, Aggiunte I, 1973, 1151; R. Campari, Parma e il cinema, 1986, 135; Grandi di Parma, 1991, 54-56.


Parma 1635/1637
Frate dell’Ordine dei Minori, fu tenore della chiesa della Steccata di Parma dal 12 gennaio 1635, ma per breve tempo. Lo si trova più tardi a cantare in occasioni particolari, come nella Festa dell’Annunciata dell’anno 1637.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 95.

Milano 19 aprile 1875-Borgo San Donnino 23 agosto 1922
Appartenente a famiglia borghigiana, compì gli studi tecnici nella natia Milano, dove il padre Massimiliano, ingegnere di valore, si era trasferito per ragioni professionali. Dedicatosi all’attività commerciale, per la perspicacia dimostrata in questo campo fu chiamato alla direzione della Casa di importazione e di esportazione Bocconi, in seno alla quale rimase per dieci anni, contribuendo al suo sviluppo e fondando filiali in Germania e in Inghilterra. Ritiratosi dall’importante azienda, aprì con i fratelli dapprima a Milano, quindi a Borgo San Donnino, uno studio di rappresentanza di case nazionali ed estere. Dopo la parentesi della prima guerra mondiale, che lo vide al fronte con il grado di tenente e poi di capitano aiutante maggiore, riprese a Borgo San Donnino la propria attività ed ebbe parte considerevole nella fondazione di un’industria di isolatori di vetro, adoperandosi con intelligenza e tenacia alla costituzione della società. Con l’appoggio di amici tedeschi e francesi, riuscì a ottenere la collaborazione della Società di Folembray, portando così a termine tutti gli studi di impianto dello stabilimento, che poi, con il nome di Fidenza-Vetraria, rappresentò per la città una delle principali fonti di lavoro. Il suo nome fu onorevolmente ricordato in una lapide posta nell’atrio d’ingresso agli edifici del grande complesso industriale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 202-203.

GRAMIZZI AMALIA, vedi MARIANI AMALIA


Borgo San Donnino 6 agosto 1786-Borgo San Donnino 13 febbraio 1868
Figlio di Giuseppe e di Amelia Pastori. Si arruolò all’età di venti anni nella Guardia Imperiale quale Velite granadier il 5 dicembre 1806 e subito venne avviato sul fronte della Prussia Orientale, incorporato nelle truppe francesi. Partecipò a tutte le vicende di quella campagna che, coi vittoriosi combattimenti di Eylau e di Friedland, si concluse nel luglio 1807 colla pace di Tilsit. L’anno successivo fu in Spagna e prese parte a quella guerra, tutta assedi, scontri e imboscate, che per sette anni tenne in scacco le armate napoleoniche. Si trovò ai combattimenti di Burgos, di Reynosa, di Tudera e all’assedio di Saragozza, che costò alla Spagna la perdita di cinquantamila soldati. Nel 1809, quando Napoleone Bonaparte dichiarò nuovamente guerra all’Austria, la Guardia Imperiale, di cui il Gramizzi faceva parte, entrò per la seconda volta in Vienna coll’Imperatore in testa. Negli anni 1810 e 1811, scarsi di avvenimenti militari, il Gramizzi prestò servizio di guarnigione in varie località, spostandosi continuamente da un luogo all’altro. Con decreto imperiale del 13 marzo 1811 venne nominato sottoluogotenente e assegnato al 3° Battaglione del 2° Reggimento del Mediterraneo. La comunicazione gli venne fatta direttamente dal ministro della Guerra, generale Guillaume, che gli ordinò contemporaneamente di raggiungere il deposito in Corsica. Prima però di raggiungere la sede, riuscì a tornare a Borgo San Donnino per abbracciare il padre che, dal giorno in cui era partito militare, non aveva più visto (la madre era morta molto tempo prima): partito da Parigi il 4 aprile, il 18 fu a Lione, il 29 a Torino e l’8 maggio a Borgo San Donnino. Ancora trentaquattro giorni di marcia e il 20 maggio, da Tolone, si imbarcò per la Corsica, ove rimase sino ai primi di giugno dell’anno successivo. Anche il Reggimento cui apparteneva il Gramizzi fu destinato al fronte russo. Il 9 giugno partì da Lione e arrivò a Strasburgo il 29, quando gran parte della Grande Armata aveva già oltrepassato il Niemen. In sei mesi di marcia, attraversando una sessantina di località, giunse a Varsavia il 13 novembre. Intanto era in corso la spaventosa ritirata: Mosca, conquistata a prezzo di inauditi sacrifici il 7 settembre, venne abbandonata e il 28 ottobre i resti dell’esercito napoleonico erano in piena rotta presso la Beresina. Il 5 dicembre Napoleone Bonaparte lasciò il comando a Murat e partì per Parigi. Il corpo ove militava il Gramizzi non prese parte a quelle tragiche giornate essendo in servizio di retroguardia, ma durante la ritirata, incalzato dalle truppe cosacche, si trovò impegnato dai nemici il 13 febbraio 1813 a Kalischt, nella Polonia russa. Nel combattimento il Gramizzi venne gravemente ferito d’arma da fuoco alla coscia destra. Rimase ventiquattro ore nella neve, finché fu rinvenuto quasi esanime da una pattuglia russa. Trasportato come prigioniero di guerra nell’Ospedale di Kalischt, vi rimase degente sino alla fine di gennaio del 1814. Da Kalischt il Gramizzi venne trasferito all’Ospedale di Varsavia. In seguito trascorse la prigionia nella Polonia settentrionale, trasferito continuamente da una località all’altra. Finalmente, dopo venti mesi di prigionia, in seguito a scambio di prigionieri, il 27 settembre 1814 venne liberato e poté ritornare in Francia. Due giorni dopo si presentò all’Ospedale militare di Landau ove gli venne rilasciato un certificato medico per poter usufruire di qualche mezzo di trasporto. Il Gramizzi arrivò il 10 ottobre a Lione alla sede del suo reggimento, passato sotto le bandiere di re Luigi XVIII, innalzato al trono dagli alleati. Poco dopo il suo arrivo il Gramizzi fu insignito della decorazione del Giglio, onorificenza che il Re, per ingraziarsi l’esercito, distribuì con larga generosità a tutti gli ufficiali. In seguito, quando Napoleone Bonaparte, dopo essere fuggito dall’isola d’Elba, l’11 marzo 1815 passò in rivista le truppe accorse da ogni parte della Francia, il Gramizzi si trovò in quella coorte passata alla storia sotto i nome di Battaglione sacro. Egli seguì il travolgente cammino dell’Imperatore, tra il delirante entusiasmo della popolazione, sino a Parigi. Il 2 aprile venne assegnato al 4° Reggimento di linea e seguì le vicende della guerra sino alla tragica giornata di Waterloo, dopo di che le truppe napoleoniche vennero smobilitate. Il 22 agosto anche il Gramizzi partì da Vivonne con foglio di viaggio per l’Italia e il 18 settembre arrivò a Borgo San Donnino, accolto con calore da tutta la cittadinanza. Come quasi tutti gli ufficiali reduci dalle campagne napoleoniche, anch’egli entrò nel Reggimento di Maria Luigia d’Austria. Accolto col grado di sottotenente il 1° marzo 1816, venne nominato Guardia nella Brigata d’onore il 13 maggio 1845 e due anni dopo Comandante della Brigata di Borgo San Donnino. Nel 1850 venne trasferito nella Divisione Veterani del Corpo sedentario e nello stesso anno gli venne consegnata dalla Duchessa la medaglia di Sant’Elena. Una volta definitivamente congedato dall’esercito, si occupò come commesso in un negozio di drogheria di cui poi venne in possesso alla morte della proprietaria, che egli aveva sposato. Ebbe un unico figlio, Massimiliano, che, laureatosi in ingegneria, occupò importanti cariche a Milano e nella sua città nativa, di cui fu anche sindaco. Il Gramizzi visse sino all’età di ottantatré anni.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 25; Aurea Parma 1946, 27-36; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 204-205; D. Pedretti, in Gazzetta di Parma 7 aprile 1997, 32.


Milano 1874-Borgo San Donnino 21 gennaio 1920
Figlio di Massimiliano. Non avendo potuto prendere parte, per la cagionevole salute, alla guerra del 1915-1918, istituì a Borgo San Donnino, sostenendolo a proprie spese per tutta la durata del conflitto, un ufficio per la raccolta di notizie sui militari impegnati al fronte e organizzando, nello stesso tempo, iniziative benefiche a favore delle famiglie dei combattenti. Cultore appassionato di memorie storiche della città di Borgo San Donnino, fu pure collaboratore assiduo di giornali e riviste locali. Tra i suoi numerosi articoli sono degni di nota Borgo San Donnino e la Lega Lombarda e Pericoli di un viaggio attraverso l’Emilia nel 1400, apparsi entrambi su La Strenna della Val d’Arda del 1894. Per l’Archivio comunale di Borgo San Donnino trascrisse in originale la pergamena sul Trattato di pace tra i Borghigiani e i Parmigiani, 26 luglio 1315, conservata nell’Archivio di Stato di Parma, e fu inoltre raccoglitore diligente di statuti, convenzioni e di altri atti comunali.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 205-206.

Collecchio 1927-Roma 13 maggio 1983
Negli anni Quaranta si trasferì con la famiglia (il padre era capostazione delle Ferrovie) a Ghiare di Berceto. Iniziò la carriera militare come allievo ufficiale alla scuola di Lecce. Promosso sottotenente di complemento, fu inviato in servizio di prima nomina a Como, da dove, vinto il concorso per il passaggio in servizio permanente effettivo, passò a frequentare la scuola di applicazione di Torino. Fu poi a Livorno e quindi a Orvieto, dove frequentò la scuola di educazione fisica, conseguendo il brevetto di istruttore dell’esercito, seguito da quello di pilota osservatore ottenuto alla scuola di Viterbo. Ammesso, in seguito a concorso, alla scuola superiore di guerra di Civitavecchia, venne nominato ufficiale di Stato maggiore e impiegato presso grandi unità a Bergamo e a Bologna. Ebbe poi incarichi presso il ministero della Difesa e fu per tre anni addetto militare presso l’ambasciata di Addis Abeba. Nominato colonnello, fu vicecomandante della Brigata Gorizia. Divenuto generale, gli fu affidato il comando della Brigata Isonzo a Cividale del Friuli. Ricoprì poi incarichi direttivi presso il ministero della Difesa. Il Granai morì in seguito a un incidente automobilistico. La salma fu sepolta a Ghiare di Berceto.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 maggio 1983, 14.

Parma 1831
Capitano delle truppe ducali di Parma, durante i moti del 1831 compì una spedizione con Angelo Grossardi (comandante il secondo Quartiere della Guardia Nazionale in Parma) e forse con il capitano Spaggiari e i tenenti Ballerini e Conti fuori Porta Santa Croce. Comandò poi un distaccamento a Castelguelfo.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti parmensi del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 121.

GRANDE, vedi PALLAVICINO OBERTO

GRANDE LOLA, vedi BOCCHI LOLA


Parma-post 1765
Visse a San Pietroburgo, dove era maestro di ballo alla Corte. Fu poi a Brescia tra il 1760 e il 1765 come compositore dei balli presso l’Accademia dei Formati.
FONTI E BIBL.: Bignami; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


ante 1382-Parma 1442/1459
Figlio di Andrea o Andreolo. Maestro fabbro ferraio ricordato in alcuni atti notarili: 7 settembre 1436, testimoni Bartolomeo de Grandis f.q.m Andrea, Pietro de Grandis figlio di esso Bartolomeo, e Melchiorre e Nicolò fratelli e figli del ricordato Pietro, abitanti tutti nella vicinia di Sancta Cristina (rogito di Lodovico da Neviano, Archivio Notarile, Parma); 27 aprile 1441, Antonia f. di Michele da Castelnuovo e moglie di Battista del Leone di Vicenza abitante in Parma nella vicinia della Cattedrale crea suo procuratore a liti il padre suo Michele da Castelnuovo al quale atto trovandosi presenti per testimoni Maestro Giacomo de Visdomini f.q. Rolandino, della vicinia di Sant’Apollinare, Maestro Bartolomeo de Grandis f.q. Andrea vicinia di santa Cristina e Bertolino da Reggio figlio del vivente Dino della vicinia di San Quintino (rogito di Giovanni Palmia Archivio Notarile, Parma). Nel 1382 il Grandi fu citato a comparire davanti al Giudice de’ Malefizii per aver preso parte a una rissa (Archivio di Stato di Parma, rogito di Pietro del Sale).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 29.


Parma 1448
Dipinse sul palazzo pubblico di Parma nel giugno del 1448, insieme con Bartolino Grossi, le armi della nuova Repubblica, con figure allusive alla recuperata libertà. Il cronista da Erba lasciò memoria nella sua Cronaca che il 25 settembre 1448 fu fatto e dipinto quella Incoronata N.D. che è sul palazzo della piazza, e fu dipinta per Maestro Bertolino di Grossi e per Maestro Ziliolo. Il Grandi è ancora ricordato nel Liber Gialdus et azuriius Mag.ce Co.tatis Parme (Archivio di Stato di Parma, Fondo del Comune): 1448 Item die iiij Iulii dat Magistris Bertolino de Grossis e Ziliolo de Grandis ambibus pictoribus quibus commissa est cura pingendi figuras quasdam Libertatis in facie nova palacii habitationis domini Potestatis, quos convertere debent in emptione foleorum auri et azuri ultramarini boni et fini pro fabrica dictarum figurarum, mutuo vigore bulletae dominorum Deffensorum lire 128. Item die xxviij Iulius dat. Magistris Bertolino et Ziliolo pictoribus mutuo vigore bulletae lire 62 e soldi 12. Item die x octubris dat. Magistris Egidiolo de helenzonibus et Bertolino de Grossis pro integra solucione eorum solvenda picture d.ne Sancte Marie vigore bullete dat. et script. in libro azuro fo. ccxlv lire 8, soldi 12 e denari 7.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 29-30.

Parma 1501
Maestro (non ne é specificata l’arte) ricordato in un rogito notarile in data 26 aprile 1501: Lo Strenuo uomo Pietro de Grandis figlio del vivente maestro Filippo cittadino della vicinia di San Salvatore compera dallo spettabile Dottore in leggi Bernardino Aiani un cavallo in prezzo di 13 ducati d’oro, dei quali si confessa debitore (rogito di Giorgio Arpi, Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 30.


Parma 1621
Nell’anno 1621 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: Marchesi, Galleria dell’onore, 1735.


Colorno 13 marzo 1802-
Sposò nel 1829 Domenica Armanini. Fu in servizio presso la Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1836 come garzone di cucina e dal 1840 come sottoaiutante di cucina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 310.

Parma XIV/XV secolo
Fu valoroso Capitano d’armi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 452.

GRANDI GIOVANNI, vedi anche GAMBI GIOVANNI


Parma ante 1436-post 1460
Fu maestro fabbro ferraio. È ricordato in un rogito notarile del 12 febbraio 1460: L’egregio e prudente uomo Maestro Pietro de Gandis f. del fu Bartolomeo cittadino abitante nella vicinia di Santa Cristina affittuario dell’Arciprete di Castrignano per terreni posti nella villa di Antognano (rogito di Galasso Leoni, in Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 30.


Pellegrino 1525
Commissario di Pellegrino, fu presente all’atto del notaio piacentino Francesco Bernardino Borroni dell 18 gennaio 1525, in cui il marchese Pietro Francesco Malvicini e la contessa Costanza Auguissola, tutori dei marchesi di Pellegrino Camillo e Giulio Fogliani, investiverunt ad fictum perpetuum Dominum Antoninum Campana filium q.d Antonii, ad praesens Castellanum Arcis Pellegrini. Il Grandi approvò il legato lasciato ai frati Conventuali di San Francesco in Pellegrino da parte di Leonardo Baffoli di alcune terre poste in Mariano, dette i Pastori, e questo per commissione di Costanza Anguissola.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 7.


Parma 1745 c.-post 1782
Nacque da Maria Grandi e probabilmente da Vincenzo Bazzigotti. Fece parte della compagnia di quest’ultimo. Fu primadonna e ottenne buon successo sia in Italia che all’estero. Nel 1770 fu in Portogallo con Paganini. Sposatasi con Antonio Brambilla, ballerino al Teatro Ducale di Parma, visse con lui a Parma. Tornò poi alle scene, sostenuta da un vivo amore per il teatro, che le fece accettare, nonostante la precoce pinguedine, anche ruoli di servetta (nel 1782 a Palermo).
FONTI E BIBL.: Bartoli; Rasi; Croce, 625; Brunelli, 171; Enciclopedia dello spettacolo, V, 1958, 1621.

GRANDI ZILIOLO, vedi GRANDI EGIDIOLO

-Parma 1612/1621
Si laureò in legge il 2 maggio 1584. Molto attivo e dotato di grande destrezza nel trattare gli affari, fu eletto Procuratore della Camera Ducale del duca Ranuccio Farnese. Esercitò questo ufficio per diverso tempo, cercando però con ogni mezzo di liberarsi dall’incarico e ritornare alla professione di avvocato. Ma il Duca fu irremovibile e di lì a poco lo inviò a Firenze a negoziare il matrimonio tra il Marchesino di Colorno e Costanza Salviati e quindi a Milano per alcune importanti occorrenze. Ritornato a Parma, ottenne finalmente dal Duca il permesso di riprendere la professione di avvocato, procurandosi in breve tempo molta reputazione e un gran numero di clienti. Accaduta una disavventura a un suo figlio in Roma, coinvolto in una gravissima vicenda che fece molto scalpore, il Grandini si recò da papa Paolo V a perorare la grazia, ma tutto fu inutile. Ritornato a Parma, distrutto dal dolore e dagli affanni, di lì a poco morì in ancora giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 50-52.

Parma 7 gennaio 1882-Brescia 8 febbraio 1952
Da giovane fu muratore. Non avendo mezzi di sussistenza, si arruolò volontario in anticipo sul servizio di leva e fu destinato a Milano (29° Reggimento Fanteria). Ne approfittò per iscriversi al conservatorio di quella città e studiò sotto la guida di Giuseppe Gallignani, direttore di quell’istituto. Dopo essere stato ammesso al conservatorio, il Monte di credito su pegno di Busseto gli assegnò una borsa di studio di quaranta lire mensili e, non essendo sufficienti, fu anche aiutato dal mecenate Temistocle Orlandi di Busseto. Il 27 dicembre 1908 si aprì la stagione del Teatro Massimo di Palermo con la Bohème. Subito dopo la prima, la stagione fu interrotta per il terremoto di Messina e riprese poi il 7 gennaio: il Grandini vi cantò da baritono in Simon Boccanegra e nell’Amico Fritz. Da allora fu ospite in tutti i maggiori teatri d’Italia, applaudito e richiamato per varie stagioni. Tornò infatti a Palermo nel Teatro Massimo nel 1929 in Aida. Al Regio di Parma cantò diverse volte: nella Salomè di Strauss, nell’Andrea Chénier, Isabeau, Lohengrin, Aida e La cena delle beffe. Fu al Metastasio di Prato nei Pagliacci, opera che rappresentò anche al Teatro Reale dell’Opera di Roma (1911) assieme alla Cavalleria. Il Grandini fu sempre legato a Busseto: vi cantò nel 1913, vi tornò nel 1916 in concerti diretti da Giuseppe Del Campo a beneficio delle famiglie dei richiamati, nel 1919 in Rigoletto e, alla fine della carriera, nell’agosto 1939, negli spettacoli allestiti in piazza Verdi, fu Figaro in un Barbiere la cui Rosina fu Meredes Capsir. Il Grandini cantò ancora nell’Otello alla Fenice di Venezia, alla Scala nella Salomé e due anni dopo nella Lorelay e nella Fedra di Pizzetti. Inaugurò la riapertura del teatro Piccinni di Bari dopo i restauri che erano durati dodici anni con una Lucia, assieme alla Galli Curci e a Tito Schipa (1914), e vi raccolse nuovi successi nel 1915 e nel 1926. Zandonai lo prescelse per eseguire la nuova opera Il grillo del focolare, scritta per l’inaugurazione del teatro Chiarella di Torino. Cantò per nove stagioni al teatro Grande di Brescia (tra le opere: Carmen, Loreley, La cena delle beffe, Bohème, Wally, Traviata e La monacella alla fontana di Mulé). Per tre stagioni fu al teatro Petruzzelli di Bari (Tannhaüser, Gioconda e Forza del destino) e ancora al Bellini di Catania, San Carlo di Napoli, Argentina di Roma, Pergola di Firenze, Comunale di Bologna, Municipale di Piacenza, Filarmonico di Verona, Carlo Felice e Politeama di Genova, Regio di Torino e Rossetti di Trieste. Cantò anche all’estero: all’Opera di Nizza, al Gran teatro del liceo di Barcellona, al Colosseo di Lisbona (1928 e 1929), al Reale del Cairo, allo Statale di Budapest e in Cile, a Cuba e in Australia. Finita la carriera, si stabilì a Brescia, dove si dette all’insegnamento.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 107; Ciotti; Fioravanti; Frajese; A. Napoletano; Paltrinieri, L’amico baritono, in Gazzetta di Parma 28 maggio 1979; Seveso Tintori; Cronologie dei teatri Grande di Brescia, La Fenice di Venezia, Regio di Parma e Verdi di Pisa; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 24 ottobre 1982, 3.


Parma 1897-Monte Vodice 19 maggio 1917
Figlio di Giuseppe. Tenente del 3° Alpini, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con mirabile slancio guidava la sua compagnia all’attacco delle posizioni nemiche attraverso una zona fortemente battuta dalla fucileria. Mentre incitava i suoi soldati ad avanzare, cadeva colpito al cuore. Splendido esempio di abnegazione e di coraggio.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, 1909; Decorati al valore, 1964, 89.

Val di Taro 1398
Capitano di Mare, comandò quattro galee contro i Turchi nel 1398 nel Mar Nero in vista del territorio romeno e le difese strenuamente
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 217.

Val di Taro XV secolo
Fu maestro inquisitore in Milano e fu più volte eletto procuratore generale del suo Ordine.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 217.

Monte Rotondo di Massa Marittima 1821-1888
Nato da famiglia originaria di Santa Maria Val di Taro, fu docente di storia ecclesiastica (1855). Nel 1872 divenne Canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: S. Frati, Luigi Granelli, professore onorario di storia ecclesiastica, in Annali dell’Università di Parma 1889, 95; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 552.

GRANO GIORGIO, vedi GANDINI GIORGIO

GRAPALDI FRANCESCO MARIA o FRANCESCO MARIO, vedi GRAPALDO FRANCESCO MARIA

Parma 3 gennaio 1460-Parma ottobre/novembre 1515
Il suo proavo paterno si chiamò Cantes, giureconsulto non ignaro di filosofia, il padre, pure giureconsulto e filosofo, ebbe nome Catellano e la madre Beatrice Ravacaldo. Nella peste del 1468 rimase orfano di ambedue i genitori, onde fu raccolto dallo zio materno Niccolò Ravacaldo, arciprete di Fornovo, e da lui avviato allo studio delle Belle Lettere. Essendo venuto verso il 1475 in Parma Filippo Beroaldo, letterato e maestro eccellente, a lui il Grapaldo fu dallo zio raccomandato. Nel 1477 già scrisse in latino una Declamazione epistolare in lode di Iacopo Bonarello, podestà di Parma, che è datata appunto da Fornovo, XVI Kal. Jan. 1477. Il Bonarello riordinò l’agitata vita interna di Parma e ne sedò le turbolenze: il giovane Grapaldo ritornò allora in città e, oltre le lettere latine, si diede anche allo studio delle greche. Ma, morto in quel tempo lo zio suo benefattore, egli dovette pensare a guadagnarsi la vita, dandosi ad questuarias artes, e si iscrisse nella Matricola dei Notai. Poi si offerse al Comune di Parma per l’insegnamento quotidiano delle umane lettere e vi fu accolto nel 1486. Nel frattempo aveva sposato Amabilia de’ Garimberti, che gli fu compagna pudica, dolce e prudente, com’egli attesta. Nel 1488 venne aggregato al Corpo degli Anziani del Comune, ma continuò a insegnare, cominciò a comporre e condusse a termine l’opera sua principale, De partibus aedium. Nel 1494, pur seguitando l’insegnamento, la stampò per la prima volta ed essa ottenne grande successo: fu poi più volte stampata in Italia, Francia, Svizzera e Olanda. Il De partibus aedium fu stampato per la prima volta a Parma presso Ugoleto forse anche qualche anno prima del 1494. Fu ristampato a Parma (1501, 1506 e 1516), Argentinae (1508), Parigi (1511), Torino (1517), Venezia (nello stesso 1517), Basilea (1533 e 1541) e Lione (1535). Probabilmente l’ultima edizione è quella di Dordrecht (1618). Oltre che per le parti della casa, i materiali da costruzione, le riprese da Vitruvio e le indicazioni su cosa debba sapere l’architetto (parte riferentesi al tectum), il lessico del Grapaldo è interessante peché descrive il ménage familiare del tempo e presenta un quadro degli usi e costumi e delle condizioni economiche di Parma alla fine del Quattrocento. Vero e proprio lessico di tutte le espressioni che si riferiscono agli ambienti della casa rustica dell’antichità, condotto in modo rigorosamente filologico, il De partibus aedium rappresenta l’unica opera che contiene una descrizione particolareggiata e completa degli ambienti funzionali dell’abitazione e dell’azienda rustica. Basato su numerosi autori classici, greci e latini, tra i quali Vitruvio, Columella, Plinio e Varrone, questo testo, la cui lettura fu consigliata dalla pubblicistica medica contemporanea, ebbe un ruolo importante nelle ricostruzioni ideali della casa antica compiute dai maggiori architetti del Rinascimento italiano, da Bramante ad Antonio da Sangallo il Giovane, e nella definizione tipologica della villa veneta, fino a Guarino Guarini che lo utilizzò nell’enumerare le parti della villa rustica nel suo Architettura civile, pubblicato nel 1737. Dall’edizione bresciana del 1506 il Grapaldo aggiunse inoltre ai due libri del De partibus aedium un indice analitico dei termini impiegati, che rese molto più agevole la consultazione dell’opera, aumentandone ulteriormente la diffusione. Espressione del dilettantismo edilizio dell’ambiente signorile italiano rinascimentale, la celebre ed erudita enciclopeida del Grapaldo costituisce un documento eccezionale per la conoscenza della struttura funzionale e distributiva dell’abitazione privata antica. In quello stesso anno 1494 il Grapaldo fu iscritto all’Arte della lana. Poco dopo la discesa in Italia di Carlo VIII, fu eletto Cancelliere del Comune di Parma, nel quale ufficio lo si trova nel 1497. Dal Comune stesso gli furono affidati vari incarichi: nel 1501 fu inviato a Milano come oratore della Comunità e altra volta gli si affidò l’incarico di riparare i ponti del contado, specie in quel di Sorbolo. Ebbe in quel tempo a soffrire di dolori alle giunture, onde si recò con profitto ai Bagni di Lesignano, quorum unda salutari intra pauculos dies vegetus exsurgens ex acerrimo juncturarum dolore convalui (De partibus aedium, 58). Caduta Parma in potere di Luigi XII, il Grapaldo fu deputato dal Consiglio Generale a correggere gli Statuti delle Arti. Ma intanto lavorò, con Taddeo Ugoleto, a illustrare le Commedie di Plauto e diede un seguito all’opera sua capitale col libro De verborum explicatione, in cui spiega i termini astrusi o meno noti in quella contenuti (1511). Cacciati i Francesi, Parma si diede all’obbedienza della Chiesa e inviò a papa Giulio II una solenne ambasceria (1512), di cui fu segretario il Grapaldo: ne furono membri Iacopo Bajardi, Antonio Bernieri, Francesco Garimberti e altri insigni cittadini. Nel 1514, successo papa Leone X a Giulio II, fu di nuovo a Roma a fare omaggio al nuovo pontefice: esiste una lettera di Leone X contenente i Capitoli per la Comunità di Parma, che in principio ricorda appunto il nome degli ambasciatori parmigiani, tra i quali il Grapaldo. La lettera reca la firma P. Bembus sub anulo piscatoris ed è in data 16 marzo 1514 (U. Benassi, II, 247 e seguenti). Nel 1515 fu inviato ambasciatore presso il cardinale Ippolito de Medici, capitano generale della Chiesa. Da questi faticosi e ripetuti viaggi trasse malanni fisici vari, dolori colici e febbri, che andarono man mano aggravandosi. Infermò e fu presto in fin di vita. Morì, ricevuti i sacramenti e pronunciando parole di fede, all’inizio del cinquantaseiesimo anno, tra le braccia del figlio Mario e di fidati amici, tra cui Giorgio Anselmi, Cesare Carissimi e G.A. Bianchi (la moglie pare che gli fosse premorta). Il Grapaldo fu di bella e maestosa presenza, gentile parlatore, arguto nei motti e nelle risposte. Paolo Giovio dice anzi che fu fatto capo della legazione a Roma praestanti facundia et insigni corporis proceritate. G.A. Bianchi scrive che fu quoad corporis habitudinem pertinet procerior, obesitate tamen convenienti e tale appare nel ritratto, inciso in legno, preposto al De verborum explicatione nell’edizione di Parma del 1516. È un curioso ritratto, in cui lo si vede con la testa coperta da un cappello e incoronato d’alloro, ma con la corona tutt’intorno sopra la tesa del cappello. Sta dinanzi a un tavolo, su cui posa le mani, delle quali la destra regge la penna d’oca, che è il calamus, e l’altra un arnese puntuto con manico, che pare essere lo stilo o il bulino o uno strumento utile all’architetto: i simboli delle due eminenti attitudini del Grapaldo, che riunì in sè lo scrittore e l’architetto. Il Grapaldo lo si trova ricordato come cancelliere, come notaio e come segretario: uffici che anche si assommarono, onde al Grapaldo fu attribuita notevolissima autorità. Una deliberazione del Consiglio del 9 ottobre 1515 stabilì che egli fosse eletto secretario de la M.ca Comunità di Parma, che dovesse intervenire nelle cose importanti di essa (expedire le litere et instructione de grande importantia) e intervenire se richiesto negli Anziani e nei Consigli e ciò in perpetuo (Benassi, III, 16 n. 1). Questa delibera è di poco anteriore alla sua morte, ma il tono di essa fa pensare che si sia voluto regolarizzare e sanzionare uno stato di fatto già preesistente. Invero nelle due ambascerie a Roma da lui sostenute egli appare più volte citato come secretarius, che fu il suo ruolo nell’Ambasciata ma anche il suo titolo originario cittadino. Nei Diari di Paride Grassi (cfr. Affò, III, 136 e seguenti), lo scontroso e dispettoso maestro delle Cerimonie pontificie, è ricordato prima come quidam Secretarius satis, ut dicitur, doctus in poeticis e poi come quidam Fr. Grapaldus Secretarius Oratorum Parmensium e si aggiunge che recitò nescio quid oratione soluta, tum nonnulla carmina in laudem Italiae liberatae. Segretario della Comunità di Parma viene poi qualificato quando papa Giulio II gli assegnò 100 scudi d’oro quale lettore di arte oratoria nello Studio, dove già insegnava dal 1486. Quell’ufficio di ambasciatore fu certamente uno dei più eminenti tra quelli da lui sostenuti e la ripetizione di tale incarico dimostra come egli vi fosse ben preparato e atto. Gli studi da lui seguiti rivelano una ottima preparazione sia alla cultura, sia alla vita pubblica. La scuola di Beroaldo non poté trovare migliore discepolo del Grapaldo, che ben presto apprese da lui l’oratoria e la poetica e sempre poi gli fu grato e lo venerò come insuperabile maestro: eruditissimo Philippo Beroaldo praeceptore meo che haud poenitendo audivi: cuius pensiculatae opinioni scriptisque omnibus minime trivialibus fidem eam habeo indubitatam quae olim Delphici Apollinis habebatur, cuique acceptum quicquid in me est referens. Il Beroaldo ebbe poi a sua volta a lodare l’opera del Grapaldo, che a diciassette anni già componeva in latino con erudizione ed eleganza (Declamazione epistolare a I. Bonarello) e che nel De partibus aedium ricorda ed esalta le humaniores letterae, che danno valore alla vita umana. A ventisei anni iniziò la sua opera di insegnante nello Studio di Parma, succedendo al famoso Bernardino Marmitta, passato in Francia. Durò nell’insegnamento per un trentennio: quando Giulio II, incoronandolo poeta in Roma, gli assegnò uno stipendio annuo con obbligo di tenere una pubbica orazione di oratoria e di poetica non fece che convalidare e premiare l’opera svolta dal Grapaldo sino dal 1486. Col Grapaldo insegnò Umanità in Parma anche Taddeo Ugoleto, quando fu di ritorno dall’Ungheria (1492). Nel 1493 il Grapaldo continuava a insegnare electo et deputato ad lectionem Artis Oratoriae. In tale anno anzi il Comune gli versò anche lo stipendio arretrato per due mesi del 1490, di cui era in credito. Della sua fatica indefessa di insegnante fece egli stesso ricordo anche nel De partibus aedium (pp. 20-21) là dove parla del ristoro che egli traeva dal passeggiare negli orti post sedentarium et publicae et privatae lectionis laborem, comitibus tamen libellis ne horula pereat. Il suo merito d’insegnante fu ricordato, dopo la sua morte, in un epitaffio di Cesare de Micheli, in cui si invitano a piangere la scomparsa di lui non solo le muse, ma anche la gioventù, privata del suo buon padre: Maesta tu quoque iuventus luge orbata tuo bono parente. Dei poeti parmigiani, solo il Grapaldo sembra essere stato insignito della laurea poetica, quando appunto fu inviato a Roma come ambasciatore per la dedizione della città. L’ostilità di Paride Grassi per altro gli oppose non pochi ostacoli. Il Grassi nei suoi Diari racconta che l’ambasceria parmense fu ricevuta dal Papa il 27 ottobre 1512 e, dopo che Iacopo Bajardi ebbe declamata la sua Orazione, il Grapaldo si apprestava a recitare il suo carme eroico In deditione Parmae, ma il Grassi glielo impedì obiettando che in pubblico Concistoro non era lecito recitare versi. Avendo poi il Grapaldo espresso il desiderio di essere incoronato poeta, anche a questo il Grassi tentò di opporsi ma il Papa, d’intesa col cardinale Matteo Langh, luogotenente dell’Imperatore, ordinò che tutto si preparasse per la cerimonia. Furono fatte feste e recitati versi, poi gli ambasciatori di Parma furono invitati a solenne banchetto e ivi il Grapaldo, dopo breve preambolo in prosa, recitò il suo carme eroico, che il Grassi gli aveva prima impedito di declamare. L’11 novembre 1512 il Papa lo incoronò poeta insieme a Vincenzo Pimpinella. Tra le opere che gli sono attribuite, compaiono carmi latini, lettere e rime volgari, per lo più perdute. Restano invece Tranquillus Molossus (Parma, 1501), Graphia urbis Romae (1488), un Libellus Psalmorum Poenitentialium una cum variis orationibus et Litaniis (Ugoleto, Parma, 1505), imitazione dei salmi di Davide, una Silva in deditione Parmae S. Iulio II (s.n.t., 1512) e le chiose alle Comoediae viginti di T.M. Plauto (Ugoleto, Parma, 1510). Celebrato dai contemporanei architetto e novello Archimede, prese forse parte alla ricostruzione dell’abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista di Parma, nella cui chiesa fu sepolto.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 125-150; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 203-204 e 523; P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 84; F. Rizzi, Francesco Maria Grapaldo, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1953, 135-169; Aurea Parma 3 1958, 180-181; A. Comolli, Bibliografia storico-critica dell’architettura civile ed arti subalterne, Roma, 1788, I, 81-103; Schlosser, 253 e 257; Dizionario architettura e urbanistica, III, 1969, 12; A. Pezzana, Francesco Maria Grapaldo da Parma, Parma, 1842; V. Marchi, Note in margine al Grapaldo, in Aurea Parma 39 1955, 147-154; E. Garin, 118; Adorni, L’architettura farnesiana, 1974, 19; Dizionario Bompiani autori, 1987, 940; Letteratura italiana, I, 1990, 945.

GRAPALDO FRANCESCO MARIO, vedi GRAPALDO FRANCESCO MARIA

Parma 10 aprile 1487-Parma 1545
Figlio di Francesco Maria e Amabile Garimberti. Dopo la morte del genitore (1515) entrò nella Curia romana. Vi era già quando il cardinale Alessandro Farnese organizzò nel Bosco di Palieto, vicino al suo castello di Canino in Toscana, una caccia per il pontefice Leone X (autunno di un anno compreso tra il 1515 e il 1518). Nel 1519 Tranquillo Molossi diresse a Benedetto Albineo un poemetto su quella caccia, nel quale in più punti si fa riferimento al Grapaldo: Cervam ense Grapaldus Fundit humi, capream contorta cuspide Pollux, Gloria magna fori Pollux, non parva Grapaldus Gloria Musarum. Il Molossi aggiunge che, imbandito dopo la caccia un banchetto, il Grapaldo, sollecitato a cantare dei versi, espose la favola di Atteone: Finis erat laetis dapibus, divisque secundis Mellea libabant vario bellaria luxu: Jussus adest Marius, citharaque hic personat aurea. In effetti il Grapaldo fu giudicato dai contemporanei un ottimo verseggiatore. Anche l’Arsilli lo lodò con queste parole: Est Marius versu pergrato et scommate notus, Cui virides colles, ruraque amoena placent. Saepius inde novem vocat ad vineta sorores, Munifica impendens citria poma manu. Promittitque rosas, violas, vaccinia, et alba Lilia, cum primo vere tepescat humus. Del Grapaldo rimangono solo pochi versi impressi l’anno 1524 nella Coriciana sotto il solo cognome Grapaldus (nel catalogo della Biblioteca Casanatense furono attribuiti al padre). Il Grapaldo fu sepolto nella chiesa di San Francesco in Parma, con questa iscrizione: Mario Grapaldo Franc Grapaldi fil tvm svopte ingenio tvm romanae cvriae consvetvdine a patre viro clarissimo neqvaqvam degenere MDXLV.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1743, IV, 12-13.

GRAPALDO MARIO, vedi GRAPALDO MARC’ANTONIO

Parma XVI secolo
Verseggiatore. In un epigramma lodò Tullia d’Aragona.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1959, 186.

GRASSI BARTOLINO, vedi GROSSI BARTOLINO


Bergotto 4 novembre 1880-Fontanellato 12 febbraio 1967
Fu alunno dei seminari prima di Berceto e in seguito di Parma. Ordinato sacerdote il 29 giugno 1903, esercitò il ministero pastorale per sessantaquattro anni, ricoprendo incarichi e uffici di grande responsabilità. Il 10 luglio 1903 il Grassi fu nominato segretario del vescovo di Parma Francesco Magani. L’episcopato del Magani non fu facile sia per il tempo in cui fu esercitato sia per le numerose questioni che incontrò a Parma. Per la sua rigorosa formazione scientifica e storica il Magani affrontò difficoltà e problemi con competenza ma non sempre il suo temperamento gli permise di condurli a termina in un clima di serenità. Nonostante l’intensa attività richiesta a lui dalla Diocesi, il Magani dedicava diverse ore del giorno allo studio e questo metodo lo tramise anche al Grassi, che nei primi anni sacerdotali conseguì la laurea in Teologia presso l’Almo Collegio teologico di Parma. Il Magani volle assistere alla difesa della tesi presentata dal Grassi e ritornando in vescovado si compiacque con lui davanti ai confratelli e lo indicò come modello nello studio. Il Grassi fu vicino al vescovo per più di quattro anni e acquistò con lui fiducia e confidenza. Nel 1908 Guido M. Conforti, succeduto al Magani per coadiutoria, nominò il Grassi mansionario-parroco della Cattedrale di Parma. Nel medesimo tempo monsignor Conforti incaricò il Grassi dell’insegnamento di Lettere nelle classi ginnasiali nel Seminario di Parma, segretario della direzione dell’Azione cattolica e redattore del giornale cattolico La Realtà. Durante la prima guerra mondiale il Grassi fu ufficiale del Regio Esercito dal 3 settembre 1915 al 14 maggio 1919. Dopo il Concordato del 1929, venne incaricato dell’insegnamento della religione dal 1930 al 1933 presso l’Istituto tecnico di Parma, il Liceo classico Romagnosi e l’Istituto d’arte Paolo Toschi. Dal 1933 al 1936 insegnò religione e greco presso il Collegio Maria Luigia. Il Grassi frequentò in età matura l’Università per conseguirvi la laurea in Lettere. Nel 1941 insegnò per alcuni anni italiano e latino presso il Liceo classico Romagnosi. Per sei mesi, nel 1935, fu redattore del settimanale diocesano Vita Nuova e corrispondente del quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia. Il Grassi venne promosso il 29 gennaio 1917 alla parrocchia di Priorato di Canetolo. Raggiunse l’importante sede parrocchiale solamente al ritorno del servizio militare al termine della prima guerra mondiale, nel 1919. La sua febbrile attività fu riconosciuta anche dal Papa, che lo nominò suo prelato domestico. Il Grassi fu attento a tutta la realtà sociale del territorio di Fontanellato e si fece promotore, sostenitore e benefattore della nuova sede dell’asilo, già diretta dalle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Durante i mesi estivi fece allestire per i bambini dell’asilo e per i ragazzi di Fontanellato una villeggiatura nel suo paese nativo di Bergotto. Il Grassi pubblicò il bollettino parrocchiale La Fiamma, nel quale compaiono parecchi suoi articoli. Scrisse anche alcuni volumi Vita di monsignor Luigi Sanvitale, che fu parroco a Priorato di Canetolo e poi vescovo di Borgo San Donnino e infine di Piacenza, Fontanellato, con notizie storiche sulla famiglia e la rocca Sanvitale e sul santuario della Madonna del Rosario, Eugenio Pelerzi, biografia del missionario saveriano nativo di Bergotto, Corona stellarum, raccolta di sonetti e poesie nelle quali tratta personaggi e categorie di persone devote alla Vergine Maria, La tutta bella nei secoli, che tratta dell’Immacolata nella storia, nella teologia e nell’arte, con in appendice la storia della devozione all’Immacolata a Parma e il riferimento a un libro scritto dal Magani sulla Pia Unione dell’Immacolata nella chiesa di San Francesco di Pavia, dove era stato parroco prima di diventare vescovo di Parma, e Luigi Pigorini senatore, biografia dell’insigne archeologo fontanellatese. Nel 1957 il Grassi preparò alcune copie di un libro, Di monsignor Magani: rilievi e ricordi, che avrebbe dovuto essere pubblicato nel 50° anniversario della morte del vescovo. I superiori però non ritennero opportuna la pubblicazione. Negli ultimi anni della sua lunga esistenza il Grassi fu ospitato nell’Ospedale Peracchi di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 286; Gazzetta di Parma 16 febbraio 1987, 3; G. Squarcia, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1992, 22; G. Squarcia, in Gazzetta di Parma 19 marzo 1993, 20.

Parma 18 aprile 1722-Parma 17 settembre 1796
Figlio di Giambattista, architetto dei Teatri Ducali, studiò con Pietro Righini. Durante la guerra di successione fu al servizio dell’infante e nella Corte provvisoria di Chambéry preparò l’allestimento scenico degli spettacoli che vi venivano allestiti. Il 9 dicembre 1745, essendo morto Pietro Righini, fu nominato architetto d’onore dei teatri di Parma e Piacenza, incarico che gli venne confermato stabilmente il 26 novembre 1749, anno nel quale, nel Teatro Ducale di Parma, dipinse gli scenari assieme al Malagodi. Nella stagione della Fiera di primavera del 1751 fu autore delle scene per Alessandro sotto le tende di Dario al Teatro di Piacenza e nel 1752 dell’Olimpiade. Nel 1753 si recò a Roma per perfezionarsi e, tornato a Parma, nella primavera 1755, come risulta dal relativo libretto, fu attivo al Teatro Ducale nel Siface, cui adattò le scene già disegnate dal Righini. Il 20 marzo 1756 il ministro DuTillot, che lo inviò a Parigi per due mesi, scrive per l’occasione: È un uomo freddo, un po’ indolente, ma saggio e onesto, parsimonioso come gli Italiani, che aveva una modesta somma per il viaggio, in quanto non andava per diventare famoso ma per vedere e disegnare. Dal 1752 al 1781 fu quasi ininterrottamente l’autore delle scene del Teatro Ducale di Parma: almeno trentotto allestimenti. Nel Carnevale del 1760, in occasione delle fauste nozze di Isabella di Borbone, il teatro fu rinnovato e fornito di nuove meravigliose macchine dal lionese Morand. In questa occasione il Grassi entusiasmò il pubblico con l’allestimento delle Feste d’Imeneo. Altra data cardine nella sua carriera fu il 1764, quando allestì e dipinse gli scenari assieme ad Antonio Galli Bibiena per L’eroe cinese, come pure il 1769, per le nozze di Ferdinando di Borbone con Maria Amalia, quando la magnificenza superò quella delle corti più ricche. I festeggiamenti, iniziati a Colorno, proseguirono al Teatro Ducale di Parma con l’allestimento del Grassi, che in questa occasione gareggiò con i famosi fratelli Galliani, delle Feste di Apollo. Dalla data della riforma del 1° aprile 1766 fu retribuito con 4.000 lire all’anno. Nella lunga carriera ricevette grandi onori: professore di prospettiva nella Reale Accademia di Belle Arti di Parma, membro dell’Accademia di Belle Arti, Regio Architetto dei Teatri di Corte con diploma, luogotenente delle Milizie parmigiane (10 aprile 1777) e titolo di nobiltà parmigiana (1786). Il 6 marzo 1774 gli fu concesso di iscrivere il figlio al Collegio Lalatta con le spese a carico del sovrano (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti). Alla morte, il Duca assegnò una pensione vitalizia di 5040 lire annue ai due figli che versavano nell’indigenza. I disegni del Grassi sono piuttosto rari, nonostante egli fosse molto attivo presso la Corte borbonica tra il 1752 e il 1781 come architetto e ingegnere teatrale, scenografo e apparatore per Filippo di Borbone (ms. Scarabelli Zunti, seconda metà dell’Ottocento, v. VII, f. 126 r., 128 r., v. VIII, f. 168 r., 169 r.). Nella Galleria Nazionale di Parma (inventario 976) gli si ascrive soltanto un Progetto di scenografia con villaggio presso una città, di qualità ottima. Un altro foglio ricorda molto, per l’ibrido gusto neoclassico e lo schematismo di alcuni particolari, un progetto di decorazione simile dell’appena posteriore Luigi Ardenghi (in Archivio di Stato di Parma; F. da Mareto, 1978, p. 242): pare databile verso il 1770-1780: la struttura della cappella richiama quelle nella chiesa dell’Annunziata.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XIV, 1921; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 539; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 107; Dizionario Bolaffi pittori, VI, 1974, 144; Aurea Parma 1 1975, 35; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 160; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1784
Fu dottore in medicina dell’Università di Padova sullo scorcio del XVIII secolo. Fu allievo del botanico Giovanni Marsili. Con diretta impressione a fumo delle piante, compose una raccolta di 218 tavole che il Marsili fece rilegare in volume colla seguente scritta: Stirpium specimina ex horto patavino quae praelo diligentissime calcavit et Tournefortiana methodo disposuit Joannes Crassus, parmensis, medicinae et botanices studiosus; ne amici optimi et auditoris olim sui labores merito laudis proemio frastrarentur, Joannes Marsililus, botanices professor et horti medici praefectus in volumen congessit et bibliothecae suae addidit anno MDCCLXXXIV. Le specie sono per lo più indigene e officinali. L’indice metodico finale è di carattere del Marsili. Il volume in folio, rilegato con dorso di pelle, si conserva nella Biblioteca dell’Orto botanico di Padova.
FONTI E BIBL.: P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1901, 36-37.

Parma 1582/1600
Figlio di Giovanni. Notaio nel 1582, fu podestà di Neviano degli Arduini nell’anno 1600 (Archivio Comunale, in Archivio di Stato di Parma, Lettere missive, ad an.).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 539; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 11 maggio 1998, 5.

Parma-Parma 30 aprile 1734
Monaco agostiniano, fu teologo e predicatore insigne. Nel Convento di Parma raccolse una cospicua biblioteca, che al momente della soppressione degli ordini monastici andò dispersa (parecchi codici di autori parmigiani passarono nella Reale Biblioteca di Parma). Nel 1728 concorse a formare la colonia parmense della Società Albrizziana e prese per sua impesa l’Albero delle Esperidi, gentilizio della società sopra uno scudo, e il motto Hinc decus, hinc labor (Albrizzi Memorie, 8). Fu colpito d’apoplessia fulminante in casa di suoi parenti, che era andato a visitare. Fu poeta arcade col nome di Ramildo. Scrisse anche versi latini, di cui un Tetrastichon è nella raccolta per Carlo Stampa (1731). Le aggiunte che si fecero alle Rime del Guidiccione nell’edizione di Parma del 1729 furono compilate dal Grassi. Nell’Avviso al Leggitore è detto che fu sollecito raccoglitore e posseditore d’antichi manoscritti e che si travagliava per illustrare la patria, col pubblicare opere erudite Italiane e latine deperdite e postume d’illustri Parmigiani. Ebbe anche una collezione di medaglie (Biacca, Pescennio vendicato).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 8-12; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 204.


Parma 17 ottobre 1779-Parma 4 aprile 1834
Studiò musica e canto con il maestro Antonio Toscani poi, a causa delle critiche situazioni finanziarie in cui venne a trovarsi, si dedicò subito al teatro e percorse una buona carriera per la voce (soprano) bella, robusta, sonora e agile. Debuttò nel Carnevale 1804-1805 al Teatro Ducale di Parma nella Morte di Semiramide di Sebastiano Nasolini e nella stagione successiva nel Mitridate dello stesso autore e nella Sofonisba di Paër. Sullo stesso palcoscenico fu ancora nel 1808 nel Corradino di Morlacchi e nel 1809 nella Guerra aperta di Pietro Guglielmi. A detta del Pelicelli, cantò nei maggiori teatri. Il Censore universale dei Teatri nel 1831 la dà trionfante a Vercelli nella Semiramide e nel 1832 al Teatro San Samuele di Venezia nella Cenerentola.
FONTI E BIBL.: Archivio del Battistero, Libro dei nati alla data sopra ricordata: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, Parma, 1812, 158; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 88; P.E. Ferrari, Gli spettacoli musicali in Parma, 50, 52, 342; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 242; Alcari; C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 376; G.N. Vetro, Voci Ducato, in Gazzetta di Parma 31 ottobre 1982, 3; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 310.


Collecchio 28 gennaio 1920-Alberi di Vigatto 20 gennaio 1945
Nato da Eugenio e da Rosa Lanfranchi. Alla morte del padre sostenne col suo lavoro di manovale tutta la famiglia, composta dalla madre e da alcune sorelle. Dopo aver prestato servizio militare in Fanteria, nel 1943 tornò a Collecchio. Il 9 maggio 1944, nella prima fase di sviluppo del movimento partigiano parmense, si recò con alcuni giovani collecchiesi sul monte Barigazzo, in Comune di Valmozzola, tra la Val Taro e la Val Ceno, per unirsi a uno dei gruppi che a fine giugno avrebbero dato vita alla 1a Brigata Julia. Col nome di battaglia di Silla fece parte della squadra assaltatori della 1a Julia e partecipò a numerosi combattimenti a Varsi, Valmozzola, Borgo Val di Taro, sul Molinatico e sul Montagnana. Il 17 dicembre 1944 fu catturato dai Tedeschi nell’azione di sorpresa di Tramonte, in Comune di Solignano. Pochi giorni dopo fu però scambiato con prigionieri tedeschi. La sua libertà non durò a lungo: nel corso del rastrellamento di gennaio nella zona Ovest Cisa, dopo una resistenza di dodici ore, la 1a Julia dovette ritirarsi disarticolandosi in piccoli gruppi per sfuggire al nemico. Il 7 gennaio la squadra del Grassi si dissolse e gli uomini cercarono di mettersi in salvo singolarmente. Il 9 gennaio militari fascisti catturarono il Grassi e alcuni altri partigiani, tra cui Guido Bonatti, nei pressi di Prelerna di Solignano: i prigionieri vennero portati a Parma. La sera del 20 gennaio, come azione di rappresaglia per alcuni colpi sparati contro un’autocolonna tededsca la notte precedente, il Grassi e altri quattro partigiani prigionieri (tra i quali il suo compagno di Brigata Remo Balboni) furono prelevati e fucilati sulla strada che da Alberi di Vigatto porta alla provinciale Parma-Langhirano. I corpi rimasero cinque giorni esposti nella neve, per poi essere inumati nel cimitero di Vigatto. Più tardi quello del Grassi venne traslato a Collecchio. Un cippo sulla strada di Alberi ricorda i cinque caduti. Alla memoria del Grassi, il Comune di Collecchio dedicò una strada.
FONTI E BIBL.: V. Barbieri, 211; F. Botti, 36 e 47; Comitato unitario antifascista di Collecchio, 30° della lotta di Liberazione 1945-1975, Collecchio, 1975; Fortunato Nevicati. Una vita per la libertà, Collecchio, 1973; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 78; M. Lodi, Obiettivo libertà. Storia della 1a Julia Brigata partigiana dell’alta Val Taro, Parma, 1985, 190-191, 206, 215, 377-378, 388; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti nella guerra di Liberazione 1943-1945, a cura dei partigiani della provincia di Parma, Parma, s.a., 90; Partigiani sulla neve, in Gazzetta di Parma 20 gennaio 1964; G. Vietti, 285-291, 460; Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza di Parma, sezione III, Biografie caduti, dattiloscritto intestato Biografia del caduto partigiano Grassi Oreste (Silla), Biografie caduti, il Comune di Collecchio all’Istituto Storico della Resistenza di Parma, 25 ottobre 1966; Comune di Collecchio, Anagrafe; Archivio Storico Comunale di Collecchio, b. 156, Elenco nominativo dei partigiani appartenenti al suddetto Comune, 10 ottobre 1947, b. 157, Elenco nominativo di tutti i militari e partigiani sepolti nei cimiteri del Comune, 18 maggio 1949; Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Scheda personale e Ruolino 1a Brigata Julia; La guerra a Collecchio, 1995, 254 e 256; Gazzetta di Parma 31 gennaio 1995.

San Michele di Cavana 1630
Fu capo visitatore nella pestilenza del 1630 (Archivio di Stato di Parma, Fondo del Comune di Parma, Attestati e Licenze, ad an.).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 539.

Marano 1624-Lombardia
Sacerdote, compì la professione solenne a Carpi l’8 ottobre 1640. Passato, dopo l’ordinazione sacerdotale (e terminata una penitenza per certe leggerezze commesse), nei Carmelitani dal cappello bianco ossia della congregazione di Lombardia, fu maestro dei novizi e finì in fama di santità. Era detto Maranello perché di bassa statura.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 745.


Montechiarugolo 1831
Durante i moti del 1831 fu il propagatore della rivolta in Montechiarugolo.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 174.

GRASSO GIOVANNI GIACOMO, vedi GRASSI GIOVANNI GIACOMO

Parma 1620
Chirurgo e barbiere, fu al servizio del giovane Odoardo Farnese (1620).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 454.

Castell’Arquato 22 giugno 1800-Parma 6 marzo 1878
Appartenne a una distinta famiglia di Castell’Arquato e fu educato nel seminario di Piacenza, uscito dal quale proseguì gli studi all’Università di Parma. Si appassionò alla storia delle religioni e si dedicò assiduamente a una sorta di indagine comparata tra il cristianesimo e altre fedi religiose. Frutto di queste ricerche è un poderoso trattato, in due volumi, dal titolo Il precursore del 1900 ossia Teosofia, Filosofia e Politica intese a sistema di progresso (Milano, Brigola, 1869), nel quale tentò di abbozzare un sistema filosofico religioso fondato su concezioni razionalistiche e panteistiche confuse e semplicistiche. Fu appassionato collezionista di quadri antichi. La sua raccolta fu posta in vendita in Parma nel 1870. È definito dal Mensi ingegno bislacco.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 218; C.E. Manfredi, in Dizionario biografico piacentino, 1987, 141.

Parma prima metà del XVII secolo
Ricamatore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 121.

Firenze XII secolo-Parma 26 settembre 1236
Il nome di Grazia fu celebre per lungo tempo nello Studio di Bologna. Non si conosce chi abbia avuto come precettori. Visse in Bologna al tempo di Lorenzo, spagnolo, pure celeberrimo, ma neppure è dato sapere quando abbia cominciato a insegnare nell’Università bolognese. Però è certo che fu tra i primi a raccogliere le Decretali dei pontefici romani e a interpretarle nelle scuole. Difatti egli fu il primo a ricevere il titolo di Maestro delle Decretali. Quando papa Innocenzo III mandò allo Studio di Bologna la collezione delle Decretali da lui ordinata, Grazia si acquistò grande fama di dottrina e di erudizione nell’esporle, oltre la benevolenza dello stesso Pontefice, il quale se ne servì nel definire cause gravissime, come appare da molte lettere, alcune delle quali si possono leggere nelle collezioni delle Decretali, che poi vennero stampate. Pare pertanto che Grazia già prima della fine del secolo XII acquistasse fama nello Studio bolognese, poiché all’inizio del secolo successivo appare già celebre, non solo nell’insegnamento ma anche nei tribunali. Già nel 1206 il cardinale Guala, legato pontificio, lo delegò a fare le sue veci nell’istruire le cause, come appare da una sentenza di Grazia in una causa tra il prete Alberto di Santa Maria di Porta Ravennate e Guido da Siena, sentenza proferita il 13 dicembre dello stesso anno. Con altra lettera del 1° settembre 1207 Innocenzo III invitò i maestri C. e G., dottori di decreti, a terminare le cause tra il l’arcivescovo di Ravenna e i Faentini: con l’iniziale G. si intende Grazia, mentre non è dato sapere chi fosse l’altro maestro, indicato con l’iniziale C. Dato che era insorto un grave conflitto tra i monaci e l’abate di San Bartolomeo di Ferrara (non volendo quelli riconoscere l’idoneità superiore nella amministrazione del monastero e nel conservare la disciplina dell’Ordine), dapprima i monaci si appellarono a Uguccione, vescovo di Ferrara, e poi a Innocenzo III, il quale commise a Grazia il supremo giudizio per decidere in ultima istanza la causa (lettera del 13 ottobre 1210). Nel maggio del 1211 partì alla volta di Modena con i legati dei Bolognesi, Arzo, dottore di Leggi, Rambertino di Guido Bualelli, Ubertino Giudice e Guido Scanabicchio, figlio di Alberico, ai quali fu domandato, per volere del Comune di Bologna (lettera del 27 maggio), di esortare Gerardo, eletto vescovo di Albano e legato pontificio, che si trovava in Modena, a non recarsi a Bologna, come aveva in animo, perchè essendo i cittadini divisi tra favorevoli alla Chiesa e contrari, ciò avrebbe potuto essere causa di sommosse e di gravi dissidi nella cittadinanza. Grazia il 6 luglio 1212 fu testimonio alla donazione fatta da Gerardo, vescovo di Bologna, al monastero di San Bartolomeo di Musiano delle decime spettanti alla chiesa di Pianoro e Corte del Pino. Il 12 ottobre 1212 Innocenzo III ordinò all’abate di Santo Stefano Bolognese e a Grazia, citato quale dottore di Decreti, di interdire dal ministero episcopale il vescovo di Alessandria perché, contrariamente alla dignità di vescovo, aveva stipulato contratti disonesti. In un’altra lettera (edita dal Baluzio) di Innocenzo III scritta a Grazia, al Priore di San Giovanni in monte e all’arciprete di Campo Gallano, si diede loro facoltà di definire una non meglio precisata causa. Papa Onorio III, successore di Innocenzo III, non solo commise a Grazia di definire molte cause, ma lo creò suo cappellano. Pertanto Grazia, lasciato lo Studio di Bologna, si portò a Roma, ove si dedicò a istruire cause giudiziali. E in tale ufficio lo si trova ancora nel 1218, nel quale anno sentenziò nel palazzo del Laterano nella causa tra il Comune di Rieti e i Signori di Valpiano. Nello stesso anno Onorio III confermò una sentenza di Grazia, proferita nella causa dell’abate di San Leucio di Todi contro le chiese soggette al suo monastero. Grazia ritornò poi a Bologna e vi ottenne per alcuni anni l’arcidiaconato. Nel marzo del 1219 era già arcidiacono della Chiesa bolognese: infatti Onorio III, con sua lettera del 28 marzo, ordinò al clero e al popolo di Bologna di lasciargli liberamente esercitare l’ufficio di arcidiaconato. Il 22 aprile 1219 Onorio III costituì Grazia curatore di tutti i diritti appartenenti al Capitolo della Chiesa di Bologna, con facoltà di riformare e stabilire ogni cosa che avesse creduto opportuna. Lo stesso giorno Onorio III concesse a Grazia la piena giurisdizione sopra alcune chiese soggette al Capitolo. L’8 aprile 1221 Onorio III volle aggiungere a favore di Grazia le rendite della Pieve di Sambro. Il 27 giugno 1219 Onorio III concesse la facoltà a lui solo di assolvere i dottori e gli studenti dell’Università qualora avessero posto le mani su persone ecclesiastiche. Ancora il 28 giugno 1219 Onorio III decretò che nessuno potesse essere ammesso a insegnare nello Studio bolognese senza l’approvazione di Grazia, volendo inoltre il Pontefice che ciò fosse diritto in perpetuo dei suoi successori. Dopo questo decreto di Onorio III, Grazia fu considerato Preside dell’Università e Gran Cancelliere. Il 28 ottobre 1221 Grazia accompagnò Ugo, vescovo di Ostia e legato pontificio, a Pianoro Bolognese, insieme al vescovo di Mantova e a Nicolò di Reggio Emilia. Sempre nel 1221 Grazia, Nunno arcidiacono Hastoriensis, e Tancredi di Bologna, canonico, sentenziarono che nuovamente fosse dato un termine ai Cremonesi per la prova di suspicione davanti ad arbitri. Nel 1219 Grazia venne innalzato a Patriarca di Antiochia da Onorio III ma, dato che non poteva in breve tempo portarsi a quella lontana chiesa, il Papa gli concesse nel frattempo di godere delle rendite dei benefici di cui era investito (lettera pontificia del 29 ottobre di quell’anno). Però, poco dopo, Grazia dovette rinunciare a tale dignità, poiché il 19 novembre dello stesso anno appare patriarca di Antiochia Rainerio, cancelliere del Pontefice. Per il tempo che Grazia rimase a Bologna come arcidiacono, si hanno molti documenti che dimostrano la sua opera a favore di quel Capitolo. Così nel novembre 1221, d’accordo con gli altri canonici, pubblicò una costituzione sulle tavole e documenti di quella chiesa circa il canonico sagrista come ufficiale. Verso la fine di ottobre del 1221 o 1222 Grazia fu presente alla promulgazione delle lettere di Onorio III colle quali affidò al cardinale Ugolino la legazione di Lombardia. Il 26 agosto 1224 ratificò la pace tra Azzo, abate di Santo Stefano, e il Capitolo bolognese sulla controversia insorta tra loro sulle decime che in certe chiese soggette al Monastero erano contese dai canonici. Alla morte di Obizzo Fieschi, avvenuta il 22 maggio 1224, ebbe inizio un lungo dissidio per la custodia del palazzo vescovile e l’amministrazione dei beni tra il Capitolo di Parma e i Vicedomini di Colorno. Per tale controversia, non venne eletto subito dal clero il successore di Obizzo Fieschi, onde il papa Onorio III, usando un suo diritto, elesse a vescovo di Parma Grazia, fiorentino, maestro di Decretali all’Università di Bologna, arcidiacono di quella città e patriarca di Antiochia. Il cronista fra Salimbene dice Episcopus Gratia de Florentia, mentre il Sarti (nell’opera De Archigymnasii, p. 22) cade in errore quando lo confonde con Grazia aretino, autore del trattato De ordine Iudiciario. Grazia venne eletto vescovo di Parma tra il 26 agosto e il 3 settembre 1224, poiché in quel giorno si trovava già in Parma, come eletto, e ricevette da tutto il clero l’obbedienza osculando eumdem ore ad os. Il 13 ottobre 1224 Grazia ricevette il giuramento di fedeltà dai vassalli della mensa vescovile in Collecchio. A lui scrisse il 23 ottobre 1224 Onorio III, concedendogli la facoltà di confermare un monaco del monastero di Sant’Adelberto supra Padum, eletto ad abate. Il 26 dicembre 1224 il vescovo di Tortona si rivolse a Grazia e al vescovo di Piacenza, pregandoli di dare esecuzione a una lettera del Papa del 6 novembre 1224, con la quale si diede facoltà di rinnovare più frequentemente la sentenza di scomunica ai Cremonesi, proibendo a chiunque di accettare la carica di podestà e di esercitare con loro qualunque commercio sotto pena di scomunica. Il 30 maggio 1225 Grazia ricevette il giuramento dei vassalli della Chiesa parmense presso la canonica di Corniana e nel documento è detto Vescovo di Parma e Conte. Poichè il vescovo di Pavia e il suo clero si schierarono per la difesa delle libertà ecclesiastiche, furono costretti ad abbandonare le loro chiese e Onorio III il 20 novembre 1225 si rivolse a Grazia affinchè desse esecuzione al mandato della Sede Apostolica col quale si era ingiunto che il detto clero fosse ricevuto dai prelati delle diocesi circostanti. Onorio III si rivolse a Grazia, all’arciprete della Chiesa parmense e a Rufino, canonico di Faenza, perché istruissero il processo e decidessero della causa sorta per il diritto di giurisdizione sulla chiesa di Santa Apollinare de Vallata tra il priore con i suoi chierici e il vescovo di Bologna. Grazia fu tra i vescovi che dichiararono solennemente la scomunica contro i vescovi di Lombardia (10 giugno 1226). Poichè il servizio religioso nella Cattedrale lasciava alquanto a desiderare, Grazia pensò di sopprimere uno dei sedici canonicati perché le rendite servissero al mantenimento di tre sacerdoti mansionari con l’obbligo della continua residenza. A una tale riforma era necessaria l’approvazione pontifficia, la quale venne data da Onorio III il 12 maggio 1226. Al Papa stava particolarmente a cuore la concordia tra i comuni di Lombardia e l’imperatore Federico e perciò si rivolse, nel settembre o al principio di ottobre del 1226, al vicedomino di Piacenza, al vescovo Ottobello di Lodi e a Grazia perché facessero avere le lettere apostoliche scritte a tale scopo ai rettori e ai comuni di Lombardia, li ammonissero e facessero presente il grave male che poteva colpire tutta la cristianità. Poco dopo, il 13 gennaio 1227 Onorio III comunicò a Grazia di aver ricevuto sotto la sua protezione l’imperatore Federico insieme al figlio e al suo Impero. Il 6 febbraio 1227 Grazia investì Rodolfo Tanzi, cavaliere teutonico, della metà per indivisa di una pezza di terra situata nelle pertinenze di Castel Gualtieri ad voluntatem Episcopi. Nel consiglio comunale del 2 dicembre 1227 Uberto Bobbio, giudice, per incarico del podestà Torello da Strada, invitò Grazia, che era presente, a non mutare quanto si era stabilito tra il Comune e il vescovo Obizzo Fieschi sulle decime, cioè a non volersi intromettere nel raccogliere le decime e a rilasciarne la giurisdizione al Comune, perchè siffatta convenzione era stata poi approvata dal Papa, dall’Imperatore e dall’arcivescovo di Ravenna, legato pontificio. Grazia si disse pronto a osservare quanto si era convenuto dal vescovo Obizzo Fieschi, se effettivamente il Papa aveva dato la sua approvazione. Inoltre fece osservare che al Comune non apparteneva l’imporre le decime e fece notare l’inadempienza da parte del Comune di certe condizioni esposte tassativamente nella convenzione pattuita. Oppose istanza che la metà del provento dei bandi e dei placiti accordata al vescovo non gli fosse tenuta sospesa e chiese libertà di istituire i podestà delle terre ove era solito nominarli il vescovo. Il 1 giugno 1228 Grazia consacrò la chiesa di Santa Croce, collocando sotto l’altare maggiore le reliquie del Santo Legno, dei santi apostoli Pietro, Paolo, Giacome maggiore, Giovanni l’Evangelista, del beato Lorenzo e di santi innocenti. In tale circostanza concesse l’indulgenza di quaranta giorni a chi avesse devotamente visitato la chiesa nella domenica dell’Ascensione. Il papa Gregorio IX al principio del 1229 confermò il numero di cinque canonici, arciprete compreso, nella chiesa di Novo Castro (forse Castrignano), numero stabilito da Grazia. Lo stesso pontefice il 18 luglio 1229 scrisse a Grazia lamentandosi del fatto che l’imperatore Federico avesse convenuto con il sultano di Babilonia di permettere la predicazione della legge di Maometto nelle chiese cristiane (in templo Dei), la quale cosa lasciava suppore che fosse intervenuta un’alleanza tra lui e i pagani. Nel giugno 1230 Grazia ordinò il Capitulum seu Rotulus decimarum. Contiene le decime di tutte le chiese della città e della Diocesi. Il documento è di grande importanza per la storia ecclesiastica in quanto riporta l’elenco delle pievi e delle loro cappelle dipendenti della Diocesi, per i mutamenti avvenuti più tardi e per la dipendenza di chiese o cappelle dal vescovo di Parma fuori della Diocesi, come per la dipendenza di chiese di Parma da monasteri forestieri. Grazia godette molta stima anche presso Gregorio IX: infatti quest’ultimo il 16 gennaio 1231 lo incaricò di ricevere la cauzione, secondo la formula di pace tra la Chiesa e l’Imperatore, dai prelati e dai principi, di cui trasmise unitamente la nota. Il 15 giugno 1231 Grazia concesse in affitto ad Alberto della pieve di Poviglio alcune terre che là vi possedeva la Mensa vescovile. Sorta una controversia tra Anselmo Salvatico di Cremona e l’abate di San Sisto di Piacenza per Castelnuovo bocca d’Adda, ne furono giudici Grazia e l’abate di Fontevivo, i quali ordinarono al prevosto di San Michele di Cremona di costringere il podestà e quaranta persone del Consiglio come testimoni nella causa del Salvatico davanti a Uberto Aldigieri, che essi avrebbero inviato a Cremona. Con lettera del 3 giugno 1231 Grazia rese noto al notaio Ugolino che il prevosto di San Michele aveva compiuto il suo mandato. Data finalmente la sentenza, il vescovo di Cremona ricevette una lettera da Grazia e dall’abate di Fontevivo (8 luglio 1231) colla quale si ricorda la sentenza promulgata nella causa del Salvatico e coll’ordine a quel Comune di dare soddisfazione al Salvatico secondo quanto era detto nella sentenza. Dato che i Parmigiani avevano occupato le terre del vescovo allorché si erano battuti in Pontremoli contro i marchesi Malaspina e poiché essi non si curavano delle querele mosse da Grazia né davano segno di volerle sgombrare, egli scomunicò solennemente i violatori dei suoi diritti e gli occupanti dei beni ecclesiastici il 14 ottobre 1231. Gregorio IX poi emanò l’interdetto su Parma. Grazia fu delegato, con Guidotto, vescovo di Mantova, da Gregorio IX, il 2 giugno 1232, a scomunicare Federico da Lavellongo, bresciano, podestà di Bologna, e tutti gli ufficiali del Comune perchè avevano osato pubblicare statuti in spregio della libertà ecclesiastica e altri eccessi. Forse fu in tale circostanza che il Consiglio di Parma, volendo liberarsi dalle censure e dall’interdetto, stabilì di accordarsi con Grazia, ordinando lo sborso di tremila lire imperiali per indenizzare della giurisdizione usurpata nelle sue terre e per redimere la metà dei bandi e dei placiti a lui dovuta secondo la forma della composizione. Ma tutto andò a monte giacché lo sborso ordinato non si fece. Tuttavia la buona armonia tornò tra Grazia e il Consiglio comunale. Difatti egli e il podestà delegarono il giudice Manfredo de’ Pegorari a sentenziare in una causa tra il sindaco Giudicione, della chiesa di Santa Felicola, e Gerardo da Gainago, sindaco della chiesa di San Melio. Una terribile inondazione del Po distrusse il monastero e la chiesa di San Genesio a Brescello e di conseguenza Gregorio IX si rivolse il 12 novembre 1232 a Grazia perché tutto fosse ricostruito. Il Pontefice verso l’agosto del 1233 diede ordine a Grazia di invitare a presentarsi a Roma i procuratori degli uomini di Castro di Leno entro l’ottava di San Michele, ma poiché essi non vollero ottemperare agli ordini del Papa, il 16 dicembre 1232 ordinò al vescovo di Mantova e al priore di Marcaria di rendere pubblica la sentenza di scomunica. Grazia fu accusato di convenire con coloro che disprezzavano le immunità ecclesiastiche, di aver sottoposto i chierici al giudizio di due laici eletti annualmente con l’incarico di sentenziare in criminale e civile, esponendoli al carcere, al bando e all’infamia, e di condividere il denaro estorto con loro. Il Pontefice scrisse di ciò il 12 gennaio 1233 al vescovo di Brescia e all’abate di Cerreto della Diocesi di Lodi, coll’ordine di prendere le necessarie informazioni. L’inchiesta dovette essere favorevole a Grazia, come afferma anche fra Salimbene: Siquidem non fuit rerum Episcopalium dissipator sed aggregator potius et conservator. Nell’anno 1233 Grazia ingrandì il palazzo vescovile e, al dire di fra Salimbene, costruì in più luoghi soggetti alla sua giurisdizione diversi palazzi: Anno Domini MCCXXXIII murabatur palatium Episcopi Parmensis quod est ante frontispitium maioris ecclesiae, et nunc Episcopus Gratia de Florentia Parmensem gubernabat Ecclesiam et in pluribus locis Episcopatus plura fecit edificari palatia, et ideo a Parmensibus bonus Episcopus habebatur. La fronte più antica del palazzo vescovile, da una teoria di portici e di sale al piano superiore, fu trasformata in un’altra serie di portici e superiormente in una grandissima sala (m. 34x14), nella cappella (m. 8x14) e di seguito in altre sale fino all’angolo di via del Duomo, sopra le quali si elevava un secondo ordine di sale, che formavano l’abitazione privata o familiare di Grazia. Degli altri edifici fatti costruire da Grazia in Parma, si ha notizia di quello detto di Santa Maria Maddalena e di un’altro nella vicinia di San Giovanni Evangelista, nel contado di uno a Colorno e di un’altro a Langhirano. Che ogni accusa fosse caduta e il Pontefice gli ritornasse la primitiva stima, è chiaro per il fatto che si rivolse proprio a Grazia il 22 aprile dello stesso 1233 perché costringesse due cittadini di Parma a restituire alcune possessioni di proprietà del monastero di San Siro delle Fontanelle, che essi avevano acquistato da Armanno da Cornazzano, avendole costui avute semplicemente come cauzione per un mutuo fatto al Monastero. Qualche giorno dopo il Papa si rivolse a Grazia e all’arciprete di Sasso, con lettera del 29 aprile 1233, dicendo di aver dato mandato al vescovo di Piacenza e al priore provinciale dei Predicatori in Lombardia, frate Stefano, di visitare personalmente il monastero cistercense di Santo Stefano de’ Cormi di Lodi per i disordini ivi avvenuti e di collocare in altri monasteri dello stesso Ordine i monaci. Il 4 maggio 1233 Gregorio IX ordinò a Grazia e a frate Stefano, priore provinciale dei Predicatori della Lombardia, di trasferire altrove il monastero delle Cistercensi di San Siro delle Fontanelle perché accadeva che, essendo congiunto alla chiesa parrocchiale e circondato da case, era soggetto a tumulti, perché la concordia non era più possibile tra le monache e infine perché minacciava rovina per l’incuria delle Priore delle Benedettine. Alberto da Gonzaga, canonico di Reggio, aveva pubblicato una sentenza a favore di Nicolò, vescovo di Reggio, contro Giovanni, prete di San Faustino e sindaco della chiesa di San Prospero di Castello di Reggio, su alcune decime e il Papa, il 25 novembre 1233, ordinò a Grazia di fare osservare la sentenza, eventualmente anche colle censure ecclesiastiche. Alcuni vassali del vescovo di Piacenza alienarono senza licenza feudi posti nelle diocesi di Piacenza, Parma e Pavia. Il Pontefice allora ordinò a Grazia, il 17 dicembre 1233, di revocare detti feudi al diritto e alla proprietà della Chiesa piacentina. Il Pontefice, con sua lettera del 10 gennaio 1234, si rivolse poi a Grazia perché confermasse la composizione della controversia tra il monastero di San Sisto e la chiesa di Sant’Agata di Cremona. Anche il vescovo di Piacenza nel febbraio del 1234 gli scrisse una lettera dello stesso tenore. In quella lite si trovò coinvolto anche il Comune di Cremona e perciò Grazia il 24 febbraio di quell’anno scrisse al podestà invitandolo a mandare in Parma un suo sindaco. Finalmente il 7 aprile 1234 Grazia, presente l’abate di San Sisto, sindaco, e Anselmo Salvatico, procuratore del Comune di Cremona, confermò la composizione intervenuta tra il Comune di Cremona e il Convento di San Sisto, ordinando al Comune di Cremona di pagare 500 libbre piacentine buone all’abate, da convertire in utilitatem monasterii. Il 3 febbraio 1234 fu rogato lo strumento che registra il nome dei vassalli di Grazia nella terra di Poviglio e sue pertinenze e che enumera le terre e le decime pagate dai vassalli. Gregorio IX scrisse il 26 agosto 1234 a Grazia e al vescovo di Piacenza perché, considerate le colpe e le circostanze e veduti gli atti uniti alla lettera, imponessero una penitenza a Guglielmo da Fontana, Ansaldo de Aldo e Girardo da Reggio, cittadini di Piacenza che avevano agito diabolicamente contro frate Rolando dell’Ordine dei Predicatori, Uberto, monaco di San Savino, alcuni altri frati predicatori e minori e altri fedeli. Il Papa raccomandò a Grazia con lettera del 18 maggio 1235, perché dissuadesse i militi della Milizia di Gesù Cristo a non prestare illeciti giuramenti, ad accettare una ingiusta guerra contro i fedeli e perché non fossero gravati né loro né le loro mogli di esose tasse. Dopo l’assassinio di Guidotto da Correggio, parmigiano vescovo di Mantova, compiuto il 14 maggio 1235, il Papa il 9 giugno 1235 si rivolse a Grazia e al vescovo di Reggio Emilia perché, sentito il consiglio dei monaci di Sant’Andrea, eleggessero una persona di commendabile litteratura et honestate per la Diocesi di Mantova. Alberto e Viviano, figli di Baldoino, vicedomino di Parma, vendettero il 7 febbraio 1236 a Grazia, a favore della Chiesa parmense, una pezza di terra con casamento posta a Sanguigna. I monaci di Santa Eufemia dell’Ordine di San Benedetto in Brescia si ribellarono all’abate e il Papa di conseguenza, con sua lettera del 26 maggio 1236, ordinò a Grazia di rimuoverli e di trasferirli ad altri monasteri dello stesso Ordine, perchè ivi facessero penitenza, e ordinò infine che i beni tolti fossero restituiti e fosse data soddisfazione all’abate dei danni e delle ingiurie patite. Nell’anno 1236 era podestà di Parma Ospinello da Sommo Cremonese, il quale, per dare un esempio efficace, stabilì di punire severamente il primo omicida che fosse stato arrestato durante le sua podesteria. Il primo assassino imprigionato fu un chierico parmigiano della famiglia dei Pirro, uccisore di maestro Gherardo Naulo di borgo Riolo. Il Pirro fu prima degradato da Grazia, poi cotto vivo sulla pubblica piazza in una caldaia ricolma di olio e infine gettato nel torrente Parma. Grazia morì circa tre mesi dopo questo fatto, come si legge nel Calendario antico del Capitolo: VI Kal. octob. Dedicatio Eccl. Beate Marie. In nomine Domini MCCXXXVI. Obiit Dominus Gratia Episcopus Parmensis Ecclesiae. Fra Salimbene lasciò scritte queste semplici e poche parole di Grazia, che ne sono il migliore elogio: a Parmensibus bonus Episcopus habebatur.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 189-205; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.


Parma 1512
Nel 1512 fu Procuratore Generale della Congregazione Benedettino-Casinense.
FONTI E BIBL.: M. Armellini, Bibliotheca benedectino casinensis, 1732.


Parma 7 febbraio 1852-Mauritius 18 settembre 1890
Direttore d’orchestra. Fece il suo debutto la sera dell’8 luglio 1871 al Politeama Reinach di Parma, dirigendo l’Ernani di Verdi. Nel 1872, sempre nello stesso teatro, diresse la Sonnambula di Bellini e il Don Checco di De Giosa. Poi andò all’estero, dove diresse con continuità ma sempre in teatri di secondaria importanza. Fermatosi alle isole Mauritius, dove lavoravano tra il teatro e la scuola di musica altri Parmigiani, si sa che nell’ottobre 1883, per la festa di San Luigi, diresse in Cattedrale una grande festa che aveva organizzato.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 108; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 13 novembre 1893-1917
Figlio di Enrico e Maria Tassi. Tipografo, fu volontario di guerra.
FONTI E BIBL.: A. Lavagetto, Eroi parmensi: Gino Grazioli, in Il Piccolo 10 maggio 1924; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 553.

Parma 1818-Parma 9 maggio 1894
Tipografo, seppe approfittare dei tempi burrascosi del Risorgimento per dare alla sua stamperia una fisionomia spiccatamente liberale, formandosi così una larga e scelta clientela. Pubblicò opere di un certo pregio dei principali uomini politici di Parma. Ebbe momenti di vera floridezza, nei quali occupò numeroso personale. I lavori della tipografia Grazioli vennero sempre eseguiti con lodevole precisione e proprietà. Il Grazioli fu anche negoziante di materiale fotografico. Già nel 1855, in epoca pionieristica per la fotografia, a Parma apparve una sua pubblicità di indubbio interesse (da La Palestra): Carta fotografica, cerata Jodurata, Albuminata, negativa e positiva, semplice e preparata, astucci protettori per le prove fotografiche, avendo un commissionario a Parigi, di una straordinaria attività, può assumere l’impegno di qualunque commissione. Parma, 30 giugno 1855. Pietro Grazioli Tip. Librajo, Negoziante. Se ne deve ricavare che nel momento in cui il Grazioli pubblicizzò il suo negozio di strada Santa Lucia la fotografia a Parma fosse già ampiamente diffusa. Il Grazioli, che sposò Clarice Marchesi, fu anche scrittore e studioso del Parmigianino. Tra le sue varie opere, va ricordata una Guida di Parma (1877, 2a edizione, 1887).
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 109; Bollettino Museo Bodoniano 6 1992, 144-145.


Parma 11 aprile 1847-Genova marzo 1894
Figlio di Pietro e Pellegrina Peretti. Dal 1863 al 1867 frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parma. Dotato di vivace ingegno, ma senza molto studio e cultura letteraria, scrisse tra il 1870 e il 1880 vari drammi di natura sociale, adatti specialmente ai teatri e ai pubblici popolari: Delia ossia La legge del perdono (1870, Milano e Parma), La leva militare (1870), L’amor del prossimo, L’emigrazione in America (1880), Maschere del giorno (1875), Satana (1875), I Gesuiti (1886), Il Mondo Nero (1899, postumo), Nanà (postumo), Giambattista Pergolese (1878), Arte e Patria (1878), Cristina di Svezia nello studio del Guercino (Cento, 1891), La compagnia della morte (Genova, 1893). Fruttarono al Grazioli successi, applausi e chiamate, calorosi ma effimeri. Diede pure alle scene due drammi di soggetto storico: Ranuccio I Farnese (1875, Teatro Reinach di Parma) e La caduta della repubblica Ligure (1870, Milano). Alcune sue commedie furono pubblicate nella Galleria teatrale del Barbini. Il Grazioli visse lungamente a Milano, dove fece rappresentare quasi tutti i suoi lavori. Nell’autunno del 1893, malandato in salute e in non buone condizioni economiche, prese dimora a Genova. Fu trovato cadavere nella sua stanza il 5 aprile 1894, già in stato di avanzata decomposizione, forse soffocato da un accesso di emottisi.
FONTI E BIBL.: E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 222; Commediografi parmigiani, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1923, 1.

Parma 679/680
Per combattere l’eresia monotelita e ricostituire l’unità ecclesiastica tra Oriente e Occidente, il papa Agatone chiamò a Roma i vescovi delle diocesi più lontane, celebrandovi un concilio il 5 aprile 679 alla presenza di 125 vescovi, in preparazione del grande Concilio da tenersi in Oriente e per scegliere i legati da inviarvi. Fu a quel Concilio romano che intervenne Grazioso, vescovo di Parma, che si sottoscrisse così: Gratiosus episcopus sanctae ecclesiae Parmensis in hac relatione quam pro apostolica nostra fide unanimiter composuimus similiter subscripsi. È questa l’unica memoria conosciuta del vescovo di Parma Grazioso.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 44-47; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

San Secondo Parmense 28 agosto 1914-Parma 15 luglio 1984
Fu attratto ancora fanciullo dall’ideale missionario e l’abbracciò entrando nell’Istituto delle missioni fondato da monsignor Conforti. Raggiunto il sacerdozio dopo aver frequentato la teologia nel Seminario maggiore di Parma, fu designato dai suoi superiori maestro dei novizi nelle varie case dello Studentato saveriano. Andato poi a Roma a perfezionare gli studi, conseguì la laurea in missionologia. Nel contempo fu anche Consulente ecclesiastico all’Istituto statale d’arte per la decorazione e l’arredo della Chiesa di Roma. Per la sua parola facile e fluente, fu conferenziere di chiara fama in molte città d’Italia dal 1940 al 1946. Fu in Svizzera e in Scozia nel 1954 e missionario in Brasile e nel Messico dal 1956 al 1961. Si affermò anche con distinzione come oratore sacro, salendo i pulpiti delle più prestigiose parrocchie di Roma: molti furono i quaresimali da lui predicati, seguiti sempre da un pubblico numeroso e qualificato. Dimostrò di possedere erudizione in ogni ramo del sapere: storia, missionologia, numismatica, archeologia, agiografia, arte, letteratura e poesia. Visitò quattro volte gli Stati Uniti per studiare le antichità nei musei di quella nazione. Sempre per ragioni di studio fu anche a Ginevra, Lione, Parigi e Londra. Appassionato ricercatore, per interessantissimi ritrovamenti archeologici nelle Grotte della Rossa (Ancona) meritò la nomina di Ispettore onorario alle antichità. Pubblicò il catalogo dei reperti archeologici di Suasa Sènonum (Pesaro). Scoprì a San Marcello di Ancona gli estremi di una tomba Picena, tessere cristiane in cotto, tra cui una del III secolo, e un titolo della Gens Arniense a Sorbolo di Parma. Pubblicò I Bronzi, le Terrecotte funerarie e sull’antica Monetazione cinese, opera desunta dai cimeli del Museo d’arte cinese in Parma, di cui fu direttore dal 1954 al 1956. Per il settimo centenario della nascita di Marco Polo, curò al Palazzo Ducale di Venezia, nella sala del Piovègo, la IV Mostra di Venezia, fornendo in catalogo e in una introduzione critica (Alfieri, Venezia, 1954) nuclei del Museo cinese di Parma e del Museo etnologico lateranense di Roma. Ricostruì la tomba di San Pietro nel padiglione che la sacra Congregazione de Propaganda Fide espose nella mostra romana della Chiesa del 1963, previo un saggio su Il Missionario Pietro di Bethsaida (in Fede e Civiltà 1962). Uscirono, nel frattempo, vari saggi biografici tra i quali primeggia la vita di padre Caio Restelli, il profilo del venerabile Antonio Criminali da Sissa (1931) e altre opere monografiche. Tra queste ultime, va in particolare ricordata Parma romantica (Silva, Parma, 1964). È tutta Parma attraverso i suoi lunari e gli almanacchi e una breve storia di Parma. Fu scritta per ricordare il 150° anniversario della morte di Giovanni Battista Bodoni e il primo centenario della nascita di monsignor Conforti. Nel 1974 uscì un’altra opera assai importante e voluminosa: Parma romana (Parma, Silva). È una miniera di preziose notizie e ricca di illustrazioni. Valendosi di tutte le iscrizioni parmensi allora conosciute, dall’era repubblicana al regno di Teodorico II, riportate dal Corpus e dagli originali, le tradusse ambientandole criticamente e con ampia documentazione nel contesto storico generale e locale a cui appartengono. Tra i tanti soggetti che lo affascinarono vi fu l’origine del Cristianesimo a Roma. Lo affrontò con due volumi: Il Papa dell’anno 97, studio della figura di Clemente I, pontefice dal 96 al 97, citato da San Paolo nella lettera ai Filippesi e autore della prima lettera ai Corinzi (Silva, Parma, 1975) e Ricerca sui Fideles (Artegrafica Silva, Parma, 1981). Il Grazzi pubblicò ancora Storia della Città di Lettere (Ips, Pompei, 1971) e Storia della Diocesi di Lettere (Scafati, 1978), che gli valsero la cittadinanza onoraria e la stima degli studiosi di quella regione. Diede alle stampe anche undici lavori di carattere teatrale, affermandosi in ben cinque concorsi nazionali, in particolare con Massicciata (1939), Giro di Ruota (Filodrammatica, Roma, 1943) e Le coccarde (Ridotto, Roma, 1963). Anche il genere poetico attirò il suo interesse e pure in questo settore dimostrò attitudine e genuina ispirazione. Le sue poesie furono raccolte in due volumi, il primo del 1953, edito da Bucciarelli di Ancona, e il secondo, dal titolo Altre poesie, nel 1968 (Viappiani, Milano). Lasciò anche, inediti, alcuni grossi volumi dattiloscritti: Conversazioni saveriane, Testimonianze sul Fondatore, Bibliografia su monsignor Conforti e i primi saveriani (materiale prezioso per la conoscenza dei primi decenni di storia della congregazione saveriana). Della sua venerazione per il Conforti è testimone eloquente il lavoro immane compiuto dal Grazzi con la raccolta di documenti, lettere e testimonianze atte a favorirne e documentarne il processo di beatificazione.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1983-1984, 91-92; F. Barili, in Gazzetta di Parma 13 gennaio 1986, 3.

1896-Parma 1978
Dopo l’avvio di una prima attività conserviera nel 1920 da parte del padre Geremia (che già in precedenza con altri soci si era attivato in tale campo a Torrechiara), seppe sviluppare, unitamente ai fratelli Giuseppe ed Eliseo, importanti nuclei aziendali dediti alla trasformazione del pomodoro in Gaione e Ravadese, conseguendo affermazioni in campo nazionale e internazionale, unitamente alla commercializzazione del formaggio Parmigiano Reggiano.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 399.

Parma 25 settembre 1824-Gruda 9 aprile 1908
Vestì l’abito francescano l’11 ottobre 1842, compiendo la professione solenne il 23 gennaio 1852. Il 30 giugno 1853 fu inviato in Albania, nella missione di Scodra. Nel 1864 raggiunse Gruda, in Terra Santa, dove morì nell’esercizio del suo apostolato.
FONTI E BIBL.: Biblioteca della Terra Santa, XIII, 1930, 399-400.

GRECISTA PIETRO, vedi PIETRO DA BORGO TARO

GRECO, vedi PALLAVICINO ALBERTO

Roma-Mantova 1237
Fu il successore del vescovo Grazia. Salimbene de Adam lo dice soggetto indegno ed eretico, dedito esclusivamente agli onori e alle ricchezze: Post Episcopum Gratiam fuit quidam Gregorius Romanus, qui parvo tempore vixit, et mortuus est Mantuae haereticus et maledictus. Quando enim in infirmitate sua portaverunt ei Corpus Domini noluit illud sumere, dicens quod nihil credebat de tali fide. Cum autem interrogatus fuisset quare Episcopatum receperat dixit quod propter divitias et honores; et sic obiit et non comunicavit. Di Gregorio non si ha nessuna altra memoria.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 206; Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238.


Borgo Taro 1466
Fu medico distinto, rettore degli studenti ultramontani e lettore di medicina nei giorni festivi nell’Università di Bologna (1466).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 219; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 30.

GREGORIO DA VAL DI TARO, vedi GREGORIO DA BORGO TARO

GRENONI BERNARDO, vedi OLIVIERI BERNARDO

GRENONI GUIDO, vedi ADAM GUIDO

GREPALDI GIOVANNI, vedi METI GIOVANNI


Milano 14 novembre 1818-Parma 15 aprile 1893
Figlia del conte Antonio e di Teresa Trotti Bentivoglio. Sposò a Milano il 15 aprile 1837 Diofebo Meli Lupi. Fu Dama di Palazzo con Maria Luigia d’Austria, con Maria Teresa di Savoja e con la reggente Maria Luisa di Berry. Dall’Imperatrice d’Austria venne ammessa all’Ordine della Croce Stellata.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tavola IV; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, I, 367.

-Benevento 1485
Prevosto mitrato, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1471 al 1485. Fu eletto da papa Sisto IV, del quale fu familiare e commensale. Nominato nel 1482 arcivescovo di Benevento, conservò in commenda la prevostura, che per suo interessamento era stata staccata dalla dipendenza del vescovo di Parma per bolla dello stesso Pontefice in data 29 giugno 1473. Nella cattedra episcopale beneventana successe a Corrado Capece. Prima però che Sisto IV designasse il Griffi, re Ferdinando aveva spedito da Napoli due lettere al Capitolo e al clero, l’una il 1° settembre e l’altra il 10 dello stesso mese, avvertendo di avere lui provveduto a nominare il vescovo nella persona del protonotario apostolico Lorenzo Colonna. Ma Capitolo e clero respinsero tale nomina e l’elezione del Griffi venne annunciata dal Pontefice con lettera del 1° novembre 1482. Alla morte di Sisto IV (1485), la lotta si riaccese tra il Re di Napoli e papa Innocenzo VII, concludendosi ai primi di gennaio dell’anno seguente con la successione al Griffi, che nel frattempo era deceduto, del cardinale Lorenzo Cibo.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 28-29.

Parma 15 agosto 1822-Parma 18 ottobre 1885
Entrato nella Scuola di musica di Parma nel 1832, studiò canto con A. De Cesari e pianoforte e armonia con G. Barbacini. Durante il cambiamento della voce, si applicò allo studio del clarinetto sotto il professore Beccali ma una malattia gli impedì di proseguire lo studio di quello strumento. Si dediò allora al violoncello con Pietro Rachelle. Uscito diplomato dalla Scuola di musica (1838), fu scelto come coadiutore del Barbacini per istruire i cori del Teatro Regio di Parma. Il 27 settembre 1849 fu nominato maestro dei cori (il Barbacini divenne maestro concertatore del Teatro), posto che il Griffini conservò fino al 23 febbraio 1880. Con Regio Decreto dell’8 maggio 1856 ebbe la nomina di maestro di canto nella Scuola di musica di Parma in luogo del De Cesari. Adempì dal maggio 1864 all’aprile del 1870 alle funzioni di maestro di perfezionamento. Fu più volte a Casalmaggiore come maestro dei cori e come concertatore. Inoltre fu anche direttore della Scuola parmense corale (1873-1876) e maestro di canto della Scuola normale femminile (1869-1883). Ebbe tra i suoi allievi Adele Bianchi Montaldo, Mauro Assoni, Enrico Barbacini, Lodovico Giraud e Italo Campanini.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti, 88; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 138, 152; G. Gasperini, Conservatorio di Parma, 71; N. Pelicelli Musica in parma, 1936, 278; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 88.

Parma 1 marzo 1829-
Figlio di Giovanni Gaetano e della marchesa Elisabetta Volpelandi. Fu maggiore nei Reali alabardieri. Sposò la nobildonna Anna Parasacchi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 564-565.

Dublino 1713 c.-Piacenza 8 gennaio 1783
Figlio di Lawrence, di famiglia irlandese. Il Griffith si recò in Spagna presso lo zio marchese Ioben, che era al servizio di Filippo V, e passò poi in Italia con lo zio nella brigata Irlandese, quando fu mandato dal suo re come comandante generale delle truppe spagnole in soccorso di Genova. Passato al servizio di Filippo di Borbone, duca di Parma, il Griffith fu nominato con patente del 1° maggio 1750 colonnello di Fanteria e nel 1780 divenne tenente generale delle truppe ducali e comandante della piazza di Piacenza. Egli sposò il 6 febbraio 1764 la contessa Anna Brivio. Filippo di Borbone concesse con privilegio del 1 marzo 1765 al Griffith e ai suoi figli il titolo di conte di Brokles, di cui era stato infeudato con privilegio dell’imperatore Giuseppe I in data 15 agosto 1708 Giacomo Brivio, nonno della moglie Anna.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 564.

Parma 8 agosto 1901-Napoli 13 luglio 1930
Operaio, militante comunista sin dalla fondazione del partito (1921) e attivo antifascista, fu segretario della Federazione comunista di Parma dal 1925 al novembre 1926. Con la promulgazione delle leggi eccezionali fasciste venne arrestato e inviato al confino di polizia a Ponza. Qui contrasse una grave malattia, in seguito alla quale venne trasferito all’Ospedale di Napoli, dove si spense. Il nome del Griffith fu dato a un distaccamento partigiano attivo nel Parmense durante la guerra di liberazione.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, II, 1971, 664.


Parma 1770 c.-
Figlio di David. Nel 1790 fu nominato aiutante nel 3° battaglione di Ferdinando di Borbone, in Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 564.

Parma 28 aprile 1769-post 1824
Figlio di David. Con privilegio di Maria Luigia d’Austria fu creato Cavaliere Costantiniano l’11 novembre 1822 e con altro del 1° gennaio 1824 fu nominato comandante degli alabardieri ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 564.

Parma 24 gennaio 1765-
Figlio di David. Entrò nelle Regie Guardie del Corpo di Ferdinando di Borbone il 9 aprile 1785 e vi servì come cadetto. Nel 1814 fu nominato aiutante maggiore della piazza di Parma dal generale Nugent, confermatovi poi dal reggente conte Magawli. Nel 1816 fu promosso capitano della piazza di Parma e nel 1824 fu comandante di Borgo San Donnino. Nel 1836 fu insignito del cavalierato dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Fu inoltre capitano della Guardia ducale degli alabardieri e ispettore delle cacce private del Duca di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 564.

Parma prima metà del XVII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 174.

GRIGIO, vedi BASSANINI EUGENIO

Fontanellato 1909-Arbusow 22 dicembre 1942
Figlio di Pio e di Oresta Botti. Capomanipolo dell’851a Bandera Amba Uork, Battaglione Vampa, durante la guerra di Spagna ricevette due medaglie di bronzo al valore militare, con le seguenti motivazioni: Comandante di plotone mentre conduceva il suo reparto all’attacco di una forte posizione nemica, veniva gravemente ferito; rimaneva al suo posto fino a combattimento ultimato (Trijucque, 12 marzo 1937); Ufficiale intelligente e valoroso. Comandante di plotone comando di battaglione, con un gruppo di ardimentosi si lanciava all’assalto di munita posizione nemica, che raggiungeva tra i primi, portando così valido contributo alla conquista della posizione stessa. Esempio di ardimento e di elevato senso del dovere (Santa Barbara, 20 marzo 1938). In seguito, quale Centurione del 6° Battaglione Camice Nere, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: In dura circostanza di guerra, già menomato nel fisico perché colpito da congelamento di II° grado alle mani, si slanciava arditamente alla testa della sua compagnia al contrassalto di preponderanti forze nemiche. Colpito in più parti da raffica di mitragliatrice, conscio della fine imminente, continuava ad incitare i suoi valorosi con la parola e con l’esempio finché cadeva esanime, concludendo eroicamente la sua vita di valoroso soldato.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940; Decorati al valore, 1964, 47.


Genova 1596-Parma 20 maggio 1630
Si trasferì a Parma all’età di dodici anni (1608) per studiare al Collegio dei Nobili. Nello stesso anno 1608 entrò a far parte dei Gesuiti. Nel 1611 insegnò precetti di Retorica al tirocinio della Società Gesuitica a Novellara, quindi andò a Piacenza a insegnare precetti di eloquenza e nei tre anni seguenti professò Filosofia a Parma. In seguito arrivò alle più alte cariche dell’Ordine provinciale gesuitico di Parma. Morì all’età di 34 anni, durante l’epidemia di peste.
FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 296-298.


Genova 16 luglio 1779-Parma 3 febbraio 1843
Figlia di Domenico e Maria Rosa Sanseverino dei principi di Bisignano, fu donna di alte qualità morali, di fede cristiana e di carità verso il prossimo. Fu educata nel Monastero delle Oblate di Torre di Specchi in Roma. Sposò l’11 giugno 1801 il principe Casimiro Meli Lupi di Soragna, dal quale ebbe numerosi figli, all’educazione dei quali si dedicò con fervore. Fu Dama di palazzo di Maria Amalia e poi di Maria Luigia d’Austria. L’imperatrice Carolina d’Austria la decorò dell’Ordine della Croce Stellata. Nell’Accademia Emonia di Busseto ebbe il nome arcade di Florindaura Eliconide. Per sovrana concessione, che derogò alle leggi vigenti, venne sepolta nell’oratorio di Santa Croce a Soragna. Il suo feretro fu trasportato in paese su un carro funebre a foggia di baldacchino trascinato da quattro cavalli ricoperti da gualdrappe nere e alla cerimonia funebre furono presenti, oltre al celebrante, trentotto sacerdoti, le autorità e molto pubblico.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tavola IV, Negri, Compagnia Sant’Angelo custode, 1853, 69; Gazzetta di Parma, 1843, 15; Il Parmigiano istruito, 1844, 89-90; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, I, 361-362; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 38.

Parma-Parma 1896
Proveniente dall’esercito parmense, passò nell’esercito sardo nel 1860. Colonnello nel 1868, comandò il 20° Reggimento fanteria. Fu promosso Maggiore generale nel 1878. Dopo avere comandato la 39a brigata di fanteria, fu direttore dell’ufficio revisione matricole e contabilità dei Corpi e quindi passò al Comitato dei carabinieri reali. Collocato in posizione ausiliaria nel 1882, fu promosso nel 1895 tenente generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1932, IV, 217.


Parma 20 marzo 1858-Massa 1916
Figlio di Egidio e Giulia Boni. Sottotenente di artiglieria nel 1879, raggiunse il grado di colonnello comandante il Reggimento artiglieria a cavallo nel 1912. Promosso maggiore generale nel 1916, comandò in guerra l’artiglieria del 10° Corpo d’Armata.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1932, IV, 217.

Parma ante 1734-1771
Incisore attivo nell’anno 1734. Fu anche buon pittore di vedute.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Incisione a Parma, 1969.

GRISANTI AGOSTINO, vedi GRISANTI GIOVANNI AGOSTINO


Parma 1659/1664
Recitò le parti di amoroso nel luglio del 1659 a Livorno nella Compagnia del principe Alessandro Farnese di Parma (lettera al cardinale Giovanni Carlo de Medici, che lo aveva richiesto per l’autunno). Nel 1661 il Duca di Modena gli mandò due commendatizie: una per il Governatore di Milano, perché favorisse la compagnia in tutte le occorrenze, e l’altra, dello stesso tenore, per il marchese Martinenghi a Brescia. Contemporaneamente annunziò al Grisanti che, non potendo avere il Carnevale di Roma, gli avrebbe procurato quello di Venezia e raccomandò la pace in compagnia (il Grisanti con lettera del 28 maggio gli aveva scritto di certi dissapori), minacciando di castigare i perturbatori alla forma che meritano. Nel 1664 il Grisanti recitò quasi certamente con Marzia Fiala.
FONTI E BIBL.: L. Rasi, Comici italiani, II, 1042.

GRISANTI MARIO, vedi GRISANTI GIOVANNI AGOSTINO

Parma 23 maggio 1904-post 1971
Tornitore e militante comunista, nel 1933, sotto l’imputazione di aver diffuso stampa antifascista e detenuto materiale esplosivo, venne deferito al tribunale speciale. Condannato a sedici anni di reclusione, espiò la pena nel carcere di Civitavecchia. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza come partigiano combattente.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, II, 1971, 667-668.

GRIXONI GEROLAMO
Toscana o Sardegna 1834 c.-1886
Percorse la carriera militare in fanteria partecipando a tutte le guerre dell’indipendenza. Alla battaglia di San Martino, alla morte del colonnello Beretta, assunse il comando del 7° Reggimento fanteria e meritò la croce d’ufficiale dell’Ordine Militare di Savoja. Promosso Colonnello nel 1860, ebbe il comando del 24° Reggimento fanteria che diresse nella campagna dell’Italia meridionale, meritandovi la medaglia d’argento al valor militare. Maggiore generale comandante la brigata Parma nel 1862, andò a riposo nel 1866.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1932, IV, 218.


Parma 1249/1270
Nel Battistero di Parma il San Cristoforo, la Madonna in trono col Bambino e i quattro Santi, la scena mutila della Crocifissione e quella coi patriarchi Giacobbe e Isacco presentano una omogeneità di stile e, a eccezione di differenze dovute forse all’intervento di qualche aiuto, possono essere attibuiti a Grixopolo. La sua provenienza è certamente indicata dalla parola mutila pa[…]sis sotto i due patriarchi: proprio perché Crixopoli è l’antico nome di Parma bizantina e per la stretta connessione tra le figure del Palazzo della Ragione di Mantova con i dipinti della cupola del Battistero di quella città, si può concludere che forse la parola sia da interpretare come parmensis e che i dipinti siano stati realizzati attorno alla metà del XIII secolo dalla stessa maestranza che realizzò la cupola del Battistero di Parma. Questa ipotesi, non ripresa e neppure ridiscussa dal Romano, che cerca di fare il punto sulla diffusione del cantiere parmense in area padana, è rifiutata anche da Segre Montel che, pur accettando sostanzialmene l’indicazione della provenienza di Grixopolo proposta dal Paccagnini, sostiene tuttavia che il linguaggio occidentalizzato dei dipinti mantovani è più prossimo ai modi di certa miniatura veronese della prima metà del Duecento. La studiosa si riferisce in particolare ai due codici del Nuovo Testamento conservati alla Biblioteca Vaticana: il ms. Chigi A.IV.74 e il Vaticano Latino 39. Il confronto tra l’ultima scena dipinta al Palazzo della Ragione, quella con i due patriarchi Jacob e Isaac, e i volti di Abramo e della figura di Loth a Parma dimostra una chiara coincidenza di mano. Assolutamente rispondente è il modo di risolvere il volto, di dipingere la barba e le chiocche dei capelli. Eppure a Parma le figure, pur partendo da un disegno comune, sono risolte in maniera completamente diversa, quasi che l’esperienza di Grixopolo, maestro che lavorò anche a Mantova, si fosse nel frattempo arricchita. La figura di Abramo nella scena dell’Incontro con Melchisedec e in quella del Sacrificio di Isacco è molto più raffinata rispetto a quella dell’Incontro e del Banchetto con gli angeli. Zone d’ombra nelle prime due scavano i volti segnando profondamente gli occhi, il naso e il mento e anche il drappeggio è più sciolto e complesso rispetto a quello delle altre due scene, dove la permanenza dell’andamento obliquo delle vesti, atto ad accompagnare e a sottolinere il movimento, è comunque molto più rigido. È proprio l’Abramo della scena del banchetto quello che più si avvicina alla figura di Giacobbe e Isacco di Mantova. Si tratta dello stesso autore, Grixopolo, che tuttavia fa ricorso a grammatiche diverse nel tentativo evidente di costruire differenti iconografie per i personaggi delle varie scene. Basta osservare le lunette dove sono rappresentati due fiumi del Paradiso, il Tigri e l’Eufrate, figure dunque di minore importanza all’interno di tutto il sistema narrativo del Battistero, per rendersene conto. Un altro particolare ne è ulteriore prova. Si tratta della rappresentazione della cometa alla sinistra dei due patriarchi mantovani. Chiaro è il riferimento di tutta la scena al passo, tratto dal Vecchio Testamento, orietur stella Jacob, et consurget virga de Israel (Numeri, 2, 17) che non certo casualmente si ritrova anche a Parma nel cartiglio del profeta Balaam. Se si confronta la coda della cometa di Mantova con il tronco dell’albero nella scena di Melchisedec, non si può non ritrovare una perfetta coincidenza nel modo di ottenere a Parma la rotondità del tronco e di mettere in risalto a Mantova, attraverso striature di colore, la coda della stella. Anche la chioma infuocata come una palla di neve ardente è costruita in visione quasi assonometrica, proprio come in Battistero le fronde della quercia di Mambre nella scena del Banchetto degli angeli presso Abramo e in quella della loro apparizione sempre allo stesso Abramo. È dunque sicura la presenza anche al Battistero di un maestro che svolse certo a Parma un ruolo non di secondo piano e di cui peraltro si conosce anche il nome perché a Mantova si firmò appunto Grixopolus pictor parmensis. La morte e il tentativo di beatificazione di Giovanni Bono, rappresentato per ben due volte nel Paradiso del Palazzo di Mantova, oltre che la ricostruzione dello stesso edificio come si ricava dalle fonti documentarie, possono essere utili indizi per indicare, seppure approssimativamente, la cronologia dei dipinti mantovani. Proprio dalle vicende della città lombarda emerge un elemento di grandissima importanza: dopo la morte violenta del vescovo di quella città, Guidotto da Correggio (14 maggio 1235) per mano della famiglia Avvocati, vescovo che aveva ricoperto anche la carica di Podestà e che era stato un fermo sostenitore della politica di Gregorio IX, gli successe Giacomo della Porta di Castell’Arquato, canonico della Cattedrale di Piacenza, e a questi successe Martino da Parma, che resse le sorti del Vescovado mantovano dal 1252 al 1268. Martino svolse un ruolo di primissimo piano presso il pontefice Innocenzo IV, da cui era stato nominato, come dimostra l’Affò, Auditore di Rota. Martino fu un religioso colto e un uomo di legge, che proprio agli inizi del suo soggiorno mantovano svolse, sempre per mandato dello stesso pontefice, l’ufficio di legato apostolico nel tentativo di riappacificare (dopo la sconfitta di Federico II, avvenuta proprio a Parma nel 1248) i guelfi e i ghibellini della Lombardia. La sua attività si concluse con la designazione a legato pontificio, con l’incarico di predicare la crociata, nomina voluta da papa Urbano IV e confermata da papa Clemente IV. Per quanto riguarda la sua attività nella città lombarda, si sa con certezza che si impegnò alla riorganizzazione del Capitolo mantovano e che il suo impegno fu rivolto soprattutto alla lotta contro le eresie: infatti proprio all’inizio del suo mandato fece inserire negli Statuti cittadini quelle leggi antiereticali che costituiscono l’intero libro XI. Sembra quindi del tutto plausibile che proprio un personaggio di tale importanza abbia svolto un ruolo non certo di secondo piano, in un periodo che va appunto dal 1252 al 1268, nella chiamata di Grixopolo, un maestro proveniente dalla sua città di origine e che si ritrova anche nel Battistero di Parma. Furono anni particolari nella vita di Mantova: infatti dal 1257 fino al 1266 si affermò il Capitanato del Popolo, si affacciò insomma alla ribalta della scena politica quel ceto medio che forse fu proprio il responsabile principale della scelta di dipingere sulla parete nord del Palazzo Pubblico la figura di quell’eremita, Giovanni Bono, così caro ai Mantovani, ma furono anche gli anni, dopo la pesante sconfitta subita a Parma da Federico II, in cui il potere della Chiesa di Roma era ormai incontrastato e dunque non fu certo un semplice effetto del caso che a Mantova si dipingesse una scena che ha per soggetto il Paradiso nel Palazzo del Comune e che lo stesso soggetto fosse riproposto anche a Parma in una chiesa che di fatto divenne la chiesa del Comune. Quintavalle dimostra inequivocabilmente l’esistenza di una seconda campagna architettonica nel Battistero di Parma che si concluse pochissimo tempo prima della consacrazione del 1270. Il ciclo del Palazzo della Ragione corrisponde dunque forse alla prima opera conosciuta di quella maestranza che poi lavorò anche a Parma e anzi proprio la cronologia del ciclo di Mantova sembra fornire un’ulteriore conferma della cronologia del Battistero parmense. Se si osserva attentamente la formula con la quale Grixopolus Pictor Parmensis firmò i propri dipinti, si può tentare di avanzare qualche ipotesi su di lui. Con tutta probabilità, Grixopolo adottò questa formula (ricorso allo stesso termine in greco e in latino) per mettere in risalto la propria formazione occidentale, ben evidente nei dipinti mantovani, e nello stesso tempo l’adesione alla grande cultura d’Oriente, cultura che, come si può ricavare dalla Cronica di Fra Salimbene, non arrivò alla città emiliana da Genova, come ipotizza la Scarzanella, ma, con tutta probabiltà, seguì una via più diretta. Frate Giovanni da Parma, ministro generale dei Francescani, che già la Gavazzoli indicò quale probabile ispiratore dei soggetti della cupola di Parma, fu infatti inviato da papa Innocenzo IV, nel 1249, come ambasciatore presso l’imperatore Giovanni Vatatzes nel tentativo di unificare la Chiesa latina a quella greca ma, in realtà, per tentare di rompere l’alleanza di quel Re con l’imperatore Federico II. Fu dunque durante quel viaggio che avvenne un contatto di prima mano con la cultura bizantina. Forse fra Giovanni da quel viaggio riportò in Occidente libri di disegni o forse tra il numeroso seguito c’era qualche religioso pittore, che ebbe così modo di conoscere, rimanendone affascinato, la grande cultura d’Oriente. Narra infatti fra Salimbene: Erat autem tunc temporis Lugduni lector Constantinopolitanus frater Thomas Grecus ex Ordine Minorum, qui sanctus homo erat, et Grece et Latine optime loquebatur. Hunc generalis assumpsit, ut ad Grecos duceret secum. Nam ad hoc etiam venerat a Vattacio missus. Duxit etiam secum fratrem Drudonem, ministrum Burgundie, qui erat nobilis homo, pulcher et litteratus et sanctus. Nam magnus lector erat in theologia et qualibet die fratribus predicare volebat. Duxit similiter secum fratrem Bonaventuram de Yseo, qui erat famosus homo et antiquus minister in diversis provinciis. Duxit et multos alios ydoneos fratres, quorum nomina ponere non expedit modo. Et finita septimana paschali a Lugduno recessit. Non è da escludere, insomma, che tra i multos alios ydoneos fratres, quorum nomina ponere non expedit modo ci fosse proprio Grixopolo.
FONTI E BIBL.: Battistero di Parma, 1991, 257-274.

Parma 1925
Libero docente di ostetricia e clinica ostetrica, fu presidente della Dante Alighieri di Parma dal 1925. Pubblicò diversi saggi di ostetricia.
FONTI E BIBL.: A. Ciavarella, Presidenti Dante, 1982.


Parma 18 aprile 1840-Parma 4 aprile 1931
Figlio di Davide, possidente borgotarese trasferitosi a Parma, dove gestì una trattoria, e di Maria Luigia, modista, sorella del fotografo Napoleone Boschi. Come altri colleghi (Isola, Spada, Vitali, Manghi, Gardelli, Boschi, Mattioli, Malusardi, Icilio Calzolari, Baroni, Deogratias e Fortunato Lasagna e l’ottico Gabriele Cresto) prese parte come volontario alle campagne garibaldine del 1859, del 1860-1861 e del 1866, quadagnando ben cinque medaglie al valore. L’inizio dell’attività fotografica del Grolli è precedente al 1864, anno a cui risale il primo documento diretto: sul retro di una carta da visita si legge il marchietto a stampa Carlo Grolli & C. Fotografi e Pittori, borgo dei Servi n. 19 Parma. Socio del Grolli dovette essere Giovanni Vitali, con il quale, nel 1865, risulta iscritto alla matricola camerale, tra le ditte operanti in città con sede in borgo Regale 2. La ditta Grolli & Vitali dal 1866 al 1874 non viene più menzionata nei registri amministrativi e i locali di borgo Regale vennero occupati da Guido Casali. Il Grolli, nel frattempo, trasferì l’abitazione da strada San Michele 148 a Piazza Grande 33. Nel giugno 1873 si stabilì in borgo Bondiola 10 e nel 1875 sposò Anna Teresa Catelli, figlia dell’avvocato Giovanni. Dal matrimonio nacquero Luigia, Attilio e Raoul, quest’ultimo fotografo ed erede professionale del Grolli. Ne Il Diavoletto del 1875 è riportato il seguente annuncio: Nello Stabilimento Fotografico del signor Grolli Carlo, borgo Bondiola, rimpetto all’Albergo della Concordia, si eseguiscono ritratti dall’originale, riproduzioni, ingrandimenti, con precisione e convenienza di prezzi. All’Esposizione Industriale e Scientifica di Parma (settembre-ottobre 1887) il Grolli venne premiato con una medaglia d’argento per collezione di ritratti in Fotografia. La Gazzetta Industriale dell’8 aprile 1899 riporta: Lo scorso numero parlammo della nuova Mostra fotografica dell’Egregio Eugenio Fiorentini. Oggi per debito di imparzialità tributiamo i più sinceri e meritati elogi al nostro bravo concittadino fotografo Carlo Grolli, ch’egli pure nel giorno di Pasqua espose quattro, diciamo quattro, grandi vetrine nelle qualli ammirammo splendide fotografie ed alcune di persone conosciute e rese somigliantissime. Nelle fotografie eposte dal Grolli, trovammo tale naturalezza nelle pose, finezza di lavorazione, bellezza di tinte, da essere giudicate, veri lavori artistici. Al bravo Grolli, questi che può sentirsi orgoglioso di non essere inferiore a nessuno, le nostre sincere congratulazioni, quale incoraggiamento a seguire, come fece sempre, i progressi dell’arte fotografica, sicuri che il numeroso concorso al suo Stabilimento non gli verrà meno. Il 29 maggio 1903 (con atto rogato dal notaio Giovanni Bonatti) il Grolli, dovendosi allontanare da Parma per un tempo indeterminato, costituì e nominò propri mandatari la moglie Teresa Rondani (sposata in seconde nozze) e il proprio figlio Raoul affinché potessero continuare l’esercizio dello Stabilimento Fotografico Grolli Carlo & Figlio, con sede in borgo Angelo Mazza 12. A partire dal 1900 il Grolli fu anche editore di cartoline con vedute di Parma e provincia.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 132-133.


Parma 8 febbraio 1842-Parma 14 maggio 1895
Studiò nella Regia Scuola di musica di Parma pianoforte, composizione e violoncello dal 1851 al 1860. Percorse come professore d’orchestra i principali teatri italiani. Dal novembre 1878 al novembre 1882 fu insegnante al Liceo musicale di Piacenza e primo violoncello nell’orchestra del Teatro Municipale, posti ai quali rinunciò spontaneamente.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 19 novembre 1883-Parma 22 aprile 1936
Figlio di Carlo e di Anna Teresa Catelli. Nel 1915 sposò Dolores Belicchi. Il 15 dicembre 1920 il padre gli cedette definitivamante la conduzione dello stabilimento fotografico, perché ormai padrone della professione (dopo il liceo era stato inviato in Inghilterra dal padre per verificare e imparare nuovi procedimenti fotografici, e almeno dal 1901 aveva collaborato a tempo pieno nell’impresa paterna). Lavorò molto durante la prima guerra mondiale e fu uno dei primi in Parma a praticare la fotografia industriale. Nel 1934 il Grolli abbandonò la professione per malattia. Guido Adorni e Mario Torreggiani occuparono poi, nel 1939, gli stessi locali dello Studio Grolli, che, con settant’anni di attività fotografica continuativa, rappresenta un modello unico in tutta la storia della fotografia di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 133.

Parma-Parma 1780
Dall’anno 1778 fu professore di logica e metafisica nell’Università di Parma. Del Grondoni fu stampata una lettera scritta in difesa del Saggio analitico sulla Compassione. Il Grondoni morì cadento dal tetto della sua casa.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 434; Archivio di Stato di Parma, Ruolo de’ Provigionati, 24, Filo Università, 1057, n. 113; F. Rizzi, Professori, 1953, 70.


Parma 19 maggio 1772-post 1831
Figlio di Francesco. Prima come semplice volontario poi come sottotenente, prese parte negli anni 1800-1801 al blocco di Genova, nel 1805 alle campagne d’Italia e nel 1813-1814, come tenente e poi capitano, fu nella Grande Armata d’Italia. Nel 1816 entrò come capitano nel reggimento Maria Luigia, duchessa di Parma. Ebbe la seguente carriera: Capitano della Guardia Nazionale di Parma (1805), Tenente della 84a Coorte (1812) e Capitano (1813).
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 25; Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 263.


Collecchio 1354
Mastro padrone di bottega, fu investito di un beneficio ecclesiastico (Estimo del 1354).
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960, 3.

Parma 1617
Fu allievo di Francesco Tensini. Barone, fu capitano e poi generale delle artiglierie di Carlo V e di Massimiliano duca di Baviera. Scrisse in lingua italiana Neovallia, importante trattato di fortificazione stampato in Monaco di Baviera nel 1617. Un suo manoscritto (Modo di fare una fortezza con poca spesa) è alla Biblioteca Magliabecchiana di Firenze (Guarnieri, Tensini, La fortificazione, Venezia, 1623).
FONTI E BIBL.: L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1933, 502.

Varano de’ Melegari 1892-Monte Nero 15 agosto 1915
Figlio di Giuseppe. Alpino del 4° Reggimento Alpini, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Lanciatosi con altri compagni oltre la trincea conquistata per fugare i nemici ancora nascosti tra le rocce, cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 54a, 2803; Decorati al valore, 1964, 129.


Parma 1866
Bersagliere, fu decorato con medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Custoza del 24 giugno 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

Collecchio 1 maggio 1899-Valscurigne 26 dicembre 1920
Figlio di Emilio e di Maria Scaffardi. Ancora bambino, si trasferì con la famiglia a Parma, dove compì gli studi. A diciotto anni, il 16 maggio 1917, il Groppi, che svolgeva la professione di manovale edile, fu chiamato alla visita per il servizio di leva. Convocato alle armi il 12 giugno 1917, il 26 raggiunse il 93° Reggimento Fanteria, di stanza a Fabriano. Terminato il periodo di istruzione militare a Fabriano, il 31 ottobre 1917 fu assegnato al 26° Reggimento Fanteria in zona operazioni, nel momento in cui si svolgeva la disastrosa ritirata dopo Caporetto. Assegnato alla Compagnia Comando della Brigata Bergamo, svolse con onore le mansioni di portaordini. Al termine del conflitto fu proposto per una decorazione, ma la pratica rimase in sospeso e fu quindi cassata nel momento in cui disertò a favore dei Legionari dannunziani. All’indomani del 4 novembre 1918 il reparto del Groppi venne a trovarsi nella Venezia Giulia. Lì avvenne la diserzione e il passaggio agli Arditi, agli ordini del D’Annunzio, quando questi, rompendo gli indugi della diplomazia, iniziò la Marcia di Ronchi, il 12 settembre 1919. Come appare dal foglio matricolare, il Groppi passò alle truppe irregolari legionarie il 14 settembre 1919, due giorni dopo soltanto. In seguito fece parte dell’VIII Corpo Arditi. Le circostanze precise del decesso del Groppi non sono note. I giornali dell’epoca e le associazioni combattentistiche non andarono oltre la descrizione generica dell’episodio bellico che lo provocò. Fin dal 23 dicembre 1920 l’VIII Corpo Arditi, con altri reparti di legionari, si attestò per arrestare l’avanzata delle truppe regolari della strada di Stefani e da Valscurigne. Dopo un primo combattimento nel pomeriggio del 24, il giorno di Natale si ebbe una tregua. La mattina del 26 le fanterie regie attaccarono poco dopo le 4 e alle 9 la battaglia infuriò su tutto il fronte. Alle 10 e mezza un attacco sferrato a cavaliere della Valscurigne da forti masse di truppe italiane fu respinto dopo due ore di duri combattimenti, durante i quali vennero catturati dai legionari duecento prigionieri. Fu questa l’azione che costò la vita al Groppi. Alcuni giornali dell’epoca tendono a esagerare il numero di vittime del Natale di Sangue, altri a minimizzarlo. Le fonti più attendibili parlano di 22 morti tra i legionari. I loro nomi furono incisi su una targa nel cimitero di Fiume. La salma del Groppi fu tumulata a Fiume nel cimetero di Cosala e qui si svolsero in seguito cerimonie con la partecipazione di D’Annunzio. Il 17 marzo 1924, poche settimane dopo l’accordo concluso con la Jugoslavia per l’annessione di Fiume all’Italia, il re Vittorio Emanuele di Savoja salpò da Ancona a bordo dell’esploratore Brindisi per recarsi nella Città del Carnaro, dove fu accolto da una folla delirante. Nel Municipio, il Sovrano poté assistere allo scoprimento di una lapide dedicata ai caduti fiumani. Nel frattempo, il 25 marzo 1923, la salma del Groppi fu traslata da Fiume a Parma nel corso di una manifestazione patriottica, che ebbe quale promotore Vittorio Picelli. Di rilievo fu il discorso, intriso di fervore patriottico, pronunciato in quell’occasione da Ildebrando Cocconi.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 44; Parma nell’Arte 2 1970, 117-127; Gazzetta di Parma 11 febbraio 1985, 3; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 325.

Parma-Roma 1117
Fu vescovo di Savona (1098) e arcivescovo di Milano (1102). Fu deposto nell’anno 1112.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Pier Grosolano ed il suo epitafio, Milano, Tipografia San Giuseppe, 1922; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 853.


Parma 1741
Sposò la baronessa Del Campo. Ottenne il grado di capitano delle turppe ducali di Parma nel 1741.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588.

Medesano 3 giugno 1791-post 1849
Figlio di Francesco e di Anna Landi. Si arruolò volontario nel 1810 nell’esercito napoleonico e fu Luogotenente e Guardia d’onore del Principe Borghese. Nel 1812 partecipò alla campagna di Russia. Combatté col grado di Tenente dell’11° Reggimento Cacciatori a Cavallo in Sassonia nel 1813: rimase ferito a Wittemberg e ancora a Weimar (in entrambe le occasioni da colpi di lancia, al petto e alla spalla), mentre il 28 agosto a Bunzlau ebbe tre cavalli uccisi in altrettante cariche effettuate contro il nemico. Nel 1814 prese parte alla campagna di Francia. Rimpatriato, passò al servizio della duchessa Maria Luigia d’Austria come brigadiere del corpo e nel 1816 divenne tenente nel Reggimento Maria Luigia. Ebbe pure parte ai moti carbonari del 1821 e l’anno seguente, per i suoi sentimenti di italianità, fu accusato di appartenere alla Carboneria e di avere favorito la rivoluzione piemontese ed esiliato. Rimpatriò per partecipare ai moti del 1831 e, con decreto del Governo Provvisorio, venne nominato Capitano dei Dragoni Parmensi (15 febbraio-13 marzo). Con un distaccamento della Guardia Nazionale si portò a Medesano, Noceto e Pellegrino per incitare il popolo alla rivolta. A Pellegrino il Grossardi obbligò il parroco a benedire la bandiera tricolore. Combatté a Fiorenzuola d’Arda e, restaurato il regime ducale, dovette riprendere la via dell’esilio in Francia e poi in Toscana fino al 20 marzo 1848, quando la Suprema Reggenza dello Stato parmense lo nominò Maggiore, comandante i Dragoni di Parma. Dopo le infauste campagne militari del 1849, tornarono a Parma i Borbone e il Grossardi riparò negli Stati sardi. Per un così valoroso passato di combattente e di patriota, vi fu promosso Maggiore dei Carabinieri Reali.
FONTI E BIBL.: A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XX; E. Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821, Parma, 1904; E. Casa, I moti rivoluzionari del 1831, Parma, 1895; E. Loevison, Gli ufficiali napoleonici parmensi, Parma, 1930, 26; E. Loevison, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1933, 263-264; G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, 1905; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 189; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 175; Per la Val Baganza 10 1991, 135.


Medesano 1821
Carbonaro, fu tra i condannati politici per la cospirazione del 1821. Il Grossardi ebbe comunque una parte marginale negli eventi (tenne discorsi un pò vivaci e arrischiati contro il Governo, in mezzo a gente di campagna) e infatti gli fu inflitta una condanna piuttosto mite. Una volta scarcerato, tornò a Medesano.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmigiani, 1904, 271.

Varano de’ Melegari 6 agosto 1819-Varano de’ Melegari 30 maggio 1898
Figlio di Giovanni e di Laura Ventura. Il Grossardi crebbe alla scuola del padre, fiero e nobile patriota varanese che, piuttosto che servire lo straniero, preferì spezzare la sua spada di capitano. Da lui ereditò il senso del dovere, la dirittura dei principi, la fermezza di carattere e il vivo amor di patria. Fin dalla sua infanzia, trascorsa nel castello di Varano Melegari, respirò aria di cospirazione, idee di libertà e di italianità. Col padre (che per quattro anni, all’insaputa degli Austriaci, aveva militato nella Società segreta dell’Adelphia col nome di Varrone) divise, fanciullo di appena sette anni, la prigionia nel castello di Compiano, ove nel 1826 morì l’altro suo fratello dodicenne, Bruto. L’11 dicembre 1836 il Grossardi e Bernardino Scarpa partirono da Parma, muniti di passaporto, per recarsi a Genova ove, insieme ad altre persone (a cui erano stati raccomandati dai fratelli Pedretti di Parma) si imbarcarono, dopo quattro giorni, sul vapore Il Leopoldo alla volta di Marsiglia e della Corsica (divenuta a partire dal 1831 un vero e proprio centro cospiratorio), ove Giovanni Grossardi aveva impiantato una fabbrica di vetro, di cui si serviva per spedire, entro le bottiglie, le corrispondenze politiche ai rivoluzionari di ogni paese. Da una lettera, da lui inviata alla sorella Celeste, si viene a sapere che il Grossardi sbarcò a Marsiglia il 16 dicembre 1836, il 20 arrivò ad Avignone e da qui, insieme al padre, partì alla volta di Valence, ove furono accolti con bontà e gentilezza da Virginia Marchand e aiutati dal parmigiano Garmier, capo divisione della prefettura di quella città. A Valence il Grossardi rimase più di due anni e vi apprese l’arte della litografia, prima dal capitano in ritiro Saint-Etiènne e poi dal famoso litografo Borel. Contemporaneamente studiò disegno dal Valentini. Il 13 aprile 1839 venne condotto dal padre a Ginevra ove trovò impiego come disegnatore-litografo per opera del Cavagnari. Il lavoro presso il litografo Schmidt gli diede molta soddisfazione: ciò mi fa piacere perché mi perfeziona nell’arte che ho intrapreso ed è ciò che desidero vivamente e poi mi fa guadagnare d’avantaggio, essendo pagato secondo il lavoro che faccio (lettera alla sorella Celeste del 7 luglio 1839). Fallito per bancarotta il suo padrone, egli passò nello stabilimento del litografo Gruaz ove pure si dedicò allo studio dell’incisione litografica: questa specie di disegno ornamentale è ancora nell’infanzia e pochi litografi lo conoscono appena. E ciò mi fa piacere perché si possono fare delle cose molto più belle che con la penna litografica (lettera alla sorella del 22 gennaio 1840). Del suo lavoro in quel periodo rimangono le bellissime litografie con vedute di Ginevra (Porta Nuova, Albergo della Corona, Il porto, Vista dei due ponti sospesi, Place de Constance e la rue basse, Rue du temple de la Iusterie) nelle lettere che indirizzò alla madre e alla sorella e un disegno litografico dal vero (Prà del Torno nella Valle d’Angroque, dedicato al marchese Luserna) che egli fece a totale beneficio dei poveri locali, cattolici e valdesi. A Ginevra il Grossardi si innamorò della diciannovenne nobile e ricchissima Betsy Romilly (figlia di un incisore, mercante in oro e gemme), che gli dava lezioni di pianoforte e che egli non poté sposare per la diversità di religione. Durante il suo soggiorno ginevrino si cimentò con successo nel tiro alla carabina, che lo appassionò tanto da indurlo a inventare, nel marzo 1858 a Cuneo ove fu addetto alla scuola topografica del Reggimento, una carabina da carabiniere che sparava a più di 1000 metri di distanza, si caricava dalla culatta e nella quale è affermata la prima idea della rigatura della canna a sezione triangolare, con polvere e proiettili speciali. Il Grossardi passò alcuni mesi a Parigi, ove si recò nell’aprile del 1842 per perfezionarsi nella sua arte. Da Parigi ritornò nel dicembre dello stesso anno a Parma per lavorare alla tipografia Vigotti in borgo Regale. Sono di questo periodo i lavori eseguiti per la Corte ducale di Parma, per i quali ricevette molte complimentazioni (lettera del 31 dicembre 1842 alla sorella Celeste). I documenti e le cronache tacciono di lui fino a quel fatidico 1848 quando sentendomi nelle vene il sangue paterno e l’odio innato contro lo straniero che teneva schiava la mia amata patria, tutto feci per far insorgere contro l’austriaco oppressore una parte eletta della gioventù parmense e, a rischio della vita, raccolsi alcune armi e ne fornii a 7 miei compagni col tacito accordo di insorgere e servirsene il 20 marzo. Infatti, ciò avvenne ed ebbi la fortuna di usare contro l’aborrito straniero le mie armi, restando incolume ai proiettili nemici (Archivio Grossardi in Medesano). Si allude all’insurrezione di Parma che portò il duca Carlo di Borbone a proclamare la Suprema Reggenza e a costituire la Guardia Nazionale, di cui fu chiamato a far parte, col grado di capitano, lo stesso Grossardi. Nella notte del 18 aprile Carlo di Borbone partì per rifugiarsi nel suo castello di Weistropp. Partì pure da Parma una colonna di volontari composta di 180 individui, i quali elessero, prima di partire, i rispettivi ufficiali e sottufficiali. Il Grossardi fu eletto sottotenente. La colonna, sotto il comando di Eugenio Leonardi, già capitano d’artiglieria in Piemonte, si recò al campo piemontese e, giunta a Volta Mantovana, ebbe l’onore di essere passata in rivista dal re Carlo Alberto di Savoja. Di lì a pochi giorni si ebbe il fatto d’armi di Pastrengo in cui la colonna parmense si meritò una menzione particolare. Il Grossardi fu nominato luogotenente dell’armata perché giunto coi primi che scacciarono dal culmine della collina gli Austriaci. La colonna venne poi aggregata alla Brigata Savoja comandata dal generale Mollard. Dopo alcuni giorni, a Santa Giustina, avvenne la battaglia di Santa Lucia (6 maggio 1848) ove il Grossardi si guadagnò il grado di tenente e la medaglia d’argento al valor militare, dietro proposta del Mollard. La medaglia gli fu consegnata a Sommacampagna, di persona dal re Carlo Alberto di Savoja, colle seguenti parole: Voilà ce que vous avez bien merité; j’espère qu’elle ne sera pas la dernière! In seguito a ordini emanati, susseguenti l’avvenuto armistizio, la colonna dei volontari parmensi venne sciolta in Lodi nel luglio del 1848 e i superstiti di essa in parte rimpatriarono. Ma quelli che, come il Grossardi, erano singolarmente compromessi, si avviarono verso il Piemonte. Dopo quella prima medaglia d’argento al valor militare, il Grossardi ne meritò altre quattro (una d’argento e tre di bronzo) per il suo eroico comportamento: nelle campagne per l’indipendenza italiana del 1849 e del 1859, nella battaglia di San Martino e Solferino, durante l’attacco alle baionette sul Rendone di fronte a Pozzolungo (medaglia d’argento), nelle campagne del 1860-1861 e 1866 (Umbria e Marche), fino all’occupazione di Roma il 20 settembre 1870 da parte della brigata Savona, comandata dal generale De Sauget. Dopo la campagna del 1859, che lo vide impegnato a Confienza e sulle alture del Rendone, il Grossardi chiese una lunga licenza per rivedere la famiglia lontana, che gli venne negata. Rinunciò allora al suo grado, ma tre mesi dopo le dimissioni venne richiamato in servizio dal governatore Farini, che lo nominò maggiore e lo destinò al comando del Terzo battaglione residente a Mirandola. Nell’aprile del 1861 Cialdini gli dette ordini e itinerari per andare, col battaglione Appennini, a dare la caccia alle bande armate di briganti che infestavano la zona di Urbino. A Urbino il Grossardi rimase un anno e mezzo. Passò poi col grosso dell’esercito nelle province meridionali e nel 1865 fu in Sicilia a reprimere il brigantaggio. Dopo dieci mesi, per i servizi prestati, fu decorato con la croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (30 dicembre 1865). Prese parte attiva alla campagna del 1866 col grado di tenente colonnello nel 13° Reggimento di Fanteria, ove rimase fino al 1868. Passato a Napoli nel 1869, fu promosso colonnello e con tale grado fece la solenne entrata in Roma il 20 settembre 1870. Congedato dalle armi nel 1878, fu creato nel 1891 motu proprio dal re Umberto di Savoja commendatore della Corona d’Italia e il 17 dicembere 1893 fu promosso Maggiore Generale della Riserva. Dopo trenta anni d’indefesso e faticoso servizio militare egli si ritirò nell’avito castello di Varano Melegari. Vi trascorse gli ultimi anni della sua vita, occupandosi dei suoi beni (che assommavano a 104 ettari di terra, oltre a case, castello e possessioni varie al Ghirlonzo, ai Pecorini e alle Faggie) e dedicandosi con passione a studi militari. Del Grossardi scultore rimangono due opere: il suo autoritratto, scolpito in gesso nel 1844, all’età di venticinque anni, il cui valore artistico supera di gran lunga quello di un semplice e onesto dilettantismo, e lo stupendo busto in cavolino della madre, Laura Ventura, che scolpì nell’aprile 1847 quando egli aveva da poco compiuto 28 anni di età. Le piccole e deliziose litografie che egli impresse sulle lettere che inviò ai familiari durante il suo soggiorno in Svizzera, danno la misura di quale abilissimo litografo egli fosse diventato e di come avrebbe potuto eccellere in questa arte, allora agli albori, se ben altri destini non lo avessero chiamato lontano da Parma. Le vedute di Ginevra, ritratte dal vero, furono poi incise sulla pietra secondo un procedimento molto difficile per quei tempi. Sono lavori finissimi, di abile tecnica e grande luminosità nel conseguito effetto chiaroscurale ottenuto con un lavoro regolare e intelligente di matita litografica, su cui spiccano piccole figurine alla Watteau, fatte con diligente minuzia ed esattezza di particolari. I tratti descrittivi delle forme delle case, dei ponti, dei monti e delle imbarcazioni, giocate su fondi bianchi e scuri, sono ricercati con minuzia di analisi e mostrano la conoscenza delle varie possibilità della tecnica e il notevole grado di efficacia pittorica raggiunta.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 48-51; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588; M. Zanzucchi Castelli, in Gazzetta di Parma 20 giugno 1982, 9; Per la Val Baganza 10 1991, 135 e 137; Grandi di Parma, 1991, 56.

Torino 1880-Medesano 22 gennaio 1951
Figlio di Giancarlo. Raccolse ampie documentazioni riguardanti la famiglia Grossardi, compilando, nel gennaio 1947, per la pubblicazione della decima edizione del libro della nobiltà italiana, il Cenno storico sulla famiglia Grossardi. Tenente colonnello comandante la legione degli Allievi Carabinieri di Roma e Comandante del 6° e del 26° Corpo d’armata agli ordini del duca d’Aosta, combatté nel 1915-1918 e, promosso Maggiore dopo la battaglia di Gorizia, fu decorato sul campo di medaglia di bronzo al valor militare e in seguito anche di medaglia d’oro di lungo comando e promosso Generale di Divisione.
FONTI E BIBL.: Onoranze funebri al Generale Fabio Grossardi in Medesano, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1951; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 556; Per la Val Baganza 10 1991, 137.


Medesano 29 settembre 1842-Medesano 6 gennaio 1897
Figlio di Fabio. A diciassette anni interruppe gli studi, arruolandosi nelle truppe romagnole, modenesi e parmensi quale allievo della scuola militare di Modena. Prese parte alle campagne militari del 1859, 1860 e 1861. Combatté a San Martino e a Castelfidardo e partecipò all’assedio di Gaeta, guadagnandosi una medaglia d’argento e una di bronzo. In seguito (1864) entrò nei Carabinieri e ne divenne Colonnello (1894), comandante la Legione territoriale di Roma. Il Grossardi lasciò vari e interessanti scritti di istruzione militare, oltre alla stesura del Galateo del Carabiniere. Per molti anni fu Consigliere comunale di Medesano.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1905, 51; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915; Per la Val Baganza 10 1991, 137.

Rieti 1906-post 1946
Figlio di Fabio e di Luisa Negri. Laureato in economia e commercio, fu ufficiale di Cavalleria durante il secondo conflitto mondiale. Partecipò all’assedio di Gondar e ai combattimenti (agosto-settembre 1941) di Barghim e di Guramba nei pressi del lago Tana. Fu ferito e decorato di medaglia d’argento e di medaglia di bronzo al valor militare. Rimasto prigioniero degli Inglesi dal novembre 1941 al febbraio 1946, fu poi decorato della Croce di Cavaliere dell’Ordine Coloniale della Stella d’Italia e di Cavaliere Magistrale dell’Ordine di Malta.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 10 1991, 137.


Parma 1731
Fece parte dell’esercito ducale di Parma nel 1731 col grado di furiere maggiore.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588.


-Dresda 26 o 27 agosto 1813
Fratello di Angelo, fu un valoroso ufficiale napoleonico, capitano del 2° Reggimento dei Tirailleurs de la Garde Imperiale de France. Cadde nella battaglia di Dresda durante la campagna di Germania del 1813.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 10 1991, 135.


Viazzano 29 gennaio 1784-Torino 5 luglio 1861
Studiò a Parma con grande profitto, laureandosi in matematica e ottenendo anche il titolo di perito-geometra. Di mente vivacissima, si trovò a contatto con Giacomo Martini e con lui abbracciò la causa dei carbonari. Residente nel castello di Varano Melegari, spirito bizzarro, apparve quasi terribile nelle sue imprese rivoluzionarie. Per aver partecipato ai moti del 1821 fu condannato a otto anni di carcere, di cui cinque scontati nel castello di Compiano. Rimesso in libertà, nel 1831 per conto del Governo Provvisorio organizzò una milizia sulle montagne dell’Appennino nelle zone di Borgo Taro, Bedonia e Bardi. Fallita anche questa rivoluzione, riparò a Livorno e poi in Corsica, indi in Francia, dove insegnò italiano e matematica nelle scuole di Macon, Valence (1831-1838) e Lione (1839). Nel 1842 aprì a Lione un Gabinetto di lettura. Nel 1848 i mazziniani, con i quali egli intrattenne contatti anche dalla Francia, lo convinsero a rientrare a Parma, da dove, nel 1849, fuggì poi a Torino, dove fu impiegato nell’amministrazione ferroviaria (1850).
FONTI E BIBL.: C. Cappelli, La famiglia Grossardi, in Parma nel Mondo ottobre 1962; E. Casa, I moti rivoluzionari del 1831, Parma, 1895; E. Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori del 1821, Parma, 1904, 273-278; L. Gambara, Le Ville Parmensi, Parma, 1966; F. Grossardi, Cenno storico sulla famiglia Grossardi, 1947; E. Loevison, Gli ufficiali napoleonici parmensi, Parma, 1930; Pagano, Rivista Casse di Risparmio, marzo-aprile 1943; A. Schiavi, La Diocesi di Parma, Parma, 1940; G. Sitti, Il risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, 1915, 409; G. Badii, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1933, 264; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 189; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 176; F. Ercole, Martiri, 1939, 192; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 360; Per la Val Baganza 10 1991, 135.

Parma 1731
Fu capitano delle truppe ducali di Parma nel 1731.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588.

Parma 1784/1786
Nel 1786 fu nominato tenente aggregato alla piazza di Parma e due anni prima era stato conservatore della caccia ducale.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 588.

Medesano 1821/1831
Ritenuto carbonaro, fu uno dei capi della rivolta del 1831 in Medesano. Scoppiata la rivoluzione nel Piemonte, si diede da fare per raccogliere armi, per spargere il malcontento e per magnificare le gesta dei popoli che si erano già ribellati, anche inventando false notizie e minacciando e intimorendo quelli che non riusciva a convincere. Nelle osterie e in altri luoghi pubblici fece discorsi tendenti a ispirare avversione al governo e a eccitare gli abitanti ad armarsi e a combattere. Una volta soffocata la rivolta, fu tra gli inquisiti di Stato e detenuto.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmigiani, 1904, 136-137.


Parma-post 1908
Scena Illustrata del 15 febbraio 1891 scrive che debuttò per la prima volta a Parma in un concerto vocale presso la Società di lettura e conversazione e che fu allieva del Liceo musicale di Bologna. In quell’occasione si apprezzò la musicalità unita a una bella voce di soprano dotata di notevole potenza. Il suo esordio sulle scene avvenne nel 1890 al Teatro Comunale di Casalmaggiore. Non si hanno altre notizie della Grossi fino al 1901, anno in cui si esibì al Teatro di Borgo Taro. Nell’autunno 1907 sulla Gazzetta di Parma è riportato di un suo grande successo al Teatro Colon di Buenos Aires, nella Favorita, Aida, Gioconda, Trovatore e Norma, successo che seguì quelli conseguiti a Montevideo, a Rio de Janeiro e a San Paolo del Brasile.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 31 ottobre 1982, 3.

GROSSI BARTOLINO o BARTOLOMEO, vedi GROSSI BERTOLINO

Parma ante 1410-Parma 1464
Figlio di Giacomo e nipote del pittore Giovanni Grossi. Nel 1425 fu uno degli Anziani della sua arte in Parma. Fu marito di Caterina de Valaria, la quale nel 1449 fu ascritta tra le primicerie della Cattedrale di Parma. Da un atto del notaio parmense Francesco Burci, risulta che il Grossi ebbe quattro figlie, delle quali Luchina morì pochi anni dopo di lui, Lucrezia sposò il pittore Jacopo Loschi, Orsolina nel 1480 era maritata a Valentino de’ Magnani e Tommasina era consorte di Niccolò degli Andreociis, agiato cittadino del Consiglio Generale di Parma. Sono andati perduti gli affreschi che dipinse nel 1462 nella chiesa di San Francesco del Prato insieme al suo allievo e genero Jacopo Loschi. Se questi sono gli scarni dati documentari, una vecchia tradizione, rafforzata dall’opinione della critica (Quintavalle, Ragghianti), fa il nome del Grossi per gli affreschi di alcune cappelle del Duomo di Parma: in ordine crolonologico, la cappella Valeri, la cappella del Comune e la cappella Ravacaldi nella cripta. L’attività nel Duomo di Parma dovrebbe essersi svolta tra il 1410 e il 1435. In questi affreschi il Grossi, se di lui si tratta, mostra una cultura emiliana improntata all’opera di Giovanni da Modena in San Petronio a Bologna e fortemente tinta di influssi altichiereschi, specie nella complessità delle strutture architettoniche. Si esprime in un linguaggio caricato, denso e chiaroscurato, che infonde una certa nobiltà nei vivaci protagonisti delle scene affollate. Della stessa mano è considerata dal van Marle una Madonna ad affresco sempre nel Duomo di Parma (presbiterio). Il Grossi è ricordato in diversi atti notarili: 6 febbraio 1432, testimonio Maestro Bertolino Grossi pittore ad un atto celebrato nel chiostro di San Giovanni Evangelista; 10 novembre 1434, testimonio Bertolino de Grossis pictore f.q. Iacobi vic. sancti pauli pro burgo anteriori, al testamento dell’egregio e sapiente Dottore in Leggi Minato Aliotti f.q. Adone della vicinia di San Michele del pertugio (rogito di notaio incerto, filza I, Miscellanea del secolo XV, Archivio Notarile, Parma); 19 dicembre 1436, citazione del Vicario vescovile a certo Don Giovanni de Iacob, v’è notato per testimone Magistro Bertolino de Grossis f.q. Iacobi vicinia Sancti Pauli pro burgo Anteriori (rogito di Giovanni Palmia, Archivio Notarile, Parma); 25 novembre 1438, testimonio Maestro Bartolino de’ Grossis f.q.d. Iacobi della vic.a di S. Paolo pro burgo anteriori (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma) 11 dicembre 1438, il sacerdote Don Giovanni Grossi f. del fu Albertino della vicinia di San Michele del Canale nella sua qualità di Sindaco e Procuratore e Massaro del Venerando Consorzio de’ Vivi e de’ Morti della Cattedrale affitta per nove anni continui a Maestro Bertolino de Grossis figlio del fu signor Giacomo cittadino ab.e nella vicinia di San Paolo pro burgo anteriori quattordici bifolche di terra prativa nella contrada del Terreno iuxta villa Gaynaci e per l’annua pensione di sette lire imperiali, oltre a diversi altri carichi (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile, Parma); mccccxxxviiij Indictione secunda die secundo mensis februarii Antonius de Arpis f.q. domini Tomaxini civis et habitator civitatis parme in vicinia Sancti Salvatoris, sponte et ex certa scientia fuit confessus et in concordia cum Magistro Bertolino de Grossi pictore f.q. domini Iacobi cive et abitatore civitatis parme in vicinia sancti pauli pro burgo anteriori ibi presente stipulante et recipiente pro se et suis heredibus et successoribus se ab eo habuisse et recipisse libras triginta sex imper. in denariis et pro quibus dictus Magister Bertolinus se et sua bona obligavit ex causa depositi et per publicum Instrumentum rogatum per Martinum de Armanetis notarium anno a nativitate D.ni M.o quadringentesimo trigesimo octavo, Indictione prima die de quibus denariis dictus Antonius per se et ut supra a dicto. M.ro Bertolino presente et ut supa stipulante et recipiente sibi bene solutis. Renuntiavit exceptioni non numerate pecunie, actionique, et exceptioni, doli mali in factum, fori privilegio (rogito di Gaspare Zampironi nell’Archivio Notarile di Parma); 8 ottobre 1446, maestro Bartolino de Grossi f.q. Giacomo cittadino abitante nella vicinia di San Paolo pro burgo anteriorio paga a Luigi Stanghi lire trenta imperiali per affitto livellario imposto sopra dodici bifolche di terra con casa per un’annata come risulta da altro atto ricevuto dal notaio Gaspare Pelizzari. Testimoni Maestro Antonio de C. f.q. Marco della vicinia di San Francesco del prato, Bartolomeo de Costula f.q. Genesio della vicinia di San Gervaso (rogito di Lodovico da Neviano nell’Archivio Notarile di Parma); 17 agosto 1450, testimonio, Maestro Bartolino de’ Grossi pittore f.q. d.ni Iacobi della vicinia di San Paolo (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile Parma); 21 gennaio 1451, testimonio Maestro Bertolino de’ Grossis f.q. d.ni Iacobi della vicinia di San Paolo (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile, Parma); 6 marzo 1454, mandato di procura a liti fatto da Confratelli Societatis Conceptionis Beate Marie Virginis ordinatam in Capitulo monasteriis fratrum minorum Sancti Francisci civitatis parme, nel quale figurano fra gli ascritti i nomi di Giovanni de Luschis, Maestro Bartolino de Grossis, Pietro Ilario de Mazzolis, Genesio de Gonzate, Lodovico de Fornovo, Francesco de Marimitis, Giovanni Bochalario e Bartolomeo Perfetti (rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile, Parma); 23 agosto 1455, maestro Bertolino Grossi f.q. Giacomo cittadino della vicinia di San Paolo pro burgo anteriori riporta quitanza della somma di lire 500 imperiali da Martino Clerici, come da Atto del fu Gaspare Zampironi (rogito di Galasso Leoni, Archivio Notarile, Parma); 11 e 12 maggio 1456, con due distinti atti alle date qui retroposte si trova che il prudente uomo Maestro Bartolino de Grossis pittore e cittadino parmigiano viene eletto dal Vicario del Podestà di Parma, quale Paciere e Compromissario nelle vertenze che erano insorte sulla eredità lasciata dopo se da certo Michele de Galanis, che doveva esser devisa fra i di lui figli Lorenzo e Pellegrino maggiorenni e Baldassarre e Genesio minorenni rappresentati dalla madre loro Agnese del fu Maestro Guidotto de Biliardi (rogito di Martino Ricci, Archivio Notarile, Parma; questo stesso atto senza il cognome del Grossi si trova anche tra le minute degli atti del notaio Antonio Boroni); 24 maggio 1406, actum parme in vicinia S.cti Francisci de prato in domo habitacionis dominorum Domini, de Cassio, et Francische de Bertolotis presentibus. Magistro Bertolino de Grossis f.q. Iacobi viciniae Sancti Pauli pro burgo anteriori (rogito di Pietro del Bono, Archivio Notarile di Parma); 9 dicembre 1461, Giacomo de Bersis di Crema detto il Tartaglia abitante in Parma vende parte di una sua casa ai nobili Gio. Baldassarre e Luca fratelli Rusconi f. de fu nobile Carlo della vicinia di San Giovanni Evangelista in borgo riolo, la qual casa era posta nella vicinia di San Paolo nel Borgo Anteriore ed aveva per confini da una la strada pubblica da altra Mastro Bertolino de Grossis, da altra Giovanni Bonardi e da altra mediante canale communis M.o Guglielmo de Palmia (rogito di Galasso Leoni, Archivio Notarile, Parma); 25 novembre 1473, le nobili ed oneste Signore Tomasina f.q. Maestro Bertolino de Grossi e moglie dell’egregio Signor Nicolò de Andreociis domiciliati emtrambi nella vicinia di Santo Stefano, Orsolina figlia del suddetto M.o Bertolino, moglie di Valentino Magnani della vicinia di San Quintino coll’assentimento entrambe de’ loro rispettivi mariti e Giacomo Balestrieri f.q. Gregorio cittadino abitante nella vicinia di San Bartolomeo della ghiaia quale padre e legittimo amministratore delle Giovanna, Angelica e Laura sorelle e figlie della defunta moglie sua Luchina già figlia del ricordato M.ro Bertolino de Grossis, tutti di unanime accordo vendono a M.ro Antonio de Belloni di Milano unam domum muratam, cupatam cum iure Canalis labeutis per eam a latere posteriori ipsius domus positam in civitate parme in vicinia Sancti pauli pro burgo anteriori confinatam ab parte anteriori via communis, ab Magistri Iacobi de Luschis, a Vicentii de Bonardis, ab parte heredum q.m Magistri Guielmi de Palmia mediante Canale predicto salvis in prezzo di lire 201 e soldi 10 imperiali salve però le ragioni del ricordato M.ro Iacopo Loschi al quale era stata assegnata una parte di essa casa per un valore di lire 148 e soldi 10 imperiali a titolo di dote dlela Lucrezia Grossi f. del fu mentovato Bertolino e come era già stato espresso nel testamento di quest’ultimo ricevuto già dal notaio parmense Martino Ricci il 25 novembre 1458, al quale le parti di pieno accordo si riferiscono (rogito di Giovanni Lodovico Sacca, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: P. Toesca, La pittura e la miniatura nella Lombardia, Milano, 1912; U. Thieme-F. Becker, volume XV, 1922; R. van Marle, The Development of the Italian Schools of Painting, volume VIII, L’Aja, 1924; L. Testi, La Cattedrale di Parma, Bergamo, 1934; L. Coletti, Gli affreschi della Sagra di Carpi, in Bollettino d’Arte 1936; A.C. Quintavalle, I freschi di Vignola e la pittura emiliana del primo ‘400, in Arte Antica e Moderna 1962; A.C. Quintavalle, Problemi bembeschi a Monticelli d’Ongina, in Arte Antica e Moderna 1963; A.C. Quintavalle, Parma, Duomo e Battistero, Bologna, 1966; C.L. Ragghianti, Stefano da Ferrara, Firenze, 1972; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, II, 1831, 221; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, X, 1822, 164; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 30-32; A.M. Bessone-Aurelj, Dizionario dei pittori italiani, Milano, 1928; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 1217; Dizionario Bolaffi pittori, VI, 1974, 178 e 180.

1911-Parma 2 luglio 1984
Laureato all’Università di Parma in medicina e chirurgia nel 1937, conseguì poi la specializzazione in dermatologia. Il Grossi iniziò la carriera medica nel 1939. Allo scoppio della seconda guerra mondiale venne assegnato come ufficiale medico al 51° stormo da caccia. Dopo la guerra il Grossi ritornò a Parma (1945), riprese la sua professione di medico e per diversi anni prestò servizio nell’Assistenza pubblica. Il Grossi raggiunse il grado di generale nel ruolo d’onore dell’Aeronautica.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 luglio 1984, 6.


Vairo 15 gennaio 1900-Milano 1 giugno 1943
L’ambiente vairese del primo Novecento, ricco di fermenti politici e culturali, tutti accentrati intorno a casa Basetti, dovette certamente esercitare un notevole influsso sul giovane Grossi. Frequentò il biennio di matematica a Parma, poi si trasferì a Torino per studiarvi ingegneria mineraria. Si trovò però in gravi ristrettezze finanziarie e, per integrare l’assegno mensile che i familiari gli inviavano, cominciò a ordinare biblioteche e a compilare schede bibliografiche per privati e librai antiquari. Entrato nell’ambiente dell’antiquariato librario, sospese gli studi e tentò di avviare una libreria in proprio. L’amicizia con Piero Gobetti e altri giovani dell’ambiente culturale torinese non bastò tuttavia ad assicurargli il successo. Anche la sua attività di editore, a Torino e a Milano, anziché procurargli sostanziosi guadagni, valse soltanto a provocare frequenti richieste di sussidi economici dalla famiglia. Eppure ebbe qualche momento di fortuna: il suo volume Pionieri dell’aria (che contiene le biografie di tutti gli aviatori italiani) ebbe notevole successo e anche qualche acquisto fortunato presso biblioteche private gli permise di riapplicarsi con nuova lena all’attività di libraio antiquario. Anche le sue idee radicaleggianti dovettero ostacolare non poco le iniziative che andava intraprendendo. Fu autore di pregevoli studi montanari (Giovanni Rustici, Canti popolari dell’Appennino) e studiò la possibilità di fondare una Associazione per il progresso della Val d’Enza (un suo vasto programma manoscritto si trovava presso il Micheli). A testimonianza della sua intelligenza e lungimiranza di pioniere stanno anche gli articoli che scrisse nei primi mesi del 1922 sul Piccolo di Parma, circa i più pressanti problemi della Val d’Enza, tra i quali egli evidenziò, con precisione di dettagli e chiarezza di prospettive, la necessità di collegare Vetto e Selvanizza con un’efficiente strada di fondovalle.   
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Enea Grossi da Vairo, in Gazzetta di Parma 15 dicembre 1943, 3; G. Capacchi, Enea Grossi, in Valli dei Cavalieri 1972, 66-67; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 557; Valli dei Cavalieri 14 1995, 21-22.

GROSSI EUGENIA, vedi CASALI EUGENIA


Parma-post 1803
Oboista, fagottista e suonatore di corno inglese, studiò con Giuseppe Vettori. Nel novembre 1783 il maestro lo prese come secondo oboe e all’occorrenza come fagotto nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma: era retribuito con 10 lire a prestazione. Entrò poi a far parte dell’orchestra di SAR il Duca di Parma. Dalla stagione di Fiera del 1787 a quella del 1803 lo si trova attivo come primo fagotto anche a Reggio Emilia. Nell’estate 1793 fu tra i professori del Reale Concerto che eseguirono al teatrino di Medesano l’opera I pretendenti burlati di Paër. Nel 1897 fu primo oboe dell’orchestra di Parma (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri, 1807-1812, b. 7).
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

ante 1402-Parma ante 1434
Figlio di Bertolino. Fu pittore di buon valore. È ricordato in un atto notarile del 22 gennaio 1402: actum parme et in Capitulo fratruum minorum, presentibus Iacobo de Grossis depinctore filio quondam magistri Bertolini vicinie Sancti Pauli (rogito di Giuliano da Vigatto, nell’Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 30.

Parma 1340 c.-Parma ante 1393
Pittore ricordato in un rogito del notaio Paolo Palazzi del 23 maggio 1393 che porta una restituzione di deposito di 10 lire imperiali fatta da Albertino de Grossis f. quondam Magistri Iohanis de grossis pictoris vicinae Sancte Michaelis de Canalli. È forse il Grossi che nel 1358, allorquando il Frigeri, fatto venire da Cremona un sepolcro di Cristo che collocò in una cappella della Confessione del Duomo, vi dipinse intorno il Frigeri stesso, con suoi figlioli e con tutta la sua famiglia (Angeli, Storia di Parma, II, 189).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 30 e 33.


Parma 1651/1681
Organista, cominciò il servizio alla Cattedrale di Parma il 1 luglio 1651 coprendo la carica anche di maestro di Cappella fino al 15 agosto 1652. Fu poi organista della Cattedrale di Borgo San Donnino dal 1662 al 1676 e dal 1679 al 1681.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 114.

Busseto 5 settembre 1697-post 1758
A Busseto vestì l’abito francescano e il giorno 8 dicembre 1717 ne professò la regola. Più volte fu Guardiano in Busseto e il 22 luglio 1758, essendo Lettore Giubilato in sacra teologia, venne ascritto all’Accademia dell’Amonia col nome di Orito Pannicchio.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 88-89.

GROSSI JENNY, vedi CASALI EUGENIA

Vignale di Traversetolo 28 agosto 1932-Parma 3 giugno 1989
La sua famiglia si trasferì prestissimo a Borgo Val di Taro, dove il Grossi trascorse l’infanzia e l’adolescenza e dove il padre gestì per trentacinque anni un negozio di generi alimentari. Laureatosi in Economia e Commercio, iniziò subito a lavorare come rappresentante della ditta Pavesi. Poi lavorò per la Faema di Milano e nel 1965 entrò alla Salvarani. In pochi anni divenne dirigente e assunse l’incarico di direttore delle vendite per l’Italia. Entrò nel Gruppo Sportivo della Società, alle cui attività partecipò con passione. Nacque in quell’epoca l’amore per il ciclismo, che considerò uno sport nobile per la competizione aperta e per la fatica che comporta. Come dirigente sportivo fece una rapida carriera: da segretario della Valtarese negli anni Sessanta divenne membro del direttivo Unione Ciclisti Professionisti, Presidente della Commissione Studio, Commissario Straordinario della Federazione Italiana Ciclismo e, infine, membro del Consiglio Federale. Parallelamente svolse attività politica. Iscritto al Partito Socialista Italiano dal 1964, fu consigliere comunale a Borgo Val di Taro dal 1972 al 1978 e assessore al personale dal 1973 al 1975. Dal 1978 al 1980 fece attività politica a Parma. Nel 1980 si presentò capolista per il Partito Socialista Italiano alle elezioni amministrative: nonostante il suo nome fosse poco noto sulla scena politica locale, ottenne 1783 voti di preferenza e divenne l’ottavo Sindaco della città alla guida di una coalizione di sinistra. Nel 1985 fu riconfermato nell’incarico, al vertice della prima coalizione di pentapartito della storia di Parma, con 3015 preferenze. Una riconferma che va ascritta alla sua abilità e pazienza di mediatore, alla sua capacità di andare diritto al nodo dei problemi e alle sue qualità umane che gli valsero la simpatia e la stima dei cittadini. Il Grossi subì un primo infarto il 1° agosto 1978, nella primavera del 1988 fu colpito da un nuovo lieve attacco cardiaco, che si ripeté con esito letale mentre era impegnato in una riunione di partito alla sezione Matteotti di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Curti, Ricordo del sindaco, in Qui Parma 42 1989, 5; E. Benoldi, Omaggio a Lauro Grossi, in Corriere di Parma 1 1989, 4-5; Commemorazione del Sindaco Lauro Grossi, Parma, Comune, 1989; O. Campanini, È morto il sindaco dr. Lauro Grossi, in Al Pont ad Mez 2 1990, 11; G.F. Bellè, Un sindaco per amico, Parma, Grafiche Step, 1991 (contiene: P.P. Mendogni, Il sindaco del rinnovamento, 61-63; F. Fabbri, È caduto sul campo, 65-67; L. Castaldini, Lauro, ragazzo con mille idee, 69-71; G.F. Bellè, Un esempio da seguire, 73-74; G. Orlandini, Un politico al servizio degli altri, 95-96; V. Varesi, Lauro Grossi io me lo ricordo così, 97-99; F. Monaco, La drammatica riunione alla sezione Matteotti, 101-104; M. Casalini, Insieme per nove anni, 105-106; C. Magnani, È rimasto nel cuore di tutti, 107-108; C. Belletti, Il sindaco di tutti, 109-111; E. Mioli, Convincente e disponibile, 115-116; G. Uccelli, L’ultimo appuntamento, 117-118; G. Balestrazzi, Il padre di famiglia dentro il palazzo di tutti, 119-120; C. Corti, Un sindaco inventato, 121-122; A. Brugnoli, L’amico della Val Taro, 123-124; E. Ubaldi, L’ultimo saluto, 125-127; M. Colla, Commemorazione e cordoglio nella seduta consiliare, 129-132); F. e T. Marcheselli, Grossi Lauro (1932-1989), in Dizionario dei Parmigiani, 1997, 163; Grossi, un amico dentro il Palazzo, in Gazzetta di Parma 3 giugno 1998, 8; Grossi Lauro, in Enciclopedia di Parma, 1998, 389.

Albareto di Borgo Taro 1903-post 1937
Figlio di Oreste e di Giustina Curti. Caposquadra Bandera Leone, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Caposquadra mitragliere sempre di mirabile esempio ai suoi inferiori durante violento combattimento, rimasto ferito l’intero nucleo ed inutilizzata l’arma, ricuperava una mitragliatrice abbandonata e riaprendo da solo il fuoco contro il nemico, gli infliggeva numerose perdite (Brihuega, Bosco Ibarra, 18 marzo 1937).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.


Parma 1535/1545
Detto Marcantonio da Carpi. Nel 1535 diede inizio a un’azienda tipografica in Bologna in società con Vincenzo Bonardi. Il Bonardi era, come gli altri suoi familiari, cartaro e nella società dovette essere probabilmente l’editore, vale a dire colui che dava i capitali, forniva la carta e vendeva i libri, mentre il Grossi dovette essere il vero tipografo. La marca tipografica dei soci fu un cigno che becca un bue accosciato ai piedi di una palma, in riva a un lago. Nel 1541 si trova, invece di Vincenzo Bonardi, Bartolomeo, suo fratello, e il figlio di lui, sempre in società col Grossi fino al 1545. La produzione tipografica del Grossi fu abbondante e specializzata nei pronostici che si pubblicavano assai numerosi in Bologna, fenomeno che forse si spiega con gli studi astronomici in quel momento in gran voga. Col Grossi ricompare a Bologna il carattere corsivo, dopo quello di Francesco Griffo.
FONTI E BIBL.: Tipografia del ’500, 1989, 56.


Traversetolo 1894-Medio Piave 19 giugno 1918
Figlio di Cirillo, impiegato dell’esattoria di Traversetolo. Diplomatosi ragioniere a Parma, vi abitò in borgo Felino. Partito giovanissimo per il fronte, il Grossi, assegnato al 112° reggimento e successivemente al 268° reggimento di fanteria col grado di tenente, seppe ben presto distinguersi per audacia e coraggio. Fu decorato di due medaglie d’argento al valor militare e trovò gloriosa morte durante la battaglia del Piave. Morì nell’Ospedaletto da Campo n° 95 in seguito alla ferita riportata in combattimento mentre muoveva all’assalto della linea nemica. Fu sepolto nel Cimitero civile di San Trovaso. La seconda medaglia d’argento al valor militare, alla memoria, gli fu assegnata con la seguente motivazione: Sereno, tenace, instancabile per tre interi giorni diede mirabile prova di valore. Eseguì, sotto violento fuoco, anche di sua iniziativa, numerose ricognizioni ad immediato contatto con la linea nemica, fornendo sempre dati preziosissimi. Più volte guidò reparti di rincalzo sulle posizioni stabilite e, più volte, alla testa di essi e con pieno sprezzo del pericolo mosse all’assalto della linea nemica, finché cadde gloriosamente sul campo, colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 e 19 luglio 1918 e 18 agosto 1919; La Giovane Montagna 13 luglio 1918; S. Cervi, In memoria del rag. Tenente Mario Grossi, in Gazzetta di Parma 31 luglio 1918, 2; Mario Grossi, in La Provincia Parmense 17 agosto 1918; Mario Grossi, in La Libera Parola 18 novembre 1918; Alla memoria di un valoroso, in Gazzetta di Parma 4 gennaio 1919, 2; G. Sitti, Mario Grossi, in Caduti e decorati parmigiani nella guerra di liberazione 1915-1918, Parma, Officina Grafica Fresching, 1919, 134; A. Sibilio, Mario Grossi: un dimenticato, in Il Landò febbraio 1955, 4-6; A. Frati, Ten. Grossi Mario di Cirillo, in Decorati al valore, 1964, 125; A 50 anni dalla morte del tenente Mario Grossi, in Gazzetta di Parma 18 giugno 1968, 4.


Parma 1782-Reggio Emilia 1804
Figlia del contrabbassista Gaetano, fu istruita nel canto da Giuseppe Colla e si perfezionò con Francesco Fortunati e Ferdinando Paër. Si sposò giovanissima con il violinista e direttore d’orchestra Prospero Silva di Reggio Emilia. Ebbe un brillante esordio nella carriera: nel 1802 cantò come primo soprano al Teatro della Cittadella di Reggio Emilia nella Zaira di Francesco Federic, opera con la quale fu poi invitata al Teatro Carcano di Milano per la serata di inaugurazione. Il 26 dicembre 1802 inaugurò la stagione del Teatro alla Scala con Ginevra di Scozia del Mayr e poi cantò nel Castore e Polluce di Federici. Tornò nel massimo teatro milanese il 26 giugno 1803 nel Giudizio di Numa, cantata scritta dal Ferretti in occasione della festa nazionale. Nel Carnevale successivo fu alla Fenice di Venezia a fianco del famoso David nei Riti di Efeso del Farinelli e nell’Arsace e Semira di Gnecco, destando sempre entusiasmo. Di ritorno da Venezia a Reggio Emilia fu assalita da un violento malore che ne causò il decesso a soli ventidue anni.
FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, Parma, 1812, 189; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 90; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 243; Fabbri; Schmidl; Tintori; Cronologia del Teatro la Fenice di Venezia; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 31 ottobre 1982, 3.

Ricerca:

Teca Digitale Biblioteche del Comune di Parma - V.lo Santa Maria 5, 43125 Parma (PR)