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Dizionario biografico: Gabba-Gastelli

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GABBA - GASTELLI

Parma 1919-1992
Iniziò a lavorare giovanissimo con la ditta di decorazioni Vernizzi e già nel 1936 creò una propria piccola azienda di imbiancamenti e verniciature in strada della Repubblica 66 a Parma. Durante la seconda guerra mondiale verniciò biciclette, poi riprese l’attività realizzando insegne per negozi e dorature di cornici. Nel campo degli arredamenti aprì un negozio in strada della Repubblica 45, dove offrì tappezzerie straniere e tessuti e tendaggi firmati. Nel 1954 si trasferì nel palazzo dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni di strada Cavour, e la nuova immagine della Gianni Gabba Arredamenti propose per la prima volta a Parma mobili moderni creati dai migliori architetti internazionali. Contemporaneamente il negozio ospitò mostre personali dei pittori Renato Vernizzi, Spattini, Manara, Borgese e del fratello del Gabba, Amerigo, che collaborò all’azienda per la parte tecnica e artistica. Nel 1960 la ditta si trasferì a Baganzolino in una grande sede-mostra di fianco all’autostrada. Qui nel 1983 la rassegna dedicata a Franco Maria Ricci raccolse cinquanta mila visitatori. Il Gabba aprì negozi a Reggio Emilia, Modena, Bologna e Milano. L’attività si spostò anche in Francia, Inghilterra, Germania, Libia e Medio Oriente. Ricevette i premi Camera di commercio (1981) per l’esportazione e Marazza (1984) per le relazioni umane nel lavoro. Con alcuni amici, nel 1966 avviò il ristorante Angiol d’or di fianco al Duomo.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 143-144.


Fontevivo 18 agosto 1909-Cingia de’ Botti 28 ottobre 1977
Maresciallo Pilota, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti, partecipava, con entusiasmo e con fede, a moltissime azioni belliche, dando prova di elevato senso del dovere e di grande spirito di sacrificio e dimostrando di possedere belle doti di Pilota valoroso ed esperto (Cielo di Spagna, agosto 1937-aprile 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.


Parma 23 maggio 1857-Milano 16 dicembre 1933
Nacque da Luigi e da Maria Sgavetti. Studiò canto nella città natale dal 1873 al 1875 con L. Spiga e si perfezionò a Milano con F. Varesi, il primo interprete del Rigoletto di G. Verdi. Il suo debutto avvenne con felice esito nel 1856 a Lecco nel Ruy Blas di F. Marchetti. Fin dai primi anni della carriera cantò in America Latina, dove ebbe modo di farsi conoscere e apprezzare ancora prima che in patria. Dal dicembre 1880 all’aprile 1881 si esibì infatti con successo a Cuba nella Lucrezia Borgia di G. Donizetti, con F. Aramburo, al teatro Peyret di L’Avana e al teatro Esteban di Matanzas, attirandosi le simpatie di critici e pubblico per la sua perfetta intonazione, per la magistrale emissione della voce, lo squisito colorito del suo canto, la sua scuola e soprattutto pel suo espressivo sentimento (La Discusión 6 dicembre 1880). Poco tempo dopo, tra l’aprile e il maggio dello stesso anno, cantò al Her Majesty theatre di Londra in Il trovatore e in Aida di Verdi. In particolare continuò a cantare nel ruolo di Aida lungo tutto il 1881 e nei primi mesi del 1882: meritano di essere ricordate le sue apparizioni in questa opera al teatro Vittorio Emanuele di Rimini nell’agosto del 1881 e al teatro Comunale di Bologna, diretta da L. Mancinelli, nell’ottobre seguente. L’autunno del 1882 la vide al teatro Regio di Parma nel Trovatore, diretta da C. Campanini. Nei due anni successivi si produsse con grande successo al teatro Colón di Buenos Aires e al teatro Don Pedro di Rio de Janeiro, dove diventò una vera celebrità cantando in Aida, in La traviata di Verdi e in Il Guarany di C.A. Gomes. Continuò a cantare all’estero fino al gennaio 1884, quando apparve al teatro dell’opera di Bucarest nella Traviata e in L’ebrea di J.F. Halévy. Ritornò in Italia e ottenne grande successo al teatro Regio di Torino nel marzo 1884 nella parte di Valentina de Gli ugonotti di G. Meyerbeer, ruolo che affrontò poco tempo dopo al teatro Municipal di Santiago del Cile (dicembre 1883). Non risulta che la Gabbi abbia cantato in Italia dal 1885 al 1887, ma a partire da questo anno fino alla fine della carriera la si ritrova attivissima in patria, in particolare al teatro Costanzi di Roma e al teatro San Carlo di Napoli. A Roma nell’aprile del 1887 sostituì Romilda Pantaleoni nelle prime rappresentazioni romane dell’Otello di Verdi, che cantò a fianco di F. Tamagno e di V. Maurel. Al teatro San Carlo cantò quasi ininterrottamente fino al 1900, inaugurando la stagione 1887-1888 nel ruolo di Elisabetta nel Don Carlo di Verdi e partecipando anche alla prima napoletana dell’Otello con il Tamagno e G. Kaschmann (4 febbraio 1888). Continuò inoltre a esibirsi sulle scene del teatro napoletano nel Faust di Ch. Gounod (Margherita), alternandosi con la celebre Nadina Bulicioff (febbraio 1888) negli Ugonotti di Meyerbeer (Valentina), che cantò anche nel febbraio del 1892, nell’Africana di Meyerbeer accanto a G. Gayarre, diretta da L. Mancinelli, nella prima napoletana dei Tannhäuser di R. Wagner (20 aprile 1889) e infine nella Gioconda di A. Ponchielli (gennaio 1900). Di particolare rilievo la sua partecipazione alla prima rappresentazione italiana dei Maestri cantori di Norimberga di Wagner, avvenuta al teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre 1889, diretta da F. Faccio. Nel 1900 lasciò le scene, dopo aver cantato con successo in Tristano e Isotta di Wagner al teatro Comunale di Trieste. La Gabbi fu con Romilda Pantaleoni e Isabella Galletti una delle cantati più famose dell’ultimo ventennio dell’Ottocento. Va peraltro rilevato che Verdi non nutrì per lei gran simpatia, come risulta da una lettera del compositore a G. Ricordi datata 27 maggio 1887, pubblicata da A. Marchetti nella Strenna dei Romanisti del 1976 e riportata da M. Rinaldi. Un gran numero di recensioni, tuttavia, definisce la sua voce robusta, estesissima, ben coltivata, ben emessa, il cui registro acuto specialmente è splendido e fonemenale (Rivista Teatrale Melodrammatica 1 giugno 1881).
FONTI E BIBL.: Rivista Teatrale Melodrammatica 23 aprile 1881, 8 novembre 1883, 8 e 15 marzo 1884, 15 dicembre 1884, 1 giugno 1889; Il Ravennate 1 agosto 1881, C. Gatti, Il teatro alla Scala nella storia e nell’arte, Milano, 1964, I, 162, II, 63; V. Frajese, Dal Costanzi all’Opera, Roma, 1978, I, 83, 87, IV, 8, 19, 21, 23, 25, 27,30; M. Rinaldi, Due secoli di musica al teatro Argentina, II, Firenze, 1978, 1148; V. Cervetti-C. Del Monte-V. Segreto, Teatro Regio. Cronologia degli spettacoli lirici, II, Parma, 1982, 35, 46; C. Marinelli Roscioni, Il teatro di San Carlo, II, Napoli, 1987, 414-417, 422, 443; M.T. Bouquet-V. Gualzeri-A. Testa, Storia del teatro Regio di Torino, a cura di A. Basso, V, Torino, 1988, 146, 148, 196, 267, P. Adkins Chiti, Almanacco delle virtuose primedonne compositrici e musiciste d’Italia, Novara, 1991, 108; Macmillan Encyclopaedia of music and musicians, London, 1938, 632; Enciclopedia della musica Ricordi, II, 255; Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, Le biografie, III, 67; R. Staccioli, in Dizionario Biografico degli Italiani, 50, 1998, 824-825.


Parma 1764
Fu musicista alla Cattedrale di Parma il 22 aprile 1764.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1619 c.-Parma 29 novembre 1677
Figlio di Antonio. Dottore in leggi e licenziato in teologia, fu Canonico assai dotto della Cattedrale di Parma e gran sostenitore del culto divino. Fu sepolto nella chiesa dei Padri Carmelitani. Quale incaricato delle cure del tempio maggiore, fece fondere la Zafferana, campana fatta nel 1647 grazie ai proventi ricavati dalla soppressione del contrabbando dello zafferano.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 280; Gazzetta di Parma 4 novembre 1996, 5.

Parma 31 maggio 1799-Parma 5 marzo 1884
Figlio di Giuseppe e Teresa Rota. Fu medico assai valente. Durante la prima epidemia del colera asiatico in Parma (1836), che causò numerosi decessi, il Gabbi si prodigò incessantemente. La Gazzetta di Parma del 17 agosto 1836 dice che entrò a curare sia nei palazzi che negli abituri instancabilmente, e con nobile disinteresse, meritandosi la lode e l’ammirazione di tutti per l’alto spirito umanitario e sociale.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 29; Aurea Parma 2/3 1971, 166.


Parma 1753/1769
Fu suonatore di viola alla Cattedrale di Parma dal 22 aprile 1753 al 26 marzo 1769.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 15 gennaio 1815-Parma 2 agosto 1894
Compiuti iniziali studi di filosofia e laureatosi nel 1840 in legge, fece dapprima il notaio ma, non sentendosi portato per quella professione, riprese gli studi e quattro anni dopo divenne avvocato. Nel 1845 fu pretore e Ferriere e nel dicembre dello stesso anno fu destinato al posto di Assessore presso il Tribunale del Valtarese. Il 22 marzo 1847 passò al tribunale di Parma e il 15 gennaio 1848 fu giudice del tribunale di Pontremoli. Il 21 giugno 1849 fu incaricato dell’istruzione penale e divenne Regio Procuratore il 4 novembre seguente. Giudice nel Tribunale di Piacenza dal 16 giugno 1850, passò l’8 maggio 1852 a quello di Parma, dove fu nominato Consigliere della Regia Corte il 16 ottobre 1854. Ai tempi del processo per l’assassinio di Carlo di Borbone (1854) si tentarono pressioni sul Gabbi, cercando di persuaderlo a non scontentare la vedova Luisa Maria di Berry con un verdetto troppo mite. Invece il Gabbi, quale giudice inquirente, rifece il processo e propose e ottenne che fossero mandati liberi tutti gli imputati. Per calmare lo sdegno della Duchessa, le fu detto che chi aveva trovato gl’innocenti, era persona da saper scoprire i rei, ma il malcontento a Parma nei confronti del Gabbi rimase altissimo. Una sera, mentre ritornava a casa passando per via delle Cappuccine, fu assalito da tre individui e ferito da una stilettata al ventre. Il Gabbi strappò lo stiletto di mano all’avversario e con esso si difese contro gli assalitori, volgendoli in fuga. Il 3 giugno 1860 entrò a far parte del Tribunale di Revisione. Soppressi gli ordinamenti giudiziari parmensi col 1 gennaio 1861, il Gabbi fu destinato alla Corte d’Appello di Parma. Il suo carattere fermo e irremovibile di fronte a qualsiasi pressione gli procurò nemici potenti, che lo fecero allontanare da Parma. Destinato il 17 dicembre 1865 alla sezione di corte sedente in Macerata, non vi andò ma passò invece a Modena, da dove fece ritorno l’11 marzo 1869. Il Gabbi, che negli ultimi trent’anni di vita fu affetto da un forte indebolimento della vista, fu nominato Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro il 25 giugno 1870, Cavaliere il 22 giugno 1877, Ufficiale il 15 giugno 1875 e Commendatore della Corona d’Italia il 1 gennaio 1880. Fu membro dell’ufficio onorario di censura istituito il 25 giugno 1852 e passò, con decreto 11 febbraio 1856, nella commissione consultiva creata per dare parere sui reclami contro le decisioni del direttore di polizia. Insieme col Massari, fu scelto dal Niccolosi per collaborare agli Annali di Giurisprudenza Italiana.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 36-38.

Parma 4 novembre 1855-Parma 23 agosto 1909
Archivista presso l’Archivio di Stato di Parma, è l’autore del Blasone Parmense, opera che fa parte dei cosiddetti Manoscritti della Biblioteca, un fondo miscellaneo costituito alla fine del XIX secolo, un tempo indicato Bibl. segn. H. 1-6 e poi ms. 74/1-6. Il Gabbi compì gli studi liceali e si sposò con la contessa Brunilde Del Bono il 28 ottobre 1885. Dall’unione nacquero Maria (1884), Valentina (1888), Filippo (1891), che fu un discreto pittore, e Lorenzo (1895). Entrò all’Archivio di Stato di Parma come alunno il 12 settembre 1876, poche settimane prima che Scarabelli Zunti abbandonasse l’Istituto. Nel 1879 fu archivista di III classe e dal 1 gennaio 1908 diventò archivista di II classe. Dal 1898 al 1900 diresse come reggente l’Archivio di Stato di Parma. Il 16 marzo di quell’anno diventò Direttore reggente dell’Archivio di Stato di Massa Carrara. Il 2 febbraio 1906 fu nominato cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Trasferì il domicilio a Massa il 23 marzo 1908, in via Vittorio Emanuele n. 3. Nel marzo del 1909 chese di poter partecipare come elettore alle votazioni a Parma. Il 1° giugno 1909 chiese di essere autorizzato a fungere da perito grafico di parte a favore dell’ex sindaco Luigi Lusignani. Colpito da breve inesorabile malattia (come si legge nell’annuncio funebre), morì a Parma, nella sua casa in via Sant’Anna 8. La raccolta che il Gabbi lasciò all’Archivio di Stato di Parma era chiaramente ancora in fase di costruzione, come dimostra il fatto che in diversi casi le didascalie sono solo appunti affrettati posti a matita e non ripassati in bella copia a penna, oppure che altri fogli mancano totalmente di didascalia. Essa è organizzata in sei volumi. Il primo volume va dalle dinastie che hanno governato Parma come Stato a Buttiglio, il secondo da Calcagnini a Droghi, il terzo da Enza a Hotz, il quarto da Lalatta a Ortalli, il quinto volume da Pacchioni a Ruspaggiari e l’ultimo da Sacco a Zurlini. Non sempre l’ordine alfabetico è rispettato. Gli stemmi sono disegnati su fogli sciolti, legati successivamente in volume con una cordicella rossa. Che l’opera sia del Gabbi lo si sa soltanto dalla scheda che nel 1913 Albano Sorbelli vi dedicò al n. 130 negli Inventari dei Manoscritti delle Biblioteche d’Italia, opera fondata da Giuseppe Mazzatinti (volume XX, alla voce Parma, Archivio di Stato, edita a Firenze). Lo conferma inoltre una perizia calligrafica. Tutti gli stemmi sono a inchiostro. Ve ne sono stati inseriti alcuni a colori (come quelli dei Lombardini oppure quello della famiglia Stocchi), non legati con quelli originali, alcune immagini stampate e un appunto dattiloscritto, insomma una serie di segni posteriori che indicano chiaramente che il Blasone parmense servì per le funzioni di controllo della Commissione Araldica, anche se la concezione con cui era stato creato non fu solo di attenzione alla nobiltà ma anche alle professioni liberali, a iniziare da quella del notaio: infatti il Gabbi riporta sia signa tebellionis, cioé sigilli notarili, che stemmi veri e propri. Per cui il Blasone probabilmente dovette servire anche come modello per i nuovi stemmi, partendo da una rappresentatività dei cognomi locali. Il modello, anche nella ripresa del titolo, indubbiamente fu costituito dall’opera di un altro grande archivista, Enrico Scarabelli Zunti, che era entrato nell’Archivio di Stato di Parma, diretto da Amadio Ronchini, nel 1848, per diventare nel 1876 direttore dell’Archivio del Comune di Parma, dopo aver collaborato con Pompeo Litta alla stesura di diverse voci delle Famiglie Celebri Italiane, che egli continuò aggiungendo Terzi e Scotti. Di Scarabelli Zunti sono celebri i volumi dedicati a Memorie e documenti per la storia di belle Arti parmigiane, conservati alla Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Parma, ma egli lasciò diverse raccolte anche di carattere nobiliare, genealogico e araldico, tra cui il Blasone Parmense, che egli, con gli altri suoi documenti, donò, tramite Giovanni Mariotti, al Museo di Parma. Un altro suo modello fu una Raccolta anonima che era conservata presso il Ronchini e poi presso i suoi eredi, in seguito perduta. Infine il Gabbi poté contare sul Codex A 1 Diplomatum, che dal 1816 al 1858, come aveva disposto Maria Luigia d’Austria creando la prima Commissione Araldica, raccolse in copia gli atti sovrani di nobilitazione o riconoscimento di nobiltà. Questo registro è conservato all’Archivio di Stato di Parma nel fondo della Commissione Araldica.
FONTI E BIBL.: La biografia del Gabbi si è potuta ricostruire grazie al foglio matricolare conservato presso il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Roma; le ultime vicende biografiche legate alla direzione dell’Archivio di Stato di Massa vengono dall’Archivio d’ufficio di quell’Istituto; M. Dall’Acqua, in Guida alle origini dei cognomi parmigiani, 1998, 378-379.


Parma 14 novembre 1819-
Studiò canto (soprano) nella Regia Scuola di musica del Carmine di Parma con Antonio De Cesari dal 1833 al 1838. Si applicò anche al pianoforte diventando un’eccellente suonatrice di questo strumento. Ancora allieva, a soli diciotto anni, la sera del 16 maggio 1838 sostituì sulle scene del Teatro Ducale di Parma l’indisposta primadonna Marianna Bruner Cappelli nel Furioso di Donizetti. L’opera ebbe successo e venne replicata per sedici sere. La stagione continuò con Gli esposti di Luigi Ricci e nell’ultima serata, quella in suo onore del 9 giugno, la Gabbi aggiunse una nuova cavatina all’opera. Dopo il debutto, si recò a Venezia, dove si perfezionò con il maestro Andrea Galli, e quindi si esibì in vari teatri. Nel gennaio 1839 fu ancora al Teatro Ducale di Parma per varie recite nel Giuramento di Mercadante in sostituzione della primadonna Rita Gabussi. Nella stagione estiva 1841, con una compagnia, nella quale cantava anche il concittadino Superchi, raccolse il plauso nelle opere Beatrice di Tenda, La vestale, Belisario, Il giuramento a Novi, Ceneda, Belluno, Feltre (in settembre alla Fiera di San Matteo), Montagnana e Bassano. Nella stagione di Carnevale 1841-1842 fu la prima donna assoluta in Chi dura vince al Teatro di Udine. Possedette una voce sonante, distesa e intonata. La carriera le fu troncata, quando era ancora giovanissima, dalla morte.
FONTI E BIBL.: C. Alcari; Dacci; Cronologia del Teatro Regio di Parma; Gazzetta di Parma 2 febbraio 1839, n. 19; P. Bettoli, I nostri fasti, 83; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 134, 191, 197; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 286; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 29 agosto 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Noceto 13 luglio 1852-Piacenza 26 novembre 1921
Il 15 dicembre 1869 si diplomò con lode in tromba e in contrabbasso alla Regia Scuola di musica di Parma. Scritturato in varie orchestre come prima tromba, fu poi assunto come primo contrabbasso al Teatro La Fenice di Venezia. Nel luglio 1875 fu nominato maestro di tromba al Liceo musicale di Piacenza, per passare nel 1880 all’insegnamento del contrabbasso nello stesso istituto, posto che occupò fino alla morte. Con questo strumento nel 1878, assieme ad altri musicisti di Parma, si recò a Parigi con la Regia Orchestra di Torino diretta da Carlo Pedrotti. Fu uno dei migliori contabbassisti del tempo, soprannominato il contrabbassista della botta per la forza dell’attacco. Fu molto apprezzato da Verdi, che lo volle alla Scala per la prima dell’Otello. Originale era il modo con cui armava il suo stumento, nel quale aveva dato una tale inclinazione al manico che il ponticello veniva a essere il doppio del normale. Durante le cerimonie religiose cantava da tenore solista nelle chiese di Piacenza.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 96; Enciclopedia di Parma, 1998, 362.

-Parma 27 marzo 1712
Figlio di Antonio. Conte, fu canonico dalla Cattedrale di Parma e dottore di sacra teologia e di leggi. Fu sepolto nella chiesa dei Padri del Carmine in Parma.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, II, 1856, 334.


Parma 24 gennaio 1891-Venezia 1944
Nato da Carlo Uberto, valente archivista, e dalla contessa Brenilde Del Bono, frequentò l’Istituto di Belle Arti di Parma e fu licenziato dal corso speciale di ornato e figura nel 1910. Dotato di un grande talento artistico e di solida cultura, divenne un abile miniaturista e i suoi lavori figurano anche in collezioni straniere. Il Gabbi non trascurò la pittura di grandi proporzioni: nella collezione Glauco Lombardi di Parma si trovano una riproduzione della parte centrale del ritratto di Maria Luigia d’Austria, eseguito dal Borghesi, e una copia del ritratto di Guglielmo du Tillot, dipinto da Pietro Ferrari. Il Gabbi fu anche, per abilità tecnica e facilità di assimilare lo stile altrui, un notevole imitatore del Correggio e del Parmigianino. Svolse a Venezia l’ultimo periodo della sua attività.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 75.

Parma 1722 c.-Parma primi anni del XIX secolo
Figlio di Antonio. Fu canonico e presbitero della Cattedrale di Parma. Col Gabbi, agli inizi dell’Ottocento, la famiglia nobiliare omonima si estinse.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 4 novembre 1996,5.

Viarolo 1892-1973
Fu buon pittore.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, La pittura di Giovanni Gabbi, in Gazzetta di Parma 4 giugno 1973, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 474.


Parma 1718 c.-
Figlio di Antonio. Sacerdote, fu dottore e professore di teologia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 novembre 1996, 5.

Parma 1819
Falegname. Nel 1819 fornì sedie, poltrone, un canapé in noce con guarnizioni di ottone e copertura in canna d’India e un tavolo rotondo guarnito di plaqué d’ottone per l’arredamento dei Palazzi Ducali.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, b. 8; Il mobile a Parma, 1983, 263.

Busseto ante 1855-ante 1895
Del Gabbi si trova un breve accenno nel volumetto su Emanuele Muzio che fu pubblicato nel 1895 da Alfredo Belforti. Parlando del Muzio che alternava il tirar dello spago con quei canti di musica ora sacra ora profana, che avevano colpito la sua precoce natura di artista, il Belforti aggiunge che qualche volta lo accompagnava nel canto il distinto baritono bussetano Giuseppe Gabbi, a cui il servizio di quaranta anni nella Società Filarmonica non ha fruttato, nemmeno nell’atto di scendere nella fossa, una parola di compianto od un modesto ricordo.
FONTI E BIBL.: Belforti, Biblioteca 70 2 1971; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 29 agosto 1982, 3.

Parma 1913-1962
Durante il servizio militare si comportò da coraggioso marinaio, prima su siluranti e poi a una batteria antiaerea a Piombino. Si arruolò volontario nei paracadutisti del battaglione San Marco della marina e raggiunse il grado di maresciallo. Rientrato a Parma, si dedicò alla trattoria, in piazzale Vittorio Emanuele, ereditata dal padre Attilio, riuscendo a farne un ristorante famoso soprattutto per le specialità di mare, in ciò aiutato dalla moglie, Neda Potenti, livornese.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 145.

GABBI LEONILDA, vedi GABBI LEONILDE

Parma 5 aprile 1863-Parma 8 gennaio 1919
Nacque da Luigi e Maria Sgavetti. Sorella di Adalgisa e pari a questa nelle doti musicali di bellezza ed estensione di voce (soprano) e di pronta e profonda intuizione e memoria, fu assai inferiore alla famosa sorella nell’efficacia scenica e nella potenza rappresentativa drammatica. Nell’ottobre 1880 entrò nella Regia Scuola di musica di Parma per studiare canto. Dopo pochi mesi di frequenza uscì dall’Istituto per motivi di salute ma continuò gli studi privatamente con il maestro Pio Ferrari. Il 28 settembre 1882, a diciannove anni, debuttò a Borgo San Donnino come mezzosoprano nella Jone di Petrella. Successivamente, mutato registro (soprano), attraverso le sue esibizioni nei teatri di Crema, Reggio Emilia, Rimini e Parma, divenne in pochi anni un apprezzato e ricercato soprano drammatico ed ebbe una rapida carriera, con momenti di grande notorietà anche nei maggiori teatri. La si trova infatti a Bari (1895), a Firenze e a Roma (1897), a Fermo (1898), a Torino e a Milano (1900). Ebbe una notevole attività anche all’estero: cantò ad Alessandria d’Egitto e Marsiglia (1895), Valparaiso, Santiago del Cile, Lima, Buenos Aires, Montevideo, Rio de Janeiro, Città del Messico e l’Avana (dal 1895 al 1900), Madrid (1897), Barcellona (1901) e Lisbona (1902). Nella stagione 1898-1899 fu in Sud America con la sorella Adalgisa, alternandosi nelle stesse opere. Tra le numerose stagioni liriche maggiori e minori cui partecipò, emerse particolarmente al Teatro Regio di Parma nella stagione del 1889-1890 quale Elisabetta di Valois nelle tredici recite del Don Carlos, a fianco del celebre baritono Giuseppe Kaschman e del tenore Francesco Signorini, e quale Aida nelle sedici rappresentazioni della stessa stagione, con Signorini e il baritono Mario Sammarco. Della sua breve carriera si ricordano ancora le apparizioni nel febbraio 1887 al teatro Regio di Torino in Rigoletto di Verdi (Maddalena), accanto a R. Stagno, nel novembre 1893 al teatro Comunale di Bologna alla prima assoluta di Vandea di F. Clementi (Luigia) e nel novembre 1890 in Fra’ Diavolo di D. Auber (Pamela) al teatro Margherita di Genova, dove cantò anche in Gioconda di A. Ponchielli nell’aprile del 1895 (Laura). Un altro suo fulgido successo fu nella stagione di Quaresima al Teatro Principe Alfonso di Madrid, quando, insieme al celebre tenore francese Duc, interpretò Gioconda e Otello, dopo aver cantato pochi giorni innanzi Nabucco e Lombardi con il tenore Edoardo Garbin. Mise in luce la sua musicalità, oltre che nel vasto repertorio, quasi identico a quello della sorella, anche nel gran numero di opere nuove (quali Ivan di La Rotella, eseguita nell’autunno 1900 al Teatro Dal Verme di Milano). Nella stagione 1901, al Liceo di Barcellona, si impose quale Brunilde nella Walchiria di Wagner. Fu scritturata per il 1902-1903 al Teatro San Carlo di Lisbona ma una broncopolmonite le spezzò la stagione. Una malattia cronica polmonare contratta in quell’occasione la fece poi ritirare dalle scene (1903). La Gabbi si ritirò a Parma, nella sua casa di Borgo Regale, accanto al marito e al figlio, dedita alla famiglia e alle pratiche religiose di cui fu assai devota. Sposò l’impresario teatrale Celeste Paini.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 75; Dietro il sipario, 1986, 284; Dizionario Musicisti UTET, 1986, III, 67; P. Adkins Chiti, Almanacco delle virtuose, 1991, 86; E. Gonizzi, Gazzetta di Parma 20 gennaio 1992, 3; Dizionario biografico degli Italiani, 50, 1998, 825.

Parma 10 gennaio 1683-Parma 8 febbraio 1780
Figlio di Ottavio ed Eleonora Zoboli. Conte, frate cappuccino, fu lettore, predicatore, guardiano e ministro provinciale (1741). Compì la professione solenne a Carpi il 19 settembre 1704. Fu a Vignola e a Novellara.
FONTI E BIBL.: Cappuccini a Parma, 37, 41, 45, 92; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 117.

GABBI PINO, vedi GABBI GIUSEPPE

Parma 1870-1949
Abbandonata la condotta medica di Fontanellato, tenuta per oltre quindici anni, fu medico a Parma nel quartiere di San Giuseppe e assistente di medicina legale col professor Cevidali. Poté così continuare i suoi studi scientifici, iniziati sin dal 1895, dando alle stampe una ventina di pubblicazioni specializzate, una delle quali, in materia di infanticidio, ottenne nel 1918 il premio nel Concorso Speranza dell’Università di Parma. Si prodigò nel 1918 durante la terribile epidemia di spagnola, ottenendo la riconoscenza della popolazione dell’Oltretorrente. Il Gabbi diede grande incremento al movimento stenografico, insieme col Bolaffio e col Pariset, e occupò con competenza l’ufficio di assessore all’Igiene dal Comune di Parma durante l’amministrazione presieduta dal sindaco Amedeo Passerini, nel periodo successivo alla prima guerra mondiale. Scrisse anche qualche piacevole satira in dialetto parmigiano.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 92; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 75-76.


Fornovo di Taro 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Ad un’ala della compagnia maggiormente battuta dal fuoco nemico, tenne con calma e coraggio il proprio posto, finchè cadde gravemente ferito (Sidi-Abdallah, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.

Parma 1895-Parma 4 ottobre 1979
Aveva ventiquattro anni quando debuttò (1919) come caratterista in L’Antenato, in una parte non in vernacolo, con la Filodrammatica parmense. Anni dopo questa compagnia si sciolse e la smisurata passione per le scene portò la Gabelli nel gruppo fondato dai fratelli Clerici. A fianco di Italo e Giulio, tra i più importanti fautori della fortuna del teatro dialettale parmigiano, la Gabelli visse come attrice il suo periodo più intenso. Con la compagnia dialettale parmense La risata calcò con successo, oltre che le scene dei teatri Petrarca e Reinach di Parma, i palcoscenici di numerose città italiane. A questo felice periodo appartiene la fortunata tournèe al teatro Eden di Milano in occasione del Festival folkloristico delle compagnie dialettali regionali (1932). In quella occasione, con i Clerici, con i fratelli Franco e Carlo Ghezzi, con Mainardi e Mario De Marchi, la Gabelli interpretò la siora Medea in La popolära dl’Aida e fu la siora Merope in La quieta dla campagna e po pù. La si ricorda ancora in La lotaria ‘d Tripoli, Viva Verdi!, La fiastra balaren’na, Un marì in’t’i guai. Da La risata, dopo anni di successi, la Gabelli passò alla compagnia di Paride Lanfranchi, poi a quella di Alberto Montacchini e, in seguito, lavorò con Luigi Casalini. Dal 1977 fu nella Compagnia stabile del teatro comico dialettale parmigiano, diretta da Franco Ferrari. Il 3 febbraio 1979 la Gabelli festeggiò il sessantesimo anniversario di vita di palcoscenico. Per l’occasione, nel salone della Corale Verdi, venne rappresentata la commedia in tre atti di Pitteri e Zileri …a la bersagliera!, che ebbe come protagonista e regista la Gabelli. Morì in scena, al circolo Rapid di Parma, mentre provava la commedia Al fiol d’la serva. Al di fuori delle scene fu ricamatrice di eccezionale bravura, occupata presso importanti e noti laboratori di Parma, tra i quali la ditta Orcesi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 6 ottobre 1979, 4.

Anzola di Bedonia-post 1940
Detto Peppein de l’Anzula, fu suonatore fisarmonicista ambulante. Emigrato in Francia, ritornò al paese natale nel 1940, diventando presto uno dei più richiesti dalle balere della montagna, in quanto seguiva il filone della musica valtarese, rielaborata sulla tradizione musicale parigina. Ebbe una figlia, Rina, fisarmonicista anche lei, che già da bambina suonava in duo con il Gabelli.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

1902-Santa Lucia Bassa di Medesano 28 luglio 1973
Il Gaberti fu combattente nella prima guerra mondiale e si distinse su vari fronti, sempre in prima linea, meritandosi due medaglie di bronzo e una d’argento al valor militare. Tornato dalla guerra, si dedicò ai lavori agricoli nel podere di sua proprietà.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 agosto 1973, 11.

Torricella di Sissa 1444 c.-1517 c.
Nato da famiglia patrizia, a 26 anni compose un poemetto in lode di Palermo dedicato al Panormita (Antonio Beccadelli). Studiò belle lettere in Mantova col bolognese Giambattista Pio, che nel 1494 lo ricorda con queste parole: Alexandri Gabuardi Parmensis auditoris mei cum publice Mantuae docerem, juvenis antiquitatis studiosissimi. Per mezzo di Camilla Sforza, che si era allora ritirata a Torricella, ottenne la carica di pubblico professore di umane lettere in Pesaro. Da Chiarello Lupo de Spoleti, che pubblicò nel 1511 i Frammenti Mitologici di Palefato, fu detto vir consumatae eruditionis, ac judicii, et multijuga refertus lectione. Il Grapaldo, che gli fu debitore di varie informazioni, scrive: quod commonuit amicus noster Alexander Gaboardus Parmensis bonarum Litterarum studiosus olim admonuit. Il Gaboardi fu correttore per Girolamo Soncino, stampatore di eleganti edizioni, e fu amico del celebre giureconsulto Tommaso Diplovataccio. Non durò lungamente nella carica di professore in Pesaro poichè nell’anno 1513 passò a insegnare grammatica in Gubbio (Memorie Pesaresi, mss, tomo 2, a c. 306): Partì il Gaboardo dalla scuola di Pesaro e andò Maestro a Gubbio senza esser saldato del proprio onorario, ed ebbe presso di noi per successore il celebre Francesco Da Ponte Bellunese conosciuto sotto il finto nome di Pontico Viruno. Il Pontico essendosi mal diportato fu escluso dal Consiglio, e fu richiamato nel 1514 il Gaboardo, che non accettò. Pare che il Gaboardi abbandonasse di propria iniziativa la scuola di Pesaro, perché non gli erano stati pagati i suoi stipendi, tanto che, essendogli stata fatta istanza dal segretario del Comune, che si trovava in Gubbio, perché ritornasse al suo primo ufficio, il Gaboardi gli rispose: quod si sibi satisfieret de credito suo quod habet pro residuo sui salarii pro tempore quo retinuit scholas in hac civitate, inserviret pro praeceptore grammatices. Dagli stessi Consigli del Comune di Pesaro emerge che l’11 marzo 1514 fu deliberato di richiamare il Gaboardi. Questi, come si è già detto, ricusò. Compose varie belle orazioni e un libro di Questioni intorno alla Lingua latina. Pomponio Torelli lo ricordò e lodò nei suoi versi. Nell’1515 compose un epicedio per la morte di Francesco Mario Grapaldo, il famoso autore del De partibus aedium. Tradusse inoltre in latino la Batracomiomachia e compose diversi epigrammi. Pomponio Torelli (in Carmina, Parma, 1600) ricorda di lui ioci et molles amores.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 157-158; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 410-411; Aurea Parma 3 1958, 175.

GABOARDO, vedi GABOARDI

Parma 1427
Il Mehus nella Vita di Ambrogio Camald. ricorda un Gabriele Parmense figlio di Francesco, detto Calligrafo nell’Indice dell’opera. Dice infatti il Mehus alla pagina CCIII: Praeterea in manuscripto ejusdem, quem nuper laudavimus, Gabrielis Riccardii membranaceo, eodemque acephalo extant vulgaria Petrarchae carmina scripta die X Maii anno 1427 a Ser Gabriele Francisci filio Parmense in publica Florentinorum vincula ea aetate coniecto.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 272.

Parma 1465 c.-post 1491
Pittore, ricordato nei registri del Battistero di Parma alla data del 18 luglio 1491: Maria Catherina filia gabrielis pictoris nata et baptizata die 18 julii copatres Andreas de Longis et Lucia de Homobono.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 58.

Parma 1653/1669
Frate cappuccino, patì gravi infermità partecipando all’ultima parte dell’assedio di Candia (1653-1669), nella guerra tra Venezia e i Turchi.
FONTI E BIBL.: Imerio da Castellanza, Angeli delle armate, 1937, 107.


Parma 1486-post 1514
Figlio di Niccolò. Fu tenuto al battesimo da quattro insigni concittadini: un Tagliaferri, un Cantelli, un Cornazzano e una Zunti. Figlio e nipote di giureconsulti, fu molto stimato in Parma, vi fu fatto cavaliere e inviato come legato e oratore a papa Leone X (1514). Poi, sotto papa Clemente VII, fu eletto capo della Comunità di Parma. Non trascurò le Lettere (sia in latino che in volgare), come attesta Giorgio Anselmi in un suo epigramma, e anche Odoardo Bolsi lo elogia. In un suo sonetto il Gabrieli si presenta in forma e atteggiamento singolari: egli va intorno cercando il suo cor piagato, che va qua e là errando, perciò non sa più dove sia, ma dallo sguardo accigliato di quelle che abitano nella via dove Lucretia gode far dimora, capisce che il suo cuore è lì, impiagato da quegli occhi. Siamo in pieno Cinquecento ma si sente ancora l’eco del così detto presecentismo del secondo Quattrocento.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 103, e 1 1959, 12.


Parma seconda metà del XV secolo
Fu ingegnere attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 186.

Parma 1512 c.-
Figlio di Antonio, fu valoroso poeta, che seppe imitare gli autori dell’aureo secolo in cui nacque.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 198.

Berceto 1348/1353
Figlio di Asinio. Fu arciprete della pieve e chiesa di San Moderanno in Berceto. Sottoscrisse, come teste, un atto del 1353, col quale i Bercetani, stanchi forse dei diversi feudatari succedutisi nella prima metà del XIV secolo e spinti anche da Ugolino, vescovo di Parma, desideroso di rivendicare il possesso di Berceto, elessero Giovannino di Ambrogio, detto il Barbiere, loro procuratore per giurare fedeltà al Vescovo o al suo procuratore. Essi protestarono che tutti gli uomini di Berceto e della sua Abbazia erano vassalli del detto Vescovo, del suo palazzo e del Vescovado parmense e dovevano fedeltà allo stesso e ai suoi successori in perpetuo, che tutte le terre e possessioni che avevano in Berceto e nell’Abbazia di Berceto le possedevano dal Vescovo predetto e suo palazzo, che essi abitanti in Berceto e sua Abbazia erano tenuti a prestare fedeltà allo stesso Vescovo e ai suoi successori e che ciò in antico venne osservato sempre e testimoniato dai loro maggiori antenati e predecessori, come era manifesto da un pubblico istrumento steso da Giovanni, notaio dell’imperatore Enrico e copiato da Francesco degli Azzoni, notaio, nel giorno 14 novembre 1210. Gli intervenuti all’atto furono 75, primo dei quali Broccardo Boroni, probabilmente lo stesso che si incontra nella Matricola dei Notari di Parma. L’atto è seguito da un secondo, in cui il procuratore compie il giuramento di fedeltà nelle mani di Palamino dei Rossi, procuratore e sindaco del vescovo Ugolino, presenti all’atto Tommaso de’ Gabrielli, figlio di Pietro, e il Gabrielli, figlio di Asinio. Oltre al primo atto, ne fu allegato un altro più antico, analogo, rogato per Crisopino dei Rotelli, notaio, il 19 ottobre 1348 (Archivio di Stato di Parma, Carte Rossi).
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 26-29.


Berceto 1348/1362
Fu chirurgo pontificio alla Corte di Avignone, sotto i pontefici Clemente VI e Innoncenzo VI dall’anno 1348 al 1362, con uno stipendio di tredici fiorini e mezzo d’oro al mese. Il Gabrielli venne ricordato da Gaetano Marini in Archiatri Pontifici (I, 70), da Guido de Chauliac, dall’Affò in Memorie degli strittori e letterati parmigiani (v. II, parte 1a), dove gli viene attribuita l’opera inedita Incipit Tractatus compilationis Flobotomiae secundum Magistrum Ioannen Ca. Parmensem (Biblioteca Palatina di Parma), e da Luciano Scarabelli (Istoria Civile, II, 102). In particolare, Gaetano Marini riporta il seguente passo: Gioanni da Parma fu un altro Chirurgo di Clemente VI. In un tomo dell’Archivio, che contiene il catalogo de’ familiari suoi dall’anno 1347 al 1352, alla pagina 17 sotto il titolo Surgici si legge: Die 18 mensis junii A.D. 1348 Magister Johannes de Gabriel de Parma receptus fuit in Chirugicum D.N. surrogatus in locum Magistri Petri Augerii quondam Cirurgici ad vadia consueta, et solitum praestit juramentum. Però la prima paga, ch’egli riceve, è per 28 giorni alli 26 di Luglio di tale anno unitamente col Medico Gioanni da Firenze, comparendo poi solo sempre dalli 20 di Settembre sino a tutti due i Pontificati di Clemente, e d’Innocenzo VI, chamandosi d’ordinario Surgico, ma talora anche Fisico; e ricevendo per ogni otto settimane, o sia per ogni bimestre, 27 fiorini, e 9 denari, ch’era l’ordinario stipendio così de’ Medici, come de’ Chirurghi Palatini. Morto Innocenzo rimase creditore di alcune giornate, le quali Urbano V ordinò gli fossero pagate prontamente alli 24 di Decembre 1362; e la partita ne’ libri delle spese è notata in questo modo: Johanni etc. Cyrurgico D. Innocentii quondam pro X diebus die 12 mensis Septembris terminatis 4 flor., 20 solid.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, II, 1789, 50-51; G. Schianchi, Berceto e i suoi Arcipreti, 1927, 29; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 30.

Parma ante 1440-Reggio Emilia ante 1471
Nel testamento di Margherita di Feltrino Gonzaga, vedova di Francesco Manfredi, viene ricordato il Gabrino, pittore, vissuto prima del 1471: Item reliquit Sorori Iohannae filiae quondam Gabrini Pictoris de Parma, Tertii Ordinis Sancti Francisci, quae stat cum ipsa testatrice tam pro anima sua, quam pro omni eo, quod petere posset pro sua mercede, ducatos viginti quinque auri (rogito di Gaspare de Lanciis, notaio reggiano, del 10 maggio 1471, pubblicato da Niccolò Taccoli nelle sue Memorie storiche di Reggio di Lombardia, parte 3, 585 e seguenti). Secondo l’Affò il Gabrino terminò i suoi giorni in Reggio, dove viveva, presso Margherita Gonzaga nel Convento delle Terziarie di San Francesco, la figlia Giovanna, ascritta alla stessa regola. Secondo Zani e Cerati, il Gabrino fu frate del terzo ordine di San Francesco e operò dal 1440 al 1471.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 57.

GAETANO da BORGO SAN DONNINO, vedi CORVI PIETRO

GAETANO da PARMA, vedi CALDERONI FRANCESCO MARIA

GAETANO da TABIANO, vedi CORVI PIETRO

GAIANI GIUSEPPE, vedi GAJANI GIUSEPPE

Parma 1820
Sacerdote ed educatore, negli anni Venti del XIX secolo diresse una scuola di mutuo insegnamento in Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 363.

Parma 14 agosto 1858-Milano 16 maggio 1899
Figlio di Luigi Giovanni e Angela Bersellini. Dapprima fece lo scultore e realizzò tra l’altro il busto a Camillo Rondani, inaugurato il 1 maggio 1881 nell’Università di Parma. A causa di una malformazione al pollice della mano destra, non potendo più scolpire, si dedicò a lavori di miniatura. A Marsiglia, a Parigi e in particolare a Milano lasciò moltissime miniature, che gli procurarono benessere economico e una certa notorietà.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 39-40.

Parma 9 luglio 1860-1925
Figlio di Luigi Giovanni e Angela Bersellini. Di famiglia di artisti (il padre, illustre pittore, si distinse al servizio della duchessa Maria Luigia d’Austria), fu dapprima allievo dell’Accademia parmense di Belle Arti e poi impiegato nell’Amministrazione ferroviaria ove si rivelò tecnico di valore. Fu, volta a volta, meccanico, modellatore, architetto, disegnatore tecnico e miniaturista. Eseguì le miniature su pergamena del libro di preghiere collocato sull’inginocchiatoio della Camera d’Oro del Castello di Torrechiara, ricostruita in occasione dell’Esposizione Regionale ed Etnografica di Roma (1911). Avviato all’esercizio della libera professione, fu insegnante colto e preparato quanto modesto e schivo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 76; Gli anni del Liberty, 1993, 156.

San Secondo-1810
Fratello di Francesco, fu intagliatore di risonanza e mediocre fabbricatore di stumenti da corda. Nell’anno 1796 fu attivo nella parrocchiale di Vidalenzo.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico, 1832-1834, 501; Aimi, 1981, 7; Il mobile a Parma, 1983, 262.


San Secondo ante 1778-1814
Fratello di Filippo. Fu intagliatore di risonanza e mediocre fabbricatore di strumenti da corda. Realizzò a Soragna nel 1778 sei candelieri nell’oratorio di Sant’Antonio e nel 1785 gli intagli degli altari dei Santi Pellegrino e Giuliana nella chiesa dei Serviti.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 123, 223; Il mobile a Parma, 1983, 261.

Busseto 1699
Figlio di Giuseppe, fu anch’egli falegname. Nell’anno 1699, assieme al padre, ad Angelo Baretti, a Bernardino e Giovanni Isé e in collaborazione con l’intagliatore borghigiano Giovanbattista Perfetti, eseguì un armadio nel Monte di Pietà di Busseto.
FONTI E BIBL.:  C. Mingardi, 1973, 184-185; Il mobile a Parma, 1983, 256.

Santa Margherita di Borgo San Donnino 1762
Falegname, eseguì nell’anno 1762 un credenzone nella parrocchiale di Santa Margherita.
FONTI E BIBL.: Aimi, 1979, 130; Il mobile a Parma, 1983, 260.

GAIBAZZI GIOVANNI, vedi anche GAIBAZZI LUIGI GIOVANNI


Borgo San Donnino 1731/1769
Falegname. Dal 1731 al 1769 eseguì lavori nel Palazzo Comunale di Borgo San Donnino. Nel 1745 firmò due cassettoni a ribalta, uno in collezione parmense e l’altro in collezione piacentina: Questo burro fu fatto da Giuseppe Gaibazzi in Borgo San Donnino, li 8 luglio 1745 sotto assistenza di Monsignor Vicario Miccari, e costò 400 lire.
FONTI E BIBL.: G. Godi, in Gazzetta di Parma 8 agosto 1980, 3; Il mobile a Parma, 1983, 257.


Parma 3 novembre 1808-Parma 24 maggio 1888
Avviato da giovanetto al mestiere di parrucchiere, riuscì poi a studiare pittura a Parma sotto Giovanni Tebaldi, conseguendo nel 1832 il premio annuale accademico con il Filottete a Nasso. L’anno dopo firmò il contratto per dipingere due ottagoni con Genietti che sostengono lo stemma di Maria Luigia nella volta della sala grande della Biblioteca Palatina di Parma a fianco dello scomparto principale dipinto dallo Scaramuzza, il quale soprintese anche al cantiere dei giovani pittori, formato, oltre che dal Gaibazzi, da Stanislao Campana, Giocondo Viglioli e altri. Il Gaibazzi terminò la sua partecipazione all’impresa nel 1834. Nel 1836 già risiedeva a Roma, da dove spedì a Parma come saggio di pensione una copia parziale dalla Comunione di San Girolamo del Domenichino (nell’Istituto P. Toschi di Parma), e l’anno seguente come figura intera di composizione il non molto riuscito Gladiatore ferito (Galleria Nazionale di Parma), terminando nel 1839 con la mezza figura di composizione in veste di La disperazione di Caino. Nel contempo la duchessa Maria Luigia d’Austria gli commissionò, per procura, nel 1837 i Santi Pietro e Paolo, che poi fece porre al primo altare a sinistra in San Lodovico, e nel 1839 il noto S. Carlo Borromeo, messo alla sinistra del precedente quadro nella Cappella ducale. Sempre da Roma il Gaibazzi nel 1839 inviò due bozzetti dipinti dal vero durante i seppellimenti dei morti di colera, che furono esposti al pubblico nel Palazzo del Giardino assieme a un Ritratto di uomo seduto. L’anno dopo il Gaibazzi fu ancora variamente attivo a Roma, dove si protrasse la sua permanenza in casa di Marino Torlonia, per il quale decorò di una medaglia il soffitto della sala del biliardo nell’avito palazzo. Da Roma, nel 1840, spedì pure due ritratti, alcune composizioncelle di genere e un bello studio accademico. Rientrato a Parma, divenne professore aggiunto sostituto con voto della scuola di pittura nell’Accademia parmense, ricevendo anche importanti commissioni da Maria Luigia d’Austria nell’ambito dei rinnovamenti intrapresi nella chiesa di Santa Maria del Quartiere: una tela con Gesù che risana gli infermi (1842), esposta al pubblico due anni dopo, e la decorazione su muro delle due cappelle dedicate alla Madonna e a San Lodovico, le quali ultime però rimasero incompiute alla morte della mecenate (1847). La produzione di questi primi anni successivi al ritorno a Parma, così come già alcuni saggi inviati da Roma, ridimensionò le ottimistiche aspettative accese attorno alle sperate qualità del Gaibazzi, che continuò a dipingere con esiti a volte abbastanza piacevoli ma senza nessun lampo di genialità. I risultati migliori li ottenne nei ritratti, costruiti con aristocratica finezza, tesi allo studio del personaggio (del suo volto, principalmente) per descriverlo con acuta psicologia. Tra queste opere rare, si cita l’Autoritratto (Parma, Galleria Nazionale). Le ordinazioni ducali terminarono nel 1843 con la Madonna Assunta, che, ereditata da Leopoldo d’Austria, venne dallo stesso donata alla chiesa di San Vitale. In questo medesimo anno il Gaibazzi eseguì pure una gran medaglia nella volta del Teatro Comunale di Guastalla. Indi nel 1845 espose nel Palazzo del Giardino l’Assunta di San Vitale e nel 1852 un Dio padre che contempla l’opera della redenzione, un Ritratto di Signora a tre quarti e il Ritratto del generale Bianchi. Nel 1853 cominciò a dipingere un Crocefisso per la chiesa di San Rocco (che consegnò finito nel 1857) e l’anno seguente espose nella Galleria dell’Accademia un Amore e Psiche, mentre a una mostra della Società d’Incoraggiamento partecipò con il Ritratto della Sovrana, Un militare ferito e La Sacra Famiglia. Indi nel 1856 espose La Circoncisione e La Natività e ancora, nel 1858, per commissione di don Bresadola di Trento, espose, fuori concorso, una Madonna del Rosario. Il Gaibazzi quindi inviò alla mostra nazionale di Firenze nel 1861 il San Carlo Borromeo, il Gladiatore ferito e un Ritratto d’uomo, mentre all’altra mostra nazionale di Parma nel 1870 presentò la Battaglia tra Greci e Turchi, il quale dipinto era probabilmente lo stesso (oppure una replica) inviato a una mostra parmense dieci anni prima. Infine, nel 1878, eseguì il Ritratto di re Umberto I su commissione della Provincia di Parma, che fu posto nell’aula del Consiglio. Nel 1879 espose pure per la Società d’Incoraggiamento un Ritratto della Regina, che venne sorteggiato al Ministero della Pubblica Istruzione, nonché per la medesima Società, nel 1887, un Ritratto di S.A.R. il Principe di Napoli, che venne estratto al Comune di Soragna. Indi, poco prima di morire, mostrò al pubblico anche un Ritratto di vecchio tolto da un cartone eseguito dal vero nel periodo giovanile romano. Come disegnatore rivelò disinvolta sicurezza del segno e della impostazione compositiva. I suoi fogli, quelli compiuti e a sé stanti o gli schizzi per opere da elaborare, tutti caratterizzati da un tratto grafico che si cura principalmente di determinare i contorni e raramente cerca gradazioni chiaroscurali, sono percorsi da una sottile vena lirica suscitante sempre interesse. Il Gaibazzi disegnatore non mutò attraverso il tempo i suoi modi espressivi: i fogli che appartengono alla sua piena maturità sono condotti allo stesso modo di quelli eseguiti a Roma alla fine degli anni Trenta.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 29 giugno 1836; Gazzetta di Parma 11 febbraio 1837, 47-48; M. Bonini, 1837; Gazzetta di Parma 1 maggio 1839, 153; Gazzetta di Parma 27 maggio 1840, 181; C. Malaspina, 1840, 276; C. Malaspina, 1841, 141; Gazzetta di Parma 2 dicembre 1843; F. F., in Il Facchino, 1845, 176; C. Malaspina, in Gazzetta di Parma 17 maggio 1845, 161-162; C. Malaspina, in Gazzetta di Parma 7 giugno 1845, 187; C. Malaspina, 1851, 68, 107-108 e 116; Gazzetta di Parma 12 maggio 1852, 423; G. Negri, 1852, n. 55, 61; Gazzetta di Parma 21 febbraio 1854, 170; Gazzetta di Parma 27 ottobre 1854, 990; Gazzetta di Parma 16 luglio 1856, 641; C. Malaspina, 1857, 727; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 841, 853; Esposizione delle opere, 1858, 10; P. Martini, 1858, 43; A. Billia, 1860, 1247; C. Malaspina, 1860, 65, 73; Gazzetta di Parma, supplemento 5 marzo 1862; P. Martini, 1862, 36; Atti delle R. Emiliane Accademie, 1867, 6; C. Malaspina, 1869, 64, 101, 103, 114; Catalogo delle opere esposte, 1870, 47; P. Martini, 1871, 35, 36, 134, 137, 138; P. Martini, 1873, 36; P. Grazioli, 1877, 39; B., in Gazzetta di Parma 1878; L. Pigorini, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; Memorie intorn., 1886, 36-37; L. Battei, 1887, 21, 27, 43, 54; P. Grazioli, 1887, 145, 190; Gazzetta di Parma 25 maggio 1888; C. Ricci, 1896, 6, 172: E. Scarabelli Zunti, Chiese e conventi, II, 54; E. Scarabelli Zunti,  Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 138-140; N. Pelicelli, 1906, 43, 84, 185, 186, 189, 199, 209, 218; L. Testi, 1912, 21, 99, 110, 116, 117; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1920, v. XIII, 72; Inventario dei manoscritti dell’Istituto P. Toschi, v. II, n. 6137, 6138, 6139, 6141 e 1647; A. Corna, 1930, II edizione, v. I, 444; A. Santangelo, 1934, 89, 109; G. Battelli, 1939, 140, 141, 149; G. Copertini, 1951, VIII; Mostra di pittori emiliani, 1955, 30; E. Bénézit, 1955, v. IV, 128; Pinacoteca Stuard, 1961, 47, 54; A. Ciavarella, 1962, 27, 112, 114; G. Copertini, in Gazzetta di Parma 10 novembre 1962; R. Allegri, 1963, 49; G. Copertini, 1967, 6; A. Corradini, 1969, 25; Museo G. Lombardi, 1972, 38; A. Ghidiglia Quintavalle, 1972, 35; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 38-39; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 243; G. Allegri Tassoni, Catalogo della Mostra dell’Accademia Parmense, Parma, 1952, 51-58; Dizionario Bolaffi pittori, V, 198-199; G. Copertini, Pittori dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 168-170; G. Copertini, Pittura dell’Ottocento, 1971, 48; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 30-31; Disegni antichi, 1988, 129; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 260; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 22 settmbre 1997, 5.

Stagno di Roccabianca 29 dicembre 1915-Parma 25 luglio 1994
Frequentò a Parma l’istituto magistrale senza portare a termine gli studi. Presto si affermò nel campo della caricatura con la collaborazione a settimanali umoristici a diffusione nazionale. Negli anni Trenta il Gaibazzi disegnò come Novello oppure come Garetto e produsse pezzi di una sottile e un poco amara ironia, fondati sulla iperbole delle forme. Ma nel dopoguerra Steiberg e la sua scrittura più dipanata e più ironica portarono il Gaibazzi, lentamente, dalle caricature al racconto di una nuova storia. Quella di una città, la sua città, che egli vede come quella di tante altre, piccole città di provincia. Il talento del Gaibazzi si affermò appunto negli anni dell’immediato dopoguerra per quei disengi in bianco e nero (che si volle, allora, derivati da Ben Shan), rarissimi e mostrati con parsimonia dai proprietari. Con quella linea, ispirata all’espressionismo tedesco, e con quei registri giocati a china sui rapporti più austeri, il Gaibazzi si pose al di fuori della situazione artistica di Parma: per la durezza di un’analisi che non lasciava speranze e per la severità di un giudizio che bloccava i personaggi nella solitudine di una città livida e ostile. I disegni vennero presentati in mostra alla Galleria del Teatro di Parma: furono discussi, apprezzati ma anche respinti. Il Gaibazzi disegnò per Paese Sera, ma alla fine, quando gli venne richiesto, rinunziò a trasferirsi presso il Corriere della Sera a Milano. Utilizzò negli anni Cinquanta alcuni temi dell’Espressionismo, ripercorse Heckel e Kirchner e la loro grafica e poi usò Grosz e la Nuova Oggettività tedesca. Li usò tutti per modificare la sua lingua e per trasformarla in strumento di una critica acuminata e impietosa. Dallo studio in via Garibaldi, posto a piano terra, il Gaibazzi espresse il suo rifiuto delle convenzioni piccolo borghesi e anche dei modi ufficiali della sinistra, ancorati ai modelli del realismo: fu, in tal modo, automaticamente isolato, lontano dalle lusinghe del mercato. Seguirono due mostre importanti in gallerie private: alla Ruota e alla Steccata di Parma, con la città che si fa sempre più estraniata, con le mura a incastro, con le case serrate su invisibili esistenze, così dolorose e così escluse dal vivere civile. Il Gaibazzi, nel frattempo, spostò il suo osservatorio in via Duomo, nel palazzo che era stato di Fra Salimbene. Da qui, e soprattutto dalle lunghisseme meditazioni sulle pietre dell’antica piazza, prese forma una visione ancora più dura della realtà, che Corrado Costa così fissa nella presentazione alla mostra della galleria Il Portico, a Reggio Emilia: Una scenografia di muri deserti, etichette sui vetri, manifesti strappati, poltrone vuote, scale, mendichi che si confondono nel grigio. Furono gli ultimi disegni del Gaibazzi, le ultime, amatissime chine che Parma aveva imparato ad amare, sia pure con colpevole ritardo. Poi il Gaibazzi si confrontò con la cultura della comunicazione e affrontò il problema dei media come strumento da usare e non da respingere. Non condivise Horkheimer e Adorno, riflettè su Marcuse e amò su tutti Walter Benjamin. Credette nella rivoluzione di Wahrol e degli altri pop, ma unita alla dimensione dell’angoscia che Francis Bacon veniva suggerendo sulle scene di una pittura sempre più attenta al tema dello spazio: lo spazio che chiude addosso e opprime, lo spazio che si consuma nel nero della stampa su tela e che varia con la scelta dei formati. Il Gaibazzi lanciò una nuova provocazione alla metà degli anni Sessanta, con una mostra intitolata Il nuovo fruitore, alla galleria La Ruota : immagini riprodotte in scala, con il metodo fotografico, con l’idea di superare il pezzo unico e quindi il senso di possesso e di proprietà dell’opera d’arte. Alla base di quelle immagini vi furono, come detto, lunghe e attente letture di Benjamin, mentre sulla scena si annunciava l’arrivo di Adorno e di Marcuse. Furono quelli gli autori sui quali il Gaibazzi fondò la grande mostra realizzata da Quintavalle per l’istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Parma nel salone dei contrafforti in Pilotta: le strutture architettoniche della città, i particolari dei suoi monumenti famosi proiettati sulla tela come i falsi miti della storia, in una ripetizione che toglie ai soggetti stessi ogni funzione rappresentativa. Poi venne il tempo dei grandi quadri colorati: una cupola, un profilo di tetti della Cattedrale, un’ala della Pilotta oppure una griglia di finestre del Battistero. Quadri che escono dalla civiltà dell’astrazione europea, da Max Bill o da Johannes Itten a Luigi Veronesi, da Mauro Reggiani a Fausto Melotti. Una astrazione che il Gaibazzi riconduce sempre a una struttura, a un archetipo, a un oggetto noto, che tutti quelli che lo conoscono sanno individuare, ma che resta inattingibile a tutti gli altri. Insomma una astrazione che evoca cose note, una astrazione dietro la quale traspare sempre una realtà. Dopo una mostra alla galleria La Rocchetta di Gian Marco Chiavari, sempre sul motivo dell’iterazione d’indagine, e un lungo periodo di studio, il Gaibazzi presentò gli esiti della sua inesausta ricerca alla Galleria A, diretta da Adriano Braglia, col titolo Superficie. Fu la scoperta di una nuova dimensione (sorretta, come sempre, da profondi studi: da Althusser, a Deleuze, a Derrida) da esplorare e da costruire con una serie di scritture. Fu quella la frontiera su cui il Gaibazzi si mosse negli anni a seguire: con la mostra alla Consigli Arte, centrata sulla parola lavoro, e con le esposizioni alla galleria Mazzocchi, nel 1986, nel 1990 e nel 1993. Con il colore, nella prima, con una sequenza di formelle in plexiglas nella seconda, con le delicatissime carte veline a spirale aperta nell’ultima (accompagnata, questa, da un’antologia degli amati e sudatissimi autori di una vita). Il Gaibazzi intese fare un passo ulteriore: intese spostare la propria ricerca sul problema del lavoro dello scrivere (scrivere come dipingere, dipingere come lavorare, lavorare come scrivere). Negli ultimi dieci anni ecco allora le serie importantissime sulla scrittura: su fogli bianchi con penna nera o con pennarelli colorati su fogli bianchi o su fondi colorati essi pure, il Gaibazzi propose la parola lavoro iterata all’infinito, una idea che lo mise in relazione con tutti quegli artisti, in Francia, in Germania e in Italia, impegnati sul tema della scrittura. L’ultima uscita pubblica del Gaibazzi (sempre più schivo e sempre più ritirato) si ebbe nell’ottobre 1993. In occasione dell’apertura della rassegna Arte giovane a Parma, accolse l’invito dell’assessore alle politiche giovanili del Comune, Vittorio Casalini, e partecipò a un incontro all’istituto d’arte Paolo Toschi. Un gran numero di giovani, tra quanti operavano che comunque s’interessavano di arti visive, ascoltarono le parole del Gaibazzi. Siamo esclusivamente elaboratori di linguaggi ammonì con la coerenza che fu l’insegna della sua appassionata esistenza, con l’idea di rivalutare, sino al punto estremo, la dimensione manuale dell’opera, la sua produttività, al di fuori di qualsiasi finalità estetica. Il Gaibazzi fu sepolto nel cimitero di Viarolo.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 51; G. Cavazzini, in Gazzetta di Parma 28 luglio 1994, 7, e 6 dicembre 1996, 6.

San Secondo 1679 c.-San Secondo 18 novembre 1749
Figlio di Andrea. Falegname, ricordato nell’anno 1733 per aver fornito nove sagome di noce e due Sparavieri per li stucadori, per un pagamento per aver disfatto il Coro, e due ornati, et altre fatture, per altre sagome per gli stuccatori nel coro della parrocchiale di San Secondo.
FONTI E BIBL.: Archivio Parrocchiale di San Secondo, vol. IV, Diritti parrocchiali e vertenze, 15, 19 tris, 33, Atti di morte, al 18 novembre 1749; Il mobile a Parma, 1983, 257.


Pellegrino 1392
Fu notaio imperiale. La sua firma appare in un atto del 24 dicembre 1392 di Giovanni Ollano, notaio Piacentino, per la cessione fatta da Galvano Granello alla chiesa dei Santi Abdon e Sennen di un fitto perpetuo di uno staio di frumento a misura di Parma per una pezza di terra posta a Vianino: Ego Bartolomeus de Gaifasus de Pelegrino, notarius imperialis..
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 18-19.

Parma 1444
Giureconsulto, fu scelto nel 1444 dal marchese Federico Pallavicino, Signore di Ravarano e di altri luoghi, per compilare il volume degli Statuti da osservarsi in quel feudo, come si rileva dal Proemio: Elegit, et deputavit egregium et sapientem Jurisperitum D. Guidonem Antonium de Gaifaziis Civem Civitatis Parmae, virum utique peritum, et rebus humanis expertum committens ei et summa ope imponens, quatenus tam ex Statutis Ravarani et Zibelli antiquitus conditi per praedicti Domini recolendae memoriae praecessores, quam ex Statutis Cititatum Parmae, et Cremonae, ac Juris Civilis flores colligat, utilia assumat, addat, minuat, corrigat, renovet, et reformet. Un esemplare manoscritto dell’opera del Gaifassi si trovava (1789) nella Cancelleria del Supremo Real Magistrato di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 175.

GAINFASSI LUDOVICO, vedi ANTINI LUDOVICO

Parma 2 maggio 1802-Parma 1864
Figlio di Antonio e Maria Allodi. Fu insigne canonista all’Università di Parma dal 1829 almeno fino al 1859. Fu giudice del Tribunale Civile e Criminale, prima a Piacenza e poi a Parma. Priore della Facoltà legale, fu poi professore emerito.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte, dal 1830 al 1859; G. Mariotti, L’Università di Parma e i moti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1933; F. Rizzi, Professori, 1953, 99-100.

Parma 27 settembre 1892-Brescello 27 agosto 1962
Figlio di Emilio e Anna Scarani. Allievo di Ermete Novelli, si fece notare nella Compagnia che Ugo Bitetti formò nel 1920 per Mercedes De Personali, come un buon caratterista. Nel 1921 entrò nella Compagnia Drammatica del Teatro Moderno, diretta da Luigi Antonelli, con Italy Corsari e Romano Calò. Nel 1923 si associò con Olga Vittoria Gentilli, Ruggero Capodaglio e Luigi Zoncada. In seguito recitò con altri complessi e nel 1927-1928 fu tra gli interpreti della commedia musicale Mozart di Sacha Guitry, allestita dalla Compagnia De Cristoforis-Leonelli. Passato poi con Dina Galli, seguì l’attrice meneghina in tutte le successive compagnie, tra le quali quella diretta da Marcello Giorda. Anche nel cinematografo, dove entrò nel 1933, sostenne ruoli di attore caratterista, nei quali si distinse per spontaneità e comunicativa. Fece la sua apparizione in molteplici pellicole italiane degli anni tra il 1930 e il 1940. In quel decennio di autarchia la cinematografia italiana fu costretta a servirsi anche del nutrito vivaio di attori di teatro: il Gainotti venne così chiamato a sostenere molti ruoli di comprimario e di caratterista a fianco di nomi piuttosto popolari, come Guglielmo Barnabò, Franco Coop, Carlo Romano, Enrico Glori, Giuseppe Porelli e i fratelli Almirante. La sua prima apparizione avvenne nel 1933, quando la Manenti Film lo chiamò per una piccola parte in Ninì Falpalà, che il regista Amleto Palermi trasse dalla commedia Il coraggio di Augusto Novelli. Gli interpreti furono Dina Galli, Renzo Ricci, Hilda Springher, Elsa De Giorgi e Aristide Baghetti. Nello stesso anno recitò, nei panni di un bidello, in La maestrina di Guido Brignone, tratto dalla commedia di Dario Niccodemi e interpretato da Andreina Pagnani, Renato Cialente e Mario Ferrari. Successivamente apparve nel giallo Freccia d’oro (1935) diretto da Corrado D’Errico e Piero Ballerini, con Emma Baron, Maurizio D’Ancora, Luisa Ferida, Laura Nucci ed Eva Magni, in L’aria del continente (1935) di Gennaro Righelli, dalla commedia di Nino Martoglio, a fianco di Angelo Musco, Leda Gloria, Mario Pisu e Silvana Jachino, e ancora in Il serpente a sonagli (1935), un altro giallo che Raffaele Matarazzo ricavò da una commedia di Edoardo Anton. Nel 1936 lo si trova in una commedia comico-sentimentale, Trenta secondi d’amore di Mario Bonnard, con Elsa Merlini, Nino Besozzi ed Enrico Viarisio, tratto da una commedia di Aldo De Benedetti. Nel 1939 fu invece nel cast di un film molto conosciuto, Piccolo Hotel di Piero Ballerini, con Emma Gramatica, Andrea Checchi, Laura Nucci, Mino Doro e Luisella Beghi. Altri film interpretati dal Gainotti furono Le educande di Saint-Cyr di G. Righelli, con V. Vanni, L. Carini, Silvana Jachino e Maria Jacobini, Forse eri tu l’amore (1940), ancora di Righelli, con Sandro Ruffini, Loretta Vinci, Romolo Costa e l’altro parmigiano Renzo Merusi, Non mi muovo! (1943) di Giorgio Simonelli, con Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, Grattacieli (1943) di Guglielmo Giannini, con Renato Cialente, Paolo Stoppa, Luigi Pavese e Vanna Vanni, Quattro ragazze sognano (1943) di G. Giannini, con Vanna Vanni, Valentina Cortese e Paolo Stoppa. L’ultimo film interpretato dal Gainotti, dopo Ti conosco, mascherina! (1944) di Eduardo De Filippo, tratto dall’omonima commedia del grande commediografo napoletano, fu Abbiamo vinto (1950) di R.A. Stemmle, con Walter Chiari e Antonella Lualdi. La moglie del Gainotti, G. Tala, fu anch’essa attrice.
FONTI E BIBL.: N. Leonelli, Attori, 1940, 400; Filmlexicon, Aggiornamento I, 1973, 996; R. Campari, Parma e il cinema, 1986, 137.

Parma 1779
Sacerdote, fu cantore della Regia Cappella di San Paolo in Parma fino alla sua soppressione avvenuta il 12 dicembre 1779. Il Gainotti ricevette una pensione di 540 lire all’anno.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 892-897; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 215.

Parma 30 ottobre 1859-Genova 1940
Figlio di Ireneo e Marianna Cerezini. Frequentata tra il 1874 ed il 1879 circa l’Accademia Ligustica di Belle Arti a Genova (dove più tardi, nel 1893, fu nominato accademico), fu allievo e collaboratore di Nicolò Barabino circa dal 1881 al 1890, riprendendone direttamente i modi. Si dedicò prevalentemente all’affresco: in questo genere la sua produzione è assai vasta, anche se scarsamente originale e per lo più improntata ai modi esausti della pittura storica tardo-ottocentesca. Tra le sue opere maggiori sono da ricordare la decorazione del Palazzo Raggio in Via Balbi a Genova, non priva di una certa grazia di ascendenza latamente liberty, e quella nella crociera della chiesa di Nostra Signora delle Vigne, sempre a Genova, eseguiti nel 1920. Agli affreschi si affiancò, nell’ultimo periodo della sua attività, una nutrita produzione di dipinti a olio che risente degli echi di certi aspetti della pittura del Novecento filtrati a Genova attraverso altre figure, come Rambaldi e Perissinotti.
FONTI E BIBL.: V. Rocchiero, Ottocento pittorico genovese, vol. I, Genova, 1956; V. Rocchiero, Tessere dell’ambito barabiniano, catalogo della mostra, Genova, 1971; Catalogo Bolaffi della Pittura italiana dell’800, n. 4, Torino, 1972; Dizionario Bolaffi Pittori, V, 1974, 199-200.

GAINUZZI FRANCESCO, vedi GUINUZZI FRANCESCO PAOLO


Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore quadraturista attivo nella seconda metà del   XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 66.

GAJAFASI GUID’ANTONIO, vedi GAIFASSI GUIDO ANTONIO

Parma 1827
Nel gennaio 1827 chiese di essere assunto come custode del Ridotto del Ducale Teatro di Parma. Dichiarò di essere ex musicante al serviggio di S.M. britannica e ora esercita il mestiere di paruchiere. Non fu nominato in quanto concorsero altri che possedevano titoli di servizio al Teatro (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1760-Parma 6 marzo 1825
Sacerdote, fu cantore alla chiesa della Steccata di Parma dal 1777 al 1797 e alla Cattedrale di Parma dal 1778 al 1800. Nel Carnevale 1774 interpretò la parte di Ly-Lam nel dramma giocoso L’inimico delle donne di Galuppi nel Teatro Ducale di Parma, dove fu ancora nel 1777 nell’Innocente fortunata di Paisiello. Nella primavera 1777 cantò come secondo buffo caricato a Pisa nel Nuovo Teatro de’ Nobili Sigg. Fratelli Prini nel dramma giocoso per musica di Giacomo Rust L’idolo cinese e in quello di Anfossi Il principe di Lago Nero. Nell’autunno 1778 fu al Teatro Grimani di San Giovanni Crisostomo di Venezia nell’intermezzo in musica in 5 voci di Giuseppe Gazzaniga Il re de’ pazzi e nell’intermezzo dello stesso autore La vendemmia. Ritornò nello stesso teatro nel Carnevale 1779 nell’opera buffa a sette voci di Astaritta Il Francese bizzarro. L’8 febbraio 1786 fu ascritto alla prestigiosa Accademia Filarmonica di Bologna, in qualità di compositore. Nell’autunno 1798 era a Venezia al Teatro Giustiniani in San Moisé nel dramma eroi-comico d’un atto solo originale di Gazzaniga Fedeltà e amore alla prova e nella farsa giocosa per musica di Marcello di Capua Furberia e puntiglio. Quando morì, occupava il posto di basso di concerto nella Cappella di Corte di Parma: al suo posto fu nominato Antonio Cavazzini.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1777-1797; Archivio della Cattedrale, Mandati 1773-1782, 1783-1788, 1789-1794, 1795-1800; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 169; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma-post 1779
Sorella di Giuseppe. Nel Carnevale del 1772 fu al Teatro di Corte di Modena in Artaserse di Paisiello, nel 1774 cantò al Teatro Ducale di Parma assieme al fratello nell’Inimico delle donne di Baldassarre Galuppi e ne I visionari, dramma giocoso per musica di Astaritta. Nel Carnevale dell’anno seguente ritornò su queste scene ne L’astratto, dramma giocoso per musica di Piccinni. Nella stagione di Carnevale del 1779 la si trova al Teatro di Reggio Emilia nell’Isola d’amore di Antonio Sacchini, opera che aveva già interpretato al Teatro di Parma nel 1778.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Ferrari; Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

GAJANI MARIANNA, vedi GAJANI MARIA

Parma 1646/1674
Sacerdote, fu tenore e suonatore di violino. Cominciò a servire alla chiesa della Steccata di Parma il 23 novembre 1646. Sostituì, come tenore, Francesco Pesarini l’11 novembre 1651. Lasciò la Steccata alla fine di giugno dell’anno dopo ma vi ritornò, rimandendovi poi fino al 1674. Prese parte più volte alle feste solenni della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 96.

Parma 1538
Fu valente artigiano ricamatore di drappi e tessuti preziosi. Il Galani fu anche Anziano del Comune di Parma ed è molto probabilmente lo stesso che scrisse un Poema su la guerra di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 398.

GALANI, vedi anche GALLANI

Parma prima metà del XVI secolo
Architetto civile attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 211.

Parma 1765/1802
Fu Colonnello delle truppe parmensi sotto il duca Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 279.

Parma 1777/1781
Dapprima fu addetto alla filatura delle sete, poi Amministratore delle Finanze ducali e probabile costruttore della villa di Vicomero, località poco lontana dalla residenza ducale di Colorno. Ferdinando di Borbone concedette il riconoscimento di nobiltà parmense al Galantino nel 1777 e il titolo di Conte di Bardone nel 1781. L’anno seguente vennero a galla parecchie irregolarità amministrative tra la Camera ducale e il Galantino, il quale, nel frattempo, aveva acquistato anche il palazzo di Scipione Grillo.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 279.

Borgo Taro 1831
Dopo i moti del 1831, fu inquisito come disarmatore della truppa (13 febbraio). Fu arrestato e processato, ma venne poi messo in libertà in forza del decreto di amnistia. Fu confinato a Borgo Taro e in seguito a Parma, dove poi esercitò la professione di garzone muratore.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 172.

Langhirano 16 luglio 1858-Langhirano 26 giugno 1944
Figlio maggiore di Domenico e di Ermelinda Zambrelli. Il Galaverna, venuto a conoscenza che la zona di Langhirano, per la sua posizione geografica e per il continuo crescere di attività, poteva offrire una sicura fonte di lavoro nel settore tipografico, lasciò Collecchio, dove si era da qualche tempo stabilita la propria famiglia, per trasferirvisi assieme alla sorella Ada. Ciò accadde verso la fine del XIX secolo, quando entrambi si trovavano già in età matura, l’uno celibe e l’altra nubile. Il laboratorio venne impiantato in via del Popolo e attrezzato di macchine rapide. La tipografia si specializzò nella stampa di bollettari, biglietti da visita, partecipazioni di nozze, volantini per feste da ballo, annunzi di morte e quant’altro necessario a municipi, società, enti e associazioni. Se non fu il più geniale, certamente fu tra i figli di Domenico quello che più assiduamente coltivò la musa dialettale, talvolta con esito discreto, specialmente quando la sua fantasia, peraltro non feracissima, fu lasciata libera di spaziare e non fu costretta, come troppo spesso accade, a seguire la trama imposta dai committenti delle sue rime: il Galaverna, in occasione di sagre, festività o ricorrenze, vedeva infatti presentarsi alla sua tipografia di Langhirano persone che non solo richiedevano la stampa di manifesti e volantini, ma anche il corredo poetico che nobilitasse la manifestazione. La sagra di Rivalta, la festa di Albazzano, le fiere di San Giacomo e San Giovanni, la Croce di Collecchio furono da lui celebrate estemporaneamente con versi spesso stiracchiati, anonimi, quasi mai sentiti e spontanei. Negli ultimi anni giunse persino a coniare, sempre su commissione, rime dialettali inneggianti al Re, al Duce e al regime. Rivelò invece maggiore estro nel 1887, quando si sostituì al padre, troppo impegnato nel lavoro di segretario comunale di Collecchio e per di più in non buone condizioni fisiche, nella compilazione del famoso lunario intitolato Locanda gratis. In quell’occasione il Galaverna superò se stesso e nessuno si accorse della diversa mano. Dopo la morte di Domenico, avvenuta nel 1903, uscì allo scoperto e proseguì da Langhirano la pubblicazione della Vitta d’Battistein per altri sette anni. La sua vena però parve inaridirsi in quell’immane sforzo e, salvo sporadiche creazioni libere da costrizioni d’occasione, i suoi versi paiono destinati a non trovare luogo negli annali del dialetto parmigiano. La vita del Galaverna avrebbe potuto trascorrere tranquilla tra il bancone dei caratteri di piombo, la stampatrice e l’assortita serie di cliché e fregi, se la sua indole non l’avesse portato presto a scontrarsi un po’ con tutti. Facilitato dall’avere sottomano stampatrice, carta e inchiostro, iniziò la sua battaglia con satire, sonetti e numeri unici che dimostrano buone doti intellettuali e non poco coraggio. Nell’intento di mettere in ridicolo la boria e la presunzione dei personaggi più invisi alla maggioranza dei cittadini, cominciò con l’appioppare agli stessi nomignoli buffi e irriverenti, provocando lo scompiglio nelle file dei conservatori. Fu così che il sindaco di Langhirano, Bergonzi, venne battezzato Samuele, l’assessore Cornelio Costa cercò invano di scrollarsi di dosso il soprannome di Ciosan, e il sindaco di Felino, Achille Branchi, presidente del collegio dei sindaci del locale Piccolo Credito Langhiranese, divenne Chilino. Il Galaverna non si limitò a dileggiare soltanto i potenti ma incominciò a controllare scrupolosamente l’attività della civica amministrazione, ritenuta del tutto carente sui problemi di sua competenza. L’atteggiamento del Galaverna contribuì a rafforzare ancor più la dura lotta che le forze progressiste da tempo andavano conducendo contro il blocco moderato che reggeva le sorti del civico consesso. I conservatori, feriti nell’orgoglio, decisero che quella lingua tagliente doveva tacere. Si convenne che l’arma migliore per piegarlo fosse quella di praticare uno stretto boicotaggio nei confronti della sua tipografia. E così avvenne. Il Galaverna, in breve volgere di tempo, si vide diminuire sensibilmente il lavoro, che gli veniva commissionato soprattutto dal ceto benestante. Per ripicca, rese ancora più graffianti i suoi strali e ampliò il raggio d’azione, coinvolgendo nella satira anche i manutengoli dei signori. I suoi scritti e i suoi sonetti passavano di mano in mano tra la gente del borgo e della campagna, alimentando speranze e sollevando ondate di buon umore. Dopo la prima guerra mondiale, con l’avvento del fascismo, il Galaverna si trovò ancora una volta a combattere contro gli avversari di sempre. Infatti sui banchi del consiglio comunale sedettero diversi conservatori, guidati dall’avvocato Mantovani. Il boicottaggio nei confronti del Galaverna riprese con tale intensità e virulenza da rendergli ancor più difficile la sopravvivenza. Nel 1918 pubblicò un altro foglio, Fate la carità, lavoro conosciuto e citato. Il dialetto parmigiano del Galaverna è una poco scorrevole mistura di modi galaverniani (a loro volta non sempre linguisticamente perfetti) e inflessioni del contado (il Galaverna visse prevalentemente a Langhirano, dopo aver trascorso la giovinezza a Collecchio).
FONTI E BIBL.: U. Delsante, in Parma nell’Arte 1 1975, 129-131; C. Melli, Langhirano e la sua memoria, 1982, 87-90.

Parma 25 febbraio 1825-Collecchio 31 agosto 1903
Figlio di Andrea, stipettaio-disegnatore di Reggio Emilia, e di  Rosalba Marossa. Il Galaverna nacque nella parrocchia di San Michele dell’Arco, come si legge nel registro dei battezzati presso il Battistero di Parma. Il luogo della nascita e della residenza della famiglia è indicato nello Stato delle Anime di quella comunità negli anni 1826 e 1827. Da questa data i volumi d’archivio sono mancanti fino al 1838, anno dal quale la famiglia non è più presente in ambito parrocchiale. Non si sa nulla del tipo di istruzione che ebbe il Galaverna. Poichè egli stesso dice di aver abitato al Pianellato per una decina di anni, è presumibile che abbia frequentato le scuole primarie della zona, impiegandosi poi in diverse tipografie cittadine, come riferiscono i biografi. Non è escluso che il Galaverna abbia lavorato anche nella bottega paterna, della quale tuttavia non vi sono notizie. Viste le sue opere e considerato quanto scrivono i suoi biografi, si direbbe che la sua cultura venne formandosi nel tempo attaverso contatti con persone di un certo livello e con letture ad ampio spettro. Il Galaverna infatti ebbe dalle istituzioni educative del tempo altro che un’infarinatua iniziale. Il resto se lo costruì da solo, per innata curiosità, per il gusto di sapere, di comunicare meglio e forse anche per l’orgoglio personale di appartenere a una piccola borghesia intellettuale, ciò che rappresentava la sua massima aspirazione. Tale traguardo fu da lui raggiunto in modo particolare quando approdò a Collecchio. È inoltre da osservare che la sua cultura, pur vasta e attenta ai classici quanto alle opere moderne e al giornalismo, rimase comunque di tipo autodidattico e dunque priva del necessario apparato metodologico e probabilmente con molte lacune. Quando scrive in latino o in francese, si capisce molto bene che lo fa a orecchio e che non conosce nulla di quelle lingue, e si potrebbero evidenziare molti altri casi. Tuttavia la fonte primaria a cui attinse , con non comune capacità di introspezione psicologica, fu il popolo e quindi la sua può definirsi una cultura alternativa e diversa, ma non del tutto ignara di quella dotta. Nel Galaverna le due culture tentano di comunicare, di dialogare in qualche modo, e comunque non si ignorano. Il Galaverna, cioè, non appare come un cantastorie della montagna tosco-emiliana, che compone le proprie strofe prescindendo completamente, sia come linguaggio sia come contenuti, dalla cultura dotta. Il Galaverna invece si lasciò sedurre da quel mondo colto, che ammirò e al quale tese, pur utilizzando forme e modi del popolo. Egli acquisì anche una certa istruzione religiosa. Conobbe la Bibbia e se ne hanno le prove non solo da parecchie sue citazioni, ma anche in una edizione del testo sacro conservata presso il municipio di Collecchio che contiene parecchie sue chiose e annotazioni a margine. La sua fu comunque una religiosità tradizionale, che non gli pose mai soverchi problemi. Terminata la scuola elementare, fu allievo tipografo nell’Officina Fiaccadori, poi alla Donati e quindi alla Carmignani, per rientrare infine alla Fiaccadori quale proto. Nel 1844 il Galaverna fu con ogni probabilità chiamato alla visita per il servizio di leva. Riformato o non sorteggiato, sta di fatto che non sembra abbia effettuato il servizio militare, altrimenti nel 1848 non sarebbe stato alla Tipografia Fiaccadori, rimanendo invece inquadrato nell’esercito del nuovo duca Borbone almeno fino all’anno successivo. All’inizio del 1849 il Galaverna fu a Parma, dove si propose quale burattinaio per rallegrare il mesto Carnevale di quell’anno (L’Amico del Popolo). Egli dichiarò in quella occasione di risiedere in borgo del Vescovo n. 109, nella parrocchia della Santissima Trinità. Quasi certamente nel marzo del 1849 il Galavernà trovò lavoro a Langhirano come impiegato. I primi rudimenti del mestiere di impiegato amministrativo li apprese dal notaio Giacomo Stocchi di Langhirano, che ne aveva constatato l’ingegno assistendo a un applauditissimo spettacolo di burattini tenuto dal Galaverna a Langhirano nel cortile dell’Albergo del Gambero. In effetti il Galaverna compare in tutti gli atti notarili compilati tra il 23 aprile e il 10 dicembre 1849, periodo che è da considerare di apprendistato presso lo studio notarile langhiranese. Occorre notare che il Galaverna è indicato negli atti sempre come testimone (era abitudine dei notai di utilizzare i propri commessi per evitare il perditempo di convocare altri testi) con la seguente qualifica: Domenico Galaverna del vivo Andrea librajo domiciliato nella città di Parma, borgo del Vescovo n. 109. Dunque egli aveva conservato, almeno nominalmente, la sua precedente attività presso Fiaccadori (che, oltre alla tipografia, aveva anche la libreria), a dimostrazione, forse, della precarietà e temporaneità dell’impiego presso il notaio. Sta di fatto che nel 1850 risulta ancora residente a Parma. Da quanto riferito dai biografi, sulla scorta però della testimonianza orale del solo figlio Andrea e senza poter suffragare tali elementi con documentazione certa, non sembra che la partecipazione diretta del Galaverna al movimento risorgimentale sia stata tale da giustificarne la qualifica di patriota, ma è certo che non fosse un reazionario. Anche senza attribuire soverchia importanza, come fanno alcuni autori, all’autobiografismo Battistino-Galaverna, ideologicamente non vi è dubbio che il Galaverna fosse un patriota convinto, probabilmente con una punta di mazzinianesimo, ma non al punto da mettere a repentaglio più di tanto la sua vita e i suoi interessi molteplici per una causa che vedeva realisticamente già in atto e inarrestabile, almeno nella prima fase di conseguimento dell’Unità. Fu un benpensante, capì che i ducati ormai avevano il fiato corto e che l’Italia si sarebbe fatta con o senza il suo contributo personale. Nel 1848, forse irritato o dispiaciuto per la vessatoria chiusura della Fiaccadori, che lo toccò personalmente, ebbe un moto di ribellione, ma sempre restando al sicuro e in ombra. Successivamente si imborghesì ancor più, aderendo con sempre maggiore convinzione al ceto piccolo borghese intellettuale, e infine la vita tranquilla di provincia lo assorbì con i suoi modesti orizzonti, i suoi riti e le sue rassicuranti liturgie. Nel 1852, come risulta dallo Stato delle Anime della parrocchia della Santissima Trinità, il Galaverna e i suoi familiari non risiedevano più in borgo del Vescovo. Il notaio Stocchi rivestì a Langhirano la carica di consigliere anziano e fece parte della Giunta comunale. Stocchi inserì con facilità il Galaverna in Comune ad aiutare il segretario, quale apprendista e commesso, fin dal 1851. Qui, come riferì il figlio Andrea, fece anche da burattinaio, in poche occasioni e per puro divertimento (l’ultima negli anni Sessanta, a beneficio delle vedove dei caduti nelle guerre d’indipendenza). Il Galaverna fu particolarmente soddisfatto e orgoglioso della sua creatura, divenuta col tempo famosa: il Battistèn Panäda, personaggio bonario, onesto e disgraziato, da lui stesso proposto quale alternativa alla maschera ufficiale di Parma, il Dsèvod. Entusiastica fu l’accoglienza da parte dei Parmigiani della nuova maschera, tanto da far nascere nel Galaverna la voglia di pubblicare una strenna sotto quel nome, coinvolgendo lo stesso Battistèn in una serie di avventure da narrare anno dopo anno ai suoi lettori. E il successo fu grande. Il Galaverna, che già si era dilettato a poetare in vernacolo (nel 1846 scrisse il suo primo lavoro: El Cosmorama), incoraggiato dal successo, tra Natale e Capodanno del 1852 diede dunque vita al Battistèn Panäda, il suo capolavoro, un lunario parmigiano che uscì a ogni principio di anno per quarantotto anni consecutivi. Le avventure e le disavventure di Battistèn (in tutto, 27386 versi) furono lette avidamente per anni e anni, anche dopo la morte del Galaverna, in città e in provincia: il popolare libriccino godette di una diffusione straordinaria. Per i suoi stessi tipi diede alle stampe molte altre opericciole, novelle, dialoghi, commediole che poco aggiunsero alla sua fama. Pregevoli sono, invece, le sue poesie, raccolte in due volumetti editi nel 1858 e nel 1870. La sua opera maggiore rimane, tuttavia, l’arguta Battistèn Panäda. Soltanto dal 1856 (ma i documenti conservati nell’Archivio Storico Comunale di Langhirano per il periodo pre-unitario sono molto lacunosi) risulta retribuito dal Comune, sia pure in modo saltuario: ogni tanto il Consiglio degli Anziani proponeva una rimunerazione, per lo più di quaranta lire per volta, al Galaverna, il quale riceveva poi circa venti lire per gli incerti (trascrizione e compilazione di cartelle esattoriali e altri documenti fiscali per conto degli esattori). Poi venne il congedo e il trasferimento. Il 6 luglio 1858 il podestà di Langhirano scrive al governatore di Parma: Per dare un’ultima prova al sig. Domenico Galaverna, commesso di questa podesteria che sta per abbandonare il comune essendo promosso segretario provvigionale a Palanzano, e per dimostrargli in quale riguardo si tengano i suoi buoni servigi, prestati per ben sette anni come apprendista e come commesso, si propone di elargirgli una gratificazione di venti lire. Il governatore approvò con lettera dell’8 luglio. Il Galaverna nel frattempo si era sposato con Ermelinda Zambrelli di Torrechiara e il 16 luglio, proprio mentre era in atto il trasferimento a Palanzano, nacque il primogenito Andrea, battezzato col nome del nonno. A Palanzano il Galaverna rimase poco più di un anno. Il 20 ottobre 1859 l’intendente generale della Provincia di Parma inviò una comunicazione al sindaco di Collecchio, il marchese Lodovico Dalla Rosa Prati, per informarlo che il segretario Eustachio Guardasoni era trasferito a Sissa, mentre il Galaverna da Palanzano passava a Collecchio. Il Galaverna prese la residenza collecchiese il 1° novembre e la prima seduta consiliare cui assistette fu quella del 13 successivo. Il Galaverna si inserì subito assai bene in paese. Gli era agevole raggiungere la vicina città di Parma, collegata a Collecchio da una veloce diligenza e dal 1883 anche dalla ferrovia, dove continuò a intrattenere i suoi interessi pubblicistici, particolarmente con la libreria di Enrico Pezzani. La sua vita in paese non gli impedì di pensare costantemente in termini cittadini e questo fu un grande merito intellettuale e culturale del Galaverna. È possibile che l’assenza di riferimenti a Collecchio nei suoi lunari e nella Vitta di Battistino fosse dovuta da un lato all’esigenza di rendere la pubblicazione comprensibile e fruibile da tutti i Parmigiani e dall’altro dalla preoccupazione di evitare riferimenti al mondo nel quale viveva quotidianamente, ma denota indubbiamente anche una certa apertura mentale. Da Collecchio peraltro il Galaverna non si mosse più. Del resto aveva vissuto benissimo pure a Langhirano, paese col quale mantenne in seguito stretti contatti. Nella sua nuova sede frequentò il caffè Nazionale di Paolo Bertolotti, che si affacciava nella piazza. Qui si incontrava con il parroco Pietro Pellegrini, di cui stampò le odi di occasione, col farmacista e assessore comunale Ferdinando Riccardi, col marchese Ivo Dalla Rosa Prati, singolare figura di attore, col veterinario e filantropo Giuseppe Reggiani, col barone di Rauschenfels, ex-ufficiale austriaco divenuto agricoltore e cacciatore, di cui stampò un manuale sui cani, con Demetrio Naudin, possidente, figlio del pittore Giuseppe, con gli ingegneri Salvatore Rugalli e Francesco Ortalli-Bergonzi, reduci entrambi dalle patrie battaglie, col sindaco Pietro Ruffini, col maestro Giuseppe Baroni, direttore delle scuole, e col medico condotto Bartolomeo Colla. Quella era a Collecchio la società piccolo-borghese-intellettuale cui aspirava il Galaverna. Per notizie sulle due tipografie che fondò, una a Collecchio e una a Langhirano, si deve restare alle memorie orali poichè ben poco aiuto viene dai registri conservati presso la Camera di Commercio di Parma. Nel 1873 (ma la tipografia funzionava già dal 1868) il Galaverna fu iscritto quale tipografo alla matricola degli esercenti commercio arti e industrie nel Comune di Collecchio. Ricompare nel 1874 e dal 1884 fino al 1900 l’attività risulta a nome del figlio Andrea. A Langhirano, dove risiedette in una casa di proprietà del marchese Dalla Rosa Prati in via Spezia n. 23, la tipografia Galaverna iniziò a funzionare intorno al 1890, ma nei registri camerali non risulta. Nel 1868 il Galaverna fu coinvolto nelle manifestazioni contro l’imminente entrata in vigore della tassa sul macinato. Il 27 dicembre una folla vociante e minacciosa, raccoltasi spontaneamente nelle campagne, fece ressa davanti al municipio inscenando una vibrata manifestazione antigovernativa. Particolarmente presi di mira furono, oltre il delegato che in quei giorni sostituiva il sindaco dimissionario, i dipendenti comunali, tra cui il Galaverna, che videro le loro abitazioni minacciate di saccheggio. Il Galaverna fuggì nei boschi, poi a Langhirano e infine a Parma, dove lo raggiunse la famiglia, presso l’amico Pezzani. La manifestazione lo scosse profondamente e non tanto perchè rivolta a una legge che anch’egli riteneva iniqua, ma per il motivo che lui stesso ne venne colpito e senza motivo plausibile ai suoi occhi. Il Galaverna il 7 gennaio 1869 così scrisse al delegato: Desidero che la popolazione addivenga a migliori sensi verso di me, che credo di non aver mai offesa in nulla e preannunciò addirittura le dimissioni, che non ebbero però seguito (il Galaverna fu pensionato solo nel 1892).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 76-77; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960, 3; Proposta 5 1976, 17; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1989; U. Delsante, Domenico Galaverna, burattinaio e patriota, Parma, 1988; Dall’Olio, Tradizioni parmigiane, III, 1993, 194-195.


Collecchio 30 aprile 1860-Collecchio 29 aprile 1950
Fu il più geniale dei numerosi figli di Domenico e di Ermelinda Zambrelli. Continuò a far funzionare la tipografia dopo la morte del padre e partecipò attivamente e con entusiasmo alla vita culturale e associativa di Collecchio, dove fu, tra l’altro, tra i promotori degli spettacoli di Carnevale. Ebbe spiccate doti artistiche nella poesia e soprattutto nel disegno.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960, 3.

Parma XIII/XIV secolo
Fu celebrato Dottore di Leggi. Nella Biblioteca Riccardiana di Firenze si trova un suo Tractatus de Materia Statutorum ab Azone de Ramenghis suppletus et perfectus. È un codice cartaceo in folio, segnato n.1 num. XXVIII (vedi Lami, f. 53 e 204). Azzo Ramenghi morì verso la metà del XIV secolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie di scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 69.

GALDINO di BARDI, vedi LANDI GALDINO

Parma 1713
Fu attore comico di qualche abilità. Recitò al principio del Settecento con il nome di Florindo. Fu anche scrittore, ma di lui si conosce una sola commedia: Ciò che il fato prescrive invan si fugge (Dall’Aglio, Parma, 1713).
FONTI E BIBL.: F. Bartoli, Notizie istoriche de’ comici italiani, Padova, 1782, 248; L. Rasi, I comici italiani, vol. I, Firenze, 1897; N. Leonelli, Attori, 1940, 400; M. Ferrarini, Parma teatrale Ottocentesca, 1946, 72.


Parma 1225 c.-1285
Nacque a Parma (come risulta dal proemio della sua Summala quaestionum dove si proclama legum doctor parmensis) intorno agli anni Venti-Trenta del XIII secolo da Galeotto, dal quale, a detta del Panciroli, avrebbe tratto il cognome. Dopo gli studi giuridici, condotti forse a Bologna, il Galeotti insegnò prima del 1251 diritto civile presso l’Università di Padova e in seguito presso quella di Modena. La menzione del magistero modenese e il ricordo di quello padovano, entrambi contenuti nella Summula, consentono di precisare il rapporto cronologico tra i due incarichi didattici. L’opera, composta dal Galeotti a Modena per espressa richiesta degli scolari (cum ego Albertus Galeotti legum doctor parmensis essem Mutinae in studio constitutus, et essem a sociis meis saepissime rogatus), richiama numerosi episodi della docenza patavina che, logicamente, fu anteriore a quella emiliana. Ciò permette di confutare l’ipotesi dell’Affo, secondo il quale l’insegnamento modenese avrebbe preceduto quello padovano. Tra il 1251 e il 1272 il Galeotti fu inoltre impegnato per conto della sua città natale in varie missioni diplomatiche. Sono questi, per Parma, gli anni del periodo aureo della libertà comunale, dopo la vittoria su Federico II avvenuta nel febbraio 1248. La città, di fede guelfa, nel 1251 si impegnò in una guerra contro la ghibellina Cremona, che l’aveva privata del possesso di Guastalla e Brescello. In questa occasione il Galeotti fu inviato dal cardinale legato Gregorio da Montelongo, insieme con Gherardo da Correggio, a Bologna e a Modena, per cercarvi aiuti e alleati e per organizzare la difesa. Nel gennaio 1255 il Galeotti è attestato a Napoli, ove presenziò come testimone all’elezione di un canonico da parte del clero partenopeo. I motivi che lo indussero a recarsi a Napoli non sono noti: l’Affò ritiene che egli vi abbia seguito, nel 1254, il parmense Bertolino Tavernieri, inviato da papa Innocenzo IV in quella città per assumervi la carica di podestà durante uno dei brevi periodi del reggimento comunale partenopeo sotto la tutela del Pontefice. È certo, comunque, che il Galeotti si trovava a Napoli ancora dopo la morte di Innocenzo IV e l’elezione del successore Alessandro IV. Controversa è la questione del magistero del Galeotti presso altri studi italiani. Il documento relativo al soggiorno napoletano del Galeotti (su cui cfr. Affò) può infatti avvalorare l’ipotesi di una sua docenza nell’Università partenopea, ma non si hanno ulteriori conferme. Il Mariotti e il Gualazzini ritengono probabile che il Galeotti abbia insegnato nello Studio di Parma dopo il 1251. Si tratta, in tutti i casi, di ipotesi suggestive ma prive di testimonianze dirette. Verso il 1270, secondo un’ipotesi di H. Kantorowicz, il Galeotti ritornò a insegnare a Padova, dove ebbe tra i suoi allievi Alberto Gandino. Già nel 1272 dovette ritirarsi a Parma: all’ottobre di quell’anno, infatti, risale un documento (edito dal Tacoli) che contiene un patto intercorso tra il Comune di Parma e quello di Reggio, stipulato con l’intervento del Galeotti. Si ignora la data di morte, assegnata dalla leteratura erudita, senza apparente fondamento, al 1285. Giurista originale e fecondo, civilista ma buon conoscitore del diritto canonico, il Galeotti appartiene a quella generazione intermedia di doctores che, esauritasi con Accorso l’esperienza didattico-scientifica della glossa, si rivolse, a metà del Duecento, ai problemi che la quotidiana pratica del diritto poneva con crescente insistenza. Al Galeotti come agli altri giuristi practici suoi contemporanei si deve la rivalutazione del diritto statutario e il suo inserimento nel sistema dello ius commune. La Summula quaestionum o Margarita, composta durante il magistero modenese, è l’unica opera edita del Galeotti. Improntata sul metodo didattico universitario, si basa sull’oppositio dialettica tipica della quaestio: convergono infatti nella Summala una serie di questioni pratiche, relative in massima parte al diritto processuale. Il trattato, diviso in 42 rubriche, fu assai apprezzato dai contemporanei e dai giuristi posteriori, al punto da costituire la principale fonte dottrinale delle loro opere: la 38a rubrica, dal titolo de alimentis, fu infatti quasi interamente utilizzata da Martino da Fano nel suo omonimo trattato mentre il 41° titolo, de statutis, costituisce il nucleo centrale delle Quaestiones statutorum di Alberto Gandino. Numerosi brani della Summula, infine, rifluirono nello Speculum iudiciale di Guillaume Durand. La Summula necessita ancora di un’attenta analisi filologica che chiarisca taluni dubbi prospettati dagli studiosi. Il Solmi ha infatti avanzato l’ipotesi che essa si componesse in origine non di 42, ma di 38 rubriche, l’ultima delle quali sarebbe la già ricordata de alimentis. La rubrica 39a, de pignoribus, costituirebbe un’aggiunta del giurista Rolandino de’ Romanci, mentre le successive sarebbero addizioni portate in seguito dai manoscritti, e appartenenti al Galeotti stesso (Solmi), le quali, almeno in un primo momento, avrebbero circolato in maniera indipendente. Tale ipotesi sarebbe confermata dall’esistenza di manoscritti della Summula privi delle rubriche finali. Tradita da molti manoscritti (per i quali cfr. Dolezalek, s.v. Albertus Galeottus Parmensis), la Summula fu più volte stampata nel corso del XVI secolo sia singolarmente (Lione, 1579; Colonia, 1585, 1591 e 1595), sia come appendice allo Speculum iudiciale del Durand, unitamente alle  Cavillationes, opera del canonista portoghese Iohannes de Deo (Venezia, 1567, IV, 107-195; Torino, 1578, IV, 89-142. Brevi trattazioni e opere legate alla pratica o alla didattica da attribuirsi al Galeotti sono anche il Tractatus de pignoribus e il Tractatus de positionibus. Il primo trattatello (Torino, Biblioteca nazionale, D.II.13, cc. 62 ss.) corrisponderebbe, secondo il Savigny, alla rubrica 39a della Summula e sarebbe da attribuire non già al Galeotti, ma a Rolandino de’ Romanci. Problemi di identificazione sono posti dal Tractatus de positionibus, ricordato nel suo omonimo trattato da Iacopo Dell’Arena, conterraneo e di poco più giovane del Galeotti: questa opera sarebbe, secondo il Savigny, null’altro che la rubrica 18 della Summula quaestionum dello stesso Galeotti. Per sedare ogni dubbio sarebbe opportuno istituire un confronto tra la rubrica menzionata e l’unico esemplare manoscritto noto del trattato: Biblioteca apostolica Vaticana, Vaticano latino 11605, cc.136v-138r. Per altri contributi del Galeotti (brevi trattati, additiones e quaestiones) confronta Dolezalek, sub voce.
FONTI E BIBL.: G. Panciroli, De claris legum interpretibus, Venetiis, 1637, 157 s.; L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevii, Mediolani, 1741, IV, col. 512; N. Tacoli, Compendio delle diramazioni corelativo alla genealogia della famiglia Tacoli, I, Reggio, 1742, 357; T. Diplovataccio, Liber de claris iuris consultis. Pars posterior, a cura di F. Schultz - H. Kantorowicz - G. Rabotti, in Studia Gratiana X 1968, 154 s.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, Parma, 1789, 108-113; L. Savioli, Annali bolognesi, II, 1, Bassano, 1789, 337; F.M. Colle, Storia scientifica e letteraria dello Studio di Padova, II, Padova, 1825, 14-18; F.C. von Savigny, Geschichte des römischen Rechts im Mittelalter, Heidelberg, 1834-1851, III, 637 s., V, 474, 527-532; S. Mazzetti, Repertorio di tutti i professori della famosa Università di Bologna, Bologna, 1847, s.v.; U. von Bethmann Hollweg, Der Civilprozess des gemeinen Rechts in geschichtl. Entwicklung, VI, 3, Bonn, 1874, 77 s.; G.B. Jannelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, s.v.; A. Gloria, Monumenti dell’Università di Padova, I, Venezia, 1884, 216 s.;G. Mariotti, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Parma nel Medio Evo, I, Parma, 1888, 54; M. Sarti, M. Fattorini, De claris Archigymnasii Bononiensis professoribus, I, Bologna, 1888, 130 s.; A. Solmi, Alberto da Gandino e il diritto statutario nella giurisprudenza del secolo XIII, in Contributi alla storia del diritto comune, Roma, 1937, 358; H. Kantorowicz, Leben und Scriften des Albertus Gandinus, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte XLIV 1924 , 235 s., 294 s., 297; E. Besta, Fonti, in Storia del diritto italiano, a cura di P. Del Giudice, I, 2, Milano, 1925, 825, 831; A. Sorbelli, Storia dell’Università di Bologna, I, Il Medioevo ( secc. XI-XV), Bologna, 1944, 69, 73; U. Nicolini, Il trattato De alimentis di Martino da Fano, in Atti del Congresso internazionale di diritto romano, Verona 1942, I, Milano, 1951, 341 s., 346, 348; G. Rossi, Consilium sapientis iudiciale. Studi e ricerche per la storia del processo romano-canonico, Milano, 1958, 120, 170; E. Besta, Il primo secolo della Scuola giuridica napoletana, in Studi di storia giuridica meridionale, a cura di G. Cassandro, Bari, 1962, 457; K.W. Nörr, Die Literatur zum gemeinen Zivilprozess, in Handbuch der Quellen und Literatur der neuren europäischen Privatrechtsgeschichte, I, a cura di H. Coing, München, 1973, 385, 390, 394; U. Gualazzini, La storia dell’Università di Parma dalle origini al sec. XV, in Corpus statutorum Studii Parmensis (saec. XV), Milano, 1978, LXXI s.; L. Sorrenti, Testimonianze di Giovanni d’Andrea sulle Quaestiones civilistiche, Catania, 1980, 27 s.; E. Cortese, Legisti, canonisti e feudisti: la formazione di un ceto medievale, in Università e società nei secoli XII-XVI, Pistoia, 1983, 252 s., 256; F. Martino, Giuristi di scuola e pratici del diritto a Reggio e a Padova, in Quaderni Catanesi di Studi Classici e Medievali XVI 1986, 423-425, 432, 435 s.; L. Sorrenti, Tra lecturae e quaestiones in un esemplare del Codex. Il ms. Lucca, Biblioteca capitolare 322, in Quaderni Catanesi di Studi Classici e Medievali XVII 1987, 105; G. Speciale, Henrigetus magistri Gerardi giudice e cronista. La Marca Trevigiana in un’inedita cronaca trecentesca, in Rivista Internazionale di Diritto Comune III 1992, 232, 240; L. Fowler Magerl, Ordines iudiciarii and Libelli de ordine iudiciorum, Turnhout, 1994, 67, 108; Enciclopedia Italiana, XVI, 270; F. Rizzi, I professori dell’Università di Parma. Note indicative bio-bibliografiche, Parma, 1953, sub voce; G. Dolezalek, Verzeichnis der Handschriften zum römischen Rechts bis 1600, Frankfurt am Main, 1972, sub voce ; M.B. Buffoni, in Dizionario Biografico degli Italiani, 51, 1998, 423-425.

Soragna 28 luglio 1825-Soragna 17 luglio 1900
Inizialmente avviato agli studi religiosi, venne, come chierico, investito dei benefici di San Carlo e di San Giuseppe che la propria famiglia aveva fondato nella chiesa parrocchiale di Soragna nei secoli XVII e XVIII e sui quali vantava diritti di juspatronato. Laureatosi in legge e interessatosi di problemi sociali all’insegna delle imperanti ideologie liberali, occupò vari posti nella vita pubblica locale. A Soragna, dopo essere stato consigliere provinciale, fu infatti consigliere comunale e poi Sindaco dal 1880 al 1885, nonchè membro del comitato promotore dell’asilo Vittorio Emanuele II nel 1876, suo generoso benefattore e presidente. A Carzeto fu presidente, nel 1887, della Società operaia del luogo e fondatore dell’asilo che poi assunse il suo nome. A Fontanellato fu pure consigliere comunale (1889), primo presidente, cinque anni dopo, dell’asilo e benefattore insigne dello stesso, che dotò di una rendita e di un patrimonio fondiario. Uguale cosa fece a favore dell’asilo di Polesine Parmense e di quello di Langhirano. Un cospicuo legato lasciò nel 1897 anche a Corniglio affinchè, con le sue rendite, si potesse favorire il sorgere di un ospedale civile a disposizione della popolazione locale e dei paesi limitrofi. Definito cittadino integro, liberale e filantropo, venne commemorato nel cimitero di Soragna dall’assessore Giuseppe Faroldi e, per disposizione della Giunta municipale, venne stabilito che ogni anno, nel giorno anniversario della sua morte, fosse esposta la bandiera tricolore a mezz’asta. Inoltre sulla casa ove nacque e abitò venne posta nel 1903, a cura del Comune, la seguente memoria marmorea: Alberto Galeotti dottore in legge fu maestro in quella dell’amore cristiano apostolo di carità intravvide con animo buono e libero intelletto l’età ventura di pace e di giustizia e ne diede esempio coll’opera soccorritrice d’ogni miseria umana visse beneficando morì ammonendo coll’estrema volontà che la ricchezza è bene universale.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 286-287.

-Parma 19 febbraio 1834
Ingegnere e agronomo attivo nell’anno 1807.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 399.

Borgo San Donnino 1859
Dottore, fu deputato del 2° collegio di Borgo San Donnino all’assemblea dei Rappresentanti del popolo delle Provincie parmensi eletta nel 1859.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 151.


Parma 1588/1589
Fu Lettore di Logica nell’Università di Bologna nel 1588-1589.
FONTI E BIBL.: Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 6 1929, 8.

Parma 1453
È ricordato in data 18 novembre 1453 come boccalaro.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti, 1911, 7.


Langhirano 2 febbraio 1897-post 1971
Risiedette a Milano. Frequentò i corsi di scultura dell’Accademia di Brera, poi si dedicò completamente alla pittura prendendo parte a mostre ufficiali: Angelicum di Milano, Mostre sociali della Famiglia artistica, Premio Ramazzotti (medaglia d’argento) e Biennale nazionale d’arte di Milano. Trattò di preferenza la tecnica dell’olio (paesaggio e composizione) ma anche l’affresco (Sant’Alberto protettore dei giovani e Madonna Assunta a Rivolta d’Adda). Conseguì la targa d’oro alla Mostra dei Tessuti a Piacenza (1966).
FONTI E BIBL.: Catalogo XX Biennale Nazionale di Milano, 1957; La Prealpina 15 agosto 1968; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1347.

Parma 21 dicembre 1516-1572 o 1590
Figlio di Ziardo e di Susanna. Di famiglia cospicua, il Gallani venne avviato a studi notarili, ma non esercitò mai la professione, preferendo dedicarsi a studi letterari e alla frequentazione dei cenacoli colti di Parma, in particolare quello della famiglia Bajardi, rinomato per antichità e prestigio. A un membro di questa famiglia, Fabrizio, è dedicata la sua prima opera, una commedia in cinque atti intitolata La Porzia. L’opera venne diffusa manoscritta intorno al 1540 e pubblicata, senza incontrare alcun favore, una decina di anni più tardi (la British Library di Londra ne conserva una copia sotto la dicitura Leggiadri Galanni, Giuseppe, La Portia. Comedia, B. Giunta, Florence, 1550). La Porzia fu anche edita da B. Nicolini col titolo Una commedia antispagnuola del Cinquecento. La Porzia di Giuseppe Leggiadro Gallani (Napoli, 1962). La commedia, convenzionale per trama e personaggi, è sostenuta da un fortissimo spirito antispagnolo che anima la descrizione degli eventi. Di qualche anno successiva è la composizione di una tragedia in cinque atti, la Dido, dedicata a Ottavio Farnese e conservata nel manoscritto Parmense 3800 della Biblioteca Palatina di Parma, un codice cartaceo del XVII secolo in 4°, legato in cartone. Nella tragedia, modellata secondo gli stilemi classici, spicca per intensità e forza la figura della protagonista, che riscatta la convenzionalità della trama. Nel prologo il Gallani fa riferimento a un’opera omonima composta da L. Dolce nel 1547, sostenendo di aver scritto la Dido molti anni prima e di averla affidata a un amico abbandonando Parma. Secondo la testimonianza di I. Affò (p. 49), infatti, quando papa Paolo III nominò duca di Parma e Piacenza Pier Luigi Farnese, nell’agosto 1545, il Gallani, da sempre fedele a Ottavio Farnese, preferì lasciare la città e si recò a Napoli, forse proprio su suo incarico (Nicolini, in Una commedia antispagnuola, 114). A Napoli fu al servizio di alcuni nobili locali pur continuando a dedicarsi alacremente all’attività letteraria. La fedeltà del Gallani al duca Ottavio Farnese, trovò la sua massima espressione nel poemetto La guerra di Parma, da lui composto poco dopo lo scoppio (maggio 1551) della guerra che vide contrapporsi i Francesi, di cui era alleato Ottavio Farnese, e il nuovo papa Giulio III, che contava sull’appoggio di Carlo V. Del poemetto venne stampata nel 1552 dal parmense Seth Viotto un’edizione in quattro canti. Nel corso dello stesso anno, dopo la tregua stipulata dalle parti in aprile, vide la luce un’edizione in sette canti, sempre presso Viotto, intitolata La guerra di Parma nuovamente con la giunta ristampata, e corretta. Il poemetto sviluppa la tematica storica, che ne costituisce l’asse portante, con uno stile didascalico e monotono, mosso solo da una certa vivacità nella descrizione delle battaglie, in cui viene esaltato il coraggio dei membri della famiglia Farnese impegnati nella guerra. Vasta fu la produzione poetica del Gallani, conservata in una serie di volumi miscellanei: il libro V delle Rime di diversi illustri signori napoletani, e d’altri nobilissimi ingegni, a cura di L. Dolce (Venezia, 1552), in due raccolte di G. Ruscelli, entrambe edite a Venezia nel 1555, Tempio alla divina signora Giovanna d’Aragona e I fiori delle rime dei poeti illustri e nel libro IX delle Rime dei diversi autori, a cura di L. Dolce (Venezia, 1564). I versi del Gallani, quasi esclusivamente dedicati a tematiche amorose, sono pervasi da echi classicisti e da un gusto profondo per la descrizione del mondo naturale di stampo arcadico. La banalità generale dei componimenti viene talvolta riscattata da una certa grazia che affiora qua e là tra i versi. Già il da Erba (c. 201) dava come dispersi un gran numero di componimenti, in poesia e in prosa, del Gallani: l’Alithea, tragedia musicale, due egloghe pastorali, Filide e Forza d’amore, il poemetto in ottave La favola d’Adone, una commedia in prosa, Il falso, un Dialogo dei pastori modellato sull’Arcadia di J. Sannazzaro e un’incompiuta traduzione in ottave della Tebaide di Stazio. Incerta è la data della morte del Gallani: il da Erba, che scrive nel 1572, ne parla come di persona già morta, mentre lo Spreti sposta la data di morte al 1590.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, ms. Parmense 922: A.M. Edoari da Erba, Compendio copiosissimo dell’origine, antichità successi e nobiltà della città di Parma, c. 201; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789, IV, 49-52; A. Pezzana, Memorie dgli scrittori e letterati parmigiani. Continuate, Parma, 1825, VI, parte 2, 497-499, VII, 664; A. Boselli, Un poemetto poco conosciuto del secolo XVI: La guerra di Parma, estratto dalla rivista Per L’arte XV 1913; E. Boccia, La drammatica a Parma (1400-1900), Parma, 1913, 75-77; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 84; Aurea Parma 2/3 1957, 108; Aurea Parma 2 1959, 105-106; A. Asor Rosa, in Dizionario biografico degli Italiani, 51, 1998, 512-513.

GALLANI PIETRO, vedi LEGGIADRI GALLANI PIETRO ANDREA


-Coloreto 8 luglio 1841
Fu prelato domestico del Papa (nominato il 26 aprile 1833), primiero e canonico onorario della Cattedrale di Parma. Avendo dotato il primiceriato di 500 lire vecchie, ottenne dal Papa di poter nominare il suo successore per disposizione testamentaria. Il Gallani legò per testamento al Capitolo della Cattedrale di Parma due pianete solenni.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, II, 1856, 547-548.

Parma 4 novembre 1810-The Falls Llandogo 17 dicembre 1895
Nacque dal Celso, ex ufficiale napoleonico di origine piemontese, e da Marianna Lombardini. Orfano presto di madre, dal padre, che inseguiva il mito della rivoluzione a fianco dei Greci insorti, fu affidato a uno zio materno che ne curò la prima educazione. Gli studi, compiuti nelle scuole pubbliche, rivelarono in lui, insieme con un’intelligenza vivace, una certa attitudine per i classici, ma dovettero essere interrotti dopo l’iscrizione alla facoltà di medicina per le conseguenze della effimera insurrezione parmense del 1831, cui il Gallenga partecipò con tutta l’irruenza e la risolutezza del giovane cresciuto nel clima di un romanticismo dalle risonanze byroniane. Fuggitivo in Toscana e poi esule a Marsiglia e in Corsica, sull’esempio di L.A. Melegari, che aveva organizzato la congrega mazziniana di Parma, si affiliò alla Giovine Italia col nome di battaglia di Procida. Entrò subito in uno stato di ulteriore esaltazione che lo rese insofferente di ogni indugio e che, parallelamente alla sanguinosa repressione antimazziniana che intanto aveva luogo in Piemonte, gli fece concepire l’idea di un gesto dimostrativo che suonasse come principio di rivolta per tutta la penisola. Maturò così in lui il progetto di una attentato al re di Sardegna Carlo Alberto di Savoja e, per attuarlo, chiese e ottenne di poter passare in Francia meridionale (luglio 1833). Da Tolone il Gallenga si recò a Ginevra e vi incontrò il Mazzini al quale strappò un sostegno organizzativo al proprio disegno. Una volta a Torino, però, vuoi per l’oggettiva difficoltà dell’esecuzione, vuoi per l’insostenibile peso di una responsabilità assunta troppo precipitosamente, il coraggio gli venne meno: riguadagnata per la via di Genova la Toscana (ottobre 1833), il Gallenga si portò ancora più a sud nella primavera del 1834 quando, assunto come precettore di un giovane diplomatico napoletano, lo seguì a Malta e poi a Tangeri, dove restò fino all’estate del 1836. L’intraprendenza, la personalità, una certa comunicativa e una cultura fatta di assidue letture e di viaggi nei paesi del Mediterraneo costituirono in questi anni la sua principale risorsa, ma non placarono l’ansia che pareva tormentarlo facendogli desiderare sempre nuove mete. Quella che scelse nell’agosto del 1836 imbarcandosi a Gibilterra era tra le più lontane possibili: sbarcato infatti a New York il 7 ottobre, si stabilì a Boston ove si servì delle commendatizie fornitegli da un diplomatico americano per entrare nel giro degli intellettuali, particolarmente sensibili, grazie all’influsso di H.W. Longfellow e di R.W. Emerson, al fascino della classicità e dunque ben disposti verso la cultura europea e i suoi rappresentanti. Impadronitosi presto della lingua, il Gallenga strinse molti contatti (a esempio con lo storico W.H. Prescott), sebbene non giungesse mai a integrarsi in pieno in un ambiente che, pur accettandolo, non soddisfece la sua aspirazione a ottenere una cattedra di italiano a Harvard: ebbe però altre occasioni di lavoro (come le lezioni di italiano o l’insegnamento in un collegio femminile di Cambridge) e di elevazione intellettuale, come le conferenze, le letture dantesche e, dal 1838, alcune salturarie collaborazioni alla North American Review, sulla quale pubblicò un saggio (Romantic poetry in Italy) che, riecheggiando temi mazziniani, sottolineava i contenuti di rigenerazione morale e civile della letteratura italiana dall’Alfieri in poi. Sempre nel 1838 uscì a Cambridge un suo volume di Romanze, novelle in versi da cantare sulle arie del molodramma, genere col quale le Romanze hanno in comune l’impronta passionale e il timbro stilistico, nonché la propensione a fissare uno stereotipo di facile godibilità e consumo. Restava però la frustrazione delle ambizioni universitarie e si faceva forse sentire anche il peso della nostalgia. Così il 1° maggio 1839 il Gallenga si risolse al ritorno e, imbarcatosi a New York, un mese dopo era a Londra. Preso contatto con gli esuli italiani, ne ricevette qualche soccorso e l’introduzione nei salotti degli italofili inglesi. Molti, sapendolo vicino al Mazzini col quale aveva ritrovato un rapporto fatto di cordialità e in parte di sintonia anche ideologica, gli espressero la loro considerazione, altri, tra cui lady Sidney Morgan, lo aiutarono a trovare incarichi di traduttore e possibilità di accesso alle riviste londinesi di attualità culturale. Tra il 1839 e il 1841 il Metropolitan Magazine, la Foreign and Quarterly Review, la Westminster Review e la British and Foreign Review ospitarono moltissimi suoi articoli. Firmati con lo pseudonimo Luigi Mariotti, che il Gallenga aveva adottato all’inizio dell’esilio e che conservò fin verso il 1853, toccarono svariati argomenti, sebbene il tema fosse in realtà uno solo: quello dell’Italia e dei suoi travagli visti da un esule (tale elemento è sempre sottolineato nei titoli) attraverso il prisma, talora impressionistico, di un imprescindibile rapporto tra storia, vita civile e letteratura. Rielaborati e fusi in un disegno più ampio, furono poi pubblicati col titolo Italy , general view of its history and literature (I-II, London, 1841; ma vide la luce anche una ristampa intitolata Italy, past and present, London, 1841, e, in traduzione tedesca, Lipsia, 1846). Contemporaneamente, dopo una rapida riapparizione a Firenze nella primavera del 1840, iniziarono le collaborazioni ad alcune riviste di G.P. Vieusseux: nel complesso quella del Gallenga era un’esistenza che non conosceva soste ma che continuava a lasciare irrealizzata la speranza di un incarico di prestigio in ambito accademico. All’inizio del 1842 tornò nel Nordamerica, attrattovi dalla promessa di una cattedra di lingue e letterature moderne a Windsor, nella Nuova Scozia, ma dopo un solo anno, deluso dal livello del college, si dimise. Al ritorno a Londra lo attendeva la solita vita di sacrifici. Poco gratificato sul piano economico dall’attività pubblicistica, il Gallenga conseguì invece un buon successo sociale grazie alla naturalezza con cui si muoveva, avendo ormai interiorizzato comportamenti e modi di pensare assai vicini a quelli inglesi. Dalla Giovine Italia gli vennero le maggiori sollecitazioni a non tralasciare la politica: il Gallenga rispose dando una mano nella scuola italiana del Mazzini o adoperandosi per difendere l’immagine di costui al tempo della polemica sull’apertura della sua corrispondenza, ma soprattutto impegnandosi in un lavoro pubblicistico col quale si riprometteva di ottenere dagli Inglesi una migliore conoscenza e quindi una migliore disponibilità verso le cose italiane, anche a costo di ricorrere a quei generi (le poesie di Oltremonte e oltremare, London, 1844, o i racconti di The Blackdown papers, London, 1846, e di Scenes from Italian life, London, 1850) che ne accentuavano l’innata vocazione alle coloriture fantastiche, al folklore e alle rappresentazioni di maniera. Lo riportò a uno stato d’animo più militante l’evoluzione interna dell’Italia prequarantottesca, che gli ispirò un nuovo Italy, past and present (I-II, London, 1848), in cui, nella ripresa di tematiche e impostazioni svolte a partire dal 1843 in una serie di articoli per il New Monthly Magazine di Londra, la novità è rappresentata dal rilievo che nello sviluppo della civiltà italiana è assegnato al Mazzini e al suo principio di nazionaltà. Parve l’avvio di un legame più forte, consolidato per di più dalla presenza del Gallenga a fianco del Mazzini nell’Associazione nazionale italiana e poi dalla partenza (27 marzo 1848) e dal viaggio compiuto insieme attraverso la Francia. Invece, appena in Italia, i due si separarono e il Gallenga si diresse a Parma dove si fece subito sostenitore della fusione del Ducato con il Piemonte, attuata di lì a poco col voto del 20 maggio 1848. Totalmente acquisito alla causa sarda, nell’agosto del 1848 prese a collaborare con il quotidiano torinese Il Risorgimento, si candidò alle elezioni politiche, addirittura abbandonò l’unitarismo fin allora professato per abbracciare il progetto federativo del Gioberti e venne compensato dal governo Alfieri con il conferimento di una missione diplomatica a Francoforte, dove arrivò il 2 ottobre 1848. Secondo le istruzioni, doveva perorare presso l’Assemblea nazionale tedesca la causa dell’indipendenza italiana. Prese invece l’iniziativa di proporre un’intesa austro-sarda che abbandonava al loro destino la Lombardia e i Ducati rendendo vana la mediazione di Francia e Inghilterra e provocandone il risentimento. Il 6 dicembre 1848 Torino gli comunicò la fine immediata della missione. Per riprendere quota, da un lato si staccò definitivamente dal Mazzini, non senza prima aver tentato di convincerlo a spostarsi su una linea di realistica accettazione dell’egemonia moderata. Non avendo ottenuto successo, consegnò un ampio lavoro su Italy in 1848 (London, 1851), un impietoso atto di accusa contro gli indirizzi seguiti sino ad allora dalla democrazia. Per un altro verso, rientrato a Londra, mentre trovava un posto di docente al London University College (vi insegnò per circa un decennio, fino al 1859) e lavorava a una grammatica italiana che, uscita nel 1851, venne ripubblicata nel 1854 col titolo di Mariotti’s Italian Grammar (ebbe ben quattordici edizioni fino al 1883), elaborò anche un progetto pubblicistico che, tenendo d’occhio la situazione interna del Piemonte, puntava in sostanza a rafforzarne la posizione internazionale e a rappresentarne gli ultimi sviluppi costituzionali come la base per una futura politica nazionale. Così, dopo la pubblicazione di una Historical memoir of fra Dolcino and his times (Londra, 1853), di evidente intonazione antiromana, apparve la ben più impegnativa History of Piedmont (I-III, London, 1855-1856; traduzione italiana Storia del Piemonte dai primi tempi alla pace di Parigi del 30 marzo 1856, I-II, Torino, 1856): molto apprezzata negli ambienti governativi torinesi che avevano, su invito del Cavour, facilitato le ricerche del Gallenga, l’opera fu giudicata dalla democrazia repubblicana come il lavoro di un uomo che si era venduto alla causa monarchica. Intanto il 20 agosto 1854 era risultato vincitore nell’elezione suppletiva nel collegio di Cavour: ne conseguirono il trasferimento a Torino e la solerte partecipazione ai lavori della Camera subalpina, su posizioni prossime a quelle del Cavour ma con un atteggiamento generalmente critico fino alla saccenteria verso uomini, istituzioni e assetti sociali giudicati troppo distanti dal modello ideale inglese. Senonché nell’ottobre del 1856 la carriera parlamentare del Gallenga si interruppe bruscamente per un incidente da lui stesso provocato con un incauto accenno nella History of Piedmont al mancato attentato del 1833: accusato dal Gallenga di esserne stato il mandante, il Mazzini si difese efficacemente con una lettera a F. Campanella che, accolta nell’Italia e Popolo di Genova del 25 ottobre 1856, costrinse il Gallenga ad ammettere le proprie responsabilità e quindi a dimettersi dal Parlamento restituendo la croce di cavaliere mauriziano da poco conferitagli. Il biennio seguente lo trovò ancora a Londra. Nel 1847, naturalizzatosi inglese, sposò a Manchester Juliet Schunk, figlia di un ricco industriale tessile di origine tedesca, che morì nel 1855 dopo avergli dato due figli. Nel 1858 fu la volta dell’irlandese Ann Johnstone, che lo rese padre altre due volte. Il Gallenga si era dunque integrato pienamente nella società inglese e nella sua mentalità, ma a gratificarlo davvero fu l’assunzione a The Times in qualità di corrispondente estero e di inviato, il che realizzò alcune tra le sue massime aspirazioni: entrare in un’istituzione di prestigio internazionale, girare il mondo e formare l’opinione pubblica di un paese avanzato sui temi più scottanti della politica estera. Banco di prova di questa nuova esperienza fu ovviamente l’Italia degli storici eventi del 1859-1860 che il Gallenga seguì passando di volta in volta da Firenze a Torino, da Roma a Palermo e a Napoli: i suoi umori non sempre stabili erano in questa fase quelli di un unitario ostile all’ingerenza francese in Italia e favorevole all’avvento di una monarchia nazionale capace di gestire una transizione socialmente equilibrata impiantando un regno il più vicino possibile al modello inglese, comunque insuperabile. Vicino ormai alla Destra, nel 1860 e nel 1861 fu rieletto alla Camera prima subalpina e poi nazionale (VII e VIII legislatura) nei collegi di Castellamonte e Langhirano e nei lavori parlamentari denotò un forte spirito antirattazziano e ancor più antidemocratico, fin quando non riprese il lavoro di inviato: allora fu prima negli Stati Uniti della guerra civile (1863), poi nella Danimarca della guerra contro la Prussia (1864), quindi a più riprese (1865-1866 e 1868-1869) nella Spagna della crisi della monarchia borbonica e della successiva rivoluzione. Il Gallenga veniva così mettendo a punto uno stile giornalistico che, calibrato soprattutto sugli eventi bellici e sulle grandi transizioni, univa a una buona visione complessiva delle forze in campo e dei rispettiivi interessi la vivacità brillante e le intuizioni felici di una prosa fatta apposta per indurre il lettore a vedere nelle posizioni del Times quelle dell’Inghilterra (e viceversa). Ciò avvenne anche con le guerre combattute dalla Prussia nel 1866 e nel 1870-1871, che il Gallenga seguì con i suoi editoriali da Londra, poi riprese a viaggiare e nel 1873 si spinse fino a Cuba, cui dedicò il volume The pearl of Antilles (London, 1873; traduzione italiana, Milano, 1874), mentre sul finire del 1875 fu a Instanbul per seguire la crisi d’Oriente. Periodicamente tornava in Italia per dedicare lunghe corrispondenze al sistema politico del paese, alle sue condizioni di vita e ai rapporti Stato-Chiesa: ma i molti viaggi compiuti a Roma tra il 1873 e il 1875 e tra la fine del 1877 e l’aprile del 1878, oltre a fornirgli le cronache per Italy revisited (I-II, London, 1877) e di The pope and the king (London, 1879), accrebbero il suo pessimismo di fondo e stimolarono le sue tirate moralistiche sull’arretratezza di una socità ritenuta disordinata perché preda delle suggestioni demagogiche e dunque antitetica al suo ideale vittoriano. Alla luce di questo schema il Gallenga continuò a osservare la realtà italiana fino alla metà degli anni Ottanta, inviando alla Nuova Antologia (1883) e alla National Review contributi di un pessimismo esasperato, nei quali la denunzia delle turbolenze di una democrazia non equilibrata dalla presenza di un’aristocrazia di stampo inglese apre la strada a frequenti suggestioni di carattere autoritario. Tutto sommato, il Gallenga migliore resta quello meno accigliato dei grandi reportages di viaggio, spesso destinati a essere raccolti in volume: da quello del 1879 in Spagna nacquero le Iberian reminiscences (I-II, London, 1883), da una lunga circumnavigazione dell’America del Sud nel 1879-1880 South America (London, 1880), giudicato il capolavoro del Gallenga viaggiatore (Garosci, 599) e dal viaggio in Russia dell’estate del 1882 A Summer tour in Russia (London, 1882; traduzione italiana, Parma, 1883). La vena comunque tendeva a esaurirsi e la stanchezza si rifletteva sulla qualità dell’osservazione e del racconto: il Gallenga ripiegò allora sulla narrazione della propria avventurosa esistenza, tornando al tema trattato molti anni prima nell’Autobiographical sketch illustrative of Italian life during the insurrection of 1831 (London, 1854, pubblicato con lo pseudonimo di Castellamonte che nell’edizione del 1856, ove il Gallenga figura come autore, diventò il titolo del libro), e tra il 1884 e il 1885 affidò al consueto editore londinese, Chapman & Hall, i due volumi degli Episodes of my second life (2a edizione, Philadelphia, 1885), dedicati il primo al periodo americano e il secondo all’arco di anni dal 1839 al 1880. La personalità del Gallenga vi campeggia in tutta la sua complessità e in una gamma di sfumature che comprendono la sincerità, lo sforzo di autocoscienza, l’egotismo e la presunzione di sé. Non mancano le imprecisioni della memoria, ma predomina la voglia di mettersi a nudo, e proprio di qui, dal racconto troppo indiscreto che il Gallenga volle fare delle vicende interne del Times, derivò la sua caduta in disgrazia presso la proprietà del giornale, che il 6 dicembre 1884 gli comunicò per lettera il licenziamento in tronco. Per reagire allo sconforto si diede addirittura al romanzo (Jenny Jennet, I-II, London, 1886, che meritò un’ironica recensione di O. Wilde; nonché, postumo, Thecla’s vow, London, 1898), ma dall’Italia non riusciva a staccarsi, sia pure per dedicarle l’amaro e sconsolato bilancio de L’Italia presente e futura, con note di statistica generale (Firenze, 1886; traduzione inglese, I-II, London, 1877), in cui le grandi aspettative dell’Unità sono messe a confronto con le meschine realizzazioni di una classe politica che un Gallenga più moralista che mai ritiene del tutto inadeguata al compito di edificare uno Stato. Instancabile malgrado l’età, nel 1888 accettò di inviare articoli alla Nazione di Firenze (poi raccolti in Vita inglese, Firenze, 1890), stavolta per raccontare le caratteristiche del popolo che lo aveva ospitato. Fu solo con il ritorno al potere del Crispi che la sua sfiduca nella liberaldemocrazia parve quietarsi. Il Gallenga si ritirò infine a vivere in campagna con la moglie semiparalizzata.
FONTI E BIBL.: Molto approfondita in quanto frutto di un imponente lavoro di ricerca bibliografica e archivistica è la biografia che al Gallenga dedicò A. Garosci, Antonio Gallenga. Vita avventurosa di un emigrato dell’Ottocento, I-II, Torino, 1979, recante in appendice una bibliografia pressocché completa degli scritti del Gallenga e di quelli apparsi su di lui fino a quella data (altri titoli sono utilizzati nel testo e figurano solo nelle note). Integrazioni possibili sono quelle relative alle fonti, tra le quali: Documenti diplomatici italiani, s. I, II-III, X, Roma, 1959-1988, ad indices; s. 2, I, Roma, 1960, ad indicem; Le relazioni diplomatiche fra il Regno di Sardegna e la Gran Bretagna, s. 3, I, IV, a cura di F. Curato, Roma, 1964, ad indices; C. Cavour, Epistolario, VIII-XI, XIII-XIV, Firenze, 1983-1994, ad indices; Dal Piemonte all’Italia. Studi in onore di N. Nada, a cura di U. Levra, N. Tranfaglia, Torino, 1995, ad indicem. Tra le biografie sono utili quella inserita in Dictionary of national biography, XXII, Suppl., s.v., e quella di G. Monsagrati, in Dizionario biografico degli Italiani, 51, 1998, 534-538.


Torino 4 luglio 1858-Parma 21 dicembre 1946
Nacque da Giuliano Vincenzo e da Laura Taroni. Si laureò a Torino in medicina e chirurgia nel 1882. Indirizzatosi allo studio dell’oftalmologia, fu assistente nella clinica oculistica dell’Università torinese negli anni accademici 1885-1886 e 1887-1888, allievo del celebre oftalmologo C. Reymond. Conseguì per titoli la qualifica di docente privato a Modena nel 1886 e a Torino nel 1888. Intraprese la carriera universitaria nel novembre del 1888, quando fu chiamato a succedere a F. Ponti nella direzione della cattedra di oftalmoiatria e clinica oculistica dell’Università di Parma. In questo Ateneo fu anche preside di facoltà negli anni accademici 1895-1896 e 1897-1898, rettore facente funzioni dal 1° agosto al 15 ottobre 1919, rettore eletto dal 6 novembre 1925 al 30 novembre 1927 e professore emerito. Lasciò l’insegnamento nel 1933 per raggiunti limiti di età. Appassionato studioso dei vari aspetti della fisiologia e della patologia dell’apparecchio visivo, fu autore di numerose ricerche. Prima ancora di conseguire la laurea, quando era allievo interno della clinica oculistica di Torino, pubblicò il suo primo lavoro in tale campo: Contribuzione allo studio dei tumori vascolari dell’orbita, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XXX 1882, 382-395. Nel periodo antecedente il suo passaggio a Parma, il Gallenga indirizzò tutta la sua produzione scientifica allo studio delle tonache fibrosa e vascolare, della camera anteriore, del cristallino e degli organi accessori dell’occhio, con particolare riguardo alle patologie di interesse oncologico e teratologico (Contribuzione allo studio dei tumori congeniti della congiuntiva e della cornea, con particolari considerazioni sulla loro genesi, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXIII 1885, 576-594; Osservazioni di tiloma della congiuntiva, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXIII 1885, 789-793; Dell’idroftalmia congenita. Studio clinico ed istologico, in Annali di Ottalmologia XIV 1885, 322-367; Osservazione di esteso neo congenito delle palpebre, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XXXV 1887, 68 s.; Brevi considerazioni sulla differente struttura dei tumori congeniti della congiuntiva e della cornea. Descrizione di due casi di dermoide del limbus (dermoidi oculari), in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXVI 1888, 126-138). Di questo periodo sono ancora da ricordare gli studi clinico-patologici e terapeutici su congiuntiva, cornea, iride e cristallino (Dalla doppia iridectomia nella cura dello stafiloma parziale della cornea, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXI 1883, 25-46; Dei metodi per accellerare la maturazione della cataratta e brevi cenni sulla coreolisi del Foester, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXI 1883, 538-559; Osservazioni di trapianto dell’epitelio corneale sull’iride, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXIII 1885, 67-76; Sul trattamento sull’irite simpatica, in Annali di Ottalmologia XV 1886, 442-448; Contribuzione allo studio delle cheratiti superficiali infettive, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XXXV 1887, 212-215, e in Bollettino di Oculistica, s.2, IX 1887, 10-11, 77 s.; Brevi osservazioni sulla struttura della pinguecola della congiuntiva, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino XXXV 1887, 318 s.; Sulla presenza di una cavità nella pinguecola e sua importanza nella produzione dello pterigio, in Annali di Ottalmologia XVII 1888, 490 s.; Del nesso tra blefarite ciliare e cherato-congiuntivite eczematosa, in Annali di Ottalmologia XVII 1888, 492 s.; Annotazioni di anatomia patologiaca della congiuntiva, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XXXVI 1888 145-176), le ricerche sul glaucoma, la cui genesi ritenne di poter ricondurre a una irritazione del simpatico secondo la sua teoria secretoria (Studio clinico sul glaucoma, in Annali di Ottalmologia XIV 1885, 149-174), quelle sulle alterazioni di forma delle palpebre (Del trattamento delle alterazioni di forma delle palpebre. Studio clinico, in Annali di Ottalmologia XV 1886, 329-352) e quelle pionieristiche di ordine batteriologico che, tra l’altro, lo videro tra i primi osservatori della presenza di microrganismi sulla congiuntiva in condizioni di normalità (Osservazione di tubercolosi oculare, in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XXXIII 1885, 793-809; Osservazioni di bacteriologia oculare, in Annali di Ottalmologia XV 1886, 440-442; Brevi osservazioni sulla xerosis epiteliale e i suoi microrganismi, in Annali di Ottalmologia XVI 1887, 493-497; Generalità sui microrganismi dell’occhio in condizioni normali, in Bollettino di Oculistica, s. 2, IX 1887, 113-116). Degli anni torinesi va infine ricordata l’interessante osservazione operata dal Gallenga sulla distanza interpupillare nello sguardo a distanza (Nota sulla determinazione della linea base, in Annali di Ottalmologia XIV 1885, 370 s.). Trasferitosi a Parma, il Gallenga, oltre a proseguire le linee di ricerca già da tempo intraprese (sono da ricordare nel campo della patologia infettiva: Profilassi del tracoma, in Bollettino dell’Ospedale Oftalmico di Roma V 1907, 70-96, e in Progresso Oftalmologico II 1906-1907, 281-306; Della cura paraspecifica col siero antidfterico in alcune forme di infezione oculare, in Annali di Ottalmologia XXXIX 1910, 89-94; sulle neoplasie dell’apparato visivo: Del linfoangioendotelioma della congiuntiva bulbare nell’età giovanile e i suoi rapporti col nevo. Studio clinico ed anatomopatologico, in Archivio di Ottalmologia XXIV 1917, 21-82; sulla patologia malformativa e congenita e sulla teratologia: Contributo allo studio di alcune deformità congenite delle palpebre (coloboma palpebrale e sopraccigliare; microblefaria congenita), in Giornale della Regia Accademia di Medicina di Torino, s. 3, XL 1892, 625-728; Contibuto alla conoscenza delle ectasie opache congenite della cornea da cheratite intrauterina, in Archivio di Ottalmologia XI 1903-1904, 1-41), condusse studi sull’ectropion (Contributo allo studio dell’ectropion uveae e dell’orlo pupillare, in Archivio di Ottalmologia XII 1905, 411-451, 467-533; Dell’ectropion uveae congenitum e dei cosidetti flocculi pupillari con speciale riguardo col Sinus anularis di Szili, in Archivio di Ottalmologia XIII 1906, 132-198), sullo pterigio (Le alterazioni vasali nello pterigio, in Archivio di Ottalmologia XXV 1918, 91-99), sul tracoma (Della specificità dei Clamidozoi del tracoma, in Annali di Ottalmologia XXXIX 1910, 95-106; Dei corpi del tracoma nell’epitelio e nel connetivo della congiuntivite granulosa, in Annali di Ottalmologia XXXIX 1910, 80-88, in collaborazione con E. Cecchetto) e su argomenti di medicina del lavoro (L’occhio e la visione nei loro rapporti colle malattie professionali, in Rivista Italiana di Ottalmologia VI 1910, 168-192.Pubblicò alcune delle sue ricerche in giornali scientifici di lingua tedesca, tra cui: Über die chronische Dacryocystitis beim Rhinosklerom, in Zentralblatt für Praktische Augenheilkunde XXIII 1899, 289- 297, Zur Färbrung der Prowazeck Halberstädterischen Trachom-Körperchen, in Klinische Monatsblätter für Augenheilkunde XLVIII 1910, I, 195 s.; Über das traumatisches Emphysem der Cornea, in Klinische Monatsblätter für Augenheilkunde XLIX 1911, I, 150-153. Assai aprezzato come insegnante, videro anche la luce alcune sue lezioni: Lezioni di oculistica dettate nella Università di Parma nel 1895-1896, Parma, 1896; Lezioni cliniche di oculistica, a cura di C. Meroni, S. Pasqualetti, Parma, 1899; Lezioni di clinica oculistica del chiar. prof. C. Gallenga raccolte da G. Zaccarini. Anno accademico 1901-1902, Parma, s.a. Studioso di argomenti di storia locale parmense, il Gallenga pubblicò inoltre i ricordi di illustri colleghi e maestri (a esempio: Nachruf von Prof. C. Reymond, in Klinische Monatsblätter für Augenheilkunde XLIX 1911, II, 244-246; Di Vittorio Mibelli, in Bollettino della Società Medica di Parma, s. 2, V 1912, I, 1-5). Membro di numerose società scientifiche, il Gallenga fu anche presidente della Società medico-chirurgica di Parma e membro del Comitato internazionale per gli studi sugli infortuni nel lavoro. Nel 1927 la Società italiana di oftalmologia gli conferì la medaglia d’oro. Fece inoltre parte del Consiglio provinciale sanitario dal 1927, fu delegato provinciale dell’Associazione nazionale delle famiglie dei caduti e membro del Patronato per gli orfani di guerra. Ebbe il titolo di grande ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: Necrologi, in Rivista di Ottalmologia in I 1946, 742-744, in Archivio di Ottalmologia LI 1947, 38 s., in Rassegna Italiana di Ottalmologia XV 1946, 443-449 (con bibliografia), in Università degli studi di Parma, Annuario 1946-1947, Parma, 1948, 117-119, in Aurea Parma XXXI 1947, 46-48; in Aurea Parma XXXIII 1949, 55; Un secolo di progresso scientifico italiano 1839-1939, IV, Roma, 1939, 267; L’oftalmologia in Italia, in Acta Medica Italica 2 1940, 17, 23, 36 s., 40, 49, 64, 74, 81-84, 86, 88, 99 s.; G. Ovio, Storia dell’oculistica, II, Cuneo, 1952, 66, 75, 129-132, 134 s., 167, 172 s., 178, 282-289, 323, 326, 336 s., 370, 375, 380, 387 s., 402, 408 s., 435, 439, 441, 478, 708 s.; F. Rizzi, I professori dell’Università di Parma attraverso i secoli. Note indicative bio-bibliografiche, Parma, 1953, 137; B. Molossi, Dizionario dei Parmigiani, Parma, 1957,77; Palazzi e casate di Parma, 1971, 310; G. Gorin, History of ophthalmology, Wilmington, 1982, 203; A. Porro, in Dizionario Biografico degli Italiani, 51, 1998, 538-539.

Parma 7 luglio 1899-Mare di Sicilia 11 maggio 1918
Figlio primogenito di Camillo. A Parma compì gli studi medi e si iscrisse nel 1916 alla facoltà di giurisprudenza. Nel febbraio del 1917, mentre frequentava il secondo anno, fu chiamato alle armi. Nominato, dopo breve corso di studi, aspirante nel 111° reggimento fanteria, a metà ottobre del 1917 raggiunse il fronte. Era da poco sulle linee di combattimento, quando ebbe inizio la ritirata: combattè al passaggio del Tagliamento e del Piave, attese ai primi lavori delle trincee a Zenzon e poi seguì il 77° reggimento di fanteria. In seguito fu destinato ad accompagnare in Libia un reparto: si imbarcò sul Verona, a Napoli, il 10 maggio 1918. Morì il giorno seguente nell’affondamento della nave da parte di unità navali nemiche. Gli fu conferita dall’Università di Parma la laurea in giurisprudenza a titolo d’onore, l’8 dicembre 1919.
FONTI E BIBL.: Caduti Università parmense, 1920, 65-66.


Parma 1819-1900
Fratello di Antonio. Fu il condottiero della colonna dei volontari parmensei nelle guerre dell’indipendenza. Servì onestamente e con grande rettitudine la città di Parma nei pubblici consessi amministrativi di cui fu chiamato a far parte.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 77.

Parma 30 agosto 1904-Torino 17 dicembre 1976
Nato da Camillo, clinico oculista dell’Ateneo parmense, e da Erminia Bazzi, si iscrisse al corso di laurea in medicina e chirurgia dell’Università della sua città, ove fu allievo di A. Pensa e G. Razzaboni, direttori, rispettivamente, degli istituti di anatomia umana e patologia speciale chirurgica. Ancora studente, si orientò decisamente verso lo studio dell’anatomia, della fisiologia e della patologia oculare, compiendo ricerche di ordine morfologico nel laboratorio del Pensa e su alcuni aspetti di chimica-fisica e di batteriologia sotto la guida di A. Chistoni, nell’istituto di materia medica e farmacologia, e di L. Piras, in quello di igiene. Conseguita la laurea nel 1928, fu nominato nello stesso anno assistente ordinario presso l’istituto di anatomia umana di Parma. Deciso, tuttavia, a seguire le orme paterne, nel 1929 riuscì a trasferirsi come assistente nella clinica oculistica dell’Università di Torino, retta da L. Guglianetti. Conseguita nel 1932 la libera docenza in oftalmologia e clinica oculistica presso l’Università di Torino, negli anni accademici 1932-1933 e 1933-1934 vi tenne un corso libero di ottica fisiologica. Nel 1935 fu incaricato dell’insegnamento di clinica oculistica presso l’Università di Cagliari, dove fu nominato professore straordinario di tale disciplina nel 1939, dopo aver superato il concorso per la cattedra, e nel 1942 professore ordinario. Sempre nel 1942 assunse la direzione della clinica oculistica dell’Università di Parma, succedendo a D. Cattaneo. Nel 1950, infine, fu nominato direttore della clinica oculistica dell’Università di Torino: in questa sede il Gallenga ampliò la scuola da lui diretta, promuovendo intensi rapporti di scambi scientifici con gli ambienti specialistici italiani ed esteri e rinnovando profondamente le strutture e l’organizzazione della clinica nell’Ospedale oftalmico C. Sperino di via Juvarra. Appassionato studioso dell’apparato visivo in tutti i suoi aspetti (anatomo-funzionali normali, fisiopatologici, anatomopatologici, biochimici e clinici) il Gallenga fu autore di numerosi studi, in parte inserendosi nei filoni di ricerca individuati dal padre (come a esempio quelli sul glaucoma), in gran parte dando impronta di indubbia originalità ai campi di indagine che seppe indicare alla sua scuola. Tra i numerosi lavori pubblicati dal Gallenga debbono essere anzitutto citati quelli sull’anatomia e la fisiologia del muscolo lacrimale di Duverney-Horner, che cominciarono ad apparire quando era ancora studente e gli valsero nel 1931 l’assegnazione del premio Duranti della Società italiana di oftalmologia: Particolari anatomici sulle prime vie lacrimali e sul muscolo di Horner. Considerazioni in rapporto alle funzioni, in Bollettino della Società Medica di Parma XIX 1926, 125-129, e in Archivio Italiano di Anatomia e di Embriologia XXV 1926, 435-443; Contributo allo studio embriologico, descrittivo e topografico del muscolo lacrimale di Durveney-Horner, in Rassegna Italiana di Ottalmologia I 1932, 96-147. In essi espose un’interpretazione funzionale che fu poi largamente accettata e confermata da altri autori. Si ricordano, inoltre, i lavori, sempre di ordine preminentemente anatomico, sulla circolazione venosa nel naso e nei distretti circostanti, che concorsero a chiarire la patogenesi di molte affezioni oculari a punto di partenza individuabile nella mucosa delle cavità nasali e paranasali: Contributo alla conoscenza delle vene del canale nasolacrimale, in Bollettino di Oculistica VIII 1929, 761-772. In una seria di osservazioni compiute tra il 1931 e il 1933 presso i laboratori scientifici di A. Mosso al Col d’Olen, sul Monte Rosa, diretti da A. Herlitzka, studiò l’oftalmia da neve, il senso luminoso in alta montagna e il comportamento del diametro pupillare alle alte quote in rapporto alla fatica: La cheratite attinica. (Contributo biomicroscopico alla conoscenza delle lesioni corneali da raggi ultravioletti ), in Bollettino di Oculistica X 1931, 418-441; Osservazioni sul senso luminoso in alta montagna, in Rassegna italiana di Ottalmologia II 1933, 345-352; Contributo biomiscroscopico e sperimentale alla conoscenza delle lesioni corneo-congiuntivali in alta montagna, in Rassegna Italiana di Ottalmologia III 1934, 806-827. Un cenno particolare merita lo studio clinico e sperimentale nel quale dimostrò che la bradicardia conseguente a inoculazione di una certa quantità di soluzione fisiologica nella cavità orbitaria non si manifesta se la manovra è preceduta dall’alcoolizzazione del ganglio di Gasser, che provoca anestesia completa del territorio innervato dalla branca oftalmica del trigemino. Il Gallenga pose in relazione tale fenomeno con un eccitamento originato a livello della loggia posteriore dell’orbita in grado di innescare un riflesso che chiamò orbito-cardiaco, ben distinto dal riflesso oculo-cardiaco di Dagnini responsabile della bradicardia conseguente a pressione esercitata sui bulbi oculari: Studio clinico-sperimentale su di una bradicardia persistente di origine orbitaria, in Rassegna Italiana di Ottalmologia II 1933, 774-832. Del Gallenga vanno ancora ricordati gli studi sull’immunità locale dell’occhio: Ricerche sull’immunità locale dell’occhio, in Il Pensiero Medico XVII 1928, 608-613; L’immunità naturale della congiuntiva in rapporto al blocco del sistema reticolo-istiocitario col trypanblau, in Archivio di Ottalmologia XXXIX 1932, 122-146, 411-415; i lavori sull’influenza della pressione osmotica sull’assorbimento delle soluzioni medicamentose attraverso la cornea: Influenza della pressione osmotica sulla celerità d’assorbimento dei colliri d’atropina, in Archives Internationales de Pharmacodynamie et de Thérapie XXXVI 1930, 87-97; Ulteriori ricerche sull’assorbimento attraverso la cornea, in Rassegna Italiana di Ottalmologia I 1932, 555-565; A proposito dell’importanza della pressione osmotica nell’assorbimento delle soluzioni medicamentose attraverso la cornea, in Rassegna Italiana di Ottalmologia IV 1935, 426-437; le ricerche su alcuni aspetti della patologia del vitreo: Scintillatio nivea del vitreo in camera anteriore, con particolare riguardo all’etiopatogenesi, in Archivio di Ottalmologia XXXVIII 1931, 398-418; Considerazioni sulla genesi delle opacità sferulari, a proposito di un caso di scintillatio aurea del corpo vitreo, in Rassegna Italiana di Ottalmologia VI 1937, 85-96; su patologie oculari di rara osservazione: Contributo alla conoscenza delle lesioni oculari nell’osteite fibrosa di Paget, in Rassegna Italiana di Ottalmologia I 1932, 401-417; Contributo alla conoscenza dell’amebiasi oculare: tromboflebite emorragica della retina, in Rassegna Italiana di Ottalmologia VI 1937, 627-650; sulla neuromielite ottica: La componente oculare della neuromielite ottica (malattia di Devic), in Rassegna Italiana di Ottalmologia VII 1938, 39-69; sulla possibilità di terapia chirurgica di varie condizioni patologiche: Avanzamento con innesto tarsale del muscolo di Müller nella pseudoptosi da enoftalmo, in Rassegna Italiana di Ottalmologia III 1934, 626-636; L’operazione della cataratta nell’aniridia congenita, in Rassegna Italiana di Ottalmologia VII 1938, 168-177; Il trattamento operatorio dell’idroftalmo, in Rassegna Italiana di Ottalmologia XV 1946, 161-164; Sulla cheratoplastica lamellare parziale, in Rassegna Italiana di Ottalmologia XIX 1950, 3-7; L’innesto di cornea nel chratoipopion, in Rassegna Italiana di Ottalmologia XIX 1950, 73-76; e infine gli studi sulle prime applicazioni della plesioterapia in campo oculistico: Primi rilievi nella plesioterapia di affezioni corneali, in Rassegna Italiana di Ottalmologia XV 1946, 7-10, in collaborazione con A. Rossi. Il Gallenga fu anche autore di pubblicazioni a carattere monografico: La sindrome d’ipertensione dell’orbita (Torino, 1934), ampia casistica nella quale sviluppò e discusse il concetto personale di ipertesione orbitaria localizzata e diffusa, soffermandosi in particolare sui rapporti tra la sindrome stessa, il riflesso oculo-cardiaco e lo stato funzionale del sistema nervoso autonomo, e L’idroftalmo (Torino, 1952), relazione al Congresso della Società oftalmologica italiana, autentico punto fermo sulle conoscenze relative a tale forma morbosa. Infine, va ricordato che il Gallenga fu tra i primi a sperimentare gli ultrasuoni in campo oftalmologico e molto si adoperò per favorirne l’estensione e l’evoluzione a fini sia diagnostici, sia terapeutici (Conclusioni del simposio, in Atti del simposio internazionale sulla diagnostica ultrasonica in oftalmologia a Torino 1968, Milano, 1968, 415-426) e nel 1968 organizzò e presiedette il simposio internazionale di Torino, pubblicando le successive esperienze in tale settore in Ultrasonografia clinica dell’occhio e dell’orbita, Firenze, 1971, relazione al 53° Congresso della Società oftalmologica italiana, in collaborazione con G. Bellone, A. Pasquarelli e P.E. Gallenga. Membro di numerose società scientifiche nazionali e internazionali, il Gallenga fece parte del consiglio di amministrazione dell’Università di Torino, della quale fu anche prorettore. Fu direttore della Rassegna Italiana di Ottalmologia (1950-1976) e redattore del Bollettino di Oculistica. Vicepresidente della Società oftalmologica italiana, ricevette la medaglia d’oro della sanità e della pubblica istruzione. Impegnato politicamente negli anni giovanili, partecipò alla marcia su Roma e ricoprì la carica di segretario dei Gruppi universitari fascisti a Parma nel 1926. Nel 1938 sposò a Milano Fernanda Gioccani, da cui ebbe il figlio Pier Enrico.
FONTI E BIBL.: R. Gallenga, Curriculum vitae ed elenco-riassunto delle pubblicazioni, Torino, 1934; P.E. Gallenga, V. Mazzeo, S. Pinamonti, Effetto R. Gallenga: azione degli ultrasuoni pulsanti sulla membrana eritrocitaria, in Atti del 56° Congresso della Società oftalmologica italiana, Roma, 1975; J. Murube Del Casillo, Dacriologia basica, Las Palmas, 1981, 205, 223, 225, 286, 821, G. Armocida, P.E. Gallenga, in Dizionario biografico degli Italiani, 51, 1998, 539-541.


Parma 1778
Fu violinista alla Cattedrale di Parma il 15 agosto 1778.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma fine del XVI secolo-Parma 3 febbraio 1659
Sacerdote, fu cantante castratino e compositore. Come soprano il Galli entrò a far parte della Cappella corale della chiesa della Steccata di Parma il 10 ottobre 1610, ove si trovava ancora nel 1619. Il 18 dicembre 1620, essendo stato investito del beneficio di dogmano in Cattedrale già dal 20 febbraio dello stesso anno, per i suoi servigi ottenne dalla Compagnia un donativo di 200 libbre imperiali perché potesse così pagare le tasse delle bolle. Continuò a cantare alla Steccata per diversi anni ancora. Nel frattempo, il 1 gennaio 1620, il Galli fu accettato dal duca Ranuccio   Farnese a far parte della Cappella di Corte, della quale fece parte fino alla morte. Lasciò la dogmania della Cattedrale il 13 novembre 1629 (non si sa il perché) ma tornò a occuparla il 29 settembre 1633. Dopo aver servito circa ventitre anni alla Steccata e sostenuto la carica di maestro di Cappella in sede vacante, il 2 gennaio 1632 gli venne aumentato lo stipendio. Il 13 febbraio fu eletto sottomaestro di Cappella. Poco dopo tale carica gli fu tolta e gli fu diminuito lo stipendio a causa della trascuratezza nell’adempire al suo servizio. L’anno dopo venne reintegrato nell’ufficio (22 aprile 1633), continuando a figurare tra i musici della Steccata fino al 5 giugno 1634, nel qual giorno ebbe un aumento di 2 scudi al mese quale sottomaestro di Cappella. Era solito anche prestarsi a cantare nelle feste più solenni della Cattedrale, come appare nei mandati dal 1627 in poi. Giovanni Antonio Rigatti dedicò al Galli il secondo Libro di Messe e Salmi, stampato nel 1646, chamandolo musico eccellentissimo, onde risoluto d’appoggiarle alla miracolosa virtù e protettione di V. S. Molto Illustre, la quale ha onorato sempre la mia debolezza, mentre si è degnato servirsene anco in cotesta Nobilissima città di Parma. Il Galli compose mottetti a due e tre voci con una messa breve (Venezia, 1646, Vincenti).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 86; Dizionario musicisti UTET, 1986, III, 101.

GALLI ALESSANDRO, vedi anche GALLI BIBIENA ALESSANDRO


Parma 17 giugno 1731-Parma 1809
Figlio di Pantaleone. Dal 1756 fu medico chirurgo. A metà del XVIII secolo esercitò in diversi ospedali militari in Francia. Verso il 1760 e per quarant’anni fu chirurgo ordinario dello Spedale di Parma, come ostetrico. Il Galli è noto per due volumi della traduzione italiana del Trattato generale dei parti di De la Motte, che egli pubblicò con gran quantità di note proprie in Parma nel 1801 per la Regia Tipografia. Dovevano uscire altri due volumi di questa traduzione, che invece rimase interrotta. Si ha altresì del Galli una Dissertazione sopra il cauterio attuale (Parma, 1769, Eredi Monti).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 644.

GALLI ANTONIO LUIGI, vedi GALLI BIBIENA ANTONIO LUIGI

Parma 16 ottobre 1649-Parma 1697
Figlio di Francesco e Giovanna. Compositore, liutaio, disegnatore, intagliatore e calligrafo, fu attivo nella seconda metà del XVII secolo presso la Corte estense di Modena. Fu autore di uno tra i più antichi metodi per violoncello, strumento a cui dedicò dodici sonate pubblicate a Modena nel 1691 (Trattenimento musicale sopra il violoncello a solo). L’ipotesi che sia stato egli stesso violoncellista si basa sui suoi rapporti con i violoncellisti G.B. Vitali e G. Colombi, al servizio nello stesso periodo alla Corte estense. In veste di liutaio il Galli produsse per il duca di Modena Francesco d’Este un violoncello e un violino, notevoli per l’elaborazione dell’intaglio (1687): firmati e datati, rappresentano il primo gli stemmi e le imprese del duca (la facciata anteriore è intarsiata in ebano, quella posteriore è un brulicare di figure, fiori, animali, panoplie e nel medaglione centrale Ercole che abbatte l’idra alla presenza di Minerva), mentre il violino illustra Orfeo che incanta gli animali. Carlo IX di Francia gli commissionò degli strumenti, dei quali non si hanno notizie, si sa che nel 1976 una replica firmata, con stemma diverso e minime varianti nel violino di Modena, fu venduta a un’asta Sotheby di Londra. A Parma scolpì tra il 1681 e il 1689 una ricchissima ancona all’altare maggiore dell’oratorio di San Giacomo in Codiponte. Fu anche abile calligrafo: disegnò e ornò il catalogo dell’archivio dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: Campori, 1855, 225; Malaspina, 1869, Appendice; Ronchini, 1876, 327; E. Scarabelli Zunti, Documenti di Belle Arti, volume VI, ad vocem; Scarabelli Zunti, Materiali, volume I, 263 r.; E. van der Straeten, The History of the Violoncello, Londra, 1915, (rist. 1971); L. F. Valdrighi, Fabbricatori di strumenti, 1884, 151-154, e 1894, 38-40; L. Forino, Il violoncellista, 1905, 133 e 342; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 242; Il mobile a Parma, 1983, 255; Dizionario musica e musicisti, Torino, UTET,  Appendice 1990, 303; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma primi anni del XVIII secolo
Ai primi del Settecento fu al servizio della Corte ducale di Parma come calligrafo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1813
Detto il Brigadiere. Fu disegnatore e raccoglitore di stampe e quadri. Fu attivo nell’anno 1813.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, IX, 1822, 268.


Riviano di Varano de’ Melegari 28 luglio 1808-Monaco di Baviera 17 settembre 1841
Nacque da Mauro, luogotenente, e Barbara Ventura. Dimostrò fin dai primi anni della sua giovinezza una assai spiccata attitudine per l’arte e la musica. Ancora adolescente, senza aver ricevuto alcuna educazione artistica, si dilettò nell’eseguire ritratti, in creta o in gesso, di una notevole somiglianza e qualità artistica. Un talento altrettanto spiccato dimostrò nella musica: egli suonava, senza aver avuto maestri né insegnamenti di sorta, la chitarra francesse e la fisarmonica (che si era costruito da solo) con eccezionale maestria. Un suo lavoro di incisione suscitò grandissima ammirazione nel Toschi, che da allora gli fu sempre amico e protettore affettuosissimo, aprendogli la strada a più alte affermazioni e raccomandandolo alla benevolenza di Maria Luigia d’Austria cui fece intendere quali eccezionali frutti avrebbero potuto trarsi dal talento naturale del Galli se gli fosse stata data una conveniente istruzione nell’arte dell’intaglio. Maria Luigia d’Austria si interessò vivamente di lui e dispose che frequentasse a spese dello Stato lo studio del celebre incisore Luigi Manfredini di Milano (1836). Il Galli vi restò due anni, traendo notevole profitto dagli insegnamenti dell’illustre maestro e completando la sua preparazione di incisore e di artista. Dopo quella prima prova il Galli acquisì il prestigio necessario ad assumersi la responsabilità di tutti gli incarichi ducali, spostandosi continuamente tra Parma e Milano, dove coniava le medaglie, poiché la zecca di Parma era da tempo inattiva. Della sua attività di ceroplasta rimane, alla Biblioteca Palatina di Parma, una piccola serie di rilievi ed effigi di celebrità locali. Si tratta dei ritratti di Maria Luigia d’Austria, Paolo Toschi, Michele Colombo e Gian Domenico Romagnosi e di un autoritratto, eseguiti dal 1835 al 1841. Al Museo Archeologico Nazionale di Parma è presente una replica del ritratto di Romagnosi e due ritratti con leggere varianti della madre del Galli, Barbara Ventura, raffigurata in profilo con la cuffia semplice e orlata di pizzi, una deliziosa immagine che ha tutto il fascino del ricordo privato e della testimonianza affettiva. Maria Luigia d’Austria gli affidò il conio di numerose medaglie commemorative, tutte eseguite dal Galli con perizia e bellissimo stile: Benemeriti della salute pubblica (1836) che compensò i sacrifici e l’abnegazione di quanti si erano adoperati a favore dei colpiti dall’epidemia di colera degli anni 1835-1836, Benemeriti del Principe e dello Stato (1836), Costruzione del ponte sull’Arda (1836), Costruzione delle Beccherie Nuove (1836) e Costruzione del ponte sul Nure (1838). Le composizioni di maggiore pregio sono rappresentate dalle Beccherie e dal Ponte sull’Arda. Documentano il gusto squisito del Galli nella modellazione, sia della figura (primo soggetto) che del paesaggio (secondo soggetto), resi, pur nell’esiguo spessore del rilievo, con sorprendente verismo nella profondità prospettica degli elementi. Nell’agosto del 1841 il Galli lasciò Parma per recarsi a Monaco di Baviera presso il grande medaglista Karl Voigt al fine di sempre più perfezionarsi nella difficile arte dell’intaglio di metalli. Egli desiderava apprendere il processo chimico e tecnico, elaborato appunto dal Voigt, per dare al bronzo delle medaglie quella particolare patina che meglio protegge e conserva il metallo e, allo stesso tempo, dà ai rilievi delle figure un particolare e piacevolissimo risalto. Già cagionevole di salute, affrontò il lungo viaggio in precarie condizioni fisiche. I disagi patiti e l’acuto freddo sofferto gli causarono una violentissima febbre che, pochi giorni dopo il suo arrivo a Monaco, stroncò la sua giovane esistenza, a nulla essendo valse le pronte cure prestategli dal Voigt, che lo amava come un figlio e come un figlio lo aveva accolto nella propria casa. Pur nei limiti di un panorama ridotto dell’opera del Galli, è possibile evidenziare alcuni caratteri specifici del genere artistico: prevale la raffigurazione all’antica ma è presente anche il ritratto secondo la moda contemporanea. Accanto ai rilievi eseguiti secondo un disegno preparatorio e ai ritratti ad memoriam, vi sono anche ritratti dal vero. È rilevabile inoltre la coesistenza di rilievi autonomi e di modelli per fusioni in metallo. A eccezione dell’unica replica, il ritratto di Romagnosi, ogni cera è il manufatto originale, talvolta firmato e datato. Si tratta probabilmente del campionario del Galli, smembrato dopo la sua morte e approdato solo in parte alla Biblioteca e al Museo. Non si ha notizia dei lavori eseguiti prima dell’incontro con Toschi, avvenuto verso il 1834. Al talento naturale, valorizzato dal Toschi, si aggiunse una raffinatezza formale, insieme alla ricerca di una monumentalità intima e priva di retorica. Le testimonianze di contemporanei, quali Toschi, Pietro Giordani, Vincenzo Mistrali e Michele Lopez, concordano nell’esprimere giudizi eccellenti sia sulle qualità artistiche che sulla persona. Fornito di talento musicale, fu anche ottimo chitarrista e cantante. Costruì alcuni mantici armoniferi normali ch’ebbe nome di fisarmoniche con perfezione di struttura e maggior numero di chiavi e di voci non prima veduti né uditi, che furono presi a modello dai costruttori che seguirono. Eccellente suonatore dello strumento, si esibì con successo anche a Milano. Pietro Giordani dettò l’epigrafe che ricorda il Galli nella chiesa del Quartiere a Parma: Alla cara memoria di Ettore Galli intagliatore di medaglie i molti dei moltissimi che amarono i suoi graziosi costumi e si dolgono della morte che presto gli interruppe grandi speranze di gloria. MDCCCXXXXII.
FONTI E BIBL.: L.U. Cornazzani, Necrologia, in Gazzetta di Parma 2 ottobre 1841, 327-328; G.B. Janelli, Dizionario dei parmigiani illustri nelle scienze, nelle lettere, nelle arti, Genova-Parma, 1877-1884, 176-177 e 523; R. Montali, Ettore Galli coniatore di medaglie, Parma, I quaderni della Giovane Montagna, n. 24, 1938; M. Federico, Le medaglie di Maria Luigia, 1981, 15-16; Aurea Parma 3 1992, 197-200; G. Capelli, Ettore Galli, incisore dimenticato, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1999, 25.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Falegname, è l’artefice di un leggio, firmato, che si trova in collezione privata.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 262.

GALLI FERDINANDO, vedi GALLI BIBIENA FERDINANDO


Soragna 27 febbraio 1741-Soragna 16 gennaio 1816
Figlio di Giambattista, anch’egli fu valente falegname, mobiliere e intagliatore. La sua attività, che sviluppò nell’arco di oltre cinquant’anni, lo portò a raggiungere livelli estetici veramente ragguardevoli: nei suoi mobili, infatti, egli seppe interpretare con selezionato e raffinato gusto lo stile francesse Luigi XVI, facendolo emergere specialmente attraverso vari particolari, tra cui le rosette al centro dei pannelli e i vasetti scannellati delle cimase, tutti elementi tratti dal neoclassicismo affermatosi a Parma con l’architetto Petitot. È documentato fin dal 1762 quale costruttore delle cantorie per l’organo della chiesa di Diolo, mentre nel 1764 risulta costruttore del credenzone e dell’inginocchiatoio da sagrestia per la chiesa di Santa Margherita. Nel 1767 eseguì e firmò il baldacchino processionale in legno scolpito e dorato per la chiesa di Carzeto, mentre l’anno dopo fornì la balaustra per l’organo della parrocchiale di San Giacomo in Soragna. Del 1769 è un bureau costruito per la Rocca di Soragna, mentre ancora per la chiesa di Carzeto approntò un tabernacolo (1774) e un mobiletto e leggio da coro (1776). Varie forniture riguardano poi la stessa chiesa di Soragna, quali sei vasi portapalme intagliati e argentati (1773), un confessionale in noce scolpito (1776), due porte con timpano aggiunte alle estremità del credenzone in sagrestia (1781), un inginocchiatoio (1782) e il baldacchino sovrastante il presbiterio (solo struttura, 1796). Imponenti come concezione e fattura sono i tre mobili della sagrestia nella parrocchiale dell’Assunta in Sabbioneta, da lui fatti nel 1785. Vengono poi la balaustra in noce per la chiesa di Castellina Santa Maria nel 1790, i due confessionali per la parrocchiale di Santa Margherita nel 1793, il coro nella chiesa di San Rocco di Busseto nel 1795 e il portone della Rocca di Soragna nel 1796. Del periodo tra il 1800 e il 1805 sono invece il coro nella collegiata di San Bartolomeo in Busseto e un cantonale nel Museo civico della stessa città, mentre quale suo ultimo lavoro può essere indicato il credenzone in noce scolpito della prevostura di Santa Maria in Castellina (1815). Ebbe vari figli sia dalla prima moglie, Maria Antonia Sormani, che dalla seconda, Isabella Passalacqua, tra cui Giacomo e Giocondo, che pure si distinsero nell’attività di famiglia.
FONTI E BIBL.: Semeghini, 1937, 66; G. Godi, 1975, 151-154, con bibliografia; G. Godi, in Gazzetta di Parma 7 settembre 1979, 3; A. Aimi, 1979, 130-131; D. Soresina, 1979, 1085; Il mobile a Parma, 1983, 261-262; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 287-288.


Fontanellato-post 1839
Fu oboista del Teatro Comunitativo di Piacenza. Nel riordino del Teatro e della Scuola comunale di musica negli anni tra il 1839 e il 1843, venne nominato per concorso primo oboe e docente della Scuola. Il 19 dicembre 1839 prestò giuramento per essere annoverato tra i dipendenti nell’organico del Comune.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

GALLI FRANCESCO, vedi anche PIACENTINI FRANCESCO

Soragna 6 novembre 1726-post 1757
Figlio di Giovan Battista, fu falegname nella bottega paterna. Tra il 1755 e il 1757 incassò 800 lire per la fattura dell’armadio a muro nella sagrestia dell’oratorio di Sant’Antonio a Soragna, costituito da una sobria facciata liscia pennellata, resa elegane da un lineare cornicione decorato da una piccola e raffinata cimasa traforata e scolpita a rocaille. Basandosi su questa opera, vanno attribuiti al Galli il seggiolone posticcio da coro e il confessionale nel medesimo oratorio. Lo stile del Galli appare in perfetta sintonia col più tipico gusto Luigi XV dei mobili parmigiani, come ben si osserva anche nel tromeau nella canonica di San Giacomo a Soragna a lui ascrivibile, caratteristicamente decorato dalla classica sgorbiatura mistilinea nei lisci pannelli centrali. Pure quest’ultimo mobile è sormontatao da una cimasina a cartella intagliata. Alla mano del Galli sono infine assegnabili il coro della parrocchiale di Carzeto, il mobile della sagrestia dell’oratorio di Santa Croce e altri mobili ancora nella Rocca di Soragna.
FONTI E BIBL.: G. Godi, Soragna: l’arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 151; Il mobile a Parma, 1983, 257.

Soragna 1817/1830
Falegname valente, fu certo parente ed erede di Francesco, se nel 1817 incassò, assieme a Giocondo Galli, il saldo del credenzone a Castellina. Nel 1819 realizzò quattordici cornici e nel 1830 un disegno per un tronetto processionale a Castellina.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario Topografico, 1832-1834, 519; Il mobile a Parma, 1983, 262.

GALLI GIAMBATTISTA, vedi GALLI GIOVANNI BATTISTA

GALLI GIORGIO, vedi GHIONI GIORGIO

GALLI GIOVANBATTISTA, vedi GALLI GIOVANNI BATTISTA

Soragna 7 luglio 1714-Soragna 13 febbraio 1755
Nato da Pietro e Giovanna Galli, fu valente mobiliere e intagliatore, fondatore di una bottega artigianale assai fiorente nel Settecento e nel secolo successivo che, per la peculiarità dei suoi lavori, seppe imporsi anche oltre i confini della zona di Soragna. Fu caratteristica dell’opera del Galli il preciso gusto per la superficie liscia scandita da sottili e taglienti scorniciature mistilinee, per lo più iscriventi al centro dei pannelli diversi intarsi di legno chiaro. Volendo fare una cronologia della sua attività, iniziata ancora giovanissmo e della quale rimangono numerose e significative testimonianze tanto in collezioni pubbliche quanto in quelle private, si può dire che essa si svolse in ragguardevole parte nel Soragnese, anche se non mancarono commissioni per altre località. A Soragna, dunque, eseguì nel 1734 il coro e la porta di accesso alla sagrestia nell’oratorio di Sant’Antonio, nel 1735 undici cornici ovate per la Rocca, nel 1739 il mobile e la cantoria degli organi di Sant’Antonio e di San Rocco, l’armadio in legno di noce scolpito e intarsiato e un confessionale nella chiesa di Santa Maria in Castellina e nello stsso periodo il coro, le tre porte di entrata e altre due interne, nonchè tre confessionali e due inginocchiatoi per la chiesa dei Padri Serviti (nella parrocchiale di San Giacomo). Per questa ultima chiesa approntò due anni dopo il credenzone in noce della sagrestia (opera firmata). Nel 1745 eseguì la porta maggiore e un inginocchiatoio per la chiesa di Diolo e di lì a poco anche due letti alla tedesca per i principi Meli Lupi, nella cui Rocca aveva già lavorato in precedenza. A quel periodo vanno ascritti il credenzone scolpito e intarsiato della chiesa di Carzeto e le tre porte del presbiterio della stessa, nonchè un ricco canterano con intarsi e un cassettone impiallicciato per la Rocca dei Sanvitale di Fontanellato. In legno e radica di noce scolpito e filettato è il credenzone per la sagrestia dell’oratorio di Sant’Antonio che il Galli approntò nel 1748 e a eguale periodo va ascritto il credenzone per la chiesa della Gran Madre di Dio in Borgo San Donnino. Nel 1750 eseguì pure la porta della chiesa di San Pietro in Castellina. Dalla moglie Angela ebbe quattro figli, tra cui Francesco che continuò a pieno titolo l’attività paterna.
FONTI E BIBL.: Godi, 1975, 145-150; Il mobile a Parma, 1983, 257; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 288-289.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Fu pittore e miniatore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 159.

Parma-post 1791
Allievo della Ducale Scuola di ballo di Parma, nel 1770 ricevette una borsa di studio fino al termine del corso. Nel febbraio 1774 fu uno dei firmatari della petizione per ottenere un aumento di paga. Nella stagione di Fiera del 1776 fu al Teatro di Reggio Emilia nei balli La principessa di Tingi e Jenis ed Amalsi e nello stesso anno lo si trova attivo al Teatro Marsigli Rossi di Bologna. Sempre in quella città, l’anno dopo fu al Teatro Zagnoni e nel 1779 nel Nuovo Teatro Pubblico. Ritornò a Bologna nel 1782 al Teatro Zagnoni e lo si trova fino al 1788 anche al Teatro Marsigli Rossi, mentre nel 1791 fu nuovamente al Tearo Zagnoni.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Librettistica bolognese; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 16 maggio 1780-post 1812
Figlio di Gaetano e Anna Bonardi. Fu bravo dilettante di violino. Ebbe come maestro il Giovanelli.
FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 146-147.

Parma 1831
Subito dopo i moti del 1831 fu inquisito come disarmatore della truppa e dei principali facinorosi.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 172.

GALLI GIUSEPPE, vedi anche GALLI BIBIENA GIUSEPPE

GALLI LUIGI, vedi GATTI LUIGI


Parma 1694
Orologiaio, ideò un odometrio, riportato tra i disegni della sua Miscellanea matematica comparsa a Parma nel 1694.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3.


Dobbiana 1850-Noceto 1915
Finiti i primi studi elementari a Pontremoli, si stabilì coi genitori a Fontanellato. Continuò gli studi nel seminario di Parma. Ordinato sacerdote (1887), fu mandato parroco in montagna, prima nella parrocchia di Villula e poi in quella di Ballone. Essendo venuto a mancare alla parrocchia di Corniglio il parroco, il Galli vi fu nominato parroco, rivestendo la dignità e l’autorità di vicario foraneo di quell’importante ed esteso vicariato di montagna. Venuta poi vacante la parrocchia di Noceto per la morte del parroco don Ceresini, il vescovo Miotti vi chiamò il Galli (6 dicembre 1890). Oltre che nobile figura di parroco, fu un emerito pioniere, nella provincia di Parma, di quell’associazionismo cattolico che si sviluppò in tutta Italia agli inizi del secolo sulle orme della Rerum Novarum. Fedele ai principi cristiano-sociali, creò a Noceto nel 1893 l’Unione popolare cattlica. Il 20 settembre 1896, alla presenza di don L. Cerutti, venne inaugurata, sempre a Noceto, la Cassa rurale cattolica. Ideata e concretizzata dal Galli il 18 giugno 1896, la Cassa, assieme alle altre cinque sorte in provincia, fu un solido esempio di cooperativismo bianco. L’opera più importante del Galli deve tuttavia essere considerata la fondazione, nell’anno 1901, della Lega di miglioramento tra i contadini di Noceto, alla quale aderirono 373 associati. La Lega realizzò il primo esempio di lodo arbitrale tra datori di lavoro e lavoratori della terra della zona. Le tariffe e le condizioni relative al lavoro dei campi vennero codificate in un documento del 24 giugno 1901. Convinto assertore del pensiero democratico-cristiano, il Galli costituì, nell’anno 1902, il Fascio democratico-cattolico.
FONTI E BIBL.: Lettera a G. Micheli, cassetta n. 17, archivio Micheli Mariotti, Biblioteca Palatina, Parma; R. Barilla, Noceto e la sua chiesa, Tipografia Castelli, Noceto, 1947, 62-63; G. Rossetti, Noceto e la sua gente l’atro ieri, Tecnografica, Parma, 1977, 300-301; G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, Poligrafica, Parma, 1978, passim; B. Quarantelli, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 392.


Cesena 1860-Parma 1928
Fu allievo della Scuola militare di Modena, da dove uscì sottotenente di fanteria nel 1882. Fu destinato al 3° Reggimento fanteria. Promosso nel 1885, passò al 1° Reggimento alpini nel 1887 e come tenente ritornò alla Scuola di Modena nel 1890 quale insegnante di Tiro e Materiale d’artiglieria. Promosso capitano nel 1895, insegnò ancora alla Scuola militare di Parma e nel 1911 ritornò come insegnante alla Scuola militare di Modena. Promosso maggiore, comandò il 1° battaglione allievi. Raggiunse il grado di tenente colonnello nel 1913 e fu promosso colonnello nel 1915, comandando valorosamente a Plava il 43° Reggimento fanteria e meritandosi una medaglia d’argento e una medaglia di bronzo al valor militare. Rimasto ferito nel 1915, fu rimandato in zona territoriale e comandò quindi in 2a la Scuola d’applicazione di fanteria, divenendo maggiore generale nel 1917. Venne poi comandato al Ministero delle Armi e Munizioni e in seguito fu addetto all’Ispettorato delle costruzioni d’artiglieria quale Presidente della Commissione permanente per le armi portatili. Lasciato il servizio attivo nel 1920, ebbe nel 1923 il grado di generale di divisione. Fu autore del volume Tiro con le armi da fuoco portatili, Modena, Tipografia Soliani, 1915. Fatto cittadino onorario di Parma dal Consiglio comunale l’8 giugno 1918, fu presidente degli scout laici pluriconfessionali (CNGEI) di Parma dal 1923 al 1927.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, 1927, III, 897; C. Montù, Storia dell’artiglieria, VIII, 1942, 2765-2766; Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia).

Borgo Taro ultimi anni del XVIII secolo
Fu poeta arcade e diede alcuni saggi di componimenti dialettali borgotaresi. È ricordato in modo favorevole dal Biondelli (Dialetti Gallo-Italici, Milano, Bernardoni, 1853).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 193.


Parma prima metà del XIX secolo
Fu dilettante di disegno, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, IX, 149.

Santa Croce di Zibello 1860-1918
Fu tra i burattinai più famosi della Bassa parmense. Il repertorio del Galli abbracciò i cicli storici, da Margherita Pusterla a Marco Visconti, i cicli eroici, da Garibaldi ai fratelli Cairoli, alla breccia di Porta Pia, e il cosidetto ciclo dei briganti, dal Tribulzi ai numerosi personaggi della malavita calabrese, fino al famoso Stefano Pelloni, definito il Passator cortese. Non tralasciò di rappresentare la società contemporanea e si ispirò nei suoi spettacoli ai drammi di sangue che in quel momento impressionavano l’opinione pubblica, epicizzandoli e ricamandoli con un’operazione simile a quella che venivano attuando i locali cantastorie. Non mancò neppure di portare in scena le ribellioni del popolo ai soprusi delle autorità, come nel dramma dei tre fratelli principi di Salerno, in cui Fasolino entusiasmava e coninvolgeva gli spettatori.
FONTI E BIBL.: Proposta 5 1976, 16.

GALLI BIBBIENA, vedi GALLI BIBIENA

Parma 15 ottobre 1686-Mannheim 5 agosto 1748
Figlio di Ferdinando e di Corona Margherita Stradella, si formò presso il padre. Nel 1708 si recò a Barcellona, alla Corte di Carlo d’Asburgo, al seguito del padre, e lì collaborò all’allestimento dell’apparato per le esequie dell’imperatore Giuseppe I (1711). Nel 1712, divenuto Carlo d’Asburgo imperatore, il Galli Bibiena si trasferì con il padre e alcuni dei fratelli alla Corte di Vienna. Da lì si allontanò intorno al 1717 per entrare al servizio del principe elettore del Palatinato, Carlo Filippo. E per questo prestigioso committente il Galli Bibiena lavorò a Neuburg e a Heidelberg. Per la cappella di Corte di Heidelberg, in particolare, realizzò apparati effimeri, come attesta il disegno presso la Staatliche Graphische Sammlung di Monaco (Lenzi, 1992, 107). In qualità di scenografo collaborò all’allestimento di Crudeltà consuma amore per il teatro di Neuburg (1717). Dal 1719 svolse attività di architetto e scenografo alla Corte del principe Carlo Eugenio del Palatinato, per la cui residenza approntò anche una sala appositamente destinata alla commedia francese (Lenzi, 1989). Nello stesso anno sposò la dama di corte Carlotta Francesca Becker. Seguirono anni di lunga e intensa attività in cui lavorò nei castelli e nelle residenze del Palatinato in qualità di ingegnere e sovrintendente alle Fabbriche e agli Spettacoli. Incarichi e ruoli di prestigio si susseguirono numerosi già a partire dal 1720 soprattutto a Mannheim, dove fu attivo come scenografo e architetto. Nel 1724 curò l’allestimento di Ester e nel 1742 di Meride, lo spettacolo che inaugurò il teatro di Corte di Mannheim. Sempre a Mannheim fu responsabile della costruzione di numerosi edifici: tra questi si ricordano il collegio (1730-1731), il ginnasio (1737) e la chiesa dei gesuiti, i cui lavori furono avviati nel 1738, anche se la consacrazione avvenne solo nel 1760. Nella medesima città progettò la facciata, perduta, del Kaufhaus (1736-1746) e soprattutto il teatro di Corte (1737-1742), costruito su suo disegno, distrutto per cause belliche nel 1795 (Lenzi, 1992). Nel 1740 fu nominato cavaliere del Sacro Romano Impero e tre anni dopo, nel 1743, l’elettore Carlo Teodoro lo riconfermò nelle cariche di ingegnere e sovrintendente alle Fabbriche e agli Spettacoli. La sua attività è documentata anche per la riesidenza di Schwetzingen tra il 1722 e il    1748. In particolare si conservano i progetti per la vecchia orangérie, poi demolita, per il piccolo teatro, per il Zirkelhaus e per il mercato. Lavorò infine al piano della cosiddetta città nuova. Nel 1746-1747 elaborò perizie e progetti, non eseguiti, per la residenza di Stoccarda. Il ricco corpus di disegni del Galli Biblena si conserva presso la Staatliche Graphische Sammlung di Monaco tra il materiale della collezione avviata dal principe Carlo Teodoro intorno al 1758 e confluita poi a Monaco nel 1777.
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Parma 1 gennaio 1697-Milano 28 gennaio 1774
Figlio di Ferdinando e di Corona Margherita Stradella. Non è chiaro se egli si sia recato a Barcellona (1708-1711) e a Vienna (1712-1717) al seguito del padre, come fecero due suoi fratelli, Alessandro e Giuseppe. I biografi riferiscono di una sua formazione bolognese presso Giovan Gioseffo Dal Sole, Felice Torelli e Marc’Antonio Franceschini. Studiò poi con il padre iniziando la carriera di architetto, quadraturista, scenografo e pittore e con lui partecipò ai lavori di restauro del teatro della Fortuna di Fano. È documentato a Roma con lo zio Francesco nel 1720, nel cantiere di ristrutturazione del teatro Alibert. Dell’intensa attività svolta in ambito teatrale si segnalano i prestigiosi allestimenti di Astarto e Sirita approntati al teatro Formagliari di Bologna (1721) e di Caio Marzio Coriolano al teatro Vicini di Cento. Il periodo di maggiore attività fu quello viennese, siglato dal conferimento del prestigioso incarico di secondo ingegnere teatrale, avvenuto nel gennaio 1727. A Vienna si sposò con Eleonora, figlia di Santino Bussi, stuccatore e suo collaboratore in numerose altre imprese (Hadamowsky). Durante il lungo soggiorno viennese fu annualmente impegnato come scenografo negli spettacoli di corte, che eseguì in collaborazione con il fratello Giuseppe, secondo l’abitudine familiare a impegnarsi all’estero in lavori di équipe di indiscusso rilievo. Realizzò, quindi, la decorazione a fresco (perduta) della galleria di palazzo Questenberg a Vienna (1723), in collaborazione con Gaetano Rosa, e della biblioteca (1724). Fu attivo inoltre nella cattedrale di Veszprém in Ungheria (1726). La critica di fine Novecento ha ritenuto di potergli ascrivere anche gli sfondati prospettici nelle cupolette delle navate, date le consonanze stilistiche con le opere bolognesi (Bergamini, 1991, 195-197). Sul volgere degli anni Venti del secolo elaborò i disegni (1729) per l’ammodernamento del presbiterio della Peterskirche. In particolare si devono a lui l’ancona dell’altare maggiore, le cantorie e la decorazione a quadratura della volta della chiesa, che eseguì tra il 1730 e il 1732. Al 1732 risalgono anche i fuochi di artificio approntati a Klosterneuburg per il genetliaco di Carlo VI. Progettò inoltre nel 1740 scenografici catafalchi per le esequie di Carlo VI che furono eretti nel collegio spagnolo di Vienna e Bratislava.  Sul volgere degli anni Quaranta, forse in un momento a lui non troppo favorevole, accettò l’invito e la protezione di Emerigo di Esterházy, vescovo di Veszprém e poi arcivescovo di Esztergom, che nei domini degli Asburgo lo impegnò in una intensa attività sia nel settore civile, sia in quello religioso. Nel 1738, a Bratislava, eresse un arco trionfale in onore dell’Esterházy. Realizzò probabilmente lo scalone del castello di Ansbach e progettò nel 1739 l’altare della cappella della Madonna nel duomo di Nagyszombat, in Slovacchia (Galavics, 1984, 184 s.). Tra il 1744 e il 1745 realizzò gli affreschi prospettici della cupola della chiesa dei trinitari di Bratislava, eloquente testimonianza di una sapienza acquisita nel settore dell’architettura costruita (Bergamini, 1991, 195). In seguito alla morte del cardinale Esterházy (1745), rientrò a Vienna e nel 1747 progettò la ristrutturazione del grandioso teatro di corte realizzato dallo zio Francesco. L’anno successivo ottenne la carica di primo architetto imperiale. Nel 1751 rientrò in Italia. La lunga esperienza maturata nell’oltre trentennale soggiorno alla corte viennese e le sue non comuni capacità di architetto teatrale lo imposero sulla scena italiana ove fu impegnato dapprima nella ricostruzione del teatro dei Rinnovati di Siena (1751-1753), quindi in quella dei teatrini di Colle di Val d’Elsa e di Pistoia (1754-1755), fino a ideare le scene e la decorazione del fiorentino teatro della Pergola (1755). Il rientro a Bologna data invece al 1756, in concomitanza con il concretizzarsi dei lavori al nuovo teatro pubblico, inaugurato il 14 maggio 1763 con sue scene per la rappresentazione del trionfo di Clelia di C.W. Gluck, testo di P. Metastasio. La vicenda progettuale dell’edificio procedette non senza difficoltà. L’ambizioso progetto fu infatti ridimensionato sia per problemi di ordine economico, sia perché ritenuto troppo innovativo. Il Galli Bibiena elaborò pertanto un secondo e poi un terzo progetto, nel quale raggiunse soluzioni di maggiore semplicità, secondo un più moderno formulario che a Bologna andava diffondendosi per influenza dell’Algarotti. Il modello approvato presenta pianta a campana, proscenio profondo con palchetti, cavea a balconcini secondo un assetto che il teatro conserva ancora (Lenzi, 1975, 310, 319). Tra il sesto e il settimo decennio del Settecento l’attività teatrale del Galli Bibiena fu molto intensa. Fu impegnato ad allestire scenografie teatrali a Milano (1751-1753), Parma (1753, 1761 e 1763), Reggio Emilia (1759) e a Bologna. Nell’ambito dell’architettura teatrale si devono a lui anche la progettazione interna del teatro di Lugo, il teatro Scientifico di Mantova (1767-1769) e il teatro dei Quattro Cavalieri associati a Pavia (1771-1777). Il cantiere del teatro Scientifico di Mantova, per la cui costruzione gli accademici avevano cercato contatti con lo zio Francesco nel 1716, fu aperto nel 1767. Più che al vicentino teatro Olimpico del Palladio, il progetto pare afferire a soluzioni di età imperiale, che il Galli Bibiena poteva conoscere attraverso le stampe (Lenzi, 1992, 35 s.). L’impianto della cavea è a campana e la saldatura tra le due parti ad arcoscenio. I quattro ordini di palchi, con balconcini architettonicamente definiti, posano su una sorta di porticato a bugnato rustico, richiamando così nel partito architettonico il modello del teatro bolognese. Pianta a campana e quattro ordini di palchi presenta anche il teatro dei Quattro Cavalieri associati di Pavia, la cui costruzione, promossa da quattro patrizi pavesi, ebbe inizio nell’ottobre del 1771. Il teatro, inaugurato con l’opera Il Demetrio (24 maggio 1774) su testo di Metastasio, si caratterizza per la presenza di camerini in corrispondenza dei palchi e, ove lo spazio lo consentiva, aperti anche lungo i percorsi anulari di scorrimento, nonché per la realizzazione nella sala di un arcoscenico a doppio intercolumnio che rimanda, come è stato osservato, a quello progettato per il teatro Comunale di Bologna (L. Giordano, in L’arte del Settecento, 1980, 129). Tra le architetture costruite si ricordano inoltre lo scalone e il salone del palazzo comunale di Forlì, all’interno del quale realizzò anche la decorazione a fresco tra il 1762 e il 1763. In qualità di decoratore eseguì gli affreschi (perduti) della sala del Consiglio di Ravenna, a Bologna progettò l’impaginazione pittorica della sala degli Anziani nel palazzo comunale (1756-1758) e la finta cupola dipinta su tela nella chiesa di Santa Maria della Vita (1759; distrutta), che riscosse l’ammirazione del Crespi (p. 93). Al Galli Bibiena spettano inoltre complesse prospettive dipinte in atri e cortili di dimore storiche bolognesi, tra cui la prospettiva nel cortile di palazzo Sanguinetti e quella nel secondo cortile di palazzo Lambertini a Bologna, eseguita nell’ambito degli ampliamenti condotti al palazzo per volere degli eredi di papa Benedetto XIV nel 1761. Quest’ultima fu un vero e proprio exploit scenografico, sintesi di molteplici esperienze, dall’attività svolta Oltralpe, agli insegnamenti del padre Ferdinando. La sua intensa attività di quadraturista lo portò a operare in chiostri e cappelle decorazioni in larga parte scomparse. Fuori Bologna si conservano le quadrature della sagrestia del Duomo di Cremona (1763-1765) e i contemporanei progetti per la decorazione del grande salone di palazzo Ferrari, poi Cartolari, a Verona. Della quadratura realizzata sulle pareti e sulla volta del salone, che lo Zannandreis riferì a F. Maccari e L. Pavia, giunti da Bologna a Verona al seguito del Galli Bibiena, si conservano tre fogli preparatori presso il Museo Luxoro di Genova-Nervi, datati 1762 e 1763 e firmati  A. Galli Bibiena. G. Biavati (in L’arte del Settecento, 1980, 28 s.), tuttavia, per le affinità dell’assetto compositivo del motivo centrale della fuga prospettica, sottolineò le tangenze con l’affresco di uno dei cortili di palazzo Legnani a Bologna, noto da un’incisione di Carlantonio Pisarri del 1760. Argomentazioni di stile indussero la studiosa a ipotizzare che i disegni non fossero stati ideati per una stessa committenza, date le divergenze del formulario decorativo che caratterizzano gli elaborati delle pareti lunghe del salone da quelli delle pareti brevi, attardati su stilemi ancora rococò. La sua tarda attività si espletò tra Emilia e Lombardia. Si deve a lui infatti la chiesa parrocchiale di Villa Pasquali (1765), nella campagna mantovana, informata a quella particolare ricerca degli effetti scenografici che caratterizza la produzione della famiglia Galli Bibiena. Il cantiere di questa imponente parrocchiale durò diciannove anni. Delle due torri campanarie previste nel progetto, solo una fu terminata. Caratterizza lo sviluppo interno dell’edificio la netta divaricazione tra lo spessore murario dell’ordine inferiore e la trasparenza della cupola e dei catini a doppio cielo, con la calotta inferiore traforata. Le nicchie con timpani triangolari costituiscono un partito strutturale successivamente adottato nei progetti bibieneschi. In particolare la Matteucci (in L’arte del Settecento, 1980, 83 s.) ricordò i disegni di progetto per palazzo Paveri Fontana a Piacenza che il marchese Gaetano commissionò al Galli Bibiena nel 1773. Per quanto riguarda l’attività lombarda del Galli Bibiena, l’Oretti documentò le prospettive dipinte nel giardino del palazzo Del Majno e le decorazioni della scala e della sala nella residenza Gambarana, entrambe a Pavia (Bergamini, 1991, 196).
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Bologna 19 agosto 1657-Bologna 3 gennaio 1743
Secondogenito di Giovanni Maria e di Orsola Maria Possenti. Dopo gli studi di pittura con G. Viani, si formò alla quadratura con Mauro Aldrovandini e Iacopo Mannini e alla prospettiva con Giulio Troili. Seguì il soggiorno a Roma (1670), ove il Galli Bibiena poté ampliare le proprie conoscenze. Secondo lo Zanotti il suo esordio nella scenografia sarebbe avvenuto in Emilia, più precisamente a Bologna, accanto a Ercole Rivani, mentre nelle sue memorie manoscritte (N. Clerici Bagozzi, in Meravigliose scene, 1992, 37 n. 3) lo stesso Galli Bibiena ricorda l’esperienza parmense con Andrea Seghizzi nel 1672 e la collaborazione con l’Aldrovandini alla realizzazione delle scene (1674-1675) per il teatro della Fortuna di Fano, sotto la direzione di Stefano Torelli. Il Galli Bibiena svolse un’intensa attività affiancato da una ricca schiera di collaboratori che gli consentì di espletare più incarichi contemporaneamente. Con il fratello Francesco lavorò dapprima alla decorazione a fresco (perduta) della delizia ducale della Motta a Mirandola e della locale chiesa del Gesù, quindi a Modena per gli Este e per i marchesi Campori. Dal 1680 è documentato con Carlo Cignani a Parma. In occasione delle nozze di Odoardo Farnese con la cognata dell’Imperatore, Dorotea Sofia di Neuburg, Ranuccio Farnese attuò una politica di abbellimenti e di riorganizzazione dei servizi teatrali per i quali coinvolse anche il Galli Bibiena. A lui si deve la ristrutturazione del collegio dei nobili. Ai lavori di abbellimento delle facciate dell’edificio si riferiscono il bel disegno del Gabinetto nazionale delle stampe di Roma e le incisioni di Carlo A. Buffagnotti del Museo teatrale alla Scala di Milano (Lenzi, in Matteucci-Stanzani, 1991, 98 s.). Di un altro disegno per la decorazione della facciata del collegio dei nobili si conserva pure l’incisione di Pietro Abbati e del Buffagnotti (Cirillo-Godi, 1989, 41). Al 1648 risalgono il dipinto, conservato, e gli affreschi, perduti, per la chiesa parrocchiale di Stagno (Lenzi, 1992, 104). È poi ipotizzata una collaborazione del Galli Bibiena alla decorazione della cappella nel palazzo del Giardino (1687-1688) con il genovese G. B. Merano. In seguito al matrimonio con Corona Stradella (1685), il Galli Bibiena risiedette a Parma ove ricoprì ruoli di grande prestigio. Il lungo periodo del soggiorno nel Ducato si protrasse fino al 1708. Su incarico del conte Scipione Rossi, tra il 1685 e il 1687 realizzò l’affrescatura dell’oratorio del Serraglio a San Secondo, in collaborazione con il figurista bellunese Sebastiano Ricci. Fu questa la committenza che gli valse l’ingresso alla corte dei Farnese: dal 1687 fu primo pittore di corte, nel 1697 fu nominato primo architetto di corte. Risolta con sorprendente abilità la decorazione a quadratura sulle pareti e sulle absidi del piccolo edificio del Serraglio, del cui progetto architettonico con ogni probabilità fu egli stesso responsabile, il Galli Bibiena realizzò qui il più antico per angolo a due fuochi che si conosca (Lenzi, in Matteucci-Stanzani, 1991, 97). All’interno del piccolo vano si assiste dunque alla precoce applicazione della veduta per angolo nella decorazione, ossia la messa a punto di un sistema prospettico che, ai consolidati schemi compositivi secenteschi di spazi attestati su un asse longitudinale, sostituisce la fuga prospettica in diagonale, che rompe lo spazio chiuso. Al fuoco unico centrale all’infinito subentra la veduta per angolo, ossia l’impostazione dell’ambiente da raffigurare in una disposizione obliqua rispetto al quadro. Il per angolo dipinto dal Galli Bibiena all’interno dell’oratorio del Serraglio si pone in stretta connessione con l’allestimento da lui fatto per Didio Giuliano di Lotto Lotti, che nella primavera del 1687 inaugurò il ristrutturato teatro ducale di Cittadella a Piacenza (Lenzi, 1980, 147 s.). Negli ultimi due decenni del Seicento al Galli Bibiena toccò il compito di soddisfare le esigenti richieste della corte e della locale aristocrazia e, in seguito all’inaugurazione del nuovo teatro Ducale di Parma (1688) e del teatrino di corte che Stefano Lolli aveva costruito nel palazzo della Pilotta e quindi in occasione delle feste nuziali per Odoardo Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg nel 1690, la sua attività di scenografo subì una comprensibile accellerazione. Negli anni Novanta si datano due importanti cicli decorativi eseguiti a Piacenza, ove ebbe domicilio tra il 1693 e il 1697 (Cirillo, Godi, 1979, I, 92). Si tratta più precisamente della decorazione della volta dell’oratorio di San Cristoforo, detto anche della Morte (1690), e dell’affrescatura (1699) del salone da ballo del seicentesco palazzo dei conti Costa su strada San Lazzaro, mentre a Bologna venne eretto su suo progetto l’altare della cappella Buratti nella chiesa di Santa Maria degli Alemanni (Lenzi, 1991, 77 s.). Nella cappella voluta dal nobile veneziano G. Paolo Buratti e dalla moglie Anna E. Lupari (1690-1700), l’altare bibienesco, alla cui costruzione collaborò l’architetto e scultore veronese G.B. Ranghieri, sviluppa il motivo per angolo, qui affidato a un possente binato di colonne tortili a sostegno di una trabeazione mistilinea con timpano spezzato. Per quanto concerne la decorazione del piacentino palazzo Costa, questa doveva soddisfare le esigenze della nobile famiglia di origine genovese intenzionata a conferire una fastosa apparenza al salone di rappresentanza della propria dimora. Il Galli Bibiena operò in una felice consonanza con il genovese G.E. Draghi. Nella Piacenza di fine Seicento il palazzo del conte Giuseppe Costa divenne emblematico nella sua specificità di simbolo sia della cultura architettonica (la sua scenografica scala aperta è convincentemente ricondotta dalla Matteucci allo stesso Galli Bibiena) sia della soluzione decorativa che dispone sulla verticale una vertiginosa sequenza di cinque ordini differenti e apre sulle pareti illusorie fughe prospettiche. In chiusura di secolo il Galli Bibiena stipulò il contratto con i principi Meli Lupi di Soragna (1696) per gli affreschi nella rocca, condotti però dalla sua équipe e dal fratello Francesco. Al 1697 risale il contratto per il teatro nella rocca (distrutto). L’anno successivo realizzò con Ilario Spolverini gli affreschi nell’appartamento estivo della duchessa di Parma (perduti). Pittore e scenografo, il Galli Bibiena si misurò anche con l’architettura costruita. A partire dal 1699 e per nove anni si dedicò all’ammodernamento della delizia e del giardino ducale di Colorno, ma i lavori furono compiuti da Giuliano Mozani. Nel 1708 si recò a Barcellona per sovrintendere agli spettacoli e alle feste per le nozze di Carlo d’Asburgo. Sul volgere del 1711 rientrò a Parma, dove nello stesso anno pubblicò L’architettura civile, preparata su la geometria e ridotta alle prospettive. Il suo ruolo di docente alla Clementina, nonché gli alti costi e le grandi dimensioni dell’opera costrinsero il Galli Bibiena a rivederne l’impostazione e a fornire un’edizione ridotta, Direzioni a giovani studenti nel disegno dell’architettura civile nell’Accademia Clementina, stampata a Bologna nel 1725 e quindi nel 1731-1732. Ancora a Parma, fornì i disegni per la chiesa di Sant’Antonio Abate su strada San Michele.  Lungo il medesimo asse viario aveva progettato la facciata di palazzo Rangoni Farnese (1690). I lavori per Sant’Antonio Abate furono avviati nel 1712, ma si conclusero solo nell’inoltrato Settecento. L’originalità dell’edificio consiste precipuamente nell’adozione di una prima calotta che lascia scorgere i dipinti nella seconda, nonché nell’andamento planimetrico di derivazione guariniana, insolito per l’Emilia e per gli stessi Galli Bibiena. Invitato a Vienna dall’imperatore Carlo VI, il Galli Bibiena ideò spettacoli e apparati festivi che gli valsero il titolo di primo architetto teatrale (1717). Rientrato a Bologna, ove è documentato nel 1717, fu aggregato alla locale Accademia Clementina di cui fu viceprincipe (1718), direttore d’architettura (dal 1719 al 1731, nel 1733, 1735, 1737, 1740 e 1742) e, quindi, principe nel 1741. Come scenografo lavorò in molte città spostandosi fino a Genova (1694-1695 e 1700), a Torino (1694 e 1698-1699), a Roma (1696-1697), a Milano (dal 1692, ogni anno fino al 1708), a Mantova (1696 e 1706) e a Napoli (1699-1700), oltre che in numerosi centri emiliani (Lenzi, 1992, 104 s.). Si occupò della ristrutturazione di teatri e di palcoscenici, disegnando scenari che poi sovente realizzavano gli allievi. L’attività architettonica del Galli Bibiena è inoltre documentata a Bologna con i progetti per la specola dell’Istituto delle scienze e per lo scalone di palazzo Malvezzi, per la sala delle feste in palazzo Ranuzzi (1720), per le prospettive nel secondo cortile di palazzo Monti (dal 1721) e per l’appartamento del gonfaloniere nel palazzo pubblico. Fornì anche i disegni per il campanile della chiesa di Santa Cristina della Fondazza (1723). Della prospettiva in palazzo Mattei si conservano l’impianto e il grandioso schema compositivo, seppure in stato di avanzato degrado (Lenzi, in Matteucci-Stanzani, 1991, 185 s.). Il committente, Francesco Maria Monti Bedini, già in passato si era rivelato vicino ai Galli Bibiena, tanto che nella propria collezione possedeva due dipinti a olio del Galli Bibiena e del fratello Francesco. Il Galli Bibiena fu quindi attivo a Sant’Agata Bolognese e a Fano, ove con il figlio Antonio eseguì i lavori di restauro al teatro della Fortuna (1719) e gli affreschi (perduti) nel soffitto della chiesa di Sant’Agostino (Battistelli, 1986). Del Galli Bibiena si conservano, inolte, l’agostiniana chiesa di San Giovanni Evangelista da lui ristrutturata (1719-1722) a Rimini, città nella quale lavorò anche alla chiesa dei teatini, e l’altare della chiesa del Rosario di Cento (1727), dove la monumentale ancona recupera il fastoso modello sperimentato dal Galli Bibiena nell’altare bolognese della cappella Buratti circa un ventennio prima. A Cento aveva progettato anche l’altare maggiore della chiesa di San Filippo, eretto però da Giuseppe Caner, mentre non furono realizzati i suoi disegni per l’altare maggiore della chiesa parmense di Santa Maria della Steccata (Adorni, 1982, 90) né quelli per l’altare della Karlskirche di Vienna (Lenzi, 1991). Del 1739 è il progetto di villa Paveri Fontana a Caramello, nella campagna piacentina, caratterizzata da una loggia terrena, spazio filtrante tra cortile e giardino, e da uno scaloncino che approda a un ballatoio a forma di emiciclo, scenografica conclusione del percorso che si svolge su nove brevi rampe tra loro ortogonali, di cui non si conserva traccia (Matteucci, in Matteucci-Manfredi-Coccioli Mastroviti, 1991, 514-523). Il catalogo degli interventi architettonici espletati dal Galli Bibiena a Piacenza e nell’immediato territorio include anche l’intervento di restauro barocco, ascrittogli solo a fine Novecento, compiuto all’interno del castello Leoni a Lisignano, in cui mutò la chiusa struttura di severo ricetto difensivo in quella di ameno e fresco ninfeo (in Matteucci-Manfredi-Coccioli Mastroviti, 1991, 36). È importante la puntualizzazione critica circa l’edizione di Varie opere di prospettiva inventate da Ferdinando Galli d.o il Bibiena, raccolta di tavole incise dal bolognese C.A. Buffagnotti e da Pietro Giovanni, di cui si conservano vari esemplari al Metropolitan Museum di New York, al Museo teatrale alla Scala di Milano e a Stanford (collezione privata), sul cui frontespizio è possibile leggere la data 1701 (Pigozzi, 1992). Le 71 incisioni della raccolta, alcune delle quali apparse prima del 1701, costituirono un veicolo di indiscusso rilievo nella diffusione del repertorio delle tipologie bibienesche in Italia e in Europa.
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Parma 16 gennaio 1700-Napoli 1777
Figlio di Ferdinando e Corona Margherita Stradella. Nel 1722 raggiunse il fratello Alessandro a Mannheim e l’anno dopo si recò a Praga, dove trascorse la maggior parte della vita, avendovi sposato una donna benestante. Come scenografo e architetto teatrale lavorò a Roma, a Cremona (le scene del Teatro nella stagione 1771-1772), forse a Bologna, infine a Napoli.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, I Galli Bibiena di Parma, in Gazzetta di Parma 3 aprile 1934; A. Hyatt Mayor, The Bibiena family, New York, 1945; G. Cirillo-G. Godi, I Bibiena, in Società e cultura nella Piacenza del Settecento, Piacenza, Cassa di Risparmio di Piacenza, 1979, 127-141.

GALLI BIBIENA GIOVANNI MARIA, vedi GALLI BIBIENA GIOVANNI BATTISTA ANTONIO

Parma 6 gennaio 1695-Berlino gennaio/aprile 1757
Figlio di Ferdinando e di Corona Margherita Stradella. La sua formazione avvenne presso il padre, che seguì a Barcellona nel 1708 e quindi a Vienna nel 1712. Iniziò la propria attività nel 1715 a fianco del padre nell’allestimento dei castra doloris  per Luigi XIV e per Carlo di Lorena nella Augustinerkirche, la cui memoria visiva è affidata alle tavole di Architetture e prospettive (II, tavole 1-4; III, tavola I), importante raccolta delle opere che il Galli Bibiena realizzò per feste e teatri. Dedicata all’imperatore Carlo VI, quest’opera vide la luce ad Augusta nel 1740, in quattro parti rispetto alle dieci previste (due tomi furono poi stampati nel 1744). Gli studiosi tuttavia concordano nel riconoscere il vero esordio del Galli Bibiena nell’allestimento teatrale di Angelica vincitrice di Alcina di Pietro Pariati. La rappresentazione (1716) si svolse sulla grande peschiera della Favorita per celebrare la nascita dell’arciduca Leopoldo (Zanotti). In qualità di apparatore e architetto al servizio della corte riscosse ampi riconoscimenti anche dopo il rientro del padre in Italia. Nel 1718 fu, infatti, insignito del titolo di secondo ingegnere teatrale dell’imperatore. Negli anni 1721, 1723 e 1725, all’epoca della residenza viennese, il Galli Bibiena fu eletto inoltre docente di architettura presso l’Accademia Clementina di Bologna, carica nella quale fu però sostituito dal padre. In occasione dell’incoronazione di Carlo VI re di Boemia (1723), eresse un grandioso anfiteatro lungo le rive della Morava, nei pressi di Hradiète, e si occupò sia dell’allestimento delle scene per l’opera Costanza e Fortezza, sia dell’allestimento della sala per il banchetto dell’incoronazione (Lenzi, 1992, 32). Nel 1727 il Galli Bibiena fu nominato primo ingegnere teatrale di corte. Il soggiorno viennese fu intervallato da viaggi a Graz (1728), a Praga, ove lavorò agli apparati per celebrare la canonizzazione di Giovanni Nepomuceno (1729), e a Linz (1832). È stata segnalata dal Galavics l’attività svolta per la nobile famiglia Kohary, per cui avrebbe realizzato nel 1736 gli affreschi nella sala delle feste del castello a Ebenthal, in Austria. Dopo la morte di Carlo VI (1740) rientrò in Italia, ove accettò alcuni incarichi. A Torino, dove allestì lo spettacolo inaugurale del teatro Regio di Benedetto Alfieri e gli spettacoli per il carnevale successivo, eseguì anche i disegni per la decorazione a quadratura della cupola della chiesa della Consolata, poi dipinta da G.B. Alberoni, e per quella del santuario di Vicoforte presso Mondovì, realizzata dal milanese F. Biella. A Bologna fu attivo al teatro Malvezzi (1742) e a Venezia, ove si trattenne fino al carnevale dell’anno successivo, fu impegnato al San Giovanni Crisostomo (Povoledo, 1951). Il soggiorno italiano si concluse nel 1743 allorché il Galli Bibiena rientrò a Vienna per organizzare i festeggiamenti indetti per l’onomastico di Maria Teresa e per dirigere (gennaio 1744) i lavori di trasformazione della cavallerizza coperta in sala da ballo. L’occasione fu offerta dalle nozze di Carlo Alessandro di Lorena con Maria Anna d’Austria. La vita teatrale viennese all’epoca del regno di Maria Teresa non era tuttavia particolarmente vivace e il galli Bibiena preferì lasciare Vienna. La fama acquisita da lui d’altronde era tale da richiedere la sua partecipazione ai più importanti progetti teatrali in Europa. Valgano, tra gli altri, i disegni per il teatro (poi non realizzato) di Stoccolma, nonché quelli per il teatro dell’Opera di Bayreuth, costuito nel 1745-1748 per volere della margravia Gugliemina Sofia, sorella di Federico II il Grande di Prussia. Per il progetto dell’interno, cavea-palcoscenico, la sovrana si rivolse al Galli Bibiena, che intervenne nel cantiere dapprima tramite il figlio Carlo Bernardo Giuseppe, quindi personalmente nel 1748. Ebbe inoltre grande successo a Dresda nel 1747, quando progettò gli allestimenti per le duplici nozze di Maria Antonia, figlia dell’imperatore Carlo VI, con Federico Cristiano di Sassonia e di Mara Anna di Sassonia con Giuseppe Massimiliano di Baviera (Hadamowsky). Sempre a Dresda curò il restauro del teatro e delle scene dell’Opera (1753). Nel 1754 passò a Berlino al servizio di Federico II di Prussia e qui morì nei primi mesi del 1757.
FONTI E BIBL.: A. Masini, Bologna perlustrata, I, Bologna, 1666, 627; C. Malvasia, Felsina pittrice, II, Bologna, 1841, 179 e passim; G.P. Zanotti, Storia dell’Accademia Clementina, II, Bologna, 1739, 213, 333 e passim; L. Crespi, Felsina pittrice, III, Roma, 1769, 85, 91 e passim; P. Bassani, Guida agli amatori di belle arti per la città di Bologna, suoi sobborghi e circondari, Bologna, 1816, 55, 157, 160; G. Bianconi, Guida del forestiere per la città di Bologna, Bologna, 1826, 208; D. Zannandreis, Le vite de’ pittori, scultori e architetti veronesi, Verona, 1891, 426, 429; C. Ricci, I Bibiena architetti teatrali, Milano, 1915; N. Pelicelli, Artisti parmigiani all’estero. I Galli Bibiena di Parma, in Crisopoli I 1935, 29-40; E. Povoledo, La scenografia architettonica nel Settecento a Venezia, in Arte veneta V 1951, 126-130; U. Prota Giurleo, I Bibiena a Napoli, in Partenope 3 1960, 175-189; F. Hadamowsky, Die Familie Galli Bibiena in Wien: Leben un Werk für das Theater, Wien, 1962; A. Ottani, Notizie sui Bibiena, in Rendiconto delle sessioni dell’Accademia delle scienze dell’Istituto di Bologna, classe di scienze morali, s. 6, II 1963, 123-137; F. Mancini, Scenografia napoletana dell’età barocca, Napoli, 1964, 26 e passim; D. De Bernardi, La chiesa di Villa Pasquali presso Sabbioneta e le sue volte a prospettive celesti, in Arte lombarda XI 1966, 51-56; L. Grassi, Province del barocco e del rococò, Milano, 1966, 181-187; J.M. Da Silva Correia, Teatros regios do seculo XVIII, in Boletim do Museu nacional de arte antiga 3-4 1969, 34; G. Cuppini, A.M. Matteucci, Ville del Bolognese, Bologna, 1969, 34, 46 s., 57, 87, 94; A.M. Matteucci, C.F. Dotti e l’architettura bolognese del Settecento, Bologna, 1969, ad indicem; M.T. Muraro, E. Povoledo (a cura di), Disegni teatrali dei Bibiena (catalogo), Vicenza, 1970, 71-79, 99 s. e passim; D. Lenzi, Problemi bibieneschi in margine a una recente mostra, in Paragone 259 1971, 43-67; G. Ricci, Teatri d’Italia, Milano, 1971, 155-158 e passim; S. Jacob, Die Projekte Bibiena’s und Doris für Fassade von S. Giovanni in Laterano, in Zeitschrift für Kunstgeschichte XXXV 1972, 110; K. Rothgordt, in Il teatro Accademico dei Bibiena in Mantova, Mantova, 1972, 7-28; M.A. Beaumont, Stage sets by the Bibiena’s in the Museu nacional de arte antiga, Lisbon, in Apollo 134 1973, 408-415; D. Lenzi, La tradizione dell’architettura teatrale bolognese in età illuminista, in Bollettino del Centro internazionale di architettura Andrea Palladio XVII 1975, 309-311, 318 s., W. Oechslin, Il contributo dei Bibiena. Nuove attività architettoniche, in Bollettino del Centro internazionale di architettura Andrea Palladio XVII 1975, 131-159; F. Mancini, M.T. Muraro, E. Povoledo (a cura di), Illusione e pratica teatrale (catalogo, Venezia), Vicenza, 1975, 106; D. 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Coccioli Mastroviti, Per un censimento della quadratura negli edifici religiosi a Piacenza tra barocco e barocchetto: il contributo dei Natali, in Bolletino storico piacentino I 1986, 43, 46 s., 49, 51; M. Pigozzi, I Bibiena a Reggio: dalla scenotecnica alla scenografia. Prassi, teoria, traduzione, in Civiltà teatrale e Settecento emiliano, a cura di S. Davoli, Bologna, 1986, 207-222; P. Marini, P. Brugnoli, A. Sandrini (a cura di), L’architettura a Verona nell’età della Serenissima, II, Milano, 1988, 346-350; A.M. Matteucci, L’architettura del Settecento, Torino, 1988, ad indicem; H. Hager, Considerazioni sull’interrelazione tra l’architettura reale e l’architetturra posticcia, in Il teatro a Roma nel Settecento, Roma, 1989, I, 94, 96, 98, 118; F. Mancini, P. Simonelli, Il rovinismo nella scenografia del Settecento, in Il teatro a Roma nel Settecento, Roma, 1989, I, 153, 155, 158; E. Tamburini, Da alcuni inventari di casa Colonna: i teatri, in Il teatro a Roma nel Settecento, Roma, 1989, II, 657; D. Lenzi, Designs for the court opera in the Residenz Mannheim, in Design into art. Drawings for architecture and ornament, a cura di P. Fuhring, II, London, 1989, 475-479; D. Lenzi, L’insegnamento dell’architettura e la formazione dell’architetto a Bologna nel secolo XVIII, in L’architettura nelle Accademie riformate. Insegnamento, dibattito culturale, interventi pubblici. Atti del Convegno di studio, 1989, a cura di G. Ricci, Milano, 1992, 81 s., 85 s., 89, 98; M. Pigozzi, I Bibiena, in La Rivista illustrata del Museo teatrale della Scala XII 1991, 8-12; M.A. Beaumont, D. Lenzi (a cura di), Meravigliose scene. Piacevoli inganni. Galli Bibiena, (catalogo), Arezzo, 1992; P. Venturelli, Pittori e decoratori lombardi nella Piacenza del Settecento: considerazioni e problemi, in Bollettino storico piacentino LXXVII 1992, 198-201; D. Lenzi (a cura di ), I Galli Bibiena. Una dinastia di architetti e scenografi. Atti, Bibbiena, Bibbiena, 1997; V. Mariani, in Enciclopeida dello spettacolo, II, coll. 472-480; Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica, I, 335 s. (s.v. Bibiena); Allgemeines Künstlerlexikon, X, 469-473, 478-481 (s.v. Bibiena); A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario Biografico degli Italiani, 51, 1998, 646-647.

GALLICO GIOVANNI, vedi LEGRENSE JOHANNES


Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831. Fu inquisito ed emerse incidentalmente dalla procedura come disarmatore della truppa e il primo che il giorno 13 febbraio entrò nel corpo di Guardia della Piazza forzando una finestra.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 173.


Parma 17 dicembre 1844-post 1888
Studiò nella Regia Scuola di musica di Parma dal 1855 al 1860. Dopo aver suonato diversi anni nelle bande militari, occupò il posto di primo fagotto in primarie orchestre nel Regno. Con tale mansione si trasferì al Teatro Imperiale di San Pietroburgo, dove si trovava ancora nel 1888.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1878
Nel 1878 pubblicò la romanza Angelo o demonio (Bologna, Trebbi).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Roccabianca 1831
Durante i moti del 1831 fu uno degli autori della rivolta in Roccabianca. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 174.


Terenzo 1365
Nella chiesa di Santo Stefano di Terenzo è esposta una campana dalla forma allungata, datata 1365 e fusa da Johaninus Galus. Era proveniente dallo hospitale Santo Stefano di Gherardo Zilj.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Marano 1638-Piacenza 11 giugno 1717
Frate cappuccino laico addetto al lanificio, fu semplice e silenzioso, diligente e pronto all’obbedienza, rispettosissimo verso i sacerdoti, in fama di santo presso tutta la città di Piacenza. Compì la vestizione a Modena il 5 febbraio 1664.
FONTI E BIBL.: Gabriele, Leggendario, Vi, 190-198; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 348.

-Noceto 25 febbraio 1787
Dopo aver vissuto a Roma, come notaio della pontificia Congregazione del Santo Ufficio, passò i suoi ultimi anni in Noceto, dove possedette un podere e una casa. Alla sua morte lasciò il podere a quella che in seguito fu chiamata Congregazione di Carità, con l’obbligo di far celebrare, ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, un solenne ufficio funebre. Fu sepolto nella chiesa di Noceto e sulla sua tomba si legge: Dic requiem Marco Galloni Sacerdoti et Notaio S. Ufficii Obiit die XXV febr. Anno 1787.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 76.


Parma 31 ottobre 1862-post 1897
Baritono. Studiò alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1883 al 1885, quando si ritirò per recarsi a Milano per continuare gli studi con Giuseppe Cima. Esordì con buon esito nel Poliuto al Politeama di Massa Lombarda nel maggio 1887. Nella primavera 1892 cantò con successo al Teatro Reinach di Parma nel Ruy Blas. Nel maggio 1897 si esibì in un programma di arie d’opera alla Birreria Gambrinus di Parma.
FONTI E BIBL.: Dacci; Vetro, Reinach, 1995, 164.

Parma 1730
Dottore. L’anno 1730 fu capo civile di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.


Parma XVI secolo
Frate francescano. Fu oratore facondo e maestro generale, caro a papa Paolo V. Attese alla preghiera e allo studio, diffondendo la pace e promuovendo il culto delle arti, come attestato in una lapide della fine del secolo XVIII.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 156.

GALLUS, vedi SIMONIS GEORGES

Busseto 27 aprile 1861-Torino 3 novembre 1936
Studiò al Regio Conservatorio di Parma con Ficcarelli (pianoforte) e Dacci (contrappunto), diplomandosi con lode distinta rispettivamente nel 1879 e nel 1883 e dedicandosi poi (1883) all’insegnamento nel Liceo musicale di Torino. Fu autore della diffusa pubblicazione Il Primo Concerto del giovane pianista. Compose pezzettini melodici nell’estensione di cinque note, per pianoforte a quattro mani (6 fascicoli, ed. Carisch e Janichen).
FONTI E BIBL.: A. De Angelis, Dizionario musicisti, 1918, 158; C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 1, 1926, 590; Dizionario Ricordi dei musicisti, 1959, 507; Enciclopedia della Musica, 2, 1964, 270; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1853
Violinista, con decreto del 12 dicembre 1853 venne nominato professore nell’orchestra della Reale Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 28 settembre 1916-Cielo di Comiso 5 dicembre 1941
Risiedette a Langhirano. Sergente maggiore dell’aviazione, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Ufficio Toponomastica del Comune di Langhirano.


Parma 12 luglio 1874-post 1934
Fu dottore e professore di Fisica. La sua attività scientifica fu particolarmente dedicata allo studio dell’atmosfera. All’Osservatorio Aeroligico di Pavia dal 1905 al 1929 eseguì numerosi sondaggi con palloni sonda, conquistando anche il record di altezza di circa 35000 metri. Organizzò il primo Servizio Aerologico italiano. Durante la guerra contro l’Austria fu alla Direzione Tecnica dell’Aviazione Militare, indi alla Direzione Sperimentale di studio e applicazione degli strumenti a bordo degli aeroplani, lo studio di problemi scientifici del volo ad alta quota e dell’aria tipo. Ideò vari strumenti di Meteorologia e di Aerologia per i bisogni dei suoi studi, che poi per molto tempo furono applicati nelle osservazioni meteorologiche e nei sondaggi dell’atmosfera. Fu direttore dell’Ufficio Centrale di Meteorologia e Geofisica di Roma. Diede notizia dei suoi studi con comunicazioni accademiche, memorie, studi e opere a stampa (Le caratteristiche dell’atmosfera libera, Sulla nebbia in Val Padana) di geofisica, meteorologia e climatologia, pubblicati su riviste scientifiche. Professore ordinario di fisica (1919-1924) della Regia Università di Pavia e di fisica terrestre (1924-1929) del Regio Istituto Superiore Agrario di Milano, fu membro del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Comitato Geodetico e Geofisico, e della Commissione Internazionale per lo studio dell’alta atmosfera.
FONTI E BIBL.: E. Grossi, Eroi e pioneri dell’ala, 1934, 127; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1190.

Parma 30 ottobre 1839-Parma 24 luglio 1920
Figlio di Enrico e Clementina Mazza. Ingegnere. Fu Assessore Presidente della Commissione Teatrale nella stagione di Carnevale 1884-1885. Fu consigliere e assessore del Comune di Parma, consigliere degli Ospizi Civili e per oltre quarant’anni appartenne all’Amministrazione Municipale di Golese, dove coprì la carica di Sindaco. Per molto tempo fu Podestà del Canale Naviglio Taro. Il Gambara fu inoltre fervido patriota.
FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 285.


Zibello 21 settembre 1815-Piacenza 23 maggio 1890
Frate cappuccino, fu sacerdote assai versato nelle discipline sacre. Dal 1851 al 1876 fu nella missione di Trebisonda, quindi lettore di morale a Parma, vice postulatore della causa del venerabile Lorenzo da Zibello e custode generale (1878). Compì a Borgo San Donnino la vestizione (29 aprile 1836) e la professione solenne (30 aprile 1837). Fu consacrato sacerdote a Borgo San Donnino il 4 aprile 1840.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 314.


Parma-1716
Contessa, sposò il marchese Scoffoni. Fece parte della Compagnia del Sant’Angelo Custode di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 51.

Zibello 14 ottobre 1695-Guastalla 13 dicembre 1781
Appartenne a famiglia cospicua e di elevati sentimenti religiosi, che lo allevò a ogni virtù cristiana. Si ritiene avesse ricevuto la prima istruzione da un sacerdote, Angelo Barbieri, curato della parrocchia di Zibello, ma il particolare non trova sicura conferma. La vocazione si manifestò in lui giovanissimo: quando una cugina, nel fiore degli anni, entrò nel convento bussetano di Santa Chiara, egli intravvide nell’episodio un richiamo di Dio a lui rivolto. Il 15 agosto 1716, nella festa dell’Assunzione di Maria, il Gambara vestì ventunenne l’abito dei novizi nel monastero di Carpi, assumendo il nome di Lorenzo. in quel convento ebbe a maestro padre Bernardino Zuccheri da Parma, il quale lo guidò nel cammino della perfezione, scrivendo poi di avere scorto nel Gambara doti singolari di pietà, di ubbidienza e di mortificazione, tanto da poterlo additare come esempio non solo agli altri novizi ma ai religiosi provetti. Ammesso dopo un anno alla solenne professione, il Gambara si attenne scrupolosamente da allora a un programma di evangelica semplicità, di preghiera, di penitenza e di totale dedizione a Dio. Monticelli d’Ongina fu, dopo Carpi, la prima località che ospitò il Gambara nella sua missione. Fu inviato dai superiori a svolgere le mansioni di sagrista in quel convento e ad attendere agli studi delle scienze teologiche e filosofiche, comandate dalle Costituzioni, sotto la guida di un padre anziano, lettore dell’Ordine. A Monticelli d’Ongina rimase tre anni. Ricevuti nel frattempo gli ordini minori, il 21 settembre 1720 venne ordinato suddiacono nella Cattedrale borghigiana, dove pure ricevette il diaconato il 20 settembre dell’anno successivo. Fu consacrato sacerdote a Busseto il 13 marzo 1723 dal vescovo diocesano Gherardo Zandemaria. Sacerdote novello, fu destinato a Guastalla dove trascorse cinquantatre anni di vita, sagrista della chiesa del convento presso il cimitero. Egli fu adorno delle virtù cristiane e le esercitò sino alla morte. Sul solido fondamento dell’umiltà, non faticò a erigere altre inscindibili virtù: povertà, castità e ubbidienza. Ebbe un misterioso timore della scienza ed è nota la sua dichiarazione: non voglio sapere. Studiò molto invece se stesso: una singolare delicatezza di coscienza, in guardia continuamente per conservare la sua anima monda anche della minima venialità, e vigilanza scrupolosissima dei suoi pensieri e affetti. Semplice e giusto, le sue parole sparsero pace e bontà e furono così feconde che dove non era che desolazione di uno sconforto senzo rimedio spesso fioriva una speranza. Fu a Guastalla che ebbe origine e si diffuse rapidamente la fama di santità del Gambara. A lui, martire oscuro del silenzio e della rinuncia, la gente cominciò a correre per benedizioni, consigli e preghiere. Alla sua intercessione sono attribuite grazie singolari, tra le quali acquistano particolare rilievo le prodigiose guarigioni di Felicita Allari di Gualtieri e della contessina Elena Rados di Guastalla, affette entrambe da una forma di tisi dichiarata dai medici incurabile. Spesso venne chiamato a benedire ammalati in altre città: Parma, Reggio, Modena e Mantova. L’ambasciatore di Spagna presso il duca di Parma, avendo la consorte gravemente inferma, si rivolse al Gambara, andando lui stesso a prenderlo col calesse: ebbe la grazia della guarigione sospirata. Si ricorda anche un prodigio operato a Zibello. Una settantina di bambini versavano in pericolo di vita per l’infierire di una violenta epidemia, ma fu sufficiente che il Gambara, come da richiesta, benedicesse i piccoli, perché tutti fossero in maniera insperata dichiarati fuori pericolo e poi perfettamente guariti. Un anno prima della morte il Gambara placò la piena del Po, che aveva straripato nelle campagne del Guastallese. Si narra che quando egli morì nel convento di Guastalla i miracoli si ripeterono in gran numero tra coloro che vi accorsero a venerare le spoglie del Gambara. I funerali solenni, fatti a spese dell’amministrazione pubblica, si dovettero ripetere per venire incontro alla devozione dei devoti e dei beneficati e, per due volte, si dovette vestirlo di altro abito, distribuito per devozione all’enorme concorso di popolo e di clero, venuto anche da altre parti. A quasi un secolo dalla morte, il 27 aprile 1876, fu avviata la procedura canonica per il riconoscimento delle virtù e della santità del Gambara. Il processo apostolico, aperto il 9 maggio 1889 a Guastalla dal vescovo Andrea Carlo Ferrari, si chiuse il 1° ottobre 1894. Secondo l’antica procedura al Gambara compete il titolo di venerabile. Tuttavia il processo si arrestò al conferimento del titolo di venerabile, che nelle cause postulatorie di esaltazione promosse dalla Chiesa rappresenta il primo gradino, subito seguito da beato e da santo. La salma del Gambara, inumata in un primo tempo nella chiesa dei Cappuccini di Guastalla, il 23 aprile 1920 venne traslata nella Cattedrale di quella città, dove riposa in un artistico sarcofago marmoreo.
FONTI E BIBL.: Giacinto da Belmonte, Compendio della vita del Venerabile Lorenzo da Zibello, Roma, 1890; Giovanni da Milano, Vita del Venerabile Lorenzo da Zibello, Monza, 1901; L. Corrini, Il Venerabile Lorenzo da Zibello, Torino-Roma, 1932 (cf. Collectanea Franciscana 1935, 447); Index Caus, 175; Bernardino da Siena, in Bibliotheca Sanctorum, VIII, 148; D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 227-230; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 700; Biografia del Venerabile, in Analecta Cap. 5 1889, 172-176, e 73 1957, 176; Biblioteca dei Frati Minori Cappuccini della Provincia Parmense, 1951, 298; Lexicon Capuccinum, 1951, v. Laurentius a Zibello, con bibliografia; Angelico da Parma, Breve ristretto della vita del padre Lorenzo da Zibello, sacerdote cappuccino, Parma, 1785; G. Razzoli, Venerabile Lorenzo da Zibello, Parma, 1937, 55; L. Gambara, Le Ville Parmensi, Parma, 1966, 546; Memorie del Convento e altre cose notabili dall’anno 1590 al 1804, ms., nella Biblioteca Maldotti di Guastalla, 49; A. Zamboni, Cento anni fa il miracolo di Padre Lorenzo da Zibello, in Il Quotidiano 24 aprile 1958, 3; Aurea Parma 2 1981, 191-198; E. Dall’olio, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1984, 3; Strade di Zibello, 1991, 18-19.


Felino 1898-Parma 15 dicembre 1973
Il padre Luigi fu uno dei medici più conosciuti di Parma, medico di fiducia di monsignor Conforti e di suor Anna Maria Adorni. Dopo aver frequentato la scuola La Salle, il Gambara si dedicò agli studi di medicina. Superata la prima guerra mondiale, durante la quale prestò servizio nei reparti Sanità, si laureò in medicina nel 1922. Specializzato in pediatria nel 1924 col professore Cattaneo a Milano, dopo aver fatto da assisente al professore Rossi in radiologia e al professore Braga all’ospedale di Parma, fece della professione la sua prima occupazione. Una volta lasciata l’Università, iniziò a dedicarsi a tempo pieno all’attività di pediatra sotto la guida del padre e insieme a lui lavorò per quasi vent’anni. Fu uno dei primi medici a portare a Parma le moderne tecniche di puericultura, che insegnò anche alle suore luigine. Fu inoltre uno dei primi medici parmigiani a curare le ustioni con metodi innovativi, che aveva imparato a utilizzare durante la prima guerra mondiale. Realizzò numerose pubblicazioni scientifiche di valore. Nel tempo libero coltivò le sue tendenze umanistiche: alla passione per la musica sommò quella per la propria città, le sue tradizioni e le sue bellezze. Fin dai tempi dell’Università strinse amicizia con un gruppo di pittori parmigiani, da Amos Nattini a Latino Barilli. Scrisse articoli, saggi (fu tra i più apprezzati collaboratori della Gazzetta di Parma ma la sua firma apparve regolarmente anche su Aurea Parma e su Parma per l’arte) e libri (pubblicò tre volumi: Novelle parmigiane dell’ottocento, Le ville di Parma e i Palazzi di Parma, quest’ultimo scritto in collaborazione con Marco Pellegri e Mario De Grazia). Si tratta di rassegne uniche nel loro genere per Parma. Di ogni palazzo e di ogni villa vengono raccolte la storia, i cambiamenti e le curiosità. Raccolte che sono importanti dal punto di vista architettonico ma che costituiscono anche uno spaccato interessante della storia e delle vicende delle principali famiglie parmigiane. Dipinse con buon tratto e suonò il piano con eccellente facilità di lettura. In diverse epoche ricoprì cariche di notevole importanza in enti e istituti di Parma: fu presidente del Conservatorio Arrigo Boito dal 1956 al 1959 e profuse nell’incarico energie ed entusiasmo per abbellire, restaurare e fare ricerche d’archivio, fu stretto collaboratore del maestro Medici al Centro studi verdiani, fu tra i fondatori della sezione provinciale dell’Unione italiana ciechi, vice presidente della Famija Pramzana e dal 1952 socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi. Sposatosi nel 1930 con Clara Thovazzi, divenne padre di cinque figli, quattro maschi e una femmina.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 dicembre 1973, 4; Aurea Parma 3 1973, 240; Lodovico Gambara presidente del Conservatorio A. Boito, in Gazzetta di Parma 23 marzo 1958, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 480; Parma nell’arte 1 1974, 109; Gazzetta di Parma 13 dicembre 1998, 10.

GAMBARA LORENZO, vedi GAMBARA GIOVANNI BATTISTA

Parma 5 maggio 1858-Felino 20 aprile 1944
Figlio di Ludovico e Carolina Cristani. Laureatosi in Medicina e chirurgia a Parma, fu allievo di Giovanni Inzani e per vari anni prorettore alla Scuola di Anatomia dell’Università di Parma, retta dal professore Tenchini. Intraprese in seguito la carriera professionale che esercitò con umanità e filantropia per mezzo secolo e più, guadagnandosi considerazione e stima. Per più di trent’anni fu il medico personale di Guido Maria Conforti, vescovo di Parma, col quale fu in intima amicizia. Curò anche il cardinale Ferrari, quando era ancora direttore del Seminario di Parma, e assisté fino al trapasso suor Maria Adorni, fondatrice dell’Istituto del Buon Pastore. Conobbe Giovanni Bosco e da lui ebbe l’incarico, che adempì scrupolosamente e senza emolumenti per ben cinquantaquattro anni, di curare gli allievi del suo collegio a Parma. Occupò numerose cariche pubbliche: per due volte fu consigliere comunale a Parma, a San Secondo Parmense e a Felino per quasi trent’anni. Fu presidente del Sanatorium Baistrocchi di Salsomaggiore e vice presidente degli Ospizi Civili. Amò lo studio e le lettere (scrisse in prosa e in poesia, in lingua e in vernacolo) e anche la pittura, rivelando un ingegno multiforme e duttile. Nella guerra 1915-1918 prestò volontariamente la sua opera nell’Ospedale di Parma per oltre due anni col grado di capitano medico. Di principi politici rigidamente conservatori, militò sempre nei partiti d’ordine.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 89; Aurea Parma 1944, 31; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 77-78; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 228.


Parma 1711
Trombetto ducale, in occasione delle nozze di Elisabetta Farnese, nel 1711, fece parte della scorta d’onore (Biblioteca Palatina di Parma, ms Parmense 433).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Salsomaggiore 13 novembre 1902-Milano 31 maggio 1990
Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parma, ove si diplomò in figura nel 1924. Fu socio della Società di Belle Arti Permanente di Milano e assiduo alle mostre allestite dalla stessa. Inoltre partecipò a molte rassegne d’arte a carattere regionale e nazionale, tra le quali la Mostra Nazionale di Bari (1952), l’Esposizione d’arte figurativa (Torino, 1953), la Nazionale d’arte di San Remo (1958) e la XX e XXV Biennale d’arte di Milano. Tenne numerose mostre personali a Rovereto (1959 e 1970), Roma (Galleria La Dorica, 1966), Vicenza (Galleria L’Incontro, 1968), Milano (Galleria Marotta, 1970) e Parma (1971). Sue opere figurano nella Galleria d’Arte Moderna di Abbiategrasso e in raccolte private. Visse e operò sempre a Milano.
FONTI E BIBL.: E. Somarè, in Il Tempo 21 dicembre 1947; O. Vergani, in L’Illustrazione Italiana 19 febbraio 1950; L. Borgese, in Corriere della Sera 7 marzo 1951; T. Manfrini, in Il Gazzettino di Rovereto 17 marzo 1958; L. Valduga, in Alto Adige 2 aprile 1959; M. Lepore, Catalogo personale alla Galleria La Dorica, Roma, 1966; V. Scorza, in Il giornale del Mezzogiorno novembre 1966; M. Caligiure in Estro ottobre 1967; G. Mancini, in Teleuropa ottobre 1967; G. Mancini, in Il giornale di Vicenza 29 maggio 1968; L. Santucci, Giuseppe Gambarini, Milano, 1970; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1972, 1379.


Parma 1783-post 1819
Nel 1819 rivolse una supplica a Maria Luigia d’Austria, in cui scrive: Professore cantante, ha dato saggi di sua professione sostenendo la sua parte nei Teatri più accreditati d’Italia. Chiede di essere ammesso nella di lui qualità di primo tenore alla Cappella Reale (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi. Coro. 1819).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma-post 1821
Nel 1821 era cantore della Real Camera e professore di canto della Ducale Orchestra di Parma (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della Orchestra Ducale).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Borgo San Donnino 1390/1410
Fu bravo calligrafo, contemporaneo a Donnino Parmense. Il Pezzana, citando l’Andres, ricorda che del Gambi esiste nella Biblioteca di Napoli la Divina Commedia dell’Alighieri scritta elegantemente da Giovanni de’ Gambis di Borgo San Donnino. Si tratta di un codice prezioso, contenente alcune importanti lezioni che l’Andres stesso si proponeva di rendere note al pubblico. Fu sconosciuto allo Zani.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 177; L. Scarabelli, Istoria Civile dei Ducati, volume II, 37; L. Molossi, Vocabolario topografico dei Ducati di Parma, 303; A. Pezzana, Memorie degli Scrittori, tomo Vi, parte 2, 1827, 272; C. Malaspina, Guida di Parma, Grazioli, 1869; E. Scarabellli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 28.

GANDI PIETRO, vedi GRANDI PIETRO


Parma 1906-Venezia 1941
La Gandini partecipò assiduamente dal 1929 alle mostre di pittura Sindacali venete. Nel 1938 fu premiata a San Remo e qualche sua opera figurò alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali di Roma, ma solo la retrospettiva del 1941 ne presentò l’opera in modo quasi completo. Negli studi di figura eseguiti intorno al 1935, pur tra preoccupazioni di carattere scolastico a rendere la corposità con mezzi ancora accademici, è già presente la ricerca dell’architettura dei corpi che costituisce la pecuiliarità della Gandini. Il Ritratto della signora Rizzioli (1938), imbastito su poche variazioni cromatiche, con predominio del nero, attesta, mediante un pennelleggiare più nervoso, il raggiungimento di una sicura sintesi interpretativa. La Gandini pervenne a questi risultati con la scorta dei suggerimenti degli interpretatori dell’impressionismo, soprattutto del Paulucci. Su tali dati linguistici si innsestò via via un personale accento, sempre più agitato, nervoso, d’una sensibilità quasi morbosa (Candida), che richiama l’espressionismo del Kokoschka, al quale forse la Gandini si indirizzò per la propensione a comprendere la sofferenza e il male. Basandosi soprattutto su queste ultime opere, in parte incompiute, il Pallucchini mise a fuoco criticamente l’originalità e la sensibilità della Gandini, scomparsa prematuramente quando il processo evolutivo della sua arte era in via di approfondirne il sentimento e i mezzi espressivi.
FONTI E BIBL.: Catalogo della XXi Biennale, Venezia, 1938; R. Pallucchini, Catalogo della mostra alla Sindacale veneziana, Venezia, 1941; Candida, in Emporium novembre 1942; R. Pallucchini, Catalogo XXXII mostra Bevilacqua-La Masa, Venezia, 1941-1942; R. Pallucchini, Le tre Venezia, Venezia, febbraio 1942; R. Pallucchini, Ricordo di Giola Gandini, in Emporium dicembre 1942; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1972, 1386; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 1030.


Parma 1489 c.-Parma 20/31 maggio 1538
Figlio di Ognissante e di Lucrezia del Grano, aggiunse al cognome paterno quello della madre nel 1528, quando ella fu nominata erede, insieme con i figli Gianfranco e lo stesso Gandini, dal fratello Giacomo (Affò, 1796). L’esiguità delle notizie fornite dalle fonti e la scarsità di documenti disponibili ha impedito il chiarimento della figura del Gandini di cui si ignorano molti aspetti della vita e dell’attività. Nelle carte d’archivio (Dall’Acqua) il Gandini viene ricordato come pictor parmensis e questo contraddice l’affermazione di Orlandi secondo il quale era di origine mantovana. Riguardo all’anno di nascita, l’unica testimonianza viene da Malaspina che, in totale assenza di basi documentarie, propose la data 1489. La critica successiva tuttavia posticipò la data intorno ai primi anni del Cinquecento poiché sembrerebbe più probabile, tentuto conto dell’esiguità e dell’omogeneità stilistica del corpus pittorico, che il Gandini sia stato attivo per un periodo piuttosto breve, da circoscrivere al decennio 1528-1538. Dimenticato dalle fonti contemporanee, il Gandini entrò nella storiografia artistica soltanto nel Settecento quando Orlandi lo definì allievo del Correggio e pittore di buona classe. Lanzi lo incluse tra i pittori correggeschi di grande merito, scorgendo nei suoi quadri gli interventi del maestro. Benché non vi siano prove di un reale alunnato presso la bottega di Antonio Allegri detto il Correggio, l’appartenenza del Gandini a questo ambito è comprovata da una netta adesione al gusto e allo stile dell’Allegri del quale riprese, rielaborandoli, i moduli compositivi e tipologici. La marcata dipendenza da invenzioni correggesche ha consentito di stabilire una consequenzialità temporale nei dipinti del Gandini. Sembrerebbe infatti che i modelli ai quali guardò il Gandini siano stati tutti realizzati dall’Allegri entro il 1528. L’attività grafica e pittorica del Gandini fu a lungo confusa con quella dell’artista cremonese Bernardino Gatti. Un contributo fondamentale per la distinzione delle due personalità artistiche venne dato da Oberhuber che ridiscusse l’attribuzione di un gruppo di disegni in favore del Gandini. Diverse opere furono allora espunte dal catalogo del Gatti e il corpus pittorico gandiniano fu oggetto di diverse precisazioni. Si arrivò a distinguere nel percorso del Gandini due momenti stilistici: un primo, in cui la preponderante adesione ai modi correggeschi è resa evidente dalla circolarità della grafica e delle strutture compositive, e un secondo, legato agli ultimi anni della sua attività, in cui emerge uno stile più personale, caratterizzato dall’uso di tinte fredde e da una angolosità nordica, da una tecnica raffinata e sicura, vicina al manierismo di Francesco Mazzola detto il Parmigianino e di Girolamo Bedoli detto il Mazzola. Legata all’influsso correggesco, quindi databile intorno al 1528-1530, è la pala con La città di Parma dedicata alla Vergine e i suoi santi patroni (Milano, collezione Gallarati Scotti), per la quale fu proposta l’identificazione con il dipinto menzionato nell’inventario di Francesco Bajardi, collezionista e committente del Parmigianino, dove risulta un quadro con Madonna e puttino e altre undici figure intorno di mano di Georgio da Parma (Cirillo-Godi, p. 11 s.). Prossimo per cronologia e stile alla pala milanese è il dipinto con il Matrimonio mistico di S. Caterina, conservato nella collezione del conte di Yarborough a Brocklesby Park, già attribuito al Correggio e al Gatti (Oberhuber). Intorno al 1530 va collocata la pala raffigurante La Madonna col Bambino e i ss. Michele, Giovannino e Cristoforo, conservata all’Istituto Madonnina del Grappa a Rifredi. Il dipinto, proveniente dalla collezione Boscoli di Parma, in passato attribuito al Correggio e successivamente ad Annibale Carracci, è ritenuto un’opera, non finita, ascrivibile al Gandini ma con ampie ridipinture seicentesche. Al 1532 risalgono i primi documenti che testimoniano la presenza del Gandini a Parma. A questa data figurò infatti come testimone di alcune vertenze ereditarie di famiglia. Dalle carte, in cui viene citato come discretum virum (Venturi) si deduce che il Gandini risiedeva presso San Paolo in Borgo delle Asse (Cirillo-Godi, p. 11). Del 6 maggio 1535 è invece la prima notizia documentaria relativa alla sua attività artistica. La Compagnia della chiesa della Steccata di Parma gli commissionò l’esecuzione di una Crocifissione, poi perduta, per la quale ricevette un pagamento di 5 lire (Testi, 1934). A questi stessi anni viene datato il Riposo dopo la fuga in Egitto (Helsinki, collezione Roschier-Holmberg) nel quale la critica (Cirillo-Godi, p. 11 s.) riconosce la seconda opera di mano del Gandini citata nell’inventario di Francesco Bajardi. Per le analogie stilistiche questo dipinto fu accostato alla pala, raffigurante la Sacra Famiglia con i ss. Michele , Bernardo e angeli, proveniente dalla chiesa di San Michele dell’Arco e conservata nella Pinacoteca nazionale di Parma. Sebbene in passato sia stata attribuita a Lelio Orsi da Novellara (Ruta; Ratti), quest’opera è stata poi concordemente assegnata al Gandini, sulla scorta dell’attribuzione proposta a fine Settecento da Affò, ed è considerata unanimamente il risultato più alto della sua maturità artistica. Sempre al 1535 risale la prima testimonianza relativa agli affreschi del Duomo di Parma che, sebbene mai realizzati, dimostrano come a questa data il Gandini avesse raggiunto un notevole prestigio. Nel contratto, rogato il 31 giugno, i fabbricieri commissionarono al Gandini gli affreschi del presbiterio e della conca absidale per i quali si impegnarono a pagare 350 scudi d’oro (Pungileoni). Il Gandini realizzò diversi disegni preparatori ma non arrivò mai a eseguire gli affreschi: dopo la sua morte, il 5 giugno 1538 i fabbricieri chiesero alla famiglia del Gandini la restituzione della somma versata come anticipo. Alla metà degli anni Trenta si collocano i due dipinti, raffiguranti la Madonna col Bambino e santi, conservati presso la Pinacoteca nazionale di Parma: l’analogia del soggetto e le misure pressoché identiche fanno supporre che le due opere siano state realizzate per un’unica committenza alla quale venne offerta la possibilità di scegliere tra due varianti (Cirillo-Godi). In base ad analisi stilistiche e compositive, Degrazia attribuì al Gandini due opere in collezioni private statunitensi: un S. Giorgio e il drago (Boston) e un Giovane che fugge dopo la cattura di Cristo (Columbus).
FONTI E BIBL.: P.A. Orlandi, L’Abcedario pittorico, Bologna, 1719, 194 s.; C. Ruta, Guida alle più eccellenti pitture che sono in molte chiese della città di Parma, Parma, 1739, 49 s.; C.G. Ratti, Notizie intorno la vita e le opere del celebre pittore A. Allegri da Correggio, Finale, 1781, 138 s.; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, I, Parma, 1796, 27; I. Affò, Vita del graziosissimo pittore F. Mazzola detto il Parmigianino, Parma, 1784, 94; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, IV, Pisa, 1816, 95; L. Pungileoni, Memorie istoriche di A. Allegri detto Correggio, III, Parma, 1821, 29-31; C. Malaspina, Guida di Parma, Parma, 1869, ad indicem; G. Campori, Raccolta di cataloghi ed inventari inediti, Modena, 1870, 262 s.; C. Ricci, La Reale Galleria di Parma, Parma, 1896, 129, 137-139; L. Testi, S. Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 151 n. 73; A. Venturi, Storia dell’arte italiana, IX, 2, Milano, 1926, 716-718; L. Testi, La cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 104; Mostra del Correggio, Parma, 1935, 97, 172 s.; G. Copertini, I primi conseguenti del Correggio nell’Emilia e nelle Marche, in Manifestazioni parmensi nel IV centenario della morte di Correggio, Parma, 1936, 227; E. Bodmer, Il Correggio e gli emiliani, Novara, 1943, XXX s.; A.E. Popham, Correggio’s drawings, Londra, 1957, 113 s.; L. Gambara, Parma consacrata alla Vergine: storia di un quadro di Giorgio Gandini del Grano, in Parma Economica 1964, 14-21; K. Oberhuber, Drawings by artists working in Parma in the sixteenth century, in Master Drawings 3 1970, 282; Pittori bolognesi del Seicento nelle Gallerie di Firenze, a cura di E. Borea, Firenze, 1975, 32-34; G. Cirillo-G. Godi, Per Giorgio Gandini del Grano, pupillo del Correggio, in Parma nell’Arte 2 1978, 7-31; Correggio e il suo lascito. Disegni del Cinquecento emiliano, a cura di D. Degrazia, Parma, 1984, 198-207; L. Fornari Schianchi, La Galleria nazionale di Parma, Parma, 1983, 94; M. Dall’Acqua, Correggio e il suo tempo, Parma, 1984, 86-91; S.J. Freedberg, La pittura in Italia dal Cinquecento al Seicento, Bologna, 1988, 496 s.; E. Riccomini, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, Milano, 1987, I, 240; M.G. Diana, in La pittura in Italia, Milano, 1987, II, 723; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, XIII, 150; S. Bozzi, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 146-147.

San Secondo Parmense 1919-Parma 28 settembre 1984
Il Gandini cominciò a scrivere giovanissimo ma pervenne alla notorietò soltanto in età matura, con il romanzo La caduta di Varsavia, uno dei pochi successi italiani di narrativa sulla seconda guerra mondiale. Il Gandini aveva inviato il suo manoscritto a un concorso letterario indetto dal settimanale Lo Specchio: il regolamento del premio prevedeva la pubblicazione dell’opera vincente per la Longanesi. Con questo libro egli entrò nell’arengo letterario, essendo riuscito a crearsi un proprio spazio nel mondo della cultura, grazie anche alla collaborazione, benché saltuaria, a giornali come Il Tempo di Roma, il settimanale Grazia, il mensile Storia illustrata e Casaviva, diretto da Renato Olivieri, che l’aveva prima scoperto e poi valorizzato. L’altro libro del Gandini si intitola I girasoli e la Luna (autunno 1942, fronte russo), che, pur senza ottenere il successo del precedente, contribuì comunque a ribadire la sua personalità e originalità di scrittore. Si dilettò anche in opere minori: a esempio scrisse una divertente serie di ricette legate alla pasta Braibanti, la nota fabbrica parmigiana, ai cui titolari fu legato da fraterna amicizia. Il Gandini non fu scrittore a tempo pieno: fu prima assicuratore e poi impiegato in una importante ditta commerciale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 29 settembre 1984, 3.

GANDINI DEL GRANO GIORGIO, vedi GANDINI GIORGIO

GANDINO GIORGIO, vedi GANDINI GIORGIO

GANDOLFI, vedi DALL’AGLIO ENZO


Lesignano Bagni 9 febbraio 1926-Bosco di Corniglio 17 ottobre 1944
Figlio di Pietro. Partigiano della Brigata Pablo, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Nel corso dell’attacco di sorpresa condotto da preponderanti forze nazifasciste contro la sede operativa del Comando Unico Est Cisa, partecipava attivamente alla disperata resistenza nel corso della quale trovavano morte gloriosa il Comandante Unico ed altri partigiani. Catturato, veniva senz’altro passato per le armi essendosi rifiutato di fornire utili informazioni al nemico.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 59; Caduti resistenza, 1970, 77.


-Serra Capsida 3 febbraio 1863
Fu volontario nel 1859 a Varese, a Como e a Treponti.
FONTI E BIBL.: A. Toscani, in Il Patriota 6 febbraio 1863, n. 33; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 408.

GANDOLFI GIAMBATTISTA O GIANBATTISTA, vedi GANDOLFI GIOVANNI BATTISTA

Parma 3 agosto 1876-Parma 7 febbraio 1961
Nel 1910 si diplomò infermiera volontaria della Croce Rossa Italiana con la votazione di cinquanta e lode e un anno dopo ricevette il diploma di grado superiore. Scoppiata la prima guerra mondiale, la Gandolfi fu mobilitata il 13 giugno 1915 e prestò servizio sul treno ospedale della III Armata. Al momento della smobilitazione, ricevette una lusinghiera lettera di encomio. Nel 1919 la Gandolfi fu insignita di medaglia d’argento e diploma di benemerenza per l’opera svolta nella ricerca di prigionieri di guerra e nell’assistenza ai profughi dopo la battaglia di Caporetto. Nel 1921 ricevette ancora una medaglia di bronzo al merito per il servizio prestato negli ospedali da campo. Ottenne poi il diploma di infermiera professionale e nel 1936 fu autorizzata a fregiarsi della Croce di anzianità. Scoppiata la guerra 1940-1945, ottenne una stella al merito per una missione speciale in Africa (nel 1942) e una medaglia di bronzo al merito da parte della Croce Rossa Italiana. Nel marzo del 1954 venne autorizzata dal Ministero della Guerra a fregiarsi del distintivo della guerra con tre stellette. Per raggiunti limiti di età, la Gandolfi venne collocata a riposo il 23 novembre 1945.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 febbraio 1961, 4.


Parma 1820
Sacerdote ed educatore, negli anni Venti del XIX secolo diresse una scuola di mutuo insegnamento a Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 369.

Parma 24 ottobre 1887-Salsomaggiore Terme 11 novembre 1977
Nacque da Vincenzo e Alice Zolesi. Dopo essersi diplomato in tromba al conservatorio di Parma nel 1905, si dedicò alla composizione sotto la guida di I. Pizzetti. I suoi primi lavori furono due marce per banda (Sul lungo-Parma e A Vittorio Bottego) e un’operetta dal titolo Artiglieria rusticana. Negli anni successivi si dedicò soprattutto alla direzione di orchestra, collaborando a lungo con C. Campanini. Dopo alcune tournée in Sudamerica (1914 e 1919), nel gennaio 1920 debuttò sul podio del teatro Regio di Parma con Aida di G. Verdi e in primavera diresse la prima di un’opera biblica di A. Furlotti, La samaritana, su libretto di R. Guazzi e M. Silvani. L’opera ebbe un ottimo esito tanto che il 3 novembre 1920 fu replicata al teatro Coliseo di Buenos Aires sotto la direzione dello stesso Gandolfi. Nell’aprile 1921 diresse La Gioconda di A. Ponchielli e Rigoletto di Verdi al teatro degli Industri di Grosseto, cui fecero seguito spettacoli lirici e sinfonici in numerosi teatri italiani e con orchestre prestigiose, tra cui la grande Orchestra sinfonica padovana, di cui diresse il concerto inaugurale al teatro Verdi di Padova (1927), l’orchestra Fonocastiglia (della casa discografica tedesca Homocord), con la quale incise numerosi brani del repertorio lirico-sinfonico italiano (1931), l’Orchestra sinfonica milanese (1932), l’orchestra dell’Ente italiano audizioni radiofoniche di Torino (1941), l’orchestra stabile dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma (1943), l’orchestra dei Pomeriggi musicali di Milano (1956) e l’orchestra Scarlatti di Napoli (1963). Nel luglio del 1923 il Gandolfi fondò l’orchestra sinfonica delle Terme di Salsomaggiore, che diresse fino alla seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni Quaranta, sempre a Salsomaggiore, creò un’orchestra da camera che fu attiva per un decennio e che fece conoscere al pubblico rarità musicali di virginalisti inglesi del XVI secolo, autori italiani e tedeschi dei secoli XVII e XVIII, autori contemporanei, nonché brani poco noti del periodo romantico. Fu autore inoltre di numerose trascrizioni di composizioni del periodo barocco. Dopo l’addio al podio nel 1964 per motivi di salute, si dedicò alla stesura delle sue memorie, che furono pubblicate a puntate nella Gazzetta di Parma e in seguito raccolte nel volume Note fuori dal pentagramma, pubblicato postumo a Milano nel 1992. Il Gandolfi dedicò la maggior parte della sua vita artistica all’orchestra sinfonica salsese da lui istituita, per ottemperare alle richieste di riqualificazione musicale della città da parte della Società delle Terme. La costituzione dell’orchestra salsese cominciò dal nulla e fu quindi un grande impegno da parte del Gandolfi allestire un organismo orchestrale in tutti i suoi aspetti: artistico, organizzativo-economico e impresariale. Fino al 1954 il Gandolfi risultò dunque collaboratore stabile delle Terme, incaricato dalla direzione dei concerti e delle manifestazioni musicali presso lo Stabilimento Berzieri. Tra il 1923 e il 1924 si dedicò alla costituzione e alla preparazione artistica del nuovo complesso orchestrale, portandolo sino a organico completo. Per l’impianto della sua orchestra ebbe la possibilità di scritturare i musicisti per un periodo molto lungo, ossia per tutta la stagione turistica che andava da aprile sino a tutto ottobre. Tale condizione diede al Gandolfi l’opportunità di selezionare severamente gli elementi da inserire nell’organico, avvalendosi anche di quegli affermati professori d’orchestra che, liberi dalla stagione della Scala di Milano, snodantesi durante il periodo invernale, potevano inserirsi nell’orchestra di Salsomaggiore che agiva invece da maggio a settembre. Negli anni Venti la musica sinfonica era ancora pressoché ignorata in Italia, malgrado l’opera appassionata di Sgambati e Martucci prima e successivamente della generazione dell’Ottanta, protesa nel tentativo di sprovincializzare e internazionalizzare la cultura musicale italiana indissolubilmente legata al melodramma. A tale impostazione è unita la figura di Toscanini, uno dei meriti maggiori del quale fu appunto quello di proporre con grande costanza il repertorio sinfonico, in particolare tedesco. Il Gandolfi proseguì la lezione di Toscanini innovando il panorama musicale di Salsomaggiore, che fu menzionata su tutti i giornali dell’epoca come la città termale più musicale d’Italia. Dalle testimonianze dei giornali viene rimarcata la presenza di un pubblico numerosissimo, proveniente da ogni parte d’Italia in quanto fruitore della cura termale. La ragione del successo dei concerti salsesi dipese anche dal fatto che in Italia le esecuzioni sinfoniche erano assai scarse, per la stessa scarsità di orchestre sinfoniche. Queste ultime, numerose all’estero, raramente varcavano le Alpi. Quanto alla produzione fonografica, riguardò quasi esclusivamente brani lirici e musica leggera, causa l’imperfezione dell’incisione su disco. Le esecuzioni dell’orchiestra salsese furono perciò particolarmente apprezzate, oltre che per le capacità artistiche del Gandolfi, per la condizione innovativa che il repertorio implicava. Durante tutto il 1923 il Gandolfi si adoperò per la genesi dell’orchestra. L’attività ufficiale ebbe inizio nel 1924. L’organico della formazione orchestrale si compose complessivamente di 39 elementi: 6 violini primi, 4 violini secondi, 3 viole, 3 violoncelli, 3 contrabbassi, 1 arpa, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarini, 2 fagotti, 4 corni, 2 trombe, 3 tromboni, 1 timpano e 1 batteria. Vi era altresì un maestro sostituto e accompagnatore al pianoforte dei solisti. Questo organico fu mantenuto fino al 1927, quando gli elementi divennero 46: l’aggiunta fu di 2 primi violini, 2 secondi violini, 1 viola e 1 violoncello. Nel 1933 venne inserito 1 basso tuba. Nel 1941 fu tolto 1 trombone. Si può affermare che l’orchestra, durante la sua esistenza, ebbe un organico sostanzialmene compatto e numericamente superiore (se pure di poco) a quello dell’Orchestra Sinfonica dell’Emilia Romagna nell’anno della sua costituzione (1975). La parabola storica dell’orchestra sinfonica salsese fu costellata da accadimenti eccezionali sotto il profilo artistico. Il 27, 29 e 30 agosto 1925 il Gandolfi commemorò Puccini, morto l’anno precedente, con la rappresenzazione di Madama Butterfly. L’evento fu a quanto pare memorabile. Su intuizione dello stesso Gandolfi, l’opera venne rappresentata nel suggestivo scenario naturale del laghetto del parco Regina Margherita. L’àmbito scenografico fu affidato a Galileo Chini (il versatile artista del periodo liberty, la cui produzione figurativa caratterizza i grandi apparati pittorici delle più importanti strutture architettoniche di Salsomaggiore Terme) e riprodusse, in un gioco di duplice aspetto visivo, i luoghi pucciniani e i luoghi immaginati da Puccini per lo sviluppo della storia narrata nell’opera. Ad aumentare il prestigio della rappresentazione contribuì anche l’apporto di Arturo Toscanini, assiduo frequentatore della cittadina termale (come del resto era stato Puccini), dove qualche tempo prima aveva avuto modo di conoscere il Gandolfi e di apprezzarne le qualità artistiche. Toscanini accettò di far parte del comitato d’onore della manifestazione, insieme a Ildebrando Pizzetti. Il Gandolfi fu un eccellente organizzatore, preparato in ogni aspetto del mestiere, per cui in quell’occasione egli stesso ebbe un ruolo importante nell’allestimento scenico. Soprattutto audace e innovativa fu l’idea di rappresentare all’aperto un’opera di caratterre intimistico. Questa realizzazione si presentava poi particolarmente difficile poiché il progetto comportò l’installazione su palafitte del palcoscenico, del golfo mistico e di parte della platea. Fu quindi grazie alle insistenze del Gandolfi che potè essere realizzata un’impresa davvero memorabile. Protagonisti dell’opera furono il soprano Ersilia Cervi Caroli, il tenore Carlo Broccardi e il baritono Luigi Borgonovo. Nel 1929, in previsione di altre recite melodrammatiche, il Gandolfi fondò la Scuola di canto corale di Salsomaggiore. E in quello stesso anno diresse la Carmen, interpretata da Giuseppina Zinetti. L’opera vide la partecipazione dei balletti Arlesienne dell’Opéra di Parigi. Il 1936 fu l’anno del melodramma. Tutte le opere vennero rappresentate al Teatro Ferrario. Il 28 giugno il Gandolfi diresse Bohème con Mafalda Favero, il 15 e 16 agosto Rigoletto con il baritono Carlo Galeffi, il soprano Maria Gentile e il tenore Alessandro Wesselowsky, l’8 e il 10 settembre Madama Butterfly con il soprano Stella Roman, il tenore Carlo Alfieri e il baritono Afro Poli, infine il 9 settembre, in occasione della commemorazione del bicentenario della morte di Pergolesi, fu eseguita La serva padrona, con la partecipazione del soprano Luisa Palazzini e del basso Ernesto Badini. La stagione lirica che Salsomaggiore offrì quell’anno ebbe una grande rilevanza sulla stampa: in particolare tutte le cronache testimoniano il successo riportato dal Gandolfi, accreditato ormai come personaggio artistico di spicco nel panorama culturare italiano. Le stagioni salsesi continuarono fino al 1941, quando si interrupero a causa della seconda guerra mondiale. Ma subito dopo la guerra, nel 1946, il Gandolfi riprese l’attività concertistica. Di quell’anno è il grande concerto del 10 settembre, che vide la partecipazione di Renata Tebaldi. Il 26 luglio 1947 il Gandolfi diresse Traviata con il soprano Magda Piccarolo, il tenore Nicola Filacoridis e il baritono Ernesto Vezzosi. Il repertorio sinfonico che il Gandolfi costruì per la sua orchestra comprese musiche di un centinaio di compositori dal Seicento al Novecento. Soprattutto eseguiti furono Haydin, Cimarosa, Mozart, Beethoven, Rossini, Schubert, Wagner, Verdi, Massenet, Grieg, Catalani, Puccini, Debussy, Mascagni e Respighi. Per quanto concerne Respighi, il Gandolfi fu uno dei primi direttori d’orchestra a eseguire I Pini di Roma. Il gusto dell’inedito e dell’originale si mantenne del resto sempre una caratteristica del Gandolfi, il quale volle promozionare anche altre composizioni, specialmente di autori contemporanei o meno noti al fine di valorizzarne la produzione. Va ricordata la prima esecuzione italiana dell’Ouverture in fa di Sebastiano Caltabiano (1936), nonché le ripetute esecuzioni dell’intermezzo sinfonico Tristi ricordi di Alessandro Riboli, dell’impressione sinfonica Il lago d’amore di Cesare Nordio, del Quadretto n. 2 op. 75 di Antonio Bazzini, della sinfonia dell’opera Consalvo di Italo Azzoni, del Minuetto e dello Scherzo di Romanini, dell’interludio dell’opera Nozze in Turenna di Mario Stradivari, della sinfonia dell’opera Le astuzie di Bertoldo di Luigi Ferrari Trecate, delle Danze piemontesi di Leoni Sinigaglia, del Minuetto e del Tema con variazioni di Giovanni Bolzoni, della Danza infantile di Pietro Ricci, del Largo e dello Scherzo di Guglielmo Zuelli. Nel 1948-1949 l’orchestra sinfonica salsese dovette sospendere l’attività a causa dell’oneroso impegno finanziario che comportava. Instancabile, il Gandolfi continuò tuttavia a lavorare per costruire un’orchestra da camera, organico più accessibile per le finanze delle Terme di Salsomaggiore. Iniziò così un’attività di trascrittore, allo scopo di predisporre un repertorio cameristico: a esempio completò non poche sonate a tre, aggiungendovi tutta la gamma degli archi. L’Orchestra da camera delle Terme (la cui attività iniziò nel 1950) fu anch’essa un complesso stabile, con la medesima stagione concertistica del’orchestra sinfonica e un organico formato da 6 primi violini, 5 secondi violini, 3 viole, 2 violoncelli, 1 contrabbasso, 1 flauto e 1 oboe. Tra gli accadimenti eccezionali legati all’orchestra da camera è da segnalare il Concerto spirituale, tenuto il 24 settembre 1951, che vide eseguite alcune sonate da camera del XVII e XVIII secolo, trascritte per l’occasione dal Gandolfi. L’eco sulla stampa rivela un vivacissimo successo di critica e pubblico, tanto che il Gandolfi ricevette offerte per portare anche altrove il medesimo concerto e l’orchestra di Salsomaggiore. Anche l’orchestra da camera ebbe un repertorio di compositori dal Seicento al Novecento e ciò permise allo stesso complesso strumentale di essere una vera scuola per gli esecutori. Tra gli autori maggiormente eseguiti in questa seconda fase della sua attività salsese, il Gandolfi propose soprattutto Cazzati, Scarlatti, Tartini, Marcello, Corelli, Vivaldi, Bach, Mozart, Haendel e Haydn. Ma affrontò anche i contemporanei, quali Britten Strawinsky, Bartok, Hindemith, Schoenberg e Sciostakovic. Il Gandolfi fu collaboratore stabile delle Terme fino al 1954. Dopo questa data il suo contratto salsese venne mutato in una concessione di appalto per la direzione dei concerti e delle manifestazioni musicali. Evidentemente i pesanti oneri economici fecero preferire un contratto di appalto, più facilmente derogabile di un impegno contrattuale fisso. Il Gandolfi concluse la sua attività nel 1964 dirigendo l’Orchesta Scarlatti di Napoli. Tra le sue composizioni, in parte inedite, oltre a quelle già citate, si ricordano: una Pastorale, una Ave Maria per soprano e orchestra (1910), l’inno Vergine bella, per coro e organo (Milano, 1954), un mottetto su testo dell’Ave Maria, per voce e organo (Roma, 1963), l’Inno a Maria, per due voci e organo (Bergamo, 1964) e numerose composizioni per il periodo del Natale. Per orchestra da camera compose: il valzer Boston (1913) e quattro valzer-suite, pubblicati a Milano nel 1935-1936 (Quando canta amore, Primavera torna, Fra canti e carole, Godiamo la vita). Compose inoltre, su parole di A. Cavaliere, il Valzer di Salsomaggiore per tenore e orchestra, l’opera teatrale Le feste di Roccabruna (1922), Inno corale a G. Verdi, su parole di O. Boni, per coro, orchestra e sei trombe a squillo (Milano, 1913), eseguito per la prima volta a Torino il 1° giugno 1961, la romanza Vaga bruna, sei canzoni per voce e orchestra da camera (1972-1973) e il valzer per pianoforte Fiore d’autunno. Nel 1917 sposò Graziella Caviglia di Parma, insegnante e autrice del testo poetico di alcune sue composizioni.
FONTI E BIBL.: Dizionario musicisti UTET, 1986, III, 113; P. Mecarelli, in Aurea Parma 3 1995, 273-283; G.N. Vetro, Dizionario, 1998; P. Campi, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 170-171.


Parma XIX/XX secolo
Mitragliere e pioniere dell’aviazione parmigiana. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: M. Cobianchi, Pionieri dell’aviazione, 1943.

GANDOLFI GIOVANNI, vedi anche GANDOLFI GIOVANNI BATTISTA

Parma 1831
Impiegato delle Finanze del Ducato di Parma, partecipò ai moti del 1831. Fu in seguito inquisito e sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province di Parma 1937, 173.

Borgo San Donnino 23 giugno 1778-Parma 15 maggio 1873
Figlio di Pietro. Di principi democratici e amante della libertà, si arruolò giovanissimo (1802) volontario nel Genio Zappatori dell’esercito del Regno d’Italia. Prese parte nel 1803 (caporale) alla campagna sulle coste dell’Oceano, nel 1806 alla campagna di Prussia e a quelle di Svezia (1807), di Spagna (1808-1812) e d’Italia del 1813-1814. Fu promosso Sergente nel 1809. Per tre volte ferito all’assalto del forte Ulivo a Terragona l’11 dicembre 1811, fu citato all’ordine del giorno del generale francese Suchet e Napoleone Bonaparte stesso uscì per la circostanza con il significativo commento: Les parmesans sont tous valeureux. Raggiunse nel 1813 per meriti speciali il grado di tenente. Caduto il Bonaparte, entrò nell’agosto del 1814 nel reggimento di Maria Luigia d’Austria e nel 1815 fu promosso capitano. Cancellato il 15 marzo 1831 dai ruoli dell’esercito ducale per aver partecipato ai moti liberali di quell’anno, venne in seguito (5 agosto 1831) riassunto in servizio effettivo, pervenendo, di grado in grado, a quello di colonnello. Decorato di varie medaglie al valore, fu pure insignito, per le benemerenze acquisite nella lunga attività militare, delle commende dell’Ordine Costantiniano e della Legion d’Onore.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 177-178; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XIX-XX; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 24; Aurea Parma 1946, 26; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 168-169.


Bardi 1779-Borgo San Donnino 17 novembre 1833
Fu allievo del collegio Alberoni di Piacenza. Divenuto sacerdote, per alcuni anni fu maestro a Bardi. Recatosi a Milano, durante l’occupazione francese seppe guadagnarsi stima, vari titoli accademici e l’onore di leggere filosofia in Varese. Fu maestro ed educataore di Tullio Dandolo. In seguito si trasferì a Como. Stampò in Firenze vari suoi lavori. Infine fu chiamato dal Governo ducale a presiedere alle scuole di mutuo insegnamento in Borgo San Donnino, per poi passare professore di filosofia nel Seminario della stessa città.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 196; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 205.

Parma 1917-Bologna 14 marzo 1999
Entrò nel 1936 al Teatro Regio di Parma in qualità di collaboratore dell’impresario lirico Lanfranchi (padre del regista Mario, marito del celebre soprano italo-americano Anna Moffo) nell’organizzazione delle stagioni liriche. Poi fu stretto collaboratore di Carlo Alberto Cappelli, prima di assumere incarichi dirigenziali al Teatro Regio di Parma per conto dell’Ente teatrale italiano, che nel frattempo (luglio 1955) lo aveva assunto. In questo periodo (dal 1955 al 1962) al Regio di Parma organizzò, in collaborazione con l’amministrazione comunale, memorabili stagioni liriche che contribuirono a rendere famoso il teatro non soltanto in Italia ma anche in campo europeo e mondiale. Vi cantarono le più grandi voci, da Renata Tebaldi a Franco Corelli, da Maria Callas a Mario del Monaco, Carlo Bergonzi, Fedora Barbieri, Giuseppe Di Stefano, Giulietta Simionato, Alfredo Krauss e Tito Gobbi. Sempre in quell’arco di tempo agirono sul palcoscenico del Teatro Regio anche le più importanti compagnie di prosa e di rivista (Benassi, Ruggeri, Ricci, Gassman, Dapporto, Macario, Manfredi, Wanda Osiris, Tognazzi, Rascel e Walter Chiari). Il Gandolfi curò anche, sempre in collaborazione con le amministrazioni comunali, la realizzazione di stagioni liriche ufficiali ai teatri municipale di Piacenza, Alighieri di Ravenna e Fraschini di Pavia. Nel 1963 l’Ente teatrale italiano assunse in gestione il Teatro Duse di Bologna (spettacolo inaugurale La fiaccola sotto il moggio di Gabriele D’Annunzio, con Emma Gramatica, Carlo e Annibale Ninchi) e il Gandolfi, trasferitosi da Parma, ne fu nominato direttore, incarico che mantenne fino all’anno del pensionamento (1977). Nello stesso periodo fu promosso ispettore dei teatri del Nord Italia dell’Ente teatrale italiano, ispettorato che faceva capo, nella gestione delle varie stagioni di prosa, a diversi teatri, tra i quali il Chiabrera di Savona, il Fraschini di Pavia, il Municipale di Piacenza, il Grande di Brescia, il Bonci di Cesena, l’Alighieri di Ravenna, il Sociale di Rovigo, il Verdi di Padova, il Corso di Mestre e il Comunale di Treviso. Nel 1975 ricevette, in una solenne cerimonia al Teatro Comunale di Bologna, dal ministro del Turismo e Spettacolo Sarti (in occasione del trentesimo anniversario dell’Associazione gestori italiani dello spettacolo), la medaglia d’argento Premio anziani del teatro, con la seguente motivazione: Per aver contribuito all’affermazione e allo sviluppo del teatro drammatico nazionale in oltre venticinque anni di attività lavorativa. Tanti suoi collaboratori raggiunsero importantissimi incarichi nell’ambito del teatro nazionale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 marzo 1999, 9.


Parma 17 gennaio 1906-post 1971
Fu giocatore di scacchi e compositore di studi scacchistici. Dal 1933 al 1936 diresse su La Domenica dei giuochi di Milano un’importante sezione scacchistica. Compose un centinaio di studi, alcuni dei quali premiati. Forte giocatore di bridge, fu campione d’Europa nel 1965, cinque volte campione italiano a coppie miste e una volta campione italiano a coppie libere.
FONTI E BIBL.: Dizionario scacchi, 1971, 240.

Collecchio 1068
Figlio di Ottone. Compare in una donazione del 19 maggio 1068. Sua madre aveva nome Itta e i fratelli Witerno e Folco.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960, 3.

GANICETTI COSTANTINO, vedi CANICETTI COSTANTINO


Parma 1350/1373
Pittore, ricordato in un atto notarile dell’anno 1373: Dominus Luchas de Ganziis depictor f.q. D. Gansini de Gansiis viciniae sancti Pauli civitatis parme vende a Giovanni di Ugoleto Tucci fornaio di detta vicinanza una casa in Parma pro burgo plazolae (rogito di Giovanni de Cumis del 31 marzo 1373 nell’Archivio di Stato di Parma). Secondo Janelli, alcuni suoi dipinti riportano le date 1350 e 1361.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, volume II, 1842, 140; Lopez, 39; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 178; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 28.

Parma prima metà del XVII secolo
Intagliatore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 160.

Mezzani-Arcade 19 giugno 1918
Caporale del 30° Reggimento Artiglieria da Campagna, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: In una posizione avanzata e sotto l’intenso ed aggiustato tiro dell’artiglieria nemica, disimpegnava le sue mansioni di servente al pezzo con serenità e fermezza singolari, finché, colpito in pieno da una granata nemica, lasciava la vita sul proprio cannone.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 113a, 6656; Decorati al valore, 1964, 57.


Parma 1459/1474
Il Bini nelle sue Memorie Istoriche della Perugina Università parla di un Giovanni Martino Garbani da Parma che, dopo avere tenuto scuola di medicina in quello Studio dal 1459 al 1462, insegnava nell’Università di Ferrara la Chirurgia nel 1473. In effetti, a f. 95 del tomo I del Borsetti, Historia Almi Ferrariae Gymnasii, nel ruolo dei salariati di quello Studio dal giorno 18 ottobre 1473 al giorno 18 ottobre 1474 si trova A.M. Zohane da Parma, per la lectura predecta de Cyrogia lire cento. È rammentato ancora a f. 66 della parte 2a del Borsetti, all’anno 1474: Ioannes de Parma, Phil. et Med. Doctor.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 159.


Parma 1848/1859
Medico fu volontario nella guerra del 1848 nella 1a Colonna Parmense.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici di Parma nel Risorgimento, 1960.

-Fornovo di Taro 24 giugno 1907
Dottore. Combatté nelle campagne del 1848-1849 contro gli Austriaci. Cospirò insieme coi più noti cittadini repubblicani di Parma fino al momento dell’avvenuta unità d’Italia.
FONTI E BIBL.: L’Emilia 27 giugno 1907, n. 98; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 408.

Varano Marchesi 1703
Dottore. Fu podestà di Varano Marchesi nel 1703.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.

Parma 1801
Dottore. Percorse la carriera militare e fu collocato a riposo nel 1801 col grado di Tenente colonnello.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.


Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 68.

Parma 1708/1709
Figlio di Giuseppe. Fu immatricolato nel Collegio Notarile di Parma nel 1708. Rivestì la carica di podestà nel 1709.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.

Parma 1870-1940
Fu medico di valore, professore e primario di chirurgia.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 285.

GARBARINI GIAMBATTISTA, vedi GARBARINI GIAN BATTISTA e GARBARINI GIOVANNI BATTISTA


Colorno 1650
Fu Commissario di Colorno nell’anno 1650.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.

ante 1781-Parma 29 agosto 1849
Conte, per sessantotto anni fu Arcidiacono della Cattedrale di Parma. Per molto tempo fece anche parte del coro della stessa Cattedrale. Presiedette lungamente alla commissione incaricata dell’amministrazione delle Luigine, che beneficò grandiosamente e continuamente. Fu vicario generale della diocesi di Parma per dodici anni sotto l’episcopato di monsignor Loschi.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 572-573.

GARBARINI GIANFRANCESCO, vedi anche GARBARINI GIOVAN FRANCESCO

Parma 1765
Fu giudice camerale nell’anno 1765.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.


Parma 1724/1756
Dottore. Fu nominato direttore generale delle finanze del Ducato di Parma nel 1738, fu tra i riformatori dello Studio di Parma (1745), capo della Congregazione dei Comuni nel 1749 e governatore di Piacenza nel 1753. Il Garbarini fu creato nobile con patente del 1 maggio 1724.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.

Parma 1777/1791
Figlio di Giovanni, fu Maggiordomo settimanale stipendiato dalla Casa ducale di Parma nel 1791. Ottenne il 24 marzo 1777 una patente di conte per sé e discendenti maschi da Ferdinando di Borbone. Sposò la contessa Anna Morandi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare,3, 1930, 363.

Castel San Giovanni 1779 c.-
Figlio di Orlando e Lucia Poggi. Fu consigliere del Tribunale di appello di Piacenza.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.


Parma 9 novembre 1867-Parma 29 novembre 1945
Fu valente avvocato e grande oratore, spirito indipendente, ribelle e talora anche contraddittorio ma sempre fermo e retto. Giovanissimo, in una delle sue prime cause difese un estremista, Lenzi, accusato di tentato omicidio nei confronti di un fratello del penalista Cesare Sanguinetti, contro l’avvocato Berenini e, vinta la causa, venne portato in trionfo. Dopo pochi mesi fu eletto, in occasione delle elezioni comunali, quale esponente dell’estrema (democratici, radicali, repubblicani e socialisti) ma il Garbarini rifiutò l’incarico. In un’altra occasione prese le difese di Ildebrando Cocconi contro l’esponente monarchico tenne Radlinski e in seguito perorò la causa di Luigi Lusignani contro il massone Telemaco Dall’Ara. Fu acclamato protagonista di alcuni tra i più grandi processi del tempo (Zaccaria, Rossi-Carmi e, anche contro le sue convinzioni ideali, in difesa di alcuni fascisti della prima ora). Oratore di grande mordente e di fluente eloquio, aggressivo e penetrante, con venature psicologiche e letterarie, sapeva ogni volta trovare la formula per ammaliare il pubblico, sconcertando spesso gli avversari. Uomo bizzarro e originale, d’ingegno e di varia e vasta dottrina, fu un grande appassionato di musica e adorò Wagner con la stessa forza con cui detestò Verdi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1946, 54-56; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 78.


Castel San Giovanni 1751c.-post 1801
Dottore. Fu Commissario di Bari nel 1788, Giusdicente e Podestà di Suzzara nel 1793 e poi Podestà di Cortemaggiore (1801).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363.


Parma 1831/1861
Avvocato, sedicente repubblicano nero (1831), già presidente del tribunale supremo di revisione e uno dei cento anziani di Parma, fu membro della municipalità di Parma (1848) e quindi, dal 14 marzo 1849, partecipò all’azione di governo del paese e poi della Commissione Governativa eletta due giorni dopo e rimasta al potere per una settimana. Caduto il governo, fu profugo per qualche tempo. Poi rimpatriò e fu pensionato. In seguito fu eletto deputato di Fontanellato nella 1a legislatura. Non prese parte attiva ai lavori parlamentari.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1941, II, 13; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 157.


Castel San Giovanni 3 dicembre 1777-Parma aprile 1834
Nacque da Orlando e da Lucia Poggi. Educato nel monastero di San Sisto in Piacenza, nel 1795 professò i voti dell’Ordine Benedettino Cassinese. Nello stesso anno fu insegnante di filosofia a Piacenza. Nel 1806, soppressi i conventi, assunte la cattedra pubblica d’ideologia, che tenne fino al 1816. Fu illustre oratore sacro e predicatore a Milano e a Firenze. Caduto l’Impero francese, il Garbarini entrò nel monastero di Parma, dove insegnò filosofia e teologia. Nel 1828 fu promosso alla dignità di Abate del monastero di San Giovanni in Parma, nel 1831 Presidente della Congregazione Cassinese e nel 1832 Rettore e professore d’Istruzione religiosa nel Collegio Maria Luigia di Parma. Nel 1833 sedette tra i teologi del Collegio parmense. Fu inoltre professore emerito di filosofia nell’Università di Parma ed Esaminatore Sinodale. Scrisse Lezioni intorno il Libro di Giobbe e Discorsi sacri, opere entrambe lodate.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 178; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 363-364; Palazzi e casate di Parma, 1971, 569.

Borgonovo Val Tidone 1773-Parma 25 gennaio 1841
Figlio di Orlando e di Lucia Poggi. Fu professore onorario della Facoltà legale, Consigliere di Stato, Procuratore generale presso il Supremo Tribunale di Revisione (1807), direttore generale di polizia (1815) e poi (1830) Presidente dello stesso Tribunale di Revisione. Fu membro del Governo provvisorio del 1831. Inquisito dopo il ritorno delle truppe austriache, fu costretto ad abbandonare Parma. Gli fu poi concesso di rimpatriare e ottenne da Maria Luigia d’Austria una pensione di 5000 lire nuove, pur continuando a essere sorvegliato. Ebbe parte di rilievo nella revisione del Codice Civile Parmense. Fu cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte dal 1826 al 1840; per notizie sulla sua opera, cfr. L.U. Cornazzani, in Gazzetta di Parma 27 gennaio 1841, n. 8; F. Ercole, Il diritto delle persone nel Codice Civile Parma, in Rivista di Diritto Civico 1912, 581 e seguenti; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 408; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 364; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 175; Rizzi, Professori, 1953, 16.


Parma 1477
Medico e letterato, scrisse una epistola al Bonarelli con un carme per la morte di Galeazzo Maria Sforza. Probabilmente il garbazza è l’autore del codice anonimo (biblioteca di San Marco in Venezia) dal titolo Certatio inter manes ante Plutonem quis ipsorum obtinere debeat principatum tauri parmensis. È forse lo stesso che il 7 marzo 1449 fu tra i parmigiani che giurarono fedeltà a Francesco Sforza.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 406.


Parma 25 luglio 1689-Modena 29 giugno 1757
Illustre frate cappuccino laico. A sedici anni fu stimato il primo tra i suoi condiscepoli in filosofia, tuttavia volle farsi cappuccino vestendo l’abito in Carpi (2 aprile 1707). Compì la professione solenne il 2 aprile 1708. Fu cercatore a Modena per diciassette anni. Principi, nobili e comuni cittadini lo tennero in concetto di santità e come tale lo consultarono (molti dei quali sono stati a visitare il di lui cadavere e gli hanno tagliato barba e abito).
FONTI E BIBL.: Cappuccini a Parma, 1961, 20; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 382-383.

GARBAZZA GIAN MARCO, vedi GARBAZZA GIOVANNI MARCO

GARBAZZA GIAN MARTINO O GIANMARTINO, vedi GARBAZZA GIOVANNI MARTINO

Parma 7 luglio 1459-Parma post 1519
Figlio di Giovanni Martino, medico, e di Giovanna degli Ajani. Dopo una prima educazione letteraria, il padre lo indirizzò agli studi di filosofia e medicina. Quasi certamente si laureò in medicina a Pavia, ove già nel 1486 risulta lettore di medicina e filosofia. Rientrato a Parma, nell’anno 1492 fu lettore di logica all’Università. Il Comune di Parma lo inviò nel 1497, assieme a Gaspare dal Prato, al Monastero di San Benedetto in Polirone per chiedere il permesso di utilizzare un confessore dell’allora riformato monastero di San Giovanni Evangelista di Parma per servizio delle monache del convento di Sant’Alessandro. Ancora per gli anni 1515 e 1519 risultano provvigioni di stipendio per il Garbazza come lettore di filosofia presso l’Università di Parma. Da un epigramma di Tranquillo Molossi, risulta che il Garbazza fu anche brillante poeta sia in latino che in volgare. Fu amico del Correggio e padrino al battesimo di una figlia del pittore, Francesca Letizia. Anche Giorgio Anselmi gli fu amico intimo, tanto da dirgli in un epigramma quod tu velles hoc quoque, Marce, volo. Fu medico del Convento di San Giovanni Evangelista, dove fu poi sepolto.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 172-174; A. Pezzana, Continuazione delle Memorie, VI, 417; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 179; L. Gambara, I medici di due grandi pittori, in Aurea Parma 3 1937, 95-96; Aurea Parma 1 1953, 6; Aurea Parma 4 1958, 233; Parma nell’Arte 3 1965, 205, e 1 1970, 70.

GARBAZZA GIOVANNI MARCO, vedi anche FERRARI GIOVANNI MARCO

Parma ante 1425-post 1473
Nacque da Giovanni Marco, anch’egli uomo di valore. Il Garbazza si addottorò probabilmente a Pavia. Insegnò Medicina nello Studio di Pavia dal 1425 al 1435, nel quale anno fu promosso alla Lettura straordinaria di Medicina Pratica (e a supplire Giovanni Marco Ferrari, pure parmigiano, nella lettura ordinaria di Medicina), incarico che tenne almeno fino al 1455. Anche il Garbazza, come il Pelacani, si trova la prima volta nel Rotolo del 1425 (11 ottobre) e forse vi sarà stato anche nei precedenti, che andarono perduti. Ivi è deputato alla cattedra di medicina de novis (così chiamata, perché solea conferirsi ai novelli Professori, secondo quando dice il Comi) con lo stipendio di 30 fiorini. Durò in questa cattedra e con questa scarsa rimunerazione sino al 1431. Nel 1432, desolatasi l’Università per la pestilenza, si ignora dove se ne andò il Garbazza, che poi si ritrova ancora nel ruolo del 1433 con lo stipendio di 40 fiorini per la stessa cattedra. Non è nel Rotolo del seguente anno, bensì in quello del 1435, promosso alla lettura straordinaria di medicina pratica con 230 fiorini, aggiuntogli l’obbligo di supplire alla lettura ordinaria di medicina in assenza di Giammarco Ferrari. Ciò è confermato dalla seguente ordinazione del Duca di Milano al vicecancelliere e ai rettori dello Studio di Pavia e al referendario e tesoriere della stessa città: Dux Mediolani Papie Anglerieque Comes ac Ianue Dominus. Venerabiles dilecti Nostri Complacentes libenti animo requisitionibus magnanimi Locumtenentis et Capitanei nostri Generalis Nicolai Picinini in his presertim que curam et conservationem salutis persone sue habent respectare etiam certo respectu digno moti, volumus quod Mag.r Iohannes Martinus de Garbatiis de Parma a lectura medicine de novis cui ascriptus erat, revocatum ad lecturam extraordinariam practice que quond. Mag.ro Bernardino de Magnanis in rotulo anni mccccxxxiii assignata erat, cum salario prout habebat ipse Mag.r Bernardinus deputetis, quemadmodum et nos tenore presentium deputamus, vosque Referendarie et Thexaurarie de salario ipso sibi responderi faciatis, ita tamen quod quando Mag.r Johannes Marchus de Parma phyxicus ipsius Locumtenentis, et Capitanei nostri deputatus ad lecturam ordinariam medicine de mane legere non poterit, suppleat ipse Mag.r Johannes Martinus, et legat loco sui. Dat. Mediolani die vii Novembris mccccxxxv. Subscript. Franchinus subscript. Iohannes In mansione Venerabilib. et prudentib. dilectis nostris Vicecancell.o et Rectorib.

Parma XIX/XX secolo
Falegname. Realizzò la bussola minore della chiesa di Santa Croce di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.

Parma 8 dicembre 1842-Parma 6 marzo 1917
Figlio di Ferdinando, proprietario e farmacista, e di Chiara Ferrarini. Ultimo di tre figli, risulta dapprima studente e quindi fotografo. Per ventidue anni fu fedele collaboratore di Bartolomeo Baroni. La prima affermazione ufficiale della ditta Baroni & Gardelli fu nel 1870 all’Esposizione provinciale dell’Industria e Agricoltura: medaglia di bronzo per una serie di ritratti di piccolo formato, per esecuzione, con buon risultato e sufficiente degradazione di tinte e parti di chiaroscuro. Successivamente il Gardelli proseguì l’attività da solo, poi si trovò un nuovo socio nella persona di Arturo Saggioro, che però morì a soli 22 anni, di polmonite doppia, il 30 dicembre 1893. Nello stesso anno il Gardelli chiuse definitivamente l’attività.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 151.

Neviano dei Rossi 6 gennaio 1923-Neviano dei Rossi 13 giugno 1944
Figlio di Giacomo. Partigiano col nome di battaglia Tornerò, il Gardelli si staccò in località Pagazzone da una squadra che rientrava da una missione e si aggregò la sera del 10 giugno 1944 a un’altra squadra che aveva per obiettivo l’assalto al posto di osservazione antiaereo di Castellonchio. Dopo varie ore di cammino nei boschi la squadra giunse in località Cavazzola, dove si trovava la casa del comandante dell’avvistamento di Castellonchio, con l’intento di catturarlo. La casa di Saloia Giana, situata sulla strada nazionale Parma-Spezia, venne circondata e, in seguito a forzamento della porta, tre partigiani, tra i quali si trovava il Gardelli, vi irruppero per effettuare la cattura. Proprio in quella sera, contrariamente alle proprie abitudini, il Giana si trovava al presidio di Castellonchio e i partigiani, prestando fede alle assicurazioni della moglie e delle figlie, operarono solo una perquisizione della casa, credendo che in essa non fossero rintanati nemici. A perquisizione compiuta, stavano per lasciare la casa quando a uno dei partigiani, il Viani, venne lo scrupolo di guardare meglio in camera da letto. Consegnata la propria arma al Gardelli, si abbassò per guardare sotto un letto facendosi illuminare dalla figlia del Giana, che a un certo momento spense la candela. In quell’istante due colpi di pistola colpirono il Viani in pieno petto, ma le pallottole vennero fermate dai caricatori dello Sten. I due partigiani cercarono di uscire dalla porta, ma un altro colpo di pistola colpì il Gardelli al ventre. Il comandante Tarras, che si trovava al di fuori della casa, accorse ai colpi: nei pressi della porta vendicò il compagno scaricando la propria arma a bruciapelo sul feritore, un tedesco che al momento dell’irruzione dei partigiani in casa si era celato sotto il letto. Il Gardelli, attraversata la strada, stramazzò nel campo sottostante. Il comandante lo soccorse, ordinando alla squadra di sospendere l’azione per il pericolo del sopraggiungere di pattuglie o automezzi tedeschi e si dedicò al trasporto del Gardelli che, in condizioni pietose, venne ricoverato in una casa a qualche chilometro di distanza. Impartite disposizioni per il rientro della squadra in sede di distaccamento, il comandante vegliò il ferito per tutta la notte e la giornata successiva e procurò un mezzo di trasporto requisendo una automobile sulla strada nazionale. Alle sei del giorno dopo il Gardelli, visitato da un medico, presentò sintomi di peritonite e venne trasportato in una clinica a una trentina di chilometri di distanza. Constata però l’inutilità di tentare un’operazione, dato che il Gardelli aveva trapassati il fegato, il colon, l’intestino tenue e la vescica, venne trasportato a casa propria dove, assistito dai genitori, il giorno dopo spirò.
FONTI E BIBL.: M. Lodi, Obiettivo libertà, 1985, 375-376.

Lugo 4 settembre 1849-Parma 1 luglio 1901
Nacque da Felice e da Catterina Nostini, in una famiglia molto modesta. Frequentò le scuole nella città natale e nel 1866 si arruolò tra i garibaldini. Si iscrisse poi alla facoltà di matematica dell’Università di Pisa. Già prima della laurea ottenne dal Comune di Lugo l’incarico dell’insegnamento della matematica nelle scuole tecniche. Dopo la laurea fu nominato, probabilmente nel 1875, professore nel liceo di Parma, dove rimase per tutta la vita. Collaborò con le amministrazioni pubbliche di Lugo e di Parma. Il Gardenghi fu uno dei pionieri della scienza attuariale in Italia e diede un importante contributo alla diffusione nel paese di questi studi e delle tecniche collegate riguardanti la previdenza sociale, un campo nel quale, più che nel settore assicurativo (scarsamente diffuso e gestito soprattutto da compagnie straniere), continuava a manifestarsi il bisogno di un’organizzazione tecnica accurata. Il suo primo contributo fu la preparazione di un bilancio tecnico dei sussidi di vecchiaia dell’Associazione di mutuo soccorso tra gli operai di Lugo nel 1877 (utilizzando, in mancanza di tavole italiane, le tavole di mortalità di A. Deparcieux), cui seguì un secondo studio nel 1884 che fu premiato alle esposizioni di Torino e di Bologna e fu esaminato dalla Commissione consultiva sulle istituzioni di previdenza e sul lavoro che dal 1869 operava nell’ambito del ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio. Il lavoro del Gardenghi, insieme con quello di pochi altri studiosi, contribuì a diffondere la convinzione della necessità di organizzare su basi scientifiche già sperimentate in altri paesi, soprattutto in Inghilterra, le pensioni di vecchiaia e le indennità per malattia promosse dalle società di mutuo soccorso o dagli enti pubblici. Nel 1886 fu pubblicata negli Annali del Credito e della Previdenza del ministero una monografia del Gardenghi, Dell’ordinamento tecnico delle società di mutuo soccorso (Roma, 1886), vincitrice di un premio istituito da M. Besso, segretario delle Assicurazioni generali di Trieste, nella quale si espongono, facendo uso soltanto di tecniche aritmetiche, e pertanto in modo accessibile a lettori sprovvisti di conoscenze elementari di matematica, gli elementi e i calcoli che garantivano un corretto funzionamento di queste società, che dovevano essere di previdenza e non di carità: si mostra cioè come stabilire, in base a determinate ipotesi di mortalità e di malattia, i valori di un contributo annuo costante, di una pensione vitalizia decorrente da una determinata età, di un sussidio per ciascuna giornata di malattia e di una somma unica pagabile alla morte. Il Gardenghi propone diverse tabelle statistiche straniere e studia inoltre l’organizzazione delle società in tutti i suoi particolari: statuto, amministrazione, contabilità. Tre anni dopo fu pubblicata la sua opera principale, Teoria matematica della previdenza (Parma, 1889), nella quale si presenta uno studio teorico generale dei problemi della previdenza, basato sui principî del calcolo della probabilità e presentata in linguaggio algebrico allo scopo di ottenere formule generali, facendo uso anche di tecniche del calcolo differenziale e integrale. Il volume include numerose applicazioni a casi pratici riferiti a società di mututo soccorso e altre istituzioni che promettevano pensioni agli impiegati, come i Municipi. Nell’opera di Gardenghi si manifesta pertanto un’attenzione agli aspetti scientifici e teorici della matematica attuariale, già molto sviluppati in Inghilterra, Germania e Francia in connessione con le attività dell’industria privata delle assicurazioni sulla vita, e al contempo un interesse per gli aspetti pratici e i problemi di organizzazione della previdenza sociale. Negli anni successivi il Gardenghi pubblicò numerose relazioni su argomenti di previdenza negli Atti del Consiglio della Previdenza, del quale fece parte sin dal 1894, e diversi testi per l’orientamento delle attività delle società di mututo soccorso, il Manuale tecnico per le società di mutuo soccorso (Milano, 1890), e diversi testi approvati dal Consiglio e pubblicati dal ministero: Norme da osservarsi dalle società di mutuo soccorso per conseguire la personalità giuridica (Roma, 1897), Modello di statuto proposto alle società di mutuo soccorso (Roma, 1897) e norme e tabelle fondamentali per l’ordinamento e per i bilanci tecnici delle società di mutuo soccorso (Roma, 1898). Altre pubblicazioni del Gardenghi furono redatte nel corso di altri successivi incarichi nell’ambito di diversi enti e società: Sul riorganamento della Società operaia triestina (Trieste, 1888), Nuovo ordinamento per le pensioni a favore degli impiegati del Comune di Parma (Parma, 1899) e il suo ultimo lavoro, Studi sull’ordinamento delle pensioni del Banco di Napoli (Napoli, 1900), scritto in collaborazione con F. S. Nitti e ripreso poi da L. Amoroso. Il Gardenghi fu membro della prima organizzazione degli attuari fondata in Italia, l’Associazione italiana per l’incremento della scienza degli attuari, istituita nel 1897 e che precorse l’Istituto italiano degli attuari creato nel 1929. La malattia gli impedì di collaborare attivamente al Bollettino dell’Associazione nei suoi ultimi anni.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Bollettino della Associazione Italiana per l’Incremento della Scienza degli Attuari VIII 1901, 1-4 (include elenco dei lavori); G. Toja, L’antica Associazione attuari nella cultura italiana, in Atti della Società Italiana per il Progresso delle Scienze I 1930, 521; P. Medolaghi, Matematica attuariale, in Un secolo di progresso scientifico italiano 1839-1939, I, Roma, 1939, 255 s.; A. Millan Gasca, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 268-269.

Borgo San Donnino-Carso 23 agosto 1917
Sergente del Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Diede sempre mirabile esempio di slancio ed ardimento e cadde da valoroso mentre alla testa del proprio plotone, con slancio irresistibile, lo conduceva all’assalto di importanti posizioni nemiche.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, 1918, Dispensa 67a, 5419; Decorati al valore, 1964, 44.


Fontanellato gennaio/febbraio 1813-Parma 16 febbraio 1900
Partecipò ai moti del 1848, dopo di che emigrò in Piemonte. Fece la guerra di Crimea e le campagne risorgimentali del 1859 e 1866, guadagnandosi diverse ricompense al valore. Fu insignito di varie onorificenze. Fu sepolto al cimitero della Villetta di Parma, dove una lusinghiera iscrizione lo ricorda. Raggiunse nell’esercito il grado di Tenente Colonnello Medico.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 febbraio 1900, n. 50; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 84; Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 6.

GARDONI ITALO, vedi GARDONI SEVERO ITALO


Parma 23 maggio 1789-Parigi 31 dicembre 1847
Diplomatosi farmacista, carbonaro, nel 1820 ebbe la disgrazia di vedersi bruciata la bottega da un incendio che i concittadini dissero causato da mene carbonare allo scopo di far nascere la rivoluzione, mentre l’incendio pare fosse effettivamente casuale. Coinvolto nei processi ai carbonari del 1821, dovette rimanere in carcere sino al 20 agosto 1825. Per l’insurrezione di Parma del 1831, ritornò a manifestare (nella bottega del Gardoni fu forse redatto l’atto col quale si dichiarò decaduta Maria Luigia d’Austria e che fu poi presentato al Governo provvisorio) e, fallito il tentativo, si rifugiò in Francia, prima a Macon e poi a Montauban, ove visse miseramente con un sussidio statale. Andò poi in Corsica (Ajaccio) dove esercitò il commercio delle sanguisughe e quindi l’arte del medico. Negli ultimi anni di vita, aiutato economicamente dal figlio Italo, ormai divenuto celebre cantante, e naturalizzatosi francese, si stabilì definitivamente a Parigi.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmigiani, 1940, 263-269; G. Badii, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 181; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 175-176.

Parma 17 gennaio 1819-1881
Figlio di Ferdinando e Maria Francini. Nacque da un’antica famiglia di farmacisti: al padre e ai suoi successori fino alla quarta generazione fu data in concessione l’antica spezieria di San Giovanni Evangelista in Parma. Laureato in Chimica e Farmacia, fu assistente all’Istituto di Chimica Farmaceutica e in questa veste ebbe l’occasione di conoscere G. Passerini e G. Jan, le cui figure di insigni naturalisti rafforzarono in lui il fervore collezionistico che già lo animava. Egli dedicò quarant’anni e più della sua vita (dal 1836 al 1878) a collezionare piante con impegno e costanza non comuni e con spese non indifferenti. La sua opera fu veramente notevole, se si considera che non tutta è rappresentata da quella in possesso dell’Orto Botanico. Negli ultimi anni della sua vita, il direttore Giovanni Passerini acquistò l’erbario Gardoni, costituito da 274 pacchi che racchiudono una svariatissima miscellanea di specie indigene ed esotiche, spontanee e coltivate (oltre seimila), numerosi campioni di droghe e alcune decine di essiccati fissati accuratamente a cartoni entro cornici di legno, protetti da vetro (questi ultimi sono accompagnati dal frutto, dai semi e da alcune altre parti isolate della pianta). L’intenzione del Gardoni fu quella di costituire un erbario generale di carattere e interesse pratico-applicativo, che fosse di sussidio alla medicina e ad altre attività pratiche e scientifiche. Purtroppo a un lavoro che costò tanto tempo e fatica, furono fatali alcuni errori di impostazione e di metodo a causa dei quali il Gardoni non riuscì, come avrebbe voluto, a legare il suo nome a un’opera scientificamente duratura. Anzitutto inseguì un sogno troppo grande: la costituzione di un erbario generale implicava fatiche enormi, superiori alle sue forze. Dal primo errore d’impostazione derivarono limiti nella metodica di schedatura che resero l’opera scientificamente vulnerabile: vengono ignorati i rapporti tra specie e ambiente, le poche notizie che si trovano sulla specie, l’origine e la distribuzione sono sommarie, mentre le notizie riguardanti i campioni si dilungano sull’azione terapeutica, su leggende e superstizioni, sull’etimologia e le sue controversie. Le notizie sul luogo di raccolta delle specie sono molto scarse, ma si presume che esse provengano, in massima parte, dalle province di Parma e Piacenza, perché si ha notizia che il Gardoni erborizzasse molto in quei luoghi. Un’analisi sommaria dei campioni fa supporre che la loro origine sia varia e che alcune collezioni siano state oggetto di acquisti, scambi e doni (molte sono le specie provenienti dall’Orto Botanico). Quest’erbario è lo specchio di una mentalità e formazione culturale da chimico farmacista più che da botanico: l’aspetto positivo dell’utilizzazione pratica degli esemplari raccolti è sempre presente ma rimane legato ad antichi schemi e considera ancora la Botanica in funzione della medicina e di altre arti. Ne è esempio il fatto che, accanto agli essiccati, si trovi, molto spesso, materiale tratto dal medesimo campione (bottoni ricavati da semi tanto compatti e duri da essere considerati avorio vegetale, vari intrecciati fatti con spaccati di cortecce e fusti sottili con accanto il campione della pianta da cui furono ricavati, buste di stagnola racchiudenti polveri ottenute trattando i campioni). Tuttavia l’erbario è piacevole a guardarsi e si sfoglia volentieri: è un vero e proprio viaggio nel passato, ricco di curiosità spesso circondate da un alone misterioso. Vi si trovano foglie ricamate in oro, iniziali indeterminabili impresse su scheletri fogliari, ritagli di vecchi giornali, vecchi calendari e altre carte, sistemati alla rinfusa in mezzo ai campioni: una vera e propria miniera di cose che testimoniano l’ansia collezionistica del Gardoni.
FONTI E BIBL.: P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1901, 52; F. Lanzoni, Il parmigiano Luigi Gardoni e il suo erbario, Roma, Tipografia del Senato, 1928; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 481; Il verde a Parma, 1981, 114-115.


Parma 12 marzo 1821-Parigi 26 marzo 1882
Dotato di una bella voce tenorile, compì gli studi musicali nel conservatorio della sua città sotto la guida di A. De Cesari ed esordì nel 1840 a Viadana nel Roberto Devereux di G. Donizetti. Già da questa prima apparizione la sua bella e agile voce, unita a un’ottima presenza scenica, destò molto entusiasmo nel pubblico e consensi nella critica. Dopo aver cantato a Torino e in altre città italiane nonché a Berlino dove, accanto a G.B. Rubini, si fece notare nella parte di Cassio nell’Otello di Rossini, il 9 settembre 1843 ebbe la sua prima scrittura scaligera apparendo nel ruolo di Edgardo in una memorabile edizione della Lucia di Lammermoor, accanto a Teresa De Giuli-Borsi e A. De Bassini. All’indomani della rappresentazione la critica si espresse favorevolmente sulla interpretazione del Gardoni, anche se la Gazzetta Musicale di Milano sottolineò una certa immaturità e la necessità di approfondire con lo studio le naturali doti vocali. Il 16 settmbre dello stesso anno, sempre alla Scala, il Gardoni fu Elvino nella Sonnambula di V. Bellini, con esito mediocre. Ebbe inceve successo il 2 marzo 1844 con la Linda di Chamounix di Donizetti, opera nuova per la Scala, in cui interpretò la parte del visconte di Sirval, accanto a Marietta Alboni ed Eugenia Tadolini. Nelle successive stagioni 1844-1845 e 1845-1846 il Gardoni fu all’Opéra di Parigi, dove partecipò alla prima esecuzione della La fidanzata corsa di G. Pacini, andata in scena il 17 novembre 1846, inoltre partecipò alle prime esecuzioni della Maria Stuart di L. Niedermeyer, del Re Davide di A. Mermet, de L’âme en peine di F. von Flotow e de La stella di Siviglia di M.W. Balfe. Nel 1846 fece parte della compagnia del Théâtre-Italien alla Salle Ventadour, esordendo con le opere Elisir d’amore di Donizetti e Sonnambula di Bellini. Nell’estate del 1847 fu a Londra dove si esibì al Her Majesty’s theather nella prima rappresentazione assoluta de I masnadieri di Giuseppe Verdi accanto a Jenny Lind e a L. Leblache. In quell’anno sposò una figlia del baritono A. Tamburini. Sia Parigi sia Londra divennero tappe fisse della carriera del Gardoni: nella compagnia del Théâtre-Italien rimase fino al suo ritiro dalle scene mentre a Londra tornò quasi ogni anno nella stagione primaverile. Le sue tournée comunque non si limitarono a queste due grandi capitali europee: nel 1848-1850 e nel 1872 fece rapide apparizioni sia a Vienna sia a Pietroburgo, nel 1850 fu a Madrid dove, al teatro Real, si esibì nella Favorita di Donizetti e nei Puritani di Bellini e nello stesso anno cantò anche ad Amsterdam. Successivamente venne chiamato da G. Alary per la prima rappresentazione assoluta della sua opera Le tre nozze, andata in scena al Théâtre-Italien il 29 marzo 1851. Il Gandoni fu, sostanzialmente, un tenore di mezzo carattere, con un repertorio che spaziava dal barbiere di Siviglia di Rossini a Roberto il Diavolo di G. Meyerbeer, dal Faust di Ch. Gounod a La muette de Portici di D. Auber. Pur ricevendo critiche contrastanti, fu molto stimato dai compositori per la sua musicalità. Il suo più difficile confronto lo sostenne a Parigi, dove veniva definito un tenorino e contrapposto a G.L. Dupréz, che con la sua voce virile e impetuosa aveva rivoluzionato lo stile del canto. Negli ultimi anni la critica sembrò rendergli finalmente giustizia, come dimostra un articolo della Revue des Deux Mondes, dove P. Scudo criticò aspramente la sua interpretazione nella Traviata del 1° ottobre 1859 al Théâtre-Italien, ma non poté fare a meno di riconoscere il felice contributo dato dal Gardoni, nella parte di Lindoro, all’opera di Rossini L’italiana in Algeri, andata in scena sempre nello stesso teatro, l’8 ottobre di quello stesso anno. Il Gardoni si ritirò dalle scene nel 1874.
FONTI E BIBL.: Il Pirata 12 settembre 1843, 83; Gazzetta Musicale di Milano 24 settembre 1843, 168; Il Pirata 5 marzo 1844, 283; A. Mazzucato, in Gazzetta Musicale di Milano 10 marzo 1844, 9; P. Scudo, in Revue de Deux Mondes 15 dicembre 1854, 1247; P. Scudo, in Revue de Deux Mondes 14 ottobre 1859; O. Fouque, Histoire du théâtre Ventadour (1829-1879), Paris, 1881; G. Dacci, La reale scuola di musica di Parma, Parma, 1888, 54; A. Pariset, Parmigiani illustri, Parma, 1905, 45; P. Cambiasi, La Scala, Milano, 1906, 331; C. Gatti, Il teatro alla Scala, Milano, 1964, 120 s.; C. Gatti, Cronologia, Milano, 1964, 44; Enciclopedia dello spettacolo, V, coll. 944 s.; Enciclopedia della musica Ricordi, II, 277; Dizionario universale della musica e dei musicisti, Le biografie, III, 123; The New Grove Dictionary of opera, II, 352; G. Di Fazio, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 277-278.

GARELLI GIOVANNI, vedi GAREY GIOVANNI


Parma seconda metà del XV secolo
Fusore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 187.

Parma 11 luglio 1869-Adua 1 marzo 1896
Tenente dell’8a batteria da montagna, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Alla battaglia di Adua, diresse, con molto coraggio ed intelligenza, il fuoco della propria sezione durante il combattimento.
FONTI E BIBL.: E. Gonella, Ufficiali d’artiglieria, 1913, 208.

Parma 1912-El Alamein 15 giugno 1942
Figlio di Orazio. Sottotenente del 1° Artiglieria Celere E. di Savoia, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di batteria, si distingueva per coraggio in cinquanta giorni di continua offensiva. Benché più volte centrato dall’artiglieria e dall’aviazione avversarie, che causavano gravi perdite in uomini e materiali alla batteria, con l’esempio riusciva a conservare nei dipendenti serenità e spirito aggressivo. Durante una infiltrazione di considerevoli forze nemiche, continuava il tiro fino alle brevissime distanze, sparando a zero, fino a quando la batteria, presa alle spalle veniva sopraffatta ed egli stesso in un corpo a corpo cadeva presso i suoi pezzi, colpito a morte da arma bianca.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1952, Dispensa 7a, 907; Decorati al valore, 1964, 87.

GARIBALDI, vedi CARINI FERRUCCIO


Lombardia-Parma XIX secolo
Contessa. Originaria della Lombardia, si stabilì a Parma. Fu pittrice e Accademica d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma.
ONTI E BIBL.: P. Martini, Scuola delle arti belle, 1862.


Parma XV secolo
Tenne la Prevostura della chiesa di San Donnino e resse contemporaneamente l’Abbazia di Chiaravalle. È forse lo stesso che Alberto Garimberti.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.

Parma XV secolo
Laureato in legge, fu Dottore dei Canoni. Fu inoltre Abate dell’Abbazia di Chiaravalle.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 25.


Parma 22 settembre 1736-Borgo San Donnino 2 aprile 1813
Proveniva dallo stesso casato patrizio parmense dal quale uscì Gaetano Garimberti, settimo vescovo borghigiano. Nobile e ricco, dotato di ingegno aperto e versatile, inclinato allo studio, che intraprese sotto la guida di precettori, possedette le migliori qualità per un promettente inserimento nella vita pubblica. Preferì invece seguire la via del sacerdozio, entrando giovanissimo nel seminario della sua città, dove seguì i corsi ginnasiali, liceali e teologici. Ordinato sacerdote il 16 maggio 1761 dal vescovo Francesco Pettorelli Lalatta, perfezionò a Roma la propria cultura nelle sacre discipline, addottorandosi in sacra teologia. Il suo tirocinio fu breve. Rientrato a Parma e annoverato nel capitolo della Cattedrale, nel quale raggiunse la dignità di canonico penitenziere, il 29 gennaio 1776, a soli trentanove anni di età, il pontefice Pio VI lo innalzò all’episcopato, destinandolo a reggere la cattedra di Borgo San Donnino, rimasta vacante per la morte di monsignor Girolamo Bajardi. Consacrato a Roma il 4 febbraio di quell’anno dal cardinale Pallavicino, inviò in quella data al clero e al popolo della diocesi borghigiana la sua prima lettera pastorale in latino. Il 9 febbraio successivo prese possesso della sede e il 14 aprile fece il solenne ingresso. Luigi Sanvitale tratteggiò in un breve saggio biografico la figura del Garimberti, da tutti venerato per scienza e pietà. Rileva come la dolcezza fosse il carattere distintivo del Garimberti, il quale dimostrò nel lungo episcopato un’ardente sete di salvezza delle anime. Ricorda di lui la solerzia nel promuovere, specie nell’imminenza delle visite pastorali che compì con somma accuratezza, sacre missioni nella città e diocesi, invitando a predicarle i migliori oratori del tempo, quali il sacerdote bresciano Beccolossi, i padri della congregazione bolognese Del Monte e i milanesi fratelli barnabiti De Vecchi, e così pure nel procurare spesso al clero sacri esercizi, per tenere vivo in essi lo spirito di pietà. Numerose opere coronarono il suo ministero in Borgo San Donnino. Ebbe per il Seminario cure appassionate, affidandolo a pii direttori e ad abili insegnanti e amministratori. Consapevole della necessità di non lasciare senza guida i seminaristi durante le vacanze, ideò e condusse a termine il grandioso progetto di dotare il Seminario di un capace edificio destinato a ospitare i chierici durante il periodo estivo. Ottenuta da Ferdinando di Borbone, duca di Parma, la cessione di un fabbricato con annessi pubblico oratorio e un appezzamento di terreno in località Campolasso sui colli di Bargone, che era appartenuto alla soppressa Compagnia di Gesù, egli dispose per un conveniente ampliamento dell’edificio e per una sua adeguata attrezzatura onde renderlo pienamente rispondente allo scopo. L’importante realizzazione comportò spese ingenti, al sostenimento delle quali concorse lo stesso Seminario per 50000 lire vecchie di Parma. Alla rimanenza, che superava tale somma, fece fronte personalmente il Garimberti, cui non toccò la legittima soddisfazione di presenziare alla cerimonia di inaugurazione perché il maestoso edificio, per un seguito di circostanze legate agli avvenimenti politici del tempo, non poté schiudere i battenti che nell’autunno del 1819. Non perdendo di vista la cultura del clero, dispose, poco prima della morte, la donazione al Seminario della sua ricca collezione di libri, unitamente alla somma di 10000 lire in moneta vecchia perché fossero provvisti gli scaffali nei quali raccogliere le numerose opere e per iniziare una biblioteca. Le omelie, gli editti e le lettere pastorali del Garimberti sono rimasti a testimoniare quanto egli fosse versato nello studio delle sacre scritture, dei Padri, concilii e canoni della Chiesa. Tra le lettere pastorali meritano un accenno particolare quelle del 1776 sulla promulgazione del Giubileo Universale nella Città e Diocesi di Borgo San Donnino, del 1787 sulle Missioni in Cattedrale, del 13 aprile 1794 sull’acquisto del Giubileo e del 12 maggio dello stesso anno esortativa a continuare le pubbliche preghiere ordinate nella precedente, lodate tutte nel Giornale Ecclesiastico romano. In una lettera del 1° febbraio 1784 si preoccupò che il clero non fosse immerso nei disordini carnevaleschi, raccomandando inoltre al popolo di accrescere i digiuni, le penitenze e le preghiere nelle giornate del carnevale. A lui va attribuito il merito dell’erezione dell’Ospedale di Monticelli d’Ongina, progetto che egli concepì e attuò perché nell’istituto fossero accolti gli infermi specialmente poveri di quelle parrocchie e fosse evitato a essi il grave danno morale di morire senza sacramenti. Per la realizzazione dell’iniziativa, con il consenso e la mediazione di Ferdinando di Borbone, ottenne da papa Pio VI la facoltà di tassare per un decennio le fabbricerie del vicariato di Monticelli e, allorché la costruzione dell’edificio fu condotta a termine, dotò a sufficienza l’ospedale con altra tassa decennale. Ciò non gli impedì di sovvenire alle necessità dell’altro ospedale eretto in città dal suo predecessore monsignor Bajardi: scarso di rendite, egli le accrebbe con opportuni provvedimenti, disponendo inoltre che nell’istituto fossero accolti anche i contadini poveri e infermi di tutto il territorio borghigiano. Allo scopo di procurare i mezzi necessari per accrescere il decoro delle sacre funzioni, ottenne dal Pontefice la facoltà di riunire i priorati di San Lazzaro e di Sant’Antonio Abate e altri quattro benefici semplici di ragione del capitolo. Donò alla Cattedrale preziose argenterie e ricchi parati e curò, essendo devotissimo alla Madonna, il totale rifacimento della Cappella dedicata all’Immacolata Concezione, dotandola di un nuovo altare e di una pregevole pala dipinta da Biagio Martini. Fece infine costruire l’ampia tribuna che occupa tutto il traverso del fondo della navata dalla parte del Vangelo. Essa fu ricavata dai marmi dell’incompiuta facciata e il Garimberti vi curò l’erezione di un altare che volle intitolato al Sacro Cuore di Gesù (rimosso allorché al Sacro Cuore venne dedicata la terza cappella di sinistra), ottenendo dal Pontefice la plenaria indulgenza per quei fedeli che nella festa titolare vi avessero sostato in preghiera. Informa il Sanvitale che egli sborsò una rilevante somma di denaro per evitare che la Cattedrale fosse spogliata dei suoi tesori artistici in conseguenza della tassa imposta nel 1796 dal Direttorio francese al principe Ferdinando di Borbone, tassa ammontante a otto milioni di lire vecchie di Parma, oltre a insigni pitture tra le quali il San Girolamo del Correggio. Legato a Ferdinando Borbone da vincoli di fraterna amicizia, fu di lui confidente e consigliere, più volte ospitandolo in episcopio. L’ospitalità, virtù propria dei Vescovi giusta la dottrina di San Paolo, passò in proverbio sul conto di questo prelato, ed era bello il vedere assidersi alla sua mensa dotti ecclesiastici e pii regolari, tra i quali egli ben figurava, essendo pur esso versato nelle teologali discipline, nel diritto canonico e con studio indefesso avendo fatto serbo nella memoria di scelta, vastissima ecclesiastica erudizione (Sanvitale). Nemico delle novità in fatto di religione, incitò i fedeli alla scrupolosa osservanza dei principi evangelici. Con decreto 11 aprile 1785 ordinò che la somma di 19000 lire vecchie di Parma, proveniente dall’eredità del suo antecessore monsignore Severino Antonio Missini, fosse impiegata in un fondo o in un annuo censuo perpetuo per devolverne i frutti a beneficio dei poveri, secondo le finalità del testatore. Il Garimberti svolse il suo mandato in un periodo agitatissimo. Fu testimone della fine del XVIII secolo e del sorgere del XIX, assistette dalla sua sede al tramonto dei Borbone, all’ascesa dell’astro napoleonico e al tramonto anche di quello e vide scomparire i nobili dal governo per cedere il passo al popolo. La Rivoluzione francese destò anche in Italia fremiti di ribellione e la nuova atmosfera venutasi a creare ebbe ripercussioni notevoli nella vita morale, perché ispirata a un materialismo innovatore che minacciava di travolgere ogni sentimento soprannaturale. Per la Chiesa fu un’epoca di umiliazioni e di campagne antireligiose e anticlericali. Il Garimberti ospitò nel suo episcopio, nei giorni 14 e 15 aprile 1799, papa Pio VI, mentre prigioniero era condotto in Francia. Ed ebbe pure la ventura di assistere, nel novembre del 1804, al passaggio da Borgo San Donnino del successore di quel pontefice, Pio VII, diretto a Parigi per l’incoronazione dell’imperatore dei francesi. Abile e diligente amministratore, si preoccupò di dare un migliore assetto al patrimonio diocesano conservando e accrescendo le esigue rendite della mensa vescovile mediante l’acquisto dei poderi Casella e Cassetto, in seguito alienati, disponendo per la costruzione di nuovi fabbricati colonici, vendendo terreni sterili o lontani per acquistarne di fertili o più vicini, permutando campi sparsi con più redditizie possessioni in un solo corpo. Morì disfatto dal lavoro e dalle penitenze. Il popolo borghigiano gli decretò esequie di imponenza senza pari. Nella Cattedrale, gremita di folla, l’abate canonico Casalini, rettore del Seminario, lesse l’elogio funebre e quindi la salma del Garimberti venne inumata di fronte alla cappella dedicata all’Immacolata Concezione di Maria Santissima, in conformità al desiderio da lui espresso. Nella parete di destra della cappella venne poi murata una lapide marmorea sormontata dallo stemma del Garimberti e recante la seguente iscrizione: Sanctae memoriae Alexander ant. com. F. Garimbertius gente Parmae patricia ex. coll. canonicorum principis eius aedis sacerdotio urbis huius ann. XXXVII in exempl. nitidissimum functus Ferdinandi i.d.n.a. piis largitionibus sacris potissime doctrinis adfatim instructus mores antiquos comitati omni sociatos hospitalitatem misericordiam dilectionem gregis sui flagrantissimam continenter exhibens vixit ann. LXXVI decessit iV non apr. anno MDCCCXIII et hic pausam in p. volvit ex testam ante aram ab sc. icone et ornatu excultam in hon. genetricis dei ab orig. immaculatae cui tota vita fuerat addictissimus pater optime uti meritus es in deo vivas. Un elogio funebre al Garimberti fu anche tessuto dal conte Antonio Cerati nel primo anniversario dello morte e dato alle stampe a Parma con i tipi Carmignani.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 339; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 169-175.

Parma 1567
Nell’anno 1567 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: Marchesi, Galleria dell’onore, 1735.


Parma 12 maggio 1607-Modena 17 dicembre 1675
Nato da famiglia nobile (figlio di Angelo e Giuditta), entrò nella Compagnia dei Gesuiti il 25 ottobre 1623. Servì come confessore per moltissimi anni presso la Corte ducale di Modena, segnalandosi per esemplare modestia di vita e osservanza religiosa. Fu assai stimato dai duchi Francesco e Alfonso e dal cardinale Rinaldo d’Este, che affidarono al Garimberti l’educazione religiosa delle proprie figlie. In particolare il Garimberti fu confessore di Laura, che accompagnò anche in un viaggio in Inghilterra. Al ritorno da quel viaggio il Garimberti si ammalò e di lì a poco morì. A suo ricordo, Laura d’Este ne fece eseguire il ritratto.
FONTI E BIBL.: G.A. Patrignani, Menologio dei Gesuiti, 1730, IV, 143-144.

Parma 1572
Fu consigliere del duca di Ferrara. Nell’anno 1572 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2-3 1957, 103; G.V. Marchesi Buonaccorsi, Galleria dell’onore, 1735.


Parma 1518
Nell’anno 1518 fu mandato da papa Leone X quale Castellano nella Rocca di Forlì. Quasi certamente per suo tramite Girolamo Garimberti fu introdotto alla corte papale in Roma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 135.


-Parma 1731/1734
Fu poeta arcade. Gentiluomo imparruccato e dedito agli amorazzi, appartenne a quella schiera di poeti ampollosi che facevano ala al celebre C.I. Frugoni. Idelfonso Stanga fa un umoristico schizzo del Garimberti, che Frugoni definisce fatal musa Garimberta perché mancante non soltanto di estro poetico, ma di cultura e perfino di proprietà di linguaggio. Il suo nome figurava, a memoria dei posteri, su di un banco della chiesa di San Rocco (1735), che frequentò assiduamente. Il Garimberti è anche ricordato (1728-1730) perché si recava puntualmente in casa Borri a giocare a tresette col duca Antonio Farnese, la sua favorita Margherita Borri Giusti e il conte di San Secondo.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 344-346.


Parma 1444
Fu calligrafo distinto e rettore della chiesa di Sant’Eufemia in Milano. Un volumetto membranaceo in 12° da lui scritto, comincia con le parole Exameron sancti Ambrosii Archiepiscopi e termina con queste parole: Expletus est liber iste ad honorem Dei gloriose virginis matris ei et beatissimi Ambrosii patroni nostri totiusque curia celestis per me presbiterum baldassarem Garumbertum rectorem ecclesie sancte Eufemie Mediolani 1444 die 29 maii.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle Arti Parmigiane, 1911, 28.

Parma 1420/1422
Figlio di Girardino, fu Dottore dei canoni e lettore del Sesto e delle Clementine presso l’Università di Bologna nell’anno accademico 1420-1421. Egli fu pure, nell’anno successivo, Rettore dell’Università dei Citramontani (Malagola, 152).
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 21; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 234.

Parma 1412/1447
Fu lettore di Diritto Civile a Pavia, Vicario di Giustizia criminale e infine podestà di Cremona. È annoverato (1412) tra i riformatori dello Statuto del Collegio dei Giudici di Parma e fu tenuto in alta considerazione dal duca Filippo Maria Visconti. È forse lo stesso che fu Podestà di Modena nel 1409.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 341.


Parma 1640/1642
Si addottorò in leggi verso l’anno 1640. Datosi alla vita clericale, quasi subito ottenne un canonicato nella Cattedrale di Parma, rendendosi poi meritevole anche di più alte dignità. Furono suoi fratelli Scipione, Ottaviano e Parisio.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 93.

Parma 1615-Borgo San Donnino 20 marzo 1684
Nato e cresciuto tra gli agi di una famiglia illustre per nobiltà e per censo, avrebbe potuto aspirare a quella che suol dirsi una brillante carriera nella vita pubblica, ma egli preferì la via più raccolta del ministero sacerdotale. Nel giugno 1630 (un anno dopo la venuta a Parma dei padri Teatini, chiamativi dalla duchessa Margherita Aldobrandini, vedova di Ranuccio Farnese) entrò giovanetto in quell’ordine di chierici regolari e seguì i vari corsi di studio. Ricevuta infine la sacra ordinazione, si dedicò con profitto alla predicazione. Circondato da stima dai confratelli per le doti eminenti di dottrina e di pietà, raggiunse in breve nella sua congregazione la dignità di prefetto, svolgendo opera illuminata e fattiva. Nella chiesa di Santa Cristina, assegnata ai Teatini con un fabbricato attiguo adibito dai religiosi a convento, egli promosse restauri di rilievo, beneficandola largamente. Chiamato nel 1671 a Roma, fu nominato prefetto nel convento di San Silvestro, salendo in breve nella gerarchia sino a occupare le cariche di visitatore, di procuratore generale e finalmente di generale dei Teatini. Il 16 dicembre 1675 il pontefice Clemente X lo nominò vescovo di Borgo San Donnino. Consacrato nella capitale il 20 dicembre successivo, prese possesso della diocesi per procura il 19 gennaio 1676 e fece il solenne ingresso nella mattinata del 16 febbraio. Per la circostanza egli espresse il desiderio che in luogo del tradizionale dono di cento once d’argento la Comunità cittadina provvedesse a distribuire mille libre di pane ai poveri. Il Garimberti giunse a Borgo San Donnino nella piena maturità delle forze fisiche e intellettuali e con un corredo di consumata esperienza che gli riuscì subito di giovamento nell’esplicazione della sua attività pastorale, conciliandogli ben presto l’affetto e l’estimazione del clero e del popolo. Datosi ad attuare il programma enunciato nel suo ingresso, iniziò la sacra visita pastorale per porsi a contatto con la diocesi e conoscerne i bisogni. Aderendo con slancio ai voti del Pontefice e facendo proprie le sue altissime direttive, ottenne in breve tempo un sensibile incremento nell’interessamento fattivo dei fedeli alle opere religiose, soprattutto nelle missioni, che egli curò con zelo particolare, pervenendo a significativi risultati. Riprendendo quelle attività di ministero verso le quali si sentiva maggiormente inclinato, si dedicò specialmente alla sacra predicazione nelle chiese della città e diocesi, facendo rifulgere, attraverso l’eloquio adorno di eleganze letterarie, una profonda conoscenza dei testi sacri. L’azione episcopale, complessa e multiforme, spiegata in otto anni dal Garimberti, fu volta principalmente all’evangelizzazione della diocesi. Amante di ogni manifestazione d’arte, fu attratto specialmente dalla musica e questa sua predilezione si manifestò nell’impulso che dette al canto sacro per il decoro delle funzioni liturgiche, soprattutto in Cattedrale. Davanti all’altare della Vergine del Carmine, della quale fu molto devoto, trascorse molte ore in preghiera e non mancò mai al coro, recitando con i canonici l’ufficio divino. Introdusse l’usanza delle congregazioni mensili dei casi di coscienza per l’istruzione degli ecclesiastici, ai quali prescrisse l’abito talare. Lasciò alla Cattedrale ricchi parati in oro e argento e nel 1677 ottenne dalla Santa Sede che i canonici potessero vestire il rocchetto e la penula violacea. A sua spese fece costruire l’oratorio nel vecchio palazzo vescovile, dedicandolo a San Gaetano e ottenendo dal pontefice l’indulgenza plenaria perpetua per quei fedeli che l’avessero visitato nel giorno della festa del titolare. Morì a 68 anni di età dopo aver lasciato importanti ricordi del suo governo con l’azione pastorale, spiegata senza alcun risparmio di se stesso, e con il sinodo diocesano, da lui celebrato il 5 dicembre 1683, le cui costituzioni non poterono essere date alle stampe perché pochi mesi dopo il Garimberti cessò di vivere. La salma del Garimberti riposa in Cattedrale, nella cappella della Beata Vergine del Carmine, nel lato di sinistra, presso quella dell’antecessore, monsignor Alessandro Pallavicino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 175-177.

Parma 1503/1515
Detto Bordignone, fu membro del Magnifico Consiglio Generale di Parma e Vice podestà. Partecipò all’ambasciata inviata a papa Giulio II, che lo creò cavaliere. Morì tragicamente in una contesa col cavaliere Scipione Dalla Rosa. Tale vicenda, che procurò fortissimo risentimento in Carlo Garimberti, figlio dell’ucciso, ebbe il suo epilogo con una pace solenne stipulata dinanzi al Consiglio Generale.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 343.


Parma seconda metà del XVI secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 166.


Parma 5 luglio 1506-Roma 28 novembre 1575
Nacque da Ilario (altre fonti sostengono dal conte Garimberto) e da Angiola, di cui non si conserva il cognome. Il casato dei Garimberti era emerso attraverso l’esercizio di importanti cariche pubbliche nel corso del secolo XIV, quando il popolo reggeva il Comune di Parma. I Garimberti avevano nondimento acquisito già durante il secolo XV titoli nobiliari e aderito alla fazione della potente famiglia aristocratica Rossi e alla parte cosiddetta guelfa. Il Garimberti fu avviato agli studi umanistici, quindi si trasferì a Roma. Mentre ancora tentava di intraprendere la carriera nella Curia pontificia, nel 1527 si trovò ad accompagnare papa Clemente VII a Orvieto durante la sua fuga da Roma, sconvolta dal sacco. Durante il pontificato di Paolo III entrò nell’entourage del cardinale nipote Alessandro Farnese e fu probabilmente nel 1538 in Provenza nella legazione pontificia che tentava di stabilire la pace tra Carlo V e Francesco I. Gli anni del pontificato farnesiano coincisero altresì con l’avvio di una intensa attività culturale: il Garimberti allacciò contatti con Claudio Tolomei e con il filosofo Antonio Bernardi, entrò in corrispondenza con Bernardo Tasso e con Pietro Aretino e nello stesso torno di anni intraprese una produzione letteraria di rilievo. Pubblicò un dialogo di argomento politico, dal titolo De’ regimenti publici de la città (Venezia, G. Scotto, 1544), un trattato Della fortuna (Venezia, M. Tramezzino, 1547) e un’opera di divulgazione filosofica, i Problemi naturali e morali (Venezia, V. Valgrisi, 1549). Intorno alla metà del Cinquecento, la personalità del Garimberti si precisò. Dimostrò infatti uno straordinario interesse per gli oggetti d’arte e per l’antiquaria. Nel 1550, il suo alloggio presso la residenza romana del cardinale Niccolò Gaddi (a Montecitorio) venne visitato da Ulisse Aldovrandi, che menziona il Garimberti nel suo Delle statue antiche (edito nel 1556). Inoltre, il Garimberti pubblicò nel 1551 (dedicandoli a Tolomeo Gallio, poi cardinale e capo della segreteria di papa Pio IV e di papa Gregorio XIII) i Concetti divinissimi per scrivere familiarmente (Roma, V. Valgrisi, e Venezia, G. Bonelli): una compilazione (destinata a larga eco) di locuzioni, modi di dire, esempi tratti dai classici, indirizzata ai segretari e al pubblico colto. Quindi, indirizzò a Ottavio Farnese, duca di Parma, un trattato di argomento politico-militare, Il capitano generale (Venezia, G. Ziletti, 1556). Nel contempo, il Garimberti entrò al servizio del cardinale Otto von Truchsess, vescovo di Augusta, e si distinse anche come informatore politico del cardinale Rodolfo Pio di Carpi. L’elezione di Pio IV, alla fine del 1559, segnò una svolta nella carriera del Garimberti. Dopo essersi infatti impegnato come conclavista per il già menzionato cardinale Otto von Truchsess, il Garimberti fu ammesso tra i canonici di San Pietro. Quindi (il 17 marzo 1563) fu consacrato dal neoeletto pontefice vescovo della Diocesi di Gallese nel Lazio, istituita nell’occasione. Fu lo stesso Garimberti ad annunciare che la nomina era stata corredata da trecento scudi di dote e duecento di pensione (a Cesare Gonzaga, Roma, 20 marzo 1563, citato in Brown, 1993, p. 70). L’attività pastorale del Garimberti rimase tuttavia assai limitata: la carica di vicario della basilica di San Giovanni in Laterano, che tenne fino al 1575, anno della morte, lo obbligò infatti a risiedere a Roma, inoltre, come vescovo sgangherato si astenne dal viaggio del Concilio (in Brown, 1993) riunito in Trento e solo di rado si recò a visitare il campanile di Gallese (31 maggio 1563: in Brown, 1993). Inoltre il Garimberti mostrò di adattarsi con molta fatica al nuovo clima che gli anni immediatamente successivi alla conclusione del concilio portarono nella Corte di Roma. Infatti, nei primi anni del pontificato di Pio V (eletto nel 1566), rigoroso fautore della riforma, specie nei confronti dei vertici ecclesiastici, il Garimberti ironizzò spesso sull’attività di quelli che egli definì i Reverendissimi Riformatori de la Santa Riforma di Roma (lettera al cardinale Alessandro Farnese, Roma, 9 agosto 1566: in Brown, 1993, pp. 66 s., n. 6). Invece, il Garimberti continuò a dedicarsi instancabilmente alla sua opera di procacciatore d’affari nel ramo delle collezioni d’arte, soprattutto a stretto contatto di personaggi d’alto rango quale Cesare Gonzaga, Signore di Guastalla. Riuscì così a divenire uno dei principali collezionisti di Roma. Già nel 1565 aveva acquistato parte della collezione di statue di Francesco Lisca, mercante milanese attivo in Roma, da poco defunto, e aveva facetamente denunciato la propria intenzione di fare acquisti tuttavia più ingordamente (lettera a Cesare Gonzaga, Roma, 1° luglio 1565: in Brown, p. 107). Dichiarò altresì che solo lo spavento di questi Reverendi Riformatori lo tratteneva dall’investire tutte le sue disponibilità finanziarie nell’attività di collezionista (allo stesso, Roma, 8 aprile 1572: in Brown, p. 119). Alla fine del secolo, la sua collezione di statue antiche, bronzetti, quadri, libri di pregio e medaglie era nota a tal punto da essere inclusa da Giovan Battista de’ Cavalieri nelle tavole del suo libro Antiquarum statuarum Urbis Romae tertius et quartus liber (Romae, 1594). Ma in questo torno di anni proseguì anche la produzione letteraria. La più importante opera è quella dedicata alle Vite dei pontefici e dei cardinali (La prima parte delle vite overo Fatti memorabili d’alcuni papi, et di tutti i cardinali passati, Venezia, G. Giolito de’ Ferrari, 1567). Si tratta di una vera e propria galleria di esempi di carriere ecclesiastiche nella Corte di Roma. Fu però proprio quella del Garimberti, nel mutato contesto del pontificato Ghislieri, a subire una brusca battuta d’arresto: nel maggio 1566 il Garimberti dovette cedere la propria Diocesi (destinata a essere soppressa entro pochi anni, nel 1569) al teologo domenicano Gabriele de Alessandri, anche se ottenne di poter mantenere il titolo di vescovo di Gallese. Gli ultimi anni del Garimberti furono occupati quasi interamente dal collezionismo d’arte. Il Garimberti sembrò però allentare i propri legami con i Gonzaga: si legò a membri di casa Savoja e strinse di nuovo contatti con il cardinale Alessandro Farnese, suo antico padrone. Venne seppellito nella basilica di San Giovanni in Laterano. Alla morte del Garimberti, che aveva ottenuto dal pontefice un’ampia facultas testandi già nel 1565, la sua collezione, passata al nipote Giovan Francesco, conobbe una rapida dispersione. Di sicuro alcune opere passarono ai Farnese. Somiglianze si notano tra il Filosofo, la Venere e il Cupido di proprietà del Garimberti e opere dallo stesso soggetto appartenenti alla collezione del marchese Vincenzo Giustiniani nel 1631. Non sono invece confermati passaggi di pezzi della collezione del Garimberti a quella Borghese. Infatti, la parte più cospicua passò nel 1583, per il tramite di Orazio Muti, cognato di Giovan Francesco Garimberti, ai Savoja. Nessuna notizia si ha invece della sua biblioteca, ricca già nel 1572 di circa 2000 volumi. Alle opere già menzionate, l’erudito parmense Ireneo Affò aggiunge un Compendio istorico della famiglia Rossi di Parma, rimasto manoscritto. Nel tracciare un bilancio dell’attività culturale del Garimberti, si deve innanzi tutto ricordare la rimarchevole fortuna di alcune sue opere: i Concetti divinissimi conoberro infatti, dopo la prima uscita contemporanea a Roma e a Venezia del 1551, almeno altre sedici edizioni, fino al 1609. I Problemi naturali e morali ebbero una traduzione francese a cura di J. Louveau (Lyon, G. Roville, 1559). L’opera in sei libri Della fortuna, più volte ristampata, fu tradotta un castigliano da J. Mendez de Avila con il titolo Theatro de varios y maravillosos acaecimientos de la mudable fortuna (Salamanca, 1572). Il Garimberti ebbe ingegno pronto, una solida cultura di stampo umanistico, vasti interessi e spregiudicatezza di giudizio. Intese sempre raggiungere il vasto pubblico colto con le sue opere, come appare chiaramente non solo dall’impianto dei Concetti divinissimi, ma anche dal proposito espresso nei Problemi naturali e morali di giovar al Volgo e dilettando invitar loro a leggere (Dedica, carte non numerate). Anche lo stesso sottotitolo delle Vite (Fatti memorabili d’alcuni papi, et di tutti i cardinali passati) richiama il titolo di uno dei capisaldi della più accessibile cultura umanistica, i Factorum ac dictorum memorabilium libri IX dello scrittore latino Valerio Massimo, raccolta di motti e fatti esemplari tratti dalla cultura classica, opera più volte ristampata, tradotta e molto diffusa. L’interesse del Garimberti a un aperto dibattito tra i cultori delle lettere lo portò tuttavia a commettere dei passi falsi. Egli non solo citò espressamente brani di Nicolò Machiavelli nel Della fortuna e nel Capitano generale, ma ne richiamò copertamente le tesi anche nell’opera De’ regimenti publici de la città. Certo, la definitiva condanna da parte delle autorità ecclesiastiche del Machiavelli doveva ancora essere pronunciata (fu espressa nell’Indice del dicembre 1557), ma la familiarità con le opere di un autore già molto sospetto intorno al 1550 non poteva gettare buona luce sul Garimberti presso la Corte pontificia. A ciò si deve aggiungere l’aperta denuncia contenuta nelle Vite di quella corruttela nella religione, c’hoggidì non potemo veder senza lagrime (Vite, p. 499), causata, secondo il Garimberti, dalle scandalose pratiche diffuse anche ai livelli più alti nella Corte di Roma. E si devono anche ricordare, nella stessa opera, non solo critiche agli eccessi temporali di Giulio II e Leone X, ricalcati sul giudizio che Francesco Guicciardini aveva espresso nella Storia d’Italia, ma anche elogi dedicati a personaggi dalla memoria ormai piuttosto sospetta come i cardinali Reginald Pole e Gasparo Contarini. Ciò non è ovviamente abbastanza né per porre il Garimberti tra gli esponenti del cosiddetto evangelismo italiano, né per confermare la tesi (enunciata dal solo Affò) di un ritiro forzato delle Vite dal mercato editoriale. Piuttosto, al Garimberti si deve riconoscere coerenza nel tentativo di conservare libertà di giudizio e ampia facoltà di azione culturale in un contesto, la Roma dei primi anni della Controriforma, radicalmente mutato rispetto ai decenni centrali del Cinquecento.
FONTI E BIBL.: Per le fonti manoscritte si rimanda a C.M. Brown, Our accustomed discourse on the antique. Cesare Gonzaga and Girolamo Garimberti. Two Reinaissance collectors of Greco-Roman art, New York - London, 1993, che contiene anche una ricca bibliografia. Si segnala inoltre: Archivio segreto Vaticano, Fondo Pio 55, cc. 76r-83v (lettere del Garimberti al cardinale R. Pio di Carpi), Armadio LII, t. 3, c. 101r (facultas testandi concessa nel 1565 da Pio IV al Garimberti); I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, Parma, 1793, 137-144; D. Cantimori, Le idee religiose del Cinquecento. La storiografia, in Storia della letteratura italiana, V, Il Seicento, Milano, 1967, 59-62; M. Mastrocola, Note storiche circa le diocesi di Civita Castellana, Orte e Gallese, III, I vescovi dalla unione delle diocesi alla fine del concilio di Trento, Civita Castellana, 1972, 124 s., 136, 168 s.; N. Longo, De epistola condenda. L’arte di componer lettere nel Cinquecento, in Le carte messaggiere. Retorica e modelli di comunicazione epistolare: per un indice dei libri di lettere del Cinquecento, a cura di A. Quondam, Roma, 1981, 199; M. Rosa, Carriere ecclesiastiche e mobilità sociale: dall’Autobiografia del cardinale Giulio Antonio Santoro, in Fra storia e storiografia. Scritti in onore di Pasquale Villani, a cura di P. Macry-A. Massafra, Bologna, 1994, 572-577; G. Procacci, Machiavelli nella cultura europea dell’età moderna, Roma-Bari, 1995, 73; G. van Gulik-C. Eubel, Hierarchia catholica, III, Monasterii, 1923, 200; G. Brunelli, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 349-351.


Parma XV/XVI secolo
Fu stimato ambasciatore.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2-3 1957, 103.

GARIMBERTI GIROLAMO, vedi anche GARIMBERTI GIOVANNI GIROLAMO


Parma 1560
Laureato in legge verso il 1560, fu Prevosto di Santa Eulalia d’Enza.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 41.


Parma 1656/1671
Discendente da illustre famiglia parmense, nel 1656 e 1658 fu nominato Commissario degli alloggi militari e per la somministrazione da farsi alle truppe transitanti in quegli Stati (Archivio gentilizio, Famiglia Garimberti, Archivio Comunale, in Archivio di Stato di Parma). Dal 1657 al 1671 ricoprì la carica di archivista del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

Parma 1580
Si addottorò in leggi il 16 gennaio 1580.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 54.

Parma XIII secolo
Fu chirurgo e medico reputato.
FONTI E BIBL.: Pighini, Storia di Parma, 1965, 97.


Parma 1346 c.-Parma 1402/1411
Studiò filosofia a Padova e nell’anno 1370 vi ottenne la laurea in filosofia e medicina. Rientrato a Parma, fu accolto nel Collegio dei Medici. Sembra però che il Garimberti abbia presto abbandonato la professione medica per dedicarsi all’astronomia e all’etica e infine intraprendere la carriera ecclesiastica. Nel 1376 o 1377 fu nominato Arcidiacono di Parma. Lo stesso anno 1377 (il 17 gennaio) perdette una causa che aveva intentato a Francesco da Brossano, erede di Francesco Petrarca, per il possesso di una casa in contrada Santo Stefano, che il Garimberti rivendicava al suo beneficio. Il Garimberti è ancora ricordato in un documento in data 28 settembre 1380 riguardante una Congregazione Capitolare per l’ordinazione di alcuni nuovi statuti per il Capitolo. Nel 1401 fu delegato dal Papa a dirimere la lite tra la famiglia Bravi e gli Umiliati di Parma per il possesso del mulino di Viarolo. Un trattato astronomico del Garimberti ebbe ai suoi tempi larga diffusione: ne rimangono esemplari alla Biblioteca di Parigi (codice 7292), alla Vaticana (codice Urbinate 1491) e alla Barberina (codice 7961).*
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 104-107; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 180.

ante 1690-Parma 1730
Conte e Canonico (1690) della Cattedrale di Parma, scrisse un’orazione latina raccolta negli Atti del Sinodo Parmense tenutosi a Parma nel 1691.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 927.

Parma 1633/1653
Fu dei più eruditi Lettori dell’Università e avvocato insigne. Nel 1648 fu nominato Consigliere del Duca e nel 1653 Presidente della Serenissima Camera di Parma. Insegnò leggi all’Università di Parma dal 1633 al 1648. Fu esentato dai dazi per benemerenze.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 38, 48; R. Pico, Catalogo dei dottori, 92; Archivio di Stato di Parma, Ricetto del Tesoriero 1631-1635, Mandati 1619-1715, Registri d’entrata e spesa 1631-1750, Vachetta per le essentioni delli Datii 1639-1640, Mandati 1631-1658, Ruoli de’ Provigionati 18 e 19; F. Rizzi, Professori, 1953, 40.


Parma XV secolo
Fu dottore in Leggi. È forse lo stesso che fu Canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1425.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 23.

GARIMBERTO, vedi GARIMBERTI

GARMERSI PALMIERO, vedi GARMERTI PALMERO

Parma 1433/1470
Fu autore di una cronaca di Parma dall’anno 1433 all’anno 1470.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 27.

GAROFALO ANTON MARIA, vedi GAROFANI ANTONIO MARIA

GAROFANI ANTONIO MARIA, vedi GAROFOLI ANTONIO MARIA

Parma -Parma 27 aprile 1733
Fu dottore in teologia. Ebbe fama di buon grammatico, soprattutto in lingua latina. Scrisse anche parecchi compendi di vite dei santi protettori della città di Parma. Fu sepolto in San Marcellino, ove gli fu posta la seguente iscrizione: Iacobo Garofani civi Parmen I.V. D. protonot. apostol. sacerdoti piissimo e vivis sublato V. Kal. Maias ann. dom. CI DCCXXXIII.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 67-68.

GParma 28 gennaio 1553-Parma 1635c.
Figlio di Marco e Caterina Aschieri. Fu poeta, sacerdote e lodato oratore sacro. Studiò prima umane e poi sacre Lettere: fattosi sacerdote, compose molti libretti in prosa e in versi sebbene rozzamente anzi che no (Pico). Scrisse il Santoario di Parma. Vite dei Santi e dei Beati (Parma, Viotto, 1593), L’Hiporeivaga Musa di Ant. M. Garofano Crisipuleo (Ferrara, Baldini, 1580), Sommario delle Indulgenze di Parma e di Gerusalemme e molte rime burlesche.
FONTI E BIBL.: I. Affo, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 301-302; Aurea Parma 2 1958, 114.

GAROFOLO ANTON MARIA, vedi GAROFOLI ANTONIO MARIA


Parma 20 marzo 1787-Parma 15 maggio 1829
Cameriere, sposato con Maria Fernanda Ghidini. Fu in servizio alla corte di Maria Luigia d’Austria dal maggio 1816 come aiutante della porcellana e dal 15 ottobre 1821 come copritore di tavola.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 310.

Parma 1819
Tornitore. Realizzò, in collaborazione con Guglielmo Drugman, diversi mobili per la corte ducale di Parma, nel Palazzo del Giardino e nel Palazzo di Riserva.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, b. 7 e 8; Il mobile a Parma, 1983, 263.


Parma 1768-Parma 8 aprile 1856
È ricordato da Carlo Gervasoni nel 1812: Tra i nostri recenti fabbricatori di clarinetti e fagotti si distingue attualmente in Parma il bravo artista Francesco Garsi. Non si sa se si tratta di un errore di nome o se vi fosse un altro Garsi fabbricante di strumenti a fiato, in quanto, in una lettera del 14 dicembre 1816, si legge che in data 2 dicembre S.M. aveva conferito il titolo di Professore Onorario della Reale Orchestra al Signor Antonio Garsi Professore di Flauto specialmente per mostrargli la Sovrana soddisfazione per avere egli eretta una fabbrica d’Istrumenti da fiato in Parma, ed a titolo d’incoraggiamento (Archivio di Stato di Parma, Governo Provvisorio e Reggenza, 1816, b. 8). Un suo flauto diritto in fa si trovava al Conservatorio di musica di Parma. Nel 1836 fece parte della commissione che doveva esprimere il parere per lo scarico degli strumenti musicali inservibili della banda musicale della Divisione di Linea del Ducato (Archivio di Stato di Parma, Militare, b. 685).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma XIX secolo-post 1914
Liutaio, sarebbe stato l’unico allievo di Alessandro Mantovani e fu attivo nella seconda metà del XIX secolo. Secondo il Vannes gli ultimi suoi lavori datano 1914. I suoi violini sono molto ricercati, specialmente le copie degli strumenti antichi. Le sue etichette sono in carattere gotico con la segnatura manoscritta di traverso.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 12 marzo 1595-post 1621
Figlio di Santino e di Ottavia. Nei Ruoli farnesiani appare attivo alla Corte parmense in qualità di liutista e compositore. Fu tenuto a battesimo dal conte Alberto Canossa, in rappresentanza di Ranuccio Farnese, e da Barbara Sanseverino (a quest’ultima, come marchesa della Sala, è dedicata una delle numerose gagliarde di Santino Garsi). Piuttosto scarse sono le testimonianze sulla sua attività artistica: di lui è pervenuta soltanto una corrente, già inclusa nel ms. 40153 (perduto) della Deutsche Staatsbibliothek di Berlino e datata 1° febbraio 1621. Mancano da quella data ulteriori sue notizie.
FONTI E BIBL.: De Backer e Sammelvogel, Bibliografie de la Compagnie de Iesus, volume I, 1456; R. Eitner, volume II, 60; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 149; Enciclopedia della Musica, 2, 1964, 278; Enciclopedia della Musica, 3, 1973, 90; R. Pelagalli, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 396.

Parma-Parma 30 marzo 1630
Nipote (o figlio) di Santino e Ottavia, fu musico a Parma, ove risulta impegnato dal 7 settembre 1619, come si legge nei Ruoli farnesiani: Il Sig. Donino Garsi serve S.A.S. per Musico et sonatore de leuto, con provvigione di scudi otto moneta il mese (Osthoff, p. 39). Attivo a Corte fino alla morte, fu allievo ed emulo di Santino Garsi, del quale valorizzò l’opera curando la stesura di un manoscritto di intavolature per liuto (ms. Mus. 40032 presso la Deutsche Staatsbibliothek di Berlino). Accanto alle danze del maestro, il Garsi inserì tredici sue composizioni (sei gagliarde, oltre a Battalia, Balletto, Pavana in soprano, Toccata, Preludio, Folia e Sopra il ballo del ser. duca). Dedicata al principe polacco K.S.R. Dusiacki, suo allievo a Padova, la raccolta mostra un’evidente dipendenza stilistica dal modello, anche se non riuscì a uguagliarne la spontaneità e l’originalità dell’ispirazione.
FONTI E BIBL.: H. Osthoff, Der Lautenist Santino Garsi da Parma, Lipsia, 1926; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio 1932, 125-126, e 1933, 235 e 320; Enciclopedia della Musica, 2, 1964, 278; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 129; Dizionario chitarristico, 1968, 33; Enciclopedia della Musica, 3, 1973, 90; R. Pelagalli, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 396.

GARSI DONNINO, vedi GARSI DONINO

GARSI FRANCESCO, vedi GARSI ANTONIO


Parma-Rimini 1450
Figlio di Pietro. Fu canonico della Cattedrale di Parma e quindi canonico in Bologna. Fece testamento il 3 febbraio 1445 e lasciò a titolo di legato alla fabbrica della chiesa di Parma 25 ducati d’oro di camera (rogito di Rolando Alberto de’ Castellani, notaio del Comune di Bologna e della curia Vescovile, abbreviato da Pietro di Francesco Bottoni). Il Garsi, passato a Roma, divenne nel 1448 uditore generale della camera Apostolica e l’anno stesso Vescovo di Rimini. I fabbricieri Armanno Loschi e Ilario Anselmi, canonici, e Bono della Ferrara e Giovanni da Picca, anziani del Comune di Parma, incaricarono dell’esigenza di quel lascito Dolcino Bolognese.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 722-723.

Parma 22 febbraio 1542-Parma 17 gennaio 1604
Nacque da Nicola e Maria Caterina. Si ignora la data del suo trasferimento a Roma, ove presumibilmente intraprese lo studio della musica, rivelando assai presto ottime qualità di liutista e compositore. La prima testimonianza certa della sua attività artistica risale al 1590, anno in cui diverse sue composizioni trovarono ospitalità in una raccolta manoscritta di intavolature italiane per liuto (conservata a Bruxelles presso la Bibliothèque du Conservatoire royale de musique, ms. II.275), ove figura come autore di danze (quattordici gagliarde, una moresca, una danza di Corte intitolata Viva Don Giovanni e l’aria Ruggieri) accanto a nomi di fama quali O. Vecchi, C. Malvezzi e A. Striggio. Abile compositore, il Garsi conquistò in breve tempo ampia notorietà per le speciali doti di virtuoso e nel 1594 fu richiamato nella città natale dal duca Ranuccio Farnese come strumentista e insegnante di liuto. Dai Ruoli farnesiani dell’Archivio di Stato di Parma si apprende che dal 1° dicembre 1594 Santino Garsi sta al servizio di S.A. per sonatore de leuto con obbligo d’insegnare alli paggi di S.A. et in altri luoghi dove comanderà l’Alt. S. con provvigione di scudi dodici di moneta il mese et gli comincia a correre al primo d’ottobre pross. pass.to (citato in Osthoff, p. 30). Il Garsi continuò il suo servizio a Corte fino alla morte. L’ultima testimonianza nelle liste dei provvigionati risale al 1° gennaio 1603, data in cui ne venne confermato lo stipendio mensile di 12 scudi. In seguito, a dimostrazione del riconoscimento dimostratogli dal duca Ranuccio Farnese, detta somma fu devoluta alla moglie Ottavia, che dal 25 gennaio 1604 al 1619 ebbe modo di provvedere agevolmente all’educazione del figlio Ascanio e di Donino (figlio o nipote). L’importanza del Garsi rimane legata all’attività svolta presso la Corte parmense ove, sullo scorcio del secolo XVI, fu al servizio del duca Ranuccio Farnese, accanto a personaggi quali Orazio e Cesare Bassani, C. Merulo, G.B. Morlachino e F. Bramieri. Didatta e virtuoso di grande valore, si dedicò, in veste di compositore, ai generi strumentali prescelti nell’ambiente di Corte: danze per liuto, alcune delle quali dedicò a personaggi dell’aristocrazia parmense (Galliarda della marchesa di Sala, La Cesarina, Ballo del serenissimo duca di Parma) secondo una consuetudine già presente ne Il ballarino di F. Caroso. Del Garsi sono pervenuti soltanto due manoscritti di intavolature per liuto, editi da H. Osthoff nel volume Der Lautenist Santino Garsi da Parma del 1926 e contenenti forme di danza presentate per lo più singolarmente. Sia la prima raccolta, già citata, sia la seconda (presso la Deutsche Staatsbibliothek di Berlino, ms. Mus. 40032, databile intorno all’anno 1620) mostrano una spiccata predilezione per la forma della gagliarda, cui il Garsi seppe conferire un carattere sempre più autonomo, in linea con il coevo sviluppo della musica strumentale. Questo spirito di modernità è soprattutto evidente nelle ultime opere, dove la tendenza ad allontanarsi dal principio della variazione e da una scrittura di tipo contrappuntistico-imitativo si congiunge all’esigenza di accogliere gli ideali del nascente stile monodico. Inclusi nei medesimi volumi, oltre a balletti, correnti, balli, moresche e saltarelli, si ricordano in particolare il brano dal titolo Ruggieri (variazioni sul noto tema Aria di Ruggiero) e l’Aria del gran duca, ove il Garsi si appropria di una melodia assai nota, utilizzata anche da J. Bull (pavana), J.P. Sweelinck (Balletto del granduca) e J.H. Schein (allemanda).
FONTI E BIBL.: H. Osthoff, Der Lautenist Santino Garsi de Parma, Leipzig, 1926 (2a ed. riveduta, Wiesbaden, 1973); N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note d’Archivio 2 1932, 3, 125 s., 3 1933, 235 s., 320, 4 1933, 320; H. Osthoff, Gedichte von Tommaso Stigliani auf Giulio Caccini, Claudio Monteverdi, Santino Garsi da Parma und Claudio Merulo, in Miscelánea en homenaje a monseñor Higinio Anglis, Barcelona, 1958-1961, 615; F. Testi, Storia della musica italiana da s. Ambrogio a noi, Milano, 1969, 614-617; W. Kirkendale, L’aria di Fiorenza, id est Il ballo del gran duca, Firenze, 1972, 16 s., 29, 53, 66, 70; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, IV, 159; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 598, Supplemento, 335; Die Musik in Gesch. und Gegenwart, IV, coll. 1398 s.; F. Michel, Encyclopédie de la musique, II, Paris, 1959, 230; Riemann Musik Lexikon, I, 587; Enciclopedia della musica Ricordi, II, 278; Nuovo Dizionario Ricordi della musica e dei musicisti, Milano, 1976, 281; The New Grove Dictionary of music and musicians, VII, 170; M. Honegger, Dict. de la musique, I, Paris, 1986, 450; Dizionario enclicopedico universale della musica e dei musicisti, Le biografie, III, 125; R. Pelagalli, in Dizionario biografico degli Italiani, LII, 1999, 395-396.


Scurano 16 dicembre 1918-Parma 1 maggio 1992
Si accostò alla pittura fin da ragazzo, dopo aver aiutato il padre a Scurano nella bottega di calzolaio. Fu da questi iscritto, nonostante le ristrettezze economiche, all’Istituto Toschi di Parma, dove vinse una borsa di studio. La seconda guerra mondiale interruppe la sua attività. Dopo la prigionia in Germania, rientrò in Italia, trovando un posto di lavoro all’Ufficio postale del suo paese. Alla pittura alternò la stesura di uno studio letterario dal titolo L’umana tragedia. Nel 1973 il Garulli tenne una mostra personale a Cervarezza, sul tema ecologico del rispetto delle sue amate montagne. la natura, infatti, e i suoi due figli, i gemelli Pietro e Paolo, furono i soggetti preferiti dal Garulli, pittore sensibile e solitario. Di animo profondamente religioso, fu un cattolico convinto e praticante. Abitò a lungo a Piazza di Mediano. La salma del Garulli fu tumulata a Scurano.
FONTI E BIBL.: R. Ferrari, L’agreste pittore dei santi nelle stalle, in Gazzetta di Parma 6 gennaio 1964, 3; È morto Violante, in Gazzetta di Parma 3 maggio 1992, 25; F. e T. Marcheselli, Garulli Giuseppe (1918-1992), in Dizionario dei Parmigiani, 1997, 151; F. Barili, Ricordo di Violante Garulli, pittore e uomo onesto, in Cedogno. Vita di comunità e personaggi, Parma, Benedettina, 1993, 59-61.


Parma 12 dicembre 1877-
Figlio di Giuseppe e Rosa Maini. Pubblicista, fu redattore di Salsomaggiore Illustrata e corrispondente della Gazzetta del Popolo e del Secolo Sera.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1190.

GARZA SANTINO, vedi GARSI SANTINO

GARZI ANTONIO, vedi GARSI ANTONIO


Parma 1572/1630
Gesuita, provinciale, fu confessore della Duchessa di Parma. Dal 15 novembre 1609 al 12 febbraio 1610 fece le veci quale supplente del Rettore del Collegio dei Nobili di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 409.


-Parma 6 giugno 1767
Fagottista, dal 1° aprile 1766 godette di una pensione di 6500 lire (Ruolo dei provigionati dal 1766).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1766/1773
Primo violino dei secondi, dalla riforma del 1° aprile 1766 percepì un soldo di 4000 lire, più 2000 lire di pensione, e dal 1° gennaio 1767 la pensione fu elevata a 3500 lire. Era regolatore della musica istrumentale. Con decreto 25 agosto 1773 fu nominato aiutante di camera: giurò l’impiego il 1° settembre. Al suo posto di regolatore fu nominato Angelo Morigi (Archivio di Stato di Parma Ruolo dei provigionati dal 1766).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma-Forlì 14 febbraio 1568
Detto Parmegiano, fu uno dei primi gesuiti di Parma. Fu coadiutore.
FONTI E BIBL.: M. Scaduto, Catalogo dei gesuiti, 1968, 63.


1892-Monte Sei Busi, 2 agosto 1915
Figlio di Riccardo. Tenente nel 13° Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì combattendo eroicamente alla testa del suo plotone. Fu sepolto a Polazzo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 agosto, 19, 22 settembre 1915, 20 giugno 1916; Rivista Eroica 5 1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 116.


Parma seconda metà del XIX secolo
Incisore in legno, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 69.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Miniatore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 160.

Compiano 1830
Studente. Nel 1830 fu detenuto nel forte di Compiano per lo spirito fazioso manifestato. Fu allora definito turbolento, molesto, nottivago, sprezzatore delle Autorità e imbevuto di massime liberali.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 171.

Parma 16 luglio 1853-Modena 1925
Figlio di Angelo e Giulia Musi. Sottotenente del genio nel 1877, andò in posizione ausiliaria nel 1909 col grado di tenente colonnello. Colonnello nel 1911, venne richiamato in servizio e fu addetto al comando del genio di Roma e poi di Bologna. Maggiore generale nel 1917, ebbe nella riserva il grado di generale di divisione (1923). Valoroso combattente e pluridecorato, venne insignito, per meriti speciali, della croce di cavaliere della Corona d’Italia. Lasciò in eredità tutti i suoi beni all’Istituto Vittorio Emanuele II di Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare , 1932, IV, 27; R. Giuffredi, L’Istituto Vittorio Emanuele II, 1962, 151.

Parma 1810
Figlio di Ignazio. Fu incisore di stampe al bulino, calligrafo e poeta, attivo nell’anno 1810. Dipinse alcune scene per il Teatro di Santa Caterina del Collegio dei Nobili che probabilmente vennero utilizzate per lo spettacolo di apertura al pubblico del 3 agosto 1804.
FONTI E BIBL.: Sanseverini e Muzzi, Notizie storiche di Parma, Archivio di Stato di Parma, ms. 31, p. 307; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, IX, 1821, 309; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 169.

Parma XVIII secolo-Parma 1811
Uscì dalla scuola del Baldrighi e non difettò di pregio. Fu pittore di storia, disegnatore e architetto, ancora attivo nell’anno 1810. Dipinse alcune scene per il Teatro di Santa Caterina del Collegio dei Nobili che probabilmente vennero utilizzate per lo spettacolo di apertura al pubblico del 3 agosto 1804.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, IX, 1821, 309; Sanseverini-Muzzi, Notizie storiche di Parma, in Archivio di Stato di Parma, ms. 31, c. 307; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 169.

Parma 29 luglio 1845-Roma 1894 c.
Fu nipote dell’insigne archivista di Stato Tommaso Gasparotti. Allievo del Collegio Maria Luigia di Parma, frequentò anche gli studi artistici sotto la guida di Gaetano Signorini. Ma i parenti vollero fare di lui un dottore in legge piuttosto che un artista. In effetti il Gasparotti si laureò in legge e all’età di trent’anni circa divenne Segretario all’Intendenza di Finanza in Roma. Così poté sfogare la sua passione artistica solo in rapide e delicatissime visioni pittoriche, che sono tanti inni alla natura e all’arte. Si tratta di piccoli dipinti che non oltrepassano la misura di un bozzetto e che furono tutti creati a contatto con la natura e in un breve giro di ore. Essi dovevano essere nelle intenzioni del Gasparotti esclusivamente di sua proprietà materiale, fatti solo per appagare un bisogno spirituale. Sotto questo aspetto debbono essere studiati e gustati: errerebbe chi volesse cercare tra le opere del Gasparotti il quadro finito, lo sforzo appariscente di bravura tecnica. Innamorato delle bellezze artistiche di Roma e più ancora del suo paesaggio, per non allonanarsene e per non distaccarsi dai suoi pochi ma scelti amici, rifiutò qualsiasi promozione. Morì di tubercolosi.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, in Aurea Parma 5 1927, 200-204.

Ghiara di Fontanellato 5 dicembre 1751-Parma 10 aprile 1799
Nacque da Luigi Simone, onorato possessore di modesto censo, e da Margherita Formentini. Si diede ai primi studi letterari (grammatica e retorica) molto intensamente, il che lo fece divenire uno dei più validi scrittori latini dei suoi tempi, sia in prosa che in poesia. In versi latini tradusse magistralmente la famosa canzone frugoniana O del tragitto estremo Custode inesorabile. Uscito dalle scuole filosofiche, si volse alla Giurisprudenza, ma tanto arduo gli parve tale studio, che un anno dopo, abbandonatolo, si iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia. A tale grado di sapere egli era già salito prima della laurea, che essa gli fu conferita in modo privilegiato, limitandosi i docenti a fargli recitare la sua dissertazione De utero gravido. Fin dal 1775 il Gasparotti collaborò col suo maestro, Michele Girardi, alla pubblicazione delle diciassette tavole del Santorini. Anche Giacomo Tommasini tessè le lodi del giovane Gasparotti in una sua Orazione: Ita in difficilioribus de cerebri fabrica, de intercostalis nervi origine, de auditus organo, vidimus nos aut communia, aut alterna praeceptori, discipuloque tentamina.Parem vidimus notionum copiam atque doctrinam, parem industriam, parem in cadaverum sectionibus securitatem. Nominato Assistente alle operazioni anatomiche e chirurgiche nell’Università di Parma alla fine del dicembre 1783, il 20 gennaio del 1789 fu promosso incisore d’anatomia, assieme a Francesco Cecconi. Nel 1792 divenne sostituto del Girardi e tre anni dopo, ammalatosi quest’ultimo, lo supplì a tutti gli effetti. Fu inoltre sostituto del Righi nell’Ospedale maggiore per le operazioni chirurgiche. Il Duca lo nominò il 2 dicembre 1795 professore sostituto di Anatomia con ogni prerogativa di professore effettivo. Morto Michele Girardi nel 1797, si conferì al Gasparotti la cattedra di Anatomia. Morì a 48 anni per tifo contratto nell’Ospedale. Negli ultimi anni di vita si dedicò anche all’agricoltura, alla botanica (raccolse un considerevole erbario) e alla chimica. Dei suoi molti lavori scientifici merita particolare menzione l’opera Lezioni di Anatomia. Di lui Uberto Giordani nel poemetto Le Tombe lasciò un accorato ricordo. Ebbe sepoltura nella chiesa di San Marcellino, ove gli fu posta un’iscrizione del padre Pagnini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 643-644; R. Giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 344-345.

GASPAROTTI TOMASO, vedi GASPAROTTI TOMMASO

Parma 8 marzo 1785-Parma 8 dicembre 1847
Nacque da Carlo Ignazio e da Angela Paini. Fu dottissimo sia nelle lettere italiane che in quelle latine. Studiò a Parma e fu allievo del Martini. Fu uno dei cinque membri della Società Parmigiana dei pittori e incisori all’acquerello, con Paolo Toschi e l’Isac. Biagio Martini gli fu maestro di pittura, arte che gli giovò per l’attività di paleografo poco dopo intrapresa. Fu validissimo nell’esecuzione di fac-simili di antichi documenti figurati, tanto che, su commissione del principe Romanzow, cancelliere dell’Impero russo, eseguì una copia del Mappamondo de’ Pizzigani, poi collocata nella Biblioteca di Pietroburgo. Nel 1827, per l’Imperiale Biblioteca di Vienna, ne eseguì una seconda copia ancora più bella ed elegante, decifrando moltissime complesse abbreviature. Fu segretario della Commissione araldica e archivista dello Stato parmense. Molto si occupò di critica dei testi, come appare dai suoi manoscritti, benché nulla pubblicasse. Nel 1827 scrisse una commedia in dialetto parmigiano, La pugnata di sold, Comedia pramsana, libera traduzione dell’Aulularia di Plauto, conservata manoscritta. Meglio che una traduzione, La pugnata di sold del Gasparotti è una libera parafrasi, dove alla vita e ai costumi antichi sono, senza scrupolo e anzi con deliberato proposito, sostituiti la vita e i costumi dei tempi del Gasparotti e propriamente dei cittadini di Parma. Un difetto di questo lavoro è la prolissità, difetto, di cui si accorse il Gasparotti stesso, che se ne scusò dicendo: non si è potuto evitare, essendo prolisso l’autore originale ed avendo voluto tradurre tutto quello che poteva esserlo. Ma chi soltanto getti l’occhio sul testo di Plauto, vede subito quanto il Gasparotti abbia aggiunto di suo. E questo difetto nuoce al lavoro del Gasparotti: certe parlate interminabili non possono non stancare il lettore anche più paziente, ma in compenso nell’opera vi è ricchezza di lingua e proprietà ed efficacia di espressione. La Pugnata di sold è un tesoro inesauribile di frasi e di modi di dire del popolo, molti dei quali scomparsi o che vanno scomparendo, e sotto questo rispetto ben meriterebbe di essere pubblicata per intero. Talvolta forse la frase può apparire ricercata e può sembrare di scorgere sotto la veste del poeta vernacolo il dotto, che fa sfoggio della conoscenza piena del suo linguaggio. E in parte è così, perché il Gasparotti fu un purista del dialetto. Ma nel complesso la lingua del Gasparotti è proprio la lingua del popolo parmigiano, come tipi veramente parmigiani sono i suoi personaggi. L’avaro Ragagnon, Madama Pimpinoria, il vecchio Braghitton e il servo Rampen non ricordano se non lontanamente l’Euclio, l’Eunomia, il Megadorus e lo Strophilus di Plauto: essi sono vere creazioni del Gasparotti. Al Gasparotti si deve la conservazione di una parte della dedicatoria latina che don Lorenzo Cornigli scrisse nel XVI secolo in fronte al Graduale delle monache di San Paolo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 182; A.M. Boselli, Testi dialettali, 1905, 24-26; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 58; L. Grazzi, Parma romantica, 1964, 42; Arte incisione a Parma, 1969, 52; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 262.

GASPARRI LAURA, vedi DEL CAMPO LAURA

GASPERINI BARBARA, vedi CAMPANINI BARBARA

Parma 7 marzo 1897-Parma 1958
Figlio di Enrico ed Eroteide Rastelli. Insegnante alle scuole medie, fu fondatore degli scout cattolici di Parma nel 1923 e primo Commissario scout provinciale ASCI dal 1924 al 1928.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia).

Neviano degli Arduini 1860
Figlio di Giovanni. Fu uno dei Mille che, partiti da Quarto, sbarcarono a Marsala con Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 4 maggio 1910, 1.

Parma ante 1893-Sant’Osvaldo 13 aprile 1916
Soldato del 20° Reggimento fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Benché ferito rimase al suo posto di combattimento (Tobruk, 22 dicembre 1911). Morì in combattimento.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, 1937.


Parma 1918-Cielo del Mediterraneo 30 marzo 1941
Figlio di Ernesto. Sergente maggiore, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Abile e valoroso secondo pilota di velivolo da bombardamento, in numerose e difficili azioni di guerra, incurante di ogni rischio, coadiuvava sempre validamente il proprio Capo Equipaggio nel raggiungimento di lontani e ben difesi obiettivi nemici. partito per un volo di ricognizione alturiera, non faceva rientro alla base.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1942, Dispensa 18a, 830; Decorati al valore, 1964, 87-88.

Parma 30 settembre 1855-post 1924
Allievo della scuola di musica di Parma dal 1865 al 1870, riuscì eccellente suonatore di oboe. Fu per molti anni primo oboe nel Teatro Regio di Torino. Nel 1883 venne nominato insegnante di detto strumento nel Liceo musicale di Bologna e vi rimase sino al 1924. Dalla sua reputata scuola uscirono ottimi allievi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 101; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

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