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Dizionario biografico: Foppiano-Frizzoli

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FOPPIANO - FRIZZOLI


Parma 1895-1974
Conoscitore profondo delle tecnologie produttive del laterizio, rilevò negli anni Trenta una preesistente fornace in Felegara di Medesano, sviluppandola sia sotto il profilo tecnico che commerciale.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 398.

Parma 28 luglio 1847-Brescia 10 aprile 1926
Studiò clarinetto alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1860 al 1864. Dopo aver prestato servizio come strumentista e sottocapo musica nel 32° Reggimento di Fanteria, diventò il direttore di quella Banda, per poi passare a Brescia, città nella quale insegnò canto nella scuola magistrale e fu maestro di cappella nella chiesa di San Nazaro. Dal 1879 al 1921 insegnò oboe, clarinetto e solfeggio all’Istituto musicale Venturi, svolse intensa attività come solista, direttore di coro e diresse spettacoli d’opera al Teatro Gaillaume (poi Sociale). Dette concerti come clarinettista: di questi si ha notizia nel 1879 (13 gennaio, Sala Apollo), 1882 (17 febbraio e 11 dicembre Palazzo Bargnani), 1887 (23 febbraio, Palazzo Martinengo), eseguendo musiche di notevole impegno artistico e culturale. Diresse la banda municipale dal 1883 al 1909 (con una parentesi dal 1902 al 1905) e con essa vinse tre premi al concorso internazionale di Torino del 1902. Scrisse composizioni per banda, tra cui Coro e marcia ginnastica per l’Educatorio feriale, e una Polka.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 83; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1915-Africa Settentrionale 13 marzo 1941
Figlio di Foresto. Sergente maggiore pilota, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sergente maggiore pilota, di provata abilità, eseguiva alcune missioni all’Oasi di Giarabub da lungo tempo assediata dal nemico, cooperando col capo equipaggio alla buona riuscita delle missioni stesse. Dopo lungo volo sul deserto, e nel sorvolo da bassissima quota delle linee nemiche, eseguiva, con precisione e serenità, lo speciale incarico affidatogli. Al ritorno dall’ultima missione trovava gloriosa morte travolto da una tempesta di sabbia in un violento ciclone tropicale.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale Aeronautica Militare, Dispensa 52ª, 2550; Decorati al valore, 1964, 86.


Parma 27 settembre 1783-
Figlio di Bartolomeo. Nel 1805 fu sergente maggiore della Guardia Attiva del Mincio. Nel 1813 fu promosso sottotenente e nel 1814 tenente. Nel 1815 fu comandante della Piazza di Fiorenzuola d’Arda in servizio a Parma e nel 1816 tenente del Reggimento Maria Luigia.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 24.


Mezzani 1920-Berati 21 aprile 1941
Figlio di Domenico. Fante del 140º Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Attendente staffetta del comandante di compagnia, durante aspro combattimento rimaneva ferito, mentre attraverso zone intensamente battute dal fuoco avversario, recapitava una comunicazione urgente al comandante di battaglione. Incurante delle sofferenze, persisteva nel suo compito, fino a che cadeva, colpito a morte da scheggia di granata nemica.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 13a, 1627; Decorati al valore, 1964, 57.

FORLANI GIOVANNI, vedi FURLANI GIOVANNI ISIDORO

FORLINI ANTONIO, vedi FORLINI GIUSEPPE


Bardi 28 dicembre 1917-Bella Farital 29 maggio 1942
Figlio di Antonio. Sergente del 65º Fanteria Motorizzato, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di squadra di fucilieri, nell’attacco di munitissime posizioni, incurante della forte reazione avversaria, allo scopo di agevolare col fuoco il movimento della propria squadra, si portava a breve distanza dall’avversario falciandolo. Colpito mortalmente da una raffica di mitragliatrice, rifiutava ogni soccorso ed incitava i suoi uomini alla lotta.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, Dispensa 7ª, 1250; Decorati al valore, 1964, 17.


Fontanellato 1831-Barletta 1/15 aprile 1878
Barbiere. Fu volontario nell’esercito sardo nel 1859 e nell’esercito meridionale nel 1860. Conseguì il grado di sottotenente. Prese parte ancora alla campagna del 1866 e a Mentana si oppose ai Franco-pontifici. Accorse in Francia nel 1870 con Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Il Presente 17 aprile 1878, n. 106; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 100.

FORMAIARDI ANTONIO, vedi FORMAJAROLI ANTONIO MARIA CESARE

FORMAIAROLI, vedi FORMAJAROLI

Pontremoli 8 giugno 1826-Parma 29 gennaio 1900
Nacque da Francesco Antonio e da Maria Clara Cipelli. Le famiglie di entrambi i genitori appartenevano alla nobiltà. La Formaini sposò Pietro Cocconi, medico insigne e patriota. In che modo la giovane Formaini incontrò il Cocconi non è facile stabilire ma possono farsi congetture che appaiono fondate. Nel 1820 Paolo Cipelli fu Vice Procuratore Generale di S. Maestà e più tardi consigliere di Stato, quindi ovviamente doveva risiedere in Parma, non più a Pontremoli. A Parma erano i fratelli di Maria Chiara Cipelli, madre della Formaini, e una sorella di Maria Chiara Cipelli, Giuliana, sposò Giovanni Bertorini, che occupò a Pontremoli importanti cariche, tra cui, nel 1847, quella di primo priore della Civica Magistratura, essendo gonfaloniere Luigi Bocconi: da ciò i frequenti contatti familiari tra Parma e Pontremoli. Il canonico Luigi Cipelli abitava in Oltretorrente a Parma, nella parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio, più nota col nome di Santissima Annunziata. La comunanza di rione e di aspirazioni patriottiche, anche se su piani ideologici differenti, col Cocconi e il desiderio di accasare la Formaini, sua nipote, che aveva perduto la madre quando aveva dieci anni non ancora compiuti e probabilmente fece a Parma lunghi soggiorni presso gli zii materni, lo fanno apparire come il pronubo delle nozze, unitamente a sua sorella Maddalena, che funse da madrina, e al fratello Benedetto, che fu testimone con Erminio Mazza, cospiratore insieme al Cocconi e morto poi al Volturno. Fatto è che il matrimonio fu celebrato il 20 marzo 1849 nella casa del canonico, come attesta l’atto esistente nell’archivio della predetta parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio. Fu un matrimonio certamente felice per reciprocità di affetti e che si cementò nelle disavventure. Dopo tre anni nacque il primo e unico figlio, Demofilo. Una grande felicità allietò la casa, ma proprio allora il Cocconi, per il precipitare degli eventi, dovette abbandonare Parma e rendersi esule in Piemonte. La Formaini, madre da pochi mesi, avrebbe probabilmente potuto trovare ricetto in città o nelle vicinanze e attendere una schiarita degli eventi, ma preferì raggiungere il marito a Torino. L’esilio durò fino al 1859. Ma la rinnovata esistenza dopo il ritorno a Parma e nei lunghi soggiorni a Roma, se fu sorretta dalla soddisfazione per la libertà raggiunta nella sospirata unità e dall’estimazione della cittadinanza che elesse il Cocconi suo rappresentante al Parlamento, venne atrocemente colpita dalla morte del figlio ventiduenne (1874), studente di medicina. E nello strazio comune fu la Formaini a dover sostenere il coraggio del marito, impegnato nella professione e nell’agone politico, così come lo aveva sostenuto negli anni dell’esilio. Un nuovo assalto del male che da sempre lo minava, spense il Cocconi il 5 giugno 1883 nella Villa Basetti a Ozzano Taro, dove si era portato da Roma accettando l’ospitalità insistentemente offertagli dal suo amico e collega nel mandato parlamentare Gian Lorenzo Basetti, con la speranza di trovare un miglioramento in quegli ameni colli. Il Cocconi ebbe a Parma onoranze trionfali: la salma sostò nel Tempio Magistrale della Steccata per il rito religioso, il popolo accorse in massa, la città fu tutta in lutto e alti elogi si ebbero nella stampa, nel Parlamento, in Comune e alla Provincia. Seguirono per la Formaini diciassette anni di vedovanza e di amara solitudine. Abitò in un piccolo appartamento assegnatole dallo stesso Basetti nel suo palazzo di Via Cantelli a Parma e attenuò la solitudine trascorrendo parecchie ore con la famiglia dell’illustre amico di suo marito. Ridotta a vivere con mezzi probabilmente limitati (il Cocconi nacque povero e morì povero), si mantenne in dignitosa semplicità nel culto dei cari perduti, paga del dovere compiuto verso di essi e verso la Patria.
FONTI E BIBL.: G. Bellotti, Eroica donna pontremolese, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1963, 205-214.

FORMAINI GERONIMA, vedi FORMAINI GEROMINA


Borgo San Donnino 3 ottobre 1679-Borgo San Donnino post 1730
Scarabelli Zunti lo dice pittore di merito assai superiore all’iniqua fortuna che di continue amarezze e povertà gli fece trascinare la vita non grave d’anni e quasi dimentico nel sepolcro in borgo San Donnino. A rendere giustizia al Formajaroli, definito disegnatore svelto, accurato e dilettoso della scuola bolognese, furono gli affreschi riscoperti nella volta del santuario della parrocchiale di Santa Maria Annunziata di Fidenza, dove, tolti i velami del tempo grazie a un opportuno lavoro di pulitura, riaffiorarono in tutta la loro freschezza e soavità le festose schiere angeliche che fanno da celeste corona all’Eterno rappresentato al centro nell’atto di inviare l’Arcangelo Gabriele ad annunziare a Maria la nascita di Cristo. La composizione, che si svolge su anelli concentrici con evidenti richiami alla tradizione correggesca, non è priva di un certo effetto scenografico e comprende quattro figure di profeti dipinte nei pennacchi. A questa opera accenna lo stesso Scarabelli Zunti, forse sulla base di documenti dell’archivio parrocchiale, poi scomparsi. I restauri portarono alla scoperta, nella lunetta sottostante la volta, di un’inedita e assai graziosa immagine della Madonna della Misericordia. L’iconografia è quella tipicamente medioevale della Madonna che allarga il manto per accogliere sotto la sua protezione i fedeli. Alla dolcissima immagine della Vergine dai tratti adolescenziali e dall’incipiente maternità fa da contrappunto l’austero atteggiamento penitenziale dei due gruppi di incappucciati genuflessi ai piedi di Maria e recanti gli strumenti della disciplina. Si tratta, infatti, dei Disciplinati o Battuti Bianchi che ressero il tempio a partire dalle sue lontane origini medioevali e che nel 1730, dopo aver rinnovato la chiesa, molto probabilmente commissionarono il ciclo di affreschi. Il dipinto della lunetta era incluso in una cornice mistilinea in stucco, di cui è rimasta solo l’impronta dopo che, nell’Ottocento, in ossequio a nuovi canoni devozionali, l’immagine mariana venne obliterata, segnando così anche visivamente l’avvenuto passaggio della chiesa da oratorio della confraternita a sede parrocchiale. Altri cori e angeli musicanti attribuiti al Formajaroli si trovano nelle monumentali cantorie lignee della chiesa della Gran Madre di Dio. Le figure sono qui distribuite sui pannelli frontali e l’effetto d’insieme è notevole per ricchezza di movimento e di colore ed è inoltre assai significativa la descrizione accurata degli strumenti musicali, degni del più sofisticato repertorio settecentesco. Che il Formajaroli avesse una particolare dimestichezza con spartiti e strumenti musicali lo prova il fatto che egli fu anche un provetto suonatore di violino. In questa inedita veste di musicante fu inviato il 12 luglio 1728 a Parma per i festeggiamenti delle nozze ducali assieme a un altro pittore-violinista, il borghigiano Tommaso Bertani. I dipinti delle cantorie, intervallati da graziose figure monocrome con esplicite allegorie mariane (Turris Eburnea, domus Aurea, Stella Matutina, Ianua Coeli) dovrebbero essere databili attorno al 1721, anno dell’inaugurazione della chiesa fondata dalla Compagnia di Gesù, con la quale il Formajaroli, come risulta da vari documenti, già collaborava da alcuni anni. È forse questo delle cantorie l’episodio più famoso nell’oscura carriera del Formajaroli, se ancora nell’Ottocento, ricorda sempre Scarabelli Zunti, l’opera non passò inosservata: Esprimendosi una musica di Angeli tanto graziosi e ben coloriti che l’illustre conte Tosio da Brescia ne fece, non molti anni orsono, trarre una copia fedele da valente disegnatore per ornarne la domestica sua insigne galleria. Il Formajaroli fu inoltre autore di varie opere nella cappella del vecchio Seminario diocesano di Borgo San Donnino e dell’immagine di San Donnino e la Madonnina un tempo esistenti sulla facciata del Palazzo comunale di Borgo San Donnino. Non altrettanta fortuna ebbero altre opere realizzate per chiese, conventi e palazzi borghigiani, non più esistenti.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 162; S. Ponzi, in Gazzetta di Parma 15 novembre 1993, 5.

Parma 27 dicembre 1770-21 novembre 1826
Compiuto il corso di studi filosofico, si diede al commercio, recandosi a Trieste. Il padre, capo ufficio nelle Finanze ducali, gli ottenne un posto nella Casa Bacaria Fratelli Tarchioni, della quale fu poi socio. In seguito la Banca Tarchioni creò per lui un’accomandita e il Formenti divenne banchiere delle Finanze. Ebbe dal Governo varie e delicate missioni: nel 1795 sopperì alle occorrenze del Governo stesso a causa degli eventi bellici e nel 1796 si recò a Milano e seppe ottenere dal generale Napoleone Bonaparte una notevole diminuzione delle imposte decretate per il Ducato di Parma. Nel 1802 il duca Ferdinando di Borbone, in considerazione della sua stima, lo nominò fermiere generale. In questa carica il Formenti, in concorso con altre compagnie, formò una Regia Cointeressata che fu vantaggiosa al pubblico erario. Il Moreau de Saint Mery, amministratore del Ducato, lo nominò procuratore generale della Società della Ferma Mista. Fu nel 1805 a Milano per trattare di problemi finanziari e nel giugno dell’anno stesso, dopo un colloquio avuto in Parma coll’imperatore Napoleone Bonaparte, questi gli ordinò di seguirlo a Genova, dove ebbe parte importante in tutti i lavori riguardanti le finanze. Fu poi nominato dal Bonaparte amministratore generale in Torino della nuova Regia dei Sali e Tabacchi per i Dipartimenti Francesi in Italia e per gli Stati di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 496-497; N. Musini, in Aurea Parma 14 1930, 178-185.


Parma 4 aprile 1823-San Martino 24 giugno 1859
Figlio di Giulio e Marianna Del Val. Arruolatosi volontario nel Reggimento Lancieri Maria Luigia, raggiunse a ventuno anni il grado di sottotenente. Nel 1848 partecipò alla guerra di Lombardia e, l’anno dopo, passato nell’esercito piemontese, diede prova del suo valore alla Sforzesca e a Novara. Avendo già raggiunto il grado di capitano, nel 1855 seguì la spedizione di Crimea e combatté alla Cernaia. Nella campagna del 1859 si segnalò col 17° Reggimento Fanteria prima nel combattimento di Frassineto e poi a San Martino, dove, colpito al cuore, morì. Dai compagni d’arme ebbe sepoltura sullo stesso campo di battaglia. Col foglio n. 9862 del 30 ottobre 1964, il Ministero della Difesa, Esercito, Ufficio Ricompense, assegnò la medaglia d’argento al valor militare al Formenti con la seguente motivazione: Ferito in una mano non si ritirava dal combattimento, ma continuava ad animare i suoi soldati e cadeva poi mortalmente ferito.
FONTI E BIBL.: M. D’Ayala, Vite degli Italiani benemeriti della libertà e della patria. Morti combattendo, Firenze, coi tipi di M. Cellini, 1868, 198; Guida Popolare della Torre dell’Ossario di S. Martino, Padova, Pizzati, 1912; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 3, 1933, 110; A. Ribera, Combattenti, 1943, 209; Decorati al valore, 1964, aggiunte; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 273.


Parma 1 giugno 1804-Sant’Ilario d’Enza 5 maggio 1882
Iniziò la carriera militare l’8 febbraio 1825 quale Guardia d’Onore al servizio di Maria Luigia d’Austria e vi si mantenne sino a che, nel 1831, fu sciolto quel Corpo. Durante i moti del 1831 fu tra i sospetti ma non fu inquisito. Dietro raccomandazione di Maria Luigia d’Austria fu accolto nell’esercito di Carlo Alberto di Savoja col grado di sottotenente e destinato al 1° Reggimento di Fanteria Brigata Savona il 29 settembre 1832. Il 1° aprile 1837 passò con lo stesso grado nell’Arma dei Reali Carabinieri. In essa percorse lodevolmente gli altri gradi gerarchici, finché venne promosso, il 2 gennaio 1866, maggiore generale e membro del comitato della medesima arma. A domanda, fu collocato a riposo il 1° luglio 1869. Prese parte alle guerre d’Indipendenza degli anni 1849 e 1859. Nel 1859 fu inviato dal Governo Sardo a quello provvisorio dell’Emilia con l’incarico di organizzarvi un corpo di carabinieri e quindi passò a Bologna collo stesso mandato, reggendo il comando del nuovo corpo sino all’annessione con lo Stato Italiano. Fu pure incaricato di surrogare il generale Della Rocca nel comando delle truppe destinate al mantenimento dell’ordine in Torino nel settembre 1864 e vi provvide colla maggiore energia e con non minore perspicacia, deplorando la precipitazione che aveva condotto a eventi particolarmente luttuosi. Fu altresì giudice supplente al Tribunale Supremo di Guerra dal giugno 1866 al 30 giugno 1869. Il Formenti fu decorato delle medaglie, italiana e francese, commemorative delle guerre d’Indipendenza, raggiunse il grado di commendatore nell’Ordine Equestre dei Santi Maurizio e Lazzaro e quello di grande ufficiale della Corona d’Italia. Fu inoltre insignito della Croce di Cavaliere Ufficiale Maggiore dell’Ordine di San Marino e delle insegne di Grande Ufficiale Nichan Iftikar. Nel novembre 1847 il Formenti, allora capitano comandante la Compagnia dei Carabinieri di Asti, riscosse le lodi del Governo Piemontese e dello stesso Re per la cattura di Carlo Castino di Mombercelli, pericoloso ricercato, autore di molteplici misfatti.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 188-189; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 168
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Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore di quadratura, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 150.


Parma 26 giugno 1854-
Il 3 agosto 1872 venne approvato con lode e diploma d’onore in contrabbasso e fagotto nella scuola di musica di Parma. Passò dopo il 1880 come insegnante di tali strumenti nel Conservatorio di Montevideo, del quale Istituto divenne poi direttore.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 83.


Parma 1834/1835
Falegname, realizzò nel 1834-1835 diversi mobili in noce per il Gabinetto da toeletta di Maria Luigia d’Austria, dieci canapé in larice, vari buffet e molti altri lavori nel Palazzo Ducale a Parma.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico, 1832-1834, 294; Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, buste 196, 213, 830; Il mobile a Parma, 1983, 264.

FORMIGA, vedi MARTINELLI MEDARDO


Roccabianca 1 gennaio 1923-Chiusa Ferranda 13 novembre 1944
Figlio di Dario. Partigiano della 31a Brigata Garibaldi, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: In un’azione di pattugliamento, imbattutosi in una autocolonna tedesca non esitava ad aprire il fuoco contro di essa. Circondato dai nemici, si difendeva con le bombe a mano; terminate le munizioni rifiutava di arrendersi ed attaccava ancora usando il fucile mitragliatore a mo’ di clava. Crivellato di colpi si abbatteva morto al suolo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1962, Dispensa 46a, 4048; Decorati al valore, 1964, 107; Caduti Resistenza, 1970, 76.

Parma 1920-El Guattar 22 novebre 1942
Figlio di Bruno. Sottotenente del 31° Reggimento Carristi, 4° Battaglione, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Ufficiale carrista di elevato spirito e di provato valore, durante una azione offensiva contro prevalenti e munite forze avversarie, conduceva più volte il suo plotone-carri all’attacco. Ferito gravemente, animava i propri dipendenti ed impartiva, con stoicismo, le disposizioni per il proseguimento della lotta finché esalava l’ultimo respiro. Bell’esempio di alte virtù militari e di sereno ardimento.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1948, 1050; Decorati al valore, 1964, 86.


Busseto 1602-Parma 1679
Conseguì a Parma la laurea in entrambe le leggi ed esercitò in quella città la professione fintanto che, sorta in lui la vocazione al sacerdozio, intraprese la carriera ecclesiastica. Dal 1664 al 1667 fu canonico della collegiata di Busseto, al cui altare dell’Immacolata fondò un beneficio semplice sotto il titolo di San Gregorio vescovo, al quale assegnò una cospicua dote. Fu incardinato nella Diocesi di Parma ed ebbe sepoltura nella chiesa dell’Annunziata di quella città.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 162.

-Parma 4 aprile 1886
Fece la campagna risorgimentale del 1866.
FONTI E BIBL.: Il Presente 7 aprile 1886, n. 97; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 408.

Parma 1885/1886
Diplomato in clarinetto al Conservatorio di musica di Parma nel 1885, la Gazzetta di Parma riporta che nel novembre 1886 il suo a solo nella Jone fu applaudito nei teatri di Casalmaggiore e Viadana, nella stagione allestita da Virginio Bavagnoli.
FONTI E BIBL.: Piamonte e Vetro; G. N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Modena ante 1491-post 1510
Pittore, scultore e architetto attivo a Parma nei primi anni del XVI secolo. Eseguì lavori nella casa di Valente da Milano per 12 lire imperiali, come stipulato in un contratto del 19 maggio 1507. La casa era situata in Parma, nella vicinia di Santo Spirito (Archivio di Stato di Parma, rogito di Antonio Marco Rainieri, filza II). Compare nel rogito di Girolamo Balestra del 3 novembre 1505 ed è annoverato a carta 33 v. del Liber Equalancie Lanciarum civitatis Parme del 1510 (Archivio di Stato di Parma). Lavorò per i canonici di San Sepolcro e si mise al servizio del duca Ottavio Farnese.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Il parmigiano; P. Zani; C. Malaspina, Guida di Parma, 1869, 48 e 172; C. Martini, Guida di Parma, 1871, 122; E. Scarabelli Zunti, III, c. 210; Künstler-Lexikon, XII, 215; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 330
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FORNARI GIAMBATTISTA, vedi FORNARI GIOVANNI BATTISTA


Parma 1350
Notaio attivo in Parma nell’anno 1350.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 433.

Parma 1491-1542
Figlio di Giacomo. Eseguì diverse sculture a Parma, nella sagrestia della chiesa di San Giovanni Evangelista.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 228.

Parma-1581/1599
Scultore. L’attribuzione al Fornari delle due pile di San Giovanni Evangelista in Parma risale al Ratti, che non ne documenta la ragione, seguito poi dall’Affò che riporta altre due opere del Fornari (perdute): un Nettuno per il duca Ottavio Farnese, da collocare nella fontana del Palazzo del Giardino, e un altro per Paolo Vitelli di Città di Castello. Eseguì inoltre, secondo il Baistrocchi Sanseverino, il sepolcro di Guido da Correggio alla chiesa della Steccata. Verso il 1580 scolpì il busto di Ottavio Farnese per la chiesa di San Pietro martire in Parma (collocato in seguito alla Steccata, inserito in un monumento funebre eretto dall’architetto Antonio Brianti verso il 1765). Non conoscendo altre opere sue è difficile avvalorare o meno l’attribuzione al Fornari delle due pile di San Giovanni. Il Venturi le considera del tagliapietra G. Francesco d’Agrate, mettendole in relazione con le porte del Capitolo e i mensoloni che sorreggono le statue del Begarelli. È comunque indubbio che alcuni agganci coi d’Agrate e con tutta la schiera di intagliatori lignei che operavano nella chiesa nel primo trentennio del Cinquecento sono possibili: le due statue a tutto tondo al centro della vasca, gli ornati a ghirlande trattenute da nastri trattate a bassorilievo, le teste d’ariete e le tartarughe sono sicuramente motivi classici di cui la cultura parmense di quel tempo era piena. Basta pensare alla Camera di San Paolo del Correggio, soprattutto ai monocromati nelle lunette e all’arcone del Parmigianino alla Steccata, per non citare che gli esempi più eclatanti. Da non sottovalutare, poi, un possibile aggancio, almeno nella scelta dei motivi ornamentali, posti nel fusto dell’acquasantiera, con il repertorio per argenterie già proposto da Giulio Romano (cfr. i disegni conservati al British Museum e all’Oxford Library, pubblicati rispettivamente da F. Hartt, G. Romano, II, 1958, fig. 132; M. Tafuri, L’architettura del manierismo nel ’500 europeo, 1966, fig. 7).
FONTI E BIBL.: S. Baistrocchi, Biografia di artisti parmigiani, ms. del secolo XVIII presso la Galleria Nazionale di Parma, 66-68; Ratti, Notizie Storiche di Antonio da Correggio, 1781, 152; I. Affò, Il Parmigiano Servitor di piazza, 1796, 169; G. Bertoluzzi, Nuovissima Guida, 1830, 136; G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi di Parma, 1834, I, 101; U. Benassi, Storia della città di Parma, ristampa anastatica dell’edizione 1899-1906, Forni, Bologna, III, 338; L. Testi, Guida di Parma, 1907, 51; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 1916, ad vocem; L. Testi, La Steccata, 1922, 141-142; A. Venturi, La scultura del ’500, X, 1, 1935, 502; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 228; M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 26; Abbazia di San Giovanni Evangelista, 1979, 153-154.

Vigatto 1882-Parma 1962
Si iscrisse all’Accademia navale di Venezia e, tra il 1905 e il 1907, quale addetto al Genio navale, compì due volte la circumnavigazione della Terra, visitando terre semi-inesplorate e portando in patria una ricca e interessante documentazione sugli usi e costumi di tribù selvagge. Nel 1908 rientrò a Parma e diventò socio prima della ditta Borsari e poi della Ducale, portando l’industria dei profumi ad alto livello e imponendosi sul mercato internazionale. Durante la seconda guerra mondiale gli venne distrutto lo stabilimento di Collecchio, che con tenacia ricostruì. Fu primo presidente della Camera di Commercio dopo la guerra, presidente delle riserve della Federazione della caccia, ricoprì incarichi presso la giunta provinciale, fu tra i soci fondatori del Rotary Club e consigliere in sede nazionale delle industrie chimiche e farmaceutiche.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 139.

Busseto 1637-Busseto 15 marzo 1716
Entrato nell’Ordine dei Frati Minori, attese allo studio delle discipline filosofiche e teologiche e più tardi (1686) ottenne il titolo di lettore giubilato. Il 20 febbraio 1691, celebrandosi alla Santissima Nunziata in Bologna il Capitolo, vi fu eletto provinciale (Atti capitolo, t. 1, 419, 460, 477, 541). Il Flaminio (tomo I, 143), parlando del Fornari, dice: È di particolare memoria il P. Ireneo di Busseto, Lett. giubilato, non tanto chiaro per la sua sapienza, quanto pel suo zelo della regolare osservanza. Fu sì edificante la sua vita, che meritò una straordinaria venerazione del Popolo e dei Religiosi. E il Seletti nella sua Storia di Busseto (tomo I, 218) così scrive: Altro di Busseto fu il Provinciale P. Ireneo Fornari, nominato nel Capitolo di Bologna del 20 febbraio 1691, chiaro per sapere e santità di vita, e che venuto a morte nel 1716, si volle seppellirlo in luogo distinto sotto al presbiterio dalla parte del Vangelo colla semplice iscrizione: F. Ireneo di Buss.° L.G. Tenuto in somma venerazione; da alcuni lo si volle ascritto fra i Beati.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e Vicari Provinciali, 1908, 231-232.

Casatico di Langhirano 5 dicembre 1863-Parma 16 febbraio 1949
Fu ordinato sacerdote il 22 dicembre 1888. Fu nominato parroco di Oppiano e poi di Fontevivo e dal 1899 canonico della basilica Cattedrale di Parma con l’incarico delle lezioni della teologale, in sostituzione del canonico monsignor Pietro Tonarelli, che si era allontanato dalla Diocesi. Alla morte di questi, avvenuta nel 1929 a Ospedaletti, il Fornari fu nominato al suddetto ufficio. Dal 1934 fu arciprete della basilica Cattedrale e dal 7 ottobre 1938 fu nominato protonotario apostolico ad instar Partecipantium. Il Fornari fu per molti anni professore di sacra scrittura e di sacra eloquenza nelle scuole teologiche nel Seminario Maggiore di Parma. Fu predicatore apprezzato e antesignano dell’Azione Cattolica e dell’Azione Catechistica.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 204-205.


Parma-Cima Campanaro 21 agosto 1917
Aspirante ufficiale del Reggimento Alpini, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Durante un pericoloso servizio, al quale partecipava spontaneamente, su di una linea insistentemente battuta da fucileria nemica, incurante di sé, era di efficace aiuto al proprio comandante, finché venne colpito a morte. Il Fornari risiedette a Barletta.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 282; Decorati al valore, 1964, 86.


Vigatto 1847-post 1911
Entrato in servizio nel 1863, fu collocato in posizione ausiliaria nel 1902. Promosso contrammiraglio nella riserva nel 1908, fu collocato a riposo nel 1911. Fece la campagna di guerra del 1866.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, 1927, III, 788.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo. Fu allievo del Cossetti.
FONTI E BIBL.: Accademia Parmense di Belle Arti, 1979, 75.

Parma 19 marzo 1895-1915/1918
Figlio di Ernesto ed Emilia Bertolini. Sergente, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: In ardite e pericolose ricognizioni dava prova di grande coraggio e sprezzo del pericolo ed elevato sentimento del dovere. Colpito da granata nemica di grosso calibro, immolava la sua giovane esistenza alla Patria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1923, Dispensa 69a, 3476; Decorati al valore, 1964, 86-87.

Cortile San Martino 1881-Sciara Sciat 23 ottobre 1911
Figlio di Enrico. Tenente dell’11° Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Quantunque ferito ad un braccio, continuò a combattere con contegno ammirabile, incoraggiando colle parole e con l’esempio i propri dipendenti, fino a quando non fu ferito una seconda volta mortalmente.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4; G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 66.

Piacenza 1733 c.-Piacenza 18 gennaio 1803
Fu sacerdote e professò geometria nell’Ateneo di Parma. Infatti nell’Archivio di Stato di Parma (in Filo Università 1257, n. 7) è conservato il suo atto di morte, da cui risulta che per annos multos in R. Gymnasio Geometriae publicus Professor fuit.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 152.


Villa San Pancrazio 17 dicembre 1752-1819
Vedovo, fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 20 aprile 1816 al 1° maggio 1817 come garzone della confettureria.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 308.

Pellegrino Parmense 14 ottobre 1909-Fidenza 29 agosto 1981
Figlio di Tranquillo e di Elisabetta Levanti. Caposquadra del 5° Reggimento Camice Nere, fu decorato sul campo di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Durante un accanito combattimento in cui la propria sezione cannoni si trovava fortemente impegnata, accortosi che venivano a mancare le munizioni, spontaneamente provvedeva al rifornimento sfidando il nutrito fuoco delle armi avversarie, ferito una prima volta, non curava farsi medicare per raggiungere al più presto il posto rifornimento munizioni: travolto poi, da uno scoppio di granata, e gravemente ferito, era lieto di avere portato a termine la sua missione. Alto esempio di virtù militari (Alcaniz, 19 marzo 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.


Soragna 15 settembre 1924-Monticelli Terme 18 aprile 1944
Figlio primogenito di Giulio e di Iside Marchiò. Trascorse a Soragna la fanciullezza, poi la famiglia passò negli anni Trenta a Vicopò. Cresciuto nello spirito dell’antifascismo dai familiari, che avevano visto le violenze degli squadristi nella Bassa, seguì poi sempre le inclinazioni politiche del padre e dei suoi amici, alcuni dei quali avevano preso parte alle sollevazioni dell’Oltretorrente a Parma nel 1922. Sempre per ragioni di lavoro, i Fornia si trasferirono nei primi anni Quaranta in Monticelli Terme, ma il Fornia e il padre si mantennero sempre in contatto con i compagni antifascisti parmigiani e in particolare con Donati, Bocchi, Bertozzi e Bertoli. Nel maggio del 1943 il Fornia fu chiamato alle armi e dovette raggiungere il centro di addestramento di Cividale del Friuli, ma dopo l’8 settembre rientrò in famiglia, per allontanarsene però quanto prima, deciso a non ripresentarsi nonostante le minacciose ingiunzioni dei bandi fascisti. Si rifugiò allora nel Langhiranese, lavorando occasionalmente nell’attesa dell’evolversi della situazione. Frattanto la famiglia Fornia venne bersagliata da intimidazioni dell’autorità politica e militare con precise accuse di renitenza e di sovversivismo e infine fu disposto l’arresto del capofamiglia. Ma a nulla approdarono le minacce seguite durante i quaranta giorni di carcere patiti da Giulio Fornia in San Francesco a Parma. Il Fornia si mantenne in contatto con i compagni del movimento clandestino, i quali lo consigliarono di attedere il momento più opportuno per entrare nell’organizzazione che il Comitato parmense stava costituendo. A Cascine di Valdena ai primi di febbraio del 1944 il Fornia venne a far parte del distaccamento Picelli, accompagnato da Alceste Bertoli. E fu dalle Cascine di Valdena che, in accordo col Comitato di liberazione di Borgo Val di Taro, partirono (14 febbraio 1944) due pattuglie, guidate da Fermo Ognibene e da Dante Castellucci, per attaccare di sorpresa i presidi di Borgo Val di Taro allo scopo di procurare armi. L’azione non diede però i risultati sperati e le pattuglie dovettero ripiegare. Abbandonato il Borgotarese, il distaccamento Picelli tornò a Cascine Vernese, per spostarsi poi alla vicina Farfarà e di là scendere a Cascine di Baselica, presso il Verde. Quivi la sosta durò una decina di giorni e nel frattempo si aggregarono al distaccamento Antonio Pocaterra, Gino Fontanesi e il sarzanese Giorgio Giuffredi. Il Picelli raggiunse così il numero di venticinque unità. Tornati a Farfarà, giunse noizia che i militi del posto di avvistamento aerei del Passo del Bratello commettevano gravi soprusi sulla gente dei dintorni, la quale chiedeva perciò soccorso. Fu allora inviata una pattuglia guidata dal Fornia e da Casula. Raggiunto il Passo del Bratello, sul quale infuriava una bufera di nevischio, i partigiani attaccarono la casermetta: sei militi vi perdettero la vita, furono catturate armi e munizioni e infine il posto venne dato alle fiamme. Il distaccamento passò poi a Lago Soprano di Cervara, dove nuovi elementi vennero a rafforzare il reparto, che contò così quarantadue partigiani. Nei giorni 8, 9 e 10 marzo vennero attaccati e disarmati i posti di guardia di alcuni caselli ferroviari della linea Parma-La Spezia. Il giorno 12 marzo venticinque uomini assalirono la stazione di Guinadi e costrinsero alla resa i carabinieri e i soldati di guardia, che vennero disarmati e lasciati liberi con diffida. Durante questa azione il Fornia diede prova di grande ardimento irrompendo tra i primi nel corpo di guardia. Fu questo l’ultimo attacco condotto in zona, poiché il Comando di liberazione parmense aveva già ordinato, prima con Bertoli e poi con la staffetta Angela Tosini, il trasferimento del Picelli al Lago Santo, dove si sarebbe dovuto unire al distaccamento Griffith. Al Lago Soprano si decise allora di dividere in due gruppi il distaccamento al fine di un miglior disimpegno nell’attraversamento della Val di Magra. Peraltro si convenne che il gruppo guidato da Dante Castellucci sarebbe partito la sera del 14 marzo per attaccare e disarmare la guardia della centrale elettrica di Teglia di Mulazzo e proseguire per ricongiungersi a Succisa o a Pracchiola, se non addirittura al Lago Santo, con il gruppo guidato da Ognibene e composto di una trentina di uomini, che avrebbe lasciato la base il giorno 15. Castellucci non riuscì però nell’impresa di Teglia e, per non richiamare la reazione del presidio di Pontremoli, abbandonò l’azione e si diresse verso il Lago Santo. Ognibene lasciò a sua volta Lago Soprano la mattina del 15 e senza alcun intralcio raggiunse coi suoi Succisa verso sera. Ma il comandante non era ancora entrato in paese che si scatenò sul gruppo una fitta scarica di armi da fuoco di un forte reparto della San Marco. Ognibene restò ferito gravemente e con lui Frigau, Moscatelli, Pocaterra e Fontanesi. L’eroico comandante ordinò subito ai suoi di ritirarsi, mentre egli restò a contrastare gli avversari. Gli rimasero vicino, fedelissimi fino al sacrificio, Isidoro Frigau, uno dei valorosi di Osacca, e Remo Moscatelli. Un piccolo gruppo raggiunse poi al Lago Santo la squadra di Castellucci, che nel frattempo aveva sostenuto vittoriosamente, tra il 18 e il 19, per venti ore, un attacco tedesco, altri si diedero alla macchia in attesa della ricostituzione del distaccamento, altri infine decisero di raggiungere i compagni del Griffith. Tra questi ultimi del Picelli vi furono il Fornia e Giuseppe Bologna, che raggiunsero il Griffith in località La Brugnara, sul fianco nord del Montagnana. Convinti di poter rimandare ancora lo spostamento della base senza correre pericolo alcuno, quelli del Griffith si limitarono a disporre il solito servizio di sicurezza. I Tedeschi invece, proprio in ragione della complicità che offrivano la fitta oscurità e le folate di vento, misero in atto un piano di attacco con due puntate offensive simultanee risalenti i versanti da Ravarano e da Signatico guidate da esperti dei luoghi. Verso le 3,30 del 15 aprile 1944 i Tedeschi provenienti da Ravarano si incontrarono a trecento metri circa dalla Casa del Corno con gli emissari fascisti Elio Podestà e Mori, i quali, infiltratisi nel Griffith da tempo, svolgevano servizio di guardia. I rumori dei Tedeschi in avvicinamento richiamarono però l’attenzione di altre due sentinelle e di una pattuglia vigilanti presso la casa: costoro risalirono la mulattiera ma furono catturati. Il caso si ripeté per un’altra coppia di sentinelle che vigilava più a valle, presso il Rio dei Fontanini, ai margini del bosco, sulla provenienza da Signatico. Il rifugio dei partigiani risultò dunque circondato, ma per meglio controllare il posto gli attaccanti spararono anche alcuni razzi. Furono poi sparate contro il rustico alcune raffiche intimidatorie, seguite da un’ingiunzione di resa, pena la distruzione dello stabile. I Tedeschi che avanzavano dalla parte sottostante la casa, allarmati dal tramestìo proveniente dalla stalla dei muli, lanciarono in quel locale una serie di bombe a mano che ferirono a morte Loris Minozzi e Rodolfo Lori. Un’altra squadra di Tedeschi si portò all’ingresso della casa, da dove uscirono alcuni partigiani, mentre altri si asserragliarono nella camera del primo piano. I Tedeschi non entrarono nell’edificio ma lanciarono bombe a mano nelle camere soprastanti, provocando così il crollo di parte del pavimento di legno sulla stalla delle mucche e sulla legnaia: i sei partigiani caduti nella stalla tentarono allora di sfuggire alla cattura uscendo inframmezzati alle mucche, ma lo stratagemma non riuscì. Si scatenò a quel punto il fuoco dei partigiani ricoverati nel fienile grande appaiato alla stalla dei muli. Nella violenta reazione dei Tedeschi trovarono la morte Giovanni Comelli, Ivo Maniforti e Fernando Obbi, mentre altri tre partigiani, ancorché ustionati e feriti, riuscirono a trovare scampo nella fuga: Ario Comelli, Bruno Cresci e Nello Mattioli. Cessato il combattimento, i Tedeschi radunarono nella stanza del forno antistante l’ingresso della casa tutti i prigionieri e li fecero poi uscire a gruppi di tre per accertarsi che non nascondessero armi. Era avvenuta nel frattempo la fuga di quattro delle sentinelle catturate all’inizio dell’azione, mentre sfuggirono alla cattura altri sette partigiani comandati di pattuglia nei dintorni. Disposti tutti i prigionieri inginocchiati a semicerchio nel campo sotto casa, i Tedeschi perlustrarono ogni angolo del rustico e diedero poi alle fiamme paglia e fieno. I prigionieri vennero poi divisi in squadre e avviati a valle verso Ravarano. Arrivarono a mezzogiorno passato e furono dati in custodia a una settantina di militi, che sfogarono sui prigionieri il loro livore colpendoli con calci e pugni. Fatti salire su autocarri tedeschi, furono condotti a Parma nel cortile della Gioventù Italiana del Littorio in Piazzale Volta, sede del comando tedesco. Qui si procedette all’identificazione dei 56 prigionieri, nonché a una prima inquisitoria. Vennero poi tutti nuovamente fatti salire sugli autocarri e trasferiti nelle carceri di San Francesco. Restarono incriminati 50 partigiani, che vennero però deferiti a due diversi corpi giudiziari: 13 (tra i quali il Fornia) a giudizio del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato e 37 a giudizio del Tribunale Militare Straordinario di guerra. Il primo processo si tenne il 17 aprile presso la Corte d’Assise di Parma. Imputati di reato contro la personalità dello stato fascista e in particolare di formazione, partecipazione a banda armata, di devastazione e saccheggio e di altri reati per un totale di trentatré capi d’accusa, i 13 partigiani non poterono trarre alcun beneficio dalla difesa affidata all’avvocato Scaffardi, al capitano della Guardia Nazionale Repubblicana Coiro e a un terzo legale che normalmente esercitava altra professione. Il solo Scaffardi protestò per l’intimazione a limitare la difesa di ognuno degli imputati a un minuto. Furono condannati a morte mediante fucilazione alla schiena Giuseppe Brianti, Salvatore Carozza, Guglielmo Catuzzi, Rino Costa, Anteo Donati, Fortunato Guarnieri, Peter Jovanovic e il Fornia. Furono condannati invece a 26 anni di reclusione, perché minorenni, Walter Atti, Ugo Bocchi, Romano Carpanelli, Enrico Fanti ed Enore Ferrari. Giunti in San Francesco, gli otto condannati alla pena capitale furono rinchiusi nella terza cella a sinistra del primo braccio a pianterreno. Alle ore sedici si presentarono ai carcerati l’avvocato Scaffardi e il terzo legale per sottoporre loro la richiesta di sospensiva della condanna e subito trasmetterla a Salò. Verso mezzanotte venne comunicato a Brianti, Costa, Guarnieri e Jovanovic che la loro domanda era stata accolta e perciò vennero trasferiti nella cella numero due. Alle ore 4 del giorno 18 aprile, i quattro della cella n. 3 vennero avviati nel cortile accompagnati dal cappellano del carcere. Già si apprestavano a salire sull’autocarro, quando arrivò una staffetta motociclista che consegnò al tenente del plotone la sospensiva della condanna per il Catuzzi. Gli altri tre furono fatti salire sull’autocarro, dove prese posto anche il plotone di esecuzione. Alle cinque del mattino i tre partigiani vennero disposti presso il muro ovest del camposanto di Monticelli Terme e lì vennero fucilati. Il Fornia cadde al grido L’Italia vivrà!
FONTI E BIBL.: R.L. Cattelani, Afro Fornia, 1984.

FORNOVI, vedi FORNOVO

FORNOVO GIAMBATTISTA o GIAN BATTISTA o GIOVAN BATTISTA, vedi FORNOVO GIOVANNI BATTISTA

FORNOVO GIOVANNI, vedi GIOVANNI DA FORNOVO

Parma XVI secolo
Intagliatore di legno attivo nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 436, e IV, 156.

Parma 2 dicembre 1530-Parma 20 novembre 1585
Nacque da Giovanni Antonio, intagliatore, allievo di M.A. Zucchi, e Caterina. Fu battezzato due giorni dopo avendo come padrino il canonico parmense Francesco Lalatta. A sedici anni rimase orfano di padre (Adorni, 1974, p. 120). Le prime tracce dell’attività architettonica del Fornovo si trovano in una lettera dell’aprile 1558 al duca Ottavio Farnese a Piacenza che contiene un disegno parziale di fortificazioni per Borgo San Donnino. In questa lettera il Fornovo dichiara di essersi recato a Borgo San Donnino su commissione del cardinale Alessandro Farnese, allora a Parma per sfuggire alle ire di papa Paolo IV (Adorni, 1974, pp. 105, 120). Nel 1559, probabilmente, il Fornovo divenne coadiutore del Vignola, giunto a Parma in quell’anno (Adorni, 1974, pp. 36 ss.). Sempre nello stesso anno il cardinale Farnese, essendo morto il Pontefice, tornò a Roma per partecipare ai lavori del conclave e il Fornovo dovette seguirlo. In due lettere di monsignor T. del Giglio al cardinale Farnese, datate 21 e 24 luglio 1560, il Fornovo risulta a Caprarola come architetto e uomo di fiducia dell’ecclesiastico con l’incarico di controllare che il denaro necessario per la costruzione della nuova imponente dimora della famiglia fosse impiegato a buon fine (Ronchini, 1865, pp. 362 s.). La presenza del Fornovo a Caprarola, negata dal Partridge (1970), è confermata invece da documenti relativi al palazzo Farnese di Piacenza, dove nell’estate del 1562 si aspettava il Fornovo proveniente da Caprarola (Adorni, 1982, p. 222). Il 14 luglio 1562, il Fornovo entrò al servizio del duca Ottavio Farnese, rimanendovi per tutto il resto della vita (Adorni, 1974, p. 120). In tale occasione, al Fornovo, su probabile raccomandazione del cardinale e del Vignola, venne affidato l’incarico di sovraintendere ai lavori del palazzo Farnese di Piacenza. La costruzione della grande fabbrica piacentina, avviata subito dopo la restituzione della città da parte di Filippo II al duca Ottavio Farnese, iniziò nel novembre 1558 sotto la guida dell’architetto F. Paciotti. A questo, allontanatosi da Piacenza nel luglio dello stesso anno al seguito del duca Ottavio Farnese, subentrò il Vignola, il quale presentò i progetti definitivi nel gennaio del 1561 (Adorni, 1982, p. 196). Il Fornovo non si limitò a controllare la fabbrica dell’edificio in modo che si seguisse fedelmente il progetto del Vignola, ma propose subito alcune modifiche importanti: l’eliminazione della fossa scoperta attorno al palazzo tramite una volta e le finestre delle cantine portate sopra al piano della piazza, alcune varianti distributive che costrinsero tra l’altro a mutare li loci delle scale e un allargamento degli apartamenti verso megio giorno verso la piaza (Adorni, 1982, p. 222). Un disegno attribuibile al Fornovo esemplifica alcune delle modifiche che egli avrebbe voluto apportare al progetto vignolesco del 1561 (Adorni, 1982, p. 224): nel cortile la chiusura delle nicchie finestre tra le semicolonne e nelle stanze i falsi mezzanini mutati in veri ambienti con una verità strutturale che però avrebbe sacrificato infelicemente l’altezza dei vani di rappresentanza, dando oltretutto cattiva luce ai mezzanini. La sopraintendenza ai lavori di Piacenza, documentata per tutto il 1563, si interruppe nel 1564, quando il Fornovo venne sostituito da G.F. Testa (Adorni, 1974, p. 122). Il motivo della sostituzione, oltre agli interventi progettuali operati dal Fornovo, è probabilmente legato al drammatico espisodio del novembre 1563, quando il Paciotti tornò a Piacenza e, profondamente adirato nel vedere completamente cambiato il suo progetto per il palazzo piacentino, sottrasse al Fornovo tutti i disegni del Vignola. Questi con ogni probabilità considerò il Fornovo, insieme con G. Boselli Ministro e commissario d’essa fabrica (Adorni, 1982, p. 196), corresponsabile dell’episodio. Nel 1564 il Vignola rielaborò i suoi progetti seguendo peraltro il parere del Fornovo riguardo al fossato. All’incirca nello stesso periodo il Fornovo si occupò del giardino della Corte parmense. Su commissione del duca Ottavio Farnese, il 6 marzo 1564 il Fornovo fece una relazione sul canale della fontana in castello (Archivio di Stato di Parma, Fabbriche ducali e fortificazioni, b. 10) e con ogni probabilità eseguì il disegno per il mulino di San Michele in Co’ di Ponte (dentro il giardino ducale) al quale si lavorava nel 1563 (Adorni, 1978, p. 189). Non documentata, ma sicura per ragioni stilistiche, è la paternità fornoviana della chiesa di San Quintino a Parma, di difficile datazione. La ricostruzione dell’edificio deve essere comunque legata alla vittoria dell’esercito spagnolo sulle truppe francesi nel 1557 a San Quintino che favorì i Farnese, da poco passati dall’alleanza con la Francia a quella con la Spagna. È probabile che il progetto sia stato realizzato dal Fornovo intorno al 1560, dopo l’incontro con il Vignola (Adorni, 1974, p. 107). La chiesa, di impianto longitudinale a navata unica, mostra già alcune delle caratteristiche originali del linguaggio del Fornovo: il marcato verticalismo e un senso strutturale quasi gotico, l’accentuato movimento esterno delle pareti e il gusto geometrizzate dell’ellisse. Le caratteristice di tale edificio si ritrovano amplificate nella più importante chiesa della Santissima Annunziata, la cui prima pietra fu posata da Ottavio Farnese il 4 giugno 1566. Il 5 novembre 1570 la fabbrica doveva essere abbastanza avanzata, se vi si celebrò, sempre alla presenza del duca Ottavio Farnese, il matrimonio del Fornovo con Prisca Guidorossi. La corona di cappelle radiali e il coro devono essere stati completati entro il 1585, anno della morte del Fornovo. Un rapporto al Comune di Parma steso dal capomastro G.D. Campanini il 24 settembre 1612 testimonia che l’edificio attuale segue fondamentalmente il modello originario del Fornovo, cui spettano anche il progetto dell’antiportico e la conformazione a tiburio della copertura del corpo pseudovale. Dalla lista dei lavori redatta da mastro A. Scarpa il 6 novembre 1616, risulta che a questa data la chiesa era compiuta fino al cornicione interno d’imposta della volta e coperta con un semplice tetto. Una sorta di lapide al sommo dell’antiportico conferma che nel 1617 questo era già stato ultimato. G. Rainaldi, che costruì la nuova copertura tra il 1626 e il 1628, trovò pertanto già prefissata la struttura della chiesa e poté solamente apportare piccole modifiche al progetto del Fornovo, modifiche tese a ottimizzare la tessitura e lo spessore della volta (Adorni, 1974, p. 113). La Santissima Annunziata si presenta all’esterno con un altissimo antiportico a tre ordini che rielabora il motivo dell’arco trionfale romano ideato dall’Alberti nella facciata di Sant’Andrea a Mantova. La pianta ripropone in maniera originale il tema dell’ovale sviluppato da B. Peruzzi e dal Vignola ponendolo trasversalmente in contrasto con l’infilata degli archi trionfali della controfacciata e del presbiterio. Le dieci cappelle radiali imprimono alla massa della chiesa un’eccezionale accelerazione centrifuga alla quale fa da contrappunto la catena continua di concavità delle pareti tra i contrafforti, con un effetto marcatamente prebarocco che anticipa F. Borromini. La concavità tra i contrafforti deve aver avuto un motivo inizialmente statico per aiutare la controspinta della grande volta (m 32x20) secondo un sistema usato dai Romani per i serbatoi o per i terrapieni e dal Peruzzi nei progetti di dighe. Tale caratteristica diventa però subito motivo linguistico teso all’eliminazione sistematica dello spigolo concavo. Un disegno autografo del Fornovo contiene una proposta di allargamento dell’imbocco di Strada dei Genovesi nella piazza Grande che avrebbe comportato una riduzione del medievale palazzo del podestà (Adorni, 1978, p. 184). L’occasione di tale intervento potrebbe essere stata l’abbellimento urbano per la venuta a Parma nel 1566 di Maria di Portogallo, moglie del principe Alessandro Farnese. Scarse sono le tracce di attività professionale del Fornovo nei Ducati farnesiani dalla fine degli anni Sessanta fino alla morte: si ha notizia nel 1573 di una visita e della riparazione del ponte di Colorno (Adorni, 1974) e nel 1580 della visita a un luogo controverso al confine con Montecchio sempre per conto del Duca di Parma (Adorni, 1974, p. 122). Il Fornovo morì il 20 novembre 1585, come si legge nei ruoli dei provvigionati della Corte farnesiana (Adorni, 1974, pp. 105, 121). Si potrebbe ipotizzare che il Fornovo si assentasse per lunghi periodi da Parma, anche considerando l’esecuzione approssimativa della Santissima Annunziata e il pagamento dello stipendio per mandati spesso assai lunghi e posticipati (almeno per gli anni Settanta). Forse non erra il  Giovannoni (1931) quando scrive che il Fornovo alla morte del Vignola (1573) appare come il suo più probabile successore nella direzione dei lavori di Caprarola. Sarebbe importante poterlo confermare per sostenere un’eventuale attività progettuale del Fornovo a Caprarola. In particolare gli si potrebbero attribuire le grandi scuderie a occidente del palazzo, che risultano in costruzione tra il 1581 e il 1584 (Partridge, 1970; Fagliari Zeni Buchicchio, 1985-1986).
FONTI E BIBL.: Flaminio da Parma, Memorie istoriche delle chiese, e dei conventi dei frati minori dell’osservante, e riformata provincia di Bologna, II, Parma, 1760, 159-161; I. Affò, Ricerche storico-canoniche intorno la chiesa, il convento, e la fabrica della Ss. Nunziata di Parma, Parma, 1796; A. Ronchini, F. Paciotti, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi III 1865, 307-309; A. Ronchini, I due Vignola, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi III 1865, 362 s., 368, 382 s.; G. Giovannoni, Giacomo Barozio da Vignola, in Saggi sull’architettura del Rinascimento, Milano, 1931, 243; W. Lotz, Vignola Studien, Würzburg, 1939, passim; A. Venturi, Storia dell’arte italiana, XI, 2, Milano, 1939, 716; W. Lotz, Die ovalen Kirchenräume des Cinquecento, in Römisches Jahrbuch für Kunstgeschichte, VII, 1955, 55-57; D. De Bernardi Ferrero, Guarino Guarini e la sua arte, Torino, 1966, 62-69; B. Adorni, Ss. Annunziata in Parma: architetto Giovanni Battista Fornovo, in L’Architettura Cronache e Storia settembre 1969, 322-341; L.W. Partridge, Vignola and the villa Farnese at Caprarola I, in The Art Bulletin LII 1970, 82 n. 3, 87 n. 46; B. Adorni, L’architettura farnesiana a Parma 1545-1630, Parma, 1974, 105 s., 120-122; B. Adorni, Parma rinascimentale e barocca. Dalla dominazione sforzesca alla venuta dei Borboni, in Parma: la città storica, a cura di V. Banzola, Parma, 1978, 184, 196; B. Adorni, L’architettura farnesiana a Piacenza. 1545-1600, Parma, 1982, 222-226; F. Fagliari Zeni Buchicchio, G.A. Garzoni da Viggiù: l’architetto dei Farnese a Caprarola dopo il Vignola, in Biblioteca e Società VII-VIII 1985-1986, 3-5; B. Adorni, Complessità strutturale e novità linguistiche: la Ss. Annunziata a Parma, 1566-1632, in I Farnese: arte e collezionismo. Studi, a cura di L. Fornari Schianchi, Milano, 1995, 174-181; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XII, 217, B. Adorni, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 106-108.

-Parma 1630/1633
Tipografo, nel 1628 ottenne una convenzione col Magistrato Camerale, fino ad allora cliente dei Viotti. Del Fornovo si conoscono le seguenti edizioni: Costituzioni della Compagnia del santo Angelo Custode, il Plauso de’ dei ne le nozze reali de’ serenissimi signori Odoardo Farnese e Margherita Medici di Bartolomeo Coloretti, l’Epitalamio per le nozze di Odoardo Farnese di Enea Spennazzi del 1628, le Imprese del Ser.o S.re duca Alessandro Farnese di  Gabriele Fabio del 1629, con un bel frontespizio e un ritratto a cavallo del duca Alessandro Farnese incisi da Carlo Bianchi (Carolo Bianco), le Lettere dell’Ethiopia con una relazione del viaggio nel Tonchino e l’opera di Lodovico Bianchi Epistola eroica, a Filippo V, del 1629. L’Argo infocato e la Vita di San Giovanni abate, furono pubblicati Per gl’Heredi del Fornovo nel 1634.
FONTI E BIBL.: Al Pont äd Mez 1996, 19.

FORNOVO ZANETTO, vedi GIOVANNI DA FORNOVO

FORTI CARLANTONIO, vedi FORTI CARLO ANTONIO


Parma 1657-Modena o Parma 1732
Acquafortista e, secondo lo Zani, anche pittore di prospettiva, attivo a Modena. Incise allegorie religiose e scene di teatro. Il Campori dà notizia di due tavole da lui intagliate in rame inserite nel libro La Chiesa in Trionfo su le ruine di Buda (Reggio, Vedrotti, 1687) raffiguranti macchine per fuochi d’artificio. Svolse gran parte della sua attività a Modena.
FONTI E BIBL.: Z., IX; G. Campori, Art. it., 1855, 211; Pelliccioni, Incisori, 1949, 80; U. Thieme-F. Becker, XII, 1916, 227; Arte incisione a Parma, 1969, 35; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 68; G. Capelli, Il Teatro Farnese, 1990, 163.

FORTONI, vedi TORTONA

Parma ante 1625-post 1658
Fu monaco benedettino in San Giovanni Evangelista di Parma nella prima metà del XVII secolo. A Parma fu addottorato in teologia e aggregato al collegio dei teologi. Fu esaminatore vescovile in Parma e penitenziario in Roma negli anni 1625, 1626 e 1650. Nel 1626 fu procuratore del monastero di San Pietro e curato della Compagnia di San Giovanni in Modena. Nel 1654 da Roma passò a Perugia quale confessore in Santa Maria Maddalena. Dai suoi Ricordi, sembra che fosse in Roma anche negli anni 1657 e 1658. Ebbe un fratello anch’egli monaco benedettino, Giuliano, morto nel 1630, e due altri fratelli, Antonio (sposato) e Giuseppe. Scrisse un libro di Ricordi di vario genere dall’anno 1624 al 1658 (questo manoscritto autografo fu posseduto dall’abate Tonani che gli diede titolo Memorabilia varia ab anno 1624 ad 1658 potissime Parmensem Urbem, et Caenobium ad Io. Evang. spectantia. In 4° piccolo, è scritto in italiano. Racchiude inoltre Praxis Poenitentiaria a formulis breviter et ordinate collecta, che il Fortuna cominciò nell’anno 1625 mentre era penitenziere in Roma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827,
932-933.

FORTUNATI ELISABETTA, vedi FERRARESI ELISABETTA


Parma 1772-Londra post 1812
Figlio di Gian Francesco. Giovanissimo, intraprese lo studio dell’oboe e del corno inglese con G. Grossi, diventando presto eccellente strumentista. Dedicatosi anche agli studi filosofici, attese poi esclusivamente alla carriera musicale e, sin dal 1796, si recò in tournée con il padre presso le principali corti europee. Dal 1797 al 1801 fu primo oboista alla Corte di Berlino. Nel 1802 tornò a Parma, dove diventò maestro di musica della Brigata polacca, in seno alla quale pare avesse poi formato una banda di notevole qualità. Con questa arrivò a Genova alla fine dello stesso anno e da lì si imbarcò per l’isola di Santo Domingo. Qui, dopo la sconfitta delle forze francesi, il Fortunati, fatto prigioniero e apprezzato per le doti di oboista, fu adottato come figlio dall’imperatore di Haiti J.J. Dessalines, che gli conferì l’incarico di comandante generale per tutte le musiche militari. Pare si fosse anche avvalso della collaborazione del Fortunati nei rapporti diplomatici, vista la sua padronanza di diverse lingue. Non sono note le ulteriori vicende del Fortunati a Haiti dopo la caduta e la morte del Dessalines nel 1806. È probabile che abbia servito i successori dell’Imperatore fino al 1812, quando si ritrova il Fortunati a Londra, dove viveva in una florida situazione economica. Da quel momento se ne perdono le tracce.
FONTI E BIBL.: Gervasoni, Nuova teoria di musica, 1812, 142-144; N. Pelicelli, in Note d’Archivio XII 1935, 80 s.; Dizionario musicisti Utet, 1985, 807; T. Chirico, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 228.

FORTUNATI FRANCESCO, vedi FORTUNATI GIAN FRANCESCO

Parma 27 febbraio 1746-Parma 20 dicembre 1821
Cominciò gli studi musicali a Piacenza, città dove il padre si era trasferito per motivi di lavoro, sotto la guida di O. Nicolini, organista a San Paolo. Aveva studiato anche lettere presso i gesuiti e filosofia presso i benedettini. Il Fortunati si dedicò esclusivamente alla musica, grazie anche all’assistenza finanziaria della Corte ducale, che lo inviò nel 1767 a Bologna per studiare contrappunto con il padre G.B. Martini. Terminò gli studi nel 1769 e nello stesso anno fu aggregato all’Accademia dei filarmonici della stessa città. Sempre nel 1769 tornò a Parma, dove fece rappresentare con successo la sua prima opera, I cacciatori e la vendilatte (Teatro Ducale, 1769), e successe a T. Traetta come maestro di cappella a Corte. Negli anni seguenti altre sue opere furono rappresentate a Parma e negli altri centri del Ducato, tra cui La notte critica (libretto L. Salvoni, Parma, Teatro Ducale, 1771) e il melodramma giocoso Le gare degli amanti (L. Salvoni, Colorno, Teatro Reale, 1772), che fu replicato l’anno successivo. Si recò anche in Germania, grazie alla raccomandazione della duchessa Maria Amalia d’Austria. Fu, probabilmente, tre volte a Dresda, dove compose e fece rappresentare alcune sue opere, e a Berlino, dove nel 1772 rappresentò l’opera comica in tre atti Le négociant (la partitura manoscritta è conservata presso la Staats-bibliothek di quella città). In seguito scrisse varie composizioni vocali per Federico  Guglielmo II di Prussia. Mentre le sue opere continuavano a essere rappresentate in diversi teatri italiani egli divenne direttore della scuola di canto di Parma, succedendo nel 1774 a F. Poncini, e mantenne l’incarico sino al 1802. Nell’autunno del 1778 al teatro di Colorno fu dato il dramma giocoso L’ospite incomodo e due anni dopo egli fu incaricato della direzione dell’orchestra del Teatro Ducale, impiego che tenne fino al 1796. Membro dell’Accademia filarmonica parmense, per la quale scrisse nel 1783 sei sinfonie, il 1º maggio dello stesso anno, in occasione della nascita di Filippo di Borbone, secondogenito dei duchi Ferdinando e Maria Amalia, compose la prima parte della cantata a voce sola (su libretto di L. Salvoni) con cui l’Accademia filarmonica si presentò ufficialmente al Sovrano (la musica della licenza fu affidata al reggiano F. Sirotti). Nel 1788 scrisse, per il compleanno del duca Ferdinando di Borbone, la cantata La contesa delle muse a 4 voci (conservata a Dresda, Sächsische Landesbibliothek, segnatura Mus. 3523. L. 2), che pare fosse stata eseguita dai figli del Re. Nel 1800, sempre a Parma, fu data l’opera L’incontro inaspettato o fortunato. Otto anni dopo il Fortunati fu aggregato all’Istituto di scienze e lettere come uno degli otto membri della sezione musicale. Le composizioni del Fortunati sono tutte manoscritte, tranne la Sinfonia op. 1 n. 3 (edita a Vienna nel 1983), e sono conservate in diversi fondi, per la maggior parte in Italia e in Germania. Oltre alle opere teatrali citate, si ricordano arie, cavatine e recitativi per voci e orchestra, tra cui: Dodici ariette sacre e sei profane a tre voci a S.M. la Regina Maria Luisa Borbone infanta di Spagna (tre voci e orchestra, anche ridotte per canto e pianoforte, 1817), Sei ariette dedicate a S.M. Maria Luigia infanta di Spagna e Principessa di Lucca (per soprano e pianoforte, 1818) e Sei duetti di camera dedicati a S.M. la principessa imperiale Maria Luigia (a due soprani, due violini, viola e basso, 1818), tutto conservato presso la Biblioteca del Conservatorio di Parma. Ancora, vanno ricordate sei cantate a una voce sola e orchestra: Dallo sposo abbandonata, dedicata alla principessa Teresa, e Quei torbidi pensieri, dedicata all’arciduchessa Maria Amalia (1782), Infelice ove son, per soprano, Deh! Ti ferma almen, cantata IV dedicata a Maria Amalia infanta di Spagna, Fermatevi, crudeli, cantata V dedicata alla principessa Teresa, Mortali, ormai cessate, per soprano, dedicata a Maria Carolina arciduchessa d’Austria (tutte conservate presso la Biblioteca del Conservatorio di Napoli), So che un sogno è la speranza, cavatina per soprano, oboe obbligato e orchestra da Ruggiero (libretto di P. Metastasio, conservata ad Amburgo, Staats-und Universitätsbibliothek, segnatura M. A/864), aria da Artaserse (Parigi, Bibliothèque nationale), Canzonette campestri e altre canzonette, tutte a due soprani, basso e basso continuo (1796; Dresda, Sächsische Landesbibliothek, segnatura Mus. 3523. L. I), Dal furor dall’ira accesa, recitativo e aria con violoncello obbligato e orchestra, Ogni cor vacilla, recitativo e aria con fagotto obbligato e orchestra, riduzione per canto e pianoforte della musica del balletto da Tigrane di V. Righini (fondo già appartenuto alla Königliche Hausbibliothek di Berlino). Il Fortunati fu inoltre autore delle seguenti composizioni sacre: Dixit Dominus a 4 voci, composto per la prova d’esame all’Accademia dei filarmonici di Bologna (Biblioteca del Civico Museo bibliografico musicale di Bologna), Dixit Dominus in sol a 4 voci (1769; Bologna, Accademia filarmonica) e, tutte conservate alla Sächsische Landesbibliothek di Dresda, Messa (Kyrie-Gloria) in re minore (segnatura Mus. 3523. D. 3) e Credo in re a 4 voci, coro e strumenti, dedicati all’elettore di Sassonia (1799; Mus. 3523. D. 3), 9 Lezioni della settimana santa a una voce e viole obbligate, delle quali tre De Lamentatione Jeremiae, rispettivamente per soprano, in do, per alto, in fa, per tenore (Mus. 3523. D. 1, 2; Mus. 3523. D. 1, 3; Mus. 3523. D. 1, 1), Ego vir videns in mi bemolle per alto (2 an Mus. 3523. D. 1, 2), Et egressus est in re per alto (2 an Mus. 2523. D. 1, 1), Manum suam misit hostis in mi bemolle per soprano (2 an Mus. 3523. D. 1, 1), Matribus suis dixerunt in sol minore per tenore (1 an Mus. 3523. D. 1, 2), Quomodo obscuratum in si bemolle per soprano (1 an Mus. 3523. D. 1, 3), Recordare Domine in mi bemolle per tenore (2 an Mus. 3523. D. 1, 3). Gli vengono attribuiti inoltre un Credo in do a 3 voci e un Te Deum per la vittoria di Austerlitz a 4 voci e strumenti (1805). Oltre a ciò, compose la seguente musica strumentale: 6 Sonate op. 13 e 12 sonate, per pianoforte (Parma, Biblioteca del Conservatorio), rondò in si bemolle per organo (Lugo, Istituto musicale), concertone a 2 violini, violoncello, flauto, oboe, orchestra (Firenze, Biblioteca del Conservatorio), 12 canoni (1785; Bologna, Convento di San Francesco), 2 sinfonie concertanti (con violoncello e fagotto obbligati in do e in re), 2 concertoni (rispettivamente per viola, violoncello e fagotto in si bemolle e per due violini, oboe, violoncello in mi bemolle), 6 quartetti, 6 minuetti, 2 sonatine, 4 contraddanze per pianoforte (1796), 6 variazioni per pianoforte (tutto già appartenuto al fondo della Königliche Hausbibliothek di Berlino), 6 Sinfonie op. 7 per clavicembalo, concerto in sol per clavicembalo obbligato, violoncello e orchestra (1785 o 1789; Dresda, Sächsische Landesbibliothek, Mus. 3523. O. 1). Il Fétis cita come opere più popolari del Fortunati L’incontro inaspettato e La contessa per equivoco (della quale non si hanno altre notizie). La musica del Fortunati perse presto la sua popolarità e fu superata da altro repertorio operistico più alla moda, mentre la sua fama come maestro fu più duratura: tra i suoi allievi si ricordano F. Paër e suo figlio Ferdinando.
FONTI E BIBL.: Le notizie sulle opere conservate in vari fondi musicali provengono da: Ufficio Ricerche Fondi Musicali di Milano, Istituto di Bibliografia Musicale di Roma e Redazione centrale del Repertoire Internazional des Sources Musicales, Frankfurt a.M. Vedasi inoltre: P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 82; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dall’anno 1628 all’anno 1883, Parma, 1884, 36, 38, 325, 340 s.; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVIII, in Note d’Archivio XI 1934, 274 s., XII 1935, 29, 37, 89, 91 s., 214; C. Gallico, Le capitali della musica. Parma, Cinisello Balsamo, 1985, 132 ss., 140; G.N. Vetro, L’Accademia filarmonica parmense (1783-1849), in Ottocento e oltre. Scritti in onore di  R. Meloncelli, a cura di F. Izzo-J. Streicher, Roma, 1993, 39 s., 51; Catalogo della Biblioteca musicale G.B. Martini di Bologna, a cura di G. Gaspari, Bologna, 1890, IV, 199, V, 183; Katalog der Musiksammlung auf der Königlichen Hausbibliothek im Schlosse zu Berlin, a cura di G. Thouret, Leipzig, 1895, 63; Catalogo generale delle opere musicali città di Parma, a cura di G. Gasperini, Parma, 1910-1911, 189, 250, 269; Catalogo delle opere musicali teoriche e pratiche Napoli, a cura di G. Gasperini-F. gallo, Parma, 1934, 351; F. Stieger, Opern-Lexikon, II, Berlin, 1978, 356; C. Sartori, Libretti italiani a stampa, Milano, 1990, ad Indicem; F.J. Fétis, Biographie univ. des musiciens, III, 299 ss. e Supplemento, 345; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, Supplemento, 317; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, IV, 37 s.; Die Musik in Geschichte und Gegenwart, XVI, coll. 338 s.; The New Grove Dict. of music and musicians, VI, 725; Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, Le biografie, II, 807; The New Grove Dictionary of opera, II, 260; T. Chirico, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 227-229.

Parma 8 dicembre 1918-Parma 17 aprile 1972
Figlia di Evaristo. Debuttò nel dicembre 1941 al Teatro Comunale di Firenze nella parte di Alice (soprano) nel Falstaff, affermandosi subito, al punto che i maggiori teatri la ebbero in un succedersi di spettacoli fino a quando, ancora giovane, una operazione alle corde vocali non interruppe la bella carriera. Fu al Teatro Comunale di Trieste nel 1942 (Falstaff), nel 1943 (Faust, Lohengrin, Otello), nel 1950 (ancora Falstaff, Francesca da Rimini) e nel 1954 (La figlia di Jorio di Pizzetti), al Teatro Regio di Parma nel Natale 1943 (Otello), alla Fenice di Venezia ininterrottamente dal 1943 al 1947 e dal 1953 al 1955, sempre in prime parti e in opere quali La forza del destino, Andrea Chenier, Ballo in maschera, Aida, Don Giovanni, Mefistofele, e al Teatro alla Scala di Milano (1944 Le Villi di Puccini e I maestri cantori; 1947 Oro di Pizzetti, in prima mondiale diretta dall’autore). Tornò al Teatro Regio di Parma nel 1945 nell’Andrea Chenier (dove si alternò con la Tebaldi) e nel 1949 (Butterfly). Fu anche all’estero, raccogliendo successi in Europa e Oltreoceano. All’Opera di Roma tornò in quasi tutte le stagioni dal 1947 al 1955, sia nelle stagioni in teatro che in quelle all’aperto alle Terme di Caracalla. Nel 1947 al Teatro Massimo di Palermo fu ancora Alice nel Falstaff in una delle ultime recite del grande Mariano Stabile nella serata di gala per la ricorrenza del cinquantenario dell’inaugurazione del teatro (16 maggio 1897). Nel 1948, nello stesso grande teatro, fu Fedra nell’opera di Pizzetti diretta dall’autore. Terminata prematuramente la carriera, si dedicò all’insegnamento dell’arte scenica e alla regia: fu così alla scuola di avviamento del Teatro La Fenice (1960), all’Autunno Napoletano della Rai (dal 1960 al 1963), fu regista al Teatro Regio di Parma in Suor Angelica (1963), ancora alla Rai (1965) e al Teatro Verdi di Padova fu ancora regista in Suor Angelica diretta da Sonzogno (1969). Insegnò poi al Conservatorio di musica di Parma dal 1962 al 1972.
FONTI E BIBL.: Arnese; Curti-Molossi; Frajese; Levi; Martinez; Giovine; Pighini; Cronologia del Teatro Regio di Parma; Cronologia del Teatro Muncipale di Reggio Emilia; Cronologia della Fenice di Venezia; Cronologia della Scala di Milano; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 8 agosto 1982, 3.

Parma XVII secolo
Secondo la testimonianza di Vendramin Mosca, il Fortunio dipinse due pale d’altare a Vicenza nella chiesa delle Zitelle e un’Allegoria della Speranza nel palazzo vicentino del Monte di Pietà.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, XII, 1916; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 70.

Parma 1613
Pittore attivo nell’anno 1613.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, IX, 1822, 120.


Borgo San Donnino o San Secondo 1781/1788
Minore conventuale, scrisse alcuni lavori concernenti la storia del territorio di San Secondo e della città di Borgo San Donnino. Dal brano che segue di una sua lettera all’Affò (14 aprile 1788) sembra verosimile che egli abbia scritto una dissertazione storica intorno la Terra di San Secondo: Ho stampato il mio Panegirico di S. Secondo in Asti, dove non si sapeva l’esistenza del Feudo chiamato con il nome di tal Santo. Mi sono impegnato di spedire colà una Dissertazione che dimostri come fu imposto tal nome dell’anno, e come siasi il culto preso del Santo, come abbiam avuta la Reliquia insigne, e simili altre cose; se la Casa fosse di S. Secondo, che lo chiamasse così, oppure se tale era chiamato prima. Prima di essa aveva pubblicato una Lettera commonitoria di Adelfo Fidentino al Compilatore del Magazzino Fiorentino (Parma, 1781, presso li Fratelli Borsi). Nascosto sotto lo pseudonimo di Adelfo Fidentino, intese combattere in essa quanto era stato detto d’ingiurioso su Borgo San Donnino in un opuscolo intitolato Italia critica, inserito nel predetto Magazzino. Scrisse inoltre un’Orazione panegirica in lode del sacro cuore di Gesù Cristo (Casalmaggiore, 1783, fratelli Bizzarri). Oltre queste cose dovette lasciare una grande quantità di prediche, poiché fu lungamente oratore sacro e confessore delle monache. Due lettere autografe del Foschieri al Paciaudi e sedici all’Affò si trovano nella Biblioteca Palatina di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 652-653.

Collecchio 1814
All’inizio del 1814 fu nominato organista della chiesa di Collecchio.
FONTI E BIBL.: Collecchio, Archivio storico comunale.


Parma 1563 o 1564-Parma 1638
Nato da nobile famiglia parmigiana, assunse in seguito il cognome della madre, appartenente all’ancora più nobile casato piacentino degli Scotti. Fece la professione di fede il 29 giugno 1584. Fu abate del monastero di Monte Cassino, che arricchì di alcune giurisdizioni, favorendo inoltre lo studio delle scienze. Difese privilegi e prerogative e ridusse all’obbedienza diversi sudditi recalcitranti. Passò poi alla badia di San Paolo a Roma dove dovette difendersi da diverse accuse che gli furono mosse. Da ultimo tornò a Parma, nella badia di San Giovanni Evangelista, divenendo presidente di tutto l’Ordine. Alla sua morte furono fatte solenni esequie in San Giovanni e l’orazione funebre fu tenuta da padre Luigi Favorito della Compagnia di Gesù, uno dei più eccellenti oratori delle scuole di San Rocco.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 98-100.

FOSIO ANNIBALE
Figlio di Filippo di Andrea, fu attivo come tipografo negli anni Ottanta del secolo XV. Non si hanno sue sicure notizie biografiche, come per la maggior parte dei tipografi del Quattrocento, a causa della scarsità delle fonti documentarie. Probabilmente il Fosio proveniva da Fosio, località in prossimità di Solignano, nei dintorni di Parma. Successivamente si recò a Milano, seguendo l’esempio di altri stampatori. La ragione dell’abbandono di Parma non dovette risiedere nel mancato sviluppo in loco dell’arte tipografica: la città aveva, al contrario, richiamato i prototipografi fin dagli anni Settanta. È anzi assai probabile che il Fosio vi abbia appreso il mestiere proprio all’inizio di quel decennio, lavorando in qualcuna delle officine ricordate dal Fumagalli. Furono le inquiete vicende del Ducato di Milano (sotto il cui dominio si trovava allora Parma), culminate nell’assassinio di Galeazzo Maria Sforza (1476), e le sanguinose rivalità delle famiglie parmensi che impedirono il progredire della fiorente arte tipografica tanto che, complice anche una pestilenza, molti tipografi dovettero andarsene e una gran parte di essi prese la via di Venezia o Milano. A Milano un documento, segnalato dal Motta, lo ricorda come apprendista, nell’agosto del 1476, presso la tipografia di Cristoforo Valdarfer. Intorno ai primi anni Ottanta il Fosio, che aveva deciso di lavorare per proprio conto, si spostò a Venezia, dove erano attivi altri tipografi parmensi, tra i quali Simone Gabi, detto Simone Bevilacqua, e Matteo Capcasa. Non si sa con sicurezza se il Fosio, prima di lavorare a Venezia, abbia svolto la sua attività anche a Treviso. Il Rhodes segnala, infatti, alcuni documenti che registrano un Hannibal Foxius al presente stampador a Treviso associato in Treviso, dopo il 20 febbraio 1483, col tipografo Bartolomeo Confalonieri, con Ludovico da Parma, cartaro, e con lo stampatore Pellegrino Pasquali, ma non si hanno ulteriori testimonianze sulla produzione di questa compagnia e l’attività del Fosio è attestata solo per Venezia. Il panorama trevigiano era dominato dalla figura di Michele Manzolo, editore e stampatore parmense, anch’egli in contatto con il Confalonieri. Il nome del Manzolo compare nel colophon di un’edizione veneziana del 1481 dell’Opera di Prisciano (Indice generale degli incunaboli delle biblioteche italiane, n. 8051) quale finanziatore dell’impresa, mentre non vi è nominato il tipografo. La stessa opera, stampata nel settembre del 1485 (IGI, n. 8052), è il primo prodotto conosciuto a firma del Fosio ed è l’unico a riportare la sua marca tipografica, composta da un cerchio bianco su fondo rosso, attraversato nel centro da una doppia croce e caratterizzato da un punto bianco nella parte inferiore del cerchio. Il colophon rivela che il Fosio non realizzò l’opera da solo, ma associato ad alcuni compagni. L’identificazione di questi ultimi è resa possibile da un secondo lavoro che la compagnia portò a termine a qualche giorno di distanza dal Prisciano, ossia la stampa delle Canzonette di Leonardo Giustinian (IGI, n. 4330), nel cui colophon sottoscrissero anche gli altri soci che erano i tipografi Marino Saraceno e Bartolomeo de Blavis. Del secondo è nota, in particolare, la sua associazione, negli anni precedenti, con vari altri stampatori, specie con Andrea Torresano. A questa compagnia, formatasi con probabilità nell’anno 1485, è attribuita inoltre la stampa dell’opera poetica di Nicolò Lelio Cosmico, Canzoni (IGI, n. 3244), uscita senza note tipografiche. Le tre opere prodotte da questa associazione di tipografi dimostrano l’integrazione nel mercato librario veneziano e l’attenzione a specifici ambienti: l’antologia del grammatico tardolatino Prisciano era divenuta dal secolo XIV una delle fonti della nuova letteratura latina coltivata da quanti facevano capo alla Cancelleria ducale e non a caso delle numerosissime edizioni di quest’opera della fine del Quattrocento, ben undici delle sedici conosciute furono stampate a Venezia. L’opera del Giustinian si ricollega sempre a tale ambito culturale, pur essendo, rispetto alla prima, un testo di svago che riscosse subito un grande successo di pubblico. Nello stesso modo la stampa delle Canzoni del padovano Cosmico, che erano state curate dall’autore, era già giunta alla terza edizione. Nell’anno seguente il Fosio e soci trovarono un finanziatore nel librario editore Francesco de’ Madi, figura imprenditoriale assai interessante, di cui si conserva presso la Biblioteca nazionale Marciana di Venezia il Zornale o libro dei conti della sua bottega per gli anni 1484-1488 (Mss. Italiani, cl. XI, 45). Il de’ Madi sostenne, e forse commissionò, in quel periodo molte imprese editoriali con più tipografi, spesso apponendo la propria marca tipografica. Essa appare a esempio nell’edizione del Liber quatuor sententiarum di Pietro Lombardo (IGI, n. 7638), finita di stampare dal Fosio il 22 marzo 1486. Due mesi dopo, il 31 maggio, uscirono, sempre a spese del de’ Madi, le Quaestiones quodlibetales di Tommaso d’Aquino (IGI, n. 9566): dal colophon si apprende che la società era composta dal Fosio e da Marino Saraceno. Un documento edito nel 1886 dal Predelli, testimonia il contratto con il quale il Fosio e Marino Saraceni si accordarono, il 2 luglio 1486, col de’ Madi per la stampa, a spese del libraio, della Summa di Sant’Antonino alle seguenti condizioni: i due tipografi avrebbero stampato 1700 esemplari, di cui la metà più 100 volumi spettava al de’ Madi, che avrebbe fornito la carta e i caratteri. Per ragioni che non sono note, forse una disputa tra i due stampatori, la stampa non andò a termine, anzi la società si sciolse poiché, dalla fine del 1486 alla prima metà del 1488, il Fosio sottoscrisse da solo, non apponendo tuttavia mai la sua marca tipografica, sei edizioni di testi di grande diffusione e smercio, per la maggior parte legati a pratiche devozionali: l’Expositio Evangeliorum, redatta in volgare, di Simone da Cascia (IGI, n. 8995), apparsa il 30 dicembre 1486, una raccolta di lettere, tradotte in italiano, di Sant’Eusebio da Cremona, Sant’Agostino e San Cirillo sulla vita di San Girolamo (IGI, n. 3743), uscita dall’officina del Fosio il 1º giugno 1487, infine le Epistolae et Evangelia (IGI, n. 3698), sempre in versione volgare, del settembre 1487. Delle altre tre edizioni che uscirono dalla bottega del Fosio, che riguardano successi editoriali già ampiamente consolidati, come il Bueve de Hantone (IGI, n. 2221), versione in ottave italiane, uscito il 28 gennaio 1487, e il Fior di virtù (IGI, n. 3948), apparsa il 26 giugno 1488, undicesima stampa veneziana del fortunatissimo testo (49 edizioni solo per il XV secolo). La terza iniziativa editoriale, compiuta il 16 gennaio 1487, rappresentò invece un’assoluta novità nel mercato librario: l’editio princeps del Viaggio al signor Uxum Cassam re di Persia (IGI, n. 3182), ossia la relazione di viaggio redatta dal patrizio veneziano, dalla vita avventurosa, Ambrogio Contarini, di cui si può supporre un ruolo di finanziatore nell’impresa. L’opera, redatta nel 1477, ebbe, in seguito alla stampa del Fosio, numerose ristampe e fu tradotta in francese e in latino. Dopo la stampa del Fior di virtù del giugno del 1488 non si hanno più notizie del Fosio né si sono riscontrate testimonianze di altre sue produzioni, solo o associato con altri.
FONTI E BIBL.: Diarium Parmense, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XXII, Mediolani, 1733, coll. 264-277; G. Degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere degli scrittori viniziani, I, Venezia, 1752, 142 s., 164; G.M. Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, II, 4, Brescia, 1763, 2135 s.; I. Affò, Discorso preliminare su la tipografia parmense del sec. XV, in Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, Parma, 1791, XLIII-XLVI; A. Pezzana, Memorie degli scrittori parmigiani in continuazione dell’Affò, VI, 2, Parma, 1827, 264-267; G. Melzi-P.A. Tosi, Bibliografia dei romanzi e poemi cavallereschi italiani, Milano, 1838, 12 s.; R. Predelli, Contratto per la stampa di un libro, in Archivio Veneto XXXIII 1880, 190-192; A. Tessier, Stampatori in Venezia nel sec. XV, in Archivio Veneto XXXIV 1887, 193-201; C. Castellani, La stampa in Venezia dalla sua origine alla morte di Aldo Manuzio seniore, Venezia, 1889, XL; B. Brown, The Venetian printing press, London, 1891, 398; F. Ongania, L’arte della stampa nel Rinascimento italiano, II, Venezia, 1894, 103; G. Fumagalli, Lexicon typographicum Italiae, Florence, 1905, 281-284; E. Motta, Il tipografo parmense Annibale Fosio allievo del Valdarfer, in Archivio Storico Lombardo XLIII 1916, 272 s.; Editori e stampatori italiani del Quattrocento, a cura di R. Bertieri, Milano, 1929, 50; E. Pastorello, Biografia storico-analitica dell’arte della stampa in Venezia, Venezia, 1933, 73 s.; L.V. Gerulaitis, Printing and publishing in fifteenth-century Venice, Chicago-London, 1976, 3, 6, 8, 14; T. Rogledi Manni, La tipografia a Milano nel XV sec., Firenze, 1980, 37; D.E. Rhodes, La stampa a Treviso nel sec. XV, Treviso, 1983, 55; M. Milanesi, Contarini Ambrogio, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVIII, Roma, 1983, 100; R. Ricciardi, Cosmico, Niccolò Lelio, in Dizionario biografico degli Italiani, XXX, Roma, 1984, 72-77; G. Borsa, L’attività dei tipografi di origine bresciana al di fuori del territorio bresciano fino al 1512, in I primordi della stampa a Brescia 1472-1511, Atti del Convegno internazionale, a cura di E. Sandal, Padova, 1986, 52 s.; P. Ceccarelli, Il Zornale di Francesco de’ Madiis e i romanzi di cavalleria, in I libri di Orlando innamorato (catalogo), Modena, 1987, 101 ss.; N. Harris, I romanzi di cavalleria stampati a Venezia nel ’400, in I libri di Orlando innamorato, Modena, 1987, 68-72; L. Hain, Repertorium bibliographicum, nn. 1406, 4459, 5673, 5780, 6639, 8645, 9484, 10191, 13360; Catalogue of books printed in the fifteenth century, now in the British Museum, V, pp. XXXVII, 407 s.; Gesamtkatalog der Wiegendrucke, nn. 5716, 7443, 7805, 9466, 9964; T. Plebani, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 473-475.

Parma 1362
Notaio attivo in Parma nell’anno 1362.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 383.

FOSIO PIETRO, vedi FOSSOLO PIETRO

FOSI SCOTTI PAOLO, vedi FOSI PAOLO

San Pancrazio Parmense 18 agosto 1902-Roma 16 marzo 1976
Laureato in lettere, fu iscritto al Partito Fascista dal 18 novembre 1919. Fu fondatore e segretario politico del Fascio di San Pancrazio Parmense e vice segretario politico della Federazione Fascista di Parma. Iscritto alla milizia con il grado di capo manipolo, nel 1925 il Fascio di Catania gli conferì la tessera ad honorem. Dal 1921 al 1922 coprì la carica di segretario dei sindacati di Parma città. Dal luglio del 1922 al luglio del 1924 fu vice segretario generale della Federazione dei Sindacati della provincia di Parma. Dal luglio del 1924 fu nominato segretario generale dell’ufficio provinciale di Catania e resse contemporaneamente la carica di commissario straordinario degli uffici provinciali di Caltanissetta ed Enna. Fu trasferito a Pisa con la carica di segretario generale dell’ufficio provinciale della CNSF di Pisa nell’agosto del 1927. Debuttò come giornalista fin dal 1920 come direttore de La Rivolta Ideale a Spezia. Come giornalista, fu direttore da La Fiamma a Parma, poi de Il Popolo di Romagna a Forlì e infine de L’Impero del Lavoro, che si pubblicò ad Addis Abeba. Come uomo politico, fu consigliere nazionale della Camera dei fasci e delle corporazioni, poi segretario federale del Partito Nazionale Fascista a Catania e infine destinato in Africa Orientale Italiana al tempo dell’impero mussoliniano, dove rimase ferito in occasione dell’attentato al viceré Graziani. Fu deputato nel 1930. Partecipò alla guerra di Abissinia e di Libia. Dopo l’8 settembre 1943 fece parte della Repubblica di Salò e amministrò la provincia di Modena. Finita la seconda guerra mondiale, fuggì in esilio a Buenos Aires ove diresse per molti anni un periodico destinato agli Italiani del posto. Ebbe al suo attivo alcuni scritti, tra cui: Dal sindacalismo romantico al diritto corporativo, organizzazione sindacale in Romagna, Vita fascista provinciale e Lavoro italiano nell’Impero. Fu sepolto nel cimitero di Valera.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 476-477; Gazzetta di Parma 17 marzo 1976, 5; Gazzetta di Parma 10 luglio 1989, 3.


Parma 1736
Fu cancelliere del Vescovado di Parma. Raccolse notizie storiche parmigiane intorno ai fatti della città di Parma, le famiglie, gli uomini illustri, i monasteri, le chiese e le antichità di ogni genere. Raccolse anche iscrizioni tanto di Parma quanto di Parmigiani poste altrove. Fu vicepresidente reggente della Società Albriziana, nella quale ebbe a impresa una vite carica di uva, appoggiata a un pomiere, col motto Veniunt felicius uvae.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 66.

Noceto 26 marzo 1889-Collina di Selz 27 aprile 1916
Figlio di Giuseppe e Celestina Giovanelli. Soldato nel 1° Reggimento Genio, fu dichiarato disperso sul Carso durante un attacco nemico e decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Con mirabile calma e ardimento mentre disimpegnava l’ufficio di vedetta e di portalanciafiamma della Sezione, avvistato un numeroso nucleo nemico che avvanzava operò su quello un micidiale getto di fiamme che diresse poi anche sulla trincea avversaria, incendiandola per un buon tratto.
FONTI E BIBL.: Caduti di Noceto, 1924, 30; G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 304.

FOSSI ANNIBALE, vedi FOSIO ANNIBALE

FOSSIO, vedi FOSIO

Parma 1408/1430
Dottore in leggi e conte palatino, fu avvocato dell’Arte dei Beccai nell’anno 1430.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 16.


Parma 142 d.C.
Figlio di Lucius. Libero e pretoriano, documentato alla data 142 d.C. in latercolo rinvenuto a Roma. Fotidius è nomen non documentato in Cispadana, rarissimo anche a nord del Po. Comunissimo invece il cognomen Sabinus, ben documentato anche a Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 98.

FOXI o FOXIO ANNIBALE, vedi FOSIO ANNIBALE

FRA GINEPRO, vedi FUGACCIA LUIGI

FRAGINO LORENZO, vedi FRAGNI LORENZO

Parma 1607/1636
Fu ufficiale della Corte di Parma con titolo di sottoguardaroba dal 1607 al 1636.
FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi 9 1909, 148.

Parma XVII secolo
Fu orefice e argentiere attivo nel XVII secolo. A Reggio Emilia nella chiesa di Santa Maria della Ghiara realizzò un lavoro con splendidi ornati d’argento e un Crocifisso. Lavorò anche a Roma.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 230.

Parma 1798
Violinista, nel marzo 1798 si sottopose alla prova per essere ammesso al Reale Concerto di Parma, con esito negativo (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 6).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 12 febbraio 1538-Roma 7 gennaio 1619
Nacque da Giovanni e da Barbara Bonzagni. La sua formazione avvenne, con ogni probabilità, nel solco della tradizione orafa della famiglia della madre: il nonno del Fragni, Giovan Francesco Bonzagni, era stato attivo a Parma mentre i figli di questo, Giovan Giacomo e Giovan Federico, lavoravano a Roma per la Zecca pontificia. Alla fine del settimo decennio fu chiamato a Roma dallo zio Giovan Federico Bonzagni, che, probabilmente, favorì la sua nomina a impressore e stampatore della Zecca, per la quale nel 1572 ricevette, insieme con G.A. de Rossi, uno stipendio mensile di 4 ducati d’oro. Sotto il pontificato di Gregorio XIII il Fragni realizzò i primi lavori noti. Databile al 1572-1575 (Grazzi, 1972, fig. 9) è la medaglia raffigurante l’effigie del Papa, a capo scoperto, assai simile al ritratto del Boncompagni che appare nella medaglia eseguita nel 1575 dallo zio Giovan Federico Bonzagni (Grazzi, fig. 8). Sul diritto della medaglia si trova la firma Lau. Parm., che il Fragni adottò anche in seguito, mentre sul rovescio è raffigurato il prospetto della basilica di San Pietro. Firmate e datate sono altre medaglie eseguite per Gregorio XIII: del 1575 è quella che lo raffigura con la tiara e, sul rovescio, l’immagine della dea Annona, del 1582 sono due medaglie col Papa a capo scoperto, sul rovescio delle quali si trova, nella prima il prospetto di una chiesa, mentre, nell’altra, è rappresentato un drago che si morde la coda e, al centro, una testa d’ariete. Appartiene alla produzione di fine settimo-ottavo decennio anche la medaglia, firmata, raffigurante Cristoforo Madruzzo, che il Rizzoli (1993, p. 444) giudica di buona fattura sebbene appaia scialbo e privo di espressione rispetto ad altri ritratti del cardinale su medaglia. Sul rovescio, accanto al logotipo PL, si trova la figura allegorica della Fenice (nell’esergo il motto Revixit). Nel 1582 e nel 1583 sono documentati pagamenti al Fragni per medaglie coniate in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo e per monete d’argento. Sempre come incisore della Zecca, nel 1585 e nell’anno seguente ricevette pagamenti, insieme con L. Leoni, per l’esecuzione di medaglie realizzate in vista della medesima festività, oltre che per alcune, non meglio specificate, medaglie donate agli ambasciatori veneti e per tredici esemplari (non identificati) con Cristo e Apostoli (Roma di Sisto V, 1993, p. 557). Sotto il pontificato di Sisto V il Fragni realizzò diverse medaglie nelle quali ritrasse papa Peretti col camauro e la mozzetta. Per le rappresentazioni sul rovescio utilizzò, in alcuni casi, precedenti coni di Giovan Federico e Giovan Giacomo Bonzagni, mentre è forse una sua creazione la figura allegorica della Sicurezza rappresentata in un’altra medaglia (Roma di Sisto V, p. 460). Una serie di documenti relativi a questi anni, conservati presso l’Archivio di Stato di Roma, offrono informazioni relative ai suoi possedimenti a Roma e agli artisti con i quali era in contatto. Il 15 aprile 1587 il Fragni ricevette dal fratello Cristoforo la parte della casa, in Via della Croce, che avevano acquistato il 30 aprile 1575. Sempre il 15 aprile venne nominato procuratore di Giovan Federico Bonzagni e cinque giorni dopo affittò al vescovo di Avellino Pietro Antonio Vicedomini una casa che suo cugino Giovan Francesco Bonzagni aveva in Piazza Montedoro, in Campo Marzio. Nell’atto del 20 aprile si legge, tra l’altro, che il Fragni avrebbe potuto ritirare in ogni momento, cosa che in seguito fece (codicillo del 30 agosto 1588), le statue che si trovavano nell’abitazione: si trattava di sette marmi classici, tra cui tre femmine senza bracci et senza testa, due torsi ignudi et un Cupido che dorme (Trenta notai capitolini, XVI, c. 500v). L’affitto della casa di Via Montedoro fu riconfermato con un atto notarile del 21 ottobre 1587, al quale prese parte, in qualità di testimone, lo scultore lombardo  Giovan Battista Della Porta. La presenza del Della Porta, in questo e in successivi documenti, è dovuta a un legame col Fragni, che aveva potuto conoscere frequentando i cantieri sistini, oppure tramite Guglielmo Della Porta, cugino di Giovan Battista, che aveva condiviso con Giovan Giacomo Bonzagni, zio del Fragni, la carica di piombatore. Nel 1588 il Fragni ricevette un pagamento, sempre con L. Leoni, per il suo lavoro di incisore della Zecca (Bulgari, 1958). Alla morte di Giovanni Federico Bonzagni, avvenuta a Parma nel maggio del 1588, il Fragni entrò in possesso degli strumenti del mestiere che lo zio gli aveva destinato in testamento quattro anni prima (Pollard, 1970). Il 9 settembre 1588 i tre nipoti del medaglista parmigiano (ossia il Fragni, Francesco Silva e Giovan Francesco Bonzagni) decisero di fare stimare le cose che si trovavano presso quest’ultimo, che era erede universale delle sostanze dello zio, e incaricarono del compito Giovan Battista Della Porta. Al Fragni andarono, tra l’altro, anche un trentina di teste, torsi e statuette, oltre a un delfino d’argento. Sempre alla presenza del Della Porta, il 17 agosto 1589 il Fragni ricevette in prestito 242 scudi da uno scultore milanese, G.A. Peracca, figlio di Pietro di Valle Solda, prestito che restituì in quattro rate, tra l’agosto e il settembre dello stesso anno e l’agosto e il dicembre del 1592. Anche per i primi due decenni del XVII secolo si hanno pochissime notizie sul Fragni: il 10 settembre 1615 diede in affitto la sua casa di Via della Croce a Orazio Blanchini e il 9 marzo dell’anno seguente, in qualità di procuratore del cugino, che si trovava a Parma, prese in prestito dei soldi da Giacomo Gialla. L’esatta data di morte del Fragni si ricava dall’inventario, stilato il giorno seguente dal fratello Camillo, dei beni che si trovavano nella sua casa, in via tendenti a via Crucis ad viam Leoncinam (Trenta notai capitolini, CIX). La parte numericamente più cospicua di questo elenco, a parte gli indumenti, è relativa alle medaglie e agli strumenti del mestiere. Tra le medaglie sono ricordati alcuni esemplari (c. 70 rv) realizzati dal Fragni e, oppure, dallo zio Giovan Federico Bonzagni, tre medaglie del cardinal Madrussi una inargentata et due di rame, un ritratto di Gregorio XIII di rilievo d’ottone, tre medaglie d’oro in foglio una con l’effige di papa Gregorio et Porta Santa et doi altre medaglie con la Porta Santa (Grazzi, 1972, fig. 8, per la medaglia del 1575 del Bonzagni, con, sul rovescio, Gregorio XIII che apre la porta santa), accanto a medaglie genericamente descritte come aventi l’effigie di diversi pontefici, a tre medaglie del cardinale Ippolito d’Heste e a uno scatolino con dentro il ritratto di Honorio terzo in piombo (cc. 70r, 73v). Facevano parte della collezione del Fragni anche otto medaglie d’imperatori et imperatrici d’ottone indorato con cerchio d’hebano, quindeci medaglie d’argento fra grandi e piccole da diverse effigi greghe, tredici medaglie di metallo alantica in una carta, ventitre medaglie fatte all’antica (cc. 70r-71v), diverse teste e busti in marmo, molti disegni, a esempio quattordici pezzi di diverse figure in carte vecchie e rotte (c. 70r), alcuni quadri, genericamente descritti, tra cui una copia del Bassano un paro di bovi et altre figure (c. 70r) e qualche libro (c. 73v).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Roma, Trenta notai capitolini, ufficio 19, XVI, cc. 476 s., 480, 500, XVII, cc. 550, 555, XIX, cc. 295-303, XXI, cc. 192, 225, 320, XXII, cc. 456, 616, 728, IIC, c. 100, IC, c. 392, CIX, cc. 67-73; A. Ronchini, I Bonzagni e Lorenzo da Parma coniatori, in Periodico di Numismatica e Sfragistica VI 1874, 322-325; A. Bertolotti, Artisti modenesi, parmensi e della Lunigiana in Roma, Modena, 1882, 74 s.; C.G. Bulgari, Argentieri, gemmari e orafi d’Italia, I, 1, Roma, 1958, 456; G. Pollard, Bonzagni Giovan Federico, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, Roma, 1970, 480 s.; L. Grazzi, Medaglisti parmensi nella Roma papale del sec. XV-XVI, in Parma nell’Arte IV 1972, 49-51; H. Rizzoli, I Madruzzo e le medaglie, in I Madruzzo e l’Europa (catalogo), Milano, 1993, 444, 452; Roma di Sisto V. Le arti e la cultura (catalogo), Roma, 1993, 459 s., 557 (con bibliografia); U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XII, 274 s. (con bibliografia); Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 584-586.

Parma 22 giugno 1774-Parma post 1852
Figlio di Angelo Maria e Margherita Ferri. Fu docente di medicina pratica (1801), di igiene e polizia medica e di igiene pubblica e privata (1810) e di patologia (1822) nell’Università di Parma e protomedico dello Stato. Nel 1852 fu nominato professore emerito. Fin dal 1806 si occupò della vaccinazione antivaiolosa in seno all’apposita commissione creata dall’amministrazione francese. Tenne corrispondenza col Pezzana nel 1836. Possedette immobili a Collecchio e a Parma. Fu consigliere anziano del Comune di Collecchio tra il 1829 e il 1838, zona dove era possidente (1836-1837) di terre lungo la strada Mulattiera.
FONTI E BIBL.: Calendario di Corte per gli anni 1818 e 1819, 110 e 132; Almanacco di Corte per gli anni dal 1826 al 1852; F. Rizzi, Professori, 1953, 76; E. Benassi, L’Università di Parma durante la dominazione francese, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1940, 59 ss.; G. Allegri Tassoni, Il carteggio Pezzana della Palatina, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1962, 295; G. Berti, L’insegnamento universitario parmense nel periodo franco-borbonico, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1960, 119; I. Paoletti, Studi e ricerche sulla medicina nel ducato di Parma all’epoca di Maria Luigia (1814-1847), in Aurea Parma 1-2 1962, 33; Malacoda 9 1986, 42-43.

FRAGNO, vedi FRAGNI


Parma 1574 c.-Parma 1638
Intagliatore in legno del quale si hanno le seguente notizie: nel 1594 si sposò la figlia; nel 1608 ebbe un acconto per lavori ducali; nel 1609 ideò una forma col torello et l’arma della Comunità per mettere su la campana del Comune; nel 1615-1620 realizzò tabernacolo, portiere e ancona con colonne scanalate su disegno dell’architetto Giovanbattista Magnani nel coro della chiesa dei Servi; nel 1628 fu attivo nel Teatro Farnese in collaborazione con altri.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Mastri farnesiani, 300; C. Malaspina, 1869, appendice; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. V, 147-149; Il mobile a Parma, 1983, 253.

FRAMBOTTI GIOVANNI FRANCESCO, vedi FRAMBATI GIOVANNI FRANCESCO

Parma 1651/1696
Sacerdote. Dal 22 dicembre 1651 al marzo 1696 fu cornetto nella chiesa della Steccata in Parma. Una sua Sonata si trova, come seconda, nella raccolta di Marino Silvani Scielta delle Suonate A due Violini, con il B. c. per l’organo (Bologna, Giacomo Monti, 1680).
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 319.

Gaiano-Parma 22 settembre 1990
Nata da una famiglia di proprietari terrieri, si diplomò infermiera volontaria della Croce Rossa nel 1942 a Parma, dove nei primi anni di servizio volontario lavorò nei reparti di chirurgia e medicina dell’infermeria presidiaria. Dopo qualche mese in forza all’Ospedale militare di Salsomaggiore, fu trasferita ad Atene dove prestò servizio dall’aprile 1943 all’aprile 1944 per la campagna di Grecia. Dal 1944 all’ottobre 1953 la si trova negli ospedali di Verona, Merano, Bologna, Treviso, Catania, Senigallia e Roma. Dal novembre 1953 al gennaio 1955 fu in Corea. Il suo ultimo servizio fu la raccolta di aiuti per gli alluvionati di Firenze nel 1966. Ebbe numerosi riconoscimenti: nel 1947 medaglia di bronzo della Croce Rossa Italiana al merito, nel 1948 distintivo di guerra con due stellette d’argento e nastrino per la campagna di Grecia, nel 1949 croce al merito, nel 1954 medaglia d’oro dall’Ispettorato nazionale per gli oltre cinque anni di servizio prestati negli ospedali e nastrino per la guerra di Corea e nel 1984 medaglia d’argento per il 120° anniversario della Croce Rossa Italiana. La sua foto mentre scende la scaletta dell’aereo che la riportava dalla Corea finì nel volume di Antenore Frezza Storia della Croce Rossa Italiana a simboleggiare l’avventura di tutte le crocerossine che condivisero con lei quella missione di guerra.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 settembre 1990, 4.

Talignano-20 ottobre 1937
Nato da Zaccaria e una Barbieri, fu medico stimatissimo a Busseto, Ozzano, Fornovo di Taro e Langhirano, dove fu per lunga serie di anni. Perì tragicamente per incidente stradale.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 172.

Sorbolo 23 agosto 1884-post 1931
Nel 1903 si diplomò nel Regio Conservatorio di Parma. Fu primo violoncello in molte tra le migliori orchestre italiane. Nel 1931 fu insegnante titolare di violoncello nell’Istituto Musicale di Genova.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 85.

Parma 1915/1924
Insegnante di educazione fisica, fu il primo commissario di sezione scout laici-pluriconfessionali CNGEI di Parma (1915-1924). Il Franceschini fondò inoltre una palestra di scherma a Parma.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout Carlo Colombo (M. Furia).

FRANCESCO DA BAGNONE, vedi TONARELLI FRANCESCO

FRANCESCO DA BORGO SAN DONNINO, vedi SARASI DONNINO

FRANCESCO DA GRAIANA, vedi GRAIANA FRANCESCO


-Faenza 1277
Orefice. Essendo Parma assediata nel 1247 dall’imperatore Federico II, a Francesco fu fatto eseguire in argento massiccio, dalle matrone parmensi, il disegno in rilievo della città al fine di offrirlo alla Beata Vergine, a cui ne raccomandavano la liberazione (Lopez, pag. 29 e 30). Ne fu promotrice Margherita Fieschi, vedova di Guarino Sanvitale. Consisteva nella pianta della città, in rilievo, coi principali monumenti: il Duomo, il Battistero, il Palazzo del vescovo, quello del Comune, del capitano del popolo, il Palazzo Imperiale dell’Arena e quello della Zecca. Francesco, fuoruscito ghibellino, rimase ucciso in uno scontro tra i Lambertazzi e i Geremei in Faenza nell’anno 1277 (Affò, Storia di Parma, tomo 4, pag. 28).
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 171-172; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 57.

Parma 1235 c.-1311/1312
Nel battesimo gli fu imposto il nome di Francesco (Ragnina). Non si hanno notizie precise sulla data della sua nascita, né sul suo ingresso nell’Ordine dei frati minori (vi assunse il nome di Bonaventura) e sulla carriera ecclesiastica anteriore alla sua nomina ad arcivescovo di Ragusa, che ebbe luogo il 23 dicembre 1281 a opera di papa Martino IV (Bullarium Franciscanum Romanorum Pontificum, III, Romae, 1765, pp. 477 s.), dopo la successiva rinunzia di altri prelati designati, Filippo Bonaccolsi di Mantova e Luca da Padova. Il 14 marzo dell’anno seguente il Pontefice gli comunicò l’invio del pallio per mano del cardinale di Santa Maria in Cosmedin. Francesco ottenne inoltre una bolla che lo autorizzò a recuperare dei beni di pertinenza della sua sede che erano stati occupati da laici. Il 13 giugno 1284 Martino IV lo incaricò di designare e consacrare i vescovi per le diocesi di Trebinje e Stonj, sue suffraganee, la cui provvisione era riservata alla Sede apostolica. L’incarico gli fu rinnovato l’anno successivo (11 marzo) da papa Onorio IV. Nel 1286 si trovò a Roma, a quanto sembra per difendere gli interessi della sua Diocesi. E la sua sottoscrizione compare ancora in una bolla di indulgenza per la Cattedrale di Narni, datata da Roma il 31 maggio 1287, in periodo di sede vacante (Acta Sanctorum Maii, I, Antverpiae, 1680, p. 394). Nel 1288 svolse una serie di missioni in territorio veneto. Con bolla del 18 agosto (Langlois, n. 237) papa Niccolò IV lo nominò legato pontificio a Venezia, con l’incarico di negoziare la pace tra i Veneziani e il patriarca d’Aquileia, Raimondo della Torre. La missione fallì: Francesco minacciò d’interdetto la città, ove i Veneziani non avessero evacuato i territori del patriarca già occupati e, in particolare, le città di Parenzo, Cittanova e Capodistria ma non riuscì a impedire la continuazione della guerra, né poté indurre i Veneziani a sottomettersi all’arbitrato del Pontefice. In data 1° ottobre dello stesso anno (Langlois, nn. 358-361) Niccolò IV gli conferì l’incarico di trattare con i comuni di Padova e di Vicenza, per indurli a rivedere i loro statuti e a sopprimere le clausole relative alle immunità ecclesiastiche, avvertite come pregiudizievoli della ecclesiastica libertas. Il 1º dicembre Francesco fu a Vicenza e si adoperò a comporre la vertenza, già da tempo in atto, tra il Comune e il vescovo: la questione si trascinò abbastanza a lungo (il 6 aprile 1289, Francesco, nel palazzo vescovile, impartì una solenne ammonizione al podestà e al Comune) e infine si risolse in un appello al Papa delle due parti. Anche con le autorità padovane le trattative furono laboriose: si giunse a una revisione degli statuti incriminati (Il Liber Regiminum Padue, a cura di A. Bonardi, in Miscellanea di storia veneta, s. 2, VI 1899, p. 129) ma si giunse anche a una scomunica (pronunziata, sembra, in un sinodo tenuto il 27 maggio a Monselice), che fu poi ritirata, l’anno seguente, per l’intervento del cardinale Pietro Colonna (v. la bolla di Niccolò IV del 2 agosto 1290, che, approvando la sentenza del cardinale, ritraccia la storia della vertenza e dell’operato di Francesco, in G. Verci, Storia della Marca Trivigiana, III, Venezia, 1787, Documenti, pp. 185 ss., n. CCCXVIII). Fino al 1289 Francesco fu, per incarico pontificio, visitatore del Terz’Ordine francescano. Nel 1292 (2 maggio) viene nominato negli Statuti di Ragusa, per il consenso dato a un provvedimento di Andrea Dandolo (Liber Statutorum Civitatis Ragusii, a cura di V. Bogi?si´c-C. Jire´cek, in Monum. hist.-jurid. Slavorum Meridionalium, IX, Zagabriae, 1904, p. 194). Sembra fosse ancora in carica nel 1296 (C. Eubel, Hierarchia catholica, I, Monasterii, 1913, p. 432). Il 25 aprile 1306 venne istituita in Ragusa la Confraternita degli orefici e argentieri, sotto la protezione di San Marco, per consentimento del nostro Padre Spirituale il Signor Bonaventura Arcivescovo di Raguscia. Questo è l’ultimo documento in cui compare vivo Francesco. Il Theiner riferisce un diploma di papa Clemente V, datato dal priorato di Grausello, nelle vicinanze di Malaucéne in Diocesi di Vaison il 7 luglio 1312, col quale fu nominato arcivescovo di Ragusa, dudum per obitum bone memorie Bonaventure Archiepiscopi ragusini solatio destitute Pastoris, Bartolomeo canonico di Trani. Dal che si può argomentare che Francesco cessasse di vivere nel 1312 o sul finire del 1311. Il Ragnina lo chiama dottore insigne e lo dice sepolto nella Cattedrale di Ragusa (rovinata nel terremoto del 1667, si è perduta ogni traccia della sua sepoltura).
FONTI E BIBL.: Les registres d’Honorius IV, a cura di M. Prou, Paris, 1888, n. 309; Les registres de Martin IV, Paris, 1901-1913, nn. 101-101 bis, 561; Les registres de Nicolas IV, a cura di E. Langlois, I, Paris, 1905, nn. 237-238, 358-361; Notae et Acta Cancelleriae Ragusinae, I, Nota et acta notarii Thomasini de Savera, 1278-1282, a cura di G. ?Cremo?snik, Zagreb, 1951, 314 n. 1062, 336 s. n. 1121; D. Farlati, Illyricum sacrum, VI, Venezia, 1800, 115-121; C. Eubel, Die Bischöfe, Cardinäle und Päpste aus dem Minoritenorden, in Römische Quartalschrift, IV, 1890, 234; L.A. Botteghi, Clero e Comune in Padova nel secolo XIII, in Nuovo Archivio Veneto, n.s., IX 1905, 261 ss.; B. Rode, Necrologium Fratrum Minorum de Observantia Provinciae S. Francisci Ragusini, in Analecta Franciscana VI 1917, 567; P. Paschini, Raimondo della Torre patriarca d’Aquileia, in Memorie Storiche Forogiuliesi XVIII 1922, 120; L. Wadding, Annales Minorum, V, Ad Claras Aquas, 1931, 112; G. Mantese, Un processo a Roma tra vescovo e Comune di Vicenza, in Rivista di Storia della Chiesa in Italia, III, 1949, 238-253; G. Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, II, Vicenza, 1953, 308 s.; Dict. d’Hist. et de Géogr. Ecclés., IX, coll. 807 s.; C. Vasoli, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 636-637.

Parma 1467/1505
Realizzò, con Domenico da Piacenza, tra il 1467 e il 1477 il coro intagliato e intarsiato che si ammira in Santa Giustina a Padova. Così ne parla Iacopo Cavaccio nell’opera Historiarum Coenobii D. Iustinae patavinae all’anno 1477: Bernardo abbate etiam opera instituuntur sedes ex opere tessellato egregiae, in quibus Monachi resident cum Synaxis agitur. Eorum artifices leguntur Dominicus Placentinus et Franciscus Parmensis. Extant adhuc ad usum vigiliarum opportunae. Erra quindi il Selvatico, che a pagina 176 della sua Guida di Padova scrive che furono eseguiti verso la metà del secolo XVI, confondendo il vecchio coro con l’altro di cent’anni dopo circa, detto coro novo, che si deve al Taurino, costruito appunto intorno al 1560. Non è dato sapere la parte d’intaglio o d’intarsio spettante a Domenico da Piacenza e quella realizzata da Francesco da Parma. Certo è che il lavoro finissimo a intaglio nei due ordini di scanni è tipica del Rinascimento, con reminiscenze decorative gotiche nei fioroni, nelle volute dei bracciali, come nella cassa del leggio adorna di motivi fiammeggianti e polilobati. L’opera grandiosa si compone di 100 sedili. Le tarsie dei dorsali maggiori rappresentano oggetti sacri e profani e prospettive: un mortaio, uno sportello aperto con tibia, un ciborio con supellettile sacra, portafrutta, simboli chiesastici, lanterna con candere, ampolle, calici e strumenti musicali, una via della città di Padova, il palazzo della Ragione, la torre dell’Osservatorio, San Francesco d’Assisi con il serafino dalle sei ali, la basilica di Sant’Antonio, la chiesa dell’Assunta, detta la rotonda, una città inondata e un vescovo che prega. Negli scanni più piccoli del primo ordine sono invece intarsiati motivi che si ripetono: un pozzo, una casa, una fontana, una clessidra e una cassa aperta. Chi osserva attentamente questo coro grandioso non può non ammirare gli eleganti bracciali e le belle prospettive e deve convenire col Brandolese che Francesco da Parma fu veramente a suoi di celebre intagliatore ed intarsiatore. Francesco è documentato nel 1505 a Ferrara.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, IV, 222-223; M. Lopez, Il Battistero di Parma, 51-52; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., vol. 1050-1450, III, 322, in Archivio del Museo di Parma, pubblicate da S. Lottici, 55-56; G. Gonzati, La Basilica di Sant’Antonio da Padova, I, 192, 196, 220; P. Brandolese, Pitture, sculture e architetture di Padova, 97, 98, 291; P. Selvatico, Guida di Padova, 59, 62, 124, 176, 217; J. Cavaccio, Historiarum Coenobii D. Justinae patavinae, 250; L.N. Cittadella, Notizie relative a Ferrara, 78, 590; N. Pelicelli, in Crisopoli 4 1934, 321-322; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 232; Ambiveri, Artisti piacentini, 1879, 65-66; Künstler-Lexikon, XII, 309; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 353.

Parma 1472
Fu medico chirurgo in Bologna: Rechordo chome adi 28 novembre 1472 chadi zo per el busso de la rola del chamin novo de verso l’orto a cho fito per insino in tera e speciame la testa monto deschuzamente per modo stiete per morire uno m.o franciescho de parma grandisimo medego da teste me guari e vose de so fadiga duchati oto (dal Diario bolognese di Gaspare Nadi).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1969, 88.

Parma 1519
Frate calligrafo del convento della Santissima Nunziata di Parma, compose un antifonario corale in pergamena, che comincia dalla Domenica prima dell’Avvento e va fino alla seconda dopo l’Epifania, e lo illustrò con abbondanza e finezza di miniature. In fine al medesimo lasciò scritto quanto segue: Ad laudem Dei et sancte genitricis eius marie virginis ac sanct. omnium, frater franciscus de parma et fr. hieronym: de castro lauro hunc scripserunt anno Domini M. quingentesimo dec. nono. In mense iunii die vero eiusdem sextodecima.
FONTI E BIBL.: Beato Buralli 1889, 72.

FRANCESCO DA PARMA, vedi anche CAVIA GIOVANNI, ENZOLA GIANFRANCESCO e FONTANA FRANCESCO

FRANCESCO DA PRATO, vedi PRATI FRANCESCO

San Michele de’ Gatti 1765
Falegname, realizzò nel 1765 una cornice per un quadro del Peroni nella parrocchiale di San Vitale Baganza.
FONTI E BIBL.: Bernini, 1976-1977, 3; Il mobile a Parma, 1983, 260.


Parma 1730
Nell’anno 1730 fu visitatore del Terzo Ordine Francescano.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 387.

FRANCESCO MARIA DA CORNAZZANO, vedi CORNAZZANO FRANCESCO MARIA

FRANCESCO MARIA DA PARMA, vedi ROSTANI GIUSEPPE MARIA e RUSPAGGIARI ANTONIO ANDRE

FRANCESCO MARIA DA TRAVERSETOLO, vedi BARBIERI PELLEGRINO ILARIO ANTONIO

FRANCESCO MARIA DI SAN PIO DA PARMA, vedi VAROLI FRANCESCO MARIA CIPRIANO

FRANCESCO MARIA FARNESE, vedi FARNESE FRANCESCO MARIA

1845-Parma 25 gennaio 1878
Figlio di Flaminio e Maria Zanelli. Fu volontario nella campagna risorgimentale del 1866. Per il valore mostrato, ricevette la medaglia commemorativa. Raggiunse il grado di maggiore furiere. Morì mentre stava per essere nominato ufficiale.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 186.

FRANCHI CILIDEO, vedi FRANCHI CELIDEO


Berceto primi anni del XVI secolo-Roccaprebalza 1584 c.
Nacque nei primi anni del secolo XVI, giacché nel 1530 lo si vede ottenere il beneficio di San Rocco positi in Burgo Campi extra moenia Terrae Berceti Parmensis Diocesis (Boselli, 1905, p. 8). Si ritrova citato in un documento ufficiale del 1546, in cui monsignor Ettore dei conti Rossi, eletto prevosto di Berceto, lo nomina suo vice prevosto. Tale situazione pare non modificarsi fino al luglio del 1552, quando il conte Troilo Rossi, potente locale, inviò lo zio monsignor Ettore Rossi a Treviso, a causa di qualche non precisato screzio. Il Franchi continuò a guidare la parrocchia di Berceto fino al 1553: a questa data si ha notizia del suo allontanamento dalla canonica, dovuto probabilmente alla fedeltà che lo legava a Ettore Rossi e alla simpatia dimostrata verso il duca Ottavio Farnese, inviso al conte Troilo Rossi (Grisenti, p. 130). Il Franchi venne trasferito a Roccaprebalza, borgo poco distante da Berceto. Qui ebbe un figlio da una sua domestica, che battezzò Broccardo (Boselli, 1905, p. 9): costui tentò invano di prendere possesso del beneficio paterno alla morte del Franchi. Il Franchi deve la propria fama a un’unica opera, una Cronaca, che narra la vita quotidiana della piccola comunità bercetana e gli eventi politici di più ampia portata che ebbero riflesso su di essa. Per comprendere appieno il senso e l’importanza della Cronaca del Franchi è necessario rifarsi alla particolare congiuntura storico-politica nella quale venne a trovarsi in quegli anni il Ducato di Parma e Piacenza e, più in particolare, Berceto che, se nel Cinquecento aveva ormai perso l’importanza religiosa e commerciale dei secoli precedenti, manteneva tuttavia quella politica: proprio nel periodo in cui il Franchi scrive (1544-1557), infatti, l’istituzione del Ducato di Parma e Piacenza suscitò l’attenzione di alcuni tra i più noti personaggi politici europei (da Carlo V, al Papa, al re di Francia) su questa zona. L’opera è conservata nel manoscritto Parmense 1184 della Biblioteca Palatina di Parma, in un codice miscellaneo cartaceo legato in cartone, composto di tre fascicoli di uguale formato del secolo XVI. Il fascicolo della Cronaca è acefalo e il manoscritto lo segna come Cronaca parmigiana in volgare, contemporanea, dal 1543 al 1557; mutila nel principio e nella fine. Si possiedono tre epitomi del codice: il ms. Parmense 963, settecentesco, e i mss. 915 e 462, che da esso discendono. Il manoscritto, dopo essere stato custodito nell’Archivio parrocchiale di Berceto, venne portato a San Secondo, per essere poi trasferito, nel corso dell’Ottocento, nella Biblioteca Palatina. Già Micheli (pp. 4 s.) notò che il testo doveva essere stato scritto in epoche diverse, come si desume dal concatenamento degli eventi, ma da una stessa mano con inchiostri differenti. Dalla successione dei fatti si capisce che la Cronaca inizia nel 1544 e non nel 1543, come invece attesta una correzione di diversa mano sul manoscritto. Tale correzione deve considerarsi comnque abbastanza antica, in quanto così lesse Flaminio da Parma che lo esaminò intorno al 1760-1761. Il Franchi non ha alcun intento letterario o di critica storica: egli si propone di registrare gli eventi di cui è diretto testimone e quelli di cui gli giunge notizia sia da Parma sia dal resto d’Italia. Per quel che riguarda la vita quotidiana di Berceto, il Franchi sembra essere stimolato a narrare quelle vicende che più esulano dalla normalità e dietro alle quali scorge sempre il disegno ineluttabile della divina provvidenza. Che l’atteggiamento mentale (ma anche l’approccio stilistico del Franchi) trascini con sé una pesante eredità medievale non deve essere imputato esclusivamente alla sua personalità o a una sua scelta specifica ma anche alla particolare situazione storico-sociale di Berceto, in cui alcuni personaggi (i conti Rossi, il marchese Ermes Pallavicino, i conti Fieschi di Calestano) imponevano alla popolazione tasse gravose e sempre crescenti, in un clima ancora palesemente feudale. L’atteggiamento del Franchi nei confronti dei feudatari è conciliante, ma la sua simpatia va visibilmente, anche se attraverso moduli stereotipati, alla popolazione, di cui comprende le sofferenze e gli stenti. Egli descrive con più attenzione quei fatti nei quali si sente più profondamente coinvolto o che maggiormente lo impressionano, come si comprende dalla diseguale distribuzione diacronica, per cui alcuni anni subiscono una trattazione molto più accurata di altri (Petrolini, 1980, p. 28). È questo il caso degli anni 1551-1552, che videro la regione sconvolta dalla guerra, la cui descrizione occupa per intero la parte centrale della Cronaca. All’origine dei dissidi che portarono al conflitto fu la proclamazione da parte di papa Paolo III di suo figlio Pier Luigi Farnese a duca di Parma e Piacenza (agosto 1545). Tale nomina innestò una spirale di violenza. Pier Luigi Farnese infatti, non solo si trovò a fronteggiare l’ostilità palese dei feudatari locali, esacerbati dai suoi provvedimenti volti a limitarne i soprusi politici ed economici (tra cui un censimento della popolazione affinché i gravami fiscali fossero equamente distribuiti), ma anche quella di Carlo V che, se rivendicava il possesso di Parma e Piacenza, in quanto facenti parte del Ducato di Milano che si era già annesso, avrebbe preferito come duca Ottavio Farnese, figlio di Pier Luigi, che nel 1538 era diventato suo genero sposando la figlia Margherita. Dopo l’assassinio di Pier Luigi Farnese (settembre 1547) e il tentativo fallito di Paolo III di porre il Ducato sotto la diretta dipendenza della Santa Sede, la tensione crebbe vieppiù fino allo scoppio della guerra (maggio 1551) che vide fronteggiarsi da una parte la Spagna con il Papa, che contava sull’appoggio dei feudatari locali, e dall’altra Ottavio Farnese con la Francia. Il Franchi comprese tutta la gravità della situazione e, pur nella frammentarietà della narrazione tipica di chi non è diretto testimone degli eventi, tentò di restituire un quadro dei fatti salienti. Ma anche dietro la tragica concretezza della guerra il Franchi non tarda a scorgere un disegno imperscrutabile e ineluttabile e ciò fa sì che egli assista ai fatti con scarsa partecipazione, almeno fin quando la guerra non giunge a Berceto. A quel punto si sente direttamente coinvolto e la sua neutralità si incrina: parteggia per il duca Ottavio Farnese più che per i feudatari locali e descrive con riprovazione le terribili scorrerie compiute dagli Spagnoli e dalle truppe papali (giugno 1551). Nel gennaio del 1552 le sorti della guerra cominciano a volgere chiaramente a favore del duca Ottavio Farnese, mentre le truppe spagnole e papali collezionano sconfitte su sconfitte, e nei mesi seguenti si giunge alla sottoscrizione di due tregue separate, firmate alla fine dell’aprile del 1552: una tra il Papato e la Francia e una tra quest’ultima e la Spagna, di cui il Franchi informa con una certa precisione (c. 81rv). Ma di là dal suo valore di testimonianza storica, l’interesse precipuo dell’opera consiste nella sua arretratezza linguistica. L’italiano del Cinquecento, infatti, presenta una generale omogeneità, sia al livello alto, letterario, che al livello di scriptae cancelleresche. La scrittura del Franchi, invece, è semidialettale e ancorata a stilemi cronachistici dei secoli precedenti, in cui gli eventi e le frasi formularie che li introducono si susseguono con un ordine rigido, interativo, che non lascia spazio alcuno all’andamento letterario del testo. Inoltre il continuo rimando alla localizzazione temporale degli eventi (in alcuni casi il Franchi giunge a dare persino l’ora in cui si è svolto un fatto) contribuisce a dare l’impressione che la Cronaca sia piuttosto un calendario e che in questo insistere continuo sul tempo ci sia qualcosa di sacrale (Petrolini, 1980, p. 24). La Cronaca fu edita da G. Bertozzi col titolo Poveri homini. Cronaca parmense del secolo XVI, 1543-1557 (Roma, 1976) e da G. Petrolini, col titolo Nove. Diario di un paese dell’Appennino (Parma, 1980). Entrambe le edizioni accanto all’originale forniscono una traduzione in italiano moderno.
FONTI E BIBL.: Flaminio da Parma, Memorie storiche delle chiese, e dei conventi dei frati minori dell’osservante e riformata provincia di Bologna, II, Parma, 1761, 23, 35; A. Boselli, Testi dialettali parmensi, Parma, 1905, 8 s., 34-40; A. Boselli, Una cronaca semidialettale del secolo XVI, Parma, 1908; G. Micheli, La cronaca bercetana di don Giorgio Franchi, Parma, 1930; G. Petrolini, Un esempio d’italiano non letterario del pieno Cinquecento, in L’Italia Dialettale XLIV 1981, 21-116; An. Asor Rosa, in Dizionario biografico degli Italiani, L, 1998, 91-93.


Borgo Taro 9 gennaio 1841-Cortemaggiore 29 agosto 1882
Allievo del Collegio Alberoni in Piacenza, fu ordinato sacerdote nel 1869. Si addottorò in teologia nel 1880 e divenne insegnante di lettere nel ginnasio di Piacenza, ove ebbe a discepolo Luigi Illica. Fu poi nominato arciprete di Cortemaggiore nel 1874 e vi rimase sino alla morte. Diresse le scuole mandamentali, promosse l’asilo e restaurò la Collegiata. Letterato di buona qualità, fu elogiato dal Tommaseo (lettera del 16 novembre 1865) per la sua grammatica ragionata e scrisse Cortemaggiore. Appunti di storia paesana ricorrendo il IV centenario della fondazione della Chiesa principale (Piacenza, Bertola, 1881). Il Circolo promotore partenopeo lo dichiarò socio fondatore, con medaglia d’oro al merito scientifico.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 188-189; L. Arata, Memorie di storia paesana di Borgonovo Valtidone, parte I, Piacenza, Tipografia Tedeschi, 1905, 439; Guida di Cortemaggiore, Cortemaggiore, 1979; F. Molinari, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 119.

Borgo Taro 1818-Piacenza 1892
Sacerdote, fu parroco in diverse parrocchie di Piacenza (Santa Brigida, San Matteo, Sant’Eufemia, San Gervaso). Contemporaneamente rivestì diverse cariche civili ed ecclesiastiche. Fu professore di filosofia nel Liceo di Piacenza dal 1848 al 1866, tenne poi la cattedra di teologia morale nel Seminario di Piacenza dal 1884 alla morte e fu anche direttore dell’Orfanatrofio maschile, dell’educandato Sant’Agostino e il primo rettore del collegio Morigi, dal 1868 al 1871, anno in cui si dimise dalla carica per non trascurare la cura della parrocchia. Le sue idee filosofiche furono aperte al rosminianesimo e al giobertismo e il suo atteggiamento politico fu ispirato a idee liberali e risorgimentali.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, alla voce; P. Marchettini, Il prof. Jacopo Morigi e i 100 anni del suo collegio, Piacenza, Tip. S.E.B., 1969; E. Cordani, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 119.


Parma 1616 c.-post 1651
Madre del celebre Arlecchino Domenico Giuseppe Biancolelli, recitò sotto il nome di Colombina. La Franchini, rimasta vedova poco dopo il 1640 (con tre figli a carico) del primo marito, Francesco Biancolelli, sposò in seconde nozze il rinomato comico Carlo Cantù, detto Buffetto, al servizio del cardinale Francesco Maria Farnese. Le nozze furono celebrate nel Duomo di Parma il 15 aprile 1645. Forse l’anno precedente, la Franchini si era recata con la sua compagnia a Ferrara per il Carnevale. A causa dell’uccisione di un comico, l’intera compagnia fu tratta in arresto. La Franchini fu liberata dietro interessamento del Cantù presso il Farnese. Il Cantù dovette poi partire per Parigi, chiamatovi dalla regina di Francia. La sovrana, appena seppe che la Franchini, che era già stata in Francia con il primo marito, era la moglie di Buffetto, volle che ella raggiungesse il Cantù e che venisse aggregata alla compagnia dei comici italiani. Ma la Franchini, che recitava in quel tempo a Milano con la compagnia di Bologna, rifiutò, nonostante la regina avesse mandato un dono di cento scudi per le spese di viaggio. Era il gennaio 1646 e la compagnia della Franchini passò a Piacenza e poi a Modena: da quella città ella scrisse che i rigori della stagione, il padre vecchio, la madre aggravatissima, e i figliuoli piccoli le impedivano di partire. La lettera di risposta del Cantù, in data 4 febbraio 1646, è sconsolata ma non turba i rapporti amorosi dei due coniugi, che si ritrovano immutati nell’epistola con la quale il Cantù dedicò, in data 3 novembre 1646, il suo Cicalamento al principe cardinale Francesco Maria Farnese. In quell’epoca il Cantù aveva già raggiunto la Franchini poiché era ritornato in Italia, come risulta dalla suddetta lettera e da altre conservate nell’Archivio di Stato di Modena. Nel 1651 la Franchini fu a Bologna nella compagnia del duca di Modena.
FONTI E BIBL.: C. Cantù, Cicalamento in canzonette ridicolose, Fiorenza, 1646; Parfaict Frères, L’histoire de l’ancien théâtre italien depuis son origine en France, jusqu’à sa suppresion en l’année 1697, Parigi, 1767; L. Rasi, I comici italiani, I, Firenze, 1897, 425-429; M. Sand, Masques et Bouffons, I e II, Parigi, 1682; N. Leonelli, Attori, 1940, 389.

Reggio Emilia 1875/1884
A Parma, per interessamento dell’impresario Marchelli, poté studiare canto col maestro Giovanni Griffini. Divenne poi valido e apprezzato tenore.
FONTI E BIBL.: P. E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 285.

FRANCI, vedi FERRARI BRUNO


Berceto ante 1506-San Secondo 1534
Già investito il 12 marzo 1506 del beneficio della Tollaria fondato nella chiesa di Berceto, nel 1522 venne eletto prevosto di San Secondo. Il Francia nel 1530 venne costituito procuratore del marchese Piermaria Rossi, per recarsi a Bologna a prestare il giuramento di fedeltà all’imperatore Carlo V. Il Francia prestò il giuramento il 21 marzo 1530 per i feudi di Berceto, Roccaprebalza, Bardone, Corniglio, Fornovo, Roccalanzona, San Secondo e sue ville e pertinenze.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 72-73.

FRANCIA PIRINO, vedi PERRIN

FRANCIA BORBONE ELISABETTA, vedi BORBONE FRANCIA LOUISE ELISABETH


Parma seconda metà del XVIII secolo
Disegnatore d’architettura, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 153.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Sacerdote, calligrafo e miniatore. Fu attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 155.

Parma 1831
Scrittore soprannumerario nella casa di forza di Parma, durante i moti del 1831 fu membro del consesso civico e disarmatore della truppa. Fu sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 167.

Monteleone di Calabria 1906-Frascati 1 luglio 1960
Si laureò in filosofia avendo come maestri Giovanni Gentile e Nicola Festa. Nel 1933 si trasferì a Parma a insegnare storia e filosofia al liceo classico Maria Luigia e poi al Romagnosi. Dopo la guerra fece parte del Comitato di liberazione nazionale e fu preside del liceo scientifico Marconi. Pubblicò Documenti campanelliani e collaborò a Paidea e Aurea Parma.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 139.

FRANCO, vedi anche FRANCHI


Parma 16 maggio 1601-post 1642
Figlio di Trojano, capitano delle truppe di Alessandro Farnese in Fiandra. Conviene pensare che il padre fosse ascritto alla nobiltà di Parma, poiché il Francucci fu allevato nel Collegio dei Nobili tra il 1610 e il 1620, come appare dalla Nomenclatura Collegii Parm. Nobilium Convictorum (1820). Non solo insegnò giurisprudenza nello Studio di Parma, ma patronicò cause. Il Francucci compose anche poesie scherzevoli per il conte di San Secondo, molte egloghe pastorali e un Discorso sugli occhi dedicato al marchese Orazio Scotti, generale di artiglieria del duca di Parma. Laureatosi in filosofia, fu ascritto nel 1620 al Collegio dei Medici e si applicò poi al diritto, che poté insegnare sin dal 1626 (teneva ancora questa cattedra, insegnando ordinaria civile e pratica criminale, nell’anno 1642). Rimangono di lui: Il trionfo della scienza, Idillio (Bartoli, Reggio Emilia, 1619), la tragicommedia pastorale Il Florillo (Viotti, Parma, 1620) e Componimenti vulgari (Eredi Viotti, Parma, 1626).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 82; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 723; Letteratura italiana, I, 1990, 829.

Parma 1653/1673
Insegnò presso l’Università di Parma prima pratica criminale, poi diritto canonico e infine diritto civile (il tutto dal 1653 al 1673). Nel 1670-1671 trattò Rubr. et N.C. qui admitt. ad honor. possess.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 38, 49, Archivio di Stato di Parma, Mandati 1619-1715 e Mandati 1661-1663, Certificati Scolastici 1667-1678; F. Rizzi, Professori, 1953, 36.

Aquileia 1530 c.-Porcia novembre 1599
Tenne la prevostura di Berceto per un breve periodo di anni immediatamente dopo don Francesco Pizzi, il quale viveva ancora nel 1564. Del Frangipane si conosce solo il nome, tramandato da Cristoforo Della Torre, il quale lo dice oriundo di Aquileia. È forse lo stesso che fu noto giureconsulto e poeta e che visse a Udine, Padova e Roma.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 87.

Lanterburg-1825
Fu cavaliere, consigliere privato e archiatra della duchessa Maria Luigia d’Austria. Il Frank fu inoltre ispettore della scuole medico chirurgiche farmaceutiche di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 389.

FRANK LUIGI, vedi FRANK LUDWIG

FRANZI GIAN FRANCESCO, vedi FRAGNI GIAN FRANCESCO

Parma 1776
Fu cantore della Cattedrale di Parma il 7 aprile 1776.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 17 settembre 1848-Parma 27 marzo 1919
Studiò alla Regia Scuola di musica di Parma. Il 4 aprile 1866 si diplomò in corno e in composizione, dedicandosi alla carriera dello strumentista (suonò nell’Aida al Cairo). Fu valente cornista nei principali teatri nazionali ed esteri. Successivamente iniziò la carriera di direttore d’orchestra che esercitò in teatri di second’ordine in Italia e in Francia. A Parma, a esempio, diresse al Teatro Reinach molte stagioni liriche. Nel maggio 1899 costituì una società con il basso Lodovico Contini e con l’impresario Anacleto Tavernari e iniziò un giro con una compagnia che in diversi anni presentò Il barbiere di Siviglia e il Don Pasquale a Verona, Brescia, Venezia, Udine, Pola, Trieste, Fiume, Bergamo, Piacenza (Politeama) e Parma.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 85; Dietro il sipario, 1986, 282; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 14 maggio 1848-Parma 1908
Figlio di Natale e Annunziata Pulli. Più noto sotto il nomignolo di Seloni, fu assai conosciuto nell’Oltretorrente di Parma. Campò comprando e rivendendo stracci. Era solito dormire fuori barriera d’Azeglio tra i letamai e i ruderi dell’antica porta, sfidando i più rigidi inverni. Ebbe l’onore di essere fotografato e presentato attraverso la proiezione di un filmato nel corso di una conferenza che il dottor Ceccarelli tenne all’Università popolare di Parma parlando di questi caratteristici tipi popolari. Morì all’Ospedale Maggiore di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 72.

Parma 1894/1912
Sergente maggiore del 34º Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sebbene preso da malore non abbandonava la squadra, coadiuvando poi efficacemente il comandante del plotone nella ritirata (Regdeline, 15 agosto 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Parma 26 gennaio 1842-
Figlio di Natale. Fu dei Mille garibaldini di Marsala e fece tutta la campagna risorgimentale fino al Volturno.
FONTI E BIBL.: I Mille di Marsala, estratto dai ruolini della prima spedizione in Sicilia, dall’Unità Italiana, Milano, s.a.; Illustrazione Italiana, numero speciale dedicato ai Mille, I 1910, 429; Ribera, Combattenti, 1943, 211.


Parma 31 gennaio 1857-Parma 1941
Violinista distintissimo, fu allievo di Domenico De Giovanni e, più tardi, di Joachim. Dal 1884 al 1924 tenne la cattedra di violino e viola al Regio Conservatorio di Musica di Parma e, collocato a riposo, ebbe dal Ministero la nomina di professore emerito. Si produsse pure quale valente esecutore a Parma e a Londra (1889). Nel 1903 fu nominato accademico onorario del Regio Collegio dei Residenti di Firenze. Concertista di valore, si esibì con successo in Italia, in Svizzera e in Francia. Fondò le scuole di violino di Mantova e di Cremona e insegnò in quella di Piacenza. Come primo violino, fece parte delle principali orchestre italiane. Intimo amico di Giacomo Puccini, col quale convisse a Milano, il Franzoni legò il suo nome alla revisione di tutte le opere inedite di Nicolò Paganini, che a lui vennero affidate dagli eredi del celeberrimo violinista. Pubblicò un’edizione riveduta dei 6 Capricci per violino di G.W. Kalliwoda, op. 87, dei 9 Capricci da Concerto di C. Lipinski (op. 10, 27, 29) e dei 12 Capricci di E. Prëger (op. 10, Edizioni Ricordi). All’Introduzione e Ciaccona di F.M. Veracini per violino con basso, elaborò l’accompagnamento di pianoforte e aggiunse una cadenza (Edizioni Ricordi).
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 1, 1926, 565, e 3, 1938, 321; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 72; G. Massera, in Gazzetta di Parma 30 gennaio 1957, 3.

ante 1859-Parma 31 agosto 1907
Fece le campagne risorgimentali del 1859 e del 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 settembre 1907; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 408.

1949-Parma 6 gennaio 1996
Figlio di Bruno e Clara. Dopo aver frequentato il liceo classico, si laureò in fisica. Docente di fisica e ricercatore conosciuto (con oltre cento pubblicazioni all’attivo) in Italia e all’estero, fu nello staff del centinaio di ricercatori italiani e stranieri e borsisti del MaSpec (il Centro di materiali speciali per elettronica e magnetismo dipendente dal Consiglio Nazionale delle Ricerche) con sede a Parma. Il 1° gennaio 1996, dopo oltre vent’anni di appassionate ricerche, subentrò a Lucio Zanotti, che aveva retto il centro per otto anni, come direttore, incarico prestigioso, che lo rese ufficialmente uno dei luminari della fisica italiana di fine XX secolo. Fu un esperto della diffrazione a raggi x: studiò la natura dei difetti cristallografici in strutture di materiali semiconduttori (III-V) per applicazioni oppoelettroniche e microelettroniche industriali. Fu inoltre responsabile delle caratterizzazioni del MaSpec. Personalità con una cultura poliedrica, coltivò anche altri interessi: in particolare fu un allevatore provetto di cani boxer, di gatti persiani, di canarini e pappagalli. Ricevette anche riconoscimenti in gare e selezioni nazionali.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 gennaio 1996, 9.

FRA’ SANTO DA PARMA, vedi SANTE DA PARMA

Parma 1827-post 1864
Nel 1860 conseguì nell’esercito meridionale il grado di maggiore garibaldino. Nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza perché fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 102.

Forlì 1819-Golese post 1884
Figlio di Giovanni, si trasferì da Forlì a Parma, dove fu impiegato calcografo (impressore) alla Reale Accademia di Belle Arti. Nella prima metà dell’Ottocento ebbe bottega nello Stradello San Girolamo. Ivi vennero impressi molti rami usciti dallo Studio Toschi. Quindi, dal 1866, fu fotografo con studio in San Quirino 1. Nel medesimo anno spostò la sua attività in Strada Nuova 3. Rimasto vedovo nel 1871, visse con Rosa Clabacchi, la governante, nativa anch’essa di Forlì. Dall’aprile del 1875 dichiarò di risiedere a Golese ma nel novembre dello stesso anno risulta abitare in Strada San Barnaba 13 e poi, dopo il 1879, in Strada San Michele 95. Dal 1884 fu definitivamente a Golese. Le due attività professionali di calcografo e di fotografo si sovrapposero per alcuni periodi. Quella di fotografo è comunque da considerare sporadica.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 51; R. Rosati, Fotografi, 1990, 131.


Parma 4 settembre 1864-post 1922
Iniziò nel 1898 studi teorico-pratici sui dirigibili con applicazioni sperimentali. Attese allo studio e al progetto di costruzione di un primo motore leggero per l’aeronautica nel 1900 e 1901. Dando conto dei suoi studi con conferenze, fu invitato a Roma a tenerne una a Palazzo Reale dal Re, che poi premiò il Frassinetti con medaglia d’oro. Costruì un primo aerodromo civile a Milano nel 1904 nei giardini del Veloce Club (in Via Vivaio) con impianto di pallone per ascensioni frenate e libere. Nell’anno seguente per sua iniziativa sorse a Milano la Sezione della Società Aeronautica Italiana. Attratto dalle realizzazioni aeronautiche, progettò la transvolata polare con dirigibile dalla Terra di Grant alla Siberia (Taymir), che risultò inattuabile senza motori a scoppio di grande potenza (400-500 HP) e la traversata dell’Atlantico dall’America all’Europa con un aerostato di 14000 mc. Ritornò alle costruzioni nel 1908 costruendo il primo Stabilimento di Costruzioni Aeronautiche a Villapizzone presso Milano. Nel 1909 costruì il primo aeroplano a fusoliera completamente coperta e a sezione circolare, che fu premiato con diploma d’onore all’Esposizione Internazionale Aeronautica promossa dalla Gazzetta dello Sport a Milano nel 1909. Sul Monte Matonna (Alpi Apuane) costruì nel 1910 una funicolare aerostatica che univa la Grotta dell’Onda con la cima del monte (600 metri di dislivello), dove era un albergo, in tre minuti con un carico di quattro quintali. Studiò a lungo (1911-1913) un monoplano da caccia biposto a comandi collegati, ali a doppia curvatura, entrata di fianco e i piloti posti sotto le ali nell’interno della fusoliera. Nel 1914, attratto di nuovo dai grandi servizi aeronautici, progettò un completo e dettagliato servizio di linee aeree su tutta l’Europa, gestito dalla S.A.N.A. Nel 1917-1918 ideò, elaborandolo poi attraverso studi e disegni, un quadriplano trimotore, il cui modello fu sperimentato con ottimi risultati dal colonnello Crocco dell’Istituto Sperimentale Aeronautico di Roma. Fece altri studi e progetti di aeroplani giganti fino a otto motori. Nel 1922 ideò un dispositivo per la stabilità automatica di un apparecchio di volo a vela. A questa attività unì quella di istruttore di quasi tutti i primi piloti aeronauti dell’Alta Italia e quella dei viaggi aerei compiendo 16000 chilometri, partecipando alla coppa Gordon Bennet di sferici del 1908, con percorso Berlino-Posen-Brema in 24 ore, e del 1909, con percorso Zurigo-Monaco-Nederojan in 27 ore. Corse la Coppa di Verona del 1909 e 1910. Fu presidente della Sezione di Milano della Società Aeronatica Italiana e membro della Commissione Sportiva Centrale dell’Aero Club Italiano. Fu pioniere dell’Aeronautica Italiana.
FONTI E BIBL.: E. Grossi, Eroi e pionieri dell’ala, 1934, 122.

Parma-post 1738
Allievo di Ilario Spolverini e poi di Carlo Cignani, è noto soprattutto per essere stato il miglior copista dello stile di quest’ultimo. Il Bianconi lo dice pittor pratico a proposito di alcune sue opere chiesastiche a Milano e a Bologna. Nella città natale sembra abbia operato quasi esclusivamente per privati. Dipinse nel 1733 una pala d’altare per Sant’Eustorgio a Milano. Altre opere si trovavano nelle chiese di Bologna, Pavia, Reggio Emilia e in collezioni private di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Bianconi, Nuova guida di Milano, Milano, 1787; L. Lanzi, Storia, Bassano, 1789; A.M. Bessone Aurelj, Dizionario dei pittori italiani, Milano, 1928; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 998; U. Thieme-F. Becker, XII, 1916; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 157.

FRATAZZI ANTONIO, vedi FRATACCI ANTONIO

FRATE SANTO DA PARMA, vedi SANTE DA PARMA

Soragna 1904-Torino 21 febbraio 1974
Chitarrista di buon valore, fu allievo di Carlo Reineri.
FONTI E BIBL.: Dizionario chitarristico, 1968, 31.

Fontanellato 1891-Parma 23 giugno 1981
Nato da Carlo e Angela Paini, famiglia di agricoltori con precedenti risorgimentali documentati dai rapporti della polizia ducale, compì gli studi medi presso l’Istituto Melloni di Parma. Col servizio di leva fu utilizzato per la prima campagna in Libia e, al ritorno, come ufficiale di complemento degli alpini, partecipò alla prima guerra mondiale, contemporaneamente a quattro suoi fratelli. Terminato il conflitto, per i meriti acquisiti e l’attitudine dimostrata, passò in servizio effettivo col grado di capitano e successivamente fu ammesso alla Scuola di Guerra. Come ufficiale di Stato Maggiore, nel 1932 fu per vari mesi in missione presso unità dell’esercito tedesco. L’ampia relazione presentata al suo rientro gli valse un encomio: oltre che come modello esemplare di professionalità, quel lavoro costituisce un illuminante documento storico per chi voglia meglio rendersi conto del clima in cui andò maturando l’avvento di Hitler al potere. Durante la seconda guerra mondiale, col grado di colonnello, tenne il comando del 7° Reggimento Alpini nella campagna di Grecia e poi attraverso le insidie della guerriglia balcanica. L’armistizio dell’8 settembre 1943 lo sorprese in Francia, come capo dell’ufficio Operazione della Quarta Armata. Scampato fortunosamente alla deportazione, evitò, non senza pericoli, di collaborare con la Repubblica Sociale Italiana. Reduce di quattro guerre, con un attivo di undici campagne e i segni di tre ferite, passò nella riserva col grado di generale di divisione e ancora continuò la sua appassionata milizia come assiduo e disinteressato animatore delle benemerite iniziative patriottiche e civiche patrocinate dal Nastro Azzurro, l’associazione dei decorati al valore militare, di cui fu per molti anni presidente provinciale. Il Frati fu decorato con una medaglia d’argento e tre medaglie di bronzo al valore militare, tre croci al merito di guerra, unitamente a numerose insegne di alte onorificenze italiane e straniere.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940; Gazzetta di Parma 24 giugno 1981, 7.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Intagliatore autore dell’ancona nella cappella di San Giuseppe, su disegno dell’architetto Carlo Bettoli, e della balaustra all’altare maggiore in Santa Croce. Eseguì inoltre intagli vari in Santa Lucia, sempre a Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Materiali, I; Godi, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1979, 3; Il mobile a Parma, 1983, 253.

Roccabianca 1892-Monte Cappuccio 29 giugno 1916
Figlio di Giovanni. Fu sergente nel 10° Reggimento Fanteria della Brigata Regina. Il Frati, il più vecchio di quattro fratelli combattenti, dopo avere partecipato a numerosi azioni belliche nel San Michele e nei settori vicini, fu colpito dai gas asfissianti che gli Austriaci lanciarono il 28 e 29 giugno su quel fronte. In quelle giornate ben 5000 soldati italiani morirono. Gli Austriaci, dopo avere lanciato i gas, scesero nelle trincee, divenute ingombre di cadaveri, e ai superstiti privi di sensi spezzarono le ossa a colpi di mazza ferrata. Il Frati trovò la morte durante questa barbara lotta.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 28.

Borgo San Donnino 1881-Brescello 1966
Si laureò in ingegneria industriale nel 1906 al Politecnico di Torino. Nel 1909 entrò nel consorzio di bonifica di Mezzani. Divenuto direttore tecnico del consorzio unico, con le sue progettazioni e realizzazioni potenziò il territorio e gli impianti idrovori e irrigui nella vasta zona a lui affidata (la Bassa parmense). Venne collocato a riposo nel 1949.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 140.

Traversetolo 1825-Parma 29 ottobre 1896
Studiò lettere a Reggio Emilia sotto i padri gesuiti e filosofia e teologia nel Seminario di Parma. Ancora giovane sacerdote, fu nominato prevosto e canonico della basilica Cattedrale di Parma. Insegnò vari anni retorica nel Seminario di Parma e fu direttore delle scuole elementari parmensi. Fece diverse pregevoli pubblicazioni: Stimate di San Francesco, Il Matrimonio Cristiano, Rosa Orzi ossia l’Istituto delle Luigine e la traduzione dell’Iter in Deum di San Bonaventura. Scrisse inoltre un Indice in due volumi delle dottrine dell’abate Antonio Rosmini.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Frati Severino, in Dizionario biografico dei Parmigiani illustri o benemeriti, Parma, Battei, 1905, 36; I. Dall’Aglio, Can. Frati prof. cav. Severino, in I Seminari di Parma e i loro illustri alunni e moderatori, Parma, Tipografia Benedettina, 1958, 164; F. e T. Marcheselli, Frati Severino (1825-1896), in Dizionario Parmigiani, 1997, 140; Frati Severino, in Enciclopedia di Parma, 1998, 355.


Montechiarugolo 1882-
Iniziò assai giovane la sua carriera giornalistica scrivendo sui giornali di Parma (Giovane Montagna, Rivista d’Agricoltura e Gazzetta di Parma). Collaborò poi all’Avvenire d’Italia, ove scrisse numerosi articoli di politica e d’arte sotto lo pseudonimo Fanfulla. Nel novembre 1904 fu chiamato a far parte della redazione del Momento. Fu corrispondente per l’Italia dell’Eclair di Parigi.
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 257.

Parma prima metà del XVIII secolo
Disegnatore figurista attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 85.

FRATTACCI ANTONIO, vedi FRATACCI ANTONIO

FRATTI ANGELO, vedi FRATI ANGELO

Crognaleto 2 ottobre 1878-Parma 25 aprile 1944
Figlio di un soldato dello Stato Pontificio, studiò presso i Salesiani ed entrò nel Seminario di Parma per gli studi teologici. Fu ordinato sacerdote dal vescovo Magani il 1° giugno 1901 e mandato curato nella parrocchia di Fontevivo, da cui passò a quella di Berceto (12 maggio 1912). Il Frattini seppe organizzare la parrocchia e renderla una delle più efficienti della Diocesi. Sapendo che Berceto era sempre stata considerata la parrocchia del canto e avendo egli eccellenti doti musicali, organizzò una frequentata Schola Cantorum e istituì un concerto bandistico. Costituì inoltre l’oratorio festivo a Berceto. Promosso alla chiesa della Santissima Trinità in Parma il 12 luglio 1927, vi seppe portare lo spirito salesiano, costruendo l’oratorio festivo e il bel teatrino parrocchiale. Insegnò nel Seminario di Berceto nelle classi ginnasiali e musica nelle scuole teologiche del Seminario di Parma. La sua attività fu stroncata improvvisamente, quando era prevosto di Sant’Alessandro e assistente ecclesiastico della Gioventù Femminile, per incursione aerea. Restano del Frattini alcune composizioni musicali, quali l’Inno della Gioventù Cattolica, la Canzone alla Madonna delle Grazie di Berceto, l’Inno dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche e l’Inno ufficiale del Congresso Eucaristico di Piacenza del 1927.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti 1927, 131; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 202-203
.

Parma 1853/1870
Fratello di Giuseppe, nel 1853 collaborò con il fratello nella costruzione dell’organo del Teatro Regio, che restaurarono nel 1857 sostituendo i mantici a leva con mantici a pompa di loro invenzione. Lavorò nel 1861 e nel 1870 all’organo di Santa Cristina.
FONTI E BIBL.: F. Baroni, in Malacoda 37 1991, 10; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1819
Falegname. Nel 1819 somministrò due commode di noce con colonnette guarnite di bronzi e piano in marmo per l’arredamento dei Palazzi Ducali.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, busta 8; Il mobile a Parma, 1983, 263.

Parma-XIX secolo
Fratello di Giuseppe, fu apprezzato accordatore di pianoforti.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 25 marzo 1822-Parma 21 marzo 1890
Studiò sotto i maestri Alfonso Savi e Giovanni Zurlini, dedicandosi poi all’insegnamento del pianoforte, che svolse dal 1847 al 1850 con i ricoverati della Casa di provvidenza di Parma. Fu anche organaro e costruì l’organo del Regio Teatro di Parma nel 1853 (in tre mesi, dal 12 settembre al 10 dicembre 1853; va notato che con questo organo il Frattini introdusse a Parma i mantici a macchina al posto di quelli a leva). Restaurò nel 1838 l’organo positivo di 4’ costruito da Claudio Merulo (conservato nel Conservatorio di Musica di Parma) e lavorò all’organo di Santa Maria del Quartiere nel 1860 e in Santa Maria delle Grazie nel 1869. Sostituì nel luglio del 1858 l’organista della Cattedrale di Parma Giuseppe Savi. Il 23 novembre 1858, con delibera della fabbriceria, fu nominato primo organista, dapprima come sostituto e poi come effettivo alla morte del Savi, avvenuta nel luglio del 1860. Alla Cattedrale lo si trova fino alla morte. Fu anche organista della parrocchiale di Fornovo. Il Frattini, che dal 1872 rimase privo della vista, costruì anche fisarmoniche e restaurò pianoforti.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale, Mandati 1858-1869; C. Alcari, Parma nella Musica, 86; Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 128; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 251; Malacoda 37 1991, 10.

Parma 18 dicembre 1854-
Studiò pianoforte presso la Regia Scuola di musica di Parma dal 1865 al 1870. Abbandonò la scuola per motivi di famiglia ma vi rientrò nel 1871 e 1872 per studiare canto (soprano). Si ritirò poi per proseguire privatamente gli studi. Il Dacci (p. 28) scrisse: percorre teatri reputati con esito favorevole.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1893/1928
Dottore in scienze politiche e coloniali, partecipò alla campagna libica e alla guerra 1915-1918 (colonnello dei bersaglieri), guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare e la croce di guerra. Iscritto al Partito Fascista dal settembre 1919, prestò sin dall’inizio attiva e fattiva opera di propaganda nel Genovesato, a Roma e a Napoli, dove nel 1920 formò il primo nucleo fascista, a cui fu posto a capo, per sua proposta, Aurelio Padovani, già suo sottotenente nell’11° Bersaglieri. Nel 1920-1921 fu a New York, per incarico del direttorio. Ritornato in Italia, riprese la propaganda a Roma, nelle Marche e nell’Umbria.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 664.


Parma 1849/1850
Custode del Palazzo del Giardino di Parma, fu prima sottosegretario della Regia Segreteria intima di Gabinetto, sottotenente e poi capitano dell’esercito ducale e cavaliere dell’Ordine della corona di ferro. Fu direttore della Gazzetta di Parma dal 1849 al 1850. Nel maggio del 1849 allargò il formato del giornale e lo fece uscire tre volte la settimana (lunedì, mercoledì e venerdì). Sotto la sua direzione la Gazzetta di Parma divenne quotidiano a partire dal 1° gennaio 1850.
FONTI E BIBL.: Parma.Vicende e protagonisti, 1978, II, 192.

Parma 7 luglio 1842-Piacenza 11 gennaio 1911
Nato da famiglia nobile, fu frate cappuccino, predicatore e confessore assiduo, guardiano (a Scandiano, Piacenza e Borgo San Donnino), ministro provinciale (1899), promotore del Terzo Ordine Francescano e della devozione a San Giuseppe. Fu inoltre annalista, lettore (a Piacenza), custode generale (1890, 1896, 1902, 1905 e 1908), definitore (1893, 1902 e 1905) ed esaminatore prosinodale a Piacenza. Fu esule in Francia durante la soppressione. Compì a Novellara la vestizione (16 settembre 1858) e la professione solenne (18 settembre 1859).
FONTI E BIBL.: Anal. Ord., XXVII 1911, 32; Anuali Francescani XLII 1911, 94; Frate Francesco X 1932, 217; F. da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 295-296; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 61.

San Secondo Parmense 28 gennaio 1902-Roma 7 agosto 1963
Nato da Antonio e Gina Allegri, si diplomò presso il Conservatorio di Parma in violino, strumento che abbandonò ben presto per dedicarsi interamente ed esclusivamente allo studio del pianoforte. Sposatosi con la parmigiana Amelia Caggiati, si portò a Torino ove per alcuni anni lavorò con la RAI-TV. Quindi si trasferì a Firenze, ove ebbe gli elogi del celebre violinista Wasa Prioda. Il musicista ungherese si trovò senza accompagnatore al piano, essendosi lo stesso ammalato improvvisamente: si offerse il Frazzi e fu un successo strepitoso.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 agosto 1963, 8; San Secondo, 1982, 60.


Carzeto di Soragna 15 maggio 1862-Firenze 1951
Cominciò da ragazzo a dimostrare una particolare attitudine per la musica da ballo campagnola. Appena ebbe l’età propizia alle sue aspirazioni si aggregò ai migliori suonatori della zona per studiare musica e in particolare il quartino. Ben presto venne notato il suo esuberante temperamento e per il modo con il quale apprendeva facilmente le lezioni impartitegli. A quattordici anni salì per la prima volta, a Busseto, sul palco dei suonatori in una festa di ballo e il pubblico gli decretò una calorosa dimostrazione di simpatia e di affetto. In seguito, non si accontentò di essere un bravo suonatore ma volle provare a portare al carattere uniforme dei ballabili nel repertorio del suo concerto radicali trasformazioni nella strumentazione, mediante giuochi e contrasti di tonalità e sottigliezze di complemento, fino allora trascurate. Il risultato fu felice e incontrò subito il favore del pubblico. Raggiunta la maturità, cominciò a comporre ballabili e marce. Nei suoi lavori si nota molta spigliatezza, freschezza di idee e modernità. I suoi ballabili sono ricchi di fantasia e gusto. Tutte le parti hanno il compito di armonizzazione e riempimento, esteso anche agli strumenti più poveri di risorse sonore e tecniche, allo scopo di correggere i troppo lineari canti e accompagnamenti. La produzione fu vasta e variatissima: i valzer, specialmente, furono il suo campo di migliore riuscita. Il suo Valzer dell’Usignolo divenne celebre a livello internazionale. Compose e suonò con entusiasmo e vinse concorsi, come primo quartino, per entrare in complessi bandistici di importanti città, anche se poi non lasciò mai Parma. Il Frazzi, durante la sua vita di musicista, ebbe amicizie con egregi suonatori, maestri e studiosi del ramo. Suonò assieme al Migliavacca negli anni in cui venne lanciata per tutti i continenti la sua irresistibile mazurka. Il Migliavacca, a sua volta, suonò ballabili del Frazzi con elettrizzante maestria. Pure i tre valenti fratelli Fanini, violinisti, rimasero per molto tempo a fare parte del complesso del Frazzi. E così pure le due rinomate trombe Donelli e Manzini. Il concerto Frazzi si unì più tardi con quello diretto dal maestro Conversi-Vietta, diventando ancora più affiatato e completo, fino a chiudere la propria carriera con la fusione con quello di San Secondo dei bravissimi fratelli Egisto e Riccardo Cantoni, la cui riuscita di indiscutibile e memorabile successo, provano le numerosissime riproduzioni musicali su dischi. Il Frazzi fu veramente geniale nel tenere unite le energie che dovevano collaborare con lui per arrivare a interpretazioni di ballabili, sempre variati e originali, e ne ebbe consensi e lodi da parte di autorevoli maestri. Rimase in attività fino al 1930.
FONTI E BIBL.: V. Bianchi, Le veglie di Bianchi, 1974, 160-162; San Secondo, 1982, 60.

San Secondo Parmense 19 febbraio 1900-Garbagnate Milanese 23 aprile 1985
Figlio di Antonio, fu valido oboista. Insegnò nella Scuola di musica di Cremona.
FONTI E BIBL.: San Secondo, 1982, 60.

San Secondo Parmense 27 maggio 1896-Firenze 1962
Figlio di Antonio. Fu pianista e maestro di canto a Firenze. Tra i suoi allievi ebbe Duilio Baronti, Gino Bechi, Onelia Fineschi, Anita Cerquetti e Rolando Panerai. Su libretto di Alfredo Zerbini, scrisse l’opera Leda.
FONTI E BIBL.: San Secondo, 1982, 60.

San Secondo Parmense 1 agosto 1888-Firenze 7 luglio 1975
Nacque da Antonio e Dina Allegri. Studiò al Conservatorio di Parma, diplomandosi in organo nel 1907, con A. Galliera, e in composizione nel 1911, sotto la guida di S. Azzoni e G.A. Fano. Nel 1912 vinse un concorso per la cattedra di pianoforte complementare e da quell’anno fino al 1924 insegnò questa materia al Regio Istituto musicale di Firenze. Durante questo periodo si inserì nell’ambiente artistico fiorentino, frequentando la casa di I. Pizzetti, dove conobbe tra gli altri G. Papini e B. Cicognani, coi quali nacque una stretta amicizia. Influenzato da Pizzetti e animato da un desiderio di rinnovamento del linguaggio musicale, il Frazzi compose i suoi primi lavori vocali e strumentali. Nel 1909 vennero pubblicate sui quaderni musicali de La Voce due liriche su testi di G. Carducci. Successivamente scrisse una sonata per violino e pianoforte, alcuni pezzi per orchestra (Due canzoni, Vignetta, Nebbia) e un Inno a Verdi, per coro e orchestra, col quale vinse, nel 1913, un concorso indetto dal Comune di Parma per il centenario della nascita di Giuseppe Verdi. Tra il 1918 e il 1919 compose alcune liriche di ispirazione popolare (tutte pubblicate a Firenze): Catarì Catarì, su testo di S. Di Giacomo, A bel colore, su testo di B. Fallaci, e La preghiera di un clefta (1921), basata su una poesia popolare greca tradotta da N. Tommaseo. Ancora per un concorso intitolato a Verdi e bandito dal Teatro alla Scala di Milano, nel 1920 scrisse un brano per coro misto e grande orchestra (su testo anonimo del XIV secolo), intitolato Cicilia, che dieci anni dopo venne inglobato nei Tre notturni corali. Nel 1922 completò un Quintetto per pianoforte ed archi, iniziato nel 1912, che rappresenta l’esito cameristico più interessante della sua produzione giovanile. Il Frazzi dedicò sempre grande impegno all’attività teorica e a quella didattica. Dal 1925 al 1928 occupò la cattedra di armonia al Conservatorio di Firenze e dal 1928 al 1956 quella di composizione. Durante questo periodo di insegnamento ebbe anche incarichi di direttore del Conservatorio. Tra i suoi allievi, con i quali instaurò spesso un sodalizio artistico, vanno ricordati L. Dallapiccola, V. Bucchi, A.F. Lavagnino e C. Prosperi. Nel 1930 pubblicò a Firenze la sua prima opera teorica intitolata Scale alternate per pianoforte, in cui espose la sua teoria del sistema alternato. La sua fama crescente come didatta e compositore spinse il conte G. Chigi Saracini ad affidargli, nel 1932, i corsi di composizione nell’Accademia Chigiana di Siena, che il Frazzi tenne fino al 1963. Alla naturale inclinazione per il teatro si collegano le molte musiche di scena, tra le quali spiccano quelle composte per il Cicognani: Bellinda e il mostro, rappresentata al Teatro Argentina di Roma nel 1927, e Yo, el Rey, rappresentato al Festival di San Miniato nel 1949. Per la compagnia di  G. Tumiati copose, nel 1939, i Due pezzi sinfonici per l’Adelchi di Manzoni, che vennero anche registrati dall’EIAR. Allo stesso periodo risalgono le composizioni strumentali più importanti del Frazzi, come il Quartetto per archi del 1932 e il Preludio magico per orchestra del 1937, oltre che il ciclo di liriche dei Canti popolari toscani, composti tra il 1932 e il 1936. I successi maggiori il Frazzi li ottenne tuttavia nel campo operistico. Il Re Lear, iniziato nel 1922, fu segnalato a un concorso del Teatro Reale dell’Opera di Roma, presieduto da P. Mascagni, nel 1930 e fu finalmente rappresentato il 29 aprile 1939 al Teatro Comunale di Firenze, nell’ambito del V Maggio musicale. L’opera in tre atti e quattro quadri, su libretto di G. Papini da W. Shakespeare, fu accolta con entusiasmo e ritenuta dalla critica una delle opere italiane più originali di quegli anni, anche se gravava su di essa il confronto con l’analogo progetto di Verdi e la disapprovazione per aver eliminato, rispetto al testo shakespeariano, il personaggio di Cordelia. Il Frazzi si dedicò attivamente anche al recupero di musiche del passato, spinto più che da intenti filologici dal desiderio di riorchestrarle e di farne risaltare le potenzialità timbriche. Fu tra i promotori della Settimana vivaldiana di Siena nel 1939 e collaborò regolarmente con la Sagra musicale umbra e con il Maggio musicale fiorentino, riprendendo opere di C. Monteverdi (Orfeo nel 1943, Tirsi e Clori nel 1951), di A. Vivaldi (l’oratorio Iuditha triumphans nel 1941, la Serenata a tre nel 1947), di A. Cesti (Orontea nel 1953), di L. Cherubini (Pigmalione nel 1954, Gli Abengeragi nel 1957, Medea nel 1961), di G. Donizetti (Don Sebastiano nel 1956, Le convenienze e inconvenienze teatrali nel 1963), di G. Rossini (L’inganno felice nel 1956, La donna del lago nel 1957, Adina nel 1963, L’equivoco stravagante nel 1965). Il Frazzi curò anche le ritmiche di opere in lingua straniera (come Guerra e pace di S.S. Prokof’ev) e alcune riduzioni per canto e pianoforte (come Debora e Jaele di Pizzetti). Nel gennaio del 1940 fu rappresentata a Firenze al Teatro della Pergola L’ottava moglie di Barbablù, opera composta su libretto di D. Cinelli, che il Frazzi successivamente distrusse. Del 1941 sono i Dialoghi, proverbi e sentenze, pezzo per orchestra concepito come studio preparatorio per l’opera Don Chisciotte, che rappresenta il capolavoro teatrale del Frazzi. Dopo aver vinto nel 1951 un concorso bandito dal Teatro alla Scala per i cinquant’anni della morte di Verdi, il Don Chisciotte fu rappresentato il 28 aprile 1952 al Teatro Comunale di Firenze, nell’ambito del XV Maggio musicale fiorentino, sotto la direzione di E. Tieri. Opera in tre atti e sei quadri, su libretto dello stesso Frazzi tratto da M. de Cervantes e da M. de Unamuno, riassume i tratti compositivi più originali del Frazzi e rappresenta anche il punto di arrivo della sua ricerca teatrale. Nel secondo dopoguerra, a parte la composizione del Don Chisciotte e le trascrizioni, l’attività creativa del Frazzi si andò progressivamente riducendo, forse per senso autocritico rispetto alla modernità delle avanguardie musicali. Nel febbraio del 1949 compose per la RAI Il diavolo tentato, un mistero radiofonico in tre atti scritto in collaborazione con Papini. Nel 1953 realizzò due lavori teatrali che non furono rappresentati: l’opera Le nozze di Camaccio, su libretto proprio e di E. Riccioli, e il balletto burlesco L’astuto indovino. Dello stesso anno sono i Canti popolari ticinesi, per voce e pianoforte. Nel 1960 pubblicò a Siena un secondo trattato teorico, I vari sistemi del linguaggio musicale, in cui ampliò la sua teoria delle scale alternate. Il Frazzi, a differenza dei compositori della generazione degli anni Ottanta, quali O. Respighi, G.F. Malipiero e A. Casella, non basa il suo linguaggio musicale sul recupero delle antiche forme strumentali italiane ma si dimostra più sensibile al cromatismo postromantico e all’impressionismo francese. Nel suo stile compositivo, ispirato alla massima raffinatezza artigianale, si fondono elementi diversi: una forte componente drammatica, un melodizzare improntato in senso lirico e il gusto per le caratterizzazioni ritmiche e per le inflessioni di stampo folclorico. Il trattamento ritmico è sempre mirato a ottenere la massima flessibilità, anche ricorrendo a situazioni complesse, come la sovrapposizione di battute di 11/16 e di 9/16 nella Toccata per pianoforte, o il continuo mutare della metrica ne La preghiera di un clefta, basata sulla reiterazione di brevi cellule su un ritmo ossessivo e martellante. La componente folclorica, unita a una strumentazione molto colorita, è il tratto distintivo delle musiche di scena, in cui spesso emerge uno spiccato gusto descrittivo con tratti realistici e burleschi. Ne sono un esempio le musiche per Bellinda e il mostro e per Yo, el Rey, piccole miniature composte per organici strumentali molto ridotti, ma molto caratterizzate tematicamente e timbricamente. Altrove prevale invece una dimensione musicale più lirica e sospesa, come avviene nel Madrigale per pianoforte, nel Quintetto per pianoforte e archi e soprattutto nel Preludio magico, che è il pezzo orchestrale più innovativo del Frazzi perché vi applica il proprio sistema armonico in un contesto fatto di arabeschi modali e di suggestive dissolvenze timbriche. La sintesi di tutti gli elementi del linguaggio musicale del Frazzi si realizza compiutamente nell’opera, concepita come vero e proprio dramma, come rappresentazione del percorso interiore dei personaggi che compaiono sulla scena. Non è un caso che, nelle due più importanti, il Frazzi abbia scelto due pazzi come protagonisti: re Lear, reso folle dall’amore paterno, e don Chisciotte, allucinato dalle letture cavalleresche. Il tratto musicalmente più originale del Re Lear è l’uso di un declamato estremamente flessibile, influenzato dal Pizzetti, al quale si accompagna una certa varietà timbrica e un gioco mobilissimo di incisi tematici che appaiono e scompaiono in continuazione. Il Frazzi dimostra grande maestria teatrale nell’alleggerire in alcuni episodi l’atmosfera complessivamente cupa e nell’enfatizzare la scena finale della tempesta. Tra i vari personaggi spicca quello del giullare, una sorta di proiezione critica della mente del sovrano e figura speculare a quella di Sancio nel Don Chisciotte. In questa opera, frutto di un lungo travaglio creativo, il Frazzi abbandona lo stile uniforme e declamatorio per una scrittura ricca di sottigliezze armoniche e caratterizzata da vivaci insiemi vocali. Il Frazzi, autore anche del libretto, sottolinea il continuo oscillare tra sogno e realtà e riesce a conferire una solida unità drammaturgica a sei diversi episodi, corrispondenti a momenti culminanti del viaggio di don Chisciotte. Anche come teorico il Frazzi si discosta dai contemporanei, che miravano al recupero della scrittura contrappuntistica, e pone come fondamento del discorso musicale la concatenazione armonica. Teorizza un sistema che definisce alternato perché basato su una scala che risulta dall’alternanza regolare di toni e semitoni. Ma la scala non è che il risultato melodico di un più complesso sistema armonico, il cui nucleo è l’accordo di nona minore. Il sistema alternato si distingue da quello esafonico, che procede per toni interi, e da quello dodecafonico, che sfrutta tutti i semitoni contenuti nell’ottava, e ha la caratteristica di contenere tutti gli altri sistemi senza fare perno su alcun centro tonale. La tonica in realtà esiste solo come termine di contrasto, derivante da un rapporto di successione, mentre la funzione fondamentale del sistema è quella di dominante (la ragione è che gli armonici di dominante sono contenuti in ogni suono). Il sistema alternato realizza l’ideale cromatico di unificare le 24 tonalità, determinando un cromatismo armonico intertonale dove alle funzioni tonali si sostituiscono i colori accordali: i rapporti armonici non saranno più determinati dalle cadenze ma dal colore degli accordi stessi, in relazione al loro nuovo collegamento determinato dal sistema alternato che li renderà liberi e indipendenti dal vincolo tonale, cioè dalla gravitazione sulla tonica. L’intero sistema viene schematizzato in uno Spettro prismatico dei suoni, tre gruppi accordali che corrispondono a tutte le possibili scale alternate e che possono essere sovrapposti e permutati, portando a esiti politonali e alla creazione di superdominanti (accordi formati dalla combinazione di più dominanti). Tra le composizioni del Frazzi si segnalano inoltre le musiche di scena per La Tancia di M. Buonarroti il Giovane, in collaborazione con B. Cremesini e G. Guerrini (Fiesole, 1936), La strega di A.F. Grazzini detto il Lasca, (Firenze, 1939), Piazzetta dei Penuzzi (1939) e La Mandragola di N. Machiavelli (1955). Il Frazzi fu autore dei seguenti scritti, oltre a quelli citati: Risposta al Referendum sullo studio della composizione (in Rassegna Dorica V 1933-1934, pp. 107-109), Il superamento della tonalità ed il nuovo concetto armonico (in Atti del V Congresso di Musica, Firenze, 1948), I. Pizzetti transcrittore (in M. La Morgia, La Città dannunziana a I. Pizzetti, Milano, 1958, pp. 99-102), Il linguaggio armonico di Pizzetti (in La Rassegna Musicale XIII), Studio sull’armonia dell’alternato e Studio sull’armonia cromatica ultratonale.
FONTI E BIBL.: P. Fragapane, Le scale alternate di Vito Frazzi, in Rassegna Dorica IV 1932-1933, 65-71; P. Fragapane, Improvvisazione sul nome di Vito Frazzi, in Illustrazione Toscana e dell’Etruria 27 agosto 1934; L. Dallapiccola, Musicisti del nostro tempo: Vito Frazzi, in La Rassegna Musicale 6 1937, 220-227; M. Incagliati, Re Lear di Frazzi e Papini, in Gazzetta del Mezzogiorno 30 aprile 1939; M. Rinaldi, La rappresentazione di Re Lear, in La Tribuna 2 maggio 1939; A. Mantelli, Re Lear di Vito Frazzi, in Panorama 27 maggio 1939; A. Grassi, Re Lear senza Cordelia che ne direbbe  Giuseppe Verdi?, in Il Popolo di Brescia 1 giugno 1939; R. Hall, Frazzi’s King Lear, in The New York Times 4 giugno 1939; A. Damerini, Il Don Chisciotte di Vito Frazzi, in Scena Illustrata 4 1952, 25 s.; L. Pinzauti, Album di casa nostra, Vito Frazzi Maestro Baccàno, in Il Mattino dell’Italia Centrale 26 gennaio 1952; A. Damerini, Realtà e sogno nel Don Chisciotte di Vito Frazzi, in Radiocorriere 25 aprile 1952; G. Papini, Vito Frazzi, in Il Corriere della Sera 26 aprile 1952 (poi col titolo Frazzi: Il Mangiafuoco, in G. Papini, La loggia dei busti, Firenze, 1955, 273-280); B. Cicognani, Il Don Chisciotte di Vito Frazzi, in Il Corriere della Sera 28 aprile 1952; A. Damerini, Vito Frazzi, in Enciclopedia dello spettacolo, V, Roma, 1955, coll. 691 s.; R. Allorto, Vito Frazzi, in Die Musik in Gesch. und Gegenwart, IV, Kassel-Basel, 1955, coll. 853-855 (con l’elenco delle composizioni); Vito Frazzi, in Bollettino dell’Accademia Musicale Chigiana 2 1958, 3; B. Cicognani, Il teatro.  Con le modifiche originali di Vito Frazzi, Firenze, 1960, 280-328; A.M. Bonisconti, Vito Frazzi, in Enciclopedia della musica Ricordi, II, Milano, 1964, 233 s.; J.C.G. Waterhouse, The emergence of modern Italian music (up to 1940), Oxford, 1968, 632 s.; A. Gianuario, L’alternato di Vito Frazzi, in Rassegna di Studi Musicali 3 1974, 70 s.; C. Prosperi, La scomparsa di Vito Frazzi, in Rassegna di Studi Musicali II 1975, 119 s.; J.C.G. Waterhouse, in The New Grove Dict. of Music and Musicians, VI, London, 1980, 810; C. Prosperi, Vito Frazzi e il Re Lear, in Chigiana 14 1981, 333-360; C. Orselli, Annotazioni su Vito Frazzi nella cultura fiorentina fra le due guerre, in Chigiana 14 1981, 361-373; F. Nicolodi, Gusti e tendenze del Novecento musicale in Italia, Firenze, 1982, 146, 184, 189, 192, 194; M. Eckert, Octatonic elements in the music of Luigi Dallapiccola, in Music Review 1 1985, 35-48 (studio sull’applicazione delle scale alternate del Frazzi in alcune composizioni di L. Dallapiccola); A. Trudu, Vito Frazzi, in Dizionario enciclopedico della musica e dei musicisti, Le biografie, III, Torino, 1986, 22 s.; L. Pinzauti, Storia del maggio, Lucca, 1994, ad Indicem; G. Mattietti, in Dizionario biografico degli Italiani, L, 1998, 344-346.

Corniglio XVIII/XIX secolo
Incisore di caratteri tipografici, lavorò, tra la fine del XVIII e gli inizi del XIX secolo, per Giambattista Bodoni.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 100; Gianbattista Bodoni, 1990, 301.


Parma 1893/1911
Soldato dell’Arma del Genio, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Nell’alluvione del 16-17 novembre dava prova di coraggio e sangue freddo, sfidando il pericolo, tentando con una zattera di giungere in soccorso di tre soldati pericolanti, e rimanendo durante la notte in balia della corrente (Bu Meliana, 17 novembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Alla conquista dell’impero, 1937.


Parma 1830-Parma 1905
Nel 1848-1849, diciottenne, fu tra i combattenti di Giuseppe Garibaldi, accorrendo in difesa della Repubblica Romana. Sempre al suo seguito in tutte le battaglie combattute negli anni 1859-1870, rimase gravemente ferito in Aspromonte il 29 agosto 1862 e nuovamente a Digione nel 1870, avanzando con Garibaldi in difesa dei Francesi. Con Amilcare Cipriani fu agitatore in Romagna e fece parte del Comitato della mazziniana Associazione italiana dei diritti dell’uomo. Conobbe il carcere, le torture e stenti di ogni genere, finché, chiuso il periodo epico dei combattimenti, venne congedato come ufficiale, continuando a coltivare le sue idee democratiche e repubblicane. Fu amico di due famosi garibaldini parmensi, Faustino Tanara di Langhirano e Luigi Musini di Borgo San Donnino. La pace lo fece ritornare alla vita civile e così accettò il posto di usciere presso l’Amministrazione Provinciale di Parma. La sua famiglia donò al Museo della Scuola di Applicazione di Fanteria, ubicata nell’ex Palazzo Ducale del Giardino, tutti i suoi cimeli garibaldini, dalle divise, ai documenti, alle medaglie, pensando che fosse il luogo più degno e più sicuro per la loro conservazione. Purtroppo il bombardamento alleato del 23 aprile 1944, distruggendo parzialmente il Palazzo, colpì proprio la parte in cui era sistemato il Museo, che scomparve così sotto le macerie.
FONTI E BIBL.: C. Carraglia, in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1905, n. 356; La Scintilla 30 dicembre 1905, n. 55; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 86; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 72-73; Mario Fresching, 1994, 17-18.

Parma 7 agosto 1878-Parma 19 dicembre 1962
Dopo gli studi elementari venne avviato all’Istituto d’Arte Paolo Toschi, sezione grafici, avendo chiara fin dall’inizio, grazie anche agli insegnamenti di Oreste Boni, la strada da seguire: diventare tipografo. Il Fresching dovette superare difficoltà non lievi, soprattutto di ordine economico, riuscendo comunque a impiantare una tipografia tutta sua, dopo essersi associato inizialmente ai fratelli Bocchialini e quindi a Zerbini, in un palazzo di sua proprietà sito in Piazza Ghiaia n. 15. Con la sua tipografia compose le edizioni più pregiate, che lo fecero considerare il custode parmense dell’arte bodoniana per l’armonia e la nitidezza dei caratteri, per la sapiente disposizione degli stessi, per la cura che egli dedicò a ogni suo prodotto tipografico, fosse un libro, una rivista periodica o un opuscolo di poche pagine. Il Fresching fu un bodoniano convinto, un fedele del Bodoni, di cui ebbe un rispetto idolatrico. Tutto il suo lavoro fu ispirato agli insegnamenti del grande saluzzese. L’officina, secondo quanto riporta in un suo articolo Leonida Fietta, ebbe sede per diversi lustri in un alto edificio senza troppe pretese, attiguo all’edificio dell’Archivio Notarile, in Piazza Ghiaia. Entrando nella tipografia, si accedeva al salone dei compositori a mano e degli impressori. Salita una rampa di scale si entrava nella stanza della linotype, bassa e angusta. Il Fresching allargò sempre più la sua attività, divenendo da tipografo anche editore, con all’attivo diversi libri di sicuro valore artistico e culturale. A riprova è sufficiente citare l’opera di Giovanni Copertini Il Parmigianino, in due volumi, che valse al Fresching il Premio della Reale Accademia d’Italia. Uscirono dai suoi torchi anche altre pubblicazioni artistiche di gusto squisito, quali, a esempio, Pier Maria Rossi e i suoi castelli di Nestore Pelicelli, Il Catalogo della Mostra del Correggio (1935), le riviste Crisopoli e Parma per l’Arte, oltre a numerose pubblicazioni periodiche di importanza nazionale, quali la Rivista dell’Aviazione, il Bollettino dell’Associazione Italiana Musicologi, diretta dal maestro Gasperini, la Rivista critica del diritto penale, diretta da Arrigo Solmi, l’Avvenire agricolo, diretto dal Bizzozero, l’Archivio Storico per le Province Parmensi della Deputazione di Storia Patria e la Rivista italiana di stomatologia. Una particolare menzione merita infine il grande volume dedicato al Bodoni. Distinguendosi per la sua umanità, fu autore di numerose opere benefiche, regalò macchinari tipografici e insegnò gratuitamente l’arte tipografica ai mutilati e agli ex combattenti della prima guerra mondiale, dopo aver fondato nel 1918 la scuola grafica, una delle prime iniziative in favore di chi aveva combattuto. Dopo essere stato all’apice del successo, con l’avanzare degli anni giunse inesorabile il declino. Neppure l’aiuto del figlio Antonio riuscì a salvare la tipografia che era stata per tanti anni oggetto di cure e attenzioni. I macchinari, i caratteri e le presse vennero messi in libera vendita. I tipografi di Parma, in segno di rispetto e di stima verso il Fresching, che tanto aveva onorato la categoria, non vollero partecipare al loro acquisto, cosicché alla fine un tipografo di Milano poté ottenere senza alcuna concorrenza la proprietà di tutti quei preziosi strumenti di lavoro. Il Fresching, da tempo ricoverato presso la Casa di Riposo Romanini di Parma, sopravvisse soltanto pochi mesi alla scomparsa della sua tipografia. Fu cavaliere della corona d’Italia e cavaliere ufficiale al merito della Repubblica italiana.
FONTI E BIBL.: A. Credali, Bodoni, Parma, Fresching editore, 1940, 209-211; G. Copertini, Per una più intensa difesa del nostro patrimonio artistico, in Gazzetta di Parma 9 giugno 1944; Gazzetta di Parma 3 marzo 1954; B. Molossi, Dizionario dei Parmigiani grandi e piccini, Parma, 1957, 73; Gazzetta di Parma 20 dicembre 1962; Nibbio, Aria di Parma, in Gazzetta di Parma 1 aprile 1962; C. Drapkind, Crepuscolo di Fresching, in Gazzetta di Parma 16 aprile 1962; T. Marcheselli, È scomparso Mario Fresching il custode del culto bodoniano, in Gazzetta di Parma 21 dicembre 1962; G. Copertini, Ricordo di Mario Fresching, in Parma per l’Arte 1 1963, 57-58; F. da Mareto, Archivio storico per le Province Parmensi. Indice analitico. 1860-1963, 391; L. Fietta, Mario Fresching in Piazza Ghiaia, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1966; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 251; C. Antinori-M.C. Testa, Mario Fresching, Parma, 1994; Cento anni di associazionismo, 1997, 398.

Parma 1762
Flautista. Il 12 aprile 1762 fu ammesso al Reale Concerto di Camera del duca di Parma con il soldo annuo di 6000 lire (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma -post 1699
Vestiarista del duca di Parma, lavorò anche per il Teatro di Reggio Emilia nelle stagioni di Fiera 1698 e 1699.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma-post 1774
Cantante, ebbe un’intensa attività nei paesi germanici, attività della quale si ha scarsa documentazione. Secondo quanto risulta dai libretti, fu attivo a Klagenfurt (1765: L’isola disabitata), Treviso (Teatro Dolfin, autunno 1765: Il filosofo di campagna), Verona (Teatro dell’Accademia Vecchia, primavera 1766: Il signor dottore, L’amore industrioso), Treviso (Teatro Onigo, autunno 1766: Demofoonte), Venezia (Teatro Giustiniani di San Moisè, autunno 1767: L’astuzia felice, Le donne sempre donne, Ezio, L’Olimpiade, Le serve rivali; Carnevale 1768: L’amore in trappola, L’amore senza malizia) e Trento (1768: I rivali placati). In Germania cantò nel 1774 (Dischingen, Teatro del Principe: Il trionfo della virtù) e l’anno dopo a Ratisbona (L’isola d’amore, La sposa fedele).
FONTI E BIBL.: Sartori; Wiel; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


San Lazzaro Parmense-Monfalcone 10 agosto 1916
Bersagliere del Battaglione Bersaglieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sprezzante del pericolo, correva all’assalto, dando bell’esempio di coraggio ed incitando i compagni, finché giunto sotto i reticolati nemici, vi cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Dispensa 49a, 4275; Decorati al valore, 1964, 70.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Fu maestro di rettorica al Seminario e poi al Collegio Lalatta di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

FRISÈ, vedi BENECCHI ACHILLE

Germania ante 1718-post 1755
Dopo un primo soggiorno alla Corte parmense, documentato almeno fino al 1738, si recò a Roma dove lavorò per circa un decennio. Intagliò al bulino dal disegno di Masucci la cerimonia dello sposalizio del re Giacomo d’Inghilterra colla principessa Clementina Sobieski e tradusse invenzioni di Rosalba Salvioni, figlia dello stampatore vaticano (Santa Maria Jacobi, San Gaetano con la Vergine). Arricchito di esperienze tecniche e culturali messe a frutto in una serie di ritratti che testimoniano la sua conoscenza dei modelli francesi del tempo, rientrò a Parma verso la metà del secolo. Tra le immagini legate alla permanenza a Parma, sono i ritratti condotti secondo i modi tipici della ritrattistica secentesca, baroccamente inseriti entro elaborate cornici: Giorgio Barni vescovo di Piacenza, Sant’Ilario vescovo di Parma, Giulio Cesare Alberoni, Elisabetta Farnese, Dorotea Farnese, Filippo I duca di Parma e La Madonna dei sette dolori, antiporta dell’Adunanza di canto in onore della Vergine nel sacro tempio dell’inclito ordine de’ Servi da gli Arcadi della Colonia Parmense (1755).
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 39; Enciclopedia di Parma, 1998, 358.

FRIZ ANTONIO, vedi FRITZ ANTON


Parma 1433
Fu maestro a muro. In data 27 maggio 1433 fu eletto a stimare una casa.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62.


Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 184.


Parma ante 1469-Parma 11 gennaio 1520
Francescano conventuale, nel 1471 fece parte del Collegio Teologico di Parma (Pezzana, p. 335). Fu per dieci anni teologo nello Studio universitario di Bologna (nel 1469-1470 per la lettura del Volume), dove fin dall’anno 1487 si meritò la fama di eccellente teologo. In seguito alle minacce del re di Francia Lodovico XII, fu inviato dal duca di Milano Lodovico Sforza a Genova come legato al fine di mantenere la città sotto l’influenza sforzesca. A partire dal 1499 compose e pubblicò varie opere. Caduto in disgrazia lo Sforza, fece ritorno a Parma, ove ebbe la custodia del Cenobio. Nel Capitolo provinciale celebrato nel settembre del 1506 e presieduto dal generale frate Rinaldo Graziani, il Frizzoli venne eletto ministro provinciale. Molto probabilmente rinunciò l’ufficio dopo un anno di governo o poco più, perché nell’Archivio francescano di Bologna si trova memoria che il 30 novembre 1507 era vicario o commissario della provincia Filippo Porcacci, ex ministro e socio o compagno del Frizzoli (Libr. intr. e spese, n. 13, fot. 42, 224, 243). Fu sepolto nella chiesa di San Francesco in Parma, con il seguente epitaffio: Stigmiferi norma gens Frizola Melchio nom extitit amplexo patria Parma mihi doctrina et senio rvtilans tria scripta peregi psalmor ac anime spvvz q simvl M. D. XX die XI ianvarii.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 175-176; Beato Buralli 1889, 220; G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 124-125; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.

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