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Dizionario biografico: Ferrarini-Fontanili

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FERRARINI - FONTANILI

FERRARINI, vedi COSTA ENZO

Moletolo 4 gennaio 1828-Reggio Emilia 21 marzo 1898
A otto anni modellò alcune figurine con fine gusto artistico, tanto che Tommaso Bandini (al quale il Ferrarini serviva da modello) e Paolo   Toschi lo vollero iniziare alla carriera artistica. A sedici anni realizzò in grandezza naturale la statua d’Ismaele, che fu giudicata ottima, un importante bassorilievo (Sinite parvulos venire ad me) e Marco Bruto, bassorilievo di grandi proporzioni, per il quale poté presentarsi al concorso di Roma, che vinse svolgendo un tema di storia sacra: l’Ebbrezza di Noè (Istituto d’arte di Parma). A Roma e a Firenze rimase tre anni, studiando indefessamente. Da quelle due città mandò parecchi saggi di studi, tra cui una statua in gesso, Cristo risorto, lavoro di genere classico che fu molto lodato. Tornato a Parma nel 1853, fu eletto professore di scultura (tenne l’insegnamento sino al 1894). Fu consigliere del Comune di Parma, direttore dell’Istituto di Belle Arti, presidente della Società d’incoraggiamento per gli artisti, presidente del  Collegio Accademico e membro della Commissione Conservatrice dei monumenti. Reagì alla classicheggiante retorica bartoliniana e all’accademismo con una modellazione più irregolare e mossa che, provocando improvvise sporgenze e arretramenti di piani, crea un gioco più vibrante e tumultuoso di luci e ombre. Nel 1860 plasmò le statue della facciata e le quattro Virtù della chiesa di San Tiburzio, il busto di Tommaso Bandini e l’erma di Giuseppina Pazzoni. Tra le sue opere più pregevoli sono da segnalare: il colossale monumento Rossi Sidoli in Compiano, la statua del Correggio in Piazza Garibaldi (1870), i monumenti di Mandelli e di Domenico Ferrari in Piacenza, il busto di Osenga, fondatore della Cassa di Risparmio, l’Angelo della pace nel sepolcro della famiglia Sanvitale, la statua del Romagnosi, Il primo amore, Un episodio della peste di Milano e Amor materno o Carità (Istituto d’Arte di Parma). Eseguì inoltre il sepolcro di Giuseppe da Saliceto e il gruppo della Carità nella chiesa di San Giovanni a Piacenza. A Parma realizzò nella chiesa dell’Oratorio dei Rossi, il gruppo della Deposizione dalla Croce e quattro statue di cardinali. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare dopo la battaglia di Custoza.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 35-36; M. Varanini, Salsomaggiore, 1939, 134; M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 172-173; A. Panzetta, Dizionario scultori, 1990, 75.


Colorno 1912-1979
Con i fratelli Giuseppe e Vincenzo diede vita nel 1935 in Colorno all’attività di segheria. Nel 1950, intuendo le esigenze dei mercati del mobile in serie, iniziò tra i primi in provincia di Parma l’attività di produzione del legno compensato, che ampliò nel 1965 con la produzione di truciolare, fabbricato in un nuovo stabilimento costruito in Torrile.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 397.

San Pancrazio Parmense 3 giugno 1905-Parma 1 settembre 1944
Residente a Valera, fu il più anziano di sei fratelli. Di professione commerciante in burro e formaggio, non nascose in pubblico la propria avversione al fascismo. Seppe di essere nel bersaglio dei fascisti e vigilò per sfuggire a insidie e provocazioni: consapevole che i fratelli dipendevano economicamente da lui, non si decise a raggiungere i reparti partigiani in montagna. Un tranello rese possibile la sua cattura: gli fu detto che doveva presentarsi in un ufficio recando con sé i registri contabili ma ad attenderlo vi fu la brigata nera. Il Ferrari fu torturato e ucciso. Dopo alcuni giorni toccò al parroco di Valera recare ai fratelli la notizia della sua tragica fine.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 265, e III, 1990, 90.

Colorno 10 gennaio 1757-Parma 28 febbraio 1825
Garzone di cucina al servizio del duca Ferdinando di Borbone, sposò nel 1797 Caterina Colla, dalla quale ebbe due figli. Fu in servizio dal 1816 alla Corte di Maria Luigia d’Austria come garzone di dispensa e dal 1820 come aiutante di dispensa.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 308.

FERRARINI GIAN MARIA, vedi FERRARINI GIOVANNI MARIA


Montechiarugolo 1831
Durante i moti del 1831 fu propagatore della rivolta in Montechiarugolo. Fu inquisito e, risultato colpevole delle imputazioni mossegli, condannato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 168.

Bologna 19 gennaio 1841-Parma 8 febbraio 1916
Nacque da Giulio Cesare e da Rosa Fanti. I suoi primi anni furono caratterizzati dai frequenti spostamenti che la carriera artistica del padre, primo violino e direttore d’orchestra, impose alla famiglia (carteggio nel Legato Ferrarini dell’Archivio Storico del Teatro Regio di Parma). Nel 1845 la famiglia si trasferì a Fermo, dove rimase alcuni anni. I successi scolastici del Ferrarini sono testimoniati da una serie di Biglietti d’onore che gli vennero rilasciati dalla scuola perché si distinse nella lettura e religione e nello scrivere e disciplina. Se la passione per la musica e per il teatro furono le componenti fondamentali per l’educazione del Ferrarini, non mancarono gli aspetti più schiettamente ideologici e politici. Da alcune lettere di amici al padre si scopre, seppure indirettamente, quale doveva essere il pensiero dei Ferrarini: anticlericali, accesi democratici, probabilmente mazziniani e certamente garibaldini. Tra il 1856 e il 1857 la famiglia si trasferì definitivamente a Parma, dove il Ferrarini concluse gli studi ma non frequentò l’Università. I Ferrarini abitarono in Borgo Nuovo nella casa del conte Cantelli (molti anni dopo furono tra i firmatari di una petizione che chiese di intitolare la via a Girolamo Cantelli, da poco scomparso). Il Ferrarini, esentato nel 1860 dal servizio militare, iniziò a vent’anni la propria attività lavorativa: il 22 giugno 1861 venne assunto dal Comune di Parma quale commesso apprendista. Fu un fervente garibaldino: nel 1863 fu caporale della Guardia Nazionale Parmense in forza alla 1ª Compagnia del 4º Battaglione e in quell’anno sottoscrisse una petizione in favore dei danneggiati dal brigantaggio e nel 1866 partì volontario nelle truppe garibaldine che combatterono a Bezzecca. A partire dall’8 ottobre 1869 fu segretario della Commissione Teatrale di Parma. È da questa data che inizia il suo rapporto più stretto con la vita culturale della città: per quasi trent’anni egli fu testimone diretto di tutte le vicende legate alle stagioni liriche, funzionario integerrimo dell’Amministrazione Comunale ma anche arguto e mordace osservatore del mondo teatrale. Il 29 luglio 1876 fu nominato vice segretario comunale. Nel frattempo entrò nella redazione de Il Diavoletto, un giornale che si stampò a Parma e a Modena dal 1871 al 1875: il Ferrarini vi scrisse articoli di critica teatrale. Il Diavoletto è stato poco studiato ma la sua lettura risulta straordinariamente interessante per cogliere il clima culturale della città di Parma. Ci sono divertenti polemiche con la vicina Reggio e i suoi teatri, il Reinach è l’infelicissimo Politeama, non manca il dibattito politico (Ernani e il programma elettorale, ferocemente astensionista) e ci sono polemiche aspre, se pure da sinistra, con il Presente che voleva togliere la dote teatrale. Del Ferrarini sono appunto in genere le cronache teatrali. Ma forse il suo contemporaneo ruolo di segretario della Commissione Teatrale gli diede qualche problema perché scrisse il 22 dicembre 1871: Caro Diavoletto! Con rincrescimento rinunzio d’essere collaboratore per ciò che si riferisce ad articoli teatrali. Circostanze indipendenti dalla mia volontà mi costringono a questa determinazione. Del resto la perdita che fai è così meschina da essere facilmente riparata. Ma il giornale, che era stato in prima fila per chiedere, già alla fine del 1871, che l’Aida dopo il Cairo e Milano venisse a Parma (e c’era stata, anche a questo proposito, una polemica con la vicina Reggio), lo chiamò a stendere la cronaca e la critica della prima rappresentazione dell’opera verdiana al Teatro Regio. Il Ferrarini non trascurò altre attività, come quella di attore nella società filodrammatica degli operai, che presentò alcuni lavori anche al Teatro Regio, e quella di pittore. Tra le sue carte, oltre a un quadretto di pregevole fattura che dimostra una tecnica pittorica piuttosto raffinata, vi sono alcuni bozzetti di scenografie, anche se uno solo lo è per certo. Si tratta di un disegno a inchiostro, al tratto, che raffigura l’inizio della parte quarta del Trovatore, nelle parole di Ruiz: Ecco la torre, ove di Stato gemono i prigionieri. Pur nello zelo che egli profuse nel lavoro di vice segretario comunale, gli anni Ottanta lo videro sempre più impegnato nell’attività di segretario della Commissione Teatrale. In realtà il Ferrarini svolse un ruolo che si avvicinò molto a quella di direttore del Teatro. Egli rappresentò l’elemento di continuità nella gestione teatrale di quell’ultimo trentennio del secolo: di fatto fu il coordinatore e il punto di riferimento di tutta l’attività del Teatro. La sua importanza, sulla scorta dei documenti d’archivio, la si vede crescere a poco a poco ma è comunque fuori discussione: stende i rapporti serali, intrattiene i contatti con le imprese, con i cantanti, con le agenzie teatrali, con il personale del Teatro, con gli orchestrali e i coristi. La sua esperienza ne fece presto un profondo conoscitore dei complicati meccanismi che sottendono all’allestimento di una stagione lirica. Come detto, il Ferrarini stese di suo pugno gran parte degli affari amministrativi del Teatro, compresi i rapporti serali, chiamati Esiti. Questi fascicoli degli Esiti sono assolutamente fondamentali per chi voglia fare uno studio approfondito delle stagioni liriche, ponendoli, naturalmente, a confronto con l’altro suo lavoro, Dietro il Sipario. In gran parte le due versioni coincidono, pur non sovrapponendosi, data anche la maggiore ufficialità degli Esiti. Questi, inoltre, coprono spesso un periodo più ampio di quello riscontrabile in Dietro il Sipario e perciò spesso risultano a esso complementari. Negli Esiti il Ferrarini non risparmiò strali contro il pubblico parmigiano, accusato a volte di prevenzione immotivata nei confronti di certe opere o di certi cantanti. La smania protagonistica del pubblico venne da lui stigmatizzata con durezza. Tuttavia spesso riconobbe anche la giustezza di certe manifestazioni di dissenso, particolarmente quando gli sembrava che l’improvvisazione, la scarsa accuratezza e l’insufficienza nella preparazione di un’opera prevalessero. Ebbe spesso parole di fuoco, soprattutto nei confronti delle imprese. Nel 1893 il Ferrarini venne nominato segretario del Comune di Parma. Durante gli anni della chiusura del Teatro Regio, egli prestò servizio straordinario come direttore delle scuole elementari. Alla ripresa dell’attività teatrale, riprese il suo posto come segretario della Commissione e pose nuovamente mano a Dietro il Sipario. Ma il cumulo dei vari incarichi cominciava a pesare. Scrivendo, nel dicembre 1896 al presidente della Commissione, avvocato Testi, denunciò l’impossibilità di continuare a interessarsi dell’azienda finanziaria degli spettacoli: occorrono attenzione e tranquillità ché se in esso io ho altra volta potuto fare quanto si desidererebbe facessi ora, ciò accadde in circostanze molto diverse, vale a dire quando i miei servigi erano prestati a una commissione, la quale altro non era che una emanazione dell’Amministrazione Comunale, talché io in consimili frangenti, altro non diventavo che un impiegato di quest’ultima, dalla bontà e dalla fiducia dei miei superiori designato a curarne gli interessi. Così mi era permesso di trattenermi in Teatro tutto il tempo necessario tanto di giorno che di notte, per dar corso all’importantissimo lavoro. Continuò a prestare la sua opera col maggiore disinteresse, come segretario della commissione, ma l’aspetto finanziario fu affidato ad altra persona. Di lì a poco, nel marzo 1898, il figlio Mario, che come il Ferrarini era cresciuto nell’amore per la musica, gli successe anche come segretario della Commissione Teatrale. Il 1º gennaio 1908 il Ferrarini venne collocato a riposo, dopo quarantasette anni di servizio, con una pensione di 4500 lire annue.
FONTI E BIBL.: V. Cervetti, in Dietro il sipario, 1986, XIV-XXI.


Bologna 3 marzo 1807-Parma 1 ottobre 1891
Nel Liceo musicale di Bologna fu l’allievo prediletto di Antonio Rolla, figlio di Alessandro. Cominciò ventiduenne la carriera del direttore a Voghera nel 1829. Passò poi a Fermo, dove fu anche insegnante di violino, e al Teatro San Giacomo di Corfù, per otto anni, dove si perfezionò nello studio del contrappunto e della composizione col maestro greco Calichiopulo Manzaro. Diresse poi, in Ancona e negli altri teatri delle Marche, a Mantova, a Treviso, a Ferrara e, affermata ormai la sua valentia, appena trentaduenne, al grande Teatro Apollo di Roma. Fu quindi alla Fenice e all’Apollo di Venezia. A quel tempo risale l’inizio della sua intima amicizia con Giuseppe Verdi. Il Ferrarini diresse inoltre al Comunale di Bologna, alla Pergola di Firenze, al Regio di Torino, dove Verdi gli affidò la prima esecuzione italiana dei Vespri siciliani (25 dicembre 1855) e venne ripetutamente richiesto a Parigi e a Costantinopoli. Fu anche, per ben diciotto volte, il direttore degli spettacoli che l’impresario Alessandro Lanari allestì al Teatro della Fenice di Senigallia, porto franco dello Stato Romano, nella stagione di fiera e che furono considerati, per celebrità di interpreti, dal 1840 al 1870, tra i migliori del secolo. Chiamato nel 1864 dal comitato per l’erezione del monumento a Guido Monaco (comitato composto da Rossini, Pacini, Mercadante e Vaccai) a dirigere anche gli spettacoli e i concerti che per l’occasione si diedero in Arezzo, fu insignito della medaglia d’argento Aretina. Nel 1856 il Regio Governo, su indicazione di Giuseppe Verdi, nominò per chiamata il Ferrarini a occupare il posto del De  Giovanni quale direttore della Regia Orchestra. A Parma il Ferrarini trovò un’orchestra disciplinata quasi militarmente. Se De Giovanni si era imposto col suo altissimo valore, con la sua autorità e con la rigida disciplina, il Ferrarini si impose con altrettanto valore, con la sua grande modestia e con la sua squisita signorilità. Il conte Stefano Sanvitale, mecenate ed esimio cultore di patrie memorie, scrisse un opuscolo (rimasto inedito) sul Ferrarini, dove lo definisce il più degno di storia tra i direttori del suo tempo per i molteplici generi di musica che egli fu chiamato a interpretare e dirigere nella lunga carriera. All’opuscolo è allegato un elenco delle opere dal Ferrarini dirette nei vari teatri d’Italia e dell’estero: oltre duecento. Il Faust di Gounod (1863), il Gulielmo Tell di Rossini (1864), gli Ugonotti (1861) e l’Africana di Meyerbeer (1865, seconda edizione in Italia), l’Ebrea di Halevy (1866), il Don Carlos di Verdi (1869, terza edizione italiana), opere tutte allestite e dirette dal Ferrarini nella loro prima esecuzione al Teatro Regio di Parma, costituirono altrettanti avvenimenti artistici di storica importanza. Nel 1870, con la soppressione della Regia Orchestra, il Ferrarini entrò al Conservatorio di musica di Parma, dedicandosi esclusivamente all’insegnamento. Fu primo maestro di violino, direttore delle esercitazioni degli alunni e direttore dell’orchestra del Conservatorio ma la sua, oltreché una scuola di violino e di esercitazioni, apparve preso, pur non avendone il nome, anche una vera scuola di direzione orchestrale. Fu tra i creatori della rinomata Scuola d’Archi di Parma, strumenti di cui fu profondo e valentissimo conoscitore. Morì quando era ancora in carica e in funzione di direttore dell’Istituto (dal 1889). Pubblicò composizioni originali e trascrizioni sopra motivi d’opere teatrali per violino e pianoforte e per violino con altri strumenti. La Biblioteca del Liceo Musicale di Bologna conserva in manoscritto una sua Sinfonia in mi bemolle maggiore per orchestra piccola (cfr. Adelmo Damerini, Sei lettere inedite di Verdi, in Il Pianoforte agosto-settembre 1926).
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 1, 1926, 536, e 3, 1938, 299; Aurea Parma 3/5 1940, 169-171; Gambara, Conservatorio Boito, 1958, 70; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 47, 54, 98, 100.

Parma 1 maggio 1846-Brighton post 1896
Nacque da Giacomo, orefice, e da Maria Luigia Baracchini. Ammesso nel 1862 alla classe di paesaggio dell’Accademia di Belle Arti di Parma, fu allievo di Luigi Marchesi e Guido Carmignani e nel 1865 partecipò all’esposizione della Società d’incoraggiamento con una veduta della Strada degli Eremitani, vinta dal Comune di Felino (Godi, 1974, p. 100). Amico di Adelchi Venturini, con cui rimase in corrispondenza fino al 1892, condivise con lui, oltre le esperienze pittoriche, l’interesse per la fotografia e insieme si cimentarono anche con la litografia. Nel 1866 ottenne all’Accademia di Parma il primo premio al concorso di paesaggio dal vero con un soggetto più volte dipinto da Marchesi, opera forse identificabile con quella conservata alla Galleria nazionale di Parma, raffigurante il Chiostro di San Quintino (inv. 568). Questo riconoscimento gli procurò un soggiorno di studi fuori Parma. Nel 1868 espose alla Promotrice di Torino e da Firenze nel 1870 inviò a Parma per l’Esposizione nazionale un Ritorno all’ovile, rintracciato presso la Raccolta comunale (Godi, 1974, pp. 99 s.), nonché un’opera, dispersa, raffigurante L’Arno di Rovezzano presso Firenze. Sensibile alle esperienze dei macchiaioli, si cimentò nel 1876 in un altro soggetto fiorentino con Una veduta dal giardino di Boboli (Godi, 1974, pp. 100 s.), di proprietà del Comune di Salsomaggiore, mentre nella Raccolta comunale di Colorno sono conservati due suoi paesaggi vinti all’esposizione della Società d’incoraggiamento del 1871, raffiguranti Una veduta del Po e Le Alpi Cozie a Modane. Un terzo dipinto presentato lo stesso anno, intitolato il Lago del Cenisio, di grande effetto luministico, si trova presso una collezione privata di Novi Ligure. Nel 1872 Il folto di un bosco, esposto alla Pinacoteca di Parma, fu acquistato al prezzo ragguardevole di 3000 lire da François Tiranty e gli valse l’invito a dipingere nel casinò di Nizza (poi distrutto) Le stagioni dell’anno. Da Nizza inviò a Parma nel 1878 il Viatico in una via dell’antica San Remo, che venne esposto al pubblico al casino di lettura (Bettoli, 1878). Il Ferrarini si sposò due volte, prima nel 1877 con Clio Testi e nel giugno 1881 in Inghilterra, a Brighton, con Marion Adelaide. Insieme con la seconda moglie soggiornò in Australia dal 1881 al 1887: in una galleria di Sidney erano presenti, fino al 1906, due suoi paesaggi, Terreno aurifero in Tasmania e Una foresta bruciata, successivamente venduti a privati. Di ritorno in Italia, dal 1887 il Ferrarini si stabilì a Roma, con studio prima in Via San Nicola da Tolentino n. 72, poi in Via Margutta n. 54, dove il Bettoli vide (1887) varie opere di soggetto australiano e si complimentò per la sua capacità nel dominare la natura con vedute stereoscopiche. Al periodo romano risale una sua opera, datata 1887, raffigurante una Veduta del Tevere dopo il temporale (Catalogo Finarte, dicembre 1987, asta 627, p. 67, n. 230). Nel 1888 espose a Roma 32 bozzetti dell’isola di Caprera e paesaggi australiani, nel 1889 venne nominato a Parma accademico di merito corrispondente, nel 1890 concorse all’esposizione della Società d’incoraggiamento con cinque dipinti, tra cui Campagna parmense, assegnato al conte Sanvitale, e Castagneto in riva al lago di Nemi, vinto dal Comune di Villanova sull’Arda. Dalla corrispondenza con l’amico Venturini si apprende che ebbe due figli e che nel 1891 era sua intenzione soggiornare a Palermo. Alla mostra del 1936, dedicata al paesaggio parmense dell’Ottocento, gli fu attribuita un’opera raffigurante I baracconi a Porta Nuova (collezione privata, Parma), confermatagli da R. Tassi (1957), che successivamente però (comunicazione orale) la assegnò ad altro maestro.
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio dell’Accademia di Belle Arti, Registri ammissione allievi, 1862, Inventari delle esposizioni della Società d’incoraggiamento, 1864-1890; A. Rabbeno, Ricordo della prima mostra di belle arti tenuta in Parma, Parma, 1870, 48; Gazzetta di Parma 27 aprile e 22 maggio 1872; P.C. Ferrigni, Fra quadri e statue, Milano, 1873, 223 s., 230; A. Rondani, Scritti d’arte, Parma, 1874, 461-463; Gazzetta di Parma 4 e 5 luglio 1876; P. Bettoli, in Gazzetta di Parma 31 agosto e 6 settembre 1878; L. Ameni, in Gazzetta di Parma 14 e 18 dicembre 1880; P. Bettoli, Un nuovo artista (F. di Giacomo), in Gazzetta di Parma 22 aprile 1887; Roma Letteraria II 1894, 118-120; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 394; A. Alessandri, Notizie sulla vita e sulle opere del pittore parmigiano G. Carmignani, Parma, 1910, 50; G.Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, 1915, 373; A. Corna, Dizionario della storia dell’arte italiana, Piacenza, 1930, I, 384; Mostra del paesaggio parmense dell’Ottocento (catalogo), Parma, 1936, 48, 50 s.; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense (catalogo), Parma, 1952, 60; R. Tassi, Giuseppe Ferrarini e una sua immagine di Parma, in Palatina 2, 1957, 54 ss.; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Parma, 1971, 128 ss.; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo), Parma, 1974, 99 ss., 155 s.; G. Godi-G. Cirillo, Guida artistica del Parmense, Parma, 1984, I, 228, II, 50, 301; G. Allegri Tassoni, La Società d’incoraggiamento agli artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XXXVI 1984, 549 s., 553 s., 558, 560 s.; M. Giusto, La città scomparsa. Parma nell’Ottocento, Parma, 1991, 18 s.; A. Musiari, Adelchi Venturini, Parma, 1994, 10, 35, 38, 40, 46 s., 59, 97; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 461; M. Giusto, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 684-685; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 dicembre 1997, 5.

FERRARINI GIUSEPPE MARIA, vedi FERRARINI GIUSEPPE

Colorno 26 settembre 1793-
Sarto, sposò nel 1813 Caterina Rondani, dalla quale ebbe sei figli. Il 10 agosto 1819 fu impiegato della ghiacciaia di Colorno alla Corte di Maria Luigia d’Austria. Dal 1º marzo 1825 fu garzone di cucina e in disponibilità di servizio dal 1° luglio 1831.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 308.

Parma 28 marzo 1874-Parma 26 giugno 1950
Figlio di Giulio e di Carolina Scopoli. Appassionatissimo di cose liriche e teatrali e raccoglitore indefesso di antiche memorie, esercitò la professione di avvocato e fu giornalista e critico d’arte brioso e vivace. Apprezzato collaboratore di vari giornali (in gioventù fu critico drammatico del Resto del Carlino di Bologna e scrisse sulla Gazzetta Musicale, sul Mondo Artistico e sull’Arte Drammatica di Milano, sulla Scena Illustrata di Firenze e su altri periodici nazionali), a Parma, oltre che collaborare assiduamente alla Gazzetta di Parma, diresse sul finire del XIX secolo (1896-1898) il giornale letterario Per l’Arte. Negli ultimi anni di vita raccolse una parte dei suoi articoli di argomento musicale nel volume Parma teatrale ottocentesca, che è una preziosa miniera di notizie. Musicologo ferventissimo, fece parte di varie commissioni artistiche, appartenne alla direzione del Teatro Regio di Parma (fu segretario e amministratore generale), organizzò e allestì importanti stagioni liriche (dal Carnevale 1897-1898 al Centenario Verdiano del 1913) e assunse anche l’impresa del Teatro Municipale di Reggio Emilia in due stagioni che rimasero memorande in quella città (autunno 1919-autunno 1920) e alle quali presero parte celebri direttori d’orchestra quali il Mugnone e il Guarnieri e celebrati cantanti. Dal 1920 al 1930 tenne in Parma l’agenzia provinciale della Società Italiana degli Autori ed Editori, della quale fu ispettore e consulente legale. Alla sua morte lasciò una donazione per il restauro completo dell’angelo d’oro della Cattedrale (l’angiolén dal Dom), della sfera e della croce sulla cupola e del quadrante dell’orologio. Il Ferrarini lasciò altresì, parte alla Biblioteca Palatina e parte al Comune di Parma (Archivio Storico del Teatro Regio), una mirabile raccolta storica teatrale, dotata di ben seicento libretti d’opera (dal teatro di Corte al secolo XX), di migliaia di manifesti teatrali, di carteggi e incisioni.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 79-80; J. Bocchialini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1949/1950, 55-56; Parma per l’Arte 1 1951, 30; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 71; J. Bocchialini, in Frammenti di storia, di arte e di vita, Parma, 1962, 265-267.


-Parma 17 settembre 1881
Sacerdote, fu parroco in due parrocchie di Parma. Fu tra i consorziali della Basilica Cattedrale di Parma, della quale fu in seguito canonico onorario. Morì di morbo itterico e fu sepolto nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 99.

Parma 30 marzo 1852-Rieti 6 agosto 1887
Nacque da Casimiro, dottore in medicina, e Marietta Bocchi. Fu ammesso alla classe di paesaggio dell’Accademia di Parma nel 1866 e nel 1869 chiese di partecipare anche a quella di architettura elementare. Sempre all’Accademia parmense ottenne nel 1870 il primo e il secondo premio di paesaggio superiore. Terminò gli studi nell’anno 1876, ricevendo la patente per il disegno industriale. La sua personalità artistica non è stata ancora chiaramente distinta da quelle del quasi omonimo concittadino Giuseppe Ferrarini, anch’egli paesaggista, nato nel 1846, la cui attività ai concorsi della Società d’incoraggiamento dell’Accademia di Parma procedette in parallelo a quella del Ferrarini. Abitualmente, inoltre, il Ferrarini ometteva nella firma il nome Pier, così che risulta difficile ricondurre a lui con sicurezza le opere rintracciate. Amico di L. Pigorini, segretario e socio della Società d’incoraggiamento, tenne con lui a Rieti, dove si trasferì con la famiglia (aveva sposato Irma Ugolotti), una assidua corrispondenza, in particolare in relazione alle esposizioni dei concorsi accademici a cui partecipò fino all’estate del 1887, poco prima della morte. Allievo all’Accademia di G. Carmignani, presentò al concorso del 1869 una Copia da Decamps, di soggetto sconosciuto, probabilmente tratta da un dipinto o da una litografia che Carmignani poteva aver portato con sé da Parigi, divulgando nell’ambito parmense le esperienze francesi, a cui certamente anche il Ferrarini si dimostrò sensibile. Alla Esposizione nazionale di Belle Arti del 1870, svoltasi a Parma, presentò una litografia raffigurante un soggetto caro a Carmignani, Una veduta di Bougival, e anche Il riposo della caccia, opere entrambe disperse. Notevoli capacità prospettiche e una buona resa chiaroscurale possono essere colte nel suo dipinto più noto, raffigurante un Vicolo chiuso di fianco alla chiesa di San Giovanni Evangelista, conservato nella Galleria nazionale di Parma (inv. 586). L’opera, sebbene tradizionalmente risulti vinta al concorso della Società d’incoraggiamento nel 1871, potrebbe essere invece la tela proposta all’acquisto al competente ministero nel 1872, intitolata Ultimi giorni d’estate, di cui si ha notizia tra i documenti d’archivio dell’Accademia. Al concorso del 1874 partecipò con tre paesaggi, assegnati uno al Comune di Tizzano e due, tra cui Paesaggio con contadina in primo piano, vinti dal Comune di Roccabianca. Lo stesso anno P. Bettoli recensì una sua Veduta della piazza del Duomo di Parma, esposta provvisoriamente nelle sale della Pinacoteca, augurandosi che gli fosse assegnato un vitalizio per studiare fuori Parma. Non si sa se ciò avvenne, ma si ritrova il Ferrarini tra i partecipanti all’esposizione della Società d’incoraggiamento solo nel 1879, con la tela raffigurante Il Sanctus, vinta dal Comune di Salsomaggiore e riproposta nel 1880 alla IV Mostra nazionale di Torino (catalogo, n. 313, p. 69; Godi, 1974, pp. 102 s.): un’opera di intensità verista, condotta su toni monocromi, che probabilmente nella scelta del soggetto si accompagnava a Un centesimo d’elemosina per il presepio, poi disperso, presentato al salone del convento di San Paolo a Parma. Nel 1882 il Ferrarini partecipò ancora all’esposizione parmense con Album (ricordi Canossa). Nel 1887 inviò da Rieti, dove era domiciliato, alla Società d’incoraggiamento una veduta del Lago di Piediluco in Umbria, assegnata al Comune di Parma (Godi, 1974, p. 103), di cui si conosce un’altra versione, di dimensioni minori, conservata presso l’Accademia di Parma. Spedì pure Spiaggia di Finalmarina, vinta dallo scultore Agostino Ferrarini, che, poco dopo la sua morte, sempre nel 1887, venne presentata all’Esposizione artistica di Venezia, probabilmente per desiderio degli amici, insieme con Ruit Hora, opera quest’ultima non rintracciata. Nel 1936 gli eredi esposero alla Mostra del paesaggio parmense dell’Ottocento Le spigolatrici, opera firmata.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Il Presente 11 e 20 agosto 1887; Parma, Archivio dell’Accademia di Belle Arti, Registri ammissione allievi, 1866, Inventari della Esposizione della Società d’incoraggiamento, 1869-1887; Parma, Soprintendenza per i Beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane (ms., secolo XIX), X, 63; P. Bettoli, Teatri e cose d’arte, in Gazzetta di Parma 18 agosto 1874; L. Pigorini, Società d’incoraggiamento per gli artisti, in Gaz-zetta di Parma 25 novembre 1879; L. Ameni, Un’escursione artistica, in Gazzetta di Parma 24 ottobre 1880; A. Ferrarini, Regio Istituto di belle arti in Parma. Origine e progressi della scuola parmigiana di belle arti, Parma, 1882, 16; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 392; A. Corna, Dizionario della storia dell’arte italiana, I, Piacenza, 1930, 384; Mostra del paesaggio parmense dell’Ottocento (catalogo), Parma, 1936, 55; G. Copertini, Ferrarini, Sartori, Raimondi, in Gazzetta di Parma 19 agosto 1959; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo), Roma, 1974, 102 s., 156; G. Allegri Tassoni, La Società d’incoraggiamento agli artisti degli Stati parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XXXVI 1984, 553 ss., 557 ss.; G. Godi-G. Cirillo, Guida artistica del Parmense, Parma, 1984, I, 103, II, 50; M. Gusto, La città scomparsa. Parma nell’Ottocento, Parma, 1991, 22 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 461; M. Giusto, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 688-689.

FERRARINI PIETRO, vedi BARBIERI PIETRO

FERRARINO ROSSELLINO, vedi ROSSELLINO FERRARINO


Parma 1826/1829
La città finlandese di Vijpuri cominciò ad avere un suo ruolo musicale nel 1829 quando vi giunsero il chitarrista romano Giovanni Fidanza e il Ferrario, virtuoso suonatore ambulante. Il Ferrario suonò strumenti in voga nei paesi mediterranei: mandolino, chitarra e salterio. Suo figlio Johan Joseph lo aiutava imitando con le mani e con la bocca il suono delle nacchere. Il programma non appare notevole, tuttavia il Ferrario organizzò, nei suoi giri in Svezia nel 1826, diversi veri concerti. Ma quando nel 1828 tornò in Finlandia passando per Tornio, le sue pretese furono molto più modeste: egli si offriva di andare col figlio a dare spettacoli a domicilio. Quando arrivarono ad Helsinki, più di sei mesi dopo, essi erano stati già in diciannove cittadine di provincia.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1976, 161-162.

Salsomaggiore 1884-
Fin da giovane dedicò un’assidua attività all’industria alberghiera. Durante il periodo del primo conflitto mondiale, fu esentato dal servizio militare, ma partecipò a tutte le più importanti manifestazioni a favore della guerra, donando largamente a istituzioni benefiche e cooperando attivamente per il conseguimento della vittoria. Dotato di eccellenti capacità di organizzatore e di dirigente, fu sempre alla direzione di importanti aziende, dedicandosi alla soluzione di problemi riguardanti specialmente il movimento dei forestieri nelle stazioni climatiche e cercando di dare all’industria alberghiera italiana decoro, dignità e importanza. Parecchie stazioni climatiche diventarono di fama mondiale grazie alle innovazioni che egli vi apportò. Fin dal sorgere del fascismo, diede a esso la sua incondizionata adesione (1919) e partecipò sempre alle iniziative del Partito fascista per la ricostruzione nazionale. In riconoscimento dei suoi servizi e dei suoi meriti speciali di organizzatore e di industriale, fu creato commendatore della Corona d’Italia dal Governo nazionale.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 658.

FERRARI PELATI ANDREA, vedi FERRARI ANDREA

FERRARI PELATI FRANCESCO, vedi FERRARI FRANCESCO

-Parma 18 febbraio 1904
Fece le campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866, comportandosi da prode. Fu promosso maggiore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 febbraio 1904, n. 49; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 129.

Alessandria 25 agosto 1884-Roma 17 aprile
Nacque da Giuseppe e Virginia Ravera. Ammesso all’età di dodici anni al Conservatorio di Parma, proseguì gli studi presso il liceo musicale di Pesaro, studiando organo con A. Cicognani e composizione con P. Mascagni. Si diplomò in composizione nel 1904 presentando come saggio di licenza Fiorella, su libretto di G. Forzano. Il lavoro fu in seguito distrutto dal Ferrari Trecate, al pari dei precedenti Regina Ester (scene bibliche in tre atti di A. Montanari), rappresentata nel teatro dell’istituto Righi di Faenza nel 1900, quando egli era appena quindicenne, il poema Il corsaro, ispirato a G. Byron, presentato come saggio della scuola di composizione al teatro del liceo musicale di Pesaro nel 1903, e Galvina, episodio tragico in un atto di Forzano, rappresentato al teatro Finzi di Alessandria il 14 aprile 1904. L’attività del Ferrari Trecate si esplicò in tre diversi settori: concertistico, didattico e compositivo. Dopo una breve carriera direttoriale (La traviata di Giuseppe Verdi a Carrara con Adelina Agostinelli, M. Polverosi e R. Stracciari, Rigoletto al Teatro Muncipale di Alessandria, Le maschere di P. Mascagni al Teatro Adriano di Roma e concerti sinfonici al Comunale di Rimini, spesso quale direttore delle proprie opere), egli fu soprattutto prezioso collaboratore al pianoforte di celebri strumentisti italiani e stranieri, quali A. Serato, R. Principe, M. Abbado, A. Bonucci, A. Poltronieri, A. Crepax, J. Szigeti, K. Flesh e J. Thibaud. Nei suoi ultimi anni riprese un’intensa attività concertistica come accompagnatore al pianoforte del soprano Jolanda Mancini, ma fu soprattutto all’organo che dedicò la maggiore predilezione, venendo assai presto considerato uno tra i maggiori organisti italiani. Già allievo prediletto di Cicognani, questi si avvalse frequentemente della sua collaborazione. Stimato da G. Sgambati, che aveva ammirato la sua maestria esecutiva, riscosse grandi consensi nell’ambiente musicale bolognese e fu salutato dalla critica come interprete e virtuoso di prim’ordine. Particolarmente significativi furono i concerti tenuti in occasione di collaudi di preziosi strumenti: si ricordano quelli nella chiesa abbaziale di San Giovanni Evangelista a Parma, nel Circolo artistico di Trieste, nella chiesa evangelica di Parma, nella Cattedrale di Alessandria e in quella di La Spezia, nella chiesa dei servi di Rimini, nel conservatorio di musica di Bologna, nel Duomo di Milano (5 tastiere, 17000 canne), in Nostra Signora del Carmine di Genova, nella chiesa dei Cavalieri di Pisa, nel Duomo di Ferrara e altri ancora. Non meno significativa fu l’attività didattica del Ferrari Trecate, che nel 1906, a soli ventidue anni, vinse il concorso a organista della Santa Casa di Loreto, ove rimase fino al 1909. Nello stesso anno vinse quello al posto di direttore della scuola musicale di Carrara e divenne organista titolare della basilica di Valle di Pompei, poi nel 1914 vinse il posto di direttore della scuola musicale di Rimini, ma già nel 1913 il direttore del conservatorio di musica di Parma lo chiamò a reggere la cattedra d’organo e composizione organistica in quell’importante istituto. Ottenuta in seguito, per meriti eminenti, la nomina a titolare, fu costretto a lasciare la direzione della scuola riminese. La scuola d’organo del conservatorio di Parma, sotto la guida del Ferrari Trecate, si impose subito per una vitalità e una efficienza assolutamente rare. In questa sede il Ferrari Trecate, oltre all’insegnamento dell’organo, tenne per incarico le cattedre di composizione, pianoforte, canto e direzione d’orchestra. Dal 1930 al 1932 insegnò inoltre organo e composizione organistica al conservatorio di Bologna. Prima incaricato della direzione, gli venne conferita la nomina a direttore del conservatorio di Parma. Non accettò in seguito la proposta ministeriale di trasferimento alla direzione del conservatorio di Bologna. Fu anche vicepresidente dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia, presidente dell’Accademia filarmonica di Bologna (1955) e della sezione musicale del Consiglio superiore delle belle arti. L’aspetto più rilevante della personalità del Ferrari Trecate fu tuttavia legato all’attività compositiva, che si manifestò soprattutto nel teatro. Su libretto di Forzano compose il già citato episodio tragico Galvina, la cui rappresentazione sollevò critiche al librettista, mentre la musica fu accolta con favore. La collaborazione proseguì con Fiorella (Pesaro, teatro del liceo musicale, 1904), che segnò il trionfo del Forzano. Alla terza esperienza il successo arrise a entrambi. A Roma, nel teatro dei Piccoli di Podrecca, la terza e ultima opera composta in collaborazione con il Forzano, Ciottolino, fiaba musicale in due atti e quattro quadri (8 febbraio 1922) fu accolta con grande favore sia dalla critica sia dal pubblico, tanto da ottenere settanta repliche. È con Ciottolino che il Ferrari Trecate fece il suo definitivo ingresso nell’incantato e fantasioso mondo poetico della fiaba, dando vita a quella sorta di leggenda che lo consacrò autore tipico di fiabe liriche per l’infanzia e al contempo anche al relativo equivoco da parte della critica, sia sulla sue reali capacità drammatico-musicali, sia sulle ipotetiche attitudini e destinazioni di un tipo di musica al mondo dei piccoli o a quello degli adulti, visti come eterni fanciulli assetati di gioie limpide e fantasiose: appunto fiabesche. L’elemento fantastico, la finzione non solo del teatro ma addirittura delle marionette costituirono la predilezione del Ferrari Trecate e ne furono la molla ispirativa di buona parte dell’opera, sia teatrale sia cameristica. Fu sorretto in ciò da un’agguerrita maestria tecnica, da una solida tradizione melodica unita a un gusto schietto e talora a una garbata arguzia. A formare tale immagine di musicista sostanzialmente semplice, idilliaco e giocoso, poté contribuire la formazione estetica, reattiva sia al verismo sia alle esasperazioni modernistiche. Su tale via infatti il Ferrari Trecate proseguì, sia pure orientando le sue opere successive a diversi aspetti del favolismo. Dopo l’atto unico Pierozzo, poema lirico in due parti su libretto di Térésah, rappresentato al teatro Municipale di Alessandria il 15 settembre 1922, il Ferrari Trecate si rimise allo studio, attingendo specialmente al Corso di composizione di V. d’Indy, dal quale ricavò insegnamenti riferentisi alla dialettica tematica e all’organicità della forma. Frutto dei consigli e degli insegnamenti del maestro francese può considerarsi La bella e il mostro, fiaba musicale in tre atti e cinque quadri su libretto di F. Salvatori, rappresentata al teatro alla Scala di Milano il 20 marzo 1926. Quattro anni dopo fu la volta de Le astuzie di Bertoldo, opera gioiosa in tre atti su libretto di C. Zangarini e O. Lucarini, rappresentata al teatro Carlo Felice di Genova il 10 gennaio 1930. Vi si narra delle avventure di Bertoldo, il rozzo e furbo popolano, protagonista del racconto di  G. Croce: si tratta di uno dei rari tentativi di lavoro comico popolare nel panorama novecentesco italiano. Nonostante alcuni limiti del libretto, che non riesce a mantenere il ritmo frenetico dell’azione iniziale, l’opera accolse vasti consensi: venne ripresa al Teatro Regio di Parma e nella stagione lirica della Radio. In tempi successivi, l’ouverture godette di una particolare fortuna, inserita singolarmente in programmi sinfonici di importanti stagioni (Accademia nazionale di Santa Cecilia, concerti Martini & Rossi, stagione sinfonica della Rai di Milano). È significativo inoltre notare come due musicisti di diversa formazione culturale, quali U. Giordano e J. Ibert avessero egualmente apprezzato il lavoro. Ghirlino, L’orso re e Buricchio costituiscono forse i tre momenti più rappresentativi della produzione del Ferrari Trecate: un trittico in cui è espresso, con piena libertà e coerenza, il suo indirizzo estetico, oramai orientato, per istinto e convinzione, verso una forma teatrale, la favola per fanciulli, piena di seduzioni e pericoli. Ghirlino, su libretto di E. Anceschi, fu rappresentato per la prima volta al teatro alla Scala di Milano il 4 febbraio 1940. Il successo della rappresentazione fu confermato da varie riprese: Municipale di Alessandria, Regio di Parma, Verdi di Trieste, Grattacielo di Genova, Muncipale di Reggio Emilia, Municipale di Modena, Petruzzelli di Bari e Reale di Roma. Buricchio, avventure di un monello in tre atti e un epilogo, anch’esso di Anceschi, fu rappresentato per la prima volta al Teatro Comunale di Bologna il 5 novembre 1948. Fu ripreso poi al Teatro Regio di Parma. Anche se precedente a Buricchio, composto tra il 1940 e il 1942, L’orso re fu rappresentato due anni dopo quest’ultimo, l’8 febbraio 1950, al Teatro alla Scala di Milano. La trama librettistica di questa favola magica in tre atti e cinque quadri di Anceschi e M. Corradi Cervi è anch’essa intessuta degli elementi cari al mondo fiabesco, raccogliendo e annodando le fila dell’azione intorno a quel contrasto tra forze benefiche e malefiche e tra bontà e iniquità, che costituisce il contenuto più frequente della morale favolistica. Lo stesso impegno evidente ne L’orso re è individuabile nell’ultima opera del Ferrari Trecate: La capanna dello zio Tom. Tratta dall’omonimo romanzo di H. Beecher-Stowe, caposaldo della letteratura per la prima adolescenza, se non per l’infanzia, apparve nel 1953 come un brusco mutamento di rotta e, per la mole insolita, l’acuito impegno stilistico, l’aggiornamento del linguaggio e la solidità drammatica e lirica, rivelò un Ferrari Trecate da alcuni giudicato nuovo, certamente teso nella volontà estetica a un rinnovamento. Le componenti umane e drammatiche del Ferrari Trecate possono scorgersi, a fianco della più evidente parabola teatrale, anche in quella produzione cameristica che, se diede un copioso contributo al pianismo e alla vocalità per la gioventù, annovera pure un Quartetto per archi, o in quella musica di ispirazione sacra (tra cui la cantata In hora Calvarii e due messe) che spesso avvalora l’organo come l’altra espressione a lui più congeniale. Delle sue composizioni sacre, tra le altre si ricordano Missa Sancta Trinitas, a 3 voci dispari e organo (Milano, 1955), 3 Mottetti, per coro a cappella (Milano, senza data), In transitu S.P.N. Francisci, per coro a 2 voci virili (Bergamo, 1921), Cantico eucaristico per coro all’unisono e organo o armonio (Bologna, 1938) e Pater noster, canto per i fedeli a una voce con organo o armonio (Bologna, 1952). Compose inoltre la seguente musica da camera: Largo per violoncello o violino e pianoforte (Bologna, 1931), Il canto dell’esule per violoncello o violino e pianoforte (Milano, 1937), Quartetto per archi in tre tempi (Milano, 1949) e Ariette per flauto e pianoforte (Parigi, 1956). Fu autore delle opere vocali Sette brevi canzoni romantiche (Bologna, 1930), Canzoncina popolare per il mese di Maria a una o due voci pari e organo o armonio (Bologna, 1930), Strambotto in serenata per canto e pianoforte (Bologna, 1930), Tutto ritorna, per canto e pianoforte (Bologna, 1931), Filastrocca del Sì e No, strofe per canto e pianoforte (Bologna, 1931), Ai colli imperiali coro all’unisono e pianoforte (Milano, 1936), L’omino innamorato per canto e pianoforte (Milano, 1936), Alla bandiera italiana per canto e pianoforte (Milano, 1936), Le bambolette, scena mimica e coretto per fanciulle (Bologna, 1938), Il trasporto d’una vergine per canto e pianoforte (Milano, 1947),Villanesche-Frottola-Immacolatella-Saltarello per canto e pianoforte (Milano, 1948), Canti di fanciullo a una e due voci e pianoforte (Milano, 1953), 4 liriche, per canto e pianoforte (La notte d’ottobre e Un giorno amaro di A. Bertolucci, Al tempestoso vento invernale e L’ultimo carro di C. Bertocchi; Milano, 1956), Nidi a primavera (dai Canti di fanciullo) per canto e pianoforte (Milano, 1956) e Vocalizzo di espressione per mezzosoprano o contralto e pianoforte (Milano, 1958). Per pianoforte, compose Piccolo mondo musicale (Bologna, 1929), Ninnoli musicali (Milano, 1930), Le campane fan don don! (Milano, 1931), Il prode Anselmo, a 4 mani (Milano, 1933), Il prode Anselmo a 2 mani (Milano, 1937), Collodiana (Bologna, 1947), Lilliput (Milano, 1946), I nanetti di Biancaneve (Milano, 1946), Sbalzi (Milano, 1951), Ombre sullo schermo (Milano, 1946), Riflessi lagunari (Milano, 1946), Tricromia (Milano, 1946), Dal pollice al mignolo (Milano, 1947), Piccino-Picciò (Bologna, 1947), Il pianino di Trillina (Milano, 1948) e Il barone di Münchhausen (Milano, 1948). Inoltre fu autore di musica per il film Il fu Mattia Pascal (di P. Chenal; in collaborazione con J. Ibert, 1937), Improvviso da concerto per arpa (Milano, 1947), Scherzo (studio), per chitarra (Modena, 1952), 8 pezzi, per organo (Como, 1954) e Il ragazzo dei palloncini, teleracconto per fanciulli (Bologna, 1961).
FONTI E BIBL.: Notizie documentarie fornite da Pierluigi Ferrari Trecate; L. Ferrari Trecate, Come divenni musicista, in Gazzetta di Parma 20 dicembre 1948; A. Capri, note al programma di sala de L’orso re, 8 febbraio 1950; E. Campogalliani, Luigi Ferrari operista, Verona, 1955; L. Ferrari Trecate, Splendidi tempi musicali, in Il Gazzettino 8 giugno 1961; R. Rossellini, Il loggione di Parma, in Il Messaggero 23 gennaio 1963; M. Rinaldi, Un nuovo Luigi Ferrari nella Capanna dello zio Tom, in Il Messaggero 5 marzo 1963; G. Pannain, La capanna dello zio Tom, in Il Tempo 9 dicembre 1963; A. Landini, La valigia dei ricordi, in Gazzetta di Parma 13 ottobre 1967; U. Bonafini, Luigi Ferrari ovvero l’Andersen della musica, in Gazzetta di Mantova 1 dicembre 1967; A. Tafuri, La vita musicale di Alessandria, Alessandria, 1968, 120; V. Preti, Ricordo del maestro Ferrari, in Gazzetta di Parma 17 aprile 1974; Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, Le biografie, II, 743 s.; A. Sardi de Letto, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 738-741.


Sala 1829/1830
Falegname, lavorò, assieme ad altri e diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet e invetriate gotiche nel Casino del Ferlaro.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 263.


Borgo San Donnino 1893-Fidenza 15 marzo 1974
Il 24 maggio 1917, mentre il Ferravioli era sergente mitragliere del 141º Fanteria, il suo reparto, in fase d’attacco, venne respinto da un contrattacco austriaco che si dimostrò micidiale, specialmente per il fuoco d’infilata di una mitragliatrice servita da sei soldati. Il Ferravioli, usando il fucile di un caduto, mimetizzato e nascosto dietro un cumulo di sassi, riuscì a colpire tutti i serventi della posizione e, raggiunta la mitragliatrice, la rivolse contro i rinforzi che stavano sopraggiungendo. Rimasto senza munizioni, si caricò l’arma sulle spalle, riuscendo a raggiungere le proprie linee, ove cadde svenuto. Fu una impresa che inorgoglì tutto il reggimento e che passò di commento in commento e di trincea in trincea, tanto che gli Alti Comandi decisero per la concessione della decorazione sul campo della medaglia d’argento al valor militare. Il Ferravioli, ritornato a Borgo San Donnino, fece diversi mestieri e principalmente l’esattore per la società elettrica. Fu nominato cavaliere di Vittorio Veneto.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 marzo 1974, 11.

FERRERI ENRICHETTA, vedi PAVESI ENRICHETTA

FERRERO, vedi BORGHESE GIANGUIDO

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 183.

Vigheffio 1884-Monte Pecinka 13 agosto 1916
Figlio di Francesco. Fu professore di lettere e filosofia nel Liceo-Ginnasio G.D. Romagnosi di Parma e poi a Feltre. Fu volontario nella prima guerra mondiale e autore di numerosi saggi letterari. Sottotenente nel 2° Reggimento Granatieri, cadde eroicamente in combattimento e fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con sereno coraggio e sempre sprezzante del pericolo, guidava i granatieri del suo plotone a ripetuti attacchi di trincee nemiche che successivamente espugnava fino all’ultima dove cadeva fulminato da una pallottola di fucile.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28, 30, 31 agosto, 2, 3, 5, 14, 20, 26 settembre, 18 novembre 1916, 14, 26 maggio e 13 agosto 1917; La Giovane Montagna 2 settembre 1916; Per la Riscossa 17 febbraio 1918; Consiglio Comunale di Parma, seduta 13 settembre 1916; G. Sitti, Caduti e ecorati, 1919, 102; Decorati al valore, 1964, 72; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 239.

Felino 10 settembre 1900-post 1938
Fu comandante del 1º Battaglione Piemonte dei Granatieri e vice podestà di Torino nel 1938.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1188.

Rio Saliceto 1887-Monticelli Terme 23 giugno 1969
Si stabilì giovanissimo a Parma, dove per qualche tempo lavorò come geometra alle dipendenze del Comune, prima di intraprendere la carriera militare. Ufficiale del 61º Fanteria di stanza a Parma, partecipò da valoroso alla prima e alla seconda guerra mondiale, rimase ferito e fu più volte decorato al valore. L’8 settembre 1943, al momento dell’armistizio, comandava il presidio di Merano e, essendosi rifiutato di collaborare con i Tedeschi, venne deportato in Germania. Iniziò così un lungo, doloroso e drammatico peregrinare da un campo di concentramento all’altro. Nonostante le sofferenze materiali e morali che dovette subire, non venne mai meno ai suoi nobilissimi sentimenti patriottici, confortando i compagni di sventura, sostenendoli con la parola e con l’esempio in ogni momento e pensando fin d’allora al loro futuro e ai problemi che si sarebbero trovati di fronte al ritorno in patria. Fu in quel tempo, infatti, che egli gettò le basi per la costituzione di un’associazione dei reduci dalla prigionia. Ritornato in Italia il 10 settembre 1945 dal campo di Gross-Hesepe, con il grado di colonnello, ricevette poco dopo i gradi di generale di brigata e, collocato nella riserva, si prodigò appunto per la costituzione a Parma dell’associazione reduci e dell’associazione tubercolotici di guerra, da lui pure fondata nel 1947. Delle due associazioni il Ferretti fu presidente onorario.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 giugno 1969, 4; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 240.

Corniglio 1892-Terenzo 16 dicembre 1944
Si stabilì dopo il matrimonio a Calestano, dove, avendo esercitato per lungo tempo il commercio di carni e la tenuta di una macelleria, riuscì a raggiungere un elevato grado di benessere. Acquistò poi alcune case e terreni e abbandonò il negozio di Calestano, andando ad abitare nel 1932 a Lesignano Palmia con una famiglia assai numerosa, cresciuta con le nascite, in successione cronologica, di Angela, Elda, Anco Marzio (deceduto in età adolescente), Lidia ed Ermes. Il giorno 8 agosto 1942, nel primo periodo bellico, venne eletto podestà del Comune di Terenzo in sostituzione del commissario prefettizio Antonucci (vedi Gazzetta di Parma 14 agosto 1942, 2). Dopo l’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica di Salò, venne sostituito da Miritrovo Calzolari, coltivatore diretto e piccolo imprenditore del capoluogo. Il 15 dicembre 1944 un’imboscata con l’uccisione di un bersagliere della divisione Italia a opera di quattro partigiani a Lesignano Palmia causò l’arresto del parroco Marino Bertoni (come ostaggio) e del Ferretti (come presunto responsabile dell’attentato) e determinò l’arrivo in municipio di un capitano delle S.S. con i suoi ufficiali, che assunsero il controllo del distaccamento militare. Il Ferretti la mattina del giorno seguente venne ricondotto a Lesignano Palmia, unitamente ai due bersaglieri sfuggiti all’agguato (quindi testimoni), per accertarne la dinamica. Nel frattempo in municipio il medico condotto, Giuseppe Lamoretti, e il successore del Ferretti alla massima carica comunale, Miritrovo Calzolari, si prodigarono invano affinché il Ferretti non venisse incriminato, esaltandone le doti morali, la stima che godeva, l’estraneità e non complicità all’attentato. La condanna alla fucilazione, frutto di uno sbrigativo processo militare, avvenne in base alle leggi di rappresaglia imposte in quel periodo di guerra civile: il plotone di esecuzione che giustiziò il Ferretti, posto nell’orto del Comune, era composto da soldati italiani e comandato da un ufficiale tedesco.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 dicembre 1995, 26.


Parma 13 febbraio 1896-post 1936*
Conte di Castelferretto. Ufficiale d’artiglieria, conseguì il brevetto di pilota aviatore nel 1917 e fece parte della Serenissima. Dopo la guerra, aderendo ai Fasci Italiani di Combattimento, partecipò alla marcia su Roma. Fondò i Sindacati Aviatori Fascisti nel 1925, l’Associazione Nazionale Fascista della Gente dell’Aria nel 1926 e il Club delle Ali proprie. Nel 1927, nominato presidente dell’Aero Club di Milano, fondò l’Aerocentro da Turismo di Milano, il primo d’Italia, con un proprio Bollettino mensile di cui fu direttore. Eletto deputato al Parlamento nel 1929, fu incaricato di varie missioni dal Partito Nazionale Fascista in Turchia e in Bulgaria. Fu vice presidente della Confederazione della Gente del Mare e dell’Aria dal 1929 al 1932 e segretario della Federazione dell’Aria. Riportò diverse ferite il 18 maggio 1930 presso Pisa per un incidente aereo in cui morì il motorista Bracci. Fu decorato di due croci di guerra, insignito del Sovrano Ordine Militare di Malta e di una medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Maggiore di complemento pilota, volontario, continuava nella entusiastica ardita attività prodigata fin dall’inizio della campagna, raggiungendo negli ultimi mesi 120 ore di volo di guerra e nuove gesta a quelle già compiute. Il 7 gennaio, eseguito un bombardamento a Corbetà, di propria iniziativa, con difficile navigazione di oltre sette ore, sorvolava lo Scioa fino ai pressi della capitale nemica. Nelle ricognizioni a bassa quota al confine del Sudan, nelle battaglie del Tembien, dell’Endertà, dello Sciré, dell’Ascianghi, nell’inseguimento delle orde etiopiche in fuga, nei rifornimenti alle colonne delle truppe vittoriose, capo di ardite pattuglie scagliate all’attacco, comandante di formazioni lanciate verso mete lontane, fu ovunque il comandante degno degli equipaggi, che trassero dal suo esempio incitatore, la ragione del successo in ogni impresa (Cielo di Addis Abeba, 7 gennaio 1936).
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 659-660; E. Grossi, Eroi e pionieri dell’ala, 1934, 116-117; G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1188.

FERRETTI PIETRO, vedi FERRETTI PIERO

Parma 23 febbraio 1807-post 1841
Pittore, espose nel 1841 Una testa di San Pietro.
FONTI E BIBL.: Il Facchino 1841, III; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1915, XI; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1205.


Parma 1860
Garibaldino, cui il Lauria dedicò un capitolo del suo libro.
FONTI E BIBL.: A. Lauria, Le garibaldine memorie del 1860, Torino, 1905; Giornale di Parma 25 aprile 1904; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 430.

FERRETTI DI CASTELFERRETTO PIERO, vedi FERRETTI PIERO

1831-Parma 1901
Medico, fu volontario nella campagna risorgimentale del 1859. La lapide che lo ricorda al cimitero della Villetta di Parma lo dice miles patriae strenuus.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 11.


novembre/dicembre 1911-Parma 22 novembre 1996
Figlio di Eugenio ed Ercolina. Fu ordinato sacerdote da monsignor Evasio Colli il 21 giugno 1936. Esercitò il primo apostolato presso la comunità popolare della Santissima Trinità, come coadiutore. Per qualche tempo fu parroco di Casello e insegnante di religione nel Seminario Minore a Parma. Contemporaneamente gli fu assegnata la cattedra di ebraico nel Seminario Maggiore, insegnamento che, tranne due anni di malattia trascorsi in casa di cura, conservò fino al 1977. Assieme ai fratelli Igino e Liceo, anch’essi sacerdoti, il Ferri lavorò nella parrocchia di Collecchio e poi in quella di San Martino Sinzano. Dal 1984 fu canonico penitenziere della Cattedrale di Parma. Prete dotto, versato nelle discipline scientifiche e teologiche, durante i suoi studi liceali stupì i compagni di corso e gli stessi insegnanti per la facilità con cui apprese il latino e il greco. Antonio Caselli lo scelse quale aiutante nelle sue precorritrici esperienze scientifiche. In teologia ebbe come maestro un esperto di lingue orientali, don Emilio Tonelli, e ne continuò l’insegnamento contribuendo alla formazione esegetica dei chierici del Seminario. Conobbe pure la filosofia tomistica, la dogmatica e la patrologia.
FONTI E BIBL.: A. Maggiali, in Gazzetta di Parma 24 novembre 1996, 11.

Parma 18 gennaio 1820-post 1884
Fratello di Gaetano, studiò a Parma con Luigi Tartagnini ed esordì nel 1840 a Pontevico cantando come basso nel Nuovo Figaro di Luigi Ricci. Nell’estate 1842 fu a Piacenza nelle opere buffe Il ritorno di Columella di Fioravanti e Chi dura vince di Luigi Ricci. Si esibì a Genova nel luglio 1843 e nel 1846 raccolse un grande successo personale al Carlo Felice nella Gazza ladra di Rossini e nelle Prigioni di Edinburgo di Federico Ricci. Nella stagione di Fiera del 1844 fu a Brescia nella Regina di Rohan di Donizetti e nell’Ernani di  Verdi. Nel 1845 fu a Voghera per l’inaugurazione del nuovo teatro e subito dopo al Comunale di Trieste nell’Italiana in Algeri di Rossini. Cantò poi a Milano, Torino, Livorno e in altre città italiane, come in quasi tutte quelle della Spagna. A Parma cantò il 28 giugno 1855 al Teatro Regio in una serata d’onore. Il 25 gennaio 1858 sostenne la parte del Doge ne I due Foscari di Giuseppe Verdi, dato nel Regio Teatro di Parma. Lasciate le scene, fu nominato impiegato nell’amministrazione della Casa reale di Parma e, nel 1866, per l’ottima conoscenza della lingua, passò al seguito del duca d’Aosta che era stato nominato re di Spagna. Tornato il duca in Italia dopo l’abdicazione, il Ferri rimase al suo servizio come segretario, archivista e bibliotecario della Casa d’Aosta.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti, 76; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 243; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 285; G.N. Vetro, Voci Ducato, in Gazzetta di Parma 25 luglio 1982, 3.

Parma 1447
Fu valente giureconsulto. Copiò per studio e diletto le opere dei massimi scrittori latini: del Ferri si conserva un codice nella Biblioteca Marciana di Venezia (membraceo, nella miscellanea segnata Z. L. CDXVIII, B e col n. progressivo VIII): Somnium Scipionis ex M.T. Ciceronis sexto reipublicae libro excerptum: Cum in Africam venissem, Annio Manlio consule, ad quartam legionem. Sono quattro facciate, dalla 133 alla 137. Nell’ultimo foglio sta scritto: Istud volumen in quo nonnulla M.T. Ciceronis opera continentur, scriptum est per me Dominicum Ferrum parmensem, iuris pontificii studiosum. Il Ferri fu uno dei procuratori nominati dal vescovo di Parma Delfino della Pergola per una lite che ebbe a Bologna l’anno 1447, contro gli eredi di Racella Bolognese per la restituzione di 170 fiorini d’oro. Egli fu anche professore di jus canonico nello Studio Parmense.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 25; A. Pezzana, Storia di Parma, II, 515; S. Lottici, Quattro copisti, 1903, 135.

San Secondo Parmense 1918-Cielo del Mediterraneo dicembre 1941
Figlio di Telesforo. 1° aviere motorista, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Motorista mitragliere di aerosilurante, già distintosi in precedenti azioni di siluramento, partecipava ad un audace attacco condotto in pieno giorno, contro una potente formazione navale inglese composta da 17 unità di guerra. Mentre il siluro veniva sganciato a breve distanza dall’obiettivo, costituito da un grosso incrociatore, colpito dalla violentissima reazione contro aerea precipitava con il suo velivolo in fiamme.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1942, Dispensa 37a, 1922; Decorati al valore, 1964, 114.

Parma 20 dicembre 1818-Parigi 23 aprile 1881
Iniziò lo studio del canto con U. Fontana. Dotato di una bella voce baritonale, debuttò non ancora ventenne nel corso della stagione di Carnevale 1838-1839 al Teatro Municipale di Piacenza, nel Marin Faliero di G. Donizetti. Nel 1842 si produsse al Teatro alla Scala di Milano nel Nabucco di Giuseppe Verdi, in cui fu molto applaudito. Nel novembre dello stesso anno cantò nella Bianca di Belmonte di C. Imperatori, ancora alla Scala, ove, nel corso della sua carriera, tornò diverse volte, apparendo ne I puritani di V. Bellini, Elena da Feltre di S. Mercadante, Beatrice di Tenda di Bellini (nel 1844), in Marco Visconti di C. Petrella (nel 1854), nel Trovatore di Verdi, in Ines de Mendoza di A. Chiaromonte e nel Rigoletto di Verdi nel 1855. Nell’aprile 1844 venne scritturato al Teatro Comunale di Reggio Emilia, dove sostenne la parte di Enrico Ashton nella Lucia di Lammermoor di Donizetti e cantò nell’opera Dirce di A. Perti. Nella primavera del 1845 fu al Teatro Argentina di Roma, quale protagonista de I due Foscari di G. Verdi, I Veneziani a Costantinopoli di T. Mabellini e Giovanna d’Arco di Verdi. Nell’autunno dello stesso anno si fece conoscere al Teatro Real di Madrid, cantandovi nel ruolo di Carlo V nell’Ernani di Verdi e ne Il templario di O. Nicolai. Nel giugno 1846 fu al Teatro Ducale di Parma, dove sostenne il ruolo di Gualtiero nella Luisa Strozzi di G. Sanelli, e due anni dopo debuttò con successo al Liceu di Barcellona nel Don Pasquale di Donizetti, quindi nella Gemma di Vergy, sempre di Donizetti, nei verdiani I Lombardi alla prima crociata e ancora, nel 1849, nella Maria di Rohan e Lucrezia Borgia di Donizetti e nell’Alzira di Verdi. Nel 1851 venne scritturato per la stagione di primavera al Kärnterthortheater di Vienna dove, oltre alle già citate opere del suo repertorio, debuttò nell’Attila di Verdi e nella Linda di Chamounix di Donizetti. L’anno successivo venne riconfermato al teatro viennese nelle medesime opere, mentre nel luglio 1852 cantò nel Mazeppa di F. Campana al Teatro dei Floridi di Livorno. Dall’ottobre dello stesso anno sino al marzo 1853 si produsse sulle scene del San Carlo di Napoli nell’Alceste di G. Staffa, Il Giuramento di Mercadante, Guido Colmar di N. De Giosa, nella Statira di Mercadante, nel Trovatore di Verdi, nella Medea e nella Romilda di Provenza di G. Pacini e infine nel Barbiere di Siviglia di Rossini, unico ruolo comico del suo repertorio, che nel 1865 affrontò accanto a Barbara Marchisio. Nella stagione 1855-1856 cantò al Teatro Carlo Felice di Genova nella Luisa Miller e nella Traviata di Verdi, nonché ne I fidanzati di A. Perti, dalla primavera 1856 fino al gennaio 1857 al Teatro La Fenice di Venezia ne La favorita di Donizetti, ne I Vespri siciliani di Verdi e nell’Ultimo Abencerrago di  Tessarin, mentre nel luglio seguente partecipò alla prima esecuzione assoluta di Aroldo di Verdi, nel ruolo di Egberto. All’inizio del 1858 fu nuovamente alla Fenice di Venezia ne Il Vasconcello di A. Villanis e nella stagione di Carnevale 1858-1859 al Teatro Regio di Torino ne Il saltimbanco di G. Pacini. Nel 1859 si recò in tournée in America, ma da questo anno si perdono le sue tracce. Tornò in Italia prima del febbraio 1865 perché in quell’anno figura al San Carlo di Napoli nel Barbiere di Siviglia e nel Rigoletto. Si ritirò dalle scene probabilmente intorno al 1867. Dotato di una bellissima voce educata alla migliore scuola italiana, unì a essa uno straordinario senso della scena che lo rese interprete profondo dei personaggi e delle situazioni: forse per questo fu particolarmente apprezzato nelle opere verdiane, laddove la cosiddetta parola scenica veniva dal Ferri messa particolarmente in luce in tutta la sua potenza espressiva.
FONTI E BIBL.: Recensioni in Il Pirata 16 agosto 1842, 4 maggio, 1 giugno 1843, 12 giugno 1846, 23 febbraio 1848, 28 luglio, 20 ottobre, 3 novembre 1849, 11 gennaio, 29 marzo, 16 aprile, 26 luglio, 6 agosto 1851, 22 gennaio, 12 dicembre, 23 dicembre 1852, 20 marzo 1853; Teatri, Arte e Letteratura 4 maggio, 1 giugno 1843, 2 giugno 1844, 3 aprile, 3 maggio, 9 ottobre 1845, 7 gennaio 1847, 13 dicembre 1855, 15 novembre 1856, 23 aprile, 30 luglio 1857, 11 marzo 1858; F. Regli, Dizionario biografico, Torino, 1860, 200 s.; C. Gatti, Il teatro alla Scala nella storia e nell’arte, Milano, 1963, I, 120 s., II, 43 s., 49; E. Frassoni, Due secoli di lirica a Genova, Genova, 1980, 218 s.; Il teatro di San Carlo. La cronologia 1737-1987, II, a cura di C. Marinelli Roscioni, Napoli, 1987, 317 ss., 366 s.; C. Schmidl, Dizionario biografico dei musicisti, Supplemento, 301; R. Staccioli, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVII, 1997, 149-150.


-Parma 16 ottobre 1870
Dottore, cooperò al risorgimento italiano.
FONTI E BIBL.: Il Presente 18 ottobre 1870, n. 287; P. Martini, in Il Presente 19 ottobre 1870, n. 288; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407.

Parma prima metà del XVI secolo
Mastro de ligname attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 207.


-Parma 2 agosto 1868
Volontario, fece la campagna risorgimentale del 1866.
FONTI E BIBL.: Il Patriota 4 agosto 1868, n. 213; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407.


Parma 25 febbraio 1681-Massangano 13 giugno 1716
Figlio di Nicola e Antonia Bertoli. Frate cappuccino, fu missionario dal 1712 nel Brasile e nel Congo, dove morì. Compì la professione solenne a Carpi il 18 maggio 1699.
FONTI E BIBL.: Gatti, Sulle terre e sui mari, 23, 24, 34, 61, 69, 226; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 352.


Parma 25 agosto 1849-Berceto 7 agosto 1894
Figlio di Francesco e Antonia Avogli. Fu ardente patriota e combatté da valoroso a Mentana nel 1867. In seguito fu ricevitore del Regio Lotto in Firenze.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 agosto 1894, n. 220; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 206.


Parma 1787-Parma 1837
Scultore. Si formò a Parma, proseguendo poi gli studi a Tolosa. Eseguì quattro rilievi per l’altare della chiesa del Seminario Maggiore a Parma. Fu autore di un grande gruppo scultoreo per il portale dell’Arcivescovado di Auch e di una statua per la chiesa di Umgebug. Fu anche pittore.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 217; Panzetta, Dizionario scultori, 1990, 75.

-Parma 15 luglio 1570
Sacerdote insigne, fu consorziale della Cattedrale di Parma, dove gli fu dedicata una epigrafe.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 175.

Parma 1766
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 30 marzo 1766.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1780-Parma 29 gennaio 1839
Ancora fanciulla rimase orfana del padre. Sposò nel 1798 l’insigne medico e professore parmigiano Giacomo Tommasini. Visse prima a Bologna e poi a Parma, dedita agli studi classici (con Jacopo Sozzi), filosofici, astronomici e specialmente pedagogici, che la posero in grado di essere per i figli esperta e sensibile educatrice. Scrisse le Considerazioni intorno all’educazione domestica, derivandole dal Locke, lavoro lodatissimo dal Giordani, come assai apprezzati da Michele Colombo furono i suoi Pensieri morali e letterari. Fu esemplare modello di virtù civili, dividendo col marito ardenti spiriti liberali di amor patrio, non mai timorosa di manifestarli anche in momenti in cui le avrebbero potuto riuscire pregiudizievoli. Quando morì, il Giordani ne scrisse l’epigrafe funeraria e, nel 1891, per regio decreto, la Scuola Normale Superiore Femminile di Parma assunse il suo nome. Più che per i meriti di insigne pedagogista, la Ferroni merita di essere ricordata per la lunga amicizia, tenera e disinteressata, che ebbe con Giacomo Leopardi (amicizia di cui tacciono molti dei biografi del poeta). Il Leopardi conobbe la famiglia Tommasini durante il suo soggiorno bolognese (1827) e gli fu tanto cara da chiedere di poterla considerare la propria, vagheggiando il progetto, egli tanto disgustato del natio borgo selvaggio, di unirvisi quando andò a stabilirsi a Parma. Con la Ferroni e con la figlia Adelaide ebbe una dolce familiarità, continuata poi per lettera (se ne conservano diciannove) in cui sfogò le più riposte amarezze e il più intimo travaglio, che lo fece talvolta minacciare il suicidio, sempre consolato e ammonito dalla Ferroni a pazientare. Pubblicò le seguenti opere: Pensieri di argomento morale e letterario (Bologna, 1829), Intorno alla educazione domestica, considerazioni (Milano, 1835), Prose inedite, Poesie e prose scelte di donne italiane nel secolo XIX (Milano, 1836), Carteggio morale e letterario di Beniamino Franklin (Milano, 1837), La vanità e lo studio, novella, Il 25 luglio 1836 (in Strenna Femminile Italiana 1837), Ricordi intorno alla vita di Giuseppe Serventi, cittadino laborioso e filantropo (Parma, 1838), Prose: del sentimento, dell’onore e della pubblica stima, del coraggio, della famigliarità coi figlioli, delle abitudini morali e fisiche (in Antologia Femminile, anno I), Vita di un cittadino, (in Strenna Femminile Italiana 1838).
FONTI E BIBL.: E. Boghen Conigliani, La donna nella vita e nelle opere di Giacomo Leopardi, Firenze, 1898, 223-266; P.L. Ferri, Biblioteca italiana femminile, Padova, 1842; O. Greco, Biblio-biografia femminile italiana del XIX secolo, Venezia, 1875; G. Piergili, Carteggio inedito di vari con Giacomo Leopardi, Firenze, 1898; G. Piergili, Nuovi documenti intorno agli scritti e alla vita di Giacomo Leopardi, Firenze, 1899; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 440-441; C. Villani, Stelle femminili, 1915, 692-693; C. Villani, Stelle femminili, 1916, 216-218; Aurea Parma 4 1923, 209; G. Leopardi, Epistolario, a cura di E. Piergili, Firenze; F. Orestano, Eroine, 1940, 377; M. Bandini, Poetesse, 1941, 262-263.


Parma 1687-Milano 1730
Pittore e incisore acquafortista, fu attivo a Milano e Roma. Studiò a Roma con Carlo Maratti ma lavorò soprattutto a Milano, dove dipinse, tra l’altro, il Transito di San Giuseppe per la chiesa di Sant’Eustorgio. Fece ritratti conosciuti tramite le incisioni di J.M. Francia e di F. Zucchi. Eseguì le incisioni Giuditta e Oloferne (1705), Jael e Sisara, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Il cantico di Miriam e Giosuè ferma il sole. Tutte queste incisioni riproducono opere di Carlo Maratti e seguono l’indirizzo romano. Due altre portano la data del 1723: Due Angeli portano l’anima di San Gerolamo (da Daniele Crespi) e Un Re orientale col santo francescano (da P. Fr. Mazzucchelli). Incise inoltre San Carlo Borromeo ed i santi Pietro e Giovanni che guariscono gli ammalati (da Simone Cantarini) e La Temperanza (da Raffaello). Il Mariette menziona tre altre incisioni eseguite per Crozat, le quali però non soddisfecero il collezionista
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, XI, 1915, 488; Bas., Dizionario, 1757 e seconda edizione 1789; Füssli, 1779 e seconda edizione 1806; Bar., XXI, 325; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 76; Arte incisione a Parma, 1969, 39; A. De Angelis, Notizie degli Intagliatori, IX, 1811, 300; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 421.

Parma-post 1767
Nell’autunno del 1767 cantò al Teatro Pubblico di Lucca in Il ratto della sposa.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1810/1831
Durante i moti del 1831 offrì i propri servigi di esperto militare al Governo provvisorio: il 25 febbraio espose al Governo provvisorio di aver militato dall’anno 1810 al 1814 come velite nelle armate francesi, di essere successivamente passato nel Reggimento Maria Luigia, nel quale giunse al grado di sottotenente, e di aver poi abbandonato spontaneamente il servizio, per recarsi in Spagna, dove aveva fatto parte del Reggimento sacro, corpo che si batté per la libertà e l’indipendenza di quel paese (in Spagna fu fatto prigioniero dai Francesi e recluso nel deposito del dipartimento dello Cher per il periodo 1823-1824). Il Ferroni chiese impiego militare per difendere la patria dalla invasione di truppe straniere e per conservare la tanto amata e desiderata libertà.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 164.

FERRUTIUS, vedi BOTTI FERRUCCIO

Parma seconda metà del XVI secolo
Ingegnere attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 148.

Pieve di Guastalla 26 giugno 1791-Parma 7 gennaio 1870
I suoi genitori, Sante e Prudenziana Binacchi, erano di modesta condizione economica e non avevano i mezzi per mantenerlo agli studi. Si occupò di lui lo zio Federico, sacerdote esemplare e di gran cuore. Finito il corso ginnasiale a Guastalla, lo zio lo mantenne a Reggio, nel Collegio dei Gesuiti, perché potesse proseguire gli studi liceali. Compiuto il corso filosofico, il Fiaccadori venne a trovarsi in grave difficoltà: morì infatti lo zio e così dovette subito scegliersi un mestiere per vivere. I padre gesuiti, che ne conoscevano l’animo e le virtù, gli procurarono un posto provvisorio nella biblioteca del Collegio, sotto la guida di padre Mauro Boni. Ma egli, desideroso di darsi al commercio librario, abbandonò quell’incarico e proseguì per la nuova strada, aiutato da diverse famiglie reggiane, che ne apprezzavano l’ingegno e l’operosità. Gli fu molto vicino e lo incoraggiò anche il padre genovese Camillo Pallavicini, suo maestro e rettore del Collegio. Maturata la decisione di farsi editore in proprio, a Reggio Emilia nel 1822 uscì il primo libro del Fiaccadori: Avvertimenti morali, politici e religiosi. Il frontespizio reca: Presso Pietro Fiaccadori dalla Tip. Torreggiani e Comp. Nel 1823 seguì Il penitente instruito di Paolo Segneri, edito sempre a Reggio, dove, tra il 1825 e il 1828, il Fiaccadori pubblicò altri volumi, ormai presumibilmente con torchi suoi. Sulle prime, neppure nel commercio librario e nell’editoria gli arrise la buona sorte. Il Fiaccadori infatti avrebbe desiderato aprire stamperia nel territorio del Ducato di Modena, di cui Reggio faceva parte e dove egli aveva compiuto i suoi studi e perfezionato la sua educazione e il suo talento. Ma non ne ottenne licenza e a causa di questo veto non altrimenti superabile, dovuto al regime tirannico di Francesco d’Este, si decise, su pressante invito di don Smeraldo Benelli, insegnante nelle scuole medie superiori, di portarsi a Parma, dove regnava Maria Luigia d’Austria, sovrana decisamente più illuminata e generosa. Il Fiaccadori si trasferì a Parma nel maggio 1829 e si guadagnò presto la fama di uomo onesto e impegnato nel suo lavoro: stampare e diffondere libri buoni, utili e costruttivi. Dalla sua officina infatti uscirono libri di letteratura, di scienza, di filosofia e di edificazione morale. Scritti irreligiosi o solo sospetti tali non contaminarono mai i suoi torchi: fu infatti uno stampatore intemerato di chiara formazione cattolica, benefattore e amico dei suoi operai. Il Fiaccadori pubblicò una serie di libri apprezzati dal suo pubblico e adottati nelle scuole. Furono tutti ispirati in primo luogo alla migliore educazione religiosa e cristiana e anche al bello scrivere e alla buona e solida cultura. In un Nuovo Catalogo di libri pubblicati dalla stamperia del Fiaccadori (catalogo che abbraccia il periodo dall’anno 1825 a tutto il giugno del 1838, quando la stamperia aveva sede, già dal 1833, in Strada maestra al Ponte di Mezzo n. 18) i libri elencati in ordine alfabetico sono ben cento, dall’Abbaco ossia l’arte di far conti (1828) ai Soliloqui di Sant’Agostino (1838). Segue un elenco di edizioni non stampate da lui: Fenelon, Fornaciari (Esempi di bello scrivere in prosa italiana), Omero, Plinio il giovane, Seneca e Virgilio (Bucolica e Georgica). Dal 1829 al 1870, dalla sua officina uscirono opere di letteratura classica, di scienza, di storia, di religione, di filosofia e di problemi attuali: complessivamente circa 350 volumi raccolti in tre collane, Scelta di eccellentissimi scrittori antichi e moderni, Enciclopedia moderna scientifico-erudita e Nuova biblioteca di civile e cristiana sapienza. Il Fiaccadori ebbe buon intuito e coscienza del suo mestiere e seppe vedere, al di là della capacità tecnica d’imprimere e manovrare torchi e macchine, il valore del messaggio che l’opera stampata contiene. Fu inoltre anche un animatore e suggeritore di cultura. La fama del Fiaccadori è legata a tre imprese di notevole livello storico e culturale che lo elevano sopra le dimensioni di semplice stampatore. Esse sono: l’edizione dell’Opera omnia di San Tommaso d’Aquino (24 volumi in folio, oltre a un volume dell’Indice), costata venti anni di accanito lavoro, I Monumenta di storia patria delle Provincie di Parma e Piacenza e la prima edizione della Cronaca di Fra Salimbene de Adam (1857). L’edizione delle opere e degli scritti di San Tommaso fu senz’altro un’impresa grandiosa, monumentale, una vera temerarietà che avrebbe disarmato qualunque altro tipografo. Il progetto richiese capitali e mezzi finanziari cospicui e collaboratori preparati e di buon livello scientifico, che non si trovarono facilmente in un’area ristretta, delle dimensioni pur sempre provinciali, come Parma. Influirono e fecero da sprone al Fiaccadori i ricordi, l’entusiasmo e gli studi compiuti nel Collegio dei Gesuiti di Reggio. Per questa edizione, cui dedicò accanito impegno e passione, il Fiaccadori acquistò meritata fama nel mondo dei dotti. Il 2 febbraio 1861 ebbe un breve con medaglia d’oro da papa Pio IX e il 28 febbraio 1870 l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe lo nominò cavaliere. Il Fiaccadori fece copiare gli scritti di San Tommaso in tutte le principali biblioteche d’Italia e d’Europa e ne acquistò anche da molti cultori delle discipline filosofiche. Nel 1869, alla vigilia della morte, il Fiaccadori riuscì a vedere coronate le sue nobili fatiche, anche se il volume dell’Indice apparve solo due anni dopo, nel 1872. Nel 1855 sorse in Parma una società di studiosi parmensi e piacentini con lo scopo di dare alle stampe (e divulgarne la conoscenza) un repertorio di documenti e opere antiche non abbastanza noti, che correvano il rischio dell’oblio. Il Fiaccadori, sensibile e aperto a tale genere di imprese, si assunse l’onere della parte tipografica e si premurò di divulgarne il Manifesto, che fu accolto con favore in Italia e fuori. Questa importante collezione di documenti storici, Monumenta historica ad provinciam Parmensem et Placentinam pertinentia (9 volumi in folio), il Fiaccadori dedicò all’ultima duchessa di Parma, Luisa Maria di Berry. La Società degli studiosi comprendeva Angelo Pezzana, presidente, Amadio Ronchini, prefetto dell’Archivio, Antonio Bertani, proprefetto della Biblioteca, Giovanni Maria Allodi, dottore in teologia e archivista del Collegio dei Canonici del Duomo, Enrico Scarabelli Zunti, Luigi Barbieri, Emilio Bicchieri, Bernardo Pallastrelli, prorettore degli Studi, Giuseppe Bonora, proprefetto dell’Archivio pubblico, Carlo Grandi, canonico di Sant’Antonio, Giuseppe Gazzola e Giuseppe Nasalli: vi era rappresentato il fiore della intellettualità e degli studi di Parma e Piacenza. Nella Prefazione si chiarisce lo scopo dell’impresa, altamente civile e che punta alla conoscenza dei monumenti municipali tramandati dalla tradizione. Essi avrebbero dovuto formare uno degli anelli coi quali si sarebbe costituita la silloge storica di tutti gli avvenimenti, non solo a Parma e Piacenza, ma dell’Italia intera. Partendo da un tale programma, si intese realizzare un progetto che allargava la visione municipale della storia, delle leggi e degli ordinamenti. L’opera fu divisa in tre parti: Leggi e Statuti, i fondamenti su cui poggiano i restanti atti, sia pubblici che privati, Statuta Municipalia e di altri sodalizi, tra i quali primeggiano gli Statuta Mercatorum Placentiae, i Diplomi dei Principi e dei Pontefici, che contengono una serie di leggi, e gli stessi atti principali dei Tabellioni. Segue il Codex Diplomaticus e la storia della Chiesa piacentina del Campi, la storia della Chiesa parmense dell’Affò e il Codice nicolliano di diritto pubblico. La terza parte riguarda le Cronache. Per disporre dei materiali necessari, furono chiamati all’opera prefetti di biblioteche e di archivi. A capo di questa équipe di studiosi e ricercatori venne chiamato Angelo Pezzana, storiografo insigne e bibliotecario. La prefazione dell’opera si chiude con queste appassionate parole, vibranti di amore civico: Abbiamo affrontato l’onere per quanto grave della spesa, con le nostre forze, ritenendo indecoroso che stranieri, come accade spesso, studino, descrivano, divulghino le nostre cose storiche, tolgano anche questa lode agli italiani, che devono essere loro per primi a farlo e non delegare gli altri per dimostrare amore per la patria, per le tradizioni municipali e anche coscienza e conoscenza delle nostre origini. Il Fiaccadori, al di là del mestiere di tipografo, si rivelò dunque organizzatore e divulgatore di cultura e uomo con alto senso della storia e della tradizione scritta. Con la stampa dei Monumenta Historica egli volle assicurare la memoria dei documenti più antichi del passato di Parma e Piacenza, per scoprire i tesori degli archivi locali e così conoscere la storia degli uomini e delle istituzioni da trasmettere alle generazioni future. Il Fiaccadori ebbe anche il vanto di aver dato alle stampe, sempre con l’occhio e la perspicacia più dell’editore che del tipografo, la prima edizione della Cronaca di Fra Salimbene de Adam (1857). L’edizione del Fiaccadori fu curata per la massima parte da Amadio Ronchini, direttore dell’Archivio di Stato di Parma, e da Luigi Barbieri. Reca una breve prefazione e un Avvertimento che è di Antonio Bertani. Il testo, anche se nel frontespizio è detto ex codice Bibliothecae Vaticane, non è fondato direttamente sul codice vaticano latino 7260, ma deriva da una copia ricavata da altra parziale e non priva di mende. Francesco Gaetani, duca di Sermoneta, ai primi dell’Ottocento aveva ottenuto dal bibliotecario della Vaticana, monsignor Gaetano Marini, di far trascrivere il prezioso codice. La copia venne eseguita da Girolamo Amati, ma senza troppa cura e diligenza, con l’esclusione quasi completa delle citazioni bibliografiche, nonché di moltissimi brani scabrosi o di difficile lettura. Il Gaetani si ripromise di utilizzarla per un’edizione, che non gli riuscì però di portare a termine. Alla morte del Gaetani, la sua biblioteca, compreso l’apografo dell’Amati, fu acquistata dall’erudito G.B. De Rossi (poi pervenuta alla Biblioteca Palatina di Parma, fondo De Rossi). Da Roma il manoscritto della Vaticana trasmigrò a suo tempo a Parma per dare modo al Pezzana di ricavarne copia da conservare presso la Biblioteca Palatina. I manoscritti 411 e 412 della Palatina sono quelli su cui si fondò l’edizione del Fiaccadori del 1857, che ebbe questo titolo: Chronica di Fra Salimbene Parm. Ord. Minorum ex codice Bibliothecae Vaticanae nunc primum edita. Ex Officina Petri Fiaccadori, 1857. Il volume costituisce un’autentica rarità bibliografica, anche per l’eleganza bodoniana che lo caratterizza. Ciò non toglie che l’edizione parmense del Fiaccadori è criticamente carente. Degna di particolare importanza e attenzione è la dedica a Vincenzo Mistrali, ministro delle Finanze, delle Opere di Isocrate, stampate dal Fiaccadori. Egli volle dedicare l’Isocrate al ministro sapiente e letterato, non tanto per adulazione o per ottenere favori personali. Se lo fece fu soprattutto per dimostrargli la sua ammirazione e riverenza e per sentirsi incoraggiato, da uomo così potente e dotato di grande amore per gli studi, a compiere imprese maggiori e di più alto livello nella sua arte. Nelle sette lettere scambiate tra il ministro e il Fiaccadori per la dedica dell’Isocrate, quest’ultimo chiese anche al Mistrali di ottenere la diminuzione della gabella nell’acquisto della carta a macchina di Francia per edizioni speciali e di particolare pregio, essendo eccessiva e pesante la spesa del dazio d’entrata per cui gli era impedita la possibilità di farne provvista e di lavorare, come avrebbe voluto, nel settore delle edizioni non comuni su carte sopraffini. La tipografia del Fiaccadori occupò ventidue operai e possedette quattro torchi. Quando venne a morire, quasi ottantenne, lasciò incompiuta la pubblicazione dei Tesori di Cornelio a Lapide e aveva già programmato l’Opera omnia di San Bonaventura e di Sant’Anselmo d’Aosta. Per tutta la vita tenne una fittissima corrispondenza con editori italiani e stranieri e con letterati, studiosi e pubblicisti: un impegno quasi quotidiano di corrispondenza epistolare. Tra i suoi corrispondenti vanno ricordati: Paolo Costa, scrittore, seguace del purismo e del classicismo, poi convertito al romanticismo, Michele Colombo, scrittore e maestro in fatto di lingua, Basilio Puoti, marchese napoletano, maestro autorevole del purismo, Pier Alessandro Paravia, professore all’Università di Torino, letterato e scrittore, Michele Leoni, di Borgo San Donnino, letterato e poeta di chiara fama, Celestino Cavedoni, di Modena, erudito e famoso numismatico, Pietro Antonio Uccelli, noto studioso delle opere di San Tommaso, Antonio Bresciani, gesuita della Civiltà Cattolica, scrittore vivacemente polemico, e poi Marcantonio Parenti, Fortunato Cavazzoni-Pederzini, Gianfrancesco Rambelli e altri ancora. Da una lettera a Pietro Antonio Uccelli si apre uno spiraglio sulle non felici condizioni dell’editoria del tempo, non solo parmense ma anche italiana. La lettera fu scritta negli ultimi mesi di vita del Fiaccadori, quasi un bilancio di quarant’anni di lavoro tipografico: La ringrazio grandemente dell’offerta ch’Ella mi fa se voglio stampare il Commentario di S. Dionigi, ma Le dico liberamente che non posso accettare tale offerta per la gran spesa a cui dovrei sobbarcarmi. Gli editori esteri hanno altri mezzi di spaccio che non hanno né avranno mai gli Italiani, e molto meno uno di Parma come sono io e quasi ottuagenario. All’estero nessuna meraviglia, perché hanno un commercio immenso con tutte le parti del mondo; nella sola America vendono a migliaia le loro produzioni. Da ricordare che nella tipografia Fiaccadori lavorò, come apprendista e poi come proto, anche Domenico Galaverna, padre della letteratura vernacola parmigiana. Quando per le vicende politiche del 1848 la tipografia dovette ridurre notevolmente la propria attività (fino al 1852), Galaverna lasciò per sempre il Fiaccadori, ma non la passione per la tipografia, che egli trasmise ai due figli, dotandoli di una tipografia, rispettivamente a Collecchio e a Langhirano. Alla morte del Fiaccadori (negli ultimi anni fu ridotto a una quasi totale cecità) le esequie furono modeste, come egli aveva disposto. Coerente fino in fondo, visse una vita operosa e saggia all’insegna del suo vero blasone, la modestia. Sulla tomba si legge: Petrus Sanctis f. Fiaccadorius Domo Vastalla Civitate Parmensis. VII Id. Jan. A. MDCCCLXX. La Tipografia Fiaccadori passò in eredità al Seminario di Parma. Ebbe vita dal 1870 al 1886 con il titolo di Tipografia Vescovile e di qui cominciò la sua decadenza. Passò poi di proprietà di Antonio Anselmi e figlio (1887). Fu acquistata in ultimo (1893) dall’Istituto Salesiano di San Benedetto della SEI di Torino e nel 1895 si creò a Parma la Scuola Tipografica Salesiana, con giovani compositori e stampatori. Delle carte e dei manoscritti del Fiaccadori e della copiosissima corrispondenza a lui indirizzata, documenti tutti sistemati nel 1893 nell’Istituto Salesiano di Parma, quand’io ne feci lo spoglio, dice Amato Masnovo, molta parte aveva già fatto una fine miseranda. Ben poco è rimasto.
FONTI E BIBL.: L. Farinelli, Il tipografo-editore Pietro Sante Fiaccadori, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1979; L. Farinelli, Pietro Fiaccadori editore coraggioso, in Gazzetta di Parma 11 giugno 1984; A. Bresciani, Lettere, Roma, 1869, 312-320; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri. Appendice, Parma, 1880, 85-88 (la voce Pietro Fiaccadori è di Antonio Anselmi e corrisponde letteralmente ai cenni necrologici composti dallo stesso Anselmi in quattro pagine); P. Triani, A Parma l’Accademia di San Tommaso, in Atti dell’VII Congresso tomistico internazionale, Città del Vaticano, 1981, III, 145-147; A. Masnovo, Brevi note sulla restaurazione tomistica in Italia, in Rivista di Filosofia Neoscolastica 4 1909, 595-604; Catalogo delle opere pubblicate dai tipi di Pietro Fiaccadori, Parma, 1862 (citato alla voce Fiaccadori Pietro in Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi, di Felice da Mareto, Parma, Deputazione di Storia Patria, 1974, vol. II); A.V. Marchi, Pietro Fiaccadori, Parma, 1991; Bollettino Museo Bodoniano 6 1992, 70-77.

FIACCADORI PIETRO SANTE, vedi FIACCADORI PIETRO

FIAMENGHI o FIAMMENGHI ANTONIO, vedi ULGIBOSCH ANTONIO

FIAMENGO o FIAMMENGO o FIAMMINGHI o FIAMMINGO GIOVANNI, vedi SOENS JEAN


Parma prima metà del XVII secolo
Orefice attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 143.

FIASCHETTO, vedi PIETRA PIETRO

FICARELLI o FICARELLO o FICCARELLI, vedi RANGONI CRISTOFORO e RANGONI MICHELANGELO

Reggio Emilia 20 marzo 1845-Milano 18 maggio 1927
Dal novembre 1861 all’ottobre 1866 fu allievo di pianoforte del Regio Conservatorio di Milano, ove ebbe a maestri Francesco Sangalli e Antonio Angeleri. Ultimati gli studi, intraprese un giro di concerti nelle principali città d’Italia. Dedicatosi all’insegnamento, occupò dal 1870 al 1° maggio 1906 il posto di professore di pianoforte nella Regia Scuola di musica di Parma. Oltre a dedicarsi con buoni risultati all’insegnamento, dette una serie di brillanti concerti al Teatro Regio di Parma e a Palazzo Sanvitale, diventando anche un animatore della vita culturale cittadina. Negli ultimi anni della sua esistenza si trasferì a vita privata a Milano. Pubblicò studi e altre composizioni per pianoforte.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 1, 1926, 541 e 769; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 88.

Parma XIV secolo
Ebbe il titolo di maestro. Fu letterato e grammatico.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 99.

Collecchio 1299
Sacerdote, fu canonico della chiesa parrocchiale di Collecchio. Di lui si legge nella Ratio Decimarum del 1299: D. Thomaxius Ficianus canonicus dicte plebis die 26 marzii pro primo et secundo termino primi anni soluit libbr. 1. sol 14, den 6 imper.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

FICURELLO, vedi RANGONI CRISTOFORO e RANGONI MICHELANGELO

ante 1194-Parma maggio 1210
Fratello di Obizzo. Fu arcidiacono della Cattedrale di Parma. Poco prima di morire fu proposto, con altri due candidati, a succedere al vescovo di Ferrara, Uguccione. Non fu approvato perché di famiglia troppo potente e ricca, verso la quale si nutriva soverchio sospetto.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 183-184.

Busseto-post 1627
Emilio Seletti (Storia di Busseto, v. III, pp. 153-154) indica il 20 gennaio 1627 come giorno della fondazione della cappella musicale della chiesa di San Bartolomeo per testamento di Giuseppe Vitali e della moglie Apollinarda Sanviti. Nel rogito sono indicati Annibale Chinelli come organista e il Fieschi, da Busseto, primo maestro di cappella.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma prima metà del XIII secolo-Oriolo 24 dicembre 1294
Nato da Ugolino, appartenne al ramo parmense della famiglia dei conti di Lavagna, meno conosciuto di quello genovese dal quale discendevano invece papa Innocenzo IV e i cardinali Guglielmo, Ottobono (papa Adriano V) e, più tardi, Luca. Sono state proposte diverse ipotesi genealogiche per stabilire un legame tra i due gruppi familiari. Da queste proposte emerge però che la parentela dei Fieschi di Parma con i Fieschi di Genova, che pure sembra evidente, non è documentata da nessuna fonte in modo chiaro. Per quel che riguarda il Fieschi, nonostante i suoi parenti e nipoti si individuino abbastanza bene nei documenti, è difficile distinguere i suoi antenati, poiché nella famiglia ricorrono spesso gli stessi nomi, anche nella medesima generazione. Il Fieschi ebbe almeno due fratelli, Ugolino, arcidiacono di Parma e canonico di Meaux, e Guido, conte di Lavagna, detto anche Guido di Codonio dal suo feudo vicino a Parma, e padre di Bella, Margherita e Saladino. Il fatto che il Fieschi avesse anche un altro nipote, Opizzo di Lavagna, studente a Bologna e nominato tra gli eredi nel testamento, potrebbe fare pensare all’esistenza di un terzo fratello. Fu suo nipote ed erede anche Tedisio di Canali, canonico di Meaux, il che lascia presumere che una sorella del Fieschi avesse sposato un membro di questa nota famiglia parmense. A questo gruppo di parenti bisogna aggiungere Francesco di Lavagna, camerario del Fieschi quando era arcivescovo di Ravenna, anche se i legami di parentela non sono chiari. Lo stesso vale per Guido di Canali, investito di un canonicato a Meaux, e per Antonio e Ugerio di Codonio, entrambi notai e appartenenti al seguito del Fieschi. Le poche informazioni sulla vita del Fieschi prima della sua nomina ad arcivescovo riguardano il suo ingresso nell’Ordine domenicano, deciso, come afferma il Federici, contro il parere di papa Innocenzo IV. Testamento e atto di donazione mostrano quanto fosse legato al convento di San Savino a Piacenza e al convento di San Giacomo a Parigi. A quest’ultimo lasciò in eredità tutti gli oggetti posseduti prima che diventasse arcivescovo, il che potrebbe far pensare che il Fieschi vi avesse compiuto i suoi studi. Nel 1273 il Fieschi seguì papa Gregorio X a Lione, dove si sarebbe tenuto il concilio generale, e nel 1275 accompagnò il cardinale Pietro di Tarantasia, vescovo di Ostia e in seguito papa Innocenzo V, nella legazione inviata a Filippo l’Ardito di Francia. Durante il viaggio di ritorno in Italia dopo il concilio, a Beaucaire nel settembre 1275 il Papa decise di provvedere alla sede di Ravenna rimasta vacante da quando era morto l’arcivescovo Filippo da Pistoia nel 1270. Nonostante papa Clemente IV avesse precedentemente riservato alla Santa Sede la nomina del successore, il Capitolo aveva eletto due candidati, Percivalle Fieschi, fratello del cardinale Ottobono, e Ruggero Ubaldini, arcidiacono di Bologna, appartenente alla famiglia del cardinale Ottaviano Ubaldini, il cui nipote omonimo era vescovo di Bologna. Gregorio X annullò la doppia elezione e nominò il Fieschi, apparentemente d’accordo col Sacro Collegio. In un primo momento il Fieschi mandò un procuratore, Filippo di Pomonte, a prendere possesso dei beni della mensa arciepiscopale, con l’aiuto, richiesto dal Papa, dei vescovi di Pavia e di Comacchio e del notaio pontificio Benedetto Caetani. Ma la morte di Gregorio X nel gennaio 1276 mise il Fieschi in una situazione precaria che incoraggiò le speranze dei due candidati scartati. Papa Innocenzo V intervenne in modo decisivo, confermando la nomina fatta dal suo predecessore e il mandato ai due vescovi suffraganei. Oltre a ciò accordò al Fieschi la giurisdizione sui benefici vacanti della sua Diocesi solitamente riservati alla Santa Sede. Infine nel 1276 il Fieschi ricevette il titolo di legato con il quale è ricordato fino al pontificato di Niccolò III. Le bolle pontificie mostrano infatti che la vacanza prolungata della sede vescovile, che possedeva uno dei più grandi patrimoni fondiari d’Italia, aveva incoraggiato molte alienazioni. Uno dei primi compiti che attendeva il Fieschi era infatti quello di ristabilire la Chiesa di Ravenna nei suoi beni e diritti. Questa lenta riconquista del patrimonio ravennate occupò buona parte dell’episcopato del Fieschi, ma il suo intervento rimase debole, poiché era costantemente contrastato da ambizioni comunali, lotte dei partiti, guerre e impedimenti giuridici. Le tappe della ricostruzione del patrimonio erano strettamente legate alla sorte dei Comuni, alle alterne vicende della lotta tra guelfi e ghibellini e, anche pur in grado minore, all’intervento delle autorità pontificie. Lo stile personale del Fieschi fu chiaro sin dai primi anni in cui si trovava in Romagna: si impegnò, sembra con successo, a conquistarsi la fiducia dei membri del Capitolo di Ravenna e delle élite comunali e scelse collaboratori fidati nel contesto delle proprietà che doveva amministrare privilegiando i componenti del suo più stretto seguito familiare. La stabilità che caratterizza le cariche conferite ai suoi diretti collaboratori e la preferenza manifestata dagli amministrati per la giurisdizione episcopale contro l’invadenza degli amministratori pontifici danno un’idea della stima di cui godette e dei successi raggiunti. I suoi primi atti sono significativi. Nel gennaio 1276 fu riconosciuto arbitro dai Comuni di Ravenna e Rimini. Un primo accordo nel 1277 con Obizzo d’Este e il Comune di Ferrara gli permise di recuperare Argenta, sede della Curia, tradizionale centro dell’amministrazione diocesana. Nel 1278 cedette una parte del patrimonio a Matteo da Fogliano, riprendendo la tradizione dell’enfiteusi concessa ai Traversari, dei quali Matteo da Fogliano era l’erede. Nel corso del sinodo provinciale di Imola, nel gennaio 1279, riuscì a mobilitare tutti i suoi suffraganti nella lotta contro l’alienazione dei beni ecclesiastici. Gli interventi del legato Latino Malabranca e del rettore Bertoldo Orsini in questo stesso anno, gli permisero di frenare le ambizioni del Comune di Rimini e di recuperare il castrum di Lugo. Infine la restituzione al legittimo proprietario del palazzo arcivescovile di Ravenna, ceduto nel 1280 dal Comune al suo proprietario, testimonia delle buone relazioni esistenti tra le due autorità locali. Il pontificato di Martino IV segnò un cambiamento di rotta. Il Papa era infatti deciso a lottare con tutte le sue forze contro Guido da Montefeltro e i ghibellini di Romagna. Il Fieschi partecipò attivamente a questa nuova politica. Il nuvo rettore in temporalibus, Jean d’Eppe, consigliere di Carlo d’Angiò, riconquistò una dopo l’altra tutte le piazzeforti occupate da Guido da Montefeltro dopo la disfatta dei guelfi a San Procolo (1275), cioè Cervia, Comacchio e Faenza. Il Fieschi esercitò anche la carica di podestà in due castra recuperati: a Bagnacavallo nel 1283 e a Castrocaro nel 1284. Dopo la presa di Meldola e Forlì, la disfatta di Guido da Montefeltro fu consacrata dalla solenne condanna pronunciata da Martino IV contro di lui nel 1284. Ne approfittarono soprattutto i Polentani, ai quali il Fieschi si era appoggiato favorendone l’accesso alle cariche comunali. Inoltre il Papa nel 1283 cedette loro alcuni beni confiscati per ringraziarli del loro aiuto. Il Parlamento di Imola, convocato dall’Eppe e da G. Durand, vicario in spiritualibus, ratificò in presenza del Fieschi i risultati acquisiti, frutto di una collaborazione tra le forze presenti sul posto, locali e curiali, guelfe e angioine. Il bilancio poteva sembrare positivo, ma era in realtà precario. Negli anni 1285-1286, nel pieno esercizio delle sue prerogative, il Fieschi intervenne nella vita della provincia concedendo alla società degli Ammannati di Pistoia il diritto di zecca a Ravenna per tre anni. Questo privilegio, che apparteneva agli arcivescovi, avrebbe dovuto favorire il commercio di Ravenna in concorrenza con Venezia. Inoltre, per evitare una nuova aggressione, si adoperò affinché il Comune di Faenza stipulasse un accordo con i Malatesta e i da Polenta, accordo che fu firmato in sua presenza. Nello stesso periodo donò al Capitolo di Ravenna un terreno alle porte della città, del quale fissò con precisione l’utilizzo delle rendite. Ad Argenta fece distribuire il grano dai granai della sua Curia e nel 1293 fondò l’Ospedale della Misericordia a Ravenna, conquistando così quella fama di generosità che si diffuse dopo la sua morte. Il sinodo di Forlì (luglio 1286) testimonia, con la presenza di sette vescovi suffraganei, l’autorità riconosciuta al Fieschi in tutta la sua Diocesi. Accanto alle misure disciplinari riguardanti la vita dei chierici il Fieschi cercò di ristabilire l’immunità ecclesiastica e la giurisdizione penale dell’arcivescovo. Queste rivendicazioni, che si basavano su antichi privilegi imperiali, avevano lo scopo di difendere i diritti della Chiesa di Ravenna più nei confronti del rettore pontificio che dei Comuni. Almeno è questa l’impressione che si ricava dai due atti attraverso i quali, in assenza del Fieschi, il suo camerario rivendicò il diritto di giudicare due criminali già arrestati, uno dei quali era stato già giudicato dai magistrati del rettore (1288). Alla fine dell’anno 1286, il papa Onorio IV nominò il Fieschi e l’arcivescovo di Monreale, Pietro Guerra, nunzi in Francia e in Spagna per assistere nel nome della Santa Sede all’arbitrato del re d’Inghilterra nel conflitto tra il re francese e quello aragonese apertosi in seguito al Vespro siciliano e alla cattura del principe di Salerno, il figlio di Carlo d’Angiò. Il Fieschi, prevedendo che la sua assenza si sarebbe protratta a lungo, confermò la donazione fatta al Capitolo nel 1284, nominò un vicario e lasciò al suo camerario  Guardino il disbrigo degli affari di ordinaria amministrazione ad Argenta. La missione in Francia infatti si concluse solo nel 1289. Il Fieschi e Pietro Guerra lasciarono l’Italia nel novembre 1286, muniti del pieno potere di accettare e firmare in nome del Papa la tregua che Edoardo I avrebbe proposto ai re di Francia e di Aragona, le cui condizioni erano fissate dal Papa. La morte di Onorio IV interruppe i negoziati, sempre che fossero iniziati, e il Fieschi nel novembre 1287 era a Béziers, in attesa dell’elezione del nuovo Papa. I negoziati ripresero con l’elezione di papa Niccolò IV nel marzo 1288, secondo i nuovi orientamenti della diplomazia pontificia che puntava soprattutto alla liberazione di Carlo d’Angiò. A questa data il Fieschi e Pietro Guerra si incontrarono con Edoardo I a Bordeaux, dove il Fieschi fece testamento anche se si trovava in buona salute. A novembre, a Oloron in Béarn, venne firmato l’accordo sulle condizioni della liberazione di Carlo d’Angiò. A dicembre, mentre si preparava a tornare in Curia, il Fieschi si ammalò a Tolosa, dove si trovava privo di risorse economiche. Verso aprile o maggio 1289 Edoardo I gli inviò dei fondi e altri arrivarono dalla Curia, mentre in Romagna una tassa speciale fu riscossa per lui in agosto. Dopo il loro ritorno, il Fieschi e Pietro Guerra probabilmente soggiornarono per qualche tempo nella Curia pontificia. La presenza del Fieschi in Romagna, infatti, è attestata solo nell’ottobre 1289. La situazione che il Fieschi trovò al suo ritorno in Romagna si era molto evoluta: i rapporti tra gli ufficiali pontifici e i loro amministrati erano andati sempre più deteriorandosi sotto l’effetto del rinforzarsi dell’autonomia comunale e delle pressioni esercitate dalle due famiglie in grande ascesa, i Malatesta e soprattutto i da Polenta. Già nel 1286 Pietro Stefaneschi, cugino di Onorio IV, aveva suscitato l’ostilità generale che aveva preso la forma di una lega che il rettore affrontò militarmente e nel contempo le misure fiscali erano sempre meno sopportate. Stefano Colonna, che gli successe come rettore sotto Niccolò IV nel 1289, si trovò a fronteggiare un rifiuto categorico di pagare la tallia militum che gli avrebbe permesso di mantenere una guarnigione militare. Questa era la posizione e lo stato d’animo dei partecipanti al Parlamento di Forlì, al quale fu presente il Fieschi nell’ottobre 1289. Non si sa quale fu la sua reazione alla notizia della cattura del rettore e della sua familia nel novembre 1290 a Ravenna, ma è chiaro che disapprovò il trasferimento a Pietro Colonna disposto dal rettore dei beni dei Traversari, che lo stesso aveva ceduto in enfiteusi a Matteo da Fogliano, erede dei Traversari. La cattura del rettore incoraggiò immediatamente i Comuni a riprendersi la loro libertà e creò discredito e confusione, costringendo il Papa a farvi fronte con la nomina di Ildebrandino da Romeno, vescovo di Arezzo, come rettore della provincia. In un primo tempo la dura repressione produsse gli effetti attesi: la liberazione di Stefano Colonna e dei suoi compagni e il pagamento di 3000 fiorini d’oro, la cui garanzia impegnava la maggior parte dei Comuni di Romagna. Tuttavia l’opposizione al rettore non tardò a manifestarsi nuovamente sotto diverse forme, fino a provocare l’isolamento di Ildebrandino da Romeno, che cercò appoggio presso i Bolognesi e il Fieschi. Il vescovo di Arezzo annullò pubblicamente le sentenze contro il Fieschi e il suo camerario, in ringraziamento per l’aiuto che il Fieschi gli aveva portato. In questo frangente sembra che il Fieschi abbia tenuto un atteggiamento assai cauto, per difendere i suoi amministrati dal peso delle tasse e per evitare di prendere posizione contro i rappresentanti pontifici, tranne quando si trattava di proteggere i suoi beni o i suoi diritti. Dopo la partenza di Ildebrandino da Romeno, nell’ottobre 1294, il Fieschi, si recò alla Curia presso papa Celestino V, ma sulla strada del ritorno si spense nel castello di Oriolo, presso Faenza. Tre documenti contengono le disposizioni prese dal Fieschi in previsione della sua morte. Il suo testamento, redatto a Bordeaux nel marzo 1288 e confermato ad Argenta nel luglio 1290, elenca i suoi beni in Italia e in Francia che furono affidati a due gruppi di esecutori testamentari. I legatari furono soprattutto ordini religiosi (domenicani, francescani e cistercensi, con una netta prevalenza dei domenicani), poi il fratello Guido, conte di Lavagna e la sua familia. Una clausola speciale riguarò Guido da Polenta, che doveva assumere l’amministrazione di Argenta (cioè della Curia arcivescovile) durante la vacanza che avrebbe fatto seguito alla sua morte. Fecero parte del lascito libri di diritto, vasi d’argento, la sua casa e del denaro. Già al momento del suo ritorno in Romagna il   Fieschi aveva stipulato un atto con la società degli Scotti a Pistoia, atto con il quale lasciò una somma di denaro in deposito alla stessa società, in favore di suo fratello Ugolino e dei suoi tre nipoti, Opizzo di Lavagna, Tedisio di Canali e Saladino di Lavagna, figli dell’altro suo fratello Guido: il tutto in modo che, in caso di decesso degli eredi, il denaro rimanesse agli Scotti e fosse ceduto in ultima istanza al maestro generale dei domenicani. In un altro documento ancora, il Fieschi espresse la volontà che tre mesi dopo la sua morte fosse affidata a Opizzo di Lavagna a Bologna una serie di ornamenti e vasi sacri. Due sono gli aspetti più importanti della politica seguita dal Fieschi. Uno riguarda l’amministrazione del patrimonio arcivescovile ravennate, frutto di un paziente e costante sforzo di ricostruzione, della cui conservazione e integrità egli si preoccupò particolarmente. Il secondo riguarda i suoi rapporti con la famiglia dei da Polenta, in un primo tempo da lui sostenuta, la cui ascesa alla Signoria negli ultimi anni non potè però frenare. Si nota inoltre la preferenza del Fieschi per le persone originarie della provincia e gli appartenenti alla sua familia più stretta, mentre si coglie una certa indifferenza nei confronti dei rappresentanti dei Fieschi di Genova ancora potenti in Curia, Percivalle, Alberto, Leonardo e Brancaleone.
FONTI E BIBL.: Petri Cantinelli Chronicon Faventinum, in G.B. Mittarelli, Ad Script. Rerum Italicarum cl. Muratorii accessiones historicae Faventinae, Venetiis, 1771, col. 272; Monumenta Faventina, in G.B. Mittarelli, Ad Script. Rerum Italicarum, Venetiis, 1771, coll. 512-520; Chronicon Parmense, a cura di G. Bonazzi, in Rerum Italicarum Scriptores, 2ª edizione, IX, 9, 51; I.A. Amadesii In antistitum Ravennatum chronotaxim, III, Faventiae, 1783, 57-59, 214-222; M. Fantuzzi, Monumenti ravennati de’ secoli di mezzo, Venezia, 1802-1803, II, 293 s., 353, 363, 376, 392, 402, 429, III, 121, 126, 128, 423, IV, 132-143, V, 101-115, 171-173, 374-377, 467; A. Theiner, Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis, I, Romae, 1862, nn. 345, 400; A. Tarlazzi, Appendice ai Monumenti ravennati di M. Fantuzzi, Ravenna, 1869-1876, I, nn. 199-268, II, nn. 66-86; Les registres d’Honorius IV (1285-1287), a cura di M. Prou, Paris, 1886-1888, nn. 818, 950-952; C. Minieri Riccio, Il regno di Carlo I d’Angiò (1273-1283), in Archivio Storico Italiano, s. 3, XXV 1877, s. 4, III 1879, 28 febbraio 1287 e 28 aprile 1281; Les registres de Nicolas IV (1288-1292), a cura di E. Langlois, Paris, 1887-1893, nn. 561-570, 1147-1151, 1252, 2891, 6901, 7220, 7295; F. Kaltenbrunner, Actenstücke zur Geschichte des deutschen Reiches unter den Königen Rudolf I. und Albrecht I., I, Wien, 1889, 140-144; Les registres de Grégoire X (1272-1276), a cura di J. Guiraud; Les registres de Jean XXI (1270-1277), a cura di L. Cadier, Paris, 1892-1960, nn. 873-878, 936; Les registres de Nicolas III (1277-1280), a cura di J. Gay, Paris, 1898-1938, nn. 507, 710, 720, 727; Les registres de Martin IV (1281-1287), a cura di F. Olivier-Martin, Paris, 1901-1935, nn. 81, 230, 472; A. Ferretto, Codice diplomatico delle relazioni fra la Liguria, la Toscana e la Lunigiana ai tempi di Dante (1265-1321), in Atti della Società Ligure di Storia Patria XXXI 1901-1903, nn. 71, 81, 84, 302, 305, 310, 316, 400, 507, 663, 676, 759; V. Federici-G. Buzzi, Regesto della Chiesa di Ravenna. Le carte dell’Archivio Estense, II, Roma, 1931, nn. 690, 744-856; M.H. Laurent, Le b. Innocent V (Pierre de Tarentaise) et son temps, Roma, 1947, 444-509, nn. 40, 92 s.; R. Davidsohn, Forschungen zur Geschichte von Florenz, IV, Berlin, 1908, 220; A. Vasina, I Romagnoli fra autonomia cittadina e accentramento papale nell’età di Dante, Firenze, 1960, Appendice I, nn. 2-4, 6-10, 13-24; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, 117. Si veda ancora: H. Rubei, Historiarum Ravennatum libri decem, Venetiis, 1590, 448-486; F. Federici, Della famiglia Fiesca, Genova, 1646, 21; G. Fabri, Le sagre memorie di Ravenna antica, Venetiis, 1664, 508-510; I.A. Amadesii In antistitum, III, 57-59; F. Ughelli-N. Coleti, Italia sacra, II, Venezia, 1717, 381; G. Levi, Aica Traversari. Anedoto Salimbeniano, in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi, s. 3, V 1887, 466 s.; F. Bernini, Innocenzo IV e il suo parentado, in Nuova Rivista Storica XXIV 1940, 180; A. Torre, Le controversie fra l’arcivescovo di Ravenna e Rimini nel secolo XIII, in Studi Romagnoli II 1951, 333-355; G. Rossini, Un’antica controversia per il possesso di Lugo e S. Polito, in Studi Romagnoli III 1952, 117; A. Torre, Le contese fra gli arcivescovi di Ravenna e Cesena nel secolo XIII, in Studi Romagnoli V 1954, 427-442; R. Davidsohn, Storia di Firenze, II, Firenze, 1956, 122, 405; A. Vasina, L’elezione degli arcivescovi ravennati del secolo XIII nei rapporti con la Santa Sede, in Rivista di Storia della Chiesa in Italia X 1956, 49-89; A. Torre, Gli arcivescovi di Ravenna e il monastero di Sant’Ellerio di Gallatea, in Studi Romagnoli X 1959, 97-113; A. Vasina, I Romagnoli fra autonomia cittadina e accentramento papale nell’età di Dante, Firenze, 1960, 12, 37-40, 48, 52-57, 64, 75 s., 83, 103, 108, 122, 132-140, 151, 154, 179, 209, 229-232, 244-248, 250, 254 s., 298; A. Torre, I Polentani fino al tempo di Dante, Firenze, 1966, 69 s., 74-77, 83-88, 90, 93-95, 98-100, 107, 113-117, 119 s., 123, 128, 135, 170; A. Sisto, Genova nel Duecento. Il capitolo di San Lorenzo, Genova, 1979, 87-89; Storia di Ravenna, III, Dal Mille, a cura di A. Vasina, Venezia, 1993, ad Indicem; Dict. d’hist. et de géogr. eccl., XVI, coll. 1430-1432; T. Boespflug, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVII, 1997, 434-438.

FIESCHI BONIFAZIO, vedi FIESCHI BONIFACIO

Parma 1279
Contessa di Lavagna, fu la Primiceria tra le dame parmigiane che l’anno 1279 fondarono nella Cattedrale di Parma il beneficio detto delle donne. Abitò nel quartiere di Porta Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 184-185.


Lavagna o Parma 1150 c.-Parma 22 maggio 1224
Figlio di Ruffino del ramo ligure dei conti di Lavagna. La famiglia del Fieschi, di nobili origini, entrò a far parte della vita pubblica di Genova a partire dalla metà del XII secolo: solo nel 1166 la consorteria nobiliare dei Fieschi giurò infatti obbedienza e sostegno militare a favore del Comune genovese. Dei tre fratelli del Fieschi solo uno, Ugo, si sposò mentre gli altri due, Ibleto e Alberto, abbracciarono la carriera ecclesiastica, divenendo rispettivamente vescovo di Albenga e arcidiacono della Chiesa di Parma. Una ipotizzata appartenenza alla nobile famiglia parmense dei Sanvitale, erroneamente attribuitagli nel passato, è da ritenere completamente infondata. Il Fieschi è ricordato una prima volta nel 1178, quando figura tra i canonici della Cattedrale di Parma. In seguito divenne prevosto della stessa Cattedrale, incarico che non ricopriva più nel 1188, quando al suo posto compare un’altra persona. Il Fieschi continuò comunque a occuparsi di questioni pertinenti alla locale vita ecclesiastica. Riottenne successivamente la prevostura (come prevosto è infatti ricordato in un atto del 13 dicembre 1192). Il Fieschi risulta vescovo eletto di Parma nel dicembre 1194, con tale qualifica compare ancora in un diploma imperiale di Enrico VI emesso il 29 maggio 1195, mentre il successivo 14 giugno risulta già confermato. Il 20 gennaio 1196 comparve come testimone nella tregua tra le città padane sottoscritta nella chiesa di Borgo San Donnino. Successivamente il Fieschi venne invitato a procedere contro il marchese Guglielmo Pelavicino, i cui servi avevano derubato il legato papale, cardinale Pietro di Capua, di passaggio per le sue terre. Il 20 aprile 1198 papa Innocenzo III minacciò il Fieschi e il vescovo di Piacenza, di togliere loro il Vescovato se Pietro di Capua non avesse avuto soddisfazione. Dato il tiepido impegno dimostrato, il Fieschi fu, nell’agosto successivo, privato di qualsiasi giurisdizione sul clero e sulla Chiesa di Borgo San Donnino e poco dopo scomunicato insieme con i cittadini di Parma e Piacenza. Una volta risolta la questione, lo stesso Pontefice si impegnò affinché Borgo San Donnino ritornasse sotto la giurisdizione parmense. Nel novembre 1201 il Fieschi ricevette da Innocenzo III notifica e invito a pubblicare la scomunica emessa dal Papa contro i Cremonesi disobbedienti al loro vescovo e sempre il Fieschi fu incaricato, nel 1204, di sciogliere la città dalla scomunica e di curarne gli atti relativi. Il Fieschi agì sempre in accordo con le linee prescelte dalla Santa Sede in occasione dei dissidi che opposero quest’ultima all’Impero: il 16 gennaio 1212 Innocenzo III gli ordinò di trasferire al vescovo di Cremona la giurisdizione che Piacenza, sostenitrice dell’imperatore Ottone IV, esercitava su Crema. Nello stesso periodo, insieme con l’abate di San Giovanni e con l’arcidiacono della Cattedrale, fu incaricato dal Pontefice di risolvere una questione posta dal vescovo di Vercelli in merito all’elezione dell’arcivescovo di Milano: si dovevano in particolare indagare le precedenti modalità seguite nella scelta del metropolita, stabilendo le consuetudini locali circa il ruolo e i diritti degli ecclesiastici della Diocesi. Il 29 ottobre dello stesso anno il Papa ammonì la città di Alessandria perché abbandonasse il suo appoggio a Ottone IV e la minacciò di incaricare altrimenti il Fieschi di amputarla della Chiesa di Acqui, fino a toglierle il titolo episcopale. Nell’aprile 1213 egli fu a Ravenna, insieme con i visitatori pontifici di Lombardia e i vescovi di Ivrea, Mantova, Bologna e Reggio, ma non si sa per quale motivo essi si riunirono. Nel mese di maggio, Innocenzo III ordinò al Fieschi, all’arcidiacono della Cattedrale e a Guido da Bagnolo, canonico parmense, di avocare alla Santa Sede la causa in atto tra il monastero di Nonantola e la Chiesa di Modena a proposito della chiesa di Spilamberto. Sempre dalla Santa Sede il Fieschi fu invitato nel 1214 ad adoperarsi per la liberazione dei luoghi santi e in seguito fu inviato a Piacenza, che era stata scomunicata e interdetta per non essersi impegnata nella preparazione della crociata, al fine di assolvere i Piacentini dalle sanzioni papali. Il 22 dicembre 1216 papa Onorio III gli ordinò di provvedere, insieme con altri, al sostentamento del vescovo di Bobbio, in esilio per aver difeso la sua Chiesa. Nel 1217, sempre su richiesta papale, il Fieschi fu a Modena per giudicare i contrasti sorti tra Modenesi e Ferraresi in merito al passaggio per il Po, risolvendo la questione a favore di Modena. Il 21 aprile 1218 sempre Onorio III lo incaricò di applicare una sentenza riguardante il conferimento di una prebenda della Chiesa piacentina a favore di un canonico modenese. Il 18 giugno successivo, insieme con altri vescovi, ricevette dal Pontefice l’ordine di scomunicare e interdire il podestà e il Comune di Bologna, abusivamente impadronitisi di alcune terre provenienti dall’eredità di Matilde di Canossa, terre spettanti in realtà alla Santa Sede e che da questa erano state attribuite in feudo a S. Torelli di Ferrara. Il Fieschi tenne in grande considerazione, oltre al titolo di vescovo, anche quello comitale, che egli volle riaffermare con insistenza in diversi atti del 1206, 1209, 1211 e 1223. Al momento della discesa in Italia dell’imperatore Ottone IV, il Fieschi gli andò incontro e il 30 marzo 1210 era tra i suoi accompagnatori nel corso della permanenza di questo nella città di Imola. Proprio in quel giorno il Fieschi ottenne, dalla Cancelleria di Ottone IV, oltre alla conferma dei privilegi già ottenuti dal predecessore Enrico VI, nuove concessioni di particolare importanza, quali il riconoscimento che gli esiliati dal territorio della giurisdizione episcopale fossero considerati come esiliati dal distretto parmense, che podestà e consoli della città non potessero intromettersi nelle cause ecclesiastiche e che qualsiasi magistrato cittadino dovesse avere conferma e investitura del proprio incarico dalle mani del vescovo. Quando l’Imperatore giunse però a Parma gli ufficiali comunali protestarono vivamente contro le concessioni appena fatte a favore del Fieschi, appellandosi alle clausole contenute nella pace di Costanza che nel porre fine, nel 1183, alle lotte tra le città lombarde e Federico Barbarossa, aveva puntualmente definito le prerogative e i privilegi spettanti ai liberi Comuni. A tali obiezioni l’Imperatore rispose da Lodi il 26 maggio, dichiarando nullo qualsiasi privilegio emesso in contrasto con tali concessioni. Il vescovo ricorse di nuovo a Ottone IV ottenendo un nuovo privilegio, emanato da San Salvatore di Pavia il 17 agosto 1210, che dichiarò impregiudicati i diritti dell’episcopio rispetto al precedente privilegio emesso in favore del Comune. L’atteggiamento contraddittorio di Ottone era dovuto alla continua ricerca di favore e consenso perseguita dall’Imperatore, di conseguenza i contrasti tra il Fieschi e il Comune continuarono con toni molto accesi. Nel 1214 fu redatta una dichiarazione che stabilì la soggezione paritaria dei Parmensi all’autorità del vescovo e del Comune, ma nel 1217 il Fieschi scomunicò quanti avevano falsamente diffuso la notizia di una sua benedizione al carroccio della città, impegnata nella difesa dell’alleata Cremona. La stessa situazione si ripresentò al tempo di Federico II: nel 1219 il Comune, dopo avere inviato un’ambasceria all’Imperatore, ottenne un diploma di conferma dei privilegi cittadini, conferma in seguito annullata in quanto il Fieschi ricorse anch’egli all’Imperatore ottenendo un nuovo diploma che proclamò intangibili i diritti dell’episcopio. La politica del Comune ebbe però la meglio: al Fieschi venne negata la facoltà di investire gli ufficiali comunali e anche la giurisdizione della Chiesa sul contado. Il Fieschi vide ridimensionati anche i suoi diritti giurisdizionali, che furono limitati solo alle cause matrimoniali, alle inquisizioni in materia di usura e di manomissione e alla decretazione sulle cause minori. In questa occasione il Fieschi ricorse direttamente al Papa, ottenendo che la questione fosse demandata al vescovo di Bologna. Nel maggio 1220 egli si recò quindi prontamente a Bologna con una ricca documentazione riguardante i suoi diritti, il suo titolo di comes per volere imperiale, i precedenti riguardanti l’investitura degli ufficiali comunali, l’esclusiva giurisdizione episcopale sul contado e una minuziosa elencazione dei podestà rurali di investitura vescovile. Il giudizio del vescovo di Bologna non fu pronunciato a causa del volontario allontanamento del procuratore del Comune di Parma, ma il Papa comunicò al Fieschi, il 2 giugno, di avere emesso sentenza a suo favore e il 17 novembre esortò addirittura Filippo II re di Francia a sequestrare i beni dei parmensi presenti nel Regno fino a che il Comune di Parma non si fosse piegato ai suoi voleri. Nonostante la durezza di tale sentenza, il Comune non modificò il suo atteggiamento, nemmeno quando Federico II affiancò il Pontefice nella condanna dei Parmensi ostili al Fieschi. Il Fieschi fu infatti costretto all’esilio, come si apprende da una lettera del Pontefice del 1º marzo 1221, e rimase lontano dalla sua sede fino al raggiungimento di un compromesso formalizzato il 10 luglio dello stesso anno. Il Fieschi fu sepolto nel coro della Cattedrale di Parma. Il cronista Salimbene de Adam lo ricorda come pulcher homo et honesta persona, definizione che può essere considerata come il suo migliore epitaffio. Al di là della partecipazione avuta nelle locali vicende politiche, il Fieschi si dimostrò molto sollecito nel dirigere la Diocesi e nel conservare e accrescere il patrimonio della sua Chiesa. Il suo impegno nell’acquistare, vendere, permutare e ripetere ricognizioni feudali è riccamente documentato e altrettanto conosciuta è la sollecitudine per il buon funzionamento del servizio religioso.
FONTI E BIBL.: Chronicon Parmense ab anno MXXXVIII usque ad annum MCCCXXXVIII, a cura di G. Bonazzi, in Rerum Italicarum Scriptores, 2ª edizione, IX/9, 9; L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, II, Mediolani, 1739, coll. 279-281; G. Tiraboschi, Storia dell’augusta badia di San Silvestro di Nonantola, II, Modena, 1785, 350 n. 412; I. Affò, Storia di Parma, III, Parma, 1793, ad Indicem, sub voce; Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, a cura di L. Weiland, in Monum. Germ. Historica, Const., I, Hannoverae, 1893, 517 s., II, Hannoverae, 1896, 100-102; Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, II, a cura di L.T. Belgrano-C. Imperiale di Sant’Angelo, Roma, 1901, in Fonti per la storia d’Italia, XII, 182; G. Drei, Le carte degli archivi parmensi, III, Parma, 1950, ad Indicem, sub voce Obizo canonicus, prepositus et inde ep. Parm. eccl.; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, 85, 97, 851; F. Ughelli, Italia sacra, II, Venetiis, 1717, coll. 173-176; N. Pelicelli, Dante, gli Aldighieri di Parma, Parma, 1921, 83; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, I, Parma, 1936, 172-189; A. Schiavi, La diocesi di Parma, Parma, 1940, 238 n. 22; F. Bernini, Innocenzo IV e il suo parentado, in Nuova Rivista Storica XXIV 1940, 181-184; A. Sisto, Genova nel Duecento, Genova, 1979, 40 s.; A. Potthast, Regesta pontificum Romanorum, I, Berolini, 1875, nn. 89, 413, 2338, 4380, 4989; P. Jaffé, Regesta pontificum Romanorum, II, Lipsiae, 1888, n. 16408; C. Eubel, Hierarchia catholiqua Medii Aevi, I, Monasterii, 1913, 391, II, Monasterii, 1914, p. X-XXIV; G. Zanella, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVII, 1997, 506-508.

FIESCHI OBIZZONE, vedi FIESCHI OBIZZO

San Secondo Parmense 1907-Cengia de’ Botti 21 novembre 1989
Ancora ragazzo si trasferì a Parma. Debuttò giovanissimo come giornalista nel Corriere Emiliano di Pietro Solari. Passò poi alla Gazzetta di Parma e, alla morte di Gontrano Molossi, dal 1927 al 29 giugno 1928 firmò il giornale come direttore responsabile, mentre la direzione politica era affidata a Priamo Brunazzi. Il Fietta fu iscritto all’Albo nazionale dei giornalisti dalla sua fondazione. Fino a quando rimase a Parma fece parte, come detto, dapprima del Corriere Emiliano, poi, in due successivi periodi e sempre in qualità di capo cronista, della Gazzetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Parma. Vicende e protagonisti, 1978, II, 194; Gazzetta di Parma 4 dicembre 1989, 3.

FIGARELLO, vedi RANGONI CRISTOFORO e RANGONI MICHELANGELO


Siena-Chiusi ante 1569
Fu prevosto mitrato e resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1553 al 1555. La sua nomina fu sostenuta illegalmente dal vescovo di Parma. Fu dapprima canonico della Cattedrale di Siena e commensale di papa Paolo III. Venne creato il 19 novembre 1555 vescovo di Chiusi, dove figura al 63° posto nella tavola cronologica esposta nella sala capitolare di quella Cattedrale. Non si hanno notizie del suo episcopato perché l’Archivio vescovile di Chiusi subì devastazioni e incendi e i bollari superstiti degli atti vescovili hanno inizio con il 1569.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 30.


Parma 1886-1962
Appartenente a una famiglia che vantava antiche attività molitorie, insediatasi a Parma nel 1876 con l’acquisto del Molino Isino in Valera, alla fine della prima guerra mondiale acquisì la direzione dell’azienda, potenziandola tecnologicamente e realizzando, tra i primi in Italia, gli impianti di stoccaggio in cemento armato delle materie prime e prodotti finiti.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 398.

FILAMBO LISIADE, vedi BOTTONI LUIGI

FILANDRO CRETENSE, vedi CERATI ANTONIO

FILANTO, vedi MAESTRI PIETRO AGOSTINO FERDINANDO

FILANTROPO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO CARLO GASTONE

FILARETE, vedi BUTTAFUOCO GAETANO

FILARGIRIO ATLANTEO, vedi DALLA ROSA PRATI FILIPPO

Parma seconda metà del XVIII secolo
Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 149.

FILIMBO AUXESIANO, vedi BAJARDI GIROLAMO ANTON MARIA

Parma-post 1838
Nella stagione di primavera 1838, fu il secondo tenore e fu applaudito nell’esecuzione della sua barcarola nelle storiche sei recite del Marino Faliero interpretate al Teatro Ducale di Parma (13-20 giugno) da Carolina Ungher e Domenico Cosselli.
FONTI E BIBL.: Negri, 96; Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma XVII secolo/prima metà del XVIII secolo
Pittore quadraturista attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 77.


Parma 27 aprile 1813-
Tenore. Fu ammesso alla Ducale Scuola di musica di Parma nel novembre 1836. Nella stagione di primavera 1838 fu al Teatro Ducale di Parma nel Marino Faliero assieme a Carolina Ungher e Domenico Cosselli. Cantò ancora nel massimo teatro di Parma nel 1838-1839. Nella stagione di primavera 1840 fu al Teatro di Lodi nel Torquato Tasso di Donizetti e nel 1844 a Mantova nei Normanni a Parigi di Mercadante. Nel 1846 fu di nuovo al Ducale di Parma. Divenne poi tenore nella Cappella Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Amadei; Dacci; Ferrari; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma prima metà del XIX secolo
Pittore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 132.

Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 64.


Piacenza 1911-Parma 1 agosto 1970
Nato da genitori parmigiani, si diplomò in scenografia all’Istituto d’Arte di Parma nel 1930. Tenne alcune mostre personali e partecipò a concorsi nazionali. Sue opere figurano in raccolte private in Italia, Svizzera, Libia e Stati Uniti, dove lavorò per tre anni. Durante la seconda guerra mondiale fu internato in campi di concentramento in Scozia, Tunisia e Algeria: in un’isoletta dell’Atlantico insegnò pittura artigiana a 700 ragazzi. Tornato in Italia, divenne collaudatore del Genio civile. Partito da una pittura di taglio scenografico, la elaborò sempre più, con una materia rigogliosa da cui spuntano luci improvvise. Fu anche pittore e restauratore di dipinti, soprattutto su tela. Chiamato da Lamberto Cusani, si occupò dei restauri di alcune tele del Salone Bottego dell’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 137.

Roma ante 362-Parma 382
Primo o secondo vescovo di Parma, fu inviato in questa diocesi dal pontefice Liberio nell’anno 362. Governò la Chiesa di Parma fino all’anno 382. Secondo il Pico, ricevette la nomina da Ambrogio, arcivescovo di Milano.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 223-224; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 17; N. Pelicelli, I vescovi, Parma, 1936, 7.

FILIPPO DALLE o DELLE ERBETTE, vedi MAZZOLA FILIPPO

FILIPPO DA PARMA, vedi GENOVESI FILIPPO

FILIPPO DI BORBONE, vedi BORBONE SPAGNA FELIPE

FILLE, vedi ABSBURGO LORENA MARIA AMALIE

FILOCTIPO CHELIO, vedi VITALI PIETRO

FILOMA, vedi PRETI FILOMENA

FILOTETE NEMESIANO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO CARLO GASTONE


Bagnone 13 giugno 1794-Parma 5 luglio 1831
Figlio di Nicolò. Giovanissimo, andò a vivere a Parma presso lo zio materno Luigi Torrigiani e lì iniziò gli studi di pianoforte e di composizione con il maestro Ferdinando Simonis. Dimostrò fin da principio molta facilità per la musica e si distinse ben presto con varie composizioni, tra le quali la cantata Ero e Leandro. Maria Luigia d’Austria lo nominò nel 1822 maestro della Società filarmonica da lei istituita nel 1818, che raccoglieva cantanti e suonatori al fine di organizzare concerti. Il 24 ottobre 1826 fu nominato sostituto del maestro Simonis (e dal 4 giugno 1828 insegnante di ruolo) alla Scuola di musica presso il convento del Carmine: tale incarico egli tenne fino alla morte, causata da tisi. Il Finali compose le opere La pianella perduta, su testi di Giuseppe Dall’Argine, rappresentata durante il Carnevale del 1824 nel Teatro del Collegio dei Nobili di Parma, e Il re Teodoro, scritta espressamente per il Teatro Ducale di Parma e rappresentata più sere nell’autunno del 1826. Maria Luigia d’Austria lo nominò maestro di cappella onorario del Concerto ducale e direttore della musica vocale nel 1829. Compose ancora una Sinfonia in mi bemolle maggiore per piccola orchestra (Biblioteca di Berlino), Tutto hai perduto (ms. 16440, Hofbl. di Vienna), Sinfonia in Mi maggiore per piccola orchestra (le sole parti manoscritte, Liceo musicale di Bologna), Gloria, a 4 voci con strumenti (ms. 16674, Hofbl. di Vienna), Cum Sancto Spiritu, a 4 voci con strumenti (Biblioteca di Berlino, p.d.s. Grasnick), variazioni per pianoforte a quattro mani, salmi e una cantata per il compleanno di Maria Luigia d’Austria per solo coro e orchestra, eseguita nella sala della Ducale società filarmonica il 12 dicembre 1822.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Palatina di Parma, Almanacchi di Corte, 1829; G. Gaspari, Catalogo del Liceo Musicale di Bologna, IV, 9; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 78; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 64; R. Eitner, Quellen-Lexikon, III, 448; G. Gasperini, Conservatorio di Musica, 71; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 268; Marchi, Figure del Ducato, 1991, 308.

Sissa 25 giugno 1930-Fontanini 26 giugno 1966
Agricoltore, perì tragicamente in un pozzo di sua proprietà, nel generoso ma vano tentativo di salvare il padre e i fratelli. La tragedia si compì alle 10 del mattino di una domenica: Ivanoe Finardi, il figlio Rolando e un cugino di questi, Luigi Ferri di sedici anni, irrigavano i campi per mezzo di un pozzo provvisto di motore elettrico. L’acqua però si alzò e sommerse il motore. Venne messo allora in funzione il motore di emergenza, a nafta, mentre Ivanoe Finardi e il figlio Rolando scesero nel pozzo per riparare quello elettrico. Rolando, a un certo punto, chiamò Luigi Ferri, dicendo che il padre stava male. Il ragazzo cercò di aiutare lo zio a uscire ma, fatti alcuni gradini, gli sfuggì, anche perché gli vennero meno le forze a causa dell’ossido di carbonio. Allora diede l’allarme e il Finardi e il fratello Eusebio si calarono a loro volta nel pozzo, senza però riuscire più a emergere vivi. Furono poi i vigili del fuoco a recuperare i cinque corpi.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 267.


Sissa 8 ottobre 1924-Fontanini 26 giugno 1966
Fratello di Angelo e Ivanoe. Agricoltore, perì tragicamente in un pozzo nel generoso ma vano tentativo di salvare alcuni suoi parenti.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 267.

Sissa 3 settembre 1950-Fontanini 26 giugno 1966
Figlio di Ivanoe. Agricoltore, perì tragicamente in un pozzo nel generoso ma vano tentativo di salvare il padre.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 267.


Parma 8 settembre 1828-Parma 8 maggio 1914
Patriota e soldato valoroso (ebbe il grado di colonnello), combatté in tutte le battaglie per l’indipendenza italiana dal 1848 al 1870, coprendosi di gloria.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 64.

Parma 1793/1794
Argentiere. Si hanno sue notizie alla fine del Settecento. Realizzò un ostensorio (1793) nella chiesa di San Giuseppe a Parma e una lampada (1794) con raffigurazione di San Giuseppe nella chiesa di San Bartolomeo a Busseto.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 137-138.


Parma 1779
Sacerdote, fu cantore della cappella ducale di Parma fino a che venne soppressa il 12 dicembre 1779. Ebbe allora 540 lire di pensione all’anno.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 892-897; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 215.


Parma 1790/1791
Fu nominato contrabbassista in soprannumero della Regia Orchestra di Parma con sovrano rescritto del 7 gennaio 1790. Lo attesta anche Angelo Morigi, quando dichiara che per funzioni di chiesa e di Camera fatte per il R.le Servigio ricevette L. 800.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Teatri 1732-1843, cartella n. 1, Ruolo, B. 1, fol. 149; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 223; Calendario di Corte per l’anno 1791, 194.


Busseto 1650-Piacenza 15 giugno 1687
Frate cappuccino, fu sacerdote studente di teologia di gran spirito e perfezione, uno dei primi che cominciassero ad assistere gl’infermi nell’Ospedale grande di Piacenza. Compì la professione solenne a Modena il 22 settembre 1672.
FONTI E BIBL.: Registro Conv. Piacenza, I, 6, n. 45; Ann. Prov., III, 128; Pellegrino, Ann., III, 416; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 355.

Parma 1307
Assieme a Guido, anch’egli di Parma, fu nel 1307 giudice e vicario di Trento: Finius et Guido de Parma simul judices et Vicarii, et facientes rationem in curia Tridentina sub Episcopo Bartholomaeo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice, 55.

FINOLA o FINONE, vedi DEMALDÈ GIUSEPPE


Busseto 1852-post 1916
Oltre al pregevole Manuale completo di letteratura italiana (1898-1899), che ebbe larga diffusione, all’Antologia di prose e poesie classiche e moderne (1893) e ad altre pubblicazioni didattiche, il Finzi pubblicò: Note critiche sopra i canti di G. Leopardi (1876), Alla mia Filatrice (1878), La scienza e la vita (1879), L’asino nella leggenda e nella letteratura (1883-1900), Della presente letteratura in Italia (1886), Saggi danteschi (1888), Fantasmi (1892), Novelle di autori classici (1895), Sommario di storia della letteratura italiana e Dizionario di citazioni (1899). Direttore della Biblioteca delle Scuole Italiane, il Finzi diresse il liceo Garibaldi di Napoli e insegnò in quella Università.
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 100.

Parma 1688/1691
Violoncellista, fu al servizio del duca di Parma dal 1° maggio 1688 con il soldo mensile di 33,80 lire. Dal 1° luglio 1691 questo fu aumentato di 10,60 lire mensili fino al 1693 (Archivio di Stato di Parma, Ruoli de’ provigionati).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Milano 10 agosto 1855-Parma 16 settembre 1933
Figlio di Pietro e Giuseppina Perego. Il Fiorentini giunse a Parma da Vicenza, dove ebbe lo studio al Ponte degli Angeli 1124, nel palazzo Zilio. A Parma arrivò nel 1893 per rilevare, in data 15 novembre, lo stabilimento fotografico di Francesco Spada, in Borgo della Macina 31. Il Fiorentini era un fotografo di antiche origini: il capostipite della dinastia, Pietro, attorno al 1860 impiantò il primo studio a Modena, in Rua del Muro 1662, pur essendo già impegnato a Bologna, col figlio Luigi, in Via di Mezzo di San Martino 1774. Pietro Fiorentini operò successivamente a Padova, dove, coi figli (Luigi e il Fiorentini), fissò lo stabilimento fotografico in Via San Luca 1713/a e non disdegnò di sfruttare le località climatiche (Bassano e Recoaro), competendo sul piano qualitativo coi migliori atelier nazionali. Un altro figlio di Pietro Fiorentini si spostò poi a Roma per dirigere lo stabilimento di Henry Le Lieure. Quanto al Fiorentini, egli restò per alcuni anni coi familiari, quindi scelse Parma come approdo professionale. L’inserimento avvenne nel migliore dei modi se si osserva che il reddito del Fiorentini, nel 1893, fu secondo solo a quello di Grolli. Lo conferma Il Piccolo Corriere (giornale della sera che precede La Gazzetta Industriale) dell’8 gennaio 1898: Da molto tempo avremmo dovuto parlare della nuova mostra esposta al pubblico dal migliore dei nostri Fotografi, ma lo spazio ce lo ha sempre impedito. Ora paghiamo il nostro debito alla verità. Più che un semplice fotografo il Fiorentini è un artista che lavora alacremente per perfezionare l’arte sua. I suoi ritratti si possono dire altrettanti quadretti, in cui l’arte si rileva splendidamente. Certe delicatezze di toni, certe armonie di forme, ottenute non sappiamo con quali mezzi, sono dolcissime, mentre la somiglianza è sempre meravigliosa e il ritratto porta distintamente i più piccoli dettagli. Abbiamo ammirato nello Studio alcuni ritratti d’artisti, in costume, che sono una vera meraviglia e per cui sono insufficienti tutte le parole di lode. Le fotografie al Platino, specialità del bravo artista, mentre costano pochissimo, hanno la virtù di conservarsi più a lungo e in miglior stato delle altre. Sappiamo che il Fiorentini sta studiando un metodo ultimo comparso ora nel campo dell’arte fotografica. Ne parleremo a suo tempo: intanto ci congratuliamo vivamente coll’ottimo Fiorentini che non bada tanto agli interessi commerciali, quanto a guadagnarsi con sacrifici il fervore sempre crescente del pubblico. Concetti sostanzialmente confermati anche dalla Gazzetta Industriale del 1º aprile 1899: Nelle fotografie del signor Eugenio Fiorentini, di qui, sono ammirabili la precisione, la nitidezza delle immagini, la morbidezza delle carnagioni, le sfumature, la vaporosità dei contorni; le sue fotografie sembrano, si direbbe, animate. È la macchina fotografica che, fra le mani di un intelligente, di un artista, di un innamorato dell’arte, mai contento dell’opera sua, che aspira alla perfezione, la quale vi dà una immagine viva somigliante, spirante il fascino della vita. Ha inaugurato oggi una Mostra in via Cavour, sull’angolo dell’albergo Italia, che è uno splendore. È una serie di fotografie in Platinoide (processo che rende le fotografie resistentissime alla luce) che si impongono all’ammirazione. Tra le altre, due grandissimi ingrandimenti, rappresentanti l’una il baritono Wilmant in costume di Jago e l’altra il baritono Moro vestito da cavaliere Puritano, ottenute con negative dirette 40 per 50 che sono addirittura dei quadri per la finitezza dell’esecuzione e per lo splendore del rilievo. Credo che nessun altro fotografo, in Parma, possa attualmente dare un ritratto di tali dimensioni, da negativa diretta, vi potrà dare un ingradimento con un effetto che sta nelle proporzioni della luce lunare a quella del sole. Bellissimi i ritratti delle Sigg.ne Salomea Krusceniska, la soave Elsa de Lohengrin, della Ceresoli, la cupa Ortruda, della signora Giaconia, del basso Sabellico, e di una quantità d’altre persone. Il 12 ottobre 1901 il Fiorentini annunciò al pubblico di avere aperto un nuovo studio in Via Vittorio Emanuele 23. Poi, così come il fratello Luigi aveva succursali a Recoaro e Bassano, ne aprì una a Salsomaggiore, entrando praticamente in concorrenza con Achille Coen, sulla piazza dal 1896. L’attività di Salsomaggiore venne abbandonata nel 1906. Dal 1° gennaio 1910 occupò, sempre in Parma, i locali lasciati da Uberto Branchi, in Borgo Angelo Mazza 17. Vi rimase fino al 31 dicembre 1913, quando gli subentrarono Vaghi & Carra. Sposò in seconde nozze Anna Melcher, parente del fotografo Arthur Melcher di Sankt Moritz-Dorf in Engadina, ed ebbe tre figli: Eduardo, Edgardo e Clotilde. Morì a 78 anni.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 183 e 186-187.

FIORENTINI GIAMBATTISTA, vedi FIORENTINI GIOVANNI BATTISTA

Parma 1548
Pittore, figlio di Battistino. Fu attivo nel 1548.
FONTI E BIBL.: P. Zani, IX, 42; E. Scarabelli Zunti, III, c. 208; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 329.


Pellegrino Parmense 1894-Cina La Cingla 14 novembre 1915
Figlio di Ettore. Fante, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Gravemente ferito da scheggia di shrapnell che gli produsse la morte durante il trasporto al posto di medicazione, tentò ancora, poco prima di perdere la conoscenza, di prendere il suo posto di combattimento al riparo di un sacco a terra: mirabile esempio di freddezza e di forza di animo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 69a, 2687; Decorati al valore, 1964, 104.

Cevola 1324
Fu chierico della chiesa di San Zeolis di Cevola e della chiesa di San Gregorio di Baganza, presso San Martino Sinzano. Fu anche addetto all’estimo quale notaio del collettore generale.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1960, 3.

Pellegrino Parmense 27 novembre 1926-Pozzolo di Bore 24 gennaio 1945
Partigiano della 31a Brigata Garibaldi Copelli, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Valoroso combattente, con supremo sprezzo del pericolo era di esempio ai compagni di lotta. Attaccato da preponderanti forze nemiche, circondato si difendeva eroicamente finché, colpito a morte, non cadeva al suolo esanime.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1963, Dispensa 46a, 3876; Decorati al valore, 1964, 104; Caduti Resistenza, 1970, 75.

FIORILLA DEJANEJA o DIANEJA, vedi MALASPINA ANNA

Casalbaroncolo 11 giugno 1911-Fronte del Don novembre 1942
Soldato, disperso in Russia sul fronte del Don. Visse a Vicofertile e si sposò poche settimane prima di partire per la Russia, arruolato con la divisione Celere. L’ultima lettera alla famiglia risale all’11 novembre 1942.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 249-250.

Groppo prima metà del XVII secolo
Boccalaro attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 176.


Parma 1673/1701
Sacerdote. Fu suonatore alla chiesa della Steccata di Parma dal 1º gennaio 1673 fino allo scioglimento della cappella, avvenuto alla fine dell’aprile 1696. Anche dopo, prestò la sua opera alla Steccata nelle feste più solenni, come per l’Annunciazione del 1701.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 101.

FIRMINO DA PIEVE OTTOVILLE, vedi CONCARI GIUSEPPE

FIRPO, vedi MANZINI BRUNO e MORDACCI RENATO


-Parma 16 ottobre 1868
Nel 1866 combatté nel 6º Reggimento sotto Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 16 ottobre 1868, n. 288; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407.

FLAMAND, vedi DRUGMAN GIUSEPPE, DRUGMAN JEAN-FRANÇOIS, DRUGMAN MASSIMO e DRUGMAN NICOLA

FLAMBERTI GIOVANNI FRANCESCO, vedi FRAMBATI GIOVANNI FRANCESCO

FLAMINIO DA PARMA, vedi BOTTARDI MELCHIORRE FRANCESCO ANTONIO

FLAMMAND, vedi DRUGMAN GIUSEPPE, DRUGMAN JEAN-FRANÇOIS, DRUGMAN MASSIMO e DRUGMAN NICOLA


Parma 70/100 d.C.
Probabilmente liberta, fu madre di T. Flavius Epictetus, morto in tenera età, cui pose un’epigrafe con il simbolo dell’ascia, poi perduta, insieme al coniuge T. Flavius Natalis. Il nomen Flavius si trova anche in un’altra epigrafe parmense, pure perduta. Il cognomen Epictesis, grecanico, risulta documentato soltanto in questo caso in Cispadana.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 91.

Parma 70/100 d.C.
Libera, figlia di Publius Flavius P. et L.l. Eunus o di Publius Flavius Pl. Fronto. Ingenua è cognomen romano frequentissimo soprattutto nelle regioni celtiche. Piuttosto raro in Cispadana, è tuttavia documentato in altri due casi a Parma e inoltre nella Tabula Veleiate e a Brescello. Il cognomen appare particolarmente significativo in questo caso, trattandosi di una libera, figlia di un liberto.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 91.

Parma 90/110 d.C.
Di condizione libertina, è il dedicante di un’epigrafe, poi perduta, per sé e per P. Flavius P.l. Fronto, Flavia P.f. Ingenua e Pomponia Primigenia. Fu un mag(ister) Aug(ustalis). Il nomen Flavius, diffuso dappertutto e ben documentato anche in Cispadana, presente a Parma per altri tre personaggi, orienta per una datazione posteriore agli ultimi decenni del I secolo d.C. Eunus, cognomen grecanico, è scarsamente documentato in Cisalpina (solo in questo caso a Parma), prevalentemente per schiavi e liberti.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma Romana, 1972, 65; Arrigoni, Parmenses, 1986, 94.


Parma 70/100 d.C.
Fu colliberto di P. Flavius P. et L.l. Eunus e forse padre di Flavia P.f. Ingenua. Compare in epigrafe che ricorda, oltre questi tre personaggi, anche Pomponia Primigenia. Fronto è cognomen romano molto diffuso in Cispadana, ma documentato in questo solo caso in Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 94.


Parma 70/100 d.C.
Probabilmente liberto, figlio di T. Flavius Natalis e di Flavia Epictesis, morto a quattro anni, otto mesi e ventidue giorni di età, cui i genitori posero un’epigrafe (poi perduta) con il simbolo dell’ascia. Il nome Flavius, portato, oltre che dal figlio, anche da entrambi i genitori, riporta all’uso di assumere il nomen (e anche il praenomen per le persone di sesso maschile) dell’imperatore concedente la cittadinanza. In questo caso si tratterebbe di un imperatore della dinastia Flavia e l’epigrafe sarebbe pertanto da attribuire agli ultimi decenni del I secolo d.C. Flavius, nomen diffusissimo ovunque e ben documentato anche in Cispadana, è presente a Parma anche in una seconda epigrafe, pure perduta. Epictetus è cognomen grecanico tipico di schiavi e liberti, derivato in questo caso dal cognomen della madre, raramente presente in Cispadana, in alcuni casi nelle regioni transpadane.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 93.

Parma 80/120 d.C.
Probabilmente liberto, pose, insieme a Flavia Epictesis, un’epigrafe con il simbolo dell’ascia, poi perduta, al figlio T. Flavius Epictetus, morto in tenera età. Natalis è cognomen molto comune, diffuso in Italia e nelle regioni occidentali dell’impero, specialmente nei territori celtici. Questa è tuttavia una rara testimonianza in Cispadana. Per la coincidenza, nella denominazione di questo personaggio e del figlio, del praenomen e nomen con quelli portati dagli imperatori Flavi, nonché per il nomen Flavia della consorte menzionata nella stessa epigrafe, si presume che si debbe trattare di un’incisione posteriore al I secolo d.C. o, al limite, databile agli ultimi decenni di quel secolo.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 95.

Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Probabilmente liberta, fu madre di Q. Florius Sabinianus, cui pose, insieme al padre Candidus, un’epigrafe di età imperiale (formula D.M.), perduta ma documentata come già esistente nel centro cittadino di Parma. L’identità del nomen della madre con quello del figlio indica la probabile condizione di illegittimità di Q.  Florius Sabinianus, oppure che i genitori non erano unti in connubium. Il nomen Florius, diffuso in Italia e in Occidente, è rarissimo in tutta la Cisalpina (oltre che in questa epigrafe è documentato solo in una seconda di Trieste). Restituta, cognomen diffuso soprattutto in Italia e nelle province celtiche, è presente in Cispadana in questa testimonianza epigrafica, documentato invece con una certa frequenza a nord del Po.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 96.

FLORINDAURA ELICONIDE, vedi GRILLO DI MONDRAGONE ANNA

FLORINDO, vedi GALEAZZI GIACOMO


Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Di condizione forse libertina, figlio di Floria Restituta e di Candidus, che gli dedicarono un’epigrafe, documentata nel centro cittadino di Parma ma poi perduta. L’identità del nomen con quello della madre dovrebbe indicare la condizione di figlio illegittimo oppure di figlio nato da un’unione senza connubium. Il nomen Florius è diffuso in Italia e in Occidente ma rarissimo in tutta la Cisalpina (presente, oltre che in questa epigrafe, solo in una seconda di Trieste). Sabinianus, cognomen derivato da etnico, molto diffuso soprattutto in Italia, in Occidente e in Pannonia, si riscontra in pochi casi in Cispadana, dove è ben più frequente Sabinus.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 97.

Parma 1891-post 1950
Seguì i corsi dell’Accademia militare (1913) e, nominato sottotenente d’artiglieria (1915), entrò in guerra, conseguendo in quell’anno la promozione a tenente. Prestò servizio al 2° Reggimento da Campagna, al Comando artiglieria della 16a Divisione e, promosso capitano per meriti eccezionali, passò al 22° Reggimento da Campagna. Nel 1918 passò al Gruppo obici pesanti campali e comandò la 155a Batteria. Dopo l’armistizio fu in Istria e quindi legionario fiumano (1919-1920). Conseguì la laurea in chimica pura (1921) e passò nel Servizio tecnico d’artiglieria frequentando poi i corsi della Scuola d’applicazione. Promosso maggiore nel 1928, conseguì il diploma di abilitazione alle costruzioni d’artiglieria, passando poi al Servizio chimico militare. Insegnò chimica di guerra al corso superiore tecnico d’artiglieria (1934-1937). Nel 1934 venne promosso tenente colonnello a scelta e nel 1939 lasciò il servizio attivo. Il Foà compì numerosi studi riguardanti la chimica di guerra. Tra le numerose sue pubblicazioni sono da ricordare: Impiego del metano liquido e solido come carburante ed esplosivo (relazione per conseguimento di brevetto, 1913), La cooperazione delle Armi: note inerenti al fumo ed alle nebbie artificiali (maggio 1925), Servizio chimico militare: note inerenti alla preparazione bellica (pubblicazione riservata, 1933), Conferenza sugli aggressivi chimici (Sindacato Provinciale Fascista Ingegneri, Roma, 1934), Conferenza di divulgazione di guerra chimica e di difesa (Atti dei sindacati fascisti ingegneri di Torino, Cuneo e Vercelli, dicembre 1934), Dispense dei Corsi superiori tecnici d’artiglieria: aggressivi chimici, sostanze fumogene ed incendiarie, mezzi d’impiego, difesa individuale e collettiva (Istituto superiore tecnico d’artiglieria, 1936-1937), Concetti per lo studio e l’impiego dei mezzi bellici con aggressivi chimici (in Rivista d’Artiglieria e Genio luglio 1937), Aspetti tecnici ed economici della utilizzazione chimica del legno (1941-1942).
FONTI E BIBL.: C. Montù, Storia dell’artiglieria, XII, 1950, 998-1000.

Monticelli d’Ongina 8 aprile 1876-Parma 5 maggio 1965
Figlio di un commerciante di seta. Nel 1880 la famiglia si stabilì a Parma, dove il Foà fu avviato alle scuole primarie. Più tardi frequentò la Scuola Nomale superiore di Pisa e si diplomò maestro elementare. Ben presto la sua innata tendenza artistica lo indirizzò su vie più congeniali al suo estro. Si mise a dipingere, imponendosi con un suo stile particolare: fu soprattutto un ottimo autodidatta, che cercò nei colori l’espressione dei suoi sentimenti. Tra le sue opere, di notevole valore artistico sono indubbiamente le Visioni dantesche, una serie di acquerelli eseguiti con una tecnica particolare. Per questi suoi quadri, che vennero esposti in diverse mostre, nel 1929 ricevette il Gran Premio dell’Accademia d’Italia. Il sogno del Foà era che la raccolta delle sue Visioni fosse acquistata da qualche ente e che non si disperdesse: per questo rifiutò sempre le offerte di cederle una a una. Umanista sensibilissimo, musicologo profondo, dantista appassionato, nelle sue originali illustrazioni della Divina Commedia, dipinte con tecnica personalissima e di notevole efficacia, seppe fondere le due passioni, musicale e pittorica, in un compenetrarsi suggestivo che, in omaggio alla sua scoperta predilezione, si potrebbe chiamare wagneriano, immerso come è in un senso di alto e distaccato mistero. Le opere del Foà, che a volte tradiscono la sua origine artistica di autodidatta, assumono un particolare valore quando si valutano nel loro complesso, dal quale comunque emergono particolarità di grande rilievo. L’impostazione delle sue tavole, sostanzialmente corretta e sempre altamente suggestiva, si impose per la singolare impostazione compositiva, per la costruzione figurativa attenta, scavata e non di rado efficacissima. Ma la personalità del Foà non si esaurì soltanto nella pittura. Profondo conoscitore della storia parmense, appassionato cultore delle memorie cittadine, amò la città di Parma e ne soffriva per le mutilazioni. Sempre presente nelle manifestazioni culturali, fu un ottimo oratore che sapeva avvincere il pubblico. Molte furono le sue conferenze nel campo scolastico e artistico. Ebbe poi un intuito finissimo per la musica e fu profondissimo conoscitore di Wagner. Divenne uno dei migliori critici musicali di Parma e collaborò con la Gazzetta di Parma e con numerose riviste di letteratura e d’arte, usando lo pseudonimo di Sigfrido. Dal 1929 al 1938 insegnò le materie tecniche alla Scuola comunale di liuteria, che era annessa al Conservatorio di musica di Parma. Nel dicembre 1923, scrisse una serie di saggi sul Parsifal di Wagner. Pubblicò La Walchiria, commento all’opera (Parma, Fresching, 1924) e Sigfrido, commento all’opera di Wagner (Parma, Zerbini, 1927). Fu perseguitato dal fascismo durante la campagna razziale. Nel secondo conflitto mondiale venne internato in un campo di concentramento, da dove fu fatto fuggire per opera della nobildonna Benvenuta Zucchetti di Como, esponente della Giovane Italia, un’associazione clandestina sorta per liberare i prigionieri. Riparò in Svizzera e visse per un certo periodo col frutto dei suoi dipinti. Poi riprese la sua attività in Parma, presente a quasi tutte le mostre. Fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Dante illustrato da un parmigiano, in Aurea Parma 5 1921, 252-253; L. De Giorgi, Per le illustrazioni dantesche di Aristide Foà, in Aurea Parma 6 1922, 239-241; R. Pezzani, Aristide Foà ovvero un dilettante che fa chiasso, in Difesa Artistica 2 1922; G. Battelli, Le illustrazioni dantesche di Aristide Foà, in Giornale Dantesco 2 1923, e in Aurea Parma 7 1923, 380-381; F. Rizzi, Le illustrazioni dantesche del Maestro Foà, in Gazzetta di Parma 17 febbraio 1923, 1; Le Visioni dantesche di Aristide Foà, in Aurea Parma 11 1927, 191; Visioni dantesche, in Aurea Parma 16 1932, 237-240; Galleria d’Arte Sant’Andrea in Parma, Mostra delle  Visioni Dantesche di Aristide Foà: 15-25 aprile 1961, Parma, La Nazionale, 1961; È morto il maestro Aristide Foà estrosa e degna figura d’artista, in Gazzetta di Parma 6 maggio 1965; R. Allegri, Il Maestro Aristide Foà, in Parma per l’Arte 15 1965, 135-136; V. Bianchi, Ricordo di Aristide Foà, pittore e amico delle arti, in Gazzetta di Parma 6 giugno 1965; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 449; G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 260; Francesco Scaramuzza, 1974, 80-81; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1905-1994
Laureatosi in legge all’Università di Parma, esercitò l’avvocatura presso lo studio di Aurelio Candian. Negli anni dell’avvento al potere del fascismo scrisse per la rivista Pietre e instaurò un rapporto di amicizia e d’intesa politica con Ernesto Rossi. L’attività antifascista e, in seguito alle leggi razziali del 1938, la sua origine ebraica gli furono causa di arresti e persecuzioni. Dopo il 25 luglio 1943 fu rappresentante del Partito d’Azione nel Comitato unitario d’azione antifascista a Parma. Con l’occupazione tedesca fu costretto a espatriare in Svizzera, dove riprese i contatti con i maggiori esponenti dell’azionismo, come Ferruccio Parri, Luigi Einaudi e Adriano Olivetti. Rientrato a Parma con la Liberazione, fu nominato vice prefetto dal Comitato di Liberazione Nazionale a fianco di  Giacomo Ferrari. Negli anni seguenti aderì al Partito repubblicano e ne divenne il segretario provinciale per la Federazione parmense. Dal 1952 resse per quattordici anni la presidenza della Banca del Monte di Parma. Eletto consigliere comunale nel 1970, venne riconfermato nelle due successive legislature.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 342.

Parma 14 ottobre 1866-post 1931
Si addottorò in giurisprudenza all’Università di Parma. Nel 1889 fu critico musicale del quotidiano Corriere di Parma. Distinto musicologo, passò a Milano, dove per anni scrisse di musica e di teatro su vari periodici ma particolarmente sul Sole del concittadino Bersellini. Dedicatosi alla professione, divenne avvocato e commercialista tra i più reputati della capitale lombarda. In materia di giurisprudenza teatrale e di diritto d’autore fu considerato un dottissimo maestro. Nel 1931 fece parte del consiglio amministrativo degli Amici della musica di Milano e del Comitato Ordinatore del Museo della Scala.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 81.

Parma 18 maggio 1909-Parma 11 aprile 1983
Figlia di Aristide, si diplomò all’Accademia di Educazione Fisica alla Farnesina di Roma, dedicandosi poi all’insegnamento dell’educazione fisica, andando in pensione nel 1975. Sensibile al richiamo della musica, del teatro e della danza, nel 1946 fondò la Scuola di danza La Farnesiana, che fu frequentata da generazioni di bambine e di ragazze: i saggi al Teatro Regio erano un avvenimento cittadino. Fu fiduciaria provinciale della Danza artistica e alcune sue allieve fecero anche parte della squadra nazionale. Fondò nel 1945 la Sezione dell’Unione Nazionale Giovinette Esploratrici Italiane di Parma (ramo femminile degli scout laici-pluriconfessionali).
FONTI E BIBL.: P. Boggia, Aristide Foà, uomo, maestro, pittore e musico, in Corriere Mercantile 5 maggio 1965; V. Bianchi, Ricordo di Aristide Foà, in Gazzetta di Parma 5 giugno 1965; Necrologio, in Gazzetta di Parma 16 aprile 1983.

Parma 18 maggio 1909-Parma 11 aprile 1983
Insegnante di educazione fisica, fondò nel 1945 la Sezione dell’Unione Nazionale Giovinette Esploratrici Italiane di Parma (ramo femminile degli scout laici-pluriconfessionali). Al termine della seconda guerra mondiale, fondò una scuola di danza classica a Parma.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout Carlo Colombo (M. Furia).


Parma XIX secolo
Rabbino e scrittore israelita vissuto a Parma nel XIX secolo.
FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 24.

FOCCHI, vedi FOCHI

Parma 1 aprile 1848-Roma 3 gennaio 1928
Studiò canto (soprano) alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1864 al 1870 con il maestro Giuseppe Griffini, per andare poi a perfezionarsi a Milano. Debuttò a Verona nel 1873 in Roberto il diavolo di Meyerbeer e L’ebrea di Hallévy, incontrando un buon successo che le aprì le porte dei teatri. Nella primavera 1875, infatti, la si trova al Teatro delle Muse di Ancona in Attila e nel Ballo in maschera e subito dopo a Pisa nel Ruy Blas di Marchetti. Calcò le scene dei teatri di Venezia, Pisa, Ancona, Padova, Novara, Savona, Novi Ligure, Lodi, Treviso e Livorno. Al Teatro Andrea Doria di Genova fu protagonista nella Jone di Petrella e la rivista teatrale La Platea del 9 febbraio 1878 in quella occasione le dedicò una fotografia in prima pagina. La Fochi cantò anche in Spagna (Valenza), a Malta, in Svizzera (Lugano, 1877), in Grecia (Atene) e in Turchia (Smirne). In quest’ultima città fu oggetto della corte serrata del medico greco Yatros, che poi sposò. Lasciò così le scene, stabilendosi a Smirne. Rimasta vedova, essendosi stabilita nel 1916 la figlia a Roma, si trasferì nuovamente in Italia.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 81; Bettoli; Dacci; Morici; Cronologia del Teatro Verdi di Pisa; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 71-72; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 8 agosto 1982, 3.

Parma 1831
Caffettiere. Prese parte ai moti del 1831. Fu inquisito e colpito da mandato d’arresto, con la seguente nota di polizia: Uomo pericoloso da sorvegliarsi bene. Si è fatto conoscere poi facinoroso. Inveì con imprecazioni contro la persona ed il Governo di S.M. Attentò armata mano alla vita del capitano Rota e fomentò l’anarchia con ogni mezzo. Aveva altresì ordita la macchinazione di assalire con stili la guardia di palazzo di S.M. È colpito da mandato d’arresto non per anco eseguito.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 165.

Parma 26 giugno 1837-Colorno 10 febbraio 1900
Figlio di Luigi e Carolina Gatenga. Prese parte alla spedizione dei Mille (1º Reggimento Brigata Eber) e fu del distaccamento sbarcato a Talamone, da dove proseguì poi per la Sicilia assieme all’altro medico parmigiano Raffaele Bandini. Nel 1862, mentre si accingeva a raggiungere Garibaldi sulla via di Roma, venne arrestato e non poté partecipare alla battaglia d’Aspromonte, di cui ebbe notizia in carcere. Nel 1866 fu volontario nell’esercito regolare e si distinse per atti di valore. Valente psichiatra, fu dal 1881 alla morte direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Colorno e fece studi sulla malaria nei dintorni di Parma. Fu fatto segno a calunnie per le sue opinioni politiche.
FONTI E BIBL.: G. Pittaluga, Note garibaldine sulla campagna del 1860, Roma, 1904, 191-192; Ercole, Uomini politici, 1941, 122; E. Michel, inDizionario Risorgimento, 3, 1933, 99; La Battaglia 17 febbraio 1900, n. 9; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 71; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 6.

Parma 25 settembre 1842-
Studiò sempre da autodidatta e nel 1864 conseguì la patente normale superiore. Nel 1866 si recò a Capua, ove si apriva un Collegio e le fu affidata la quarta classe. Dopo un anno, per decreto della provincia, le fu affidato l’insegnamento della storia e geografia nei tre corsi della Scuola Normale. Proseguì in questo insegnamento fino al 1870, nel quale anno si recò a Roma, dove le fu affidata la direzione della scuola elementare del rione Campo Marzio. Nel 1879 insegnò storia e geografia nella Scuola Superiore femminile Fuà-Fusinato di Roma. Pubblicò parecchi scritti nel Corriere Campano, nelle Prime Letture di Milano, nel Diritto e nelle Letture per le Famiglie di Firenze. Inoltre diede alle stampe Cinquanta lezioni di storia di Roma, Avviamento allo studio della geografia e Raccolta di sunti storici.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario biografico scrittori, 1879, 451; C. Villani, Stelle femminili, 1915, 267.

Parma 13 novembre 1884-Bologna 1940
Figlio di Amadeo e Dusolina Villani, gestori di una trattoria, da ragazzetto lo mandarono in Cadore a imparare a tagliare il legno. Divenuto piccolo imprenditore delle costruzioni, nel 1915 andò in Calabria a ricostruire i ponti distrutti dal terremoto sette anni prima. Il Fochi compì il salto di qualità all’indomani della prima guerra mondiale specializzandosi in ponti, strutture metalliche, elettrodotti, serbatoi e teleferiche. Le tubazioni dell’Officina del gas di Roma, le paratoie sul fiume Savio a Cesena, l’impianto del gas a Bologna, il cementificio di Vibo Valentia, capostipie di una catena fortunata di opere di questo genere, molti zuccherifici nel Ferrarese, gli impianti della acciaieria di Bagnoli e i cinque capannoni a volta della nuova stazione di Milano sono tra le sue realizzazioni più significative.
FONTI E BIBL.: G. Gennasi, in Grandi di Bologna, Bologna, 1991, 67.


San Lazzaro Parmense 28 giugno 1924-Monte Trento 6 febbraio 1945
Partigiano appartenente alla 3ª Brigata Julia con il nome di battaglia di Gianni, cadde in combattimento sul Monte Trento.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 270.


Colorno 1806-Colorno 9 giugno 1896
Quando il Fochi si stabilì a Parma era poco più di un ragazzo: la morte del padre, contadino, lasciò alla sua responsabilità una famiglia composta di nove fratelli, di cui era il maggiore, e la madre. Per sostenere la famiglia, accantonò gli studi e si dedicò a un piccolo commercio. La qual cosa tuttavia non gli impedì di laurearsi brillantemente in medicina e chirurgia all’età di 25 anni. Era il 1831 e in quell’anno la migliore gioventù si batté in tutta l’Europa contro il dispotismo. Nel piccolo Ducato di Parma si vissero tempi di cospirazione e il Fochi, cresciuto agli ideali repubblicani di alcuni carbonari parmensi che dopo gli sfortunati tentativi del 1821 furono per qualche tempo prigionieri nel forte di Bardi, sognò l’ideale più grande di chi si sentiva prigioniero di una struttura della società ormai condannata universalmente. Per la libertà combatté quelle battaglie che lo videro sempre in prima linea con i più temerari. La parte attiva che egli prese nei moti rivoluzionari del 1831 lo costrinse a interrompere gli studi una seconda volta: ricercato dalla polizia per avere minacciato di morte in Piazza Grande il capitano Rota, un ufficiale superiore delle truppe di Maria Luigia d’Austria, in un momento di tumulto, si rifugiò sulle montagne e per diversi mesi riuscì a eludere le ricerche, fino a che non fu arrestato e tradotto nelle carceri di Parma. L’indulto che Maria Luigia d’Austria concesse in seguito, lo liberò dal carcere (Uno degli Eroi della rivolta. Al ristabilirsi del governo legittimo si rifugiò sulle montagne di questi stati in certo luogo detto Sunisa, ma venne colà arrestato dalle guardie di Polizia di Parma. Fu processato ed indi dimesso dalle carceri ed ora trovasi in Parma sottoposto ad alcuni precetti. Dicesi gravemente malato) e lo restituì a suoi studi, al termine dei quali ottenne il diploma di libero esercizio. Nell’epidemia di colera del 1833 si offrì volontario e spontaneamente si recò a curare la malattia a Vicomarino Piacentino. Contro il colera lo si ritrova nel 1836 e nel 1855 e ancora nell’ospedale dei colerosi a Parma, allorché nel 1873 si sviluppò per la quinta volta l’epidemia: in quel frangente assunse l’ufficio di medico direttore dell’ospedale stesso. Come scienziato e come patriota visse in intellettuale intimità con Macedonio Melloni e Antonio Lombardini e chiunque si battesse per la causa comune trovò in lui un amico e un protettore. Nella Gazzetta di Parma n. 165 del 14 giugno 1896, il Cugini scrive: nella giornata del 20 marzo 1848 partecipava alla lotta combattuta sulle strade di Parma contro le truppe austriache. Affiliato alla Giovane Italia, in quella occasione congiurò, raccolse armi e raggruppò amici. Guido Vighi, in una lettera di condoglianze al figlio Camillo, scrive: E come vedo ancora tua madre vegliare con la mia a far coccarde pei combattenti del 20 marzo, così vedo tuo padre rinfocolare col mio gli spiriti rivoluzionari nella lettura dei giornali e dei libri che venivano nascostamente di Piemonte e si divoravano nei convegni della vecchia farmacia. Mentre dissuase il figlio dall’arruolarsi nella campagna del 1859, il Folchi lo spinse l’anno seguente sui campi della Sicilia con Garibaldi. Fu tra i consiglieri della Società di Mutuo Soccorso tra i Medici di Parma e prestò servizio gratuito nei primi asili d’infanzia. Fu membro del Consiglio della prima Società Operaia di Parma. Benvenuto Bonatti, nel cimitero di Colorno, il 10 giugno 1896, nel corso delle esequie del Fochi, disse: Ebbe eziando aspirazioni umanitarie: voleva la fratellanza dei popoli, il miglioramento delle plebi, l’emancipazione dei lavoratori, insomma a novant’anni si era fatta una coscienza nuovissima.
FONTI E BIBL.: A. Cugini, Necrologio del dr. Luigi Fochi, in Gazzetta di Parma 16 giuno 1896; G. Furlotti, Luigi Fochi, medico eroico, in Gazzetta di Parma 23 settembre 1957, 3; Fochi Luigi, medico eroico e pioniere delle società operaie, in Gazzetta di Parma 23 settembre 1957, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 450; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 165; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 6.


-Parma 2 marzo 1861
Accorse volontario in Sicilia per la campagna del 1860. Morì pochi mesi dopo in seguito agli stenti e alle privazioni patite in guerra.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 marzo 1861, n. 61; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 407.


Parma 10 gennaio 1791-Piacenza 15 luglio 1842
Dottore in legge, fu avvocato e magistrato esimio. Nel 1823 appartenne alla società dei carbonari. Nel 1831 fu giudice del Tribunale civile e criminale di Parma, tre anni dopo consigliere del Tribunale d’Appello di Piacenza, poi procuratore ducale e infine presidente presso lo stesso Tribunale.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 169-170; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 170.

FOCHI SANTO, vedi FOCHI SANTE


Talignano 14 maggio 1824-Parma 28 ottobre 1864
Nacque da Giuseppe e Anna, di famiglia distinta e ricca e che la tradizione vuole fosse oriunda di Parma, dove possedeva o possedette in seguito una casa. Quando le figlie ebbero bisogno di scuola e di insegnamento, il padre si stabilì in Parma, ma i Fochi tornavano d’estate a Talignano in villeggiatura e la domenica, quando il padre accompagnava alla messa le figlie, per la loro straordinaria bellezza attiravano lo sguardo di tutti. La Fochi fu chiesta in sposa a quindici anni appena da Alessandro Anselmi, figlio unico, ricco, laureato, imparentato con nobili famiglie di Parma, di ventisette anni. Ma dovettero trascorrere tre anni prima che potesse celebrarsi il matrimonio, sia per la riluttanza della Fochi, già allora portata a vita mistica e santa, sia per la sua giovanissima età. A spingerla definitivamente ad accettare la mano dell’Anselmi fu la madre morente, che volle vedere la figlia accasata prima di lasciarla sola al mondo. In breve volgere d’anni la Fochi vide morire i genitori, una sorella e lo stesso marito, dopo un tormentatissimo periodo di degenza in letto. Già due figli maschi le erano morti ancora fanciulli. Alla morte del marito ella restò vedova con cinque figli, all’età di trentasei anni. La Fochi riservò le sue cure all’educazione dei figli e trovò tempo da dedicare ai poveri, alle visite agli infermi e alle carcerate. Il Dughera insiste sulla devozione della Fochi al Sacro Cuore di Gesù, di cui fu una vera apostola: Non ascoltava mai una S. Messa, non si comunicava mai senza che intendesse con ciò glorificare il Cuore di Gesù e di riparare gli oltraggi che Egli riceve nel medesimo giorno dagli empi. Anche ammalata voleva ad ogni modo comunicarsi ogni primo venerdì del mese ad onore del Sacro Cuore, studiandosi di diffonderne con tutti i mezzi la divozione fra le anime avvicinate. Nell’orazione si immaginava di essere nel Cuore Sacramentato di Gesù offerendosi vittima per la sua gloria e per la salute delle anime riconoscendo come una grazia specialissima del Divin Cuore la vocazione delle sue figliole tra le Figlie del S. Cuore, e di esse la prima ebbe anzi il nome di Suor Maria Alacoque. Riscaldata all’amore del S. Cuore seppe anche comprendere ed esercitare l’amore al prossimo: si stimava onorata di trattenersi coi poverelli, ammaestrando specialmente nel catechismo i figlioli dei contadini; con una vecchiarella divideva ogni giorno il suo piatto di minestra e visitava volentieri gli infermi servendoli nel corpo e aiutandoli nello spirito; faceva frequenti visite all’ospedale; poté entrare periodicamente anche nelle prigioni per portare una parola di fede e un raggio di luce a donne di malavita. Le tre figlie divennero tutte suore. Di una di essa, morta in concetto di santità, fu scritto un breve compendio della vita e delle virtù esercitate in grado altissimo (Cenni biografici della Madre Virginia Anselmi, Bergamo, 1901). Il nome dell’Anselmi era Giovannina ma in religione prese quello di Virginia a ricordo delle virtù della Fochi. Le altre due figlie della Fochi si chiamavano Mariannina e Clementina e in religione ebbero il nome di madre Alocoque e suor Saveria. Ebbe anche due figli: uno di essi morì giovanissimo agli inizi della sua carriera militare. La Fochi morì in concetto di santità.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Virginia Fochi, in Corriere Emiliano 10 maggio 1933; La Santa di Talignano: Virginia Fochi, vedova Anselmi, in F. Botti, Santa Maddalena Sofia Barat a Parma e a Talignano, Parma, 1961, 107-112; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 450; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 171; F. Botti, Talignano, 1973, 48-51.

Parma seconda metà del XVI secolo
Incisore su legno attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 151.

Borgo San Donnino 4 giugno 1573-Busseto 26 settembre 1637
Vestì giovanissimo l’abito talare e fu ordinato sacerdote il 20 ottobre 1597 a Piacenza dal vescovo Claudio Rangoni. Eretta Borgo San Donnino in sede episcopale, il primo vescovo, monsignor Papirio Picedi, lo nominò nel gennaio 1604 esattore delle decime e galere e in seguito fiscale del vescovado. Il 27 aprile 1606 fu annoverato nel Capitolo della Cattedrale. Le molteplici attività non gli impedirono di continuare gli studi all’Università di Bologna e di conseguire, il 2 settembre 1613, la laurea in ambo le leggi. Monsignor Giovanni Linati, succeduto al Picedi nel governo della Diocesi borghigiana, lo volle il 14 ottobre 1608 tra i suoi esaminatori sinodali e in tale ufficio lo confermò il 15 ottobre 1615, designandolo inoltre a giudice delle cause delegande. Rimasta vacante la cattedra episcopale di Borgo San Donnino per la promozione del Linati a quella di Piacenza, il Capitolo elesse il Fogaroli vicario capitolare e il nuovo vescovo, monsignor Alfonso Pozzi, lo nominò suo vicario generale. Per sei anni egli fu fedele collaboratore di questo presule, meritandone la stima per lo zelo assiduo, la saggezza e la prudenza che pose nell’assolvere i gravosi compiti inerenti alla carica che ricopriva. Il 7 maggio 1621 il pontefice Gregorio XIV lo elevò alla dignità di protonotario apostolico. Alla morte del Pozzi (25 agosto 1626), rinunciò a ogni attività di governo in seguito a divergenze sorte con gli altri membri del Capitolo e si ritirò a Busseto come semplice canonico della collegiata di San Bartolomeo. Sostenuto dai Pallavicino, il 13 ottobre 1631 fu destinato a reggere la parrocchia di Busseto come prevosto ma, ormai avanti in età, poté spiegare il proprio ministero per soli sei anni. Allorché morì, ebbe sepoltura nella collegiata ai piedi della scalinata di accesso al presbiterio, accanto al suo predecessore, monsignor Carlo Fusteri. Nell’Archivio della Cancelleria vescovile di Fidenza è conservata del Fogaroli una cronistoria dal titolo Memorie patrie, che inizia con l’anno 1615 e termine con il 1630 e che altri provvidero poi, seppure saltuariamente, a continuare. Tra questi, il nipote del prelato, Girolamo Fogaroli, il quale pure redasse, accludendoli al volume manoscritto, cenni biografici del Fogaroli. Tale cronistoria riporta notizie spicciole relative alla vita fidentina di quel periodo e solo in minima parte diocesana e generale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 160-161.

Bergotto 5 settembre 1880-Parma 30 gennaio 1956
Nacque da Giuseppe. Compiuti i corsi ginnasiali e liceali a Berceto, fece quelli teologici nel Seminario di Parma, dove venne ordinato sacerdote da monsignor F. Magani il 29 giugno 1904. Fu cappellano a Berceto per due mesi, a Palanzano dal 1904 al 1907, a Paroletta dal 1903 al 1909 e coadiutore a San Giovanni Evangelista in Parma dal 1909 al 1911. Fu inoltre direttore del settimanale diocesano La Realtà e vi sostenne vivaci polemiche con avversari politici. Fu direttore del settimanale Il Popolo nel 1915 e Consorziale della Basilica Cattedrale dal 1912 al 1927. Prestò anche servizio religioso al Convitto San Paolo di Parma e fu giudice sinodale del Tribunale Ecclesiastico. Il Foglia fu un profondo conoscitore delle lingue latina e greca e mise in lingua latina le Costituzioni dei Sinodi del 1914 e 1930. Pubblicò sul settimanale Il Popolo, Memorie e Documenti di storia delle Montagne Parmensi. Dal 1912 fu insegnante delle scuole ginnasiali nel Seminario di Parma, poi delle liceali per le belle lettere italiane e greche e poi anche delle latine, in cui si era laureato a Bologna. Negli ultimi anni di vita insegnò greco biblico nei primi corsi teologici. Il 15 dicembre 1926 monsignor Conforti lo nominò canonico effettivo della Basilica Cattedrale di Parma. Sacerdote di vivido ingegno e di profonda cultura umanistica, fu cultore esimio di lettere latine e greche.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 189-190; Il Seminario di Parma, 1986, 106; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.

Bardi 1710-San Nicolò a Trebbia 1786
Vestì l’abito della compagnia di Gesù, nel quale Ordine acquistò fama di grande oratore. Nel 1759 ottenne da papa Clemente XIII di deporre la tonaca, sebbene avesse già fatto il quarto voto. Si ritirò in Piacenza dedicandosi interamente alla predicazione, anche fuori dal Ducato di Parma e Piacenza. Alla cacciata dei gesuiti dai Ducati, il Du Tillot gli proibì la confessione, decreto che per intercessione del conte Griffith, comandante di Piacenza, venne poi revocato. Nel 1768 fu nominato parroco di San Nicolò a Trebbia. Recitò in Parma l’orazione funebre in morte di Maria Luisa di Francia, moglie di Filippo di Borbone.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 184.


San Secondo-Piacenza 23 ottobre 1612
Frate cappuccino, fu predicatore, guardiano e definitore. Fu missionario in Germania e guardiano in Vienna (1599) e Praga.
FONTI E BIBL.: Religiosi da cadaun luogo, 75; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 603.


Pellegrino 1547/1548
Figlio di Francesco e di Ginevra Rangoni, fu confidente del duca Pier Luigi Farnese. In occasione della congiura in cui fu ucciso Pier Luigi Farnese, nel tentativo di opporsi e portare soccorso, venne ferito dai congiurati. Fu autore di un Lamento per la morte dello stesso duca. Sposò Bianca Meli Lupi, figlia di Diofebo, marchese di Soragna.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 febbraio 1996, 5.

Pellegrino o Castelnuovo de’ Terzi ante 1479-1526 c.
Figlio di Lodovico e di Lodovica Pallavicino. Con divisione stipulata nel 1515, al Fogliani d’Aragona venne assegnato Pellegrino e metà di Castelnuovo de’ Terzi, mentre al fratello Pellegrino toccarono il marchesato di Vighizzolo e l’altra metà di Castelnuovo de’ Terzi. Il ramo discendente da Pellegrino si estinse agli inizi del Settecento con la morte improle del marchese Lodovico: al Fogliani d’Aragona pervenne così anche il marchesato di Vighizzolo. Nel 1522 fu fatto senatore di Milano dal duca Francesco II e nello stesso anno fu nominato governatore di Cremona Testò nel 1525 e lasciò due figli legittimi, Camillo e Giulio (morto improle nel 1584), avuti dalla moglie Ginevra dei conti Rangoni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 febbraio 1996, 5.

Pellegrino ante 1525-1584
Figlio di Francesco e di Ginevra Rangoni. Nel 1578 concesse in affitto la sua impresa del sale in Salsomaggiore alla Società Corniello-Garotula-Passera
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 18.

Pellegrino ante 1674-post 1727
Figlio di Lodovico. Fu assai attivo alla Corte del duca Francesco Farnese, per conto del quale ricoprì importanti incarichi diplomatici. Dalla moglie, Rosa Malvicini Fontana dei marchesi di Vicobarone, erede ultima del suo ramo, ebbe Lucrezia, sposa al marchese Gian Battista Meli Lupi di Soragna, e Giovanni.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 febbraio 1996, 5.

FOGLIANI SFORZA TERZI CAMILLO, vedi FOGLIANI D’ARAGONA CAMILLO

Borgo San Donnino 1725-Milano 1802
Nacque da Agostino e da Elisabetta Tagliasacchi. Fu fratello di Teresa, celebre attrice e amica di potenti, di Giovan Battista, apprezzato predicatore, e di Pio, funzionario asburgico. Calcò le orme del padre, notaio e attuario criminale, studiando a Parma e seguendo poi il genitore a Pavia e a Milano. Verso la fine degli anni Quaranta, completata con la laurea in legge la propria formazione giuridica, esordì negli uffici asburgici come attuario criminale, ma la sua prima esperienza significativa si compì nella giunta del Censo guidata da Pompeo Neri, dove entrò nell’anno stesso della sua istituzione, il 1749. Ebbe dapprima funzioni di semplice coadiutore, poi fu supplente deputato dell’ufficio delle Esenzioni, per diventare, all’inizio degli anni Sessanta, ispettore di via straordinaria dell’ufficio del Censimento (Archivio di Stato di Milano, Censo, p.a., cart. 74: promemoria dello stesso Fogliazzi, settembre 1760). Del resto già il 4 ottobre 1759 (dispaccio in Archivio di Stato di Milano, Dispacci reali, cart. 232), su proposta dell’amministratore, il duca Francesco d’Este, appoggiata dal conte C. Firmian e accolta da Vienna, era stato destinato presso il sindaco fiscale Redaelli, avvocato presso la stessa giunta censuaria, per esercitarsi nelle materie appartenenti a tale carica (W.A. Kaunitz a Firmian da Vienna, 20 settembre 1759: Archivio di Stato di Milano, Uffici regi, p.a., cart. 874) nell’attesa di occupare la prima piazza vacante. In questo primo periodo risultò importante, per il progredire della carriera del Fogliazzi, l’appoggio del principe Kaunitz, potente cancelliere asburgico, nonché amico e protettore della sorella Teresa, la quale, a Vienna dagli anni Cinquanta con il marito, il coreografo Gasparo Angiolini, aveva allacciato importanti relazioni. Nel febbraio del 1759 lo stesso Fogliazzi si trovava a Vienna (dopo avervi soggiornato anche nel 1752) e fu Kaunitz a intervenire per far continuare il pagamento del suo soldo (10 febbraio 1759, in Archivio di Stato di Milano, Censo, p.a., cart. 74/bis), nonostante la lontananza da Milano. Il lungo e proficuo tirocinio e lo zelo, e l’assiduità (4 maggio 1762: Censo, p.a., cart. 74), oltre all’appoggio di Kaunitz, portarono così il Fogliazzi, alla metà degli anni Sessanta, a essere aggregato a quello che fu il centro propulsore delle riforme economiche del periodo, il Supremo Consiglio di economia. In esso si occupò specificatamente di affari fiscali, lavorando inoltre a fianco della giunta per la redenzione delle Regalie, incaricata, tra il 1766 e il 1768, della delicata funzione di avocare allo Stato i molti dazi alienati lungo l’arco dei secoli. Nel 1767 (dispaccio 1º giugno 1767, Archivio di Stato di Milano, Dispacci reali, cart. 240), a coronamento di una lunga aspirazione (il Firmian stesso aveva chiesto per il Fogliazzi questo riconoscimento, cui Kaunitz aveva acconsentito), arrivò la nomina a sindaco fiscale onorario per il Censo. A essa fece seguito, con dispaccio del 10 luglio 1769 (Dispacci reali, cart. 242/bis) la nomina ad avvocato fiscale, mentre, nel settembre 1770, il Fogliazzi ottenne la registrazione del proprio stemma gentilizio, con annesso titolo di don, quale titolare di una carica reputata nobile da Sua Maestà (Archivio di Stato di Milano, Araldica, p.a., cart. 79). Negli anni Cinquanta e Sessanta il Fogliazzi iniziò anche a farsi notare nella società letteraria milanese, associandosi all’Accademia dei Trasformati e coltivando quegli interessi eruditi che già aveva rivelato, facendo raccolta di manoscritti a Parma. All’interno dell’Accademia, sorretta dal largo mecenatismo del conte G.M. Imbonati, il Fogliazzi, che ne fu conservatore nel 1756, nel 1760 e nel 1765, senza peraltro distinguersi per varietà né per ricchezza del contributo (gli elenchi dei temi trattati ricordano una sua composizione solo nei generali onori al Firmian, del 1760, e uno scritto sul tema del fuoco nel 1761), entrò in contatto con una significativa rappresentanza del mondo letterario milanese, tra cui facevano spicco i nomi di C.A. Tanzi, G. Baretti, D. Balestrieri, G.C. Passeroni e soprattutto G. Parini, con cui strinse una vera amicizia. Rinsaldata anche dalla frequentazione del colto salotto che la sorella Teresa teneva in Milano proprio nella residenza del Fogliazzi, l’amicizia tra i due si espresse, oltre che nell’incipit di uno sciolto pariniano dedicato al Fogliazzi, nel fatto che a lui Parini lesse il Mattino appena composto e che fu proprio il Fogliazzi a parlarne al Firmian, il quale ne consigliò la pubblicazione (F. Reina nell’edizione delle Opere di G. Parini, I, Milano, 1801, p. XV). Nella produzione letteraria del Fogliazzi spicca l’edizione, corredata di note e vita dell’autore, di un Dialogus del quattrocentesco poeta fiorentino R.L. Brandolini, pubblicata a Venezia nel 1753 con dedica al Neri e tre anni dopo l’edizione, questa volta in volgare, del canzoniere inedito di A. Bajardi, parmigiano, corredata anch’essa di notizie intorno alla vita del poeta. Del Fogiazzi letterato si segnalano diversi componimenti lirici in raccolte di versi, scherzose come la Borlanda impasticciata (Milano, 1751) o più serie, come i versi per le monacazioni di dame della società milanese, nel 1754 e 1757, oltre alla passione per la raccolta di testi rari, che lo videro fornire ai compilatori della Raccolta milanese del 1756 un seicentesco Discorso intorno al disegno di anonimo parmigiano (una copia in Biblioteca nazionale Braidense, segn. H.XV.35/36). Dalla metà degli anni Sessanta, parallelamente al procedere del suo cursus honorum, si affievolì l’attività letteraria del Fogliazzi che, se nel complesso risente di tratti occasionali e dilettanteschi, rivela tuttavia una significativa fedeltà alla lezione di misura e di razionalità identificata nel modello rinascimentale e dei classici antichi che ancora animava il Fogliazzi, quando, negli ultimi e disagiati anni di vita, lavorò a una inedita Scrittura intorno all’orfanatrofio di Traiano. Dal 1771, con la rivoluzione delle magistrature milanesi operata da Maria Teresa e imperniata sul nuovo Magistrato camerale, il Fogliazzi passò a esercitare le sue funzioni di avvocato fiscale presso il dipartimento del Censo del nuovo organismo. Quasi subito, però, venne destinato a compiti più operativi: su di lui cadde infatti la scelta di Vienna quando, alla fine del 1773, si trattò di affiancare un esperto del sistema censuario milanese, estraneo inoltre a interessi locali, ai membri della giunta incaricata, già dal 1771, di estendere al territorio mantovano la riforma del Catasto. Tra il giugno del 1774, data di effettivo inizio dei lavori, e il 1785, anno di scioglimento della giunta mantovana, il Fogliazzi, che pure conservò le sue precedenti cariche improntò largamente di sé l’impostazione delle direttive generali e lo sviluppo delle operazioni, seguite anche attraverso lunghi soggiorni sul territorio (in un clima non certo dei più salubri, di cui più volte si lamentò) e settimanali udienze ai geometri. Diffuse attraverso diversi documenti (conservati in Archivio di Stato di Milano, Censo, p.a., cartt. 1452-1458, 1461), quali i 47 Quesiti preliminari all’avvio delle operazioni, le numerose Istruzioni ai geometri e agli altri tecnici, le relazioni al Firmian e all’arciduca Ferdinando, tali indicazioni evidenziano bene il ruolo del Fogliazzi quale produttore di direttore generali, quello, che ha piantato sull’esempio del Censo milanese le tracce da seguirsi in quel Ducato (Kaunitz a Firmian, 9 maggio 1776, Censo, p.a., cart. 1454), nonché la sua adesione ai principî e ai criteri operativi del suo maestro Neri: uniformare i criteri fiscali e contributivi in tutte le parti del territorio, perequare il carico eliminando immunità e arcaiche esenzioni, abbattere gli strumenti delle resistenze locali all’azione del potere centrale, utilizzando a tal fine i tecnici formatisi nel lavoro in funzione di regi cancellieri. Nel frattempo, con dispaccio del 5 agosto 1776 (Archivio di Stato di Milano, Dispacci reali, cart. 255), il Fogliazzi fu nominato consigliere del Regio Ducal Magistrato camerale per gli affari del Censo, carica di cui prese possesso il 20 novembre 1776. Anche in questo organismo gli vennero affidati incarichi legati alla trasformazione delle direttive centrali in istruzioni concrete. Nel 1780 stese, a esempio, le Istruzioni in materia di censo per i visitatori generali che, approvate dal Magistrato camerale il 15 aprile 1780 e trovate anche da Firmian molto ben disposte (Firmian a G.R. Carli, 8 giugno 1780, in Archivio di Stato di Milano, Censo, p.a., cart. 433), rivelano alcune preoccupazioni centrali, legate a direttive di forte controllo sulle amministrazioni locali: garantire la chiarezza e la legalità dei documenti attinenti al Censo, per mantenere quella combinata architettura del Sistema, tanto più facile a risentirsi dei disordini, che possono sopravvenirgli specialmente nelle Campagne, effettuare un costante controllo sui ruoli personali, sulla riscossione dei pubblici tributi, sugli atti dei convocati generali, financo sui parroci, il cui ministero non deve ispirare altro che la concordia tra i popolani e l’obbidienza agli ordini de’ superiori, vigilare infine sulla condotta dei regi cancellieri, nella cui attività si raccoglie come in un centro, e da cui diramasi tutto il regolamento censuale, ed il buon governo delle Comunità (minuta datata 14 giugno 1780, Censo, P.A. cart. 433). Nel 1786 (dispaccio 18 aprile 1786, in Archivio di Stato di Milano, Uffici regi, p.a., cart. 278), nell’ambito della generale riforma degli organi di governo milanesi voluta da Giuseppe II, il Fogliazzi venne nominato a capo del dipartimento VI (censo, amministrazioni locali, polizia e sanità) nel Consiglio di governo, l’organo che, presieduto dallo stesso plenipotenziario J.J. Wilczeck, venne a riassumere le principali competenze di governo. All’interno del Consiglio egli cominciò a occuparsi dell’applicazione alla Lombardia del codice penale giuseppino. Nominato nell’apposita commissione di adattamento creata nel 1787 (decreto 3 ottobre 1787, in Archivio di Stato di Milano, Dispacci reali, c. 266), di cui faceva parte, tra gli altri, anche C. Beccaria, il Fogliazzi partecipò al dibattito, occupandosi soprattutto della nuova e più funzionale organizzazione da dare ai lavori forzati negli ergastoli (verbali in Archivio di Stato di Milano, Giustizia punitiva, p.a., cartt. 1, 3, 4, 20, 21; sul ruolo del Fogliazzi nella giunta cfr. Cuccia e Cavanna). Sempre nel 1787 il Fogliazzi entrò a far parte della commissione delegata a togliere, o almeno diminuire le frequenti infestazioni di ladri nelle campagne e pubbliche strade (documento 17 settembre 1787, cart. 20), occupandosi a esempio, nel settembre 1789, di liberare il famigerato villaggio di Retegno dalla criminalità imperversante. Per ovviare alla situazione del paese che, al confine tra Lombardia e Stato di Parma, offriva facile rifugio ai malviventi, anche per la mancanza di censimento della popolazione (di cui era da poco morto l’ultimo feudatario), il Fogliazzi insistette appunto sull’estensione anche a questa zona della misura catastale, base dell’efficiente organizzazione, e quindi del controllo, del territorio. All’inizio degli anni Novanta, chiuso il complicato periodo di transizione successivo all’ascesa al trono di Leopoldo II e soppresso il Consiglio di governo, il Fogliazzi passò al magistrato politico camerale, nel quale mantenne le stesse funzioni, spostandosi però, dal 27 marzo 1791, al dipartimento V, dove concluse la sua carriera pubblica. Uno dei suoi ultimi incarichi consistette proprio nella stesura, insieme con gli altri membri della giunta creata all’uopo (decreto 26 giugno 1791, Archivio di Stato di Milano, Uffici regi, p.a., cart. 347), delle Istruzioni per il funzionamento del nuovo organismo di governo, che vennero inviate a Vienna per l’approvazione nell’ottobre dello stesso anno (cfr. Cuccia, pp. 111 s.). Con l’invasione francese, nel 1796, si chiuse bruscamente la lunga carriera del Fogliazzi e si aprì per lui l’ultimo, difficile periodo di vita. Rimasto senza impiego e senza pensione (Pezzana, p. 329) e assillato dai problemi economici (più volte, negli anni Novanta, ricordò alla Municipalità le attuali sue ristrettezze nel chiedere il rimborso di tasse pagate, a suo avviso, ingiustamente; documentazione in Archivio civico storico di Milano, Fondo famiglie, cart. 668) si rifugiò di nuovo negli studi letterari. Compose i seguenti scritti: Raphaelis Brandolini Lippi iunioris Florentini Dialogus Leo nuncupatus, nunc primum in lucem editus, notis illustratus, auctoris vita, aliisque additamentis auctus (Venetiis, 1753) e Rime del cavaliere Andrea Bajardi parmegiano cavate dal suo canzoniere inedito e notizie intorno alla sua vita (Milano, 1756). Suoi componimenti si trovano ancora nella raccolta Versi per la profession religiosa di suor Teresa Margarita, al secolo signora Archilde Naturani nell’insigne monisterio di S. Caterina in Brera, (Milano, 1754; una ottava a p. 13 e un sonetto a p. 23). È infine attribuibile al Fogliazzi un componimento in dialetto, a firma de Galantin Tridura Parmsan, in La Borlanda impasticciata, con la concia e trappola de’ sorci (Milano, 1751, p. XXIII).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Milano: Araldica, p.a., cart. 79, Censo, p.a., cartt. 74, 74/bis, 433, 434, 1452-1458, 1461, Dispacci reali, cartt. 232, 240, 242/bis, 255, 266, Giustizia punitiva, p.a., cartt. 1, 3, 4, 20, 21, Uffici regi, p.a., cartt. 140, 282, 342, 468, 471, 702, 870, 874; Milano, Archivio civico storico, Famiglie, cart. 668, fasc. Fogliazzi, Località Milanesi, cart. 262, fasc. Fogliazzi; G.M. Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, Brescia, 1758, II/1, 68, IV, 2018-2022; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 328-331; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 170; C.A. Vianello, La giovinezza di Parini, Verri e Beccaria, Milano, 1933, 81, 268, 269; C.A. Vianello, Il Settecento milanese, Milano, 1934, 124; C.A. Vianello, Dal carteggio segreto Sperges-Kaunitz, in Archivio Storico Lombardo, s. 7-8, VI 1939, 443; C.A. Vianello, Teatri, spettacoli, musiche a Milano nei secoli scorsi, Milano, 1941, 197, 306; Storia di Milano, XII, Milano, 1959, 349 n., 581 n.; S. Cuccia, La Lombardia alla fine dell’ancien régime, Milano, 1971, 55 n., 77, 111 n.; A. Cavanna, La codificazione penale in Italia. Le origini lombarde, Milano, 1975, 63 e n. 97; C. Mozzarelli, Il Magistrato camerale (1771-1786), Milano, 1977, 24 n., 33; F. Arese, Le supreme cariche del Ducato di Milano e della Lombardia austriaca 1706-1796, in Archivio Storico Lombardo, s. 10, III 1979-1980, 545 s., 571, 574 ss., 586; U. Petronio-F. Arese, L’alta magistratura lombarda nell’età delle riforme, in Economia, istituzioni, cultura in Lombardia nell’età di Maria Teresa, a cura di A. De Maddalena-E. Rotelli-G. Barbarisi, III, Bologna, 1982, 686 s. n. 122; C. Capra, Il Settecento, in D. Sella-C. Capra, Il Ducato di Milano dal 1535 al 1796, in Storia d’Italia, XI, Torino, 1984, 440, 464, 516, 538; C.F. Gallotti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVIII, 1997, 488-491.


Borgo San Donnino 1831
Durante i moti dell’anno 1831 fu uno degli autori della rivolta in Borgo San Donnino e della riunione di quel consesso civico. Fu, in seguito a quegli eventi, inquisito.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 167.

Borgo San Donnino 1733-Cormano 31 ottobre 1792
Nacque da Agostino e da Elisabetta Tagliasacchi. La famiglia, appartenente al distinto ceto professionale, era ben inserita nella burocrazia asburgica, dove si fece strada soprattutto il fratello Francesco, avvocato fiscale e consigliere di governo. La Fogliazzi seguì gli spostamenti della famiglia paterna, da Parma a Pavia e a Milano, rivelando fin dall’adolescenza un non indifferente talento per la recitazione e per la danza, che, accanto alla notevole bellezza, la rese, già giovanissima, molto ricercata nelle serate e nei salotti
(soprattutto quello di casa Serbelloni) ove ferveva, nel secondo Settecento, la vita artistica e intellettuale milanese. Nella primavera 1745 fu al Teatro Ducale di Parma nel Siface di Leonardo Leo e nella stagione di Fiera 1751 danzò al Teatro di Reggio Emilia. Fu probabilmente questa inclinazione artistica a legarla, neppure ventenne, al fiorentino Gasparo Angiolini, ballerino e coreografo, futuro rinnovatore del balletto pantomimo negli anni Sessanta e Settanta, per il quale lasciò la famiglia, seguendolo attraverso le corti europee, e che sposò nel 1754. Al 1752 risale il suo primo soggiorno a Vienna, dove la Fogliazzi si produsse sulle scene, aiutata forse dalla influente raccomandazione del conte V. Bigli, appassionato di teatro. P. Metastasio, scrivendo a Milano ad A.T. Trivulzio il 6 novembre 1752, così elogia il suo fascino: Ella mi par degna d’accrescere il numero delle Grazie. Ho avuto bisogno di tutto lo stoicismo d’Epitteto per difendermi dai suoi lacci. Tutti sono suoi parziali, senza che il ballo abbia ancora avuto l’onore d’aver conferito o procurarle la pubblica propensione (Tutte le opere, III, pp. 757 s.). L’amicizia del Metastasio accompagnò poi la Fogliazzi per molti anni e, ancora nel 1767, scrivendole a Milano, il poeta elogiò la sua seduttrice eloquenza (Tutte le opere, IV, pp. 564 s.: lettera da Vienna del 28 settembre 1767). Sempre a Vienna, nel 1753 la Fogliazzi conobbe G. Casanova che, a quanto scrive nelle sue memorie, se ne innamorò invano (rubandole anche per ripicca un ritratto che la Fogliazzi si fece più tardi restituire) e che parla di lei come di une danseuse milanaise qui avait de l’esprit, un ton excellent, de la littérature, et, qui plus est, était fort jolie (Mémoires). Della cultura e dell’intelligenza della Fogliazzi si hanno tuttavia altri riscontri: oltre alle lodi del fratello Francesco, accademico Trasformato, che le dedicò una sua opera nel 1756 augurandosi che essa servisse di pascolo a quel dolce piacere che provate in leggere i Poeti Italiani (Rime del cav. Andrea Baiardi, Milano, 1756), la testimonianza di P. Verri, che ricorda le sue doti di attrice in una lettera al fratello Alessandro del 30 novembre 1771: Io ho ascoltato una volta in mia vita a declamar bene in italiano, ed era la Fogliazzi, ballerina, che faceva la Zaira (Carteggio, IV, p. 295). Dal 1755 si ha testimonianza della frequente presenza a Vienna della Fogliazzi, che, ingaggiata per qualche tempo come prima ballerina, vi risiedette stabilmente dal 1758 al 1766 insieme col marito Angiolini, maestro di ballo di Corte. La Fogliazzi divenne in breve un personaggio di spicco della società viennese, grazie soprattutto alla protezione di W.A. Kaunitz, onnipotente cancelliere di Corte e Stato, nei cui favori sostituì, sul finire degli anni Cinquanta, la famosa cantante Caterina Gabrielli. G. Gorani ricorda la Fogliazzi come une danseuse célèbre et maîtresse du Prince de Kaunitz, ma limita, a torto, la loro relazione al periodo avant d’époser le mari avec lequel elle vivait fort bien (pp. 209 s.). Utilizzando con intelligenza la relazione col Kaunitz, con il quale passava molte ore al giorno e a cui mostrava tutta la sua corrispondenza, la Fogliazzi si rivelò un’intermediaria preziosa nell’ottenere favori e informazioni, che forniva agli agenti viennesi del potente fermiere lombardo A. Greppi, in cambio di costosi regali (completi per il sale in oro massiccio, preziosi anelli, specialità gastronomiche), come testimonia il carteggio Greppi, conservato presso l’Archivio di Stato di Milano (cfr. su questo Capra, III, p. 371 e n. 21). Dal 1766, chiamato l’Angiolini a Pietroburgo quale maestro di ballo di Corte, la Fogliazzi alternò soggiorni russi (nel 1766 il Metastasio le scrisse a Pietroburgo, mentre il 25 settembre 1770 fu la Fogliazzi a scrivere da là al conte Greppi sulla tristezza del suo trovarsi al fondo del Nord, con porte e finestre chiuse e pelliccia, cfr. Dono Greppi) a sempre più frequenti ritorni a Milano, dove si stabilì definitivamente, dal 1773, nella residenza del fratello Francesco. Nella vivace società milanese degli anni Settanta, raccolta attorno ad alcuni salotti colti e ospitali, la Fogliazzi, della quale già il Casanova notò, a Vienna nei primi anni Cinquanta, che recevait bonne compagnie, et faisait à merveille les honneurs du salon, riallacciò in breve quei legami mondani e intellettuali che già aveva stretto nella prima giovinezza: il salotto del palazzo milanese, come anche la sua villa della Malcacciata, presso Cormano, divennero presto meta di scrittori, artisti, alti funzionari, tra i quali C. Beccaria, G.C. Passeroni, P. Moscati, F. Sopransi, G. Piermarini, il pittore A. Appiani, che la ritrasse, e soprattutto G. Parini. Il poeta, che secondo Vianello (La giovinezza) sarebbe stato, verso il 1769, innamorato della Fogliazzi, era già molto legato da amicizia e riconoscenza al fratello Francesco e all’Angiolini e proprio agli influenti legami di lei dovette la nomina a poeta del Teatro Ducale negli anni Sessanta, per lui molto difficili. A metà degli anni Settanta, nel pieno della famosa polemica tra J.-G. Noverre e l’Angiolini sui balli pantomimi, il salotto della Fogliazzi divenne naturalmente il centro dell’angiolinismo milanese (Tozzi, p. 135). Ma a Milano la Fogliazzi spiccò anche in altri cenacoli: sul finire degli anni Settanta è il Gorani a ricordare con ammirazione come, alla société étrangement composée, di funzionari e illuminati aristocratici che si riunivano presso i cadetti Verri, la Fogliazzi partecipasse spesso et y mettait une grande aménité, car elle avait beaucoup vu et elle avait aussi beaucoup lu et nous égayait souvent par de belles anecdotes (p. 210). Ma la posizione di spicco della Fogliazzi nella società milanese e in quella viennese le procurò anche critiche: A. Barbiano di Belgioioso la reputò un’intrigante, accusandola di manovre per procurarsi l’adito in buone case (cfr. Vianello, La giovinezza, p. 91 n. 27), mentre l’imperatrice Maria Teresa, in una lettera dell’11 agosto 1774 all’arciduca Ferdnando relativa alla rivalità Noverre-Angiolini (ricordata da Tozzi, p. 128) rimarcò il fatto che Madame Angiolini si dà molte arie. Le importanti relazioni della Fogliazzi si riverberarono anche sui suoi numerosi figli: Francesco Antonio, nato a Vienna nel 1755, forse dalla relazione con il Kaunitz, ebbe come padrino F. Damiani, agente dei fermieri, e fu accompagnato dalla protezione del ministro asburgico già nei primi passi della sua carriera pubblica, che, dopo averlo portato ad alti incarichi diplomatici in Austria e Russia, lo vide diventare prefetto nel periodo napoleonico; Giuseppe, nato nel 1762, fu tenuto a battesimo dal conte Greppi e seguì anch’egli la carriera pubblica; Pietro, nato nel 1764, seguì invece le orme paterne, diventando apprezzato ballerino, e lo stesso fecero Nicolò (nato nel 1765), Pasquale (nato nel 1766) e Fortunata, prima ballerina a Vienna dal 1793 al 1808.
FONTI E BIBL.: Ricche di notizie sono le lettere conservate, in ordine cronologico, nel Dono Greppi presso l’Archivio di Stato di Milano (in particolare quelle del periodo 1755-1766, in cui la Fogliazzi visse stabilmente a Vienna, ma anche quelle relative agli anni Settanta e Ottanta); P. Verri-A. Verri, Carteggio, IV, Milano, 1919, 295; G. Casanova, Mémoires, III, Paris, 1926, 204 ss.; G. Gorani, Dal dispotismo illuminato alla Rivoluzione, a cura di A. Casati, Milano, 1941, 209 s., 417 s. nn. 27-29. L’amicizia del Kaunitz per la Fogliazzi è ricordata anche dal viaggiatore W. Wraxall, Memoirs of the courts of Berlin, Dresden, Warsaw, and Vienna, II, London, 1806, 458. Cfr. anche E. Vehse, Geschichte des österreichischen Hofs und Adels, VII, Hamburg, 1857, 200. Il carteggio della Fogliazzi con Metastasio si trova in Tutte le opere di P. Metastasio, a cura di B. Brunelli, Milano, 1954, III, 757 s., IV, 564 s., 877 n. 2; C.A. Vianello, La giovinezza di Parini, Verri e Beccaria, Milano, 1933, 81 ss., 138, 271 e n. 27; C.A. Vianello, Il Settecento milanese, Milano, 1934, 124; C.A. Vianello, Pagine di vita settecentesca, Milano, 1935, 163, 171 ss.; C.A. Vianello, Dal carteggio segreto Sperges-Kaunitz, in Archivio Storico Lombardo, s. 7-8, VI 1939, 441; C.A. Vianello, Teatri, spettacoli, musiche a Milano nei secoli scorsi, Milano, 1941, 197-201, 306; G.C. Bescapé, Araldica milanese, in Storia di Milano, XII, Milano, 1959, 581; L. Tozzi, Il balletto pantomimo del Settecento. Gaspare Angiolini, L’Aquila, 1972, 60, 129 s., 135 s.; C. Capra, Luigi Giusti e il Dipartimento d’Italia a Vienna (1757-1766), in Economia, istituzioni, cultura in Lombardia nell’età di Maria Teresa, III, Bologna, 1982, 371 n. 21; L. Antonielli, I prefetti dell’Italia napoleonica, Bologna, 1983, 392 n. 37; R. Candiani, L’intervento di G. Parini nella polemica coreutica tra Angiolini e Noverre, Milano, 1989, 102 n. 24; C.F. Gallotti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVIII, 1997, 491-492.

Parma 1646/1647
Suonatore di violino, cominciò a servire la chiesa della Steccata di Parma il 17 agosto 1646. Vi si trovava ancora alla fine di marzo del 1647 e suonò nella Pasqua del 1647 alla Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 97.


Parma 1643
Il 30 marzo 1643 fu eletto a prestare servizio gratuito, con carica a vita, di archivista del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.


Pontremoli 1928-Parma 10 gennaio 1996
Si trasferì a Parma per frequentare la facoltà di giurisprudenza. Giovane universitario, fece anche l’istitutore al Collegio Maria Luigia. Laureatosi in legge nel 1952, il Fogola partecipò al concorso da cancelliere e dopo poco fece il concorso di uditore giudiziario, divenendo sostituto procuratore della Procura di Lodi per due anni. Nel 1960 divenne pretore a Fornovo di Taro. Nel 1966 divenne giudice al Tribunale di Parma, come magistrato alle cause civili fino al 1983, quando per breve tempo si dedicò alle cause penali, e successivamente, fino al pensionamento, come presidente di sezione per le cause di lavoro, di previdenza e agrarie. Nel frattempo, per naturale avanzamento di carriera, divenne consigliere di Corte d’appello e consigliere di Cassazione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 gennaio 1996, 8.


Parma 1831
Moglie del conte Jacopo Sanvitale, prese parte ai moti del 1831. La sua scheda segnaletica redatta dalle autorità di polizia riporta quanto segue: Con biglietto al governo provvisorio datata gli 8 marzo espone che, essendo inoltrato il travaglio della bandiera che essa si dispone di offrire alla guardia nazionale, chiede per modello quella appartenente al corpo delle guardie Ducali per cui fu scritto al comandante di detto corpo M. Filippo Pallavicino. Essa fu allontanata dallo stato, nella quale circostanza ottenne passaporto sotto il cognome della sua famiglia ed ebbe pure un sussidio pecuniario. Donna esaltatissima che piantò la bandiera della rivoluzione sul palco del Teatro Ducale. Viaggia col marito con passaporto concesso sotto la parentela della famiglia in cui nacque Folcheri.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 209.


Paradigna secolo XV
Fu dottore dei canoni e abate cistercense di San Martino dei Bocci in Valserena. Fu attivo nel XV secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 26.

Collecchio 1068
Non meglio identificabile abitante dell’antica Collecchio, che figura in una pargamena del 19 maggio 1068. Da questa risulta che il Folco, insieme al fratello e alla madre, compì una donazione.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.


Viarolo 5 maggio 1790-
Sposò nel1820 Maria Fornasari di Sant’Ilario di Reggio Emilia, dalla quale ebbe quattro figli. Durante i moti del 1831 in Parma fu indicato dalla Direzione Generale di Polizia come cooperatore allo scoppio e alla propagazione della rivolta. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia dal 1º gennaio 1837 come garzone di cucina.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 166; M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 308.

FOLGORE, vedi BERINI RENATO e CAMPELLI GIOVANNI


Parma-Roma 13 febbraio 1558
Secondo il Da Erba fu prete gesuita. Coltivò le arti liberali, fu erudito nelle lettere greche e latine e scrisse l’opera De Beneficentia (divisa in tre libri e dedicata al re Sebastiano d’Igarbe e Portogallo). Visse a Roma in compagnia dell’amico bolognese Tommaso del Giglio, che fu in seguito vescovo e che dedicò al Foli, sepolto nella chiesa di San Lorenzo in Damaso a Roma, il seguente epitaffio: Iacobo Folio parmensi plerisq. liberalibvs disciplinis graece et latine ervdito probo viro ac diserto edito De Beneficentia opere vita fvncto Thomas Lilivs bononien. amico bene de se merito p. postrid. id. feb. M. D. LVIII.
FONTI E BIBL.: Fantuzzi, Notizie degli Scrittori Bolognesi, tomo IV, 154; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 75-76.

FOLI GIACOPO, vedi FOLI GIACOMO

FOLIO GIACOMO, vedi FOLI GIACOMO

Noceto 1835-1898
Medico, si prodigò particolarmente in favore dei poveri. La sua missione non conobbe soste ed egli portò nelle case dei più diseredati, oltre la sua opera di valente professionista, l’aiuto materiale con ogni genere di conforto.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 282.


Noceto 1868-1901
Figlio di Benedetto. Anch’egli medico, si prodigò in favore soprattutto dei poveri. La sua missione non conobbe soste: il Folli, così come era stato per il padre, portò nelle case dei più diseredati, oltre la sua opera di valente professionista, l’aiuto materiale con ogni genere di conforto.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 282.


Modigliana 1640 c.-Parma post 1719
Nacque verso il 1640, probabilmente a Modigliana in Romagna (nella zona allora soggetta al Granducato di Toscana) da Maria Zauli e da Sebastiano, stimato giureconsulto ammesso nel 1652 alla cittadinanza e agli onori di Firenze. Voltosi agli studi legali, si addottorò a Pisa nel 1660. Nel 1661-1662 fece pratica a Roma sotto la direzione di Flaminio del Taja, futuro cardinale, allora auditore della Sacra Rota. Fu giudice delle cause civili, criminali e miste di tutta la provincia della Val di Chiana nel 1663-1664, poi di Borgo San Sepolcro (1665 e primi sei mesi del 1666) e infine della Romagna toscana (1666-1667). A Siena fu, per alcuni mesi, auditore di rota. Il 29 febbraio 1670, con i fratelli minori Giovanni e Fulvio, fu investito dai Savoja del feudo e contea di Scagnello nel Cuneese. Per tre anni fu poi a Trento, dove ricoprì la carica di podestà con mero e misto imperio e cognizione di tutte le case civili (1670-1672). Dal 1673 al 1675 fu capitano di Giustizia ad Ala e commissario generale dei quattro vicariati di tale provincia. Nel 1674 il duca di Mantova lo dichiarò senatore. Il 12 marzo 1675 fu nominato da Ranuccio Farnese, per un triennio, auditore civile di Piacenza. Ricoprì poi tale carica fino al 1679. A Piacenza sposò, nel 1677, Anna Ulderica Soldati, nata a Parma da una famiglia comitale di origine savoiarda. In riconoscimento del buon servizio da lui prestato, il 9 febbraio 1680 Ranuccio Farnese ne ordinò l’ammissione al Collegio dei giudici di Parma, benché privo del requisito dell’origine parmigiana. La sua ammissione effettiva sembra però risalire solo al 1° marzo 1688. Nel corso della seduta del Senato bolognese del 22 dicembre 1682 ottenne l’incarico di auditore del tribunale civile della rota, che gli venne confermato il 23 giugno 1684 in occasione del rinnovo degli auditori per il quinquennio 1685-1690. A Bologna ricoprì per due volte la carica di podestà di rota (1° luglio 1683-1° luglio 1684; 1° luglio 1687-1° luglio 1688). Nel 1684 si ammalò gravemente, forse (stando a quanto afferma il figlio Aldigherio) per la fatica che stava sostenendo nel comporre l’Amphitheatrum legale seu Bibliotheca legalis amplissima (parti I-V, Parma, 1688; parti VI-VII, Parma, 1694). Con il trascorrere del tempo il male del Fontana progredì a tal punto da impedirgli definitivamente, a partire dal 1708, di alzarsi dal letto. Nel 1719 il figlio Aldigherio, nell’esaltarne la pazienza e le capacità di sopportazione, lo descrive completamente paralizzato. L’Amphitheatrum legale è un vastissimo repertorio (contiene più di quindicimila voci) ordinato sia per autore, sia per soggetto. Il Fontana concepì l’idea di scrivere l’opera nel 1661, allorché vide a Roma un catalogo manoscritto, intitolato Bibliotheca legalis, compilato da Domenico Maria Corsi, futuro cardinale e vescovo di Rimini, di cui suo fratello Giovanni sarebbe divenuto vicario generale. Il Fontana ne chiese copia all’autore, che lo incoraggiò ad ampliarlo. Nel 1679, prima che il lavoro fosse concluso, venne pubblicata a Francoforte la Bibliotheca realis iuridica del bibliografo tedesco Martin Lipen (Lipenius), un ampio repertorio ordinato per soggetto che fu poi più volte corretto, ampliato e ripubblicato. Il Fontana si affrettò a procurarsela: vi scoprì molte omissioni, ma vi trovò anche voci che gli mancavano e che utilizzò per integrare il suo lavoro. Il manoscritto dell’Amphitheatrum fu fatto trascrivere dal poeta reatino Loreto Mattei (autore, tra l’altro, del Salmista toscano, di cui proprio il Fontana curò, insieme col figlio Carlo Emanuele, l’edizione bolognese del 1688). Pubblicato, ebbe una grande diffusione in Italia e all’estero. Ancora all’inizio dell’Ottocento, C.M. Pillet, nella voce dedicata al Fontana della Biographie universelle ancienne et moderne (XV, Paris, 1816; traduzione italiana corretta, XXI, Venezia, 1825), ne diede un giudizio positivo, ritenendolo più ricco e più facilmente consultabile dell’opera di Lipenio, nonostante le correzioni, le aggiunte e i supplementi di cui quest’ultima, al contrario di quella del Fontana, era stata progressivamente arricchita. Una ristampa anastatica dell’Amphitheatrum fu pubblicata a Torino nel 1961. Oltre all’Amphitheatrum il Fontana fu autore di Decisio almae Rotae Bononien. in causa Bononien. fideicommissi de Griffonis (De successione monasterii bonorum capacis, Bologna, 1685) e di alcuni componimenti poetici (in L. Mattei, Salmista toscano, Bologna, 1688, pp. n.n.).
FONTI E BIBL.: Modigliana, Archivio della parrocchia di Santo Stefano papa, Liber matrimoniorum 1620-1685, c. 26r, 22 ottobre 1630; Archivio di Stato di Parma, Patenti, vol. 6, c. 126rv, vol. 37, cc. 472 s., vol 41bis, c. 155 (tutte copie della nomina del Fontana ad auditore civile di Piacenza, 12 marzo 1675), vol. 5, c. 264v (patente di familiarità rilasciata al Fontana da Ranuccio Farnese, 27 giugno 1690), Istruzione pubblica farnesiana, b. 6, Collegi dei dottori, giudici e medici, lettera di Ranuccio Farnese al governatore di Parma, 9 febbraio 1680, Fondo Fontana, n. 2 (lettera di Polissena Fontana a Francesco Farnese, 26 dicembre 1694), n. 3 (lettera di Francesco Farnese al presidente Chiapparini, 31 dicembre 1694); Archivio di Stato di Bologna, Assunteria di Rota, Requisiti dei competitori alla Rota per ordine di cognome, b. 1 (A-L), foglio non numerato (requisiti del Fontana, 15 dicembre 1682), Senato Partiti, v. 27, cc. 81rv, 22 dicembre 1682, 85r, 15 gennaio 1683, 107v, 28 aprile 1684, 110r, 23 giugno 1684, 162v, 29 dicembre 1686, 188r, 16 giugno 1688, v. 28, c. 8r, 13 aprile 1689; Parma, Biblioteca Palatina, Fondo parmense 648: I. Affò, Materiali autografici per le biografie degli illustri parmensi (schede biografiche in ordine alfabetico); Sommario de’ requisiti de concorrenti alla Rota, s.l., né d. (ma Bologna, 1684 o 1685), 3, 12; E. Gamurrini, Istoria genealogica, V, Firenze, 1685, 73-76, 79-82, 95-98; A. Fontana, Amphiteatrum, I, coll. 353 s., VI, coll. 93-96, 160 s., 181, VII, col. 307; M. Lacchini, Breve narrazione della vita di monsignor Giovanni Fontana, in G. Fontana, La santità e la pietà trionfante, Venezia, 1716, V s.; Opere date alle stampe, da alcuni letterati, ancora viventi, della famiglia Fontana, in La Galleria di Minerva, VII, 1717, 178; Giornale de’ Letterati d’Italia XXIX 1717, 433; Ald. Fontana, Ristretto della vita d’alcune persone illustri di casa Fontana, Venezia, 1719, 173-180; O. Bolsi, Adnotationes in praestantissimum iurisconsultorum et iudicum Parmensem Ordinem, Parmae, 1723, 40; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 75 ss. (riguarda i figli Aldighiero e Carlo Emanuele); C. Bulgarelli, Vita del p. Fulvio Fontana, Modigliana, 1909, 10; P. Fiorelli, Vocabolari giuridici fatti e da fare, in Rivista Italiana per le Scienze Giuridiche, s. 3, I 1947, 303 s.; R. Sarti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVIII, 1997, 606-607.

Parma 31 dicembre 1875-Torino 26 agosto 1968
Nato da Guglielmo che fu per molti anni prima della prima guerra mondiale sindaco di Cortile San Martino e, dopo la guerra, assessore alla provincia, fino alla caduta del fascismo, e da Adele Fornari. Laureatosi giovanissimo brillantemente in giurisprudenza all’Università di Bologna (ove allora il padre era direttore delle Poste), il Fontana entrò subito nella magistratura iniziando la sua carriera come pretore a Berceto. Poi, attraverso altre preture, promosso giudice, andò al tribunale di Pontremoli, di Novara e, finalmente, fu trasferito nel 1921 al tribunale di Parma. Appena ebbe preso possesso del nuovo ufficio, fu incaricato di presiedere il processo Lusignani-Candian che, durato sei mesi, ebbe risonanza nazionale per la personalità degli imputati e delle parti lese e per la campagna politica che ebbe origine e sviluppo dal processo stesso. Tutta la stampa italiana riportò le cronache delle udienze e al processo parteciparono tutti i più illustri avvocati italiani dell’epoca, dall’onorevole Ferri all’onorevole Bentini, dall’avvocato Saracchi all’avvocato Bozzino, dall’avvocato La Perna all’avvocato Sarfatti, e tutti i grandi avvocati penalisti di Parma, capeggiati dall’avvocato Gustavo Ghidini e dall’avvocato Amedeo Passerini. Il processo, ricco di incidenti e di colpi di scena, fu diretto dal Fontana con tanto equilibrio e dirittura da raccogliere concorde plauso. Fu relatore della sentenza, che fu pubblicata in un volume di oltre 100 pagine, e la sua opera di presidente relatore fu così apprezzata che, dopo il processo, ebbe subito la promozione al grado superiore: nominato procuratore del Re a Treviso, lasciò così quasi subito la città di Parma. Il Fontana da Treviso fu trasferito alla Corte d’appello di Milano e poi a quella di Torino, dove rimase fino alla conclusione della carriera, essendo pervenuto al grado di consigliere di Cassazione. Fu un cultore e uno studioso di diritto. Lasciò varie opere, tra cui alcune ebbero notevole risonanza: la monografia sul Contratto d’impiego privato, il Dizionario dell’impiego privato, il Procedimento delle controversie individuali di lavoro, I sistemi e i principi del nuovo codice penale e il Commento alla nuova legge fallimentare lo resero noto ai cultori del diritto. Collaborò a varie riviste giuridiche trattando i più svariati argomenti: pubblicò regolamenti, pregevoli studi sul giornale notarile Il Rolandino, collaborò pure in rubriche di diritto, per vari quotidiani e in particolar modo per la Gazzetta del Popolo di Torino. Ingegno versatile, si interessò di arte ed ebbe un particolare culto per Verdi.
FONTI E BIBL.: La morte dell’avv. Alberto Fontana, in Gazzetta di Parma 30 agosto 1968, 4; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 454.

FONTANA ALDIGHERIO, vedi FONTANA ALDIGHIERO


Modena ante 1719-Parma 1745
Fu figlio terzogenito di Agostino. Abbracciò la vita ecclesiastica e fu canonico nella Cattedrale di Parma. Pubblicò diverse opere, il catalogo delle quali si trova a f. 8 della sua Dama maritata (Ancona, 1719). Il Giornale degli Zeni ne fece più volte onorevole menzione e in particolare a f. 433 del tomo 29, ove è detto: Il Sig. Canonico Conte Aldighieri Fontana sostiene assai degnamente il grido delle buone lettere, che sono come ereditarie nella sua casa. Secondo il Pezzana, non fu scrittore accurato, né pulito. Scrisse molto e fu ricco di erudizione. Al Fontana fu diretta un’ode di Giuseppe Piselli. Nel 1741 fu segretario del Capitolo della Cattedrale di Parma, come appare da una pergamena della Biblioteca Palatina di Parma in cui è sottoscritto con questo titolo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 77-81.

Parma 14 agosto 1632-1716
Figlio di Domenico Maria e Antonia. Incisore. Una sua stampa ha la data del 1658. Firmava Fontana sculp. parm.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 34.

Montecchio 1901-Montecchio 1 gennaio 1980
Entrò nella scuola delle Figlie della Croce a Traversetolo, come insegnante di lettere degli anni 1935-1939 nell’organico dell’avviamento commerciale. Dopo pochi anni di insegnamento a Parma all’Istituto Melloni e poi al Liceo Classico Romagnosi, riservò tutte le sue cure alla scuola di Traversetolo. Quando l’Istituto aprì nel 1964-1965 una scuola superiore, la Fontana fu designata preside. Per sedici anni, dal 1964-1965 al 1978-1979 guidò la scuola, dove godette di grande prestigio. Agli inizi degli anni Settanta i superiori dell’Istituto presero la decisione di chiudere la scuola. La Fontana, sostenuta dal parroco, monsignor Mario Affolti, si oppose energicamente a quella decisione, assumendone tutte le responsabilità. In seguito i superiori ebbero modo di rivedere i loro propositi e dotarono l’Istituto di una nuova sede. Preside dal 1964, resse la scuola fino al 1979. Alla fine dell’anno scolastico 1978-1979 si ritirò dalla scuola e fu accolta dalla famiglia del fratello minore Carlo nel suo paese natale. Il 27 dicembre dello stesso anno, a Roma, la Federazione delle Scuole Cattoliche volle darle un pubblico riconoscimento e premiare i suoi quarant’anni di insegnamento e di fedeltà.
FONTI E BIBL.: S. Moroni, Umanità e fede, 1996, 174-177.


Parma 14 novembre 1882-Milano 14 febbraio 1946
Studiò i primi rudimenti della musica con Eraclio Gerbella e a nove anni cantò nel vaudeville I fanciulli venduti nel teatrino del Ricreatorio Garibaldi. Nel 1902 entrò al Conservatorio di Parma, dove studiò armonia con Italo Azzoni e corno con Gaetano Trapani. Attratto dal palcoscenico, venne presentato a Parma al capocomico Giulio Marchetti, il quale, avendo apprezzato la sua voce tenorile, lo scritturò come tenore comico, con paga di cinque lire al giorno. Per proprio conto continuò a studiare con grande volontà e con enormi sacrifici. Nel dicembre 1907 debuttò al Teatro Fossati di Milano come direttore d’orchestra: fu chiamato dieci volte alla ribalta e venne nominato direttore sostituto. Nel 1912 fu direttore in una tournée in Sud America. Percorse poi una brillante carriera come direttore di operette in primarie compagnie. Al Teatro Reinach di Parma fu presente come tenore nella compagnia Marchetti nella Bella Elena del 1905 e direttore, fino a due mesi prima della distruzione del Teatro, nel 1944.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 82; Enciclopedia di Parma, 1998, 343.


ante 1783-Collecchio 1823
Sacerdote, fu arciprete della parrocchia di Collecchio e vicario foraneo per quaranta anni (dal 1783 al 1823). Fu anche economo spirituale della parrocchia di San Martino Sinzano e di quella di Giarola nel 1795. Fu inoltre parroco delegato di Giarola (parrocchia allora vacante) dal 1814 al 1822.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

Parma 9 dicembre 1864-1931
Uscì dal Conservatorio di musica di Parma nel luglio del 1884. Da allora fece parte come primo corno solista delle principali orchestre italiane, nonché in Francia e Germania. Nel 1892 vinse il concorso per la cattedra di professore di corno nel Liceo Musicale  Giuseppe Verdi di Torino, posto che occupava ancora nel 1931. Nel 1905 fu chiamato dalla direzione del Conservatorio Verdi di Milano alla cattedra di professore di corno ma per motivi di famiglia dovette rifiutare. Fece parte quale primo corno solista per un trentennio dell’orchestra del Teatro Regio di Torino sotto la direzione dei più reputati concertatori e direttori d’orchestra. Nel frattempo fu chiamato varie volte fuori di Torino a suonare nei concerti con i maestri Toscanini, Martucci e Mancinelli. Ebbe molti allievi, taluni dei quali occuparono posti di solisti nelle primarie orchestre italiane e straniere. Diede alle stampe vari metodi per l’insegnamento del corno e della tromba e anche terzetti e quartetti e piccoli pezzi per orchestra, editi dalle principali case editrici italiane.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 83; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 72.


Parma 1678 c.-Renania 1730 c.
Figlio di Agostino, nel 1693 risulta essere paggio alla Corte di Ranuccio Farnese. In precedenza (ottobre 1687) aveva svolto il medesimo ufficio per l’imperatrice Eleonora. Curò, col padre, un’edizione del Salmista toscano di L. Mattei e collaborò alla stesura dell’Amphitheatrum legale. In seguito viaggiò per le principali città d’Italia e raccolse materiale che nel 1696 pubblicò in un’operetta curiosa e importante, dedicata a Dorotea Sofia di Neuburg, intitolata La nobile, e virtuosa Italia mostrata in epilogo, stampata da Giuseppe Rossetti, nella quale descrive tutti gli Stati italiani, con particolare cura per gli istituti di educazione. Molto interessante è la descrizione del Collegio dei Nobili di Parma. Nel 1719 il Fontana fu Cameriere della chiave d’oro dell’elettore palatino Carlo Filippo in Renania.
FONTI E BIBL.: M. De Grazia, Una guida geopolitica, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 311-312; Enciclopedia di Parma, 1998, 343.

FONTANA CARLO EMMANUELE, vedi FONTANA CARLO EMANUELE


Parma 1696
Le poche notizie sul Fontana si ricavano dalla presentazione che l’autore fa di se stesso all’inizio del libro Pallade Segretaria quando afferma di essersi cimentato anche con la pittura, cosa di cui riferisce nel suo primo libro, Ritratto di una Venere Smascherata. Partecipò alla guerra di Candia ma poi abbandonò ogni intento avventuroso e si tenne lontano dalle cose militari. Fu accademico dei Faticosi di Milano ed è appunto per corrispondere alla richiesta del segretario di detta Accademia, che scrisse di Fontanellato e del suo Feudo. Le sue lettere furono, per i contenuti ortodossi e di buoni sentimenti cattolici, approvate dal sant’Uffizio tramite il lettor primario nel collegio di S. Pietro Martire di Parma. Ma fu al conte Alessandro Sanvitale che il Fontana dovette la possibilità di stampare queste lettere scritte durante un lungo periodo di ospitalità nella Rocca di Fontanellato e nel palazzo di Parma. Il Sanvitale fu il suo mecenate quanto più rari oggidì si trovano. Il libro fu stampato a Parma dal tipografo Giuseppantonio Benassi, appresso Pazzoni e Monti nel 1696 ed è dedicato ad Antonio Farnese. Contiene circa 150 lettere dei più svariati argomenti: dai complimenti e congratulazioni per cariche ottenute (a esempio il Fontana scrive a Innocenzo XII per congratularsi per il suo esaltamento al Pontificato), ai voti augurali sino alle argomentazioni per istanza risentita e replicata ad un debitore per ridurlo a’ conti. L’immagine complessiva è quella di un manuale nel quale con esempi epistolari si teorizza sul come scrivere una lettera avendo presente il destinatario e l’argomento da trattare. Pallade Segretaria si inserisce in tono minore nel filone della letteratura epistolare che nel Seicento ebbe grande fortuna con romanzi come il Corriero svaligiato di Ferrante Pallavicino, edito sei volte in italiano e tradotto in francese, inglese e tedesco, o le raccolte di lettere di intellettuali, ripubblicate sino a venticinque volte, come nel caso di G. Francesco Peranda, a metà secolo.
FONTI E BIBL.: C.G. Fontana, Ragguaglio della Rocca di Fontanellato, 1990, 10-12.


Fontanelle 30 agosto 1812-Borgo San Donnino 24 dicembre 1885
Compì gli studi nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino e, ricevuta la sacra ordinazione, fu preposto all’insegnamento, nello stesso Seminario, di teologia dogmatica. Avversario delle nuove dottrine e propugnatore dell’insegnamento tradizionale, contribuì notevolmente, con monsignor Giuseppe Buscarini, all’instaurazione delle dottrine tomistiche assai prima che papa Leone XIII vi desse impulso con la celebre enciclica Aeterni Patris. Ai meriti di professore distintissimo unì quelli di oratore insigne. Annoverato nel Capitolo della Cattedrale di Borgo San Donnino, vi ricoprì l’ufficio di canonico teologo, dal quale si dimise per adire a quello di canonico penitenziere, distinguendosi in tale mansione per impegno e sollecitudine, ricercato come moderatore di coscienze. Nel frattempo venne nominato rettore del Seminario, incarico che ricoprì per molti anni. Monsignor Gaetano Camillo Guindani, allorché nel dicembre 1872 fu destinato a reggere la sede episcopale di Borgo San Donnino, come primo atto del suo pastorale ministero nominò il Fontana suo vicario generale. Fu fervoroso terziario francescano. Per rimanere al servizio della sua Diocesi ricusò la dignità episcopale, dopo che Leone XIII l’aveva annoverato tra i suoi prelati domestici. Allorché morì, la sua salma ebbe sepoltura nella cappella dei canonici nel cimitero urbano di Borgo San Donnino. G.B. Rossi gli tenne l’orazione funebre, che fu data alle stampe nel 1888 a Piacenza con i tipi dei fratelli Bertola, e, per interessamento del fratello don Giuseppe, fu collocata in sua memoria una lapide nella cappella di Sant’Andrea Avellino in Cattedrale. Anche in Seminario gli è dedicato un medaglione-ricordo.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 161-162.

Parma 1607-1661
Incisore e xilografo, operò a Parma e a Bologna. Intagliò dai disegni di Domenico Campagnola Il portale della Croce di Gesù Cristo, dal Parmigianino (dipinta nella chiesa di Santa Maria della Steccata di Parma) la figura mirabile di Mosé in atto di rompere le tavole della Legge (1644) e da Francesco Vanni La Maddalena Penitente che adora la Croce (a mezza figura). Lavorò anche a Enea colla Sibilla nei Campi Elisi. Firmava Domenicus Fontana o D.F. Parmensis.
FONTI E BIBL.: G. Gori Gandellini, Notizie degli intagliatori, II, 1808, 28-29; A. De Angelis, Notizie degli intagliatori, X, 1812, 19-20; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, II, 1831, 98-99; Huber-Rost, Dizionario, III, 195; Z., IX, 98; Nagl., IV; Monogr., II; Thieme-Becker, XII, 177; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 79; Arte incisione a Parma, 1969, 34.


Piacenza-post 1652
Di nobile famiglia piacentina, fu capitano dei dragoni al servizio del duca Odoardo Farnese dal 1642 al 1644 e in seguito di Ranuccio Farnese. Nel 1647 fu inviato, con  Rutilio Albrizi, al presidio di Castro Nel 1652 venne nominato castellano di Parma.
FONTI E BIBL.: Crescenzi, Corona della nobiltà d’Italia, Bologna, 1639; C. Poggiali, Memorie storiche di Piacenza, Piacenza, 1757-1765; A. Valori, Condottieri, 1940, 152.

Parma prima metà del XIII secolo-Angera 6 febbraio 1308
Le informazioni pervenute su di lui, che la cronachistica antica ricorda con l’indicazione soltanto del luogo di origine (il cognome Fontana appare solo in epoca tarda), sono estremamente scarse e contraddittorie. A un’origine parmense accennano gli Annales Veronenses, che ne fanno un nipote di Gerardo cardinale di Sabina, protonotario apostolico e più volte legato alla Santa Sede. Resta il fatto che gli Annales parlano del Fontana senza nemmeno farne il nome, affermando che nel 1296 fu creato arcivescovo di Milano quidam nepos domini Gerardi de Parma cardinalis, ove il quidam, unito all’assenza del nome proprio, sembra quasi marcare lo scarso peso attribuito dal cronista all’individuo. Da questi scarsi cenni è possibile desumere che il Fontana fosse un prelato di Curia e che la sua carriera dipendesse da legami familiari, oltreché dall’adesione alle direttive della politica papale. Nel 1288 il Fontana era cappellano apostolico: così è definito, infatti, nella lettera con la quale papa Niccolò IV gli conferì, il 23 aprile di quell’anno, la cattedra arcivescovile di Messina, vacante dopo la morte di Rainaldo da Lentini. Già questo deve essere interpretato come un segno della fiducia riposta nel Fontana dal Pontefice, in quanto la Sicilia era ormai da alcuni anni contesa tra Angioini e Aragonesi e Roma non poteva destinarvi che un uomo di suo completo affidamento. Lo conferma del resto, in negativo, il fatto che il Fontana non poté entrare nella sua sede. Poiché non gli era possibile riceverne le rendite gli venne affidata in administratione (senza titolo vescovile) la Diocesi di Nola, vacante per la morte del vescovo Giovanni da Montefusco. Anche nei confronti di papa Bonifacio VIII (seguito a Niccolò IV dopo il breve pontificato di Celestino V e come lui fortemente impegnato nel sostegno degli Angiò nella guerra per il Regno di Sicilia) dovette mantenere la sua posizione di uomo di fiducia: nel 1295 fu infatti incaricato dal Papa di una missione presso Federico d’Aragona nel corso di una delle trattative che furono più volte intraprese per tentare di arrestare la guerra del Vespro. Il fatto più importante della carriera del Fontana fu però la nomina ad arcivescovo di Milano, avvenuta nel 1296, dopo la morte di Rufino da Frizzeto (o meglio da Fucecchio). Da sempre il Capitolo della Cattedrale ambrosiana aveva gelosamente difeso il diritto di darsi autonomamente l’arcivescovo di fronte ai tentativi d’ingerenza di Roma volti ad affermare un pieno controllo sulla provincia ecclesiastica più ricca e importante della Cristianità. Non erano mancati invero, nel corso di questo processo, esempi di presuli ambrosiani imposti dalla Santa Sede, ma con Rufino da Fucecchio e con il Fontana il processo giunse al culmine. La nomina fu conferita con lettera di Bonifacio VIII del 23 agosto 1296 (Thomas, n. 1256) e fu accompagnata da una serie di concessioni e privilegi. Sull’attività del Fontana, come capo della Chiesa milanese si è pochissimo informati. Resta di lui un certo numero di atti (Savio, pp. 650-659), che documentano i suoi interventi in materia di organizzazione e di disciplina ecclesiastica, ma è significativo che praticamente nulla del suo operato e tanto meno della sua personalità dicano i cataloghi antichi degli arcivescovi. Analoga situazione si ha nelle fonti laiche: più che in un’effettiva mancanza di qualità del Fontana questo scarso interesse forse può trovare spiegazione in ragioni di carattere politico, per essere stato egli un prelato antighibellino e antivisconteo, per di più del tutto estraneo all’ambiente milanese. Non è molto chiara, per l’estrema reticenza delle fonti, la parte sostenuta dal Fontana nella lotta politica in atto a Milano in quegli anni, che videro l’ultima riscossa torriana, la cacciata di Matteo Visconti (1302) e il capitanato di Guido Della Torre (1307), ma è certo che, nella grande tradizione degli arcivescovi milanesi, una partecipazione vi fu. Ne è rimasto il ricordo nel conferimento da lui fatto (1303) della dignità cavalleresca a Guglielmotto Brusati, capitano del Popolo per la parte torriana dopo la caduta di Matteo Visconti e nel vero e proprio attacco da lui portato contro un altro membro della famiglia Visconti, un alto prelato pure di nome Matteo, nipote dell’arcivescovo Ottone, che venne privato delle sue dignità ecclesiastiche con un’azione talmente dura da suscitare perplessità nello stesso Bonifacio VIII e nel suo successore papa Benedetto XI. Nel giugno del 1298 il Fontana si trovava a Roma, dove presenziò in qualità di testimone a un accordo intervenuto tra l’abate di Cluny e Alberto Fieschi circa il possesso di un priorato in Diocesi di Reims. Nel 1301 il Fontana ricevette dal Papa l’incarico di provvedere in qualità di collettore generale per la provincia di Milano e per le diocesi di Pavia, Piacenza e Ferrara alla riscossione della decima imposta alla fine dell’agosto del 1301 pro negotio Regni Sicilie, ossia per sostenere le necessità finanziarie degli Angioini nella guerra contro Federico d’Aragona. Dell’attività da lui esplicata nella circostanza, restano, pubblicate dal Vignati (nn. 432, 434), le lettere inviate ai subcollettori della Diocesi di Lodi il 2 maggio 1302 e poi il 6 luglio 1304, con le quali ultime si ingiunse a tutti i subcollettori di versare i proventi della decima, in base alle disposizioni di Benedetto XI, ai rappresentanti delle compagnie dei Bardi di Firenze e dei Chiarenti di Pistoia, che avevano anticipato forti somme alla Santa Sede e a Carlo II d’Angiò. Nell’estate del 1303 il Fontana dové lasciare definitivamente Milano: gli atti di lui rimasti relativamente all’amministrazione della Diocesi per gli anni 1303-1308 sono dati dai castelli di Cassano e di Angera, antichi possessi della mensa arcivescovile milanese, che nei decenni precedenti Ottone Visconti aveva provveduto a riattare e fortificare. Dopo la sua morte, il corpo, secondo le parole del Corio, con grandissimo onore (il che sembra togliere valore all’ipotesi di un contrasto tra il Fontana e la Signoria torriana) fu portato e tumulato nella chiesa di Santa Maria Maggiore in Milano (p. 708).
FONTI E BIBL.: Documenti riguardanti l’arcivescovato del Fontana si trovano, inediti, nelle cartelle del fondo Archivio diplomatico. Pergamene, dell’Archivio di Stato di Milano (in gran parte furono regestati dal Savio); si veda anche, nell’Archivio segreto Vaticano, l’Indice 498 dello Schedario Garampi (serie Vescovi, 24 e 54); Les registres de Nicolas IV, a cura di M.F. Langlois, I, Paris, 1886, nn. 54-59, 471-475, 708; Les registres de Boniface VIII, I, a cura di A. Thomas, Paris, 1884, nn. 795, 1217, 1256, 1283 s., 1290, 1554, 1990, II, a cura di G. Digard, Paris, 1890, nn. 2158, 2541, 2874, 3020, 3675, III, a cura di G. Digard, Paris, 1909, nn. 4127, 4131; Les registres de Benoît XI, a cura di C. Grandjean, Paris, 1883-1905, nn. 197, 237, 514, 567; Codice diplomatico Laudense, a cura di C. Vignati, Milano, 1879, IV, 448 n. 432, 452-454 n. 434; Annales Veronenses, in Antiche cronache veronesi, a cura di C. Cipolla, Venezia, 1890, 449; A. Confalonieri, Chronica de regiminibus pontificum tam Romanae quam Ambrosianae Ecclesie, in E. Cattaneo, Cataloghi e biografie dei vescovi di Milano dalle origini al secolo XVI, Milano, 1982, 123; P. Tomea, Un testimone ritrovato degli Annales Mediolanenses minores e della Chronica Danielis, in Il monastero di S. Ambrogio nel Medioevo, Milano, 1988, 394; D. Bossi, Chronica gestorum dictorumque memorabilium, Mediolani, 1495, ad annum 1296; A. Libanori, Ferrara d’oro, Ferrara, 1665, I, 37 s.; F. Ughelli-N. Coleti, Italia sacra, IV, Venetiis, 1719, coll. 200 s., VI, Venetiis, 1720, coll. 257 s.; J.A. Saxii, Archiepiscoporum Mediolanensium series historico-chronologica, II, Mediolani, 1755, 761-768; R. Pirro, Sicilia sacra, a cura di A. Mongitore, I, Panormi, 1733, 408; L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, VI, Mediolani, 1742, col. 119; F.A. Zaccaria, De’ santi martiri Fedele, Carpoforo, Gratiniano, e Felino libri due, Milano, 1750, 159-161; G. Tiraboschi, Vetera Humiliatorum monumenta, II, Mediolani, 1767, 335; B. Corio, Storia di Milano, I, Milano, 1855, 708; G. Giulini, Memorie spettanti alla storia, al governo ed alla descrizione della città di Milano nei secoli bassi, IV, Milano, 1855, 776-835, 838; F. Savio, Gli antichi vescovi d’Italia, I, Firenze, 1913, 650-659; G. Franceschini, La vita sociale e politica nel Duecento, in Storia di Milano, IV, Milano, 1954, 355 ss.; E. Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, 1954, 656; E. Cazzani, Vescovi e arcivescovi di Milano, Milano, 1955, 194-197; E. Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, IX, Milano, 1961, 510, 560, 674; E. Occhipinti, Clausura a Milano alla fine del XIII secolo: il caso del monastero di Santa Margherita, in Felix olim Lombardia. Studi di storia padana dedicati a G. Martini, Milano, 1978, 197, 200, 209; R. Perelli Cippo, Fontana Francesco, in Dizionario della Chiesa ambrosiana, II, Milano, 1988, 1250 s.; G. Soldi Rondinini, Chiesa milanese e signoria viscontea (1262-1402), in Storia religiosa della Lombardia. Diocesi di Milano, a cura di A. Caprioli-A. Rimoldi-L. Vaccaro, Brescia, 1990, 298 s.; C. Eubel, Hierarchia catholica, I, Monasterii, 1913, 332, 337, 370, II, Monasterii, 1914, XXX; R. Perelli Cippo, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIX, 1997, 819-820.


Parma 1314/1315
Fu famoso giureconsulto e professore di ragion civile. Nell’anno 1314 fu invitato, assieme al Paganino, dallo Studio universitario di Treviso per la lettura ordinaria di diritto civile (confronta Tiraboschi e Verci). Il Fontana non poté accettare (lettera del 7 ottobre 1314) perché poco prima aveva già assunto il medesimo incarico presso lo Studio di Reggio. Il 25 luglio 1315 il Fontana fu poi nominato sulla stessa cattedra a Treviso.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 278.

Parma 1430
Giudice attivo in Parma nell’anno 1430.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 378.


Montechiarugolo 1831
Durante i moti del 1831 fu propagatore della rivolta in Montechiarugolo. Fu poi inquisito con requisitoria d’arresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 168.

FONTANA FRANCESCO, vedi anche GOGHI FRANCESCO

FONTANA FRANCHINO, vedi GOGHI FRANCESCO

FONTANA GIAMBATTISTA o GIAN BATTISTA, vedi FONTANA GIOVAN BATTISTA

Ranzano 1740 c.-Parma aprile 1813
Il Brianzi ritiene, fondatamente, che il Fontana sia nato In Ranzano, villa del Comune di Vairo, verso il 1740, una data accettabile, poiché lo si trova come notaio a Tizzano e a Neviano degli Arduini a partire dal 4 aprile 1763. In quell’anno il feudo di Neviano degli Aduini venne eretto in marchesato e fu assegnato alla famiglia Ventura nella persona del marchese Troilo, ministro del duca Ferdinando di Borbone e personaggio assai influente a Corte. Il Fontana fu nelle grazie del feudatario, che lo nominò subito podestà di Neviano degli Arduini. Quando, nel 1775, agli antichi signori di Tizzano, i Doria, subentrò il ministro Troilo Ventura, fu sempre il Fontana a essere designato podestà anche di questo nuovo feudo. Come amministratore, il Fontana dovette dare buona prova di sé, tanto che il Governo Ducale lo nominò sindaco fiscale di Guastalla il 25 settembre 1788, carica che conservò fino al 1791. Trasferitosi a Parma, vi esercitò l’avvocatura, rimanendo sempre nelle grazie del potente marchese Troilo Ventura che lo accolse nella sua casa, più come amico che come precettore e amministratore. Questa benevola protezione lo ricompensò forse in parte di ciò che madre natura gli aveva negato: il Fontana era infatti guercio, di complessione piuttosto meschina e malaticcio, il che non giovò certo a migliorarne il carattere stizzoso e ipercritico. Accanto alla sua attività di notaio, pubblico amministratore e avvocato, coltivò sempre una sua passione per la letteratura: tra le altre, anche l’Accademia degli Emoni di Busseto lo accolse tra i suoi membri col nome arcadico di Orgillo Perseno. Il Pezzana afferma che fu censore aspro e intemperante d’ogni lavoro altrui e il Brianzi rincara: il Fontana non è un critico, ma un invidioso maldicente. La satira in lui piglia un aspetto personale: dove vuol mordere, insulta; quando flagella i vizi e cerca di destare orrore, fa ridere. Ebbe discreta cultura in fatto di belle arti, ma anche in questo campo menò stroncature a dritto e rovescio: Lepido e copioso parlatore, facea piacevole il suo conversare, ma facilmente ponea in deriso que’ circostanti a cui fosse scappata alcuna corbelleria (Pezzana). Si pensi che quando fu notaio e podestà in Tizzano, ogni settimana la posta portava a valle, nella libreria del francese Blanchon, dove erano ad attenderla diversi letterati veri o presunti, una sua gazzetta letteraria manoscritta, il Giudizio Critico di Letteratura, zeppa di maldicenze e feroci giudizi a spese del Mazza in primo luogo, ma anche di alcuni altri, soprattutto se come scrittori avevano mietuto qualche successo. Il Mazza, spazientito, rispose spesso per le rime: due sue ottave cominciano col verso Una mosca culaia tizzanese. Un’altra pesantissima sestina, sempre del Mazza, contiene invettive come O Guercio. Egli è destino degli scritti tuoi forbire il culo e gli aderenti suoi. Il Fontana replicò con il poemetto La Limoniade, ossia l’origine e le gesta di Limone Deriadeo (anagramma del nome arcadico del Mazza: Armonide Elideo). A lungo il Fontana continuò il suo livoroso gioco a base di invettive anonime in versi. Il Mazza, che lo affrontò una volta a viso aperto, negò sfrontatamente di essere l’autore di tante contumelie, salvo poi diffonderne numerose altre pochi giorni dopo. Nonostante certe sue irose intemperanze, il Mazza (che aveva grande concetto di sé ed era terribilmente suscettibile) era pur sempre uomo di ben più alta levatura del Fontana. Quando questi, colpito da insulto apoplettico, da tempo giaceva infermo nella sua camera in casa Ventura, nella primavera del 1812 Angelo Mazza andò a visitarlo in mezzo alla gioia di tutti i buoni, e sull’altare delle sofferenze di quell’infelice si giurò dai due tanto disuguali avversarii quella riconciliazione che si era invano desiderata durante la prosperità del Fontana (Pezzana). Alla morte del Fontana, vennero distrutti diversi suoi manoscritti offensivi per il Mazza che erano conservati presso un amico del Fontana, ma altre copie ne rimasero in giro e sono conservati presso la Biblioteca Palatina in Parma (ms. Parmense n. 641, per Scritti diversi di critica letteraria, e ms. Parmense n. 3746 per La Limoniade, oltre al ms. Parmense 1528). Le opere edite del Fontana sono ben poche, tutte diligentemente segnalate dal Pezzana, tranne alcuni sonetti usciti sparsi in diverse raccolte: La Sunamitide, figura di Maria Vergine Addolorata (poemetto, Parma, Stamperia Monti, 1761), Sciolti sdruccioli contenuti in Poesie vestendo l’abito religioso la Signora Maria Maddalena Riga (Parma, co’ tipi Bodoniani, 1797: si noti che questi sdruccioli sono siglati D.P.F.B.G. per Don Pier Francesco Boni Genovese, pseudonimo sotto cui si celò, anche successivamente, il Fontana; i versi del Fontana per la monacazione della Riga furono pubblicati a parte, con il solito pseudonimo, nell’anno 1798), Aequatio. Egualità. Nuovo meccanismo idrostatico applicabile a far agire qualunque sorta di mulini (Parma, Stamperia Reale, 1798; la macchina è invenzione dell’architetto Domenico Cossetti, ma la descrizione bilingue è del Fontana, benché non dichiarato), Iscrizione ne’ solenni funerali di Ferdinando I di Borbone celebrati nella Chiesa di Luzzara (Parma, Bodoni, 1803; del  Fontana, benché il suo nome non vi compaia), Lettera dell’Abbate Giuseppe Guidi Arciprete di Rossena al suo amico il Cittadino Fiorenzo degli ex-conti di Culagna pubblicata per comune intelligenza ed istruzione (Parma, Mussi, 1804; sull’eclissi solare dell’11 febbraio 1804), Difesa del Barone Luigi Caranza sovra una brieve Allegazione ed il fiscale processo contro di lui costrutto (Parma, Mussi, 1804; sottoscritto dal Caranza, ma di mano del Fontana, con qualche allusione spiacevole al governo francese). Il Pezzana ritenne che per la molta erudizione ed il fino criterio avrebbe acquistato nome d’uno de’ più valenti filologhi de’ suoi dì. Ma per il Brianzi Il Fontana non poteva diventare né valente filologo, né buon poeta per mancanza d’ingegno, appariva maggiore di quel che era, ma in fondo c’eran molte magagne e infatti la sua intemperanza nella critica non dà una bella prova della sua pochezza di mente? Durante l’amministrazione del Moreau de Saint Mery, il Fontana si fece raccomandare per ottenere la carica di segretario dell’Accademia di Belle Arti di Parma, ma senza successo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 447-448; G. Capacchi, in Valli Cavalieri 14 1995, 9-12.


Parma 1607/1662
Sacerdote, tenore, fu eletto alla Compagnia della chiesa della Steccata di Parma il 2 novembre 1607, licenziato nell’ottobre del 1618 e riaccettato il 16 maggio 1620. Fu nominato residente il 7 agosto dello stesso anno. Il 5 marzo 1621 ebbe in dono 400 libbre imperiali per la spedizione della Bolla della sua chiesa. Però fino al dicembre 1630 figura sempre tra i musici, ma come suonatore di cornetto. Per il suo carattere, evidentemente piuttosto difficile, venne licenziato nuovamente il 21 dicembre 1631. Fu riammesso il 13 febbraio 1632. Nel 1637 il duca Odoardo Farnese pregò la Compagnia della Steccata di Parma di non lasciarlo partire e anzi di trattenerlo, forse perché ricercato altrove. A Corte il Fontana fu, come suonatore di cornetto, dal 1° luglio 1633 al 30 dicembre 1635. Si trova ancora tra i salariati della Steccata il 12 agosto 1662.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 84.


Parma 1667-Parma 1715
Fu valido intagliatore.
FONTI E BIBL.: C. Malaspina, 1869, appendice; Il mobile a Parma, 1983, 255.

Parma 1770
Nel 1770 era allievo della Reale Scuola di Ballo di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

-Parma 12 giugno 1829
Fu fagottista di buon valore.
FONTI E BIBL.: Stocchi, 5; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Bologna 1858-Parma 9 aprile 1922
Portò la banda di Parma all’altezza delle migliori italiane e fu alla sua testa fino allo scioglimento del 1911. Musicista di chiara fama, compose, oltre a un gran numero di musiche per banda, musica sinfonica e anche un’opera. Questa, Rosedda, dopo anni d’attesa, venne rappresentata al Teatro Sociale di Mantova il 25 gennaio 1913: piacque e il Fontana fu molto festeggiato. Grazie anche alla buona esecuzione, rimase onorevolmente sulla scena per varie sere.
FONTI E BIBL.: Banda della Guardia Nazionale, 1993, 99.

Specchio 21 agosto 1788-Pieve Ottoville 22 ottobre 1841
Compiuti gli studi e laureatosi in teologia e in diritto civile e canonico, fu insignito, più tardi, del titolo di protonotario apostolico. Divenuto arciprete e vicario foraneo di Pieve Ottoville, di cui resse la parrocchia per sedici anni, dal 3 dicembre 1826 alla sua morte, svolse in modo esemplare la sua missione di sacerdote e fu apprezzato e amato per la sapienza e l’umiltà con cui operò. Fu sua cura costante l’insegnamento della dottrina cristiana, anche e specialmente agli adulti. Si adoperò in ogni modo per attutire il campanilismo tra Pieve Ottoville e Zibello disponendo, tra l’altro, un generoso legato a favore dell’Ospedale Dagnini per la degenza di sei persone. Il 26 gennaio 1827 benedì il nuovo cimitero di Pieve Ottovile e l’oratorio, dedicato a Sant’Antonio, a esso annesso.
FONTI E BIBL.: Strade di Zibello, 1991, 14 e 16.

Parma 1759-Parma 5 ottobre 1815
Macchinista teatrale, dal Carnevale del 1786 risulta in servizio al Teatro Ducale di Parma. L’anno successivo si fregiava del titolo di macchinista al servigio di SAR. Da una petizione scritta dal suo successore, si sa che aveva una retribuzione di 1080 lire parmigiane all’anno (Archivio di Stato di Parma, Governo Provvisorio e Reggenza, Interno, 1816, b. 8). Nella stagione di autunno 1790 l’impresario del Teatro di Parma Angiolo Bentivoglio prese l’appalto del Teatro degli Avvalorati di Livorno: lo portò con sé, dovendo apportare delle migliorie alle attrezzature del palcoscenico e modernizzare l’illuminazione, facendo istallare una ribalta di luci prismatiche inglesi. Nel 1808 era ancora in servizio all’Imperiale Teatro di Parma (Archivio di Stato di Parma, Comune, Spettacoli, b. 4107).
FONTI E BIBL.: Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Busseto 1831
Già podestà di Busseto, prese parte attiva ai moti del 1831. Promosse l’insurrezione di Busseto e un suo figlio fece parte della spedizione di Fiorenzuola d’Arda. Ebbe a compagni durante i moti il segretario Peschieri, Rondoni e Biagi. Non fu inquisito.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 164.

Parma 1250 c.-1310 c.
Frequentò lo Studium di Parma, da poco distaccatosi dalla competenza giurisdizionale vescovile, addottorandosi in diritto civile. La prima testimonianza in merito al Fontana riguarda un suo intervento nell’attestare la validità dei miracoli post mortem della beata Zita di Lucca (nata nel 1272): nella anonima Vita della fanciulla lucchese, redatta poco tempo dopo la sua scomparsa, è ricordato un Ugolino da Parma, professore in legge, che è sempre stato identificato con il Fontana. Non si può, però, ritenere che egli esercitasse l’attività d’insegnamento nella città di Lucca, dato che non vi si trovavano allora scholae di livello superiore. Ulteriori testimonianze, relative al successivo decennio, attestano la presenza del Fontana nella sua città natale, dove, con ogni probabilità, insegnava presso il locale Studium. Nel 1285 pronunciò un lodo per risolvere una questione di natura giurisdizionale sorta tra l’abate di San Giovanni Evangelista e Bartolomeo da Cremona, precettore nella casa di San Giovanni Gerosolimitano. Tre anni più tardi (1288) figura invece come testimone in un atto del Comune. La stessa tradizione che assegna al Fontana un periodo di attività in Lucca vuole anche che abbia insegnato presso l’Università di Parigi, ma tale affermazione è sostanzialmente contraddetta dall’assenza di coeve testimonianze in merito: gli stessi autori che in epoca successiva rammentano l’operato del Fontana non fanno mai menzione di un suo periodo di permanenza a Parigi. Un codice vaticano, contenente quaestiones giuridiche prodotte tra XII e XIV secolo, riporta una quaestio disputata: In studio Cremonensi in scolis domini Ugolini de la Fontana legum professoris (Biblioteca apostolica Vaticana, Archivio San Pietro, A. 29, c. 205va). Tale attestazione non può certo attribuirsi a un omonimo, resta, tuttavia, da chiarire l’evidente riferimento a un’attiva presenza del Fontana nella città di Cremona, intorno alla quale non si ha alcuna testimonianza. Forse proprio a una sua permanenza a Cremona è da attribuire la confusione operata da Bartolo da Sassoferrato, che ricorda il Fontana come doctor longobardus, non attribuendogli, al contrario dei suoi colleghi, alcun rapporto con la città di Parma. Vive tracce dell’insegnamento del Fontana e del suo contributo in materia di diritto penale continuarono a rimanere presso i giuristi delle successive generazioni. In particolare Alberico da Rosciate, all’interno del suo ampio Commentarium de Statutis, cita quaestiones del Fontana strettamente legate alla pratica d’insegnamento e alle sue lecturae. Lo stesso Alberico da Rosciate, inoltre, sottolinea sempre la stretta concordanza presente tra le opinioni di Iacopo d’Arena e quelle del Fontana, suo contemporaneo e conterraneo. Di poco più anziano di Cino da Pistoia, il Fontana fu da questo molto stimato e lodato. Il ricordo del suo insegnamento emerge, infine, nell’opera di Giovanni d’Andrea e del già ricordato Bartolo da Sassoferrato. Non si conosce con esattezza la data della morte del Fontana, scomparso con ogni probabilità nel primo decennio del XIV secolo. La testimonianza di una lapide conservata a Parma e appartenente a un Ugolino legum doctor, morto nel 1268, non può essere riferita al Fontana, come è già stato sottolineato dalla letteratura critica: con ogni probabilità essa appartiene infatti al glossatore Ugolino di Porta Ravennate.
FONTI E BIBL.: Iohannes Andreae, Additiones ad Speculum Iudicialis Guilelmi Duranti, II, Lugduni, 1531, c. 179r; Cynus Pistoriensis, In dodicem doctissima Commentaria, II, Venetiis, 1578, c. 544v; G.B. Caccialupi, De modo studendi in utroque iure, Lugduni, 1567, 448; Bartolus a Saxoferrato, In primam Codicis partem Commentaria, Venetiis, 1615, c. 54r; T. Diplovatazio, Liber de claris iuris consultis, pars posterior, a cura di F. Schultz-H. Kantorowicz-G. Rabotti, in Studia Gratiana X 1968, 240; B. Angeli, Historia della città di Parma, Parma, 1591, 17; Acta Sanctorum Apr., III, Antwerpiae, 1675, c. 508v; O. Bolsi, Adnotationes in iurisc. et iud. Parmenses, Parmae, 1723, 11, 46; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789, 234-236; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, 2, Parma, 1827, 58 s.; F.C. von Savigny, Geschichte des römischen Rechts im Mittelalter, V, Stuttgart, 1850, 445 s.; G. Mariotti, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Parma, Parma, 1888, 64; G.M. Monti, Cino da Pistoia giurista, Città di Castello, 1924, 165; F. Rizzi, I professori dell’Università di Parma, Parma, 1953, 12; M. Bellomo, Le Quaestiones disputatae. Saggi, in Aspetti dell’insegnamento giuridico nelle università medievali, I, Reggio Calabria, 1974, 45; A. Romano, Le Quaestiones disputatae nel Commentarium de Statutis di A. da Rosciate, in Aspetti dell’insegnamento giuridico nelle università medievali, IV, Reggio Calabria, 1975, 53, 66, 153, 192, 224; Corpus Statutorum almi Studii Parmensis (saec. XV), a cura di U. Gualazzini, Milano, 1978, p. LXXII; I codici della Biblioteca del Collegio di Spagna, a cura di D. Maffei, Milano, 1992, 555; H. Angiolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVIII, 1997, 723-724.


Parma 1632 c.-Bologna 1690
Figlia di Domenico Maria e Antonia. Fu allieva del padre per l’intaglio e, secondo il Basan, di Lisabetta Sirani per la pittura. Chiamata dal Malvasia unica intagliatrice in legno, visse e si segnalò in Bologna. Il Malvasia, che si giovò dell’opera della Fontana per fare intagliare in legno molti dei ritratti dei pittori che si trovano nella Felsina Pittrice, così la encomia là dove parla di una impronta della testa del pittore Francesco Brizio: Questa è una delle prime cose tagliatemi dalla Signora Veronica Fontana, e che mi ha ben dato a prevedere, quale ella sia per riuscire a suo tempo in questa sì difficile professione del tagliare il legno. Suoi allievi si pregieranno un giorno, fra tanti altri cavalieri e dame ancora, d’essere stati il Sig. Conte Berò, ed il Sig. Giulio Cesare Venenti, che disegna molto bene ed ha intagliato all’acqua forte molte cose lodabilmente, e che un giorno, ed a suo tempo da migliori penne della mia saranno memorate. Lo Zanotti poi, nella sua Istoria dell’Accademia Clementina, fornisce alcune notizie intorno alla Fontana: Vivea in quel tempo di Giuseppe Maria Moretti intagliatore Veronica Fontana quella eccellente intagliatrice in legno, che fece parte dei ritratti della Felsina Pittrice, e di lei e del suo valore molto il Moretti invaghì, ed il desiderio di meritare ed acquistare una giovane tanto egregia, non gli fu poco stimolo per procurare di divenire eccellente. Non gli venne fatto di ottenerla in moglie, perché il di lei padre, intagliatore in legno ancor egli, non vi volle acconsentire, dicendo di volere ritornare alla patria colla figliuola, cioè a Parma, e non maritarla in Bologna; ma ne’ l’uno ne’ l’altro fece; e intanto la povera giovane che era di bellissima temperatura, non andò guari che divenne tisica, e se ne morì. Tutti i suoi biografi convengono che i suoi intagli in legno sono fatti colla massima proprietà, anzi, il padre Orlandi, nel suo Abbeccedario, dice che riescì unica nel suo secolo. Lo Zani la chiama principessa delle intagliatrici. Si hanno suoi lavori in rame e legno del 1661 e 1675. Firmava V.F. o V. Fontana. Oltre ai citati ritratti di pittori della Felsina pittrice, tra i quali quello di Francesco Brizio, sono opera della Fontana l’Albero della famiglia Caracci, coi disegni di Agostino Carracci, le stampe in piccole dimensioni che adornano il libro dell’Offizio della B. Vergine, stampato in Venezia nel 1661, e altre incisioni realizzate per il museo della famiglia Cospi in Bologna.
FONTI E BIBL.: G. Gori Gandellini, Notizie degli intagliatori, II, 1808, 29; A. De Angelis, Notizie degli intagliatori, X, 1812, 24; A. Levati, Dizionario biografico donne illustri, 1821, 82-83; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, II, 1831, 98-99; C. Villani, Stelle femminili, 1915, 275-276; Arte incisione a Parma, 1969, 34.


Traversetolo 16 maggio 1911-Roma 31 ottobre 1977
Nacque da Giovanni, piccolo imprenditore edile, e da Amabile Dalcò. Prima di tre sorelle, dopo di lei nacquero Micol e Giovanna, trascorse la sua infanzia in una famiglia non ricca ma dignitosa, in cui la figura centrale era rappresentata dalla madre, che, ancora molto giovane aveva iniziato a lavorare come sarta ed era riuscita ben presto a mettersi in proprio aprendo un laboratorio di sartoria. Proseguì l’attività anche dopo il matrimonio e la nascita delle tre figlie: si fece coadiuvare nel lavoro da giovanissime praticanti che, per imparare il mestiere, prestavano la loro opera gratuitamente. Anche le tre figlie impararono presto a cucire e, conseguita la licenza elementare, lasciarono gli studi. Amabile Dalcò imponeva con rigore un ritmo molto intenso: nel laboratorio si lavorava dalla mattina fino alle sette di sera, con un’interruzione di due ore per il pranzo, poi la cena, una breve pausa, in cui consentiva alle ragazze di uscire liberamente, e verso le ventuno si ricominciava fino a notte fonda. Il divertimento maggiore per la Fontana e le sorelle Micol e Giovanna erano le gite compiute nei giorni festivi, spesso a Parma, città che suscitò in loro il desiderio di evadere dagli angusti confini di Traversetolo. Nel 1934 la Fontana sposò Mario Montanarini, un giovane compaesano appassionato di musica e di arte e che si occupava di restauro. Con lui lasciò il paese e andò a vivere a Parigi. Ritornata due anni dopo (era appena conclusa la guerra d’Africa), decise di tentare la sorte partendo per Roma. Qui iniziò a lavorare presso la grande sartoria Zecca. Due mesi dopo venne raggiunta dalle sorelle, non ostacolate dai genitori che dimostrarono una disponibilità e una fiducia nei confronti delle figlie non comuni per l’epoca e non ultimo elemento fondante delle future fortune della famiglia. A Roma le sorelle minori vissero con la Fontana e con il cognato in un piccolo appartamento in affitto. Micol iniziò a lavorare presso un laboratorio di sartoria, mentre Giovanna cuciva in casa. Dopo la nascita del primo figlio, nel 1937, la Fontana fu licenziata dalla ditta Zecca, con la motivazione di scarso rendimento (per la gravidanza e il puerperio). Trovò allora lavoro presso la prestigiosa sartoria Battilocchi. Qui divenne in breve tempo première, con l’incarico di seguire le prove delle clienti, tra le quali era annoverata anche la regina Elena di Savoja. Ebbe così l’occasione di fare le prime conoscenze importanti: tra queste Gioia Marconi Braga, figlia dello scienziato, la quale, quando la Fontana si mise in proprio, ne divenne cliente, portando con sé altre amiche appartenenti alla buona società romana. Per ampliare e potenziare la loro attività le tre sorelle decisero a questo punto di prendere in affitto un appartamento più grande (che divenne casa-laboratorio) nei pressi di Via Veneto. Alla realizzazione del progetto parteciparono anche i genitori, che, chiusa la sartoria di Traversetolo, si trasferirono in una casa di campagna vicino a Roma. Durante l’occupazione tedesca Amabile Dalcò e il marito furono di grande aiuto alle figlie. Il loro orto si rivelò prezioso non solo per far fronte alla penuria di cibo, ma anche perché i prodotti ortofrutticoli furono usati come merce di scambio per l’acquisto di stoffe e per l’arredamento della sartoria. Comunque, gli anni della guerra non furono del tutto negativi per le sorelle Fontana, legate a un giro di clientela abbastanza ristretto, costituito da signore dell’alta e media borghesia romana che continuarono a frequentare la sartoria. Nel 1943 il laboratorio venne spostato in un palazzetto a tre piani, sempre vicino a Via Veneto, e vennero assunte nuove lavoranti. Nel 1944, intanto, si era sposata anche la più giovane delle sorelle, Giovanna, con A. Lami, ragioniere alla Cirio. Ma fu con la liberazione di Roma e la fine della guerra che ebbe inizio il vero successo. Nel decollo della sartoria, insieme con il tradizionale ambiente alto-borghese, un ruolo importante rivestì il mondo del cinema che, a Roma, viveva la fortunata stagione del neo-realismo, il lancio di Cinecittà e l’arrivo dei registi e dei divi americani. In questo contesto le sorella Fontana, che avevano ormai appreso l’arte delle pubbliche relazioni, lanciarono il loro stile, frutto del lavoro artigianale della sartoria sulla base di figurini e schizzi di vari disegnatori progettisti e ispirato a una linea quasi rinascimentale (i corpetti stretti e le gonne morbide e molto ampie create con abbondanza di tessuto di alta qualità). Con il successo la domanda crebbe notevolmente e l’atelier, che frattanto aveva creato la griffe SF, si ingrandì, fino a impiegare venti dipendenti. Pur in assenza di una pubblicità di stampo moderno, le Fontana ebbero un’ottima intuizione lanciando le mannequins de société: introducendo, cioè, l’uso di farsi réclame facendo indossare i modelli della casa di moda a signore molto in vista, in occasione di ricevimenti mondani. Nel 1948 la nota attrice di Hollywood Mirna Loy acquistò dalle Fontana il guardaroba completo per il film Il caso di lady Brook. Da questo momento la sartoria puntò decisamente sul mercato americano (Micol Fontana iniziò una lunga serie di viaggi negli Stati Uniti), profittando della circostanza che i costi competitivi di Cinecittà avevano portato produttori e divi americani a trasferire le loro attività in Italia. L’anno seguente, il 1949, Linda Christian si rivolse alla casa Fontana in occasione del suo matrimonio con Tyrone Power. Le foto dell’abito, costato 700000 lire, apparvero in esclusiva sulla rivista Life e per l’atelier fu la consacrazione di una celebrità destinata a durare per un ventennio. Gli abiti realizzati dalla sartoria furono acquistati e indossati da modelle, signore dell’aristocrazia, dell’alta società, da first lady (Truman, Kennedy, Eisenhower) e da attrici famose (Ava Gardner, Audrey Hepburn, Ingrid Bergman, Kim Novak, Grace Kelly, Anita Ekberg, Sofia Loren), in occasioni mondane e di spettacolo, nonché in numerosi film. Di là dalla notazione mondana o di costume, l’exploit della sartoria romana fu comunque specchio del tentativo di un’emancipazione dell’alta moda italiana dalla tutela francese e un primo passo nell’evoluzione, sul piano commerciale e poi industriale, di un settore importante della vita economica nazionale, sia direttamente sia per le attività collaterali, in particolare l’industria tessile. Nel 1947 la Casa di mode Fontana si costituì in forma di società a responsabilità limitata e nel 1951 contava 100 lavoranti, saliti due anni dopo a 300. Nel 1955 fu inaugurata a Roma la prima boutique delle Sorelle Fontana, mentre dal 1958 la sartoria si trasferì a Piazza di Spagna. Dal 1960, su richiesta dei grandi magazzini americani, si sviluppò la produzione del prêt-à-porter che consentì di ampliare notevolmente la base di vendita, senza rinunciare alla creazione di abiti di alta moda. Nel 1964 la ditta Fontana venne trasformata nella Sorelle Fontana società per azioni (fu ricostituita in forma di società a responsabilità limitata nel 1985), con un capitale di quindici milioni in azioni da 1000 lire. Il capitale venne aumentato nello stesso anno a 120 milioni di lire (con un sovrapprezzo di 700 lire per ogni azione privilegiata), nuovamente, l’anno seguente, a 195 milioni (con un sovrapprezzo di 400 lire per ogni azione privilegiata) e nel 1967 a 285 milioni (con un sovrapprezzo di 900 lire per ogni azione privilegiata). Nel 1966 venne inaugurato lo stabilimento di Cecchina, nei pressi di Roma, con 300 dipendenti, per la produzione del prêt-à-porter. La fama dell’atelier da quel momento continuò seguendo il ritmo del boom economico del paese sino alla fine degli anni Sessanta. Dopo la morte della Fontana venne avviata una diversificazione produttiva (profumi, accessori per l’abbigliamento, cravatte, valigeria). L’attività della sartoria fruttò riconoscimenti e onorificenze (cavalierato, commenda della Repubblica, Oscar nazionale della Moda 1968, medaglia d’oro per la fedeltà al lavoro, sei Maschere d’Argento, cittadinanza onoraria di Pittsburgh per Micol Fontana) e manifestazioni celebrative sulla moda italiana: la Mostra antologica sull’arte sartoriale (organizzata nel 1984 da A.C. Quintavalle), la Mostra antologica delle sorelle Fontana Cinquant’anni di moda a Castel Sant’Angelo (1985), la creazione della Fondazione Micol Fontana (1993), l’esposizione di abiti presso il Metropolitan Museum di New York, il Brooklyn Museum, il Metropolitan Museum di San Francisco, il Museo d’arte e del costume di Venezia e l’Archivio dell’alta moda italiana di Roma.
FONTI E BIBL.: Repertorio delle società italiane per azioni, I, Roma, 1973, 930; A. Bottero, Nostra signora la moda, Milano, 1979, 72, 77; H. Kaufman-G. Lerner, Hollywood sul Tevere, Milano, 1982, 75, 105; N. Villa, Le regine della moda, Milano, 1985, 45-66; Cinquant’anni di moda - Sorelle Fontana, a cura di B. Giordani Aragno, Roma, 1985; G. O’Hara, Il dizionario della moda, edizione italiana a cura di R. Panuzzo-J. Valli, Milano, 1990, 129-131; M. Fontana, Specchio a tre luci, a cura di D. Cimagalli, Torino, 1991; Sorelle Fontana 1907-1992, Storia di un atelier, a cura di B. Giordani Aragno, Roma, 1992; Gotha della moda italiana, Milano, 1992, 18; Nascita della moda italiana, a cura di G. Malossi, Milano, 1992, 40 s., 43, 48; A.C. Quintavalle, Moda, in Enciclopedia Italiana, Appendice V, Roma, 1993, 508-518 passim; S. Schipani, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVIII, 1997, 725-727.

FONTANALI SISTO, vedi FONTANILI SISTO

Colorno 1757
Fu rabbino e scrittore israelita a Colorno nel XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: M. Mortara, Rabbini e scrittori israeliti, 1886, 24.

FONTANELLA GIUSEPPE, vedi FONTANELLI GIUSEPPE


Colorno 1799-Colorno 22 marzo 1874
Restò a Colorno per completare gli studi fino al 1821 e a ventidue anni partì alla volta di Torino per darsi alla carriera bancaria. Nei pochi anni che vi rimase seppe farsi valere per le sue doti di onestà, assiduità e impegno nell’assolvere con cura gli incarichi a lui affidati. Allargando poi la cerchia delle sue conoscenze, accettò di andare a Livorno per più importanti funzioni. Dalla città toscana partì alcuni anni dopo per Tunisi, ove disimpegnò e portò alla conclusione importanti affari per il Banco che lo aveva assunto al suo servizio. Anche in Africa rimase poco tempo (cinque o sei anni) poiché venne richiesto, con forti miglioramenti retributivi e di carriera, da un banco di Marsiglia. Cominciò ad allargare la sua fama di bancario e venne insistentemente richiesto da diversi istituti francesi: poté così scegliere tra le tante richieste quella di un banco di Parigi, ove rimase fino a sessant’anni. Nel 1859, per la vita intensa vissuta nel grande giro di affari e per il tumulto delle grandi città ove aveva vissuto e operato, sentì il bisogno di riposo e anziché fissare la sua dimora a Parigi, ove contava grandi amicizie e onori, preferì la quiete e la completa indipendenza del suo paese nativo, che, benché lontano, non aveva mai dimenticato, soprattutto con tangibili beneficenze venendo in aiuto alla povera gente e alle istituzioni benefiche di Colorno. Benché israelitico (fu addottrinato nella letteratura ebraica), conservò amicizie saldissime coi Colornesi di religione cattolica, rispettato da tutti per la sua fratellanza verso gli uomini senza distinzione di religione, di gradi e di schieramenti politici. Delle sue beneficenze pubbliche, uno speciale cenno deve essere fatto per l’asilo infantile. Quando il canonico Bernoldi e il Chevé (quest’ultimo fu per molti anni sindaco di Colorno) fondarono l’asilo, non ebbero che a manifestare al Fontanella questa intenzione per ottenere gli aiuti necessari. Il Fontanella e suo fratello Zaccaria si obbligarono infatti a una ingente quota fissa annuale e quando quest’ultimo non fu più in grado di mantenere l’impegno assunto, affinché l’asilo non venisse privato di una parte del contributo, il Fontanella si addossò l’onere delle due quote. L’asilo venne fondato l’11 maggio 1868. Per quanto grande fosse l’impegno dei dirigenti, non sempre le condizioni economiche del pio istituto furono sufficientemente prospere, ma il Fontanella fu sempre pronto a sostenerlo con offerte straordinarie. L’eredità del Fontanella comprese i seguenti lasciti testamentari: dodicimila lire all’asilo infantile, dodicimila lire alla Società mutuo soccorso degli operai, dodicimila lire alla congregazione di carità, cinquemila lire alla scuola musicale di Colorno, venticinquemila lire al Comune perché migliorasse la pubblica istruzione, tremila lire ai poveri del Comune.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 11 marzo 1966, 9.

Parma XIX secolo
Medico chirurgo, fu addetto alla clinica medica dell’Università di Parma. Fu tra i membri della 1a e della 3a riunione degli scienziati italiani.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, 212.


Parma 1673
S. Morey cita un mandolino presso l’Horniman Museum di Londra con etichetta Pietro Fontanelli, Parma 1673.
FONTI E BIBL.: G. Antonioni, Dizionario dei costruttori, 1996, 58.

Parma 1768
Fu segretario del nunzio di Colonia, consigliere aulico e segretario di gabinetto alla Corte Palatina. Fu profondo conoscitore degli ordinamenti europei universitari (1768).
FONTI E BIBL.: G. Berti, Atteggiamenti del pensiero dei Ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 478.

Parma 13 novembre 1823-
Ammessa nella classe di canto (mezzosoprano) della Ducale Scuola di musica di Parma nel 1842, appena terminati gli studi venne scritturata in Spagna.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


ante 1672-Parma 30 settembre 1716
Sacerdote, fin dall’11 ottobre 1672 fu investito di un beneficio eretto nella chiesa parrocchiale di Sant’Ulderico in Parma. Successe al Chinelli come organista e cominciò a servire nella Cattedrale di Parma il 15 giugno 1677. Il Fontanesi fu anzi l’erede di Giovan Battista Chinelli, come risulta dal testamento rogato dal notaio Bernardo Cacciamani. Il Fontanesi, suonatore anche di cornetto, lasciò l’organo per suonare questo strumento, specialmente nelle feste più solenni, facendosi sostituire all’organo. Servì lungamente la Cattedrale, fino a che venne a morire.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 116 e 173.


Parma 1831Durante i moti del 1831 fu tra i disarmatori della truppa.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 168.

Parma 17 marzo 1705-Parma 17 agosto 1790
Figlio di Biagio e Teresa Zanetti. Ricoprì, dal 10 febbraio 1748 alla morte, la carica di dogmano del Battistero di Parma. Fu inoltre prefetto delle scuole civiche parmensi e fu anche canonico della Cattedrale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1972, 67.


Collecchio 5 settembre 1924-Mauthausen 8 maggio 1945
Nato da Luigia Fontanili di San Polo d’Enza. Più tardi madre e figlio si trasferirono presso alcuni parenti a Mezzani, dove il Fontanili, divenuto adulto, esercitò la professione di carpentiere. Verso la fine di giugno del 1944 entrò a far parte delle Squadre di azione patriottica di Mezzani, che proprio in quel periodo stavano intensificando le loro azioni, e con esse prese parte al lavoro di propaganda, ai sabotaggi, alla raccolta di materiale per i partigiani e agli attacchi alle caserme dei fascisti. Il gennaio 1945 segnò per tutto il movimento sappista parmense l’inizio di una grave crisi: in poche settimane oltre cinquanta sappisti della Bassa vennero catturati dal Servizio di sicurezza tedesco e in gran parte inviati in Germania dopo maltrattamenti e torture. Il Fontanili venne preso tra i primi, il 6 gennaio a Mezzani. Imprigionato prima nelle cantine di palazzo  Rolli, sede del comando del Servizio di sicurezza di Parma, poi nel carcere di San Francesco, il 24 gennaio fu deportato nel campo di concentramento di Bolzano, poi, il 4 febbraio, in quello di Mauthausen in Alta Austria, dove venne registrato col numero 126183. Una quindicina di giorni dopo fu trasferito nel campo sussidiario di St. Aegid, nella Bassa Austria, dal quale rientrò a Mauthausen il 4 aprile. L’8 maggio, il giorno stesso in cui le truppe americane liberarono il campo, il Fontanili morì per collasso circolatorio dovuto a deperimento organico generale. Il corpo fu sepolto nel cimitero americano di Mauthausen.
FONTI E BIBL.: I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 76; L. Leris, Antifascismo e resistenza nella Bassa Parmense (78ª Brigata Garibaldi S.A.P.), Parma, 1975; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti della guerra di Liberazione 1943-1945, a cura di partigiani della provincia di Parma, Parma, s.a., 85; Archivio dell’Associazione Nazionale ex Deportati di Parma, Sterbeurkunde (certificato di morte) compilato dalla Croce Rossa Internazionale, Ufficio di Arolsen, 28 aprile 1964, Estratto di documenti compilato dalla Croce Rossa Internazionale, Ufficio di Arolsen, 25 maggio 1964, Scheda personale compilata dall’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, 7 luglio 1964, Lettera di Luigia Fontanili alla commissione per la ripartizione del fondo versato dalla Repubblica Federale di Germania, 14 luglio 1964; La guerra a Collecchio, 1995, 252-253.


Traversetolo 10 luglio 1914-Mezzani 25 aprile 1945
Figlio di Primo. Partigiano del Comando Provinciale Squadre di Azione Patriottica, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Già ripetutamente distintosi nella lotta partigiana per attività e per coraggio alla testa dei suoi uomini malamente armati, attaccava decisamente una formazione tedesca in ritirata sui traghetti del Po. Mortalmente colpito persisteva nella lotta riuscendo ad impegnare il nemico fino al sopraggiungere delle forze alleate.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 56; Caduti Resistenza, 1970, 76.

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