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Dizionario biografico: Ferrari

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FERRARI

Parma 1613
Scultore di figure in legno attivo nel 1613.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 246.

Parma 8 giugno 1879-Parma 16 luglio 1936
Figlio di Marco Tullio e Adelina Tosi. Ben presto si trasferì a Milano, dove iniziò gli studi sotto la guida del padre, pure lui ottimo chitarrista e contrabbassista, adottando i metodi a lui cari: Carulli, Nava, Legnani, Coste, Aguado, Sor e Mertz. A Milano conobbe il celebre Mozzani dal quale ricevette saggi consigli e già a venti anni si esibì esordendo proprio a Parma, poi a Milano, Como e Lodi. Ovunque ricevette le più lusinghiere critiche e i suoi successi si moltiplicarono ed ebbero una risonanza nazionale. Partecipò successivamente a due concorsi a Milano e a Bergamo, aggiudicandosi due secondi premi e precedendo famosi chitarristi. Nel 1925 a Como conseguì il titolo di professore. Pubblicò pezzi e trascrizioni che registrarono molta notorietà. Il 13 febbraio 1913 il Ferrari tenne a Parma, all’Università popolare in Via Carducci, un concerto di chitarra al cospetto di un pubblico entusiasta e affascinato. Scrisse allora, sul giornale Il Presente, Ascanio Alessandri, bibliotecario della Palatina e del Conservatorio di musica di Parma, di essere rimasto colpito dalla classe nonché dalla tecnica e dal magistrale tocco delle dita del Ferrari sulle corde della sua chitarra. Fu maestro di Renzo Cabassi, poi attento e scrupoloso insegnante di chitarra al Conservatorio di musica Arrigo Boito di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario chitarristico, 1968, 29; R. Baroni, in Gazzetta di Parma 9 agosto 1971, 3.

Parma 1598/1628
Sacerdote, fu contralto nella chiesa della Steccata di Parma, eletto il 20 novembre 1598. Il 3 settembre 1622 lasciò l’ufficio di cantore, accettando invece quello di cantare la Messa. Fu di nuovo cantore alla Steccata dal 5 gennaio 1623 al 27 gennaio 1628.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 81 e 90.


Borgo San Donnino 8 luglio 1854-Parma 31 luglio 1936
Nacque da Giuseppe, agricoltore, e da Maria Aimi. Conseguita la maturità classica, frequentò i corsi di medicina e chirurgia nelle Università di Parma, di Pisa e di Bologna. Subito dopo la laurea, nel 1879, fu nominato assistente presso l’istituto di anatomia patologica dell’Università di Parma, il cui direttore, G. Inzani, era anche un valente chirurgo. Si recò poi all’estero, a completare la propria formazione presso i prestigiosi istituti di fisiologia sperimentale di Vienna, di S. Exner, e di patologia di Halle e di Berna, diretti rispettivamente da C.J. Eberth e da T. Langhans. Questi illustri maestri si stavano affermando nella comunità scientifica come celebrità internazionali: proprio in quel periodo, infatti, l’Exner descrisse il plesso enterico che reca il suo nome, mentre l’Eberth individuò il microrganismo responsabile della febbre tifoide; il Langhans, distinto cultore dell’istologia patologica, era noto per la scoperta nei tessuti di granulazione delle cellule giganti conosciute col suo nome. L’impostazione scientifica del Ferrari, maturata alla scuola dell’Inzani secondo le modalità tipiche dell’anatomia patologica (rigore del metodo, accuratezza e sistematicità dell’osservazione, vastità e profondità della ricerca), venne così arricchita e completata dall’influenza esercitata su di lui da così brillanti studiosi. La dimostrazione della capacità acquisita dal giovane Ferrari di descrivere dettagliatamente le strutture anatomiche osservate, di impostare ricerche sperimentali e di valutare criticamente i risultati che ne scaturivano, traspare chiaramente dai primi lavori che pubblicò: Sulla corteccia del cervello. Nuove osservazioni microscopiche del prof. S. Exner e metodi da lui seguiti, in Lo Spallanzani, s. 2, X 1881, pp. 420 ss.; Sulla terminazione dei nervi nelle fibre muscolari liscie. Osservazioni microscopiche del dott. A. Lustig, in Lo Spallanzani X 1881, pp. 423 ss.; Sulla commozione cerebrale. Osservazioni ed esperimenti, in Lo Spallanzani XI 1882, pp. 169-196; Contributo allo studio dei tumori congeniti, in Giornale Internazionale delle Scienze Mediche IV 1882, pp. 739-759. Tra queste pubblicazioni, di particolare rilievo appaiono quelle sulla commozione cerebrale, nella quale esaminò accuratamente il significato fisiopatologico delle variazioni della pressione endocranica, e sui tumori congeniti, dettagliato studio anatomopatologico di alcune forma neoplastiche. Alla scuola dell’Inzani il Ferrari, oltre ad acquisire una solida preparazione anatomopatologica, aveva cominciato a orientarsi verso la chirurgia. Durante la sua permanenza all’estero ebbe modo di consolidare questo indirizzo e di affinare la sua formazione presso le più rinomate cliniche chirurgiche europee dell’epoca: a Vienna di C.A.T. Billroth, a Halle di R. von Volkman e a Berna di E.T. Kocher. Questi maestri della medicina operatoria erano i grandi pionieri degli interventi più ardui e complessi. Il Billroth, l’ardito operatore del canale digerente, era noto per avere eseguito la prima resezione dell’esofago e la prima pilorectomia; il Volkman doveva la sua fama alla prima resezione del retto per cancro e alla descrizione della contrattura muscolare ischemica che reca il suo nome; il Kocher era celebre per gli interventi che eseguiva sulla lingua e sulla tiroide. Durante la sua permanenza a Vienna il Ferrari ebbe probabilmente modo di assistere agli interventi sullo stomaco eseguiti dal Billroth, che in ogni caso sicuramente studiò nella descrizione fattane dal primo assistente A. Wölfler ed edita a Vienna nel 1881, la cui recensione il Ferrari pubblicò dopo appena pochi mesi sulla Rivista Clinica di Bologna (s. 3, I 1881, pp. 372-377) con il titolo Sulle resezioni del piloro carcinomatoso eseguite dal prof. Billroth. Sunto dell’opuscolo del dott. Antonio Wölfler. Questo scritto, nella sua concisione, risultò di notevole importanza per l’interesse che suscitò nel mondo medico italiano nei riguardi di una chirurgia di avanguardia, destinata in breve a progredire e svilupparsi. L’influenza subita dal Ferrari in quelle scuole chirurgiche appare evidente dalle sue prime pubblicazioni in tale settore: La medicatura antisettica al jodoforme. Osservazioni fatte nelle cliniche chirurgiche di Vienna e nella privata, in Lo Spallanzani, s. 2, XI 1882, pp. 1-10 (giova ricordare che il metodo antisettico introdotto da J. Lister nel 1867 si andava allora affermando nei massimi centri chirurgici); Sulla disarticolazione della coscia, in Lo Spallanzani XI 1882, pp. 369-378; Le paralisi e le contratture muscolari di natura ischemica, in Lo Spallanzani XI 1882, pp. 554-563. Tornato in Italia, il Ferrari riprese il suo incarico presso l’Istituto di anatomia patologica di Parma ove, nel 1882, conseguì la libera docenza in patologia speciale chirurgica. Nel 1884, succedendo ad A. Ceci, fu nominato professore straordinario di patologia e clinica chirurgica nella libera Università di Camerino ove rimase per tre anni, acquisendo buona fama come didatta e come operatore. Nel 1887, vinto il relativo concorso, assunse la direzione della cattedra di patologia speciale chirurgica e clinica propedeutica dell’Università di Parma: in questa nuova sede egli dedicò ogni sua energia all’insegnamento e all’organizzazione della clinica, creando un vero istituto dotato dei requisiti per svolgere la ricerca scientifica e di una annessa sezione di degenza per il ricovero e la cura operatoria dei pazienti. Nominato anche primario di una divisione chirurgica ospedaliera, il Ferrari ebbe una vita professionale intensa e fu noto come ottimo chirurgo generale. Fu preside di facoltà dal 1910 al 1913. Durante la prima guerra mondiale, con il grado di maggiore medico generale, organizzò i servizi sanitari di chirurgia di Parma, Piacenza e Reggio nell’Emilia. Dopo aver lasciato il primariato ospedaliero di chirurgia, nel 1919, per designazione unanime della facoltà, il Ferrari fu nominato direttore della cattedra di clinica chirurgica dell’Università di Parma.  Conservò il titolo fino al 1929, quando concluse la carriera universitaria per limiti di età e fu posto in riposo come professore emerito: gli successe nella direzione della clinica R. Paolucci. Valente clinico, dotato di un eccellente intuito diagnostico, il Ferrari fu un brillante chirurgo. Orientato, grazie alla particolare specifica formazione, alla ricerca anche di carattere sperimentale, fu autore di una serie di pubblicazioni scientifiche, in verità non numerose, ma di notevole interesse. In tutti i suoi lavori appare evidente la tendenza alla rassegna ampia e accurata della letteratura scientifica esistente sull’argomento in studio quale premessa generica alla ricerca intrapresa e il deciso orientamento verso la verifica sperimentale. Si interessò di tutti i settori della clinica e della patologia chirurgica, con una evidente predilezione per quelli delle malattie degli organi addominali e ossee. Si ricorda anzitutto la descrizione di un intervento per ernia inguinale eseguito mediante chiusura dell’anello inguinale, pochi mesi prima che E. Bassini illustrasse il suo metodo per la cura radicale di tale varietà di ernia: Ernia inguinale omentale esterna non contenuta per ritenzione del testicolo nel canale inguinale; orchiotomia; erniotomia; guarigione radicale dell’ernia con chiusura dell’anello per mezzo di un pezzo di omento, in Bollettino della Società Medico-chirurgica Camerinese II 1884, pp. 23-26. Ancora degni di menzione e significativi per il costante interesse del Ferrari nei riguardi della chirurgia gastrica, due lavori sulla gastroenterostomia, intervento a quei tempi poco più che in fase sperimentale: Contributo allo studio della patologia del ventricolo e della gastroenterostomia, in La Clinica Chirurgica X 1902, pp. 847-878; Il riflusso nella gastroenterostomia ad y del Roux, in Gazzetta degli Ospedali e delle Cliniche XXVI 1905, pp. 1261-1264. Si può senz’altro affermare che il Ferrari, che fino dal 1891 eseguiva con successo l’intervento di gastroenterostomia, fu uno dei primi chirurghi in Italia a operare lo stomaco. Nel campo della patologia delle ossa, vanno menzionati i suoi studi sulla tubercolosi dell’anca (Coxite acetabulare con sequestri, e forma rara di acetabulo migrante; resezione della coscia, in Bollettino della Società Medico-chirurgica Camerinese II 1884, pp. 26-30) e soprattutto quelli sugli innesti ossei, a carattere prevalentemente sperimentale e corredati da una ricca documentazione istologica (Esperimenti sugli innesti ossei, in Gazzetta degli Ospitali VI 1885, pp. 459 ss.; Sugli innesti ossei. Studio sperimentale, in Archivio di Ortopedia II 1885, pp. 481-500, III 1886, p. 1-28), nonché il capitolo Malattie delle ossa nel Trattato italiano di chirurgia redatto da distinti professori e specialisti (II, 3, Milano, 1915, pp. 164-346). Tra le altre pubblicazioni del Ferrari meritano ancora di essere ricordate le accurate descrizioni di alcuni casi clinici (Aneurisma arterioso-venoso traumatico e spontaneo; considerazioni anatomo-patologiche e mezzi terapeutici. Memoria, in Lo Spallanzani, s. 2, XIV 1885, 31-52; Forma non comune di cisti dell’echinococco, in Bollettino della Società Eustachiana in Camerino I 1885, pp. 43-50), alcuni contributi anatomici e istopatologici (Contributo allo studio delle localizzazioni cerebrali, in Bollettino della Società Eustachiana in Camerino I 1885, pp. 25-28; Sulla cariocinesi nei tumori, in Gazzetta degli Ospitali VI 1885, pp. 466 ss.) e soprattutto le ricerche di batteriologia riguardanti le caratteristiche morfologiche e il potere patogeno del bacillo piocianeo, indagini basilari nel settore delle infezioni chirurgiche (Sulla morfologia e sull’azione patogena del bacillo piocianico, in Il Morgagni I 1888, pp. 324 ss.; Osservazioni ed esperienze sul bacillo piocianico, in L’Ateneo Medico Parmense III 1889, pp. 98-115, con E. Corsini), e alcuni aspetti dei germi della putrefazione, studi condotti con osservazioni cliniche e anatomopatologiche e con ricerche sperimentali (Delle infezioni chirurgiche da protei, in L’Ateneo Medico Parmense IV 1890, pp. 20-35): a proposito di quest’ultimo lavoro è bene ricordare che l’argomento era all’epoca poco noto, così che gli studi del Ferrari aprirono la strada alle successive ricerche che sarebbero poi fiorite rigogliose più tardi, nel campo della chirurgia di guerra, durante il primo conflitto mondiale. Il Ferrari fu anche un buon didatta e formò validi allievi: svolgeva le sue lezioni prevalentemente a carattere dimostrativo, al letto del paziente, favorendo al massimo grado la preparazione pratica degli allievi. Socio fondatore della Società italiana di chirurgia, membro promotore della lotta contro il cancro, nel 1927 presiedette a Parma il 35º congresso italiano di chirurgia. Nella stessa città nel 1887 fondò, con L. Tenchini, il periodico L’Ateneo Medico Parmense, del quale fu segretario redattore.
FONTI E BIBL.: Necrologi in Aurea Parma XX 1936, 188; in Il Policlinico, sezione pratica, XLIII 1936, 1474; in L’Ateneo Parmense, s. 2, XXX 1937, 359-363; in Archivio Italiano di Chirurgia XLVI 1937, 451-455; in Minerva Medica I, n. 4 1937, parte varia, 22-26; Ambrogio Ferrari, in Rivista di Terapia Moderna e di Medicina Pratica, serie A, 5 1927, 23 s.; G. Lusena, La Società italiana di chirurgia nei suoi primi 30 congressi (1883-1923). Un contributo italiano al progresso della chirurgia, Roma, 1930, ad Indicem; M. Crespi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 502-204.

Corniglio 1894-Altipiano di Bainsizza 8 ottobre 1917
Figlio di Luigi. Caporale del 220º Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di una squadra, di propria iniziativa e con mirabile impeto si slanciava contro una mitragliatrice nemica in azione e che ostacolava la nostra avanzata, lasciando gloriosamente la vita nell’atto ardimentoso.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 73ª, 4753; Decorati al valore, 1964, 37.

Parma seconda metà del XVII secolo
Architetto attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 110.


Stadirano 1781
Sacerdote e intagliatore, realizzò nell’anno 1781 due mensole segnate S. Giovanni, 14 aprile 1781, Natività di N.S., l’altare e l’ancona della Vergine e gli ornati del quadro all’altare maggiore nella parrocchiale di Stadirano.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 120; Il mobile a Parma, 1983, 261.

Castel San Giovanni 1785-San Ruffino 1866
Figlio del barone Francesco, che fu presidente del Tribunale d’appello di Parma, e di Margherita Bianchi, intraprese la carriera militare come il fratello maggiore Giuseppe (ufficiale napoleonico e poi comandante della guarnigione di Piacenza) e vi raggiunse alti gradi. Arruolatosi giovanissimo nell’esercito italiano di Napoleone Bonaparte, nel 1803 divenne tenente del Genio, nel 1812 capitano dei granatieri nella Guardia Reale e nel 1813 capo battaglione di linea. Partecipò a diverse campagne militari, compresa quella di Russia nel 1812, e si comportò da valoroso, tanto da meritare nel 1809 la Legion d’Onore. Alla caduta del Bonaparte entrò al servizio di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, con il grado di maggiore (1814). Successivamente fu promosso colonnello e contemporaneamente ricoperse cariche militari nell’esercito austriaco di stanza in Italia, ove raggiunse il grado di generale maggiore. Nei moti rivoluzionari parmensi del febbraio 1831 il Ferrari si comportò da soldato fedele alla propria divisa, tanto che la duchessa Maria Luigia d’Austria il 18 marzo 1831 lo nominò comandate in capo delle truppe ducali e della piazza di Parma, cariche che il Ferrari ricoperse sino al 1833. Nel 1846 venne annoverato tra i consiglieri intimi in servizio di Maria Luigia d’Austria, mentre nel 1855, dopo il cambio della dinastia, compare tra i Grandi di Corte. Nel 1826 il Ferrari fu insignito della commenda dell’Ordine Costantiniano. Egli risiedette abitualmente a Parma o a San Ruffino, a pochi chilometri dalla città, ove possedette una accogliente villa, che ampliò e abbellì verso il 1835. Fu podestà di Vigatto nel 1852-1854. Sposò Carlotta Pelati, ultima della sua nobile famiglia, e nel 1854 ottenne l’autorizzazione ad aggiungere al suo il cognome Pelati. Il Ferrari e la moglie furono, e forse non a torto, sospettati di carboneria (T. Marchi). Nelle sue memorie invece, il Ferrari narra come il conte Giovanni Battista Politi si recasse (1831) al castello seguito da una schiamazzante massa di rivoltosi, munito di una lettera del generale Bianchi di lasciapassare per lui e per il maggiore Regalia, ai quali il Ferrari diede solo 70 fucili. Durante i moti di quell’anno il Ferrari e il conte Gilli, braccati dai rivoltosi, sgattaiolarono dall’uscita di servizio del palazzo Bocchi verso Borgo Nuovo. Il Gilli riparò in casa del cuoco del Ferrari, in Borgo Felino. Il Ferrari sostò invece nel vicino palazzo Bolla, che aveva un’uscita secondaria verso Borgo Salnitrara (28 febbraio 1831).
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Gli Ufficiali napoleonici parmensi, Parma, 1930, 23; L. Mensi, Appendice, alla voce; L. Gambara, Le ville parmensi, Parma, La Nazionale, 1966, 213-217; Palazzi e casate di Parma, 1971, 590-592; C.E. Manfredi, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 110-111.


Parma 4 agosto 1793-
Figlio di Francesco e Maria Lozoli. Negoziante. Rifugiato politico, giunse a Lione nel 1823 proveniente dalla Spagna.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.


Lalatta di Pratopiano 13 agosto 1850-Milano 2 febbraio 1921
Primogenito dei quattro figli di Giuseppe e di Maddalena Longarini. La famiglia Ferrari apparteneva al ceto dei coltivatori diretti e godeva di una certa agiatezza, ma il padre del Ferrari, risultato inabile al lavoro nei campi a causa degli esiti di una frattura a un piede riportata in giovane età, dovette adattarsi al mestiere di calzolaio. Dopo aver compiuto gli studi elementari, nel 1861 il Ferrari fu inviato a Parma, dove risiedevano due zii paterni sacerdoti, Abbondio e Pietro. Ospite di quest’ultimo, continuò gli studi come alunno esterno del Seminario diocesano. Concluse con successo gli studi secondari nel 1869 (frattanto il 18 settembre 1866 aveva ricevuto la tonsura e i primi due ordini minori), entrando poi in Seminario per compiervi il corso di teologia. Fu ordinato sacerdote dal vescovo di Parma, D.M. Villa, il 13 dicembre 1873 e subito gli fu affidata, dal 5 febbraio 1874, la cura della parrocchia extraurbana di Mariano di San Lazzaro. Vi rimase qualche mese, poi dal luglio venne nominato coadiutore dell’arciprete di Fornovo di Taro. Nell’autunno 1875 il vescovo lo richiamò nel Seminario con gli incarichi di vicerettore e insegnante di matematica e fisica nel liceo. Il 27 settembre 1877 fu nominato rettore e dall’ottobre 1878 salì sulla cattedra di teologia dommatica. Il 7 gennaio successivo divenne canonico della Cattedrale. Quando in applicazione delle direttive dell’enciclica papale Aeterni Patris del 4 agosto 1879, il 7 marzo 1880 fu eretta a Parma l’Accademia di San Tommaso, il Ferrari ne divenne l’anima e fu il principale collaboratore dell’Eco di San Tommaso, periodico sul quale si batté contro le dottrine rosminiane. Il 6 dicembre 1882 egli conseguì il dottorato nel collegio teologico di Parma. Dall’ottobre 1883 ebbe la cattedra di teologia morale nel Seminario, fu nominato teologo collegiato della facoltà parmense e censore ecclesiastico della Diocesi. Il 13 ottobre 1884 divenne teologo diocesano, il 25 novembre 1885 provicario del nuovo vescovo di Parma, L. Miotti, e nel 1888 esaminatore prosinodale. Dall’esperienza di insegnamento nel Seminario era frattanto nata la Summula theologia dogmaticae generalis (Parmae, 1885, 2a edizione, Parma, 1888, 3a edizione, Como, 1894), un manuale senza pretese improntato alla teologia scolastica, in cui sostenne il primato e l’infallibilità papale e, in morale, richiamandosi all’insegnamento di F. Suarez, di G. Diaz de Lugo e soprattutto di Sant’Alfonso de’ Liguori, utilizzò il metodo casistico. Il 23 giugno 1890 fu nominato da papa Leone XIII vescovo di Guastalla e, dopo un blando tentativo di rifiuto, fu consacrato a Roma il 29 giugno. Entrò nella Diocesi assegnatagli il 30 ottobre, accolto con diffidenza da una borghesia largamente impregnata di anticlericalismo e da un proletariato urbano e rurale in cui aveva attecchito facilmente la propaganda socialista. Mostrando subito un metodo pastorale divenuto inconsueto, iniziò la visita della Diocesi, ma, dopo soli sei mesi, il 20 aprile 1891 gli venne comunicato il trasferimento alla Diocesi di Como, che comprendeva territori compresi anche nella provincia di Sondrio. Il 25 ottobre entrò in Como, trovandosi a contatto con una realtà molto diversa da quella di Guastalla (qui aveva governato una Diocesi di 319 km2, 53000 abitanti, 26 parrocchie e 70 preti, mentre a Como dovette occuparsi di un territorio di 4692 km2, 282000 abitanti, 314 parrocchie e oltre 500 ecclesiastici). Lamentò subito la scarsità del clero, per cui dedicò grandi cure al Seminario e alla preparazione degli insegnanti, che volle tutti laureati nella disciplina che insegnavano. Il 24 aprile 1892 iniziò la visita pastorale della Diocesi. Trascurando la propria preparazione e il proprio aggiornamento culturale, il suo ideale di vescovo si realizzò nel contatto con i fedeli per poter trasmettere loro un messaggio religioso semplice ma efficace: il pastore si prende cura del suo gregge e il rapporto di unità nella Chiesa si fonda sull’amore con cui la gerarchia guida i fedeli verso la salvezza. Su questa linea si mostrò intransigentemente severo con i sacerdoti indegni o indisciplinati. Quando arrivò a Como, una Diocesi in cui molto attivo era l’associazionismo cattolico, il Ferrari non aveva una grande sensibilità per l’azione politico-sociale: cresciuto in un ambiente dominato dall’intransigentismo religioso di monsignor Villa, egli aveva accolto dal Miotti, un vescovo aperto alle idee conciliatoriste di G.B. Scalabrini e G. Bonomelli, soltanto un’attitudine più pragmatica nei confronti della questione temporale. Secondo lui il problema dell’indipendenza del Papa doveva essere risolto non con il ricorso alle armi straniere, ma per volontà della stessa nazione italiana. Una svolta avvenne in lui con la partecipazione al 5° congresso dei cattolici italiani di Genova (ottobre 1892), dove fu presente al 1º congresso di studi sociali. Qui, a contatto con Giuseppe Toniolo e S. Medalago Albani, comprese la realtà della questione sociale e delle ingiustizie di cui erano vittime i ceti più poveri. Tornato a Como, facendo suo quello che era stato lo slogan del congresso genovese (preparazione nell’astensione), riorganizzò l’Opera dei congressi nella Diocesi e diede nuovo impulso al periodico L’Ordine, che fu largamente diffuso. Ai primi di febbraio del 1894 gli giunse notizia della sua promozione all’Arcivescovado di Milano, che colse di sorpresa lui e la Diocesi ambrosiana ma non quanti lo avevano conosciuto a Como, avversari compresi: Quest’uomo dall’apparenza dolce e così mite, sotto la quale v’è una tempra d’acciaio, è una forza, e il Vaticano lo sa (La Provincia di Como 12 febbraio 1894). Chiamato a Roma a partecipare al concistoro del 18 maggio, venne elevato alla porpora e due giorni dopo ebbe il titolo presbiteriale di Sant’Anastasia. Il 21 maggio fu nominato ufficialmente arcivescovo di Milano e il vicario generale del defunto monsignor L. Nazari di Calabiana, A.M. Meraviglia Mantegazza, consacrato vescovo di Samo, ebbe l’incarico di ausiliario del Ferrari a Milano. Egli ritornò quindi a Como ove proseguì la visita pastorale in attesa del regio exequatur che tardava a venire, nonostante le ottime referenze che giunsero al governo da parte delle autorità civili della Lombardia. In particolare il procuratore generale di Milano segnalò che il Ferrari si era occupato sempre del suo ministero religioso e aveva combattuto con ardore le idee anarchiche e socialiste, fino al punto da lodare i provvedimenti repressivi decisi da F. Crispi dopo i moti in Sicilia e in Lunigiana. In realtà, il Crispi subordinò la concessione degli exequatur per le sedi di Milano, Venezia, Bologna e Segni all’istituzione da parte della Santa Sede della prefettura apostolica dell’Eritrea, che sarebbe suonata come un’indiretta approvazione della politica coloniale italiana nell’Africa orientale. Soddisfatta questa richiesta, il 5 settembre il Re firmò a Monza l’exequatur per il Ferrari, il quale poté entrare a Milano il 3 novembre, accolto, oltre che da una manifestazione imponente di clero e di popolo, da due rappresentanti politici, il commissario regio A. Bonasi e il deputato ministeriale E. Ponti, a dimostrazione della fiducia che il governo Crispi riponeva nel Ferrari. A illudere maggiormente il Crispi si aggiunse il comportamento del Ferrari alla vigilia delle elezioni amministrative milanesi del 10 febbraio 1895, che rappresentarono per il governo un test importante per valutare l’adesione dei moderati milanesi alla politica interna, ma soprattutto estera, dello statista siciliano. Nel capoluogo lombardo agì con energia per stringere un’alleanza elettorale tra governativi e cattolici moderati C.A. Pisani Dossi, ex capo di gabinetto di Crispi al ministero degli Esteri dal 1887 al 1890. A favorire la strategia del Pisani, che aveva già tessuto un’intesa con L. Capitani d’Arzago e altri cattolici conciliatoristi, venne il 12 dicembre 1894 la decisione dei socialisti di presentarsi insieme con i radicali di Cavallotti (Lega della libertà). Il Ferrari, allarmato da questa circostanza che minacciava di consegnare l’amministrazione cittadina ai rossi, ricevette il 28 dicembre il Pisani, promettendogli il proprio autorevole intervento. Il Ferrari, nel mese successivo, si impegnò energicamente per orientare i cattolici intransigenti a votare in favore della lista moderata. L’intervento elettorale dei cattolici fu compatto e il risultato fu una netta vittoria: vennero eletti 17 candidati cattolici su 23 presentati. Lusingati da questo risultato, nella speranza di ripetere il successo alle elezioni politiche, i crispini cercarono di ottenere un altro intervento del Ferrari, il quale però fin dall’inizio di aprile fece presente che, trattandosi di competizione politica, non avrebbe potuto fare nulla senza una preventiva autorizzazione del Papa. Ma il 14 maggio 1895 il vicario di Roma, cardinale L. Parocchi, ricevette da Leone XIII una lettera in cui si ricordò l’immutata validità della circolare della Sacra Penitenzieria sul non expedit e del decreto del Sant’Officio del 30 giugno 1886 e si ribadì che i veri cattolici dovevano conformarsi a quelle disposizioni non andando alle urne. Trasmesso il monito del Papa a tutti i vescovi, fu la rottura tra i vescovi lombardi e il Crispi, che minacciò una nuova legislazione anticlericale e la revoca dell’exequatur per il Ferrari: questi, in particolare, venne visto con sospetto per le sue iniziative dirette a rafforzare le organizzazioni cattoliche nella diocesi (la pastorale del Capodanno 1896 chiese che in ogni parrocchia fosse istituita una sezione dell’Opera dei congressi). In realtà il Ferrari, molto più che porsi il problema generale della collocazione politica dei cattolici, sentì come preminente dovere il governo pastorale della Diocesi e il rapporto con i fedeli. Egli entrando a Milano si trovò di fronte a una Diocesi molto vasta: 4850 km2, con una popolazione di circa 1600000 abitanti distribuita in 731 parrocchie con 2180 sacerdoti secolari e 160 regolari. Tra i primi contatti che ebbe con i fedeli furono la visita al Seminario diocesano e l’incontro con gli operai della Società cattolica operaia: ai chierici dichiarò che si sarebbe ispirato alla pastorale di San Carlo Borromeo (il Ferrari assunse il nome di Andrea Carlo) e fece una professione di fedeltà al Papa, ai secondi ricordò che l’unico modo per ottenere il benessere morale e materiale della classe operaia era quello insegnato dalla Rerum novarum. Per conoscere meglio la realtà complessa della Diocesi, pochi mesi dopo il suo ingresso il Ferrari indisse la prima visita pastorale (durata dal 1895 al 1902), cui ne seguirono altre tre (1903-1910, 1910-1914 e 1914-1920; le prime tre visite furono concluse con altrettanti sinodi). Il contatto diretto che il Ferrari cercò di instaurare con tutti gli ambienti della società cattolica della Diocesi senza altre mediazioni, la fedeltà assoluta professata al Papa (sulla base di valutazioni religiose e non politiche) e proprio questa subordinazione delle questioni politiche a obiettivi puramente religiosi indispettirono i moderati cattolici e soprattutto la nobiltà milanese, che gli divenne fortemente contraria. Una mossa di riavvicinamento a questi settori venne dal Ferrari tentata invano il 12 novembre 1896 con una visita al re Umberto di Savoja nella villa reale di Monza, che gli procurò soltanto critiche da parte degli intransigenti. Frattanto si impegnò sempre di più nel movimento cattolico. Partecipò, portando con sé tutti i chierici del Seminario, alla VI adunanza regionale dell’Opera dei congressi (15-19 aprile 1896), in cui si scontrarono le due anime dell’intransigentismo lombardo: quella facente capo a F. Meda, favorevole a un intervento politico su base religiosa, e quella di G.B. Paganuzzi, fedele al carattere religioso del movimento. Il trionfo della formula preparazione nell’astensione venne favorito dall’intervento del Ferrari, che, sconfessando la linea tenuta nelle amministrative del 1895, rifiutò decisamente le contaminazioni provocate da inopportune alleanze. Nel perseguire un suo programma di formazione di un giovane clero, il Ferrari, a partire dal 1896, istituì i collegi arcivescovili di Saronno, di Porlezza, di Monza, di Seregno, di Cantù, di Lecco e di Desio, che si aggiunsero a quelli già esistenti di Gorla Minore e di San Carlo di Milano. Per preparare i chierici ad affrontare le questioni sociali, nel 1897 il Ferrari, ormai conquistato da alcune tesi del Toniolo, lo invitò a Milano perché tenesse nel Seminario un corso giuridico-sociale: questo insegnamento rimase anche dopo la rinuncia del Toniolo seguita ai fatti del 1898, quando venne sostituito da don Carlo Dalmazio Minoretti, che lo tenne dal 1899 al 1904. Nel 1897, pressato dal gruppo dei giovani seguaci del Meda, il Ferrari cercò di ottenere dalla Santa Sede un’autorizzazione straordinaria per la partecipazione alle elezioni politiche, con l’obiettivo di impedire la vittoria della lista radicalsocialista, ma si trovò ancora una volta di fronte a un secco rifiuto. Il 6 maggio 1898 si ebbero a Milano le prime avvisaglie della sommossa popolare che sarebbe durata fino al 9 maggio, ma il giorno dopo il Ferrari, dopo essersi consultato con il Capitolo della Cattedrale, lasciò la città per compiere la visita della pieve di Asso. Qui ebbe notizia degli avvenimenti milanesi la sera stessa, ma, sottovalutandone l’importanza, rientrò in sede soltanto l’11 maggio, quando ormai il generale F. Bava Beccaris aveva compiuto la sua azione repressiva, e l’indomani ripartì per la Valsassina. Il 14 maggio la stampa (in particolare il Corriere della Sera) dette il via a una campagna di accuse contro il suo comportamento. La sua assenza fu definita una fuga, il suo mancato intervento per pacificare gli animi fu giudicato una tacita connivenza con gli ambienti clericali più intransigenti, a loro volta accusati di aver attizzato e fiancheggiato la rivolta popolare. Fu, perfino, chiesto al governo (tra i fautori vi fu il Rudini) il ritiro dell’exequatur. Lo stesso Leone XIII, pur difendendo il Ferrari dalle accuse più gravi, in una lettera a lui indirizzata il 22 maggio non nascose la sua riprovazione per l’inopportuna assenza dalla città. Rientrato quindi il Ferrari a Milano il 23 maggio, il giorno successivo si ebbe l’arresto di don Albertario, al quale si imputò di aver sostenuto l’azione dei sovversivi con articoli apparsi sull’Osservatore Cattolico. Il Ferrari, in questa circostanza, mantenne secondo gli intransigenti un atteggiamento troppo morbido nel difenderlo, preferendo dare al giornale cattolico un nuovo direttore nella persona del Meda, tanto che il 7 settembre l’Osservatore Cattolico, dopo quattro mesi di sospensione, poté riprendere le pubblicazioni. L’isolamento del Ferrari era totale, ma egli continuò sulla sua linea, che, al di là delle apparenze, ebbe un’essenziale coerenza interna: rigida difesa dell’ortodossia dottrinale (questo lo aveva anche indotto a chiudere nel 1901 il Seminario del collegio Villoresi di Monza, perché ritenuto inquinato da idee rosminiane), ma apertura a tutte le azioni pratiche del variegato mondo cattolico lombardo, nell’obiettivo di mantenere uniti con la gerarchia, su basi religiose, gruppi e individui socialmente e idealmente diversi. Nel 1899 benedì la costituzione del Fascio democratico cristiano. Dall’interno di questa formazione nacque, nell’autunno 1901, su proposta del Minoretti, l’Istituto dei cappellani del lavoro, orientati all’azione cattolico-sociale tra i lavoratori (tra i principali membri furono Carlo Grugni e Luigi Parodi a Milano, Pietro Bosisio in Brianza e Giulio Rusconi a Rho). Per la formazione di questi sacerdoti venne riformato il già esistente corso giuridico-sociale che divenne un corso biennale di perfezionamento. Nell’atmosfera di rinnovamento che percorse il mondo cattolico all’inizio del XX secolo e che si concretò nella designazione di G. Grosoli alla presidenza dell’Opera dei congressi in sostituzione del Paganuzzi (22 settembre 1902), il Ferrari appoggiò la svolta e con la sua autorità ottenne che la sezione milanese del Fascio democratico cristiano agisse complessivamente su posizioni moderate, prendendo sempre più le distanze da R. Murri. Morto Leone XIII (20 luglio 1903), nel breve conclave successivo il Ferrari patrocinò in modo determinante la vittoriosa candidatura del cardinale G.M. Sarto, non solo perché era legato a lui da antichi vincoli di amicizia, ma soprattutto perché ritenne che per la sua esperienza pastorale potesse essere più utile al governo universale della Chiesa che non un candidato di estrazione curiale. Ritornato a Milano il 10 agosto, nello stesso mese fece un viaggio in Germania, ospite del cardinale A.H. Fischer, arcivescovo di Colonia. Scopo ufficiale del viaggio era il recupero delle reliquie dei magi, trafugate dalla chiesa milanese di Sant’Eustorgio nel 1164 su ordine di Federico Barbarossa, ma il Ferrari ne approfittò per partecipare al 50° congresso dei cattolici tedeschi, rimanendo ammirato della loro struttura organizzativa, ricca di 2000 associazioni, di un sindacato operaio che contava 210000 aderenti e di una formazione politica (Volkverein) forte di 300000 iscritti. Tornato in Italia si trovò di fronte a direttive papali che andavano in opposta direzione: papa Pio X, che in realtà aveva amministrato la Diocesi di Venezia senza contatti reali con la società e con una visione assolutistica del proprio ruolo, con un motu proprio il 18 dicembre 1903 limitò l’autonomia dell’Opera dei congressi, che nel luglio successivo si sciolse per gravi contrasti interni e venne sostituita da tre organizzazioni (enciclica pontificia Il fermo proposito, 1905): Unione popolare, Unione economico-sociale e Unione elettorale. Nello stesso 1905 la Diocesi milanese fu soggetta a una visita apostolica condotta da monsignor Luigi Canali, vescovo titolare di Tolemaide, il quale non accertò nulla da riprovare, particolarmente nel Seminario che alcuni tradizionalisti accusavano di tendenze moderniste. Il Ferrari, che aveva promosso in tutte le parrocchie gli oratori maschili e femminili, dopo la chiusura dell’Opera dei congressi diede impulso ai circoli giovanili maschili di Azione cattolica (federati nel 1906 nell’Unione giovani cattolici milanesi). Nel 1907 il Ferrari promosse la fusione dell’Osservatore Cattolico con la moderata Lega Lombarda: nacque così L’Unione, il cui primo numero vide la luce il 14 dicembre 1907 sotto la direzione di F. Meda. Il nuovo giornale assunse posizioni moderate in campo politico, ma relativamente aperte in campo culturale, incorrendo in accuse di filomodernismo. Dopo la pubblicazione dell’enciclica Pascendi contro il modernismo, la Diocesi di Milano fu al centro di continui sospetti, nonostante gli sforzi del Ferrari, il quale nel discorso di inaugurazione dell’anno accademico 1907-1908 della facoltà teologica del Seminario (il testo in La Scuola Cattolica XXXV 1907, pp. 505-517) aderì senza riserve alla condanna papale. Ai primi di novembre proibì la diffusione nella Diocesi del Programma dei modernisti e del Rinnovamento, intimando ai sacerdoti che avessero trasgredito la sospensione a divinis ipso facto. Il 5 novembre stabilì a Milano il consiglio di vigilanza voluto da Pio X e il 29 dicembre, dopo lunghe e inutili trattative con A. Fogazzaro e T. Gallarati Scotti, perché sospendessero la pubblicazione del periodico da essi diretto, proibì sotto pena di scomunica la sua prosecuzione. Ma la diffidenza di Pio X nei suoi confronti aveva radici profonde e nacque dopo la celebrazione per iniziativa del Ferrari dell’8º concilio provinciale lombardo (settembre 1906; il 7º era stato celebrato nel 1609 da Federico Borromeo) e la stesura di un Programma per gli studi nei seminari di Lombardia (Milano, 1907), che conservando tutta la sostanza dell’antico insegnamento e rifuggendo da ogni pericolosa innovazione, mette però l’insegnamento stesso in corrispondenza coi progressi delle scienze e coi bisogni attuali della Chiesa e della società e sembrò perciò un contraltare del contemporaneo Programma degli studi per tutti i seminari d’Italia preparato dalla romana congregazione dei Vescovi. Così nel 1908 la Diocesi milanese subì una seconda visita apostolica condotta da monsignor G.B. Cardinale, vescovo di Corneto e Tarquinia, che nulla trovò da riprovare. Ricevuto in udienza da Pio X il 17 novembre 1908, il Ferrari si sentì ancora chiedere di indurre L’Unione a togliersi la patina di modernismo che si era attirata guardando con indulgenza, prima della pubblicazione della Pascendi, alle idee di A. Loisy e dei modernisti lombardi e di dare più spazio alle notizie religiose. Nel 1909-1910 il periodico La Riscossa di Breganze, diretto dai fratelli Scotton, lanciò gravi accuse contro il Ferrari, contro l’insegnamento impartito nel Seminario di Milano e contro La Scuola Cattolica, organo ufficiale della facoltà teologica, accusata di simpatizzare con le tesi moderniste. Da Roma fu disposta una terza visita apostolica (25-28 maggio 1911), affidata a T.P. Boggiani, vescovo di Adria, il quale, pur non rilevando nella sua relazione deviazioni dottrinali, mosse appunti taglienti sull’uso della lingua italiana nell’insegnamento e sulla dispersione dei seminaristi, utilizzati come prefetti in vari collegi della città. In seguito alla visita, il direttore della Scuola Cattolica, G. Nogara, presentò le dimissioni e venne sostituito da C. Pellegrini. Ma tutta la stampa cattolica milanese subì un contraccolpo. Nel 1912 L’Unione fu assorbita dalla Società editrice romana, il trust facente capo al Grosoli, e cambiò la testata in L’Italia. Nel dicembre gli Acta Apostolicae Sedis comunicarono che la Santa Sede non riconosceva conformi alle direttive pontificie L’Avvenire d’Italia, Il Momento, il Corriere di Sicilia e L’Italia. Il Ferrari dovette far accettare al Grosoli una commissione di vigilanza, nominata con l’assenso della Santa Sede, perché L’Italia potesse essere dichiarato organo ufficiale dei cattolici milanesi. Allo scoppio della prima guerra mondiale, il Ferrari pubblicò due lettere pastorali (31 ottobre 1914 e 28 gennaio 1915) in cui condannò la guerra, poi, entrata nel conflitto anche l’Italia, invitò i fedeli a pregare per la pace ma anche ad attendere al dovere che tutti abbiamo verso la patria nostra. Ordinati in anticipo i chierici che dovevano divenire preti durante l’anno (partirono per il fronte cinquecento preti e trecento seminaristi della Diocesi), creò un comitato di assistenza religiosa e il giornale La Fiaccola per il clero milanese sotto le armi e trasformò due seminari (a Milano e a Monza) in ospedali militari. Dopo Caporetto costituì un comitato per gli orfani e assistette i profughi giunti a Milano. Nel febbraio 1918 fondò la Gioventù femminile di azione cattolica, affidandone la responsabilità ad Armida Barelli, alla quale poi papa Benedetto XV diede l’incarico di diffonderla su tutto il territorio nazionale. Finita la guerra, il Ferrari lavorò alla realizzazione di due istituzioni: la Casa del popolo (chiamata in seguito: Opera cardinal Ferrari: G. Paolucci, La Casa del popolo. Origini e vicende dell’Opera cardinal Ferrari, Milano, 1980) e l’Università Cattolica del Sacro Cuore. La prima, in concorrenza con le analoghe iniziative socialiste, doveva divenire secondo il Ferrari un luogo di promozione di iniziative di assistenza e di formazione, in cui il popolo, con l’indirizzo alle feconde lotte per il suo benessere, trovi anche l’indirizzo alla pratica di una fede, aperta e sincera. Il Ferrari affidò l’istituzione alla Compagnia di San Paolo (paolini), un’associazione di preti e di laici di ambo i sessi, di cui egli stesso approvò gli statuti. L’erezione avvenne dopo la morte del Ferrari, il 4 agosto 1921. Per quanto riguarda l’Università Cattolica del Sacro Cuore, il Ferrari appoggiò il progetto elaborato da A. Gemelli, da F. Olgiati e da altri esponenti del mondo cattolico milanese, ne corresse gli statuti e li presentò al Papa alla fine dell’estate del 1920. Poco prima di morire, il 25 dicembre, ebbe la soddisfazione di sapere l’Università canonicamente eretta da Benedetto XV. Colpito fin dal 1918 da un tumore alla gola, per la cui totale asportazione fu invano sottoposto più volte a interventi chirurgici, il Ferrari rimase negli ultimi mesi di vita completamente afono. Ciononostante riuscì ancora fino all’ultimo a influire sulle scelte dei cattolici milanesi. Ossessionato dal pericolo bolscevico (ancora nell’ultima lettera pastorale del Natale 1920, condannando la lotta di classe, assicura ai fedeli che le distinzioni sociali, come le distinzioni di classe, sono un fatto voluto dalla Provvidenza divina; Penco-Galbiati, 1926, p. 241), in vista delle nuove elezioni comunali chiamò al suo capezzale G.B. Migliori, segretario della sezione milanese del Partito popolare italiano, per indurlo, contro le direttive impartite dalla segreteria nazionale, che invitavano a presentarsi con posizioni autonome, a schierare il partito insieme con il Blocco di azione e difesa sociale (comprendente anche i fascisti) contro i socialisti guidati dal sindaco E. Caldara. Nel ricordare quel penoso colloquio, che il Ferrari condusse scrivendo di volta in volta le domande e le obiezioni su foglietti di carta, il Migliori affermò di essere stato vinto non da un cenno di comando, ma da un incalzare di richieste, di argomenti, di inviti, combattuto tra la disciplina di partito e l’affetto al Ferrari morente (G.B. Migliori, Le amministrative del 1920 e il caos di Milano, in Civitas aprile-maggio 1960, pp. 96-101). La direzione del partito popolare milanese chiese al consiglio sezionale l’autorizzazione ad aderire al Blocco, ma la proposta venne bocciata e fu decisa l’astensione (2 novembre), cosicché le elezioni del 7 novembre si conclusero con la vittoria dei socialisti. Alla sua morte la popolazione della Diocesi era salita a 2100000 abitanti distribuiti in 795 parrocchie e assistita da 2550 sacerdoti diocesani. Durate il suo episcopato consacrò oltre duecento chiese. Nel complesso il Ferrari non brillò durante la sua vita di sacerdote e di vescovo per doti intellettuali, né, ancorato a una interpretazione angustamente religiosa degli avvenimenti (fino a sconfinare nell’integrismo), seppe comprendere fino in fondo i nuovi problemi politici e sociali, retaggio di fine Ottocento, che urgevano nel nuovo secolo. Non si comprenderebbero, quindi, l’affettuoso ricordo e la grande stima che la sua figura lasciò negli ambienti ambrosiani, se non si considerasse il suo metodo pastorale che si concretizzava nel ruolo di un maestro di vita religiosa: sempre a contatto con i fedeli, ne organizzò e favorì l’associazione e diede consigli, ammonizioni e approvazioni. Fu un instancabile creatore di iniziative: fondò il Foglio Ufficiale Ecclesiastico (1897), poi dal 1910 Rivista Diocesana Milanese, promosse il 3º congresso eucaristico nazionale (1895), il XV centenario della morte di Sant’Ambrogio (1897), il cinquantenario del dogma dell’Immacolata Concezione (1904) e delle apparizioni di Lourdes (1908), il III centenario della canonizzazione di San Carlo (1910), le settimane costantiniane nel XVI centenario dell’editto di Costantino (1913), i pellegrinaggi in Terresanta, a Roma e a Lourdes. Durante la sua vita, secondo il calcolo di uno dei suoi biografi, pronunciò circa 20000 discorsi e scrisse 6000 lettere. Frutto di questa vera e propria attività di insegnamento furono i numerosi giovani che si formarono alla sua scuola: tra gli altri, Giovanni Rossi, fondatore della Pro Civitate christiana, che fu segretario personale del Ferrari, Giuseppe Bicchierai, Enrico Falck, Luigi Gedda, Giuseppe Lazzati, Piero Malvestiti, Raimondo Manzini, Claudio C. Secchi e Ugo Zanchetta. Il processo informativo per la causa di beatificazione fu aperto nel 1951 dal cardinale I. Schuster, il 1º febbraio 1976 la congregazione per le Cause dei santi riconobbe l’eroicità delle sue virtù e il 10 maggio 1987 venne proclamato beato.
FONTI E BIBL.: Gli scritti e i documenti del Ferrari sono conservati presso la curia arcivescovile di Milano. Si veda anche, a questo proposito: Posizione ed articoli per la causa di beatificazione del servo di Dio cardinale A.C. Ferrari arcivescovo di Milano, a cura di E. Cattaneo, Milano, 1952; Beatificationis et canonizationis servi Dei Andreae Caroli Ferrari S.R.E. cardinalis archiepiscopi Mediolanensis. Votum pro rei veritatis ex officio exaratum super virtutibus ac praecipuis quaestionibus cum episcopatu connexis, Città del Vaticano, 1974. Manca un lavoro completo di livello scientifico sulla figura del Ferrari. Buone e ricche di indicazioni bibliografiche, le voci di P. Zerbi, in Dictionn. d’hist. et de géogr. ecclés., XVI, Paris, 1967, coll. 1204-1210; A. Rimoldi, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia, II, I protagonisti, Casale Monferrato, 1982, 196-201; A. Majo, in Dizionario della Chiesa ambrosiana, II, Milano, 1988, 1198-1208. Non è giunta a termine la documentatissima biografia, preparata per incarico della postulazione della causa di beatificazione, di C. Snider, L’episcopato del cardinale A.C. Ferrari, I, Gli ultimi anni dell’Ottocento 1891-1893, Vicenza, 1981, II, I tempi di Pio X, Vicenza, 1982. Si cfr. inoltre G.B. Penco-B. Galbiati, Vita del cardinale A.C. Ferrari arcivescovo di Milano, Milano-Roma, 1926 e F. Fonzi, Crispi e lo Stato di Milano, Milano, 1965, ad Indicem. Tra le opere concernenti il Ferrari, si vedano ancora: La società la cultura milanese e il cardinale Ferrari: 1911-1921, Milano, 1979 (da segnalare: oltre alla introduzione di A. Agno, i contributi di A. Canavero, S. Pizetti, N. Raponi, G. Rumi e S. Zaninelli); G. Ponzini, Il cardinale A.C. Ferrari a Milano, 1894-1921, Fondamenti e linee del suo ministero episcopale, Milano, 1981; G. Rossi, Il cardinale Ferrari, Assisi, 1987; M.B. Capozzi, Il Card. Andrea Carlo Ferrari di Milano, Istituto di Propaganda Libraria, Milano, 1950; Il Cardinal Andrea Carlo Ferrari, Fondazione La casa del Cardinale, 1981 (a cura di L. Salani-Busatto); G.M. Vian, Un volume sull’Opera del Card. Ferrari, in Osservatore Romano 14 novembre 1981; G. Mellinato, La Personalità del Card. Andrea C. Ferrari, in Osservatore Romano 23 maggio 1984; A. Maio, Andrea Card. Ferrari in terra ambrosiana, NED, 1987; F. Barili, Il beato Card. Andrea C. Ferrari anedottico, Parma, 1987; Andrea Carlo Ferrari e Parma, Parma, 1988; G. Pignatelli, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 506-512.

FERRARI ANDREA, vedi anche FERRARI ANDREA GAETANO

FERRARI ANDREA CARLO, vedi FERRARI ANDREA


Parma 8 gennaio 1756-post 1816
Figlio quasi certamente di Giovanni e Apollonia Margherita Cartieri (l’ascendenza non è certa in quanto nello stesso anno, il 13 novembre, nacque il quasi omonimo Andrea Giuseppe Gaetano Ferrari, figlio di Giusepppe e Caterina Righelli). A 32 anni fu maestro di grammatica superiore e nel 1816 professore di umane lettere nell’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: Registri del Personale, Archivio dell’Università di Parma; F. Rizzi, Professori, 1953, 119.


Parma prima metà del XVII secolo
Tessitore di velluti attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 142.

Busseto 1787
Negoziante di stampe, in una lettera in data 12 luglio 1787 chiede scusa per aver venduto il San Girolamo della Zucca, già ricercato dallo Zani, a Fortunato Ferrari.
FONTI E BIBL.: L. Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 360.

Lemignano 1780-Parma 22 marzo 1863
Il Ferrari in gioventù desiderò ardentemente farsi sacerdote e si preparò con lo studio a tale fine. Ma il padre, non volendo vedere estinto il suo casato, lo obbligò ad ammogliarsi, divenendo in tal modo erede universale di tutti i suoi beni. Poiché la moglie del Ferrari, Antonia Marchesi, morì lasciandolo senza prole, egli poté ottenere la consacrazione sacerdotale, seppure in età già avanzata, rimanendo nel paese di Lemignano, dove diede la sua attività pastorale in aiuto a quella del parroco. Il Ferrari visse sempre in Lemignano come sacerdote privato, abitando nella casa paterna e funzionando da cappellano col celebrare una seconda messa nei giorni festivi. Nel 1837 fece ricostruire la chiesa di Lemignano, ne rinnovò l’arredamento e la dotò di un beneficio parrocchiale di cappellania. Le sue spoglie furono tumulate nel cimitero di Lemignano. Ai suoi eredi impose l’obbligo di costruire ex-novo una casa per uso di abitazione di un eventuale cappellano in Lemignano oppure di adattare a tale scopo la casa che egli aveva abitato fino alla morte come eredità paterna.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3; Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 85.


-Parma 19 dicembre 1870
Fece la campagna del 1860 per l’indipendenza d’Italia, meritandosi la medaglia al valor militare.
FONTI E BIBL.: Il Presente 21 dicembre 1870, n. 347; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 155 e 406.

Borgo San Donnino 1884-1941
Studiò col maestro Tebaldini, poi, ottenuta una borsa di studio, completò la sua educazione di maestro concertatore con Felice Mottl a Monaco di Baviera. Diresse stagioni liriche nei principali teatri in Italia, in Spagna, a Buenos Aires, Montevideo, Rio de Janeiro, al Manhattan di New York e a Chicago.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 297.

FERRARI ANTONIETTA, vedi FERRONI ANTONIETTA

Agrate Brianza 1463 c.-Parma 1528
Figlio di Francesco. Appartenne a una importante famiglia di tajapreda trasferitasi a Parma nella seconda metà del Quattrocento. Anch’egli picator lapidum, è presente in Parma, ove risiedeva nella vicinia di San Sepolcro, a partire dal 1477. A quella data risulta essere affittuario del monastero di San Giovanni Evagelista per un orto (Testi, 1918, p. 88). Secondo il Pezzana (1859, p. 162), invece, la presenza del Ferrari a Parma risalirebbe al 1489. In questa città sposò Orsolina Fatuli, figlia di mastro Gherardo, dalla quale ebbe quattro figli maschi: Giovanfrancesco (1489) e Marco (1491), che continuarono l’attività paterna, Giacomo Andrea (1500) e Gherardo (1505). Il nome del Ferrari compare in un contratto stipulato con il canonico Bartolomeo Montini (19 ottobre 1493) per il quale egli si impegnò a eseguire porte, finestre e colonne con fregi scolpiti (Mendogni, 1991, p. 28). Intensa fu l’attività espletata nelle fabbriche civili e religiose della città, ove il Ferrari aveva bottega sul piazzale prospiciente la chiesa di San Sepolcro. Il Ferrari è documentato nel cantiere dell’antico Ospedale Rodolfo Tanzi per il quale fornì varie colonne in marmo, ricevendo un primo pagamento di 395 lire imperiali (1493-1494: Banzola, 1980, p. 112). La stesura del progetto del primo impianto dell’edificio si deve a G.A. Erba con il quale successivamente collaborarono G. e A. Fatuli e lo stesso Ferrari (Banzola, 1995). Negli anni 1500-1501 provvide alla fornitura di pietre di sostegno dei venti cancelli che ornavano la facciata orientale (dei quali non si conserva traccia). Si devono ancora al Ferrari l’apertura di tredici finestre in marmo della facciata anteriore (1503) e gli ornati marmorei (1504) della porta di accesso allo scalone dall’ingresso principale della fabbrica, sostituita nel 1782 dal portale di L.-A. Feneulle (Pezzana, 1859, pp. 164 n. 2, 165 n. 1). Elementi caratterizzanti la parte del prospetto dell’Ospedale, eseguita nel corso della prima campagna di lavori, sono la cornice marcapiano e gli archivolti dentellati in terracotta, le colonne con base e capitelli lobati, in arenaria, come anche gli stipiti delle finestre, realizzati dal Ferrari. Le colonne della parte occidentale del porticato verso strada Santa Croce, fornite dal Ferrari, risultano stilisticamente prossime a quelle presenti nel chiostro orientale e possono pertanto ricondursi a una medesima fornitura. Nel 1505 fu commissionata al Ferrari, sempre per l’Ospedale, la posa in opera di sette colonne in pietra di Serravalle, su disegno di M.A. Zucchi. Al Ferrari spetta inoltre il sarcofago di Rodolfo Tanzi, conservato all’interno della chiesa di Sant’Ilario (Pelicelli, 1937, p. 124; Banzola, 1980, p. 147; Farinelli-Mendogni, 1981, p. 76). Secondo il Pelicelli (1937, p. 59), nel 1505 i canonici lateranensi commissionarono al Ferrari gli ornati in marmo delle pilastrature con candeliere e fogliami della facciata della chiesa di San Sepolcro (cfr. anche Janelli, 1877, p. 165). Spettano invece con sicurezza al Ferrari le colonne e i capitelli del chiostro annesso alla chiesa, ricostruito tra il 1493 e il 1495 (Salmi, 1918, pp. 87 s.; Testi, 1918, pp. 10 s.; Salmi, 1920, p. 294; Farinelli-Mendogni, 1981, p. 86). Sono riconducibili al Ferrari anche i capitelli della chiesa di San Quintino (Quintavalle, 1946). Il nome del Ferrari è documentato nel prestigioso cantiere del monastero e della chiesa di San Giovanni Evangelista, all’interno del quale egli eseguì o sovrintese a tutte le opere in pietra. I suoi rapporti con i monaci benedettini risalgono agli ultimi decenni del Quattrocento. Nel 1488 egli vendette un pezzo di terra alla comunità benedettina che a quella data poneva le basi per la costruzione dell’imponente complesso monastico (L’abbazia benedettina, 1979, p. 61). Nel 1494 ricevette un pagamento per l’esecuzione di due finestre del refettorio, completato nel 1498, anno nel quale erano state collocate le otto chiavi della volta (L’abbazia benedettina, p. 65). Il 22 giugno 1499 i benedettini gli accordarono 50 ducati d’oro per la realizzazione di un lavabo da porsi nel monastero (Pezzana, 1859, p. 165 n. 3). Nel 1500 si metteva in chiavi il chiostro del Capitolo recuperando i capitelli di un chiostro precedente (L’abbazia benedettina, 1979, p. 61) e nel 1507 il Ferrari ricevette un altro saldo per el suo lavorerio nel capitolo (L’abbazia benedettina, pp. 71, 85, n. 59). Eseguì anche i fregi decorativi della finestra sinistra e quelli della porta del capitolo, variamente rappresentanti i simboli della morte spirituale e corporale e scene di battaglia. Per quanto attiene ai lavori all’interno della chiesa, ripresi nel 1510 sotto la direzione di B. Zaccagni e P. Cavezzolo, si deve ricordare la posa in opera dei pilastri che sorreggono la cupola dalla parte della navata, con la data, MDX, incisa sul pilastro di sinistra e la firma Ant. Parme(n)sis faciebat, sull’altro. Al 1511 datano i due amboni marmorei collocati ai lati del santuario nella Cattedrale di Parma, all’interno della quale con il figlio Giovanfrancesco realizzò la balaustrata in marmo (poi nella cappella del Comune, la quarta della nave destra). Con il figlio collaborò inoltre alla decorazione plastica del monastero di San Paolo, ristrutturato dall’architetto Giorgio Erba per la badessa Giovanna da Piacenza (1514). Non si hanno notizie della successiva attività del Ferrari, ancora in vita il 6 febbraio 1528, ma sicuramente scomparso prima del 26 febbraio 1529 (Pezzana, 1859, p. 166).
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, ms. Parmense, 1599: Notizie di vari artefici che operarono per monastero e per la chiesa di San Giovanni di Parma, cc. 115 ss.; Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., II, cc. 202, 207; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 23, 31, 45, 63, 170, 179; A. Pezzana, Storia della città di Parma, V, Parma, 1859, 161-167; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 165; L. Testi, Parma, Bergamo, 1905, 79, 88, 134; M. Salmi, Bernardino Zaccagni e l’architettura del Rinascimento a Parma, in Bollettino d’Arte XII 1918, 88, 98, 100, 102, 108 s. (recensione di L. Testi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XVIII 1918, 10, 12, 28 e nn. 1 e 5, 29 s., 35, 38 s., 41 e n. 1, 46 n. 2, 53, 55, 58, 59 n. 2, 64 n. 2, 66 ss., 73 ss., 83 ss., 88 s., 91-96, XX 1920, 273 n. 4, 280 n. 3, 285 n. 1, 287, 288 n. 2, 293, 294 n. 1, 295); N. Pelicelli, Parma monumentale, Parma, 1937, 47, 59, 75, 124; A.O. Quintavalle, Architettura cinquecentesca a Parma, in Mercurio XXII 1946, 100 ss.; M.C. Canali, Gian Francesco d’Agrate, in Parma per l’Arte II 1952, 51; G. Gonizzi, Gli scultori Ferrari-Agrati artisti parmensi poco noti, in Gazzetta di Parma 18 novembre 1966; L’abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista a Parma, a cura di B. Adorni, Milano, 1979, 45, 61, 65, 71, 74, 78; O. Banzola, L’ospedale vecchio di Parma, Parma, 1980, 11, 112 s., 115, 119 s., 124, 147; L. Farinelli-P.P. Mendogni, Guida di Parma, Parma, 1981, 52, 57, 71, 76, 86, 124, 130; Parma. Storia, arte, monumenti, a cura di L. Fornari Schianchi, Bologna, 1989, 41, 80, 82; P.P. Mendogni, Gianfrancesco Ferrari d’Agrate: uno o due scultori?, in Aurea Parma LXXV 1991, 27-30, 32; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, I, 133 (sub voce Agrate Antonio Ferrari da); A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 512-513.


Parma 1750/1760
Fonditore di metalli e fusore di campane attivo nel XVIII secolo. Nell’ottobre 1750 restaurò la campana detta di Terza nella torre del Comune di Parma e fuse nuovamente la campanella dell’Anzianato. Questa dovette essere rifatta nel 1784 da Domenico Barborini. Nel 1760 fornì una campana alle monache di Santa Caterina.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 70, e VIII, 122; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Architetto civile attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 121.


Parma 26 febbraio 1814-Taranto 22 febbraio 1872
Figlio di Giovanni Battista e Giovanna Baratta. Spaccalegna, nel 1831 dovette espatriare per motivi politici (fu, durante i moti di quell’anno, tra i disarmatori della truppa) a Parigi, dove trascorse la giovinezza. Venne ammesso alla Scuola Centrale di Parigi e contemporaneamente provvide al proprio sostentamento dando lezioni private. Nell’anno 1848 non esitò a rientrare in Italia e a schierarsi con i volontari. Dietro raccomandazione del conte Girolamo Cantelli, il ministro Tecchio nel 1849 lo accolse nel Real Corpo del Genio Civile, dove in breve ottenne il grado di ingegnere capo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 marzo 1872 n. 54; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 164-165; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 406; O Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 167.

Parma 15 maggio 1839-Parma 26 giugno 1902
Nato da genitori operai, fece i primi studi privatamente, sino all’età di nove anni. Rimase per qualche tempo in qualità di garzone calzolaio apprendista e nel 1853 cominciò a esercitare il mestiere. Nel febbraio del 1859 partì per Torino ad arruolarsi nelle truppe regolari del Piemonte e combatté a San Martino. Ritornato a Parma, riprese il lavoro, ma di lì a poco l’abbandonò per andare con Garibaldi. Fece la campagna del 1860-1861 combattendo a Capua e al Volturno. Ritornò poi al suo lavoro e nel 1862 aprì una piccola bottega, che gli fruttò discreti guadagni. Nel 1863, dietro concorso, venne prescelto come capocalzolaio nel 3º Reggimento Bersaglieri e come tale fece la campagna del 1866. Ricevette il congedo assoluto nel 1873. Riprese il lavoro di calzolaio in casa propria, per poi impiantare un laboratorio di calzature che andò man mano ingrandendo. Aprì quindi un negozio a Firenze, allora capitale del Regno. Il Ferrari pensò di aumentare il numero degli operai facendo confezionare il lavoro a Parma anche per l’ormai avviato negozio di Firenze. Provvide pure a qualche piccola fornitura militare. In breve, le sue calzature, per la modicità del prezzo cui poté venderle (avendo trovato modo nel taglio di utilizzare il più possibile la pelle e il cuoio), per la loro solidità e per la linea piacevole, non temettero concorrenza. Il Ferrari aprì succursali nelle principali città d’Italia. Per dare sempre maggiore impulso alla sua azienda, nel 1887 costruì in Borgo Santo Spirito a Parma una conceria, che diventò tra le più importanti dell’Emilia. Nei primi anni del Novecento vi lavorarono con i macchinari più moderni cinquanta operai, conciando annualmente dalle venticinque alle trentamila pelli per cuoio e per tomaie, che venivano inviate in ogni parte d’Italia. Accanto alla conceria fondò il laboratorio delle calzature, accrescendo il numero degli operai a quattrocento e producendo dalle sessanta alle settantamila paia di scarpe all’anno, parte delle quali destinate all’esportazione. Il Ferrari si aggiudicò la fornitura della Scuola Centrale di tiro e dell’Unione Militare. Fu premiato con due medaglie d’oro, due d’argento e quattro di bronzo a concorsi ed esposizioni nazionali. Inoltre fu onorato di brevetto da re Umberto di Savoja e dal principe di Carignano e nel 1891 ebbe la nomina di Cavaliere della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 33-35; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 70.

Medesano 1915-Waluscki 27 gennaio 1943
Figlio di Alide. Sergente maggiore del 4º Battaglione Misto Genio Alpino, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Sempre primo per volontà e capacità tecnica nei difficili spiegamenti telefonici ove più sentito era il pericolo, trascinava con il suo ascendente i compagni, riuscendo a portare a termine collegamenti, sotto il fuoco delle artiglierie. Nelle azioni di sfondamento partecipava, con gli alpini, agli aspri combattimenti e rimaneva infine disperso nella steppa.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1951, Dispensa 6a, 807; Decorati al valore, 1964, 54-55.

Vigatto 1920-Parma 5 luglio 1987
Nato da una famiglia contadina, durante la seconda guerra mondiale fu deportato in un campo di concentramento nazista. Terminato il conflitto, si impegnò nell’attività politica e sindacale diventando prima segretario della Camera del Lavoro di Vigatto e quindi segretario della Federbraccianti di Parma. Iscritto al Partito Socialista Italiano, fu eletto consigliere provinciale nel 1960, assumendo quindi l’incarico di assessore. Nel 1964 fu riconfermato nell’incarico. Si dedicò interamente alla vita del partito, diventando segretario provinciale fino al 1968, anno in cui venne eletto per la prima volta in Parlamento nella lista del Partito Socialista Unitario, che vedeva uniti socialisti e socialdemocratici. Nel 1972 si ripresentò nelle file del Partito Socialista Italiano e ottenne l’elezione a deputato con oltre tredicimila preferenze. Ricoprì per nove mesi l’incarico di sottosegretario al commercio estero. Negli anni successivi venne coinvolto nello scandalo urbanistico che lo vide sul banco degli imputati insieme ad altri esponenti dello stesso partito. Così abbandonò la vita politica, mentre le sue condizioni di salute andarono decisamente peggiorando, soprattutto durante i procedimenti penali che vennero celebrati tra il 1980 e il 1984. Da allora non si riprese più.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 6 luglio 1987, 4.


Parma-post 1895
Compositore, nell’aprile del 1895 la sua opera Lucidea fu annunciata di imminente programmazione al Teatro Reinach di Parma, poi non se ne seppe più nulla.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


-Parma 10 marzo 1881
Ebbe parte nei moti del 1831 in Parma e, una volta soffocata la rivolta, subì persecuzioni e prigionia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 marzo 1881, n. 69; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 406.

FERRARI BIANCA, vedi ANESI BIANCA


Parma 1722/1759
Fu violinista della Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1722 al 14 giugno 1759 e alla chiesa della Steccata di Parma dal 25 marzo 1726 al 1759.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 179.

FERRARI BRUNETTO, vedi FERRARI BRUNO

Langhirano 1892-Boscomalo 14 maggio 1917
Figlio di Ottavio e di Adele Venturini. Aspirante ufficiale del 39° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Quantunque febbricitante, si rifiutava ostinatamente di andare all’ospedale, nella speranza di poter prendere parte ad una azione imminente. Colpito da una granata durante un violento bombardamento, lasciava la vita al suo posto d’onore rammaricandosi che il suo desiderio restasse insoddisfatto.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 6ª, 3825; Decorati al valore, 1964, 52.


Parma 29 ottobre 1917-Ponte di Lugagnano 20 novembre 1944
Figlio di Giacomo e di Laura Venturini. Ancora studente partecipò alla costituzione dei gruppi universitari comunisti nell’Ateneo di Parma. Si laureò in medicina e chirurgia e iniziò brevi interinati in montagna. Dopo l’8 settembre 1943 fu tra gli organizzatori della Resistenza parmense e assolse diversi incarichi politici e militari: fu sul Monte Penna e con la 12a Garibaldi a Bardi. Prese parte alla costituzione della 47a Brigata Garibaldi e ne fu ufficiale (vice commissario politico) addetto al comando. Rimase ucciso durante un rastrellamento tedesco. Alla sua memoria fu decretata la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Vice Commissario di una brigata partigiana, in 11 mesi di dura lotta, forgiava il suo reparto ad ogni ardimento e con esso partecipava a tutti i combattimenti contro un nemico sempre preponderante per numero e per mezzi dando prova di grande valore e sprezzo del pericolo. Il comando della sua brigata durante un rastrellamento operato dai nazi-fascisti veniva attaccato di sorpresa da forze soverchianti. Accettava l’impari lotta, unito fino alla morte ai suoi valorosi compagni cadeva da eroe offrendo nel supremo sacrificio la vita alla Patria. Magnifico esempio di valore partigiano. Fu ideatore e collaboratore del foglio clandestino Il Piccone.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 52; Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, II, 1971, 314; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 264-265.


Langhirano 1888 c.-post 1943
Figlia di Ottavio e Adele Venturini. Già insegnante elementare, sorella del comandante partigiano Giacomo, fu ella stessa figura di grande rilievo della Resistenza (medaglia d’oro al merito).
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nell’Ottocento, 1987, 86.

FERRARI CAMILLO, vedi MAGNANIMO CAMILLO

Parma 1656/1699
Sacerdote e organista, cominciò a suonare il 1° aprile 1656 e continuò la sua attività per tre anni circa, fino al 30 giugno 1659. Il 29 dicembre 1674 fu investito di un beneficio che permutò il 24 gennaio 1699.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 114.

Piacenza 30 maggio 1714-Parma 2 aprile 1790
Detto lo Zoppo di Piacenza. Fratello del violinista Domenico. Poco si sa della sua formazione musicale: studiò violoncello probabilmente a Cremona fino al 1748 e successivamente fu a Parma (altri studiosi dicono invece nell’aprile 1744) al servizio di Filippo di Borbone. Nel 1750 si trasferì a Parigi, per migliorare la sua preparazione tecnica in un paese in cui la musique de chambre était particulièrment en honneur (Bédarida, p. 207: in particolare lo studio del violoncello aveva fatto grandi progressi, grazie all’abilità dei fratelli Jean-Pierre e Jean-Louis Duport e alla diffusione del testo di Michel Corrette, Méthode pour apprendre le violoncelle, pubblicato a Parigi nel 1741). Gli inizi dell’attività del Ferrari come esecutore alla Musique de la Chambre vennero seguiti con particolare attenzione dalla Corte di Parma, alla quale a volte egli si rivolse per ottenere qualche sovvenzione in denaro. Del 1758 è l’unica traccia della sua attività, legata al grande successo di un Concert spirituel. Come interprete, il Ferrari deve la sua fama alla utilizzazione del pollice sul capotasto, una tecnica che è all’origine delle moderne esecuzioni con il violoncello e che si è imposta grazie all’opera divulgativa di J.-L. Duport. Anche se non è dato sapere se egli fu o meno l’inventore di questa tecnica, che viene attribuita secondo taluni a Berteau, morto verso il 1756 e per la quale si dubita pure essere stato preceduto da Barrière e dallo stesso Franciscello (Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria dell’Emilia, pp. 59 s.), probabilmente si deve al Ferrari l’introduzione della tecnica in Italia, forse già prima del suo rientro in patria, avvenuto nel 1765. Il Ferrari fu autore delle seguenti opere: Sei sonate a 4, 2 violini per alto viola e basso continuo, Paris, s.d. (ma 1751 c.), Sei sinfonie a 4 strumenti (Vienna, Österr. Nationalbibl.; Paris, Bibl. Nat.), Cinque sonate per violoncello e basso (Berlino, Staatsbibl., ms. 6170), Duetto a due violini (Berlino, Staatsbibl., ms. 6170m.), Dodici sonate per violoncello solo e basso (Berlino Staatsbibl.), Una sonata in B. per violino e basso (Berlino Staatsbibl.). Di notevole successo fu l’attività compositiva del Ferrari, che comprende sonate, sinfonie e duetti e che appare segnata dalla progressiva autonomizzazione del violoncello rispetto agli altri strumenti ad arco: si passa infatti dalle Sei sonate per due violini, viola e basso continuo (conservate in manoscritto alla Österr. Nationalbibl. di Vienna), alle Sei sinfonie a 4 strumenti, pubblicate a Parigi negli anni Cinquanta, nelle quali si assegna nettamente al violoncello una parte non accompagnata, ma integrante nel discorso quartettistico (Zanetti, p. 1156), fino alle composizioni per violoncello solo e basso (manoscritto della Staatsbibl. di Berlino), nelle quali si fa preponderante il ruolo dello strumento del Ferrari. Come nota Carpi, l’opera del Ferrari contribuì, insieme con quella di G. Valentini, G. Cervetto, S. Lanzetti e F.L. Leo, a dare nuovo risalto al ruolo e alle possibilità del violoncello senza tuttavia conferirgli dignità di strumento da concerto (p. 134). Nel 1765 il Ferrari tornò a Parma con il ruolo di primo violoncello nell’orchestra da camera di Corte e quindi, dall’aprile dell’anno successivo, come virtuoso di camera del duca, con uno stipendio di 14000 lire parmigiane all’anno. Nel 1770 C. Burney ebbe modo di sentirlo suonare in questo ruolo e lo giudicò violoncellista di notevole valore (Burney, 1934, p. 378). Il favore del duca dovette però venire meno negli anni successivi, perché dagli archivi del Ducato di Parma risulta che il suo stipendio fu ridotto a 5000 lire di soldo e 5000 di pensione all’anno.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A 1, f. 139; Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria dell’Emilia, n.s., 2, 1880, 59 s.; C. Burney, Viaggio musicale in Italia, Parma, 1921, 250; C. Burney, A general history of music, London, 1934, 378, 446-454; H. Bédarida, Parme et la France de 1748 à 1789, Paris, 1928, 207 s.; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVIII, in Note d’Archivio per la Storia Musicale 3-4, 1934, 275 s.; A. Carpi, Settecento musicale in Europa, Milano, 1936, 134; R. Zanetti, La musica italiana nel Settecento, Busto Arsizio, 1978, 1026, 1156, 1207; F.-J. Fétis, Biogr. univ. des musiciens, III, 213; R. Eitner, Quellen Lexikon der Musiker, III, 423; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 534; Die Musik in Gesch. und Gegenwart, IV, col. 74; Dizionario enciclopedico universale della musica e dei musicisti, Le biografie, II, 740; D. Ascarelli, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 528-529.


Parma 1776
Flautista, fu ammesso tra i professori della Regia Orchestra di Parma con decreto del 13 gennaio 1776.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato, Teatri 1770-1779, Affari diversi, cart. II; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 226.

FERRARI CARLO ANDREA, vedi FERRARI ANDREA

FERRARI CASTORE, vedi FERRARI GIOVANNI MARIA CASTORE

Parma 15 febbraio 1787-
Figlio di Paolo. Nel 1810 fu tenente al servizio di Francia e nel 1815 tenente nel Reggimento Maria Luigia di Parma. Prese parte alla campagna del 1815 a Napoli. Nel 1824 passò in ritiro.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 23.

Parma 1755
Realizzò nel 1755 il credenzone nella parrocchiale di Ozzano Taro, segnato Rectore Lazaro Rovacchj, 1755 Christophorus Ferrarj Faber Lignarius V. dj Seminari Parmae Fecit, jn Aedib.s Paroch. S.ti Petri Ap.ti Ozzani.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 260.

FERRARI DENISE, vedi FERRARI DONNINO


-Parma 3 agosto 1868
Ebbe viva fede nel patrio risorgimento e vi concorse per quanto era in lui con finanziamenti e servizi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 5 agosto 1868, n. 217; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 406.


Collecchio 1836-1910
Ideò in Collecchio la lavorazione dei salumi a carattere industriale.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 45.

Parma 1768/1775
Già professore a Bologna e in seguito priore del convento di Parma, ottenne nel 1768 la cattedra primaria di teologia dogmatico-scolastica ma ne venne rimosso nel 1769 come avverso alle riforme. Fu anche allontanato dalla Corte per frenare la divozione eccessiva del Duca. Ma, graziato nell’amnistia generale del febbraio 1772, poté rientrare a Parma, dove esercitò nuovamente grande influenza sul duca Ferdinando di Borbone, dando principio a quel regno del padre teologo, come lo chiamò il Paciaudi, che andò dal principio del 1773 alla metà del 1775. La sua influenza crebbe tanto che nel marzo del 1774 fu eletto confessore del Duca. Tuttavia per essersi voluto ingerir troppo in tutti gli affari di Corte, di stato e d’azienda, fu congedato da Don Ferdinando, e poi, in pena di nuovi intrighi, relegato a Piacenza (U. Benassi, Guglielmo Du Tillot. Un ministro riformatore del secolo XVIII, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXV 1925, pag. 45, 135, 162-164).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1981, 45.

Parma 9 settembre 1739-1817
Fu allievo prediletto del Petitot, da cui ereditò progetti e disegni. Egli continuò per qualche anno l’insegnamento in Borgo Riolo, dove il Petitot dal 1768 aveva fissato il suo domicilio. Il Ferrari fu architetto civile sotto i Borbone e il 21 agosto 1802 venne nominato professore consigliere con voto dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Nel periodo francese ottenne la cattedra di architettura teorica, che conservò fino alla morte. Compì lavori anche alla chiesa della Steccata di Parma. Architetto imperiale nel 1811, fu in pari tempo destinato alla direzione e sorveglianza dei lavori murari del Palazzo Imperiale e Villa di Colorno. All’epoca della restaurazione, il ministro Magawly, designato riordinatore dello Stato per la duchessa Maria Luigia d’Austria il 22 dicembre 1815, propose alla Duchessa che al Ferrari, quale architetto del Regio Palazzo di Colorno e ormai dell’età di 76 anni, fosse concessa la giubilazione con pensione vitalizia di 60 franchi annui. Lo stesso ministro era d’avviso doversi sostituire al Ferrari il Randoni, soggetto capace sotto ogni rapporto, già impiegato come architetto in secondo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. VIII, 1751-1800, 99, 100; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 166; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 214; Parma nell’Arte 3 1964, 217; Aurea Parma 2 1980, 173; M. Pellegri, Colorno. Villa ducale, 1981, 170.


Sissa 3 gennaio 1910-Parma 21 agosto 1982
Fu il secondo dei quattro figli del burattinaio Italo. Figlio d’arte, il Ferrari rivelò una precoce vocazione per la musica. A soli nove anni, già espertissimo del violino, tenne caffè-concerti a Salsomaggiore. Seppe suonare ogni strumento musicale ma il suo prediletto restò sempre il violino. Fu autodidatta, ma poi, presentatosi come privatista all’Accademia di Bologna, vi ottenne il diploma a pieni voti. La sua carriera di violinista solista fu intensa e colma di successi. Il Ferrari, benché amasse profondamente la musica classica e lirica, frequentò anche, e sempre con straordinario esito, la musica leggera. Prima e dopo la guerra, per tutti gli anni Quaranta e Cinquanta, il Ferrari fu uno dei violini solisti più richiesti nel settore leggero. Ebbe una sua orchestra di quaranta elementi, fu con l’orchestra Kramer che accompagnò gli spettacoli Errepi di Remigio Paone, con la compagnia di Wanda Osiris e con il Quartetto Cetra. Nel 1960 fondò un’orchestra di musica leggera con elementi tutti parmigiani (il debutto avvenne al Teatro Regio di Parma). Ma la musica classica restò il primo dei suoi interessi. Negli anni Sessanta il Ferrari, che fu legato da grande amicizia e reciproca stima al maestro Renzo Martini, si esibì in una lunga attività concertistica col Piccolo Teatro Lirico e con altri complessi con la direzione della valente bacchetta concittadina. In Italia e all’estero il Ferrari colse ovunque singnificative affermazioni. Per due anni fu apprezzato insegnante in Colombia, al Conservatorio del Tolima a Ibague, una delle città latino-americane più ricca di tradizione musicale, dove fu docente di violino, quartetto a musica da camera e concertista. Tornato in Italia, il Ferrari insegnò per molti anni all’Istituto magistrale di Parma. Il suo fu un insegnamento nuovo, pratico e non teorico. I suoi allievi nel giro di pochi anni apprendevano l’uso degli strumenti, in particolare la chitarra, e diventavano concertisti, poi guidati dal Ferrari in spettacoli e in tournée. Il Ferrari ebbe un talento musicale estremamente vivo, che si accompagnò a un temperamento sensibile e irrequieto. Artista ispirato e geniale, estremamente critico prima di tutto verso se stesso, il Ferrari fu capace di trasmettere l’emozione che vibrava nel suo animo, attraverso le corde del suo strumento, a chi lo ascoltava.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 agosto 1982, 4.

Parma-Dogali 26 gennaio 1887
Caporale maggiore, appartenne al 6º Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali, rimanendo ucciso sul campo. È ricordato nella lapide che il Comune di Parma pose sotto il Palazzo Civico.
FONTI E BIBL.: B. Melli, La Colonia Eritrea, Battei, 1901, 289; G. Corradi-G. Sitti, Glorie parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937, 45; Decorati al valore, 1964, 85.


Torrechiara 1740-Parma 1/5 settembre 1779
Studiò architettura con E.-A. Petitot all’Accademia di Belle Arti di Parma e pittura di paesaggio presso B. Bossi. Lo Scarabelli Zunti lo definisce buon pittore di quadrature, arabeschi e grottesche, ma il Ferrari è noto solo per la sua produzione grafica nel campo dell’architettura e dell’editoria. Nel 1764 partecipò, senza successo, al concorso accademico che imponeva l’elaborazione di una cappella sepolcrale (Copertini, 1935, p. 127). Il corpo accademico preferì al suo il progetto del colornese R. Cugini, giudicato più di conformità al suggetto proposto (citazione in Pellegri, 1988, p. 51). L’anno successivo vinse il primo premio al concorso di disegno di architettura: il tema richiedeva la Pianta, ed Ornato di una Cascata d’acque in un delizioso Boschetto. Presso l’Accademia di Belle Arti di Parma si conservano i tre progetti del Ferrari, datati 1763, raffiguranti la planimetria della cascata, la sezione e il prospetto. L’articolazione della cascata, lungo un pendio alberato, si sviluppa entro lunghi portici ricchi di statue e intervallati da padiglioni e obelischi. Puntuali citazioni di cultura antiquaria si ravvisano nella struttura architettonica e nel partito decorativo (Pellegri, 1988, pp. 62 s.). Il 9 luglio 1774 fu nominato accademico d’onore e l’anno successivo fu eletto accademico professore e consigliere con voto (Copertini, 1935, pp. 125, 129 nn. 2-4). Dal 1776 al 1779 il suo nome ricorre tra gli accademici professori con voto e tra i professori aggiunti dell’Accademia parmense. L’elezione del 1775 fu ottenuta dal Ferrari grazie al monocromo a tempera (Parma, Accademia di Belle Arti) raffigurante Il tempio della memoria (Copertini, 1935, p. 125). Come si legge nel verbale della commissione accademica (Copertini, 1935, pp. 125 s.), il dipinto raffigura una rotonda con un maestoso vestibolo, che annunzia la sacra Sede della Dea Mnemosine, all’interno della quale si trova una Dea che presenta il R. Infante alla Memoria. In questa personificazione della città di Parma con accanto la figura di Ludovico, figlio di Ferdinando di Borbone, come anche nelle altre piccole figure che popolano la scena, il Ferrari risente, secondo Copertini, dello stile dei suoi maestri, Petitot e Bossi, come pure della linea parmigianinesca. Nel 1775, con il Bossi, fornì gli ornati per l’edizione bodoniana degli Epithalamia exoticis linguis, stampati a Parma in occasione delle nozze di Carlo Emanuele Ferdinando di Savoja con Maria Adelaide Clotilde, figlia di Luigi XV. D. Cagnoni e F. Patrini intagliarono i suoi disegni, dai quali traspare un attento studio delle decorazioni del Petitot: eseguì le quattro medaglie raffiguranti i due sposi, re Vittorio Amedeo di Savoja e Maria Antonia, più le 24 medaglie dei principi sabaudi, i 29 fregi per le testate e le decorazioni per le iniziali (Copertini, 1935, p. 128). Con D. Mussi è ricordato per le perdute pitture eseguite, a tempera e ad affresco, nella tribuna ducale della cappella reale di San Liborio a Colorno, costruita dal 1775 al 1777 (Pellegri, 1981). Gli è inoltre attribuito un disegno a inchiostro acquerellato con un fregio, sormontato dalla corona reale, che doveva contenere i ritratti del duca e della duchessa entro due ovati circondati da cornucopie e serti d’alloro (Pellegri, 1984, p. 81). Il Ferrari morì nel 1779: il 6 settembre dello stesso anno l’Accademia chiese al ministro del duca un sussidio per la vedova, Marianna Sbravati (Copertini, 1935, pp. 129, 132 n. 15).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Raccolta Sanseverini, I, mappa 24; Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. VIII, 1751-1800, c. 125r; C.G. di Rezzonico, Opere, II, Parma, 1779, 130 n. 6; P. Zani, Enciclopedia critica metodico-ragionata delle belle arti, VIII, Parma, 1794, 247; Vita del cavaliere B. Bodoni, di G. De Lama, Parma, 1816, II, 10 s.; P. Donati, Nuovissima guida di Parma, Parma, 1824, 154 Inventario degli oggetti d’arte d’Italia. Provincia di Parma, Roma, 1934, 150; G. Copertini, Un artista parmense del Settecento: Evangelista Ferrari, in Aurea Parma XIX 1935, 125-132 M. Castelli Zanzucchi, L’architetto E. Petitot, in Parma per l’Arte XIV 1964, 213-219; M. Pellegri, E.A. Petitot, architetto francese alla real corte dei Borboni di Parma, Parma, 1965, 90, 105; L’Accademia parmense di belle arti. Saggi dei concorsi di pittura architettura e scultura 1752-1796 (catalogo), a cura di M. Pellegri, Parma, 1979, 59; G. Cirillo-G. Godi, Le vite di artisti settecenteschi del Bertoluzzi, in Parma nell’Arte XII 1980, 71-80; M. Pellegri, Colorno. Villa ducale, Milano, 1981, 103, 150 n. 66; M. Pellegri, Il Museo Glauco Lombardi, Parma, 1984, 77, 81; M. Pellegri, Concorsi dell’Accademia reale di belle arti di Parma dal 1757 al 1796, Parma, 1988, 19, 60; C. Mambriani, L’Accademia di belle arti di Parma e la formazione dell’architetto, in Atti del Convegno di studio L’architettura nelle accademie riformate, a cura di G. Ricci, Milano, 1992, 175 n. 28; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 448; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 557-559.

San Secondo XVI secolo
Letterato e poeta. Esaltò Giovanna d’Aragona, la cui bellezza è da lui detta superiore a quella di Elena e ancora Vatem me tua forma facit. Il Ferrari osservò che spettava al conte Federico Rossi il merito di avere svegliato San Secondo alle amene Lettere e al gusto della Poesia, anche fra giovani in angusto luogo, dove solo forse fiorir prima soleva il commercio.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 185-186.


Piacenza o Parigi 1740 c.-post 1815
Figlio di Carlo, celebre violoncellista. Fu violoncellista della Reale Orchestra di Parma senza alcun assegno dal 16 dicembre 1774, ottenendo però una pensione di 2000 lire l’8 maggio 1790. Fu a suonare alla chiesa della Steccata di Parma dal 1791 al 1805.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A.1, fol. 166 e Ruolo B.1, fol. 452; Archivio della Steccata, Mandati 1791-1805; Calendario di Corte per l’anno 1791, 193; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 207.


Parma 22 agosto 1924-Varano Melegari 7 gennaio 1945
Marinaio, fu poi eroico comandante di distaccamento partigiano. Combatté e cadde per gli ideali di giustizia e libertà.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 8 agosto 1984.

Parma 1925-Parma 15 gennaio 1999
Nacque da genitori tornolesi che si erano trasferiti a Parma e avevano aperto uno dei primi negozi di abbigliamento in Borgo Paggeria. Figlio unico, dopo gli studi fu assunto alla Banca Commerciale, dove lavorò per venticinque anni, prima come impiegato, poi come funzionario. Giovanissimo entrò nelle file partigiane e partecipò a vari combattimenti contro i Tedeschi. Durante una battaglia nei boschi del Monte Penna venne ferito e fu accolto a Santo Stefano d’Aveto dal padrone di un’osteria che lo tenne nascosto e avvertì sua madre a Tornolo. Una volta concluso il conflitto, dette testimonianza di un assiduo impegno civile, sotto la bandiera della Democrazia cristiana, nell’Amministrazione comunale di Tornolo, di cui divenne sindaco nel giugno 1962, rimanendo in carica fino al giugno 1990. Spirito intraprendente, con un forte senso pratico, fu ideatore di cooperative volte alla valorizzazione dei prodotti locali, come miele, marmellate e funghi. Negli anni in cui amministrò il Comune realizzò numerose opere: l’illuminazione pubblica su tutto il territorio, la costruzione del gasdotto di Tornolo e Tarsogno, il raficimento della scuola di Santa Maria del Taro e l’allargamento del cimitero di Casale. Si prodigò inoltre perché fossero costruiti e completati gli acquedotti e le strade di tutto il Comune. Fondatore della Cooperativa Fruttibosco di Tarsogno, ne fu anche presidente. Durante i suoi mandati ideò numerosi gemellaggi tra il suo Comune e città italiane ed estere. Fu amico personale di Zaccagnini, Andreotti e Paolo Emilio Taviani. Spinto da una vera passione per le tradizioni locali e animato da una viva curiosità per la storia della sua terra, collaborò a giornali e riviste. Scrisse anche diversi libri, come Mito, tradizione e storia della Val Ceno, 2000 anni di lotte e di guerre in alta Val Taro e Al piano scenderem per la battaglia. Per anni fu anche collaboratore della Gazzetta di Parma. Tra le altre, ricevette l’onorificenza di Grand’Ufficiale della Repubblica. Volle, negli ultimi anni di amministrazione, far erigere un monumento agli scalpellini sulla piazza davanti al Municipio.
FONTI E BIBL.: G. Camisa, in Gazzetta di Parma 16 gennaio 1999, 21.

Parma 1519
Scultore di figure in marmo attivo nel 1519.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 246.


Castel San Giovanni 1702 c.-
Ebbe il grado di capitano dell’Esercito di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 137.

Milano 1808 c.-1866
Figlio di Giuseppe e di Rosalba Labadie. Nel 1848 fu capitano nel reggimento comandato dal colonnello Enrico Cialdini. Come anche il padre, il Ferrari fu commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e ricoprì l’incarico onorifico di ciambellano ducale. Sposò Carolina Pelati, dama di Corte, ultima della sua famiglia. La duchessa reggente, Luisa Maria di Berry, con decreto del 22 aprile 1854, lo autorizzò ad aggiungere il cognome Pelati al suo e a quello dei suoi discendenti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 marzo 1996, 5.


Parma 17 settembre 1754-Parma 14 marzo 1833
Nacque da Giambattista e Margherita Bianchi. Dottore in legge (1776), divenne prima (1777) Podestà di Borgonovo e poi (1780) di Castel San Giovanni, dove rimase nove anni. Compose un’opera di giurisprudenza criminale che gli valse l’offerta di una cattedra all’Università di Pavia, che non accettò. Fu promosso procuratore fiscale di Piacenza, poi vice governatore della medesima città, quindi uditore civile (1795), carica alla quale nell’anno 1800 furono aggiunti il titolo e le onorificenze di consigliere. In seguito fu nominato consigliere del Supremo Consiglio di giustizia criminale, con ufficio di giudice processante per la città di Piacenza (1804), governatore di Piacenza nel 1805, giudice della Corte di giustizia criminale, giudice della Corte d’Appello di Genova nel 1807 e secondo dei cinque presidenti di camera. Nel 1814 fu chiamato a Parma alla presidenza della Corte d’Appello, nell’anno seguente fu consigliere del Tribunale d’appello e vice presidente del Tribunale di Revisione e nel 1816 consigliere ordinario del Consiglio di Stato. Fu insignito del grado di cavaliere, poi di commendatore dell’Ordine Costantiniano per il merito conseguito come presidente della Commissione Legislativa, dalla quale furono compilati i codici parmensi. Nel 1820 fu presidente del Tribunale d’Appello e fu investito del titolo di barone trasmissibile ai figli. Nel 1829 fu consigliere intimo di Corte.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 165-166; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 175; Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 137; Palazzi e casate di Parma, 1971, 590; Studi Parmensi XXXI 1982, 238-239.

Fiorenzuola d’Arda 1920-Parma 17 gennaio 1984
Ancora bambino si trasferì a Parma, frequentando dapprima il ginnasio al collegio San Benedetto, poi il liceo Romagnosi. Iscritto alla facoltà di lettere a Bologna, si laureò col professor Calcaterra. Uomo di profonda e vasta cultura umanistica, il Ferrari collaborò a varie riviste con saggi sulla letteratura italiana, con particolare attenzione ad autori quali Dante, Manzoni, Verga e Leopardi. Conferenziere brillantissimo, fu attivo nelle commemorazioni dell’aniversario del IV Novembre e nelle conversazioni delle letture dantesche. Collaborò inoltre con passione ed entusiasmo alla Gazzetta di Parma con le rubriche Bornisi e Briciole. Fu presidente dell’Associazione Combattenti e Reduci e per alcuni anni presidente della Famija pramzana. Fu insigne professore di lettere italiane e latine, per quasi tutta la sua carriera scolastica all’Istituto magistrale di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Sani, in Gazzetta di Parma 17 gennaio 1994, 5.


Parma 15 marzo 1839-Genova post 1869
Entrato nel 1847 nel collegio militare di Parma, si applicò con grande amore allo studio della musica sotto l’insegnamento del Lanzoni e, specialmente, di Raniero Cacciamani. A sedici anni uscì dal collegio col diploma di concertista finito di tromba. Dopo un primo concerto dato nel Teatro Regio di Parma, fu nominato professore d’orchestra del teatro stesso. Fu quindi in diverse città italiane come concertista e come direttore d’orchestra, sempre applauditissimo. Nel 1858 venne scritturato come prima tromba nella banda civica di Genova, città dove da quel momento risiedette stabilmente. Nel 1869, vinto il concorso, fu nominato direttore della banda di Genova. In seguito fondò in quella città una scuola di musica e una banda musicale di dilettanti. Ottimo compositore, fu buon compositore e scrisse riduzioni, ballabili, una marcia in onore dei principi di Birmania in visita a Genova, un Saluto all’Italia per banda e musica sacra.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 75-76.

Parma 1644-Modena 27 gennaio 1700
Frate cappuccino laico, fu per più anni cercatore in Modena con molta lode ed edificazione della città, che l’haveva in grandissimo credito, per essere un religioso di gran spirito e disprezzo di se medesimo. Compì la professione solenne a Cesena il 27 giugno 1671.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 93.


-Parma 12 giugno 1872
Fu animoso combattente del Risorgimento sulle montagne vosgiche.
FONTI E BIBL.: Il Presente 14 giugno 1872, n. 162; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 406.


Parma 1838-post 1900
Forse discendente da Gaetano, stampatore in Guastalla nel 1818, il Ferrari aprì una propria tipografia in Strada San Barnaba a Parma. Acquistato verso il 1865 il materiale tipografico della smantellata tipografia del governo, aggiunse al proprio nome la dicitura e figli, lavorando dal 1867 al 1899. Nel 1875 pubblicò il racconto storico L’assedio di Parma nel 1247-1248, definendosi Tip. e Lit. di G. Ferrari e figli. Nel periodo 1863-1900 fu spesso attivo anche in società con R. Pellegrini e sottoscrisse Ferrari e Pellegrini.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 334.


Parma 25 marzo 1880-1969
Figlio di Enrico e Leopolda Bedodi. Erede di una antica azienda tipografica iniziata dal nonno omonimo in corso San Barnaba a Parma, grazie all’acquisizione delle attrezzature e caratteri della tipografia ducale che era stata diretta dal Bodoni, si dedicò a ogni tipo di lavoro tipografico e litografico specializzandosi anche nella stampa dei grandi manifesti per le rappresentazioni teatrali. Numerosi suoi dipendenti successivamente avviarono tipografie in proprio.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 397.

Langhirano 5 novembre 1887-Bosco di Corniglio 22 agosto 1974
Nacque da Ottavio e da Adele Venturini in una agiata famiglia borghese, tra le più note nella zona. Il padre fu a capo del mazzinianesimo intransigente nel Parmense, garibaldino a Mentana e nel 1874 tra gli arrestati di villa Ruffi. Anche gli zii paterni Giacomo e Italo avevano militato nelle file repubblicane e garibaldine. Il Ferrari fu dunque educato in un ambiente familiare intriso di valori patriottici e aperto alle correnti culturali e politiche progressiste. Ben presto maturò un interesse nei confronti del socialismo scientifico e nel 1902, a soli quindici anni, aderì al partito socialista. Dopo aver compiuto a Parma gli studi liceali e il biennio di matematica, si trasferì a Torino per frequentare il politecnico. Nel dicembre del 1912 conseguì la laurea in ingegneria industriale e partì subito alla volta della Puglia per intraprendere il suo primo lavoro presso i cantieri dell’acquedotto. Prese parte alla prima guerra mondiale come tenente d’artiglieria, trascorrendo un anno in trincea, e nel 1919 venne trasferito a Bologna, dove si trovò ad assistere all’eccidio di palazzo d’Accursio. Congedato nel 1920, il Ferrari fece ritorno a Parma, trovando lavoro presso il Consorzio delle cooperative, che aveva sede in Borgo delle Grazie presso la Camera del Lavoro sindacalista. Qui ebbe modo di conoscere alcuni esponenti del sindacalismo rivoluzionario, come M. Bianchi ed E. Rossoni, ma questi contatti non incrinarono la sua adesione alla corrente riformista del Partito Socialista Italiano, in rappresentanza del quale il Ferrari nel 1920 venne eletto al Consiglio provinciale. Nell’agosto del 1922 prese parte alla difesa dell’Oltretorrente contro le squadre fasciste di Italo Balbo e fu per questo definito dai suoi avversari l’ingegnere delle barricate. Dopo l’avvento del fascismo e anche dopo le leggi eccezionali il Ferrari proseguì, nei modi imposti dalle circostanze, l’attività politica. Nel 1931 la polizia scoprì i suoi contatti con alcuni esponenti del gruppo di Giustizia e Libertà e lo sottopose a una stretta vigilanza. Il 13 dicembre, per sottrarsi all’arresto, il Ferrari espatriò in Francia con la famiglia e andò a stabilirsi a Tolosa, dove c’era un attivo e numeroso gruppo di esuli socialisti. Egli mantenne altresì un costante collegamento con gli ambienti del fuoruscitismo italiano a Parigi e nel 1935 rientrò per un breve periodo a Langhirano per ristabilire i rapporti con gli oppositori del fascismo rimasti in Italia. Fece quindi ritorno in Francia, per rimpatriare definitivamente alla fine del 1936. Per quanto la sua condotta non desse luogo ad alcun rilievo da parte delle autorità di polizia, il Ferrari svolse, tra il 1938 e il 1942, un paziente lavoro per riallacciare i contatti con gli antifascisti locali di diverse correnti politiche, ma soprattutto stabilì stretti rapporti con un folto gruppo di comunisti, tra i quali D. Gorreri, L. Porcari, G. Isola, U. Ilariuzzi e V. Barbieri. Si occupò anche del Soccorso rosso, raccogliendo fondi per aiutare le famiglie dei condannati al carcere o al confino. Nel 1942 aderì al Partito comunista, che gli era sembrato profondere il maggiore impegno nella lotta antifascista. Dal 1939 era iscritto a questo partito anche il figlio venticinquenne del Ferrari, Brunetto, medico, che con il padre condivise l’attività cospirativa e poi la partecipazione alla guerra partigiana. Sempre nel 1942 il Ferrari venne richiamato alle armi e inviato a Milano, in servizio presso lo stabilimento Innocenti, adibito alla produzione di proiettili. Dopo il 25 luglio 1943 collaborò con i militanti comunisti milanesi nel tessere le fila dell’organizzazione clandestina locale. Rientrato a Parma, nella notte dell’8 settembre, mentre le truppe tedesche si apprestavano a entrare in città, prese parte alla riunione di villa Braga, nella quale furono gettate le basi per organizzare la resistenza. Sotto le mentite spoglie di ricercatore di possibili giacimenti minerari da sfruttare, gli venne affidato il compito di perlustrare le zone di montagna per disegnare la mappa delle basi operative della futura guerriglia. Il 15 ottobre il Ferrari partecipò presso lo studio di G. Micheli alla costituzione del Comitato di liberazione nazionale di Parma, mentre il figlio Brunetto radunava i primi partigiani nella zona di Bosco di Corniglio. In seno al Comitato di liberazione nazionale il Ferrari e il Porcari, che rappresentavano il Partito comunista, sostennero l’opportunità di sferrare un attacco immediato ai nazifascisti, incontrando l’opposizione dei socialisti, azionisti, repubblicani e democristiani, che ritenevano prematuro il ricorso alle armi. L’oggettiva necessità di rispondere alle iniziative del nemico contribuì a far superare i contrasti e il Ferrari fu chiamato ad assumere un ruolo importante, come membro del triumvirato militare, nell’impostazione della lotta armata. Il 17 ottobre 1944, nel corso di un attacco tedesco alla sede del comando unico partigiano del Parmense, caddero uccisi il comandante Giacomo di Crollalanza e altri cinque capi partigiani. Si dovette pertanto procedere alla ricostituzione del comando e nel nuovo assetto, definito il 24 ottobre, il Ferrari venne nominato comandante unico per la zona dell’Ovest-Cisa. Neanche un mese dopo il Ferrari, che aveva assunto il nome di battaglia di Arta, venne provato nei suoi affetti più cari: il 20 novembre il figlio Brunetto, vice commissario politico della XLVII Brigata Garibaldi, fu ucciso in combattimento a Ponte di Lugagnano. Per il ruolo avuto nella lotta partigiana il Ferrari fu nominato dopo la Liberazione prefetto di Parma e ricoprì tale carica fino all’aprile 1946. Il 2 giugno di quell’anno venne eletto deputato all’Assemblea costituente con 21565 voti di preferenza. Il 13 luglio fu chiamato a far parte del secondo governo De Gasperi come ministro dei Trasporti e mantenne l’incarico anche nel terzo governo De Gasperi fino al 31 maggio 1947. Si trovò a fronteggiare il problema della ricostruzione della rete ferroviaria nazionale gravemente danneggiata dalla guerra, dimostrando di possedere in questo e in altri settori d’intervento doti non comuni di competenza tecnica e chiarezza negli indirizzi programmatici. Fu per questo apprezzato da De Gasperi, che, al momento di costituire il suo quarto governo senza la partecipazione dei comunisti, avrebbe voluto valersi ancora della collaborazione del Ferrari come tecnico indipendente. Il 18 aprile 1948 il Ferrari venne eletto al Senato per il collegio di Parma, riportando 52367 voti, ma tre anni dopo fu chiamato a ricoprire la massima carica nell’amministrazione della sua città. Dall’ottobre 1951 al febbraio 1963 fu sindaco di Parma, dando un contributo notevole alla sua ricostruzione ed espansione. Nel corso degli undici anni del suo incarico vennero costruite strade per decine di chilometri, abitazioni ed edifici scolastici, il quartiere Bocchi, venne creato il Museo Glauco Lombardi, ebbero impulso i servizi pubblici e furono ampliate le aree verdi a uso dei cittadini. Il 28 aprile 1963 il Ferrari tornò a sedere in Senato risultando eletto, sempre nel collegio di Parma, con 51537 voti. Nelle successive elezioni del 19 maggio 1968 fu riconfermato con 61048 voti, ma nel 1970 rinunciò al mandato parlamentare dimettendosi per ragioni di salute. Tornato nella sua città, dov’era molto popolare e stimato, ricoprì incarichi nell’associazionismo partigiano, diresse il Consorzio di lavoro e produzione della provincia di Parma, si impegnò per la costruzione dell’autostrada della Cisa e fu il primo presidente dell’Istituto di studi verdiani.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Parma famosa, Parma, 1974; Gazzetta di Parma 23 e 25 agosto 1974; L’Unità 23 agosto 1974; Roma, Archivio centrale dello Stato, Casellario politico centrale, b. 2018, fasc. 96258; F. Cipriani, Guerra partigiana, Parma, 1947, ad Indicem; L. Leris, Dal carcere fascista alla lotta armata, Parma, 1964, 6, 28 s., 33, 97; R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, 1970, ad Indicem; P. Savani, Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, Parma, 1972, 12, 28, 58, 100, 115, 157, 164, 228, 236; L. Porcari, Così si resisteva, Parma, 1974, 8, 161, 164n, 188, 194n, 200n; L’Emilia Romagna nella guerra di liberazione, I, L. Bergonzini, La lotta armata, II, P. Amberghi, Partiti politici e CLN, Bari, 1975, ad Indices; D. Gorreri, Parma ’43. Un popolo in armi per conquistarsi la libertà, Parma, 1975, 70, 136, 191, 203 s., 217 s., 226, 230, 268; P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, IV-V, Torino, 1976, ad Indices; Giacomo Ferrari «Arta», a cura di C. Melli, Parma, 1985; M. Giuffredi, Lettere di Giacomo Ferrari e dei suoi familiari (1907-1921), in Storia e Documenti I 1989, 169 ss.; I deputati alla Costituente, Torino, 1946, ad vocem; I deputati e senatori del quinto Parlamento repubblicano, Roma, 1969, ad vocem; Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza, II, ad vocem; Dizionario biografico del movimento operaio italiano, a cura di F. Andreucci-T. Detti, II, ad vocem; Il Parlamento italiano. Storia parlamentare e politica dell’Italia 1861-1988, XIV, ad vocem; G. Sircana, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 582-583.

Torrechiara 1747-Pietroburgo 1 maggio 1807
Fratello di Evangelista, fu anch’egli allievo del Petitot. Ricordato come pittore di architetture (Scarabelli Zunti, c. 126), nel 1773 vinse il primo premio al concorso di architettura con l’elaborazione del progetto di una magnifica piazza pubblica decorata da molte facciate d’edifici che destinar si possono a vari usi (L’Accademia parmense, 1979, p. 63), di cui si conserva la sola planimetria generale presso l’istituto d’arte P. Toschi di Parma. Nel 1774 il suo nome compare tra quelli dei professori dell’Accademia parmense e dall’anno successivo fu professore aggiunto. Nel 1779 il conte C. G. Della Torre di Rezzonico, presidente dell’Accademia parmense, lo propose nella carica di direttore delle Reali Fabbriche, incarico che ricoprì per diversi anni. Il Donati (1824) ricorda la decorazione della facciata dell’oratorio di San Giovanni Battista, condotta nell’ambito dei lavori di ristrutturazione dell’edificio avviati nel 1732. Gli è attribuita la decorazione a quadratura del salone del palazzo ducale di Colorno (1779), opera alla quale collaborarono il figurista piacentino A. Bresciani e C. A. Dal Verme. Gli sono anche ascritte le quadrature di alcune sale dell’appartamento del duca Filippo di Borbone nella residenza di Colorno e, in particolare, nella cappella affrescata dal Bresciani (1773), con Dio Padre e gli angeli. Nel 1790 (secondo altri autori, dal 1783) si trasferì in Russia e a Pietroburgo progettò diverse opere di architettura: nel 1792-1795 realizzò la chiesa luterana dei Santi Pietro e Paolo e dal 1800 al 1806 la torre della Duma. Eseguì inoltre rifacimenti nel palazzo di Strjelna, in particolare nella cosiddetta sala militare (Lo Gatto, 1943).
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, Genova, 1877, 166; U. Thieme-F. Becker, XI, 1915, 453; Inventario degli Oggetti d’arte d’Italia. Provincia di Parma, Roma, 1934; E. Bénézit, Dictionnaire, Parigi, 1961, III; E. Lo Gatto, Gli artisti italiani in Russia, in Il genio italiano all’estero, III, Roma, 1943, 129, 182; Dizionario architettura e urbanistica, II, 1968, 325; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1194; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 387; Accademia Parmense di Belle Arti, Parma, 1979, 63; L. Farinelli, Cattolici e ortodossi nella Russia zarista visti da un parmigiano, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1984, 3; L. Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 99; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di belle arti parmigiane, ms., VIII, 1751-1800, c. 126r.; P. Zani, Enciclopedia critica metodico-ragionata delle belle arti, VIII, Parma, 1794, 247; B. Adorni, I concorsi di architettura dell’Accademia parmense, in L’Arte a Parma dei Farnese ai Borbone, Bologna, 1979, 220; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, I, Parma, 1984, 219; M. Pellegri, Concorsi dell’Accademia reale di belle arti di Parma dal 1757 al 1796, Parma, 1988, 110, 115; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 558-559.

Soragna 1783-Parma 22 aprile 1866
Nato da Giuseppe e Rosa Granelli, fu valente ingegnere d’acque e di strade. Per molto tempo fu assistente del Cocconcelli. Diresse i lavori della costruenda statale Parma-La Spezia e occupò il ruolo di ispettore del Genio civile. Seppe distinguersi per numerose sue opere tecniche: tra di esse la partecipazione alla realizzazione dei ponti sul Taro e sulla Trebbia, il progetto per quello sulla Nure (1830) e la costruzione di due pennelli a Stagno di Roccabianca, vicino alla chiesa, per evitare la continua erosione delle acque del Po. Già implicato nelle manifestazioni politiche del 1821, carbonaro (1823) e patriota liberale, nel 1831 patì l’esilio per motivi politici. Ebbe l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine Costantiniano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 aprile 1866; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 167 e 522; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 406; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 169-170; M. Federico, Le medaglie di Maria Luigia, 1981, 47; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 285-286.

FERRARI GIAMMARCO, vedi FERRARI GIOVANNI MARCO

FERRARI GIAMMARIA CASTORE, vedi FERRARI GIOVANNI MARIA CASTORE

FERRARI GIAMPAOLO, vedi FERRARI GIOVANNI PAOLO

FERRARI GIAN BATTISTA, vedi FERRARI GIAMBATTISTA

Parma 1780 c.-
Figlio di Francesco Antonio Luigi e Luigia Corradi. Combatté con Napoleone Bonaparte. Dottissimo in scienze militari, dopo il 1814, col grado di maggiore, ebbe l’incarico di riorganizzare le truppe ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 590-591.

FERRARI GIAN MARCO, vedi FERRARI GIOVANNI MARCO

FERRARI GIAN MARTINO, vedi FERRARI GIOVANNI MARTINO

Parma 1414
Insegnò a Pavia. È conosciuto per una sua Pactica indicalis, nota anche come Practica aurea, che portò a termine dopo il 1414.
FONTI E BIBL.: Dizionario storico politico, 1971, 527.


Parma 1843-1924
Collaborò per quarant’anni alla Gazzetta di Parma. Quando nel 1889 Pellegrino Molossi dovette recarsi a Roma per sostenere un duello con Felice Oddone, affidò la direzione della Gazzetta di Parma al Ferrari, che seppe meritarsi questa prova di fiducia. Più tardi il Ferrari fondò e diresse a Reggio Emilia Il Risveglio, giornale di battaglia liberale, e collaborò a vari giornali, tra cui l’Alba, il quotidiano dei giovani liberali milanesi.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 70.

San Lazzaro Parmense 23 luglio 1896-San Remo 25 dicembre 1960
Chiamato alle armi durante la prima guerra mondiale e inviato al fronte, si distinse in numerose azioni di linea, tanto da guadagnarsi una medaglia d’argento e una promozione per merito di guerra. Terminato il conflitto, il Ferrari proseguì nell’intrapresa carriera militare partecipando a tutte le campagne di guerra e meritandosi numerose decorazioni al valore militare. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, fu fatto prigioniero dai Tedeschi e inviato in Germania. Rivestiva allora i gradi di colonnello. Dopo aver peregrinato per diversi campi di concentramento, fu internato nei pressi della cittadina polacca di Czestochowa. Fu compagno di prigionia del generale Ferretti e a condividere il suo calvario fu anche un suo fratello, il tenente colonnello Vittorio, che in seguito ai disumani sacrifici che ebbe a patire nei campi di concentramento fu ricoverato all’ospedale militare di Cracovia, dove il 28 marzo 1944 morì. Solo parecchi mesi dopo il Ferrari conobbe la sua sorte e seppe che il fratello era stato sepolto nel cimitero di guerra di Cracovia. Nell’estate del 1945 poté finalmente fare ritorno in patria. Dopo qualche mese trascorso con i familiari nella sua casa di Parma, riprese il servizio militare, ottenendo poi la promozione a generale. La vita di stenti trascorsa nei campi di concentramento tedeschi aveva però minato la sua salute e il Ferrari dovette abbandonare presto la vita militare. Andato in pensione, per meglio curarsi decise di entrare nella Casa di riposo della Villa ufficiali di San Remo. Si tolse la vita sparandosi un colpo di rivoltella alla tempia. Fu sepolto a Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 dicembre 1960, 4.

Borgo San Donnino 31 marzo 1924-Salsomaggiore 22 novembre 1944
Partigiano nella 31a Brigata Garibaldi Forni, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Incontratosi con pochi compagni d’armi in un forte pattuglia tedesca, non esitava ad attaccarla. Dopo furioso combattimento, per evitare di cadere prigioniero, si slanciava contro i nemici all’arma bianca. Colpito a morte si abbatteva al suolo esanime.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 44; Caduti Resistenza, 1970, 75.

Sala 1857/1859
Ingegnere civile. Eseguì perizie tecniche per il Comune di Sala. Fu collaudatore dei lavori alla strada di Talignano tra il 1857 e il 1859 e inoltre perito in occasione della vendita di un tratto della strada della Scodogna all’ingegner Giacopelli nel 1857.
FONTI E BIBL.: Elenco degli Ingegneri, de’ Periti-geometri, e degli Architetti Civili, Parma, 25 gennaio 1853; Raccolta generale delle leggi pei ducati di Parma, Piacenza e Stati annessi, 1850, semestre 2°, tomo 3°, Parma, 1851; Malacoda 9 1986, 41-42.

Sissa 1905-Parma 1987
Figlio di Italo, continuò con passione, amore e fedeltà la tradizione e l’insegnamento del padre. Creò la Compagnia dei Burattini di Ferrari, composta dalla moglie Bianca, dai figli Luciano (prematuramente scomparso nel 1978) e Gimmi. Anche il Ferrari fu sensibile e ironico poeta dialettale, così come lo era stato il padre. Al Ferrari e alla sua famiglia va il merito di aver tenuto viva una tradizione che rischiava di andare perduta, amando appassionatamente il proprio lavoro e la baracca dei burattini, calcando le scene anche quando ciò poteva significare dover sopportare ristrettezze economiche, privazioni, incomprensioni e talora isolamento da parte della cultura ufficiale, quasi sempre nel disinteresse degli enti pubblici. Il Ferrari e la sua famiglia difesero testardamente e tenacemente la loro professionalità e la loro arte. All’interno della tradizione emiliana e parmigiana il Ferrari seppe sviluppare soluzioni, specialmente scenotecniche, di alto effetto teatrale e venne imponendo il teatro dei burattini come fatto culturale, non legato a uno spettacolo degradato a dilettare i bambini. Diversificò il pubblico, i testi e gli apparati ottenendo così un cartellone che impose la sua attività come momento in sé autosufficiente, come spettacolo completo, come realizzazione di una forma autonoma d’arte. Dovette così contrastare la tendenza di un certo pubblico che voleva ancorare il teatro dei burattini a una spettacolarità assolutamente tradizionale, ormai di fatto superata, rinnovandosi sia nei testi che nell’esecuzione dei burattini, nella scenotecnica e nell’affinamento della professionalità dell’attore-burattinaio. Ma il Ferrari si seppe anche sottrarre a una ricerca esasperata del nuovo, dell’originale a tutti i costi, che avrebbe sottratto il teatro dei burattini alla parte più vitale della tradizione, per farne un campo dello sperimentalismo, talora falsamente intellettualistico ed esasperato. Il costante rapporto con il pubblico, non subito passivamente ma vissuto come momento di proposta e di confronto, fece del teatro del Ferrari una componente di alto livello artistico e professionale, con una forte connotazione pedagogica e didattica, per cui i gusti del pubblico si vennero nel tempo affinando, le richieste diventarono più precise e attente e la tensione verso un miglioramento costante divenne un fatto di costume che coinvolse burattinai e spettatori. Furono proprio la professionalità, l’inventiva e l’originalità del Ferrari che gli permisero da una parte di essere espressione di una parmigianità che inevitabilmente si venne evolvendo e mutando con i tempi, anche se rimase popolare e viva, e dall’altra di estendere la propria attività non solo in Italia ma anche all’estero. Difficile sarebbe enumerare le sue tournée non solo in Europa ma anche in America meridionale, in Messico o in paesi asiatici come la Tailandia. A Parma, negli anni Settanta, con la collaborazione del Comune, il Ferrari fu promotore di un Festival internazionale di burattini e marionette, tra i più stimolati di quel decennio. All’attività didattica riservò uno spazio notevole, accettando il confronto con le scuole per illustrare la storia dello spettacolo dei burattini e delle marionette attraverso i tempi, con esempi concreti, con mostre e manifestazioni concepite e pensate apposta, in una sorta di laboratorio aperto che permise ai giovani di accostarsi al teatro dei burattini e delle marionette con una coscienza e una preparazione fino ad allora impensabile. Va ancora ricordato il Museo dei burattini dei Ferrari, eccezionale raccolta creata nel corso di una vita dal Ferrari con il proposito di togliere molti artisti del passato dall’oblio e di conservare quanto possibile di un’arte autenticamente popolare, che rischiava di vivere solo sotto il lampo di luci che illuminano la scena durante lo spettacolo e di consumarsi con l’affievolirsi della memoria dello spettatore.
FONTI E BIBL.: Arte e mestiere del burattinaio, 1980, 127-130.

Busseto 2 aprile 1690-Busseto 23 aprile 1781
Nacque da Pompeo, ricco possidente, e da Angela Cecilia dei marchesi Manara di Parma. Fu istruito nel paese natale dai Gesuiti. Successivamente, sorta in lui la vocazione al sacerdozio, entrò a Parma nella Congregazione di San Filippo Neri. Ricevuta la sacra ordinazione a Bologna nel 1711, per circa vent’anni si dedicò in quella Diocesi al ministero della parola e alla cura dei fanciulli, meritando la stima del cardinale Lambertini, il quale lo volle tra i suoi esaminatori sinodali. Nel 1734 si stabilì definitivamente a Busseto, dove spiegò opera intensa di apostolato e profuse il suo patrimonio in opere di carità. A riconoscimento delle insigni benemerenze acquisite, Filippo di Borbone, duca di Parma, gli conferì il titolo di conte e il successore di questi, Ferdinando di Borbone, lo nominò nel 1768 preside delle pubbliche scuole per gli esercizi di pietà. Fu pure rettore della chiesa di Sant’Ignazio in Busseto ed ebbe dal Pontefice il titolo di protonotario apostolico. Si dilettò di poesia e fece parte dell’accademia Emonia con il nome arcade di Abdesio Epidaneo. Lasciò cinque Novene in preparazione a feste religiose, che furono oggetto di ristampa, sermoni sulla Vergine Santissima, dialoghi e orazioni, oltre a svariati componimeti poetici.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 159.


Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore e miniatore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 112.


Parma 1765
Architetto civile attivo nell’anno 1765.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 247.

Borgo San Donnino 1910
Ingegnere, fu podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1910.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.


Parma 1480 c.-
Si dilettò di poesia latina e compose endecasillabi, epigrammi (uno in lode di B. Donato) e giambi (alcuni diretti a N. Manlio).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 238.


Parma XVII secolo
È noto per l’esecuzione di una pala raffigurante alcuni Santi per il Battistero di Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 922.


Parma XVIII secolo
Allievo di Petitot, rivestì la qualifica di Capomastro muratore approvato.
FONTI E BIBL.: Accademia Parmense di Belle Arti, 1979, 60.

FERRARI GIOVANNI BATTISTA, vedi anche FERRARI GIAMBATTISTA

Parma 17 settembre 1476-post 1520
Figlio di Giovanni Antonio. Nei registri battesimali del Battistero di Parma alla data 17 settembre 1476 è indicato Johannes Franciscus, filius Antonii, d. taipredae, al quale fecero da padrini Jacobinus de Pegorariis e Nicolaus de Narmo. Il 15 settembre 1516 il Ferrari (Giovanni Francesco da Grate figlio di Antonio, abitante nella vicinia di San Nicolò) fece da testimone in un atto notarile. Fu scultore e autore di sepolcri: realizzò, tra l’altro, il monumento tombale di Vincenzo Carissimi in Duomo a Parma. La documentazione relativa a questa opera del Ferrari è incontrovertibile: il 12 aprile 1520 Jo Franciscus de Ferrariis filius m. Jo Antonius vic. Maiorij ecclesiae lapidicinus parmae et qui fecit jam pluribus annis familiam separatam a dicto suo patre promise di fare un sepolcro in marmo di Carrara per il canonico Vincenzo Carissimi in Duomo contro la cappella di Sant’Agata, secondo il disegno fatto dallo stesso Ferrari. Si impegnò a eseguirlo entro Natale, a eccezione della Imagine Crucifixi resurgenti, che sarebbe stata pronta per la Pasqua del 1521. Il prezzo convenuto fu di 300 libre imperiali. Il Mausoleo Carissimi non segue più la forma quattrocentesca toscana dell’urna situata sotto una nicchia e chiusa nell’ambito degli elementi architettonici ma attua il principio tipicamente cinquecentesco del sarcofago aggettante dalla parete e sostenuto da una mensola a forma di capitello corinzio espanso nella parte superiore. Già nel 1507 Bartolomeo Pradesoli di Reggio aveva attuato questo stesso principio nell’esecuzione del Sarcofago Colla, situato presso l’uscita a settentrione del Duomo di Parma. Attraverso la mediazione del Pradesoli, che presenta notevoli contatti con la scultura veneta, il Ferrari si orientò verso una scioltezza di linguaggio ornamentale di andamento vibrante e dinamico. L’ornato è essenziale e sintetico e, nel groviglio di volute e forme strane tra cui sogghignano due grottesche, si avverte la maturazione di una linea gonfia e piena che, nella accentuazione degli aggetti, approfondisce le vibrazioni cromatiche dei chiaroscuri e determina una più movimentata orchestrazione di masse. Alcune annotazioni sono importanti per meglio distinguere il Ferrari dal suo quasi contemporaneo ma ben più celebre omonimo: il padre fu Giovanni Antonio, figlio di Ambrogio, la sua abitazione era nella vicinia della Cattedrale e non in quella di San Sepolcro, dove sempre visse e tenne bottega l’altra famiglia d’Agrate, il Ferrari per molti anni ebbe famiglia separata da quella di suo padre, mentre l’altro Giovanni Francesco Ferrari risulta sempre residente nella casa paterna. Lascia perplessi il fatto che del Ferrari si trovino tracce solo in tre documenti: quello di nascita nel 1476, la testimonianza nel 1516 e il contratto del 1520. Dopodiché sembra dissolversi, in quanto tutte le altre informazioni riguardano il secondo Giovanni Francesco Ferrari. L’unico documento di dubbia attribuzione è la convenzione stipulata il 16 maggio 1514 tra Jo. Francesco de Grate, scarpolino (del quale non si precisa né la paternità né l’abitazione) e i canonici Floriano Zampironi, Lattanzio Lalatta e il laico Nicola Bertani per le colonne di marmo da inserire nell’edificio detinato a libreria e scuola, che si era deciso di costruire vicino alla Cattedrale.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1991, 28-30.


Parma 31 agosto 1489-post 1570
Figlio di Antonio e di Orsolina Fatuli. Apartenne alla nota famiglia di picapreda (scalpellini) di origine lombarda, trasferitasi a Parma sulla metà del XV secolo. Assai verosimilmente avviò la propria attività nella bottega del padre, posta sulla piazzetta di fronte alla chiesa di San Sepolcro, nella cui vicinia mantenne la propria residenza. Dal matrimonio con Maria Caterina Ghirarducci ebbe Castore (1514), che inizialmente seguì la professione paterna e quindi esercitò quella di notaio, Paola (1524), che si sposò con Gabriele Zatti, e Giambattista (1528). Discretamente documentata è l’attività del Ferrari, scultore e architetto, che dal 1541 risulta stipendiato dal Comune di Parma con 6 scudi d’oro al bimestre in qualità di ingegnere responsabile dell’Ufficio riparazioni (Mendogni, 1991, p. 29). Tra le prime opere a lui attribuite si ricorda il monumento funebre al Canonico Bartolomeo Montini in Duomo, la cui autografia, rifiutata dal Salmi (1918, p. 110) ma riconosciutagli nelle guide e pressoché concordemente dagli studiosi (Pelicelli, 1937, p. 18; Canali, 1952, p. 51; Coliva, 1982, p. 221; Fornari Schianchi, 1989, p. 26), fu successivamente ridiscussa (Mendogni, 1991, pp. 29 s.). Il Salmi non ritenne plausibile che il Ferrari avesse potuto realizzare a poco più di diciassette anni un’opera che attesta una così matura sensibilità artistica e ne propose l’attribuzione a ignoto artista veneto. Sulla questione tornò il Mendogni che, considerando l’attività parmense del Ferrari, sulla scorta degli atti di battesimo riferisce dell’esistenza di un altro Giovanni Francesco Ferrari, figlio di un Giovanni Antonio, nato nel 1476 (Mendogni, 1991, pp. 27 s.). Anche questo Giovanni Francesco Ferrari esercitò la professione di scultore. Abitava nella vicinia della Cattedrale, ove il padre aveva bottega. A lui si deve il monumento sepolcrale del canonico Vincenzo Carissimi, conservato nella Cattedrale di Parma: si tratta del mausoleo in marmo di Carrara (1520) posto di fronte alla cappella di Sant’Agata. Sono tuttavia esigue le notizie in merito al’attività del più anziano Giovanni Francesco Ferrari. Il suo nome compare infatti in due soli documenti, rispettivamente del 1516 e del 1520, oltre al citato atto di nascita del 1476. Numerose invece le citazioni del Ferrari, anche se resta tuttora aperto il problema relativo alla convenzione stipulata il 16 maggio 1514 tra Io. Francesco de Grate, scalpellino e i canonici Floriano Zampironi, Lattanzio Lalatta e il laico Nicola Bertani per l’esecuzione di colonne in marmo nell’erigendo edificio di piazza Duomo (poi Seminario maggiore). Lo scalpellino, del quale non si precisano né la paternità né l’abitazione, potrebbe verosimilmente identificarsi con il più anziano Giovanni Francesco Ferrari, che nel 1514 aveva 38 anni. Nel 1517 il Ferrari ricevette un pagamento di 10 lire per avere prelevato varie pietre per la cupola della chiesa di San Giovanni Evangelista, il cantiere benedettino all’interno del quale operò diffusamente il padre Antonio. Le decorazioni scultoree di porte e finestre e, all’interno della chiesa, di capitelli e cornici, vennero realizzate dal padre e dal Ferrari. Quest’ultimo, nel 1520, ricevette la procura dal padre per trattare alcuni affari (Mendogni, 1991, p. 30). All’avvio del terzo decennio del Cinquecento risale l’impegno del Ferrari nella fabbrica della chiesa di Santa Maria della Steccata, consacrata il 24 febbraio 1539 dal cardinal legato G.M. Ciocchi Del Monte (poi papa Giulio III). Contemporaneamente si occupò di altri interventi nel settore dell’architettura religiosa. Il riferimento è all’oratorio della Concezione, annesso alla chiesa gotica di San Francesco del Prato, per il quale eseguì un modello (1521) e successivamente le parti in pietra, come risulta da un documento, privo di data, conservato presso l’Archivio di Santa Maria della Steccata (cfr. Salmi, 1918, p. 140). Il saldo di 2 scudi effettuato il 22 maggio 1521 a Mastro Giovan Francesco pichapietra si riferirebbe pertanto al Ferrari e non a Giovan Francesco Zaccagni, come ritenne A. Ghidiglia Quintavalle (L’oratorio della Concezione a Parma, in Paragone 108, 1958, pp. 24-38). Quest’ultimo infatti non è mai appellato come pichapietra nei documenti della Steccata che lo riguardano. B. Adorni sottolinea che la sagrestia della chiesa di Santa Maria della Steccata, realizzata dal Ferrari (1542) su un impianto a croce greca con bracci poco accennati e cupola impostata su ottagono, palesa un’organizzazione planimetrica affine a quella dell’oratorio della Concezione. Lo studioso propende quindi per una attribuzione del progetto dell’oratorio allo stesso Ferrari (Adorni, 1982, p. 75). La presenza del Ferrari nel cantiere della Steccata si protrasse dagli anni Venti alla metà degli anni Quaranta del Cinquecento. Il primo contratto noto con i fabbriceri data al 24 gennaio 1523 (Testi, 1918, I, pp. 261-263). Si è tuttavia a conoscenza che il 21 maggio 1521 egli intervenne alla riunione convocata dai fabbriceri per discutere del progetto esecutivo elaborato da Gianfrancesco Zaccagni (Mendogni, 1991, p. 31). In base al citato contratto del gennaio 1523 il Ferrari si impegnò a eseguire 4 capitelli interi, 8 mezzi capitelli e 2 capitelli d’angolo corinzi in pietra bianca di Sant’Ambrogio di Valpolicella. Il disegno, fornito da M.A. Zucchi, era conservato presso Paolo da Porlezza, scultore veronese (cit. in Testi, 1918, pp. 261 ss.). Il Ferrari si impegnò a fornire anche la metà delle circa 284 braccia di architrave e di cornice del cornicione che corre tutto intorno alla chiesa, su disegno dello Zucchi. Interessa al proposito ricordare la relazione stesa dallo Zucchi (1524): informa che in quello stesso anno, o forse nel 1523, il Ferrari aveva già elaborato un disegno della Steccata senza corridori, cioè senza logge esterne. Il progetto incontrò il favore dei fabbriceri, forse anche per la non eccessiva spesa che la sua realizzazione avrebbe comportato, ma segnò l’avvio dei contrasti tra gli Zaccagni, successivamente licenziati (1525), e i fabbriceri medesimi (Adorni, 1982, pp. 57 s.). Pur non essendo pervenuto, il progetto attesta il crescente interesse del Ferrari alla realizzazione della chiesa. All’indomani del licenziamento degli Zaccagni e in assenza dello Zucchi, menzionato l’ultima volta nel 1526, è verosimile che il Ferrari andasse assumendo un ruolo sempre maggiore, non solamente come esecutore degli ornamenti in marmo, ma come progettista e assistente della fabbrica (Adorni, 1982, p. 65) che a lui deve la sua massima impronta esterna ed interna (Ghidiglia Quintavalle, 1973, p. 340). All’interno tutta la parte decorativa spetta al Ferrari, che fornì i disegni per gli otto portali di accesso alle cappelle con frontone triangolare, le bifore e gli stilobati delle paraste. Nella cappella a sinistra dell’altare maggiore si conserva il monumento funebre a Sforzino Sforza, duca di Castell’Arquato, commissionato forse nel 1526. Il progetto fu presentato al duca di Milano, Francesco Sforza, che lo approvò (1528), ma per volere della Confraternita subì varie modifiche: la costruzione si concluse nel 1538. Il monumento sepolcrale Sforza appartiene al periodo della maturità del Ferrari, formatosi in un’area che risentiva di influenze della cultura lombarda e veneta. Nel riproporre il motivo ad arcosolio con il ritratto giacente, secondo una tipologia diffusa nei monumenti di area fiorentina, il Ferrari rivela un gusto affine a quello che informa gli stilemi della tecnica raffinatissima di Andrea Briosco e i ricami dei Lombardo (cfr. Coliva, 1982, p. 221). Negli anni in cui il Ferrari era impegnato nel sepolcro di Sforzino Sforza giunse a Parma Antonio da Sangallo il Giovane, che fornì un parere sui lavori della Steccata e stese un disegno relativo alla cupola (cfr. B. Adorni, L’architettura farnesiana a Parma, Parma, 1974, pp. 142-146; B. Adorni, 1982, p. 65). La costruzione di questa era iniziata nel 1526. Il Ferrari fornì le sagome del cornicione d’imposta della cupola (1530) e nel 1532, unitamente a Paolo da Porlezza, assunse l’incarico di eseguire il loggiato del tamburo in marmo bianco di Sant’Ambrogio di Valpolicella e in marmo rosso veronese (cfr. Dall’Acqua, 1982, pp. 255-257). Diresse inoltre i lavori di rivestimento esterno della cupola e disegnò la lanterna. In quegli stessi anni il Ferrari realizzò la porta del choro con lo suo cornicione a torno et altri lavori et la porta de lo altare mazore della chiesa di San Giovanni Evangelista (1524). Gli vengono inoltre attribuiti i quattro stemmi (del Comune, del Pontefice, del cardinale Salviati e del governatore) sul bastione di porta San Michele (1526; cfr. Mendogni, 1991, p. 31). Gli ultimi lavori compiuti all’interno della chiesa della Steccata riguardano la costruzione dell’altare maggiore, collocato nel nicchione di levante e della sagrestia. Il disegno dell’altare, conservato presso l’Archivio di Stato di Parma, fu segnalato dal Ronchini (1863, p. 189; ma cfr. anche Adorni, 1982, p. 86). L’8 aprile 1536 il Ferrari ricevette un saldo per cinque pezzi di marmo veronese, mentre altri marmi e pietre vennero acquistati sul mercato romano. Nel contratto (10 gennaio 1537) il Ferrari si impegnò a fornire l’opera per tutto il messo di luio proximo che viene 1537 aut alli 8 agosto il più (Archivio di Stato di Parma, Archivio notarile di Parma, Notaio B. del Bono, filza 928, ad annum 1537). Il successivo incarico fu per la costruzione della sagrestia, aperta dietro l’altare maggiore (1536). L’organizzazione planimetrica di questo ambiente, distrutto in occasione della costruzione del coro dei Cavalieri realizzato da Adalberto Della Nave (1725), è ricostruibile sulla base di tre rilievi eseguiti dal Pedardi tra il 1714 e il 1725 (cfr. Adorni, 1982, pp. 75 n. 113, 89). Al 1538 risale il disegno per un arco trionfale in legno, eretto in collaborazione con G.F. Testa. Nel 1545 il Ferrari eseguì la stima di una casa per il governatore A. Bernardoni. Nel 1547 realizzò due sacelli con gli stemmi del duca e della duchessa, collocati sul ristrutturato ponte in pietra. Nel 1565 ricevette un pagamento per un lavoro al ponte di Sorbolo (Mendogni, 1991, p. 31). Alla bottega del Ferrari e del fratello Marco sono ricondotti anche gli ornati delle finestre del palazzetto Eucherio Sanvitale, eretto all’inizio del XVI secolo in quello che poi diventò il giardino ducale di Parma (cfr. Godi, 1991, pp. 82, 88). La progettazione della sagrestia della Steccata rappresenta tuttavia l’ultimo intervento di rilievo del Ferrari, che nel 1561 è indicato quale commissarius Ducalis Agerum, Cavamentorum, et Aquarum agri parmensis. Nel 1570 era ancora in vita (Archivio di Stato di Parma, Autografi illustri, b. 4396, documenti in data 1º aprile e 5 aprile 1570). Non è noto l’anno della sua morte.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Autografi illustri, b. 4396, n. 10 (documenti dal 1539 al 1570); Parma, Biblioteca Palatina: R. Baistrocchi, Guida di Parma, 1780, c. 53; I. Affò, Il parmigiano servitore di piazza, Parma, 1794, 54; A. Bertoluzzi, Pitture nelle chiese di Parma, Parma, 1830, 41, 72, 79, 92, 137 s., 159, 170, 177, 192; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 23, 31, 45, 63, 170, 179; A. Pezzana, Storia della città di Parma, V, Parma, 1859, 161-167; C. Malaspina, Guida del forestiere ai principali monumenti, Parma, 1860, 33, 44, 46, 49, 66; A. Ronchini, La Steccata di Parma. Memorie storico-artistiche, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi I 1863, 180 ss., 185 ss., 189 s., 203; L. Testi, Parma, Bergamo, 1905, 60, 82, 84; M. Salmi, Bernardino Zaccagni e l’architettura del Rinascimento a Parma, in Bollettino d’Arte XII 1918, 85-169 passim (recensione di L. Testi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XVIII 1918, in particolare 65-69, e replica di M. Salmi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XX 1920, 285 n. 1, 294 s., 297; L. Testi, Santa Maria della Steccata a Parma, Firenze, 1922, 14 s., 21 s., 26, 29, 32 s., 37, 43-49, 51 s., 55, 58, 60, 65, 67 s., 70-73, 78, 82 s., 91, 98, 109, 111, 168-170, 185, 203, 206-208, 213, 217, 231, 252; A. Venturi, Storia dell’arte italiana, X, I, Milano, 1935, 502, 507; N. Pelicelli, Parma monumentale, Parma, 1937, 14, 18 s., 80, 86; M.C. Canali, G.F. d’Agrate, in Parma per l’Arte II 1952, 51-57; G. Gonizzi, Gli scultori Ferrari-Agrati artisti parmensi poco noti, in Gazzetta di Parma 18 novembre 1966; A. Ghidiglia Quintavalle, Parma. San Giovanni Evangelista, Bologna, 1973, 396, 400; A. Ghidiglia Quintavalle, Parma. Santa Maria della Steccata, Bologna, 1973, 337, 339 s., 346, 356; Felice da Mareto, Chiese e conventi di Parma, Parma, 1978, 282; L’abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista a Parma, a cura di B. Adorni, Milano, 1979, 71, 78, 85 nn. 38 e 59; L. Fornari Schianchi, in L’abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista a Parma, Milano, 1979, 153 s.; O. Banzola, L’ospedale vecchio di Parma, Parma, 1980, 112 n. 78; L. Farinelli-P.P. Mendogni, Guida di Parma, Parma, 1981, 52, 57 s., 72, 74, 88, 90 s., 122, 135; B. Adorni, L’architettura, in Santa Maria della Steccata a Parma, Milano, 1982, 53-58, 62, 65, 68, 71 s., 75, 78, 86, 89 nn. 113, 115 e 118; A. Coliva, Le sculture tombali. G.F. d’Agrate, in Santa Maria della Steccata a Parma, Milano, 1982; 221-225; M. Dall’Acqua, Milano, 1982, Santa Maria della Steccata a Parma, Milano, 1982, 246 s., 249, 252 s., 255-261, 263; Parma. Storia, arte e monumenti, a cura di L. Fornari Schianchi, Bologna, 1989, 26, 43, 53; La reggia di là dall’acqua. Il giardino e il palazzo dei duchi di Parma, a cura di G. Godi, Milano, 1991, 82, 88 e passim; P.P. Mendogni, Giovanfrancesco Ferrari d’Agrate: uno o due scultori?, in Aurea Parma I, 1991, 27-33; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, I, 133, sub voce Agrate; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 586-589.


Parma 1418/1435
Fu reputatissimo professore di medicina in Pavia. Si trova citato per la prima volta nel Rotolo del 1418, destinato ad lecturam medicinae de Novis, qui etiam leget philosophiam naturalem, collo stipendio di 100 fiorini, che nel 1420, in vigore di lettera ducale, gli fu aumentato a 175 fiorini e nel 1421 a 300. Nel Rotolo del 1425 (mancando gli intermedi) lo si vede promosso alla lettura ordinaria di medicina con lo stesso stipendio. Nel 1430 lo stipendio gli fu accresciuto a 400 fiorini e nel 1430 a 500 fiorini (per lettera magistrale). Stipendio che gli fu pagato anche assente (fu chiamato a curare il capitano Nicola Piccinino e fu perciò sostituito da Giammartino Garbazza) e che conservò fino al 1435: Mag.r J¯oes Marcus de Parma cum salario anni proxime preteriti, et circa substitutum suum, quando legere non poterit, serventur Littere ducales misse in personam Mag.ri Johannis Martini de Garbatiis de Parma. Dopo tale anno, nel Rotolo del 1439 (è il primo che si incontra mancando gli intermedi) il Ferrari non risulta più. Il Lami (Cat. Cod. mss. Bibl. Riccard., a f. 248) cita la seguente opera che potrebbe essere del Ferrari: Joannes Marcus de Parma. De Urinis. Codex chart. in. fol.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 172; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 159-163.

Parma 25 aprile 1491-post 1571
Figlio di Antonio e di Orsolina Fatuli e fratello di Giovanfrancesco. Un documento del 22 luglio 1513 attesta che Caterina, figlia di Ludovico de Tanzolini, moglie di Michele de Luca, assegna un appezzamento di terra in dote alla propria figlia, Elena, che sposa Gio. Marco de Ferrari da Grate dell’età di 22 anni (Scarabelli Zunti, II, sub voce). Il Vasari (VI, 1568, p. 517) lo definì assai pratico scultore. Lo storiografo aretino conobbe infatti il riquadro marmoreo eseguito per la porta verso Compedo, la porta del transetto nord, del Duomo di Milano. Questo riquadro e quello realizzato dal toscano S. Cosini entro il 1545 fanno parte di quella sfortunata vicenda esecutiva della porta verso Compedo che i fabbriceri avrebbero voluto in forme monumentali e della quale esistevano progetti già all’inizio del Cinquecento. Protrattasi per oltre mezzo secolo, la vicenda si concluse con la soppressione della porta stessa per volere di Carlo Borromeo (cfr. L. Beltrami, La porta settentrionale del duomo di Milano, Milano, 1900, pp. 255-277; Bossaglia, 1973). Sono pochi i punti fermi nel catalogo della sua iniziale attività. È molto probabile che egli abbia avviato la propria carriera a Parma, ove è documentato nel 1513, residente nella vicinia della Trinità (Scarabelli Zunti, II, sub voce). Seguace di Cristoforo Solari (Nicodemi, 1957, pp. 803 s.), si formò presso il lombardo A. Busti, detto il Bambaia, che fu tra i protagonisti di quel filone di gusto lombardesco diffuso a Milano e a Pavia tra Quattro e Cinquecento. Il nome del Ferrari compare in un rogito del 20 settembre 1522, che registra la convenzione stipulata tra i fabbriceri della chiesa parmense di Santa Maria della Steccata e i maestri pichapreda L. Bretto, il Ferrari stesso e B. Magnani. A questi vennero assegnati i tre quarti di tutto il lavoro all’interno della chiesa (Adorni, 1982, p. 55). Si trattò, più precisamente, della posa in opera di 18 semicapitelli e di 18 capitelli interi per le lesene, da eseguirsi in pietra di Serravalle. L’Adorni non esclude l’ipotesi che la restante parte di lavoro sia stata assegnata al fratello Giovanfrancesco (Adorni, 1982, p. 86 n. 64). Gli studi dell’Adorni consentono pertanto di registrare la presenza del Ferrari all’interno della Steccata molti anni prima della data riferita dai repertori e dal Merzario in particolare, che la indica al 1540 (Merzario, 1893, I, p. 537). All’attività parmense del Ferrari seguì quella nei cantieri del Duomo di Milano e della certosa di Pavia, i due cantieri di lavoro che rimasero aperti, seppure promuovendo un’attività di routine senza grandi committenze, anche dopo il 1535, anno della morte, senza eredi, di Francesco Sforza. A Milano, con V. Seregni, eseguì la tomba per il Senatore G. Del Conte, morto nel 1522, nella cappella di Sant’Ippolito nella chiesa di San Lorenzo (Sant’Ambrogio, 1898). Già ascritto a Cristoforo Lombardo, al cui stile rinvia, secondo il Mongeri (1872, p. 257), quello del monumento Del Conte, il complesso plastico è concordemente assegnato al catalogo del Ferrari, che lo eseguì tra il 1556 e il 1558, su disegno del Seregni. A quest’ultimo, infatti, che è anche autore del monumento funebre a Carlo V eretto in Duomo (1559), spetta l’impalcatura architettonica, innovativa nella soluzione strutturale offerta rispetto all’impostazione prevalentemente scultorea consueta nel primo Cinquecento. La tipologia del defunto proposta dal Ferrari, responsabile della decorazione plastica, risente invece di echi sansoviniani mutuati, come fu osservato, dal monumento a Sforzino Sforza duca di Castell’Arquato, eretto dal fratello Giovanfrancesco nella chiesa parmense di Santa Maria della Steccata (cfr. P. Donati, Guida di Parma, Parma, 1812, pp. 170 s.). Nel monumento Del Conte alle reminiscenze venete e sansoviniane si assommano meditazioni sul Bambaia, ravvisabili in particolare nella Madonna e nei putti (Fiorio-Valerio, 1977, p. 126). Per quanto attiene in particolare alla presenza del Ferrari nel Duomo milanese, le fonti e le guide della città registrano puntualmente la statua del drammatico San Bartolomeo, sul cui zoccolo è apposta l’iscrizione Non me Praxiteles sed Marcus finxit Agrates, che il Paravicini ritenne posta certamente non dall’autore ma da qualche fanatico ammiratore (cfr. Paravicini, 1870, p. 17; Romussi, 1927). La statua fu eseguita nel 1562 per il fianco meridionale dell’edificio, unitamente a quelle di San Michele di G.B. Bellandi, di San Giovanni di C. Solari e della Maddalena del siciliano A. Marini. Del San Bartolomeo si conserva un bozzetto in terracotta nel Museo del Duomo, proveniente dall’Ambrosiana. Galbiati (1951) sostenne che il bozzetto, tradizionalmente ritenuto preparatorio per la statua del Duomo, sia in realtà una riproduzione seicentesca. Nel 1664 fu rimossa dalla originaria collocazione e, dopo il restauro condotto da Antonio Albertino, fu trasferita all’interno della Cattedrale, nel retrocoro, ove la registrò il Latuada (1737, p. 112; Nebbia, 1908, p. 193). In seguito fu collocata nel transetto meridionale a lato della cappella di San Giovanni. Assai ammirato per il crudo realismo che lo infoma più che per meriti d’arte (Bascapé-Mezzanotte, 1965, p. 78), il San Bartolomeo fu ridimensionato dalla critica posteriore (Russoli, 1961, p. 44; Bossaglia, 1973, p. 100; Mariacher, 1987, p. 210) che ne sottolineò la scarsa originalità. È cronologicamente collocabile verso il 1562 anche il citato rilievo marmoreo per la porta verso Compedo (Merzario, I, 1893, p. 538). All’interno della Cattedrale gli è concordemente attribuito il rilievo con le Nozze di Cana, realizzato per l’altare della cappella della Madonna dell’Albero (Paravicini, 1870, p. 19; Mongeri, 1872, p. 169). L’opera del Ferrari rientra nell’ambito di un più ampio complesso plastico composto da sei riquadri, realizzati da artisti assai diversi tra loro. Sulla scorta della citazione vasariana si individuano quelli del Ferrari, di Francesco Brambilla (documentato dal 1572) e del Cosini. I rilievi con la Natività e lo Sposalizio della Vergine sono ricondotti all’ambito di Cristoforo Lombardo, figura di architetto emergente che, alla morte di Andrea Fusina, nel 1526 venne eletto architetto della Fabbrica e fu responsabile del cantiere in anni non particolarmente vivaci dopo la florida stagione sforzesca del tardo Quattrocento (Bossaglia, 1973, p. 100). Forse memore delle sculture dei Sacri Monti (Fiorio-Valerio, 1977, p. 128), nelle Nozze di Cana il Ferrari creò un’opera dalla narrazione molto immediata (Di Giovanni Madruzza, 1992, p. 180). All’interno del Duomo il Mongeri gli attribuì, seppure in via dubitativa, anche la statua del San Gerolamo nel coro (Mongeri, 1872, p. 157). La lunga attività ivi espletata è attestata dagli Annali della Fabbrica del Duomo (1880, in particolare III e IV). Il Merzario (1893) datò gli interventi all’interno della Cattedrale prima e dopo l’attività parmense. In realtà, sulla base della documentazione prodotta dall’Adorni e già ricordata, la presenza del Ferrari a Parma si protrasse verosimilmente fino al terzo decennio del Cinquecento, allorché presumibilmente si trasferì a Milano. Gli Annali registrano il suo nome a partire dal 1541 fino al dicembre 1571 (Annali, 1880, III, p. 277, IV, p. 120). Il 16 maggio 1566 i fabbriceri del Duomo milanese decisero di retribuirlo per l’opera svolta e l’8 febbraio 1567 venne deliberato di aumentare il salario al Ferrari, che da ben quarantacinque anni era attivo per la Fabbrica. Per quanto attiene infine al cantiere della certosa di Pavia, compì alcuni rilievi per la facciata e i fianchi dell’edificio con il Solari, lo scultore protetto da Ludovico il Moro e, dal 1495, con incarichi anche di architetto (Tosi, 1929, p. 940). Nel 1547 vennero ultimati i sepolcri Trivulzio nella cappella della chiesa milanese di San Nazzaro. La costruzione della cappella, iniziata nel 1519 su progetto di Bramantino per volere di G. Giacomo detto il Magno, quale mausoleo per sé e per la propria famiglia, ha forma di parallelepipedo a base quadrata e all’interno sviluppa una pianta ottagonale. Nelle otto nicchie alle pareti sono collocati i quattro sarcofagi di altrettanti membri della famiglia Trivulzio. Le prime quattro arche spettano a F. Briosco, le altre quattro al Ferrari, che ripropose con scarsa originalità una tipologia ormai d’uso (Fiorio-Valerio, 1977, p. 126; ma cfr. anche Fiorio, 1985, p. 279). Per il monastero milanese di Santa Maria della Fontana, fuori porta Comasina, il Ferrari eseguì la statua di San Francesco di Paola, commissionatagli dal priore del monastero (1571) e poi perduta (von Fabriczy, 1899, pp. 82 s.). Fu verosimilmente questa la sua ultima opera. Dopo il 1571 non si hanno infatti più notizie del Ferrari.
FONTI E BIBL.: Parma, Soprintendenza per i Beni artisti e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., II, sub voce; G. Vasari, Le vite, a cura di G. Milanesi, VI, Firenze, 1881, 517; C. Torre, Il ritratto di Milano diviso in III libri, Milano, 1714, 129, 377; S. Latuada, Descrizione di Milano, I, Milano, 1737, 112; P.P. Morigia, Distinto ragguaglio dell’ottava meraviglia del mondo, Milano, 1739, 106; C. Bianconi, Nuova guida di Milano, Milano, 1796, 48; B. Borroni, Il forastiere in Milano ossia Guida alle cose rare antiche e moderne della città di Milano, Milano, 1808, 14; Descrizione della certosa di Pavia, Milano, 1818, 10; P. Zani, Enciclopedia metodica critico-ragionata delle belle arti, I, 8, Parma, 1821, 253; L. Cicognara, Storia della scultura di Canova, Prato, 1823-1824, II, 220; A. Ronchini, La Steccata di Parma, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi X 1863, 185; Visita alla certosa di Pavia, Milano, 1865, 11; T.V. Paravicini, Guida artistica di Milano, Milano, 1870, 17, 19; G. Mongeri, L’arte in Milano, Milano, 1872, 157, 169; Annali della Fabbrica del Duomo di Milano, Milano, 1880, III, 277, ad annos 1541-1562, IV, 66, 106, 110 s., 120, ad annos 1566, 1567-1570 e 1571; G. D’Adda, Le tombeau de Gaston de Foix, in Gazette des Beaux-arts 2, 1876, 496; G. Merzario, I maestri comacini, Milano, 1893, I, 537 s., II, 128; D. Sant’Ambrogio, Un importante sarcofago in Milano dello scultore M. d’Agrate del 1556, in Politecnico XLVI 1898, 39-50; C. von Fabriczy, Ein neues Werk M. d’Agrate’s, in Repertorium für Kunstwissenschaft XXII 1899, 82 s.; F. Malaguzzi Valeri, Milano, Bergamo, 1906, 64 s.; U. Nebbia, La scultura del duomo di Milano, Milano, 1908, 193 s.; Il Museo del Louvre, in Archivio Storico Lombardo, s. 4, XIII 1910, 234; C. Romussi, Il duomo di Milano nella storia e nell’arte, Milano, 1927, 68; M.L. Tosi, in Enciclopedia Italiana, I, Roma, 1929, 940; S. Vigezzi, La scultura lombarda, II, Milano, 1930, 85 s.; C. Ponzoni, Le chiese di Milano, Milano, 1930, 123, 131; A. Venturi, Storia dell’arte italiana, X, I, Milano, 1935, 681-684; C. Baroni, Intorno a tre disegni milanesi per sculture cinquecentesche, in Rivista d’Arte XX 1938, 392-410; F. Galbiati, Itinerario per il visitatore della Biblioteca Ambrosiana, della Pinacoteca, Milano, 1951, 96; G. Nicodemi, La scultura milanese dal 1530 al 1630, in Storia di Milano, X, Milano, 1957, 803 s.; F. Russoli, Scultura italiana, Milano, 1961, 44; G. Bascapé-P. Mezzanotte, Il duomo di Milano, Milano, 1965, 78; L. Price Amerson, M. d’Agrate’s San Bartolomeo: an introduction to some problems, in Il Duomo di Milano, Atti del Congresso internazionale, a cura di M.L. Gatti Perer, I, Milano, 1969, 189-206; R. Bossaglia, in Il duomo di Milano, II, Milano, 1973, 100, 106; M.T. Franco Fiorio-A.P. Valerio, La scultura a Milano tra il 1535 e il 1565: alcuni problemi, in Omaggio a Tiziano (catalogo), Milano, 1977, 124 ss.; M.O. Banzola, L’ospedale vecchio, Parma, 1980, 112 e n. 78; L. Zeppegno, Le chiese di Milano, Roma, 1981, 20; B. Adorni, L’architettura, in Santa Maria della Steccata a Parma, Milano, 1982, 55; Le chiese di Milano, a cura di M.T. Fiorio, Milano, 1985, 279; G. Mariacher, La scultura del Cinquecento, Torino, 1987, 210; P. Mendogni, Gianfrancesco Ferrari d’Agrate: uno o due scultori?, in Aurea Parma LXXV 1991, 28; F. Zuccari-G. De Castro, Il duomo di Milano, a cura di G. Sannazzaro-M. Di Giovanni Madruzza, Roma, 1992, 180; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, I, 133 s. (sub voce Agrate, Marco d’); A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 639-641.


Parma 14 agosto 1514-post 1545
Figlio di Giovanni Francesco e di Maria Caterina Ghirarducci. Il Ferrari fu battezzato il 16 agosto 1514 (registri del Battistero di Parma): Ioannes-Maria-Castorius filius Ioannis Francisci de Gradis de Mediolano et Mariae Catherine ux. nascit xiiij.° et bap. xvi Augusti. Compr D. Jacobus de Colla, Archipresbiter parm. et D. petrus de Rugeriis et Jacobus philippus de Gonzate et Marchus Antonius de Zucchis. Questi padrini sono tutti notevoli: il primo per la dignità e gli altri come famosi artisti. Ciò dimostra quanta stima e considerazione ebbe la sua famiglia. Il Ferrari fu notaio e autore di una Cronaca di Parma (in copia nella Biblioteca Palatina di Parma). I rogiti del Ferrari cominciano dall’anno 1541 (29 di gennaio). Egli vi dichiara: Ego Castor de Grate filius Domini Io. Francisci, civis Parmae, viciniae S.ti Sepulcri, publicus Apostolica et Imperiali auctoritatibus Notarius parmensis. Nei termini stessi si sottoscrisse in un suo atto del 28 febbraio 1543 ricevuto in Domo habitationis Ill. Dni Io. Thomae Pichi Mirandulae et Concordiae Comitis sita in Vic. S.ti Marzolini, in un altro del 28 agosto 1544, ricevuto in Poviglio e contenente un mandato di procura che fecero il marchese Rodolfo Gonzaga e Isabella sua moglie ad Agostino Balduchini, e in un altro del 9 gennaio 1545 contenente la stima di diversi vasi d’argento fatta in Parma da Giulio Arzoni, orefice. È provato che il Ferrari, prima di darsi allo studio delle leggi per conseguire il notoriato, esercitò il mestiere di scalpellino insieme col padre Gianfrancesco nel 1536. Il suo nome si trova infatti tra quelli degli operai che lavorarono in quell’anno nella fabbrica della chiesa di Santa Maria della Steccata. Le liste in cui è il nome del Ferrari si conservano nell’Archivio dell’Ordine Costantiniano.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, V, 1859, 166-167.

Parma 1431/1455
Fu lettore di medicina nello Studio di Pavia nell’anno 1431. Scrisse l’opera De vitandis venenis, dedicata a Francesco Sforza (ms. nella Biblioteca Casanatense). La dedicatoria del codice ha questa intitolazione: Alphonso Regi Joannes Martinus ex Ferrariis Physicus Plur. se commendat. Il Ferrari si propose colla sua opera di sventare le predizioni che si andavano vociferando dai seguaci dell’Astrologia Giudiciaria, che nel mese di agosto sarebbe morto Francesco Sforza: Et ii quidem, quos Astronomos vocamus, qui calculis ac computationibus quibusdam suis dicerent illustrissimum filium tuum, Rex Serenissime, Franciscum Sforciam Vicecomitem mense tunc Augusti mortem obiturum. Quod cum audirem, et ei divo principi, et universae Reip. affectus essem, non poteram summo dolore non angi, et admiratione etiam non adduci. Et eo magis, pro sua in me clementia, et mea erga illum fide. La prospera salute dello Sforza lo rassicura che questa morte non sarebbe potuta avvenire in modo naturale (sed tantum dolo ac fraude iniquissimorum hominum posse accidere) e perciò nella sua opera gli indica un pronto e opportuno rimedio contro i veleni. Il Ferrari esprime inoltre grandi encomi a re Alfonso per la protezione in cui teneva le lettere e i loro cultori e la religione. Questa dedicatoria, che non ha data, è seguita dalla tavola dei capitoli e da un’altra Tabula brevis. Il testo comincia colla parola Aspis e termina con Viride Aeris. Segue un’altra dedicatoria Ad illustrem et excelsum Principem Dominum Domin. D. Franciscum Sfortiam Mediolani Ducem, Papiae Angleriaeq. comitem, ac Cremonae Dominum. Magistri Joannis Martini ex Ferrariis de Parma Physici peritissimi, ac militis clarissimi de evitandis venenis et eorum remediis libellus. L’opera è divisa in due parti, la prima delle quali in due trattati. Nel primo si accennano le cose a quibus in genere cavendum, et quibus utendum ne venena sumantur, et ab eis non laedantur. Nel secondo si tratta De eorum generali curatione. La seconda parte ha sette trattati: de divisionibus venenorum, de venenis animalium non omnino venenosorum, de morsu animalium non omnino venenosorum, de venenis animalium intus assumptis, de venenis Plantarum, de accidentibus venenorum frigidorum simplicium, de mineralibus. Il codice è in ottavo, scritto elegantemente in pergamena e colle iniziali miniate. Pare indubbio che sia lo stesso esemplare che fu offerto ad Alfonso I. In fine si legge Io. M. Parmen. cynicus. Il Ferrari, medico peritissimo e soldato chiarissimo, dopo il 1431, iniziate le guerre dello Sforza per il Ducato di Milano, passò a militare in suo favore. Non si può determinare con precisione l’anno di quell’Agosto della dedicatoria, in cui è detto si era pronosticata la morte dello Sforza. Considerando però che dal testo si ricava come fossero già superate le inimicizie tra lo Sforza e il re Alfonso I, come i due fossero già legati da parentela (per il matrimonio d’Ippolita, figlia di Francesco Sforza, con Alfonso II, nipote del Re) e che il Re morì verso la metà dell’anno 1458, si può ipotizzare che quel vaticinio avvenisse tra il 1455 e il 1458. Il Ferrari fu creato cavaliere in Milano da Francesco Sforza il 22 marzo 1450.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 418-419; R.J. Mitchell, in Aurea Parma 38 1954, 67-70; R.J. Mitchell, in Aurea Parma 42 1958, 7-9.

Parma 1685/1713
Figlio di Donnino. Fu non solo allievo ma quasi certamente anche collaboratore di Pompeo Sacco (che dettò a lui parecchie delle sue opere prima di darle alla stampa). Ebbe certo il modo più di ogni altro di far sue le idee del Sacco, di dientare uno dei più fedeli seguaci dei suoi principi, continuatore della sua opera scientifica e infaticato persecutore dell’empirismo. Compiuti gli studi di medicina con Antonio Zanella, si laureò il 16 gennaio 1685. Fatti tre anni di pratica sotto la direzione di Andrea Valenti, si recò poi a Milano, Padova e Bologna per frequentarvi le lezioni dei migliori lettori del tempo, tra i quali il già celebre Malpighi. Tornato a Parma per seguire le lezioni di Paolo Liberati e Alessandro Cittadella, divenne intimo amico del Sacco e da lui tanto apprese da qualificarlo poi olim praeceptor meus. Il Ferrari si acquistò molta considerazione anche presso i regnanti, così da essere prescelto a curare il figlio del re di Danimarca, ammalatosi in Parma, dove era venuto per le nozze del duca. Iscritto all’Accademia Leopoldina imperiale di Germania, ebbe nel 1699 da Ferdinando Gonzaga, duca di Mantova, il diploma di aggregato alla sua famiglia. Fu anche ascritto al Collegio dei Medici di Parma. Il Ferrari, prima di passare a Pontremoli e di avere cattedra in Parma (1701), fu nominato medico condotto in Cortemaggiore per intercessione del principe Antonio Farnese (rogito di  Giovanni Torricella del 28 novembre 1697). La sua condotta di Cortemaggiore cominciò l’11 maggio 1698. Il 18 novembre 1699 fu, ancora per raccomandazione del Principe, candidato a essere rieletto ma per le doglianze di più abitanti trovò contrari molti anziani di quel Comune, che supplicarono il Principe di lasciare libera la scelta. Nel maggio del 1700, durando ancora la sua condotta, il Ferrari fu posto in carcere e sostituito provvisoriamente da Ranuccio Passerini. Si ignora la causa del suo imprigionamento. Dal 1702 al 1706 esercitò la professione a Pontremoli e nel 1712 fu a Firenze. Il Ferrari fu molto avversato e con ogni mezzo: contro di lui vennero pubblicati aspri libelli, ai quali egli rispose per le rime. Fu invece molto stimato dai migliori medici del tempo, tra i quali Malpighi, L. Bellini, Penardo, S. Omati, M. Martellucci, O. Bollini, G. Zambeccari, A. Borroni e B. Belleto e, come il Sacco, egli pure fu celebrato dal Mangeti nella sua Bibliotheca scriptorum medicorum. Pubblicò varie opere tra il 1687 e il 1713 per difendere le sue idee e se stesso dagli attacchi vivaci che si attirò col suo carattere combattivo e per la lotta vivacissima che sostenne contro i vecchi sistemi (riprovò l’uso dell’olio di mandorle dolci e la flebotomia). Tra le sue difese, è notevole la pubblicazione di una serie di lettere di valenti medici, tra i quali lo stesso Malpighi, i quali professavano le sue idee.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 333-334; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 982; Aurea Parma 1 1931, 13-14.

Parma 1574
Nell’anno 1574 fu insignito della croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano.
FONTI E BIBL.: G.V. Marchesi Buonaccorsi, Galleria dell’onore, 1735.

Parma 1725
Gioielliere. Collaborò con l’orefice Ventura Patrini.
FONTI E BIBL.: Per uso del santificare, 1991, 73.

Parma 23 marzo 1898-Caserta settembre 1958
A Parma frequentò l’Accademia di Belle Arti, insieme con Monica, Barbieri, Montanari, Silva e Banzola, sotto la guida del Baratta. A diciassette anni, nel 1915, si trasferì colla famiglia a Roma, dove concluse i suoi studi. Dal 1916 in poi collaborò come scenografo di ambiente a numerosi film muti. Tra i più importanti, vanno citati: Pastor fido, Il voto (con Amleto Novelli), Sangue e Arena (produzione Cines), I Condottieri ed Ettore Fieramosca. In quegli anni realizzò, in collaborazione con Manlio Pompei, le prime scenografie per il Teatro dei Piccoli di Podrecca, che iniziava la sua attività a Palazzo Odescalchi. Si dedicò poi al cartellonismo cinematografico e turistico lavorando presso l’ufficio-pubblicità di Roma della Paramount e presso la rivista Gente Nostra dell’Opera Nazionale Dopolavoro. In qualità di direttore artistico del circo Togni, negli anni 1941-1942 creò splendidi costumi per trapezisti, pagliacci e domatori. Dal 1953 al 1958 disegnò tutte le copertine del settimanale per ragazzi Il Vittorioso. Tuttavia la sua attività principale fu sempre la sceneggiatura cinematografica. Dopo l’avvento del sonoro, si specializzò come consulente tecnico dei costumi militari e delle armi, dedicandosi alla sceneggiatura di molti film, tra i quali Pini di Roma (cortometraggio con musica di Respighi), Cavalcata d’Eroi, I caimani del Piave, Trieste mia, Guerra e Pace (produzione Paramount-Ponti-De Laurentiis), Addio alle armi (produzione Selznick, con Rok Hudson e Jennifer Jones), La Tempesta, La maja desnuda, Simon Bolivar (produzione De Laurentiis, girato in Venezuela). Dotato di una notevolissima cultura storica, il Ferrari era solito ispirarsi alle tele dei grandi maestri, come per il film Guerra e Pace, per il quale studiò i quadri di Detaille e di Meisonnier sull’epopea napoleonica. Il Ferrari non si limitò a realizzare la sceneggiatura ma sorvegliò anche l’esecuzione dei suoi figurini presso le sartorie teatrali e provvide alla perfetta ricostruzione, su suo disegno, di armi storiche presso gli artigiani armaroli della Val Trompia. Per il film Addio alle armi, visitò centinaia di vecchi depositi militari per riuscire a mettere insieme i vari pezzi di tre cannoni da 149 e di diversi carri modello Ter e 18 BL Fiat. Morì per infarto cardiaco durante le ultime riprese del film La maja desnuda. Anche se si occupò soprattutto di sceneggiatura e di costumistica, la sua vera e più profonda vocazione artistica fu quella di ritrattista e di paesaggista. Lo stanno a testimoniare i suoi ruscelli della montagna parmense o certe ampie distese della campagna emiliana dove spicca l’oro dei covoni: opere nelle quali si respira, tranquilla e serena, placata nell’armonia dei colori, l’atmosfera della terra parmigiana.
FONTI E BIBL.: Padovano, Dizionario artisti contemporanei, 1951, 126; M.G. Mazzoni, in Gazzetta di Parma 15 aprile 1959, 3.

Parma 1706/1726
Intagliatore, è ricordato alle seguenti date: 1706, pagamento di cornici; 1707, lavori sotto la direzione di Pietro Abbati; 1708, sei cornici ovali per dipinti di Felice Boselli nella Rocca di Soragna; 1711-1717 c., attivo in San Pietro Apostolo; 1719, sei vasi da fiori nella parrocchiale di Diolo; 1720, ancona grande, due bracciali, cornici grandi agli altari laterali di San Bruno e Sant’Ugo; 1721, altari intagliati e dipinti nelle cappelle, venti vasi, capitelli nel coro, due urne grandi sotto gli altari laterali; 1722, banchetta dell’altare maggiore; 1726, tronetto del Santissimo in Certosa.
FONTI E BIBL.: E. Guerra-A. Ghidiglia, 1948, 27; A. Dal Pozzo, 1970, 91; Il mobile a Parma, 1983, 257; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 71.


Parma 12 aprile 1728-
Figlio di Domenico e Lucia Zanichelli. Fu colonnello del Terzo di Busseto e comandante di Borgo Taro.
FONTI E BIBL.: Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 137.

Parma-post 1816
Clarinettista, nel 1816 venne nominato soprannumerario nella Ducale Orchestra di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Colorno ante 1784-Parma settembre 1824
Figlio di Carlo, studiò lettere per quattro anni all’Università di Parma e nel contempo violino con Giovanni Cavalli. Circa l’esame cui lo sottopose il 18 dicembre 1795, Angelo Morigi scrisse: Il suo talento non mette in dubbio un esito felicissimo (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli 1802-1806, b.6). Fu nominato effettivo nella Regia Orchestra di Parma col soldo di 3000 lire all’anno con Regio Decreto del 19 febbraio 1801. Nella stagione di Fiera del 1801 fu primo violino e direttore dei balli nel Pubblico Teatro di Reggio Emilia. Nel 1816, alla ricostituzione della Ducale Orchestra di Parma, dichiarò che aveva trenta e più anni di servizio e venne nominato soprannumerario.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo B, 1, fol. 9, fol. 356; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 203; Fabbri e Verti; Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio dell’Orchestra Ducale di Parma.


Castel San Giovanni 19 aprile 1782-Parma 12 novembre 1837
Figlio del barone Francesco, che gli fu educatore e maestro, e di Luisa Corradi. Il padre lo inviò a Milano, dove entrò nel 1801, insieme al fratello Andrea, come volontario al servizio italiano nel 1º Reggimento di Artiglieria. Fu promosso tenente nel 1803 e capitano nel 1811. Come ufficiale napoleonico servì il Regno d’Italia. Nel 1804 fu direttore del Parco degli Artiglieri in Pavia. Nel 1806 fu inviato in Istria e poi fu sulle sponde dell’Adige per la sanguinosa battaglia di Caldiero. Il Ferrari lasciò in seguito Verona, piegò su Legnago colle sue batterie e poté aprire un varco di fuga alla Divisione Verdier, ormai incalzata dal Colloredo e dal Nugent. Nel 1809 ebbe il comando dell’importante Rocca d’Anfo. Nel 1812 fece la campagna di Russia e a Smolensk diede prova di non comune valore. Il 12 novembre di quell’anno ebbe l’incarico di proteggere sulla sponda destra del Dniepr il passaggio della retroguardia dell’armata. Una volta passate le truppe, il Ferrari, che stava per seguirle, fu improvvisamente attaccato da una banda russa di Kutusoff calata dal vicino colle Stabna. Proprio mentre stava per soccombere agli avversari, una colonna di granatieri italiani (al comando della quale era il fratello Andrea) gli recò aiuto, sbaragliando i nemici. In seguito partecipò al blocco di Venezia, dove comandò la guarnigione nel forte Sant’Andrea e poi le tre batterie dei forti di Sant’Erasmo. Nel 1814 rientrò a Parma e l’anno seguente fu prima alla campagna di Napoli e poi in Francia. Ritornato a Parma, fu promosso al grado di maggiore ed ebbe la delicata incombenza di riordinare le truppe dei Ducati, meritando per questo la croce di cavaliere costantiniano. Dal 1817 al 1829 fu quasi sempre a Piacenza quale comandante la guarnigione parmigiana. A Piacenza fu stimato da tutti e la società di quel gabinetto letterario (sorto nel 1820 per merito e per opera di Pietro Giordani) lo elesse suo presidente. La polizia denunciò come centro pernizioso, tra gli altri, il Gabinetto di Lettura di Piacenza, come maestro delle perniziose dottrine il Giordani e come discepoli diversi onorati cittadini, avvocati, giudici, studenti, sacerdoti e ufficiali, tra i quali il Ferrari. Il Ferrari fu unito a Pietro Giordani da vincoli di amicizia, di stima e di reciproca devozione: numerose lettere furono indirizzate dal grande letterato al Ferrari, che le conservò tra le sue carte. Nel 1829 fu nominato aiutante generale al comando delle truppe. Dopo i moti del 1831 e la partenza da Parma di Maria Luigia d’Austria, il governo provvisorio procedette alla promozione a tenente colonnello del Ferrari. Quando poi il 23 febbraio dal Governo Provvisorio venne istituito, alle sue dirette dipendenze, il Comitato Militare, il Ferrari fu chiamato a farne parte insieme al Fedeli, al Dodici e a due membri dello stesso governo. Il Ferrari accettò la nuova nomina, che Antonio Casa e Macedonio Melloni gli parteciparono affermandosi lieti di trovarsi in corrispondenza con persone le quali, oltre ai lumi distinti onde sono fornite, hanno mostrato sì grande attaccamento alla causa pubblica. Tale comitato venne più tardi definito dal procuratore ducale corpo rivoluzionario immedesimato nel Governo ribelle. Quando ancora, il 28 successivo, Maria Luigia d’Austria diramò da Piacenza l’ordine a tutti i corpi militari di concentrarsi in quella località, il Ferrari se ne rimase a Parma insieme a quasi tutti gli altri ufficiali, rendendo così esplicita la sua adesione al moto rivoluzionario. Il tentativo libertario ebbe breve durata: le truppe liberatrici inviate dal padre a Maria Luigia d’Austria le permisero, insieme al facile ritorno, di togliere di mezzo qualunque organismo militare. Anche il Reggimento al quale la Duchessa aveva prestato il suo nome fu disciolto, così come furono cancellati dai ruoli tutti gli ufficiali che non avevano saputo resistere agli impulsi del nuovo ideale. Tra i primi colpiti figurò anche il Ferrari, nonostante il tentativo di intercedere a suo favore del padre, intimo consigliere di Maria Luigia d’Austria, e del fratello, che era stato nel frattempo nominato comandante delle truppe e della piazza di Parma. Al Ferrari fu solo concesso un annuo sussidio. Più tardi Maria Luigia d’Austria emanò un nuovo decreto col quale ridiede il grado di maggiore al Ferrari ma lo pose senz’altro in pensione. Il Ferrari, che fu decorato della Corona Ferrea, scrisse alcuni lavori a servizio degli allievi delle accademie militari.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 167-168; Aurea Parma 3 1937, 79-90; N. Giacchi, Uomini d’arme napoleonici, 1940, 316.

Parma XVIII secolo
Pittore. Fu discepolo di Pietro Melchiorre Ferrari.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico, 1877, 169.

Piacenza 1803-1855
Avvocato. Fu consigliere nella regia Corte suprema di revisione.
FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 162.

Parma 16 agosto 1910-Parma 10 luglio 1985
Calzolaio, comunista, nel 1931 fu deferito al tribunale speciale sotto l’accusa di aver svolto attività antifascista e preparato una manifestazione nella ricorrenza dell’anniversario della rivoluzione socialista d’ottobre. Fu condannato a 8 anni di reclusione che scontò nelle carceri di Imperia-Oneglia e Fossano. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione nelle file della Resistenza, quale partigiano combattente della 143ª Brigata Aldo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, II, 1971, 316.

FERRARI GIUSEPPE GIACOMO, vedi FERRARI GIACOMO GIUSEPPE

Albareto di Borgo Taro 1916-Nowa Kalitwha 17 gennaio 1943
Figlio di Giuseppe. Alpino dell’8º Alpini Battaglione Tolmezzo, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Componente di una squadra lasciata a protezione del ripiegamento di un reparto di retroguardia, fedele alla consegna ricevuta, svolgeva lunga, abile, coraggiosa, tenace azione ritardatrice fino a che, investito da ogni parte, veniva sommerso dalle soverchianti forze nemiche.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1956, Dispensa 20a, 2175; Decorati al valore, 1964, 15.

Pegognaga 1899-Bore 1988
Giunse a Bore nel 1927 come ostetrica condotta e lì, sposatasi con Antonio Salvi, messo comunale, svolse la sua attività per ben quarant’anni, fino al 1968. Oltre alle fazioni di Bore, che distano dal capoluogo diversi chilometri, doveva recarsi anche a Settesorelle, Vezzolacca e Castelletto, nel Comune di Vernasca, spesso a piedi o a dorso di mulo, in inverno aprendosi la rotta nella neve. Affrontò il suo impegno con volontà ferrea e con senso di abnegazione. Poté vantare il fatto che in quegli anni nessuna donna morì di parto. Per la meritevole attività svolta, l’amministrazione comunale di Bore la premiò con una medaglia d’oro.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1995, 29.

Langhirano 1856-Parma 1929
Figlio di Antonio e Anna Ughi. Compì gli studi a Parma, dove si laureò in medicina e chirurgia dopo essere stato allievo prediletto dei professori Inzani e Bazzini. Fu rettore delle condotte di Varenna, Langhirano e Bardi, promotore delle colonie alpine per i fanciulli, socio corrispondente della Società Felsinea pro montibus et silvis, poeta e prosatore. Per circa quarant’anni svolse la professione di medico condotto a Bardi, attività che considerò sempre come una missione. Di fertile e multiforme ingegno, fin da giovanetto si sentì attratto dallo studio delle lettere, riuscendo poeta e scrittore forbitissimo, sempre ispirato nei suoi scritti a grande amore della libertà e della patria. Strenuo esaltatore e difensore di Bardi, un paese che esercitò su di lui un vero fascino, il Ferrari fu anche un avveduto realizzatore di varie iniziative in favore della comunità, quali l’installamento di un impianto per la produzione di energia elettrica (in collaborazione con il fratello Enrico), onde poter illuminare le abitazioni private e le vie cittadine. Le opere letterarie del Ferrari sono: Italica (1884), Versi (1893), Monti e mari (1910), Per la sagra di Caprera (1925) e Pro aris et focis (1926). Fu il cantore di Pisacane, di Rosolino Pilo e di Faustino Tanara e ottenne la lode di un parco lodatore come il Carducci e di un severo spirito politico come Aurelio Saffi. Il Carducci gli scrisse il 16 dicembre 1880 raccomandandogli di curare sempre più la forma, senza la quale non v’è arte, soggiungendo: del resto lo spirito è nobile, e alta e calda l’ispirazione. Il Saffi, dicendo di avere cari pensiero e forma di un suo carme, concluse così una sua lettera indirizzata al Ferrari: l’Italia ha bisogno, per non precipitare ad irreparabile decadenza, che la virtù dei giovani le ritempri, con ogni sforzo di pensiero e d’opere, la stanca vita (1877). Il Ferrari fu sepolto nel cimitero di Bardi.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 135, e in Aurea Parma 3 1924, 139; C. Pariset, Un medico poeta: Italo Ferrari, in Giovane Montagna 1 gennaio 1915, 1; L. Barbieri, Un precursore: il Dr. Italo Ferrari, in Giovane Montagna 4, 1920; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 428; Gazzetta di Parma 22 giugno 1979, 12; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 26.


Fossa di Roccabianca 27 aprile 1877-Parma 9 marzo 1961
Nacque da poverissimi genitori, predestinato alla dura fatica dei campi sin dall’adolescenza. Si trasferì a Sissa con la famiglia all’età di quattro mesi. Non ancora matura per la zappa, trovò la sua prima occupazione in una fattoria, guadagnando pochi centesimi alla settimana conducendo al pascolo mucche, buoi e capre. In seguito il padre lo sollevò da quel lavoro senza avvenire e lo mandò a Sissa a bottega da un ciabattino. Durante gli inverni rigidi e lunghi della Bassa arrivavano in paese i burattinai girovaghi più famosi: Belli, Amaduzzi, Campogalliani. Le avventure dei pupazzi di legno si fissavano nel cervello del Ferrari turbandogli il sonno e il lavoro: Al deschetto sedevo mal volentieri e, appena fuori il padrone, improvvisavo tra me e me una recita. Attori eran gli arnesi: il martello faceva da Sandrone, la tenaglia da Fasolino, e gli altri ferri da Brighella, Arlecchino, Pantalone. Ma, sul più bello del dialogo, quand’io ero così assorto nella finzione da dimenticarmi della realtà, ecco un urlo percuotermi le orecchie: il padrone era all’uscio. La sua prima recita risale al 1892, quando nella grande stalla della famiglia Merli di Roncopascolo, in cui potevano stare quaranta o cinquanta persone, rappresentò La foresta perigliosa. La prima rappresentazione ufficiale, con pubblico pagante, avvenne tre anni dopo in un cortile di San Pancrazio. In seguito il Ferrari si incontrò con Rinaldo Galli, che gli diede in prestito parte del suo allestimento teatrale, e con Francesco Campogalliani, che intuì la differenza tra il Ferrari e gli altri comuni burattinai girovaghi. Nella vicina cittadina di Guastalla, allora centro teatrale di livello europeo, Francesco Campogalliani, maestro burattinaio, incontrastato interprete della grande tradizione italiana, aprì (1897) al Ferrari i seducenti misteri dell’arte. E in effetti il Ferrari studiò rigorosamente e, del tutto autodidatta, seppe, dopo aver fondato una filodrammatica a Sissa, imporsi al pubblico con i burattini, giungendo a presentare spettacoli alla radio (1934) e nei maggiori teatri. Nel 1951 a Torino fece delle commedie sperimentali per la televisione, in diretta. Il Ferrari cambiò completamente il vecchio repertorio, rifiutando i drammi e scrivendo egli stesso commedie consone alla natura dei burattini, caricature dell’uomo. Sfogliando i copioni manoscritti del Ferrari si nota la modernità dei soggetti e l’acuta satira sociale. I colleghi, i critici, gli scrittori e i giornalisti non esitarono a definire il Ferrari un maestro di stile nell’interpretazione delle maschere italiane, l’erede diretto e innovatore della gloriosa Commedia dell’Arte. La stampa si accorse di lui nel 1909, pubblicando il 7 settembre la corrispondenza da Medesano, a firma della Marinon, per un suo spettacolo. In seguito giornali italiani e d’Oltralpe si occuparono di lui ripetutamente: una rivista di Lipsia, la Wirtscafts Zeitung, intitolò un articolo Da  Goldoni a Ferrari, accomunando il teatro degli umili burattini del Ferrari alla più grande tradizione teatrale italiana. Coadiuvato dalla moglie e più tardi dai figli e dai nipoti, il Ferrari consacrò l’intera vita a questa nobile attività di spettacolo-cultura: un iter segnato da ostacoli che richiese non indifferenti sacrifici e forza di volontà. Non disdegnò infatti di andare in giro con la baracca e le teste di legno nei paesi più lontani e sperduti a interrompere la monotonia di tutti i giorni. Entrò anche a Corte per mimare una commedia di sua creazione davanti al Re. Lavorò per diversi anni alla radio e anche alla televisione, quando il video era ai suoi primi passi. Instancabile divoratore di libri, la battuta pronta e folgorante, la voce limpida e profonda, portò un messaggio di pace nelle povere contrade turbate da tante lotte e da tante disilluse speranze. Il vecchio teatro italiano del piccolo boccascena aveva allineato artisti di grande prestigio: Carlo e Gildo Preti, Arturo e Francesco Campogalliani e Filippo Cuccoli, ma è col Ferrari che la tradizione si rinnova e lo spettacolo assume dimensioni e valori nuovi. Ricreò con prodigiosa ricchezza di inventiva un nuovo tipo di immagini che non hanno soltanto il dono della parola ma anche quello del canto, per agire in una precisa atmosfera predeterminata dallo studio sottile e icastico della scena, per dare allo spettatore, oltre il limite immobile e rigido della baracca, il riso e la lacrima. Per questo l’avvento del Ferrari aprì un nuovo capitolo nella storia dei burattini, tanto che il suo nome venne confrontato ai grandi interpreti stranieri, da Richard Teschner a Geza Blattner, da Geoges Lafaye a Gosudarstvennyi, da Nina Efimova a Ivan Semënovic Efimov. Maestro insuperabile nell’invenzione e nella trasposizione umana della favola, nel rendere pungente e frizzante la satira e nell’incarnare con schietta fecondità di immagini l’eterna commedia della vita, il Ferrari portò le sue teste di legno alle supreme vette dell’espressionismo. Nella sua mano il personaggio inerte si faceva vivo e, come dominato da un fluido misterioso, trasmetteva al pubblico le più intime vibrazioni, suggerite non soltanto dalla vitalità di un gesto genialmente trasmesso, ma anche dai più profondi accordi di un’anima poetica e sensibilissima d’artista del canto e della parola. Il Ferrari considerava i suoi piccoli attori come personaggi veri, con una personalità degna di rispetto: personalità ansiosa, vibrante, nervosa, eloquente, sempre varia nelle sue manifestazioni perché ad ogni momento sollecitata e rinnovata. Secondo il Ferrari il marionettista ha creduto l’uomo perfetto e ne ha fatto un artista a sua somiglianza. Il burattinaio ha avuto la persuasione dell’imperfezione umana, ed eccoti venir fuori il burattino informe, grottesco e senza gambe: forse per dargli così, possibilmente più testa. Il suo personalissimo e inimitabile stile, che sbalordì le platee più esigenti, trovò ammiratori anche nel campo aristocratico dei grandi interpreti della scena lirica e drammatica: Toti Dal Monte, Ebe Stignani, Matilde Favero, Aureliano Pertile, Elsa Merlini, Fosco Giacchetti e i grandissimi Ermete Zacconi ed Ettore Petrolini esaltarono l’opera del Ferrari. Petrolini, il comico più applaudito del Novecento, affascinato dall’arte del Ferrari affermò: A vederlo lavorare, ci si accorge che siamo di fronte a un uomo pieno di sensibilità, ad un mago esperto e sapiente delle forme e dello stile antico delle maschere italiane. Agì per venticinque anni consecutivi a Salsomaggiore (con ben 180 recite annue) davanti a un pubblico internazionale. Il Ferrari conobbe alla perfezione i più importanti dialetti italiani sorprendendo per l’impostazione fonetica del linguaggio che seppe donare con perfetta aderenza di sfumature e di toni alle maschere regionali. Bargnocla, la creatura nella quale il Ferrari cercò di sintetizzare i pregi e i difetti dei Parmigiani, è un burattino creato in collaborazione col figlio Giordano, che, sperimentato in molti spettacoli e passato attraverso vari prototipi, venne acquistando e imponendo una propria personalità, diventando il simbolo stesso del teatro dei Ferrari. Soppiantò anche la maschera tipica, creata dal Ferrari, Zucléin, che egli così descrisse: Zucchetto, il piccino, curioso, inframmettante, sciocco apparentemente, che mette però in imbarazzo i più grandi di lui, con effetti di comicità sorprendente. Ma il quadro dell’attività artistica del Ferrari sarebbe incompleto e sfuocato se non si accennasse alla sua attività di poeta e di scrittore fertilissimo. Numerosi scritti in lingua e vernacolo portano la sua firma. Col libro Baracca e burattini (1936) il Ferrari mise a fuoco con icastica incisività autobiografica gli anni di miseria, di noviziato e di successo, la sua personalità semplice e fatalista in un concatenarsi di avvenimenti che restituiscono al lettore la statura morale e spirituale dell’uomo, la multiforme versatilità del suo ingegno e le tappe del suo travagliato e sofferto cammino. Nelle poesie, costruite sul metro di un dialetto sonoro e nostalgico, riemergono dal tempo le immagini e l’atmosfera della città di Parma nella luce e nell’ombra delle sue vecchie strade e nel candore puro del suo brioso folclore. Basta leggere l’Avtòn (1940), dolcemente impregnato di languori padani, per scoprire un autunno tutto parmigiano e pieno di sognanti orizzonti. Il verso corre rapido come una cascata di suoni e di luci e il tessuto poetico ricorda quello della vecchia poesia contadina, dall’antico Esiodo in poi. In queste sestine, come scrisse Ferdinando Bernini, c’è un qualche cosa del tono fermo e proprio alla poesia quattrocentesca e bucolica. Dove non troverete abilità di rima o varietà di ritmo ci sarà dell’altro: un senso della natura eterna, ma non immobile, anzi sempre varia nelle sue necessarie trasformazioni e un sorriso malinconico.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 2 1961, 142; Aurea Parma 1 1961, 42; A. Bacchini, Sissa, 1973, 73; Parma Economica 1 1973, 24-28; Proposta 5 1976, 17; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 310-311; M. Dall’Acqua, Terza pagina della Gazzetta di Parma, 1978, 295; Arte e mestiere del burattinaio, 1980, 125 e 127; G. Capelli, in Gazzetta di Parma 27 aprile 1987, 3, e in Gazzetta di Parma 13 settembre 1993, 5; E. Dall’Olio, Tradizioni parmigiane, III, 1993, 196-198; G. Capelli, Sissa, 1996, 108-111
.

Parma 29 settembre 1812-Parma 7 novembre 1883
Figlio di Giovanni e Caterina Pelati. Esercitò dapprima il mestiere di avvocato. Ebbe poi la carica di deputato di quartiere. La duchessa Maria Luigia d’Austria nel 1847 lo mise a capo della polizia municipale. Il Ferrari ricoprì anche l’ufficio di economo. Nel 1854 fu nominato dalla reggente Luisa Maria di Berry prima commissario amministrativo e poi commissario giudiziario dalla polizia del Ducato. Dopo il 1860 fu collocato in pensione.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 28-29.

FERRARI JACOPO, vedi anche FERRARI GIACOMO GIUSEPPE


Parma 1798
Professore d’orchestra, di cui si ignora lo strumento, nell’aprile 1798 presentò domanda per essere ammesso alla solita prova per la nomina nel Reale Concerto di Parma (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli borbonici, b. 6).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Sissa 1750 c.-Parma 25 luglio 1830
Pittore e modellatore, figlio di Paolo e fratello di Pietro Melchiorre. Fu scolaro di Paolo Ferrari all’Accademia di Ferrara, dove vinse premi (nudo, disegno di composizione, bassorilievo) negli anni 1771, 1774 e 1775. Nel Carnevale del 1775 fu retribuito per aver dipinto un cavallo per i balli di un’opera (Archivio di Stato Parma, Teatri e Spettacoli borbonici, b. 4). Studiò in seguito l’arte del modellare con Lorenzo Gujard e fu premiato nel 1779. Fece il disegno preparatorio per un’incisione da un quadro di Sebastiano Ricci (la Comunione di Santa Lucia, nella chiesa omonima a Ferrara) inciso dal Patrini. Si diede a coltivare con assiduità anche la musica, per cui il 18 agosto 1775 venne nominato nella Reale Orchestra con un soldo annuo di 3000 lire, portate a 4000 con decreto dell’11 novembre 1776. Nel 1791 era fluta in proprietà del Reale Concerto di Parma e nel 1804 meritò di essere annoverato tra i professori del Regio Concerto di Parma in qualità di flauto traversiere, col rispettivo soldo. Come musicista, ebbe tra i suoi allievi il Cavallero. Conobbe la geometria e la meccanica e aggiunse ed eseguì vari pezzi per il flauto traversiere, procurandogli così quell’estensione di voce di cui manca. Eseguì delle sfere armillari di ottone e dei mappamondi di nuovo meccanismo che riscossero gli elogi e gli applausi dei dotti e degli artisti. Conobbe pure la gnomonica e realizzò moltissimi orologi solari, tutti assai ingegnosi ed esatti: modello di precisione e di bellezza fu l’orologio da lui eseguito nel cortile della casa del conte Bianchi. Dopo la morte del duca Ferdinando di Borbone (1802) il Ferrari si recò a Casalmaggiore presso il conte Favagrossa, che gli fornì vitto e alloggio, coll’obbligo di esercitare ora l’uno ora l’altro dei suoi tanti talenti. Nel 1820 fu di nuovo a Parma e, nonostante l’età avanzata, ancora in piena attività. Secondo Bertoluzzi, il Ferrari fu abilissimo nel gioco del biliardo. Un anno prima della morte, il Ferrari realizzò una delle sue opere più importanti: l’orologio solare e le meridiane a tempo vero e a tempo medio sulla torre dell’orologio nella Piazza Grande di Parma. L’idea di realizzare una meridiana nella Piazza Grande di Parma non ebbe un particolare scopo utilitaristico, ma soddisfece l’esigenza di decorare uno spazio vuoto della torre con un soggetto di significato scientifico suscitatore di meravigliato stupore nella popolazione, già interessata e sensibile ai problemi della tecnica e della meccanica. Non va dimenticato che l’orologio solare suscitò anche l’interesse di Maria Luigia d’Austria, che ne incoraggiò la costruzione nonostante il difficile momento politico e le gravi difficoltà in cui versava il suo Ducato sotto la pressione dei moti insurrezionali. La torre, costruita su progetto dell’ingegnere Giuseppe Barattini (1673, ripristinata nel 1709), venne rimaneggiata in più parti (1760) da Ennemondo Petitot, che aprì una profonda nicchia sull’asse del sottoportico per collocarvi la possente statua della Vergine modellata (1762) da Gianbattista Boudard. Ai lati di questa fu successivamente disegnata la meridiana, perfettamente orientata a mezzogiorno, suddivisa in tre parti secondo il progetto del Ferrari. La sua prima esperienza relativa alla messa in opera di un orologio solare, il Ferrari ebbe modo di attuarla a Sissa nella grande lunetta che sovrasta l’oratorio detto del Crocefisso, nella piazza principale del paese. La meridiana a tempo vero con le suddivisioni delle ore in numeri romani dipinti in nero su fondo azzurro rimase a scandire il tempo a Sissa per circa un secolo e mezzo, sino a quando, con arbitraria e sprovveduta decisione, si decise di cancellarla per sempre (1930) insieme al nome del suo esecutore. Ma il frutto dei suoi pazienti studi e la valorizzazione dei suoi meriti il Ferrari riuscì a coglierli e a metterli in luce a Parma, dove trovò l’ambiente adatto per esercitare la sua arte, sino a essere prescelto, come detto, per progettare la più importante meridiana della città. Compiuto con abilità e diligente esattezza il suo lavoro, il Ferrari non dimenticò di suggellarlo, come ancora si può vedere, con la data che coronava la sua lunga fatica (23 dicembre 1829): una data che assume il significato di testamento trattandosi dell’ultima prestazione impegnativa e di prestigio condotta a termine dal Ferrari, che morì sette mesi dopo. Il Ferrari inventò e costruì (1828) un cronometro che fu acquistato da Maria Luigia d’Austria e poi collocato nella camera d’ingresso dell’Accademia di Belle Arti di Parma.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, XI, 1915; Bertoluzzi, Cenni intorno ad artisti parmigiani, 1820, 315; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 169; Parma Economica 12 1971, 30-31; P. Bettoli, I nostri fasti, 75; Archivio di Stato di Parma, Teatri, n. 2, dal 1802 al 1806; Ruolo dei provigionati dal 1766; Calendario di Corte per l’anno 1791, 193; Archivio Storico Teatro Regio, Carteggi; Stocchi, 30; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 266; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 395; Gazzetta di Parma 20 aprile 1985, 3; G. Capelli, Sissa, 1996, 98-99
.

Borgo Val di Taro 1910-Nizza novembre 1987
Fisarmonicista. Grande interprete della musette, fu uno dei più significativi suonatori del genere in Francia, dove si era trasferito e poi naturalizzato. Dotato di tecnica non comune e di raffinato gusto interpretativo, nel 1939 divenne popolare in Francia in quanto conduttore musicale di una trasmissione radiofonica nazionale: Plum, plum, tra lala. Fu anche ottimo suonatore di bandoneón, la fisarmonica esagonale assai diffusa in Argentina. Scrisse un gran numero di canzoni, tra cui Domino, il suo pezzo più famoso, eseguito in tutto il mondo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 335.

Parma-Parma 25 luglio 1830
Buon flautista, dal 1804 fece parte dell’orchestra del Teatro Ducale di Parma. Si distinse come costruttore e meccanico di strumenti musicali, specialmente di legno.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Borgo San Donnino 1809/1816
Sacerdote, fu organista della Cattedrale di Borgo San Donnino dal 1809 al 1816.
FONTI E BIBL.: A. Aimi, in Il Risveglio 8 1974.


Parma 1831
Capo dei pompieri di Corte a Parma, dopo i moti del 1831 figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria d’arresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 166.

Collecchio 1832/1850
Fu sindaco del Comune di Collecchio dal 26 gennaio 1844 al 7 giugno 1850 e membro della commissione di sanità e soccorso dal 26 agosto 1835. Fu agente di casa Dalla Rosa nel 1832 e consigliere anziano del Comune di Collecchio nel 1835-1836.
FONTI E BIBL.: Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1814 al 1835, I, Parma, 1837; Malacoda 9 1986, 42.

Parma 26 giugno 1824-Parma 1884
Figlio di Giacomo e Caterina Piazza. Nacque da famiglia che veniva dalla montagna tizzanese (Albazzano). Socio prima e dirigente poi della Società Centrale degli operai di Parma che fondò la Banca Popolare Parmense nel 1871, ne fu impiegato con funzioni di direttore nei primi anni, quando essa aveva ancora un modesto sviluppo. Prese parte vivacissima ai moti contro le truppe austriache scoppiati in Parma il 20 marzo 1848: fu nel gruppo che sparò sugli occupanti stranieri dal campanile del Duomo. Poco dopo, quando il colonnello della Guardia Nazionale il 28 marzo, con manifesto alla cittadinanza, aprì gli arruolamenti, il Ferrari, col fratello Francesco, fu tra i primi a iscriversi e fece parte della prima colonna di volontari parmensi al campo di Carlo Alberto di Savoja. Si battè valorosamente a Pastrengo e a Santa Lucia. Per la sua professione (fu commissionario) viaggiò spesso e mantenne i rapporti del gruppo mazziniano parmense con quelli delle altre città. Ne riferì spesso al Valenti, nella cui corrispondenza sono varie lettere del Ferrari da Bologna e da Genova, piene di notizie politiche e di considerazioni che dimostrano notevoli doti di cultura e di abilità. Morì povero e dimenticato da tutti.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 5/6 1933, 171; L. Lionello Ghirardini, in Gazzetta di Parma 2 dicembre 1968, 3; F. Barili, Tizzano, 1970, 85.


Marzolara 20 ottobre 1906-Bazzano 30 dicembre 1968
Fu ordinato sacerdote il 29 giugno 1933. Fu rettore a Martorano dal 18 agosto 1934, poi arciprete di Castione Baratti e quindi arciprete di Bazzano dall’ottobre 1953 al 30 dicembre 1968. In quest’ultima località compì quindici anni di intensa azione pastorale, tesa a realizzare il bene spirituale dei parrocchiani e il progresso civile della popolazione bazzanese.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 67 e 80.

FERRARI LUIGI, vedi anche FERRARI LORENZO

FERRARI MARCHINO o MARCO, vedi FERRARI GIOVANNI MARCO

Parma 3 febbraio 1819-Parma 13 maggio 1855
Figlio di Luigi e Angela Pescatori. Barbiere con bottega a metà di Strada San Quintino, padre del valente direttore d’orchestra Pio, fu una delle vittime del colonnello Luigi Anviti, che lo fece strangolare nel carcere di San Francesco. Al cimitero della Villetta una lapide così lo ricorda: Ebbe morte occulta perché romanamente tacque un segreto prezioso alle sette liberali. Il 22 luglio 1854 avvenne un tentativo di rivolta in Parma a opera dei mazziniani, contro il governo di Luisa Maria di Berry: l’attacco doveva muovere contemporaneamente dal caffè di Paolo Ravazzoni, all’angolo di Srada San Quintino, e dall’angolo di Via San Benedetto, dove era il caffè di Amadio Bersellini, mentre, quale diversivo, dovevano venire impegnate parte delle truppe con una sommossa in Rocchetta. L’audace piano fu sventato e furono eseguiti 160 arresti. Il 6 agosto il consiglio di guerra condannò a morte Enrico Barilla, 24 anni, negoziante, Emilio Mattei, 25 anni, guardia di finanza, Luigi  Facconi, 23 anni, guardia di finanza, Cirillo Adorni, 27 anni, guardia di finanza, e Pietro Bompani, 29 anni, calzolaio. Inoltre i soldati austriaci nella serata del 22 luglio fecero fuoco indiscriminatamente uccidendo quattordici persone e ferendone sette. Questi furono gli uccisi: Luciano Bevastrelli, 25 anni, falegname, Gaetano Rugalli, 22 anni, soldato nelle truppe ducali, Giuseppe Rizzaldi, 16 anni, cappellaio, Enrico Negroni, 12 anni, chierico, Maria Adorni in Pizzetti, 61 anni, Vincenzo Melley, 67 anni, proprietario, Pietro Fornari, 35 anni, sacerdote, Vincenzo Baroni, 52 anni, fabbro ferraio, Giacomo Rossi, 43 anni, pastaio, Giuseppe Pezzani, 75 anni, proprietario, Costantino Bonadé, 37 anni, falegname, Pietro Guareschi, 64 anni, agricoltore, Alessandro Vernizzi, 67 anni, tintore, e Carlo Guellio, indoratore. Alla feroce reazione del governo (la repressione fu condotta dal colonnello Anviti) rispose quella dei congiurati: si tentò di avvelenare gli Austriaci che frequentavano il Caffè degli Svizzeri in Via San Michele e fu accoltellato in Borgo Riolo il colonnello Paolino Lanati, presidente del Consiglio di guerra. In una riunione segreta fu poi deliberato di uccidere il colonnello Anviti e due giovani se ne assunsero l’incarico: uno doveva usare la pistola e l’altro il pugnale. Il 13 aprile 1855 il conte Anviti, giunto in Strada San Quintino, entrò nel portone della casa situata al numero 10. Erano circa le 20 e il colonnello si recava a casa della sua amante, la stiratrice Berceri. Saliti i primi gradini della scala, gli fu sparato alle spalle un colpo di pistola, ma la palla non lo colpì e andò a schiacciarsi sul muro. L’Anviti uscì nuovamente in strada e, notato un gruppetto di persone che stava chiacchierando davanti alla bottega di barbiere del Ferrari, si avvicinò, intimando agli uomini di fornirgli il nome dello sparatore. Tutti risposero di non aver notato niente, così che l’Anviti fece arrestare il Ferrari, i suoi due lavoranti, Giuseppe Isola e Luigi Pia, lo scritturale Andrea Carini e l’orefice Francesco Panizza. Il 9 giugno il Carini venne fucilato. A Panizza vennero comminati i lavori forzati a vita, a Isola vent’anni di carcere, mentre il Pia fu assolto poiché raccontò tutto quanto i gendarmi volevano sapere, probabilmente anche ciò che non conosceva. Il Ferrari, secondo la versione ufficiale, si uccise dopo un mese di carcere impiccandosi in cella con un fazzoletto appeso a un chiodo ma a Parma si sparse subito la voce che era stato strangolato in San Francesco su ordine di Luigi Anviti. L’unico a porsi in salvo fu il vero attentatore, Celeste Clerici, fuggito all’estero.
FONTI E BIBL.: M. Fulloni, La frana di Carrobbio, 1876, 77; E. Casa, Parma da Maria Luigia Imperiale, 364; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 21; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 10 novembre 1986.

Parma prima metà del XIX secolo
Fu allievo incisore nello Studio Toschi in Parma, ma non proseguì negli studi artistici.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Arte incisione in Parma, 1969.

Parma 10 agosto 1855-Modena post 1924
Studiò un anno armonia nella Regia Scuola di musica (1872-1873) e si ritirò per arruolarsi volontario come primo trombone nel 26° Reggimento Fanteria. Continuò gli studi privatamente e in seguito vinse il concorso per direttore della Banda del 22° Reggimento di Fanteria. Rimase nell’esercito cinquantuno anni e fu collocato in pensione nel 1924. Negli ultimi anni della carriera fu trasferito a Modena, dove tenne per sedici anni la carica di consulente tecnico al Liceo musicale. Fu autore di un’opera in tre atti, rimasta ineseguita, e di molte composizioni per banda.
FONTI E BIBL.: G.N.  Vetro, Dizionario, 1998.

Langhirano 1870 c.-post 1916
Figlio di Ottavio e Adele Venturini. Tenente medico, combatté nella prima guerra mondiale e fu decorato di medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: C. Melli, Langhirano nell’Ottocento, 1987, 93.

FERRARI MARTINO, vedi FERRARI GIOVANNI MARTINO


Parma 1522
Figlio di Benedetto. Fu orefice in Roma. Il 10 aprile 1522 fu ascritto all’Università degli Orafi di Roma.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 173.


Parma 13 febbraio 1877-Mantova 11 febbraio 1964
Laureatasi in medicina a Parma col massimo dei voti, si specializzò in pediatria. A Parigi e in Svizzera si specializzò in ostetricia e ginecologia. Nel 1926 ottenne la libera docenza all’Università di Roma. Dal 1919 al 1948 ricoprì la carica a Salsomaggiore di direttore medico dell’Opera Pia Catena. Fu per molti anni segretaria dell’Associazione medica di Salsomaggiore e presidentessa di numerosi comitati di assistenza sociale. Fu a lungo presidentessa della locale Congregazione municipale di carità, carica che per la prima volta in Italia venne affidata a una donna. Quando fu fondata l’Associazione internazionale tra le dottoresse, la Ferrari fondò l’Associazione italiana, la sviluppò con le diverse sezioni regionali e organizzò congressi nazionali e internazionali, tra i quali resta memorabile quello di Bologna del 1928. Nel periodo della seconda guerra mondiale l’Associazione internazionale fu sciolta e quando nel 1946 venne ricostituita la Ferrari fu rieletta presidentessa dell’Associazione italiana. Nel settembre del 1953 organizzò il Congresso di Varese, che ebbe l’onore di essere presieduto dalla presidentessa internazionale, Ada Cree Reld, mentre nel 1954 organizzò e presiedette il VII Congresso internazionale a Gardone. Per merito suo, sul nome di Salsomaggiore venne polarizzata l’attenzione e l’interesse del mondo medico femminile. Partecipò a numerosi congressi in Italia e all’estero per la trattazione dei più attuali argomenti di medicina, specie riguardanti la donna e il fanciullo. Tra i temi scientifici portati allo studio con appositi premi-concorso, fu quello sulle acque salsesi, da lei diligetemente valorizzate in oltre cinquantacinque anni di vita professionale in Salsomaggiore Terme , sua città di elezione, nella quale ricoprì cariche pubbliche e fu presente in tutte le iniziative di or dine benefico e sociale. Ebbe la presidenza del Comitato per l’offerta del gonfalone al Comune, del Comitato per l’istituzione della scuola tecnica, del Comitato femminile di assistenza durante la guerra 1914-1918, del Comitato per le cure di Salsomaggiore a donne e bambini di Trento, del Comitato dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia e del Comitato della Dante Alighieri, fu delegata della Croce Rossa Italiana, consulente della Casa della madre e del bambino, ispettrice e consigliere dell’amministrazione dell’Asilo infantile, dirigente di campeggi e colonie montane e marine, nonché di corsi di addestramento infermieristico. Nel 1957 la Ferrari divenne presidentessa onoraria dell’Associazione dottoresse in medicina e chirurgia, associazione alla quale aveva dato tanta appassionata attività, e le venne in quella occasione consegnata una medaglia d’oro in segno di riconoscenza. A quell’epoca il Journal of the American Medical Women’s Association di New York le dedicò un lungo articolo, definendola una pioniera che ha contribuito alla stima generale che hanno raggiunto in Italia le donne medico. La Ferrari fece parte anche di associazioni a carattere culturale e fu tra le fondatrici del Convivio. Fu sepolta nel cimitero di Salsomaggiore Terme.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 febbraio 1964, 9.


Parma ante XIX secolo
Fu scultore di figure in marmo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 247.


Parma 1903-
Violoncellista. Suonò in vari teatri nell’orchestra del Teatro alla Scala di Milano dal 1923 alla distruzione causata dagli eventi bellici. Partecipò alle tournée toscaniniane in Europa e fu con il maestro nel 1926 a Busseto per le celebrazioni verdiane.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Arturo Toscanini, Parma, Tip. Benedettina, 1977, 77-78.


Parma 1893/1911
Sergente maggiore del 3° Reggimento Alpini. Fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Fatto segno a fuoco nemico a brevissima distanza, dispose con calma e prontezza la propria squadra a contrabbatterlo, raggiungendo lo scopo (Bin Bu Saad, 12 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.


Parma 1910-Stretta di Mai Vlay 11 aprile 1941
Figlio di Giovani. Camicia nera della 80ª Legione Camicie Nere, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Rifornitore di una squadra mitraglieri duramente impegnata nella fase decisiva dell’attacco, ferito gravemente, superando l’atroce dolore, con superba forza d’animo dedicava l’ultimo anelito della sua vita al compimento del servizio affidatogli, dando alto esempio di valore ed incondizionato attaccamento al dovere, di fulgida fede e di magnifico eroismo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1942, Dispensa 111a, 9001; Decorati al valore, 1964, 85.


Langhirano 1789-Langhirano 1852
Figlio di Antonio, pretore di Langhirano, nel 1810 sposò Adelaide Montali, figlia del Maire di Langhirano ed erede di un cospicuo patrimonio immobiliare. Studiò legge e fece rapida carriera nell’amministrazione statale. Nel 1830 fu nominato cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Lealista, dopo i moti del 1831 divenne, in rapida successione, segretario generale della Presidenza delle Finanze, consigliere di Stato, segretario dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, consigliere ducale, presidente del Teatro ducale, direttore della Polizia generale e direttore d’amministrazione nel Consiglio di Stato ordinario. Nell’agosto del 1847, sospettato di liberalismo dal Bombelles per avere dimostrato scarsa energia nella repressione delle agitazioni studentesche, venne sospeso dalla direzione di Polizia. Nel luglio del 1848 fu eletto deputato di Langhirano nella prima legislatura, per il breve tempo in cui il Ducato di Parma fu unito al Piemonte. Dopo la sconfitta di Novara si ritirò a vita privata.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 388; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, 2 volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 412; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 109; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 86.

Langhirano 1844-Langhirano 1917
Figlio di Antonio e Anna Ughi. Fin da ragazzo abbracciò la causa risorgimentale e a soli ventidue anni vestì la camicia garibaldina prendendo parte alla campagna dell’Agro Pontino (1866-1867) al fianco di Faustino Tanara. Furono con lui Gian Lorenzo Basetti di Vairo e i compaesani Antonio Ugolotti, Nicandro Bergonzi, Galileo Venturini e Luigi Costa. Rientrato in seno alla famiglia, riprese gli studi e conseguì la laurea in legge. Nel 1870, reso convinto che i lavoratori, per concretizzare un minimo delle loro aspirazioni, avevano bisogno di una organizzazione di natura politica, fondò il Circolo repubblicano di Langhirano. Poco tempo dopo diventò uno dei membri del circolo di Parma Pensiero ed Azione. Il circolo di Langhirano cominciò a esercitare non poca influenza sulla popolazione locale e sulla società di mutuo soccorso Fratellanza Artigiana, sorta un anno prima. Le idee repubblicane, attraverso il suo operare e quello di Faustino Tanara e Clodoaldo Leoni, si diffusero rapidamente. In occasione di uno dei tanti viaggi di propaganda il Ferrari venne arrestato a Villa Ruffi, per cospirazione. Nella retata caddero anche Aurelio Saffi, triumviro della Repubblica Romana del 1848, e Alessandro Fortis, mazziniano, passato poi a servire la monarchia. L’arresto del Ferrari mise in allarme le forze di polizia e la Prefettura di Parma, su richiesta del prefetto di Forlì, inviò allo stesso il seguente rapporto riservato: Ferrari Ottavio, anni 27, nato a Langhirano, residente a Langhirano e Parma, dottore, possidente. Il di lui padre era esattore di Langhirano ed il suo avolo Direttore di Polizia sotto il governo cessato. È giovane d’ingegno, studioso ma alquanto dissoluto. Prima del 1870 egli non aveva mai mostrato alcuna tendenza politica, ma frequentando in Langhirano la compagnia di Faustino Tanara, e dopo la partenza dell’allora defunto di lui fratello Giacomo per la guerra Franco-Prussiana si è dato al partito mazziniano. Fu uno dei promotori della sottoscrizione per inaugurare la lapide a ricordo dei caduti della guerra suddetta, ed è uno dei membri più attivi del Circolo Repubblicano di Parma e promotore di quello di Langhirano. Faceva parte della redazione del giornale Il Presente da cui si ritirò per avere dissentito dal programma proposto dal generale Garibaldi alla democrazia, alla quale i suoi colleghi fecero ampia adesione. Fu eletto il 10 settembre 1872 a rappresentare il Circolo Repubblicano di Parma e la Società Operaia L’Unione Fraterna (ora sciolta), al Comizio per il Suffragio Universale. La fermezza di carattere e l’autorevolezza del Ferrari vengono alla luce in una vicenda del 1878, quando era presidente della Fratellanza Artigiana Langhiranese. Il prefetto di Parma, tramite il sindaco, chiese di conoscere l’ammontare del patrimonio sociale, le rendite e le spese in base all’ultimo bilancio e il numero dei soci effettivi e onorari del sodalizio presieduto dal Ferrari. Le notizie dovevano servire agli onorevoli Sella e Luzzati, invitati a una conferenza internazionale a Parigi, per dimostrare che l’Italia non era ultima tra le nazioni europee per numero di sodalizi operai. A tale richiesta il Ferrari rispose: Egregio sig. Sindaco Sono spiacente non poter accondiscendere a quanto Ella mi chiede nella pregiata sua in data 19 corrente. Una quistione pregiudiziale me lo vieta. La mancanza assoluta di qualunque genere di rapporti fra gli operai ed il governo, dal quale quegli nulla sperano, ed al quale nulla chieggono. Il Ministero dell’Interno che domanda questa dettagliata statistica delle Società Operaje d’Italia, per dimostrare nell’occasione di un convegno di studiosi delle istituzioni di previdenza sociale che è convocato sui primi di luglio in Parigi, come l’Italia non sia l’ultima fra le Nazioni d’Europa per le multiplicità e importanza de’ suoi sodalizi operai, dovrebbe sapere che se questi sodalizi sorsero e prosperosi e numerosi in Italia, ciò non deve ascriversi menomamente al merito del Governo, il quale anzi fece ogni mossa per impedire il sorgere di nuove società, e le già esistenti combatté e perseguitò, sicché molte dovettero soccombere in causa dell’accanite ed incessanti persecuzioni. Che malgrado tutto ciò lo spirito d’associazione andò sempre più estendendosi in Italia ciò si deve unicamente al buon senso ed alla costanza de’ nostri operai i quali, convinti che non potevano mai avere nel governo un sostegno ed un amico, confidarono unicamente nelle proprie forze, e con queste sole sperano ed intendono di continuare secondo gli ammaestramenti del loro maestro Mazzini di guidarli alla loro completa emancipazione. Se v’hanno persone benemerite che s’interessano dell’avvenire delle classi operaie e con amore studiano le multiplici quistioni che hanno attinenza colla vita e prosperità de’ nostri sodalizi, si rivolgano costoro direttamente a questi sodalizi e s’accertino che i nostri operai si mostreranno grati delle rette loro intenzioni e delle loro fatiche; ma non scelgano mai come intermediario il governo, col quale, i nostri operai non hanno nulla in comune. Gli operai non aspettano favori né concessioni dalle parti del Quirinale, né da quelle di Montecitorio. Il contenuto della lettera non lascia dubbi sui rapporti che correvano tra la Società di Mutuo Soccorso e le autorità di governo. Dopo la perdita del fratello Giacomo, la famiglia del Ferrari venne colpita da un altro grave lutto: la morte del figlio Tonino, che il Ferrari e la moglie vollero ricordare con un munifico gesto (l’elargizione di 100 lire) a favore della Fratellanza Artigiana, come risulta da una lettera scritta alla Società in data 14 ottobre 1882. Molto attento ai problemi della collettività e preoccupato della mancanza di strutture per l’infanzia, il Ferrari prese l’iniziativa per addivenire alla costruzione di un asilo che venendo in aiuto alle famiglie, assicuri ai bambini una saggia e razionale educazione fisica e morale (circolare resa pubblica nel gennaio del1892). Tre anni dopo, con il concorso finanziario di persone abbienti e la mano d’opera gratuita fornita dai soci e simpatizzanti della Fratellanza Artigiana, l’opera venne portata a termine e dedicata a Giuseppe Mazzini. Le doti di saggezza e di equilibrio del Ferrari, unite a un profondo rispetto del prossimo, rifulsero nella tragica circostanza dell’eccidio di Langhirano del 28 settembre 1911, nel periodo in cui il Ferrari ricopriva l’incarico di segretario del Comune. Un anno dopo la strage, che scosse l’opinione pubblica nazionale, in un opuscolo scritto per ricordare le vittime, Alceste De Ambris dice: Non appena compiuto il delitto abbominevole, carabinieri e guardie forestali, forse presi da sgomento per la loro stessa opera, si diedero alla fuga, correndo ad asseragliarsi nella caserma. Nel paese, frattanto, la lagubre novella si diffondeva producendo ovunque un senso di raccapriccio e di sdegno vivissimo. In breve una folla enorme, fremente d’indignazione e risoluta a tutto, s’addensò attorno alla caserma (in cui si erano rinchiusi gli assassini, tremebondi di paura) disposti a pigliarla d’assalto ed a far giustizia sommaria dei briganti monturati. Fu ventura per questi che potessero interporsi due uomini molto benevisi in Langhirano per la loro conosciuta bontà e devozione alla causa del popolo, il segretario comunale e suo figlio, che evitarono una nuova e più grande tragedia. Il tempestivo e quanto mai opportuno intervento del Ferrari e del figlio Giacomo e le sue parole sagge e persuasive rivolte alla folla esasperata calmarono gli animi e salvarono da sicura morte sette carabinieri e tre guardie forestali: la caserma, ubicata dirimpetto al palazzo municipale, stava infatti per essere data alle fiamme.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 agosto 1984, 7; C. Melli, Langhirano nell’Ottocento, 1987, 84-91; T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 248; Grandi di Parma, 1991, 49.


Parma 9 giugno 1895-post 1973
Figlio di Luigi e Ada Pignoli. Si trasferì a Roma nel 1915. Entrato nella carriera amministrativa, divenne ispettore generale della marina militare. Fu giornalista e poeta dialettale. Pubblicò Tri d’oli e du d’azei (1957) e Prima ’d sarär botega (1973): in entrambi è condensata la nostalgia per la città di Parma lontana, che comprende anche i ricordi dell’infanzia, della scuola, dell’università e dei cari affetti familiari.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 233; Al Pont äd Mez 2 1984, 88-89.

Parma XVI secolo
Scrisse poesie e ballate. In alcune sue rime loda Elena Bergonzi, parmigiana. Ranieri scrisse un sonetto dedicato al Ferrari.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 109.

Sissa settembre 1705-Parma 1792
Figlio di Lorenzo. Architetto e pittore, fu padre di Pietro Melchiorre e di Lorenzo. Professore di disegno all’Accademia di Parma, fu attivo al servizio dei duchi di Parma e presiedette ai lavori delle costruzioni architettoniche fino al 1749, anno in cui andò in pensione. Dipinse per la chiesa di Trecasali le figure dei pennacchi e alcuni medaglioni e una Temperanza sul camino di una sala del Palazzo del Comune di Parma (1742). Nel 1741 eseguì sei tavole per la sala della congregazione del soppresso oratorio della Madonna del Ponte di Parma. Presso la parrocchiale di San Martino di Palanzano è una tela raffigurante San Martino firmata Paolo Ferrari da Sissa Pix. 1746 e presso la chiesa dell’Assunta di Fossa di Roccabianca vi è un San Sebastiano pure firmato e datato 1747. A Sissa è un San Paolo, ovale, autografato e datato 1769, un San Cristoforo nella chiesa dell’Assunta e un Sant’Antonio Abate a Gramignazzo. Eseguì per la cappella del Ponte Caprazucca di Parma una Madonna con i Santi Rocco e Bernardo e per la chiesa di San Giuseppe una Santa Cecilia con angelo e i simboli del martirio. Nell’inventario degli oggetti d’arte della provincia di Parma sono ricordati, presso la chiesa dei Santi Gervasio e Protasio di Ramiano, un dipinto con la Vergine e i santi firmato e datato Paulus Ferrari 1764 e presso la parrocchiale di San Vincenzo di Urzano quattordici dipinti raffiguranti la Via Crucis (la Deposizione è firmata e datata 1776). Quanto il Ferrari fosse attento ai prototipi bolognesi lo dimostra una tela ovale, firmata e datata 1739, in collezione privata a Genova, rappresentante Erminia fra i pastori in perfetto stile tardoreniano. Lo attesta nel disegno La predica di San Vincenzo de’ Paoli anche il particolare della donna col bambino a sinistra, copiato da una delle incisioni del Giovannini tratte dagli affreschi di Ludovico Carracci già in San Michele in Bosco a Bologna. L’esempio più immediato per la ben orchestrata composizione resta però il soggetto omonimo realizzato nel 1751 dall’abate Peroni per San Lazzaro a Piacenza, da cui il Ferrari estrasse anche il particolare dello schiavo visto di schiena a destra. Il disegno, sorprendente per la buona qualità, è l’unico ascrivibile con sicurezza al Ferrari. Potrebbe essere una prima versione per il dipinto del 1760 che gli va restituito in San Vitale, prima assegnato al Bresciani e poi a ignoto (Musiari, 1985, p. 108). Alcuni particolari vi tornano molto simili, mentre la campitura neutra viene riempita con l’incongrua apparizione della Madonna col Bambino e di Sant’Antonio da Padova. Del Ferrari si conosce una composizione affine alla Predica di San Vincenzo de’ Paoli in San Martino a Ruzzano (circa metà del Settecento; Cirillo-Godi, 1986, p. 231) ma soprattutto egli la riprese nel San Vincenzo Ferreri che scongiura la grandine presso la parrocchiale a Trecasali (1772; Cirillo-Godi, 1984, p. 201) che mostra a destra una simile figura virile di schiena. Al catalogo del Ferrari vanno aggiunte le pale nella Santissima Trinità Vecchia, quella con San Fermo in Santa Croce, ascritta per tradizione a suo figlio Pietro Melchiorre, e il piccolo Miracolo di San Vincenzo Ferreri in San Giacomo a Soragna, indicato come anonimo del secondo Settecento (Colombi-Godi, 1981, p. 19). Lasciò ancora dipinti in diverse chiese del Parmense: un Crocifisso con San Giovanni, la Madonna e la Maddalena nell’oratorio di Santa Croce di Campo Caneto (Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane) e il San Sebastiano, firmato e datato 1747, dell’Assunta di Fossa di Roccabianca (Inventario, 1934). Inoltre, un suo quadro rappresentante San Gregorio e le anime del purgatorio si trovava nella chiesa di Ognissanti di Parma prima che vi giungesse l’Immacolata del figlio Pietro Melchiorre (Bigliardi, 1977). Secondo Bigliardi (1977, 36) il Ferrari era ancora in vita nel 1813 (distinguendo due differenti Paolo Ferrari: il padre di Pietro Melchiorre e il professore dell’Accademia). Zani lo definisce pittore mediocre.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, XI, 1915, 460; Inventario degli Oggetti d’Arte d’Italia. Provincia di Parma, Roma, 1934, 202, 285; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 923; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 399-400; A. Bacchini, Sissa, 1973, 37-38; P. Donati, Nuova descrizione, 1824, 109; R. Bigliardi, in Aurea Parma 1977, 36, 42; L. Fornari Schianchi, in L’Arte a Parma dai Farnese ai Borbone, 1979, 122; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 155-156; G. Capelli, Sissa, 1996, 87-88; Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 652.

Parma 2 luglio 1839-Parma 10 settembre 1908
Giornalista, corrispondente da Parma della Gazzetta Musicale di Milano e collaboratore della Gazzetta di Parma con articoli di storia e di memorie artistiche cittadine, fu l’autore del volume Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1828 al 1883 (Battei, 1884) edito a spese del conte Sanvitale. Il volume, anche se l’edizione fu di sole 350 copie, ebbe grande successo (gli valse ricchi doni da parte di re Umberto di Savoja e dell’ex duca di Parma Roberto di Borbone, il quale gli dedicò una fotografia con autografo) e fu di guida per altre opere similari in tutta Italia (la casa editrice Forni di Bologna nel 1969 ne curò una ristampa anastatica di duecento copie). Inedita è invece la sua monografia su La torre del Comune di Parma caduta l’anno 1606, altra opera di grande interesse. Il Ferrari fu una caratteristica figura di bohémien nottambulo, dall’ingegno disordinato ma acuto. Alla morte, fu ricordato sul Momento di Torino (di cui il Ferrari fu corrispondente negli ultimi anni di vita) da un ampio articolo di Ildebrando Pizzetti.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 299; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 70-71; Dietro il sipario, 1986, 281.

FERRARI PAOLO MELCHIORRE, vedi FERRARI PIETRO MELCHIORRE

Parma 1712/1725
Iniziò il suo insegnamento all’Università di Parma nel 1712 e ancora nel 1725 rilasciò attestati di frequenza qualificandosi pub. Sacrorum Canonum interpres in Un. Parm.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, cartella Studio Parmense 1680-1747, all’anno 1716, Certificati Scolastici 1688-1755, all’anno 1725; Bolsi, 51; F. Rizzi, Professori, 1953, 57.

FERRARI PIER MELCHIORRE, vedi FERRARI PIETRO MELCHIORRE


Lesignano de’ Bagni ante 1870-post 1922
Figlio di Andrea. Prese parte al combattimento di Porta Pia in Roma (1870). Visse lungamente a Maiatico.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 125-126.

Sissa 2 febbraio 1734-Parma 3 ottobre 1787
Figlio di Paolo, pittore e architetto. Dopo aver ricevuto i primi rudimenti dell’arte dal padre, il Ferrari fu scolaro dell’abate G. Peroni, che lo indirizzò a Bologna presso Angelo e Vittorio Bigari, sotto la direzione dei quali molto si avanzò nell’arte e pel disegno, e pel colorito (Baistrocchi-Sanseverino, ms., secolo XIX). Ritornato a Parma, frequentò l’Accademia di Belle Arti come allievo di G. Baldrighi, che fu per il Ferrari di grande stimolo, dopo un inizio incerto e sconclusionato (Bertoluzzi, ms., inizi secolo XIX). In questa fase della sua formazione, all’educazione bolognese aggiunse la lezione della pittura locale e le suggestioni attinte dalle opere di artisti francesi (Poussin, Watteau, Fragonard, Boucher) commissionate dai duchi di Parma per le proprie collezioni. Inoltre risentì di quel clima complesso e denso di fermenti rinnovatori promossi alla Corte borbonica dal primo ministro G. Du Tillot. Giovanili e condotti con un certo eclettismo sono le commissioni di dipinti a soggetto religioso per alcune chiese della campagna parmense: il San Vincenzo Ferreri in San Michele a Trecasali, di un cromatismo scarno legato al Peroni, la carraccesca tela de La consegna delle chiavi, in San Pietro di Fragno (1759-1760), ma già con anticipazioni neoclassiche, la Madonna col Bambino e santi per la chiesa di Miano di Medesano, che risente ancora di una impostazione secentesca (1759), la Madonna e santi della chiesa parrocchiale di Varsi, nella quale il Ferrari riecheggia moduli quattro-cinquecenteschi (Inventario, 1934, p. 302; Bigliardi, 1977, p. 40). Negli stessi anni ottenne diversi successi accademici. Nel 1758 riportò il primo premio nel disegno di nudo: un interesse, quello dello studio anatomico, che il Ferrari ripropose in numerosi disegni di grande rigore e approfondita tecnica (Parma: Pinacoteca Stuard; Accademia di Belle Arti; Biblioteca Palatina, Raccolta Ortalli) e in due telette a olio della Galleria nazionale (Bigliardi, 1977; Fornari Schiachi, 1983; Cirillo-Godi, 1979 e 1987). Nel 1760 ottenne la medaglia per il disegno di composizione con Il Seneca svenato, mentre nel 1761 fu premiato per il dipinto della Guarigione del paralitico (entrambi a Parma, Galleria nazionale). Le architetture severe, la solennità dei personaggi e gli elementi di decoro sono in queste due opere elementi di precoce neoclassicismo e fanno del Ferrari un anticipatore di quello spirito di alta retorica (Riccomini, 1977), che fu poi del Mengs, del David e di Greuze e che a Parma ebbe il suo massimo esponente in E. Petitot. Abbandonate le tendenze barocche, il Ferrari aprì verso il gusto archeologizzante, che alla Corte ducale parmense trovava stimolo anche dalla scoperta delle statue romane di Velleja (1760-1761). Sempre intorno al 1760 si data Il Frugoni e l’Arcadia (Parma, Galleria nazionale), opera emblematica di come il Ferrari, attingesse ai modelli francesi, adeguando la sua tecnica al gusto del committente (Bigliardi, 1977, p. 46): su un’idea fornita molto probabilmente dal Du Tillot e sulla quale il Ferrari stese un primo progetto (Studio per l’Arcadia, Parma, Galleria nazionale), il dipinto rappresentò una novità pittorica, che peraltro a Parma non ebbe seguito, di chiara matrice poussiniana nella resa atmosferica di una favola arcadica. Dal 1762 è la commissione, da parte del sodalizio del Santissimo Sacramento della chiesa di Santa Caterina (Grandinetti, 1973), del dipinto con l’Immacolata (Parma, chiesa di Ognissanti), una sorta di Pompadour in gloria (Riccomini, 1977, p. 121), che conferma come il successivo percorso del Ferrari si orientò quasi tutto nel solco francese e baldrighiano. Aria francese aleggia anche nella produzione ritrattistica del settimo e ottavo decennio, quando il Ferrari ricevette dalla Corte l’incarico di terminare alcuni dipinti che, iniziati da J.-M. Nattier e C. Van Loo, dovevano essere portati a termine dal Baldrighi (Bigliardi, 1977, p. 44). A questa fase appartengono alcuni ritratti conservati a Parma, quali il ritratto di S. Bettinelli del 1763 (Pinacoteca Stuard), quello di G. Du Tillot, di grande virtuosismo ottico e pittorico (Fornari Schianchi, 1979) e quello di Don Ferdinando di Borbone (entrambi alla Galleria nazionale), il ritratto del protofisico F. Torregiani (collezione Cassa di Risparmio di Parma), del medico G. Camuti (collezione privata) e quello del segretario D. Cortesi (raccolta Maestre Luigine), dai quali emerge l’importanza del rapporto col Baldrighi. La vivace indagine psicologica si spinge verso punte di verismo nei due busti di L. Bertoluzzi e della moglie (Galleria nazionale), opere che ancora ai tempi dello Scarabelli Zunti erano proposte come modelli di esercitazione per gli allievi dell’Accademia. Sono ritratti borghesi, non ufficiali, vicini alla coeva pittura inglese per il gusto dell’esatta descrizione del costume, per l’espressione indagata e confidenziale (Riccomini, 1977, p. 130). Riferito al catalogo del Ferrari (Natale, 1984, pp. 852, 856) è anche il Ritratto di gruppo (San Francisco, M.H. de Young Memorial Museum), dove il Ferrari si raffigura al cavalletto. Sulla scorta di questo dipinto è possibile identificare in Baldrighi e nell’incisore Antonio Martini i personaggi coi quali il Ferrari si ritrae in animato colloquio nella serie dei Triplici ritratti (1763, Parma, Biblioteca Palatina, Raccolta Ortalli e Galleria nazionale; Ottawa, National Gallery of Canada), opere che confermano come il gusto per questo genere fosse profondamente radicato nel contesto parmense. Alla conoscenza del percorso artistico del Ferrari e della sua autonomia e originalità all’interno della pittura parmense del Settecento offrono un contributo due suoi dipinti piemontesi: la pala con la Messa di San Gregorio di San Giovanni a Nizza Monferrato, eseguita tra il 1765 e il 1768, e l’Annunciazione della chiesa dell’Annunziata di Vercelli, di poco posteriore (Natale, 1984). Di committenza ducale è il disegno per il frontespizio, inciso a Piacenza da P. Perfetti (1769), per il volume Il congresso negli Elisi, edito per le nozze del duca Ferdinando di Borbone con Maria Amalia d’Austria (Parma, Biblioteca Palatina). Artista ormai affermato, il Ferrari venne aggregato all’Accademia Etrusca di disegno (1773) e all’Accademia Clementina di Bologna (28 giugno 1774). Nominato consigliere con voto dell’Accademia di Parma (10 luglio 1774), ne divenne professore della scuola di disegno, l’unica che, a giudizio dei contemporanei, fosse di un certo valore (cfr. Capacchi, 1972). Nel 1785, inoltre, divenne ritrattista di Corte con soldo e maestro di pittura con l’obbligo di aprire studio (Bertoluzzi, ms. inizi XIX secolo), carica che ricoprì fino alla morte. Alla sua maturità artistica appartengono numerose opere che, sebbene condotte entro i canoni del gusto settecentesco, contengono elementi nuovi che il Ferrari traeva dalla natura e dalla realtà. Sono da ricordare La predica del Battista della parrocchiale di Castel San Giovanni del 1771, con teste di carattere alla Benigno Bossi (Riccomini, 1977, p. 127) e il relativo studio a olio della Testa del Battista (Parma, Galleria nazionale), che riporta ad una Francia classicheggiante (Bigliardi, 1977, p. 42), la Sacra Famiglia (Piacenza, Collegio Alberoni), Sant’Anna insegna a leggere alla Madonna (1774, Parma, Galleria nazionale) e la pala con Sant’ Omobono distribuisce l’elemosina (1777-1778), di tradizionale iconografia pietistica, per San Liborio di Colorno, la chiesa ducale per la quale dipinse anche la Sacra Famiglia con Sant’Anna, San Gioacchino, San Francesco e Sant’Agostino, firmata e datata 1780. E ancora una serie di ovali, San Bernardo da Corleone per i cappuccini di Parma, San Vincenzo Ferreri per San Paolo (poi entrambi nella Galleria nazionale) e San Francesco Saverio, della parrocchiale di Vigatto, datato 1774, nei quali tuttavia il linguaggio rimane accademico e convenzionale. Il Ferrari fece testamento il 30 agosto 1787, nominando erede la moglie Alba Grazioli, dal momento che la loro unica figlia, Fernanda, era morta tre anni prima (Bigliardi, 1977, p. 37 n. 3). Morì mentre attendeva a un ritratto della famiglia ducale (Baistrocchi-Sanseverino, ms., XIX secolo) e fu sepolto nella chiesa di San Quintino a Parma. Il vasto corpus grafico del Ferrari è costituito, oltre che dagli studi di nudo già ricordati, da studi di teste, da idilli pastorali, da scene mitologiche e da ritratti, opere nelle quali si evidenzia, oltre alla facile vena descrittiva, la finezza straordinaria della linea e la notevole sensibilità nell’uso dello sfumato (Bigliardi, 1977, pp. 49 s.; Fornari Schianchi, 1979). Le opere perdute, tra le quali un Ritratto di Ferdinando IV di Borbone e alcuni dipinti in chiaroscuro in Sant’Eufemia a Brescia, si ricavano sia da una nota manoscritta del Ferrari, successiva al 1780 (Parma, Museo Glauco Lombardi, sc. 25, b. 4), sia da un elenco contenuto nelle memorie dello Scarabelli Zunti, che ricorda inoltre tra i numerosi discepoli del Ferrari il reggiano Biagio Manfredi, il caravaggese Paolo Gallinoni e frate Attanasio da Coriano.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina: R. Baistrocchi, Guida per i forestieri, ms., 1787, c. 66, ms. 1106: G. Bertoluzzi, inizi XIX secolo, cc. 66, 300, 305; Parma, Soprintendenza alle Gallerie, ms. 130: G. Baistrocchi-A. Sanseverino, Biografie d’artisti parmigiani, XIX secolo, c. 62, E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida artistica e storica di Parma, ms. XIX secolo, c. 62, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. XIX secolo, VIII, cc. 104-107; Parma, Museo Glauco Lombardi, Inventario generale dell’Accademia parmense, ms., 1820, sc. 25, b. 2, fasc. 5, c. 1; F. Bartoli, Le pitture, sculture ed architetture della città di Rovigo, Venezia, 1793, 190; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 66, 98, 108, 110, 125; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, 1808, a cura di M. Capucci, Firenze, 1968, II, 252; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 132; L. Scarabelli, Guida ai monumenti storici ed artistici della città di Piacenza, Lodi, 1841, 187; P. Martini, La scuola parmense delle belle arti e gli artisti di Parma e Piacenza dal 1777 all’oggi, Parma, 1862, 7 s.; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, ad Indicem; G. Lombardi, Parma alla mostra fiorentina del ritratto italiano, in Aurea Parma 1-2 1912, 21-24; H. Bédarida, Parma e la Francia, Parma, 1986, 41, 113, 450, 499 s., 507; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, A. Santangelo, Provincia di Parma, Roma, 1934, ad Indicem; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 236, 261; Mostra dell’Accademia (catalogo), a cura di G. Allegri Tassoni, Parma, 1952, 20, 33; G. Copertini, Fra bozzetti, disegni e stampe, in Parma per l’Arte XI 1961, 134; C. Briganti, Curioso itinerario delle collezioni ducali parmensi, Milano, 1969, 17, 52, 57; G. Bertini, I quadri della real chiesa di San Liborio a Colorno, in Aurea Parma LIV 1970, 188; G. Capacchi, Un anonimo e severo giudizio settecentesco sui professori maestri dell’Accademia di Parma, in Aurea Parma LVI 1972, 129; L. Grandinetti, Spigolature d’archivio per una storia della parrocchia di Ognissanti in Capo di Ponte, in Parma nell’Arte I 1973, 12-16; A. Bacchini, Sissa, storia di un paese, Parma, 1973, 38, 42, 141, 147; G. Godi, in Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento (catalogo), Colorno, 1974, p. XXIV; R. Bigliardi, Pietro Melchiorre Ferrari, in Aurea Parma LXI 1977, 36-57; E. Riccomini, I fasti, i lumi, le grazie. Pittori del Settecento parmense, Parma, 1977, 111-134; G. Bertini, Un dipinto ritrovato di Pietro Melchiorre Ferrari, in Aurea Parma LXII 1978, 121-123; G. Godi, All’asta a Firenze un disegno del Ferrari, in Gazzetta di Parma 17 novembre 1978; L. Fornari Schianchi, Il momento illuminista nell’arte parmense del ’700 (Baldrighi-Ferrari-Bossi), in L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone (catalogo), Bologna, 1979, 111-122; G. Cirillo-G. Godi, Apporti al catalogo e alla storia della pittura parmense del ’700, in Parma nell’Arte I 1979, 39-41; L. Fornari Schianchi, La Pinacoteca Stuard di Parma, in Arte e pietà. I patrimoni culturali delle Opere pie (catalogo), Bologna, 1980, 330; E. Bazzani-M. Cuoghi Costantini-I. Silvestri, Le stoffe di seta. Produzione e commercio, in Vita di borgo e artigianato, Milano, 1980, 254 s.; G. Godi, Dipinti inediti di Pietro Ferrari, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1981; S. Pinto, in Storia dell’arte italiana, Einaudi, parte II, 2, Torino, 1982, ad Indicem; L. Fornari Schianchi, La Galleria nazionale di Parma, Parma, 1983, 212-217; V. Natale, Le opere di Pietro Melchiorre Ferrari in Piemonte e qualche attribuzione, in Scritti in onore di F. Zeri, Milano, 1984, 847-858; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli. L’Accademia di belle arti di Parma tra il periodo napoleonico e la Restaurazione, Parma, 1986, 11, 203; G. Cirillo-G. Godi, La Pinacoteca Stuard di Parma, Parma, 1987, ad Indicem; J. Urrea, Noticias y retratos de la corte de Parma, in El arte en los cortes europeas del siglo XVIII, Madrid, 1987, 784-792; F. Arisi, La Galleria Alberoni di Piacenza, Piacenza, 1991, 94; P. Ceschi Lavagetto, in La pittura in Italia. Il Settecento, Milano, 1992, I, ad Indicem, II, 715; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, 460 s.; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani dall’XI al XX secolo, IV, 399 ss.; V. Maugeri, in Dizionario biografico degli Italiani, XLVI, 1996, 652-654; V. Banzola, in La Cesa di Sant 1999, 25-27.

Parma 16 maggio 1848-Tabiano 18 agosto 1894
Figlio di Mario. Studiò nella Regia Scuola di musica di Parma dal 1856 pianoforte con Dacci, violoncello con Carlo Curti e composizione con Giovanni Rossi. Si diplomò nel 1866 in composizione col titolo di allievo emerito. Dal 1866 suonò come violoncellista in vari teatri d’Italia e nel 1872 fu nominato maestro di violoncello e canto corale nella Scuola di musica di Cremona. Vi rimase fino al 31 ottobre 1874, data nella quale la scuola fu soppressa. Il 13 agosto 1876 fu nominato per concorso maestro di solfeggio nella Regia Scuola di musica di Parma e il 13 agosto 1883 passò, sempre per concorso, alla classe di armonia, che tenne fino al decesso. Diresse e concertò al Teatro Regio di Parma le stagioni liriche 1878-1879, 1881-1882, 1886, 1887 e 1888, per quattro anni i concerti della Società del Quartetto, per tre stagioni al Teatro Reinach di Parma e per pochi mesi (marzo-luglio 1883) fu a capo della Scuola di musica di Reggio Emilia. Toscanini, del quale era stato insegnante, lo tenne in grande stima e ricordò sempre la sua magistrale interpretazione a Parma nel 1878 della ouverture del  Tannhäuser e dei concerti sinfonici. Con l’editore Lucca pubblicò la romanza in chiave di sol dal testo francese A une edelweiss e nell’Archivio Storico del Comune di Parma (Lascito Sanvitale) si trova la riduzione autografa per pianoforte a quattro mani della Ouverture in mi.
FONTI E BIBL.: P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 310; P. Stefan, Arturo Toscanini, 32; M. Ferrarini, Pio Ferrari, in Per l’Arte 26 agosto 1894; necrologio, di A. Sanguinetti, in Gazzetta di Parma 1894, n. 228; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 250; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 299; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 101; Dietro il sipario, 1986, 281; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 94.

Parma 1889-1964
Insieme ai fratelli Arturo e  Gino Ernani realizzò nel 1937 un gruppo industriale produttore di materiali laterizi, aprendo stabilimenti a Salsomaggiore, Parma e Borgo Val di Taro. Soprattutto alla Sals di Salsomaggiore dedicò non poche delle sue energie per ricostruirla nel 1945, essendo stata distrutta dagli eventi bellici della seconda guerra mondiale. Fu tra i primi a introdurre avanzatissimi sistemi di cottura attraverso un razionale impiego delle fonti di calore.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 397.


Parma 1780
Appartenne a famiglia iscritta nell’albo del General Consiglio del Comune di Parma come nobile. Fu luogotenente della milizia urbana e consigliere del Consiglio generale del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 3, 1930, 137.


Parma 1823/1831
Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Fu sottoposto a sorveglianza durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 169.


Traversetolo 1831
Fu tra i propagatori della rivolta durante i moti del 1831. Fu inquisito con requisitoria d’arresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 170.

Bedonia 19 maggio 1892-1968
Studiò nel Seminario di Bedonia fino al termine del liceo, poi passò al Seminario urbano di Piacenza per gli studi teologici, che dovette interrompere allo scoppio della prima guerra mondiale per compiere il servizio militare. Nel 1916, durante una settimana di licenza, fu ordinato sacerdote e poi subito ripartì per il fronte. Terminata la guerra, fu nominato professore di matematica e fisica ed economo del Seminario vescovile di Bedonia. Fu da allora fino alla morte la vera anima di Seminario e Santuario. Nel 1927 fondò il bollettino mensile L’Araldo della Madonna di San Marco. Nel 1937 fu promotore della posa della statua della Madonna sul Monte Penna. Nel 1938 iniziò la raccolta di reperti che in breve costituirono il Museo di Storia Naturale di Bedonia, che volle per l’educazione di tutti i giovani della vallata. Sempre in quegli anni fece costruire una nuova ala del Seminario e iniziare i lavori del nuovo Santuario. Quest’ultimo, nonostante l’interruzione dovuta alla seconda guerra mondiale, fu inaugurato nel 1955. Sue sono anche le idee di una casa per il clero e quella del grande Istituto di San Marco, che furono concretizzate da monsignor Renato Costa, al suo fianco fin dagli anni Quaranta. Morì, dopo una lunga malattia, il giorno della festa della Madonna di San Marco.
FONTI E BIBL.: Bedonia, 1998, 26.

Parma 1823/1831
Tenente. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Fu tra i sospetti, e perciò inquisito, durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 168.

Calestano 27 agosto 1896-Parma 16 agosto 1961
Nacque in una famiglia di bandisti e studiò trombone con il maestro Trapani al Conservatorio di Parma. Da studente suonava le campane della chiesa e nella banda del paese natale. Durante la prima guerra mondiale diresse la banda del 77° Reggimento di Fanteria, poi si dedicò ai ballabili folkloristici, diventando uno dei più apprezzabili esecutori nel genere. Una paralisi labiale interruppe la sua carriera di trombonista: si dedicò allora al contrabbasso, alla composizione e diresse anche le bande del Gruppo Corridoni di Parma, il Concerto Cantoni e la banda di Fornovo di Taro (dal 1947 al 1961) e del Teatro Regio (1947). Aprì anche una scuola di fisarmonica, dove studiarono Franco Scarica e Romano Gandolfi. Fu compositore di un gran numero di marce e ballabili, tra cui le mazurche Atlanta, Bruna, Lilla, Luisa, Marchina, Milena, Pampini e Veglia, le polche Briosetta, Campagnola, Carla, Due chiacchiere, Lina, Maggiolina e Marisa e i valzer Candido, Carnera, Gianni, Grazioso, Mio tesor, Sorrisi, Super Salas e Tentazione.
FONTI E BIBL.: Anesa, II; B/S, 32; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1 settembre 1883-1943
Figlio di Geminiano e Ursulina Grassi. Dottore in teologia, fu parroco di Marano di San Lazzaro e canonico della collegiata del Battistero di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 237.

Parma 16 marzo 1878-Spezia 24 ottobre 1926
Nel 1898 si diplomò in violoncello nel Regio Conservatorio di musica di Parma. Tenne il posto di primo violoncello nelle migliori orchestre italiane ed estere e nei principali teatri del mondo. Fu professore incaricato della scuola di violoncello nel Conservatorio di Parma (1916-1919) e insegnante nel Conservatorio di Buenos Ayres e nella scuola musicale di Spezia. Suonò alla presenza dell’infante di Spagna, del presidente della Repubblica Argentina, del re di Portogallo e dello zar di Russia. È sepolto nella cappella del Conservatorio di musica di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 77; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 71.

Parma 23 aprile 1903-Parma 1 settembre 1944
Figlio di Alfonso. Di professione cameriere, coniugato, con un figlio, si formò una notevole cultura da autodidatta. Più volte arrestato e fatto segno ad aggressioni da parte dei fascisti, aderì tra i primi alla Resistenza, giungendo ad assumere la responsabilità di ispettore provinciale delle Squadre d’azione partigiane di Parma. Antifascista e ardito del popolo, fu sottoposto a continua sorveglianza in quanto ritenuto irriducibile avversario del regime. Due suoi fratelli caddero durante la prima guerra mondiale e il terzo, Dante, ebbe il ruolo di capo degli arditi del popolo, a diretto contatto con Guido Picelli. Finito in mano nazista nell’estate 1944, il Ferrari venne tenuto per quaranta giorni ininterrottamente legato entro un vano della Cittadella di Parma e poi consegnato ai carnefici in Piazza Garibaldi. Alla sua memoria fu conferita la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Instancabile organizzatore della resistenza, veniva catturato dal nemico e sottoposto alle più inumane sevizie, sopportate con eroica fermezza e senza che dal suo labbro uscisse una qualsiasi dichiarazione compromettente. Condannato alla pena capitale, affrontava la morte da forte.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 85; Caduti Resistenza, 1970, 75; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 265, e III, 1990, 90.

Parma 3 dicembre 1833-Parma 3 luglio 1884
Entrò nella scuola di musica di Parma come alunno convittore a posto gratuito il 1º marzo 1842 e ne uscì il 29 novembre 1851 diplomato in clarinetto. Suonò molti anni al Teatro di Trieste, per tornare a Parma nel 1856, dietro concorso, nella Ducale Orchestra. Con decreto del 25 aprile 1862 fu nominato insegnante di clarinetto nel Conservatorio di Parma, posto che conservò, distinguendosi per modestia e zelo esemplare, sino al giorno della sua morte. Fu maestro di clarinetto nella scuola della banda cittadina parmense dal 16 gennaio 1860. Nel 1876 dovette smettere di suonare a causa di un incidente che gli lese il braccio destro. Fu ricordato per l’assolo del Poliuto. Diplomò ottimi allievi: alla Regia Scuola di musica Giuseppe Alessandri, uigi Botti, Edgardo Cassani, Guglielmo Forbek, Dante Fornari, Riccardo Furlotti, Antonio Larini, Mario Marchesi, Giaquinto Rastelli, Guido Rocchi, Amilcare Salvini e Atonio Saussat e nella Scuola della banda Enrico Bernini, Enrico Crispo, Giulio Missorini e diversi altri.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 77; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 54; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

FERRARI DA GRADO o D’AGRATE o DA GRATE, vedi FERRARI


Borgo San Donnino 1831
Fu valoroso patriota durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 363.

Bardi 1831
Fu valoroso patriota durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 363.

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