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Dizionario biografico: Eaco Panellenio-Everardo da Colonia

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EACO PANELLENIO, vedi SANVITALE JACOPO

EBERARDO o EBERHARDO, vedi EVERARDO


Parma 1135
Fu canonico e arcidiacono della Cattedrale di Parma nell’anno 1135.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 330.

Colorno 1850 c.-
Figlia di Giuseppe e di Clementina Naudin. Fu pittrice professionista.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 282.

Colorno 15 maggio 1856-Boulogne-sur-Seine 16 dicembre 1912
Figlio di Giuseppe e Clementina Naudin. Svolse una brillante carriera artistica, densa di riconoscimenti da parte dei suoi contemporanei, come pittore e illustratore e soprattutto come costumista teatrale. Proveniva da una famiglia di artisti di origine alsaziana: il padre fu un pittore dilettante, il fratello Vittorino lavorò spesso come figurinista e la sorella Adele dipinse professionalmente. Ma la famiglia si gloriava soprattutto della discendenza da un celebre miniaturista, il cavaliere Giuseppe Naudin, maestro di pittura della duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria, divenuto in seguito regio pittore di Vittorio Emanuele di Savoja. Per quanto riguarda la formazione artistica dell’Edel non risulta che egli abbia frequentato la Reale accademia di belle arti, perlomeno in modo regolare. Gli si attribuiscono comunque due maestri: l’architetto Pancrazio Soncini e lo scenografo decoratore Girolamo Magnani (cfr. Settantaquattro figurini, 1984), con il quale collaborò più tardi per il Simon Boccanegra di Verdi, rappresentato al Teatro alla Scala di Milano nel 1881. L’Edel cominciò a operare collaborando alla realizzazione di spettacoli per il teatro alla Scala di Milano, ove diede inizio al primo vero e proprio tentativo di rinnovamento del costume teatrale italiano. Infatti, dopo aver lavorato per alcuni anni presso la Casa musicale Ricordi, per la quale illustrò le copertine delle più varie edizioni, ancora giovanissimo divenne allievo di L. Bartezaghi, scenografo e costumista ufficiale della Scala. Dal Bartezaghi, artista poco estroso ma assai erudito sulle fogge dei costumi antichi e moderni, apprese il gusto per il vero storico. Un gusto che tuttavia, diversamente dal maestro, egli riuscì sempre a coniugare con una bizzarra e assai godibile fantasia. A partire dal 1875-1876, in seguito alla morte del Bartezaghi, l’Edel divenne collaboratore del coreografo e mimo L. Manzotti, stravagante e geniale creatore di spettacolari messe in scena e balletti: per Manzotti ideò i costumi del Pietro Micca, celebrazione della storia civile italiana in clima risorgimentale (Teatro alla Scala, 1875), primo capolavoro coreografico del Manzotti, su musiche di G. Chiti (già rappresentato a Roma nel 1872), e di Sieba, sempre su coreografia del Manzotti ma con musiche di R. Marenco, rappresentato alla Scala nel 1879. Tra il 1880 e i primi anni del nuovo secolo l’attività artistica dell’Edel si fece sempre più intensa. Disegnò oltre 300 figurini, una parte dei quali è conservata nel Museo teatrale della Scala di Milano, come i dieci acquerelli su cartone eseguiti per Cherubin di J.E.F. Massenet, andato in scena al teatro del Casinò di Montecarlo nel 1905, e i novanta acquerelli disegnati per Erodiade, sempre di Massenet, rappresentato al Teatro alla Scala nel 1882. Altri, mai utilizzati, furono esposti in una mostra (Settentaquattro figurini, 1984) che radunò i figurini eseguiti dall’Edel per il dramma Simeta di G. Cipollini, opera mai rappresentata per motivi finanziari e di altro genere. Di questa ricca produzione vanno ricordati i costumi che l’Edel realizzò per il famoso ballo Excelsior, su musica di Marenco, per il quale il Manzotti ideò una coreografia in 6 parti e 12 scene, rappresentato per la prima volta al Teatro alla Scala l’11 febbraio 1881. Più che di un balletto si trattò di una fantasmagorica celebrazione dei trionfi dell’industria e della nuova civiltà dell’uomo, di una rappresentazione teatrale definita il più ambizioso balletto della storia (Angiolillo, 1989, p. 109). Il balletto si ispirava infatti alle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche: il traforo del Cenisio, l’istmo di Suez, l’invenzione del telegrafo, dell’elettricità e via dicendo, che per l’occasione si trasformavano in marce, polche e mazurche. L’Edel lavorò ancora per i balletti di Manzotti e Marenco Amor (Teatro alla Scala, 1886) e Sport (Teatro alla Scala, 1897), Parvana di C. Bacchini (Teatro alla Scala, 1905) e Siama di I. Hüvös (Teatro alla Scala, 1913). Disegnò i figurini per la prima rappresentazione dell’Otello di G. Verdi, nel 1887, con le scene di G. Ferrari (cfr. L’Illustrazione Italiana 6 febbraio 1887, pp. 102 s., e il numero speciale della stessa rivista dedicato a Verdi e l’Otello), per i quali si recò a Venezia a studiare modelli e stoffe degli abiti sulla pittura rinascimentale. Diverse volte, nel suo carteggio con Verdi, A. Boito si sofferma a parlare dei costumi dell’Edel per Otello (cfr. Carteggio Verdi-Boito, a cura di M. Medici-M. Conati, Parma, 1978, pp. 101 s., 106 s., 112), ribadendone la pigrizia e consigliandogli di studiare i pittori veneziani dalla fine del Quattrocento al primo quarto del Cinquecento. Il suo stile, infatti, fantasioso e vivace, unì la profonda conoscenza del vero storico e la mirabile tecnica a una scrupolosa scelta delle stoffe, di cui l’Edel studiava via via l’effetto sotto le luci del palcoscenico. L’Edel preferì comunque soluzioni di fantasia al naturalismo e alla verosimiglianza, curando principalmente l’effetto teatrale e la suggestione visiva, come si addiceva in particolare alle coreografie del Manzotti. Dell’attività dell’Edel durante gli anni Ottanta rimangono anche alcuni disegni, in particolare due ritratti (Milano, Raccolta delle stampe del Castello Sforzesco): quello del compositore Francesco Paolo Tosti, eseguito nel 1883, e quello di Richard Wagner, ripreso da una fotografia, realizzato a Venezia sempre nel 1883 (Arrigoni-Bertarelli, 1934). Nel 1889, a Londra, l’Edel ebbe l’opportunità di lavorare per il circo Barnum, che seguì in tournée anche in America. Nel 1890 circa si stabilì a Parigi, mantenendo rapporti di stretta collaborazione con la Scala di Milano e lavorando spesso a Londra. Di questi anni vanno ricordati i costumi per La bisbetica domata di Shakespeare (1891, Parigi, Comédie-Française), con la regia di F. Fevbre, per Carnet du diable di E. Blum e P. Ferrier (1895, Parigi, théâtre Variétés) e per la Bohème di Puccini alla Scala nel 1897. Sempre alla Scala realizzò le scene del balletto Rosa d’amore, su musica di G. Bayer, ancora con coreografie del Manzotti (4 marzo 1899). A Londra fu tra i soci fondatori dell’Excentric Club (presieduto da sir August Harris) e lavorò a diversi figurini per il Drury Lane, in occasione di alcune Christmas-pantomimes come Little Bo-Peep e Robinson Crusoe. A Parigi lavorò soprattutto per la casa Ollendorf, fornitrice di arredi teatrali, ma tenne anche diverse mostre personali e nel 1889 fu premiato all’Esposizione universale con una medaglia d’oro. Lavorò ai figurini per lo spettacolo Le brebis de Panurge di H. Meilhac e L. Halévy, diretto da F. Fevbre, e disegnò per la Comédie-Française, per il Nouveau Théâtre (un grande ballo di soggetto russo) e per le Folies-Bergères (La belle et la bête). Ai primi del Novecento l’Edel operò intensamente a New York per spettacoli di Extravaganza, un genere comico-musicale affine al burlesque e alla pantomima, molto diffuso nell’Inghilterra dell’epoca vittoriana. Non fu un caso se i suoi figurini furono scelti da E. Rostand per il suo spettacolo musicale Chantecler del 1910, una symphonie rustique in cui i personaggi erano rappresentati da animali, che venne replicata per 322 volte. L’Edel si sposò con Fiorenza Parker. Fu sepolto a Boulogne-sur-Seine.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Vita 18 dicembre 1912 (conservato nelle Schede Noack, nella Biblioteca Hertziana di Roma); P. Arrigoni-A. Bertarelli, Ritratti di musicisti ed artisti di teatro, Milano, 1934, nn. 4475, 4720; E. Servolini, Dizionario illustrato degli incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955, 300; E. Povoledo, Alfredo Edel, in Enciclopedia dello spettacolo, IV, Roma, 1957, coll. 1282 ss.; C. Gatti, Il teatro alla Scala, II, Cronologia, Milano, 1964, 204, 206, 208 ss.; Museo alla Scala, Milano, 1976, II, 683 s.; G. Tintori, Duecento anni di teatro alla Scala, Bergamo, 1979, 194 s., 197, 199; Settantaquattro figurini inediti di Alfredo Edel, Parma, 1984; M.L. Angiolillo, Storia del costume teatrale in Europa, Roma, 1989, 109-111; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, X, 334; Numero speciale per Otello di Verdi nell’Illustrazione italiana, 1887; E. Bénézit, Dictionnaire, 1961, III; Il Teatro illustrato, 2, 1881, 9, n. 11, 1, 1886, supplemento straordinario n. 63, 44, n. 68, 124, 129, n. 74, 1887, 18; Noël-Stoullig, XIV, 1888, 68, XVII, 1891, 92, XXI, 1895, 193-196, XXXVI, 1910, 321; M. Mariani, Alfredo Edel, in Domenica Letteraria 1888; E. Malaguzzi, L’arte applicata al teatro, Alfredo Edel, in Natura e Arte 15 gennaio 1900, 265-275; Cambiasi, 264, 280, 389; Le Théâtre febbraio-marzo 1910; P. Santarone, La messinscena, in Teatro italiano, 1913, 455-456; Marangoni-Vanbianchi, 247-248, 252, 268-269; A. Luzio, Carteggi verdiani, Roma, 1935, II, 103-104; Beaumont, Complete Book, 1941, 521, 524, 529; V. Hepner, Scénická v´yprava na jevi?sti Národího Divadla (1883-1900), Praga, 1956, 56, 58, 71, 100, 109-110; Aurea Parma 5/6 1912, 98; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 1, 1926, 483, e 3, 1938, 277; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 73-74; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 65; Arte incisione a Parma, 1969, 51; G. Allegri Tassoni, Pittori colornesi, 1969, 161-164; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1113; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 232; Enciclopedia della musica, 2, 1973, 373; B. Drudi, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 282-284; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 29 gennaio 1996, 5.

Parma 23 dicembre 1864-Torino 14 maggio 1940
Nacque da Leopoldo, modenese di nascita ma di origine alsaziana, poeta e pittore dilettante, capitano del regio esercito, ammirato suonatore di tromba (cfr. la lapide nella chiesa parmense di Sant’Uldarico), e da Letizia Naudin (Parma, Archivio storico comunale, Registri di popolazione 1865-1871). Ammesso nel 1878, dopo la scuola preparatoria, alla Reale Accademia di Belle Arti di Parma, si diplomò ai corsi di architettura e ornato, sotto la guida dell’architetto P. Soncini e dello scenografo e decoratore G. Magnani, nel 1885 (Atti della Accademia parmense di belle arti, 1878-1893). L’alta qualità della scuola scenografica parmense e il clima romantico-naturalistico della pittura legata alla generazione di artisti quali C. Barilli, G. Giacopelli e il più anziano G. Boccaccio produssero più di un riflesso nella formazione dell’Edel. Più forte, tuttavia, è da ritenersi la tradizione artistica familiare che, per lo stimolante incrocio di personalità, favorì la propensione alle arti grafiche e applicate. Il nonno materno, infatti, Giuseppe Naudin miniaturista e acquarellista, presso la Corte di Maria Luigia d’Austria fu pittore di camera e educatore artistico della Duchessa. Inoltre la formazione artistica dell’Edel negli anni parmensi fu comune a quella di Alfredo Leonardo, suo cugino sia da parte materna che paterna (i fratelli Edel, Giuseppe e Leopoldo, sposarono due sorelle Naudin, figlie del miniaturista). Nel 1886 l’Edel si trasferì a Roma, dove ebbe inizio la sua collaborazione grafica con l’editore torinese E. Perino, divenendo, insieme con Camuar (O.F. Maruca) e O. Rodella, l’illustratore privilegiato dei più innovativi progetti periniani, legati alla riproposta dei romanzi d’appendice e alla narrativa a dispense, entrambi ormai concreti esempi di una nascente industria culturale. Nei libri illustrati dall’Edel, particolarmente per la Biblioteca fantastica, emerge una grafia a penna di agile scorrevolezza, con guizzi di un liberty un po’ greve grazie anche all’uso del papier procédée, procedimento zincografico per cui si ottenevano disegni stampati a mezza tinta, molto luminosi (Pallottino, 1988, pp. 176 s.). La produzione dell’Edel, tuttavia, risentì delle tendenze popolar-demagogiche e delle inclinazioni sabaude dell’editore (C. Ruberti, Lo scudiero di Umberto Biancamano; Il Conte Verde; Il cavaliere di ferro, 1894). L’Edel esordì con i cinquanta disegni de Il processo dei milioni di E. Mazzabotta (1886) e continuò con le sessanta illustrazioni per Le astuzie di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1887) e le Astuzie sottilissime di Cacasenno (1888) di G.C. Croce. Illustrò inoltre le venti tavole per i Promessi sposi di A. Manzoni, uscite a dispense nel 1888, e nello stesso anno Nei regni incantanti e Nei paesi delle fate di O. Roux, autore ripreso nel 1895 con le Novelle fantastiche. Nel 1891 uscì La regina delle fate di E. Provaglio, illustrato dall’Edel, nel 1893 Le novelle della nonna di E. Perodi, in tre volumetti, e nel 1894 La bella Magalona: racconto fantastico, sempre di E. Provaglio. L’Edel fu anche l’autore dei disegni per Ettore Fieramosca o La disfida di Barletta di M. d’Azeglio (1889), Orlando innamorato di M. Boiardo (1893), Vita e amori di Torquato Tasso di V. Prinzivalli (1895) e infine delle vignette per Il Corriere (1887) e per il settimanale Prestidigiatore Moderno (1893-1894). I risultati figurali dei testi dell’Edel derivano anche dalla conoscenza di un repertorio iconografico frutto di ricognizioni storiche e filologiche, ricco di citazioni riconducibili all’illustrazione del romanzo storico e dei feuilletons, specie francesi, di Grandville (J.-I.-I. Gérard), E. Bayard, Bertall (A. d’Arnoux), particolarmente nei ricorrenti exempla narrativi tra il fantastico e l’orrifico, con una irresistibile vocazione per un’ambientazione di tipo scenico e drammatizzato, come a esempio ne I nuovi racconti di fate (Firenze, O. Tofani, 1904) e in Francesca da Rimini (Firenze, G. Nerbini, 1906) di E. Provaglio. Dopo una parentesi svizzera dal 1898 al 1902 ad Aarau, in Argovia, dove continuò il suo tirocinio come illustratore, l’Edel si stabilì definitivamente a Torino. Passò dalle saturnine vocazioni neogotiche, cariche di bizzarria e di fiabesco del periodo periniano, a un credo pedagogico che richiama gli istradamenti morali e cognitivi primonovecenteschi, esplicati da una suggestiva quanto didascalica adesione ai testi scolastici e didattici cui attese per le case editrici Paravia, di cui dal 1902 diventò stabilmente collaboratore grafico, Marietti e Società Editrice Internazionale. Per quest’ultima propose tra il 1923 e il 1925 una rilettura dei Promessi sposi. Si espresse con punte déco negli anni Venti anche per la piccola grafica pubblicitaria e collaborò con la casa litografica Doyen che riprodusse suoi acquerelli dedicati all’Esposizione universale di Torino del 1911. Suoi disegni apparvero sulla Domenica dei Fanciulli (1900-1928), a cura della Paravia, e per l’editore G. Carabba di Lanciano illustrò le Favole e leggende persiane, Enrico di ferro e altre nuove fiabe tedesche di E. Engelmann, La piccola Netotschka e altri racconti per fanciulli di F.M. Dostoevskj nel 1920.
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio storico comunale, Registri di popolazione 1865-1871; Parma, Istituto d’arte P. Toschi, Archivio Accademia di belle arti, Corrispondenza 1878-1886; Atti della Accademia parmense di belle arti 1878-1893; Ruolo degli alunni della Reale Accademia di belle arti 1877-1885; U. Vichi, E. Perino, stampatore per il popolo, Roma, 1967, 27, 65, 74, 90 e passim; I Promessi sposi nella figurazione dell’Ottocento e moderna, Lecco, 1973, 19; A. Faeti, in E. Perodi, Le novelle della nonna, Torino, 1974, pp. XVI, LXIV; Roma 1911, a cura di G. Piantoni, Roma, 1980, 336; Le edizioni Nerbini (1897-1921), a cura di G. Tortorelli, Firenze, 1983, 147 s.; G. Marchesi, in Settantaquattro figurini inediti di Alfredo Edel, Parma, 1984, 4; R. Leone, Donne e bambini: immagini per nuovi e vecchi miti, in Una città di pagina in pagina. Fotografie e illustrazioni, Roma, 1984, 111, 114; V. Vergani-M.L. Meacci, 1800-1945: Rilettura storica dei libri di testo della scuola elementare, Pisa, 1984, 156; P. Pallottino, Il riuso delle immagini, in Linea Grafica, 3, 1985, 49; P. Pallottino, Storia dell’illustrazione italiana, Bologna, 1988, ad Indicem; A. Bernucci, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 284-285.

Modena 1813-Parma 4 maggio 1868
Fratello di Giuseppe, di origine alsaziana. Fu poeta e pittore dilettante, capitano delle truppe reali, ammirato suonatore di tromba. Sposò Letizia Naudin. Per il suo virtuosismo fu detto la prima tromba dei Ducati, in quanto, sia come strumentista della Ducale Orchestra di Parma sia come concertista, pare fosse di talento inarrivabile. Il Presente scrisse che era valente Musico, grazioso poeta, onesto cittadino. Fu sepolto nella chiesa di Sant’Uldarico in Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 284; Enciclopedia di Parma, 1998, 307.

Parma 24 luglio 1845-Roma 23 ottobre 1932
Figlio di Giuseppe e Clementina Naudin. Sottotenente di fanteria nel 1866, prese parte alla campagna dello stesso anno meritandovi una medaglia di bronzo al valor militare perché, facendo parte della colonna d’attacco, cooperò al buon esito del risultato nel fatto d’armi di Primolano avvenuto il 22 luglio. Più tardi, per essersi efficacemente adoperato nei giorni 28 e 29 dicembre nell’evento dell’inondazione del Tevere, si guadagnò una nuova medaglia di bronzo al valor civile. Valente nell’arte del disegno e della pittura, preparò i figurini del torneo per le nozze d’argento dei sovrani d’Italia (Roma, Piazza di Siena, 1893). Entrò nel 1880 nel Corpo di Stato Maggiore. Da colonnello comandò il 1° Reggimento Fanteria e da maggior generale (1902) comandò la brigata Livorno. Nel 1907 lasciò il servizio attivo per età. Richiamato in servizio durante la guerra contro l’Austria, fu, negli anni 1915-1916, comandante la divisione militare territoriale di Palermo ed ebbe il grado di generale di divisione nel 1923.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Piccolo Dizionario dei contemporanei italiani, Roma, 1895; Enciclopedia Militare, 1927, III, 561; E. Michel, in Dizionario risorgimento, 3, 1933, 4.

EDEL VITTORIO, vedi EDEL ALFREDO LEONARDO ED EDEL VITTORINO

EDOARI DA ERBA ANGELO MARIO, vedi ERBA ANGELO MARIO EDOARI

Parma 1903-Parma 18 maggio 1972
Corista e poi capo-corista, fu tra i fondatori della Corale Giuseppe Verdi di Parma. Ebbe tre figli: Edgardo, maestro del coro e insegnante al Conservatorio, Umberto, primo violoncello presso l’orchestra della Rai di Torino, e Tina, corista.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1977, 124.

Parma 9 ottobre 1927-Snejanka 4 novembre 1972
Si diplomò con Fernanda Buranello al Conservatorio di Parma nel 1950. Dimostrò subito eccezionali qualità di strumentista: risaltano le vittorie nei concorsi per il primo violoncello alla Rai di Torino (1951) e al Teatro alla Scala (1955). Dopo aver coperto negli anni 1950-1951 il posto di primo violoncello all’Angelicum di Milano, entrò stabilmente nell’orchestra sinfonica della Rai a Torino, rinunciando al prestigio scaligero, con lo scopo di affrontare il repertorio più congeniale al proprio strumento. Dal 1952 si stabilì a Torino. Attivo anche come concertista, insieme all’orchestra e con altre formazioni cominciò una consistente esplorazione di autori e musiche rare (questo fino al 1969). Tra l’antico e il contemporaneo, suonò lavori di Tartini, Fiume, Bomporti, Rosso, Cortese, Haydn, Rieti, Facchinetti, Sangiorgi, Viozzi, Ferrari, Procaccini, G.F. Malipiero, Weber e Jachino. Furono con lui di volta in volta Enrico Lini, Mosesti, Giaccone, Pocaterra, Pozzi, il clarinettista Marani, Stefanato, violinista, e Margaret Barton, pianista, e il flautista Danesin. Consolidatosi il Trio di Torino (con Margaret Barton e Stefanato), allargò il repertorio ai trii di Mozart, Shostakovic, Brahms, Beethoven, Schubert e Haydn. Col Trio Pierangeli fece musiche di Mendelssohn, Smetana e Loeillet, oltre ai classici. Con il complesso del Circolo Toscanini di Torino ebbe soddisfazioni personali anche in tournée all’estero. Nel 1969 cominciarono i primi contatti con il gruppo che poi si chiamò Solisti di Torino: Salvatore Accardo (violino), Luciano Moffa (viola) e Lodovico e Franca Lessona (pianoforte). Suonarono dapprima musiche di Mozart, in varia formazione, e Massimo Mila li qualificò con schietti elogi. Un’altra faccia della loro maturità interpretativa furono le indimenticabili e raffinate esecuzioni di Webern e Schönberg e poi Bach e Vivaldi, Viotti, Haydn e Pacini. Il complesso si affermò, visitando sedi concertistiche assai qualificate in Europa e in America. Il repertorio andava da Giardini a Berio. Arrivarono anche i primi dischi, con musiche di Beethoven e Giardini. In formazione con Pasquale Pellegrino (violino), Luciano Moffa (viola) e Lodovico Lessona (pianoforte) si esibì al Teatro Regio di Parma per la Società dei concerti il 22 aprile 1969 con un programma esclusivamente mozartiano. Intanto l’Egaddi continuò a lavorare con la Rai, coprendo sempre ruoli della massima responsabilità. Avrebbe dovuto assumere la cattedra di musica d’assieme per strumenti ad arco al Conservatorio Boito di Parma nei giorni stessi in cui perì in una sciagura aerea. Una breve tournée in Bulgaria (fatta per il solo stimolo di suonare e di mettere insieme titoli artistici utili al futuro del complesso) portò il gruppo a precipitare con un aereo nel viaggio di ritorno. Insieme all’Egaddi perirono Forte, Moffa e Lodovico Lessona. Dell’Egaddi scrisse Mila sulla Stampa che la finezza dell’artista era come bilanciata dal calore originario della sua terra, in modo che ogni accento, persino ogni pizzicato era come preceduto da un profondo respiro: Suonava con voluttà. Non sapevo di dove fosse, ma dal modo di suonare l’avrei detto romagnolo o emiliano, della terra di Parma, quel paese del melodramma dove la sostanza sonora della musica è oggetto d’un godimento quasi sensuale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 novembre 1972, 5; Parma Bell’Arma 10 1973, 62.

EGADDI WILMA, vedi COLLA WILMA

Miano 1432/1471
Fu il primo arciprete prevosto della Collegiata di Berceto. Non potendo il vicario vescovile Giacomo Soncini recarsi egli stesso a Berceto per attuare le disposizioni del precedente decreto di unione ed erezione e dare l’investitura al nuovo prevosto e ai canonici della Collegiata di Berceto (impedito da un’infermità e dalle molteplici occupazioni), delegò a suoi procuratori e luogotenenti i canonici della Cattedrale di Parma Ilario Anselmi e Nicola Ravacaldi. Giunti a Berceto e stando nella chiesa di San Moderanno, il 13 ottobre 1471, si presentò loro Barnaba de Vecchi in qualità di procuratore del conte Pietro Maria Rossi, il quale espose il contenuto dell’istrumento di erezione della prevostura. Perciò, ricevuta la rinuncia spontanea degli investiti dei benefici, chiese, oratori e ospedali incorporati alla prevostura, lo stesso Barnaba de Vecchi, facendo uso del diritto di presentazione, presentò l’Egidi quale prevosto di San Moderanno di Berceto. I canonici Anselmi e Ravacaldi, in vigore della potestà ricevuta e constatata l’idoneità del soggetto presentato, approvarono e confermarono l’Egidi quale prevosto e i canonici della prevostura, investendoli di tutti i diritti e cure inerenti, col mettere loro al dito l’anello, dando a qualunque sacerdote l’autorità di mettere gli investiti nel possesso corporale delle rispettive prebende, assegnando agli stessi il rispettivo stallo in coro e il luogo rispettivo nel Capitolo e compiendo le altre cerimonie rituali. Ordinarono infine al notaio Antonio Maria Pavarani di preparare una o più copie degli atti da munirsi del sigillo del vescovo di Parma. È incerto se l’Egidi sia lo stesso don Giovanni degli Egidi, figlio del fu Giliolo da Miano, il quale fu arciprete di Corniglio fin dal 1432 e che nello stesso anno costruì l’altare di San Giacomo a sinistra di quello di San Ciriaco nella Cattedrale di Parma, dotandolo anche di un ricco beneficio. Ciò è del resto assai probabile. Il che fa credere che tanto il nuovo prevosto, come qualcuno degli altri nuovi investiti fossero già da vario tempo residenti nella chiesa di Berceto con l’ufficio rispettivamente di arciprete e di canonici o beneficiati.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 46-49.

Parma 1210
Figlio di Alberto. Fu podestà di Parma nell’anno 1210.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Consoli governatori e podestà, 1935, 10.

Busseto 1350
Fu podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1350.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

EGIDIO DA PARMA o PARMENSE, vedi PROSPERI EGIDIO

EGISTO MANTIDE, vedi VITALI BUONAFEDE

EGONE MONOTIPO, vedi BODONI GIAN BATTISTA

Parma 1689
Incisore in rame attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 99; Archivio di Stato di Parma, Ruoli farnesiani, 1683-1692.

ELBUNCO, vedi ELBUNGO

ante 889-Parma 915/919
Non è nota la data di nascita di questo vescovo di Parma e nulla si sa della sua giovinezza. Il nome lo collega comunque, senza il minimo dubbio, al mondo franco. È documentato per la prima volta il 27 maggio 889 come cancelliere di Guido di Spoleto. E dovette probabilmente questo incarico all’appoggio del vescovo di Parma, Wibod, uno degli uomini chiave a Corte degli ultimi anni del regno di Ludovico II, personaggio importante per la continuità nel funzionamento dell’amministrazione centrale e nominato da Guido suo arcicappellano. Quando diventò imperatore nel febbraio 891, Guido uniformò la sua amministrazione ai modelli carolingi più tradizionali e fu in questo contesto che l’Elbungo divenne arcicancelliere. Con questo titolo intervenne, a esempio, il 28 luglio 891, a favore delle monache di Santa Maria Teodata a Pavia. Conservò l’incarico anche nei primi anni del regno di Lamberto. Citato come summus cancellarius ancora in un diploma del 4 maggio 896, a Pavia, a partire dal luglio successivo il suo nome non compare più negli atti ufficiali. In quel torno di tempo successe a Wibod sulla cattedra vescovile di Parma, senza dubbio per designazione dello stesso Wibod, e non perse il favore di Lamberto. Wibod fece testamento nell’895 e secondo un obituario di Piacenza morì un 28 novembre. L’Elbungo invece è attestato per la prima volta come vescovo di Parma il 4 marzo 897. La data del suo abbandono della Cancelleria lascia pensare che Wibod sia morto effettivamente nell’895, nel qual caso l’Elbungo avrebbe cumulato le due cariche durante qualce mese, oppure sarebbe stato nominato dopo un breve periodo di vacanza della sede vescovile. La nomina alla Diocesi di Parma (di certo non fu eletto) non significò per l’Elbungo l’effettivo ritiro dalla Corte. Nel marzo 897, durante un placito presieduto a Firenze dal conte di palazzo e dal marchese Adalberto di Toscana, l’Elbungo fu posto a capo dei vescovi toscani presenti alla seduta. Quando Ludovico III salì al potere, l’Elbungo si legò prontamente a lui e nel febbraio 901 si trovò a Roma, con vari vescovi dell’Italia settentrionale, per l’incoronazione dell’Imperatore. Allo stesso modo, sembra aver accettato senza difficoltà (non si sa se nel 903 o dopo la crisi del 905) il dominio di Berengario I allorché questi riuscì a imporsi definitivamente: fu questa forse l’origine del regalo che l’Elbungo ricevette dal Re e che poi lasciò in eredità alla Cattedrale di Parma. Un placito del maggio 906 mostra per la prima volta l’Elbungo impegnato personalmente negli affari del suo Vescovato: contro le pretese del marchese Adalberto e di sua moglie Berta, difese con successo, aiutato dai tre suoi vassalli (franchi, da quanto si ricava dai nomi), il diritto di proprietà della Chiesa di Parma sul locellum di Lugolo. Lugolo, proprietà dell’abbazia di Berceto (sottoposta all’autorità del vescovo di Parma dall’879), era uno dei punti che permettevano di controllare il passo della Cisa a sud della contea. Si comprende perciò la sua importanza per il marchese di Toscana che si servì appunto dei suoi domini nella regione per bloccare il passaggio delle truppe di Berengario al momento della discesa in Italia di Ugo di Provenza nel 907. Il documento più importante che si possiede sull’Elbungo è il suo testamento, scritto nell’aprile 914 in una libraria curata da uno scrivano della cancelleria episcopale (che l’Elbungo, forte della precedente esperienza, sviluppò senza dubbio notevolmente) reclutato al di fuori della cerchia consueta dei notai di Parma. L’Elbungo donò alla Chiesa di Parma una grandissima quantità di oggetti preziosi raccolti nimio labore et sudore. L’elenco costituisce un interessante inventario del tesoro che poteva mettere insieme un ecclesiastico di alto rango con i suoi acquisti personali o grazie ai doni ricevuti da sovrani, vassalli e fedeli. Sono menzionati un evangelario con la rilegatura ornata in oro e avorio, una serie impressionante di paramenti sacri e di pezzi d’oreficeria (tra l’altro otto croci, due filatteri, sette pianete, un’ampolla di cristallo, un calice d’onice) ma anche un filattero ornato di pietre preziose, dono di re Berengario, e degli speroni d’oro provenienti da Lamberto. Il testamento è inoltre indicativo delle nuove tendenze spirituali a cavallo del IX e del X secolo, quali la scelta della sepoltura e l’importanza conferita all’illuminazione. L’Elbungo destinò 10 lire d’argento per decorare l’altare dedicato a tutti i santi posto davanti alla sua sepoltura nella Cattedrale di Parma, aggiunse un nappo scozzese da fondere per farne una lampada, un ciborio d’argento ornato da una pietra preziosa (un acquisto dell’Elbungo a Pavia) e un altare portatile con due colonnette d’argento. La rendita di una delle proprietà personali dell’Elbungo fu destinata a mantenere i preti che avrebbero officiato la messa. Infine, si stabilì di fare quattro copie del documento, una delle quali sarebbe stata depositata nel palazzo di Pavia e le altre negli archivi episcopali di Piacenza, Reggio e Modena. Si ignora la data esatta della morte dell’Elbungo. Il suo successore, il vescovo Aicardo, è attestato la prima volta il 26 settembre 920.
FONTI E BIBL.: L. Schiaparelli, I diplomi di Guido e di Lamberto re, Roma, 1906, n. 1-4, 6-13, 15-21 (Guido) e 1-4 (Lamberto); L. Schiaparelli, I diplomi di Rodolfo II e di Lodovico III, Roma, 1910, n. 6 (Lodovico); G. Drei, Le carte degli archivi parmensi dei secoli X-XI, Parma, 1924, n. 9; C. Manaresi, I placiti del «regnum Italiae», I, Roma, 1955, n. 102, 111, 118; I. Affò, Storia della città di Parma, I, Parma, 1792, 197 s., 205, 211; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, I, Parma, 1856, 43 ss.; L. Schiaparelli, I diplomi dei re d’Italia. Ricerche storico-diplomatiche, II, I diplomi di Guido e di Lamberto, in Bullettino dell’Istituto Storico Italiano XXVI 1905, 12 s., 16 s.; C. Magni, Ricerche sopra le elezioni episcopali in Italia durante l’alto Medioevo, I, Roma, 1928, 257; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, I, Parma, 1936, 68-75; R. Pico, Appendice, 1642, 225; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237; G. Drei, Il testamento del vescovo Elbungo. Note sulla scrittura parmense nei secoli X e XI, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, IX 1957, 49-67; G. Fasoli, Adaberto di Toscana, in Dizionario biografico degli Italiani, I,   Roma, 1960, 220; P. Delogu, Vescovi, conti e sovrani nella crisi del regno italico, in Annali della Scuola Speciale per Archivisti e Bibliotecari dell’Università di Roma VIII 1968, 49; G. Zarotti, Codici e corali della cattedrale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi XX 1968, 182; R. Schumann, Authority and the Commune, Parma 833-1133, Parma, 1973, 37, 94; J.-Ch. Picard, Le souvenir des évêques. Sépultures, listes épiscopales et culte des évêques en Italie des origines au Xe siècle, Roma, 1988, 366, 379 ss., 383; F. Bougard, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 379-380.

ELENTERO PELTIPOLITE, vedi LEONI MICHELE

Busseto 10 febbraio 1723-Busseto 22 giugno 1801
Sono ignote le vicende della giovinezza e degli studi compiuti dall’Eletti prima che egli si facesse sacerdote. Il concittadino Pietro Vitali, nell’orazione funebre da lui tenuta, lo definisce dotto nelle lettere, nella storia, in ogni scienza sacra e profana, distinto scrittore e poeta. Per un anno l’Eletti insegnò latino nelle pubbliche scuole di Busseto e per otto rettorica in quelle di Cortemaggiore. Stabilitosi definitivamente nel paese natale, avendo ottenuto la nomina a censore nelle scuole maschili, fondò in collaborazione con i fratelli Fabio e Buonafede Vitali l’Accademia Emonia, della quale fu custode con il nome di Aldonio Capso. È autore di un notevole numero di poesie. Il Seletti elenca, tra le composizioni inedite, centotrentotto sonetti, undici cantate, due madrigali, otto lodi, tre anacreontiche, quattro epistole, un inno in latino a Bernardino da Siena, un epigramma pure in latino e altri, vari per metro e per forma. Tra quelle date alle stampe e da lui conosciute, i seguenti altri sonetti: A.Sant’Antonio di Padova, A Maria, Venerdì Santo, Per la beatificazione di p. Lorenzo da Brindisi, Per la inaugurazione dell’Oratorio della Madonna detta Rossa in Busseto, Per il quaresimale del p. Sigismondo da Spineta, In lode del predicatore p. Serafino da Lodi, Per i sacri voti dati dalla bussetana Marianna Carrara, In lode del predicatore p. Angelo della Croce, In lode del p. Melchiorre Cappa, Per la Vestizione dell’abito monacale di Marianna Tosi e una cantata epicedica al sepolcro di Gesù.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 324-325; Ferrari, Onomasticon, 285; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 144; L. Farinelli, Paciaudi e i suoi corrispondenti, 1985, 86.

ELIMANTO DORICRENIO, vedi FULCINI BENEDETTO

ELISABETTA DI BORBONE, vedi BORBONE PARMA ISABEL MARIA ANTONIETA

ELPINDO PANELLENIO, vedi SANVITALE LUIGI

ELPINO ATICISSO, vedi LIBERATI GIOVANNI ANTONIO

ELTER NELLY, vedi CORRADI NELLY

Parma 1863-Parma 6 aprile 1937
Commerciante. Si dedicò anche al giornalismo, scrivendo su giornali e riviste esclusivamente di cose parmigiane: uomini e fatti della città, monumenti, episodi storici, località caratteristiche. La Gazzetta di Parma gli pubblicò a puntate le Osterie parmigiane (che egli poi raccolse in volume), che è una preziosa miniera di nomi, date e fatti.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 65.

Fontanellato 18 aprile 1893-Fidenza 1977
Figlio di contadini, nutrì sin da ragazzo una grande passione per le arti figurative. Diciassettenne, seguì a Borgo San Donnino un corso serale di disegno per operai. Si iscrisse poi alla Scuola di Belle Arti di Parma, che frequentò saltuariamente dovendo nel contempo provvedere al lavoro nei campi. Interrotti gli studi perché chiamato alle armi durante la prima guerra mondiale, li riprese al termine delle ostilità ma sempre senza continuità. Più che le frammentarie cognizioni scolastiche, gli giovò, per orientarsi e perfezionarsi, un breve soggiorno a Parigi. Rimase tuttavia contadino (e in ciò sta la singolarità, curiosa e attraente a un tempo, dell’Emanuelli), dipingendo secondo la propria ispirazione, senza ambizione, per godersi con l’anima e con gli occhi la campagna dopo averla lavorata con le braccia. È per questo che la sua arte, scevra di presunzione intellettuale, si fa amare per un senso di poetica intimità e per la castigatezza della fattura. Pittore eminentemente paesaggista ma che non sdegnò la natura morta e la figura, tenne la prima personale nel 1931 alla Galleria del Milione in Milano e da allora partecipò a varie mostre nazionali e provinciali, suscitando consensi soprattutto per il sorprendente senso della prospettiva e per la luminosità dei colori nei suoi paesaggi sconfinati. Tra le opere della sua vasta produzione sono da rimarcare i numerosi paesaggi invernali, Castellina parmense, Ca’ de’ Lupi, La casa rosa, L’albero dell’impiccato, Valle alta, Quercia solitaria, Madonnina di Cisiolo, Primavera, Veduta di Colorno, Castagni, Castello di Vigoleno, Contadina al lavoro nei campi, Autunno, Ciliegi in fiore, Paesaggio salsese, Tra i pioppi, Panorama di Roncole, La quiete dopo la tempesta, Pugnetolo di Corniglio, Villa Verdi in S. Agata, Alba in campagna. Giovanni Cenzato definì l’Emanuelli il contadino-pittore, ma l’espressione può valere soltanto se si riferisce a un’arte che s’intrinseca nell’amore che egli sempre portò per la terra, sede del suo lavoro. Amore che si traduce nei suoi paesaggi con una spontaneità e una chiarezza di tocco che fanno di lui un pittore personalissimo e ricco di intuizioni artistiche e poetiche. Stante la sua attività, dipinse soprattutto d’inverno e perciò predilesse i paesaggi macerati di bruma. Fedele interprete della natura, la sua vena pittorica sgorgò dalla tensione di chi è alla ricerca di una maniera che ancora non è riuscito a trovare. Eppure il pregio della pittura dell’Emanuelli sta proprio nel fatto che egli non imitò nessuno, che la sua cultura, quanto a scuole, tendenze e stili, fu pressoché nulla. Egli parlò il linguaggio più facile da intendere: quello di un’arte semplice e sincera.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 145-147.

EMILIANI GIACOMO, vedi MILANI JACOPO

Sambuceto di Compiano 1810-Compiano 1892
Alunno del Collegio Alberoni di Piacenza, fu ordinato sacerdote nel 1835. Coprì la cattedra di filosofia in Seminario, ma abbandonò l’istituto per un duplice contrasto d’ordine filosofico e politico. Parroco di Fiorenzuola a trentadue anni, passò successivamente in San Francesco di Piacenza, ove assunse atteggiamenti patriottici durante i moti del 1848: fece parte dell’Anzianato, del Consesso Civico e del Governo Provvisorio. In tale circostanza indirizzò al clero piacentino una nobile lettera esortandolo a imitare la sapienza e la magnanimità di Pio IX. Quando però si rese conto che il patriottismo era monopolizzato dagli anticlericali, non volle confondersi con questi. Di conseguenza fu avversato sia dal governo ducale (che avrebbe voluto allontanarlo dalla parrocchia) che, successivamente, dai liberali radicali, tanto che subì perquisizioni nel 1860. Uomo di larga cultura, scrisse alcuni cenni storici sulla chiesa di San Francesco e sul dialetto compianese. Nel 1868 si dimise da parroco e trascorse i rimanenti ventiquattro anni di vita nella sua casa di famiglia.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, alla voce; A. Fermi, Monsignor Antonio Ranza, I, Piacenza, 1956; F. Molinari, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 101.

Borgo Taro XIX secolo
Fu autore della storia delle famiglie Platoni ed Ena di Borgo Taro, che agli inizi del Novecento si conservava manoscritta presso il dottor Luigi Fenaroli di Borgo Taro. Il Pigorini, nelle sue memorie di Borgo Taro, cita questa storia e la definisce importante.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 171.

ENARGO ASSIOTEO, vedi AFFÒ DAVIDE

Parma o Pavia 830 c.-Piacenza 23 marzo 890 o 891
Figlia del conte di Parma Adalgiso, poi consorte dell’imperatotre Ludovico II, l’Engelberga fu una delle sovrane più rappresentative dell’epoca carolingia. Appartenne a una delle più influenti famiglie dell’aristocrazia franca del Regno d’Italia dell’epoca di Lotario, quella dei Supponidi. Potrebbe aver passato una parte della sua giovinezza a Pavia, nel monastero di San Marino, se si dà credito alla testimonianza fornita da un elenco di nomi femminili inserito nel Liber confraternitatum di Reichenau, abbazia alla quale San Marino era affiliato per il tramite di quella di Zurzach (D. Geuenich). Poco tempo dopo il suo avvento all’Impero (aprile dell’850) Ludovico II sposò l’Engelberga, facendo così naufragare definitivamente il progetto di alleanza matrimoniale franco-bizantina concepito da Lotario e dall’imperatrice Teodora nell’842. Gli Annales Bertiniani testimoniano, nella notizia relativa all’anno 853, quanto Ludovico II si fosse mostrato mal disposto nei confronti di questo suo primo fidanzamento. Va inoltre osservato che, a partire dall’843, il ritorno al culto delle immagini lo aveva seriamente compromesso. La data stessa del matrimonio della Engelberga con Ludovico II resta molto incerta da stabilire. La fonte principale in proposito è il documento relativo al dotalicium in favore della Engelberga, datato in Marengo il 5 ottobre 851. La Pölnitz Kehr dimostrò però che questa data è frutto di una interpolazione: il diploma portava infatti in origine la data dell’anno 860, anno imperii XI, indictione VIIII, poi corretto in a. imp. II, ind. XIIII. Alla luce di questo indiscutibile dato di fatto, due sono le ipotesi possibili: o quella giunta è la nuova redazione di un documento precedente che sarebbe stata in seguito retrodatata, o il documento fu scritto nell’860, quando la donazione fu realmente effettuata e poi questa data fu corretta. La seconda ipotesi sembra la più probabile e trova forse una spiegazione se la si colloca nel contesto dei tentativi fatti dal re della Lotaringia Lotario II, fratello di Ludovico II, per regolarizzare la sua unione con Gualdrada (S. Konecny): tra le motivazioni avanzate dal vescovo Avvenzio per giustificare l’annullamento del matrimonio di quel sovrano con Teutberga figura infatti l’esistenza di una praetitulatio dotis istituita dallo stesso Lotario I in favore di Gualdrada, alla quale suo figlio era notoriamente legato. Ludovico II poté allora cogliere l’occasione di legittimare allo stesso modo il suo legame con l’Engelberga, che gli aveva già dato due figlie, Gisla ed Ermengarda, prendendo così indirettamente la medesima decisione di suo fratello. Una indiretta conferma del carattere illegittimo della loro unione la si può cogliere dalla menzione marginale De Angelberga (in un manoscritto probabilmente milanese della fine del secolo IX, Berna, Bürgerbibl., cod. 363), accanto a questi versi di Servio: Consuetudinis regiae fuit, ut legitimam uxorem non habentes aliquam licet captivam tamen pro legitima haberent, adeo ut liberi ex ipsa nati succederent. Comunque sia, la correzione della data del diploma relativo al dotalicium della Engelberga rappresenta un’informazione preziosa sugli inizi della sua unione con Ludovico II. Negli anni successivi all’850 non sembra che l’Engelberga abbia svolto un ruolo di rilievo. Ella uscì dall’ombra solo dopo la morte di Lotario I (29 settembre 855): nella primavera dell’856 la coppia imperiale fu ospitata per tre giorni a San Michele di Brondolo (Venezia) dai duchi Pietro e Giovanni, in occasione del rinnovo del patto con i Venetici. Non è documentato, tuttavia, alcun reale intervento dell’Engelberga negli affari del Regno d’Italia anteriormente agli anni Sessanta. La prima occasione di esercitare la sua influenza le fu offerta dall’arcivescovo di Ravenna, Giovanni. Questi, già fin troppo indipendente agli occhi di Roma, provocò le lamentele dei suoi amministrati per la brutalità e l’ingiustizia del suo governo. Il papa Niccolò I, dopo averlo convocato a più riprese, finì per scomunicarlo (24 febbraio 861). Giovanni, che era in ottimi rapporti con la Corte, si rifugiò allora a Pavia. In un primo tempo l’Engelberga inviò messi al Papa per intercedere in suo favore. Dinanzi al rifiuto di Niccolò I, sollecitò l’intervento personale di Ludovico II, che non ottenne peraltro esito migliore. Solo dopo essersi recato a Roma davanti a un sinodo speciale (novembre 861) Giovanni fu in grado di tornare nelle grazie del Papa. Nonostante l’insuccesso del tentativo dell’Engelberga, l’episodio è molto illuminante circa il ruolo da lei assunto. Per tutto il regno di Ludovico II l’Engelberga rivestì l’abito, tutto sommato tradizionale, del mediatore e del diplomatico. Fatto più insolito, la coppia reale si servì regolarmente della separazione come strumento di governo, dato che l’Engelberga venne spesso lasciata in retroguardia per garantire la stabilità di una situazione politica, con una capacità di gestione reale seppure limitata. L’anno 864 rappresentò per l’Engelberga una tappa importante nell’accrescimento del suo ruolo politico. Nel novembre dell’863 l’arcivescovo di Treviri, Gunter, e quello di Colonia, Teutgaudo, giunsero a Roma per comunicare e giustificare il nuovo matrimonio di Lotario II re della Lotaringia. Appena arrivati, furono convocati, giudicati e scomunicati. Abbandonata la città, andarono a perorare la loro causa presso Ludovico II, in quel momento impegnato in una campagna militare nella regione di Benevento. L’Imperatore marciò allora su Roma portando con sé i due prelati (gennaio dell’864): le truppe si scontrarono con una processione ordinata da Niccolò I. Per protesta, il Papa si rinchiuse in San Pietro, digiunando per due giorni e due notti. Ludovico II, colpito da febbre, mandò allora l’Engelberga presso il Pontefice. Sotto la garanzia dell’Engelberga Niccolò I venne a trovare l’Imperatore e insieme giunsero a un accordo in virtù del quale i due arcivescovi poterono far ritorno alle loro sedi senza essere ulteriormente molestati. Più tardi, nello stesso anno, l’Imperatore fu gravemente ferito in un incidente di caccia. La concomitanza dei due eventi diede senza dubbio modo all’Engelberga di rinforzare la sua influenza sulla Corte e, in via più personale, sul marito. Il primo della lunga serie di diplomi emessi a suo favore dopo il dotalicium data, non a caso, al novembre dell’864. Altri dieci lo seguirono fino all’874 e tutti solenni (più della metà degli atti di questo tipo sono destinati all’Engelberga). Allo stesso modo, a partire dall’865, si moltiplicarono le richieste per il rilascio di diplomi a favore di suoi protetti (a cominciare dal fratello, il conte Suppone II), introducendo così per la prima volta nella diplomatica carolingia in Italia una terza persona tra il sovrano e i sudditi. Questa evoluzione procede parallela a quella dello stesso governo imperiale, sempre più personalizzato. Il lungo soggiorno di Ludovico II e dell’Engelberga nell’Italia meridionale (866-872) le permise di consolidare definitivamente la sua posizione. Nel giugno dell’866 fu mobilitato l’esercito per andare a combattere contro i Saraceni. Nella marcia verso Benevento la coppia imperiale fu accolta con grande pompa a Montecassino dall’abate Bertario che, tra l’altro, compose versi in onore dell’Engelberga. L’insediamento, destinato a prolungarsi nel tempo, della Corte nel Sud e la previsione di un itinerario molto movimentato resero necessario modificare alcuni ingranaggi del governo. La Cancelleria fu trasformata in modo da dipendere dal solo Sovrano e i documenti redatti dietro sua personale iussio, secondo l’uso dei principi longobardi. Allo stesso modo la preminenza della Engelberga fu istituzionalizzata: i diplomi le attribuiscono il titolo di imperatrix, che sino a quel momento ella non aveva mai portato, e, ancor più, quello di consors Imperii nonché di consors e adiutrix Regni. Il titolo di consors Regni fa, forse, la sua prima apparizione nell’863, in un diploma di Niccolò I per il vescovo di Adria, la cui data è incerta. L’idea di un consortium che unisse marito e moglie alla testa del potere imperiale non è di per sé originale ma sembra trovare per la prima volta un’applicazione istituzionale, anche se sarebbe vano cercare un ambito specifico per le attribuzioni della Engelberga (P. Delogu). Anche al di fuori delle sue manifestazioni di autorità, fondate, in ultima analisi, solo sulla forza della sua personalità, se ne trova traccia nelle acclamazioni riportate da un manoscritto di Chieti, che uniscono la Engelberga a Ludovico II (Angelberge imperatrici salus et vita). Questo tipo di associazione non è di per sé una novità ma è interessante constatare come la fonte, che ha trasmesso tali laudes sia meridionale e dati senza dubbio all’866. Esistono anche tre tipi monetari beneventani battuti al nome congiunto di Ludovico II e di Angilberga Imp. Non ci si stupirà, dunque, se nell’867 il concilio riunito da Fozio a Costantinopoli per deporre Niccolò I acclamò insieme Ludovico e la Engelberga, gratificati per l’occasione dello stesso titolo dell’imperatore greco. Da parte del patriarca ciò significava tanto prendere atto della nuova posizione della Engelberga, quanto voler attirare i due sovrani alla sua causa. L’Engelberga costituiva ormai uno schermo permanente tra Ludovico II e i suoi fedeli. Fu anche incaricata sempre di più delle relazioni con il Papato e con gli altri sovrani carolingi, dato che Ludovico II era interamente assorbito dalle sue continue campagne militari, mentre lei era più facilmente raggiungibile a Benevento, dove sembra risiedesse stabilmente, intrattenendo eccellenti rapporti con il vescovo di Napoli Atanasio. Questi compiti non furono esenti da forme di ricompensa o da tentativi di pressione da parte degli interessati sotto forma di doni in denaro, oggetti preziosi o terre. Già agli inizi del settimo decennio del secolo il vescovo di Brescia, Notingo, le inviò, da parte dell’abate di San Gallo, un salterio glossato, conservato nella Biblioteca comunale Passerini Landi di Piacenza (non si conosce la data esatta di questa donazione, ma si può supporre che Notingo, il quale morì nell’863, abbia portato il codice dal suo viaggio in Germania nell’859). Nell’867 Fozio incaricò gli emissari, inviati a presentare all’imperatore un esemplare degli atti del concilio di Costantinopoli, di consegnare doni a lei destinati perché inducesse il marito a deporre Niccolò I. Nelll’868 Arsenio, vescovo di Orte e capo del partito imperiale a Roma, fuggì a Benevento dopo che suo figlio Eleuterio, il 10 marzo, aveva rapito, per farla sua, la figlia che il papa Adriano II aveva avuto dal matrimonio contratto prima della sua ordinazione sacerdotale. Ammalatosi, il presule morì a Corte dopo aver affidato il suo tesoro all’Engelberga. Nell’869 Lotario II, multis petitionibus et muneribus, convinse l’Engelberga a negoziare per suo conto un incontro con il Papa a Montecassino, incontro al quale ella assistette e che mise fine al conflitto che opponeva quel Sovrano a Roma a causa del suo divorzio (già nell’866 il Re della Lotaringia aveva incaricato suo fratello Ludovico II di rimettere alla Engelberga i beni posseduti dall’abbazia di San Lamberto di Liegi in Svizzera e in Italia). Lo stesso anno l’arcivescovo di Arles ottenne da Ludovico II e dalla Engelberga, non vacua manu, l’abbazia di San Cesareo. Nell’870 Ludovico il Germanico scrisse alla Engelberga chiedendole di intervenire presso papa Adriano II perché questi si degnasse di concedere il pallium arcivescovile di Colonia a Wilberto. Nell’agosto dell’871 la Engelberga fu imprigionata, insieme con Ludovico II e con la loro figlia Ermengarda, in seguito alla rivolta degli abitanti di Benevento. Tutti e tre, liberati un mese più tardi, furono costretti a lasciare l’Italia meridionale promettendo che non avrebbero cercato di vendicarsi per la vicenda. Gli Annales Bertiniani e il Chronicon Salernitanum forniscono due resoconti diversi dell’avvenimento, ma ambedue concordano nell’attribuire alla Engelberga gran parte della responsabilità della rivolta. Per il Chronicon, i suoi sarcasmi a proposito del valore militare dei Beneventani avevano finito con l’esasperarli. Per gli Annales, il principe di Benevento, Adelchi, sarebbe stato avvertito che Ludovico II, factione uxoris suae, meditava di deporlo e di mandarlo in esilio e lo avrebbe preceduto. Sulla via del ritorno Ludovico II decise di assalire il duca Lamberto nelle sue terre di Spoleto. La Engelberga proseguì per Ravenna, dove l’Imperatore aveva convocato l’assemblea generale, che fu dunque lei a presiedere: fu, questa, la più alta funzione che ella abbia svolto negli affari interni del Regno. Poco dopo, al termine dell’871, i sovrani ricevettero a Pavia il vescovo di Capua Landolfo, venuto a chiedere aiuto contro la rinnovata minaccia saracena. Ludovico II, racconta il Chronicon Salernitanum, sedeva su un trono d’oro e l’Engelberga era al suo fianco. Malgrado l’opposizione della Engelberga, decisa a rendere umiliazione per umiliazione, Ludovico II si lasciò convincere. Ancora una volta Ludovico II e la Engelberga si divisero i compiti. Mentre l’imperatore ripartì verso il Sud e approfittò del suo passaggio a Roma per farsi incoronare una seconda volta (18 maggio 872), la Engelberga avviò con Carlo il Calvo e con Ludovico il Germanico i negoziati per la successione all’Impero germanico. Gli incontri proposti a Carlo non ebbero luogo, ma la Engelberga poté incontrare Ludovico II il Germanico a Trento (maggio 872). In cambio della cessione a Ludovico II dei territori occupati in Provenza dopo la morte di Lotario II, la Francia orientale, rappresentata da Carlomanno, ebbe l’assicurazione di ottenere l’eredità italiana. La Engelberga si spostò poi nel Sud, tanto più rapidamente, sembra, in quanto si era formato un partito contro di lei (propter insolentiam suam, dicono gli Annales Bertiniani), in concomitanza col legame sorto tra Ludovico II e la figlia del conte Winigis, partito che riuscì a persuadere l’Imperatore a inviarle un messaggio per ordinarle di restare nel Nord del Regno. La realtà del fatto, per quanto scarsa fosse la benevolenza del cronista Incmaro (cfr. Annales Bertiniani) nei confronti della Engelberga, non sembra dubbia. È dopo tutto comprensibile che i primores Italiae non desiderassero che si ripetesse a Capua il caso di Benevento, nel quale, come si è visto, l’Engelberga aveva avuto qualche responsabilità. Un’eco tardiva dell’animosità da lei suscitata è rappresentata dal racconto circostanziato delle profferte amorose che ella avrebbe fatto al conte palatino Tucbald in assenza di Ludovico (Epitome chronicorum Casinensium). Più seriamente, si sono ritenute rivelatrici dell’esistenza a Corte di un gruppo assai critico verso il potere concesso alla Engelberga le formule di alcuni diplomi, di cui ella beneficiò, ove si menzionano in maniera del tutto inconsueta il tractatus, il consilium e l’unanimitas dei grandi dell’Impero. In realtà, questo consenso solenne dei principali fedeli dell’Imperatore, attestato da tali formule, si giustifica innanzi tutto con ragioni giuridiche: esso era infatti necessario per il dotalicium (l’aristocrazia ebbe un suo ruolo anche nel matrimonio di Lotario II e in quello di Carlo il Semplice), per la devoluzione alla Engelberga del monastero imperiale di San Salvatore a Brescia nell’868 e per i due atti di conferma generale dei suoi beni nell’870. Al contrario, l’assenza di queste formule in un testo altrettanto importante per il Fisco imperiale, come quello che nell’874 accordò alla Engelberga la facoltà di disporre liberamente di tutti i suoi beni, è forse indicativo di una mancanza di unanimità a Corte su questo argomento, cosa che potrebbe essere all’origine della corsa all’accaparramento delle sue terre iniziata dopo la morte di Ludovico II. Alla fine dell’873 Ludovico II abbandonò l’Italia meridionale forse a causa di una carestia, lasciando sul posto la Engelberga per garantire in suo nome la sovranità franca su Capua e su Salerno, se non sull’insieme dei principati longobardi. L’Engelberga risiedette a Capua, sede del vescovo Landolfo, divenuto il principale consigliere dei sovrani franchi per gli affari del Sud. Landolfo non riuscì tuttavia ad apporofittare di questa sua posizione per imporre definitivamente a Salerno la sua autorità. Il presule fece imprigionare il principe di Salerno, Guaiferio, quando si presentò alla Engelberga per chiedere la liberazione di suo figlio, tenuto in ostaggio. L’Engelberga, tuttavia, consentì che Guaiferio tornasse nei suoi domini e quando si ricongiunse con Ludovico II nella primavera dell’874, gli ostaggi che ella mandò in esilio a Ravenna appartenevano sia alla famiglia di Landolfo, sia a quella di Guaiferio. Nel maggio o nel giugno dell’874 ebbe luogo presso Verona un incontro tra Ludovico II, Ludovico II il Germanico e il papa Giovanni VIII. Se, per quanto riguardava la successione dell’Impero, il colloquio non fece che confermare le decisioni prese a Trento nell’872, per la Engelberga esso rivestì un’importanza particolare: Ludovico II e il di lui zio, Ludovico il Germanico, la affidarono infatti alla tutela del Pontefice, che la accolse sotto la sua protezione. In seguito, lei stessa si diede a San Pietro. Cominciò allora una corrispondenza tra la Engelberga e Giovanni VIII, il quale non venne mai meno alla sua promessa, anche se le loro scelte politiche furono talvolta divergenti. Il 12 agosto 875 Ludovico II morì presso Brescia. La Engelberga sembra aver esercitato in questa occasione una sorta di reggenza in attesa che venisse risolto il problema della successione al trono imperiale e, quindi, a quello di Pavia apertosi con la morte del marito, scomparso senza figli maschi. I grandi del Regno erano divisi tra la soluzione occidentale favorevole a Carlo il Calvo, figlio di Ludovico il Pio e re dei Franchi occidentali, e quella germanica od orientale, favorevole al re di Baviera, Carlomanno, figlio di Ludovico il Germanico. Sebbene Giovanni VIII, riprendendo alla fine la scelta del suo predecessore, invitasse Carlo il Calvo a venire a cingere la corona imperiale, la Engelberga e i suoi partigiani inviarono un emissario a Carlomanno: sul letto di morte, essi sostenevano, Ludovico II si era pronunciato con chiarezza a suo favore. Si segue qui il racconto del Libellus de imperatoria potestate in urbe Roma piuttosto che quello di Andrea da Bergamo, il quale vorrebbe che tutti fossero d’accordo nell’inviare un missus a entrambi i re. I rapporti più che tesi tra la Engelberga e Carlo il Calvo indicano chiaramente, in realtà, quale fosse il partito dell’imperatrice. Carlo il Calvo alla fine vinse. Incoronato imperatore a Roma nel Natale dell’875, il suo potere sul Regno d’Italia fu riconosciuto a Pavia nel febbraio dell’876. Quindi Carlo II rivalicò le Alpi, lasciandosi dietro il duca Bosone a governare il Regno. Dopo questo scacco, la Engelberga cercò dapprima una protezione sul lato orientale: il 19 luglio 876 Ludovico il Germanico, dopo l’approccio compiuto da due missi dell’Engelberga, emise in suo favore un diploma con cui le confermò l’insieme dei beni che Ludovico II le aveva concesso in usufrutto o in proprietà, nonché tutti quelli che ella aveva potuto acquisire per altre vie. Poi cominciò qualche tentativo di riavvicinamento al nuovo imperatore, a cui la Engelberga si dovette risolvere più perché spinta da necessità politiche che per sua volontà. Nella seconda metà dell’878 fu così celebrato alla Corte di Berengario del Friuli (parente dei Supponidi) il matrimonio di Ermengarda con Bosone conte di Vienne. L’avvenimento colpì fortemente i contemporanei: Incmaro, Reginone di Prüm e l’annalista di Fulda ne danno ciascuno un resoconto differente ma hanno in comune il fatto di non menzionare mai il ruolo della Engelberga e la cosa è particolarmente notevole in Incmaro di cui si può pensare non avrebbe mancato di sottolineare un’eventuale macchinazione sua e di un qualsiasi partito tedesco. Come scrive l’arcivescovo di Reims (cfr. Annales Bertiniani), il principale responsabile fu in realtà Berengario, per il quale questo matrimonio venne a suggellare de facto una spartizione con Bosone del potere del Regno. Nell’877 la Engelberga depose le armi e si ritirò dalla scena politica. Il 27 marzo dello stesso anno Giovanni VIII le fece giungere una lettera con cui la consola delle sue delusioni e l’incoraggia a essere fedele all’imperatore, offrendole, nel caso ne avesse bisogno, di interporre i suoi buoni uffici presso di lui. Lo stesso giorno richiese a Carlo il Calvo di fare in modo che fosse restituito alla Engelberga il suo tesoro, che era stato fatto sparire da San Salvatore a Brescia all’epoca del passaggio in Italia delle truppe del re dei Franchi occidentali. Nello stesso mese, a San Salvatore, l’Engelberga fece redigere il suo testamento con il quale perfezionò la fondazione del monastero di San Sisto a Piacenza e se ne attribuì il governo temporale (provisio). Due missi di Carlo il Calvo, forse latori, a garanzia di riconciliazione, di un diploma in favore della Engelberga oggi perduto, sottoscrissero l’atto, come pure fece Riccardo il Giustiziere, che sostituiva in Italia il fratello Bosone rientrato in Francia. In base a questi documenti risulta chiaramente che l’Engelberga vestì l’abito religioso, molto probabilmente nella sua fondazione di San Sisto a Piacenza: a partire dall’877 è infatti regolarmente designata come Deo dicata. L’avvento di Carlomanno (settembre 877) fu evidentemente di un certo conforto per l’Engelberga. Il nuovo Sovrano rilasciò non meno di quattro diplomi per il monastero di San Sisto (uno di essi è perduto) e prese nella sua cerchia il vescovo di Parma, Wibodo, uno dei principali fideles dell’Engelberga. Da parte sua, Giovanni VIII la tenne regolarmente al corrente del viaggio da lui compiuto in Francia nell’878 per ottenere aiuto contro Lamberto di Spoleto e contro i Saraceni, le diede notizie di Ermengarda e di Bosone, che lo avevano ricevuto ad Arles, al ritorno dal concilio di Troyes e la invitò a fargli visita al Moncenisio. Da questa corrispondenza si ricava tuttavia l’impressione che l’influenza della Engelberga si fosse ridotta agli affari strettamente religiosi e anche in questo ambito la sua autorità sembra particolarmente limitata. Il Papa celebrò volentieri le messe per gli anniversari in memoria di Ludovico II e le richiese di dare saggi consigli all’ecclesiastico che le recava la sua corrispondenza, ma quando ella intervenne perché fosse revocata la scomunica all’arcivescovo di Milano, Ansperto, non ottenne alcun risultato. Nell’ottobre dell’879 Carlomanno, malato già da qualche tempo, rinunciò al Regno d’Italia in favore di Carlo III il Grosso. Nello stesso periodo di tempo Bosone riuscì a farsi eleggere re di Provenza a Mantaille. La perdita di un potente protettore e l’usurpazione messa in atto dal genero privarono l’Engelberga, nella stessa Italia, di gran parte dei suoi appoggi politici. Già all’inizio dell’anno Giovanni VIII si lamentò con il vescovo di Parma delle spoliazioni da lei patite. Ma in ottobre cinque lettere del Pontefice denunciano un brusco peggioramento della situazione: tre conti sono minacciati di scomunica se non restituiranno al più presto i beni sottratti alla Engelberga, altri cinque sono incaricati espressamente di proteggere le sue terre, il vescovo di Novara, Notingo, viene rimproverato per lo stesso motivo, mentre il Papa conferisce la tutela di San Sisto a Gisulfo, abate di Santa Cristina in Corteolona. Ci si può chiedere se quest’ultima misura non sia stata suggerita al Papa da Carlo il Grosso allo scopo di sorvegliare la Engelberga, dato che Gisulfo era uno dei suoi familiari più influenti. Il nuovo Re aveva tutte le ragioni per diffidare della Engelberga, della quale si sa, grazie a Giovanni VIII, che si era schierata dalla parte di Bosone. Rapidamente Carlo III prevenne possibili intrighi: se poco dopo la sua incoronazione a re d’Italia, avvenuta a Ravenna nel gennaio 880, prese ancora sotto la sua protezione i beni di un chierico della cerchia della Engelberga e le confermò l’insieme dei suoi possedimenti, già alla fine dell’anno si trovò relegata dall’altra parte delle Alpi, forse nel monastero di Zurzach. La data della partenza della Engelberga per l’esilio è discussa. Carlo il Grosso potrebbe averla condotta con sé nella primavera dell’880, quando ritornò nel Nord dopo la sua incoronazione (L.M. Hartmann), o averla fatta trasferire da Piacenza a Zurzach da uno dei suoi missi in occasione del suo soggiorno in quella città, nel dicembre, quando vi trascorse il Natale (G. Pochettino). Due istituzioni religiose di Piacenza, Tolla, nel contado, e Sant’Antonino, l’antica chiesa cattedrale, beneficiarono allora di diplomi, mentre San Sisto, a quanto risulta, non ne ebbe alcuno. Giovanni VIII, fedele agli impegni assunti nell’874, fece ogni sforzo per ottenere il ritorno della Engelberga in Italia. In base alle assicurazioni verbali di Carlo il Grosso e facendosi garante della buona condotta dell’Engelberga, in marzo scrisse a Ludovico III, a Carlomanno II e a Ugo l’Abate, per la parte francese, agli arcivescovi, ai vescovi e ai conti, per la parte italiana, chiedendo che si facilitasse il suo ritorno. Tuttavia, un anno più tardi si rivolse ancora all’imperatrice Riccarda e a Liutvardo di Vercelli per far ricordare a Carlo III le sue promesse. La situazione si sbloccò nell’aprile dell’882: l’imperatore confermò alla Engelberga il possesso di una serie di curtes, prima di farla riaccompagnare in Italia dal vescovo di Vercelli all’inizio dell’autunno. La datazione del ritorno della Engelberga in Italia presenta gli stessi problemi di quella della sua partenza. La vicenda non era conclusa nel marzo dell’882 al momento dell’ultimo intervento di Giovanni VIII. Quanto alla data del diploma di conferma (Pavia, 17 aprile), è frutto di un ritocco. In realtà, quel documento fu probabilmente emanato in Germania dopo il ritorno dell’imperatore (cfr. l’introduzione di P. Kehr all’edizione dell’atto), cosa che tenderebbe a confermare la notizia fornita dagli Annales Bertiniani che collocano anche la missione di Liutvardo di Vercelli dopo il terzo soggiorno in Italia di Carlo il Grosso. Piuttosto che la primavera, si attese la soluzione definitiva del problema di Bosone (Vienne cadde nel settembre dell’882) per rinviare con tutta tranquillità la Engelberga nel suo monastero italiano. Durante gli ultimi anni di vita la Engelberga si occupò della difesa dei suoi beni essenzialmente a vantaggio di San Sisto, cercando di ottenere garanzie da tutti i sovrani successivi, ai quali fece regolarmente giungere lettere redatte da chierici della sua cerchia. Nell’884 ottenne dal re di Francia Carlomanno II una conferma generale di tutte le sue proprietà (la collocazione di queste non è precisata, ma non si può trattare che di terre situate in Provenza). Nell’887 la morte di Bosone sembrò aprirle di nuovo le porte della Corte imperiale: in febbraio fece intervenire il vescovo di Vercelli perché Carlo il Grosso concedesse un privilegio giudiziario a San Salvatore a Brescia e in agosto fu l’abate Gisulfo a intercedere per una conferma solenne dei beni (il diploma è sigillato, come molti di quelli che furono redatti a San Sisto, sul modello degli atti di Ludovico II). Nel maggio dell’888 la Engelberga dovette ancora all’intervento di Liutvardo un diploma concessole da Berengario. Nell’889, infine, grazie a Ermengarda, Arnolfo emanò per lei il primo dei suoi atti italiani, l’ultimo ottenuto dall’Engelberga. Il necrologio di San Savino di Piacenza, che integra un elenco precedente di San Sisto, riporta il nome della Engelberga sotto il 23 marzo, che rappresenta dunque, con ogni probabilità, il giorno della sua morte. Poiché nel novembre dell’891 Ermengarda fece una donazione a San Sisto in memoria di sua madre, quest’ultima dovette morire nell’890 o nell’891 (F. Neiske). Le attività economiche della Engelberga, che fu senza dubbio una delle più ricche sovrane carolinge, meritano, così come la sua gestione monastica, un esame particolare. Il dotalicium dell’860 le portò due curtes, una nel contado di Modena, l’altra nel territorio di Reggio. Il suo testamento dell’877 ne enumera una quindicina, distribuite in otto contee o fines, senza peraltro fornire l’inventario esaustivo della sua fortuna (vi mancano, per esempio, le terre in Provenza che erano state cedute da Lotario II nell’866 e che nell’872 erano state accresciute da una precaria dell’abate di San Maurizio). Tutte queste proprietà non le provenivano solo dalle elargizioni imperiali o dai donativi di quanti avevano voluto ringraziarla o avevano inteso guadagnarsi il suo favore. La Engelberga fece certamente acquisti personali e spesso le riuscì di concludere singoli contratti per l’acquisto di terre al costo minimo. Nell’865, a esempio, il conte Ermenulfo le promise di lasciarle i suoi beni purché ella ottenesse da Ludovico II un diploma di conferma per il monastero di Massino. Nell’873, durante il suo soggiorno a Capua, il cappellano imperiale Ratcauso s’impegnò a venderle una parte delle sue terre al prezzo che avrebbe fissato il missus della Engelberga, se egli fosse riuscito a riottenerle in via giudiziaria. A tal fine l’Engelberga stessa presiedette, l’anno seguente, il placito in cui venne discusso il problema a Piacenza, ma invano. Per amministrare tutte queste proprietà, la Engelberga si valse evidentemente di rappresentanti locali che formarono insieme con i suoi vassalli e con i chierici della sua cappella una Corte organizzata: dall’864 Pietro, famulus et minister della Engelberga, prese possesso in suo nome della curtis di Guastalla, appena donata da Ludovico II, nell’877 uno dei suoi gastaldi, Martino, concesse in locazione livellaria una dipendenza della medesima proprietà, nell’885 un altro dei suoi ministri, il diacono Adelmanno, e il giudice imperiale Adelberto, che la Engelberga impiegò come advocatus, fecero un’altra concessione nello stesso luogo. La Engelberga seppe ricompensare i suoi amministratori: nell’874, a esempio, fece ottenere una conferma di beni al gastaldo Gumberto, vassallo e ministerialis. Come voleva la tradizione delle famiglie regnanti in Italia, la Engelberga dispose molto presto del monastero di San Salvatore a Brescia, che era a un tempo fonte di reddito e luogo di accoglienza per le figlie dei sovrani. Nell’861, alla morte della sorella di Ludovico II, che ne aveva avuto sino ad allora il governo temporale, fu messa alla sua direzione Gisla, la figlia promogenita di Ludovico II e della Engelberga. In caso di morte le sarebbe dovuta succedere la madre, come effettivamente avvenne nell’868. Fino al termine dei suoi giorni, la Engelberga adempì regolarmente al suo ruolo di intercessore in favore del monastero, sebbene non gli dedicasse che una limitata attenzione. La grande opera della Engelberga fu la fondazione di San Sisto a Piacenza, per la quale spiegò tutte le sue forze. La scelta della città fu dettata innanzi tutto da ragioni familiari. Quando aveva sposato, verso la metà del secolo IX, la figlia del conte Vilfredo, il fratello della Engelberga, Suppone II, aveva dato un centro alla zona di influenza della famiglia. Lui stesso possedeva una mansio nella città e terre nel contado, mentre la Engelberga ebbe in Piacenza la sua curtis. L’Engelberga si assicurò il sostegno dell’autorità ecclesiastica locale, facendo innalzare il nipote Paolo, diacono a Piacenza, sulla cattedra episcopale della città (in un primo tempo, per raggiungere questo scopo riuscì a convincere il vescovo in carica a dare le dimissioni ma, davanti alla vivace reazione di Niccolò I, si dovette attendere la morte del prelato). Poi, grazie a una serie di acquisti e di permute con il Fisco e con privati, il già citato contratto con Ratcauso ne è un esempio, la Engelberga raccolse terreni intorno alla sua curtis e alla mansio di Suppone, a meridione della cinta muraria romana. Nell’870 Ludovico II accenna ai lavori di costruzione di San Sisto che cominciarono dunque durante il suo soggiorno in Italia meridionale (da dove la Engelberga portò le reliquie di San Germano di Capua). Nell’874 Ludovico II la affrancò da ogni preoccupazioni di carattere giuridico, accordandole la piena disponibilità dei suoi beni, confermò le sue operazioni immobiliari e completò l’opera concedendole il diritto di modificare il sistema viario e le fortificazioni della città, offrendole anche una buona parte dei materiali destinati all’edilizia pubblica del contado. Nell’877 le prime monache (non più di quaranta) si poterono installare negli edifici della nuova badia. La comunità, posta sotto l’autorità dell’arcivescovo di Milano, fu dotata della quasi totalità dei beni della Engelberga, che mise i suoi amministratori al suo servizio (nell’886, a esempio, Martino, gastaldo dell’Engelberga, fece una concessione livellare per conto di San Sisto). Era previsto che, alla morte della Engelberga, Ermengarda prendesse il suo posto alla guida del monastero a condizione che vestisse l’abito religioso, cosa che non avvenne. La prima badessa, Cunegonda, era probabilmente sorella della Engelberga. Pure la seconda, che portò anch’essa il nome di Engelberga, era evidentemente imparentata con lei.
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Mit Ausblicken auf Urkunden und Kanzlei Kaiser Ludwigs II., in Archiv für Diplomatik, Schrifgeschichte, Siegel- und Wappenkunde, XXIX, 1983, 299, 304-308; E. Ennen, Frauen in Mittelalter, München, 1985, 59; S.F. Wemple, S. Salvatore-S. Giulia: a case study in the endowment and patronage of a major female monastery in Northern Italy, in Women of the medieval world. Essays in honor of John H. Mundy, a cura di J. Kirshner-S.F. Wemple, Oxford, 1985, 85-102; A. Veronese, Monasteri femminili in Italia settentrionale nell’alto Medioevo. Confronto con i monasteri maschili attraverso un tentativo di analisi statistica, in Benedictina XXXIV 1987, 393; F. Bougard, Entre Gandolfingi et Obertenghi: les comtes de Plaisance aux Xe et XIe siècles, in Mélanges de l’École Française de Rome. Moyen Age-Temps Modernes CI 1989, 16 n. 22; F. Bougard, Ermengarda, in Dizionario biografico degli Italiani, sub voce; F. Bougard, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 668-676.

ENGHELBERGA, vedi ENGELBERGA

ENIDE ASOPICO, vedi TARASCONI SMERALDI ALESSANDRO ANTONIO FELICE

Parma I/II secolo d.C.
Figlio di Lucius. Liberto, dedicatario di un’ara a Minerva d(e) p(ecunia) s(ua), per caratteri paleografici presumibilmente databile al I-II secolo d.C. Si tratta dell’unica testimonianza a Parma del nomen Ennius, che sarebbe derivato dalla latinizzazione del veneto Enno. Esso è documentato invece a Veleia, insieme al cognomen Ennanius, e frequente a nord del Po. Callistus è cognomen grecanico molto diffuso in Italia, soprattutto per i liberti. Frequente in Roma, in Campania e in Gallia Cisalpina, è documentato a Parma solo in questa iscrizione.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 88.

ENOPE ORFEIO, vedi COGORANI FERRANTE

ENOTRIO PALLANZIO, vedi PIAZZA VINCENZO

Parma 382/407
Nominato da Ambrogio, arcivescovo di Milano. Fu vescovo di Parma dall’anno 382 all’anno 407.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 223-224; N. Pelicelli, I vescovi della Chiesa parmense, 1936, 7.

-Parma maggio 1027
Chierico, fu cancelliere del re di Germania Enrico II: nel 1013 (lo Stumpf più precisamente congettura nel febbraio) sottoscrisse da Magdeburgo un diploma del Re a favore dei canonici di San Vincenzo di Bergamo. Enrico II alla fine di quell’anno discese a Pavia accompagnato dall’Enrico, che controfirmò due diplomi: uno a favore del piccolo monastero di Sant’Abbondio di Como e l’altro del monastero di San Sepolcro a Nociati. Di là Enrico II si portò a Ravenna e con suo diploma, interveniente Heinrico clerico nobilissimo et cancellario nostro amabili et fidelissimo, concesse a Pietro, suo fedele, i beni mobili e immobili confiscati a Pietro di Sigezone per aver ucciso la sorella allo scopo di impossessarsi dei beni di lei. Da Ravenna, insieme alla consorte Cunegonda, Enrico II passò a Roma per essere incoronato imperatore dal pontefice Benedetto VIII. La solenne cerimonia si compì il 14 febbraio 1014. Fu allora che Enrico II confermò i beni e i privilegi al monastero di Monte Cassino in onore di San Benedetto, esaudendo le preghiere di Cunegonda, di Enrico, vescovo di Würzburg, e di Enrico, suo cappellano. Nel ritorno l’Imperatore seguì la via di Sutri, passò poi a Fasciano e a Pappiano in quel di Pisa e, per la via di Bardone, a Fornovo e a Piacenza. Qui, alla richiesta dell’Enrico, suo cancelliere, concesse gli antichi privilegi e i beni che erano appartenuti al monastero di San Salvatore di Tolla in quel di Piacenza. Lasciata Pavia, ove si trovava ancora il 7 maggio, l’Imperatore si portò a Verona il 21 maggio, a Dolce, presso la chiusa di Volarque, il 23, e a Lizzana, presso Roveredo, il 24. In compagnia dell’Enrico, proseguì poi per la Germania e il 21 giugno fu a Regensburg. In seguito Enrico II donò alla chiesa di San Siro i beni che il conte Uberto, figlio di Ildebrando, possedeva al castello di Cerreto e a Vulparia e i terreni e le cose che Oberto con i suoi figli e il conte Alberto avevano di loro proprietà a Scadrampo, presso il castello di Balbiano, e nel territorio di San Martino a Strada e a Casale. Il diploma è sottoscritto dall’Enrico (1014). L’anno dopo l’Imperatore, da Merseburg il 4 ottobre, confiscò al conte Sigefredo e a suoi figli Berengario, prete, e Ugo, rei di lesa maestà e di offesa verso l’Impero, la villa di Barzano e la donò alla chiesa di Como. Nello stesso giorno, con altro diploma, fece dono al monastero di Sant’Abbondio di Como di diversi beni in Valtellina nel luogo chiamato Talamona, già di proprietà del conte Alberto di Parma e dei suoi figli Viberto e Sigefredo, a loro confiscati perché rei di spergiuro. I due diplomi sono controfirmati Heinricus Parmensis episcopus et cancellarius. È certo dunque che l’Enrico fu l’immediato successore di Sigefredo, eletto nello stesso anno, se nell’autunno (precisamente il 4 ottobre del 1015) era già vescovo di Parma. Il primo atto dell’Enrico di cui si abbia memoria, ricorda la riconferma dei beni al monastero di San Paolo presso Parma. Fu cura dell’Enrico di ampliarlo: a nobis aliquatenus ampliatum. La donazione è forse databile al 1016. Al privilegio concesso al monastero Fruttariense, suffragium libertatis, perché troppo distante e per luoghi impervi e selvatici dalla sede vescovile Iporiense (unico atto che ancora rimanga del sinodo tenutosi a Roma nel 1015), l’Enrico pose la seguente sottoscrizione: Ego Henricus Parmensium Episcopus. Nel 1016 l’Enrico ritornò nuovamente in Germania e a Bamberga impetrò dall’Imperatore per la contessa Richilde, prima consorte del marchese Bonifacio, il dono di alcuni beni: la metà della corte di Trecentulla, la metà del castello e della cappella di Campo Duce e di Campo di Credario, Fossa Rotta e Fossa Muclena, con le selve e i corsi delle acque, confiscati a Berengario e a Ugo, figli del conte Sigefredo, nostro imperio rebellantibus. Sottoscrisse il diploma Heinricus episcopus et cancellarius e ciò significa che l’Enrico ancora non si era dimesso dalla carica di cancelliere. In un diploma del 21 giugno 1016 appare un altro cancelliere per l’Italia: Piligrino, che fu poi eletto arcivescovo di Colonia. Forse l’imperatore Enrico II nominò un altro cancelliere per lasciare una certa libertà all’Enrico impegnato con la sede vescovile di Parma, che però volle ascrivere tra i signori della sua Corte. Infatti l’Enrico sottoscrisse un solo altro diploma, tre anni dopo. L’11 luglio 1017 da Leizkau, con suo diploma Enrico II donò l’abbazia di Helmarshauven alla chiesa di Paderborn con ogni pertinenza mobile e immobile, facendo seguito alle istanze dell’imperatrice Cunegonda, di arcivescovi e vescovi germanici, tra i quali era, unico italiano, l’Enrico. In quell’anno a Leizkau Enrico II tenne un consiglio tra i magnati dell’Impero, arcivescovi e vescovi, tra i quali l’Enrico ad honorem et dignitatem imperii plura necessaria disponentibus: ciò dimostra che l’Enrico fu effettivamente annoverato tra i consiglieri dell’Impero. Anche nel 1019 ritornò in Germania e da Regensburg sottoscrisse (Heinricus episcopus et cancellarius) un diploma, col quale l’Imperatore confermò alla badia di Leno quanto un tempo era stato dai fedeli, dai re e dagli imperatori donato o concesso. Ciò vuol dire che l’Enrico conservava ancora la carica di cancelliere, carica che però esercitava ormai raramente. Nell’autunno di quell’anno seguì la Corte imperiale fino a Strasburgo. Là l’Imperatore, alla presenza degli arcivescovi di Milano e di Ravenna, di vescovi, tra i quali l’Enrico, e di marchesi e conti italiani, formulò e promulgo la legge De Mutua successione maritorum et de interfectoribus. L’Imperatore discese poi in Italia e l’Enrico lo seguì a Verona (6 dicembre 1021). Passò quindi da Mantova il 10 dello stesso mese e il 31 fu a Ravenna. Di là, sempre accompagnato da Enrico, si trasferì sino al Ducato di Benevento. Il 1° febbraio 1022 a Chieti, con l’intervento di diversi vescovi tra i quali l’Enrico, confermò al monastero di Monte Cassino tutti i beni che gli appartenevano nel contado di Termoli, usurpati in malo modo dai conti Atto e Pandolfo. A Benevento poi, a istanza dell’Enrico, il 10 marzo 1022 l’Imperatore riconfermò al cenobio di Santa Sofia quanto era stato concesso o donato dai suoi predecessori e da altri, enumerando i beni posseduti in diversi luoghi. Dell’Enrico non si hanno più notizie dopo il suo ritorno a Parma. Morto infatti il 13 luglio 1024 l’imperatore Enrico II, l’Enrico, sciolto da ogni impegno, si ritirò a Parma, vivendo pacificamente gli ultimi anni della sua vita.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Biografia Universale, 1844, 52-53; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 106-111; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

Parma 1399
Ricamatore, ricordato in un atto notarile del 21 gennaio 1399: Magister Anrichinus de dexio de Alamania, recamator vicinie Sante Christine porte christine (atto di Paolo Palazzi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 1.

Parma 1358 c.-Parma febbraio/dicembre 1438
Nacque da Bernardo. Stando a quanto riporta il suo epitaffio sarebbe nato intorno al 1368. Questa data tuttavia non può essere accolta senza ragionevoli riserve, in relazione alla prima notizia riguardante la sua vita e presente in una fonte documentaria: essa dovrebbe essere forse anticipata di un decennio se nel 1383 l’Enza ottenne a Bologna la licenza in diritto canonico (Piana, 1966, p. 340). Già nell’anno successivo, secondo quanto riferisce il Pezzana, grazie a notizie tratte dall’erudito bolognese Fantuzzi, egli prestò la sua opera, come lettore del Decretum, presso lo Studio di Bologna. Nel 1385 l’Enza divenne canonico della Cattedrale di Rimini, nonché vicario di Leale Malatesti, vescovo della città romagnola dal 1374 fino al 1400. Non si sa se, nel frattempo, l’Enza continuò a mantere rapporti con il mondo ecclesiastico e universitario di Bologna, così come non si hanno molti dati sulle attività da lui svolte a Rimini. Lo si ritrova soltanto, insieme con il vescovo Leale Malatesti, in una causa di dispensa per consanguineità, celebrata nel 1390, per il matrimonio di due esponenti della famiglia Malatesti, Rengarda e Malatesta. L’incarico di vicario fu da lui mantenuto, come afferma il Tonini, fino al 1390. In quell’anno l’Enza ritornò con tutta probabilità a Bologna, dove partecipò attivamente alla locale vita ecclesiastica e universitaria. Nominato nel 1392 lettore del Decretum, come ricorda l’explicit di un suo Tractatus de indulgentiis, conservato presso la Biblioteca apostolica Vaticana (Vaticano Latino 2264), l’Enza comparve spesso, in qualità di teste o di arbitro, in cause e vertenze riguardanti la giurisdizione episcopale bolognese. La vasta documentazione notarile edita dal Piana (1976) attesta la molteplice attività dell’Enza che, intorno al 1396, era già stato nominato vicario di Bartolomeo Raimondi, vescovo di Bologna, una decina d’anni prima quindi di quanto sostenuto dalla locale tradizione erudita (Alidosi). Nel 1400, poco dopo la morte di Leale Malatesta, l’Enza intervenne per sciogliere una controversia sorta intorno alle disposizioni testamentarie del vescovo di Rimini. Quest’ultimo, infatti, aveva legato il suo patrimonio alla locale chiesa di San Francesco, retta da conventuali francescani, dove tra l’altro volle essere sepolto. Alla sua morte i canonici della Cattedrale avviarno una causa reclamando la portio paroecialis, il diritto cioè di ottenere, come parrocchia originaria del defunto, la quarta parte dei proventi della sepoltura avvenuta in sede diversa. L’Enza intervenne insieme con giuristi quali Pietro degli Ubaldi e Pietro d’Ancarano (Campana, pp. 28-31), sostenendo la liceità del rifiuto dei frati di San Francesco di concedere tale quota, in contrasto con quanto sostenuto nei consilia dei giureconsulti Antonio da Budrio, Giovanni da Imola e Francesco Zabarella (Ravenna, Biblioteca Classense, mss. 485, voll. IV-V). La partecipazione dell’Enza a questa causa, decisa in seguito da Carlo Malatesti, signore di Rimini, sulla base di un compromesso tra le due parti, è indubbia prova delle buone relazioni da lui conservate con i locali esponenti del potere civile ed ecclesiastico. Nel 1403 l’Enza sottoscrisse la licenza in teologia conseguita dall’agostiniano Gabriele Garofali da Spoleto, uno dei futuri oppositori del culto del nome di Gesù, diffuso da Bernardino da Siena (Piana, 1960, p. 417). Con la locale vita accademica egli dovette mantenere continui rapporti, pur non svolgendo, in quegli anni, attività di lettore o di professore. Nel 1405 l’Enza figura insieme col canonista Domenico da San Gimignano in un lodo a favore del Collegio di Spagna, relativo alla visita che periodicamente importanti figure del mondo universitario ed ecclesiastico svolgevano all’interno dell’istituto fondato pochi anni prima dal cardinale E. de Albornoz (Piana, 1963, p. 48). Proprio al più noto Domenico da San Gimignano il nome dell’Enza è stato accostato dalla critica contemporanea. Il Maffei ha, a questo proposito, individuato in un manoscritto contenente la Lectura in decretum di Domenico da San Gimignano (Vaticano latino 2261, c. 224va) una breve nota che attribuisce la parte conclusiva della lectura in questione all’Enza. Tale segnalazione richiede di essere confrontata e vagliata, ma solleva interessanti considerazioni sul valore della produzione giuridica dell’Enza, ritenuta, per la maggior parte, perduta. Frammentarie sono, per gli anni successivi, le notizie circa la sua permanenza a Bologna: l’annalistica locale vuole che egli abbia mantenuto il ruolo di vicario fino al 1417. Sembra più probabile che l’Enza sia invece rimasto in carica fino al 1407, anno in cui subentrò alla cattedra episcopale bolognese, in sostituzione del Raimondi, morto nel 1406, Antonio Correr, nipote di papa Gregorio XII. In quell’anno l’Enza rientrò a Parma, della cui Cattedrale, già dal 1400, era canonico. Egli dovette comunque mantenere il godimento delle rendite del Capitolo bolognese in quanto nel 1412 interpose appello a favore del mantenimento del suo canonicato e dell’annessa prebenda (Piana, 1966, p. 340). Nel 1409 la città di Parma, precedementemente sottomessa alla dominazione viscontea e a quella della famiglia Terzi, passò sotto il diretto controllo e la Signoria di Niccolò d’Este. L’Enza figura tra le autorità civili ed ecclesiastiche che accolsero, il 27 giugno di quell’anno, Niccolò d’Este venuto a esercitare i pubblici poteri nella città parmense, in qualità di vicario imperiale. È probabile che in quell’occasione l’Enza abbia pronunciato un’orazione pur non partecipando in prima persona alla consegna delle chiavi delle porte di Parma (Pezzana, p. 121). Alla morte, avvenuta nel 1412, di Giovanni Rusconi vescovo di Parma, l’Enza fu tra i più accesi sostenitori di fra’ Bernardo da Carpi, osservante francescano, già ministro provinciale dell’Ordine in Bologna. L’Enza, che lo aveva probabilmente conosciuto durante la sua permanenza e attività a Bologna, dove tra l’altro Bernardo era maestro di teologia, divenne suo stretto collaboratore nonché vicario. Sempre nel 1412 lo Studio di Parma, rimasto a lungo chiuso nel secolo precedente a causa della politica di favore esercitata dai Visconti nei riguardi di quello di Pavia, venne rifondato e riaperto, grazie al nuovo clima istituzionale determinatosi con l’avvento della Signoria di Niccolò d’Este. A questo scopo furono invitati a esercitare il loro magistero giureconsulti di vasta fama come Niccolò de’ Todeschi, detto il Panormitano, e Cristoforo Castiglioni. Lo stesso Enza vi insegnò nei primi anni diritto canonico, esercitando però la sua opera principalmente sul piano normativo: nel 1416 fu tra i riformatori degli statuti del Collegio dei giuristi, mentre un anno dopo, in qualità di vicario di Bernardo, sottoscrisse la promulgazione dell’Ordinarium Ecclesie Parmensis, al cui testo collaborò attivamente nella redazione e nella stesura. L’Ordinarium, pubblicato nei Monumenta historica ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia (V, Parmae, 1861), a cura di A. Barbieri e definito con indubbi toni encomiastici capolavoro del diritto canonico locale (Martini, p. 125), costituisce un importante momento di disciplina e riordinamento della vita liturgica e spirituale ed è fonte preziosa per conoscere i riti e le festività praticate nella Diocesi parmense ai primi del XV secolo. Gli anni seguenti della vita dell’Enza sono oscuri: nel 1425, sempre coinvolto nelle locali questioni di vita ecclesiastica, espresse parere favorevole nei confronti della badessa del locale monastero di San Quirico, Giovanna Sanvitali, la cui designazione a tale carica, voluta da papa Martino V, aveva suscitato perplessità a causa della sua nascita illegittima. Lo Studio di Parma era stato già dal 1420, con l’avvento della Signoria di Filippo Maria Visconti, ridotto a semplice scuola di artes, ma continuò comunque a essere oggetto di attenzione da parte dell’Enza. Gli stessi documenti editi dal Piana (1963), riguardanti la concessione di licenze conseguite in quegli anni, presentano un salto cronologico che va dal 1416 al 1432, coincidenti senz’altro con il periodo di maggiore crisi di questa istituzione. L’Enza vi figura spesso, fino al gennaio del 1438, anno, con ogni probabilità, della sua morte. La sua lapide sepolcrale, presente nel Duomo di Parma e riportata dal Pezzana (p. 132), lo ricorda come canonico e giurista deceduto minus septuagenarius.
FONTI E BIBL.: G.N. Pasquali Alidosi, Li canonici della Chiesa di Bologna, Bologna, 1616, 24; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 131-132; A. Pezzana, Storia della città di Parma, II, Parma, 1842, 128, 132, 147, 218; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, I, Parma, 1856, 685, 690; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 161; L. Tonini, Rimini nella Signoria dei Malatesti, in Storia civile e sacra riminese, IV, 1, Rimini, 1880, 418-421, 427 e Appendice, 379-383; L. Frati, Indice dei codici latini conservati nella Regia Biblioteca universitaria di Bologna, in Studi di Filologia Classica XVI 1908, 231; M. Martini, Cenni storici sull’origine dell’Archivio capitolare della basilica cattedrale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XI 1911, 107-135; U. Gualazzini, Corpus statutorum almi Studii Parmensis (saec. XV), Mediolani, 1946, pp. CCXLV, CCLV; A. Campana, Per la storia delle cappelle trecentesche della chiesa malatestiana di San Francesco, in Studi Romagnoli II 1951, 28-31; F. Rizzi, I professori dell’Università di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953, 16, 45; C. Piana, La facoltà teologica di Bologna nel 1444-1458, in Arch. Franc. Histor. LIII 1960,361-441; C. Piana, Ricerche su le università di Bologna e Parma nel secolo XV, Quaracchi-Firenze, 1963, 333 e passim; D. Maffei, La donazione di Costantino nei giuristi medievali, Milano, 1964, 277 s.; C. Piana, Nuove ricerche su le università di Bologna e Parma, Quaracchi-Firenze, 1966, 340, 390; Palazzi e casate di Parma, 1971, 465-466; C. Piana, Nuovi documenti sullUniversità di Bologna e sul Collegio di Spagna, Bologna, 1976, passim; A catalogue of Canon and Roman Law manuscripts in the Vatican Library, I, Codices Vaticano Latini 541-2299, a cura di S. Kuttner-R. Elze, Città del Vaticano, 1986, 295; H. Angiolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 806-808.

Parma 1454
Figlio di Bartolomeo. Pittore attivo nell’anno 1454.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 95.

Parma 1426-1478 c.
Fu ottimo calligrafo. Il Marsand dice che il codice 7769 della Biblioteca Nazionale di Parigi avente il titolo Canzoni et Sonetti di messer Francescho Petrarca Poeta eloquentissimo cum l’expositione di messer Francescho Philelpho poeta laureato, et oratore prestantissimo termina con queste parole: Amen, Philippus Henzola scripsit. Il Marsand loda la belleza esteriore di questo codice scritto su pergamena in caratteri tondi del secolo XV, ottimamente conservato, e arricchito di eleganti miniature, ma soggiunge che quanto alla lezione non è da consultarsi, essendo stata guasta dall’Enzola, o copiata da un ms. che guastata l’aveva.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275; Malaspina, Guida di Parma, 1869.

Parma 1259 c.-Poviglio luglio 1321
Nacque dopo il 1258, anno di matrimonio dei suoi genitori, da Giacomo e da Marchesina, una ricca vedova padovana presentata a suo padre da Matteo da Correggio, parente degli Enzola. Marchesina portò al marito una dote cospicua, con la quale Giacomo Enzola acquistò vasti possessi nel villaggio di Poviglio e iniziò una proficua attività di prestiti, che lo storico Salimbene de Adam non esitò a definire usuraria. Probabilmente frutto di quest’attività creditizia fu l’acquisto del palazzo degli Adam, ubicato accanto al Battistero di Parma, che egli ebbe ex dono, espressione tecnica che nella prima metà del XIII secolo indicava l’interesse ricavato dalle somme prestate. Forse il palazzo fu dato in pegno al creditore, che, non ottenendo la liquidazione del denaro dato in prestito, lo trattenne valutandolo a un prezzo di gran lunga inferiore rispetto all’andamento del mercato immobiliare. Armato cavaliere sulla porta del Battistero di Parma nel 1284, Giacomo Enzola, insieme con Giacomo Manglario, suo giudice, si trasferì a Modena, dove fu chiamato a ricoprire la carica di podestà per il primo semestre dell’anno. Ma non terminò il mandato, poiché morì improvvisamente di apoplessia già nell’aprile del 1284. Fu sepolto presso la Cattedrale modenese, in un tumulo addossato a una parete sulla quale fu dipinto a cavallo, honorifice ad modum militis, come sottolinea Salimbene anche per ricordare la nuova moda dei ritratti equestri. Durante il suo mandato furono commessi a Modena omicidi e altri gravi delitti che Giacomo Enzola lasciò impuniti, contribuendo così a provocare l’insorgere delle guerre civili in città. Quando i Modenesi lo seppero, irati e indignati, assalirono la tomba del defunto podestà e si accanirono sulla sua figura dipinta, strappandogli gli occhi e imbrattandola di sterco, caccaverunt super tumulum. Inoltre nel 1285 inviarono a Parma degli ambasciatori appartenenti al gruppo dei populares, uno dei quali, durante il Consiglio di credenza, uscì in espressioni irriguardose nei confronti del padre dell’Enzola. Al Consiglio fu presente l’Enzola, che a quella data doveva quindi avere più di venticinque anni, che rimase offeso dalle parole dell’ambasciatore tanto da meditare la vendetta. Lo aggredì infatti sul territorio del vescovo di Reggio ferendolo gravemente e per questo fu condannato dai Parmensi a pagare una multa di 1000 lire di moneta di Parma, che egli versò senza difficoltà. Secondo la testimonianza di Salimbene de Adam, egli era un giovane dal comportamento generoso, di modi liberali e con una educazione raffinata, che gli permetteva di vivere manifestando la signorilità della sua stirpe. Nonostante il precedente incidente, nel luglio 1294 l’Enzola fu chiamato a Modena a ricoprire, come suo padre, la carica di podestà per il secondo semestre dell’anno. Mentre svolgeva tale incarico, il 1° novembre si recò a Ferrara alla Corte del marchese Azzo d’Este, figlio di Obizzo, che insieme con il fratello Franceschino aveva organizzato una fastosa cerimonia per ricevere l’investitura cavalleresca dal Signore di Treviso, Gherardo da Camino. Alla festa furono presenti tutti i personaggi più influenti delle città di Lombardia, amici degli Este. Dopo essere stati armati cavalieri, i due marchesi fecero armare a loro spese altri cinquantadue cavalieri, tra cui l’Enzola, che ricevette la dignità insieme con Pietro e Giovanni Sanvitale, due esponenti della potente famiglia di Parma, a cui apparteneva il vescovo Obizzo, con il quale aveva stretto alleanza. Ritornato a Parma all’inizio del 1295, l’Enzola rimase in città accanto ai Sanvitale, la cui posizione politica era ormai insidiata da Guido da Correggio. L’alleanza tra l’Enzola e i Sanvitale era contraria all’orientamento della sua famiglia, tradizionalmente vicina ai Correggio: così egli tramò per attribuire la Signoria di Parma al marchese Azzo d’Este, ma fu scoperto dai consanguinei Tommaso da Enzola e Aldigherio della Senaza da Enzola. Il 13 dicembre 1295, durante la celebrazione della festa di Santa Lucia, i due partiti si scontrarono. Il gruppo dei Sanvitale, guidato dall’Enzola, si riunì a cavallo presso le beccherie di San Giorgio, ma fu sconfitto da Guido da Correggio e costretto ad abbandonare la città per rifugiarsi nei castelli del contado, quali Croce e Cavriago, anche perché i rinforzi degli Estensi non erano giunti in tempo. Nel 1297 le due fazioni raggiunsero, anche per la mediazione del Signore di Ferrara, la pace e l’Enzola poté rientrare in città. Dopo la morte di Guido da Correggio (1299) l’Enzola si avvicinò al di lui figlio Giberto e in seguito ottenne la podesteria di Perugia per il secondo semestre dell’anno 1300. A Perugia gli Enzola erano noti, in quanto lo zio dell’Enzola, Bernardo, era stato podestà nel 1265, mentre Aldigherio della Senaza aveva ricoperto la medesima magistratura nel 1273. Ritornato da Perugia, il marchese Azzo d’Este lo chiamò a Ferrara come podestà per il 1301: le fonti estensi permettono di stabilire che l’Enzola oltre a essere miles era anche doctor, cioè esperto di diritto, un requisito importante per poter esercitare la professione podestarile. Al termine del mandato ferrarese l’Enzola continuò ad appoggiare Giberto da Correggio, aiutandolo a ottenere la qualifica di defensor della città, senza peraltro interrompere i legami con Azzo d’Este, che mirava a impadronirsi di Parma. Tra l’agosto e l’ottobre del 1305, insieme col notaio Paolo Ruffa, organizzò una congiura contro il Correggio, ma fu scoperto e rinchiuso nelle carceri del Comune. Dopo due anni di prigionia, nel giugno 1307, fu liberato insieme col Ruffa. Tuttavia il Correggio, dopo aver ottenuto delle garanzie in solido dai più ricchi e influenti esponenti del partito popolare, permise che l’Enzola fosse inviato al confino nella città di Brescia. Ritornato nel marzo del 1308 dalla città lombarda, l’Enzola prese parte alla nuova congiura contro Giberto da Correggio, che fu cacciato da Parma. L’atteggiamento indeciso degli Enzola, che si ritirarono nell’omonimo castello e in quello di Poviglio, impedì tuttavia ai vincitori di impadronirsi definitivamente del potere. Anzi, nel maggio del 1308, l’Enzola si unì a Giberto da Correggio e insieme difesero il castello di Enzola dall’attacco dei Parmensi. La sconfitta del podestà di Parma e delle sue truppe permise al Correggio e al suo alleato di entrare come vincitori nella città. Ma i due ebbero ben presto dei dissidi tra loro e il 3 agosto l’Enzola con la sua famiglia fu allontanato da Parma. Con la discesa in Italia di Enrico VII l’Enzola si schierò momentaneamente dalla parte dell’Imperatore, che nell’agosto del 1311 lo nominò vicario imperiale a Padova, scegliendolo entro una rosa di quattro nomi presentatagli dai Patavini. Come supremo magistrato del Comune tentò di trattare con Aldrighetto di Castelbarco, vicario imperiale di Vicenza, la restituzione di beni padovani occupati dai Vicentini e, forte dell’appoggio imperiale, chiese loro espressamente di lasciar liberamente scorrere le acque del Bacchiglione. Non ottenne alcun successo, giacché il Castelbarco dimostrò che i beni confiscati ai Padovani in Montegalda e in Montegaldella costituivano la ricompensa delle somme non pagate ai Vicentini al tempo in cui Padova signoreggiava sulla vicina città. Codesti insuccessi e le tendenziose notizie intorno a una pretesa volontà imperiale di muovere contro Padova, diffuse in città dall’ambasciatore Rolando Piazzola che a Genova si era incontrato con Enrico VII, furono i motivi più evidenti della sanguinosa rivolta del 12 febbraio 1312 contro il Sovrano. L’Enzola acconsentì certamente alla sedizione, giacché fu subito eletto podestà, carica che egli ricoprì sino alla fine di giugno del medesimo anno, insieme con il suo assessore, il giudice Antonio dei Morgatelli di Modena. Durante questa nuova podesteria l’Enzola si avvicinò ancora a Giberto da Correggio, vicario imperiale di Reggio Emilia e Signore di fatto di Parma. Insieme attaccarono nella primavera del 1312 la città di Vicenza, difesa dai Della Scala ma il loro sforzo era destinato a fallire giacché la forza degli avversari era nettamente superiore. L’Enzola consigliò di ritirarsi, anche perché i Padovani temevano lo scoppio di un’epidemia. A fine giugno l’Enzola abbandonò Padova, cedendo il suo posto al nuovo podestà Giacomo Rossi. Durante il suo vicariato e la sua podesteria, probabilmente, come sostiene il Gloria, favorì la nomina di Roberto dei Barati, cittadino di Parma, alla cattedra di diritto civile presso l’Università di Padova. I buoni rapporti con Giberto da Correggio continuarono anche in seguito. Infatti nel luglio 1315 l’Enzola fu inviato dal Comune di Parma, dominato dal medesimo Giberto da Correggio, a San Zenone nel Veronese per sottoscrivere un trattato di pace tra i guelfi parmensi e i ghibellini, nonché gli abitanti di Borgo San Donnino. Il 26 luglio, assistiti da Cangrande Della Scala, Signore di Verona e da Rainaldo (Passerino) Bonacolsi, Signore di Mantova, l’Enzola e i plenipotenziari delle due fazioni parmensi firmarono la pace. La tregua non durò a lungo. Nella primavera successiva si combatté di nuovo attorno a Cremona, città in cui Giberto da Correggio era stato proclamato Signore. Il 30 giugno 1316 i Visconti, i Bonacolsi e i Della Scala attaccarono Casalmaggiore, difesa da Copino, figlio dell’Enzola, e se ne impossessarono, mentre Copino riparava verso Parma. La caduta di Casalmaggiore convinse Giberto da Correggio ad abbandonare il 5 luglio la città di Cremona per dirigersi a Parma, lasciando nella città lombarda l’Enzola come suo vicario con il compito di difenderla. Nel settembre Matteo Visconti, i Della Scala e i Bonacolsi si accordarono con i cittadini di Cremona per una trattativa di pace, la cui prima clausola prevedeva l’allontanamento dalla città dell’Enzola. Anche Parma si ribellò ai guelfi e pertanto agli inizi del 1317 l’Enzola e Giberto da Correggio, usciti dalla città, si recarono a Bologna, in Romagna, in Toscana e infine a Napoli, presso re Roberto d’Angiò, per raccogliere aiuti militari contro Parma. Ottennero 500 cavalieri e un gran numero di fanti con i quali entrarono nel territorio parmense. Un mese più tardi iniziò la guerra: i Parmensi, guidati da Spinetta Malaspina, assalirono i castelli di Enzola e Poviglio, ma, secondo il racconto del Chronicon Parmense, non fu fatto alcun danno ai nemici o meglio agli amici, giacché i magnati ingannavano il popolo ed evitavano di arrecare danni ai ribelli, tra cui Gerardo da Enzola e Giberto da Correggio (p. 153). Nonostante tali incertezze nella conduzione della guerra l’Enzola non rientrò più in Parma: nel settembre 1319 egli fu a Genova, nella dimora di re Roberto d’Angiò, e assistette al giuramento prestato da Giberto da Correggio a Carlo Fieschi. Giberto da Correggio promise di dare in moglie una sua figlia a un erede della famiglia Fieschi, creando così un legame con il partito angioino. Infine, mentre si trovava nel castello avito di Poviglio, l’Enzola fu ucciso da un suo stretto parente.
FONTI E BIBL.: Chronicon Parmense ab anno mxxxviii usque ad annum mcccxxxviii, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 69, 73, 92, 99, 120, 141, 146 ss., 150, 153, 159, 163; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 52; Salimbene de Adam, Chronica, a cura di O. Holder-Egger, in Monum. Germ. Historica, Scriptores, XXXII, Hannoverae, 1905-1913, 608 ss.; Monumenti della Università di Padova (1222-1318), a cura di A. Gloria, I, Venezia, 1884, 11, 44; L.A. Muratori, Annali d’Italia, VIII, Napoli, 1773, 61; I. Affò, Storia della città di Parma, IV, Parma, 1795, 155, 199; G. Gennari, Annali della città di Padova, III, Bassano, 1804, 141 s.; C. Mariotti, Saggio di memorie di Perugia e suo contado, Perugia, 1806, I, 190, I/2, 213; L. Cittadella, Notizie relative a Ferrara, Ferrara, 1864, 365; G. Cappelletti, Storia di Padova dalla sua origine sino al presente, I, Padova, 1874, 210; P. Vicini, I podestà di Modena (1156-1796), Roma, 1913, I, 193; A. Simioni, Storia di Padova dalle origini alla fine del secolo XVIII, Padova, 1968, 337; G. Montecchi, Giberto da Correggio, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, Roma, 1983, 439-442; G. Andenna, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 8-10.

1232 c.-Modena aprile 1284
Sposò nel 1258 Marchesina, una ricca vedova padovana presentata a suo padre da Matteo da Correggio, parente degli Enzola. Marchesina portò al marito una dote cospicua, con la quale l’Enzola acquistò vasti possessi nel villaggio di Poviglio e iniziò una proficua attività di prestiti, che lo storico Salimbene de Adam non esitò a definire usuraria. Probabilmente frutto di quest’attività creditizia fu l’acquisto del palazzo degli Adam, ubicato accanto al Battistero di Parma, che egli ebbe ex dono, espressione tecnica che nella prima metà del XIII secolo indicava l’interesse ricavato dalle somme prestate. Forse il palazzo fu dato in pegno al creditore, che, non ottenendo la liquidazione del denaro dato in prestito, lo trattenne valutandolo a un prezzo di gran lunga inferiore rispetto all’andamento del mercato immobiliare. Armato cavaliere sulla porta del Battistero di Parma nel 1284, l’Enzola, insieme con Giacomo Manglario, suo giudice, si trasferì a Modena, dove fu chiamato a ricoprire la carica di podestà per il primo semestre dell’anno. Ma non terminò il mandato, poiché morì improvvisamente di apoplessia già nell’aprile del 1284. Fu sepolto presso la Cattedrale modenese, in un tumulo addossato a una parete sulla quale fu dipinto a cavallo, honorifice ad modum militis, come sottolinea Salimbene anche per ricordare la nuova moda dei ritratti equestri. Durante il suo mandato furono commessi a Modena omicidi e altri gravi delitti che l’Enzola lasciò impuniti, contribuendo così a provocare l’insorgere delle guerre civili in città. Quando i Modenesi lo seppero, irati e indignati, assalirono la tomba dell’Enzola e si accanirono sulla sua figura dipinta, strappandogli gli occhi e imbrattandola di sterco (caccaverunt super tumulum). Inoltre nel 1285 inviarono a Parma degli ambasciatori appartenenti al gruppo dei populares, uno dei quali, durante il Consiglio di credenza, uscì in espressioni irriguardose nei confronti dell’Enzola.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 8.

Parma 1430 c.-1513 c.
Figlio di Luca. Fu orefice, medaglista e maestro di zecca. La notizia secondo la quale l’Enzola sarebbe vissuto fino al 1513 rimane ipotetica (Friedländer, 1882, p. 115). Grazie alle iscrizioni sulle medaglie da lui eseguite, la sua attività artistica si può collocare tra il 1455 (data apposta su una medaglia rappresentante Pier Mario Rossi conte di Berceto) e il 1478 (data apposta sulla medaglia di Federico di Montefeltro duca di Urbino). L’Enzola avrebbe fatto il suo apprendistato nella bottega degli artisti Alessandro da Parma e di suo figlio Pietro (Grazzi, 1972, p. 28), famosi orefici, alcune opere dei quali ornano la basilica di Sant’Antonio in Padova. L’attività artistica dell’Enzola si può suddividere in grandi periodi secondo l’evoluzione degli interessi e dello stile. In un primo tempo egli si dedicò soprattutto a esperienze di ordine tecnico, interessandosi alla messa a punto e allo sviluppo di nuovi procedimenti per la produzione delle medaglie, che fino ad allora venivano fuse. L’Enzola fu uno dei primi artisti italiani a cimentarsi nella tecnica della coniazione perfezionata qualche tempo dopo da Vittore Gambello di Venezia. La sua tecnica era ancora relativamente primitiva: è presumibile che l’Enzola incidesse direttamente i suoi disegni sul metallo del tassello servendosi in seguito di un semplice martello per coniare le sue medaglie (Hill, 1978, p. 54). Certo i pezzi realizzati in questo modo sono di qualità modesta: di piccole dimensioni (non superano mai quelle di una moneta e hanno di regola un diametro di circa 40 mm), testimoniano gli sforzi dell’Enzola nella ricerca delle varie possibilità offerte dalle medaglie, oggetti d’arte per i quali si manifestava un rinnovato interesse, e rappresentano comunque un progresso nella tecnica di produzione. Questo periodo si può situare tra il 1455 e il 1471. I ritratti incisi sul recto delle medaglie indicano che l’Enzola lavorava allora per Pier Maria Rossi, conte di Berceto, per il quale eseguì parecchie medaglie (una delle quali è datata 1455 e un’altra 1471) che recano l’effigie del conte, mentre altre hanno il busto della sua amante Bianca Pellegrini (per esempio una del 1457). Francesco Sforza fu un altro dei suoi committenti di quest’epoca: per il Duca di Milano l’Enzola realizzò infatti parecchie medaglie (1456, 1459 e un’altra non datata). Altre medaglie gli furono commissionate da Cecco Ordelaffi di Forlì (1457) e da Taddeo Manfredi di Faenza (1461). Alla fine di questo periodo, tra il 1467 e il 1471, si ritrova l’Enzola a Parma. L’anno seguente fu a Ferrara, dove restò poco tempo, solo fino al 1473, lavorando come maestro di zecca. I pezzi coniati in questo periodo, secondo l’uso seguito da Pisanello in poi, si presentano con il ritratto del committente, il più delle volte a mezzo busto e di profilo, sul recto, mentre il verso era destinato alla rappresentazione di una scena in rapporto con il personaggio: cavaliere armato, torrione, allegoria. Queste medaglie sono caratterizzate da un rilievo molto schiacciato e poco nitido. A poco a poco lo stile dell’Enzola si consolidò: egli abbandonò la tecnica della coniazione di cui non fu mai pienamente padrone e le cui difficoltà lo dovettero scoraggiare, per tornare alla tecnica tradizionale della fusione. Mantenne lo schema adottato fino allora del ritratto sul recto e della scena sul verso ma la pratica della fusione gli permise di realizzare pezzi disegnati con maggiore abilità e di dimensioni molto più importanti. Durante quest’ultimo periodo, compreso all’incirca tra il 1474 e il 1478, l’Enzola realizzò un’intera serie di medaglie per Costanzo Sforza di Pesaro (1474, 1475, 1478, oltre a parecchie altre non datate) che costituisce senza dubbio la sua opera migliore. Il ritratto dell’aristocratico è in effetti una delle più belle realizzazioni della medaglistica italiana del Quattrocento e colloca l’Enzola tra i maestri incontestati di quest’arte. La medaglia del 1475 in particolare, con la rappresentazione di Costanzo Sforza sul recto e di Alessandro Sforza sul verso, permise all’Enzola di manifestare tutto il suo talento di ritrattista. Costanzo Sforza è rappresentato giovane, di profilo, volto a sinistra, a mezzo busto, secondo la tradizione del ritratto quattrocentesco. Anche Alessandro Sforza è rappresentato a mezzo busto, volto a sinistra, più anziano. L’Enzola realizzò qui un’opera di valore, trascurando tutti i particolari superflui e riuscendo a ottenere un maggior rilievo. Si riscontrano la volontà di rigore, la sicurezza di tratto e la pienezza di volume che spesso mancano nelle scene sul verso. In effetti il verso delle sue medaglie soffre in genere di una sovrabbondanza di particolari che nuoce alla chiarezza della composizione e appensantisce le scene. Le lettere delle sue iscrizioni, poi, sono spesso prive di eleganza, tracciate ed eseguite, come sono, con una certa imperizia. Nel 1478, cioè proprio alla fine della sua attività artistica, l’Enzola creò per Federico da Montefeltro una medaglia il cui diametro misura ben 92 mm. L’originale è stato distrutto ma una riproduzione delle due facce, incisa su due tondelli di cuoio e conservata nella Biblioteca apostolica Vaticana (codice Urb. lat. 1418), ne tramanda un’immagine precisa. Il recto mostrava il busto di Federico da Montefeltro rivolto a sinistra: un uomo ormai anziano, dalla fronte stempiata, rugoso, un ritratto per nulla idealizzato. Sul verso era raffigurato il Duca a cavallo, con l’armatura, che si dirige verso sinistra in compagnia di soldati a piedi e preceduto da Marte e dalla Vittoria. Ma per quel che si può giudicare dalla riproduzione, l’originale presentava ancora quell’eccesso di particolari frequente nelle opere dell’Enzola. Il trattamento delle armature di fantasia e quello della criniera e della coda del cavallo sono tipici del mestiere dell’Enzola. Questa medaglia fu con tutta probabilità incisa per ricordare le vittorie del duca Federico da Montefeltro sui Fiorentini (Hill, 1912, p. 200). Oltre che di medaglie l’Enzola fu autore di molte placchette e di un sigillo per la città di Parma, tutti pezzi firmati di sua mano. Per motivi stilistici gli si attribuiscono anche altri sigilli (Lor. Rovorello, Niccolò Perotto) e placchette. Le opere dell’Enzola sono conservate in gran parte al Museo nazionale di Napoli, a Brera, al Münzkabinett degli Staatliche Museen zu Berlin e al British Museum e al Victoria and Albert Museum di Londra. Come firma adottò il nome proprio seguito sia dal solo aggettivo Parmensis sia dal cognome Henzola.
FONTI E BIBL.: J. Friedländer, Die italienischen Schaumünzen des fünfzehnten Jahrhunderts (1430-1530), Berlin, 1882, 115-120; L. Forrer, Bibliographical Dictionary of medaillists, II, London, 1904, 22 s., VII, London, 1923, 255 s.; G. Hill, Notes on Italian medals, XII, in The Burlington Magazine XX 1912, 200-208; G. Hill, Enzola Gianfrancesco, in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, X, Leipzig, 1914, 572 (con bibliografia precedente); G. Hill, A corpus of Italian medals of the Renaissance before Cellini, London, 1930, I, 70-74, nn. 280-299, II, tavv. 45-47; G. Hill, The medal: its place in art. Annual Lecture, in Proceedings of the British Academy, n.s., XXVII 1941, 15; Ch. Seymour, An attribution to Riccio and other recent acquisitions of Italian Renaissance bronzes, in Bulletin of the Yale University Art Gallery XXVII 1962, 5-21; L. Grazzi, Medaglisti e zecchieri parmensi nella Roma papale dei secoli XV-XVI, in Parma nell’Arte IV 1972, 27 s., 29, 30, 32, tav. I, figg. 1-2; P. Carpeggiani, Aste, in Antichità viva 4, 1974, 85 (medaglia di Costanzo Sforza con castello sul verso; ill. recto e verso); G. Hill, Medals of the Renaissance, a cura di G. Pollard, London, 1978, 29, 54-58; K. Lippincott, The astrological vault of the Camera di Griselda from Roccabianca, in Journal of the Warburg and Courtauld Institutes XLVIII 1985, 59; M. Lopez, 47 e 50; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 161; Enciclopedia Italiana, XIV, 1932, 48; R. Musa, Medaglisti parmensi, 1941; M.L. Hotz, in Gazzetta di Parma 16 marzo 1984, 3; B. Hernad, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 10-12.

ENZOLA GIAN FRANCESCO o GIANFRANCO o GIOVANNI FRANCESCO, vedi ENZOLA GIANFRANCESCO

Parma 1517/1538
Sacerdote, fu cantore di soprano e di contralto. Eletto consorziale della Cattedrale di Parma nel 1517, rinunciò al beneficio di cui era investito il 10 novembre 1535 perché fu eletto lo stesso giorno ad altro più elevato. Rinunciò pure a questo il 22 febbraio 1538. L’Enzola fu dotato di una voce meravigliosa. Francesco I, re di Francia, che lo udì mentre si trovava in Parma, lo invitò ad accettare di far parte della sua Corte musicale ma l’Enzola preferì rimanere in patria. Tuttavia Francesco I lo ricolmò di molti doni.
FONTI E BIBL.: Benefitiorum necnon Beneficiatorum Elenchus, 287, 558, in Archivio di Stato di Parma; M.E. Da Erba, Compendio delle cose di Parma, Biblioteca Palatina di Parma, ms. n. 922, fol. 222; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15.

Parma 1564
Fu arciprete non residente di Collecchio e primicerio della Cattedrale di Parma, secondo quanto riportato dagli atti del Sindoo diocesano effettuato nel 1564 dal vescovo Alessandro Sforza e secondo la Descrizione Ecclesiastica di Cristoforo Della Torre dello stesso anno. Come primicerio, fu investito del beneficio fuori città di Collecchio. Fu anche maestro delle scuole e doveva insegnare ai seminaristi poveri, accompagnare il vescovo e dargli l’intonazione. Egli però non esercitò con molta cura il suo ufficio, tanto che vi fu nominato un altro sacerdote (Camillo Burchio) che lo sostituì senza averne il titolo.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

Parma ante 1274-post 1312
Appartenne a una nobile famiglia parmense ma a un ramo diverso da quello che risiedeva nel palazzo degli Adam presso il Battistero della Cattedrale e di cui fecero parte Guido, Giacomo e Gerardo. È probabile invece che l’Enzola discendesse dal ramo che aveva casa nel borgo di Santa Cristina. Nel 1274 ricoprì la carica di capitano del Popolo a Bologna, mentre quattro anni più tardi, nel secondo semestre del 1278, fu podestà di Modena, ove portò con sé i giudici Giacomo Spadario e Simone di Oddone di Ferapegora. Nell’agosto del 1279 raggiunse Reggio Emilia, ove fu nominato capitano del Popolo e tenne tale incarico sino al febbraio del 1280. Nel 1284 fu eletto podestà di Cremona, per il primo semestre dell’anno: vi giunse il 24 gennaio insieme con Leone Acciajuoli, un fiorentino che era stato eletto capitano del Popolo. Nell’aprile del 1284 l’Enzola si trovò a Modena, proprio nei giorni in cui il suo consanguineo Giacomo, podestà di quella città, venne a morte. L’Enzola assunse quindi per pochissimi giorni anche la podesteria di Modena, come è testimoniato da un documento del 30 aprile, in cui è menzionato il giudice Francesco da Marano come suo assessore. Nel maggio dovette ritornare a Cremona, giacché a Modena sono ricordati come podestà Guido da Correggio e il consanguineo Guido della Senaza da Enzola. Nel gennaio 1285 invece fu chiamato a Lucca per ricoprirvi la carica podestarile e rimase nella città toscana sino al termine dell’anno. Quattro anni più tardi, nel 1289, venne eletto podestà di Siena e ivi ebbe modo di essere ricordato per ragioni di politica interna ed esterna. Durante il suo mandato fece decapitare un nobile sacerdote, vicario del vescovo, e impiccare un chierico, che era stato complice del vicario, poiché fu possibile dimostrare che essi avevano commesso un gravissimo delitto. Ma il vescovo, Rinaldo Malavolti, per difendere il privilegio del foro ecclesiastico e la sua autonomia, scomunicò l’Enzola, che dovette ricorrere al tribunale della Santa Sede. I Senesi, schierati per il loro podestà, gli pagarono il viaggio e il soggiorno a Roma e lo difesero dinanzi al Pontefice, ottenendo la sua assoluzione. Ritornato a Siena, dove nel frattempo era stato sostituito da Barone dei Mangiadori da San Miniato, l’Enzola continuò lo scontro con il vescovo sino a rasentare lo scoppio di lotte civili. Alla testa del contingente senese partecipò alla battaglia di Campaldino del 1° giugno 1289 contro gli Aretini e i Senesi ghibellini, nella quale i ghibellini di Arezzo furono sconfitti. Ritornato a Parma nel 1290, l’Enzola si schierò con il gruppo guelfo della sua città e parteggiò per Guido da Correggio, che lottava contro Gerardo da Enzola, contro la famiglia dei Sanvitale e contro il vescovo, intenzionati ad attribuire la Signoria di Parma al marchese d’Este. Il 13 dicembre 1295 le tensioni raggiunsero l’acme: l’Enzola, Guido da Correggio, Aldigherio della Senaza e Guglielmo Rossi attaccarono la pars episcopi, guidata da Giovannino da Sanvitale, e la sconfissero. Poi si rivolsero contro Gerardo da Enzola e l’abate di San Giovanni, che erano attestati presso la beccheria di San Giorgio e li misero in fuga, impadronendosi dell’intera città di Parma. Il grave dissidio che divideva il casato degli Enzola poté essere appianato solo dopo il 1297 quando le due fazioni raggiunsero un accordo di pace. Frutto di questo accordo fu, a quanto pare, anche la nomina dell’Enzola a podestà di Perugia, per il secondo semestre del 1303, preparata presumibilmente dal consanguineo Gerardo, che era stato podestà nella medesima città nella seconda metà del 1300. Il 26 dicembre 1303 avvenne un fatto gravissimo a Parma: Pinacio da Enzola uccise Ugardo da Correggio, scatenando così le lotte civili in seno allo stesso gruppo guelfo. Dopo anni di scontri, nel marzo del 1308, l’Enzola, i Rossi, i Lupi di Soragna e Giacomo della Senaza cacciarono dalla città Giberto da Correggio e chiamarono come podestà il cremonese Giacomo Cavalcabò, che impose ai cittadini una tassa globale di 20000 lire imperiali da pagarsi in tre mesi. Esasperato, il 3 maggio 1308 il popolo di Parma insorse contro gli Enzola e gli Altemanni, assaltò le loro case, le saccheggiò e le bruciò. Di fronte alla violenza contro la famiglia e preoccupati dal fatto che i Parmensi avevano riammesso in città Pinacio della Senaza, causa di tutti i loro mali, l’Enzola e Giacomo della Senaza decisero di abbandonare Parma e si accordarono con Giberto da Correggio. Giunti a Enzola, Giacomo fece insorgere il castello contro il podestà di Parma, mentre l’Enzola occupò la fortezza rurale di Poviglio, seminando il terrore nelle terre vicine, controllate dal Comune. Il podestà Giacomo Cavalcabò nel giugno del 1308 preparò l’esercito e fece costruire i mangani per assediare le fortezze di Poviglio e di Enzola. Il 10 giugno l’esercito formato da milites, balestrerii, et zapatori, giunse a Enzola e nove giorni dopo si scontrò con Giberto da Correggio e con l’Enzola. La vittoria fu degli estrinseci e così i Correggio e gli Enzola rientrarono in Parma come signori, ma Giberto da Correggio seppe sbarazzarsi ben presto degli alleati, che furono costretti a ritornare nei loro castelli di campagna. Nel 1311 l’Enzola fu al seguito dell’imperatore Enrico VII, che lo nominò vicario imperiale nella città di Asti. Raggiunto il Comune piemontese, l’Enzola si schierò per il gruppo ghibellino dei Castello e dei Guttuari. Condannò infatti cinque populares guelfi a pagare 200 lire ciascuno, pena il taglio di un piede. I cinque versarono la multa al Comune, anche con l’aiuto finanziario del loro gruppo politico ma i guelfi accusarono l’Enzola di faziosità perché evitò di condannare i ghibellini che avevano organizzato e appoggiato tumulti. I populares, capeggiati dai Solari, strinsero quindi rapporti con il provenzale Ugo Del Balzo, siniscalco del re Roberto d’Angiò, per ottenere aiuti militari, e per svolgere meglio le loro trame uscirono dalla città. Poterono così rompere gli indugi e attaccare il castello di Agliano, dove si trovavano i figli di Francesco Guttuari, che furono presi prigionieri. Inoltre in Val Tinella i Solari uccisero alcuni cavalieri dell’Imperatore. Uno scontro tra le due fazioni divenne inevitabile. Il 31 marzo 1312 i Solari congiunsero le forze astigiane con i soldati inviati da Roberto d’Angiò e attaccarono i ghibellini. Si combatté con alterni successi per alcuni giorni, poi, il 4 aprile, avvenne lo scontro decisivo. I Solari, forti di 3000 pedites bellatores e di 300 cavalieri, guidati da Ugo Del Balzo, attaccarono le truppe messe insieme dai Castello e capitanate dall’Enzola, vicario imperiale, e le sconfissero. Mille prigionieri, in gran parte provenienti dal Monferrato, caddero nelle mani dei guelfi, che entrarono vittoriosi in Asti. La città, cacciato l’Enzola, aderì all’alleanza guelfa e giurò fedeltà a re Robero d’Angiò. Dopo tale data non si hanno ulteriori notizie dell’Enzola.
FONTI E BIBL.: Guilielmi Venturae, Memoriale de gestis civium Astensium et plurium illorum, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, IX, Mediolani, 1727, coll. 241 s.; A. Drei, Cronica Sanese dall’anno 1186 fino al 1352, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, Mediolani, 1729, coll. 40 s.; Chronicon Parmense ab anno 1038 usque ad annum 1338, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 56, 70, 106 s.; Chronicon Estense, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 3, a cura di G. Bertoni-P. Vicini, 69 s.; Codice diplomatico cremonese, II, a cura di L. Astegiano, in Monumenta historiae patriae, XXI, Augustae Taurinorum, 1895, 198; Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, IV, 1, a cura di I. Schwalm, in Monum. Germ. Historica, Legum sectio IV, Hannoverae et Lipsiae, 1904-1906, 534; G. Tommasi, Dell’historia di Siena, Venezia, 1625, 120-130; L.A. Muratori, Annali d’Italia dal principio dell’era volgare sino all’anno 1750, VIII, Napoli, 1773, 68; G. Savioli, Annali bolognesi, III, Bassano, 1784-1794, paragrafo I, 486; I. Affò, Storia della città di Parma, IV, Parma, 1795, 70, 155; E.P. Vicini, I podestà di Modena, I, Roma, 1913, 149 s., 159 s.; G. Andenna, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 12-13.

Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Documentato su di un frammento lapideo (Epi […]), rinvenuto fuori porta San Barnaba, a settentrione della città di Parma, testimonia la presenza di uno o più personaggi di età imperiale (formula D.M.) di cui non è possibile ricostruire con sufficiente attendibilità la denominazione.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 89.

Parma 6 gennaio 1868-Coatit 19 gennaio 1895
Abbandonato dalla madre subito dopo la nascita, fu dapprima allevato nel Brefotrofio di Parma e poi adottato da Filippo Quarantelli. Frequentò per qualche anno l’Ospizio delle Arti e poi (1885) si arruolò volontariamente nel 7° Reggimento Fanteria. Fu promosso sergente nel 1886 e quindi trasferito al 79° Reggimento. Due anni dopo si arruolò nel Corpo speciale d’Africa. Rientrato per breve tempo in Italia nel 1890, ritornò ancora in Africa nel settembre del 1891, quale sergente nel Battaglione Cacciatori. Nel 1893 fu furiere nel 4° Battaglione Indigeni e si guadagnò una medaglia di bronzo al valor militare per l’eroico contegno tenuto nella battaglia di Agordat (21 dicembre 1893). Nel gennaio del 1895 il suo battaglione partecipò vittoriosamente alla battaglia di Coatit, dove cadde da prode dopo aver compiuto fulgidi atti di valore. Alla sua memoria venne concessa la medaglia d’argento al valor militare con la motivazione seguente: Diede prova di calma, energia e coraggio, e fu di saldo esempio durante il combattimento del giorno 19, nel quale rimase ucciso.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937, 69-70; Decorati al valore, 1964, 84.

EPPI GIANNOTTO, vedi EPPI GIOVANNI

EPPI GIOVAMBATTISTA, vedi EPPI GIOVANNI BATTISTA

Borgo San Donnino 1519
Pittore ornatista attivo nell’anno 1519 a Borgo Taro.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 98; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 132.

Borgo San Donnino 1552-Borgo San Donnino 1620
Artista reputato, eseguì nel 1608 una pittura araldica per una festa del quartiere di San Donnino. Non si conosce dell’Eppi che un disegno in nero raffigurante un angelo, che Antonio Sorrentino (nella guida della Galleria parmense compilata nel 1932 sotto il patrocinio del ministero dell’Educazione Nazionale) dichiarò essere copia dell’Angelo del cremonese Vincenzo Campi. Ma Paolo Cassi rivendicò all’Eppi la paternità dell’opera come originale e non come copia, onde lo stesso ministero provvide all’opportuna rettifica. Il disegno, di piccolo formato, nel quale è da rimarcare l’espressività del volto effigiato, dà sufficientemente la misura della valentia dell’Eppi, artista pressoché ignorato.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896; U. Thieme-F. Becker, X, 1914; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 237; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 147.

EPPI GIOVANNOTTO, vedi EPPI GIOVANNI

Borgo San Donnino 1490
Figlio di Zamboni. Pittore attivo nell’anno 1490.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 98.

Borgo San Donnino prima metà del XVI secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 186.

Borgo San Donnino 1513-1583
Fu indoratore e pittore.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 98.

Parma 1463-1523 c.
Figlio di Gasparino. Lo Scarabelli Zunti ne limita l’attività al 1520. Architetto del Comune di Parma dal 1470, a lui si devono la ricostruzione di ponte Dattaro (1475, distrutto nuovamente nel 1876; cfr. Janelli, 1877, p. 140), il refettorio del convento dei serviti e la ristrutturazione di palazzo Cajazzo in Parma (1488). Avviò inoltre la costruzione di palazzo Cantelli in Borgo del Leon d’Oro e, tra il 1501 e il 1506, partecipò con Bernardino Zaccagni ai lavori della chiesa di San Benedetto, della quale avrebbe eretto la facciata.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 140; A.M. Bessone, Scrittori e architetti, 1947, 203; Dizionario architettura e urbanistica, II, 1968, 269; Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 53.

ERBA ANGELO EDOVARI, vedi ERBA ANGELO MARIO EDOARI

Parma 1520 c.-Parma 1580/1590
Non si conoscono né la data di nascita (che va comunque posta nella prima metà del secolo XVI) né il nome del padre, mentre la madre era figlia di Giorgio dei Pallavicino di Varano, un ramo collaterale di questa illustre famiglia, la quale aveva subito tempo addietro la confisca dei propri beni. Gli antenati dell’Erba (Angelo, Pietroangelo, Melchiorre, Giovanni Giacomo e Giorgio), come dice egli stesso (Compendio, c. 45v), furono architetti e ingegneri di professione. Ma fu lo zio paterno Giorgio che si distinse in modo particolare. Dopo aver acquistato fama di valente ingegnere presso Francesco Gonzaga, duca di Mantova, e Giovanni de’ Medici, fu designato dal papa Clemente VII a sostituire, nel 1526, Antonio da Sangallo nella sovrintendenza ai lavori di costruzione delle mura di Parma (Adorni, p. 143). L’Erba non seguì il mestiere dei suoi precedessori, ma si dedicò al commercio, conducendo un banco di merceria nella piazzetta della Pescheria (Pico, p. 213), vicinissima alla piazza principale di Parma. Per questa sua attività entrò a far parte dell’arte dei merciai, certamente prima del 1546, quando il suo nome compare nell’albo contenuto nell’antico statuto della corporazione (Pezzana, p. 559). L’Erba ebbe l’incarico di correggere lo statuto, ancora in latino e risalente a parecchio tempo addietro (Pezzana, p. 565), una prima volta nel 1555, assieme con Venturino Cavedagni, come lui anziano dell’arte e una seconda volta, divenuto nel frattempo console, nel 1567. Il testo di questi nuovi Statuti dell’arte dei merzari, di mano dell’Erba, è conservato nel manoscritto Parmense 1193/2 della Biblioteca Palatina di Parma. Ma l’attività principale dell’Erba non fu di certo il commercio. Come testimoniano le numerose opere, rimaste tutte manoscritte e raccolte nelle due sezioni del manoscritto Parmense 1193, già ricordato, egli ebbe molteplici interessi culturali, tesi soprattutto a illustrare la storia della propria città. Si mise così a raccogliere testi originali o in copia, anche anonimi, con molta spesa et fatica et contrariettà grandissima d’alcuni invidiosi, o guasti o fradici la maggior parte per trascuragine et poca cura di chi gli ha (Compendio, c. 44v). Ma anche l’Erba non fu certamente rispettoso dei testi che andò via via trascrivendo, come testimoniano due zibaldoni, conservati nel Fondo parmense della Biblioteca Palatina di Parma, di mano dell’Erba, il manoscritto 419 e il manoscritto 1193/1. In essi si trovano numerosi testi, alcuni tradotti dal latino, spesso compendiati o comunque tagliati, modificati e corretti. Più che trascrivere integralmente la fonte, all’Erba interessava soprattutto serbare ciò che stimava potergli servire, come dimostrano questi due esempi. L’anonimo Chronicon Parmense e la Cronaca parmense di Leone Smagliati sono conservati in due manoscritti di mano dell’Erba. In entrambi i casi egli intervenne pesantemente sugli originali: nel caso del Chronicon tradusse alcuni brani dal latino in volgare, in quello dell’opera dello Smagliati tagliò quasi certamente la prima parte, probabilmente perché per quel periodo disponeva di altre fonti e quindi giudicò non necessario accumulare altro materiale. Per questo suo metodo di trascrizione delle fonti in suo possesso (spesso in un unico esemplare e in seguito irreperibili) l’Erba non ha avuto dalla storiografia giudizi lusinghieri. Valga tra tutti quello di Giuliano Bonazzi, il quale nell’Introduzione al Chronicon, così si espresse: fornito di mediocrissimo ingegno e più che mediocre cultura, il suo titolo di benemerenza se l’acquistò coll’amore che pose nel raccogliere tutte le cronache. Se non che, per disgrazia, invece di conservarci integralmente il ricco materiale storico che dovette venirgli a mano, ne storpiò ad orecchio il latino, scorciando e tagliando senza misericordia (pp. Vs.). Tuttavia, tra gli storici del tempo, Bonaventura Angeli, Vincenzo Carrari e Ranuccio Pico, l’Erba godé di buona fama, soprattutto come esperto conoscitore di cose patrie. Per questo gli vennero commissionate numerose ricerche, per la maggior parte di carattere genealogico, tutte conservate nel manoscritto Parmense 1193/2. Il primo che ricorse all’opera dell’Erba fu Camillo Vico, per il quale egli scrisse nel 1563 un Discorso de l’origine et nobilità di Vicchi di Parma. Seguirono i Sanvitale, per i quali l’Erba compilò quattro memorie. La prima risale al 1570, la seconda, intitolata Discorso fatto sopra la casa Sanvitali e corredata di due tavole genealogiche, venne indirizzata al conte Paolo Sanvitale, abate di Badia Cavana, la terza, richiestagli dal conte Roberto, verte Sopra la prima et seconda tavola et sopra l’arbore della famiglia illustre di Sanvitali di Parma, l’anno 1575. Allo stesso conte Roberto era stata già indirizzata, nel 1574, la quarta memoria, che reca il titolo Sopra l’arbore, origine et geneologia della illustre famiglia di signori conti Sanvitali di Parma con la dechiaratione del medesimo di detta nobilissima famiglia. Già nel 1572 Giacomo Ugolino Cornazzano aveva chiesto all’Erba di raccogliere le memorie della sua famiglia, da inviare a Barnaba Cornazzano, che si stava addottorando presso l’Università di Pavia. L’operetta dell’Erba, intitolata De l’antichità et nobilità di Cornazani di Parma, corrispose all’aspettativa di Barnaba, che giudicò l’Erba homo di giuditio e di bone littere (lettera autografa del 10 giugno, conservata assieme alla memoria). Infine l’Erba fu incaricato da Francesco Ramisini di trovare un legame tra questa famiglia e quella dei Ramesini, sterminata in parte da Azzo da Correggio nel 1337. Nonostante un accurato esame delle fonti, egli non riuscì nell’intento. Tuttavia raccolse in un opuscolo, dal titolo Della famiglia di Ramisini, tutto quanto aveva scoperto. A una nuova richiesta del Ramisini, l’Erba si rifiutò, proprio per il silenzio delle fonti, di accettare l’incarico. Anche Vincenzo Carrari per la sua Historia de’ Rossi parmigiani (Ravenna, 1583) dovette ricorrere, come riconosce nella premessa, all’Erba, il quale, oltre a riferirgli molti fatti a lui sconosciuti, riscontrò punto per punto, su testi privati e pubblici, ogni notizia raccolta. E non è escluso che anche Bonaventura Angeli abbia attinto, per la sua Storia della città di Parma (Parma, 1591), alle opere dell’Erba. Certamente il proposito dell’Erba, nel raccogliere non solo queste notizie sulle famiglie parmigiane ma anche tutto quanto era stato scritto su Parma, andò oltre questa consulenze e queste commissioni. Egli si propose di scrivere una storia di questa città, mai tentata prima di allora, storia che, stando alla sua testimonianza (l’autore s’è dato a scrivere d’anno in anno dai primi habitatori fino a questi tempi di successi particolari suoi un massimo et compendiosissimo raccolto: Compendio, cc. 44v-45r), corroborata da quelle dell’Angeli (p. 18) e del Pico (p. 213), portò effettivamente a compimento ma della quale non è pervenuta alcuna copia. Da questa cronaca trasse un Compendio coppiosissimo de l’origine, antichità, successo et nobilità de la città di Parma, che arriva fino al 1572, terminato l’anno successivo, il cui originale è conservato nella Biblioteca Palatina di Parma (Parmense 1193/2). Le numerose copie rimaste (sette nella stessa Biblioteca Palatina e una nell’Archivio di Stato di Parma) testimoniano come l’opera dovette godere di un discreto credito, soprattutto nell’ambiente colto del tempo. L’opera maggiore dell’Erba è divisa in quattro parti, precedute da un proemio. Nella prima si tratta dell’origine del nome di Parma, del modo col quale venne conquistata dai Romani, delle famiglie nobili e della prosperità del territorio. Nella seconda vengono ricordati gli eventi più importanti, assieme ai nomi di coloro che la dominarono e la reggono al presente. La terza è dedicata a quei personaggi che, venuti da fuori, lasciarono memoria di sé, ai vescovi e ai santi. Nella quarta, infine, vengono tracciati i profili dei cittadini più eminenti nei vari campi del sapere. Oltre a questo Compendio, che, per la sua origine, è più una cronologia che una narrazione storica, e alle memorie prima ricordate, l’Erba scrisse altre numerose opere, come risulta dall’elenco inserito nel Compendio (cc. 44v-45r). Se molte di esse, come annota lo stesso Erba, al momento della stesura del Compendio erano imperfette o smarrite (c. 45r), ne sono rimaste alcune, tutte raccolte nel manoscritto Parmense 1193/2, minutamente descritte dal Pezzana (Continuazione, pp. 563-566). L’Erba morì attorno al 1590, quando l’Angeli, come dice egli stesso, stava scrivendo la sua Historia di Parma, che venne stampata nel 1591.
FONTI E BIBL.: Chronicon Parmense ab anno mxxxviii usque ad annum mcccxxxviii, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, pp. V-XV; L. Smagliati, Cronaca parmense (1494-1518), a cura di S. Di Noto, Parma, 1970, 20-25; V. Carrari, Historia de’ Rossi parmigiani, Ravenna, 1583, [9]; B. Angeli, La historia della città di Parma et la descrittione del fiume Parma, Parma, 1591, 18; R. Pico, appendice de’ vari soggetti parmigiani, Parma, 1642, 212-213; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, Parma, 1793, 168-174; A. Pezzana, Continuazione delle memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, 2, Parma, 1827, 559-567; U. Benassi, Il cronista parmigiano Leone Smagliati, Parma, 1899, 19-26; Aurea Parma 3/4 1959, 195-196; B. Adorni, L’architettura farnesiana a Parma, 1545-1630, Parma, 1974, 142-146; P. Conforti, Le mura di Parma, I, Parma, 1979, 136-146; G. Nori, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 294-296.

Parma 1427
È ricordato il 27 febbraio 1427 come mensurator communis Parme.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, II, cc. 148-154; Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 52.

Parma-ante 1463
Figlio di Antonio. Maestro da muro, ebbe due figli architetti, Giovanni Antonio e Angelo, che insieme con Giorgio, attivo a partire dal 1510 circa, furono le personalità di spicco della famiglia.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 148 e 150v; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 203; Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 52.

ERBA GASPERINO, vedi ERBA GASPARINO

ERBA GIACOMO, vedi ERBA GIOVANNI GIACOMO

ERBA GIAN ANTONIO o GIANANTONIO, vedi ERBA GIOVANNI ANTONIO

ERBA GIANGIACOPO, vedi ERBA GIOVANNI GIACOMO

Parma XV/XVI secolo
Figlio di Melchiorre. Secondo il cronista Angelo Mario Edoari da Erba, l’Erba, suo antenato, fu Architetto et Ingegnere peritissimo ed eccellente.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 139-140.

Parma ultimi anni del XV secolo-Parma post 1540
Figlio di Giovanni Giacomo, menzionato dallo Smagliati (p. 106: fu probabilmete anche l’aiuto di Giovanni Antonio) tra gli autori del bastione di porta Nuova a Parma. Dell’Erba è documentata una prima attività all’inizio del Cinquecento. A lui si deve infatti la direzione dei lavori di ristrutturazione, datati tra il 1510 e il 1514, dell’appartamento privato della badessa Giovanna da Piacenza, ricavato all’interno del monastero di San Paolo a Parma. Al secondo decennio del Cinquecento risale il progetto per la chiesa cittadina di San Michele eretta sull’omonima strada. Essa fu ricostruita nei pressi del più antico edificio demolito a seguito dell’allargamento dell’asse viario voluto da monsignor Giovanni Gozzadini (U. Benassi, Storia di Parma, II, Parma, 1899, p. 95). È poco chiara l’attività svolta dall’Erba nel settore del restauro, ambito del quale si ricorda un intervento (1523) alla cupola del Duomo. Eletto ingegnere del Comune di Parma, nel 1526 l’Erba eseguì una mappa planimetrica della città, che costituisce un’importante documentazione cartografica, dalla quale si evincono sia la realtà architettonica del tempo sia l’adamento delle infrastrutture urbane. Nella pianta dell’Erba compaiono infatti solo tre ponti (Caprazucca, Pietra e di Galleria) e sei porte. Tra queste non risulta porta San Barnaba, indicata invece in una precedente restituzione grafica del 1460 circa e che, secondo quanto riferito dall’Adorni, dovette rimanere chiusa più delle altre nel tardo Quattrocento e nel primo Cinquecento per le beghe fra le fazioni (1978, p. 190). L’attività dell’Erba nel settore dell’edilizia religiosa proseguì con la costruzione, variamente riferita al 1533-1534 o al 1540 (Pelicelli, 1937, p. 127; Farinelli-Mendogni, 1981, p. 77), della chiesa di San Marcellino su strada al collegio Santa Caterina, voluta da monsignor Gabriele Lalatta, come recita un’iscrizione apposta in facciata sull’ingresso principale, arricchita di dignità abaziale nel 1563 da Antonio Lalatta (cfr. Pelicelli, 1937, pp. 127 s.). Concordemente ascrittagli dagli storici locali e menzionata nelle guide della città (Donati, 1824; Pelicelli, 1937, p. 127; Banzola, 1967, p. 43; Farinelli-Mendogni, 1981, p. 77), non gli viene attribuita nella Guida del Malaspina (1851, p. 100) e dallo Janelli (1877). All’Erba è stato infine attribuito il progetto del palazzett Eucherio Sanvitale, eretto all’interno del giardino ducale di Parma. Si tratta di una fabbrica a impianto ad H conclusa da quattro torri angolari, con loggia su cinque arcate aperta nel fronte principale (L. Fornari Schianchi, An Parmigianino rediscovered in the palazzetto Eucherio Sanvitale, in The Burlington Magazine CXX 1978, p. 581; Farinelli-Mendogni, 1981, p. 122). Non sono invece chiari gli interventi e le opere di fortificazione eseguiti per papa Clemente VII dall’Erba (Scarabelli Zunti, II, c. 148), di cui non si hanno più notizie dopo il 1538.
FONTI E BIBL.: L. Smagliati, Cronaca parmense (1494-1518), a cura di S. Di Noto, Parma, 1970, 106, 108, 117; Parma, Biblioteca Palatina, ms. 420, Compendio copiosissimo in metà anno 1572 (estratto dalle raccolte di A.M. Edoari Erba), ms. Parmense 1599, I. Affò, Miscellanea, c. 115; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789, 172; Parma, Biblioteca della Soprintendenza ai beni artistici e storici di Parma a Piacenza, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., II, cc. 148-154 (sub voce Da Erba); P. Zani, Enciclopedia metodico critico-ragionata delle belle arti, Parma, 1824, III, 101; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 95; C. Malaspina, Guida del forestiere ai principali monumenti di belle arti della città di Parma, Parma, 1851, 70; A. Pezzana, Storia della città di Parma, V, Parma, 1859, 161-168, 194 n. 3; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 139 s.; L. Testi, Parma, Bergamo, 1905, 133 s.; M. Salmi, Bernardino Zaccagni e l’architettura del Rinascimento a Parma, in Bollettino d’Arte XII 1918, 85-168 (recensione di L. Testi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XVIII 1918, 171, 173, 178-181, 184 s., 188); N. Pelicelli, Parma monumentale, Parma, 1937, 9, 100 s., 127, 131; A.M. Bessone Aurelj, Dizionario degli scultori ed architetti italiani, Genova-Roma-Napoli, 1947, 203; P.L. Dall’Aglio-C. Trombara, Cenni storici e bibliografici sull’antico ospedale di Parma, Parma, 1956, 13; E. Falconi, Note storiche sull’Ospedale vecchio oggi sede dell’Archivio di Stato, in Parma Economica luglio 1965, 13; V. Banzola, Il centro storico di Parma, in Quaderni del Centro studi urbanistici di Parma, II, 1967, 39, 42 ss.; A.C. Quintavalle, La ragione culturale. Ipotesi di un modello insediativo per l’università di Parma, Milano, 1973, 45; G. Canali, L’ospedale vecchio. Otto secoli di storia, a cura della Cattedra di storia dell’architettura e dell’urbanistica dell’Università di Parma, in Parma Realtà 18 dicembre 1975, 11; B. Adorni, Parma rinascimentale e barocca, in Parma la città storica, a cura di V. Banzola, Milano, 1978, 179, 190; B. Adorni, in L’abbazia benedettina di San Giovanni Evangelista a Parma, Milano, 1979, 44 s., 78, 82, 85; F. Calzolari, Architettura minore parmense: S. Michele dell’Arco, in Parma nell’Arte 2, 1979, 86; M.O. Banzola, L’Ospedale vecchio di Parma, Parma, 1980, ad Indicem; L. Farinelli-P.P. Mendogni, Guida di Parma, Parma, 1981, 46, 77, 80, 122, 124, 130; M.C. Alfieri-R. Cattani-S. Colla, Parma. Storia, arte e monumenti, Bologna, 1987, 58, 80, 82; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, X, 589; U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 328-329; Dizionario architettura e urbanistica, II, 1968, 269; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 53-54.

ERBA GIOVANNI ANTONIOante 1466-Parma 1507/1508
Figlio di Gasparino. Ingegnerio communis fin dal 1466, come riferisce il Testi (1918, p. 184) sulla scorta dello Scarabelli Zunti, l’Erba fu eletto perito estimatore della misura della casa dell’Ospedale di S. Bovo nel 1483, unitamente a maestro Gherardo Fatuli. Si trattava di un edificio ruinoso, posto presso la chiesa di San Sepolcro e che i rettori dell’ospedale Rodolfo Tanzi volevano alienare (Scarabelli Zunti, II, c. 153). Con bolla del 4 dicembre 1471 (pubblicata solo nel 1482) fu infatti concessa da papa Sisto IV l’unione degli ospedali minori di Parma e del contado. La fabbrica del nuovo ospedale, intitolato a Rodolfo Tanzi, nel XIII secolo fondatore di un luogo di cura in alcune case di Borgo Taschieri a Parma, fu avviata nel 1476, mentre si procedeva ancora alla unificazione degli altri ospedali. Non sono molte le notizie di cui si dispone sulla costruzione dell’edificio, con ingresso su Strada Santa Croce. Il Canali (1975) osserva che l’Erba, magistro a muro et lignamine come viene indicato in un rogito del 6 ottobre 1481 (cfr. Salmi, 1918, p. 110 n. 71), dovette progettare un disegno di grandi dimensioni. Nell’aprile 1476 l’Erba ricevette un pagamento per lo designo de lo ospitale (cfr. Parma, Biblioteca Palatina, ms. Liber, c. VII, citato in Banzola, 1980, p. 109 n. 70). Assai verosimilmente l’Erba non realizzò un modellino in cartone della fabbrica, come indicato inizialmente dal Testi (1905), bensì un disegno in carta incollata su cartone per maggiore resistenza e di grandi dimensioni (Testi, 1918, p. 171; Canali, 1975). La presenza dell’Erba nel cantiere dell’ospedale parmense si sarebbe protratta, secondo il Testi (1918, p. 185 n. 4) e il Falconi (1965, p. 13), fino alla morte, avvenuta sul volgere del 1507 o all’inizio del 1508. Riguardo alla fabbrica sorta su progetto dell’Erba, il Salmi (1918, p. 97) asseriva che di questa non si conservano tracce, a eccezione di un loggiato esterno e di un chiostro interno. In realtà l’impianto a T del complesso, con fronte principale a sud, costituiva l’ospedale ideato dall’Erba (si cfr. anche Adorni, 1979, p. 44 s., 78, 85 n. 72; non così Quintavalle, 1973, p. 45). Studi successivi hanno tuttavia sottolineato che quanto realizzato possa essere una parte di una più complessa idea progettuale dell’Erba: in tale caso anche l’asimmetricità del prospetto sulla strada potrebbe essere dovuto alla necessità di conservare nel corso dei lavori, che si protrassero per circa trent’anni, i locali a ponente per il ricovero degli infermi (Banzola, 1980, p. 116). L’Erba rimase dunque nel cantiere dell’Ospedale Tanzi fino alla morte e la presenza di G. Fatuli, cui si è accennato, non significò una sua sostituzione (Banzola, 1967, p. 39): proprio negli ultimi anni ebbe come collaboratore un fratello minore, Giovanni Giacomo (Scarabelli Zunti, II, c. 150; Pezzana, 1859, p. 194 n. 3; Testi, 1918, p. 184 n. 1). Non è escluso che l’Erba, dallo Zani (1794) ricordato anche come pittore, possa essere intervenuto nel cantiere del monastero di San Giovanni Evangelista a Parma. Sulle responsabilità progettuali dell’abbazia Adorni (1979, pp. 78, 82 nn. 1, 2) propone, seppure con scarsa convinzione, l’Erba, sostenendo che il progetto dell’Ospedale può essere servito come modello distributivo per il monastero di S. Giovanni, pur esso impostato su una grande crociera.
FONTI E BIBL.: M. Lopez, 43; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 101; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 140; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 150 e 154; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 203; P.L. Dall’Aglio-C. Trombara, Cenni storici bibliografici sull’antico ospedale di Parma, Parma 1956, 13; E. Falconi, Note storiche sull’ospedale vecchio oggi sede dell’archivio di stato, in Parma Economica luglio 1965, 13; V. Banzola, Il centro storico di Parma, in Quaderni del Centro studi urbanistici di Parma, II (1967), 39, 42 ss.; A.C. Quintavalle, La ragione culturale. Ipotesi di un modello insediativo per l’università di Parma, Milano, 1973, 45; G. Canali, L’ospedale vecchio. Otto secoli di storia, a cura della Cattedra di storia dell’architettura e dell’urbanistica dell’Università di Parma, in Parma Realtà, 18 dicembre 1975, 11; B. Adorni, Parma rinascimentale e barocca, in Parma la città storica, a cura di V. Banzola, Milano, 1978, 179, 190; B. Adorni, in L’abbazia benedettina di S.  Giovanni Evangelista a Parma, Milano, 1979, 44 s., 78, 82 nn. 1, 2, 85 n. 72; Dizionario architettura e urbanistica, II, 1968, 269; M.O. Banzola, L’ospedale vecchio di Parma, 1980, 110-111; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 52-53.

Parma seconda metà del XV secolo-Parma post 1508
Fu architetto et ingegnere peritissimo et eccellente, secondo il cronista Angelo Mario Edoari da Erba. Lavorò nel 1492 nell’Ospedale della Misericordia di Parma col fratello Giovanni Antonio. Collaborò con Bernardino Zaccagni.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 203; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 152.

Parma 1533
Figlio di Giovanni Maria. Fu architetto civile attivo nell’anno 1533.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 101.

ERBA IORIO, vedi ERBA JORIO

Parma 1415
Nel 1415 restaurò l’antichissimo oratorio di Santa Croce in Parma, fondato nel 1210.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 140.

Piacenza 24 marzo 1854-Parma 13 maggio 1891
Si trasferì a Parma presso lo zio Costantino Erba nel 1864. Ebbe la sua prima formazione musicale a Parma ove studiò canto e pianoforte con Teresina Tartagnini dal 1868 al 1873. L’anno seguente si iscrisse tra le alunne esterne della Scuola di Musica di Parma, che frequentò per sei mesi, avendo a maestri nel canto Lodovico Spiga e nell’armonia Giusto Dacci. Passò quindi a Milano dove si perfezionò con Giuseppe Gerli. Qui debuttò con successo il 4 agosto 1877 al Teatro Dal Verme nella parte di Lady Macbeth e a Piacenza prese parte a concerti di beneficenza sia al Teatro Municipale che al Filodrammatico. Il 27 settembre 1880, assieme a V. Fornari, partecipò a una serata vocale-strumentale al Teatro Romagnosi e nella successiva stagione 1880-1881 cantò a Reggio Emilia nei Lombardi di G. Verdi. Nell’ottobre1883 fu al Politeama di Piacenza nel Faust di Gounod assieme a G. Tansini. L’anno seguente fu scritturata dal Teatro Elisabetgrand in Russia e dal Teatro Grande di Varsavia. Nel 1885 a Batavia, nelle Indie Orientali, riscosse grande successo nel Barbiere di Siviglia di Rossini e l’anno seguente a Valenza nel Faust, opera in cui, assieme a Traviata, fu ammirata di nuovo in Russia negli anni 1887-1888.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875,182-183; Gazzetta di Parma 22 aprile 1878 e 18 agosto 1878; C. Paratici, Artisti lirici piacentini del secolo XIX, 1940, ms., ad vocem; G.N. Vetro, Le voci del ducato, in Gazzetta di Parma 18 luglio 1982; J. Grossi, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 101.

ERBA MARIETTA, vedi ERBA MARIA

Parma XV/XVI secolo
Fu architetto militare et ingegnere peritissimo et eccellente, secondo il cronista Angelo Mario Edoari da Erba.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 101.

ERBA MELCHIORRE GIACOMO o MELCHIORRE GIAMBATTISTA, vedi ERBA MELCHIORRE

ERBA PIER ANGELO, vedi ERBA PIETROANGELO

Parma XV/XVI secolo
Figlio di Giorgio di Melchiorre. Fu architetto et ingegnere peritissimo et eccellente, secondo il cronista Angelo Mario Edoari da Erba. Lavorò a Parma col padre Giorgio.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 203.

Parma 1713/1757
Fu violoncellista alla Cattedrale di Parma dal 1713 al 3 maggio 1752 e alla Steccata di Parma dal novembre 1729 al 1757.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

ERCARDO, vedi AICARDO

Parma 1562/1563
Scultore di figure in legno e pittore decoratore. Il 30 marzo 1562 gli Anziani del Comune di Parma fecero realizzare due finestre a vetri per la chiesa di Sant’Antonio e affidarono al maestro Hercole l’esecuzione di stemmi nelle stesse vetrate per 2 lire e 10 soldi (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni comunali, 1561-1562).
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 102; E. Scarabelli Zunti, IV, c. 145; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 328.

Piacenza 1813-Parma 1867
Figlio di un modesto pittore, fu da ragazzo avviato all’arte paterna ma, accortosi della sua scarsa vocazione, la lasciò presto per entrare negli uffici amministrativi. A 35 anni aderì con spirito giobertiano ai moti del 1848, militando nella guardia nazionale di Piacenza. Dal governo provvisorio, presieduto da Pietro Gioja, ai primi di maggio del 1848 fu inviato, col concittadino Vincenzo Maggi, come commissario a Bardi e a Bedonia, con la missione (coraggiosamente e completamente assolta, tanto da essere dichiarato benemerito della causa italiana) di distogliere i comuni di quelle montagne dalla corrente che tendeva a unirli a Parma anziché al Piemonte. Sotto la sovranità del Ducato di Parma e Piacenza fino al 1859 e poi del Regno d’Italia, percorse la carriera amministrativa fino al grado di conservatore delle ipoteche. In questo ruolo collaborò alla preparazione della prima legge delle ipoteche per il governo dell’Italia unitaria.
FONTI E BIBL.: P. Ercole, Per le nozze Ercole-Gobbi, Parma, 4 febbraio 1813; F. Giarelli, Storia di Piacenza dalle origini ai giorni nostri, Piacenza, 1889; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 72.

EREMITA, vedi CERESA TERENZIANO

ERENIO CALEPODIGERO, vedi AFFÒ DAVIDE

ERENO PANORMIO, vedi BACCHINI BERNARDINO

ERETISCO PILENEIO, vedi PAGNINI LUCA ANTONIO

ERGESTO CLEONEO, vedi BOLZONI GIUSEPPE MARIA

ERGINO AULODIO, vedi BAISTROCCHI GIROLAMO

Parma 833/853
Fu canonico e arcidiacono della Chiesa parmense dall’anno 833 all’anno 853.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 337.

Parma 837
Fu vescovo di Parma nell’anno 837.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 336.

ERINNIO SOTERO, vedi DELFÒ GHIRARDELLI FRANCESCO MARIA ANTONIO

Parma seconda metà del XVIII secolo-1822
Nata da illustre famiglia veneziana trapiantatasi dall’Istria nella città lagunare negli antichi tempi della Repubblica. La Erizzo, dotata di vasta cultura, tradusse molte opere dal francese, dal tedesco e dall’inglese. Scrisse anche trattati di geografia e di storia per uso dei suoi figli. Sposò Ermolao Barbaro.
FONTI E BIBL.: F. Predari, Dizionario biografico universale, Milano, 1867; M. Bandini, Poetesse, 1941, 238.

ERLUISON ALBERTO, vedi ERLUISON GUIDO ALBERTO

Parma 16 giugno 1851-Parma 1963
Figlio di Giacomo Alessandro e Domenica Ferdinanda Fadi. Dal 1912 al 1953 fu funzionario dell’Ufficio Idrografico del Po in Parma. In età giovanile, volontario, diventò sottufficiale in un reggimento di fanteria. Richiamato nel 1915, in previsione dell’inizio del primo conflitto mondiale, fu destinato al 112° Reggimento Fanteria, Brigata Piacenza, formato quasi interamente da soldati parmigiani. Iniziato il conflitto, dopo aver partecipato a varie azioni sul Carso con il 112° Reggimento, nominato ufficiale, passò al 149° Reggimento Fanteria. Aiutante maggiore di battaglione, nel 1918, sul Monfenera, gli fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Comandato ad un osservatorio di fanteria alla prova, sotto violento bombardamento non perdeva la calma e la serenità di spirito, fornendo al proprio comandante di battaglione continue e precise informazioni sul nemico. Interrotta la linea telefonica non potendosi servire degli uomini a sua disposizione, la riattivava egli stesso. Per dieci giorni consecutivi, fatto segno di ben aggiustati tiri di artiglieria, sprezzante del pericolo con solerte attività disimpegnava il servizio, riuscendo a dare sempre precise informazioni (Monfenera, 15 giugno 1918). Nello stesso anno gli venne attribuita una seconda medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Durante il combattimento in un momento difficile fu esempio a tutti per calma, sangue freddo e sprezzo del pericolo, cooperando egregiamente alla difesa della posizione minacciata. Avendo saputo che un suo compagno ferito giaceva davanti ai reticolati, si offriva di andarlo a raccogliere, compiendo l’opera generosa. In guerra, dall’inizio della campagna, ha sempre dimostrato di avere ottime qualità militari ed alto senso del dovere (Torrente Ormec, Quero, 28-29 ottobre 1918). Prima della fine del conflitto, fu inviato in Albania e ivi congedato soltanto alla fine del 1919. Ritornato al lavoro all’Ufficio Idrografico del Po in Parma, gli venne affidata l’organizzazione del servizio di statistica della navigazione interna padana da Venezia al Lago Maggiore. Nel 1936 fu trasferito, a domanda, nelle Colonie e destinato in Somalia, a Mogadiscio, dove per due anni prestò servizio nel Genio civile, sezione costruzioni stradali. Richiamato nel 1941 con il grado di capitano, prestò servizio a Milano in un reparto amministrativo di controllo dell’esercito.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati parmigiani, 1915-1918, Parma, 1919, 293, 363; F. Ladavas, A ricordo del primo decennio dell’Ufficio Idrografico del Po, Parma, Tip. Donati, 1923, 26, 39.

Troyes 1723-Parma post 1778
Appartenne a una famiglia di artisti e di ménuisiers sculpteurs sur bois originaria della Champagne, citata dai più noti repertori (U. Thieme, F. Becker; Bénézit). Si trasferì a Parma nel marzo del 1749, con il primo nucleo del personale di Corte al seguito di Filippo di Borbone, duca di Parma. Di questo seguito faceva parte anche Jean-Baptiste Boudard, accompagnato appunto dall’Erluison, forse in previsione di una attività artistica di supporto, nel suo atelier. Una attività che l’Erluison, proveniente dalla grande reale officina dei Goblin di Parigi, non poté realizzare. L’Erluison comunque non lasciò il Boudard e ne divenne il fattore di casa, occupandosi dell’andamento dell’atelier fino alla fine del 1759, riscuotendo il consenso del Boudard, che pubblicamente ne lodò la probité et la fidélité. In questa posizione, l’Erluison venne in contatto con l’ambiente di Corte e artistico, che era formato prevalentemente da Francesi. Terminata la sua attività presso l’atelier del Boudard, lasciò l’alloggio che gli era stato assegnato nel reale palazzo e si trasferì nelle immediate vicinanze della città, dove sembra acquistasse un podere. Passò quindi al servizio del teatino Paolo Maria Paciaudi, bibliotecario ducale e uomo di fiducia di Du Tillot. Pur vivendo a Corte, Paciaudi disponeva di una residenza nel palazzo dei Teatini, in contrada San Michele, nella quale, nel censimento del 1765, è registrato anche l’Erluison, ancora con la qualifica di fattore di casa. Fu attivo in questa mansione fino al 1774, quando il Paciaudi, caduto in disgrazia ed esonerato dalle sue funzioni, tornò a Torino. In questa circostanza, l’Erluison curò gli interessi del Paciaudi a Parma e risulta fosse largamente in credito con lui. Non sembra che nel 1778, quando il Paciaudi tornò a Parma, l’Erluison riprendesse presso di lui il suo incarico. Da questo momento dell’Erluison si perdono le tracce.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Algemeines lexicon der Bildenden Künstler, Leipzig, 1923, XVI, 438; E. Bénézit, Dictionnaire des peintres, Paris, 1956, IV, 671; H. Vial, A. Marcel, A. Girodie, Les artistes decorateurs menuisiers, Paris, 1912; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928; M. Pellegri, Boudard statuario di corte, Parma, 1976, 42; F. Barocelli, J.B. Boudard, Milano, Electa, 1990, 127-128.

Parma-Roma 7 agosto 1627
Figlio di Filippo. Legatore di libri in Roma, abitò in Via Savelli. Fece testamento il 6 agosto 1627 perché infermo.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 168.

Parma-post 1627
Legatore di libri in Roma. Figlio di Filippo e fratello di Ermano, che lo ricorda nel testamento redatto il 6 agosto 1627.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 168.

ERMENIDE VERNEIO, vedi GODI GIUSEPPE

ERMINIO, vedi BERTUCCI ALDO

Parma 1779
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 15 agosto 1779.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Modena 1620 c.-Parma aprile 1678
Figlio di Stefano. Suo padre, originario di Firenze, fu di professione ricamatore, come si ricava da alcune scritte apposte nelle incisioni dell’Eschini eseguite per la Brozola ricamatrice. Non si hanno notizie dalle fonti circa la formazione dell’Eschini, che svolse la sua attività di disegnatore, pittore e incisore negli anni 1659-1674 principalmente a Modena e probabilmente in misura minore a Reggio Emilia e Parma. Per quanto attiene alla sua attività come disegnatore, essa è testimoniata da un album, datato 1674, contenente 51 disegni. Tale album, conservato a Modena nella Biblioteca Estense, è inventariato come Precetti di pittura ed architettura, desunti forse da Leonardo da Vinci (cf. Vandini, 1894), e reca all’inizio la seguente dicitura manoscritta: Angelo Maria Eschini disegnò lo Ann. 1674 in Modana. Assai minori sono invece le testimonianze relative alla sua attività pittorica e in pratica in questo campo è nota solo una sua partecipazione, con altri, all’esecuzione delle scene di un dramma di Giovanni Matteo Giannini, dal titolo Operare e non saperlo, rimirare ed ingannarsi, che venne rappresentato a Modena e poi pubblicato ivi dall’editore Soliani nel 1674 (Campori, 1882, p. 83). Più vasta e più documentata risulta invece la sua produzione di acqueforti, che comprende all’incirca una trentina di opere, la maggior parte delle quali eseguite come illustrazioni per volumi. La prima acquaforte in ordine di tempo è un Ritratto di Alfonso IV, datato 1659, seguito l’anno successivo da una Vergine con Bambino e San Giovannino, derivata in controparte da un dipinto di Annibale Carracci (Firenze, Uffizi), con alcune varianti nel paesaggio alle spalle delle figure. Del 1661 è una riproduzione in controparte della Natività con i pastori del Correggio, conservata nella Gemäldegalerie di Dresda. Numerosi esemplari di quest’ultima opera furono stampati su tela e risultano molto scuri, tanto da indurre qualche studioso (cfr. Martini-Capacchi, 1969) a ritenere erroneamente che la tecnica usata per quest’opera fosse stata la maniera nera e non l’acquaforte. Questa è l’unica acquaforte dell’Eschini di cui si conoscano differenti stati (il primo con una dedica a Ferdinando Carlo arciduca d’Austria e con la data, il secondo con tale scritta abrasa, il terzo con una nuova dedica ad Ascanio Garimberti, il quarto con la lastra tagliata e con la conseguente eliminazione del margine in basso). Tra le incisioni sciolte è da ricordare inoltre una Vergine e il Bambino in trono con San Ludovico Betrando e Santa Rosa, dedicata a Ippolito Bottoni, da Correggio. Quantitativamente più consistente appare la produzione di acqueforti concepite come illustrazioni di volumi. In questo settore l’Eschini si impegnò in almeno cinque occasioni. La prima in ordine di tempo è una serie di ritratti per il volume di Ludovico Vedriani, Dottori modonesi di teologia, filosofia, legge canonica, e ciuile, stampato a Modena da Andrea Cassiani nel 1665. Il volume in totale contiene 39 ritratti, 14 dei quali furono realizzati dall’Eschini (gli altri furono eseguiti da L. Tinti, B. Feni e da un artista che si firma con un monogramma composto dalle F e S sovrapposte). La seconda opera cui l’Eschini collaborò come illustratore è l’Idea delli prencipi anacoreti di Dionigi Guicciardi, edito dallo stampatore V. Soliani a Modena nel 1672. Tale volume contiene la descrizione della vita di dodici principi, divenuti in seguito anacoreti, con il ritratto di ciascuno ambientato in un paesaggio: ogni incisione è posta a fronte della prima pagina nella corrispondente biografia. Tutte le acqueforti furono realizzate dall’Eschini, che incise anche il frontespizio e l’antiporta del volume. Oltre a queste due serie di opere, sono citate dalle fonti collaborazioni dell’Eschini per altri tre volumi. Egli avrebbe infatti inciso il frontespizio per il volume Splendori dell’Aquila o sia Sonetti encomiastici di Ignazio Sambiasi barone delle Baglive per l’altezza ser.ma di Francesco II, Napoli-Modena, 1672, edito dal Soliani (Campori, 1882, p. 83) e ancora un altro frontespizio per un volumetto di G.B. Boccabadati, Ricamo panegirico in morte del seren. d. Francesco d’Este, edito dal Cassiani a Modena. Su tale collaborazione dell’Eschini esiste tuttavia qualche perplessità, poiché di tale volume si conserva un esemplare nella Biblioteca Estense di Modena con data 1659, ma in esso sono presenti solo alcune piccole silografie anonime, utilizzate come capilettera o come capipagina, mentre il Campori (1882, p. 83), che dà la notizia di questo frontespizio, indica che esso è contenuto in un’edizione del 1689, di cui non si sono rintracciati esemplari. La data 1689 è posteriore di undici anni alla data di morte dell’Eschini ma tale fatto non è vincolante poiché è possibile che per il frontespizio di questa edizione sia stata utilizzata un’acquaforte incisa precedentemente dall’Eschini. L’ultima opera cui l’Eschini collaborò come illustratore, fornendo quattro acqueforti e il frontespizio, è La Brozola ricamatrice. Fogliami di Stefano Eschini ricamator fiorentino dedicati all’ill.ma sig.ra d. Chaterina Estense Mosti, edito nel 1665 (Campori, 1882, p. 83). Di questo volume si conservava un tempo una copia nella Biblioteca Poletti di Modena ma essa risulta introvabile. Il contenuto di questo volume riguardava alcuni esempi di ricami per tappeti: il termine brozola o brozzola indica in dialetto piacentino la spola di legno attorno alla quale si avvolgeva il filato d’oro per ricamare. L’Eschini morì sedici anni prima del decesso di suo padre (Campori, 1882, p. 82), tanto da indurre a credere che egli sia morto in età non avanzata. Le incisioni sciolte dell’Eschini sono da considerarsi generalmente rare o molto rare, fatta eccezione per la citata Natività con i pastori tratta dal Correggio. Le sue incisioni hanno avuto una prima catalogazione da parte del Bartsch nel 1821, ma lo studioso austriaco ha incluso nel suo Peintre-graveur una sola opera dell’Eschini, mentre una seconda opera è stata dal Bartsch assegnata a un inesistente Angelo Meschini (XX, p. 296), a seguito dell’errata interpretazione delle iniziali del suo nome aggiunte al cognome. Alla catalogazione del Bartsch si sono sostanzialmente attenuti nei loro repertori G.K. Nagler (1837), Ch. Le Blanc (1856) e A. Andresen (1870). Stilisticamente la produzione dell’Eschini risulta molto varia e discontinua: a volte il tratto è povero e quasi lineare, non lontano da certe forme espressive tipiche dell’arte popolare, mentre in altri casi si avventura, senza grandi risultati, in ricerche più complesse e in un tratteggio più ricercato. Un suo segno stilistico, più volte ricorrente, è dato dal disegno delle mani dei diversi personaggi, che appaiono generalmente di proporzioni più grandi del normale.
FONTI E BIBL.: Parma, Soprintendenza per i Beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, c. 1701-1750, sub voce; M. Bryan, A biographical and critical Dictionary of painters and engravers, London, 1903-1904, II, 131; A. Bartsch, Le peintre-graveur, XX, Wien, 1820, 296, XXI, London, 1821, 165 s.; L. Pungileoni, Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio, III, Parma, 1821, 97; P. Zani, Enciclopedia metodica critico-ragionata delle belle arti, I, 3, Parma, 1821, 111, II, 5, Parma, 1820, 21; G.K. Nagler, Neues allgemeines Künstler-Lexikon, München, 1837, 150; Ch. Le Blanc, Manuel de l’amateur d’estampes, II, Paris, 1856, 203; A. Andresen, Handbuch für Kupferstichsammler oder Lexikon der Kupferstecher, I, Leipzig, 1870, 459; G. Campori, Gli intagliatori di stampe e gli Estensi, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Provincie dell’Emilia, n.s., 2, 1882, 82 s.; R. Vandini, Appendice seconda al Catalogo dei codici manoscritti già posseduti dal marchese G. Campori, Modena, 1894, II, 554; H.W. Singer, Allgemeines Künstler-Lexikon, Leben and Werke der berühmtesten bildenden Kunstler, I, Frankfurt am M., 1895, 405; N. Pelicelli, in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XI, Leipzig, 1915, 25 s.; A. Pelliccioni, Diionario degli artisti incisori italiani, Carpi, 1949, 72; P. Martini-G. Capacchi, L’arte dell’incisione in Parma, Parma, 1969, 34; P. Bellini, Angelo Maria Eschini, in Rassegna di Studi e Notizie X 1982, 167-188; P. Bellini, in The ill. Bartsch, XLVII, 1, New York, 1987, 262-279; P. Bellini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLIII, 1993, 274-276.

Carrara 1883-Parma 1947
Democratico e repubblicano, nel 1914 scacciò da un circolo di Carrara Benito Mussolini. Si trasferì a Parma poco dopo la conclusione della prima guerra mondiale, stabilendovisi in modo definitivo. Conseguì il diploma della scuola di ornamento e scolpì lapidi per il cimitero della Villetta. Ma gli affari andarono a rotoli e fu costretto a chiudere il laboratorio ritirandosi in una soffitta con la vecchia madre. Visse di espedienti fin che poté: tirò avanti vendendo ogni sorta di anticaglie che andava recuperando nei solai. Mortagli la madre, si tolse la vita dandosi fuoco nella sua soffitta.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 66.

ESIODO, vedi PROVINCIALI RENZO

Parma 3 giugno 1921-Parma 13 giugno 1989
Fu una gloria della pallavolo ai tempi di Renzo Del Chicca e della Pallavolo Parma. Giocò con merito fino all’età di quarant’anni. Di quella squadra fu capitano nel 1950 e nel 1951 vinse il titolo italiano assoluto. Nel 1948 venne convocato nella nazionale di pallavolo ai Campionati Europei di Roma e nel 1949 ai Mondiali di Praga. Militò, e ne fu anche allenatore, nelle seguenti squadre, tutte di Parma: Ferrovieri, Cus, Vigor e Inzani. Nel 1956 subì un grave infortunio che lo allontanò dall’attività agonistica. Continuò però a dedicarsi all’allenamento dei giovani.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.

Modena 27 maggio 1702-Borgo San Donnino 27 ottobre 1777
Figlia di Rinaldo d’Este, duca di Modena e Reggio, e di Carlotta Felicita di Brunswick-Lüneburg, sorella dell’imperatrice Amalia. Rimasta orfana di madre in tenera età, crebbe a Modena sotto la guida vigile della nonna materna Benedetta Enrichetta di Baviera, duchessa di Brunswick-Hannover, e il controllo severo del padre. Rinaldo d’Este era salito al trono nel 1694, alla morte del nipote Francesco: costretto ad abbandonare la porpora cardinalizia che Maria d’Este, moglie di Giacomo Stuart, gli aveva faticosamente procurato, allo scopo di assicurare la successione al Ducato, si era sposato all’età di quarant’anni. Rigido e autoritario, ebbe come scopo primario quello di isolare le tre figlie femmine da ogni contatto mondano e soprattutto dall’esempio della spregiudicata e moralmente eccepibile nuora Carlotta Aglae d’Orléans, moglie dell’erede Francesco d’Este. Quanto all’Este, è presumibile che una vita trascorsa nell’ombra, quasi in monastica reclusione, dovesse contribuire a formare una grande ingenuità di carattere combinata a un acuto e comprensible desiderio di una più intensa vita di relazione, del resto consueto nelle principesse del suo rango. Furono questi tratti caratteriali a renderla apprezzabile sul mercato matrimoniale. Tuttavia, la svolta della sua vita avvenne quando già aveva venticinque anni, nel 1727, in forza di un matrimonio voluto da vicende che superarono di gran lunga la volontà degli stessi protagonisti, legato alla situazione politica europea e ai suoi riflessi in Italia. Qui, uno dei contenziosi aperti era costituito dall’eredità dei Ducati farnesiani: essa sarebbe toccata, da tempo era risaputo, all’infante Carlos di Borbone, figlio primogenito di Filippo di Spagna e di Elisabetta Farnese. Una lunga serie di mosse politiche aveva da tempo preparato il terreno per una evoluzione in tal senso: nel 1718 il trattato di Londra aveva riconosciuto Carlos di Borbone, allora di appena due anni, quale futuro granduca di Toscana e duca di Parma e Piacenza, dopo la morte dei sovrani regnanti. Per cercare di facilitare quanto più possibile una successione che era stata accettata in modo molto problematico e che egli caldeggiava per favorire la nipote e figliastra Elisabetta, il duca di Parma Francesco Farnese aveva accuratamente cercato di scoraggiare eventuali contendenti interni: soprattutto una possibile discendenza del fratello Antonio. Non ne aveva, quindi, favorito il matrimonio, al quale del resto il fratello era poco propenso. Nel febbraio 1727, per l’improvvisa morte senza eredi diretti di Francesco Farnese, il fratello Antonio, divenuto sovrano di Parma e Piacenza, si ritrovò al centro di una situazione politicamente delicata e, nel contempo, carica di aspettative. Da un lato esistevano i diritti di Carlos di Borbone, dall’altro non era un mistero che l’imperatore Carlo VI avrebbe cercato di occupare militarmente i Ducati, dichiarati ancora nel 1718 feudi del Sacro Romano Impero, ufficialmente per tutelare i diritti spagnoli, in realtà con l’intento di ribadire la subordinazione a Vienna di quell’area. Per gli uni e gli altri Antonio Farnese costituiva un inutile intralcio in vista di una sistemazione politica definitiva della zona. Stretto tra interessi tanto più potenti di lui e, a onta della sua fatuità, affezionato al suo popolo, per il duca Antonio Farnese fu giocoforza pensare a un matrimonio nel tentativo di assicurare in extremis una discendenza giuridicamente ineccepibile che garantisse la sopravvivenza di una famiglia tanto illustre. Il Pontefice premeva in tal senso e così anche molte potenze europee. Fu così che risolvette di collocarsi in matrimonio quantunque la sua pingue corporatura e la sua età di quarantotto e più anni, lasciassero poco sperare di ricavarne alcun frutto (D.M. Giacobazzi, in Vistarino Giacobazzi, Enrichetta d’Este, p. 9). Quanto il risultato concreto fosse universalmente ritenuto problematico è testimoniato dalla reazione ilare e dai salaci commenti di Elisabetta Farnese che, niente affatto preoccupata, evidentemente non aveva motivo di ritenere i suoi progetti seriamente compromessi. Rimaneva da risolvere il problema della scelta della sposa. A ciò pensarono di comune accordo il conte O. Anvidi, segretario di Stato, e la contessa Margherita Borri Giusti, favorita en titre del Duca e sua compagna in lunghe stagioni di divertimenti, decisa a sistemare le cose in modo da ricavarne lo svantaggio minore. Si instaurarono trattative segrete tra la gentildonna e il nobile Lodovico Rangoni, rappresentante della Corte estense. In breve la designazione cadde sull’Este, la più giovane delle tre figlie di Rinaldo d’Este: scelta opportuna, trattandosi di principesse tutte sopra i vent’anni e considerando il risultato immediato cui le nozze farnesiane miravano. Il 26 luglio 1727 il conte Anvidi si recò a Modena per firmare i capitoli del contratto nuziale patteggiato, per conto degli Este, da Borso Santagata: 200000 scudi fu la dote assegnata. Tanta celerità sembrò trovare una battuta d’arresto nel prolungarsi del soggiorno del duca Antonio Farnese insieme con la sua Corte di accademici e dame nella villa di Colorno: evidentemente la situazione spingeva a concludere le nozze, ma lo sposo era riluttante e non dava segno di volere abbandonare abitudini e compagnie tanto a lungo coltivate. Rinaldo d’Este, dal canto suo, non osò avanzare proteste, pure legittime, nel timore di perdere la possibilità di collocare in matrimonio almeno una delle tre figlie. Solo nel gennaio 1728 Antonio Farnese, vincendo la propria evidente renitenza, probabilmente persuaso dalla pressione papale e preoccupato dalle mosse imprevedibili della Spagna, si decise a fissare la data della cerimonia: il 5 febbraio di quell’anno a Modena si celebrò l’atteso matrimonio, lo sposo essendo rappresentato dal principe ereditario di casa d’Este. Nel tripudio d’obbligo, ai più avveduti certo non sfuggì una tensione latente ma angosciosa. Si sapeva delle gravissime considerazioni di ordine politico che imponevano ad Antonio Farnese di assicurare la successione al suo casato ed era voce pubblica, del pari, che le sue condizioni fisiche avrebbero reso tutto ciò problematico. Il duca Rinaldo d’Este poté a buon diritto, quindi, essere preoccupato: nell’immediato per la situazione già a priori gravida di imprevisti in cui inviava la propria figlia, ingenua più per educazione che per età, e, subito dopo, anche a causa dei possibili riflessi negativi che poteva provocare a Modena un eventuale conflitto tra Spagna e Impero. Una volta a Parma la vita coniugale dell’Este non tardò a rivelarsi deludente: dopo le prime, inebrianti esperienze mondane tra rappresentazioni teatrali, ricevimenti e feste per le quali la Corte farnesiana andava a buon diritto famosa in Europa, cominciò a farsi strada nell’ingenuità dell’Este il sospetto, a esempio, sugli effettivi rapporti tra il duca Antonio Farnese e la contessa Borri e, soprattutto, sul fatto di essere stata prescelta proprio in forza della sua inesperienza e, quindi, innocuità. Ma ad aumentare le pressioni entro la Corte parmigiana sopravvenne un avvenimento diplomatico che doveva rivelarsi determinante nel successivo evolversi dei fatti: il 9 novembre 1729 Filippo V di Spagna, sollecitato dalla moglie Elisabetta Farnese perennemente in angustie per l’avvenire dei suoi figli, stipulò a Siviglia un patto con Francia e Inghilterra, all’insaputa dell’Imperatore. Fu convenuto che fin d’allora e non alla morte dei rispettivi detentori si dovessero introdurre nelle piazze di Livorno, Portoferraio, Parma e Piacenza 6000 Spagnoli a titolo di custodia preventiva dei futuri possessi da parte di Carlos di Borbone. Oltre all’inevitabile reazione dell’Imperatore, che si vide quasi costretto a inviare in Italia un corpo di armata, il trattato di Siviglia provocò immediate ripercussioni in Toscana, dove si prevedeva l’estinzione non lontana dei Medici nella persona di Gian Gastone, da anni separato dalla moglie Anna Maria di Sassonia Lauenburg. Ma soprattutto fece precipitare la situazione nel Ducato farnesiano. A questo proposito l’imperatore Carlo VI si trovò davanti a una scelta quasi obbligata: prevenire le mosse spagnole che ormai chiaramente miravano alla ricostituzione dei domini italiani, occupando militarmente le piazze contese per poi concedere l’investitura all’infante di Spagna solo quando costui avesse adempiuto alle formalità di un feudatario, almeno nominale, dell’Impero. Per compiere l’operazione nella più assoluta legalità bisognava superare l’ostacolo rappresentato dalla presenza del legittimo detentore dello Stato farnesiano, il duca Antonio Farnese, appunto. Le cronache non escludono che i dignitari di Vienna abbiano pensato ad affrettare la morte dell’ultimo Farnese, sia pure tenendone all’oscuro l’Imperatore. Si è a conoscenza, comunque, di un decreto del 30 agosto 1730, inviato dall’Imperatore al conte Carlo Borromeo, suo plenipotenziario in Italia: si dispose l’occupazione armata degli Stati di Parma e di Toscana in caso di morte dei legittimi sovrani e di assenza di eredi maschi. Comunque, quando il 20 (ma il 22 secondo il Giacobazzi) gennaio 1731 Antonio Farnese cessò di vivere prima che giungesse alle Corti straniere la nuova di questo grande avvenimento, anzi quasi prima che partissero da Parma i corrieri spediti a recarla (Giacobazzi, in Vistarino Giacobazzi, Enrichetta d’Este, p. 42) si presentò in città il generale Carlo Stampa, emissario del Borromeo, allo scopo di eseguire le disposizioni militari promulgate nell’agosto. Sia che i ministri di Vienna abbiano accelerato la morte del Duca grazie ai medici prezzolati della Corte parmense e alla naturale propensione degli ultimi Farnese per l’alchimia e la manipolazione delle erbe, sia che il decorso della malattia abbia condotto a un decesso naturale un fisico già provato dalle intemperanze e dalla pinguedine, la morte di Antonio Farnese attirò sui Ducati l’attenzione delle Cancellerie europee a causa della situazione potenzialmente carica di incognite che si venne a creare. Ma il vero colpo di scena avvenne all’apertura del testamento, che divulgò una notizia ritenuta strabiliante: il duca lasciò erede dei suoi Stati il ventre pregnante della moglie Enrichetta d’Este. Indubbiamente l’annuncio della gravidanza inaspettata assecondò in quel momento il gioco degli Imperiali e fece reagire violentemente Elisabetta Farnese, che vide intralciati i propri disegni materni, ma, nonostante la dichiarazione testamentaria e le prove che l’Este ne poteva avere, lo scetticismo restò diffuso. Certo, sulla buona fede del duca Antonio Farnese è lecito avere più di qualche dubbio: la gravidanza annunciata poteva rappresentare una via di uscita dalla critica situazione e l’espediente del parto simulato non era una novità in assoluto. Più problematico spiegare l’atteggiamento dell’Este: per quanto giunta all’altare corazzata da una pericolosa ingenuità, è difficile credere che dopo tre anni di convivenza non avesse subodorato se le condizioni del marito fossero tali da consentirle di divenire madre. Sia come sia, il peso e l’imbarazzo di tale situazione lo dovette sopportare tutto: la gravidanza dell’Este divenne oggetto di osservazione e commenti in ogni Corte europea. Elisabetta Farnese, soprattutto, convinta che si trattasse di una manovra per togliere al figlio gli Stati che gli spettavano, si abbandonò dapprima a insinuazioni di una chiarezza brutale, poi organizzò in Parma una rete di spie per seguire da vicino l’evolversi degli avvenimenti e nominò la madre Dorotea Sofia, colà residente, plenipotenziaria per l’infante Carlos di Borbone. L’Este, prevedibilmente smarrita e incapace di distinguere chi le fosse fedele e chi la tradisse, chiese ripetutamente aiuto e consiglio al padre, il quale pare essere stato prodigo di consigli più che di interventi concreti, anteponendo, come sempre aveva fatto, la salvaguardia della propria posizione politica alle compromissioni familiari o affettive. Anche a scapito dell’onore della figlia, egli decise di secondare il volere del suo padrone imperiale. Probabilmente a Vienna e a Milano non ci si fece illusioni sulla gravidanza ducale, ma l’Este non osò andare contro gli evidenti desideri dell’Austria. Una volta innescato un tale meccanismo per cui nessuno osò o volle scoprirsi, le cose procedettero sino alla svolta rappresentata dal trattato firmato a Vienna il 16 marzo 1731 tra Inghilterra e Olanda, da una parte, e Imperatore dall’altra. A costui venne riconosciuta la validità della prammatica sanzione ma in cambio gli si chiesero pesantissime contropartite. Carlo VI si impegnò ad ammettere gli Spagnoli in Toscana e nei Ducati parmensi e a ritirare l’esercito imperiale di stanza in Italia. Nonostante il patto stipulato avesse la logica conseguenza di abbandonare Parma al suo destino, Vienna poteva ancora nutrire qualche speranza finché non si fosse considerata estinta la casa Farnese: la gravidanza dell’Este andava, quindi, difesa a spada tratta a dispetto delle pressioni quasi impudenti della Corona spagnola e della duchessa Dorotea Sofia che la rappresentava. Per quanto un accertamento medico, sorta di visita fiscale effettuata con gran pubblicità il 31 maggio 1731, avesse dichiarato sorprendentemente che la gestazione era giunta al settimo mese, per molti degli osservatori presenti in città essa restò un oscurissimo arcano. Ciò che, invece, emerse chiarissimamente fu, da un lato, la feroce contrapposizione tra la Regina di Spagna e lo Stampa, creatura di Vienna e manovratore neppure troppo occulto della situazione a Parma, e, dall’altro, la posizione indifesa dell’Este, ormai ridotta a un ruolo di puro strumento. A fine luglio la Spagna, incurante di ogni etichetta, avanzò la richiesta formale di un parto pubblico a evitare probabili brogli. Carlo VI, ormai poco interessato al destino dei Ducati farnesiani, acconsentì, ponendo in grave imbarazzo lo Stampa, il quale, pur non reagendo ufficialmente, in realtà intensificò l’opera di corruzione giungendo a confidare chiaramente all’Este ciò che si era proposto fin dall’inizio della vicenda: simulare un parto, ponendo accanto all’Este un neonato non suo. Fortunatamente, alla fine di luglio, Rinaldo d’Este tardivamente consentì a inviare il proprio ministro, l’abate D.M. Giacobazzi, in aiuto alla figlia. Costui si fece rapidamente un’idea realistica della situazione, con fermezza e capacità rintuzzò iniziative pericolose e, per quanto profondamente convinto che l’estinzione della casa Farnese e il ritorno degli Spagnoli in Italia avrebbero reso inevitabile una guerra e posto in pericolo gli stessi Stati estensi, non ebbe dubbi sul fatto che il duca di Modena e l’Este non dovessero prestarsi all’inganno voluto dai ministri di casa d’Austria. Tutto ciò era incompatibile con la salvaguardia di un minimo di dignità e, soprattutto, rischiava di naufragare nella maniera più vergognosa agli occhi del mondo, visto il pullulare incontrollabile di spie spagnole alla Corte di Parma. E la vendetta di Elisabetta Farnese venne valutata più pericolosa dell’avvenire incerto che si prospettava. Lo scopo, ormai, era quello di assicurare sempre più la protezione della Corte di Vienna e mitigare quella di Spagna giacché da questi due capi dipendono interamente le convenienze della Serenissima per l’onorevole di lei uscita da questo impegno: così scrisse il Giacobazzi al suo Signore (Vistarino Giacobazzi, p. 162), mentre, col trascorrere del tempo, la situazione andò sempre più assumendo connotati da tragicommedia. La decisione della Regina di Spagna, esasperata da un’attesa insostenibile, di muovere causa all’Este con l’accusa di detenzione illegale di potere a danno di Carlos di Borbone, provocò l’immediata contromossa imperiale che decise di sacrificare ancora una volta l’onore di una principessa per ritardare una dichiarazione che avrebbe obbligato Carlo VI a consegnare Parma e Piacenza agli Spagnoli. Gli ordini di Vienna furono chiari: tutto doveva rimanere inalterato fino all’ingresso dell’undicesimo mese. Fu troppo persino per l’esperto Giacobazzi al quale, messo alle strette, convenne infine di soccombere e di contrarre una mortale infermità (Vistarino Giacobazzi, p. 174). Solo il 4 settembre l’Imperatore decise di troncare gli indugi e, riconoscendo implicitamente l’estinzione di casa Farnese, di disporre l’occupazione militare dei Ducati in attesa di consegnarli a Carlos di Borbone secondo gli accordi. Il 5 fu comunicato all’Este l’atteso permesso di rendere finalmente ufficiale lo scioglimento della gravidanza. Il 13 dello stesso mese il Giacobazzi, per l’occasione ristabilitosi, annunziò al duca Rinaldo d’Este che la figlia aveva riacquistato la sua libertà e il giorno successivo fu reso noto l’editto imperiale che autorizzò l’occupazione immediata del Ducato. Il 29 dicembre, nel corso di una fastosa cerimonia, si compì l’atto formale di consegna in mano spagnola. Da quell’istante l’Este, dopo essere stata strumento della più cinica delle politiche di potenza, venne abbandonata a se stessa e quasi dimenticata: il padre Rinaldo, pavido e interessato, fece sapere di non desiderarla a Modena e, ovviamente, la numerosa corte di ministri e nobiltà, che pure a suo tempo se ne erano contesi i favori, fu tutta protesa a ingraziarsi quelli della regina Elisabetta Farnese. Costei si fece sbrigativamente consegnare dall’Este i celebri gioielli di casa Farnese, anticipando con tale gesto le premesse della dipendenza economica che caratterizzò a lungo il successivo periodo della vita dell’Este. Del resto, le stesse disposizioni testamentarie del marito avevano previsto che il vitalizio di 60000 doppie destinatole, insieme con la dote, le fossero consegnate esclusivamente dalle mani dell’erede. Proprio a costui, Carlos di Borbone, ancora parecchi anni dopo ella si ritrovò a sottoporre un lungo elenco di minute necessità, tra cui persino pochi cavalli, per rimpiazzarne alcuni poco meno che affatto inabili (Carte e Casa Farnesiane, s. 2, b. 40, fasc. 6, c. 7). Era il periodo in cui dimorava a Piacenza alternando lunghe permanenze a Borgo San Donnino, dove nel 1764 morì il suo secondo marito Leopoldo d’Assia-Darmstad, sposato nel 1740. L’Este morì senza figli. Il silenzio dei cronisti non lascia intuire se i quarantasei anni successivi alla parentesi parmense avessero compensato quelli, brevi ma angosciosi, trascorsi accanto all’ultimo dei Farnese.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Carte e Casa Farnesiane, b. 40, fasc. 2, 3, 6; F. da Mareto, Bibliografia generale delle antiche province parmensi, II, Parma, 1974, 389 s.; L. Ambiveri, La creduta gravidanza della duchessa Enrichetta d’Este, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria delle Province Modenesi e Parmensi, s. 3, II 1884, pp. XXVII-XXX; A. Maestri, Del matrimonio della principessa Enrichetta d’Este col duca Antonio Farnese (5 febbraio 1728), in Atti e Memorie della Deputazione delle Antiche Province Modenesi III 1924, pp. XXVI-XXVIII; A. Marchi, La sepoltura di Enrichetta d’Este, in Aurea Parma 3 1926, 146-149; L. Vistarino Giacobazzi, Enrichetta d’Este: congiure e intrighi intorno ad un trono, Novara, 1941; G. Drei, I Farnese. Grandezza e decadenza di una dinastia italiana, Roma, 1954, ad Indicem; M.C. Nannini, Enrichetta d’Este, ultima duchessa Farnese, in Parma per l’Arte 1 1960, 15-18; U.A. Pini, Acrobazie poetiche del Frugoni per la supposta gravidanza di Enrichetta Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XVI 1964, 115-120; F. Annibali, Notizie storiche della casa Farnese, Montefiascone, 1817-1818, voll. 2; P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; A. Valeri, I Farnese, Firenze, 1934, 57; F. Orestano, Eroine, 1940, 182; E. Nasalli Rocca, I Farnese, 1969, 243; Dizionario storico politico,1971, 490; C. Artocchini, Padrone di Parma e Piacenza, 1975, 51-55; M. Romanello, in Dizionario biografico degli Italiani, XLII, 1993, 699-703; Malacoda 63 1995, 57-58.

ESTE MARGHERITA, vedi FARNESE MARGHERITA

Modena 1644-Parma 20 agosto 1684
Figlia di Francesco e di Maria Farnese. Sposò il duca di Parma Ranuccio Farnese, rimasto vedovo della sorella. L’Este, che fu priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode in Parma, ebbe due figli, Francesco e Antonio. Quest’ultimo successe al padre e con lui si esaurì la dinasta Farnese. L’Este fu solo una pallida ombra del marito e di lei poco è stato scritto, forse anche a causa della sua breve esistenza.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 48; Malacoda 63 1995, 55-56.

ESTE MARIA, vedi anche FARNESE MARIA

ESTE MARIA ENRICHETTA, vedi ESTE ENRICHETTA MARIA

Parma 603
Fu vescovo di Parma. Eresse di suo arbitrio e consacrò, in onta alla giurisdizione del vescovo Giovanni di Piacenza, una cappella od oratorio nella Diocesi vicina. Per tale fatto il papa Gregorio Magno scrisse anno ab ejus ordinatione XIII indictione VI, cioè nel 603, a Giovanni, suddiacono di Ravenna. Nell’ultima parte della lettera del Papa, che riguarda l’Esuperanzio, è detto: Indicavit etiam nobis quod quidam Exuperantius episcopus ausu temerario in diocesi ipsius oratorium construxerit, idque sine praecepti auctoritate contra morem praesumpserit dedicare, Missasque illic publicas celebrare non metuit. Quam rem cum summa te celeritate ac districtione convenit emendare ne ulterius tale aliquid attentare permittas. Oratorium vero quod ab incompetenti persona repereris esse constructum; huic cum proprio te volumus Episcopo, si res ut dictum est, ita se habere constiterit, sine mora aliqua reformare. Il Papa accenna nella prima parte della lettera che Giovanni si doveva incolpare di negligenza, se non gli fosse risultato dopo varie ricerche compiute che lo scritto non gli era pervenuto. Era quindi da qualche tempo che il vescovo di Piacenza si era rivolto al Papa, dopo la costruzione dell’oratorio, e forse avrà prima fatto qualche rimostranza all’Esuperanzio. È lecito allora ritenere che l’Esuperanzio fu vescovo di Parma forse già qualche anno prima del 603. Il Papa incaricò il suddiacono Giovanni di Ravenna di istituire con grande severità il giudizio e, quando l’oratorio si trovasse costruito da persona incompetente dal lato canonico in quanto eretto in territorio che ad altri apparteneva ecclesiasticamente, volle che senza indugio alcuno si desse ragione a Giovanni, vescovo di Piacenza. Quantunque la lettera di papa Gregorio Magno non indichi di quale diocesi fossero vescovi Giovanni e l’Esuperanzio, è tuttavia facile dedurlo. Il Cappelletti, per primo, da questa lettera ipotizzò che i due vescovi contendenti, soggetti a Mariniano metropolita e arcivescovo di Ravenna, fossero Giovanni di Piacenza e l’Esuperanzio di Parma. Osservando che Mariniano doveva giudicare della lite sorta tra due vescovi, le sedi dovevano essere confinanti, poiché si tratta di un diritto di giurisdizione. Basta allora osservare come si chiamavano i vescovi che nell’anno 603 reggevano le diocesi della metropoli ravennate: il vescovo di Piacenza è il solo di nome Giovanni e riesce allora evidente che l’Esuperanzio era il vescovo della Diocesi parmense, la sola della metropoli ravennate confinante con la piacentina.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 43-44; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

ETTORE, vedi VESCOVI BRUNO

Parma II/III secolo d.C.
Di condizione schiavile, publ(icus) disp(ensator) pec(uniae), fu dedicatario di un’epigrafe ritrovata nella zona occidentale della città di Parma, presumibilmente databile, per caratteri paleografici e contenutistici (hedera distinguens, formula D.M.), alla piena età imperiale. L’epigrafe fu posta dal ser(vus) Chrysevelpistus. Eucharistus è cognomen caratteristico di schiavi e liberti, scarsamente documentato in Cisalpina, presente in questo solo caso a Parma. I dispensatores, cioè cassieri, sempre di condizione schiavile, appartenevano tuttavia alla categoria dei servi ordinari, considerati superiori agli altri schiavi. Essi potevano essere al servizio di privati, degli imperatori o di membri della famiglia imperiale, nei vari rami dell’amministrazione dello Stato o anche al servizio della città, come probabilmente in questo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 89.

EUDEMO, vedi OLIVIERI DOMENICO

EUMANTE PALLENEO, vedi MELI LUPI CASIMIRO

EUMONTE, vedi PETTORELLI LALATTA FRANCESCO

EURIMO ASCLEPIADEO, vedi LIBERATI FRANCESCO ANTONIO

Fornovo-1531
Frate francescano. Venne inviato con altri missionari in Germania, ove lavorò con zelo indefesso. Il padre Marcellino, nella sua Storia delle Missioni Francescane, parlando della Provincia di Boemia dice: Essa fiorì da principio di uomini grandemente apostolici, quali furono, tra gli altri, il venerabile frate Eusebio di Fornovo nel parmigiano, zelantissimo apostolo contro l’eresia.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 440-441.

Parma prima metà del XVI secolo
Fu valente oratore e poeta latino assai lodato nel Musarum Viridarium Vaselli Venturini (Papiae, 1553). Ivi, al verso della carta 40, si legge questo epigramma a lui dedicato: Ad Eusebium Parmen. Bononiae Abb. humaniss. Si decus Acnidum, sacrae si gloria legis, Si in te migrarunt Tullius, atque Maro, Palladis Alcides, nitidae virtutis Achilles, Si Phoebi es Ductor, quid mea Musa caret? Quicquid Pierii Latices, Parnasia quidquid Serta ferunt, merito denique solus habes.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 651-652.

EUTIMENE ARTEMIDEO, vedi BAISTROCCHI NICOLA

Parma 1535 c.-1589 c.
Fu impiegato in un ufficio pubblico della Comunità di Parma. Si dedicò alla poesia latina: i suoi epigrammi furono spirituali, diretti a encomiare i suoi principi e i personaggi illustri e alcuni anche amorosi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 193.

EVARISTO DA BORGO TARO, vedi GATTI GIOVANNI

Parma 1004
Fu Conte di Parma nell’anno 1004.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 342.

Parma 1016
Fu Conte di Parma nell’anno 1016.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 342.

Parma 1042/1045
Fu Conte di Parma negli anni 1042-1045.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 342.

Parma 1068
Sacerdote e pittore ricordato in un’antica pergamena dell’Archivio di Stato di Parma (tra quelle che già appartenevano alle Monache benedettine di San Paolo). È del 17 aprile dell’anno 1068 e con essa Gisla, moglie di Bonizone, figlio del fu Alberto, di legge longobarda, donò all’Everardo, presbitero et pictore de civitate Parmae, dodici piedi e sette staia di terra lavorativa situata nel luogo di Maceria. È quello dell’Everardo il più antico nominativo pervenuto di un pittore parmigiano.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, II, 140 e Appendice, 21; M. Lopez, 19; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 161-162; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle arti parmigiane, 1911, 27; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 884.

Colonia-1085
Morto il vescovo di Parma Cadalo, subito Guiberto, che ambiva tenacemente al Vescovado di Parma (Interea Parmensis Guibertus parmensem mirabiliter ambiebat episcopatum), fingendosi pentito dei suoi delitti, si portò presso il re Enrico sperando nel suo aiuto. Ma ogni insistenza fu vana. Coll’intervento dell’imperatrice Agnese, ottenne invece da papa Alessandro II l’Arcivescovado di Ravenna. La sede vescovile parmense fu data nello stesso anno (1072) cuidam Everardo Coloniensi clerico, proposto da Annone, arcivescovo di Colonia (studio et favore Annonis). Se venne proposto da Annone a papa Alessandro II, dovette certamente nutrire principi contrari a quelli sostenuti da Cadalo, suo predecessore, lasciando sperare che di lì a poco il fuoco della discordia e dello scisma nella Diocesi di Parma si sarebbe spento. Berta da Berceto, badessa del monastero di San Paolo in Parma, prima di prendere il velo monacale offrì al monastero stesso alcune proprietà nella corte e castello di Collecchio. L’Everardo nel 1073 confermò la donazione insieme a tutte le altre proprietà da tempo donate al monastero e riconosciute dai suoi predecessori. Poiché il vescovo era allora anche Signore della città e del contado, l’Everardo fece anche opera di governo: eresse il suo tribunale tra il palazzo vescovile e la cattedrale e il 23 ottobre 1074 sottoscrisse l’atto di ricognizione fatto a favore del Vescovado e della canonica da Anselmo di Burgano, col quale cedette alquanta terra da lui goduta presso la sua casa posta tra le due chiese di San Marcellino e di Sant’Ambrogio. Scoppiato il durissimo scontro tra impero e papato per le investiture, l’Everardo si schierò tra i vescovi scismatici. Sul principio del 1079 un abate augense, debitore verso l’Everardo, mentre passava da Borgo San Donnino fu preso e imprigionato. Allora il papa Gregorio VII il 14 febbraio 1079 inviò all’Everardo una lettera. Scrive il Papa: Diu est quod te pura mente et sincera charitae dileximus. Sed quod Abbatem ad nos venientem, et ad sanctam Synodum properantem cepisti et non aequam vicem dilectioni nostrae reddidisti. Magnum quidem facinus et officio tuo indignum, cuius nescio jussu, vel instinctu contra talem virum praesumpsisti, si quid tibi deberet tamen quia ad nos veniebat, teneri non meruit. Gli ordinò perciò, appena ricevuta la sua lettera, che lo si conducesse con onore alla contessa Matilde. Lo sospese inoltre dall’esercizio degli uffici vescovili fino a che non si fosse recato da lui a Roma. Nel caso non avesse concesso la libertà all’abate catturato, gli interdisse l’ingresso in chiesa. Fu di fatto interdetto. Ciò bastò all’Everardo perché si dichiarasse apertamente avverso al Pontefice e si unisse a suoi nemici, tra i quali l’arcivescovo di Ravenna, Guiberto, il quale, dopo essersi schierato con Enrico e i Tedeschi, aveva sollevato i vescovi di Lombardia. Re Enrico, dopo le vittorie ottenute combattendo contro Rodolfo, su invito di Huzmann vescovo di Spira, convocò a Bressanone un conciliabolo: il 25 giugno 1080, si venne all’elezione di un antipapa nella persona di Guiberto arcivescovo di Ravenna. Primo a sottoscriversi fu il cardinale Ugo e, tra i vescovi, l’Everardo: Everardus episcopus parmensi subscripsi. Subito dopo gli scismatici si rivolsero contro la contessa Matilde di Canossa, che manteneva armate le sue genti a favore di papa Gregorio VII. A tale scopo Gandolfo, vescovo di Reggio, radunò nella città le sue milizie e l’Everardo sollevò le sue genti della città e del contado, nominando suo gonfaloniere Bosone, conte di Sabbioneta. Tutti i suoi vassalli impugnarono le armi: Ugo di Ottuino, Alberto di Gerardo dei Baratti, il vice conte Ingezone, Ribaldo, avvocato, con il fratello Tedaldo e Agicardo vice domino. A condottiero supremo fu scelto il marchese Oberto, della stirpe e discendenza di Oberto marchese e conte di palazzo, genitore di quell’Oberto che si disse Pelavicino. Scrive nel suo poema Donizone: Urbibus ex multis cives hoc tempore multi Insimul armati clypeis et equis falerati, Principe cum celso prudenti prorsus Oberto Ducunt Parmensem, Reginum Pontificemque, Romam tam fortes aiunt se pergere posse. Hi luctatores ibant pro Regis honore Terras vastantes circumcirca peragrantes. Audaces tandem terram Mathildis amantes Intrant credentes ipsam vastare repente. L’armata avanzò sulle terre della Contessa e verso la metà di ottobre superò le resistenze opposte a Volta Mantovana. Intanto re Enrico, che si era disfatto di Rodolfo, calò in Italia con l’esercito intendendo portare con l’antipapa la guerra a Roma. Giunse a Parma, ove si fermò più giorni nel dicembre del 1081 presso l’Everardo. A Parma convennero il patriarca di Aquileja, Alberto vescovo di Novara e altri prelati, il marchese Alberto, figlio del marchese Oberto, Bosone, gonfaloniere dell’Everardo, Anselmo e Uberto, conti di Sospiro, e parecchi altri condottieri. Nello stesso palazzo vescovile di Parma re Enrico giudicò alcune controversie con l’intervento dei giudici di palazzo e alla presenza dell’Everardo. Il 3 dicembre 1081 l’Everardo, preses ipsius Parmensis Episcopi et comitatus, con sua sentenza assicurò ai canonici del Duomo di Parma il possesso della corte e del castello di Madregolo. Alcuni giorni dopo, il 14 dicembre, rimise la corte e il castello del Pizzo al Capitolo per mezzo del marchese Alberto, purché mai più detta proprietà fosse consegnata ai signori da Cornazzano, ribelli della fazione scismatica. In questo stesso anno 1081 l’Everardo confermò le donazioni di terre poste in diversi luoghi del contado fatte al Capitolo dal canonico Alberto. Inoltre corroborò con privilegi i possessi donati alla canonica di Parma nella villa del Crostolo, in Gaiano presso Castellare, in Moletolo, a Vicosambulano e in altri luoghi. Guiberto il 31 marzo 1084 si fece incoronare nella Basilica Vaticana da vescovi deposti o scomunicati e poi pose il diadema imperiale sul capo di Enrico e di sua moglie Berta. I Parmigiani e i Reggiani, inebriati dai successi dell’Antipapa, radunarono in uno sforzo supremo tutte le loro forze e vollero portare nelle terre della contessa Matilde di Canossa una guerra che fosse decisiva. Accompagnarono il marchese Oberto, condottiero in capo delle squadre militari, i due vescovi di Parma e Reggio, i vassalli e tutti i loro sudditi. Dopo aver predato il paese fin presso Sorbara, si incontrarono con l’esercito matildico il 2 luglio. La battaglia fu aspra e sanguinosa da entrambe le parti ma infine le armi di Matilde di Canossa prevalsero e inflissero una tale rotta che generò la fuga degli avversari. Il marchese Oberto restò ferito gravemente in combattimento e l’Everardo cadde prigioniero (Ebrardus Praesul Parmensis captus habetur). Bertoldo di Costanza racconta che tra i prigionieri si trovarono sei capitani e cento soldati e cinquecento cavalli, armi e tende furono preda della Contessa vittoriosa. L’Everardo morì di peste, in prigionia, nell’anno 1085.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 131-136; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

 

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