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Dizionario biografico: DeMaldè-Du Tillot

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DE MALDÈ  - DU TILLOT

Salsomaggiore 1943-Parma 29 dicembre 1972
Lasciò versi bellissimi che ne testimoniano lo spirito raffinato e la sensibilità artistica, troppo presto però troncata dalla malattia (la De Maldè morì neanche trentenne, il giorno dopo aver ricevuto la notizia di aver vinto il terzo premio al concorso San Valentino). Il suo lirismo, nel contrasto tra la gioia, la volontà di vivere e la malinconia, data dalla sofferenza nel corpo e dalla perdita del contatto con le cose belle della vita e con la natura in tutte le sue sfumature e le sue stagioni, è rappresentato e racchiuso nei versi di Dietro ai vetri, titolo della raccolta delle sue poesie. È una poesia che sembra risolversi tutta in un bisogno di coralità (l’insistere sui temi della natura) ma subito si rifugia nell’intimismo e si ritrae in solitudine per ascoltare le voci dello spirito e del cuore. Furono numerosissimi gli allori nazionali, seppure in concorsi minori, vinti dalla De Maldè: dal 2° premio nazionale di Poesia contemporanea, al 3° premio nazionale San Domenichino e oltre trenta quelli assegnati alla memoria, tra cui il 2° premio assoluto al concorso internazionale Sicilia 80, assegnato per il volume di poesie già ricordato.
FONTI E BIBL.: F. Bacchini, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1998, 27.

Borgo San Donnino 28 gennaio 1912-Quasquazzè 14 marzo 1936
Nato da Ciro e da Emma Rossi. Dal 1930 entrò a far parte dei Fasci Giovanili di combattimento e quindi, il 3 aprile 1934, passò nella M.V.S.N. Quando nel febbraio del 1935 si costituì a Fidenza il Battaglione Volontari della 74ª Legione, egli fu uno dei primi che domandò di essere inviato a combattere in Africa Orientale. Ottenuto l’arruolamento, salpò da Napoli nel settembre successivo con la 2ª Divisione Camicie Nere 28 Ottobre (180ª Legione, 174° Battaglione). In Africa Orientale si distinse subito per il coraggio. Durante la grande battaglia del Tembien (27 febbraio 1936), quando i legionari italiani sostennero con valore l’incalzare delle preponderanti truppe abissine, il Demaldè venne ferito da una scheggia di pallottola. Ricoverato all’ospedale da campo n. 477, decedette due settimane dopo per sopravvenuta malattia. Fu sepolto nel cimitero militare di Asmara. Fu decorato della croce di guerra al valor militare, con la seguente motivazione: Caduto ferito in combattimento, con spirito di sacrificio ed alto senso del dovere, incitava alcuni compagni accorsi in suo aiuto a disinteressarsi di lui e di proseguire nell’attacco.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’Impero, 1937, 245.

Busseto 3 novembre1781-Busseto 12 settembre 1856
Compì gli studi ecclesiastici nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino e fu ordinato sacerdote a Parma nel 1814 dal vescovo Carlo Francesco Caselli, essendo vacante la sede episcopale di Borgo San Donnino. Ricoperti nella Diocesi borghigiana incarichi di importanza e responsabilità, venne nominato il 16 marzo 1845 prevosto di Busseto quando già il vescovo Giovanni Neuschel, il 28 febbraio precedente, l’aveva associato al proprio governo come vicario generale. A questa attività in seguito rinunciò per dedicarsi interamente alla cura della sua parrocchia, dove morì, lasciando alla collegiata una ricchissima continenza ricamata in oro, una palmatoria d’argento e una pianeta violacea di notevole pregio. La sua salma ebbe sepoltura nell’oratorio di Sant’Anna del cimitero di Busseto.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 133; G. Carrara Verdi, in Biblioteca 70 1970, 5-10.

Busseto 31 dicembre 1795-Busseto post 1839
Detto Finola o Finone, fu cassiere del Monte di Pietà e di Abbondanza di Busseto. Fu mutilato della gamba sinistra. In rapporto con personalità dell’ambiente governativo di Parma, scambiò con esse notizie politiche e amministrative. Fu amico di Pietro e di Giuseppe Piroli (quest’ultimo, coetaneo e condiscepolo di Verdi, diventò senatore del Regno d’Italia) e di Lorenzo Molossi e trattò ampiamente con essi delle comuni aspirazioni alla libertà e alla indipendenza nazionale. La sua grande passione, però, fu la musica. Egli stesso fu un buon suonatore di contrabbasso e fervido affiliato alla Società Filarmonica. Intimo di Antonio Barezzi, riconobbe con lui nel ragazzo Verdi il genio nascente, cui ottenne, come cassiere, la borsa di studio del Monte. Si batté in seguito per il concorso al posto di maestro di musica e istruttore della gioventù, essendo escluso dal Sovrano Rescritto del 25 giugno 1835 quello di Maestro di Cappella. Stende nelle sue lettere una cronaca viva (anche se non proprio spassionata) degli anni 1834-1836, anni esaltanti per i musicofili bussetani. Esultò per la vittoria del giovane Verdi, tramandando, nella sua lettera del 3 marzo 1836, il giudizio di Giuseppe Alinovi, presidente della Commissione giudicatrice del concorso: Verdi ha tanta scienza da fare il Maestro a Parigi, a Londra, nonché a Busseto. Accompagnò con consigli i difficili avvii teatrali di Verdi stesso, il quale, il 22 aprile 1839, annunciò proprio al Demaldè la prima timida ma fondata speranza: Il mio spartito (si tratta dell’Oberto conte di San Bonifacio) è ancora impacchettato, ma però non dorme. In segreto le dico queste poche parole: Si eseguirà forse al Teatro la Scala con Moriani, Ronconi, la Strepponi e la Kemble. Non posso assicurarlo, ma sperarlo. Assistette di persona al trionfo del Nabucco, seguì costantemente l’ascesa gloriosa di Verdi e ne scrisse una prima sommaria biografia (Cenni biografici, 1853). Conservò nel cuore una profonda ferita: la soppressione delle musiche in tutte le chiese del Comune di Busseto, in seguito al Sovrano Rescritto del 29 agosto 1835 e per questo non rinunciò a battersi per ottenere la revoca dell’ordine tassativo.
FONTI E BIBL.: Biblioteca 70 1 1970, 5-6.


Parma 22 marzo 1867
Fu volontario nell’esercito regolare nella guerra d’Indipendenza del 1866.
FONTI E BIBL.: Il Patriota 23 marzo 1867, n. 81; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 405.

Parma 1838/1870
Fu allievo dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Dal 1838 al 1870 figurò al Salone di Parigi, specialmente con ritratti, genere da lui preferito. Il Museo di Besançon conserva il suo Ritratto del marchese di Grammont e quello di Château-Thierry il Ritratto della signora Adelina Gardon, detta Rossa.
FONTI E BIBL.: A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1002.

DE MANARA, vedi anche MANARA

Vercelli 1837-1894
Fu professore all’Università di Parma e direttore della Scuola di veterinaria.
FONTI E BIBL.: F. Negrini, in Annali Università di Parma 1895, 87-89; F. da Mareto, Indice, 1967, 310.

ante 1925-Parma 22 dicembre 1976
Oltre che socio fondatore, fu il primo Presidente della Famija Pramzana. In quella carica seppe infondere con intelligenza, entusiasmo e amore lo slancio di fervido assertore e custode della parmigianità nella tradizione, nella cultura, nell’arte e nella civile solidarietà. Si può a buon ragione considerare una delle figure di rilievo del teatro parmense. In gioventù fu attore in lingua presso la Filodrammatica Città di Parma, nella quale ricoprì la carica di vice direttore artistico. Intuì le doti di Emilia Magnanini e la introdusse nella compagnia de La Risata dei fratelli Clerici. Entrò anch’egli nel complesso dei due capocomici, contribuendo, con le caratteristiche della sua recitazione, ai primi successi. Sul palcoscenico ebbe momenti felici: fu ricordato a lungo per aver creato il tipo del vecchio garibaldino soffocato dalla bronchite, nella commedia Al pramzan c’mè l’è, e, per questo, fu definito scherzosamente generico caratterista con tosse. Autore dalla fertile penna, scrisse alcune commedie per il teatro parmigiano e, insieme a Giulio Clerici, realizzò il progetto di una commedia in tre atti, La rozäda ed San Zvan, primo lavoro prettamente parmigiano che raccoglie tutte le caratteristiche dell’ambiente e ne interpreta lo spirito. Ridusse per il teatro vernacolo alcuni riuscitissimi lavori, ambientandoli con maestria in terra padana. Tra le sue opere teatrali, oltre alla già ricordata Rozäda, va citata in particolare la commedia in un atto L’amor al la vol ‘d venta, scritta in dialetto, ma in versi martelliani, vero gioiello della produzione teatrale dialettale parmigiana. Nella sede della Famija Pramzana tenne a battesimo la prima lettura non ufficiale della commedia Al Marches Popò di Renzo Pezzani. Curò le seguenti commedie e riduzioni teatrali: Cosi ch’succeda, due atti in collaborazione con Giulio Clerici (1931), Crispè impiegä, un atto (1931), Levra e fasan, un atto (1932), La rozäda ed San Zvan, tre atti in collaborazione con Giulio Clerici (1938), La fiastra balaren’na, tre atti, riduzione (1933), Un velion al Regio, tre atti, riduzione (1933), Daj a col can, tre atti, riduzione (1934), I fratelli Castiglioni, tre atti, riduzione (1935), La banda ed Bogles, tre atti, in collaborazione con Giulio Clerici (1938) e L’amor al l’ha vol d’venta, un atto (1956).
FONTI E BIBL.: R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 141; G.C. Mezzadri, in Al Pont ad Mez 1999.

Parma 8 marzo 1837-1909
Figlio di Giuseppe e Brigida Mantovani. Nato da nobile famiglia originaria del Piemonte, abbandonò affetti e lavoro per partecipare alle campagne garibaldine del 1860-1861. Combatté sul Volturno e per la sua tenacia di combattente fu chiamato dai superiori e commilitoni col soprannome di Gamba di ferro.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 63.

DE MARMITTI, vedi MARMITTA

DE MARUMITI FRANCESCO, vedi MARMITTA FRANCESCO

DE MASOLINI GIACOMO ANTONIO, vedi DELLA TORRE GIACOMO ANTONIO

DE MENDOZZI SAGRAMORO, vedi SAGRAMORI SAGRAMORO

Parigi 6 ottobre 1830-post 1894
Mezzosoprano-contralto. Figlia di primo letto della prima-donna Josephine De Meric, poi sposatasi con Timoleone Alexander, crebbe inizialmente a Parma. Partita da Parma in ancor giovane età, fu allieva di Rossini a Bologna prima e a Parigi dopo. Fece una splendida carriera e si affermò giovanissima. Cantò nell’estate del 1847 nella Sonnambula di Vincenzo Bellini. il suo nome comparve sulle scene internazionali fin dal 1849, anno in cui venne scritturata al Covent Garden di Londra (Linda di Chamounix) dove riapparve anche la stagione seguente (Donna del Lago, Gazza ladra, Lucrezia Borgia e Semiramide). Scritturata poi dall’impresario Mapleson, cantò al Her Majesty’s Theatre tra il 1860 e il 1870, prendendo anche parte alle tournée nelle province britanniche assieme a cantanti affermati quali Mario e la Grisi. Nel contempo fu presente al Teatro Imperiale di Pietroburgo dove cantò per dieci stagioni consecutive. Verdi la conobbe in quella città, la scelse per cantare la parte di Preziosilla sia nella capitale dell’Impero russo che a Madrid e rinnovò poi per lei la parte di Azucena nel Trovatore. In Italia la si trova per la prima volta al Teatro Grande di Trieste nel 1853 (Cenerentola, Capuleti e Montecchi, Rigoletto, Semiramide) e nel 1861 al Teatro Regio di Torino nel Trovatore. In Spagna, al Teatro del Liceo di Barcellona, fu presente nelle stagioni 1861-1862 e 1863-1864. Ritornò poi al Covent Garden di Londra tra il 1871 e il 1873. Ebbe una lunghissima carriera: ancora nel 1882, varcata la cinquantina, prese parte con successo alle quattro recite del Trovatore nella stagione straordinaria organizzata al Teatro Regio di Parma dal tenore Italo Campanini: Il pubblico subito riconobbe l’artista coscienziosa, piena di intelligenza. La sua interpretazione di Azucena era quale da tempo non s’era vista da noi; si mostrò attrice somma. Campanini aveva cantato con lei varie volte all’Academy of Music of New York e la fece scritturare anche l’anno seguente nella stagione di inaugurazione del Metropolitan, dove la De Meric cantò in Traviata, Faust, Sonnambula, Barbiere di Siviglia, La Gioconda e Don Giovanni nella compagnia creata da Abbey. La De Meric ritornò la stagione successiva con Mapleson e fece parte del cast della tournée americana che percorse tutta l’America settentrionale da New York a San Francisco e ritornò con un numero incredibile di spettacoli. Nel 1885-1886 fu ancora attiva all’Academy of Music di New York e nel luglio 1887 fu presente anche nell’ultima stagione inglese organizzata da Mapleson cantando al Drury Lane nel Barbiere di Siviglia con la Patti, Niccolini e Del Puente. Prese poi parte al giro delle province britanniche che toccò i teatri di Dublino, Cork, Liverpool e Manchester. Addirittura a quasi settant’anni, il 2 febbraio 1894, la De Meric cantò al Metropolitan di New York nella parte di Marta nel Faust di Gounod. Nella lunga carriera cantò anche ospite nelle principali corti d’Europa e fu insignita di una onorificenza dallo zar di Russia. Sposò Nicola Lablache, figlio del celebre basso Luigi. Ebbe una figlia, Louise Lablache, pure lei mezzosoprano, che percorse una buona carriera.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 8; C. Alcari; Bollettino verdiano; P.E. Ferrari, Gli spettacoli, 25, 130 e 167; Klein; Levi; Mapleson; Seltsam; Virella; Cronologia del Teatro Regio di Parma; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 284; M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1846, 159-160; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 31 gennaio 1982, 3.

DEMERIC o DEMERY EMILIA, vedi DE MERIC EMILIE

Parma II/IV secolo d.C.
Fu dedicataria, insieme a Pescenia Paulina e Sertoria Tert[ia], di un’epigrafe posta da C. Valerius Aeclanius. La parte del nomen che rimane, metria, è forse integrabile in [De]metria, anche se la lettura lascia perplessi, in quanto Demetria si trova usato raramente come gentilizio. Hermonina, forse riconducibile alla gens Hermonia, è un unicum, anche nella forma maschile, per la quale si trova tuttavia Hermonianus.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 86.

DE MODII, vedi MOGGI

DE MOILI, vedi MOILE

Tizzano Val Parma 1894/1912
Soldato dell’Arma d’Artiglieria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Esponendosi arditamente al fuoco nemico cooperò a ritirare al sicuro della linea di combattimento un pezzo da montagna rimasto sprovvisto di serventi per le perdite subite dalla sezione (Derna, 3 marzo 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Sorso 13 febbraio 1923-Parma 21 settembre 1980
Visse a Parma dal 1947 e vi frequentò gli ultimi anni della facoltà di medicina e chirurgia laureandosi nel 1950. Da quella data ebbe inizio la sua attività di ortopedico e traumatologo, che svolse presso la Clinica ortopedica dell’Università di Parma. Autore di una sessantina di pubblicazioni scientifiche nel campo dell’ortopedia e della traumatologia, il De Montis diede i contributi più originali nell’ambito dei problemi posti dalle lesioni traumatiche dell’apparato locomotore e sullo studio con indagini, sia sperimentali sia cliniche, delle infezioni osteo-articolari e dei più idonei e moderni trattamenti. Un altro importante settore oggetto delle sue ricerche fu lo studio, mediante metodiche angiografiche, della patologia ossea, con particolare riguardo per quella tumorale. Nel 1958, il De Montis conseguì la docenza in clinica ortopedica. Il 1° giugno 1970 fu nominato primario di ruolo della II Divisione ortopedica e traumatologica dell’Ospedale di Parma. Prima di assumere il suo impegnativo ruolo avvertì l’esigenza di migliorare e approfondire le sue conoscenze recandosi per un lungo periodo di studio e di lavoro in Francia, presso la clinica ortopedica dell’Università di Parigi, diretta dal professor Judet, con il quale successivamente conservò rapporti professionali e di amicizia. In qualità di responsabile della II Divisione ortopedica, il De Montis ebbe modo di rivelare al massimo le sue doti umane, le notevoli capacità organizzative e la sua totale dedizione ai problemi assistenziali. Fu sepolto a Sorso, in provincia di Sassari.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 settembre 1980, 4.

DE MOYLE o DE MOYLI o DE MOYLLE o DE MOYLLI o DE MOYULE o DE MOYULI, vedi MOILE

DENA, vedi PELIZZI BRUNO

DE NAZARI ANTONIO, vedi AZARI ANTONIO

DENTI GHERARDO, vedi CORREGGIO GHERARDO

Borgo San Donnino 15 marzo 1910-Parma 11 settembre 1992
Figlio di Dante. Partecipò alla campagna militare di Spagna e alla guerra d’Africa, concludendo la sua esperienza bellica come capitano a Firenze nella divisione paracadutisti Folgore. Fu avvocato penalista assai noto. Collaborò a lungo col Numero Unico di Fidenza, tenendo una sua rubrica graffiante e molto letta. Negli anni Cinquanta il Denti dedicò alla rivista Aurea Parma diverse sue ricerche, tra cui una storia di Fidenza in quattro puntate. Sempre negli anni Cinquanta si impegnò anche in politica con il partito socialdemocratico, tenendo in piazza i suoi comizi, vere e proprie arringhe (come i suoi interventi in Consiglio comunale). Fu direttore, per diversi anni, del Museo del Risorgimento di Fidenza, succedendo nell’incarico a Nullo Musini, che lo aveva fondato. In occasione della riorganizzazione del Museo stesso, negli anni Sessanta, fece dono all’Amministrazione comunale di preziosi documenti sulla guerra di Spagna e il periodo del fascismo in Italia, contribuendo in modo determinante al completamento del percorso storico dell’epoca. Come ex combattente (Capomanipolo della 180ª Compagnia Mitragliatrici Pesanti, Divisione 28 Ottobre) su tre fronti, fu pluridecorato. Ricevette infatti due medaglie di bronzo al valor militare, con le seguenti motivazioni: In cinque combattimenti seppe mantenere l’entusiasmo e lo spirito aggressivo dei propri dipendenti dando prova di coraggio e di sprezzo del pericolo. Di propria iniziativa, durante una fase particolarmente difficile del combattimento si lanciava all’attacco in testa al proprio plotone, riuscendo a mettere in fuga l’avversario (Asgheb Tzelà e Debra Amba, 21 gennaio; Monte Lata, 22 gennaio 1936); Dopo violento combattimento contro forze soverchianti nemiche, incaricato di ricuperare un carro armato che era rimasto nelle linee avversarie e di riconoscere il terreno del combattimento, si spingeva arditamente in avanti alla testa del proprio plotone, ricuperava la salma del tenente carrista e, disponendo i propri uomini alla difesa della zona ove trovavasi il carro, ne permetteva il ricupero. Rientrava dopo aver assolto con ardimento e intelligenza il proprio compito, portandosi due mitragliatrici ed altro materiale bellico, che il nemico aveva abbandonato sul campo. Esempio di militari virtù, sprezzo del pericolo e di intelligente ardimento (Nord Alcano, 26 dicembre 1938). Quale storico e cultore di memorie storiche fu membro della Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 settembre 1992, 21; Aurea Parma 3 1992, 288.

Parma ante 1838-post 1856
Flautista, il 5 aprile 1838 suonò nell’intermezzo di una commedia al Teatreo Ducale di Parma una Grandiosa e brillante Fantasia di Luigi Savi e un Gran capriccio sull’aria Questi due verdi salici dei Briganti di Mercadante. Vi ritornò l’8 febbraio 1839 in un’accademia vocale e strumentale. Nel febbraio 1842 fu nominato primo flauto della Ducale Orchestra di Parma (lo Stocchi riporta invece che l’assunzione avvenne nell’aprile quale flautista aggregato). Nel 1856 era ancora in servizio, in quanto a quella data nell’Archivio storico comunale di Parma vi è una sua domanda per un aumento della paga serale.
FONTI E BIBL.: Inventario, 1992, 177, 214, 318, 400; Negri; Stocchi.

Genova 1728-1815
Del Dentoni si hanno le prime notizie nel 1756, anno in cui terminò il triennio di medico assistente all’ospedale della Misericordia di Parma. Per tale carica si impiegava un laureato rivalidato, cioè riconosciuto dal Protomedico sufficiente ad assumere da per sé solo la cura degli infermi. Successivamente, dal 1757 al 1765, fu medico straordinario, ma già nel 1758 sottomise una supplica al Sovrano di Parma per essere incaricato della cattedra di anatomia. Su richiesta dell’allora primo ministro Roberto Rice, il Protomedico scrisse: il merito che il supplicante s’è fatto nell’ospedale della Misericordia e nelle dissertazioni accadmiche e osservazioni anatomiche lo rende certamente degno della grazia che implora, siccome ne assicura, ch’egli abbia da corrispondere pienamente ai suoi doveri nell’Università degli Studi. Nel 1771, per l’uso sempre osservato di far succedere per ordine d’anzianità di servizio ai medici ordinari li straordinari, da secondo medico ordinario diventò primo. Nell’Archivio di Stato di Parma sono conservati i bollettini sulla malattia della Principessa Luigia figlia di don Ferdinando, redatti dal Dentoni e perciò sicura testimonianza di una sua attività anche a Corte. Il Dentoni, attivo nella pratica ospedaliera come nell’insegnamento universitario e sempre presente alle riunioni dell’accademia e a Corte, non fu collegiato. Nell’ultimo decennio del secolo raggiunse il culmine della carriera coprendo le cariche di preside della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Parma e di protomedico.
FONTI E BIBL.: C. Cropera, La facoltà medica parmense, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1985, 155.

Parma 21 gennaio 1892-Parma 15 ottobre 1965
Figlio di Eugenio e Anna Manara. Si arruolò a diciotto anni nell’Arma dei carabinieri. Ben presto, con il grado di brigadiere, assunse il comando di vari presidi della zona emiliana. Nel 1918 si arruolò in fanteria. Durante la ritirata di Caporetto, venne fatto prigioniero. Liberato, ritornò in patria, quindi partecipò alla guerra d’Africa. Dopo aver combattuto sul fronte francese, l’8 settembre 1943 venne fatto ancora prigioniero e tradotto in Germania. Due anni dopo ritornò a Parma e, con il grado di tenente colonnello, fu in servizio presso il distretto. Morì in seguito a incidente stradale.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 119-120.

D’ENZA SIMONE, vedi ENZA SIMONE

-Parma 954/959
Nei primi mesi del 945 la Chiesa parmense riconobbe come suo pastore il Deodato. Infatti, se fosse stato Sigefredo ancora vescovo di Parma qualche tempo dopo il suo ritorno da Costantinopoli, non vi sarebbe stato motivo di sostituire nel placito del conte Sarilone il nome di Sigefredo nell’altro del suo successore Deodato. Comunque, il primo documento in cui il Deodato è sicuramente vescovo di Parma è datato 19 gennaio 947. Lotario, che ebbe grande stima del Deodato (lo chiama dominus Deodatus venerabilis presul nosterque per omnia dilectus fidelis), donò, in seguito alle sue preghiere, al fedele Luidone la corte di Baiano e tre corti e un campo nel contado parmense (19 gennaio 948, Pavia). Lo stesso anno, il 14 di giugno, Lotario concesse in dono al Deodato, passando da Parma, le tre corti di Guilzacara, nel Modenese, di Nirone, sull’alto Appennino, e di Roncaria, posta in riva dell’Enza (acquistata quest’ultima dalla regina Alda, sua madre, e da lei lasciata in eredità alla Chiesa parmense). Lotario non ebbe vita molto lunga e si vuole che Berengario, marchese d’Ivrea, lo abbia tolto di mezzo col veleno per usurpare, come avvenne di fatto, la corona d’Italia che divise insieme al figlio Adalberto (15 dicembre 950). Berengario perseguitò anche la vedova, regina Adelaide, e poiché quest’ultima si era rifugiata presso Adalberto Atto, Signore del castello di Canossa, Berengano si portò con grande numero di genti armate nel contado reggiano. Ma il Signore di Canossa lo tenne a bada e nel frattempo chiamò in Italia Ottone, re di Germania, il quale, accompagnato da molte forze, sventò gli apparati bellici di Berengario. Mentre in Italia vi era chi parteggiava per Ottone e chi sosteneva Berengario, i Parmigiani sin dal principio aderirono al partito di Ottone, tanto che costui operò in favore dei canonici di Parma, confermando loro il possesso di Sabbione e di Marzaglia, Pomponiano e Coriatico, il 6 febbraio 952. Ottone radunò un sinodo in Augsburg il 7 agosto 952, ove si condusse anche il Deodato, che ne sottoscrisse gli atti. In quella sede si trattò della disciplina ecclesiastica e si discusse della situazione italiana, determinando che Ottone avrebbe lasciato libero a Berengario il governo d’Italia sotto certe condizioni. L’anno dopo certamente il Deodato era ancora vescovo di Parma. Infatti è così ricordato: ubi nunc domnus Deodatus episcopus esse videtur in castro Gavaciola (maggio del 953, nell’atto di donazione che la contessa Leigarda, figlia del fu Vuifredo conte, fece alla canonica di Parma di alcuni beni posti nel contado parmense nel luogo detto Cornitulo). È questo l’ultimo documento relativo al Deodato. Che nella Dieta convocata in Milano nella seconda metà del 961 si trovasse il Deodato (come afferma il Bordoni) non è possibile giacché sin dal febbraio di quell’anno fu vescovo di Parma Uberto, suo successore. Il Deodato visse forse sino al principio del 960, ma potrebbe anche essere che tra il 953 e il principio del 960 altri occupasse la sede vescovile di Parma, non potendosi facilmente spiegare una lunga vacanza di sette anni.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 85-87; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 237.

DE ODI ANTONIO, vedi ODDI ANTONIO

DE OGNA ELENA, vedi BARBORINI ELENA

DE OLLI, vedi DELLE OLLE

DE PALUDE, vedi DELLA PALUDE

DE PANOCCHIA o DE PANOCHIA, vedi PANOCCHIA

Parma 30 giugno 1792-Parma 25 maggio 1879
Nato da famiglia di modesta condizione sociale, fu comunque avviato agli studi: coltivò con amore e profitto le lettere e le discipline filosofiche. Ammesso tra gli alunni del Seminario di Parma, fiorente di abili istitutori per le cure illuminate del cardinale Caselli, il De Paoli fu addottorato in scienze teologiche. Nominato sacerdote nel 1829, si distinse ben presto per l’efficacia della parola e l’esempio di una vita integerrima. Fece parte delle amministrazioni degli istituti di beneficenza Carità di San Filippo Neri e Venerando Consorzio dei Vivi e dei Morti di Parma. Luisa Maria di Borbone, reggente degli Stati parmensi, nel 1854 lo nominò consigliere ordinario della Corona e nell’anno 1857 lo propose al papa Pio IX quale vescovo di Borgo San Donnino, cattedra resasi vacante per la morte di monsignor Pier Grisologo Basetti. Il De Paoli declinò però l’episcopato. Fu dottore collegiato e rettore della parrocchia di San Tommaso in Parma. Nel primo anno del suo ministero parrocchiale restaurò e abbellì la chiesa, in parte utilizzando un legato lasciatogli dal proprio predecessore e in parte intervenendo a proprie spese. Negli anni successivi arredò la chiesa di ricchissimi paramenti e argenterie.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 74-75; Aurea Parma 2 1950, 128.

DEPAOLI ANTONIO, vedi DE PAOLI ANTONIO

Parma 17 luglio 1835-25 ottobre 1910
Figlio di Antonio e di Teresa Piazza. Nato da famiglia di modeste condizioni economiche, ebbe intelligenza viva e percorse una carriera scolastica così brillante che il padre poté vederlo, a soli diciassette anni (1852), impiegato soprannumerario nella Corte dei Conti di Parma, in cui lui era portiere. Il De Paoli fu, tra la fervida gioventù universitaria, un ardente patriota. Partì da un patriottismo ancora municipale quando, nel 1855, propose ai condiscepoli universitari di porre, a loro spese, nell’Aula Magna universitaria di Parma, le erme in scagliola degli illustri parmensi. Fu accolto tra gli scrittori de L’Annotatore, che andava seguendo con prudenza l’evolversi della situazione politica e si preoccupava di portare il paese verso nuove forme istituzionali, ma senza scosse e violenze e senza cedere o lasciarsi soverchiare dagli estremismi repubblicani. Ne L’Annotatore del 17 febbraio 1859, ancora prima che cominciasse la campagna franco-piemontese contro l’Austria, il De Paoli promosse, quale segretario della Società parmense di Lettura, una sottoscrizione per un monumento a Dante: iniziativa che, in quel momento, rivestiva un indubbio significato patriottico. Ancora migliore misura di sé dette il 9 giugno 1858, quando, tra il popolo che voleva le armi e le truppe che sparavano ai manifestanti asserragliate nel Palazzo Ducale, fu parlamentare del nuovo governo al generale Crotti, capo delle milizie ducali rinchiuse nella Cittadella. Da lì si erano già puntati i cannoni sulla città, sicché a fatica s’indussero tutte le milizie a ritirarsi, durante la notte, verso Mantova. Segretario del Governo provvisorio prima, il De Paoli divenne poi segretario del gabinetto del conte Pallieri, governatore del Re di Sardegna. Fu quindi segretario del Giornale Ufficiale, segretario alla Presidenza dell’Assemblea Parmense e segretario in Parigi alla Deputazione dell’Assemblea Parmense a Napoleone III. Per decreto dittatoriale, compilò il volume I Borboni di Parma nelle leggi e negli atti del loro governo dal 1847 al 1859, aspra requisitoria che risente della faziosità polemica dei tempi. Nel luglio 1861, partì con il Cantelli per Napoli, quale segretario nel gabinetto della luogotenenza, ma vi rimase solo poco più di un mese. Successivamente il De Paoli fondò l’Archivio di Stato di Roma, fu cancelliere della Consulta Araldica del Regno e collaborò affinché gli Archivi di Stato passassero alle dipendenze del Ministero dell’Interno, quindi fu capo della divisione VI dello stesso Ministero. Nel 1885 rintracciò i documenti che costrinsero il principe Borghese a riaprire al pubblico Villa Borghese. Lasciò parecchie pubblicazioni di carattere tecnico.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1950, 124-129.

San Martino Sinzano 1831/1850
Fu ispettore scolastico del Comune di San Martino Sinzano, sindaco nel 1831, 1844 e 1850, podestà nel 1859 (cfr. la Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma).
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 7 1985, 81.

DE PAOLI, vedi anche PAOLI

DE PICI DAMIANO, vedi PIZZI DAMIANO

Parma 1670
Archietto civile, ingegnere e scrittore attivo nell’anno 1670.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VII, 1821, 295.

DE PINAZOLI SIGISMONDO, vedi PINAZZOLI SIGISMONDO

DE PINCHELINO UBALDO, vedi PINCOLINI UBALDO

DE PINCOLINO ENRICO, vedi PINCOLINI ENRICO

DE PIZZINALI, vedi BONAZZI GIACOMO

DE PLETA DAMIANO, vedi PIETI DAMIANO

DE POR o DE PORI o DE PORRI, vedi PORRI

DE PORTA, vedi DELLA PORTA

DE PRATO BARTOLOMEO, vedi PRATI BARTOLOMEO

DE PREDA GUGLIEMO, vedi CUSINI GUGLIELMO

DE PROLEZA PAOLO, vedi BARTOLOMEI PAOLO

DE RAIMONDI GUGLIELMO o RAIMONDO, vedi ARIMONDI GUGLIELMO

DE RAINALDINO, vedi CAUSSIN ERNOLD JULIAN

DE RAMELI ALESSANDRO, vedi BARDILI ALESSANDRO

DE RAYMONDI, vedi RAIMONDI

DE RIVO ANTONIO, vedi DEL RIO ANTONIO

DE RIZZI PIETRO, vedi SPERONI PIETRO


Parma 1831
Durante i moti dell’anno 1831 in Parma, fu disarmatore della truppa e capo fazioso del 13 Febbraio. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 162.

Ozzano Taro 4 maggio 1923-Conca della Bora di Cassio 7 dicembre 1944
Nato da Ettore e da Dina Bertorelli. Perso il padre in giovanissima età, si trasferì a Parma con la madre, insegnante elementare, e le sorelle. Mantenne però frequenti contatti con il paese natale, dove risiedevano gli zii. Fin da ragazzo dimostrò avversione per il fascismo e fu più volte rimproverato perché non partecipava alle manifestazioni del regime. Frequentò le scuole medie presso l’istituto salesiano di Parma e si iscrisse poi al liceo classico Romagnosi, dove ebbe come professori Ferdinando Bernini, Olimpo Febbroni e don Giuseppe Cavalli. Al liceo ebbe tre giorni di sospensione per aver rifiutato di presentarsi al sabato in divisa fascista. Nel 1942 si iscrisse alla facoltà di scienze naturali dell’Università di Parma. Nei giorni seguenti il 25 luglio 1943 fu in prima fila nelle manifestazioni popolari. In agosto si recò a Ozzano dove, poco prima dell’8 settembre, organizzò con alcni amici la fuga di un ex prigioniero russo incorporato nelle truppe tedesche. Per questo fatto, fu per due volte fermato e interrogato dai Tedeschi che il 9 settembre erano tornati a Ozzano come occupanti. Riuscì a sviare i sospetti e il 13 poté accompagnare il militare russo, che si era nascosto nei dintorni, oltre il valico dell’Appennino. Riparato per una quindicina di giorni a Calestano, tornò a Parma, dove entrò a far parte, con l’amico Giacomo Ulivi, di un gruppo di giovani antifascisti riunito intorno ai professori Aldo Borlenghi e Pietro Viola. Tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944 il gruppo condusse azioni di propaganda tra i richiamati della Repubblica Sociale e per due volte il Derlindati venne arrestato e percosso dalla Guardia Nazionale Repubblicana. Verso la fine di febbraio, insieme a Giacomo Ulivi, accompagnò in Garfagnana il professor Borlenghi, ormai braccato dai fascisti. Pochi giorni dopo, essendo anch’egli in pericolo, abbandonò Parma e salì in montagna. Col nome di battaglia di Mongolo entrò nel Gruppo Penna, che proprio in marzo si stava strutturando in alta Val Ceno. Il 9 aprile partecipò al vittorioso combattimento di Tasola (o Montevacà) nel Bedoniese e pochi giorni dopo divenne caposquadra. Raggiunto da alcuni amici parmensi, tra i quali Enzo Dall’Aglio, decise insieme a loro di trasferirsi nel Cornigliese, in zona Est Cisa. Il rastrellamento tedesco sul Penna, a fine maggio, impedì la realizzazione del progetto e frazionò il gruppo Penna in diverse formazioni autonome. In giugno il Derlindati e i suoi amici raggiunsero in Val Nure, nel Piacentino, il Distaccamento già del Penna comandato dall’istriano Ernesto Poldrugo. Con questo Distaccamento egli prese parte a numerose azioni, tra le quali persino una puntata su Piacenza. L’episodio di maggiore rilievo fu però il sanguinoso combattimento di Farini d’Olmo, il 26 giugno, a conclusione del quale egli salvò un compagno ferito trasportandolo per dodici chilometri. Dopo il rastrellamento che nella seconda metà di luglio colpì le formazioni partigiane della zona Ovest Cisa, mentre il Distaccamento del Poldrugo si radicava nel Piacentino trasformandosi in Brigata, il Derlindati e i suoi compagni ritornarono nel Parmense e a fine agosto entrarono nella 12ª Garibaldi, operante nella zona di Bardi. In settembre, quando la 12ª Garibaldi si trasferì nella zona Est Cisa, il Distaccamento Stomboli, del quale faceva parte il Derlindati, si accampò nei dintorni di Calestano. Ed egli venne eletto comandante di Distaccamento. Guidò diverse azioni contro il traffico militare lungo la strada della Cisa e una volta ebbe l’audacia di scendere a Ozzano Taro presidiata dai Tedeschi. Il 20 novembre la zona Est Cisa subì un nuovo pesante rastrellamento che durò circa una settimana. I reparti della 12ª Garibaldi, come quelli delle altre formazioni partigiane, ne uscirono fortemente scompaginati. Una decina di uomini dello Stomboli, tra cui il Derlindati e il commissario Dall’Aglio, ai primi di dicembre trovarono rifugio a Lama di Ravarano, presso le famiglie di due di loro, Remo Bernini e Mentore  Rossi, e lì fecero base per la riorganizzazione del Distaccamento. Durante la notte del 5 dicembre soldati tedeschi del presidio di Cassio, sembra indirizzati da una spia, circondarono le case dei Bernini e dei Rossi e intimarono la resa ai partigiani. Il timore per la sorte dei civili rese impossibile ogni resistenza. Il Derlindati si consegnò da solo, cercando di convincere i Tedeschi che gli altri erano riusciti a fuggire, ma fu un tentativo inutile e gran parte del gruppo venne catturato: solo tre si salvarono, mentre Bruno Ferrari preferì uccidersi. Oltre ai partigiani, i Tedeschi si trascinarono dietro Domenico Rossi, padre di Mentore, Sincero Bernini, padre di Remo, e gli altri suoi due figli Ugo e Walter, quest’ultimo di quindici anni. Vennero tutti portati a Berceto e, dopo due giorni di interrogatori e sevizie, trasferiti a Cassio. Il 7 dicembre furono condotti alla Conca della Bora, tra Cassio e Selva del Bocchetto, fucilati e sepolti. Alle famiglie fu detto che erano stati inviati in Germania e solo ai primi di maggio fu possibile ritrovare la fossa di sepoltura e riesumare i corpi. Il 5 maggio i corpi di quattro caduti, tra cui il Derlindati, ebbero solenni onoranze funebri a Parma e furono tumulati al cimitero della Villetta. Il 5 novembre 1946 il Senato Accademico dell’Università di Parma conferì al Derlindati la laurea ad honorem. Più tardi Ozzano Taro gli dedicò una strada. Il suo nome figura sulla lapide posta nel 1956 a ricordo degli Ozzanesi caduti nella seconda guerra mondiale.
FONTI E BIBL.: F. Abelli, Lama di Ravarano dicembre 1944, in Per la Val Baganza 1988-1989, 80-95; F. Botti, 116; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3; Comitato Unitario Antifascista di Collecchio, 30° della lotta di Liberazione 1945-1975, Collecchio, 1975; U. Delsante, Figure della Resistenza parmense. Il partigiano Attilio Derlindati, in Parma Vecia aprile 1982; N. Donnini, Tra i fucilati di Cassio papà Bernini e i suoi tre figli, in Patria 28 maggio 1989; G.T., Compagni caduti. Attilio Derlindati (Mongolo), in Eco del lavoro 19 ottobre 1945; I caduti per la libertà. Attilio Derlindati, in Gazzetta di Parma 14 maggio 1945; I dieci di Lama, in Gazzetta di Parma 14 giugno 1946; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 74; Parma partigiana, Albo d’oro dei caduti nella guerra di Liberazione 1943-1945, a cura dei partigiani della provincia di Parma, Parma, s.a., 41-42 e 82; A. Paterlini, La tragedia di Lama, in Per la  Val Baganza 1980, 61-64; C. Squeri, Quelli del Penna, Parma, 1975, 30-46; Un documento inedito sui martiri Bernini, a cura di Guido Pisi, in Calestano, luglio 1988; Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza di Parma, Sezione III, Biografie caduti, manoscritto intestato: Attilio Derlindati (nato a Ozzano Taro Collecchio 4.5.1923), Sezione III, Biografie caduti, dattiloscritto intestato: Attilio Derlindati, partigiano «Mongolo» comandante del Distaccamento «Stomboli», Sezione III, Biografie caduti, Università degli Studi di Parma, Archivio, Elenco degli studenti caduti nella Lotta di Liberazione nel Parmense, Sezione III, Biografie caduti, lettera manoscritta di Anna Abelli a Dina Bertorelli, Casaselvatica, 7 dicembre 1945, Sezione III, Biografie caduti, dattiloscritto intestato: Testimonianze per il riconoscimento di una decorazione alla memoria del comandante partigiano Attilio Derlindati (Mongolo); Parma, Associazione Nazionale Partigiani Italiani, Scheda personale e Ruolino 12ª Brigata Garibaldi; La guerra a Collecchio, 1995, 249-250 e 252.

San Secondo Parmense 27 aprile 1912-Cefalonia 10 settembre 1943
Residente a Roccabianca, fu soldato appartenente al 17° Fanteria, 1° Battaglione, 4ª Compagnia, Divisione Acqui. Morì in combattimento contro i Tedeschi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 aprile 1990,

DE ROCI GIOVAN PIETRO, vedi ROSSI GIOVAN PIETRO

DE ROGLERI GIOVANNI, vedi RUGGIERI GIOVANNI

DE ROSSI GIAN BERNARDO, vedi DE ROSSI GIOVANNI BERNARDO

Castelnuovo di Sale 25 ottobre 1742-Parma 23 marzo 1831
Nacque da Pietro Ubertino e Anna Caterina Bellino. Compiuti gli studi primari a Bairo, per quelli di grammatica, umanità e retorica nel 1756 passò a Ivrea. Deciso ad abbracciare lo stato ecclesiastico, nel 1758 entrò nel Seminario vescovile di Ivrea ove, per un biennio, studiò filosofia e, per un altro biennio, teologia, prendendo, nel contempo, lezioni di disegno dal canonico S. Pernotti di Rivarolo. Nel 1762 si recò a Torino per addottorarsi in teologia e l’anno successivo, ottenuta un’abbreviazione del periodo prescritto, prese il baccellierato. Prevedendo le riforme del 1729 dell’Università di Torino, per la laurea in teologia, l’obbligo dello studio dell’ebraico, nel 1764 iniziò lo studio di questa lingua sotto la guida di G.F. Marchini. I progressi furono rapidissimi. Compose, infatti, in ebraico una Lettera e un Cantico che dedicò al Marchini (Parma, Biblioteca Palatina, ms. parmense 3452/1-2) e tradusse in latino passi biblici (ms. parmense 3450/2) nonché un libro ebraico di preghiere (ms. parmense 3453). Del medesimo anno è la sua prima opera a stampa: un poema ebraico con versione latina, in Componimenti poetici per monsignor  Rorà vescovo di Ivrea (Torino, 1764, pp. 60 s.). Come ricorda nelle Memorie (pp. 9-10), la padronanza degli strumenti linguistici gli apparve, fin d’allora, presupposto imprescindibile per la polemica antiebraica che, negli anni successivi, lo occupò precipuamente e, tra il 1764 e il 1766, si dette infatti allo studio di altre lingue semitiche quali l’ebraico postbiblico, l’aramaico, il siriaco, il samaritano e l’arabo. La letteratura rabbinica, tema poi dominante nella sua attività di studioso, attirò quindi la sua attenzione fin dal primo suo accostarsi allo studio dell’ebraico: ne sono testimonianza una Raccolta di varj scritti rabbinici in due volumi redatta nel 1765 (ms. parmense 3455/2), un Compendio di sentenze rabbiniche ricavato dal Florilegium rabbinicum (1645) di J. Plantavit de la Pause (ms. parmense 3455/1) e una traduzione di poesie liturgiche da un Mahazor (ms. parmense 3455/3). Nello stesso anno redasse varie poesie ebraiche (ms. parmense 3445/1-2) e si occupò di siriaco traducendo passi di Efrem (ms. parmense 3455/3) e cimentandosi nella composizione di un carme in dialetto occidentale (giacobitico; ms. parmense 3384). Un inedito commento a Giobbe di Yosef ibn Kaspi, S'ulhan kesef (La mensa d’argento) contenuto in un manoscritto di opere del Kaspi della Biblioteca reale di Torino (A. VI. 34: n. XCVII del catalogo Pasini e n. CXCVII del catalogo di B. Peyron) attirò la sua attenzione: ne trascrisse e tradusse ampi brani che utilizzò nel De praecipuis caussis e in De studio biblico ex rabbinorum praeceptis optime instituendo (inedito: mss. parmensi 3376 e 3369: compendio italiano). Per questi lavori utilizzò anche un’altra opera ebraica conservata parimenti nella Biblioteca reale: il Ma’as´eh ’efod (L’opera di Efod), pseudonimo di Profiat Duran, Isaac ben Moses ha-Levi (A. VI. 23: n. XCVI del catalogo del Pasini e n. clxxxvi del catalogo del Peyron), un trattato di grammatica del quale riuscì a procurarsi ben quattro esemplari (Parma, Biblioteca Palatina, mss. derossiani hebr. 755, 800, 806, 1175). Il 21 giugno 1766 conseguì la laurea e il 9 novembre venne consacrato sacerdote. L’anno successivo compose nove Poëmata anatolico polyglotta in laudem regis Sardiniae Caroli Emmanuelis ac ducum Vict. Amedei ac Bened. Mauritii (ms. parmense 3389), con una introduzione copta e un elogio etiopico. Nel 1768 compose e stampò (con i testi orientali intagliati in tavolette di legno per mancanza di caratteri mobili) due poemi siriaci e un terzo in varie lingue per la promozione di monsignor Rorà a vescovo di Torino, Taurinensi Archiepiscopo Francisco Lucerna-Rorengo de Rorà Carmina Orientalia Hebr. Syr. Rabb. Samor. et Syro-Estrang. (Augustae Taurinorum, 1768) e venne componendo due opere di maggiore respiro, in cui raccolse i primi frutti del suo lavoro: l’accennato De studio biblico, rimasto inedito, e De praecipuis caussis, et momentis neglectae a nonnullis Hebraicarum litterarum disciplinae disquisitio elenchtica (Augustae Taurinorum, 1769). L’opera è importante sotto vari riguardi. Nelle Memorie (p. 13) il De Rossi accenna alle circostanze che lo indussero a redigerla: l’impulso gli venne da discorsi di miei compagni, i quali molti e gravi motivi producevano contro l’utilità e la necessità della lingua ebrea. Si trattava delle tradizionali obiezioni di carattere dogmatico circa l’attendibilità del testo masoretico del quale il De  Rossi difese sempre la sostanziale integrità (tale è il senso della raccolta delle varianti che costituisce l’opera sua maggiore). Il libro consente di identificare la letteratura sulla quale egli (in larga misura autodidatta) compì la propria formazione e di cogliere, nel loro abbozzarsi, i filoni di interesse che indirizzarono le sue ricerche nelle loro intrinseche connessioni con la problematica storico-teologica del XVIII secolo. Ai discorsi dei compagni, cioè alle posizioni teologicamente meno avanzate, risponde citando quei teologi (tra cui lo stesso Bellarmino) che, dopo il concilio tridentino, avevano ritenuto di poter ancora correggere la Vulgata sui testi originali. Nel V capitolo vengono illustrate le caratteristiche del greco neotestamentario non del tutto comprensibile se non a partire dalla lingua parlata in Palestina al tempo di Gesù (tema ripreso poi in Della lingua di Cristo), soffermandosi su quegli autori che avevano illustrato il Nuovo Testamento sulla base della letteratura rabbinica. Tra gli ebraisti italiani del suo tempo, oltre al Pasini e al Marchini, cita il domenicano I.C. Ansaldi e B. Finetti. Nel capitolo X è anticipata la problematica che sarà svolta nella Vana aspettazione: gli Ebrei aspettano ancora il messia perché, immaginandoselo terreno e umano, errano nell’interpretazione dei passi messianici, ma, per poter discutere con successo con essi, occorre padronanza degli strumenti linguistici e conoscenza approfondita della letteratura rabbinica. L’opera è, quindi, significativa testimonianza della tensione tra teologia e filologia determinatasi nel mondo cattolico sullo scorcio del XVIII secolo a seguito della conoscenza dell’ebraistica protestante facilitata anche da opere quali il Thesaurus dell’Ugolini e i Critici sacri. Durante questo periodo il De Rossi andò progettando e distendendo essenzialmente opere di polemica antiebraica rimaste inedite e i cui materiali confluirono in parte nella Vana aspettazione. Tra esse vanno ricordate: Manuductio ad Hebraeorum confutationem (ms. parmense 3372), Catechismo per li catecumeni ebrei (ms. parmense 3372/4), Systema recentioris Iudaeorum theologiae de eorum rege Messia (ms. parmense 3372/3). Iniziò altresì la redazione delle Miscellanee (che occuperanno tredici volumi: mss. parmense 3390-3402), quaderni in cui, da ogni libro o manoscritto che leggesse, curò di notare tutto quello che era confacente alle concepite mie idee (Memorie, p.18). La pubblicazione del De praecipuis caussis gli valse un impiego nel Museo reale di Torino, ma, pochi mesi dopo, ricevette, da parte della Corte di Parma, l’invito a diventare professore nella facoltà di teologia di quella Università. Il riordino degli statuti dell’Università parmense era stato compiuto da C.M. Paciaudi l’anno precedente (Costituzioni per i nuovi regi studi, Parma, 1768) a seguito della cacciata dei gesuiti dai Ducati, episodio saliente della politica antiecclesiastica del Du Tillot. Dopo il rifiuto di G. Gallicciolli, il Paciaudi ottenne la chiamata del De Rossi e l’istituzione per lui della cattedra di lingue orientali. Il De Rossi venne anche nominato vice preside della facoltà. Se si tiene conto che il Paciaudi e il Du Tillot mirarono non soltanto a innovare le strutture della vecchia università giuridica, ma altresì (Cesarini Sforza, pp. 125 ss.) a porre sulle cattedre più importanti uomini culturalmente capaci e aperti alle nuove idee, si comprende come, proprio le posizioni teologicamente avanzate espresse dal De Rossi in De praecipuis caussis dovettero convincere il Paciaudi a volerlo a Parma. Il 2 agosto il De Rossi rispose accettando e l’8 dello stesso mese il Paciaudi gli tracciò il programma d’insegnamento che comprendeva anche il greco. Il 14 il De Rossi gli rispose chiedendo di essere dispensato d’insegnare una lingua, in cui sono infatti scolaro e non maestro. Va, in effetti, rilevato come, a onta delle sue importanti osservazioni sul greco ellenistico (lettera del 2 maggio 1773 al Paciaudi, in Tamani, Carteggio De Rossi-Paciaudi, pp. 287-288, e la Praeliminaris Dissertatio agli Epithalamia exoticis linguis reddita, pp. XXX-XXXI), questa lingua rimase, nel suo orizzonte culturale, sostanzialmente in secondo piano e i più tardi lavori di filologia biblica concernerono di prevalenza il testo ebraico. Con l’invito, il De Rossi ricevette l’incarico di redigere un carmen polyglottum per le nozze del duca Ferdinando di Borbone con Maria Amalia d’Austria, che inviò a Parma con la lettera di accettazione del 2 agosto. Fu questa (In nuptiis Augustorum Principum Ferdinandi Borbonii et Amaliae Austriacae poëma Anatolico-polyglottum, Parmae, 1769) la sua prima opera uscita dai torchi della tipografia regia, impiantata da G. Bodoni (chiamato a Parma nel marzo dell’anno precedente), iniziandosi così una lunga e feconda collaborazione. Giunto a Parma il 15 ottobre, dopo una pausa dovuta a una grave malattia, il 1° aprile 1770, nella sede dell’Accademia Parmense, lesse una Dissertazione sopra l’epoca della prima origine e varietà delle lingue contro la Dissertatio de confusione linguarum di C. Vitringa (ms. parmense 3373: sarà stampata negli Annali delle Scienze Religiose 35 1841, pp. 171-194) e altre tre sulla lingua parlata in Palestina al tempo di Gesù contro De Christo graece loquente (Neapoli, 1767) di D. Diodati, il quale, contro l’opinione tradizionale, aveva sostenuto che tale lingua fosse il greco. Le tre dissertazioni, rispettivamente concernenti L’introduzione dell’ellenismo in Palestina, L’uso dell’ellenismo negli ebrei palestinesi e L’uso dell’ellenismo in Cristo particolarmente e negli Appostoli (ove ellenismo sta per greco ellenistico), vennero stampate dal Bodoni nel 1772 col titolo Della lingua propria di Cristo e degli Ebrei nazionali della Palestina da’ tempi de’ Maccabei, dissertazioni in disamina del sentimento di un recente scrittore italiano. Il De Rossi dimostrò in modo convincente (Schweitzer) l’uso, da parte degli Ebrei palestinesi del tempo, di un dialetto aramaico che indicò, con termine allora usitato, come sirocaldeo. Nonostante indubitabili debolezze, l’opera si pone come un contributo di rilievo alla discussione di un problema centrale della filologia neotestamentaria (Meyer, Jesu Mutterspr., pp. 7-35). Nel 1773 il De Rossi pubblicò a Roma Della vana aspettazione degli Ebrei del loro re Messia dal compimento di tutte le epoche. Trattato, con dedica a Vittorio Amedeo di Savoja. Ristampata a Roma nel 1840, l’opera fu preparata da numerosi lavori rimasti inediti ed è importante (Parente, Confronto, pp. 371-373) soprattutto come presa di coscienza, lucidamente esposta nel prologo, della totale insufficienza della letteratura controversistica cristiana, dovuta perlopiù ad autori privi dei necessari strumenti linguistici e delle più elementari conoscenze della teologia ebraica. Appunto per tale risvolto polemico, essa fu attaccata con violenza estrema da due domenicani, G. Masi e L. Ceruti, in un’opera anonima pubblicata a Venezia l’anno successivo: Riflessioni teologico-critiche contro il libro del teologo Giambernardo De Rossi Della vana ecc. stampato in Parma l’anno 1773, esposte al suddetto in una lettera di Azaria Natani ed alcune osservazioni del Teologo N.N. Espressione, verosimilmente, della reazione all’atteggiamento di tolleranza del Ganganelli, l’opuscolo accusa il De Rossi di essersi immerso nella lettura dei Rabbini e di essere caduto in non pochi errori di costoro difendendone la buona fede e mostrando una soverchia, nauseante circospezione a non offendere questi empi, atteggiamento che fa ribrezzo. Il De Rossi dovette averne conoscenza prima della stampa poiché il 1° agosto 1773 scrisse da Parma al Paciaudi (Tamani, Carteggio De Rossi-Paciaudi, p. 290) di essere occupato per la risposta di due frati, per le iscrizioni stravagantissime, per la dissertazione. Stava, infatti, occupandosi di una iscrizione fenicia di Cagliari a proposito della quale era stato interpellato dall’Amaduzzi, che pubblicò la sua lettera di risposta (datata 18 agosto 1773) nelle Efemeridi letterarie di Roma, XLVI, 29 ottobre 1774, pp. 348a-351a; vedi Guzzo Amadasi, Le iscrizioni, pp. 83-87 e tav. XVII: iscrizione arcaica di Nora) e della Praeliminaris dissertatio qua generatim exoticarum linguarum origo, fontes, progressus natura atque charactere illustrantur, che fu pubblicata l’anno successivo in Epithalamia exoticis linguis reddita. Nel 1774, intanto, il Bodoni diede alle stampe In solemni baptismate Ludovici parmensis principis Inscriptiones exoticae cum latina versione ac Joannis Baptistae Bodoni praefatione per la nascita del primogenito del Duca, con venti iscrizioni in lingue orientali e relativa versione latina opera del De Rossi. I caratteri orientai furono incisi e fusi espressamente e l’opera venne stampata anche in italiano. Il De Rossi fu comunque angustiato dal libello dei due domenicani che, in una lettera al Paciaudi del 28 dicembre 1774 (Tamani, Carteggio De Rossi-Paciaudi, pp. 297-298), definisce una cosa la più bislacca del mondo, piena di abbagli indegni di due uomini di senso. La risposta, Esame delle riflessioni teologico-critiche contro il libro Della vala aspettazione (Parma, 1775), fu, comunque, pacata e, nonostante fosse rimasto ferito da tanta inurbanità in un secolo sì civilizzato (Memorie, pp. 32-33), volle, trovandosi a Bologna, rendere visita al Masi. Si preoccupò, comunque, che la risposta avesse sufficiente eco e ne scrisse all’Amaduzzi l’8 settembre 1775 (Bonola, Il semitista, pp. 423-424) per averne una recensione favorevole sulle Efemeridi, che avevano ribattuto (X, 11 marzo 1775, c. 70a-b) le accuse di affrettata condiscendenza rivolte dal Masi e dal Ceruti alla rivista per la favorevole recensione alla Vana aspettazione ivi comparsa (XXXVIII, 11 settembre 1773, cc. 292b-295a) e ciò nel timore che l’editto di papa Pio VI contro gli Ebrei (5 aprile) potesse rendere difficile un nuovo intervento. Ma l’Amaduzzi mostrò coraggio e, in due riprese (XXXIX, 30 settembre 1775, cc. 306a-308a, e XL, 7 settembre 1775, cc. 315b-318a), recensì la trionfale risposta del De Rossi definendo il Masi e il Ceruti due critici imbecilli armati di uno zelo incomodo e puerile. In quell’anno il Bodoni stampò un libro che fece epoca negli annali della tipografia: Epithalamia exoticis linguis reddita. In nuptiis Augustorum principum Caroli Emmanuelis Ferdinandi Subalpinae Galliae Principis et Mariae Adelaidis Clothildis Ludovici XVI Francorum Regis Sororis Epithalamia dovuti al De Rossi e preceduti (pp. VII-XLI) dall’accennata dissertazione. Diverse lingue (e relativi caratteri tipografici) compaiono qui per la prima volta: etiopico, palmireno, giudaico-tedesco, gotico, russo, tibetano, georgiano. Fu questo l’ultimo saggio di virtuosismo poliglotta del De Rossi, che in seguito si dedicò a lavori di bibliografia ebraica e alla raccolta delle varianti del testo biblico: nel trentennio successivo, questi furono, quasi esclusivamente, i temi delle sue ricerche. Nel condurle innanzi, egli si giovò perlopiù della propria privata biblioteca, il gabinetto, com’egli la chiamava, alla cui formazione già da tempo dedicava ogni sforzo, anche finanziario, giungendo, più avanti negli anni, a formare una delle principali raccolte di manoscritti e stampati ebraici d’Europa. Il primo saggio di bibliografia ebraica comparve nel 1776 stampato dal Bodoni: De hebraicae typographiae origine ac primitiis, seu antiquis ac rarissimis hebraicorum librorum editionibus saec. XV. Disquisitio historico-critica (ristampata ad Erlangen da W.F. Hufnagel nel 1778). Vi sono descritte 50 edizioni anteriori al Cinquecento (di cui soltanto 15 non possedute dal De Rossi), con attenzione alle varianti riscontrabili nei testi biblici e alle censure cristiane negli scritti rabbinici. Nel 1778 il De Rossi dette alle stampe un saggio su uno dei più rari e preziosi manoscritti della Biblioteca Ambrosiana (C 313 inf.), proveniente dal monastero della Madre di Dio a Wâdi’n Natrûn nel Basso Egitto e contenente gli agiografi, i profeti e taluni apocrifi della versione di Paolo di Tellâ, detta siro-esaplare perché condotta sul testo dei Settanta secondo la recensione origeniana completa di asterischi e obeli, del qale A.M. Ceriani avrebbe dato, nel 1874, una edizione fotolitografica. Scoperto da J.J. Biörnståhl nel 1773, nel 1778, contemporaneamente, il De Rossi e P.J. Bruns ne fecero oggetto delle loro ricerche. Il De Rossi pubblicò il testo del primo salmo col testo masoretico, con quello dei Settanta, della Pes?itta- e con le note origeniane: Specimen ineditae et hexaplaris Bibliorum versionis Syro-estranghelae cum simplici atque utriusque fontibus graeco et hebraeo, collatae. Edidit ac diatribam de rarissimo codice ambrosiano unde illud haustum est, praemisit J.B. De Rossi (Parmae, 1778). Del Bruns comparve (in Rep. für bibl. und morgenl. Litt., III, 1777, pp. 166-187) Von einem syrischhexaplarischen Manuscripte in der Ambrosianischen Bibliothek zu Mailand con la pubblicazione di Dan., 9.24-27. Ricevuta che ebbe la pubblicazione, l’editore (J.C. Eichhorn) la ristampò di seguito all’articolo del Bruns con una premessa: Johann Bernhard De Rossi von der syrisch-hexaplarischen Handschrifft zu Mayland, nebst ein Vorbericht (pp. 187-212: 187-197 premessa dello Eichhorn; 197-209, introduzione del De Rossi; 209-212 testo, solo siro-esaplare). Nel settembre del 1778 il De Rossi partì per Roma ove si trattenne per tre mesi. Scopo del viaggio fu quello di raccogliere materiale per dare corpo al progetto che andava disegnando dopo la pubblicazione del primo volume della raccolta delle varianti del Vecchio Testamento di B. Kennicott (Vetus Test. hebraicum cum variis lectionibus, Oxonii, 1766): dare una nuova collazione fondata su un numero maggiore di manoscritti. Poté esaminarne un gran numero tra cui due particolarmente importanti: una Bibbia rabbinica di proprietà di Pio VI e un codice samaritano della Biblioteca Barberini. Delle varianti contenute in questi dette un saggio che fu stampato a Roma nel 1782: Specimen variarum lectionum sacri textus et chaldaica Estheris additamenta cum latina versione ac notis ex singulari codice Pii VI. P.O.M., edidit variisque dissertationibus illustravit I.B. De Rossi. Accedit eiusdem auctoris appendix de celeberrimo Codice Tritaplo Samaritano Bibliothecae Barberinae et Censoris theologi diatribe qua bibliographiae antiquariae, et sacrae critices capita aliquot illustrantur. Tornato a Parma, nel 1780, il De Rossi dette alle stampe due opere di bibliografia ebraica: De typographia hebraeo-ferrariensi. Commentarius historicus, quo ferrarienses judaeorum editiones hebraicae, hispanicae, lusitanae recensentur et illustrantur (con le varianti del Pentateuco ferrarese del 1555, pp. 46-62), ristampata dallo Hufnagel a Erlangen l’anno successivo con l’aggiunta di una Epistola del De Rossi, qua nunnulla ferrariensis typographiae capita illustrantur, e, in appendice alla Vita di Vespasiano Gonzaga di I. Affò (pp. 137-167), pei tipi del Carmignani, Annali ebreo-tipografici di Sabbioneta (tirati anche separatamente) che, tradotti in latino da J.F Roos, vennero pubblicati a Erlangen nel 1783 con un’appendice del De Rossi (pp. 49-52). La sua attenzione era, comunque, ormai interamente volta alla collazione delle varianti il cui più volte dichiarato intento era quello di dimostrare la sostanziale attendibilità del testo masoretico. Per il suo scopo ricercò, oltre a testi completi del Vecchio Testamento, anche frammenti di manoscritti. E dei manoscritti del De Rossi, cento almeno sono, in effetti, frammentari. Nel 1782 venne pubblicato a Roma (e, l’anno successivo, a Tubinga con un’aggiunta del De Rossi) l’accennato Specimen variarum lectionum con in appendice (pp. 227-479) uno scritto di G. Fabricy, dottore della Biblioteca Casanatense, col quale il De Rossi aveva stretto grande amicizia nel tempo del suo soggiorno romano, durante il quale era altresì entrato in stretti rapporti col prefetto di quella biblioteca, G.B. Audiffredi. Nello Specimen, redatto nel 1778, il De Rossi diede notizia (p. 10) del progetto delle varianti. Il 3 gennaio 1782 ne lanciò la sottoscrizione con un Programma pubblicato a Parma che ebbe vastissima diffusione e fu tradotto e ristampato in Olanda, Danimarca e Germania. Anche nei lavori a carattere bibliografico, l’attenzione alle varianti era, d’altra parte, ormai dominante, come appare dall’appendice alla ristampa della Biblioteca sacra di J. Le Long pubblicata da A.F. Masch a Erlange (1778-1790, in due parti e cinque volumi): De ignotis nunnullis antiquissimis hebr. Textus Editionibus ac critico eorum usu. Accedit de editionibus hebraeobiblicis Appendix historicocritica ad nuperriman Bibliothecam sacram Le Longio-Maschianam (Erlangae, 1782; ristampa fotografica, Amsterdam, 1969). Si tratta di due lavori distinti, il primo dei quali è una sistematica rilevazione delle varianti contenute in una serie di edizioni del Vecchio Testamento non registrate nel Le Long-Masch. Pochi mesi dopo il Programma, per far meglio conoscere tutte le ricchezze letterarie che destinava a quest’opera (Memorie, p. 43), il De Rossi, descrivendovi 413 manoscritti e 159 edizioni del Vecchio Testamento in suo possesso, stampò a Parma un Apparatus hebraeo-biblicus, seu mss. editique codices sacri textus, quos possedit novaeque variarum lectionum collationi destinat auctor. Ormai universalmente noto, in quell’anno ricevette l’offerta di una cattedra di lingue orientali e della carica di bibliotecario nell’Università di Pavia, ma rifiutò, come fece con altre offerte analoghe (nel 1784 a Madrid come bibliotecario per le lingue orientali nella Biblioteca reale, nel 1805 a Roma, su espresso invito di papa Pio VII). Nel 1784, avendo la sottoscrizione ottenuto un grande successo, venne pubblicato il primo volume delle varianti bibliche: Variae lectiones Veteris  Testamenti ex immensa mss. editorumque codicum congerie haustae, et ad samaritanum textum, ad vetustissimas versiones, ad accuratiores sacrae criticae fontes ac leges examinatae. I. Prolegomena, clavis codicum, Genesis, Exodus, Leviticus, dedicato a Vittorio Amedeo di Savoja, dal quale ebbe una pensione e una medaglia d’oro. L’anno seguente venne pubblicato il secondo volume, Numeri, Deuteronomium, Josue, Judices, libri Samuelis ac Regum, nel 1786 il terzo, Isaias, Jeremias, Ezechiel, XII Prophetae minores, Canticum, Ruth, Threni, Ecclesiastes, Esther, nel 1788, infine, il quarto, Psalmi, Proverbia, Job, Daniel, Ezras, Nehemias, Chronica seu Paralip., Appendix con una Dissertatio praeliminaris de hujus collationis praestantia, utilitate et usu (pp. III-XXI) che tratta soprattutto del rapporto con l’analoga opera del Kennicott. I manoscritti utilizzati (479 per il primo volume) erano, alla fine, giunti al numero di 617, di cui 134 di altre biblioteche che, con i 579 della collazione del Kennicott, i 16 samaritani, nonché le 310 edizioni del De Rossi e le 42 di altre biblioteche, formavano un totale di 1698 manoscritti ed edizioni di solo testo senza contare le versioni, i commenti e le fonti di natura diversa. Vengono riportate le varianti più interessanti (Memorie, p. 46) tralasciando gli errori dei copisti e le minuzie masoretiche, prendendo a base l’edizione di E. van der Hooght (Amstelaedami-Ultraiecti, 1705) con la traduzione latina e l’indicazione del manoscritto da cui la variante è tratta. Nel 1798 il De Rossi pubblicò un quinto volume (indipendente dagli altri, per non obbligare i sottoscrittori del Programma, che ne prevedeva quattro, ad acquistarlo) col titolo Scholia critica in V.T. libros seu Supplementa ad varias sacri textus lectiones, ove sono registrate con gli stessi criteri le varianti nel frattempo individuate in altri 165 manoscritti acquistati tra il 1788 e il 1798 (v. Memorie, pp. 49-50). Con la pubblicazione delle Variae lectiones, la fama del De Rossi giunse, nel mondo dei dotti, al suo apice e la pubblicazione dell’Apparatus hebraeo-biblicus col catalogo dei manoscritti del suo gabinetto ebbe una risonanza vastissima. Nel 1785 Pio VI gli fece conoscere il suo desiderio di acquistare la raccolta per la Biblioteca Vaticana. Analoghe richieste gli pervennero dalla Corte spagnola, da Vittorio Amedeo di Savoja e, nel 1790, da Carl Eugen, duca del Württemberg. In ogni caso, il De Rossi intendeva cederla soltanto dopo averne compilato il catalogo completo e nelle mani d’un principe che me ne avesse lasciato l’uso (Memorie, p. 86), pertanto prese col Duca di Parma un impegno in tal senso. Proseguì, comunque, la sistematica ricerca di manoscritti e stampati ebraici: in una lettera del 22 agosto 1786 (in Boselli, Carteggio bodoniano, p. 229) il Bodoni si felicita con lui per il fausto incontro di acquistare in Milano que’ codici che tanto sospirava di ottenere. Si tratta (lettera del 9 agosto del De Rossi al Bodoni in Tamani, Carteggio De Rossi-Bodoni, p. 50) di tutti i codici ebraici biblici della biblioteca del conte Carlo Giuseppe di Firmian (v. Biblioth. Firmiana, VIII, Mediolani, 1783). L’arricchimento della sua biblioteca lo portò, nel 1795, a pubblicare un rifacimento del catalogo degli incunaboli ebraici comparso diciannove anni innanzi, Annales hebraeo-typographici sec. XV. Descripsit fusoque illustravit auctor, ove sono descritte, separatamente, 51 edizioni datate, 35 non datate e 67 false (Luzzatto, in Ugoni, Lett., pp. 190-197), continuato nel 1799 col catalogo delle edizioni ebraiche nei quarant’anni successivi, Annales hebraeo-typographici ab anno mdi ad mdxl digesti, notisque hist.-criticis ab auctore instructi, con la medesima partizione, comprendente 292 edizioni datate, 49 senza data e 185 rettificate (Memorie, p. 50; Luzzatto, in Ugoni, Lett., pp. 198-200) con la descrizione di parecchie edizioni stampate a Costantinopoli e nel Levante (i due volumi furono ristampati insieme con la data di Amsterdam, 1969). Nel 1800 il De Rossi dette un nuovo saggio di bibliografia ebraica, ma organizzato, questa volta, tematicamente: Bibliotheca judaica antichristiana qua editi et inediti Judaeorum adversus Christianam religionem libri recensentur (ristampa fotografica, Amsterdam, 1964) che comprende la descrizione di 182 opere manoscritte e stampate in ebraico, giudaico-tedesco, spagnolo e italiano perlopiù in difesa della religione ebraica: per il De Rossi, infatti, qualunque scritto nel quale venga illustrato il senso letterale di qualche profezia, è un’opera anticristiana (Luzzatto, in Ugoni, Lett., pp. 198-200). Nonostante questa indubbia ipoteca teologica, l’opera rimane un insostituito strumento di lavoro ove è, tra l’altro, segnalata per la prima volta un’opera di Leon da Modena (n. 16=ms. Derossiani hebr. 1141). Negli anni immediatamente successivi il De Rossi pubblicò due opere di grande impegno: un dizionario degli autori ebraici e il catalogo dei manoscritti della propria collezione. Nato dall’avvertita esigenza di fornire uno strumento più maneggevole delle classiche opere del Bartolocci e del Wolf (pp. III-IV) e contenente sommarie indicazioni bio-bibliografiche sui singoli autori, il Dizionario storico degli autori ebre e delle loro opere venne pubblicato in due volumi nel 1802 (ristampa fotografica, Bologna, 1978) ed ebbe una traduzione tedesca, Historisches Wörterbuch der jüdischen Schriftsteller und ihrer Werke, a Lipsia nel 1839 (una seconda edizione non reca indicazione di anno), dovuta a C.H. Hamburger. Nel 1846, sempre a Lipsia, A. Jellinek ne pubblicò un indice preparato da H. Jolowicz: Ausführliches Sachund Namenregister zu de Rossi’s historischem Wörterbuch der jüdischen Mit onomastischen Bemerkungen (ristampa fotografica con la traduzione tedesca, Amsterdam, 1967). A detta dello Steinschneider (Cat. Bodl., coll. 2152-2153), la traduzione è negligentia excellens. I tre volumi, MSS. codices hebraici bibliothecae J.B. De Rossi accurate descripti et illustrati. Accedit appendix qua continentur mss. codices reliqui aliarum lingnarum, furono stampati a Parma nel 1803: vi sono descritti 1377 manoscritti ebraici e 194 in altre lingue orientali ed europee (III, pp. 160-200), non senza errori e inesattezze. Stampato che fu l’ultimo volume, il De Rossi ne fece tirare a parte il titolo con una iscrizione latina a tergo che dava un’idea succinta del gabinetto e lo dichiarava a giuste condizioni vendibile (Memorie, p. 60). La vendita della biblioteca avvenne soltanto tredici anni più tardi e il De Rossi continuò ad arricchirla e a illustrarla, ma la stagione dei lavori di grande respiro può dirsi ormai conclusa: in seguito egli si limitò a illustrare singoli manoscritti della sua collezione, a tradurre testi biblici e a pubblicare manuali scolastici, allargando, però, il suo campo di interessi all’arabistica. Il Lexicon hebraicum selectum, quo ex antiquo et inedito R. Parchonis lexico novas ac diversas variorum ac difficiliorum vocum significatione sistit J.B. De Rossi, pubblicato nel 1805 è una breve serie di estratti (dai manoscritti derossiani hebr. 764 e 1038 già usati per le Variae lect.) di un lessico ebraico compilato da Salomon Parhon, spagnolo stabilitosi a Salerno, nel 1161 sulla base di opere lessicografiche composte in arabo (Memorie, pp. 61-62; Luzzatto, in Ugoni, Lett., pp. 207-208). Dello stesso anno è De Corano arabico Venetiis Paganini typis impresso sub in sec. XVI dissertatio (in forma di lettera allo Schnurrer) su una edizione veneziana del Corano non anteriore al 1530 della quale veniva posta in dubbio l’esistenza. D’importanza notevole fu la pubblicazione, l’anno seguente, di alcuni estratti (con traduzione latina parallela) del commento ai Salmi del noto poeta R. Immanu’el da Roma: R. Immanuelis F. Solomonis Scholia in selecta loca psalmorum ex inedito eius commentario con, in appendice (pp. 17-18), l’elenco di 13 opere del poeta. Su Immanu’el, il De Rossi aveva già lavorato (pur restando tali lavori inediti: ms. parmense 3385; Memorie, pp. 62-63) possedendo egli ben 22 manoscritti di sue opere. L’unico contributo del De Rossi agli studi di arabistica è il Dizionario storico degli autori arabi più celebri e delle loro opere, pubblicato a Parma nel 1807 e nato dalla constatata carenza di opere di tal genere, nonché della scarsa maneggevolezza della Bibliotheca orientalis di Barthélemy d’Herbelot (pp. VI-VII). Nel medesimo anno videro la luce due operette a uso scolastico, da lungo tempo preparate e usate per le lezioni, ma mai stampate (Memorie, p. 65): Synopsis institutionum hebraicarum e Perbrevis anthologia hebraica, complectens sapientiae laudes et excerpta historiae Josephi (passi tratti dai Proverbi e dalla Genesi) e l’anno successivo, I Salmi di Davidde tradotti dal testo originale (ristampato in Biblioteca scelta, vol. 448, Milano, 1842), una versione molto aderente al testo con note essenziali (Memorie, p. 66), che è il primo di analoghi lavori pubblicati negli anni successivi, e Annali ebreo-tipografici di Cremona con la descrizione di 42 edizioni cremonesi tra il 1556 e il 1586, ultimo lavoro di tal sorta che il De Rossi abbia pubblicato (Luzzatto, in Ugoni, Lett., p. 209) essendo rimasto inedito un Dizionario bibliografico de’ libri rari orientali (ms. parmense 3447; Memorie, pp. 67-68). Insieme con la traduzione dell’Ecclesiaste, L’Ecclesiaste di Salomone tradotto dal testo originario (ristampato in Biblioteca scelta, vol. 448), condotta con gli stessi criteri, pubblicò nel 1809 Scelta di affettuosi sentimenti di religione verso Dio di Davide tirati dai Salmi e le Memorie storiche sugli studi e sulle produzioni del Dottore Giovanni Bernardo De Rossi, ove è tracciato un quadro breve, preciso, storico della sua attività (Memorie, pp. 70-74). Distese per soddisfare a richieste di notizie biografiche rivoltegli da suoi conterranei, le Memorie rappresentano la fonte essenziale e, perlopiù unica, per la ricostruzione della vita del De Rossi (da essa, in effetti, dipendono interamente tutte le notizie posteriori), ma poco o nulla lasciano trasparire dell’atteggiamento che egli assunse nei confronti delle vicende del suo tempo, sotto il profilo sia politico sia ecclesiastico ricco di tensioni e di contrapposizioni. Il De Rossi visse a stretto contatto con uomini che, come il Paciaudi, presero apertamente posizione a favore del giurisdizionalismo e tenne assidua corrispondenza con uomini che, come l’Amaduzzi, passarono per giansenisti, ma su tutto ciò le Memorie tacciono rigorosamente, né dalle poche lettere pubblicate si ricava alcunché a tal riguardo. Nelle Memorie sono, invece, denunciati gli incomodi dell’età ormai avanzata ed è esternato il proposito di non più intraprendere lavori nuovi e di lasciare l’impiego pubblico che debolmente io copro da quarant’anni (Memorie, p. 71). In questa prospettiva si comprende meglio la determinazione di concludere la vendita del gabinetto. Nel 1811 trattative a tal fine corsero tra il De Rossi e la Biblioteca Ambrosiana, come testimonia una lettera a carattere ufficioso del Mai (che era stato suo allievo) del 22 gennaio di quell’anno. La transazione non ebbe luogo, nonostante che il Bugati avesse personalmente offerto una considerevole somma, perché la Biblioteca si trovava, al momento, gravata da altre spese (Gervasoni, Mai, Cicconi e De Rossi, pp. 205-207). In quell’anno, il De Rossi pubblicò Dell’origine della stampa in tavole incise e di un’antica edizione zilografica e un Compendio di critica sacra, dei difetti e delle emendazioni del sacro testo e piano d’una nuova edizione (ristampati in Biblioteca scelta, vol. 447). L’anno successivo, in vista della vendita, vide la luce il catalogo degli stampati della sua biblioteca: Libri stampati di letteratura sacra, ebraica ed orientale della biblioteca del dottore Giovanni Bernardo De Rossi, divisa per classi, nella cui premessa accenna all’indebolimento della vista e all’impossibilità di tenere una corrispondenza. Nonostante ciò, proseguì nella pubblicazione delle traduzioni bibliche: del 1812 è Il libro di Giobbe tradotto e, dell’anno successivo, I Treni di Geremia tradotti dal testo originale (ristampati col precedente e con I Proverbi di Salomone in Biblioteca scelta, vol. 448). L’anno ancora successivo, pei tipi del Blanchon stampò un Omaggio di religione e di riconoscenza consacrato alla memoria degli antenati e, nel 1816, una Introduzione alla lingua ebrea, della importanza di questo studio e della maniera di ben istituirlo e I Proverbi di Salomone tradotti dal testo originale. Da tali pubblicazioni si ricava che egli era diventato preside della facoltà teologica. Nel 1816 ebbe luogo la vendita della biblioteca. Il 13 giugno il De Rossi sottoscrisse l’atto di cessione e Maria Luigia d’Austria l’atto di accettazione e di acquisto. La transazione avvenne per la somma di 100000 franchi, 3000 dei quali a capitale spento per l’accensione di un vitalizio. Maria Luigia d’Austria fece dono della raccolta alla Biblioteca di Parma facendone partecipe il bibliotecario, A. Pezzana, e lo stesso De Rossi e disponendo per la costruzione di un’apposita sala. Nel 1817 comparve una Introduzione alla Sacra Scrittura che comprende le prenotazioni più importanti relative ai testi originali e alle loro versioni, stampata dalla tipografia ducale, e, due anni più tardi, una Sinopsi della ermeneutica sacra o dell’arte di ben interpretare la Sacra Scrittura (ristampata con la precedente in Biblioteca scelta, vol. 447), ove il De Rossi è qualificato Preside della Facoltà Teologica e Riformatore del Magistrato Supremo dell’Università di Parma. Chiesto e ottenuto il collocamento a riposo, il 29 dicembre 1821 venne nominato professore emerito e onorario e fatto cavaliere dell’Ordine costantiniano di San Giorgio. Le sue forze declinarono lentamente. Pubblicò ancora, nel 1826, I Salmi penitenziali tradotti dal testo originale e, nel 1828, l’ultima sua opera: Osservazioni sopra i Salmi di Davidde tradotti dal testo originale. Fu sepolto nel cimitero pubblico di Parma. Sulla sua tomba venne posto un busto eseguito da G. Carra nel 1826 e una epigrafe dettata dallo stesso De Rossi e completata dopo la sua morte (la si veda in Bertolotti, Passegg., p. 514). Dell’opera del De Rossi non è mai stata tentata una valutazione complessiva. Soltanto il Luzzatto, discorrendo del Dizionario storico degli autori ebrei, in alcune osservazioni di carattere più generale, coglie l’intrinseca debolezza del suo contributo scientifico e il rapporto in cui questo si pone con la Wissenschaft des Judentums della prima metà del XIX secolo: Invece di tante minuziosità intorno ai luoghi e agli anni in cui i libri furono stampati, sarebbe stata desiderabile una critica più profonda, che con occhio filosofico sapesse internarsi nel merito intrinseco degli autori e dei libri (Ugoni, Lett., pp. 202-203). In effetti, se il De Rossi può essere visto come lo studioso che ha aperto la via alla Wissenschaft des Judentums dall’altro è fuori dubbio che la sua opera va nettamente distinta da quella di uno Zunz, di un Rapaport o di uno Steinschneider, i quali, introducendo nello studio delle fonti ebraiche il concetto di sviluppo, le hanno per la prima volta considerate in una prospettiva propriamente storica. Tale prospettiva è, nel De Rossi, totalmente assente, sia nello studio degli autori ebraici, per i quali non va oltre la descrizione di manoscritti e stampati, sia nel più impegnativo studio del testo stesso del Vecchio Testamento, al quale pure diede un contributo considerevolissimo con la sua raccolta delle Variae lectiones. Se, infatti, nel De praecipuis caussis prese le distanze da posizioni schiettamente dogmatiche, non per questo seppe poi affrontare il problema della composizione del Pentateuco e degli altri libri veterotestamentari, né considerò in una prospettiva realmente filologica il problema del testo stesso del Vecchio Testamento, per il quale la scoperta della siro-esaplare aveva pur aperto prospettive nuove. Il suo limite più immediatamente evidente, bene sottolineato dal Luzzatto, è quello di non avere quasi mai spinto la sua attenzione al di là della propria, pur eccezionale, collezione di manoscritti e stampati: per tale ragione, anche sul piano della bibliografia, la Wissenschaft des Judentums lo sorpassò di molto. Fu e restò un uomo del XVIII secolo e come tale va compreso e valutato.
FONTI E BIBL.: Accanto alle Memorie, fonte primaria è l’epistolario. Le lettere al De Rossi sono alla Biblioteca Palatina di Parma (cass. 109-123 delle lettere autografe di uomini illustri); vennero acquistate da Maria Luigia d’Austria insieme con i manoscritti di editi e inediti del De Rossi il 30 giugno 1827 in numero di 2300 circa. Altre 900 furono donate alla Biblioteca dalle nipoti il 20 aprile 1831 (Catalogo dei donativi fatti alla Ducale Biblioteca Parmense dal principio dell’anno 1804 fino al 1831, Parma, 1831, pp. 5, 47). L’elenco dei corrispondenti è in G. Gabrieli, Carteggio De Rossi nella Palatina di Parma, in Manoscritti e carte orientali nelle Biblioteche e negli Archivi d’Italia, Firenze, 1930, pp. 77-87. Lettere al De Rossi pubblicate: lettera del Paciaudi con risposta del De Rossi [1777] in A. Paravia, Lettere d’illustri piemontesi, in Il Subalpino II 1838, 567-569; lettera del Bodoni [1777] in Nozze Zanichelli-Mazzoni, Bologna, 1904; 6 lettere del Bodoni [1776-1786] in A. Boselli, Il carteggio bodoniano della Palatina di Parma, in Archivio Storico delle Province Parmensi, n.s., XII 1913, 222-235; 2 lettere di A. Mai [1811] in A. Mai, Epistolario, a cura di G. Gervasoni, I, Firenze, 1954, 41-42 e 44-45; 5 lettere di B. Bassani [1771-1778] in G. Tamani, Cinque lettere inedite di Bejamin Bassani a Giovanni Bernardo De Rossi, in Rassegna Mensile di Israel XXXIII 1967, 429-441. Le lettere del De Rossi sono disperse. E. Veggetti, Giov. Luigi Mingarelli e le prime ediz. in caratteri greci ed egiziani in Bologna (in Studi e memorie per la storia dell’Università di Bologna, VIII, 1924, 203), segnala l’esistenza di 40 lettere [1782-1791] al Mingarelli nell’Archivio della procura generale dei canonici regolari lateranensi in San Pietro in Vincoli; 7 lettere a Stefano Borgia sono contenute nei mss. Borgiano latino 285, 286 e 287 (Inventarium Codicum manu scripti Borgianorum. Borgiano latino 201-300, Maria Morselletto confecit, 1965-1967, 335, 336, 337, 338, 346, 354); 123 lettere all’Amaduzzi sono conservate nella Biblioteca delle Rubiconia Accademia dei Filopatridi di Savigliano (mss. Amaduzzi, cod. 20); 46 lettere al  Tychsen sono conservate nella Biblioteca dell’Università di Rostok. Lettere del De Rossi pubblicate: 2 lettere al Valperga di Caluso [1778] in A. Bertolotti, Le tipografie orientali e gli orientalisti a Roma nei secoli XVI e XVII, in Rivista europea IX 1878, 263-267; 13 lettere del De Rossi al Paciaudi, 13 del Paciaudi al De Rossi, una del Paciaudi a L. Berta [1769-1778] in G. Tamani, Il carteggio De Rossi-Paciaudi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XIX 1967, 269-313; 4 lettere del De Rossi al Vitali e 2 del Vitali al De Rossi [1781-1782] in G. Tamani, Attività e passione di ebraisti nel carteggio De Rossi-Vitali, in Rassegna mensile di Israel XXXIII 1967, 182-194; 19 lettere del De Rossi al Pezzana, 16 del Pezzana al De Rossi, una del Bertolotti al Pezzana, una del Pezzana al Bertolotti, una del Pezzana agli eredi del De Rossi [1804-1829] in G. Tamani, Il carteggio De Rossi-Pezzana, in Aurea Parma LII 1968, 59-91; 17 lettere al Bodoni [1770-1791] in G. Tamani, Il carteggio De Rossi-Bodoni, in Annali dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli XX 1970, 21-58. La bibliografia del De Rossi è in appendice alle Memorie: p. 99-105 opere inedite (molte soltanto progettate: 81 numeri per 43 opere senza le miscellanee), pp. 106-118 opere edite (41 numeri). La bibliografia di Felice da Mareto in Bibliografia generale delle antiche Province Parmensi, I, Autori, Parma, 1973, pp. 201b-203b (di 52 numeri) presenta lacune, titoli incompleti e registra, come del De Rossi, Pitture di Antonio Allegri, 1800, di Gherardo De Rossi (G. De Lama, Bodoni, II, 139; Brooks, Bibliogr., 138). J. Andres, Cartas famil. a su Hermano D. Carlos Andres dandole noticia del viage que hizo a varias ciudades de Italia en el año 1791, publicadas por el mismo D. Carlos, Madrid, 1793, 32-36; G. Andres, Dell’origine, progressi e stato attuale d’ogni letteratura, VI, Parma, 1799, 477-478; G. De Lama, Vita del Cavalier Giambattista Bodoni, Parma, 1816, I, 15-19, II, 8-12; D. Bertolotti, Serie di vite e ritratti de’ famosi personaggi degli ultimi tempi, III, Milano, 1818-1822 (non paginato, fascicolo XXIV con ritratto n. 304); Memorie degli scrittori e letterati parmigiani continuate da Angelo Pezzana, VI, 1, Parma, 1825, 111-112; C. Lucchesini, Della illustrazione delle lingue antiche e moderne procurata nel secolo XVIII dagli Italiani, II, Lucca, 1826, 21-22, 28-31, 47-48; G. Corniani, I secoli della letteratura italiana dopo il risorgimento, aggiunte di C. Ugoni e S. Ticozzi e continuazione di F. Predari, Torino, 1854-1856, VII, 156-160; C. Ugoni, Della letteratura italiana nella seconda metà del secolo XVIII, III, Milano, 1857, 111-182 con Appendice; S.D. Luzzatto, Opere del De Rossi concernenti l’ebraica letteratura e bibliografia, 182-209 (ristampa a parte, Padova, 1868); M. Steinschneider, Bibliographisches Handbuch über die theoretische und praktische Literatur für hebräische Sprachkunde, Leipzig, 1859, 120 (nn. 1717-1722); M. Steinschneider, Catalogus librorum Hebraeorum in Bibliotheca Bodleiana, Berolini, 1852-1860, coll. VIII, nota 1, XXXVI, nota 8, nn. 2151-2153; L. Zunz, Die hebräischen Handschriften in Italien, ein Mahnruf der Rechts und Wissenschaft, Berlin, 1864, 9-19; M. Steinschneider, Hebräische Handschriften in Parma, nach Mittheil. des Abbé P. Perreau, III, in Hebr. Bibliography X 1870, 96-104, XII, 1872, 31-37, 53-57, 104-120; A. Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, V, Ivrea, 1871, 504-525; F. Oderisi, Relazione intorno alla Biblioteca nazionale di Parma, Torino, 1873, 13-14; A. De Gubernatis, Matériaux pour servir à l’histoire des études orientales en Italie, Paris, 1876, 121-127; P. Perreau, Correzioni al catalogo Derossiano, in Bollettino Italiano degli Studi Orientali, s. 1, 1876-1877, 147-148, 202-206, 229-232, 286-288, 311-315, 351-353, 412-416, 451-455, n.s., 1877-1882, 24-29, 91-95, 344-348,484-486; H. Peyron, Codices Hebraici manu exarati Regiae Bibliothecae quae in Thaurinensi Athenaeo asservantur, Taurini, 1880, 198, 209-210; P. Perreau, Catalogo dei codici ebraici della Biblioteca Palatina di Parma. Serie I. Codici ebraici derossiani non descritti dal De Rossi, in Cataloghi dei codici orientali di alcune Biblioteche d’Italia, Firenze, 1880, 111-152; A. Meyer, Jesu Muttersprache, Freiburg B. und Leipzig, 1899, 23-24; A. Schweitzer, Geschichte der Leben Jesu-Forschung, Tübingen, 1913, 262; W. Cesarini Sforza, Il Padre Paciaudi e la riforma dell’Università di Parma ai tempi del Du Tillot, in Archivio Storico Italiano LXXIV 1916, 109-136; H.C. Brooks, Compendiosa bibliografia di edizioni bodoniane, Firenze, 1927, ad Indicem; G. Gervasoni, Angelo Mai, Tito Cicconi e Bernardo De Rossi, in La Scuola Cattolica LVI 1928, 205-207; U. Cassuto, Manoscritti e incunaboli ebraici nelle biblioteche italiane, in Atti del primo convegno di bibliografia, III, Roma, 1931, 72; Enciclopedia Italiana, XII, 1931, 654; Frati, Bibliotecari, 1934, 200-201; Enciclopedia Ecclesiastica, II, 1944, 499; A. Vaccari, Una gemma del clero italiano: Gian Bernardo De Rossi, in La Civiltà Cattolica LXXXV 1932, 343-352, 459-469 (ristampato in Scritti di erudizione e filologia, II, Roma, 1958, 459-469); G. Gabrieli, Gian Bernardo De Rossi collezionista di manoscritti ebraici, in Rassegna mensile di Israel VII 1932-1933, 167-175; E. Loevison, L’aquisto dei manoscritti ebraici per la Biblioteca Palatina di Parma da parte di Maria Luigia d’Austria, in Rassegna mensile di Israel VII, 1932-1933, 477-491; G. Del Monte, Il Collegio teologico dell’Università di Parma, Parma, 1948, 23-26; Enciclopedia cattolica, IV, 1950, 1452; F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953; M. Parenti, Bibliotecari, 1959, 33; Dizionario Ecclesiastico, III, 1958, 605; A. Ciavarella, Notizie e documenti per la storia della Biblioteca Palatina di Parma, Parma, 1962, 94-98; M. Nallino, Una cinquecentesca edizione del Corano stampata a Venezia, in Atti dell’Istituto Veneto di Scienze e Lettere CXXIV 1965-1966, 1-12; G. Tamani, Com’è andata formandosi la raccolta dei manoscritti ebraici della Biblioteca Palatina di Parma, in Rassegna Mensile d’Israel XXXI 1966, 268-270; G. Tamani, I manoscritti ebraici della Biblioteca Palatina di Parma, in Studi sull’Oriente e la Bibbia. Miscellanea dedicata al prof. G. Rinaldi, Genova, 1967, 201-226; G. Tamani, Inventario dei manoscritti ebraici di argomento medico della Palatina di Parma, in La Bibliofilia LXIX 1967, 247-276; M.G. Guzzo Amadasi, Le iscrizioni fenicie e puniche delle colonie in occidente, Roma, 1967, 83-87, tav. XVII; G. Tamani, Elenco dei manoscritti ebraici miniati e decorati della Palatina di Parma, in La Bibliofilia LXX 1968, 39-136; G. Tamani, Nel secondo centenario dell’inizio dell’attività accademica di Giovanni Bernardo De Rossi, in Aurea Parma LIII 1969, 165-180; G. Tamani, Inventario degli incunaboli ebraici della Biblioteca Palatina di Parma, in La Bibliofilia LXXV 1973, 239-281; G. Tamani, Repertorio delle biblioteche e dei cataloghi dei manoscritti ebraici esistenti in Italia, in Annali di Ca’ Foscari IV 1973, 22-25; G. Tamani, Per la catalogazione del fondo ebraico della Biblioteca Palatina di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XXVII 1975, 443-456; Sh. Brisman, A history and guide to Judaic bibliography, I, Cincinnaty-New York, 1977, 50, 85-87, 288-289, note 49-62; G. Tamani, Giovanni Bernardo De Rossi e gli studi di storia letteraria ebraica alla fine del Settecento, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XXXIV 1982, 515-527; G. Bonola, «Con dolcezza e con riguardo». Il semitista parmense Giovanni Bernardo De Rossi e la conversione degli Ebrei nel Settecento, in Il cristianesimo nella storia, IV, 1983, 367-435; R. Prola Perino, Una dote settecentesca. Ricerche su famiglie canavesane, Torino, 1984, 77-88, 144-146 e tav. VII (genealogia); F. Parente, Il confronto ideologico tra l’Ebraismo e la Chiesa in Italia, in Italia Judaica. Atti del I Convegno internazionale, Roma, 1984, 371-373; F. Parente, Per una storia dell’ebraistica italiana: Giambernardo De Rossi. Prime linee di una biografia, in Clio XXII 1986, 487-510 (con altra bibliografia); G. Busi, Edizioni ebraiche del XVI secolo nelle Biblioteche dell’Emilia Romagna, Bologna, 1987, 13-16; F. Parente, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXIX, 1991, 205-214.

DE ROZI GIOVAN PIETRO, vedi ROSSI GIOVAN PIETRO

DE RUFFINI o DE RUFFONI, vedi RUFFINI

DE RUSI o DE RUSSI, vedi ROSSI

DE SACRI ANTONIO, vedi SACCHI ANTONIO

DE SANCTI IGNAZIO, vedi SANTI IGNAZIO

DE SATI SIMONE, vedi MARTINAZZI SIMONE

DE SCALZI ONOFRIO, vedi DESCALZI ONOFRIO

Bardi-1816
Al principio del XIX secolo fu prevosto nella parrocchia di San Protaso in Piacenza. Fu uomo di rara eloquenza e sapere e oratore sacro distintissimo. Fu educato nel Collegio Alberoni di Piacenza insieme a Lodovico Loschi, poi vescovo, col quale gareggiò in sapere. Fu carmerlengo e prelato domestico di papa Pio VII. Morì in ancora giovane età.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 162; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 204.

DE SCHIAVELLI TIOLO, vedi CHIAVELLI TIOLO

Parma 1831
Impiegato presso il procuratore ducale di Parma, fu tra i protagonisti dei moti del 1831. La sua scheda segnaletica riporta quanto segue: Fu con Vittore Melloni, col Galenga con Pioselli all’impresa di Fiorenzola e vantossi in Parma di essere stato l’uccisore del maresciallo dei Dragoni Anselmi che cadde vittima colà. Fu compagno del Bianchedi nel trasporto ed arresto del Vescovo di Guastalla. Questi si offrì con molti altri a far parte in una compagnia di volteggiatori. Esso era impiegato presso il Procuratore Ducale, e vuolsi che nella propria casa avesse genta armata. Dopo il suo ritorno dal Cairo vestiva un carattere d’ipocrita, ma appena le circostanze si presentarono dichiarossi aperto nemico del Governo di S.M. È colpito dal mandato di arresto. Primo fazioso della rivolta dei più sfrondati. Al ristabilimento del Governo legittimo si rese profugo. È compreso fra quelli che dietro il Sovrano Decreto dei 29 settembre 1831 non possono rientrare in questi stati senza il permesso Sovrano. Figura nell’Elenco degli Inquisiti con requisitoria d’arresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 162.

Ancona agosto 1925-Parma 29 agosto 1991
Tutti i suoi studi e la sua vita si svolsero a Parma, dove nel 1949 si laureò in medicina e chirurgia. Ancora giovanissimo diede il suo contributo di combattente nella seconda guerra mondiale, soffrendo anche i disagi della prigionia. Nel 1960 si sposò con Maria Grazia Bigliardi, dalla quale ebbe tre figli. Specialista in ortopedia e traumatologia, fu docente di medicina legale e libero professionista presso la casa di cura Città di Parma. Nel 1963 fu eletto consigliere dell’Ordine dei medici di Parma. Un incarico che il De Sensi accettò con grande impegno, tanto da essere eletto vice presidente nel 1973 e presidente nel 1980. Militò nella Rugby Parma come giocatore (avendo come compagni di squadra Pisaneschi, Lanfranchi e Mancini), rimanendo a fine carriera all’interno della stessa disciplina sportiva come dirigente. Ricoprì infatti la carica di presidente del Rugby Collecchio e del Rugby Noceto.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 agosto 1991, 5.

Parma 1849
Fu uno dei difensori di Roma nel 1849.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 314.

DE SOCII o DE SOZI o DE SOZZI, vedi SOZZI

DE SPECIOLI o DE SPICIOTI GIACOMO ANTONIO, vedi SPICIOTTI GIACOMO ANTONIO

D’ESTE, vedi ESTE

DE STEFANI EMMA, vedi DE STEFANI MARIA EMMA

Parma 20 giugno 1864-Bologna 17 ottobre 1936
Figlia di Ricordano, studiò pianoforte al Liceo di Firenze prima e alla Regia Scuola di musica di Parma poi. Nel 1879 ritornò a Firenze per studiare arpa con Giorgio Lorenzi. Occupò il posto di prima arpa nelle più prestigiose orchestre ed ebbe una notevole attività concertistica in Italia (Parma, 1883; Fabriano, 1884; Firenze, 1885) e all’estero. Dal 1885 al 1887 insegnò arpa al Liceo musicale di Pesaro e dal novembre 1887 al 31 dicembre 1927 al Liceo musicale di Bologna, continuando l’attività concertistica, spesso assieme alle sue allieve, con le quali eseguì composizioni con più arpe. Sposò il violinista Angelo Consolini. Scrisse un volume di studi per arpa, Scale in tutti i toni, composizioni varie e trascrizioni.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 256, 798; Enciclopedia di Parma, 1998, 295.

Parma 8 maggio 1839-Parma 3 marzo 1904
Alunno interno della Regia Scuola di musica di Parma (1848-1856), studiò oboe nella classe di Luigi Beccali e armonia con Giovanni Rossi. A sedici anni, prima ancora di terminare gli studi, vinse il concorso quale secondo oboe della Ducale Orchestra di Parma (decreto 22 maggio 1855, n. 205). Scritturato dopo il 1864 nelle maggiori orchestre, si dedicò all’insegnamento nel Liceo musicale di Ferrara. L’8 ottobre 1875 fu nominato insegnante della Regia Scuola di musica di Parma, dove tenne l’insegnamento fino al decesso. Ebbe per allievi Guido Zavadini, Torquato Palmia, Orfeo Marazzoli e Melchiorre Venturini. Il suo Metodo teorico pratico per oboe e corno inglese (manoscritto in tre volumi) venne premiato all’Esposizione musicale di Milano. Venne annoverato tra gli accademici filarmonici di Roma, Firenze e Ferrara e fu socio onorario dell’Accademia Rossiniana di Pesaro. Riguardo al suo strumento, pubblicò gli opuscoli Memoria sulla scuola di oboe in Italia (Firenze, Galletti & Cocci, 1886) e Notizie e precetti utili allo studioso dell’oboe (Parma, Ferrari, 1899). Compose e pubblicò: Fantasia per l’oboe sulle opere Il trovatore, Attila e I Lombardi, con accompagnamento di pianoforte (Milano, Ricordi, 1856), Divertimento sopra motivi dell’opera Attila di Verdi per oboe con pianoforte (Milano e Lucca), Elegia per pianoforte (Torino, Giudici e Strada), Emma, mazurka per pianoforte (Firenze, Bratti e Sciabilli), Melodia campestre per pianoforte (Firenze, Bratti e Sciabilli), Notturno per pianoforte (Torino, Giudici e Strada). Rimasero inediti: Metodo teorico e pratico per oboe e corno inglese, op. 1, Romanza senza parole per oboe con accompagnamento di pianoforte, op. 2, Sei melodie per oboe con accompagnamento di pianoforte, op. 3, Elegia per oboe con accompagnamento di pianoforte, op. 4, Adagio, Tema e Variazioni, op. 5, Concertino in fa, op. 6, Concertino in do, op. 7, Adagio e Polacca, op. 8, Duetto per due oboi, op. 9, Capriccio fantastico per oboe, op. 10, Barcarola, op. 11, Tarantella, op. 12, Capriccio in la, op. 13, Capriccio in sol, op. 14, Diciotto studi per oboe solo, op. 15, Venti studi in forma di capricci per oboe solo, op. 16 e Care donne è qui il bel moro, polca per pianoforte su temi popolari parmensi.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938,256; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 63; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 55; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 93-94.

Parma 1254/1261
Fu l’ultimo generale di quella Congregazione di Sant’Agostino alla quale poi si aggregarono tutte le altre. Il Desterampa viene celebrato in modo particolare da frate Enrico di Urimaria, il quale lo chiama uomo di vita santissima e di costumi candidissimi. Lo stesso affermano il Panfilo e il Marquez. Fu opinione comune tra i suoi contemporanei che le preghiere, azioni e penitenze del Desterampa avessero mosso a pietà Sant’Agostino che, apparendo in visione a papa Alessandro IV, lo indusse a provvedere all’unione di tutte le congregazioni disperse, aggregandole a quella originaria.
FONTI E BIBL.: L. Torelli, Vite illustri dell’Ordine agostiniano, 1647, 153.

DE STROBEL DANIELE, vedi STROBEL DANIELE

Parma 1470/XVI secolo
Dottore in medicina, fu fatto vicario generale del Gran Maestro della milizia di San Lazzaro Gerosolimitano il 30 marzo 1493. Forse fu lo stesso fatto Anziano del Comune di Parma nell’anno 1494. Fu anche buon verseggiatore, rettore dell’Ospedale di San Lazzaro di Parma e visitatore e riformatore di tutti gli ospedali di San Lazzaro della Lombardia (1470).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 92; F. da Mareto, Indice, 1967, 298.

DESÙ GASPARE, Parma 1482Fu nominato avogadro il 18 maggio 1482.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 91.

DE SU GASPARO, vedi DESÙ GASPARE

DESÙ ISIDOROParma 1681-Subiaco 31 dicembre 1761
Ebbe come maestro in varie discipline il Bacchini. Secondo l’Armellini (Bibl. Bened. Cas.) fece la professione nell’Ordine benedettino il 10 aprile 1699 e aggiunge che il Desù fu vir optimis litteris egregie excultus. Scrisse una Breve Notizia dell’ammirabilissima vita di Santa Gertrude Vergine Badessa dell’Ordine di San Benedetto, detta la Magna, a istanza dell’abate Benedetto Asinari (nel 1734 l’opera era ancora inedita, conservata presso il monastero di Sant’Anastasio di Asti). Il Desù scrisse altre opere, rimaste tutte inedite. Il Tonani ritenne fossero del Desù certe Animadversiones ad tres Dialogos Anonymi delle quali concesse copia al Pezzana per la Biblioteca Palatina di Parma, assieme a dieci lettere in latino del Desù. Conobbe il greco e l’ebraico e nel 1706 corresse il quarto volume dell’Istoria di Sant’Anselmo del padre Andrea Rainieri. Il 20 febbraio 1712 nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma fece una bella Orazione animando tutti alla devozione dei morti.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 91-92.

DE SU LORENZO, vedi DESÙ LORENZO

Parma 1648/1673
Fu ammesso nel Collegio dei Giudici di Parma nel 1660. Insegnò all’Università di Parma prima istituzioni imp. e poi diritto civile (dal 1648 al 1673). Nel 1670-1671 spiegò Tit. 26 et Can. Gregorii 9 de testam.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 39, 49; Archivio di Stato di Parma, Mandati 1619-1675, Certificati Scolastici 1667-1678; F. Rizzi, Professori, 1953, 37.

DESU SIMONE, vedi DESÙ SIMONE

Parma 1390-Parma 15 febbraio 1469
Fu alunno del Cenobio, quindi rettore dell’Ospedale di San Lazzaro e infine abate del monastero di San Giovanni Evangelista in Parma. Rimase in questa carica dal 1463 alla morte.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 96.

DE TANZO RODOLFO, vedi TANZI RODOLFO

DE TEDALDI o DE TEOBALDI TEONITARIO o THEONITARIO, vedi TEBALDI TEONITARIO

DE TOCCOLI o DE TOCOLI, vedi TOCCOLI

DE UNGARIA, vedi DA UNGHERIA

DE VENTURI ILARIO, vedi VENTURA ILARIO

Chieti 1893-Parma 1967
Emise i voti religiosi nel monastero di Subiaco nel 1909. Completò i corsi di teologia nel collegio internazionale benedettino di Sant’Anselmo a Roma e conseguì la laurea in fisica all’Università di Roma. Durante la prima guerra mondiale combatté col grado di sottotenente. Ordinato sacerdote il 27 giugno 1920, fu prima a Subiaco e poi a Parma, dove la comunità benedettina di San Giovanni lo elesse abate il 9 novembre 1937. Durante la seconda guerra mondiale collaborò al salvataggio delle opere d’arte della Pinacoteca e della Biblioteca Palatina, in parte trasferite nella casa estiva benedettina di Torrechiara. Nel maggio 1944 assisté fino all’ultimo gli ammiragli Campioni e Mascherpa, fucilati dai nazifascisti nel poligono di tiro di Parma. Restò abate fino al 1960, quando si ritirò per motivi di salute.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 120-121.

Noceto 16 febbraio 1916-Cilleruole de Bezana 15 agosto 1937
Figlio di Sante e Zoe Bocchi. Iscritto ai Fasci giovanili di combattimento il 3 marzo 1935, fu volontario nel Regio Esercito per la carriera di sottufficiale e ottenne l’arruolamento come caporale maggiore tra i volontari di Spagna (1ª Compagnia Moto Mitraglieri, Raggruppamento Carristi ad Vittoriam velociter). Trovò morte gloriosa in combattimento e fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Offertosi volontariamente per recapitare un ordine attraverso una zona di terreno efficacemente e intensamente battuta dal fuoco nemico, e colpito al petto da una pallottola che gli attraversava il torace, continuava, nonostante la grave ferita, nel suo compito e solo dopo aver consegnato l’ordine lasciava che lo trasportassero al posto di medicazione.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 63; Decorati al valore, 1964, 63.

DEVOTA o DIVOTA DELLA COSTA, vedi ANTONIAZZI MARGHERITA

Borgo Taro 27 giugno 1876-post 1931
Iniziò i suoi studi musicali a Borgo Taro sotto la guida del maestro Mosconi e fece parte della banda borgotarese. Passò poi a Genova dove fu allievo dell’Istituto musicale Paganini e dove si perfezionò negli strumenti a fiato e nel canto. In qualità di tenore e anche quale direttore di funzioni ed esecuzioni polifoniche, si dedicò pressoché esclusivamente al canto liturgico. Come insegnante di canto tenne anche una apprezzata scuola dalla quale uscirono buoni allievi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 72.

DEYFOBO, vedi DIOFEBO

DE ZAFARONI o DE ZAFFARONI o DE ZAFFIRONI o DE ZAFIRONI, vedi ZAFIRONI

DE ZAMORI GABRIO, vedi ZAMOREI GABRIELE

DE ZANACCHI o DE ZANACHI, vedi ZANACCHI

DE ZAROTI ANTONIO, vedi ZAROTTI ANTONIO

D’HESSEN-DARMSTADT, vedi HESSEN-DARMSTADT

DI ARENA GIACOMO, vedi DELL’ARENA IACOPO

DI BARDI GALDINO, vedi LANDI GALDINO

DI BECCHI, vedi BECCHI

DI BORBONE, vedi BORBONE FRANCIA, BORBONE PARMA e BORBONE SPAGNA

DI CASTAGNOLA, vedi CASTAGNOLA

DI CORNAZZANO, vedi CORNAZZANO

Parma 12 aprile 1771-
Figlio di Francesco. Nel 1778 fu volontario al servizio del duca di Parma Ferdinando di Borbone, nel 1799 fu promosso sottotenente di fanteria e aiutante di piazza a Piacenza. L’anno seguente passò a Parma. Nel 1809 fu al servizio della Francia. Pensionato dal Governo Francese, nel 1815 fu tenente in 1ª dei Veterani di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 22.

Parma 1792-post 1831
Studiò flauto nel Conservatorio di Fontanellato con Francesco Paglia e Giovanni Pesci, poi a Parma con Pasquale Cavallero. Nel 1825, ritiratosi il Cavallero, chiese di subentrargli come primo flauto nella Ducale Orchestra. Essendo in concorrenza con Francesco Raguzzi, vennero nominati ambedue a perfetta vicenda, cosa che scontentò entrambi. Nell’Archivio della Ducale Orchestra si trovano alcune lamentele per la sua condotta sregolata. Sposò Luigia Dall’Aglio. Prese parte ai moti del 1831. La scheda segnaletica compilata dalle autorità di polizia riporta quanto segue: Si mostrò assai caldo durante la rivolta. Allorquando nel teatro di Parma si diede la rappresentazione di una tragedia dell’Alfieri intitolata la Virginia egli applaudiva con furore ad ogni frase che sentiva del genio dei tempi, e gridava la costituzione. Esso fu altro di quelli che recaronsi a Fiorenzola. Insolente verso il Conte San Vitali, e verso il capo della società dei Gesuiti, dal quale pretendeva, che fosse tutta intera a lui pagata la pensione, mentre parte di essa per disposizione Sovrana era devoluta alla moglie dalla quale vive diviso. Tuttora in impiego.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 161.

DI DONNA AGNESE, vedi DELLA GENTE

DI DONNA RIFIUTA, vedi DONNA RIFIUTA

Golese-Val Rio Freddo 11 novembre 1916
Figlio di Guerrino. Fante del 154° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Già ferito da cannoneggiamento nemico, si offriva spontaneamente per recapitare un ordine, e nell’adempimento del suo compito, veniva colpito a morte da granata nemica. Sempre esempio ai compagni di calma e sprezzo del pericolo.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1925, Dispensa 1ª, 810; Decorati al valore, 1964, 67.

Parma 7 marzo 1620-Parma 20 febbraio 1689
Frate Minore Francescano, nel 1680 fu per la prima volta eletto guardiano del convento della Santissima Annunziata in Parma. Mise mano a grandi lavori, i primi dei quali furono gli ornamenti murari che adornano le tre porte d’ingresso alla chiesa e le rispettive imposte di legno, in stile barocco. Nel corso di otto anni, durante i quali fu sempre confermato superiore, con le offerte del duca Ranuccio Farnese e di altri benefattori, innalzò dalle fondamenta due ali del convento, riducendolo così a chiostro quadrato: la prima fu quella verso mezzogiorno, con camere prospettanti a settentrione, la seconda quella di levante, senza camere e che serve da semplice loggia. Perché la sua memoria non andasse dimenticata, sotto il portico del chiostro venne collocata la sua effigie, a mezzo busto in marmo, con la seguente iscrizione incisa su lapide: P. Didaco Parmensi Gvardiano Qvi a fvndamentis Erectam Statim ac vidit Ædem Qvadratam Vrbem in Qvadro Positam Petiit Anno m.d.c.lxxxix. Die 20 Feb. Devs qvi fecit Orbem ex Nihilo Ivstvm Praeoccvpavit Qvi Clavstrvm Fecit ex Nihilo Fratribvs Tot Saxa Congessit Nec Tamen Haberet Hoc Sibi Si non Æs Pivm Tractvm a Vivo Commoveretvr pro Mortvo.FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 392-393.

DI ENZO SIMONE, vedi ENZA SIMONE

Cansano 27 aprile 1908-Daua Parma 21 gennaio 1936
Nato da Salvatore e da Maria Concetta Caruti. Giovanissimo si iscrisse al Partito Fascista, partecipando con entusiasmo all’attività del movimento. Più tardi si arruolò nella Milizia Forestale, dove in breve raggiunse il grado di vice brigadiere. Con questo grado fu assegnato alla Coorte Forestale di Parma e destinato a Valmozzola, dove da quel momento risiedette con la famiglia. All’aprirsi delle ostilità in Africa Orientale, ottenne di partire per l’Etiopia. Assegnato alla colonna del generale Agostini, partecipò alla battaglia del Ganale Doria e, in un combattimento detto della Valle della morte lungo il fiume Daua Parma, rimase mortalmente colpito. Fu decorato di medaglia d’oro al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di squadra, incaricato di tenere un tratto di fronte molto pericoloso, assolveva la consegna in modo esemplare. Nella notte dal 20 al 21 gennaio 1936-XIV, durante un contrattacco sferrato contro infiltrazioni nemiche, in un corpo a corpo rimaneva gravemente ferito all’avambraccio sinistro. Insistentemente consigliato di recarsi al vicino posto di medicazione, decisamente rifiutava di abbandonare il combattimento al quale attivamente seguitava a partecipare, dando mirabile esempio di coraggio e prova di elevate virtù militari. Colpito nuovamente era costretto, per la gravità delle ferite, a non poter più adoperare le proprie armi. Raccolto in mezzo a numerosi nemici da lui stesso abbattuti, esprimeva il più vivo rammarico per dover desistere dal combattimento, ed incitava i compagni a conseguire la vittoria. Prossimo alla fine, con fieri e commoventi parole, rivolgeva il devoto pensiero alla patria, al Duce, alla famiglia. Fulgido esempio di stoicismo e di attaccamento al dovere.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’Impero, 1937, 228-229; Gazzetta di Parma 10 marzo 1987, 18.

Parma 1834
Fu ottimo fabbricatore di carrozze attivo a Parma verso il 1834.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico, 1832-34, 294; Il mobile a Parma, 1983, 263.

DILEN GUGLIELMO o GULIELMO, vedi DILLEN WILHELM

Parma 1912/1943
Violoncellista. Diplomato al Conservatorio di musica di Parma nel 1912, dopo aver studiato con Leandro Carini e Gilberto Crepax, fu stimato strumentista. Nel 1943 fece parte del Quartetto Ferro.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

DILLEN WILHEMBelgio 1543-Parma 13 marzo 1627
Di origine belga, ancora fanciullo fu chiamato in Italia dal duca di Parma, Ottavio Farnese, che lo fece istruire (intorno al 1555) dai migliori musicisti che vivevano allora in Parma. Nel ruoli farnesiani appare la prima volta nel 1574 con sette scudi di salario al mese e senza interruzione fino al 30 settembre 1586, nel qual giorno venne licenziato. Nel tempo che si trovava a Corte, venne eletto maestro di cappella alla chiesa della Steccata di Parma, cominciando a prestare servizio il 23 agosto 1576: vi si fermò fino al 20 aprile 1582. Dove si portasse da quel giorno non si sa, ma dopo diversi anni lo si trova alla Cattedrale di Parma (il 23 dicembre 1601 ricevette in consegna i libri di canto) quale maestro di cappella con lo stipendio di 438 lire all’anno. Fu sepolto in Cattedrale a Parma, dove è ricordato da una lapide con la seguente onorevole iscrizione: Gvlielmo Dilen belgae mvsicarvm modvlationvm scientissimo qvi pvellvs in Italiam a ser.mo Octavio Farnesio evocatvs lectissimus viris musicis appositvs ac praepositus est. In templo Dive Mariae (Steccatae) atqve in hoc episcopali choragvm egit a pluribvs principibvs interim expetitvs tandem post lxxx et iv vitae annos. xiii martii mdcxxvii svpremvm conticvit divinas in coelo lavdes aeternvm personatvrvs quas in terris tam eximie ac div celebravit T.D.D. Hieronimvs Geramnivs et Alex. Trambalibvs lessvm fecere ac lapidem hvnc bene merenti M.P. La serietà e il valore del Dillen sono dimostrati dall’avere egli servito, come maestro di cappella, la Steccata e la Cattedrale e, come musico, la Corte ducale e dall’aver fatto eseguire le composizioni dei migliori musicisti del suo tempo. Dal confesso rilasciato dal Dillen il 2 novembre 1579 al massaro della Steccata, si sa che egli acquistò per la cappella corale il primo Libro delle Messe del compositore Pierluigi da Palestrina. Dai suoi contemporanei fu anche ritenuto compositore di valore. Infatti, Federico Rossi da San Secondo scrisse il 23 ottobre 1623 al Duca di Mantova che gli mandava i libri composti dal Dillen e dedicatigli: egli è huomo virtuosissimo et di molta scienza servitore da 50 anni dei Farnesi. Lo stesso Dillen il 28 febbraio scrisse al Duca di Mantova, mandandogli la Messa da morto a cinque commessa insieme con altra alla più breve con i suoi finimenti di partitura et altro e domandò scusa dell’indugio posto agli ordini avuti a cagione di un’infermità. Il 19 aprile poi gli manifestò la sua contentezza per aver saputo che le Messe a lui spedite erano riuscite conforme al suo pensiero. Secondo quanto scrive il Fétis, il Dillen fece stampare a Venezia nel 1622 una raccolta di Messe a cinque, sei e dodici voci, delle quali però non si conosce alcun esemplare.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati; Archivio della Fabbriceria della Cattedrale di Parma, Mandati; Archivio di Stato in Parma, Ruoli Farnesiani; Fetis, III, 23; A. Bertolotti, La musica in Mantova, 90; E.V. Straeten, La musique aux Payis-Bas, vol. 6, 162, 163, 173; N. Pelicelli, La Cappella corale della Steccata, 35 ss.; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 107; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, III, 55.

Parma 23 febbraio 1889-Nervi 8 agosto 1985
Visse dal 1920 a Milano e a Nervi. Studiò nell’Istituto di Belle Arti di Parma (fu allievo di Cecrope Barilli, Paolo Baratta e Clemente Martini) e conseguì il titolo di professore di disegno architettonico. Si applicò alla decorazione, alla pubblicità e all’illustrazione di giornali e riviste. Come pittore espose alla Mostra Nazionale di Brera a Milano del 1920 e del 1922, alla Mostra Sindacale Ligure del 1932 e a quella del Sindacato Interprovinciale del 1937. Nel 1929 e sino al 1932 diresse una fabbrica di ceramiche (S.A. Spica) in Albisola Capo. Due suoi pezzi si conservano nella sezione della Fondazione Richard, Galleria delle Ceramiche, al Castello Sforzesco di Milano. In pittura predilesse soggetti storici, ritratti e nature morte. Eseguì i ritratti dei benefattori per la Quadreria dell’Ospedale Maggiore di Milano, quelli dei generali di Finanza a Roma (1939) e quelli dei pionieri dell’auto per il museo Biscaretti a Torino (1960). Tra le sue grandi composizioni, su temi ottocenteschi, si citano Una prima di Romanticismo al Teatro Manzoni di Milano, nella sede milanese della Banca Nazionale del Lavoro, e Una serata al Savini 1967, di proprietà del Foyer in Via Verdi a Milano. Partecipò a varie mostre e tenne personali a Milano (Galleria Salvetti, 1945; Galleria Ranzini, 1947, 1949 e 1954), a Sanremo (Galleria Parodi, 1948) e a Parma (1962 e 1966). Collaborò con arredamenti e decorazioni all’Esposizione di Leonardo e delle Invenzioni del 1939 a Milano. Dal 1925 al 1935 fu collaboratore artistico alla Gazzetta dello Sport e del Touring club italiano. Il Di Massa, artista rigoroso in un oggettivismo di interni che non ammettono la minima improvvisazione, creò tutta una propria dimensione di vita catturata e gelosamente affidata a una campana di vetro, silenziosa addirittura all’eccesso. Rimane il pittore dei ritratti eseguiti con scrupolo spinto all’estremo limite del romanticismo, delle ricostruzioni di gruppi famosi o di prime celebri (e noti sono due suoi grandi quadri, uno sul lavoro di Rovetta rappresentato al Teatro Manzoni di Milano nel 1902, eseguito nel 1952, già citato, e l’altro illustrante il vecchio caffè Cova di Milano con la presenza di personalità della lirica come Verdi, Puccini, Tamagno, Leoncavallo e Toscanini, facente parte della raccolta Motta). Un pittore crepuscolare, si potrebbe dire, che pose tutto il proprio romanticismo al servizio di una tecnica quanto più vicina alla perfezione.
FONTI E BIBL.: Lo Duca, Maioliche d’Albisola, in L’Industria del Vetro e della Ceramica, Milano, 1933; Rassegna dell’Istruzione Artistica 7-8 1932, 354; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 162; Corriere degli Artisti 1 maggio 1947 e 15 maggio 1950; L’Araldo dell’Arte 20 maggio 1947 e 25 gennaio 1949; Tempo 14 novembre 1957; Tribuna Illustrata 26 agosto 1962; Il Resto del Carlino 18 e 26 ottobre 1962; Gazzetta di Parma 14, 23 e 28 ottobre 1962, 28 ottobre 1963 e 12 dicembre 1963; La Martinella fasc. I-II 1964; Milano: un secolo, Milano, 1965; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1061; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 9 agosto 1985, 5.

DI NEIPPERG, vedi NEIPPERG

DI NEOBURGO o DI NEUBURG, vedi NEUBURG

Borgo San Donnino 1472
Detto anche Deyfobo o Deifobo. Fu maestro pittore attivo nell’anno 1472.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di bella arti, VII, 1821, 312.

DIONE, vedi MARTINI GIACOMO

Parma 1606/1667
Guardacoro della Cattedrale di Parma, fu autore dell’opera Primi tuoni overo introduzione del canto fermo con l’aggiunta d’altri tuoni del Signor Dottor Marco Dionigi, guardacoro della cattedrale di Parma. All’Ill.mo Rev.mo Mons. Carlo Nembrini, Vescovo di Parma e conte (In Parma, per Mario Vigna, 1648; 2a ed. 1667).
FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Bibliografia, 1991, 148.

DIONISIO DA PARMA, vedi RAINERI GIULIO CESARE

DI PIERI MARIANO, vedi PIERI MARIANO

DI SAN MARCO UGOLINO, vedi RUGGERI UGOLINO

DI SORAGNA, vedi MELI LUPI

DI SPAGI ARCANGELO, vedi SPAGGI ARCANGELO

DI UNGHERIA, vedi DA UNGHERIA

DIVITI MARC'ANTONIOMonticelli 1544
Figlio di Antonio e di Agnese Pallavicino. Compare in un rogito del 1544, in cui è definito pittore, figlio del fu Antonio de Divitiis di Bibiena e di Agnese Pallavicino e abitante a Monticelli.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, III, c. 179; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 326.

Parma prima metà del XVI secolo
Orefice attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 180.

Parma 1576/1599
Figlio di Cosma. Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1576 al 12 marzo 1599. Alla morte del padre ereditò, insieme al fratello Carlo, tutti i beni paterni (testamento del 17 gennaio 1594).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 36; Compendio dei lasciti, 84, in Archivio della Steccata; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 19.

Felino 1836-Piacenza 1904
Entrò giovanissimo tra i Minori Francescani (assumendo il nome di Fermo) e diventò guardiano del convento di Santa Maria di Campagna. A lui si deve la costruzione del nuovo convento, iniziata nel 1897 tra molteplici difficoltà su disegno dell’architetto Vincenzo Bergamaschi.
FONTI E BIBL.: F. Molinari, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 98-99.

DODICI FERMO, vedi DODICI DOMENICO

Piacenza 1739-1811
Fu chiamato all’Università di Parma dopo l’espulsione dei Gesuiti. Dal 1768 insegnò logica e metafisica e dal 1777 teologia morale. Nell’Archivio di Stato di Parma vi sono documenti da cui risulta che nel 1770 fu nominato alla chiesa parrocchiale di San Donnino ma nel 1777 fu chiamato alla nuova cattedra. Presso la Biblioteca Palatina di Parma sono conservate parecchie sue opere: due orazioni funebri (1783), Elogi del C. dor. da Brindisi e del C. Bernardi da Corleone (1787), Per la festa del 15 agosto 1806 (1806) e numerose altre orazioni (1807-1808), tra cui una in lode di Napoleone Bonaparte (1808). Lo ricorda U. Benassi e G. Dodici ne stese l’elogio funebre (1811).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

Niviano di Rivergaro-20 giugno 1834
Prese parte attiva ai moti del 1831. Fu inquisito e arrestato. La sua scheda segnaletica riporta quanto segue: Cavaliere, Intendente militare. Insignito fra molti altri dell’Ordine Costantiniano fu nominato dal governo provvisorio a membro del comitato militare assieme ai Maggiori Regalia e Ferrari. Stampò uno scritto che fece passare sotto il nome di Belfiore di lui ordinanza diretto agli abitanti dell’Emilia. Sentito lo stampatore Vescovile assicura che il Dodici voleva per tale stampa servirsi dei di lui torchi, al che rifiutossi. In questo scritto non solo s’inveiva contro la Corte di Roma ma si discendeva a parlare della legittimità dei governi e poscia delle cose rivoluzionarie di Parma. Animava i cittadini a tenersi uniti, facendo loro riflettere che in caso di rovescio rischiavano d’essere appiccati. Si adoprò molto per essere fatto Presidente del comitato militare e metteva ogni impegno onde la guardia nazionale fosse messa in istato di combattere al più presto promovendo misure, proponendo mezzi, eccitando a disporre fondi. Fu dei primi che mentre S.M. sedeva tuttora nel suo Palazzo andava declamando il bisogno che la medesima si mettesse a capo del Governo per salvarsi dal naufragio, dichiarando che questo era il solo partito che le rimaneva. Si vuole che fosse in carteggio col Generale Zucchi allorché trovavasi lo stesso Zucchi a Modena. Si ritiene che nel tempo della rivolta facesse stampare un proclama indiretto ai popoli dell’Emilia con cui li sollecitava alla rivolta. Dimesso dal posto di Commissario di Guerra, ora percepisce un annuale stipendio. Fu inquisito e decretato d’arresto.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 162-163.

Parma 987/991
Fu diacono e prevosto della canonica parmense (987-991).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 318.

Parma prima metà del XVII secolo
Maestro di corami attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 123.

Parma XVI/XVII secolo
Sacerdote e verseggiatore, di cui poco si sa, se non che rispose a un epigramma di Camillo Beccara con altro epigramma di lode a lui.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 114.

Parma 1564/1566
Sacerdote, fu maestro di cappella nella Cattedrale di Parma, istituita dal cardinale Alessandro Sforza, vescovo di Parma, il 31 ottobre 1564. Il 6 novembre 1564 il Dolci venne eletto al Beneficio della 1ª ebdomadaria, spettante all’ufficio di maestro di cappella, ma dopo alcuni anni lo rinunciò (22 novembre 1566, ne fu allora investito Pietro Paolo Ragazzoni, maestro di cappella alla Steccata e compositore di madrigali).
FONTI E BIBL.: Benefit. necnon Beneficiat. Elenchus, fol 70 (Archivio di Stato di Parma); N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 23.

DOLCIN, vedi DOLCINO


Borgo San Donnino 1496
Fu calligrafo di greco e miniatore assai erudito. Un codice dell’anno 1496 copiato di sua mano con molta diligenza è nella Biblioteca di Mantova. Fu forse parente di Stefano Dolcino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 273-274; L. Scarabelli, Istoria civile dei Ducati di Parma e Piacenza, II, 1846 (pubblicato nel 1858), 439; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 27.

Sambuceto 1462-Milano o Busseto 13 ottobre 1508
Nacque da una famiglia forse di Busseto. Non sono esistiti due (o tre) Stefano Dolcino: il vecchio e il giovane o secondo. L’umanista, prosatore e poeta latino, canonico di Santa Maria della Scala a Milano, vissuto tra la fine del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento è uno solo, nonostante le recise affermazioni in contrario di I. Affò, poi riprese da altri studiosi posteriori (tra i quali il Tiraboschi). La ragione principale dello sdoppiamento nacque dal fatto che apparentemente uno solo dei due si presentava nelle sue opere come Stephanus Dulcinius Secundus e l’altro esclusivamente come canonico della Scala. È da supporre che il secundus sia nato come soprannome del Dolcino nell’ambiente degli umanisti milanesi che egli frequentava, verso l’anno 1500, e non per distinguerlo da un inesistente contemporaneo, ma forse, e in questo caso non senza una più o meno benevola irrisione, dall’omonimo eresiarca medievale. Di un eventuale terzo contemporaneo Stefano Dolcino, calligrafo di greco, del quale parla lo Janelli, non è poi assolutamente il caso di fare conto. Comunque, dopo la puntuale lettera di P. Vitali, fu soprattutto il Pezzana, nelle sue aggiunte all’Affò, a chiarire definitivamente la questione, unificando il personaggio. Certo la cattiva sorte sull’identità del Dolcino continuò ancora: l’indice del Malaguzzi Valeri distingue tra Dolcino S. e Dulcino S. canonico, mentre l’Indice della Storia di Milano della Fondazione Treccani (Milano, 1966) scheda: Dolcin Stefano, Dulcino s. e Dulcino Stefano. Il Dolcino iniziò i suoi studi a Cremona con l’umanista Niccolò Lucaro, pare nel 1478, e li proseguì poi a Milano seguendo le lezioni dell’alessandrino Giorgio Merula, del quale si dichiarò più volte allievo riconoscente. A tale proposito una preziosa testimonianza del suo discepolato la si trova nelle note manoscritte che il Dolcino aggiunse a un volume delle Enarrationes Georgii Merulae in Satyras Juvenalis, stampate a Venezia presso Gabriele Petri nel 1478. La copia di quest’opera appartenuta al Dolcino, che si trova nella Biblioteca Palatina di Parma, reca la sottoscrizione finale: Mediolani in Sancta Maria de la Scala per P. Stephanum Dulcinium ibi Canonicum, legente Georgio Merula Alex. 1488, die XVIIII Augusti. Ancora il Pezzana ricorda che note manoscritte greco-latine o solo latine del Dolcino si trovano nei margini di altri libri quattrocenteschi, presenti nella Biblioteca di Parma: G. Trapezunte, Rhetoricarum libri, Mediolani, 1493; Cicerone, Rhetorica ad Herennium, Mediolani, 1489; N. Perotti, Cornucopia, Mediolani, 1498. Alcuni studiosi hanno poi erroneamente identificato queste glosse con veri e propri commenti manoscritti alle opere in questione, in seguito andati perduti. Chierico forse dal 1475, nell’aprile 1486 venne nominato canonico di Santa Maria della Scala a Milano e come tale condusse avanti la redazione del libro degli anniversari e dei necrologi della chiesa fino al 1492. Il volume, poi continuato fino al 1610, a detta dell’Argelati aveva una prefazione del Dolcino, datata 12 luglio 1492. Nell’agosto 1490 sperò di ottenere l’incarico di insegnante di eloquenza in Milano nell’accademia fondata dal Moro, succedendo al defunto Gabriele Paveri Fontana. A tal fine, oltre all’arcivescovo di Milano, lo raccomandò al Duca il nunzio pontificio G. Gherardi, il quale scrisse in proposito anche al segretario ducale Bartolomeo Calco. Però gli fu preferito Giulio Emilio Ferrari. Rimase così, senza un incarico definito, uno dei tanti letterati che facevano riferimento, con maggiore o minore fortuna, alla Corte sforzesca. Più costante e produttivo fu invece il suo rapporto col mondo editoriale e in particolare col tipografo Antonio Zarotto, presso il quale pubblicò quasi tutte le sue opere e per il quale curò due importanti edizioni E. Motta lo indica anzi come correttore nella suddetta tipografia. Nel giugno 1503 il prete Stefano Dolcino, per il quartiere di Porta Nuova, fu chiamato a collaborare, insieme con altri cittadini milanesi, alle scelte della Fabbrica del Duomo di Milano. Sarebbe morto a Milano, secondo un’indicazione del Mazzuchelli e del Sitoni, poi ripresa e confermata dal Sassi e dall’Argelati, il quale ultimo precisa che venne sepolto nel sarcofago comune dei canonici di Santa Maria della Scala. Secondo altri autori (Vitali, Seletti) la morte sarebbe avvenuta a Busseto, dove il Dolcino si era trasferito nei suoi ultimi anni di vita. I. Affò invece aveva giustificato lo sdoppiamento della figura del Dolcino anche in considerazione del fatto che il secundus sarebbe morto dopo il 1511, avendo composto in quell’anno un epitaffio per Lancino Curti (Curzio), che si legge negli Elogia del Giovio. Per la verità il Curzio morì nel 1512 e l’epigramma del Dolcino, come ampiamente sostiene il Vitali, non deve necessariamente essere stato scritto dopo la morte di Lancino Curti. Al febbraio 1489 si data la sua prima opera, le Nuptiae illustrissimi ducis Mediolani, che recano la dedica al primo maestro, Lucaro, del giorno 20 di quel mese. L’operetta risulta di particolare interesse storico perché il racconto delle cerimonie milanesi per le nozze di Gian Galeazzo Sforza con Isabella d’Aragona offre al Dolcino l’opportunità di tracciare la genealogia dei Visconti e soprattutto di fare una descrizione del Duomo di Milano, del Castello, dell’Ospedale Maggiore e di tutti gli apparati celebrativi. Il suo impegno di fedele documentazione è del resto esplicito: Quibus interfui, quae vidi, ut vera fuerunt, ita sempliciter narravi. L’opuscolo venne fatto stampare a cura e a spese di Giovanni Antonio Corvini di Arezzo, studioso e collaboratore di A. Zarotto, che nella lettera finale indirizzata al Dolcino precisa come, per il gran diletto provato nella lettura del testo in questione, avesse deciso di farlo pubblicare in ben mille copie. Il tipografo fu lo Zarotto e il colophon reca la data finale del 13 aprile 1489. Probabilmente a motivo di questo scritto K.T. Steinitz ha identificato il Dolcino col Servitor Stephanus che inviò una dettagliata lettera al duca di Firenze sulle nozze di Gian Galeazzo Sforza. In verità il Dolcino non fu mai corrispondente o informatore fiorentino. Ancora al 1489 si data l’edizione critica dell’Astronomicon di Manilio. La lettera dedicatoria al marchese Orlando Pallavicino, senatore di Milano, è del 25 ottobre e dal colophon risulta che l’opera fu finita di stampare il 9 novembre 1489. Tipografo fu ancora lo Zarotto. Nella dedicatoria il Dolcino precisa di aver condotto il suo lavoro su antichi codici e di averla corretta in ben trecentis locis, lasciando invece inalterati i passaggi quae autem ambigua videbantur. L’Orlandi e il Sassi indicano una ristampa del volume nel 1499, ma essa probabilmente deriva solo da un errore di lettura (o di stampa). Comunque, anche in questo caso numerosi bibliografi hanno ripreso l’indicazione. Da notare che l’edizione del Manilio fu evidentemente un’iniziativa rivolta al mondo della scuola, nel quale del resto, proprio allora, il Dolcino sperava di inserirsi. Su suggerimento di Nicolò Antiquari, nipote del segretario ducale Iacopo, il Dolcino emendò anche le Epistolae et opuscula di Sant’Ambrogio, che vennero edite il 1° febbraio 1491, con dedica a Ludovico il Moro, duca di Bari. Stampatore dell’opera fu ancora una volta lo Zarotto. Se la dedica risulta ampollosa e ampiamente adulatoria (un vero panegirico del Moro, la definisce il Sassi), l’intento del Dolcino è etico-politico, rivolto a incoraggiare il buon governo dello Stato. Come Ambrogio anche il Moro governa a Milano come vicario, ma in più è anche tutore e padre di tante altre città che compongono il Ducato. Ambrogio aveva cacciato gli eretici, il Moro ha ridato la pace all’Italia e la sua fama vola ormai per l’Europa e il mondo intero (Sassi, pp. DI-DII). Uscito solo due mesi dopo la prima edizione milanese delle Epistole di Sant’Ambrogio (a cura di G. Crivelli, presso Pachel), relativamente agli opuscoli, il testo curato dal Dolcino ha in comune col precedente solo il De vocatione, mentre poi aggiunge: De Isaac et anima, De fuga saeculi e anche lo spurio De aedificatione Mediolani. Già l’Affò mise in evidenza come dalla cattiva lettura di una scheda relativa ai testi ambrosiani fosse nata l’indicazione dell’esistenza di un’opera del Dolcino intitolata Opuscula varia et epistolae. Il primo a scriverne pare sia stato C. Beughem, seguito poi dal carmelitano P. Orlandi, il quale nella sua Origine e progressi della stampa dice l’opera edita a Milano nel 1492, e così fece il Sassi. Ancora il Maittaire cita: St. Dulcinii canonici scalensis Epistolae et opuscula varia, Mediolani, 1492, in fol., e pari pari lo riprende il Graesse (Trésor, II, p. 444). Ancora al Dolcino si deve l’edizione dell’opera del cisterciense Bonifacio Simonetta, Historia persecutionum Christianorum (quasi sempre indicata nelle bibliografie come De Christianae fidei et Romanorum Pontificum persecutionibus), per la quale stese anche i sommari posti all’inizio dei sei libri che la costituiscono. Il volume si apre con un’epistola del Dolcino a Giovan Battista Ferro, vicario episcopale di Milano, e apparve nel gennaio 1492 per i tipi dello Zarotto. L’opera venne ristampata nel 1509 a Basilea ed erroneamente il Casati, nelle sue note all’edizione delle Epistolarum di F. Ciceri, scrive che i sommari del Dolcino si trovano solo in questa seconda stampa. La lettera dedicatoria del Dolcino fu riprodotta dal Sassi (pp. DIV-DV). L’unico componimento poetico di impegno del Dolcino è il poemetto Sirmio, composto in endecasillabi latini, apparso il 30 novembre 1502 presso Alessandro Minuziano. L’opera è dedicata al conte Giacomo Antonio Della Torre, protonotario apostolico, e nel corso della dedica (riportata anche dal Sassi, coll. cccxi-cccxiii) il Dolcino fa un breve riassunto del contenuto. Segue il testo una lettera, sempre del Dolcino, a Paolo Gerolamo Franco genovese, datata dalla Scala 13 novembre 1502, mentre le ultime due carte sono occupate da cinque epigrammi, dovuti rispettivamente a Paolo Lanteri, Lancino Curti, Giano Parrasio, Francesco Tanzi detto Cornigero e Giacomo Antonio Della Torre. Di questi e di diversi altri poeti suoi contemporanei il Dolcino fa le lodi nel corso del poemetto. L’opera fu ampiamente apprezzata dal Curzio (che diverse volte nei suoi Epigrammaton libri parla con ammirazione del Dolcino), mentre venne criticata in un epigramma feroce attribuito al Navagero. A parte il Curzio, il Dolcino fu in amicizia con altri illustri letterati del tempo. Alla fine dei Rithimi di Gaspare Visconti (Milano, 1493) c’è un’epistola latina del Dolcino pro Francesco Tanzi, che aveva curato, contro la volontà dell’autore, la stampa delle rime volgari del Visconti (la si veda riprodotta in Sassi, pp. DV-DVI), ma anche alcuni componimenti del Dolcino in lode dello stesso Visconti: l’Epitaphio del carnevale, un sonetto latino, un epigramma e tre distici pure latini. Di contro, la stima del Visconti (secondo altri, del Peloto) per il Dolcino è testimoniata da un sonetto che si legge nella Raccolta milanese del 1756 (c. 22). Il Dolcino fu altresì molto legato a B. Corio, come dimostrano il suo epigramma posto sotto il bellissimo ritratto dell’autore, che orna una tiratura della prima edizione del 1503 della Patria Historia, e anche i versi in onore del Corio che si leggono alla fine dell’opera. Quattro esametri latini sempre in lode del Corio si trovano alla fine dell’altra opera dello storico milanese intitolata Utile dialogo amoroso (edita dal Minuziano prima del dicembre 1513). Al Dolcino dedica invece un epigramma di lode Piattino Piatti, definendolo due volte santo, come sacerdote e come poeta (Epigrammatum liber, Mediolani, 1502). Un rapporto di profonda amicizia legò infine il Dolcino al domenicano Matteo Bandello, che, nella dedica a lui di una sua novella, dichiara di invidiarne l’incessabile, candida, latina e sì dolce vena e ne loda gli endecasillabi in onore del lago di Garda, che dice di aver ricevuto in casa del protonotario Della Torre (Novelle, II, 58). Ancora al Dolcino il Bandello fa raccontare la novella I, 9, che è invece dedicata al ben noto per entrambi Lancino Curti: proprio considerando gli anni in cui vissero sia il Dolcino sia il Curti, queste novelle dovrebbero essere considerate tra le più antiche del novelliere bandelliano. Una lettera del Dolcino, datata 15 marzo 1505, scritta a Giovanni da Tolentino perché dia alle stampe le sue lettere e altri suoi scritti, compare nel volume delle Epistulae del tolentinate, stampato a Milano nel 1511, a cura di Matteo Bandello. Forse il Dolcino fu anche autore, secondo una indicazione del Sassi, di un testo intitolato De die S. Fortunati, quo Franciscus Sfortia fuit Dux Mediolani, perché nel catalogo della Biblioteca di Blois, steso dal domenicano Guillaume Petit, si leggeva che era opera di Daulcini Poetae Latini. Non va però a lui attribuita, come fa invece A.C. Fiorato, per una cattiva lettura di un passo del Sassi, l’edizione delle opere di Niccolò da Cusa, stampate a Milano nel 1502, a spese del ricordato Orlando Pallavicino, che le dedicò al cardinale Giorgio d’Amboise. Si sa che il Dolcino ebbe una casa di proprietà a Busseto, dove la sua famiglia risiedette per tutto il Cinquecento e che donò la sua importante biblioteca al convento dei minori osservanti di questo luogo, come risulta da alcuni ex libris a suo tempo letti dall’Affò. E certamente dovette possedere testi importanti e codici antichi, anche se non è vero (come invece afferma il Malaguzzi Valeri) che a lui si rivolse il nunzio pontificio G. Gherardi nel 1489 per averne un testo di Vitruvio Pollione.
FONTI E BIBL.: G. Gherardi, Dispacci e lettere di G. Gherardi nunzio pontificio a Firenze e Milano, a cura di E. Carusi, Roma, 1909, 339 s., 524 s.; Annali della Fabbrica del Duomo di Milano, III, Milano, 1880, 125; L. Curtii, Epigrammaton libri decem, Mediolani, 1521, cc. 57v, 72v, 158r; L. Curti, Epigrammaton libri decem decados secundae, Mediolani, 1521, cc. 6r, 15v; L.G. Giraldi, De poetis nostrorum temporum, Florentiae, 1551, 52; M. Bandello, Novelle, in Tutte le opere, a cura di F. Flora, Milano, 1952, I, 116, 1121, II, 233 s., 1286; P. Giovio, Le iscrizioni poste sotto le vere imagini de gli huomini famosi, Venezia, 1558, 126; F. Picinelli, Ateneo de i letterati milanesi, Milano, 1670, 479; C. Beughem, Incunabula Typographiae notitiam exibentia, Amstelodami, 1668, 55; F. Arisi, Cremona literata, II, Parmae, 1706, 2; G.P. Mazzuchelli, Mediolanum secunda Roma, dissertatio apologetica, Bergomi, 1711, 73; P.A. Orlandi, Origine e progressi della stampa, Bologna, 1722, 323, 363; M. Maittaire, Annales typographici, I, 1, Amstelodami, 1733, 555; Ph. Argelati, Bibliotheca Scriptorum Mediolanensium, Mediolani, 1745, coll. 2109 s.; G.A. Sassi, Historia literario-typographica Mediolanensis, Mediolani, 1745 coll. cxi, ccxl, ccxci, cccvii-cccxvi, di s., div s., dlxxxv, dxci; F. Ciceri, Epistolarum libri XII et orationes quatuor, a cura di P. Casati, Mediolani, 1782, 81; V.M. Giovenazzi, Poematum libellus, Neapoli, 1786, c. 86; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, Parma, 1791, 67-71, 163-167; P. Vitali, Lettera al S. Avv. Angelo Pezzana intorno a Stefano Dolcino canonico della Scala in Milano, Parma, 1816, 3-35; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, 2, Parma, 1827, 351-362; J.A. Fabricius, Bibliotheca Latina mediae et infinae aetatis, VI, Florentiae, 1859, 500-502; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 158 s.; E. Seletti, La città di Busseto, Milano, 1883, I, 276-278, III, 72-74; V. Forcella, Iscrizioni delle chiese e degli altri edifici di Milano, IV, Milano, 1890, 305, n. 430; F. Gabotto-A. Badini Confalonieri, Vita di G. Merula, Alessandria, 1893, 211 s.; L. Cerri, Memorie per la storia letteraria di Piacenza in continuazione al Poggiali, Piacenza, 1895, 65-69; E. Motta, Di Filippo di Lavagna e di alcuni altri Tipografi-editori milanesi, in Archivio Storico Lombardo XXV 1898, 51, n. 1; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1889, 165; F. Malaguzzi Valeri, La corte di Lodovico il Moro, I, Milano, 1929, 32, 357, 423, IV, Milano, 1923, 165; F. Catalano, Il Ducato di Milano nella politica dell’equilibrio, in Storia di Milano, VII, Milano, 1956, 387; E. Garin, La cultura milanese nella seconda metà del XV secolo, in Storia di Milano, 1956, 583, 589; E. Cattaneo, Istituzioni ecclesiastiche milanesi, in Storia di Milano, IX, Milano, 1961, 547; K.T. Steinitz, The voyage of Isabella d’Aragon from Naples to Milan, January 1489, in Bibl. d’Humanisme et Renaissance, XXIII, 1961, 24 s., 30 s.; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 134; R. Weiss, The Renaissance Discovery of classical Antiquity, Oxford, 1969, 118 s.; A. Ganda, I primordi della tipografia milanese. Antonio Zarotto da Parma, Firenze, 1984, 57 s., 174 n. 153, 175 n. 158, 180 n. 173, 185 n. 186; A.C. Fiorato, Bandello entre l’histoire et l’écriture, Firenze, 1979, 137 s.; T. Rogledi Manni, La tipografia a Milano nel XV secolo, Firenze, 1980, 73, 106 n. 61, 141 n. 400, 164 n. 619, 194 n. 919, 218 nn. 1113-1114; Repertorium fontium hist. Medii Aevi, IV, 255; U. Rozzo, in Dizionario biografico degli Italiani, XL, 1991, 444-447.

DOLIMO STEFANO, vedi DOLCINO STEFANO

Parma 1830
Girovaga e domatrice di animali, assieme ad Antonio Alpi nel 1830 a Helsinki presentò al pubblico, tra l’altro, un cammello, un paio di lupi e uccelli rari. La cosa più notevole era comunque un cavallo americano con quattro narici. Per di più il pubblico veniva attirato ad aizzare combattimenti tra animali: chiunque poteva mandare il proprio cane a battersi con l’orso e con i lupi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1976, 162.


Borgo San Donnino 1568
Pittore attivo nel 1568.
FONTI E BIBL.: P. Zani, VII, 350; E. Scarabelli Zunti, IV, c. 143; Künstler-Lexikon, IX, 396; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 327.

DOLZANI PIETRO ANTONIO, vedi DOLZANI PIER ANTONIO

DOMENICO, vedi LORI RODOLFO

DOMENICO DA BEDONIA o DA PIACENZA, vedi LUSARDI DONNINO

Parma-post 1363
Nel 1363 fuse la campana per la pieve di Lesignano, che risulta essere una delle più antiche campane italiane. Del peso di 300 chili e di bella forma allungata, aveva un ottimo suono. Il 29 gennaio 1944 si incrinò durante una cerimonia funebre.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

DOMENICO DA PARMA, vedi anche VICENZI FRANCESCO

DOMENICO DA RIVALTA, vedi RIVALTA DOMENICO

San Michele di Parma1342
Laico Nicosiae commoranti, nel 1342 venne autorizzato al fitto di uno stabile spettante alla chiesa episcopale di Nicosia.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 103.

DOMENICO DEL RIZO, vedi MARENGHI DOMENICO

Parma I secolo a.C.
Fu forse di condizione libertina, figlio di P. Domitius Splendor e di Cominia Tigris, cui pose un’epigrafe, perduta. Il nomen Domitius è assai frequente nelle regioni transpadane, documentato anche nella regio VIII, ma presente a Parma solo per i due personaggi documentati in questa epigrafe. Cominianus è cognomen poco documentato, derivato in questo caso dal nomen materno, presente in tutta la Cisalpina assai raramente (è conosciuta esclusivamente un’altra epigrafe della zona comense).
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 86.

Parma I secolo a.C.
Di condizione presumibilmente libertina, fu dedicatario insieme a Cominia Tigris di un’epigrafe, perduta, databile, per la presenza della formula D.M., a età imperiale, posta dal figlio P. Domitius Cominianus. Il nomen Domitius, assai frequente nelle regioni transpadane, documentato anche a sud del Po, ma in questa sola epigrafe a Parma, potrebbe suggerire un riferimento a Cn. Domitius Ahenobarbus, console nel 192 a.C., assegnato all’Italia e alle Gallie, attivo in Italia settentrionale dove combatté i Boi, costringendoli alla resa. Splendor è cognomen piuttosto raro, documentato in questo solo caso in tutta la Cisalpina.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 87.

DOMNIZO, vedi DONIZONE

Milano 1792-1854
Figlio del capitano d’artiglieria Michele. Iniziò la carriera come ufficiale del Regno Italico e venne insignito del cavalierato della Corona di ferro per meriti militari. Caduto Napoleone Bonaparte, il Donadeo seguì le sorti del suo reggimento, che venne incorporato nell’armata imperiale austriaca. Promosso maggiore nel 1828 e nominato tenente colonnello nel 1831, partecipò alle grandi manovre campali che nell’autunno si svolsero a ovest del Mincio con il feldmaresciallo Radetzky. Diventato colonnello nel 1833, venne trasferito in Dalmazia, dove fu messo a riposo nel 1840 per la frattura di una gamba, con il grado di maggiore generale onorario. Fu anche commendatore dell’Ordine Militare Pontificio di San Gregorio Magno e Patrizio Onorario Consigliere dei porti franchi delle libere città marittime di Fiume e Buccari. Acquisì la nobiltà ereditaria degli Stati parmensi in forza della nomina a commendatore dell’Ordine di San Lodovico il 12 febbraio 1852. Il Donadeo fu anche direttore del Genio Marittimo del Regno d’Italia. Viaggiatore e cartografo, è l’autore di due manoscritti conservati nella Biblioteca Palatina di Parma: Viaggio nei porti d’Olanda e della Francia eseguito nell’anno 1809, per commissione del Governo dal Colonnello Direttore del Genio Marittimo del Regno d’Italia (cartaceo 4° grande, 281 carte) e La Dalmazia illustrata da Fr. Donadeo General Maggiore; e dedicata nel 30 settembre 1851 al Duca di Parma Carlo III di Borbone (splendido album in folio massimo oblungo con magnifica legatura; è di carte 37 e lo precede la carta topografica della Dalmazia, lavoro del Donadeo, oltre a quindici belle vedute di costumi e di paesaggi dalmatini che illustrano il testo).
FONTI E BIBL.: P. Amat, Biografia dei viaggiatori, 722; Enciclopedia di Parma, 1998, 298-299.

Parma 29 settembre 1782-post 1834
Fu volontario al servizio italiano dal 1° febbraio 1797. Fu promosso sul campo di battaglia aiutante sottufficiale il 14 settembre 1813. Partecipò alle campagne del 1801, del 1803 in Italia e all’assedio di Mantova, del 1804-1806 sulle coste dell’Oceano, del 1806-1807 in Prussia e nell’assedio di Stralsund nella Pomerania Svedese. Nel 1809 si distinse a Udine sotto Palmanova. Nella campagna del 1813 si segnalò il giorno 23 agosto vicino a Posdam e il 31 ottobre a Hanau. Fu ferito nel 1799. Fece le campagne di Napoli e Francia nel 1815 come ufficiale di ordinanza col conte di Neipperg. Entrò nel Reggimento Maria Luigia di Parma il 10 settembre 1814. Divenuto tenente aiutante di piazza a Castel San Giovanni, fu accusato di essere stato l’organizzatore e l’istigatore della gioventù durante i moti del 1831. Per questo motivo fu cancellato dai ruoli con il decreto 15 marzo 1831, fu posto a sussidio il 7 luglio dello stesso anno e a pensione il 10 maggio 1834.
FONTI E BIBL.: A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XVIII; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 163.

Parma 1836
Fu pittore paesista di buon valore, attivo nell’anno 1836.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 320.

Parma 23 giugno 1903-Mauthausen 21 gennaio 1942
Figlio di Giovanni e Aida Leurieri. Emigrato prima del 1931, il suo nome comparve nel Bollettino delle ricerche, Supplemento dei sovversivi. In Spagna fu in servizio nelle retrovie repubblicane. Nel 1938 fece parte del Battaglione fortificazioni della 45ª Divisione. Entrato in Francia forse nel febbraio 1939, fu internato nel campo di Gurs. Mentre all’anagrafe del Comune di Parma dicesi deceduto a Mauthausen, altre informazioni indicano che sarebbe stato fucilato dalla Gestapo nel 1941 a Parigi.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 65.

DONATI GIACOMOParma 1827
Fu stampatore e libraio. Aprì una tipografia nel 1827, che poi proseguì con eredi e successori dagli anni Ottanta del XIX secolo e continuò la propria attività fino alla fine dell’Ottocento e oltre.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 299.

DONATI GIACOMOSan Rocco di Busseto 19 marzo 1858-Fidenza 9 marzo 1929
Entrò decenne nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino, dal quale passò successivamente a quello di Piacenza. Ordinato sacerdote il 17 dicembre 1880 dal vescovo di Borgo San Donnino, Vincenzo Manicardi, e destinato curato a Monticelli d’Ongina, seppe farsi talmente onore nei dieci anni del suo ministero in quella parrocchia che monsignor Giovambattista Tescari, successo nel giugno 1886 al Manicardi, lo nominò rettore del Seminario. Per quasi quarant’anni ricoprì l’importante e delicato incarico con dedizione e successo. Fu pure vicario capitolare nel periodo che seguì la morte di monsignor Leonida Mapelli ed entrò in diverse commissioni diocesane, sicché ebbe parte non indifferente nel governo generale della Diocesi. Ma il suo nome è rimasto principalmente legato al Seminario, dove lasciò un’impronta indelebile del suo magistero. Il Donati, proveniente da agiata famiglia, rinunciò alle ricchezze avite, delle quali si servì soltanto per beneficare, sottoponendo invece la propria persona a un regime di stretto rigore. La sua esistenza ritiratissima fu interamente volta alle cure del Seminario, dove formò tre generazioni di sacerdoti. Di grande umiltà, ricusò altissime dignità e si sforzò di nascondere le onorificenze ricevute. Recatosi nella fredda mattina del 3 marzo 1929 a Rimale per prendere parte ai funerali dell’arciprete Emilio Dotti, volle coprire l’itinerario a piedi e per di più poco coperto. Questa trascuratezza gli causò una polmonite, sopravvenuta alla grave costipazione contratta, che lo trascinò in soli sei giorni alla tomba. La sua salma fu inumata nella cappella di famiglia nel cimitero di San Rocco di Busseto.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 134-136.

Parma 3 dicembre 1846-1932
Figlio di Ferdinando e Rosa Zaffanelli. Insegnò lingua francese a Parma dapprima all’Istituto tecnico, poi al Collegio Maria Luigia e infine, per cinquant’anni, alla Scuola serale di commercio, di cui fu anche direttore. Fu un insegnante severissimo e per meglio abituare gli allievi alla pronuncia della lingua parlata, commentava e dava disposizioni esclusivamente in francese.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 63-64.

Sant’Andrea di Busseto 8 maggio 1894-Fidenza 11 settembre 1947
Entrò undicenne nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino e fu ordinato sacerdote il 30 novembre 1920. Il Donati fu chiamato a ricoprire importanti e delicate mansioni. Già al tempo dell’ordinazione fu preposto a coadiuvare in curia il cancelliere vescovile canonico Ettore Bricchi, malfermo in salute, del quale prese il posto il 22 novembe 1922, insegnando contemporaneamente in Seminario diritto canonico. Il 12 agosto 1924 il vescovo di Borgo San Donnino Giuseppe Fabbrucci lo volle nel Capitolo della Cattedrale quale canonico penitenziere e in pari tempo lo nominò direttore spirituale del Seminario. Lo stesso vescovo, a testimonianza della considerazione in cui lo teneva, gli affidò pure l’incarico di delegato vescovile per l’Azione Cattolica e anche in questo campo il Donati dette prova delle sue capacità organizzative contribuendo allo sviluppo in Diocesi del movimento cattolico. Il 21 giugno 1934 papa Pio XI l’annoverò tra i suoi camerieri segreti e il nuovo vescovo di Fidenza, Mario Vianello, a conferma della fiducia in lui riposta dal suo predecessore, gli attribuì la presidenza nela Pontificia Opera di Assistenza. Fondò e diresse le congregazioni del Sacro Cuore e di San Vincenzo de’ Paoli e fu confesore e direttore spirituale dei vari ordini religiosi femminili di Fidenza. Fu pure fondatore, nella vicina Cabriolo, dell’orfanatrofio femminile Regina pacis. Morì a cinquantatre anni di età e fu sepolto nella cappella dei canonici nel cimitero urbano di Fidenza.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 136-137; Gazzetta di Parma 10 settembre 1997, 20.

Parma 1796 c.-
Figlio di Paolo. Fu anch’egli pittore e ottenne un premio dall’Accademia di Parma nel 1820.
FONTI E BIBL.: A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1087.

DONATI LUIGIA, vedi CALDERINI LUIGIA

Sant’Andrea di Busseto 11 febbraio 1847-Castelvetro 30 giugno 1935
Sorella di monsignor Giacomo, manifestò nobiltà di sentimenti e generosità di cuore, sorrette da una fede vigorosa. A Castelvetro, dove si traferì dopo il suo matrimonio con un funzionario del Comune, Cesare Duri, seppe circondarsi di stima e di affetto per rettitudine, bontà e carità. Provvista di un patrimonio atto a garantirle l’agiatezza, fu tanto rigorosa verso se stessa quanto liberale verso gli altri. Nel 1930, per consiglio del prevosto Alessandro Onesti, fondò in parrocchia l’Asilo infantile Maria Immacolata, donando a questo scopo un fabbricato e disponendo, a sue spese, per la costruzione di un altro, attiguo, perché l’istituto avesse una sede conveniente. Larga di beneficenze verso il Seminario diocesano, poco prima della morte lasciò per testamento a quella istituzione le intere sue sostanze, che ne costituirono il maggior cespite.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 137-138.

Parma 21 ottobre 1770-Parma 11 giugno 1831
Figlio di Antonio e di Maria Barbieri. Compì gli studi presso la Reale Accademia di Belle Arti di Parma, allievo dapprima di D. Cossetti, professore di architettura civile, e poi di D. Muzzi, professore di disegno di figura. I suoi interessi volsero ben presto alla scenografia e pertanto si perfezionò in prospettiva con Francesco Grassi, già ingegnere teatrale e insegnante nella stessa accademia, e infine con il pittore G. Ghidetti, da cui apprese altri elementi di scenotecnica. Messosi ben presto in evidenza e protetto dai duchi di Parma Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Asburgo Lorena, nel 1791 poté recarsi a Milano e, sotto la protezione dell’arciduca Ferdinando d’Austria e del ministro plenipotenziario conte J.J. Wilzeck, continuare l’apprendistato presso Pietro Gonzaga, celebre pittore teatrale. Apprese così il metodo, elaborato dal Gonzaga e che stava riscuotendo grande successo, di dare maggiore vivacità alle scene dipingendo le quinte secondo forti tinte contrastanti. Ma nel 1792 il Gonzaga venne invitato in Russia e il Donati ritornò a Parma, dove eseguì le scene per la stagione lirica del Teatro Ducale. L’anno successivo, chiamato a Firenze, allestì le decorazioni per la stagione autunnale del Teatro della Pergola. Il 17 ottobre 1793 venne nominato accademico aggregato presso l’Accademia Clementina di Bologna. Divenne anche professore accademico nell’Accademia fiorentina (11 ottobre 1794), continuando a dipingere e a progettare scene, in particolar modo per gli spettacoli che si dettero nel Regio Teatro di Livorno e, in epoche diverse, nei teatri delle principali città d’Italia. Morti gli anziani professori Grassi e Ghidetti, il Donati nel 1795 fece ritorno in patria, dove, con la benevolenza del duca Ferdinando di Borbone, sperò di subentrare ai maestri nelle cariche di architetto e pittore teatrale. Si inserì così nel vivace ambiente teatrale di Parma in cui era ancora viva la tradizione dei Galli Bibiena. Le novità tecniche da lui introdotte lo imposero rapidamente e lo portarono a lavorare dapprima per il teatro di Corte (estate del 1796), poi presso il Teatro Ducale, il più prestigioso della città: per il Carnevale del 1798, per la stagione lirica della primavera del 1799, nonché per quelle delle successive estati del 1801 e 1802, sempre coadiuvato da Domenico Antonini. La morte del duca Ferdinando di Borbone, il 9 ottobre 1802, fece sospendere ogni attività teatrale per quell’anno. In seguito, scomparso il suo principale mecenate e sciolta la Corte, il Donati vide sfumare la possibilità di ottenere una carica accademica e si adattò con difficoltà alla delicata situazione venutasi a creare con l’occupazione napoleonica. Non incontrando il pieno favore dei nuovi amministratori francesi, si limitò a eseguire lavori di minore entità nelle ex residenze ducali di Colorno e di Sala e in alcuni teatri privati. Allargò così i suoi interessi anche ad altri generi, come testimonia una Scena campestre, tempera apparsa all’esposizione dell’Accademia imperiale di Belle Arti di Parma nel 1810. Con la Restaurazione, già dal 1814 chiese di entrare in Accademia come professore di prospettiva teatrale, proponendo, con una sorta di nazionalismo culturale, l’insegnamento di un’arte che aveva avuto grandi tradizioni a Parma ma che in quegli anni rischiava la decadenza: a prova, addusse il fatto che erano stati chiamati nel Ducato scenografi stranieri. Dapprima questo progetto trovò resistenza nel corpo accademico, che non concesse al Donati neppure la carica di professore di architettura. Egli ottenne la nomina a professore di prospettiva teatrale solo il 15 gennaio 1819 e quella di accademico consigliere con voto il 13 febbraio successivo. Nel frattempo promosse e organizzò una scuola di prospettiva teatrale, che univa gli insegnamenti di architettura, di geometria descrittiva e di ottica con quello di pittura e dove gli alunni, secondo le sue intenzioni, avrebbero potuto far pratica lavorando agli allestimenti degli spettacoli del Teatro Ducale, dei quali chiese l’esclusiva. Nello stesso 1819 la scuola divenne parte dell’Accademia, senza però che il Donati ottenesse mai la privativa della realizzazione delle scene per il Teatro Ducale: venne infatti preferito G. Boccaccio, pittore paesaggista estraneo all’ambiente accademico ma assai apprezzato dalla nuova duchessa di Parma, Maria Luigia d’Austria, della quale fu anche maestro di pittura. Da quel momento il Donati si dedicò esclusivamente all’insegnamento e i suoi allievi, mai numerosi, si distinsero ben presto (tra tutti G. Pavarani) nei concorsi e nei premi accademici. La scuola si delineò come un’iniziativa abbastanza avanzata per l’epoca, pur in un ambiente dove la tradizione della scenografia aveva origini lontane e fama internazionale, e precedette altri tentativi analoghi, come quello della bolognese Accademia Clementina. Negli anni della maturità il Donati curò anche la pubblicazione di guide riguardanti i monumenti di Parma, forte dell’esperienza della collaborazione alla raccolta delle notizie per l’Enciclopedia metodica delle belle arti, pubblicata da P. Zani a Parma dal 1819. Il primo libro prodotto dal Donati fu la Descrizione del gran teatro farnesiano e notizie storiche sul medesimo (in 4°, del 1817, con una pianta dell’edificio incisa all’acquaforte) si tratta di un opuscolo divulgativo, destinato all’erudito forestiere più che allo specialista d’architettura, reazione ai non sempre esatti ragguagli che si trovavano nella letteratura di viaggio straniera. Alla precisione delle misure non corrispose però un’eguale accuratezza nella sezione dedicata alla rievocazione delle feste tenutesi nel Teatro Farnese dalle origini in poi, come notò, primo tra tutti, Pietro De Lama (autore di una Descrizione dello stesso teatro, pubblicata a Bologna nel 1818). Nel 1824 uscì a Parma la Nuova descrizione della città di Parma, volumetto in 8°, con cui il Donati intese riprendere la tradizione delle guide settecentesche, sull’esempio di Ireneo Affò, ultimo esperto ad aver intrapreso, alla fine del secolo precedente, una ricognizione dei monumenti della città. Il Donati diede alla sua opera un taglio critico più aggiornato, con precisazioni di carattere tecnico relative all’architettura e alla pittura, non senza documentare la situazione del patrimonio artistico parmense dopo i sequestri e le soppressioni napoleoniche. Infine pubblicò una Cronologia drammatica, pantomimica e comica del Ducale Teatro di Parma, in quattro annate, dal 1826 al 1829, poi riproposta in un solo volume edito a Parma alla fine del 1830, fonte non sempre esauriente ma comunque preziosa sulle ultime stagioni del Teatro Ducale di Parma, distrutto e sostituito dal Teatro Regio, inaugurato nel 1829.
FONTI E BIBL.: Parma, Accademia nazionale di belle arti, Atti, ms. II, 18 gennaio 1819, 15 gennaio 1825 e passim, Raccolta dei bandi dei concorsi, Relazione sulla distribuzione dei premi, anni 1810, 1819, 1820; Archivio di Stato di Parma, Fondo Istruzione pubblica, sezione XII, b. 192; Parma, Soprintendenza beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane (ms. fine secolo XIX), VIII, cc. 113-116; A. Martini, La scuola parmense di belle arti, Parma, 1862, 22; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Parma, 1877; 159; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma, Parma, 1887, 5, 8, 45, 47, 49; II Mostra sindacale d’arte e del paesaggio parmense. Mostra retrospettiva del paesaggio parmense dell’Ottocento, a cura di G. Copertini, Parma, 1936, 19; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli, Parma, 1986, 135 ss., 152, 155, 264, 266, 268; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IX, 428; Enciclopedia dello spettacolo, IV, 1957, col. 841 (con elenco parziale delle scenografie); Gazzetta di Parma 23 gennaio e 13 febbraio 1819 e 22 gennaio 1823; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 72-73; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1087; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 185; Aurea Parma 2 1980, 179; A. Musiari, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 53-55.

Tizzano 20 luglio 1835-
Combatté come soldato volontario nelle file del 6° Fanteria sardo, durante la guerra del 1859, riportando la menzione onorevole alla battaglia di San Martino. Prese parte quale sottotenente del 16° alla campagna del 1860-1861 nel Napoletano e come luogotenente del 52° a quella del 1866 partecipando alla battaglia di Custoza, dove fu ferito e fregiato di una seconda menzione onorevole.
FONTI E BIBL.: P. Schiarini, in Dizionario risorgimento, 2, 1932, 948; A. Ribera, Combattenti, 1943, 188-189.

Parma 3 agosto 1891-1943
Figlio di Silvio ed Evangelina Castiglioni, di agiata famiglia, fu tipo originalissimo: si racconta che non conseguì la laurea di giurisprudenza presso l’Ateneo di Parma soltanto perché a un esame vollero attribuirgli un trenta, lesinandogli la lode. Abile caricaturista e caustico freddurista, collaborò a vari giornali umoristici italiani quali Il Travaso e Il Guerin Meschino e a vari settimanali illustrati che nelle apposite rubriche sovente pubblicarono sue gustose vignette. Collaborò anche, pubblicando brillanti caricature, a vari periodici umoristici parmigiani, quali La Puntura, Al Dsevod, Al Lovét, La Sfrombla. Di lui si conservano due collezioni di caricature di avvocati del Foro parmense e di cacciatori di Parma. Scrisse in collaborazione con Giuseppe Montanari, sotto il comune pseudonimo di Macrobio, la commedia dialettale a soggetto storico Sott al Ducca, recitata con successo da Alberto Montacchini. Ridusse per le scene la commedia L’avvocät Cicoria e altre. Ricoprì, con la Filodrammatica prima e con la compagnia Montacchini poi, il ruolo di caratterista in varie commedie in lingua e in vernacolo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 64.

Parma III secolo d.C.
Di condizione schiavile, dedicò un’epigrafe, perduta, al conservus amantissimus Agath[a]ng[ell](us)]. Il cognomen, molto documentato per ogni categoria sociale e in particolare in Africa, si diffuse particolarmente nel III secolo d.C. ed è presente in questo solo caso a Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 87.

Catanzaro 1897-Parma 1969
Insigne professore di materie romanistiche, insegnò istituzioni, storia e diritto romano nell’Ateneo parmense dal 1930 al pensionamento.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 299.

DON CICCIO, vedi SLAWITZ BRUNO

DONDELLI PIETRO, vedi DORDELLI PIETRO

DONDI FLAMINIO, vedi DONDI MARC’ANTONIO

Salsomaggiore 1918-Salsomaggiore Terme 12 marzo 1973
Lavorò per un paio d’anni in qualità di valletto presso l’Istituto nazionale della Previdenza sociale ma nel 1936, appena diciottenne, si arruolò volontario nell’Arma aeronautica partecipando alla guerra di Spagna e a tutto il successivo secondo conflitto mondiale, come facente parte del 1° Nucleo aerosiluranti, 278ª Squadriglia Buscaglia. Durante la sua permanenza sotto le armi il Dondi fece valere più volte il suo coraggio e sprezzo del pericolo e proprio per questo si guadagnò due medaglie di bronzo, tre croci di guerra al valor militare e una medaglia d’argento con promozione sul campo. Per tutte queste numerose decorazioni fu iscritto come sottotenente nel ruolo d’onore. Congedatosi dall’Arma aeronautica nel 1950 per invalidità sopraggiunta in seguito a fatti di guerra, trovò impiego presso l’Azienda autonoma di cura di Salsomaggiore dove rimase ininterrottamente fino al marzo del 1972, quando, dietro sua richiesta, fu collocato a riposo. Nel 1945 si unì in matrimonio con Lina Bussandri. Il Dondi fu per molti anni consigliere comunale nelle liste del Partito Socialista Italiano e ricoprì anche la carica di assessore alle finanze e ai servizi demografici e della polizia urbana del Comune di Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940; Gazzetta di Parma 13 marzo 1973, 12.

Parma 23 maggio 1662-Fonte Scarino 12 agosto 1729
Figlio di Flaminio e di Domenica Maria. Fornito di buona memoria e di singolare ingegno, frequentò con lode le scuole, ottenendone premi e posti d’onore. Prima di compiere il sedicesimo anno d’età si fece religioso tra i Francescani Osservanti, assumendo il nome di Flaminio. Compiuto il corso degli studi letterari e sacri, fu poi docente alle cattedre di filosofia, di teologia e di eloquenza sacra, nelle quali acquistò fama di uomo colto, di teologo insigne e di valente oratore (P. Crema, Biogr.). Nel 1693 venne eletto definitore provinciale e tre anni dopo ministro della provincia (30 maggio 1696). A Parma fu esaminatore sinodale, teologo del vescovo, del duca Ranuccio Farnese e di vari porporati esteri. Chiamato a Roma dal cardinale Astalli, già legato di Ferrara, vi acquistò tale fama di dotto che, oltre che teologo privato dei cardinali Colonna e Sanvitale, in breve divenne portavoce del Sacro Collegio. Papa Clemente XI lo nominò consultore dell’Indice e qualificatore della Suprema e nel 1717 lo promosse al Vescovado di Abdera in Tracia e suffraganeo della Sabina. Resasi vacante la sede vescovile di Penna e Montefeltro, a quella sede fu traslato da papa Benedetto XIII (10 dicembre 1724). Portatosi a visitare il Santuario di Maria Santissima di Fonte Scarino, nel territorio di Sant’Agata, fu colpito da un improvviso e ripetuto colpo apoplettico che ne causò la morte. Il suo corpo fu trasportato alla città di Penna e venne sepolto nella Cattedrale, con la seguente iscrizione in marmo: Fr. Flaminius Dondi Parmensis Ordinis Min. Obser. hic iacet, primum Episcopus Abderitenus et Suffraganeus Sabinae, dein Feretranus: utramque Ecclesiam rexit provide et feliciter, Immaculatae Virginis M. Conceptionis addictissimus, quanto in ea fragraret affectu, ore, calamo, corde monstravit. Obiit in Eius Ædibus Fontis Scarini prid. Id. Augusti An. D. mdccxxix, aetatis suae 68, Episcopatus XIII, Feretrani vero V. Pastorem optimum luxit Grex Feretranus, amantissimum insuper Parentem jugiter lugebit Pinna; luge et tu viator Antistitem in Jansenistas acerrimum, sapien. prudent. piet. ac charitate in pauperes insignem.
FONTI E BIBL.: Beato Buralli, 1889, 158-160; G. Picconi, Ministri e vicari provinciali, 1908, 234-236; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

Bocca di Strada di Traversetolo 1874-1940
Insigne glottologo, fu insegnante di ebraico e di greco nel Seminario di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 settembre 1979, 16.

Parma 1368
È il calligrafo che nel 1368 copiò su pergamena in folio piccolo Statii Thebaidos et Achilleidos libri, codice pervenuto alla Biblioteca Palatina di Parma dall’insigne collezione del De Rossi. Sembra che il Donelli fosse, più che semplice copista, calligrafo per proprio diporto o istruzione.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, parte II, 1827, 271; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 27.

Corchia 1809-Madregolo 14 aprile 1888
Figlio di Giuseppe e Maddalena Corchia. Fu arciprete di Madregolo dal 1841 alla morte. Durante l’epidemia di colera dell’anno 1855 il Donini si prodigò come sacerdote e come medico, segnalandosi grandemente per carità e coraggio. Fu profondamente dotto nelle scienze teologiche e specialmente nella prassi casistica. Per circa quarant’anni fu prefetto della congregazione di San Pancrazio. Animato da spirito patriottico, aiutò le civiche autorità nel convincere i parrocchiani a votare per i Savoja durante il plebiscito dell’agosto 1859. Tenne anche un registro per raccogliere i voti nel Comunello di Madregolo. Negli ultimi anni di vita fu colpito da una progressiva e gravissima paralisi. Fu sepolto nel cimitero di Madregolo.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 96-97.

DONIZO, vedi DONIZONE

Parma o Reggio Emilia o Lucca 1070 c.-post 1136
Nacque probabilmente in una delle città dominate dai Canossa. Scarse sono le notizie sulla sua vita. Nell’Epistola dedicatoria, con la quale si apre la sua Vita Mathildis, presumibilmente scritta negli anni 1111-1112, il Donizone dichiara di essere monaco del monastero di Sant’Apollonio da venticinque anni, il che fa risalire il suo monacato al 1086-1087. La sua nascita si colloca quindi a una quindicina d’anni prima. Difficile dire di dove egli fosse originario: diversi autori lo vorrebbero nato a Canossa, per l’amore che egli dimostra per quel luogo e per la natura circostante, ma si tratta per lo più di espressioni di carattere letterario. Non sembra a ogni modo che egli abbia potuto maturare a Canossa la sua formazione culturale, dal momento che solo da poco la comunità canonicale era stata trasformata in monastero (nel 1075, a opera di Beatrice). Il richiamo della Vita Mathildis (II, vv. 385-438) a Rangerio, vescovo di Lucca e autore di un poema su Sant’Anselmo, vescovo di quella città, consigliere spirituale della Contessa, e la lode che il Donizone ne fa, indicandolo come suo modello, i numerosi riferimenti a Parma, città che il Donizone mostra di conoscere bene, inducono a credere che egli si sia formato in uno dei centri cittadini del dominio dei Canossa. Non Modena, per la quale non accenna nemmeno alla consacrazione della nuova Cattedrale (1106), mentre parla di quella di Parma, e non Mantova, per la quale nutre una vera avversione. Forse nacque e si formò a Reggio Emilia, sede dell’insegnamento retorico di Drogone, forse a Parma, il più importante centro culturale dell’area canossana, dove si formò, per esempio, Pier Damiani, forse a Lucca, dove operava alla fine dell’XI secolo Rangerio. Monaco a Canossa, nel 1136 il Donizone è documentato come abate di Sant’Apollonio, in una conferma di papa Innocenzo II (Kehr, Italia pontificia, V, p. 394). Il suo nome compare oltre che nell’Epistola dedicatoria, nell’acrostico finale della Vita Mathildis (II, vv. 1358-1399: Presbiter hunc librum finxit monachusque Donizo), quasi una firma in calce al poema, e nel primo verso dell’Enarratio Genesis (Hec Genesis fictio gratanter metra Donizo). La Vita Mathildis, o meglio, come il Donizone stesso l’intitolò, il De principibus Canusinis, è l’opera maggiore, scritta tra il 1111 e il 1115. Si tratta di un poema in due libri, di 20 capitoli ciascuno, che, nel progetto del Donizone, dovevano essere di 1400 versi ciascuno. Ma la morte della contessa Matilde di Canossa, giunta prima che il Donizone potesse donarle l’opera che aveva composto per lei, gli fece aggiungere altri due capitoli: uno nel quale descrive la morte della Contessa (24 luglio 1115) e la sua sorpresa nell’apprendere la notizia, proprio mentre stava rilegando il volume (II, vv. 1401-1535) e il secondo per l’arrivo dell’imperatore Enrico V a Canossa, il 7 aprile 1116 (II, vv. 1536-1549). Il poema si conserva nell’originale, di mano probabilmente del Donizone stesso, nel ms. Vaticano latino 4922 della Biblioteca apostolica Vaticana. Da questo esemplare manca solamente un bifolio, tra i ff. 25v-26r, con il testo corrispondente ai vv. 596 (a b c d) – 660 del primo libro. La presenza di altri manoscritti, copie del Vaticano latino 4922, con questi versi ha consentito agli editori di colmare agevolmente la lacuna. Il poema è costruito sull’artificio retorico che sia la rupe di Canossa a raccontare le vicende dei suoi signori. Il primo libro è dedicato agli avi di Matilde di Canossa, dal loro affacciarsi sull’Appennino reggiano, provenienti dalla contea di Lucca, al tempo di Adalberto Azzo, fino al governo della vedova di Bonifacio di Canossa e madre di Matilde, Beatrice di Lorena. Il secondo è interamente dedicato alla Contessa. Il metro adottato è l’esametro leonino, con il particolare che la terminale del primo emistichio fa di solito assonanza con la terminale del secondo emistichio, aggiungendo così al valore quantitativo del metro, per altro non sempre rispettato, un chiaroscuro di assonanze e rime che prelude già alla nuova forma di poesia. In due passi l’esametro viene abbandonato per altre forme metriche: al capitolo IX del primo libro (vv. 749-794), costituito da una specie di epicedio per Bonifacio di Canossa, nel quale vengono utilizzati distici elegiaci epanalettici (nella forma dei versi serpentini), nei quali i distici iniziano e terminano con le stesse parole, e nell’ultimo brano del poema, noto come Exhortatio Canusii (II, vv. 1536-1539), nel quale si adottano versi adonici, con una forte scansione ritmica. Nel corso dell’opera il Donizone mostra una grande destrezza letteraria, con il ricorso agli artifici propri della retorica e della poetica medievali, quali l’amplificatio, indicata come ideale poetico (II, vv. 1-6), o l’uso di allitterazioni, chiasmi, tmesi e ossimori, o il diffondersi in similitudini, apologhi, proverbi e vere e proprie citazioni di autori classici, in particolare di Virgilio, di cui il Donizone mostra di conoscere l’opera e la tradizione medievale. Buona risulta anche la conoscenza degli autori medievali, oltre a Rangerio, Isidoro di Siviglia, Paolo Diacono, Gregorio Magno e Gregorio di Tours. Naturalmente frequente è anche il ricorso al testo biblico, che però appare usato solo come repertorio di immagini e raffronti, giudicati solo esteriori (Ropa, Studio e utilizzazione, p. 423). Ma il grande bagaglio dal quale il Donizone trae le fonti per il suo poema è costituito dalla tradizione canossana, tradizione formata sia di scritti (lettere di pontefici, lapidi funerarie, iscrizioni, vite di santi, necrologi) conservati nel monastero e che il Donizone mostra di conoscere, sia di un insieme di narrazioni orali, arricchitesi col crescere della potenza canossana, costituite variamente sia di primitive forme di teatro (qua e là ravvisabili nel poema), sia di canti epicedici, sia di semplici racconti di chi era stato testimone di avvenimenti tanto importanti. Esplicito fin dall’Epistola dedicatoria, con la quale si apre il codice (una legatura sbagliata portò a piegare in modo errato il binio nel quale è contenuta, ora al f. 4r, mentre all’origine doveva essere al 2r), è lo scopo immediato della stesura del poema: far sì che Matilde di Canossa decidesse di essere sepolta a Canossa, dove erano state rinnovate le tombe dei suoi avi e dove risiedeva il nucleo centrale della tradizione familiare. Chiaro anche il motivo più profondo che aveva dato origine al poema: dotare la dinastia dei Canossa di un carme eroico, che, elevandola al rango delle dinastie regie, fornisse a essa un essenziale elemento di riconoscimento e di identificazione ideologica (Nobili, L’ideologia, pp. 263 s.). Dati questi obiettivi, è naturale che il valore storico del poema non stia tanto, o soltanto, in ciò che esso fa conoscere dei Canossa, ma nel fatto di essere stato scritto in quel momento, con quegli scopi e in quel modo. Si tratta di un testo marcato da una precisa ideologia, che esclude dalla narrazione tutto ciò che poteva portare ombra alla dinastia che intendeva celebrare: da qui i silenzi del Donizone sul primo matrimonio di Bonifacio di Canossa, sulla sua morte violenta, sul secondo matrimonio di Beatrice di Canossa, sui due mariti di Matilde di Canossa, sulla sua maternità e su tutta una serie di episodi più o meno minori, che sarebbe lungo elencare. Forse per questo il Donizone è definito mediocre cantore dal Simeoni, da Gina Fasoli e da altri. Semmai fu mediocre storico, ma la storiografia non fu lo scopo da lui perseguito. Nonostante questo, però, su diversi episodi dei Canossa egli è l’unico (anche se, a volte, dubbio) testimone: è il solo a ricordare il convegno di Carpineti, l’assegnazione di Ferrara ai Canossa da parte del pontefice, la sua ribellione, la battaglia di Sorbara e l’alleanza di Matilde di Canossa con Venezia. La sua attenzione per la vita quotidiana ha fatto sì che si potesse sapere, tra l’altro, che al suo tempo si produceva l’aceto balsamico, che la chiesa di Canossa disponeva di un organo e che i Canossa avevano una flotta con la quale combattevano i pirati del Po. Il Donizone descrive l’incontro di Canossa del 1077 soprattutto da un punto di vista matildico, attribuendo alla Contessa una funzione decisiva che probabilmente ella non ebbe, ma su molti particolari consente di correggere la cronachistica tedesca. Nella narrazione degli avvenimenti della cosiddetta lotta per le investiture egli attinse da fonti consolidate, come Bonizone da Sutri, l’anonimo autore della Vita Anselmi Lucensis e Rangerio. La sua narrazione venne utilizzata da scrittori successivi (precise consonanze sono state riscontrate con la Vita Gregorii VII di Paolo di Bernried). La sua opera venne conosciuta nel Medioevo e fu oggetto di diverse epitomi giunte in manoscritti del XIV-XV secolo (cfr. edizione Simeoni, pp. XXIV-LVI): essa fu alla base della nascita del mito di Matilde di Canossa. Assai meno importante è la seconda opera del Donizone, pervenutaci incompleta, forse perché mai conclusa: si tratta di un commento poetico al libro della Genesi intitolato Enarratio Genesis, giunto nel manoscritto Turri E 52 della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, secolo XIV, ff. 78r-86v, dopo una trascrizione della Vita Mathildis e prima di un’epitome della stessa (Epitome Canossiana). Da questo manoscritto è stata tratta una copia seicentesca nel manoscritto di Bologna, Biblioteca universitaria, 596. LL. 6. Del poema sono giunti i primi 378 versi leonini, divisi dal Donizone in sei parti: un’introduzione senza titolo, De plantatione Paradisi deliciarum, Qualiter Evam seduxit serpens, De creatione angelorum, Quid significet terra generans herbam, Quid significet plantatio Paradisi. In effetti l’opera, che pur non avendo particolari pregi artistici si distingue dalle altre cosmogonie cristiane precedenti e si manifesta come la prima composizione del genere di carattere tipicamente medievale (Ropa, L’Enarratio Genesis, pp. 12 ss.), si struttura su due moduli compositivi ben distinti: la narrazione biblica e l’esposizione del senso mistico del racconto. A un esame interno dei contenuti emergono da un lato la comunanza di temi e forme poetiche con la più nota Vita Mathildis, dall’altro un’accentuazione del tema religioso e mistico, il che fa presumere trattarsi di un’opera più tarda, forse senile, del Donizone. Sono tuttavia avvertibili in essa echi di altre composizioni di carattere biblico dell’ambiente matildico, scritte sullo scorcio dell’XI secolo, quali il Tractatus in Cantica canticorum di Giovanni da Mantova e l’Expositio in septem psalmos poenitentiales di Eriberto, vescovo di Reggio (1085-1092). L’opera, segnalata per la prima volta dal Muratori nella sua edizione della Vita Mathildis con un giudizio negativo, ripetuto dal Simeoni, solo in anni successivi è stata oggetto di edizione, prima a opera di I.S. Robinson e poi di G. Ropa, che ne ha compiuto un’analisi molto dettagliata, sia sotto il profilo letterario (fonti esplicite e implicite, lessico, metrica e stile) sia sotto quello storico, con l’inserimento dell’opera nel contesto matildico-canossano. Della Vita Mathildis, oltre al ms. Vaticano latino 4922, del secolo XII, probabile autografo del Donizone, si hanno dieci copie: Lucca, Biblioteca governativa, ms. 2508, anno 1234 (dall’abbazia di Frassinoro, Modena), Reggio Emilia, Biblioteca municipale Panizzi, ms. Turri E 52, secolo XIV (da Sant’Apollonio di Canossa), Mantova, Biblioteca comunale, ms. 243 (B. IV. 17), secolo XV (da San Benedetto Polirone), Milano, Biblioteca Amrbosiana, ms. D.I. inf., Venezia, Biblioteca nazionale Marciana, Mss, Latini, cl. XII, 214 (4467), Biblioteca apostolica Vaticana, mss. Vaticano latino 3754 e Ottob. latino 934, Bologna, Biblioteca universitaria, ms. 596. LL. 6, Mantova, Biblioteca comunale, mss. 195 (B. II. 18) e 536 (E. II. 1), tutte copie queste dei secoli XVI-XVII. Otto sono le edizioni apparse nel corso dei secoli e curate da: S. Tengnagel (Vita comitissae Mathildis, in Vetera monumenta contra schismaticos iam olim pro Gregorio VII aliique nonnullis pontificibus Romanis conscripta, Ingolstadii, 1612, pp. 127-233, ristampata in J. Gretser, Opera omnia, VI, Ratisbonae, 1735, pp. 487-511); G.G. Leibniz, Scriptores rerum Brunsvincensium illustrationi inservientes, Hannoverae, 1707, 629-687; L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, V, Mediolani, 1724, pp. 335-397, riprodotta poi da Migne, Patr. Lat., cxlviii, Lutetiae-Parisiorum, 1853, coll. 939-1040; L. Bethmann, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XII, Hannoverae, 1856, pp. 348-409; L. Simeoni, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, V, 2, ristampata poi da U. Bellocchi-G. Marzi, in Matilde e Canossa. Il poema di Donizone, Modena, 1970, con traduzione italiana a fronte; Donizone, Vita di Matilde di Canossa, introduzione di V. Fumagalli, a cura di P. Golinelli (volume di commento all’edizione in facsimile del codice Vaticano latino 4922 della Biblioteca Vaticana), Zurigo-Milano, 1984 (e, senza il testo latino, Milano, 1987). L’Enarratio Genesis è presente nei manoscritti di Reggio Emilia, Biblioteca municipale, Turri E 52, e di Bologna, Biblioteca universitaria, 596. LL. 6, ed è stata edita da I.S. Robinson (The metrical commentary on Genesis of Donizo of Canossa. Bible and Gregorian reform, in Recherches de théologie ancienne et médiévale, XLI 1974, pp. 5-37) e G. Ropa (L’Enarratio Genesis di Donizone di Canossa. Introduzione, edizione, commento e studio d’ambiente secolo XI-XII, Bologna, 1977).
FONTI E BIBL.: A. Pannenborg, Studien zur Geschichte der Herzogin Mathilde von Canossa, Göttingen, 1872, 3-42; A. Ferretti, Canossa. Studi e ricerche, Torino, 1884, 161-174; C. Cantarelli, Vita della contessa Matilde, Parma, 1885 (con traduzione italiana del poema); F. Davoli, Vita della grande contessa Matilde di Canossa, Reggio Emilia, 1888 (con un’altra traduzione della Vita Mathildis); U. Ronca, Cultura medievale e poesia latina in Italia nei secoli XI e XII, Roma, 1892, 1, 227 ss., 248 s., 373 ss., 425 ss.; F. Novati-A.Monteverdi, Le origini, in Storia letteraria d’Italia, Firenze, 1926, 589-592; A. Falce, Bonifacio di Canossa padre di Matilda, I, Storia, Reggio Emilia, 1927, 9, 18, 26, 44, 47-50, 56 s., 60-65, 110-115, 119-125, 144, 149, 164-169, 234-238, 243-247, 249, 253, 282 s.; L. Simeoni, La Vita Mathildis di Donizone e il suo valore storico, in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province Modenesi, s. 7, IV 1927, 18-64; N. Grimaldi, Donizone, il cantore di Matilde e dei principi canusini, Reggio Emilia, 1928 (con traduzione della Vita Mathildis); N. Grimaldi, La contessa Matilde e la sua stirpe feudale, Firenze, 1928, 24, 28, 38, 42, 44, 48, 258 s., 333 s., 340, 387, 408-411; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, III, München, 1931, 662-666; F. Ermini, La memoria di Virgilio e l’altercatio tra Canossa e Mantova nel poema di Donizone, in Studi Medievali, n.s., V 1932, 187-197; A. Viscardi, Le origini, in Storia letteraria d’Italia, Milano, 1939, 176 s., 214; A. Quacquarelli, Il triplice frutto della vita cristiana: 100, 60, 30 (Matteo XIII, 8 nelle diverse interpretazioni), Roma, 1953, 79-82; E. Faccioli, La tradizione virgiliana a Mantova, in Mantova. Le lettere, I, Mantova, 1959, 9-13; L.L. Ghirardini, L’imperatore a Canossa, Parma, 1963, 34 s., 53, 58-62, 66; G. Ropa, La liturgia nei testi matildici, in Studi matildici I, 1964, I, Modena, 1964, 170-175, 180-189, 196-200, 204-209; G. Vecchi, Temi e momenti di scuola nella Vita Mathildis di Donizone, in Studi matildici, I, 1964, 210-217; G. Tabacco, I liberi del re nell’Italia carolingia e postcarolingia, Spoleto, 1966, 175, 182, 185; L.L. Ghirardini, Chi ha vinto a Canossa?, Bologna, 1970, 31 s., 38, 43, 52-55; L.L. Ghirardini, Saggio di una bibliografia dell’età matildico-gregoriana (1046-1122), Modena, 1970, 1 ss., 8 s., 44, 59, 66, 70; G. Fasoli, Rileggendo la Vita Mathildis di Donizone, in Studi matildici, II, Modena, 1971, 15-39; E. Cecchi, Miniature e disegni nei codici donizoniani, in Studi matildici, II, 1971, 43-56; C.G. Mor, Il vicariato italico di Matilde, in Studi matildici, II, 1971, 67 ss., 72-78; L.L. Ghirardini, Il convegno di Carpineti (1092) e la sua decisiva importanza nella lotta per le investiture, in Studi matildici, II, 1971, 97-136; P. Di Pietro, Leggendo Donizone: malattia e morte di Matilde di Canossa, in Studi matildici, II, 1971, 137-142; G. Ropa, Testimonianze di vita culturale nei monasteri matildici nei secoli XI e XII, in Studi matildici, II, 1971, 235 s., 238 s., 242 s., 253-257, 271-274, 277 s.; L. Gatto, Matilde di Canossa nel Liber ad amicum di Bonizone di Sutri, in Studi matildici, II, 1971, 311, 317, 324 s.; V. Fumagalli, Le origini di una grande dinastia feudale. Adalberto Atto di Canossa, Tübingen, 1971, 1, 23 s., 29, 32 s., 35, 47, 52, 55 s., 69, 76, 80, 82; C. Violante, Studi sulla Cristianità medievale, Milano, 1972, 333-338; R. Schumann, Authority and the Commune. Parma 833-1133, Parma, 1973, 322-333; R. Morghen, Gregorio VII e la riforma della Chiesa nel secolo XI, Palermo, 1974, 42, 137 s.; L.L. Ghirardini, La patria della grande contessa Matilde di Canossa, Reggio Emilia, 1976, 13, 27 s., 30-67; L.L. Ghirardini, L’edizione muratoriana della Vita Mathildis di Donizone, in L.A. Muratori storiografo, Firenze, 1976, 107-116; H. Zimmermann, Canossa 1077, Bologna, 1977, 35 s., 40, 70 ss., 87, 91 ss., 97 ss., 101, 104, 106, 111 e note corrispondenti; O. Capitani, Canossa: una lezione da meditare, in Studi matildici, III, Modena, 1978, 10 s., 18, 23; G. Fasoli, La realtà cittadina nei territori canossiani, in Studi matildici, III, 1978, 58-63, 73 s.; P. Piva, La tomba della contessa Matilde (nota filologica), in Studi matildici, III, 1978, 243, 246-249; M. Nobili, L’ideologia politica in Donizone, in Studi matildici, III, 1978, 263-279; G. Ropa, Studio ed utilizzazione ideologica della Bibbia nell’ambiente matildico (secoli, XI-XII), in Studi matildici, III, 1978, 395 s., 411 ss., 422-425; V. Fumagalli, Il regno italico, Torino, 1978, 168, 283; F. Bocchi, Istituzioni e società a Ferrara in età precomunale, Ferrara, 1979, 94 s., 114, 125, 153; G. Ropa, Intorno a un tema apologetico della letteratura matildica: Matilde di Canossa «Dei sponsa», in Reggiolo medievale, Reggio Emilia, 1979, 25-51; L.L. Ghirardini, Io Canossa vivrò mille anni, Parma, 1980; A. Roncaglia, Le corti medievali, in Letteratura italiana, I, Il letterato e le istituzioni, Torino, 1982, 92; M. Nobili, La cultura politica alla corte di Matilde di Canossa, in Le sedi della cultura nell’Emilia Romagna, I, L’alto Medioevo, a cura di V. Fumagalli, Milano, 1983, 217-236; O. Capitani, Storia dell’Italia medievale, Bari, 1986, 253, 479; L.L. Ghirardini, La bellezza di Matilde di Canossa, Reggio Emilia, 1986, 11-16, 45-50, 77-84; G. Barone, Donizo v. Canossa, in Lexikon des Mittelalters, III, München, 1986, coll. 1247 s.; V. Fumagalli, Mantova al tempo di Sant’Anselmo, in Sant’Anselmo, Mantova e la lotta per le investiture, a cura di P. Golinelli, Bologna, 1987, 159 s.,163, 166; V. Fumagalli, Introduzione, in Donizone, Vita di Matilde di Canossa, Milano, 1987, 9-20; L.L. Ghirardini, La voce immortale di Canossa. Studio critico sul celebre monaco poeta Donizone, Modena, 1987; P. Golinelli, Indiscreta sanctitas. Studi sui rapporti tra culti, poteri e società nel pieno Medioevo, Roma, 1988, 11-14, 16, 21, 24, 94, 98, 108, 110 s., 120, 135, 140 s., 145, 150, 152; F. Bertini, Letteratura latina medievale in Italia, Busto Arsizio, 1988, 81 s.; P. Golinelli, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 200-203.

DONNA AGNESE, vedi DELLA GENTE

Parma 1379/1425
Canonico della Cattedrale di Parma nel 1379, fu poi prefetto della Chiesa veronese dall’anno 1387 all’anno 1425.
FONTI E BIBL.: F. Bordoni, Thesaurus Ecclesiae Parmensis, 1671, 207.

DONNA RIFIDA, vedi DONNA RIFIUTA

Parma ante 1234-Parma 5 novembre 1297
Forse figlio di Pietro. Morto nel 1257 il vescovo di Parma Alberto Sanvitale, Giberto da Gente, Signore di Parma, tentò di far eleggere vescovo suo fratello Guglielmo, abate di Leno. Narra fra’ Salimbene: Quendam Fratrem suum germanum qui erat Abbas in Monasterio S. Benedicti de Leno in Episcopatu Brixiensi Parmensem Episcopum facere disponebat. Il Capitolo però non volle saperne. Anzi, radunatosi al più presto possibile, elesse vescovo il Donna Rifiuta (prima del maggio 1258), arciprete del Capitolo, canonico della Cattedrale di Parma fin dal 1234, insigne maestro di diritto canonico e civile e valente nella predicazione e nel canto. Sebbene l’elezione del Donna Rifiuta fosse canonica, venne contrastata dai partigiani di Obizzo Sanvitale, già vescovo di Tripoli, quinto figlio di Guarino e fratello del defunto vescovo Alberto Sanvitale. Gli si oppose anche il cardinale Ottobono Fieschi, già arcidiacono della Cattedrale di Parma, che alla fine riuscì a fare annullare l’elezione. Fra’ Salimbene scrive: Unam magnam rusticitatem fecit quia cum haberet Tripolitanum Episcopatum dimisit illum et cum adiutorio Domini Octoboni Cardinalis, qui postea Adrianus Papa est dictus, abstutit Episcopatum Parmensem Magistro Iohanni de Domina Refutae, qui erat Archipresbyter maioris Ecclesiae et in utroque iure peritus tam ecclesiastico quam civili, et multis annis docuerat in utroque, et erat honesta persona, et bene cantabat et bene predicabat. Insuper et magister suus fuerat in Iure Canonico. Et canonice et bene electus fuerat Canonicis aliis in Parmensem Episcopum post mortem Domini Alberti fratris ipsius. Da ciò appare che il Donna Rifiuta era stato maestro di Obizzo Sanvitale e che era fornito di tutte qualità necessarie alla dignità episcopale. Morì assai vecchio, come si ricava dall’antico Calendario: Obiit Dominus Magister Dominae Refutae Archip. Parm. Eccl. qui legavit Archipresbyteratui terram suam.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 192-194; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 231-232; Parma per l’Arte 1 1952, 11.

DONNINI GIOVANNI, vedi DONINI GIOVANNI

Bazzano 1330/1345
Prevosto mitrato, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1330 al 1345.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 28.

Parma 1358
Fu esperto nell’arte di fondere campane. Visse a metà del XIV secolo e fu perciò coevo di Gioannino e Buondomenico da Parma, suoi concittadini, anch’essi fonditori di campane.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 56.

Borgo San Donnino 1350 c.-post 1421
Calligrafo e miniaturista ricordato dall’Affò nelle sue Memorie degli Scrittori e Letterati Parmigiani come stipendiato da Pandolfo Malatesta, Signore di Rimini, per la trascrizione delle antiche opere dei classici. A conferma di ciò lo storiografo bussetano rammenta come nel 1794 fosse conservato nella Biblioteca Gambalunga di quella città un Sant’Agostino de Civitate Dei dal Donnino trascritto in un bel codice e ornato di miniature corrispondenti alla materia dell’opera. In fine di questo codice si legge: hoc opus factum fuit per me Doninum parmensem de Burgo sancti Donini, tunc scriptorem illustris heroys, ac Serenissimi Principis, et d.ni d.ni Pandulfi de Malatestis Brixie et Bergomi (Basinii Parmensis Opera Arimini, 1794, II, I, f. 49 e 120). Il manoscritto fu composto dopo il 1404, come si vede dalla dichiarazione del Donnino al principe Pandolfo Malatesta, ove dice di avere trascritto l’opera quando questi era Signore di Brescia e Bergamo, ciò che fu nel periodo dal 1404 al 1421. È membranaceo, in folio. La scrittura è su due colonne, di fogli 242 con taglio dorato. La prima pagina è inquadrata in una miniatura e nel margine inferiore è lo stemma malatestiano. Nell’iniziale è rappresentato Sant’Agostino in atto di disputare con un monaco. Le iniziali dei libri che sono a fol. 1, 12, 21, 30, 39, 51, 57, 66, 76, 82, 94, 104, 113, 120, 131, 143, 157, 169, 187, 198, 224 e 226 sono miniate con figure che illustrano il testo e con fregi che si prolungano nei margini, di splendida esecuzione. Le lettere della prima parola di ogni libro sono in maiuscolo, disposte in colonna lungo il lato esterno di ogni miniatura. Il carattere del codice è di un gotico assai bello. Il codice appartenne alla congregazione di San Gerolamo. È legato in marocchino rosso con impressioni in oro. Si conserva nella Biblioteca Comunale Gambalunga di Rimini sotto alla segnatura D, II, 42.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 204; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 271-272; Lottici, Quattro copisti, 1903, 120-121; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 57; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 138.

DONNINO DA PARMA, vedi anche RIPA DONNINO

DORALGO EGEMONIO, vedi CICOGNARI NICCOLÒ

Piacenza ante 1563-post 1574
Pittore di architetture. Il 30 ottobre 1563 ricevette dalla casa farnesiana il pagamento di 34 scudi e 34 denari per più arme fatte alla venuta d’essi signori principi in diversi luoghi (Archivio di Stato di Parma, Mastro degli anni 1561-1564, c. 157). Il 29 giugno 1566 venne pagato 230 lire, 16 soldi e 6 denari per aver dipinto, nella circostanza dell’ingresso a Parma di Maria di Portogallo, sposa di Alessandro Farnese, la facciata del palazzo del Comune che guarda verso la piazzola con insegne di papa Paolo III (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni Comunali). Il 31 ottobre 1574 ricevette un pagamento da parte della Corte farnesiana per aver dipinto stemmi in occasione della venuta a Parma di Giovanni d’Austria (Archivio di Stato di Parma, Mastro del 1574).
FONTI E BIBL.: P. Zani (dice Dondelli); Ambiveri, Artisti piacentini, 1879, 74; E. Scarabelli Zunti, IV, 144; Künstler-Lexikon, IX, 467; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 327-328.

Busseto-1749
Fu capitano di cavalleria e anziano della Comunità di Busseto.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 138.

Busseto 1528-Roma 18 maggio 1584
Figlio di Nicola. Si affermò come uno tra i più abili incisori di gemme del suo tempo e come tale è ricordato da Francesco Gori nella sua Storia della glittica, edita a Venezia nel 1767. Le sue opere sono rarissime: il duca di Devonshire conservava le più preziose nel suo gabinetto di pietre incise. Le sue incisioni sono quasi del tutto sconosciute sia perché non riportano mai il nome dell’autore sia perché il Dordoni fu un abilissimo contraffattore di opere antiche, per cui buona parte di quanto prodotto è di difficilissima attribuzione. Morì a Roma, dove svolse la propria attività ed ebbe sepoltura nella chiesa di Santa Maria d’Aracoeli.
FONTI E BIBL.: A.P. Giulianelli, Memorie degli intagliatori, 1753, 50; Biografia universale, XVI, 1824, 218; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, IV, 1833, 131; De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 300; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 138.

Busseto 1568
Giureconsulto, vivente nell’anno 1568. Fu anziano della Comunità di Busseto.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 138.

Busseto 1813
Diresse con sollecitudine e carità il Civico Ospedale di Busseto. Si prodigò inoltre per il bene dei suoi concittadini come podestà, carica che gli fu conferita il 30 maggio 1813.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 138.

Busseto 1586-Borgo San Donnino 2 gennaio 1647
Nobile, dottore in legge, si fece frate cappuccino il 17 maggio 1611 (fece la professione solenne a Faenza esattamente un anno dopo). Nel 1624 fu a Bologna nello studio di controversie. Fu missionario nella Rezia (1627-1635), maestro dei novizi e predicatore di tale successo che spesso dovette predicare sulle piazze. Nella Rezia la rigidezza della sua vita fu un continuo miracolo per i cattolici e per gli eretici. Benefattore insigne, fu fondatore nel 1656 di un Monte di Pietà a Busseto.
FONTI E BIBL.: Pellegrino, Ann. II, 92-95; Salvatore, Prov. Capp. di Bologna, cxxxiv, cxxxv, cxxxvi; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 41.

Parma 1637
Soprano, lo si trova a cantare in Cattedrale a Parma per la festa di Natale dell’anno 1637.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

DORIA POLISSENA, vedi LANDI POLISSENA MARIA

Roma 20 dicembre 1775-Parma 3 giugno 1839
Nacque dal principe Andrea, quarto di questo nome, e da Leopolda di Savoja Carignano. Erroneamente considerata da alcuni terzogenita della famiglia (cfr. Asti Magno), fu in realtà la quintogenita, essendo nata dopo Giovanni Andrea, Giorgio, Eleonora e Anna. Il nome impostole fu forse un omaggio voluto rendere al nonno materno, Luigi Vittorio Savoja principe di Carignano, o allo stesso re di Sardegna, Vittorio Amedeo di Savoja, suo padrino di battesimo. Sulla fastosa cerimonia battesimale, svoltasi nella cappella del palazzo Doria Pamphili il 25 febbraio 1776, si hanno interessanti notizie di costume (cfr. Roma, Archivio Doria Pamphili e Diario ordinario, n. 122). Alla funzione intervennero tra gli altri il cardinale Alessandro Albani e Serafina Doria Pamphili, zia della neonata, in qualità di rappresentanti del padrino e della madrina. Gli anni dell’infanzia della Doria Pamphili Landi trascorsero tra le mura domestiche. Nello stesso palazzo dovette aver luogo la sua istruzione, probabilmente a opera dei medesimi istitutori dei fratelli. La sua cultura non fu comunque particolarmente approfondita da quanto risulta dal suo epistolario. Ben diversa cura fu invece dedicata all’educazione, seguita dalla madre, donna assai religiosa e pia, dalla quale la Doria Pamphili Landi apprese quei solidi fondamenti di fede e virtù cristiane che costituirono una delle note dominanti della sua personalità. Nel gennaio 1796 si iniziarono le trattative per il suo matrimonio con Alessandro Pallavicino, unico figlio maschio del marchese Antonio di Parma. Dopo lo scambio di diverse lettere (cfr. Vignodelli  Rubrichi) si giunse a stabilire la dote della Doria Pamphili Landi in 300000 lire genovesi (equivalenti a 50000 scudi romani) e lo spillatico in 140 zecchini annui. Ricco era anche il corredo della futura sposa, comprendente ben 1054 pezzi. Il matrimonio venne celebrato il 21 maggio 1797 a Roma. Dopo un breve soggiorno nella tenuta Doria Pamphili ad Albano, gli sposi si trasferirono a Parma, loro residenza stabile. Per una singolare coincidenza, dunque, la Doria Pamphili Landi tornò in quelle terre che un tempo erano state feudo dei Landi, suoi avi. Delle impressioni relative ai primi contatti con l’ambiente parmense non si hanno dati, anche perché il fitto carteggio tra la Doria Pamphili Landi e i suoi familiari (conservato nell’archivio Doria Pamphili) iniziò solo dall’anno 1803. Certamente gli eventi rivoluzionari che coinvolsero l’Italia alla fine del XVIII secolo ebbero influenza sulla vita della Doria Pamphili Landi, se non altro per le ripercussioni che colpirono la sua famiglia. Già nel settembre 1792 Maria Teresa principessa di Lamballe, zia materna della Doria Pamphili Landi, fu assassinata dai rivoluzionari francesi. Negli anni del triennio giacobino, inoltre, la famiglia Doria Pamphili visse direttamente le vicende politiche della Repubblica Romana, soprattutto tramite l’azione del cardinale Giuseppe, segretario di Stato di papa Pio VI dopo il trattato di Tolentino. È dunque significativo che nelle partecipazioni di nozze della Doria Pamphili Landi il titolo di monsieur, necessariamente posto nelle intestazioni esterne degli invitati, fosse stato poi cancellato all’interno con l’aggiunta del titolo nobiliare. Se delle convinzioni personali della Doria Pamphili Landi non è rimasta traccia, certo è che ella fu ben presto inserita nell’ambiente aristocratico parmense. Nominata dama di palazzo dalla duchessa Maria Amalia d’Asburgo Lorena, moglie di Ferdinando di Borbone, la Doria Pamphili Landi non amò però particolarmente la vita mondana e accettò inviti a feste e cerimonie solo quando l’etichetta glielo impose. Per indole ed educazione preferì invece la vita domestica di moglie e di madre. Dal suo matrimonio con Alessandro Pallavicino nacquero due bambine: Marietta, nata nel 1798, e Leopoldina, nata nel 1802. La prima per volere del suocero della Doria Pamphili Landi fu educata nel collegio Signore della quiete di Firenze, la seconda crebbe invece in casa. La vita familiare non distolse comunque la Doria Pamphili Landi dall’impegno religioso, i cui effetti sconfinavano anche nel campo politico, come è dimostrato dalle testimonianze coeve di esaltazione della sua azione. Quando lo Stato della Chiesa fu occupato dalle truppe napoleoniche negli anni 1807-1808 e molti ecclesiastici, che avevano rifiutato il giuramento di fedeltà all’Imperatore, vennero confinati o imprigionati a Parma, la Doria Pamphili Landi si adoperò in loro favore con tutti i mezzi a sua disposizione. Oltre a fornire numerosi sussidi economici a coloro che si trovavano in stato di necessità e ad alleviarne i disagi, ella riuscì a ottenere dal prefetto della città il permesso per molti sacerdoti rinchiusi in carcere di avere oggetti sacri e ricevere quotidianamente il sacramento eucaristico. Lo stesso pontefice Pio VII, prigioniero a Savona, ebbe restituito il proprio libro di preghiere grazie al suo intervento. Di questo impegno non rimane traccia nella fitta corrispondenza con il padre e, dopo la morte di questo, con il fratello Luigi Giovanni Andrea. Gli argomenti trattati sono infatti, forse a causa della censura, generalmente di carattere privato: la salute (la Doria Pamphili Landi soffrì di disturbi nervosi), questioni economiche (svariati sono i riferimenti a problemi finanziari e i ringraziamenti al padre per i sussidi inviati) e richieste di libri sacri. Nel 1816 la Doria Pamphili Landi rifiutò l’invito di diventare dama di palazzo rivoltole da Maria Luigia d’Asburgo-Lorena, moglie di Napoleone Bonaparte, reggente del Ducato di Parma e Piacenza: si può ipotizzare che sotto il pretesto addotto di salute malferma si celasse in realtà una precisa presa di posizione morale e politica. Durante le controversie scaturite in seguito alla morte del padre Andrea a causa delle pretese avanzate da Eugenia e da Eleonora Doria Pamphili Landi in ordine all’eredità, da quanto risulta dalle lettere conservate, fu animata da desiderio di pace più che di interesse e accettò di buon grado le decisioni del fratello Luigi Giovanni Andrea. Nel 1821 intanto la primogenita della Doria Pamphili Landi, Marietta, sposò il conte Antonio Boselli, primo maestro delle cerimonie di Corte. Quattro anni più tardi l’altra figlia Leopoldina sposò il marchese Giuseppe Pallavicino, cavaliere dell’Ordine Costantiniano e preside del magistrato degli Studi di Parma. La Doria Pamphili Landi, ormai completamente ritirata a vita privata, dopo i matrimoni delle figlie amò andare frequentemente a Busseto, nella tenuta Pallavicino. Nel febbraio 1831 rimase vedova: il dolore per la perdita del marito e le preoccupazioni per le sollevazioni avvenute a Parma contribuirono ad aggravare la sua precaria salute. A maggio accettò comunque di accompagnare la principessa Maria Antonia di Borbone nel viaggio dal collegio delle signore orsoline di Parma al monastero delle orsoline di Roma. Ritornata a Parma, visse i suoi ultimi anni nella pressoché totale cecità.
FONTI E BIBL.: Roma, Archivio storico del Vicariato, Parrocchia Santa Maria in Via Lata, Libri battesimi, IV (1767-1810), Stati delle Anime, Libri matrimoni, IV (1766-1810), n. 107; Roma, Archivio Doria Pamphili, scaff. 93/b.48/I, 93/b.49, 93/b.50/I (nascita e battesimo), scaff. 93/b.50/8 (matrimonio), Archiviolo, b. 148, c. 189: M. Cigalini, Alla virtù. Ode per li faustissimi sponsali, Parma, 1793, scaff. 93/b.90/4 (corrispondenza con il padre e il fratello Luigi Gio. Andrea), 80/b.21/2 (corrispondenza con la sorella Anna Doria Pamphili Serra), 5/b.16 (corrispondenza con lo zio cardinale Antonio Doria Pamphili Landi), Diario ordinario (Cracas), n. 122, 2 marzo 1776, 5-13, n. 2338, 27 maggio 1797, 6 s.; G. De Angelis, Ad Victoriam D.P. Uxs. Alexandri Pallavicini, Parmae, 1812, in Tristia Hieronymi De Angelis, Pisauri, 1835, 149-152; La Voce della Verità. Gazzetta dell’Italia Centrale n. 1234, 27 giugno 1839, 629 s.; P. Asti Magno, Cenni intorno a Donna V. Pallavicino, Parma, 1839 (ripubblicata in Galleria di giovanette illustri italiane, Foligno, 1841, III, 66-85); Negri, Compagnia S. Angelo Custode, 1853, 68; R. Vignodelli Rubrichi, Sul matrimonio Pallavicino-Doria Landi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXI 1979, 263-269; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, L, 133, LI, 87; M. Formica, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 481-483.

DORILLO DAFNEIO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO CARLO GASTONE


Parma 4 ottobre 1897-San Pedro di Cardenas marzo 1939
Figlio di Romilda Dorini. Espatriato prima del 1931, compare sul Bollettino delle ricerche, Supplemento dei sovversivi del gennaio 1934 alla scheda n. 032. Ebbe residenza a Ougrée, in Belgio, da dove arrivò in Spagna nel febbraio 1938. Arruolato nella Brigata Garibaldi, 3° Battaglione, 3a Compagnia, finì prigioniero dei franchisti nel settembre 1938. Secondo il garibaldino Cardinali, che gli fu compagno di prigionia, fu assassinato nelle carceri di San Pedro di Cardenas.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 65.

DOROTEA SOFIA DI NEUBURG, vedi NEUBURG DOROTEA SOFIA

Parma ante 1638-post 1677
Attrice attiva dalla metà del secolo XVII, a meno che non si riferisca ai suoi esordi Iacopo Antonio Fidenzi, detto Cinzio, che, in qualità di responsabile di una compagnia legata al Duca di Parma, in una lettera del 1638 menziona un’Angiolina tra i membri della troupe, di cui facevano parte tra gli altri Niccolò Barbieri e Brigida Bianchi (Molinari). Del resto, se il Carnevale 1676 fu l’ultima stagione che vide la D’Orsi, ormai anziana e stanca, recitare su sollecitazione del suo padrone, Ranuccio Farnese, l’anno del suo esordio starebbe a indicare una longevità professionale che giustifica a quella data le richieste di collocamento in pensione da parte della D’Orsi. Certamente nei primi anni Cinquanta del XVII secolo un’Angela comica interpretò il ruolo di capitano generale in una commedia rappresentata, secondo il Bartoli, a Verona: infatti Giovanni Malaspina, accademico filarmonico, compose intorno alla singolare, ma non inusuale, interpretazione un sonetto contenuto nella raccolta di rime edite a Verona a suo nome nel 1653. Il sonetto ricalca consueti modi di esaltazione dell’attrice in scena, che risalivano almeno all’Oratione in morte della divina Vincenza Armani di Adriano Valerini (1570): la composizione del Malaspina è retta dal paragone tra il ruolo bellicoso svolto dall’interprete e l’autentica strage di cuori che la D’Orsi compiva tra gli spettatori. Nel 1656 la D’Orsi diede alle stampe in Venezia, per i tipi di Matteo Leni, Di bene in meglio, comedia spagnola portata in italiano, dedicata ad Alessandro e Orazio Farnese. La D’Orsi accompagnò alla sua professione di attrice una costante attività di scrittura teatrale, che si esercitò prevalentemente sul repertorio spagnolo di Lope de Vega, Calderón de la Barca e Tirso de Molina. A partire dalla metà del XVII secolo, infatti, furono numerosi gli attori che ampliarono il proprio repertorio e quello della compagnia in cui operavano grazie alla traduzione e all’adattamento di testi spagnoli: accanto a quello della D’Orsi si trovano così, per esempio, i nomi di Francesco Manzani (Capitan Terremoto) e Marco Napolioni (Flaminio).  Fu una moda che incontrò molto favore per i grandi margini di varietà compositiva che i modelli consentivano, in virtù delle ambientazioni esotiche o fantastiche, della ricchezza di avventure e colpi di scena e della regalità dei personaggi principali. Di bene in meglio, ristampata in Bologna per G. Longhi nel 1686, illustra bene l’opera di adattamento di una commedia regolare alle esigenze di una compagnia professionistica, o meglio alle competenze di ciascun ruolo, secondo la lezione dei comici dell’arte. L’elenco dei personaggi restituisce l’onomastica delle parti dell’Improvvisa, della doppia coppia degli innamorati (Angiola-Fabrizio, Cinzio-Isabella) e dei servi (Diamantina e Zaccagnino). La trama complica la rituale vicenda d’amore, di omicidi, scambi di persona, travestimenti ed equivoci notturni e vale soprattutto come esempio di un testo di routine nell’ambito dell’attività delle compagnie ducali della seconda metà del Seicento. Rispetto alla generazione d’oro delle grandi compagnie dei Gelosi e dei Confidenti, gli attori della seconda metà del XVII secolo testimoniano, secondo Tessari, un’alterazione profonda della commedia dell’arte, sia nella sua riduzione a mera pratica professionale, a mestiere redditizio, sia, sul versante letterario, nella sua assunzione tra i generi come nuova e originale variante tecnico-stilistica. La produzione letteraria della D’Orsi si collegò probabilmente a un’attività capocomicale, se è da leggersi in questo senso la lettera che scrisse da Parma il 13 aprile 1672 al marchese Ippolito Bentivoglio a Ferrara. La D’Orsi rappresenta gli interessi della compagnia: facendo presente la necessità di sostituire il moroso Mario, ammalato, nelle recite da tenersi a Padova, si lagna dell’assegnazione alla sua troupe della moglie di Bertolino, pessima attrice, e delle piazze di Vicenza, già sfruttata l’anno precedente, e Bologna, poco indicata nella stagione invernale. La lettera, inoltre, fornisce le uniche indicazioni sulla vita privata della D’Orsi, che si dice vedova, agravata da tanti figli e famiglia (Rasi). È probabile dunque che l’attività capocomicale motivasse la D’Orsi ad arricchire e variare il repertorio della compagnia con il lavoro di traduzione e adattamento, che forse fu di gran lunga superiore a quanto testimoniato dai testi superstiti: secondo l’elenco posto in fine all’edizione 1669 de Il finto medico, la D’Orsi avrebbe curato almeno altre nove riduzioni di commedie spagnole. Per il 1664 risulta che un Fabrizio napoletano, primo innamorato, desiderava approntare per i duchi di Parma una compagnia in cui figuravano tra gli altri Angiola, prima donna e Auretta figlia d’Angiola, nel ruolo di servetta recitato in alternanza con Colombina, moglie di Bagolino. Secondo il Bartoli, la D’Orsi pubblicò a Ferrara, nel 1666, per i tipi dei Maresti, Con chi vengo vengo, adattamento da Calderón de la Barca. La traduzione venne edita dal Tizzoni, a Roma, nel 1671 e sempre a Roma si pubblicò nel 1672, presso il Lupardi, il Ruffiano in Venezia e medico in Napoli. Il Ruffiano vanta anche un’edizione ferrarese dal titolo Paolo Gemma e una in Ronciglione, per il Toselli, del 1669 intitolata Il finto medico. Le edizioni romane permettono a Bartoli di affermare che la D’Orsi si sia recata a Roma a recitare. I mutamenti di titolo, semplice espediente per rinnovare almeno esternamente il repertorio, in effetti sembrano suggerire una vicenda editoriale che segue le tappe di una tournée. Anche ne Il finto medico, imitazione e non traduzione (come protesta la dedica), si rileva l’influenza della commedia dell’arte, dall’avvertimento all’amico lettore che il testo contiene alcuni tratti comici, che nell’esercizio del ridicolo gli attori chiamano lazzi, alla comparsa in scena, nelle improbabili vesti del nipote del finto medico, di Arlecchino. Il Carnevale del 1676 fu, secondo il Rasi, l’ultima stagione che vide la D’Orsi attiva in scena, probabilmente a Modena, dove Ranuccio Farnese la inviò a recitare presso il nipote, nonostante le proteste dell’attrice. In realtà, la dedica dell’Armida impazzita per amore di Rinaldo, opera eroica edita anonima a Modena da D. Degni nel 1677 e attribuita dai Salvioli a Giovan Battista Toschi, che la D’Orsi (a firma Angiola Orsi) indirizzò a Francesco d’Este duca di Modena è datata li 17 febraro 1677: se la stampa accompagna, come d’abitudine, la rappresentazione del testo, si potrebbe posticipare di un anno la data dell’ultima tournée della D’Orsi.
FONTI E BIBL.: F.S. Bartoli, Notizie istoriche de’ comici italiani, Padova, 1762, II, 68; E. Campardon, Les comédiens italiens du roi de la Troupe italienne pendant les deux dernièrs siècles, II, Genève, 1970, 143 s.; G. Salvioli-C. Salvioli, Bibliografia niversale del teatro drammatico italiano, Venezia, 1895, ad vocem; L. Rasi, I comici italiani. Biografia, bibliografia, iconografia, Firenze, 1897, I, 344 s., 716, 792-795, 854 s.; T.-S. Guellette, Notes et souvenirs sur le Théâtre Italien au XVIII siècle, a cura di J.-E. Guellette, Paris, 1938, 21-24; I. Sanesi, La Commedia, Milano, s.d., II, 28 s.; Enciclopedia spettacolo, IV, 1957, 894; R. Tessari, La commedia dell’arte nel Seicento, Firenze, 1980, 60 ss.; G. Romei, Costantini Angelo, in Dizionario biografico degli Italiani, XXX, Roma, 1984, 279-283; C. Molinari, La commedia dell’arte, Milano, 1985, 49 s., 173; F. Taviani, Un vivo contrasto. Seminario su attrici e attori della commedia dell’arte, in Teatro e storia, I, 1986, I, 69; G. Romei, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 508-510.

D’ORSI ANGIOLA, vedi D’ORSI ANGELA

Parma 1664/1688
Figlia di Angela D’Orsi. Fu nota col nome d’arte di Auretta. Nel 1664 compare con la madre tra i membri della compagnia che Fabrizio napoletano, primo innamorato, voleva allestire per i duchi di Parma: la D’Orsi avrebbe interpretato il ruolo di servetta a vicenda con Colombina, moglie di Bagolino. Dal 1680 circa fu moglie di Angelo Costantini, detto Mezzettino. Recitò nella compagnia dei Farnese e poi, per un anno, nel 1678, con il marito in quella dell’abate Grimani a Venezia. Dopo il 1682 o al più tardi dopo il 1688, anno della morte dell’Arlecchino Giuseppe Domenico Biancolelli, si recò a Parigi con il marito. Ma l’esordio non le fu favorevole e la D’Orsi fu costretta a cercare fortuna in Germania, forse alla Corte dell’elettore di Baviera. Dal matrimonio con Angelo Costantini nacquero una femmina, morta monaca nel monastero di Chaumont-en-Vexin, e un maschio, Gabriele, che seguì con fortuna le orme dei genitori.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia spettacolo, III, 1956, 1567; Dizionario biografico degli Italiani,XLI, 1992, 509.

D’ORSI AURETTA, vedi D’ORSI ANNETTA

Parma 1687/1697
Fu, secondo alcuni, figlia di Angela D’Orsi e sorella minore di Annetta e dunque cognata di Angelo Costantini, secondo altri moglie di Vittorio D’Orsi. Si ratta probabilmente della stessa attrice, la famosa Spinette della Comédie-Italienne, specializzatasi nel rappresentare la parte dello Spirito Foletto, come recita l’intestazione di un sonetto a lei dedicato, stampato a Mantova e citato dal Rasi. La D’Orsi è presente con il marito Vittorio D’Orsi nella compagnia di Francesco e Agata Calderoni al servizio di Massimiliano Emanuele di Baviera, a Monaco e a Bruxelles, dalla seconda metà del 1687 in poi. La notizia è confermata anche dal Guellette che nega che la D’Orsi, già attrice nella compagnia del duca di Baviera, ne fosse stata anche l’amante. Nella voce a lei dedicata il Rasi non cita il matrimonio con Vittorio D’Orsi né il soggiorno alla Corte di Massimiliano Emanuele ma in quella concernente i Calderoni menziona ambedue le circostanze. Sul finire del marzo 1689 Vittorio D’Orsi si fece raccomandare dal duca di Baviera presso il duca di Mantova. E certamente Teresa la D’Orsi nel 1695 era ancora al suo servizio perché il 23 maggio di quell’anno ottenne dal duca l’usufrutto della casa in cui abitava. Ma già il 4 marzo 1697 il duca di Beauvillier ordinò da Versailles alla troupe della Comédie-Italienne di recevoir à l’essai la soeur di Mezzettino, cioè di Angelo Costantini. E il Guellette conferma che in Francia Angelo Costantini spacciò la D’Orsi per sua sorella. Il debutto avvenne a Parigi, in aprile, nella pièce Spinette, Lutin amoureux e sempre il Guellette menziona la grande finezza e leggiadria dell’interprete. Il soggiorno parigino della D’Orsi si concluse, secondo il Campardon, poco dopo la chiusura della Comédie-Italienne il 14 maggio 1697.
FONTI E BIBL.: L. Rasi, Comici italiani, II, 795-796; Bartoli; A. Cantella, Calderon de la Barca in Italia nel secolo XVII, Roma, s.d., 31-32, 73; Enciclopedia spettacolo, IV, 1957, 894; Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 509.

D’ORSI TERESA, vedi D’ORSI MARIA TERESA

DORSI o D’ORSO, vedi D’ORSI

Parma 28 gennaio 1852-Parma 25 settembre 1891
Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parma studiando ornato e paesaggio. Un suo quadro, Chiostro dell’ospedale civile di Parma, è nel Municipio di Parma. Allievo di Italo Azzoni, nella primavera 1880 scrisse La moribonda, romanza per soprano (parole di Luigi Capranica) della quale lui stesso litografò la musica e la copertina. Nel 1882 compose il valzer per pianoforte El D’Sèvod, anno in cui litografò la composizione del dilettante Adolfo Cortesi, Pane, burro e vino bianco, illustrando anche la simpatica copertina. Il 27 novembre nella Piazza Grande di Parma, la banda del 70° Reggimento di Fanteria eseguì la sua marcia, Attenti!
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 settembre 1891; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896; U. Thieme-F. Becker, IX, 1913; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1096; Dizionario Bolaffi pittori, IV, 1973, 203; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

-Parma 9 luglio 1900
Si arruolò nel 1860 nella Brigata Bologna e compì prodigi di valore all’assalto dei forti di Ancona. Nel 1866 fu con Garibaldi e combatté a Bezzecca contro gli Austriaci.
FONTI E BIBL.: La Battaglia 14 luglio 1900, n. 33; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 405.

Parma 1710
Frate dell’Ordine dei Predicatori, scrisse all’inizio del Settecento alcune notizie intorno al suo convento di San Pietro Martire in Parma, che si conservavano dal 1815 nella Biblioteca Casanatense: P.F. Leonardi Dosi O.P. Parmensis Notitiae spectantes Erectionem Conventus S. Petri Martiris Parmae, Conventum ipsum ejusque illustriores alumnos, atque inquisitores ibidem contra haereticam pravitatem jus dicentes, nec non monasterium S. Domini ejusdem civitatis (ms. in-f.°; termina il catalogo degli inquisitori colle parole F. Vincentius Mar. Mazzoleni de Bergomo Inquisitor modernus 9 Iulii 1710). Vi sono riferite anche le iscrizioni che si trovavano allora in quella chiesa (demolita sul finire della dominazione francese) e vi è anche un catalogo degli uomini illustri di quel convento. Pare che il Dosi compilasse le dette notizie quando il generale dei Domenicani ordinò che da uno dei religiosi di ciascun convento si facesse la storia del proprio per servire agli Annali dell’Ordine.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 652.

Parma 10 ottobre 1864-
Si diplomò in violino alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1881. Dopo una buona carriera orchestrale, si fermò a Port Louis nelle isole Mauritius dove occupò la cattedra di violino nella locale scuola di musica e suonò nell’orchestra.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 26.

Parma 1603/1606
Suonatore della Compagnia dei violini, entrò al servizio della Corte di Parma il 3 maggio 1603, ove lo si trova fino a tutto il 1606.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1604/1606
Fece parte della Compagnia dei violini di Parma dal 1604 al 1606.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Parma 1907/1954
Scultore, assieme al Rossi realizzò i due camini delle sale da pranzo del Castello di Tabiano di proprietà della famiglia Corazza, su disegno di Mario Vacca. Sempre col Rossi, realizzò le sculture in altorilievo della fontana del castello di Gabiano Monferrato, su disegno di Lamberto Cusani.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.

Milano-post 1630
Orefice. A Parma realizzò per il Duca diverse argenterie e lavorò con Alessandro Sacchi. Fece un crocifisso d’argento per le suore di San Paolo, per il Comune di Parma un piatto d’argento di grande valore, lampade votive per altari e santi, anche in chiese fuori di Parma. Nell’anno 1630 risulta argentiere della Comunità di Parma, per una lampada offerta alla Beata Vergine della Ghiara di Reggio.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 200; F. da Mareto, Indice, 1967, 323.

Busseto-agosto 1984
La rivista Strumenti e Musica scrisse che aveva profuso la vita alla fisarmonica e che dalla sua scuola erano usciti centinaia di ottimi allievi.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Soragna 1714/1739
Carmelitano laico del convento di San Rocco di Soragna, attrezzò ivi un laboratorio dal quale uscirono tutti gli organi di Soragna del tempo. Nel 1726 costruì quello nella vecchia chiesa di San Giacomo sul modello di quello già fatto per i padri Serviti (1720) per il prezzo di lire 1500. Utilizzò tutto il materiale recuperabile dal vecchio organo. Questo strumento, come quello dei Serviti, nel 1813 fu ceduto a San Nazzaro di Sissa nel 1813 e sostituito poi con un Serassi. Nel 1730 costruì quello di San Rocco e nel 1739 quello per l’oratorio di Sant’Antonio. Nel 1714 costruì l’organo per la chiesa di Carmine in Parma: nel 1810, alla soppressione della chiesa, lo strumento venne trasportato nella chiesa della Steccata, dove fu ricostruito dai fratelli Serassi.
FONTI E BIBL.: Malacoda 37 1991, 9; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

DOTTI MARIONoceto-Mare di Candia 19 luglio 1940
Figlio di Antonio. Sergente di marina, fu decorato di croce di guerra e medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Sergente R.T. di incrociatore leggero, durante un lungo ed aspro combattimento, impegnato dalla nave contro forze avversarie prevalenti, si prodigava nell’assicurare il perfetto funzionamento del servizio a lui affidato fino a che non cadeva mortalmente ferito. Rifiutava di farsi portare in infermeria e fattosi adagiare col busto eretto in maniera da poter continuare il suo servizio e vedere i suoi compagni, li incitava con parole di fede e rivolgeva loro parole argute e scherzose.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 304.

DOTTI PIETROBusseto 12 maggio 1833-Milano 13 aprile 1911
Denotò fin da giovane inclinazione per la pittura, che studiò sotto la guida del concittadino Stefano Barezzi. Abbracciato lo stato ecclesiastico, fu alunno del Seminario diocesano di Borgo San Donnino ma dopo un triennio svestì l’abito religioso. Voltosi nuovamente all’arte, frequentò a Parma l’Accademia di Belle Arti, approfondendo in pari tempo la propria cultura letteraria e filosofica. Per meglio anzi attendere a quest’ultima, abbandonò in seguito la pittura e si recò a Firenze, dove entrò in consuetudine amichevole con eminenti uomini di pensiero tra i quali Augusto Conti, la cui opera egli prese in esame in uno studio dal titolo I criteri della filosofia, dato alle stampe nel 1864 con i tipi Cellini. A Genova, avendo ottenuto nel frattempo la cattedra di lettere nell’Istituto tecnico di Sampierdarena, pubblicò l’anno successivo una lettera sulla storia della filosofia del Conti. A essa seguirono altre nove lettere su l’educazione della donna e due dialoghi su l’arte e l’esistenza di Dio. Si occupò anche di critica d’arte e letteraria, illustrando opere di artisti e di autori celebrati, in particolare dello scultore genovese Giambattista Villa, e pagine scelte di Giovanni Dupré. Lasciò infine incompiuta La questione sociale, studio nel quale, rilevando come troppo spesso si snaturasse il concetto di libertà col commettere in suo nome ogni sorta di abusi, richiama a una visione cristiana dei problemi del momento, che appunto nel cristianesimo avrebbero trovato giusta soluzione. Nominato nel 1867 professore di filosofia nel Liceo di Udine e in seguito direttore dell’Istituto magistrale di quella città, passò dopo sei anni a Firenze, insegnante di storia civile in quel Magistero superiore femminile. Trasferito a Padova in qualità di direttore della Scuola normale della città e di professore di pedagogia e morale, passò successivamente a Camerino, Belluno, Reggio Emilia, Pisa e Verona, ovunque apprezzatissimo. Lasciando la scuola per raggiunti limiti di età, il Dotti non interruppe la sua missione di educatore. A Milano, dove trascorse gli ultimi anni di vita, pubblicò articoli e opuscoli sull’insegnamento, animati da inconcusso amore per la religione e la gioventù.
FONTI E BIBL.: E. Seletti, La città di Busseto, 1883, II, 301; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1913, IX; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 138-140; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1096.

DOTTORE, vedi TERZI GIACOMO

DOTY PIETROParma seconda metà del XVII secolo
Scultore attivo a Forlì nella seconda metà del XVII secolo. Nella chiesa di Santa Maria del Popolo scolpì tre statue (Cristo, San Giuseppe e la Madonna) e nel coro della stessa chiesa Sant’Anna con quattro angeli.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 96; G. Casali, Guida di Forlì, 1863, 95.

DOUGLAS SCOTTI RANUZIO, vedi SCOTTI DOUGLAS RANUZIO


1896-Loquizza 2 novembre 1916
Figlio di Vittorio. Sottotenente nel 138° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare. Cadde valorosamente combattendo, mentre muoveva all’assalto di trincee nemiche. Fu laureato ad honorem in ingegneria.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 novembre 1916 e 11 febbraio 1918; Caffaro 25 novembre 1916; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 90.

DOVARA GIUSEPPEParma-post 1941
Giornalista e critico musicale della Gazzetta di Parma, tra l’altro scrisse Il R. Conservatorio di musica Arrigo Boito (in Crisopoli, 1935) e Parma e la musica (in Teatro Regio, XL anniversario della morte di Giuseppe Verdi, Parma, 1941, 31-35).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

DOVITI MARC’ANTONIO, vedi DIVITI MARC’ANTONIO

DRAGHI ALBERTOParma-3 gennaio 1601
Fu nominato vescovo di Termoli il 29 novembre 1599.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.

DRAGHI CARLO VIRGINIOPiacenza 1638-Soragna 11 ottobre 1694
Nacque da Giovanni e Francesca Repetti (Fiori, 1970). La sua attività nota si svolse a partire dal 1673 per concludersi sul volgere del Seicento. Architetto, pittore e scenografo, nel 1673 ottenne la carica di sovrintendente del Teatro Ducale di Parma. A lui si deve l’invenzione delle macchine e delle scenografie, poi eseguite dal cognato, Felice Boselli, per l’opera di O.F. Robert L’inganno trionfato ovvero La disperata speranza, rappresentata in quello stesso anno nella rocca di Sissa (Cirillo-Godi, 1989, p. 151). L’anno successivo il Draghi si occupò della progettazione di due grandi macchine per le confraternite del Santissimo Sacramento e di Sant’Agostino a Reggio Emilia. Della sua attività di scenografo va ricordata anche l’invenzione delle scene per Floridea regina di Cipro, dramma in musica, rappresentato durante il Carnevale del 1677 a Reggio Emilia (Fabbri-Verti, 1987). Tra gli stipendiati fissi della Corte farnesiana, dalla quale ottenne anche il titolo di cavaliere, il Draghi è documentato nel cantiere dell’erigendo ponte di pozzone a Borgo San Donnino (1678), distrutto nei primi anni del Novecento. Inoltre, dell’attività architettonica svolta principalmente a Parma e nel territorio, si segnala la progettazione e la costruzione, conclusasi nel 1688, della facciata della chiesa di San Francesco di Paola, eretta a spese del conte Stefano Sanvitale su strada San Barnaba (Pelicelli, 1937; Adorni, 1978). Nello stesso periodo il Draghi si occupò di interventi alla rocca Meli Lupi di Soragna e di vari lavori nel palazzo del marchese Gerolamo Pallavicino a Piacenza (Cirillo-Godi, 1989, p. 151). Avvalendosi nuovamente dell’aiuto del Boselli, curò infine l’esecuzione del teatro che Alessandro Sanvitale volle nella rocca di Fontanellato. Indicato dall’Arisi (1979, p. 36) come quadraturista, pare abbia collaborato alla Processione davanti alla chiesa delle benedettine di Piacenza, dipinto da I. Spolverini (Piacenza, Museo civico). Si deve al Draghi l’incisione che riproduce il sipario del Teatro Farnese, dipinto da Sebastiano Ricci in occasione del matrimono celebrato tra Odoardo Farnese e Dorotea Sofia di Neuburg (1690). In tale occasione fu attuato un rinnovo decorativo del teatro che è documentato, oltre che dalla citata incisione, dai progetti per la decorazione della cavea e del proscenio (conservati presso la Biblioteca universitaria di Bologna e il Cabinet des dessins del Louvre). Anche questi sono stati ricondotti per analogie di impianto decorativo al Draghi, il quale, se si accettasse questa attribuzione, risulterebbe quindi il responsabile dell’intera operazione (Cirillo-Godi, 1989, p. 156 e tavv. 73-75, 77). Tale documentazione risulta comunque insufficiente a chiarire l’esatta entità delle sovrapposizioni decorative create per l’occasione, tanto più che, da confronti con materiale fotografico precedente alla distruzione bellica del teatro, risulta chiaramente come il Draghi nell’incisione non si sia preoccupato di fornire una fedele riproduzione delle strutture preesistenti. Rimangono inoltre notevoli dubbi sull’attribuzione dei disegni di Bologna e di Parigi in quanto né sono possibili confronti con fogli di sicura autografia, né può escludersi la paternità di Stefano Lolli, architetto teatrale di Corte, o di Ferdinando Galli Bibiena. L’intervento architettonico del Draghi sembrerebbe comunque più sicuramente individuabile nel recinto per l’orchestra, riprodotto nell’incisione, caratterizzato da una balaustrata ad andamento mistilineo e da una soluzione decorativa a traforo. Va infine esclusa per l’incisione la datazione successiva al 1694 già avanzata dal Copertini (1956): infatti il Draghi morì in quell’anno a seguito di un crollo a Soragna, dove si era recato per eseguire la decorazione della volta dello scalone da lui stesso progettato nella rocca Meli Lupi, nonché per occuparsi di alcuni lavori a un fabbricato da adibirsi a stalla (Cirillo-Godi, 1989, pp. 151, 235 n. 266). Resta allora da chiarire anche l’apporto del Draghi al dipinto di I. Spolverini raffigurante la Naumachia nel giardino ducale (Parma, palazzo del Comune), nel quale spetterebbero a lui le parti architettoniche (Arisi Riccardi, 1979, p. 16, fig. 56). Se la tela è stata infatti eseguita attorno al 1700 o poco dopo (Arisi Riccardi, 1979), si deve forzatamente escludere una partecipazione del Draghi, a quella data già scomparso.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina, mss. Parmense 1134: M. Zappata, Notitiae ecclesiarum in civitate Parmae nunc existentium; Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici, ms. 105: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, c. 98; Il trionfo della morte architettato dal Sig. Carlo Virginio Draghi e descritto da Lorenzo Bascarino, Piacenza, 1665; Macchina eretta dai confratelli del Santissimo Sacramento per l’incoronazione di Maria Vergine, Reggio Emilia, 1674; Trionfo di Maria Vergine. Macchina dell’Arciconfraternita della Beata Vergine della Visitazione, Bologna, 1674; E. Zani, Enciclopedia metodica critico-ragionata, Parma, 1821, VIII, 5; G. Campori, Artisti italiani e stranieri negli Stati estensi, Modena, 1855, 195; L. Ambiveri, Artisti piacentini, Piacenza, 1889, 119 ss.; N. Pelicelli, Guida di Parma, Parma, 1896, 187; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 386; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 169; N. Pelicelli, Parma monumentale, Parma, 1937, 130; G. Copertini, Opere venete a Parma, II, in Parma nell’Arte III 1956, 111; M. Pellegri, E.A. Petitot. Architetto francese alla Real Corte dei Borbone di Parma, Parma, 1965, 24 s.; C. Molinari, Le nozze degli dei, un saggio sul grande spettacolo italiano del Seicento, Roma, 1968, 194; A. Barigozzi Brini, Una partecipazione di S. Ricci alla scenografia teatrale e i rapporti Ricci-Bibiena, in Commentari XX 1969, 126; G. Fiori, Notizie biografiche di pittori piacentini dal ’500 al ’700, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, XXII 1970, 79 e n. 3; M. Monteverdi, Museo teatrale alla Scala. Scenografia, III, Milano, 1975, 585; B. Adorni, Parma rinascimentale e barocca, in Parma la città storica, a cura di V. Banzola, Milano, 1978, 192; F. Arisi, Ilario Mercanti, detto Spolverini, in L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone, Parma, 1979, 36 s.; R. Arisi Riccardi, in Società e cultura nella Piacenza del Settecento, VI, I. Spolverini pittore di battaglie e cerimonie, Piacenza, 1979, 16, 59; L. Farinelli-P.P. Mendogni, Guida di Parma, Parma, 1981, 61; P. Fabbri-R. Verti, Due secoli di teatro per musica a Reggio Emilia, Reggio Emilia, 1987, 41; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del Parmense, I, Parma, 1984, 31, 115, 117, 121; B. Colombi, Soragna: feudo e Comune, I, Parma, 1986, 261 s.; M.C. Alfieri-R. Cattani-M. Fornari, Parma. Storia, arte e monumenti, Bologna, 1989, 82; G. Cirillo-G. Godi, Il trionfo del barocco a Parma, Parma, 1989, 151, 156, 235, tavv. 73-78; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IX, 536; A. Coccioli Mastroviti, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 637-638.

DRAGHI GIOVANNI PIETROParma seconda metà del XVII secolo
Architetto idraulico attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 97.

DRAGHI GIOVANNI PIETROParma 1750
Fu nominato aiutante maggiore dell’esercito ducale di Parma nell’anno 1750.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 324.

Parma 1866
Sergente, fu decorato con medaglia d’argento al valor militare dopo la battaglia di Villafranca (24 giugno 1866).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

DRAGHI VIRGINIO, vedi DRAGHI CARLO VIRGINIO

DRAGONELLI COSTANZASelva del Bocchetto 1 febbraio 1923-Corbeil 3 settembre 1983
Nata da Giuseppe e Celesta Gardini, discendente per parte materna dai Rustici di Pietramogolana di Berceto. Emigrò nel 1931 con i genitori in Francia. La Dragonelli intraprese gli studi classici e durante la seconda guerra mondiale frequentò l’Università. Richiesta la naturalizzazione francese, entrò nella Resistenza, nel gruppo Arc-en-Ciel, che faceva parte della Brigata resistenziale Jean Moulin. Il comandante del suo gruppo la qualificò come agente di collegamento e di informazione, particolarmente dotata nel disegnare i piani di base da trasmettere a Londra. Lei la mente a Parigi e noi le gambe nel Vercors. Assunse il nome di battaglia Monique. Braccata dai Tedeschi, riuscì a sottrarsi alla cattura una prima volta fuggendo sui tetti della Sorbona, ma il 17 maggio 1944 venne sorpresa e arrestata insieme ad altri studenti al Pensionato Internazionale di Parigi. Condotta all’Hotel Lutetia, sede dell’Alto Comando della Gestapo, subì i primi interrogatori. Il 12 luglio il Tribunale Militare la condannò a morte mediante decapitazione e venne trasferita a Berlino (18-19 luglio) nella prigione di Moabit: l’esecuzione pubblica fu fissata per il 20 luglio, il giorno in cui Hitler fu oggetto del fallito attentato nel suo quartier generale di Rastenburg. Con ogni probabilità, per lo scompiglio che ne conseguì, l’esecuzione della Dragonelli venne dimenticata e in seguito ella venne trasferita nella prigione di Bornimstrasse. Trascorsero altri tre mesi e la sua destinazione diventò il campo di concentramento di Ravensbrück, poi nella primavera del 1945 l’infernale campo di Mauthausen. È qui che la Croce Rossa Internazionale, al seguito delle truppe alleate, la trovò ancora in vita, ma in condizioni disperate. La trasportarono in Inghilterra dove la Dragonelli cominciò una lunga trafila di spostamenti da un ospedale all’altro per riacquistare salute e forze. Venne dimessa nel 1948 quando le tre maggiori ferite furono finalmente rimarginate. Rientrata a Parigi, si laureò e si dedicò all’insegnamento. La prima onorificenza che le venne conferita fu la Legion d’Onore e ad appuntargliela fu Francis Viaud. Negli anni seguenti si vide attribuire ogni tipo di riconoscimento: ufficiale della legion d’onore, Croce di guerra con palme, Medaglia dei combattenti volontari della Resistenza, Medaglia della deportazione, Medaglia della Resistenza nazionale, Delegata dipartimentale alla Sacra Conferenza. Essendo ormai considerata alla stregua di un militare in servizio, i saltuari successivi ricoveri avvennero solo presso ospedali militari, come a esempio nel 1971, presso l’Hospital Termal des Armée. L’11 ottobre 1961, a Katzenthal, sposò René Barbier. Successivamente la Dragonelli si unì in matrimonio con Jean Clemann, già conosciuto nel campo di sterminio di Mauthausen, anche lui figura leggendaria della Resistenza francese. La Dragonelli fu anche donna di elevata cultura: collaborò con il giornale parigino Le Dauphiné Libéré, venne più volte intervistata da Jean Marie Drot della televisione francese, incise su nastri varie testimonianze di vita e fu amica e collaboratrice dello scrittore Alfred Mallet, redattore-capo del Petit Journal nei primi anni Sessanta ed eminente storico.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 ottobre 1983, 20; Per la Val Baganza 1998, 169-170.

DRAGOTTE, vedi DEL NEVO GIUSEPPE

DREI GIOVANNIFaenza 6 settembre 1881-Parma 15 settembre 1950
Figlio di Pietro, sensale, e Carola Pini, tessitrice, entrò in Seminario e divenne sacerdote. Studente a Bologna, ebbe familiarità con Giovanni Pascoli. Trasferitosi a Parma appena laureato in lettere nell’Università di Bologna, nel luglio 1909, il Drei vi restò quarantuno anni, fino alla morte. Presso l’Archivio di Stato di Parma percorse tutti i gradi della carriera, da alunno a reggente (30 maggio 1930) a direttore capo (1947). Nelle stanze dell’Archivio di Stato poste al secondo piano dell’ala della Pilotta (crollata per bombardamenti nel 1944) il Drei svolse gran parte della sua attività. Ebbe la tempra del ricercatore e d’altra parte le sue funzioni di archivista gli dettero agio di spaziare attraverso i secoli, dall’alto Medioevo al Risorgimento. Ma dovunque si volgesse, se trattava argomenti limitati (Asdente, le decime dei vescovi di Parma, i pozzi e le saline di Salsomaggiore, Paganini, Verdi), presentò sempre qualche non trascurabile documento inedito, se invece si volgeva ad argomenti più ampi (biografia di Giulio Alberoni, il Regno d’Etruria), arrivò a una sintesi, magari priva di pretese stilistiche ma nitida e confortata di elementi nuovi. Insegnò paleografia all’Università di Parma e con la sua varia opera di storico e di studioso portò un contributo notevolissimo alla vita culturale della città. La sua personalità di studioso si delineò ancor meglio quando concepì il disegno di pubblicare (Le carte degli archivi parmensi, 1924-1950, 3 voll.) con rigore critico i documenti pubblici e privati del Medioevo parmense. La gran maggioranza di questi documenti andò perduta nelle vicende dei tempi e soprattutto nelle devastazioni degli archivi comunali del 1308, del 1404 e del 1469 e nel crollo della torre del Comune del 1606. Quanto rimane è diviso tra il Diplomatico e le filze dei Conventi dell’Archivio di Stato di Parma, l’Archivio Capitolare e l’Archivio vescovile. Tale materiale era stato fino ad allora saltuariamente e imperfettamente consultato ed edito dagli storici parmensi. Il Drei, continuando l’opera del Benassi (Codice diplomatico parmense, I, secolo IX, Parma, 1910), ne fece un corpus, a cominciare dal secolo X. Nel 1924 pubblicò le carte del secolo X (seconda edizione nel 1931), nel 1929 pubblicò le carte del secolo XI e poco prima di morire riuscì a completare, con gli indici, il volume che raccoglie le carte del secolo XII. E pensò anche al secolo XIII, proponendosi di pubblicare, se non il testo delle carte, troppo numerose, almeno i regesti di esse. È un’opera imponente di ben 1646 pagine, sulla quale deve confrontarsi chi voglia scrivere la storia di Parma medioevale. Essendo scomparsi, per le ragioni sopradette, quasi tutti i documenti pubblici, vi si trova scarsa luce sui fatti propriamente politici ma un numero infinito di dati di storia economica e sociale degli istituti giuridici, delle forme di proprietà, della produzione e del reddito, delle famiglie e del costume. Con quest’opera il Drei si pose nella linea dei maggiori editori di documenti parmigiani, dell’Affò, del Pezzana, del Micheli e del Benassi. Fu direttore di Aurea Parma, che diresse ininterrottamente dal 1934 al 1950 (fino al 1937 con Glauco Lombardi e Giovanni Copertini e poi da solo) e, dal settembre 1948, della Deputazione di Storia Patria. Ebbe la soddisfazione di vedere collocato, dopo la catastrofe del 1944, l’Archivio di Stato di Parma in sede degna e oppotuna, nell’ex ospedale. Pubblicò monografie e opuscoli scientifici e lasciò, inedito e incompleto, un libro di fondamentale importanza storica sui Farnese, che uscì postumo, in splendida edizione tipografica, col titolo I Farnese, grandezza e decadenza di una dinastia italiana.
FONTI E BIBL.: F. Bernini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1949/1950, 50-63; Parma per l’Arte 1 1951, 28-29; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 64; Gazzetta di Parma 21 dicembre 1995, 10; La partita a scacchi di don Giovanni Drei, Parma, 1996.

DRIMONTE PIRGENSE, vedi VENTURA TROILO

DROGHI ANTONIOParma-post 1782
Costumista, nel 1762 era attivo quale sartore teatrale da donna. Ancora nel 1782 fu autore del vestiario di nuova, ricca e vaga invenzione per le opere date al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

DROGHI ANTONIO BARTOLOMEOParma 12 luglio 1548-Cortemaggiore 19 luglio 1613
Figlio di Valentino, dottore in medicina, e della pavese Antonia Beccaria. Poco dopo la sua nascita, il padre fuggì da Parma, minacciata dalle soldatesche e dai continui tumulti dovuti al conflitto in atto tra il duca Ottavio Farnese e la lega formata da papa Giulio III e dall’imperatore Carlo V. Lo stesso Droghi scrisse in seguito che allora involto nelle fasce fuggendo la tedesca furia sopra le care spalle dell’amata madre allontanandomi dal maligno e pestifero aere, et passate le ripe del pernicioso Taro fui a rischio di perdermi perciocché trovandomi di quà dal Torrente caddi dal bussolo, nel quale io era avvolto, di modo che trapassati gran pezzo i buoi, che tiravano il carro delle massarizie, sopra del quale fui strascinato anch’io, fu sforzato l’amor materno tornare indietro a ripigliarmi, trovandomi rivoltato nel fango. Il padre del Droghi si pose al servizio di Isabella Pallavicino, marchesa di Cortemaggiore, ma alla sua morte le condizioni economiche della famiglia erano tutt’altro che floride. Comunque la madre fece studiare il Droghi, che, applicatosi a varie scienze, divenne (al dire di Giovanni Pietro Crescenzi, Corona della Nobiltà d’Italia, XVII, cap. II, pag. 513) Astrologo, Leggista, Filosofo, Oratore, e Poeta eccellentissimo. Studiò legge a Bologna, ove si laureò il 29 aprile 1573 ed esercitò la Giudicatura. Si portò poi in Fiandra al tempo del duca Alessandro Farnese. Mortagli la consorte Lavinia ancora in giovane età, il Droghi condusse il resto della sua vita in Cortemaggiore, dove fu podestà e giudice. Ebbe sepoltura nella chiesa dei Minori Osservanti di Cortemaggiore. Giureconsulto insigne, fu autore dell’opera legale Additiones ad opera Iulii Clari Iureconsulti (Parma, Viotti, 1595). Si dilettò anche di studi letterari e poetici e scrisse versi di ogni genere, dettando una pastorale a imitazione dell’arcadia del Sannazzaro, una Leucadia (edita in Bologna nel 1598, eredi Gio. Rossi) con le annotazioni di Sebastiano Morone, un Canzoniere dedicato alla moglie e una Storia della guerra di Fiandra.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 298-299; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 169; Aurea Parma 2 1958, 110-111.

DROGHI GIROLAMOBusseto 1540
Zio di Antonio. Dottore in medicina, il 13 dicembre 1540 fu ascritto, assieme al fratello Valentino, alla cittadinanza parmigiana. In quell’occasione il Droghi ebbe lode singolare per ob sanitatem civibus toties restitutam. Fu anche inserito tra i lettori di logica dell’Università. Fu lodato anche dal Mattioli nei suoi Comment. in Dioscorid. (a f. 1257 dell’edizione del 1565). Ecco le parole del Mattioli: Dendroidem vidimus primum in regno Neapolitano extra Terracinam urbem inter saxa antiquissimi specus. Hunc dum contemplari coepissem, supervenit peritissimus medicus Hieronymus Drogus Parmensis, et doctissimus Hieronymus Rorarius Portonovensis (tunc omnes una sequebamur Bernardum Clesium amplissimum Cardinalem Tridentinum ad Caesarem pergentem) quibus magno solatio Dendroidem Tithymalum ibi a me primum repertum ostendi: erant enim ambo rei herbariae studiosi, atque etiam gnari. Lo ricorda anche il Moroni nelle note alla Leucadia (f. 276) sottolineando che il Droghi fu Conte Palatino, favorito molto dai Prencipi per le sue rare virtù.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 298; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 626.

DROGHI STEFANOParma 4 novembre 1711-Parma 4 aprile 1797
Nacque da Paolo di Antonio, e da Francesca Pisani. Sin da giovanetto si dedicò agli studi delle discipline fisiche e matematiche e divenne un valente meccanico. Jacopo Belgrado ne dà testimonianza sia nell’iscrizione che fece porre nell’Osservatorio di Parma, sia nei Fenomeni elettrici (1749), dove afferma: La mia macchina elettrica è lavorata con ottimo gusto, e delicato artifizio. Ciò deesi all’ingegnosissimo Signore Stefano Droghi, gentiluomo Parmigiano, destrissimo non solo in eseguire, e perfezionare le altrui macchine, ma altresì in ritrovarne di nuove, e promuovere la fisica sperimentale. L’Università di Pavia e il conte Pertusati di Milano richiesero ed ebbero due macchine elettriche del Droghi. Nel 1757, insieme con Pietro Ballarini, eseguì un quadrante astronomico, divenuto celebre, per l’Osservatorio del Belgrado (grandi encomi ne lasciò il Zaccaria nel volume 2° dei suoi Annali letterarii). Fu nominato ingegnere dal Du Tillot il 21 maggio 1762 e solo allora rinunciò allo stato clericale. Nel novembre del 1765 fu mandato a Poviglio per riparazioni agli argini del Po, rotti in seguito a una piena del fiume che aveva allagato quel territorio. Tra le tante incombenze, nel 1761 compilò un Metodo istruttivo, breve e facile per la cultura delle Api ad uso de’ contadini. Fu incaricato, ancora assieme al Ballarini, di esaminare ove convenisse aprire la progettata strada carreggiabile da Fornovo a Borgo Taro, Bardi e Compiano e sino all’inizio del 1796 fu incaricato della conservazione delle macchine del Teatro di Matematica e di Fisica sperimentale. Fu aggregato all’Accademia delle Belle Arti di Parma e fatto membro dell’Anzianato di Parma. Nel 1787, benché assai vecchio, sposò in seconde nozze la contessa Teresa Galla. Fu in stretta amicizia con Jacopo Belgrado, il quale, parecchi anni dopo la sua partenza da Parma, gli scrisse: Vengo a fare una visita ad uno de’ più cari ed antichi amici, e padroni miei, di cui conserverò sempre la più grata e costante memoria.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 123-125; G.B. Janelli, Dizionario biografico, 1877, 67-68.

DROGO, vedi DROGONE DA PARMA

Parma 1036/1057
Sacerdote, fu magischola a Parma intorno alla metà del secolo XI. È probabile che abbia svolto la sua attività di docente presso la scuola della Cattedrale cittadina dopo un Omodeo presbiter et magister scholarum, il quale vi insegnò tra il 1032 e il 1035, e un Rolando diacono, ivi attestato nel 1073. Tra i suoi discepoli furono Lamberto Seniore, nativo di Liegi e più tardi priore di Sant’Uberto, il filosofo Anselmo da Besate, dal 1047 cappellano dell’imperatore Enrico III, Sichelmo, studioso di scienze giuridiche, maestro di arti liberali, di retorica e di diritto, ammiratore di Cicerone e di Giustiniano, prevosto e poi arcidiacono della Cattedrale di Reggio Emilia. Il Drogone non deve essere confuso, come invece è avvenuto talora nella letteratura storica, con altri famosi contemporanei suoi omonimi, quali il Drogone arcidiacono di Parigi amico e antagonista di Berengario di Tours, o il Drogo magister della Fecunda ratis di Egberto di Liegi. Del resto lantroponimo Drogo, allora abbastanza comune nell’area franco-tedesca, era assai raro in Italia. Dallo spoglio dei non numerosi docmenti archivistici del secolo XI relativi al territorio parmense si ricava che con ogni probabilità il Drogone fu canonico del Capitolo della Cattedrale di Parma: un Drogo presbiter, che deve quasi sicuramente identificarsi con il Drogone a causa della sincronia, compare come teste tra i sottoscrittori di due pergamene rispettivamente del 18 aprile 1039 e del 23 gennaio 1057, conservate presso l’Archivio capitolare di Parma. Oltre a queste, poche sono le notizie a lui relative fornite dalle fonti note e, d’altro canto, non è giunto alcuno scritto da lui composto o a lui attribuito. Troppo poco fondata, perché la si possa prendere in considerazione, è l’ipotesi avanzata da alcuni studiosi, secondo cui sarebe stato allievo di Pier Damiani (quest’ultimo, già studente di arti liberali a Parma tra il 1025 e gli anni intorno al 1032, sembra infatti sia tornato nella città emiliana come docente e vi sia rimasto per qualche tempo prima di ritirarsi a Fonte Avellana). Nel Chronicon (o Cantatorium) monasterii Andaginensis si narra che Lamberto Seniore venne condotto in Italia da Beatrice di Lorena, sposa del marchese di Canossa Bonifacio, e che da lei venne mandato a studiare (philosophatus dice il Chronicon) alla scuola del Drogone, a Parma, facendo ritorno in patria solo dopo la morte di Bonifacio. Questa testimonianza conferma il fatto che il Drogone insegnò effettivamente in quella città tra il 1036-1037 e il 6 maggio 1052. Ma è soprattutto Anselmo da Besate a fornire ulteriori e più precise informazioni sul Drogone e sul suo insegnamento. Il cappellano di Enrico III acquisì una solida preparazione nelle arti liberali e nella dialettica e fu avviato, sui testi di Porfirio e di Boezio, allo studio della filosofia aristotelica (che poi approfondì, tanto da venire soprannominato il peripatetico) proprio alla scuola del Drogone, al quale continuò a rimanere profondamente legato. Nella sua Rhetorimachia, composta a Parma tra il maggio del 1046 e il maggio del 1048 e dedicata in un primo tempo proprio al Drogone (nella tradizione manoscritta, l’opera, poi dedicata a Enrico III, compare sempre preceduta e seguita da due lettere indirizzate dall’autore al Dragone, suo antico maestro), Anselmo da Besate ricorda ripetutamente il Drogone, che definisce philosophus, flos et Italiae decus, venerabilis magister, praeceptor inclitus, summus doctor nullius scientiae indigens, magistrissimus. Afferma inoltre che la Francia e la Germania risuonavano di lodi per lui e per il Dragone, da quando vi aveva fatto conoscere i propri scritti. I termini usati da Anselmo da Besate per designare l’insegnamento e la scuola del Drogone, Droconica disciplina, Drogonis dogma, Droconica secta, Deoconica familia (forse una societas studentium), sembrano accennare a una vera e propria scuola di studi superiori, di tipo universitario o preuniversitario, per l’insegnamento delle arti liberali. Sebbene non sia stato risolto il problema di quale tipo di scuola superiore, primo germe della futura università, esistesse in Italia nel secolo XI (se si trattasse, cioè, di una scuola episcopale o monastica, secondo le tesi del Manacorda, o se invece fosse una scuola laica e municipale), è quasi certo che nell’Italia settentrionale e in particolare nell’Emilia si mantenne una continuità di cultura e di organizzazione scolastica incentrata nelle scuole vescovili, fornite di biblioteche, frequentate da laici e da religiosi. Scuole in cui le arti liberati furono insegnate per lo più da chierici e che si laicizzarono a partire dalla fine del secolo XII, ampliandosi in centri di studi giuridici (Gualazzini). È necessario dunque tenere presente il salto di qualità operato rispetto all’insegnamento tradizionale proprio da questi chierici docenti, in particolare nel campo della logica, della retorica e del diritto, considerate ormai scienze separate e indipendenti. Ripresi e commentati i testi dell’antichità classica (Aristotele, il Digesto) trascurati nell’alto Medioevo, le scuole di grammatica divennero allora propedeutiche a quelle di diritto e la retorica divenne esercitazione dialettica e strumento di attività sociale. Tutto ciò attirò intorno ai maestri scolari sempre più numerosi, che potevano venire anche da molto lontano. Anche se sembra quanto meno azzardato affermare che a Parma esistesse intorno alla metà del secolo XI un vero e proprio corpo insegnante della scuola episcopale, anche se i dotti che appaiono citati nella Rhetorimachia (Aldeprando, altro maestro di Anselmo, Azzone e Geizone) si ritrovano anche in documenti contemporanei come membri del Capitolo della Cattedrale o come iudices palatii, è tuttavia certo che a Parma si colgono segni di questa rinascita già molto prima che a Bologna insegnassero Pepone e Irnerio. La preparazione letteraria e giuridica che si riceveva nella scuola di Parma permetteva di accedere alle cariche della Corte imperiale, come avvenne per Anselmo da Besate. L’insegnamento del Drogone, insieme con quello di tanti altri docenti (chierici, monaci e laici spesso scarsamente conosciuti), ha dunque valore non solo per se stesso, ma anche in quanto testimonianza della continuità della tradizione scolastica italiana anche nei secoli più difficili.
FONTI E BIBL.: Chronicon sancti Huberti Andaginensis, a cura di L. Bethmann-W. Wattenbach, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, VIII, Hannoverae, 1848, 573; Anselm von Besate, Rhetorimachia, a cura di K. Manitius, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, Quellen zur Geistesgeschichte des Mittelalters, II, Weimar, 1958, 64 s., 80 e passim; G. Mariotti, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Parma nel Medioevo, I, Parma, 1898, 19, 34-39, 41 ss., 45, 53 (il documento del 1057 è erroneamente datato 1056); G. Drei, Le carte degli Archivi parmensi dei secoli X-XI, II, Parma, 1928, 155, 230; B. Hauréau, Singularités historiques et litteraires, Paris, 1861, 180, 188 s., 191, 194; E. Dümmler, Anselm der Peripatetiker nebst anderen Beiträgen zur Literaturgeschichte Italiens im elften Jahrhundert, Halle, 1872, 5 n. 2 e passim; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, München, 1923, 708 s., 711-714; G. Mariotti, L’Università di Parma. Relazione al ministro dell’Istruzione, Parma, 1923, 14 s.; F. Novati-A. Monteverdi, Le origini, in Storia letteraria d’Italia scritta da una Società di professori, Milano, 1926, 358 ss., 368-375; G. Manacoda, Storia della scuola in Italia, I, 2, Milano, 1936, 313; C. Prantl, Storia della logica in Occidente. Età medievale, I, Dal secolo VII al secolo XII, Firenze, 1937, 128; L. Tondelli, Lo Studio di Sichelmo a Reggio nel secolo XI, in Studi e documenti della Regia Deputazione di storia patria per l’Emilia e Romagna, I, 1937, 25, 27-30, 32; U. Gualazzini, Ricerche sulle scuole preuniversitarie del Medioevo. Contributo d’indagini sul sorgere delle università, Milano, 1943, 219, 223 s., 227 s., 230, 240 ss.; Aurea Parma 3 1951, 183; La storia della Università di Parma dalle origini al secolo XV, in Corpus statutorum Almi Studii Parmensis (saec. XV), a cura di U. Gualazzini, Milano, 1978, XXII, XXXIV; Letteratura italiana, I, 1990, 735-736; P. Scarcia Piacentini, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 708-709.

Borgo San Donnino 17 febbraio 1837-Firenze 28 giugno 1910
Nel 1859 accorse in Piemonte per combattere  per l’Indipendenza italiana, arruolandosi nel 2° Reggimento Granatieri dell’esercito sardo, col quale prese parte al fatto d’armi di San Martino, dove rimase gravemente ferito. Fece ancora le campagne del 1860 e 1861, meritandosi varie onorificenze. Congedato, riprese servizio negli Ussari di Piacenza e, dopo aver frequentato la scuola militare di Modena, fu nominato ufficiale al 18° Fanteria, col quale partecipò alla guerra del 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 luglio 1910, n. 179; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 405; P. Schiarini, in Dizionario risorgimento, 2, 1932, 962.

DRUGMAN GIANFRANCESCO, vedi DRUGMAN JEAN-FRANÇOIS

Parma 27 aprile 1810-Parma 1 ottobre 1846
Nacque da Nicola, di Jean-François, falegname e intagliatore al servizio della Corte ducale di Parma, e da Amelia Bianchi. A sedici anni entrò nell’Accademia di Belle Arti di Parma seguendo il corso di paesaggio tenuto da Giuseppe Boccaccio, di cui divenne presto uno dei migliori allievi. Da lui apprese quel caratteristico modo di trattare la frasca e l’intonazione dorata venata di sottile malinconia (Copertini, 1971). Durante i moti del 1831 venne sospettato di appartenere alla carboneria, insieme col fratello Massimo, col soprannome del nonno: Flamand. Nel 1835 partecipò al concorso per giovani artisti istituito dalla duchessa Maria Luigia d’Austria e che aveva come premio una borsa di studio di 2500 lire per un viaggio e soggiorno a Roma di 18 mesi. La commissione delle belle arti, riunitasi il 7 marzo 1836, gli assegnò il primo premio della sezione paese per il quadro Caccia al cervo (Parma, Istituto d’arte Paolo Toschi). La partenza per Roma avvenne il 14 gennaio 1837 e il viaggio, di cui resta testimonianza nel diario tenuto dal Drugman (cfr. Battelli, 1936), durò ben ventitré giorni. Qui studiò con interesse, guardando anche le opere dei maggiori paesaggisti del Seicento. Il primo saggio che eseguì da mandare a Parma è una Veduta dell’Isola Tiberina (Parma, Accademia di Belle Arti): una descrizione minuziosa, realistica e con un pizzico di affettuosità romantica. Segue la Veduta del Colosseo (Parma, Accademia di Belle Arti), in cui la sistemazione delle rovine e l’atmosfera risentono dell’eco di Claude Lorrain. Il terzo saggio, La sortita da Albano (Parma, Istituto d’arte Paolo Toschi), fu realizzato tra la fine del 1837 e l’inizio del 1838, dopo due mesi trascorsi ad Albano, impegnato a studiare le piante. In esso si rintracciano la stessa puntuale osservazione dal vero e lo stesso stile che si trovano in un’opera alla Galleria nazionale di Parma, che era stata indicata dal Ricci (1896) come Strada solitaria presso le mura di Roma ma che in realtà dovrebbe essere quella Parte della galleria superiore da Albano a Castello di cui parla il Drugman in una lettera a Paolo Toschi del 18 dicembre 1837. Altro tema di carattere romanesco è La quercia del Tasso (Parma, Museo Glauco Lombardi). In tutte le opere del periodo romano si avverte una certa costante attenzione al modo di descrivere la natura dei maestri secenteschi, da Salvator Rosa al Poussin, al Lorenese. Il ritorno a Parma avvenne nell’estate del 1838. Si sposò con Sabina Guatelli e andò ad abitare in Strada San Benedetto. L’anno seguente gli furono commissionati due quadri per la Corte: Veduta delle Beccherie nuove di Parma e Veduta del reale palazzo del Giardino preso dall’angolo fuori porta S. Barnaba, non rintracciati. Nel 1840 eseguì, sempre per la Corte, Veduta della città di Parma dalla Navetta. Ormai tra i più noti e stimati giovani pittori del Ducato, fu chiamato all’Accademia di Belle Arti a sostituire temporaneamente nell’insegnamento di paesaggio G. Boccaccio, recatosi a Napoli per alcune scenografie. E questo si verificò anche negli anni seguenti. Nel marzo del 1841 gli fu commissionata una Veduta del reale palazzo ducale di Colorno (al Museo Lombardi di Parma insieme con altre due piccole vedute del medesimo soggetto), cui seguirono la Peschiera del giardino ducale, La strada da Parma a La Spezia, Al monte Prinzera, Presso il Taro, La Città di Parma vista dalla strada di Langhirano e il Ponte nuovo sulla Sporzana presso Fornovo. Gli ultimi tre lavori, esposti nel giugno del 1841 nel palazzo del giardino ducale, furono lodati per accuratezza di colorito nella frasca e verità di luce (Il Facchino, 12 giugno 1841). L’anno seguente eseguì Ingresso nella reale cittadella (nella prefettura di Belluno) e nel 1843 Nuova caserma reale della cittadella. Era ormai un artista maturo: nei suoi paesaggi il realismo della descrizione viene immerso in un’atmosfera teneramente romantica, grazie al sapiente equilibrio compositivo e alla morbida modulazione tonale. Nel 1844 ricevette l’incarico di dipingere, insieme con Luca Gandaglia e Giuseppe Giorgi, le scene dei Lombardi alla prima crociata e di Maria di Rohan per il Teatro Regio di Parma. Continuarono puntualmente le commissioni della Corte, per la quale dipinse Veduta della nuova strada di Berceto (1844), Una veduta del reale Casino dei Boschi (1845) e Una veduta del reale giardino di Parma (1846). Ammalatosi di tisi polmonare, morì a soli 36 anni.
FONTI E BIBL.: Parma, Accademia di Belle Arti, Cartelle dal 1826 al 1846; Parma, Soprintendenza per i beni artistici e storici: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane [1800-1850], ad vocem; P.E. Ferrari, Spettacoli in Parma dal 1628 al 1883, Parma, 1884, 137; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Milano, 1896, 363 s.; G. Battelli, Il diario romano del pittore Giuseppe Drugman, in Aurea Parma XX 1936, 165-172; O. Masnovo, I patrioti parmensi del ’31 secondo nuovi documenti, in Archivio Storico per le Province Parmensi II 1937, 162, 167; G. Copertini, Pittori parmensi dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi VI 1954, 131, 137, 154 s.; E. Riccomini, Tre paesaggi parmensi ritrovati, in Aurea Parma L 1966, 23-26; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma, 1971, 33-36; G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento, Parma, 1974, 166-169; C. Cavalieri, Giuseppe Drugman pittore di paese in Parma, in Aurea Parma LXIV 1980, 241-267; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IX, 1913, 588; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori, IV, 217; Gazzetta di Parma 13 aprile 1836; G. Negri, Il parmigiano istruito, s.d., IX, 50; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 73; L. Bénédite, Storia della pittura del secolo XIX, Milano, s.d. (traduzione G. Fogolari); A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 859; Mostra del paesaggio parmense moderno e dell’Ottocento, catalogo, Parma, 1936; G. Allegri-Tassoni, Mostra dell’Accademia Parmense, catalogo, Parma, 1952; Aurea Parma 2 1936, 66; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 1105; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 217; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 231; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 258; Città latente, 1995, 89-90; P.P. Mendogni, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 721-722.


Parma 1786 c.-post 1819
Figlio di Jean-François. Fu falegname al servizio della Corte di Parma. Al 1819 risale una lista dei molti lavori di manutenzione e restauro compiuti nel Palazzo del Giardino e di diversi mobili realizzati in collaborazione col tornitore Garsi: canapé e sedie con teste di cigno tirate a foggia d’agagiù, orchestra nel Salone a sera, diverse tavole di varia grandezza e lavori vari nel Palazzo di Riserva, (accomodati e puliti li Mobili nuovi di Milano, a cera e vernice, per tutti li appartamenti).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, buste 7-8; Il mobile a Parma, 1983, 263.

Fiandre 1745 c.-post 1794
Tra il 1765 e il 1794 fu attivo a Parma, dove era conosciuto col soprannome di Flamand. Ebbe diversi figli, tra cui Nicola (padre di Giuseppe) e Guglielmo, che proseguirono l’attività di intagliatore e falegname del padre. Quando arrivò a Parma dalle Fiandre era già noto poiché nell’ottobre del 1765 venne chiamato a stimare alcuni mobili della marchesa de Gonzales (Briganti, 1977). Dal 1766 al 1768 eseguì con M. Poncet, avendo sotto la sua direzione ventisei falegnami tra cui I. Marchetti e G.P. Panini, i mobili disegnati da E.A. Petitot per la galleria grande della Biblioteca Palatina di Parma. Al Drugman si debbono in particolare la scansia per conservare i manoscritti e due cassette, una per le medaglie dei Farnese e l’altra per il Parnaso francese, richieste da P.M. Paciaudi. Nel 1768 lavorò pure per arredare la reale ducal stamperia, diretta da G.B. Bodoni, e ricevette un compenso di 5974 lire. All’inizio del 1769, fervendo i preparativi per il matrimonio tra il duca Ferdinando di Borbone e Maria Amalia d’Asburgo-Lorena, fu assunto provvisoriamente dalla Corte borbonica col soldo di lire 3000 e la pensione di lire 7000, ma continuò a lavorare anche per la committenza privata, come dimostrano i pagamenti a lui effettuati dai principi Meli Lupi di Soragna tra il 1769 e il 1771 per l’esecuzione di mobili. Tra il 1787 e il 1791 costruì le scaffalature per il nuovo braccio della Biblioteca Palatina. L’ultima notizia che si ha di lui riguarda la realizzazione nel 1794 di due confessionali per l’oratorio della rocca di Sala, di proprietà ducale, finiti poi a Parma presso i cappuccini.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Il tipografo Giambattista Bodoni e i suoi allievi punzonisti, in Archivio Storico per le Province Parmensi XIII 1913, 69; U. Benassi, Guglielmo Du Tillot, un ministro riformatore del secolo XVIII, in Archivio Storico per le Province Parmensi XIX 1919, 208; M. Pellegri, Ennemondo Alessandro Petitot, Parma, 1965, 75, 167; C. Briganti, Documents sur les arts à la cour de Parme au XVIII siècle, in Antologia di Belle Arti, 4, 1977, 386; G. Bertini, L’arte del legno a Parma nel XVIII secolo, in L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone, Parma, 1979, 420; G. Bertini, P.M. Paciaudi e la formazione della Biblioteca Palatina di Parma, estratto da Aurea Parma LXVI-LXVII 1982-1983, 26, 61, 68; G. Cirillo-G. Godi, Il mobile a Parma fra barocco e romanticismo, Parma, 1983, ad Indicem; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IX, 588 (sub voce Drugman); P.P. Mendogni, in Dizionario biografico degli Italiani, XLI, 1992, 722-723.

Parma 12 marzo 1808-post 1847
Detto Flamand. Figlio di Nicola e Amalia Bianchi. Fu tra i sospetti in Parma durante i moti del 1831. Falegname al servizio della Corte di Parma, nel 1829-1830 (il Drugman era ancora minorenne e per lui firmò la tutrice Amalia Bianchi Drugman) lavorò al Casino del Ferlaro, diretto da Paolo Gazola. Eseguì i seguenti altri lavori: 1835 intelaiatura del trono, 1837 molti lavori di manutenzione in Palazzo ducale, 1847 catafalco della duchessa Maria Luigia d’Austria in Steccata.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, buste 11, 213, 240; F. da Mareto, 1957, 229; Il mobile a Parma, 1983, 263.

Parma 1784 c.-post 1831
Figlio di Jean-François. Fu falegname al servizio della Corte di Parma. È ricordato in un pagamento del 1817 per lavori vari e una gabbia da uccelli. Ebbe parte attiva nei moti del 1831: tentò infatti di impossessarsi delle chiavi del cancello del Giardino ducale per impedire la partenza di Maria Luigia d’Austria. Per questo motivo fu poi inquisito.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma., Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, busta 3; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 167; Il mobile a Parma, 1983, 263.

DRUGMANN, vedi DRUGMAN

DU BOIS ANDREA, vedi DUBOIS ANDREA

1724-Parma 1779
Fu maestro di disegno dell’infanta Isabella di Borbone dal 1° gennaio 1759 e fu fatto poi tenente di fanteria delle reali truppe parmensi (cfr. E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, vol. VIII, c. 48).
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 90; L. Fornari Schianchi, Movimento illuminista, 1979, 150; Arte a Parma, 1979, 150.

Valence 1720 c.-Parma 27 luglio 1776
Al servizio di Filippo di Borbone già nel 1742 come incisore di sigilli, si perfezionò in Francia e tra il 1750 e il 1751 venne nominato direttore generale della Zecca borbonica dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, mentre continuava il suo lavoro di cesellatore. Del 1751 è la coniazione di una moneta in oro per Filippo di Borbone, tirata in sei esemplari. Dallo stesso modello vennero coniate anche una sessantina circa di monete d’argento. Questa tiratura sarebbe però da collocare al 1756, quando il Dubois Chateleraux ristrutturò la Zecca di Venezia. Partecipò inoltre alla creazione della medaglia per la fondazione dell’Accademia di Belle Arti di Parma, alla cui definizione collaborarono Saverio Bettinelli, Carlo Innocenzo Frugoni, Ceron, Melot, Tolomas e il conte di Caylus, contattati in Francia dal Du Tillot anche attraverso la mediazione di Giuseppe Baldrighi e di Claude Bonnet. Le medaglie datate 1753, in realtà vennero fuse nel 1758, quando furono edite le Costituzioni dell’Istituzione. La figura di Minerva con le tre corone voleva sottolineare la particolarità dell’Accademia parmense (di cui il Dubois Chateleraux era accademico d’onore sin dalla fondazione) che, a differenza delle altre del tempo, al fianco della pittura e della scultura ammetteva anche l’architettura. Il periodo più intenso della sua attività fu dal 1754 al 1758, anni in cui contribuì a formare il gusto neoclassico che ebbe in Parma una significativa anticipazione. Il progetto di costruire una Zecca funzionante non prendeva corpo per cui, dopo che era stato chiamato a Venezia, per sostenere il progetto il Dubois Chateleraux pubblicò le Gravures Réprésentant les différentes Marchines servant à la Fabrication des monnoyes au balancier, construites à Venise pour le service de la Sérénissime République, edite da G. Antonio Gozzi a Parma nel 1757. Di lui scrive a lungo Giacomo Casanova nei suoi Mémoires descrivendolo come un gobbo intelligente, curioso, affabile, ma anche risentito e permaloso per come veniva trattato dalla Corte borbonica.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 90; M. Dall’Acqua, Michel Dubois, Parma, 1981; Enciclopedia di Parma, 1998, 302.

Parma 1806
Disegnatore e architetto attivo nell’anno 1806.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VIII, 1821, 16.

Zibello 1894-Plava 16 ottobre 1915
Figlio di Edvardo. Muratore, fante nel 44° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Volontariamente offertosi, faceva parte di un manipolo incaricato di aprire un varco nel reticolato delle trincee nemiche ed era poi, fra i primi, ad iniziare la pericolosa operazione. In piedi, incitando i compagni si metteva, quindi, a lanciare bombe a mano contro i tiratori avversari, finché non cadde mortalmente ferito.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 91; Decorati al valore, 1964, 132.

DULCINIO o DULCINO, vedi DOLCINO

1762-Parma post 1816
Nell’Archivio Storico Comunale di Parma si trova l’inventario degli oggetti esistenti nel Teatro Imperiale e consegnati al Sig. Giuseppe Duplessis nuovo Impresario in questo dì 11 dicembre 1812. Ispettore del palcoscenico (indicato come impresario) del Teatro di Parma, durante il periodo napoleonico fu alle dipendenze del Comune. Nel 1816 dichiarò di avere 54 anni e che ne aveva passati trentasei in servizio. Venne riassunto alla ristrutturazione del Teatro Ducale come vice ispettore, essendo stato nominato a quel posto il conte Del Bono (Archivio di Stato di Parma, Governo Provvisorio e Reggenza, Interno, 1816, b. 8).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1831
Capo computista della Presidenza delle Finanze, si distinse durante i moti del 1831 in Parma. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza perché era uno dei caldi pel sistema rivoluzionario, e cercava di imbevere colle sue massime anche coloro ch’erano seco lui impiegati nella Finanza. Amico del professore e famiglia Melloni, colla quale era molto a contatto anche nella campagna di Valera. Tuttora in impiego.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 161.

DURI MARIA ANNA, vedi DONATI MARIA ANNA

DUSIARDI CARLOParma 1440/1449
Figlio di Galeazzo. Fu lettore, prima di medicina nel 1440-1441 e poi di chirurgia nel biennio 1447-1449, presso l’Università di Bologna (Rotuli, I, 15 ss.).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 75.

Bayonne 22 maggio 1711-Parigi 13 dicembre 1774
I primi anni di governo del nuovo duca Filippo di Borbone furono caratterizzati da una forte influenza della Corte spagnola negli affari interni dello Stato. Alla carica di primo ministro si avvicendarono diversi funzionari: Giuseppe Carpintero, mandato dalla Corte di Madrid, Maurizio Caracciolo e l’irlandese  Rice, entrambi con mandato interinale, in attesa di una nomina diretta dalla Spagna. I provvedimenti da loro adottati non furono all’altezza della gravità del dissesto finanziario dello Stato. La situazione migliorò solo con la nomina del Du Tillot. Figlio di un piccolo funzionario alla Corte di Filippo V, compiuti gli studi a Parigi, nel 1730 raggiunse il padre in Spagna ed entrò anch’egli alla Corte di Madrid al servizio (come servitore di camera, poi come valletto di camera) prima di don Carlo, poi dell’Infante Filippo. Seguì il Duca nel nuovo regno ove ebbe inizio la sua rapida ascesa verso i gradini più alti della pubblica amministrazione: già segretario particolare, il 26 giugno 1749 fu nominato intendente generale della Real Casa, nel giugno del 1756 diventò ministro d’Azienda e il 18 giugno 1759 primo ministro con ampi poteri. Aperto alla filosofia razionalistica d’Oltralpe, era profondamente convinto che le nuove scoperte scientifiche dovessero servire, nella loro applicazione pratica, al progresso della civiltà. Nell’attività di governo si avvalse continuamente di libri, giornali e pubblicazioni specializzate in agricoltura, commercio, economia, politica e medicina, che si faceva inviare da Parigi. La sua attività politica fu caratterizzata dalla lotta contro i privilegi feudali ed ecclesiastici che impedivano e limitavano il pieno esercizio del potere sovrano. Come ministro delle finanze volle razionalizzare il sistema impositivo per garantire allo Stato entrate sicure. Rimise in vigore antiche disposizioni rendendo obbligatoria la presentazione puntuale dei bilanci preventivi e consuntivi, fino ad arrivare a formare un bilancio dove le entrate superavano le spese. Questo ottenne a seguito di provvedimenti severi e impopolari, come fu il discusso appalto per nove anni della riscossione di tutte le rendite regie e comunali per il canone annuo di lire parmigiane 5.427.722. Sul fronte delle imposte fondiarie cercò di avviare l’opera del catasto, sul modello di quello teresiano della Lombardia, ma la mancanza di un numero sufficiente di tecnici per le misurazioni, le forti resistenze locali e soprattutto la carenza di fondi fecero rallentare e quindi abbandonare il progetto. Cercò di ridare slancio alle attività manifatturiere e industriali, favorendo con sovvenzioni dello Stato l’apertura di fabbriche, chiamando dalla Francia e dalla Svizzera numerosi operai e artigiani specializzati e adottando misure protezionistiche per favorire la produzione locale. Rivide tutto il sistema commerciale, facendo tesoro degli insegnamenti che si andavano pubblicando in campo internazionale, ponendo a questo riguardo cura speciale all’efficienza delle strade, dei ponti e degli argini. Curò il restauro delle strade ducali e, tra le altre, la strada che da Piacenza conduce a Milano nel tratto sulla sinistra del Po, che allora era unita al Piacentino. Realizzò la strada che conduce fino a Bardi e che avrebbe dovuto allacciarsi, attraversando l’Appennino, alle comunicazioni con la Liguria. Riformò i regolamenti doganali, istituì l’ufficio di notazione, nel quale si dovevano pubblicare tutti gli atti di passaggio di proprietà, e riorganizzò il notariato. Diede vita all’acquedotto di Brembiolo nel territorio piacentino, diffondendo l’istruzione in agricoltura con la distribuzione di libri stampati a cura del governo. Nel 1764 il Duca, in segno di riconoscimento dei suoi meriti, gli concesse il feudo di Felino col titolo di marchese. Nella sua opera di governo in senso giurisdizionalista, il Du Tillot cercò in una prima fase una collaborazione con la Corte di Roma. Al Papa vennero inviate dalle comunità locali e direttamente dal governo diverse memorie che lamentavano il disastroso stato economico e finanziario delle casse comunali e chiedevano di poter assoggettare ai tributi i beni ecclesiastici. Alle ripetute risposte negative, nel 1764 il Du Tillot rispose con l’emanazione della Prammatica che proibì il passaggio di qualsiasi bene nelle manimorte, ponendo così un freno ai privilegi fiscali ecclesiastici e della nobiltà. L’anno successivo fu creata la Giunta di Giurisdizione con il compito di affermare la supremazia del potere regio su quello religioso attraverso un’opera di controllo minuzioso delle attività del vescovo e degli enti ecclesiastici dei Ducati. Nel 1768 fu vietato a tutti i sudditi, anche ecclesiastici, il ricorso a tribunali esteri, compreso quello di Roma, senza l’autorizzazione sovrana. Il 3 febbraio dello stesso anno vennero espulsi i Gesuiti, sull’esempio di Napoli e Madrid. Il pontefice Clemente XIII quello stesso anno emanò contro il governo di Parma il Monitorio, col quale si ribadirono i diritti papali di proprietà sul Ducato, in virtù della sua origine guelfa, e si cassò tutta la legislazione ecclesiastica del Du Tillot. A Parma intanto le riforme giurisdizionalistiche proseguivano: vennero soppressi i conventi che ospitavano un basso numero di religiosi, vennero espulsi i monaci stranieri e il 23 maggio 1769 un editto della Giunta di Giurisdizione abolì il Tribunale dell’Inquisizione. Il Du Tillot dedicò la sua attività riformatrice anche alla scuola: a lui si deve la Costituzione per i nuovi regi studi (1768). Nel frattempo, il 18 luglio 1765, era morto il duca Filippo di Borbone e alla guida del Ducato successe il figlio quattordicenne Ferdinando, il quale, nei primi anni di governo, lasciò tutti i poteri in mano al Du Tillot, permettendogli così di proseguire senza ostacoli il suo grande progetto riformatore. Nel frattempo le diplomazie di Francia, Spagna e Austria si accordarono per imporre al giovane duca il matrimonio con Maria Amalia, sesta figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria. Il Du Tillot, che aveva contrastato la scelta della principessa asburgica, si attirò subito l’avversione della nuova arrivata. Gli sposi coalizzati inviarono memoriali alle Corti di Francia e Spagna per chiedere la rimozione del ministro, anche se le due potenze cercarono di opporsi ritenendo di poter controllare meglio la Corte di Parma attraverso il Du Tillot. Dopo un lungo braccio di ferro e in seguito a un tumulto di piazza organizzato dai suoi oppositori politici, il 14 novembre 1771 il Du Tillot venne licenziato e salvato a stento dalla furia della folla che gridava contro il nemico della religione. La notte del 19 partì da Colorno e lasciò definitivamente Parma. Riparato prima a Madrid, dove Carlo III gli assegnò una pensione, e poi a Parigi, vi morì di apoplessia due anni dopo. Il fallimento della sua opera riformatrice fu dovuto a un intreccio di cause politiche, diplomatiche e sociali che agirono in un contesto arretrato culturalmente. Se alta fu la sua fama, specie tra il ceto borghese, che lo ritenne come un precursore di alcune sue rivendicazioni, scarso fu invece l’incidenza delle riforme da lui propugnate in un paese troppo arretrato per potersene giovare, ché esse praticamente si ridussero a un’applicazione empirica dei postulati della politica colbertiana nel campo economico, nella pratica dei principî più divulgati delle dottrine regaliste nel campo giurisdizionale e in un artificioso apporto di quanto più era caro al suo gusto raffinato nella cultura, nelle arti e nelle mode. Di lui restano comunque alcune grandi iniziative, specie in campo culturale e artistico: la fondazione dell’Università, della Biblioteca e dell’Accademia di Belle Arti (1752), oltre alla convocazione a Parma di architetti di vaglia, come il Petitot.
FONTI E BIBL.: Ch. Nizard, G. Du Tillot, Parigi, 1879; U. Benassi, G. Du Tillot, un ministro riformatore del secolo XVIII, estratto da Archivio Storico per le Province Parmensi 1915-1925; E. Rota, Le origini del Risorgimento, Milano, 1939; H. Bédarida, Les premiers Bourbons de Parme et l’Espagne, Parigi, 1928; H. Bédarida, Parme et la France de 1748 à 1789, Parigi, 1928; H. Bédarida, Parme dans la politique française au XVIIIe siècle, Parigi, 1930; R.S. in Enciclopedia Italiana, XIII, 1932, 311; Enciclopedia Cattolica, IV, 1950, 2015; Dizionario Ecclesiastico, I, 1953, 922; Dizionario storico politico, 1971, 480; F. da Mareto, Bibliografia, Parma, II, 1974, 377-378; Al Pont ad Mëz 4 1974, 30-31; Enciclopedia di Parma, 1998, 303, 306.

DU TILLOT GUGLIELMO, vedi DU TILLOT FRANÇOIS-GUILLAUME-LEON

DU TILLOT LEON-GUILLAUME, vedi DU TILLOT FRANÇOIS-GUILLAUME-LEON

 

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