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Dizionario biografico: De Acii-Del Verme

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DE ACII - DEL VERME

DE ACII, vedi AZZI

DE AMICO UBERTO, vedi AMICI UBERTO

DE ANDRELINO PEDRO, vedi ANDRELINI PIETRO

DE ANELI o DE ANELLI, vedi ANELLI

DE ANTINO GIANGIACOMO, vedi ANTINI GIANGIACOMO

DE ARENA, vedi DELL’ARENA

1886-Carso 30 luglio 1915
Figlio di Michele. Tenente nel 121° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare. Morì sul Carso, mentre con indomito valore conduceva i suoi soldati all’assalto.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9, 10 agosto e 1 ottobre 1915; Rivista Eroica, anno 1916; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 87.

DE BAFULO BERNARDO, vedi BAFFOLI BERNARDO

DE BECARI GIOVANNI, vedi BECCARI GIOVANNI

DE BECHI ANTONIO o ANTONINO, vedi BECCO ANTONIO

DE BENTEVEGNI BERNARDO, vedi SALADI BERNARDO

DE BITI FEDELE, vedi BIZZI FEDELE

DE BOBIO UBERTO, vedi BOBBIO UBERTO

DE BONZAGNI GIAN ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

DE BONZAGNINI PAOLO, vedi BONZAGNI PAOLO

DE BONZANI GIOVANNI ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

DE BONZANINI LORENZO, vedi BONZAGNI LORENZO

DE BONZANNI ANTONIO, vedi BONZAGNI ANTONIO

DE BOVIO UBERTO, vedi BOBBIO UBERTO

DE BUCETI MARGHERITA, vedi BOCETI MARGHERITA

DE BUI PAOLO, vedi BUJ PAOLO

DE CALCIVACHA o DE CALZAVACHI GIOVANNI, vedi CALZAVACCA GIOVANNI

DE CANOSA ARCANGELO, vedi SPAGGI ARCANGELO

DE CARALI GIOVANNI IACOPO, vedi CARAGLIO GIOVANNI IACOPO

DE CAROCCI BAVERIO, vedi CARROCCI BAVERIO

DE CAROLIS FERRANTE, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO

DE CARPESANI, vedi CARPESANO

DE CARRI GIOVANNI, vedi COSTOLA GIOVANNI

DE CASSI BATTISTA, vedi ANDREOTTI BATTISTA

DE CASTAGNOLA, vedi CASTAGNOLA

DE CASTELLIONO PIER ANTONIO, vedi CASTIGLIONE PIER ANTONIO


Parma o Firenze 378-Roma 408
Il Corpus (C.I.L., vol. VI, n. 33712, p. 3456, fasc. 4, pars septima: Tituli Officialium et Artificum) riporta una grande tavola marmorea del monastero di San Paolo fuori le mura in Roma, trovata tra i ruderi della vecchia basilica costantiniana sulla Via Ostiense e che fu descritta dal De Rossi (Inscript. Chr., I, p. 247, n. 588) e da lui pubblicata e datata con l’anno 408. Il Flavio Decenzio della lapide può corrispondere al Decenzio Parmense che, con Claro, fece fare a sue spese i 200 piedi lineari del mosaico della basilica paleocristiana di Parma, appunto nel 393-394 di Teodosio, d’Ambrogio e Genesio e il 408 della sua morte: Qui riposa in pace Flavio Decenzio prefettorio cittadino tosco che visse anni più meno 30 deposto 20 ottobre essendo Consoli Universali Basso Filippo. La confluenza di circostanze parallele tra questo Flavio Decenzio col Decenzio dell’iscrizione musiva parmense va raccolta: sono cristiani questo e quello, sono contemporanei, hanno in comune un raro agnome, Decenzio, che è quello del fratello di Magnenzio, cesare in Milano nel 351-353, della ben nota estrazione gallica esaltata in Parma anche da un’iscrizione trionfale, ricco il Decenzio parmense così da far fare un costoso tratto di pavimento musivo nella Cattedrale di Parma, ricco e pubblico ufficiale il Decenzio del testo romano. Se il Prefectianus dovesse corrispondere al praefectorius d’Ulpiano, si avrebbe anche la certezza che Flavio Decenzio fosse prefetto o governatore (nel Parmense?) pochi anni avanti la sua morte, probabilmente dal 396-398 del consolare Ariano (cfr. Affò, I, 78) al 404-405 dei fatti militari di Stilicone. Cittadino romano della Toscana (civis tuscus), Flavio Decenzio nacque allorquando Firenze faceva parte del Vicariato dell’Urbe con Roma capoluogo (cfr. G. Anichini, in Ambrosiana 1942, pp. 340-342) e Parma apparteneva al Vicariato di Milano (o d’Aquileja). Ma con la riforma teodosiana, all’indomani dell’avventura del rétore Eugenio (392-394), che impaurì lo stesso esule Ambrogio, e con quella di Cronio Eusebio del 399 (cfr. C.I.L., XI, 1715 e Archivio Storico per le Province Parmensi XXII bis 1922, pp. 630-635) nulla vieta che Parma fosse stata aggiudicata alla regione tosco-ligure, scorporandola da quella lombardo-romagnola (o Ravennate o Aquilejense) cui apparteneva da tempo. Così da giustificare che Ambrogio se ne preoccupasse dapprima con Bologna e Brescello, poi con il vescovo di Firenze, dando luogo al prefettorio Decenzio di provvedervi dalla Toscana quale defensor ecclesiae parmensis, appellativo che ricorre a Trieste e ad Aquileja nelle stesse iscrizioni dei mosaici pavimentali prima di dire quanti piedi di mosaico i difensori facessero fare a loro spese.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 267-268.

DE CESARI ANTONIO, vedi DE CESARI MARTINO ANTONIO VINCENZO


Padova 12 gennaio 1797-Parma 14 luglio 1853
Stdiò canto a Piacenza, poi al Liceo musicale di Bologna. Dal 1820 fu docente di canto al Collegio Sant’Agostino di Piacenza e, essendo un raffinato cantore, il 24 febbraio 1830 fu chiamato come tenore della Ducale Cappella e nominato virtuoso di camera di Maria Luigia d’Austria con un paga di 1500 lire annue. Il 5 gennaio 1831 iniziò a insegnare gratuitamente alla Scuola di musica del Carmine e successivamente, in luogo del defunto Luigi Finali, fu nominato docente nella Scuola di canto eretta nell’Ospizio delle Arti (Rescrito sovrano n. 37 del 9 febbraio 1832). Aveva diritto ad avere un pianista che insegnasse l’intavolatura, ma questi era a suo carico con una paga di 300 lire annue. Il 25 agosto 1833 fu nominato docente di canto anche delle ricoverate dell’Ospizio delle Mendicanti di Parma. In settembre e ottobre era suo diritto prendere congedo per recarsi a cantare nei teatri: lo si trova, infatti, a Crema, Brescia e Milano (Archivio di Stato di Parma, Presidenza dell’Interno, b. 122). Era solito cantare alla Steccata e in Cattedrale a Parma nelle principali e solenni festività. Molti furono gli allievi usciti dalla sua scuola: tra i tanti, basterà ricordare il tenore Italo Gardoni e Antonio Superchi.
FONTI E BIBL.: Archivio della Fabbriceria della Cattedrale, Mandati, 15 agosto 1834; Biblioteca Palatina di Parma, Almanacchi di Corte dal 1832 al 1853; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, Parma, 1875, 62; G. Gasperini, Conservatorio di Parma, 71; Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali, 1884, 172; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 272; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

DE CHOGORANI ANSELMO, vedi COGORANI ANSELMO


Ramoscello I secolo a.C./I secolo d.C.
Figlio di Caius. Libero, forse iscritto alla tribù Pollia, documentato su di un frammento di sarcofago proveniente da Ramoscello, alla sinistra dell’Enza, a circa un chilometro a nord-est di Parma, databile, per caratteristiche paleografiche, alla prima età imperiale. Il nomen Decimius, molto diffuso in Italia e presente in Cisalpina, si trova più frequentemente in Aemilia, se si esclude Bologna, ma in questo solo caso a Parma. Decimius è detto duovir Bononie (nsis) e avrebbe destinato da vivo il sepolcro alla liberta Agnia Grata.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 85.

DE CISI OPIZZONE, vedi CESI OPIZZONE

DE COLLI GIACOMINO, vedi COELLI GIACOMINO

DE CORALI GUGLIELMO, vedi CORALLI GUGLIELMO

DE CORIGIA, vedi CORREGGIO

DE COSTULA o DE COSTULI o DE COSTULLA, vedi COSTOLA

DE CYSI OPIZZONE, vedi CESI OPIZZONE

Mantova 1914-Parma 1977
Da Mantova, quale vincitore di un concorso nelle scuole medie superiori, si portò nel 1940 a insegnare a Parma, all’Istituto Magistrale. Il Dedali seppe mostrare un tenace attaccamento a certe congeniali e profonde convinzioni di natura etico-politica, dando splendida prova delle sue qualità negli anni della Resistenza. Ma tale metro più consistente di natura mora le fu anche quello che ispirò le direzioni delle sue tendenze educative, letterarie e culturali, quello che seppe conferire sostanza, naturalezza e finezza ai suoi giudizi, alle sue prese di posizione e ai suoi interventi su uomini e cose. Seppe portare energia ed entusiasmo nelle più diverse attività per scoprire, divulgare, segnalare o ridimensionare persone, problemi, correnti e atteggiamenti: dalla sottile polemica dell’Uomo libero all’azione politica e storica condotta nelle associazioni partigiane e nell’Istituto Storico della Resistenza di Parma, dal suo esercizio di critica letteraria, teatrale, figurativa e musicale alla sua personale ricerca di poesia, dalla promozione di iniziative culturali come quella del Raccoglitore alla valida collaborazione offerta al Piccolo teatro della città di Parma. In Dedali convissero uno slancio giovanile, ricco di freschezza e di impeto e un ragionato senso della misura, della cautela e dell’equilibrio. Che in lui circolasse una tristezza segreta lo testimoniano certe liriche (inedite) del periodo giovanile. In esse si rivela senza infingimenti una nativa disposizione dell’animo, che però tendeva alla luce di una chiarezza razionale, quasi a soluzione suprema degli interni dissidi. Il Dedali scrisse inoltre diversi saggi e articoli storico-culturali pubblicati su Aurea Parma e sulla Gazzetta di Parma, il libretto Parma 1859, steso per incarico del Comitato delle celebrazioni per il Centenario dell’Unità italiana, e l’introduzione alle Lettere di Giacomo Ulivi (Modena, Istituto Storico Resistenza, 1974).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1977, 155-161.

DE DENTIBUS GHERARDO, vedi CORREGGIO GHERARDO

Parma 1683-Modena 5 febbraio 1737
Il 30 ottobre 1701 fece il suo ingresso nell’Ordine Francescano e l’anno seguente emise la professione solenne. L’8 novembre 1709 fece il giuramento come missionario e il 12 maggio 1710 fu inviato in Albania. Vi rimase diversi anni, per poi spostarsi in Terra Santa. Dal 1721 al 1726 fu superiore dell’Ospizio di Alessandria in Siria.
FONTI E BIBL.: Biblioteca della Terra Santa, XIII, 1930, 251.

DE DONNA RIFIDA o DE DONNA RIFIUTA, vedi DONNA RIFIUTA

Parma 1894-Monte San Michele 21 luglio 1915
Figlio di Francesco. Sergente nel 30° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Sublime per spirito di sacrificio ed indomito coraggio, sprezzante della morte, fu esempio magnifico e costante ai propri compagni nelle varie circostanze di guerra. Cadde colpito al petto da un proiettile di fucileria, sorridente, sereno, eroico, contento di morire per la Patria e, incurante della sua ferita mortale, continuò ad incitare i compagni, ripetendo: Italia! Savoia! avanti ragazzi e mandando il supremo saluto al proprio capitano. Il De Feo, che fu anche insignito di un encomio solenne, risiedette a lungo a Massa Lombarda.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 275; Decorati al valore, 1964, 83.

DE FABJ, vedi FABI

DE FATULI o DE FATULLI, vedi FATULI

DE FERRARI CAMILLO, vedi MAGNANIMO CAMILLO

DE FERRARI DA GRATE, vedi FERRARI

Borgo San Donnino 1831
Medico, fu uno degli autori della rivolta del 1831 in Borgo San Donnino e della riunione di quel consesso civico. Fu inquisito e sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 161.


Borgo San Donnino 1799-Borgo Taro 1867
Fu chirurgo condotto a Borgo Taro e ricevette un premio per la solerzia dimostrata nelle vaccinazioni degli anni 1838 e 1839. Nel 1851 fu nominato chirurgo militare di II classe con grado onorario di sottotenente addetto al comando della Piazza di Borgo Taro. Nel 1852 fu chirurgo di II classe di guarnigione: nel decreto di nomina è specificato che non ha diritto a veruna competenza, per la primitiva e conservata sua qualità di onorario. Nell’atto di morte figura chirurgo maggiore condotto di questo comune e medico chirurgo di questa guarnigione militare col grado di luogotenente.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 30.

DE FRANCESCHI GIUSEPPE
Borgo San Donnino 19 aprile 1850-Milano 5 dicembre 1909
Nacque da Severino e Luigia Quaglia. Di famiglia agiata, dopo gli esordi militanti nel paese natale, si trasferì a Milano nel 1875.
Ingegnere di professione, prese parte agli sviluppo teorici e politici del socialismo lavorando, fin dalla crisi della I Internazionale, alla costruzione di una forza politica nazionale ispirata ai metodi del socialismo evoluzionistico e rispondente alle esigenze di modernità e razionalità espresse dalle nuove fasi dello sviluppo economico e dall’evoluzione della coscienza operaia. Dirigente del Circolo socialista di Milano, nel 1877 (insieme con O. Gnocchi Viani, E. Bignami e altri ai quali restò legato per molti anni da una comune milizia) fu tra i firmatari di un manifesto (pubblicato dalla Plebe, organo del circolo) contenente l’appello per la costituzione di una federazione di circoli socialisti per dare un primo impulso alla formazione di un vasto e unico Partito socialista italiano in armonia alle organizzazioni socialiste dei paesi più provetti nelle nostre lotte. All’iniziativa, che riscosse notevoli adesioni, viene fatto risalire uno dei primi tentativi di invertire la tendenza alla disgregazione prevalente nell’ultima fase della vita dell’Internazionale (G. Manacorda, 1963). La campagna fu ripresa nel 1878 dagli stessi e dall’ex comunardo Benoit Malon, finché la svolta di Andrea Costa (1879) iniziò a porre le premesse per un favorevole esito della proposta della Plebe. In un articolo del 1880 (Comunalesimo), edito dalla Rivista Internazionale del Socialismo nell’ambito di un dibattito sulla Comune di Parigi, il De Franceschi teorizzò la necessità di affidare la socializzazione della produzione e il governo dell’economia al Comune, non distaccandosi sostanzialmente, e ciò era tipico della formazione culturale dello staff della Plebe, dalle ipotesi radicali della Sinistra risorgimentale e dalle idee di Carlo Cattaneo. Venne delegato a rappresentare i circoli socialisti lombardi al III congresso della Federazione dell’Alta Italia dell’Internazionale (Chiasso, 5-6 dicembre 1880), nel quale i gruppi contrapposti dei socialisti e degli anarchici (rispettivamente guidati da Gnocchi Viani e da C. Cafiero) si scontrarono su una serie di punti dottrinari e politici. Il De Franceschi sostenne, in linea con i socialisti evoluzionisti, la posizione favorevole alla partecipazione alle elezioni politiche e amministrative. A seguito del congresso, che palesò l’impossibilità di mantenere unite le due tendenze del movimento di classe, fu deliberata la costituzione della Federazione socialista dell’Alta Italia e al De Franceschi ne fu affidata la segreteria milanese. Negli anni Ottanta prese parte alla complessa battaglia per la formazione di una forza politica socialista di dimensioni nazionali militando nell’ala operaista. Partecipò all’attività della Lega dei figli del lavoro, da cui sarebbe nato il Partito operaio italiano, cui fece riferimento, oltre la Plebe, Il Fascio Operaio (1883-1890). Al IV congresso della Confederazione operaia lombarda (Milano, febbraio 1884) il gruppo dei Figli del lavoro (guidato dal De Franceschi, C. Lazzari e G. Croce) riuscì a far prevalere, contro i democratici, la linea che respingeva ogni ingerenza governativa nelle relazioni tra capitale e lavoro; e, ritenendo come necessario mezzo di difesa degli operai contro l’oppressione capitalistica, la coalizione e lo sciopero, fa voto che tutte le associazioni operaie comprendano negli scopi sociali quello della resistenza. La polemica tra democratici e operaisti ebbe per il De Franceschi un seguito personale. Nel 1886 Felice Cavallotti lo accusò di essersi sottratto ai doveri di solidarietà durante l’epidemia di colera del 1884 a Napoli ma, sebbene ripetutamente sfidato a farlo, non provò mai l’accusa. Nel luglio 1889 il De Franceschi fu tra i fondatori della Lega dei socialisti milanesi, costituita da Filippo Turati e da vecchi e giovani operaisti (Gnocchi Viani, Croce, Bignami, Lazzari, Alfredo Casati), che prefigurò in buona parte la futura composizione del partito socialista, e nel 1890, con gli stessi, firmò l’indirizzo di saluto dei socialisti italiani al congresso dei socialdemocratici tedeschi di Halle, indirizzo rilevante perché riconobbe nel movimento tedesco un modello di organizzazione più rispondente alle esigenze italiane di quanto non fosse il socialismo francese. Candidato nello stesso anno alle elezioni politiche nella lista della Lega (che aveva subito la defezione di Casati), non venne eletto, né ebbe esito favorevole una sua candidatura alle elezioni amministrative del 1892. Nel gennaio 1891 partecipò con I. Danielli e contro le direttive socialiste al congresso costitutivo del Partito socialista rivoluzionario di tendenza anarchica tenutosi a Capolago ed espresse riserve sulla politica dell’astensionismo elettorale. Se, come è probabile, si trattò di verificare un’altra volta la disponibilità degli anarchici a un comune progetto di organizzazione, la verifica ebbe esito negativo, tanto che al congresso socialista di Genova dell’agosto 1892 fu lo stesso De Franceschi, delegato della Società di mutuo soccorso di Borgo San Donnino, che presentò un emendamento, in sostanziale accordo con Turati, che chiuse per sempre l’uscio agli astensionisti in quanto richiedeva dalle società operaie del partito una dichiarazione di adesione al programma elettorale. Il problema della presenza degli anarchici fu riproposto al II congresso socialista (Reggio Emilia, settembre 1893) da G. De Felice Giuffrida e il De Franceschi sostenne che già nel precedente esso aveva trovato soluzione. Nella stessa assise polemizzò, esprimendo una posizione tipica del socialismo del tempo, contro il movimento siciliano dei fasci e la possibilità per i contadini, anche se poveri, di aderire al socialismo (non si possono aiutare i piccoli proprietari senza far cosa contraria all’essenza dei principi del socialismo). Nel 1894, a seguito del decreto di scioglimento delle organizzazioni socialiste, il De Franceschi fu coinvolto nel processo ai dirigenti milanesi ma non scontò il confino comminatogli. Da allora, forse per dissensi insorti con l’indirizzo politico prevalente nel partito (Lazzari, p. 806), non prese più parte alla politica militante. Proprietario di uno stabilimento industriale specializzato nel settore degli impianti igienici e di riscaldamento, si dedicò in seguito esclusivamente all’attività professionale. Di un certo rilievo fu la sua attività pubblicistica. Va ricordato un importante articolo su Lotta di Classe del 1° maggio 1893 (Cenno sulle evoluzioni del Partito socialista in Italia) e alcuni interventi di teoria economica su Critica Sociale negli anni 1893 e 1894. Vanno inoltre menzionati i suoi opuscoli di propaganda, uno dei quali, Le orazioni dell’operaio (Milano, 1883), parodistico rifacimento di alcune note preghiere della liturgia cattolica, fu più volte ristampato. La Biblioteca nazionale centrale di Roma conserva sue pubblicazioni a carattere professionale (progetti per l’installazione di servizi in alcuni importanti edifici pubblici).
FONTI E BIBL.: F. Anzi, Il Partito operaio italiano (1882-1891), Milano, 1933, 13, 33, 48, 59 s., 68, 101; L. Valiani, Storia del movimento socialista, Firenze, 1951, 231, 236; C. Lazzari, Memorie, in Movimento Operaio IV 1952, 623, 629, 804, 806; L. Bulferetti, Le ideologie socialistiche in Italia nell’età del positivismo evoluzionistico, Firenze,1952, ad Indicem; A. Gradilone, Storia del sindacalismo, III (Italia), I, Milano, 1959, ad Indicem; L. Musini, Da Garibaldi al socialismo. Memorie dal 1858 al 1890, a cura di G. Bosio, Milano, 1961, ad Indicem; L. Cortesi, La costituzione del Partito socialista italiano, Milano, 1961, ad Indicem; E. Ragionieri, Socialdemocrazia tedesca e socialisti italiani, Milano, 1961, 256; Biblioteca G. Feltrinelli, I periodici di Milano, I, Milano, 1961, 64, 96, 114, 167; Ente per la storia del socialismo e del movimento operaio italiano, Biblioteca del socialismo e del movimento, II, Libri, I, Roma-Torino, 1962, ad nomen; G. Manacorda, Il movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi (1853-1892), Roma, 1963, ad Indicem; L. Valiani, La lotta sociale e l’avvento della democrazia, in Storia d’Italia, a cura di N. Valeri, IV, Torino, 1965, 490, 535, 550; A. Angiolini, Socialismo e socialisti in Italia, Roma, 1966, ad Indicem; G. Manacorda, Il socialismo nella storia d’Italia, Bari, 1966, ad Indicem; L. Cortesi, Il socialismo italiano tra riforme e rivoluzione 1892-1921, Bari, 1969, ad Indicem; L. Briguglio, Il Partito operaio italiano e gli anarchici, Roma, 1969, 98; S. Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale, Firenze, 1972, 849; A. Nascimbene, Il movimento operaio lombardo tra spontaneità e organizzazione (1860-1890), Milano, 1976, 156, 394, 396; F. Renda, I fasci siciliani 1892-1894, Torino, 1977, 200-203; F. Della Peruta, Democrazia e socialismo nel Risorgimento, Roma, 1977, 313; M. Degl’Innocenti, Storia della cooperazione in Italia 1886-1925, Roma, 1977, 59; M.G. Meriggi, La Comune di Parigi e il movimento rivoluzionario e socialista in Italia (1871-1885), Milano, 1980, ad Indicem; G. Cervo, Le origini della federazione socialista milanese, in Il socialismo riformista a Milano agli inizi del secolo, a cura di A. Riosa, Milano, 1981, 19, 22, 33, 41, 47, 88, 95 s.; F. Pedone, Novant’anni di pensiero e azione socialista attraverso i congressi del PSI, I (1892-1914), Venezia, 1983, 59, 70, 77, 89 s., 95, 98; M. Giuffredi, Dopo il Risorgimento. L. Musini e il primo socialismo nelle campagne piemontesi, Fidenza, 1984, ad Indicem; M.G. Meriggi, Il Partito operaio italiano. Attività rivendicativa, formazione e cultura dei militanti in Lombardia (1880-1890), Milano, 1985, 22, 26, 49, 53, 106; F.M. Biscione, Dizionario biografico degli Italiani, XXXVI, 1988, 36-38.

Borgo San Donnino 1824 c.-post 1866
Già facente funzioni di sindaco nel 1861, fu poi sindaco di Borgo San Donnino nel 1866.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

DEFRANCESCHI SEVERINO, vedi DE FRANCESCHI SEVERINO

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 136.

DE GANDI PIETRO, vedi GRANDI PIETRO

DE GATTATICO GUGLIELMO, vedi GUGLIELMO DA GATTATICO

Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 108.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore di quadratura, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 108-109.

Cuneo 1881-Parma 18 agosto 1960
Si trasferì a Parma subito dopo la prima guerra mondiale, nel 1918. Era allora capitano istruttore presso la Scuola di applicazione. Promosso colonnello, dopo qualche anno venne passato alla riserva per raggiunti limiti di età. Non prese quindi parte all’ultimo conflitto mondiale. Conte di Gualtieri, cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, fu insignito di una medaglia d’argento al valor militare conseguita sul monte San Michele in una dura azione contro forze austriache e di cinque croci di guerra.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 agosto 1960, 4.

Parma 17 aprile 1884-Parma 24 marzo 1926
Figlio di Luigi e Antonia Bocelli. Laureatosi in giurisprudenza nel 1907, stette due anni a Roma nello studio dell’insigne giurista Giuseppe Albano, che lo ebbe carissimo. Nel 1909 fu chiamato a Parma in qualità di consulente legale e segretario della Cassa Cattolica, uffici che tenne fino al 1921. Cominciò a collaborare alla Gazzetta di Parma fin da quando era al liceo, presidente della sezione della Dante Alighieri. Fu corrispondente del Corriere della Sera, dell’Avvenire d’Italia e di altri giornali. Intorno al 1906 diresse La Giovane Montagna e collaborò al Capitan Fracassa e al Giornale d’Italia. Ingegno versatile e originale, fu appassionato di libri, d’arte e oggetti antichi. Esponente della corrente cattolica-liberale, si batté nel 1904 per l’elezione di Cardani e Faelli e ancora per quella di Faelli nel 1913.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 61.

Venezia 1855-Parma 23 settembre 1936
Figlio di Alessandro, filosofo cattolico. Si trasferì ancora giovanetto a Parma, dove poi sempre visse. Prese dal padre il fervore speculativo e l’impronta cattolica, tradizionale nella sua famiglia. Fu allievo di Emilio Bocchialini e per sessant’anni esercitò la professione forense, assolta sempre con grande dignità e competenza. Ricoprì varie cariche nella pubblica amministrazione della città di Parma: fu consigliere comunale e provinciale, presidente del Ricovero dei vecchi e membro emerito della Deputazione di Storia Patria. Clericale di vecchio stampo e uomo battagliero, per un certo periodo di tempo rimase solo sui banchi del Consiglio comunale a rappresentare la minoranza dopo il ritiro dei moderati. A testimoniare questa sua singolarissima attitudine dello spirito sta un quarantennio di opera forense in difesa delle istituzioni religiose, culturali e caritative di Parma: Consorzio, Congregazione di San Filippo Neri e Confraternite. Ricercatore e dissertatore acuto, lasciò ampia traccia della sua investigazione e della sua lotta giuridica in un insieme di difese, di memorie e di studi, che costituiscono una ricca pagina di storia cittadina di indubbio interesse e valore. Un grande evento conquistò il suo cuore di credente e di patriota: la Conciliazione tra Chiesa e Stato. Lo stesso fervore, ostinato attraverso e malgrado gli anni, lo guidò negli studi storici, artistici, letterari, di cui lasciò tracce nelle pubblicazioni della Deputazione di Storia Patria e nella rivista Aurea Parma, oltre che nei quotidiani di Parma. Appassionato di studi storici, artistici e letterari, tradusse la Divina Commedia in veneziano, commentò e illustrò il Correggio e si dilettò di poesia: soprattutto nei giorni della prima guerra mondiale e della vittoria, quotidianamente salutò, in ardenti sonetti vibranti di amor patrio, l’eroismo dei soldati italiani e le città irredente restituite alla madrepatria. Cantò la guerra di Tripoli, il Mare Nostrum, D’Annunzio e Fiume e, a poche settimane dalla morte, compose un inno esaltante la conquista dell’Etiopia e la fondazione dell’Impero.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 5 1936, 180-182; Barilli, Commemorazione De Giorgi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1936, XLIV-XLV; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 61-62.

Genova 14 marzo 1820-Parma 5 gennaio 1904
Figlio di Cesare. Allievo del fratello Nicola, si esibì in pubblico per la prima volta nel marzo del 1837 al Teatro Carlo Felice di Genova, suonando il violino negli intervalli della rappresentazione di un’opera lirica. Tenne poi numerose altre accademie a Venezia, Genova, Verona, Perugia, Nizza, Lucca e Bologna. Su raccomandazione del fratello, fu nominato vice direttore della musica strumentale nell’orchestra del teatro di Parma. Dopo la morte del fratello fu nominato professore di violino e capo dei secondi nella stessa orchestra e occupò tale posto fin quasi alla morte. Fu insignito della medaglia Aretina e di quella delle feste rossiniane. Il De Giovanni lasciò soltanto nove composizioni, in genere fantasie o divertimenti per violino e pianoforte su motivi celebri di opere teatrali, una Serenata per banda del 1897 e un Pensiero elegiaco per violino e pianoforte composto in morte del fratello Nicola. Le sue composizioni furono quasi tutte pubblicate a Milano da Ricordi e Canti, salvo diversa indicazione: Fantasia sopra l’opera Il Reggente di Mercadante, violino e pianoforte (s.d.), Divertimento sull’opera La sonnambula di Bellini per violino e pianoforte (s.d.), Fantasia sopra motivi dell’opera Attila di Verdi per violino e pianoforte (s.d.), Fantasia sul Roberto il Diavolo di Meyerbeer per violino e pianoforte (1876), Divertimento su La Forza del destino di Verdi per violino e pianoforte (s.d.), Pensiero elegiaco per violino e pianoforte (1856), Se fossi bella, romanza senza parole per pianoforte e violino (Bologna, 1899), Sui nostri monti, serenata campestre per banda (Firenze, 1898), Souvenir dell’opera Faust di Gounod per violino e pianoforte (s.d.).
FONTI E BIBL.: A. Codignola, Paganini intimo, Genova, 1935, 254, 299 s., 369, 463, 493 ss.; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’Archivio XII 1935, 334 ss.; M. Ferrarini, Paganini, la Regia Orchestra di Parma e i suoi direttori, in Aurea Parma XXIX 1940, 165-173; S. Martinotti, Ottocento strumentale italiano, Bologna, 1972, 95 s., 152 s.; G. Piumatti, Catalogo delle opere dei musicisti liguri esistenti presso la Biblioteca del Conservatorio di musica Nicolò Paganini di Genova, Genova, 1975, 19 s.; C.M. Rietmann, Il violino e Genova, Genova, 1975, 49 ss.; L. Gamberini, La vita musicale europea del 1800. Archivio musicale genovese, Città di Castello, 1978, 283 s.; D. Prefumo, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVI, 1988, 151.

DEGLI ADAMI GUIDO, vedi ADAM GUIDO

DEGLI IBAFI, vedi FABI FRANCESCO

DEGLI ODDI MARGHERITA, vedi CAVATORTA DEGLI ODDI MARIA MARGHERITA

DEGLI OROLOGI NICOLÒ, vedi NICCOLÒ DA RAMIANO

DEGLI SPADA ANTONIO, vedi MARTINAZZI ANTONIO

DE GRANDI GIOVANNI, vedi GAMBI GIOVANNI

DE GRAZIA MARIO
Crema 28 aprile 1930-12 novembre 1987
Dopo la laurea in legge e una iniziale attività nel privato (il padre era titolare di un’azienda di prodotti petroliferi), entrò nell’amministrazione degli Archivi di Stato. Iniziò presso l’Archivio di Stato di Parma nel 1965 e con questa città, nonostante i trasferimenti successivi, mantenne profondi legami e continuò ad abitarvi. Numerosi furono i suoi contributi storici, quasi tutti di interesse parmigiano, pubblicati sull’Archivio Storico per le Province Parmensi, su Aurea Parma e su Parma nell’Arte. Molte anche le recensioni a lavori di altri: non semplici segnalazioni, ma spesso completamenti, correzioni e integrazioni. La stessa passione di bibliofilo che lo contraddistinse fu finalizzata al suo impegno d’archivio. Sentì gli studi come una catena ininterrotta di scoperte, di chiarimenti, tappe di un faticoso e corale processo di avvicinamento alla verità storica. Con questa logica vanno letti i suoi scritti e va compreso lo spirito di servizio che li anima. Anche la notizia più minuta era un contributo che forniva agli altri, affinché potessero avere agevolmente materiale che a lui era costato magari anni di fatica. Il saggio più complesso e organico lo scrisse per il volume su Palazzi e Casate di Parma, di cui fu coautore con Lodovico Gambara e Marco Pellegri. Nel 1970 si trasferì all’Archivio di Stato di Milano e quindi, dal 1979, andò a dirigere l’Archivio di Stato di Bergamo. Membro effettivo della Deputazione di Storia Patria delle Antiche Province Parmensi, fu socio della Società storica lombarda e dell’Archivio storico bergamasco. Non dimenticò mai Crema e come studioso e collaboratore sostenne la rivista locale Insula Fulcheria e diverse iniziative culturali.
FONTI E BIBL.: M. Dall’Acqua, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1989, 35-36.

DE HONESTI, vedi ONESTI

DEI BARATI ROBERTO, vedi BARATTI ROBERTO

DEI DENTI GHERARDO, vedi CORREGGIO GHERARDO

DEIFOBO, vedi DIOFEBO

DEI GREPALDI GIOVANNI, vedi METI GIOVANNI

DE ILARIO o DE LARIO GIOVANNI, vedi LOSCHI GIOVANNI

DE LALATA o DE LALATTA, vedi LALATTA

Parma seconda metà del XV secolo
Fabbricatore d’organi attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 138.


Parma seconda metà del XV secolo
Fabbricatore d’organi attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 138.

Colorno 1759-Parma 28 marzo 1842
Nato da José e dalla prima moglie di questi, Filippa Neuville, dama di camera, ebbe per padrino, Giuseppe Pardo, tesoriere ducale e segretario del Re di Spagna. Il De Lama fu avvocato e procuratore fiscale nel 1788, quindi vice presidente del Tribunale civile e criminale di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 25.


Colorno 15 luglio 1757-26 gennaio 1833
Nacque da una nobile famglia di origine spagnola. Secondo di quattro figli del farmacista di Corte José e di Pétronille Dupuig, una delle dame francesi della duchessa Maria Amalia, moglie di Ferdinando di Borbone, ricevette la prima educazione nel Collegio Lalatta di Parma. A causa della morte del padre, il 20 aprile 1773 fu costretto ad abbandonare, assieme ai fratelli Antonio e Pietro, il Collegio Lalatta. Si trasferì allora in un altro collegio a Reggio Emilia. Il 15 maggio 1779 conseguì la nomina d’ingegnere straordinario e il grado di Tenente d’Infanteria (11 febbraio 1788). Apprese lo studio del disegno sotto gli insegnamenti di Giuseppe Baldrighi e riportò il 6 luglio 1778 il premio del nudo nell’Accademia di Belle Arti di Parma. Il 23 febbraio 1785, desideroso di perfezionarsi, ottenne il permesso di trasferirsi a Parigi per tre anni. Nel periodo che precedette lo scoppio della grande Rivoluzione, numerosi furono gli abitanti del piccolo Ducato di Parma che soggiornarono in Francia per perfezionare la loro formazione: artisti, artigiani, medici, alcuni ballerini, giovani aristocratici e incisori. Tra costoro emergono i nomi del pittore Giuseppe Baldrighi, che, come detto, gli fu maestro presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, e dell’incisore Pietro Martini, suo amatissimo amico. Il 17 novembre 1787 lo si ritrova segretario del conte d’Argental a Parigi, al quale fu legato non solo da un rapporto di collaborazione, ma di stima e affetto. Il De Lama ebbe il privilegio di vivere in dimestichezza con lui, con la sua famiglia e i suoi amici, dei quali fissò le sembianze in piccoli e apprezzabili ritratti. Spicca tra essi per spontaneità e originalità di atteggiamento quello dello stesso d’Argental. Dopo la morte del conte francese fu incaricato (26 febbraio 1790) di custodire i carteggi relativi agli affari parmensi in Parigi e lo si trova impegnato nella redazione di bollettini settimanali, che comprendono gli anni dal 1788 al 1793, spediti con regolarità da Parigi alla Corte di Parma. La lettura si presenta abbastanza scorrevole, gli argomenti trattati sono molto vari e non si riferiscono solamente alla grande Rivoluzione, ma sono un compendio di vita quotidiana, di avvenimenti culturali e di scoperte scientifiche. La sua attività fu gravata da problemi economici, in quanto non ricevette alcun compenso nonostante continuasse, pur con molta discrezione, a sollecitarlo. Già a partire dal 1791 il De Lama si trovò in gravi condizioni economiche: per sopperire alle sue necessità fu costretto a ricorrere direttamente alla benevolenza dell’Infanta. Queste difficoltà lo assillarono a lungo, fino agli ultimi giorni della sua missione diplomatica, ed è ammirevole il modo in cui esplicò, nonostante questi e altri gravi problemi, il suo incarico di segretario della legazione. Il De Lama visse quotidianamente tutti gli eventi rivoluzionari. Egli stesso informa di essere stato testimone oculare di tante e strepitose vicende dal loro esordio sino alla fine del mese di ottobre dell’anno 1793. Ciò che descrive non è una storia puramente cronologica e frammentaria, ma vissuta e sofferta: è la storia delle idee, dei sentimenti e delle emozioni di coloro che vissero come lui quegli anni cruciali, grandiosi e terribili. Il De Lama mise per iscritto le sue impressioni immediate e i suoi personali risentimenti. A volte gli avvenimenti che precipitavano lo spinsero persino a suggerire al governo parmigiano linee di condotta politica nei confronti di quello francese. Il 23 dicembre 1792, a esempio, dopo la partenza del ministro plenipotenziario De Virieu, il De Lama scrisse all’Infante: Se S.A.R. vorrà mettere a coperto i Suoi stati, e sudditi da una certa invasione sarà costretto di prontamente (per mezzo di quell’agente cui crederà capace di eseguire i suoi venerati cenni) riconoscere la Rep.a Franc.e, pregandola insiememente di accordargli la sua benevolenza ed amicizia. So per cosa sicura, che il Consiglio Esecutore Privvosorio saprebbe buon grado al Sig.e Duca di un tale passo: anzi sarebbe questo solo il modo d’indurre la Rep.a a mantenere in Parma un suo Agente, dal che sembra in adesso aliena. V.E. capisce quanto onorifica cosa sarebbe per S.A.R. di avere un Min.o Plen.o della Rep.a Franc.e, e quanto vantaggiosa che anzi per vieppiù renderla a noi propensa ed amica potrebbe il Sig.e Duca nel tempo stesso intimare, o far capire al Sig.e Flavigny che non gli conviene di addossare ai suoi servi la livrea del Rè, e molto meno di tenerne le armi appese sopra il portone del suo palazzo. Forse troverà V.E. sovverchia la mia arditezza nel palesare questi sensi: ma protesto al cospetto del cielo, che a ciò mi muovono solamente il Zelo del Servigio di S.A.R., l’amore della mia patria e de’ miei concittadini, e la certezza che, seguendo misure contrarie, corre S.A.R. un grandissimo rischio di vedere devastati i suoi ducati, stantecché sommo, ed implacabile sia l’odio de’ Francesi contro alla Famiglia Borbonica, e massime contro alla Casa d’Austria. Per meglio intendere il passo del De Lama, va ricordato che il 21 dicembre 1792 la Convenzione Nazionale appena insediata aveva proclamato la Repubblica. In quegli anni il De Lama diede prova di doti innate di storico, critico e diplomatico. I fatti salienti della Rivoluzione, cui giornalmente assistette, non gli impedirono di occuparsi anche di politica estera. Altro tema importante di quegli anni fu per il De Lama la sorte delle colonie francesi. All’inizio dell’anno 1792 le notizie riguardanti la rivolta degli schiavi neri nella colonia di Santo Domingo erano pessimistiche e davano già per scontata la perdita di quella che veniva allora chiamata la perla delle Antille. Altro argomento ricorrente era lo stato di salute dei rispettivi sovrani, che il De Lama riporta aggiornato nei minimi particolari. Un esempio è rappresentato dalla preoccupazione per la malattia che colpì la principessa Carlotta, seguita poi dal sollievo per la sua guarigione. E quando si trattò di riferire della salute del Re, non venne trascurato il più piccolo dettaglio. Il De Lama fin dai primi anni della sua missione fu uomo attento e acuto e mantenne la corrispondenza con Parma con discreta libertà. Fu colpito dal disagio morale e materiale che vedeva intorno a sé, tuttavia il tono delle sue relazioni dipese sempre, in un certo senso, dalla sua funzione di segretario del ministro plenipotenziario De Virieu. Ben diversi sono la metodologia e i contenuti non appena rimase il solo incaricato di questi bollettini (10 settembre 1792), che si trasformano in lunghe missive, la cui struttura si presenta molto personale. Dopo la partenza di De Virieu, il De Lama affrontò ogni sorta di disagi sia economici che morali ma continuò a servire il suo Sovrano, informandolo regolarmente degli avvenimenti che precipitavano. Le sue relazioni sono una testimonianza della lunga agonia della monarchia francese: la lettura è angosciante. Il 1791 fu un anno cruciale, con la Costituzione civile del clero firmata dal re, Mirabeau eletto presidente dell’Assemblea Nazionale, la sua morte regardée comme une véritable calamité publique, la fuga e l’arresto del Re a Varennes, il rafforzamento del potere giacobino e l’ormai inevitabile conclusione repubblicana. In altre occasioni, come a esempio nel bollettino del 2 settembre 1792, il De Lama non seppe o non volle controllare la sua reazione di fronte ai disordini e alle atrocità che sconvolgevano la capitale. Rimsto ormai completamente solo, non poté non essere colpito dall’atmosfera che pervase la capitale in quelle giornate sanguinose e, con acuta sensibilità, dipinse tali avvenimenti. Sempre più partecipe di questi terribili momenti, all’inizio dell’anno 1793 tracciò un quadro tragico e toccante della morte di Luigi XVI. È proprio in queste pagine dell’anno 1793 che si esprime più palesemente la personalità del De Lama. Il 10 aprile 1793 il Comitato di Vigilanza della sessione Fontana di Grenelle compì una perquisizione nella sua casa, imponendo la consegna di tutto il carteggio ministeriale. Questi sospetti e la conseguente sottrazione del carteggio lo assillarono a lungo, come pure la mancanza di denaro, ma soprattutto lo angosciò il silenzio della Corte e le varie responsabilità che dovette affrontare. Il 7 ottobre 1793 fu richiamato da Parigi ma gli venne negato il rientro a Parma, forse per evitare che divulgasse notizie sulla Rivoluzione o a causa del suo invito al Duca a riconoscere la repubblica francese, dopo la caduta della monarchia. Si trasferì quindi a Brescia presso la famiglia Sangervasi, dove restò fino al 25 aprile 1797. In quegli anni il De Lama continuò la sua attività letteraria componendo sonetti di vario genere, alcuni in forma un po’ licenziosa. Si ritirò in seguito a Casalmaggiore presso il fratello Antonio, per il tramite del quale ottenne il 14 maggio 1797 di poter rientrare a Parma. Alla morte del Duca fu scelto come segretario della Reggenza (9 ottobre 1802). Il 6 maggio 1803 fu nominato segretario della Legazione etrusca presso il conte Ventura, ministro plenipotenziario in Parma del Re d’Etruria. Caduto nel 1814 il governo francese, fu istituito nel Ducato un governo provvisorio: con decreto del 28 febbraio il De Lama ne venne eletto segretario, carica che mantenne dal 6 giugno al 6 agosto 1814. Ritornò quindi a vita privata e, raggiunta la piena maturità, la sua vena creativa fu più che mai fruttuosa e versatile. Sono di quegli anni le descrizioni in italiano e francese delle pitture del Correggio nell’ex convento di San Paolo. È il tempo in cui la sua amicizia con il Bodoni poté finalmente consolidarsi, grazie anche alla frequentazione assidua della sua casa. Qui ebbe l’opportunità di incontrarsi di nuovo con i vecchi amici, ai quali dedicò diversi sonetti, alcuni dei quali in dialetto parmigiano. Oltre alla pregevole Vita di Giambattista Bodoni (Parma, Stamperia Reale, 1816), ad altri scritti minori e ai bollettini inviati a Parma da Parigi in qualità di segretario di De Virieu o di rappresentante del Ducato, mai riconosciuto ufficialmente prima dell’arrivo e dopo la partenza di quest’ultimo, una parte della sua inedita produzione letteraria conservata alla Biblioteca Palatina di Parma (mss. Parmense 1308 e 1309) merita di essere rivisitata e in parte pubblicata, insieme ai numerosi schizzi che la corredano e la affiancano.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 495-496; A.M. Boselli, Testi dialettali, 1905, 22-23; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 25; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 53; G. Bodoni. L’invenzione della semplicità, 1990, 266; S. Molinari, in Aurea Parma 3 1993, 254-263.

Parma 6 marzo 1836-Milano 1938
Figlia di Giuseppe e Luisa Garibaldi. Pronipote di un cugino di Napoleone I Bonaparte e appartenente a famiglia di patrioti, nella sua gioventù fu suddita del Ducato e molto si adoperò per la libertà di Parma. Morì ultracentenaria a Milano, ove si trovava dal 1883, anno in cui il marito, nominato vice direttore delle carceri di San Vittore, dovette trasferirsi da Parma. Uno dei più bei ricordi della sua lunga vita fu il bacio che da giovanetta ricevette da Garibaldi quando l’eroe visitò la città di Parma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 62.


Colorno 5 luglio 1760-Parma 1 febbraio 1825
Nacque da José, farmacista di Corte, e da Petronille Dupuig, dama francese della duchessa Maria Amalia, moglie di Ferdinando di Borbone. Visse alcuni anni dell’adolescenza nel Collegio Lalatta di Parma. Uscitone nel 1775, divenne alunno nel Monastero degli Agostiniani, detto di San Martino, e ne vestì poi l’abito. Compiuto in Milano il noviziato, abbandonò ben presto la vita monastica e ritornò alla casa paterna. Appassionato per gli studi archeologici, ebbe a maestro e guida il Paciaudi che nel 1778, appena diciottenne, lo ritenne degno di essere suo assistente nel Museo di Antichità di Parma, ove curò la redazione di un catalogo delle monete (ms. 2, 3, 4 e 82 del Museo). Alla morte del Paciaudi (1875), gli successe come prefetto del Museo lo Schenoni mentre il De Lama ne venne nominato direttore: ebbe fin da allora particolare cura delle collezioni del Museo. Sono di quegli anni i suoi studi e viaggi in Italia e all’estero (Roma, Napoli, Vienna e Dresda), che lo prepararono degnamente a succedere totalmente allo Schenoni nel 1799. La dimestichezza che egli ebbe con illustri studiosi dell’epoca, quali il Paciaudi e l’Affò, valsero ad affinare sempre più il suo ingegno agli studi storici e specialmente antiquari, non tralasciando però anche quelli naturalistici e di cultura generale. Durante il periodo in cui lo Schenoni ne fu prefetto, si può dire che la cura del Museo fu tutta opera del De Lama: vòlta soprattutto, più che alle scarse ricerche a Luceria di Ciano d’Enza, alla Badia di Cavana e a Velleia, alle collezioni numismatiche del Museo, di cui redasse accurati cataloghi (ms. 5, 6 e 7 del Museo) dal 1785 al 1789. Nel 1790-1791 compì viaggi di studio a Firenze, Roma e Napoli, lasciandone accuratissimi diari nei mss. 79 e 82 del Museo. Nel 1794 viaggiò in Lombardia e Veneto, a Guastalla, Mantova, Verona e Brescia, descrivendo e lasciando anche di questi viaggi memoria nel ms. 61 del Museo e in una lettera sulle fucine di Gardone. Compì il suo viaggio più lungo in Germania dal 1795 al 1797, di cui lasciò ben cinque volumi descrittivi (mss. 78 del Museo) più tre volumi di disegni e uno di carte geografiche, tutti redatti con grande cura e abilità. Frequenti furono in quel periodo pure i suoi rapporti con studiosi contemporanei e tra questi Gaetano Marini, Giacomo Verità, Fonteney, Carlo Aubourg, Benigno Bossi, Andrea Mazza, Luigi Acquisti, Lersi, Luigi Vallisnieri Sarte, Giovanni Ulrici e Benedetto Bissi. Unica pubblicazione in quel periodo è la lettera sulle zecche di Castro e Novara nell’opera dello Zanetti. La morte dello Schenoni, avvenuta il 29 marzo 1799, diede inizio al secondo periodo della vita del De Lama. Se il primo era stato per lui di calma preparazione, con anni di viaggi e studi, gli si aprì allora un periodo quanto mai fortunoso e penoso. Di tale periodo, che va fino al 1814 (restaurazione del Ducato con Maria Luigia d’Austria), si ha un singolare diario nelle Notizie del Museo Parmense (ms. 29 del Museo), che il De Lama redasse accuratamente dal 1807 al 1818, rifacendosi dalle origini del Museo (1747) e dilungandosi dalla morte dello Schenoni in poi. Il Medagliere (sua cura particolare in cataloghi manoscritti e nelle corrispondenze citate con numismatici e studiosi italiani e stranieri) venne dal De Lama sistemato in bellissimi stipi, di pura linea rinascimentale, che il Museo conserva, fatti con risparmi durante i miei viaggi nella Italia e nella Germania. Nel 1801 il Museo ottenne dalla Biblioteca Palatina di Parma e dall’Accademia (ove andavano scemando a vista) i bronzi di Velleia e parte dei marmi. Il 27 agosto 1802 il De Lama fu nominato prefetto del Museo. Ma già col 1801 iniziarono giorni tristi per il Museo e per il De Lama, che dovette annotare: col finire dell’anno 1801 terminò pure l’assegno mensuale delle duecento lire al R. Museo, costringendo le pubbliche calamità della guerra il R. Sovrano a sospenderlo sino ai tempi migliori. La morte di Ferdinando di Borbone il 9 ottobre 1802 portò notevole squilibrio anche nel Museo, prima destinato in eredità al Re d’Etruria e poi preso in consegna dall’amministrazione di occupazione francese: Moreau de Saint Méry si adoperò per mitigare gli effetti dell’ordine di trasferire a Parigi i bronzi e marmi velleiati. L’ordine fu eseguito col mettere gli oggetti in casse, non tutte però avviate a Parigi. Nel 1804, a riempire il vuoto in Museo, vi si trasportarono le iscrizioni in marmo giacenti in magazzino e si murarono nello scalone Farnese. All’inizio del 1806 Moreau de Saint Méry fu richiamato a Parigi e sostituito dal Nardon. Il De Lama annotò: tutto cangiò d’aspetto, sospesi li mandati, sospese le somministrazioni, infine sospesa l’idea di poter sussistere; alla partenza dell’Amministratore Moreau cessò anche il soldo, non le incombenze, perciò mi vidi obbligato a vendere sino i miei libri, e lavorare al tornio nelle ore e ne’ giorni di riposo, per mantenere la mia famiglia. Il Museo dal 28 marzo 1806 passò alle dipendenze del Comune di Parma e poté così tirare avanti alla meglio, anche per la presenza in Comune del Bodoni e del conte Stefano Sanvitale, ma solo col 1809 si riuscì a riavere gli stipendi. Nel 1811 venne assunto in Museo come aiutante Michele Lopez. Il De Lama dovette poi lottare coll’Accademia di Belle Arti, che tentò di impadronirsi del Museo. Gli venne resa però giustizia: alla sua nomina nel maggio 1811 a direttore della Galleria e segretario dell’Accademia, seguì nel settembre 1812 la nomina a Direttore del Museo, della Galleria e dell’Accademia, che formarono così fino al 1816 un corpo unico. Il De Lama (che pure nell’agosto 1812 era stato minacciato di totale allontanamento) si ritenne largamente compensato da questo esplicito riconoscimento del suo valore e dedicò agli istituti che resse oltre il Museo una notevolissima attività. Diede una descrizione dei quadri della Galleria (ms. 146 del Museo) e tenne nella maniera più preziosa e accurata gli Atti dell’Accademia di Parma, rifacendosi alle sue origini nel 1757 (interessante la sua lettera di prefazione) e dilungandosi sul periodo di sua cura, dal 1811 al 1816 (ms. 80 e 81 del Museo, in 5 voll.), con annotazioni interessantissime su Aurelio Bernieri, Tomaso Caleagnini, Gaetano Callani, madame le Comte, il conte di Caylus, Luigi Feneuille, il barone di Lahouze, Guido Meli Lupi di Soragna, Carlo Castone Rezzonico, Pellegrino Salandri, Roberto Strange, l’abate Frugoni, il poeta Algarotti, Bodoni, Ravenet, Nicola Bettoli, quadri e affreschi del Correggio e il Teatro Farnese. La sua attenzione fu vivissima anche per l’Accademia come scuola, facendone fiorire gli insegnamenti e i premi. Nel periodo che va dal 1801 al 1816, nonostante le alterne vicende che egli visse, non mancò però di eseguire varie escursioni e viaggi (di tutto lasciando accurate notizie) nella zona parmense e piacentina: a Fontevivo nel 1805 (ms. 61 del Museo) e a Bardi, Ferriere, Castell’Arquato e Velleia nel 1811 (mss. 61 e 62 del Museo). Attiva fu pure la sua corrispondenza con studiosi dell’epoca, che conta i nomi di Giuseppe Bossi (interessanti notizie sull’Appiani), Andrea Ravazzoni, Luigi Matteo Canonici, Ramiro Tonani, il Deschamps, il Lessié, il Nicolli (sulla tavola Traiana) e Massimiliano Angelelli (il grecista di Bologna col quale iniziò una lunga dimestichezza di studi). Di quel periodo è anche un singolare Giornale de’ guai parmigiani 1814, in due lettere originali di quell’anno dirette a un amico (ms. 1429, Biblioteca Palatina). La successione nel Ducato di Parma di Maria Luigia d’Austria nel 1814 aprì il terzo e ultimo periodo della vita del De Lama. Una certa malvolenza del ministro conte Magawly, mal consigliato da chi, nell’Accademia e fuori, voleva male al De Lama, lo mise in difficoltà e culminò nelle sue dimissioni dall’Accademia e Galleria nel marzo 1816. Gli fu lasciata solo la carica di prefetto del Museo, pur essendo nominato Accademico Consigliere e Segretario emerito dell’Accademia. Il De Lama si dedicò allora al Museo, per il quale ottenne nuovi locali, nei quali dispose accuratamente le collezioni, essendo nel frattempo ritornate da Parigi le antichità velleiati. La visita in Museo di Maria Luigia d’Austria nell’aprile 1816, due giorni dopo il suo arrivo a Parma, fruttò al De Lama la benevolenza della Sovrana, così che vennero assegnate somme per il Museo e per Velleia. Per Velleia il Magawly nominò Pietro Casapini a direttore degli scavi, scelta che il De Lama aspramente criticò. Colla munificenza sovrana (che si esplicò anche nella nuova denominazione di Museo Ducale datata il 24 ottobre 1817) il De Lama riuscì a collocare in Museo le iscrizioni antiche sullo Scalone Farnese e a restaurare e murare la Tavola Traiana. Non riuscì invece a ottenere dall’Accademia le statue di Velleia, pur promesse fin dal 1801. A questi lavori in Museo, seguirono le pubblicazioni (dal 1818 al 1820) sui monumenti velleiati: lodatissime, accurate e appassionate opere a coronamento di lunghi studi. Accanto a queste opere di interesse archeologico, egli non trascurò le dissertazioni numismatiche e le ricerche di storia dell’arte, particolarmente sul Teatro Farnese, del quale pubblicò una Descrizione con Osservazioni alla Descrizione del Donati. Il seguitare dei suoi lavori in Museo e della stesura delle sue opere lo mise in quegli anni in stretto rapporto con parecchi studiosi, come si può vedere dal carteggio con Massimiliano Angelelli, Ramiro Tonani, Alessandro Rugarli, Girolamo Bianconi, Luigi e Giovanni Voghera, Girolamo Asquini, Pompeo Litta, Gaetano Ravazzoni, Giovanni Labus, Giuseppe Antonio Guattani, Gaetano Cattaneo, Ferdinando Boudard, Giuseppe Venturi, il Tambroni, G.B. Comaschi, Angelo Pezzana, G.B. Vermiglioli, lo Steinbückel e altri ancora. Trattano queste lettere gli argomenti più interessanti e vari, discussi da questi studiosi col De Lama. Tutti documentano, con il rivolgersi a lui per consiglio, grande considerazione per il De Lama, studioso che, pur nella sua modestia, ebbe il riconoscimento di essere creato segretario perpetuo della Ritterakademie di Vienna, dell’Istituto di Francia e dell’Accademia Archeologica di Roma. Il De Lama, la cui salute negli ultimi anni di vita si fece sempre più precaria, riuscì, anche con l’aiuto degli amici Angelelli, Lopez, Boudard e Guattani, a scrivere e pubblicare, tra il 1820 e il 1824, le sue ultime opere: quella sui mosaici e le oreficerie romane trovate durante la costruzione del Teatro Regio e la guida del Museo di Parma, ultima sua opera pubblicata, mentre lasciò inediti altri brevi lavori. Come qualche studioso ha auspicato per alcune sezioni dell’epistolario, altrettanto vale almeno per alcuni scritti di viaggio, meritevoli di un’edizione moderna, se non altro antologica, considerati nel loro interesse testimoniale complessivo. Gli scritti di viaggio sono contenuti in una nutrita serie di quaderni depositati al Museo di Antichità di Parma. Già una sommaria descrizione di questo materiale rende l’idea della complessità e dell’ampiezza della ricognizione necessaria relativa al De Lama viaggiatore. Una serie di Lettere odeporiche di Pietro de Lama (due quaderni con segnatura ms. 61A e 61B) comprende lettere varie datate 1780 (una lettera da Langhirano), 1805 (due lettere da San Pancrazio e da Parma) e 1817 (una più lunga lettera-diario intitolata Viaggetto di Velleja). La seconda parte (ms. 61B) comprende 18 lettere relative a un viaggio a Mantova, Verona, Brescia e ritorno del 1794. Sette fascicoli relativi a un Giornale di viaggio in Italia sono raccolti in una scatola-contenitore con segnatura ms. 79 e comprendono ripsettivamente appunti vari (forse note preparatorie, schede, rinvii bibliografici, citazioni, foglietti volanti con richiami a letture effettuate in vista o nel corso del viaggio) e, quindi, il giornale del viaggio da Firenze a Roma, del soggiorno romano, del viaggio a Napoli e ritorno, del rientro a Parma (1790-1791). Cinque quaderni rilegati comprendono nove parti di testo relative a un Viaggio in Germania (iniziato il 21 giugno 1795 e concluso il 30 agosto 1797) con allegata una scatola con atlante (carta componibile del viaggio) e tre scatole con disegni vari (paesaggi, utensili, macchinari, costumi, interni). La segnatura delle parti relative al Viaggio in Germania è ms. 78.
FONTI E BIBL.: Archivio storico del Museo di Antichità di Parma, Direzione De Lama, lettere di governo e lettere con privati; Notizie del Museo Parmense, di Pietro De Lama, ms. 29 del Museo di Parma; A. Pezzana, Letterati parmigiani, 1825-1833, voll. VI e VII (v. Indice); Pigorini, Origine e progressi del Regio Museo di Antichità di Parma e degli Scavi di Velleia, Parma, 1869 (Origini); G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, 1877, 151-152, 522; G. Mariotti, Pietro De Lama, in Gardone, Sezione Enza al XVI Congresso Club Alpino Italiano, Reggio Emilia, 1883; S. Lottici-G. Sitti, Bibliografia generale parmense, 109 (vedi Indice analitico); G. Monaco, Le Collezioni del Regio Museo di Antichità di Parma, in Aurea Parma 1938; G. Michei, Una lettera di Pietro De Lama, in La Giovane Montagna 1940, Quaderno n. 56; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 25; G. Monaco, in Parma per l’Arte 2 1952, 77-82; Aurea Parma 2 1977, 125, e 2 1980, 176; M.G. Arrigoni Bertini, Lettere di Pietro De Lama, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 305; A. Musiari, Neoclassicismo senza modelli, 1986, 252; Guagnini, Regione e Europa, 1987, 279-280; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 180.

Grotta 1295
Notaio, citato in un atto del 19 novembre 1295 del notaio Michele Orlandi per le divisioni dei marchesi Pallavicino di Pellegrino e altri parenti.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 19.

DE LARIO o DELARIO GIOVANNI, vedi ILARIO GIOVANNI

Borgo San Donnino 1888-Cima Palone 19 ottobre 1915
Figlio di Achille. Fante volontario del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Volontario nel plotone zappatori, si portava in punto scoperto per cooperare col fuoco di fucileria alla posa di tubi esplosivi nei reticolati nemici e rimaneva colpito a morte dallo scoppio di una granata avversaria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 80a, 4483; Decorati al valore, 1964, 43.

Parma 1543/1568
Sacerdote, fu cantore della chiesa della Steccata in Parma e vi suonò il contrabbasso (30 marzo 1543-1568).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La Cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 13; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 15.

Parma 1526
Trombetto. Nel 1526 era al servizio del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993.

Parma metà del XV secolo
Alla metà del XV secolo fu Anziano del Comune di Parma, incaricato dal governo repubblicano a recarsi a Milano quale ambasciatore.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.

Parma 1689-Parma 1747
Figlio del conte Ottavio e di Vittoria Dalla Rosa. Occupò il posto, lasciato vacante, di Dogmano del Battistero. È quello stesso che Zani segnala come architetto civile e Scarabelli come dilettante di architettura.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti; E. Scarabelli Zunti, Memorie e Documenti di Belle Arti parmigiane, VII, 61; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.


Parma 1688-Parma 1777
Nato dal conte Ottavio e da Vittoria Dalla Rosa. Fu canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.

DEL BECCO DONNINO
Parma 1497
Nel 1497 fu procuratore del vescovo di Orvieto.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.

Parma-Parma 1738
Figlio del conte Ottavio e di Vittoria Dalla Rosa. Fu canonico della Cattedrale di Parma (1694).
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.

Parma 1513/1518
Detto Zano, fu figlio di Francesco. Fu designato dagli Anziani di Parma insieme ad altri tre cittadini (1513) onde controllare la distribuzione degli alloggiamenti militari spagnoli tra le vicinanze ed i vicini e fissare a questi la parte a loro dovuta (U. Benassi). Lo Smagliati riferisce inoltre che Zan Maria Beco, acusato a torto di haver deto chel popolo tagliarìa a pezi i Francesi per una disonestà, forbesca e carcerato e costoli 7 quarti (Cronaca, all’anno 1518).
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.

-Parma 1558
Figlio di Francesco e coniugato a Lucrezia de’ Nuceto. Nel 1558 venne derubato e poi trucidato nella propria dimora presso Sant’Alessandro, nella qual chiesa egli aveva eretto una cappella in onore di San Bertoldo. San Bertoldo, custode della chiesa e morto in odore di santità nel 1110, venne canonizzato nel 1120 da papa Callisto II. Nel Museo d’Antichità di Parma è conservata l’antica porta del tempio, che il santo quotidianamente apriva e chiudeva. Nella stessa chiesa era una lapide marmorea dedicata ai Del Becco.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.

Parma secolo XVIII
Fu canonico della Cattedrale di Parma. Era figlio del conte Ottavio e di Vittoria Dalla Rosa.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.


Parma 1656-
Ecclesiastico, fu fatto Dogmano del Battistero nel 1675. Era figlio di Giuseppe e di Anna Giulia Canossa.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 261.

DEL BECCO, vedi anche BECCHI e DAL BECCO

Parma 1831
Conte. Fu ispettore del Teatro Ducale di Parma. Durante i moti del 1831 appartenne al consesso civico. Non fu inquisito ma solo sottoposto a visita e sorveglianza perché ritenuto uomo di limitatissimo intendimento, ma probo, se fece parte del consesso civico non è da credersi che il facesse per sentimenti rivoluzionari. Serve attualmente nel teatro ducale in qualità d’Ispettore e continua ad essere uomo nullo interamente.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 163-164.


Parma 1768/1795
Fu cantante e maestro di canto. Quando nel gennaio del 1768 venne istituita la Regia Scuola di canto per servire al Teatro Ducale di Parma, il Del Bo fu eletto assistente, ufficio che conservava ancora il 25 settembre 1795. Come cantante prese parte agli spettacoli teatrali dell’agosto 1773 in occasione della nascita del principe Lodovico di Borbone. Fu anche istruttore del canto nei divertimenti musicali con balli, dati nell’agosto 1779 alla Veneria di Colorno.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Teatri 1770-1779, Affari diversi, cart. n. 2; Ruolo B, 1 della Regia Casa, Decreto sovrano 25 settembre 1795; P.E. Ferrari, Spettacoli, 79; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 226.


Parma 1755
Pittore di architettura attivo nella prima metà del XVIII secolo e ancora nell’anno 1755 presso la Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 52.

DEL BO, vedi anche DALBÒ

DELBÒ, vedi DEL BO


Golese 21 settembre 1856-Roma 26 luglio 1932
Nato dal conte Gian Filippo e da Eurilla Balestra, studiò alla Regia Scuola di Marina di Napoli e a quella di Genova (con l’ordinamento A. Riboty del 1868 era stato stabilito che gli allievi dividessero gli anni di corso tra le due città). Conseguito il 1° dicembre 1877 il grado di guardiamarina, fu sottotenente di vascello nel 1880, tenente nel 1886, capitano di corvetta dieci anni dopo, capitano di fregata nel 1900, capitano di vascello nel 1904. Unitosi in matrimonio con Adelina Ferrari, ebbe l’incarico di capo divisione generale del personale al ministero della Marina fino al novembre 1906. Dal dicembre dello stesso anno e fino all’aprile 1908 al comando dell’incrociatore Fieramosca stazionò nell’America meridionale come sostegno e collegamento agli emigrati italiani. Per l’opera accorta e scrupolosa ebbe un elogio ufficiale dal ministro della Marina C. Mirabello e venne fatto cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Costituitasi una divisione volante per sopperire a esigenze di appoggio e di intervento con le navi Vittorio Emanuele, ne divenne il capo di Stato Maggiore e partecipò con questo incarico a diverse crociere, in particolare nel Mediterraneo orientale, imbarcando lo stesso comandante della formazione, il vice ammiraglio L. Viale. Tra il dicembre del 1908 e il febbraio del 1909 si segnalò prestando soccorso alle città siciliane e calabresi colpite dal terremoto: non esitò a fermare con energici interventi piroscafi in transito nello stretto per requisire materiali e per effettuare trasporti di feriti e profughi. Ebbe l’opportunità, nello stesso periodo, di stringere amicizia con U. Cagni e P. Thaon di Revel, anch’essi impegnati nell’opera di soccorso e anch’essi mossi dalla stessa energia. Decorato della medaglia d’oro di benemerenza e promosso contrammiraglio nel marzo 1911, divenne membro del Consiglio superiore di Marina ed ebbe nello stesso anno il comando dell’Accademia navale. Durante il suo mandato l’istituto passò dall’ordinamento Morin a quello Leonardi-Cattolica (ministro della Marina), che stabilì la durata dei corsi a cinque anni, nuove norme per l’ammissione e nuovi programmi. Il Del Bono provvide alla più rapida e scrupolosa applicazione degli stessi e curò poi l’ampliamento degli edifici. Vi fece comprendere, dopo aver vagliato i diversi progetti, coadiuvato dal capitano di vascello D. Simonetti, che aveva curato gli studi relativi, anche gli antichi locali del lazzaretto di San Leopoldo. Nell’agosto-settembre 1912, sempre come comandante dell’Accademia, partecipò ad alcune operazioni in Libia per un più immediato ed efficace addestramento degli allievi ufficiali e degli uomini del corpo reale equipaggi marittimi. Giunto in Tripolitania alla fine di luglio con la divisione navale d’istruzione (Etna, Vespucci e Flavio Gioia) agli ordini del vice ammiraglio R. Borea, coadiuvò prima il comando di Tripoli con alcune operazioni di ricognizione, poi il 4 agosto si recò dinnanzi a Zuara per proteggere lo sbarco delle truppe italiane che dovevano assicurare il controllo delle vie carovaniere attraversanti il confine tunisino e rendere così più difficile il contrabbando di armi. Per la diligenza del tiro, ufficiali ed equipaggi ricevettero un encomio dallo stesso vice ammiraglio Borea. La divisione partecipò ancora ad altre operazioni in Cirenaica dinnanzi a Derna e Tobruck prima di riprendere la normale attività addestrativa. Lasciato il comando dell’Accademia, nell’aprile 1914 venne promosso vice ammiraglio, ricoprendo la vice presidenza del Consiglio superiore di marina. Il 24 maggio 1915 fu nominato comandante in capo della piazza marittima di La Spezia. Sostituito nell’incarico alla fine dello stesso anno dal vice ammiraglio Viale, divenne il 1° luglio 1916 segretario generale al ministero della Marina. Il 17 luglio 1917 entrò nel gabinetto Boselli come ministro della Marina e il 10 ottobre venne nominato senatore. Accettate le dimissioni del gabinetto il 29 ottobre 1917 e con decreto della stessa data nominato presidente del Consiglio dei ministri V.E. Orlando, il Del Bono conservò il portafoglio. Tra i diversi motivi che avevano portato alla caduta di Salandra prima e di Boselli successivamente ci fu anche l’accusa di aver impostato e condotto la guerra con criteri troppo angusti e con un’ottica troppo strettamente nazionale. Ma non si può dire che il nuovo ministro della Marina riuscisse o potesse discostarsi per quanto era di sua competenza da questa linea, sia nei rapporti con gli alleati sia nella condotta delle operazioni navali. Prevalse la diffidenza e non si riuscì a realizzare una adeguata e proficua collaborazione tra le diverse flotte dell’Intesa. Nella conferenza di Parigi del 24-26 luglio 1917 emersero notevoli contrasti sul sistema di sbarramento da adottare per il canale d’Otranto (fisso con una rete sostenuta da boe e munita di torpedini, per gli Italo-Francesi, mobile con drifters e siluranti, per i Britannici). Il Revel, inviato dal Del Bono, avanzò richieste di naviglio leggero, che non vennero accolte, e si oppose a ogni tentativo di sottrarre al comando italiano la difesa del canale. Seguirono altre conferenze e altri incontri: a Londra in settembre, a Roma nella seconda metà di novembre, poi nel gennaio 1918 a Londra si tenne la prima riunione del nuovo Consiglio navale interalleato. Vennero proposte operazioni offensive in Adriatico da condurre con forze italo-francesi, dal 1918 anche con forze statunitensi, ma la posizione delle massime gerarchie navali non si modificò. Anzi, mentre da una parte continuavano le richieste di naviglio leggero e in particolare di cacciatorpediniere, si arrivò all’affermazione del principio che, per non ledere l’interesse nazionale, ogni azione nell’Adriatico avrebbe dovuto compiersi sempre con materiale italiano e soprattutto essere sempre comandata da un ufficiale italiano. Naturalmente cadde una proposta avanzata nella primavera del 1918 dai Francesi, i quali, temendo che i Tedeschi, armate con loro marinai le navi russe e turche, uscissero dal Mar Nero, avevano invitato gli Italiani alla costituzione di una forza di intervento comune. Seguirono altri contrasti anche per il comando in Mediterraneo quando ne venne proposta l’unificazione sotto un ammiraglio inglese. L’unico risultato decisamente positivo fu la realizzazione dello sbarramento fisso nel canale d’Otranto con materiale fornito in parte dagli Alleati. La preoccupazione principale di tutti questi dinieghi era che sull’altra sponda dell’Adriatico non sventolasse altra bandiera che quella tricolore. La posizione non era del tutto ingiustificata, poiché non sempre le proposte dell’Intesa erano state formulate nel migliore dei modi, ma sul piano politico tale atteggiamento finì per rendere non molto favorevoli nei confronti dell’Italia le posizioni degli Alleati. Né risulta convincente la posizione del Del Bono il quale, non pienamente convinto delle ripulse, non sentì la necessità di intervenire a modificarle in nome dei più ampi interessi della nazione. Fu influenzato indubbiamente da Sonnino, mentre i suoi rapporti con Orlando non furono dei migliori (lo aveva criticato quando quest’ultimo come ministro dell’Interno aveva mostrato una certa tolleranza anche dopo i fatti di Torino). Ma si può avanzare l’ipotesi che la sua stessa volontà venisse forzata dalla personalità eccezionale del comandante delle forze navali, Revel. Mancò poi nel Del Bono anche un autentico sforzo per armonizzare le diverse vedute tra le massime gerarchie navali e quelle dell’esercito e mancò spesso anche il coordinamento tra operazioni sul mare e operazioni sul fronte terrestre, soprattutto prima di Caporetto. A ogni modo va ricordata la parte tecnica dell’opera del del Bono ministro, la quale presenta indubbi aspetti positivi. Provvide al miglioramento e all’incremento del naviglio leggero, allo sviluppo dell’aviazione marittima, all’adattamento del porto di Ancona per accogliere unità di medio dislocamento e studiò e creò gruppi di ufficiali versati e preparati all’uso delle diverse armi ed esperti nel munizionamento e nelle artiglierie. Gli Austriaci, di fronte all’azione costante di siluranti e dragamine, finirono con il ridurre alquanto le loro scorrerie, già del resto non molto frequenti. Dopo Caporetto fece pressioni sul Comando supremo e su Orlando perché non venisse abbandonata Venezia, ma nello stesso tempo, in sintonia col Revel, predispose un vasto piano di allagamento delle zone tra l’Adige e il Brenta e poi un ampio apparato difensivo sulla destra del Po. Sul finire del 1917 fu istituito un reggimento di marina e un raggruppamento di artiglieria di marina mentre vennero intensificati gli interventi di pontoni armati, di naviglio leggero e di idrovolanti ricognitori nella zona del basso Piave e della laguna veneta. Per la difesa del traffico nel Mediterraneo, per il quale già prima, come segretario generale del ministero, aveva ideato un sistema di convogli armati, attuati dal ministro Corsi, provvide a istituire una serie di Comandi difesa traffico nei grandi porti militari e commerciali. Questi comandi provvidero alla formazione dei convogli e alla sicurezza delle loro rotte con naviglio adeguato (dalle torpediniere ai motoscafi e alle vedette) che venne impegnato nel servizio di crociera, in quello di ricerca e distruzione mine e cacciasommergibili. I comandi che curarono il reciproco completamento dei mezzi di scorta e di esplorazione e il loro avvicendamento da zona a zona, dipendevano dalle autorità dipartimentali ma ebbero anche una certa autonomia e potevano disporre di idrovolanti e dirigibili. Tale dispositivo, che creò una cooperazione unitaria e organica tra marina militare e marina mercantile, venne inserito nello stesso 1917 in quello alleato e l’Italia si assunse il compito di organizzare e scortare i convogli italiani, alleati e neutrali, da Gibilterra a Genova. Nel 1918 il Del Bono incoraggiò anche lo studio del forzamento dei porti nemici e le imprese con i mas e i barchini saltatori. Indubbiamente la marina ottenne nell’ultimo periodo di guerra maggiori successi: basterà ricordare i siluramenti della Wien, della Szent Istwan e della Viribus Unitis, il forzamento di Pola o la beffa di Buccari, ma mancò la concezione strategica, più ancora che la possibilità di agganciare il nemico, né fu adeguatamente preparata per il combattimento notturno. Terminato il conflitto con la rapida occupazione di parte della sponda orientale, il Del Bono si preoccupò di evitare qualsiasi ingerenza straniera in Dalmazia e si oppose tenacemente a che a Fiume venisse istituita una base di rifornimento per i Francesi. In diversi interventi auspicò poi una feconda unione tra le due sponde dell’Adriatico controllato e pacificato dalla flotta italiana. Meno oltranzista di Revel, finì con il moderare le sue posizioni e, probabilmente più attento alle gravi questioni politiche che sollevavano le vicende adriatiche, partecipando alla discussione della conferenza di Parigi espresse parere contrario a una eccessiva presenza italiana sulla sponda orientale rilevando la difficoltà tecnica della difesa di diverse posizioni, compresa la stessa città di Sebenico. Aderì naturalmente alla protesta del presidente del Consiglio per l’italianità di Fiume ma, terminato il mandato con la caduta del gabinetto Orlando il 23 giugno 1919, si trasse in breve in disparte e intervenne assai raramente in Senato e in genere per questioni secondarie. Nel dicembre del 1920 non partecipò alla discussione per la ratifica del trattato di Rapallo. Aderì poi alla dichiarazione Giardino, che affermava che l’accordo lasciava insoluta la questione della difesa dell’Adriatico e poteva essere firmato solo per un superiore senso di disciplina. Sull’indirizzo da dare alle costruzioni navali nel dopoguerra, nel breve periodo in cui mantenne il dicastero, non si possono rilevare se non alcune tendenze del suo pensiero: la prevalenza di una valutazione non molto approfondita degli insegnamenti della guerra e l’esagerazione delle possibilità offensive e difensive della costa orientale. Forse trascinato dal clima di acceso nazionalismo, egli in particolare dichiarò di essere favorevole all’incremento delle grandi navi da battaglia e manifestò l’intenzione di portare a termine la costruzione della Caracciolo (una corazzata messa sugli scali durante la guerra), né prese in molta considerazione il futuro ruolo delle portaerei e dell’aviazione navale. Dal 1919 al 1921 fu comandante del Dipartimento marittimo di Napoli e nello stesso 1921 divenne presidente del Consiglio superiore di Marina. Non ritenne però opportuno intervenire in Senato per esprimere un suo giudizio su costruzioni e politica navale anche quando, nel luglio 1920, l’interpellanza Arlotta provocò una vivace e approfondita discussione a cui parteciparono, tra gli altri, Corsi, Cagni, Revel e G. Sechi. Passato in posizione ausiliaria sempre nel 1921, raggiunse successivamente il grado di ammiraglio d’armata nella riserva navale. Si occupò negli ultimi anni della sua vita di questioni relative alla siderurgia e fu consigliere di amministrazione della Metallurgica bresciana. Fu anche presidente dell’Aero espresso italiano, la prima società italiana esercente servizi di aviazione civile, costituita nel 1923.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Corriere della sera 27 luglio 1932, e in L’Illustrazione italiana 7 agosto 1932, 192; Roma, Archivio centrale dello Stato, Archivi di famiglie e di persone, Del Bono Alberto, bb. 4; Roma, Ministero della Marina, Ufficio storico, Fascicolo personale; Atti parlamentari. Senato, Discussioni, legislatura XXIV, tornate del 25 ottobre 1917, 3866, 26 ottobre 1917, 3902, 14 dicembre 1917, 3952, 31 dicembre 1917, 4039, 13 febbraio 1918, 4065, 14 febbraio 1918, 4088, 29 aprile 1918, 4447-4450, 1 marzo 1919, 4841 s., 29 aprile 1919, 4895, legislatura XXV, tornate del 5 dicembre 1919, 32, 15 dicembre 1920, 2283; Atti parlamentari, Camera, Discussioni, legislatura XXIV, tornate del 16 ottobre 1917, 14431-14433, 18 ottobre 1917, 14663, 22 ottobre 1917, 14856, 12 febbraio 1918, 15485; Elenchi storici e statistici dei senatori del   Regno dal 1848 al 1° gennaio 1935, Roma, 1935, 91; I documenti diplomatici italiani, s. 6, 1918-1922, I, 4 novembre 1918-17 gennaio 1919, Roma, 1956, 104, 119, 139; Ancona riconsacra italiano tutto l’Adriatico, Milano esalta le glorie della Marina, in L’Idea Nazionale 17 dicembre 1918; L’ampliamento dell’arsenale di marina, in L’Esercito Italiano 20 marzo 1919; C. Manfroni, Storia della Marina italiana durante la guerra mondiale 1914-1918, Bologna, 1925, 242, 372 s.; A. Valori, La guerra italo-austriaca 1915-1918, Bologna, 1925,591; C. Manfroni-C. Roncagli, Guerra italo-turca (1911-1912), Cronistoria delle operazioni navali, Roma, 1926, II, 162; Enciclopedia Italiana, XII, 1931, 513; G. Po, La guerra marittima dell’Italia, Milano, 1934, 105; S. Cilibrizzi, Storia parlamentare, politica e diplomatica d’Italia da Novara a Vittorio Veneto, Roma, 1949, VII, 54, 121; L. Albertini, Venti ani di vita politica italiana, II, 2, Bologna, 1950, 582, 596; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 62; G. Fioravanzo-G. Viti, L’Italia in Africa, II, L’opera della Marina, Roma, 1959, 32, 222; O. Malagodi, Conversazioni della guerra 1914-1918, II, Milano-Napoli, 1960, 341, 562; V. Tur, Plancia ammiraglio, Roma, 1960, II, 107, 121, 133, 218, 220, 222, 468, 535, 549 s.; La Marina militare nel suo primo secolo di vita 1861-1961, a cura di G. Fioravanzo, Roma, 1961, 56, 120; R. Bernotti, Cinquant’anni nella Marina militare, Milano, 1971, 81, 106, 221; W. Polastro, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVI, 1988, 356-359.


Il padre Angelo alla fine del XIX secolo si trasferì da Parma a Buenos Aires. Il Del Bono crebbe in Sudamerica fino all’ottavo anno d’età, quando i genitori tornarono in Italia, a Roma. Al Del Bono rimase il soprannome Tito, da Albertito. A Roma il Del Bono frequentò il liceo e poi l’Università, vivendo gli inverni a Roma e le estati a Parma, tra le mura della villa di famiglia di Coloreto. Si iscrisse ad Agraria, senza poi concludere gli studi. Cominciò a giocare a tennis a sedici anni, a Roma: autodidatta, giocò prima per una parrocchia e quindi al circolo Parioli. A diciannove anni era già prima categoria, partecipando a tornei con atleti quali Borotra, Lacoste, Cochet, De Morpurgo, Tilden, Gaslini, Hopman. Cominciò a fare la spola tra Roma e Parma, dove si fece costruire un campo privato. Dal 1929 al 1932 fu nazionale di Coppa Davis, costituendo un doppio fortissimo con De Morpurgo e disputando complessivamente nove incontri (otto doppi e un singolare, perso contro von Cramm nella finale della zona europea Italia-Germania, vinta dai Tedeschi nel 1932). Nel 1927 vinse il Campionato nazionale universitario, nel 1928 il Campionato italiano di doppio con Deminerbi, nel 1930 agli Internazionali di Francia al Roland  Garros giunse in semifinale in doppio con De Morpurgo (partita persa al quinto set contro Borotra-Lacoste), nel 1931 vinse il Campionato internazionale d’Olanda di doppio con Timmer, gli Internazionali d’Italia con Hughes e il Campionato del Belgio con Perry, nel 1932 il Torneo internazionale di Vienna di singolare (contro Manolo Alonzo), il Torneo internazionale di Evian di doppio con Brugnon e nel 1934 il Campionato italiano di doppio con Cesura. Nel 1936 si sposò con la principessa Giovanna Meli Lupi. Nel dopoguerra un’altra passione prese il Del Bono: l’automobilismo. Partecipò a quattro Mille Miglia e a diverse gare cittadine. Inoltre venne eletto presidente del Lawn tennis italiano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 12 agosto 1998, 6.


Parma 1538
Fu tra i reggenti del santuario della Steccata di Parma (lapide apposta nell’altare di San Giorgio).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 19 settembre 1865-Parma 1943
Conte. Figlio di Luigi e Giovanna Faceti. Studiò e si laureò in ingegneria a Milano. Dopo anni di lavoro nell’Italia meridionale e in Spagna, si trasferì in Argentina e alla fine del XIX secolo occupò la carica di ispettore generale delle Ferrovie. Fu un esperto ingegnere e forse il migliore dell’epoca della colonia italiana in Argentina. Realizzò gli studi della ferrovia di Bahia Blanca e delle Ande e la costruzione delle grandi opere sanitarie di Buenos Aires. Scrisse un volume sul lavoro degli italiani in Argentina e altri su opere pubbliche e di ingegneria. Fu presente con le sue opere all’Esposizione nazionale di Torino nel 1898. Parlava correttamente cinque lingue e conobbe pure l’arabo. Fu anche un ottimo pianista e concertista.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

Parma 7 luglio 1871-Roma 1931
Conte. Figlio di Filippo ed Euvilla Balestra. Si trasferì a Buenos Aires nel 1895. Fece carriera nella finanza, arrivando in pochi anni ad avere molta influenza alla borsa di Buenos Aires e importanti incarichi tra gli industriali italiani in Argentina. Fu sepolto nella cappella gentilizia del cimitero di Marore.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 62; Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

Parma 1794
Conte. Fino al 1794 fu questore e intendente dela zecca ducale di Parma (Archivio di Stato in Parma, Patenti ducali). Fu in corrispondenza col Bodoni.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

-Parma 1686
Ricoprì la carica di capo dell’Anzianato di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1505/1510
Figlio di Genesio. Nel 1505 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.


Parma 8 gennaio 1742-Roma post 1816
Figlio del conte Cosmo, che fu Arcade di Roma coll’appellativo di Lentino Tasiano. Coltivò le lettere e la musica e n’avrebbe potuto trarre miglior frutto se meno lo avessero allettato i giovanili diporti (aveva posto sulla porta del suo appartamento l’epigrafe Amicis quibuscumque vel bonis vel malis, dummodo non paucis). Studiò poi le scienze sacre e assunse il sacerdozio. Entrò nei Filippini di San Girolamo della Carità in Roma prima del 1769. Fu anche oratore sacro e recitò qualche panegirico in Parma. Come il padre, fu degli Arcadi di Roma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 639.

Parma 1481
Figlio di Pietro. Nel 1481 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.


Parma 1522
Figlio di Genesio. Nel 1522 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1716 c.-
Fu arcade in Roma coll’appellativo di Lentino Tasiano.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 639.

Parma 1777
Nel 1777 fu tenente nella milizia ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 30 gennaio 1760-Parma 3 settembre 1834
Conte. Figlio di Cosmo e Dorotea Colenghi. Fu canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 82.


Parma 1476/1494
Figlio di Pietro. Nell’anno 1476 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma. Il Del Bono figura nell’elenco degli Anziani della squadra ducale negli statuti Parmensi del 1494 (Statuta magnificae civit. Parmae, Parmae, Ang. Ugoletus, MCCCCXCIIII, c. I).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1512
Figlio di Ugolino. Nel 1512 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1922-1997
Sportivo. I suoi primi successi vennero dall’atletica: a quindici anni partecipò a gare sui 400 metri. Nel 1941 provò con la pallacanestro (in serie B, con il Guf di Parma). Intanto mieté successi nei 100 e 200 piani e nel salto triplo (nel 1949 fu campione universitario e terzo agli Europei). Entrò alla Banca dell’Agricoltura, dove diventò funzionario. Folgorato dal rugby, divenne subito una pedina fondamentale dell’Aup e della Rugby Parma: 44 mete in 110 presenze. Nel 1950 fu campione d’Italia e fu convocato in Nazionale. Nel 1955, come allenatore, conquistò il titolo tricolore con i giovani. Fu allenatore della prima squadra e commissario tecnico della Nazionale e dell’Under 23. Morì in un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 117.

Parma 1469
Figlio di Pietro. Nel 1469 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1586/1592
Fu creato vicario di Parma da Alessandro Farnese.
FONTI E BIBL.: Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Sorbolo 1881
Fabbricante di ceramiche comuni. Lavorò verso l’anno 1881.
FONTI E BIBL.: G. Corona, La Ceramica, Milano, 1885; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 149.

Parma 1430/1477
Figlio di Antonio. Nel 1430 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma. Fu uno dei capi della rivolta del 1477 contro la fazione dei Rossi di Parma (Angeli, La historia di Parma, Parma, Viotto, 1591, lib. IV, pag. 396). Il Del Bono fece fare al Correggio i due quadri La Pietà e Il martirio di San Placido, in memoria di don Placido, suo figlio, che entrò monaco nell’Ordine dei Frati Predicatori.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1589
Fu uditore delle cause civili in Piacenza, ove ottenne nel 1589 la cittadinanza piacentina.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1627/1630
Di famiglia nobile, negli anni 1627-1630 lesse Istituzioni presso l’Università degli Studi di Parma.§
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 39.


Parma XV secolo
Appartenne ai canonici della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.


Parma 1534/1549
Fu familiare di papa Paolo III e suo confessore.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 105.

Parma 1816/1850
In occasione della ristrutturazione del Teatro Ducale di Parma del 1816 fu nominato ispettore degli spettacoli di Corte (Archivio di Stato di Parma, Governo Provvisorio e Reggenza, 1816, b. 8). Si ritirò nel 1849. Con Sovrano Rescritto del 25 novembre 1850 gli venne concesso il titolo di ispettore emerito. All’Archivio Comunale di Parma si conservano i suoi rapporti serali dal 1821.
FONTI E BIBL.: Inventario, 1992, 25, 26, 28, 29, 32, 36, 38, 49, 56, 62, 68, 71, 73, 80, 87, 91, 93, 97, 99, 103, 104, 108, 111, 119, 132, 133, 141, 151, 165, 184, 192, 200, 203, 207, 220, 242, 251, 267, 275.

Parma 1486
Figlio di Pietro. Nel 1486 fu iscritto nella Matricola dei notai di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

Parma 1781
Passò al servizio del Re cattolico nell’anno 1781.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 125.

DEL BONO TITO, vedi DEL BONO ALBERTO

Parma 1530/1531
Insegnò astronomia nel 1530-1531 all’Università di Bologna
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 6 1929, 8.

Parma 1571/1607
Alcune notizie sul Del Bosco si deducono da una filza (filo primo corrente 1602, 1603, 1604) presso l’Archivio di Stato di Parma, già riportate in Scarabelli, da cui si ricava, in data 4 agosto 1604, che Giovanni Bosco, stuccatore ha messo il figlio Paolo a stare con il G. Simone Moschino per tre anni continui. Sono riportate inoltre una nota del 18 febbraio 1606 in cui il Del Bosco, figlio di Pietro della vicinia di Sant’Apollinare, è testimone per un atto stilato dal notaio Giacomo Muratori e ancora spese (1601) per la statua in stucco del Salvatore fatte da Giovani Boschi stuchatore, pagato in parte il 21 ottobre 1607 con 12,12 lire (carte della già Confraternita delle Cinque Piaghe, Archivio di Stato di Parma). Inoltre nel Mastro farnesiano n. 16, anno 1600 (Archivio di Stato di Parma, c. 203) è detto: 1600 adì 17 di dicembre Giovanni Boscho stucharolo deve dare scudi 19.46.8 moneta a buon conto di scudi 40 che deve havere per una volta di stucho che fa alla fontana. Impossibile è stato invece rintracciare l’altro pagamento al Del Bosco in data 17 aprile 1600, che riporta il Pelicelli. Lo Zani lo dice attivo fin dal 1571 e lo definisce architetto civile e scultore.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 1601-1650, ms. della fine del XIX secolo, presso la Biblioteca della Soprintendenza di Parma, ad vocem, c. 70; La reggia di là da l’acqua, 1991, 175; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 218.

DEL BOSCO PAOLO
Parma 1533
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma (1533).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, 6; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 13.

DE BOSCO PAOLO
Parma 1604
Figlio di Giovanni. Fu anch’egli stuccatore. In data 4 agosto 1604 fu messo dal padre a stare con il G. Simone Moschino per tre anni continui.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 70.

Parma XVI secolo
Architetto e ingegnere operante nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 94, e IV, 112.

DEL BUSSETO o DEL BUSSETTO, vedi BUSSETO

San Secondo 19 gennaio 1765-Reggio Emilia 8 ottobre 1853
Nacque dall’intagliatore Simone e da Eufrasia Seletti (Costa, 1982). Il Del Buttero esplicò la propria attività di intagliatore, doratore e pittore di materiali lignei in un’area comprendente Guastalla, Reggio Emilia, Modena e Bologna, come risulta da un epistolario, conservato presso l’Archivio di Stato di Reggio Emilia (Archivio Turri), che raduna la corrispondenza intercorsa tra il Del Buttero e la consorte, la reggiana Teresa Vasti, nell’arco cronologico dal 1800 al 1826. La cultura figurativa del Del Buttero fu vincolata a una tradizione sei-settecentesca, particolarmente florida in loco e in modo precipuo nel Reggiano, che ebbe nelle varie generazioni dei Ceretti e dei Ceccati, maestri lignari e a volte lapicidi, i più qualificati rappresentanti. A esiti non dissimili, per la reinterpretazione di un lessico derivato da prototipi aulici in toni di popolaresca esuberanza (Guandalini, 1980), approda il saggio di maggiore rilievo elaborato dal Del Buttero, il sediolo, nel Museo civico di Modena (acquistato da Giovanni Boni di Modena, 1890), con struttura in legno di faggio e applicazioni in noce nei settori a intaglio, veicolo monoposto e con predella per palafreniere, da utilizzarsi per scopi di rappresentanza. Un dovizioso repertorio di matrice tanto neoclassica che di un attardato barocchetto si dispiega negli intagli dorati: così le due grandi aquile a sostegno di un asse posteriore con trafori a giorno e i variegati motivi fitomorfi a foglie d’acanto e rosette. Mentre all’inveterata tradizione dell’artigiaato locale vanno fatti risalire la corposità dell’intaglio e l’umorosa conduzione stilistica, nonché la scelta iconografica sottesa a certi brani, come quello del rustico mascherone coronato di spighe al centro dell’assale di collegamento tra le ruote, che immediatamente rinvia alle molteplici e affini soluzioni dei Ceccati. Così, ancora, la stessa vivace cromia dei fondi su cui campeggiano le parti a intaglio dorato: un acceso rosa salmone nel sediolo e azzurro nel sedile. Da situarsi tra la fine del diciottesimo secolo e i primi decenni del successivo, datazione in effetti ardua per quel perdurare di più antiche tipologie decorative che è proprio di questa branca artigianale, il sediolo fu realizzato per una aristocratica committenza, come si deduce dalla corona comitale che fregia gli originali finimenti. Il Del Buttero ebbe ordinazioni da nobili casate e dalla stessa Corte estense, con la quale dovette far da tramite, presumibilmente, il marchese Giuseppe Campori, autorevole figura di comandante militare. Oltre alla citata corrispondenza con la moglie, proiettano luce su di un capitolo dell’assidua opera del Del Buttero al servizio delle grandi casate le inedite carte dell’Archivio dei marchesi Carandini di Modena che attestano pagamenti a suo favore per diversi mobili a intaglio e, ormai nell’inoltrato Ottocento, per varie ornamentazioni connesse all’apparato di quella residenza patrizia, oltre che per l’intaglio di arredi secondo il modello disegnato dall’architetto Gusmano Soli, figlio del più celebre Giuseppe Maria, ed erede, benché su toni minori, del nobilissimo ideale neoclassico da quello perseguito. Fu presente, con varie prove, all’Esposizione Triennale del 1844, allestita presso l’Accademia Atestina di belle arti di Modena (Peretti, 1847). Sembra che il Del Buttero sia morto presso un ospizio per poveri (Archivio del Museo civico di Modena, 9 gennaio 1891; Archivio di Stato di Reggio Emilia, Libro dei morti del Comune, ad diem).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Reggio Emilia, Archivio Turri, b. 114, fasc. 5; Modena, Biblioteca della Deputazione di Storia Patria, Archivio Carandini, F. 52, 11 febbraio 1825, e F. 60, 24 maggio 1792; Modena, Archivio del Museo civico, Atti 1890, 8 gennaio 1891, Atti 1895, s.d., prot. n. 10, Copia degli elenchi, scat. I, 1953; A. Peretti, Sulla Triennale Esposizione del 1844 nella Regia Accademia Atestina, Modena, 1847, 47; Guida alla Mostra artistica industriale della Provincia di Reggio Emilia, Reggio Emilia, 1876, 11, n. 15; E. Manzini, Memorie storiche dei reggiani più illustri, Reggio Emilia, 1878, 630; L. Chellini-E. Pancaldi, Guida di Modena, Modena, 1926, 118; A. Spaggiari, Le opere e i secoli. Storia dell’artigianato in Reggio Emilia, Reggio Emilia, 1967, 167; M. Mazza Perlini, Repertorio bio-bibliografico di reggiani illustri, in Reggio. Vicende e protagonisti, Bologna, 1970, 389; M. Pirondini, Arte del legno nell’Appennino Reggiano, Genova, 1978, 118, n. 136; A. Spaggiari, Le opere e i secoli. Storia dell’artigianato in Reggio Emilia, Reggio Emilia, 1980, 196; G. Guandalini, in Mostra di opere restaurate, sec. XIV-XIX, Modena, 1980, 117 s., scheda n. 77; G. Guandalini, in San Secondo Parmense. Antologia di personaggi. 1700-1900, San Secondo Parmense, 1982, 15-18; F. Costa, in San Secondo Parmense. Antologia di personaggi. 1700-1900, 1982, 15; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IX, 6 (sub voce Delbutero, Giovanni); G. Martinelli, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVI, 1988, 381-383.

Firenze 1739 c.-post 1796
Fissò la propria residenza in San Secondo in epoca di poco precedente al 1757, anno in cui, in data 5 giugno, sposò Eufrasia Seletti, dalla qale ebbe nove figli. Deceduta la moglie a trentasei anni nel 1769, il Del Buttero si coniugò con Francesca Casalpa, che gli diede altri quattro figli. Esercitò la professione di intagliatore, oltre che nel Ducato parmense, nei contigui Stati estensi. Tanto si deduce da una serie di pagamenti (Archivio di Stato di Modena, Fondo ECA, Confraternita di San Pietro di Vignola, F. 1673, Conti de’ cassieri dall’anno 1787 a tutto 1796, c. 60) per lavori eseguito per la Confraternita di San Pietro in Vignola tra cui figurano, tra il 15 ottobre e il 20 dicembre 1796, la velatura della mensa dell’altare maggiore, vari interventi restaurativi su arredi processionali come il gonfalone, la realizzazione di una croce intagliata, l’argentatura di un paliotto ligneo e la verniciatura di candelieri, pure in legno intagliato (materiali tutti che risultano dispersi).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXXVI, 1988, 381-382.

ante 1897-Arco 11 giugno 1935
Violoncellista. Reso grande invalido dalla prima guerra mondiale, per i postumi delle ferite morì nel sanatorio di Arco.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1819 c.-Parma 1850 c.
Fu organista e compositore di musica sacra.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 10 settembre 1990.

Parma prima metà del XIX secolo
Figlio di Giacomo. Venne eletto podestà di Noceto, ove i Del Campo possedettero la villa del Cervo.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 10 settembre 1990.

Parma 1749-1839
Nacque dal barone Antonio e Maria Parasacchi. Alla morte del genitore (1780), divise coi fratelli il patrimonio. I beni del Parmense rimasero al Del Campo, che intraprese la carriera militare nell’arma di artiglieria e sposò la nobildonna Maria Ottavia Galarati. In regime napoleonico venne nominato aiutante maggiore del Comando di Parma. Sotto il ducato di Maria Luigia d’Austria conseguì il grado di maggiore e venne nominato (1830) cavaliere dell’Ordine Costantiniano per i servizi resi allo Stato. Venne anche riconfermato barone nel 1823.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 734-735; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 10 settembre 1990.

1789-Parma 1853
Figlio di Ferdinando, seguì il padre nella carriera militare, raggiungendo il grado di maggiore. A Modena ottenne la carica di ciambellano del duca Francesco d’Este. Una lapide lo ricorda nella chiesa parrocchiale di San Sepolcro in Parma, presso la porta laterale su Strada Repubblica: Barone Giacomo Del Campo Galarati maggiore onorario ciambellano della D. Corte Estense pio benefico leale costante morto d’anni LXIX benedicendo i figli Enrico Luigia Ottavia lagrimato dalla moglie Giovanna Oberle Iddio ti abbia in cielo.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 10 settembre 1990.

Paradigna 24 luglio 1884-
Allievo di Ricordano De Stefani, si diplomò in oboe al Conservatorio di Parma nel 1902. Dopo aver suonato al Teatro alla Scala di Milano, nel 1929 fu a New York e si dice che fosse primo oboe nell’orchestra del Teatro Metropolitan.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 23 ottobre 1818-1899
Figlio di Filippo e Rosanna Bianchi. Fu primo oboe al Metropolitan Theatre di New York.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 10 settembre 1990.


Paradigna di Cortile San Martino 9 aprile 1890-Milano 11 novembre 1950
Nacque da Achille e Clementina Paini. Appartenente a una famiglia della piccola nobiltà parmense, ricevette sin da giovanissimo, come gli altri sette tra sorelle e fratelli, un’accurata educazione musicale. Nel 1905, sull’esempio del fratello maggiore Giacomo, entrò come convittore nel conservatorio di Parma, dove studiò violoncello nella classe del maestro Leandro Carini, diplomandosi nel 1909. Secondo lo Schmidl, studiò anche pianoforte e composizione con Guido Fano e Amilcare Zanella. Iniziata l’attività di concertista, fu chiamato nel 1913 come primo violoncello nell’orchestra diretta da Arturo Toscanini a Busseto, in occasione delle feste per il centenario verdiano, e scritturato successivamente nell’orchestra del Teatro Regio di Parma. Al pari di Toscanini (con il quale fu legato da profonda amicizia, condividendo con lui anche la formazione musicale) il suo esordio nella direzione fu occasionale: maestro sostituto nella stagione di Carnevale del Regio di Parma nel 1915, fu improvvisamente chiamato a sostituire il maestro G. Podestà, indisposto, in una replica dell’Andrea Chénier (22 dicembre 1915). Il successo della rappresentazione e quello personale del Del Campo (come è sottolineato non senza un certo amor patriae nelle cronache apparse sulle pagine della Gazzetta di Parma) costituirono l’inizio di una brillante carriera direttoriale che si svolse nei più importanti teatri lirici italiani. Dopo aver diretto in teatri minori e nel 1922 al Municipale di Reggio Emilia e ancora al Regio di Parma, nel 1926 gli venne affidata la direzione della stagione lirica autunnale del Comunale di Bologna. Il successo delle rappresentazioni bolognesi (che comprendevano gli allestimenti del Boris Godunov di Mussorgskij, la Gioconda di A. Ponchielli e Salomé di Richard Strauss) rappresentò per il Del Campo il momento della consacrazione. Nel 1927 gli fu affidata la direzione di un’importante edizione della Turandot all’Argentina di Roma. Venne chiamato negli anni immediatamente successivi come direttore principale delle stagioni liriche della Scala di Milano (1929-1930 e 1930-1931) e nel 1932 gli furono affidate quelle del Teatro Verdi di Trieste e del Donizetti di Bergamo, dove era stato invitato per la prima volta nel 1925 per Gioconda, Trovatore e Anna Karenina. Tra le opere dirette a Bergamo dal Del Campo nel 1932 vi fu un’importante edizione dell’Elisir d’amore, in occasione del centenario della prima rappresentazione dell’opera donizettiana alla Canobbiana di Milano. L’allestimento, che si avvalse di una compagnia di canto comprendente tra gli altri Beniamino Gigli e Mercedes Capsir, fu salutato dalla critica come una delle affermazioni più vittoriose dell’arte donizettiana (L’Eco di Bergamo 28 settembre 1932). Nel 1936, a conclusione della stagione lirica della Scala (in cui il Del Campo fu direttore principale insieme con N. Marinuzzi e G. Antonicelli), condusse in tournée nei teatri di Bologna e di Parma il complesso orchestrale e corale scaligero in una memorabile edizione della Messa da requiem di Verdi (l’esecuzione si avvalse di cantanti d’eccezione quali Maria Caniglia, Ebe Stignani, Aurelio Marcato e Tancredi Pasero). L’accostamento non incidentale, nelle cronache dei giornali parmensi, del nome del direttore d’orchestra a quello di Verdi, riflette chiaramente la fama raggiunta dal Del Campo (cfr. Corriere Emiliano 5 giugno 1936). Nelle tre stagioni liriche affidategli tra il 1936 e il 1939 al Teatro Comunale di Bologna ebbe modo, dopo essersi dedicato quasi esclusivamente a opere di repertorio, di misurarsi nella direzione e nella concertazione di nuove opere di giovani autori italiani. Il 10 dicembre 1936 diresse la prima rappresentazione dell’Imelda dei Lambertazzi di Adolfo Gandino. L’anno successivo, a pochi mesi dalla prima romana, la Ginevra degli Almieri di Mario Peragallo (27 novembre 1937) e il 7 dicembre 1939 la prima del Fabiano, leggenda spirituale raccolta in una versione tradizionale romagnola, musicata da Francesco Balilla Pratella. Le cronache di queste prime lasciano emergere chiaramente, al di là degli stereotipi dell’epoca, un giudizio sulla qualità di direzione e di concertazione del Del Campo (esemplare è in questo senso la critica apparsa su Il Resto del Carlino dell’11 dicembre 1936 all’indomani della prima dell’Imelda). Negli anni successivi, dopo l’eccellente prova delle prime bolognesi, vari teatri italiani affidarono al Del Campo la direzione di opere nuove. Nel 1940 presentò per la prima volta al pubblico del Comunale di Trieste La Fiamma di O. Respighi (che aveva diretto per la prima volta nel 1936 a Bologna) e Dafni di G. Mulé. Nel 1941 tenne a battesimo al Teatro Carlo Felice di Genova lo Stendardo di San Giorgio di Mario Peragallo e presentò in prima rappresentazione per Genova Monte Ivnor di Lodovico Rocca. Nel 1943 gli fu affidata ancora una volta la direzione della stagione lirica della Scala, ospitata, dopo il bombardamento del teatro milanese, nei teatri di Como e di Bergamo. Fu questa l’ultima stagione lirica diretta dal Del Campo: una grave infermità, derivatagli da un’improvvisa malattia, lo costrinse nel 1945 a interrompere la carriera. Ritiratosi a Parma, tornò per l’ultima volta sul podio l’8 gennaio 1949, dirigendo al Regio l’Aida. La direzione dell’opera verdiana rappresentò il commiato commosso del Del Campo dal pubblico.
FONTI E BIBL.: Notizie in Gazzetta di Parma 29 dicembre 1915, 8-10 gennaio 1949, 12 novembre 1950; L’Eco di Bergamo 16-19 e 28 settembre 1932; Corriere Emiliano 5 giugno 1936; Il Resto del Carlino 11 dicembre 1936, 28 novembre 1937, 10 maggio 1939; Il Lavoro 12 marzo 1942. Vedi inoltre G. Gasperini, Il Regio Conservatorio di Parma. Cenni di storia e statistica, Parma, 1913, 90; M. Corradi Cervi, Cronologia del teatro Regio di Parma (1928-1948), Parma, 1955, 43; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 62-63; G. Gotti, Il teatro alla Scala nella storia e nell’arte, II, Milano, 1964, 88-91, 97 s., 100, 110 s.; Due secoli di vita musicale. Storia del teatro Comunale di Bologna, a cura di L. Trezzini, II, Bologna, 1966, 167, 170 s.,178, 183 s.; Teatro Municipale di Reggio Emilia. Opere in musica (1857-1976), a cura di G. Degani-M. Grotti, III, Reggio Emilia, 1976, 240; M. Rinaldi, Due secoli di musica al teatro Argentina, III, Firenze, 1978, 1373-1376; E. Frassoni, Due secoli di lirica a Genova, II, Genova, 1980, 250, 256, 266 s.; Teatro Regio di Parma. Cronologia degli spettacoli lirici. Indici 1829-1979, a cura di V. Cervetti-C. Del Monte-V. Segreto, Parma, 1982, 168; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, Supplemento, 247; La Musica, Dizionario, I, 502; C. Corsi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVI, 1988, 384-385.


Parma 29 marzo 1882-Bologna 15 febbraio 1962
Figlia secondogenita del barone Achille e di Clementina Paini. Fu una delle prime arpiste uscite (1912) dal Conservatorio di Parma (fu allieva del maestro Sacconi), inaugurando la scuola d’arpa allora istituita. Giovanissima, prese parte come prima arpista a numerose tournée liriche nelle due Americhe, sotto la direzione di Toscanini, Campanini, Mancinelli, Mascagni, Mugnone e Marinuzzi. Sempre come prima arpa, sia in concerti che in spettacoli lirici, partecipò a manifestazioni della massima importanza, sotto la guida di Visconti di Modrone. Poi varie volte fu in Egitto, a Roma all’Augusteo e al Costanzi, al Coven Garden di Londra e nelle più celebrate stagioni liriche italiane. Fu una delle poche italiane prescelte per il grandioso concerto (tutto di arpe) delle migliori arpiste d’Europa, che si tenne in Francia, presso Parigi, nel 1907 e che ebbe una risonanza mondiale, sia per il successo artistico che per quello scenografico e coreografico. In seguito, dal 1932, la Del Campo fu per molti anni prima arpa al Teatro Comunale di Bologna (dove anche insegnò), vicino al marito Silvio Gasparri, primo flauto in orchestra. Si ritirò a vita privata nel 1950, alla morte del fratello Giuseppe, dopo cinquant’anni di fulgida e prestigiosa carriera.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 febbraio 1962, 4.

DEL CAMPO PIERO, vedi DEL CAMPO PIETRO

Cortile San Martino 8 maggio 1888-Parma 5 dicembre 1966
Soprano. Studiò al Conservatorio di Parma con Auteri Manzocchi, poi si recò a Milano per perferzionarsi con Vanzo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1892-Tobruk 22 dicembre 1911
Figlio del barone Achille e di Clementina Paini. Fante del 20° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Addetto al reparto mitraglieri, combatté strenuamente, rimanendo colpito a morte presso la sua arma. Il Del Campo studiò al Conservatorio di Parma e fu apprezzato clarino.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Ediz. Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 83.

DEL CAMPO GALARATI GIACOMO, vedi DEL CAMPO GIACOMO

Ghiare dei Lucchesi 25 novembre 1753-Parma 22 aprile 1840
Cappuccino laico questuante e cuciniere, molto dedito alla vita spirituale, idoneo a molte cose per la sua premura di apprendere da tutti. Compì a Guastalla la vestizione (17 ottobre 1772) e un anno dopo la professione solenne.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 254.

DEL CARRO GENESIO, vedi DEL CERRO GENESIO

Parma 1481
Tipografo, stampò Terentius Publius. Comoediae sex. Parma, Genexius del Cerro, 1481, opera che il Pezzana non riuscì mai a trovare. Se ne conoscono due esemplari: uno della Biblioteca Marciana di Venezia e uno nella Biblioteca Spenceriana di Londra (descritto dal Dibdin).
FONTI E BIBL.: A. Ciavarella, Storia della tipografia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 247; Borsa, Clavis typographorum, 1980, 108.


Livorno 1913-Parma 20 luglio 1995
In gioventù praticò atletica leggera e canottaggio e, come tecnico, ebbe esperienze nel calcio e nella pallacanestro. Si trasferì a Parma nel 1943, nel pieno della seconda guerra mondiale. Nel 1945 iniziò a insegnare educazione fisica al liceo classico Romagnosi di Parma. All’inizio si dedicò soprattutto all’insegnamento della pallacanestro. Nel 1946 venne nominato commissario federale della Federazione pallavolo e da quel momento a questo sport dedicò gran parte del suo tempo. Iniziò subito a impegnarsi nella formazione dei giovani e ad allenare la maggiore squadra di Parma, la Dopolavoro ferrovieri. E fu proprio la Dopolavoro ferrovieri, guidata dal Del Chicca, che, dopo essere stata promossa in serie A nel 1948, nel 1950 e nel 1951 conquistò i primi due scudetti della storia della pallavolo parmense. Vinse ancora lo scudetto nel 1969, con la squadra del Cus Parma, nata dall’esperienza della Dopolavoro ferrovieri. Proprio in quegli anni venne nominato commissario unico della nazionale di pallavolo: sulla panchina della squadra italiana di pallavolo restò per dieci anni. L’impegno per la nazionale, per la squadra maschile di Parma e poi per quella femminile fu grande, ma non per questo calò l’impegno nel suo lavoro di insegnante prima al Romagnosi e poi al San Benedetto e l’impegno per trovare e formare giovani campioni. Allenò molti dei giocatori che sono rimasti nella storia della pallavolo parmense: Borelli, Edmondo e Claudio Piazza, Estasi, Ferramola, Moisé, Gnudi e poi Roncoroni, De Angelis, Scotti. La città di Parma gli riconobbe i meriti di sportivo e di cittadino assegnandogli il Premio Sant’Ilario nel 1987.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 47; Gazzetta di Parma 21 luglio 1995, 9.

Parma 1497
Architetto ingegnere, nell’anno 1497 fu nominato ingegnere del Comune di Parma. Del Del Chilla non rimane alcuna opera.
FONTI E BIBL.: M. Lopez, 43; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 225.

DE LEONI NICCOLÒ, vedi ZAGABRIA NICCOLÒ

DELERBA, vedi ERBA

Collecchio 1828/1858
Già sottotenente del genio e dell’artiglieria, fu promosso primo tenente il 31 dicembre 1838 e il 24 febbraio 1841 Incaricato e Capitantenente nello stesso corpo dell’esercito ducale. Successivamente fu nominato maggiore e cavaliere. Comandante del castello di Bardi, alleviò, per quanto gli fu possibile, la prigionia del marchese Lodovico Dalla Rosa Prati nel 1849. Fu consigliere anziano del Comune di Collecchio dal 1828 al 1858.
FONTI E BIBL.: G. Dalla Rosa, Alcune pagine di Storia parmense; Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla, a. 1841, sem. I, t.u., Parma, 1841; Malacoda 9 1986, 40.

Parma 22 marzo 1840-
Fu soldato volontario nel 6° Reggimento Fanteria nella campagna d’indipendenza del 1859, dopo la quale frequentò il corso della Scuola militare di Modena uscendone ufficiale del 26° Reggimento Fanteria. Per essersi distinto al combattimento di San Giuliano il 26 ottobre e all’assedio di Gaeta nella campagna contro i borbonici del 1860, ebbe una menzione onorevole al valore. Partecipò anche all guerra d’indipendenza del 1866 come luogotenente del 26° Fanteria.
FONTI E BIBL.: P. Schiarini, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 887-888; A. Ribera, Combattenti, 1943, 170.

Scurano 9 giugno 1842-Scurano 9 dicembre 1909
Maestro di scuola, fu anche violinista, liutaio e poeta. Volle far rivivere nelle montagne parmensi l’antica poesia medioevale e richiamò all’onore delle scene sui prati dell’Appennino parmigiano le cantante del maggio (cantamaggi, rappresentazioni di carattere biblico in cui la musica e l’azione ricordano i primi passi dell’arte drammatica). Di quelle cantate il Del Fante fu il poeta, il musico, l’istruttore della compagnia e il direttore dello spettacolo. Scrisse e pubblicò parecchi drammi sacri, di cui curò egli stesso con grandissimo fervore l’allestimento e l’esecuzione nella parte recitativa e in quella musicale, che veniva fatta nei prati di Scurano o in quelli del vicino villaggio di Lagrimone. Di tali drammi rimangono quelli intitolati La famiglia di Giacobbe (1880), il Nazzareno ossia Morte, Passione e Risurrezione di N.S.G.C. (1899) e Saulle (1901). Essi hanno tutti i già ricordati caratteri della sacra rappresentazione. Il Giacobbe è a ottave, il Nazzareno a quartine, il Saulle è polimetro, ma sempre a versi rimati.
FONTI E BIBL.: A., Maestro Del Fante Elia Luigi, in Giovane Montagna 18 dicembre 1909, 2; G. Begani, Elia Delfante, in Giovane Montagna 25 dicembre 1909, 2; E. Bocchia, Elia Del Fante, in La drammatica a Parma 1400-1900, Parma, Battei, 1913, 242; C. Alcari, Del Fante Elia Luigi, in Parma nella musica, Parma, Fresching, 1931, 71; M. Bersini, I superstiti scolari dell’Ottocento ricordano i campett del m° Delfante, in Gazzetta di Parma 7 novembre 1966, 3; Delfante Elia Luigi, in Enciclopedia di Parma, 1998, 291-292.

Busseto 1637 c.-1708
Figlio di Giovanni Pietro. Fu giureconsulto nel Collegio di Parma e poi in quello di Piacenza. Consigliere ducale e prouditore criminale in Parma, divenne infine consigliere della città di Piacenza. Nell’anno 1683 fu creato conte, insieme al fratello Marziano, dal duca di Mantova Carlo Gonzaga. Sposò la nobile Elisabetta Beretti.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 133; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 1 giugno 1998, 17.

Busseto 1635 c.-
Figlio di Giovanni Pietro. Fu giureconsulto del Collegio di Parma e creato conte nel 1683, assieme al fratello Ferro, dal duca di Mantova Carlo Gonzaga. In anzianità abbracciò lo stato ecclesiastico e fu elevato alla dignità di abate.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 133; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 1 giugno 1998, 17.

Busseto XVII secolo-1770 c.
Figlio di Ferro. Fu giureconsulto come il padre. Dopo essere stato dottore collegiale di Parma, fu dal Duca di Parma designato a ricoprire la carica di suo residente in Milano, dove visse lungamente.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 133.

DEL FERRO, vedi anche DAL FERRO

1486 c.-Parma 1529 c.
Figlio di Pietro Michele e zio paterno di Giasone. Studiò filosofia e medicina a Ferrara, si laureò a soli 22 anni e fu poi iscritto al Collegio Medico di Parma. Insegnò logica nell’Università di Parma e fu sostituito nell’insegnamento dal fratello Cesare. Notevole è la sua iscrizione sepolcrale (nel chiostro del convento di San Pietro Martire a Parma), in cui è detto che, come il delfino, mentre salva gli uomini dalle tumide onde, spesso perisce nella nascosta ingrata rete: Alexandri Petri Michaelis Delphini Philosophi, et Medici celeberrimi memoria. Delphin amans homines tumidis dum servat ab undis Saepius ingrato retro latente perit. Doctor Alexander vero cognomine Delphin Sic servans homines in sua fata ruit. Nam dum pauperibus vitam nimis arcte ministrat Syrius hunc ardens, huncque peremit amor.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 129-130; Aurea Parma 4 1958, 229-230; Parma nell’Arte 3 1965, 205.

DELFINI ANGELO, vedi DELLA PERGOLA DELFINO


Parma 1494-Roma 9 agosto 1566
Figlio di Pietro Michele. Completati a Parma gli studi di umanità e delle lettere latine e greche, passò a Bologna per istruirsi nella filosofia, cominciando dal corso di logica. Si dedicò poi all’astronomia e alla medicina. Nel 1521 si laureò in medicina a Piacenza e lo stesso anno fu ascritto al Collegio dei Medici di Parma. In seguito si diede agli studi di teologia. Ne fu professore e nel 1523 scrisse, dedicandolo a Girolamo Sanvitale, il saggio Esposizione del sesto libro dell’Eneide. Fu quindi priore del Collegio dei Medici di Parma e dopo la morte del padre (1527) cominciò una serie di viaggi in Italia e all’estero. Abbandonata l’idea di recarsi in Inghilterra (perché proprio in quegli anni avvenne lo scisma dalla Chiesa Cattolica), si portò in Germania e poi in Ungheria, dove divenne medico personale del re Ferdinando (da Erba). In Ungheria ottenne la protezione di Tommaso Nadasti e del vescovo di Strigonia, così che poté quietamente attendere ai suoi studi. Nel 1543, approfittando della lega conclusa tra l’imperatore Carlo V ed Enrico VIII, re d’Inghilterra, il Delfini, assieme ad alcuni Tedeschi, visitò Londra. Presentò allora a Enrico VIII una sua opera di teologia, che il vescovo di Winchester, Stephen Gardner, cui fu data da esaminare, giudicò eretica perché contenente la proposizione Natura humana Christi Verbi divini totalem plenitudinem non capit. Al Delfini non fu lasciata possibilità di difesa e della supposta eresia fu anche avvisata la Regina d’Ungheria perché si provvedesse a una punizione esemplare. Avvisato per tempo da Gian Carlo Affaitati, il Delfini fuggì dall’Inghilterra e, non potendo rientrare in Ungheria (dove tra l’altro perdette tutti i suoi beni), si portò con un suo figlio in Italia. Durante il viaggio fu assalito da briganti e derubato di ogni cosa. A Venezia, dove si stabilì, poté finalmente provare la propria innocenza dinanzi all’inquisitore e al legato pontificio ma, nonostante la collaborazione ricevuta dall’ambasciatore inglese Thomas Robinson, non riuscì a farsi restituire i suoi beni. Nel 1547 si recò a Roma da papa Paolo III per sostenere le proprie ragioni, raccomandato dalla stessa Comunità di Parma con la seguente lettera: Beatissime Pater. Il magnifico M. Cesare Delphini huomo nel vero di buona integrità, et litteratissimo Cittadino natío nostro di Parma, et pratico di molti paesi, per più securamente, et con maggior favor usar le sue ragioni con certi tramontani vene a Roma da Vostra Beatitudine. Pertanto supplichiamo con ogni humiltà di cuor Vostra Santità a volerlo favorire, et haverlo per raccomandato circa ciò, perché ci rendiamo certi, ch’egli per lo favore haverà da quella, et per le rare virtù sue debba a culto divino et honor nostro rapportarne degna et lodevole vittoria: et con questo baciado i santissimi piedi di Vostra Beatitudine di tutto cuor humilmente se le raccomandiamo. Di Parma alli xxviii di Novembre 1547. Il viaggio a Roma non ebbe per il Delfini (che forse non fu neppure ricevuto dal Papa) alcun esito. Al successore, papa Giulio III, il Delfini presentò (1550) il suo libro De proportione Papae ad Concilium, et de utroque ejusdem Principatu (Parma, Viotti) e forse ne ebbe una ricompensa. Ma solo da papa Pio V il Delfini fu concretamente aiutato (ebbe anche luogo tra i suoi familiari). Fu sepolto nella chiesa di Santa Sabina in Roma con questo epitaffio: Caesari Delphino Parmen medico philosopho in oi scientia peritissimo Ferdinandi. imp. et postmodvm Pii V. pont. opt. max. familiari anv agenti lxxii Iason et Tiberivs filii etia medici patri B.M. Rome defvcto facivn cvrarvnt ix kal. Avgvsti mdlxvi. Il Delfini fu autore anche delle opere Mariados (3 volumi, Venezia, 1537) e De summo romani pontificis primatu et de ipsius temporali ditione demonstratio (Venezia, 1547).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 97-102; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VI, 1825, 519, 967, 1015; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri e benemeriti, Genova, 1877, 152; Hurter, III, coll. 49; Enciclopedia Cattolica, IV, 1950, 1357; Dizionario Ecclesiastico, I, 1953, 830; Aurea Parma 2/3 1957, 105-106; Aurea Parma 1 1959, 17-18.

Rivarolo di Bozzolo 10 aprile 1802-Parma 27 settembre 1843
Fu allievo di Antonio Isac e frequentò lo studio del Toschi. Svolse la sua attività sempre a Parma. È assai noto il suo Ritratto di  Giacomo Toschi e le tavole in rame Papa Giulio II, da Raffaello, e Maddalena Strozzi Boni, pure da Raffaello. Suoi lavori si trovano alla Galleria delle Stampe agli Uffizi di Firenze e nella Raccolta di Stampe della Pinacoteca di Parma. Collaborò alla Regia Galleria di Torino di R. D’Azeglio e alla Galleria Pitti di Luigi Bardi.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, 1913, IX; Gazzetta di Parma 19 novembre 1834; P. Martini, L’Arte dell’Incisione a Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 979.

Parma 21 febbraio 1531-post 1560
Figlio di Cesare e Dianora. Il Delfini fu laureato in medicina a Padova il 3 agosto 1555 (Odoardo Bolsi, De poetis parmensis) e fu aggregato al Collegio dei Medici di Parma nell’anno 1560. Trattò egregiamente anche la poesia latina e il Bolsi così ne parla: Vidi ego pluries, et stupore fixus cum aliis legi quamplurima Carmina heroica, Poemata, Satyras ad Comitem Pomponium Taurellum, aliosque litteratos viros, Elegias ad Octavium Farnesium Ducem nostrum, Prolusionesque varias ad Laureatorum Coronamenta eleganti carmine expressas, queis plenis suffragiis praeli publicitatem decere nemo illorum qui sapienter ponderaverunt non asseveret. Servantur haec, sicut aliae Delphinorum Familiae praeclara monumenta penes studiosissimum D. Mutium Joseph Pusterla J.C. Collegiat. Parmens. utpote ex scriptis haeredibus descendentem, et affinitate conjunctum. Ma il Pusterla lasciò poi erede universale una sua fantesca e le poesie del Delfini finirono per andare disperse.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 165-166; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 556-557.

San Pancrazio Parmense 1888-Sober 19 agosto 1917
Figlio di Guglielmo. Appartenente al 41° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Contuso gravemente alla colonna vertebrale, rifiutava il riposo proposto dal medico, e tornato alla testa del suo plotone, con l’esempio del suo coraggio incitava i soldati a seguirlo. Ferito da una pallottola al cuore, prima di spirare, pronunziava elevate parole, dando, ancora una volta, magnifica prova di alto valore e di belle virtù militari.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 12ª, 740; Decorati al valore, 1964, 72.

DELFINI PIER MICHELE, vedi DELFINI PIETRO MICHELE

Parma 1460-Parma 1527
Nato da nobile famiglia, si dedicò alla medicina e lo fece con grande profitto, tanto che divenne medico insigne. I suoi consulti furono ricercati non solo a Parma, ma in città anche lontane. Si dedicò anche alla poesia, scrivendo epigrammi latini (uno, indirizzato a Pietro Gabrielli, fu fatto in occasione della battaglia di Fornovo del 1495) e sonetti. Fu sepolto nel Convento di San Pietro Martire in Parma: morte compianta da tutti per la sua gran pratica e non minore teorica nella Medicina.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 189; Aurea Parma 1 1959, 18.


Parma 1520-Bruxelles aprile 1587
Figlio di Cesare e Dianora e fratello di Giasone. Fu chirurgo di Alessandro Farnese. Fu anche grande collezionista di pitture, sculture, cammei e stampe. Nel suo testamento, dettato a favore di suo nipote Alessandro il giorno 18 febbraio 1586 prima di passare nelle Fiandre col Farnese, fece legato di alcuni quadri al Monastero di San Giovanni Evangelista in Parma. A Bruxelles, dopo la sua morte, fu fatto l’inventario delle cose rare da lui raccolte e possedute.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 166; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/3, 1827, 556-557.

DELFINO, vedi DELFINI

Busseto ante 1720-Busseto 11 gennaio 1790
Espulsi da Busseto nel 1768 i Gesuiti, le pubbliche scuole, cui erano annesse la cattedre di filosofia e teologia, vennero affidate ai Francescani Osservanti. Il Delfò Ghirardelli vi ebbe allora l’incarico di preside. Del Delfò Ghirardelli esiste un ritratto a olio, conservato nel Convento di Cortemaggiore: la figura è a mezzo busto, ha l’aspetto di un uomo sui 70 anni, sparuto e macilente, che tiene in mano una lettera, la cui soprascritta dice: A.F. Alfonso Delfò Girardelli M.O. Teol. e Conf. de’ Ser.mi P. d’Armestat Regio Preside della Chiesa di S. Ignazio e delle Scuole di S.A.R. Busseto. Nella chiesa Collegiata di Busseto, entro la cappella intitolata alla Madonna del Parto, si leggeva la seguente iscrizione (perduta): Jacet Hic P. Alphonsus Delfò Ghirardelli Inter Fratres Minores Minimus Anno 1790 Die 11 Me. Ia. P.M. Usque Huc F.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 32-33.

Busseto 9 maggio 1745-Brescia 12 ottobre 1815
Appartenne a famiglia non ricca, ma di illustre casato. Il padre, Marco, fu capitano comandante la piazza di Busseto e poi colonnello nell’esercito ducale, la madre, Marianna Anguissola, era una nobildonna piacentina. Iniziò gli studi nel paese natale sotto la guida dei Gesuiti e intraprese poi (1760) quelli di filosofia a Brescia. Il 6 ottobre 1763 entrò nella Compagnia di Gesù, compiendo il noviziato a Novellara. Dopo essersi trattenuto cinque anni a Bologna a studiarvi fisica, nel 1768 rientrò a Busseto, completò la propria cultura teologica e nel 1770 fu ordinato sacerdote a Borgo San Donnino. Nei primi anni di ministero si dedicò alla sacra predicazione ma le precarie condizioni di salute lo costrinsero a rinunciare all’oratoria, per cui, stabilitosi a Busseto, alternò alle cure per l’insegnamento quelle per le belle lettere. Annoverato tra i soci dell’Accademia Emonia, compose poesie con il nome arcade di Erinnio Sotero e ottenne dal Duca di Parma la nomina ad accademico nel Collegio ducale di Santa Caterina di Parma, carica che gli conferì la direzione delle accademie e delle rappresentazioni teatrali. Questa attività sviluppò in lui l’inclinazione all’arte letteraria drammatica, nella quale si affermò con le tragedie Focione, Carone, Socrate e Oberto, rappresentate con successo a Parma, Brescia e Venezia. Nel 1780 fu preposto all’insegnamento di rettorica nelle pubbliche scuole di Parma e, tre anni dopo, di poetica in quell’Università. In seguito ottenne all’Ateneo anche la cattedra di lettere, dalla quale fu tuttavia estromesso per le censure che gli procurarono le sue convinzioni in materia, troppo legate a un’epoca ormai superata dall’affermazione di nuove idee. Accettò l’incarico di precettore dei figli del conte Carlo Antonio Gambara di Brescia, che gli era stato allievo, e lo mantenne ricusando nel 1814 l’invito a occupare la cattedra di lettere nella rinnovata Università parmense. Durante il soggiorno nella città lombarda compose poesie ispirate e fu anche autore di un poema didascalico-narrativo dal titolo Il Giardino Picenardi, che, considerato il suo migliore lavoro, fu dato alle stampe tre anni dopo la morte del Delfò Ghirardelli con i tipi Carmignani in Parma. Nonostante la critica sia concorde nel definirlo poeta imitatore piuttosto che originale, i versi del Delfò Ghirardelli furono lodati dal Monti, dal Pindemonte e da altri insigni rappresentanti del mondo letterario. Tra la sua numerosa produzione, si ricordano odi e anacreontiche, poesie, sonetti, epigrammi, iscrizioni latine, cantici, idillî, lettere dedicatorie e prefazioni. Tra i lavori inediti, rimangono varî componimenti poetici per le accademie del Collegio di Santa Caterina e degli Ottimati nell’Università di Parma, odi, dissertazioni e panegirici. Il Delfò Ghirardelli fu socio onorario di varie accademie. Morì nel palazzo del mecenate Gambara ed ebbe sepoltura nel cimitero urbano di Brescia.
FONTI E BIBL.: L. Carrer, in De Tipaldo, Biografie degli Italiani, 2, 1835, 234-235; A. Pezzana, Memorie degli scrittori, VII, 1833, 517-546; G.B. Janelli, Dizionario biografico, 1877, 154-156; A. Meneghelli, Elogio dell’abate Francesco Maria Delfò Ghirardelli, già professore di poetica nella Ducale Università di Parma, Padova, Crescini, 1825; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 347; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 182-184.

DELFÒ GIRARDELLI ALFONSO, vedi DELFÒ GHIRARDELLI ALFONSO


Parma 1574/1582
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 29 ottobre 1574 al 20 aprile 1582.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 33; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 20.

DEL FRATE ANTONIO GIUSEPPE, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE

Zibello 29 agosto 1848-
Nel 1868, alla Scuola di musica di Parma fu approvato con lode e diploma in trombone. Dal 1875 fu sottomaestro di clarino nella Scuola di musica annessa alla banda di Parma. Nel 1878 ebbe il posto di maestro di trombone e congeneri nella scuola d’Asti. Scrisse studi per il trombone che vennero premiati di medaglia di bronzo all’esposizione industriale scientifica di Parma nel settembre del 1887.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 71.

Parma 1846/1855
Suonatore nella banda delle Reali Truppe dello Stato, il 4 aprile 1846 al Teatro Ducale di Parma, nell’intermezzo di una commedia, si esibì sul trombone con accompagnamento dell’orchestra in un tema dei Lombardi. Fu nominato professore della Ducale Orchestra di Corte con decreto 22 maggio 1855 (n. 205).
FONTI E BIBL.: Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1671/1675
Tipografo, inizialmente lavorante per i Viotti. Il Del Frate e Galeazzo Rosati si distaccarono presto dal legame imposto loro dai Viotti: nel 1673, a esempio, pubblicarono il dramma di Orazio Francesco Ruberti L’Inganno trionfato, overo La disperata speranza ravvisata ne’ successi di Giacopo Quinto di Scozia e Maddalena di Francia, nel quale l’impresa dei Viotti compare a pagina 110, alla fine dell’opera, ma non del volume com’era abituale in quell’epoca. Almeno dal 1675 ottennero il privilegio, come appare in alcune grida, di sottoscrivere con la qualifica di stampatori ducali. Del Del Frate sono ricordate anche le edizioni delle opere Mutevolezza loquace, Ermenegilda invincibile e Problemata ab anonymo geometra Lugduni Batavorum Parmae explicata di Paolo Casati del 1675. Non è chiaro però se si fosse separato da Galeazzo Rosati, che risulta in seguito attivo per conto proprio, nel 1679, con un’opera di G.F. Seratti e una di Cornelio Magni e ancora con la Relatione delle esequie del M.R.P. Paolo Rosini nel 1683.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 1996, 20-21.

Parma 1360
Figlio di Ziliolo di Bartolo. Nell’anno 1360 finì una compendiosa Cronica di Parma (1038-1355), tratta dalle cronache di Giovanni Oddi e del frate Giovanni Cornazzano. Il da Erba lo reputò frate dell’Ordine dei Predicatori. La Cronica si conserva nella Biblioteca Barberini di Roma (codice 1707) e porta il seguente titolo: In nomine Domini incipit quaedam Cronica extracta et abbreviata ex antiquis Cronicis de factis Civitatis Parmae, cum aliquibus adjunctis de aliis Civitatibus Lombardiae, et etiam de his, quae tempore mei Johannis Judicis infrascripti vidi, vel audivi facta fuisse in Civitatibus Lombardiae, et scripta per me Johannem quondam Domini Zilioli quondam Domini Bertholi de Parma, anno a Nativitate Domini nostri Jesu Christi mccclx, tempore tyrannidis Magnificorum Dominorum Bernabovis, et Galeaz Vicecomitum de Mediolano, quorum primus scilicet Dominus Bernabos  Dominus erat Mediolani, Brixiae, Laudae, Cremonae, Parmae, Cremae, Regii, et Burgi Sancti Donnini: secundus vero, scilicet Dominus Galeaz Dominus erat Mediolani, Papiae, Placentiae, Terdonae, Alexandriae, Cumarum, Novariae, Vercellarum, Albae, Bobii, Mondovici, et Caraschi. Sia Odoardo Bolsi, che ne possedette un esemplare e che spesso la cita nelle sue Annotazioni alla Matricola del Collegio dei Giudici, sia il conte Francesco Torelli (che pure ne possedette una copia) assegnarono la Cronica al Del Giudice. Il Muratori invece la ritenne opera di Giovanni Cornazzano e la pubblicò nel tomo XII del Rerum Italicarum Scriptores col titolo Historiae Parmensis fragmenta ab anno mccci usque ad annum mcccmlv, auctore Fratre Johanne de Cornazanis Ordinis Praedicatorum latine primum, sed heic tantum italice scripta, cum additamentis usque ad annum mcccclxxix, nunc primum prodeunt ex manuscripto Codice Torelliano.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 71-72; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, VI/2, 1827, 107-109; U. Benassi, in Studi storici 6 1897, 229-249.

DEL GRANO GIORGIO, vedi GANDINI GIORGIO

Parma seconda metà del XVIII secolo
Maestro figulino, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 111.

San Secondo Parmense 28 settembre 1899-Barracas 22 luglio 1938
Nato da Maria Egla Del Grosso. Fu ufficiale degli Arditi nella prima guerra mondiale, dove si guadagnò la croce di guerra al valor militare. Camicia nera, poi squadrista della marcia su Roma, fu volontario nell’Africa Orientale Italiana e infine volontario in Spagna. Iscritto alla M.V.S.N. dalla fondazione col grado di Centurione, partecipò alla campagna per la conquista dell’Impero con tale grado, sebbene avesse già ottenuto la promozione a Primo Seniore. Partito per la Spagna nel 1937, fu destinato alla XXIII Marzo. Comandò per un certo tempo il Battaglione Lupi e successivamente fu nominato comandante del 5° Reggimento Camicie Nere (74ª Legione Taro. Partecipò così a tutte le più importanti azioni cui prese parte il suo reparto, distinguendosi sempre per l’alto spirito di combattente e il fervore fascista. Quale comandante di una delle due bandere che il 13 marzo 1937, nel settore di Trijuque (prima fase della battaglia di Guadalajara), lottarono contro la 50ª Brigata di Lister composta da veterani del 5° Reggimiento, appoggiati da mezzi corazzati, il Del Grosso si prodigò per evitare lo sbandamento dei reparti. Malgrado le difficoltà, la situazione non sfuggì al suo controllo. Sebbene i reparti legionari riportassero 39 morti e 60 feriti, senza considerare il numero di prigionieri, riuscì a evitare l’annientamento delle proprie forze e ripiegò con i superstiti. Per questa azione fu decorato di croce di guerra al valor militare. Il 17 luglio 1938, nella Conca di Baracas, mentre si recava a dare ordini al Battaglione Lupi per una conversione da farsi in combattimento, venne colpito da una raffica di mitragliatrice nella regione inguinale e addominale: spirò cinque giorni dopo. Il Del Grosso fu decorato di medaglia di bronzo il 23 agosto 1937 e di due medaglie d’argento, l’ultima delle quali porta la seguente motivazione: Sempre distintosi in tutte le azioni precedenti per valore personale e perizia, sia quale comandante di battaglione che quale ufficiale superiore a disposizione. Più volte incaricato di rischiose missioni e di difficili compiti, li portava sempre brillantemente a termine. Nel dirigere valorosamente l’azione di un battaglione per l’occupazione di importanti posizioni rimaneva ferito a morte, ma teneva contegno stoico e sereno, destando l’ammirazione dei dipendenti.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 73; Decorati al valore, 1964, 113-114; P. Tomasi, Morti per la causa franchista, 1982; F. Morini, Parma in camicia nera, 1987, 181.

San Secondo Parmense 25 luglio 1916-Parma 12 maggio 1976
Raccolse i primi consensi come calciatore difendendo la casacca bianconera del San Secondo. Poi passò alla Giovane Italia e quindi al Parma, dove rimase due stagioni (1932-1934). Successivamente indossò la maglia della Cremonese, del Modena, della Lazio, del Treviso, della Spal e nuovamente del Parma (1946-1947). Poi iniziò una prestigiosa carriera come allenatore (Pisa, Ascoli, Pescara, Lanciano, Padova, Reggiana). Per due volte (1957-1958 e 1958-1959) ricevette il premio Seminatore d’oro. A Reggio Emilia iniziò la carriera di direttore sportivo. Dopo la Reggiana passò alla Sampdoria ma l’anno seguente il Del Grosso ritornò a Parma, nella società che già in passato aveva onorato come calciatore. Fu anche presidente dell’Associazione italiana allenatori di calcio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.

DELHERBA, vedi ERBA

DELLA BRAGA o DELLA BRAGLIA o DELLA BRAIA GIACOMO, vedi DELLA BRAJA GIACOMO

Parma 1412/1438
Boccalaro ricordato in diversi atti notarili: 13 Febbraio 1412, Testimonio ad un atto di Andriolo Riva si trova un Giacomo de la Braga bocalario figlio del quondam Colombino della vicinia di S. Siro; 1416, Atto di procura a lite di Giacomo de la Braga bochalarius f. q.m Colombino della vicinanza di San Siro ricevuto dal notaio Gherardo Mastagi; 14 Gennaio 1416, Testimonio Giacomo de la Braya f. q.m Colombino della vic.a di San Siro (rogito di Giovanni da San Leonardo; il 20 gennaio è ancora detto di professione boccalaro); 27 Marzo 1416, Giacomo della Braya f. q.m Colombino citt.o di Parma della vic.a di San Siro vende a Marco de Sù f. q.m Gabriele una pezza di terra ortiva ed in parte murata posta in Parma nella vic.a di S. Benedetto (rogito di Giovanni da San Leonardo); 19 Novembre 1416, Testimonio Giacomo de la Braya f. q.m Colombino nella vicinanza di San Siro (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile di Parma); 23 Gennaio 1428, Testimonio Magister Jacobus de la Braya Bocalarius f. q.m Columbini vic.e Sancti Syri, porte christine (rogito di Giovanni da San Leonardo); mcccc xxxiij Inditione xj, die tercio mensis maij. Domicius dictus Bastardus de Bergonziis f. q.m Johannis civis parme vicinie Sancti Salvatoris per se sponte fuit confessus et in concordia cum magistro Jacobo de la Braya bocalario, figlio quondam Columbini cive parm. vicinie s.c.i Syri et Johanne paulo de ochis f. q.m Stefani vic.e Sancti Vitalis ibi presentibus se ab eis habuisse et recepisse illos libras centum quadraginta imper. in quibus ipsi et ut. eorum se principaliter et in solidum se et sua bona obbligaverunt dicto Domicio ex causa depositi et per pubblicum Instrumentum rogatum per me notarium infrascriptum sub die xxij februarii anni mcccc xxiiij. Prefatus magister Jacobus fuit confessus cum dicto Domicio se habuisse ab eo et recepisse in deposito et gubernerio et nomine et ex causa veri et puri depositi et gubernerii libras duodecim imper. de quibus renuntiando quia ante hunc contractum confitendo promixio de restituendo ab liberam volontatem (rogito di notaio anonimo in una Miscellanea dell’Archivio Notarile di Parma, filza 37); altro notaio anonimo in altro atto del 10 agosto 1431 fa menzione dei seguenti atti: uno di Andrea Pezzali del 10 aprile 1423, altro Francesco de Maini del 12 febbraio 1427 e altro infine di Antonio Biliardi dell’11 luglio 1429, i quali tutti sono a complemento di quanto egli ricorda nell’atto precitato intorno al Della Braja; 2 Maggio 1437, Maestro Giacomo de le Braya f. q.m Colombino citt.o abit.e in Parma nella vic.a di San Siro nomina suoi procuratori diversi leggisti di Parma, e Giovanpaolo de Ochis e Andrea Carissimi (rogito di Pietro del Bono, Archivio Notarile di Parma); 21 Aprile 1438, Testimonio Maestro Giacomo de la Braya figlio del fu Colombino citt. parmigiano boccalario della vic. di S. Siro (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche di maioliche metaurensi, Pesaro, 1879, vol. II, 224; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 214-215; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 17-18.

DELLA BRAYA GIACOMO, vedi DELLA BRAJA GIACOMO

DELLA CAMERA GIOVANNI MARIA, vedi CONTI GIOVANNI MARIA

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 80.


Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 81.

DELLA CAMINATA, vedi anche CAMINATA

DELLA CASA FRANCESCO, vedi DALLA CASA FRANCESCO

DELLA CASA PIER ANTONIO, vedi BERNABEI PIER ANTONIO

Parma 1855/1891
Docente di filosofia al Liceo classico G.D. Romagnosi di Parma, scrisse saggi e manuali di filosofia per la scuola.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 293.

Parma 1564
Il 14 settembre 1564 è documentato un pagamento farnesiano al Della Chiesa e a Giovanni da Monchio di 4 scudi e 80 soldi per aver dipinto 120 stemmi per le esequie dell’Imperatore (Archivio di Stato di Parma, Mastro degli anni 1561-1564, c. 203).
FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 327.

DELLA CHIESA, vedi anche CHIESA e DALLA CHIESA

Parma 1448/1459
Boccalaro e maiolicaro, ricordato in due documenti notarili: 31 Agosto 1448, il vescovo Delfino della Pergola ordinò a Biagio Bocalaro, cittadino di Parma della vicinia di Sant’Ambrogio e Console di detta vicinanza entro due giorni di consegnare le chiavi della chiesa di Sant’Ambrogio a don Taddeo de Pelosi, vero Rettore della chiesa stessa sub poena excomunicacionis (rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile di Parma). Nel 1459 prese in affitto a Parma una casa del rettore della chiesa di Santa Maria di Porta Nuova con facoltà di asportare il materiale delle fornaci fatte costruire nella medesima (rogito di Gherardo Mastagni, 30 giugno 1459).
FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche metaurensi, Pesaro, 1879, vol. II, 224-225; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 7; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 67.

Bazzano ante 1553-Bazzano 1578
Successe nel 1553 a Cristoforo de Guincini quale arciprete di Bazzano. Resse la parrocchia venticinque anni.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 15.

DELLA COSTA, vedi anche COSTA e DALLA COSTA


Parma 1372
Dottore in diritto, ricordato nell’anno 1372.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 587.

Parma 1218/1220
Figlio di Egidio. Fu pulcher miles et fortis bellator et validus, qui staturam habuit ita longam, quod mulieres et homines mirabantur. Fu probabilmente podestà di Imola nel 1218 e di Reggio nel 1220.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1941, 133.


Parma 1180 c.-post 1240
Figlio di Gilberto. Detto anche Egidiolo, Gilio o Giliolo di donna Agnese. L’incertezza del cognome viene spiegata dal Salimbene con queste parole: Egidiolo ebbe doppio cognome, infatti fu chiamato di Donna Agnese, o dalla madre o dalla moglie, perché era stata una donna eccezionale. Fu detto anche da Gente, perché, quando era nei paesi d’oltre mare, parlando familiarmente degli eserciti, diceva di sovente: La nostra gente si comporta così!. Comunque, i figli di Egidio furono comunemente denominati Della Gente. La famiglia appartenne al ceto sociale dei milites di Parma. Il Della Gente fu console di Parma nel 1212 e insieme a Matteo da Correggio ottenne nel 1219 da Federico II conferma dei privilegi di Parma: l’importanza dell’ambasceria e il compagno che per essa gli fu dato, appartenente alla più antica nobiltà cittadina, indicano il credito di cui godette. Certo fu tra gli artefici della lega medio-padana. Fu più volte podestà in numerose città padane: a Modena nel 1220, a Cremona nel 1228-1229, a Reggio nel 1233 e a Vercelli nel 1240: la sua carriera è un segno evidente della stima che gli attribuì la società lombarda della prima metà del Duecento. Ebbe tre figli: Guido, che fu podestà di Reggio nel 1254, Guglielmo, abate del monastero benedettino di Leno, e Giberto.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1941, 133; Dizionario biografico degli italiani, XXXVII, 1989, 9.

DELLA GENTE EGIDIOLO, vedi DELLA GENTE EGIDIO

DELLA GENTE GHIBERTO, vedi DELLA GENTE GIBERTO

Parma 1200 c.-Ancona 1270 c.
Nacque attorno all’anno 1200, giacché durante il 1260 dichiarò a fra’ Salimbene de Adam, che si era recato a trovarlo nella sua residenza di Campegine, di essere ormai sessantenne. Suo padre fu Egidio di Giberto Lombardo da Parma, detto anche Giliolo di Donna Agnese, oppure Egidiolo de Gente, della Gente, appunto. La prima notizia relativa al Della Gente risale al 1245, anno in cui a Parma si accentuò la tensione politica entro il gruppo dei sostenitori di Federico II: allora il Della Gente, insieme con Gherardo da Correggio, seguì Bernardo di Rolando Rossi, il quale dopo che nel 1243 un suo stretto parente, Sinibaldo Fieschi, fu eletto al soglio di Pietro col nome di Innocenzo IV, non sentendosi sicuro entro la compagine imperiale, abbandonò Parma. I fuorusciti si recarono a Piacenza presso il legato papale, Gregorio da Montelongo, e in seguito raggiunsero Milano. Federico II ordinò che fossero banditi da Parma e fece distruggere le loro case. Due anni dopo (giugno 1247) il Della Gente partecipò, sotto la direzione militare di Ugo da Sanvitale e di Gherardo da Correggio, alla battaglia di Borghetto del Taro (16 giugno) contro i Parmensi sostenitori di Federico II, scontro che si concluse con la vittoria dei fuorusciti. Quel giorno, secondo il racconto di Salimbene de Adam, mentre i banditi si trovavano a Noceto e non sapevano quale decisione adottare, il Della Gente, che era un apprezzato oratore (magnus concionator et prolocutor), li incoraggiò ad attaccare la città, sfruttando il fattore della sorpresa. Dopo la conclusione vittoriosa dell’attacco e la presa di Parma, il Della Gente ne organizzò, con Gherardo da Correggio, immediatamente creato podestà, la difesa dall’assedio di Federico II. I rapporti con il Correggio furono in seguito rinsaldati dal matrimonio tra il figlio di Gherardo da Correggio, Guido, miles bellicosus et ad proelium doctus, e la figlia del Della Gente, Mabilia. Dopo la morte di Federico II, avvenuta nel 1250, il Della Gente fu creato podestà dei Mercanti e, forte di tale responsabilità politico-economica, nei primi mesi del 1253 strinse segreti accordi con i ghibellini estrinseci di Parma, con i Cremonesi e con Uberto Pelavicino, i quali erano ancora in guerra contro il gruppo guelfo che governava la città emiliana. Lo scopo che il Della Gente, fattosi portavoce del mondo mercantile e artigianale (Salimbene de Adam dice addirittura cum auxilio beccariorum), si prefisse fu quello di riportare la pace tra le fazioni, cosa che non sarebbe stata possibile senza la realizzazione di una sorta di dittatura personale che lo ponesse al di sopra delle parti. Qualche giorno prima del 20 maggio 1253, ascoltato il parere dei giuristi Giovanni di Donna Rifiuta e Prandone Rossi, nonché quello del giudice Guglielmo da Cornazzano, impose, come potestas Populi et Mercadancie, al milanese Enrico da Mozzo, podestà del Comune, agli Anziani e alla Credenza, la sua nomina a unico arbitro tra la parte guelfa e i ghibellini estrinseci. Nel documento relativo a tale nomina, conservato negli Statuti di Parma (pp. 209-226), si dà ampio mandato al Della Gente di dettare le condizioni di pace, a patto che fosse in seguito eletto potestas Populi, Mercadancie et Communis sino alla fine del 1253 e poi per altri cinque anni. Il 20 maggio, sulla piazza di Santa Maria, di fronte ai rappresentanti dei francescani e dei domenicani e a tutto il popolo, il Della Gente fissò i patti per la pace, che prevedevano la restituzione dei prigionieri e la cessione al Comune, da parte del Pelavicino, dei castelli ghibellini del Parmense e di Borgo San Donnino. Il successivo 18 giugno fu varata una riforma statutaria che attribuì pieni poteri al Della Gente, ormai legalmente considerato Signore della città. Da lui dipesero tutte le societates armate, le arti e le fortezze del Comune. Gli fu data potestà, nei cinque anni e mezzo del suo mandato, di rifortificare la città e il territorio, di esercitare la piena giurisdizione, di crearsi una milizia personale al fine di difendere nei loro diritti tutti i cives maiores et minores di Parma. Tutti i rappresentanti politici e i magistrati elettivi allora in carica furono considerati decaduti. Per cinque anni la città non elesse più alcuna magistratura comunale, giacché con la riforma tutti i poteri furono attribuiti al Della Gente, che governò il Comune col titolo di potestas Communis, Populi et Mercadancie e con uno stipendio di 1500 lire parmensi all’anno. Forte di questi poteri straordinari, il Della Gente si presentò, anche agli occhi delle città vicine, come un garante di pace dopo decenni di lotte civili. Nell’ottobre del 1253, a esempio, la vicina Reggio chiese il suo intervento per riportare e mantenere l’ordine e la tranquillità sul proprio territorio, anche in previsione del già deciso e imminente ingresso in città del vescovo Guglielmo da Fogliano, personalità da molto tempo rifiutata da una parte dei Reggiani. Il Della Gente e i Parmensi, accompagnati da sacerdoti cum crucibus et vexillis, scortarono in Reggio il presule (28 ottobre). Il giorno successivo, magna cum leticia, il Della Gente conciliò i partiti avversi della città vicina ma ordinò anche la decadenza del legittimo podestà, imponendo al posto di quest’ultimo il proprio fratello Guido. All’inizio del nuovo anno (1254) il potere del Della Gente si rafforzò ulteriormente: il 10 giugno fece approvare dal Consiglio di Parma uno statuto con cui si prolungava sino a dieci anni la durata della sua carica podestarile e si stabiliva che essa fosse trasmissibile, in caso di morte durante il decennio del suo mandato, ai suoi eredi. Qualche giorno dopo (19 giugno) il Comune gli portò a 2000 lire annue gli emolumenti. Nel contempo l’immatura scomparsa del fratello Guido permise al Della Gente di essere eletto anche podestà di Reggio, ove pose come proprio vicario il nipote Guido de Ancelis. Il Della Gente, in tale modo, giunse al culmine della sua potenza. Proprio allora il gruppo guelfo, da cui egli si era separato per poter realizzare la sua dittatura personale, non sentendosi più garantito nei propri interessi, iniziò a osteggiarlo. La manovra ebbe esito favorevole innanzi tutto a Reggio, ove l’8 febbraio 1255, in seguito a tumulti provocati da forti discordie, il Della Gente e il suo vicario furono espulsi dalla città, che un mese dopo, annullate le leggi straordinarie del 1253, ritornò al normale regime podestarile. A Parma, invece, il potere del Della Gente era ancora saldo, tanto che egli poté compiere una riforma completa degli statuti cittadini, impresa di certa validità, come è dimostrato dal fatto che la legislazione da lui varata rimase in vigore anche dopo la fine della sua Signoria. Tuttavia l’opposizione dei guelfi lo spinse ad avvicinarsi sempre più al partito imperiale. Un primo episodio del contrasto tra il Della Gente e i suoi antichi fautori si ebbe tra il 1257 e il 1258 in occasione dell’elezione del vescovo di Parma, che avrebbe dovuto succedere ad Alberto da Sanvitale, morto il 16 maggio 1257. Il Capitolo dei canonici della Cattedrale designò Giovanni di Donna Rifiuta, maestro di diritto canonico e arciprete della città, cui fu contrario il Della Gente, che intendeva imporre invece suo fratello Guglielmo, abate di Leno. Nel contrasto finì col prevalere un terzo candidato, Obizzo da Sanvitale, appoggiato dal gruppo guelfo che faceva capo al cardinale Ottobuono Fieschi. La tensione in città aumentò durante il 1258, che fu un anno di carestia e di grave crisi economica. I prezzi dei cereali lievitarono e il Della Gente fu costretto a emanare severe misure restrittive per il controllo degli scambi commerciali e dei mercati della città e del distretto, al fine di evitare indebiti accaparramenti. Tali disposizioni, dettate da obiettivi motivi di ordine economico, gli valsero l’accusa di avarizia, registrata da Salimbene da Adam. Ma la sua popolarità tramontò definitivamente solo quando egli fu costretto, sempre per motivi economici, a svalutare, diminuendo la quantità di argento fino, la moneta parmense nei confronti della lira imperiale. Se infatti nel 1254 il cambio era di tre soldi di Parma per un soldo imperiale, nel 1258 occorrevano quattro soldi parmensi per acquistare un soldo imperiale. Nell’opinone pubblica il Della Gente apparve non solo come un affamatore del popolo, ma anche come un falsificatore di moneta, che agiva plus ad utilitatem propriam quam commumen. Tutti additarono, a riprova dell’accusa, gli alti e poderosi palazzi che si era fatto costruire, in stridente contrasto con le sue modeste origini di pauper miles. Solo l’inflessibile uso degli organi di polizia, fondato sul terrore, fu ancora in grado di sorreggere l’ormai impopolare regime del Della Gente. Eppure, su simili basi all’inizio del 1259 egli ottenne la riconferma della podestaria, venendo riconosciuto, secondo l’ampia formula adottata, potestas, rector et perpetuus dominus Communis, Populi et Mercadancie. Oltre alle difficoltà che l’opposizione interna creava al Della Gente, si profilò anche un serio pericolo esterno, giacché Uberto Pelavicino mirava a impossessarsi di Parma. A bloccare la minaccia non valsero né l’attività di fortificazione dei confini subito promossa dal Della Gente, né la sua politica estera di fiera opposizione al Pelavicino. Nel dicembre del 1259 il Consiglio maggiore di Parma, temendo il peggio, depose il Della Gente dopo sei anni e otto mesi di Signoria e nominò come podestà Inghiramo Frangilasta da Pistoia, che assunse la carica nel 1260. Il Della Gente si ritirò a Campegine, ove ricevette qualche tempo dopo la visita di fra’ Salimbene de Adam, che già era stato in rapporto con lui e che si era proposto di indurlo ad abbracciare la vita religiosa, vestendo l’abito francescano e rinunziando alla gloria mondana. Fu un tentativo inutile: Laboravi rogans, sed noluit intelligere, ut bene ageret. Nam iniquitatem meditatus est in cubili suo, osserva in proposito Salimbene de Adam. Il frate riportò a ogni modo una cattiva impressione dal colloquio, giacché comprese che il Della Gente era intenzionato a vendicarsi de Parmensibus et de Reginis, qui eum de dominio deposuerant. La nomina a podestà di Pisa per il 1261 fece tornare il Della Gente sulla scena politica italiana. Anche la fortuna delle armi sembrò volgere dalla sua parte, giacché ebbe modo di conquistare per i Pisani i castelli di Montecalvoli e di Santa Maria in Monte e di concludere favorevolmente, tra il settembre e l’ottobre, l’assedio di Fucecchio. Allo scadere del mandato, il Della Gente lasciò Pisa in una solida situazione diplomatica, giacché aveva sottoscritto, a nome di quel Comune, un trattato di alleanza con Siena, Pistoia e Volterra. Nel marzo del 1262 raggiunse Padova, ove fu eletto podestà per quell’anno. Nella città veneta svolse una intensa attività diplomatica, che si concluse il 23 aprile con un accordo tra Padova, Vicenza, Verona e Treviso. Prima di scadere dalla carica il Della Gente organizzò i grandi festeggiamenti per la translatio delle reliquie di Sant’Antonio e assistette il 15 febbraio 1263, insieme con Bonaventura da Bagnoregio, alla ricognizione del corpo del santo. Ritornato a Parma, si reinserì nella vita politica del Comune, ove ormai si era affermato anche il figlio Lombardino, che nel 1262 aveva lavorato alla riforma degli statuti. A un decennio di distanza si ripropose l’esigenza della pace tra le fazioni della città: appunto per rispondere a tale esigenza, dopo un’attiva campagna di propaganda nel 1264, il Della Gente riuscì a far approvare una legge che concesse agli estrinseci la possibilità di ritornare in città e di rientrare in possesso dei loro antichi privilegi e possessi. Ma la situazione politica generale nella pianura padana precipitò: a metà dicembre 1264, a Modena, i guelfi ruppero la situazione di equilibrio cacciando la fazione ghibellina. Le conseguenze di questa novità si ripercossero a Parma tra il 18 e il 19 dicembre, quando le fazioni si scontrarono sulle piazze. L’esito incerto del conflitto e una iniziativa di pace avviata dal canonico Giacomo Grasso riproposero la possibilità di una soluzione mediata. Il governo della città fu infatti affidato a due podestà: Giacomo Tabernerio e il Della Gente, che avrebbero dovuto rappresentare in concordia gli interessi rispettivamente del gruppo guelfo e del gruppo ghibellino. Ormai la posizione politica del Della Gente si era spostata apertamente verso il partito dell’Impero e quando il 28 maggio 1266 un colpo di Stato, compiuto dal capo della pars Ecclesie, Baldo da Froa, spezzò di nuovo l’equilibrio, il Della Gente dovette rifugiarsi, insieme con i fautori del Pelavicino, a Borgo San Donnino. Occupato e saccheggiato quest’ultimo nel 1268 a opera dei guelfi, il Della Gente tentò l’ultima resistenza nel suo castello di Campegine, dove fu assediato dagli avversari. Nel 1270 il podestà di Parma, Gerardo Bojardo da Reggio, giunse finalmente a occupare la fortezza e la fece radere al suolo. Il Della Gente riuscì tuttavia a salvarsi e si rifugiò come esule in Ancona, ove poco tempo dopo morì. Nel testamento lasciò come propri eredi i figli Lombardino e Pinone. Dispose anche un consistente legato per i frati minori e per i frati predicatori di Parma, affinché pregassero per ottenergli la remissione dei peccati. Si trattava di colpe non solo politiche. Stando a quanto risulta da un documento del 1310, infatti, durante il suo governo il Della Gente aveva sicuramente realizzato, probabilmente per interposte persone, usuras et acta in fraudem usurarum. Anche i figli del Della Gente ebbero un’esistenza travagliata: Pinone, bandito da Parma nel 1287, fu ucciso a Campegine il 17 maggio di quello stesso anno dai nipoti Guglielmino e Guibertino. Quattro anni più tardi, Lombardino vide distruggere per la seconda volta la rocca avita di Campegine dai Parmensi, i quali intendevano in tal modo vendicare un assassinio politico da lui perpetrato.
FONTI E BIBL.: Nomina potestatum Paduae, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, VIII, Mediolani, 1726, coll. 377, 447, 460; Fragmenta historiae Pisanae, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV, Mediolani, 1738, col. 645; Chronicon Parmense ab a. mxxxviii usque ad a. mcccxxxviii, a cura di G. Bonazzi, in Rerum Italicarum Scriptores, 2ª edizione, IX, 9, 13, 20-23, 28, 53, 61; Statuta Communis Parmae digesta anno mcclv, Parmae, 1856, pp. V, IX-XIX, 1-2, 11, 209-226, 346, 443; Annales Placentini Gibellini, a cura di Ph. Jaffé, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XVIII, Hannoverae, 1863, 506 s.; Alberti Milioli, Liber de temporibus et aetatibus et Cronica imperatorum, a cura di O. Holder Egger, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XXXI, 1, Hannoverae, 1903, 523; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di O. Holder Egger, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XXXII, Hannoverae, 1913, 62, 69 s., 99, 188, 199, 252, 362, 447-453, 463; cfr. Salimbene de Adam, Cronica. Nuova edizione critica, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, 86 s., 97-100, 140 s., 271 s., 287 s., 362 ss., 526 s., 648-658, 671 ss.; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792-1795, III, 236-265, 269, 396 ss.; G. Gennari, Annali della città di Padova, III, Bassano, 1804, 5; R. Roncioni, Istorie pisane, I, 1, Firenze, 1844, 533; Podestà di Reggio nell’Emilia, in Il Crostolo, Almanacco Istoriografico Reggiano II 1880, 75; G. Hanauer, Das Berufspodestat im dreizehnten Jahrhundert, Innsbruck, 1912, 390; P. Vicini, I podestà di Modena, Roma, 1913, 65 s.; A. Stokvis, Manuel d’histoire, de généalogie, de chronologie, III, Leide, 1893, 796, 895; Dizionario storico politico, 1971, 592; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 283; G. Andenna, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 9-12.

DELLA GENTE GILIO o GILIOLO, vedi DELLA GENTE EGIDIO


Parma 1199 c.-
Figlio di Egidio. Fu abate del monastero benedettino di Leno.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 9.


Parma 1198 c.-
Figlio di Egidio, fu podestà di Reggio Emilia nell’anno 1254. Morto poco dopo la sua nomina, fu sostituito dal fratello Giberto (10 giugno 1254).
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 9.

Parma-1298
Figlio di Giberto. Nell’anno 1262 lavorò alla riforma degli statuti della città di Parma. Nel 1291 si vide distruggere per la seconda volta la rocca avita di Campegine dai Parmensi, i quali in tal modo intesero vendicare un assassinio politico perpetrato dal Della Gente.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 12.

Pellegrino Parmense 1910-Dragoti 11 marzo 1941
Figlio di Massimino. Artigliere del 3° Reggimento Artiglieria Alpina Julia, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Durante intensa azione di artiglieria nemica, si offriva di portare a spalla le munizioni, attraversando ripetutamente, in pieno giorno, zona battuta e scoperta; cadeva pronunciando parole di fede e di amore per la Patria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1945, Dispensa 17ª, 1537; Decorati al valore, 1964, 103-104.

Parma 1473/1474
Nel 1473-1474 fu all’Università di Bologna per la lettura straordinaria del Digesto nuovo e dell’Inforziato.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.

Parma 1758
Tagliapietre, marmorista e scultore, attivo nel XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 112.

DELLAMESCHINA DOMENICO, vedi DELLA MESCHINA DOMENICO


Parma ante 1515-Parma agosto 1560
Appare la prima volta come organista della chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, con lo stipendio di 55 lire imperiali all’anno, il 24 dicembre del 1515. Era ancora organista di San Giovanni Evangelista, quando il 1° maggio 1528 venne eletto, pure come organista, alla chiesa della Steccata di Parma. Sposatosi con Imellia, ebbe una figlia di nome Giovanna Barbara il 25 novembre 1529: è degno di nota che quasi tutti i cantori della Steccata, compresi i maestri di cappella Luca Mattioli e Coussin, ne furono i padrini. Il Della Musa ebbe una vita alquanto agitata, specialmente per le sue prodigalità. In quel tempo vivevano a Parma musicisti rinomati e se alla Steccata fu scelto come organista il Della Musa è da ritenersi che egli fosse musicista e organista di non comune valore. Altro figlio, Giovanni Maria, detto Pagano, ebbe il Della Musa il 16 maggio 1532: lo istruì nella musica e nel suono dell’organo. Il Della Musa fu anche organaro: costruì il primo organo per la nuova chiesa della Steccata (1521) al prezzo di 100 scudi d’oro. Il 26 ottobre 1541, con rogito del notaio Benedetto Del Bono, si impegnò alla supervisione nella costruzione di un nuovo strumento per la Steccata «megliore di quello della giesia di S.to Joano evangelista». Due giorni dopo, infatti, come risulta da un rogito dello stesso notaio, Carlo Sabatino, da Reggio Emilia (o Cremona), si assunse l’impresa. Da un rogito del 7 marzo 1556 del notaio Ambanelli risulta che gli vennero pagate 275 lire imperial per la costruzione di un nuovo organo della Steccata. Probabilmente si trattò di un restauro, in quanto il nuovo organo del 1573 fu opera di Costanzo Antegnati che si attribuisce lo strumento nel suo elenco.
FONTI E BIBL.: Libri delle Entrate e dalle Spese del Monastero di San Giovanni Evangelista, Biblioteca Palatina di Parma; N. Pelicelli, La Cappella Corale della Steccata in Parma nel secolo XVI, 5, 23, 24; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 12; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 16 maggio 1532-Parma 1570
Detto Pagano. Nacque da Domenico, organista, e da Imellia. Studiò musica e organo sotto la direzione paterna. Sostituì il padre, come organista, alla chiesa della Steccata di Parma nell’agosto del 1560. Ma fu per poco tempo, poiché il 6 dicembre dello stesso anno se ne allontanò per motivi legati all’eredità paterna, che generò una lunga lite tra il Della Musa e la Compagnia della Steccata, lite che si trascinò sino al 1570.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La Cappella Corale della Steccata in Parma, 24; Libri battesimali, in Archivio del Battistero; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 13.

DELLA MUSA PAGANO, vedi DELLA MUSA GIOVANNI MARIA

DELLA NAVE, vedi DALLA NAVE

Parma 1915-Bir el Tamar 30 maggio 1942
Figlio di Renzo. Sergente maggiore del 132° Reggimento Carristi, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Capo di carro medio, già distintosi in precedenti combattimenti, nel corso di un furioso attacco nemico, si opponeva con slancio all’avanzata dei preponderanti mezzi corazzati. Rimasto il carro centrato e con un dipendente colpito a morte a bordo, non desisteva dalla lotta. Successivamente, mentre il nemico battuto si ritirava nelle posizioni di partenza, ferito in pieno petto da un proiettile anticarro, chiudeva gloriosamente la sua vita tutta dedicata al servizio della Patria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1951, Dispensa 14ª, 1976; Decorati al valore, 1964, 84.

Lecce 26 giugno 1937-Parma 7 aprile 1997
Dal 1965 al 1967 fu assistente volontario alla cattedra di clinica chirurgica generale e terapia chirurgica I dell’Università di Parma. Dal 1968 al 1970 fu assistente incaricato e quindi nominato, sempre presso la stessa cattedra, assistente universitario. Verso la fine degli anni Settanta, con la medesima qualifica, fu trasferito alla cattedra di patologia speciale chirurgica e propedeutica clinica. Un incarico, quest’ultimo, che svolse per sei anni, per essere poi nuovamente trasferito alla cattedra di clinica chirurgica generale e terapia chirurgica II. Nel 1980 venne nominato professore associato per la disciplina di anatomia chirurgica e corso di operazione della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Parma. Nel 1986 fu confermato nel ruolo dei professori associati, qualifica che ricoprì sino al decesso. Nel biennio 1990-1991 fu supplente nella disciplina di anatomia chirurgica e corso di operazioni della facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Parma. Nel 1993, in seguito al riordino tabellare, fu assegnato alla disciplina, di nuova denominazione, di chirurgia d’urgenza e pronto soccorso. Dal 1995 fu poi assegnato al settore scientifico disciplinare, dove gli venne attribuita la responsabilità didattica dell’insegnamento di chirurgia d’urgenza e di pronto soccorso.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 aprile 1997, 10.


Parma seconda metà del XVI secolo
Fonditore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 265.

Reggio Emilia o Parma primi anni del XIII secolo-Garfagnana 1249 o 1250
Discendente da una nobile famiglia attestata già nel secolo XI come feudataria dei marchesi di Canossa, il Della Palude nacque da Giacomo. Erano suoi fratelli Guido, detto Battaglia, e Arverio. Giacomo (o Giacomino), figlio di Gifredo, era suo cugino. Il Della Palude fu uno dei membri più attivi della famiglia reggiana e senza dubbio l’esponente più conosciuto nella prima metà del XIII secolo. La sua carriera e la sua posizione familiare sono emblematiche per la situazione di buona parte della media nobiltà emiliana dell’epoca: il Della Palude ebbe un patrimonio di una certa consistenza nel territorio di Reggio Emilia, che tuttavia, smembrato com’era tra pianura e montagna, non riuscì a trasformarsi in una Signoria ben strutturata. D’altra parte egli non fu ben radicato neanche nella città, tanto da dover legare le proprie sorti al Comune di Parma. Altrettanto tipici sono l’esercizio del podestariato e l’assoluta mancanza di coesione della casata. I Della Palude infatti furono divisi in vari rami, spesso e volentieri in conflitto tra loro e divisi anche sul piano politico tra la fazione dell’Imperatore e quella della pars Ecclesie. Il Della Palude è ricordato per la prima volta nel 1224, quando la morte violenta del padre Giacomo lo pose alla guida di un partito familiare in lotta con quello dei Fogliano, che avevano istigato il delitto. In questa guerra illorum de Foiano et de Palude, gli episodi di maggiore violenza si svolsero in montagna, intorno ai possedimenti dei Della Palude, ma anche in pianura. Nell’alto Appennino vennero devastati i possedimenti del monastero di Marola: villa Cereti (senza dubbio Cerreto), Cola, Bebbio, Pigneto, Lagulum, Frassinedolo, Bora e Planum de Lacco. Prima del 1229, invece, quindici uomini d’armi del Della Palude con trenta cavalli, occuparono e misero a sacco la casa di Corniano nella zona pedemontana. Nel 1231 il vescovo di Reggio impose finalmente una pace. In questa occasione si trovano citati, accanto ai figli di Giacomo (cioè al Della Palude e ai suoi fratelli), i figli di Tommaso e Alberto, detto Chierico, Della Palude. Nell’ottobre del 1232 il Della Palude si unì ai Sesso, altra nobile famiglia reggiana, per mettere in fuga il marchese Cavalcabò, sconfitto a Mancasale, a settentrione di Reggio. Anche se i motivi di questo contrasto non sono noti, l’episodio testimonia dell’esistenza di stretti legami tra i Della Palude e i Sesso, che si trovano associati anche in altre occasioni. La figlia del Della Palude, Beatrice, sposò in prime nozze Atto da Sesso, ma in seguito si unì in matrimonio con Pinone, figlio di Giberto Della Gente, successivamente podestà di Parma. Il nuovo orientamento del Della Palude non potrebbe ricevere una conferma più evidente. Il Della Palude fu infatti anche vassallo del Comune di Parma, del quale tenne in feudo una porta nelle mura di cinta della città. Secondo il cronista Salimbene de Adam fu in quel tempo che domina Egidia de Palude fece costruire a Parma il ponte di legno che conservò il suo nome. E infine è proprio come milites Parme che il Della Palude e suo cugino Giacomo sono citati, accanto a molti altri, quando dovettero abbbandonare la città, caduta nelle mani dei fuorusciti della pars Ecclesie nel giugno del 1247. Nel XIII secolo, del resto, i Della Palude erano già profondamente radicati a Parma grazie anche a un’abile politica matrimoniale. La già ricordata Egidia (Gilia) ebbe possedimenti in pianura, a poca distanza dalla città e fu imparentata con Guglielmo di Rodolfo Martello (del ramo che aveva sede a Soragna), con Guglielmo di Guglielmo Arlotto (del ramo insediato a Parma, dove Guglielmo possedeva una casa merlata per la quale pagava il censo al Capitolo della Cattedrale) e con Gerardo Francisci, podestà di Parma nel 1238. Nel 1209 si trovano a Parma anche i figli di Rolando Della Palude, proprietari a Sant’Ilario d’Enza. Ermengarda, sorella di Guidotto Della Palude, appartenente al ramo collaterale dei Canini, sposò Robino Pelavicino, zio del marchese Oberto. Nel 1279 venne assassinato a Parma Aimerico Della Palude. Suo figlio Ezzelino sposò una figlia di Gerardino di Enzola, altro nobile parmense, mentre la sua vedova era una sorella di Guglielmo Rangoni di Parma. Infine la figlia di Caro di Corrado Della Palude, Richelda, fu data in sposa a Rolando Testa di San Vitale. La carriera del Della Palude è contraddistinta da un numero relativamente alto di incarichi podestarili da lui ricoperti e dalla fedeltà mai tradita verso l’imperatore Federico II. Nel 1234 fu podestà a Ravenna, nel 1236 a Siena e nel 1238-1239 a Verona. Come podestà e rettore di Verona insieme con Ezzelino da Romano, il 26 giugno 1239 prestò giuramento di obbedienza all’Imperatore in nome della città. Già il 14 gennaio dello stesso anno egli aveva consegnato ostaggi padovani a Federico II. Nello stesso anno si recò ancora nel territorio di Reggio Emilia, ma solamente per trattare con gli altri rami della casata la spartizione delle proprietà, ancora indivise, di Reggiolo, di cui 500 biolche furono vendute al Comune di Reggio nel 1247. Certamente senza alcun incarico ufficiale, il Della Palude tornò a Verona nel 1240, per partecipare, a fianco del podestà Ugo de Curte di Parma, a uno scontro con le truppe del marchese d’Este. Nel 1243 fu a Pisa, ancora una volta come podestà. I Pisani, partigiani dell’Imperatore, lo nominarono nello stesso anno ammiraglio della flotta di galere inviate contro i Genovesi che stavano assediando Savona. A Pisa, dove restò come podestà fino al 1245, l’operato del Della Palude sembra essere stato molto apprezzato. Il cronista Salimbene de Adam, che in quel periodo risiedeva nella città, si dimostra sensibilmente impressionato dalla sua figura, tanto da ricordarlo spesso nella sua Cronaca. Quasi immediatamente dopo la fine dell’incarico il Della Palude passò a Pavia, dove è attestato come podestà imperiale dal 20 maggio fino al 13 dicembre 1246. In seguito, come risulta da un atto del 6 maggio 1247, egli fu nominato da Federico II vicario imperiale della regione a Papia inferius. Quale rapporto di parentela ci fosse poi tra lui e il Giovanni Della Palude vicario, nel 1248, del podestà di Pavia Guido da Sesso non è noto. La caduta di Parma nelle mani della pars Ecclesie il 16 giugno 1247 dovette spingere il Della Palude più a Est. Il 30 giugno, infatti, lo si trova a Cremona, a fianco dell’Imperatore, insieme con un consistente gruppo di fuorusciti della pars Imperii. Sui mesi che seguirono non si hanno notizie, ma è certo che il Della Palude si trovò nelle file dell’esercito imperiale che cingeva d’assedio Parma. Il 30 dicembre dovette farsi rappresentare a Reggio Emilia dal figlio Gifredino, in occasione della vendita al Comune delle terre di Reggiolo. Un altro suo figlio, Guido, venne imposto dall’Imperatore come abate del ricco monastero di Marola, nell’Appennino reggiano, che dominava alcune vie di passaggio secondarie verso la Toscana ed era molto legato alla famiglia dei Della Palude. Il 25 gennaio 1248 Guido Della Palude venne però scomunicato da papa Innocenzo IV e sostituito da un’altra persona, che fu designata dai monaci di Marola rifugiatisi a Bologna. A questi conflitti prese parte anche il fratello del Della Palude, Arverio, che fu assediato nel suo castello di Mozzano dalla pars Ecclesie di Parma (1250). Certamente nel corso del 1248 l’Imperatore inviò il Della Palude in Garfagnana. In questa regione infatti, come in Lunigiana e in Versilia, i marchesi Malaspina si erano ricongiunti, insieme con i Cattani, piccola nobiltà locale, al partito pontificio, sostenuto da Lucca. Nel corso di questa spedizione il Della Palude fu assassinato a opera di Barnabò Malaspina e dei Lucchesi. Per quel che concerne l’anno di morte gli Annales Ptolomei Lucensis riportano la notizia dell’omicidio sia sotto il 1249 sia sotto il 1250. Secondo Salimbene de Adam, invece, la morte del Della Palude sarebbe avvenuta già nel 1248, nell’ambito di alcuni rovesci subiti dalla pars Imperii, ma si tratta verosimilmente di un errore. Il Della Palude ebbe tre figli, già ricordati: Gifredo, Guido e Beatrice. Gifredo fu podestà di Vicenza tra il 1254 e il 1256, mentre Guido, per breve tempo abate filoimperiale di Marola, fu a Reggio monaco nel monastero di San Prospero.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Reggio Emilia, Turri, 39/10; Archivio di Stato di Parma, Diplomatico, Atti privati, 29/1738 (27 ottobre 1239); Parma, Archivio capitolare, Pergamene, secolo XIII, nn. 373, 460; Archivio di Stato di Modena, Marola, 6/76 (1229), 9/73 (1249); Annales Ptolomei Lucensis, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XI, Mediolani, 1727, col. 1281; Fragmenta historiae Pisana, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV, Mediolani, 1738, col. 644; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2ª edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 19; Chroniche senesi, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 6, a cura di A. Lisini-F. Iacometti, 191; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Codice diplomatico, Modena, 1795, 28, nn. 832 s.; Annales Placentini Gibellini, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XVIII, a cura di G.H. Pertz, Hannoverae, 1863, 494; Annales Veronenses, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XIX, a cura di G.H. Pertz, Hannoverae, 1866, 11 s.; Syllabus potestatum Veronae, in Antiche cronache veronesi, a cura di C. Cipolla, Venezia, 1890, 392 e n. 1; J. Böhmer, Regesta Imperii, a cura di J. Ficker-E. Winkelmann, Innsbruck, 1881-1901, ad Indicem; H. Kalbfuss, Urkunden und Regesten zur Rechtsgeschichte Oberitaliens, II, in Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken, XV, 1913, 251, 259 s.; Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di C. Imperiale e altri, III, Roma, 1923, in Fonti per la storia d’Italia, 145; Liber grossus antiquus Communis Regii, a cura di F.S. Gatta, II, Reggio Emilia, 1950, 105 s.; Salimbene de Adam, Cronaca, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, I, 49, 97 s., 464, 547 s., II, 730, 768 s., 781, 884, 887, 925; S. Bernicoli, Governi di Ravenna e di Romagna dalla fine del secolo XII alla fine del secolo XIV, Ravenna, 1898, 16; S. Rumor, I podestà vicentini nei secoli XII-XIX, Vicenza, 1927, 19; F. Fabbi, La famiglia Della Palude nel secolo XIII, in Il Pescatore reggiano per l’anno 1935, Reggio Emilia, 1934, 140 s.; O. Guyotjeannin, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 132-134.


Parma XII secolo
Conosciuta a Parma per aver fatto costruire un ponte di legno sul torrente, poi rifatto in muratura nel 1284, ma che continuò per parecchi secoli a essere chiamato ponte di donna Egidia. In seguito i Parmigiani presero l’abitudine di chiamarlo col soprannome del castellano della rocca del ponte stesso, Antonio da Godano detto Caprazucca, anche se una versione locale sostiene che il nome Caprazucca derivi dal termine dialettale cravasucca (cioè il gioco della cavallina, legato alla conformazione a schiena d’asino del ponte).
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 113.

inizi del XV secolo-Modena maggio 1465
Nacque da Angelo, originario di Pergola, condottiero al servizio di Filippo Maria Visconti. Il padre fu successivamente creato conte di Biandrate. Ebbe due fratelli, Antonio e Leonoro. Il 24 agosto 1424, forse proprio per l’interessamento del Duca di Milano, papa Martino V nominò il Della Pergola vescovo di Parma. Ma poiché a quella data egli, benché già avviato nella carriera degli studi, non aveva ancora ricevuto che gli ordini minori, essendo chierico della Diocesi eugubina, fu consacrato vescovo solo il 18 settembre 1426. Lo stesso giorno prese possesso della sede vescovile, mentre il padre era commissario straordinario della città per conto del Visconti. Non si hanno notizie degli anni immediatamente seguenti. Forse si allontanò da Parma nel 1428, a causa della violenta epidemia di peste scoppiata in quell’anno. Nel 1430 vi ritornò dopo aver conseguito il dottorato in Pavia. Da allora presenziò a numerosi altri dottorati concessi nella città di cui era vescovo. Nello stesso periodo il Della Pergola iniziò un primo breve periodo di intensa attività nella sua Diocesi, caratterizzato fino dagli inizi da una infaticabile difesa dei propri diritti: nel 1431 riuscì a rientrare in possesso di tutti i beni della mensa vescovile, che gli erano stati sottratti in seguito a una questione con il Visconti, al quale il Della Pergola aveva rifiutato un cospicuo prestito necessario alle guerre del Duca. Non gli riuscì, invece, di riaffermare la propria autorità nei confronti del monastero femminile parmense di San Paolo, che ottenne da papa Eugenio IV il diritto di autonomia giurisdizionale dal vescovo. Nel frattempo il Della Pergola decise di recarsi a Basilea per partecipare ai lavori del concilio, acconsentendo anche in tal modo alle inclinazioni del Visconti, favorevole all’assemblea conciliare. Nella primavera del 1432 si trovava però ancora a Parma, durante il soggiorno nella città dell’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, il quale, il 26 maggio, al momento di lasciare la città, confermò al Della Pergola e all’Episcopato tutti i privilegi e le immunità precedentemente concessi da re e imperatori. Il 2 agosto 1432 era certamente a Basilea, dove insieme con Berengario, vescovo di Périgueux, venne nominato dal concilio giudice generale e commissario deputato a esaminare la protesta presentata da Domenico Capranica, relativa al rifiuto di papa Eugenio IV di riconoscergli la nomina cardinalizia da parte del predecessore Martino V. In tale occasione egli ebbe modo di interrogare Enea Silvio Piccolomini, segretario del Capranica, perché gli mostrasse il documento con cui Eugenio IV e i cardinali da lui deputati si ostinavano a negare al vescovo di Fermo il diritto al cardinalato. La commissione si espresse a favore del Capranica. Rimase ancora a Basilea e vi ritornò negli anni successivi. Nel 1434 ottenne dai padri del concilio una bolla che gli riconobbe il possesso di Castrignano e l’11 gennaio 1436 ricevette la conferma dei privilegi goduti dai vescovi di Parma in base a una bolla concessa al Vescovato da papa Innocenzo IV, il cui contenuto fu allora riaffermato per il Della Pergola. Dal concilio ebbe, inoltre, l’incarico di trattare con gli ambasciatori dei principi europei e soprattutto di invitare i Greci alla nuova sede del concilio che si intendeva promuovere per trattare specificatamente il tema dell’unione. Sicuramente dopo il maggio 1436 egli si recò una prima volta in Oriente a svolgere la sua missione. Una seconda missione in Grecia il Della Pergola la svolse alla metà del 1438, ma prima di lasciare Basilea, il 20 e il 21 giugno, depositò i propri averi presso l’uditore del concilio, Alberto Ferrari. Questi, durante la sua assenza, si allontanò con i beni, cosicché il Della Pergola, non potendoli riavere al suo ritorno, ne fece rimostranza all’assemblea conciliare, che commise l’intera faccenda a Giovanni Gherluini. L’anno seguente il concilio arrivò alla deposizione di Eugenio IV, ma è improbabile che il Della Pergola fosse tra i padri che deposero il Pontefice: i suoi compiti a Basilea rimasero, infatti, sempre limitati a commissioni non pertinenti affari di fede, né sembra che egli fosse in quel momento in particolare disaccordo con il Papa. In quegli anni intanto, nonostante le assenze frequenti, il Della Pergola continuò a occuparsi del governo della sede vescovile, difendendo la propria autorità da una parte contro le pretese autonomie del clero e dei monaci della Diocesi e dall’altra contro i tentativi di prevaricazione dell’autorità secolare. Nel 1438 si riaccese una vecchia questione per il pagamento della dogana del sale e il Della Pergola dovette interessare il Piccinino perché vietasse agli ufficiali della città di esigere il pagamento della gabella dagli abitanti di Rigoso soggetti alla mensa vescovile. Nel gennaio dello stesso anno egli ratificò una scomunica che in sua assenza era stata pronunciata dal vescovo di Lodi, Antonio Bernieri, contro Baldo Soardi, Signore di Calestano, che aveva riscosso a proprio nome le decime spettanti all’Episcopato e, nel febbraio, provvide ad aumentare le entrate del vescovo suffraganeo della Maddalena. Il medesimo problema delle entrate della Diocesi si ripropose poco più tardi: nel 1440 il Della Pergola fece presente a Eugenio IV lo stato di enormi ristrettezze in cui versavano il Capitolo e la Cattedrale di Parma, soprattutto a causa delle grandi inondazioni che avevano colpito la regione nell’ultimo periodo, chiedendo perciò, e ottenendo dal Pontefice, che venisse unito alla mensa vescovile il priorato di Santa Felicola al fine di incrementarne le entrate. Soprattutto egli dovette impegnarsi in una serie di controversie. La principale fu quella contro Pier Maria Rossi a proposito di certi castelli che il Rossi possedeva e il Della Pergola reclamava come appartenenti alla giurisdizione episcopale e che si prolungò fino al 1454 quando il Della Pergola si recò a Roma a difendere, con scarso successo, i propri interessi davanti all’uditore apostolico. Un’altra questione fu quella dibattuta a lungo con il prevosto e il clero di Borgo San Donnino per contenere la volontà di autonomia dei Borghigiani, che però egli riuscì a domare solo nel 1448. Nel 1446, per compiacere ai desideri del Visconti, diede a livello ad alcuni membri della nobile famiglia milanese dei Trivulzi certe terre del Vescovado poste presso la riva del Po. Nel 1447, quando alla morte del Duca si formò in Parma un governo popolare, il Della Pergola si mostrò a esso favorevole e ne ottenne che i difensori del Comune si adoperassero per sedare le discordie con il Rossi. Nel 1451 promosse tra i fedeli della città forme di partecipazione allo sforzo economico per la costruzione di una nuova chiesa da edificare in onore dei Santi Pietro apostolo, Pietro martire e Cristoforo. Accordò indulgenze alla Confraternita della Disciplina o di San Giovanni Battista e assegnò ad alcune pie donne di Parma il monastero di Santa Maria Maddalena dove poter esercitare la regola di Sant’Agostino. In quello stesso anno, in qualità di commissario apostolico, commise a Benedetto vescovo di Tripoli, che dimorava in Parma, di condurre un’inchiesta sull’arciprete di Tizzano, Pietro Raschi, e nel 1455 pronunciò la sentenza di scioglimento dai voti in favore di Stefano Genovese, costretto dai genitori a prendere in giovane età i voti tra i canonici agostiniani lateranensi. Nel 1452 si ebbe un’altra grave controversia causata dal fatto che il Della Pergola volle occuparsi dell’osservanza della regola da parte dei benedettini di Parma, andando così a urtare contro le prerogative dell’abate del monastero di San Giovanni Evangelista. Alla visita del Della Pergola, questi si rifiutò di farlo entrare nel monastero e si appellò con successo al Papa, ritenendo di non doversi assoggettare alla giurisdizione dell’ordinario. Nello stesso anno, inoltre, il Della Pergola ricevette dal cardinale Bessarione, legato in Bologna, l’incarico di visitare la Diocesi. Gli anni seguenti furono caratterizzati dal periodico riaccendersi di tutte queste dispute e dalle crescenti gravi perdite delle rendite ecclesiastiche, perdite così gravi che il Della Pergola pensò, a partire dal 1454, di recuperare alcune terre che erano state del padre, sparse nel territorio di Gubbio e della Pentapoli. Continui furono anche i viaggi: a Roma soprattutto, per seguire personalmente le cause che lo riguardavano, ma anche a Mantova nel 1459 per partecipare al congresso convocato da papa Pio II per preparare la crociata contro i Turchi. Prima del settembre 1463, stanco per i continui conflitti, in particolare quello con gli abitanti di Borgo San Donnino, che si era riacceso più violento, il Della Pergola si accordò con  Giacomo Antonio Della Torre per cedergli la propria Diocesi e avere in cambio quella di Modena. La sua attività, benché molto breve, fu qui assai incisiva: oltre a stipulare diversi contratti per la Chiesa modenese, il Della Pergola dispose nel 1464 la costituzione di un nuovo censo di tutti i benefici e le chiese della Diocesi e nel 1465 pubblicò un editto contro gli usurai (un tema che gli fu caro e che già aveva sviluppato mentre era vescovo di Parma), che fu in seguito approvato dal duca Borso d’Este. Il Della Pergola morì di lì a poco, certamente prima del 7 giugno 1465, quando venivano eseguiti dei lavori al palazzo arcivescovile della città.
FONTI E BIBL.: Biblioteca apostolica Vaticana, Capp. lat. 165, 1, ff. 175r-191v; J. Haller, Concilium Basiliense, V-VI, Basel, 1904-1927, ad Indicem; G. Silingardi, Catalogus omnium episcoporum Mutinensium quorum nomina magna adhibita diligentia reperiri potuerunt, Mutinae, 1606, 125; E. Giannini, Memorie istoriche di Pergola e degli uomini illustri di essa, Urbino, 1732, 85-86; A. Pezzana, Storia della città di Parma, Parma, 1837-1859, I, 3, II-III, ad Indices, IV, 57, 120; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, I, Parma, 1856, 702-767; G.P. Bognetti, Per la storia dello Stato visconteo, in Archivio Storico Lombardo LIV 1927, 308 (regesto di un documento ducale attestante un tentativo, fallito, del Della Pergola di escludere il fratello Antonio dall’eredità paterna per presunta illegittimità di nascita: 1443); A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 239; C. Piana, Ricerche su le università di Bologna e di Parma nel secolo XV, Firenze, 1963, 364, 366, 368, 371-373, 375, 388, 393, 397, 401, 403; C. Piana, Nuove ricerche su le università di Bologna e di Parma, Firenze, 1966, 477; G. Pistoni, Il palazzo arcivescovile di Modena, Modena, 1976, 34 s., 98; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XLV, 322, LII, 96; C. Eubel, Hierarchia catholica Medii Aevi, I, Monasterii, 1913, 411, II, Monasterii, 1914,218, 235; P. Cherubini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 141-143.

Castellonchio 24 settembre 1913-Torino 4 marzo 1979
Figlio di Domenico e Margherita Lapina. Sacerdote (7 luglio 1937), data la sua spiccata passione per la musica fu inviato all’Accademia di Santa Cecilia a Roma. Continuò brillantemente gli studi a Parma e a Piacenza, diplomandosi in canto gregoriano (1941), in musica corale (1949) e in composizione (1953). Fu maestro di cappella e guardacoro della Cattedrale di Parma dal 1941 al 1967. Canonico onorario della Cattedrale, fu insegnante di canto nei due seminari di Parma. Per vari anni, a partire dal 1950, insegnò teoria, estetica musicale e paleografia gregoriana all’Istituto Ambrosiano di Musica Sacra di Milano e diresse diverse corali in Parma e provincia, conseguendo eccellenti risultati. Dal 1955 al 1967 insegnò esercitazioni corali al Conservatorio di musica di Parma. Passò poi al Conservatorio di Cagliari, dove insegnò dal 1968 al 1973, quindi a quello di Torino. Fu autore di numerose composizioni di musica sacra.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 293; A. Maggiali, in Gazzetta di Parma 17 luglio 1999, 9.

DELLA PORTA BERNARDINO, vedi DELLA PORTA BERNARDO

Parma prima metà del XIII secolo-post maggio 1294
Nacque da una famiglia di milites, tradizionalmente aderente al gruppo dei guelfi. Era consanguineo di Gamerio Della Porta, detto Scurta, che fu podestà in numerose città italiane nel corso di quel secolo e che fu vicario del re Carlo d’Angiò a Firenze nel secondo semestre del 1279. E proprio nella medesima città di Firenze è testimoniata per la prima volta l’attività politica del Della Porta, che svolse, dal 29 agosto 1282 al maggio 1283, la funzione di Capitano e Difensore delle Arti e degli Artefici. Il Della Porta rappresentò cioè, di fronte al podestà e al capitano del Popolo e conservatore della Pace, gli interessi del ceto mercantile, industriale e artigianale della città e ne sostenne le richieste, i diritti e le decisioni. La magistratura del capitano e difensore delle arti e degli artefici, che il Della Porta fu il primo a ricoprire, fu istituita nell’estate del 1282, quando a Firenze si ebbero le riforme costituzionali favorevoli a una più attiva partecipazione delle arti e dei loro priori al governo comunale. Fu certamente un duplicato dell’istituto del capitano del Popolo e nelle intenzioni di chi l’aveva voluta essa avrebbe dovuto sostituirlo, così che in seguito la figura del capitano e difensore delle arti avrebbe dovuto rappresentare, contro i magnati da una parte e contro il popolo minuto dall’altra, solo gli interessi del mondo economico, mercantile e imprenditoriale. Simili finalità erano implicite nei vasti poteri e nelle specifiche prerogative che la legge riconobbe al capitano e difensore delle arti: egli poteva pronunciare sentenze, come il podestà e come il capitano del Popolo, perciò aveva diritto a un suo notaio, a un suo banditore e a suoi nunzi, era attorniato costantemente dai priori e abitava in un palazzo proprio, diverso dalle sedi del podestà e del capitano del Popolo. La scelta del Della Porta non fu certo casuale. In primo luogo egli apparteneva al partito guelfo e in secondo luogo proveniva dal ceto dei milites. Non sembri contraddittorio che un nobile fosse chiamato a rappresentare gli interessi del ceto mercantile: in realtà appunto nobile fu voluto il primo capitano delle arti perché non fosse inferiore, neanche sul piano sociale, alle due tradizionali magistrature comunali. Era infatti stato nominato capitano del Popolo, il 1° settembre 1282, il riminese Paolo Malatesta da Verrucchio, in seguito noto per la sua disavventura amorosa con Francesca da Polenta. Lo scontro tra i due capitani non tardò a verificarsi: all’inizio della primavera del 1283 il Della Porta pronunciò una severa condanna giudiziale contro un esponente ghibellino, alla quale il Malatesta si oppose, nella sua qualità di conservatore della Pace, sulla base dei capitoli di accordo fissati nel 1280 dal cardinale Latino. La tensione in città raggiunse il culmine nel maggio 1283, quando i priori delle arti chiesero e ottennero che Paolo Malatesta abbandonasse volontariamente la sua carica. Costui lasciò la città il 20 maggio e il medesimo giorno il Della Porta assommò nella sua persona le due magistrature capitaneali, che conservò fino al termine del mese di ottobre con il titolo di Difensore delle Arti e Capitano e Conservatore della pace del Comune di Firenze. Il 1° novembre 1283 trasmise al successore, Rolandino da Canosa, una istituzione politica ormai rafforzata e senza rivali. Nel 1287 il Della Porta fu chiamato dai Lucchesi a reggere come podestà quel Comune. Assunta la carica, favorì la stipula di un trattato di alleanza tra Lucca, Pistoia e Firenze in funzione antipisana. Ciò permise al Della Porta e ai Lucchesi di attaccare la città marinara e di sconfiggerla nella battaglia di Buisi, ove fu preso prigioniero un nipote dell’arcivescovo di Pisa. Al termine del suo mandato, tuttavia il Della Porta, secondo una notizia certamente attendibile fornita da Tolomeo da Lucca, dovette abbandonare di nascosto e di notte la città, giacché temeva l’azione del sindacatore che in quell’anno era troppo zelante nello svolgimento del suo dovere d’ufficio. Le fonti non riferiscono di quali colpe il Della Porta temesse di venire imputato. Tuttavia, poiché lo stesso cronista riporta, subito dopo questa notizia, che nel 1287 Lucca fu funestata da gravi scontri avvenuti per ragioni politiche nella zona di San Frediano tra i Martini e i Faitinelli, appare probabile che il Della Porta (persona, come si è visto a Firenze, certamente rigida e decisa) abbia usato la mano troppo pesante nel sedare quei tafferugli e in generale nel mantenere l’ordine pubblico. Tra il 1291 e il 1292 la fazione popolare di Bergamo, dove era stata in quel periodo introdotta per la prima volta tra le magistrature comunali la carica di capitano del Popolo, elesse il Della Porta a ricoprirla avendo accanto come podestà Aimerico da Lodi. Al termine di questo mandato, sui cui eventi, per altro, le fonti non forniscono alcun dettaglio, il Della Porta ricevette dai priori delle arti di Firenze proposte per un nuovo e più importante compito. Nel gennaio 1293 il gruppo mercantile e imprenditoriale fiorentino diede alla città una nuova costituzione politica, eseguendo la delibera del Consiglio dei cento del 15 dicembre precedente, che affidava al podestà, al capitano e ai priori l’incarico di redigere ordinamenti speciali allo scopo di pacificare le arti e di rendere più forte la loro posizione nei confronti dei magnati. Furono gli Ordinamenti di giustizia, che vennero approvati nei Consigli senza incontrare opposizioni, né legali né extralegali, anche se con essi in pratica si escludevano dal governo i magnati, cioè il ceto nobiliare. Le arti, ormai signore della vita politica ed economica della città, erano intenzionate a deliberare serie misure restrittive e punitive nei confronti delle grandi famiglie dell’aristocrazia. Nel quadro di tale rinnovamente costituzionale fu creata, in luogo della carica di capitano e difensore delle arti, una nuova carica, quella di defensor et capitaneus Populi e si chiese al Della Porta se fosse disposto a ricoprirla. Il Della Porta è attestato a Firenze come defensor et capitaneus Populi dal novembre del 1293 al maggio del 1294. Nel periodo del suo mandato, in ossequio alla politica antimagnatizia promossa dalla nuova direzione del Comune, il Della Porta si impegnò a ricercare e a rivendicare i diritti del Comune usurpati dai nobili, riacquistado al potere centrale villaggi e giurisdizioni che a diverso titolo essi si erano arrogati. Furono così sequestrati alcuni patrimoni immobiliari agli Uberti e agli Ubaldini e furono recuperare le proprietà di Sant’Eusebio, attribuite poi in amministrazione ai consoli dell’arte di Calimala. Nell’aprile 1294 il Della Porta approvò e iniziò la costruzione di un carcere speciale per i magnati e vietò a questi l’accesso al palazzo del capitano e del podestà. Le fonti non fanno più menzione del Della Porta posteriormente al maggio del 1294.
FONTI E BIBL.: Tholomei Lucensis Annales, a cura di B. Schmeidler, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, n.s., VIII, Berolini, 1930, 213; C. Angelini, Catalogo cronologico de’ rettori di Bergamo, Bergamo, 1742, 22; G. Cianelli, Serie storica de’ pretori in Lucca, in Memorie e documenti per servire al’istoria del Principato lucchese, II, Lucca, 1814, 337; G. Salvemini, Magnati e popolani in Firenze, dal 1280 al 1295, Firenze, 1899, 123, 166, 234; R. Davidsohn, Forschungen zur Gesch. von Florenz, II, 2, Berlin, 1908, 552 s.; R. Davidsohn, Gesch. von Florenz, II, 2, Berlin, 1908, 219; P. Vicini, I podestà di Modena, I, Roma, 1913, 122; B. Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, II, Bergamo, 1959, 260; G. Andenna, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 150-152.

Parma prima metà del XIII secolo-Vaprio 25 maggio 1281
Nacque da nobile famiglia. Stretto parente del vescovo di Parma, Obizzo da San Vitale, a sua volta legato alla famiglia dei Fieschi, militò per tutta la vita entro le file della parte guelfa. Il vero nome del Della Porta era Gamerio: certamente inconsueto, esso è testimoniato in alcuni documenti lodigiani. Le altre fonti chiamano di solito il Della Porta Scorta o Scurta, probabilmente un’abbreviazione del soprannome Scurtapelliccia, con cui il Della Porta viene ricordato da Salimbene de Adam alla battaglia di Vaprio d’Adda del 1281: Sed et potestas Laudensium in illo prelio mortuus fuit, scilicet dominus Scurtapelliccia de Porta, qui erat civis Parmensis et consanguineus domini Opiconis Parmensis episcopi. Fu eletto per la prima volta podestà di Modena nel 1261, ove ebbe come iudex et assessor il consanguineo Giacomo Della Porta. Durante il suo mandato fu conclusa la costruzione della torre di San Geminiano o Ghirlandina. Per l’occasione il Della Porta donò al santo protettore della città, cui quella torre si intitolava, un palio purpureo nel corso di una solenne cerimonia religiosa. Della sua podesteria, però, le fonti archivistiche ricordano soprattutto l’azione da lui svolta nei confronti delle signorie fondiario-territoriali dei monasteri di Frassinoro e di Nonantola, con i cui abati egli raggiunse importanti accordi. Nel giugno del 1261 sottoscrisse infatti un compromesso tra il Comune di Modena e l’abate di Frassinoro, con il quale si pose termine a una violenta contesa iniziata nel 1258. La vertenza riguardò il possesso dei diritti giurisdizionali sulle terre e sugli uomini del monastero, diritti che erano stati ceduti al Comune di Modena dal cenobio nel 1227. Nel 1258 si ebbe infatti una contestazione a proposito del castello di Medolla e dei suoi abitanti, legati all’abate di Frassinoro, e i Modenesi, decisi a far rispettare gli accordi del 1227, invasero le proprietà monastiche e distrussero quella fortificazione. Il monastero chiese allora la protezione papale. Fu lanciato l’interdetto su Modena e nel gennaio 1261 papa Alessandro IV incaricò il vescovo di Bologna di indagare sui fatti, pur mantenendo sotto l’interdetto la città. I Modenesi, guidati dal Della Porta, risposero catturando e imprigionando l’abate, per cui fu lanciata la scomunica contro il Comune e contro tutti i cittadini. Allo scopo di risolvere la crisi o, almeno, di alleviare la tensione che il pesante provvedimento di natura spirituale creò in città, il Della Porta si impegnò a trattare col vescovo di Bologna: si convenne così di affidare la soluzione della vertenza a una commissione arbitrale, che fu costituita dal domenicano fra’ Bartolomeo da Modena e dall’arciprete di Carpi, Gerardo. Il 27 giugno 1261 il Della Porta, come podestà di Modena, sottoscrisse il lodo emesso dagli arbitri. Il Comune dovette promettere di non molestare le proprietà del monastero e concedere all’abate di poter ricostruire, entro vent’anni, la rocca e le case di Medolla, che i monaci avrebbero dovuto custodire e difendere a nome dei Modenesi. Il Comune dovette pagare al cenobio 1000 lire di imperiali, pari a 3000 lire di moneta corta di Modena, a titolo di risarcimento dei danni, mentre il monastero si sarebbe dovuto impegnare a non richiedere ulteriori riparazioni per le distruzioni subite. I monaci inoltre, in ottemperanza degli accordi del 1227, dovettero cedere effettivamente al Comune tutti i diritti giurisdizionali (honor et districtus) sui castelli, sui villaggi e sugli uomini dipendenti dall’abbazia. A quest’ultima, tuttavia, spettarono i proventi derivanti dalle imposte sui traffici e sulle merci in trasito attraverso le terre abbaziali, nonché quelli derivanti dalle tasse di mercato relative agli scambi commerciali che avvenivano nei castelli e nei centri abitati dipendenti dal cenobio. Gli uomini dipendenti dal monastero rimasero soggetti all’abate per le cause civili, ma avrebbero dovuto essere giudicati dal tribunale del Comune per le cause penali. Essi, inoltre, avrebbero dovuto pagare i tributi al Comune di Modena e avrebbero dovuto prestare a quest’ultimo il servizio militare, inquadrati nell’esercito cittadino. Questo accordo, che permise al Comune di estendere la sua giurisdizione su alcuni territori ecclesiastici del contado con il consenso delle autorità religiose e della stessa Sede apostolica, servì da base per risolvere qualche tempo dopo un’analoga vertenza col potente cenobio di San Silvestro di Nonantola. Dopo sei mesi di trattative, il Della Porta e il rappresentante dell’antico monastero, l’abate di Santa Lucia di Roffeno, Enrico, giunsero infatti a un compromesso, che fu reso noto il 28 dicembre 1261 e che venne approvato solennemente dai Modenesi due giorni dopo. L’abbazia si impegnò a cedere al Comune di Modena i poteri signorili e giurisdizionali (honor et districtus) che essa aveva sui villaggi, sui castelli e sulle proprietà appartenenti al proprio patrimonio situati nel Modenese e nel Bolognese: sulla stessa Nonantola dunque, su Castel Crescente, su Corte del Secco, su Roncaglia, su Camorana, su Bagazzano, su Redutto, su Gaggio e su molti altri. Cedette inoltre al Comune i boschi attorno al Panaro, i diritti sulle acque del fiume, sui porti, sulle rive, sulla pesca e sulla caccia. Tuttavia si riconobbe al monastero il diritto di mantenere a Nonantola il proprio gastaldo, un notaio e due custodi dei boschi, nonché ventiquattro massari, per i quali il Comune di Modena si impegnò a garantire l’immunità da imposte e collette, ma che avrebbero dovuto prestargli, in caso di guerra, il servizio militare, senza alcun onere di lavoro coatto con i carri e i buoi. In altre parole, con il compromesso del 28 dicembre 1261 l’abate e i monaci di Nonantola e i loro dipendenti di condizione rustica divennero cittadini del Comune e poterono godere di tutti gli aspetti vantaggiosi di una simile situazione giuridica, senza subirne, per quanto possibile, gli svantaggi. Il Della Porta, come podestà, si impegnò da parte sua, a nome del Comune di Modena, a versare immediatamente 300 lire di imperiali e fornì garanzie di acquistare, appena possibile, terre nel distretto modenese a vantaggio del monastero per una somma di 3000 lire di imperiali. L’abbazia di Nonantola mantenne il diritto di trarre acque dai fiumi Zena e Panaro per utilizzarle nell’irrigazione e come forza motrice dei suoi numerosi mulini. Il Della Porta, nella sua qualità di podestà, promise inoltre che le autorità comunali non avrebbero esteso alle proprietà monastiche le leggi di affrancamento delle terre, dei fitti, dei feudi e dei rustici. Concesse, infine, all’abbazia di raddoppiare i censi nei confronti dei cittadini modenesi affittuari e livellari del cenobio e che da anni risultavano morosi. In un anno di governo il Della Porta risolse dunque alcuni dei più gravi problemi creati dalla politica ecclesiastica del Comune, liberò Modena dall’interdetto e regolò i rapporti con alcuni importanti enti religiosi. Nel contempo seppe ampliare il distretto sottoposto alla giurisdizione della città, estendendolo sui castelli e sui villaggi dipendenti dalle antiche signorie ecclesiastiche. Probabilmente, tenendo conto anche delle capacità di amministratore e di mediatore di cui aveva dato esplicita prova in questa occasione, i cittadini di Modena chiamarono il Della Porta come podestà una seconda volta dieci anni più tardi, in un momento di crisi dei rapporti tra il loro Comune e la vicina Bologna. Il Comune di Modena aveva infatti proceduto a far riedificare sulla riva destra del Panaro i centri fortificati di Monte Ombraro, di Savignano e di San Cesario, che erano stati distrutti dai Bolognesi quando il loro Comune aveva imposto la sua preminenza su quello di Modena. Appunto per salvaguardare tale loro egemonia, che sentivano minacciata dalla ricostruzione di quelle piazzeforti, i Bolognesi scesero nuovamente in campo contro la città vicina. Le ostilità erano già incominciate quando il Della Porta giunse a Modena per assumere l’incarico di podestà (luglio 1270). Postosi alla guida delle milizie municipali, riuscì a contenere e a respingere l’offensiva dei Bolognesi. Non poté tuttavia portare a termine la campagna. Le operazioni militari erano infatti nel loro pieno svolgimento allorché nel giugno del 1271 il Della Porta decadde dal mandato e dovette abbandonare Modena. Nel 1275 fu chiamato a Lodi come podestà: di questo suo incarico nessun particolare riferiscono le fonti note. Allo stesso modo, nulla si sa, per il silenzio delle fonti, circa gli avvenimenti che caratterizzarono la sua podesteria lucchese del 1278. Il cronista Tolomeo da Lucca nei suoi Annales ricorda il Della Porta solo perché condannò a morire affogato, chiuso in un sacco, Ciapparone dei Ciapparoni, colpevole di aver dileggiato e schernito la devozione popolare per una pia donna, Zita, morta in fama di santità proprio nel corso di quell’anno 1278. Il Della Porta fu comunque allora una delle figure di maggior spicco entro lo schieramento guelfo dell’Italia padana, come è dimostrato dal fatto che proprio a lui Carlo I d’Angiò affidò l’incarico di svolgere, come suo vicario, le funzioni di podestà di Firenze, per il semestre luglio-dicembre 1279, in un periodo particolarmente delicato della storia della città toscana e dello stesso movimento guelfo in Italia. Furono infatti quelli, in cui il Della Porta svolse il suo mandato a Firenze, i mesi che precedettero e accompagnarono l’opera svolta da Latino Malabranca, vescovo cardinale di Ostia e Velletri, legato del papa Niccolò III per riportare la pace tra le opposte fazioni fiorentine. Fu anche il momento nel quale era in pieno sviluppo la politica avviata dal nuovo Pontefice per abbattere le posizioni che il Sovrano angioino aveva conquistato a Roma e in Toscana. Il Della Porta, quale vicario di Carlo d’Angiò (quest’ultimo si era fatto nominare dai Fiorentini nel 1268 podestà) avrebbe dovuto in qualche modo controllare l’attività del legato papale e difendere gli interessi del Re di Napoli nella difficile fase del trapasso dei poteri. Giunto nella città l’inviato del Papa (8 ottobre 1279), dopo quaranta giorni di contatti politici, il Della Porta, d’accordo col capitano di parte guelfa, Adenulfo Conti, autorizzò la convocazione nella Piazza di Santa Maria Novella, per il 19 novembre, del Parlamento del popolo, nel corso del quale al cardinale Malabranca furono concessi i pieni poteri per imporre agli abitanti della città e del distretto quanto egli avrebbe deciso per la pacificazione interna di Firenze. Il mandato popolare esautorò di fatto il Sovrano angioino, in quanto podestà di Firenze, e il Della Porta, quale suo vicario: alla fine del mese di dicembre, scaduto il suo mandato, il Della Porta lasciò la città toscana. Agli inizi del 1281 si recò a Lodi, per assumervi nuovamente la carica di podestà, quando la città lombarda era coinvolta nelle lotte tra i guelfi Della Torre e i ghibellini Visconti, lotte che superarono largamente la ristretta questione della supremazia su Milano e oltrepassarono lo stesso ambito della Valle padana, ponendosi come problemi di equilibrio italiano. Uno dei principali avversari dei Visconti, Cassone Della Torre, si era fatto Signore di Lodi e, forte di un trattato di alleanza con i Pavesi, approfittando dell’assenza dall’Italia del marchese del Monferrato, scese infatti in campo contro Milano, dominata da Ottone Visconti, per costringerla alla leale osservanza delle clausole della pace del 1279. Alla guida dell’esercito lodigiano si trovò, in quanto podestà, il Della Porta. Ma accanto a lui si andarono schierando i Cremonesi, i partigiani dei Della Torre fuorusciti da Milano e, infine, lo stesso patriarca di Aquileja, Raimondo Della Torre, che giunse a Lodi il 17 maggio con i suoi friulani, 500 cavalieri e gli ausiliari tedeschi. Passato l’Adda, gli eserciti di Lodi e dei Della Torre occuparono Vaprio, ove posero la loro base operativa. Proprio davanti a Vaprio, il 25 maggio 1281 si scontrarono con le truppe ghibelline milanesi, rinforzate da contingenti di Como e di Novara, e furono disfatti. Nella battaglia il Della Porta cadde combattendo valorosamente. Con lui furono uccisi parecchi altri cavalieri che costituivano la sua familia di podestà.
FONTI E BIBL.: Provvisioni e decreti della città di Modena, Modena, 1544, 83-89; Annales veteres Mutinensium, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XI, Mediolani, 1729, coll. 66, 70 s.; Chronicon Regiense, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, col. 10; Annales Mantuani, a cura di G.H. Pertz, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XIX, Hannoverae, 1866, 29; Salimbene de Adam, Chronica, a cura di O. Holder-Egger, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, XXXII, Hannoverae, 1913, 506; Tholomei Lucensis, Annales, a cura di B. Schmeidler, in Mon. Germ. Historica, Scriptores, n.s., VIII, Berolini, 1930, 188 s.; Chronicon Parmense ab anno mxxxviii usque ad annum mcccxxxviii, in Rerum Italicarum Scriptores, 2ª edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 37; Relatio translationis corporis sancti Geminiani (1099-1107), in Rerum Italicarum Scriptores, VI, 1, a cura di G. Bertoni, Appendice III/2, 19; Chronicon Estense, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 3, a cura di G. Bertoni-P. Vicini, 45; C. Villanova, Storia di Lodi, Padova, 1657, 111; L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi sive Dissertationes, VI, Mediolani, 1742, coll. 253 ss.; Delizie degli eruditi toscani, IX, Firenze, 1777, 69; G. Tiraboschi, Storia dell’augusta badia di San Silvestro di Nonantola, Modena, 1784, I, 209; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, III, Modena, 1794, 128-130; I. Affò, Storia della città di Parma, IV, Parma, 1795, 28; C. Cianelli, Serie storica dei pretori in Lucca, in Memorie e documenti per servire all’istoria del Principato Lucchese, II, Lucca, 1814, 335 s.; G. Montagnani, Storia dell’augusta badia di San Silvestro di Nonantola, Modena, 1838, 34 s.; F. Bonaini, Della Parte guelfa in Firenze, in Giornale Storico degli Archivi Toscani III 1859, 174 ss.; A. Timolati, Serie cronologica dei podestà di Lodi, in Archivio Storico per la Città e Comuni del Circondario di Lodi VI-VIII 1886, 125 s.; R. Davidsohn, Forschungen zur Gesch. von Florenz, IV, Berlin, 1908, 539 s.; R. Davidsohn, Gesch. von Florenz, II, 2, Berlin, 1908, 150, 161; P. Vicini, I podestà di Modena, I, Roma, 1913, 121 s.; A. Caretta-L. Samarati, Lodi. Profilo di storia comunale, Milano, 1958, 142 s.; I. Lori Sanfilippo, La pace del cardinal Latino a Firenze nel 1280. La sentenza e gli atti complementari, in Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo ed Archivio Muratoriano lxxxix 1980-1981, 216; A. Stokvis, Manuel d’histoire, de généalogie et de chronologie de tous les états, III, 512; G. Andenna, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 155-158.

Parma 1316
Fu avvocato dei Mercanti di Parma nell’anno 1316. Rifiutò il titolo di capitano del Popolo, ma fu tra i reggitori della città dopo che fu dichiarato decaduto Giberto da Correggio.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 745.

DELLA PORTA SCORTA o SCURTA o SCURTAPELLICCIA, vedi DELLA PORTA GAMERIO

DELLA PORTA, vedi anche DALLA PORTA

Terlizzi 5 gennaio 1898-Casalecchio di Reno 25 giugno 1979
Ancora in giovane età, acquisito il diploma della licenza di scuola normale, si arruolò nell’esercito e divenne ufficiale in servizio permanente effettivo. Assegnato a Parma al 61° Reggimento Fanteria, partecipò alla prima guerra mondiale, guadagnandosi una croce di guerra al valor militare. Ritornato a Parma (caserma Santafiora), fu successivamente trasferito al 66° Reggimento Fanteria, divisione Trieste, con sede a Piacenza, con il quale partecipò nel 1941 alla guerra in Africa settentrionale fino a quando fu fatto prigioniero dagli Inglesi e inviato in India. Al rientro in patria, nel 1945, fu assegnato, con il grado di maggiore, al Distretto militare, presso il quale raggiunse il grado di colonnello. Fu collocato a riposo il 19 luglio 1952 e successivamente gli fu conferito il grado di generale di brigata. Fu sepolto a Basilicagoiano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 luglio 1979, 5.

DELL’AQUILA, vedi anche AQUILA e DALL’AQUILA

DELL’ARCA ANDREA, vedi GIANFATTORI FERDINANDO CARLO

Parma 1221/1224-Padova ante 31 luglio 1302
Se si deve dar credito a una voce, tramandata dal Fulgosio e raccolta poi dall’Affò e dal Colle, secondo la quale il Dell’Arena si sarebbe addottorato non prius quam anno suae aetatis quadragesimo, e se si deve porre tra il 1261 e il 1264 l’arrivo nello Studio patavino, ne consegue che la sua nascita dovrebbe porsi intorno ai primi anni Venti del secolo XIII. Sulla sua origine parmigiana si è dubitato, a cominciare da un luogo del perduto trattatello di Baldo De commemoratione famosissimorum doctorum, ricordato dal Diplovatazio, in cui il Dell’Arena è detto de Parma sive de Papia in Lombardia (e pavese tout court l’ha chiamato il Cavalca). Addirittura pergameni è poi l’appellativo che si legge nell’intestazione della cosiddetta Lectura super Codice data alle stampe a Lione nel 1541. Come parmensis è ricordato, prima che dal Caccialupi e dagli antichi biografi, da Cino nel suo commento alla l. si pacto, C. de pactis (C. 2, 3, 14), al quale si rifaceva anche il Savigny, propendendo in modo probabilistico per la nascita parmense. Questa è comunque data in forma dubitativa ancora nei rapidi profili del Dell’Arena tracciati da storici come il Besta e l’Ermini. Come Jacobus de Arena de Parma legum doctor, egli si trova effettivamente registrato nella copia del secolo XVI della matricola dei giuristi dello Studio di Padova, risalente al 1302 ed edita dal Gloria, ma dell’attendibilità della quale dubitava già il Savigny. E ancora sulla fede del Gloria si deve leggere de Parma nella pergamena dell’Archivio degli Esposti datata 18 ottobre 1284, in cui il Dell’Arena è ricordato come teste e in cui, sfortunatamente, un guasto materiale consente appena di leggere Jacobo de Arena de Pa. Di maggior momento paiono invece le argomentazioni della Marcello sulle notizie contenute nella cosiddetta Lectura super Codice a stampa. A rafforzare il convincimento di un’origine parmigiana del Dell’Arena e perfino di un suo dottorato nella città padana, sarebbe infatti non solo il particolare riguardo agli avvocati parmensi ivi contenuto, ma soprattutto il ricordo del magistero di Prandus rubeus parmensis doctor meus (f. 50v): notizia che coincide con l’affermazione di Alberico da Rosate, secondo la quale Prandone de Rubeis, docente nello Studio di Parma fino al 1253, fu per l’appunto promotore del Dell’Arena. L’ipotesi di una sua prima formazione universitaria in Parma, sostenuta dalla Marcello, non sembra comunque del tutto conciliabile con le fonti riportate dal Gloria (per il quale il Dell’Arena si sarebbe addottorato a Padova). Se è infatti vero che la plausibilità di un dottorato parmigiano riposa sull’impossibilità di escludere che il Dell’Arena si trovasse a seguire le lezioni di Guido da Suzzara (com’egli stesso ricorda in margine a C. 3, 1, 1) prima della venuta di Guido in Padova, ché non sappiamo dove Guido abbia insegnato prima di andare a Modena nel 1260 (Marcello, p. 851), è pur vero che i due documenti patavini del 1260 e del 1261 allegati dal Gloria menzionano il Dell’Arena senza il titolo di dottore. Lo stesso Gloria è incline a credere a un soggiorno patavino del Dell’Arena fin dal 1258, in corrispondenza con la podesteria del parmigiano Matteo da Correggio, soggiorno che si sarebbe protratto almeno fino al 1264. In tale data infatti e fino al 1266, si trovò in Padova Guido da Suzzara, col quale (stando a una testimonianza di Giovanni d’Andrea ripresa da Domenico da San Gimignano e ricordata dal Diplovatazio, dall’Affò e dal Colle) il Dell’Arena si sarebbe trovato a giudicare in una causa. Proprio tra il 1262 e il 1264, inoltre, stando a quanto affermato dal Riccoboni e, dopo di lui, dall’Affò, il Dell’Arena sarebbe intervenuto ad affermare con un parere la piena legittimità dello Studio patavino, ancora mancante del privilegio di approvazione, concesso appunto nel 1264 da papa Urbano IV. Altre testimonianze sul periodo patavino sono contenute nel trattato De hereticis di Zanchino di Ugolino Sena (Tractatus illustrium iuris consultorum, XI, 2, Venetiis, 1584, f. 266vb). Da questa data fino al 1284 le fonti documentarie patavine tacciono su di lui. Il Diplovatazio fu in grado di datare al 1287 la sua quaestio In statuto civitatis Padue cavetur sic, che, per il tema di legislazione statutaria affrontato e nonostante i dubbi espressi dal Savigny, sembra necessariamente rimandare a un insegnamento nella città veneta. Ancora del 1288 è il documento riportato dal Gloria ad attestare per quell’anno la presenza del Dell’Arena in Padova: si tratta di un atto del 1° aprile, nel quale il Dell’Arena figura come compromissario nella controversia tra il convento di Sant’Antonio e Patavino del fu Iacopo di Gumberzone. Undici giorni dopo, come si ricava da un successivo documento, il Dell’Arena pronunziò la sua sentenza: entrambi gli atti sono rogati in domo habitac. infrascripti arbitri, in contrata S. Urbani super domo habitacionis infrascripti d. Jacobi de Arena (Gloria, pp. 225 s.). L’indicazione del Panciroli, che vuole che il Dell’Arena abbia dimorato in Padova ancora nel 1300, sarebbe poi avvalorata da un documento del 31 luglio 1302, che riferisce avere prestato Ugo figlio del q. Jacopo dall’Arena giuramento di attenersi ai comandi del Podestà di Padova (Gloria, p. 226). Precedentemente a tale data bisogna dunque porre la morte del Dell’Arena, che avvenne con tutta probabilità in Padova, dove appunto ancora dopo la sua morte soggiornava suo figlio Ugo e dove ancora il 24 gennaio 1325 viveva sua figlia Cancelleria, vedova del milanese Iacopo da Concoreggio, come si rileva dal di lei testamento ricordato dal Gloria. Fu nell’ultimo periodo del suo insegnamento patavino che il Dell’Arena ebbe, con tutta probabilità, come uditore Riccardo Malombra: lo attestano concordemente Bartolo (che ricorda anche il discepolato di Oldrado) e Baldo nei loro rispettivi commenti all’autentica sacramentum, C. quando mulier tutelae officio fungi potest (ad C. 5, 35, 2) e alla l. maioribus, C. communia utriusque iudicii (C. 3, 38, 3). E lo attesta soprattutto Cino nella sua lettura sopra la l. cum quidam, C. de fide instrumentorum (C. 4, 21, 21), dove, con curiosa inversione di significato già notata dal Savigny e dal Besta, Riccardo Malombra è detto pedagogus del Dell’Arena. Quanto al ventennio intercorrente tra il 1264 e il 1284, la mancanza delle testimonianze documentarie e il carattere vago e impreciso di quelle dovute agli antichi biografi o al ricordo dei commentatori trecenteschi non consentono di giungere a conclusioni sicure. Il Diplovatazio, prima ancora di accennare all’insegnamento patavino, pone il Dell’Arena in Bologna e in Siena, traendo la notizia dell’insegnamento bolognese dal passo di Alberto da Gandino in suo opere maleficiorum in rubrica de bonis malefactorum (pp. 156s.). Ma il luogo del Gandino, allegato poi dal Sarti e dall’Affò e ritenuto ancora dal Colle quale irrefragabile testimonianza, originariamente non ricordava il nome del Dell’Arena, come dimostrò per primo il Savigny e come si può vedere nell’edizione del Kantorowicz. Di una certa suggestione sono, invece, le ipotesi della Marcello, fondate su alcuni luoghi delle cosiddette Lecturae a stampa: segnatamente la additio del Dell’Arena in margine alla l. hunc titulum, ff. de postulando (D. 3, 1, 1), dove una sottoscrizione ricorda l’espulsione di Iacobus de Arena dallo Studio. Nota che potrebbe riferirsi al famigerato 1279 in cui dopo la cacciata dei Lambertazzi da Bologna furono eliminati anche tutti i professori ghibellineggianti (Marcello, p. 854). A ciò si aggiunga ancora il richiamo all’amanuense Griffo d’Arezzo (c. 206v), ricordato a Bologna in documenti degli anni 1267 e 1268. Se la notizia di un insegnamento presso lo Studio senese può essere frutto di un fraintendimento (forse una giustificabile confusione con il maestro di grammatica Iacopo da Parma, presente negli anni 1343-1344: Chartularium Studii Senensis, I, a cura di G. Cecchini-G. Prunai, Siena, 1942, pp. 504-506, 508 s.), una qualche attendibilità mostrano i cenni di una presenza reggiana e, in una data successiva alle ultime fonti documentarie patavine, napoletana. Di una pubblica disputatio tenuta in civitate Regii è ricordo nel commento di Alberico da Rosate alle l. generali, C. ne qis in sua causa iudicet (C. 3, 5, 1), luogo già noto al Sarti, quindi all’Affò, al Colle e al Savigny. La notizia di una presenza nei Registri napoletani, per l’anno 1296, di Giacomo de Arenis tra i professori chiamati a leggere il diritto civile da Carlo d’Angiò, è nella Istoria dello Studio di Napoli dell’Origlia. Del tutto improbabile e privo di una qualsiasi prova testimoniale è un insegnamento in Parma, rivendicato dagli scrittori locali. Destituita di ogni fondamento è poi la notizia di una sua presenza a Tolosa, dove nel corso di una lettura avrebbe contraddetto, in veste di studente, Francesco d’Accursio e l’opinione sostenuta da lui a difesa dell’interpretazione paterna della l. 1, C. de sententiis quae pro eo quod interest proferuntur (C. 7, 47, l.). La notizia, creduta ancora dal Panciroli, dal Papadopoli e dal Facciolati, era già posta fermamente in dubbio dal Diplovatazio, che suggerì doversi identificare con Jacques de Révigny il contraddittore del giurista bolognese (come del resto si leggeva in Cino, fonte dell’episodio narrato). La supposizione del Diplovatazio, accolta già dal Sarti, dall’Affò e dal Colle, ebbe definitiva approvazione da parte del Savigny. Del resto, anche indipendentemente dalla facilità della confusione delle sigle Ia. de Ar. e Ia. de Ra., che spiega agevolmente il caso in questione, non sono pochi i dubbi e i sospetti che continuano a gravare, per motivi di omonimia, sul complesso dei dati riguardanti la vita del Dell’Arena. Il Gloria medesimo ebbe cura di sottolinearlo a conclusione delle sue osservazioni (p. 227) rilevando l’esistenza a Padova di una nobile famiglia Dell’Arena attestata sin dal 1133 e la presenza nella stessa città di un altro Jacopo dall’Arena parmigiano e figlio di Manfredino vicario del podestà di Padova Pietro del Mesa veronese dal 1° novembre 1332 al 1° novembre 1334. Ciò sembra forse all’origine dell’errore del Pasquali Alidosi, il quale prolunga fino al 1320 il fiorire del Dell’Arena in Padova, ed è sicuramente all’origine dell’errore in cui è incorso il compilatore degli indici del Sarti-Fattorini, identificando col Dell’Arena il Jacobus de Arena Parmensis rammentato in un documento bolognese del 1340. L’opera del Dell’Arena, sia quella esegetica sia quella che si esprime nella composizione di consilia, di quaestiones e di alcuni trattatelli monografici, appartiene a quel momento storico, per molti versi ancora largamente inesplorato, che segue l’apparizione della Glossa accursiana e prepara l’avvento dei grandi commentatori trecenteschi. Il carattere di additiones, proprio delle letture esegetiche del Dell’Arena, era già messo in rilievo dal Diplovatazio. Questi ricorda ancora il Tractatus de executoribus ultimarum voluntatum, il Tractatus de positionibus, il Tractatus expensarum e il Tractatus excussionum, nonché plures disputationes e plura consilia e aggiunge, come suo solito, a corredo della scarna biografia, i pareri dei più illustri giureconsulti medievali: da Giovanni d’Andrea, a Cino e Alberico da Rosate, a Bartolo, a Baldo, a Coluccio Salutati. Tale fama, consolidata anche per essere stato il Dell’Arena in Padova, come si è veduto, maestro di giuristi insigni come Riccardo Malombra e Oldrado da Ponte, si tradusse già nei secoli XIV e XV, ma soprattutto a opera della fervida attività delle tipografie giuridiche del secolo XVI, in una massiccia attribuzione al Dell’Arena di opere la cui paternità è stata ed è spesso dubbia e discussa. Gli elenchi delle sue opere dati ancora dal Panciroli, dal Sarti, dal Muzzuchelli e dall’Affò, non senza rilievi su probabili interpolazioni e false attribuzioni, furono analizzati criticamente dal Colle, prima, e poi, soprattutto, dal Savigny. Successive sono le importanti precisazioni giunte dalle cosiddette Lecturae da parte di E.M. Meijers, dell’allieva del Besta, A. Marcello, e di D. Maffei (1968). In mancanza di uno studio sistematico sulla tradizione manoscritta e a stampa dell’intero corpus delle opere del Dell’Arena, non si può tuttavia non considerare del tutto provvisorio e suscettibile di correzioni il quadro delineabile, che si può così riassumere. Opere esegetiche: Additiones ad Digestum Vetus. Si trovano con la sigla del Dell’Arena in un buon numero di manoscritti, per i quali si veda il Verzeichnis di G. Dolezalek, sub voce. Nell’edizione a stampa, apparsa a Lione nel 1541 a spese di Ugo Della Porta e con il titolo Commentarii in universum ius civile (ristampa anastatica, Bologna, 1971), le addizioni del Dell’Arena si trovano congiunte con altre che portano la sigla di Oldrado. La Marcello ritenne probabile la loro origine bolognese e patavina, anche sulla base della già ricordata glossa a D. 3, 1, 1. Additiones ad Digestum Infortiatum. Per i manoscritti cfr. Dolezalek, sub voce. Nella citata edizione lionese le addizioni del Dell’Arena sono frammiste con altre di Dino del Mugello, Riccardo Malombra, Oldrado, Bartolo, Maccagnano degli Azzoguidi e Paolo de’ Liazari. La Marcello, basandosi su due richiami a Vicenza e sul ricordo di una questione di fatto presentatasi a Verona, ne dedusse l’origine patavina. Additiones ad Digestum novum. Ebbero una diffusione manoscritta assai larga, per la quale cfr. Dolezalek, sub voce. Sulla base del cennato ricordo della littera Grifolini e ad altri richiami alla respublica bononiensium dominorum, la Marcello ne assegnò la composizione al probabile periodo bolognese. Nell’edizione a stampa lionese le addizioni del Dell’Arena risultano comunque frammiste ad altre siglate da Pierre de Belleperche, Oldrado, Andrea Ciaffi, Bartolo, Lapo da Prato. Additiones ad Codicem. Sembra abbiano avuto una diffusione manoscritta relativamente modesta: cfr. Dolezalek, sub voce. Dei cenni, presenti nel testo a stampa, a Prandone de Rubeis e agli avvocati parmensi si è già detto. La Marcello ritenne, per vari accenni a Padova, Treviso e Vicenza, che le additiones al Codice fossero riportate in Padova, tra il 1284 e il 1301 (p. 852). Accanto alla sigla del Dell’Arena compaiono anche quelle di Riccardo Malombra, Iacopo Bottrigari, Oldrado, Raniero Arsendi, Iacopo da Belviso, Maccagnano degli Azzoguidi e Lapo da Prato. Additiones ad Institutiones. Si conservano manoscritte nei codici Latino 4424 della Biblioteca nazionale di Parigi e Marciano latino V, 114 della Biblioteca Marciana di Venezia. Di chiara origine francese è invece la lettura sopra Inst. IV, 6, sola a essere compresa nella stampa lionese del 1541. Il Meijers, nel saggio sull’Università di Orléans, attribuì il testo a Raoul d’Harcourt, un allievo di Jacques de Révigny. La Marcello, sposata in un primo tempo l’ipotesi di una paternità di Jacques de Révigny (plausibile a causa del possibile scambio delle sigle), sostenne anch’essa in seguito l’idea di un’origine della lectura nell’ambiente degli allievi del maestro orleanese, ma respinse l’attribuzione del Meijers. Additiones ad Volumen. Si leggono manoscritte nel solo codice Borgh. 374, presso la Biblioteca apostolica Vaticana, frammiste ad altre di Iacopo da Belviso, Dino, Francesco d’Accursio, Pierre de Belleperche, Odofredo e altri. Distinctiones e Repetitiones. Tra i manoscritti inventariati dal Dolezalek solo il codice 80 della Biblioteca del Collegio di Spagna in Bologna sembra contenere distinctiones del Dell’Arena. Una repetitio sulla l. in pecuniariis, ff. de edendo (D. 2, 12, 10) è invece contenuta nel codice Haenel 15 della Universitätsbibliothek di Lipsia. La stampa del 1541 abbonda di distinctiones sive repetitiones: super Codice, super Digesto veteri, super Infortiato e super Disgesto novo. La Marcello fu incline a considerarle se non tutte, quasi tutte uscite dalla penna del Dell’Arena, così come non vide ragione alcuna per contestargli la paternità della lectura super tit. de legatis II (D. 31, 1). Tra questi testi è compresa anche la lettura sopra C. 1, 3, 2, divulgata poi a sé come trattato De commissariis. Consilia e Quaestiones. Manoscritti contenenti consilia del Dell’Arena sono ricordati dal Dolezalek a Erfurt, Venezia, Barcellona, Bologna, Ravenna e presso la Biblioteca apostolica Vaticana. L’incerta linea di demarcazione tra quaestio e consilium fa però sì che spesso, nei manoscritti, testi che sono indubbiamente questioni disputate vengano classificati come pareri legali e viceversa. È indubbiamente un consilium dato a Orvieto alla presenza di Albertino et Jacobino Vichino de Parma il testo conservato nel codice Chigi E, VIII, 245 (c. 136ra-va) della Biblioteca apostolica Vaticana. Sembrerebbe un parere legale anche il testo conservato in forma di quaestio nel codice 363 della Universitätsbibliothek di Graz (c. 201r): Queritur an dominus Rudolphus Romanorum rex antequam Romam vadit et ibi coronetur per papam possit legitimare illegitime natos (databile a dopo il 1273 per il ricordo dell’elezione di Rodolfo d’Asburgo). Il Diplovatazio, come si è detto, ricordata l’esistenza di plura consilia. Raccolte manoscritte di quaestiones del Dell’Arena sono segnalate dal Dolezalek a Olomouc, Pistoia e Venezia, ma molti testi sono sparsi in codici miscellanei o in quei Libri magni quaestionum disputatarum a cui attingevano copiosamente i giuristi postaccursiani. Un loro elenco completo è pressoché impossibile: i codici vaticani conservano, a esempio, le quaestiones: Continetur statuto quod omnes sententiae debeant dari cum consilio sapientum (Vaticano latino 8069, cc. 234r-235r), Habebam debitorem in decem ex causa mutui (Barb. latino 1396, cc. 37v-38r; Vaticano latino 8069, cc. 115r-116r; Vaticano latino 10726, c. 308rv), Iudex ad petitionem Titii condemnavit Seyum (Vaticano latino 10726, c. 295v), Secundum consuetudinem civitatis Veneciarum (Vaticano latino 2290, cc. 118vb-121rb), Statutum est in civitate Bononie quod si cui fuerit combusta domus (Vaticano latino 8069, c. 229rv), Statutum est in civitate quod quilibet possit accusare ludentes ad taxillos (Vaticano latino 8069, c. 234r). Innumerevoli sono le citazioni nella letteratura coeva, che utilizzò ampiamente le quaestiones in tema di legislazione statutaria. Esemplare a questo proposito l’Opus statutorum di Alberico da Rosate, dove, insieme con la citata quaestio Secundum consuetudinem civitatis Veneciarum (I, 46=Romano, q. 10), sono allegate e sunteggiate le quaestiones: An fideiussor possit opponere compensationem (IV, 4 e 92=Romano, qq. 132 e 177), Cum secundum consuetudinem aut statutum civitatis frater possit sororem repellere (II, 107=Romano, q. 62), In statuto vel consuetudine alicuius civitatis habetur quod non fiat ratio de occisione banniti (IV, 36 e 38=Romano, qq. 145 e 147), Si lata sententia pro bannito (IV, 60=Romano, q. 160), Statutum est in civitate quod bannito ratio non fiat (IV, 2 e 4=Romano, qq. 129 e 131), Statutum est in civitate quod bannitus potest impune offendi (IV, 29=Romano, q. 142), Statutum est in civitate quod nullus bannitus possit esse consul (IV, 91=Romano, q. 174). Il Diplovatazio ricorda la quaestio In statuto civitatis Padue cavetur sic, datandola al 1287. La quaestio Habebam debitorem in decem si legge a stampa sia nel c.d. vol. VI dei Consilia di Baldo (Venetiis, 1602, pp. 75 s., cons. 42), sia nell’analoga raccolta di Baptista Martianesius (Venetiis, 1573, ff. 74vb-75rb, cons. 34), con notevoli varianti. Un altro pezzo del Dell’Arena si legge nello stesso Marzianese, f. 62vb, cons. 25. Tractatus. Tractatus an et quando pater teneatur de dote uxoris filii. Il Savigny poté vederne la copia conservata nel codice Haenel 15 alla Universitätsbibliothek di Lipsia. Altri due manoscritti sono segnalati dal Dolezalek a Strängnäs e presso la Biblioteca apostolica Vaticana (Vaticano latino 10726). Tractatus de bannitis. Ricordato già dal Panciroli e dal Mantova, si trova in seguito regolarmente menzionato tra le opere del Dell’Arena in Fabricius, Papadopoli, Mazzuchelli, Sarti, Affò, Colle e Savigny. Ebbe varie stampe nel secolo XVI, a partire dall’edizione lionese del 1550 in cui si legge unito all’opera omonima di Nello da San Gimignano. Fu inserito nel tomo XI, I dei Tractatus illustrium iurisconsultorum (Venetiis, 1584). Il Dolezalek segnala due soli manoscritti, a Firenze (Biblioteca nazionale, Magl. XXIX, 179) e Augusta (Staatsund Stadtbibl., 2°, 406). Si deve notare che al n. 32 nel testo a stampa sono citati Raniero Arsendi, Oldrado et quamplures moderni. Tractatus de causis summariis. Il Dolezalek segnala un manoscritto con questo titolo, attribuito al Dell’Arena, nel codice 275 della Biblioteca Angelica in Roma. Tractatus de cessione actionum, o de cessionibus, o de cessione iurium et actionum. Si legge a stampa nei Tractatus illustrium iurisconsultorum (III, 2, Venetiis, 1584) e in altre edizioni cinquecentesche. Il Savigny ne respinse l’autenticità in base a una testimonianza di Bartolo (ad C. 4, 35, 22). Già il Sarti e il Colle dietro di lui, lo ritennero per lo meno interpolato. L’Affò ne respinse l’attribuzione al Dell’Arena indicando un passo nel quale è allegato il Dell’Arena medesimo in terza persona. Nessun dubbio sull’attribuzione esprimono invece Panciroli, Mantova, Fabricius, Papadopoli e Mazzuchelli. Manoscritti di questo trattatello si conservano a Kiel, Monaco di Baviera e Stoccarda. Tractatus de commissariis, o commissariorum. È identificato dalla Marcello con la lettura del Dell’Arena sopra C. 1, 3, 2. Il Diplovatazio lo ricorda col titolo de executoribus ultimarum voluntatum, titolo che, in aggiunta al primo, si legge anche nel Panciroli, nel Mantova, nel Fabricius, nel Papadopoli e nel Colle. Ciò trasse probabilmente in inganno il Savigny, che registrò i due titoli come appartenenti a due distinte opere. È stampato nei Tractatus illustrium iurisconsultorum (VIII, 1, Venetiis, 1584). Il Dolezalek registra due manoscritti (Klagenfurt e Londra) sotto il titolo de commissariis, uno (Bologna, Biblioteca del Collegio di Spagna, codice 82) sotto il titolo de fideicommissis e ben undici sotto il titolo de fideicommissariis. Tractatus de consiliis habendis per assessores. È ricordato dal Dolezalek, con attribuzione in forma dubitativa, nell’unica copia manoscritta contenuta nel codice A 5 della Dobrovska Knihovna di Praga. È però noto che il trattatello fu inserito nel corpus bartoliano e dal Diplovatazio attribuito a Lambertino Ramponi. Sempre il Diplovatazio ricorda in una additio a Bartolo due manoscritti della sua raccolta, l’uno dei quali assegnava il testo al Ramponi, l’altro al Dell’Arena (per un’ulteriore attribuzione ad Alberto da Pavia cfr. F. Calasso, Bartolo da Sassoferrato, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, Roma, 1964, p. 654, con un elenco di manoscritti). Tractatus de dilationibus. Al Savigny fu noto unicamente attraverso il titolo. Il Fabricius lo ricorda col duplice titolo de excusationibus ac dilationibus, mentre il Colle con de executionibus et dilationibus si riferisce a due distinte opere. L’assegnazione di questo titolo al Dell’Arena sembra dovuta a un equivoco. Tractatus de exceptionibus. Il Savigny lo conobbe unicamente attraverso il titolo, colto nel Gesner. Un frammento di un trattato de exceptione criminis è segnalato nell’indice del Guizard nel codice Urb. latino 156 della Biblioteca apostolica Vaticana. Tractatus de excusationibus. Il Savigny espresse il dubbio che potesse trattarsi di una pura duplicazione del titolo de excussionibus. Un titolo de excusationibus ac dilationibus, come si è visto, è ricordato dal Fabricius. Tractatus de excussionibus bonorum. È uno dei quattro trattati del Dell’Arena ricordati dal Diplovatazio. È menzionato anche dal Panciroli, dal Mantova, dal Fabricius, dal Papadopoli (unitamente al titolo de sequestrationibus), dal Mazzuchelli e dall’Affò, senza alcun rilievo critico. Al contrario, il Sarti e il Colle lo ritengono per lo meno interpolato ed effettivamente al n. 11 del testo a stampa si legge un’allegazione di Bartolo, ricordato ancora al n. 16 insieme con Baldo, Angelo e Guglielmo Durante. Il Savigny, inoltre, ricorda che nella intestazione del codice Haenel 15 insieme col nome del Dell’Arena compare quello di Martino Sillimani. Il trattatello si legge stampato nei Tractatus illustrium iurisconsultorum (III, 2, Venetiis, 1584) e ancora nella raccolta De cessione bonorum (Coloniae Agrippinae, 1591). Il Dolezalek elenca una quindicina di manoscritti con questo titolo e altri sette sotto il titolo de excussionibus pignorum: quest’ultimo è il trattato bartoliano la cui attribuzione al Dell’Arena e al Bottrigari era già stata respinta dal Diplovatazio (cfr. Calasso, Bartolo, p. 655). Tractatus de expensis in iudicio factis, o expensarum. È anch’esso menzionato dal Diplovatazio. Si tratta di una delle due opere del Dell’Arena che circolarono a stampa sul finire del secolo XV: Milano, Ulrich Schinzenzeller, 1495, unitamente al De oppositione compromissi et eius forma di Iacopone Bottrigari (L. Hain, Repertorium, 1556=Gesamtkatalog der Wiegendrucke, 2319=Indice generale degli incunaboli, 781). Fu poi compresa nel Tractatus illustrium iurisconsultorum (III, 2, Venetiis, 1584). Il trattatello è elencato tra le opere del Dell’Arena in Panciroli, Mantova, Fabricius, Papadopoli (unitamente al titolo de positionibus), Mazzuchelli, Sarti, Affò, Colle e Savigny ed è uno dei più diffusi nella tradizione manoscritta: si conservano almeno diciannove esemplari (elencati dal Dolezalek), qualcuno dei quali assegna l’opera a Bartolo (cfr. Calasso, Bartolo, p. 655). Sembrano del tutto ingiustificati in questo caso i dubbi della Marcello sulla sua autenticità. Tractatus de fratribus simul viventibus, o habitantibus, o de duobus fratribus, o de collatione bonorum inter fratres simul habitantes. Segnalato dal Mazzuchelli in un non meglio precisato codice vaticano, è ricordato anche dal Colle e dall’Affò, che cita il codice Vaticano latino 2618, seguito dal Savigny. Altri manoscritti vaticani sono i codici Barb. latino 1396, Ross. 1058 e Vaticano latino 10726. Il Dolezalek dà notizia di manoscritti a Lubiana, Strängnäs, Stoccarda, Tubinga e Würzburg. Tractatus de oppositione compromissi. È registrato come opera del Dell’Arena dall’Affò, quindi dal Colle e dal Savigny, sulla base della stampa compresa nei Singulares tractatus clarissimorum doctorum, (Parisiis, per Jacobum Pouchin, 1516). L’attribuzione al Dell’Arena sembra originata dalla presenza nel De oppositione compromissi et eius forma del Bottrigari nell’edizione milanese del 1495, sopra ricordata, del Tractatus de expensis. Tractatus de positionibus, o positionum. È menzionato dal Diplovatazio e registrato tra le opere del Dell’Arena in Panciroli, Mantova (con una curiosa deformazione, che gli fu rimproverata, che sembra fondere in un solo titolo due opere distinte: De commissar. depositionibus), Fabricius, Papadopoli (unitamente al titolo de expensis), Mazzuchelli, Sarti, Affò, Colle e Savigny. Quest’ultimo ne affermò l’autenticità richiamandosi a un’esplicita testimonianza di Giovanni d’Andrea, mentre l’Affò espresse qualche dubbio. La Marcello confermò tali dubbi, rilevando che la composizione del trattatello deve essere posta a Bologna dopo il 1298, giacché vi è allegato il Liber Sextus. Si noterà ancora che il testo (che a tratti sembrerebbe una sorta di Mosaikarbeit) al n. 44 pare dare come proprio autore Odofredo. Il trattato fu dato alle stampe in Milano da Ulrich Schinzenzeller verso il 1495, con la falsa indicazione di Siena come luogo di stampa. Si legge anche nei Tractatus illustrium iurisconsultorum (IV, Venetiis, 1584). Tractatus de praeceptis iudicum, o de praecepto, o praeceptorum. È registrato tra le opere del Dell’Arena dal Mazzuchelli, dall’Affò, dal Colle e dal Savigny. La Marcello ne respinse l’autenticità perché vi si trovano allegati autori del secolo decimoquarto (segnatamente Cino). Fu stampato nei Tractatus illustrium iurisconsultorum (III, 2, Venetiis, 1584). Manoscritti si trovano a Firenze, Dilligen, Praga, Kaliningrad e Vaticano latino 2638, 2556 e 8468 (ma quest’ultimo riproduce semplicemente il testo a stampa, indici compresi). Tractatus de quaestionibus. Si legge a stampa nei Tractatus diversorum super maleficiis (Venetiis, 1560) e nei Tractatus illustrium iurisconsultorum (XI, 1, Venetiis, 1584). È ricordato dal Panciroli (che sembra unirlo al titolo de cessione actionum), dal Mantova, dal Fabricius, dal Mazzuchelli, dal Sarti, dall’Affò, dal Colle e dal Savigny. Dubbi sulla sua autenticità espresse la Marcello. Il Dolezalek registra un solo manoscritto con questo titolo (Madrid, Bibl. nacional, cod. 920). Tractatus de sequestrationibus. Ricordato tra le opere del Dell’Arena da Panciroli, Mantova, Fabricius, Papadopoli (unitamente al titolo de excussionibus bonorum), Mazzuchelli, Sarti, Affò, Colle e Savigny, si legge a stampa nei Selecti tractatus assicurationis et cautionis (Venetiis, 1570) e nei Tractatus illustrium iurisconsultorum (III, 2, Venetiis, 1584). La Marcello avanzò dubbi sulla sua autenticità. Manoscritti si trovano a Bruxelles, Monaco, Praga, Stoccarda e nel Vaticano latino 11605. Omonimo titolo, di discussa paternità, è in Bartolo. Tractatus de successionibus ab intestato. Un manoscritto con questo titolo e con attribuzione al Dell’Arena è ricordato dal Dolezalek a Cambridge, Mass. Per l’omonimo trattato bartoliano, dall’attribuzione estremamente controversa, cfr. Calasso, Bartolo, p. 659. Tra le operette monografiche può infine rientrare anche il De variis modis arguendi tam iuris canonici quam civilis, conservato nel manoscritto Ye fol. 68 della Universitätsbibliothek di Halle con la duplice intestazione a Giovanni d’Andrea e al Dell’Arena: il Caprioli ne diede l’edizione. Un giudizio complessivo sull’opera del Dell’Arena, che non si limiti a ripetere uno schema consueto e che poggi su un esame critico dell’intero corpus dei suoi scritti, è ancora di là da venire. Troppo ha pesato, nella considerazione della sua opera, il severo giudizio del Savigny, sia in generale sull’età dei postglossatori, sia in particolare sul Dell’Arena. Lo storico tedesco dichiarò infatti degne di attenzione le sole opere esegetiche del Dell’Arena, ritenute pregevoli non tanto per se stesse, quanto come fonte per la conoscenza di tutta una stagione della storia letteraria del diritto, mentre stimò di poco conto gli scritti di tenore pratico, vuoi per la loro incerta paternità vuoi per una loro supposta ateoreticità. L’opera del Dell’Arena si trovò così coinvolta in un giudizio che, amplificato dalla critica tardottocentesca, divenne poi schema e luogo comune, assegnando un deteriore carattere praticistico alla produzione dei postglossatori. Tale quadro convenzionale, in tempi successivi e almeno per quel che attiene al giudizio complessivo su quella stagione del pensiero giuridico, ha lasciato il posto a nuove considerazioni. Non solo infatti l’uso delle quaestiones è stato posto alla base del processo di assunzione delle norme comunali entro la scienza romanistica, ma è stata fortemente sottolineata l’importanza che trattazioni monografiche come quelle del Dell’Arena, pur nella permanenza di gravi problemi di attribuzione, ebbero nella costruzione di un nuovo sistema del diritto. In questo senso, nel Dell’Arena così come nei migliori esponenti dell’età postaccursiana, l’attenzione a tutti i problemi che la vita offriva quotidianamente al giurista, dal diritto processuale e penale ai rapporti patrimoniali e commerciali, si accompagnò a spunti teorici sulla produzione e l’interpretazione della norma giuridica, che costituirono il punto d’avvio della grande stagione dei commentatori trecenteschi.
FONTI E BIBL.: J. Trittenhem, Catalogus scriptorum ecclesiasticorum, Coloniae, 1531, f. 115; J. Spiegel, Lexicon iuris civilis, Argentorati, 1539, sub voce; I. Simler, Vita clarissimi philosophi et medici excellentissimi Conradi Gesneri Tigurini, Tiguri, 1566, 82; A. Riccoboni, De Gymnasio Patavino, Patavii, 1598, f. 11v; G.N. Pasquali Alidosi, Appendice, Bologna, 1623, 30; A. Portenari, Della felicità di Padova, Padova, 1623, 228; O. Montalbani, Minervalia Bonon. civium anademata, Bononiae, 1641, 97; G.F. Tomasini, Gymnasium Patavinum Libris V comprehensum, Utini, 1564, 4, 11, 232; R. Pico, Appendice, 1642, 106; P.A. Orlandi, Notizie degli scrittori bolognesi, Bologna, 1714, 130; G. Panciroli, De claris legum interpretibus libri quatuor, Lipsiae, 1721, 135 s.; G.B. Caccialupi, Succincta historia interpretum et glossatorum juris, in Panciroli, De claris legum, 504; J. Fichard, Vitae recentiorum iureconsultorum, in Panciroli, De claris legum, 408; M. Gribaldi Mofa, Catalogus aliquot interpretum juris civilis, in Panciroli, De claris legum, 531; M. Mantova Benavides, Epitome virorum illustrium, in Panciroli, De claris legum, 478; N. Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, I, Venetiis, 1724, 193; G.M. Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, I, 2, Brescia, 1753, 990 s.; G. Origlia, Istoria dello Studio di Napoli, Napoli, 1753, I, 167; I. Facciolati, Fasti Gymnasii patavini, Patavii, 1757, I, p. XXXII, II, 11; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, IV, Modena, 1788, 293 ss.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, Parma, 1789, 237-243; F.M. Colle, Storia scientifico-letteraria dello Studio di Padova, II, Padova, 1824, 29-38; S. Mazzetti, Repertorio di tutti i professori, Bologna, 1847, 107; F.C. von Savigny, Storia del diritto romano nel Medio Evo, II, Torino, 1854, 436-442; I.A. Fabricius, Bibliotheca Latina mediae et infimae aetatis, IV, Florentiae, 1858, 296 s.; A. 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Ullmann, Bartolus on customary law, in Jurisprudence in the Middle Ages. Collected studies, London, 1980, 267 s.; E. Cortese, Legisti, canonisti e feudisti: la formazione di un ceto medievale, in Università e società nei secoli XII-XVI, Pistoia, 1982, 249 s., 254; S. Zamponi, Manoscritti con indicazioni di pecia nell’Archivio capitolare di Pistoia, in Università e società, 1982, 465; E. Cortese, Scienza di giudici e scienza di professori tra XII e XIII secolo, in Legge, giudici, giuristi, Milano, 1982, 117, 121; A. Padovani, Studi storici sulla dottrina delle sostituzioni, Milano, 1983, ad Indicem; B. Paradisi, Il pensiero politico dei giuristi medievali, in Storia delle idee politiche economiche e sociali, II, 2, Torino, 1983, 284, 306; F.P.W. Soetermeer, Recherches sur Franciscus Accursii, in Tijdschrift voor Rechtsgeschiedernis LI 1983, 23 s., Enciclopedia Italiana, XVI, 937; Novissimo Digesto Italiano, VIII, 116 s.; D. Quaglioni, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 243-250.

DELLA ROCCA TADDEO, vedi UGOLETO TADDEO

DELLA ROSA ANDREA, vedi DALLA ROSA ANDREA e ROSA ANDREA

DELLA ROSA GUIDO, vedi DALLA ROSA PRATI GUIDO

Parma 1553
In una grida del 25 aprile 1553 viene citato come publicus tubator del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 25.

Parma-1545
Fu vescovo di Camerino (1508) poi di Vicenza (1509), di Volterra (12 giugno 1514) e di Benevento (12 gennaio 1530). Rinunciò la sede di Benevento nell’anno 1544.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

-Parma 1537
Marchese, protonotario apostolico, fu canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1510.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Archivio capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 128.

DELLA ROVERE GIAN ANGELO, vedi DELLA ROVERE GIANANGELO

Parma 1497
Fu canonico alla Cattedrale di Parma nell’anno 1497. Fu poi vescovo di Civitavecchia.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Archivio capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 127.

DELLA ROVERE GIAN LUIGI, vedi DELLA ROVERE GIANALOISIO


Parma ante 1458-post febbraio 1505
Fu vescovo di Civitavecchia e poi di Orvieto (nel 1476). Eletto cardinale il 18 dicembre 1476, fu commissario generale in Roma di papa Sisto IV. Con un rogito del 12 agosto 1481 (citato dal Pezzana) il Della Rovere rinunciò a un canonicato nella Cattedrale di Parma, la cui rendita ammontava a 100 fiorini d’oro di camera. Sisto IV conferì tale canonicato al nipote Eustachio Della Rovere, familiare e commensale del Papa. Il Della Rovere fu canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1458.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 161; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 795; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

Parma 1409
Mastro fabbro ferrario, ricordato in un documento notarile in data 23 novembre 1409: Giovanni de la Robere magister manarie, nominato con Andriolo de la Ripa procuratore di Don Amadeo de Gabrieli f. q. Giovanni Canonico prebendato delle pieve di Monticelli diocesi di Parma, e chierico nella chiesa di S. Nicolò di questa città (rogito di Giovani da San Leonardo, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 27.

Torino metà del XIII secolo-Avignone 14 agosto 1316
Appartenne a una nobile famiglia. In un documento del 1271 è indicato con il cognome Pellizzoni e con il medesimo cognome risultano lo zio paterno, Tommaso, in un atto del 1296, e il fratello, Tolomeo, in un documento del 1311. L’uso di tale cognome può derivare dai legami di parentela tra il ramo della famiglia Della Rovere cui apparteneva e la nobile famiglia torinese dei Pellizzoni (Briacca, 1968, p. 64). Non si può comunque escludere che i fratelli del Della Rovere siano stati adottati dall’altra famiglia. Presi gli ordini sacri in data ignota, il Della Rovere venne investito del beneficio prepositurale di San Donato in Pinerolo, della chiesa rurale de Guncenio e del canonicato della Cattedrale. Nell’atto del 1271, sopra ricordato, risulta canonico del Duomo di Torino. Il 4 febbraio 1296 venne eletto vescovo di Novara: il 26 febbraio papa Bonifacio VIII lo consacrò dopo che Enrico Maggi, arciprete della Chiesa novarese e Matteo Visconti, nipote dell’arcivescovo di Milano, Ottone, avevano rinunciato alla loro elezione e avevano rimesso al Papa la soluzione della vertenza. Il Della Rovere avviò subito un programma di riforma ecclesiastica e civile. Le prime cure furono dedicate al monastero benedettino di San Lorenzo, la cui disciplina e amministrazione patrimoniale erano deplorevolmente decadute. Provvide con speciale autorizzazione papale al conferimento di benefici canonicali e di prebende sia del Capitolo della Cattedrale, sia delle collegiate della città e della Diocesi. Il 27 giugno promulgò per i canonici di Santa Maria la costituzione Ad augmentum cultus, documento di rilevante interesse per la conoscenza della peculiarità liturgica e giuridica del Della Rovere, e nel settembre promulgò norme analoghe per i canonici del Capitolo di San Gaudenzio di Novara. Poco dopo, nell’ottobre, si recò nell’Ossola superiore, su cui il vescovo novarese esercitava anche la giurisdizione comitale fin dal 1014. In questa occasione il Della Rovere a Domodossola, nella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, promulgò alcune norme per le Comunità della valle, ordinò la compilazione di elenchi dei beni mobili e immobili di ciascun abitante della valle medesima e ottenne la prestazione dell’omaggio feudale da parte dei rappresentanti delle Comunità. Nel novembre 1297 nel borgo di Omegna sul lago d’Orta, anch’esso soggetto alla giurisdizione comitale del vescovo novarese, il Della Rovere intimò a tutti, sotto pena di scomunica, di rispettare il divieto di pesca nel lago, proibì l’uso di imbarcazioni e ne ordinò la rimozione entro il termine di sette giorni, vietò l’uso dei corsi d’acqua della zona, chiese, infine, spiegazioni sul perché i consoli avessero trattenuto le decime e continuassero a raccoglierle. Successivi atti di governo e incontri con la popolazione del territorio novarese consentirono al Della Rovere l’acquisizione diretta degli elementi essenziali per una valutazione adeguata dello stato religioso e civile della Diocesi. Il 26 aprile 1298 accolse nel Duomo i secolari e i regolari del clero novarese e in loro presenza promulgò gli statuti sinodali, distribuiti in due parti: Instructiones et monitiones, sintesi di dottrina teologica e liturgica, corredata del testo dell’ordinario proprio della cappella papale, e Constitutiones, una silloge di norme canoniche sulla vita degli ecclesiastici, sul loro ministero parrocchiale, sui molteplici rapporti con la società civile, secondo lo spirito bonifaciano della bolla Clericis laicos. Un mese dopo aggiunse d’autorità altre due costituzioni, la prima intesa a distogliere con maggiore rigore il clero da ogni compromesso sui benefici, la seconda diretta a ribadire il divieto assoluto per gli ecclesiastici di partecipare alle lotte di parte nelle due fazioni cittadine dei sanguigni e dei rotondi. La sollecitudine pastorale del Della Rovere si estese anche al di là dei confini diocesani: per incarico del Papa promosse la riforma nel monastero di San Genuario di Lucedio nella limitrofa Diocesi di Vercelli e attese all’ufficio di collettore pontificio delle decime nelle province ecclesiastiche di Milano e di Genova fino a quando Bonifacio VIII lo chiamò a reggere la Chiesa di Parma il 3 giugno 1300, vacante dal marzo per la morte di Giffredo da Vezzano. Il Della Rovere differì l’entrata solenne in città fino ad agosto, sia per compiere il pellegrinaggio giubilare a Roma, sia per evitare d’incontrarsi con i Visconti: Galeazzo Visconti, infatti, stava per sposarsi con Beatrice d’Este, sorella del marchese Azzo e lungo il viaggio di andata e di ritorno sarebbe stato ospitato nel palazzo vescovile di Parma. Come già a Novara, anche nella Chiesa parmense il Della Rovere convocò un sinodo e indisse la visita pastorale. L’assise sinodale si tenne nel tardo autunno dello stesso anno 1300: le costituzioni, sperimentate con efficacia nel Novarese, furono estese al clero e ai fedeli parmensi con gli opportuni adattamenti e l’inserimento di nuove norme. La visita, invece, fu espletata dai prevosti del Battistero di San Giovanni Battista e di Borgo San Donnino, espressamente incaricati dal Della Rovere, il quale dovette assentarsi da Parma e ritornare a Roma per assumere un altro incarico: Bonifacio VIII lo invitò a dirigere la Cancelleria apostolica. Il Della Rovere è ricordato come vice cancelliere di Santa Romana Chiesa a partire dal maggio 1301. Le frequenti assenze, tuttavia, non gli impedirono di seguire la situazione della Diocesi, ove erano insorti contrasti tra i canonici del Duomo e religiosi titolari di antichi privilegi da un canto e i visitatori episcopali dall’altro, mentre andava prendendo corpo l’opposizione del governo cittadino contro le immunità ecclesiastiche. Nel 1302 il Comune deliberò l’estimo dei beni immobili della Comunità cittadina. La commissione incaricata di fissare la stima dei beni e l’ammontare dell’imposta, riunitasi nel palazzo vescovile, cercò di estendere il tributo alle terre ecclesiastiche. L’opposizione del clero portò a un aperto conflitto con l’autorità cittadina, conflitto in cui intervenne lo stesso Bonifacio VIII per imporre al governo comunale il rispetto delle libertà ecclesiastiche. Il contrasto si sanò solo nel 1303 grazie alla mediazione di Giberto da Correggio. Il Della Rovere venne confermato nella carica di vice cancelliere apostolico dal successore di Bonifacio VIII, papa Benedetto XI. Egli continuò, comunque, a occuparsi ancora della sua Diocesi, dove favorì in modo particolare i domenicani, i cisterciensi e i benedettini. Tenne la carica curiale anche nel lungo periodo di sede vacante successivo alla morte di Benedetto XI (7 luglio 1304). Il nuovo pontefice Clemente V (eletto il 5 giugno 1305) lo invitò, con lettera del 26 agosto, a recarsi in Francia presso la Curia. Il Della Rovere fu presente all’incoronazione pontificia avvenuta a Lione nel novembre ma non venne confermato nella carica di vice cancelliere, nella quale fu sostituito dal cardinale Pierre Arnaud, parente del nuovo Papa. Fece allora ritorno a Parma e trovò la città turbata da accese lotte di fazione. Poco dopo il suo arrivo in città, una rivolta popolare espulse dal Comune Giberto da Correggio e i suoi sostenitori ma non mise fine ai contrasti poiché gli esuli cercarono ripetutamente di rientrare. Solo nel giugno 1308 fu possibile giungere a una pace stabile: l’anno successivo, poi, grazie all’intervento del Della Rovere, fu risolta anche la sanguinosa discordia tra i Parmensi e gli abitanti di Borgo San Donnino. Nel 1310 il metropolita di Ravenna convocò i vescovi suffraganei, tra cui il Della Rovere, al concilio provinciale in preparazione all’assise ecumenica di Vienne, al fine di redigere rapporti sulla riforma e sui bisogni della Chiesa. Il Della Rovere non intervenne di persona: si fece rappresentare da due procuratori perché era impegnato in incontri con gli ambasciatori di Enrico VII, i quali il 4 agosto erano già sulla via del ritorno. Ai legati imperiali il Della Rovere dichiarò la propria disponibilità a collaborare fattivamente per l’attuazione del programma di pace di Enrico VII. In seguito mantenne la promessa fatta, adoperandosi largamente a favore di Enrico VII, come risulta da numerosi atti concernenti il giuramento di fedeltà, ratificato a Casale Monferrato, ad Asti, a Vercelli, a Novara e a Palestro. Fu presente all’opera di rappacificazione dei cittadini di Milano e alle dichiarazioni di fedeltà all’Imperatore e assistette agli incontri con i procuratori dei Comuni di Pavia, di Cremona, di Reggio, di Piacenza e di Lodi, che resero omaggio a Enrico VII. Nella nomina dei suoi vicari l’Imperatore accolse la presentazione del fratello del Della Rovere, Tolomeo Pellizzoni, che fu insediato in Borgo San Donnino. Mentre il Della Rovere si conservò leale verso l’Imperatore, Giberto da Correggio curò il consolidamento del proprio potere a Parma, intavolò trattative segrete con Firenze e Bologna, proclamò apertamente l’adesione allo schieramento antimperiale e attaccò di sorpresa Borgo San Donnino, da cui espulse il vicario imperiale. Il Della Rovere intanto si accingeva a partire per  Roma al seguito di Enrico VII ma dovette, invece, dirigersi a Vienne. Il 3 gennaio 1312 Clemente V infatti pregò l’Imperatore di revocare l’invito ad alcuni vescovi ad assistere alla cerimonia dell’incoronazione: era desiderio del Papa che i prelati intervenissero alle sessioni conciliari. In Francia il Della Rovere partecipò anche alla vita della Curia pontificia: prestò servizio presso la Sede apostolica, assistette alla morte di Clemente V e all’elezione di papa Giovanni XXII il 7 agosto 1316. Finalmente si apprestò a partire per l’Italia, ma lo colse la morte e fu sepolto in Avignone. L’ultimo ricordo di lui si conserva nel testamento del cardinale Guglielmo Longhi, redatto in Lione il 18 settembre 1316. Possedendo una biblioteca rispettabile, il porporato spartì minutamente i suoi libri ai molti eredi: tra i volumi erano elencati un San Gregorio e un Sant’Agostino, acquistati dagli esecutori testamentari del Della Rovere.
FONTI E BIBL.: Novara, Archivio capitolare, Inventarium capituli Gaudiani, n. 602 Mss. Frasconi, Carte dell’Episcop. D, 36; Parma, Archivio capitolare, arca E, secolo XIV, nn. 1, 2, 9; Parma, Archivio della Curia vescovile, Caps. secolo XIV; Archivio di Stato di Parma, Museo dipl., mazzo XX; Santa Maria Maggiore (Novara), Archivio parrocchiale, Liber manualis, f. 1r; Chronicon parmense (mxxxviii-mcc cxxxviii), in Rerum Italicarum Scriptores, 2ª edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 81 e passim; A. Potthast, Regesta pontif. Romanorum, II, Berolini, 1875, nn. 24.961, 25.266; Constitutiones, in Mon. Germ. Historica, IV, a cura di J. Schwalm, Hannoverae et Lipsiae, 1906, nn. 464, 488, 491, 499, 500, 508, 509, 511, 527, 530, 532, 544, 546, 556; Les lettres communes de Jean XXII (1316-1334), a cura di G. Mollat, I, Paris, 1904, n. 194; Les registres de Boniface VIII, a cura di A. Thomas-G. Digard-M. Faucon-R. Fawtier, Paris,1844-1935, nn. 914, 1342, 1813-1815, 2751, 2888, 3052, 3467, 3531, 3688, 3743, 4050, 4053, 4102, 4104, 4197, 5091, 5092, 5372; Regestum Clementis papae V, I, Romae, 1885, n. 1102, Append. I, Romae, 1892, n. 408; Les registres de Benoît XI, a cura di Ch. Grandjean, Paris, 1905, nn. 5, 7-9, 12, 14, 19, 31, 35, 175, 252, 423, 424, 1105, 1131, 1207, 1212, 1241, 1244, 1245, 1270, 1271, 1272; G. Borghezio-C. Fasola, Le carte dell’Archivio del duomo di Torino, Torino, 1931, n. 71; R. Pico, Appendice, 1642, 48 e 230; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 238-239; G. Fornaseri, Le pergamene di S. Giulio d’Orta, Torino, 1958, nn. 128, 131; J.D. Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima collectio, XXV, Graz, 1961, coll. 295 s., 378; C. Bascapé, Novaria seu de Ecclesia Novariensi, Novariae, 1612, 417-423; F. Ughelli-N. Coleti, Italia sacra, II, Venetiis, 1717, col. 179, IV, Venetiis, 1719, coll. 712 s.; A. Pezzana, Storia di Parma, III, Parma, 1847, 21 ss. dell’Appendice; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, I, Parma, 1856, 572-576, 590, 605 s.; L. Cotta, Museo novarese, Novara, 1872, 300; E. Bianchetti, L’Ossola inferiore, II, Torino, 1878, 172; V. De Vit, La provincia romana dell’Ossola, Firenze, 1892, 269-279; F. Savio, Gli antichi vescovi d’Italia. Il Piemonte, Torino, 1899, 279 s.; F. Cognasso, Documenti inediti e sparsi sulla storia di Torino, Pinerolo, 1914, n. 357; E. Cerchiari, Capellani papae, II, Romae, 1920, 19; A. Schiavi, Sinodo di Papiniano Della Rovere (1311-1316), in L’Eco 1922, 3; A. De Regibus, Le fazioni novaresi (secoli XIII-XIV), in Bollettino Storico per la Provincia di Novara XVII 1923, 100, 263; G. Marchetti Longhi, Pervetusta Fumonis arx, in Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria XLVII 1924, 314, 316; H. Göring, Die Beamten der Kurie unter Bonifaz VIII., Königsberg Pr., 1934, 21; N. Pelicelli, I vescovi di Parma, in L’Eco 1934, 136-139, 163, 166 s.; F. Cognasso, Novara nella sua storia, in Novara e il suo territorio, Novara, 1952, 174, 307; G. Franceschi, La vita sociale e politica nel Duecento, in Storia di Milano, IV, Milano, 1954, 355; S. Solero, Il duomo di Torino e la r. cappella della Sindone, Pinerolo, 1956, 85; V. Salavert y Roca, Cerdeña y la expansión mediterranea de la Corona de Aragón 1297-1314, Madrid, I, 1956, 2, 44, 254, 273, II, 1956, 92, 126, 129, 140 s., 143, 154, 161, 175, 177, 191, 200; B. Nardi, Saggi e note di critica dantesca, Milano-Napoli, 1966, 360; G. Briacca, Papiniano Della Rovere. Contributo ad una biografia, in Contributi dell’Istituto di storia medioevale, I, Milano, 1968, 60-128; P. Herde, Audientia litterarum contradictarum, I, Tübingen, 1970, 94, 170, 239; G. Briacca, Gli statuti sinodali novaresi di Papiniano Della Rovere (anno 1298), Milano, 1971; G. Briacca, Una contestazione giuridica della signoria vescovile, Novara, 1979, pp. XVI s. e passim; G. Briacca, L’archivio storico arcivescovile di Torino. Orientamenti e ricerche, Pinerolo, 1980, 62, 64,75,160, 227; G. Mazzatinti, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia. Biblioteca del duomo di Novara, VI, 85; P. Litta, Le famiglie nobili italiane, sub voce Dalla Rovere, tav. I; C. Eubel, Hierarchia catholica, Monasterii, 1913, I, 372, 392; G. Briacca, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 361-364.

DELL’ARPA MARCO, vedi MARAZZOLI MARCO

Parma 1779
Fu violinista alla Cattedrale di Parma il 13 agosto 1779.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

DELLA SPADA GASPARE, vedi MARTINAZZI GASPARE

DELLA TANA GIUSEPPE, vedi DALLA TANA LUCIANO

DELLA TANA, vedi anche DALLA TANA

DELLA TORRE BERNARDO, vedi UBERTI BERNARDO

Castelluto o Modenese primi anni del XV secolo-Cremona 1486
Non si hanno di lui notizie certe fino all’elezione al seggio vescovile di Reggio. Secondo il Litta sarebbe figlio di Giacomo dei Torriani di Valsassina e di Dorotea Trivulzio, nato in Friuli, forse a Castelluto, dove un ramo dei Torriani si era rifugiato dopo la cacciata dalla città. Tale opinione non è condivisa dall’Ughelli e dal Tiraboschi, che gli attribuiscono bassi natali. Il secondo, in particolare, appoggiandosi alla notizia dell’abate Marini, gli dà il cognome de’ Masolini e ne colloca la nascita nel Modenese. Il Vedriani, invece, lo fa discendere dai Torriani di Milano, attraverso il casato dei Torri di Modena. Già sacerdote e cavaliere gerosolomitano, nel 1439 venne creato vescovo di Reggio Emilia da papa Eugenio IV, per passare nel 1444 al seggio di Modena, di cui prese possesso l’anno seguente. Sull’esercizio pastorale, tuttavia, ebbe la prevalenza l’attività diplomatica: nel 1448 si trova il Della Torre impegnato a negoziare la pace con Alfonso d’Aragona per parte dei cittadini di Volterra e, successivamente, insieme a Capriano, vescovo di Mantova, ad arbitrare una questione sorta tra i Reggiani e Francesco e Giorgio Gonzaga circa i confini di Bagnolo e Novellara. In questo periodo egli fu legato alla Corte di Ferrara, città nella quale nel 1449 acquistò palazzo Schifanoja insieme ai fratelli Luca e Giovanni Francesco. Fu consigliere successivamente di Niccolò, Leonello e Borso d’Este e di lui si valse Francesco Sforza nei suoi rapporti con gli Estensi. Nel 1457 il Della Torre passò ai diretti servigi dello Sforza, che lo nominò consigliere segreto e nel 1463, per averlo nei propri domini, ottenne per lui il seggio di Parma. A Parma, tuttavia, egli risiedette ben poco: sua sede abituale fu Milano, mentre la cura della Diocesi fu affidata al suo vicario, Lodovico Avinastri da Cremona. Lo tennero lontano dalla sede vescovile le missioni svolte per il Duca di Milano: nel 1464 partecipò all’ambasceria milanese inviata a Roma a rendere omaggio al nuovo papa, Paolo II, nel 1465 fu tra i firmatari del trattato tra Milano e Genova, nel 1467 prese parte come testimone alla ratifica dell’alleanza tra Napoli, Milano e Firenze, nel 1471 fu di nuovo a Roma, con i fratelli del Duca di Milano, in occasione dell’elezione al soglio pontificio di Sisto IV. Impegnato negli affari dello Stato milanese, non partecipò al sinodo diocesano tenutosi a Parma nel 1466, presieduto in sua vece dal vescovo suffraganeo civitatense, Agostino. La permanenza del Della Torre al seggio di Parma fu contrassegnata, come già era stato per il suo predecessore Delfino Della Pergola, dalle dispute con il clero della Diocesi: nel 1470 la chiesa di Borgo San Donnino rinnovò al Papa la richiesta, già avanzata al tempo di Delfino Della Pergola, di essere sottratta alla soggezione al vescovo di Parma, mentre dal 1469 era in corso una disputa con il clero parmense, che si rifiutava di versargli la somma di denaro richiesta per la dimora alla Corte di Milano, perché ritenuta eccessiva. Il Della Torre ottenne dal Duca di Milano l’imprigionamento e poi l’allontanamento da Parma di Iacopo Caviceo, che si era messo a capo dei suoi oppositori, ma questo non valse certamente a migliorare i rapporti tra il Della Torre e il clero della sua Diocesi. Intervenne persino Simona Cantulli a predire la fuga del Della Torre dalla città. Questi la fece imprigionare sotto l’accusa di magia ma fu poi costretto a liberarla. Nel 1473, infine, il Della Torre chiese e ottenne il passaggio alla sede vescovile di Cremona, pur continuando a reggere la Diocesi di Parma fino al 1476 come vicario generale. Fu sepolto in Santa Maria delle Grazie in Cremona, ove il fratello Giovanni Francesco gli fece erigere un monumento sepolcrale, opera, forse, di Francesco e Tommaso Cazzaniga.
FONTI E BIBL.: L. Vedriani, Catalogo de’ vescovi modenesi, Modena, 1669, 80 ss.; F. Ughelli-N. Coleti, Italia sacra, II, Venezia, 1717, col. 132, III, Venezia, 1718, col. 613; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, Modena, 1744, IV, 72 s.; Ph. Argelati, Bibliotheca scriptorum Mediolanensium, Mediolani, 1745, II, coll. 1543 s.; G. Marini, Archiatri pontifici, Roma, 1784, II, 329; A. Pezzana, Storia della città di Parma, Parma, 1847, pp. III, 209, 235, 239, 269, 351-357; G. Panciroli, Storia della città di Reggio, Reggio, 1848, III, 43, 47; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, Parma, 1856, 191-197; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Torriani di Valsassina, tav. V; T. Di Zio, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 560-561.

DELLA TORRE JACOPO ANTONIO, vedi DELLA TORRE GIACOMO ANTONIO

Parma 1550
Fu frate domenicano celebre per dottrina e per zelo di religione, di cui fa lodevole menzione Leandro Alberti nella Descrittione d’Italia. La sua eloquenza nel predicare fu nota in tutta Italia. Fu famoso lettore in  Roma nella Minerva e compose alcune opere di teologia scolastica.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1962, 67, 90.

DELLA TORRE, vedi anche DALLA TORRE

DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONGIOSEFFO, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE

Como 5 aprile 1709-Parma 17 marzo 1785
Nacque, terzogenito di undici figli, nel palazzo avito nella parrocchia di San Sisto, dal conte Giovanni Paolo e da Teresa Odescalchi, cugina di papa Innocenzo XI, entrambi patrizi comaschi. La famiglia era illustre e assai antica in Como, discendendo probabilmente dai Torriani della Valsassina. L’immediata ascendenza del Della Torre di Rezzonico aveva tradizioni culturali non volgari: suo padre pubblicò (Milano, 1726) un Volgarizzamento dell’Arte poetica di Orazio e il suo avo paterno Carlo Luigi godette fama di patrizio letterato e stravagante. Il Della Torre di Rezzonico, svolti i primi studi sotto la guida paterna, compì il corso di retorica nel collegio dei nobili di Milano, diretto dai gesuiti di Brera, dove si distinse nella storia e nelle lettere classiche, tanto da essere scelto, nel 1728, a rappresentare vittoriosamente la sua scuola in una tenzone di cultura generale contro il nuovo Imperiale Equitum Collegium dei padri barnabiti. Nel 1729 sostenne, sotto la guida del padre Guarini, delle Discussiones polemicae presso il Seminario romano e nel 1730 un Certamen di diritto civile e canonico contro monsignor Carlo Rezzonico, suo cugino, in seguito papa Clemente XIII. Nel 1733 si laureò in giurisprudenza a Pavia e subito venne ascritto per cooptazione al Collegio dei giudici, conti e cavalieri di Como, onde nel 1736 poté venire estratto giudice (e poi altre tre volte successivamente fino al 1743). Nel 1738 fu nominato avvocato fiscale di Como e priore del Collegio dei dottori e nel 1740 regio avvocato fiscale di Lodi. Il 14 settembre 1740 sposò a Tortona Giustina Guidobono Cavalchini Garofoli del barone Boniforte, gentiluomo di Sua Maestà sarda. Da questo matrimonio nacquero nel 1742 Carlo Gastone, che divenne poligrafo e poeta, nel 1743 Argentina, poi monaca a Santa Eufemia, e nel 1744 Clelia, poi sposa del marchese A. Cigalini di Como, attraverso la cui discendenza molti manoscritti e cimeli dei Della Torre di Rezzonico finirono in casa Ordoño de Rosales, dove sono in parte conservati. La carriera forense del Della Torre di Rezzonico fu però di breve durata: di sentimenti filospagnoli, egli si lasciò coinvolgere, a causa della sua amicizia per Clelia del Grillo Borromeo, in un abbozzo di cospirazione antiaustriaca facente capo al conte F. Melzi. Di fatto si sa che, nel dicembre 1745, durante la guerra di successione austriaca, il Della Torre si presentò a Milano a Filippo di Borbone per offrirgli i suoi servigi e che venne assegnato come aiutante di campo al conte de Gages, col grado di tenente di fanteria. A Piacenza seppe del processo intentatogli a Milano e Como come ribelle e reo di lesa maestà e della confisca dei beni decretatagli. Cercò di giustificarsi con un manifesto non datato, ma certo del maggio o giugno 1746, che non ottenne alcun risultato. Il 16 giugno, partecipando a un’azione bellica, ebbe il cavallo ucciso e riportò contusioni, ricevendo subito dopo dall’infante Filippo di Borbone l’incarico di recarsi a Madrid per riferire. Ne tornò col grado di capitano e divenne aiutante di campo del generale de Croise. Nel 1747-1748 ebbe di nuovo onorifici incarichi in Spagna e poi alle corti di Roma e di Napoli. Comandato in seguito a Parma, vi ottenne subito patenti di tenente colonnello (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Borbonico, 843, decreto 13 gennaio 1751) e fu destinato al presidio di Piacenza. Quivi svolse una modesta attività spionistica, di cui resta traccia in un romanzesco carteggio in cifra (Archivio di Stato di Parma, Carte du Tillot, C, 120). Con lettera cesarea del 27 novembre 1749, in esecuzione del trattato di Aquisgrana, fu restituito alla grazia imperiale e dal 1750 riottenne i suoi beni lombardi, sì che avrebbe potuto ristabilirsi in patria. Invece, vi si recò solo per pochi mesi: la sua cupida attenzione ai favori della Corte di Parma lo spinse a stabilirsi in quella città, anche per l’educazione e la sistemazione del figlio, che viveva ormai con lui, dopo la separazione dalla moglie stabilitasi a Milano. Per il figlio coltivò ambizioni senza limiti, viste le sue precoci qualità: intanto gli ottenne dispensa per entrare nella carriera militare a soli sette anni (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Borbonico, 835, lettere dell’11 e 24 agosto 1749). Il 19 settembre 1742 ricevette l’abito dell’Ordine di San Jago, nella chiesa di Sant’Agostino in Lucca. Nel 1758, quando suo cugino Carlo divenne papa Clemente XIII, il Della Torre di Rezzonico partì immediatamente per Roma col figlio sedicenne ma vi ottenne solo lettere di raccomandazione per il Re di Napoli. Il 19 settembre fu a Napoli, dove venne ricevuto calorosamente, ma l’unico profitto risultò alla fine un posto per il figlio Carlo Gastone nella regia paggeria. Nel 1760 si recò nuovamente a Madrid, questa volta col figlio, passando per Toledo, onde consultare un famoso codice di Plinio annotato dal Mañer de Guzman, e visitando poi la biblioteca dell’Escorial. Nel novembre 1760 fu di nuovo a Parma, festeggiato dai sovrani. Nel 1764 lasciò il suo reggimento per vedere avanzato il figlio, ma fu compensato il 2 febbraio 1769 con la nomina a castellano della cittadella di Parma, carica che depose solo nel 1782, ancora a favore del figlio. La sua vita fu d’allora strettamente legata ai piccoli intrighi della Corte. Dal 1751 colonnello e gentiluomo di camera senza esercizio, ottenne dopo mille petizioni il bramato esercizio nell’agosto 1769. Benché protetto dalla nuova duchessa Maria Amalia (ma forse proprio a causa di ciò), fu in rapporti molto difficili col ministro Du Tillot, per il quale suo figlio si era invece schierato, approfondendo così l’incomprensione che già vi era tra loro, tanto che il figlio Carlo Gastone non esitò a partecipare al generale coro di motteggi per Plinio redivivo, come il Della Torre di Rezzonico fu soprannominato alla Corte, dove si fece fama di uomo fastidiosissimo: pare che per la sua seccaggine l’Alfieri lasciasse Parma anticipatamente, nel 1776 (Parma, Biblioteca Palatina, carteggio P.M. Paciaudi con G. Bodoni; U. Benassi, Curiosità storiche parmigiane, Parma, 1914, p. 27). Nel febbraio 1772 compì a Milano una missione presso l’arciduca Ferdinando: ne fu premiato il 12 gennaio 1773 col grado di brigadiere generale e il 12 febbraio 1774 con quello supremo di maresciallo di campo. Nonostante l’allontanamento del Du Tillot, il suo difficile carattere lo portò a nuovi disgusti a Corte, onde nel 1776 volle ritirarsi a Rezzonico, suo feudo nel Comasco, con l’idea da tempo accarezzata di erigervi un grandioso palazzo. Ma anche lì entrò in urto per certi terreni con i padri domenicani, per cui, indispettito, tornò a Parma, dove pochi anni dopo morì (parrocchia di Sant’Ulderico, Liber VII mortuorum, 1776-1792,p. 65). Il Della Torre di Rezzonico manifestò sin dall’adolescenza amore per l’erudizione e talento: entrato in Arcadia col nome di Anceo Ancolitino, esordì alle stampe con delle Poesie latine e italiane di cui non si conoscono copie, ma che egli cita nella sua Cronistoria (Como, Biblioteca comunale, mss. Monti A-3-1-22). La prima opera nota è l’Oratio in funere Ioseph Mariae Stampae, letta per le esequie dello storico comasco e successivamente pubblicata in Milano (1735), in appendice alla Terza Deca degli Annali di Como. Si sa che volle fosse prima esaminata dal padre G.A. Sassi, prefetto dell’Ambrosiana e da O. Bianchi, curatore dell’edizione muratoriana del 1723 del De gestis Langobardorum di P. Diacono, il che permette di collegare gli esordi del Della Torre di Rezzonico agli ambienti vicini al Muratori. Del 1742 è la sua prima opera d’impegno, scritta per controbattere alcune calunnie sulla giovinezza di papa Innocenzo XI: De supposititiis militaribus stipendiis Benedicti Odescalchi, qui pontifex maximus anno 1676 Innocentii XI praenomine fuit annunciatus (Como, 1742), da un’orazione pronunciata nel marzo per l’inaugurazione dell’Accademia Innocenziana. Si tratta di un lavoro corredato da una vasta bibliografia e da un’accurata rassegna di fonti, che dimostrano una metodologia già formata. Nel 1746 pubblicò a Milano, per la fondazione del Collegio dei ragionieri, un discorso dal titolo Pro novo ratiocinatorum Collegio oratio Mediolani habita XIII kal. Iunii anno vulgaris aerae 1745. Dello stesso anno dovrebbe essere un componimento poetico, di cui non si conoscono copie: Sotto il patrocinio del Ser.mo di Mantova, alla mensa di S.A.R., in lode del Ser.mo Infante. A Parma nel 1757 diede alle stampe un poema, definito plumbeo dai contemporanei e spesso oggetto di ironie: Ludovico adamato, Galliarum et Navarrae regi christianissimo, ob minorem fortissimamque Balearium a Gallis expugnatam Musarum Epinicia. Vi si tratta della presa di Port Mahon da parte dei Francesi, a imitazione dell’Eneide, con note storiche sull’isola di Minorca, in doppia versione, latina e italiana. Ma la sola delle opere edite dal Della Torre di Rezzonico per la quale il suo nome è ancora vivo, il frutto del lavoro e delle ricerche di tanti anni, sono le Disquisitiones Plinianae, in quibus de utriusque Plinii patria, rebus gestis, scriptis, codicibus, editionibus atque interpretibus agitur, due volumi in folio, entrambi editi a Parma, il primo nel 1763, dedicato al delfino di Francia, e il secondo nel 1767 a Ferdinando di Borbone di Parma. In realtà esse concernono solo C. Plinio Secondo il Maggiore, perché a Plinio il Giovane avrebbe dovuto essere dedicato un terzo volume, che non vide mai la luce (il manoscritto si trova in parte nella Biblioteca comunale di Como, Mss. autografi, Monti C-5-III-36 e in parte in quella degli eredi Giovio). L’opera edita è divisa in undici libri, dei quali restano specialmente validi e interessanti l’VIII, contenente la lettera di Plinio a Tito corretta sulla scorta di più di venticinque manoscritti, con versione italiana a fronte e ricche note, il IX, che esamina tutte le varianti al testo ignote al padre Arduino o che quello non aveva potuto controllare nelle biblioteche di Milano, Roma, Napoli, Torino, Lucca, Madrid, Escorial e Toledo, visitate dal Della Torre di Rezzonico, il X e l’XI infine, che contengono l’analisi di tutti i manoscritti conosciuti della Naturalis historia, col catalogo cronologico di tutte le edizioni e traduzioni che comparvero nelle lingue moderne. Nonostante le ironie dei contemporanei e del figlio, si tratta di un tesoro di erudizione ed è un esempio di organizzazione e di metodo, come riconobbe il Tiraboschi. L’ultimo lavoro pubblicato dal Della Torre di Rezzonico è un’appendice del precedente, la Disquisitio de Plinianis aliquibus obscuritatibus (la data di pubblicazione dovrebbe essere 1772, ma l’unica copia nota, che si trova a Brera, D.I. 9764, è priva di frontespizio, per cui mancano i dati tipografici). Alcuni dei suoi molti manoscritti (conservati nelle case Giovio e Ordoño de Rosales, poi in parte venuti in possesso di S. Monti, che ne fece dono al Museo di Como da cui passarono alla Biblioteca comunale) vennero pubblicati postumi. I più notevoli sono: sei lettere-saggio di argomento storico-critico, in vari numeri di Pro Como, dal n. 10 del 1903 al n. 30, Gli Spagnoli e la decadenza della letteratura latina, interessante saggio polemico-letterario, forse del 1778, su una disputa tra S. Bettinelli e G. Tiraboschi da un lato e Y. Andres dall’altro (Como, Biblioteca comunale, Mss. Monti A-E-I-I; in Periodico della Società Storica per la Provincia e Diocesi di Como XVII 1906, 7, 40, 86, 119), De Caesaris Italico itinere et Amaliae Augustae nuptiis Virgilianae virtutis redivivae, poema di 674 esametri sul viaggio in Italia di Giuseppe II (Mss. Monti B-VI-12; in Periodico della Società Storica per la Provincia e Diocesi di Como XIX 1909-1911, 73-112, 169-187), Leonardi a Vincio vita, in italiano e latino, ricca di preziose notizie, con annotazioni erudite (Mss. Monti A-3-IX-I/c; in Periodico della Società Storica per la Provincia e Diocesi di Como XX 1912-1913, 216-230, XXI 1914, 52-86, XXII 1915-1917, 148-152), Autobiografia, dal 1745 al 1776 (Mss. Monti A-3-I-22; parzialmente in Almanacco della provincia di Como, 1902, 37 s.), Del carteggio per la vita di Raffaello Sanzio (Mss. Monti A-3-IX-I; in Periodico della Società Storica per la Provincia e Diocesi di Como XX 1912-1913, 232 ss., XXI 1914, 87-95, XXII 1915-1917, 148-152). Restano molti inediti del fondo Monti presso la Biblioteca comunale di Como, il cui elenco e le cui collocazioni sono pubblicate in Larius, a cura di M. Gianoncelli (II 1966, pp. 14 s.), unitamente a una biografia con ritratto (pp. 1-11), a una bibliografia (pp. 12 s.) e alla pubblicazione di un altro inedito del Della Torre di Rezzonico sulla storia e la geografia del lago di Como, Il Lario (pp. 16-225, dal ms. Monti C-5-I).
FONTI E BIBL.: G.A. Sassi, Historia literario-topographica Mediolanensis, in Ph. Argelati, Bibl. script. Mediol., I, Mediolani, 1745, col. 67; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Roma, 1782, I, 272, II, 169 s.; G.B. Giovio, Gli uomini della comasca diocesi antichi e moderni nelle arti e nelle lettere illustri, Modena, 1784, 225 ss.; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1825-1833, II, 298, 848, IV, 166; A. Lombardi, Storia della letteratura italiana nel secolo XVIII, III, Venezia, 1832, 222 s.; E. De Tipaldo, Biografia degli Italiani illustri, I, Venezia, 1834, 243 s. (animoso articolo di C. Cantù contro il cortigiano); F. Cusani, Storia di Milano, III, Milano, 1861, 66, 124, 186, 189; C. Frati, Lettere di G. Tiraboschi al p. Ireneo Affò, Modena, 1894, 228 e n. 2; A. Giussani, I conti della Torre di Rezzonico, Como, 1896, passim; E. Bertana, In Arcadia, saggi e profili, Napoli, 1909, 255-319; S. Monti, Curiosità letterarie, storiche, artistiche, in Periodico della Società Storica per la Provincia e l’Antica Diocesi di Como XX 1913, 80, 82; M. Cermenati, Leonardo a Roma nel periodo leoniano, in Nuova Antologia 16 maggio 1919, 115; U. Benassi, Il Frugoni e i Rezzonico, letteratura e politica in una corte del Settecento, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXXX 1922, 95-119; R. Ordoño de Rosales Cigalini, La famiglia Ordoño de Rosales Cigalini della Torre di Rezzonico, Milano, 1928, 327-340; G. Natali, Il Settecento, Milano, 1950, 547, 562, 1172; G. Fagioli Vercellone, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 671-674.

DELLA TORRE DI REZZONICO CARLO CASTONE, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO CARLO GASTONE

Como 11 agosto 1742-Napoli 23 giugno 1796
Nacque nel palazzo di famiglia, unico figlio maschio del conte Antonio Giuseppe e di Giustina Guidobono Cavalchini di Tortona. I primi rudimenti d’istruzione li ricevette dalla madre e dagli zii e dall’ava paterni, essendo il padre assente dal 1745 per le vicende della guerra di successione austriaca. Nel 1751, essendosi il padre Antonio Giuseppe ormai stabilito a Parma, separato dalla moglie che andò a vivere a Milano, il Della Torre di Rezzonico lo raggiunse e nel 1752 entrò nel collegio dei nobili di Parma, dove restò per cinque anni avendo come maestro S. Bettinelli, che lo ebbe subito caro e lasciò durevoli tracce di sé sulle sue scelte culturali. Nel 1758, dopo l’elezione a pontefice del cugino Carlo Rezzonico, venne precipitosamente condotto dal padre a Roma. Non essendo disposto ad abbracciare lo stato ecclesiastico (il che avrebbe reso possibile una rapida e brillante carriera curiale), tutto quello che riuscì a ottenere dal Papa furono commendatizie per la Corte di Napoli. Qui fu accolto nella scuola dei paggi e rimase alcuni anni. Gli studi napoletani non furono infruttuosi: il Della Torre di Rezzonico perfezionò la conoscenza del greco tanto da poter dare una traduzione in versi del poemetto di Museo Ero e Leandro, che fu considerata di esattezza salviniana (nel 1762, durante una vacanza a Como, tradusse anche la Batracomiomachia). Nel 1760 accompagnò il padre a Madrid. Nei primi mesi del 1761 lasciò Napoli per raggiungere a Parma il padre che rientrava dalla Spagna e prese servizio nel suo reggimento. Qui ebbe inizio un inasprimento dei rapporti tra i due che degenerò in schermaglie da commedia, tra l’ombrosa e possessiva pedanteria del padre da una parte e la leggerezza giovanile e provocatoria del Della Torre di Rezzonico dall’altra, arrivando a episodi che richiederanno l’intervento di G.-L. Du Tillot per rappacificarli (Archivio di Stato di Parma, Carteggio Borbonico 875, 885, 890, lettere dell’agosto-novembre 1764) e culminando con un non meglio precisato affronto del Della Torre di Rezzonico alla porta ed anticamera del ministro, una bravata che gli valse gli arresti nel castello di Compiano. Fu ben presto perdonato, per l’intercessione presso il ministro dell’amico Malaspina. Intanto però egli venne legandosi strettamente a C.I. Frugoni, vegliardo allegro e indulgente, al sommo della sua fama ma dalla pessima reputazione, che divenne suo maestro di poesia ma anche confidente d’amore e d’avventure. Il padre tentò di fargli sposare Cornelia Lampugnani, ricca ereditiera, ma il matrimonio andò a monte per contrasti sulla dote. Di nozze non si parlò più e anche la galanteria non giocò un gran ruolo nella vita del Della Torre di Rezzonico, salvo qualche isolato e scialbo episodio. Da quando a Roma entrò in Arcadia col nome di Dorillo Dafneio, il Della Torre di Rezzonico cominciò a comporre versi. Tutto il repertorio alla moda, per nozze e monacazioni, lo trovò presente (vedi le Egloghe, in Le pastorelle d’Arcadia, Parma, 1769), poi gli insegnamenti del Frugoni e l’approfondimento degli studi lo arricchirono, spingendolo a una più seria ricerca di qualificazione. Intanto divenne sempre più popolare a Corte: bello, elegante, letterato, buon dilettante di violino e di disegno, danzava bene, parlava il francese e comprendeva l’inglese, fornito di non volgari nozioni di archeologia, matematiche, fisica e metafisica, accoppiò alle grazie delle muse le velleità filosofiche di moda. Se il suo modello per la poesia fu il Frugoni, per la filosofia l’abate de Condillac (a Parma dal 1758 al 1767 come precettore del principe ereditario) esercitò su di lui un’influenza determinante, che lo portò ad adattare i principi del sensismo anche alle belle arti e alla letteratura, dando un certo sapore di novità alle sue tesi per altri versi tradizionali. Ma oltre questi modelli diretti, non bisogna dimenticare l’atmosfera generale della Parma del Du Tillot. Espressione di questa società è il poemetto Agatodemone, Fasti parmensi (di questo periodo, anche se pubblicato a Parma solo nel 1782), in lode e celebrazione delle riforme del Du Tillot. Nel 1768 morì il Frugoni, lasciando il Della Torre di Rezzonico erede delle sue carte e vacanti le sue cariche. Così, in seguito al rifiuto della carica di segretario perpetuo dell’Accademia di Belle Arti da parte del marchese Manara, che propose al suo posto il Della Torre di Rezzonico, egli venne chiamato a tale incarico, divenendo la più prestigiosa figura ufficiale delle lettere locali. Ma quando, nel novembre 1771, la duchessa Maria Amalia costrinse il ministro Du Tillot a lasciare Parma, il Della Torre di Rezzonico cominciò a mostrare quel certo fastidio dell’impegno morale e quel distacco epicureo che furono in qualche modo il suo limite. Continuò invece a dimostrarsi molto attivo nell’organizzazione artistica delle feste di Corte: famose restano una Festa d’Apollo, una Fiera cinese e un grande torneo. Nel 1772 dette alle stampe presso il Bodoni i Discorsi accademici relativi alle belle arti, pronunciati negli anni precedenti in varie occasioni e dedicati al duca Ferdinando di Borbone. Ne fanno parte l’Elogio del Frugoni, l’Elogio del co. Giulio Scutellari, Del disegno parte prima, Del colorito e Dissertazione sull’origine delle stampe in legno e in rame. Quest’opera è di grande aiuto per definire l’estetica del Della Torre di Rezzonico, perché, sul percorso di interventi pronunciati in tempi successivi, permette di osservare la sua evoluzione che, attratto dagli ideali neoclassici di Winckelmann (tentò perfino una trascrizione in versi delle celebri pagine sull’Apollo del Belvedere), viene passando da posizioni genericamente classicistico-rococò a un più preciso gusto neoclassico e greco, volto a rivestire la realtà con le forme di una solennità grandiosa. Tecnicamente, nella descrizione di opere pittoriche egli privilegia l’elemento luministico, con notazioni minute che richiamano la sua formazione sensistica. In questa impostazione estetica tuttavia talvolta sembrano apparire incrinature e apparenti contraddizioni, allorquando gli capita di soffermarsi su forme meno classicamente composte, foriere delle nuove poetiche nordiche, immagini grandiose e sublimi o fantastiche e strane. Certo egli non giunse mai a svincolare i suoi giudizi dai rigidi canoni neoclassici, però talvolta arrivò a prendere in considerazione artisti e stili respinti da essi (apprezzamento per Michelangelo, minore repulsione per Bernini e il gotico), pervenendo a una sia pur limitata loro giustificazione, con qualche accenno di dialettica rinnovatrice, che nasce, a dispetto delle pastoie culturali, proprio dalle sue eccezionali facoltà critiche istintive: e in verità nelle arti figurative egli fu molto preparato e competente e più lo divenne dopo i suoi viaggi. Nel 1773 pubblicò a Parma un volume di poesie di vario metro e stile, dedicato a Ferdinando di Borbone e alla consorte Maria Amalia, che non raccoglieva però, per motivi di opportunità politica, tutte quelle fino ad allora composte. Di esse si può dire che la filosofia vi soverchia la poesia e che, nonostante l’arioso verseggiare frugoniano, risultano spesso troppo lussureggianti (il Frugoni gli aveva rimproverato la mancanza di lima). Queste opere del Della Torre di Rezzonico dovettero molto piacere a Federico II, forse proprio in grazia delle sovrastrutture filosofiche, se in quello stesso anno il Re lo nominò membro dell’Accademia di Berlino. Sempre nel 1773 venne promosso colonnello (ma senza soldo) e nominato gentiluomo di camera con esercizio. Nel 1775 compose un poemetto, cui il padre P.M. Paciaudi trovò il titolo di Mnemosyne, per la raccolta per le nozze di Carlo Emanuele di Savoja con Maria Adelaide di Borbone, che si fece sontuosamente in un meraviglioso bodoniano (Epithalamia exoticis linguis reddito, Parmae, 1775). Nello stesso anno, superata una grave malattia, pubblicò a Parma il primo dei due famosi poemetti didascalici che, pur nel filone di certo illuminismo alla moda, rappresentano i suoi più ambiziosi esperimenti di versificatore: Il sistema dei cieli. Vi appaiono il filosofo Borusso (Copernico), che spazza con erculea clava il sistema tolemaico, poi Pitagora, che insegna al Sole a starsi immoto, Filolao di Crotone, che avvia il moto terrestre con una spinta, infine Newton, che condanna il cartesianesimo e ragiona sulla gravitazione. Istanze estetiche e ambizioni scientifiche s’intrecciano anche più strettamente nel secondo poemetto, dedicato al Condillac, L’origine delle idee, (Parma, 1778). La fortuna di queste opere presso i contemporanei fu considerevole. In ogni caso la versificazione appare ancora più facile ed elegante che nel passato, più misurata, anche se con qualche affettazione, per il vezzo d’introdurre parole latine italianizzate e dottrina anche soverchia. Appare evidente il desiderio di creare, esprimendo la sua formazione sensistica, una mitologia filosofica, cioè una poesia che esponga in immagini e metafore i nuovi veri scientifici. Nello stesso 1778 apparve il Ragionamento sulla filosofia del secolo XVIII, dedicato alla zarina Caterina II: un’opera modesta, volta a distinguere l’anelito al bene universale della filosofia settecentesca dalla sua realizzazione nel concreto, concludendo che filosofico si è il secolo nelle teorie, ma non sofico nella pratica. Nel 1779 gli venne affidato dal Duca di Parma un impegnativo compito letterario che, tra polemiche e gelosie, era quasi diventato un affare di Stato: la pubblicazione celebrativa in nove splendidi bodoniani di tutte le opere poetiche del Frugoni. Il Della Torre di Rezzonico vi lavorò con grande impegno ma con risultati mediocri, se è vero che alcuni componimenti rimasero fuori, mentre ne furono inclusi altri che del Frugoni non erano, o anche abbozzi che molti ritennero da scartarsi. Di fatto questa pubblicazione suscitò violente reazioni. Emblematica quella del padre I. Affò che, dopo mille difficoltà dovute alle alte protezioni del Della Torre di Rezzonico, riuscì a pubblicare a Firenze, incognito, la Lettera di messer Ludovico Ariosto al pubblicatore delle opere di C.I. Frugoni, data dagli Elisi il 1° aprile 1780, in cui attacca e ridicolizza il Della Torre di Rezzonico, accusandolo perfino di plagio. Questi reagì vivacemente, con l’Apologia dell’edizione Frugoniana e del Ragionamento sulla volgar poesia dove, chiamando l’ignoto avversario Vappelfango, incorse egli stesso in qualche scurrilità. Ma assai più dell’edizione frugoniana interessa lo studio che il Della Torre di Rezzonico premise a essa: il Ragionamento sulla volgar poesia dalla fine del passato secolo ai nostri giorni, uno dei lavori più chiarificatori delle sue posizioni teoriche. In questo scritto egli considera la nuova poesia partendo, sì, da tematiche che erano state del Gravina, del Muratori e del Conti, ma per raggiungere una definizione molto più rigorosamente intellettualistica, evidenziando il tracciato della letteratura secondo schemi meccanicistici anziché storici. In realtà, se le basi sono quelle di altri trattatisti, egli diede loro un particolare rigore grazie alle premesse filosofiche che aveva assunto dal Condillac, giungendo in pratica alle conclusioni che il genere didascalico è superiore a ogni altro e il verso sciolto è il solo legittimo e logico, contro l’errore della rima (su questo punto fu in polemica col Baretti). Forse questo rigore non fu però così stretto, se poterono insinuarvisi elementi, se non preromantici, fortemente sentimentali, che gli fecero accettare certo teatro e certa letteratura francesi e inglesi (idolatrò Eloise to Abelard del Pope). Nello stesso 1779 il Della Torre di Rezzonico incappò in un’altra disavventura letterario-politica, con la presentazione all’Accademia di Mantova, che lo respinse con deplorazione, di un discorso (un opuscolo a firma Filantropo) nel quale con accenti fortemente pacifisti parla di macello dei popoli per le ambizioni dei re. Invano egli cercò la protezione di una dedica a Caterina II, perché l’Imperatrice la rifiutò. Comunque l’amicizia del duca Ferdinando di Borbone gli evitò ogni conseguenza. Nel 1782 vi fu anzi una pioggia di promozioni e di nomine: brigadiere generale nel marzo, poco dopo divenne castellano di Parma per refuta del padre e poi preside delle Belle Lettere e individuo del magistrato dell’Università. Fu il premio per l’assidua partecipazione alle noiosissime Ducali Accademie di settimana, per le regie teatrali, per l’organizzazione dei carnevali, ma anche per la composizione della Passione per la Pasqua della Corte, o delle Nenie per Natale. In questo contesto venne incaricato di scrivere un dramma per musica da rappresentarsi con fasto a Corte in occasione della visita dei conti del Nord, con preghiera di creare qualcosa di nuovo e originale. Vide così la luce Alessandro e Timoteo, per le musiche di G. Sarti, che ottenne l’approvazione ducale, grandi lodi dal granduca Paolo e dall’Arteaga la dichiarazione che nessun dramma moderno è scritto con uguale vaghezza, mentre invece non è neppure originale, derivato com’è da Alexander’s feast di J. Dryden: molto più interessanti appaiono le Osservazioni sul dramma in musica che vi allegò in seguito. Nel 1783, col pretesto di una missione diplomatica, si recò a Vienna, dove frequentò la società e specialmente la casa del ministro Kaunitz. Al ritorno la vita di Parma gli apparve meschina e insopportabile, anche se vi ricevette le chiavi d’oro di ciambellano. Così nel 1784 andò ospite dei cugini Giovio nel Comasco, nella villa di Verzago, e lì compose il Komoy Alosis, L’eccidio di Como (Parma, 1784), un poemetto che rievoca un episodio della storia della sua città (27 luglio 1127). La scelta, inusuale per i tempi, di un soggetto medioevale, è apparsa ad alcuni critici un elemento in più per intravvedere nel Della Torre di Rezzonico reali indizi di preromanticismo. Si tratta comunque di una delle sue cose migliori e alcune pagine (come quelle in cui compare Plinio) raggiungono un vigore notevole, molto al di là delle aspirazioni giovanili al sonettismo grandioso del Frugoni, ormai in forma mitico-storica, con un rilievo che potrebbe aver attirato l’attenzione del Foscolo per i Sepolcri. Nel marzo 1785 gli morì il padre: ormai libero dalla pesante tutela, si dette ai viaggi tanto sognati. Passò il luglio e l’agosto in Toscana, in settembre si recò a Como per l’ultima volta. All’inizio del 1786, chiesta la licenza del Sovrano e ottenutala a condizione che s’impegnasse a ragguagliarlo con frequenti lettere (mantenne l’impegno per quasi cinque anni), il Della Torre di Rezzonico partì per il grand tour. Presa dunque la via di Ginevra, giunse a Parigi proprio nel momento culminante dell’affair du collier, per proseguire subito per l’Inghilterra, la sua vera meta. Per quasi due anni (1787-1788) il Della Torre di Rezzonico andò mettendo alla prova la sua preparazione di intellettuale aristocratico anglofilo, di lettore di teorici come J. Addison, Th. Blackwell, A.A. Cooper di Shaftesbury, di cantore di I. Newton e di traduttore de Il Penseroso di J. Milton. Portato dalla sua cultura illuministica alla ricerca del vero, non restò però insensibile alle sollecitazioni del pittoresco e del sentimentale. Di questo periodo resta il Giornale del viaggio in Inghilterra negli anni 1787-1788, ricco di fitte annotazioni, che rappresentano forse la summa della sua cultura migliore. Gli altri diari di viaggio, come il precedente pubblicati postumi (in Opere, volumi IV-VII), sono: Frammenti sulla città di Londra, Viaggio di Napoli negli anni 1789 e 1790, Viaggio da Napoli a Roma, giugno 1790, Viaggio della Sicilia e Malta negli anni 1793 e 1794, Antichità di Palermo, Delle vedute di Roma, Frammenti del viaggio per la Germania. Sullo scorcio del 1788 il Della Torre di Rezzonico lasciò l’Inghilterra per visitare Olanda e Germania, rientrando per la via di Trento, carico, oltre che di appunti, di preziosi acquisti di libri, medaglie, mobili, orologi e incisioni. Il rientro a Parma gli riuscì sgradevole e il clima ormai ultrabigotto della Corte gli sembrò invivibile. Pensò che Roma potesse offrirgli maggiore respiro e vi si recò nella primavera del 1789, ospite del senatore Rezzonico suo cugino, facendovi vita di società e forse (ma questa vicenda presenta ancora punti oscri) incontrandovi qualche volta G. Balsamo alias Alessandro Cagliostro, che proprio nel dicembre di quell’anno venne arrestato e inquisito. Per difendersi dai rigori del tribunale, dopo le confessioni della moglie, il Cagliostro tirò in ballo nomi d’illustri amici, veri o immaginari, e tra questi quello del Della Torre di Rezzonico, che venne indicato come illuminato. Questi non ebbe direttamente alcun fastidio dalle autorità romane (alcune fonti lo dicono erroneamente arrestato e processato), ma lo scandalo si sparse. Il Duca di Parma chiese chiarimenti e papa Pio VI gli inviò copia delle dichiarazioni di Cagliostro (approfondite ricerche effettuate nel 1890 negli archivi parmensi da A. Rondani per conto di E. Bertana hanno dimostrato la scomparsa del dossier). L’infante Ferdinando di Borbone, per il quale Cagliostro era l’anticristo, nonostante l’antica amicizia e la probabile mancanza di prove, spinto anche dal vescovo di Parma A. Turchi, emanò il decreto 20 settembre 1790 con cui, per motivi riservati alla Sovrana Cognizione, spogliò il Della Torre di Rezzonico di tutti i suoi molti titoli e cariche e di ogni assegno ed emolumento. Questi, con pretesto di salute, si era frattanto messo al sicuro a Napoli già dalla primavera del 1790, da dove, tenuto informato dal ministro Acton e dall’ambasciatore di Spagna a Roma de Azara, tempestò di suppliche e di giustificazioni il Duca, il Papa e tutti i conoscenti. Da Pio VI pare che riuscisse a ottenere, nel luglio 1791, dopo mesi di tergiversazioni, una lunga lettera al Duca (anch’essa scomparsa dagli archivi), in cui lo si giustificava, almeno in parte, e grazie alla quale egli sperò di riuscire a ottenere il perdono. Ma l’Infante non volle saperne. Il Della Torre di Rezzonico da parte sua sostenne sempre con accenti di verità di aver conosciuto Cagliostro a Trento presso il principe-vescovo e di non averlo in seguito incontrato che tre volte, solo per curiosità, senza avere mai frequentato la loggia massonica di Porta Pinciana (e questo è vero: l’elenco dei frequentatori è noto). Dalle confidenze dell’Acton venne a sapere di essere stato indicato come uomo pieno di occulte relazioni per eccitare tumulti nei governi, segnatamente a Napoli e in Sicilia. Egli tanto se la prese da ammalarsi gravemente nell’autunno 1790. Operato, guarì, ma ormai non pensava più ad altro che alla riabilitazione e tutti i suoi scritti furono rivolti solo a ottenere ciò, patetici nel loro alternarsi di speranze e delusioni. S’illuse di rientrare in grazia arricchendo di versi e prose senza firma il Callimaco greco-italiano stampato dal Bodoni nel 1792 per le nozze di Carolina di Parma o pubblicando nello stesso anno l’Ode per l’acclamazione in Arcadia del Duca di Sudermania, tutta vibrante di zelo legittimista, o il Venerdì santo (1793) da buon suddito e buon cattolico. Nel 1793 pubblicò sul Giornale della Letteratura Italiana (III, I, p. 312) l’erudita Lettera sui monumenti Indici del Museo Borgiano, illustrati da p. Paolino di San Bartolomeo. La sua ultima fatica fu occasionata da una piccola querelle di critica d’arte con T. Gargallo, il quale aveva attaccato una sua Lettera a Diodoro Delfico sul gruppo di Adone e Venere opera di A. Canova, e che egli rintuzzò vivacemente sotto il nome di Filotete Nemesiano. Nel 1794 decise, in un estremo tentativo di rendersi di nuovo rispettabile, di farsi ricevere nell’Ordine di Malta. Così, nel 1795, dopo una escursione in Sicilia, giunse a Malta. Il gran maestro de Rohan, che già lo conosceva, lo esaminò, trovandolo di sanissimi principî, e lo accolse nella venerabile lingua d’Italia come cavaliere milite per giustizia. Rientrato a Napoli, condusse una vita tranquilla, confortata dall’amicizia dell’Acton, dalle conversazioni in casa Hamilton, dove incontrò il fiore della società napoletana e la colonia inglese e dalle feste dell’Arcadia. Cercò di trovare nella religione un antidoto alle sue inquietudini ma questo suona poco convincente: era una fede senza spontaneità, senza forza ideale e senza calore. Pensò di ritirarsi nella patria Como ma il 30 agosto 1795 venne colto da emiplegia a teatro, rimanendo paralizzato dal lato sinistro, pur conservando le facoltà: visse così ancora quasi un anno. La vastissima corrispondenza, solo una parte della quale fu pubblicata nell’epistolario contenuto nel volume X delle Opere, e i manoscritti del Della Torre di Rezzonico andarono in parte dispersi, come avviene a chi manca in terra straniera. Alcuni passarono al suo cameriere e legatario P. Nessi (lord Bristol gli offrì 300 scudi per l’originale del Viaggio in Inghilterra). La maggior parte furono avventurosamente conservati e riportati a Como presso la famiglia dei marchesi Cigalini, nella quale era entrata la sorella ed erede Clelia. In parte si trovano in Milano, presso i discendenti di lei, marchesi Ordoño de Rosales Cigalini della Torre di Rezzonico. Il Della Torre di Rezzonico pubblicò in vita una piccola parte della vasta produzione. Tutte le opere vennero raccolte e pubblicate in Como, in 10 volumi, dal 1815 al 1830, a cura di F. Mocchetti, col titolo Opere del cavaliere Carlo Castone conte della Torre di Rezzonico, patrizio comasco. Nel volume I, da pag. V a pag. XXXVII, vi è una Prefazione critica di I. Martignoni e alle pp. XLI-CXIX si trova l’articolo Della vita e degli scritti del cav. C. Castone conte D. di R., patr. com., Memorie del cav. e conte Giambattista Giovio. Ogni volume è corredato da indice. I diari di viaggio, i poemetti e molte poesie furono successivamente ristampati in varie edizioni.
FONTI E BIBL.: G.B. Giovio, Gli uomini della comasca diocesi antichi e moderni nelle arti e nelle lettere illustri, Dizionario ragionato, Modena, 1784, 227-230; B. Gamba, Notizie, premesse all’edizione del Viaggio in Inghilterra, Venezia, 1824; C. Cantù, in E. De Tipaldo, Biografia degli Italiani illustri, Venezia, 1824, I, 244-247, II, 498; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1825-1833, I, 22, 95-104, 114, IV, 178 s., 182, 185, 204, 217, 235, 237, 241, 268-274, 308, 366, 442, 463, 563, 565-572, 587, 590, 654; G. Carducci, La lirica classica nella seconda metà del secolo XVIII, in Edizione nazionale delle Opere, 197-204; P. Amat di San Filippo, Biografia dei viaggiatori italiani colla bibliografia delle loro opere, Roma, 1882,515 s.; E. Bertana, L’arcadia della scienza, Carlo Gastone Della Torre di Rezzonico, Parma, 1890, 181-230; C. Capasso, Il Collegio dei nobili di Parma, Parma, 1904, 156; C. Pesenti, L’arte e la scienza di un arcade celebre, saggio storico-critico, Roma-Milano, 1909; A. Donati, Poeti minori del Settecento, II, Bari, 1913, ad Indicem; A. Boselli, Il carteggio bodoniano della Palatina di Parma, Parma, 1913, 127; U. Benassi, Il Frugoni e i Rezzonico, letteratura e politica in una corte italiana del Settecento, in Giornale Storico della Letteratura Italiana 2, 1922, 95-119; G. Gasperoni, Settecento italiano, I, L’ab. G.C. Amaduzzi, Padova, 1941, 43, 47 n. 32; B. Croce, La letteratura italiana del Settecento. Note critiche, Bari, 1949, 360; C. Calcaterra, La letteratura italiana veduta da un condillachiano, in Convivium, n.s., I 1947, 321-345, ristampato in Il barocco in Arcadia, Bologna, 1960, 343-361; G. Natali, Il Settecento, Milano, 1950, 688, 719, 1172 s., 1202; F. Ulivi, Settecento minore, in Paragone Letterario 40, 1953, 3-17; G. Pellegrini, Un arcade anglofilo, in Rivista di Lettere Moderne 3, 1954, 193-204; M. Turchi, Per una recente interpretazione dei poeti del Settecento parmense, in Aurea Parma 2, 1955, 68-88; G. Cusatelli, Una guida poetica di Parma settecentesca, in Aurea Parma 2, 1956, 82-97; G. Muñoz, Variazioni critiche del Rezzonico sulle arti figurative, in Convivium XII 1958, 405-413; E. Bonora, Letterati, memorialisti e viaggiatori del Settecento, Milano-Napoli, 1960, 993-1022; B. Maier, Lirici del Settecento, Milano-Napoli, 1960, 517-531; Dizionario Utet, X, 1960, 1011-1012; W. Binni, Il Settecento, in Storia della letteratura italiana, Milano, 1960, 322, 527, 613, 676 s.; W. Binni, Aspetti della poetica neoclassica nell’ultimo Settecento letterario, in Il Settecento, Milano, 1968, ad Indicem; E. Guagnini, Opere poetiche di Gastone Della Torre di Rezzonico, in Classici italiani minori, Bologna-Lugo, 1977, 417 ss.; G. Fagioli Vercellone, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVII, 1989, 674-678.

DELLA TORRE DI REZZONICO CASTONE, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO CARLO GASTONE


Nacque da famiglia di origini nobili. A Bologna trascorse gli anni della giovinezza. Frequentava con profitto il corso di ingegneria, quando, senza alcun addestramento, con la prima guerra mondiale in pieno svolgimento, venne inviato sul fronte carsico. Dopo qualche giorno ricevette il grado di sergente e in seguito quello di tenente. Venne decorato con due croci di guerra e promosso capitano. A conflitto concluso, tornò a Bologna. Riprese gli studi e si dedicò al calcio professionistico. Si laureò in ingegneria e fu assunto da una società di idrocarburi di Fornovo. Si allenava nei campi da calcio del Parmense e alla domenica partiva per Bologna dove giocava nella squadra allora prestigiosa (che tremare il mondo fa), della quale fu il capitano. Partecipò alle Olimpiadi nel 1927. I suoi virtuosismi nel ruolo di attaccante erano unici: nel Campionato del mondo contro la Spagna, a Parigi, umiliò Zamora, il più grande dei portieri dell’epoca. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, venne richiamato nel corpo di guardia frontiera: fu ai confini della Francia, poi in Jugoslavia e in Sicilia. L’8 settembre 1943 lo sorprese a Berceto. Catturato dai Tedeschi, fu prima condotto a Mantova a bordo di camion, poi una tradotta lo portò in Polonia, nel campo di concentramento di Przemjsl. Successivamente fu trasferito in Germania nel campo di Ammerstein. Quando aveva già perso trenta chili di peso e si era ormai rassegnato alla propria sorte, il Della Valle ricevette la visita inattesa del calciatore Monzeglio, militante in una squadra tedesca. L’amico gli promise il suo interessamento. Infatti si adoperò in tutti i modi, sino a strappare il consenso al rientro in patria del Della Valle. Per suo desiderio, il Della Valle fu sepolto nel cimitero di Ozzano Taro, paese che dedicò al suo ricordo il campo sportivo comunale.
FONTI E BIBL.: P. Bettati, in Gazzetta di Parma 26 gennaio 1999, 23.

Parma 1543/1575
In una grida del 28 gennaio 1543 viene citato come tubator del Comune di Parma. Risulta in servizio ancora il 5 marzo 1575.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 25.

DELLA VALLE, vedi anche DALLA VALLE

DELLE CATENE GINO GHERARDO, vedi DALLE CATENE GIAN GHERARDO

DELLE ERBETTE FILIPPO, vedi MAZZOLA FILIPPO

Parma ante 1248-Germania 1282
Non si conosce in quale anno e dove il Delle Olle vestì l’abito francescano. Si sa che attendeva agli studi nel convento di San Francesco di Parma quando per ordine dei superiori venne mandato in Francia in compagnia di frate Salimbene de Adam, il cronista, dal quale si hanno queste notizie. Dalla Francia il Delle Olle si portò a Genova, ove venne ordinato diacono nel 1248. Nel 1250 ritornò in Parma, chiamatovi dal suo ministro, frate Vitale, e dimorò poi per lungo tempo in Bologna. Dopo essersi rimesso in salute da un’infermità, si portò in Terra Santa (ivit ad provinciam Ultramarinam) nell’anno 1270, quando re Luigi IX si recò alla guerra di Tunisi. Tenne la carica di custode e guardiano di Gerusalemme forse sino il 1279, nel quale anno si recò al Capitolo generale celebrato in Assisi. Poi fu nuovamente in Oriente a conforto dei cristiani schiavi dei Saraceni in Egitto (1279-1282). Nel 1282 intervenne in Argentina (Germania) al Capitolo generale. Finite le sessioni del Capitolo, messosi in viaggio per il ritorno, si ammalò gravemente. Preso ricovero nel più vicino convento dei Francescani, dopo poco vi cessò di vivere. Il Delle Olle si rese celebre per il fervore delle sue predicazioni, per l’austerità dei costumi e la santità della vita (secondo la tradizione, fu autore in vita di diversi miracoli).
FONTI E BIBL.: Beato Buralli 1889, 95-96; Golubovich, Terrasanta, 1906, 275-276.

DELLE QUAGLIE GOVANNI GENESIO, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIO

DELL’ERBA, vedi ERBA

DELLE SPADE SIMONE, vedi MARTINAZZI SIMONE

Parma 1428/1450
Figlio di Luca. Maiolicaro, ricordato in diversi atti notarili: 20 gennaio 1428, Testimonio Giovannino de Tovaleis filio Luce della vic.ª di S. Bartolomeo della ghiaia porta de parma (rogito di Giovanni da San Leonardo); 19 ottobre 1445, Testimonii Maestro Giovannino de Tovaleis Bochalario f. q. Luca della vic.ª di S. Bartolomeo della ghiaia e Battista da Gorzano di Modena figlio di Maestro Giovanni della vic. di S. Michele dall’Arco (rogito di Lodovico da Neviano, Archivio Notarile di Parma); 11 luglio 1446, M.o Giovannino f. q. Luca de Tovaleis civis boccalarius abitante in Parma nella vicinanza di San Bartolomeo della ghiaia confessa di avere ricevuto dall’egregio Sig. Michele de Colbenis la dote della figlia Cassandra de Colbenis che erasi sposata a Matteo de Tovaleis figlio di esso M.o Giovannino, costituitagli in l. 325 d’imperiali (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma); 23 dicembre 1450, D. Agnesina f. di Giberto de Pegorariis moglie di Antonio del fu Giovanni da San Leonardo citt.° di S. Anastasio confessa d’aver avuto da Giovannino de Tovaleis Bocalario f. d.ni Luce cive et habit. civitatis parme in vicinia S. Bart.i de glarea la somma di lire 130 d’imp.i delle quali era debitore come da rog. di Pier Giorgio de Ruberiis (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 70; G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche meteurensi, Pesaro, 1879, II, 224; Minghetti, Ceramisti, 1939, 229.

Rimini-post 1500
Probabilmente fu della stessa famiglia di Andrea, eletto organista poco dopo la costruzione del nuovo organo della Cattedrale di Parma. Nel 1490 il Dell’Organo fu anch’egli organista della Cattedrale di Parma, ove lo si trova ancora il 4 aprile del 1500. Abitò nella vicinanza di Sant’Antonino. Il Dell’Organo ebbe anche l’obbligo di mantenere in ordine l’organo e di provvedere al levamantici.
FONTI E BIBL.: Archivio Comunale di Parma, Libro della Offerta della Cattedrale di Parma; A. Pezzana, Storia di Parma, V, 182; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 6.

Parma 1482
Fu abate del monastero di San Bassiano di Lodi e poi vescovo di Mitilene (27 maggio 1482). Fu suffraganeo del vescovo parmense cardinale Schiaffinati.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

Parma 1530/1545
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1530 al 1545.
FONTI E BIBL.: Archivio del Consorzio di Parma, Beneficiorum nec non Beneficiatorum Elenchus, fol. 40, in Archivio di Stato di Parma; R. Pico, Appendice de’ vari Soggetti parmigiani, Appendice 5, 198; N. Pelicelli, La Cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 5, 6; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 14.

Piacenza 22 dicembre 1801-Parma 14 agosto 1883
Nacque da Luigi e da Margherita Rossi. Avviato fin da fanciullo allo studio del violino, divenne in seguito allievo del violinista milanese M.C. Borsani, direttore dell’orchestra del teatro piacentino e successivamente addetto all’orchestra ducale di Parma come spalla dei secondi violini. Sotto la guida del Borsani il Del Maino compì rapidi progressi tanto che ancora giovanissimo ottenne il posto di spalla dei violini primi dell’orchestra stabile di Piacenza. In questa formazione orchestrale, stando a quanto attesta il Dedici, si produsse più volte anche come direttore. Attività questa che sembra comunque essere stata del tutto occasionale e dettata da necessità contingenti (a esempio l’improvvisa assenza di un direttore già designato) dal momento che di essa non si trova più traccia nella sua successiva carriera artistica. Il 10 aprile 1829, a conferma della sua abilità di esecutore, venne chiamato a Parma nell’orchestra ducale per sostituirvi temporaneamente in qualità di prima viola F. Rolla. Alla morte di quest’ultimo, poi, il Del Maino fu confermato nell’incarico a partire dal 31 gennaio 1830, con lo stipendio annuo di lire 800 (egli conservò il posto fino al Carnevale del 1881, per ben cinquantuno anni). Nel dicembre del 1836, su invito di F. Bona, delegato alla presidenza degli ospizi civili di Parma, il Del Maino accettò di insegnare gratuitamente agli allievi della scuola del Carmine, primo embrione della futura Reale Scuola di musica parmense. Il 21 marzo 1840 con sovrano rescritto venne nominato insegnante effettivo di viola e violino nella suddetta scuola, carica che tenne fino alla morte. Dall’ottobre 1874 al novembre 1875 tenne poi la direzione della Regia Scuola di musica della quale, in quanto insegnante più anziano, fu nominato per diversi anni vice direttore. Violinista dotato e musicista di talento, tuttavia non intraprese mai una vera e propria carriera concertistica. La sua attività di esecutore infatti restò sempre limitata all’ambito della routine d’orchestra. Ben più rilevante fu invece il suo operato nel campo didattico. Insegnante scrupoloso e di buon metodo, il Del Maino può essere considerato il creatore della scuola di violino parmense. Pur non essendo possibile una valutazione anche sommaria delle caratteristiche e delle qualità dei metodi didattici impiegati (non avendo egli, a dispetto della sua lunga e intensa attività di insegnante, lasciato nulla di scritto), resta tuttavia a testimonianza della fruttuosità del suo operato una lunga lista di valenti esecutori, interpreti e compositori che furono tutti suoi allievi.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Appendice II, Parma, 1884, 26-28; G. Dacci, Cenni storici e statistici intorno alla Reale Scuola di musica in Parma, Parma, 1888, 77 ss.; L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1899, 160; E. Dedici, Il maestro Giuseppe Del Maino, in La Scure 19 novembre 1931; Piacenza musicale, a cura del Conservatorio G. Nicoli, Piacenza, 1940, 65; A. Furlotti, Il Regio Conservatorio di musica Arrigo Boito di Parma, Firenze, 1942, 25, 45, 63; Nuovo Dizionario biografico piacentino, Piacenza, 1987, 97; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, Supplemento, 249; R. Baroncini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVIII, 1990, 111.

DEL MAJNO, vedi DEL MAINO

Basilicanova 23 settembre 1882-Parma 2 marzo 1956
Figlio di Cipriano. Finite le scuole elementari presso l’Istituto De la Salle di Parma, entrò nel Seminario Emiliano per le Missioni Estere e vi rimase fino alla seconda liceale quando entrò nel Seminario Vescovile di Parma, ove terminò il liceo e percorse brillantemente i corsi teologici. Ordinato sacerdote (28 giugno 1908) e laureatosi in giurisprudenza presso l’Università di Parma, fu scelto nel 1908 dal nuovo vescovo monsignor G.M. Conforti per dare impulso all’Azione Cattolica, che usciva da una profonda crisi, e che già alla vigilia della prima guerra mondiale prese un marcato sviluppo soprattutto per l’entusiasmo e la fede del Del Monte, che si preoccupò, tra l’altro, di preparare un buon numero di propagandisti, parecchi dei quali, negli anni tumultuosi del primo dopoguerra, si segnalarono in ogni campo. Fu assistente ecclesiastico della Federazione Giovanile Cattolica dal 15 ottobre 1919 al 20 gennaio 1920. Dopo avere prestato il servizio di cappellano militare nell’Ospedale militare di Piacenza durante il primo conflitto mondiale, si laureò in teologia presso l’almo Collegio Teologico di Parma. Nel 1919 gli fu affidata dal vescovo la direzione del nuovo settimanale diocesano Vita Nuova e, nello stesso anno, insieme ai migliori rappresentanti del laicato cattolico locale, diede un valido contributo alla nascita e allo sviluppo a Parma del Partito Popolare Italiano e dell’Unione del lavoro. Il congresso della Gioventù Cattolica emiliana, tenutosi a Parma nell’agosto del 1920, testimoniò la vitalità del Movimento Cattolico parmense, di cui il Del Monte era e continuò a essere l’anima. Il settimanale diocesano, che egli diresse per undici anni con coraggio e fedeltà di principi, fu luce e guida ai giovani, di cui rifletté la generosità e lo spirito di rinnovamento. Del fascismo fu tenace e accanito oppositore: ne condannò, sin dal suo sorgere, la dottrina anticristiana e la violenza, denunciò il significato strumentale delle prime concessioni fatte alla Chiesa da Mussolini ed esortò i giovani a stare lontani da esso, in quanto rappresentava un pericolo per la fede. Nonostante fosse oggetto di continue minacce e fosse duramente percosso ai primi di agosto del 1922, quando le squadre di I. Balbo tentarono di penetrrare nei quartieri rossi di Parma, il Del Monte continuò imperterrito la sua opera di opposizione al regime. Persino dopo la promulgazione della legge sulla stampa non desistette dalla condanna delle deviazioni dottrinali e dei sistemi violenti del fascismo, cui non mancarono certo i simpatizzanti tra le file dello stesso clero. La Conciliazione non poté non trovare un’eco favorevole nel settimanale da lui diretto, ma il Del Monte non si abbandonò a esaltazioni iperboliche e quale fosse il suo stato d’animo lo dimostrò il fatto che subito dopo (1929) chiese al vescovo di essere sollevato dal suo incarico. Dal 1930 in poi indirizzò la sua opera soprattutto alla formazione dei giovani seminaristi, quale docente di sociologia, di storia ecclesiastica e di diritto canonico, e all’esercizio di importanti incarichi: presidente del Tribunale ecclesiastico di Parma dal 1934, giudice del tribunale regionale emiliano, priore dell’Almo Collegio teologico di Parma, officiale della Curia Vescovile di Parma e direttore de L’Eco della Curia Vescovile fino al 18 gennaio 1915, esaminatore sinodale e prosinodale, assistente ecclesiastico per sette anni dell’Istituto Maestre Luigine e membro di diritto degli Istituti Femminili Raggruppati. Il 19 luglio 1920 fu nominato canonico della Cattedrale di Parma. Come appassionato cultore di storia, lasciò pregevoli monografie su San Bernardo degli Uberti (Parma, 1939), Sant’Ilario di Poitier, il Concilio di Trento, cronache sacre, Il Concilio di Efeso (Parma, 1932), il Seminario di Parma, Il cardinal Mercier, (Parma, 1941), La famiglia nel I libro del Codice Civile, (Parma, 1943), Il Collegio dei Teologi dell’Università di Parma, (Parma, 1948). Il volume Un Viaggio in Oriente resta l’opera sua più completa, nella quale trasfuse tutto il suo animo di sacerdote, di studioso, di giornalista e di amante di folklore.
FONTI E BIBL.: Gli scritti di Del Monte di carattere religioso, sociale e politico sono raccolti in gran parte in Vita Nuova (1919-1930) e ne L’Eco, foglio ufficiale della Curia di Parma. Cenni alla sua figura e alla sua opera sono in A. Pasini, La figura e le opere di monsignor Giovanni Del Monte, in Gazzzetta di Parma 4 marzo 1956; J. Bocchialini, Ricordo di don Del Monte, in Aurea Parma 1956; C. Pelosi, Note e appunti sul Movimento Cattolico a Parma, Quaderni di Vita nuova, 1962, n. 4; F. Canali, La Gioventù Cattolica a Parma durante l’episcopato di monsignor G.M. Conforti, in La Gioventù Cattolica dopo l’Unità, Storia e Letteratura, Roma, 1972, 465-511; F. Cassaroli, Popolari e fascismo nel Parmense tra le due guerre, CAF, 968-983; A. Leoni, Il circolo Cattolico D.M. Villa dell’Oltretorrente parmense durante il pontificato di Pio XI, CAF, 1035-1057; P. Triani, Vicende e figure, Tip. Benedettina, Parma, 1978, 64,-75; I. Dall’Aglio, in Parma per l’Arte 1 1957, 39-40; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 190-191; A. Leoni, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 297-298; Il Seminario di Parma, 1986, 108.

DEL MONTE INNOCENZO, vedi DEL MONTE SANTINO


Borgo San Donnino 1532-Roma 3 novembre 1577
Non si conosce il cognome del padre. Le uniche notizie sulla nascita e sulla famiglia del Del Monte sono quelle fornite da A. Fortunio, che lo dice figlio di Angelino del Borgo di S. Donnino che andò al servitio del Sig. Baldovino di Monte nella Rocca di Furlì, e poi del fratello, cioè del Cardinale Giovanmaria, quando fu legato di Parma e di Piacenza, all’un de quali servì per bombardiere, & all’altro nella Guardia. Ebbe anche una Sorella maritata (da lui Cardinale) al S. Antonio Salvaggiano da Bertinoro (A. Fortunio, Cronichetta, p. 55). Di umilissime condizioni, il Del Monte incontrò la sua fortuna nel periodo in cui il padre era al servizio del cardinale Giovanni Maria Ciocchi Del Monte, quando questi fu legato di Parma e Piacenza (1537-1544). Il cardinale, notato il Del Monte, si lasciò trasportare da un grandissimo affetto verso di lui. Lo volle costantemente al suo fianco. Quando nel 1545 dovette recarsi a Trento come legato pontificio al concilio, portò con sé il Del Monte. Solo quando questi cadde malato lo rimandò a Monte San Savino, affidandolo alle cure del suo maestro di casa Lorenzo Bartoli, e lo richiamò presso di sé una volta che fu guarito. Quando poi compì i quattordici anni gli fece conferire una prepositura nella Chiesa aretina. Volle anche che il Del Monte fosse adottato come figlio da suo fratello Baldovino, col nome di Innocenzo Del Monte. Il cardinale volle anche che fosse curata la sua istruzione: suo precettore fu Onorato Fascitello. L’8 febbraio 1550 Giovanni Maria Ciocchi Del Monte fu eletto papa col nome di Giulio III. Già pochi giorni dopo l’elezione il nuovo Papa manifestò il proposito, enunciato del resto già tempo addietro, di elevare alla porpora il Del Monte. Alla fine di aprile 1550 lo fece venire nella villa di Bagnaia. Nel concistoro del 30 maggio il Del Monte fu creato cardinale diacono. Il 1° giugno andò a Roma per l’investitura. Ebbe una rendita di 12000 ducati e il 1° settembre ricevette il titolo di Sant’Onofrio. Non mancarono meraviglia e proteste per la nomina di questo diciassettenne di oscura provenienza. Protestarono il cardinal R. Pole e, in particolare, il cardinal Gianpietro Carafa che inutilmente cercò di dissuadere il Papa ricordandogli cum poenitus ignorem et genus, et patriam, et natales, et aetatem et qualitatem personae (lettere a Giulio III del 30 maggio 1550, Biblioteca apostolica Vaticana, Vaticano latino 7290, f. 1r). In effetti questa nomina, la prima del nuovo Papa, destò scandalo in tutta Roma. Non mancò chi disse, e la voce fu accolta da tutta la città, che il Papa aveva voluto creare cardinale il suo amante. Tale accusa venne respinta dagli storici cattolici (per esempio A. d’Aubery, Histoire, IV, pp. 296 s.; Pastor, Storia dei papi, VI, p. 52) e, in un certo senso per motivi specularmente opposti, fu invece fatta propria dagli storici protestanti dell’epoca (a esempio Sleidan, Commentariorum, p. 674, e Bale, Acta, pp. 511-523). Tale sospetto, comunque, non fu sviluppato soltanto nelle pasquinate: l’ambasciatore veneto Matteo Dandolo scrive infatti che il Del Monte era un piccolo furfantello e che il cardinale Giovanni Maria Del Monte se lo prese in camera e nel proprio letto, come se gli fosse stato figliuolo o nipote (Relazione di Roma, in Relazioni, a cura di E. Alberi, II, 3, p. 355). Onofrio Panvinio, riferendosi alla vicende del Del Monte, scrive di Giulio III: nimie vitae luxuriae et libidinibus intemperanter deditus e ad voluptarios tantum secessus per totum pontificatum intempestive comessando lasciviendoque (Historia Barth. Platinae de vitis Pontificum Romanorum, Coloniae, 1562, pp. 331, 333; citato in Concilium Triden., Diaria, II, p. cxxxiv) e, ancora più esplicitamente, lo definisce puerorum amoribus implicitus (De Iulii III vita ante pontificatum, p. 147). In ogni caso tutti furono stupidi dall’eccezionale favore che il Del Monte cominciò a godere presso il Papa che lo antepose ai suoi stessi congiunti. Annota A. Massarelli: ita incredibili inaestimabilique ac ineffabili amore et dilectione eum persecutus est, ut longe maiore affectu quam quosque e sanguine suo procreatos eum diligeret (Diarium VI, in Conc. Trid., p. 175; cfr. M. Dandolo, in Relazioni, p. 356). L’ambasciatore imperiale D. Lasso scrive: nunca se ha visto persona tener tanta afecion a otro come el la tiene, y assi huelga, se tome plazer en todo lo que es de su inclinacion (lettera a re Ferdinando d’Asburgo, 29 giugno 1550, in Briefe und Akten, p. 423). Giulio III investì il Del Monte di ricchissime rendite e numerosi benefici: tra i principali le abbazie di San Michele in Normandia, di San Saba e di Miramondo, nell’estate 1550, di San Zeno, presso Verona, nel marzo 1551, il Vescovato di Mirepoix nel settembre 1553, che detenne fino al 1555, e ancora, nel 1554, l’abbazia di Grottaferrata. Il 3 giugno 1552 lo nominò legato di Bologna, carica che il Del Monte mantenne fino all’agosto 1555. Divenne poi protettore del collegio dei catecumeni. Nel novembre 1551 Giulio III ordinò ai nunzi di indirizzare a lui le loro lettere invece che al primo segretario di Stato G. Dandino o al Papa stesso. Il Del Monte, comunque, che fu segretario di Stato finché fu in vita Giulio III, in questa sua attività si limitava a firmare i dispacci redatti in suo nome ed a riscuotere le entrate dell’alta sua carica (Pastor, VI, p. 53). Divenne così uno dei cardinali più ricchi della Curia. Morto Giulio III nel marzo 1555, nel conclave che vide eletto papa Marcello II si schierò dapprima con le altre creature di Giulio III in favore di G. Dal Pozzo e poi si unì al cardinale di Ferrara Ippolito d’Este. Similmente nel successivo conclave che elesse papa Paolo IV fu con il cardinale d’Este e con A. Farnese, per il Carafa. Il Del Monte cominciò a distinguersi per la sua vita dissoluta e sempre più fitta di episodi scandalosi. Nel gennaio 1559 partecipò a una zuffa scoppiata in casa di A. Lanranchi, segretario di G. Carafa duca di Paliano, durante una cena, a causa dell’allora famosa cortigiana Martuccia. Paolo IV ne fu adirato e minacciò di togliergli il cappello cardinalizio. Morto Paolo IV, al conclave che portò all’elezione di papa Pio IV il Del Monte si unì al partito di C. Carafa, seguendo A. Farnese, e contribuì all’elezione del Medici. Durante la sede vacante seguita alla morte di Paolo IV, nel tornare a Roma da Venezia, uccise un oste e suo figlio per una lite sorta forse in merito al cambio dei cavalli, presso Nocera Umbra. Il 27 maggio 1560 fu fatto rinchiudere in Castel Sant’Angelo da Pio IV, ma, probabilmente, non fu questo omicidio la causa del provvedimento, perché questo li fu perdonato da questo Papa alla creation sua, per il favor datoli in quella (Avviso di Roma, 1° giugno 1560, in Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1039, f. 162v). Il motivo reale fu la condotta sempre più dissoluta del Del Monte, che girava costantemente in abiti laici e armato. Nei giorni precedenti era stato coinvolto in varie risse notturne, il 24 maggio aveva partecipato a una rissa in casa della Martuccia e poi a un’altra con il gentiluomo Giacomo Malatesta, aveva inoltre ucciso un proprio servitore. Il Del Monte rimase in prigione per più di un anno. In suo favore si adoperarono molto il cardinale G. Ricci e il duca di Toscana Cosimo I. Fu liberato il 20 settembre 1561, dietro il pagamento di una ingentissima somma e la rinuncia a tutti i suoi benefici. Fu relegato a Tivoli. Il 4 maggio 1562 prese il titolo di San Callisto (lo lasciò il 17 novembre 1564 per quello di Santa Maria in Portico) e il 3 dicembre 1568 passò infine a quello di Santa Maria in Via Lata. Continuarono intanto le sue imprese. Nell’autunno del 1564, a Bagnaia, volle far liberare, con un atto di violenza, alcune persone fatte arrestare dal podestà. Nell’agosto 1565 fuggì a Firenze non tenendosi troppo sicuro là; di nuovo è fuggito et venuto a Venetia (Avviso di Roma, 14 agosto 1565, in Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1040, f. 68r). Nel gennaio 1566, nel conclave che elesse papa Pio V si fece scoprire con un biglietto di comunicazione con l’esterno, nonostante le rigidissime disposizioni decise in contrario dai cardinali. Nel gennaio 1568 fu protagonista di uno scandalo a Siena. Rapì due donne di umili condizioni di Rapolano e le tenne vari giorni nella sua casa. Il 30 gennaio Pio V incaricò il gesuita V. Rodriguez di indagare sul fatto, ma Cosimo I intervenne personalmente in difesa del Del Monte, che se la cavò con una severa ammonizione e poté rimanere in Toscana. Tornato a Roma verso la fine del 1568, gli fu però proibito di tornare nuovamente a Firenze e gli fu assegnata una stanza in Vaticano con due teatini per la sua istruzione. Nel maggio 1569 il Del Monte andò nuovamente sotto processo: nella sua carrozza furono scoperte due meretrici e si appurò che essa avevano frequentato la casa del Del Monte per tutta la quaresima e la settimana santa. Pio V, adirato, gli ricordò che al tempo di Paolo Quarto l’haveva agiutato, et similmente in tempo di Pio Quarto favorito acciò non fosse degradato, et ancora nel tempo del suo Pontificato gli havea perdonato li debiti commessi al Monte in Fiorenza et in Siena, raccoltolo in Roma come un figliuolo, più volte admonito con dargli di pensione 100 scudi al mese, et hora vedendo che è incorregibile, era risoluto mandarlo in Castello (Avviso di Roma, 18 maggio 1569, in Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1041, f. 80r). Il Del Monte, imprigionato, si raccomandò a molti altri cardinali. Egli, del resto, tenendo li peccati carnali per molto leggieri, et per li quali non possa esser deposto, ne tormentato de supplicij corporali, ha confessato et confessa ogni cosa senza difficultà alcuna (Avviso di Roma, 28 maggio 1569, in Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1041, f. 84v) e confessò così apertamente, oltre all’omicidio del 1559 e ad altre cose, di praticare diverse donne meretricij e tenerlemi in casa per concubine e nondimeno cortighiane (Confessione del Del Monte in Archivio di Stato di Roma, Tribunale del governatore, Processi, n. 116, fasc. 16). La commissione di cardinali creata per giudicarlo si mostrò effettivamente benevola e non si trovando, che egli habbia commesso altro delitto che simplice fornicationem (Avviso di Roma, 18 giugno 1569, Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1041, f. 90r), lo condannò a rimanere chiuso nel monastero di Montecassino, con pochi servitori e sorvegliato da due gesuiti. Nel luglio l’abate testimoniò il suo ravvedimento e il Del Monte fu fatto trasferire a Bergamo. Per precedente disposizione di Pio V non poté prendere parte al conclave successivo, nel 1572. Il nuovo papa Gregorio XIII lo volle riabilitare e lo richiamò a Roma.
FONTI E BIBL.: Archivio segreto Vaticano, Arm., 44, 13, ff. 139v-140r, 161r-162r, Principi, 17-21, passim; Archivio di Stato di Roma, Tribunale del governatore, Processi, 116, fasc. 16; Biblioteca apostolica Vaticana, Urb. latino 1039, ff. 162r-163r, 166v-167r, 171v, 176r, 286v, 291v, 300r, 1040, ff. 68r, 161v, 615r, 619v, 1041, ff. 69v, 76rv, 80r-81r, 83rv, 84v, 90r, 91v, 95v, 125v, Vaticano latino 7290, f. 1r; J. Sleidan, Commentariorum de statu religionis & Reipublicae, Carolo Quinto Caesare, libri XXVI, Argentorati, 1559, 674; J. Bale, Acta Romanorum pontificum, s.l., 1559, 511-523; A. Fortunio, Cronichetta del Monte San Savino di Toscana, Firenze, 1583, 54 ss.; Relazione degli ambasciatori veneti al Senato, a cura di E. Alberi, II/3, Firenze, 1846, 347, 355 s., II/4, 76, 79, 208; P. Nores, Storia della guerra di Paolo IV sommo pontefice contro gli spagnuoli, a cura di L. Scarabelli, in Archivio Storico Italiano, s. 1, XII 1847, 258 s.; Legazioni di Averardo Serristori ambasciatore di Cosimo I a Carlo Quinto e in corte di Roma (1537-1568), a cura di G. Canestrini, Firenze, 1853, 243 s., 275, 290, 318; Calendar of State papers, foreign series of Reign of Elizabeth 1560-1561, a cura di J. Stevenson, London, 1865, ad Indicem; Calendar of State papers and manuscripts, relating to English affairs, existing in the Archives and collections of Venise, and in other libraries of Northern Italy, V, 1534-1554, a cura di R. Brown, London, 1873, ad Indicem; Calendar of letters, despatches, and State papers relating to the negotiations between England and Spain, Edward VI, 1550-1552, a cura di R. Tyler, London, 1914, XI, e 1916, ad Indices; A.v. Druffel, Briefe und Akten zur Gesch. des Sechzehnten Jahrhunderts, in Beiträge zur Reichsgeschichte 1546-1551, I, München, 1873, 398 s., 401, 405, 416, 423; Briefe von Andreas Masius und seinen Freunden. 1538 bis 1573, a cura di M. Lossen, Leipzig, 1886, 75; Nuntiaturberichte aus Deutschland. 1553-1559, XII, a cura di G. Kupke, Berlin, 1901, ad Indicem, XIV-XV, a cura di H. Lutz, Tübingen, 1971-1981, ad Indices, XVI-XVII, a cura di H. Goetz, Tübingen, 1965, ad Indices; Corresp. politique de M. De Lanssac (Louis De Saint-Gelais) 1548-1557, a cura di C. Sauzé De Lhoumeau, Poitiers, 1904, ad Indicem; Concilium Tridentinum, ed. Società Goerresiana, Diaria, II, a cura di S. Merkle, Friburgi Brisg., 1911, ad Indicem; Concilium Tridentinum, Epistulae, II, a cura di J. Buschbell, ad Indicem; Pasquino. Cinquecento pasquinate, a cura di R. e F. Silenzi, Milano, 1932, 227; Pasquinate romane, a cura di V. Marucci-A. Marzo-A. Romano, Roma, 1983, ad Indicem, sub voces Del Monte, Innocenzo e Giulio III; P. Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, a cura di C. Vivanti, I, Torino, 1974, ad Indicem; A. d’Aubery, Histoire génér. des cardinaux, IV, Paris, 1647, 296-302; A. Oldoinus, Vitae et res gestae pontificum Romanorum et S.R.E. cardinalium, III, Romae, 1677, coll. 759 s.; P. Bayle, Dictionnaire histor. et critique, III, Amsterdam, 1734, 497 s.; L.A. Muratori, Annali d’Italia, X, Milano, 1749, 339 s.; C. Bromato, Storia di Paolo IV, II, Ravenna, 1753, 158 s., 507; O. Raynald, Annales ecclesiast., XIV, Lucae, 1765, 405; S. Pallavicini, Historia del concilio di Trento, III, Faenza, 1793, 158-160, 371, 409; L. Cardella, Memorie storiche de’ cardinali, IV, Roma, 1793, 297-301; F. Petruccelli Della Gattina, Histoire diplomatique des conclaves, II, Paris, 1864, 66 ss., 71, 75, 80, 82, 91, 105, 126, 133, 177; G. De Leva, Storia di Carlo V in correlazione all’Italia, V, Bologna, 1894, 117 ss.; A. Pieper, Die päpstlichen Legaten und Nuntien in Deutschland, Frankreich und Spanien, Münster, 1897, 41 s., 122, 135; R. Lanciani, Storia degli scavi di Roma, III, Roma, 1908, 32-36; E. Rodocanachi, Le château Saint-Ange, Paris, 1909, 165; G.M. Monti, Ricerche su papa Paolo IV Carafa, Benevento, 1925, ad Indicem; L. von Pastor, Storia dei papi, VI-IX, Roma, 1922-1955, ad Indices; A. Mercati, I costituti di Niccolò Franco, Città del Vaticano, 1955, 194; R. De Maio, Alfonso Carafa, cardinale di Napoli (1540-1565), Città del Vaticano, 1961, ad Indicem; M.E. Cosenza, Biographical and Bibliographical Dict. of the Italian Humanists, II, Boston, 1962, ad vocem Innocentius de Monte; P. Messina, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVIII, 1990, 138-141.

DEL NEVO FRANCESCO, vedi DELNEVO FRANCESCO


Albareto 3 settembre 1887-Sidolo di Bardi 20 luglio 1944
Fu curato a Pontenure e successivamente parroco a Sidolo, dove venne fucilato insieme a don Italo Subacchi e don Giuseppe Beotti in una rappresaglia compiuta dai Tedeschi. Fu decorato di medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
FONTI E BIBL.: Breve profilo in Nuovo Giornale 23 luglio 1977; F. Molinari, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 98.

DEL NEVO MILENA, vedi DEL NEVO MIRELLA

Mattarello 1929-Samboseto 29 ottobre 1986
Fu considerata la regina della cucina parmigiana. La Del Nevo, sposata con Giuseppe Cantarelli, assieme al marito gestì per molti anni il ristorante Cantarelli di Samboseto, celebrata patria dell’ottimo cibo e del buon vino. Famosi furono i suoi piccioni farciti al salame, il modo quasi regale di servire i suoi piatti, l’affabilità calda e familiare con la quale si intratteneva con i clienti. Tra i tanti estimatori della sua arte vi fu anche Mario Soldati. In seguito la Del Nevo, stanca per il troppo lavoro, preferì ritornare alle origini, a Samboseto, per ricominciare a servire raffinatissimi prosciutti e culatelli, accompagnati da un buon malvasia, in una piccola bottega di campagna.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 37.

1881-Borgo Val di Taro 8 dicembre 1962
Durante la guerra 1915-1918 fu nel Corpo degli Alpini, 4° Reggimento, battaglione Ivrea. Partecipò a molte ardite imprese in Trentino (Col di Lana, Montenero, Vodice, Monte Grappa). Per i suoi atti di valore si guadagnò una medaglia d’argento e tre medaglie di bronzo al valor militare, due croci di guerra, una medaglia d’argento al valor civile, nonché due promozioni al merito, ottenendo la promozione sul campo ad aiutante di battaglia. La medaglia d’argento al valor militare gli fu assegnata a Merso di Sotto (Udine) con la seguente motivazione: Dando bella prova di arditezza e di generoso slancio si gettava nelle acque del torrente Libezzo in piena, per soccorrere un soldato che vi era caduto, pur avendo visto che due ufficiali i quali si erano lanciati prima di lui stavano rischiando di affogare. Dopo molti sforzi e rischiando egli stesso di annegare riusciva a salvare il soldato che la corrente aveva spinto in un pericoloso gorgo. Per lo stesso atto gli fu concessa anche una medaglia d’argento al valor civile, dalla fondazione Canergie. Le medaglie di bronzo invece gli furono assegnate per pericolose azioni di guerra. In particolare la motivazione di quella guadagnata il 16 ottobre 1916 sull’Alpe Cosmagnon dice: Caduto l’ufficiale assumeva il comando del plotone e con grande valore conduceva i suoi uomini a respingere i contrattacchi nemici, mantenendo saldo il proprio reparto e dando prova di ardimento e fermezza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 dicembre 1962, 6.

Parma 1823
Venditore ambulante, fu rifugiato politico: arrivò a Bruxelles durante la prima quindicina di ottobre del 1823, proveniente da Parigi.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

DE LOMBARDO EGIDIO, vedi DELLA GENTE EGIDIO

DEL PERI, vedi PERI

Parma 1465
Familiare e assiduo commensale di papa Paolo II, ottenne nel 1465 la pieve di San Martino di Noceto. Siccome soffrì di opposizioni ingiuste, il Papa con suo breve del 5 dicembre 1465 lo raccomandò a Pier Maria Rossi perché l’assistesse con ogni opportunità di favore e di aiuto, mentre si accingeva a pigliar possesso della pieve.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e le sue frazioni, 1978, 73.

DEL PRA BERNARDO, vedi DEL PRATO BERNARDO

Parma 30 dicembre 1854-Parma 27 febbraio 1918
Figlio di Pietro, fondatore dell’Istituto Veterinario di Parma, si iscrisse alla Regia Università di Bologna. Discepolo del professor Luigi Bombicci, il 23 giugno 1878 conseguì la laurea con lode in scienze naturali. Il 1° dicembre 1879 ottenne la cattedra dell’Istituto Tecnico di Parma succedendo al celebre entomologo Camillo Rondani, da lui commemorato nella pubblicazione intitolata Cenni sulla vita e sulle opere del professor Camillo Rondani (Parma, 1881). Oltre all’insegnamento, si dedicò ai progressi delle scienze naturali e sempre nel 1881 pubblicò a Roma due articoli dal titolo: Sopra una calcaria a bivalvi nell’Appennino Parmense (estratto dal Bollettino del Regio Comitato Geologico n. 7-8 anno 1881) e Sopra un’argilla scagliosa dell’Appennino parmense. In quest’ultima pubblicazione sostenne una tesi sull’origine delle argille dell’Appennino parmense, avvalorata da fatti e osservazioni, a rettifica di quella sostenuta da emeriti scienziati, dando così prova di competenza e notevole preparazione in questo genere di studi. Nominato assistente di Pellegrino Strobel, prestò la sua opera riordinando una ricca collezione della fauna vertebrata del Parmense. Nello stesso 1881, in seguito a raccolte fatte e donate da lui medesimo al Gabinetto di Storia Naturale dell’Università di Parma, pubblico il Catalogo degli uccelli rinvenuti nelle province di Parma e Piacenza. Completò poi l’opera collaborando al Primo resoconto dei risultati dell’inchiesta ornitologica in Italia (Firenze, 1890-1891). Nel 1882 diede alle stampe il Catalogo dei pesci della provincia di Parma, nel 1887 quello dei Rettili ed anfibi della provincia di Parma e nel 1899 quello de I vertebrati della provincia di Parma. Nel 1884 pubblicò la Bibliografia scientifica di storia naturale delle province di Parma e Piacenza, nel 1898 la Bibliografia idrologica e climatologica del Parmense e nel 1899 un’altra opera bibliografica intitolata Petroli ed emanazioni gazose nelle province di Parma e Piacenza. Pubblicazioni degne di nota inoltre dal punto di vista geologico, topografico e idrografico sono due saggi intitolati rispettivamente: La geologia e il suolo coltivato nella provincia parmense (Parma, 1883) e Sopra alcune perforazioni della pianura parmense (Roma, 1888). In seguito a scoperte di mammiferi fossili nel Parmense, nel Piacentino e nel Reggiano, il Del Prato pubblicò una serie di articoli molto interessanti per la loro accurata descrizione scientifica, come a esempio lo studio sul Rinoceronte fossile nel Parmense (Roma, 1886), quello su un Delfinoide fossile del Parmense (Bologna, 1896, estratto dalla Rivista Italiana di Paleontologia, fascicolo di giugno 1896). Sempre nello stesso anno diede alle stampe l’opera intitolata Asteroidi terziarii del Parmense e del Reggiano. Nel 1900 pubblicò a Bologna il saggio su una Balena fossile del Piacentino (estratto dalla Rivista Italiana di Paleontologia, anno VI, fascicolo III) e, infine, nel 1912 a Parma la memoria sui Mammiferi fossili di Belvedere di Bargone, Provincia di Parma (estratto dalla Rivista Italiana di Paleontologia, anno XVIII, fascicolo I). Nel 1899, inoltre, pubblicò a Parma l’opera intitolata Sulla presenza del genere Burtinopsis nel pliocene italiano (estratto dalla Rivista Italiana di Paleontologia, anno IV, fascicolo IV). Il Del Prato ordinò anche la grande collezione zoologica della Colonia Eritrea, formata dal luglio 1889 al dicembre 1890 dal capitano d’artiglieria Vittorio Bottego, poi inviata e donata dallo stesso al Gabinetto di Storia Naturale dell’Università di Parma. Nel 1891 pubblicò a Firenze l’elenco de I vertebrati raccolti nella colonia Eritrea dal capitano Vittorio Bottego, nel 1894 a Milano Vertebrati eritrei. Aggiunta al Catalogo della collezione Eritrea Bottego (estratto dagli Atti della Società Italiana di Scienze Naturali, vol. XXXIV) e infine sempre a Milano nel 1896 I crostacei della Collezione Eritrea Bottego (estratto dagli Atti della Società Italiana di Scienze Naturali, vol. XXXVI). Nel 1893 pubblicò a Parma un altro studio intitolato Le raccolte zoologiche fatte nel Congo dal cavalier Giuseppe Corona. Membro attivo della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi dal 6 giugno 1904, il Del Prato si dedicò alla ricerca storica e in special modo a brevi memorie basate sull’accertamento accurato di aneddoti e fatti particolari. Iniziò la lunga serie di pubblicazioni di carattere storico-locale con la Commemorazione del segretario abate Luigi Barbieri (in Archivio Storico per le Province Parmensi n. 8 1899-1900, pp. 137-158). Diede poi alle stampe: I Santi protettori di Parma (in Per l’Arte 14 1902, pp. 389-390 e pp. 423-424, 15 1903, pp. 15-16, 43-44, 81-82, 105, 120, 133-134). Nel 1904 pubblicò l’opera intitolata Librai e biblioteche parmensi del secolo XV (in Archivio Storico per le Province Parmensi n. 4 1904, pp. 1-56) e nel 1905 lo studio Contributo alla storia della battaglia di Fornovo (in Archivio Storico per le Province Parmensi n. 5 1905, pp. 227-255). Nel 1908 pubblicò Il testamento di Maria di Portogallo, moglie di Alessandro Farnese (in Archivio Storico per le Province Parmensi n. 8 1908, pp. 147-199). Questo saggio è molto interessante per le notizie fornite sul nepotismo di papa Paolo III e sui vizi di Casa Farnese. Sempre nel 1908 pubblicò a Modena la biografia del patriota parmigiano, conte Claudio Linati. Grande ammiratore di Macedonio Melloni, professore e anch’egli patriota parmigiano, diede alle stampe l’articolo intitolato Macedonio Melloni nei moti del 1831 in Parma (in Vita Emiliana n. 1 1909, pp. 98-99). Il Del Prato si interessò anche al Settecento letterario. Prova ne fu la pubblicazione di due studi intitolati Intorno al Frugoni (in Aurea Parma 1-2, 1912, pp. 27-31) e L’Accademica Deputazione (in Per l’Arte n. 14 1902, pp. 177-179, 193, 221-222, 258-260, 277-279). Riguardo a quest’ultimo lavoro, il Del Prato fece accurate ricerche sulla storia della succitata istituzione che, a partire dal 1770, a nome del duca Ferdinando di Borbone, bandì a Parma un concorso per scrittori di tragedie e commedie. Denunciò inoltre le spese della casa ducale di Maria Luigia, arciduchessa d’Austria, enumerando le varie somme destinate a scopi culturali e di beneficenza, ma anche quelle a fini futili e frivoli, nell’opera stampata nel 1913 Le spese della casa ducale di S.M. Maria Luigia (in Aurea Parma n. 2 1913, pp. 20-28). Prese di mira inoltre i revisori dei governi assoluti, che censuravano le opere degli scrittori, illudendosi così di poter fermare il corso della storia densa di eventi patriottici e liberali, negli Aneddoti di censura e di critica letteraria (in Aurea Parma 5-6 1912, pp. 78-88). Nel 1913 pubblicò infine lo scritto intitolato Contributi di Parma per il Duomo di Milano (in Aurea Parma n. 2 1913, pp. 114-116). L’ultima opera che scrisse il Del Prato, dal titolo L’anno 1831 negli ex Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, fu pubblicata nel 1919, un anno dopo la sua morte improvvisa. Il Del Prato non si dedicò solo agli studi storico-scientifici, ma prese parte attiva alla vita politica di Parma. Militò infatti nelle file del partito democratico, fu membro del Consiglio del Comune e della provincia di Parma e vice presidente del Consiglio Provinciale Scolastico. Come consigliere degli Ospizi Civili di Parma fu un instancabile assertore dei diritti dei poveri: fece accogliere infatti nella seduta del 22 marzo 1893 la proposta di sollecitare un’azione al fine di applicare l’articolo 91 della legge sulle Opere Pie del 1890 al Consorzio dei vivi e dei morti. Tale proposta rivendicava un patrimonio di alcuni milioni a favore dei poveri della città. Egli tanto si adoperò per questa causa che, dopo ventidue anni di controversie amministrative e giudiziarie, riuscì nel suo intento. Per quest’opera altamente meritoria, il ritratto del Del Prato fu posto accanto a quello dei benefattori degli Ospizi Civili. Come assessore all’Istruzione Pubblica il Del Prato si accattivò la fiducia e la stima degli insegnanti. Prova della sua operosità fu l’importante relazione Sulla istituzione di una scuola d’arti e mestieri in Parma e sugli Enti che potrebbero concorrere al mantenimento di essa. Assessore alla beneficenza, su incarico del sindaco Giovanni Mariotti fece un’inchiesta sulla Congregazione della Carità di Parma detta di San Filippo Neri e in seguito scrisse una Relazione su di essa, denunciando le condizioni di arretratezza di quell’Istituto, di cui fu membro e presidente.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 63; A. De Marchi, Guida naturalistica, 1980, 171; Aurea Parma 2 1992, 160-163.


1554-Parma 12 febbraio 1642
Si addottorò in legge tra il 1576 e il 1579. Fu consigliere di Ranuccio Farnese, che lo tenne in gran conto e col quale ebbe molta confidenza. Il Duca lo mandò nelle Fiandre a trattare col padre Alessandro Farnese alcuni negozi di grande importanza. Fu poi inviato a Roma come residente in quella Corte, ove rimase per tutto il pontificato di Paolo V, il quale ne ebbe sempre grande considerazione. Ritornato a Parma, fu eletto consigliere del duca Odoardo Farnese e fatto conte di Neviano degli Arduini. Fu il decano del Collegio dei Leggisti di Parma. Fu amicissimo di Bernardino Dardano e anch’egli letterato e poeta. Pare che a lui Jacopo Marmitta abbia indirizzato il sonetto Prato, in cui le virtù poggiando vanno.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 53-54; Aurea Parma 4 1958, 237-238; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 349.

Parma 1543
Giurista e avvocato, nell’anno 1543 fu luogotenente del Guicciardini governatore di Parma, quale oratore dei Parmigiani a papa Paolo III.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 310.

Parma 1580 c.-
Figlio di Antonio. Fu residente per Ranuccio Farnese alla Corte di Spagna e decurione del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 237-238.

Parma 1465/1471
Fu cancelliere di Gandolfo Rossi da Bologna, castellano di Pavia. Oltre a un codice scritto di suo pugno nel 1465 (descritto dal Pezzana a f. 660 del t. 7° delle Memorie degli Scrittori Parmigiani), la Biblioteca Palatina di Parma ne possiede un secondo, Properzio, Catullo e  Tibullo, scritto dal Del Prato nell’anno 1471 mentre era, come nel 1465 e nel 1466, cancelliere in Pavia dello stesso castellano. In fine del Catullo si legge: Finis Catulli, per me Bernardum pratum parmensem anno D.ni 1471 in arce papie apud Mag.cum Gandulfum de Bononia Castellanum. Una sottoscrizione simile egli pose altresì sotto il Properzio. È un codice cartaceo in 4° piccolo scritto pulitamente. Si può ragionevolmente supporre che il Del Prato divenisse cancelliere del Rossi allorché Giulio Negri da Novara passò da tale ufficio, insieme con Marco Cerati, a quello di commissario degli alloggiamenti in Parma. Il 22 maggio 1471 il Negri e il Cerati fecero un pagamento nelle mani del Del Prato, quale procuratore di Gandolfo Rossi (rogito di Gaspare Del Prato).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 275.

Parma 29 novembre 1847-11 agosto 1866
Figlio di Pietro Giovanni ed Elena Scorticati. Diciottenne, accorse a combattere nelle file del generale Giuseppe Garibaldi le battaglie che condussero alla completa redenzione d’Italia. Morì affranto dalle fatiche.
FONTI E BIBL.: Il Patriota 12 agosto 1866, n. 22; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 405.

seconda metà del XVI secolo-Parma prima metà del XVII secolo
Laureato in legge, fu prevosto della chiesa di Campegine, ma abitò quasi sempre a Parma e vi morì assai vecchio.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 49.

Parma 1591
Fu poeta in lingua italiana e latina. Scrisse De Odoardo Farnesio S.R.E. Cardinali creato Hieronymi a Prato parmensis junioris Carmina (Parma, Erasmo Viotti, 1591), il cui unico esemplare conosciuto è conservato presso la Biblioteca di Perugia. Il volume, dedicato al cardinale Francesco Sforza, contiene due elegie per il cardinale Odoardo Farnese, una lunga Ode a Pomponio Torelli e un esastico e due distici per il giureconsulto Marcello Del Prato.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 610.


Parma 1581 c.-
Figlio di Antonio. Si addottorò in legge assieme al fratello maggiore Bartolomeo. Fu decurione del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 53-54.

Parma 2 febbraio 1883-Parma 2 giugno 1941
Sarta di professione, fu educatrice e maestra dell’Associazione dei Fanciulli dell’Azione Cattolica di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Morabito, Maria Del Prato, in Aurea Parma 43 1959, 79-90; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 349.


San Secondo 12 dicembre 1815-Parma 29 gennaio 1880
Nacque da Ferdinando e da Annunziata Barilli. Si avviò agli studi di medicina nella città di Parma, nel periodo in cui le scuole superiori dello Stato sostituirono l’Università parmense, chiusa dopo i moti del 1831. Ebbe maestro, tra gli altri, Giacomo Tommasini. Laureatosi nel 1838, esercitò per un certo tempo la professione, anche in qualità di medico condotto nel paese natale. Dopo pochi anni, però, la sua carriera cambiò radicalmente direzione, in rapporto con la vicende che animarono la scuola veterinaria di Parma, ove un insegnamento di medicina veterinaria aggregato all’Università, inaugurato con la riforma di Maria Luigia d’Austria, era stato retto da M.L. Benvenuti. Alla morte di questo, nel 1839, il governo si trovò nella necessità di garantirsi la prosecuzione della scuola e decise di inviare due giovani medici a istruirsi nelle scienze veterinarie a Milano. Il Del Prato sostenne il concorso e ne risultò vincitore insieme con F. Lombardi, con il quale nel gennaio 1843 si trasferì a Milano. L’Istituto veterinario di Milano era stato da pochi anni modellato sull’esempio di quello di Vienna ed era sottoposto all’autorità accademica dell’Università di Pavia. Godeva delle cure e dell’interessamento particolare dell’ambiente governativo e attraversava, in quel momento, un periodo aureo di grande vigore didattico e scientifico. A quella scuola il Del Prato completò gli studi zooiatrici laureandosi il 4 settembre 1844. Tornò quindi in patria e già nel novembre dello stesso anno poté assumere la direzione della cattedra di medicina veterinaria che era stata del Benvenuti, mentre al Lombardi fu affidato l’insegnamento della chirurgia veterinaria. In questo modo si ristabilì in Parma un organico corso di studi veterinari e nel 1845 venne aperta la scuola nel Borgo Carissimi. Il Del Prato si trovò così a essere, tra il 1844 e il 1848, il protagonista della riforma della scuola veterinaria parmense, della quale assunse poi la direzione nell’aprile 1848, quando altri docenti vennero aggiunti ai primi due. Nel 1849, in seguito agli avvenimenti politici risorgimentali ai quali egli aderì, venne temporaneamente sospeso dall’ufficio. Reintegrato nell’insegnamento nel 1850, nel 1854 poté tornare alla direzione dell’istituto veterinario. In quell’epoca aveva oramai maturato una valida formazione nel campo degli studi zooiatrici e della pratica applicazione della disciplina. Oltre che in campo didattico il Del Prato fu fortemente impegnato in quello scientifico e cominciò a pubblicare i risultati delle sue osservazioni e delle sue ricerche, acquisendo in breve tempo notorietà e solida reputazione in campo nazionale. Fu in corrispondenza e in amicizia con i maggiori rappresentanti degli ambienti scientifici nei quali evolveva in quegli anni il rinnovamento della veterinaria. Restò sempre legato alla città e all’Università di Parma, dedicandosi incessantemente ai suoi studi e alla didattica, che interruppe solo brevemente nel 1859 durante la seconda guerra d’indipendenza, e fondando una buona scuola alla quale si formarono molti allievi. Il Del Prato diede tardi le sue prime pubblicazioni. È noto, a questo proposito, un episodio del 1854, quando la fedele trascrizione dei suoi appunti sulle epizoozie fu stampata a Milano da A. Volpi a proprio nome e a insaputa del Del Prato. Tra i primi lavori si ricordano quelli sulla giarda equina, in cui tende a escludere in questa forma morbosa cutanea la prerogativa specifica di vaccinogeno sino ad allora da molti attribuitale. Nella sfera di questi interessi si inserì il suo viaggio negli stati tedeschi, nella primavera del 1858, quando fu inviato dal governo a studiare l’andamento della produzione del vaccino a mezzo della retrovaccinazione. Nel 1858 il Del Prato osservò in Parma un morbo che imperversava pernicioso tra i cavalli e ne propose una definizione diagnostica: Tifoemia nei cavalli (Parma, 1858), indicando anche le opportune strategie terapeutiche negli alcoolici e nei chinacei laddove salassi, antimoniali e drastici apparivano letali. Le sue tesi furono accolte anche dai seguaci della scuola vampirica. Nel 1861 pubblicò a Torino (nella rivista Il Medico Veterinario) Osservazioni sul moccio cronico e sulle malattie dei seni. Nel 1862, quando giunse in Italia il tifo bovino esotico, egli si occupò di questa malattia con osservazioni e ricerche originali. Una serie di studi dedicò anche alla pneumonia essudativa contagiosa, da molti anni oggetto di ricerche, specie sui modi e gli effetti dell’inoculazione che era stata proposta e sostenuta da alcuni. Mentre sulle prime sembrava che l’esperienza fosse favorevole all’innesto, le sue ricerche lo portarono a prendere distanza da questa pratica. Sull’argomento pubblicò Studi sulla pneumonia essudativa e polmonare, sull’inoculazione e suoi risultamenti (Parma, 1857) e tornò successivamente con altri lavori tra i quali si può citare quello, scritto in collaborazione con D. Mambrini, Della pleuropolmonite specifica degli animali bovini comunemente detta polmonare e sulla pretesa efficacia dell’innesto come mezzo preventivo. Considerazioni desunte precipuamente da osservazioni pratiche (Mantova, 1875). Nel 1870 pubblicò a Parma i risultati delle sue osservazioni sulla malattia che colpì alcuni cavalli di Parma: Il diabate osservato e curato sopra sei cavalli nella clinica veterinaria di Parma nel 1870. Relazione medica. Nel 1875 studiò una malattia ulcerosa, molto rara e a eziologia oscura, comparsa nei bovini di un podere a Fognano di Parma: Storia di una malattia ulcerosa comparsa sui bovini in una stalla prossima alla città di Parma nei primi giorni del 1875 con osservazioni diverse concernenti forme morbose analoghe e relazione delle sperienze eseguite per iscoprire la cagione di quel male (Parma, 1875). Si occupò anche di altre importanti patologie: la causa dell’aborto nelle vacche, la corea dei maiali, la morva e la rabbia. Un suo interesse particolare per le malattie degli uccelli è testimoniato in un ampio trattato che fu frutto di un lungo lavoro in collaborazione con S. Rivolta, allievo del suo collega e amico G.B. Ercolani: L’ornitoiatria o la medicina degli uccelli domestici (Pisa, 1880). Si occupò anche dei temi di igiene veterinaria e di zootecnica. Sostenne la necessità di curare attentamente gli studi tecnici e legali che affrontassero i molti problemi della giurisprudenza veterinaria. Pubblicò un lavoro, Dell’importanza e degli uffici della veterinaria (Parma, 1870) e pochi anni dopo diede alla stampa uno studio che ebbe discreta notorietà: Principi di giurisprudenza veterinaria sulla legislazione applicabile ai vizi redibitori e la guarentigia nelle vendite e permute di animali domestici (Parma, 1876), nel quale sostenne il bisogno di migliorare la legislazione italiana relativa alla contrattazione del bestiame domestico. Il Del Prato si dedicò sempre con energia al problema dell’ordinamento delle scuole di veterinaria. Durante tutta la sua carriera fu infatti alle prese con le varie vicende legislative che interessarono la disciplina e il suo insegnamento, prima nello Stato parmense e, dopo l’Unità, in campo nazionale. Egli ottenne che nella scuola di Parma fosse richiesto un corso di studi superiori quale requisito per l’ammissione, connotando nella selezione più severa una maggiore dignità degli studi. Il primo atto legislativo che interessò la scuola veterinaria dello Stato italiano fu però il Regolamento per le Regie Scuole superiori di medicina veterinaria del dicembre 1860: questo provvedimento confermò nella qualifica di scuole superiori solo le sedi di Milano e Torino, escludendo tutte le altre, che pertanto vennero considerate secondarie. Le principali differenze tra le prime e le seconde erano, oltre che nel trattamento economico dei docenti, nei requisiti per l’ammissione: solo per l’accesso alle superiori e non per quello alle secondarie, infatti, fu richiesto un titolo equivalente alla licenza liceale, valido cioè anche per essere ammessi all’università. Questi regolamenti suscitarono proteste e scritti polemici da parte dei docenti. Il Del Prato in Parma si oppose ai provvedimenti, ma non riuscì che a ritardarne di qualche anno l’applicazione. In quel periodo pubblicò Sull’avvenire della veterinaria in Italia: discorso (Parma, 1861). Il Del Prato dedicò buon parte dei suoi studi ai temi storici della disciplina e lasciò una serie di pubblicazioni, discorsi, note storiche, edizioni di testi e documenti. Questa inclinazione fu favorita dai suoi forti interessi di bibliofilo. Egli raccolse pazientemente una vasta biblioteca specializzata, ricca di gran quantità di libri di varie epoche e di codici antichi, di zoognosia, di medicina ed economia degli animali domestici, molti dei quali rarissimi. Insieme all’Ercolani acquistò la celebre raccolta di libri veterinari di F. Margarucci di Roma e riuscì a procurarsi anche diversi manoscritti appartenuti a G. Orus che, originario di Parma, aveva operato a Padova nella pratica e nell’insegnamento della veterinaria. Da questo materiale trasse gli studi sullo sviluppo della disciplina in Padova nel secolo XVIII e sulla scuola fondata dall’Orus. Buona notorietà gli venne dalle sue fatiche di editore di antichi testi. Pubblicò i Trattati di mascalcia, attribuiti ad Ippocrate, tradotti dall’arabo in latino da Maestro Moisè da Palermo, volgarizzati nel secolo XIII, messi in luce per cura di Pietro Del Prato, corredati di due posteriori compilazioni in latino e in toscano e di note filologiche per cura di Luigi Barbieri (Bologna, 1865), nella Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli della lingua. Di lì a poco diede l’edizione de La mascalcia di Lorenzo Rusio. Volgarizzamento del secolo XIV messo per la prima volta in luce da Pietro Del Prato aggiuntovi il testo latino per cura di Luigi Barbieri (Bologna, 1867-1870), nella medesima Collezione di opere inedite o rare, in due volumi, il primo dei quali contenente il testo volgare e latino, tratto da un codice della sua biblioteca privata, e il secondo l’ampio studio Notizie storiche degli scrittori italiani di veterinaria, corredato da un glossario e da indici. Di argomento storico è anche un’altra operetta sintetica, La veterinaria e la medicina comparata in Italia da Renato Vegezio a’ giorni nostri. Discorso (Parma, 1869), in cui sottolineò tra l’altro l’intima connessione tra gli studi di medicina veterinaria e quelli di medicina umana. Egli ebbe infatti sempre a cuore questo tema, sostenuto dalla sua duplice formazione, dalle due lauree e dalle personali esperienze sia di medico sia di veterinario. Asseverò la sua tesi con l’espressione del giudizio di G.F. Ingrassia, che già nel secolo XVI affermava la necessità di sottoporre l’esercizio della veterinaria all’autorità del protomedicato, riconoscendo l’uguaglianza delle due branche dell’arte di sanare. Il Del Prato fu attivo anche nella vita sociale e politica della città e ricoprì cariche pubbliche: fu consigliere comunale e provinciale a Parma ed espresse idee vicine al partito moderato. Fu membro e poi presidente della commissione amminstrativa degli ospizi civici e membro di commissioni scolastiche e sanitarie. Fu membro di accademie e associazioni scientifiche. Nel 1873 fu presidente della commissione per gli studi zootecnici ed economici sulle razze bovine nel Parmense. Fu insignito di molte onorificenze, tra le quali la nomina a cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro. Egli fu, con l’Ercolani e con altri esponenti del suo tempo, tra coloro che con maggiore vigore promossero l’innalzamento della veterinaria al rango degli studi universitari, sostenendo la riforma della scuola e accrescendo il patrimonio della disciplina con l’esercizio della professione e della didattica sempre vincolato all’osservanza del rigore scientifico e della ricerca. Può certamente essere considerato il fondatore e il più attivo esponente della scuola veterinaria di Parma nel secolo XIX. Sposò Margherita Giraschi. Morì quando era massimo il suo impegno nello studio e nell’insegnamento. Il suo posto di direttore dell’istituto veterinario fu occupato da F. Lombardi, l’amico che aveva iniziato e percorso con lui tutte le tappe della carriera nella scuola parmense.
FONTI E BIBL.: Necrologio in Annuario Scolastico della Regia Università degli studi di Parma, 1879-1880, Parma, 1880, 69-72 (con l’elenco delle pubblicazioni); Annuario Scientifico e Industriale XVII 1880, 878; B. Panizza, Ricordi sui meriti di R. Del Prato, Padova, 1880; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Appendice, Parma, 1880, 66-74; Gli allievi diplomati nel primo centennio della Regia Scuola superiore di medicina veterinaria di Milano (1791-1891) con brevi cenni biografici, Milano, 1981, 107 s.; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 35; Dizionario Utet, IV, 1956, 467; F. Rizzi, I professori dell’università di Parma attraverso i secoli. Note indicative bio-bibliografiche, Parma, 1953, 84 s.; V. Chiodi, Storia della veterinaria, Bologna, 1981, 170, 327, 332, 355, 455; G. Armocida, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXVIII, 1990, 251-254.

Parma 29 novembre 1873-Parma 7 ottobre 1950
Insegnò plastica nell’Istituto d’Arte di Parma. Fu professore metodico e paziente. Non fu privo di una certa sensibilità quasi pittorica e morbida nel modellare e di un gusto tradizionale orientato verso forme di bellezza piacevole. Sono opere sue la vasta e ricca decorazione di stile liberty (non sempre tutta però di buon gusto) e i due grandi putti che ornano la facciata di cemento del Palazzo della Posta verso Via Carlo Pisacane e inoltre i rilievi, pure in cemento, del Palazzo Serventi in Via Mazzini, eseguiti questi ultimi in collaborazione con Alessandro Marzaroli.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 1 1951, 29; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 349.

DEL PRATO, vedi anche DAL PRATO

DEL PURGO GIULIO, vedi ORLANDINI GIULIO

Parma 1695-Napoli 1762
Fu pittore, incisore, architetto, scenografo e apparatore. Iniziò a lavorare aTorino. Giunse a Napoli nel 1737 quale aiuto di P. Righini, chiamatovi per lo spettacolo inaugurale del Teatro San Carlo (Achille in Sciro). Nei tre anni che seguirono, il Righini, riconfermato presso il teatro ma sovente assente per impegni di lavoro, continuò a valersi del Del Re quale pittore e realizzatore delle scene, mentre i due artisti locali, Francesco Saracino e Cristoforo Russo, vennero impiegati per le scene d’architettura e per le figure e paesi. Nel 1740, dopo la breve parentesi del Siroe affidato a Saracino, il Del Re sostituì il Righini con la qualifica di Inventore, direttore ed architetto delle scene, che mantenne fino alla morte. Non mancarono nei primi anni allestimenti di un certo rilievo, come l’Alessandro nelle Indie (1742, in occasione della visita dell’inviato della Porta Orientale), in cui comparve sulle scene del San Carlo perfino un elefante. Per la maggior parte degli spettacoli però si utilizzò l’ottima dotazione lasciata dal Righini, con qualche rimaneggiamento e la saltuaria aggiunta di qualche scena tutta nuova. Il Del Re ebbe modo di rifarsi in seguito, realizzando, in ventidue anni di initerrotta attività, circa cento scenografie per opere, balletti e serenate, nonché vari apparati per feste, quasi sempre tenute al San Carlo. Per gli spettacoli di prosa, tenuti annualmente a Carnevale, nel Teatrino di Corte, il Del Re preparò (secondo un costume settecentesco) i modellini dell’allestimento, sottoposti poi al beneplacito del Sovrano e del marchese di Liveri, autore e regista delle rappresentazioni. Non si occupò mai dei teatri minori, lasciati alle cure del suo aiuto, G. Baldi, e dell’antico antagonista e poi suo sporadico collaboratore, F. Saracino. Particolare rilievo va dato alla sua attività di apparatore: celebri sono i festeggiamenti in occasione della nascita del Reale Infante (1748), comprendenti, oltre alla serenata Il Sogno di Olimpia (San Carlo), una macchina da fuoco artifiziale eretta in piazza Castel Nuovo e una cuccagna nella piazza antistante il Palazzo Reale. Ne resta memoria per un in-folio contenente 15 tavole (incise da Giuseppe Vasi su disegni del Del Re). Sono i soli documenti iconografici rimasti, se si voglia eccettuare il bozzetto raffigurante una corte regia della collezione Rava e un altro della collezione J. Scholz a New York, sufficienti tuttavia a delineare un profilo artistico abbastanza preciso. L’ispirazione bibienesca del Del Re è evidente, né il periodo di assistentato presso il Righini poteva differentemente indirizzarlo. La derivazione dai Bibiena trova riscontro principalmente nelle scene d’architettura, anche se, pur non mancando gli elementi caratteristici della loro maniera (quale la scelta del punto di vista fortemente eccentrico), le opere del Del Re si staccano nettamente dai loro modelli, pervase da un nuovo significato: la costante ricerca del meraviglioso, del sorprendente, sembra voler lasciare il posto a una più raziocinante visione che fa del Del Re quasi un precursore dello spettacolo illuminista. Quale pittore di prospettive sono da ricordare gli affreschi da lui eseguiti nel 1744 nella Villa reale di Portici per la cupola dello scalone centrale, delle camere orientate verso il cortile e delle scale. Sono note le seguenti scenografie del Del Re (tutte a Napoli, San Carlo, salvo indicazione), oltre a quelle come aiuto di P. Righini: 1740, Iridate di N.A. Porpora (Giardino del Palazzo Reale), Amor pittore di D. Perez (Giardino del Palazzo Reale), I Travestimenti amorosi di D. Perez; 1741, Olimpia nell’isola di Ebuda di G. Latilla (prima esecuzione); serenata di D. Sarro in occasione dell’Inviato della Porta Ottomana, Ezio di D. Sarro; Demofoonte di L. Leo; 1742, Ciro riconosciuto di L. Leo, Andromaca di L. Leo, Issipile di J.A. Hasse, Il Governatore del marchese di Liveri (Teatro di Corte); 1743, Alessandro nelle Indie di Sarro, Artaserse di L. Vinci, Olimpiade di Leo, Il Corsale di Liveri (Teatro di Corte), serenata di Hasse (Teatro di Corte), serenata di G. Manna, N.B. Logroscino, Leo, per la nascita dell’Infante (non rappresentata); 1744, Semiramide di Porpora, Antigone di Logroscino e A. Palella, Didone di Porpora, La Contessa di Liveri (Teatro di Corte); 1745, Achille in Sciro di Manna, Tigrane di Palella, Lucio Vero di Manna (prima esecuzione), Il Gianfecondo di Liveri (Teatro di Corte); 1746, Lucio Papirio di Hasse, Ipermestra di Palella, Arianna e Teseo di C. de Majo, La Claudia di Liveri (Teatro di Corte), Il Partenio di C. de Majo (Teatro di Corte); 1747, Eumene di N. Jommelli, Siroe, re di Persia di Hasse, Adriano in Siria di Latilla (prima esecuzione), Caio Fabricio di Palella, Sogno di Olimpia di de Majo, Li Studenti di Liveri (Teatro di Corte); 1748, Merope di G. Cocchi, Siface di G. Cocchi, Ezio di Jommelli, Demetrio di D. Naselli, L’Errico di Liveri (Teatro di Corte); 1749, Artaserse di Perez, Zenobia di Latilla, Alessandro nelle Indie di Perez, Olimpia di B. Galuppi (prima esecuzione); 1750, Demofoonte di Hasse, Ciro riconosciuto di Leo, Antigono di N. Conforto (prima esecuzione); 1751, Semiramide di de Majo, Tito Manlio di G. Abos, Farnace di anonimo, Ipermestra di P. Cafaro (prima esecuzione); 1752, Attalo re di Bitinia di G.  Conti, Alberico di Liveri (Teatro di Corte), Sesostri re d’Egitto di Cocchi (prima esecuzione), La Clemenza di Tito di Gluck (prima esecuzione), Lucio Vero e Vologeso di Abos; 1753, Didone abbandonata di G.B. Lampugnani, Ifigenia in Aulide di Jommelli, Ricimero di Galuppi, L’Eroe cinese di Galuppi (prima esecuzione), Il Solitario di Liveri (Teatro di Corte); 1754, Alessandro nell’Indie di Galuppi, Adriano in Siria di Conforto, Arsace di N. Sabbatini; 1755, Antigona in Tebe di Galuppi; 1756, Solimano di A. Valentini, La Disfatta di Dario di Cafaro (prima esecuzione), Zenobia di N. Piccinni (prima esecuzione); 1757, L’Incendio di Troia di Cafaro (prima esecuzione), Farnace di Perez e Piccinni (prima esecuzione), Temistocle di Jommelli (prima esecuzione), La Sirena di Liveri (Teatro di Corte); 1758, Arianna e Teseo di A. Manzoni; 1759, La Clemenza di Tito di Hasse, Adriano in Siria di Galuppi, Achille in Sciro di Hasse (prima esecuzione); 1760, Cajo Fabricio di de Majo, Il Trionfo di Camilla di Porpora; 1761, Catone in Utica di J. Chr. Bach (prima esecuzione), Zenobia di N. Nala (prima esecuzione), Ipermestra di Cafaro; 1762, Alessandro nelle Indie di J. Chr. Bach (prima esecuzione), Sesostri re d’Egitto di G. Sciroli (prima esecuzione), Artaserse di Hasse.
FONTI E BIBL.: Oltre alla raccolta di libretti del Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, ai fasci della  Real Casa Antica, della Casa Reale amministrativa e Dipendenze della Sommaria presso l’Archivio di Stato di Napoli, agli Avvisi (Gazzetta Napoletana) e al U. Thieme-F. Becker, cfr.: Narrazione delle solenni reali feste celebrate in Napoli da S.M. il Re delle Due Sicilie Infante di Spagna, Duca di Parma, Piacenza per la nascita del suo primogenito Filippo Real Principe delle Due Sicilie, Napoli, 1748 (in-folio di 16 pp. oltre alle 15 tavv. a firma V.R.); J. La Lande, Vojage en Italie fait dans les années 1765-1766, Venezia, 1769; G. Ceci, Bibliografia per la storia delle arti figurative nell’Italia meridionale, Napoli, 1937; R. Pane, Architettura dell’età barocca in Napoli, Napoli, 1939; Il teatro di Corte del Palazzo Reale di Napoli, Napoli, 1952; M. Viale, Scene e scenografi del Settecento, in Tempi e aspetti della scenografia, Torino, 1954; C.E. Rava, Perennità di una grande tradizione, in Orientamenti della scenografia, Milano, 1959; Enciclopedia spettacolo, VIII, 1961, 757-759; F. Mancini, Feste apparati e spettacoli teatrali, in Storia di Napoli, VIII, Napoli, 1971; Dizionario Bolaffi Pittori, IX, 1975, 335; Disegni antichi, 1988, 36.

DEL RE, vedi anche RE


Belluno-Parma post 1425
Figlio di Vittore. Calligrafo, ricordato in un atto notarile in data 9 settembre 1425: M.ccccxxv die viiij mensis septembris. Antonius de Pisanis f. q.m domini Luce civis parme in vicinia Sancti Bartolomei de glarea tenore presentis scripture in presencia testium infrascriptorum, promisit et convenit Antonio scriptori condam Vitoris de Rivo, de civitate Belluni presentialiter habitatori civitatis parme vicinia Sancti Stefani, ibidem presenti et recipienti eidem Antonio scriptori dare in uxorem dominam Luciam filiam ipsius Antonii de Pissanis et horem condam Antonii de Mutina dicte viciniae Sancti Stefani, cum dote librarum centum alias datarum in dotem dicto Antonio de Mutina et per instrumentum pubblicum. Cum pactis et condicionibus infrascriptis; quod dictus Antonius scriptor teneatur et debeat ac promisit dicto Antonio de Pissanis, bene et diligenter penes se tenere et nutrire omnibus suis propriis expensis Ioannem Iacobum, Tommaxium et Gasparem fratris et filios dicte domine Lucie et dicti condam Antonii de Mutina, ipsis Iohanne Iacobo et Tomaxio attendentibus ad laborandum et benefaciendum, et ipsis consignantibus predicte domine Lucie eorum matri totum illud quod lucrabunt cum industria personarum suarum. Et predicta promiserunt predicti Antonius de Pisanis et Antonius scriptor sibi invicem habere fi [...] sub obligacione omnium suorum bonorum presentium et futurorum. Renunciando sibi invicem omni eorum Iur [...] quo contra predicta possint facere vel venire de iure vel de facto quorumcumque et qualitercumque (scrittura originale depositata tra gli Atti del notaio parmigiano Giovanni da San Leonardo esistenti nell’Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 25-26.


Vestana 1582
Fu eletto console di Vestana il 19 dicembre 1582.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 9.

Vestana ante 1582-ante 1634
Fu eletto console di Vestana il 2 luglio 1582.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 9.

Parma 1634
Figlio di Bernardino. Con rogito di Filippo Falaschi del 18 agosto 1634 gli uomini di Vestana e Braja costituirono il Del Rio loro procuratore per l’uno e l’altro foro.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 9.

Guardasone 1492/1495
Bochalaro, autore del cornicione dell’Ospedale di Parma, compiuto nel 1492, di quello della casa di Galeazzo Cantelli (1495) e forse anche di un terzo nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 303; C. Baroni, Le ceramiche italiane minori al Castello Sforzesco di Milano, Milano, 1934; G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche delle maioliche metaurensi, Pesaro, 1879, II, 225; A. Pezzana, Storia di Parma, t. V, 179-180; Minghetti, Ceramisti, 1939, 226.

Vestana 1591
Fu nominato console di Vestana il 14 novembre 1591.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 9.

Corniglio 27 settembre 1743-Parma 7 aprile 1801
Nacque dal capitano ausiliario Francesco Maria e da Lucia Toschi. Fu professore nell’Università di Parma, prima di diritto canonico, quindi di Pandette (diritto romano), che studiò profondamente e insegnò con amore e competenza. Come professore ebbe l’onore di avere suo scolaro lo storico Angelo Pezzana, da lui promosso al dottorato, che gli fu sempre fedele amico. Coltivò con successo le lettere latine e italiane: una prova si ha nelle molte orazioni per laurea, meritatamente lodate, e nelle molteplici allegazioni e difese che pronunciò nelle aule dei tribunali come avvocato (fu considerato uno dei migliori del foro di Parma, ricercato anche fuori per la sua fama, per la sua probità e il suo disinteresse). Scrisse anche varie poesie d’occasione. Fu un appassionato bibliofilo e un antesignano della bibliografia moderna. Ebbe una scelta raccolta di incunaboli e curò specialmente la collezione Cum notis variorum e quella delle opere del Bodoni. Ne cominciò un Catalogo con note, che non poté terminare ma che è una prova non dubbia della sua competenza in materia. Alla sua morte, la preziosa raccolta fu acquistata dal consigliere Godi e dal conte Luigi Sanvitale, vescovo di Piacenza, ma divenne poi tutta di proprietà di quest’ultimo, al quale il Godi, per compiacenza, cedette anche la sua parte. Fu sepolto nel Duomo di Parma, nella cappella gentilizia della famiglia Colla. La moglie Lucia Rossi, con classica epigrafe latina dell’abate Tonani (riportata nella raccolta a stampa delle Inscriptiones del celebre benedettino), ricordò ai posteri i meriti del Del Rio, affermando che fu amatissimo cittadino di Parma, ma desiderato tale in molte altre città dove diede saggio del suo sapere nell’interpretazione e nella difesa di importanti cause di diritto civile ed ecclesiastico.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 332; E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 9-10.

Vestana 1590
Fu nominato console di Vestana l’8 luglio 1590.
FONTI E BIBL.: E. Guerra, Cornigliesi illustri, 1942, 9.

DEL RUTA GIUSEPPE, vedi RUTA GIUSEPPE

Felino 1912-Piperi 16 maggio 1943
Figlio di Arturo. Tenente di complemento del 283° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante della Compagnia Comando di battaglione, in aspro combattimento, ferito gravemente da una pallottola ad un polmone, conscio della propria fine, rifiutava di ritirarsi in zona più coperta e dicendo ormai è stabilito che debbo morire, ma voglio morire come sanno morire gli Italiani, si lanciava con impeto contro il nemico avanzante e cadeva vittima del suo ardimento.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1948, Dispensa 2ª, 109; Decorati al valore, 1964, 41.


Parma prima metà del XVI secolo
Boccalaro attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 366.


San Lazzaro Parmense settembre 1892-Milano 9 luglio 1981
La Del Soldato fu una delle migliori allieve della celebre arpista Rosalinda Sacconi al Conservatorio di Parma, dove si diplomò a pieni voti giovanissima, iniziando subito una brillante carriera come prima arpa nei vari teatri italiani. Suonò sotto la direzione di famosi direttori, tra cui Mascagni, con il quale eseguì più volte la sua Cavalleria rusticana (l’arpa è chiamata a sostenere una parte solistica assai importante nel celebre Preludio e siciliana). Fu anche la prima interprete in Italia, sull’arpa a pedali, delle famose Danze sacre e profane di Debussy per arpa e orchestra, scritte originariamente per arpa cromatica, strumento andato poi in disuso. Nel 1920 si unì in matrimonio nella chiesa di San Giovanni a Parma con il contrabbassista Mario Azzi e con lui fece parte per molti anni dell’Orchestra del teatro alla Scala di Milano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 luglio 1982, 6.

Martorano 23 marzo 1871-Brunico 11 agosto 1934
Studiò nel Seminario di Parma. Avendo partecipato il 18 giugno 1893 alla consacrazione episcopale di monsignor F. Magani, a Roma, come caudatario, fu subito scelto dal vescovo eletto come suo segretario particolare. Il Del Soldato fu ordinato sacerdote il 22 settembre 1894. Si laureò all’Università Gregoriana di Roma in diritto e divenne vicario generale della Diocesi di Parma nel 1902, carica tenuta fino al 12 dicembre 1907, giorno dell’improvvisa morte del vescovo Magani. Fu nominato canonico arcidiacono della Cattedrale di Parma nel 1905, professore di diritto canonico nel Seminario di Parma, priore dell’Almo Collegio Teologico e commendatore e grande ufficiale dell’Ordine Militare del Santo Sepolcro.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 200-201.


Parma seconda metà del XV secolo
Pittore e muratore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 139.

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore e muratore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 139.

DE LUCA GENESIO, vedi DE LUCA SALOMONE

Milano-Parma post 1460
Figlio di Giovanni. Orefice ricordato in un ato notarile in data 27 gennaio 1460: Mcccclx. 27 gennaio. Il nobile uomo Ugolino de Ugorubeis f. del fu Signor  Giacomo cittadino abitante in Parma nella vicinanza di S. Tiburzio affitta per un anno continuo a Maestro Salomone de Luca detto Genexo figlio del fu Giovanni cittadino milanese abitante al presente in Parma nella vic.ª di S. Silvestro, una casa murata, coppata, et solerata et stacionatam iuris dicti Ugolini posta nella vic.ª di San Vitale per l’annua pensione di lire 16 imperiali, cum pacto quod ipse locator possit stare et habitare in dicta apotheca causa laborandi in arte et misterio aurificiarie de modo non possit emere nec vendere nixi opera manualia ipsius locatoris et ipso conductore non habente similia laboreria vendendi, et casu quo ipse conductor habeat talia laboreria causa vendendi possit prius vendere ipso locatore (rogito di Galasso Leoni, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 72.

Parma-Dogali 26 gennaio 1887
Fante appartenente al 6° Reggimento Fanteria. Combattendo nella battaglia di Dogali cadde eroicamente sul campo. Alla memoria gli fu decretata la medaglia d’argento al valor militare, colla motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali, rimanendo ucciso sul campo. È ricordato sotto l’atrio del Palazzo Civico di Parma in una lapide eretta dal Comune.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, 1937, 45; Decorati al valore, 1964, 84.

DE LUCHI VITTORIO, vedi DELUCCHI VITTORIO

DELUS GIACOMO, vedi LOSCHI JACOPO

DEL VERME CARLO ANGELO, vedi DAL VERME CARLO ANGELO

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