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Dizionario biografico: Da Arena-Dazzo

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DA ARENA - DAZZO

DA ARENA JACOPO, vedi DELL’ARENA JACOPO

Parma 7 luglio 1892-post 1936
Il padre fu un apprezzato ingegnere che diresse la costrzione della ferrovia Parma-Spezia, nonché importanti impianti idroelettrici. Rimasto orfano, il Dabbusi emigrò in America del Sud nel 1913. Ritornò in patria nel 1915 per combattere nella prima guerra mondiale, nel corso della quale si distinse per il suo entusiasmo e il suo valore, guadagnandosi la promozione a capitano di fanteria sul campo, una medaglia d’argento, e una medaglia di bronzo al valor militare e una croce di guerra. Durante l’intera guerra, combattuta sempre in prima linea, fu ferito nell’assalto all’Hermada nel maggio 1917. Nell’aprile 1918 venne incaricato dal Ministero della Guerra di organizzare i reparti cecoslovacchi e divenne primo aiutante maggiore del 33° Reggimento Cecoslovacco, alla testa del quale combatté poi a Presburgo e ai confini della Russia. Rientrato in Italia in seguito al congedo della sua classe, si diede al commercio del ferro. Fu anche per suo tramite che si iniziarono con la Russia vasti rapporti commerciali. Fu fin dai primordi tra i sostenitori dell’idea fascista, quindi partecipò attivamente alla vita del partito, al quale dedicò molta parte della sua attività: coprì degnamente le non poche e importanti cariche che gli furono affidate e comandò sino dall’istituzione della Milizia la XXIV Legione Carroccio di Milano. Dal 1924 fu presidente della Corte di disciplina della Federazione provinciale fascista milanese e tra le altre cariche fu membro del Consiglio d’amministrazione della Banca Popolare di Milano. Fu cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e commendatore della Corona d’Italia. Fu decorato anche di numerose onorificenze estere. In Africa Orientale, col grado di vice capo squadra della 221a Legione Camicie Nere Fasci Italiani all’Estero, si guadagnò un’altra medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Volontario in A.O., con ardimento ed intelligenza eseguiva una ricognizione di pattuglia, malgrado l’intenso fuoco di fucileria delle linee nemiche, dimostrando alto senso del dovere e sereno coraggio (Danen, 24 aprile 1936).
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 362-363; G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

DA BIBIENA, vedi GALLI BIBIENA

DA BORSANO, vedi BORSANO

DA BROSSANO BELTRAMO o BELTRANDO o BERTRANDO, vedi BORSANO BELTRANDO

DA CA GRIMANI GIULIO, vedi GIULIO DA CA GRIMANI

DA CALLI LUCIO CARLO, vedi DA CALLI LUIGI CARLO


Parma-Parma 1633
Canonico della Cattedrale di Parma, insegnò all’Università di Parma dal 1624 al 1633.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 31.

DA CASA o DA CASA ANTICA GIAMBATTISTA, vedi DALLA CASA GIAMBATTISTA

DA CASSIO, vedi CASSIO


Parma 1832/1851
Fu argentiere di buon valore.
FONTI E BIBL.: Argenti e argentieri, Parma, 1997.

Parma 1 settembre 1840-Parma 5 aprile 1915
Nato da Pietro e Adelaide Carem, studiò dal 1851 alla Scuola di musica di Parma sotto la guida di G. Rossi, diplomandosi in pianoforte (con Riccardo Grunther) e composizione nel 1860. Fu per molti anni insegnante in quella stessa scuola: dal 1862 al 1864 vi insegnò pianoforte, dal 1864 al 1875 elementi di musica e solfeggio, dal 1875 al 1899 armonia, contrappunto e composizione. Vi ricoprì anche la carica di direttore, nel periodo 8 ottobre 1875-16 novembre 1888: in questa veste ebbe un ruolo importante nella lotta per l’autonomia della scuola dagli Ospizi civili. Il Dacci affiancò all’attività di insegnante quella di teorico e compositore. Scrisse una gran quantità di musica dei più diversi generi, per la maggior parte pubblicata dall’editore Ricordi: una Sinfonia a grand’orchestra di stampo descrittivista, dal titolo La Ridda, premiata con menzione onorevole al concorso Basevi del 1867 e pubblicata a Firenze nel 1868, moltissima musica per pianoforte, appartenente sia al genere del pezzo breve, variamente intitolato romanza senza parole, melodia sentimentale, capriccio, notturno e pensiero musicale, sia a quello della fantasia su opere teatrali, in prevalenza su temi tratti da opere di G. Verdi, ma anche di V. Bellini, G. Donizetti, G. Mayerbeer, C. Gounod, J. Halévy, E. Petrella, A. Ponchielli, F. Marchetti, C.A. Gomes, spesso riuniti in raccolte, e in parte a scopo didattico (Il giorno onomastico, Le prime rose del pianista, L’Iride del giovane pianista), Sei tragedie di V. Alfieri. Illustrazioni tragico-musicali per pianoforte, pezzi brevi e fantasie su temi d’opera anche per pianoforte a 4 e a 6 mani, per due pianoforti a 4 mani ciascuno, per mandolino e pianoforte, 2 violini e pianoforte, violoncello e pianoforte, flauto e pianoforte, clarinetto e pianoforte, oboe e pianoforte, La Traviata. Gran quintetto per 2 violini, viola, violoncello e contrabbasso, con pianoforte, Don Carlo. Gran duetto concertante per violino e contrabbasso, con pianoforte, Gran Trio per due violini e violoncello con pianoforte su I Vespri siciliani, innumerevoli romanze per voce e pianoforte, dodici vocalizzi di perfezionamento per soprano, inni e cori, musica per banda, Oh salutaris Hotia, mottetto a 4 voci dispari con accompagnamento di organo ad libitum, e Il nuovo secolo XX, canto di preghiera per organo. Per incarico del figlio di Niccolò Paganini, Achille, il Dacci preparò, inoltre, insieme a Romeo Franzoni, alcune revisioni ed elaborazioni per violino e pianoforte di opere paganiniane. Il Dacci fu autore anche delle seguenti opere didattiche e storiche: Grammatica musicale (Udine, 1867), Il musicista perfetto. Trattato teorico-pratico per lettura e divisione musicale (Milano, s.d.), Trattato teorico-pratico di armonia (Milano, s.d.), Dell’unificazione dei programmi d’insegnamento in tutte le scuole e i conservatori del Regno (Roma, 1881), Cenni storici e statistici intorno alla Regia Scuola di musica in Parma dal giorno 2 maggio 1818 (epoca della sua origine) a tutto l’anno scolastico 1886-1887 (Parma, 1888). Non contraddistinta da eventi biografici di particolare rilievo, l’esperienza umana e artistica del Dacci fu tuttavia significativa per l’evoluzione della didattica musicale. A essa il Dacci dedicò tutta la sua esistenza, dimostrando una particolare serietà d’intenti, rivelata peraltro dalle numerose opere pubblicate, oltre che dalla sua lunga e costante attività d’insegnante. Esse testimoniano del suo impegno rivolto a un più organico e coordinato programma di studi, esteso non soltanto al conservatorio della sua città ma a tutti gli istituti musicali italiani. Meno significativa la produzione musicale, che tuttavia è caratterizzata da una scrittura melodico-armonica di ottima fattura in cui si riflette l’esperienza tardoromantica italiana, individuabile soprattutto nelle numerose composizioni ispirate a temi d’opera, ove non si discostò da un particolare gusto salottiero che caratterizzò il repertorio cameristico italiano dell’ultimo Ottocento.
FONTI E BIBL.: G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, I, Bologna, 1890, 270, 348; IV, Bologna, 1905, 7, 196; A. Luzio, Carteggi verdiani, III, Roma, 1947, 70; L.A. Villanis, L’arte del pianoforte in Italia, Torino, 1907, 219 s.; G. Gasperini, Il Regio Conservatorio di musica in Parma. Cenni di storia e di statistica, Parma, 1913, 45, 68, 75 s., 78, 82; Rivista Musicale Italiana XXII 1915, 424; Catalogo generale delle edizioni G. Ricordi, Milano, s.a., I, 39, 104 s., 505, 551, 570, 658, 662, II, 667, 726, 811, 833, 880, 895, 951, 964, III, 1015, 1030, 1080, 1193, 1214, 1264, 1279; A. Furlotti, Il Regio Conservatorio di musica Arrigo Boito di Parma, Firenze, 1942, 40, 44, 46; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 59; G. Zanotti, Biblioteca del convento di San Francesco di Bologna. Catalogo del fondo musicale, I, Bologna, 1970, 99 s.; S. Martinotti, Ottocento strumentale italiano, Bologna, 1972, 300, 326, 374, 487; Catalogo tematico delle musiche di N. Paganini, a cura di M.R. Moretti e A. Sorrento, Genova, 1982, 22, 150, 156, 171, 183, 216, 233, 239, 246, 253, 380; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 398; Enciclopedia della musica Ricordi, II, 1; La Musica, Dizionario, I, 471; La Musica, Enciclopedia storica, I, 7; B.M. Antolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 571-572.

DACCI ROSANNA, vedi BERETTA ROSANNA


Parma prima metà del XVI secolo/1576
Pittore attivo a Parma nella prima metà del XVI secolo e ancora nel 1576.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 156.


Parma 1543
È citato nel testamento del 5 luglio 1543 di don Pietro Libasco, il quale lasciò la propria casa, acquistata il 21 aprile dal Da Como, pittore, al Consorzio dei vivi e dei morti della Cattedrale di Parma (Archivio di Stato di Parma, rogito di Baldassarre Mendogni). Nello Zibaldone di Belle Arti, A. Bertioli riferisce la notizia che il Da Como dipinse nella chiesa vecchia dell’Annunziata de’ Zoccolanti di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Bertioli, Zibaldone di Belle Arti; E. Scarabelli Zunti, III, c. 141; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 324.

DA COREZO, vedi CORREGGIO

DA CORNAZZANO, vedi CORNAZZANO

DA CORREGGIO, vedi CORREGGIO


Pavia ante 1486-post 1502
Prevosto mitrato, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1486 al 1502. Ottenne la nomina dal Duca di Milano, allorché il Griffi morì (1486). Uomo di vasta cultura, fu denominato il Curzio juniore. Il Corte rinunciò spontaneamente alla prevostura per ritirarsi a Pavia, sua città natale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.


Pavia ante 1502-1549
Prevosto mitrato, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1502 al 1527. Apparteneva allo stesso casato di Francesco Da Corte. Prima dell’elezione a prevosto, fu canonico della Chiesa borghigiana e parroco di Borghetto. Come Francesco Da Corte, anch’egli rinunciò spontaneamente alla prevostura.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.

DA COSTA RAIMONDA, vedi AQUILA CELESTINA

DA COSTULA, vedi COSTOLA

DADO, vedi SCAGLIA RICCARDO

Parma 1786
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo. Si conserva nella Pinacoteca di Parma un suo quadro con una scena della vita di Davide (1786).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, VIII, 1913; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 102.

DA ENZA, vedi ENZA

DA ENZOLA, vedi ENZOLA

DA ERBA, vedi ERBA

DAFNI, vedi BORBONE PARMA FERDINANDO

DA FOSSIO ANNIBALE, vedi FOSIO ANNIBALE

DA FOSSO ANNIBALE, vedi FOSIO ANNIBALE

DA FOXIO ANNIBALE, vedi FOSIO ANNIBALE

DA FUSIA, vedi FUSIA

DA GATTATICO GUGLIELMO, vedi GUGLIELMO DA GATTATICO

DA GENTE, vedi DELLA GENTE

DA GIANNO BERNARDINO, vedi DA JANNO BERNARDINO

DAGNINI GIAMBATTISTA o GIAN BATTISTA, vedi DAGNINI GIOVAMBATTISTA


Varese 23 ottobre 1736-Zibello 31 ottobre 1821
Dalla nativa Varese si trasferì nella giovinezza a Parma, attrattovi dalla fama di buon governo che vi tenevano i Borbone. Ottenuto un posto di ufficiale di finanza, di distinse nell’esercizio delle sue mansioni tanto da essere nominato, il 2 agosto 1785, ministro delle Dogane per il territorio di Zibello. A Zibello fissò da allora la propria residenza, dedicandosi ai suoi doveri di ufficio e a pratiche di pietà, essendo uomo profondamente religioso e fervente praticante. Accompagnando un giorno il viatico a un infermo di campagna, rimase dolorosamente colpito nel vedere che questi, un povero contadino, giaceva dentro un fienile, adagiato sulla paglia. Da quel momento determinò di destinare le intere sue sostanze per la fondazione di un ospedale nel quale i malati poveri della parrocchia avrebbero trovato conveniente assistenza. A questo scopo, con testamento del 20 dicembre 1820, istituì un’opera pia per la fondazione dell’Istituto, iniziativa che, nonostante l’opposizione di alcuni parenti del Dagnini, fu approvata dalla duchessa Maria Luigia d’Austria con decreto del 26 maggio 1822. La Sovrana, oltre ad autorizzare il Comune di Zibello ad accettare l’eredità Dagnini, ordinò che l’Ospedale fosse allogato in quella parte dell’ex convento dei Domenicani che con antecedente decreto del 30 settembre 1816 aveva ceduto in uso al Comune stesso, il quale aveva adibito l’immobile ad abitazione per le famiglie povere. Il 21 giugno 1822 venne costituita una commissione incaricata di amministrare i beni dell’Ospedale, composta di cinque membri, tra cui il parroco e il sindaco di diritto, conformemente alla volontà del Dagnini. Aperto agli infermi nel 1824 e definitivamente costituito nel 1826 l’Ospedale usufruì dei lasciti di altre pie persone e poté in seguito svilupparsi sino a occupare l’intero ex convento dei Domenicani. Fu intitolato al Dagnini, la cui memoria è perpetuata anche nella lapide che gli venne eretta sulla sua tomba nel cimitero del paese, recante un’iscrizione dettata dal celebre epigrafista abate Tonani di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Zerbini, Memorie della Parrocchia di Zibello; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 129-130; Zibello, 1985, 292; Strade di Zibello, 1991, 13-14; Gazzetta di Parma 4 novembre 1995, 26.


Villa Baroni di San Secondo Parmense 1888-Parma 6 dicembre 1967
Figlio di Domenico e di Maria Conte. Compiuti gli studi elementari, il Dagnino, al principio del 1900, entrò nel seminario di Berceto. Dopo avere abbandonato per malattia gli studi religiosi, dopo una breve parentesi presso l’Istituto Stimatini, entrò nell’istituto delle Missioni estere nel 1904. Nel 1911, dopo avere ricevuto gli ordini, partì per la Cina. Nella terra di missione il Dagnino si dedicò allo studio della lingua e alla conversione e alle attività sociali a beneficio dei Cinesi. Nell’agosto del 1912 fu nominato rettore di Pechwang (Kiashien) e nel 1921 direttore del distretto centrale di Hianghsien, già residenza episcopale di monsignor Calza. Nel 1926 il Dagnino rimpatriò con l’incarico di rettore della scuola apostolica di Poggio San Marcello (Ancona). Nel 1928 venne nominato consultore generale. Dopo il ritorno in Cina, il Dagnino, alla morte di monsignor Conforti, fu eletto Superiore generale e prese in mano le redini della Società. Governò con fortezza e fede seguendo le orme del fondatore, tutto teso alla formazione dei missionari, all’osservanza regolare e alla vita di zelo nelle missioni. Rinunciata la carica di Superiore generale per malattia, il Dagnino rimase nel consiglio direttivo come consultore generale. Ritornato in Cina, resistette alla bufera comunista e alle persecuzioni fino a quando venne cacciato nel 1952. Anziché rimpatriare, ottenne di fermarsi nella nuova missione nel Pakistan orientale, dove rimase fino al 1956, quando fu richiamato per partecipare al Capitolo generale. Il Dagnino uscì da una famiglia di profondi principi cristiani. Il padre volle farsi missionario dopo la morte della moglie e morì nel 1923 all’istituto di monsignor Conforti, mentre altri tre fratelli del Dagnino furono missionari: Vincenzo, saveriano in Cina, Raffaele, gesuita in Albania, Filomeno, cappuccino in Brasile. Inoltre ebbe alcune sorelle suore e due nipoti sacerdoti: Raffaele Dagnino, parroco di San Giuseppe in Parma, e Amato Dagnino, rettore dello studentato teologico saveriano di Parma. Infine altre due nipoti furono suore, di cui una missionaria canossiana in India.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 dicembre 1967, 4; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 185.


San Secondo Parmense 23 ottobre 1905-Parma 14 novembre 1977
Nato da genitori contadini di profonda fede religiosa, la sua scelta sacerdotale obbedì a una vocazione familiare: il fratello Amato fu missionario saveriano, due sorelle furono religiose (una nelle suore Chieppine, l’altra nelle Canossiane a Roma), lo zio Amatore Dagnino fu superiore dei Saveriani. Ma il Dagnino entrò in Seminario quando già frequentava, dopo aver svolto il servizio militare, la facoltà di Medicina. Fu la vista dei corpi inermi di cinque bambini morti, in sala anatomica, a sconvolgerlo e a determinare la sua decisione. Ricevuta l’ordinazione il 9 luglio del 1933, fu vice rettore del Seminario maggiore di Parma e, nel 1939, parroco a Santa Maria Maddalena. Poi, nel gennaio 1943 (nel frattempo conseguì la laurea in scienze naturali e dal 1940 al 1942 fu assistente degli uomini di Azione cattolica) gli fu assegnata la parrocchia di San Giuseppe: un rione popolare, formato prevalentemente da operai, con il quale l’impatto fu duro perché il Dagnino esprimeva un carattere severo e intransigente nei principi. Alla fine però i parrocchiani finirono per capirlo e per apprezzarne il senso di sacrificio e lo spirito di carità e di umiltà, accompagnato a un senso vivissimo della dignità sacerdotale. La guerra incombeva con lutti e rovine e le persecuzioni nazifasciste erano all’ordine del giorno. Fu proprio in quei momenti che il Dagnino diede la misura della sua carità e del suo coraggio, ponendosi dalla parte dei perseguitati, senza distinzione di fede politica o religiosa. Così non mancò di intervenire presso le autorità tedesche quando si trattò di tutelare la vita e la libertà di chi sapeva in pericolo e quando un suo parrocchiano, Stefano Massari, fu trucidato in Piazza Garibaldi insieme ad altri sei antifascisti, di fronte all’immagine della vedova disperata che portava al cimitero della Villetta, su un carretto, il corpo senza vita del marito, il Dagnino non esitò ad affrontare il federale Romualdi con grande fierezza e duramente, incurante dei rischi che poteva correre. A guerra finita, fu sempre in prima linea a favore delle classi meno abbienti, esercitando il ministero della parola (le sue prediche, talora anche in dialetto, i suoi discorsi e i suoi scritti furono sempre pungenti e stimolanti), intervenendo in campo sociale, come fondatore e assistente delle Acli dal 1946 al 1966 e come promotore dell’Opera sociale Pio XII (comprendente il Teatro Pezzani), ove si tennero corsi di qualificazione e di studio, attività culturali e formative, e in campo spirituale, con l’esempio di una norma di vita rigorosa e coerente.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 novembre 1977, 4; Raffaele Dagnino sacerdote, Verona, 1997.


Villa Baroni di San Secondo 21 maggio 1884-Cina 4 luglio 1908
Nato da Domenico e Maria Conte, sesto di dodici fratelli, dei quali tre morirono in giovane età, quattro si fecero missionari in diversi istituti e quattro sorelle presero l’abito religioso nella Congregazione di Sant’Andrea Fournet. All’età di ottant’anni, rimasto vedovo, anche il padre Domenico si ritirò come benemerito nell’Istituto missionario parmense. Il Dagnino entrò nell’Istituto missionario di monsignor Conforti nel 1896, vi compì gli studi e vi fu ordinato sacedote il 22 settembre 1906. Partì per la Cina il 25 gennaio 1907, dove morì un anno e mezzo dopo, a soli 24 anni d’età.
FONTI E BIBL.: P. Garbero, Missionari in Cina, 1965, 118.

DA GOIANO AGOSTINO, vedi GUANI AGOSTINO


Parma ante 1503-Parma 1554
Figlio di Filippo, seguì l’arte paterna del gettare in bronzo e lavorare l’oro e l’argento. Con rogito di Francesco Pelosi del 17 dicembre 1503, il Da Gonzate, col padre e il fratello Giacomo Filippo, ricevette dagli agenti della fabbrica del Duomo di Parma l’incarico di fondere le statue dei quattro Evangelisti, per 600 ducati, pari a 2400 lire imperiali. Il lavoro fu terminato nel 1508. Una delle quattro statue, esistenti sopra la balaustra nel Coro della Cattedrale, porta scolpiti sul piedistallo i nomi del Da Gonzate e del fratello Giacomo Filippo. Si tratta di una bella fusione, benché magre e incerte nel movimento e troppo minute nei particolari, e, per di più, imbrattate d’oro sul finire del 700 (Benassi). Nel 1509 Antonio Ferreti, che voleva offrire alla chiesa di San Giovanni di Parma una bella e ricca croce d’argento, incaricò i tre Gonzate: doveva avere 30 figure, 13 di tutto rilievo e 17 di mezzo, fogliami dorati e il piede a triangolo con tre mezze figure di mezzo rilievo. L’opera, che riuscì ancora più grandiosa del convenuto (da Erba), andò perduta. Si conserva invece nella Collegiata di San Bartolomeo di Busseto un’altra bellissima croce d’argento, che il Da Gonzate e il fratello Giacomo Filippo gettarono nel 1524 per quella chiesa: è grande, con diverse statuette e bassorilievi elegantissimi. Il Da Gonzate, sempre in collaborazione con i suoi familiari, lavorò anche nella Zecca di Parma e fabbricò i coni delle monete.
FONTI E BIBL.: M. Lopez, 46; Aggiunte alla Zecca, 67; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 202; U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 339-340, 342.

DA GONZATE ENEA, vedi GONZATE DAMIANO

Parma ante 1503-Parma 1520/1523
Figlio di Genesio. Fu fonditore in bronzo e cesellatore in oro e argento. Il 17 dicembre 1503, con rogito di Francesco Pelosi, ricevette dagli agenti della fabbrica del Duomo di Parma l’incarico di fondere le statue dei quattro Evangelisti, per il prezzo di 600 ducati, pari a 2400 lire imperiali. Il lavoro, compiuto assieme ai due figli (Damiano e Giacomo Filippo), fu terminato nel 1508. L’anno seguente Antonio Ferretti incaricò il Gonzate e i suoi due figli di fabbricare, quale offerta alla chiesa di San Giovanni di Parma, una ricca croce d’argento con trenta figure, di cui tredici a tutto rilievo e diciassette a mezzo rilievo, fogliami dorati e il piede a triangolo con tre figure a mezzo rilievo. L’opera, che riuscì ancora più grandiosa del convenuto, andò perduta. Il Gonzate fu ancora attivo nell’anno 1519.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 339.

Parma XV/XVI secolo
Fu orefice di valore. Ebbe tra i suoi figli Filippo, anch’egli eccellente orefice.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 202.


Parma ante 1503-Parma post 1534
Figlio di Filippo e fratello di Damiano. Fu fonditore in bronzo e cesellatore in oro e argento. Con rogito di Francesco Pelosi del 17 dicembre 1503 ricevette dagli agenti della fabbrica del Duomo di Parma l’incarico di fondere le statue dei quattro Evangelisti, per il prezzo di 600 ducati, pari a 2400 lire imperiali. Il lavoro, compiuto assieme al padre e al fratello, fu terminato nel 1508. Una delle quattro statue esistenti sopra la balaustra del Coro della Cattedrale porta scolpito il suo nome assieme a quello di Damiano. L’anno seguente Antonio Ferretti lo incaricò, assieme al padre e al fratello, di realizzare una ricca croce d’argento da offrire alla chiesa di San Giovanni di Parma. L’opera, che andò poi perduta e che pare fosse riuscita ancora più grandiosa del convenuto, doveva avere 30 figure, di cui 13 a tutto rilievo e 17 a mezzo rilievo, fogliami dorati e il piede a triangolo con tre figure a mezzo rilievo. Nella Collegiata di San Bartolomeo a Busseto si conserva invece un’altra bella croce d’argento che i due fratelli Gonzate completarono nel 1524: è grande, con diverse statuette ed eleganti bassorilievi. Era ancora attivo nell’anno 1534. Del Gonzate così scrisse il da Erba: N’uscì Jacobo Filippo di Gonzaghi, che tanto divinamente fece di mettalo, di cera et di solfo molte deligentissime tavolle et medaglie di basso rilevo in Parma et in Vinetia, che s’acquistò molto splendore. Et fece di bronzo talmente una testa simile e la donnò a Papa Iulio 2°, che sempre fu dopo in gratia, et meritò molti doni dal sudetto pontefice. Fece di novo et inusitato disegno un grandissimo calice d’oro. Il Gonzate attese col fratello anche alla coniazione delle monete ed ebbe in condotta la Zecca di Parma.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 339-340, 342.

DA GONZATE GIANNI FILIPPO, vedi GONZATE GIACOMO FILIPPO

Parma 1475
Figlio di Cristoforo. Orefice attivo nell’anno 1475.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, X, 1822, 131.

D’AGRATE o D’AGRATE FERRARI, vedi FERRARI

DAI BOCETI, vedi BOCETI

DA ISEO ALFONSO, vedi OLDOFREDI ALFONSO

Soragna 1739/1766
Intagliatore. Realizzò nell’anno 1739 una caminiera e quattro placche, nel 1740 fatture a una carrozza in Rocca a Soragna, nel 1764 l’altare nuovo Maggiore, e li Tavolini laterali furono fatti nell’anno 1764 a spese della Confraternita, disegnati, ed eseguiti dal Confratello Antonio Dai Vernieri, dorati e coloriti da Sante Michellini, come pure la nuova Ancona dorata all’Altare maggiore nell’oratorio di Santa Brigida. Il Vernieri realizzò verso il 1766 la cornice ovale nel Monte di Pietà di Busseto (attribuito).
FONTI E BIBL.: Gabbi, 1819-1824, I, 261; A. Dal Pozzo, 1970, 86; Godi, 20 luglio 1979, 3; Il mobile a Parma, 1983, 258.

Parma XV secolo
Patrizio, fu chiamato da frate Arcangelo, minorita di Borgonovo Piacentino, che gli dedicò le sue Enarrationes dictorum praecipuorum secretiorum Theologorum: idest Cabalistarum (inserite nel tomo I Artis Cabalisticae Scriptorum, 1587), doctissimus et omni literarum genere consumatissimus.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1827, 454.


Parma prima metà del XVII secolo
Pittore paesista operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 279.

Parma 1751-Parma 1 novembre 1799
Soprano, detta La Parmegiana. Cantò a Venezia nel 1775 al Teatro San Moisè nella Novità (musica di Felice Alessandri), una specie di prologo comico cui era fatta seguire la rappresentazione del dramma giocoso in un atto L’Italiano a Parigi. Si esibì anche nell’opera che concludeva la stagione: L’Avaro di Pasquale Anfossi. Venne confermata nello stesso teatro per il Carnevale successivo nel Marchese carbonaro di Francesco Salari e nella Donna instabile dello stesso compositore. Nel 1776, per la Fiera dell’Ascensione, fu al Teatro San Samuele nel Farnace di Giuseppe Sarti. Nel 1777 cantò a Trieste ancora nell’Avaro. Nel registro dei Morti dal 1780 al 1807 (Archivio di Stato di Parma, Santi Gervaso e Protaso, p. 72) alla data del 1° novembre 1799 si legge: Dalaj Babini d. Marianna post diuturnam infirmitatem munita omnibus eccl. sacramenti pluries vitae suscepti animam Deo redditit, aeti suae 48 an eius cadaver tumulatum fuit in hac Eccl. Par.le.
FONTI E BIBL.: Indice de’ spettacoli; Wiel; Sartori; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1982, 3.

D’ALAY MAURINO, vedi D’ALAY MAURO


Parma fine del XVII secolo-Parma 11 febbraio 1757
Come violinista compare la prima volta il 15 agosto 1712, festa dell’Assunta celebrata nella Cattedrale di Parma: qui fu attivo, in varie ricorrenze religiose, tutti gli anni dal 1715 al 1719, il 18 agosto 1723, nella Pasqua del 1725 e poi nel 1730, 1732, 1737 e 1739. Sempre a Parma, presso la cappella della chiesa alla Steccata, il nome del D’Alay appare il 23 aprile 1729 e dal 1731 al 1739. Nel 1714 si recò in Spagna al seguito di Elisabetta Farnese, che in quell’anno sposò Filippo V, rimanendo al servizio della cappella reale. Controverse sono le date della permanenza del D’Alay in Spagna (cfr. Pelicelli, p. 33), ma sicuramente vi risiedette dal 1725 al 1728. Tra il 1720 e il 1725 fu in Germania. Ad Amsterdam furono pubblicati i XII Concerti a violino principale. Opera prima. Nel 1728 fu a Londra, dove curò l’edizione delle Cantate a voce sola. Ritornato presso la Corte di Spagna nel 1739 con uno stipendio di 1200 dobloni, rientrò definitivamente in Italia nel 1747. Fece testamento il 5 settembre 1754 lasciando erede universale la Congregazione dell’Ordine costantiniano, cui fu iscritto come cavaliere, e la quota legittima ai figli del figlio Gaetano, premortogli, all’altro figlio Antonio e alla moglie Margherita Venturini. Della sua eredità faceva parte una notevole collezione di quadri raccolta durante il periodo di permanenza in Spagna e successivamente andata dispersa. Due testimonianze dell’epoca confermano che il D’Alay dovette godere in vita di una notevole considerazione quale compositore. La prima viene da G.B. Platti, che, nel comporre il suo inedito concerto per violino, indicò Concerto sul gusto di Mauro (cfr. Torrefranca, 1930, p. 438). La seconda da un privilegio reale concesso per vent’anni nel 1750 all’editore C.N. Le Clerc, che in un elenco di opere strumentali di diversi autori include il nome del D’Alay insieme con quelli di Albinoni, Geminiani, Haendel, Locatelli, Scarlatti e Vivaldi. Secondo il Torrefranca (1963), il D’Alay è un bel musicista, capace di scrivere musiche fluide e solide, calde e meditate, trova movenze e accenni ricchi di anticipazioni; e almeno tre sono, fra i dodici che ha pubblicati, i concerti che potrebbero essere accolti nei programmi d’oggi, come opere d’arte ancora fresche e di persuasiva animazione. Da vero musicista profeta egli giunge ad affermare in pieno, in certi Adagio inediti, il secondo stile galante, quello di D. Alberti, del Rutini, di M. Vento, del Boccherini e, infine, di W.A. Mozart (pp. 162 s.). Le cantate sono molto belle, superiori al comune stile di quell’epoca (Schmidl). Del D’Alay risultano le seguenti opere edite: XII concerti a violino principale, violino primo e secondo, alto viola, violoncello e cimbalo. Opera prima, Libro primo (Amsterdam, 1725) e Cantate a voce sola e Suonate a violino solo col basso (dedicate al duca di Richmond; London, 1725). Restano manoscritte le seguenti opere: Concerto in do minore per archi e organo, Concerto in mi bem. maggiore per archi e organo, Concerto XII in sol minore (Venezia, Conservatorio Benedetto Marcello, Fondo Torrefranca, cart. mus. 20), Suonate a violino solo col basso (Napoli, Conservatorio di San Pietro a Maiella, G. 5. 43), 6 Concerti per violino (Dresda, Sächsische Landesbibliothek, Mus. 2653-0-1-06), Ouvertura a tre violini e basso (Wiesentheid, Graf von Schönborn Musiksammlung, Hauptverwaltung, ms. 401), Cantata «Amo daliso e ver» per soprano e basso (Darmstadt, Hessische Landes-und Hochschulbibl., Mus. Ms. 1046).
FONTI E BIBL.: G. Gaspari, Catalogo della Bibliografia musicale G.B. Martini di Bologna, IV, Bologna, 1905, 179; M. Brenet, La librairie musicale en France de 1653 à 1790, in Sammelbände der Internationalen Musikgesellschaft 3 1907, 446; F. Torrefranca, Intermezzo di date e documenti, in Rivista Musicale Italiana I, 1919, 144, 147 ss.; F. Torrefranca, Le origini italiane del romanticismo musicale, Torino, 1930, 438, 441 ss.; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVIII, in Note d’Archivio, I, 1934, 31 ss.; F. Torrefranca, G.B. Platti e la sonata moderna, Milano, 1963, 15, 91, 111, 154, 159-163, 181; Répertoire international des sources musicales. Récueils imprimés XVIIIe siècle, 32; Einzeldrücke vor 1800, a cura di K.H. Schlager, 121; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, III, 132; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 24, Supplemento, 11; La Musica. Dizionario, I, 472; A. Iesuè, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 699-700.

Parma XVIII/XIX secolo
Operò a Parma, dove eseguì numerosi ritratti. Nel 1760 Paolo Gozzi raccolse una collezione di opere del Dal Becco e le accostò a quelle di Giacomo Trombara, pubblicandole con il titolo Ritratti dei vescovi di Parma e di altri grandi personaggi. Eseguì anche numerose copie di altri maestri, quali Girolamo Mazzola e il Mulinaretto.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, III, 1909; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 110; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 438.

DAL BECCO, vedi anche BECCHI e DEL BECCO

Parma 1774
Violinista. Nel registro tenuto da Giacomo Puccini, maestro della Cappella Palatina di Lucca, risulta tra gli strumentisti invitati nel 1774 per la festa di Santa Croce. Vi è indicato di Parma. Fece parte del P.mo Coro e fu retribuito con 10 lire.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

DAL BÒ, vedi DALBÒ


Parma ante 1757-Parma 4 gennaio 1788
Fu cantore della Cappella ducale di Parma fino a che fu soppressa (il 12 dicembre 1779) e della chiesa della Steccata di Parma dal 23 aprile 1757 al 1787. Gli venne liquidata la pensione in 540 lire.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo della Regia Casa, A, 1., fol. 892-897; Archivio della Steccata, Mandati dal 1757 al 1797; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 214.

DALBÒ, vedi anche DEL BO

DAL CÒ, vedi DALCÒ


Madregolo 14 novembre 1802-Parma 24 febbraio 1888
Nacque da Antonio e da Caterina Bocchi. Dopo aver studiato all’Accademia delle Belle Arti di Parma disegno e incisione, si specializzò in quest’ultima tecnica sotto la guida di Paolo Toschi, assorbendone lo stile improntato al rigore neoclassico ed entrando nello studio Isac-Toschi. Uno dei suoi primi lavori fu il ritratto di donna (firmato e datato 1821), conservato presso la Biblioteca Palatina di Parma che possiede numerosi esemplari delle sue incisioni (Stampe Fondo Parmense, cart. XIV). Per lo studio Isac-Toschi realizzò, tra l’altro, un ritratto della duchessa Maria Luigia d’Austria, da poco giunta a Parma, una riproduzione del volto della statua del Canova, trasportata a Colorno nel 1819, raffigurante Maria Luigia nelle vesti della Concordia e un ritratto di Maria Beatrice Vittoria di Savoia, moglie di Francesco IV d’Este. Il ritratto del duca Francesco IV d’Este è invece firmato dal solo Dalcò senza la specificazione dello studio. Nel 1828 eseguì un ritratto a carboncino del pittore-incisore Giovanni Cornacchia, che si trova nel Museo Lombardi a Parma. A sua volta il Cornacchia fece un ritratto al Dalcò (in collezione privata). Sempre nello stesso anno incise in rame il ritratto del filosofo Gian Domenico Romagnosi (da un quadro del Molteni), che ebbe per il Dalcò parole d’ammirazione. Sposatosi con Marianna Borsi, fu padre di due figli e per molti anni abitò al n. 2 di Borgo Regale a Parma. La sua attività si espresse in varie direzioni: la ritrattistica (ritratti di Leone XII, del conte Stefano Sanvitale, dell’archeologo Ennio Quirino Visconti, del medico Giovanni Rasori), la raffigurazione di personaggi dell’antichità (Scipione, Licurgo), i soggetti religiosi (L’Amore immenso di Gesù, S. Ilario, S. Luigi Gonzaga) e soprattutto la riproduzione di celebri dipinti. Quando Carlo Alberto di Savoja donò alla Galleria di Torino la Madonna della tenda attribuita a Raffaello (Galleria Sabauda, inv. 146), il Dalcò intagliò il disegno trattone dal Toschi (1832). Sempre insieme con il Toschi partecipò dal 1837 alla riproduzione delle opere della Galleria Pitti, commissionata dal granduca di Toscana Leopoldo II (L’Imperiale e Reale Galleria de’ Pitti illustrata per cura di Luigi Bardi, Firenze, 1837-1842). Tra le sue riproduzioni sono particolarmente notevoli: la Madonna del Granduca da Raffaello, la Madonna con il Bambino e cinque angeli dal Botticelli, il Salvator Mundi da Andrea del Sarto (1833), il Cristo in croce da un disegno di Alessandro Allori e il Cristo in croce da Guido Reni (1839). Come riproduzionista, prese parte dal 1839 alla grande impresa, ideata dal Toschi e finanziata da Maria Luigia d’Austria, della traduzione incisoria dei cicli di affreschi eseguiti dal Correggio nella camera della badessa di San Paolo, in San Giovanni e nel Duomo di Parma. Dopo il Toschi e Carlo Raimondi, il Dalcò fu colui che incise il maggior numero di tavole, dodici rami in tutto. Dagli affreschi della camera della badessa di San Paolo deriva una serie di cinque ovati (Putti con le tre Grazie, Putti con la Fortuna, Putti con Adone, Putti con Giunone punita, Putti con Cerere) e lo spaccato della camera; dagli affreschi di San Giovanni Il Salvatore in gloria, San Giovanni e Sant’Agostino, San Pietro e San Paolo, lunetta con San Giovannino e Putti; dalla cupola del Duomo, Sant’Ilario (pennacchio). Nel 1839 eseguì pure il bozzetto (conservato nella Biblioteca Palatina di Parma) per la medaglia commemorativa dell’apertura della strada da Fornovo alla Cisa, la cui realizzazione fu voluta dalla duchessa Maria Luigia d’Austria. Nella medaglia ufficiale, coniata nel 1841, il soggetto è il medesimo (Mercurio e la dea Vibilia) ma il disegno è mutato. Nominato professore all’Accademia parmense di Belle Arti, ne divenne anche consigliere con diritto di voto. Tra la sua vasta e qualificata produzione si deve infine includere il ritratto di Erasmo da Rotterdam da Franz Holbein (Parma, Galleria nazionale) e quella Madonna della stella da Francesco Francia, realizzata con grande maestria, che il Dalcò dedicò a Luisa Maria di Borbone e che gli valse nel 1858 il premio maggiore per l’intaglio su rame dell’Accademia di Belle Arti di Firenze (cfr. Gazzetta di Parma 7 ottobre 1858).
FONTI E BIBL.: Oltre alla bibliografia in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, VIII, 289, si veda: Parma, Biblioteca Palatina, Manoscritti Fondo Parmense, n. 3714; Parma, Biblioteca Palatina, Stampe Fondo Parmense, cartella XIV; Soprintendenza per i Beni artistici e storici di Parma, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1800-1850, ms., ad vocem; P. Martini, La Scuola parmense delle arti belle, Parma, 1862, 31, 35; Dalcò e Romagnosi, in Aurea Parma XIX 1935, 225; C.A. Petrucci, Catalogo generale delle stampe tratte dai rami incisi posseduti dalla Calcografia nazionale, Roma, 1953, 49; G. Copertini, La pittura e l’incisione a Parma durante il ducato di Maria Luigia, in Archivio Storico per le Province Parmensi VI 1954, 131, 153; P. Martini-G. Capacchi, L’arte dell’incisione in Parma, 1969, 50; P. Medioli Masotti, Paolo Toschi, Parma, 1973, 87, 162, 164 ss.; P.P. Mendogni, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 724-725.

Milano 1907-Parma 1961
Si laureò in giurisprudenza a Parma ed entrò nella magistratura nel 1931. Prima fu assegnato alla pretura di Bardi, poi a Langhirano. Nel 1935 fu a Piacenza e nel 1939 in pretura a Parma. Fu consigliere di Corte d’appello e quindi procuratore della Repubblica. Lasciò una raccolta di delicate poesie in vernacolo parmigiano.
FONTI E BIBL.: Antologia poesia dialettale, 1970, 133; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 185; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 109.

Parma prima metà del XIX secolo
Calcografo, fu allievo di Toschi nella Scuola di Parma. Abbandonò l’arte, dopo un felice e promettente esordio.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario Incisori, 1955, 232.

DA LEONE GUGLIELMO, vedi LEONI GUGLIELMO

Parma-1 aprile 1386
Monaco camaldolese, fu abate di Santa Maria della Vangadizza e definitore generale del suo Ordine.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 144.


Parma ante 1386-ultimi mesi del 1435
Figlio di Giovanni. Fu monaco camaldolese nel Monastero di San Pietro di Monselice. Ebbe prima il titolo di priore e poi, dopo la rinunzia di Jacopo da Padova, quello di abate del Monastero della Vangadizza. Fu presente alla consacrazione di Niccolò de Roberti a vescovo di Ferrara (15 maggio 1392), nel 1401 papa Bonifacio IX commise al Dal Ferro l’incarico di riservare a Pietro Bononio da Legnano un beneficio della Diocesi di Ferrara e nel 1407 convenne al Capitolo generale nel Monastero di Fontebono. Il 23 novembre 1410 fu eletto superiore generale dell’Ordine camaldolese: Repertum est Ven. Patrem Domum Antonium olim Domini Johannis dal-Ferro de Parma Abbatem Monasterii de Vangadicia Diocesis Adriensis fuisse et esse electum et nominatum a majori et saniori parte dicti Capituli in Priorem dictae Camaldulensis Eremi, et totius ejusdem Ordinis Generalem. Virum utique providum et discretum, vitae laudabilis, et conversationis honestae, litterarum scientia, moribus, et virtuosis actibus commendandum (In Tabulis, fol. 1144). Durante il suo generalato il Dal Ferro fondò un’abbazia in Firenze e, verso il 1415, partecipò al Concilio di Costanza: Antonius de Parma Camaldulensis Ordinis Generalis Prior Litterarum divinarum, humanarumque eruditissimus, ingenio excellentissimo, et eloquio disertissimus hac tempestate in Concilio Constantiensi personaliter claruit (Jacopo Filippo da Bergamo). Altrettanto dice il Fortunio, citato dagli annalisti camaldolesi (Annal. Camald., VI, LVIII, 220): Ad eam Synodum Antonius quoque Generalis profectus multum ex se divinarum, humanarumque scientiarum peritiae ostendit, nec non eruditissimo ingenio, ornatissimoque dicendi genere magnam sui in Conventu opinionem excitavit. Al ritorno da Costanza il Dal Ferro fu accusato dai monaci della Vangadizza di sperperare il denaro del Monastero. Il Dal Ferro rispose con autorità e rigore, finendo per accentuare il malcontento. Nel 1419 fu interessato della questione lo stesso papa Martino V e il Dal Ferro fu costretto a rinunciare alla carica di superiore generale dell’Ordine. Mantenne il titolo di abate dell’abbazia di Vangadizza solo per la protezione del doge di Venezia, Tommaso Mocenigo, e del marchese di Ferrara, Niccolò d’Este. Quest’ultimo appoggiò, nel 1431, l’elezione del Dal Ferro a vescovo di Ferrara (cattedra resasi vacante per la rinuncia di Pietro Bojardi): Petro Bojardo Episcopatum Ferrariensem libere cedente exhibitus fuerat ad eundem Episcopatum Antonius a Ferro Vangaticiensis Abbas, ut legitur in antiquo ms. Codice rerum Ferrariensium (Annal. Camald., VII, LXI, 18). Il Dal Ferro aveva già preso possesso dei beni del Vescovado, quando papa Eugenio IV, succeduto allora a Martino V, conferì il Vescovado di Ferrara a Giovanni da Tossignano, al quale il Dal Ferro, estremamente contrariato, non volle prestare ubbidienza: ne juri suo praejudicium ullum gigneretur. Fuerat enim praenunciatus Ferrariensis Episcopus, verebaturque ni se subjiceret juramento, jus amitteret Episcopatus (Annal. Camald., VII, 56). Rientrato al Monastero di Vangadizza, il Dal Ferro, osteggiato dalla maggior parte dei monaci, non riuscì a mantenervi ordine e disciplina, tanto che nel 1433 l’abbazia fu visitata di proposito dal priore generale dell’Ordine, Ambrogio Traversari, che ne riportò un’impressione decisamente negativa: Suscepti sumus ab ipso Abbate, magno certe cum honore et gaudio, fuimusque apud illum dies VII, quibus consueti examinis munus exequuti, offendimus multa quae displicerent: ferme Religionis nullum vestigium, et regularis Instituti. Multis Laicorum querimoniis pulsati sumus, ut immodicam libertatem Monachorum compesceremus. Abbatem ipsum odloquuti dulciter, avidum bonae reformationis, et Monachorum correctionis invenimus; quippe qui hunc ipsum adventum nostrum idcirco se maxime cupivisse dicebat, ut per nos fieret quod facere ipse non posset. Alla morte del Dal Ferro, papa Eugenio IV pose il Monastero in commenda, ciò che portò in breve tempo alla chisura dell’abbazia. Dal Tritemio il Dal Ferro viene chiamato Vir in divinis Scripturis studiosus et eruditus, et saecularis litteraturae non ignarus, ingenio excellens, eloquio compositus, in declamandis sermonibus ad populum satis idoneus.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 144-151; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati Parmigiani, VI/2, 1827, 148-149.

DAL FERRO, vedi anche DEL FERRO

Parma 1210
Fu ingrossatore della Comunità di Parma nell’anno 1210.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 291.

DALLA CANNA SIMONA, vedi CANTULLI SIMONA

-Parma 28 settembre 1856
Dapprima confessore delle Dame Orsoline, fu investito del beneficio di Santo Stefano, quale Consorziale della Cattedrale di Parma, nel 1838. Lasciò i suoi libri alla Biblioteca del Seminario. Raccolse e riunì in volumi vari fascicoli di dispense dettate dai docenti della facoltà teologica nella seconda metà del secolo XVIII. Caratteristico esempio di questa sua singolare attività di raccoglitore è il manoscritto 59 della stessa Biblioteca, una miscellanea di trattati vari, tra i quali un trattarello de iustitia et iure, recante la nota uti tradidimus ad 3 Iunii 1749 (c. Catalogo dei Canonici e Consorziali, ms. Parm. 1865, Archivio Capitolare di Parma; il nome del Dalla Casa non figura negli Atti delle S. Ordinazioni dell’Archivio della Curia di Parma). Il manoscritto 64 è invece una semplice antologia scolastica di 144 pagine. Il Dalla Casa premise al corpus originario sei quaternioni non numerati di contenuto e interesse analogo a quello dell’antologia. A questi fece precedere un senione di dimensioni lievemente più ridotte, contenente la traduzione dell’orazione Pro Marcello, dettata dal Pagnini. A capo del manoscritto rilegò un fascicolo di 42 fogli non numerati e di formato più ridotto, risalente alla prima attività parmense del Pagnini e anteriore alla stessa edizione bodoniana dei Bucolici: conserva infatti il testo della prima traduzione prosastica dell’Ecloga IX di Virgilio. Questo fascicoletto raccoglie in sé tutti i motivi d’interesse del manoscritto 64.
FONTI E BIBL.: A. Marastoni, Orazione Pro Ligario, in Archivio Storico per le Province Parmesi 1970, 222.

Parma 1463/1472
Fu insegnante all’Università di Bologna di Rettorica negli anni 1463-1464, di Filosofia nel 1464-1465, di Medicina nel 1468-1469 e 1469-1470 e infine di Chirurgia nel 1471-1472. Egli insegnò le prime tre di queste discipline quando ancora, come spesso avveniva, era allievo dell’Università, di cui diventò Rettore (degli Artisti e dei Medici) nel 1468. Allora i rettori erano vari, quante cioè erano le Università degli Studenti ed erano eletti tra gli allievi più distinti per nobiltà o per grado o per dottrina. Duravano in carica un anno, ma potevano essere riconfermati per un biennio, come appunto accadde per il Dalla Casa. Terminati gli studi di Filosofia, Arti e Medicina, il Dalla Casa si laureò ed ebbe la cattedra di Chirurgia (cfr. Malagola, Monografie storiche dello Studio bolognese, Bologna, 1888, p. 170).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 6 1929, 7.

DALLA CASA PIETRO ANTONIO, vedi BERNABEI PIER ANTONIO

DALLA CASA ANTICA GIAMBATTISTA, vedi DALLA CASA GIAMBATTISTA

Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore e disegnatore, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 53.


Pellegrino Parmense 8 dicembre 1908-Roma 11 febbraio 1991
Fu tra i fondatori e a lungo segretario confederale della Unione Italiana del Lavoro. Ricoprì importanti cariche nella Comunità Economica Europea, di cui fu tesoriere, svolgendo un’importante opera di promozione per la pace mondiale e la libertà in ogni paese, particolarmente a favore dei popoli in via di sviluppo. Ispettore centrale dell’Inam dal 1955, per anni fu vice presidente dell’Inail. Amante della cultura e dell’arte, amico di numerosi poeti e artisti, tra cui il pittore parmigiano Carlo Mattioli, raccolse con passione una ragguardevole collezione di arte contemporanea, segnando con anticipo i tempi delle nuove idee e dei nuovi valori artistici. Fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 febbraio 1991, 4.


Noceto 1840-San Martino 24 giugno 1859
Fu volontario nelle guerre risorgimentali. A soli diciannove anni morì nella battaglia di San Martino.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 307.

Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 137.


Parma 2 maggio 1891-Roma 2 novembre 1965
Figlio di Romeo e Savina Guareschi. A 21 anni d’età conseguì la nomina a sottotenente di compagnia. Dopo quattro anni, nel 1916, si arruolò nell’Arma dei Carabinieri con il grado di tenente. Nel 1929 fu promosso ufficiale superiore, colonnello nel 1940, generale di brigata nel 1948, quattro anni dopo generale di divisione e, nel marzo del 1955, vice comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. Nel 1963, infine, gli fu conferito il rango di generale di corpo d’armata. Durante la sua lunga carriera il Dalla Chiesa ricevette gli incarichi di comandante della legione territoriale dei carabinieri di Bari e di comandante dei carabinieri dell’Italia meridionale, quello di capo dello Stato maggiore al comando generale, comandante della 4a Brigata Carabinieri di Roma, comandante della 2a Divisione Carabinieri Podgora e vice comandante generale dell’Arma. Durante il primo conflitto mondiale il Dalla Chiesa diede prova di un eccezionale ardimento e coraggio e nei combattimenti fu ferito due volte. Dal 1943 al 1945 prese parte alle operazioni di guerra con lo Stato maggiore dell’esercito. Per meriti, gli furono assegnate una medaglia di bronzo al valor militare (nel 1915), una croce di guerra al valor militare (nel 1918) e due croci al merito di guerra. Partecipando a nove campagne di guerra (nel 1911, nel 1915, 1916, 1917, 1918, 1919, 1943, 1944 e 1945), ricevette il permesso di fregiarsi di due distintivi per le ferite riportate in guerra, di quello della guerra di liberazione e di una croce con stelletta d’oro per anzianità. Encomiato per benemerenza di servizio, fu insignito di varie onorificenze, come quelle di cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, di cavaliere magistrale dell’Ordine militare di Malta e commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Fu sepolto al cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 novembre 1965, 5.

DALLA CHIESA, vedi anche CHIESA e DELLA CHIESA


Parma seconda metà del XV secolo
Boccalaro attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 131.

DALLA COSTA, vedi anche COSTA e DELLA COSTA


Borgo San Donnino 27 settembre 1923-Castelletto di Fidenza 13 novembre 1944
Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria per attività partigiana: cadde a 21 anni durante un’eroica azione alle porte di Fidenza. La medaglia d’argento fu concessa con decreto del presidente della Repubblica 6 agosto 1985. La motivazione ufficiale è la seguente: Dallagherarda Amilcare, nato il 27 settembre 1923 a Fidenza. In un’azione di pattugliamento condotta con un compagno, imbattutosi in un’autocolonna tedesca, non esitava ad aprire il fuoco. Circondato e sopraffatto, rifiutava di arrendersi. Infine si prodigava nel soccorrere il compagno colpito a morte, cadendo egli stesso nel disperato tentativo di portarlo in salvo. Castelletto di Fidenza (Parma), 13 novembre 1944.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 aprile 1986, 20.

Borgo San Donnino 14 novembre 1861-
Studiò privatamente contrappunto e composizione col maestro G.C. Ferrarini. Scrisse un melodramma intitolato Ettore Fieramosca, che avrebbe dovuto rappresentarsi al Teatro Municipale di Piacenza ma che poi non fu eseguito per il dissesto dell’impresa.
FONTI E BIBL.: Alcari, Parma nella musica, 1931, 64.

Soragna 1828/1834
Fu valente falegname. Nell’anno 1828 realizzò una cassapanca con schienale nella parrocchiale di Carzeto.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, 1832-1834, 519; Il mobile a Parma, 1983, 263.

Parma 17 febbraio 1858-Pesaro 26 gennaio 1921
Allievo di Carlo Montanari, il 20 luglio 1876 uscì dal Conservatorio di Parma approvato con lode e diploma in contrabbasso. Percorse la carriera con plauso nelle principali orchestre nazionale (nel 1891-1892 al Teatro alla Scala di Milano) ed estere. Nel 1897 venne nominato insegnante nel Liceo Musicale di Pesaro, dove poi restò sino al giorno della sua morte. Fece ottimi allievi, tra i quali Umberto Mengoli, che prese poi il suo posto.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 64; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 20 maggio 1890-Parma 9 gennaio 1949
Diplomato in clarinetto nel 1909 al Conservatorio di Parma, negli anni Venti diresse l’orchestrina che accompagnava la proiezione delle films nei migliori cinema di Parma. Componeva anche le musiche che illustravano la sequenza delle scene.
FONTI E BIBL.: G.N., Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1669
Stuccatore attivo nell’anno 1669.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia delle Belle Arti, I, 325; G. Negri, Biografia universale, 1842,8; L. Caetani, Dizionario bio-bibliografico, 1924, 463.


Parma 30 ottobre 1921-Lama di Ravarano 7 dicembre 1944
Studente in medicina presso l’Università di Parma, fu figura partigiana di notevole statura e merita di essere collocato tra i più generosi eroi della lotta per la Liberazione. Ben presto emerse per le sue spiccate doti di intelligenza e di coraggio, che fecero di lui, oltre che un grande combattente, un esemplare divulgatore della causa per la libertà prima a Parma e poi tra le genti della montagna parmigiana. Amico di Attilio Derlindati, il Dall’Aglio non volle mai abbandonarlo, anche quando il Comando della sua Brigata lo trovò adatto per compiti di comando più delicati e importanti. Fu gravemente ferito durante l’attacco al presidio militare di Farini, sempre a fianco dell’inseparabile compagno di tante imprese. Commissario di distaccamento, fu tra i martiri di Lama.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 4 1980, 63.

Parma 26 agosto 1795-post 1843
Fu Guardia d’Onore in Francia dal 25 marzo 1813. Fu congedato il 18 maggio 1814. Fu infine alfiere nel Ducato di Parma dal 12 settembre 1814. Prese parte alle campagne militari del 1813 in Prussia, del 1814 in Francia e del 1815 a Napoli e in Francia.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Reggimento Maria Luigia, Matricola, 1814; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XVIII.

DALL’AGLIO GIAMBATTISTA o GIO BATTA, vedi DALL’AGLIO GIOVANNI BATTISTA


Parma 21 ottobre 1821-Venezia 1908
Prima cadetto di linea (1839) e poi sottotenente di fanteria nell’esercito parmense (1841), prese parte da tenente (1° Battaglione di linea) alla campagna del 1848 al servizio del governo provvisorio di Parma, meritandosi una medaglia di bronzo. Nel 1849, passato nell’esercito sardo (capitano di 2a classe del 23° Fanteria), si guadagnò una medaglia d’argento alla Sforzesca e a Novara. Partecipò alla spedizione di Crimea (1855-1856), fu promosso maggiore del 5° Fanteria e si distinse nuovamente durante la campagna del 1859 ottenendo una seconda medaglia d’argento e la nomina a cavaliere dell’Ordine Militare di Savoja. Prese altresì parte alla campagna del 1860 nell’Italia meridionale come luogotenente colonnello. Promosso colonnello (1861), confermò il suo valore quale comandante della brigata Aosta nelle operazioni del 1866 guadagnandosi a San Martino la croce di ufficiale nell’Ordine Militare di Savoja. Col grado di maggiore generale comandò successivamente le brigate Aosta e Granatieri di Napoli (1867) e la 1a brigata di fanteria della divisione di Padova. Nel 1874 fu collocato a riposo e nominato tenente generale nella riserva. Fu commendatore della corona d’Italia e dei Santi Maurizio e Lazzaro.
FONTI E BIBL.: D. Guerrini, Brigata granatieri Sardegna, 1902, 769; Enciclopedia Militare, 1927, III, 367; C. Cesari, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 811; A. Ribera, Combattenti, 1943, 154; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 59.

Felegara 12 marzo 1907-Marore 14 agosto 1973
Terminate le scuole elementari nel paese natale, entrò nel novembre 1919 come apprendista tipografo nel Collegio Salesiano di Fruttuaria di San Benigno Canavese. Il 1° ottobre 1922 entrò alunno nel Seminario Vescovile di Berceto, dove fece le prime quattro classi ginnasiali. Poi passò nel Seminario Maggiore di Parma dove percorse la quinta ginnasiale e i due primi corsi liceali. Durante le vacanze estive del 1929 fece la terza liceale con la collaborazione di Giovanni Barili, arciprete di Serravalle. Al termine del secondo corso di teologia conseguì il Baccellierato in Teologia e al termine del terzo corso la licenza presso il Collegio Teologico di Parma. Completati i corsi teologici, venne ordinato sacerdote il 29 giugno 1933 nella Basilica Cattedrale di Parma da monsignor Evasio Colli. Il 1° luglio 1933 fu nominato Vicario Cooperatore di monsignor Ettore Savazzini, prevosto delle chiese di San Sepolcro e di San Michele in Parma. Il 1° luglio 1934 fu promosso alla chiesa arcipretale di Ravarano, ove svolse il ministero pastorale fino al 6 ottobre 1956. Durante il suo ministero nella parrocchia di Ravarano si dedicò all’insegnamento ai fanciulli della quinta classe elementare, alla scuola serale per i giovani e ai corsi ginnasiali e di avviamento professionale. Durante il secondo conflitto mondiale si adoperò in tutti i modi per evitare rappresaglie e vittime nel suo paese. Il 7 ottobre 1956 fu promosso alla chiesa di Marore di San Lazzaro Parmense. Restaurò la chiesa, costruì un laboratorio di falegnameria e migliorò il beneficio parrocchiale, permutando 17 biolche del primitivo beneficio col fondo Casa Nuova di 61 biolche, posto alla Piazza di Basilicanova. Nel 1970 utilizzò il terreno attiguo alla chiesa per la costruzione di tre campi per il gioco del calcio. Il Dall’Aglio fu un appassionato studioso di storia locale sin da studente di teologia. Pubblicò varie monografie e volumi di storia: tra i tanti, Ravarano paese Appennino e Le Valli dell’Appennino Parmense nella storia e nel canto dei poeti, che ottenne il premio del Consiglio dei Ministri del Governo italiano. Fu nominato socio della Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi. Una volta nominato parroco di Marore, facilitato nel poter consultare i vari archivi di Parma, compose le seguenti opere: Stanislao Solari Economista, I Seminari di Parma, La Diocesi di Parma (due volumi), Guida Storico-Turistica del Parmense (giunta alla terza edizione) e collaborò per il volume I Pionieri della Val Padana. A queste opere maggiori vanno aggiunte le seguenti: Il Santuario della Madonna delle Grazie di Berceto, Il monastero di Santa Maria Bianca in Parma, La chiesa e il monastero delle Cappuccine in Parma, Don Lamberto Torricelli e il terremoto siculo-calabro del 1908, La chiesa di Santa Maria delle Grazie in Parma e La guida di Ostia Parmense, di Belforte e dei suoi dintorni. Negli ultimi anni fu occupato nel redigere il Curriculum vitae dei sacerdoti e dei religiosi della Diocesi di Parma dal 1800 ai nostri giorni, opera rimasta inedita. Collaborò con articoli vari al settimanale Vita Nuova e con pezzi storici alla Gazzetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 agosto 1973, 3; Aurea Parma 2 1973, 168; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 185.

DALL’AGLIO MARGHERITA o MARGHERITA PAOLA, vedi DALL’AGLIO PAOLA MARGHERITA

Parma 1788/1793
Fu violinista in soprannumero della Regia Orchestra di Parma, nominato con rescritto del 22 dicembre 1788. Nel 1791 era violino in proprietà del Reale Concerto di Parma. Nell’estate del 1793 suonò nel complesso che eseguì nel teatrino di Medesano I pretendenti burlati, la nuova opera di Paër.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo B, 1, fol. 26; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 227.

DALL’AGLIO NAZARENO, vedi DALL’AGLIO NAZZARENO

Parma 29 novembre 1832-
Dopo avere per qualche tempo servito nelle truppe parmensi, entrò nell’esercito italiano nel 1860. Nella giornata di Custoza (1866), come capitano del 1° Granatieri, fu il primo a iniziare con la sua compagnia il combattimento a Santa Croce, conducendovisi con slancio e intelligenza e riuscendo a respingere il nemico, per cui fu premiato con menzione onorevole al valore.
FONTI E BIBL.: P. Schiarini, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 811; A. Ribera, Combattenti, 1943, 154.

Parma 24 febbraio 1758-Parma 5 settembre 1841
Sposò il grande tipografo Giambattista Bodoni e svolse nella vita e nell’attività tipografica del marito un ruolo importantissimo. Tutti gli studiosi bodoniani sono concordi nell’assegnare alla Dall’Aglio, sposata dal Bodoni il 19 marzo 1791 nella chiesa di Sant’Andrea in Parma, un posto di rilievo: la Dall’Aglio gli stette accanto fino alla morte con discrezione e nello stesso tempo con capacità e ingegno. Se il Bodoni riuscì a trovare l’ispirazione per la sua feconda attività, lo dovette anche alla Dall’Aglio, più giovane di lui di vent’anni: Ebbe due doni incomparabili: quello d’essere quotidianamente serena, lieta, vivace, tenera, premurosa; e l’altro di saper stare a fianco del marito, allorché egli avvicinava uomini di studi e di governo. Parla sensatamente l’italiano, il francese, e qualche volta anche l’inglese, che legge però francamente. È piena di spirito, di ingegno, di brio e di buona grazia. È una vera reggitrice di casa, di cui ne ha tutto il peso, non essendo Bodoni, immerso sempre nello studio e nell’agire, uomo da pensare alle domestiche cose. Questa gentil signora è cugina del rinomato generale Dall’Aglio al servizio dell’Imperatore, come la è pure del signor Giuseppe, segretario del magistrato di Brienne. Il biografo ufficiale, contemporaneo del Bodoni, Giuseppe De Lama, evidenziò quanto la scelta del saluzzese, che sposò la Dall’Aglio scegliendola tra un nutrito gruppo di aspiranti mogli, fosse stata felice e indovinata. La loro vita coniugale fu particolarmente serena, per le vigili cure della Dall’Aglio che cercò di rendere il più possibile tranquilla la situazione domestica del marito. Ricorda appunto il De Lama: nel giorno 19 marzo prese in moglie la signora Paola Margarita Dall’Aglio, quella virtuosa giovine che io veniva rammemorando. Né in vero andò deluso: conciossiocché si studiò ella indefessamente di render lieto il viver suo, indivisa standogli al fianco e colle più tenere cure e amorose parole consolandolo in que’ momenti ne’ quali l’invidia e la calunnia lo prendevano per segno ai loro mortiferi strali, o quando il morbo podagroso, da cui era più frequentemente tribolato, dolorosamente lo teneva confinato ed inoperoso nel letto. Ben presto la Dall’Aglio divenne preziosa segretaria e consigliera: sbrigava l’ampia corrispondenza intrecciata con personalità da tutta Europa (una vivace corrispondenza legò il Bodoni all’Inghilterra ma il tipografo non conosceva la lingua inglese; la Dall’Aglio, comprendendo la necessità del marito, iniziò allora lo studio della lingua suddetta), fu al suo fianco in ricevimenti ufficiali e nell’ospitare amici e illustri personaggi e amministrò sagacemente il patrimonio familiare: Fu ascritto nel ruolo de’ proprietarj di terre, una avendone comprata tre miglia distante dalla città di Parma sulla sinistra della via Emilia andando a Reggio, e che denominava Pozzetto. Compiacendosi poi del suo acquisto, perché a lui suggerito ancora dalla moglie, che divenuta era la sua fida consigliatrice (De Lama). L’unico neo di questa unione fu la mancanza di figli, della quale tuttavia Bodoni non si rammaricò troppo, almeno a far fede alle scherzose parole con cui affrontava l’argomento: affettuoso consorte, qualunque de’ suoi amici stava per ammogliarsi, era egli uso di complimentare con queste parole: Io vi desidero una moglie pari alla mia. Non ebbe però figliuoli; e a taluno che lo richiese un dì se n’avesse, rispose con piacevolezza: Signor mio, gli alberi piemontesi non allignano nel suolo parmigiano. Ma ben si dimostrò ella degna dell’affezion sua sviscerata, e di quella che a lei donò piena ed illuminata fiducia. Laonde non deve far meraviglia se le ne desse un’ultima solenne dimostrazione nel suo olografo testamento, né se tutta Parma vi applaudisce nello intendere ch’egli l’aveva dichiarata sua unica erede. La morte del Bodoni sopravvenne il 30 novembre 1813 e fu seguita da solenni esequie: la Dall’Aglio si adoperò affinché gli onori fossero davvero solenni. Ma la più grande prova d’affetto la Dall’Aglio la realizzò con la pubblicazione postuma dei due grossi volumi del Manuale tipografico, summa insuperabile dell’arte del saluzzese e pietra miliare per tutte le generazioni future. Non mancarono alla Dall’Aglio i riconoscimenti personali, come l’inserimento nell’Arcadia, dove ebbe il nome di Clorinde Tanagria (di ciò resta un’ode, dedicata appunto a Paola Margherita Bodoni Arcade in Roma, stampata nel 1792). Avendo conoscenza di tutti i segreti dell’attività del marito, che seguì sempre con attenzione e solerzia, fu in grado di pubblicare, oltre all’importantissimo Manuale Tipografico, cui premise una propria presentazione, altri libri e non si limitò a quelli già intrapresi dal coniuge, ma ne produsse anche in proprio: La Tipografia privata del Bodoni (scrive Antinori) che iniziò la sua attività con due torchi nel 1791, si valse del lavoro di Bodoni stesso fino alla morte, e di Luigi Orsi, proto al servizio del saluzzese e poi collaboratore fedele e prezioso della vedova, con la quale portò a termine il Manuale Tipografico e altri libri rimasti incompiuti, mentre diversi libri furono stampati dalla vedova Bodoni fino al 1834. A un certo punto la Dall’Aglio, ormai anziana, cercò di vendere la tipografia: dopo vari tentativi suoi e dei suoi eredi, questa fu infine acquistata da Maria Luigia d’Austria per 50000 lire nel 1843 e fu collocata nella Biblioteca Palatina di Parma. Delle prove letterarie della Dall’Aglio restano alcune pastorellerie in versi. Sono componimenti semplici e leggeri, tuttavia spumeggianti di brio e rivelatori dei suoi sentimenti e della sua personalità. La Dall’Aglio fu sepolta nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Chierici, G.B. Bodoni, studio storico biografico, Parma, 1913; V. Passerini, Memorie aneddotiche per servire un giorno alla vita del signor Giambattista Bodoni, Parma, 1804; F. Orestano, Eroine, 1940, 55; G.M. Piva, in Gazzetta di Parma 24 febbraio 1958, 3; Malacoda 55 1994, 43-47; S. Zanardi, in Gazzetta di Parma 21 settembre 1998, 25.


Parma giugno 1938-Parma 6 febbraio 1985
Il Dall’Aglio fu un autodidatta, ma la ricerca continua e le doti naturali lo condussero a una pittura intelligente e colta, fatta di sfumature e di toni leggeri. Il Dall’Aglio scoprì presto la vena pittorica, esordendo brillantemente in concorsi estemporanei, sulla base di un paesaggismo fresco ed essenziale. Tenne poi mostre personali a Parma, Casalmaggiore e Mantova, partecipando inoltre a numerose rassegne a Parma (galleria Parma e Giordani), Avellino, Foggia, Mostra dell’artigianato a Ciano d’Enza, Pittori di Parma a Chiavari, affreschi sui muri di Calestano e Fiat a Parma, vincendo numerosi premi: Marguttiana a Macerata, Calestano, Cozzano, Trinità, Città del Vaticano, Quercia, Massa Carrara, Cornice d’oro a Parma, Coenzo, San Benedetto Po, Vignola, Città di Torresana a Borgo Val di Taro, Bosco di Corniglio, La Sprugola a La Spezia, Soresina, Centauro d’oro a Salsomaggiore e Canossa. Un suo quadro fa parte della Via Crucis nella chiesa dello Spirito Santo in Parma. Nel 1976 ottenne l’Oscar del successo a Monticelli Terme. Tra le sue ultime rassegne sono da ricordare la mostra su Padre Lino nel Convento dell’Annunziata e la presentazione di una cartella di litografie alla galleria Palazzo Carmi di Parma. Proprio in quest’ultima occasione, la pittura del Dall’Aglio riscosse notevoli consensi di critica e di pubblico, consolidando un’immagine di artista coscienzioso e lavoratore, pervenuto a un’ideologia complessa per gradi successivi, partendo dall’impressionismo ed essenzializzando uomini e cose mediante una scrittura raffinata e personale. Si spense a soli 46 anni in seguito a una grave disfunzione cardiaca.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 febbraio 1985, 6.

Parma 1908-1968
Laureato in economia e commercio in Genova, fu vice direttore amministrativo dell’Ospedale di Parma, direttore amministrativo degli Ospizi Civili di Piacenza (1958) e di Parma, studioso di diritto amministrativo e di storia ospitaliera.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 185.

Parma 24 febbraio 1827-Napoli 2 febbraio 1902
Fratello di Nazzareno. Dopo essere stato cadetto nelle truppe parmensi, prese parte alla campagna d’indipendenza del 1848 come caporale nel 1° Battaglione di linea dell’esercito parmense e poi a quella del 1849 col 23° Fanteria. Guadagnò la medaglia d’argento al valor militare per essersi distinto alla Sforzesca (21 marzo). Finita la guerra, rientrò a Parma e fu riammesso nelle truppe ducali (col grado di sottotenente di fanteria), dalle quali passò nell’esercito italiano nel 1859 col grado di capitano. Prese parte alla campagna del 1860-1861 come capitano del 5° Reggimento Fanteria e a quella del 1866 contro l’Austria come maggiore nel 41° Reggimento Fanteria. Nel 1869 fu menzionato onorevolmente per i servigi prestati nella repressione del brigantaggio, essendo luogotenente colonnello del 55° Fanteria, che più tardi (1873) comandò col grado di tenente colonnello. Promosso colonnello nel 1875, fu nominato comandante del distretto di Napoli. Collocato a riposo (1878), raggiunse nel 1895 il grado di maggiore generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, 1927, III, 367; P. Schiarini, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 811; A. Ribera, Combattenti, 1943, 154.

DALL’AII o D’ALLAJ MARIANNA, vedi D’ALAY MARIANNA

DALLA NAVE ADALBERTO, vedi DALLA NAVE EDELBERTO

Parma 25 febbraio 1681-Parma 16 gennaio 1742
Figlio di Francesco (massarolo del Comune di Parma, attivo tra il 1691 e il 1719: Scarabelli Zunti, f. 55) e fratello del pittore Giuseppe. Non si hanno notizie sulla sua formazione come architetto se non in relazione a un soggiorno presso l’Accademia fiorentina da collocarsi sicuramente prima del 1712 e probabilmente dopo il 1704-1707. Nel 1704 si trovava a Parma, ove eseguì disegni per la sistemazione del canale Naviglio Taro, e nel 1707 riscosse il salario in qualità di vice massarolo. Il 28 giugno 1712 ricevette la patente di pubblico agrimensore (Scarabelli Zunti, f. 54). Il Dalla Nave fu dunque anche ingegnere in varie forme al servizio del Comune, esercitando tra l’altro l’ufficio di perito e responsabile delle strade e quello di massarolo, che probabilmente ereditò alla morte del padre (Scarabelli Zunti, ff. 54, 56 bis). Le prime realizzazioni architettoniche di cui resta notizia risalgono al terzo decennio del secolo, ma sono già opere di un certo impegno che lasciano presumere un’esperienza ormai matura. Operò a lungo nella chiesa della Madonna della Steccata a Parma in lavori di sistemazione del coro conclusi intorno al 1730, come comprovano i documenti pubblicati (Testi, 1922; Marseglia, 1966, pp. 60, 204). Secondo il Testi, il Dalla Nave avrebbe preso il posto di Mauro Oddi subito dopo la morte di questo (1702). In ogni caso la realizzazione del coro va collocata nel terzo decennio e nel 1729 il Dalla Nave presentò la mappa e relazione per il coro dei cavalieri. Il coro è stato analizzato in dettaglio da Adorni (1982, pp. 78 s.) che lo considera l’opera principale del Dalla Nave. L’interno è riccamente decorato con stucchi e pitture in parte opera del fratello Giuseppe. Per i lavori del coro esistono documenti di pagamento a Giovanni Ruggeri per ricognizioni (Testi, 1922, p. 95), ma il Dalla Nave è ripetutamente citato come direttore dei lavori e l’opera quindi gli deve essere assegnata. Per motivi economici i rapporti tra il Dalla Nave e i cavalieri che sovrintendevano all’opera si deteriorarono e nel 1730 il Dalla Nave fu sostituito da Giuliano Mozzani. Le strutture murarie del coro erano però già compiute. La piccola ma elegante chiesa di San Tiburzio in Parma, poi sconsacrata (Marcheselli, 1981, p. 127), fu eseguita nel 1722-1723 come provano le stime dei lavori dei capimastri Angelo Francesco e Cristoforo Bettoli controfirmate dal Dalla Nave (Parma, Archivio del Comune, Autografi illustri, b. 4396, fasc. 4). La costruzione, di ordine ionico all’esterno e composito all’interno, si sviluppa intorno a un corpo centrale ottagono e ha tre altari e cantoria sopra l’ingresso. Il gusto decorativo dell’interno, così come il profilo complesso e ornato del finestrone in facciata, ricompaiono in altre opere come sigla caratteristica del Dalla Nave. Nel 1722 fornì il disegno per il camino della camera degli Anziani del Comune decorato da Carlo Bosi (Scarabelli Zunti, f. 59) e nel 1723 edificò il campanile della Certosa (chiesa di San Gerolamo; cfr. Farinelli-Mendogni, 1981, p. 44). Nel 1728 ricevette il cospicuo compenso di 2000 scudi per il disegno e l’assistenza prestata durante la realizzazione dell’apparato per il funerale del duca Francesco Farnese, morto nel 1727 (Scarabelli Zunti, ff. 54 s.). Di quest’impegno è rimasta testimonianza attraverso una incisione di G. Pini. L’essere stato scelto per questa incombenza dimostra che il Dalla Nave detenne una buona posizione nell’ambiente artistico locale, dominato dal Torregiani e dal Galli Bibiena. Al decennio successivo appartengono le opere più note e importanti. Nel 1734 venne consacrato dal canonico Tarasconi l’oratorio di San Quirino, che prese il posto di due edifici precedenti. Dai documenti, pubblicati da Copertini (1951), risulta che il compenso percepito fu modesto e si parla di sola ricognizione del disegno. Il Dalla Nave potrebbe aver svolto in questo caso solo un’azione di supervisione sui lavori dei capimastri Abbondio Bolla, Graziano e Battista Poma. L’oratorio presenta però le caratteristiche specifiche dell’operato del Dalla Nave e può essere paragonato, per taluni aspetti, al San Tiburzio. La piccola facciata, poi alterata, era ornata da un elegante portale di gusto borrominiano e conclusa al di sopra delle volute da fiaccole in pietra. Il corpo verticale, conglobante la cupola, è ottagono ed è dimensionato in modo da mettere in particolare risalto la facciata, stretta, un tempo, tra adeguate quinte prospettiche. A partire dal 1738 venne edificato su disegno del Dalla Nave il chiostro del convento dell’Ascensione appartenente ai serviti. L’esecuzione materiale dell’opera fu affidata a Paolo e Domenico Bettoli e si protrasse assai a lungo, tanto che nel 1750 risultavano ancora mancanti delle piccole parti (Scarabelli Zunti, f. 56). L’elemento di maggiore spicco del complesso è lo scalone a doppia rampa curvilinea. I Bettoli furono capimastri di un certo nome a Parma e il Dalla Nave fu in contatto con loro anche in altre occasioni. A esempio nel 1739 fu chiamato da Ottavio Bettoli come perito di parte per una controversia sulla chiesa delle teresiane. Carlo e Antonio Maria Bettoli realizzarono la chiesa di San Rocco (1737-1754) la cui paternità creativa è molto discussa. Il problema è stato diffusamente esaminato da Adorni (1974, pp. 56-64) e ripreso dalla Matteucci (1979). L’opera può essere considerata come un compromesso tra le idee progettuali di Alfonso Torregiani e del Dalla Nave. Di quest’ultimo si conservano due piante nell’Archivio di Stato di Parma (Mappe e disegni, vol. 7, n. 20/I): la prima prevede la realizzazione di un edificio con vano centrale esagonale e cappelle intercomunicanti, presbiterio accentuato longitudinalmente e vani esagonali irregolari ai lati dell’abside e dell’ingresso; nella seconda pianta il vano centrale è disegnato ellittico, mentre sopravvivono le cappelle comunicanti, le due centrali più grandi, e vani di pianta irregolare alle estremità della chiesa. Sebbene la chiesa mostri delle analogie con questi progetti, essa è considerata prevalentemente opera del Torregiani per il classicismo scenografico che vi domina e appare di chiara marca bolognese. Il Torregiani probabilmente subentrò nel cantiere già iniziato dal Dalla Nave, ma quest’ultimo intervenne sicuramente sull’esterno: i capitelli ionici e compositi della facciata e il disegno delle finestre sopra le entrate laterale della facciata sono confrontabili con altre sue opere. Lo stesso Scarabelli Zunti accenna del resto che il Dalla Nave ebbe a lottare con l’altrui volontà nella esecuzione della chiesa di S. Rocco (f. 55). Si attribuiscono al Dalla Nave anche altre opere, ma in modo confuso e impreciso. L’oratorio di San Nicomede, distrutto intorno al 1830, ebbe una facciata in cotto attribuita al Dalla Nave (da Mareto, 1978, p. 170; i disegni riprodotti non sembrano affatto pertinenti a una facciata settecentesca). È inoltre riferito al Dalla Nave un intervento imprecisato nella chiesa di San Marcellino (cfr. Scarabelli Zunti, f. 55): l’edificio fu consacrato a metà del Cinquecento e non si hanno notizie di lavori nel XVIII secolo. L’importanza di taluni incarichi fa sospettare che il Dalla Nave avesse dato prove della sua abilità più cospicue di quelle giudicabili poche conservatesi e quindi egli sembra in ogni caso più propenso verso qualche cauto tentativo di sperimentazione artistica piuttosto che freddamente accademizzante e talora arriva a delle vere e proprie licenze architettoniche, come nel cornicione dell’abside della Steccata gonfiato sino a farvi entrare una finestra mistilinea. Mostrò una certa preferenza per piante centriche di profilo irregolare e per una decorazione in stucco piuttosto insistita, che bene si inquadra nel gusto tardo barocco locale.
FONTI E BIBL.: Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, ff. 54-56 bis; P. Zani, Enciclopedia metodica delle belle arti, I, 14, Parma, 1823, 29; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 99, 103, 106; G. Bertoluzzi, Guida per osservare le pitture nelle chiese di Parma, Parma, 1830, 156; L. Testi, La Madonna della Steccata in Parma, Firenze, 1922, ad Indicem; H. Bédarida, Parme et la France de 1748 à 1789, Paris, 1928, 26; G. Copertini, In difesa della chiesa di San Pietro Apostolo e dell’Oratorio di San Quirino in Parma, allegato a Parma nell’Arte I 1951; J. Vallery Radot, Le recueil de plans d’édifices de la Compagnie de Jésus conservé à la Bibliothèque national de Paris, Roma, 1960, 90; M. Pellegri, E.A. Petitot, Parma, 1965, 24 s.; I. Dall’Aglio, La diocesi di Parma, Parma, 1966, 115 s., 167; E. Marseglia, The architecture of S. Maria della Steccata in Parma (tesi di dottorato, Johns Hopkins University, 1966), University Microfilms International, Ann Arbor s.d., 60, 204; A.M. Matteucci, C.F. Dotti e l’architettura bolognese del Settecento, Bologna, 1969, 36, 58; B. Adorni, L’attribuzione della chiesa di San Rocco in Parma, in L’Architettura I 1974, 56-64; B. Adorni, L’architettura dal primo Cinquecento alla fine del Settecento, in Storia dell’Emilia Romagna, II, Imola, 1977, 722; A. Cortesi, L’architettura della città di Parma: letture morfologiche, in Atti del Convegno sul Settecento parmense, Parma, 1977, 322; F. da Mareto, Chiese e conventi di Parma, Parma, 1978, 170, 186, 251; G. Capelli, Allarme per San Quirino in precarie condizioni statiche, in Parma nell’Arte 2 1978, 123; B. Adorni, in L’arte del Settecento emiliano. L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone (catalogo), Bologna, 1979, 229; A.M. Matteucci, in L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone, Architettura, scenografia, pittura di paesaggio (catalogo), Bologna, 1979, 71; T. Marcheselli, La chiesa di San Tiburzio ospiterà le attività culturali del Comitato per l’arte, in Parma nell’Arte XIII 1981, 127-130; L. Farinelli-P.P. Mendogni, Guida di Parma, Parma, 1981, 44, 83, 88, 90 s.; B. Adorni, in Santa Maria della Steccata a Parma, Parma, 1982, 78; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XXV, 365 s. (sub voce Nave, Adalberto); Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica, II, 132; M.B. Guerrieri Borsoi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 802-804.

1655 c.-Parma post 1719
Pittore e miniatore attivo nella seconda metà del XVII secolo. Fu massarolo del Comune di Parma tra il 1691 e il 1719.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 81.

Parma 8 aprile 1685-Parma 1757
Figlio di Francesco, fu fratello dell’architetto Edelberto e con lui operò in più di una occasione. Dopo la morte del fratello (1742), il Dalla Nave fu eletto massarolo del Comune (carica che era stata rivestita anche dal padre). Le notizie che si hanno sul Dalla Nave e sulle sue opere sono molto limitate. Impegnato nella realizzazione di apparati minori effimeri come aste e candelotti per processioni (sovente tra il 1721 e il 1744: cfr. Scarabelli Zunti, ff. 57, 57 bis), il Dalla Nave realizzò i quattro stendardi raffiguranti le Arti per la festa del Corpus Domini del 1738, nonché opere non meglio precisate, con altri artisti, per l’entrata a Parma del duca Carlo di Borbone nel 1732. Svolse inoltre attività di restaro intervenendo nel 1721 sul dipinto della cappella dei Santi Fabiano e Sebastiano nella Cattedrale di Parma (Testi, 1934) e nel 1727 sugli affreschi della cupola nella chiesa della Steccata di Parma (Scarabelli Zunti, f. 58). Eseguì anche opere di propria invenzione: decorazioni nella cappella dei Santi Fabiano e Sebastiano sono citate da Testi (1934, p. 62) e Farinelli-Mendogni (1981, p. 52), la volta della camera dell’Anzianato con i Santi protettori della Comunità e la Vergine Assunta gli è attribuita in documenti trascritti dallo Scarabelli Zunti (f. 59). Nel 1722-1723 lavorò nell’oratorio di San Tiburzio, edificato dal fratello, ed eseguì pitture a fresco e a olio (Scarabelli Zunti, f. 58; Parma, Archivio del Comune, Autografi illustri, b. 4396, fasc. 5). Esse vengono talora attribuite a Clemente Ruta, artista del quale il Dalla Nave potrebbe essere stato scolaro. L’Assunta e gli Evangelisti ancora visibili vengono riferiti da Dall’Aglio (La Diocesi di Parma, Parma, 1966, p. 115) e Farinelli-Mendogni (1981, p. 91) a Giovanni Gaibazzi. Il Dalla Nave, però, li cita espressamente come suoi nel documento suddetto insieme a un Padre Eterno ed angeli, a una Santa Cecilia, a figure dipinte sulla cantoria e a un quadro a olio raffigurante San Francesco per una cappella. Nel 1730 dipinse nella chiesa della Steccata i pennacchi del coro, la medaglia sopra la scala dei cappellani e un’altra nel corridoio verso nord, ricevendo il compenso di 20 doppie di Spagna (Testi, 1922, p. 96). La Ceschi Lavagetto (1982) gli attribuisce anche la decorazione delle paraste del coro dei cavalieri. Non si conoscono altre opere del Dalla Nave e solo si può segnalare che Felice da Mareto (Chiese e conventi di Parma, Parma, 1978, p. 161) ricorda come eseguite da G.M. Dalla Nave, discepolo di Giovanni Bolla le pitture della volta della distrutta chiesa di San Lorenzo Martire. Il Dalla Nave morì a Parma nel 1757, come si ricava da un documento trascritto dallo Scarabelli Zunti (f. 57), in cui sua cognata Angela Oddi è autorizzata a conseguire il pagamento dell’intero soldo del Trimestre dal suddetto Giuseppe defunto incominciato e non finito.
FONTI E BIBL.: Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, ff. 57-59; A. Ronchini, La Steccata di Parma, in Atti e memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi, I, 1863, 46 n. 3; L. Testi, La Madonna della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 96, 155, 228; L. Testi, La cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 61 s.; L. Farinelli-P.P. Mendogni, Guida di Parma, Parma, 1981,82, 90; P. Ceschi Lavagetto, in Santa Maria della Steccata a Parma, Parma, 1982, 216 s.; U. Thieme-F. Becker, Küunstler-Lexikon, XXV, 366 (sub voce Nave, Giuseppe); M.B. Guerrieri Borsoi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 804.

DALLA PORTA ALBERTO, vedi DALLA PORTA UBERTO

Borgo San Donnino 1144/1162
Arciprete, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1144 al 1162. Si ritiene fosse stato in precedenza monaco a Costamezzana e quindi abate a Castione Marchesi.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 23.

DALLA PORTA, vedi anche DELLA PORTA

ante 1501-Padova 1551
Monaco cassinese, fu alunno del Cenobio nel 1501. Fu rettore della chiesa parrocchiale di San Tommaso in Parma e poi venne promosso abate del Monastero di San Giovanni Evangelista a Parma. Come architetto, intorno al 1540 svolse attività particolarmente intensa per il convento di San Giovanni, dove fece decorare con dipinti le otto cappelle della chiesa. Più tardi fu attivo in Santa Giustina a Padova. All’ingresso del Monastero di San Giovanni è posta la seguente iscrizione: Benedictvs ab Aqvila parmen. abbas de hoc monastero benemeritus et architectvs praestantissimvs.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker; G. Negri, Biografia Universale, 1844, 35; Dizionario Architettura e Urbanistica, I, 1968, 132.

DALL’AQUILA, vedi anche AQUILA e DELL’AQUILA

Borgo San Donnino 16 marzo 1721-Piacenza 24 dicembre 1794
Frate cappuccino predicatore, fu per più anni ospedaliere. Compì a Guastalla la vestizione (19 ottobre 1740) e la professione solenne (19 ottobre 1741).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 721.


Bedonia 1823/1831
Dottore in legge, fu notaio di Bedonia. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Durante i moti del 1831 fu tenuto sotto controllo dalle autorità di polizia.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 164.

Parma 1819-
Studiò canto a Parma con il maestro Tartagnini per andare poi a perfezionarsi a Milano con il maestro Triulzi. Esordì nel 1842 a Brescia nella stagione di Fiera, dove cantò (soprano) nel Nabucco e nella Lucrezia Borgia. Calcò le scene di molti teatri della Lombardia, distinguendosi specialmente nella parte di Abigaille. La salute cagionevole la costrinse a ritirarsi dalle scene, sulle quali tornò dopo il 1848 cantando al Teatro Carcano di Milano e a Saluzzo, a Reggio Emilia (1856), per ritirarsi poi definitivamente dopo quest’ultima stagione.
FONTI E BIBL.: Valentini; P. Bettoli, I nostri fasti, 62; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 284; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 18 luglio 1982, 3.

Parma 16 febbraio 1907-Firenze 10 aprile 1981
Studiò violino prima, composizione poi al Conservatorio di Parma, diplomandosi come alunno interno nel 1933. Pubblicò subito sulla rivista Musica d’Oggi la canzone Liuto, su parole di Jack London. Nel 1934 una sua lirica, Ora sei tu, fu eseguita al Salon de la musique di Nizza, un suo Trio fu segnalato alla mostra del Sindacato dei Musicisti Emiliani a Bologna, una sua Suite per orchestra fu prescelta al Littoriale di Firenze e la lirica Il figlio alla madre severa si segnalò al concorso di composizione del Teatro del Popolo. Nel 1938 venne premiato a San Remo il suo poema sinfonico Vis virtus e nel 1940, alla cerimonia della premiazione, lui stesso diresse l’orchestra. Guido Guerrini, che fu suo maestro in Conservatorio, si rammaricò che non si fosse dedicato alla direzione d’orchestra, per la quale aveva rivelato uno straordinario talento nei saggi scolastici. Quando fu nominato direttore del Conservatorio di musica di Firenze, Guerrini lo chiamò per insegnare nel suo istituto e il 1° ottobre 1942 fu nominato in ruolo per l’insegnamento del solfeggio, cattedra che occupò fino al 1976, quando fu collocato in pensione per limiti di età. Uomo appartato e schivo, visse fuori dal clamore dei riconoscimenti mondani, ma la sua incidenza sulla cultura a Firenze fu notevole: attorno a lui e all’amico Roberto Lupi si formò un sodalizio musicale che ebbe presa sulle generazioni dei giovani e rilevò in quella ristretta cerchia di addetti ai lavori il suo delicato talento di compositore. Pur potendo reggere la cattedra di composizione, volle restare insegnante di solfeggio, materia che, secondo la tradizione della scuola di Parma in cui si era forgiato, per lui non aveva nulla di arido, costituendo la chiave per la conoscenza della musica. Nel gennaio 1954, con la direzione di Lupi e con solista Mirto Picchi (anche se quest’ultimo nelle sue memorie, Un trono vicino al sol, se ne dimentica) fu presentato al Teatro Comunale di Firenze il suo oratorio Il castigo di Gerusalemme e la fine del mondo. Per i Monumenti dell’Istituto Italiano per la Storia della Musica curò le Historiae et Oratori di Giacomo Carissimi e ne revisionò e realizzò liberamente la Felicitas beatorum e la Lamentatio domnatorum (1972), mentre per la collana di opera del XVI e XVII secolo curò le opere di Domenico Mazzocchi.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 12 maggio 1842-Milano 1 marzo 1877
Figlio del musicista Luigi. Ricevette le prime nozioni di musica dal padre, non essendo stato ammesso il 27 febbraio 1851 alla Regia Scuola di musica di Parma. Studiò a Busseto armonia e contrappunto col maestro Antonio Rusca e quindi fu allievo del conservatorio di Milano. Iniziò giovanissimo a comporre musica per balli ed esordì in pubblico con le Fantasie di un poeta a Roma, coreografie di A. Pallerini, rappresentato al Teatro Regio di Parma il 25 gennaio 1862. A questa attività rimane legata la sua fama. La sua musica per balli, facile, brillante, melodiosa, si adeguò alle esigenze del tempo ed ebbe il pregio di rispondere costantemente alle intenzioni del coreografo, sorretta da una vena fluida e inesauribile. In particolare sono da ricordare le musiche per La Devâdâcy (coreografia di I. Monplaisir, Milano, Teatro alla Scala, 27 ottobre 1866) e per Brahma (coreografia di Monplaisir, Milano, Teatro alla Scala, 25 febbraio 1868), che fu il suo lavoro più popolare. Buon direttore d’orchestra, oltre che in Italia si esibì in Egitto, Spagna e America. Si cimentò anche in lavori più impegnativi quali l’opera buffa I due orsi (libretto di A. Ghislanzoni, Milano, Teatro Santa Radegonda, 14 febbraio 1867) e Il diavolo zoppo (libretto di A. Scalvini, Milano, Teatro Fossati, 10 dicembre 1867), accolti positivamente da pubblico e critica. Meno fortunato fu il tentativo di rimusicare il libretto del Barbiere di Siviglia. Dopo uno scambio epistolare con Rossini (il maestro pesarese consentì con arguta ironia alla dedicatoria d’ossequio fattagli dal Dall’Argine), l’opera fu rappresentata al Teatro Comunale di Bologna l’11 novembre 1868. Il Barbiere del Dall’Argine non cadde immediatamente grazie alla bravura degli interpreti, ma la tremenda stroncatura della critica impedì che il lavoro, dopo le esecuzioni bolognesi, venisse più rappresentato. Compose inoltre danze e marce per pianoforte e romanze per canto. Della copiosa produzione del Dall’Argine si ricordano, oltre quelle già citate, le musiche scritte per i balli: Attea (coreografia di A. Pallerini, Milano, Teatro alla Scala, 31 ottobre 1863), Velleda (coreografia di G.  Rota, Milano, Teatro alla Scala, 3 marzo 1864), Anna di Masovia (coreografia di G. Bini, Milano, Teatro Canobbiana, autunno 1864), Il diavolo a quattro (coreografia di G. Casati, anche con musiche di P. Bellini, Milano, Teatro alla Scala, 12 settembre 1865), Madamigella di Heilly (coreografia di G. Casati, in collaborazione con P. Giorza, Milano, Teatro alla Scala, 25 ottobre 1865), La figlia del corsaro (coreografia di F. Pratesi, Genova, Teatro Carlo Felice, autunno 1866), Torquato Tasso (coreografia di R. Rossi, Roma, Teatro Argentina, autunno 1866), Fede (coreografia di F. Fusco, in collaborazione con G. Giaquinto e P. Giorza, Napoli, Teatro San Carlo, stagione 1866-1867), Thea, ossia La dea dei fiori (coreografia di P. Taglioni, Milano, Teatro alla Scala, 27 febbraio 1867), Nyssa e Saib (coreografia di A. Pallerini, Roma, Teatro Apollo, Carnevale 1867), L’Inferno a Parigi (coreografia di I. Monplaisir, Genova, Teatro Carlo Felice, autunno 1867), La Camargo (coreografia di I. Monplaisir, Milano, Teatro alla Scala, 11 gennaio 1868), La Semiramide del Nord (coreografia di I. Monplaisir, Milano, Teatro alla Scala, 2 gennaio 1869), Tra la veglia e i sogni (coreografia di I. Monplaisir, Milano, Tearo alla Scala, 16 febbraio 1869), Ondina (coreografia di A. Pallerini, Milano, Teatro alla Scala, 15 aprile 1869), Enrico di Guisa (coreografia di F. Magri, Palermo, Teatro Bellini, 1869), Aasvero (coreografia di A. Pellegrini, Milano, Teatro alla Scala, 27 febbraio 1871), Le figlie di Cheope (coreografia di I. Monplaisir, Milano, Teatro alla Scala, 31 dicembre 1871), Flora, o La regina dei fiori (coreografia di C. Merzagora, in collaborazione con R. Marenco, Firenze, Teatro della Pergola, Carnevale 1871-1872), La sirena (coreografia di I. Monplaisir, Milano, Teatro alla Scala, 9 marzo 1872), La fata Vezella (coreografia di F. Razzani, in collaborazione con G. Garignani, Macerata, 1872), L’Almea (coreografia di I. Monplaisir, Napoli, Teatro San Carlo, primavera 1872), Alfa ed Omega (coreografia di I. Monplaisir, in collaborazione con G. Tofano, A. Baur, R. Marenco, G. Bottesini, Napoli, Teatro San Carlo, inverno 1872), Il Paradiso perduto (coreografia di L. Danesi, Firenze, Teatro Principe Umberto, autunno 1873), Manon Lescaut (coreografia di G. Casati, Milano, Teatro alla Scala, 7 ottobre 1875, in collaborazione con P. Giorza e Roncati), Lore-Ley (coreografia di I. Monplaisir, Milano, Teatro alla Scala, 4 gennaio 1877), Nerone (coreografia di A. Pallerini, Milano, Teatro alla Scala, 24 febbraio 1877), La stella di Granata (coreografia di C. Merzagora, Milano, Teatro Canobbiana, 1877).
FONTI E BIBL.: A. Iesuè, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXII, 1986, 18-19 (con bibliografia precedente); Banda della Guardia Nazionale, 1993, 91-93.


Reggio Emilia-post 1497
Fu architetto e scultore attivo a Parma nella seconda metà del XV secolo. Nella chiesa di Santa Croce eseguì lavori in terracotta nel convento, nel chiostro (1493-1495) e nel refettorio (1491). Lavorò nella chiesa e nel dormitorio di San Giovanni Evangelista (1497 e seguenti).
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 258; Dizionario architettura e urbanistica, II, 1968, 473.

Parma 11 maggio 1819-Firenze 31 maggio 1887
Fu impiegato nel dicastero dell’interno durante il governo ducale di Maria Luigia d’Austria. Nel 1848 fu volontario nella colonna mobile parmense in Lombardia. Dopo la guerra passò nei bersaglieri dell’esercito sardo. Prese parte a cinque campagne (1848, Crimea 1855-1856, 1859, 1860 e 1866) dimostrandosi ovunque soldato intrepido e valoroso. Infatti il primo giorno dello scontro di Palestro (1859), al duro passaggio della Sesia, meritò una menzione onorevole per essere stato esempio di coraggio e di slancio e l’indomani ebbe la medaglia d’argento. Altra menzione onorevole gli fu conferita alla battaglia di San Martino. Ebbe una seconda medaglia d’argento nel 1861 ad Auletta contro il brigantaggio e una terza menzione nei fatti d’arme di Palermo del settembre 1866. Nel 1869 fu collocato a riposo col grado di maggiore dei bersaglieri.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 6 giugno 1887, n. 151; A. Pariset, Dizionario Biografico, Parma, Battei, 1905, 32-33; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 404; P. Schiarini, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 812; A. Ribera, Combattenti, 1943, 155.


Chiozzola 1891/1911
Falegname. Fu l’esecutore delle armature e delle intelaiature in legno della riproduzione della Camera d’Oro (1911).
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.

DALL’ARGINE GIGLIOLO, vedi DALL’ARGINE EGIDIOLO

Parma 1831
Dottore, fu segretario capo della sezione di buon governo nella Presidenza dell’Interno del Ducato di Parma. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza dopo i moti del 1831 perché predicava sui caffè il non intervento, ed annunziava che S.M. aveva finito di regnare. Si pretende che egli trascorse a tali discorsi allora soltanto ch’era esaltato dal vino a cui è proclive. È tuttavia segretario capo della sezione di buon Governo nella Presidenza dell’Interno e perciò può meritare riguardo. Continua nondimeno ad essere talvolta esaltato dal vino.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 160.

Parma 24 marzo 1808-Parma 11 gennaio 1869
Figlio di Pietro e Marianna Sottieri. Studiò con il maestro F. Carrozzi presso l’orfanotrofio del Carmine, detto delle Arti, prima ancora che vi sorgesse la scuola di musica di Parma. Come tenore cantò più volte nella Cattedrale di Parma in occasione di festività religiose (festa del Corpus Domini del 1828, il 12 maggio 1831, per l’Assunta del 1845 e del 1847). Fu poi presente, come direttore d’orchestra, sempre nella Cattedrale, per la festa del Corpus Domini del 1859, per tutto il 1860 e il giorno dell’Assunzione del 1867. Dal 1852 al 1859 fece parte dei virtuosi di camera e di cappella della Corte di Parma, come sostituto virtuoso di canto e fino al 1868 fu maestro suggeritore al Teatro Ducale. Compose musica sacra.
FONTI E BIBL.: Notizie in La Gazzetta musicale di Milano XXI 1866, 197, 207, 212s., XXII 1867, 52 s., 261, 363, XXIII 1868, 5, 14, 21, 68 s., 415, XXIV 1869, 59, 135 s., XXVII 1872, 4, 114, 286, 302; P. Cambiasi, Rappresentazioni date nei reali teatri di Milano, 1778-1872, Milano, 1872, 93 ss.; M. Ferrarini, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dall’anno 1628 all’anno 1883, Parma, 1884, 147; G. Monaldi, Ricordi viventi di artisti scomparsi, Campobasso, 1927, 51-55; G. Radiciotti, G. Rossini, Tivoli, 1927, I, 194 ss.; V. Terenzio, La musica italiana nell’Ottocento, Milano, 1976, I, 39, 324, II, 685; V. Frajese, Dal Costanzi all’Opera, Roma, 1978, IV, 30; D. La Gioia, Libretti italiani d’operetta nella Biblioteca nazionale centrale di Roma, Firenze, 1979, 107; E. Frassoni, Due secoli di lirica a Genova, Genova, 1980, I, 469, II, 37, 49, 53 s., 59, 62, 70, 72, 75, 87, 95, 101 s., 107, 110, 112, 119 s., 122, 125, 127, 130 ss., 134, 136, 140, 148, 151, 153, 157 s., 165 s., 181, 186 s., 256 s., 263 s., 267, 271, 463; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 400 e Supplemento, 233; F.-J. Fétis, Biogr. univ. des musiciens, Suppl., I, 225 s.; Enciclopedia dello Spettacolo, IV, coll. 21 ss.; La Musica, Dizionario, I, 475; Enciclopedia della musica Rizzoli-Ricordi, II, 231; The New Grove Dict. of Music and Musicians, V, 162; A. Iesuè, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXII, 1986, 18-20.


Parma 22 marzo 1840-Parma 14 marzo 1900
Figlio di Pietro e Rosa Salvarani. Tra le schiere garibaldine combatté contro i Borbone e nel 1° Reggimento Zappatori contro gli Austriaci. Fece le campagne del 1859 e 1866.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 143.

Imola 10 agosto 1875-Milano 1950
Discendente da una dinastia di musicisti (il padre, Costantino, fu coreografo e autore di balli, il nonno fu maestro di cappella di Maria Luigia d’Austria) fu a sua volta musicista briosissimo e famoso compositore di operette. Diplomatosi al Conservatorio di Milano, fu dapprima violinista in orchestra e poi direttore di compagnie di operette. Con la sua popolare operetta Dall’ago al milione, andata in scena per la prima volta a Roma (Teatro Nazionale) nel 1904 con clamoroso successo, ebbe fama internazionale. La sua creatura girò il mondo ed egli la seguì a capo di una compagnia di operette che si esibì, con grande successo, in Spagna e in America. Compositore copiosissimo, scrisse operette, danze, canzoni e ballabili. Ai suoi lavori lirico-teatrali, si aggiungono: La gran via, operetta, un atto (Pavia, Teatro Guidi, marzo 1896, eseguita da studenti dell’Università), Spinelloccio e Zeppa, un atto (Piacenza, Politeama, 8 novembre 1898), Sentinella forzata, bozzetto militare, un atto (Milano, Carcano, 9 giugno 1899), Al Polo Nord (Piacenza, Politeama, luglio 1899), Metastasio (Milano, 1903), Il bugiardo (Roma, 1904), Fatmè, operetta (Firenze, Alhambra, 28 agosto 1905), Robinson Crusoè, operetta (Milano, Fossati, 20 maggio 1905), Cigalet (1906), Caporal Susine (Torino, 1907), El crepuscolo de un Dios (Montevideo, 1913), Maschietto, commedia, tre atti di Ripp e Bel Ami (Novara, Teatro Coccia, 15 giugno 1927). Nonostante i cospicui guadagni realizzati, morì povero nella Casa di Riposo per musicisti di Milano.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 233; Enciclopedia spettacolo, IV, 1957, 21-22; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 59-60.

Parma 6 aprile 1823-post 1896
Figlio di Giuseppe e Santa Banzi. Fu calcografo, allievo di Paolo Toschi e suo collaboratore negli intagli per gli affreschi del Correggio e del Parmigianino. Fu ancora attivo come incisore nel 1896.
FONTI E BIBL.: L. Callari, Storia dell’arte contemporanea italiana; A. Melani, Nell’arte e nella vita, Milano, 1904, 276; P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 894.

DALL’ARGINE PIERRE, vedi DALL’ARGINE LUIGI

Parma 1821/1825
Scrisse i libretti per gli spettacoli teatrali di Germano Liberati Tagliaferri, rappresentati al Teatro Sanvitale di Parma: Amelia e Leandro ossia Il trionfo della rassegnazione (1821) e Il castello di Valbruna o L’incontro inaspettato (1825).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 31 marzo 1846-Milano 28 dicembre 1934
Rinomato oboista che suonò in molte orchestre, anche all’estero. All’esposizione musicale di Bologna nel 1888 presentò un tipo di clarinetto diatonico da lui inventato, a cui lavorò ancora fino agli ultimi giorni di vita cercando sempre nuovi perfezionamenti. Entrò nella Casa di Riposo per musicisti Giuseppe Verdi di Milano il 19 marzo 1912.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 233.

Parma-post 1847
Scrisse il libretto per l’opera Ricciarda, tratta dalla tragedia del Foscolo. Musicata dal giovane Ferdinando Baroni, fu presentata al Teatro Ducale di Parma il 25 settembre 1847. Ebbe un’ottima accoglienza, che si protrasse per otto serate.
FONTI E BIBL.: Ferrari; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

DALL’ARGINE ZILIOLO, vedi DALL’ARGINE EGIDIOLO

Parma 31 agosto 1567-1647
Figlio di Lorenzo e Cassandra. Nacque nella vicinia di Santo Stefano ed ebbe a padrino il conte Paolo Sanvitale e a madrina Camilla Gonzaga. Fu valoroso e nobil poeta, conservando il carattere dell’aureo secolo in cui era nato, senza lasciarsi trasportare dall’obbrobriosa Turma degli Ingegni sfrenati, che, a guisa di destrieri indomiti, strade premevano tutte storte, e non praticate giammai. Fu accademico degli Innominati e illustrò e rafforzò la languente Accademia. Dopo la sua morte, l’Accademia, che egli ospitò in casa propria, visse ancora ma come un’ombra informe e un miserabile scheletro di essa. Scrisse diversi sonetti. Fu soggetto assai celebre, e nella patria, ove più volte diede saggio del suo sapere, e in Roma, ove più fiate riscosse l’ammirazioni latine (Garuffi).
FONTI E BIBL.: M. Garuffi, L’Italia accademica, 1688, 370; Aurea Parma 2 1958, 118-119.

DALLA ROSA FILIPPO, vedi DALLA ROSA PRATI FILIPPO

DALLA ROSA FRANCESCO, vedi DELLA ROSA FRANCESCO

Parma 10 ottobre 1642-Borgo San Donnino 31 dicembre 1699
Figlio del marchese Papiniano, feudatario di Vianino, e della nobildonna Ippolita dei marchesi Aviani. Il Dalla Rosa si applicò allo studio della filosofia e della teologia speculativa e morale, dedicandosi quindi alle leggi civili e canoniche, nelle quali si laureò all’Università di Parma. Ammesso nel Collegio dei dottori, svolse con onore la professione di giureconsulto ma dopo due soli anni, essendo sorta in lui la vocazione al sacerdozio, vi rinunciò per vestire l’abito talare. Consacrato sacerdote a Parma il 6 giugno 1666 dal vescovo Carlo Nembrini, fu preposto, subito dopo la sacra ordinazione, a coadiutore dello zio canonico Ortensio Dalla Rosa, del quale prese alla morte il posto nel Capitolo della Cattedrale di Parma. Avendo acquistato larga stima presso il clero per pietà e per dottrina, venne eletto nel 1674 esaminatore sinodale, revisore dei libri e visitatore nel sinodo celebrato da monsignor Nembrini. Nominato protonotario apostolico, lo stesso Vescovo, a testimonianza dell’alta considerazione in cui lo teneva, volle affiancarlo al proprio governo come vicario generale. Alla morte di monsignor Nembrini (16 agosto 1677), il Capitolo della Cattedrale lo elesse vicario capitolare e monsignor Tommaso Saladini, destinato il 23 giugno 1681 a reggere la vacante cattedra episcopale parmense, lo confermò nella carica di vicario generale che gli era stata attribuita dal suo antecessore. Ancora il Dalla Rosa governò la Diocesi come vicario capitolare nel periodo intercorso tra la morte di monsignor Saladini (21 agosto 1694) e l’elezione di monsignor Giuseppe Olgiati (15 ottobre 1694). Confermato pure da questo Vescovo nella carica di vicario generale, egli continuò a prodigarsi per altri cinque anni nei compiti inerenti all’alto e delicato ufficio. Il 21 luglio 1698 il pontefice Innocenzo XII lo elevò alla dignità episcopale, destinandolo a reggere la Diocesi borghigiana, rimasta vacante il 25 dicembre 1697 per la morte di monsignor Niccolò Caranza. Il 25 luglio successivo fu consacrato a Roma dal cardinale Emanuele Th. de Bouillon. La morte colse il Dalla Rosa dopo poco più di un anno di episcopato, sicché l’unico atto che sta al suo attivo come vescovo è la sacra visita pastorale, che iniziò il 1° maggio 1699, senza peraltro averla potuta condurre a termine. La malattia non durò che alcuni giorni e si manifestò subito dopo il ritorno da Piacenza, dove si era recato a visitare il fratello Bartolomeo, castellano di quella città, che giaceva gravemente infermo. Ebbe sepoltura in Cattedrale a Borgo San Donnino, nella cappella dell’Immacolata, ai piedi della parete di destra, dove era solito recarsi di notte a pregare la Madonna, della quale fu devotissimo.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 130-132.

DALLA ROSA GIULIO, vedi anche DALLA ROSA PRATI GIULIO

DALLA ROSA GUIDO, vedi DALLA ROSA PRATI GUIDO

DALLA ROSA LODOVICO, vedi DALLA ROSA PRATI LODOVICO MARIA

-Parma 1735
Nel 1698 fu nominato canonico della Cattedrale di Parma. Fu vicario capitolare del vescovo di Parma Giuseppe Olgiati nel 1711. Compì numerose visite a Collecchio per la celebrazione di funzioni nell’oratorio privato della Villa Dalla Rosa.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

DALLA ROSA MARCELLO, vedi DALLA ROSA PRATI MARCELLO

Parma 1470
Fu nel 1470 decurione in Parma. Nella chiesa del Carmine di Parma costruì una cappella dedicata a San Girolamo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 793.

Parma 1 ottobre 1641-Parma 12 febbraio 1725
Nacque dal marchese Papiniano. Mandato a studiare a Roma, dove rimase dieci anni, per la vivacità della sua intelligenza seppe procurarsi la stima di molte personalità, ma soprattutto si conquistò il favore di Cristina di Svezia. Tornato a Parma, il Dalla Rosa completò gli studi nelle leggi civili e canoniche addottorandosi in legge il 22 giugno 1665. Fu quindi accolto nel Collegio dei giudici di Parma, assieme ai fratelli Scipione e Giulio. Fattosi apprezzare dal duca di Parma Ranuccio Farnese, venne dapprima nominato, il 31 dicembre 1678, avvocato fiscale, quindi, il 19 marzo 1685, capo della Congregazione dei comuni e consigliere ducale con facoltà di intervenire alla Dettatura e alla Segnatura (specie di tribunale supremo), infine, il 21 giugno 1695, capo giudice e presidente della Camera ducale. Ranuccio Farnese lo impiegò spesso in numerose legazioni che riguardarono soprattutto antiche vertenze di confine con il Modenese e la Toscana. Riguardo al confine tra Parma e Reggio per il tratto che divideva i territori di Poviglio e Storno, da una parte, e Valbona e Vallisnera, dall’altra, Ranuccio Farnese e Francesco d’Este si erano già accordati nel 1673. Tuttavia i sudditi parmensi erano continuamente molestati nelle loro attività da quelli reggiani. Così il duca Farnese decise di inviare sul posto, nel luglio del 1683, il Dalla Rosa, il quale stese una relazione in cui sostenne che il torto stava dalla parte reggiana. La questione venne poi risolta definitivamente nel 1687 quando Ranuccio Farnese e Francesco d’Este sottoscrissero, il 10 luglio, un trattato che stabilì minutamente i confini tra i due Stati. Ben più importante fu la vertenza nata per i confini tra il Ducato di Parma e il Granducato di Toscana. Già nel 1681 il Dalla Rosa fu incaricato da Ranuccio Farnese di intervenire nella contesa per il confine tra Rigoso, in territorio parmense, e Miscoso, in quello toscano. Tuttavia la vertenza più complicata tra i due Stati, sorta da un privilegio di Federico II, rimase la definizione del confine tra Borgo Taro e Pontremoli. Nel 1682 si convenne di ricorrere a un arbitrato, ma solo nel 1686 Ranuccio Farnese e Cosimo de’ Medici si accordarono nello scegliere come arbitro la Repubblica di Venezia. Il Farnese inviò a Venezia per seguire l’andamento dei lavori Maffeo Bontii e mandò il Dalla Rosa a Firenze coll’apparente incarico di concordare il compromesso, ma collo scopo principale di trattare un matrimonio fra Margherita figlia di Ranuccio ed il principe Ferdinando e di risolvere alcune questioni sulle fiere di Piacenza e sul corso delle monete (Micheli, p. 19). Concluse alcune questioni concernenti l’affare dei confini e costretto a interrompere le trattative sul matrimonio, il Dalla Rosa tornò a Parma alla fine dell’anno. Nel frattempo il Senato veneto aveva deliberato di inviare un proprio rappresentante, nella persona di Alessandro Zeno, a visitare i confini oggetto della discordia. Giunto a Parma ai primi di settembre del 1687, lo Zeno venne accompagnato dal Dalla Rosa. Quest’ultimo si recò poi, su incarico del Duca, a Venezia per seguire l’evolversi della causa e rientrò a Parma soltanto nel settembre del 1689, quando il Senato veneto aveva già deliberato a favore del Duca di Parma. Ancora il duca Ranuccio Farnese impiegò il Dalla Rosa per risolvere la vertenza sorta nel 1691 tra Ferdinando e Francesco Gonzaga di Castiglione delle Stiviere. Nello stesso anno nacque una discordia tra Ferdinando Carlo, duca di Mantova, e don Vincenzo Gonzaga per il possesso dei feudi di Guastalla e Luzzara. L’imperatore Leopoldo I scelse come suo delegato il Duca di Parma, il quale decise di affidare ancora una volta l’incombenza al Dalla Rosa. Questi lasciò di tale missione diplomatica una Relazione, data alle stampe nel 1696 (s.l.). In essa il Dalla Rosa sostenne la causa di Vincenzo Gonzaga, al quale poi vennero affidati i due feudi. Altra delicata legazione decise, nel 1694, il duca Ranuccio Farnese di affidare al Dalla Rosa, inviandolo quale suo primo ministro e ambasciatore a Vienna collo scopo di far richiamare le truppe imperiali stanziate nel Ducato di Parma fin dal 1692. L’adesione, nel 1690, del duca Vittorio Amedeo di Savoja alla lega di Augusta, sottoscritta da vari Stati europei nel 1686 per contrastare la politica espansionistica della Francia di Luigi XIV, fece estendere la guerra anche al Piemonte. Si stanziò così in Italia parte dell’esercito imperiale, il cui sostentamento l’imperatore Leopoldo I pensò bene di delegarlo ai feudi imperiali italiani. Affidò al conte Antonio Caraffa l’incarico di provvedere a tutto. Questi non solo impose enormi contribuzioni per il mantenimento delle truppe alla Toscana, a Lucca, a Genova, a Modena e a Mantova, ma decise anche di far svernare queste truppe negli Stati vicini, tra cui quello di Parma. Anche per i due inverni seguenti continuarono le imposizioni di alloggiamento di truppe imperiali, nonostante che il duca Ranuccio Farnese avesse fatto presente le misere condizioni dello Stato sia per la scarsità dei raccolti sia per gli ingenti debiti contratti. Cercò invano aiuto nel Papa (il Ducato di Parma era feudo della Chiesa e soltanto Bardi e Compiano erano feudi imperiali). Si rivolse anche a Venezia, alla quale aveva mandato vari aiuti nella guerra di Candia. Tuttavia la Repubblica veneta preferì seguire la sua politica di neutralità nel conflitto. Poiché altre truppe erano tornate a svernare nello Stato parmense all’inizio del 1694, Ranuccio Farnese decise dunque di rivolgersi direttamente all’Imperatore inviandogli quale suo rappresentante il Dalla Rosa. Questi, giunto a Vienna nell’agosto dello stesso anno, doveva rivolgersi non solo all’Imperatore, ma anche all’imperatrice Leonora e al suo confessore padre Menegat e a Eugenio di Savoja. Per quanto zelo ponesse nella sua missione, egli non ebbe che buone parole. Nessuna speranza poteva riporre nell’ambasciatore di Spagna, in quello veneto e nel nunzio pontificio. Così, mentre il Dalla Rosa era impastoiato nella burocrazia imperiale, il nuovo commissario imperiale Brünner decise di stanziare nuove truppe nel Ducato di Parma, nonostante l’opposizione del Duca, il quale, già infermo di salute, venne a morte l’11 dicembre 1694. Il duca Francesco Farnese volle continuare la politica paterna, sebbene il Dalla Rosa a Vienna non conseguisse risultati favorevoli. Si giunse così al trattato di Vigevano (7 ottobre 1696) che, se stabiliva il ritiro delle truppe imperiali, spagnole e francesi, chiamò a contribuire alle spese di alloggio e ritiro degli eserciti tutti gli Stati interessati alla pace. Il duca Farnese fu così costretto a escogitare nuove tasse, tra cui una assai forte sulle parrucche. Il Dalla Rosa venne allora richiamato da Vienna, vista l’inutilità della sua presenza presso la Corte imperiale. Tra le altre incombenze che doveva svolgere a Vienna, il Dalla Rosa ebbe anche quella di concludere il matrimonio del principe Francesco con Dorotea Sofia di Neuburg, già vedova del principe Odoardo Farnese, matrimonio che venne celebrato nel 1695. Il duca Francesco Farnese ereditò dal padre il problema dei feudi laziali di Castro e Ronciglione, occupati e devastati nel 1649 dalle milizie di papa Innocenzo X. Col trattato di Pisa del 1664 il papa Alessandro VII venne obbligato a restituire i due feudi, previo pagamento di un forte riscatto, ai Farnese. Sebbene Ranuccio Farnese riuscisse in pochi anni a versare metà della somma occorrente, non ottenne mai Castro e Ronciglione. Così il figlio Francesco, essendo prossime le trattative di Ryswick che avrebbero sancito la fine della guerra seguita alla lega di Augusta, volle che un suo rappresentante partecipasse al congresso per sostenervi le sue ragioni sui due feudi. Decise ancora una volta di affidarsi all’abilità diplomatica del Dalla Rosa. Questi, partito da Parma il 1° maggio 1697, non ebbe miglior fortuna di quanta ne ebbe nella questione del ritiro delle truppe imperiali. Sia la Francia sia l’Impero sia la Spagna non vollero ingerirsi nell’affare di Castro e registrarlo negli atti del congresso. Così il Dalla Rosa, che soggiornò ad Amsterdam, non venne neppure ammesso all’udienza dei lavori ma dovette limitarsi ad avere notizie solamente per vie indirette. Quando giunse all’Aja il 19 settembre, la pace era già stata firmata. Tra le clausole, il trattato finale contemplava la restituzione, mai avvenuta, dell’isola di Ponza ai Farnese. Tuttavia Francesco Farnese non si arrese e ordinò al Dalla Rosa di trasferirsi a Parigi, dove giunse il 3 marzo del 1698, per sostenere le sue ragioni presso il re Luigi XIV. Il 21 maggio ebbe udienza dal Re a cui seguì, il 3 giugno, quella di congedo, senza nulla ottenere se non promesse assai generiche. Il Dalla Rosa rientrò a Parma il 24 luglio dello stesso anno. Coll’aprirsi della successione al trono di Spagna per la morte di Carlo II, il Ducato di Parma tornò a essere invaso dalle truppe imperiali, poiché il duca Farnese si era opposto a un loro stanziamento, affermando che come vassallo della Chiesa non poteva disporre del suo Stato senza il consenso papale. La presenza delle insegne pontificie non fermò Eugenio di Savoja, capo delle truppe imperiali, il quale occupò nel 1702 lo Stato parmense. Il Duca allora si ritirò a Piacenza, affidando al Dalla Rosa, nominato governatore primario di Parma (Pezzana, p. 2), il pieno governo di Parma. Ancora una volta il Dalla Rosa seppe dimostrare la sua abilità diplomatica nel destreggiarsi tra i due belligeranti. Il 1° febbraio 1703, il duca Francesco Farnese nominò il Dalla Rosa consigliere a latere. Ma i servigi del Dalla Rosa nei confronti del Duca non erano ancora finiti. Nominato cavaliere gran croce di Giustizia e tesoriere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio il 17 ottobre 1718, il Dalla Rosa fu impiegato dal Duca nella difesa legale di questo Ordine. Non si era infatti ancora sopita la polemica seguita alla pubblicazione della Fabula equestris Ordinis Costantiniani (1712) di Scipione Maffei, in cui si denunciava la falsità dei documenti su cui il duca Farnese basava i suoi diritti, che Francesco Farnese si trovò ad affrontarne un’altra, mossagli da un oscuro calzolaio valdostano, Giannantonio Lazier. Nel 1721 fu stampato in Germania un albero genealogico, risalente al 1403, che, partendo da Emanuele II Paleologo, terminava col Lazier, che si qualificava ultimo discendente legittimo dei Flavii, Angeli, Comneni, Lascaris, Paleologi, già imperatori di Costantinopoli, e quindi solo erede del Gran Magistero dell’Ordine Costantiniano (Ruffini, p. 149). Il Duca ordinò allora a Pier Paolo Guezzia di compiere minute indagini soprattutto in Val d’Aosta. Di tutto il materiale raccolto, Francesco Farnese si servì per una pubblicazione della cui stesura incaricò il Dalla Rosa. In essa, dal titolo La falsità svelata contro a certo Giannantonio (Parma, 1724), il Dalla Rosa contestò, nella prima parte, passo passo l’albero genealogico e i documenti allegati a sostegno di esso. Nella seconda parte venne ricostruita l’intera vicenda di Giannantonio Lazier, basata sull’accurata indagine giudiziaria del Guezzia. Fu probabilmente questo l’ultimo incarico che il Dalla Rosa ebbe dal Duca. Morì l’anno dopo la pubblicazione dell’opera. L’orazione funebre fu detta durante le esequie nella chiesa magistrale della Steccata da Giuseppe Maria Bolzoni, che la fece poi stampare a Padova nel 1728. Il Dalla Rosa fu autore delle seguenti opere: Relazione sulle pretensioni di Ferdinando Carlo duca di Mantova ne’ feudi di Guastalla e di Luzzara contro del principe Don Vincenzo Gonzaga (s.l., 1696), La falsità svelata contro a certo Giannantonio, che vantasi de’ Flavj Angeli Comneni Lascaris Paleologo, nell’esame della pretesa sua discendenza di maschio in maschio da Emanuele II Paleologo imperatore di Costantinopoli (Parma, 1724), Soranae feudi civitati, dominatoribus, ac ducibus Parmae subiectio lapsis retro saeculis indubia, a novissimi feudatarii impugnationibus vindicata (s.n.t.). Il Pezzana (p. 4) attribuisce al Dalla Rosa le seguenti altre opere: Apostillae seu Notationes in dissertationem de ducatu Castri e Apostillae seu Notat.s in dissert.m cui titulus: Castrensis.
FONTI E BIBL.: G.M. Bolzoni, Orazione in morte del marchese Pier Luigi Dalla Rosa, Padova, 1728; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1825-1833, VII, 1-4; E. Bicchieri, Dei quartieri alemanni in Italia sul finire del secolo XVII, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi IV 1868, 39-57; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 142 s.; G. Micheli, I confini tra Borgotaro e Pontremoli, Parma, 1899, passim; U. Benassi, Per la storia della politica italiana di Luigi XIV. Una missione farnesiana pel ducato di Castro, Parma, 1915, passim; F. Ruffini, L’Ordine Costantiniano e Scipione Maffei, in Nuova Antologia 16 luglio 1924, 130-156, ma soprattutto 148-153; S. Dalla Rosa Prati, Un preteso discendente dell’imperatore d’Oriente e l’Ordine Costantiniano, in Archivio Storico per le Province Parmensi XX 1968, 255-260; M. Turchi, Origine, problemi e storia dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio di Parma, Parma, 1983, 46; G. Nori, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXII, 1986, 36-39.

Parma 24 agosto 1671-Parma 11 giugno 1751
Nacque da Scipione. Fece una solenne difesa di tutta la filosofia nel Collegio dei Nobili gloriosamente sostenuta, e dedicata al Principe Odoardo Farnese (secondo quanto nota a f. 582 Giampaolo Sacco nel suo Passatempi d’una musa faceta, 1693, ove inserì più sonetti in lode del Dalla Rosa). Pare fosse in corrispondenza con Apostolo Zeno, dato che fu da lui incaricato della diffusione del suo celebre Giornale in Parma. Fu poeta pastore Arcade col nome di Alidalgo Epicuriano (1716). Fu anche membro della Società Albrizziana. Sposò la marchesa Marianna Prati, figlia unica del marchese Marcello, investito del feudo di Neviano dei Rossi e Monte Pallero con rogito del notaio Orazio Linati il 22 ottobre 1631. Come erede, il Dalla Rosa aggiunse al proprio il cognome Prati. Fu lodato nella dedicatoria che Giambattista Conzatti, stampatore padovano, gli fece della scansia XV della Biblioteca volante del Cinelli (stampata nel 1722). Nel 1743 il Dalla Rosa pubblicò le sue Poesie morali. Il Dalla Rosa fu Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano. Fu fatto sacerdote in età molto avanzata e fu sepolto con pompa alla Steccata di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 5; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 793.

DALLA ROSA PIETRO, vedi DALLA ROSA PRATI PIETRO MARIA

Parma 1604/1627
Pare insegnasse diritto civile nell’Università di Parma già nell’anno 1604. Comunque durò in cattedra sino al 1627. Fu celeberrimo professore e avvocato di gran nome. Fu inoltre consigliere ducale, presidente del Magistrato di Piacenza, consultore del Sant’Uffizio e Nunzio alla Santa Sede.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Libro de’ Mandati 1617-1630; O. Bolsi, 36, 47; R. Pico, Catalogo de’ Dottori, 67; F. Rizzi, Professori, 1953, 35.

DALLA ROSA PIETRO MARIA, vedi anche DALLA ROSA PIER MARIA


Parma 1566-
Discendente da nobile famiglia che ebbe signoria su Sassuolo. Stimato uno dei migliori soggetti dell’Accademia degli Innominati, godette la devota amicizia di Pomponio Torelli. Compose un poema che l’aio gli sottrasse e fece stampare sotto il proprio nome, ornandosi con temeraria sfacciatezza delle altrui piume (Ranuccio Pico). Una sua canzone, assai prolissa, si trova in una raccolta dedicata a Cinzio Aldobrandini.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 115-116.

Parma 1475 c.-Parma 1550
Figlio di Matteo e di Eleonora Montini, sorella del canonico Bartolomeo, nel 1498 risulta già sposato con Caterina Piacenza, sorella di Giovanna, badessa di San Paolo. Rimasto vedovo, sposò Isabella Cerati, con la quale ebbe quattro figli: Caterina, Bartolomeo, Lorenzo ed Eleonora. Personaggio di grande temperamento e di solida cultura, aggregato alla fazione delle Tre parti (da Correggio, Pallavicino, Sanvitale), nel 1501 risulta tra i membri del Consiglio generale del Comune di Parma. Nove anni dopo fu chiamato dalla cognata Giovanna Piacenza ad amministrare i beni del monastero delle Benedettine di San Paolo. Sorse un conflitto coi Garimberti, precedenti amministratori, e in uno scontro tra i due gruppi il Dalla Rosa uccise Francesco Garimberti: il 17 agosto venne bandito da Parma. Poté rientrare in città, amnistiato, solo nel 1518. Nel frattempo, però, venne mandato quale rappresentante del Comune a rendere omaggio al duca Massimiliano Sforza (1513) e fu nominato cavaliere (magnificus eques auratus) dal re di Francia Francesco I (8 dicembre 1515). Durante il suo esilio fu in stretto contatto coi signori di Correggio ed è suo probabilmente il suggerimento alla badessa Giovanna Piacenza di chiamare a Parma a dipingere il Correggio, col quale stipulò nel 1522, quale membro della Fabbriceria, il contratto per affrescare la cupola e altre parti della Cattedrale di Parma. Partecipò attivamente alla vittoriosa difesa della città dall’assalto dei Francesi (1521) e nel 1523 fu uno dei tre ambasciatori parmigiani che andarono a rendere omaggio al nuovo papa, Clemente VII. Abitò tra le parrocchie di San Giovanni e Santo Stefano e si fece costruire lo splendido villino rinascimentale esistente nel Parco Ducale, che nel 1527 vendette a Galeazzo Sanvitale e che, arricchito degli affreschi del Parmigianino, passò poi a Eucherio Sanvitale, vescovo di Viviers. Erede universale dei beni del canonico Bartolomeo Montini, suo zio, col lascito dello stesso pagò gli affreschi del Parmigianino alla Steccata. Nel 1536 fu ambasciatore di Parma a papa Paolo III ed entrò nel Consiglio della Compagnia della Steccata e nel settembre del 1545 fu tra i cavalieri in primo loco nel prestare il giuramento di fedeltà al primo duca di Parma e Piacenza, Pier Luigi Farnese. Fece costruire un grande palazzo nella strada al Ponte Caprazucca, nella parrocchia di San Marcellino, dove risiedeva quando morì. Nel Museo di Parma si trova una medaglia in bronzo a gran rilievo, nel nudo rovescio della quale si legge solo MDXV, il busto è circondato dalle parole Scipio Rosa eq., e due rose sono a costa della sigla eq.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 1; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 793; Enciclopedia di Parma, 1998, 283, 285.

Parma 26 luglio 1823-4 ottobre 1909
Marchesa, figlia di Ludovico e Luisa Sanvitale. Ultima dei Dalla Rosa Prati, sposò Carlo Luigi Paveri Fontana. Alla sua morte il Palazzo Dalla Rosa posto in Collecchio, passò in proprietà ai Paveri.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

Parma 13 febbraio 1818-8 gennaio 1885
Marchese, della famiglia antica feudataria di Collecchio, figlio di Ludovico e Luisa Sanvitale. Risiedette in Collecchio nella villa Dalla Rosa e a Parma nel palazzo di Via al Duomo. Ebbe vasti possedimenti terrieri in Collecchio, in Sala e altrove. Nel 1836 contrasse il colera ma, curato dal dottor Timoteo Riboli, nel giro di otto giorni riuscì ad avere ragione di quel male che tante vittime mieté nel Parmense. Fu consigliere anziano del Comune di Collecchio dal 1855 al 6 maggio 1879, giorno in cui diede le dimissioni. La Commissione di Governo il 15 giugno 1859 lo nominò membro della Commissione speciale di sanità e soccorso del Comune di Collecchio.
FONTI E BIBL.: P. Bonardi, Sala Baganza 1800-1900, ms., 1969; Atti del Municipio parmense della Commissione di governo in Parma nel giugno 1859, Parma, 1859; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3; E. Ponzi, Il colera del 1836 nei Ducati Parmensi attraverso il carteggio di Timoteo Riboli, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1961, 91 ss.; Malacoda 9 1986, 36-37.

Parma 1847 c.-
Figlio di Guido, in occasione di un onomastico del padre scrisse le parole dello stornello La rosa bianca, musicato da Giusto Dacci (Milano, Canti).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 20 gennaio 1763-Parma 19 dicembre 1827
Marchese, figlio di Pier Luigi. Ebbe come padrino di battesimo il duca Filippo di Borbone. Allievo del Collegio dei Nobili di Parma, si dimostrò giovane versatissimo in poesia, musica e rappresentazioni teatrali, per cui fu eletto Principe dell’Accademia degli Scelti. Ebbe quale degna consorte Paola dei conti Sanvitale, dama di palazzo e pur essa colta in musica e pittura. Un loro figlio, Ferdinando, morì nel 1797 a soli quattro anni. Una lapide lo ricorda nell’oratorio della Croce di Collecchio. Altri loro figli furono, tra gli altri, Lodovico e Pietro. Paola Sanvitale fece restaurare nel 1813 l’oratorio della Beata Vergine di Loreto, come testimonia l’iscrizione che si trova nella fronte del tempietto. Il Dalla Rosa Prati impersonò il perfetto gentiluomo del suo tempo. Amico intimo del duca Ferdinando di Borbone e ospite abituale della Corte, disimpegnò pure moltissime cariche. Laureato in giurisprudenza, fu gentiluomo al seguito di Ferdinando di Borbone e del principe Lodovico di Borbone (1780). Fu acclamato Accademico d’onore nell’Accademia delle Belle Arti di Parma il 18 giugno 1792, per aver presentato una sua erudita ed elegante dissertazione intorno l’antichità delle B.A. in Parma, come appare dagli Atti dell’Accademia. Preside della facoltà legale nel 1795, rimasta vacante per la morte del Bernieri, il Dalla Rosa Prati venne automaticamente a far parte del tribunale dei riformatori. Quando nel 1796 i Francesi occuparono Piacenza, il Duca di Parma lo inviò colà con il marchese Antonio Pallavicino e con l’ambasciatore di Spagna per ottenere la restituzione della città, ciò che in effetti ottenne. Fu segretario dell’Accademia di Belle Arti di Parma nel 1805. Nel 1806 fu nominato dal governo francese membro della speciale commissione direttiva degli Ospizi Civili. Nel 1812 fu membro del Consiglio Municipale della città di Parma. Nel 1815 fu eletto podestà di Parma: rimase in carica fino al 1821. In quel periodo iniziò la pratica delle vaccinazioni antivaiolose: il relativo bando da lui firmato porta la data del 23 dicembre 1815. Nel 1816 fu elevato ai gradi di presidente dell’Università di Parma e di consigliere di Stato. Fu nominato anche cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, del quale fu in seguito commendatore. Fu ordinatore generale degli ospizi di beneficenza e conservatore del Monte di Pietà. Ciambellano di Maria Luigia d’Austria, nel 1824 divenne suo consigliere intimo. Tra gli Arcadi fu Cloridano Dulichense. Scrisse in prosa e in versi: molte sue opere furono pubblicate ma altrettante rimasero inedite. Fu uno degli uomini più colti del suo tempo, degnamente encomiato dai professori Michele Leoni e Antonio Lombardini alle sue esequie. Il necrologico sul n. 102 della Gazzetta di Parma di quell’anno fu scritto dal Leoni, il quale recitò anche un’orazione funebre nel gennaio del 1828 nella villa di casa Dalla Rosa Prati in Collecchio. È ricordato da una lapide sepolcrale nel Duomo di Parma. Lasciò un diario manoscritto degli avvenimenti del suo tempo. Il Dalla Rosa Prati fu consigliere anziano del Comune di Collecchio dal 12 novembre 1824.
FONTI E BIBL.: G. Godi, Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento, Parma, 1974, 13; M. Turchi, Michele Leoni testimone e interprete di un rinnovamento culturale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1965, 322, 323; U. Delsante, Icnografia secentesca di Collecchio nell’Oratorio della Croce, in Parma nell’Arte 2 1971, 91-109; L. Gambara, Reperimento di una bandiera del ducato di Parma, in Parma nell’Arte 2 1973, 137 ss.; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 596-597; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 414-415; E. Michel in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 812; Palazzi e casate di Parma, 1971, 528-529; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 5, 1932, 793; Malacoda 9 1986, 37-38; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 28.

Parma 21 febbraio 1854-Parma 28 ottobre 1898
Figlio di Giulio. Sono rimaste sue composizioni per pianoforte: Pegno d’amore (1869), La piccola Luisa, mazurka (1872) e Quel di, valzer.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 2 maggio 1815-Parma 31 gennaio 1900
Figlio di Lodovico, dal 1826 al compimento del diciottesimo anno, data in cui cessavano dall’incarico, fu paggio della duchessa Maria Luigia d’Austria, agli ordini del marchese Liberati, buon musicista, sotto la cui direzione prese lezioni di musica: risulta infatti che venne invitato a prendere parte alle accademie musicali che si tenevano a Corte. Membro dell’Anzianato, poi sindaco di Collecchio, dove la famiglia possedeva una villa, fu l’organista della chiesa del paese e curò anche la cappella musicale. La Gazzetta di Parma riporta che il 30 agosto 1840, in occasione dell’onomastico di Maria Luigia d’Austria, in quella chiesa diresse l’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma in due sue composizioni: un Te Deum e un Tantum ergo. Il 1° gennaio 1851 commissionò alla fabbrica Serassi di Bergamo la fornitura di un organo nuovo di 8 piedi e 56 tasti dal do al sol per un prezzo di lire nuove 3705 per l’oratorio della B.V. di Loreto in Collecchio a sostituire un piccolo organo venduto per lire 90 a S. Martino Sinzano. Alla sua morte suonò il Bajone del Duomo di Parma. Nell’archivio della famiglia vi sono le seguenti sue composizioni manoscritte: L’arciero, melodramma in 4 atti, Messa concertata a 3 voci con orchestra, op. 5 (1835), Domine concertato a 3 voci con orchestra (1837), Tantum ergo a tenore solo (1837), Magnificat concertato a 3 voci, op. 11 (1837), Laudate pueri a 3 voci (1839), Litanie della Beata Vergine a 2 tenori e basso con orchestra, Credo concertato a 3 voci, op. 17 (1842), Kyrie e Gloria a 3 voci, op. 21 (1844), Tantum ergo a 3 voci in fa, op. 24 (1846), L’incontro, lirica su poesia di Stecchetti, op. 31, e Messa a 3 voci a piena orchestra (30 giugno 1881). Nell’Archivio Storico Comunale di Parma (Lascito Sanvitale) si trova la sua partitura manoscritta della Messa funebre a 4 voci e piena orchestra.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1822 c.-post 1869
Marchese, figlio di Pietro. Il 25 aprile 1848 capitanò la Guardia Nazionale durante la manifestazione patriottica svoltasi a Collecchio. Nel 1855, durante l’epidemia di colera, fece parte della Commissione di sanità del Comune di Collecchio. Il 7 dicembre 1869 donò al Museo di Parma una lastra di marmo sulla quale erano scolpite alcune parole latine, che si trovava nel giardino della sua villa di Collecchio e che è databile al I secolo d.C. Fu consigliere anziano di Collecchio tra il 1841 e il 1849.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Le epidemie di colera a Collecchio, in F. Botti, Spigolature d’archivio, IV, Parma, 1966, 22 ss.; Supplemento alla Gazzetta di Parma n. 36 3 maggio 1848; L. Grazzi, Parma Romana, Parma, 1972, 178; Malacoda 9 1986, 38.


Parma 6 giugno 1821-Salsomaggiore 17 dicembre 1882
Figlio del marchese Pietro Maria e della marchesa Clementina Paveri. Fu educato all’Accademia militare di Torino, da cui nel 1841 uscì sottotenente di artiglieria. Abbandonata poi la carriera militare per volontà del padre, fece ritorno a Parma, dove nel 1847 si laureò in matematica e fu nominato subito professore nell’Ateneo parmense (ottenne per incarico la cattedra d’istradamento al calcolo sublime). Coperse anche la carica di Preside della Facoltà (1866). Durante i moti politici del 1848 fu eletto (10 agosto) luogotenente colonnello nella guardia nazionale. Venne compreso tra i notabili cittadini aggiunti al Consiglio Comunale il 7-8 aprile 1848. Fu mandato con Pietro Pellegrini a prendere accordi col Governo Piemontese a Torino nell’aprile 1848. Accompagnò il duca Carlo di Borbone sino a Bologna, quando costui dovette allontanarsi da Parma (aprile-maggio 1848) assolvendo il delicatissimo incarico con rara perizia. Nel 1849 fu uno dei preposti al dipartimento militare. Fu moderatore del popolo e impedì i conflitti con gli Austriaci, tenendo un contegno dignitoso e severo. L’anno dopo si adoperò di nuovo, durante l’armistizio tra il Regno di Sardegna e l’Austria, a impedire conflitti e nei primi giorni dopo la denuncia dell’armistizio fece parte di un governo provvisorio nominato dal Municipio di Parma. Quando le milizie italiane furono sconfitte a Novara, rassegnò al generale austriaco le dimissioni da tenente colonnello motivandole coll’indegna condotta delle soldatesche austriache. Il generale d’Aspre spiccò contro di lui mandato di cattura e perciò dovette esulare (si ritirò prima a Vigatto e poi a Tre Fiumi). Fu tra i nove professori dell’Università destituiti da Carlo di Borbone per motivi politici. Redasse, su invito della contessa Isabella Caimi, il memoriale inviato alla Corte di Vienna contro lo stesso Carlo di Borbone, nel 1853. Nell’aprile 1859, richiesto di consiglio da persona della Corte, scrisse una importante lettera sulla disperata situazione ducale propugnando l’alleanza col Piemonte. Dopo l’assassinio di Carlo di Borbone (marzo 1854) fu richiamato all’insegnamento per la cattedra di meccanica razionale e applicata e di geometria descrittiva. Nel 1871 passò all’Università di Roma e nel 1874, a sua richiesta, venne messo a riposo. Nel 1859 riprese il comando della Guardia nazionale parmense. Nel 1860, essendo colonnello nella Guardia nazionale, istituì una scuola di musica annessa alla banda di detta Guardia. Tale istituzione costò al Municipio di Parma la somma annua di 7500 lire ma nel 1880 fu ridotta a 6500 lire. La banda coll’annessa scuola venne sciolta il 30 giugno 1886. Fu deputato di Langhirano (1864) verso la fine dell’VIII legislatura (sostituì Antonio Gallenga) e in seguito (XI e XII legislatura) per il primo collegio di Parma (1870 e 1874), per il partito monarchico costituzionale. Dal settembre al novembre 1859 fu deputato per il collegio di Vigatto e deputato all’Assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma e Piacenza. Fu sindaco di Salsomaggiore (1863-1874) e di Parma (1875-1877), consigliere comunale e provinciale. Nel 1875, essendo deputato e sindaco di Parma, si batté perché la Scuola di musica del Carmine non fosse soppressa come intendeva fare il Governo per economizzare sulle pur modeste spese. Riuscì nell’intento e, pochi anni dopo, l’istituto divenne conservatorio. Il suo diletto furono gli studi geologici e da qui nacque l’intersse per Salsomaggiore e le sue saline, per le quali avviò studi e ricerche e scrisse anche una Memoria per dissuadere il Governo di Parma dal chiuderle. In considerazione dei suoi studi, il Governatore delle province dell’Emilia, Carlo Luigi Farini, con decreto 10 marzo 1860, gli concesse lo sfruttamento dell’industria salifero-balnearia, obbligandolo a continuare i lavori per la ricerca di quella miniera di salgemma che proprio secondo le ipotesi avanzate dal Dalla Rosa Prati doveva alimentare il bacino di Salsomaggiore. Il Dalla Rosa Prati dominò la scena politico-economica di Salsomaggiore e non solo introdusse nuovi sistemi di perforazione dei pozzi e ampliò il numero dei camerini da cura del primo stabilimento termale, ma come Sindaco di Salsomaggiore, eletto per due volte, nel 1863 e nel 1873, promosse importanti lavori pubblici tra cui quel collegamento viario con Tabiano Bagni che determinò l’apertura del Viale Romagnosi. Nel 1875 ottenne il rinnovo della concessione demaniale per altri cinquanta anni e, per corrispondere alle clausole contrattuali che prevedevano notevoli investimenti di capitali nella ristrutturazione degli impianti termali, scelse di costuire un nuovo stabilimento, quello che fu denominato appunto Dalla Rosa. Morì prima che la costruzione dell’edificio fosse completata (1883) e gli eredi si associarono a Giacomo Corazza costituendo la Società G. Dalla Rosa, G. Corazza e C. che per una decina di anni detenne ancora, senza alcuna concorrenza, il potere fondiario, industriale e alberghiero della stazione termale. Fu autore di numerosi opuscoli e articoli di carattere scientifico, illustrativi delle risorse naturali del sottosuolo di Salsomaggiore. Tra questi: Del Salgemma e dell’esistenza di esso nel sottosuolo di Salsomaggiore (Parma, Tipografia Reale, 1858), Monografia delle acque salso-jodobromiche di Salsomaggiore (Parma, 1871), Il gas infiammabile a Salsomaggiore (Gazzetta di Parma 1877, n. 157-158), Salsomaggiore e i suoi bagni (Parma, 1881), Il petrolio in Italia e specialmente in depositi sotterranei nel sottosuolo di Salsomaggiore (Borgo San Donnino, 1882). Fece inoltre pubblicare un Esame analitico dei bilanci del Comune di Salsomaggiore dal 1860 al 1873 (Parma, Tipografia Grazioli, 1874) e i regolamenti degli impiegati, salariati e della polizia rurale dello stesso Comune. L’ingegno multiforme del Dalla Rosa Prati si rivolse con successo perfino al teatro. Tra le principali commedie da lui scritte, raccolte in due volumi aventi per titolo Teatro drammatico per fanciulli e per filodrammatici, si ricordano L’orfana di Milano, Patria e famiglia, Un episodio dell’innondazione, I precetti della nonna e Una commedia in versi. Inoltre redasse due pregevoli opere curate dalla ditta Paravia, una dal titolo Elementi di disegno axonometrico ad uso delle scuole serali, dedicata a Quintino Sella, il primo in Italia a insegnare l’utilità e la bellezza del disegno axonometrico, e l’altra dal titolo Studi di disegno monomalografico, ognuna corredata di un volume di tavole. Con la prima opera il Dalla Rosa Prati espone un metodo elementare, da lui stesso sperimentato con esito positivo, che oltre a condurre gli alunni in poche lezioni a disegnare ogni genere di macchina, era utile per istruire nel disegno gli operai. Questo sistema comprende le varie tipologie di proiezioni, la determinazione dell’unità delle scale, il disegno di figure geometriche e lo sviluppo dei solidi. La seconda oper a è un’applicazione del disegno axonometrico alla geometria descrittiva ma si serve di metodi più diretti e di operazioni più semplici di quanto non richiedesse quella dottrina, insegnando il modo di ottenere con facilità la proiezione di un corpo sopra a un piano. Il Dalla Rosa Prati si mostrò ugualmente versato nelle scienze fisiche e matematiche, nelle storiche, nelle letterarie, nelle economiche, nel teatro quanto nell’archeologia e nella geologia. La prorompente bellezza sicula, con la straordinarietà del suo paesaggio, la maestosità del suo mare e la magnificenza dei suoi colori, avvinse l’anima del Dalla Rosa Prati, che contribuì in maniera determinante alla conoscenza di quel territorio e non solamente da un punto di vista descrittivo, ma anche archeologico e sociale. Il suo interesse si rivolse al folclore e alle tradizioni popolari, ai possibili progetti di sfruttamento nazionale delle risorse isolane e alle bonifiche idrauliche, come quella del lago Cepeo di Trapani. Particolarmente fruttuoso si dimostrò il suo contributo alla paleontologia e alla paletnologia, venendo il suo lavoro a rischiarare il primo momento della preistoria nel Trapanese. Importantissimi si rivelarono inoltre gli studi da lui svolti per l’alto valore documentario, per le dettagliate e precise descrizioni, per l’acume delle osservazioni e il rigido metodo topografico seguito. Effettuò scavi anche a Pantelleria, Favignana e Levanzo. Tutti i preziosi reperti trovati dal Dalla Rosa Prati in terra sicula vennero da lui donati al Museo di Parma. Il Dalla Rosa Prati visse in un periodo di grande tensione morale, di scontri politici, di posizioni viscerali e di grande transizione. Da un’Italia smembrata a un’Italia unita, da una cultura idealista a una cultura in cui il positivismo avanzava a grandi falcate, da una società di classi egemoni a una società ove cominciava a premere il terzo stato, da una economia tendenzialmente arcaica e frammentaria a una economia che doveva aprirsi agli orizzonti europei. Sorretto dalla sua natura iperattiva, sondò le diverse problematiche di quel mondo in così rapida trasformazione e così congeniale a uomini avidi di sapere e di conoscere come era lui, aperto alle innovazioni e curioso di sperimentare il nuovo. In un’Italia ancora per alcuni tratti arcaica e con sacche di logorato feudalismo, il Dalla Rosa Prati pensò a sondare il sottosuolo per rinvenire petrolio, compì ricerche paletnologiche quando ancora la paletnologia non si era affermata come scienza, si interessò alla economia siciliana stilando opinioni da meridionalista ante litteram, andò a constatare personalmente il funzionamento e la convenienza del primo aratro a vapore, votò al Parlamento Regio per l’abolizione della pena di morte e contribuì a svecchiare e sprovincializzare l’Italia neo-unitaria. Grandi insegnamenti certamente avrebbe lasciato in campo dottrinale se nella turbolenza degli eventi che seguirono non avesse rivolto altrove la sua attenzione e se avesse saputo imporre dei limiti alla sua irrequieta attività. In molteplici campi infatti impegnò contemporaneamente il suo ingegno vivo e versatile e la sua instancabile operosità, acquistando una cultura profonda e diversificata, fra le cure più diverse e in mezzo ad una mole di faccende da non lasciar tregua, cercando altre cure ancora ed altre occasioni di opere, quasi non parendogli di aver fatto nulla se ancora qualchecosa restasse da fare.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti o per altra guisa notevoli, Genova, 1884, 23-26; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 2, 1932, 892; T. Sarti, Il Parlamento subalpino e italiano, Roma, 1896-1898; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 325-326; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 67; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 311; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 32-33; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 132-133; Palazzi e casate di Parma, 1971, 188; C.D. Faroldi, in Gazzetta di Parma 13 dicembre 1982, 3; Tra Liberty e Déco: Salsomaggiore, 1986, 154-156; riguardo all’elezione per l’anno 1870 del Dalla Rosa Prati si veda in Gazzetta di Parma del 5, 7, 10, 11, 13, 14, 17, 18, 19, 20, 21, 23, 25, 27, 28, 30 novembre e 2, 5 dicembre 1870; sempre sullo stesso argomento si veda in Il Presente 19, 20, 21, 28 novembre 1870; La morte di Guido Dalla Rosa, in Gazzetta di Parma 17, 18, 19, 21, 23 dicembre 1882; S. Vecchi, Cenni biografici, in Annali 1883; Il decollo del termalismo: il Dott. Valentini e il Marchese Dalla Rosa, Biblioteca Fardelliana, Trapani; M. Turchi, Guido Dalla Rosa e la rivoluzione risorgimentale a Parma, in Aurea Parma LXXI 1987; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 93; M.C. Testa, in Parma Economica 1 1999, 145-170.

Parma 4 agosto 1879-1972
Figlio di Francesco e Giuseppa Rosazza. Marchese, durante la guerra 1915-1918 fu comandante del distaccamento assegnato alla ferrovia Parma-Spezia. Grande appassionato di tiro a segno, fu anche campione nazionale di specialità. Sposò Maria Guardasoni.
FONTI E BIBL.: Corriere Emiliano 13 febbraio 1931; Almanacco Parmigiano 1995-1996, 50.

Parma 28 agosto 1794-Parma 31 dicembre 1866
Marchese, figlio di Filippo e Paola Sanvitale. Fu podestà di Collecchio e di Vigatto. È ricordato da una lapide che si trova nell’oratorio della Croce annesso al palazzo Dalla Rosa Prati di Collecchio, che lo accomuna alla moglie, Luigia Sanvitale, figlia del conte Stefano e della principessa Luigia Gonzaga, dama di palazzo. Il loro figlio, Luigi, morì a Collecchio di appena cinque anni, per una improvvisa quanto grave malattia, il 15 novembre 1824. Il Dalla Rosa Prati fu socio dell’Accademia Filarmonica Ducale e del Gabinetto di Lettura di Parma (1824). Fu podestà di Collecchio dal 1838 al 1849 e successivamente nel 1851. Fu sindaco di Collecchio dal 24 agosto 1859 al 1866. Il 25 aprile 1848, durante una manifestazione patriottica, donò due bandiere alla Guardia Nazionale: una dell’Indipendenza Italiana e l’altra di papa Pio IX. Nobile, ricco e colto, fu però di sentimenti liberali e il 2 ottobre 1849 fu sospeso dalla carica di podestà per un provvedimento disciplinare del duca Carlo di Borbone e tradotto al forte di Bardi, ove dovette rimanere tre mesi con danno della sua salute. Le conseguenze di quella detenzione politica si fecero sentire più avanti negli anni, tanto che, per malattia, non poté firmare il plebiscito di annessione al Regno d’Italia. Egli comunque non prese parte ai governi provvisori parmensi, ma limitò la sua attività patriottica all’antico feudo collecchiese degli avi e il reato per il quale dovette subire i tre mesi di fortezza consistette nel comprimere con ogni mezzo nel comune da lui amministrato i sentimenti di fedele sudditanza al Borbone, come recita l’atto di accusa. Nel maggio 1859 aiutò l’avvocato Giuseppe Manfredi, patriota piacentino ricercato dalla polizia austriaca, a riparare in Lunigiana. Il 26 febbraio 1861, quale sindaco di Collecchio, bandì un’asta pubblica per la costruzione di un ponte in cotto sul cavo Maretto in Madregolo, e per il rassettamento di un tronco di strada denominata di Castellarso dividente i due comuni di Collecchio e S. Pancrazio, giusta la perizia stesa dal dott. Antonio Baracchi il 12 agosto 1858. Nello stesso anno ordinò lavori di restauro alla facciata e alla torre della chiesa parrocchiale di Collecchio. Figura tra gli offerenti del 1866 al Comitato di soccorso ai militari feriti nelle guerre dell’Indipendenza.
FONTI E BIBL.: F. Botti, San Luigi Gonzaga e Parma, Parma, 1956, 23, 24; R. Baroni, Il teatro Regio e i suoi palchettisti di un tempo, in Al Pont äd Mez 4 1974, 23; Avviso della Giunta Municipale di Collecchio, in Gazzetta di Parma 28 febbraio 1861; G. Dalla Rosa, Alcune pagine di storia parmense, II, Parma, 1878, 37 ss.; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3; U. Delsante, Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 340-342; Malacoda 9 1986, 38-40.

DALLA ROSA PRATI LUIGIA, vedi SCACCABAROZZI LUIGIA

Vianino 1697 c.-
Figlio di Pier Maria. Fu marchese di Vianino e cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano. Fu anche verseggiatore e molti suoi componimenti si trovano nelle raccolte pubblicate ai suoi tempi. Scrisse con chiarezza, dottrina ed erudizione.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, IV, 99.

DALLA ROSA PRATI PAOLA MARIA VITTORIA, vedi SANVITALE PAOLA MARIA VITTORIA

DALLA ROSA PRATI PIER LUIGI, vedi DALLA ROSA PIER LUIGI

DALLA ROSA PRATI PIER MARIA, vedi DALLA ROSA PIER MARIA


Parma 13 dicembre 1796-1848
Marchese, figlio di Filippo e Paola Sanvitale. A Parma possedette il palazzo di Via al Duomo 9 e il palazzo Gherardi di Via Repubblica 47. Nel 1824 fu socio del Gabinetto di Lettura di Parma. Fu podestà di Collecchio dal 1825 al settembre 1829 e nuovamente nel 1841. Membro del Consiglio degli Anziani di Parma, fu presente il 15 febbraio 1831 quando venne nominato il governo provvisorio. Inquisito dopo la conclusione dei moti, il rapporto della polizia ducale così lo descrive: Uomo nullo. Uomo di poco intendimento e se fece parte del consesso civico è da credersi che il facesse affine di bene, ma non già che fosse mosso da principii rivoluzionari. Esso è soggetto a derisione pei capricci della giovine moglie. È forse lui il pittore dilettante marchese Dalla Rosa di cui parla il giornale Il Facchino del 12 giugno 1841 (anno III, n. 24), a proposito di un quadro intitolato Una veduta di Collecchio. Nel 1841 fece ancora parte del Consiglio Comunitativo o degli Anziani di Parma. Fu delegato delle acque e strade del Comune di Collecchio nell’anno 1821 e consigliere anziano nel 1824. Possedette terre a Campirolo (1829). Tenne corrispondenza col Pezzana, ma la sua non sembra risultare personalità di spicco.
FONTI E BIBL.: Il Parmigiano istruito nelle cose della sua Patria, Parma, 1841; O. Masnovo, Il gabinetto letterario di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1922 bis, 287; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 163; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., IX, 1801-1850; A. Del Prato, L’anno 1831 negli ex Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1919, 141; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3; U. Delsante, Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province
Parmensi 1975, 335-336; Malacoda 9 1986, 40.

DALLA ROSA PRATI PIETRO MARIA, vedi anche DALLA ROSA PIER MARIA

Torino 1901-Sala Baganza 10 luglio 1977
Appartenente a nobile famiglia parmigiana, laureato in ingegneria, fu un professionista molto attivo e apprezzato. A Parma ricoprì numerose cariche pubbliche. Tenne la presidenza dell’Istituto d’Arte P. Toschi dal 1956 al 1972: in collaborazione con il professor Corvi, procedette al rinnovamento delle strutture e dei locali dell’Istituto e costituì una nuova sezione d’arte grafica e un corso superiore di arte pubblicistica. Fu nominato anche accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti. Prima Segretario e poi Presidente della Fabbriceria della Cattedrale di Parma, si adoperò tra l’altro, in collaborazione con il Borri, per il restauro della Cupola e per quello della Segreteria consorziale. Fu membro a vita e poi Presidente della Giunta dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio: a lui si dovette l’impianto di riscaldamento della chiesa Magistrale della Steccata (con le difficoltà inerenti alla tutela assoluta del monumento), il restauro dell’organo e l’avvio delle pratiche per ottenere in deposito quanto rimasto dell’Archivio dei Borbone Parma. Presidente per molti anni del Consiglio d’Amministrazione dell’Opera pia dell’Oratorio dei Rossi di Parma, si dedicò a iniziative assistenziali e opere di beneficenza, come la costruzione del Padiglione pensionati dell’Istituto Romanini di via Don Bosco. Fu consigliere comunale di minoranza per il Partito Liberale Italiano dal 1964 al 1970. Per il Museo Bodoniano di Parma, di cui fece parte dal 1958 al 1972, diresse i lavori di rifacimento e di restauro della sede. Al suo interessamento si dovette anche la donazione fatta per parte di un privato di un quadretto esposto poi nel Museo, che riproduce su legno il ritratto di Giambattista Bodoni, eseguito su tela dal pittore romagnolo Giuseppe Turchi, amico del tipografo. Fu anche socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria, per la quale tenne diverse comunicazioni: Un preteso discendente dell’Imperatore d’Oriente e l’Ordine Costantiniano di Parma (1968), Parma e i quartieri Alemanni (1969), Note marginali intorno al dipinto della Madonna del San Gerolamo del Correggio (1974) e Controversie di confine con il Gran Ducato di Toscana (1974). Tutte comunicazioni di particolare interesse, anche perché fondate su documenti prevalentemente inediti, conservati nell’archivio della sua famiglia.
FONTI E BIBL.: G.C. Venturini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1977, 33-34; Bollettino Museo Bodoniano 4 1980, 143-144.

DALLA ROVERE, vedi DELLA ROVERE

Parma 1566/1585
Collezionista, portò a Parma una ricca raccolta di oggetti d’arte e di antiquariato dopo una lunga permanenza in Spagna tra il 1566 e il 1573. La principale fonte documentaria per il Dalla Sala è un registro nel quale egli andò annotando minuziosamente tutte le sue spese, da quando partì da Parma fino al suo arrivo nella capitale spagnola nel giugno del 1566. Il Dalla Sala fece parte del seguito di monsignor Rinuccini, collettore papale nel Regno di Spagna e archivista della camera apostolica. Mantenne stretti legami sia con l’agente di Ottavio Farnese a Madrid, Giovanni Domenico Dell’Orsa, sia con il segretario del Duca a Parma, Giovanni Battista Pico, con il quale intrattenne una costante corrispondenza. Questa posizione pivilegiata, favorita dall’appartenenza dei Farnese al partito del principe di Eboli, permise al Dalla Sala, uomo curioso e istruito, di raccogliere interessanti informazioni sopra la Madrid del suo tempo. Dal libro dei conti si ricava che le sue principali spese riguardavano abiti, alcuni dei quali molto costosi, che rivelano l’esigenza di dover offrire un’immagine adeguata alla sua posizione sociale. Questa gli permetteva privilegi come quello di visitare i cosiddetti Luoghi Reali, cioè le residenze e i palazzi dei dintorni di Madrid che si trovavano in piena fase di ristrutturazione, per essere adatti alle nuove tipologie cortigiane europee. Il Dalla Sala visitò il Pardo e Toledo, avendo cura di stendere alcune annotazioni sopra le dimensioni della Cattedrale, che richiamò la sua attenzione per lo stile tardogotico, tanto lontano da quello italiano, o sopra il rinascimentale Alcázar. Inoltre si interessò di argomenti quali la genealogia della Casa d’Austria o il monastero delle Descalzas Reales, che aveva fondato la principessa Giovanna, sorella di Filippo II, nella sua casa natale. Come il suo amico Dell’Orsa, frequentò la compagnia degli artisti di Corte che lavoravano per lo stesso Filippo II, come il gioielliere e intagliatore di pietre Jacopo da Trezzo. In una lettera che scrive da Madrid a G.B. Pico, gli comunica che gli invia per il duca Ottavio e per il principe Alessandro Farnese diverse catene e anelli, del tipo di quelli che il milanese produceva per le dame e i cavalieri della Corte. Durante la permanenza in Spagna, acquistò soltanto oggetti di piccole dimensioni o quelli che erano più difficili da trovare in Italia, come quelli provenienti dal Nuovo Mondo, o libri. Nel primo gruppo spiccano le medaglie dei membri della famiglia reale, che valevano come veri ritratti e costituivano una tipologia di oggetti che quasi mai mancava nelle collezioni rinascimentali: un esemplare della medaglia che Giovanni Paolo Poggini dedicò alla celebrazione del matrimonio di Filippo II con Isabella di Valois, un altro di quella che commemorò il matrimonio con Anna d’Austria, altre medaglie di piombo e d’argento di Filippo II e della sua quarta sposa e una di rame della principessa Giovanna. Inoltre si menzionano altri piccoli oggetti come un sigillo d’acciaio con il suo stemma, un manico di sigillo d’avorio con un orologio solare all’interno, un orologio solare con i venti e i famosi vetri spagnoli. Tra queste cose si possono qualificare come opere di oreficeria o di gioielleria piccoli anelli di agiavachio, simili a quelli che inviò per il Duca, e ornamenti per agnus dei. È possibile che questi ultimi oggetti fossero stati destinati a trasformasi in regali più che ad aumentare i beni del Dalla Sala. Allo stesso modo sono documentati gli acquisti di strumenti musicali (una viola e corde di liuto) e di armi bianche, appartenenti a settori quasi mai trascurati in una collezione rinascimentale. L’interesse maggiore della collezione del Dalla Sala, tuttavia, è dovuto ai numerosi oggetti di provenienza non europea acquistati in Spagna e, in una data abbastanza precoce, portati a Parma. Sebbene la presenza di oggetti americani e orientali nelle collezioni italiane non si diffondesse fino alla seconda metà del XVI secolo, nella penisola iberica sono pochi gli inventari di beni nei quali non si menzionano oggetti esotici, che affluivano in massa, a Lisbona e a Siviglia, provenienti dalle Indie Orientali e Occidentali, rispettivamente. Il Dalla Sala comprò numerosi semi americani, che riscuotevano grande interesse tra i botanici e i proprietari di giardini in Italia e in tutta Europa, per inviarli in patria. Gli incarichi di acquistarli gli arrivavano tramite G. Domenico Dell’Orsa e i destinatari erano Camillo Bovi e don Rolando di Cremona. A Madrid il Dalla Sala sviluppò la curiosità, condivisa dagli Spagnoli, per la non comune ricchezza di nuove specie botaniche americane, molte delle quali con proprietà medicinali, che si rifletteva in studi come quello di Férnandez de Oviedo, Historia general y natural de las Indias, o la commissione di Filippo II al protomedico Francisco Hernández perché studiasse e disegnasse la flora e la fauna del Nuovo Mondo, specialmente la messicana e la peruviana. Inoltre, acquistò numerosi tessuti lussuosi ed esotici provenienti, via Lisbona, dalle colonie portoghesi nelle Indie Orientali e da Orano. Questo ultimo tipo di acquisto è una prova della persistenza in Spagna delle mode arabe, che tanta influenza esercitarono durante il secolo XV e all’inizio del XVI ma che perdettero forza di fronte alle novità orientali, all’interno della società più raffinata. Un altro capitolo importante di queste acquisizioni è quello costituito da oggetti esotici che erano presenti nella maggior parte delle camere delle meraviglie europee in questi anni. Il Dalla Sala comprò varie noci d’India, montate a guisa di coppe. Anche se erano state impiegate fin dal Medioevo come reliquiari, fu durante il periodo in cui prevalse lo stile manierista che si utilizzarono abbondantemente. Queste noci di cocco richiamavano specialmente l’attenzione poiché si pensava nascessero in fondo al mare, da cui la loro denominazione di noce del mare, fino a che si scoprì la loro origine terrestre nelle isole Seychelles. A parte il loro valore esotico, si attribuivano alle noci di cocco proprietà medicinali nel trasformare il liquido che si versava in esse. Inoltre acquistò una pietra bezoar, che fece montre in argento dorato per portarla appesa al collo, e varie pietre della yjada o yxada, alle quali si attribuivano straordinari poteri medicinali. Le prime erano concrezioni calcaree patologiche nell’intestino di alcuni ruminanti indiani e americani come la capra bezoar o l’antilope. Tra le proprietà che si attribuivano loro, spiccano l’efficacia come rivelatore di veleni e per combattere le febbri pestilenziali, ma, oltre a ciò, se si portavano appese all’altezza del cuore potevano combattere malattie come la malinconia. La pietra di yjada non è altro che la giada americana. Di norma si portava ben annodata al polso o ben allacciata sopra la zona dei reni, poiché si supponeva una sua efficacia nel distruggere ed espellere i calcoli renali. La fama di queste pietre era già consolidata in città come Roma o Firenze, soprattutto tra quei personaggi che avevano visitato la penisola iberica, ma a questa data cominciava a richiamare l’attenzione di personaggi legati alla famiglia Farnese come il cardinale di Correggio, che chiese una pietra bezoar al duca di Parma per combattere le febbri. Margherita d’Austria, duchessa di Parma, chiese un esemplare della pietra di yxada a suo cognato e al generale dell’Ordine dei Gesuiti, dati i loro contatti con le missioni in Oriente. Il gesuita non poté soddisfare i suoi desideri, ma la sua richiesta ricevette risposta affermativa tanto dal conte Francesco Maria Scotti, quanto da Lauro Dubliul. Nella raccolta del Dalla Sala sono citate diverse medicine vere e proprie, di provenienza indiana o americana, che tanto credito godevano all’epoca. Tra queste droghe, che prescrivevano i medici, si trova l’unguento sandalino per ungersi le reni, il balsamo delle Indie, il copale, lo zolfo vivo, il liquidambar, il legno aromatico, la tacamaca e le Anime delle Indie occidentali o legno per l’orina. L’acquisto di questi oggetti esotici, che tanta ammirazione suscitavano nel collezionista rinascimentale, fu accompagnata, nel caso del Dalla Sala, dall’arricchimento della sua biblioteca con numerosi libri che lo aiutavano a decifrare e comprendere il Nuovo Mondo e altri aspetti della Spagna cinquecentesca. Così, in ambito della linguistica, acquistò un dizionario francese-spagnolo, in quello della storia, La Cronique et histoire faicte et composée par messire Philippe de Comines (prima edizione, Parigi, 1524) e Le cronache del regno di Toledo, dei classici latini, le Epistole di Cicerone, della geografia e cartografia, le geografie o mappe di Inghilterra, Spagna, Italia e Germania, insieme a due carte da marinaio per la navigazione delle Indie, miniate in oro, della letteratura, quattro libri in lingua castigliana, probabilmente un libro che raccoglieva le poesie di Garcilaso de la Vega, novelle pastorali come la Diana enamorada di Jorge de Montemayor (prima edizione, 1558) e un Romancero, in relazione al Nuovo Mondo e alla medicina, due esemplari dell’opera del medico sivigliano Nicolás Monardes, Dos libros, el uno que trata de todas las cosas que traen de nuestras Indias Occidentales, que sirven al uso de la Medicina, y, el otro, que trata de la piedra bezoar, della religione, un breviario (che rilegò con pergamena) e un diurno del nuovo breviario. Uno scrittoio intagliato con osso, caratteristico dell’arredamento spagnolo rinascimentale, il Dalla Sala regalò a Germanico Malaspina. Quando concluse la sua missione in Spagna e dovette ritornare a Parma con monsignor Rinuccini, lo fece accompagnato da numerosi oggetti, per la maggior parte di provenienza esotica, e libri. Inoltre risulta interessante sotto questo aspetto un’altra lista, nella quale si enumerano gli oggetti inviati a Parma ad Arideo Bergonzi. Questi invii rivestono una speciale importanza per il collezionismo parmigiano del XVI secolo poiché includono numerosi oggetti americani e indiani, destinati a una collezione non appartenente alla famiglia ducale. Nel settore delle cose esotiche si incontra una zanna di elefante incavata di provenienza indiana o africana, tre vasetti di avorio, una cassa decorata con conchiglie, vari oggetti provenienti dalla Cina, oltre a ventagli. Tra gli oggetti di questa provenienza spiccano la dozzina di scodelle di porcellana, probabilmente di quelle chiamate azzurre e bianche della dinastia Ming, che arrivavano a Madrid via Lisbona. Vasellame di questo materiale prezioso non era sconosciuto a Parma, poiché quando giunse la principessa Maria di Portogallo, nel 1566, era accompagnata da un nutrito seguito di Portoghesi che portarono con sé stoviglie simili. Il Dalla Sala custodiva in bauli alcune droghe come lo zibetto o il muschio o pezzetti di legno impregnati di Sangue di drago, insieme a specie d’oltremare alle quali si attribuivano meravigliose proprietà terapeutiche come il Palo del’Aquila. Inoltre portò con sé, conforme alla moda per i colorati uccelli americani, un Passaro mirrato chiamato del Paradiso Terrestre. La sua biblioteca si arricchì di nuovi titoli come altri libri in latino di Guglielmo Parisiense, Due libri in lingua portoghese della Navigazione nelle Indie Orientali, La Celestina di Fernando de Rojas e un libro di fra Luis de Granada, di cui non è specificato il titolo. Il 3 aprile 1573 tornò a Parma, città di cui era probabilmente originario e dove risiedeva una parte della sua famiglia (il fratello Ottaviano, destinatario di alcune sue lettere, e la sorella Costanza morta nel giugno dell’anno precedente). Gli scarsissimi dati che si hanno del Dalla Sala lo presentano in una posizione molto vicina alla famiglia ducale e integrato nelle istituzioni culturali di maggiore importanza della città di Parma. In particolare, si sa che era terzo officiale di Santa Maria della Steccata nel 1574 e che appartenne alla Accademia degli Innominati. Una volta a Parma si preoccupò di rinnovare la sua casa, alla quale destinò importanti somme che si ritrovano annotate nel suo diario. Il Dalla Sala acquistò alcuni mobili per decorare la sua abitazione, come sedie in cuoio e in noce, tavoli in noce, scrittoi, letti e un tavolino di marmo come quelli che possedeva lo stesso Duca. Le pareti della casa erano ricoperte di cuoio decorato dorato e argentato che isolava dall’umidità e dal freddo e il suo effetto fu rinforzato con tende pesanti con le armi ricamate del casato del Dalla Sala. Un capitolo di grande rilevanza nella decorazione della sua abitazione è costituito dalle pitture murali. Il 13 maggio 1581 pagò dieci ducati a Pomponio Allegri, figlio del Correggio, per dipingere ad affresco la camera nuova e il camerino contiguo. Il 29 ottobre 1585 si registra un altro pagamento al pittore Giovanni Antonio Bolognese, che aveva affrescato una prospettiva di fronte a una porta, la volta di un camerino e un camino. Il Dalla Sala, ormai stabilitosi a Parma, continuò ad accrescere la sua collezione con l’acquisto di alcune antichità come una gamba e una lucerna di bronzo, oggetti di oreficeria come un reliquiario d’argento con un cristallo e due sottocoppe d’argento con le sue armi che fece il tedesco Agostino Smit, un orologio a sabbia e un calamaio di noce con le sue armi in tarsia. Inoltre acquistò alcuni dipinti come il ritratto di una turca, tre paesaggi fiamminghi che comprò dagli eredi di Ludovico Anzola, un quadro abbozzato della Vergine col Bambino di mano di Gerolamo Mazzola Bedoli e un suo ritratto di cui incaricò Cesare Bolognese. Per quanto riguarda l’esposizione dei dipinti, si sa che erano protetti da tele che consentivano di esibirli secondo il volere del Dalla Sala, proprio come apparivano nella collezione ducale e in tante altre dell’epoca. L’interesse per la storia, la letteratura e la cultura in generale si ritrova nelle nuove accessioni alla sua biblioteca. Tra i nuovi libri che acquistò vi erano volumi di geometria. La Sfera del Picolomino in vulgare, di geografia, La Giografia di Spagna, una carta da navigazione del mar Mediterraneo e una mappa di pergamena, di religione e una storia della Svizzera stampata a Basilea.
FONTI E BIBL.: A. Pérez de Tudela, in Aurea Parma 2 1999, 179-196.

DALL’ASTA AMENAIDE, vedi MOREAU DE SAINT MÉRY AMENAIDE

Parma 1779-1847
Conte, poeta drammaturgo, ebbe corrispondenza col Pezzana (1809) e disimpegnò la carica di Presidente degli Ospizi Civili di Parma. Coniugato a Teresa Campi, non ebbe discendenza. Al Dall’Asta accenna Antonio Cerati a proposito di una gita a Marore. Con alta prosa alternata a versi narra di averlo udito cantare alcuni sonetti accompagnandosi con una cetra armonica. Il Cerati lo presenta come Giovane coltissimo che, caro alle Muse, non vuole per sovverchia modestia rendere palese al pubblico quanto sia da quelle favorito.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 131.

1803-Parma 1884
Figlio del conte Pompeo e di Amenaide Moreau de Saint Méry, venne allevato nel Collegio Imperiale di Parma. Fu acclamato Principe dell’Accademia degli Immaturi, che aveva sostituito la prestigiosa Accademia degli Scelti. In seguito iniziò la sua carriera quale impiegato al ministero, alle dipendenze del Direttore generale delle Finanze, Ferdinando Cornacchia, e tale fu durante i moti del 1831. Salì poi vari gradini sociali quale Gentiluomo di camera di Maria Luigia d’Austria, membro effettivo del Consiglio Amministrativo, Ciambellano, Commendatore dell’Ordine Costantiniano e Cavaliere di 2a Classe dell’Ordine Imperiale di San Stanislao di Russia. Nel 1849 fece parte della Giunta Provvisoria di Governo, dopo Novara, nonché della Commissione per l’assunzione di Carlo di Borbone al trono, insieme al marchese G. Francesco Pallavicino, al conte colonnello Douglas-Scotti, al barone Soldati e all’avvocato Lombardini. Nel 1851, durante il regno degli ultimi Borbone, alienò a nome della suocera, vedova Moreau de Saint Méry, i manoscritti e i voluminosi carteggi con mappe e disegni già appartenuti al defunto marito, vendendoli all’Archivio di Stato e alla Biblioteca Palatina di Parma. Durante gli ultimi giorni del Ducato, la reggente Maria Luisa di Berry inviò il Dall’Asta, insieme al nobile Cattani, in missione speciale a Torino (1859). In seguito il Dall’Asta assunse il potere provvisorio di Parma, di cui fu l’ultimo Governatore e anche procuratore della ex Duchessa. Ebbe il merito di essersi eretto, insieme al conte Linati, a difesa del patrimonio artistico di Parma scrivendo (1862) una vibrante e dignitosa lettera di protesta per lo scempio recato alla reggia di Colorno, consenziente il ministro della Real Casa di Savoja, conte Giovanni Nigra. Il Dall’Asta lasciò un manoscritto che costituisce un frammento storico della sua epoca, quasi l’abbozzo di un più ampio lavoro per altro non realizzato. Con lui si spense la casata dei conti Dall’Asta.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 132-133; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 187.

DALL’ASTA EDUARDO, vedi DALL’ASTA EDOARDO

Parma-Parma 28 settembre 1835
Nel 1816, in occasione della rifondazione della Ducale Orchestra di Parma, presentò domanda per essere ammesso come soprannumerario. Nella stagione di Fiera del 1824 fu primo violino per i balli al Teatro di Reggio Emilia, appellato della Duchessa di Parma. Lo stesso posto occupò l’anno successivo anche al Teatro Ducale di Parma.
FONTI E BIBL.: Stocchi, 118; Fabbri e Verti; Melisi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Casaltone di Sorbolo 21 settembre 1844-Sorbolo 31 maggio 1922
Figlio di Ferdinando e Maria Ferrari. Garibaldino, partecipò alle guerre per l’indipendenza d’Italia.
FONTI E BIBL.: M. Clivio, Dal Risorgimento nazionale alle conquiste sociali, 1984, 63.


Parma 1834
Nel Vocabolario topografico il Molossi lo ricorda quale fabbricatore di matrici e punzoni di moderni caratteri e di corni da caccia e trombe colle chiavi giusta il perfezionamento di Luigi Pini.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Sorbolo 11 ottobre 1929-Casaltone di Sorbolo 24 aprile 1945
Partigiana, fu fucilata per rappresaglia dai Tedeschi.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 206.

Parma 1866
Soldato, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Villafranca (24 giugno 1866).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

DALL’ASTA ODOARDO, vedi DALL’ASTA EDOARDO


Parma 1554/1571
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma (7 gennaio 1554-8 marzo 1566). Dalla Steccata passò alla Cattedrale di Parma, come consorziale, il 7 gennaio 1566 e permutò il beneficio il 24 luglio 1571.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 22; Archivio di Stato in Parma, Benefit. et Benefitiat. Elenchus, fol. 558-559; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 18.

Parma 1483
Muratore e falegname, abitante nella vicinia di San Quintino in Parma. È ricordato in un documento notarile in data 23 settembre 1483.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 28.


Sorbolo 1841-ante marzo 1864
Soldato del 2° Reggimento Fanteria. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare e relativo brevetto, accordata per distinzione nella repressione del brigantaggio.
FONTI E BIBL.: M. Clivio, Dal Risorgimento nazionale alle conquiste sociali, 1984, 67.

San Pancrazio Parmense 1916-Bir Hacheim 27 maggio 1942
Figlio di Alberto. Sergente carrista, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Pilota di carro medio, nel corso di un attacco a munitissima posizione nemica, conduceva con travolgente slancio il suo carro verso l’obiettivo. Ferito una prima volta, non desisteva dalla lotta finché veniva colpito a morte da un proiettile anticarro.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1953, Dispensa 45a, 3575; Decorati al valore, 1964, 72.

DALLA TANA, vedi anche DELLA TANA

Parma 26 ottobre 1516-Parma 3 settembre 1587
Figlio di Girolamo e di Isabella. A soli quattordici anni fu addetto agli uffici della Cancelleria Vescovile di Parma. Il 10 ottobre 1537 fu ascritto al Collegio dei Notai di Parma: Notaio e Cancelliere Vescovile, tenne questo ufficio fino alla data della sua morte. Abitò probabilmente nella parrocchia di San Silvestro: ivi i Dalla Torre ebbero una Cappella gentilizia, in cui era fondato un beneficio semplice di loro patronato. Un figlio del Dalla Torre (Gianfrancesco) fu Canonico della Cattedrale di Parma ed ebbe la Prebenda di Pizzo Inferiore. Nell’Archivio Notarile di Parma si conservano ben 128 filze di atti del Dalla Torre. Fu autore di un’importante e utilissima opera, della quale si hanno tre autografi. Il primo autografo è del 1562 e si conserva nell’Archivio della Curia Vescovile di Parma. Nel primo foglio di questo primo autografo il Dalla Torre scrisse queste parole: Descriptio omnium Civitatis et diocesis Parmensis ecclesiarum, Monasteriorum et beneficiorum in eis fundatorum, maxima cum diligentia, et additis multis quae in aliis descriptionibus et libris non reperiuntur, a me Christophoro de Turre Cancellario Episcopali Parmensi facta et scripta, in qua, inter caetera, adnotavi ubinam reperiantur fundationes et dotationes, quas ego in hoc officio videre potui, quod alibi non reperitur, et in qua etiam in beneficiis quae meo vacarunt tempore adnotavi verum illorum statum et quorum collationi et provisioni, nunc pertineant, cum a notulis antiquis multa variaverint et quotidie variare consueverint. Et, pro cuius descriptionis seu libri clariori intelligentia, haec quae sequuntur notavi et scripsi, praeter aliorum similium librorum usum, cum in eis tantummodo ecclesiae ac beneficia, cum illorum estimo et nomine rectoris, consueverint notari, et, in aliquibus, quibus spectent; sed in hoc omnes sunt mendosi: meus vero est verissimus in beneficiis, praesertim quae meo vacarunt tempore. Major pars beneficiorum Parmae vacavit me sciente et notante quis valide contulerit; nam, etsi hoc anno 1562 annum meae aetatis 46 non excedam, omnes Canonici mutati sunt meo tempore (postquam huic officio inservio, ad cuius obsequium accessi anno 1530), excepto d. Stephano De Su nonagenario, et modernorum provisiones et installationes per manus meas transierunt. Et ita de omnibus (nulla penitus excepta) ecclesiis parrocchialibus Civitatis et diocesis, mutatis beneficiatis, contigit; cum, tribus dumtaxat exceptis, reliqui omnes meo tempore sint ingressi, illorumque fere omnes expeditiones, sive Romae sive hic factae sint, per manus meas transierunt; quin (immo) et in eodem Canonicatu ecclesiaeque beneficio pluries mutationem vidi, et in iis multa quae hic desunt memoriae tradidi, atque summa retinui cum diligentia, Reverendissimo D. meo, amicisque meis proficua. Consta di 249 fogli numerati e di altre 50 pagine contenenti la prefazione e gli indici. Il secondo autografo, più copioso e più ordinato del primo, fu scritto nel 1564 e fu dedicato ad Alessandro Sforza, in occasione del suo ingresso nel Vescovado di Parma. Fu già dell’Archivio dei Benedettini di Parma (Angelo Pezzana: Storia di Parma, vol. III, pag XV e XVI). Si trova nella Biblioteca Palatina di Parma (ms. Parmense n. 1179 bis, cartaceo in f., cc. n. 243, cm 34x22). Comincia, senza titolo, colla dedica al vescovo Alessandro Sforza. Il Dalla Torre tenne aggiornati questi due autografi, nei quali, pertanto, si trovano aggiunte notizie anche posteriori rispettivamente al 1562 e al 1564. Il terzo autografo, già esistente nell’Archivio dell’Ordine Costantiniano (Pezzana, l.c.), si conserva pure nella Biblioteca Palatina di Parma (ms. Parmense n. 1179, carte 149, cm 32x21). È un ampio estratto dell’autografo precedente e fu scritto dal Dalla Torre quasi settantenne, nel 1584. Nella prima e seconda pagina si accenna al motivo per cui fu fatto e si fa menzione del secondo autografo, di cui (a guisa di sommario) si espone il contenuto. Premette il Dalla Torre questa esortazione: Liber similis, mea manu vetustate consumptus, non laceretur, sed diligenter prout jacet conservetur, quia in eo sunt notatae Institutiones Beneficiorum, quas habui prae manibus, et notata sunt alia diversa scitu digna, quae sunt omissa in praesenti, brevitatis studendo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1743, 167; A. Schiavi, La Diocesi di Parma, 1940, 104-105; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 21.

DALLA TORRE GIACOMO ANTONIO, vedi DELLA TORRE GIACOMO ANTONIO


-Parma maggio 1558
Il 14 giugno 1552, per deliberazione degli Anziani, fu nominato Archivista dell’Archivio Comunale di Parma agnoscentes bonam fidem virtutem et prudentiam ac sufficientiam predicti magnifici D. Io. Baptistae. Dopo la sua morte, fu proposta al Consiglio generale di Parma la nomina di altro archivista, ma questa venne respinta. Restò quindi detto ufficio privo di chi lo governasse e così sarebbe restato chissà per quanto tempo se il cardinale Alessandro Farnese non si fosse lamentato, con lettera agli Anziani in data 9 aprile 1559, colla quale fece intendere che con suo sommo dispiacere aveva saputo che i documenti conservati nell’Archivio del Comune erano in disordine, anche per la poca pratica delle persone adibitevi e per questo ordinò loro di eleggere un cittadino idoneo alla carica di archivista custode, salariato, e di fargli consegna con inventario di tutte le carte e stampe, coll’obbligo assoluto di non darne fuori se non per ordine degli Anziani.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

DALLA TORRE, vedi anche DELLA TORRE


Sissa 1859
Dottore e causidico, appartenne, quale deputato per il collegio di Sissa, all’Assemblea dei rappresentanti del popolo di Parma e Piacenza (7 settembre-7 novembre 1859).
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 415.

Parma 1856-1947
Medico per molti anni della Carità di Parma, al buon nome di sanitario coscienzioso (tra l’altro si meritò la medaglia al merito della sanità per la Campagna anticolerica del 1885) aggiunse quello di appassionato delle lettere e delle arti. Scrisse del tenente Sormani, che durante l’assedio del forte di Cassala comandò l’artiglieria italiana, e alla ripresa della rivista Aurea Parma, nel 1920, diede un prezioso contributo con la pubblicazione di un manoscritto universitario del Carducci, consegnatogli dalla Gargiolli che del poeta era stata intima amica. Spirito umanista, non fu soltanto un apprezzato pianista, ma della musica e della pittura fu un fine intenditore. Del suo sentimento artistico diede una prova disponendo che molte stampe del Toschi di sua proprietà passassero alla Pinacoteca della Congregazione di San Filippo Neri. Occupò varie cariche pubbliche: consigliere comunale di Parma durante l’amministrazione Lusignani, presidente del Ricovero dei Vecchi, consigliere della Banca del Monte, fondatore dell’Associazione Nazionale dei Medici condotti e amministratore della Società di Mutuo soccorso tra i medici.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 60.

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 134.

Borgo San Donnino 1535-Parma 1595
Maestro muratore e incisore, lavorò dal 1569 alla nuova torre della chiesa di San Donnino a Borgo San Donnino
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, L’arte dell’incisione, 1969.

DALL’AY MARIANNA, vedi D’ALAY MARIANNA

Parma 1846/1866
Avvocato, fu podestà di Parma dal 20 luglio 1846. Nel 1848 fu aggiunto alla Suprema Reggenza in qualità di delegato al ricevimento e alle udienze. Podestà di San Martino Sinzano per un triennio a partire dal 2 settembre 1852, fu sindaco dello stesso Comune dal 25 agosto 1859. Il 9 giugno 1859 fece parte dei trenta notabili aggregati al Consiglio Municipale di Parma. Dopo la fuga della duchessa Luisa Maria di Borbone, fu colonnello della Guardia Nazionale. Fu consigliere provinciale di Parma fino al 1866.
FONTI E BIBL.: O. Boni, Parma Nostra, Parma, 1912, 100; Almanacco di Corte per l’anno 1852, Parma, 1852; E. Casa, Parma da Maria Luigia Imperiale a Vittorio Emanuele II (1847-1860), Parma, 1901, 40; Collecchio e Sala Baganza, lettura d’ambiente, a cura di N. Rizzoli, Parma, 1979; Malacoda 9 1986, 40.

Parma ante 1500-Modena post 1533
Figlio di Antonio, residente a Modena ab infantia, è documentato come pittore tra il 1520 e il 1533. Il 25 marzo 1520 Zangirardo Cathena pictore da Modena scrisse da Roma a Borsio Bertelotti a Firenze, chiedendo appoggi per la controversia legale che si era recato a sostenere contro alcuni ebrei di Modena (Archivio di Stato di Firenze, Mediceo avanti il Principato, 118, lett. 86, in Fontina-Lunghetti, 1977). Dalla lettera risulta che il Dalle Catene sostò a Firenze e che fu in contatto con concittadini residenti a Roma, Ludovico Rangoni e Lorenzo Bergomozzi, cantore papale. A tale controversia e alla giovane convertita a cui si accenna nella lettera si potrebbe forse agganciare il successo ricordo di archivio, che è del 5 marzo 1522, quando, a Modena, Salomone ebreo versa 150 lire al Dalle Catene e alla moglie (Campori, 1855). Il 20 giugno dello stesso anno risulta impegnato a dipingere l’altare della cappella Castelvetro in San Pietro, per cui sottoscrisse ulteriore obbligo notarile il 10 novembre successivo (rogito trascritto nel Settecento da Lazarelli, ripreso da Malmusi, 1851, e Campori, 1855, controllato da Baracchi Giovanardi, 1982). Nel 1523 venne chiamato a giudicare gli affreschi di Adamo e Agostino Setti in San Lazzaro (Bertoni, 1919) e il 9 marzo dell’anno successivo ricorre come testimone di un atto notarile (Lancellotti). Il 17 agosto 1528 sottoscrisse l’impegno per la seconda sua opera nota, l’altare della cappella Beliardi, tuttora in San Pietro (Giovannini, 1985). Il 16 giugno 1533 si dichiarò debitore nei confronti di Giovanna Tassoni, a istanza del cui procuratore era stato imprigionato (Giovannini, 1985). La notizia (segnalata da Giorgio Bonsanti e Richard Sherr) che il Dalle Catene fu a Roma qualche tempo prima di eseguire la Madonna tra i Santi Luca e Giovanni Battista della cappella Castelvetro di San Pietro (1522) aiuta a inquadrare la precocità e complessità di un’opera essenziale per gli sviluppi dell’ambiente in cui maturò poi Nicolò Abbati. Gli elementi dosseschi, per quanto di precoce estrazione (tavola di Sant’Agostino a Modena, poi all’Estense), non bastano a fissare l’identità culturale dell’opera, che cade in parallelo al Begarelli, lo scultore allora esordiente, ed è informata delle medesime fonti raffaellesche e sansoviniane. Il braccio levato del Battista dipende inequivocabilmente dalla specifica formula iconografica diffusa dalla bottega di Raffaello. La chiarezza stereometrica delle figure e più in particolare il ritmo della Madonna col Bambino, derivano dal Peruzzi e non tanto dall’incisività moltiplicata del cartone bolognese del 1522, quanto dai suoi esiti più monumentali, romani. Più complesso è seguire i successivi svolgimenti del Dalle Catene. Grazie a un’assoluta coerenza morfologica e qualitativa, gli si è potuto riferire il Sant’Alberto di Sicilia posto sull’altare del Carmine nel novembre del 1530 (Ferretti, 1982). Sembrerebbe così precisarsi una traiettoria verso un naturalismo sensualmente naturalizzato, per certi aspetti alternativo all’intellettualizzante eccentricità di Dosso Dossi, ripetutamente attivo per Modena. Ma la coerenza di questo percorso viene complicata dalla seconda opera documentata, l’Assunta dell’altare Beliardi in San Pietro, che il Dalle Catene s’impegnò a consegnare per il Natale del 1528 e che era già collocata nell’aprile del 1530. I modelli begarelliani e dosseschi sono ripresi in maniera più prosciugata e purista. E l’impianto simmetrico della scena può apparire come una risposta polemica alla nuovissima spazialità dell’altare che il Correggio aveva da poco collocato nella confraternita modenese di San Sebastiano. Il tono devozionale del racconto pittorico (che diventa scioltissimo nella predella) si accosta all’Ortolano e al Garofalo. L’organizzazione della bottega potrebbe aiutare a spiegare lo scarto rispetto all’altare, immediatamente successivo, di San Biagio. Sembra possibile riconoscere (specie nel gruppo degli Angeli) la mano di quello stretto, ma assai più debole, derivato del Dalle Catene che è stato ricostruito sotto il nome convenzionale di Pittore modenese in Lucchesia (Ferretti, 1982). In tale ricostruzione l’Assunta occupò una posizione liminare, a più alta tenuta espressiva. Ma il successivo rinvenimento del documento del 1528 non autorizza a travasare tutta la serie di opere sparse tra Modena e la Lucchesia in quella che verrebbe a essere la seconda fase del Dalle Catene (Giovannini, 1985; Guandalini, 1985). Tale serie scende verso tempi in cui il Dalle Catene non risulta più documentato. E, comunque, una caduta intellettuale così marcata potrebbe spiegarsi solo attraverso informazioni a più diretta impronta biografica. Le altre attribuzioni al Dalle Catene non sono giustificate. In particolare la Crocefissione della Galleria Estense, riferitagli da Venturi (1894 e 1929), si è rivelata opera di Nicolò Abbati (Benati, 1984). Tale riconoscimento impone di ridiscutere radicalmente la corrente ricostruzione della giovinezza di Nicolò Abbati, ma l’indubbio richiamo di stilemi tipici del Dalle Catene, così come il fatto che Longhi (1934) riferisse a Nicolò Abbati il primo altare di San Pietro, confermano l’importanza del Dalle Catene per la formazione del più giovane concittadino. Al Dalle Catene è stata attribuita (Guandalini, 1985) anche la Madonna in gloria tra i Santi Pietro e Paolo della parrocchiale di Pianorso (Modena). Tale opera conferma che Dosso trovò a Modena adesioni tempestive, già attorno al 1520. Ma il rapporto del Dalle Catene con il ferrarese non appare mai così esclusivo. Potrebbe invece trattarsi di una testimonianza dello svolgimento in senso dossesco del notevole pittore dell’altare Pelumi in San Pietro.
FONTI E BIBL.: T. de’ Bianchi, detto de’ Lancellotti, Cronaca modenese (1503-1554), Parma, 1865, II, 9; Modena, Biblioteca Estense, ms., secolo XVIII: M.A. Lazarelli, Inform. del Monasterio di San Pietro di Modena, parte 2a, cc. 192, 199 (vedi anche Baracchi Giovanardi, 1984); C. Malmusi, Not. della chiesa di San Pietro in Modena, in Annuario Storico Modenese I 1851, 86 s.; A. Pezzana, Storia della città di Parma, Parma, IV, 1852, XXV s.; G. Campori, Artisti italiani e stranieri negli Stati estensi, Modena, 1855, 146 s.; C. Pini-G. Milanesi, La scrittura di artisti italiani (secoli XIV-XVII), Firenze, 1869-1876, n. 129; A. Venturi, L’arte emiliana, in Archivio Storico dell’Arte VII 1894, 102; N. Pelicelli, in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, VI, Leipzig, 1912, 184 (sub voce Catena Giov. Gerardo dalle); G. Bertoni, I pittori della chiesa di San Lazzaro, in Gazzetta dell’Emilia 19-20 ottobre 1919; Il patrimonio storico-artistico della Congregazione di carità in Modena, Modena, 1920, 31 s., n. 1; A. Venturi, Storia dell’arte italiana, IX, 4, Milano, 1929, 387-390; R. Longhi, Officina ferrarese, Firenze, 1956, 90; R. Pallucchini, I dipinti della Galleria Estense, Roma, 1945, 94 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, in Arte in Emilia, Parma, 1960, 85-87; A. Ghidiglia Quintavalle, San Pietro in Modena, Modena, 1966, 14 s., 17 s., 22, 39 s., 51, 53; C.L. Ragghianti, Pertinenze francesi del Cinquecento, in Critica d’Arte, n. 122, 1972, 56; G. Soli, Chiese di Modena, Modena, 1974, III, 116; A.M. Fontina-C. Lunghetti, Autografi dell’Archivio Mediceo avanti il Principato, Firenze, 1977, 238, tav. CXIX; M. Ferretti, Ai margini di Dosso (tre altari in San Pietro a Modena), in Ricerche di Storia dell’Arte n. 17, 1982, 61-70; O. Baracchi Giovanardi, in M.A. Lazarelli, Pitture delle chiese di Modena, Modena, 1982, 112; D. Benati, in San Pietro di Modena. Mille anni di storia e di arte, Cinisello Balsamo, 1984, 101-105; O. Baracchi Giovanardi, Regesto, in San Pietro di Modena, 1984, nn. 16 e 20; M. Ferretti, in Lanfranco e Wiligelmo. Il duomo di Modena (catalogo della mostra), Modena, 1984, 585; G. Guandalini, Il palazzo comunale di Modena, Modena, 1985, 87; C. Giovannini, Il quadro dell’Assunta di Gian Gherardo Dalle Catene nell’altare Beliardi della chiesa di San Pietro di Modena, in Millenario di San Pietro, Modena, 1985, II, 129-135; M. Ferretti, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXII, 1986, 78-79; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1792-1795, tomo III, 166; E. Scarabelli Zunti, III, c. 161; La pittura in Italia, 727-728.

Parma 1450 c.-Brescia 1529/1530
Figlio di Giacomino, fu capostipite di una famiglia di orefici di origine parmense attiva a Brescia dalla seconda metà del secolo XV alla seconda metà del XVI, i cui membri si distinsero nella produzione di croci astili da cui derivarono verosimilmente la denominazione Bernardinus de Parma dictus de le Crucibus. Nell’estimo dell’anno 1486 egli risulta abitare a Brescia nella prima quadra di San Faustino (Brescia, Biblioteca Queriniana, Archivio storico civico 196, Estimo 1486, f. 3v). Nel 1487 ricevette il saldo di pagamento del suo capolavoro, il piedistallo del reliquiario della Santissima Croce, conservato nel tesoro del Duomo vecchio di Brescia, la cui realizzazione fu deliberata dal Consiglio speciale della città il 12 agosto 1474 e dal Consiglio generale il 30 dello stesso mese (Panazza, Il tesoro, 1957, p. 19). Nel contratto stipulato il 23 marzo 1477 (Biblioteca Queriniana, Archivio storico civico, reg. 748, c. 16) il Dalle Croci si impegnò a eseguire l’opera su modello del tabernacolo, che egli stava realizzando per i frati di San Domenico, entro il mese di maggio di quello stesso anno. Iscritto alla Scuola del Santissimo Sacramento del Duomo, il Dalle Croci è nominato nel verbale della seduta del 1° maggio 1501 del consiglio generale della Scuola, in cui figura tra i membri incaricati di sovrintendere all’esecuzione dell’ancona della Confraternita, che fu affidata al pittore bresciano Vincenzo Foppa (Guerrini, 1951). Le indagini di C. Boselli hanno documentato la partecipazione del Dalle Croci alla realizzazione del sepolcro Martinengo già nella chiesa di San Cristo di Brescia (poi presso la chiesa di Santa Giulia, ex Museo cristiano). In questa impresa che comportò, per la decorazione, un’attività di bronzista, il Dalle Croci risultò impegnato dal 1503, anno in cui stipulò il contratto in data 29 maggio, fino all’8 agosto 1516 quando sottoscrisse l’impegno a finire l’opera entro diciotto mesi (Boselli, 1977, pp. 107-112). Il 4 agosto 1521 i frati minori osservanti di San Francesco del convento di San Giuseppe di Brescia concessero al Dalle Croci, sindaco del convento, l’autorizzazione a costruire a sue spese una cappella nella chiesa, la nona della navata sinistra dall’ingresso, dedicata a San Bernardo (in seguito a San Guglielmo), davanti alla quale avessero sepoltura lui e i membri della sua famiglia (Archivio di Stato di Brescia, Fondo Religione, reg. 99, ff. 69, 199; Prestini, 1978, p. 116). L’attività svolta dal Dalle Croci in qualità di procuratore dei minori osservanti di Sant’Apollonio e in seguito di sindaco del convento di San Giuseppe, incarico che egli ricoprì almeno dal 1519 all’aprile 1528, è attestata da alcuni documenti (Archivio di Stato di Brescia, Fondo Religione, reg. 99, ff. 123v, 196 s.; Frati, 1983). Il 19 luglio 1522 è registrata una vendita al Dalle Croci da parte di fra’ Onorio, sindaco e procuratore dei frati di San Domenico, di una croce e di un calice con patena d’argento dorato. Per erronea trascrizione dal manoscritto di P. Nassino da parte di A. Valentini (1882, p. 34 n. 1), si è tramandata, ripetuta in tutta la bibliografia successiva, la data 6 giugno 1528 come data della morte del Dalle Croci. Nel sopracitato manoscritto in verità si ricorda che il 6 luglio 1528 il Dalle Croci acquistò un terreno e che un suo figlio (forse Gian Francesco) fu ucciso da Giovan Giacomo Savallo. La morte del Dalle Croci deve essere avvenuta tra il 1529 e il 1530, se in un documento del 7 gennaio 1531 risulta essere già morto (Boselli, 1977, p. 110). La fama del Dalle Croci è legata soprattutto al piedistallo del reliquiario della Santissima Croce del tesoro del Duomo vecchio di Brescia recante la sua firma e terminato nel 1487, anno in cui egli fu saldato con il denaro ricavato dalla vendita dell’argenteria lasciata per la Fabbrica del Duomo dal vescovo D. Dominici (cfr. C. Pasero, in Storia di Brescia, II, p. 196 n. 16. È errato il nome del vescovo D. Bollani, morto quasi un secolo dopo, in Panazza, 1957). Solo nel 1533 fu eseguita la parte superiore del prezioso reliquiario, la teca vera e propria in forma di doppia croce, opera dell’orefice bresciano Giovanni Maria Mondella. Il piedistallo (cm 28x21,5) è d’argento fuso e dorato, impreziosito da ornati a filigrana su sfondi di smalto verde e azzurro. Esso si articola come un tempietto ottagono a due piani sulle cui superfici si distende una ricca ed esuberante decorazione, caratteristica del gusto lombardo protorinascimentale (Peroni, 1964, p. 743) e rivela tutta la sua modernità di impostazione se confrontato con la coeva croce dei milanesi A. Pozzi e A. Sacchi per il Duomo di Cremona o con l’ostensorio del Duomo di Lodi. I piedi del basamento, anch’esso ottagonale, in forma di delfini trattenenti nelle fauci una palla, sono probabilmente, secondo un’ipotesi avanzata da Panazza (Il tesoro, 1958, p. 21), un’aggiunta posteriore del 1517. L’opera è stata messa in relazione, per affinità stilistiche, con il reliquiario delle Santissime Spine, anch’esso conservato nel tesoro del Duomo vecchio di Brescia ma proveniente da Santa Giulia (Morassi, 1939, pp. 192 s.; Panazza, Il tesoro, 1958, p. 33 n. 38) e con la croce-reliquiario di San Faustino Maggiore di Brescia (proveniente da Santa Giulia; Morassi, 1939, p. 224; Panazza, 1956, pp. 33, 34 n. 39). Esposto alla Mostra d’arte sacra in Duomo vecchio a Brescia nel 1904 (cfr. catalogo), il reliquiario della Santissima Croce fu restaurato nel 1957 (Masetti Zannini, 1957).
FONTI E BIBL.: Brescia, Biblioteca Queriniana, Archivio storico civico 196, Estimo 1486, f. 3v; Biblioteca Queriniana, ms. C I 15: P. Nassino, Registro di molte cose seguite, f. 130; Archivio di Stato di Brescia, Fondo Religione, reg. 99, ff. 69, 99, 123v, 196 s., 199; A. Valentini, Le Santissime Croci di Brescia illustrate, Brescia, 1882, 31, 34; Esposizione bresciana 1904. Catalogo illustrato delle Sezione arte sacra, Brescia, 1904, 99 s. (recensione di A. Venturi, in L’Arte V 1904, 323); A. Ugoletti, Brescia, Bergamo, 1909, 112 s.; P. Guerrini, Il tesoro delle Sante Croci nella storia e nell’arte, Brescia, 1924, 22; P. Guerrini, Oreficerie sacre medievali delle chiese di Brescia, estratto da Per l’Arte Sacra, I 1925, pagine non numerate; P. Guerrini, Memorie costantiniane e il culto della croce e della passione a Brescia attraverso i tempi, in Memorie storiche delle diocesi di Brescia, V, 1934, 24; R. Putelli, Vita, storia ed arte bresciana nei secoli XIII-XVIII, III, Breno, 1937, 140 s.; A. Morassi, Catalogo delle cose d’arte e d’antichità d’Italia-Brescia, Roma, 1939, 191 ss.; P. Guerrini, La scuola del duomo. Notizie inedite sugli artisti bresciani che vi appartennero, in Memorie storiche delle diocesi di Brescia, XVIII, 1951, 36 s.; A. Masetti Zannini, Reliquiario della Santa Croce della cattedrale di Brescia, in Memorie storiche della diocesi di Brescia, XXIV, 1957, 56; G. Panazza, Il tesoro delle Santissime Croci nel duomo vecchio di Brescia (estratto da Commentari dell’Ateneo di Brescia, 1957), Brescia, 1958, 19, 30 e n. 32, 33 s. e nn. 38, 39; G. Panazza, Brescia città d’arte, Milano, 1958, 15; A. Peroni, L’oreficeria, in Storia di Brescia, III, Milano, 1964, 732-746; Mostra del restauro (catalogo), a cura di F. Mazzini, Breno, 1966, scheda n. 15; L. Vannini, Brescia nella storia e nell’arte, Brescia, 1971, 159; C. Boselli, Regesto artistico dei notai roganti in Brescia dall’anno 1500 all’anno 1560, supplemento ai Commentari dell’Ateneo di Brescia 1976, I, Brescia, 1977, 107-112; R. Prestini, Storia e arte nel convento di San Giuseppe in Brescia, Bornato, 1978, 116-118; G. Vezzoli, Il duomo nuovo e il duomo vecchio di Brescia. Guida alla cattedrale, Brescia, 1980, 56; V. Frati, Gli osservanti a Brescia e la fondazione del convento di San Giuseppe, in Il francescanesimo in Lombardia, Milano, 1983, 437, 441 n. 4; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, VIII, 140 s.; Enciclopedia bresciana, III, 97 s. (sub voce Croci, Bernardino); R. Massa, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXII, 1986, 79-82.


Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 60.

DALLE PURGHE GIULIO, vedi ORLANDINI GIULIO

DALL’ERBETTE FILIPPO, vedi MAZZOLA FILIPPO

DALLE TOVAGLIE GIOVANNINO, vedi DELLE TOVAGLIE GIOVANNINO

Parma o Como-Parma agosto 1446
Orefice, figlio di Giovanolo, ricordato in due atti notarili: 26 Agosto 1446, si rileva dall’atto di tutela dei figli di Abondio e dal successivo Inventario dei beni stabili e mobili lasciati al giorno della morte di esso Abbondio seguita nel 1446 ch’egli professava col fratello Cristoforo oreficeria, e fors’anche con credito poiché si trova fatta menzione di lavori fatti da lui per Communità e persone di rilevanza. Infatti sappiamo aver lavorato calici per la chiese de’ frati minori di S. Francesco in Parma, per S. Michele del Pertuso, per la chiesa di Urzano, e per il Battistero, reliquari per S. Moderanno di Berceto, per la Badessa di S. Quintino, per le suore di S. Donnino e per le Dame Primicerie; una coppa col piede tutto d’argento per S. Michele suddetto, e cesellato e smaltato un’elmetto d’argento a certo Basgel de Basgeler alemanno. Ebbe in moglie Leonarda di Arcangelo da Palude, con dote di 400 lire imperiali, che gli sopravisse, ma costei era forse la seconda, dopo che si trova fatto menzione in detto Inventario che doveva restituire la dote della defunta Lazzarina Burali. Oltre al ricordato Cristoforo fratel suo e compagno nell’arte eravi un terzo fratello sacerdote chiamato Don Martino, e cinque erano i figli d’Abbondio superstiti, e così Tommaso maggiorenne ma de annis viginti quinque per orbem vagante forse figlio di Lazzarina, Antonio laico, Giovanni in sacerdotio constituto maggiori di 18 e minori di 25, e le sorelle Lucrezia e Caterina non dotatis dal padre loro per cui si doveva nella eredità di esso Abbondio computarvi la dote loro quando si maritassero, ovvero si votassero in qualche monastero (l’Atto indicato porta la data del 26 agosto 1446 e fu ricevuto dal notaio parmense Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma). Abbondio, Cristoforo e Martino furono figli di Giovanolo Dallevacche, oriundo forse di Milano (in altro rogito del 9 agosto del 1446 si dice oriundo di Como). Questi fratelli abitarono nella vicinia di San Giovanni pro burgo de medio ed ebbero la bottega in proprietà nella vicinia di San Vitale.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 25; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 177.

DALLEVACCHE ABONDIO, vedi DALLEVACCHE ABBONDIO

Parma o Como-post 1446
Figlio di Giovanolo, oriundo di Como. Orefice, aiuto del fratello Abbondio, è ricordato in un atto notarile del 26 agosto 1446. Professò la sua arte con credito. Assieme al fratello lavorò calici per le chiese dei Frati Minori di San Francesco in Parma, per San Michele del Pertugio, per la chiesa di Urzano e per il Battistero di Parma, reliquiari per San Moderanno di Berceto, per la badessa di San Quintino, per le suore di San Donnino e per le dame primicerie, una coppa col piedistallo d’argento per San Michele del Pertugio e un elmetto d’argento cesellato e smaltato per Basgel de Basgeler, tedesco. Abitò nella vicinia di San Giovanni in Parma ed ebbe bottega assieme ad Abbondio nella vicinia di San Vitale.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 25; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 177.

Borgo San Donnino 1639
Fu organista nella Cattedrale di Borgo San Donnino nell’anno 1639.
FONTI E BIBL.: A. Aimi, in Il Risveglio 8 1974.


Parma 1682/1729
Tipografo, stampò in società con Ippolito Rosati dal 1682 almeno fino al 1693, con probabili interruzioni. Nel Ristretto overo breve discorso sopra le regole di Canto Fermo di Maurizio Zapata del 1682 compare ancora la marca dei Viotti, a pagina 3. Nelle Observationes Theologicae Morales di Raimondo Lumbier edito a Barcinonae et Parmae, col frontespizio stampato a due colori, la marca dei Viotti si trova alla fine dell’opera, a pagina 479, prima dell’indice: evidentemente i Viotti, infastiditi dalla scorrettezza degli appaltatori precedenti, avevano affittato la propria impresa ad altri. Tra le edizioni di questa società sono: Dio, sonetti ed inni di Francesco De Lemene (1684), un’opera di F. Birago (1686), il Giornale de’ Letterati di Benedetto Bacchini (1686-1690), la Miscellanea Italica Erudita di Gaudenzio Roberti (1690-1692), continuata fino alla cessazione del periodico dai soli Ippolito e Francesco Maria Rosati, l’Ex Pandectis et codices celebriores di Tommaso Saladini del 1687 e il ricchissimo repertorio bibliografico giuridico di Agostino Fontana intitolato Amphitheatrum legale del 1688. Nello stesso anno Ippolito Rosati pubblicò Helenae Lucretiae (Quae & Scholastica) Corneliae Piscopiae virginis pietate e nel 1691 le Tavole di Fortificazione del signore di Vauban in società con Francesco Maria Rosati: dei due si conoscono edizioni fino al 1694, tra le quali G. Roberti (1692) e M. Galli (1694). Dai torchi di Ippolito Rosati e fratelli col Dall’Oglio vennero stampati libri di F. Bordoni (1691) e G.P. Sacco (1693). Dalla ex typographia Octavii Rosati venne stampato, nel 1700, Georgicorum libri III, Miscellaneorum liber I del parmense Tommaso Ravasini: il volumetto contiene diverse altre liriche del poeta, ciascuna presentata con un proprio frontespizio. Dalla stamperia del Dall’Oglio uscirono ancora opere di V. Zani (1691), A. Foresti (1711) e in seguito la Instructio practica de officio parochorum, edita a Salisburgi & Parmae nel 1721 e Oratio habita in aede Sancti Angeli di Giovanni Antonio Bianchi, edita a Mediolani & Parmae nel 1729.
FONTI E BIBL.: Dizionario editori musicali, 1958, 55; Enciclopedia della stampa, 1969, 235; Al Pont äd Mez 1996, 21.

DALL’OGLIO IGNAZIO, vedi DALL’OLIO PIETRO

Parma 27 dicembre 1886-La Spezia 10 febbraio 1955
Allievo del Conservatorio di Parma, studiò violino con Lodovico Mantovani. Completò gli studi con Mario Corti, del quale fu poi sostituto nell’insegnamento privato. Conseguì nel 1908 il titolo di professore di violino, con brillante votazione, nel Liceo Martini di Bologna. Per vari anni fu primo violino nell’orchestra del Regio Teatro di Parma e nei concerti sinfonici diretti dai maestri Tebaldini, Zanella, Fano, Zuelli e altri. Nel 1912 riuscì tra i primi nella graduatoria per il concorso di direttore e insegnante di violino nella Scuola Musicale di Udine e l’anno dopo vinse il concorso di maestro di violino nella Scuola Comunale di Musica di La Spezia, coprendo il posto fino alla chiusura dell’Istituto. Impiantò allora a La Spezia una Scuola di violino e altri rami musicali. Nel 1938 fu direttore e insegnante nella Scuola musicale del Dopolavoro Comunale di Sarzana. Musicò l’operetta in tre atti È l’amore che trionfa (libretto di D. Pirani), per violino e pianoforte il Capriccio (ediz. Carboni, Parma) e musica per quartetto d’archi. Pubblicò Il Setticlavio in 20 Esercizi difficili di Solfeggio parlato (1931, Bongiovanni).
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 797.

DALL’OLIO GIUSEPPE, vedi DALL’OGLIO GIUSEPPE

Castell’Arquato 1827-Parma 1908
Sottufficiale nell’esercito parmense, nel 1848 passò nell’esercito sardo e fece le campagne del 1848-1849, ottenendo la nomina a sottotenente di fanteria. Nella campagna del 1859 ebbe il grado di colonnello. Partecipò ancora alla campagna del 1866. Comandò poi gli stabilimenti militari di pena. Collocato in posizione ausiliaria nel 1889, fu promosso maggiore generale nella riserva nel 1894. Fu insignito della Commenda della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, Milano, s.a.; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; Gazzetta di Parma 9 marzo 1908; L. Mensi, Appendice, alla voce; R. Delfanti, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 92-93; A. Ribera, Combattenti, 1943, 155.

Parma 1887/1888
Litografo, lavorò alle riproduzioni fotografiche in qualità di operatore e di stampatore presso la casa editrice Battei di Parma. Il Dall’Olio vinse una medaglia d’oro all’Esposizione Industriale e Scientifica di Parma (settembre-ottobre 1887) nella sezione arti grafiche, riproduzioni di dipinti e fotografie di monumenti. Ebbe un proprio stabilimento litografico in Parma e nel 1888 stampò Un’ode d’Orazio musicata a norma di prosodia del Ronchini.
FONTI E BIBL.: Dizionario editori musicali, 1958, 56; R. Rosati, Fotografi, 1990, 179.

San Secondo 6 gennaio 1821-Borgo San Donnino 26 maggio 1906
Vestì l’abito cappuccino a Borgo San Donnino a diciassette anni (11 maggio 1838). Religioso di profonda pietà e grande carità, seppe profondere le sue doti nel ministero pastorale come superiore, predicatore, confessore e ricercato direttore di coscienze. Fu inoltre fabbriciere, guardiano (1902) a Vignola, Novellara, Piacenza, Scandiano e Parma, definitore (1869-1893) e ministro provinciale (1896). Ebbe, tra gli altri, sotto la sua guida spirituale l’amico monsignor Andrea Ferrari, rettore del seminario parmense. Quando ai moti mazziniani, scoppiati a Parma il 22 luglio 1854, seguì la dura reazione del governo borbonico, fu il Dall’Olio ad assistere e confortare i patrioti condannati a morte (5 agosto 1854). Per quarantaquattro anni, quasi ininterrottamente, fu superiore nei principali conventi dell’Emilia. Volle la Curia nel convento di Parma, di cui fu benemerito. Morì nel convento di Borgo San Donnino, per la cui erezione si era battuto.
FONTI E BIBL.: Omaggio per il 60° anniversario di religione del M.R.P. Ignazio da San Secondo, Ministro Provinciale dei Cappuccini della Provincia Parmense, 11 maggio 1898, Modena, Tipografia Pontificia e Arcivescovile Immacolata Concezione, 1898; Anal. Ord., XVIII, 1902, 263-264; FF, X, 1932, 135-136; F. da Mareto, Biblioteca cappuccini, 1951, 286; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 319; Ausiliatrice 3/4 1965, 3; E. Massa, L’Almanacco Parmense, Strenna, 1927, 254; F. da Mareto, Bibliografia, 1974, 574.

Poviglio 1839-
Fu pittore e fotografo. Frequentò la scuola di disegno elementare e di disegno superiore presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, lavorando anche come stampatore per riproduzioni di dipinti e monumenti presso la Casa Editrice Battei. Vinse una medaglia d’oro all’Esposizione Industriale e Scientifica di Parma nel 1887 e nel 1888 gli viene concesso dal Ministero il permesso di fotografare le opere del Correggio. Il Dall’Olio s’innesta nella tradizione del gruppo di artisti nati nella Bassa parmense, come Claudio Salvatore Balzari, Giuseppe Boccaccio, Giuseppe Alinovi e il figurinista Alfredo Edel. Le notizie biografiche sul Dall’Olio risultano soltanto dalla documentazione d’archivio dell’Accademia parmense. Un suo dipinto, eseguito con tecnica rapida e contemporaneamente accurata, Veduta del torrente Parma da ponte Dattaro (Pinacoteca di Parma) fu esposto nel 1995 nella mostra La città latente, presso il Palazzo della Pilotta. La mostra offrì una visione della Parma scomparsa attraverso dipinti con nostalgico ritorno a forme ottocentesche, con vedute paesaggistiche di accesa luminosità e intensità di toni. L’opera del Dall’Olio venne ripresa dal vero al ponte Dattaro in una splendida giornata che contribuì a creare luci e riflessi che esaltano tutti i particolari nel gruppo di case lungo il tranquillo torrente in primo piano. Le abitazioni, difese da un muro, rievocano tutta la loro storia, con precisi riferimenti realistici: ombre proprie e portate, luci calibrate e diffuse. Sulla sinistra del dipinto si apre una vasta campagna che si perde fino alle lontane colline e al correre di bianche nubi. Il dipinto Veduta del torrente Parma da ponte Dattaro contribuì a fargli vincere il primo premio al concorso di paesaggio nel 1867. Egli ebbe vari riconoscimenti come pittore di interni per aver lavorato nel Teatro Farnese di Parma e aver dimostrato abilità di litografo e fotografo (Stefania Colla, La città latente, 1995). Non risultando dipinti presso altri musei di provincia, il Dall’Olio sfugge ai controlli della critica ed è ignorato dal pubblico.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Reale Galleria di Parma, 1896; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, 25, 1931; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 898; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 19 luglio 1999, 5.

Borgo San Donnino 1831
Già cadetto nel reggimento Maria Luigia di Parma, durante i moti del 1831 attentò, essendo colle guardie nazionali a Borgo S. Donnino, alla vita del Cavalier Furlotti maestro di posta perché questi, sempre fedele a S.M., non volle accettare alcun comando dei ribelli e non s’indusse che forzatamente a portare la coccarda. Fu inquisito ma non risultò colpevole. Fu comunque sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmense 1937, 163.

DAL MASTRO LUIGI, vedi DAL MAESTRO LUIGI

DAL PIZZO LUCA, vedi PIZZO LUCA

Parma seconda metà del XV secolo
Ingegnere idraulico attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 133.

Contignaco prima metà del XV secolo-Milano 1490
Detto il Puteolano. Nacque da Melchiorre, che aveva ottenuto la cittadinanza di Parma da Francesco Sforza duca di Milano, come risulta da un documento del 1477. Il Dal Pozzo compì gli studi umanistici a Milano, ma mancano ragguagli sui maestri e sugli indirizzi delle scuole da lui frequentate. È infatti quasi certamente infondata la notizia tramandata dal Sassi e dal Poggiali, secondo la quale sarebbe stato allievo di Gabriello Paveri Fontana, che più tardi gli fu invece rivale. Alla Corte degli Sforza dovette acquistare quella rinomanza nel campo degli studi classici che nel 1467 gli fece ottenere da Giovanni Bentivoglio, marito di Ginevra Sforza, l’incarico di lettore di retorica e poesia presso lo Studio di Bologna. Il soggiorno in questa città, durato fino al 1477, fu reso agevole dall’amicizia di questo Signore, che gli offrì ospitalità e gli affidò il delicato compito dell’educazione dei figli. Il Bentivoglio testimoniò in vario modo gratitudine per l’opera intrapresa dal Dal Pozzo. Nel 1472 (con lettera del 19 settembre a  Galeazzo Maria Sforza) chiese per il suo protetto i benefici della chiesa maggiore di Parma e della pieve di Santa Eulalia rimasti temporaneamente vacanti, descrivendo le benemerenze di studioso e precettore del Dal Pozzo. Ma invano rinnovò poi la sua richiesta in una successiva lettera a Cicco Simonetta, del 14 ottobre 1472 (Ady, p. 5). Il Dal Pozzo, tuttavia, risulta ammesso nel 1474 agli ordini minori della carriera ecclesiastica e al godimento di un cospicuo beneficio nella Diocesi di Parma, che gli consentì di mantenere convenientemente il padre e gli otto fratelli. La preoccupazione di assicurargli la sicurezza economica è certamente il segno della benevolenza del Bentivoglio per l’azione da lui condotta nella promozione degli studi umanistici a Bologna. Desideroso in quei primi anni di Signoria di far primeggiare la sua Corte e di riportare la città allo splendore di un tempo, il Bentivoglio lo utilizzò come un vero e proprio funzionario di Corte e si avvalse della sua collaborazione per restituire l’Università alla sua centralità nella vita culturale cittadina. Tutte le testimonianze dei contemporanei, infatti, concordano nel segnalare il Dal Pozzo come un letterato prestigioso, un commentatore attento dei testi, un maestro di notevole efficacia, capace di fornire un moderno metodo filologico agli allievi. Egli ridonò prestigio con varie iniziative alla ricerca umanistica, tanto che alla sua dottrina si richiamò nelle sue Annotationes Filippo Beroaldo il Vecchio, che gli fu successore nello Studio bolognese e lodò l’autorevolezza del suo insegnamento anche in altre opere (dai Commentarii in Propertium, all’Oratio proverbiorum, ai Commentarii su Apuleio). Il Beroaldo sottolinea il valore soprattutto morale di quella lezione, che gli servì come stimolo per un sempre più impegnativo cimento intellettuale e come esempio da emulare e superare: Ego quantum ad me attinet connixus sum pro viribus dies noctesque incudem hanc litterariam tundendo ne praeceptore meo Francisco Puteolano homine, ut tunc tempora ferebant, eloquentissimo eruditissimoque deterior neve minor existerem (Oratio proverbiorum, Bononiae, 1499). Il Dal Pozzo, del resto, non si chiuse mai, come tanti umanisti contemporanei, in un culto per il passato che volentieri degenerava in rifiuto dell’età presente. Il Dal Pozzo concepì lo studio dell’antichità indivisibile dalla comprensione della vita del proprio tempo, tanto da rivelare attenzione per gli studi giuridici sempre fulgidi a Bologna (lettera a A. Tuvato, in A. Imolensis cognamento Tartagni Commentarii in secundi Digesti veteris partem, Bononiae, 1473). La fama dello studioso fu, inoltre, costantemente accompagnata dall’elogio del letterato squisito. Non è possibile tuttavia ricostruire le tappe della sua carriera poetica, perché le lodi del suo talento di rimatore in volgare e in latino non sono suffragate da un esame della produzione e dei suoi caratteri. Il Gozzardini segnala solo la composizione di parecchie ottave per le nozze di Guido Pepoli con Bernardina, detta Isotta Rangoni nel 1475. L’Affò (1791) nel catalogo delle opere non può che deplorare l’oblio che circonda i Carmina e si limita altresì ad attribuire al Dal Pozzo delle Rime volgari in lode di amici. Documento di questa sommersa attività lirica è forse il Trionfo d’amore della Biblioteca nazionale Marciana di Venezia (manoscritti italiani, cl. IX, 58), scoperto e pubblicato da V. Cian (Un nuovo trionfo d’amore di Gianfrancesco Puteolano, Pisa, 1904), che lo ascrive, per la grande inesperienza d’arte, al periodo giovanile, pur se non può proporre una plausibile datazione. Il Trionfo è diviso in due capitoli ternari, o canti, di circa duecento versi ciascuno. Il poeta attinse dalla Commedia dantesca e dai Trionfi del Petrarca l’impianto narrativo, mentre derivò dal Dittamondo le notizie di carattere geografico. La stilizzazione letteraria impedisce l’identificazione della donna cantata ma non è improbabile che la sua presenza abbia solo un valore simbolico. Il poeta svolge infatti in prima persona il tema dello smarrimento nel regno del piacere, a cui fa seguito la redenzione conquistata attraverso il viaggio nei cieli sotto la guida di Apollo, che lo conduce infine in Siria, al cospetto della sua dea. Il canto è irto di sovrasensi allegorici e richiami mitologici e rivela più la preparazione scolastica che ben definiti orientamenti di scrittura. La fama del Dal Pozzo è però legata all’azione da lui svolta per la diffusione della stampa a Bologna e in altre città, un’azione che affiancò e integrò costantemente l’insegnamento accademico. Già prima del suo intervento circolavano a Bologna opere a stampa, impresse presumibilmente con caratteri rudimentali. Ma fu merito del Dal Pozzo l’avere utilizzato la nuova invenzione per opere che richiedevano grande impegno ecdotico e che venivano perciò destinate all’esigente pubblico universitario. Il 25 ottobre 1470, assieme a Baldassarre Azzoguidi e allo stampatore padovano Annibale Malpigli, fondò (per la durata di due anni) una società tipografica, la prima anche tra le numerose della sua carriera. Discordi sono i pareri sul ruolo svolto dal Del Pozzo all’interno della società. A. Sorbelli (1909) attribuisce tutti i meriti dell’impresa a B. Azzoguidi, limitando il contributo del Dal Pozzo alla semplice consulenza sulla scelta delle opere e del testo da stampare. L. Sighinolfi (1914), invece, considera decisivo l’intervento del Dal Pozzo, che fornì tutta la sua competenza di studioso per la revisione e l’edizione dei testi e si incaricò di diffonderli tra gli scolari attraverso la lettura e i commenti da lui tenuti nel pubblico Studio. L’ipotesi del Sighinolfi è convalidata dal fatto che la partecipazione del Dal Pozzo alle realizzazioni editoriali della società risulta determinante nell’unico lavoro noto tra quanti quel sodalizio produsse: l’editio princeps dell’opera di Ovidio, apparsa nel 1471 (Ovidii Opera a Francisco Puteolano recognita, Bononiae, B. Azzoguidi, 1471). Il lavoro è il risultato di intense fatiche filologiche ed erudite e il Dal Pozzo premise a quest’assai pregevole edizione un profilo della vita e delle opere del poeta (Franciscus Puteolanus Parmensis ad Fr. Gonzagam cardinalem de ortu et vita P. Ovidii Nasonis ac eius operibus), che connota l’importanza del suo apporto scientifico. Mancano le indicazioni tipografiche in molti dei lavori successivi, allestiti con altri gruppi editoriali. L’Affò (1791, II, p. 294) segnala che nel 1473 fece stampare dal lionese Stefano Corallo un’edizione dei Catulli Epigrammata, et Statii Sylvae, in III milibus locis emendatam rispetto alla precedente edizione veneziana. Al 1475 si fa risalire l’impegnativa pubblicazione (editio Puteolana) dell’opera di Tacito, ammirata dai successivi studiosi e ritenuta fondamentale dal Brotier (Tacitum autem nemo melius novit, verius expressit). L’opera, ripubblicata postuma a Venezia nel 1497, era preceduta da una lettera dedicatoria al munifico protettore Iacopo Antiquari, in cui il Dal Pozzo confessa di aver ricevuto la collaborazione di B. Lanterio (Multis vigiliis intensissimoque studio recognitam, adiuvante Bernardino Lanterio, omnium Mediolanensium eruditissimo) e ciò potrebbe farne spostare la datazione al periodo milanese (intorno al 1485). L’edizione (Historiae Augustae lib. XI usque ad XXI Actionum Diurnalium. Iulii Agricolae Vita. Dialogus de Oratoribus antiquis. Libellus de moribus et populis Germaniae) considera come una unica opera la produzione storiografica di Tacito e manca delle aggiunte (Libri quinque noviter editi) introdotte nell’edizione del 1515 da Beroaldo il Giovane, il quale mostra di tenerla in notevole considerazione, tanto da riprodurla quasi fedelmente. Il Dal Pozzo rivelò grande ammirazione per l’opera di Tacito, di cui apprezzò soprattutto gli aspetti stilistico-formali (eloquentia, mirum acumen, artificiosa varietas, immensa iucunditas) che vennero significativamente esaltati in un’età di dominante ciceronianesimo: In contionibus Livio quoque anteferendus ita dein verbis aptus et pressus, ut nescias utrum res oratione, an verba sententiis illustrentur. L’opera del Dal Pozzo fu incisiva in tutti i settori dell’istruzione: nell’aprile del 1473 costituì, insieme con Giovanni Calpurnio da Brescia, una società per l’istituzione di una scuola di ludi litterari, destinata all’insegnamento privato. Ma è sempre nel campo editoriale che essa appare più fervida. Dopo lo scioglimento della società con l’Azzoguidi e il Malpigli, il Dal Pozzo rimase al centro delle iniziative legate alla diffusione libraria, impegnato anche nel traffico delle opere a stampa, che dopo il 1470 a Bologna si andarono copiosamente pubblicando. Nel 1474 stipulò un contratto con T. Crivelli per la pubblicazione di mappamondi a stampa. Nello stesso anno stipendiò lo stampatore bolognese Pietro Torelli per fondare una tipografia e Parma. Nel 1475 o nell’anno successivo fu impegnato insieme con Carlo Visconti, Sigismondo e Luigi de’ Libri nella costituzione di una nuova società tipografica, che fu operosa per circa un decennio, ben oltre la stessa permanenza del Dal Pozzo a Bologna. Intano la crescita disordinata di numerose iniziative tipografiche fece scadere la qualità delle edizioni, oltre a esorbitare le stesse richieste di mercato. Anche il sodalizio del Dal Pozzo risentì i contraccolpi della inevitabile crisi e forse in questa circostanza egli fu benignamente soccorso da Jacopo Antiquari (subiectis humeris ab imminenti exitio subduxisti), che patrocinò il suo ritorno nell’ambiente della Signoria milanese, con cui il Dal Pozzo non aveva mai interrotto i rapporti. Nel 1476 compose un epicedio per la morte di Galeazzo Maria Sforza, trucidato in una congiura, e si conquistò la simpatia e la protezione del segretario ducale Cicco Simonetta, uomo di fiducia della duchessa Bona. Nel 1477 appare partecipe delle lotte di fazione che sconvolsero Parma dopo l’uccisione del Duca: egli mostrò di parteggiare per i Rossi contro gli esponenti delle altre famiglie rivali coalizzate e approvò, infine, l’intervento di Iacopo Bonarelli di Ancona che, nominato podestà, riportò la pace nella città. Dopo il 1477 il Dal Pozzo si trasferì a Milano dove, grazie al favore del Simonetta, tenne incarico di insegnamento, affiancando Bartolomeo da Cremona e Gabriello Paveri Fontana, ai quali si aggiunse successivamente Giorgio Merula. La sua fortuna appare condizionata dai burrascosi avvenimenti che turbarono la stabilità politica di Milano. Dopo la morte del Simonetta, giustiziato nel 1480, il Dal Pozzo riuscì a ingraziarsi il Moro ma venne in seguito scacciato quando divenne amico di Antonio Tassino, assai influente presso la Duchessa. Per intercessione di Vitaliano Borromeo e Iacopo Antiquari venne tuttavia riammesso a Milano e celebrò la riconquistata stima del suo Signore con un’orazione gratulatoria Ad Illustrissimum, ac moderatissimum Principem Ludovicum Sphortiam, premessa al De rebus gestis Francisci Sphortiae di G. Simonetta. Tali avvenimenti ebbero anche vasta ripercussione sulla carriera del Dal Pozzo. Egli fu diviso da aspra rivalità con il Paveri Fontana, che era stato rimosso dal suo incarico per le sue simpatie verso il Moro, quando questi non era ancora Signore di Milano. Il Paveri Fontana cercò di vendicarsi con l’arma della diffamazione, accusando il Dal Pozzo di ignoranza e di volubilità. Un documento, che risale al 1481 (In Georgium Merlanum seu Merulam Invectiva), presenta il Dal Pozzo come uno spregiudicato amministratore della sua fortuna politica, che si preoccupa opportunisticamente di rovesciare le lodi per l’infelice Simonetta (Cichus erat cacus, Schirron, saevusque Procustes, Impius, Immanis, nequam, Patriaeque ruina), allorché questi venne decapitato. Ma è soprattutto sul piano professionale che il Paveri Fontana fa un ritratto oltraggioso del Dal Pozzo, rappresentato come disinvolto filologo che, nel suo enfatico commento dei testi (Romanorum vitam, resque gestas Imperatorum reboans interpretatur), supera le difficoltà eliminandole (agilis saltator). Ma queste ingiurie sono scarsamente attendibili. Proprio nel periodo milanese, infatti, il Dal Pozzo pubblicò i Panegyrici veterum, la cui edizione (che contiene anche l’Agricola di Tacito e alcuni frammenti del Satyricon), il Sassi colloca nel 1482 (Mediolani, A. Zarotto), e, successivamente (Venetiis, C. de Pensis, 1484), i Rhetoricorum libri tres di Fortunaziano (seguiti dal Computus Dionysii Halicarnassei e da varie traduzioni dal greco in latino di Teodoro Gaza), dedicati ancora a Iacopo Antiquari. Negli ultimi anni della sua vita il Dal Pozzo godette del favore incondizionato del Moro. Questi lo inviò infatti come ambasciatore presso papa Innocenzo VIII, latore di un suo messaggio. E anche il Pontefice, del quale era stato ospite il fratello Paolo da poco scomparso, apprezzò la dottrina del Dal Pozzo e gli mostrò più tardi la sua benevolenza, concedendogli il beneficio dell’abbazia di Tolla nel Piacentino. Il Dal Pozzo fu insignito della cittadinanza milanese, forse come ricompensa per questa ambasceria. Lo stato degli studi e l’esiguità delle opere pervenute non permettono di formulare un articolato giudizio sull’attività letteraria del Dal Pozzo. Mentre, infatti, è sufficientemente documentato il suo impegno nella diffusione di opere a stampa e nell’edizione di classici, quasi ignota è la sua produzione poetica, la cui perdita è motivo di rammarico anche per critici non recenti. Ben scarso contributo alla comprensione di questa attività possono dare i distici latini riportati dall’Affò, che celebrano l’avvento della pace in Parma sotto gli auspici del Bonarello (Sed tu sed prohibes Bonarelle, urbique cadenti. Succurris Parmae conditor, atque parens. Pax redit, atque astraea sibi iam reddita Parma est Praeside te: nuper spurca cloaca fuit). Restano invece come indiretta testimonianza del suo valore il paragone, umanisticamente iperbolico, con Omero di Antonio Codro Urceo (Si quisquam magno vates aequandus Homero est. Is nisi Franciscus credite nullus erit) e l’elogio funebre di Lancino Curti, riportato anch’esso dall’Affò (p. 301): Qui sensibus Vatum imbuit iuventutem, Vero sacerdos Numini resacratus. Il Tiraboschi riferisce che gli venne anche conferita la laurea poetica. I suoi estimatori infine lo chiamarono con l’appellativo di poetone (a cui solo il malevolo Paveri Fontana preferì attribuire un significato dispregiativo). Al di là tuttavia di questi riconoscimenti ufficiali, assicurarono al Dal Pozzo un rango negli studi filologici del tempo le edizioni di Ovidio e di Tacito. E forse discendono da questi meriti le attestazioni di stima di grandi umanisti come il Poliziano (che nell’epistola del 1° dicembre 1489 chiede a Girolamo Donato di salutarlo) e Pico della Mirandola, nonché la rilevanza degli influssi che egli esercitò su vari discepoli come Mino Rossi e Beroaldo il Vecchio, che gli fu sempre prodigo di lodi e di devota riconoscenza. Un elenco delle opere del Dal Pozzo si trova nelle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani di I. Affò (II, pp. 303-317).
FONTI E BIBL.: Bologna, Biblioteca comunale, ms. B. 1317: B. Monti, Tipografia bolognese, passim; R. Pico, Appendice de’ vari soggetti parmigiani. Aggiunte, Parma, 1642, 161 s.; M. Maittaire, Annales typographici ab artis inventae origine ad a. MD, Londini, 1719, 381; G.A. Sassi, Historia literario-typographica Mediolanensis, Mediolani, 1745, coll. CCXXXVII-CCXL e ad Indicem; C. Poggiali, Memorie per la storia letteraria piacentina, Piacenza, 1789, I, 41-44; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 292-303; I. Affò, Saggio di memorie su la tipografia parmense, Parma, 1791, pp. XXVII, LVI; G.B. Audiffredi, Specimen historico-criticum edit. Italic. saec. XV, Romae, 1794,14,21; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Venezia, 1823, VI/5, 1391-1394; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani continuate da A. Pezzana, VI/2, Parma, 1817, 220-230, 353,947; G. Gozzardini, Memorie per la vita di Giovanni II Bentivoglio, Bologna, 1839, 175; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 525 s.; C. Malagola, Della vita e delle opere di Antonio Urceo detto Codro, Bologna, 1878, 75; A. Corradi, Notizie sui professori di latinità dello Studio di Bologna, Bologna, 1887, 417 s., 472, 483; V. Cian, Un nuovo trionfo d’amore di Gianfrancesco Puteolano, Pisa, 1904; L. Sighinolfi, I mappamondi di Taddeo Crivelli e la stampa bolognese, in La Bibliofilia 8 1908, 255 s.; A. Sorbelli, I primordi della stampa in Bologna, Bologna, 1909, 54-57,125-139; L. Sighinolfi, Francesco Dal Pozzo e le origini della stampa in Bologna e in Parma, Firenze, 1914; A. Sorbelli, Storia della stampa in Bologna, Bologna, 1929, 4; G. Avanzi, Bibliografia storica dell’arte della stampa in Italia, Milano, 1939, 6, 27; G. Fumagalli, Giunte e correzioni al Lexicon Typogr. Italiae, Firenze, 1939, 17; C.M. Ady, F. Puteolano, maestro dei figlioli di Giovanni II Bentivoglio, Bologna, 1935; E. Raimondi, Codro e l’umanesimo a Bologna, Bologna, 1950, 65-70; E. Raimondi, Politica e commedia, Bologna, 1972, 28 s., M.E. Cosenza, Francesco Dal Pozzo, in Biographical and Bibliographical Dictionary of the Italian Humanists, IV, 2974 s.; R. Contarino, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXII, 1986, 213-216.


Piacenza 1580-Borgo San Donnino 25 agosto 1626
Appartenne a una famiglia che acquistò benemerenze per la sua devozione alla casa Farnese: Barnaba Dal Pozzo, dottore collegiato iscritto all’albo piacentino nel 1511, fu il primo, nel settembre 1545, a giurare fedeltà al duca Pier Luigi Farnese ed ebbe il coraggio (Spreti) di far rimuovere dalla fossa della cittadella la salma del Duca sotto lo sguardo dei congiurati assassini e di darle onorevole sepoltura in chiesa. In premio della pietà verso il padre, Ottavio Farnese concesse a Emilio Dal Pozzo, figlio di Barnaba, il privilegio di aggiungere al cognome di famiglia quello di Farnese e allo stemma del casato i gigli azzurri in campo d’oro della famiglia ducale, creandolo, con diploma del 2 marzo 1573, conte di Castelnuovo Valtidone con diritto di trasmettere il titolo nobiliare ai discendenti maschi. Il Dal Pozzo Farnese fu figlio secondogenito di Emilio. L’adolescenza del Dal Pozzo Farnese si consumò nella tranquilla trafila degli studi. Rimasto orfano del padre all’età di sette anni, venne accolto alla Corte di Parma come paggetto e nel 1592 il duca Ranuccio Farnese, avendo denotato in lui la vocazione al sacerdozio, l’iniziò alla carriera ecclesiastica, inviandolo in uno dei primi collegi di Roma perché vi compisse gli studi necessari. Dotato di intelligenza aperta e versatile, il Dal Pozzo Farnese si dedicò allo studio della filosofia e delle leggi. Coltivò anche le lettere e fece parte di numerose accademie letterarie, lasciando alcuni saggi di poesie in latino e in volgare. Conseguita la laurea in legge, fece ritorno a Parma, dove perfezionò la propria cultura dedicandosi allo studio della teologia. Nel 1603 il duca Ranuccio Farnese lo volle nuovamente presso di sé come gentiluomo di Corte, affidandogli importanti e delicate mansioni. Quale suo ambasciatore lo inviò nelle Repubbliche di Venezia e di Genova e successivamente lo incaricò di rappresentarlo presso il viceré di Napoli e l’imperatore Ferdinando d’Austria. Importantissimo fu il compito svolto nel 1618 per coordinare il cantiere di lavoro del Teatro Farnese di Parma e tenere i rapporti con Enzo Bentivoglio. Suo è inoltre il testo dell’opera-torneo che doveva celebrare l’arrivo a Parma di Cosimo de’ Medici, intitolato La difesa della Bellezza, il cui originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Parma (rimasto inedito, fu pubblicato solo alla fine del XX secolo). Con la certezza che il Granduca di Toscana non sarebbe arrivato a Parma, alla metà del 1619, il Dal Pozzo Farnese abbandonò il cantiere del Teatro Farnese. Il 30 marzo 1620 fu eletto dal pontefice Paolo V vescovo di Borgo San Donnino. Consacrato a Roma nella chiesa di Santa Maria Maggiore il 5 aprile successivo dal cardinale Ubaldini, prese possesso della Diocesi per procura il 16 dello stesso mese e il 15 giugno fece il solenne ingresso in città. Fintanto che visse il duca Ranuccio Farnese, fissò la propria residenza a Parma ricoprendo a Corte l’incarico di cerimoniere. Ciò non gli impedì, tuttavia, di dedicarsi alla cura della Diocesi. Il suo nome è rimasto principalmente legato al seminario, che fondò, attuando in tal modo i voti dei suoi predecessori Picedi e Linati, trasferiti ad altra sede prima di aver potuto realizzare questa importante opera. Provvisto il locale per generosa donazione del sacerdote Gislamerio Scarabelli, si preoccupò di accogliervi i primi alunni. Il 14 maggio 1624 il seminario fu inaugurato con otto chierici e il 19 successivo il Dal Pozzo Farnese benedisse il fabbricato, conferendo nello stesso giorno ai chierici la tonsura. Dopo aver nominato un rettore, un prefetto e un preside del ginnasio, quest’ultimo nella persona dello stesso Scarabelli, elesse un consiglio di amministrazione e con lettera pastorale invitò la Diocesi ad appoggiare il nuovo istituto. Fissò inoltre la tassa che ogni beneficio e pio istituto era tenuto a versare annualmente per il consolidamento del seminario e per il mantenimento del corpo insegnante e degli alunni nella misura del tre per cento sulla rendita netta. Esaurite queste formalità, il Dal Pozzo Farnese, con rogito del notaio e cancelliere vescovile Pier Francesco Ferrarini in data 30 aprile 1626, dichiarò fondato ed eretto l’istituto. Il Dal Pozzo Farnese celebrò il 20 maggio 1624 il sinodo, allo scopo di ampliare le costituzioni di Giovanni Linati. Lo tenne con tanta pompa e solennità che fu giudicato non farsi maggiore il sinodo provinciale di Milano (Fogaroli). La lettura dei vari decreti permette la formazione di un quadro preciso delle condizioni morali e religiose e palesa sia l’attività del Dal Pozzo Farnese nel continuare l’opera riformatrice del suo antecessore, sia le difficoltà che la Chiesa dovette affrontare per sradicare il malcostume inveterato nei fedeli. Il sinodo fu tenuto dal Dal Pozzo Farnese allorché non aveva ancora terminato la sacra visita pastorale (iniziata il 25 luglio 1623), probabilmente perché intese dare ai parroci la possibilità di prepararsi sul piano delle costituzioni sinodali per evitare ogni irregolarità. Suo pensiero principale fu il clero e pose quindi somma cura nella preparazione dei futuri sacerdoti in seminario, seguendo i discepoli a uno a uno, assistendo agli esami delle varie classi, incoraggiando e premiando i meritevoli. L’incremento della fede e della pietà nel popolo rappresentò l’obiettivo al quale mirò dall’inizio del suo episcopato: egli stesso volle contribuirvi con frequenti predicazioni nelle chiese della città e Diocesi. Fu valente oratore: l’ordine e la chiarezza dei ragionamenti, esposti con parola facile e spontanea, convinceva e conquistava. Benedisse chiese e oratori, curò il decoro della Cattedrale, apportò restauri di rilievo al vescovado e promosse pellegrinaggi e sacre missioni. Godette la stima e la fiducia del duca Ranuccio Farnese, che si avvalse dei suoi consigli e si servì di lui in importanti missioni. Nell’agosto 1620 lo incaricò di recare a Vienna il contributo del suo Governo alla guerra contro gli infedeli, consistente in due mila pesi di polvere e denari, che il Dal Pozzo Farnese consegnò al sovrano d’Austria, il quale, per la circostanza, gli donò due suoi ritratti, uno dipinto su tela e l’altro inciso su metallo prezioso ornato di diamanti. Mentre si trovava a Bargone fu assalito da un violenta colica renale. Trasportato con urgenza a Borgo San Donnino, le cure di tre valenti medici non valsero a strapparlo alla morte: nello spazio di dieci giorni il Dal Pozzo Farnese, all’età di quarantasei anni, spirò. L’autopsia rivelò la presenza, nel rene destro, di un grosso calcolo, causa del male che da tempo lo affliggeva. Il 27 agosto 1626 gli vennero decretate solenni esequie e la salma fu inumata nella Cattedrale di Borgo San Donnino in un sepolcro situato presso la porta maggiore, dietro la vaschetta dell’acqua santa appoggiata alla colonna di sinistra.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 150-151; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 362-365; Enciclopedia di Parma, 1998, 554.

DAL PRATO ALBERTO, vedi DEL PRATO ALBERTO

DAL PRATO ANTONIO, vedi DEL PRATO ANTONIO


Parma 1602/1603
Fu canonico della Cattedrale di Parma, doctissimi atque in dicendi facultate perillustres, secondo quanto afferma Romolo Pugolotti nella Dedicatoria delle Orationes in Synodo Dioecesana Parmae de mense septembris 1602 habitae (Parmae, Apud Erasmum Viothum, 1603) in cui è compresa un’orazione del Dal Prato intorno la Dignità Sacerdotale. Fu poi nominato Esaminator Sinodale delle chiese parrocchiali.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 927.

DAL PRATO, vedi anche DEL PRATO

DAL PURGO GIULIO, vedi ORLANDINI GIULIO

DAL RE VINCENZO, vedi DEL RE VINCENZO

DA LURAGO GIACOMO, vedi LURAGO GIACOMO

Piacenza 1570-Sala 1650
Figlio di Luchino, del ramo di Piacenza della nobile famiglia veronese. Fu alla Corte del duca di Savoja. Militò in Fiandra agli ordini di Alessandro Farnese, nell’esercito spagnolo. Non avendo ottenuto quelle ricompense a cui credeva di aver diritto, rientrò in patria.
FONTI E BIBL.: P. Litta; Valori, Condottieri, 1940, 422.

DAL VERME ANGELO, vedi DAL VERME CARLO ANGELO

Borgo San Donnino 1748-Borgo San Donnino 1824
Nel 1772 vinse presso l’Accademia di Parma due premi, uno per il Disegno di nudo l’altro per il disegno a chiaroscuro Diomede in battaglia, entrambi irrintracciabili come anche il quadro che nel 1775 si aggiudicò il premio di pittura raffigurando il soggetto Enea sogna il Tevere che gli predice la grandezza di Roma (cfr. mss. Disegni del nudo; Disegni a chiaroscuro; Quadri premiati). In aggiunta, il Martini (1862, p. 13) ricorda che il Dal Verme crebbe nell’arte sotto il piacentino Antonio Bresciani. Infatti lo Scarabelli Zunti (Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., VIII, p. 29) afferma che il Dal Verme aiutò il maestro quando questi era a Colorno per decorare alcune sale e che nel 1800 diventò insegnante di pittura presso l’Istituto Gazzola di Piacenza. Col Bresciani il Dal Verme collaborò ancora nel 1777 per la macchina dei fuochi artificiali nel Giardino Ducale e nel 1779 per il gran salone a pianterreno nel Palazzo a Colorno. Dal canto suo il Malaspina (1869, p. 176) lo cataloga come pittore e incisore, così come lo Zani (1817, v. I, p. 3; 1821, v. 7, p. 232) lo dice pittore, disegnatore di architettura e acquafortista. Infine il Vitali (1819, p. 52) cita di suo nella chiesa dei Padri Cappuccini di Busseto un ovale con la mezza figura di un Santo Cappuccino, forse in seguito conservato nella sagrestia di San Bartolomeo, e, sito nell’omonimo oratorio, il San Nicolò da Bari resuscita i tre fanciulli (poi nell’oratorio della Santissima Trinità), già commissionato al bussetano Pietro Balestra ma, dopo le lungaggini di questo, affidato appunto al Dal Verme. Sulla scorta stilistica di quest’ultimo dipinto bussetano va inoltre assegnata al Dal Verme la tela col San Tommaso di Canterbury della chiesa parrocchiale di Cabriolo mentre è invece estremamente incerta l’attribuzione del Ritratto della Duchessa Maria Amalia, dubitativamente assegnatogli nella Galleria Nazionale di Parma. Opera sicura, firmata, è di contro l’Educazione della Vergine in collezione privata di Cabriolo e il Santo che mostra l’effige dell’Immacolata Concezione di proprietà Bonini a Fidenza. Infine vale ricordare che nel 1782 il Dal Verme decorò di eleganti pitture la cappella del Battistero della parrocchiale di Cortemaggiore (poi distrutta), nella quale occasione è menzionato come sacerdote (G. Torricella, ms. 1792, p. 393). Precedentemente, nel 1780, il Dal Verme aveva già dipinto in Soragna l’effige del Beato Federico Borromeo all’interno della tribuna della famiglia Meli Lupi nell’oratorio di Santa Croce (ms, Archivio Rocca Soragna, Libro cassa). Quest’opera risulta illeggibile e ingiudicabile a causa di una totale ridipintura che ne ottunde il testo originale. Inoltre dopo il baldacchino di San Giacomo, nel 1792 il Dal Verme fornì il disegno di una grande macchinazione sacra, perduta, raffigurante il Sacrificio di Abramo, al falegname soragnese Domenico Mantegati su commissione della confraternita del Suffragio sita in Sant’Antonio. A costruzione terminata il Dal Verme vi dipinse le figure, ricevendo il 10 giugno di quell’anno 140 lire di compenso (ms., Archivio Vescovile di Parma, Fondo Soragna). Il manoscritto Parmense 3709 (Biblioteca Palatina di Parma) contiene circa 120 disegni e un bozzetto a olio e fu composto, attendibilmente, verso la metà dell’Ottocento, con materiale proveniente dall’atelier del Dal Verme. In apertura si trovano sette documenti, manoscritti e a stampa, relativi alla sua carriera e alla vita privata che vanno dal 1768 ai primi dell’Ottocento. L’ottavo è costituito dal prezioso autografo Libro di lavori fatti e di spese occorse dal 1772 al 1823, che permette l’identificazione di una buona parte dei disegni. Seguono le tavole che comprendono, specie le ultime, copie e altri schizzi, alcuni dei quali non autografi. In appendice sono rari disegni dei pittori borghigiani Antonio Formaiaroli e Giovan Battista Tagliasacchi (prima metà del Settecento) e un bellissimo esemplare del Tiepolo (scheda 85), ascritto addirittura al Tagliasacchi. I fogli del Dal Verme vengono citati complessivamente sia dal Mantelli (ms. 1830-1867, f.o 142 re.), sia dall’Odorici (ms. 1862-fine Ottocento, v. II, f.o 354) e sono identificabili coi molti suoi disegni originali alcuni de’ quali assai belli menzionati dallo Scarabelli Zunti (ms. seconda metà dell’Ottocento, v. VIII, f. 105 re., 106 re.) assieme a schede autogr.fe del pittore stesso presso il sig.r Giac.o Riccardi a Borgo San Donnino, contenenti appunto la memoria delle opere eseguite.
FONTI E BIBL.: G. Godi, Soragna: l’arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 79-80; Arte a Parma, 1979, 196; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 209-210.

Parma 1681-1765
Fu capitano di cavalleria nel Belgio, colonnello del Reggimento dell’Ordine Costantiniano in Dalmazia contro i Turchi (1717) e al servizio dell’Austria nell’esercito di Eugenio di Savoja. Fu balì dell’Ordine equestre di Santo Stefano, consigliere intimo di Stato nel 1736 e direttore delle finanze nel 1738. Fu una figura di primo piano nell’amministrazione austriaca. Fu direttore generale delle finanze e reggente degli Stati parmensi alla morte di Antonio Farnese.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 295; S. Di Noto, Le istituzioni dei Ducati Parmensi, 1980, 378.

Parma 1439
Uomo d’armi, il cui nome si trova a proposito dell’assedio di Verona attuato dal Gattamelata e dal Colleoni nel 1439. Pare che il Duca di Milano concedesse al Dal Verme diritto di rappresaglia perché appunto in Verona era stato spogliato dagli uomini d’arme dei due condottieri.
FONTI E BIBL.: B. Belotti, Vita di Bartolomeo Colleoni, Bergamo, 1923; B. Candida Gonzaga, Memorie di famiglie celebri, Napoli, 1875; Di Crollalanza, Dizionario storico blasonico, Pisa, 1886; C. Argegni, Condottieri, 1936, 221.

DAMAGETO CRISPEO, vedi BELGRADO IACOPO

DA MARANO, vedi MARANO

DA MARZOLARA MADDALENA, vedi ROSSI MADDALENA

Felino-Corfù settembre 1943
Appartenne alla Divisione Acqui. Morì in combattimento.
FONTI E BIBL.: Ufficio toponomastica del Comune di Felino.


Parma 1831
Ingegnere. Organizzò nel 1831, assieme a Giovanni Grossardi e a Paride Cassio, la Guardia Nazionale nei comuni dei distretti di Bardi e Borgo Taro.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 295.

DAMIANI NICCOLÒ, vedi NICCOLÒ DA RAMIANO

Parma 1494/1524
Figlio di Giacomo. Fu a Bologna dal 1514 al 1524 per la decorazione di due salteri di San Petronio e di due corali del Museo di San Petronio. Non va identificato col Damiano chiamato miniatore in un documento del 1475 per aver ornato la cantoria dell’Abbazia di Torrechiara. È invece da identificare col Damiano di Parma, figlio di Giacomo, che figura già a Bologna nel 1494 nei libri dei pagamenti dei canoni del convento di San Procolo (Aeschlimann). Negli anni successivi decorò con grandi e piccole iniziali degli antifonari e due salteri di San Petronio.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, VIII, 1913; E. Aeschlimann, Dictionnaire des Miniaturistes, Milano, 1940; Malaguzzi-Valeri, La Miniatura in Bologna, 51; C. Frati, Corali della Basilica di San Petronio, 27; P. D’Ancona, Dizionario dei miniaturisti, 1940, 59; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 108, 110.

DAMOFILO SPERCHIO, vedi ZURLINI GIOVANNI PIETRO

DA MOILE o DA MOILLE o DA MOILO o DA MOYLE o DA MOYLLI o DA MOYULE, vedi MOILE

-Parma 30 marzo 1876
Amò la patria e per i suoi ideali di unità nazionale fu costretto all’esilio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2-3 aprile 1876, n. 78; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 405.


Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831 e per questo fu inquisito. La sua scheda personale, stilata dalle autorità di polizia, riporta quanto segue: Ingegnere aspirante segretario dell’Ingegnere Cocconcelli. Fu incaricato, d’unione ad Angelo Grossardi, di organizzare la guardia nazionale e perciò percorse le montagne del Valtarese in compagnia di certo Rossi di Bardi. Allorché incontrava difficoltà nell’anzidetta organizzazione minacciava colla sciabola. Giovine di sentimenti liberali ed in relazione continua con altri del suo pensare e si ritengono sussistenti li titoli che gli furono citati.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937 160.


Soragna 1916-Iwanowka 14 luglio 1942
Figlio di Giuseppe. Caporale del 6° Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di nucleo fucilieri di una squadra lanciata all’attacco di un centro di fuoco particolarmente molesto riusciva, percorrendo un terreno scoperto e battuto, ad annientare l’avversario ed a conquistare l’arma. Mentre inseguiva il nemico a colpi di bombe a mano, cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1945, Dispensa 17a, 1555; Decorati al valore, 1964, 119.


Parma ante 1874-Australia post 1913
Prima di cominciare la carriera di cantante, fu un noto velocipedista. Debuttò nel ruolo del Duca in Rigoletto al Teatro Pagliano di Firenze nel 1894 e nella stagione di primavera dell’anno seguente riprese quella parte al Teatro Manzoni di Milano. Ottenne a Buenos Aires grande successo nel Barbiere di Siviglia, nella Bohème, nel Rigoletto, nella Sonnambula e nella Traviata. Venne descritto come tenore lirico delicato, fresco, dalla voce armoniosa di timbro cristallino e piacevole. In una stagione precedente aveva lasciato al Politeama Argentino eccellenti ricordi nella Manon. Nella stagione 1902-1903 cantò al Metropolitan di New York nella Bohème, nel Don Pasquale, nei Pagliacci, nella Traviata e nel Rigoletto. Nel 1903 fu a Lugo, in Manon, nel Carnevale 1903-1904 in Portogallo, al Teatro di San Giovanni di Porto, in Tosca e Bohème, e nel 1905, dopo essere stato al Teatro Massimo di Palermo (La sonnambula), si esibì al Teatro Reinach di Parma in Rigoletto e in Faust. Nel Carnevale 1905-1906 fu al Teatro Civico di Cagliari nell’Adriana Lecouvreur, nei Pescatori di perle e in Fedora, alternandosi con l’idolo locale Pietro Schivazzi. Successivamente cantò al Covent Garden di Londra in Cavalleria rusticana e Rigoletto. Fece una tournée con Nellie Melba in Australia, mentre nel 1913 fu a Pavia al Teatro Fraschini. Al termine della carriera si stabilì in Australia, dove insegnò canto. Incise alcuni cilindri Mapleson e dei dischi per la Fonotipia.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 286.

DANIELA, vedi GIRARDI MARIA FRANCA

DANIELE DA PARMA, vedi PORRI DANIELE

DANIELE DA TORRICELLA DI SISSA, vedi COPPINI DARIO

DANIELLO DA PARMA, vedi PORRI DANIELE

DANTEN, vedi BOCCHIA MARIO

Parma 1920-Bologna 30 dicembre 1997
Si laureò venticinquenne in medicina e chirurgia nell’Università di Parma. Vincitore di borse di studio all’estero, autore di numerosissime pubblicazioni scientifiche, specializzatosi in igiene pratica, medicina del lavoro, patologia tropicale e malariologia, diventò assistente volontario e poi incaricato nell’istituto di anatomia patologica dal 1945 al 1949 e assistente ospedaliero straordinario nell’istituto di patologia medica di Parma. Successivamente, dal 1953 al 1955, fu assistente straordinario nell’istituto di patologia medica di Bologna, dove svolse la sua carriera raggiungendo il grado di aiuto di ruolo nel 1964. Ottenuto l’incarico d’insegnare medicina del lavoro, il D’Antuono seppe creare una scuola che prima non esisteva. Nel 1964 vinse il concorso per la cattedra di medicina del lavoro dell’Ateneo di Bologna. Dal momento della nomina il D’Antuono seppe realizzare un nuovo istituto, arricchendolo di strumentazioni all’avanguardia. Autore di fondamentali studi e pubblicazioni scientifiche, relatore in numerosi convegni medici internazionali, nel 1968 gli fu affidata l’organizzazione del congresso nazionale della Società italiana di medicina. In precedenza gli era stata affidata la direzione della scuola di specializzazione in medicina del lavoro. Contemporaneamente il D’Antuono, membro di importanti accademie internazionali, svolse attività didattica all’Università di Urbino e all’Istituto superiore di educazione fisica di Bologna. Fu inoltre fondatore e presidente della sezione regionale dell’Emilia-Romagna della Società italiana di medicina del lavoro, membro del consiglio direttivo nazionale e rappresentante dei clinici bolognesi nell’associazione nazionale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 gennaio 1998, 8.

DA OLIO GIUSEPPE, vedi DALL’OLIO GIUSEPPE

DA PALÙ ARDOINO, vedi DELLA PALUDE ARDUINO

DA PALÙ BONACCORSO, vedi DELLA PALUDE BONACCORSO

DA PALÙ EGIDIA o EGIDIOLA, vedi DELLA PALUDE EGIDIA


Parma 1823/1831
Conte, fu guardia ducale e poi (1831) tenente dei pompieri di Parma. Durante i moti del 1831 fu tenuto sotto controllo perché ritenuto di idee liberali. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 163.

DA PALUDE, vedi DELLA PALUDE

DA PANOCCHIA, vedi PANOCCHIA

-Parma 1284
Già vecchio nel 1284, venne ucciso dai ghibellini una mattina in cui si era portato in Parma per misurare il sale alla dogana. Aggiunge il cronista Salimbene de Adam che il Da Pescara erat de Societate crusatorum.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 86.

DA PIACENZA GIOVANNA, vedi PIACENZA GIOVANNA

DA POR, vedi PORRI

Parma 1353
Grammatico, forse figlio di Maffelino. Col fratello Pietro fece nel 1353 le convenzioni con Giberto Bajardi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 164.

Parma 1353/1388
Grammatico, forse figlio di Maffelino. Con Giovanni, suo fratello, anch’egli grammatico, fece nel 1353 le convenzioni con Giberto Bajardi. Ancora in vita nel 1388, fu amico di Giovanni Manzino dalla Motta, cui scrisse una epistola latina, poi tratta dai codici del Collegio Romano e pubblicata da Pietro Lazzeri.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 164.

DA PORTIOLO, vedi anche PORTIOLI

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 286.

DA RAMIANO NICCOLÒ, vedi NICCOLÒ DA RAMIANO

Parma 11 febbraio 1880-Parigi
Tenore. Iscritto alla classe di violoncello del maestro Carini al Conservatorio di Parma, lasciò la scuola nel 1904 essendosi dedicato privatamente allo studio del canto. Nel 1907 debuttò al Politeama genovese nella Madama Butterfly. L’anno dopo fu all’Opera di Roma, per ritornare nella Butterfly quello stesso anno al Teatro Verdi di Vicenza. Nel 1909 fu di nuovo all’Opera di Roma nel Rigoletto, a Mantova nella Gioconda e alla Fenice di Venezia nell’Iris e nel Jaufré Rudel di Gandino. Nel 1910 fu al Teatro Petruzzelli di Bari nella Tosca e nel 1911 a Bologna in Boris Godunov. Improvvisamente scomparve dalle maggiori scene e da un certo momento lo si trova solo in teatri di seconda categoria: al Teatro Goldoni di Bagnacavallo nel Werther (1911), a Carpi nel Mefistofele, dove venne sostituito (1912), al Teatro Reinach di Parma in Faust e nella Bohème (1913). Nel 1917 cantò nella Lucia di Lammermoor al Teatro Lirico di Milano. Si ritirò presto dalle scene e si stabilì a Parigi, dove aprì una scuola di canto.
FONTI E BIBL.: Alcari, Parma nella musica, 1931, 68-69; Enciclopedia di Parma, 1998, 286.


Fornovo di Taro 1906-post 1938
Figlio di Luigi e di Ercolina Ricci. Caposquadra del 2° Reggimento Fanteria Frecce Azzurre, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Trovandosi in posizione occupata da pochi istanti, mentre l’avversario contrattaccava in forze, visto cadere quasi tutti gli ufficiali ed i graduati di una compagnia, di sua iniziativa prendeva il comando di un plotone e alla testa di esso, con audacia e sprezzo del pericolo, cooperava attivamente a ricacciare il nemico con lotte corpo a corpo (Cerro Cruz, 20 luglio 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.


Valera 1831
Figlio di Francesco e di Anna Grossardi. Nipote di Angelo Grossardi, dopo la fuga dello zio si portò nell’isola di Corsica a recargli il necessario per la sua permanenza. Durante i moti del 1831 si mostrò avverso al governo e alla persona di Maria Luigia d’Austria. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937 160.

DARDANI BARTOLOMEO, vedi DARDANI BERNARDINO

Parma 1472 c.-Parma 26 febbraio 1535
Figlio dell’avvocato Delaito, fu educato alle lettere dal bresciano Francesco Bernardi. Il padre avrebbe voluto si fosse dedicato allo studio delle leggi, ma il Dardani, che ancora giovanissimo fu ammesso alle dotte conversazioni del Grapaldo e dell’Ugoleto, preferì la poesia e la letteratura. Dopo una breve esperienza al servizio di Jacopo Rossi, capitano dei Veneziani in Verona, tornò in patria (fu costretto ad abbandonare frettolosamente Verona, non si sa per quale motivo). Ma dopo poco tempo, partì una seconda volta recandosi a Casale Monferrato, dove, sembra, si stabilì presso Giorgio Natta, chiamato dal Dardani suo protettore. Nei tre anni che rimase a Casale presso il Natta contrasse amicizia col conte Benvenuto Sangiorgio, autore della Cronaca di Monferrato, con Filippo Vagnone, poeta piemontese, e con Ubertino Clerici da Crescentino, ai quali tutti scrisse diverse elegie ed epigrammi. Giunto all’età di vent’anni sofferse una gravissima infermità, dalla quale si salvò a stento. Morto il Natta, che il Dardani onorò con un epitaffio, non lasciò Casale. Vi era nell’anno 1493, quando cessò di vivere Bonifacio, marchese di Monferrato, cui compose un bell’elogio, quando nell’anno 1494 vi passò Carlo VIII, re di Francia, e ancora l’anno successivo. Si stabilì poi presso la Corte di Lodovico II marchese di Saluzzo, come precettore dei figli e correttore delle scritture del marchese (1499). Per la moglie di Lodovico di Saluzzo, Margherita de Fois, tradusse in versi volgari l’Uffizio della Beata Vergine. Recatosi nell’autunno dell’anno 1501 a Frassineto, ebbe da Lodovico di Saluzzo licenza di portarsi a Casale per visitare gli amici. Avendo trovato presso il conte Benvenuto Sangiorgio varie opere di Galeotto dal Carretto, poeta allora assai reputato, il Dardani le ricopiò di sua mano. Nel 1501 fu richiesto dall’Università di Pavia quale insegnante di oratoria, ma il Dardani rifiutò sia per riguardo ai signori di Saluzzo sia per paura della peste che in quel tempo faceva strage nel Pavese. Nel 1502, assieme all’amico Vivaldo, fu in Francia. Tornato a Saluzzo, aggiunse alcune sue cose in prosa e in versi alle Opere dello stesso Vivaldo (Saluzzo, 1503). Dopo la morte del marchese Lodovico di Saluzzo (1504), fu al servizio di Margherita de Fois, presso la quale era nel 1507, quando furono ristampate le Opere del Vivaldo, e nel 1510, allorché il Dardani servì da testimonio per un contratto tra la Marchesa e la città di Saluzzo. A Milano, per breve tempo, trovò protezione in Giovanni Olivier, abate di Soissons. Fu a Roma dopo il 1513. Nel 1521 fu a Milano. Mentre risiedeva a Milano, aggiunse suoi epigrammi agli Opuscoli di Francesco Negri e al Panegirico di Sant’Antonino di Francesco Bernardino Cipelli di Busseto, allora impressi. Francesco Arsilli da Senigallia, autore del poemetto De Poetis Urbanis (1524) riferisce che, avendo cantato il Dardani le lodi dell’imperatore Carlo V, ottenne da lui la laurea poetica e l’onore di Cavaliere Palatino. Nel 1524 e nel 1525 il Dardani fu quasi sicuramente a Roma e vi rimase forse fino al tempo del sacco della città. Prima del 1529 ottenne una cattedra di lettere in Parma. Il 14 aprile 1532 fu inviato a Piacenza dall’Anzianato, in compagnia di Sebastiano d’Ancona affinché ottenesse dal commissario Cristoforo Carnesecchi la diminuzione degli aggravi imposti col nuovo compartito. Niccolò Manlio scrisse un endecasillabo per la sua morte e così fecero molti altri poeti (G. Anselmi, Andrea Bajardi, Francesco Carpesano, Pomponio Torelli). Fu seppellito nella chiesa di San Giovanni Evangelista di Parma, con questo epitaffio: M. Bernardini Dardani parmensis cvivs ingenivm lavrea caeteras virtvtes praeclara atqve maximorvm principvm alia mvnera honestarvnt. Rimangono di lui i seguenti lavori: L’opera del buon governo dello stato (di Lodovico di Saluzzo, ma corretta dal Dardani; de Sigherre, Saluzzo, 1499), Epigrammata ad Dominicum Saulum Gremensem, in L. Pittorio, Sacra et satyrica epigrammata (Frobenio, Basilea, 1518), Bernardino Dardani Adolescentiae suae libri II (Biblioteca Palatina di Parma, ms. 346) e alcune poesie in Flores epigrammatum (Quercu, Parigi, 1535).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 239-249; F. Rizzi, in Aurea Parma 3 1958, 181-182; Letteratura italiana, I, 1990, 659.

Parma 1937-Parma 18 agosto 1996
Dopo aver conseguito la laurea all’Università Bocconi di Milano, insegnò per alcuni anni nelle scuole superiori della provincia di Parma (Borgo Val di Taro e Bedonia). In seguito cominciò a scalare i gradini della carriera universitaria, dapprima come assistente volontaria del professor Ugo Salati, titolare della cattedra di lingua francese alla facoltà di Economia dell’Ateneo di Parma. La stessa cattedra che, dai primi anni Ottanta, occupò la Dardani come docente associato. Qualche anno dopo fu nominata direttore dell’Istituto di lingue estere della facoltà di Economia e commercio. La Dardani dedicò gran parte della sua esistenza allo studio e alla ricerca: un impegno assiduo e costante che le procurò numerosi riconoscimenti e soddisfazioni. Intellettuale fine, studiosa appassionata dai molteplici interessi, la Dardani ebbe all’attivo numerose pubblicazioni. La sua attenzione si concentrò in particolare sui poeti francesi parnassiani del XIX secolo, sui quali scrisse libri diventati un punto di riferimento per tutti gli studiosi. Appassionata di arte moderna e di antiquariato, collezionò vetri in stile liberty e quadri di pittori contemporanei.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 20 agosto 1996, 6.


Parma 1669
Nell’anno 1669 fu immatricolato tra gli Ufficiali dell’Arte dei falegnami.
FONTI E BIBL.: M. Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.


Vicomero 1637/1674
Sacerdote, resse la prevostura della chiesa della Beata Vergine Maria in Vicomero dal 1637 al 1674.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 maggio 1997, 5.

Parma 1907-1975
Fu bibliotecario della Biblioteca Palatina di Parma dal 1923 al 1968. Assieme al professor Giorgio Monaco, iniziò la pubblicazione nel 1953 del bollettino semestrale Segnalazioni Bibliografiche Parmensi, che però non ebbe seguito. Del Dardani fu pubblicato postumo il Repertorio Parmense della stampa periodica dalle origini al 1925 (Battei, Parma, 1979).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 189.

DARDANO BERNARDINO, vedi DARDANI BERNARDINO

Parma prima metà del XVI secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 354.

DA RE, vedi anche DAL RE e DEL RE

D’ARENA, vedi DELL’ARENA

DARIO, vedi MARCHINI LUIGI

Parma 1495/1501
Tipografo, contribuì all’introduzione dell’arte della stampa a Parma, dove operò dal 1495 al 1501. Stampò tra l’altro un Tractatus de monte impietatis (1496), in-quarto.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 62.

D’ARLUNO BIANCA, vedi PELLEGRINI BIANCA

DARMASTADT o DARMSTADT, vedi ASSIA-DARMSTADT

DARSINDO URANEO, vedi SELETTI GIUSEPPE

DA SACCA GHERARDINO, vedi SACCA GHERARDINO

Parma ante 1324-Bologna post 1333
Figlio di Alberto da Gainago. Fu canonico di Santa Maria di Tongres, Diocesi di Liegi, in Belgio. Fu uno dei principali fondatori della Certosa di Bologna, alla quale il 22 aprile 1333 assegnò per dote alcune sue possessioni. Fece questa donazione per aderire alle istanze di Giovanni Andrea, dottore di Sacri canoni, che volle edificare la Certosa in inore di San Girolamo. Giovanni Andrea fece poi seppellire il corpo del Da Sero in quella chiesa, al lato sinistro dell’altare maggiore, con epitaffio riferito dal Zappata. Il Da Sero fondò un benficio nella Cattedrale di Parma il 23 ottobre 1324 davanti al vescovo Ugolino Rossi. Questo beneficio fu fondato sotto l’invocazione di Gesù Cristo, della Vergine Maria e di San Giovanni Battista. Il Da Sero attribuì il diritto di elezione e di nomina all’abate e convento del Monastero di Santa Maria di Valserena dell’Ordine Cistercense, coll’obbligo al beneficiato di tre messe la settimana e un anniversario.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, I, 1856, 542-543.

DA SESSI o DA SESSO, vedi SESSI

D’ASSIA-DARMSTAD, vedi ASSIA-DARMSTAD

DA SU, vedi DESÙ

DATHOS, vedi GANDOLFI ENZO

Parma 1689/1695
Fu cantore alla chiesa della Steccata di Parma dal 1689 al 3 ottobre 1692. Figura tra i servitori del duca di Parma Ranuccio Farnese nel 1690, presso il quale si fermò fino a che non venne licenziato, cioè fino al 15 febbraio 1695. Nella stagione di Carnevale del 1689 cantò nei drammi Amor spesso inganna e Dionisio Siracusano. Nel Favore degli Dèi sostenne la parte di un raggio di Apollo (1690) e nel Massimino rappresentò Massimino Puppieno (1692).
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1689-1690, 1691-1695; Archivio di Stato di Parma, Ruoli farnesiani, 1683-1692, fol. 481, 1693-1701, fol. 331; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 30; L. Balestrieri, Feste e spettacoli, 125, 127; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 102.

Pellegrino Parmense 1912-Parma 1 febbraio 1978
Capomanipolo della 180a Legione Camice Nere Divisione 28 Ottobre, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sotto il fuoco nemico, guidava il proprio reparto contro forti posizioni. Accortosi che un nucleo avversario cercava di aggirare un fianco, lo fronteggiava, frustrandone l’azione con fuoco intenso, sbaragliandolo ed inseguendolo (Roccioni di Debra Amba, 28 febbraio 1936).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

DA UCCELLINI, vedi UCCELLINI

Colorno ante 1225-Roma 21 agosto 1278
Col fratello, maestro Gerardo, abitò a Parma, in Vicolo San Tommaso. Per le sue qualità e per la considerazione che il suo casato godeva presso i Fieschi diventò unus de septem Notariis Romanae Curiae. L’erudito abate Gaetano Marini trovò nell’Archivio Vaticano tre Bolle di papa Gregorio IX che attestano il suddetto incarico del Da Ungheria. Chi ottenne per lui questa carica e lo trasse a Roma fu, una volta nominato cardinale, il nipote del vescovo Obizzo Sanvitale, Sinibaldo, il quale, in seguito diventato papa Innocenzo IV, procurò al Da Ungheria notevoli prebende ecclesiastiche. Il Da Ungheria tenne per sé l’arcidiaconato Borgiense e dalla sua elevata posizione favorì liberalmente parenti e amici. Di sentimenti sinceri, di temperamento mite e portato ad allacciare facili e buoni rapporti con gli altri, fu anche un uomo colto, di un’intelligenza viva e seppe destreggiarsi negli affari con abilità e intuito. Innocenzo IV se ne accorse e gli affidò vari incarichi. Quando il re Luigi IX guidò una crociata contro i Saraceni per liberare il Santo Sepolcro, il Da Ungheria nel 1250 fu mandato come ambasciatore presso Arrigo d’Inghilterra perché non molestasse il Regno di Francia. Nel 1252 il Pontefice, poiché temeva l’azione di Corrado di Svevia che, sottomesse risolutamente Sicilia e Puglia, assediava Napoli, Capua e Benevento, inviò segretamente in Inghilterra il Da Ungheria perché offrisse il Regno napoletano prima al figlio del Re, Edmondo, poi al fratello del Sovrano, Riccardo, conte di Cornovaglia. Lo stesso disegno fu proposto nel 1254 a Carlo d’Angiò, conte di Provenza, quando il Da Ungheria andò in Francia e in Guascogna, quale Legato apostolico. Ma né l’Inghilterra né la Francia furono disposte a cimentarsi in una impresa così difficile e di così vasta portata. Abbandonati gli affari di stato, il Da Ungheria cercò di risolvere pacificamente la controversia tra l’Università di Parigi e l’Ordine dei Predicatori, che aveva due cattedre di teologia in quello studio. Non avendo potuto sedare quel disaccordo, andò a Roma, rimanendovi fino al 1256. Sotto papa Alessandro IV tornò a Parma e davanti ad Alberto Sanvitale, Tancredi Pallavicino e maestro Bartolomeo, medico del Papa, istituì un beneficio sacerdotale nella chiesa di San Tommaso di Parma. Forse nel 1257 Bartolomeo accompagnò il Da Ungheria, ammalato, a Parma, affinché ritornasse in salute, favorito dal clima della sua terra. Nella città istituì un altro beneficio sacerdotale per due sacerdoti nel Duomo, all’altare di Santa Barbara, chiedendo in cambio che si pregasse per le anime di Innocenzo IV suo benefattore, di suo zio Giovanni, sacerdote in San Tommaso, dei genitori e fratelli. Andò successivamente a Viterbo e tornò con un breve del Papa in conferma del beneficio di San Tommaso. Il Papa fu liberale di privilegi pure ai cappellani dell’altare di Santa Barbara, per merito del Da Ungheria: infatti, il 9 febbraio 1259 spedì due bolle dando loro la facoltà di celebrare a porte chiuse anche durante un interdetto e di non essere costretti ad alcun peso ecclesiastico dal vescovo o dal legato apostolico o da qualche altro. Essi dovevano solo rispettare i voleri del Da Ungheria, che il Papa aveva accettato e sostenuto (Registri Vaticani di Alessandro IV, all’anno quinto del suo pontificato). Nel 1260 il Da Ungheria risiedeva ancora nella città natale, dato che il fondatore dell’ordine degli Apostoli, Gherardo Segarello, lo consultò sull’eventuale nomina di un capo per i suoi proseliti. Il Da Ungheria non si pronunciò in merito e lo consigliò di parlare con l’abate dei Cistercensi di Fontevivo. Ritornò di nuovo alla Santa Sede e, per volontà del pontefice Urbano IV, venne inviato nel 1263 nella capitale francese per offrire il Regno di Sicilia a Carlo d’Angiò. Per stringere i concordati dovette trattenersi in Francia anche per buona parte del 1264, preoccupato particolarmente di liberare da ogni dubbio l’animo del re Luigi IX. Poi dovette tornare a Roma e fu sostituito nella sua missione diplomatica da Simone, cardinale di Brié. Nel 1278 dimorava ancora a Roma, poiché, su sua sollecitazione, il papa Niccolò III elesse cardinale Gherardo Bianchi, suo parente. Dalle parole riportate nel calendario antico relativo alle funzioni della Cattedrale di Parma in cui si accenna all’anniversario della sua morte, si desume che il Da Ungheria morì il 21 agosto 1278. Scrisse nel 1253, quando era legato in Inghilterra, Lettere Latine (nell’Archivio Vaticano). Altre sono frequentemente allegate alle Epistole che il papa Urbano IV mandò a lui e altre furono scritte dal 1263 al 1264 e pubblicate da Martène e Durand. Una di queste lettere fu poi comunicata dal Papa al cardinale Simone di Brié. Secondo l’opinione di Egidio Guerra, sotto l’ambone dell’Antelami, cioè il pulpito della Cattedrale di Parma, doveva trovarsi l’altare di Santa Barbara, fondato dal Da Ungheria, che al tempo stesso istituì due benefici, dedicati rispettivamente alla Santa Martire e alla Madonna, dotandoli di due poderi, uno posto in Golese e l’altro nei pressi di Colorno. I due beneficiati dovevano celebrare tre messe la settimana, tenere accesa sempre una lampada sull’altare di Santa Barbara e celebrare ogni anno i due anniversari di Innocenzo IV e del Da Ungheria. E sono proprio le indicazioni di come doveva celebrarsi il rito che svelano l’esatta ubicazione del pulpito: i laici, terminati gli uffici solenni, dovevano discendere nella navata maggiore e qui, davanti all’altare di Santa Barbara, fare le esequie ai sopraddetti defunti.
FONTI E BIBL.: Proposta 3 1973, 9; Colorno. Memorie storiche, 1800, 72-76; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 160-169; G. Corradi, Parma e l’Ungheria, 1975, 24-26; Registri di Urbano IV, a. I, 1, 6, 7; Registri di Clemente IV, in più luoghi; Registri di Gregorio X, a. I, n. 92; Registri di Martino IV, a. III, n. 112, 118, a. IV, n. 50, 51; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 170; Sbaral, Bullettino Franciscano, t. II, 435, 521; G. Golubovich, Bibliotheca, t. I, 419.


Parma-post 1757
Cantante, di Parma: così è indicata nel libretto del dramma per musica Ezio, dato nel Carnevale del 1757 nel Nuovo Teatro in proprietà privatamente di un Nobile di Cremona.
FONTI E BIBL.: Santoro, 44; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Collecchio 1918-Bore settembre 1944
Figlio di Cesare. Fu segretario comunale di Collecchio durante la seconda guerra mondiale. Pare fosse ucciso a sassate, dopo varie torture, per motivi politici.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

Collecchio 25 giugno 1880-7 febbraio 1938
Fu impiegato comunale applicato in segreteria del Comune di Collecchio dal 3 ottobre 1904 e poi segretario dal 3 novembre 1920 al settembre 1927.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchesi, in Gazzetta di Parma 1 febbraio 1960, 3.

Salsomaggiore 10 novembre 1920-Parma 6 febbraio 1999
Nacque in una famiglia di profonda fede cattolica. Venne ordinato sacerdote il 20 marzo 1943 dal vescovo di Fidenza Mario Vianello. Divenne poi segretario del vescovo Giberti. Fu professore in seminario, segretario diocesano nella Giunta della Azione Cattolica e vice presidente della Pontificia Opera di Assistenza. Si dedicò, con altri religiosi e laici, all’erezione della nuova parrocchia salsese di Santa Maria Assunta. Passò nelle parrocchie di San Vittore, San Giuliano Piacentino e Polesine: in quest’ultima ebbe modo di conoscere lo scrittore Giovannino Guareschi. Quando già era ricoverato nella casa di cura di Porporano, il Davighi raccontò ai giornalisti che Guareschi, per inquadrare don Camillo, si era ispirato alla sua presenza sacerdotale nelle parrocchie padane. Al governo della parrocchia di San Donnino di Fidenza pervenne nell’estate del 1960, succedendo a monsignor Lorenzo Guareschi. Forte di una grande passione per la musica e il canto, durante gli anni in cui fu parroco della Cattedrale fece risorgere la corale del Duomo, dedicata a San Donnino e alla città di Fidenza. Attorno ai pueri creò la Schola cantorum, con un organico validissimo (dal quale uscirono autentici artisti) che si dedicò in particolare alla polivalenza gregoriana, folcloristica e lirica. Colpito da una forma di diabete che lo debilitò gravemente, in particolare alla vista, il Davighi fu ricoverato nella casa di riposo e cura per religiosi di Porporano. La salma del Davighi fu inumata nella cappella del clero del cimitero di Fidenza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 febbraio 1999, 31.

DA VIZIO BERNARDO, vedi SCOTTI BERNARDO VIZIO

D’AZARIO ANTONIO, vedi AZARI ANTONIO

Poggio Rusco 5 giugno 1891-Parma 23 aprile 1960
Figlio di genitori parmigiani, anche per desiderio del padre, medico condotto nel Mantovano, una volta compiuti gli studi superiori abbracciò la professione del genitore. La guerra del 1915-1918, mentre stava terminando il quarto anno di medicina, lo strappò agli studi destinandolo al 5° Reggimento Alpini con funzioni di medico di compagnia. Nonostante gli onerosi impegni sul fronte di guerra, ebbe modo di poter frequentare nei mesi invernali i corsi di medicina presso l’Università Castrense e il 5 aprile si laureò a Padova, a pieni voti. Tornato al 5° Reggimento Alpini, prese parte alle operazioni sul Grappa. Un attacco influenzale virale lo colpì il 10 novembre 1918 e, dopo essere stato inviato in un ospedale territoriale, fu dapprima destinato in servizio presso l’infermeria presidiaria di Parma e nell’ottobre del 1919 congedato. Assistente all’Istituto di Patologia Medica dell’ospedale di Parma, nel 1920 fu aiuto dell’Istituto e nel 1927 conseguì a Roma la libera docenza. In quegli anni la Patologia Medica venne assorbita dalla Clinica Medica ed egli venne trasferito quale aiuto alla Clinica Pediatrica diretta dal professor Cozzolino. Vi restò fino al 1933, quando vinse il concorso di Primario straordinario agli Ospedale Riuniti e prestò servizio all’Ugolino da Neviano di Parma fino al 1941, epoca in cui fu richiamato in servizio militare. A guerra terminata resse per un biennio la direzione sanitaria degli Ospedali Riuniti e fu nominato primario di ruolo nella 1a Divisione Medica. Nel secondo dopoguerra il Dazzi fu tra i promotori della ricostituzione dell’Assistenza Pubblica di Parma: l’istituzione lo vide presidente negli anni 1945, 1949 e nel 1956 fino al suo decesso. Il Dazzi compì ricerche sull’encefalite epidemica, sul sangue e sulla malaria latente.
FONTI E BIBL.: Cenni storici della Pubblica Assistenza, 1980, 43-44.

Parma 30 agosto 1846-
Figlio di Fortunato e Anna Arvasi. Pittore. Due sue Vedute di Parma si conservano nella Pinacoteca di Parma.
FONTI E BIBL.: Catalogo Pinacoteca di Parma, 1896, 389, 391; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, VIII, 1913; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 930.


Parma 1924-Parma 28 gennaio 1978
Figlio di Angelo. A Parma compì tutti gli studi: dapprima il Liceo classico al Convitto Maria Luigia e quindi la facoltà di medicina. Conseguita la laurea nel 1949, l’anno successivo fu assistente nell’Istituto di radiologia diretto dal professor Armando Rossi, del quale fu uno degli allievi prediletti, quindi aiuto nel 2° Istituto radiologico diretto dal professor Rabaiotti. Dal 1970 fu primario radiologo all’Ospedale geriatrico Stuard di Parma. Si dedicò con ogni energia alla professione: fu tra l’altro il primo direttore dell’Istituto di cobaltoterapia di Parma, accettando il gravoso compito pur nella consapevolezza di quelli che potevano essere i rischi connessi a una branca, a quel tempo, così pericolosa. Autore di numerose pubblicazioni, partecipò a molti congressi anche all’estero, tenendo relazioni sempre molto apprezzate. Il Dazzi, che fu anche consigliere dell’Assistenza Pubblica, fu sepolto nella tomba di famiglia presso il cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 29 gennaio 1978, 6.

Parma XX secolo
Fu componente del comitato di redazione de Al Pont äd Mez. Spesso inserì nella rivista suoi pregevoli articoli di colore. Non volle esercitare la professione d’insegnante (maestro elementare), anche perché le difficili condizioni economiche della famiglia lo indussero a impiegarsi presso il Centro Contabile della Banca Commerciale di Parma. La sua occupazione si svolse prevalentemente alla dirigenza del Cral aziendale, dove ebbe modo di interessarsi ad attività che avevano attinenza con la vita associativa del personale.
FONTI E BIBL.: R. Piazza, 50 anni Famija Pramzana, 1997, 37.


Parma 19 marzo 1938-Parma 4 luglio 1996
Il padre Giuseppe, anch’egli decoratore e restauratore, gli trasmise la passione e i segreti del mestiere, fin da quando, appena quattordicenne, il Dazzi iniziò l’apprendistato nella bottega paterna, collaborando, tra gli altri, con i professori Antonelli e Peretti dell’Istituto d’arte. Nel 1963 il Dazzi aprì un laboratorio artigianale in proprio, in Via Montebello a Parma. Fu l’inizio di un’attività lunga e densa di successi. L’elenco delle sue opere di restauro è lunghissimo: dal palazzo del Municipio al Teatro Regio, dalla chiesa di Sant’Uldarico alla sede centrale della Cassa di Risparmio di Parma a Piacenza. Nel 1983 fu chiamato a Palermo per i restauri dell’albergo Villa Igea. Due anni dopo, a Trieste, venne premiato con la Spatola d’argento, a riconoscimento delle capacità professionali. Nel frattempo entrò a far parte del Gruppo delle imprese artigiane e divenne restauratore di fiducia del Museo archeologico di Parma. Dal 1992 al 1995 effettuò importanti lavori nel Santuario di Fontanellato. Sposò Maria Napodano. Fu sepolto nel cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 6 luglio 1996, 6.

Parma 1729/1751
Fu violoncellista alla chiesa della Steccata di Parma dal Natale 1729 al 1751 e alla Cattedrale di Parma dal 25 dicembre 1740 al 1746.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1729-1751; Archivio della Cattedrale, Mandati 1726-1747; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 165.


Parma 1798/1819
Nel 1819, dichiarando di suonare in teatro da ventuno anni, essendo soprannumerario, chiese di poter essere nominato al posto di III contrabbasso, già ricoperto dal defunto Giacomo Caroli (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio dell’Orchestra Ducale di Parma).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

DAZZI GIACOMO, vedi anche DAZZO GIACOMO

DAZZI GIOVANNI, vedi DAZZO GIOVANNI

Parma-Parma 21 dicembre 1784
Violoncellista, nell’autunno del 1752 suonò nel Teatro Ducale di Colorno, ove vennero rappresentate per otto sere opere giocose. Nel Carnevale del 1761 prese parte alle opere buffe date nel Teatro Ducale di Parma, nell’agosto 1773 agli spettacoli eseguiti per la nascita del principe Lodovico di Borbone e fu ancora presente nel Carnevale del 1775. Entrò al servizio della Corte di Parma tra i provvigionati il 22 luglio 1774 con lo stipendio di 3 mila lire annue, come suonatore di violoncello e viola. In Cattedrale suonò dal 14 giugno 1759 fino al 15 agosto 1779. Nel 1783 fu nominato accademico onorario nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma. Il 29 dicembre 1784 venne accordata la pensione di 1400 lire annue alla vedova, in quanto era stato professore di viola e violoncello nella Reale Orchestra (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 192.

Parma 1819
Il 25 maggio 1819 fu nominato terzo corno della Ducale Orchestra di Parma.
FONTI E BIBL.: Inventario, 1992, 43; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 17 aprile 1891-Padova 31 luglio 1968
Nacque da Edoardo e da Laurina Maurighi. La sua infanzia e la sua giovinezza furono contrassegnate dai continui spostamenti della famiglia per il lavoro del padre. A Piacenza e a San Pietro compì i primi studi, che inizialmente presero un indirizzo tecnico e solo in seguito a una bocciatura si decisero per un orientamento classico. Frequentò, come esterno, il liceo nella scuola del seminario, a Padova, e, dopo una parentesi a Sassari, la facoltà di lettere nella stessa città. A Padova iniziò una raccolta antiquaria di iscrizioni e trascrizioni di lapidi, avviando insieme un intenso studio che culminò nel 1914 con la pubblicazione del suo primo lavoro, la traduzione in versi italiani dell’Ecerinide di Albertino Mussato (Città di Castello). L’anno successivo vinse il premio Andrea Gloria dell’Università per la nota Intorno alla nascita di A. Mussato (Padova, 1930). Di questi anni universitari furono decisivi per la sua formazione gli insegnamenti dei maestri della scuola storica, V. Lazzarini, V. Rossi e E. Romagnoli: insegnamenti che si unirono alla sua passione per l’erudizione locale e l’interesse ai patrimoni locali di cultura, che furono alla base dei suoi lavori. Conseguita la laurea, insegnò dapprima a Foligno. Successivamente diresse a Rovigo la Biblioteca e la Pinacoteca Concordiana, dando vita a un’intensa attività culturale, come animatore e cronista della vita teatrale e musicale e come propugnatore della conservazione e del restauro delle opere d’arte. Allo scoppio del primo conflitto mondiale partì volontario. Fu ferito e, dopo Caporetto, fatto prigioniero. Da quest’esperienza drammatica maturarono le due raccolte poetiche Prigioniere (Milano, 1926) e I Caduti (Milano, 1935), ben diverse nel tono dalla raccolta I pensieri (Roma, 1916). Se in questa dominano toni lirico-elegiaci con attenzione prevalente ai valori musicali e pittorici della parola, in quelle del 1926 e del 1935 la durezza e il dolore dell’esperienza bellica incidono profondamente nel tessuto espressivo. Antideclamatorio, come lo definisce A. Polvara (in Convivium, pp. 366-370), in queste due raccolte il Dazzi richiama certi modi del Pascoli quando nel contemplare sentenziava conciso e mesto e certe modellature di Saba quando arieggia figure, come puntualizzò S. Benco (in L. Lazzarini, pp. 174-178), che definì I Caduti uno dei più belli e profondi libri di poesia ispirati alla guerra. Dopo le vicende belliche, si trasferì nel 1920 a Cesena, riprendendo la sua attività di bibliotecario alla Malatestiana, dov’era stato preceduto da R. Serra. Occupò questo posto con una certa reverenza, come suona nelle sue stesse parole: Avevo pudore di sedermi nella sua sedia tanto che lasciato lo studiolo al suo spirito, andai a fare il bibliotecaio in una stanza anonima (Itinerario, in Il Gazzettino 16 maggio 1962). Sensibile, oltreché allo studio e alla ricerca, agli stimoli della contemporaneità, anche qui cercò, come sempre nel suo lavoro di bibliotecario, di unire la cultura alla vita, per un rapporto proficuo tra la società e la vita intellettuale, spinto ad amare il linguaggio del mio tempo più di quello imparato sui libri, a scoprire, ad allargare ai giovani del mio tempo l’amore d’una biblioteca vivente (Itinerario). Da Cesena, dove aveva anche tenuto l’insegnamento di storia dell’arte al liceo, venne chiamato a Venezia, a dirigere la Querini Stampalia. Anche a Venezia era stato preceduto da un illustre bibliotecario, Arnaldo Segarizzi, che aveva fatto della biblioteca familiare dei Querini uno strumento vivo per la cultura cittadina (Itinerario). Il Dazzi non ebbe che da continuare l’opera, trovando già introdotti tutti i principi bibliografici che aveva adottato alla Malatestiana, per favorire il lavoro dei lettori. Se ho una soddisfazione, disse di questo suo lavoro, è di aver allargato la strada che il Segarizzi aveva esemplarmente aperto (Itinerario). A Venezia il Dazzi restò per un trentennio. Trent’anni che rappresentano il periodo più fecondo e maturo dei suoi studi, stimolati da una ricchissima e antichissima tradizione letteraria quale quella veneta. Dal Leonardo Giustinian poeta popolare di amore (Bari, 1934), che, nonostante sia limitato da un certo impressionismo, ancora interessa per le analisi condotte sull’incontro tra temi e modi aulici con quelli popolareschi, al suo intenso lavoro su Goldoni (C. Goldoni, Commedie e scene, Milano, 1929; I tempi di Goldoni, in Minerva VIII 1929, pp. 837 ss.) il Dazzi diede, dopo circa trent’anni, il Goldoni e la sua poetica sociale (Torino, 1957). Libro, quest’ultimo, complesso e condotto in diverse direzioni: da una storia recente di Venezia (nella premessa), a una analisi della composizione sociale della città, del panorama vastissimo della sua cultura agli inizi del Settecento, con le sue biblioteche e le sue tipografie (secolo glorioso, per queste ultime, come il Cinquecento), gli influssi francesi e inglesi, per passare ai rapporti del Goldoni con questo ambiente e questa cultura, alla cultura del Goldoni stesso, vastissima nel campo teatrale, approssimativa e orecchiata in tutti gli altri, per arrivare al centro del libro, la grande riforma goldoniana in un panorama teatrale congelato dalla commedia dell’arte a una fissa ripetizione di modi e temi. La commedia di carattere, come Goldoni stesso definì la sua nuova concezione di fare teatro, è passata in rassegna in tutti i quattordici anni di permanenza del commediografo a Venezia, dal 1747 al 1762, con le note, aspre polemiche col Chiari e con il Gozzi. Il Dazzi individuò nella novità linguistica il grande spirito innovativo del Goldoni, nell’avere intuito la necessità di una lingua parlata, vicina al naturale e al sociale, come Goldoni stesso programmaticamente teorizzava, con una posizione critica nei confronti della società che rappresenta sulla scena, contro la guerra e le corti, contro la distinzione delle classi, contro la nobiltà di cui non fa che caricaturare le magagne. Un’arte, perciò, tutt’altro che evasiva, inserita nella vita e tesa a diffondere, con il divertimento, qualche buon seme di verità (p. 208). A Venezia iniziò anche la sua sterminata opera di ricerca di manoscritti e stampe di testi di poesia dialettale letteraria e popolare, che confluirono nell’immensa antologia storico-critica Il fiore della lirica veneziana (Venezia, 1956-1959). Un lavoro che ripercorre tutta una tradizione regionale, la sua cultura attraverso la sua lingua, dal Lamento della sposa padana del Duecento fino a Giotti, a Marin, a Meneghetti, a Noventa, con il ricchissimo patrimonio dei canti popolari e dei proverbi. Portò a termine, nel frattempo, le sue ricerche sulla storia dell’editoria veneziana nel volume Aldo Manuzio e il dialogo veneziano di Erasmo (Vicenza, 1969). A questa attività di ricercatore e critico, il Dazzi affiancò una ricca produzione giornalistica e poetico-narrativa. Dal 1930 al 1939 scrisse quattro romanzi, dove domina lo stesso intimismo delle poesie. Di questi romanzi il più interessante resta Città, pubblicato nella Nuova Antologia del 16 febbraio e del 16 marzo 1932, col titolo Giorni di contumacia: è la storia tutta interiore di un uomo che, dopo aver commesso un omicidio e dopo un lungo periodo di latitanza, si riavvicina alla sua città attratto dalla vita e dagli affetti che vi aveva lasciato. Anche Chiara (Milano, 1939) ebbe un giudizio positivo di S. Benco che lo trovò un romanzo assai buono (il Piccolo della sera 20 luglio 1939). Tuttavia tutti e quattro i romanzi sono lavori che, sebbene abbiano avuto un qualche successo al momento della loro pubblicazione, non vanno oltre un puro valore di documento personale. Del romanzo il Dazzi si interessò continuamente in studi su contemporanei (particolarmente Bontempelli) e soprattutto nel saggio Leopardi e il romanzo (Milano, 1939), che, quando uscì, fece molto scalpore, suscitando discussioni e recensioni (G. De Robertis nel Corriere della sera del 28 ottobre 1939; F. Bernardelli nella Stampa del 4 novembre 1939). È l’analisi di un romanzo appena abbozzato dal Leopardi, gli Appunti e ricordi degli Scritti vari, che il Dazzi definisce psicologico-intimista, riscontrandovi influssi wertheriani e foscoliani, intessuti su ricordi autobiografici. Al Dazzi stava a cuore appoggiare a un’autorità quale quella del Leopardi una definizione del romanzo in senso lirico-intimista perché era la sua stessa concezione, quale particolarmente si era espressa in Città. A Venezia svolse anche un’importante attività di docente alla facoltà di architettura, nella cattedra di estetica, e diresse dal 1931 al 1935 la rivista di scienze, lettere e arti Ateneo Veneto, dandole un’impronta rinnovatrice. Lui stesso vi tenne ininterrottamente una rassegna di poesia, attenta a tutte le voci poetiche contemporanee. La sua intensa attività di ricercatore e pubblicista venne interrotta dal secondo conflitto mondiale, durante il quale si rifugiò in Svizzera. Solo dopo la Liberazione riprese con la stessa intensità, spingendosi anche nell’attività politica come aderente al Partito comunista. Ammalatosi d’artrite, continuò comunque a lavorare fino alla morte. Delle sue opere poetiche si ricordano: I Pensieri (Milano, 1916), Prigioniere (Milano, 1926), In grigiorosa (Milano, 1931), I Caduti (Milano, 1935), In riva all’eternità (Firenze, 1940), Canto e controcanto (Venezia, 1952), Stagioni (Venezia, 1955), Erano già voli di colombe (Venezia, 1961), Marine di Guidi-Poesie di Dazzi (Milano, 1962), Peso della memoria (Milano, 1965) e Stagioni (Milano, 1969). Delle sue opere in prosa: Giorni di contumacia, in Nuova Antologia febbraio-marzo 1932, e poi Città (Milano, 1936), Conte Labia (Roma, 1938), Gelsomino (uscito a puntate sul Giornale di Genova dal 25 febbraio al 30 maggio 1939 e poi Milano, 1946 e 1948), Chiara (Milano, 1939), La Dammartina, pubblicato nel Giornale d’Italia dal 6 giugno al 31 luglio 1943 e L’ingaggio (Milano, 1969). Delle altre opere infine: Regolamenti per la Biblioteca comunale. Raccolta d’arte e Archivio (Cesena, 1926), Sull’ordinamento delle biblioteche in Italia, in Ateneo Veneto CVIII 1931, pp. 237-258, Cronaca cittadina della liberazione di Rovigo, in Rivista d’Italia I 1917, pp. 397-425, Cesena, in La Romagna alla II Biennale a Monza (Forlì, 1925, pp. 77-85), Una carta romagnola con lo statuto della «Giovane Italia», in Scritti storici in onore di C. Manfroni (Padova, 1925, pp. 9-32), Il Musatto storico, in Archivio Veneto VI 1929, pp. 357-471, Leonardo Giustinian poeta popolare d’amore (Bari, 1934), Leopardi e il romanzo (Milano, 1939), Il fiore della lirica veneziana (Venezia, 1956-1959) e Goldoni e la sua poetica sociale (Torino, 1957). Una bibliografia completa di tutti gli scritti del Dazzi si trova in Atti e Memorie dell’Accademia Patavina LXXXV 1972-1973, pp. 78-133, a cura di B.T. Mazzarotto.
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Letterati e giornalisti, Napoli, 1922, 125; A. Polvara, Manlio Dazzi, in Convivium 3, 1934, 3, 366-370; G. Perale, Manlio Dazzi, in Rivista Letteratura IX 1937, 29-32; L. Lazzarini, Manlio Dazzi, in Il Libro italiano, V, 1941, 174-183; G. Folena, Umanità di Manlio Dazzi, in Atti e Memorie dell’Accademia Patavina LXXXV 1972-1973, 65-77; L. Angeletti, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXIII, 1987, 189-191.

DAZZI PIETRO, vedi DAZZO PIETRO


Malandriano 22 ottobre 1840-
Cantante (basso). Il Dacci scrisse (p. 274): Ammesso nella Scuola di musica di Parma nel 1858, cantò il basso in molti teatri. Lo si trova soltanto al Teatro Comunale di Bologna nel 1873 in Guglielmo Tell, nel Mercante di Venezia di Pinsuti e nella storica esecuzione dei Goti di Gobatti.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 11 marzo 1860-Nervi 1965
Figlio di Orazio e Carolina Vescovini. Maestra elementare e poi ispettrice scolastica, sposò il geometra Vittorio Ravazzoni, dal quale ebbe quattro figli, due dei quali divennero generali. Nel 1960 fu proclamata mamma dell’anno e nell’anno successivo centenaria dell’unità d’Italia per aver cresciuto i figli nell’ideale del patriottismo.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 113.

Parma 25 luglio 1810-1841
Figlio di Giuseppe e Rosalinda Bosi. Fu tra gli studenti universitari condannati a essere rinchiusi per due mesi nel castello di  Compiano, prigione di Stato, per aver preso parte a una manifestazione in onore del fisico Macedonio Melloni, costretto a dimettersi da insegnante universitario per avere nella sua prolusione esaltato le barricate che avevano portato, nel luglio 1830, Luigi Filippo sul trono di Francia. Gli otto studenti più turbolenti furono internati a Compiano il 14 gennaio 1831 e rilasciati il 19 febbraio per ordine del Governo Provvisorio, costituito dopo la partenza di Maria Luigia d’Austria. Il Dazzo fuggì da Parma al rientro della Duchessa e vi ritornò poi per finire gli studi. Ebbe la laurea nel 1834 e fu inviato nel 1836 da Giacomo Tommasini, Protomedico dello Stato, in un ospedale di colerosi a Fiorenzuola. Fu poi assistente nella Clinica Medica del Tommasini, medico ordinario della carità in un quartiere di Parma e medico verificatore del vaccino per la città.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 5-6.

Parma 1831
Abitò assieme al fratello Pietro in una casa in Rocchetta a Parma. Nella loro abitazione tennero adunanze alle quali intervenivano anche dei forestieri. Fu patriota durante i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 160.

Parma 1830/1831
Fratello di Giovanni, assieme al quale abitò in una casa in Rocchetta a Parma. Fu detenuto col Gallenga nel castello di Compiano. Nella sua abitazione tenne adunanze alle quali intervenivano anche forestieri. Fu coinvolto nei moti del 1831 (definito dalle autorità fanatico pel liberalismo ozioso dissipatore) e dovette riparare Francia.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 160.


Noceto 1850-29 agosto 1927
Moglie di Ercolano Chiari. Fu per molti anni maestra a Collecchio. Seppe dare ai figli un’educazione molto retta e un indirizzo politico socialista moderato, tanto che in seguito essi ricoprirono in seno alla società onorevoli cariche.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.

 

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