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Dizionario biografico: Cosenza-Cysi Opizzone

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COSENZA - CYSI OPIZZONE


Calvera 1920-Salsomaggiore Terme 25 ottobre 1990
Chiamato alle armi nel 1941, lasciò gli studi universitari a Napoli e frequentò il Corso della
Scuola Allievi Ufficiali Carristi di Bologna. Promosso e nominato sottotenente, fu destinato al 33° Reggimento Carristi di Parma e quindi al 233° Battaglione Semoventi di stanza a Salsomaggiore, col quale nell’aprile del 1943 si trasferì nel Siracusano. In quel fronte le gesta del Cosenza e dei suoi carristi rifulsero di gloria, culminando in una accanita resistenza tra il 10 e il 25 luglio 1943. Poi, tra luglio e settembre, vi fu il ripiegamento e il Cosenza rientrò a Parma. Subito dopo l’8 settembre 1943 si unì con coloro che combattevano in modo aperto la dittatura. Nella guerra partigiana il Cosenza ricoprì incarichi di crescente responsabilità: fu vice comandante della 31a Brigata Garibaldi guidata da Giacomo di Crollalanza (Pablo) e ne divenne comandante quando Giacomo di Crollalanza fu a sua volta eletto comandante unico. Lo sviluppo dell’azione partigiana lo vide, infine, comandante della Divisione Valceno, un complesso di circa 3000 uomini inquadrati in cinque brigate (31a Forni, 31a Copelli, 32a Monte Penna, 135a Betti e 178a Sap). Fu il Cosenza a dirigere magistralmente le operazioni del fatto d’armi detto la sacca di Fornovo. Qui, a pochi giorni dalla Liberazione, i suoi partigiani seppero bloccare per diverso tempo un’intera divisione tedesca in ritirata lungo la strada statale della Cisa. Da quell’esperienza il Cosenza trasse il saggio storico La Sacca di Fornovo. La Resistenza rimase al centro dei suoi interessi e della sua attività anche dopo la guerra: fu presidente dell’Istituto Storico per la Resistenza di Parma, in seno al quale svolse approfonditi studi e scrisse diversi volumi a ricostruzione di quelle fasi del conflitto. Membro dell’Associazione Nazionale Partigiani Italiani, pubblicò nel 1989 il libro Memorie partigiane, ricco di immagini e testimonianze. Uomo di profonda cultura, il Cosenza, dopo la guerra, si stabilì a Salsomaggiore con la famiglia, divenendo responsabile dell’ufficio stampa e propaganda dell’azienda termale e in seguito consigliere di amministrazione della stessa, in rappresentanza del Comune. Dal 1950 riprese la strada dell’insegnamento, una sua antica vocazione: fu docente di lettere classiche presso il Liceo Romagnosi di Parma e preside del liceo classico di Fidenza, carica ricoperta fino al 1982, quando si collocò in pensionamento per motivi di salute. Studioso estremamente attento e illuminato, collaborò con altri docenti di lingua latina nella stesura di alcuni manuali, apprezzati negli istituti di tutta Italia. Fu sepolto nel cimitero di San Giovanni Contignaco.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 ottobre 1990, 22; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 4 novembre 1990, 9; Gazzetta di Parma 23 ottobre 1996, 25.

Parma 27 maggio 1801-San Lazzaro Parmense 9 novembre 1855
Nacque da Alessandro e da Fiorita Borelli. Giovanetto, studiò canto. Dopo una parentesi di studi ecclesiastici e di lavoro come sellaio e calzolaio, cui fu costretto dalla grande indigenza in cui versava la famiglia, riprese a cantare per diletto e studiò musica da autodidatta. Fu il maestro F. Carozzi che, avendolo udito cantare in strada, conquistato dalla meravigliosa voce e dal grande talento, lo incoraggiò e prese a insegnargli i rudimenti dell’arte musicale. Nel 1820 entrò a far parte del coro del Teatro Ducale di Parma, continuando a studiare con A. Busi. Nella primavera del 1821 si esibì per la prima volta in pubblico nell’opera Amalia e Leandro, ossia Il trionfo della rassegnazione di P. Dell’Argine, musicato da G. Liberati. Per questa rappresentazione, eseguita in casa Sanvitale, il Cosselli fece parte di un gruppo di artisti, professionisti e dilettanti, tutti istruiti da L. Tartagnini, professore di fagotto e maestro di canto. Studiò poi con A. Savi e nel 1822 a Forlimpopoli eseguì il Barbiere di Siviglia di Rossini, nello stesso teatro che A. Fusinato rese celebre con la poesia del Passatore. Le cronache di allora (cfr. Ferrarini, Parma teatrale e ottocentesca, p. 117) parlarono della rivelazione di un giovane cantante che ha reso sublime l’intero spettacolo. Il Cosselli replicò la stessa opera nell’estate del 1823 al Teatro Ducale di Parma, dove cantò nel Tancredi e nella Cenerentola, ottenendo in queste due prime opere rossiniane un buon esito, ma rimanendo coinvolto nel generale insuccesso riportato dalla Cenerentola. Nel 1828, sempre al Teatro Ducale, durante il Carnevale, cantò con successo nella Semiramide (e nella Zelmira, che ebbe però un risultato mediocre). Fu proprio con le opere di   Rossini che si impose all’attenzione generale, dimostrando le sue spiccate e particolari doti di attore, oltre che di cantante. Nel 1825 a Ravenna cantò nella Gazza ladra e nella Semiramide. Con quest’ultima nel 1829 avrebbe dovuto esordire al Teatro Carcano di Milano, ma preferì rompere il contratto con il prestigioso teatro, temendo il confronto con il cantante F. Galli. Stimato negli ambienti teatrali milanesi che videro in lui un interprete capace di risvegliare l’entusiasmo per il teatro lirico, non volle affrontare il pubblico della Scala e rientrò a Parma annunciando il ritiro dalle scene. Fu il medico e filosofo G. Tommasini a ridargli, con non poco sforzo, coraggio e fiducia. A Roma, al Valle, nella stagione 1826-1827 il Cosselli cantò con grande successo, partecipando tra l’altro alla prima di Olivo e Pasquale di G. Donizetti. Allargò la sua fama in Italia soprattutto con il repertorio rossiniano e riscosse eccezionale successo nel Barbiere di Siviglia alla Pergola di Firenze e nel Conte Ory a Bergamo. Successivamente, dopo il 1830, abbandò il genere giocoso, per dedicarsi completamente alle opere di Bellini e di Donizetti. Fu proprio con la Lucia di Lammermoor che raggiunse la celebrità, nel 1835, allorché partecipò alla storica prima al San Carlo di Napoli. Il 13 giugno 1838, al Teatro Ducale di Parma, prese parte alla prima esecuzione dell’opera Martin Faliero, sempre di Donizetti, con un successo strepitoso. La bella voce baritonale e il temperamento drammatico ne fecero l’interprete ideale del repertorio romantico, soprattutto belliniano e donizettiano: lo stesso Donizetti, non potendo contare sul baritono Tamburini come protagonista di Parisina, scelse il Cosselli. La voce del Cosselli, bellissima, sonora, agile, era perfetta, ideale per le opere donizettiane. Arrivò a toccare, sicura e ardita, la tessitura tenorile per tornare con timbro uguale e perfetto e profonda e chiara robustezza alle più gravi note baritonali. Autodidatta, il Cosselli riuscì a formarsi una cultura vasta, che gli consentì di interpretare con intelligente e accurata capacità di caratterizzazione ogni personaggio affidatogli. Memorabile rimase la sua interpretazione del ruolo del duca Alfonso nella Lucrezia Borgia. L’opera fu, per oltre un ventennio, fonte per lui di strepitosi successi in tutti i teatri italiani ed europei, condivisi con Marianna Barbieri Nini, meravigliosa protagonista. In quella occasione il Cosselli si rivelò tra l’altro eccezionale basso cantante, tanto che Donizetti ebbe a dirgli ti proclamerei il primo basso del mondo se non ci fosse il baritono Cosselli (M. Ferrarini, Parma teatrale e ottocentesca, pp. 118 s.). Di opere di Donizetti e di Bellini, oltre che di tante rossiniane, fu interprete prestigioso (La straniera, Il pirata, Beatrice di Tenda, Puritani, Anna Bolena, Lucrezia, Belisario, Il furioso, Roberto Devereux). Nel 1830 e 1838 il Cosselli cantò al Teatro Giglio di Lucca, al Teatro La Fenice di Venezia nella stagione 1831-1832, al Teatro degli Avvalorati di Trieste nel 1838, al Teatro Grande di Trieste sempre nel 1838 e al Teatro Alfieri di Firenze nel 1830 e 1840-1841. Prese parte alle prime rappresentazioni di Il taglialegna di Dombar di F. Grazioli (Roma, Teatro Valle, 1826), Ivanhoe e Carlo di Borgogna di G. Pacini (Venezia, Teatro La Fenice, 1832 e 1835) e Palmira di F. Stabile (Napoli, Teatro San Carlo, 1836). Donizetti scrisse per il Cosselli, oltre probabilmente alla parte di Azzo nella Parisina, Il Diluvio universale, azione tragico-sacra in tre atti (interpretata al Carlo Felice di Genova con grande successo nella stagione 1833-1834) e il ruolo di Asthon nella Lucia di Lammermoor (Napoli, Teatro San Carlo, 26 settembre 1835). Il Cosselli viene considerato come l’iniziatore del tipo di baritono drammatico, in contrapposizione al tipo ornamentalistico (quale il Tamburini), secondo una tipologia vocalistica che si direbbe definitivamente qualificata nei primi baritoni verdiani, da Ronconi a Varesi. La sua vocalizzazione di antico stampo fu eccezionale e gli consentì di emergere nei ruoli seri rossiniani e anche in opere di Mercadante (I Normanni a Parigi ed Elena da Feltre), Pacini (Ivanhoe, Carlo di Borgogna e L’ultimo giorno di Pompei), di Meyerbeer (Il crociato) e Cimarosa (Il matrimonio segreto). Con eccezionale versatilità seppe trasformare la sua voce di basso comico in basso cantante e poi in baritono drammatico. Grazie alla rigorosa formazione musicale e alla perfetta padronanza dei mezzi vocali poté curare e approfondire l’interpretazione dei ruoli più diversi. Seppe inoltre unire alle doti vocali ottime qualità di attore e particolari cure nell’interpretazione del personaggio, aiutato dalla buona cultura umanistica e dalla naturale predisposizione alla rappresentazione drammatica. Ancora nel 1840, durante il Carnevale, il Cosselli cantò nella Parisina e nel Belisario di Donizetti e nell’Elena da Feltre di Mercadante. Nel maggio 1841 cantò applauditissimo al Teatro Comunale di Ferrara nel Martin Faliero e nella Lucrezia Borgia col titolo Giovanna I di Napoli. La stima e l’ammirazione di cui godeva gli valsero la nomina di virtuoso onorario della Corte ducale. Nel 1843, ancora giovane, si ritirò dalle scene e si trasferì a Vienna. Nella capitale austriaca si dedicò all’insegnamento del canto, ma a questa sua nuova attività dovette rinunciare ben presto a causa di una grave malattia. Tornato in patria, si stabilì nella villa di Marano, dove tra i ricordi di una gloriosa carriera visse gli ultimi anni della sua vita, circondato da musicisti e letterati famosi. Alla morte di Donizetti (8 aprile 1848) si ritirò definitivamente a Parma. Considerato l’incarnazione della forza nella scena lirica così come il Tamburini era stato l’incarnazione della dolcezza, formò numerosi allievi destinati alla celebrità. Sposò Anna Scodellaro di Fusignano e dalla loro unione non nacquero figli. Si dedicò anche alla poesia e di lui rimangono versi di gusto bernesco, graziosi e piacevoli. Occupò, inoltre, un posto di magistrato nel paese di Marore.
FONTI E BIBL.: M. Leoni, Prose, Parma, 1843, 197 ss., 205 s.; F. Regli, Dizionario biografico dei più celebri poeti ed artisti, Torino, 1860, 145 s.; A. Brocca, Il teatro Carlo Felice, Genova, 1898, 25; A. Boselli, Un precursore di Gigione? Una lettera inedita di un celebre cantante parmigiano, in Aurea Parma VII 1923, 57 ss.; G. Monaldi, Cantanti celebri, Roma, 1926, 98 s.; G.B. Vallebona, Il teatro Carlo Felice, Genova, 1928, 44; P. Cassi, Cantanti di allora. Vecchi teatri di Parma, in Corriere Emiliano 14 febbraio 1934; N. Pelicelli, Musicisti in Parma, in Note d’archivio per la storia della musica, 1935, 332; A. Ferrarini, Il baritono di Donizetti, in Aurea Parma XXIV 1940, 196-201; A. Ferrarini, Parma teatrale e ottocentesca, Parma, 1946, 112 s.; G. Zavadini, Donizetti, Bergamo, 1948, 105 s., 111, 115, 177, 361 s.; M. Rinaldi, Due secoli di musica al teatro Argentina, III, Firenze, 1958, 1521; P.E. Ferrari, Spettacoli in Parma, Bologna, 1969, 25, 62, 64, 135, 194; F.-J. Fétis, Biogr. univers. des musiciens, II, 368; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 378; Enciclopedia dello Spettacolo, III, coll. 1550 s., La Musica, Dizionario, I, 447; Enciclopedia della musica Rizzoli-Ricordi, II, 202; A. Cruciani, in Dizionario biografico degli Italiani, XXX, 1984, 109-111.


Colorno 6 gennaio 1752-Parma 4 maggio 1802
Architetto e incisore, è annoverato tra gli allievi più vicini a Petitot, insieme con L.A. Feneulle, G. Ferrari, Trombara e D. Ferrari. Nel 1772 vinse il primo premio nel concorso di architettura bandito dall’Accademia parmense di Belle Arti, avente per tema La Pianta, lo Spaccato, e l’Elevazione d’un Edificio destinato á Bagni pubblici. Ancora giovane (1802) venne nominato professore di architettura presso l’Accademia di Belle Arti di Parma. Fu autore di numerosi lavori. Per un certo periodo di tempo si stabilì a Parigi, dove incise per il Libro d’Architettura di Chalgrin.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, VII, 512; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 66; Arte incisione a Parma, 1969, 39; Accademia Parmense di Belle Arti, 1979, 62; Disegni antichi, 1988, 88.


Parma 1778 c.-1805
Figlio di Domenico Baldassarre. Fu architetto civile.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VII, 1823, 79.


Santa Croce di Polesine 15 marzo 1873-Lecce 2 agosto 1950
Figlio di un contadino, manifestò giovanissimo la vocazione allo stato ecclesiastico. Entrò nel Seminario diocesano di Borgo San Donnino nel novembre 1885. Dotato di spiccata intelligenza, compì gli studi con il migliore profitto, formandosi spiritualmente sotto la guida di esperti maestri. Ordinato sacerdote il 19 settembre 1896 dal vescovo G.B. Tescari, fu, poco dopo, inviato curato a Castellina (1896-1897) e preposto in Seminario all’insegnamento di lettere e latino, materie per le quali aveva denotato negli anni di scuola particolare inclinazione. Entrò in amicizia con Giuseppe Verdi, da cui si recava a celebrare la messa domenicale nella villa di Sant’Agata. Unì all’elevato gusto estetico un singolare senso di penetrazione critica. Fu un dotto: a prescindere dalle sacre scritture, dalla storia ecclesiastica e dall’uno e l’altro diritto, ebbe vasta cultura dantesca e soprattutto ammirazione per i classici latini, prevalentemente per l’opera di Virgilio e di Orazio. Compositore di distici latini dalla vena inesauribile, lasciò molte opere giovanili degne di apprezzamento. In Seminario tenne pure le cattedre di filosofia e di religione, dedicandosi inoltre allo studio della teologia, materia nella quale conseguì all’Università di Parma, nella primavera 1899, la laurea a pieni voti. Chiamato alla vice reggenza del Seminario, nel 1900 venne annoverato tra i canonici della Cattedrale di Borgo San Donnino e sei anni dopo preposto da monsignor Pietro Terroni all’insegnamento di teologia e sacra scrittura. Alla morte del Terroni, seguita il 28 agosto 1907, fu eletto dal Capitolo vicario capitolare. Monsignor Leonida Mapelli, successo al Terroni nel governo della Diocesi, gli confermò la fiducia nominandolo suo vicario generale. Il 24 novembre 1908 il pontefice Pio X lo pose nel numero dei suoi camerieri segreti e la bolla apostolica che successivamente lo elevò alla dignità di vescovo di Melfi e Rapolla non sorprese coloro che gli vivevano appresso, essendo ben note le sue virtù. Il 28 aprile 1912, nella Cattedrale di Borgo San Donnino ornata dei pavesi cremisi per le grandi solennità, il Costa fu consacrato da monsignor Mapelli, assistito dai vescovi di Carpi e di Pontremoli, Andrea Righetti e Angelo Fiorini. Nella sua Diocesi, cui il 30 aprile 1924 la Santa Sede unì la città di Venosa, egli fu un precursore, spiegando un’attività febbrile nel toccare i problemi di carattere non solo religioso ma anche economico e sociale. Curò la formazione dei sacerdoti per avviarli a un proficuo apostolato, fondò opere di assistenza spirituale e materiale per sovvenire alle necessità di una popolazione che si dibatteva nella miseria economica e morale in una rassegnata e preoccupante apatia. Fu infine un riformatore liturgico, lottando contro ogni forma di ignorante e spesso superstizioso fanatismo delle masse credenti. Ai bisognosi destinò non già il superfluo della mensa episcopale, che era scarsamente dotata, ma tutto quanto eccedeva il minimo indispensabile alle proprie necessità personali. Con zelante impegno favorì l’istruzione religiosa e sociale dei giovani. Fondò e redasse il programma del primo Circolo cattolico studentesco Sant’Alessandro in Melfi, cui aderirono una ottantina di giovani e la cui direzione affidò a don C. Laviano, un colto sacerdote laureato alla Gregoriana, che nel 1919 organizzò la sezione del Partito Popolare Italiano insieme all’insegnante L. Zoppelli. Promosse l’istituzione di circoli cattolici anche in Rapolla, in Maschito e in Venosa, tutti paesi della sua Diocesi, per i quali si avvalse della collaborazione di un gruppo di giovani sacerdoti (A. Chiaromonte, L. Ferrara, A. D’Urso, G. Solimano) i quali furono poi tutti animatori delle leghe bianche nel primo dopoguerra, nella zona del Vulture. Durante la prima guerra mondiale si adoperò in favore delle vedove e delle madri dei soldati al fronte e, dopo la guerra, favorì l’Opera del Mezzogiorno d’Italia, con l’istituzione di asili a Venosa, Melfi, Rionero, Barile e Maschito. Il 7 dicembre 1928, allorché fu promosso alla cattedra episcopale di Lecce, la città più reputata dopo Napoli per isplendore di civili costumi (Giambattista Vico), affidò a Il Risveglio di Fidenza una lunga lettera nella quale, rievocando gli anni trascorsi nella sua Diocesi e richiamando nel pensiero alla terra natìa l’età dei sogni e delle speranze, espresse i propri sentimenti di riconoscenza a monsignor Fabbrucci e agli amici e compagni che avevano avuto per lui attenzioni affettuose congiunte a schietta benevolenza. La data d’ingresso nella nuova sede, fissata per il 3 luglio 1929, fu dal Costa anticipata al 30 giugno per sottrarsi ai festeggiamenti di prammatica che la semplicità della sua indole rifuggì. Il 7 luglio successivo celebrò il suo primo pontificale, rivolgendo al popolo che gremiva l’artistica Cattedrale la dotta parola di pastore e maestro. Alcuni giorni dopo volle celebrare sulla tomba del suo predecessore, monsignor Trana, morto in concetto di santità, e su quella del leccese monsignor Camassa, che prima di lui aveva retto le Diocesi di Melfi e Rapolla. Il Costa fu della città japigia uno dei più distinti vescovi. Sulle orme del Trana improntò la sua nuova fatica, dedicandovi gli anni della completa maturità fisica e spirituale e ponendo ogni sua energia al bene del popolo leccese, dal quale raccolse la più viva e profonda venerazione. Nulla gli fu estraneo di quanto si realizzò in Diocesi durante il suo governo: missioni, congressi, pellegrinaggi, opere pie, attività culturali e sociali. Coadiuvò il clero nelle conquiste apostoliche con la parola, con gli scritti e con il consiglio e seppe conquistare gli animi in virtù del carattere semplice e bonario. Della sua incessante operosità la Santa Sede gli dette atto ufficiale in più occasioni: papa Pio XI, nel 25° del suo episcopato, lo annoverò il 20 aprile 1937 tra i vescovi assistenti al Soglio Pontificio, creandolo inoltre nobile e conte palatino. Altre onorificenze ebbe dal Governo italiano in riconoscimento delle benemerenze acquisite nell’adempimento della sua missione pastorale. Dopo la consacrazione episcopale le sue visite a Fidenza furono rare e fugaci. Mantenne tuttavia una nutrita corrispondenza con i vecchi compagni del clero diocesano, gli amici e i conoscenti, soprattutto con il nipote Guido Costa, ordinato sacerdote il 2 luglio 1933. Il 27 settembre 1928, nella circostanza della traslazione dal cimitero urbano di Fidenza alla Cattedrale di San Donnino delle salme dei vescovi Basetti, Buscarini, Tescari, Terroni e Mapelli, il Costa intervenne alla solenne ufficiatura per tenere il discorso di rito. Fu valente oratore: non possedette le doti roboanti dell’oratore da arengario ma la dizione chiara e sicura di chi affronta l’argomento con assoluta padronanza, ragionando con la stretta logica delle argomentazioni robuste. Lasciò composizioni poetiche in latino classico, prevalentemente di argomento sacro, numerosi discorsi commemorativi e molte orazioni sacre. Notevole, tra queste, A Cristo Re. Particolare rilievo meritano le lettere pastorali al popolo, lucide e tutte permeate di classicismo. In vescovado promosse accademie letterarie, nel corso delle quali si intratteneva amabilmente con i discenti rendendoli partecipi della sua dotta e piacevole conversazione. Il periodo più doloroso del suo episcopato fu quello della seconda guerra mondiale, al quale giunse già minato in salute. Nonostante il decadimento delle forze fisiche, continuò a prodigarsi per la sua Diocesi, intensificado addirittura il lavoro. Quando comprese che la vita lentamente gli sfuggiva, volle dettarsi l’epigrafe funeraria: Qui attendo la Risurrezione io Alberto Costa da Fidenza nell’Emilia che già Vescovo di Melfi Rapolla Venosa l’Anno del Signore 1928 fui traslato alla Sede di Lecce. M’addormentai nel bacio del Signore a 77 anni il 2 agosto 1950. O Leccesi per la vostra carità pregatemi dal Signore il luogo del refrigerio della luce e della pace. L’iscrizione si trova incisa sul monumeto funebre che, nel secondo anniversario della morte e per volere di monsignor Francesco Minerva, successore del Costa, venne inaugurato sul suo sepolcro nella Cattedrale di Lecce.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 57; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 123-128; E. Cervellino, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 262.


Bazzano 1912-Bettola di Piacenza 8 febbraio 1968
Partecipò alla guerra in Africa combattendo valorosamente con il grado di tenente: fu decorato con la Croce di guerra. Al ritorno dal conflitto divenne avvocato. Nel 1950 vinse il concorso per segretario comunale e si stabilì a Busana. Quindi fu a Castelvisconti di Cremona e, dal 1962, a Bettola di Piacenza. Nella casa del Costa, la più antica del centro di Bazzano, si poteva ammirare un bell’affresco di Madonna con il Bambino, discretamente conservato, al quale il Costa si ispirò componendo una delicata poesia dedicata all’amico Bruno Viappiani (1965).
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 116.

San Secondo 1804-Venezia ottobre 1875
Fu allievo di Antonio Isac e di Paolo Toschi nell’Accademia di Belle Arti di Parma. Per interessamento del Toschi, nel 1849 fu nominato direttore della Scuola di Calcografia all’Accademia di Belle Arti in Venezia, ove si stabilì definitivamente. Fu poi professore effettivo e consigliare ordinario della medesima Accademia. Fu inoltre socio d’Arte dell’Accademia Pontificia di Bologna e professore consigliere corrispondente della Reale Accademia di Parma. Collaborò (trentanove rami) al Vaticano descritto del Pistolesi (Roma, 1829-1838), al Luca Longhi illustrato di A. Cappi (Ravenna, 1853), alla Regia Galleria di Torino del D’Azeglio (Santa Maria Maddalena, dal Rubens; Santa Margherita, dal Poussin; Maddalena ai piedi di Gesù, dal Caliari) ed eseguì varie stampe dal Correggio per la collezione Toschi. Lavorò anche a Firenze.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1839, 161 e 1852, 397; P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, fasc. 10 (ms. del Museo di Parma); G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 131-132; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, VII, 1912, 517 (N. Pelicelli); L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Le B., Man., I, 1855; Heller-Andresen, Diz., 1870; Pelliccioni, Incisori, 1949, 66; Arte incisione a Parma, 1969, 50; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 838; San Secondo, 1982, 19, 23; P. Bellini, Storia incisione, 1985, 409.


Parma 1829-1902
Magistrato, consigliere di Corte (1896) in Bologna, fu padre di Emilio.
FONTI E BIBL.: Ricordi biografici del Consigliere Antonio Costa dettati da suo figlio Emilio, Parma, Battei, 1902; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 328.


Parma 1696/1712
Cantante, fu accettato tra i musici della Corte Farnese il 19 luglio 1696. Fu licenziato il 15 gennaio 1707. Nell’opera Italia consolata, introduzione al balletto fatto nel Teatrino di Corte di Parma nel 1696, cantò la parte di Italia e nella pastorale Paride in Ida quella di Paride vestito da pastore. Lo si trova a cantare la festa della Annunciazione il 25 marzo 1701 alla chiesa della Steccata di Parma e dal 1699 fino al 1712 in Cattedrale a Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani, 1693-1701, fol. 478, 1702-1712, fol. 69; Archivio della Steccata, Mandati, 1700-1702; Archivio del Duomo, Mandati, 1700-1725; P.E. Ferrari, 30; L. Balestrieri, 127, 128; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 145.


Mulino di Bazzano 9 agosto 1929-Reggio Emilia 6 febbraio 1991
Avvocato, poeta e saggista, scrisse numerosi testi teatrali rappresentati in vari teatri italiani e stranieri. Fu tra i fondatori del Gruppo ’63, il movimento letterario d’avanguardia a cui diede vita, tra gli altri, con Eco, Sanguineti, Giliani e Arbasino. Fu redattore di diverse riviste letterarie, tra le quali il Verri, Quindici, Malebolge, fondata insieme ad A. Spatola e G. Celli, e il Caffè. Pubblicò varie raccolte di poesie, saggi letterari e opere di critica dell’arte: Pseudobaudelaire (Scheiwiller, Milano, 1964), L’equivalente (Scheiwiller, Milano, 1969), La Santa Giovanna Demonomaniaca, Le Nostre posizioni (ed. Geiger, Torino, 1972), Guida del viaggiatore immobile (ed. Scheiwiller), Inferno Provvisorio (ed. Feltrinelli), La Sadisfazione letteraria (ed. Coop. Scrittori, Roma, 1976), Invisibile Pittura (ed. Magma). Concentrò pure la sua ricerca nel lavoro teatrale, assieme a Didi Bozzini, stendendo vari testi, tra i quali Il Condor, A.R.P., A nera I rossa e State bradi. Nel 1982 con Didi Bozzini, Beppe Sebaste e Daniela Rossi, diede vita al Festival Internazionale di Poesia di Parma, con la partecipazione di poeti italiani e stranieri. Esercitò a Reggio Emilia la professione di avvocato, sia nel campo penale che civile.
FONTI E BIBL.: Letteratura italiana, I, 1990, 616; Gazzetta di Parma 12 febbraio 1991, 7; Dizionario letteratura Novecento, 1992, 162.


Bazzano ante 1578-Bazzano novembre/dicembre 1595
Resse la parrocchia di Bazzano per diciassette anni: dal 1578 al 1595. Fu il primo arciprete a dotare la parrocchia dei registri parrocchiali in ottemperanza ai decreti del Concilio di Trento, che prescrisse ai parroci di provvedere le parrocchie dei registri dei nati, dei morti e dei matrimoni. Il libro dei battesimi da lui iniziato porta un inserto di 12 fogli con 52 atti di matrimonio che vanno dal 1584 al 1592, più 10 fogli con 60 atti di matrimonio che vanno dall’11 marzo al 1° aprile 1586 e più di 100 battesimi dal 1586 al 1595. L’ultimo atto data 20 novembre 1595.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 17.


Parma 16 giugno 1866-Bologna 25 giugno 1926
Nacque da Antonio, magistrato, e da Eloisa Musiari, morta nel darlo alla luce (il Costa le dedicò una raccolta di versi giovanili: Primule, Parma, 1885). Iniziò gli studi classici a Piacenza e li concluse a Parma. Giovanissimo esordì con opere poetiche: la romanza Bice ed Evandro (Parma, 1883), Versi a favore di fanciulli rachitici (Parma, 1884), Dall’anima (Parma, 1886), dedicato alla sposa, nonché il ricordato Primule. Si dedicò anche allo studio del latino umanistico, della letteratura italiana e della storia politica dell’Emilia nel secolo XVI. Curò la pubblicazione di inediti cinquecenteschi sulle nozze tra Enrico IV e Maria de’ Medici e inediti del prediletto Giacomo Leopardi, di Paolina Leopardi, di Pietro Giordani, Ugo Foscolo, Iacopo Sanvitale, nonché di Veronica Gambara e di un anonimo del Cinquecento. Fu autore di studi storici sulla famiglia Farnese e filologici su Ercole Strozzi, sul Poliziano, sul codice Parmense 1081 (lavoro uscito a puntate sul Giornale Storico della Letteratura Italiana dal 1888 al 1889). Prima della laurea aveva già al suo attivo trenta scritti di critica letteraria, filologia e storia e una Antologia della lirica latina in Italia nei secoli XV e XVI (Città di Castello, 1888). Iscrittosi a giurisprudenza all’Università di Parma nel 1885, si indirizzò a studi di diritto romano e sotto la guida di Giuseppe Brini si laureò il 1° luglio 1889 con tesi su La condizione patrimoniale del coniuge superstite nel diritto romano classico, che, insignita del premio Romagnosi, fu subito pubblicata (Bologna, 1889). Sposatosi con Ines Uccelli nel 1886 (da cui ebbe due figlie e un figlio, Antonio, poi libero docente di procedura civile), vinse il posto governativo di perfezionamento e studiò a Bologna nel 1890-1891. Libero docente in istituzioni di diritto romano a Parma (regio decreto 17 luglio 1890) negli anni 1891-1892, libero docente in storia del diritto romano a Bologna, fu quivi incaricato di questo insegnamento per la prima volta attivato, nonché dell’insegnamento di esegesi delle fonti del diritto romano negli anni 1893-1896. Straordinario a Bologna negli anni 1895-1897 e ivi ordinario dal 16 dicembre 1897, diresse il seminario, poi istituto, giuridico, tenne l’incarico di storia del diritto italiano nel 1920-1921 e fu preside di giurisprudenza dal 1923-1924 alla morte. Vice presidente della commissione, poi Istituto, per la storia dell’Università di Bologna, creata nel 1907, curò l’avvio del Chartularium Studii Bononiensis e diresse gli Studi e memorie per la storia dell’università di Bologna. Fu presidente della Deputazione di storia patria per le province di Romagna. Dal 1922 (anno della morte del figlio) gli si ridusse fortemente la capacità visiva ma continuò a fare lezione e a lavorare con l’aiuto del professor Carlo Lucchesi, bibliotecario dell’Archiginnasio. Per un’affezione cardiaca improvvisamente riacutizzatasi, morì mentre si apprestava a pronunciare un discorso, poi pubblicato, su La scuola bolognese di diritto. Merito del Costa fu di allargare il campo degli studi romanistici sfruttando, in funzione di ricostruzione sistematica di istituti, le fonti cosiddette non giuridiche. Questo metodo di indagine fu dal Costa espressamente teorizzato nella prolusione bolognese del 1898 su Il diritto nei poeti di Roma, ove è auspicato un lavoro in comune tra storici della letteratura e del diritto. In questa linea si collocano gli studi su Plauto e Terenzio. Tra le tesi alternative del Dareste, per cui l’ambiente descritto nella commedia latina è greco, e quella del Becker, secondo cui sotto la finzione scenica greca il mondo rappresentatovi è quello della società romana del tempo, il Costa scelse la via di distinguere nettamente i due poeti. Fondamentale per la ricostruzione del diritto romano è a suo avviso Plauto (e attraverso questa fonte egli ricostruì sistematicamente gli istituti di diritto privato del VI secolo di Roma nel volume Il diritto privato romano nelle commedie di Plauto, Torino, 1890), mentre Terenzio ritrae la vita giuridica greca, per quanto con una certa indeterminatezza di linee (cfr. Il diritto privato nelle commedie di Terenzio, in Archivio Giuridico «F. Serafini» 1893, pp. 407-527). L’esigenza del confronto tra mondo greco e mondo romano, sorta dalla lettura di quelle fonti, portò il Costa a porsi il problema dell’apporto della filosofia greca al diritto romano. La prolusione parmense del 14 dicembre 1891 su La filosofia greca nella giurisprudenza romana (Parma, 1892), se pure possa ormai apparire insufficiente dopo ulteriori indagini, rappresenta tuttavia una tappa importante negli studi in tal campo e soprattutto nell’orientamento scientifico del giovane Costa. Influsso della filosofia greca significa soprattutto attenzione ai diritti della persona. In questo orizzonte si collocano studi come La lex Plaetoria (in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano, II 1889, pp. 72-77), Le nozze servili in diritto romano (in Archivio Giuridico «L. Serafini» XLIII 1889, pp. 210-220), Le azioni exercitoria e institoria nel diritto romano (Parma, 1891; sono azioni che aprono a un nuovo concetto di personalità giuridica) e L’exceptio doli (Bologna, 1897), in cui focalizzò la capacità del sottoposto a potestas e la personalità del filiusfamilias fuori dell’unità familiare, rilevando anche come l’improbitas dell’attore presupposta in tale exceptio si allarghi gradatamente con maggiore riguardo alla volontà piuttosto che alla forma. La prolusione bolognese del 12 gennaio 1893 su L’hereditas e la familia da Adriano ai Severi si pose come sviluppo dei precedenti studi e fa esplicita la sua attenzione al terzo momento evolutivo del diritto romano. Tre sono infatti per il Costa i momenti essenziali nella storia della giurisprudenza romana: quello di Sabino, cioè del diritto civile elaboratosi su elementi esclusivamente nazionali, incorrotti da esteriori influenze, quello di Giuliano, cioè dello sviluppo dovuto alla agile e varia elaborazione pretoria, e quello di Papiniano, in cui, alla presenza di influenze provinciali, si afferma anche nel diritto la necessità di configurazioni nuove e informate a nuova libertà di rapporti. Di questi momenti il più significativo, anche per l’eco che ne ebbe fino a Giustiniano, è quest’ultimo. Donde la necessità di studiare Papiniano e il titolo significativo dell’ampia opera che ne scaturì: Papiniano. Storia interna del diritto romano, a sottolineare l’equivalenza tra quel giurista e il diritto romano nel suo massimo splendore. Nel primo volume, La vita e le opere di Papiniano (Bologna, 1894), il Costa ricostruì la vita del giurista, ricucì gli sparsi frammenti delle sue opere riportati nel Digesto, nelle compilazioni pregiustinianee o giunti direttamente, ricostruì quindi le opere del giurista, considerando che nell’età pregiustinianea i responsa prevalgono sulle quaestiones per la loro indole pratica, rispondente ai bisogni dell’epoca. Nel secondo volume, Lo status personae (Bologna, 1894), segnalò la tendenza dell’età severiana a riconoscere l’individuo di per sé indipendentemente dal possesso congiunto dei tre status. Nello schiavo si tende a riconoscere gli attributi della persona umana. Lo status familiae perde importanza dopo Adriano con il dissolvimento dell’unità familiare, attuantesi per tre vie: indebolimento della patria potestas, prevalenza del vincolo di sangue su quello potestativo, assunzione da parte dello Stato di funzioni tradizionalmente assunte dalla famiglia, quali la tutela. Nel terzo volume, Favor testamentorum e voluntas testantium (Bologna, 1896), segnalò l’eccezione alla regola nemo pro parte testatus e la ricerca della voluntas nelle disposizioni testamentarie. Nel IV volume, Voluntas contrahentium (Bologna, 1899), svolse il pensiero del giurista tutto teso a dare importanza alla voluntas piuttosto che ai verba nei negozi. Oltre che al Papiniano, la fama del Costa è legata all’altra monumentale opera, Cicerone giureconsulto, impresa vasta e organica, che costituisce il necessario punto di partenza negli studi su Cicerone giurista. L’opera venne concepita all’indomani della pubblicazione del Papiniano: lo attestano gli studi del 1896-1897 sulle orazioni ciceroniane di diritto privato. Come avverte il Costa, l’idea è di un lavoro che intenda raccogliere dalle scritture di Cicerone i luoghi attinenti al diritto, e si proponga di studiarli così organicamente e sistematicamente nel loro complesso e in rapporto con quel che è noto altrimenti sopra lo svolgimento dei singoli istituti nel momento a cui Cicerone appartiene. Cicerone giureconsulto uscì in dodici puntate nelle Memorie dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna dal 1907 al 1919, in seguito divulgato in estratti dalle stesse Memorie, in quattro parti così distinte: Il diritto privato (1911), Il diritto pubblico (1916), Il processo civile (1917), Il diritto e il processo penale (1919). Incontrò subito larghi consensi tra giuristi e filologi. Il Mitteis nel 1909 salutò l’opera come un evento scientifico di capitale importanza: essa realizzava l’auspicato ponte tra giuristi e filologi, superando la fatale consuetudine che, come disse R. Sabbadini, vuol separati gli studi filologici da quelli giuridici. Tali consensi indussero il Costa a una nuova edizione, che fu postuma (Bologna, 1927), in due volumi, a cura di C. Lucchesi e G. Brini, nonché del suo discepolo Aldo Albertoni. Dopo un dotto proemio sugli studi giuridici intorno a Cicerone a partire dal secolo XVI, nel libro primo sono esposti i concetti ciceroniani intorno al diritto (iustitia, ius, aequitas), alle sue partizioni e alle sue fonti, rilevando nelle sue dottrine sullo Stato una tendenza pratica e nazionale. Il libro secondo tratta del diritto privato. Si rileva che in Cicerone il filiusfamilias acquista capacità di obbligarsi, che il servus è considerato partecipe al diritto naturale, che vi è un’estensione del concetto di persona a significare la personalità giuridica di enti collettivi. Circa i diritti reali, è ancora inesistente l’actio publiciana e imperfetto vi è lo svolgimento del diritto di usufrutto, mentre vi è l’applicazione dell’hypotheca greca nella provincia d’Asia. Quanto alle obbligazioni, vi è l’uso quotidiano di singrafi, il riconoscimento dei negozi di buona fede e della negotiorum gestio, la matura consensualità della compravendita, compresa l’emptio spei, e l’obbligatorietà giuridica del votum ma non della pollicitatio. Circa le successioni, vi è la probabile esistenza della bonorum possessio ab intestato e il predominio della delazione testamentaria sulla intestata, mentre i luoghi concernenti i legata si riferiscono solo al legatum per dannationem. Il libro terzo tratta del diritto pubblico. Civitas e respublica sono concetti equivalenti per Cicerone. Si ravvisa l’influenza di Dicearco nell’immagine di un permixtum genus di costituzione, mentre nel de legibus le influenze più evidenti sono di Panezio. Presso Cicerone non vi è ancora traccia di senatoconsulti legislativi, mentre l’edilità curule è ormai confusa con quella plebea. Il secondo volume comprende i libri quarto (procedura civile) e quinto (diritto e processo penale). Quanto al diritto processuale civile, accanto alla vigenza del processo per formulas vi è la sopravvivenza delle legis actiones, mentre ormai iudicium dare è equivalente ad actionem dare. Quanto al diritto penale, vari crimini vengono ad avere connotazione diversa che per il passato: così la perduellio è estesa all’usurpazione di poteri magistratuali da parte di privati. Contemporanea a questa grande opera è una serie di scritti monografici con cui il Costa lumeggiò l’una o l’altra branca del diritto. Dal 1902 l’interesse per le fonti letterarie si allargò alle fonti documentarie. Si hanno infatti una decina di saggi su monete e iscrizioni (dal 1908 al 1926, iscrizioni funerarie, elogia e leges epigrafiche) e tredici saggi su papiri giuridici (dal 1902 al 1914, segnatamente su mutui, ipoteche, trasferimenti immobiliari, deposito, locazione, contratti di lavoro, filiazione e tutela). Riguardo al campo dei diritti della persona, in La vendita e l’esposizione della prole nella legislazione di Costantino (in Memorie dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna IV 1909-1910, pp. 117-123) il Costa sostiene la tesi per cui Costantino, nel rendere valida la vendita dei neonati da parte del pater volle intervenire a favore dei minori stessi, sottraendoli a sicura morte e fornendo loro un sostentamento. Si segnalano inoltre gli scritti concernenti la locazione (dal 1914 al 1920) e il regime delle acque, trattato sia dal punto di vista del diritto pubblico sia da quello del diritto privato: scritti che culminano nel volume Le acque in diritto romano (Bologna, 1919). Al processo civile sono dedicate varie opere riguardanti Cicerone: La pretura di Verre (in Memorie dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, s. I, II 1906-1907, pp. 1-19), ove si rileva che l’editto emanato da quel pretore ripristinava le norme restrittive della lex Voconia, ormai desuete e invise alla società del tempo. Si ricorda soprattutto la sintesi Profilo storico del processo civile romano (Roma, 1918). La divisione in due libri (L’ordo iudiciorum privatorum e L’extraordinaria cognitio) non è solo ratione materiae ma anche in gran parte cronologica e naturalmente di struttura: le differenti caratteristiche corrispondono anche a differenti finalità (essenzialmente privatistiche nel primo, pubblicistiche nel secondo). Vari sono i saggi sul diritto criminale: dopo il giovanile studio Sulle azioni popolari romane, (in Rivista Italiana per le Scienze Giuridiche XI 1891, pp. 358-374), i lavori criminalistici si concentrano nel periodo 1917-1921: sul crimem vis (1917-1918), sulle persecuzioni dei cristiani (1920-1921), sul conato criminoso (1920-1921), sul diritto penale nel Gnomon dell’Idios Logos (1920-1921), fino alla grande e apprezzata sintesi dell’intera evoluzione del diritto penale (Crimini e pene da Romolo a Giustiniano, Bologna, 1921). Molti studi sono dedicati al diritto pubblico. In La lex Hortensia de plebiscitis (in Memorie dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna VI 1911-1912, pp. 77-85) sostiene che tale lex si limitò ad assimilare alle statuizioni del popolo raccolto per centuriae quelle del popolo raccolto sulla base delle tribus, assemblee che, votandosi in esse per capi, erano poste sotto il dominio della plebs. Non erano invece già quelle della sola plebs, ormai inesistenti. Altri saggi riguardano il contrasto tra Cesare e il Senato (del 1914), le provvisioni in caso di terremoti (del 1908-1909) e l’articolo Cittadinanza (diritto romano), in Digesto italiano (VII, 1915, pp. 209-214). Al diritto pubblico il Costa dedicò anche opere di sintesi, come i Corsi degli anni 1892-1899, rifusi nel manuale a carattere divulgativo Storia del diritto pubblico romano (Firenze, 1906; 2a edizione 1920), con una interessante introduzione sullo studio dello ius publicum dall’antichità al secolo XIX. L’altra sintesi pubblicistica, Storia delle fonti del diritto romano (Torino, 1909, riedizione ampliata della prima parte di un corso del 1901) rivela una modernità di atteggiamento scientifico nel respingere l’interpretazione del Pais sulle XII tavole, nel dare vasto rilievo alla giurisprudenza, nel valutare con equilibrio la ricerca interpolazionistica condannandone le esagerazioni, nel dare ampio spazio a scrittori non giuridici sia pagani sia cristiani. Più importante è la sua Storia del diritto privato. Nel 1901 pubblicò il primo volume di un Corso di storia del diritto romano, distinto in due parti: l’una, più breve, sulle fonti, l’altra sulla famiglia e sul diritto privato (nel 1903 apparve il secondo volume). Gli elogi di B. Brugi, C. Ferrini, D. Mayer, L. Wenger, N. Tamassia, G. Savagnone e R. De Ruggiero incoraggiarono il Costa a rivedere l’opera. Dopo averne staccato la parte delle fonti, pubblicò la sola parte storico-istituzionale riguardante il diritto privato, con il titolo Storia del diritto privato romano dalle origini alle compilazioni giustinianee (Torino, 1911). Questa edizione ricevette gli elogi di Duquesne, E. Albertario, L. Wenger e il Costa fu indotto a una 2a edizione (Torino, 1925), cui aggiunse tra l’altro un intero libro (il V) sulle persone giuridiche. Il problema della struttura, che il Costa si pone, è quello della difficoltà di mantenere un giusto equilibrio tra concezione dogmatica e concezione storica dei singoli istituti e rapporti. Lo risolve nel senso di distinguere la trattazione in sezioni relative ai singoli istituti e ponendo la trattazione storica all’interno di quelle partizioni dommatiche. Quanto al metodo, nella seconda edizione il Costa ammorbidì il giudizio sulla ricerca interpolazionistica, accogliendone in parte i risultati, ma limitatamente allo studio delle alterazioni postclassiche, studio che costituisce un capitolo nuovo nell’indagine interpolazionistica e anzi in qualche modo un superamento di essa, nella valutazione della evoluzione articolata e complessa del diritto nei secoli IV e V. Il primo libro tratta della familia e della persona. La famiglia è intesa bonfantianamente come organismo politico che come tale persiste dopo la creazione della civitas e nella quale l’individuo rimane completamente assorbito. La disgregazione della famiglia, dovuta soprattutto a fattori economici (ma anche, secondariamente, al contributo di dottrine filosofiche), porta alla progressiva emancipazione del singolo, fino a far coincidere il concetto di caput o persona con la condizione stessa di uomo libero. Anche nei diritti reali (libro secondo) si proietta quel carattere politico della famiglia: familia vale a designare anche il complesso di cose appartenenti al gruppo (res mancipi) mentre pecunia indica il complesso delle res nec mancipi. Circa l’obligatio (libro terzo) il Costa accetta il contrapposto concettuale debitum-responsabilità, scindendo storicamente i due momenti, la fusione dei quali avviene con l’impegno, assunto con giuramento (sponsio) da persone appartenenti a classe elevata, di rispondere dei debiti contratti da persone di classe inferiore dipendenti da esse. Invece l’hereditas (libro quarto) non ha per il Costa nulla a che fare con la concezione politica della familia (contrariamente a quanto opinava il Bonfante) anche se egli ammette che accanto a elementi patrimoniali l’hereditas ne contenesse alcuni religiosi e politici. Accanto a questo ampio trattato il Costa redasse un manuale a carattere divulgativo, Storia del diritto privato romano (Firenze, 1903, che ebbe molto successo; 2a edizione, 1908; 3a edizione, 1921). È da segnalare infine che le opere sulla storia dell’Università di Bologna (una ventina di scritti) rivelano la competenza del Costa sulla storia del diritto italiano nonché sulla paleografia. Tra le numerose commemorazioni da lui tenute sono di particolare interesse i Ricordi biografici del 1902 sul padre Antonio, consigliere di Corte d’appello, i ricordi degli amici A. Rondani e A. Ronchini, umanisti parmensi, la rievocazione del suo venerato maestro di studi classici al ginnasio di Piacenza, I. Della Giovanna, nel 1916, e la commemorazione di U. Aldrovandi, tenuta nel 1907, nel terzo anniversario della morte di quest’ultimo.
FONTI E BIBL.: G. Brini, Parole pronunciate sul feretro di Emilio Costa e nei funebri onori, il 26 giugno 1926, in Annuario della Regia Università di Bologna 1926-1927, 5 ss.; N. Malvezzi, Discorso a commemorazione di Emilio Costa, in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, s. 4, XVII 1926, 67-92; G. Brini, L’opera giuridica di Emilio Costa, in Memorie della Regia Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna XII 1927, Supplemento; A. Albertoni, in Aegyptus VII 1926, 285-294; F. Stella-Maranca, Emilio Costa, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano XXXV 1927, 213-220; E. Albertario, Emilio Costa, in Archivio Giuridico F. Serafini XCVII 1927, 105-114; B. Molossi, Dizionario biografico, 1975, 57. Cfr. anche le varie recensioni ai libri del Costa. Una lista completa delle opere del Costa è data in appendice alla seconda edizione di Cicerone giureconsulto, Bologna, 1927, 225-233: ivi pure è data una breve biografia, a cura di A. Albertoni; F. Fabbrini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXX, 1984, 171-175.


Fabrizia 1917-Parma 24 luglio 1999
Giunse a Parma con l’obiettivo di svolgere la professione di avvocato civilista, specializzato in materia tributaria, ma gli eventi bellici lo videro calarsi nella realtà della Resistenza. La sua forte passione politica lo portò a militare nel Partito comunista italiano clandestino. La sua presenza nella montagna dell’Appennino parmense ovest, come dirigente del Comitato di Liberazione Nazionale per la parte comunista, fu essenziale per la nascita del Comando regionale Nord Emilia del Comando unico militare Emilia-Romagna (distaccamento, che poi divenne autonomo, con comandante il generale Mario Roveda e ispettore il Costa. È in particolare ricordato per il senso di moderazione e lo spirito di mediazione che lo distinse quando a Pian del Monte nel Borgotarese si tenne il 27 agosto del 1944 l’incontro decisivo per la nascita del comando unico, con l’adesione delle Brigate Garibaldi, Julia e Giustizia e Libertà, vale a dire le formazioni della sinistra, cattoliche e laiche. Fu proprio il Costa che dette l’esempio decisivo determinando l’adesione delle Brigate Garibaldi. In quell’incontro vennero nominati il comandante, Giacomo Di Crollanza, e il commissario, Primo Savani. Nel secondo dopoguerra fu assessore ai Tributi del Comune di Parma e presidente dell’Ametag, poi si dedicò alla professione di avvocato civilista specializzato nella materia tributaria, consulente, tra l’altro, delle ditte Barilla e Parmalat. Di quest’ultima grande industria fu anche apprezzato amministratore.
FONTI E BIBL.: C. Drapkind, in Gazzetta di Parma 28 luglio 1999, 8.


Bazzano 1741-
Nell’anno 1769 fu capitano delle truppe parmensi (censimento 1769, in Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976.

Parma-Parma 8 febbraio 1772
Fu primo violino alla chiesa della Steccata di Parma dal 25 marzo 1743 al 1759. Nell’autunno del 1752 suonò nelle opere giocose date a Colorno in quel Teatro Ducale. In Cattedrale a Parma lo si trova a suonare dal Natale 1746 al 26 marzo 1769. Il 1° aprile 1766 passò a servire la Corte ducale di Parma con un assegno annuo di 3600 lire di soldo e 400 lire di pensione. Dopo la sua morte, la vedova, Luigia, fu provveduta dal duca Ferdinando di Borbone di una pensione.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 191.


Bazzano 1789
Fu capitano delle truppe parmensi (censimento 1789, in Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976.

Neviano degli Arduini-Ghisbarda 20 giugno 1920
Fante del 112° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Volontariamente faceva parte di una pattuglia ardita incaricata di difficile mansione in terreno insidiosissimo. Essendo la pattuglia sopraffatta e circondata quasi completamente dal nemico, egli ripiegava per ultimo assieme al proprio capitano, concorrendo validamente a contrastare all’avversario il terreno palmo a palmo, finché, colpito a morte, lasciava valorosamente la vita sul campo. Mirabile esempio ai compagni di grande sprezzo del pericolo e di abnegazione.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1921, Dispensa 57a, 2759; Decorati al valore, 1964, 60.


Parma 28 dicembre 1915-Parma 16 giugno 1985
Prese parte nelle formazioni partigiane alla guerra di liberazione in qualità di medico chirurgo. Dirigente del Partito Repubblicano di Parma, fu l’artefice a Parma nel 1945 (1 luglio) della rinascita del C.N.G.E.I. (scout laici pluriconfessionali), divenendone Commissario di Sezione. Fu inoltre membro dell’Unione Legion d’Oro di Francia e responsabile sanitario del Comando Provinciale Vigili del Fuoco di Parma.
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia).


Pellegrino 1670/1672
Dottore, fu commissario di Pellegrino dal 1670 al 1672. Pubblicò per ordine del marchese Lodovico Pallavicino un bando per la rinnovazione delle investiture.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.

COSTA, vedi anche DALLA COSTA e DELLA COSTA


Parma 16 ottobre 1812-Parma 17 ottobre 1874
Laureato in legge, divenne vice podestà di Parma nel 1845 e accompagnò il podestà Cantelli nel viaggio a Vienna del 1847. In qualità di sindaco governò il Municipio dal 20 marzo 1848 al 17 marzo 1849, cioè durante la rivoluzione, la prima unione al Regno Sardo (proclamata il 25 maggio) e la prima occupazione austriaca (avvenuta il 26 agosto 1848). Il 14 marzo 1849, essendo partiti gli Austriaci, il Municipio assunse il Governo della città e il 17 marzo il popolo volle che egli lasciasse l’ufficio di sindaco, a cui fu nominato Antonio Bertani. Il Costamezzana fu dunque il primo sindaco di Parma in regime sabaudo. Partecipò ai rivolgimenti liberali del 1848 e 1859. Fu tra i cittadini notabili aggregati al Consiglio degli Anziani l’8 giugno 1959. Fu assessore e deputato provinciale. Fu deputato per il collegio di Borgo Taro all’Assemblea del Risorgimento del popolo di Parma e Piacenza il 7 novembre 1859. Fu deputato di Parma sud nella VII legislatura (1860), di Parma nord nella VIII (1864, sostituendo Cantelli), IX e X legislatura. Fu ancora sindaco di Parma dal 1860 al 1864, anni in cui si cominciò a progettare l’aggregazione dei comuni contermini, poi ripresa dal senatore Mariotti. Fu per molti anni consigliere comunale (dal 1859) e presidente del Consiglio Provinciale di Parma (1865-1874) e il 6 novembre 1873 fu nominato senatore del Regno. Alla Camera appartenne sempre allo schieramento di destra.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 292-293; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, 2 volumi, Roma, 1896, 1898; Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 293; Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; Gazzetta di Parma 27 dicembre 1920, 1-2; Gazzetta di Parma 18 febbraio 1921, 1; Senatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1924, 3; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 396; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1962, 4.


-Parma 8 febbraio 1793
Sacerdote, fu cantore della Cappella ducale di San Paolo in Parma fino al 12 dicembre 1779 (nel qual giorno fu soppressa), ottenendo una pensione di 540 lire annue.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 892-897; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 215.

COSTANTI FRANCESCO MARIA, vedi PADOVA GIUSEPPE

COSTANTINI ANNETTA o AURETTA, vedi D’ORSI ANNETTA

COSTANTINO DA PARMA, vedi MOLINARI ANTONIO

COSTANTINO DA VIADANA o VIADANO, vedi BATTAGLIA COSTANTINO

COSTANZO BARBARA, vedi PALLAVICINO BARBARA


Parma 1501/1513
Dottore in leggi, fu podestà di Parma per il duca Massimiliano Sforza nell’anno 1509 e podestà ducale e uditore per Francesco Sforza nel 1513.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Consoli, governatori e podestà, Parma, 1935, 73 e 74.


-Parma 16 febbraio 1718
Conte, fu segretario di giustizia del duca Francesco Farnese, che lo tenne in grande considerazione. Sposò Bianca Lucia Marliani e fu padre di Antonio.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 213.


Pellegrino ante 1542-post 1593
Figlio di Luca. Dottore, della nobile famiglia dei Costerbosa originaria di Borgo Taro, fu commissario di Pellegrino nell’anno 1593. Il Corterbosa e i suoi figli e discendenti furono ammessi dagli Anziani di Parma alla cittadinanza parmigiana il 24 febbraio 1542: Egregius Vir Dominus Antonius de Costerbosa de Pelegrino, Decretum ipsum obtentum fuit ut praefatus D. Antonius una cum filiis posterisque et descendentibus suis Civis Civitatis Parmae, declaretur et creatus fuit.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 10-11.

Borgo Taro 1647/1656
Fu fatto podestà e attuaro di Tizzano l’11 febbraio 1647. La sua dottrina, integrità ed esperienza nell’amministrare la giustizia gli fruttarono la promozione (25 agosto 1656) a uditore di Busseto. Fu poi uditore a Fiorenzuola, Cortemaggiore, Monticelli e Castelvetro.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 213.


Parma 1728
Minore conventuale, fu oratore sacro e teologo del duca di Parma Antonio Farnese. Predicò con grande successo a Parma nell’anno 1728. Fu zio dell’omonimo Antonio Costerbosa.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 214.


1782-Parma 20 agosto 1872
Conte, dottore in leggi, fu uomo di ingegno e di sorprendente memoria. Si dilettò allo studio delle lettere, specialmente greche e latine.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 141.


Parma 13 giugno 1710-Parma 13 dicembre 1768
Figlio del conte Angelo e di Bianca Lucia Marliani. Fu tenuto a battesimo dal marchese Alessandro Bergonzi a nome del duca Francesco Farnese. Il Costerbosa rimase orfano del padre nel 1718. Laureatosi in giurisprudenza, fu ammesso nel Collegio dei Giudici il 19 giugno 1737, nel quale anno sposò Elisabetta Eritrea Giovanetti Benini di Bologna. Le sue nozze, così come il dottorato e l’aggregazione al Collegio dei Giudici, furono cantate da diversi poeti (tra i quali Giampiero Zanotti e Ferdinando Ghedini) sia a Bologna che a Parma. Nel 1745 fu fatto segretario temporaneo di Stato per la regina di Spagna Elisabetta e nel 1761 fu nominato promotore perpetuo delle lauree pertinenti al Collegio dei Giudici. Nel 1764 gli fu commissionato un sistema di riforma per gli studi pubblici, che di fatto presentò al Du Tillot e di cui si giovò poi non poco il Paciaudi. Il 17 ottobre 1768 fu designato tra i Riformatori dell’Università degli Studi, allorché (rimossi i Gesuiti) se ne fece la restaurazione. Nel giugno dello stesso anno gli fu assegnato anche l’ufficio di censore dei libri. Alla sua morte, lasciò una considerevole e rinomata raccolta di libri e di strumenti di matematica e di astrologia, per l’acquisto dei quali spese gran parte dei suoi averi. Verso il 1750, mentre era vice priore del Collegio dei Giudici, ebbe l’incarico, con Alberto Cattani, Claudio Costerbosa e Alessandro Pisani, di ridurne a genuina lezione e a più elegante forma gli antichi statuti e di aggiungervi i privilegi accordati dai pontefici e dai principi, nonché ogni altro atto autentico di pertinenza del Collegio. Il tutto fu trascritto dal calligrafo Antonio Pini. Il Costerbosa fu anche Avvocato del Pubblico e Anziano del Comune di Parma. Fu amante e conoscitore di cose musicali, delle quali scrisse qualche saggio, e soprattutto delle matematiche (con particolare riguardo alle questioni cabalistiche e astrologiche). Il ministro Du Tillot si avvalse del Costerbosa, oltre che per la riforma dell’Università, per il miglioramento dell’agricoltura e del commercio e per altri aspetti di pubblica economia. Il Costerbosa si interessò inoltre di arti cavalleresche e di lingue orientali ed ebbe fama di valente oratore.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 213-215.


Pellegrino 1733
Figlio di Antonio. Dottore, fu nominato da Carlo di Borbone controllore dei giusdicenti della Valle dei Cavalieri (patente data in Piacenza il 10 settembre 1733).
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 10-11.


Pellegrino-Pellegrino 1851
Sindaco e podestà di Pellegrino dal 1844 al 1850, fu un martire del Risorgimento italiano: avendo palesato il suo ideale patriottico, fu legato dai soldati austriaci alla coda di un cavallo e trascinato, essendone straziato, sino a Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11; A. Micheli, Claudio Costerbosa, podestà di Pellegrino Parmense (1844-1850), martire del Risorgimento italiano, Fidenza, 1928; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 329.


Borgo Taro 1465/1466
Fu notaio di Pellegrino. In alcuni atti del 1465 e 1466 delle investiture della Camera Ducale di Milano è detto Coram Iohanne Costerbosa notario.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 19.


Fornovo 1627/1632
Il Costi fece la sua prima comparsa a Fornovo il 5 giugno 1627 in occasione di un matrimonio, nel quale figura come teste. Dal 1629 la sua presenza ai matrimoni locali, sempre in veste di teste, divenne costante almeno fino all’agosto del 1632. Da questa data viene citato, in alcune trascrizioni di atti di cessione o passaggi di beni patrimoniali, come notaio o facente funzioni o, comunque, quale estensore degli atti stessi. Infine, in una sola citazione in data 22 giugno 1632, è indicato come podestà di Fornovo. Come podestà, fu l’occhio e la lunga mano dei Farnese, l’uomo temuto a cui non poteva e non doveva sfuggire niente di quanto accadeva, importante o meno, nell’area pedemontana e di confine del Fornovese
FONTI E BIBL.: L. Merusi, Fornovo di Taro, 1993, 84.


Parma 1441/1479
Figlio di Giovanni. Mastro sartore, ricordato in diversi atti notarili: 21 Gennaio 1441, Giovanni de Costula figlio q.m Antonio, e Antonio Costula figlio del predetto Giovanni, abitante nella vic.a di S. Michele dell’Arco, affittuarii delle suore di S. Domenico di Parma, dov’era Priora Donna Agnese de Putaleis, di una pezza di terra lavoria, pergolata e con casa terrazzata, nella contrada di Maseria entro le clausure di Parma, della misura di 20 bifolche per l’annuo affitto di 23 lire imperiali (rogito di Giovanni Palmia, Archivio Notarile di Parma); 6 Giugno 1453, Maestro Antonio de Costulis f. q.m Giovanni a nome e vece del fratello suo Bartolomeo abit.e nella vic.a di San Michele dell’Arco, citt.o parmig.o prende in affitto alcuni terreni dal Rettore di S. Vitale de monaci (rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile di Parma); 8 Novembre 1456,Testimonio Antonio de Costulis f. q. Giovanni della vic.a di San Michele dell’Arco (rogito di Pietro del Bono, Archivio Notarile di Parma); 10 Gennaio 1459, Maestro Antonio da Costula sartore figlio del fu Giovanni della vicinia di San Michele dell’Arco testimonio (atto del notaio Gherardo Mastagi); 23 Aprile 1467, Testamento di maestro Antonio de Gabrieli f. q.m Luchino della vic.a di S. Prospero, dal quale si rileva ch’ebbe in moglie donna Agnese degli Araldi madre del vivente dottore in leggi Baldassarre de Gabrieli. Testimonio Antonio de Costulis f. q.m Iohannis vic.a Sancti Syri (rogito di Pietro del Bono, filza I, Archivio delle Carmelitane calzate, in Archivio di Stato di Parma); 5 Luglio 1479, Testimonio Maestro Antonio de Costulis f. q.m Giovanni della vic.a di S. Giovanni in Borgo Pescaria (rogito di Pietro del Bono, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 23-24.


Parma 1443/1460
Figlio di Genesio. Maestro, ricordato in alcuni atti notarili: 5 febbraio 1443, Bartolomeo de Costula f. q.m Zenexi vic.a Sancti Gervaxi civitatis parme testimonio (atto del notaio Martino Ricci); 8 ottobre 1446, testimonio Bartolomeo de Costula f. q. Genesio della vicinanza di San Gervaso (rogito di Lodovico da Neviano, Archivio Notarile di Parma); 21 gennaio 1460, Maestro Bartolomeo de Costulla f. q. Sig. Genesio citt.o ab.e nella vic.a di San Gervaso vende al sacerdote D. Giovanni de Grossis f. q.m Albertino una casa murata con adiacenze posta in detta vicinia in Burgo illorum de Poghis in prezzo di lire 125 imperiali, che acquista e paga in nome e con denari del Consorzio de’ Vivi e de’ Morti della Cattedrale di Parma. Testimonio Don Niccolò de Moylle f. del Sig. Francesco della vic.a di San Biagio (rogito di Galasso Leoni, Archivio Notarile di Parma). Il Costola ebbe per moglie Maria de Vulzegha.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 24.


Parma 1453/1488
Figlio di Giovanni. Maestro, ricordato in alcuni atti notarili: 5 novembre 1467, Maestro Bartolomeo de Costula f. di Giovanni della vic.a di San Michele dell’Arco (rogito di Galasso Leoni, Archivio Notarile di Parma); 5 ottobre 1471, Maestro Bartolomeo de Costulis f. del fu Giovanni della vic.a di S. Michele dell’Arco si obbliga di pagare un livello sopra terreni della villa di Ugozzolo a Don Cristoforo del Piombo canonico prebendario del Battistero di Parma (rogito di Sigismondo de Peguliis, Archivio Notarile di Parma); 23 maggio 1488, testimoni ad un atto del notaio Gaspare del Prato Magistro Bartholomeo de Costulla f. q. Iohannis viciniae sancti Michaelis de Arcu et Antonio de Costulla magistri Bartholomei viciniae suprascripte (Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 24.

Parma 1399/1446
Figlio di Pietro. Maestro, citato in un atto notarile in data 19 gennaio 1399: Testimonio Giovanni de Costulla dictus de Carris f. q.m Petri vic.a Sancti Michaelis de Archio (rogito del notaio Paolo Palazzi).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti Parmigiane, 1911, 23.


Parma 1465/1468
Figlio di Rolandino. Maestro, citato in un atto notarile in data 24 marzo 1468: Maestro Luca de Costulis f. q.m Rolandino della vic.a di San Sepolcro, testimonio ad un mandato di Procura fatto dal Co. Cristoforo Valci in diversi legali (rogito di Galasso Leoni, Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 24.


Parma 1446
Figlio di Giovanni. Maestro, ricordato in un atto notarile in data 3 settembre 1446: M.ro Marco de Costula f. di Maestro Giovanni de Costula detto Carris citt.o abitante in Parma nella vic.a di S. Michele dall’Arco procuratore di certo Francesco de Mondatori citt.o parmigiano abitante in Mantova nella contrada dell’Aquila (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 24.


Parma 1437/1465
Figlio di Rolandino. Fu pittore di storia. La famiglia Costola abitò sin dall’anno 1430 nella parrocchia di San Sepolcro in Parma (Pezzana, Storia di Parma, II, 141) per cui è verosimile che parmigiano fosse anche il Costola. Fu chiamato dal canonico Antonio Oddi per far dipingere nel 1465 e negli anni seguenti la volta della Capella cum el Crucefisso et l’Arma mia, che l’anno prima aveva fatto fabbricare a proprie spese nella chiesa di San Sepolcro. Ma il dipinto del Costola sparì forse non molti anni dopo e nessuna altra sua opera rimane. L’Oddi, come aveva fatto negli anni precedenti, tornò a valersi del più noto, suo concittadino, Iacopo Loschi. Il Costola fu quasi certamente parente di Antonio e Bartolomeo Costola, figli di Giovanni. Nel 1437 doveva essere ancora molto giovane, non essendo qualificato col titolo di maestro pittore: 14 Marzo 1437, Tommaso de Costulis figlio di Rolandino della vic.a di S. Sepolcro testimonio in un atto del not.o Gaspare Zampironi. Caterina, sorella del Costola, fu moglie di Ilario Loschi (rogito di Pier Benedetto Zandemaria, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. VII, 1912; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 22; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 23.

COSTOLI, vedi COSTOLA

COSTULA, vedi COSTOLA

COSTULI, vedi COSTOLA


Parma-Oslavia 12 novembre 1915
Capitano di Reggimento di Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Instancabile ed ardito nei preparativi di attacco delle trincee nemiche, seppe infondere nei proprii dipendenti la ferma convinzione nella vittoria. Guidando gli uomini che dovevano rompere i reticolati nemici, trovò morte gloriosa davanti agli stessi reticolati, mentre l’operazione da lui diretta stava coronandosi di un brillante esito. Il Cotta Ramusino risiedette lungamente a Verona.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 282; Decorati al valore, 1964, 82-83.


Noceto 1849-Ramiola 7 giugno 1913
Nato da Ernesto e da Adelaide Savi. Sposò Zelinda Calestani. Ingegnere, resse ininterrottamente la civica amministrazione di Noceto dal 1895 alla sua morte. Sindaco in tempi particolarmente difficili e aspri, seppe essere amministratre autorevole e illuminato e, pur di corrente liberale, operò a favore della collettività con solerzia e senso civico. Fu uno dei fondatori dell’Ospedale di Noceto.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 299.


Calestano-Selo 20 agosto 1917
Caporale del 236° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Quale ciclista al comando di un reggimento rendeva preziosi servizi di informazioni sotto i più violenti bombardamenti avversari. Mentre poi, risolutamente, attraversava uno spazio battuto da mitragliatrici nemiche per recapitare un ordine, cadeva ferito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 83a, 6604; Decorati al valore, 1964, 31.


Parma 3 aprile 1776-
Figlio di Paolo. Nell’anno 1800 fu brigadiere del Regno Italico. Con tale grado partecipò alle campagne militari di Toscana (1801), d’Italia (1805) e di Napoli (1806). Nel 1807 entrò nella Grande Armata col grado di sottotenente. In seguito fu promosso tenente (1812), capitano e poi maresciallo d’alloggio delle Guardie del Corpo di Maria Luigia d’Austria (1814) e infine capitano del Reggimento Maria Luigia (1817).
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 21.

COTTIN, vedi BORGHINI ALESSANDRO


Parma 22 settembre 1863-Milano 22 gennaio 1929
Nacque dal dottor Alberto e dalla nobildonna Isabella Von Ihabbergen. Il padre, proveniente da una famiglia francese stabilitasi a Parma con la Corte di Maria Luigia d’Austria, si era dato allo studio della medicina laureandosi nell’Università di Parma ed esercitò l’odontoiatria, dapprima a Parma, indi in Milano. Il Coulliaux, superate le scuole secondarie, si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Parma. Il suo ingegno e l’amore indefesso allo studio fecero sì che primeggiasse e si distinguesse tra i suoi compagni. Le sue condizioni di salute, che non erano mai state buone, peggiorarono subito dopo la laurea, riportata con ottima votazione a 22 anni, nel 1885. Fece poi lunghi viaggi in Oriente, dai quali ritornò completamente ristabilito. Dopo il servizio militare, iniziò la sua preparazione alla specialità, recandosi dapprima a Ginevra, poi a Londra, indi in Danimarca. La sede ove svolse la sua opera di studioso e di profesionista fu Milano. Pubblicò parecchie opere che testimoniano della sua alta cultura. Fu il primo professore di odontoiatria in Italia. Come docente, esercitò l’insegnamento privato nell’Università di Parma e poi in quella di Pavia. In questa ultima, in seguito a regolare concorso, venne chiamato alla direzione dell’Istituto Stomatologico, direzione che tenne per tredici anni. Contemporaneamente esercitò la professione, che mai interruppe per un periodo di quasi mezzo secolo. Furono suoi pazienti diversi membri della Casa regnante: tenne come cari ricordi, ricchi doni di alti personaggi della casa Savoja. Per i suoi meriti fu insignito di onorificenze italiane ed estere. Il Coulliaux lasciò tutto il suo materiale scientifico, la sua ricca biblioteca, le sue preziose raccolte e ogni altra cosa didattica all’Istituto di Odontoiatria dell’Università di Pavia. La proprietà paterna di San Prospero venne lasciata al vescovo di Parma, Guido Maria Conforti, perché in una delle sue case si adoperasse per istituire un asilo infantile da intitolarsi alla memoria del figlio Carlo Alberto, morto nel 1915 all’età di 22 anni. La sua salma fu tumulata nella cappella di famiglia al Cimitero Monumentale di Milano.
FONTI E BIBL.: S. Prospero di Quingento, 1985, 41.


Parma prima metà del XVI secolo
Fonditore d’artiglierie attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 150.


Parigi 1743-Parma agosto/settembre 1803
Figlio dello scultore, orafo e incisore Henry-Nicolas. Ricevette la sua prima educazione in patria dal padre. Le circostanze che lo condussero giovanissimo a Parma non sono note: seguì forse J.-B. Boudard, che era in contatto col padre del Cousinet (Pellegri, 1982), di cui divenne allievo. Vi si trattenne, per ciò che si sa, per tutto il resto della vita, svolgendovi la sua attività di scultore ancora non del tutto conosciuta. Già nel 1761 vinse il primo premio di scultura nella classe che il Boudard teneva presso la Reale Accademia di Belle Arti di Parma con un bassorilievo rappresentante un Nudo maschile di schiena (conservato nell’Istituto d’Arte di Parma), con la firma del maestro, come era consuetudine, e le iniziali del Cousinet. Nel clima stimolante del piccolo Ducato parmense, dominato dal ministro riformista E. Du Tillot, gli scambi con la Francia erano frequenti e molti artisti d’Oltralpe lavorarono a Parma, che in quegli anni era divenuta quasi un’isola di arte francese. Il Boudard fu occupato a eseguire gruppi marmorei per la sistemazione del giardino ducale, progettato dall’architetto Petitot, con qualche collaborazione da parte degli allievi. Al Cousinet spetta la copia marmorea della testa di Sileno (conservata all’Istituto d’Arte) ripresa dal gruppo con Sileno, la ninfa Egle, il pastore Mnasilo e un satiro eseguito nel 1766 dal Boudard per il giardino ducale. Alla morte del maestro, il Cousinet passò alla classe dello scultore Laurent Guyard, come risulta dal bassorilievo con la Morte di Abele, non più rintracciato, con cui vinse il premio accademico nel 1773 (Pellegri, 1982). Si situa in questo momento l’esecuzione di statue poi disperse: Venere e Bacco con i cimbali, per lo scalone del palazzo della Pilotta. In una nota del 7 aprile 1780 si legge che il Cousinet aveva formato, getato, montati e riparati 6 Busti coi loro piedi, oltre a otto vasi, per la galleria della Biblioteca Palatina. Non è chiaro se essi fossero di marmo e se continuassero la serie scolpita da Boudard nel 1768. Nel 1781 il Cousinet era scultore in marmo della Real Corte di Parma con un salario di 3000 lire all’anno (Scarabelli Zunti). L’anno seguente eseguì quattro grandi sculture in stucco (alte due metri e mezzo) con la personificazione della Compassione, della Carità, dell’Aiuto e dell’Amore del prossimo, poste in origine ai quattro angoli della crociera dell’Ospedale della Misericordia (poi presso la Galleria Nazionale di Parma), che rappresentano la più importante testimonianza della sua lunga attività parmense. Sono modellate con un riferimento puntuale all’antichità classica: le grandi figure, che in quegli anni andavano ricomparendo con gli scavi di Velleia romana, fornirono modelli ben presenti e studiati nella cultura parmense. C’è inoltre, nella grandiosità magniloquente di queste opere, una sorta di tono oratorio, di eccesso, come se lo stesso nascente gusto neoclassico fosse incrinato dall’esigenza delle poetiche del sublime che andavano diffondendosi. Ugualmente puntuale suggestione classica si legge nell’elegante compostezza delle otto Figure femminili in stucco, avvolte in pepli e pettinate alla greca poste accanto agli stemmi al centro dei fregi del grande salone del rinnovato palazzo Sanvitale, eseguite nel 1787. Le informazioni sull’antico del Cousinet potevano essere ben puntuali, dato che tra le cose provenienti dallo studio Guyard consegnate nel 1788 dal Cousinet al segretario dell’Accademia vi erano anche 10 statue estratte dalle Rovine di Velleia (Scarabelli Zunti). Ma il Cousinet non dovette mai essere figura di primo piano nella cultura parmense. Soltanto nel 1795, infatti, venne accolto come accademico d’onore (ma senza voto) tra i membri dell’Accademia di Belle Arti per aver eseguito una copia in marmo di un Fauno e un Ercole morente in gesso di sua invenzione, conservati all’Accademia. Due anni prima aveva indirizzato al ministro Cesare Ventura una supplica per ottenere, in vista delle sue ristrettezze, il pagamento della statua del Faunetto (Scarabelli Zunti). Ma ormai il declino dell’istituzione e dello stesso clima culturale del Ducato dovette pesare anche sull’attività del Cousinet, di cui non si ha più notizia, fino alla morte avvenuta prima del 20 settembre 1803, giorno in cui fu assegnata una pensione per tre anni ai due figli maschi del Cousinet e un vitalizio alle due femmine (Scarabelli Zunti).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio dell’Accademia parmense di Belle Arti: Scatole, 1769-1802, fasc. 2, c. non segnata, Atti, vol. 20, 19-24; Parma, Soprintendenza per i beni artistici e storici per le province di Parma e Piacenza: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., VI, cc. 95-99; G. Campori, Lettere artistiche inedite, Modena, 1866, 263; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928, 526 ss.; M. Pellegri, G.B. Boudard, Parma, 1976, 117 ss., 157, 168; E. Riccomini, Vaghezza e furore. La scultura del ’700 in Emilia Romagna (catalogo), Bologna, 1977, 25; P. Ceschi Lavagetto, Appunti per un itinerario in palazzo Sanvitale, in Aurea Parma 2 1978, 13; E. Riccomini, in L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone (catalogo), Parma, 1979, 472-475; M. Pellegri, Inspersa passim semina atque vestigia. Alcuni ragguagli sugli architetti Petitot, Mazzotti e gli scultori Boudard e Cousinet, in Parma nell’Arte, I 1982, 130 ss.; G. Bertini, P.M. Paciaudi e la formazione della Biblioteca Palatina di Parma, in Aurea Parma LXVII 1983, 177; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VII, 598; P. Ceschi Lavagetto, in Dizionario biografico degli Italiani, XXX, 1984, 513-514.


Bedonia 1824-
Esattore, nell’anno 1864 fu sottoposto a sorveglianza dalle autorità perché ritenuto reazionario.
FONTI E BIBL.: D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 79.

COZZANI PIER ANGELO, vedi COZZANI PIETRO ANGELO


Cozzano primi anni del XVI secolo-Parma giugno 1552
Esercitò la professione di notaio dal 1548 al 1552. Fu nominato dagli Anziani il 4 dicembre 1545, unitamente a Giovanni Battista Lalatta, in qualità di Custode Depositario dell’Archivio comunale di Parma. Nel febbraio del 1550, per avere egli durante quegli anni disimpegnato il suo ufficio con diligenza e regolarità, fu riconfermato. Tale carica egli tenne poi sino al momento della morte. Uomo erudito, fu discreto poeta e verseggiatore latino. Alcuni suoi autografi furono posseduti dal padre Tonani. Tra questi vi era un epigramma contro Carlo V, inviso a Ottavio Farnese, suo genero, e uno al suo contemporaneo Nicolò Manlio. Del Cozzani l’Angeli riferì alcuni versi elegiaci a f. 531 della sua Storia, ristampati poi dal Pico a f. 200 dell’Appendice: riguardano la Torre della Piazza di Parma incendiata dal fulmine, regnante Pier Luigi Farnese. Il Gozzi dice che le sue poesie furono stampate e che nel Libro V predisse la morte di Pier Luigi Farnese, accaduta sette mesi dopo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 652; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914; Aurea Parma 1 1959, 18-19.

COZZANO PIETRO ANGELO, vedi COZZANI PIETRO ANGELO


Parma 1893/1916
Falegname, eseguì l’imposta del portale maggiore della chiesa di Santa Croce a Fontanellato, su disegno di Lamberto Cusani.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 156.

COZZI ARCANGELO, vedi CHIOZZI ARCANGELO


Parma ante 1734-1775
Fu professore di diritto canonico nell’Università di Parma dal 1734 al 1768.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 282.

CRANIO, vedi BIGLIARDI EUGENIO

CRASSO GIOVANNI, vedi GRASSI GIOVANNI

CREAGH BENEDETTA, vedi MAGAWLY DE CALRY BENEDETTA


Varsi 1888-Parma 29 giugno 1972
Figlio di Giovanni. Compì gli studi classici a Parma prima come borsista al Collegio Nazionale Maria Luigia e poi al liceo classico Romagnosi, dove venne premiato più volte quale studente esemplare. Si laureò quindi in giurisprudenza, intraprendendo subito l’esercizio della professione forense e specializzandosi nel diritto penale. La guerra 1915-1918 lo vide con altri tre fratelli a combattere valorosamente. Per la sua fede socialista, nel corso della seconda guerra mondiale fu perseguitato e arrestato dalla Gestapo che lo tenne prigioniero a Bologna per quattro mesi insieme al cognato, avvocato Olivieri. Alla fine della guerra riprese la professione e partecipò anche alla vita pubblica ricoprendo importanti cariche amministrative a Parma e in provincia. Ma la sua grande passione fu lo studio dei problemi della montagna e di quelli storici relativi al Risorgimento nazionale. Su quest’ultimo tema, sull’Archivio Storico per le Province Parmensi pubblicò vari studi di particolare interesse. Altri apparvero su Aurea Parma, sulla Giovane Montagna e sulla Gazzetta di Parma. Nel 1961, in occasione della cerimonia per la commemorazione dell’Unità d’Italia, tenne a Parma l’orazione ufficiale delle celebrazioni. Fece pure parte dell’Istituto per la Storia del Risorgimento di Parma e fu Socio Corrispondente di quello di Torino. Pubblicò anche libri a carattere storico e forense, opere tutte che ebbero ampi consensi. Fu socio della Deputazione di Storia Patria di Parma: iscritto al sodalizio dal 1949, fu dal 1963 membro attivo e dal dicembre 1971 membro emerito. Ebbe come amico e maestro Gustavo Ghidini, noto penalista del foro parmense, il valente Genurio Bentini, il senatore Giovanni Mariotti e l’onorevole Giuseppe Micheli, con cui divise l’amore profondissimo per la montagna. Fu infatti per parecchi anni direttore del Club Alpino Italiano Sezione dell’Enza, fece parte degli Amici del Cervino e del gruppo Scrittori di Montagna.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 giugno 1972, 5; F. Borri, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1972, 36.


Varsi 1889-Monte Mosciagh 22 luglio 1916
Figlio di Giovanni. Frequentò il Collegio Maria Luigia di Parma. Compiuti poi gli studi militari all’Accademia di Modena, entrò giovanissimo nelle file dell’esercito. Volontariamente, quale ufficiale del 26° Reggimento Fanteria di stanza a Piacenza, partecipò all’impresa libica e rimase fin dall’inizio delle ostilità per un intero anno nell’aspro settore di Derna. Ivi compì audaci ricognizioni e alla battaglia del 3 marzo 1912 e a quella di Karser Leben del settembre seppe distinguersi per il suo coraggio. Fu allora decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Per l’energia ed il coraggio spiegati nel servizio di ricognizione e di trasmissione di ordini in terreno insidioso e per aver contribuito a ricuperare dei muli abbandonati sulla sinistra di Bu Msafer (Bu Msafer, 9 e 10 ottobre 1912). Terminata la campagna libica, ove ebbe a guadagnarsi anche un encomio solenne, rimpatriò col grado di tenente. Recatosi all’Asmara nel gennaio del 1914, vi rimase fino alla primavera del 1915, finché il suo battaglione di ascari dovette sbarcare in Libia, onde reprimere la ribellione in atto. Quale premio della sua attività, il comandante del 4° Battaglione Indigeni Eritrei gli inviò, a mezzo del padre, la medaglia d’oro ricordo. Nel giugno del 1915 si trovava ancora in Tripolitania e, nel settembre, lo raggiunse il grado di capitano. Le notizie che mano mano gli pervenivano sulla guerra che l’Italia stava sostenendo contro l’Austria, lo invogliarono a prendervi parte. Inviato, a sua domanda, al fronte nel 112° Reggimento Fanteria, fu per vari mesi, dall’ottobre 1915 al giugno 1916, sul Carso, poi nel Trentino, sull’Altipiano di Asiago, ove in luglio, dopo varie azioni, fu ucciso, meritandosi la medaglia d’argento al valore alla memoria, con la seguente motivazione: Con grande energia, perizia e valore conduceva la propria compagnia all’attacco di una forte posizione nemica. Arrestato da insormontabili difficoltà di terreno presso il reticolato, si manteneva una intera notte in quella rischiosa posizione, aspettando il concorso di reparti larerali. Assunto in seguito il comando interinale di un battaglione, mentre con attività instancabile e sprezzo del pericolo dirigeva i lavori di rafforzamento cadeva ucciso. Fu sepolto nel cimitero di Foza.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937; Decorati al valore, 1964, 131; A. Credali, in Gazzetta di Parma 4 novembre 1966, 3.

Varsi 20 gennaio 1895-Bologna 24 febbraio 1984
Figlio di Giovanni, nacque in una prestigiosa famiglia di origine piacentina. Fu capitano degli alpini nella prima guerra mondiale. Dotato di grande cultura umanistica, per molti anni fu qualificatissimo docente di lingua e letteratura francese al Liceo Galvani di Bologna. Numerosa e valida fu la sua produzione critico-letteraria e storiografica, della quale vanno almeno ricordati Carrillons de France (Torino, Sei, 1956 e 1968) e La Val Ceno nella poesia di Francesco Zanetti (Bologna, 1971). Dello Zanetti, il Credali fu un appassionato cultore: al momento della morte, stava curando attivamente, nonostante l’età avanzata, una nuova edizione della Canzone del Monte, il capolavoro dello Zanetti. Tra i fondatori del Centro Studi Val Ceno, per vari anni ne fu vice presidente. Le sue spoglie mortali riposano, come da sua volontà, nel camposanto di Varsi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 179; L.L. Ghirardini, in Gazzetta di Parma 23 marzo 1984, 15.


Parma 1699
Dottore, fratello di Secondo. Il 3 giugno 1699 fu confermato nella cittadinanza di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 666.


Parma 1831
Patriota, prese parte ai moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 282.


Noceto 1848/1856
Maggiore, combatté molte delle battaglie del Risorgimento: fu a Santa Lucia, Novara, Magenta, San Martino, Ancona, Castelfidardo, Gaeta e Custoza. Partecipò alla spedizione di Crimea e combatté alla Cernaia.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 307.


Parma-Parma 20 marzo 1848
Dottore in medicina e assistente alla clinica medica nella ducale Università di Parma, fu membro della 2a e 3a riunione degli scienziati italiani. Il Crema fu una delle vittime del movimento insurrezionale del 20 marzo 1848, che obbligò il duca Carlo di Borbone a nominare la Suprema Reggenza e a lasciare poi lo Stato. Il Crema non prese parte attiva alla rivolta, secondo quanto riferito dai cronisti, ma si trovò a passare dal luogo dove ferveva la sparatoria tra i patrioti e le truppe. Secondo uno storico (Di Palma), rimase ferito da un colpo di fucile e fu poi finito a colpi di sciabola da un ufficiale delle truppe. È ricordato in una lapide nel Palazzo Comunale di Parma e nel cimitero della Villetta.
FONTI E BIBL.: I. Cantù, Italia scientifica, 1844, 154; U.A. Pini, Medici del Risorgimento, 1960, 5.


Parma 1699
Sacerdote laureato. Il 3 giugno 1699 fu confermato nella cittadinanza di Parma assieme al fratello Cesare.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 666.


Parma 1779/1788
Dottore, il 9 settembre 1779 fu creato consigliere del Supremo Magistrato e della Dettatura. Il 14 settembre 1781 fu nominato governatore di Parma e il 10 settembre 1788 consigliere di giustizia e poi uditore civile di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 666.


Golese 5 maggio 1933-Varese 12 dicembre 1985
Soprano. Nel 1959 vinse il concorso nazionale di Teatro Sperimentale di Spoleto, dove debuttò quale Gretel nell’Hänsel und Gretel. Nello stesso anno partecipò con poca fortuna al concorso Carlino d’oro di Parma. L’anno seguente, al Teatro Ambra di Fontanellato, vennero rappresentate due recite di Rigoletto, dove interpretò la parte di Gilda. Lasciò la carriera dopo il matrimonio.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma prima metà del XVI secolo
Fonditore attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 151.


Fontevivo 1910-Parma 11 settembre 1986
Trasferitosi con la famiglia a Parma, il Cremonesi si occupò in gioventù presso lo zuccherificio Eridania. In seguito svolse attività di materassaio, passando nel dopoguerra alle dipendenze del Comune di Parma. Audace e quasi temerario, emerse nel ruolo di comandante dei Gruppi di Azione Patriottica cittadini in uno dei periodi più drammatici della lotta armata, ossia quando subentrò a Eugenio Copelli, ucciso l’8 marzo 1944. A tali compiti fu chiamato per volontà del comando Nord Emilia. Avendo al proprio fianco, in qualità di vice comandante, Attilio Massari e alcuni altri eccezionali combattenti (Renato Bonaconza, Angiolo Campanini, Afro Monardi), il Cremonesi creò un dispositivo operante nel cuore della cerchia cittadina, capace di tenere in scacco i numerosi comandi nazifascisti di Parma, da parte dei quali la sua persona fu oggetto di una spietata caccia all’uomo. Sfuggì a diversi agguati in circostanze quasi incredibili. Catturato in seguito all’opera di un delatore, venne sottoposto a crudeli torture, cui sopvravvisse solo grazie alla sua prestanza fisica che, in gioventù, gli aveva consentito di primeggiare come pugile dilettante. Ormai in fin di vita, dai locali dell’ex Enal (vi morirono, a causa delle sevizie patite durante gli interrogatori, diversi resistenti) il Cremonesi fu tradotto in Cittadella, in mani tedesche. Trascorso un breve periodo, da questo luogo egli riuscì a evadere facendo ricorso a ogni residua risorsa: si lanciò dai bastioni nella sottostante bassura con un volo nel vuoto di una decina di metri. Accanitamente ricercato, ormai costretto ad abbandonare la città di Parma, riparò, insieme ai propri collaboratori, in montagna dove s’inserì con loro nelle formazioni partigiane. Fece parte del distaccamento d’assalto E. Griffith e in seguito rivestì il grado d’ispettore di Brigata nella 47a Garibaldi. Gli fu poi riconosciuto il grado di capitano delle Forze armate.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 12 settembre 1986, 7.


Parma 1691
Figlia di Ercole. Falegname, fu immatricolata tra gli Ufficiali dell’Arte nell’anno 1691.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.


Parma 1668
Falegname, nell’anno 1668 fu immatricolato tra gli Ufficiali dell’Arte.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.


Parma 1712
Figlia di Ercole. Falegname, fu immatricolata tra gli Ufficiali dell’Arte nell’anno 1712.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.


Parma 1706
Figlia di Ercole. Falegname, fu immatricolata tra gli Ufficiali dell’Arte nell’anno 1706.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.


Parma 1402
Maestro di vetriate. Fu un valente nell’arte sua il quale per la molta valentia ottenne privilegio dal Duca di Milano in data del 6 Maggio 1402 pel quale era invitato colà a stabilirvi una officina vetraia (Giulini, Memorie di Milano, parte 3a, pag. 66).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 24-25.


-Parma 11 maggio 1884
Fu valoroso granatiere a San Martino nel 1859, nel 1860 a Maddaloni con Bixio e nel 1866 nell’intrepido 6° Reggimento con Nicotera.
FONTI E BIBL.: Il Presente 13 maggio 1884, n. 130; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 404.


Parma 1727
Tipografo attivo a Parma nel 1727.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 58.


Parma 1577/1594
Risulta da un attestato del podestà di Parma in data 5 luglio 1816 presentato alla Commissione Araldica istituita dalla duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria, che gli individui della famiglia Crescini sin dal 1577 godettero del titolo particolare di Magnifico. In grazia degli importanti servigi resi ai marchesi Malaspina, Signori di Mulazzo, il Crescini, nel 1594, fu da quelli decorato del Privilegio di poter aggiungere alla propria anche l’arma dei Malaspina e poi fu aggregato, con tutti i suoi discendenti, alla stessa famiglia Malaspina, con facoltà di aggiungere al proprio anche quel cognome. Il Crescini fu podestà di Podenzano nel 1593. La patente di familiarità e di aggregazione a lui concessa dai Malaspina, fu dovuta al matrimonio contratto dal Crescini con Anna Maria Malaspina dei marchesi di Mulazzo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 668.


Piacenza 1750 c.-Parma 5 novembre 1845
Figlio di Pietro Paolo e di Giovanna Bacciocchi. Ascritto al Collegio dei Dottori e Giudici di Piacenza, fu avvocato fiscale del Magistrato, governatore di Parma nel 1791 e poi di Piacenza nel 1795. Fu eletto presidente delle Finanze il 1° agosto 1800. Come governatore, dovette sottoporre il Ducato di Parma alle pesanti forniture di vettovaglie a pro delle soldatesche napoleoniche. Fu poi consigliere di Cassazione, membro del Governo Provvisorio nel 1814 e infine consigliere di Stato (1818).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 668; Palazzi e casate di Parma, 1971, 141.


Parma o Pontremoli ante 1706-Parma post 1753
Nel 1706 fu ammesso al Collegio dei nobili di Parma. Lesse all’Università di Parma Pratica Criminale dal 1715 al 1724. Fu giubilato nell’anno 1753. Sono rimaste le sue Novissimae additiones et observationes forenses (Parmae, 1727). L’11 aprile 1734 fu podestà di Borgo San Donnino (tenne la carica fino al 1740), il 1° maggio 1744 uditore civile di Piacenza e il 25 ottobre 1746 fu nominato membro del Supremo Consiglio di Giustizia di Parma. Sposò Faustina Aicardi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 668; Archivio di Stato di Parma, Nota dei Dott. Lett. di Legge (per il 1716), Registro dei Mandati (per il 1724), 10, Ruoli de’ Provigionati, n. 29, p. 67, n. 30, p. 47, n. 32, p. 153, n. 34, p. 136; Bolsi, Annot., 51; F. Rizzi, Professori, 1953, 65.


-Parma 6 maggio 1830
Fu alfiere di cavalleria nella guardia ducale di Parma nel 1788.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 668.

CRESCINI MALASPINA PIER PAOLO, vedi CRESCINI MALASPINA PIETRO PAOLO


Piacenza 23 febbraio 1809-Parma 28 marzo 1876
Nobile, appassionato di fotografia, nacque dal conte Cesare e da Clotilde Cantelli. Sposò in prime nozze Rosa Campani, e dopo la morte di quest’ultima, si risposò con la contessa Camilla Sacchi Nemours. L’unico elemento che testimonia l’attività amatoriale di fotografo del Crescini Malaspina è una serie di grandi vedute di Roma presentate fuori concorso all’Esposizione provinciale dell’Industria e dell’Agricoltura di Parma nel 1870. Il Crescini Malaspina fu esule politico dopo il 1849.
FONTI E BIBL.: Il Presente 28 marzo 1876, n. 87; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 404; R. Rosati, Fotografi, 1990, 160.

Parma 25 gennaio 1721-post 1772
Figlio di Leopoldo e Faustina Aicardi. Dottore in ambo le leggi, il 5 maggio 1753 fu nominato podestà di Fiorenzuola, il 17 luglio 1756 commissario di Castell’Arquato, il 22 gennaio 1757 procuratore fiscale e il 9 gennaio 1758 uditore criminale di Piacenza. Il 26 settembre 1765 ebbe la carica di governatore di Guastalla e il 26 febbraio 1772 quella di consigliere del Supremo Magistrato e della Dettatura. Il Crescini Malaspina sposò Giovanna Bacciocchi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 668; Palazzi e casate di Parma, 1971, 141.

Piacenza 5 maggio 1757-Montefiascone 21 luglio 1830
Nacque da Pietro Paolo e Giovanna Bacciocchi, di famiglia patrizia parmigiana. Si fece monaco (1770) nel Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma e professò il 23 novembre 1774. Compiuti gli studi letterari e filosofici, attese poi con buon successo a quelli teologici (fu discepolo per dieci anni di Barnaba Chiaramonti, poi papa Pio VII). Passato in Roma (1796), insegnò diritto ecclesiastico nel collegio di Sant’Anselmo. Tornato in Parma, sostituì il pubblico lettore padre Gaudenzio Capretta, sinché dal duca Ferdinando di Borbone fu eletto (1797) professore di diritto canonico nell’Ateneo di Parma. Ferdinando di Borbone lo inviò nel 1799 alla Corte imperiale di Vienna per affari di grande importanza, che ebbero esito felice. Pio VII gli conferì nel 1809 gli onori e i privilegi di abate di governo. Neppure un anno dopo (1810) il monastero del suo Ordine fu soppresso. Restituito nel 1816 (per decreto della duchessa Maria Luigia d’Austria) al monastero di San Giovanni di Parma, vi fu abate più anni. Contemporaneamente (1816-1828) fu rettore del Collegio dei Nobili di Parma, che sotto la sua direzione tornò in onore, senza per altro uguagliare la celebrità che ebbe nel secolo XVII sotto il governo dei Gesuiti. Fu presidente della Congregazione Cassinese e cardinale designato da Pio VII il 19 marzo 1823 (non promulgato per la morte del Papa). Papa Leone XII lo nominò vescovo di Parma il 23 giugno 1828 (consacrato in Roma il 6 luglio 1828). Nello stesso anno abbandonò l’insegnamento universitario. Il 6 luglio 1828 diresse al clero e al popolo di Parma, da Roma ove si trovava, la sua lettera pastorale latina. Il 26 dello stesso mese fu preso il possesso della Diocesi nelle consuete forme, coll’intervento del corpo municipale. Il Crescini Malaspina arrivò in Parma il 6 agosto. Una deputazione di canonici si recò al Monastero di San Giovanni Evangelista, ove era alloggiato. Elesse il vicario Loschi procuratore generale degli affari della mensa. L’8 settembre 1828 il Crescini Malaspina fece il suo solenne ingresso nella Cattedrale di Parma. In quell’occasione recitò un’omelia ai fedeli. Il 18 luglio prese possesso della chiesa della Steccata di Parma, quale gran priore dell’Ordine Costantiniano, essendo stato fissato per comune accordo del Papa e del gran maestro dell’Ordine, la duchessa Maria Luigia d’Austria, che il vescovo di Parma fosse contemporaneamente gran priore dell’Ordine suddetto. Il 13 maggio 1829 il Crescini Malaspina pubblicò in latino l’editto generale della sacra visita patorale, in cui annunziò che in virtù dei decreti e apostoliche costituzioni avrebbe visitato tutte le chiese soggette alla sua giurisdizione, il Capitolo della Cattedrale, le collegiate e le loro persone, il venerando Consorzio, i parroci, i ministri di ogni chiesa e tutti i luoghi della Diocesi di Parma. Il 24 maggio 1829 aprì la visita in Cattedrale. Mentre il Crescini Malaspina era occupato nella sacra visita, ricevette l’avviso della sua futura promozione al cardinalato sotto il titolo di San Giovanni ante portam latinam. Quindi il 30 giugno egli partecipò al Capitolo per lettera la sua esaltazione a cardinale entro il mese di luglio. Il 15 agosto 1829, giorno della Beata Vergine Assunta, il Crescini Malaspina ricevette da monsignor Giulio Della Porta, cameriere segreto del Papa e prolegato della Santa Sede, la berretta cardinalizia nella Cattedrale di Parma: gli fu posta in capo da monsignor Luigi Sanvitale, vescovo di Borgo San Donnino. Compiuta la visita pastorale, il Crescini Malaspina, benché oltremodo stanco, volle recarsi a Roma a ricevere, insieme col cappello cardinalizio, i privilegi annessi a tale dignità (concistoro pubblico del 5 luglio 1830). Ma nel terzo giorno del suo viaggio di ritorno fu oppresso da una così forte indisposizione che fu costretto a fermarsi all’albergo del Moro, ai piedi della città di Montefiascone, ove, tentato inutilmente ogni soccorso, spirò, assistito dal cardinale Gazzola, vescovo di Montefiascone, dal dottor Domenico Bolzoni, suo segretario, e da don Pietro Corradi, suo cappellano. Il suo corpo fu imbalsamato e sepolto nella cappella del seminario di Montefiascone, con questa iscrizione composta dall’abate Ramiro Tonani: Corpus hic positum Remigii Crescini domo Parma patricia nobilitate presb. cardinalis pontif. Parmens. magni prioris Ord. Constantin. qui adolescens sodalitati casinensi adscriptus eam unice diligens maximas pro eadem curas suscepit summis in ipsa honoribus enituit inter suos in patria et Romae graviores disciplinas in patrio achigymnasio sacri juris antecessor perdiu magnaque cum laude docuit perpetuo juvandi studio exarsit vigil modestus constans fuit labores nunquam recusavit pacem udique promovit conservavit dum purpureo galero Romae vix accepto obfirmato animo in patriam tendit praeconcepto stomachi morbo confectus heic mortem omnibus bonis acerbissimam sancte oppetiit XII. kal. aug. a. MDCCCXXX. annos natus LXXIII. m. II. d. XVII. Dionysius et Caesar fratri tanto solaminis nescii p.c. I precordi furono mandati a Roma a San Giovanni ante portam latinam, chiesa del suo titolo, e il cuore fu trasportato a Parma, in Cattedrale, ove giunse il 4 agosto e fu sepolto nella cappella di Sant’Agata, con iscrizione del Tonani. Nella Biblioteca Palatina di Parma è conservata l’Epistola pastoralis da lui pubblicata nel 1828, appena assunto l’ufficio episcopale. Per i suoi funerali furono composte Inscriptiones et Carmina (Parma, 1830) e P.A. Garbarini recitò l’Orazione funebre (Parma, 1831).
FONTI E BIBL.: P.A. Garbarini, Orazione in morte del cardinale Remigio Crescini, Parma, 1831; Archivio di Stato di Parma, Monastero di San Giovanni, n. 209; G.B. Janelli, Dizionario biografico, Seconda Appendice, 10; G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi di Parma, 1856, II, 499-508; F. Rizzi, Professori, 1953, 99; L. Barbieri, Parmigiani cardinali, 1894, 16-17; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 145; G. Capasso, Collegio dei Nobili di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1901; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 242-243; Parma per l’Arte 1 1952, 12; Palazzi e casate di Parma, 1971, 141; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1984, 9; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 134.

CRESCINI MALASPINA SIGNORINO, vedi CRESCINI SIGNORINO

Parma-post 1834
Contralto. Nella stagione di Carnevale 1808-1809 sostituì al Teatro Ducale di Parma la Marcolini ne Il trionfo di Quinto Fabio di Vincenzo Fiodo. Nella stagione di Fiera del 1808 fu al Teatro di Reggio Emilia nei Baccanali di Roma di Pietro Generali e, infine, nel 1833-1834 a Firenze nell’Elisir d’amore.
FONTI E BIBL.: Fabbri e Verti; Ferrari; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 11 aprile 1807-
Figlio di Francesco. Entrò a quattordici anni (11 luglio 1821) nella scuola di musica del Carmine di Parma come fanciullo cantore. Vi studiò musica e canto, uscendone il 21 dicembre 1825. Nella stagione 1823-1824 fece parte della compagnia che operava al Teatro Regio di Parma, come pure nella stagione d’autunno 1826, ma si ignora in quali opere abbia prestato la sua voce di baritono. Il 19 giugno 1827 dette un concerto in quel teatro. È accertata una sua intensa attività in teatri primari fino al 1835, anno dal quale si perde ogni sua traccia: il Bettoli scrive di non meglio precisati successi all’estero. Nel 1831 fu a Firenze al Teatro della Pergola in un’opera di Donizetti, nel 1832-1833 alla Fenice di Venezia in opere di Persiani e di Rossini e nel dicembre 1833 ancora alla Pergola nel Furioso all’isola di San Domingo di Donizetti. Negli anni 1834 e 1835 fu al San Carlo di Napoli (in Buondelmonte di Donizetti e nel Don Giovanni di Mozart) e alla Scala di Milano.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 56; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 62, 64; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 270, 284; Arnese; Dacci; De Angelis; Cronologia del Teatro La Fenice di Venezia; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 27 giugno 1982, 3.

CRESPI FEDERIGO, vedi CRESPI FEDERICO

Parma-post 1787
Malgrado una buona carriera protrattasi per una ventina d’anni, non si hanno sue notizie biografiche. Nel 1768 fu a Genova (La maestra) e a Piacenza (Il ratto della sposa), nel 1769 cantò in occasione delle nozze ducali a Parma, nel 1772 al Teatro Ducale di Parma (Il filosofo di campagna di Baldassarre Galuppi, Amore artigiano, La cascina) e vi tornò nel Carnevale del 1773 e del 1774 (L’inimico delle donne e I visionari), nello stesso 1774 a Lugo (Li astrologi immaginari), nel triennio 1774-1776 a Venezia (L’Olimpiade, Artaserse, Il Demofoonte), nel 1777 al Teatro Marsigli Rossi di Bologna (Curioso indiscreto di Pasquale Anfossi e Gelosie villane di Giuseppe Sarti), poi a Pisa (L’avaro). Nel 1778 fu a Lugo (Le gelosie villane e L’avaro), a Modena (Le gelosie villane) e a Reggio Emilia (Le gelosie villane e Il curioso indiscreto). Ripeté queste due opere l’anno dopo a Siena, anno in cui fu anche a Vicenza (Il cavalier Magnifico e Il virtuoso alla moda), ripetendole a Mestre, mentre a Venezia eseguì Il Talismano. Nel 1708 fu a Parma (Il cavaliere errante e Il curioso indiscreto) e a Genova (L’italiana in Londra), nel 1782 a Como (L’albergatrice vivace), nel 1783 a Ferrara (Il vecchio geloso) e nel Teatro Sempieri a Carpi (Gli amanti canuti ossia I due vecchi burlati di Anfossi e Le gelosie villane di Sarti), nel 1784 a Pescia (L’italiana in Londra), nel 1786 a Perugia (La fedeltà di Rosanna e Giannina Bernardone) e a Ferrara, nel 1787 a Pisa (I tre Orfei), mentre lo si incontra per l’ultima volta a Ferrara nel 1788 (I due baroni di Rocca Azzurra e Il re Teodoro) .
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1780-Parma 21 dicembre 1838
Figlio di Gian Battista, fu violinista in soprannumero nella Ducale Orchestra di Parma dal dicembre 1797. Fu attivo anche a Reggio Emilia dove, nella stagione di Fiera 1813, era direttore d’orchestra per i balli. A Parma nel dicembre 1815 venne nominato direttore d’orchestra per i balli e successivamente violinista nella riorganizzata Ducale Orchestra (Archivio di Stato di Parma, Deceti e rescritti, 10 luglio 1816), posto che occupò fino al 31 dicembre 1828. Nell’Archivio di Stato di Parma, Fondo Sanvitale) si trovano infatti alcune composizioni manoscritte per pianoforte, dedicate alla contessa Albertina Sanvitale: Valzer (1836, il Crespi si dichiara violinista in servizio della Ducale Orchestra), Galoppe (1836), Set Galop (1838, ex professore nella Ducale Orchestra), Walzer e Galoppe ridotto per pianoforte (Parma, Carnevale 1839, violinista pensionato).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 228; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1 maggio 1806-post 1840
Figlio di Francesco e Teresa Minglich. Suonatore aspirante di Gran Tamburo, il 3 novembre 1840 è detto che Non ha stipendio fisso e percepisce 1 lira e 50 centesimi nelle sole sere dell’opera di questo Teatro Ducale. È in grandi strette (Archivio di Stato di Parma, Comune, Spettacoli, b. 4112).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CRESPI GIAN BATTISTA, vedi CRESPI GIOVANNI BATTISTA ALVISIO


Parma 8 aprile 1745-Parma 26 ottobre 1813
Figlio di Giuseppe e Giustina Fornelli. Dal 1805 fu il successore di Pio Quazza come ispettore al Teatro di Parma (Archivio di Stato di Parma, Governo Provvisorio e Reggenza, Interno, b. 8).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Sottargine di Sissa 7 febbraio 1520-Punnaikayel 26 maggio 1549
Nacque da famiglia benestante. Si sa poco della sua infanzia e dei suoi studi: gli agiografi ne ricordano la devozione alla Madonna, i buoni costumi e un soggiorno nella vicina Parma, feudo dei Farnese, per completare la sua preparazione. A Parma il Criminali fu presentato da un suo compaesano, il sacerdote Giovanni Pezzana, al padre Pietro Fabro, uno dei primi compagni di Ignazio di Loyola. In quel periodo l’opera del Fabro conosceva a Parma un certo successo e numerosi giovani chiedevano di entrare nella Compagnia di Gesù: il Criminali non fu tra questi. Nel settembre 1541, dopo la partenza del Fabro da Parma, il Criminali si diresse a Roma in pellegrinaggio e si presentò a Ignazio di Loyola, ma dovette quasi subito tornare a Sissa dal padre gravemente malato. Il padre si riprese e il Criminali poté tornare a Roma. Nel 1542, quando era già suddiacono, venne ammesso tra i novizi scolastici della Compagnia e fu inviato in Portogallo, dove fu ordinato sacerdote nel 1544. Poco tempo dopo gli fu ordinato di imbarcarsi per l’India, dove già da alcuni anni il gesuita Francesco Saverio era impegnato nel tentativo di convertire gli indigeni. Una tempesta impedì un primo viaggio verso l’India: soltanto nel 1545 il Criminali riuscì a partire sul bastimento che portava in India il nuovo governatore portoghese. Il Criminali e i suoi compagni di viaggio sbarcarono sull’isola di Goa, una base portoghese dove aveva sede la Diocesi. Qui il Criminali si presentò al collegio della Santa Fede, fondato e diretto dai gesuiti per la formazione del clero indigeno e prestò la sua opera come portiere e sacrestano. Verso la fine del 1545 o all’inizio del 1546 il Criminali fu inviato ad aiutare Francesco di Mancias, un compagno di Francesco Saverio, nelle missioni della costa della Pescheria, attuale Deccan, dove alcune migliaia di pescatori di perle si erano convertiti sperando di essere protetti dalle razzie delle popolazioni dell’interno di religione musulmana. Il Criminali divenne il superiore della missione del Capo Comorino e tentò di organizzarla dividendone il territorio in modo di avere ogni venti leghe una stazione missionaria, cioè una residenza con una piccola chiesa. Ogni mese il Criminali, che aveva parzialmente appreso la lingua locale, percorreva a piedi tutto il territorio della sua missione. Seguì quindi fedelmente il metodo adottato da Francesco Saverio per convertire gli indigeni: li istruì insegnando loro il Credo e i comandamenti inframmezzati da preghiere, battezzò chiunque dichiarasse di credere, sperando che la grazia del battesimo perfezionasse l’opera di conversione e cercò di convertire dei fanciulli per servirsene come apostoli tra gli adulti. Il Criminali si guadagnò gli elogi di Francesco Saverio e nel novembre del 1547 venne insignito da Ignazio di Loyola del grado di coadiutore spirituale della Compagnia. Il suo apostolato durò in tutto poco più di tre anni. Nel maggio del 1549 alcuni soldati portoghesi provocarono le ire delle popolazioni dell’interno, che assalirono la residenza missionaria da Punicale (Punnaikayel). I Portoghesi fuggirono: il Criminali venne ucciso mentre favoriva la fuga via mare dei suoi fedeli. Il Criminali divenne così il primo martire della Compagnia di Gesù: attore e vittima di uno dei primi tentativi dei gesuiti di penetrare nel mondo indiano. Il suo sforzo di apprendere la lingua locale aprì la strada ai successivi tentativi di comprendere il mondo indiano per superare l’ingenuità e i fallimenti dei primi missionari. La sua vita fu ben presto ricordata nelle lettere dei suoi successori e di altri missionari come esempio di virtù cristiane e di coraggio di fronte alla morte. Quale primo martire della Compagnia di Gesù fu ricordato anche dal Ribadeneyra nell’edizione della sua nota vita di Ignazio di Loyola apparsa a Madrid nel 1583 e dal Torsellini nella vita di Francesco Saverio apparsa pochi anni dopo. Si interessarono alla morte del Criminali anche il Polanco, segretario della Compagnia durante il generalato di Ignazio di Loyola e il padre Orlandini, primo vero storico della Compagnia stessa. Agli inizi del secolo XVII si era così formata una salda tradizione sulla vita e il martirio del Criminali, tradizione continuamente arricchita nel corso del secolo. Ormai il vero problema non era più quello della vita del Criminali, quanto quello della sua fortuna e dell’uso fattone dalla Compagnia di Gesù. Il Criminali ebbe un posto d’onore nei vari menologi e nelle vite dei martiri della Compagnia: la sua biografia anzi fu arricchita con il ricordo di alcune apparizioni miracolose. Fu citato nelle opere principali sulla storia della Compagnia, in particolare fu ricordato dalla storia della penetrazione dei gesuiti in Asia di Daniello Bartoli. Fu infine anche ricordato in alcune vite di santi uomini e opere di devozione scritte nelle sua provincia nativa: gli fu persino attribuito da alcuni autori il titolo di venerabile e beato. Nel secolo XVIII e nella prima metà del XIX fu menzionato soltanto in alcuni menologi, ma verso la fine dell’Ottocento alcuni sacerdoti di Parma tentarono di ottenerne la beatificazione. Il padre Massara della Compagnia di Gesù raccolse in un memoriale le prove per la canonizzazione del Criminali e i comitati cattolici di Parma gli dedicarono un supplemento del loro giornale. Contemporaneamente la Compagnia di Gesù riprese in grande stile la sua attività missionaria in Asia. Il Criminali venne riproposto all’attenzione dei fedeli e dei missionari quale primo martire dei gesuiti e simbolo dei loro sforzi e dei loro sacrifici per la diffusione del Cristianesimo. La figura del Criminali poté così godere anche dell’attenzione di noti studiosi, quali i padri Tacchi Venturi e Schurhammer: di fatto la sua biografia costituiva ormai più un problema storiografico che un problema storico.
FONTI E BIBL.: Le uniche testimonianze di mano del Criminali pervenute sono le sue lettere ai familiari e a Ignazio di Loyola: per le prime vedi G. Schurhammer, Leben und Briefe Antonio Criminali’s des Erstlingsmärtyrers der Gesellschaft Jesu von P. Valmerana, in Arch. Societatis Iesu V 1936, 231-267; per le seconde, R. Streit, Bibliotheca Missionum, IV, Asiatische Missionliteraur 1245-1599, Aachen, 1928, 140, 150; G. Schurhammer, Die Zeitgenossischen Quellen zur Geschichte Portugiesisch-Asiens und seiner Nachbarländer. Zur Zeit des Hl. Franz Xaver (1538-1552), Leipzig, 1932, 82, 266; C. Sommervogel, Bibliothèque de la Compagnie de Jésus, Louvain, 1960, 185. Per le lettere di alcuni missionari sul Criminali si veda: Monumenta Xaveriana, II, Matriti, 1912, 800 s., 961 s.; R. Streit, Bibliotheca missionum, 156, 159, 162, 165-169, 171, 177, 237; G. Schurhammer, Die Zeitgenossischen Quellen, 279, 286, 288, 293, 303, 325, 461, 465. Per le opere successive sulla Compagnia, che ricordano anche il Criminali, si veda: P. de Ribadeneyra, Vita di sant’Ignazio di Loyola, Milano, 1947, 282-284; G.A. Polanco, Chronicon Societatis Iesu, I, Madrid, 1891, 469-471; O. Torsellini, De Vita Francisci Xaverii, Romae, 1596, 155 s.; N. Orlandini, Historiae Societatis Iesu, I, Ignatius, Antuerpiae, 1620, 65, 210 s.; B. Tellez, Chronica da Companhia de Jesu na Provcincia de Portugal, I, Lisboa, 1645, ff. 221-228; D. Bartoli, Dell’istoria della Compagnia di Gesù. L’Asia, II, Firenze, 1835, 19-42. Per i menologi e le vite di martiri nei quali è menzionato anche il Criminali, vedi R. Pico, Teatro de’ santi e beati della città di Parma, Parma, 1642, 463; G. Rhò, Variae virtutum historiae, Lugduni, 1644, 349, 696-697; J. Nadasy, Annus dierum illustr. Societatis Iesu, Romae, 1657, 43-47; P. Alegambe, Mortes illustres, Romae, 1657, 5-9; G.A. Patrignani, Menologio di pie memorie d’alcuni religiosi della Compagnia di Gesù, II, Venezia, 1730, 183-186; J. Drews, Fasti Societatis Iesu, Pragae, 1750, 160-161. Per gli studi più recenti, Del P. Antonio Criminali, parmigiano, protomartire della Compagnia di Gesù, Memorie raccolte dal P. Massara, Parma, 1898; E. Massara, Nuove memorie e preziosi documenti del P. Antonio Criminali, in Lettere edificanti della Provincia veneta della Compagnia di Gesù, Venezia, 1900, Appendice; J.B. Dessal, Où a été martyrisé le Vénerable Antonio Criminali, Trichinopoly, 1905; F. Hilt, Compagnons d’apostolat de Saint François Xavier, Ho-kien-fou, 1917; G. Schurhammer, Antonio Criminali, der erste Märtyrer der Gesellschaft Jesu, in Die Katholischen Missionen, XLVII, 1918, 6-8; J. Castets, The Venerable Antonio Criminali Successor of St. Francis Xaver on the Indian Mission and first martyr of the Society of Jesu, Trichonopoly, 1926; P. Tacchi Venturi, Le case abitate in Roma da Sant’Ignazio di Loyola, Roma, 1899, 35; P. Tacchi Venturi, Storia della Compagnia di Gesù in Italia, II, Roma, 1922, 252; P. Tacchi Venturi, I Portoghesi e Paolo III per la diffusione della civiltà cristiana nelle Indie e nell’Estremo Oriente, in Relazioni storiche fra l’Italia e il Portogallo, Roma, 1940, 359-374; Enciclopedia Italiana, XI, 900; M. Sanfilippo, in Dizionario biografico degli Italiani, XXX, 1984, 764-765; G. Capelli, Sissa, 1996, 85-87; Gazzetta di Parma 15 ottobre 1999, 21.


Parma 1608
Si addottorò in ambedue le leggi nell’anno 1608. Morì assai giovane.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 72.


Parma 1823/1831
Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Non partecipò ai moti del 1831. Fece parte del Consesso Civico di Parma. Fu per molti anni medico delle carceri e membro del Consiglio del Protomedicato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico delle Province Parmensi 1937, 159; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 10.


Parma 7 aprile 1903-Parma 8 ottobre 1986
Violoncellista. Fu alunno dei maestri Gino Francesconi e Gilberto Crepax. Ottenne il diploma di licenza a pieni voti al Liceo Rossini di Pesaro e il diploma di licenza superiore e magistero al Regio Conservatorio di Parma. Il Crispo, che fece parte delle principali orchestre italiane tra cui l’Orchestra dell’Ente Concerti Sinfonici di Milano e l’Orchestra Stabile dell’Augusteo di Roma (dall’ottobre 1927), ebbe pure al suo attivo una cospicua attività concertistica, avendo suonato in parecchi concerti come solista al Teatro Regio di Parma, all’Accademia di Santa Cecilia in Roma e in altre città. Fece inoltre parte come violoncellista del Trio Micheli che nel 1930 riportò a Roma, alla Sala Sgambati e alla società del Quartetto, vivissimo successo di pubblico e di critica. Nel 1930 fu nominato insegnante di violoncello nell’Istituto musicale N. Piccinni di Bari.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 60-61.


Curatico marzo 1498-Parma 29 dicembre 1536
Nacque da un’umile famiglia di contadini nullatenenti, non figurando essi nei compartiti e negli estimi del tempo e neppure nei ruoli delle tasse e nei censimenti dell’epoca. Fu accolta nel Monastero di Sant’Uldarico di Parma all’età di undici anni, essendo badessa la nobildonna Cabrina dei conti Carissimi di Parma ed essendo la sede episcopale vacante per la morte del cardinale Gianantonio Sangiorgio avvenuta il 14 marzo 1509. Il padre presentò la Cristalli al Monastero con queste parole: Pigliereste voi Madri, una mia figlia in vostra compagnia, che per dirvela giusta non fa per me? Dovendo voi sapere, come lei quasi sempre sta in orazione senza mangiare dalla mattina alla sera e delle volte sta così perfino l’altro giorno, senza voler dormire in letto, facendo la muta e la sorda quando vi grido per questi suoi propositi. In monastero fu di esempio alle compagne postulanti e alle novizie. Per la sua eccessiva gracilità le fu dilazionata la vestizione dell’abito, che poi le fu concessa per le sue virtù straordinarie. La vigilia del Natale dell’anno 1536, nonostante la Cristalli fosse ammalata, volle partecipare nella notte alle cerimonie natalizie, quando fu colta da un improvviso malore. Pensandola morta, le monache la trasportarono nella sua cella, dove, ripresa conoscenza, le furono amministrati gli ultimi sacramenti. Morì quattro giorni dopo. Il padre confessore del Monastero di Sant’Uldarico ordinò la sepoltura in un’arca sopra terra dalla parte del Vangelo nell’ingresso del coro, con dipinta l’immagine della Cristalli con una candela tra le mani e il breviario sotto il braccio e l’iscrizione: Suor Margherita, da Curatico, è passata da questa vita addì 29 dicembre 1536. Attorno alla tomba iniziò subito un grande concorso di popolo e il Mancini, al termine della biografia della Cristalli, elenca ben 95 grazie ottenute per sua intercessione. La venerazione dei Parmigiani aumentò col passare degli anni, per cui il vescovo Nembrini il 16 ottobre 1675, accompagnato dai suoi vicari, da quello delle monache, da due periti, dal cancelliere e da personaggi illustri quali Margherita Medici Farnese, duchessa, con la figlia Maria Maddalena, aprì l’arca dove da 139 anni riposava la salma e la fece riporre in una cassa di legno fin che fosse approntata una cassa di cipresso e una di piombo per porla definitivamente nel muro della chiesa di Sant’Uldarico dal lato del Vangelo. Il Vescovo fece riporre la salma nel luogo indicato, come appare dalla epigrafe, in data 13 febbraio 1677. L’11 gennaio 1900 monsignor Guido Maria Conforti, vicario generale del vescovo Magani, riconobbe canonicamente le sacre reliquie della Cristalli (pergamena nell’Archivio parrocchiale di Sant’Uldarico).
FONTI E BIBL.: Della Cristalli scrisse il padre Francesco Odoardo Mancini una biografia stampata a Parma nel 1678 e un’altra vita manoscritta presso la Biblioteca Palatina di Parma (secolo XVIII, c. 307). Quest’ultima fu riveduta e ampliata dal capitano Lodovico Galletti, già segretario e usciere di Camera dei duchi di Parma. Da ultimo vedi in Dall’Olio, Corniglio e la sua valle, 1960, 295-297.

CRISTALLINO, vedi GUIDORCI PIETRO ANTONIO

CRISTANI ENRICO, vedi CRSTIANI ENRICO


Sala 1831-1877
Medico, fu volontario con Garibaldi nel 1866.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.


-Parma 1840
Fu canonico (1816) e teologo della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1185.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore quadraturista, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 100.


Parma 1035/1037
Fu diacono e prevosto della Chiesa di Parma (1035-1037).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 285.


Montebello 1819/1828
Negoziante, ex militare, avventuriero, fu rifugiato politico in Francia, dove fu sottoposto a sorveglianza.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962, 3.

CRISTOFARO DA PARMA, vedi CRISTOFORO DA PARMA


Parma 1562
Orologiaio, operante nella seconda metà del Cinquecento. Eseguì un lavoro il 15 gennaio 1562 per la chiesa di Santa Maria della Steccata a Parma. È citato come maestro che fa li relogi.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 107.


Busseto 2 marzo 1857-Colorno 3 novembre 1936
Entrò come alunno esterno nella Regia Scuola di Musica di Parma nel 1872, studiando flauto e contrabbasso e diplomandosi nello strumento a fiato col massimo dei voti nel 1875. Appena uscito dalla scuola iniziò a suonare nelle orchestre italiane e straniere sia come flautista che come contrabbassista. Diventato un flautista virtuoso di fama mondiale, fu ricercato dalle primarie orchestre quando nei programmi si palesava la necessità di un solista di eccezione. Enzo Barilli scrisse che non aveva mai udito alcuno suonare il preludio terzo atto della Carmen come il Cristoforetti per la potenza e la bellezza del suono, l’espressività, l’intonazione e lo stile. Da giovane suonò al Teatro Regio di Parma nella Messa di requiem di Verdi diretta da Faccio e con l’intera orchestra andò a Venezia al Teatro Malibran per una storica Aida con la Stolz, la Waldmann, Masini e Faccio direttore. Nel 1882 suonò con Wagner nella sala del Liceo Benedetto Marcello di Venezia, poi fu a Buenos Aires per tre anni consecutivi. Accompagnò per due anni Adelina Patti anche nel Nord America, fu solista per Marcella Sembrick a Parigi e poi con la Barrientos e la Tetrazzini. I suoi cavalli di battaglia furono Lucia, Carmen e Barbiere. Girò tutto il mondo: Montevideo, Rio, Santiago, Valparaiso, varie volte a Parigi (tra cui un concerto da solista), Bologna (con Toscanini e Martucci), Palermo (dove fu voluto da Mugnone al Teatro Massimo in una stagione memorabile) e in Russia. Ancora nel 1927 a sessanta anni, in una Lucia al Teatro Regio di Parma conseguì uno strepitoso successo. Verdi ebbe con lui cordiali rapporti e lo appoggiò per i concorsi a cattedra a Pesaro (vedi lettera a Pedrotti) e a Parma nel 1889 (vedi lettera a Bottesini). Lo ebbe varie volte a Sant’Agata, mentre il Cristoforetti stava studiando l’applicazione al flauto della doppia chiave del do diesis basso, che poi venne adottata da tutti i costruttori. Il Cristoforetti fu poi ospite del compositore a Sant’Agata durante la strumentazione dell’Otello per provare i tremuli acuti e le note basse. Nel Conservatorio di Parma, dove insegnò flauto dal 16 luglio 1889 fino al 1929, fu un caposcuola e alla sua scuola si diplomarono Giovanni Tanasso, Rodolfo Gorzi, Renato Giovannelli, Giuseppe Casalini, Giacomo Zanazzo, Angelo Corradi, Angelo Bocelli, Ferdinando Rossi e Oreste Di Sevo.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 225; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 58; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 128; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 53; Dietro il sipario, 1986, 277.


Parma 995
Fu sacerdote, canonico e primicerio (995) della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 286.


Ferara 1537/1538
Del cronista Cristoforo da Ferara il da Erba riferisce in questi termini: Christoforo di Ferara aromatario che scrisse volgare del 1537 et del 1538. Cristoforo da Ferara compare in quella lista di aromatari che fecero rogare un instrumento a Gaspare Girarducio e di cui parla nella sua cronaca.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1971, 79-80.

CRISTOFORO DA FERRARA, vedi CRISTOFORO DA FERARA


Parma 1291/1300-post 1360
Il primo dato cronologicamente certo della sua vita è del 10 settembre 1323, quando le fonti menzionano la sua presenza a Firenze. Allora aveva già da alcuni anni scelto di seguire la sua vocazione religiosa tra i frati servi di Maria, a ciò indotto dall’esempio e dalle parole di uno degli esponenti di maggior rilievo di quell’Ordine, Francesco da Siena. Proprio a Siena, anzi, si deve ritenere avvenuta la sua conversione, anche se sfuggono, per il silenzio delle fonti, i motivi che lo avevano portato in quella città. Così come sfuggono le motivazioni profonde che lo spinsero ad abbandonare il mondo. A una sua aspirazione a una vita santa allude genericamente la Legenda beati Francisci de Senis, da lui composta dopo la morte del beato (12 maggio 1325). Poiché nella Legenda Francesco da Siena si rivolge a Cristoforo chiamandolo filius, la storiografia servita ha creduto di poter dedurre che lo stesso Cristoforo fosse stato discepolo del beato: a sostegno di questa tesi, tuttavia, non vi sono in realtà altre testimonianze attendibili. Cristoforo dovette guadagnarsi ben presto fama di uomo meritevole e degno, se nel 1330 fu eletto provinciale per la Toscana. In tale servizio dimostrò di possedere buone capacità organizzative, tanto che pochi anni più tardi fu scelto quale vicario del priore generale dell’Ordine, Pietro da Todi. Desta dunque meraviglia che un suo confratello, Niccolò Mati da Pistoia, nei suoi scritti (Ricordi, p. 140) alluda a Cristoforo come al prioris generalis pessimo consiliario e lo accusi di essere, grazie al suo comportamento dissennato, la causa prima delle difficoltà che l’Ordine incontrava in quegli anni. È un fatto, comunque, che papa Benedetto XII, con una lettera del 31 dicembre 1341 da Avignone, sollevò dall’incarico (ab officio absolvit) sia Cristoforo sia il fratello di questo, Paolo, allora vicari del priore Pietro da Todi. Il provvedimento mirò a punire, come risulta chiaramente dalla lettera, l’atteggiamento dei due, i quali si comportavano partialiter e deterius dello stesso Pietro (Archivio Segreto Vaticano, Registro Vaticano 129, f. 315v, anno VII, Epistola DIIII). Parte della storiografia servita ha negato che il vicario destituito da Benedetto XII sia da identificare con Cristoforo, l’autore della edificante Legenda beati Francisci de Senis, sottolineando il fatto che fra’ Benedetto Gerij, quando compose intorno al 1360 le sue aggiunte al testo del pio libello, ne definì Cristoforo come domini generalis Ordinis nostri praelibati dignus vicarius. L’esistenza contemporanea di due serviti con lo stesso nome di religione è circostanza che non trova però riscontro nella tradizione dell’Ordine servita. Per spiegare sia il duro giudizio di Niccolò Mati, sia il deciso intervento papale, si può, con la più recente letteratura storica, avanzare l’ipotesi di una crisi spirituale o di uno sbandamento di Cristoforo. Sbandamento e crisi che potrebbero essere avvenuti effettivamente in quegli anni, ma che potrebbero essere anche stati presunti o esagerati dall’invidia dei confratelli o di contemporanei. Dopo un periodo di penitenza trascorso nel deserto Ansani e dopo alcuni anni, nei quali fu tenuto lontano da cariche di responsabilità, Cristoforo venne di nuovo eletto vicario del priore all’epoca di Vitale Avanzi o di un suo successore Molti scritti adespoti relativi alla storia dei primi tempi dell’Ordine dei frati servi di Maria sono stati con maggiore o minore attendibilità attribuiti a Cristoforo. Tra gli altri, la Legenda de origine Ordinis, la Legenda beati Philippi e la Legenda beati Ioachini Senensis. In realtà, l’unica attribuibile con un buon grado di certezza è, come si è detto, la Legenda beati Francisci de Senis, composta verosimilmente tra il 1355 e il 1360. Nata, come le altre, in un clima di rinnovato fervore spirituale (l’Ordine aveva superato allora la sua prima grave crisi interna grazie a una riforma che introduceva nuove precisazioni alla regola originaria, sostanzialmente modellata su quella agostiniana) e particolarmente interessante per lo studio e la conoscenza sia della spiritualità sia delle vicende del movimento servita tra i secoli XIII e XIV, l’operetta narra la vita di uno dei più insigni rappresentanti dell’Ordine, il beato Francesco da Siena (1263-1328). Questi costituì senza dubbio un modello di vita per Cristoforo, suo giovane biografo. Alcune peculiarità distinguono Cristoforo dagli altri scrittori e cronisti dell’Ordine a lui coevi: l’uso di parlare in prima persona e l’abitudine a rivolgersi, nel racconto, direttamente ai lettori, una notevole preziosità dello stile, il frequente ricorrere, a indicare la Madonna, della locuzione virgo gloriosa, appellativo raro a trovarsi nelle altre legendae. La Legenda beati Francisci de Senis, che è stata utilizzata in tutte le storie dell’Ordine, fu pubblicata per la prima volta, ma non integralmente, solo nel 1743. Dopo quella completa del 1895, che teneva però conto di un unico manoscritto, la prima edizione critica è stata pubblicata nei Monumenta Servorum S. Mariae (V, Bruxelles, 1902, pp. 22-45).
FONTI E BIBL.: Ricordi del p. Niccolò Mati, a cura di A. Morini, Roma, 1883, 140; P.M. Soulier, Introduzione critica all’edizione della Legenda, in Anacleta Bolland. XIV 1895, 167-174; P.M. Soulier, Monum. Serv. S. Mariae, V, Bruxelles, 1902, 20-22; A.M. Rossi, Manuale di storia dell’Ordine dei servi di Maria, Roma, 1956,39, 72-75; A.M. Del Pino, Note iconografiche sul b. Giovacchino da Siena e la sua «legenda», in Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria VIII 1957-1958, 162; P.M. Suarez, Spiritualità mariana dei frati servi di Maria nei documenti agiografici del secolo XIV, in Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria IX 1959, 134; P.M. Graffius, The Corona Gloriosae Virginis Mariae. An Historical Study, in Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria XIII 1963, 7; A.M. Serra, Niccolò Borghese (1432-1500) e i suoi scritti agiografici servitani, in Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria XIII 1963, 171, 188; Uffici e Messe proprie dei santi e beati O.S.M.: testi ufficiali con note critiche e bibliografiche, in Studi Storici dell’Ordine dei Servi di Maria XIII 1963, 36, 116; A.M. Piazzoni, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 95-96.


Parma 1462
Architetto e scultore attivo in Roma. È ricordato in data 20 aprile 1462 per lavori effettuati nel Palazzo Apostolico.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 77.

CRISTOFORO DA PARMA, vedi anche CASELLI CRISTOFORO e SCARPA CRISTOFORO


Busseto 1483
Figlio di Stefano. Maestro fornaciaio, ricordato in un atto notarile in data 24 gennaio 1483: Maestro Cristoforo da Piacenza fornaxarius f. del fu Stefano abitante in Busseto vende a M.ro Andrea de Maiis fabbro-ferrario una pezza di terra posta nella villa delle Roncole in luogo detto alla Stradella (rogito di Pietro Brunelli, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 28.


Salsomaggiore 1385/1393
Medico insegnante a Pavia, fu priore in quello Studio universitario tra il 1385 e il 1393. Nell’anno 1391 i professori e i discenti di Pavia eressero in onore di Santa Caterina una cappella nella chiesa di San Tommaso e vi posero una iscrizione in pietra (esistente sotto i portici di quella Università). Sotto di essa vi sono i nomi di quattro di quei professori, con le loro dignità e i loro stemmi: tra questi è Cristoforo da Salso, con lo stemma della città di Piacenza.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 145.


-Parma 1760
Pittore con bottega in Parma. Secondo il Lanzi (Storia pittorica della Italia, 1809), lavorò molto per la Corte di Parma.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 134.


Pavia-post 1782
Eseguì affreschi ornamentali in una cappella di San Giovanni Evangelista a Parma.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. VIII, 1913; Dizionario Bolaffi Pittori, IV, 1973, 73.


Parma 1483
Calligrafo del quale si ha una speciale menzione in un inventario, fatto nel 1483 dal vicario del vescovo di Parma, Schiaffinati, degli oggetti esistenti nel Battistero di Parma e nella sua sagrestia. Documento che, oltre il ricordare le argenterie cum figuris, armis all’altare unum pallium veluti cremisini donato dall’imperatore Sigismondo quando soggiornò in Parma (1432), menziona diversi antifonari e messali e unum missale novum cum arma S.cti Io.his baptiste; quod missale trascripsit d.nus Io.haes de crivellis et sacra per cum signatum (rogito di Gaspare Zangrandi, notaio e cancelliere vescovile, del 24 marzo 1483, Archivio Notarile di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 77-78.


Parma ante 1733-Parma 1760
Detto il Crivellino. Figlio di Angelo Maria. Per il Crivelli mancano fonti documentarie sui luoghi e sulle date di nascita e di morte. Con ogni probabilità il Crivelli cominciò la sua attività pittorica nella bottega paterna, da cui mutuò la tematica animalistica differenziandola tuttavia, secondo gli antichi storici (Lanzi), con una predilezione per uccelli e pesci. Sono numerose le difficoltà attributive tra il Crivelli e il padre, spesso confusi e non distinti nelle singole opere. L’Arisi (1973, pp. 63, 90), procedendo su basi stilistiche, propone e illustra i termini di una collaborazione tra il Crivelli e il piacentino F. Boselli. È del 1733 la testimonianza precisa dell’attività del Crivelli presso i Savoja con la documentazione nel registro dei conti di Stupinigi del pagamento di 160 lire per gli otto paracamini del salone centrale della palazzina di caccia, convenuto con lo Iuvarra, architetto e sovraintendente della costruzione (Gabrielli, 1966). Datate 1736 sono due lettere, pubblicate nelle Schede Vesme, in cui lo scrivente, presumibilmente il Crivelli, si rivolse al genovese conte Privara per ottenere agevolazioni nell’imbarco alla volta della Sardegna. Mancano documenti sull’ultima attività del Crivelli indicata dal Lanzi in area parmense e definita copiosissima. Il percorso stilistico del Crivelli è, come per quasi tutti i generisti minori, molto difficilmente definibile: nelle opere che l’Arisi segna in collaborazione col Boselli è presente l’attenzione alla psicologia animale di diretta eredità paterna, accanto a un gusto virtuosistico nuovo. A Stupinigi il Crivelli, affrancato dall’influenza paterna, pur senza giungere ad alta qualità, riuscì a inserirsi nel gusto della decorazione graziosamente rococò del salone centrale, raffigurando nature morte di cacciagione appoggiate sul tavolo, come se lo fossero state appena di ritorno da una battuta nella brughiera circostante. In Piemonte il Crivelli risulta essere largamente attivo: infatti nella medesima palazzina di caccia, accatastate in sale chiuse, sono rintracciabili varie tele stilisticamente affini ai paracamini. Altri quadri con soggetti agresti e bucolici, indistinti nella attribuzione tra il Crivelli e il padre, ma più probabilmente riferibili al Crivelli, sono reperibili ad Agliè. Sei tele del Crivelli facevano parte della collezione di G.F. Arese (fine secolo XVII-inizi XVIII), dispersa dopo la caduta di Napoleone (F. Arese, Una quadreria, in Arte Lombarda I 1967, I, 130, 139). Gran parte dell’opera del Crivelli è vagante sul mercato antiquario. Di qualche quadro si può tuttavia dare notizia. Agliè, castello: Animali da cortile, Animali da cortile con sfondo di contadini, Colombe e pernici, Piccionaia, Selvaggina morta con cane, Fagianelle e pernici; Milano, collezione privata: sei ovali con soggetti animalistici; Piacenza, collezione privata: Buoi e pecore all’aperto (Arisi, 1973, pp. 301 s.); Roma, collezione privata: Piccionaia (firmato); Stupinigi: otto paracamini con nature morte di selvaggina; Torino, palazzo reale: Uccelli acquatici, Animali feroci, Cervi, struzzo e cavallo, Caccia al cinghiale.
FONTI E BIBL.: Schede Vesme, I, Torino, 1963, 375 s.; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, a cura di M. Capucci, II, Firenze, 1970, 346; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, I, 7, Parma, 1821, 131; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, scultori, pittori, Milano, 1830, I, 382; F. Cusani, Storia di Milano, Milano, 1865, IV, 260; L. Malvezzi, Le glorie dell’arte lombarda dal 590 al 1850, Milano, 1882, 259 s.; H.A. Müller-H.W. Singer, Allgemeines Künstler Lex., I, Frankfurt, 1894, 301; G.K. Nagler, Neues Allgemeines Künstler-Lex., III, Linz, 1904, 331 s.; Milano, Castello Sforzesco, Le pitture, Milano s.d. [ma 1920 c.]; A. Pinetti, Il conte G. Carrara e la sua galleria secondo il catalogo del 1796, Bergamo, 1922, 77, 122; G. Delogu, Pittori minori liguri, lombardi, piemontesi del 600 e 700, Milano, 1931, 171-178; A.M. Romanini, La pittura milanese del XVIII secolo, in Storia di Milano, XII, Milano, 1959, 730; N. Gabrielli, Museo dell’arredamento, Stupinigi, Torino, 1966, 28 s., 90; F. Arisi, F. Boselli, Piacenza, 1973, ad Indicem; R. Antonetto, Il castello di Guarene, Torino, 1979, 64, 103 s., 106; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VIII, 134 (sub voce Crivelli, Jacopo); L Tognoli Bardin, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI,1985, 134.

CRIVELLI IACOPO o JACOPO, vedi CRIVELLI GIOVANNI

CRIVELLINO, vedi CRIVELLI GIOVANNI


Parma seconda metà del XVII secolo
Falegname e intagliatore artefice di un’ancona intagliata nel coro di San Giuseppe, su disegno di Carlo Baratti. Fu tolta nel 1824.
FONTI E BIBL.: Sanseverini, 1778, I, 83; Gabbi, 1819-1824, II, 188-189; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VII, 1823, 134; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 77; Il mobile a Parma, 1983, 256.


Pellegrino 1617
Fu commissario di Pellegrino nell’anno 1617. È ricordato nelle carte della chiesa di Careno, insieme con Papirio de Amico, medico a Pellegrino.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11.


Parma 17 ottobre 1845-Roma 1926
Figlio di Luigi e Teresa Schluderer. Iniziò la carriera di ingegnere al Genio civile di Parma ove compì pregevoli studi sui problemi idrografici della provincia parmense e soprattutto sul Po. Salì in breve i gradini della gerarchia raggiungendo il vertice della carriera col titolo di Ispettore superiore benemerito del Genio civile, dopo essere stato ingegnere capo del Genio a Piacenza, Udine e Bologna. Per ragioni del suo ufficio ebbe incarichi importantissimi: portò un contributo essenziale all’incremento e al perfezionamento dei servizi ferroviari, progettò e diresse i lavori di costruzione del ponte ferroviario sul Po sulla linea Parma-Brescia e realizzò gran parte della rete automobilistica di cui era dotata l’Italia al 1925. Risiedette per molti anni a Roma.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 58.

CROCI LIANA, vedi CALZA LIANA

CROCI SANTE, vedi CROCE SANTO

CROMI CIPARISSEO, vedi BOMBARDI GAETANO


Parma 1506
Ricevette un pagamento da parte del Comune di Parma per aver dipinto le insegne degli Anziani del popolo il 25 giugno 1506.
FONTI E BIBL.: M. Lopez, Il Battistero di Parma, Parma, 1865, 70, 93; E. Scarabelli Zunti, III, c. 155; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 326.


Parma 1202
Fu ingrossatore della Comunità di Parma nell’anno 1202.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 478.


Cortemaggiore 1790-Padova 1865
Figlio di Giuseppe, notaio, e di Marianna Riga. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei carbonari. Nominato maggiore del Reggimento del Ducato di Parma, fu poi coinvolto nei moti del 1831. Per questo fu inquisito e dimesso dal servizio. La sua scheda segnaletica riporta quanto segue: Starebbe a di lui favore l’interessamento preso per S.M. di cui è cenno nel foglio del Generale Bianchi, ma àvvi chi pensa che unisse in Castello (pria della da lui data dimissione) l’ufficialità per proporre un pranzo di fraternizzazione fra la guardia nazionale ed il reggimento, al quale pranzo si proponevano invitare il Colonnello Bolognini di Reggio. Vuolsi che già fossero nominati a Direttori di tale pranzo il Capitano Rota, il Tenente Nasalli ed il Maggiore Fedeli. Si aggiunge di più che l’oste del pavone si trovasse presente a tale proposizione. Tali circostanze però tanto in ordine quanto in merito abbisognano di verificazioni giacché si suppone che accettasse bensì tale commissione, ma che manifestasse in seguito al suo superiore il desiderio di non eseguirla e la volontà di non mandarla ad effetto. Dichiarato in aspettazione di servizio con due terzi di paga. Può vestire l’uniforme di maggiore anzi parebbe che nella rivolta non avesse a demeritare positivamente. In seguito il Crotti fu tenente colonnello delle truppe di Fanteria di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma. Con diploma del 27 gennaio 1844 fu creato nobile coi discendenti legittimi naturali d’ambo i sessi e Cavaliere coi discendenti maschi da maschi. Fu pensionato col grado di generale.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 676; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 157.


Cortemaggiore 16 settembre 1783-Parma 15 giugno 1845
Figlio di Giuseppe, notaio, e di Marianna  Riga. Si laureò in legge, fece pratica nello studio dell’avvocato Bertani e fu a sua volta avvocato di grande successo, rivelando, tra l’altro, una cultura non comune non solo in campo giuridico ma anche letterario. Nel 1811 si accinse al commento del primo libro del Codice Napoleonico (il primo volume di questo commento, pubblicato tra il 1812 e il 1813, meritò la lode del Merlin). All’inizio del 1814 fu nominato primo Segretario dell’amministrazione delle finanze. Nel 1814 fu inoltre professore di diritto commerciale all’Università di Parma. Passò poi alla magistratura rivestendo altissime cariche. Dal 1820 fu per nove anni giudice nel Tribunale Civile e Criminale di Parma. Cooperò alla compilazione dei nuovi codici parmensi. Nel 1823 fu altresì nominato Assessore presso la Camera di Commercio e verso la fine del 1829 venne promosso a Procuratore del Governo presso il Tribunale di Parma. Il 24 marzo 1834 entrò nel Tribunale Supremo di Revisione. Durante i moti del 1831 simpatizzò apertamente per i rivoluzionari, senza per altro subire provvedimenti restrittivi. Nell’occasione la polizia ducale ne segnalò l’atteggiamento liberale, come segue: Nel suo Officio si tenevano conventicole, si istruivano i giovani nelle massime rivoluzionarie e fra questi i figli del Presidente Vincenzi. Ordinò ai notai ed ai Tribunali di erigere gli atti in nome del Governo provvisorio. Continuò nell’esercizio delle sue funzioni. Scrisse molte opere di giurisprudenza, di letteratura e di filosofia. Il suo Conto morale sull’amministrazione della giustizia nell’anno 1830 consiste in una esposizione dei principali bisogni dell’ordine giudiziario, accompagnata dalle proposte di valide provvidenze. Conobbe il francese, il tedesco e il latino e si occupò con profitto delle lingue orientali. Fu esperto nelle lettere greche e dall’inglese tradusse poesie. Coltivò con amore la poesia e ne ebbe incoraggiamento da Angelo Mazza. Visse sempre a Parma. Ne scrissero l’elogio funebre il Niccolosi (Parma, Carmignani, 1846) e Paolo Oppici.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 152; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 135-138; E. Michel, in Dizionario Risorgimento 2 1932, 789; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 406; Marchi, Figure del Ducato, 1991, 178.

CROTTI GAETANO, vedi CROTTI BALESTRA


Parma 22 giugno 1856-Parma 13 aprile 1943
Figlia di Primo e di Antonia Robuschi. Fu allieva di Giusto Dacci e si diplomò nella Regia Scuola di musica nel 1877 con lode in pianoforte e nel 1881 in composizione. Dal 1877 al 1878 nella scuola fu maestrina per le alunne nella classe di pianoforte. Nell’ottobre 1883 fu nominata insegnante di canto corale nella Scuola normale femminile di Parma posto che abbandonò nel 1885 per seguire il marito, Gerolamo Gaudino, capo musica del 64° Reggimento Fanteria a Foggia. Nel novembre 1886 fu qui nominata per concorso insegnante di pianoforte e canto corale nel Civico Istituto femminile. Nel 1887, trasferito nuovamente il marito, ritornò a Parma. Fu buona pianista e compositrice. Nella Biblioteca Conservatoria di Parma si trovano manoscritti: Melodia, per orchestra d’archi, Salmo 147 Lauda Jerusalem, per coro e orchestra, Serenata per violino e pianoforte.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 61; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 10 ottobre 1825-Parma 1 agosto 1901
Figlio di Gaetano e di Antonia Robuschi.
Studiò armonia sotto il maestro Giuseppe Alinovi e, frequentando in pari tempo l’Università di Parma, nel giugno 1848 conseguì la laurea in farmaceutica. Appassionato di fotografia, costituì assieme al padre la Società Fotografica Parmense, operante attorno all’anno 1865. Abitò in Borgo Taschieri 2 con la moglie Giovanna Papi e un figlio. Nel 1864 fu nominato professore di letteratura e storia della musica nella Regia Scuola di musica di Parma. Dal 1870 al 1887 tenne l’archivio della scuola medesima, quindi coadiuvò il professor Caputo nell’organizzare la sezione musicale della Biblioteca Palatina di Parma, annessa al Conservatorio. Dal gennaio 1899 al 1901 fu bibliotecario e professore di storia della musica ed estetica musicale nel Regio Conservatorio parmense. Si occupò specialmente di acustica, non trascurando alcun mezzo per rintracciare la vera base scientifica della musica, cercandone le leggi fisiologiche e sottomettendole al calcolo. Lasciò un certo numero di opere, quasi tutte autografe e alcune inedite: Trattato di versificazione, Storia della musica (1867), L’armonia studiata ne’ suoi primi elementi (1867), Elementi di Armonia (Sonzogno, Milano), La musica è una scienza (L. Battei, 1883), Musiconomia o leggi fondamentali della Scienza Musicale (L. Battei, 1890). Avversò assolutamente la musica moderna, prediligendo le melodie belliniane.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 31-32; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 58; Parma. Conservatorio di Musica, 1973, 169; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 58; Al Pont ad Mez 2 1984, 95; Dizionario musica e musicisti, Appendice, 1990, 202; R. Rosati, Fotografi, 1990, 160-161.


Parma 1 gennaio 1797-
Figlio di Giuseppe e Marianna Rige. Insegnò Chimica Farmaceutica dal 1856 al 1859 e fece parte della Consulta Superiore di statistica. Fu autore di una serie di fotografie, che sul retro riporta la definizione di Società Fotografica Parmense. Dalla tecnica con cui furono realizzate le immagini, se ne può ricavare una collocazione temporale: 1865 circa. L’indirizzo è in Borgo Taschieri 2, dove risulta abitassero (occupando l’intero palazzo) il Crotti, la moglie Antonia Robuschi, il figlio Primo, la moglie di quest’ultimo, Giovanna Papi, e il figlioletto della giovane coppia. È quindi molto probabile, data la chiara inclinazione culturale dei due Crotti padre e figlio, farmacisti, che nella casa di Borgo Taschieri si celebrasse uno dei connubi tipici delle origini fotografiche: quello tra fotografo e farmacista. Il comune denominatore chimico e la pratica, oltreché la disponibilità di sostanze acide da parte del farmacista, inducevano infatti il fotografo dei primordi a ricorrere frequentemente alla farmacia. Si può supporre ragionevolmente che la Società Fotografica Parmense altri non fosse che la stessa famiglia Crotti, dedita all’arte fotografica amatoriale. Lo conferma indirettamente un fatto: esistono due carta da visita marchiate Società Fotografica Parmense B° Taschieri 2 raffiguranti proprio il Crotti, personaggio ritratto anche da Giacomo Isola.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte dal 1856 al 1859; F. Rizzi, Professori, 1953, 92; R. Rosati, Fotografi, 1990, 160-161.


Parma 1690/1725
Il nome dell’orafo Cruer compare in alcuni mandati della primavera del 1719 relativi alla consegna dell’argento per la lavorazione di un pastorale e poi, nuovamente, a lavoro ultimato, in una nota riguardante la contrattazione tra il Cruer e i fabbriceri sul calo dell’argento, che si regolò di un denaro per oncia (19 agosto 1719). La spesa complessiva per il pastorale fu di lire 4026, di cui lire 1216 di manifattura al Cruer, lire 2625 per l’argento (once 150), lire 105 per tre zecchini destinati alla doratura del pezzo e infine lire 80 per la custodia realizzata da Francesco Giovannelli. Questa ampia e precisa documentazione permette di identificare un artista, il Cruer, sconosciuto ai repertori, che lasciò in Steccata a Parma pezzi importanti, talora di diretta commissione ducale, a testimoniare non solo la considerazione nella quale doveva essere tenuta la sua opera, ma forse anche un rapporto consolidato con la Corte parmense. Dalla documentazione, purtroppo assai scarsa, relativa all’Arte degli Orefici parmensi (Archivio di Stato di Parma, Statuti, n. 237, carte 68-88) il Cruer risulta tra gli iscritti dal 1690 al 1711, data dell’ultimo atto conservato, comparendo più volte in vesti di ufficiale dell’Arte ora come Cassiere, ora come Cancelliere e anche come Anziano. Il nome fa supporre un’origine straniera, comune peraltro a un numero piuttosto elevato di argentieri citati negli Statuti (si può forse ipotizzare per il Cruer un’origine tedesca, rivelando la sua produzione una certa affinità con l’arte orafa settentrionale nella grande attenzione alla resa naturalistica del repertorio vegetale). Assai notevole è la qualità delle sue opere, caratterizzate da un fare mosso ed esuberante come nel pastorale, dove la struttura ancora massiccia del ricciolo è alleggerita da un animato e raffinatissimo gioco di volute e foglie che preannuncia la fantasiosa levità rococò. Nel 1685 eseguì, insieme al conterraneo Giovanni Giorgio Frittel, vari lavori (perduti) per la Rocca di Soragna. Nel 1701 e 1703 firmò ricevute di pagamento per piccole commissioni affidategli dai Gesuiti di Borgo San Donnino. Per lo stile personalissimo e tecnicamente ineccepibile, soprattutto nelle cesellature, ove rivela inventiva e perizia senza eguali, gli sono stati attribuiti tre cartaglorie provenienti dalla chiesa di Sant’Ignazio di Busseto, che fanno parte delle Collezioni d’arte della Cassa di Risparmio di Parma. In stretta relazione col Cruer lavorò un altro orafo di grande levatura, attivo in Steccata fino alla metà del XVIII secolo: Stefano Barbieri, più volte citato nei documenti come compagno del signor Michele Cruer argentiere, a nome del quale firmò anche alcune ricevute di pagamento relative al pastorale, alla cui realizzazione non è escluso abbia collaborato. Se per i primi due decenni del secolo fu il Cruer l’argentiere di fiducia della Congregazione della Steccata (il suo primo lavoro docmentato, una lampada d’argento, perduta, data al 1700-1702), dagli anni Venti fu il Barbieri a soddisfare le commissioni della chiesa, sostituendo il compagno, deceduto o allontanatosi da Parma. L’ultima menzione documentaria relativa al Cruer risale all’Inventario del 1725, dove egli è citato come pesatore di alcune argenterie.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, Libro delle Ordinazioni n. 43, 36r e 115r., serie XVI, busta 45, fasc. Spese per arredi sacri, C37, Inventario 1725, serie XVI, busta 19, fasc. Perizia di arredi sacri e altro; L. Testi, 1922, 240; A. Santangelo, 1934, 78; L. Fornari Schianchi, 1979, 450; J. Bentini, 1980, 168; Per uso del santificare, 1991, 57, 59; A. Mordacci, Argenti e argentieri, 1997, XIX-XX.


Parma XVIII secolo
Fu poeta latino di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 288.


Giarola 1700
Appartenne a una nobile e facoltosa famiglia. Sulla porta maggiore della chiesa di Giarola si legge: Templum hoc vetustate pene evanescens, squallore detersum, restauravit, ornavit muneribus auxit Dom. Ippolita Cucchetti dum ad Monasterium Sacrar. Monialum S. Pauli rem familiarem gerevit 1780.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.


Parma 1841
Intagliatore. Nel 1841 realizzò dieci placche portacero in Ognissanti a Parma.
FONTI E BIBL.: Grandinetti, 1973, 30; Il mobile a Parma, 1983, 264.


Parma seconda metà del XIX secolo
Intagliatore di legno, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 52.


Parma 24 agosto 1829-Parma 8 novembre 1913
Nacque da Giuseppe e da Maddalena Giacopelli. Seguendo le orme del fratello maggiore, Carlo, rinomato chirurgo, si avviò subito allo studio della medicina. Intraprese poi la carriera universitaria e si impegnò nella vita politica in Parma. Compì in patria i suoi studi. Negli anni della sua formazione, l’Università parmense fu tormentata da vicende legate agli avvenimenti politici del Ducato. Nel 1849 il duca Carlo di Borbone, successo al padre Carlo e rientrato a Parma nel maggio dopo il biennio rivoluzionario, decretò la chiusura delle scuole superiori dello Stato, cosicché l’insegnamento poteva avvenire solo presso alcuni professori e istituti autorizzati. Il Cugini cominciò a frequentare le corsie dell’Ospedale di Parma, dove era attivo il fratello maggiore, nel maggio del 1849. Si formò in quell’ambiente e si laureò nel 1855. Nell’Ospedale di Parma trascorse quindi molti anni, lavorando prima nella sezione chirurgica e poi in quella medica e percorrendo tutti i gradi di carriera da assistente a medico primario. Accanto all’impegno profuso nella professione medico-chirurgica, il Cugini coltivò interessi letterari e umanistici dei quali, in quegli anni giovanili, diede buone prove. Si ricordano, tra gli altri, i versi sciolti che egli compose nel 1857 in morte di Clementina Crotti, moglie del fratello Luigi, magistrato in Parma. Nel 1858 progettò, insieme a C. Marenghi ed E. Conforti, la pubblicazione di una illustrazione del Ducato, della quale uscirono però solo alcune tavole. Nel quotidiano lavoro di corsia il Cugini perfezionò la sua formazione professionale su una vasta casistica. Ancora giovanissimo, fu duramente impegnato nel soccorso ai soldati austriaci feriti nella battaglia di Novara e condotti in gran numero all’Ospedale di Parma. Studiò i molti casi di oftalmia egiziana tra i militari del duca Carlo di Borbone. Si occupò di malattie della pelle, di malattie infettive e degli ammalati nell’epidemia di colera. Assecondando il proprio interesse per la pratica ospedaliera della medicina, egli mantenne per molti anni il suo posto in clinica, costantemente attivo nell’assistenza, anche quando fu gravato da nuove e importanti attività e dall’impegno universitario. Lasciò l’ospedale soltanto nel 1885, per dedicarsi prevalentemente all’Università e agli altri impegni pubblici. Alla carriera universitaria giunse all’età di trent’anni. Resosi vacante nel 1859 un posto di supplente alla facoltà medico-chirurgica, il Cugini risultò vincitore del relativo concorso e nel novembre entrò nell’Università. Già in quell’anno dovette occuparsi, come supplente, dell’insegnamento della medicina legale. Questa fu introdotta, come disciplina autonoma, in tutte le facoltà mediche dell’area italiana durante la prima metà del secolo XIX, dopo che l’Università di Pavia, per prima in Italia, ne aveva avviato l’insegnamento nel 1786. A Parma, G. Tommasini dettò lezioni di medicina forense già nel 1814. Tuttavia l’insegnamento regolare della materia prese avvio solo nel 1829, con C. Speranza. Allo Speranza successe L. Balestra, dal 1846 al 1853, e C. Cipelli dal 1854 al 1859. Ma il docente che lasciò la più significativa impronta alla cattedra di medicina legale parmense, ne tracciò l’indirizzo, fondò l’Istituto e lo costituì in autorevole scuola, reggendo l’insegnamento per un lunghissimo periodo, fu il Cugini. Egli successe al Cipelli, come supplente, nel 1859. Si allontanò dalla cattedra per un breve periodo, nel 1861-1862, quando vi fu chiamato A. Molina. Ma vi tornò quasi subito, nell’ottobre 1862, quando vinse il pubblico concorso e venne nominato professore straordinario di medicina legale e di igiene. Di lì a pochi anni, nel settembre 1865, ottenne la nomina a professore ordinario, in seguito a concorso pubblico, e mantenne quella sede fino al 1909, anno del suo collocamento a riposo. In quei tempi, nell’Università di Parma, come nella maggior parte degli atenei italiani, i due insegnamenti della medicina legale e dell’igiene, seppure distinti nella materia, erano riuniti nella figura di un unico docente. Il Cugini li resse, contemporaneamente, con pari attenzione, anche se prevalse infine il suo interesse per la medicina legale. Nella lunga esperienza alla direzione della cattedra e dell’Istituto egli si conquistò un posto di primo piano tra le figure eminenti dell’Ottocento parmigiano. L’attività dei numerosi anni trascorsi nelle corsie ospedaliere gli meritò una proclamazione a benemerito dell’Ospedale Maggiore di Parma. L’impegno universitario e le cariche che assunse nella pubblica amministrazione fecero emergere ben presto la versatilità delle sue doti organizzative e il suo spirito pratico e attivo. Quando assunse la cattedra, le lezioni impartite all’Università erano soltanto teoriche. Il Cugini, assecondando la sua naturale disposizione verso l’aspetto pratico dell’insegnamento, orientò progressivamente la sua scuola verso il metodo sperimentale e il tirocinio di esercitazioni con il supporto di mezzi e di strumenti di laboratorio. Nell’insegnamento dell’igiene introdusse precocemente il sistema delle lezioni dimostrative, conducendo gli studenti a visitare opifici importanti e istituti e ambienti vari, quali le scuole, le carceri, gli asili d’infanzia e le case dei poveri. Si applicò ai temi dell’educazione sanitaria e viene annoverato tra gli iniziatori della medicina sociale. Nella medicina legale si dimostrò attento all’esempio che veniva dalle scuole germaniche e che anche altri docenti italiani si accingevano a seguire. Propose regolarmente agli studenti lezioni dimostrative sul cadavere e avviò la pratica della ricerca sperimentale con esercitazioni su animali da laboratorio. I suoi sforzi in favore di una migliore organizzazione della ricerca e dell’insegnamento vennero premiati, a partire dal 1875, quando ottenne i locali necessari all’attività della scuola nel palazzo dell’Università. Nel 1887, infine, fu fondato l’Istituto di medicina legale che, negli anni successivi, si sviluppò e perfezionò, arricchendosi dei mezzi didattici e scientifici indispensabili. Accanto alla medicina legale e all’igiene, per diverso tempo il Cugini dovette occuparsi anche dell’insegnamento della clinica psichiatrica. Nel 1874-1875 il ministero della Pubblica Istruzione dispose che le università, per adeguarsi alle necessità di un moderno insegnamento della medicina e per poter continuare a conferire le lauree agli studenti, dovevano provvedersi di alcune cliniche speciali, in aggiunta alle cattedre fondamentali. La facoltà medica di Parma deliberò l’avvio di un insegnamento di psichiatria e ne affidò l’incarico al Cugini. Dedicandosi al perfezionamento dei suoi studi di psichiatria, egli si collegò dapprima con il manicomio di Colorno e successivamente, allo scopo di dare un insegnamento più pratico, chiese e ottenne alcuni letti di degenza per pazienti psichiatrici nell’Ospedale Maggiore di Parma. La sua duplice esperienza di psichiatria e di medicina legale lo orientò verso l’approfondimento dei temi di antropologia criminale. Nel dibattito scientifico di quegli anni egli assunse una posizione in antitesi con la teoria lombrosiana, allora prevalente, del delinquente nato. Lasciò concreta testimonianza di questi suoi interessi in una cospicua collezione di craniologia criminale raccolta in un museo criminologico applicato nel suo Istituto. Nel triennio 1883-1885 le sue doti organizzative in ambito accademico e sanitario vennero impegnate nella carica di preside della facoltà. Nel 1895 fondò in Parma una Società di medicina legale che fu la prima in Italia e precedette di qualche anno la costituzione della Associazione nazionale di medicina legale. Le tappe di quell’iniziativa sono riassunte nel Discorso pronunziato dal professore Alessandro Cugini nell’Istituto medico-legale della Regia Università parmense il giorno 10 febbraio 1895 costituendosi la Società di medicina legale di Parma, pubblicato a Parma nel 1895. Insieme a C. Asperti fu tra i promotori dell’istruzione gratuita popolare. Fu presidente di molte opere di beneficenza e presidente onorario della Pubblica assistenza di Parma. Fu presidente del comitato locale della Croce Rossa Italiana e lasciò testimonianza di questo impegno in una breve pubblicazione: Croce Rossa Italiana: note storiche (Parma, 1904). In ambito accademico fu membro di numerosissime commissioni per concorsi a cattedre universitarie. Fu inoltre attivissimo perito medico legale, membro effettivo della Società italiana d’igiene e socio corrispondente della Società italiana di antropologia, etnologia e psicologia comparate. Tra i suoi principali meriti egli amava ricordare la sua opera nella fondazione dell’Ospedale dei bambini di Parma (si veda A. Cugini, L’Ospedale dei bambini di Parma nel primo anniversario della sua apertura: un’occhiata al suo passato e al suo avvenire, Parma, 1902). Fu insignito della commenda dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Trovò poi nella sua scolaresca e nell’esercizio dei molti impegni in favore della pubblica beneficenza una vasta base elettorale. Nel 1899 fu eletto al Consiglio provinciale e ne fu vice presidente dal 1899 al 1907. Fu membro del Consiglio di leva e di altre commissioni, tra cui quella per lo studio delle cause della pellagra. Fu anche consigliere e assessore del Comune di Parma e sindaco della città dal 1890 al 1892, promuovendo opere di pubblico interesse. A fronte del lungo e gravoso impegno nella pratica accademica e nella vita pubblica, il Cugini lasciò una produzione di lavori scientifici non copiosa. Tra i primi studi, che compì nell’avvio della sua carriera universitaria, si ricordano quelli Della imputabilità nei sordo muti. Problema medico-legale (Parma, 1860) e Del parto e dell’aborto artificiali, considerati come operazioni chirurgiche in rapporto all’ostetricia e alla medicina legale (Parma, 1860). Della sua attività didattica lasciò testimonianza in alcune pubblicazioni: Programma delle lezioni di medicina legale recitate nell’anno scolastico 1860-1861 (Parma, 1861), varie edizioni degli appunti alle lezioni, redatte dagli studenti, e la Prolusione al corso di medicina legale nell’anno scolastico 1889-1890 (Parma, 1890). Tra i lavori interessanti l’igiene e la medicina sociale vanno segnalati quello su I parassiti e le malattie parassitarie (Parma, 1893) e la Relazione del comitato permanente per lo studio dele cause della pellagra e dei mezzi atti a combatterla (Parma, 1885). Nella psichiatria e nella criminologia si possono ricordare Una lezione clinica sulle illusioni e allucinazioni agli studenti di freniatria (Parma, 1902) e Studi antropologici su centocinquanta crani di delinquenti morti nella casa di pena di Parma (Parma, 1912). Scrisse anche diversi articoli divulgativi sui giornali di Parma e lasciò alcuni lavori biografici, tra i quali si debbono citare Luigi Caggiati, (Parma, 1886) e Commemorazione del capitano Vittorio Bottego (Parma, 1904). Il Cugini lasciò l’Università nel 1909, in ottemperanza a una legge che lo collocò a riposo per raggiunti limiti di età. Egli non accettò di buon grado questo provvedimeno al quale si oppose inutilmente. Affidò alle stampe una sua motivata Protesta (Parma, 1910), ma dovette conformarsi alle disposizioni. Alla cattedra legale gli successe, per un breve periodo, il suo allievo O. Modica. Fu sepolto al cimitero della Villetta, nell’arco dell’Università.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Atti del Consiglio provinciale di Parma, 1913-1914, I, Verbali, Parma, 1913, 233; Annuario della Università di Parma per l’anno 1913-1914, Parma, 1914, VIII; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 139; C. Pigorini Beri, Per Alessandro Cugini, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1913, 3; F. Marimò, Nel trigesimo della morte del professor Alessandro Cugini. Conferenza tenuta nell’università popolare di Parma la sera del 9 dicembre 1913, Salsomaggiore, 1914; La medicina legale in Italia, in Acta Medica Italica III 1937, 79-82; G. Canuto, Centoventi anni di medicina legale nella università di Parma, in Atti del X convegno nazionale della Società italiana di medicina legale e delle assicurazioni, Parma, 1950, 5-8; F. Rizzi, I professori dell’università di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953, 138; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 58; G. Armocida, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 326-329.


Colorno 4 agosto 1782-Parma 10 novembre 1839
Domestico, sposò nel 1816 Domenica Fantoni. Rimasto vedovo, si risposò nel 1832 con Luigia Federici. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 15 aprile 1816 come garzone di cucina. Fu sospeso dal servizio per essersi ammogliato senza soddisfare ai regolamenti vigenti, ma fu poi riammesso.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 307-308.


Parma 28 febbraio 1814-Parma 25 luglio 1883
Nacque da Giuseppe e da Maddalena Giacopelli. Compì gli studi medi nella sua città e qui si avviò poi allo studio della medicina e della chirurgia nelle scuole superiori, che tenevano il posto dell’antica Università, chiusa dalle autorità governative dopo i moti del 1831. Completò gli studi di medicina nel 1836 e quelli di chirurgia l’anno seguene. Non si possiedono molte notizie sulle sua carriera scolastica e sugli inizi della sua attività clinica. È certo che il più importante tra i suoi maestri di quegli anni fu il chirurgo G. Rossi, docente di anatomia, di clinica e di terapia chirurgica, che influenzò e guidò la formazione del Cugini. Già da studente si dedicò all’attività di ricerca e si applicò allo studio di temi pertinenti il campo della anatomia: fino dal 1835 egli fu preparatore e conservatore del gabinetto patologico, che ebbe impulso e sviluppo a opera proprio del Rossi. Nel 1839 assunse l’incarico di necroscopo per le cliniche e dissettore per le lezioni di medicina operatoria, che tenne fino al 1846. Nell’aprile del 1844, fu nominato maestro delle dissezioni, ufficio nel quale si era applicato fino da studente, succedendo nell’incarico a L. Penedos. Nel novembre 1847, in riconoscimento di un lungo e apprezzato tirocinio nell’esercizio pratico della professione, fu nominato finalmente chirurgo ordinario nell’Ospedale di Parma e due anni dopo, nel maggio 1849, gli venne conferito l’incarico delle lezioni di anatomia e fisiologia per gli studenti in medicina. Nei primi anni della sua carriera fu protagonista di una disputa, che si fece col tempo assai lunga e complicata, intorno a un caso clinico che lo vide coinvolto unitamente ai medici C. Guerreschi e L. Guadagnini. La discussione prese origine dalla malattia di un amico del Cugini, Emilio Rondani, al cui capezzale i tre medici si avvicendarono gestendo la terapia con rimedi diversi e contrastanti. Il caso giunse a buon esito, ma tra il Guerreschi da una parte e il Cugini con Guadagnini dall’altra si accesero vivaci polemiche che furono alimentate anche da diverse memorie date alle stampe dai protagonisti. La Apologia di Celestino Guerreschi scritta da lui stesso contro un giudizio del Dottor Luigi Guadagnini medico in Parma (Voghera, 1842) esprime aspri commenti sulla condotta terapeutica del Cugini, in difesa del quale intervennero però immediatamente, con altre pubblicazioni, sia il Guadagnini, con una Risposta del dottore Luigi Guadagnini medico in Parma alla apologia del dottore Celestino Guerreschi scritta da lui stesso (s.n.t., ma Parma, 27 gennaio 1843), sia il paziente stesso e i suoi familiari: Alcune osservazioni di Emilio Rondani sull’apologia di Celestino Guerreschi (Parma,1843), Sopra alcune proposizioni dell’apologia del signor dottore Celestino Guerreschi lettere di Camillo Rondani ad un suo amico (Parma, 1843), Alcune parole di G.B. Rondani al signor Celestino Guerreschi dottor fisico (Parma, 1843). Lo stesso Cugini, infine, non mancò di rendere pubbliche le sue ragioni e dette alle stampe una breve memoria nella quale tracciò sinteticamente la storia clinica della malattia del Rondani e le proprie osservazioni a sostegno della sua linea di terapia: Al signor dottore Celestino Guerreschi, Lettera del dottore Carlo Cugini (s.n.t., ma Parma, 28 gennaio 1843). Nonostante rispondesse in parte a un certo costume dell’epoca, sorprende e solleva qualche perplessità la risonanza di questa polemica e anche i toni del contrasto non sembrano giustificati dall’occasione. Le successive tappe della carriera del Cugini furono intimamente collegate con le vicende delle scuole universitarie di Parma. Nel 1848 la Suprema Reggenza creata da Carlo di Borbone aveva ripristinato l’Ateneo. Nel 1849 tuttavia, il duca Carlo di Borbone, succeduto all’omonimo padre che aveva abdicato, decise la chiusura delle scuole superiori, convinto che i mali che affliggevano i governi dipendessero anche dall’influenza dei centri di studio. L’attività didattica poté continuare solo attraverso insegnamenti privati presso alcuni professori autorizzati e presso alcuni istituti approvati. Diversi professori poi dovettero subire le conseguenze della loro partecipazione a quei moti del Risorgimento. Tra gli altri, C. Cipelli, professore di anatomia, fu allontanato dall’insegnamento nel 1849 per motivi politici. In quella circostanza il Cugini, che era stretto al Cipelli anche da vincoli di amicizia, chiese e ottenne di poter supplire il collega e insegnare gratuitamente l’anatomia. Nel 1850 il Cugini iniziò un corso privato di insegnamento della patologia chirurgica, l’anno seguente uno di anatomia e fisiologia. Egli, accanto agli impegni di studio e didattici, andò acquisendo in quei tempi una lunga pratica clinica e operatoria che lo fece apprezzare universalmente come chirurgo di valore. Nel novembre 1854, Luisa Maria di Berry, che, reggente del Ducato dopo l’uccisione del marito, promosse tra i suoi primi atti di governo un provvedimento che ridava vita rigogliosa agli studi universitari, con un decreto riaprì l’Ateneo, creò un Supremo Magistrato degli studi, nominando in quell’ufficio il marchese Pallavicino, determinò gli organici amministrativi e didattici e nominò i professori. Ebbe così fine quel lungo periodo di alterne vicende che, per tutta la prima metà del secolo XIX, avevano turbato la vita dell’Università parmense. Il Cugini in quell’occasione vide coronato il suo impegno di tanti anni di attività e di studio e riconosciuto il suo valore di docente: nel 1854, infatti, fu nominato professore alla cattedra di anatomia e fisiologia, incarico di prestigio che egli stesso considerò il primo e più importante de’ seggi nello insegnamento chirurgico. Resse questa cattedra solamente per un anno, poiché nel 1855, inaspettatamente e con suo vivo disappunto, fu traslocato dalla cattedra di anatomia a quella di istituzioni chirurgiche. Alla anatomia fu in sua vece nominato G. Inzani, giovane studioso che diede poi prova di grande valore scientifico. Ma il Cugini non accettò di buon grado il trasferimento, anche perché considerò il nuovo incarico di minore importanza rispetto al precedente. La lunga lettera che egli inviò in quell’occasione al presidente del Supremo Magistrato degli studi, nella quale esponeva le sue rimostranze, è un documento interessante che illumina alcuni aspetti della sua personalità. La lettera, datata 21 ottobre 1855, è stata pubblicata da M. Mora (Documento inedito rievocante un episodio polemico nella nostra Università, in Parma per l’Arte 3 1954, pp. 133-136). Il Cugini si dedicò tuttavia al corso delle istituzioni chirurgiche, che prese successivamente il nome di patologia speciale chirurgica, e della dottrina delle fasciature. Resse questo insegnamento per tutto il resto della sua vita. Nell’Ateneo parmense godette sempre la stima dei colleghi docenti e degli allievi e più volte, nell’ambito della facoltà e dell’Università, assunse posizioni di rilievo. Per tre trienni (nel 1863, nel 1872 e nel 1875) fu preside della facoltà medica. Dal 1876 al 1879 fu vice rettore e quindi rettore dell’Università. Negli stessi anni fu presidente del consorzio universitario parmense, costituitosi allo scopo di sostenere l’Ateneo in un momento di difficoltosi rinnovamenti. Il nuovo regolamento universitario, nel 1876, obbligò gli atenei a rendere sperimentali e dimostrativi alcuni insegnamenti che prima non lo erano e a istituire nuove cliniche speciali che fino ad allora non esistevano e che risultavano invece fondamentali per conseguire i gradi accademici. Per poter provvedere l’Università del materiale e del personale necessari ad attuare le nuove disposizioni, si diede corpo, sull’esempio di altre città, a un consorzio con il concorso del Comune di Parma, della amministrazione provinciale e di istituti bancari. Nell’ufficio di presidente di questo consorzio, il Cugini seguì con impegno i profondi rinnnovamenti dell’Ateneo, l’istituzione di nuove cattedre, la nomina dei professori e l’allestimento delle strutture necessarie per l’impianto delle nuove cliniche (Resoconto morale ed economico, presentato dal presidente del Consorzio universitario parmense per l’anno scolastico 1878-1879, a senso dell’art. 8°, 3a linea dello statuto, Parma, 1880). Il Cugini occupò altre cariche pubbliche. Già nel 1848 fu membro del consiglio del protomedicato. Negli anni seguenti l’Unità d’Italia, la stima e la considerazine della città di Parma per i suoi meriti scientifici e umani lo fecero accedere anche a incarichi politici. Fu consigliere comunale e assessore della città di Parma e venne eletto anche consigliere provinciale. Inoltre fu vice presidente del Consiglio provinciale di sanità. Fu nominato cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Lasciò pochi lavori a stampa, tra i quali la nota Orazione detta in occasione dell’apertura della Regia Università di Parma (Parma, 1873), con l’elogio del suo antico maestro e amico G. Rossi. Ebbe riconoscimenti ufficiali una sua relazione sulle cause delle molte riforme alla leva nella provincia di Parma. Si ricordano di lui anche gli interessi per le scienze naturali che lo impegnarono nella raccolta di un ricco erbario e di una pregevole collezione di coleotteri. Per le precarie condizioni di salute, il Cugini sospese negli ultimi mesi di vita l’attività di insegnamento.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Annuario dell’Università di Parma, 1883-1884, 75 s.; F. Rizzi, I professori dell’università di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953, 79; U.A. Pini, Medici e chirurghi parmigiani dell’Ottocento, in Minerva Medica LXXI 1980, 1393-1398; G. Armocida, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 330-332.


Parma 6 giugno 1792-Parma 28 agosto 1851
Dopo altri precedenti impieghi, fu per diciannove anni (1829-1847) ragioniere della Camera dei Conti di Parma. Nel 1847 fu nominato dal duca Carlo di Borbone capo ragioniere, facente funzioni di giudice. Fu padre di Alessandro, Carlo e Luigi.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 138-139.


Parma 19 agosto 1821-
Figlio di Giuseppe e Maddalena Giacopelli. Fu giudice e magistrato in Parma. Sposò Clementina Crotti, della quale rimase vedovo nell’anno 1857.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 327.


Colorno 2 agosto 1750-Colorno 12 gennaio 1821
Figlio di Lorenzo e Barbara Guareschi. Allievo del Petitot all’Accademia parmense di Belle Arti, meritò nel 1771 una segnalazione per un progetto di teatro nel concorso per l’architettura (L’Accademia parmense, 1979, p. 61). Nel 1774 ebbe il secondo premio per il progetto di un Magnifico palazzo destinato ad accogliere la famiglia Reale e ancora il secondo premio nel 1777 per Il piano di elevazione e gli spaccati di un Edificio destinato a albergare le arti e le scienze. Finalmente nel 1778 vinse il primo premio per il progetto di un Anfiteatro per le dimostrazioni di fisica, anatomia e chimica e ogni altro artifizio della natura. In quell’anno, con decreto ducale del 17 dicembre, fu ammesso con Raffaele Cugini, erroneamente considerato suo fratello dallo Scarabelli Zunti, alla Congregazione degli edili e con lui incaricato della sovrintendeza alle Reali Fabbriche di Colorno (Scarabelli Zunti). Godette di notevole credito, anche se nel periodo della sua attività non si costruirono edifici di grande rilievo (Scarabelli Zunti). Tuttavia nel 1771 fu eseguito su suo progetto il piccolo e interessante oratorio dei Santi Ferdinando e Amalia a Copermio presso Colorno: la sua paternità per questo lavoro è indicata nel diario inedito del segretario del principe di Soragna (Colombi, 1979). Tra gli edifici di servizio della Corte si deve al Cugini il potager (come si legge nelle risposte al Questionario Moreau de Saint-Méry), scomparso, e il piccolo oratorio di San Bernardo, costruito per volere del duca Ferdinando di Borbone nel 1775, dotato di un porticato antistante e di un solo altare (Pellegri, 1981, p. 103), demolito nell’Ottocento (Bertini, 1979, p. 71). Ma l’incarico più prestigioso l’ebbe nel 1791 quando gli venne affidata la direzione dei lavori, iniziati nel 1789, per l’ampliamento e la modificazione dell’orientamento e la costruzione della facciata della chiesa palatina di San Liborio di Colorno, tutti lavori voluti dal duca Ferdinando di Borbone. L’edificio realizzato assunse caratteri ben diversi dall’iniziale progetto del Petitot (Tassi, 1979, p. 255; Pellegri, 1981, p. 114), ma non è possibile determinare quali di queste modifiche possono essere attribuite ai progetti del Cugini. Un generale evolvere del gusto architettonico con distacco dagli insegnamenti petitotiani si nota del resto nello svolgimento dei concorsi accademici (Adorni, 1979) e nei disegni dello stesso Cugini: un disegno di una facciata di chiesa (firmato, penna e acquerello, 550x470 mm), passato a una vendita a Roma, mostra un netto orientamento in senso più puntualmente neoclassico (Christie’s, Roma, catalogo di vendita, 2 dicembre 1982, p. 33). Unica opera nota della sua attività avanzata è il disegno per la chiesa di San Biagio a Torrile (Scarabelli Zunti), inaugurata l’anno dopo la sua morte.
FONTI E BIBL.: Colorno, Archivio parrocchiale di Santa Margherita, Registro dei battezzati, 1700-1750, ad diem; Colorno, Archivio storico comunale, Registro atti di morte, 1821, n. 6; Parma, Soprintendenza ai Beni artistici e storici: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., VIII, cc 102 s.; Parma, Biblioteca Palatina, Fondo Moreau de Saint-Méry, cass. IX, Risposte al questionario Moreau de Saint-Méry, ms.; P. Zani, Enciclopedia metodica delle belle arti, I, 7, Parma, 1821, 150; M Pellegri, E.A. Petitot, Parma, 1965, 172; F. Mezzanotte, Architettura neoclassica in Lombardia, Napoli, 1966, 16 s.; G. Bertini, L’oratorio di Copermio e problemi del neoclassico parmense, in Proposta 1973, 44; G. Bertini, Colorno, una guida, Parma, 1979, 71, 97; B. Colombi, Gazzetta patria. Dall’epistolario dei principi di Soragna, in Parma nell’Arte 2 1979, 115; B. Adorni, I concorsi di architettura dell’Accademia parmense, in L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone, Bologna, 1979, 222; R. Tassi, E.A. Petitot, in L’arte a Parma dai Farnese ai Borbone, Bologna, 1979, 249; L’Accademia parmense di belle arti, Parma, 1979, 61, 64, 66 ss.; M. Pellegri, Colorno, villa ducale, Parma, 1981, 99, 103, 114, 146 n., 147 n.; Ambienti, architetture e arredi, analisi del territorio di Torrile, Colorno, 1983, 53; P. Ceschi Lavagetto, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 335-336.


Colorno 30 luglio 1742-Colorno 19 aprile 1794
Figlio di Giuseppe Antonio Fortunato. Allievo del famoso architetto A.E. Petitot presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, vinse nel 1764 il primo premio di architettura per il progetto di una cappella sepolcrale. La sua attività nota si svolse tutta a Colorno e probabilmente con funzioni più esecutive che progettuali. Non si hanno notizie di lui fino al 1778, quando, con un decreto ducale del 17 dicembre, venne ammesso insieme a Pietro Cugini, erroneamente considerato suo fratello dallo Scarabelli Zunti, nella Congregazione degli edili e con lui incaricato della sovrintendenza alle Reali Fabbriche della villa di Colorno. Nel 1780, a seguito del trasferimento dei frati domenicani presso San Liborio in Colorno, avvenuto per volontà ducale, si iniziò sotto la direzione del Cugini la costruzione del convento adiacente alla chiesa, di cui si vede ancora la facciata di disegno semplice, scandito dal ritmo delle aperture circondate da eleganti cornici (Questionario Moreau de Saint-Méry). Nell’anno successivo venne ricostruita, sempre per iniziativa del duca Ferdinando di Borbone, la piccola chiesa di Santo Stefano in Colorno, attribuita al Cugini (Pellegri, 1981, p. 115), di cui si conserva la facciata con aggiunte laterali. Nel 1791 gli venne affidata la direzione della costruzione del ponte di San Giovanni sul torrente Parma, progettato da G. Cocconcelli (Scarabelli Zunti), crollato nell’Ottocento, come si legge sulla lapide posta sotto la statua di San Giovanni Nepomuceno, ancora sita a capo del ponte (Bertini, 1979, p. 69).
FONTI E BIBL.: Colorno, Archivio parrocchiale di Santa Margherita, Registro dei battezzati, 1700-1750, ad diem; Colorno, Archivio storico comunale, Registro dei morti della parrocchia di Colorno, 1784-1800; Parma, Biblioteca Palatina, Fondo Moreau de Saint-Méry, cass. IX, Risposte al questionario Moreau de Saint-Méry, ms.; Parma, Sorprintendenza ai beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., VIII, c. 104; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, I, 7, Parma, 1821, 150; M. Pellegri, E.A. Petitot, Parma, 1965, 90; L’Accademia parmense di belle arti, Parma, 1979, 58; G. Bertini, Colorno, una guida, Parma, 1979, 65, 69, 75; M. Pellegri, Colorno, villa ducale, Parma, 1981, 115, 146, 150 n., 159; P. Ceschi Lavagetto, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 336-337.

Parma 1473
Architetto. Nel 1473 fu sindaco dell’Arte o Università de’ Maestri a muro.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 125.


Parma-Monte Nero 19 agosto 1915
Sottotenente di Complemento nel 119° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Incaricato di eseguire difficili ricognizioni, adempì il proprio compito con intelligenza ed ardimento, spingendosi di notte fin presso le posizioni nemiche. In altra circostanza, unico ufficiale della compagnia, da lui comandata, in un’azione dimostrativa, dava bell’esempio a’ suoi suburdinati, guidando con calma e coraggio il reparto, finché rimase colpito a morte dallo scoppio di una granata. Il Curli risiedette a lungo a Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 274.


Parma 1831
Tenente della Guardia Ducale in ritiro, si distinse durante i moti del 1831 per aver pronunciato frasi offensive contro Maria Luigia d’Austria, mentre si trovava sulla Piazza Grande assieme agli altri militari Gemma, Bianchi e Malaspina. Fu inquisito, ma poiché le prove a suo carico erano molto vaghe, fu solo sottoposto ai precetti della visita e della sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 156.


Parma 1831
Avvocato, prese parte attiva ai moti del 1831. La scheda di polizia che lo riguarda riporta quanto segue: Era segretario del Maggiore Comandante dei Dragoni e qualche giorno prima della rivolta si licenziò. Si mostrò molto caldo. Quantunque giovane ancora volle far parte del Consesso Civico e del Comitato militare. Si rese latitante col dottor Lottici. Il Curti non fu comunque inquisito.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 152.


Bologna 1807-Bologna 29 dicembre 1872
A Bologna studiò violoncello. Già esperto in questo strumento, prese posto nell’orchestra del Teatro Regio di Parma nel 1838 (la dirigeva allora Nicola De Giovanni). Il Curti ne divenne in breve uno dei migliori strumentisti. Ascritto a diverse accademie e valente compositore, fu professore insegnante presso la Regia Scuola di Musica di Parma e, in tale qualità, fece molti eccellenti allievi. Il sentimento e l’espressione furono i caratteri più salienti e distintivi del Curti: seppe dare alle note del suo strumento una inflessione dolce e toccante. Pensionato nel 1871, si ritirò poco dopo nella sua città natale, dove una complicazione cardiaca causata da una polmonite lo spense a 65 anni.
FONTI E BIBL.: X, in Gazzetta di Parma 8 gennaio 1873; P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 181-182.


Parma 19 novembre 1899-Parma 27 dicembre 1980
Figlio di Eugenio e Albertina Contini. Dopo avere compiuto gli studi a Parma, partecipò col grado di sottotenente di complemento dei bersaglieri alla guerra 1915-1918, distinguendosi in varie azioni per coraggio e alto senso del dovere. Al termine della guerra, per le sue doti di brillante e valoroso ufficiale, venne inquadrato nei ruoli del servizio permanente effettivo e nel 1930 inviato a comandare una compagnia di truppe coloniali in Libia. Sempre con le truppe coloniali partecipò alla guerra etiopica con il grado di capitano e, rientrato in Italia, gli venne assegnato il comando di un reparto per la spedizione in Albania. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, partecipò con il 7° Reggimento Bersaglieri alle operazioni belliche nello scacchiere dell’Africa settentrionale nella zona di Tobruk. Fatto prigioniero dagli Inglesi, venne internato in India, dove rimase dal 1942 al 1946. Rimpatriato con il grado di tenente colonnello, collaborò attivamente alla ricostituzione dell’8° Reggimento Bersaglieri con sede a Pordenone. Quindi, promosso colonnello, gli fu affidato il comando del Centro addestramento reclute di Como, incarico che mantenne fino a quando venne posto in congedo col grado di generale di divisione della riserva. Il Curti si stabilì allora a Parma, dove fu per un lungo periodo presidente provinciale dell’Associazione Bersaglieri e vice presidente del Nastro azzurro. Fu decorato di una medaglia d’argento al valor militare e di numerose altre decorazioni minori.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 dicembre 1980, 4.


Parma 1917-Serafinovich 3 agosto 1942
Figlio di Luigi. Caporale maggiore, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Caposquadra fucilieri, guidava il proprio reparto con perizia ed impeto durante un aspro combattimento offensivo. Caduto il porta-arma tiratore e feriti la maggior parte dei suoi dipendenti, impugnava egli stesso il fucile mitragliatore resistendo quasi isolato al ritorno in forze del nemico, fino a quando, ferito a morte, si abbatteva sull’arma.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1945, Dispensa 9a, 793; Decorati al valore, 1964, 83.


Bologna o Parmigiano 1603 c.-Bologna 1670 c.
Di questo incisore del secolo XVII mancano esaurienti dati biografici: incerte sono anche la data di nascita e quella di morte. Sia Huber (1800) sia L. De Angelis (Notizie aggiunte a G. Gori Gandellini, IX, Siena, 1811, p. 82) avanzano l’ipotesi che fosse parente dell’incisore reggiano contemporaneo Bernardino Curti. Il Miller (1972, p. 9), invece, ipotizza che vi fosse, probabilmente, un legame di parentela tra il Curti e il quadraturista bolognese Girolamo Curti, detto il Dentone, basandosi però soltanto sul fatto che il Curti incise una dedica a Vespasiano Grimaldi il cui palazzo fu, in parte, affrescato dal Dentone. Pare, inoltre, che il Curti sia stato allievo del Guercino, ma non si conoscono sue opere di pittura (De Boni, 1852). Certo è, comunque, che il Curti fu maestro dell’incisore bolognese Francesc Maria Francia, al quale affidò l’incarico di eseguire alcuni disegni da lui poi tradotti in incisione per un’opera di carattere scientifico di Giacomo Zanoni intitolata Il libro de’ Semplici (Zanotti, 1739). Il Curti è noto soprattutto per le sue incisioni di traduzione. Eseguì, infatti, soprattutto a bulino, diverse serie di stampe tratte da disegni dei Carracci, del Guercino, di Guido Reni, Simone Cantarini, Denis Calvart, Giuseppe Maria Mitelli, Giovanni Maria Tamburini e altri. Incise diversi manuali propedeutici al disegno, il primo dei quali, pubblicato nel 1633, comprende 17 tavole tratte da disegni di Guido Reni. Le incisioni che compongono la serie, intitolata Esemplare per li principianti del disegno, sono numerate e precedute da un frontespizio con dedica al marchese e senatore Antonio Lignani (Bartsch, 1818). P.A. Orlandi, nell’Abecedario pittorico (Bologna, 1704), pur non dedicando una voce al Curti, ricorda, nella Tavola IV de’ libri servibili, necessarij e utili ai pittori, e scultori (p. 407) una Scelta di disegni a’ studenti pittori di Guido Reni, e del Parmigianino intagliati da F. Curti. Il Curti incise inoltre altri due manuali propedeutici tratti entrambi da disegni del Guercino. Il primo di questi esemplari per apprendisti disegnatori comprende 19 fogli incisi a bulino ed è introdotto da un frontespizio che raffigura Ercole che uccide l’Idra. Il volume, la cui data di pubblicazione è sconosciuta, è dedicato a monsignor Giulio Degli Oddi (Gori Gandellini, 1808; Gaeta Bertelà-Ferrara, 1973). Il secondo manuale, intitolato I principi del disegnare, comprende 26 stampe a bulino ed è databile attorno al 1640 (Malvasia, 1678, p. 129; Gaeta Bertelà-Ferrara, 1973). Al Gabinetto nazionale delle stampe di Roma ne è conservato un esemplare con ventidue incisioni compreso il frontespizio, stampato a Roma presso G.G. De Rossi. È interessante notare in queste serie di stampe un’attenzione particolare del Curti alla problematica della propedeutica dell’arte che a Bologna aveva avuto precedenti illustri a partire da Agostino Carracci e dall’Accademia carraccesca. Il Curti si inserì, quindi, pienamente nel programma di studio contemplato dall’Accademia carraccesca, che prevedeva una preparazione grafica che andava dai dettagliati studi anatomici delle membra e dei volti alla composizione nel suo complesso, fino all’analisi fisionomica delle espressioni e dei caratteri fondamentali per la realizzazione del ritratto. Del Curti si ricorda, infatti, una serie incisoria di 16 ritratti datata 1633 (Gori Gandellini, 1808). Non bisogna però dimenticare l’attività del Curti come illustratore di libri. A lui si deve il frontespizio della Bologna perlustrata di A. Masini, sia per l’edizione del 1650 (Bologna) sia per quella del 1666 (Bologna). Eseguì, inoltre, il frontespizio del libro di Poesie varie di Giovan Francesco Bonomi (Bologna, 1655) e nel 1666 incise i frontespizi per la Historia dell’antichissima città di Modena di L. Vedriani e per la Difesa della filosofia di Giovanni Maffei, stampata in Bologna e dedicata al duca Alessandro Pico della Mirandola. Incise inoltre il frontespizio per l’Hosteria del mal Tempo di D. Antonio Mirandola (Bologna, 1639). Di particolare interesse sono le due serie di incisioni dedicate dal Curti ai venditori di strada e agli artigiani ambulanti. La prima, piuttosto rara, s’intitola Le virtù ed arti essercitate in Bologna e comprende in tutto 20 tavole tratte dai disegni di Giovanni Maria Tamburini, artista bolognese del XVIII secolo (Malvasia, 1678, p. 569; Miller, 1972). La serie non è datata ma Roli (1977, p. 181) ritiene che possa considerarsi precedente alla serie intitolata L’arti per via incisa da Giuseppe Maria Mitelli nel 1660 e che quindi possa essere stata eseguita sulla metà del Seicento. La seconda serie incisa dal Curti è una replica in controparte della serie già nominata dal Mitelli e comprende 40 tavole precedute dal frontespizio che reca raffigurata una veduta prospettica della città di Bologna. La Varignana (1978) ritiene che la serie del Curti, sebbene non appaia datata, debba ritenersi molto vicina alla prima tiratura mitelliana. Tra le altre stampe del Curti che non sono comprese nel volume di G. Gaeta Bertelà e S. Ferrara (1973), vanno ricordate: Il matrimonio mistico di Santa Caterina da D. Calvart, Venere nella fucina di Vulcano da Annibale Carracci, Sant’Antonio da Padova da S. Cantarini e l’Adorazione dei Magi da S. Vouet. Il Curti esercitò inoltre una notevole attività come autore di stampe commemorative e descrittive.
FONTI E BIBL.: Bologna, Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, ms. B 130, secolo XVIII: M. Oretti, Notizie de’ professori del disegno, cc. 292-297; A. Masini, Bologna perlustrata, Bologna, 1666, I, 622; C.C. Malvasia, Felsina pittrice, I, Bologna, 1678, 109, 129 s., 569; G.P. Zanotti, Storia dell’Accademia Clementina, I, Bologna, 1739, 333 s.; F. Basan, Dictionn. des graveurs anciens et modernes, Paris, 1767, I, 155; M. Huber, Manuel des curieux et des amateurs de l’art, Zurich, 1800, III, 305 s.; G. Gori Gandellini, Notizie istoriche degli intagliatori, I, Siena, 1808, 274 s.; A. De Angelis, Notizie degli Intagliatori, IX, 1811, 81; A. Bartsch, Le peintre graveur, Vienne, 1818, XVIII, 298; L. Malaspina di Sannazaro, Catalogo di una raccolta di stampe antiche, Milano, 1824, II, 265 s.; G.K. Nagler, Neues Allgemeines Künstler Lexikon, III, Leipzig, 1835, 356; F. De Boni, Biografia degli artisti, Venezia, 1852, 267; G. Campori, Gli artisti italiani e stranieri negli Stati Estensi, Modena, 1855, 175; G.K. Nagler, Die Monogrammisten, II, München, 1860, 730; M. Bryan, Dict. of painters and engravers, I, London, 1886, 340; C. Miller, Virtù et arti esercitate in Bologna by G.M. Tamburini, in Culta Bononia I 1972, 3-11; Catalogo generale della Raccolta di stampe antiche della Pinacoteca nazionale di Bologna, Gabinetto delle stampe, G. Gaeta Bertelà-S. Ferrara, Incisori bolognesi ed emiliani del ’600, Bologna, 1973, schede nn. 496-564, e G. Gaeta Bertelà-S. Ferrara, Incisori bolognesi ed emiliani del ‘500 e Appendice, Bologna, 1975, scheda n. 768; E. Feinblatt, Notes on some Bolognese drawings, in Master Drawings XIV 1976, 275; R. Roli, Pittura bolognese (1650-1800) dal Cignani ai Gandolfi, Bologna, 1977, 163, 181; F. Varignana, Le collezioni d’arte della Cassa di Risparmio in Bologna. Le incisioni, I, G.M. Mitelli, Bologna, 1978, 206; A. Brighetti, Bologna nelle sue stampe. Vedute e piante scenografiche dal Quattrocento all’Ottocento, Bologna, 1979, 29, 31; V. Birke, G. Reni – Zeichnungen Katalog, Wien, 1981, schede nn. 45, 73; V. Maugeri, I manuali propedeutici al disegno a Bologna e a Venezia, agli inizi del Seicento, in Bollettino dei Musei Ferraresi XII 1982, 147-156; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VIII, 212; M. Lolli, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 479-481.


Parma 1665
Cantore (basso), fu in prova alla chiesa della Steccata di Parma nell’anno 1665.
 FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


-Scarzara 27 luglio 1909
Maggiore, fece le campagne risorgimentali del 1848, 1859, 1860, 1861 e 1870. Fu decorato della medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 luglio 1909, n. 207; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 404.


Parma 1201
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1201.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 921.

CURTO, vedi TESTA ROLANDO

CURZIO JUNIORE, vedi CORTE FRANCESCO


Parma 1717
Fu collaterale generale nell’anno 1717.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 1800
Fu tenente dell’esercito del duca Ferdinando di Borbone nell’anno 1800.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 1663
Di nobile famiglia oriunda di Milano e stabilitasi a Parma, militò nelle truppe del duca Ranuccio Farnese e nel 1663 fu capitano delle fanterie.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, 2, 1929, 595; A. Valori, Condottieri, 1940, 103.


Parma 1769/1775
Fu tenente di fanteria nell’anno 1775 nell’esercito di Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 1682
Fu capitano nell’anno 1682 dell’esercito ducale parmense.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, 2, 1929, 593; A. Valori, Condottieri, 1940, 103.


Parma 1546/1547
Fu podestà di Piacenza negli anni 1546-1547.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 290.

CUSANI FRANCESCO, vedi anche CUSANI GIOVAN FRANCESCO


Parma 1523-Parma 1604
Figlio di Bartolomeo. Cavaliere aurato. Servì a Roma papa Paolo III come cameriere segreto. Morto il Pontefice, si recò alla Corte imperiale e fu segretario di Massimiliano e del figlio Rodolfo, imperatore d’Austria. Fu insignito del titolo di cavaliere dello speron d’oro, essendo già conte palatino. Tornato in Parma, servì onorevolmente i Farnese. Morì in età di 82 anni. La sua tomba, con una solenne epigrafe, si conserva nel tempio della Madonna della Steccata in Parma. Meritevole di un cenno è il suo testamento, rogato il 20 maggio 1580 dal notaio Pier Martire Garbassa, in cui istituisce suo erede universale la Confraternita della Beata Vergine della Steccata, coll’obbligo di far fabbricare nel suo palazzo (e case adiacenti), posto nella parrocchia di San Nicolò, un convento con una chiesa e un collegio per i padri teatini di San Silvestro di Montecavallo in Roma. Inoltre obbliga l’erede a costruire un ponte sul fiume Taro. Finito questo, la Confraternita suddetta farà fabbricare le Scole pubbliche con avvertire di farle fare in loco più onorato della città di Parma, vicino alla piazza facendole fabbricare magnificamente con li suo portigali come sono le Scole pubbliche di Bologna e finito che saranno le scole la medesima Compagnia abbia a dare una nuova provvigione a tutti li lettori saranno necessari a leggere ogni sorta di lettura come si usa nelli migliori studi d’Italia, con usar diligenza d’haver delli più eccellenti tanto d’Italia quanto oltra-montani acciò che s’habbia da stabilire in questa nostra magnifica città uno studio delli più frequenti d’Italia (Archivio Notarile di Parma, rogito Garbassa).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 592; Palazzi e casate di Parma, 1971, 630-631; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 200.


Parma 1701
Fu capitano delle truppe parmensi nell’anno 1701.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 592.


Parma 1802/1831
Marchese. Fu tenente nell’esercito di Ferdinando di Borbone nell’anno 1802 e quindi luogotenente nella Guardia ducale di Parma (1831).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 592.

CUSANI GIOVAN FRANCESCO, vedi CUSANI GIOVANNI FRANCESCO


Milano-Parma 1509
Figlio di Bartolomeo. Marchese, si trasferì a Parma nel XV secolo. Fu tesoriere in Parma (1496) di Galeazzo Maria Sforza, Signore della città.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 592; Dizionario banchieri, 1951, 80.


Parma 17 aprile 1495-Parma 5 aprile 1544
Figlio di Giovanni Antonio, tesoriere in Parma del duca di Milano e Signore di Parma Galeazzo Maria Sforza Visconti. Si laureò in legge e fu stimato giureconsulto. Fu sepolto nella cappella di famiglia, eretta nel primo Quattrocento nella chiesa di San Sepolcro in Parma (dei canonici lateranensi), con questa iscrizione: Francisco Cusani iuriconsulto ac patritio Parm. viro ingenii praestantia, consilii gravitate praeclaro, Diana uxor, Marcus Ant. filius omissum in eo familiae suae splendorem praesidium lugentes posuerunt. Ob. an. D. MDXLIV, Id. Apr., aetatis suae 49.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, [37]; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 592.


Parma 1526
Figlio di Giovanni Antonio. Fu iscritto nella Matricola dei Notai Parmensi il 28 giugno 1526.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 592.


Parma 1521
Figlio di Giovanni Antonio. Fu iscritto nella Matricola dei Notai Parmensi il 18 ottobre 1521.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 592.


Parma 1605
Ottenne a Parma nel 1605 una fede ducale attestante che egli aveva servito nelle guerre di Fiandra e di Francia.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 1680
Fu mastro delle entrate ducali di Parma nell’anno 1680.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 9 dicembre 1877-Parma 8 febbraio 1966
Ultimo discendente maschile di un’antica famiglia aristocratica, nacque dai marchesi Luigi e Palmira Sassi. Gli illustri e facoltosi genitori non posero ostacoli alla vocazione del Cusani, il quale, a più allettanti carriere, preferì il lavoro di architetto. Dopo aver frequentato la Scuola Tecnica nel 1894, fu allievo dell’Accademia di Belle Arti di Parma, negli anni in cui era direttore Cecrope Barilli e professori Edoardo Collamarini, Giuseppe Mancini e Mario Soncini. Degli anni 1897-1898 sono la facciata di chiesa in stile ogivale, una cappella per cimitero, un progetto per museo di antichità greche e quattro riproduzioni ad acquerello dal gesso, disegni riproducenti drappi, candelabri, stemmi con grifoni e diverse esercitazioni di prospettiva, di figura e teoria delle ombre e cartoline illustranti scene religiose per la Casa Editrice Battei di Parma. Da queste opere senza dubbio esce una preparazione accademica di tipo ottocentesco, formata sui manuali dell’architettura gotica e rinascimentale e sul rilievo di monumenti antichi, che costituì un costante referente anche nelle opere. Nel 1897-1898 frequentò il biennio speciale di ornato, riportando il premio di 1° grado e conseguendo il diploma di licenza. Tra il 1899 e il 1903 seguì il corso speciale triennale di architettura riportando negli studi annuali e nelle prove finali tre premi di 1° grado, conseguendo il diploma di licenza e nel 4° anno (1904) quello di professore di disegno architettonico. Iniziò giovanissimo a lavorare, con la supervisione di Cecrope Barilli, alla decorazione pittorica del soffitto del Caffè Marchesi in Piazza Garibaldi. Vi realizzò decorazioni ad olio con quattordici particolari o medaglie in figura, lesene nelle pareti della sala, un candelabro ornato, decorazione a tempera del plafone del locale del banco su carta, secondo le perfette regole artistiche e data finite colla verniciatura. L’opera, dopo l’intervento del 1909, realizzato insieme a De Strobel e Baratta, si rovinò presto per i fumi delle stufe e fu poi demolita. Dotato di un fisico eccezionale, che gli permise di lavorare per tutta la vita in condizioni ottimali, il Cusani iniziò la professione affrontando impegnativi lavori di restauro architettonico, attività che gli fu particolarmente congeniale. Nel 1904 assunse i lavori di restauro della facciata quattrocentesca della chiesa di San Benedetto in Parma, importante opera di Bernardino Zaccagni. Subito dopo (1907), fu chiamato a progettare e sovraintendere un vasto piano di risanamento e restauro conservativo del castello e del centro storico di Gabiano Monferrato, borgo medioevale in provincia di Alessandria sorto nel VII secolo. Un lavoro di gran mole, spazialmente e temporalmente impegnativo, che, attraverso varie riprese, durò oltre un trentennio. Contattato dall’amministratore della tenuta, l’ingegnere Egidio Pecchioni, per una consulenza tecnica sul crollo del torrione principale, il Cusani lavorò a questo progetto dal 1907 al 1940, occupandosi prima della ricostruzione della torre e del ripristino delle facciate e, successivamente, dei cortili e degli accessi alle stanze, dei magazzini e casa dell’agente, della costruzione di una nuova cappella neogotica, per passare infine allo studio degli interni. Le intenzioni dei committenti furono estremamente chiare fin dall’inizio, tanto da condizionare fortemente le soluzioni proposte dal Cusani. La torre venne ricostruita tra il 1911 e il 1912, più alta di 2,50 metri, poiché verso la strada e verso il paese sarebbe risultata troppo tozza. Il dislivello tra il secondo piano del castello e quello del torrione fu risolto con un ascensore, azionato ad acqua, che dal piano del giardino si innalzasse fino al terrazzo merlato. Per esigenze estetiche, il rialzo della torre comportò anche l’innalzamento del loggiato delle trifore. Per le facciate il Cusani propose la soluzione con finestre ogivali, in parte rinvenute sotto l’intonaco. Nonostante le richieste della committenza, egli tuttavia non abbandonò il criterio di indagare storicamente le trasformazioni per una ricostruzione filologica degli eventi (riuscì infatti a trovare alcune stampe del castello prima del crollo, corredate da un interessante saggio storico), nonché il metodo di studio analogico, che gli permise di ritrovare gli elementi tipici del castello feudale e di riproporli, qui, in una sintesi. In effetti si trattò di una vera progettazione totale di una vita passata, nella quale maestranze e artisti chiamati a ricrearla si calarono profondamenta, al punto che, secondo un’espressione molto cara al Cusani, loro stessi diventavano a poco a poco medievali. Molti gli artigiani, quasi tutti del luogo o di Genova, e gli artisti parmigiani che vi lavorarono e diversificate le competenze, fino alla realizzazione dell’oggettistica, attentamente studiata sulla base di alcuni reperti conservati presso il Museo Medievale di Torino, delle stoffe e dei cascami di seta, provenienti da Milano, elmi, armi, corazze e vetrerie di Venezia. A Latino Barilli fu commissionato di affrescare la sala della Cavalcata, la sala da pranzo, la scala, gli stemmi sulle finestre e la Madonna del tabernacolo della palizzata esterna. A Rossi fu commissionato di scolpire sulla fontana del cortile altorilievi raffiguranti la vendemmia. Pozzi dipinse la Madonna a encausto nell’ingresso principale al castello. Il progetto per i giardini, il labirinto verde, la fontana e il pozzo, il progetto per il fumoir, la biblioteca, i camini, i mobili e le posaterie, traducono appieno la volontà del Cusani, di arredare con serietà e senso d’arte, con tutti gli elementi tipici e consoni allo stile del castello medievale. Nell’occasione il Cusani pose pure mano al radicale restauro dell’antica borgata, abbarbicata ai piedi dell’imponente maniero, ottenendone straordinari risultati. In questa nobile dimora della famiglia dei Durazzo-Pallavicino lavorò, sempre dietro esplicito invito del Cusani, anche l’artista parmigiano Tito Peretti. Le scelte del Cusani per Gabiano Monferrato sono le stesse che lo mossero nel progetto per il Castello di Tizzano (1913-1914), acquistato dall’amico scultore Ettore Ximenes, e in quello per la Rocca di Castelguelfo. Analoga meticolosità nello studio e nella ricerca storica si ritrova nel progetto, del 1907, per il palazzo dell’Università di Parma. In occasione dei Congressi Scientifici, restaurò, scomponendolo e ricostruendolo, il soffitto cassettonato seicentesco del salone Bottego, in varie parti degradato. Nell’atrio, fatto i debiti saggi, ritrovò le colonne in pietra, ricoperte di muratura di mattoni. Disegnò i bozzetti per i mascheroni e le cariatidi del salone, il lampadario dell’aula magna, il portale esterno e il cancello d’ingresso al Salone dal lato del corridoio, la bandiera dell’Università, con la raffigurazione di Minerva, realizzata dalla ditta Gafforelli di Milano, e il fanale in ferro battuto in stile 1600, realizzato dalla ditta Mazzucotelli di Milano. Fece restaurare mobili antichi e realizzare, su proprio disegno, altri arredi, i banchi, gli stemmi e l’epigrafe in onore del professor Ulisse Aldrovandi. Per queste opere il Cusani venne nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia. Tra il 1909 e il 1916 fu impegnato nel restauro della chiesa di Santa Maria della Steccata, per la quale fece restaurare e collocare antichi stalli provenienti dalla chiesa di San Pantaleone di Poviglio, eseguì lavori nei sotterranei e alle coperture, applicando un sistema a scossaline di piombo ripreso più tardi al Castello di Gabiano, e progettò nuovi serramenti per la cupola. Tra il 1908 e il 1916 intervenne nella chiesa di Vicofertile (1910), di Santa Maria del Carmine a Parma (1910-1913) e di Santa Croce a Fontanellato. I tre interventi mirarono a riportare l’edificio all’antico splendore. A Vicofertile demolì le cappelle neogotiche, ricostruì la piccola abside a sud-est, dopo aver demolito la sagrestia, riaprì una porta a sud e integrò la muratura perduta. All’interno abbassò il piano di calpestìo per portare alla luce i pilastri cruciformi e, ritrovate durante i lavori di scavo le tracce della chiesa preesistente, le fece risaltare sul pavimento. Dopo i restauri il Cusani venne nominato membro della Commissione Tutrice e Conservatrice dei Monumenti di Parma, su proposta di Laudedeo Testi. Un perfetto ripristino dello stile fu l’intervento di Santa Maria del Carmine. All’esterno riaprì le finestre gotiche ritrovate sotto l’intonaco, dopo aver chiuso quelle rettangolari, e, in facciata, riportò alla luce i tre rosoni. Dal Consiglio dell’Opera parrocchiale della chiesa di Santa Croce di Fontanellato ottenne l’incarico di restaurare la chiesa di Santa Croce e l’oratorio Bragadini o del Santissimo Crocefisso (12 gennaio 1913). Coerentemente con la sua stessa asserzione di voler far parlare l’edificio, in facciata riportò alla luce le tracce di quella precedente al XV secolo. Ma, in nome dell’unità dello stile prescelto, demolì l’ingresso timpanato neoclassico del fronte nord e, dove mancava ogni traccia materiale (come le basi delle colonne, il portale verso la Rocca e le decorazioni del rosone di facciata), ricostruì i primi per analogia con quelli dell’abbazia di Fontevivo e le altre a imitazione di quelle esistenti nella chiesa di Santa Cecilia a Parma. Il nuovo fonte battesimale prese ispirazione da quello del Battistero di Parma e il portale principale da quello sul fianco della chiesa di San Francesco a Piacenza. I lavori terminarono nel 1916. A Fontanellato il Cusani si era già distinto nel concorso per il restauro dell’oratorio della Beata Vergine, nonché per i bozzetti delle decorazioni della sala da pranzo della Rocca di Fontanellato dei conti Sanvitale, eseguite dal pittore Antonelli. Il progetto per il santuario risale al 1912, ma i lavori si protrassero per molto tempo, date le scarse risorse economiche dell’Ordine Domenicano: consistette nella progettazione in stile michelangiolesco, secondo un’espressione di padre Mazzetti, o cinquecentesco, secondo le intenzioni del Cusani. Il Cusani fu poi nominato, su proposta della facoltà di scienze di Roma, assistente presso il biennio di ingegneria dell’Università di Parma con l’incarico dell’insegnamento di Elementi di Architettura (1910). Incarico quest’ultimo che declinò poi volontariamente alla ritirata di Caporetto (1918), rinunciado così all’esonero militare riservato ai docenti universitari. Nel frattempo il Cusani portò a termine altre notevoli opere di restauro nella chiesa di San Giovanni Evangelista. In occasione della Mostra regionale ed etnografica di Roma (1911), il Cusani allestì con meticolosa precisione una riproduzione in grandezza naturale della Camera d’Oro del castello di Torrechiara. Affinché l’arredamento fisso e mobile fosse esatto in tutti i dettagli, chiamò a collaborare, com’era sua abitudine, i più noti artisti di Parma: Amedeo Bocchi e Daniele De Strobel per la copia degli affreschi, Cornelio Ghiretti, Renato Brozzi e Emilio Trombara per i calchi delle formelle e degli stucchi e abili artigiani come Dall’Argine e Gialdini per i mobili e Arcari per i ferri battuti. Il Cusani sorvegliò e diresse ogni cosa, anche la più minuta, di quel prezioso arredamento, curando la stessa tessitura delle stoffe (Ferrari di Milano), l’esecuzione dei ricami (contesse Calvi) e le raffinate miniature dell’Uffizio della Vergine (Luisa Botteri). L’opera, giudicata la più importante della mostra, si impose all’ammirazione del pubblico e della critica romana. Poco dopo il Cusani affrontò una serie di lavori di vario contenuto architettonico: la costruzione in stile della facciata marmorea del santuario di Fontanellato (1912), la costruzione del campanile di Sant’Ilario d’Enza, del sepolcro del vescovo Conforti nel palazzo delle Missioni Saveriane, delle cappelle funerarie per le famiglie Monici, Moruzzi e Cusani, della cappella votiva nel Duomo di Parma, che ricorda i caduti del primo conflitto mondiale, di una chiesa a Genova, lavori di ripristino nelle chiese romaniche coeve di Santa Croce in Parma e di Fornovo Taro e, più tardi, nella pieve di Berceto. Nel primo di questi lavori, il Cusani trasformò la modesta struttra preesistente con una ricostruzione che si riallaccia al tardo Rinascimento e al Barocco, tentando così di rievocare la grandiosità degli edifici religiosi romani. Seguirono altri restauri ad alcune parti della chiesa parrocchiale di Langhirano. Se l’attività del Cusani si fosse limitata a quella sin qui ricordata, consistente soprattutto in lavori di conservazione di opere d’arte e in costruzioni di carattere e contenuto strettamente religioso, essa darebbe di lui un’immagine deformata e non strettamente fedele alla sua autentica personalità. Ma negli anni seguenti egli affrontò tre notevoli progetti, che rivelano con evidenza una versatilità di rilievo nel campo dell’architettura eclettica e talvolta schiettamente modernista: il Supercinema Orfeo (1913), il monumento a Verdi (1913-1920) e quello alla Vittoria (1928). Queste tre opere misero in luce i reali valori della visione costruttiva del Cusani, finalmente chiamato a risolvere problemi di profondo significato architettonico e urbanistico. Il cinema Orfeo, uno dei primi costruiti a Parma, opera tutta interna e di semplice e chiara concezione planimetrica, fornito di un’ampia balconata servita da uno scalone monumentale, portava ancora i segni del decorativismo floreale, ormai altrove languente. Sopravvissuto sino alle soglie degli anni Cinquanta, fu infine demolito e sostituito con una più vasta sala di proiezione. Era stato da poco inaugurato a Parma il monumeto a Bottego (1907), opera di Ettore Ximenes, quando il Cusani si mise all’opera per ideare un mausoleo che esaltasse degnamente Giuseppe Verdi, il genio più popolare della terra parmense. Dopo meticolosi studi, elaborò un impegnativo progetto, che prevedeva un’ampia esedra, scandita dal ritmo di possenti pilastrature e interrotta a metà da un arco trionfale sormontato da una quadriga leonina. Al centro sarebbe sorta un’ara, ingentilita da un altorilievo in bronzo. Abbozzata l’idea sul piano costruttivo, venne affrontato e risolto il problema urbanistico, quasi a voler smentire le accuse rivolte contro il monumentalismo fine a se stesso: il complesso sarebbe sorto su un vasto piazzale alberato al limite della città. I lavori iniziarono con fervore, in un momento in cui la passione per la musica verdiana e il ricordo del grande compositore erano commisti a palpiti di schietto patriottismo. La prima guerra mondiale interruppe per molti anni i lavori, che ripresero con entusiasmo a conflitto concluso. Nel cantiere si innalzarono nuovamente le impalcature, ma per ridurre le spese venne abbandonata l’idea di impiegare materiali ricchi, come il marmo e il granito, e si ripiegò sull’uso del cemento martellato, anche nelle fasce e nei particolari decorativi. La quadriga leonina venne plasmata in gesso dagli scultori A. Balestrieri (Gloria e putti), Ernesto Vighi, Alessandro Marzaroli e Guglielmo Cacciani (leoni). Le statue in cemento vennero modellate dagli studenti dell’Istituto di Belle Arti. L’altorilievo fu egregiamente scolpito da Ettore Ximenes. Il monumento a Verdi fu inaugurato il 22 novembre 1920. Ma l’emiciclo verdiano, nato in una zona che stentava a urbanizzarsi, si trovò isolato e si avviò alla decadenza ancor prima di essere scalfito dalle bombe del secondo conflitto mondiale (1944). Il dopoguerra fece il resto: la distruzione del monumento fu decisa nella generale concordia cittadina, e le timide e isolate voci che si alzarono in sua difesa non trovarono consensi. Alcune delle statue dei personaggi verdiani, staccate dai loro basamenti, furono collocate all’interno del cinema Arena del Sole di Roccabianca, altre furono addirittura scaraventate nel torrente Parma. Il monumento alla Vittoria, magistralmente ambientato nella prospettiva di Viale Toschi, è formato da un’altissima colonna coronata da un capitello composito, poggiante su un solido basamento con bassorilievi di gusto classico e sorreggente una statua bronzea raffigurante una donna alata. La possente struttura della figura femminile, che è opera di Ettore Ximenes, fedele collaboratore del Cusani, sembra librarsi nel cielo in un’illusione di volo. È questa l’unica rimasta delle tre più importanti opere realizzate dal Cusani. Anche nel Palazzo del Governatore di Piazza Garibaldi in Parma c’è una traccia dell’attività del Cusani: a bassi negozi con ingressi dalle più strane forme sostituì, con armonica proporzione, grandi aperture a tutto sesto, in seguito imitate, sino al completamento dell’edificio. Successivi al 1920 sono i progetti per la chiesa parrocchiale di Bratto a Pontremoli, ricostruzione di una chiesa medievale preesistente, che diventò l’abside di quella nuova, la chiesa dedicata alla Madonna della Guardia sul Passo della Cisa, la casa Littoria di Arenzano, unico progetto di stile modernista, forse perché ritenuto il più adatto a esprimere tale tipologia, e l’orfanatrofio di Fontanellato, che impegnò il Cusani fino a pochi anni prima della morte. Nel vasto orizzonte della produzione architettonica del Cusani si individuano chiaramente tendenze, caratteri e fonti di ispirazione che ripropongono, sotto lo stimolo del passato, un discorso a volte decisamente eclettico, altre volte limpidamente classicheggiante e di rado castigatamente modernista. In lui la tradizione fu sempre presente: come ebbe a dire Giovanni Copertini, il Romanico-Gotico e il Rinascimento Romano attestano che egli ha saputo rivivere le forme di un passato glorioso con spirito calmo e sereno, permeato di equilibrio, di armonia e soprattutto di aristocratico buon gusto. Solo in casi eccezionali il Cusani abbandonò il rigore compositivo basato sui modelli classici, come nella costruzione di una serra floreale nel parco di una villa della riviera di Ponente, dove dimostrò un’insospettata e feconda vena modernista. La costruzione consta di un lungo rettangolo in muratura, movimentato da lievi sporgenze e rientranze, su cui si impianta la volta vetrata di chiusura. Al centro domina la mole di un corpo ottagonale, sormontato da una cupola con lanterna che riproduce esattamente la struttura sottostante. I ferri battuti che coronano le dorsali della copertura e la cupola, forse realizzati a Parma dai maestri del ferro Azzoni e Parmigiani, offrono un esempio tra i più pregevoli dello stile Liberty al tramonto. Le onorificenze che il Cusani, come uomo e come architetto, ebbe in vita documentano il prestigio di cui egli godette tra i suoi contemporanei: architetto del Tempio di San Giovanni per quindici anni, commendatore dell’Ordine pontificio di San Gregorio Magno (6 ottobre 1962), cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro, commendatore della Corona d’Italia.
FONTI E BIBL.: R. Allegri, in Parma nell’Arte 2/3 1966, 82-85; G. Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 103-107; Gli anni del Liberty, 1993, 97-99.


Parma 1750/1756
Nell’anno 1750 rivestì il grado di capitano.
FONTI E BIBL.: Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 1753/1756
Nell’anno 1753 ricoprì la carca di Collaterale generale.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 1556
Fu agente ducale a Milano per Ottavio Farnese nell’anno 1556.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 593.


Parma 1449
Falegname, ricordato in un rogito del notaio Gaspare Zampironi del 3 febbraio 1449. Figlio di Giovanni e fratello di Guglielmo, abitò nella parrocchia di San Tommaso in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 25.


Parma 1449
Figlio di Giovanni. Muratore ricordato in un atto notarile in data 3 febbraio 1449: Magister Guielmus f. q. Iohannis de Cusinis dicti de preda, murator et habitator civitatis parme in vic.a Sancti Iohannis pro burgo de medio sponte confessa di avere ricevuto prima da Magistro Bartolomeo de Cusinis fratre suo et f. q. dicti Iohannis Marangono et habitator dicte civitatis parme in vic.a Sancti Thomae lire quarantadue imperiali a conguaglio del residuo dare ed avere per le divisioni fra loro seguite de’ beni e ragioni che avevano in comune per lo passato (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 25.


Parma 1825
Fu disegnatore e litografo. Tra le sue stampe va ricordata Ecce Salvator Mundi, litografia del 1825 (da G. Hunthorst).
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario incisori, 1955, 231.


Parma 27 maggio 1671-
Nato da Domenico e Giovanna, fu a sua volta padre della famosa cantante Francesca Cuzzoni. Fu accettato alla Corte Ducale di Parma come maestro di violino, coll’incarico d’insegnare tale istrumento anche ai Paggi della Corte, l’8 novembre 1696. A Corte restò fino al 3 gennaio 1718, nel qual giorno fu licenziato. Si portava di solito a suonare alla chiesa della Steccata di Parma nelle feste principali dell’anno. Dal 1701 al 1705 fu retribuito come violinista e copista di musica nel Teatro della Rocca di Soragna.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 145; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1691-Bologna 1772
Figlia di Angelo. L’anno di nascita riportato da tutti i repertori a partire dal Gerber, il 1700, è contraddetto da una testimonianza (cit. in Storia del teatro Regio di Torino, I, p. 263) del duca di Luynes che la ascoltò a Parigi nel 1750, secondo la quale la Cuzzoni dichiarava allora 59 anni: sarebbe quindi nata nel 1691. Studiò il canto con F. Lanzi. Debuttò a Parma nel Carnevale 1716 cantando nel ruolo di Galatea al Teatro della Corte ducale nella Dafni (musica probabilmente di E. Astorga). Nell’estate dello stesso anno cantò al Teatro Formagliari di Bologna in Alarico re dei Goti di G.B. Bassani e in Armida abbandonata (musica probabilmente di G. Buini). Nell’ottobre 1717 interpretò nello stesso teatro la Merope di F. Gasparini e G.M. Orlandini. Nella primavera del 1717 inoltre cantò al Teatro Sant’Agostino di Genova nell’Engelberta. Dal 1718 fu per varie stagioni al Teatro San Giovanni Grisostomo di Venezia, dove cantò nell’Ariodante di C.F. Pollarolo (autunno 1718), nel Lamano di M. Gasparini e nell’Ifigenia in Tauride di G.M. Orlandini (Carnevale 1719), nella Plautilla di A. Pollarolo (autunno 1721), nel Nerone di G.M. Orlandini e nel Lucio Papirio dittatore di A. Pollarolo (Carnevale 1721), nel Venceslao di ignoto autore e nel Giulio Flavio Crispo di G.M. Cappelli (Carnevale 1722). Nei libretti di questo periodo la Cuzzoni è definita virtuosa di camera della Ser.ma Gran Principessa Violante di Toscana. Negli stessi anni la Cuzzoni cantò anche al Teatro di Via Cocomero a Firenze (Tacere et amare, estate 1717, Temistocle, autunno 1720), al Teatro Pubblico di Reggio (Le Amazzoni vinte da Ercole, di G.M. Orlandini, fiera 1718), al Teatro di Via della Pergola di Firenze (Scanderbegh, di A. Vivaldi, estate 1718, Il trionfo di Solimano e la festa teatrale Il trionfo della virtù, entrambe con musica di L.A. Predieri, estate 1719), al Regio Ducal Teatro di Milano (Amleto, musica di G. Vignati, C. Baglioni, G. Cozzi, 1719), al Teatro Carignano di Torino (Il carceriere di se stesso, di Orlandini, 1720), al Teatro Formagliari di Bologna (Farasmane, di Orlandini, 1720). Alla fine del 1722 la Cuzzoni si recò a Londra ingaggiata per cantare nelle stagioni d’opera italiana organizzate da G.F. Haendel per la Royal Academy of Music al King’s Theatre a Haymarket (tra l’altro tra la Cuzzoni e l’Accademia già qualche anno prima, nel 1720, erano intercorse delle trattative, che tuttavia avevano avuto esito negativo). Giunse a Londra alla fine di dicembre, attesa con grande curiosità e impazienza dal pubblico inglese: durante il viaggio sposò il clavicembalista e compositore Pietro Giuseppe Sandoni, mandato da Haendel a prenderla in Italia. La somma offerta alla Cuzzoni, 2000 sterline l’anno, era superiore a qualsiasi altra pagata precedentemente. Il debutto londinese della Cuzzoni avvenne il 12 gennaio 1723 nella parte di Teofane, protagonista della nuova opera di Haendel Ottone. Accanto alla Cuzzoni cantarono F. Bernardi detto il Senesino, G. Berenstadt, G.M. Boschi, M. Durastanti e A. Robinson. La Cuzzoni ottenne subito un grande successo, stabilendo fin dall’inizio la sua reputazione di grande cantante nello stile espressivo e patetico. Nella stessa stagione interpretò anche Cajo Marzio Coriolano di A. Ariosti, Erminia di G. Bononcini e Flavio re dei Longobardi di Haendel. Nella stagione successiva, 1723-1724, apparve nel Farnace di Bononcini, nel Vespasiano di Ariosti, nella Calpurnia di Bononcini e nel pasticcio Aquilio. La fine della stagione vide il ritiro dalle scene della Robinson e la partenza per l’Italia della Durastanti, relegate a ruoli secondari dall’arrivo della Cuzzoni. Nel 1724 fu invitata a Parigi dove, secondo L. Riccoboni, cantò con grande successo un mottetto e un salmo di G. Bononcini nella cappella di Fontainebleau (cit. in Gaspari, Catalogo, I, p. 49). Tornata a Londra, nella stagione 1724-1725, dopo aver cantato nel Tamerlano di Händel e nell’Artaserse di Ariosti, ottenne grande successo nella Rodelinda, regina dei Longobardi di Haendel in cui le numerose arie di carattere drammatico e patetico permisero alla Cuzzoni di mettere in rilievo nel modo più vantaggioso il suo peculiare stile vocale. Nella stagione 1725-1726 la Cuzzoni cantò nel pasticcio Elisa, nello Scipione e nell’Alessandro di Haendel. In quest’ultima opera comparve per la prima volta a Londra un’altra grande cantante, Faustina Bordoni. Nell’Alessandro erano previsti due ruoli femminili di uguale importanza, che Haendel musicò cercando di dare modo a entrambe di fare sfoggio della loro arte. La Cuzzoni e la Bordoni cantarono insieme nelle due stagioni successive al Teatro di Haymarket, interpretando Lucio Vero di Ariosti, Admeto di Haendel, Astianatte di Bononcini (1727), Riccardo I, Siroe e Tolomeo re d’Egitto di Haendel (1727-1728). Le due cantanti ebbero doti naturali e stili vocali molto diversi: la Cuzzoni eccelse nelle arie patetiche, la Bordoni in quelle brillanti. Malgrado ciò, si stabilì quasi subito una rivalità tra le due cantati e si formarono veri e propri partiti, capeggiati dalle dame della nobiltà, che provocarono accese discussioni sulla superiorità dell’una o dell’altra, tanto che all’ultima rappresentazione dell’Astianatte di Bononcini (6 giugno 1727), i disordini causati dai partigiani delle due cantanti fecero talmente salire la tensione che queste si azzuffarono sulla scena. Questi episodi furono lo spunto per un libello, erroneamente attribuito al dottor Arbuthnot, The Devil to Pay at St. Jame’s: or, a Full and True Account of a Most Horrible and Bloody Battle Between Madam Faustina and Madam Cuzzoni, uscito nel giugno 1727, e per una farsa, rappresentata nel teatro privato dell’impresario Heidegger nel luglio dello stesso anno, The Contre Temps; or Rival Queens, attribuita a C. Cibber. La rivalità tra le due donne fu probabilmente una delle cause che contribuirono alla fine delle rappresentazioni operistiche alla Royal Academy: con una replica di Admeto il 1° giugno 1728 si chiuse l’ultima stagione organizzata dall’Accademia e la compagnia si disperse. La Cuzzoni andò a Vienna con il marito, invitata dal conte P.J. Kinsky. Lì ebbe occasione di cantare a Corte, dove fu molto apprezzata dall’Imperatore. Tuttavia non ottenne il desiderato ingaggio dall’opera, poiché le sue richieste economiche (24000 fiorini l’anno) parvero esagerate. Tornò quindi in Italia, per cantare di nuovo al Teatro di San Giovanni Grisostomo di Venezia nell’Onorio di F. Campi (autunno 1729), nell’Idaspe di R. Broschi, nell’Artaserse di J.A. Hasse e nel Mitridate di G.M. Giai (Carnevale 1730). Nel maggio 1730 cantò a Piacenza, nel Carnevale 1731-1732 alla Pergola di Firenze nell’Arsace e nell’Ifigenia in Aulide, musicati da G.M. Orladini, e nell’estate del 1732 ancora a Venezia, al Teatro San Samuele per la fiera dell’Ascensione, nell’Euristeo di Hasse. Nella primavera del 1734 la Cuzzoni tornò in Inghilterra, per partecipare alle rappresentazioni al Teatro in Lincoln’s Inn Fields organizzate e dirette dal compositore napoletano N. Porpora in contrapposizione a quelle di Haendel. La Cuzzoni vi interpretò nel 1734 Arianna a Nasso ed Enea nel Lazio di N. Porpora, nella stagione successiva 1734-1735 (in cui la compagnia si trasferì al Teatro di Haymarket) Artaserse di Hasse e R. Broschi, Polifemo di N. Porpora, Issipile di P. Sandoni e Ifigenia in Aulide di Porpora e nella stagione 1735-1736 Adriano in Siria di F.M. Veracini, Mitridate di Porpora, il pasticcio Orfeo e un Onorio di autore ignoto. Non si sa con precisione quando la Cuzzoni abbia lasciato l’Inghilterra. Non pare tuttavia abbia partecipato all’ultima stagione diretta da Porpora nel 1736-1737. Nel 1737-1738 si trovò comunque a Firenze, per cantare alla Pergola nell’Olimpiade e nell’Ormisda, entrambe di ignoto autore, e nell’azione drammatica Le nozze di Perseo e Andromeda, di G. Orlandini (9 aprile 1738). Nella stagione 1738-1739 fu a Torino, al Teatro di Corte, dove sostituì la prima donna Santa Santini, ammalata, nelle opere Ciro riconosciuto di L.O.S. Leo e La clemenza di Tito di G. Arena, ottenendo l’altissima cifra di 8000 lire. Nel 1740 fu tra i cantanti della compagnia viaggiante di A. Mingotti, con cui si recò ad Amburgo, dove prese parte a un concerto al Kaiserhof e alle rappresentazioni del pasticcio Ipermestra. L’anno seguente apparve su un giornale londinese la notizia che la Cuzzoni, tornata in Italia, era stata condannata a morte per avere avvelenato il marito. La notizia sembra tuttavia priva di fondamento (cfr. O.E. Deutsch, Haendel, p. 521). Nel 1742 la Cuzzoni fu ad Amsterdam, dove diede tre concerti il 15 febbraio, 4 marzo e 4 aprile, insieme col maestro di cappella del duca di Brunswick-Wolfenbüttel, G. Verocai, e dove pubblicò una raccolta di terzetti, Il Palladio conservato, componimenti di armonie. La notizia riferita da J.B. Laborde (Essai, p. 326) che ella fosse imprigionata per debiti in Olanda e riuscisse a pagarli con il ricavato di alcune esibizioni, potrebbe riferirsi a questo periodo. Il 28 dicembre 1745 venne assunta alla Corte del Württemberg, a Stoccarda, come cantante da camera, con uno stipendio di 1000 talleri e il compito di collaborare anche alle esecuzioni nella cappella ducale cattolica. Il contratto le fu rinnovato il 28 dicembre 1746 per un altro anno e con decreto dell’11 marzo 1747 per altri tre anni, con la clausola però che, se avesse perso la voce, il duca si riservava ulteriori disposizioni. La Cuzzoni non terminò il suo servizio a Stoccarda, poiché all’inizio del 1749 ritornò a Bologna. Nel febbraio 1750 si recò a Parigi, dove cantò davanti alla regina Maria Leszcy´nska. Di lì tornò per la terza volta a Londra, dove il 18 maggio diede un concerto, insieme al violinista F. Giardini. Secondo la testimonianza di C. Burney (A General History, p. 308), che assistette al concerto, la sua voce era ridotta a un filo e le sue meravigliose qualità quasi scomparse. Il 2 agosto fu arrestata per debiti e liberata per l’intervento del principe di Galles. Nel 1751 si esibì in altri due concerti a Londra: il 16 aprile al Haymarket Theatre e il 22 maggio nella sala Hickford, eseguendo arie dalle opere di Haendel che l’avevano resa famosa, Ottone e Giulio Cesare, e dall’oratorio Samson dello stesso autore. L’ultimo concerto fu preceduto da una lettera della Cuzzoni, pubblicata sul General Advertiser, in cui pregò il pubblico di intervenire al suo concerto per permetterle di pagare i suoi creditori (cfr. Deutsch, pp. 709 s.). Sembra che la Cuzzoni sia morta in miseria, costretta per sopravvivere a fabbricare bottoni. La voce della Cuzzoni ebbe un’estensione dal do3 al do5, una intonazione perfetta e una sorprendente uguaglianza di registro. La Cuzzoni fu, inoltre, particolarmente ammirata per il gusto e la delicatezza con cui sapeva ornare le melodie, per il suo trillo che la faceva paragonare a un usignolo, per l’arte di condur la voce, di sostenerla, rinforzarla e ritirarla con quei gradi dovuti ad una perfezion tale, che le dava il meritato nome di maestra (G.B. Mancini, Riflessioni, p. 33). Malgrado la sua figura bassa e tozza fosse poco adatta alla scena e possedesse modeste doti di recitazione, la bellezza e dolcezza della voce e il suo potere di espressione le consentirono di emergere tra le grandi interpreti del suo tempo e di riscuotere grandi consensi di critica e di pubblico.
FONTI E BIBL.: G.B. Mancini, Riflessioni pratiche sopra il canto figurato, Milano, 1777, 33 s.; J.B. de Laborde, Essai sur la musique, III, Paris, 1780, 326; C. Burney, A General History of Music from the earliest ages to the present period, London, IV, 1789, 286-338, 367 ss., 378-383, 390-394, 460, 536; E. Colombani, Catalogo della collezione d’autografi lasciata alla Regia Accademia Filarmonica di Bologna dall’accademico dott. Masseangelo Masseangeli, Bologna, 1881, 87 s.; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico musicali e coreografici in Parma dall’anno 1628 all’anno 1883, Parma, 1884, 30, 68 s.; C. Ricci, I teatri di Bologna nei secoli XVII e XVIII, Bologna, 1888, 415, 417; Catalogo degli autografi e documenti di celebri o distinti musicisti posseduti da E. Succi, Bologna, 1888, 160; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, I, Bologna, 1890, 49, 151, III, Bologna, 1893, 344; J. Sittard, Zur Gesch. der Musik und des Theaters am Württembergischen Hofe, II, (1733-1793), Stuttgart, 1891, 31 s., 34, 36 s., 41s.; T. Wiel, I teatri musicali veneziani del Settecento, Venezia, 1897, 48, 53, 59 s., 64, 94, 98 s., 110; H. Volkmann, Emanuel d’Astorga, I, Leipzig, 1911, 100; S. Fassini, Il melodramma italiano a Londra nella prima metà del Settecento, Torino, 1914, 68-86, 95, 98 s., 107-112, 124, 136-142, 164; E.H. Müller, Angelo und Pietro Mingotti, Ein Beitrag zur Geschichte der Oper im XVIII Jahrhundert, Dresden, 1917, 15 s., Appendice II, n. 80; U. Morini, La Regia Accademia degli Immobili ed il suo teatro La Pergola (1649-1925), Pisa, 1926, 43, 46; J.J. Quantz, Lebenslauf, in Selbstbiographien deutscher Musiker des 18. Jahrhunderts, a cura di W. Kahl, Köln, 1948, 146-149; A. Koole, P.A. Locatelli da Bergamo, Amsterdam, 1949, 23 s.; O.E. Deutsch, Haendel. A Documentary Biography, London, 1955, 111, 136, 138 s., 147 s., 150 s., 153, 157 s., 160, 163, 170, 174, 177, 185, 194 s., 199, 200 s., 206-213, 216, 218, 223, 225, 227, 230, 235-238, 242, 245 s., 249, 255, 272, 304, 316, 335, 338, 343, 345, 357, 359, 369, 396, 508, 511, 515, 521, 642, 691, 706 s., 709 s., 754, 844; J. Hawkins, A General Histor of the Science and Practice of Music, a cura di O. Wessely, Graz, 1969, II, 869, 871 s., 874, 889; M.T. Boucquet, Il teatro di Corte dalle origini al 1788, in Storia del Teatro Regio di Torino, a cura di A. Basso, I, Torino, 1976, 130, 135, 260, 262 s.; E.L. Gerber, Historisch-Biograph. Lex. der Tonkünstler (1790-1792), II, a cura di O. Wessely, Graz, 1977, coll. 380-382; R.L. e N. Weaver, A Chronology of Music in the Florentine theater 1590-1750, Detroit, 1978, 51, 68, 74, 231, 234, 237 s., 240, 264, 266 s., 278 ss.; F.-J. Fétis, Biogr. univ. des musiciens, VII, 392; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 396; H. Riemann, Musik-Lex., I, 361 s.; Grove’s Dictionary of Music and Musicians, II, 568; La Musica, Dizionario, I, 469; Enciclopedia della Musica Ricordi, I, 583 s.; Enciclopedia dello Spettacolo, III, coll. 1823-1826; Die Musik in Gesch. und Gegenwart, II, coll. 1830 s.; The New Grove Dict., V, 109 s., B.M. Antolini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXI, 1985, 554-556.

CYNICO GIOVAN MARCO, vedi CINICO GIOVAN MARCO

CYPRIANO, vedi CIPRIANO

CYSI OPIZZONE, vedi CESI OPIZZONE

 

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