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Dizionario biografico: Copelli-Corvi

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COPELLI - CORVI


Bassa Parmense 1910-Salsomaggiore 13 marzo 1989
Si trasferì a Salsomaggiore in giovanissima età. Insegnò nella scuola elementare di San Vittore, quindi alla D’Annunzio di Salsomaggiore e ancora in un plesso distaccato situato in seno al Convento dei Frati Minori di Salsominore, per poi tornare alla D’Annunzio. Si fece apprezzare per la cultura profonda, che lo portò a studiare in modo appassionato e meticoloso alcune pagine salienti della storia del territorio parmigiano, del suo patrimonio culturale e artistico. Collaborò alla stesura di numerosi volumi, come la collana dei Quaderni Fidentini, Storia di Fidenza e Verdi deputato, curati insieme a monsignor Amos Aimi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 marzo 1989, 17.

Borgo San Donnino 1894/1912
Tenente dell’82° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Già distintosi per slancio ed intrepidezza al comando di una compagnia in precedente combattimento (Zanzar, 8 giugno 1912), comandò con coraggio e serenità il plotone al fuoco nella battaglia di Sidi Bilal (20 settembre 1912), incitando con l’esempio i dipendenti. Colpito gravemente al petto, mostrò alto sentimento militare occupandosi solo delle sorti del combattimento; durante la ritirata, mentre era trasportato in barella svenuto, venne fatto prigioniero (Sidi Bilal, 20 settembre 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.


Salsomaggiore 1697-Salsomaggiore 1785
Sacerdote di grande carità, si rese benemerito nella sua città per avere fondato nel 1772, con atto a rogito del notaio G. Granelli, un Monte di pietà, ponendo alcuni capitali fruttiferi a disposizione dei bisognosi. Per questi, negli anni 1777-1779, fondò anche un Monte detto frumentario allo scopo di assicurare alle famiglie povere il principale alimento.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 136; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 116-117.


Soragna 14 marzo 1927-Parma 16 marzo 1990
Fu ordinato sacerdote nel 1951. Svolse esperienze pastorali a Fornovo di Taro, Orzale, Alberi e Varano Melegari, dedicandosi poi all’insegnamento in scuole medie superiori di Parma. Ispettore onorario per la conservazione dei monumenti e oggetti d’arte, svolse relazioni sull’argomento in diversi congressi culturali. Fu altresì autore di testi e studi di vario argomento: Fornovo Taro antica e contemporanea: pagana e cristiana (Parma, ACI, 1953), I giovani (1968), La dottrina sociale della Chiesa (1970), Il sacerdote in un mondo secolarizzato (Roma, Pontificia Università di San Tommaso, 1972), Teologia protestantistica prima dell’ateismo contemporaneo (Roma, Pontificia Università di San Tommaso, 1972), Peccato e redenzione nel pensiero teologico di Dietrich Bonhoeffer (Roma, Pontificia Università di San Tommaso, 1973), Il pensiero originario di K. Marx. Elementi di critica economica e filosofica (Università di Parma, Magistero - Istituto di Sociologia, 1974), Testimonianze di fede attraverso l’arte nella Bassa Val Ceno (in collaborazione con G.P. Bernini, Parma, La Nazionale, 1975).
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 280.


Parma 21 ottobre 1908-Parma 8 marzo 1944
Fu eroico combattente con il nome di battaglia di Giannino, proposto di medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Giovanissimo operaio comunista, visse nel clima delle lotte popolari culminate con la difesa di Parma dell’agosto 1922. Fu tra i primi a mobilitarsi contro il fascio: nel 1929 venne deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, con l’accusa di attività sovversiva. Assolto, perseverò nel suo impegno: arrestato nel 1930, fu sottoposto alla commissione provinciale per il confino e riportò cinque anni di esilio a Ponza. Riacquistata la libertà, venne costantemente sorvegliato e perseguitato dal regime fascista. Dopo l’8 settembre 1943, aderì subito alla Resistenza e fu il primo comandante di distaccamento del Gruppo d’Azione Patriottica di Parma (31a Brigata Garibaldi). Cadde ucciso a Parma, in Piazza della Ghiaia, all’angolo con il borgo omonimo: individuato pochi minuti prima in un locale di Via Fornovo, nei pressi della chiesa dell’Annunziata, dove si era appena tenuta una riunione clandestina, venne arrestato. Mentre lo conducevano in questura (posta nelle adiacenze dell’ex prefettura), tentò la fuga e venne colpito alle spalle.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, I, 1968, 671; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 188.


Parma 24 agosto 1885-Genova 1952
Figlio di Gualtiero e Lea Tagliacozzi. Meglio noto come il Conte Lodovico da Parma, detto anche Sifolón. La sua attività, fece il claqueur di professione, lo portò in tutte le città d’Italia appassionate dell’arte lirica, cosicché la sua inconfondibile figura signoreggiò in tutti i loggioni della Penisola: alla Scala di Milano, al San Carlo di Napoli, alla Fenice di Venezia. Fu amico dei cantanti più celebri e addirittura intimo di Beniamino Gigli, il quale cantò per lui al suo capezzale poco tempo prima ch’egli morisse e che, nei momenti di bisogno, lo aiutò finanziariamente. Da ragazzo aveva fatto il corista, possedette una voce discreta e quand’era in vena accennava qualche romanza accompagnando il canto con gesti da grande attore. Ancora giovane, lasciò Parma e girò l’Italia facendo ogni mestiere. Stabilitosi a Genova, si dedicò alla vendita all’ingrosso del merluzzo e fece anche un contrabbando di piccolo cabotaggio che lo portò più di una volta a essere recluso nelle carceri di Marassi.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 53-54; Balestrazzi; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 27 giugno 1982, 3.


Pellegrino Parmense 21 novembre 1924-Bosco Giare di Roccabianca 30 aprile 1944
Partigiano, morì a seguito dello scoppio di un ordigno esplosivo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 aprile 1990, 25.

Sant’Andrea di Torrile 14 febbraio 1863-Torino 13 settembre 1934
Studiò contrabbasso e trombone alla Regia Scuola di musica di Parma, diplomandosi in ambedue le discipline nel 1880. Intraprese la carriera bandistica militare come trombone solista presso il 72° Reggimento di Fanteria.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 80.


Borgo San Donnino 1886-post 1941
Studiosa di storia, si segnalò per non pochi articoli pubblicati su riviste e giornali, nonché per uno studio accurato e lodato: Scipione Maffei, il duca Francesco Farnese e l’Ordine Costantiniano (Venezia, 1906).
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dictionnaire international des écrivains du monde latin, Roma, 1905; Bandini, Poetesse, 1941, 174.


Noceto 6 agosto 1890-Piacenza 12 settembre 1943
Figlio di Lorenzo, carrettiere, e di Catterina Rabaglia, massaia. Nel 1908 emigrò a Borgo San Donnino. Compì a Parma gli studi, che interruppe allo scoppio della guerra 1915-1918. Prese parte al conflitto, quale volontario, con il grado di sottotenente nel 3° Reggimento Artiglieria da montagna della terza armata e in seguito nel 9° Reggimento Artiglieria da fortezza, che gli conferì, motu proprio, una medaglia d’oro per il valore dimostrato in combattimento. Nel maggio 1916 ottenne di passare nel 167° Battaglione Bombardieri della stessa armata, meritando nell’ottobre successivo un encomio solenne per il valoroso comportamento tenuto a San Grado di Merna-Volkoniak (Carso), dove, colpito da un proiettile di grosso calibro, provvide, incurante di sé, a soccorrere i suoi soldati feriti sotto l’imperversare del fuoco nemico. Promosso tenente, quindi capitano per meriti di guerra, si batté con eroico ardimento a Susegana, a Faiti-Castagnevizza e ancora, nell’agosto 1917, a San Grado di Merna, tanto da essere decorato di medaglia d’argento al valor militare (Decreto Legge 13 giugno 1918) e della croce di guerra (30 ottobre 1918). Congedato nel 1919 dall’esercito e ripresi gli studi a Torino, conseguì nel dicembre 1923 la laurea in ingegneria al Politecnico del Valentino. Tornato a Parma a esercitarvi la professione, si dette anche alla vita politica, militando nel Partito popolare e aderendo in seguito a quello fascista. Amministratore pubblico e tecnico di valore, compì studi particolari sulla bonifica e irrigazione della Bassa parmense e sulle comunicazioni stradali e ferroviarie, i cui progetti furono in gran parte attuati. Richiamato alle armi con il grado di maggiore allo scoppio del secondo conflitto mondiale, fu promosso dopo un anno tenente colonnello per meriti di guerra e proposto per un encomio solenne per il valore dimostrato sui fronti di Francia e di Jugoslavia. Trasferito nel novembre 1942 dalla Sicilia a Piacenza, nelle prime ore del 9 settembre 1943, all’indomani dell’armistizio, quando le divisioni corazzate tedesche si erano lanciate sui disorganizzati presidi italiani per intraprendere l’occupazione militare del Paese, il Coperchini fu uno dei pochi ufficiali che seppero assumere le proprie responsabilità e con una sola sezione di cannoni si accinse a difendere Piacenza a porta Genova. Abbandonato da una parte dei suoi uomini, vinti dal panico, anche quando seppe che la città era stata in gran parte occupata dal nemico, rispose all’ingiunzione di resa trasmessa da un ufficiale della Wermacht ordinando ai suoi soldati di continuare il fuoco. Poco dopo un proiettile di carro armato lo abbatté assieme al suo fedele aiutante maggiore, che gli fece scudo con il proprio corpo. Ricoverato nell’ospedale militare di Piacenza, morì dopo due giorni di sofferenze stoicamente sopportate, confortato negli ultimi istanti di vita dal vescovo Ersilio Menzani.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 117-118; G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 304-305; Gazzetta di Parma 8 settembre 1999, 16.


Montechiarugolo 1831
Fu propagatore della rivolta in Montechiarugolo durante i moti del 1831. In seguito fu inquisito ma fu sottoposto esclusivamente ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 155.

Fontevivo 1920-Modena 26 settembre 1997
Si trasferì con la famiglia nell’Oltretorrente a Parma, maturando ben presto una coscienza antifascista. Attivo nell’ambiente studentesco insieme a Brunetto Ferrari, Luigi Cortese e Enzo Dall’Aglio già ai tempi del Piccone Clandestino, il Copercini fu tra i primi a entrare nella Resistenza, divenendo in seguito commissario politico della 12a Brigata Garibaldi. Invalido di guerra per attività partigiana, decorato di medaglia d’argento al valor militare, nel dopoguerra fu per molti anni medico chirurgo nella Divisione Sanità del Comune di Parma, consigliere delle Terme di Salsomaggiore e membro del Comitato assistenza della Prefettura di Parma. Durante la guerra partigiana il Copercini sopravvisse a tre grandi rastrellamenti: il primo sul Monte Penna, il secondo nella zona di Osacca e l’ultimo nella zona del Monte Caio.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 29 settembre 1997.


Parma 12 settembre 1883-Monte Solarolo 4 luglio 1918
Figlio di Cesare ed Ermelinda Garibotto. Capitano del 38° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Costante, impareggiabile esempio di fermezza e coraggio, quale comandante di una compagnia, con mirabile ardimento si slanciava all’assalto alla testa del proprio reparto. Colpito a morte da mitraglia nemica, incitava ancora i suoi uomini all’adempimento del dovere, gridando: «Avanti 38°! Avanti miei figli!»
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1920, 653; Decorati al valore, 1964, 82.


Parma 19 luglio 1893-Parma 9 aprile 1969
Prestò servizio militare nella guerra 1915-1918 quale Ufficiale di complemento di Fanteria e fu ferito in combattimento (fu decorato del Distintivo onorifico e Croce di guerra). Si laureò in lettere col massimo dei voti nel 1919 presso l’Accademia Scientifico-Letteraria di Milano. Iniziò il suo insegnamento di materie letterarie nell’Istituto Tecnico di Lecco (1919-1920), proseguendolo a Merate (1920-1922), a Besozzo (1922-1923) e all’Istituto Tecnico di Parma (1923-1925). Insegnò poi storia dell’arte al Liceo Ginnasio Romagnosi di Parma (1923-1935) e per qualche anno al Liceo Ginnasio Spallanzani di Reggio Emilia. Fu quindi straordinario di materie letterarie nell’Istituto Tecnico di Parma (1925) e ordinario dal 1928. Fu nominato Preside il 1° ottobre 1935 all’Istituto Tecnico Inferiore di Guastalla, dove rimase fino al 30 settembre 1942. Trasferito a Parma quale Preside della Scuola Media A (poi Parmigianino) il 1° ottobre 1942, resse questa carica fino al 30 settembre 1963. Fu collocato in pensione per limiti di età il 1° ottobre 1963. Fu accademico d’onore dell’Accademia di Belle Arti di Parma (1926), premiato dall’Accademia d’Italia per l’opera Il Parmigianino, in due volumi (1933), e membro attivo della Deputazione di Storia Patria per l’Emilia e la Romagna (1937). Dal 1929 al 1941 fu anche xilografo, acquafortista e disegnatore di buon livello. Preparò i disegni e le selezioni per i chiaroscuri del volume Le Crisopolitane (Parma, 1941) di cui dettò altresì il testo e curò l’edizione, per l’intaglio di Giovanni Miglioli. Il Copertini diresse la rivista Aurea Parma dal 1934 al 1937, assieme a Glauco Lombardi e Giovanni Drei, dopo avervi collaborato sin dal 1923. Fu fondatore del Comitato parmense per le Arti e le Lettere nel 1945 (ne fu Presidente per diversi anni) e fondatore e direttore dal 1951 al 1966 della rivista Parma per l’Arte. Ebbe l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana (1956), la medaglia d’oro per i benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte dal Ministero della Pubblica Istruzione (1959), la medaglia d’oro dalla Presidenza della Dante Alighieri per la propaganda svolta a favore di questa Società (1962) e l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana (1965). Uomo di cultura e studioso, già nel 1932 il Copertini si impose come critico d’arte con due ricchissimi volumi sul Parmigianino, meritando il riconoscimento incondizionato da parte di storici dell’arte italiani e stranieri. Nella piena maturità portò a compimento il volume La forma mentis del Correggio, opera di grande impegno che offrì un lucido, ampio e acuto spaccato della personalità artistica dell’Allegri nel quadro della cultura cinquecentesca. Instancabile lavoratore, il Copertini alternò l’impegno di preside della scuola media Parmigianino di Parma a quello di pubblicista e critico, impegnandosi in particolare nella stesura di volumi legati al mondo della pittura dell’Ottocento. A lui si deve la riscoperta dei protagonisti del risorgimento pittorico parmigiano, portati alla luce attraverso una serie di articoli pubblicati sulla Gazzetta di Parma e successivamente raccolti in volume dalla Cassa di Risparmio (1971), a cura di Giuseppina Allegri Tassoni. Assiduo e tenace difensore nel secondo dopoguerra si oppose con successo all’abbattimento delle chiese di San Pietro e di San Quirino e del monumento a Verdi e, infruttuosamente, alla demolizione dell’ex Palazzo Ducale, la cui distruzione determinò un vistoso strappo urbano, difficilmente ricucibile. Ricercatore appassionato e colto, critico artistico per molti anni della Gazzetta di Parma, il Copertini fu un divulgatore intelligente, sempre disposto al dialogo per allargare il cerchio della conoscenza dei beni culturali e ambientali. Forse, all’inizio, l’orizzonte di Parma gli parve troppo angusto e, con l’entusiasmo proprio dei giovani, il suo sguardo si portò lontano: basti pensare allo studio pubblicato nel 1922 sui Campanili romanici in Dalmazia. Ben presto, però, il suo interesse si concentrò sulla sua città e sugli artisti che hanno reso il suo nome famoso nel mondo. Scoprì così via via in quale humus culturale di portata nazionale trovassero alimento e ispirazione i suoi spiriti più grandi: il Correggio e il Parmigianino. Furono studi condotti con riconosciuta capacità professionale, con costanza e rigore storico, con metodo e con l’umiltà che viene dalla consapevolezza e dal senso dell’inadeguatezza di chi si avvicina ai grandi con rispetto. Nella grandezza culturale che così gli si manifestò, trovarono collocazione critica altri notevoli artisti di ogni epoca, dal Bettoli architetto teatrale, a Paolo Baratta a Donnino Pozzi a Luigi Marchesi e ai paesaggisti dell’Ottocento. A questi ultimi artisti dedicò, negli anni estremi della sua esistenza, uno spirito critico nuovo, fatto più acuto e penetrante dal lungo rapporto colla cultura e dalla serenità che gli venne dalla padronanza di un mondo in cui si era per tanti anni identificato. Innumerevoli furono gli studi che in quasi cinquant’anni pubblicò in opere singole o in riviste specializzate e, soprattutto, in Parma per l’Arte, la rivista che egli fondò, diresse e pubblicò per quindici anni, sostenendo la maggior parte dello sforzo che un’opera simile comporta. Su quella rivista disse la sua parola conclusiva su Antonio Allegri (col Parmigianino, il suo artista prediletto). Il saggio La Forma Mentis del Correggio è infatti un contributo fondamentale agli studi del sommo artista rinascimentale, sull’ambiente storico umano e culturale in cui il pittore visse, oltre che sul significato estetico della sua produzione. Contemporaneamente egli condusse sulla rivista e nel Comitato per l’Arte una tenace e impegnata difesa degli edifici che a Parma testimoniavano un loro passato storico e rivendicavano una loro collocazione nel tesoro delle opere da conservare.
FONTI E BIBL.: A. Barilli, in Parma gennaio 1933; G. Battelli, Il Parmigianino, in Corriere Emiliano febbraio 1933; Frate Placido da Pavullo, in L’Osservatore Romano 24 febbraio 1933; G. Jorio, in Il Tevere 17 agosto 1933; G. Nicodemi, in L’Esame luglio 1933; A. Pettorelli Lalatta, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXIII, 1933; W. Rakint, in Die Weltkunst 3 settembre 1933; L. Tonelli, in L’Italia che Scrive marzo 1933; S. Lodovici, Critici d’arte, 1942, 112-113; Arte incisione a Parma, 1969, 64; P. Tagliavini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1969, 33-35; Aurea Parma 1 1969, 111; Scritti in onore di Giovanni Copertini, Parma, 1970, 7-8; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1971, 810 e 812; Gazzetta di Parma 27 marzo 1994, 14.


Parma 1947
Per molti anni fu suggeritore della compagnia di Alberto Montacchini, Paride Lanfranchi ed Emilia Magnanini. Scrisse le seguenti commedie dialettali, nessuna delle quali rappresentata: Din don, din dan, mi incö e ti d’man, paradosso in tre atti, Tri scartè e ‘na mata, scritta nel 1947 e firmata, e Gaitanen in tre atti.
FONTI E BIBL.: G.C. Mezzadri, in Al Pont ad Mez 1999.


Parma 1 luglio 1879-Firenze 11 luglio 1952
Interrotti nel 1900 gli studi scientifici (si era iscritto alla facoltà di matematica e fisica), il Copertini si dedicò allo studio della musica e nel 1908 si diplomò in composizione dopo aver studiato con Guido Alberto Fano e Ildebrando Pizzetti. Nel 1905 cominciò a comporre e a studiare le possibilità di nuove espressioni musicali. Dal 1910 in poi tutta la sua produzione, per lo più cameristica e sinfonica, fu basata su queste ricerche e nuove teorie che solo nel 1930 videro la luce a Milano nel trattato Studio per la determinazione di una nuova forma musicale italiana (ed. Noema). Negli anni giovanili il Copertini si impose all’attenzione quale brillante polemista, saggista e critico musicale pubblicando sul Presente e sul Piccolo. Nel 1911, poi, assieme a Mario Silvani, fondò a Parma il settimanale d’arte Medusa, al quale collaborò con tutto l’entusiasmo della sua natura esuberante (pur rifuggendo alla tentazione di aderire con la rivista al movimento futurista cui era stato caldamente invitato da Balilla Pratella). Alcuni di questi lavori furono raccolti nel 1920 nel volumetto Saggi di critica appassionata (Parma) che denotano, oltre a una profonda cultura e a una limpida e caustica vivacità di stile, una rettitudine di pensiero che non furono capiti dai responsabili de La Nazione di Firenze (recensione del 1° aprile 1924), giornale su cui scrisse dal 1922 al 1924. Gli anni giovanili furono i migliori per il Copertini: scrisse diverse composizioni (eseguite anche al Ridotto del Teatro Regio di Parma), apprezzate per la personalità e originalità che denotavano e Tre pezzi per pianoforte furono pubblicati dalla rivista Dissonanza nel 1914 come rappresentativi di quel periodo di avanguardia. Nei primi mesi del 1923 il Copertini fu invitato dall’Istituto italiano di cultura in Lettonia, a Riga, assieme al pianista Brugnoli. Assieme alle loro musiche, presentarono quelle degli amici parmigiani Frazzi, Furlotti, Pizzetti e Ragni (un allievo del Copertini). La Sevodnia scrisse: È fuor di dubbio che ci troviamo di fronte a una interessantissima nuova tendenza musicale italiana che non ha niente a vedere col verismo operistico. Il fondatore di questa nuova tendenza è il direttore del Conservatorio di Firenze, Pizzetti che ha raccolta intorno a sé giovani italiani che cercano vie nuove e che vogliono liberarsi delle forme dell’opera italiana per entrare nella forma di una più vasta concezione sinfonica. Il Copertini, infatti, dopo aver insegnato per nove anni (1913-1922) armonia al Conservatorio di Parma, nel 1922 si trasferì a Firenze dove tenne una cattedra di solfeggio. Oltre alle composizioni sinfoniche e da camera (rimaste quasi tutte inedite), per più di un decennio lavorò all’opera in tre atti Luisella si sposa, su versi di Giovanni Casalini, nella quale, scrisse Augusto Hermet, si dilatava il suo spirito inventivo, solitario e felice. Il frutto di tanta fatica rimase però ineseguito, anche se numerosi musicisti e critici di Milano che l’ascoltarono in una riduzione per pianoforte al Circolo del Teatro avevano espresso il loro apprezzamento. Gli avvenimenti del 1924 inaridirono una grande parte della vena del Copertini: il licenziamento dal giornale, le porte sbarrate all’esecuzione della sua musica, uniti a gravi sciagure familiari, contribuirono ad aumentarne la solitudine. Seguitò a impartire il suo insegnamento al Conservatorio di Firenze (fino al 1943), ma compose la sua musica sempre più raramente e vennero meno gradatamente anche quei suoi articoli che erano stati oggetto di attenzione e di discussione per il loro brillante tono polemico. Una grave malattia progressiva contribuì ad amareggiarne ancor più gli ultimi anni dell’esistenza. Fu autore delle seguenti composizioni: l’opera Luisella si sposa (libretto di G. Casalini, 1912-1924), Ginevra di Scozia, testo e musica per disegni animati per soli coro e orchestra (1929), Il fioretto della perfetta letizia per soli coro, organo e orchestra (1932-1933) e Messa per voci e organo (1944-1947). Per orchestra: L’autunno (1909) e Impressioni di Venezia (1910). Musica da camera: tre quartetti (n. 1, con pianoforte, 1931-1932; n. 2, 1934; n. 3, 1935) e liriche. Inoltre, 17 poemetti per organici vari (n. 1, per violino e pianoforte, 1912; n. 2, per trio con pianoforte, 1912; n. 3, per violoncello e orchestra, 1914; n. 4, per violino e pianoforte, 1915; n. 5, per violino e pianoforte, 1915; n. 6, P. del Natale per organo, violino, oboe, violoncello, 1915; n. 7, Paesaggio padano per oboe, coro, arpa e archi, 1916; n. 8, per pianoforte, violino e orchestra da camera, 1918-1920; n. 9, per pianoforte e orchestra, 1918; n. 10, per pianoforte e violino, 1919; n. 11, per pianofrote, dal n. 2, 1915; n. 12, per orchestra da camera, 1931; n. 13, per pianoforte, dal n. 3, 1931; n. 14, per violino e pianoforte, 1933; n. 15, per pianoforte, dal n. 4, 1931; n. 16, per pianoforte, dal n. 5, 1931; n. 17, per flauto, violoncello e pianoforte, 1937).
FONTI E BIBL.: G. Silvani, in Parma per l’Arte 3 1952, 134; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 54-55; G.N. Vetro, in Gazzetta di Parma 8 ottobre 1984, 3; Spartaco Copertini, musicista della solitudine, a cura di A. Storjohann e F. Copertini Amati, Firenze, 1985; Dizionario musicisti UTET, 1985, 310.

COPINI PIETRO, vedi COPPINI PIETRO


Parma 14 settembre 1845-Milano 7 febbraio 1935
Figlio di Luigi e Vittoria Tesio. Dopo aver danzato in diversi teatri (Firenze, Teatro principe Umberto, 1872) ed essere stato primo mimo al Teatro alla Scala di Milano, divenne uno dei migliori riproduttori dei grandi balli di Manzotti (Amor, Excelsior, Sieba, Pietro Micca). Nel 1890 si trasferì a Parigi, acquistando fama di coreografo, indi fu anche a Monaco e a Berlino. A Londra fu per cinque anni coreografo del Covent Garden e nel marzo 1903 dette all’Alhambra di quella città il suo ballo Nel Giappone, ripreso poi alla Scala. In quell’occasione Musica e Musicisti (3 1903, 225) scrisse: È tra le più indovinate, graziose, eleganti composizioni coreografiche vuoi per la novità delle figurazioni, vuoi per la bellezza del vestiario.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


-Parma 20 febbraio 1830
Fu macchinista teatrale, in servizio nel periodo napoleonico (Archivio di Stato di Parma, Archivio del Comune, Spettacoli, b. 4109). Nel luglio 1816 presentò domanda per essere tenuto presente nel progetto di riordinamento del Teatro. Fu retribuito a prestazione, mentre il suo predecessore, Pietro Fontana, aveva percepito uno stipendio annuale di 1080 lire. Nel 1819 vinse la gara per effettuare i lavori ai nuovi scenari del palcoscenico: la sua offerta fu giudicata idonea senza la formalità dell’asta, data l’urgenza. Il collaudo venne effettuato il dicembre stesso. Con il pensionamento di Giuseppe Coppi, venne nominato custode del Teatro e confermato a queste mansioni anche nel nuovo Teatro (Decreto 27 maggio 1829). Nell’Archivio di Stato di Parma si conservano i registri con i suoi rapporti.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1780 c.-post 1826
Eccellente suonatore di flauto traversiere, studiò con Pasquale Cavallero. Perfetto nell’esecuzione, percorse un’ottima carriera: nel 1802 fu aggregato al Reale Concerto di Parma come professore soprannumero (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti, 7 giugno 1802), nel 1803 suonò flauto e ottavino nell’orchestra al Teatro Carcano di Milano, tra il 1803 e il 1819 fu in cinque stagioni al Teatro di Reggio Emilia come primo flauto. Nel libretto dell’Aureliano in Palmira, eseguito nella stagione di Fiera 1816, si fregiava del titolo di accademico filarmonico di Bologna. Con il riordino della Ducale Orchestra di Parma nel 1816 fu nominato II flauto con un assegno annuo di 300 franchi a titolo di gratificazione. Dal 1824 al 1826 fece parte come primo flauto e ottavino dell’orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Fu un ottimo insegnante, rinominato per una rara abilità nell’istruire.
FONTI E BIBL.: C. Gervasoni, Nuova teoria della musica, 1812, 121; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 266; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Sala 1922-Russia 1942 c.
Soldato, disperso in Russia durante la seconda guerra mondiale. Il fratello Angiolino tentò tutte le strade per riuscire ad avere notizie certe sulla sorte del Coppi, ma ogni sforzo risultò vano. Al Coppi fu dedicata una via alla Chiavica di Sala Baganza.
FONTI E BIBL.: Per la Val Baganza 8 1986, 221.


Parma 1834/1855
Figlio di Domenico, anch’egli macchinista, venne nominato al suo posto. Nel 1834 chiese di essere assunto definitivamente, cosa che avvenne con decreto del 3 aprile 1836. Nel 1850 fu nominato anche macchinista del Corpo dei Pompieri del teatro. Nell’Archivio Storico Comunale di Parma vi è una richiesta del 1855 della presidenza della Società Filarmonica di Verona, in cui si chiedono informazioni su di lui, avendo concorso al posto di macchinista del Teatro Filarmonico. Il 10 febbraio vennero accolte le sue dimissioni e gli fu concessa una gratifica. Fino a quella data si conservano i registri con i suoi rapporti serali.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 29 settembre 1781-
Figlio di Pietro Antonio. Nel 1806 fu chirurgo al servizio francese. Partecipò alle campagne d’Italia (1806) e di Germania (1809). Nel 1811 fu chirurgo aiutante maggiore del 48° Reggimento e in questa veste prese parte alle campagne di Russia (1812), di Germania (1813-1814) e di Francia (1815). Passò infine nel 1815 chirurgo di battaglione nel Reggimento Maria Luigia di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 21.


Parma 1655
Fu dottore di leggi o di medicina. Scrisse l’operetta Prigioni e morte delli pesci raccolte da diversi eccellenti Autori, dal Signor Dottore Carlo Franc. Coppini Parmegiano; e dedicate all’Illustriss. e Reverendiss. Sig. Monsig. Francesco Pirovano (In Roma, Per Michele Cortellini, 1655, Appresso li Delfini). Verte sui vari modi di pesca secondo le diversità dei pesci e dei paesi. Queste tecniche sono tratte da differenti autori e alcune sono scritte in latino.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 925-926.

COPPINI DANIELE, vedi COPPINI DARIO


Torricella di Sissa 1 settembre 1867-Reggio Emilia 10 dicembre 1945
Nacque da Adolfo ed Ernesta Pecchioni. All’età di cinque anni si trasferì con la famiglia a San Quirico e successivamente a Trecasali, dove rimase fino all’età di venticinque anni. Nel 1893 i genitori si trasferirono a Borgo San Donnino, dove aprirono un forno. Fin dalla fanciullezza contribuì col proprio lavoro di fornaio al mantenimento della famiglia e nel 1893, essendosi il padre ammalato gravemente, ne divenne il principale sostegno. Finalmente, il 9 gennaio 1897 poté appagare il suo desiderio di vita religiosa, entrando nel noviziato dei Cappuccini a Borgo San Donnino. Ordinato sacerdote a Pontremoli il 13 aprile 1903 (in religione ebbe il nome di Daniele), fu subito destinato all’assistenza degli infermi nell’Ospedale di Piacenza, dove rimase fino al 1911, anno in cui venne nominato maestro dei novizi a Borgo San Donnino. Ma presto tornò gli ammalati, negli ospedali di Piacenza (1913-1919), Modena (1919-1921), Reggio Emilia (1921-1922) e quindi di nuovo a Modena (1922-1927), Piacenza (1927) e Reggio (1927-1937). In quest’ultimo anno dovette rinunciare all’ufficio di cappellano per essere a disposizione dei fedeli che, numerosissimi, ricorsero a lui per la direzione spirituale. Al periodo in cui, per la seconda volta, fu cappellano dell’Ospedale di Reggio, risale la fondazione (1929) delle Francescane missionarie del Verbo Incarnato (cooperò col Coppini alla fondazione dell’istituto Luisa Ferrari). Negli anni 1956-1963, presso la curia di Reggio Emilia, venne istruito il processo informativo diocesano per la causa di beatificazione del Coppini e, in data 13 dicembre 1963, trasmesso alla Sacra Congregazione dei Riti. Il 2 aprile 1993 il Coppini fu dichiarato venerabile.
FONTI E BIBL.: Eximius aegrotorum apostolus, p. Daniel a Torricella, prov. parmensis alumnus, in Anal. O.F.M. Cap. 69 1953, 268-271; Il p. Daniele da Torricella, cappuccino (1867-1945), Firenze, 1955; Diocesi di Reggio Emilia. Causa di beatificazione e canonizzazione del servo di Dio p. Daniele da Torricella, Parma, 1957; Anal. O.F.M. Cap. 73 1957, 44-45, e 79 1963, 391-392 (processo canonico); Uno che resta. Il servo di Dio p. Daniele da Torricella, O.F.M. Cap. (Fioretti), Fiesole, 1963; L’arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia commemora il servo di Dio p. Daniele da Torricella, cappuccino, nel 1° centenario della nascita (1867-1967), Reggio Emilia, 1968; M. Viani, Un apostolo dell’ospedale. Il servo di Dio p. Daniele da Torricella, Reggio Emilia, 1974; Biblioteca, 222; Le missionarie francescane del Verbo Incarnato. XXV di fondazione (1930-1955), Fiesole, 1955, 40-41; Boll. Uff. 6 1946, 435-436; 15 1955, 16, 35-36 e 17 1957, 103-106; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 694-695; Positio super introductione causae, Roma, 1982; M. Viani, P. Daniele da Torricella, Reggio Emilia, 1983; Bernardino da Siena, in Bibliotheca Sanctorum, Appendice I, 1987, 361-362; A. Bacchini, Sissa, 1973, 71; Gazzetta di Parma 6 novembre 1974, 6; Mariano d’Alatri, in Dizionario Istituti di Perfezione, III, 1976, 128; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 9; M. Montani, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1993, 27.


Parma 1595-Sant’Angelo dei Lombardi ottobre/novembre 1645
Nel 1638 fu procuratore generale della Congregazione Cassinese. Fu poi abate di Farfa e il 12 giugno 1645 venne eletto vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 105; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272.


Parma 1612/1635
Falegname e intagliatore, ricordato per l’esecuzione di diversi lavori: 1612, diatriba per una Macchina lignea eseguita per il conte Pio Torelli; 1615, due candelieri per l’oratorio di Santa Brigida; 1629, attesa di pagamento per un complesso Portone da S. Paolo, su disegno di Giovanbattista Magnani, e per una Prospettiva eseguita nel piazzale di San Paolo; 1636, organo e cantoria in San Giovanni Evangelista, dorati nel 1653 da Ottavio de’ Molinelli.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 116-119; E. Scarabelli Zunti, Materiali, I, 281 v; L’abbazia di San Giovanni, 1979, 231; Il mobile a Parma, 1983, 254.

COPPINO GREGORIO, vedi COPPINI GREGORIO


Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore di storia attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 50.


Parma 1473
Architetto, fu Anziano dell’Arte dei maestri a muro e nell’anno 1473, assieme a Gherardo Fatuli e Andrea Cumi, ne fu Sindaco.
FONTI E BIBL.: M. Lopez, 42; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 125.


Parma 25 agosto 1843-1910
Figlio di Simone e di Maria Apollonia Giardelli. Sposò nel 1874 Rosa Gatti. Acquistò nel 1882 dai conti Douglas Scotti di Vigoleno il castello di Tabiano, apportandovi trasformazioni, restauri e abbellimenti di rilievo e fissandovi la propria residenza. Al Corazza e alla moglie, energica donna di affari e avveduta amministratrice del patrimonio ereditato dal padre, si dovette il consolidamento della fortuna della famiglia. Fu infatti norma costante dei coniugi Corazza l’investire capitali nell’acquisto di terreni a Tabiano, ma si debbono pure considerare alcune redditizie attività collaterali: il commercio in Inghilterra e l’acquisto del diritto di sfruttamento del sottosuolo di Salsomaggiore. Il Corazza divenne proprietario a Tabiano dello stabilimento e dell’Albergo Grande dei Bagni. A Salsomaggiore rivestì diverse cariche sociali, come a esempio quella di presidente del Sanatorium, lo stabilimento per i poveri inaugurato nel 1897, che riuscì a neutralizzare anche la concorrenza della Società G. Magnaghi e C. Con l’entrata in vigore della legge Facta, nel 1913 lo Stato rescisse il contratto di concessione dell’industria di Salsomaggiore ed espropriò la Società dei beni giudicati di pubblica utilità.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 118-122; Tra Liberty e Déco: Salsomaggiore, 1986, 156.


Cortile San Martino-Alcaniz 19 marzo 1938
Figlio di Francesco e di Severina Zuccoli. Caposquadra del 5° Reggimento Camice Nere, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Con ardimentoso esempio, trascinava i propri uomini all’assalto di forti posizioni nemiche. Rimasto ferito, continuava imperterrito a dirigere la squadra, finché colpito per la seconda volta si accasciava esausto.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.


Parma 116 marzo 1847-
Figlio di Simone e di Maria Apollonia Giardelli. Sposò nel 1874 Agostina Gatti. Stabilitosi a Salsomaggiore, legò il suo nome alla perforazione e costruzione del primo acquedotto d’acqua dolce (Re dei Ruscelli), che rimase per alcuni decenni l’unica fonte di approvvigionamento per l’industria termale e alberghiera. Nel 1888 ebbe poi il merito di progettare e costruire la prima linea tramviaria a vapore per il collegamento tra Salsomaggiore e Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 118-122; Tra Liberty e Déco: Salsomaggiore, 1986, 156.


Parma 28 febbraio 1895-Parma 4 agosto 1922
Figlio di Icilio e Adalgisa Capacchi. Nato nel popolare quartiere dell’Oltretorrente da famiglia di umili condizioni, cominciò fin dalla prima giovinezza, nei ritagli di tempo lasciati liberi dal lavoro, a impegnarsi con entusiasmo e dedizione ai compiti dell’apostolato cristiano, partecipando assiduamente all’attività del Circolo Cattolico Domenico Maria Villa. Dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale, rispose tra i primi all’appello di don Sturzo e venne eletto, nelle file del Partito Popolare Italiano, consigliere comunale nel 1920. Portato per temperamento e formazione a contrastare ogni forma di violenza e ingiustizia, accorse alle barricate allorché, il 1° agosto 1922, colonne fasciste guidate da I. Balbo calarono su Parma dalle province limitrofe. Cadde nella generosa e ferma difesa dei suoi borghi e dei suoi ideali pacifisti.
FONTI E BIBL.: L’eroica morte del Corazza è ricordata in L’Internazionale 8 agosto 1922, in Vita Nuova 12 agosto 1922, in La Giovane Montagna 17 agosto 1922, in Agosto 1922, numero unico per il 30° anniversario delle giornate dell’agosto 1922, Parma, 1952, in Parma DC, edizione speciale, 3, 1972. Accenni alla figura del Corazza sono in M. De Micheli, Barricate a Parma, Editori Riuniti, Roma, 1960 e in P. Savani, Antifascismo e guerra di liberazione a Parma, Guanda, Parma, 1972. Un commosso ricordo del Corazza è stato tracciato da G. Cavalli, Le cinque giornate di Parma e U. Corazza, in Il contributo dei cattolici alla lotta di Liberazione in Emilia Romagna, in Atti del II Convegno di studi dell’Associazione partigiani cristiani, CASBOT, Busto Arsizio, 1966, 243-270; V. Cassaroli, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 253-254.

Pellegrino 1650/1652
Fu commissario di Pellegrino dal 1650 al 1652.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.


Toscana 1912-Parma 22 maggio 1992
Di origine toscana, trascorse molti anni nelle Marche. Fin da giovane fu animato da profondo senso della patria: si arruolò nell’esercito, divenne ufficiale all’Accademia di Modena ed entrò nei bersaglieri. Partecipò come ufficiale alla seconda guerra mondiale: venne aggregato all’aviazione come osservatore aereo e in tale servizio, sul fronte dell’Africa settentrionale, si guadagnò la medaglia d’argento al valor militare. Finita la guerra, lasciò l’esercito (arrivò al grado di maggiore) e si trasferì a Parma. Completò gli studi a suo tempo interrotti e si laureò in economia e commercio, aprendo uno studio in città. Si sposò con Laura Menoni. Nella professione ebbe l’intuito di dedicarsi a una specializzazione del tutto particolare, poco e male frequentata, la legislazione farmaceutica, e della materia diventò un profondo esperto. Il Corbelli, che riuscì a risolvere a vantaggio della Congregazione San Filippo Neri l’annosa vertenza sulla farmacia di Strada Cavour, diede alle stampe anche numerose pubblicazioni specialistiche. Oltre che professionista di notevole rilievo, il Corbelli fu anche uomo di profonda cultura, oratore classicamente forbito, strenuo difensore delle tradizioni e dei valori di patria. Varie volte candidato nelle liste monarchiche e liberali in consultazioni nazionali o municipali, rese manifeste le sue idee anche dalle colonne della Gazzetta di Parma, che per molti anni lo annoverò tra i suoi collaboratori: un modo di scrivere aulico, contrappuntato da frequenti citazioni latine, che rendevano la lettura gradevole e personalizzavano in modo preciso e inequivoco la paternità dei suoi articoli. Il Corbelli figurò tra i soci fondatori del Lions club parmense, del quale diventò anche presidente, che lo designò a importanti incarichi distrettuali. Fu anche vicepresidente del Parma calcio verso la fine degli anni Cinquanta.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 maggio 1992, 9.


Felino 21 maggio 1840-Felino 28 giugno 1866
Nacque da Napoleone, medico, e da Ferdinanda Masini. Dotata di squisita sensibilità e di notevole talento, passò l’infanzia e l’adolescenza a Felino, ma anche a Tortiano, il paese della madre, dove in più aperta campagna avvertì per la prima volta la predisposizione ai severi studi e la vocazione alla poesia. Poi seguì il tuffo negli autori preferiti: Dante, Gibbon, fra Salimbene, che tradusse, Cellini, Cervantes e la lettura per contrasto del Petrarca, del Cantù, di Chateaubriand, di Santa Caterina, autori questi ultimi che l’annoiavano quando non la irritavano. Studiò anche le lingue straniere, l’inglese in particolare, la cui perfetta conoscenza le permise di tradurre per la prima volta in Italia La leggenda d’oro di Longfellow. Ma su tutto, ebbe importanza per la Corbellini l’impegno politico, meglio il fervore patriottico, espresso con adorabile retorica nelle sue liriche e con più dimesso tono nelle lettere alle sue corrispondenti e amiche Zaira Lottici e Corinna Dalcò. E per questo ebbe le lodi e la considerazione di personalità insigni nelle lettere e nella politica del suo tempo: Bonghi, Louise Colet, Mamiani, Jacopo Sanvitale, Dall’Ongaro e Aleardi. A ventiquattro anni sposò il colonnello Felice Martini. Peregrinò con il marito tra Firenze e Torino, le nacque una figlia e infine la Corbellini morì, per difterite fulminante, nella casa paterna, a soli ventisei anni. Di lei sopravvivono un volume di Versi, l’Epistolario e le traduzioni da Longfellow. Sottratta alla vita, la Corbellini entrò subito nei versi dei poeti suoi contemporanei (Mansueto Tarchioni, il cognato Pietro Martini e Francesco Scaramuzza), con poca efficacia: tardanze descrittive, più misura di generale compianto che libero sfogo della mente alla sorpresa del mistero della vita e della morte. D’altra parte la Corbellini, morta da poco, non aveva ancora perso i contorni fisici per potere entrare nell’ispirazione dei suoi cantori con i contorni indefiniti della poesia e quando, con il passare del tempo, ciò sarebbe stato possibile, essa non trovò più alcuno disposto a cantarla e a ricordarla. Così, spento sulla sua tomba l’eco gentile dei versi dei poeti, ben presto su di lei si fece il silenzio. Avrebbe voluto riposare a San Miniato, accanto a Tonina Marinelli, la Garibaldina, a Virginia Menotti, a Giannina Milli e a Laura Mancini, eroine tutte non obliate del Risorgimento italiano, ma fu invece sepolta nel piccolo cimitero di Felino. Di lei non resta che la bella epigrafe marmorea nella chiesa parrocchiale di Felino, ove fu traslata, e l’intitolazione di una viuzza nella parte vecchia del paese.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Una poetessa ventenne del Risorgimento, in Aurea Parma 3 1922, 90-91; G. Casati, Dizionario degli scrittori d’Italia, Milano, 1925, II; M. Montanari, L’epistolario di una poetessa parmense del Risorgimento, in Aurea Parma gennaio-febbraio 1924, 35-41; M. Bandini, Poetesse, 1941, 174; Per la Val Baganza 1 1977, 28.


Borgo San Donnino 21 gennaio 1880-post 1915
Nel 1905 si diplomò in composizione al Conservatorio di musica di Parma e nel 1906 una sua composizione per violino e pianoforte vinse il primo premio al concorso Sivori di Genova. Altre composizioni vennero premiate in concorsi successivi. Dedicatosi anche alla direzione d’orchestra, tenne concerti in Danimarca, Svezia, Germania, Svizzera, Francia e in Italia (Salsomaggiore). Nel 1912 fu nominato docente della Scuola comunale di musica di Massa Marittima, ma vi restò soltanto qualche mese. Il 7 gennaio 1915, sostituto del maestro Arturo Vigna, diresse un Lohengrin nella stagione d’opera al Teatro Reinach di Parma. Dall’inizio della prima guerra mondiale non si hanno più notizie.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 213; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Colorno 1831
Già commissario a Colorno, mostrò entusiasmo per i moti del 1831. Dal Governo Provvisorio fu mandato a Busseto, ove sembra perseguitasse gli impiegati devoti a Maria Luigia d’Austria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti parmensi del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 123.


Busseto 11 settembre 1921-San Lazzaro di Noceto 30 ottobre 1944
Partigiano, fu catturato dalla Brigata nera di Noceto e venne da questa fucilato in località Strada San Lazzaro, nel Nocetano.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 aprile 1990, 25.


Parma 12 luglio 1808-Parma 16 gennaio 1876
Ebbe un’ottima educazione e si diede con impegno allo studio giungendo a laurearsi in fisica e matematica. Contemporaneamente coltivò la musica e il disegno, la storia, la geologia e le discipline naturali. Insieme al fratello prese parte ai moti insurrezionali del 1831 ed ebbe a soffrire persecuzioni e temporaneo esilio. Sposò Teresa Siri, dalla quale ebbe sette figli (due maschi e cinque femmine). Il Corbellini ottenne per concorso il posto di ingegnere civile di prima classe. Fu poi Presidente del Consiglio degli esami per gli ingegneri, Presidente della Commissione Statistica di Parma, Direttore Generale dei Lavori Pubblici nel 1848, Direttore della Divisione Acque e Strade per il governo dell’Emilia, Ingegnere Capo, Ispettore Capo delle Ferrovie e Ispettore del Corpo del Genio Civile, incaricato di reggerne l’Ufficio. Fu collocato a riposo il 1° dicembre 1875. Fu Ufficiale Mauriziano e Commendatore della Corona d’Italia. Possedette la villa già Simonetta a Torricella di Sissa.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 494-495; L. Gambara, Le ville parmensi, 425; G. Sitti, Il Risorgimento italiano nelle epigrafi parmensi, Parma, 1915; Malacoda 8 1986, 44.


Parma 1831
Già Commissario a Montechiarugolo, prese parte attiva ai moti del 1831. Dal Governo provvisorio fu mandato a Busseto ove cercò di far dimettere gli impiegati devoti a Maria Luigia d’Austria. Al ristabilirsi del Governo legittimo fu privato dell’impiego e dopo alcuni mesi venne pensionato. In seguito servì in qualità di Segretario privato del Governatore di Parma. Fu sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 151.


Pieve Ottoville 26 agosto 1929-Pieve Ottoville 17 ottobre 1989
Dottore in Legge. Fu primo assessore e, per molto tempo, consigliere comunale. Come tale sostenne la necessità della costruzione, nel territorio del Comune di Zibello, di due cimiteri, uno a Zibello e l’altro a Pieve Ottoville, contro il parere di vari altri consiglieri che ritenevano sufficiente la costruzione di un solo cimitero per entrambi i centri. Fu anche consigliere della fabbriceria della chiesa di Pieve Ottoville. Verso la fine della sua vita, effettuò un lascito a favore delle Missioni Popolari in Parrocchia.
FONTI E BIBL.: Strade di Zibello, 1991, 12.


Corniglio 18 dicembre 1812-Felino 23 dicembre 1894
Laureatosi all’Università di Parma e perfezionatosi alla Sorbona di Parigi, si stabilì poco dopo a Felino e vi esercitò per oltre un quarantennio l’arte sanitaria, il che non lo distolse dal curare altresì lo studio delle lettere e dall’interessarsi della cosa pubblica. Senonchè, con le sue idee scopertamente liberali, dovette infastidire importanti elementi locali di rigoroso e servile conformismo, al punto da venire segnalato al Governo Ducale di Parma, tenuto da Carlo di Borbone, che non mancò di dare soddisfazione ai delatori, con l’adozione nei sui confronti di severi provvedimenti punitivi. A ciò dovette verosimilmente contribuire, in misura determinante, il fatto di aver egli composto, nell’anno 1848, un Canto della Guardia Nazionale di Felino (Stamperia Donati, Parma), formato da quattro parti e da ben quarantatré quartine, nel quale sono espressi indubbi sentimenti indipendentisti e di incitamento a scuotere la dominazione straniera. Conseguenza di tutto ciò fu che nei confronti del Corbellini venne decretato l’allontanamento per tempo indeterminato da Felino e dalla famiglia, con grave danno morale ed economico. In tale situazione, il Corbellini si vide costretto a recitare un sommesso atto di contrizione col rivolgere al Duca, in data 19 settembre 1850, un accorato appello affinché fossero annullati i provvedimenti presi nei suoi confronti. Non è dato sapere quanto tempo durò l’allontanamento inflittogli e se fu interamente scontato o abbreviato per benevolenza del Duca. È però certo che il Corbellini era già presente in Felino allorché vi comparve e si diffuse l’epidemia colerosa durata settantaquattro giorni, dal 18 agosto al 31 ottobre 1855, con ottantuno contagiati e quarantacinque morti. Egli si adoperò con esemplare impegno, come attesta la documentazione del tempo, a limitarne il più possibile gli effetti. Frattanto, essendo inopinatamente scomparso dalla scena politica parmense il 26 marzo 1854 il duca Carlo di Borbone e allontanatasi, pochissimi anni dopo, anche la vedova Maria Luisa, a ciò consigliata dal minaccioso vento di fronda che aveva iniziato a spirare, il Corbellini potè considerarsi svincolato dalla promessa di fedele sudditanza a suo tempo e suo malgrado espressa e peraltro osservata. Sicché non esitò a essere relatore e a figurare tra i sottoscrittori della dichiarazione di sudditanza che il 28 luglio 1859 tredici degli Anziani facenti parte del Consiglio e diciassette notabili del Comune di Felino, riuniti in adunanza dal Podestà che si limitò a presiederla, diressero al re Vittorio Emanuele di Savoja. Vi si espresse, tra l’altro, con la devozione al Re, la più solenne protesta contro il ripristino del borbonico ducale governo e il ritorno di un passato miserabile tempo. Poco dopo (5 agosto 1859) ebbero luogo le elezioni del Consiglio comunale, che furono convalidate dall’Intendenza Generale di Parma con provvedimento 26 agosto 1859. A seguito del risultato delle elezioni, si costituì in data 2 settembre 1859 il Consiglio comunale e ne fu nominato capo il Corbellini, che fu perciò il primo Sindaco di Felino e come tale ricevette il giuramento dei consiglieri di fedeltà al governo nazionale. Il Corbellini tenne la carica fino alle successive elezioni del 15 febbraio 1860, conservando tuttavia la qualifica di consigliere assessore. Chiusa questa parentesi politica, che gli accrebbe notevolmente la pubblica considerazione, la sua vita fu ancora sconvolta, il 28 giugno 1866, dall’improvvisa morte dell’unica figlia Ada che, colpita da violenta angina difterica, male allora inguaribile, dovette soccombere a soli ventisei anni. Superato anche questo duro colpo, il Corbellini riprese la professione sanitaria, messa nuovamente a severa prova con la ricomparsa nel territorio di Felino dell’epidemia colerica, durata cinquantasei giorni, dall’11 luglio al 5 settembre 1867, che colpì quaranta persone delle quali ventiquattro decedettero. Ma l’esercizio della medicina e l’interesse per la cosa pubblica non lo distolsero mai dal dedicarsi anche a quella che fu sempre una sua profonda passione: la letteratura. Fu poeta di apprezzabile versatilità e, oltre al già accennato Canto che gli fu concausa di gravi dispiaceri, compose l’opera Melodie, uscita nel 1842 per i tipi della stamperia Carmignani, e, a grande distanza di tempo, nel 1880, l’altra opera, Odi, edita dal Battei. Produzioni, entrambe, che furono assai lodate. Descrisse anche con rime efficaci un viaggio da lui compiuto alle scorgenti del Taro e un’escursione sul monte Penna. La produzione poetica del Corbellini non raggiunse comunque nè l’intento civile nè la compostezza garbata dei versi della figlia, apparendo piuttosto disordinata, disuguale e pletorica. La poesia, tuttavia, non offre che il lato meno vistoso della sua vastissima cultura. Oltre a molteplici ricerche scientifiche, tradusse infatti con riconosciuta fedeltà alcuni dei maggiori drammi di Shakespeare e si formò, attraverso lunghi e severi studi, una rara conoscenza della letteratura sia classica che moderna, nonché una sicura padronanza delle lingue e delle letterature francese, inglese, spagnola, tedesca e russa. Anche il sanscrito e le lingue orientali furono oggetto di suoi approfonditi studi. Chi scrisse del Corbellini è concorde nel definirlo uomo di erudizione del tutto eccezionale e, in taluni campi, sorprendente.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 26; J. Bocchialini, in Aurea Parma 4 1924, 193-194; G. Canetti, in Parma nell’Arte 2 1975, 107-113; Gazzetta di Parma 10 maggio 1982, 3.

CORBELLINI UGO, vedi CORBELLINI NAPOLEONE


Varsi-Piano della Marcesina 16 giugno 1916
Sergente Maggiore del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Calmo ed incurante del pericolo, conduceva con slancio i propri uomini all’assalto, finché cadde colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Dispensa 26a, 3132; Decorati al valore, 1964, 130.


Parma inizi del XX secolo
Liutaio. Secondo il Vannes, agì a Parma agli inizi del XX secolo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Casaselvatica 2 aprile 1882-Rapallo 14 marzo 1965
Dopo avere svolto l’incarico di Legatario in Langhirano, nel 1915 venne nominato parroco di Mattaleto e cappellano dell’oratorio dell’Assunta in Langhirano. Il grande sciopero agricolo del 1908, terminato con la sconfitta dei braccianti e salariati, provocò profonde lacerazioni tra la classe padronale e i lavoratori. L’ancora giovane Corchia venne a trovarsi in quell’ambiente infuocato e restìo al dialogo. Dibattuto tra il dovere gerarchico di seguire la linea moderata imposta dalle alte sfere ecclesiastiche, che l’avrebbe inevitabilmente portato su posizioni conservatrici, e la sua profonda convinzione di credente che lo ispirava a recepire e fare proprie le istanze delle masse diseredate, privilegiò queste ultime rimanendovi tenacemente ancorato per tutto l’arco del suo lungo sacerdozio. Questo suo esemplare atteggiamento, dettato da un elevato senso di giustizia, innata saggezza e spirito di tolleranza, gli procurò il rispetto e la stima della popolazione. Anche se non pochi Langhiranesi amavano allora sventolare il vessillo di un anticleralismo di tipo licenzioso e ridanciano che trasse alimento dal settimanale L’Asino, fondato e diretto da Guido Podrecca, il Corchia non cadde mai, anzi contrapponendovisi, in un chiuso e deleterio clericalismo. Partecipò alla prima guerra mondiale in qualità di tenente cappellano. Ritornato dal fronte, iniziò, a sue spese, la costruzione del ricreatorio che venne poi trasformato in cinema Aurora. Affrontando non lievi sacrifici, diede vita a una filodrammatica, a due scuole di canto (una a Langhirano, l’altra a Mattaleto), a una biblioteca e al corpo bandistico. Osteggiò il fascismo fin dal suo nascere. Nel 1922 la sua abitazione venne fatta segno di numerosi colpi di arma da fuoco da parte delle camice nere. Le sue doti di uomo di coraggio e di parroco rifulsero soprattutto nel lungo e tormentato periodo del secondo conflitto mondiale e nella lotta di liberazione, che lo videro protagonista di alcuni significativi episodi. Verso la fine del 1943 ospitò diverse settimane un colonnello dell’esercito jugoslavo, fuggito da uno dei tanti campi di prigionia. L’alto ufficiale, intendendo ritornare in patria per riprendere la lotta contro i nazifascisti, venne fornito dal Corchia di documenti falsi per intraprendere il viaggio. Il 13 agosto 1944 un gruppo di partigiani riuscì a catturare un noto fascista langhiranese, spia al servizio dei Tedeschi. Il giorno successivo una colonna di fascisti di Parma irruppe in paese prelevando dalle loro abitazioni undici civili. Trasportati a Parma e rinchiusi nei locali del Servizio di Sicurezza tedesco, venne loro comunicato che, qualora la spia non fosse stata liberata, sarebbero stati tutti fucilati nella mattinata del 20 agosto. Di fronte a tale minaccia, il comando partigiano incaricò il Corchia di prendere contatti con la brigata nera per fissare le condizioni, il luogo e l’ora dello scambio. Nelle prime ore del mattino del 20 agosto, in località Arola, alla presenza del Corchia, del commissario prefettizio e del conte Zilleri Dal Verme, avvenne lo scambio degli ostaggi. Ma l’episodio più grave accadde ai primi di novembre del 1944, a seguito dell’improvvisa scomparsa di un sergente delle SS. Il colonnello Müller, comandante della piazza di Langhirano, rese noto mediante manifesto che se non fosse stato ritrovato il sottufficiale entro il giorno 4 novembre, il paese sarebbe stato messo a ferro e fuoco, molti cittadini sarebbero stati deportati in Germania e alcuni passati per le armi: il Corchia sarebbe stato il primo a essere fucilato. Si riuscì a fare circolare la voce che il sergente, disertando, fosse passato nelle formazioni partigiane attestate nelle vicine montagne. Il colonnello Müller cadde nella trappola: tolse l’assedio e lasciò il paese nella stessa giornata in cui il corpo del sottufficiale venne rinvenuto sul greto del torrente Parma. Il Corchia trascorse trent’anni di vita pastorale a Langhirano. Alla fine della seconda guerra mondiale venne nominato Monsignore e assegnato alla parrocchia di San Sepolcro a Parma. Nel 1960 ottenne di essere trasferito a Montallegro di Rapallo, presso il Santuario della Madonna. Fu anche canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Si è spento a Rapallo mons. Giuseppe Corchia, che nel 1944 salvò Langhirano dalla rappresaglia tedesca, in Gazzetta di Parma 16 marzo 1965; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 311; C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 183-187.


San Quirico di Albareto 1831
Fu arciprete in Colorno nell’anno 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 270.

CORCI ROSALBA o ROSALPINA, vedi BERNINI ROSALBA


Borgo San Donnino 8 ottobre 1860-Borgo San Donnino 21 agosto 1892
Allievo del Barilli all’Accademia di Belle Arti di Parma, studiò pure all’Accademia di Torino con Fontanesi. Dipinse paesaggi, vedute e quadri di genere. Espose in molte città: a Milano, nel 1883, i quadri Spigolatrice, Torre Annunziata, Nel golfo di Napoli, Presso Roma; Motivo d’estate fu esposto a Firenze; a Torino comparve Novembre, trattato con spigliatezza e verità. Altre sue esposizioni si tennero a Venezia e a Parma.
FONTI E BIBL.: A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi, Milano, 1889; U. Thieme-F. Becker, VII, 1912; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1971, 820; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 434.


Parma 3 maggio 1759-post 1831
Fu cadetto nel Reggimento Don Carlo dal 21 marzo 1775 e Tenente nel Reggimento Real Ferdinando dal 27 marzo 1790. Fu promosso Capitano il 7 luglio 1803 e Maggiore, con ritiro, il 31 ottobre 1805. Nominato castellano di Piacenza il 1° gennaio 1815, fu poi Maggiore della piazza di Parma il 6 marzo 1817. Fu messo a pensione col rescritto 23 aprile 1831.FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Commissione di Guerra e Ispettorato Genio e Artiglieria, Matricola, 1814; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XVII.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Ingegnere civile e militare, fu attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 86.

Cortile San Martino 1831
Fu sindaco della Podesteria di Cortile San Martino. Prese parte attiva ai moti del 1831. Fu inquisito perché, secondo quanto riportato dalla scheda segnaletica dell’autorità di polizia, si unì coll’avvocato Berghini di Sarzana e col Bergamini di Parma nel luogo tenuto in affitto dal Berghini stesso in vicinanza a S. Martino sullo stradale di Colorno. Racolsero, quivi parecchie centinaia di vilici, li ecitarono alla rivolta. Il Bergamini, che è quello che abita al Certosino, dicevasi destinato a comandarli, e per dare prova di ciò, levossi il Tabarro e mostrò loro la fascia tricolorata, sguainò la sciabola, e cominciò ad arringarli. I villici rimasero sorpresi, mostrarono renitenza e si ammutinarono. Il Cordero come sindaco prese la parola e minacciò chi non avesse ubbidito, ma non valsero le minacce del Sindaco, né quelle del Casaro del Bergamini che era armato, li contadini finirono col mettere in fuga il primo, e battere il secondo. Il Cordero rimase tuttavia sindaco della Podesteria di Cortile San Martino e fu solo sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 151.

San Polo di Torrile 29 febbraio 1912-San Polo di Torrile 6 novembre 1980
Farmacista stimato che, in molti anni di attività a San Polo di Torrile, seppe farsi apprezzare e benvolere sia per le qualità umane che per l’esperienza professionale. Morì dopo essere stato investito davanti alla sua farmacia nell’espletamento delle proprie mansioni.
FONTI E BIBL.: Ufficio toponomastica del Comune di Torrile.


Parma 1831
Avvocato, conservatore dell’Archivio pubblico in Parma e membro del Consesso civico, fu liberale moderato e grande amico dell’avvocato Maestri. Si mostrò favorevole ai moti insurrezionali del 1831. Con Sovrano Decreto del 4 maggio 1831 fu sospeso dalle sue funzioni per il corso di tre mesi. In seguito fu rimmesso nel suo impiego. Non figurò nell’elenco degli inquisiti, ma fu solo sottoposto ai precetti di visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 151.


Parma 1850 c.-Buenos Aires 1917
Agricoltore, si trasferì in Argentina dove occupò diverse cariche. Fu inizialmente direttore della Scuola di agricoltura di Mendoza. Alla fine del XIX secolo si portò a Buenos Aires, dove fu ispettore dei parchi della città e divenne poi capo dell’ufficio generale d’igiene.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

COREZO, vedi CORREGGIO


Polesine Parmense 29 giugno 1932-Parma 28 giugno 1996
Cresciuto a Parma, si diplomò geometra nel 1953 e trovò occupazione come topografo, alle dipendenze di una impresa parmigiana del settore. Il primo incarico che gli venne affidato consistette in un rilevamento da effettuarsi in Persia, in condizioni a dir poco avventurose. Questa affascinante esperienza lo portò ad accettare un ulteriore incarico all’estero, nel deserto del Marocco, alla ricerca di giacimenti petroliferi. Avvenne così il primo contatto con il nord Africa, i suoi paesaggi, i suoi colori e la sua gente. A Casablanca conobbe Colette, che sposò a Gibilterra nel 1962. Il lavoro lo condusse successivamente anche in Tunisia ed Egitto, dove arricchì ulteriormente il suo bagaglio di esperienze. Nacquero così le sue prime opere di pittura, fortemente caratterizzate dall’esperienza africana, ma i temi affrontati furono ripresi più volte e mai definitivamente abbandonati. Negli anni Settanta, con l’evoluzione in senso libero professionale della propria attività, ridusse progressivamente il raggio dei propri viaggi, rinunciando ad accettare incarichi all’estero per poter stare più vicino alla famiglia. In quel periodo le sue opere pittoriche ebbero carattere molto vario, con una preferenza verso i temi religiosi e mistici. Man mano che la professione si radicava sempre più a Parma, si sviluppò anche l’interesse artistico verso la città e i suoi aspetti più o meno conosciuti. Dipingere rimase fino all’ultimo il suo passatempo e rifugio, l’ultima passione coltivata nei mesi della malattia, fino alla scomparsa.
FONTI E BIBL.: Almanacco Parmigiano 1996-1997, inserto non numerato.


Parma 25 maggio 1770-
Figlio di Giacomo. Nell’1789 fu cadetto al servizio di Parma. Promosso nel 1798 Sottotenente, nel 1807 fu Tenente al servizio di Toscana. Col grado di Capitano (1808) partecipò alle campagne di Spagna (1808-1809), di Russia (1812), dove fu ferito e fatto prigioniero, e di Francia (1815). Nel 1815 fu dimissionato volontariamente dal Governo Francese e passò Capitano al servizio di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 21.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Architetto e ingegnere civile, fu attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 88.


Parma secolo XVIII
Architetto, fu allievo del Feneulle.
FONTI E BIBL.: Accademia Parmense di Belle Arti, 1979, 77.

CORIGIA, vedi CORREGGIO


Parma 13 ottobre 1889-Pegli 22 dicembre 1946
Di modeste origini, formatosi spiritualmente e culturalmente presso i Fratelli delle Scuole Cristiane e presso i Salesiani di Parma, intraprese una brillante carriera di studioso laureandosi a Torino in ingegneria nel 1912 e a Bologna in matematica pura nel 1915. Durante la prima guerra mondiale organizzò, quale ispettore ferroviario d’armata, i trasporti della I e della IV Armata meritandosi una decorazione al merito dello Stato Maggiore dell’esercito. Entrato nel Partito Popolare Italiano, accettò nel maggio 1920 la carica di segretario di sezione per compiere il mio dovere di disciplinato e coraggioso assertore della idea popolare e, nel settembre dello stesso anno, quella di segretario provinciale. Guidò con abilità e successo la campagna elettorale amministrativa del 1920 e si schierò apertamente contro la proposta di legge sul divorzio presentata dai socialisti nello stesso anno. Candidado del Partito Popolare Italiano all’elezioni politiche del 1921, non fu eletto. Sostenne in sede locale l’alleanza del Partito Popolare Italiano con liberali e fascisti fino all’aprile del 1923. Candidato al parlamento nel 1924, fu eletto deputato per la circoscrizione emiliana e di conseguenza si dimise da ogni incarico politico a Parma. Aventiniano, i fascisti guidati dal federale Farinacci devastarono il suo studio professionale e poco dopo il Corini fu dichiarato decaduto (9 novembre 1925). Si dedicò con rinnovata intensità (era già stato insegnante universitario a partire dal 1919 presso la scuola d’Applicazione di Bologna) alla professione e all’insegnamento universitario di tecnica ed economia dei trasporti alla facoltà di Ingegeria a Bologna e poi a Genova, approfondendo in particolare gli studi di costruzioni ferroviarie e stradali (1935). Nell’aprile del 1946 rinunciò, per motivi di salute, a presentarsi candidato alla Costituente. Come professionista progettò e diresse molti lavori in provincia di Parma (case, viadotti, ponti e strade). Il Corini pubblicò molti studi di carattere tecnico e scientifico.
FONTI E BIBL.: L’attività del Corini è documentata su La Giovane Montagna dal novembre 1919 al febbraio 1925 (articoli firmati da lui su La Giovane Montagna compaiono soprattutto nel 1924. Nell’Archivio Micheli della Biblioteca Palatina di Parma si conservano (cass. XI/7) 70 sue lettere, di cui 3 pubblicate in Dall’Intransigenza al governo. Carteggi di G. Micheli (dal 1891 al 1926), a cura di C. Pelosi e M. Belardinelli, Brescia, 1978, 438-444. Su di lui M. Valenti, In ricordo dell’on. Corini, in Gazzetta di Parma 27 dicembre 1946; varie commemorazioni in Il Popolo di Parma 4 gennaio 1947; B. Molossi, Dizionario dei Parmigiani grandi e piccini, Parma, 1957, 55; C. Pelosi, Note ed appunti sul Movimento Cattolico a Parma, Parma, 1962, 106 e ss.; F. Canali, La Gioventù Cattolica a Parma negli anni del pontificato di Pio XI, CAF, 965; V. Cassaroli, Popolari e fascismo nel Parmense tra le due guerre, CAF, 970 e 977-979; 535 deputati, 1924, 107; Aurea Parma 1 1947, 47; P. Bonardi, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 254-255; Grandi di Parma, 1991, 43; Gazzetta di Parma 22 dicembre 1996, 10.

CORINTO TELAMONIO, vedi BALESTRIERI PIETRO GIOVANNI BIAGIO


Milano-Milano 26 luglio 1651
Di nobile famiglia, ebbe in Milano la prevostura della chiesa Cattedrale di Sant’Ambrogio. Poi andò a Roma quale prelato. Fu eletto Vescovo di Parma da papa Innocenzo X il 2 febbraio 1650 e fu consacrato il 5 giugno dello stesso anno. Il 19 febbraio 1650 scrisse al Capitolo della Cattedrale di Parma da Roma partecipandogli la sua elezione e il 18 maggio notificò al Capitolo di inviare al vicario capitolare un mandato di procura perché prendesse a suo nome il possesso del Vescovado. Il 9 giugno ringraziò i Canonici dell’assistenza prestata alla funzione del possesso preso in suo nome. Fece il suo solenne ingresso in Parma il 13 agosto dello stesso anno. Il 15 agosto (l’Assunta) il Corio celebrò in Duomo la messa pontificale. Appena giunto al governo della Chiesa di Parma, diminuì le tasse della cancelleria episcopale e ne decretò delle nuove. Il 18 gennaio 1651 dieci rappresentanti del Comune di Parma regalarono alla Congregazione del Santissimo Sacramento, fondata nella Cattedrale, il sontuoso baldacchino che era servito nel giorno del suo ingresso. Si narra che mentre il Corio visitava in incognito la Cattedrale e il palazzo episcopale col suo vicario generale Giuseppe Zandemaria, si incontrò con il custode delle carceri episcopali, a cui impartì la benedizione: l’uomo fu talmente sorpreso dalla presenza del nuovo Vescovo, atteso da vent’otto anni, che morì improvvisamente. Per mezzo dei buoni uffici del Corio, il 10 dicembre 1650 fu ammesso al Capitolo della Cattedrale il sacerdote Lazzaro Saccardi, dottore di leggi e del Collegio teologico, che da tempo il Capitolo si ostinava a non accettare per difetto di nobiltà. Nonostante il Corio fosse spesso indisposto, non cessò di amministrare in diversi tempi dell’anno il sacramento della cresima, due volte l’anno ordinò in Duomo la comunione generale (il giorno della Circoncisione e la domenica di Settuagesima, per cui impetrò dal Pontefice l’indulgenza plenaria), celebrò con gran devozione la festa di San Carlo Borromeo e in occasione di contagio ingiunse al clero e al popolo una processione alla chiesa di San Lazzaro, alla quale egli si recò personalmente, cantandovi messa e concedendo indulgenze a tutti quelli che erano intervenuti. Essendo quasi sempre ammalato, si recò a Milano su consiglio dei medici e con l’animo di sottoporsi a una nuova cura. Dopo poco fu colpito da un violento attacco di calcoli e, dopo undici giorni di febbre, spirò. Nei giorni immediatamente precedenti il trapasso, scrisse al fratello Aimo, prevosto di Sant’Alessandro di Milano, al Capitolo della Cattedrale, ai duchi e alla Comunità di Parma. Fu sepolto, secondo quanto egli dispose per testamento, nella chiesa collegiata di Sant’Ambrogio, nella cappella da lui stesso costruita, senza alcuna iscrizione.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi, II, 1856, 239-246; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 241.

CORNACCHI, vedi CORNACCHIA


Soragna 1230
Fu notaio del Sacro Palazzo nell’anno 1230.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 245; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 654; Colombi, Soragna. Feudo e Comune, II, 1986, 283.


Soragna 1581/1591
Fu podestà di Soragna dal 1581 al 1591. Fece parte dell’Accademia letteraria fondata in Soragna da Romanino Cornacchia, suo parente.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 284.


Soragna 2 agosto 1768-Parma 6 febbraio 1842
Nacque dal tenente Orazio e da Anna Alberici. Studente esemplare e ripetutamente premiato, uscì ventunenne dall’Università di Parma, allievo tra i prediletti di L.U. Giordani, con una brillante laurea in giurisprudenza. Fautore della riforma della difesa degli accusati poveri, nel 1802 aderì con entusiasmo al regime napoleonico, che corrispose alle sue aspettative di rinnovamento giudiziario penale e civile. La sua competenza in materia finanziaria e amministrativa gli valse la considerazione e la stima dei funzionari napoleonici preposti al governo dell’ex Ducato, che si avvalsero frequentemente della sua consulenza e gli fecero percorrere un prestigioso cursus honorum, che culminò nelle nomine a sottoprefetto a Borgo San Donnino (8 marzo 1810) e a Parma (25 novembre 1812). Ma anche gli Austriaci ne apprezzarono preparazione, equilibrio e probità: il 18 maggio 1814, in occasione della restaurazione dell’Università (che nel 1811 era stata convertita in Accademia dell’Impero), il Cornacchia fu nominato professore di economia politica nell’Ateneo parmense e il 6 agosto dello stesso anno gli venne affidato il governo di Piacenza. Il Cornacchia non resse a lungo tale carica. Il 7 settembre 1814 giunse infatti a Piacenza, di ritorno da un viaggio in Irlanda durante il quale, a Londra, era stato nominato dall’imperatore d’Austria Francesco d’Asburgo-Lorena amministratore provvisorio di Parma, Piacenza e Guastalla col titolo di ministro, il conte F.F. Magawly de Calry. Questi lo inviò subito a Vienna come esperto, con l’incarico di fornire a quella Corte notizie, valutazioni e dati utili a far sì che potessero risultare adeguati i compensi territoriali previsti come indennizzo per l’ex regina di Etruria Maria Luisa di Borbone e per il figlio Carlo Lodovico, eredi legittimi del Ducato parmense, che il trattato di Fontainebleau aveva invece riservato alla moglie di Bonaparte, Maria Luigia, arciduchessa d’Austria. Non si trattò di una missione diplomatica vera e propria, ma dell’invio di un tecnico prezioso per la sua esperienza di ex funzionario napoleonico e per l’acquisita conoscenza della realtà economica, finanziaria e amministrativa dell’ex Ducato. Il Cornacchia, infatti, non partecipò ad alcuna seduta del congresso di Vienna e si limitò a rispondere ai quesiti che il Magawly gli rivolgeva intorno al bilancio e alle esigenze di compattezza territoriale del Ducato parmense, che si prevedeva e si sperava sarebbe stato affidato all’arciduchessa Maria Luigia. Durante il suo soggiorno a Vienna, che si protrasse dal 17 settembre 1814 al 23 settembre 1815, il Cornacchia annotò in un diario sia le notizie di seconda mano che gli pervennero intorno all’andamento dei negoziati del congresso di Vienna, sia quelle, più particolareggiate e precise, relative alle consultazioni di cui fu oggetto e alla redazione dei documenti che gli furono richiesti. Di tale diario viennese del Cornacchia sono state rinvenute e pubblicate da F. Lemmi (Sui margini del congresso di Vienna. Diario di F. Cornacchia, Genova-Roma-Napoli-Città di Castelli, 1940, pp. 1-130) e da L. Bulferetti (Un diario ai margini del congresso di Vienna, in Studi di storia medievale e moderna in onore di E. Rota, a cura di P. Vaccari-P.F. Palumbo, Roma, 1958, pp. 362-392) le due parti principali nel seguente ordine, con riferimento alla forma giornaliera delle annotazioni diaristiche del Cornacchia: seconda parte, pubblicata dal Lemmi, comprendente il periodo 18 febbraio-26 settembre 1815, ma preceduta da note introduttive e riassuntive riguardanti il mese di gennaio 1815 e i giorni di febbraio precedenti l’inizio delle annotazioni in forma giornaliera; prima parte, pubblicata da Bulferetti, comprendente, in forma giornaliera, il periodo 21 settembre 1814-4 gennaio 1815, ma, anche qui, preceduta da note informative sul periodo compreso tra il 7 settembre 1814 e l’inizio delle annotazioni in forma giornaliera. Può quindi darsi che esista e che sia ancora da scoprire la parte intermedia del diario del Cornacchia, che coprirebbe con annotazioni giornaliere il periodo 5 gennaio-17 febbraio 1815. Il diario costituisce a ogni modo una fonte di limitato interesse, non soltanto per quanto si riferisce ai lavori del congresso di Vienna (di alcuni protagonisti del quale sono tuttavia presentati con finezza certi tratti psicologici e caratteriali), ma anche per quanto riguarda la storia e le vicende del Ducato di Parma. A proposito di quest’ultimo e del previsto appannaggio a Maria Luigia d’Austria, non si va al di là di una errata citazione di Adam Smith, della redazione di due manifesti (26-27 marzo 1815) contenenti rispettivamente la rinunzia di Maria Luigia d’Austria al padre Francesco dell’amministrazione dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla e l’accettazione di tale carico da parte dell’imperatore Francesco, della stesura di due rapporti diretti al Metternich, in uno dei quali si sostiene che il nuovo ducato di Parma e Piacenza doveva comprendere anche l’antico possesso dell’oltre Enza (con specificazione delle relative entrate), mentre nell’altro la stessa tesi viene sostenuta a proposito dell’Oltrepò parmense, con analogo corredo di dati (31 marzo 1815). Trattenuto a Vienna fin quasi alla fine del settembre 1815, a causa della lentezza delle indagini condotte dall’occhiuta polizia austriaca nei confronti dei residenti italiani nella capitale per controllarne l’estraneità ai progetti nazionali del Murat e in genere al movimento settario, il Cornacchia, a carico del quale nulla fu trovato e nel cui animo non era traccia di sentimento nazionale, tornò a Parma accompagnato dall’incondizionata fiducia della Corte austriaca, della nuova duchessa Maria Luigia e del conte di Neipperg, maestro di palazzo e ispiratore delle scelte politiche di questa. Il Cornacchia, dal canto suo, ricambiò tale fiducia con un atteggiamento di assoluta fedeltà a Maria Luigia che non venne mai meno e nel quale il Bulferetti (p. 362) vede, con acutezza, l’espressione del di lui attaccamento, per quanto velato da professioni di sudditanza ancien régime, all’ordine napoleonico. Ovvia conseguenza di tale stato di cose furono le nomine del Cornacchia prima a direttore generale delle Finanze (26 gennaio 1816) e successivamente a presidente dell’Interno del Ducato di Parma e Piacenza (25 dicembre 1816), a commendatore dell’imperiale Ordine austriaco di San Leopoldo (18 novembre 1820) e a barone (da parte dell’imperatore Francesco: 30 ottobre 1828). La sua presidenza dell’Interno, che durò ininterrotta fino ai moti del 1831 e alle loro ripercussioni all’interno del Ducato parmense, e il convinto consenso del Cornacchia con la legislazione napoleonica, si combinarono felicemente e armonicamente con la mitezza equilibrata delle direttive di governo del conte di Neipperg e dell’indole stessa della Duchessa: il che spiega come, quando, nel 1820, venne abolito il Codice Napoleonico, si procedesse alla stesura e alla promulgazione di un codice sostitutivo assai simile a quello abrogato, che restò a lungo uno dei più avanzati della penisola italiana. In ottemperanza alle direttive del congresso di Vienna, il Cornacchia, egli stesso ex funzionario napoleonico, contribuì grandemente a evitare che venissero perseguitati o anche soltanto molestati quanti avevano collaborato con il precedente regime. L’equilibrata situazione di governo testé descritta cominciò a incrinarsi quando (1829), in seguito alla morte del Neipperg, il governo del Ducato passò al barone Werklein, la cui gestione del potere fu notevolmente più dura e meno proba di quella nella quale il Cornacchia si era felicemente inserito. Nel febbraio 1831, quando giunse la notizia della costituzione del governo provvisorio a Modena, la folla dei dimostranti parmensi chiese a Maria Luigia l’allontanamento del Werklein e, di fronte al lealismo austriacante della Duchessa, costrinse il segretario di Stato a fuggire. A questo punto Maria Luigia, insieme con i figli Albertina e Guglielmo e vari dignitari dello Stato, tra i quali il Cornacchia, abbandonò Parma. Al ritorno (marzo 1831), il Cornacchia fu nominato per gratitudine senatore gran croce dell’imperiale Ordine austriaco costantiniano e presidente del Consiglio di Stato, carica che tenne fino alla morte.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 125 s.; E. Casa, I carbonari parmigiani e guastallesi cospiratori nel 1821 e la duchessa Maria Luigia imperiale, Parma, 1904, 118, 189 ss.; A. Del Prato, L’anno 1831 negli ex ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1919, 8, 15-19 e passim; A. Curti, Alta polizia. Censura e spirito pubblico nei ducati parmensi (1816-1829), in Rassegna Storica del Risorgimento IX 1922, 590 e passim; C. Spellanzon, Storia del Risorgimento e dell’unità d’Italia, II, Milano, 1934, 387, 389, 395, III, S1936, 126 (ove erroneamente il Cornacchia è dato per vivo nel giugno 1847); A. Roveri, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 99-100.


Parma 28 settembre 1838-Parma 29 dicembre 1898
Nel 1859 si arruolò volontario nel 3° Reggimento Fanteria dell’esercito sardo e prese parte alla guerra. L’anno dopo partecipò alla campagna militare del 1860 nel Napoletano col reggimento montanari del Vesuvio della divisione Cosenz. Trasferito col grado di maggiore nel 64° Reggimento Fanteria dell’esercito italiano, combatté nella guerra del 1866 e, nella giornata di Custoza, in cui il 64° diede splendida prova di bravura e di slancio nel riprendere le posizioni di Monte Torre e Croce, il Cornacchia fu premiato con la medaglia d’argento al valore.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 106; P. Schiarini, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 747; A. Ribera, Combattenti, 1943, 143.


Soragna 1751-Carzeto 1778
Fu figlio di Cristoforo e marito di Marianna Campagna. Di nobile famiglia, si laureò in giurisprudenza e fu ascritto al Collegio di Parma. Morì a soli 27 anni. Il Paciaudi ne dettò l’iscrizione funebre.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e comune, 1986, II 1986, 284.

Parma 1831
Prese parte attiva ai moti del 1831. Fu inquisito perché correo col Campanini Lanfranco nel disarmamento della truppa nel 13 febbraio e perché giovine di carattere esaltato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 155.


Parma 1724-1783
Fu pretore e professore di diritto criminale.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 121.


San Secondo 2 novembre 1804-Parma 6 luglio 1846
Figlio di Romano, medico, e di Barbara Campagna. Fu allievo del Toschi e per la raccolta del maestro incise dal Correggio, insieme col Raimondi, una Minerva e un Gruppo di putti e col Toschi un Adone dalla Camera di San Paolo. Sempre dal Toschi incise un Ritratto di Massimiliano Ortalli e La difesa di Barletta del D’Azeglio, in collaborazione con Tito Boselli (il Boselli incise il paesaggio, il Cornacchia le figure). Collaborò inoltre alla Regia Galleria di Torino di Roberto D’Azeglio (Sacra Famiglia, dal Vandyck). Incise sino alla morte. Oltre che incisore, viene considerato dal Copertini promettente pittore, le cui tele attendono ancora tuttavia una sicura attribuzione. Eseguì, in effetti, un acquarello riproducente la decorazione correggesca della Camera di San Paolo. Un suo Autoritratto, ben modellato, si conserva nella Galleria Nazionale di Parma e gli vengono attribuiti un Ritratto del Dalcò (Parma, collezione Barilla) e uno del Toschi (Parma, collezione Lombardi).
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 78-79; Gazzetta di Parma 7 agosto 1839; Faber, Conv. Lex. f. Bild. Kunst., 1846, II; E. Scarabelli-Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 9 (ms., Museo d’antichità di Parma); Calzini-Mazzatinti, Guida di Forlì, 1893; Kunstblatt, 1840, 75, 316, 1843, 101, 122; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, VII, 1912; P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; Mostra dell’Accademia Parmense 1752-1952, catalogo a cura di G. Allegri-Tassoni, Parma, 1952; G. Copertini, Pittori Parmensi dell’800. La pittura e l’incisione in Parma durante il ducato di Maria Luigia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 147-148; P. Ceschi, in Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 438; Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 707; G. Copertini, Pittura dell’Ottocento, 1971, 18-19; P. Martini-G. Capacchi, L’arte dell’incisione in Parma, Parma, 1969, 50; P. Medioli Masotti, Paolo Toschi, Parma, 1973, passim; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1971, 822; San Secondo, 1982, 19; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 256; Aurea Parma 3 1993, 248.

Pellegrino 1606
Fu Commissario di Pellegrino nell’anno 1606.
FONTI E BIBL.: Micheli, Giusdicenti, 1925, 11.


Soragna 1530 c.-post 1589
Figlio di Genesio, notaio di Soragna. Se ne ignora l’esatta data di nascita mancando una precisa documentazione, ma, considerando che il 13 maggio 1555 egli tenne a battesimo, nella chiesa di San Giacomo, Giovanni Francesco di Bartolomeo Piacenza, si può ragionevolmente supporre che il Cornacchia sia nato verso il 1530. Fu d’ingegno aperto allo studio delle lettere e delle scienze e di queste doti e del suo stile brillante rimangono evidenti tracce nella lettera da lui scritta l’8 giugno 1568 ad Agostino Gallo e nella risposta di quest’ultimo, di cinque giorni dopo, entrambe inserite in tutte le edizioni delle Vinti giornate dell’agricoltura dello stesso Gallo. Il Cornacchia fu eletto commissario delle strade e dei ponti dello Stato di Parma l’11 giugno 1558. Aggregato all’Accademia degli occulti di Brescia insieme al conterraneo Corradino Aleotti, il Cornacchia ne fondò una letteraria a Soragna, tra i cui membri si ricordano il marchese Diofebo Meli Lupi, che ne fu presidente, lo stesso Aleotti, Diofebo Cornacchia, un Galeotti e il medico Luca Campagna. Scopo dell’associazione era quello di trattare insieme tutto ciò che ognuno dei membri andava studiando intorno alle scienze, con l’evidente intento di accomunare gli sforzi e i risultati. Un giorno un fulmine colpì la sala delle loro adunanze distruggendo buona parte dell’intonaco e degli stucchi sulle pareti, nonché varie suppellettili: il fatto divenne presto oggetto delle dissertazioni scientifiche dei soci e lo stesso Romanino volle raccogliere le sue osservazioni in sei Dialoghi in lingua italiana, sul modello stilistico del Cortigiano del Castiglione. Questo prezioso manoscritto, già prestato al padre Ireneo Affò e da lui non più restituito, andò perduto alla sua morte. Il Cornacchia fu pure, per molto tempo, al servizio del marchese di Soragna, Diofebo Lupi: lo si ritrova infatti fin dal 1563 quale cancelliere e segretario del predetto Signore e con tale qualifica egli era solito firmarsi in calce a tutti i documenti relativi all’amministrazione del feudo. Nel 1580 fu procuratore dello stesso marchese Diofebo Lupi. Non si conosce il tempo della sua morte, ma certo è che questa avvenne dopo il 1589, anno in cui il Cornacchia è citato, sotto il 3 agosto, in una fede di battesimo del figlio di Diofebo Cornacchia, suo parente.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 654-656; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 641; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 283-284.


Soragna 1757
Capitano, fu ascritto alla nobiltà di Parma con privilegio ducale il 18 agosto 1757, registrato negli atti del Comune il 16 settembre dello stesso anno.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 641.


Soragna-20 ottobre 1820
Fu medico prestantissimo.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico, 1834, 519; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 522.


ante 1796-Parma 1855
Fedele alla corona austriaca, fu ufficiale nell’Azienda dello Stato e dei Conti nel 1816. In seguito fu nominato prima commissario del Distretto di Bettola, poi di quello di Borgo Taro, dopo la riforma delle amministrazioni locali del 1821, quindi nel 1826 fu commissario di Colorno. Dopo la nomina a cavaliere costantiniano, subito dopo i moti del 1831 fu prescelto come nuovo direttore di Polizia (29 marzo 1831), a sostituire il Cattucci, poi come segretario generale presso la Presidenza dell’Interno, carica che tenne fino al 1843, quando fu promosso direttore della Sezione d’amministrazione del Consiglio di Stato, di cui era entrato a far parte come consigliere l’anno precedente. Nel 1846 ottenne la carica di direttore generale del Dipartimento dell’Interno. Deposto dal Governo provvisorio del 1848, Carlo di Borbone lo ricompensò con la nomina a governatore generale della Giunta di Governo, poi a presidente dell’Interno, con la delega agli Affari Esteri (1849-1852). Nel 1850 gli furono conferite le dignità di barone e di grande di Corte. Fu inoltre Senatore di Gran Croce dell’Ordine Costantiniano, Gran Croce dell’Ordine toscano di San Giuseppe, commendatore dell’Ordine di Ferdinando delle Due Sicilie e dell’Ordine Pontificio di San Gregorio Magno e cavaliere dell’Ordine Ottomano del Merito con brillanti. Contro di lui, il marchese Guido Dalla Rosa lanciò velenosi strali, narrando gli avvenimenti del 1849: Presidente dell’Interno, il barone Cornacchia, di nessuna intelligenza, di condotta non troppo regolare, e nel quale i sentimenti di vendetta prevalgono a quelli del proprio dovere.
FONTI E BIBL.: M. Turchi, Trattato segreto di Firenze, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 339; Enciclopedia di Parma, 1998, 263.


Pellegrino secolo XVI
Fu giureconsulto alla Corte di Roma.
FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Bibliografia, 1991, 141.

Pellegrino XVI secolo-Roma primi anni del XVII secolo
Di famiglia originaria di Parma, tra le principali e più antiche, esercitò la giurisprudenza in Parma e quindi fu auditore a molte rote delle principali città d’Italia. Si reputò parmigiano e abitò per lo più a Parma quando non era impegnato nell’ufficio di Auditore. Da ultimo andò a stabilirsi colla famiglia a Roma. Diede alle stampe un volume di Decisioni. Morì in età avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 123; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 137-138.


Pellegrino XVI secolo
Fu giureconsulto alla Corte di Roma.
FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Bibliografia, 1991, 141.


Roncopascolo 1784-Parma 1852
Del Cornazzani, lo Scarabelli Zunti (ms. seconda metà Ottocento, v. IX, f. 113 r. e 167 r.) riporta che nel 1810 studiò all’Accademia di Belle Arti di Parma e praticò l’incisione, che fu bravo pittore di decorazioni e franco e sicuro pittore di paesetti a tempera ed a guazzo e che lavorò, tra il 1839 e il 1847, a tele di commissione ducale. Fu autore di diversi fogli di disegni per litografia dell’Album de’ tentativi sù fogli lignei d’invenzione del Conte Stefano Sanvitale socio di diverse Accademie 1830 (in Biblioteca Palatina di Parma, ms. Parmense 3702).
FONTI E BIBL.: Mantelli, 1830-1867, f. 136 v.; Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 260.


Parma-Borgo San Donnino 1317
Prevosto mitrato, resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1304 al 1317. Ricoprì nella diocesi di Parma le cariche di vicario generale del vescovo Goffredo da Vezzano (1299) e del successore di questi, Papiniano Della Rovere, quindi quelle di vicario del vescovo di Bologna e di canonico faentino. Fu abile diplomatico e come tale gli vennero affidate importanti e delicate missioni. Il 24 novembre 1307 il cardinale Napoleone di Sant’Adriano lo incaricò della causa sorta tra i frati Umiliati di Parma di Capo Ponte e Ugolino Rossi di Niviano e altri. Il 26 giugno 1311 venne inviato in qualità di delegato apostolico a Ravenna per l’arresto dei Templari.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 27.


Compiano 1695/1705
Fu Commissario in Compiano dal 1695 al 1705.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 20.


Parma-Piacenza 1630
Fu dottore in Sacra Scrittura, Canonico e Arcidiacono della Cattedrale di Parma. Insegnò raggion canonica dal 1610 al 1616. Gli successe l’Aiata. Nel 1613 il Comune di Parma gli fece un donativo per benemerenze.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 30.

CORNAZZANI GIACOMO, vedi anche CORNAZZANO GIACOMO

CORNAZZANI GIOVANNI BERNARDO, vedi CORNAZZANO GIOVANNI BERNARDO


Pellegrino 1780/1823
Fu prima notaio (1780), poi giusdicente dal 1791 al 1811. Dal 1806 al 1819 non rogò essendo divenuto Giudice di Pace a Salsomaggiore e a Pellegrino e poi Assessore del Tribunale Doganale di Parma (tali cariche erano incompatibili col notariato). Nel 1823 è ricordato ancora come notaio.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 15 e 20.


Parma XVIII secolo-XIX secolo
Avvocato, apostolo degli Asili infantili aportiani, fu il primo segretario di quella società. Interessanti, sia per la ricostruzione della vicenda degli asili aportiani a Parma ai loro inizi, sia per l’idea educativa che li animava, sono le relazioni che il Cornazzani tenne nelle adunanze dei soci.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 263.


Corcagnano 1809-1886
Figlio di Gerardo. Fu valente magistrato e letterato. Fu assessore del Comune di Parma, incaricato di compilare diversi regolamenti, poi pretore a Borgo Taro e a Parma e infine consigliere e Presidente onorario di Corte di Appello. Ebbe ottima sensibilità artistica: ne sono prova le apprezzate pubblicazioni su alcuni dipinti e miniature che si trovano anche presso la Biblioteca Palatina di Parma. Sono di sua firma sul Dizionario Biografico dello Janelli le biografie di Pietro Pasquali, Gaspare Ortalli e Ferdinando Cornacchia. Cugino e intimo di Pietro Giordani, ne lesse dal pergamo una affettuosa e dotta orazione nella quale toccò distesamente della sapienza e delle virtù, con quel tratto sicuro che poteva avere un uomo, il quale alla molta scienza propria accoppiò l’intima conoscenza della vita domestica, civile e letteraria del Giordani. Ne fu pure esecutore testamentario. È del 1877 il trasferimento del Cornazzani a Bologna, ove fu consigliere di Corte di appello.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1183; R. Giordani, Opere scritte di L.U. Giordani, 1988, 342.


ante 1712-Pellegrino 13 maggio 1774
Fu notaio in Pellegrino dal 1712 al 1774.
FONTI E BIBL.: Micheli, Giusdicenti, 1925, 20.


Parma 1587-Parma 19 settembre 1631
Frate cappuccino predicatore, fu vittima di carità verso gli appestati. Compì la vestizione il 15 novembre 1615.
FONTI E BIBL.: Bertani, Ann. III/III, 488, n. 183; Mussini, Memorie storiche, II, 40-41; F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 540.


Pavia 1576-San Cassiano dei Bagni 5 luglio 1647
Nato da una famiglia oriunda di Parma, monaco prima barnabita e poi cistercense e Priore di santa Croce in Gerusalemme di Roma, fu eletto da papa Paolo V vescovo di Parma il 26 agosto 1615. Il Cornazzani fu consacrato a Roma il 9 dicembre 1615. Il 4 gennaio 1616 il vicario del Cornazzani presentò al Capitolo e agli Anziani di Parma le lettere del Cornazzani con incluso un breve apostolico, che gli dava facoltà di prendere possesso del Vescovado per procura. Il Cornazzani spedì ancora il mandato di procura al vicario, onde pigliasse possesso a suo nome, e con altra lettera lo dichiarò formalmente suo vicario, con promessa di mandargli quanto prima le lettere patenti in forma. Il vicario prese possesso dell’Episcopio a nome del Cornazzani (rogito del notaio Girolamo Magnani) lo stesso 4 gennaio 1616. Il 28 febbraio (seconda domenica di quaresima) il Cornazzani fece la sua entrata solenne in Parma, con l’incontro del clero e dei magistrati, conforme al rito prescritto dal cerimoniale. Il 25 dello stesso mese il Cornazzani fece in Duomo il suo primo Pontificale e dopo la messa si pubblicò l’indulgenza plenaria concessa per autorità apostolica. Il 6 agosto 1618 il Cornazzani cominciò la visita pastorale dalla Cattedrale, intendendo proseguire in tutte le chiese e oratori della città e Diocesi. Sempre nell’anno 1618 il Cornazzani fece la permuta dei due Mezzani con altre terre del Duca, di doppio valore e doppia rendita di quelle della Chiesa. La permuta fu approvata da papa Gregorio XV col parere e voto dei cardinali Bandini, Sacrati e Gozzadini. Il 2 febbraio 1618 il Cornazzani, col Capitolo e i consorziali, andò in processione (coll’intervento del Governatore e degli Anziani) alla chiesa di San Giovanni Evangelista a fare la benedizione delle candele. La cerimonia diede luogo a un certo attrito con l’abate del monastero e i monaci, che si sentirono defraudati di una loro prerogativa. Il 16 febbraio il Cornazzani fece sapere al Capitolo, per mezzo del decano Picolelli, che desiderava che in avvenire alle prediche si portasse l’abito canonicale, anche quando non interveniva il vescovo. Il 21 giugno 1622 deputò ad assistere alla congregazione dei casi di coscienza il canonico teologo Ottaviano Sonico, dottore del Collegio di Parma. L’11 aprile 1622 il Cornazzani, a istanza dei canonici e consorziali, mitigò alcuni suoi decreti sinodali: tolse la sospensione, nel capitolo de disciplina chori, per quelli che non avessero portato in coro la berretta o l’almuzia e la cambiò in una multa di due scudi, rimanendo ferma la sospensione per quelli che non avessero portato la veste talare in coro; ridusse la pena da 100 scudi a 30 per quelli che avessero portato armi (per le armi da fuoco la pena era ad arbitrio del vescovo); così pure ridusse la pena da quatro a un solo scudo per coloro che entro tre mesi non avessero portato l’inventario del loro beneficio all’archivio episcopale, rimanendo ferma la pena di quattro scudi per chi avesse tardato un anno a presentarlo. Nell’anno 1623, essendo insorti alcuni contrasti tra il cardinale Odoardo Farnese, zio e tutore del giovane duca Ranuccio Farnese, e il Cornazzani a causa dei beni della Mensa episcopale e della Ducal Camera, il cardinale Farnese, fece un compromesso nella persona del canonico Alberto Zunti e del padre Girolamo Serravallo da Bologna, professo della compagnia di Gesù, lettore primario di teologia scolastica, dottore collegiato e rettore del collegio di San Rocco di Parma. Questi compromissari ebbero facoltà di trattare e comporre le cose tra il Duca e la Ducal Camera e il Cornazzani e la sua Mensa. Ma forse non riuscirono a conciliare queste differenze perché il 15 settembre 1625 si recò a Parma Clemente Peri, vescovo di Lodi, commissario apostolico di sua Santità, incaricato del maneggio di quest’affare. La costanza del Cornazzani nel vendicare i diritti della sua Chiesa lo espose a frequenti e gravi dissidi, per cui spesso egli governò per mezzo di vicari e stette quasi sempre assente dalla Diocesi. Nel 1625 egli fece ricorso al cardinale di Santa Susanna, prefetto della Congregazione del Concilio, perché il cardinale Farnese voleva assoggettare i suoi giudici e ufficiali alla podestà secolare. Nel 1628, essendo stata dichiarata la festa di Sant’Agata di rito semidoppio dalla Congregazione dei Riti, il Capitolo ricorse alla Congregazione e al Cornazzani, chiedendo se i canonici potevano continuare nella consuetudine di celebrare la festa di detta santa con rito doppio. Il Cornazzani rispose da Roma il 5 maggio 1629 allegando una scrittura del Segretario della Congregazione ove si diceva che le feste dei santi che si solevano celebrare presso certe chiese o corporazioni religiose, non erano state né abrogate né limitate e perciò i canonici potevano continuare a celebrare con rito doppio la festa di Sant’Agata. L’11 maggio 1629 i canonici elessero vicario capitolare il canonico Camillo Picedi, stante la prolungata assenza del Cornazzani e affinché la Chiesa di Parma non ne soffrisse alcun detrimento. Nel marzo 1632 fu licenziato per ordine del Papa il vicario apostolico monsignor Antonini e il Cornazzani mandò al canonico Camillo Picedi la patente con la quale lo elesse suo vicario generale. Il 29 luglio 1636 in Duomo fu ferita gravemente una persona con un colpo di archibugio. Fu allora levato il sacramento e riposto in Battistero e la chiesa rimase sconsacrata. Il canonico decano Prati ricorse al vicario per la riconciliazione e questi a sua volta scrisse al Cornazzani. Egli dispose che la Chiesa fosse riconciliata da un vescovo gradito al vicario, addossando la spesa al Capitolo e alla Fabbrica. In seguito alle proteste del Capitolo, il Cornazzani scrisse nuovamente al vicario, questa volta affermando che, benché fosse persuaso che non toccasse a lui quella spesa, era comunque pronto a sostenerla. Nel novembre 1637 si sparse la voce (poi rivelatasi infondata) che il Cornazzani avrebbe rinunciato alla Diocesi di Parma per passare al governo di quella di Pavia. Nell’anno 1642 fu nominato dal Cornazzani un nuovo pro vicario, Giovanni Battista Ciriano, sacerdote e rettore della chiesa parrocchiale di Sant’Antonio di Padova e consorziale della Cattedrale. Il 29 aprile 1645 il Cornazzani comunicò al Capitolo di avere eletto suo vicario il canonico Carlo Luci. Quest’ultimo esercitò la sua giurisdizione in modo corrotto e persecutorio nei confronti degli ufficiali vescovili. Tanto che il Cornazzani dovette ammonirlo più volte, ma senza risultato. Il 25 settembre 1646 mandò allora a Parma come suo pro vicario Fabiano Barelli, che fu addirittura minacciato di morte nel palazzo vescovile da un emissario del Luci e si vide costretto a fuggire precipitosamente dalla città. Il 18 aprile 1647 il Cornazzani mandò da Roma al canonico Antonio Galeazzo Bernieri la patente di vicario generale: venne così provveduto al bisogno, dopo otto mesi e più che la Diocesi di Parma era senza vicario. Il Cornazzani morì in San Cassiano, ove era andato per fare uso dei bagni per curare una sua cronica infermità. Il suo cadavere fu portato a Roma e sepolto in Santa Croce di Gerusalemme, chiesa del suo Ordine, con questo epitaffio: D. Pompejo Cornazzano papiensi olim priori hujus monasterii ord. cisterciensis et hinc ad episcopatum parmensem promoto, magni animi et ingenii viro parisque constantiae in tuendis juribus ecclesiae suae, pro qua repudiatis urbinate et papiense sacerdotiis inter diuturnas gravesque molestias extorris mori elegit. agnitus tamen sub mortem et desideratus obiit die v. julii MDCXLVII. agens aetatis annum LXXI episcopatus XXXII monachi, relictis ab eo pecuniis, monumentum pp.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 60, 245 e 90; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 178-235; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 241.


Parma 1145/1178
Preposto della Chiesa parmense (come tale appare in un privilegio di papa Eugenio III del 25 febbraio 1146 e nel 1149, in un documento dell’Archivio capitolare di Parma), sarebbe stato a Modena nel 1151, al momento in cui si stipulava l’alleanza tra Modenesi e Parmigiani, alleanza che, secondo l’Affò, egli avrebbe particolarmente caldeggiato. Vi si trovò poi sicuramente nel 1152, anno in cui compare in uno strumento di livello actum in urbe Mutina, in domo Eurardi de Florano per cui egli concedeva, sotto quella forma di contratto, alcuni beni a persone del contado modenese. Nel 1160 il Cornazzano era canonico della Cattedrale di Parma. Con la discesa di Federico Barbarossa in Italia, schieratosi il clero di Parma a favore dell’antipapa Vittore IV, il Cornazzano occupò una posizione di primo piano nella Diocesi, forse anche per la parentela (fratello?) che lo legava a Gherardo da Cornazzano, uno dei capitani dell’Imperatore. Questi, infatti, nel 1158 intervenne a favore del Cornazzano e dei canonici di Parma nella contesa esistente tra i predetti, Enurardo Rachele e il figlio a proposito di due mansi siti in curte de Pizo e in villa Castellunceli. Ma il favore dell’Imperatore per il Cornazzano dovette soprattutto manifestarsi nell’appoggio datogli per l’elezione a vescovo di Parma quale successore di Lanfranco. Quando l’elezione avvenisse, è difficile dire: un termine post quem può essere il 3 febbraio 1162, data alla quale Lanfranco è ancora ricordato come vescovo di Parma in uno strumento rogato dal notaio Calandino. Certamente il Cornazzano era già vescovo il 10 giugno 1162, quando apparve con tale titolo quale testimone in un diploma di Federico I. Il 6 luglio 1162, il Cornazzano concesse in un privilegio, conservato nell’Archivio vescovile e riprodotto dall’Affò, la corte di Campolongo alla Chiesa parmense. Nel settembre del 1163, il Cornazzano si trovava in Toscana presso il cancelliere imperiale Rainaldo di Dassel, come conferma la menzione del suo nome in un privilegio concesso dallo stesso Rainaldo all’abate di Borgo San Sepolcro. Probabilmente subito dopo questa visita egli dovette recarsi presso Vittore IV, che lo creò cardinale prete. Con tale qualifica, egli appare in un documento del 1164, da cui non si desume tuttavia di quale titolo egli fosse cardinale. Sempre nel 1164, al 13 di giugno, in un atto di cessione di una proprietà al preposto Bandino della Cattedrale di Parma, il Cornazzano figura testimonio in qualità di vescovo e podestà dei Parmensi pro imperatore Federico. Ancora nel 1167, il Cornazzano si designa, in un privilegio concesso al Capitolo di Parma, Parmensis episcopus et eiusdem civitatis potestas. Nonostante la ribellione di Parma alla parte imperiale (1167), il Cornazzano appare ancora, nel 1169 come S.R.E. Presbyter Card. et Parmensis Ecclesie Eps. et eiusdem civitatis potestas in una pergamena dell’Archivio capitolare di Parma, ricordata dallo Schiavi. Già il 1° settembre 1172, tuttavia, il Cornazzano non doveva più ricoprire la carica episcopale, poiché a quella data risulta vescovo, da una pergamena dell’Archivio capitolare menzionata dall’Affò, Bernardo II. Del Cornazzano si perdono le notizie negli anni successivi, sino a quando nel 1178, in una querela del Capitolo di Parma al legato pontificio, il cardinale Laborante di Santa Maria in Portico, egli compare quale Maioris Ecclesie Parmensis prepositus ac minister in compagnia di Obizzo di Lavagna. L’avere il Cornazzano mantenuto, nonostante la deposizione da vescovo, la carica di preposto si può probabilmente spiegare con l’intercessione dell’imperatore Federico presso papa Alessandro III in favore dell’antico alleato. Dopo il 1178 non si hanno di lui notizie.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Storia della città di Parma, II, Parma, 1793, 202, 215, 216, 224, 226, 227, 228, 238, 240, 242, 266 e docc. LX, LXVI, LXVIII, LXIX, LXXI, LXXV, LXXX e LXXXVII, in Appendice; P.B. Gams, Series episcoporum Ecclesiae catholicae, Ratisbona, 1873, 745; P.F. Kehr, Italia Pontificia, V, Berolini, 1911, 421; M. Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 120-121; A. Schiavi, La diocesi di Parma, I, Parma, 1925, 91, II, 1940, 238; E. Falconi, in Dizionario biografico degli Italiani, I, 1960, 515.


Borgo San Donnino 1460
Fu podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1460.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.


Parma seconda metà del XV secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 120.


Parma 1406/1409
Fu eccellente capitano, seguace di Ottobono Terzi, suo parente. Nell’anno 1409, trucidato il Terzi, il Cornazzano cercò asilo a Piacenza.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1791, 29-32.


Medesano o Parma 1160/1170-post 1229
Appartenne alla potente famiglia vassallatica della Chiesa di Parma, destinata a guidare le sorti di numerosi comuni italiani attraverso l’esercizio dell’attività podestarile, svolta da alcuni suoi membri. Le origini della famiglia sono state studiate in modo incompleto dal Pochettino, il quale propose la derivazione dei Cornazzano di Parma (che non devono essere confusi con l’omonima famiglia di Piacenza) da un ramo cadetto dei Bernardingi, sia perché furono di legge salica e tennero vasti patrimoni allodiali e feudali nel Parmense, sia perché numerosi nomi della dinastia bernardingia sono ripetuti nell’ambito del gruppo parentale dei Cornazzano. Tali giustificazioni non provano in modo certo la derivazione proposta dal Pochettino e poi accettata dal Bascapé e dalla Dragoni. Successivamente il Formentini (1948) ha ritenuto che i da Cornazzano possano avere origine da un ramo della casata Obertenga, giacché i membri delle due famiglie appaiono citati l’uno accanto all’altro con frequenza in atti di natura privata. Lo Schumann ha sollevato numerosi dubbi su tale ipotesi e non ha assolutamente inserito i da Cornazzano nella genealogia obertenga. È pertanto necessario riproporre il problema delle origini della famiglia. Il primo documento in cui è fatta menzione di un da Cornazzano è il placito tenuto a Parma il 21 novembre 1046 dal messo di re Enrico III, Teutemario. Dal documento si sa che la famiglia aveva avuto in beneficio dal vescovo di Parma, Cadalo, il castello di Pizzo, il grande bosco di Gazzo e i beni immobili della parte massarizia dello stesso territorio, immobili appartenenti ai canonici di Santa Maria di Parma. Queste terre furono al centro di una lunga vertenza che durò sino al termine dell’XI secolo, ma i da Cornazzano continuarono a mantenere il possesso degli immobili, che garantì a essi la dignità di vassalli episcopali. Nel 1051 Oddone da Cornazzano dichiarò anche di essere vassallo del duca e marchese di Toscana, Bonifacio: e alla famiglia dei Canossa il gruppo parentale dei Cornazzano rimase legato almeno sino alla morte della contessa Matilde. Si può pertanto ritenere che questa casata non appartenne né al gruppo comitale dei Bernardingi né alla famiglia marchionale degli Obertenghi, sia perché i suoi membri non sono mai indicati nelle pergamene con il titolo di comites o di marchiones, sia perché non esistono sicure attestazioni per tali discendenze. I da Cornazzano risultano invece legati, anche se di legge salica, con i grandi proprietari terrieri longobardi e con la feudalità dei Canossa e del vescovo di Parma. Alla fine dell’XI secolo un figlio di Gandolfo da Cornazzano, Lanfranco, divenne canonico di Santa Maria di Parma e probabilmente favorì l’avvicinamento dei membri della sua famiglia all’ente ecclesiastico. Infatti Oddone da Cornazzano il 3 agosto 1136, dichiarò con un suo iudicatum che se fosse morto senza figli maschi avrebbe donato la metà delle sue proprietà allodiali, poste nella contea di Parma, alle chiese di San Giovanni e di Santa Maria della stessa città. Dalla donazione Oddone da Cornazzano eccettuò alcuni beni che egli stesso aveva ceduto in feudo o in livello ad alcuni suoi vassalli: egli risulta pertanto senior di una clientela di milites minores, direttamente da lui dipendenti. I beni in questione sembra fossero posti in Sissa, lungo il tratto terminale del corso del Taro, vicino alla corte di Palasone, al castello di San Secondo e al castello di Pizzo. Le proprietà dei Cornazzano erano ancora poste, dunque, nelle località di cui si è detto per l’XI secolo. I rapporti con la canonica di Parma divennero invece molto tesi nella seconda metà del XII secolo, quando i canonici organizzarono una forma di signoria territoriale sul luogo di San Secondo e sui contermini territori di Palasone, Sissa e Pizzo, antiche terre beneficiali dei Cornazzano. L’espansione del Capitolo di Santa Maria costrinse numerosi membri della famiglia ad alienare i loro possessi, posti in quelle zone della pianura parmense, ma ciò non significò la completa rottura tra l’ente ecclesiastico e i da Cornazzano. Infatti nell’ultimo ventennio del XII secolo i rapporti con la Chiesa maggiore di Parma erano divenuti più numerosi e complessi, sino a subordinare totalmente la famiglia nel rapporto vassallatico con l’ente ecclesiastico. Tuttavia nello stesso periodo i da Cornazzano, denominati già nel 1116 cives parmenses, si inserirono nelle strutture del mondo comunale, di cui divennero protagonisti nel corso del XIII secolo. Già nel 1179 Giacomo da Cornazzano fu rettore della Società dei militi di Parma, una potente associazione politica che salvaguardava gli interessi del ceto vassallatico all’interno del Comune. Questa presenza è indice sicuro dell’orientamento della famiglia verso la gestione dei problemi politici di Parma e dell’Italia centro settentrionale, attraverso l’importante carriera podestarile che alcuni dei Cornazzano seguirono durante la prima metà del Duecento. La nuova professione, che univa la tradizionale esperienza militare di questi milites, vassalli dei Canossa e della Chiesa, con la conoscenza e lo studio del diritto, fu inaugurata dal Cornazzano, la cui carriera politica fu certamente molto lunga. Podestà di Parma nel 1192, egli è anche indicato con il termine de Medesano, castello e borgo sulla strada francisca dove il Taro sfocia in pianura, centro di un gruppo di possessi della famiglia. Dopo questa data il nome del Cornazzano ritorna negli atti politici solo nel 1213, quando partecipò come testimone, con Nicola, vescovo di Reggio e i podestà di Parma e di Modena, alla pace sottoscritta tra il marchese d’Este, Aldrovandini, e Salinguerra, capo dei ghibellini nella città di Ferrara. Tre anni più tardi (1216) fu podestà di Reggio, ove fece costruire la torre del palazzo comunale. Durante la sua podestaria (agosto), i Reggiani, alleati con Bologna, si recarono all’assedio di Rimini e dopo la firma della pace tra Rimini e Bologna (1° settembre) riportarono a Cesena ben 1007 prigionieri, liberati dalle carceri riminesi. L’anno centrale dell’attività politica del Cornazzano fu il 1218, quando ricoperse la carica di podestà dell’importantissima città di Cremona: durante questa permanenza politica egli ebbe modo di distinguersi come capo militare e come abile diplomatico, tanto da rappresentare uno dei punti di forza per l’attività politica del giovane Federico II in Lombardia. In questa regione la lega dei Comuni padani, che faceva capo a Milano e che annoverava le città di Piacenza, Lodi, Pavia, Como, Vercelli, Novara e Alessandria, si opponeva da tempo alla coalizione formata da Cremona e Parma. I contrasti di interessi tra le due alleanze erano giustificati con l’adesione della lega milanese al partito di Ottone IV e dall’altra alla causa di papa Innocenzo III e di Federico II. La morte di Innocenzo III nel 1216, la successiva rappacificazione di Milano con la Chiesa e infine la morte di Ottone IV, avvenuta il 19 maggio 1218, non posero fine alla lotta tra i comuni lombardi. Proprio nel maggio 1218 la lega milanese aprì le ostilità. Lo scontro avvenne a Gibello, nella pieve di Altavilla, tra Cremona e Parma (7 giugno) e l’esercito dei Milanesi fu seccamente sconfitto e volto in fuga, mentre numerosi prigionieri furono avviati verso la città di Cremona. Nel settembre dello stesso anno Federico II, desideroso, al pari della lega, di riportare la pace nella pianura padana, indirizzò al Cornazzano una lettera in cui chiese che la fedele e amica città di Cremona gli inviasse ambasciatori per informarlo dei fatti avvenuti nei mesi precedenti e della posizione politica della città in ordine al problema della pace. Conosciuta la posizione cremonese, Federico II delegò a Giacomo da Carisio, vescovo di Torino e vicario reale, l’incombenza della trattativa con il Cornazzano e con la città di Cremona. Il 3 ottobre 1218 il podestà informò il Consiglio Maggiore delle condizioni che Giacomo da Carisio proponeva, tra le quali era la clausola di accettazione delle proposte che avrebbe presentato il legato papale, cardinale Ugo di Ostia, mediatore ufficiale del compromesso tra le città lombarde. Sugli argomenti si era già espresso favorevolmente il Consiglio ristretto dei sapienti di Cremona e pertanto, vista la proposta avanzata dal Cornazzano, anche il Consiglio di credenza diede il beneplacito. Lo stesso giorno il vescovo di Torino, presente a Cremona, fissò, d’accordo con il Cornazzano e i sapienti del Consiglio, i vari punti della trattativa, che avrebbero dovuto essere esposti il 5 ottobre a Parma alle delegazioni dei nemici. Nella città di Parma il Cornazzano, a nome del Comune di Cremona, sottoscrisse un compromesso di pace, che sarebbe stato inviato a Ugo dei Conti di Segni, cardinale vescovo di Ostia, per l’approvazione definitiva. Il 30 ottobre il cardinale legato fu ospite del Cornazzano a Cremona e qui espose le clausole definitive della pace, che fu sottoscritta dai podestà di tutte le città padane interessate il 2 dicembre a Lodi. Le fonti in seguito tacciono sino al 1224, anno in cui il Cornazzano ricoperse la carica di podestà di Pavia, ma nulla si sa del suo operato. Il 10 marzo 1225 egli fu presente a Brescia, in qualità di iudex e di testimone, all’atto con cui Matteo da Correggio rinunciò alla podestaria del Comune della stessa città. Nel 1226 fu per la seconda volta podestà di Reggio e nell’anno successivo podestà di Modena, città in cui realizzò delle fortificazioni. In qualità di capo dell’esercito modenese cominciò la guerra contro Bologna per il possesso del Frignano. L’ultima notizia nota sul Cornazzano risale al 28 settembre 1229, giorno in cui Niccolò, vescovo di Reggio, fissò le condizioni per una tregua tra Bolognesi e Modenesi: il Cornazzano rappresentò in quella circostanza la città di Parma. Dopo questa data non si hanno più notizie del Cornazzano.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, Delle antichità estensi, Mutinae, 1740, II, 3; L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, IV, Mediolani, 1741, col. 437; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 9, 11, 13 s.; Annales Cremonenses, in Mon. Germ. Hist. Scriptores, XVIII, a cura di Ph. Jaffé, Hannoverae, 1863, 806; Annales Cremonenses, in Mon. Germ. Hist. Scriptores, XXXI, a cura di O. Holder-Egger, Hannoverae, 1903, 14; J.F. Böhmer, Acta Imperii selecta, Innsbruck, 1870, 646-653, 774; Codice diplomatico cremonese, a cura di L. Astegiano, Torino, 1898, I, 232; Liber potheris Communis Civitatis Brixie, in Historiae Patriae Monumenta, Leges municipales, XIX, Augustae Taurinorum, 1899, col. 607; E. Mühlbacher, Die Regesten des Kaiserreichs unter den Karolingern (751-919), Innsbruck, 1908, 763; G. Drei, Le carte degli archivi parmensi dei secoli X-XI, Parma, 1928, 169-171, 199, 283, 322; G. Drei, Le carte degli archivi parmensi del secolo XII, Parma, 1950, III, 4, 38, 88, 229, 370, 386, 394, 494-497, 693, 706, 709, 711 s., 715, 721 s., 725, 735, 752, 755, 783; I Placiti del «Regnum Italiae», a cura di C. Manaresi, III, I, Roma, 1960, in Fonti per la storia d’Italia, XCVII, I, 140-143, 208-211, III, 2, 1960, 496-498; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1793, I, 273, II, 267, 276, 280, 300, 323, 329, 334 s., 340, 372, 387, 394, III, 76, 78, 85, 105; C. Vicini, I podestà di Modena, Roma, 1913, 69; G. Pochettino, I Pipinidi in Italia (secoli VIII-XII), in Archivio Storico Lombardo LIV 1927, 41 ss.; F. Schneider, Die Entstehung von Burg und Landgemeinde in Italien, Berlin, 1924, 276; U. Formentini, Turris. Il comitato torresano e la contea di Lavagna dai Bizantini ai Franchi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXIX 1929, 15 ss.; G. Bascapé, I conti palatini del Regno italico e la città di Pavia dal Comune alla Signoria, in Archivio Storico Lombardo LXII 1935, 311; F. Bernini, Come si preparò la rovina di Federico II (Parma, la Lega medio-padana e Innocenzo IV dal 1238 al 1247), in Rivista Storica Italiana LX 1948, 245 s.; B. Dragoni, I conti di Pavia e di Lomello nella prima formazione dell’antico comune pavese, in Bollettino della Società Pavese di Storia Patria XLVII-XLVIII 1948, 49 ss.; U. Formentini, La terza dinastia dei conti di Parma e le origini obertenghe, in Archivio Storico per le Province Parmensi I 1945-1948, 46-50; J. Fleckenstein, Über die Herkunft der Welfen und ihre Anfänge in Süddeutschland, in Studien und Vorarbeiten zur Geschichte des grossfränkischen und frühdeutschen Adels, Freiburg, 1957, 136; E. Hlawitschka, Franken, Alemannen, Bayern, Burgunder in Oberitalien (774-962), Freiburg i. Br., 1960, 244; S. Pivano, Le famiglie comitali di Parma dal secolo IX all’XI, in Studi minori di storia del diritto, Torino, 1965, 278; R. Schumann, Authority and the Commune, Parma 833-1133, Parma, 1973, 60-64; A.A. Settia, Incastellamento e decastellamento nell’Italia padana tra X e XI secolo, in Bollettino Storico Bibliografico Subalpino LXXIV 1976, 26; C. Violante, Quelques caractéristiques des structures familiales en Lombardie, Emilie et Toscane aux XIe et XIIe siècles, in Famille et parenté dans l’Occident médiéval, Rome, 1977, 128; G. Andenna, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 132-134.

CORNAZZANO BERNARDO, vedi anche CORNAZZANO GIOVANNI BERNARDO


Parma 1530/1547
Pittore di prospettive. Il 15 ottobre 1530 fu pagato per decorazioni nella facciata sopra l’altare del coro di Sant’Alessandro (Archivio di Stato di Parma, Archivio del monastero di Sant’Alessandro). L’opera andò distrutta quando, nel 1622, l’architettura fu ricostruita su progetto di G.B. Magnani. Ricevette pagamenti da parte del Comune di Parma alle seguenti date: il 22 settembre 1542 insieme a Leonardo da Monchio per aver dipinto le camere degli Anziani, il 14 dicembre 1542 per aver dipinto il pozolum (poggiolo) e la volta respicientem in plateola parva, il 1° febbraio 1543 per aver dipinto un camerino nel palazzo del Governatore (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni comunali, c. 30), il 17 marzo 1543 per aver dipinto il fregio e le insegne tam Reverendissimi Domini Legati Cispadani, quam Magnificae Communitatis Parmae in una sala del palazzo del Governatore (Ordinazioni comunali, c. 73), il 4 dicembre 1543 insieme a Leonardo da Monchio per aver dipinto 67 braccia di fregio della nuova camera degli Anziani (similmente i due pittori il 30 maggio 1545 ricevettero 66 lire imperiali per aver dipinto un fregio di ottantotto braccia nella porta della sala superiore del palazzo comunale appena costruita). Il 22 e 26 settembre 1545 fu pagato per la pittura sulla porta della sala superiore del Consiglio e per armi e insegne degli Anziani dipinte sul camino della stessa sala (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ragioneria, Ordini e mandati, 1545). Altri pagamenti documentati in: Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni comunali, anno 1545, c. 102, e Mastro d’Entrata e spesa dei Dazii 1545-1550, c. 61: 1545, 30 Maggio. Item nobilis Magistris Francisco Marie de Cornazzano et Leonardo de Monchio pictoribus libras sexaginta sex imperiales vigore policiis; 1545, 30 maggio. Lista delli denari spesi per Messer Cesare dall’Osservara Massaro della Magnifica Confraternita di Parma. E più dato a Francesco Maria da Cornazzano pictore per sua mercede de una tavoleta per li prigioni per dui depinta e dorata; 1545, 20 maggio. Item nobilis magistris Francisco Mariae de Cornazzano et Leonardo de Monchio pictoribus libras sexaginta sex imperiales vigore policis in executione mandati rogati per Dominum Antoninum Bistochum sub die vigesimo mensis maii. Infine fu ancora pagato l’8 maggio 1546 per aver dipinto alcune sale poste nel palazzo del governatore (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni comunali dell’anno 1546).
FONTI E BIBL.: P. Zani, VIII, 48; E. Scarabelli Zunti, III, cc. 138-139; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 325; U. Thieme-F. Becker, VII, 1912; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 439; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 984; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana, II, Milano, 1950; Dizionario Bolaffi Pittori, V, 1974, 126.


Parma 1273/1292
Nel 1275 ebbe la carica di rettore dello Studio universitario di Bologna (Malagola, Monografie sullo Studio Bolognese, Bologna, 1888, p. 134). Il Cornazzano, insieme con vari altri Parmigiani, dal 1273 al 1292 figura anche tra gli studenti illustri dell’Ateneo (Sarti-Fattorini, De Claris Archigymnasii bononiensis professoribus, Bononiae, MDCCCLXXXVIII, II, 314). È forse lo stesso che nell’anno 1305 fu Procuratore del vescovo di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 195.


Parma 1179
Nell’anno 1179 fu rettore della Società dei militi di Parma, potente associazione politica a salvaguardia degli interessi del ceto vassallatico all’interno del Comune.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 132.


Parma seconda metà del XV secolo
Miniaturista attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VI, 1821, 48.

CORNAZZANO GIANBERNARDO, vedi CORNAZZANO GIOVANNI BERNARDO

Parma 1294/1355
Frate dell’Ordine dei Predicatori. Il da Erba, che lo dice coevo all’altro cronista Giovanni Oddi e vivente sotto il pontificato di Benedetto XI, lo qualifica Dottor esimio, Maestro, ed Interprete, e da sciogliere dubbj, e quistioni di Sacra Teología eccellentissimo. Nell’anno 1304 il Cornazzano lesse Teologia nel Convento di Bologna, dove sostenne anche la carica di Consultore della Santissima Inquisizione (Catalogo dei Consultori del Tribunale, ove sotto il detto anno è nominato Fr. Johannes Parmensis Ordinis Praedicatorum Lector in Conventu Bonon). Il Cornazzano, secondo quanto afferma il da Erba, scrisse latini Annali d’anni più che 350 de’ Successi, e Fatti di tutta la Lombardia e, in altro luogo, parlando di Giovanni del Giudice, aggiunge aver questi compendiato un’altra cronaca dagli Scritti di Salimbene di Adamo, di Gioanni degli Oddi, e di Gioanni Cornazzani. Alcuni passi della cronaca di Giovanni del Giudice furono probabilmente copiati dagli Annali del Cornazzano, soprattutto là dove è evidente lo sforzo di raccontare l’origine e le vicende dell’Ordine dei Predicatori in Parma: MCCXXXIII Eodem anno Fratres Praedicatores, qui steterant XII annis in Sancta Trinitate, iverunt ad standum in Capite Pontis in loco, qui nunc dicitur de Martorano. Et ipso anno in tantum floruit devotio Fratris Bartholomaei dicti Ordinis, quod omnes homines, et mulieres, qui ibant post eum, et quod milites, et dominae portabant terram in mantellis, et impleverunt foveam de terra, quae erat ibi, ubi factus fuit illo anno totus locus. MCCXLIII. Fratres Praedicatores de loco, qui modo dicitur de Martorano de Capite Pontis Galeriae, venerunt ad standum in loco ubi modo sunt in Vicinia Sancti Pauli. Un altro passo della Cronaca di Giovanni del Giudice, non potendo essere suo né trovandosi nel Cronico Parmense dell’Oddi, si può ritenere copiato letteralmente dagli Annali del Cornazzano: MCCXXVI. Imperator Federicus Secundus primo venit Parmam postquam fuit coronatus, et tunc ad eum venerunt multi Nobiles, et Comites de Pisis, et de Lucha, et Marchiones Malaspinae, inter quos multos fecit Milites ex eis, et inter eos fecit militem Dominum Corradum de Valecla avum Fratris Lombardini de Cornazzano, quem ego Johannes vidi in aetate annorum LXXX reverendum in domo Fratrum Praedicatorum de Parma dum essem aetatis annorum VII. Tali cose non poté trarle Giovanni del Giudice dal Chronicon Parmense dell’Oddi, ove non sono: dunque le tolse dagli Annali del Cornazzano, ragionevolmente impegnato a registrarle. Conseguentemente si rileva che gli Annali del Cornazzano dovettero essere, al contrario di quanto si è a lungo creduto, tutt’altra cosa e molto diversi dal Chronicon Parmense ascritto all’Oddi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 287-291.

CORNAZZANO GIOVANNI BERARDO, vedi CORNAZZANO GIOVANNI BERNARDO


Parma-gennaio/marzo 1486
Figlio di Giacomo. Noto per la prima volta il 16 ottobre 1458, si conoscono sue miniature appartenenti a questo anno (libri del Coro di San Giovanni Evangelista in Parma) e al 1464 (per il canonico Oddi). Nell’anno 1466 prese accordi con il calligrafo Gregorio Fastasi. La Cattedrale di Parma possiede un suo quadro firmato. Nella Biblioteca Nazionale di Parigi vi è un manoscritto del Vegezio da lui miniato.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, VII, 1912; L. Testi, I corali miniati della Chiesa di San Giovanni in Parma, in La Bibliofilia, aprile-maggio 1918, 6, 12, 20; P. D’Ancona, Dizionario dei miniaturisti, 1940, 87; P. Zani, Enciclopedia Metodica di Belle Arti, I parte, VII, 48; P. D’Ancona, Dizionario dei miniaturisti, 1940, 54; A.M. Bessone Aurelj, Dizionario dei pittori italiani, Milano, 1928; P.A. Corna, Dizionario, Piacenza, 1930; Enciclopedia pittura italiana, II, 1950, 1148; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 439.


Parma 1465/1466
Pittore. Nel 1465 vendette un Messale bello, nuovo per Ducati d’oro trenta (rogito di P. Boni, 12 giugno 1465, Archivio Notarile di Parma) e l’anno seguente ne ricevette il saldo (rogito di P. Boni, 6 dicembre 1466, Archivio Notarile di Parma, vi è detto pittore).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, I, Parma, 1911, 77; P. D’Ancona, Dizionario dei miniaturisti, 1940, 54.

CORNAZZANO GIOVANNI MARIA, vedi CORNAZZANO FRANCESCO MARIA


Parma 1181 c.-Borghetto sul Taro 16 giugno 1247
Appartenente a una delle principali famiglie vassallatiche della Chiesa di Parma, nacque da Gerardo. La famiglia fu titolare di consistenti possedimenti nel contado parmense e agli inizi del secolo XII risultò infeudare a milites minores parte delle sue terre. Nel corso dello stesso secolo, e in particolare nella seconda metà del medesimo, si trovò di fronte al progressivo ampliamento dei possedimenti dell’episcopato parmense. Dal contrasto uscì perdente e dovette riconoscersi vassalla della Chiesa. A questa vicenda appare legata la prima notizia giunta sul Cornazzano e risalente al marzo 1198. All’inizio di questo mese egli, i suoi fratelli Oddone e Gerardo, nonché altri membri della famiglia, alienarono ai da Pizzo alcune terre che questi ultimi già prima tenevano come vassalli dei Cornazzano. Il 12 marzo, poi, i da Pizzo cedettero le medesime terre alla Chiesa di Parma. La progressiva riduzione della consistenza fondiaria e della propria importanza nel contado parmense, peraltro, indusse la famiglia, proprio nella seconda metà del secolo XII, ad accentuare i suoi interessi per la vita politica cittadina. Lo sta a dimostrare, a esempio, l’attività di Bernardo da Cornazzano, legato al Cornazzano da vincoli di stretta parentela, attività di cui si ha notizia a partire dal 1192. E pienamente inserito nella vita comunale si trova il Cornazzano alcuni anni dopo: nel 1224 i Parmensi l’elessero podestà cittadino. Le fonti non indicano i motivi che indussero i Parmensi a scegliere un concittadino come podestà. Egli, comunque, appare già una delle personalità di maggiore spicco nell’ambito comunale, dotato, come ricorda Salimbene, di buona cultura giuridica e religiosa, oltre che di una sicura esperienza di armi. Nel 1237 ebbe inizio la sua intensa collaborazione con Federico II, in qualità di podestà imperiale in comuni padani e toscani. La prima podestaria estrinseca del Cornazzano venne esercitata nella città di Reggio durante il 1237. Le cronache dell’epoca riferiscono in modo preciso il suo impegno militare: in maggio, organizzato l’esercito di Reggio anche con macchine da assedio, attaccò un castello nell’Appennino reggiano e lo distrusse. Ritornato da questa spedizione, nel mese di settembre raccolse tutte le forze, a cavallo e a piedi, del Comune di Reggio e si portò al servizio di Federico II, congiungendo le sue milizie con quelle delle città di Parma e Cremona e con le milizie tedesche e saracene, tutte al servizio dell’Imperatore. Il luogo di incontro fu il castello di Mosio, sulla sponda mantovana del fiume Oglio, tenuto dai Cremonesi. Da questo castello il Cornazzano e le truppe imperiali mossero alla conquista dei centri fortificati bresciani e mantovani: infatti furono assediate e distrutte le rocche di Redondesco, Goito e Guidizzolo. Il 5 ottobre le sole truppe di Reggio, comandate dal Cornazzano, assediarono i due castelli di Carpinedolo e di Casaloldo e nella stessa giornata li costrinsero ad arrendersi. Il 7 ottobre il Cornazzano si accampò con l’Imperatore lungo il corso del fiume Chiese, tra Calcinato e Montichiari, per assediare quest’ultimo castello. La resistenza dei Bresciani fu piegata, dopo numerosi attacchi, il 22 ottobre, quando gli assediati si arresero. Il 2 novembre cadevano anche i centri di Gambara, Gottolengo, Pralboino e Pavone. Gli Imperiali, guidati anche dal Cornazzano, risalirono il corso dell’Oglio, sino a Pontevico. In questa località trovarono, sulla sponda cremonese dello stesso fiume, l’esercito di Milano e della lega lombarda. I due schieramenti si fronteggiarono per circa venti giorni, risalendo lentamente il corso dell’Oglio, e il 27 novembre ebbe luogo la decisiva battaglia di Cortenuova, che vide la distruzione delle forze milanesi. Il servizio prestato a Reggio Emilia convinse l’Imperatore a riutilizzare il Cornazzano come podestà a Lucca, Comune tradizionalmente schierato contro l’Impero ma che proprio dal 1237 aveva cominciato a modificare la propria politica. Si trattava di consolidare questo riavvicinamento attraverso un podestà duttile, esperto nell’arte militare e nel contempo non inviso agli ambienti ecclesiastici. La personalità del Cornazzano rispondeva certamente a codesti requisiti e pertanto venne inviato a Lucca per l’anno 1239: erano con lui due frati minori, Egidio Fasso da Parma e Salimbene de Adam, il fratello di quest’ultimo, Guido, nonché Domafolle da Miano e Giacomo da Maluso (cugino della madre di fra’ Salimbene), come suoi assessori per lo svolgimento dell’ufficio podestarile. All’inizio di febbraio del 1239 si verificò una eclissi di sole e Salimbene de Adam narra un curioso aneddoto che può servire a comprendere la figura del Cornazzano. Dopo l’eclisse egli prese una croce con le proprie mani e procedette in processione per la città, seguito dai frati minori e da altri chierici ed ecclesiastici. Al termine della processione egli predicò intorno alla passione di Cristo e impose la pace alle famiglie discordi. La pacificazione permise di ritrovare una chiara unità politica, cosicché Lucca poté ospitare l’imperatore Federico II e quindi appoggiare con le proprie truppe la penetrazione in Lunigiana, in Gerfagnana e in Versilia di Oberto Pallavicino, che nel 1240 fu nominato vicario imperiale per quelle terre. Al termine del suo servizio a Lucca il Cornazzano fu chiamato dalla vicina città di Arezzo a ricoprire la carica di podestà. Nel corso del 1240 riuscì a riportare la città nell’ambito imperiale e a consolidare tale passaggio con una visita di Federico II, il quale fu suo ospite. Le fonti non forniscono ulteriori notizie sul Cornazzano sino al 1244, quando fu nominato podestà di Cremona, succedendo al conte Lantelmo da Cassino, un alto funzionario imperiale. Il Cornazzano portò con sé a Cremona un suo consanguineo, Egidio da Cornazzano, per ricoprire la carica di console di Giustizia. I rapporti tra l’Imperatore e la città di Cremona furono intensificati dalla presenza del Cornazzano, che già nel gennaio 1244 ottenne da Federico II un diploma per il Comune, in cui si confermò ai Cremonesi la concessione del castello di Roncarolo, fatta il 15 agosto 1242 dal re Enzo, allora legato imperiale in Italia. La conferma celava certamente la richiesta di impegno dei Cremonesi nelle file dell’esercito imperiale: alla fine di febbraio infatti una coalizione di Pavesi, Cremonesi e Tedeschi era penetrata in territorio piacentino, con la precisa finalità di distruggere le forze guelfe ivi stanziate. Ma il 5 marzo 1244 il podestà di Piacenza, Azzo da Pirovalo, sconfisse duramente gli Imperiali e catturò numerosi prigionieri cremonesi. La città aveva bisogno di essere attentamente presidiata e così re Enzo vi soggiornò con il Cornazzano dal maggio sino al luglio. Terminata la podestaria cremonese, il Cornazzano ritornò a Parma, ove operò come uno dei principali sostenitori del partito ghibellino che era guidato da Bertolo Tabernario, suo cognato (il Cornazzano ne aveva sposato la sorella Auda). Il governo ghibellino aveva suscitato forti malcontenti in città che avevano riacceso le speranze dei guelfi parmensi, esuli a Piacenza. Nel giugno 1247 questi ultimi, guidati da Ugo di San Vitale, Ghiberto di Gente e Gerardo di Arcili, mossero contro Parma. Il 16 attaccarono, approfittando dell’assenza del grosso dell’esercito imperiale. Lo scontro ebbe luogo a Borghetto sul Taro e si concluse con una decisiva vittoria guelfa. Il Cornazzano, insieme con altri capi ghibellini, venne ucciso. I suoi figli trovarono rifugio nella città di Vittoria, fondata da Federico II per contrastare la potenza di Parma, ormai passata al campo guelfo. Quando anche la vicenda di Federico II si concluse, la famiglia Cornazzano tornò a operare nel ristretto ambito del contado parmense, titolare di beni allodiali e legata da vincoli feudali con la Chiesa cittadina.
FONTI E BIBL.: Chronicon Parmense ab a. 1038 usque ad a. 1338, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Annales Arret, maiores et min., in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV, I, a cura di A. Bini-G. Grazzini, 5; Cronichetta cremonese in continuazione del Chronicon Cremonese già ed. dal Muratori nel t. VII dei Rerum Italicarum, a cura di F. Odorici, in Archivio Storico Italiano 2 1856, 24; Annales Parmenses maiores, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XVIII, a cura di Ph. Jaffé, Hannoverae, 1863, 667; J.F. Böhmer, Acta Imperii selecta, Innsbruck, 1870, 791; E. Winkelmann, Acta Imperii inedita, Innsbruck, 1880, I, 546, 554, 557 s., 561; S. Bonghi, Le cronache di Giovanni Sercambi lucchese, Roma, 1892, in Fonti per la storia d’Italia, XIX, I, 31; Codice diplomatico cremonese, a cura di L. Astegiano, Torino, 1898, II, 186; Annales Cremonenses, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXXI, a cura di O. Holder-Egger, Hannoverae, 1903, 17; A. Milioli, Liber de temporibus et aetatibus et Cronica imperatorum, in Monumenta Germ. Hist., XXXI, a cura di O. Holder-Egger, Hannoverae, 1903, 459 s., 511; Cronica fratris Salimbene de Adam ordinis minorum, in Monumenta Germ. Hist., XXXII, a cura di O. Holder-Egger, Hannoverae, 1905-1913, 93, 164, 188, 374, 586; G. Drei, Le carte degli archivi parmensi del secolo XII, Parma, 1950, III, 604 ss.; Tholomei Lucensis Annales. Die Annales des Tholomeus von Lucca in doppelter Fassung, nebst Teilen der Gesta Florentinorum und Gesta Lucanorum, in Monumenta Germ. Hist., Script. rerum Germanicarum. Nova Series, VIII, a cura di B. Schmeidler, Berolini, 1930, 307; I. Affò, Storia della città di Parma, III, Parma, 1793, 118, 181; G. Tommasi, Sommario della storia di Lucca, Firenze, 1847, 76 s.; M. Ohlig, Studien zum Beamtentum Friedrichs II in Reichsitalien von 1237-1250 unter besonderer Berücksichtigung der süditalienischen Beamten, Kleinheubach am M., 1936, 70, 72; F. Bernini, Come si preparò la rovina di Federico II (Parma, la lega medio-padana e Innocenzo IV dal 1238 al 1247), in Rivista Storica Italiana LX 1948, 245 s.; A. Mancini, Storia di Lucca, Firenze, 1950, 92; U. Gualazzini, Aspetti giuridici della signoria di Uberto Pelavicino su Cremona, in Archivio Storico Lombardo LXXXIII 1956, 23; G. Andenna, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 134-136.

CORNAZZI, vedi CORNACCHIA


Parma 1485
Calligrafo e tipografo in Venezia nel 1485.
FONTI E BIBL.: I. Affò; F. da Mareto, Indice Archivio Storico, 1967, 247.


Colorno 16 aprile 1785-1° marzo 1834
Barcaiolo, sposò nel 1808 Maria Ferrarini. Fu assunto in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 20 aprile 1816 come garzone di cucina e dal 1° marzo 1825 come aiutante della dispensa.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 307.


Parma I secolo a.C.
Di condizione incerta, madre di Cannutia Tigris, che le pose un’epigrafe attribuibile al periodo imperiale (adprecatio in formula D.M.), perduta ma ancora documentata a Parma alla fine del XV secolo. Il nomen Cornelius, frequentissimo ovunque, ampiamente documentato a nord del Po, presente anche nella regio VIII, deve la sua enorme diffusione principalmente alla concessione della libertà e della cittadinanza a innumerevoli schiavi di uccisi e proscritti operata da Silla. La presenza dei Cornelii nella parte occidentale della Cispadana, testimoniata nella Tabula Veleiate, dove numerosi sono i personaggi di tal nome, nonché i fundi Corneliani, potrebbe inoltre essere giustificata dall’azione ivi svolta nel corso del II secolo a.C. da personaggi di rilievo appartenenti a quella gens, in particolare C. Cornelius Cethegus, console con Q. Minucius Rufus nel 197 a.C.: patres consulibus ambobus Italiam provinciam decreverunt ut bellum cum Gallis Cisalpinis, qui defecissent a populo Romano, gererent. Le campagne di C. Cornelius Cethegus contro i Galli e poi contro Galli e Liguri, gli procurarono l’onore del trionfo. In seguito, un secondo personaggio appartenente alla gens Cornelia, P. Cornelius Cethegus, console nel 181 a.C., ebbe prorogato l’imperium in Liguria per l’anno seguente, trasferì i Liguri Apuani nel Sannio e celebrò un trionfo. Bassilla è cognomen romano molto diffuso dappertutto, presente, anche se piuttosto raramente, in Transpadana, documentato nella regio VIII forse solo in questo esempio di Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 83-84.

CORNELIO DI BUSSETO, vedi MAJAVACCA CORNELIO

CORNEN, vedi ROSSI CORNELIO


-Parma 11 maggio 1907
Combatté nel 1860 al Volturno meritando il grado di Ufficiale.
FONTI E BIBL.: L’Emilia 12 e 15 maggio 1907, nn. 52 e 55; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 404.


Parma 1557/1573
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1° luglio 1557 al 31 ottobre 1573.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 22; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 18.

CORNICH GIACOMO, vedi CORNISH GIACOMO


San Secondo 1804-Parma 1846
Fu incisore di riproduzione, allievo del Toschi.
FONTI E BIBL.: P. Bellini, Storia incisione, 1985, 409.


Parma 1496/1522
Il Cornigli fu un colto sacerdote. Investito il 2 novembre 1496 del Beneficio di San Giovanni Decollato in Cattedrale a Parma, esercitò con perizia l’arte del calligrafo. Era già vecchio quando nel 1522 scrisse e miniò un Graduale per la badessa Giovanna da Piacenza, del cui monastero ebbe la cura spirituale. Scrisse libri corali per San Quintino e per la Cattedrale di Parma. Nel rogito di nomina del 1496, del notaio Angelus de Michaelibus, si dice di lui: presbiterum dominum Laurentium de Cornilio idoneum est sufficientem tam in litteratura quam in celebrando (Archivio Capitolare, arca B XVII, 31). Il Graduale (terminato l’8 aprile 1522) fu venduto al momento dell’abolizione del Monastero di San Paolo e poi smembrato di tutte le pagine miniate.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, III, 274; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani (continuate da A. Pezzana), VI, parte 2a, 274-277; G. Zarotti, Codici e corali, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1968, 215.


Parma 1918-Parma 8 novembre 1992
Figlio di Attilio. Dopo aver conseguito il diploma in ragioneria, il Cornini entrò nell’azienda familiare di commercio del carbone che aveva sede in via Trieste, divenendone Presidente alla scomparsa del padre. L’azienda sviluppò nel corso degli anni le sue attività passando dalla vendita del carbone a quella dei prodotti petroliferi da riscaldamento e affini. Decano dei commercianti dei prodotti petroliferi, il Cornini fu per molti anni Presidente del sindacato provinciale Assopetroli, divenendo anche consigliere nazionale della stessa associazione. Vice presidente dell’industria grafica fratelli Zafferri, fu inoltre a lungo Presidente della sezione di Parma dell’Associazione Nazionale Carristi, con la qualifica di Colonnello in congedo. Il suo nome resta legato all’eroica impresa che lo vide protagonista il 9 settembre 1943. Con i gradi di tenente, aiutante maggiore, faceva parte del 433° Battaglione Carristi di stanza a Fidenza. Poco dopo la proclamazione dell’armistizio, i reparti tedeschi occuparono i punti chiave della città. All’alba una colonna di carristi italiani entrò in Parma con l’ordine di andare a presidiare la zona del Ponte Caprazucca. Ma una volta arrivata a Barriera Bixio, la colonna (i cui collegamenti erano tenuti dal Cornini, a bordo di una moto Guzzi militare), venne investita dal fuoco dei Tedeschi. Un carro, colpito in pieno, si incendiò in Piazzale Marsala. Gli Italiani ebbero sei morti e venti feriti, i Tedeschi una trentina di morti. Nello scontro il Cornini si comportò da eroe. Mentre la battaglia infuriava, gli diedero ordine di recarsi con un altro carrista al comando in Pilotta per illustrare la situazione e ricevere ordini. Incurante dei proiettili che arrivavano da ogni direzione, il Cornini e il suo compagno avanzarono a bordo della moto. Poi, dopo aver deciso di tornare indietro avendo la strada sbarrata da postazioni nemiche, si imbatterono in due soldati tedeschi che avanzavano con le pistole spianate. Il Cornini, che guidava la moto, finse di rallentare, poi accellerò di colpo. Mentre a tutta velocità percorreva Viale dei Mille, un proiettile colpì il Cornini a un braccio, ma arrivò comunque in Piazzale Bixio. Fattosi medicare, ritornò in azione. La battaglia, ormai impari, si prolungò fino alle 8,15. Finite le munizioni, resi inutilizzabili i mezzi, i carristi italiani cessarono la lotta. Qualcuno fuggì, altri furono catturati. Per questo episodio il Cornini fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 novembre 1992, 3.


Parma XVI/XVII secolo
Verseggiatore, vissuto tra il XVI e il XVII secolo.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, in Aurea Parma 3-4 1959, 199.


Borgo San Donnino 24 agosto 1676-Borgo San Donnino 18 ottobre 1745
Di comune accordo, con testamento del 26 febbraio 1744 a rogito del notaio Antonio Maria Pirani, il Cornini e la moglie Maria Maddalena Malpeli fondarono un’opera pia ecclesiastica per l’erezione in Borgo San Donnino di un ospedale, sotto il titolo e l’invocazione di Gesù, Giuseppe e Maria, a sollievo dei poveri infermi. I coniugi disposero che l’ospedale fosse allogato nella loro casa di abitazione, opportunamente trasformata, posta nelle vicinanze della soppressa chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, che si erigesse nelle adiacenze dell’ospedale un pubblico oratorio sotto lo stesso titolo e invocazione per le necessità religiose dei ricoverati e inoltre che sia l’ospedale che l’oratorio fossero in perpetuo alle immediate dipendenze, per quanto concerneva l’amministrazione spirituale e temporale, dell’ordinario diocesano. I beni lasciati dai coniugi Cornini consistettero, oltre che nella loro casa di abitazione, in due fabbricati, in poderi per oltre 400 biolche parmigiane e in alcuni capitali di censo. Posero come sola condizione che tali beni avrebbero dovuto essere destinati allo scopo che essi si erano proposto alla data di morte del coniuge usufruttuario sopravvissuto all’altro. Deceduta infatti il 22 aprile 1759 la superstite Maria Maddalena Malpeli all’età di 85 anni, il testamento divenne esecutivo e l’ordinario diocesano, monsignor Girolamo Bajardi, nella sua qualità anche di esecutore testamentario, provvide all’erezione sia dell’ospedale che dell’oratorio. Questi erano situati sull’area dove poi sorse il Cinema Teatro Corso. L’ospedale fu in seguito ulteriormente dotato da monsignor Alessandro Garimberti, successore di monsignor Bajardi, il quale ne curò anche l’amministrazione sino al 1796, fintanto cioè che con la venuta in Italia di Napoleone Bonaparte furono estesi anche all’ex Ducato parmense gli ordinamenti della Repubblica francese, che prevedevano la soppressione degli enti ecclesiastici o la loro trasformazione. Al Vescovo succedette, conseguentemente, il Consiglio degli Anziani di Borgo San Donnino. L’istituto rimase funzionale sino al 1920. In quell’anno, le cattive condizioni statiche dell’edificio e i più rigorosi criteri igienico-sanitari ne consigliarono il trasferimento in altra sede più rispondente, che fu scelta nell’ex collegio delle Dame Orsoline.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 122-123.


Parma 1759/1787
Sacerdote, cappellano e maestro di canto dei dieci chierici alla chiesa della Steccata di Parma. Sostituì il sacerdote Sacchini dal 1759 al 1787.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1759-1787; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168.


Parma-post 1829
Flautista, con l’accompagnamento della Ducale Orchiestra il 9 dicembre 1829 suonò al Nuovo Teatro Ducale di Parma in un pot-pourri di Luigi Finali e in un tema di Rossini.
FONTI E BIBL.: Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma seconda metà del XIX secolo
Disegnatore litografo, fu attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 47.

CORNISH GIACINTO, vedi CORNISH GIACOMO


Parma 1837-Parma 25 gennaio 1910
Figlio del direttore di scuderia alla Corte di Carlo III di Borbone. Visse sino a diciotto anni a Parma, poi venne mandato a studiare a Firenze, dove completò gli studi. Già in una delle prime opere, il Ritratto della madre Sara (Parma, Galleria Nazionale) rivelò quelle doti d’introspezione e le capacità disegnatve che ne fecero uno dei migliori ritrattisti parmigiani dell’Ottocento. Quest’opera, eseguita nel 1886, vene donata all’Accademia per la nomina del Cornish a Membro accademico residente. Tra le opere migliori si ricordano ancora: Fanciulla di casa Cristiani (Parma, raccolta privata), Ritratto della Regina Vittoria d’Inghilterra, conservato dagli eredi, e un busto rappresentante la moglie del Cornisch, che si dilettò anche di scultura.
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Milano, 1971, 143-145; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 441.


Collecchio 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Noncurante del pericolo, coraggiosamente si adoperava nel trasportare, sotto il fuoco nemico, le salme dei superiori morti sul campo (Derna, 27 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Parma 1471
Figlio di Antonio. Nell’anno 1471 si trova iscritto nella Matricola dei Notai Parmensi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 545.


Roccabianca 1831
Fu tra gli autori della rivolta in Roccabianca durante i moti del 1831. Il suo nome figura nell’elenco degli inquisiti di Stato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 156.


Parma 16 settembre 1873-Roma 8 febbraio 1931
Figlio di Pietro. Giornalista, poeta, librettista e romanziere versatile, scrisse soprattutto di varia letteratura. Dapprima commesso nello studio dell’avvocato Berenini, esordì giovanissimo alla ribalta letteraria con il settimanale Il Piccolo Corriere, da lui diretto, che gli valse polemiche e querele. Diresse poi, con vivacità e brio, Per l’Arte, finché si trasferì a Roma, gettandosi a capofitto nel grande giornalismo della capitale. L’onorevole Faelli lo introdusse al Capitan Fracassa e da Roma fu corrispondente e collaboratore assiduo della Gazzetta di Parma, dopo esserne stato un tenace avversario. Scrisse a getto continuo: era capace di tradurre venti romanzi al mese (autori preferiti Zola e Hugo) e, nello stesso tempo, di scrivere per conto suo. Predilesse le novelle piccanti e talora pornografiche, ma nessuno dei suoi libri fu mai sequestrato. Pubblicò: Le supreme tristezze (Milano, 1890), L’esiglio (Parma, 1897), L’ignota (Parma, 1898), Ritmi (1899), Racconti strani e sentimentali (1902), Olympia, corista di operette (1903), La fine di Don Giovanni (1910). Scrisse anche libretti d’operetta, tra i quali: Dalle balze del Trentino, operetta-rivista, in collaborazione con E. Novelli, musica di Costantino Lombardo (Roma, 1915), Prestami tua moglie, tre atti, musica di Ruggiero Leoncavallo (Montecatini, 1916), Gustavo il Buonalana, tre atti, da Paul de Kock, musica di Pietro Sassoli (Roma, 1915), Amami Alfredo, tre atti, musica di Ettore Bellini (Torino, 1918), A chi la giarrettiera?, tre atti, musica di Ruggiero Leoncavallo (Roma, 1919), Per uno schiaffo, tre atti, musica di Alessandro Onofri, I boccioli di rose, da Emil Zola, musica di Alessandro Onofri (Roma, 1916), È arrivato l’ambasciatore, musica di Ettore Bellini (Roma, 1920), La fine del turco, musica di Luigi Rizzola (Milano, 1915), Selvaggia, in collaborazione con Tommaso Cioffi, musica di Ettore Bellini (1922), Potichon, per musica di Ettore Bellini, Non era in letto, musica di Umberto Mancini (Roma, 1921), Rossini, musica di Ettore Bellini e A. Curci (1922), La camera misteriosa, musica di Vincenzo Lombardo-Alonzo (Palermo, 1925), Quel povero commissario, musica di Virgilio Marone (Roma, Teatro Eliseo, 9 novembre 1925), il trittico Dietro il paravento, Tutto rubano, Venite mi annoio, musica di Alberto Ghislanzoni (Roma, Teatro Eliseo, 16 dicembre 1925) e le riviste Montecinemacatino, un atto, e Cinema-justice, un atto, entrambe con musica di varî autori.
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 73; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 216; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 55-56.


Parma 22 maggio 1914-Milano 25 maggio 1990
Il Corradi si avvicinò giovanissimo al mestiere di giornalista. Era ancora un ragazzo quando gli capitò di ascoltare una conferenza di Pietro Bianchi (destinato a diventare uno dei maggiori critici cinematografici italiani). Bianchi, che lavorava al Corriere Emiliano di Parma, chiese se c’era qualcuno, nel pubblico, che fosse disposto a provare come si lavora da giornalista. Il Corradi si offrì e lavorò senza risparmiarsi e senza ricevere una lira (1938). Quando, non molto più tardi (1941), la Gazzetta di Parma ebbe la possibilità di assumerlo, il Corradi abbandonò immediatamente il suo posto di insegnante. Fu chiamato a fare il redattore capo ma, dopo appena due mesi, dovette partire per la seconda guerra mondiale come tenente di complemento degli alpini. Fu in Grecia e in Russia (inverno 1943-1944). Il suo valore gli meritò una medaglia d’argento (trasse in salvo due battaglioni prossimi all’accerchiamento). Con il libro La ritirata di Russia il Corradi raccontò la tragica vicenda di quella guerra. Al ritorno dalla Russia, andò a Milano e fu presentato a Filippo Sacchi del Corriere della Sera. Messo alla prova, fu finalmente assunto nell’ottobre del 1945. In seguito (1974) passò al Giornale di Montanelli. Fu inviato speciale in tutto il mondo, soprattutto dove guerre e rivoluzioni rendevano arduo e pericoloso il compito. I resoconti che ogni sera mandava al giornale, sono spesso di una bellezza straordinaria. Incantavano lettori lontani che, pur non conoscendo la ricerca ossessionante del Corradi, intuivano il messaggio concreto di chi aveva vissuto in prima persona una realtà terribile, non esagerando mai con gli aggettivi. Fu in Vietnam, in Cambogia e in Algeria. Con Alberto Cavallari e Indro Montanelli fu uno dei tre giornalisti che arrivarono per primi a Budapest durante l’invasione russa del 1956. A oltre 70 anni d’età, fu ancora inviato in Afghanistan.
FONTI E BIBL.: G. Torelli, in Gazzetta di Parma 26 maggio 1990, 1 e 5; M. Chierici, in Corriere della Sera 26 maggio 1990, 3.

Parma 1499
Figlio di Bartolomeo. Nell’anno 1499 si trova iscritto nella Matricola dei Notai Parmensi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 545.


Parma 1761/1805
Violinista, nel Carnevale del 1761 suonò a Parma nelle opere buffe rappresentate nel Teatro ducale e nell’agosto 1773 negli spettacoli teatrali per la nascita del principe Lodovico di Borbone. Poi lo si trova tra i suonatori accordati per un triennio a suonare nell’Accademia teatrale. Alla Cattedrale di Parma prese parte alle funzioni dal 7 aprile 1776 fino all’anno 1800 e alla Steccata di Parma dal 1766 al 1805.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 202.


Parma 1769/1778
Ripetitore dei balli alla Reale Scuola di Ballo di Parma, esplicò nel Carnevale del 1775 e in quello del 1778 tale mansione anche negli spettacoli allestiti al Teatro Ducale (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli borbonici, b. 4). Era stato attivo anche in occasione delle feste nuziali del 1769 (Archivio di Stato di Parma, Teatri e Spettacoli borbonici, b. 5). L’11 dicembre 1777 fu nominato ripetitore dei balli dei principi con un soldo di 1500 lire all’anno (Ruolo dei provigionati dal 1766).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Colorno 2 agosto 1751-Parma 26 ottobre 1818
Sposò nel 1770 Anna Rojo di Coloro. Fu cuoco al servizio del duca Ferdinando di Borbone, poi, dal 1° aprile 1816, aiutante di cucina in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 307.

CORRADI GIACOPONE, vedi GIACONE CORRADO


Parma 1454
Figlio di Antonio. Si trova iscritto nella Matricola dei Notai Parmensi all’anno 1454.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 545.


Collecchio 1894-Capo Sile 2 luglio 1918
Tenente del 2° Reggiment Granatieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Alla testa dei suoi uomini, incurante del pericolo attaccava con irresistibile impeto e mirabile ardimento una mitragliatrice nemica che minacciava la nostra linea sul fianco, finché colpito da una granata avversaria, vi lasciava gloriosamente la vita.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 90a, 5592; Decorati al valore, 1964, 33.


Mezzani 1895-Fagarè 16 novembre 1917
Figlio di Paolo. Geniere del 2° Reggimento Genio, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Pieno d’ardimento di fronte al pericolo, incuorando e trascinando i compagni, si slanciava su di una mitragliatrice nemica in azione, per catturarla e veniva colpito a morte a pochi metri dalla stessa.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, Dispensa 34a, 2392; Decorati al valore, 1964, 56.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Architetto civile e disegnatore, fu attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 89.


Parma 1828/1831
Marchese, fu sottotenente della Guardia Ducale di Parma. A San Lazzaro Parmense possedette la villa Marchi e a Collecchiello la corte poi Bocchi e terreni circostanti. Fu consigliere anziano di Collecchio nel maggio 1828.
FONTI E BIBL.: L. Gambara, Le ville parmensi; O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831; Malacoda 9 1986, 36.


Parma 9 febbraio 1896-Roma 19 marzo 1986
Figlio di Arrigo e Ausonia Mazzadi. Pur essendo medico, partì volontario con gli alpini nella guerra del 1915-1918. Dal 1920 al 1922 frequentò il Corso di specializzazione in chirurgia della bocca all’Università di Vienna. Nel 1927, all’età di 32 anni, fu nominato professore incaricato di Stomatologia alla facoltà di Medicina dell’Università di Parma: fu il più giovane cattedratico d’Italia. Tra i suoi allievi ebbe Rusconi e Piero Pavesi. Negli anni Trenta organizzò a Parma il Congresso mondiale di Stomatologia. Fu il primo congresso internazionale di medicina nella storia della città. Nel 1936 partì volontario per la guerra d’Etiopia, come responsabile dei servizi medici della divisione 28 Ottobre. Si distinse nella battaglia di Passo Uarieu, durante la quale si prodigò nel medicare i feriti, rincuorando i suoi soldati. Al ritorno a Parma, tenne una conferenza al Teatro Regio, esaltando il valore dei Parmigiani in terra d’Africa. Nel 1937 lasciò Parma e aprì uno studio in Addis Abeba. Quando scoppiò la seconda guerra mondiale combatté col Duca d’Aosta a Cheren e fu tradotto prigioniero in India. Al ritorno in patria, ripartì per il Venezuela, dove si dedicò all’insegnamento nell’Istituto Nacional de Odontologia, in Caracas. Poi tornò a Roma come direttore del reparto di Stomatologia dell’Ospedale militare del Celio.
FONTI E BIBL.: C. Corradi, in Gazzetta di Parma 7 aprile 1986, 3.


Parma 1640/1650-Venezia 1702
Del tutto ignoti sono gli itinerari della sua formazione letteraria nonché gli avvenimenti esterni, tranne il lungo soggiorno veneziano (almeno trent’anni), sino alla morte. A Venezia lavorò come librettista per alcuni dei più eminenti compositori allora attivi e la sua posizione nell’ambiente teatrale fu di un certo spicco: suoi lavori furono accolti nei maggiori teatri della città (in particolare il Teatro Grimani) e anche a Dresda, Mantova e Modena e per essi poté valersi di collaboratori tra i più reputati, come lo scenografo Tommaso Bezzi detto lo Stucchino. Nei libretti vengono pure rammentati gli scenografi G.B. Lambranzi, Ippolito Mazzarini, Giuseppe Sartini e il costumista Gasparo Pellizzari. Del Corradi sono noti ventitré melodrammi, alcuni più volte ristampati e tutti con una buona presenza ai cataloghi delle biblioteche, ciò che, per altra via, conferma un successo già certificato dalla notorietà stessa dei compositori che si valsero di lui. L’esordio avvenne nel 1674 con La schiava fortunata, stampata a Venezia e a Modena (quando si omette l’indicazione del luogo di stampa il libretto si intende stampato a Venezia), libretto che rifaceva quello della Semiramide di A. Moniglia, già musicato nel 1667 da M.A. Cesti. Il melodramma rappresentò anche l’esordio veneziano del compositore Marcantonio Ziani, uno dei maggiori del tempo, attivissimo poi a Venezia fino a quando, nel 1700, passò a Vienna. Lo Ziani fu anche l’operista con il quale, in un arco venticinquennale, il Corradi collaborò più regolarmente e frequentemente (cinque melodrammi), ma negli anni subito successivi, tra il 1675 e il 1687, egli diede quattro testi a Giovanni Legrenzi, un musicista del quale non molto è rimasto ma tra i più eminenti del tempo (La divisione del mondo, 1675; Germanico sul Reno, 1676, Reggio, 1677, Bologna, 1680; Il Creso, 1681; I due Cesari, 1683), e quattro a Carlo Pallavicino, assai legato, oltre che a Venezia, al teatro di Dresda (Il Vespesiano, 1678, 1680, Modena, s.d. ma 1685, Ferrara, 1687, Bologna, 1695; Il Nerone, 1679, con una nuova edizione accresciuta l’anno stesso; L’Amazzone corsara, 1688, Bologna, 1688, Vicenza, 1690; La Gierusalemme liberata, 1687). La divisione del mondo è di argometo mitologico: crude guerre sorgono tra i Celesti per opera di Venere. Giove ripristina la pace dando a Nettuno lo scettro del mare e a Plutone l’impero di Dite. Il dramma si affida, più che all’invenzione narrativa, alle risorse di una visione parodistica e allo spettacolo scenografico, di cui anche le didascalie, oltre che le attestazioni del tempo, fanno intravvedere il carattere mirabolante. Con questo libretto si chiuse la fase mitologica delle opere del Legrenzi. Con il Germanico sul Reno si aprì la successiva fase del melodramma storico, al quale, nel caso specifico, è affidato un messaggio di solenne moralità, che il vincitore di Arminio soffre sì pene d’amore e di guerra, ma, in fine, mostrando che l’eroe vero non soggiace alla cieca passione e alle bramosie dell’ambizione. Il Vespesiano (col quale si inaugurò il Teatro San Giovanni Crisostomo) tocca il tema sentimentale della decadenza parlando della monarchia latina giunta all’estremo Occaso delle sue Glorie. Il Nerone, che è dramma di singolare tumefazione barocca, coinvolge il tiranno in una esotica storia orientale. L’Amazzone corsara è la storia di una bisbetica domata, ché Alvilda, figlia del re dei Goti, si dà alla pirateria per sottrarsi a un amante importuno, al quale peraltro si concede quando è ferita dall’apparente disprezzo dell’uomo. La Gierusalemme liberata, preparata per il teatro di Dresda, è forse il più singolare dei libretti del Corradi, testimonianza, sia pur minima, della fortuna del più nobile di tutti i Poemi. L’esercizio di distorsione che il Corradi compì sul testo tassiano è interessante e neppur tanto spregevole: il taglio melodrammatico dà spicco a Eros fin dal primo atto, dove il rilievo maggiore tocca alla lussuriosa prigionia di Rinaldo. Tancredi e Arideno, qui condotti prigionieri, sono accolti da Rinaldo con un affetto che diviene asprezza quando Tancredi dice empia Armida, la quale giuoca con grazia patetica sul presentimento dell’infelicità, cogliendo così l’essenza popolare e spettacolare del melodramma. Anche nel secondo atto spicca il labirintico giardino d’Armida, con un mirabolante momento metamorfico quando i cavalieri imprigionati vengono tramutati in animali, piante e marmi, poi venendo riportati alla forma primitiva. Rinaldo si vede nello specchio e Armida si ritrova sola, abbandonata dall’empio fellon. Il terzo atto è in prevalenza guerresco, ma con vistosi effetti patetici. Nel 1688 e 1689 tornò allo Ziani, rispettivamente con L’inganno regnante overo l’Atanagilda Regina di Gottia, dove la materia barbarica ha colore di commedia degli equivoci, e con Il Gran Tamerlano, che svolge anch’esso intrighi incrociati (Zelida moglie di Baiazette è desiderata da Emireno figlio di Tamerlano, Roselana figlia di Baiazette è desiderata da Tamerlano), in un racconto che ha un forte sostrato erotico. Nel 1690 compose due libretti per un musicista minore, Paris Alghisi: L’amor di Curzio per la patria, dove è esaltato il sacrificio dell’eroe, che consente lo scioglimento felice della storia amorosa e procura la pace tra Romani e Sabini, e Il trionfo della continenza. Nel 1691 cominciò l’operosa collaborazione con un allievo del Legrenzi, il bresciano Carlo Francesco Pollarolo: l’Alboino in Italia (musicato, in collaborazione col Pollarolo, anche da Giuseppe Felice Tosi), che narra, attraverso un intrigo privo di ogni coerenza psicologica, l’uccisione in Roma di Alboino per mano di Emichilde, la Iole regina di Napoli (1692), dove Federico II viene incognito alla Corte napoletana, invaghito per fama della bellezza della regina, Gli avvenimenti d’Erminia e di Clorinda sopra il Tasso (1693), esplicitamente presentati come seguito del precedente e fortunato melodramma tassiano, l’Amage regina de’ Sarmati (1694) e l’Aristeo (1700). Riprese nel frattempo la collaborazione con lo Ziani per il Domizio (1696), su materia di storia romana, e per L’Egisto re di Cipro (1698), con acceso colorito di esotismo. Ovviamente degna di nota è la collaborazione col giovane Tommaso Albinoni, al quale il Corradi diede due libretti (Tigrane re d’Armenia, 1697, e Primislao primo re di Boemia, 1697, rappresentato nel 1698 e ancora pubblicato nel 1701 e 1704) per due opere accolte con molto favore, delle quali peraltro non restano gli spartiti. Il Tigrane narra trame di corte in Armenia, il Primislao è ambientato in Boemia e narra l’ascesa al trono di un contadino, prelevando da fonti come l’Historia bohemica di Enea Silvio Piccolomini un racconto leggendaro di cui sono esaltati gli aspetti fiabeschi. Postumo infine fu pubblicato l’ultimo melodramma del Corradi, La pastorella al soglio (1702, Roma, 1712, Mantova, 1717), storia del Medioevo inglese, musicata, dicono le fonti, da vari compositori. La gamma così varia degli argomenti drammatici va correlata al gusto e alle predilezioni del pubblico piuttosto che a scelte consapevoli del Corradi, il quale fu evidentemente indifferente. Nei libretti del Corradi il dramma, oltre che psicologicamente immotivato, è quasi sempre riducibile a uno schema assai semplice che propone una situazione di partenza sulla quale si innesta un imprevisto, ma ristabilisce poi l’ordine iniziale secondo una visione armonica dei sentimenti. Il Corradi non si discosta dal gusto medio del melodramma tardoseicentesco neppure nella forte coloritura esotica che viene conferita a ogni argomento e nella predilezione costante per gli apparati scenografici vistosi e talora stupefacenti. I suoi drammi non vivono dunque per valori autonomi, ma per l’accorta aderenza al gusto e alle convenzioni di una fervida vita teatrale. L’approssimazione è spesso evidente e talora persino dichiarata, come nell’Alboino, steso frettolosamente in poche ore, e nel Creso, pure preparato in breve tempo per una rappresentazione che si direbbe imprevista o anticipata. Nella lunga fortuna del Corradi non si rifletté certo una travagliata elaborazione del linguaggio melodrammatico, ma s’incarnò la capacità di avere chiare sempre le ragioni della produzione teatrale, come anche si vede bene nel gioco accorto delle dedicatorie, rivolte a personaggi sempre di grande autorità.
FONTI E BIBL.: F.S. Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, V, Milano, 1752, 476; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789-1797, V, 285-289, VI, 835 (contributo fondamentale); G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VIII, Milano, 1824, 744; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, Genova, 1877, 129 (dipende in tutto dall’Affò); V. Malamani, A proposito di un Nerone goldoniano, in Giornale Storico della Letteratura Italiana, V, 1885, 206; A. Belloni, Il Seicento, Milano, 1955, 422, 425; C.E. Tanfani, Corradi Giulio Cesare, in Enciclopedia dello spettacolo, III, Roma, 1956, col. 1514; Storia dell’opera, Torino, 1977, ad Indicem; M. Capucci, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 316-318.


1689-Parma 1759
Figlio di Giovanni. Nato da famiglia nobile, fu notaio. Aggiunse al proprio il cognome Cervi, derivato alla famiglia dal matrimonio con la contessa Orsola Rubiani, figlia di Giovanni e di Rosa Cervi. Orsola Rubiani portò al Corradi una vistosissima dote, pervenutale dall’eredità Cervi, essendosi la famiglia Cervi spenta in Francesca Maddalena, sposa al conte Alessandro Gigli, e in Rosa, madre di Orsola.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 545.


Noceto 2 luglio 1924-Noceto 9 febbraio 1997
Assiduo alle manifestazioni artistiche, sia con personali sia con la partecipazione a collettive, ottenne numerosi premi e riconoscimenti. Tra questi, il Premio Salsomaggiore (1955), il Premio Rocca di San Secondo (1955) e il Premio Pavullo nel Frignano (1957). Sue opere si trovano in collezioni italiane e straniere (Roma, Novara, Torino, Milano, Londra, Dublino, Madrid e Los Angeles).
FONTI E BIBL.: A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1971, 826.


Felino 1881-Sala Baganza 1960
Ristoratrice, detta Sèvra. Nel 1906 si trasferì da Collecchio a Sala Baganza, ove iniziò il commercio ambulante di generi alimentari per mezzo di una rudimentale e caratteristica carriola. In seguito impiantò una piccola trattoria in una baracca di Via Zappati, alla quale diede il nome di Sèvra. Grazie al tratto garbato e alle sue capacità culinarie, il locale della Corradi andò sempre più progredendo e acquistò notorietà a Parma e fuori. Alla sua morte, la Corradi lasciò il ristorante al figlio Erminio.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 104.


Zibello 5 marzo 1921-Fidenza 23 novembre 1997
A ventitré anni fu consacrato sacerdote. Uno dei suoi primi incarichi fu tra i giovani della parrocchia di San Michele di Fidenza. Giornalista pubblicista, uno dei più anziani iscritti all’Albo, diresse per vent’anni il settimanale diocesano Il Risveglio, salvandolo da una crisi che sembrava senza ritorno e facendone la voce, attenta ai cambiamenti, della Chiesa locale. Creò la collana dei Quaderni fidentini, una rassegna di borghigianità, patrimonio affettivo, culturale e storico della comunità. Egli stesso scrisse volumi assai apprezzati, come Quattro passi per Fidenza, più volte andato esaurito, e in occasione del centenario del Patrono collaborò alla prestigiosa pubblicazione San Donnino. Ma l’istituzione che lo vide più a lungo impegnato fu la casa protetta, di cui divenne cappellano nel 1946, fresco di ordinazione sacerdotale. Il Corradi ricoprì ruoli di responsabilità in seno alla Chiesa fidentina: fu Canonico del Duomo, fece parte del consiglio pastorale e fu in seguito nominato direttore dell’Ufficio Beni culturali della Docesi. Ebbe anche l’incarico di cappellano dell’Associazione Volontari Ospedalieri.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 novembre 1997, 30.


Parma 1848-1921
Figlio di Filippo Napoleone Benedetto e di Emerita Galli. Tecnico di ottima preparazione, intraprese e condusse lavori nel settore industriale ed edilizio. Tra le sue opere principali vanno ricordate la tranvia a vapore da Borgo San Donnino a Salsomaggiore e la sistemazione del Canale maggiore. Nel 1866 combatté con Garibaldi a Bezzecca. Al ritorno riprese gli studi e si laureò in ingegneria civile. Consigliere comunale di Parma, fu oculato amministratore.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 56.


Parma 21 marzo 1805-Parma 4 gennaio 1879
Quartogenito e ultimo figlio del marchese Giuseppe Antonio e di Teresa Carolina dei marchesi Paveri di Fontana Pradosa. Quando suo padre morì nel 1838, di tutta la ricchezza della nobile casata dei marchesi Corradi Cervi non erano rimasti che pochi beni, briciole di un fasto troppo lussuoso per i tempi ormai mutati. Non è dato sapere il grado di studi raggiunto dal Corradi Cervi: dovette compiere senz’altro gli studi medi superiori, non preoccupandosi, com’era costume di molti nobili, di accedere alle aule dell’Ateneo parmense. Con decreto di Maria Luigia d’Austria del 16 dicembre 1824 fu nominato Alfiere delle Guardie Ducali di Parma. Il 1° aprile 1828 il Corradi Cervi ricevette una lettera dal podestà del Comune di San Donato con la quale gli si comunicò che la Delegazione del Governo di Parma lo aveva nominato Consigliere Anziano del predetto Comune. Poco più di un anno e mezzo dopo il Corradi Cervi fu nominato con decreto 9 giugno 1829 e sino al 31 dicembre 1831 Sindaco di San Donato. Dimostrò competenza e spiccate doti amministrative, tanto da passare, allo scadere del mandato, al Ministero delle Finanze, ove con decreto 30 dicembre 1846 fu nominato segretario della Divisione del Dipartimento. Il Corradi Cervi sposò Emerita Galli, figlia di un imprenditore edile del Ducato. Da lei ebbe nel 1847 Sofia, che a vent’anni venne stroncata da una broncopolmonite, nel 1848 un maschio, Alberto, e infine nel 1856 Filippo. Nel 1848 fu nominato prefetto della Lunigiana parmense. I comuni affidati alle sue cure furono Pontremoli (sede di Prefettura), Zeri, Mulazzo, Bagnone, Villafranca e Flattiera. La prima cura che si prese fu di arrivare a istituire una condotta veterinaria, viste anche le necessità della popolazione e la possibilità di far coprire detta carica da un veterinario del luogo. Ne riferì al Governo in data 20 giugno 1851. La proposta fu vagliata dal Dipartimento dell’Interno e la condotta venne istituita con decreto ducale 4 aprile 1852. Il Corradi Cervi nel contempo si preoccupò di favorire anche l’istruzione e, dopo oltre un anno di faticose pratiche per coordinare le diverse esigenze dei comunelli componenti Zeri, vagliate attentamente le domande, si premurò di corredarle delle informazioni morali e politiche relative agli aspiranti a coprire le due cattedre. Sempre riferendone al Dipartimento di Grazia, Giustizia e Buon Governo, riuscì a trovare le due stanze che concedevano agli alunni delle frazioni interessate di percorrere il minor tratto di strada possibile per recarsi a scuola. Intanto il duca Carlo di Borbone promosse il Corradi Cervi con decreto 6 maggio 1850 a Luogotenente titolare delle Reali Truppe di Parma. Lo stesso anno, con dichiarazione sovrana 14 gennaio 1852, lo promosse al grado di Capitano Onorario al seguito delle Reali Truppe e con determinazione sovrana del 14 gennaio 1851, il Corradi Cervi ricevette il grado di Maggiore. Il Corradi Cervi si mise a studiare a fondo i problemi della popolazione, promuovendo iniziative dei singoli comuni e patrocinando l’istituzione di una condotta ostetrica nel Comune di Filattiera, condotta che riuscì a ottenere con decreto dell’8 maggio 1852. Il buon esito della prima condotta veterinaria, istituita come detto nel 1852, diede buoni risultati. Si sentì perciò il bisogno di istituire una nuova condotta, la quale, dietro dettagliata relazione del Corradi Cervi e col parere favorevole del Dipartimento compentente, venne istituita con decreto del 7 giugno 1853. Il veterinario titolare della prima condotta ebbe i comuni di Pontremoli, Zeri e Mulazzo, il nuovo collega ebbe giurisdizione sugli altri tre comuni di Bagnone, Villafranca e Filattiera. Dopo l’assassinio del duca Carlo di Borbone (26 marzo 1854), la vedova, per far dimenticare le intemperanze del marito, destituì senza alcuna indennità gli sgherri del Bassetti, nel contempo non lasciò al loro posto nessuno dei funzionari nominati dal marito. Il Corradi Cervi venne così nominato Sovrintendente alle Contribuzioni dirette, dove rimase sino al 1859. Nel 1861 fu mandato con tale grado a Perugia. Vi rimase tre anni, decurtato dello stipendio per adeguarlo a quello di gradi simili dell’Amministrazione savoiarda, finché, poiché nel frattempo la moglie si era gravemente ammalata, chiese e ottenne la pensione per portarsi presso di lei a Parma. La moglie morì 12 marzo 1866, all’età di nemmeno 42 anni. Il Corradi Cervi fu Cavaliere dell’Ordine di San Lodovico.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 546; Parma economica 11 1966, 12-15; Palazzi e casate di Parma, 1971, 151.

CORRADI CERVI GIAN FRANCESCO, vedi CORRADI CERVI GIOVANNI FRANCESCO MARIA


Parma 12 aprile 1729-Parma 1798
Figlio del marchese Giuseppe Maria e Ursula Rubiani. Fu promosso capitano nelle milizie ducali di Parma nel 1786. Sposò la contessa Francesca Scacchini ed edificò in Parma il palazzo della famiglia. Come cultore appassionato di musica, fu socio di varie accademie. Egli acquistò dalla famiglia Cantelli di Parma il feudo di Piantonia coll’annesso titolo marchionale trasmissibile ai discendenti maschi legittimi e naturali, di cui ottenne l’investitura dal duca Ferdinando di Borbone con Rescritto del 14 settembre 1795.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 546; Palazzi e casate di Parma, 1971, 150.


Parma 20 luglio 1766-Parma 1837
Figlio del marchese Giovanni Francesco e di Francesca Scacchini. Fu Tenente Colonnello delle Guardie Urbane, Cavaliere dell’Ordine di San Giorgio e Ciambellano di Corte di Maria Luigia d’Austria. Sposò nel 1795 Teresa dei marchesi Paveri Fontana di Fontana Pradosa. I coniugi Corradi Cervi furono amantissimi di musica, tanto che mantennero a loro spese un quartetto stabile che si esibiva nei ritrovi aristocratici e ancora nel Casinetto Petitot, in fondo allo Stradone, allora massimo ritrovo mondano.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 546; Palazzi e casate di Parma, 1971, 150.


Parma 1876 c.-
Figlio di Alberto, fu presidente della Camera di commercio di Parma. Nel 1929 fu vice presidente del Consiglio Provinciale dell’Economia Nazionale e presidente della Federazione Provinciale degli Industriali di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 546.


Parma 15 maggio 1904-Parma 13 agosto 1982
Nacque da una nobile e distinta famiglia. Laureatosi in legge, più per volontà della famiglia che per scelta personale, conseguì successivamente la laurea in lettere presso l’Università di Bologna, discutendo una tesi in Topografia dell’Italia antica su Modena romana. Dopo un breve periodo trascorso come insegnante di lettere nelle scuole medie superiori, divenne direttore della Biblioteca e dell’Archivio Comunale di Parma. In questa veste si dedicò al potenziamento della Biblioteca arricchendola di tutte le pubblicazioni che riguardavano in modo specifico Parma e il suo territorio. Particolare cura e amore pose nel ricercare documenti di ogni tipo (opere a stampa, manifesti) riguardanti il Teatro Regio, raccolta che sfociò poi in diverse pubblicazioni. La passione e l’interesse per l’archeologia lo portarono a collaborare fattivamente con la Direzione del Museo Archeologico Nazionale di Parma, tanto da essere nominato Ispettore onorario alle antichità, carica che tenne fino al 1968. Come studioso, i suoi interessi spaziarono dalla letteratura (basterà ricordare i volumi di poesie, le commedie, le sue memorie, opera quest’ultima a cui tenne in modo particolare, ma rimasta inedita), alla storia dell’arte, alla musica (sua grande passione), alla storia, all’archeologia e alla topografia antica. Soprattutto queste ultime costituirono i settori a cui il Corradi Cervi dedicò il suo impegno maggiore di studioso. Allievo di maestri come Pericle Ducati e Arturo Solari, per i quali nutrì sempre una profonda ammirazione e venerazione, si occupò di numerosi aspetti archeologici e topografici dell’Emilia occidentale, non tralasciando però tutti i problemi principali della storia della regione Emilia Romagna. Fondatore, con Giorgio Monaco e altri studiosi, del Comitato di Studi Preistorici dell’Emilia Occidentale, che ebbe breve ma intensa vita, pubblicò i risultati di scavi condotti nella zona di Casaltone di Sorbolo. Come Ispettore onorario seguì i lavori della rete fognaria di Parma e di ricostruzione post-bellica, pubblicando puntualmente le strutture che venivano via via alla luce, contribuendo così in misura determinante alla conservazione e trasmissione di quei dati senza i quali non sarebbe stato possibile ricostruire l’aspetto urbano di Parma romana. Fu grazie a questa sua attenta e appassionata opera, condotta spesso con mezzi inadeguati alle tante urgenze del momento, se si poté seguire l’evolversi di Parma dalla sua fondazione nel II secolo a.C., alla sua massima espansione nel I secolo d.C. e al suo restringersi all’interno di una cinta più ridotta nella tarda antichità. Il settore però che il Corradi Cervi predilesse fu quello topografico, in cui mise a frutto quel patrimonio di conoscenze e, soprattutto, quella rigorosa impostazione metodologica che gli veniva dall’insegnamento del Solari. Esperto grecista e latinista, profondo conoscitore dei territori che veniva via via investigando, il Corradi Cervi lasciò opere fondamentali e dalle quali non si può prescindere, come quelle sulla via Aemilia (1938), quella sui municipia ignoti dell’VIII regione augustea, pubblicata nello stesso anno, quella su Tannetum (1935), quella sull’evoluzione di Piazza Grande di Parma (1962) e quella sull’iter di Magnenzio in Italia nel 350 d.C. (1964). Se difficilmente la sua produzione andò al di là di un orizzonte corografico emiliano, tuttavia egli appartenne a quella categoria di studiosi solidamente formati su problemi generali i cui interventi, condotti con metodo e novità di contributi in ambito areale ristretto, costituirono un apporto insostituibile alla ricostruzione delle vicende storiche generali. Fu membro attivo della Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi e di quella modenese e fu anche collaboratore della rivista Aurea Parma sin dal 1931. Compose musica, più per sé che per gli altri (bello il suo Intermezzo per organo, pubblicato nel 1956) e alcune sue romanze per canto e pianoforte si suonano con piacere (Magia, Porte chiuse). Scrisse poesie in lingua, che chiamò Nugae, bagattelle. Stava anche per raccogliere in volume le sue composizioni poetiche dialettali: intitolò il manoscritto La sigàla in-t-al formént, per significare che l’insetto canoro era ormai caduto dall’albero e gettava il suo ultimo canto. Forse non è neppure in questi versi liricamente commossi, ma di trama un po’ fragile e scoperta, che il Corradi Cervi appare come autentico scrittore in dialetto. Le sue cose migliori restano i tre robusti atti storici La Féra ’d San Giuzèp e l’atto unico Al Generäl Mosètta (entrambi pubblicati nel 1971). Del Corradi Cervi sorprende la multiformità degli interessi e la capacità di passare con mente e contributi sempre positivi ad argomenti apparentemente assai lontani l’uno dall’altro. Così, accanto al suo fondamentale studio sulla Topografia di Parma romana imperiale, si trovano alcune precisazioni sulla biografia del Grapaldo, una importante Cronologia del Teatro Regio, una Guida di Parma più volte ristampata, che sostituì degnamente l’ormai inservibile guida del Pelicelli, e addirittura una Guida dell’Appennino (in collaborazione con Giacomo Pighini) che testimonia la lunga dimestichezza che il Corradi Cervi ebbe con l’alta Val Cedra, in particolare con Valditacca. Le sue pubblicazioni di carattere archeologico sono più di cinquanta. A esse si devono aggiungere importanti studi sulla toponomastica e la topografia medioevale della città di Parma (antichi ospedali, ponti medioevali, nomi di luogo legati ad arti e mestieri), oltre a diverse monografie sull’ubicazione delle genti liguri o su personaggi contemporanei (Caterina Verugoli, Albino Umiltà, Glauco Lombardi).
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Corradi Cervi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1982, 31-34; Aurea Parma 2 1982, 192; Al Pont ad Mez 2 1983, 95-96.

CORRADI CERVI TERESA, vedi PAVERI FONTANA TERESA


Parma 1892-1962
Venne nominato, per concorso, insegnante nel Conservatorio di Parma nel 1923. Fece parte dell’orchestra della Scala di Milano, diretta da Arturo Toscanini. Professore di corno, suonò con vari complessi sinfonici in Italia e all’estero. Tenne la cattedra a Parma fino al 1952, anno in cui andò in pensione. Fu insegnante di valore: i suoi allievi ricoprirono posti di primo piano sia come insegnanti che come esecutori.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 105.


Coduro 23 marzo 1916-Algeri 13 gennaio 1943
Rimase orfano del padre (morto nella guerra 1915-1918) in ancora tenerissima età. Affrontò da allora con la madre, il fratello e le due sorelle un susseguirsi di duri sacrifici. Spinto da purissimo ideale, partì volontario nell’Arma aeronautica. Partecipò a più di cento azioni di guerra meritandosi diverse decorazioni al valor militare. Queste le motivazioni del ministero della Difesa aeronautica per le onorificenze ricevute dal Corradini: medaglia di bronzo al valor militare, (cielo del Mediterraneo e Grecia) partecipava su apparecchio da bombardamento a numerose azioni su importanti basi nemiche e fortemente difese; in ogni più difficile circostanza, malgrado la violentissima reazione, che più volte colpiva il suo velivolo, si prodigava con grande valore per assolvere i compiti a lui affidati, dimostrando alto senso del dovere e sereno sprezzo del pericolo; croce di guerra al valor militare, (cielo di Salonicco, 8 gennaio 1941); medaglia d’argento al valor militare, (cielo del Mediterraneo, gennaio 1943) effettuava diversi voli di guerra, uno dei quali su lontana munita base aeronavale nemica, dimostrando sprezzo del pericolo, volontario per un’azione, in condizioni difficili di volo, non faceva ritorno. Fu insignito anche di tre croci di guerra al merito.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 28 gennaio 1989, 23.


San Benedetto Po 1912-Parma 15 marzo 1999
Si diplomò all’Istituto d’arte Paolo Toschi di Parma e poi all’Accademia di belle arti di Bologna. Tenne mostre personali a Livorno, Parma, San Benedetto Po e Soresina. Non si sposò e visse con una sorella, scomparsa la quale e data la tarda età, trascorse gli ultimi tempi nella Casa protetta Padre Lino di Parma. Del Corradini, Tiziano Marcheselli nel volume Cento pittori a Parma, del 1969, scrive: Forte disegnatore e colorista acceso, rientra ancora in quel realismo sociale che andava per la maggiore dopo la guerra. Una pittura immediata e corposa, simile al carattere immediato e aperto dell’autore. Un pittore esuberante, come quei personaggi pur palpitanti nel bianco e nero e quel colore che giunge a mazzate nei gialli e nelle terre bruciate, e per la posizione politica, di aperta sinistra, che lo inserisce spesso in varie manifestazioni. Anche se poi i quadri di Corradini che girano per le mostre sono quasi sempre gli stessi: la contadina color salmone con le pannocchie in grembo o il contadino coricato sulla terra marrone che lo avvolge. Il tutto materico e violento, dipinto su tela di sacco granulosa. Una potenza disegnativa (i bambini affamati dagli occhi sbarrati) propria di un grande artista: ma sono le caratteristiche umane, di pittore distratto, dispersivo, poco pratico, che lo fanno spesso deviare prima di concludere efficacemente sulla tela una figurazione saldamente costruita. Corradini è fatto così; se fosse più pratico, forse sarebbe Guttuso. Il Corradini si attivò in più campi, dalla pittura sociale e impegnata politicamente a quella ceramica, che amò e per la quale avrebbe voluto realizzare una sorta di museo stabile. Rappresenta (con Arnaldo Scaccaglia, Remo Gaibazzi, Arnaldo Spagnoli, Giancarlo Colli, Alberto Valeo e Walter Madoi) quella generazione di artisti che vissero in prima persona il periodo bellico, schierandosi contro il fascismo e costruendo anche una forma di arte relativa, aggressiva nella forma e coraggiosa nei contenuti.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 17 marzo 1999, 8.


Parma 1646/1656
Sacerdote, fu musico alla chiesa della Steccata di Parma dal 10 gennaio 1646 al 17 settembre 1656.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Borgo San Donnino 1747
Frate e falegname. Nell’anno 1747 realizzò gli armadi in noce nella sagrestia dei Cappuccini a Borgo San Donnino, poi trasferiti in parte nella Gran Madre di Dio.
FONTI E BIBL.: T. Bergamaschi, 1968, 9; Scheda ds. in Soprintendenza Beni Artistici e Storici di Parma, Fidenza; G. Godi, Artigiani del Settecento, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1979; Il mobile a Parma, 1983, 258.

CORREGGIAIO MATTEO, vedi CORREGGIO MATTEO

CORREGGIO, vedi ALLEGRI ANTONIO


Parma 1552 c.-23 ottobre 1591
Figlio di Gerolamo e di Paola Piloja, cuoca di casa. Fu legittimato nel 1553, con conferma imperiale del 1571. Il padre gli costituì Medesano in patrimonio, gli aprì casa in Parma e lo lasciò erede del condominio di Correggio, sostituito nel 1579 dallo Stato di Rossena a causa delle contese suscitate nei cugini. Sposò verso il 1577 Ippolita Torelli. Morì in conseguenza della frattura di una gamba.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. III.

Parma 1323
Figlia di Giberto. Sposò Gianquirico Sanvitale di Parma. Donna di virile coraggio, allorché il marito nel 1323 venne posto in carcere su accusa e istigazione della famiglia Rossi, volle vendicarlo e liberarlo. Per quanto prossima a essere madre, si pose alla testa di 100 cavalli e tentò di recarsi a Piacenza per sollecitare soccorsi al Legato. Costretta a deviare presso Fiorenzuola, si recò a Cremona, ove venne accolta benignamente da Ponzino Ponzone. Poté più tardi raggiungere alla testa dei suoi soldati Piacenza, ma la sua fatica fu inutile perché il Legato non volle interessarsi al suo caso. Seguì la sorte del marito, che, scarcerato ma bandito, soltanto dopo molti anni di esilio poté tornare a Parma.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, Milano, 1819; F. Orestano, Eroine, 1940, 317.


Parma 1303 c.-Milano estate 1362 o 1364
Nacque da Giberto e dalla sua seconda moglie, sposata nel 1301, appartenente alla famiglia dei da Camino. Fanciullo fu avviato alla carriera ecclesiastica e verso i quindici anni, nel 1318, divenne preposto di Borgo San Donnino. Ciò gli assicurò una posizione di rilievo nel mondo ecclesiastico parmigiano e una ricca prebenda, senza troppi incomodi, in quanto la prepositura era retta da un suo vicario, il canonico carpigiano Guido Castaldi. La condizione ecclesiastica non gli impedì di partecipare alle vicende politiche della sua famiglia, specialmente da quando, dopo la morte del padre (25 luglio 1321), che lo aveva lasciato erede assieme con i tre fratelli di tutti i suoi beni, dovette, non ancora ventenne, impegnarsi con loro nel duro compito di rientrare in Parma. I figli di Giberto da Correggio poterono rimettere piede in città tre anni più tardi, nel 1325, quando i Rossi, loro principali avversari, fecero atto di sottomissione alla Chiesa e furono costretti a pacificarsi con loro e a richiamarli in città su istanza del legato papale Bertrando del Poggetto, nelle cui file militava Simone, il fratello maggiore del Correggio. In questi anni i Correggio ottennero dal Papa anche l’assoluzione dall’accusa di fellonia con cui Enrico VII di Lussemburgo aveva colpito il padre Giberto nel 1312, per il tradimento e il passaggio al servizio della parte guelfa e del re Roberto di Napoli. In cambio i Correggio appoggiarono l’opera del legato in Lombardia nella lotta contro i Bonaccolsi e gli Estensi e divennero ben presto padroni del territorio che si estende tra la Tagliata e il Po, lasciando ai Mantovani quasi solo l’inespugnabile castello di Reggiolo. Il legato concesse poi loro ogni potere su queste terre, ma essi, poco più tardi, dopo una violenta incursione di Passerino Bonaccolsi su Guastalla, preferirono rinunciarvi. Anche i Rossi militarono nell’esercito del legato Bertrando del Poggetto e le sue vittorie, con la conseguente necessità di tenerselo amico, sembrarono attenuare le discordie tra le famiglie parmigiane. Proprio in quegli anni il Correggio e il fratello Simone con Marsilio e Andreasio Rossi condussero assieme le trattative per far ottenere la Signoria di Padova a Cangrande della Scala. Ben presto, però, la presenza di Lodovico il Bavaro in Italia permise a Rolando Rossi di rendersi maggiormente autonomo dal legato e di divenire, di fatto, Signore della città di Parma. Quando Gianquirico Sanvitale, i Correggio e l’esercito della Chiesa marciarono uniti contro di lui, stipulò una pace separata col legato nell’intento di isolare i fuorusciti parmigiani. Ma non vi riuscì: quando infatti si recò a Bologna per l’accordo definitivo, fu imprigionato dal legato che mandò di nuovo i suoi uomini in aiuto dei Correggio e dei fuorusciti. Allora Marsilio e Pietro Rossi, fratelli di Rolando, per ottenere aiuti nella guerra passarono decisamente dalla parte dell’imperatore Lodovico il Bavaro. Dopo un anno di lotte e di distruzioni, nell’agosto del 1330 i Correggio non riuscirono a impadronirsi della città di Parma neppure con una congiura da loro preparata anche nei minimi dettagli con l’aiuto di alcuni cittadini, scoperti e suppliziati da Marsilio Rossi, nominato subito dopo dal Bavaro vicario imperiale di Parma. Il viaggio in Italia di Giovanni di Lussemburgo re di Boemia indusse i Rossi, nel marzo del 1331, a rivolgersi a lui per mantenere il proprio potere. La contropartita fu, come al solito, la pace tra le fazioni e il rientro dei fuorusciti: un mese più tardi il Correggio e gli altri della sua famiglia entrarono in Parma e furono solennemente ricevuti dal Re. Non appena quest’ultimo si fu allontanato dalla città, nacquero le antiche discordie e i Correggio riedificarono le loro case distrutte, ne acquistarono altre contigue e si costruirono una vera e propria fortezza tra la piazza della Cattedrale e quella del Comune, pronti questa volta a resistere. I Rossi però, con l’aiuto del re Giovanni di Lussemburgo, da loro appoggiato nelle sue imprese con armi e denari, rimasero indisturbati signori di Parma e i Correggio si avvicinarono così ai nemici del Re, i Visconti, gli Scaligeri e i Gonzaga, coi quali, nella primavera del 1334, riuscirono a impadronirsi della città di Cremona. Appena un anno più tardi Marsilio Rossi si vide costretto a chiedere la pace ad Alberto e a Mastino della Scala e a cedere loro il dominio di Parma, a condizione che i Rossi rimanessero in Pontremoli e ricevessero 50000 fiorini d’oro. In un secondo momento si sarebbe negoziato il passaggio di Lucca ai Fiorentini, alleati degli Scaligeri. Il Correggio e i suoi fratelli poterono così rientrare in città quasi da vincitori e ben presto, pur non avendone alcun titolo specifico, ressero di fatto la città per conto dei loro nipoti Alberto e Mastino della Scala. Per questo i Rossi e il vescovo della città Ugolino, appartenente alla loro famiglia, ritennero opportuno abbandonare Parma dalla quale, anche a seguito dell’accusa di tentato omicidio nei confronti di Mastino della Scala loro mossa dal Correggio, furono banditi con la confisca di tutti i beni l’8 maggio 1336. Il Vescovo e i Rossi si rivolsero al papa Benedetto XII per avere giustizia contro Mastino della Scala che non era stato ai patti, li aveva cacciati e si era impossessato dei loro beni. L’accusa era rivolta anche al Correggio, preposto di Borgo San Donnino e ribelle al suo Vescovo, e ai suoi fratelli Guido e Simone, indicati come complices et sequaces di Mastino della Scala. Gli Scaligeri mandarono allora ad Avignone il Correggio insieme con il loro migliore giurista, Guglielmo da Pastrengo. I due affidarono la difesa degli interessi scaligeri, davanti a Benedetto XII e alla presenza dei cardinali e dello stesso vescovo di Parma in esilio, Ugolino Rossi, a Francesco Petrarca, da allora, e probabilmente già da prima, legato a loro da profonda amicizia. Una quindicina di anni più tardi il Petrarca, divenuto nel frattempo arcidiacono di Parma e quindi entrato alle dipendenze del vescovo Ugolino Rossi, per difendersi dall’accusa di tramare in Avignone contro di lui, gli indirizzò una lunga lettera nella quale rievoca questo processo: pensava di aver difeso, senza ricorrere a cavilli o a maldicenze, una causa giusta o che almeno riteneva tale, in favore di una famiglia a lui cara e amica, alla quale era sempre rimasto fedele. Una attenta lettura delle parole del Petrarca può far sorgere il dubbio che egli non fosse poi tanto convinto della giustezza della causa dei suoi amici, tanto è vero che invece di ribadire la propria convinzione si scusò quasi e fece ricorso a fattori esterni al dibattito, quali l’amicizia che lo legava al Correggio e il rispetto che allora, pur nella controversia, aveva manifestato per la persona di Ugolino Rossi. A parte l’indubbio peso della difesa del Petrarca, il Papa fu certamente più incline ad accettare lo stato di fatto e ad accordare il proprio favore a chi avrebbe potuto con più probabilità di successo appoggiare le sue pretese di controllo sulla vita politica lombarda. I Correggio si videro così confermato, all’ombra degli Scaligeri, quel ruolo egemone nella società parmigiana che fino ad allora era stato appannaggio dei Rossi sotto la protezione prima di Lodovico il Bavaro e poi di Giovanni re di Boemia. Da allora il Correggio non avrebbe più dimenticato il favore del Petrarca. Intanto lasciò subito Avignone e raggiunse Verona per non perdere l’occasione di mettersi in luce agli occhi dei nipoti e finalmente il 16 maggio 1337 fu nominato vicaro di Mastino della Scala nella città di Lucca e vi si recò con 300 cavalieri per tener testa ai Fiorentini i quali, ingannati da Mastino della Scala che l’aveva promessa loro in cambio dell’aiuto datogli in Lombardia, avevano deciso di farla occupare da un esercito messo insieme a loro spese e guidato da Rolando Rossi. Il Correggio, dopo aver difeso Lucca dall’assalto fiorentino, tornò a Parma e nella vicina Colorno fece uccidere i membri della famiglia dei Ramesini, accusati di favorire i Rossi, e vi fortificò la rocca con i materiali di recupero del palazzo vescovile appena abbattuto. Preso da queste vicende, il Correggio non poté cogliere la possibilità di divenire titolare della sede vescovile di Verona. Infatti alla morte di Niccolò da Villanova (1336), fu eletto al suo posto non il Correggio, che da alcuni anni era suo coadiutore con diritto di successione, ma l’abate di San Zeno, Bartolomeo della Scala. Non si conoscono le ragioni di tale scelta, compiuta dal Capitolo della Cattedrale e ratificata dal patriarca di Aquileja. Forse fu il Correggio stesso a rinunciare al Vescovado poiché cominciava a intravvedere maggiori possibilità di carriera nella vita politica e militare, né è improbabile che egli abbia dovuto piegarsi alla volontà del Papa e dei suoi potenti nipoti. È certo però che due anni più tardi il Correggio non fu estraneo all’accusa di tradimento e di intesa coi nemici che colpì il vescovo Bartolomeo della Scala e ne segnò la fine. Egli fu presente alla sua uccisione, compiuta personalmente da Mastino della Scala davanti all’ingresso della Cattedrale la sera del 27 agosto 1338. L’uccisione del Vescovo non poté certo passare inosservata ad Avignone, dove, dopo tanto tempo, cominciavano a trovare credito le lamentele di Ugolino Rossi, che non aveva ancora ottenuto da Mastino della Scala la restituzione dei suoi averi. Gli Scaligeri si videro allora costretti a chiedere la pace ai Veneziani e ai Fiorentini, cedendo loro alcune città e castelli, ma confermando il proprio potere su Verona, Vicenza, Parma e Lucca. Inoltre, nell’articolo settimo del trattato di pace con Venezia e Firenze del 24 gennaio 1339, Mastino della Scala si accordò anche coi Rossi di Parma e il vescovo Ugolino Rossi tornò in possesso di tutti i suoi beni e di quelli che gli erano dovuti come vescovo, senza però poter mettere piede in Parma e nel suo territorio. Con questi accordi, che sembravano mettere pace in Lombardia e in Toscana e ammansire la turbolenza dei Rossi, il Correggio poté lasciare Venezia, dove aveva condotto a termine questi negoziati in nome dei nipoti, e raggiungere Avignone non solo per ottenere clemenza al suo Signore dopo l’uccisione del Vescovo, ma anche per presentarlo come un difensore degli interessi ecclesiastici in Lombardia e fargli possibilmente avere il vicariato vacante Imperio in Parma. Mastino della Scala con l’aiuto dei suoi negoziatori (oltre al Correggio, il già ricordato Guglielmo da Pastrengo) ottenne quanto desiderava: la revoca della scomunica (27 settembre 1339) e il titolo di vicario di Parma (3 dicembre 1339). In cambio versò al Papa 5000 fiorini d’oro e si impegnò a mantenere in armi 310 soldati al servizio degli interessi della Chiesa in Romagna e nella Marca Anconitana. Il Correggio, però, provvide anche ai propri interessi e chiese al Papa in feudo perpetuo il monte di Castrignano, già del Vescovo di Parma, per erigervi un castello a difesa dei suoi terreni circostanti. Egli infatti, dopo la rinuncia alla prepositura di Borgo San Donnino e allo stato ecclesiastico, intese consolidare la propria posizione patrimoniale per costruire su essa la base della propria scalata al potere, dopo che l’8 febbraio 1340 aveva sposato a Mantova Tommasina, nipote di Luigi Gonzaga, Signore di quella città. Una buona occasione per le sue ambizioni non tardò a presentarsi quando Mastino della Scala accettò e poi non mantenne la pace col Papa, giurata a suo nome dal Correggio. Quest’ultimo allora corse ad Avignone a condannare il comportamento del proprio Signore e concepì il disegno di togliergli Parma con l’aiuto della Chiesa e del re Roberto di Napoli. Giovanni Boccaccio, ricordata l’amicizia del Petrarca e del Correggio, informa che fu proprio grazie al Correggio, eius opere, che il poeta poté ottenere l’incontro col re Roberto. Essi fecero assieme il viaggio da Avignone a Napoli: il primo per essere interrogato dal Re, ottenere la sua approvazione ed essere incoronato poeta, il secondo per ricevere appoggi e aiuti nel colpo di mano col quale pensava di strappare Parma agli Scaligeri. A Napoli il Correggio si accordò con re Roberto e anche con gli ambasciatori di Luchino Visconti. Nel viaggio di ritorno si assicurò l’aiuto anche dei Fiorentini, desiderosi di estendere la loro Signoria su Lucca, ancora sotto il dominio dei signori veronesi. Anche i Gonzaga, suoi parenti e signori di Mantova e di Reggio, si impegnarono a secondarlo nell’impresa. Mastino della Scala, conosciuto il vero motivo del viaggio a Napoli, volle impedire al Correggio il rientro in Parma quando ormai era troppo tardi. Il Correggio fece avere ai tre fratelli le disposizioni per la resistenza e si affrettò a raggiungere in Milano Luchino Visconti per portare a termine gli accordi. In cambio degli aiuti contro Verona, i Correggio, dopo quattro anni di dominio su Parma, avrebbero ceduto la Signoria allo stesso Luchino Visconti. Il 21 maggio 1341 il podestà di Parma, fedele a Mastino della Scala, saputo dell’accordo, con i 600 uomini a sua disposizione diede battaglia ai fratelli del Correggio. Si combatté per la città tutta la notte e, la mattina seguente, alla notizia che il Correggio si stava avvicinando con i Milanesi, il podestà abbandonò Parma e riparò a Lucca. Quel giorno, il 22 maggio 1341, con il Correggio entrò in Parma anche Francesco Petrarca, il quale, incoronato poeta in Roma pochi giorni prima, era giunto in tempo per accompagnare il Correggio nel giorno del suo trionfo. Il Correggio amò presentarsi come il liberatore di Parma dalla tirannide di Mastino della Scala. L’inizio della nuova Signoria dovette apparire ai Parmigiani una vera liberazione. Giovanni da Cornazzano annota nella sua Cronaca: i Correggio cominciarono di reggere non come Signori, ma come Padri, la città senza parzialità o gravezza alcuna, talché se avessero continuato tal Signoria e governo, senza dubbio sarebbero stati perseveranti, e per modo di dire eterni nel dominio; ma passato l’anno, mutarono Signoria, e loro costumi (col. 743). Anche il Petrarca si unì agli altri nel tessere le lodi del suo Signore con una canzone nella quale, accanto a motivi contingenti ed encomiastici, preannuncia i temi ben più profondi delle lettere a Cola di Rienzo e della Canzone all’Italia. Per circa un decennio, fino al 1351, il Petrarca, dopo le solite peregrinazioni, continuò a tornare in Parma per trovarvi un po’ di quiete: prima nella non lontana Selvapiana, poi nella casa acquistata in città. La causa di tutti i mali della Signoria dei Correggio, come scrisse lo stesso Petrarca nella sua lettera alla posterità, va cercata nelle discordie che ben presto sorsero tra i quattro fratelli. Infatti alla morte del fratello Simone, il Correggio, che non intendeva cedere la Signoria a Luchino Visconti secondo i patti del 1341, vendette la città a Obizzo d’Este per circa 60000 fiorini d’oro (24 novembre 1344). Guido da Correggio, che avrebbe preferito rimanere d’accordo col Visconti, si oppose e fu cacciato. Al volere del Correggio si sottomisero, invece, Giovanni, il più giovane dei tre fratelli, e Cagnolo, figlio di Simone da Correggio. La città di Parma si trovò così al centro delle lotte in Lombardia: da una parte Guido da Correggio con Luchino Visconti e i Gonzaga, dall’altra il Correggio, Obizzo d’Este, Mastino della Scala e Taddeo Pepoli. La guerra andò per le lunghe, finché nel settembre del 1346 Obizzo d’Este, venuto meno l’aiuto dei Bolognesi e di Mastino della Scala e minacciato nei suoi stessi possedimenti modenesi, trattò con Luchino Visconti e gli cedette Parma in cambio di 60000 fiorini d’oro, per rifarsi almeno di quanto aveva versato al Correggio. Quest’ultimo rimase privo della Signoria di Parma, ma le vicende della guerra lo riavvicinarono agli Scaligeri che avevano combattuto con lui contro il Visconti. Egli fu a Verona nel 1347 quando il Petrarca, lasciata definitivamente Avignone, vi si recò come ambasciatore del Papa presso Mastino della Scala: il Gillias della ottava egloga del Bucolicon carmen non sarebbe altri che lo stesso Correggio il quale, passata la recente ondata di guerre, lo invita a ritornare nell’Italia settentrionale nuovamente in pace. Morti nel 1351 e nel 1352 Mastino e Alberto della Scala, il Correggio non tardò molto a conquistarsi la fiducia del loro erede Cangrande. Già il 2 novembre 1353 fu con lui al Parlamento di Legnano con il marchese d’Este e i Veneziani per preparare una alleanza antiviscontea. Pochi mesi più tardi, il 17 febbraio 1354, Cangrande della Scala, allontanatosi da Verona, lasciò il Correggio come suo luogotenente con ampi poteri. In quella circostanza il fratello naturale di Cangrande della Scala, Frignano si impadronì della Signoria con l’aiuto dei Gonzaga. Secondo la tradizione cronachistica veronese, il Correggio fu, fin dall’inizio, suo complice, secondo altri, invece, fu obbligato da Frignano della Scala e dal podestà a secondare i loro piani con la minaccia di morte. Frignano della Scala era ormai Signore della città da pochi giorni, quando Cangrande della Scala, informato dell’accaduto, ritornò a Verona e con l’aiuto dei Vicentini riuscì a uccidere il fratello naturale e a riprendere il potere. Il Correggio si era intanto messo in salvo a Ferrara e a nulla gli valse il protestarsi estraneo al complotto: le immense ricchezze che aveva accumulato in Verona dopo la perdita della Signoria furono confiscate, i suoi servi impiccati, un figlio gli morì nelle carceri veronesi, la moglie e gli altri furono trattenuti prigionieri per molto tempo, finché non ebbe pagato un riscatto di ben 14000 fiorini d’oro. Dopo essersi rifugiato in Ferrara, il Correggio passò al servizio di Giovanni da Oleggio che si era ribellato ai Visconti e si era proclamato Signore di Bologna. Poté così rientrare in possesso del suo castello parmigiano di Guardasone strappato ai Visconti proprio nel 1354. Anche qui la sua carriera fu rapida: lo si vede ben presto comandare i soldati bolognesi di Giovanni da Oleggio nella spedizione che nell’autunno del 1356 il conte Corrado di Landau guidò contro Galeazzo e Bernabò Visconti insieme con i Gonzaga di Mantova e gli Estensi di Ferrara. Il Correggio, però, si allontanò dall’esercito della lega con i suoi 700 uomini e si unì al marchese del Monferrato, Giovanni Paleologo, nel tentativo di occupare Vercelli, causando indirettamente la sconfitta della lega a Casorate (12-13 novembre 1356). I buoni uffici del Petrarca e questa vittoria milanese non furono estranei al nuovo cambiamento di fronte del Correggo, che, nel settembre del 1357, ottenne da Bernabò Visconti la restituzione di tutti i suoi beni in Parma, anche di quel castello di Castrignano avuto in feudo dal Papa e già di proprietà della curia vescovile parmigiana. Per esso ebbe una nuova lite col vescovo di Parma Ugolino Rossi, risolta nel 1358 a favore di quest’ultimo, nonostante gli appoggi e le protezioni che, a quanto pare, il Correggio riuscì ad assicurarsi anche a Milano. Intanto, avanti negli anni e talmente infermo da non potersi quasi più reggere da solo, il Correggio poteva apparire al Petrarca, sempre benevolo e indulgente verso di lui, la stessa personificazione dell’uomo colpito dalla buona e dalla cattiva sorte: questo volle significare la dedica a lui del De remediis utriusque fortune. In verità, a ben guardare, la vita del Correggio fu sì tumultuosa, tuttavia egli non può certo essere preso come esempio dell’uomo saggio che sta saldo di fronte alle avversità della sorte. Idealizzata e fuorviante è l’immagine del Correggio che appare da questa e da altre pagine non disinteressate del Petrarca. Esse trassero in inganno non solo la storiografia celebrativa dell’Ottocento ma anche la successiva. Per incontrare un giudizio più disincantato sulla sua figura, si deve tornare a quanto ne scrissero il Tiraboschi e l’Affò, il quale annotava che il Correggio non era stato altri che il maggior de’ briganti dell’età sua (Storia di Parma, IV, p. 318): forse, stando alle testimonianze contemporanee, lo scrupoloso storico settecentesco colse nel segno. Il Correggio era ancora a Milano presso i Visconti quando morì e lasciò tutti i suoi beni alla moglie Tommasina e ai figli Giberto e Luigi. Fu poi sepolto nella stessa Milano con grandi onori, come attestò il poeta Moggio da Parma, tutore dei suoi figli, in un lungo poemetto composto in suo onore e dedicato al comune amico Francesco Petrarca, il quale nelle lettere inviate da Venezia a Moggio e ai figli Giberto e Luigi lasciò un’ulteriore testimonianza del suo affetto e della sua fedeltà al Correggio.
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Mossina, Cronologia dei signori di Guastalla, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3, II 1937, 76; F. Cognasso, L’unificazione della Lombardia sotto Milano, in Storia di Milano, V, Milano, 1955, 297 s., 388 s.; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 425-430.


Parma 1292 c.-
Figlia di Giberto di una da Camino. Fu promessa in sposa a Jacopo Rossi che, dopo l’acclamazione di Giberto a Signore di Parma, non la volle più. Sposò invece nel 1306 Alboino della Scala, Signore di Verona, in pegno dell’alleanza contratta da Giberto quando aveva progettato di sconfiggere gli Estensi. Nel 1311 sposò in seconde nozze Galasso Pio, Signore di Carpi.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.


Parma XIV/XV secolo
Iurisperitissimo, fu eletto senatore di Milano.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 178.

CORREGGIO CANFRANCESCO, vedi CORREGGIO GIANFRANCESCO


Parma 1304 c.-
Figlia di Giberto e di Maddalea Rossi. Sposò nel 1329 Giovanni Fieschi, conte di Lavagna. Assistette alle sue nozze, volute dal padre quando professava il partito guelfo, il re Roberto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.


Parma 1341 c.-1427 c.
Figlia di Azzo e di Tommasina Gonzaga. Chiamò i Carmelitani in Rovereto. Fece testamento nel 1427. Aveva sposato Antonio di Castelbarco, Signore di Lizzana e Rovereto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.


Parma 1197 c.-
Figlio di Matteo. Nell’anno 1216 successe al padre nella carica di podestà di Modena, quando questi si trasferì a Verona.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 462.


Parma-Perugia 1250
Fu arciprete del Capitolo della Cattedrale di Parma (1234). Venne nominato Vescovo di Chiusi (1245) e poi trasferito al Vescovado di Perugia l’11 maggio 1248 da papa Innocenzo IV.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 454; Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 270.

CORREGGIO GERARDO, vedi CORREGGIO GHERARDO


Parma primi anni del XIII secolo-Parma 1257 c.
Appartenne alla nobile famiglia dei Correggio, anche se ben poco si può dire dei legami che intercorsero tra lui e gli altri Correggio di cui parlano le carte e le cronache del tempo. Tra i suoi immediati ascendenti sono forse da annoverare quel Giberto che nel 1197 fu presente a una controversia per confini in Campagnola, dove da tempo si trovavano suoi possedimenti, quel Gherardo che nel 1170 fece una donazione ai Santi Quirino e Michele di Correggio, forse lo stesso che nel 1203 fu podestà a Modena, e quell’altro Gherardo che nel 1141 acquistò il castello di Campagnola. Quest’ultimo è all’origine anche dell’altro ramo dei Correggio, il cui massimo esponente fu Matteo di Alberto, podestà in varie città dell’Emilia tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Anche se i possedimenti nel territorio reggiano e ancor più il continuo riferimento ai Santi Quirino e Michele di Correggio mostrano chiaramente che la famiglia ebbe le sue radici nel contado, essa, ai tempi del Correggio, era ormai radicata nel tessuto cittadino parmigiano e vi godeva una posizione di prestigio: diversi suoi membri avevano occupato sedi podestarili in varie città italiane. Una sorella del Correggio, Admissa, andò sposa a Guidolino da Enzola, esponente di una delle più cospicue famiglie parmigiane, il quale occupa un posto di rilievo nella Cronica di Salimbene de Adam, non per i suoi meriti, ma per il favore che accordava ai frati minori. Il Tiraboschi, sull’incerto fondamento della cinquecentesca Historia de’ Rossi di Vincenzo Carrari, gli attribuisce come moglie Adelasia di Sigifredo de’ Rossi, morta nel 1275. Il Correggio fu più noto ai suoi contemporanei come Gherardo de’ Denti: qui dicebatur de Dentibus eo quod magnos dentes haberet informa Salimbene de Adam, il quale, poi, lo descrive alto di statura, di robusta corporatura, più magro che grasso, cavaliere forte ed esperto di guerra (I, p. 140). Lo si incontra per la prima volta nel corso del 1236 come podestà di Modena, alleata, assieme con altre città dell’area medio-padana tra cui Parma, sua patria, Cremona e Reggio, a Federico II impegnato nella lotta contro Milano, Bologna, Genova, Brescia e le loro collegate, sconfitte un anno più tardi a Cortenuova, ma non ancora dome nel 1238, quando il Correggio divenne podestà di Parma. Le cronache del tempo parlano di un altro podestà a Parma in quello stesso anno, Gherardo Franceschi, e l’Affò suppone che quest’ultimo abbia preso il posto del Correggio dopo una sua eventuale destituzione per cattiva amministrazione. A ogni modo nulla di tutto ciò è nei documenti da lui riportati. Lo stesso Salimbene, in quell’anno a Parma presso il padre generale dell’Ordine dei frati minori, il celebre padre Elia allora impegnato in una difficile mediazione tra Papa e Imperatore, nulla dice di queste vicende ipotizzate dall’Affò. Anzi, contrariamente al suo solito e al suo temperamento, mostra una non piccola deferenza verso il Correggio, il quale, a suo avviso, avrebbe dovuto essere maggiormente onorato dal padre generale dell’Ordine, accusato di rusticitas nei confronti del podestà di Parma. Probabilmente o i due podestà erano stati in carica sei mesi ciascuno, oppure si è di fronte alla nomina di due podestà cittadini per mantenere tra le varie fazioni quell’equilibrio che altre volte si pensava di garantire con podestà forestieri. A ogni modo l’equilibrio così raggiunto tra le famiglie parmigiane si sarebbe ben presto rotto. Intanto il Correggio per il 1240 andò podestà nella vicina Reggio, dove, per il 1241, fu seguito nella stessa carica dal nipote Obizzo. Un cugino del Correggio, Guido, già podestà di Mantova nel 1239, quando aveva contribuito alla pacificazione con Ferrara per facilitare la navigazione del Po, fu rieletto nella stessa carica per il 1242. Ma ormai per Federico II le cose in Lombardia non procedevano nel migliore dei modi. L’Imperatore, forse a ragione, cominciava a dubitare anche dei suoi uomini più fidati. Tra questi vi era allora in Parma Bernardo di Rolando Rossi, il cui padre ricoprì la carica di podestà di Pisa nel 1226, quando essa si era schierata dalla parte dell’Impero. Lo stesso Bernardo, sempre fedele a Federico II, fu podestà di Siena, Arezzo, Modena, Cremona, Mantova e Bergamo. A distogliere maggiormente dall’Imperatore i favori di alcune potenti famiglie parmigiane contribuì, al di là delle motivazioni contingenti riferite dalle cronache del tempo, l’elezione papale di Innocenzo IV (1243), quel Sinibaldo Fieschi la cui sorella Maddalena era moglie di Bernardo Rossi e un’altra sorella era sposata con Guarino da Sanvitale. A ogni modo pare che il tradimento di Bernardo Rossi risalisse al 1238. Altri motivi di discordia non mancarono: a esempio, alla cacciata di Salinguerra Torelli da Ferrara alcuni si schierarono dalla parte di costui, altri, tra i quali il Correggio, si fecero alleati del marchese d’Este. Ben presto quindi si divisero e si contrapposero anche le famiglie più compatte al servizio dell’Imperatore. Il Correggio cominciò ad avvertire questo nuovo vento di fronda. La duplice podesteria del 1238 rispecchiò forse questa lacerazione del tessuto cittadino: esperimento ben presto messo da parte con le nomine di podestà forestieri di sicura fede imperiale. Le famiglie che, per un motivo o per l’altro, cominciarono a dissociarsi dalla politica di Federico II si resero conto che poteva essere pericoloso rimanere in città. Non appena il nuovo Papa dalla Francia ebbe scomunicato l’Imperatore, il Correggio, Bernardo Rossi, Bernardino da Cornazzano e altri si stabilirono nella vicina Piacenza. Questo cambiamento di parte ebbe un peso non indifferente nelle vicende che portarono alla caduta di Federico II. I fuorusciti si preparavano intanto a ritornare vittoriosi nella loro città. Mentre in Parma il controllo imperiale si fece più duro (nel 1246 i membri della famiglia dei Sommi di Cremona, uno dei quali era stato podestà appena quattro anni prima, furono uccisi), altri cittadini seguirono i fuorusciti e tra questi Gherardo Arcile, Iacopo da Beneceto e Giberto da Gente: secondo Salimbene più di duecento persone. Mentre Bernardo di Rolando Rossi si trovava ancora a Milano per prendere accordi con il legato papale Gregorio da Montelongo, gli altri fuorusciti parmigiani si riunirono a Noceto, approfittarono del fatto che Federico II e re Enzo erano impegnati altrove e si diressero contro la loro città: il 16 giugno 1247 a Borghetto di Taro, vicino a Castelguelfo, si scontrarono con le milizie del podestà di Parma Arrigo Testa di Arezzo, il quale fu sconfitto e cadde in combattimento. Si aprirono così le porte di Parma ai vincitori che vi entrarono guidati da Ugo da Sanvitale, fratello del vescovo, nipote del Papa e a suo tempo capitano del Popolo. Parma diventò così una roccaforte dei populares e della pars Ecclesiae. Il Correggio, che ebbe una parte determinante in questi avvenimenti, ne divenne per la seconda volta podestà (1247). A lui spettò il compito di preparare la difesa e di attendere il ritorno dell’Imperatore e di suo figlio. Ma ormai Parma poteva contare sull’aiuto di papa Innocenzo IV, del suo legato in Lombardia Gregorio da Montelongo, di Milano, di Piacenza, del conte di San Bonifacio, del marchese d’Este e della città di Bologna: in una parola tutto lo schieramento antimperiale era pronto a sostenere la città. Federico II, con l’aiuto di Ezzelino da Romano e di Oberto Pelavicino, non tardò a farsi vivo. Eresse vicino a Parma la città augurale di Vittoria e si preparò all’assedio. Il nuovo podestà per guidare la resistenza contro Federico fu costretto a ricorrere a misure eccezionali e a volte crudeli. Biancardo Biancardi, che non riuscì a difendere il castello di Grandola, fu fatto decapitare. Il Correggio proibì ai familiare di raccogliere e seppellire i cadaveri dei loro cari che, fatti prigionieri da Federico II, venivano condotti e decapitati ogni giorno davanti alle mura come ammonimento. Quando la fame cominciò a farsi sentire e il notaio del Comune fu ucciso da Iacopo da Beneceto, uno dei fuorusciti rientrati alcune settimane prima, il Correggio giurò di sterminare la famiglia dell’assassino e riuscì a calmare i parenti dell’ucciso e il popolo che aveva già raso al suolo la casa dei Beneceto. Nulla si seppe di queste difficoltà e di questi tumulti nella vicina Vittoria, la quale dopo un inutile assedio durato otto mesi fu distrutta da una sortita dei Parmigiani e dall’arrivo delle forze di Gregorio da Montelongo e di Azzo VII d’Este. La stessa corona imperiale, rimasta sul campo, fu collocata nella sagrestia della Cattedrale di Parma come bottino di guerra. I meriti del Correggio ottennero subito un giusto riconoscimento ed egli fu chiamato nel 1250 a reggere la sede podestarile di Genova, dove portò a termine laudabiliter il proprio mandato e l’anno seguente rimase al servizio della città cum sua societate nella lotta contro Savona, Albenga e i signori della Riviera che si erano ribellati durante la lotta contro l’Imperatore. Prima della fine del 1251 si incontra di nuovo il Correggio impegnato in due delicate ambasciate allo scopo di far continuare con più incisività agli alleati della pars Ecclesiae la lotta in Lombardia contro Oberto Pelavicino. Dapprima, assieme con Ugolino Lupi, andò come ambasciatore del Comune di Parma al legato apostolico Ottaviano Ubaldini per farlo intervenire con i Bolognesi e i Modenesi in difesa di Rivergaro assalito dal Pelavicino. Successivamente venne inviato da Gregorio da Montelongo presso il cardinale Riccardo degli Anniboldi, presso i Comuni di Bologna e di Modena e presso i fuorusciti reggiani per affrettare le alleanze necessarie alla definitiva liquidazione dei fautori dell’Impero. L’ultima notizia del Correggio risale al 23 marzo 1257 quando, alla presenza del nipote Obizzo e di Iacopo del fu Guido da Correggio, dettò il proprio testamento in favore dei figli Guido e Matteo e lasciò duecento lire imperiali alla figlia Beatrice, monaca nel convento di San Tommaso di Reggio.
FONTI E BIBL.: Anonymus Regiensis, Memoriale Potestatum Regiensium, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, VIII, Mediolani, 1726, col. 1111; L.A. Muratori, Antiq. Italicae Medii Aevi, Milano, 1741, IV, coll. 433, 512; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense (1188-1363), in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 20, 26; Fragmenta Memorialis Potest. Mutinae (1204-1248), in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 189 s.; Cronache modenesi di Alessandro Tassoni, di Giovanni da Bazzano e di Bonifacio Morano, a cura di L. Vischi-T. Sandonnini-O. Raselli, in Monumenti di storia patria delle province modenesi, Cronache, XV, Modena, 1888, 39, 48; Chronica Parmensia, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, X, a cura di L. Barbieri, Parmae, 1858, ad Indicem; Chronica tria Placentina a Iohanne Codognello ab Anonimo et a Guerino conscripta, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, XI, a cura di B. Pallastrelli, Parmae, 1859, ad Indicem; Mutio de Modoetia, Annales Placentini gibellini, a cura di G.H. Pertz, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XVIII, Hannoverae, 1863, 492 ss.; Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di L.T. Belgrano-C. Imperiale, Roma, 1923, in Fonti per la storia d’Italia, III, 3; Liber grossus antiquus Comunis Regii. Liber Pax Constantiae, a cura di F.S. Gatta, I, Reggio Emilia, 1944, 228 ss., II, 1950, 317, III, 1960, 273; G. Drei, Le carte degli archivi parmensi, Parma, 1950, II, 116, 765; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, ad Indicem; V. Carrari, Historia de’ Rossi parmigiani, Ravenna, 1583, 20, 44; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 123, 312; F. Sansovino, Croniche della casa e città di Correggio, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, Correggio, 1881, 108 ss.; L. Zuccardi, Compendio delle croniche di Correggio e delli suoi signori, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, 1881, 17-20; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 20-23; G. Tiraboschi, Dizionario tipografico-storico degli Stati Estensi, I, Modena, 1824, 179; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1793, III, 179, 182, 225; Q. Bigi, Di Azzo da Correggio e dei Correggio ricerche storiche, in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi III 1865, 216; T. Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908, 53; E.P. Vicini, I podestà di Modena (1156-1796), Roma, 1913, 75 s.; E. Scarabelli Zunti,Consoli, governatori e podestà di Parma dal 1100 al 1935, a cura di G. Sitti, Parma, 1935, 15 s.; E. Kantorowicz, Federico II di Svevia, Milano, 1939, II, 238-242, 250-258; F. Bernini, La seconda Legnano. La battaglia di Parma (18 febbraio 1248), Parma, 1943, passim; F. Bernini, Come si preparò la rovina di Federico II (Parma, la lega medico-padana e Innocenzo IV dal 1238 al 1247), in Rivista Storica Italiana LX 1948, 204-229; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. I; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 436-439.


Parma 1320 c.-
Figlio di Simone e della sua seconda moglie Beatrice della Torre. Fu soprannominato Cagnolo. Durante le discordie degli zii cagionate dalla vendita di Parma, parteggiò prima per Azzo, poi si appoggiò ora all’uno ora all’altro dei grandi signori che si contendevano il dominio dell’area padana, ma a differenza del padre non poté più sperare di rientrare in possesso di Parma. Fu alla Corte dei Visconti, poi a quella degli Estensi a Ferrara, ove fu creato cavaliere da Lodovico re di Ungheria. Schieratosi coi ghibellini, dovette fuggire da Ferrara, ma fu raggiunto e nuovamente condotto alla Corte estense. Da Obizzo d’Este gli fu allora tolto San Quirico nel Parmigiano. Poté ottenere la libertà solo dopo aver ceduto anche Gualtieri.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.


Parma 1270 c.-Castelnuovo di Sotto 25 luglio 1321
Figlio di Guido e di Mabilia di Giberto da Gente. Il padre morì il 15 gennaio 1299 al colmo della propria fortuna, quando, cacciati il vescovo e i principali esponenti della fazione avversaria, controllava di fatto tutte le leve del potere in Parma. La madre era figlia di quel Giberto da Gente che alcuni decenni prima aveva ricoperto più volte la carica di podestà e dal 1254 al 1259 aveva esercitato una vera e propria signoria sulla città. Il Correggio è ricordato per la prima volta in occasione della tregua di Viadana tra le armate parmigiane e quelle del marchese Azzo d’Este del 18 giugno 1297, da lui sottoscritta a nome di suo padre e del fratello Matteo. Ma fu soprattutto dopo la morte del padre che il Correggio si mise in luce per le sue doti personali di scaltrezza e di lungimiranza. Nel 1302 si riunirono a Colomba presso Piacenza, chiamati da Alberto Scotti, i rappresentanti delle principali città dell’area padana per formare una lega e indurre Azzo d’Este ad abbandonare la Signoria su Reggio e Modena. I Parmigiani, invitati ad aderire e a riprendere in città i fuorusciti della fazione del vescovo, cacciati da Guido da Correggio, rifiutarono, si allearono con l’Este e fortificarono Borgo San Donnino. Non tutti, però, furono di questo parere: in molti cominciarono a pensare che forse era meglio evitare in ogni modo la guerra contro la lega, scendere a un compromesso e acconsentire almeno alla richiesta di far rientrare in città i fuorusciti. Con costoro si schierò anche il Correggio il quale, non contento che fossero stati poi richiamati solo i confinati e fossero stati esclusi quelli colpiti da bando, sollevò a rumore la città. Si evitò lo spargimento di sangue grazie all’intervento di alcuni cremonesi, tra i quali ebbe un ruolo decisivo Sopramonte Amati, cognato del Correggio. Essi sedarono i tumulti e fecero riunire il Consiglio che proclamò il rientro di tutti i fuorusciti della cosiddetta pars episcopi senza distinzioni. Il loro ingresso avvenne il giorno seguente, il 25 luglio 1303. Nel pomeriggio gli amici del Correggio e gli uomini appena rientrati, obbedendo probabilmente a un copione preparato in precedenza, al grido di vivat dominus Ghibertus occuparono il palazzo vecchio del Comune, convocarono il Consiglio e fecero proclamare il Correggio signore, difensore e protettore della città, del Comune e del popolo di Parma, e conservatore della pace. Come già in passato a suo padre, gli fu consegnato il gonfalone di Santa Maria e del Carroccio. Il giorno seguente il Correggio consolidò il proprio potere e ottenne dai membri del Consiglio un giuramento col quale si impegnarono a conservare e a difendere la sua Signoria. La potente famiglia dei Rossi, già alleata di Guido da Correggio dai tempi della cacciata dei fautori del vescovo e ora contraria al loro rientro, non potendosi opporre validamente allo strapotere del Correggio, preferì abbandonare la città e raggiungere i propri castelli del contado. Il Correggio, infatti, godette dell’appoggio delle altre principali famiglie parmigiane e il suo potere rimase saldo anche quando, il 26 dicembre, sfuggì a un attentato nel quale rimase ucciso suo cugino Ugardo da Correggio. Subito vennero banditi da Parma gli attentatori e i loro complici, appartenenti soprattutto alle famiglie degli Enzola e dei Senaza. D’altra parte col passare del tempo i motivi di malcontento nei confronti del Correggio aumentarono: la sua ambiziosa politica di prestigio diventò sempre più onerosa e l’accavallarsi, a volte ingiustificato e contro gli usi, delle imposizioni fiscali gli creò nuovi nemici. Alcuni fecero ricorso ai giudici del Capitano del Popolo e si videro riconfermati i loro privilegi e le loro esenzioni. Intanto il Correggio seguiva con attenzione quanto succedeva nella vicina Piacenza, dove Alberto Scotti, passato dalla parte dei Visconti, si inimicò non solo i Torriani e i Milanesi, ma anche tutte le altre città a essi collegate. I fuorusciti piacentini trovarono così numerosi alleati pronti a dar loro man forte per cacciare Alberto Scotti e rientrare in Piacenza. I primi tentativi furono sventati grazie all’intervento delle milizie parmigiane guidata da Matteo, fratello del Correggio, e da Niccolò Fogliani. Ma in seguito gli estrinseci di Piacenza con l’aiuto di Milano, di Cremona, di Visconte Pelavicino e dei loro alleati minacciarono seriamente la città tanto che il Correggio in persona, il 21 novembre 1304, si recò a Piacenza in suo soccorso. Qui però si accorse che lo Scotti non godeva neppure del favore cittadino, per cui lo fece rifugiare col figlio in Parma e, dopo la sua deposizione, tentò di farsi proclamare Signore anche di Piacenza. Ma non vi riuscì. Quando infatti alcuni fiorentini e quelli del suo seguito lo acclamarono Signore di Piacenza per cinque anni, il popolo insorse ed egli dovette tornare a Parma e abbandonare la città, nella quale, allora, rientrarono i fuorusciti. Intanto il Correggio dovette difendersi anche in casa propria. Il 6 agosto 1305, in seguito all’uccisione di un suo servo, si riaccese la lotta tra le varie fazioni cittadine. Alla fine furono sconfitte e bandite alcune delle principali famiglie aderenti alla pars Ecclesiae: i Rossi, i Lupi e i loro amici si dovettere fortificare nei loro castelli. Il Correggio, pur di rimanere al potere, si appoggiò agli uomini della pars episcopi e a quelli della pars Imperii, i primi rientrati in città grazie alla sua pacificazione del 1303, i secondi fatti tornare appositamente in quei giorni. Poco dopo con l’aiuto di Azzo d’Este assalì e distrusse i castelli e le terre dei Rossi, a Collecchio, a Segalara e a Neviano. La posizione del Correggio in Parma si fece sempre più critica. Riuscì a sventare una congiura ordita contro di lui per deporlo e accusò, non si sa su quale fondamento, Azzo d’Este di avere segretamente appoggiato i congiurati. Per questo si alleò coi tradizionali nemici dell’Este e, assieme con Bologna, Mantova e gli estrinseci di Reggio e di Modena, iniziò una lunga guerra contro di lui. Probabilmente il suo intendimento fu quello di trovare a Reggio e Modena quell’allargamento della sua Signoria che gli era stato impedito a Piacenza. Il primo tentativo di togliere ad Azzo d’Este Modena e Reggio, nonostante la sorpresa, fallì. In ottobre il Correggio provò di nuovo a occupare militarmente Reggio, si accampò nelle sue vicinanze con l’intenzione di non allontanarsi senza averla prima conquistata, ma il sopraggiungere del cattivo tempo lo costrinse a tornare a Parma dopo solo quindici giorni. Nel frattempo i Rossi e i Lupi cercarono di rientrare in Parma. Come primo passo occuparono e fortificarono Soragna, ben presto ripresa dal Correggio, poi si allearono con Azzo d’Este per la lotta al comune nemico. Infine, all’inizio del 1306, il Correggio tentò per la terza volta di liberare Reggio e Modena dal dominio di Azzo d’Este. Cominciò con l’impadronirsi di numerose terre e castelli del territorio estense, favorendo in tal modo la rivolta dei Modenesi e dei Reggiani, i quali, di lì a poco, riuscirono a uccidere o a cacciare i soldati e i rappresentanti del marchese d’Este. Il Correggio poté, così, entrare pacificamente a Reggio con le truppe parmigiane. Dopo alcuni giorni, però, in seguito all’opposizione di alcune famiglie, si vide costretto a occupare militarmente la città, a mandare in esilio i Canossa e a far riconoscere come podestà il proprio fratello Matteo. Solo allora restituì al Comune di Reggio i castelli da lui occupati nella lotta contro l’Este. Consolidò, poi, la propria posizione di prestigio all’interno della lega antiestense facendo sposare alla figlia Beatrice Alboino della Scala, Signore di Verona, e alla figlia Vannina Francesco Bonaccolsi, figlio del Signore di Mantova. Poco più tardi suo figlio Simone sposò Canzeleira, figlia di Matteo Maggi di Brescia. Mentre il Correggio, anche dopo l’abbandono della lega antiestense da parte di Bologna, continuò la lotta a fianco dei Veronesi e dei Mantovani e accrebbe nella regione il proprio prestigio, a Parma nel 1307 il suo potere cominciò a vacillare. Furono proprio gli aiuti di Brescia, Mantova e Verona che gli consentirono di avere ragione di una congiura nel momento in cui i suoi avversari, i Rossi e i Lupi diventavano sempre più forti e inespugnabili nei loro castelli del contado. Questi ultimi accrebbero le loro possibilità di successo quando Alberto Scotti riuscì, il 25 luglio 1307, a tornare padrone di Piacenza, dove da questo momento poterono trovare un valido sostegno al loro disegno di rientrare in Parma. Per il momento, però, sembrò quasi impossibile cacciare il Correggio, il quale colse sempre maggiori successi e il suo dominio sul medio corso del Po si rafforzò con l’occupazione di Guastalla e il controllo sul traffico fluviale, anche ai danni del commercio veneziano e del rifornimento di sale alle città padane. Con l’inizio del 1308 quella coalizione di singoli e di gruppi familiari di orientamento politico, in verità, assai eterogeneo che lo aveva appoggiato nella scalata al potere, si era ormai sfaldata. Le famiglie che già prima della conquista della Signoria avevano costituito la base della sua fortuna e prima ancora di quella di suo padre, si erano da tempo suddivise in due fazioni contrapposte: da una parte il Correggio e i suoi, designati nelle cronache del tempo come pars nova Ecclesiae, e dall’altra i Rossi e i Lupi coi loro uomini, che costituirono la pars antiqua Ecclesiae. Molti della pars episcopi, che lo avevano seguito dopo la pacificazione del 1303, fecero fronte comune coi Rossi e si allietarono del fatto che il Correggio non fosse riuscito a sbarrare la strada ad Alberto Scotti rientrato in Piacenza con la forza. Il Correggio poté contare solo sull’aiuto della pars Imperii, la quale, rientrata in una città guelfa da più di due generazioni, non poté garantire al suo potere una base sufficientemente ampia di consensi e di seguaci. Assicurò però l’appoggio militare di Verona e di Mantova, che non venne meno nei momenti di pericolo. Ma un simile aiuto non fu sempre sufficiente. Il 23 marzo 1308, dopo che il Correggio era riuscito a sedare a stento una rissa scoppiata nel palazzo vescovile, dove aveva da tempo stabilito la propria residenza, si riaccesero gli antichi odi di parte. Il giorno seguente i tumulti ripresero con più vigore e ne approfittarono i Rossi e i Lupi che, da Cremona, con Giacomo Cavalcabò e altri cavalieri, raggiunsero subito Parma. Lo stesso Correggio, visto il loro piccolo numero, fece aprire la porta di Santa Croce per poterli più facilmente catturare. Ma quando questi entrarono in città, si unirono a essi molti Parmigiani armati che si impadronirono della piazza. Il Correggio e il fratello Matteo dovettero abbandonare la città e rifugiarsi nei loro castelli. Le discordie tra i nuovi padroni non mancarono: gli Enzola, usciti da Parma, fortificarono i loro castelli di Enzola e di Poviglio, poi si unirono ai Correggio. Nel giugno del 1308 i Parmigiani prepararono un esercito per andare a recuperare Enzola, ma il 19 di quello stesso mese furono sconfitti dagli armati messi insieme dal Correggio, il quale, nonostante la vittoria, non osò marciare contro la città, difesa da Goffredino della Torre. Vi entrò solo dopo la pace giurata dai suoi rappresentanti e dal Comune. Meno di quaranta giorni più tardi, il 3 agosto, appena Goffredino della Torre ebbe lasciato Parma e la duplice carica di podestà e di capitano del Popolo, il Correggio assalì con i suoi le abitazioni dei Lupi, dei Rossi e degli Enzola e tornò a essere il solo padrone della città. I fuorusciti occuparono e fortificarono Borgo San Donnino, Ghiaruola e Torrechiara, ma queste due ultime località furono presto rioccupate dai Parmigiani. All’inizio del 1309 il Correggio volle assicurarsi un maggior controllo sia sui ceti popolari, facendosi eleggere capitano dei mercanti per cinque anni, sia sugli uomini più in vista, facendo condannare o mandare al confino molti di essi sotto l’accusa di complicità coi Rossi. La situazione rimase pressoché immutata fino all’inizio del 1311, quando Enrico VII di Lussemburgo invitò il Correggio alla sua incoronazione in Sant’Ambrogio per il 6 gennaio e lo nominò cavaliere. La contropartita fu per il Correggio forse più dura del previsto e dopo un po’ di esitazione dovette sottomettersi alla pace imposta dall’Imperatore e richiamare in Parma i Rossi, i Lupi e i loro alleati. Vi rimasero, però, per poco tempo: il 25 febbraio furono di nuovo cacciati con le armi. Inoltre il Correggio, che non riuscì ad avere dall’Imperatore la nomina a vicario di Parma, ottenne che vi fosse inviato con tale carica Francesco Malaspina, suo cognato e fedele alleato. Solo a questo punto si schierò decisamente dalla parte dell’Imperatore: cavalcò con lui contro Brescia, gli restituì in segno di omaggio la corona imperiale che suo nonno Gherardo da Correggio aveva conquistato nella battaglia di Vittoria del 1248 e ne ottenne in cambio il rafforzamento del proprio potere su Parma e su Guastalla, appena riconquistata dai suoi seguaci, e il titolo di vicario di Reggio. Dopo alcuni mesi i rapporti tra il Correggio e l’Imperatore si guastarono. A Francesco Malaspina fu tolto il vicariato di Parma e il Correggio fu convocato a Pavia, ma, giunto a Tortona, seppe (o finse) di essere caduto in disgrazia e, per evitare la prigione, tornò subito a Parma. Da allora si unì allo schieramento antimperiale che, già forte altrove (re Roberto, Firenze, Siena e Lucca), estendeva ora con maggiore incisività la sua influenza al Nord, dove anche Filippone di Langosco sottrasse Pavia all’influenza imperiale e diede la figlia Elena in sposa al Correggio. Nonostante i successi incontrati dal Correggio nella lotta all’Imperatore e il prestigio che acquistò presso i suoi nuovi alleati (dal 17 marzo 1312 fu anche Signore di Cremona) all’interno della città di Parma l’opposizione crebbe e i  Rossi, con l’aiuto di Matteo Visconti e degli Imperiali, si impadronirono dei castelli di Medesano, di Paderno, di Torrechiara e di Borgo San Donnino. Visto il pericolo, il Correggio fortificò la città dove giunsero aiuti dai Cremonesi, dai Fiorentini e da re Roberto che, in cambio della Signoria su Cremona, nominò il Correggio capitano generale di Parma e della parte guelfa in Lombardia. La guerra continuò con il solito e inutile susseguirsi di colpi di mano fino a quando si sparse la notizia della morte di Enrico VII (24 agosto 1313). Il Correggio allora prese l’iniziativa e riuscì a snidare diversi suoi avversari dai loro castelli del contado. Ai Rossi, dopo che avevano dovuto abbandonare Borgo San Donnino e fortificarsi in Soragna, convenne, se non volevano rimanere travolti, cercare un accordo con il Correggio e affidarsi a un compromesso di pace nelle mani di Ugo del Balzo, vicario di re Roberto in Lombardia. L’accordo fu suggellato dal matrimonio del Correggio, rimasto vedovo per la terza volta, con Maddalena, figlia di Guglielmino Rossi, celebrato il 1° settembre 1314. Altre famiglie intanto, come quella di Giovannino Sanvitale e figli, tolti i bandi del Comune, tornarono in città riconciliate con il Correggio. Questo rientro delle famiglie avversarie in città, più che una conferma della sua autorità, fu un segno dei patteggiamenti cui venne costretto dai suoi alleati esterni. Tanto più che ben presto dovette piegarsi anche alla volontà di Cangrande della Scala e di Passerino Bonaccolsi, che gli fecero far pace con Borgo San Donnino e gli imposero di accogliere in città lo stesso Manfredino Pelavicino. Il Correggio, ancora al vertice della vita politica parmigiana, incontrò sempre maggiori ostacoli al sogno di unire sotto il proprio dominio le città dell’area medio padana. Infatti, la morte di Enrico VII non lasciò, come lui e i suoi alleati avevano sperato, un vuoto di potere nello schieramento imperiale, ma i Visconti, gli Scaligeri e i Bonaccolsi contrastarono con energia l’espansionismo guelfo e consolidarono le loro signorie su Milano, Verona e Mantova. Imponendogli la pace coi suoi avversari, aiutandoli apertamente contro di lui o, infine, occupando le città a lui soggette, resero sempre meno incisiva la presenza del Correggio sulla scena politica padana e gli tolsero, col prestigio esterno, il più valido sostegno del suo dominio in Parma. Il Correggio, approfittando delle discordie tra Giacomo Cavalcabò e Ponzino Ponzoni, riuscì a farsi proclamare di nuovo Signore di Cremona. Sembrò pronto a rilanciare le proprie ambizioni, ma dovette affrontare le forze concentriche di Milano, Verona e Mantova. Resse all’urto e conservò la città, ma gli fu sottratto il centro di Casalmaggiore. Lasciati a Cremona i suoi uomini, rientrò a Parma, dove la sua posizione era ormai compromessa. Il 25 luglio 1316 la città si sollevò e il popolo e i magnati la percorsero al grido di viva il popolo e muoia Giberto Correggio. La congiura era stata preparata da mesi con un accordo tra il Visconti, Cangrande della Scala, il Bonaccolsi e gli esponenti delle più potenti famiglie parmigiane: Gianquirico Sanvitale, genero del Correggio, Rolando Rossi, suo cognato, Obizzo da Enzola, marito di una sua cugina, Paolo Aldighieri e Bonaccorso Ruggeri, pure suoi cognati, e altri. La politica matrimoniale non fu sufficiente a garantirgli il loro appoggio nel momento in cui, scontratosi all’esterno con signorie ben più solide della sua, nessuno intese seguirlo in un’avventura (la salvaguardia degli interessi medio padani di Parma) troppo pericolosa e troppo arrischiata. Al Correggio non restò che prendere per l’ultima volta la via dell’esilio. Dai suoi castelli di Guardasone, Castelnovo, Campegine e Bazzano e dalla città di Guastalla cercò di rientrare in Parma, ma, venutogli meno anche l’appoggio di Cremona, non gli restò che raccomandarsi a Roberto d’Angiò e ai suoi alleati. All’inizio del 1317 compì un lungo viaggio a Bologna, a Padova, in Romagna, in Toscana e presso il re Roberto d’Angiò per mettere insieme l’esercito col quale marciare contro Parma. Da parte loro i Parmigiani ottennero consistenti aiuti dai Milanesi, dai Veronesi e dai Mantovani e occuparono alcuni centri fedeli al Correggio, tra cui Coenzo, Enzola, Poviglio e Campegine, senza però compiervi gravi distruzioni. Del resto il loro comandante, Spinetta Malaspina, non spinse la guerra a fondo per poter giungere più facilmente a un accordo che fu sottoscritto dai rappresentanti del Correggio e del Comune di Parma il 14 agosto 1317. Dopo essere stato al servizio di Roberto d’Angiò nella difesa di Genova tra il 1318 e il 1319, il Correggio poté finalmente portare la guerra sul Po come capitano generale delle forze guelfe di Toscana, di Romagna e di Lombardia. Con gli uomini della lega guelfa sconfisse i Modenesi, poi passò il Po vicino a Guastalla su un ponte di barche e andò alla difesa di Brescia, per la quale riconquistò molti castelli sparsi nel contado. Si volse poi contro la città di Cremona nella quale entrò, assieme ai Cavalcabò, il 23 novembre 1319. I Parmigiani, intanto, assistevano con crescente timore alle fortune militari del Correggio e, fortificata la città, chiesero aiuti ai loro alleati. L’unico a farsi avanti fu Galeazzo Visconti, il quale fece presidiare il fiume Po per impedire al Correggio e ai Cavalcabò di riattraversarlo e giunse a distruggere quasi completamente Guastalla, senza riuscire, però, a occuparne il castello. Nel 1321 il Correggio finalmente riunì nelle sue terre un forte esercito. Anche questa volta la fortuna non lo assistette: i della Torre lo abbandonarono per raggiungere Brescia e Spinetta Malaspina, ora suo alleato, dovette rientrare in Lunigiana per difenderla dai Lucchesi. Lo stesso Correggio alcuni mesi più tardi si ammalò gravemente, lasciò al suo avversario politico Rinaldo Bonaccolsi di Mantova il compito di provvedere ai suoi figli e morì senza essere riuscito a rimettere piede in Parma. Fu sepolto nelle sue terre di Castelnovo Sotto e nel Quattrocento i suoi resti furono trasportati nella chiesa di San Francesco di Correggio. Il Correggio ebbe quattro mogli. La prima, di cui si ignora il nome, era sorella di Francesco Malaspina e dal matrimonio nacquero Simone e Antonia. Della seconda moglie, sposata nel 1301, si sa che apparteneva alla famiglia dei da Camino: da lei il Correggio ebbe Guido, Azzo, Giovanni, Beatrice e Vannina. Nessun figlio ebbe dal breve matrimonio (1312) con Elena di Langosco. Maddalena Rossi, sposata nel 1314, gli diede la figlia Donatella. Ebbe anche un figlio illegittimo di nome Lombardo.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, IV, Mediolani, 1741, coll. 615-632; Iohannes de Cornazanis, Historiae Parmensis fragmenta, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XII, Mediolani, 1728, coll. 729-733; Nicolaus ep. Botratinensis, Relatio de itinere Italico Henrici VII imperatoris, in Rerum Italicarum Scriptores, IX, Mediolani, 1726, coll. 895, 905, 907; Sagacius et Petrus de Gazata, Chronicon Regiense, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, coll. 15-32; Bartolomeo da Ferrara, Libro del Polistore, in Rerum Italicarum Scriptores, XXIV, Mediolani, 1738, col. 709; D. Compagni, La cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 2, a cura di I. Del Lungo, ad Indicem; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Corpus chronicorum Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, I, a cura di A. Sorbelli, ad Indicem; Chronicon Estense cum additamentis usque ad annum 1478, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 3, a cura di G. Bertoni-E.P. Vicini, 58-62, 86-89; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense (1188-1363), in Rerum Italicarum Scriptores, XV, a cura di T. Casini, 55, 59, 61, 77 s., 84; F. Nicolli, Codice diplomatico parmense, Piacenza, 1835, 211, 221 s.; G. Villani, Cronica, a cura di I. Moutier-F. Gherardi Dragomanni, II, Firenze, 1845, 127 s.; Chronica Parmensia, a cura di L. Barbieri, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, X, Parmae, 1858, ad Indicem; Statuta communis Parmae ab a. 1316 ad 1325, a cura di A. Ronchini, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, III, Parmae, 1859, pp. III-XXVI, 210-216; Chronica tria Placentina a Iohanne Codognello ab Anonimo et a Guerino conscripta, a cura di B. Pallastrelli, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, XI, Parmae, 1859, ad Indicem; Acta Henrici VII Romanorum Imperatoris, a cura di F. Bonaini, Firenze, 1877, ad Indicem; L. Astegiano, Codex diplom. Cremonae (715-1334), I-II, Torino, 1886-1889, ad Indicem; Cronache modenesi di Alessandro Tassoni, di Giovanni da Bazzano e di Bonifacio Morano, a cura di L. Vischi-T. Sandonnini-O. Raselli, in Monumenti di storia patria delle province modenesi, Cronache, XV, Modena, 1888, ad Indicem; Henrici VII Constitutiones, in Monumenta Germ. Hist., Legum sectio IV, Constitutiones, IV, I, Hannoverae-Lipsiae, 1906-1908, 710, 758-763, 997, 1000, 1032; Alberti de Bezanis abbatis Sancti Laurentii Cremonensis, Cronica pontificum et imperatorum, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores rerum Germ. in usum scholarum, III, a cura di O. Holder-Egger, Hannoverae et Lipsiae, 1908, 84, 90; Ferretti Vicentini, Hist. rerum in Italia gestarum (1250-1318), a cura di C. Cipolla, Roma, 1908-1914, in Fonti per la storia d’Italia, XLII, 1-2, ad Indicem; Liber grossus antiquus Comunis Regii. Liber Pax Constantiae, a cura di F.S. Gatta, II, Reggio Emilia, 1950, 211 ss.; R. Corso, Della vita di Giberto III da Correggio detto il Difensore, colla vita di Veronica Gambara, Roma, 1566; B. Angeli, La Historia della città di Parma, Parma, 1591, 145-155, 319-325; N. Tacoli, Memorie storiche di Reggio di Lombardia, I, Reggio Emilia, 1742, 257-260, 271, 324, III, Carpi, 1769, 683-686; I. Affò, Istoria della città e ducato di Guastalla, I, Guastalla, 1785, 219; I. Affò, Storia della città di Parma, IV, Parma, 1795, ad Indicem; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 31-40; G. Tiraboschi, Dizionario topografico-storico degli Stati estensi, I, Modena, 1824, 179; Q. Bigi, Di Azzo da Correggio e dei Correggio ricerche storiche, in Atti e Memorie delle Regie Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi, III, 1865, 216-219; M. Melchiorri, Vicende della signoria di Giberto da Correggio in Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., VI 1906, 1-201; T. Bazzi-U. Benassi, Storia di Parma, Parma, 1908, 67 ss.; A. Mossina, Cronologia dei signori di Guastalla, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3, II 1937, 76; T.E. Mommsen, Italian. Analekten zur Reichsgesch. des 14. Jahrhunderts (1310-1378), Stuttgart, 1952, ad Indicem; F. Manzotti, Giberto da Correggio e la mancata signoria sul medio corso del Po, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le antiche Province Modenesi, s. 8, VII 1955, 51-80; A. Cavalcabò, I rettori di Cremona, in Bollettino Storico Cremonese XXI 1958-1960, 81-95; W. Bowsky, Henry VII in Italy. The Conflict of Empire and City-State, Lincoln, 1960, ad Indicem; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. II; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 439-444.


Castelnovo di Sotto 1320 c.-Venezia 17 luglio 1373
Nacque da Guido e da Guidoccia della Palude. Negli anni in cui il padre era alleato con i Visconti di Milano, sposò Paola Visconti, dalla quale ebbe i figli Pietro, Maddalena, Margherita e Iacopa. Gli altri numerosi figli (Manfredo, Francesco, Gherardo, Egidio, Giovanni, Galasso e Paola) li ebbe dalla seconda moglie Orsolina di Galasso Pio da Carpi. Il Chronicon Regiense, dopo aver osservato che il Correggio fu sempre esule dalla sua terra, aggiunge: Hic nobilissimus fuit homo, et maximus hostium ultor, et crudelissimus. Lo spirito di vendetta e la crudeltà verso i nemici, se proprio si deve prestare fede al cronista Pietro da Gazata, peraltro non sempre imparziale, furono forse il frutto della condizione di esule, in cui il Correggio passò gran parte della sua vita, spesa nel tentativo di difendere almeno le sue terre di Correggio e degli altri centri vicini, da più di duecento anni soggette ai suoi antenati, contro quegli stessi avversari ben più potenti di lui, che avevano già strappato alla sua famiglia il dominio su Parma. È significativo che le cronache del tempo si occupino per la prima volta di lui quando, ancora ventenne, assieme con il padre Guido e il fratello Azzo il Giovane (così indicato per distinguerlo dallo zio omonimo) si oppose al tradimento dello zio Azzo il Vecchio da Correggio, il quale, contro gli accordi presi alcuni anni prima, non consegnò, nel 1344, la città di Parma ai Visconti, ma preferì venderla per 60 mila fiorini d’oro al marchese d’Este. Il Correggio, che in quegli anni sposò una Visconti, abbandonò Parma e andò a occupare Guastalla, mentre il padre e il fratello si impadronirono dei centri di Correggio e di Brescello per resistere alla prepotenza di Azzo il Vecchio da Correggio e degli Este. Partecipò poi con onore alla battaglia di Rivalta, vicino a Reggio, tra Filippino Gonzaga e il marchese d’Este, che rientrava a Modena dopo essersi recato a prendere possesso di Parma, appena acquistata da Azzo da Correggio. La vittoria dei Gonzaga fu schiacciante: il marchese di Ferrara si salvò a stento e molti suoi cavalieri furono fatti prigionieri e tra questi anche Giovanni da Correggio, zio del Correggio, che aveva preferito secondare il tradimento di Azzo da Correggio e parteggiare per gli Este. Il Correggio, dopo questa battaglia, probabilmente la prima in cui si trovò impegnato, ottenne dallo stesso Filippino Gonzaga la nomina a cavaliere. La lotta tra Milano e Ferrara per il possesso di Parma andò per le lunghe e vi perse la vita (agosto 1345) anche il padre del Correggio, Guido. Alla fine il Visconti divenne Signore di Parma solo dopo averla acquistata dagli Este per 60000 fiori d’oro. Estese così le proprie pretese di dominio anche su Guastalla, la città tenuta dal Correggio, un nodo strategico per la difesa dei suoi territori al di qua e al di là del Po. Valore quasi puramente simbolico potè avere, in quello stesso 1347, il fatto che l’imperatore Carlo IV di Lussemburgo revocasse la sentenza di fellonia lanciata dal suo predecessore Enrico VII contro i Correggio e che, di conseguenza, reintegrasse nei loro possedimenti il Correggio, il fratello Azzo e lo zio Giovanni da Correggio, passato dopo la prigionia dalla parte dei Visconti. L’effettivo dominio su questi centri della pianura reggiana restò subordinato al placet dei Visconti, che pare lo abbiano concesso solo nel 1354. A ogni modo il castello di Guardasone, nel Parmigiano, rimase per ben poco tempo nelle loro mani, riconquistato negli ultimi mesi del 1354 da Azzo il Vecchio da Correggio, il quale, appena caduto in disgrazia presso gli Scaligeri, aveva trovato rifugio a Bologna dove Giovanni da Oleggio si era ribellato ai Visconti di Milano dopo la morte dell’arcivescovo Giovanni. Azzo il Vecchio da Correggio ebbe poi una parte di rilievo nella guerra della lega antiviscontea sorta nel 1356, fino a che, nell’autunno del 1357, si riconciliò con Bernabò Visconti anche grazie alla mediazione di Francesco Petrarca. L’avvicinamento di Azzo il Vecchio da Correggio ai Visconti significò anche la sua piena reintegrazione nei possedimenti dei Correggio, con l’esclusione del Correggio, il quale nel 1358 cercò di entrare in buone relazioni con gli Este e fu presente alla pace che essi in quell’anno stipularono con suo suocero, Galeazzo Pio da Carpi. Intanto Bernabò Visconti, dopo il disastro di San Ruffillo in cui era morto circa un migliaio di suoi soldati (1361), pensò di consolidare la propria posizione in Emilia in vista di una futura e sempre più difficile conquista di Bologna. Per questo mandò i suoi uomini a occupare il castello di Correggio. Ma il Correggio, che non intendeva cedere a questa ulteriore prepotenza, chiese aiuto ai Mantovani e riuscì a catturare gli ignari cavalieri inviati da Milano. A ogni modo, nonostante questo inutile successo, il Correggio non poté contrastare le mire di Bernabò Visconti per molto tempo: di lì a poco dovette accettare, assieme con gli altri signori della pianura reggiana e modenese, la sua alleanza. Nella battaglia di Solara (1363) tra Bernabò Visconti e Feltrino Gonzaga, capitano della lega antiviscontea, il Correggio, il figlio Pietro e lo zio Giovanni da Correggio caddero prigionieri del Gonzaga. Meno di un anno più tardi Bernabò Visconti rinunciò alle sue pretese su Bologna. I prigionieri furono così liberati e il Correggio poté inviare un suo procuratore alle trattative di pace della primavera del 1364. Da allora egli e il fratello Azzo rimasero, pare, fedeli a Bernabò Visconti. Tra il giugno e il luglio del 1368 Azzo il Giovane da Correggio (lo zio omonimo era morto da alcuni anni) si trovò alla difesa di Borgoforte per conto dei Visconti contro l’avanzata dell’esercito imperiale di Carlo IV di Lussemburgo. I Correggio ebbero così modo di partecipare agli accordi di pace del mese seguente, quando ottennero la conferma dei loro possedimenti nel Reggiano. Nel 1369, poi, essi, quando l’Imperatore comprese i centri di San Biagio e di Fasano nella concessione dell’investitura di San Martino in Rio (a pochi chilometri da Correggio) alla famiglia reggiana dei Roberti, fecero ricorso e ottennero che i due centri restassero loro soggetti come in precedenza. Il Correggio e Azzo da Correggio tennero ancora queste terre per diversi mesi, con l’appoggio, questa volta, degli Estensi e della lega antiviscontea. Infatti nella tregua di Bologna del 1370, stipulata dopo l’inutile tentativo di Bernabò di occupare Reggio, essi sono ricordati come alleati del marchese di Ferrara. Quando, infine, Bernabò Visconti riuscì a strappare Reggio a Feltrino Gonzaga e cominciò a percorrere con le sue soldatesche le campagne di Correggio senza tuttavia riuscire a impadronirsene, Guido da Correggio, figlio di Azzo, si pose al suo servizio e ottenne in cambio il possesso di tutti i beni in territorio visconteo già di suo padre e del Correggio (3 dicembre 1371). Per questo Niccolò d’Este, non fidandosi più di Azzo da Correggio, lo rinchiuse in prigione. Intanto Guido da Correggio nell’estate del 1372, dopo la vittoria di Bernabò Visconti nella vicina Rubiera, si impadronì della città e del castello di Correggio, fece prigionieri i figli del Correggio e li restituì all’Este in cambio del proprio padre Azzo. Il Correggio, dunque, venticinque anni dopo la cacciata da Parma assieme con il padre, dovette abbandonare anche i propri possedimenti. Accettò quindi ben volentieri, nel dicembre del 1372, l’offerta della Repubblica di Venezia, in guerra contro Padova, di entrare al suo servizio con gli uomini a lui rimasti fedeli: solo con l’aiuto dei potenti poteva sperare di rientrare in possesso delle sue terre. Nei primi mesi del 1373 il Correggio fu nominato capitano generale di Terraferma al posto del senese Rinieri Guasco, che vi rinunciò per disaccordi con i provveditori della Repubblica di Venezia. Pare che egli avesse assunto l’effettivo comando dei soldati di Terraferma solo nella seconda metà di aprile, quando giunse a Venezia e ottenne, il 25 di quel mese, giorno di San Marco, l’investitura ufficiale. Gli inizi del suo capitanato non furono felici. I Veneziani stavano ancora lavorando alla difesa di territori appena strappati ai Padovani lungo il Brenta, quando furono assaliti da questi e dagli Ungheresi loro alleati. Il Correggio, subito accorso, non fu in grado di ricacciarli e i nemici riuscirono a portare via come prigionieri molti cavalieri veneziani (14 maggio 1373). Il Correggio allora tentò di impadronirsi con l’inganno della bastia di Rosinvalle, nel territorio di Piove di Sacco, ma gli uomini con cui prese contatto furono scoperti e giustiziati. Finalmente, dopo che era giunto in soccorso dei Veneziani un contingente di arcieri turchi (25 giugno 1373), il Correggio si accordò con il provveditore veneto Pietro da Fontana per marciare su Padova con gran parte dell’esercito veneziano attraverso i terreni paludosi della zona di Piove di Sacco, in quel periodo dell’anno sufficientemente asciutti da permettere il passaggio degli uomini. Per facilitare la spedizione il Correggio fece costruire e fortificare in mezzo alle paludi la bastia di Bonconforto. Francesco da Carrara e i suoi alleati compresero quanto fosse pericoloso il consolidamento dei Veneziani in quella zona, perciò il 1° luglio 1373 assalirono l’esercito del Correggio. Ma questi, fatto esperto dalla sconfitta di maggio, fu pronto ad accoglierli con un piano che prevedeva l’azione coordinata dei cavalieri e dei fanti veneti da una parte e degli arcieri turchi e dei balestrieri dall’altra, in modo da disorientare gli assalitori. Per questo, secondo il cronista Andrea Gatari, i Padovani per disordine, più presto che per forza, andarono rotti et messi in fuga (A. Gatari, Cronaca Carrarese, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, XVII, 2, a cura di A. Medin-G. Tolomei, p. 155). Lo stesso Francesco da Carrara si salvò a stento, ma alcuni suoi comandanti, tra i quali i parmigiani Bonifacio e Antonio Lupi e il voivoda Stefano, nipote del Re d’Ungheria, furono fatti prigionieri con molti loro cavalieri. Il terreno paludoso e l’aria insalubre cominciarono, però, a mietere numerose vittime tra gli uomini al servizio della Serenissima. La malaria colpì anche il Correggio, forse già ammalato prima della battaglia. Il 7 luglio egli fu trasportato a Venezia, dove morì dieci giorni più tardi. Con testamento del 12 ottobre 1368 lasciò eredi dei suoi beni gli otto figli, i quali continuarono, come il padre, a combattere al servizio di vari signori, dell’una e dell’altra parte. Poterono infine tornare in possesso delle terre e dei castelli già del loro padre solo nel 1389, quando Galasso Visconti consentì che fosse nominato un arbitro per risolvere la lite tra i figli di Azzo di Giovanni da Correggio e del Correggio per il dominio su Correggio e sui centri vicini. La sentenza fu favorevole a questi ultimi che poterono rientrare in Correggio dopo circa vent’anni di esilio.
FONTI E BIBL.: D. Chinazzo, Cronaca della guerra di Chioza, in L.A. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, Mediolani, 1729, coll. 203, 706; Additamentum primum ad Chronica Cortusiorum, in Rerum Italicarum Scriptores, XII, Mediolani, 1728, col. 967; Annales Mediolanenses, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI, Mediolani, 1730, coll. 744, 746; Sagacius et Petrus de Gazata, Chronicon Regiense, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, coll. 59-63, 81; A. de Redusiis, Chronicon Tarvisinum, in Rerum Italicarum Scriptores, XIX, Mediolani, 1731, coll. 747 ss.; Raphayini de Caresinis, Chronica, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, XII, 2, a cura di E. Pastorello, 25 s.; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense (1188-1363), in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 179; G. e B. Gatari, Cronaca Carrarese, in Rerum Italicarum Scriptores, XVII, 2, a cura di A. Medin-G. Tolomei, ad Indicem; Corpus chronicorum Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, I, a cura di A. Sorbelli, II, 154-158, 269; M. Villani, Cronica, a cura di F. Gherardi Dragomanni, Firenze, 1846, II, 357 s.; F. Sansovino, Croniche della casa e città di Correggio, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, Correggio, 1881, 127 s.; L. Zuccardi, Compendio delle croniche di Correggio e delli suoi signori, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, 32 s.; I. Affò, Istoria della città e ducato di Guastalla, I, Guastalla, 1785, 263-374; G.B. Verci, Storia della Marca Trivigiana e Veronese, XIV, Venezia, 1786, 186-219; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 49-53; G. Tiraboschi, Dizionario topografico-storico degli Stati estensi, II, Modena, 1825, 350; I. Affò-A. Pezzana, Storia della città di Parma, I, Parma, 1837, 73 s., 86, 97-100; A. Mossina, Cronologia dei signori di Guastalla, in Archivio Storico per le Province Parmensi III 1865, 77; F. Cognasso, L’unificazione della Lombardia sotto Milano, in Storia di Milano, V, Milano, 1955, 415, 477; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. II; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 444-446.

Parma 1340 c.-Guardasone 19 aprile 1402
Figlio di Azzo e di Tommasina Gonzaga. Fu podestà di Milano nel 1372. Alla sua morte (non lasciò eredi) i Visconti si impadronirono di Guardasone, Scalogna, Colorno e Castelnuovo Sotto.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.


Parma 955 c.-Parma 22 maggio 992 c.
Fu molto probabilmente figlio di Gerardo e di Eurosia Bravi, la quale morì dandolo alla luce. Canonico (dopo il 981) della Cattedrale di Parma, fu ripetutamente pellegrino a Roma e in Terra Santa (vi si recò sei volte e fu anche monaco a Gerusalemme). Ritornò definitivamente a Parma nell’anno 973. Verso la fine della sua vita fu posto dal vescovo di Parma Sigifredo II come primo abate a capo del monastero di San Giovanni Evangelista, da poco fondato nel suburbio di Parma. Morì dopo aver governato per sette anni il monastero, che lasciò ormai fiorente e sicuramente avviato sul modello della riforma cluniacense. L’unica fonte relativa al Correggio è una Vita piuttosto tarda, scritta attorno alla metà del secolo seguente da un monaco dell’abbazia parmense, che non aveva conosciuto il Correggio, ma aveva raccolto le testimonianze di alcuni discepoli ormai nimio confectos senio (Vita, ed. L. Barbieri, p. 478). Il racconto, che procede secondo il modulo comune dei testi agiografici, si riduce a una serie di miracoli. Ma è interessante la notizia dell’impegno antisimoniaco, che sottopose il proprio programma di riforma monastica a un concilio provinciale di Ravenna, e in particolare dei rapporti con Maiolo di Cluny, cuius quidem admonitionibus in praedicto coenobio multa ad coenobilem usum apta constituit (Vita, p. 478). Sono questi, insieme alla menzione di Sigifredo II, gli unici riferimenti cronologici meno vaghi della vita del Correggio, che il biografo, del resto, data molto genericamente all’inizio tempore quo piissimus Octho secundus clementissime romanorum gubernabat imperium (Vita, p. 477) e ancora alla fine, coll’aggiunta dell’anno: nonagentesimo secundo (Vita, p. 483). Proprio questa seconda annotazione cronologica, che deriva probabilmente da un’interpolazione e che intende, comunque, solo precisare cronologicamente l’impero di Ottone II, è stata invece capita come un puntuale riferimento a una data precisa della storia del Correggio, quella della sua morte, con la conseguenza di assurde datazioni o di ingegnosi tentativi di critica del testo. Anche la datazione di E. Sakur, che pur molto opportunamente coglie il riferimento cronologico presentato dall’incontro con Maiolo, è troppo precisa nel voler fissare l’inizio dell’abbaziato del Correggio all’anno 983 e la morte al 990. La datazione non può essere che approssimativa, per l’inizio dell’abbaziato potendo fornire solo termini post quem (981, elezione di Sigifredo II di Parma) e ante quem (987, ultimo viaggio di Maiolo in Italia). Sepolto nel chiostro del monastero, il corpo del Correggio venne poi trasferito nella nuova chiesa sotto l’episcopato di Ugo II (1027-1044). La composizione della Vita risale, appunto, agli anni immediatamente seguenti e testimonia ormai di un principio di culto. Ma per nulla documentata è la notizia raccolta dagli storici locali di una canonizzazione a opera di Gregorio VII, mentre si deve, forse, attribuire il significato di una elevatio vescovile alla traslazione dal chiostro alla chiesa sotto il vescovo Ugo II. Non sembra che il culto abbia avuto una particolare diffusione. A Parma è comunque documentato, almeno per la Cattedrale, dai libri liturgici del XV secolo. Il 2 giugno 1534 la Comunità di Parma volle eleggere il Correggio patrono della città e da allora i suoi rappresentanti parteciparono solennemente alla celebrazione della festa, il 22 maggio di ogni anno. In occasione del capitolo generale della Congregazione di Santa Giustina, a cui l’abbazia parmense apparteneva, una nuova traslazione fu compiuta il 9 maggio 1588 e un’altra ancora nel 1661, quando le reliquie furono definitivamente sistemate nella cappella dedicata al Correggio. La sua festa è celebrata, oltre che nell’abbazia, nella Diocesi di Parma, il 22 maggio.
FONTI E BIBL.: La 1a edizione della Vita, è in Barnaba da Parma, Vita et obitus S. Joannis primi abbatis huius monasterii S. Joannis Evangelistae, Parma, 1609; Mabillon, Acta, 697-705; Acta SS. Maii, V, Anversa, 1685, 179-183; Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Cronica Parmensia a saec. XI ad exitum saec. XIV, ed. L. Barbieri, Parma, 1858, 477-483; I. Affò, Storia di Parma, I, Parma, 1792, 253 ss.; E. Sackur, Die Cluniacenser in ihrer kirchlichen und allgemeingeschichtlichen Wirksamkeit, I, Halle, 1892, 235 ss.; D. Munerati, Cronotassi degli abati benedettini del monastero di S. Giovanni Evangelista in Parma, in Rivista Storica Benedettina II 1907, 393 ss.; F. Kehr, Italia Pontificia, V, Berlino, 1911, 423; Zimmermann, II, 213 ss. (ma il codice Vaticano Palatino latino 30, secolo XII, dato qui come proveniente da Parma, proviene invece da Pulsano e l’ufficio liturgico segnalato riguarda San Giovanni di Matera e non San Giovanni di Parma); I. Mannocci, L’oratorio di S. Colombano in Parma, in Aurea Parma XXXVII 1953, 169-175; A. Bresciani, Vite dei santi, 1815, 11-13; Enciclopedia Ecclesiastica, IV, 1949, 57; Dizionario Ecclesiastico, II, 1955, 150; R. Volpini, in Bibliotheca Sanctorum, VI, 864.


Parma 1302 c.-post 1363
Figlio di Giberto e di una da Camino. Fu fatto prigioniero nel 1341 nel conflitto di Parma, quando i suoi fratelli vi scacciarono gli Scaligeri. Scoppiate nel 1344 le discordie familiari per la vendita di Parma, occupò Castelnuovo Sotto. Accompagnando Obizzo d’Este da Parma a Modena, fu fatto prigioniero a Rivalta da Feltrino Gonzaga. Fu liberato nel 1345. Mentre era al servizio dei Visconti, assieme ai nipoti Giberto e Azzo, fu ancora una volta fatto prigioniero dai guelfi nel 1363 a Solara.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.


1578 c.-Parma 1612
Figlio di Alessandro e di Ippolita Torelli. Fu a parte di una congiura di molti tra i principali gentiluomini di Parma contro il duca Ranuccio Farnese. Fu dunque arrestato nel 1611 e finì miseramente i suoi giorni nell’anno seguente nelle carceri della Rocchetta di quella città.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. III.


Parma 1025 c.-Civita Castellana 8 settembre 1100
Nato nella famiglia nobile dei da Correggio imparentati con la dinastia canossiana, attraversò tutta la storia dell’età pregregoriana e gregoriana e della lotta delle investiture, come cancelliere imperiale (dal 1058), arcivescovo di Ravenna (1073-1100) e antipapa (dal 1080). Nominato cancelliere imperiale per intervento dell’imperatrice Agnese, reggente durante la minore età di Enrico IV, dopo la morte di Adalberto vescovo di Bamberga entrò a far parte della Corte enriciana, alla quale restò sempre legato. Nove documenti imperiali dal 1058 al 1063 (due sono conservati in originale) portano la recognitio cancelleresca del Correggio (Stumpf, nn. 2554, 2556, 2557, 2584, 2596a, 2612, 2617, 2621, 2978). Invitato da Gerardo vescovo di Firenze, eletto papa Niccolò II, al sinodo di Sutri (gennaio del 1059) per convalidare la deposizione di papa Benedetto X, accompagnò il nuovo pontefice a Roma, insieme con Goffredo di Lorena, marchese di Toscana. Variamente interpretato e risolto dagli storici è il problema della mediazione compiuta dal Correggio per ottenere da Niccolò II il riconoscimento dello ius e honor imperii nell’elezione papale, come si legge nella versione imperiale del decreto del 1059. Ma attraverso successive ricerche (Krause, Capitani) è possibile verificare in maniera positiva l’autenticità dell’intervento del Correggio in favore di Enrico IV e dei suoi successori. Dopo la morte di Niccolò II e l’elezione di papa Alessandro II, come cancelliere imperiale il Correggio partecipò attivamente agli sviluppi dello scisma di Cadalo, vescovo di Parma (l’antipapa Onorio II) e, celebrato il sinodo di Basilea, lo accompagnò nella spedizione italiana, nella battaglia vittoriosa di Campoleone (1062) contro l’esercito raccolto da Ildebrando, fino al termine dell’impresa bloccata dall’arbitrato di Goffredo di Lorena e anche da difficoltà finanziarie. Negli anni 1063-1072 il silenzio e la lacuna delle fonti rendono oscura l’attività del Correggio, probabilmente ritornato alle sue mansioni di cancelliere imperiale. Il 20 febbraio 1073 appare per la prima volta come arcivescovo di Ravenna, eletto ma non ancora consacrato (Rubeus, p. 298). Nell’assumere il difficile governo di una sede metropolitica colpita dall’interdetto papale nel 1065, il Correggio mantenne all’inizio rapporti di convivenza con la Chiesa romana (Gregorii VII Registrum, p. 5), ma soltanto per un breve periodo. Una lettera di papa Gregorio VII (1° giugno 1073) esorta Guido conte di Imola a comporre la pace tra gli abitanti della medesima città, che avevano giurato obbedienza alla Santa Sede, e il Correggio che aveva cercato di ridurli sotto la sua giurisdizione (Gregorii VII Registrum, p. 16). Nella Quaresima del 1078 il Correggio venne sospeso dall’ufficio arcivescovile e scomunicato e la condanna fu ripetuta nel 1080. Dopo la seconda deposizione di Enrico IV da parte di Gregorio VII nel concilio del marzo 1080, il Correggio aderì alla convocazione imperiale del sinodo di Bressanone: approvata la deposizione di Gregorio VII e dopo la rinuncia di Tedaldo arcivescovo di Milano, lo stesso Correggio venne eletto Papa con il nome di Clemente III dai trenta vescovi ivi radunati (25 giugno 1080). Nell’anno seguente partecipò alla spedizione italiana di Enrico IV e alle fasi iniziali del lungo assedio di Roma. Caduta la città in mano all’Imperatore (marzo 1084), il Correggio venne solennemente consacrato e intronizzato nel palazzo lateranense. Compiuta l’incoronazione imperiale di Enrico IV (31 marzo), il Correggio abbandonò Roma anche a causa dell’avvicinarsi dell’esercito di Roberto il Guiscardo. Vi ritornò nel 1087 e riuscì a prevalere contro il nuovo pontefice Vittore III. Forse fu questo il periodo più fecondo di attività e risultati per il Correggio. Crebbero e si diffusero modelli di pubblicistica favorevole alla sua concezione del Papato, prevalentemente attraverso i cosiddetti falsi ravennati. Venne convocato nel 1089 un sinodo romano, una sorta di contromossa all’attività conciliatrice di Urbano II, in modo particolare per la riaffermazione del celibato obbligatorio, seguita subito dalla diffida a non disertare gli uffici amministrati dai sacerdoti indegni, clausola questa che, con il chiaro intendimento di un ritorno all’ingiudicabilità della gerarchia tipica del periodo pregregoriano, mette bene in evidenza il carattere chiericale di questo documento (Fornasari, p. 292). Malgrado il tentativo di politica conciliativa nei confronti degli ecclesiastici incerti tra le due obbedienze e malgrado l’appoggio diretto dell’Imperatore e l’alterno riconoscimento da parte di Inghilterra, Serbia e Ungheria, l’autorità e il prestigio del Correggio cominciarono a indebolirsi verso la metà degli anni Novanta. Riuscì ancora una volta nel 1091 a insediarsi in Roma, dove continuò a resistere un forte partito guibertista. Ma la scarsa efficacia di un sinodo del 1092 e l’insuccesso dell’esercito di Enrico IV nell’assedio di Monteveglio rappresentarono i primi segni di un costante regresso del Correggio nei confronti di Urbano II, ormai saldamente riconosciuto dalle principali nazioni europee, riunite intorno al progetto papale di crociata. Negli ultimi anni si assiste anche al tentativo del Correggio (1093) di riformare la vita comune dei canonici cardinali di Ravenna, con più larghe concessioni e sistemazioni giuridico-patrimoniali. Malgrado il sacer conventus dei guibertisti nel 1098 e il tentativo di opposizione al nuovo pontefice Pasquale II (1099), il Correggio non riuscì a riorganizzare le forze ancora favorevoli in Roma e nel Lazio. Figura complessa, che ancora sfugge a una conoscenza unitaria, il Correggio rimane al centro di interpretazioni divergenti e successive revisioni. Dal Correggio di Köhncke, un puro e semplice esecutore della politica di Enrico IV, e di Augustin Fliche che lo aveva descritto come scialbo, piuttosto pacifico per natura, strumento docile e passivo dell’Imperatore, si passa alla rivalutazione della sua autonomia e dei suoi programmi di riforma e governo (Kehr) e si arriva al giudizio di Ernst Werner che vede nel Correggio un personaggio di alta cultura, capace di rappresentare l’impulso a una riforma della Chiesa, da rendere libera da conflitti e rivendicazioni contro il regnum. Questa tesi può essere condivisa a patto di osservare che l’ecclesiologia del Correggio non affermò il valore di una Chiesa pneumatica e antigiuridica, ma, senza mettere in discusssione l’indipendenza e la superiorità dell’ordinamento pubblico regio, ricercò e ottenne da questo la delega e il consenso ad assumere responsabilità di natura politica, come appare nella complessa e a volte ambigua elaborazione dei falsi ravennati. Per questo motivo il miglior accesso alla conoscenza del pensiero e dell’azione del Correggio è consentito dallo studio della pubblicistica del suo tempo. Per la storia dei fatti, l’accertamento è ancora quasi tutto da compiere. Con un primo rilevamento delle fonti nell’Archivio arcivescovile di Ravenna si ottiene il seguente dato: per l’epoca dell’arcivescovo e antipapa sono conservate 160 pergamene, delle quali quindici sono edite, trentuno regestate spesso in modo incompleto o infedele nei Monumenti ravennati del Fantuzzi, centoquattordici inedite. La letteratura politica guibertista, oltre a rappresentare una fonte di conoscenza per il Correggio, appartiene a un settore vasto e non completamente esplorato della pubblicistica del tardo secolo XI, nella quale politica, teologia, diritto civile e canonico convivono in modo più o meno unitario e complesso. In questa sede è pertinente l’esame delle pièces e degli scritti che, senza essere direttamente attribuibili al Correggio, si possono considerare di origine o formazione ravennate (1080-1100 c.). Esclusi opuscoli e trattati come il De Papatu Romano di Guido da Osnabrück, il De scismate Hildebrandi di Guido da Ferrara o anche il De unitate ecclesie conservanda, il censimento delle opere dovebbe comprendere la Defensio Heinrici IV Regis di Pietro Crasso (in Monumenta Germ. Hist., Libelli, I, pp. 433-453), la redazione imperiale del decreto di elezione papale del 1059 (in Krause, Das Papstwahldekret von 1959, pp. 271-275), i falsi privilegi di Adriano I a Carlo Magno (in Monumenta Germ. Hist., Constitutiones, I, pp. 657-663) e di Leone VIII a Ottone I (in Monumenta Germ. Hist., pp. 666-667: privilegium minus; pp. 667-674: privilegium maius; p. 674-678: cessio donationum). Dopo una lunga fase storiografica (da Ficker a Karl Jordan) impegnata a studiare e risolvere problemi specifici di attribuzione di testi senza discutere la loro genesi guibertista, quasi nessuna delle medesime opere sembra resistere a una duplice critica storica che elimina, o comunque attenua in misura notevole, il loro collegamento al Correggio e al suo ambiente ravennate. Gli studi compiuti da Capitani hanno rivelato che la redazione imperiale del decreto di elezione papale deve essere situata in un ambiente non propriamente wibertiano, ma di cardinali scismatici e, staccati i tempi e gli interessi dei privilegi di Adriano I e di Leone VIII (Capitani, p. 41), il privilegium minus (databile in epoca posteriore all’elezione di Urbano II e anteriore al 1092 circa) sembra riguardare Enrico IV e le persone del suo entourage assai più credibilmente che non quelle dell’entourage del Correggio, a Ravenna (Capitani, p. 42). Successivamente Ian Stuart Robinson ha per la prima volta messo in dubbio la provenienza ravennate di Pietro Crasso e della Defensio Heinrici IV, considerata come pièce fabbricata nella Cancelleria salica in Italia (Stuart Robinson, pp. 75-83). Punto di partenza per la discussione può allora essere la Defensio, esaminata con novità di conseguenze da Stuart Robinson nella sua formazione a strati teologici, giuridici e anche letterari. Altrettanto importante e nuova, dopo le ricerche di Jordan, che aveva sottolineato nella Defensio l’uso del diritto privato romano a sostegno dell’ereditarietà dell’Impero, è la scoperta di affinità e somiglianze con parametri della letteratura panegirica enriciana. Meno convincente sembra la proposta di attribuzione della Defensio alla Cancelleria imperiale: perché, se non si possono mettere in dubbio le affinità indicate da Stuart Robinson, è anche vero che tali confronti sono reversibili e non si osservano sicure dipendenze testuali. Lo studioso irlandese ha comunque il merito di aver messo in crisi un’opinione veramente consolidata, ossia l’origine ravennate della Defensio. Bisogna riconoscere che a una prima lettura non vi sono elementi espliciti o diretti che consentano di collegare Pietro Crasso e la sua opera alla Ravenna del Correggio. Tuttavia, esaminata in una prospettiva più larga, la Defensio sembra verosimilmente appartenere, se non direttamente a Ravenna, almeno ad ambienti e circoli legati al Correggio. Qualche dato interessante può essere ricavato dall’analisi di una breve composizione poetica, probabilmente scritta nell’occasione della conquista imperiale di Roma nel 1084 e inserita subito dopo l’explicit della Defensio. Sembra opportuno rivalutare, insieme con Stuart Robinson, una nota di Fitting (1888, p. 40) secondo cui i versi, pervenuti in forma corrotta attraverso l’unico codice della Defensio, consentono di vedere in Pietro Crasso soltanto il latore dell’opera, scritta o commissionata da un Petrus fidelis e portata all’Imperatore: Petrus fidelis librum componere feci. Henrice rex amabilis, qui Romae victor existis, hunc librum nostrum accipis, quem vestri Crassus tradidit, exemplis patrum editum, rogatu Petri conditum, vobis mandavit ocius, ut prosit ad concilium (Libelli, I, p. 453). Osserva giustamente Stuart Robinson che queste parole, malgrado il metro zoppicante, fanno pensare a un caso analogo a quello della lettera a Ildebrando attribuita a Teodorico vescovo di Verdun, ma che risulta essere stata composta da Venrico di Treviri. Forse anche la Defensio era il lavoro di uno scholasticus che rimase sconosciuto (Stuart Robinson, pp. 76 s.). Fin qui si può concordare con lo studioso irlandese, ma sembra anche necessaria un’integrazione: se la Defensio fu composta per intervento diretto o commissione di Petrus fidelis, se Pietro Crasso fu il latore dell’opera alla Corte di Enrico IV, allora è veramente difficile attribuire la redazione della Defensio alla Cancelleria imperiale. Il trattato per l’Imperatore sarà stato composto in qualche parte d’Italia e poi, più rapidamente (ocius), portato da Pietro Crasso a Enrico IV che aveva fatto il suo ingresso vittorioso in Roma. Esclusa la Cancelleria salica, il luogo più presumibile di composizione sembra essere Ravenna o comunque l’entourage del Correggio che ancora il 26 gennaio 1084 era presente nella città adriatica e il 21 marzo dello stesso anno si trovava già a Roma con l’Imperatore. Un tentativo per identificare il Petrus fidelis può consistere nell’analisi della cultura giuridica della Defensio e poi nella corrispondenza di più ipotesi sui rapporti oscurissimi tra Bologna e Ravenna nel periodo del Correggio. L’esistenza di una scuola giuridica a Ravenna è negata dalla più recente storiografia: in particolare, la Defensio appare come opera giuridicamente poco attendibile per la sua natura essenzialmente polemica, non scevra di errori nella citazione delle fonti. Si è rilevato, soprattutto, che un frammento attribuito al Digesto apparteneva in realtà al Codice, 9, 40, 10 (Paradisi, III, p. 349). Si può allora notare che la Defensio fu scritta o commissionata probabilmente a Ravenna da un Petrus fidelis e che l’autore conosceva e utilizzava soltanto il Codice e le Istituzioni. Se ora si sposta l’attenzione su Bologna (1080-1100 circa), si trova il nudo nome di un vescovo guibertista, Pietro, tramandato senza alcuna notizia nel Catalogo renano. Pietro fu il successore di Sigifredo, già morto il 15 marzo 1086, e può essere rimasto nella sua sede fino a un periodo non lontano dal 1096 quando entrò in Bologna Bernardo, eletto da Urbano II. Piero Fiorelli ha mostrato in modo convincente che il legis doctor Pepo (predecessore di Irnerio nella scuola giuridica bolognese) può essere tutt’uno con il vescovo Pietro. Ora, alla conoscenza di Pepo (Pietro) una scoperta compiuta da Ludwig Schmugge negli inediti Moralia Regum di Radulfo il Nero aggiunge una notizia importante: Magister Peppo tamquam Codicis Iustiniani et Institutionum baiulus, utpote Pandecte nullam habens noticiam. L’episodio, a cui la notizia è collegata, non reca una data, ma si svolge coram imperatore in Lombardia, probabilmente dopo la discesa imperiale del 1081. Arrivati a questo punto, sarebbe lavorare di fantasia dire che Petrus fidelis (Defensio) e Pepo (Pietro) sono la stessa persona. Ci sono però coincidenze e parallelismi, più o meno impressionanti, che è bene sottolineare: nell’epoca del Correggio (o meglio, nel penultimo decennio del secolo XI) agiscono un Petrus fidelis e un Pepo (Pietro), che appartengono alla parte enriciana, operano come esperti di diritto o come libellisti per l’Imperatore, l’uno nella Lombardia e l’altro a Ravenna e rivelano, ciascuno a suo modo ma senza reciproche contraddizioni, una conoscenza dei libri legales limitata al Codice e alle Istituzioni. La prudenza invita a non procedere a un’identificazione che attualmente sarebbe arbitraria. Rimane sicuro il parallelismo giuridico, politico e geografico che intercorre tra l’autore (o editore) della Defensio e Pepo (Pietro vescovo di Bologna). Oltre non è possibile andare, ma certo il medesimo parallelismo consente di gettare una nuova luce su importanti e ancora così oscuri motivi e momenti culturali che risalgono al penultimo decennio di vita del Correggio. Altro testo appartenente alla letteratura politica guibertista dovrebbe essere la redazione imperiale del decreto di elezione papale (1059) per il quale conviene rinviare all’esauriente analisi del Krause che non sembra superata dai successivi studi (per esempio, Hägermann e Stürner). Contro il parere di Robert Holtzmann, ripreso anche da Stürner, Krause ha sottolineato il fatto che la tradizione manoscritta, migliore di quella della versione papale, e anche argomenti di forma e contenuto depongono a favore dell’autenticità del testo che si trova nella versione imperiale: l’elezione pontificia è affidata ai cardinali salvo debito honore et reverentia dilectissimi filii nostri Heinrici, qui in presentiarum rex habetur et futurus imperator Deo concedente speratur, sicut iam sibi mediante eius nuntio Longobardie cancellario W. concessimus, et successorum illius, qui ab hac apostolica sede personaliter hoc ius impetraverint (Krause, pp. 98, 272). Con un’analisi che conferma e integra le ricerche di Krause, Capitani ha osservato, attraverso un esame della versione imperiale e una serie di notizie provenienti dalla Disceptatio synodalis di Pier Damiani e dal Liber ad amicum di Bonizone, che la concessione del diritto imperiale di elezione papale ottenuta attraverso la mediazione del Correggio è storicamente accertabile (Capitani, p. 40). Accertata la funzione svolta dal Correggio nella storia dei fatti, rimane sicuro per Capitani che l’unica rilevanza che la cosiddetta redazione imperiale ha per la storia generale del periodo consiste nel livellamento dei ranghi dei cardinali e, per quel che riguarda l’attribuzione della versione imperiale del decreto del 1059, Wiberto sembra escluso da ogni preciso collegamento con esso (Capitani, pp. 40 s.). Infatti non ci sono prove o indizi per lasciare aperto il tentativo di attribuzione diretta al Correggio della versione imperiale, elaborata in ambienti di cardinali scismatici che avevano concreto interesse all’uguaglianza del cardinalato, senza distinzione tra vescovi, preti e diaconi, contrariamente alla versione papale che prevedeva soltanto l’intervento dei cardinales episcopi nell’elezione pontificia. Non è da escludere comunque che il Correggio abbia esercitato qualche influsso indiretto nella redazione imperiale o ne abbia ricavato qualche grado di legittimità della sua elezione del 1080. È degno di nota il fatto che l’autore del Liber de unitate ecclesie conservanda, di parte guibertista, ignori completamente il concilio di Bressanone nel quale il Correggio era stato eletto senza la presenza di cardinali vescovi: quel che viene preso in considerazione è soltanto l’episodio romano della intronizzazione di Wiberto (Zafarana, 1966, p. 635). Tradizionalmente considerati come esempi emblematici delle falsificazioni medioevali, il privilegium maius e il privilegium minus di Leone VIII sono stati al centro di ipotesi contrastanti per la loro attribuzione. Il tentativo compiuto da Fedor Schneider di collegare i due falsi privilegi a Pietro Crasso fu contestato per motivi di stile e contenuto da Karl Jordan, a sua volta convinto dell’origine ravennate e guibertista dei due documenti. Sul fondamento della tradizione pervenuta attraverso due codici bambergensi, Waas ha provato ad attribuire i falsi diplomi alla Cancelleria di Enrico V. Ma l’ipotesi è stata oggetto di sicura contestazione dopo la scoperta di un ramo della tradizione manoscritta (Stuttgart, cod. Theol. 206) anteriore e indipendente rispetto ai due codici di Bamberga (Hartmann). La provenienza ravennate dei falsi privilegi è ancora sottolineata da Stuart Robinson. Ma nel 1971 Capitani ha compiuto un’importante revisione delle idee tradizionali sul privilegium maius e minus di Leone VIII. Partito da un’analisi della recezione del privilegium minus nel Decretum (D. 63, c. 23) e dopo aver sondato gli strati ecclesiologici (investitura regia e consacrazione dei vescovi, diritto imperiale di elezione papale estesa in perpetuum ai successori di Ottone I, contrariamente alla singola concessione del falso privilegio di Adriano I a Carlo Magno) e la diffusione del privilegio nella pubblicistica gregoriana e guibertista, Capitani ha accertato che il privilegium minus contiene e risolve una serie dei maggiori problemi della lotta per le investiture: problemi più significativi e pressanti per la Cancelleria e l’entourage di Enrico IV che non per l’ambiente del Correggio. All’analisi del Capitani resterebbe soltanto da aggiungere che, pur abbandonando l’idea dell’origine ravennate, non ne consegue necessariamente una completa estraneità del Correggio e del suo ambiente alla diffusione e fruizione del falso privilegio. In particolare, una traccia, sepolta da un errore cronologico, del privilegium minus è rilevabile nel De scismate Hildebradi di Guido da Ferrara (Libelli, I, p. 565), in funzione antigregoriana e favorevole all’investitura imperiale dei vescovi contro ogni popularis seditio: Hanc concessionem Adrianus apostolicus Karolo, Leo tercio Ludoico, alii vero Romani pontifices aliis atque aliis imperatoribus confirmaverunt. Guido da Ferrara si riferisce a un decreto di Leone III a Ludovico, ma la corrispondenza e contiguità del falso decreto di Adriano I per Carlo Magno inducono a pensare che Guido, caduto o tratto in errore materiale, avesse in mente il testo del privilegium minus. Se questa ipotesi regge, si dovrebbe osservare che in ambienti guibertisti il privilegium minus era conosciuto e usato come documento per l’investitura regia dei vescovi, senza che fosse chiamata in causa l’altra grande componente politica del medesimo privilegio: l’elezione imperiale del Papa. Più congeniale e vicino all’ambiente ravennate e allo stesso Correggio sembra essere il falso privilegio di Adriano I a Carlo Magno per dimostrare anche attraverso la lex regia de imperio che il Pontefice insieme con il clero e il popolo romano aveva concesso a Carlo Magno il diritto di elezione papale e di conferire l’investitura ai vescovi prima della loro consacrazione. Il falso privilegio (che passa nella Panormia di Ivo di Chartres e poi nel Decretum di Graziano, D. 63, c. 22) fu fabbricato in un periodo anteriore al 1090-1100 circa perché viene citato da Landolfo Seniore nel secondo libro della sua Historia Mediolanensis. Come notava Capitani, non è molto sicuro che Anselmo da Lucca (Liber contra Wibertum, circa 1085-1086) nella sua polemica contro l’investitura regia abbia compiuto un esplicito riferimento al falso privilegio per Carlo Magno, ma questo privilegio era già diffuso perché altrimenti Guido da Ferrara non ne avrebbe fatta menzione (Per un riesame dei falsi ravennati, p. 28). Il conferimento dell’elezione papale all’Imperatore è singolo nel falso di Adriano I, perpetuo nel privilegium minus di Leone VIII. Per questo motivo e anche a causa della loro differente diffusione nella libellistica e nelle collezioni canoniche dei secoli XI-XII, Capitani ha proposto di staccare tra loro i luoghi d’origine e formazione dei due falsi privilegi. Altrettanto collegata all’ambiente ravennate del Correggio è la cessio donationum, una falsificazione in forma di diploma con il quale Leone VIII restituisce a Ottone I una larghissima serie di città, castelli, monasteri, distretti pubblici, montagne e isole che la Chiesa romana aveva ricevuto da Pipino e Carlo Magno. L’attribuzione della cessio donationum a Pietro Crasso (Petrus fidelis) fu compiuta da Ficker e con particolare convinzione da Fedor Schneider, mentre l’editore del testo, Weiland, aveva espresso qualche riserva senza dubitare dell’origine ravennate. In seguito Jordan ha negato valore all’attribuzione tradizionale, ma senza elementi decisivi o probanti. Se è vero che il comune rinvio e commento della Defensio Heinrici IV e della cessio donationum a Inst., IV, 18, 3 non è così letterale come pensava Schneider, occorre anche dire che nel medesimo luogo si riscontrano interessanti analogie per mantenere viva l’ipotesi di un’identica provenienza dei due testi. I 151 toponimi della cessio donationum appartengono prevalentemente all’Esarcato, alla Pentapoli e all’Italia centromeridionale. Poiché l’analisi e lo studio dei nomi di luogo e della loro vasta e complessa derivazione dal Liber pontificalis (circa due terzi) richiedono un lavoro non breve, appare opportuno soffermarsi sulle caratteristiche del documento che consentono di gettare qualche luce sul Correggio. Fonte di notevole importanza per l’atteggiamento antiromano (Schneider) e per l’elaborazione concettuale dell’espansione territoriale dell’arcivescovato ravennate oltre i confini abituale dell’Esarcato e della Pentapoli (Jordan), la cessio donationum rappresenta il più concreto e ambizioso programma di attività e propaganda politica dell’entourage del Correggio, che era possibile rivalutare, da parte di Schneider e Jordan e poi anche di Stuart Robinson, nella sua autonoma consapevolezza solo in una certa misura coincidente con il tentativo compiuto nel 1080-1084 da Enrico IV per restaurare la sovranità imperiale nell’Italia centromeridionale. Nel progetto di legittimare il controllo di territori e popolazioni, il medesimo documento esprime il tentativo del Correggio di incorporare la funzione pubblica nella propria autorità religiosa, con l’assunzione di responsabilità politiche e rivendicazioni su larga parte della penisola. Il programma di dominio e influenza nazionale da parte del Correggio non riuscì a imporsi e anche il controllo di Roma e del Lazio divenne sempre più difficile negli ultimi anni del suo pontificato. Riuscirono meglio le aspirazioni e i progetti di estensione del potere arcivescovile e di affermazione e consolidamento della sua autorità pontificia nell’Esarcato. I toponimi romagnoli della cessio donationum sono ventidue e rappresentano un vasto settore favorevole e fedele al Correggio, prevalentemente per l’attività dei suoi vescovi suffraganei, come Ulrico da Imola, Roberto di Faenza, vicecancelliere del Correggio, e anche per impulso di un vescovo non suffraganeo come Opizo di  Rimini (Schwartz). Particolare rilievo nell’ambiente del Correggio sembra aver esercitato Angelo, vescovo di Cervia, suo compagno di viaggio a Roma nel 1084 e, secondo il Liber censuum di Bosone, anche suo consacratore. Allo stesso Angelo fu ceduto dal Correggio il controllo delle saline cerviesi, molto importanti per l’economia dell’Esarcato (Zattoni). Altrettanto valido per il movimento guibertista fu Gebizo, prima legato apostolico di Gregorio VII, poi passato alla parte del Correggio come vescovo di Cesena e priore di un eremo dell’Appennino tosco-romagnolo, fondato da Pier Damiani. L’area appenninica sembra essere stata al centro di una costante attenzione da parte del Correggio. Nota Jordan (Rav. Fälsch., p. 442) che dalla lettura della cessio donationum si ricava l’impressione di un tentativo di allargare la giurisdizione arcivescovile nell’Appennino, in concorrenza con il potere locale dei conti Guidi. Si può aggiungere che il medesimo tentativo testimonia, oltre al progetto di contrastare la giurisdizione della nobiltà locale e assicurarsi il controllo degli itinerari che portavano in Toscana e a Roma, anche il programma di restituire all’autorità dei vescovi ravennati una zona densa di istituzioni monastiche dipendenti dalla Chiesa romana. Particolare importanza assume il fatto che nella cessio donationum sia elencato anche il monastero di Sant’Ellero nella valle superioe del Bidente. Contro l’opinione di Giulio Buzzi (Ricerche, pp. 121 n. 2, 193), che aveva pensato alla falsificazione e interpolazione, avvenuta sotto l’arcivescovato del Correggio, delle bolle e dei diplomi della Chiesa ravennate nei quali si fa menzione di Sant’Ellero, Cencetti ha rilevato che la serie dei documenti è genuina e da essi si può affermare l’appartenenza del monastero alla giurisdizione vescovile. Qualche dubbio però rimane di fronte a uno di questi documenti, la bolla papale di Paolo I (5 febbraio 759), perché è conservata in copia del secolo XI (Ravenna, Archivio arcivescovile, n. 2), presenta errori e contraddizioni nella datatio e contrasta con una lettera, tramandata nel Codex Carolinus, di Adriano I a Carlo Magno (784-791), che conferma la dipendenza di Sant’Ellero dal Papato. Soltanto ulteriori ricerche potranno dare conferma all’ipotesi di una falsificazione compiuta nel periodo del Correggio. Dello stesso Buzzi deve essere segnalato il tentativo di scoprire le prime origini dei Comuni di Ravenna, Cervia e Cesena sotto l’arcivescovato del Correggio (Ricerche, p. 193). Successive ricerche hanno però sottolineato il fatto che è prematuro parlare di autonomie comunali in Romagna anteriormente al secolo XII (Vasina). Nessun documento finora conosciuto consente di accettare la tesi del Buzzi, al quale rimane il merito di aver indicato alcuni gradi di parentela del Correggio con famiglie di feudatari della Chiesa ravennate.
FONTI E BIBL.: Documenti e atti del Correggio (Clemente III) sono cronologicamente riportati in Ph. Jaffé-J. Wattenbach, Regesta pontificum Romanorum, I, Lipsiae, 1885. Per l’Italia cfr. P.F. Kehr, Italia pontificia, V, Berolini, 1911; P.F. Kehr, Papsturkunden in Italien. Reiseberichte zur Italia pontificia, I-II, Città del Vaticano, 1977. Altre raccolte di documenti e lettere in H. Rubei, Historiarum Ravennatum Libri X, Venetiis, 1589; I.A. Amadesi, In antistitum Ravennatum chronotaxim disquisitiones, II, Faventiae, 1783; M. Fantuzzi, Monumenti ravennati, I-VI, Venetia, 1801-1804; J.-P. Migne, Patrologia Latina, CXLVIII; Bibliotheca Rerum Germanicarum, II, Monumenta Gregoriana, a cura di Ph. Jaffé, Berolini, 1865; Monumenta Germaniae Historica, Constitutiones et acta publica imperatorum et regum, I, a cura di L. Weiland, Hannoverae, 1893; Monumenta Germaniae Historica, Diplom. regum et imperatorum Germaniae, VI, Die Urkunden Heinrichs IV., a cura di D. von Gladiss, I, Berolini, 1941, II, Weimar, 1952, III, a cura di A. Gawlik, Hannover, 1978; Gregorii VII Registrum, I-II, a cura di E. Caspar, Berlin, 1955; A. Vasina, Romagna medievale, Ravenna, 1970; G. Zattoni, Scritti storici e ravennati, Ravenna, 1975; Briefsammlungen der Zeit Heinrichs IV., a cura di C. Erdmann-N. Fickermann, München, 1977. Regesti di fonti del periodo di Clemente III in K. Stumpf-Brentano, Die Kaiserurkunden des X., XI. und XII. Jahrhunderts chronologisch verzeichnet, II, Innsbruck, 1865-1883; G. Meyer v. Knonau, Jahrb. des dt. Reichs unter Heinrich IV. und Heinrich V., III, Leipzig, 1890-1909; J.F. Böhmer, Regesta Imperii, II, a cura di H. Zimmermann, Wien-Köln-Graz, 1969. Per le fonti pubblicistiche: Monumenta Germaniae Historica, Libelli de lite Imperatorum et Pontificum, I-III, Hannoverae, 1891-1897. Assai utile la consultazione di Studi gregoriani, Indice dei volumi I-VI, VIII, a cura di Z. Zafarana, Roma, 1970. Per un primo orientamento sui fondi archivistici ravennati cfr. G. Rabotti, Inventario generale dei fondi degli Archivi di Stato di Ravenna e Faenza, Bologna, 1979. Gli studi per la biografia e le vicende di Clemente III sono: O. Köhncke, Wibert von Ravenna. Ein Beitrag zur Papstgeschichte, Leipzig, 1888; P.F. Kehr, Due documenti pontifici illustranti la storia di Roma negli ultimi anni del secolo XI, in Archivio della Regia Società Romana di Storia Patria XXIII 1900, 277-283; P.F. Kehr, Zur Gesch. Wiberts von Ravenna, in Sitzungsberichte der Preussischen Akademie der Wissenschaften zu Berlin, phil.-hist. Klasse, 1921, 355-368, 973-988; G. Schwartz, Die Besetzungen der Bistümer Reichsitaliens, Leipzig Berlin, 1913, 158, 252; G. 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Parma 1225 c.-Parma 15 gennaio 1299
Figlio di Gherardo. Sposò Mabilia, figlia di Giberto da Gente, Signore di Parma dal 1254 al 1259. Il cronista Salimbene de Adam non nutrì mai molta simpatia nei suoi confronti: oltre a descrivere la moglie come donna superba e di natura sdegnosa, in un accesso di ira si augura che Iddio cancelli dal libro della vita l’anima del Correggio, per essersi egli appropriato di una eredità che, a detta di Salimbene, sensibile a questo tipo di problemi, spettava ai frati minori. Pare che il Correggio abbia cominciato la sua carriera podestarile un anno dopo il fratello Matteo, certamente il più anziano dei due. Nel 1251, infatti, fu nominato podestà di Faenza e nel 1252 fu a Bologna coi guelfi estrinseci reggiani per ottenere aiuti e rientrare così in Reggio. Fu poi podestà di Orvieto nel 1258, di Lucca nel 1260 e di Genova nel 1268. Non sembrano sussistere i dubbi sollevati da alcuni sulla attribuzione a lui di queste podesterie, in quanto l’omonimo Guido da Correggio, cugino di suo padre, era già morto a Mantova nel 1245. D’altra parte egli è anche il Guido da Correggio di cui parlano numerse carte reggiane tra il 1260 e il 1280, poiché vi è chiaramente indicato, assieme con il fratello Matteo, come figlio di Gherardo. Dal 1269 al 1272 occupò quasi initerrottamente la sede podestarile di Mantova, che lasciò nel 1270 al fratello Matteo per tenere l’ufficio di capitano del Popolo in Bologna. Ma il 4 luglio 1272, prima dello scadere del suo ultimo mandato, dovette abbandonare Mantova e lasciarla nelle mani di suo nipote Pinamonte Bonaccolsi, legato al partito filoimperiale. Fu poi capitano di parte guelfa a Firenze nel 1275, nel 1278 e nel 1279. Tre anni più tardi lo troviamo a Modena insieme con il fratello: il Correggio vi fu come capitano del Popolo e Matteo come podestà. Dopo essere stato a Piacenza e nel Frignano, il Correggio tornò di nuovo a Modena l’anno seguente (1284) per terminarvi la podesteria di Iacopo da Enzola, che era morto prima della fine del suo mandato. Poiché, aiutato dal fratello, cercò di evitare la rottura definitiva tra le due fazioni in cui si era divisa in Modena la pars Ecclesiae, gli intrinseci, rimasti padroni della città dopo aver cacciato la fazione degli estrinseci, lo accusarono di aver favorito i loro avversari. I sospetti crebbero quando essi si accorsero che i Parmigiani, per non pagare loro il pedaggio del sale che facevano venire dalla Romagna, invece di far percorrere ai loro carri la Via Emilia, li facevano passare da Savignano e Sassuolo lungo la strada pedemontana, dove erano attestati i Modenesi estrinseci, i quali per ingraziarseli non facevano pagare pedaggi. Allora gli intrinseci assalirono i convogli presso Bazzano e si impadronirono dei carri, del sale e dei buoi. I Parmiúgiaúni, seguendo le indicazioni dei due Correggio, che più di tutti conoscevano la situazione modenese, invece di allearsi con gli estrinseci e dar nuovo slancio alla guerra tra le fazioni, inviarono nel 1285 il Correggio e il fratello Matteo ambasciatori a Modena per vedere se era possibile far giungere le due parti a una intesa. Finalmente tra l’ottobre e il dicembre del 1285, anche grazie alla mediazione dei frati minori, si arrivò a un compromesso. Erano già stati scambiati gli ostaggi e a garanzia di tutto il Correggio era stato nominato podestà di Modena per l’anno seguente, quando alcune famiglie degli intrinseci, che fin dall’inizio non gradirono l’arbitrato del Correggio e del fratello Matteo imposto dai Parmigiani, si ribellarono all’accordo e ripresero la lotta contro gli estrinseci. Del resto questi ultimi si erano sempre mostrati pronti a obbedire alle disposizioni dei due fratelli in quanto, osserva Salimbene, sapevano che ormai i Correggio erano loro favorevoli. Dopo la rottura, il fratello Matteo si recò subito a Sassuolo presso i Dalla Rosa e il Correggio disse apertamente che, così stando le cose, anch’egli avrebbe abbandonato ogni tentativo di pacificazione e avrebbe lasciato prevalere in Parma il parere del vescovo Obizzo Sanvitale, convinto che non si dovesse scendere a mediazioni ma bisognasse entrare in guerra a fianco degli estrinseci. Fu così che a Parma nel 1286 ci si preparò allo scontro con la città di Modena. Furono allora i Cremonesi, i Bresciani e i Piacentini a offrirsi come mediatori e da Modena giunsero a Parma alcuni ambasciatori per rinegoziare un accordo. Tra rinvii e discussioni le cose andarono sempre più per le lunghe. Allora il podestà di Parma tolse ogni indugio e stabilì un termine di tempo entro il quale, se i Modenesi non avessero accettato le clausole del compromesso già definito, lo stesso Correggio avrebbe marciato contro la loro città. Solo dopo questa precisa minaccia fu possibile far accettare la tregua alle fazioni modenesi. Il Correggio, ormai in cattiva luce presso le principali famiglie modenesi, divenne per il 1286 podestà di Reggio, dove, quando si trattò di punire Guido da Albareto accusato di aver ucciso i fratelli Guido e Bonifacio di Bibianello, per evitare nuovi disordini, ridusse al minimo la pena. Ci fu chi, e la voce fu raccolta dal solito Salimbene, interessato a gettare discredito sulla sua figura, sostenne che il Correggio non avesse neppure fatto torturare l’imputato, perché il figlio di quest’ultimo, Rolando abate di Canossa, lo avrebbe corrotto con non pochi denari. Anche in Reggio, però, le due fazioni degli inferiori e dei superiori nelle quali si era divisa la pars Ecclesiae giunsero alla lotta armata e solo con la forza i Parmigiani riuscirono a imporre la pace e Matteo, fratello del Correggio, come podestà per il 1288. Anche in Parma, come altrove, la pars Ecclesiae si divise in due diversi schieramenti. Col passare del tempo essi definirono sempre meglio la loro fisionomia e il loro orientamento politico: da una parte il vescovo Obizzo Sanvitale e le famiglie che per una ragione o per l’altra erano a lui legate, dall’altra il Correggio, in quegli anni uno dei principali esponenti della vita politica parmigiana, suo fratello Matteo (che però dovette morire poco dopo il 1289) e altri che intendevano contrastare nel Comune l’egemonia del vescovo (tra questi vi era anche Ugo Rossi, anch’egli, come il vescovo, nipote di papa Innocenzo IV). La divisione sul piano politico era ormai netta, anche se per il momento ci si limitò ad accrescere il numero dei propri aderenti: Questi due (scrive Salimbene del Correggio e di Obizzo Sanvitale alla fine della sua cronaca) erano i capitani delle parti della città in quel tempo; tuttavia non erano stati creati o eletti dai parmigiani, ma assunsero il dominio da se stessi, ciascuno credeva di agire in modo retto per la difesa della città (Salimbene, p. 949). Dapprima la lotta si svolse unicamente sul terreno giuridico. Nel giugno del 1295 il Vescovo di Parma, come già due anni prima in una simile circostanza, scomunicò il podestà, il Collegio dei giudici, i notai e altri cittadini per la condanna a morte e l’impiccagione di un converso del Monastero di San Giovanni, accusato di omicidio. Allora il Comune inviò due ambasciatori a Roma dal Papa per ottenere la revoca della scomunica e presentare precise accuse contro il Vescovo. Questa missione non andò in porto poiché gli ambasciatori morirono ad Agnani prima di giungere dal Papa. Ma non dovettero fallirne altre: Obizzo Sanvitale fu, infatti, nominato dal Papa arcivescovo di Ravenna con gran sollievo dei Correggio che videro allontanarsi il loro nemico più accanito. Intanto il Vescovo non si decideva a lasciare la città e si temette che per restare avrebbe fatto ricorso all’aiuto del marchese d’Este: per questo i suoi avversari vegliavano in armi ogni notte. Quando si seppe che il Vescovo aveva fatto fortificare il proprio palazzo, il nuovo podestà, che pure gli era favorevole, com’era suo dovere fece riunire la Societas cruxatorum e fece assalire nella vigilia della festa di San Bartolomeo del 1295 il palazzo vescovile. Obizzo Sanvitale riuscì a fuggire nel vicino Monastero di San Giovanni e a raggiungere prima Reggio e poi Ravenna. Il podestà, che era sembrato ad alcuni troppo indeciso nella lotta al Vescovo, fu subito licenziato e al suo posto fu nominato il bolognese Pellegrino Sommapizzoli, favorevole ai Correggio e nemico degli Este. Nelle mani del nuovo podestà furono accentrati anche i poteri del capitano del Popolo. Dopo aver bandito per sempre il Vescovo dalla città, si aspettò l’occasione buona per togliere di mezzo anche i suoi seguaci. Corse voce che si stava fortificando il Monastero di San Giovanni e le case di alcune famiglie fedeli al Vescovo. Quando alcuni uomini, mandati a controllare se le voci erano fondate, furono cacciati dai monaci, il Podestà fece riunire in piazza al suono delle campane i duemila armati della Società dei crociati. Obbedirono solo il Correggio e i suoi alleati. Gli altri, i fautori del Vescovo, si riunirono con i loro uomini presso le porte delle città e in altre posizioni strategiche, pronti a resistere o a fuggire nel contado. Si giunse così, il 13 dicembre 1295, allo scontro armato. Il Podestà diede il comando e il gonfalone di Santa Maria al Correggio che riuscì a cacciare i suoi avversari e a far bruciare e saccheggiare le loro case e il Monastero di San Giovanni. Gli sconfitti si fortificarono in Cavriago, dove, il giorno seguente, furono raggiunti dal marchese d’Este, arrivato troppo tardi per dar loro aiuto e impossessarsi, eventualmente, della città, come aveva già fatto di Modena e di Reggio. Intanto in Parma si raccolsero in armi, al grido agurale di viva chi vince, i fautori del Correggio, per difendersi contro gli estrinseci e contro l’Estense. Le città alleate inviarono soccorsi: prime tra tutte Piacenza, dove il Correggio contava sull’amicizia di Alberto Scotti, poi Milano, che inviò un centinaio di cavalieri, e infine Bologna, sempre pronta a sbarrare il passo al marchese d’Este. In seguito le tre città aumentarono il numero degli armati fatti confluire a loro spese in Parma. Dopo alterne vicende, nelle quali i Parmigiani sembrarono avere la meglio, anche se non erano ancora riusciti a cacciare gli estrinseci da Cavriago, si giunse, soprattutto per iniziativa del Correggio, a una pace separata tra Parma e l’Estense. La pace non piacque né ad alcuni magnati parmigiani, desiderosi di condurre a fondo la lotta contro i fautori del Vescovo, né a questi ultimi rimasti così senza il loro più valido aiuto, né ai Bolognesi che continuarono poi da soli la lotta contro Azzo d’Este. Il Correggio, da parte sua, fu spinto a cercare la pace non solo per privare i suoi avversari dell’alloggio estense, ma anche per salvaguardare il proprio patrimonio che, posto in gran parte nelle vicinanze di Reggio, era troppo esposto ai saccheggi e alle distruzioni degli Estensi. Era ormai il 18 giugno 1297 e il Correggio, avanti negli anni, agli accordi di Viadana che precedettero la pace si fece rappresentare dal figlio Giberto. Dopo poco più di un anno e mezzo morì. Da diversi anni egli controllava gran parte della vita politica parmigiana: aveva così preparato un terreno favorevole al figlio Giberto, il quale, partendo da questa posizione di forza e di prestigio, seppe, nel 1303, aprirsi la strada verso la conquista del potere dopo essersi presentato come difensore della città e garante della pace.
FONTI E BIBL.: Chronicon Regiense, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, col. 15; Historiae Mantuanae a Bartholomaeo Saccho vulgo Platina conscriptae, in Rerum Italicarum Scriptores, XX, Mediolani,1731, col. 722; G. Garzoni, De dignitate urbis Bononiae commentarium, in Rerum Italicarum Scriptores, XXI, Mediolani, 1732, col. 1149; L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medi Aevii, IV, Mediolani, 1741, coll. 443 s.; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense (1188-1363), in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 46; Annales Urbevetani, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 5, a cura di L. Fumi, 129, 145; L. di Domenico Manenti, Cronaca, in Rerum Italicarum Scriptores, 305 s.; Corpus chronicorum Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, I, 2, a cura di A. Sorbelli, 179; Monumenta Faventina, in Rerum Faventinarum Scriptores, a cura di G.B. Mittarelli, I, Venezia, 1771, coll. 494, 709; Chronica Parmesia, a cura di L. Barbieri, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Parmae, 1858, ad Indicem; Chronica tria Plaentina a Iohanne Codognello ab anonimo et a Guerino conscripta, a cura di B. Pallastrelli, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Parmae, 1859, ad Indicem; Annales Placentini gibellini, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XVIII, a cura di G.H. Pertz, Hannoverae, 1863, 586; Annales Mantuani, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XIX, a cura di G.H. Pertz, Hannoverae, 1864, 25 s.; Codice diplomatico della città di Orvieto, a cura di L. Fumi, Firenze, 1884, 223; Cronache modenesi di A. Tassoni, di Giovanni da Bazzano e di Bonifacio Morano, a cura di L. Vischi-T. Sandonnini-O. Raselli, in Monumenti di storia patria delle province modenesi, Cronache, XV, Modena, 1888, 80; Syllabus potestaum Veron. (1194-1306), in Antiche cronache veronesi, a cura di C. Cipolla, Venezia, 1890, 415, 447; Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di C. Imperiale di Sant’Angelo, Roma, 1926, in Fonti per la storia d’Italia, IV, 108; Liber grossus antiquus Comunis Regii, Liber Pax Constantiae, a cura di F.S. Gatta, IV, Reggio Emilia, 1960, 83-98, 246-262, VI, Reggio Emilia, 1963, 82-86, 88 s.; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, ad Indicem; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 143, 316, 324; F. Sansovino, Croniche della casa e città di Correggio, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, Correggio, 1881, 111 s.; L. Zuccardi, Compendio delle croniche di Correggio e delli suoi signori, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, 1881, 20; C. Poggiali, Memorie storiche della città di Piacenza, V, Piacenza, 1758, 228; I. Affò, Istoria della città e ducato di Guastalla, I, Guastalla, 1785, 372; L.V. Savioli, Annali bolognesi, II, 2, Bassano, 1789, 295, III, I, Bassano, 1795, 429-432; I. Affò, Storia della città di Parma, III, Parma, 1793, 286, 293, IV, Parma, 1795, 54, 56, 72, 101 s.; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 23-28; Codice diplomatico, 86 ss.; G. Tiraboschi, Dizionario topografico-storico degli Stati estensi, I, Modena, 1824, 97; C. D’Arco, Studi intorno al Municipio di Mantova, IV, Mantova, 1873, 40; S. Bongi, Serie dei podestà di Lucca, in Inventario del Regio Archivio di Stato di Lucca, II, Lucca, 1876, 309; G. Pardi, Serie dei supremi magistrati e reggitori di Orvieto, in Bullettino della Società Umbra di Storia Patria I 1895, 372; M. Melchiorri, Vicende della signoria di Giberto da Correggio in Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi VI 1906, 10-17; R. Davidsohn, Forschungen zur Gesch. von Florenz, IV, Berlino, 1908, 551; E.P. Vicini, I podestà di Modena (1156-1796), Roma, 1913, 160 ss.; R. Quazza, Mantova attraverso i secoli, Mantova, 1933, 44; F. Bernini, Storia di Parma, 74; P. Litta, Le famiglie celebri d’Italia, sub voce Corúregúgio, tav. I; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 454-457.


Parma primi anni del XIV secolo-Reggiano agosto 1345
Nacque dal Signore di Parma Giberto e dalla sua seconda moglie, proveniente dalla famiglia trevigiana dei Camino. Sposò Guidoccia della Palude. Subito dopo la scomparsa del padre (1321) si impegnò coi fratelli Azzo e Simone nel difficile compito di rientrare in Parma, da dove i Correggio erano stati cacciati nel 1316. Finalmente nel settembre del 1322 i Rossi, per togliere un pericoloso alleato alla fazione di Gianquirico Sanvitale con cui erano in lotta, fecero togliere al Consiglio dei sapienti il bando che aveva colpito i Correggio. Il Correggio e i suoi fratelli, accolti con onore, si fermarono poco in Parma e dopo l’uccisione di un loro amico e seguace preferirono tornare nella loro rocca di Castelnovo Sotto, dove si sentivano più al sicuro dalle insidie dei Rossi. Mentre il fratello maggiore Simone si allontanava per combattere nell’esercito del legato Bertrando del Poggetto, il Correggio con 200 fanti e cento cavalieri preferì, nel luglio del 1324, accorrere in soccorso del cognato Cangrande della Scala in lotta contro i Padovani. Poté in tal modo acquistarsi benemerenze e aiuti per una eventuale cacciata dei Rossi da Parma, il cui territorio, specialmente al di là dell’Enza e nella pianura, era in gran parte sotto il diretto controllo dei Correggio. A ogni modo la pacificazione tra le due famiglie parmigiane fu inevitabile quando anche i Rossi si misero ad appoggiare la spedizione contro i Visconti di Bertrando del Poggetto. Quest’ultimo, infatti, la impose come condizione indispensabile al buon andamento della guerra: il Correggio, lasciata Verona, poté così essere accolto e ospitato, assieme col fratello Azzo, nel Monastero di San Giovanni in Parma. Pur avendo essi ottenuto maggiori garanzie per la loro sicurezza ed essendo podestà di Parma Giannaccio Salimbeni di Piacenza, un sincero amico della loro famiglia, la pace tra le due fazioni non durò a lungo. I Correggio preferirono impegnarsi a fondo contro i Mantovani per conto del legato, dal quale ottennero il possesso perpetuo del vasto territorio da loro conquistato tra la Tagliata (presso Guastalla) e il Po. In seguito vi rinunciarono spontaneamente per timore delle violente incursioni di Passerino Bonaccolsi che assalì la stessa Guastalla e minacciò tutti i centri lungo la riva destra del Po. Dopo di allora il Correggio, anche per estendere e consolidare la propria rete di alleanze, diede nel 1328 la propria figlia Antonia in moglie a Feltrino, figlio di Luigi Gonzaga, appena divenuto Signore di Mantova e suo sincero alleato fino al termine della sua vita. Nel 1329 l’equilibrio faticosamente raggiunto dal legato papale tra le famiglie parmigiane si ruppe: i Correggio e il loro cognato Gianquirico Sanvitale, pure lui liberato dalla prigionia nel 1326, tolsero ogni indugio e cominciarono a percorrere e a devastare il contado di Parma. Ebbero l’appoggio dello stesso legato che, probabilmente, temette un’alleanza a suo danno dei Rossi con Lodovico il Bavaro appena sceso in Italia. Bertrando del Poggetto, però, fece ben presto pace col Comune di Parma e invitò Rolando Rossi a Bologna per gli accordi definitivi. In realtà fu un inganno e invece di trattare, lo fece prigioniero. Si sparse in Parma la voce che il legato avesse incarcerato anche il Correggio e il Sanvitale per indurli a fare la pace. Questi, in ogni caso, dovettero tornare liberi subito dopo: poche settimane più tardi li si incontra, infatti, coi loro uomini e quelli del legato nel castello correggesco di Castelnovo Sotto per guidare la guerra contro Marsilio Rossi, il quale, in assenza del fratello, aveva assunto il comando dei Parmigiani e si era alleato a Lodovico il Bavaro. Le lotte e i saccheggi continuarono senza vinti né vincitori per diversi mesi, finché giunse Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia, al quale nel marzo del 1331 si diede la città di Parma. Un mese più tardi, i Correggio rappacificati poterono entrare in città e il Re in persona, il 9 aprile 1331, accolse solennemente il Correggio, i suoi amici e i suoi uomini. Evidentemente la sorte di Parma più che dalla forza dei Rossi o dei Correggio dipese di volta in volta dagli appoggi che essi si seppero assicurare. I Rossi con l’aiuto e la protezione di Giovanni di Boemia, passato il primo momento delle amnistie e delle pacificazioni forzate, ristabilirono il loro esclusivo dominio su Parma. I Correggio, di nuovo in esilio, poterono contare sull’aiuto dei loro nipoti Alberto e Mastino della Scala, divenuti signori di Verona dopo la morte di Cangrande. Inoltre il Correggio allargò il cerchio delle proprie alleanze verso il Padovano dando la propria figlia Beatrice in moglie a Marsilio da Carrara nell’estate del 1334. Caduta finalmente Parma nelle mani di Alberto e Mastino della Scala, i Correggio poterono tornarvi senza più dover sottostare alle insincere pacificazioni coi Rossi imposte a suo tempo dal legato papale e da Giovanni re di Boemia. Il Correggio fece il suo ingresso in città l’11 luglio 1335 e dopo un po’ di tempo andò ad abitare nella casa già del suo rivale Andreasio Rossi. Ben presto ricominciò a combattere al fianco dei suoi potenti protettori: l’anno seguente lo si vede, infatti, entrare in Modena al fianco del marchese d’Este e raggiungere Bertrando del Poggetto a Bologna come ambasciatore degli Scaligeri. Nel 1341, mentre il fratello Azzo ad Avignone, a Napoli, a Firenze e a Milano cercava aiuti e alleanze per portare a termine la congiura contro gli Scaligeri, il Correggio rimase in Parma per controllare da vicino l’opera del podestà che comandava in città le milizie veronesi. Quando Marsilio da Carrara seppe del tradimento, il Correggio fu pronto ad approntare le difese e a consentire al fratello Azzo di giungere in tempo con i rinforzi milanesi. I Correggio riuscirono in tal modo a cacciare i Della Scala, ma dovettero piegarsi al Visconti, al quale, in cambio del suo aiuto, avevano promesso di cedere di lì a quattro anni la Signoria di Parma. Il Correggio da parte sua era probabilmente sincero, ma il fratello Azzo, dopo la morte di Simone da Correggio (1344), pensò di tradire anche il Visconti e vendette la città all’Estense per 60000 fiorini d’oro che, invece di dividere coi fratelli, tenne tutti per sé. Il Correggio si schierò dalla parte dei Visconti, coi quali era anche unito da legami familiari, e, assieme con i suoi due figli Giberto e Azzo, occupò Correggio, Brescello e Guastalla, ormai deciso a lottare insieme coi Visconti contro gli Estensi e il fratello Azzo per il possesso di Parma. Era ancora in corso questa guerra quando il Correggio morì nelle sue terre del Reggiano appena rioccupate. Un anno dopo il marchese d’Este, per non compromettere lo stesso possesso di Modena, fu costretto a cedere Parma ai Visconti per 60000 fiorini d’oro. Dopo di allora i Correggio non poterono più riconquistare il dominio di Parma, passato nelle mani di signori forestieri e più potenti.
FONTI E BIBL.: Iohannes de Cornazanis, Historiae Parmensis fragmenta, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XII, Mediolani, 1728, coll. 742-745; Guilielmus et Albrigetus Cortusii, Historia de novitatibus Paduae et Lombardiae, in Rerum Italicarum Scriptores, XII, 1728, coll. 939; Sagacius et Petrus de Gazata, Chronicon Regiense, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, coll. 34, 56-59; Bartholomeus Ferrariensis, Polyhistoria, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, 1731, coll. 773 s.; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Storie pistolesi, in Rerum Italicarum Scriptores, XI, 5, a cura di S.A. Barbi, ad Indicem; Guillelmi de Cortusiis, Chronica de novitatibus Padue et Lombardie, in Rerum Italicarum Scriptores, XII, 5, a cura di B. Pagnin, 66 ss.; Chroúniúcon Estense cum additamentis usque ad annum 1478, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 3, a cura di G. Bertoni-E.P. Vicini, 91, 111, 121, 130; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense (1188-1363), in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 105, 126; Corpus chronicorum Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, 1, a cura di A. Sorbelli, t. II, ad Indicem; F. Nicolli, Codice diplomatico parmense, Piacenza, 1835, 261 s.; Chronica Parmensia, a cura di L. Barbieri, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, X, Parmae, 1858, ad Indicem; Cronache modenesi di Alessandro Tassoni, di Giovanni da Bazzano e di Bonifacio Morano, a cura di L. Vischi-T. Sandonnini-O. Raselli, in Monumenti di storia patria delle province modenesi, Cronache, XV, Modena, 1888, ad Indicem; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 157-183, 335; N. Tacoli, Memorie storiche di Reggio di Lombardia, III, Carpi, 1769, 683-686; G.B. Verci, Storia della Marca Trivigiana e Veronese, X, Venezia, 1786, 47 ss., doc. 138 ss., XI, Venezia, 1786, 34; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 39-48; I. Affò, Storia della città di Parma, III, Parma, 1793, ad Indicem; I. Affò-A. Pezzana, Storia della città di Parma, I, Parma, 1837, ad Indicem; F. Sansovino, Cronache della casa e città di Correggio, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, Correggio, 1881, 121-124; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. II; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 457-458.


Parma-Mantova 1235
Canonico della basilica lateranense, fu nominato Vescovo di Mantova il 2 dicembre 1231. Nel 1232 fu designato giudice per dirimere una lite tra il vescovo di Modena e l’abate di Nonantola. Nel 1234 ebbe parte nel matrimonio tra Beatrice d’Este e Andrea II, re di Pannonia. Fu ucciso nel Monastero di Sant’Andrea durante una sommossa del popolo mantovano, difendendo i beni della Chiesa.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 50; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 270.


Parma 1307 c.-
Figlia di Simone e di Cancelliera Maggi. Sposò Ubertino da Carrara, Signore di Padova, ma fu ripudiata verso il 1340, dopo essere stata stuprata da Alberto della Scala.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.


1275 c.-Parma post 1312
Figlia di Guido e di Mabilia della Gente. Fin dal 1290 fu promessa sposa ai Cornazzano per conciliare le potenti famiglie di Parma divise in ostinate fazioni. Per motivi di consanguinetà, fu necessario ottenere dispensa da papa Nicolò IV. Nel 1312 sposò infine Jacopino di Bartolino da Cornazzano.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. I.

CORREGGIO LOMBARDINO, vedi CORREGGIO LOMBARDO


Parma 1337
Figlio naturale di Giberto. Fu viceconte degli Scaligeri in Serravalle nel 1337, epoca della guerra di Martino della Scala, Signore di Verona, contro i Veneziani. Il Correggio tolse ai Collato il castello di Formeniga.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.

CORREGGIO LUDOVICO, vedi CORREGGIO LUIGI


Parma 1341 c.-Caprino Bergamasco 1373
Figlio di Azzo e di Tommasina Gonzaga. Fu allo stipendio dei Visconti. Fu ucciso a Caprino, in Valcamonica, militando sotto le insegne di Ambrogio Visconti, là inviato da Barnabò Visconti, Signore di Milano, per sedare quelle valli ribellatesi a favore della Chiesa.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.

CORREGGIO MADDALENA, vedi ROSSI MADDALENA


Correggio o Parma 1170 c.-post 1225
Figlio di Alberto, del ramo cadetto della famiglia. Il padre del Correggio è ricordato in molte compravendite di terreni, non solo a Correggio, ma anche nei vicini centri di Mandria, San Martino in Rio, Fasano e Lemizzone nel Reggiano. Inoltre appare legato alla città di Reggio, dove la sorella Beatrice era badessa del monastero di San Tommaso, e alla montagna modenese, da dove provenivano Alberto e Gherardo da Frignano, proprietari di terre in Correggio e quasi sempre presenti, come testimoni o come garanti nelle carte riguardanti Alberto da Correggio: probabilmente le due famiglie erano in qualche modo imparentate tra loro. A ogni modo anche questo ramo della famiglia dei Correggio, salvo poche eccezioni, dagli ultimi anni del secolo XII fissò la propria dimora in Parma, verso cui cominciavano a gravitare gli interessi del proprio casato, desideroso di trovarvi, secondo il Tiraboschi, un riparo alle mire espansionistiche del Comune di Reggio sulle terre di Correggio e dintorni. Dei tre figli di Alberto, il Correggio sembra il primo a lasciare le preoccupazioni strettamente patrimoniali del padre per impegnarsi in vicende di più ampia portata. Nel 1196 divenne podestà di Boloúgna, dove nel mese di novembre si impegnò a far sì che i Ferraresi rinunciassero a ogni forma di rivalsa e di rappresaglia sui Bolognesi per l’uccisione di un loro concittadino e si limitassero a punire solo gli assassini. Alla fine dell’estate dell’anno seguente fu ancora a Bologna quando si concluse in favore dei canonici di San Pietro il lungo iter di una vertenza sorta tra essi e la vedova e i figli del conte Gherardo dell’Amola per i diritti e il possesso di Casola, da cinquant’anni usurpati dal conte. Ma anche quando, nel 1203, fu podestà nella propria città di Parma, il Correggio continuò a interessarsi di cose bolognesi. Il 17 aprile propose alle città di Bologna e di Modena di risolvere la loro liti ricorrendo a un arbitrato affidato ad alcuni ecclesiastici. I Bolognesi rifiutarono, ma un mese più tardi mandarono ambasciatori a Parma per chiedere al Comune e al podestà di correre in loro aiuto o almeno di non schierarsi dalla parte dei Modenesi. Fu lo stesso Correggio a rispondere alla presenza del Consiglio di credenza. Trattò ampiamente la questione con grande oratoria e alla fine la sua risposta fu netta: i Parmigiani erano legati da un giuramento a Modena, pertanto non potevano allearsi coi Bolognesi, anzi in caso di guerra dovevano schierarsi dalla parte dei Modenesi. Ma poi le due città in lotta trovarono un accordo e si sottomisero a un lodo di Uberto Visconti, podestà di Bologna. Nel 1208 il Correggio fu podestà a Pisa. In questa veste giurò a Porto Venere una tregua con i consoli Ottobono e Guglielmo Spinola, rappresentanti del Comune di Genova. Nel 1210 fu podestà a Cremona, ove si trovò ad affrontare una situazione politica difficile. Poco dopo la sua elezione, infatti, quelli de civitate nova, che già l’anno precedente avevano congiurato contro i consoli populares accusati di favorire quelli de civitate vetere, nominarono podestà Guglielmo Mastalia, poiché secondo loro il podestà forestiero non offriva sufficienti garanzie di imparzialità. Ciascuno dei due podestà ritenne di avere autorità sull’intero Comune e la lotta tra i due divenne sempre più violenta, finché il vescovo di Cremona Sicardo ai primi di marzo riuscì a far giurare in Cattedrale la pace tra i due contendenti: Guglielmo Mastalia riconobbe l’autorità podestarile del Correggio e quest’ultimo lasciò all’altro il titolo di podestà della Societas populi. Ma il compromesso non durò neppure due mesi. In giugno, dopo la visita dell’imperatore Ottone IV, da pochi mesi incoronato a Roma da papa Innocenzo III, le lotte ricominciarono in varie parti della città. Pare che il Correggio riuscisse a prevalere con la forza: stando alle testimonianze del tempo gli incendi delle case, sorte che toccava di solito alle famiglie perdenti, colpirono soprattutto la città nuova. Dopo essere stato presente alla pace fatta stipulare ai Pistoiesi e ai Bolognesi dal vescovo di Pisa, il Correggio fu di nuovo podestà di Bologna per il 1213. Gli riuscì allora non solo di veder conclusa la pace tra Imola e il castello di Imola, garantita per parte dell’Imperatore dai Comuni di Bologna e di Faenza, ma anche di veder concluso (1216) un trattato di non rappresaglia tra Modena e Bologna, vantaggiosissimo allo sviluppo degli scambi commerciali tra le due città. Secondo l’accordo, i Bolognesi si impegnarono a non fare rappresaglie indiscriminate contro i cittadini modenesi presenti nei loro territori qualora qualcuno di essi avesse loro recato danni economici, in altre parole riconobbero che l’azione del creditore non si estendeva oltre la persona del debitore e dei suoi beni anche quando questo era dell’altra città. Il podestà di Modena da parte sua giurò e sottoscrisse di comportarsi allo stesso modo nei confronti dei cittadini bolognesi. Ed è proprio a Modena che si incontra il Correggio nel 1216. Qui egli rimase fino alla fine di giugno, quando, allo scadere del suo mandato podestarile, andò a ricoprire la medesima carica a Verona, dove si trovava ancora l’anno seguente, allorché venne da lui sottoscritto un trattato di pace con la città di Ferrara. Con esso i Ferraresi si impegnarono al risarcimento dei danni subiti in Argenta da mercanti veronesi al tempo delle lotte tra Salinguerra e il marchese d’Este (1212) per avere il Comune di Verona appoggiato quest’ultimo. Nel 1219 e nel 1220 il Correggio risultò ancora coinvolto, anche se solo come testimone, nel mantenimento del sempre più difficile equilibrio tra Faenza, Imola e Bologna. Il 7 maggio 1219 fu presente nel Monastero di San Giovanni in Monte all’incontro tra gli ambasciatori di Federico II e i Bolognesi che si impegnarono a non compiere più scorrerie nel distretto di Imola qualora anche i Faentini fossero stati costretti ad assumere lo stesso impegno. Un anno più tardi, il 21 settembre 1220, fu ancora interessato a queste vicende e si trovava in territorio mantovano presso l’esercito imperiale allorché il cancelliere e legato per l’Italia, il vescovo di Metz e di Spira, Corrado di Scharfeneck, confermò la sentenza di Everardo da Locri che impose ai Faentini la restituzione di ostaggi imolesi. Il Correggio seguiva gli spostamenti del cancelliere d’Italia già da più di un mese: si rivolse a lui per la prima volta il 14 agosto 1220 a Borgo San Donnino per obbligare il Comune di Brescia a versare le 500 lire imperiali a lui dovute per la sua podesteria di quell’anno: infatti, dopo essersi recato a Brescia, non gli era stato possibile prestare giuramento e iniziare la sua attività per la violenta opposizione del popolo. Per questo i milites, favorevoli alla podesteria del Correggio, sostennero che lo stipendio doveva essere pagato non dall’intero Comune, bensì dalla sola parte popolare, che si era opposta. La sentenza fu favorevole al Correggio, ma il Comne, nonostante le ripetute condanne imperiali, si ostinò a non pagare. Pare che il Correggio sia riuscito a entrare in possesso della somma a lui dovuta solo nel 1225. È questa l’ultima notizia che si ha di lui. Del resto già da quasi dieci anni era stato seguito nella sua stessa carriera podestarile dal figlio Frogerio, che nel 1216 successe al padre nella sede di Modena quando questi si trasferì a Verona.
FONTI E BIBL.: L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevi, IV, Mediolani, 1741, coll. 427 s., 751; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 3, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 12; Corpus Chronicorum Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, 1, a cura di A. Sorbelli, t. II, 58 s., 77; F. Nicolli, Codice diplomatico parmense, Piacenza, 1835, 28 s.; Annales Cremonenses, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XVIII, a cura di P. Jaffé, Hannoverae, 1863, 805; Cronache modenesi di Alessandro Tassoni, di Giovanni da Bazzano e di Bonifacio Morano, a cura di L. Vischi-T. Sandonnini-O. Raselli, in Monumenti di storia patria delle province modenesi,Cronache, XV, Modena, 1888, 29; Syllabus potestatum Veronensium, in Antiche cronache veronesi, I, a cura di C. Cipolla, Venezia, 1890, 389; L. Astegiano, Codex diplom. Cremonae, I, Torino, 1896, 215 ss., II, Torino, 1899, 182; Annali genovesi di Caffaro e de’ suoi continuatori, a cura di L.T. Belgrano-C. Imperiale, Roma, 1901, in Fonti per la storia d’Italia, XII, 108; Alberti de Bezanis abbatis Sancti Laurentii Cremonensi, Cronica pontificium et imper., in Monumenta Germ. Hist., Scriptores Rerum Germ. in usum scholarum, III, a cura di O. Holder-Egger, Hannoverae-Lipsiae, 1908, 53; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, Cod. dipl., III, Modena, 1794, 103, 115 s., V, Modena, 1795, 15-19; G. Tiraboschi, Storia dell’augusta badia di S. Silvestro di Nonantola, II, Modena, 1785, 352; L.V. Savioli, Annali bolognesi, II, 1, Bassano, 1789, 214-216, II, 2, Bassano, 1789, 195-200, 241 ss., 331-344, 405, 448 s.; I. Affò, Storia della città di Parma, Parma, 1793, III, 52, 60, 101 s.; J. Ficker, Forschungen zur Reichs- und Rechtsgeschichte Italiens, IV, Innsbruck, 1874, 314 ss., 329, 331 s.; E.P. Vicini, I podestà di Modena (1156-1796), Roma, 1913, 75 s.; E. Scarabelli Zunti, Consoli, governatori e podestà di Parma dal 1100 al 1935, a cura di G. Sitti, Parma, 1935, 9; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. I; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 460-462.


Parma 1223 c.-ante 1260
Figlio di Giberto e nipote di Matteo di Alberto. Nella seconda metà del Duecento fu podestà in diverse città dell’area veneta e medio padana.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 462.


Parma 1230 c.-post 1288
Nato da Gherardo, sposò una figlia di Petracco Pallastrelli di Piacenza. Ebbe un solo figlio, illegittimo, dal quale, secondo l’Affò, nacque il poeta Matteo da Correggio, vissuto nella prima metà del secolo XIV. Ci è presentato dal suo concittadino e coetaneo Salimbene de Adam come cavaliere avveduto (sensatus), elogio tanto più significativo e attendibile, anche se un po’ laconico, se si considera l’avversione, più o meno palese, del cronista parmigiano nei confronti di tutti i Correggio. Nel 1250, l’anno in cui il padre Gherardo fu podestà in Genova, il Correggio iniziò la sua carriera ricoprendo la medesima carica in Piacenza. Qui gestì con equilibrio la prima affermazione degli elementi popolari nel regime della città sotto la protezione della pars Ecclesiae, tanto che alla fine del suo mandato furono aggiunte 200 lire piacentine al suo salario ut videretur se bene rexisse in facto populi (Annales Placentin gibellini, p. 501). Inoltre, pare che abbia dato il suo aiuto alla Chiesa anche nella lotta all’eresia, stringendo buone relazioni di amicizia e collaborazione con i domenicani e Pietro da Verona, allora nel convento di Piacenza. Dopo due podesterie nei centri di Gubbio (1252) e Jesi (1255 circa), nel 1257 passò a Firenze dove, forse anche per la sua complicità interessata, cominciò a delinearsi il prevalere delle famiglie guelfe. Per il 1258-1259, su suggerimento del marchese d’Este, il Correggio fu nominato podestà della città di Padova, la quale, liberata da poco dal giogo di Ezzelino da Romano e passata alla pars Ecclesiae, era più direttamente interessata alla lotta contro i fautori dell’Impero. Fu proprio per iniziativa del Correggio e sotto la sua guida che i Padovani, aiutati anche dal marchese d’Este, sconfissero nella campagna vicina a Bassano le truppe imperiali e di Ezzelino da Romano. Il Correggio (in questa circostanza il cronista Rolandino da Padova usa l’espressione vir providens et astutus, che conferma, anche se con più entusiasmo, il sensatus di Salimbene) consigliò di evitare vasti e impegnativi scontri frontali con le forze ghibelline, ma di assicurarsi il controllo dei castelli e delle terre vicine con efficaci colpi di mano. Erano quelli gli anni in cui l’area dominata dalla pars Ecclesiae, dopo la caduta di Federico II, si stava allargando in varie direzioni: il padre del Correggio, Gherardo, combatté con Genova contro Savona e le città filoimperiali della Riviera di Ponente e il Correggio contribuì a far estendere il dominio di Firenze a scapito di Siena e quello di Padova a scapito di Treviso e Verona. Per questa sua politica il Correggio ebbe un bellissimo elogio nella Cronaca di Rolandino da Padova. Nella seconda metà del Duecento si incontrano diverse sedi dell’area veneta e medio padana ricoperte da podestà col nome di Matteo da Correggio e non è mai specificato se si tratta del Correggio oppure del suo omonimo figlio di Giberto, nipote di quel Matteo di Alberto da Correggio che occupò con successo le sedi podestarili di varie città italiane tra il XII e il XIII secolo. A ogni modo questo dubbio, già sollevato dal Tiraboschi, pare proponibile solo per pochi anni tra il 1250 e il 1260: quelle precedenti sono certamente da attribuire a Matteo di Giberto e quelle seguenti al Correggio. Inoltre le podesterie di quest’ultimo appaiono tutte caratterizzate da un preciso interesse di tipo strettamente politico: far sì che ogni azione delle Comunità cittadine mirasse prima all’allargamento della presenza della pars Ecclesiae nell’Italia centrosettentrionale, poi al mantenimento dell’unità e della compattezza guelfa minacciata dal sorgere di troppe fazioni al suo interno. Dopo Padova il Correggio passò nel 1261 podestà a Bologna. Le cronache cittadine lo ricordano per aver drasticamente posto termine alle scorribande notturne, alle ruberie e alle distruzioni di un gruppo di giovani nobili insospettati e insospettabili. Nel 1263 fu richiamato a Padova per la seconda volta e vi rimase anche l’anno seguente. Infatti il 12 aprile 1264, assieme con il podestà di Treviso Giovanni Tiepolo, pronunciò un compromesso tra i vari rami dei da Camino, pronti a lottare con le armi per l’eredità di un loro familiare morto senza figli maschi. L’opera di pacificazione tra le famiglie e le città in quell’area che più di tutte risentì della dominazione di Ezzelino da Romano fu, l’anno seguente, continuata dal Correggio in Treviso, dove, chiamatovi come podestà per il 1265-1266, divenne arbitro e negoziatore in questioni delicate, come gli accordi con Venezia e Padova, l’arbitrato tra il Comune e Marco Quirino per il possesso di Villa Mussa e la soddisfazione resa al vescovo di Torcello per danni causati dai Trevigiani. All’inizio della primavera del 1269 il Correggio raggiunse Mantova dove fu chiamato per interessamento di Obizzo d’Este e del conte di San Bonifacio. Da questo momento per tre anni, fino al 1272, la sede podestarile di questa città fu sempre occupata dal Correggio o da suo fratello Guido. Il Correggio lasciò questa sede al fratello già nella seconda metà del 1269, poiché fu chiamato per la terza volta a Padova. Infine si allontanò per sempre da Mantova due anni più tardi per diventare podestà di Cremona per il 1271-1272. Intanto Pinamonte Bonaccolsi il 4 luglio 1272 cacciò il fratello Guido prima della fine del suo mandato e con l’aiuto di Verona e degli Imperiali si fece padrone di Mantova. Il Correggio fu podestà a Modena nella seconda metà del 1274 e quattro anni più tardi (1278) a Perugia. Finalmente nel novembre del 1279 i Padovani, dopo aver cacciato per la sua malitia Giacomo dei Guinicelli di Osimo, nominarono il Correggio loro capitano del Popolo e a partire dal 1° gennaio 1280 lo elessero podestà. Nel maggio dell’anno seguente egli ricopriva ancora questa carica, quando i Padovani giunsero a minacciare con le loro incursioni perfino i borghi della città di Verona. Nella primavera del 1282, assieme con il dottore in leggi Andrea da Marano, guidò un’ambasciata a Roma per conto del Comune di Parma. Riuscì a ottenere dal Papa la revoca della scomunica e dell’interdetto che avevano colpito la città nel 1279, allorché i domenicani avevano abbandonato Parma dove il loro convento era stato assalito dal popolo, il quale intendeva protestare per l’esecuzione di una sentenza di eresia. Subito dopo questa missione riprese la propria carriera podestarile a Bologna e vi rimase per tutta la seconda metà del 1282. Negli ultimi sei mesi dell’anno seguente ricoprì poi la medesima carica nella vicina Modena e nel 1286 a Pistoia. Sono questi gli anni in cui la compattezza al servizio della pars Ecclesiae di varie città e famiglie dell’area medio-padana, cementata dalle lotte che precedettero e seguirono la caduta di Federico II e consolidata in seguito da un intenso scambio di podestà, sembrò incrinarsi. Verso il 1280 la lotta tra le nuove fazioni mise seriamente in crisi un equilibrio instabile già sotto altri aspetti. Per questo ci si cominciò a preoccupare in Parma della lotta che opponeva le fazioni modenesi degli intrinseci, guidati dai Boschetti e dai Rangone, e degli estrinseci, guidati da Manfredino dalla Rosa e attestati nei castelli pedemontani di Savignano e di Sassuolo. Questi ultimi (Manfredino era stato podestà di Parma nel 1280) sperarono di avere dalla loro parte il Comune di Parma. Ma i Parmigiani, seguendo i consigli del Correggio e di suo fratello Guido, preferirono porsi come mediatori e cercare di far giungere le parti a un accordo. A Modena, però, il tentativo di mediazione del Correggio e del fratello non ebbe successo e la pace tra le fazioni fu imposta solo nel 1286 dietro la minaccia delle truppe di Guido da Correggio. I Parmigiani riuscirono invece a mantenere il rispetto della tregua da parte delle due fazioni reggiane degli inferiori e dei superiori, anche grazie ai negoziati condotti personalmente dal Correggio. In Parma le cose non andavano meglio. Anche se in modo latente e meno palese cominciò già a delinearsi in questi anni la formazione di due gruppi familiari contrapposti: il primo fu guidato da Obizzo Sanvitale, vescovo della città e nipote di papa Innocenzo IV, l’altro, invece, riconobbe l’autorità indiscussa di cui godeva Guido da Correggio, fratello del Correggio, nella vita cittadina. Per il momento non si giunse alla lotta aperta e i Parmigiani continuarono a presentarsi come paladini dell’unità delle forze e delle famiglie guelfe. Per questo nel 1287 il Correggio si recò di persona a Modena per rimproverare il podestà di quella città, Bernardino figlio di Guido da Polenta, che, a suo parere, aveva messo in pericolo l’equilibrio tra le varie famiglie facendo impiccare ben trentacinque persone, tra cui anche alcuni innocenti, per una incursione degli estrinseci fin sotto la porta di Baggiovara. Coi Reggiani il Correggio non si limitò ai rimproveri. Quando, approfittando delle lotte tra le fazioni di Reggio, i Mantovani di Pinamonte Bonaccolsi e i Veronesi di Alberto della Scala occuparono quasi tutta la pianura reggiana, il Comune di Parma, anche a nome delle città di Cremona e di Bologna, grazie a un trattato del 1284 che gli permetteva di comporre anche con la forza le vertenze tra superiore e inferiori, si impadronì della città e le impose il Correggio come podestà (1288). Ben presto, però, i Sessi e i Canossa, rientrati in città grazie ai provvedimenti del Correggio, cacciarono a loro volta i Fogliani e invitarono il marchese Obizzo d’Este a farsi Signore e padrone della città. Questa dovette anche essere l’ultima podesteria del Correggio, che non è più ricordato nelle intricate vicende degli anni seguenti, nelle quali ebbero gran parte il fratello Guido e il figlio di questo, Giberto.
FONTI E BIBL.: Laterculi magistratuum Cremonensium, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, VII, Mediolani, 1725, col. 649; Ricordano et Giachetto Malespini, Historia Florentina, in Rerum Italicarum Scriptores, VIII, Mediolani, 1726, col. 983; Memoriale potestatum Regiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, col. 1172; Iohannes de Mussis, Chronicon Placentinum, in Rerum Italicarum Scriptores, XVI, Mediolani,, 1730, coll. 612-616; Sagacius et Petrus de Gazata, Chronicon Regiense, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, col. 12; Rolandini Patavini, Cronica in factis et circa facta Marchie Trivixane, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, VIII, 1, a cura di A. Bonardi, 148, 203 s.; Liber regiminum Padue, in Rerum Italicarum Scriptores, 324, 326, 330, 333; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 12; Corpus chronicorum Bononiensium, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, I, a cura di A. Sorbelli, t. II, 157, 212; Chronica Parmensia, a cura di L. Barbieri, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Parmae, 1858, ad Indicem; Chronica tria Placentina a Iohanne Codagnello ab Anonimo et a Guerino conscripta, a cura di B. Pallastrelli, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, Parmae, 1859, ad Indicem; Cronache modenesi di Alessandro Tassoni, di Giovanni da Bazzano e di Bonifacio Morano, a cura di L. Vischi-T. Sandonúnini-O. Raselli, in Monumenti di storia patria delle province modenesi, Cronache, XV, Modena, 1888, 76-79; Mutio de Modoetia, Annales Placentini gibellini, a cura di G.H. Pertz, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XVIII, Hannoverae, 1863, 499 ss., 533; Annales Mantuani, a cura di G.H. Pertz, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XIX, Hanúnoverae, 1864, 25-26; Annales Veronenses de Romano, in Antiche cronache veronesi, a cura di C. Cipolla, Venezia, 1890, 427; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, ad Indicem; G. Villani, Cronica, a cura di I. Moutier-F. Gherardi Dragomanni, Firenze, 1845, I, 285; Liber grossus antiquus Comunis Regii. Liber Pax Constantiae, a cura di F.S. Gatta, IV, Reggio Emilia, 1960, 83-98, 246-262, VI, Reggio Emilia, 1963, 83-86, 88 s.; Codex diplomaticus Cremonae, a cura di L. Astegiano, II, Torino, 1899, 193 ss.; P. Pellini, Della historia di Perugia, Venezia, 1564, I, 294; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 316; F. Sansovino, Croniche della casa e città di Correggio, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, Correggio, 1881, 111 s.; L. Zuccardi, Compendio delle croniche di Correggio e delli suoi signori, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, 1881, 20; M.A. Salvi, Delle historie di Pistoia e fazioni d’Italia, Roma, 1654, I, 238; G. Bonifaccio, Istoria di Trivigi, Venezia, 1744, 223 ss., 552; C. Poggiali, Memorie storiche della città di Piacenza, Piacenza, 1758, V, 131; G.B. Verci, Storia della Marca trivigiana e veronese, Venezia, 1786, I, 142, II, 73-76, 84-87, 96 ss.; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 23-29; Cod. dipl., 86-88; L.V. Savioli, Annali bolognesi, Bassano, 1795, III, I, 348; I. Affò, Storia della città di Parma, III, Parma, 1793, 225, 248, 267, IV, Parma, 1795, 56 s.; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789, II, 34 ss., C. D’Arco, Studi intorno al Municipio mantovano, Mantova, 1873, IV, 40; A. Gloria, Monumenti della università di Padova (1222-1318), Venezia, 1884, I, 30 ss., 36; A. Giannandrea, Potestà e capitani del popolo lombardi nella Marca, in Archivio Storico Lombardo XVII 1890, 405; C. Cipolla, Documenti per la storia delle relazioni diplomatiche fra Verona e Mantova nel secolo XIII, Milano, 1901, 57-61; R. Davidsohn, Forschungen zur Gesch. von Florenz, Berlino, 1908, IV, 536; E.P. Vicini, I podestà di Modena (1156-1796), Roma, 1913, 140-143; A. Balletti, Storia di Reggio, Reggio Emilia, 1925, 144 ss.; A. Dondaine, Saint Pierre Martyr, in Arch. Fratrum Praed. XXIII 1953, 84 s.; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. I; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 462-464.


Parma 1252 c.-Boretto 1329 c.
Figlio di Guido e di Mabilia da Gente, sposò Agnese Fogliani, dalla quale ebbe un figlio di nome Niccolò. Dalle notizie che si hanno di lui, poche in verità, si fatica ad avere una immagine chiara e coerente della sua personalità. Egli, infatti, appare sempre nelle vesti del fedele esecutore degli ordini e dei piani del fratello Giberto. Certamente il prestigio e il potere di Giberto poggiarono prima di tutto sulla coesione e sull’appoggio degli uomini del suo casato, a differenza delle altre famiglie parmigiane (come i Rossi, gli Enzola o i Senaza), gli appartenenti alle quali appaiono schierarsi, di volta in volta, per l’una o per l’altra parte. Il Correggio fece la sua prima comparsa nella vita pubblica insieme con il padre e il fratello Giberto il 18 giugno 1297, quando venne stipulata una tregua tra il marchese d’Este e il Comune di Parma. In essa i Correggio garantirono personalmente che la pace sarebbe stata inviolabilmente osservata dai Parmigiani. Ma è soprattutto dopo la nomina del fratello a Signore di Parma (1303) che il Correggio ottenne, insieme con il cognato Niccolò Fogliani, incarichi militari di particolare importanza. I due furono ripetutamente impegnati nella difesa della Signoria di Alberto Scotti, alleato dei Parmigiani e seriamente minacciato dalle forze collegate di numerose città dell’area padana e in particolare da Milano, Pavia e Cremona. Mentre i Mantovani e i Veronesi tenevano a bada Cremona, il Correggio e Niccolò Fogliani, all’inizio dell’estate del 1304, raggiunsero Piacenza, dove già si trovava Galeazzo Visconti, per difenderla dai Milanesi e dagli altri, i quali, però, percorse e saccheggiate le campagne dei dintorni, dopo venti giorni si ritirarono. In settembre, quando Alberto Scotti perse anche l’appoggio cittadino e rimase al potere solo perché riuscì a soffocare una sollevazione popolare guidata da alcuni magnati, i suoi avversari ritentarono l’occupazione di Piacenza. Partiti da Cremona, occuparono e saccheggiarono gran parte del territorio piacentino e arrivarono inaspettati alle porte della città, senza però entrarvi. Dovettero desistere anche questa volta, grazie all’intervento del Correggio e di Niccolò Fogliani che nel frattempo erano giunti rispettivamente a Borgo San Donnino e a Fiorenzuola. Ma le cose non potevano andare avanti ancora per molto. Giberto da Correggio, quando per la terza volta nel novembre del 1304 gli alleati conquistarono Bobbio e altri centri montani e si preparavano ad assalire la città, invece di inviare il Correggio e i suoi uomini, raggiunse egli stesso Piacenza e, fatto deporre lo Scotti, cercò di prenderne il posto. Ma poi anch’egli, di fronte a una sollevazione popolare, dovette lasciare la città, che aprì le porte ai nemici di Alberto Scotti. Perduta l’alleanza di Piacenza e svanita la possibilità di allargare la sua Signoria in quella direzione, Giberto da Correggio si unì a quanti erano interessati a strappare Modena e Reggio all’Estense. Qui fu più fortunato e, nonostante l’opposizione di alcune famiglie, specialmente dei Canossa che si ritirarono nel castello di Gesso, riuscì a occupare la piazza con le armi. Il Correggio, che appena l’anno precedente aveva ottenuto da Azzo d’Este l’investitura di Casaloffia, divenne podestà di Reggio per conto del fratello Giberto. Il Correggio, anche quando non fu più podestà, continuò a guidare, dietro ordine di Giberto da Correggio, la lotta contro i castelli reggiani delle famiglie che non si erano sottomesse. Nel 1307, con un grosso esercito nel quale aveva molti soldati delle città alleate di Verona, Mantova e Brescia, assalì invano alcuni castelli reggiani dei Palù, infine, prima di tornare a Parma, si diresse contro Gesso (presso Scandiano), la roccaforte dei Canossa nella quale si erano rinchiusi anche i Rossi e i Lupi, e anche qui si limitò a distruggere, saccheggiare e bruciare i centri dei dintorni. Anche se riuscirono a resistere, i castelli dei Palù, stremati dalle scorrerie del Correggio, si decisero a sottomettersi alla volontà di Giberto da Correggio e si strinsero in alleanza con lui. Il 26 marzo 1308, quando il fratello Giberto fu cacciato da Parma, anche il Correggio, assieme con i suoi soldati e i Reggiani accorsi in aiuto, si mise in salvo a stento e raggiunse Castelnovo Sotto, da dove rientrò poi vittorioso in Parma tre mesi più tardi, dopo la battaglia di Enzola. Anche in seguito il Correggio seguì le alterne fortune del fratello, pronto ad accorrere col suo esercito contro i vari nemici del momento. Nel marzo del 1312, quando Giberto da Correggio voltò le spalle all’imperatore Enrico VII e fu eletto Signore di Cremona per cinque anni, il Correggio corse a difendere il ponte di Dosolo dalle armate filoimperiali dei Bonaccolsi di Mantova, i quali non riuscirono a impadronirsene e, dopo aver perso sul Po più di un centinaio di uomini, si rifugiarono a Rivarolo in territorio mantovano. L’anno seguente, quando il fratello Giberto venne nominato da re Roberto capitano di Parma, di Cremona e della parte guelfa in Lombardia, anche il Correggio, con alcuni Parmigiani, tra i quali Giovannino e Gianquirico Sanvitale, giurò fedeltà e omaggio nelle mani di Roberto d’Angiò, alle cui sorti restò poi legato tutta la vita. Intanto, dopo l’effimero e illusorio successo politico dell’estate del 1315, quando Giberto da Correggio sembrava al colmo della sua potenza, il declino non tardò a manifestarsi e il Correggio, il 25 luglio 1316, seguì per la seconda volta il fratello nell’esilio di Castelnovo Sotto. Ma, mentre la morte non permise a Giberto da Correggio di rimettere piede in Parma, il Correggio e i figli di Giberto, dopo un’accesa seduta del Consiglio del Comune, ottennero la revoca del bando e poterono rientrare il 22 settembre 1322. Il Correggio, ormai avanti negli anni, non dovette più occuparsi direttamente delle vicende della sua famiglia, affidate principalmente ai figli di Giberto da Correggio. Quando questi, non sentendosi più sicuri in città, dove era stato ucciso un loro seguace, lasciarono Parma e si rifugiarono nelle loro terre di Castelnovo Sotto, il Correggio, pur non essendo espressamente ricordato nelle cronache, dovette certamente seguirli nel loro destino. Tant’è vero che, ancora nell’ottobre del 1329, i Parmigiani, fedeli all’imperatore Ludovico il Bavaro, in guerra con i Correggio alleati dei Bolognesi e del legato papale, conquistarono con le armi la residenza fortificata che il Correggio aveva in Boretto e nella quale aveva ammassato una gran quantità di beni di ogni genere, portati poi a Parma e venduti in piazza. Benché la fortezza del Correggio, conquistata dai Parmigiani che ne volevano fare un centro della lotta contro i Correggio, fosse difesa da soldati tedeschi, essa fu tuttavia riconquistata dai figli di Giberto da Correggio meno di un mese più tardi, il 15 novembre 1329. Ma il Correggio non poté risiedervi per molto tempo: il 18 dicembre 1329 fece testamento in favore del figlio Niccolò e da allora non si hanno più notizie di lui.
FONTI E BIBL.: Chronicon Regiense, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, col. 17; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Chronicon Estense cum additamensis usque ad annum 1478, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 3, a cura di G. Bertoni-E.P. Vicini, 63; Chronica Parmensia, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, X, a cura di L. Barbieri, Parmae, 1858, ad Indicem; Liber grossus antiquus Comunis Regii. Liber pax Constantiae, a cura di F.S. Gatta, II, Reggio Emilia, 1950, 212; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 146; N. Tacoli, Memorie storiche di Reggio di Lombardia, I, Reggio, 1742, 473; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 28, 33 ss., 39; I. Affò, Storia della città di Parma, IV, Parma, 1795, ad Indicem; G. Tiraboschi, Dizionario topografico-storico degli Stati estensi, I, Modena, 1824, 193; A. Balletti, Storia di Reggio nell’Emilia, Reggio Emilia, 1925, 157; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. I; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 464-466.


Parma ante 1290-post 1346
Nacque dall’unico figlio, illegittimo, di Matteo di Gherardo. Il Correggio è senza dubbio colui del quale si fa menzione nella continuazione del Cronico Parmense sotto l’anno 1315. Vi si narra di una controversia tra Paolo Aldigieri et Matthaeum de Corrigia quondam filium cujusdam sanguinei germani dicti Domini Giberti naturalis. Il Correggio, veduto più favorevole all’Aldigieri che a sé Giberto da Correggio, allora dominante in Parma, indispettito si unì ai fuorusciti e, fattosi forte nel castello di San Quirico, prese a danneggiare varie terre e tolse Baganzola al suo avversario. Giberto da Correggio portò allora l’assedio a San Quirico, costringendo il Correggio ad arrendersi. Poco tempo dopo il Correggio poté liberamente tornare in Parma. In quel tempo il Correggio doveva essere ancora giovane dato che nella Continuazione del Cronico Parmense si afferma che, ricorrendo poco dopo la solennità della Madonna di Agosto, Matthaeus de Corrigia ipsa die bagordavit, vale a dire fece gran festa, misurandosi in torneo. Si apprende poi dal Sansovino che visse fin oltre il 1346 e che Gianfrancesco da Correggio, figlio di Simone, comprò dal Correggio il castello e la giurisdizione di San Quirico e i dazi del Taro. Il Correggio risiedette alcun tempo a Correggio, a Guastalla e a Verona: in quest’ultima città ebbe amici il giudice padovano Antonio da Tempo e il letterato Ugoccione dalla Fagiola, cui indirizzò alcuni versi l’anno 1332. Il Correggio fu, secondo l’Affò, verseggiator molto rozzo, capriccioso, e scorrettissimo. Amava egli i giuochetti, come quello di far Sonetti, i cui versi avessero sempre cominciamento dalla stessa lettera, non concepiva pensieri se non mediocri, e gli esprimeva con una lingua assai lotolenta. Del Correggio rimangono Rime contenute nel codice Urbinate 697 (Biblioteca Vaticana) e altre nel codice Boccoliniano (Biblioteca Laurenziana), nei manoscritti Chisiani e in un manoscritto che fu di Giangiacomo Amadei, cui accenna il Quadrio.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 34-36.


Parma 1353 c.-
Nipote di Gherardo da Correggio, fu pretore di Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 178.


Parma XIII secolo
Fu pretore in Padova.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 178.


Parma 1290 c.-Parma 1344
Fu il figlio primogenito del Signore di Parma Giberto. La madre, di cui si ignora il nome, era sorella di Franceschino Malaspina ed era già morta nel 1301, quando Giberto si sposò con una da Camino. Nel luglio del 1306 il Correggio ebbe in sposa Cancelleria, figlia di Maffeo Maggi nipote di Bernardo Maggi, vescovo e Signore della città di Brescia. Più tardi, il 2 settembre 1319, si unì in seconde nozze con Beatrice, figlia di Francesco di Guido della Torre, già da otto anni espulso da Milano e in cerca di alleati nella lotta contro i Visconti. Il Correggio, pur essendo il fratello maggiore, non ebbe un ruolo preminente nelle vicende che, alla morte del padre (1321), videro i Correggio impegnati a fondo nella vita politica e militare parmigiana e lombarda. Infatti i fratelli Azzo e Guido, dotati di una personalità di maggiore spicco, furono i soli artefici delle fortune e delle disgrazie dei figli di Giberto. Ben poche notizie si possono raccogliere sul Correggio, vissuto prima all’ombra del padre, poi in accordo con le iniziative dei fratelli. Si mantenne unito anche alla famiglia materna e alla fine di febbraio del 1315 lo si incontra al servizio dello zio Franceschino Malaspina, già vicario di Parma e sempre alleato di Giberto da Correggio nella guerra che stava conducendo contro il cardinale Luca Fieschi e i Pontremolesi. I frutti di questo aiuto li raccolse poi Giberto da Correggio il quale, persa la Signoria di Parma, divenne nel 1319 vicario e governatore di Pontremoli per conto del Malaspina e dei pontremolesi Filippi. Anche il Correggio, dopo la cacciata da Parma del 1316, seguì la sorte del padre, alla cui morte, nel luglio del 1321, continuò coi fratelli e lo zio Matteo a cercare aiuti per recuperare la Signoria perduta. Per tale motivo nelle lotte tra i Rossi e i Sanvitale, i Correggio appoggiarono questi ultimi, capeggiati dal loro cognato Gianquirico Sanvitale. Fu proprio per togliere a Gianquirico Sanvitale l’appoggio dei Correggio che il Consiglio dei sapienti, essendo ormai morto Giberto da Correggio, decise di abrogare le disposizioni del 1317 che vietavano loro di rimettere piede in città. Il 22 settembre 1322 il Correggio, il fratello Azzo, lo zio Matteo da Correggio e il fratello naturale Lombardo poterono finalmente rientrare in Parma. Pochi giorni dopo il Correggio tornò a Castelnovo Sotto e fu la volta del rientro del fratello Guido: non osarono stare tutti contemporaneamente in città, poiché nutrivano forti sospetti sulla lealtà dei loro avversari. Non a torto: infatti meno di due mesi più tardi uno dei loro seguaci fu trovato ucciso ed essi lasciarono spontaneamente Parma per ristabilirsi nella loro più sicura fortezza di Castelnovo Sotto. Il Correggio vi si fermò pochi giorni. Subito dopo con un gran numero di uomini a piedi e a cavallo, raccolti a sue spese, e con molti soldati del Comune di Firenze e di altre città toscane in lega con la Chiesa, andò a Piacenza al servizio del legato Bertrando del Poggetto in difesa della città appena strappata ai Visconti. Con tutti costoro partecipò poi alla crociata contro Milano. Anche i Rossi, per mantenere il loro predominio in Parma, si schierarono dalla parte del legato, dal quale furono costretti a concedere ai Correggio le opportune garanzie per un loro sicuro e tranquillo soggiorno in città. I fratelli Azzo e Guido si stabilirono nel convento di San Giovanni, il Correggio, invece, più diffidente, rientrò solo dopo alcuni giorni e vi rimase per poco tempo, poiché non riteneva sufficienti le garanzie offerte dai Rossi. Pochi mesi più tardi (1325) i fratelli Azzo e Guido si unirono a lui e con i loro uomini e diversi soldati del legato oltrepassarono la Tagliata presso Guastalla e occuparono le terre mantovane al di qua del Po. Divennero così padroni del territorio che si estende tra la Tagliata e il Po, comprendente i centri di Zara, Luzzara, Suzzara e San Benedetto Polirone. Rimase nelle mani dei Mantovani solo il castello di Reggiolo. Inoltre la zona appena conquistata venne subito concessa dal legato ai Correggio in perpetuo possesso, ma l’anno seguente (1326), per le difficoltà incontrate, essi preferirono rinunciarvi. L’avvicinamento tra i Rossi e i Correggio, che da tre anni militavano nello schieramento antivisconteo, sembrò trovare una sanzione definitiva quando, nel settembre del 1328, il Correggio e il fratello Azzo, assieme con Marsilio e Andreasio Rossi, aiutarono Cangrande della Scala a divenire Signore di Padova. Subito dopo, però, la presenza in Italia di Lodovico il Bavaro e l’appoggio di Cangrande della Scala, spinsero Rolando Rossi a liberarsi della protezione del legato e a divenire il solo padrone di Parma. I tentativi dei Correggio e di Gianquirico Sanvitale per strappare Parma ai Rossi con l’aiuto incostante del legato furono inutili fino all’arrivo di Giovanni di Lussemburgo, re di Boemia, che, come al solito, impose ai Rossi, che avevano riconosciuto la sua autorità, di accogliere in città i fuorusciti. Il Correggio entrò in Parma col fratello Azzo il 9 aprile 1331 e fu ricevuto con onore dal Re. Benché si fossero costruita una vera e propria fortezza tra la piazza del Comune e quella della Cattedrale, i Correggio dovettero riprendere la via dell’esilio quando Rolando Rossi, questa volta con l’appoggio di Giovanni re di Boemia, fu di nuovo unico Signore di Parma. Ma non per molto. Mastino e Alberto della Scala, nipoti dei Correggio e signori di Verona, posero l’assedio alla città di Parma e Rolando Rossi dovette chiedere la pace nel giugno del 1335. Da allora i Correggio tennero la città per i loro nipoti e ne furono di fatto i padroni. Il Correggio si stabilì nel palazzo dell’Arena, che fece rifare e adattare al suo uso. Poi, dalla primavera all’autunno del 1336, guidò la campagna militare degli Scaligeri contro Pontremoli, della quale si impadronì nell’ottobre di quell’anno dopo un difficile assedio. Riuscì così ad allargare l’influenza degli Scaligeri nell’Italia centrosettentrionale e ad aumentare il potere dei Correggio in Parma. Anche se gli autori principali del tradimento nei confronti di Mastino e Alberto della Scala furono Azzo e Guido da Correggio, il Correggio, nelle vicende che precedettero la cacciata degli Scaligeri da Parma, favorì i piani dei suoi due intraprendenti fratelli. A lui va attribuito il merito di aver tenuto a freno le loro ambizioni una volta conquistato il potere. Infatti pochissimi giorni dopo la morte del Correggio, esplose apertamente tra i due la discordia che fece perdere per sempre ai Correggio il possesso di Parma. Azzo da Correggio, in Parma, si assicurò l’appoggio del marchese d’Este, mentre Guido, fedele ai Visconti, corse a fortificarsi contro il fratello nei suoi castelli della pianura, ma morì nell’estate 1345.
FONTI E BIBL.: Historiae Romanae fragmenta, in L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevii, III, Mediolani, 1740, coll. 287 s.; Iohannes de Cornazanis, Historiae Parmensis fragmenta, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XII, Mediolani, 1728, coll. 742 s.; Guilielmus et Albigetus Cortusii, Historia de novitatibus Paduae et Lombardiae, in Rerum Italicarum Scriptores, XII, 1728, col. 903; Sagacius et Petrus de Gazata, Chronicon Regiense, in Rerum Italicarum Scriptores, XVIII, Mediolani, 1731, coll. 34, 56 s.; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, ad Indicem; Guillelmi de Cortusiis, Chronica de novitatibus Padue et Lombardie, in Rerum Italicarum Scriptores, XII, 5, a cura di B. Pagnin, 86; Chronicon Estense cum additamentis usque ad annum 1478, in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 3, a cura di G. Bertoni-E.P. Vicini, 91, 122, 128, 148; Iohannis de Bazano, Chronicon Mutinense (888-1363), in Rerum Italicarum Scriptores, XV, 4, a cura di T. Casini, 105, 120; Storie pistoresi (1300-1348), in Rerum Italicarum Scriptores, XI, 5, a cura di S.A. Barbi, ad Indicem; G.B. Gatari, Cronaca carrarese confrontata con la redazione di Andrea Gatari (1318-1407), in Rerum Italicarum Scriptores, XVII, I, a cura di A. Medin-G. Tolomei, I, ad Indicem; F. Nicolli, Codice diplomatico parmense, Piacenza, 1835, 261 s.; Chronica Parmensia, a cura di L. Barbieri, in Monumenta historica ad Provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, X, Parmae, 1858, ad Indicem; Cronache modenesi di A. Tassoni, di Giovanni da Bazzano e di Bonifacio Morano, a cura di L. Vischi-T. Sandonnini-O. Raselli, in Monuúmenti di storia patria delle province modenesi, Cronache, XV, Modena, 1888, ad Indicem; B. Angeli, La historia della città di Parma, Parma, 1591, 157 s., 326; N. Tacoli, Memorie storiche di Reggio di Lombardia, III, Carpi, 1769, 683-686; G.B. Verci, Storia della Marca Trivigiana e Veronese, IX, Venezia, 1786, 101 s.; G. Tiraboschi, Memorie storiche modenesi, V, Modena, 1795, 39-48; I. Affò, Storia della città di Parma, IV, Parma, 1795, ad Indicem; F. Sansovino, Croniche della casa e città di Correggio, a cura di Q. Bulbarini, in Antichità correggesche, Correggio, 1881, 121-124; A. Mossina, Cronologia dei signori di Guastalla, in Archivio Storico per le Province Parmensi II 1937, 76; P. Litta, Le famiglie celebri italiane, sub voce Correggio, tav. II; G. Montecchi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIX, 1983, 474-476.

CORREGGIO VANINA, vedi CORREGGIO VANNINA


Parma 1302 c.-
Figlia di Giberto e di una da Camino. Sposò Francesco Bonaccolsi di Mantova, nell’ambito dei piani del padre per avvalorare l’alleanza contratta nel 1306 con i signori di Mantova.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, III, 1837, tav. II.

CORREGGIO WIBERTO, vedi CORREGGIO GUIBERTO

CORRIGIARI MATTEO, vedi CORREGGIO MATTEO


Pellegrino 1439
Fu commissario e podestà di Pellegrino nell’anno 1439. In detto anno, il 17 settembre, la rocca di Pellegrino fu assalita dalle milizie di Alessandro Sforza. Mancando ogni sicuro soccorso da parte di Francesco, figlio di Nicolò Piccinino, le genti del mercato di Pellegrino furono disposte ad assoggettarsi. Vennero poi le milizie comandante da Rubino da Como, pronte a venire a patti. Ma avrebbero voluto che gli Sforzeschi pagassero 210 ducati d’oro, sicché non se ne fece nulla.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 6.


Parma 23 giugno 1875-Laibach 5 ottobre 1915
Figlio di Fermo. Tra i più attivi a dichiararsi contro l’entrata in guerra dell’Italia, il Corsi, amico e compagno di fede dell’onorevole Guido Albertelli, mobilitò ogni sua energia a sostegno della pace. Quarantenne, impiegato, allorquando l’Italia scese in campo, egli, per dimostrare l’infondatezza della facile accusa che neutralismo equivalesse a viltà, spesso rivolta anche alla sua persona nei febbrili dibattiti che avevano preceduto la scelta decisiva, subito si arruolò volontario con il grado di sergente maggiore, assegnato al III Reggimento di Fanteria. Volle così provare, attraverso l’esempio, che i sensi di italianità non erano affatto estranei a chi propugnava con fermezza i principi del socialismo. Partecipò a diverse azioni, sempre alla testa dei suoi fantaccini. Nell’ultimo scontro (settembre 1915) avanzò tanto da rimanere isolato. Ferito a un ginocchio, fu fatto prigioniero e internato a Lubiana. Dalle testimonianze congiunte del dottor Mauro, ufficiale medico compagno di prigionia, e del chirurgo austriaco che eseguì l’operazione (testimonianze raccolte dal senatore Agostino Berenini e dall’onorevole Albertelli) furono appresi i particolari della sua morte da valoroso. L’amputazione della gamba fu differita nella speranza di salvare l’arto ma sopraggiunse una grave infezione. Come se ciò non bastasse, fu giocoforza affrontare l’intervento sulla carne viva, a causa di problemi cardiaci che esclusero la possibilità del ricorso al cloroformio. Il Corsi sopportò eroicamente e senza un lamento l’amputazione, ripetendo a tutti la sua ferma speranza di vivere. Fino all’ultimo tenne salda la propria coscienza di libero pensatore: senza indulgere ad atteggiamenti settari, rifiutò l’estrema unzione. La salma fu sepolta nel cimitero della Santa Croce in Laibach.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 gennaio 1985, 3; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 193.

Taviano di Vairo 21 aprile 1790-Soragna 14 febbraio 1841
Esercitò la professione di farmacista in Soragna. Filantropo, membro della Commissione di Sanità, consigliere comunale e poi podestà, fu promotore di varie iniziative pubbliche, come l’illuminazione notturna del paese, la costruzione di un nuovo ponte sul torrente Rovacchia e l’introduzione di un secondo maestro nelle scuole locali. Ne compose un sonetto in morte Luigi Poncini (Parma, Tip. Rossi Ubaldi, 1841) mentre la Gazzetta di Parma non mancò di ricordare le sue doti umane e civili (24 febbraio 1841).
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 71.

CORSILLO, vedi CASTAGNOLA GIOVANNI


Parma 1845/1878
Istruito alla litografia dal Vigotti, nel 1846 fu mandato a Vienna a spese di Maria Luigia d’Austria per perfezionare i metodi di stampa in una delle migliori litografie austriache. Era intenzione della Sovrana di aprire uno stabilimento litografico nel Collegio militare collocato nel Convento dei Servi, all’occorrenza del Collegio stesso e per tutti gli uffici del governo. La morte della Duchessa interruppe il progetto e il Corsini rientrò a Parma. Attivo in città, operò come stampatore litografo: fu iscritto nei ruoli della Camera di Commercio di Parma a partire dal 1866 e fino al 1878 con esercizio in Borgo Regale 21, poi in Vicolo Mulino 1 e in Borgo Felino 5. È nota la sua stampa Ritratto di Pio IX (Litografia Vigotti, Parma). Il Corsini fu anche litografo ed editore di diversi compositori locali di musiche per pianoforte.
FONTI E BIBL.: P. Martini, La Regia Accademia parmense di Belle Arti, Parma, 1873, 27; L. Servolini, Dizionario incisori, 1955, 222; Enciclopedia di Parma, 1998, 267.


Parma prima metà del XIX secolo
Sposò Maria Merusi, dalla quale ebbe una figlia, Adelaide. Il Corsini fu custode dei Palazzi ducali di Parma. È probabile la parentela con Cesare Corsini, custode dell’Accaúdemia di Belle Arti.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 26.


Piacenza 3 luglio 1831-Borgo San Donnino 31 dicembre 1917
Fu abile decoratore e, come tale, collaborò con Girolamo Magnani nei lavori di ornamento al Teatro Municipale di Borgo San Donnino. Dotato di grande volontà e amore allo studio, riuscì a conseguire, quale autodidatta, il diploma di maestro. Perciò, abbandonata la primitiva attività, si dedicò a Borgo San Donnino, sua città adottiva (dove si era stabilito nel 1855) all’insegnamento nelle pubbliche scuole elementari. Appassionato cultore di memorie e tradizioni borghigiane, pubblicò un opuscolo di notizie storiche e artistiche locali dal titolo Di che furono (Tipografia Verderi, Borgo San Donnino, 1903). È pure opera sua un manoscritto in sei fascicoli che si conserva nell’Archivio comunale di Fidenza (Memorie patrie), comprendente documenti e memorie intorno alla denominazione della città, alle fortificazioni antiche, agli uomini illustri, agli statuti, convenzioni e altri atti del Comune di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 123.

Parma 1783/1805
Il 18 dicembre 1783 sostenne l’esame in presenza del capo violino e altri individui per essere ammesso nell’Orchestra Reale (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti). Nel 1784 suonò come viola nell’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma. Mentre nelle accademie private non era retribuito, percepiva 8 lire per quelle pubbliche. Venne dimesso il 15 luglio 1786 in sequela dello sconcerto arrivato per cagion del medesimo nell’ultima Accademia della Quadragesima passata. Il 25 gennaio 1787, chiese le scuse e fatta domanda di riassunzione, venne reintegrato. Fu violinista in soprannumero della Regia Orchestra di Parma dal 23 dicembre 1797, col soldo di 3 mila lire all’anno. Fu suonatore di viola alla chiesa della Steccata di Parma dal 1797 al 1805 e in Cattedrale nell’anno 1800.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1797-1805; Archivio della Cattedrale, Mandati 1800; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 176 e 228; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1906
Soprano, il 18 aprile 1906 debuttò al Teatro Reinach di Parma in sostituzione di un’altra cantante. Se la cavò alla meno peggio nelle tre serate di un infelice Barbiere di Siviglia. Il 10 novembre dello stesso anno ritornò nello stesso ruolo e opera al Politeama Piacentino, ma venne sostituita.
FONTI E BIBL.: Fernandi, Non solo; G.N. Vetro, Reinach, 1995, 276.


Parma 1831
Prese parte ai moti dell’anno 1831. Fu inquisito, con la seguente motivazione: Disarmatore della truppa e individuo della più vile feccia della plebe vegliato per delitti commessi e condanne sofferte e capace quindi di qualsiasi prevaricazione.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 155.


Scipione 1842-Parma 5 novembre 1901
Nato da Domenico, possidente e guardia d’onore di Maria Luigia d’Austria, e dalla sua seconda moglie, Luigia Salvini. Il Corsini passò parte della gioventù a Golaso di Varsi, ove la famiglia possedeva terreni e il castello-corte, un tempo proprietà dei conti Rugarli. Dopo le scuole superiori, s’iscrisse alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Parma ove si laureò il 31 luglio 1866, a soli 24 anni, con brillante votazione. Nel 1859 partecipò alla seconda guerra di Indipendenza, come scrive un familiare nell’introduzione dattiloscritta di un volume che raccoglie gli scritti scientifici del Corsini (nella biblioteca-archivio dei discendenti Antonelli-Baratta) e come riporta anche il Pini facendo riferimento all’iscrizione sulla pietra tombale posta nella galleria nord del cimitero La Villetta di Parma. Dopo alcuni anni di pratica generale, in parte passati come astante (assistente) presso la prima divisione medica degli Ospizi Civili di Parma, il Corsini nel 1871 si trasferì a Pellegrino Parmense in qualità di medico condotto e lì fu subito duramente impegnato da un’epidemia di vaiolo. Il suo comportamento e la sua perizia gli valsero fama e riconoscenza al punto che due anni dopo fu chiamato in aiuto dalle autorità del vicino Comune piacentino di Vernasca ove era scoppiata un’epidemia di tifo e vaiolo. A quei tempi si praticava la vaccinazione antivaiolosa con vaccino umano, cioè da braccio a braccio, utilizzando le pustole di bambini già vaccinati, metodo pericoloso perché, oltre alla linfa vaccinica, si potevano inoculare al vaccinando anche altri agenti infettivi. L’occasione di sperimentare la vaccinazione antivaiolosa con vaccino animale, primo evento di questo genere nel Parmense, arrivò all’inizio dell’attività di condotta del Corsini a Pellegrino Parmense nel 1873. Come il Corsini riporta in una relazione al Comitato d’Igiene della Città e della Provincia di Parma nell’anno 1885, un bambino vaccinifero fu inviato dal Comune di Pellegrino Parmense alla Maternità di Parma perché gli fosse praticato un innesto vaccinico e potesse poi servire per vaccinare gli altri bambini del Comune utilizzando la linfa delle sue pustole reattive. Il bambino, però, dopo quattro giorni dall’innesto non presentava alcun segno di reazione vaccinica. Poiché era già stata convocata la popolazione per la seduta di vaccinazione, il Corsini chiese al Comitato di Vaccinazione Animale di Milano alcune pustole e penne vacciniche per proseguire quanto già organizzato con un vaccino animale, metodo allora non ancora molto diffuso. Contemporaneamente all’arrivo del materiale ordinato comparvero anche le pustole nel piccolo vaccinifero, probabilmente un esposto, perciò il Corsini utilizzò ambedue i metodi. In particolare innestò il vaccino animale a quindici soggetti della frazione di Metti con risultato positivo in quattordici casi e nessuna risposta nel quindicesimo, mentre nei vaccinati con la linfa tratta dal bambino inviato a Parma comparve entro 48 ore uno stato settico che portò a morte fulminea sei di loro. Il Corsini non riporta il numero dei vaccinati con vaccino umano, ma ipotizza che il bambino della Maternità di Parma, anch’egli probabilmente trovatello, che era servito per l’inoculazione del vaccinifero, fosse infetto da scarlattina, malattia che trasmise al bambino di Pellegrino Parmense e questi a tutti i vaccinati con il suo materiale pustoloso. In quell’anno furono vaccinati 99 soggetti con linfa umana e 47 morirono per le complicazioni vacciniche, anche se non è chiaro, dallo scritto del Corsini, se tutti fossero stati vaccinati con materiale proveniente dal primo bambino. Un’altra infezione trasmessa con la vaccinazione umana nel limitrofo Comune di Morfasso nel 1879 rafforzò nel Corsini la convinzione della superiorità della vaccinazione animale su quella umana. La fama che si era procurato in provincia per i suoi esperimenti e successi di vaccinazione con linfa animale lo spinsero a richiedere al Comune di Parma di sperimentare anche in città questa vaccinazione. Con lettera del 24 gennaio 1883 la municipalità gli concesse il permesso nominando anche una commissione di sorveglianza composta dai professori Alessandro Cugini e Francesco Lombardi e dal dottor Paolo Terzi. Il Corsini iniziò le prime vaccinazioni nel maggio 1883, assistito dalla suddetta commissione e coadiuvato dall’assistente di Clinica medica veterinaria, dottor Crema, direttamente nella sua casa di Strada Nino Bixio 200. Oltre all’inoculazione ai vaccinandi, il Corsini curò tutta la preparazione del vaccino dall’innesto del materiale infetto sulla cute dell’addome dei vitelli prescelti, alla raccolta del nuovo materiale pustoloso al settimo giorno, alla preparazione e alla conservazione della linfa vaccinica. La sperimentazione in città non fu particolarmente estesa (negli stessi anni 1883 e 1884 vaccinò molti più bambini e adulti a Pellegrino Parmense che a Parma) ma servì per ricevere i riconoscimenti ufficiali non ancora ottenuti. Oltre a Parma, la vaccinazione si estese ad altri nove comuni delle province di Parma e Piacenza. Infatti nella relazione del 1885 al Comitato d’Igiene, presieduto dai professori Majocchi e Silvestrini, il Corsini, oltre a riportare i suoi dati e le sue esperienze personali, svolse una dotta dissertazione sui rischi della vaccinazione umana riferendo precedenti segnalazioni di trasmissione di malattie infettive, soprattutto sifilide, ma anche scarlattina, morbillo e tubercolosi, sia in Italia sia all’estero, a partire dal 1814 fino l’anno precedente alla stesura della nota. Oltre a esporre gli elevati rischi dell’uso di materiale vaccinico umano, presentò i dati e i pareri a sostegno del vaccino animale. Questi furono riassunti in cinque quesiti e relative risposte della Commissione che portarono la stessa, dopo lunghe ed animate discussioni, a pronunciarsi per la vaccinazione animale, che ritiene mezzo profilattico maggiormente scevro di pericoli infeziogeni. I due anni di prova permisero di far acquistare popolarità a questa modalità di vaccinazione e nel 1886, su parere del Comitato d’Igiene della provincia, la Commissione sanitaria provinciale decise di provare il nuovo sistema, in via di confronto, nelle stesse località, ove si era sempre praticata la vaccinazione umanizzata. Nelle Considerazioni pratiche sulla vaccinazione e rivaccinazione a sistema animale, pubblicato nel 1887, il Corsini, oltre a riprendere quanto aveva presentato alla Commissione per la profilassi vaccinica del Comitato d’Igiene, approfondendo l’argomento sia dal punto di vista tecnico-scientifico sia storico, fa anche un accenno a una situazione che egli definisce di abuso. Infatti allora per coltivare il vaccino si utilizzavano i bambini dell’Ospizio di maternità, cioè i bambini abbandonati o non riconosciuti che erano lasciati nel brefotrofio annesso alla maternità. Nel sottolineare gli abusi commessi su questi bambini, utilizzati come sorgente di materiale da vaccinazione e il commercio che le mammane (balie, ostetriche e sorveglianti) esercitavano con la loro linfa, il Corsini mostra già quella particolare attenzione per la salute dei bambini che l’avrebbe poi portato a promuovere la fondazione dell’Ospedale dei Bambini di Parma. Nel marzo del 1889 Alessandro Cugini, cattedratico d’Igiene e Medicina Legale dell’Università di Parma e membro del Consiglio sanitario provinciale, su delibera del Consiglio stesso gli affidò il servizio delle vaccinazioni con vaccino animale. In particolare nel documento di delibera del 21 marzo 1889 il Cugini motiva l’ncarico del nuovo e delicato servizio della vaccinazione con vaccino animale poiché egli per primo la introdusse nella Provincia di Parma, e poiché era saputo come egli possedesse perizia in questa pratica operatoria e la circondasse di ogni migliore cautela. Nello stesso anno e per questi meriti il Corsini fu scelto dal Comitato di Igiene parmense a occupare il posto di Segretario di sezione. Fin dai primi tempi della condotta a Pellegrino Parmense il Corsini sentì la necessità d’istituire un Ricovero per gli ammalati poveri, soprattutto dopo le due epidemie di vaiolo del 1871 e 1872. Già nella Relazione sulle malattie sviluppatesi durante il quinquennio 1871-1875 nel Comune di Pellegrino Parmense, il Corsini afferma non solo che la natura delle malattie fa scempio dell’umanità ma anche la privazione dei mezzi per combatterli. Propone dunque la costruzione di uno spedale per gli ammalati poveri, motivando la sua proposta con varie argomentazioni, alcune dettate dalla commozione per l’estrema povertà dei contadini e delle loro case, altre dettate da un’analisi attenta, quasi sociologica, della situazione. Solo nel 1876, dopo anni di cattive annate e di ripetute epidemie di polmonite, tifo, vaiolo e difterite, il Corsini riuscì a formare un Comitato di provvedimento che aveva lo scopo di migliorare il servizio sanitario del Comune. In memoria di Vittorio Emanuele di Savoja e sull’esempio di altre amministrazioni, il Comune di Pellegrino Parmense il 17 febbraio 1878 stanziò la somma di 10000 lire per erigere l’ospedale che avrebbe portato il nome del Padre della Patria. Anche la Casa reale offrì mille lire e altre cospicue offerte arrivarono dai ministeri di Grazia e Giustizia e degli Interni e dalla Deputazione provinciale. L’ingegnere Pelli offrì una casa, già convento dei frati minori, e sua moglie, Annetta Boeri, i letti completi di biancheria. In seguito l’elenco degli offerenti si allungò. Il Comitato iniziò a raccogliere e amministrare fondi donati da privati e da pubbliche istituzioni, indisse lotterie e organizzò giochi e fiere e l’Ospedale poté essere inaugurato nel marzo del 1880 e accettare pazienti con il 1° aprile dello stesso anno. L’inauguúrazione dovette probabilmente riguardare la parte meglio conservata dello stabile, perché dopo un mese (maggio 1880) iniziarono ampi e costosi lavori di ristruttrazione. Questi lavori richiesero ingenti spese, oltre quanto inizialmente previsto e raccolto, e fu necessario richiedere nuove offerte e anche contrarre un prestito di tremila lire con la Cassa di Risparmio di Parma. I lavori furono comunque terminati con le offerte ricevute e non fu necessario toccare le somme stanziate dal Comune, dalla Casa reale e da altre pubbliche istituzioni, in modo da lasciare all’Ospedale in rendita 13000 lire, che davano un reddito annuo di 780 lire. Negli anni seguenti il Corsini progettò l’istituzione di un pellagrosario: se ne trova un accenno sia nella relazione del Comitato elettorale istituito a Pellegrino Parmense per appoggiare la sua elezione a consigliere provinciale nel 1884, sia nella relazione del Cugini in occasione del primo anniversario di fondazione dell’Ospedale dei Bambini di Parma. Negli ultimi anni del secolo il Corsini, ormai stabilmente a Parma, entrò nel Consiglio di amministrazione degli Ospizi Civili di Parma, grazie alla sua fama di fondatore di ospedali, di organizzatore di campagne di vaccinazione e di valente medico. In questa sede prese l’iniziativa dell’istituzione di un ospedale dei bambini, presente allora solo in poche città italiane. Grazie all’opera del Corsini e di un comitato di tecnici e di benefattori, in effetti gli Ospizi Civili di Parma istituirono l’Ospedale dei Bambini che trovò sede nell’ex-convento di San Francesco di Paola. L’Ospedale dei Bambini fu inaugurato il 9 dicembre 1900, comprendendo una sezione medica, diretta dal professor Cesare Cattaneo, coadiuvato dal dottor Enio Lorenzelli, e una chirurgica diretta dal professor Vittorino Caprara, coadiuvato dall’assistente dottor Giuseppe Merusi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 novembre 1901; Giovane Montagna 9 novembre 1901; Pietro Corsini medico e filantropo, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1958, 3; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 324; U.A. Pini, in Gazzetta di Parma 6 ottobre 1958, 3; R. Virdis, in Aurea Parma 1 1998, 61-73.

CORSINO, vedi BIONDI GREGORIO

CORTE, vedi DA CORTE

CORTELLINI GIOVANNI
Collecchio 1893/1916
Fu sindaco di Collecchio dal 9 luglio 1914 al 1916.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.

CORTELLINI LUIGI
Parma ante 1907-post 1965
Fu giornalista pubblicista e scrittore. Collaúborò al Corriere Emiliano, al Popolo di Sicilia, alla Scena illustrata e al Pomeriggio. Emigrato nel 1932 nel Sud America, vi fondò e diresse i periodici Leoplan e Stirpe Romana. Tornato in Italia nel 1954, fondò il periodico La Rivista, dedicato all’arte, allo spettacolo e al turismo. Scrisse: Rumbo Buenos Aires, Storia di Parma, Parma nell’industria e nel commercio e Il libro dei libretti di Giuseppe Verdi.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 199-200.

CORTESE LUISA, vedi CORTESI LUISA


Parma 11 ottobre 1857-Parma 30 ottobre 1898
Nel 1882 pubblicò in proprio la polka per pianoforte Pane, burro e vino bianco (Archivio Storico Comunale di Parma, Fondo Sanvitale), ispirata a un noto rivenditore ambulante della città. Venne eseguita in versione orchestrale il 25 marzo al Teatro Reinach di Parma, diretta da Lodovico Mantovani, dopo il secondo atto della commedia Mastro Antonio, ed ebbe tale successo che venne ripetuta tre volte in mezzo a un chiasso indescrivibile. La Gazzetta di Parma del giorno dopo lamentò il comportamento sconveniente del pubblico e dell’ispiratore della composizione, presente in teatro. Nella primavera 1889 compose il valzer Meditazione, portato al successo dal violinista Augusto Migliavacca, che lo eseguì con il suo complesso nei migliori caffè della città. Con l’editore Trebbi di Bologna pubblicò il valzer per pianoforte Una passeggiata sull’Appennino.
FONTI E BIBL.: G. N. Vetro, Reinach, 455; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


-Parma 15 marzo 1907
Fu volontario nelle guerre risorgimentali: nel 1866 prese parte a tutti i combattimenti nel Tirolo.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 aprile 1907, n. 103; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 404.

7 marzo 1740-Parma 7 settembre 1799
Giudice sedente nell’aula regia come aiutante e segretario, fu espertissimo nel diritto civile ed ecclesiastico, in entrambi dei quali fu laureato. Sposò Matilde Torrigiani. Fu sepolto nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 8.


Sala 16 agosto 1833-Sala Baganza 21 febbraio 1908
Figlio di Giovanni Battista, contadino, e di Annunciata Notari. Il suo nome compare la prima volta il 6 febbraio 1858 in una sentenza pronunciata contro di lui dal Tribunale Civile e Correzionale di Parma perché colto in flagrante dal Reale Guarda Caccia Sr. Muzzi Francesco, circa alle ore nove antimeridiane del tredici Dicembre ultimo scorso nella proprietà di Montecoppe appartenente alla Real Casa e compresa nella R. Riserva di Sala, a depredare una lepre con un laccio. Gli venne comminata una multa di 60 lire più le spese giudiziali e gli furono confiscali i lacci con cui aveva insidiato la lepre (Archivio Comunale di Sala Baganza, cat. I, Amministrazione, 1856-1859, sc. 5). Appena poté, fuggì da Sala e si arruolò volontario nella guerra del 1859 e poi si aggregò alla spedizione di Garibaldi per la Sicilia e fece tutta la campagna militare fino al Volturno (A. Credali, Idee e Uomini del Risorgimento, Parma, 1964, p. 166). Partecipò anche alla guerra del 1866, dopo che ebbe l’onore e la gioia di vedere Garibaldi sui colli della sua terra natia nell’aprile 1861. Di questo fatto si ricordò in tempi migliori, quando fu tra i promotori di una iniziativa che doveva ricordare per sempre quel memorando avvenimento. Fu lui infatti a informare il sindaco di Sala Baganza, il 19 settembre 1883, sulla data in cui doveva avvenire lo scoprimento della lapide (forse a parziale modifica di una data precedentemente fissata): alle due pomeridiane del 30 settembre 1883 (Archivio Comunale di Sala Baganza, cat. XV/2, Sicurezza pubblica, 1878-1889). Il testo della lapide, dettato da Torquato Ponzi, dice: Settembre 1883 a Giuseppe Garibaldi che alla libertà degli oppressi sacrò la mente e il braccio nella storia dell’umanità segnando orma indelebile di vrtù di eroismo idolatrato dai popoli che guidò sui campi cruenti della gloria visitava carico d’allori questi colli di Sala e Majatico a dì XXVII XXVIII XXIX aprile MDCCCLXI (Bonardi, Sala 1800-1900, p. 548, doc. 1325). La partecipazione allo sbarco di Marsala fu riconosciuta al Cortesi come titolo valido per ricevere una pensione che gli permise di vivere senza esercitare un mestiere e senza gravare sul bilancio comunale (lo garantisce la risposta del sindaco di Sala Baganza a una richiesta esplicita del Prefetto su questi argomenti, nel marzo 1875: Archivio Comunale di Sala Baganza, cat. XV/1, Sicurezza pubblica, 1872/1877). Ciò lo fece rientrare nella categoria degli elettori ed eleggibili per l’amministrazione comunale (appare infatti nelle liste elettorali almeno a partire dal 1875) e nel 1889, all’età di 56 anni, entrò a far parte del Consiglio Comunale con un modesto numero di voti, solo quindici, che lo collocò all’ultimo posto degli eletti. Ma poco dopo il Cortesi rinunciò alla carica: Onorevole Giunta Municipale del Comune di Sala Bagaza. Dò le mie dimissioni da Consigliere comunale, perché è mio convincimento che quello che accetta tali uffici, a da conossere di tutto quello che si tratta, ha da essere ben certo di adempiere la carica che ci è stata affidata. Io al digiuno di tutto in tale amministrazione, mi obbliga a declinare la mia nomina; ed insistere. (Sala Baganza 19 dicembre 1889: Archivio Comunale di Sala Baganza, cat. I/3, Amministrazione, 1885/1889). La mancanza di esperienza fu forse solo un pretesto per avere maggiore libertà in ciò che evidentemente stava già meditando e che lo vide protagonista di un quindicennio di storia salese come fondatore e guida del movimento operaio socialista. Fu lui a siglare il 20 aprile 1890 il primo statuto della Società dei lavoratori di Sala Baganza e fuori e toccò a lui firmare il verbale con cui il vice ispettore di Pubblica Sicurezza il 23 ottobre 1894, in esecuzione di un decreto prefettizio del 21 ottobre, descrive il sequestro di tutti gli atti, dei registri, degli emblemi del sodalizio dopo che la società era stata dichiarata sciolta perché sovversiva (Archivio di Stato di Parma, Regia Questura di Parma-Società Lavoratori, 1889-1898, sc. 74, fasc. 21A). I responsabili della disciolta società vennero processati e condannati al confino: il Cortesi andò a Codogno e vi restò fino al 28 aprile 1895. Ritornato a Sala Baganza, non si arrese e operò per ritessere le fila del movimento: nello stesso 1895 venne stampato lo Statuto della Società di Mutuo Soccorso fra i Figli del Lavoro di Sala Baganza. L’11 giugno 1898 un nuovo decreto prefettizio sciolse anche questa Società perché sotto parvenza del mutuo soccorso non è in realtà che la riproduzione di quella disciolta nell’ottobre 1894 (Archivio di Stato di Parma, Regia Questura, 1889-1898, sc. 74, fasc. 21A). La perquisizione e il sequestro dei documenti avvennero il 13 giugno. Ne seguì quasi immediatamente il processo di fronte al Pretore di Fornovo, che il 1° settembre 1898 condannò il Cortesi a sedici giorni di carcere. Con la successiva sentenza di appello, emessa il giorno 8 novembre 1898 dal Tribunale Civile di Parma, la pena venne commutata in una multa di 80 lire e al pagamento delle spese giudiziali (Archivio di Stato di Parma, Regia Questura, 1889-1898, sc. 74, fasc. 21A). Non sono noti documenti che permettano di seguire la vicenda del Cortesi dopo questa condanna. Il momento della morte lo ripropose per un attimo al ricordo dei suoi compagni di lotta in una commossa rievocazione stilata per L’Inúternazionale, probabilmente da Augusto Rosa: Dopo aver combattuto nelle campagne del 1859, 1860, 1861 e 1866 per fare la patria, quando s’accorse che non pel popolo la patria era stata fatta, ma solo per i privilegiati, venne a noi, dedicando al socialismo tutto lo slancio della sua bell’anima eroica, senza smentirsi mai, fino all’ultimo giorno della sua esistenza (L’Inúternazionale, Parma, 29 febbraio 1908, p. 4). Una lapide sulla casa natale ricorda il valore del Cortesi: Trascorse in questa borgata la modesta operosa esistenza il garibaldino Francesco Cortesi che alla storia della prodigiosa epopea onde i Mille balzaron alla conquista di un regno affidò col suo nome anche il nome di Sala 18-8-1833/21-2-1908. Campagne 1859-60-66 (Bonardi, Sala 1800-1900, p. 549, doc. 1328). Le sue spoglie mortali furono traslate dal vecchio cimitero, in fase di demolizione, al nuovo, il 10 maggio 1933, in una solenne cerimonia voluta dal podestà Ugo Ponzi per onorare insieme a lui gli antichi impiegati e guardie comunali i cui resti vennero deposti in avelli offerti dal Comune di Sala Baganza (Bonardi, Sala 1800-1900, pp. 400-401, doc. 1024).
FONTI E BIBL.: I Mille di Marsala, estratto dai ruolini della prima spedizione in Sicilia, dall’Unità Italiana, Milano, s.a.; Illustrazione Italiana, numero speciale dedicato ai Mille, a. XXXVII 1910, vol. I, 427; Ribera, Combattenti, 1943, 145-146; A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 125; Per la Val Baganza 1 1977, 51; Collecchio e Sala Baganza, 1979, 272-274.


Corniglio-Roma post 1911
Soprano. Nel 1903 debuttò al Teatro Mariani di Ravenna in Mignon e vi ritornò nel 1911 in un concerto a favore delle famiglie delle vittime del naufragio del piroscafo Romagna. Nel settembre 1906 fu al Teatro Goldoni di Bagnacavallo, Musetta in Bohème. La si incontra poi nel 1909 nella stagione a Catanzaro in Trovatore, La forza del destino e Ruy Blas. Nel 1910 fu al Teatro Apollo di Lugano nella Mignon e fu in cartellone al Teatro Reinach di Parma per un Ruy Blas, ma all’ultimo momento fu sostituita per una indisposizione. Si trasferì poi a Londra, dove sposò un collega di lavoro nato a Torino che, morto prematuramente, la lasciò con un figlio. Cessata l’attività in seguito a un’acuta forma di laringite, si trasferì a Roma, dove si diede all’insegnamento.
FONTI E BIBL.: Lugano; G.N. Vetro, Reinach, 308; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

-Parma post 1471
Laureato in leggi, fu a suo tempo assai famoso. Nel 1471 il Cortesi conferì ragione canonica al vicario Soncino. Fu sepolto nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Allodi, 782-783; Epigrafi della Cattedrale, 1988, 83.

CORTI FRANCESCO, vedi CURTI FRANCESCO


Parma prima metà del XVIII secolo
Sacerdote e pittore. Fu attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 51.

Parma 1248
Popolano di piccola statura (da cui il soprannome Cortopasso), eroe di guerra. Il 18 febbraio 1248, essendo Parma assediata dall’imperatore Federico II, i Parmigiani tentarono una sortita, riuscirono a conquistare il campo trincerato germanico e lo distrussero, depredando il tesoro imperiale. Cortopasso riuscì ad appropriarsi della corona di Federico II e la portò nel palazzo comunale. Per questo suo gesto venne ricompensato con il dono di una casa, ubicata presso Santa Cristina. La corona venne poi sistemata nella sagrestia della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 195.


Calestano 14 ottobre 1789-Parma 26 febbraio 1843
Nacque da Giovanni, per molti anni podestà del Comune di Calestano, e da Teresa del Rio, di famiglia benestante. Ben presto il Coruzzi dimostrò una spiccata attitudine per la medicina, tanto che la madre lo inviò a Parma per compiere gli studi universitari. Qui ebbe modo di conoscere e di diventarne presto amico, oltre che devoto discepolo, l’eminente professore Giacomo Tommasini, docente di fisiologia e patologia. Il Coruzzi fu il primo a conseguire la laurea (15 luglio 1814 nell’Università di Parma che aveva appena riacquistato la sua autonomia dopo la cessazione decretata dal Governo imperiale napoleonico. Quando il Tommasini fu chiamato alla cattedra di terapia speciale dell’Università di Bologna, il suo posto nella cura privata dei clienti fu preso dal Coruzzi, che così cominciò a farsi conoscere per le sue doti di specialista: nel 1817, a soli ventotto anni, aveva già una numerosa clientela. Si distinse particolarmente per il prodigarsi a favore dei contagiati in occasione dell’epidemia di tifo petecchiale scoppiata in Parma nello stesso anno, mettendo in opera il metodo antiflogistico proposto per primo da Giovanni Rasori a Genova nel 1800. L’ammirazione suscitata per questa attività gli aprì le porte della Società Medico Chirurgica di Parma, in cui figuravano insigni medici. Il prestigio raggiunto in così breve tempo non lo appagò in quella che per lui era prima di tutto una passione scientifica. Al contrario, gli permise di approfondire ulteriormente i suoi studi nella ricerca di nuovi metodi di cura. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Liberale ma moderato, fece parte della guardia nazionale. Ai primi di giugno dell’anno 1836 scoppiò in Parma il cholera morbus e il Coruzzi abbandonò la sua clientela per gettarsi a capofitto nell’opera di assistenza e recupero delle persone colpite dal contagio. Studiò profondamente il morbo, i suoi effetti micidiali, fece esperimenti, isolò i casi più gravi e compilò accurati dati statistici, offrendo al tempo stesso spontaneamente il suo aiuto all’Ospedale di Parma. Cessata l’epidemia, la duchessa di Parma Maria Luigia d’Austria decretò che venissero premiati i benemeriti della sanità pubblica nel 1836, onorificenza che valse al Coruzzi e al suo fedele assistente, dottor Riva, la medaglia d’oro. Fu anche membro del consiglio del Protomedicato. Tanto lavoro e tanto studio finirono col defatigare il non robustissimo fisico del Coruzzi: non tardarono così a manifestarsi i primi sintomi di quel male (la pneumonite) che doveva portarlo alla morte. Gli ultimi anni della sua vita li dedicò al completamento della biblioteca medico chirurgica per le cliniche, i cui volumi (più di 1500) donò all’Ospedale di Parma. Il Coruzzi non lasciò quasi nulla di scritto (e ciò ovviamente rappresenta un limite per chi voglia studiare il suo indirizzo scientifico), tranne qualche articolo di cultura medica pubblicato sul Giornale della Società Medico Chirurgica di Parma, tra cui Opinioni sulla natura e il metodo curativo del Cholera Morbus Asiatico (pubblicato nel 1843), Intorno all’azione dinamica della canfora e Sulle febbri intermittenti e sul controstimolo interno.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 134, 522; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 159; Calestano 1984, 15.


Calestano 8 marzo 1862-Pizzolese 17 novembre 1957
Il Seminario di Berceto lo accolse giovanetto per le classi ginnasiali e liceali. Percorse i corsi teologici nel Seminario di Parma (avendo come rettore e insegnante il cardinale Ferrari), dove fu ordinato sacerdote da monsignor Miotti il 19 settembre 1885. Nominato parroco di Pedrignano il 24 agosto 1889, vi rimase fino al 1896. Poi divenne priore della parrocchia di Pizzolese, ove rimase fino alla morte. Già dai primi anni del suo sacerdozio fu confessore dei seminaristi e nei mesi estivi si recava alla villeggiatura di Carignano per le confessioni dei chierici. Fu direttore diocesano dell’Unione Apostolica e direttore spirituale dei seminaristi. Curò le vocazioni ecclesiastiche ed ebbe la gioia di vedere attorno a sé una corona di sacerdoti della sua parrocchia. In occasione delle sue nozze d’oro sacerdotali, il vescovo Colli lo nominò canonico onorario della Basilica Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 210-211; Gazzetta di Parma 4 settembre 1991, 16.


Calestano 21 marzo 1893-5 maggio 1916
Figlio di Luigi e di Sabina Barbieri. Fu sergente nel 2° Reggimento Artiglieria da Fortezza. Morì in zona di guerra in seguito alle ferite riportate nello scoppio di un proiettile nemico.
FONTI E BIBL.: Caduti di Noceto, 1924, 9.


Parma 1768-1842
Fu uomo politico e letterato.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 120.

Langhirano primi decenni del XX secolo
Sindacalista, fu segretario della Camera del Lavoro di Langhirano nei primi decenni del secolo. Diede prova di coraggio, onestà e rigore morale nelle durissime battaglie condotte in favore della classe operaia.
FONTI E BIBL.: Ufficio toponomastica del Comune di Langhirano.


Parma prima metà del XVI secolo
Pittore. Fu attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 149.


Parma 1751/1761
Fu abate privilegiato nel 1751. L’anno seguente fu eletto abate della chiesa di San Sepolcro in Parma, carica in cui fu confermato per un altro quadriennio nel 1757 e per un altro triennio nel 1761.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa San Sepolcro, 1932, 92.


Parma 11 gennaio 1904-Parma 5 dicembre 1978
Dopo una infruttuosa esperienza al corso di ragioneria presso l’Istituto Tecnico M. Melloni, si iscrisse diciassettenne (1921) al corso di scultura all’Istituto di Belle Arti di Parma sotto la guida di Alessandro Marzaroli, uno degli ultimi esponenti della corrente verista emiliana. In quegli anni Parma offriva scarse possibilità alle nuove leve di artisti, il cui estro creativo poté svilupparsi quasi esclusivamente nel campo della plastica decorativa. A fornire gli spunti compositivi agli scultori furono gli architetti che introdussero, nell’edilizia pubblica e privata, vistosi rilievi ornamentali ispirati, di preferenza, ai motivi floreali dell’ultima stagione liberty e agli stilizzati prototipi dell’avanguardia déco. Le prime esperienze artistiche il Corvi le visse a Milano a contatto coi maggiori scultori del tempo in un momento di particolare fervore creativo, di dibattiti culturali e di violenti contrasti tra le varie correnti, mentre si andavano affermando sempre più decisamente gli ideali futuristi. Ma il Corvi rimase fuori dagli schieramenti o, per meglio dire, non sentì l’attrazione delle mode, pur essendosi trovato, negli anni brucianti delle invenzioni delle avanguardie, in una delle città più fertili di idee e di esperimenti. Chiamato a Parma dall’architetto Giuseppe Mancini, titolare della cattedra di composizione architettonica e direttore del riformato Istituto d’Arte (1923), il Corvi modellò, come aiuto del progettista, gli altorilievi che adornano il famedio del maestro Cleofonte Campanini costruito al cimitero della Villetta nel 1923. Nello stesso cimitero il Corvi modellò il busto del sindacalista Alceste De Ambris e i bassorilievi che incorniciano il portale della cappella Corbellini. Le prime opere autonome del Corvi dimostrano di non aver risentito dell’influsso della pur feconda e vigorosa plastica manciniana, data la netta antitesi esistente tra le due concezioni non soltanto in ordine al gusto ma anche allo stile. Intorno ai trent’anni, il Corvi accoppiò a una costante attività di scultore quella saltuaria di designer e di grafico e fu proprio in questa veste che colse significative affermazioni anche in campo nazionale. Dopo aver vinto (1929) il concorso per l’esecuzione di una copertina per la rivista Aemilia, dove dall’intreccio di elementi allegorici e figurativi emerge un talento compositivo di rara maestria, il Corvi ottenne un altro premio (1938) alla Mostra dell’Artigianato di Firenze presentando uno stipo di legno impreziosito da rilievi figurati eseguiti con una finezza che richiama certi modelli di arredi quattrocenteschi. Nell’impianto strutturale di questo mobile parmigiano si colgono evidentissimi spunti di gusto liberty che ricalcano certi motivi desunti e abilmente rielaborati con gusto squisitamente personale dal secrétaire disegnato dall’architetto Ernesto Basile e presentato alla biennale di Venezia (1903), poi esposto alla Galleria d’Arte Moderna a Roma. Il mobile disegnato dal Corvi, come quello eseguito su progetto di uno dei più prestigiosi arredatori ed esponenti del modernismo italiano, riflette, nell’imponenza delle sue pur modeste dimensioni, una concezione monumentale dell’oggetto d’ebanisteria. Anche l’impianto decorativo dei due mobili a confronto presenta strette analogie. Le figurette femminili legate a strisce orizzontali, quasi un cesello di oreficeria, che impreziosiscono il secrétaire, nello stipo parmigiano sono sostituite da lunghe cerniere in bronzo, che suddividono simmetricamente il piano su cui emergono quattro composizioni scolpite, simboleggianti, nella loro accurata raffinatezza plastica, il lavoro dell’uomo. Spicca in questa opera di notevole valore l’inclinazione naturale del Corvi scultore, ma anche la sua ricca versatilità di raffinato designer, più volte espressa anche attraverso composizioni da tradurre all’intarsio. Instancabile e poliedrico artista, il Corvi, impegnato anche come docente e più tardi come direttore dell’Istituto d’Arte di Parma, si limitò a ideare, con la forza di un brillante temperamento creativo, svariati soggetti attinenti al repertorio delle arti applicate, tra i quali spiccano, oltre ai mobili, anche finissime tarsie che il talento dell’ebanista parmigiano Medardo Monica fu chiamato a realizzare. Tra questi ultimi è da ricordare il lungo pannello figurato che riveste una grande cassapanca, ignorata dalle riviste, capolavoro di ebanisteria moderna eseguito nel 1938-1939. In un ampio spazio rettangolare è rappresentata una scena consueta e stagionalmente ricorrente del mondo contadino: la vendemmia e la pigiatura. La conoscenza dei dipinti di Piero della Francesca e di Francesco Cossa si traduce in questa tavola nella estrinsecazione di una nuova sensibilità, per la ricchezza dei rapporti cromatici e per gli effetti di luce posti come elemento unificante della composizione. Uomini e natura appaiono ricreati in un assoluto accordo proporzionale, secondo leggi armoniche e razionali che riflettono l’ordine fisico e i caratteri più espressivi della terra parmigiana. Osservata in prospettiva centrale, secondo i canoni cinquecenteschi, la scena è costruita con rigorosa aderenza alla realtà. Architettura e paesaggio si fondono in un organico schema compositivo, dominato da nitide struttre spaziali traforate dalla luce del cielo e dai riflessi verdi dei prati. Di grande effetto è la vasta gamma dei toni, ricercati esclusivamente nelle varietà dei legni impiegati, senza ricorrere all’artificio delle scottature, delle aniline e degli inchiostri per dare un risalto forzato alla materia. Questo risultato sottolinea, oltre al merito del disegno, l’abilità del Corvi, che in quest’opera, di altissima qualità, dimostra un eccezionale talento artistico. Di questo periodo sono anche le tarsie lignee ispirate agli affreschi del Beato Angelico, Luca Signorelli e Piero della Francesca, dove una capziosa scelta di colori e venature, proprie della materia, conferisce un effetto cromatico sorprendente ai vari e finissimi oggetti d’arredo, tra cui spiccano altre eleganti cassapanche e stipi per camere. Uno dei primi busti scolpiti dal Corvi è quello di Guglielmo Marconi (1938), posto nell’atrio dell’omonimo liceo scientifico di Parma. Nel ritratto del grande scienziato italiano, dove il marmo bianco diventa molle e lucido come la cera, il Corvi sente l’influsso dello stile di Wildt. Se nel volto si colgono geometriche schematizzazioni anatomiche, tendenti a una trasfigurazione espressiva del soggetto, la somiglianza non è compromessa, anzi ne è esaltata. Nelle particolarità dell’uniforme di accademico, indossata dall’inventore, emerge il gusto della rifinitura e dell’esattezza del dettaglio in un insieme modernamente stilizzato. Dal 1940 al 1945 e poi ancora nel 1956 fu direttore dell’Istituto d’Arte Paolo Toschi e presidente dell’Accadeúmia di Belle Arti. Nel secondo dopoguerra l’attività del Corvi s’incentrò nella figura a tutto tondo. Per un intero quinquennio (1945-1950) modellò un gruppo di ritratti infantili e femminili, quasi una galleria di volti di grande efficacia espressiva. Sono da ricordare tra questi, Arianna (1945), Ritratto di Carlotta (1948), Ritratto di Stefano (1948), Rosaria (1949) e Marisa (1950). Sullo slancio di questa felice stagione creativa, il Corvi plasmò il dolce volto di Ida (1951), una adolescente colta in un attimo di gentile stupore, e scolpì con magistrale invenzione compositiva la formella di S. Giorgio e il drago murata nella facciata dell’omonimo Palazzo dell’Ordine Costantiniano, sul fianco meridionale della Steccata in Parma. La vigoria plastica di questo altorilievo, che sfiora il tutto tondo, la bellezza formale nell’esecuzione dei particolari e la traduzione moderna di una fastosità quasi barocca dell’insieme fanno di quest’opera, che ricorda i riquadri di certi palazzi veneziani, uno dei pezzi più qualificanti della produzione artistica del Corvi. Subito dopo (1958) fu la volta del ritratto bronzeo di Toscanini, eseguito per il Conservatorio di Musica di Parma. Il maestro è colto nel consueto atteggiamento artistico di direttore d’orchestra ma l’impianto formale del mezzo busto tradisce, nella sua staticità, l’origine fotografica del modello. Una delle sculture in bronzo meno conosciute del Corvi è il busto di Paolo Baratta, titolare della cattedra di figura all’Istituto di Belle Arti di Parma e poi presidente dell’Accademia, ritratto in modo straordinariamente veristico, come il Corvi ebbe modo di osservarlo durante i molti anni d’insegnamento nello stesso istituto. In una delle rare pause che allontarono il Corvi, per breve tempo, dal trespolo, dalle sgorbie e dagli scalpelli, in collaborazione con Guido Montanari disegnò (1954) la vetrata raffigurante S. Ilario e l’Emblema del Sacro Monte posta nel finestrone sull’ingresso principale della Cattedrale di Parma. L’esecuzione venne affidata alle industrie Fontana Arte di Milano. Il complesso gruppo di figure, disposte secondo uno schema simmetrico di tipico impianto cinquecentesco, è ricco di panneggi dalla variatissima tessitura cromatica. L’opera più impegnativa del Corvi scultore fu il monumento equestre del generale Anastasio Somoza, presidente del Nicaragua, inaugurata a Managua il 27 maggio 1954, due anni prima della morte del dittatore. Il basamento a pianta rettangolare, con bassorilievi sui lati maggiori dello zoccolo, forma, col grande impiato figurativo sovrastante, un immenso blocco plastico di complessivi 12 metri di altezza. La statua pesa 40 quintali e fu fusa dalla fonderia dei fratelli Perego di Milano. Per l’occasione fu eseguita una bella medaglia, plasticata dal Corvi e fusa nella fonderia di Emilio Pagani di Milano. Essa porta sul verso il busto del generale e sul retro il monumento equestre. La fusione in bronzo ricorda nella dimensione, nel movimento e nella concezione plastica, i capolavori della tradizione italiana cinquecentesca. Si ritrovano nell’ardita composizione evidenti risonanze con le massime opere venete di Donatello e di Andrea del Verrocchio, pur mancando alla figura del generale sud-americano la calma severa e la potenza espressiva dei capitani di ventura italiani. Il 1960 fu per il Corvi un anno di feconda attività: l’occasione gli fu offerta dalla celebrazione del Centenario della Cassa di Risparmio di Parma. Le numerose targhe bronzee eseguite allora ripropongono i temi compositivi degli anni Trenta, pur modellate con un tecnicismo plastico giunto al colmo, che documenta perentoriamente una raggiunta perfezione tecnica. Per questo genere allegorico il Corvi dimostrò, anche col passare del tempo, una scoperta e appassionata predilezione. Tra le tante composizioni, variamente dimensionate, la più impegnativa, portata a una perfetta sintesi di modellati e di purezza disegnativa, è rappresentata dal soggetto il Risparmio, simboleggiato da una elegantissima figura femminile. L’atteggiamento di questo armonioso corpo giovanile, che si flette come un giunco sotto il morbido rilievo del panneggio, è ispirato ai modelli classici. Sotto l’orditura del tessuto emergono forme magistralmente stilizzate. Il soggetto centrale è impreziosito da una serie di allegorie figurate che esaltano il lavoro nelle sue più significative espressioni. Sull’onda di questo successo l’Istituto di Credito parmigiano offrì al Corvi l’occasione di realizzare un complesso progetto di arredamento. Tre sale della sede centrale, da lui riordinate, portano il sigillo di un gusto squisitamente raffinato. Lo spazio interno è scandito dalla successione di mobili ispirati ai modelli neoclassici, ma riproposti, fuori stile, secondo un design di chiarissima impronta personale. Chiamato alla direzione artistica della fabbrica di ceramica La Farnesiana di Parma, il Corvi sperimentò nuove tecniche e mise ancora una volta in evidenza le sue qualità eclettiche, incrementando una produzione di alto artigianato. In questo ambito sono rintracciabili due formelle policrome introdotte dall’architetto Haig Uluhogian nell’arredo della nuova farmacia in Via della Repubblica (1996), raffiguranti in vesti femminili le allegorie della Farmacia e della Chimica. Le immagini emergenti in bassorilievo dal monocromo fondo verde, si presentano sormontate da composizioni che allineano una serie di oggetti ispirati al repertorio strumentale della farmacia classica. Le due opere ricordano la produzione fiorentina del Quattrocento, con particolare riferimento ai modelli e ai ritmi plastici e cromatici di Luca della Robbia. E sempre al grande artefice fiorentino si rivolse l’attenzione del Corvi quando modellò l’immagine della Vergine col Bambino, accostabile formalmente e compositivamente alla Madonna del roseto, presente a Firenze nel Museo del Bargello. Nella poliedrica attività del Corvi non mancò l’interesse per lo studio della medaglia. Quasi tutte le coniazioni e raffigurazioni plastiche commemorative e celebrative locali portano la sua firma. Tra queste spicca, per fantasia inventiva e gusto di modellato, quella in argento e bronzo del Centenario della Cassa di Risparmio (1960) e il marmoreo medaglione ovale bicolore con l’effige del poeta Carlo Innocenzo Frugoni, segretario perpetuo dell’Accademia di Belle Arti, posto nella chiesa della Trinità in Parma in occasione del bicentenario della morte dell’illustre verseggiatore dell’Arcadia parmense. Con spirito nuovo affrontò, poco dopo (1963), il tema sacro La Madonna del Carmine col Bambino, su commissione dell’Istituto Internazionale dei Carmelitani scalzi di Campiglione di Fivizzano. L’opera, scolpita a tutto tondo in un candido blocco di marmo, si impone per la grazia e la morbidezza delle figure, oltre che per il classico equilibrio e il rigore formale della composizione. Molto attiva fu la sua partecipazione alla vita culturale di Parma, in particolare alle mostre di grafica, ai premi e convegni bodoniani, che si celebrarono nelle aule della Biblioteca Palatina e nelle sale dell’Istituto e dell’Accaúdemia di Belle Arti. Non solo fu il dinamico ricostitutore e rinnovatore dell’Istituto P. Toschi, ma anche l’attivo consigliere e collaboratore del Museo Bodoniano e del Centro Studi, di cui fu per tanti anni solerte vice presidente. I rapporti tra l’Istituto d’Arte e il Museo s’intensificarono a tal punto che quando vi era da allestire una mostra e preparare un convegno egli metteva a disposizione i grafici e i docenti della scuola per stampare a regola d’arte le didascalie, i cartelloni, le locandine e i cataloghi. Sono da ricordare in particolare le Mostre del Manifesto polacco, dei disegni e acqueforti della Scuola di Varsavia, di Alberto Tallone e Giovanni Mardersteig e poi di Arnoldo Mondadori e della Scuola superiore di grafica di Lipsia. Il Corvi fu in effetti uno dei padri fondatori del Museo Bodoniano. Egli capì che il prezioso patrimonio dei libri, punzoni e matrici bodoniane doveva essere raccolto in un museo, ordinato e classificato nelle sue parti, per dare una visione concreta e stimolante dell’alto magistero artistico del celebre tipografo. Al Museo d’arte grafica, intitolato al Bodoni, col suo vasto corredo di caratteri, saggi, prove tipografiche, edizioni, esemplari speciali in seta e pergamena, il Corvi guardò sempre con particolare interesse e orgoglio. Capì che il Museo rappresentava la base culturale, l’aurea miniera di studi e suggerimenti per i suoi allievi e il sussidio più valido per formare e agguerrire le loro capacità professionali. Fu opera sua tutto l’arredamento del Museo: dall’illuminazione ai tendaggi, ai vari tipi di vetrine. Tra le ultime opere del Corvi è da ricordare il grande tondo bronzeo, con l’effige del vescovo Evasio Colli, murato (1971) sul lato destro della scala d’accesso al transetto del Duomo di Parma. L’impegno operativo del Corvi, sempre caratterizzato da un’intensa attività, si attenuò quasi del tutto in coincidenza col raggiunto e tanto temuto pensionamento. Abbandonato l’insegnamento, il Corvi si chiuse nel suo studio, riuscendo ancora a modellare, nonostante l’insorgere di una grave malattia, un gruppo di figure maschili e femminili, dove la perfezione anatomica è sottolineata da una sciolta ed elegante vivacità di atteggiamenti. Fuori dagli interessi e dagli impegni legati alla sua attività professionale, il Corvi svolse un’intensa e feconda attività nel campo culturale, con particolare dedizione alla cosa pubblica. Instancabile, accorto e dinamico rinnovatore dell’Istituto d’arte Paolo Toschi, tentò tutte le strade per razionalizzare, con criteri moderni, la struttura edilizia di una scuola in fase di crescita, ricuperando e arredando spazi da tempo inutilizzati. Il costante impegno del Corvi è rintracciabile in un nutrito bilancio produttivo che non cessò di arricchirsi sino ai giorni difficili del suo declino fisico.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 278; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 174; Aurea Parma 3 1978, 240; Carlo Corvi alla IV Mostra Sindacale degli artisti dell’Emilia Romagna, in Corriere della Sera 30 ottobre 1934; G. Copertini, Carlo Corvi scultore, in Aurea Parma 1935, 44; G. Copertini, Carlo Corvi Scultore, in Parma per l’Arte, fasc. I, gennaio-aprile 1951, 17-20; B. Molossi, Visita a Carlo Corvi: ha scelto la libertà di scolpire generali, in Gazzetta di Parma 5 maggio 1952; Gazzetta di Parma 20 luglio 1953, 3; G. Copertini, Opere di Carlo Corvi per la Cassa di Risparmio di Parma, in Parma per l’Arte, fasc. II, maggio-agosto 1961, 128; M. Bommezzadri, Carlo Corvi lascia la scuola, ma non abbandona l’arte, in Gazzetta di Parma 21 gennaio 1975; G. Capelli, Gli architetti del primo Novecento a Parma, Parma, Battei, 1975, 59-68; G. Capelli, Omaggio a Carlo Corvi, in Gazzetta di Parma 19 dicembre 1978; La morte di Carlo Corvi scultore e maestro insigne, in Gazzetta di Parma 6 dicembre 1978; G. Capelli, Carlo Corvi, una vita per l’arte, in Parma per l’Arte (1) 1979, 89-93; Bollettino Museo Bodoniano 4 1980, 144-145; T.M., in Gazzetta di Parma 31 gennaio 1996, 17; Gazzetta di Parma 10 marzo 1998, 5; A. Ciavarella, Carlo Corvi, in Mostra di pittura e scultura degli artisti: Carlo Corvi, Umberto Lilloni, Goliardo Padova, Renato Vernizzi, Parma, Accademia Nazionale di Belle Arti, 1982; G. Capelli, in Almanacco Parmigiano, 1998, I-XXXII.


Borgo Taro 1823-1878
Medico condotto a Tarsogno, fu decorato con medaglia di rame per i benemeriti della Sanità Pubblica per l’opera svolta nella epidemia di colera del 1855. Fu membro del Consiglio Sanitario del Circondario di Borgo Taro.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 30.


Borgo Taro-Alture di Pollazzo 31 ottobre 1915
Figlio di Francesco. Sottotenente di complemento di fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Ferito durante l’assalto ad una trincea nemica, restava in combattimento incuorando i soldati, finché nuovamente colpito incontrava gloriosa morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 69a, 3686; Decorati al valore, 1964, 26.


Tabiano 23 luglio 1723-Piacenza 3 giugno 1758
Frate cappuccino laico fregiato di virtù singolari benché giovane, principalmente di pronta obbedienza, d’inalterabile pazienza e di profondo rispetto ai sacerdoti. Fu addetto al lanificio ed ebbe abilità e talento per tale mestiere. Compì a Guastalla sia la vestizione (14 ottobre 1743) che la professione solenne (14 ottobre 1744).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 333.


 

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