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Dizionario biografico: Clario-Conversi

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CLARIO-CONVERSI


Parma 1518/1537
Detto anche Angelo da Parma, forse fu figlio dell’umanista Daniele, ricordato dall’Affò. Dopo aver insegnato per un anno medicina nell’Università di Bologna, dal 1519 al 1537 vi lesse ininterrottamente chirurgia (Rotoli, II, 16 e ss.).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1930, 76.

Parma metà del XV secolo/1501
Fu assai dotto nelle lettere greche e latine. Insegnò in molte città d’Italia e infine fu precettore di umanità in Ragusa. A lui Aldo Manuzio dedicò (1501) le opere di Prudenzio. Lo stesso Manuzio così scrisse del Clario a Jacopo Sannazzaro: Georgius Interianus Genuensis me tamen officiose adiit, tum quia ipse benignus est sane quam humanus, tum etiam quia Daniel Clarius Parmensis vir utraque lingua doctus, et qui in Urbe Rhacusa publice cum laude profitetur bonas literas, ei ut me suo nomine salutaret injunxerat. Anche Pomponio Torelli ricorda il Clario tra i poeti parmigiani: Clario rupes gelidas canenti. Saepius plausum Illiriae dedere.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 62; Aurea Parma 3 1958, 179.

CLARIO ISIDORO, vedi CLARIO TADDEO


Chiari 1495-Foligno 1555
Entrò nel monastero di San Giovanni in Parma per diventare monaco benedettino e vi emise la professione religiosa il 24 giugno 1517. Gli venne cambiato il nome in quello di Isidoro. Profondamente religioso, culturalmente umanista, studioso delle lingue bibliche, facile e profondo oratore, fu molto apprezzato nella comunità di Parma, tanto da essere successivamente richiesto da altri monasteri (Pontida e Cesena) come proprio abate. Nel 1547 diventò vescovo di Foligno. Partecipò anche al Concilio di Trento, dove intervenne attivamente. Si dedicò sempre al rinnovamento della formazione, sia negli ambienti monastici che in diocesi. La sua conoscenza della Bibbia era famosa. Furono infatti stampati vari suoi studi e commenti a testi biblici (il Cantico dei Cantici, il Discorso della Montagna, il Vangelo di Luca, il Padre nostro), oltre a vari volumi di omelie, di lettere e di trattati. Il lavoro che accrebbe sia la sua stima che le critiche degli avversari fu una traduzione completa della Bibbia dai testi originali ebraici, aramaici e greci, proprio nel periodo in cui la riforma protestante, basata sulla Bibbia, creava un clima di forte tensione nella Chiesa. La prima edizione della sua versione della Bibbia (1541-1542) fu messa all’indice, non tanto per la traduzione, quanto piuttosto per la sua breve introduzione e per una nota che sembrò eretica. La stessa Bibbia, privata di introduzione e della nota avversata, fu ristampata dopo la sua morte sia dai cattolici (1557-1564) sia dai protestanti (1660).
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 105; Gazzetta di Parma 10 novembre 1990, 3.


Parma 1671
Poeta, autore del poemetto La pietà trionfante nel viaggio del sig. duca e duchessa di Parma alla casa di Loreto (Parma, 1671).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 250.

CLAUDIO DA CORREGGIO, vedi MERLOTTI CLAUDIO


Parma I secolo d.C.
Di condizione incerta, fu dedicatario di un’epigrafe, perduta, alla coniunx Tur(ia) Ingenua, con la quale aveva vissuto un anno, otto mesi e otto giorni. Claudius è nomen diffuso soprattutto al tempo di Claudio e Nerone per la concessione di cittadinanza attuata da questi imperatori, poi assai frequente anche per i liberti imperiali e i soldati delle province celtiche e loro discendenti. Valerius, in questo caso cognomen, è frequentissimo come nomen in tutta la Cisalpina. Anche a Parma i Valerii risultano numerosi.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 80.

CLEMANN COSTANZA, vedi DRAGONELLI COSTANZA

CLEMENTE III, vedi CORREGGIO GUIBERTO

CLEONTE ITICENSE, vedi BIANCHI FOGLIANI ANGELO


Parma 1483-1565
Figlio di Bartolomeo. Fu architetto civile e ingegnere, attivo dal 1520 al 1559.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 243; S. Lottici Maglione, Di Alessandro Clerici, architetto ingegnere del secolo XVI, Carpi, Ravagli, 1907; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 270.


Parma 1517/1548
Detto anche Battistone. Architetto civile e ingegnere, attivo dal 1517 al 1548.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 243.

CLERICI CARL’ANDREA, vedi CLERICI CARLO ANDREA


Parma 12 ottobre 1894-Portecche 11 ottobre 1918
Figlio di Graziano Paolo. Iniziati gli studi di legge, ne percorse due anni, finché, ventenne, fu chiamato alle armi. Come sottotenente, combatté col battaglione alpino Saluzzo in Carnia e poi nelle battaglie del Cukla e del Rombon. Negli accaniti combattimenti che infuriarono intorno alla contrastata vetta del Cukla, ebbero agio di segnalarsi le doti del Clerici, che meritò anche la medaglia di bronzo al valore militare, perché il 16 settembre del 1916 arditamente coadiuvava il plotone nell’assalto di forti posizioni nemiche. Contuso, rimaneva al suo posto ad incoraggiare i propri dipendenti. Volontariamente ritornava poi sul campo per curare lo sgombero dei morti e feriti. Era già stato promosso tenente, quanto fu travolto col suo battaglione nella ritirata di Caporetto. Ottenne di entrare a far parte del 52° Reparto Alpino d’assalto, nel quale dimostrò tanto valore che fu promosso tenente effettivo per merito di guerra. Nell’ottobre del 1918 il Clerici, sull’Altopiano di Asiago, al Col del Rosso, mostrò ancora una volta le sue grandi doti. Nella notte dal 10 all’11, guidando eroicamente i propri arditi, si lanciò all’attacco di una caverna, sede di un comando nemico. Sgominati gli avversari, spezzò le resistenze delle trincee nemiche, giungendo fino alle seconde linee e catturando numerosi prigionieri. Ma una fucilata fermò la sua foga: ferito gravemente, trovò la morte sul campo di battaglia. Alla sua memoria fu concessa la medaglia d’argento al valore, con la seguente motivazione: Comandante di una compagnia d’assalto la guidò con sprezzo del pericolo e coraggio fino sulla linea delle caverne ove erano ricoverate le riserve del nemico portando ovunque lo scompiglio. Circondato e ferito da una raffica di mitragliatrici avversarie continuò la lotta finché trovò coi soldati che gli erano vicini morte gloriosa sul campo. L’8 dicembre 1919 gli fu conferita la laurea a titolo d’onore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 dicembre 1918 e 14 gennaio 1919; biografia manoscritta nel fascicolo dell’Archivio del Museo del Risorgimento; Caduti Università Parmense, 1920, 63-64; G. Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella guerra 1915-1918, Parma, Fresching, 1919, 75; Decorati al valore, 1964, 81-82.


Parma 1670/1718
Cantante, venne ammesso a servire la Corte di Parma il 1° luglio 1671 e vi rimase lungamente e quasi senza interruzione fino al 1718. Perché licenziato il 15 gennaio 1707, vi fu riammesso poi per cinque anni, dal 1713 al 29 aprile 1718. Fu pure cantore della cappella addetta alla chiesa della Steccata di Parma prima ancora che si portasse presso il duca Ranuccio Farnese e cioè fin dal 3 aprile 1670. Venne licenziato alla fine di aprile 1696, intervenendo poi soltanto nelle solennità principali, come in occasione della festa dell’Annunciazione del 1701. Lo si trova a cantare in Cattedrale a Parma tra gli anni 1700-1708. Cantò nei vari teatri di Parma in diverse occasioni. Sostenne la parte di Giove nel dramma Giove d’Elide fulminato (1677), di Giove in Amore riconciliato con Venere (1680), di Teodoberto, principe dei Celti, sotto il nome di Rosmonda in Amalasonta in Italia (1680), di Decio nel Massimino (1692), di Giove nella Idea di tutte le perfezioni e di Nettuno nel Favore degli Dei (1692). Prese parte ancora alle rappresentazioni Amor spesso inganna e Dionisio Siracusano (1689).
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1668-1673, 1695-1698, 1700-1702, Archivio di Stato di Parma, Ruoli Farnesiani 1671-1682, fol. 230, 462, 1683-1692, fol. 407, 1693-1701, fol. 103, 471, 1702-1712, fol. 97, 391, 1713-1723, fol. 115; Archivio del Duomo di Parma, Mandati 1700-1725; P.E. Ferrari, 30; L. Balestrieri, 121, 122, 123-124, 127; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 135.

CLERICI CELESTE, vedi CLERICI CELESTINO


Parma 22 febbraio 1835-post 1864
Figlio di Giuseppe e Antonia Valenti. Commesso scritturale. Costretto a emigrare nel 1854, tornò in patria per combattere con Garibaldi, conseguendo il grado di tenente. Nel 1864 fu sottoposto a sorveglianza per la sua fede repubblicana.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 75.


Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 68.


Parma-Parma 12 novembre 1708
Figlio, secondo Scarabelli Zunti (ms. 106, VII, c. 41v), di un Roberto pittore, che egli confonde con Roberto il Giovane. Quadraturista e scenografo, fu collaboratore di Francesco e Ferdinando Galli Bibiena. Nel 1690, quando alla Corte dei Farnese perdurava ancora la fama dei Mauro, vennero commissionate al Clerici le scene per Gli amori di Apollo e Dafne di Bernardo Sabadini, da rappresentarsi nel teatrino di Corte, di fianco al Teatro dell’Aleotti. Con grande sfarzo si festeggiarono le nozze di Odoardo Farnese con Dorotea Sofia di Neuburg e i balli che seguirono videro impegnati i nomi più prestigiosi dell’aristocrazia farnesiana. L’anno seguente il Clerici appare come scenografo nel Teatro Fontanelli di Modena, ove l’allestimento de L’ingresso alla gioventù di Claudio Nerone (9 novembre 1691, musica di Antonio Gianettini), che gli venne pagato 50 doppie (Campori, 1855, p. 156), richiese tre nuove scene lunghe e due corte, più altre che restaurò. Lasciato il Ducato per Torino (1695), allestì al Teatro Regio le scene di Anfitrione (27 ottobre 1695) e di L’Amazone corsara overo L’Avilda regina dei Goti (1696), seconda opera della medesima stagione (Viale Ferrero, 1980, p. 66). Lavorò a Reggio Emilia nel 1697 per Oreste in Sparta (musica di C.F. Pollarolo, libretto di P. Luchesi), quindi per il Teatro Ducale di Parma, all’allestimento del Pertinace (musica di V. Landi, libretto di P. d’Averara), rappresentato nel Carnevale del 1699. A Parma fu di nuovo attivo nel 1706 (Zani, 1820). Parallelamente il Clerici operò come quadraturista assieme a Giovanni Bolla, decorando ad affresco i soffitti delle sale della Rocca Meli Lupi di Soragna, intitolate alle Donne forti e al Trono e della sala nuziale (1702), site nell’appartamento nobile (Quaranta, 1974). Nella rocca erano già intervenuti i fratelli Bibiena nel salone degli stucchi e a pianterreno, quindi è probabile che al Clerici il principe Meli Lupi si sia rivolto proprio per la sua fama di allievo dei Bibiena. Sempre in Soragna, il Clerici collaborò con Ilario Bolla per la decorazione della cappella dei Cornacchia nella chiesa dei serviti, poi distrutta. In Parma, nella chiesa di San Francesco da Paola, tutto il dipinto della cappella (con San Francesco di Paola, San Nicola da Bari, San Nicola da Tolentino, San Francesco di Sales) in quanto all’ornato, è del Clerici, e circa le figure del Bolla (Ruta, 1780). Collaborando col figurinista Giovanni Evangelista Draghi, il Clerici decorò la volta del coro nella collegiata di Cortemaggiore (1704-1708), con poco successo presso i padri della Congregazione. Gli ornati, tuttora esistenti, scuri e per breve tratto mancanti per caduta d’intonaco, non vennero conclusi dal Clerici. La produzione scenografica del Clerici, per quanto risulta dai libretti, rientra nella tipica dotazione di un teatro lirico di primo Settecento. Mancando riscontri visibili, non è possibile precisare quanto i Bibiena scenografi e la veduta per angolo abbiano influito su di lui. Come quadraturista, soprattutto nelle luminose sale del palazzo Meli Lupi, sembra riassumere in modo intelligentemente personale la cultura barocca emiliana, di cui il Seghizzi si era fatto portavoce in Parma, e le esperienze illusionistiche dei Bibiena, dando luogo a un ornato stilisticamente nitido ed elegante, reso fantastico dalle dimensioni e complicazioni. Sembra quindi verosimile ritenere che anche la sua attività di scenografo abbia risentito in modo determinante del magistero bibienesco, come farebbero pensare anche i titoli delle scene richieste dai libretti. Ancora avvolta d’incertezza è la decorazione di una cappella del Duomo di Busseto, eseguita sempre in collaborazione col Draghi (Libro dei Convocati, 1698-1722, c. 44v).
FONTI E BIBL.: Le singole scene sono nominate nei libretti reperibili a Bologna nella Biblioteca del Conservatorio e a Reggio nell’Emilia nella Biblioteca municipale, Raccolta Curti. Ma vedi anche: Archivio di Stato di Modena, Archivio per materie, s. Arti belle, b. 14/2; Archivio di Stato di Reggio nell’Emilia, Archivio del Comune, Teatro e feste pubbliche, b. 2209, anno 1697; Cortemaggiore, Collegiata, Libro dei Convocati della Congregazione della fabbrica, 1698-1722, cc. 44v, 68v, 79v; F.S. Quadrio, Della storia e ragione di ogni poesia, III, Milano, 1744, 544; Parma, Museo di antichità, ms. 106: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, c. 46; C. Ruta, Guida a’ forestieri di Parma, Milano, 1780, cc. 41v, 49; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, Parma, 1820, I, 6, 243; G. Campori, Gli artisti italiani e stranieri negli Stati Estensi, Modena, 1855, 156 s.; A. Gandini, Cronistoria dei teatri di Modena dal 1639 al 1781, Modena, 1873, I, 79; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dal 1628 al 1883, Parma, 1884, 21, 30; E. Quaranta, La rocca di Soragna, Parma, 1974, 24; G. Godi, Soragna. L’arte dal XIV al XIX secolo (catalogo), Parma, 1975, 61, 65; Storia del Teatro Regio di Torino, III, M. Viale Ferrero, La scenografia, Torino, 1980, 66; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VII, 90; Enciclopedia dello Spettacolo, III, col. 965; M. Pigozzi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 400-401.

CLERICI GIOVANNI LEONARDO, vedi CLERICI GIOVAN LEONARDO


Parma 1787
Falegname. Nel 1787 eseguì una grandiosa macchina con colonne e statue nell’oratorio di Sant’Ambrogio in Parma.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 261.


Parma 12 maggio 1896-Parma 22 novembre 1959
Figlio di Clemente e Carolina Monti. I Clerici, nove fratelli figli di un muratore in ristrettezze economiche, non ebbero un’infanzia facile, nella loro modesta casa in Piazzale della Rosa, ma si caratterizzarono per un innato senso della battuta e per un umorismo istintivo. Il Clerici, con il fratello Italo, già da ragazzo assistette alle recite della compagnia drammatica Silvio Pellico, diretta da Zaggia, che dava le sue rappresentazioni in Borgo del Gesso. Nacque così nei due giovani quella divorante passione per il teatro che anni dopo li portò di successo in successo nei teatri di molte città italiane. Il loro debutto avvenne nel teatrino del vecchio Teatro Petrarca. Con la compagnia La Risata, sempre assieme a Italo, recitò a Milano, Roma, Torino e Genova, accolto ovunque da vivissimo successo di pubblico e da lusinghieri commenti della critica. Memorabili furono le interpretazioni nelle commedie Al fiol d’la serva, Don Cesar, La rozäda ad San Zvan, La popolära d’l’Aida, I pogioj in stra ’mestra, Pepino Verdi, La fiastra balaren ’na, La lotaria ad Tripoli e in altre ancora ove i due Clerici trasfusero un’arguzia tipicamente parmigiana e l’ironia, talvolta amara, del proprio temperamento d’artisti. Ancora col fratello Italo, il Clerici fu con la compagnia di riviste di Wanda Osiris e partecipò a qualche film in parti di caratterista. Oltre a quelle scritte in collaborazione col fratello Italo, fu autore delle seguenti commedie e riduzioni teatrali: Al pramzan c’me l’è, un atto e due quadri (1931), Cosi ch’succeda, due atti di Giulio Clerici e Mario de Marchi (1931), La rozäda ed San Zvan, tre atti di Giulio Clerici e Mario De Marchi (1932), La banda ed Bogles, tre atti di Giulio Clerici e Mario De Marchi (1938) e Lo zio Bernardo, tre atti di Giulio Clerici e Romano Preti (1939).
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 171; G.C. Mezzadri, in Al Pont ad Mez 1999.


Teolo 2 agosto 1851-Parma 27 aprile 1924
Scelse Parma come sua patria di adozione e vi esercitò la sua opera assidua data alla scuola, alla letteratura e alle indagini storico-critiche. Insegnò greco, latino e italiano nei licei e negli istituti tecnici, dopo aver studiato a Padova con G. Zanella. Professore di ginnasio, intese l’insegnamento come sacerdozio e più che un insegnante fu un maestro. Per vari anni, con Luigi Sanvitale, fu direttore del periodico Per l’Arte e fondò nel 1909 la rivista Vita Emiliana. Lasciò commenti, manuali, scritti di storia, bibliografia, arte e letteratura, tra i quali: Il più lungo scandalo del secolo XIX (Milano, 1904), Maria Luigia d’Austria, C. Arisi e il poemetto L’elettrico (estratto da Il risorgimento italiano, Torino, s.a.) e Studi vari sulla Divina commedia (Città di Castello, 1888). Diede conto dell’esito di ricerche su Pietro Giordani che fu il suo tema preferito, vagheggiando inutilmente un Epistolario giordaniano che gli avrebbe certamente dato fama imperitura. Fu socio della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
FONTI E BIBL.: A. Boselli, necrologio, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXXXIV 1924; U. Benassi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1924, XXIX-XXXI; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 49; Dizionario Enciclopedico Letteratura Italiana, 2, 1966, 74.


Parma 23 agosto 1901-Parma 3 gennaio 1956
Figlio di Clemente, muratore, e di Carolina Monti, con altri otto tra fratelli e sorelle, non ebbe un’infanzia facile. L’unica gioia sua e del fratello Giulio, più grande di qualche anno, era quella di poter assistere alle recite della compagnia drammatica Silvio Pellico, diretta dal Zaggia, che dava le sue rappresentazioni in Borgo del Gesso. Nacque così nei due fratelli quella divorante passione per il teatro che molti anni dopo li portò di successo in successo nei teatri di molte città d’Italia. Il debutto dei fratelli Clerici avvenne (1926) nel teatrino del vecchio Petrarca e da quel giorno il Clerici continuò a recitare, prima in compagnia del fratello Giulio e poi da solo, fino a che ne ebbe la forza e anche quando, già gravemente malato, salire sul palcoscenico gli costava uno sforzo fisico enorme. Si presentava in scene tipicamente locali, dove il carattere del parmigiano, che strepita per nulla, ma che è sempre pronto a commuoversi quando si fa appello al suo cuore, veniva messo a nudo nella più sapida realtà. L’esperienza acquisita durante le recite in provincia portarono il Clerici a perfezionare la sua arte, a entrare nei caratteri con una più approfondita psicologia, a sfrondarli di quella verbosità, a volte troppo caricata, in cui spesso cadeva. Riuscì a levigare la sua recitazione in modo da imporre non più l’attore bensì il teatro dialettale parmense. Agli entusiasmi del pubblico si associò la critica e con la critica vennero gli autori. Primo tra tutti Mario Massa di Fidenza (che può essere considerato l’antesignano del teatro parmense) con il suo atto unico Na d’manda d’matrimoni, di cui il Clerici fu insuperabile interprete. Anche Giuseppe Montanari venne portato alla ribalta, e con successo, per merito del Clerici. Con la serie di atti unici di Crispén (Crispén onorevole, Crispén calzoler) il Clerici si guadagnò una formidabile popolarità. Con la compagnia de La Risata, assieme al fratello Giulio, recitò nelle maggiori città italiane (Milano, Roma, Torino e Genova), accolto ovunque da vivissimi successi di pubblico e da lusinghieri commenti della critica. Memorabili furono le sue interpretazioni nelle commedie dialettali Al fiol dla serva, Don Cesar, La rozäda äd San Zvan, La popolära dl’Aida, I pogioi in stra’ mestra, Pepino Verdi, La fiastra balaren’na, La lotaria äd Tripoli e in altre ancora ove egli trasfuse la sua arguzia tipicamente parmigiana e l’ironia, talvolta amara, del suo temperamento d’attore. Il Clerici mise egregiamente tutto ciò nei suoi personaggi, assai spesso uomini vinti, rassegnati, piccini e buffi, aggrovigliati o aggirati, all’apparenza ridicoli, ma straordinariamente convinti, nella loro rassegnazione, di avere sempre ragione, non accettando la pietà altrui e la semplice comprensione. Durante la seconda guerra mondiale recitò per le Forze Armate girando tutta l’Italia. Fu, unitamente al fratello Giulio, con la compagnia di riviste di Wanda Osiris ed ebbe anche qualche piccola parte in alcuni film. Fu fondatore e animatore instancabile della Famija Pramzana e si prestò in ogni tempo all’organizzazione di manifestazioni benefiche e per le altre iniziative del sodalizio. Curò le seguenti commedie e riduzioni teatrali: I guaj ed Crispen, un atto, di Italo e Giulio Clerici (1930), L’onorevole Crispen, un atto (1930), Robi d’letor mond, un atto (1930), Crispen 33, monologo (1931), Un bon partì, un atto (1931), La gabbia dal merol, un atto, riduzione (1931), I cresmant, un atto (1931), La puntura, due atti (1931), Al ciold in t’la scartaciäva, un atto (1932, Al monument ed cicoläta, un atto (1932), Al miracol, tre atti, riduzione (1932), I pogioj in stra’ mestra, tre atti, riduzione (1934), Col cadavor a son mi, tre atti, riduzione (1935), Peppino Verdi, tre atti di Italo Clerici e Romano Preti (1938), Na manga ed bagolon, tre atti ridotti (1938), Minghett zò ‘d pirla, tre atti, riduzione (1939), Una nota dop il dodozz, tre atti, riduzione (1939), A giur e spärgiur, tre atti di Tespi (1941), La tombola in piaza, tre atti di Tespi (1941), La violeta ed Pärma, tre atti di Tespi (1942), La regen’na dal marchè, tre atti di Italo e Giulio Clerici (1942), Don Cesor, tre atti, di Rovinelli e Tespi (1942), La fiola dal boia, tre atti, di Pitteri e Italo e Giulio Clerici (1943), L’unguent par la nona, un atto di Pitteri e fratelli Clerici (1944), L’estrat... ed confusion, tre atti di Pitteri, Zileri e Tespi, Carta canta e vilan ronfa, tre atti di Tespi (1946), Scantot Narciso, tre atti di Tespi (1947), Al dent dal giudizi, tre atti di Tespi (1947), A fronte scoperta, tre atti di Tespi (1948), Al padron dal vapor, tre atti di Palmieri e Tespi (1948), Al calväri ed Fortunen, tre atti di Morucchio e Tespi (1948) e Al marì ed me mojera, tre atti di Tespi (1950).
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 48-49; Parma per l’Arte 1 1957, 38; Al Pont ad Mez 3 1981, 8-9; G.C. Mezzadri, in Al Pont ad Mez 1999.


Parma 1253
Fu podestà dell’Arte dei Beccai di Parma nell’anno 1253.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 252.


Parma 1757 c.-post 1800
Appartenne alla Repubblica Cisalpina, caduta la quale, per le sue idee politiche venne dagli Austriaci condannato alla deportazione. Incatenato, fu chiuso (dicembre 1799) nella stiva di una manzera. Costretto a stare sempre seduto, privo di aria e di vitto, soffrì per tutto il viaggio tormenti inauditi. Giunto a Zara, fu posto in una segreta colle catene ai piedi e alle braccia, senza giaciglio, che solo più tardi e a proprie spese poté procurarsi. Dopo 83 giorni di segregazione fu liberato dal carcere e dai ceppi, ma solo per essere trasferito a Petervaradino, ove ebbe a sopportare nuove sevizie.
FONTI E BIBL.: F. Apostoli, Le lettere sirmiensi, a cura di A. D’Ancona, Roma-Milano, 1906; Storia della deportazione in Dalmazia ed in Ungheria de’ patrioti cisalpini scritta da uno degli stessi deportati, Cremona, 1801; F. Ercole, Martiri, 1939, 106.


Parma XVII secolo
Durante il XVII secolo insegnò dapprima procedura civile e poi istituzioni romane giustinianee (Bolsi) presso l’Università degli Studi di Parma.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 32-33.


Parma 1597/1598
Pittore attivo in Parma sul finire del secolo XVI, è ricordato nei documenti (Archivio di Stato di Parma, Mastri farnesiani, 130, 133, 203, 434) al servizio del duca Ranuccio Farnese per alcuni pagamenti relativi agli anni 1597-1598. L’indicazione nei documenti di denari di Milano non fa escludere una sua origine lombarda, così come non è possibile riconoscere con certezza nei Clerici attivi in Parma tra i secoli XVII e XVIII suoi discendenti.
FONTI E BIBL.: Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 401-402.

Parma-ante 1699
Fu uno dei migliori pittori teatrali del suo tempo. Capostipite della nota famiglia di decoratori e scenografi attivi a Parma nei secoli XVII e XVIII, lavorò al Teatro Farnese e al Teatro Nuovo di Parma (1688), forse in collaborazione con Ferdinando Galli Bibiena. Non si hanno altre notizie sulla sua attività né si conoscono disegni di indubbia paternità.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, VII, 1912; Enciclopedia dello spettacolo, III, Roma, 1956, 965; Alcari, Parma nella musica, 1931, 52; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 375.

Parma ante 1680-post 1748
Difficile è stabilire il grado di parentela del Clerici con gli altri Clerici di Parma, poiché lo Scarabelli Zunti non lo ricorda nell’albero genealogico della famiglia (ms. 106, VII, c. 41v) e confonde il suo operato con quello di Roberto il Vecchio (ms. 105, VI, c. 69). Fu allievo e collaboratore di Francesco e Ferdinando Galli Bibiena, s’inserì nell’organizzazione familiare e cooperativa degli stessi, presenti con assiduità nel Ducato farnesiano dal 1680, e sul loro esempio si spostò anche in più corti e teatri europei. Fu a Vienna nel 1711 al servizio del neoimperatore Carlo VI, quale pittore teatrale (Thieme-Becker). Tornato in Italia, lavorò a Venezia nel Teatro San Cassiano per gli allestimenti de Le gare generose di T. Albinoni e A. Zaniboni (1712) e de La verità nell’inganno di C.F. Gasparini e F. Silvani (1713). È successivamente attestato a Napoli ove per due stagioni fu l’ingegnere e il pittore delle scene di sei spettacoli, uno per il teatrino di Corte, L’Amor generoso di D. Scarlatti (11 ottobre 1714), e gli altri per il San Bartolomeo: Scipione nella Spagna di Scarlatti (21 gennaio 1714), Pisistrato di Leonardo Leo (13 maggio 1714; Gazzetta di Napoli 15 maggio 1714, in Antologia di Belle Arti, II, 1978, 7-8, p. 327), Vincislao di F. Mancini e di A. Zeno (26 dicembre 1714), Arminio di Scarlatti e Nicola Serino (19 novembre 1714) e Tigrane ovvero L’egual impegno d’amore e di fede, di Scarlatti e di Domenico Lolli. Questi sono gli unici spettacoli dati al San Bartolomeo di cui si conservano ancora i libretti. Fu attivo anche in Inghilterra (Baur Heinhold, 1968): a Londra lavorò dal 1716 per il King’s Theatre e nel 1719 fu nominato decoratore e macchinista della Royal Academy of Music. È poi documentato in Portogallo dal 1735 al 1738: vi lavorò per la Companhia des Paquetas di Lisbona, per l’Academia de Msica do Trinidade e per il Teatro della Rua dos Condes (Pereira Dias, 1966). A Parigi nel 1740 fu il responsabile di alcuni allestimenti per la Comédie-Française (Rosenfeld-Croft Murray, 1964). Ritornato a Parma nel 1739, vi figura di nuovo attivo nel 1748 come scenografo (Zani, 1820). Non si hanno ulteriori notizie del Clerici dopo questa data. Non si conoscono disegni a lui riferibili. La frequentazione dei fratelli Bibiena e la presenza in alcuni dei più ambiti teatri europei sono gli aspetti più evidenti dell’attività del Clerici che, con l’altro grande scenografo parmense suo contemponraeo, il Righini, testimonia come felicemente fruttifera sia stata la presenza presso i Farnese dei Bibiena.
FONTI E BIBL.: Le singole scene sono nominate nei libretti conservati a Bologna nella Biblioteca del Conservatorio, a Milano nella Biblioteca Braidense e a Napoli nella Biblioteca del Conservatorio. Si veda inoltre: Parma, Museo di antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 105, VI, c. 69, ms. 106, VII, c. 41v; P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, I, 6, Parma, 1820, 243; T. Wiel, Catalogo delle opere in musica rappresentate nel secolo XVIII in Venezia (1701-1750), Venezia, 1897, 31, 34; Cenarios do teatro de S. Carlo, Lisbõa, 1940, 22; L’Opera del genio italiano all’estero, E. Lavagnino, Gli artisti italiani in Portogallo, Roma, 1940, 129-133; E. Povoledo, La scenografia architettonica del Settecento a Venezia, in Arte Veneta V 1951, 126-130; F. Mancini, Scenografia napoletana dell’età barocca, Napoli, 1964, 73, 199 ss.; S. Rosenfeld-E. Croft Murray, A checklist of scene-painters working in Great Britain, in Theatre Notebook XIX 1964, 19; F. Mancini, Scenografia italiana. Dal Rinascimento all’età romantica, Milano, 1966, 97; M. De Sampayo Ribeiro, A margen de Exposição de Desenhos da Escolas dos Bibienas, in Buletin do Museu Nacional de Arte Antiga V 1966, 2, 26-31; J. Pereira Dias, La scenographie Baroque au Portugal, in Buletin do Museu Nacional de Arte Antiga V 1966, 331 s.; M. Baur-Heinhold, Teatro barocco, Milano, 1968, 134; J.M. Da Silva Correia, Teatros regios do seculo XVIII, in Buletin do Museu Nacional de Arte Antiga IX 1969, 24-38; M.A. Beaumont, Stage sets by the Bibienas in the Museu nacional de Arte Atniga Lisbon, in Apollo 134 1973, 408-415; S. Rosenfeld, A short history of scene design in Great Britain, Oxford, 1973, 61-67; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, VII, 90; Enciclopedia dello Spettacolo, III, col. 965; M. Pigozzi, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 401-402.


Sorbolo 21 luglio 1875-post 1928
Di professione impiegato ferroviario, dimorò per un certo periodo a Firenze, dove entrò a far parte della organizzazione sindacale e della sezione socialista delle Cure. Nel 1905 a Firenze, insieme a Pulvio Zocchi, diresse il giornale La Staffetta. Rientrato a Parma, divenne uno dei dirigenti di punta della locale Camera del Lavoro. Nella sua biografia redatta dalle autorità di Pubblica Sicurezza il 22 gennaio 1908, si legge che il Clerici svolse attivissima propaganda in senso sindacalista fra tutta la classe operaia dell’industria e della campagna, con assai profitto. Si qualificò dunque come uno dei più stretti collaboratori di De Ambris. Al Clerici infatti fu affidata la direzione del movimento sindacale in città e, secondo il già ricordato documento, fu l’anima dello sciopero delle bustaie avvenuto in Parma nel Luglio 1907. Arrestato dopo gli incidenti del giugno 1908, il Clerici seguì la sorte degli altri incarcerati e tornò in libertà solo con la conclusione del processo di Lucca. A Parma si trattenne per poco tempo, perché fu trasferito a Torino. Qui, dopo aver cessato il rapporto di lavoro con le Ferrovie, impiantò, insieme ad Angiolino De Ambris, fratello di Alceste, un ufficio di rappresentanza commerciale (caffè e generi coloniali) che ebbe scarsa fortuna. Il suo nome, scomparso per molto tempo dalle cronache politiche, riapparve in calce all’appello lanciato dal Fascio rivoluzionario di azione internazionalista il 5 ottobre 1914 per la guerra contro la barbarie, l’autoritarismo, il militarismo, il feudalismo germanico e la perfidia cattolica dell’Austria. Il Clerici si trasferì a Milano dove fu in contatto con gli ambienti della Missione Francese, di cui divenne un agente. Interessante è la lettera inviata da un confidente alla Direzione Generale della Pubblica Sicurezza in data 12 agosto 1918, dalla quale si apprendono particolari della nuova attività del Clerici di una certa importanza: Posso informare che se il Mussolini ha sospeso la sottoscrizione del Popolo d’Italia si è perché fra lui e la ditta Ansaldo di Genova sono corse intese e interessi che lo hanno anche indotto (non posso dire se gli è stato imposto) di cambiare il sottotilo di quotidiano socialista in giornale dei combattenti e dei produttori. Da informazioni assunte ho ragione di credere che l’ideatore e l’intermediario sia stato Ugo Clerici abitante in Milano Corso Buenos Ayres, angolo di via Plinio, intimissimo di Mussolini e l’unico che possa entrare nella sua stanza di redazione a qualunque ora. Il Clerici oggi è al servizio della Missione Francese che risiede a Genova in via Assarotti in qualità di agente capo per il servizio di controspionaggio. A lui fanno capo i corrieri francesi della Svizzera e settimanalmente recasi a Genova con grossi plichi che porta alla Missione. Questi elementi furono confermati in un altro documento della Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, del novembre 1926, dove si dice: Quanto al Clerici Ugo, corrono voci diverse su di lui. Si dice che oggi sia il confidente personale di fiducia del Duce, nonostante che in passato abbia più volte tentato di tradirlo. È stato dimostrato da lui che possiede vari documenti compromettenti che riguarderebbero il Duce, e concernenti il finanziamento del Popolo d’Italia, nel 1914, avvenuto a mezzo Naldi in Francia. Comunque questo Clerici più d’una volta si è vantato di avere il Duce in pugno. Divenuta troppo pericolosa questa sua attitudine, il Clerici fu richiamato all’ordine in maniera esplicita, con una condanna a cinque anni di confino, comminatagli il 27 ottobre 1927. Ma dopo pochi mesi fu prosciolto per ordine di S.E. il capo del governo e rientrò a Milano ai primi di giugno del 1928. Dopo questa data non se ne hanno più notizie.
FONTI E BIBL.: E. Mecheri, Chi ha tradito? Rivelazioni e documentazioni inedite di un vecchio fascista, Milano, 1947, 111-112; Aurea Parma 1 1983, 58-59.


Parma 1682 c.-post 1742
Laureatosi in medicina il 14 marzo 1706, fu ascritto alla matricola dei Dottori del Collegio di Parma per ordine del duca Francesco Maria Farnese. Fu pubblico lettore e professore primario di medicina nell’Università di Parma: nelle scuole di San Francesco fu apposta una lapide in suo onore. Scrisse nel 1742 il libro De vita hominis diutius tuenda, che termina con alcune notizie sull’autore: Fateor in primis Medicam Facultatem exercuisse spatio novem lustrorum ea fide ac religione, quae orthodoxum sectatorem videtur decere. Hanc Facultatem didici a famigeratissimis viris Paulo Liberato, Antonio Zanelio, et Pompejo Sacco tribus nostrae Universitatis Professoribus, eorumque vestigiis semper inhaesisse. Diversi sonetti del Clerici sono sparsi in varie raccolte.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 81-82.


Parma 10 ottobre 1518-post 1562
Fu autore di due volumi intitolati Li madrigali a cinque voci, pubblicati contemporaneamente a Venezia nel 1562 ed entrambi dedicati a Ercole Gonzaga, cardinale di Mantova. Il secondo volume contiene numerosi brani in lode del dedicatario e tre madrigali scritti da Scipione Gonzaga, mentre nel primo è incluso un madrigale composto in occasione del matrimonio tra Guglielmo Gonzaga e Leonora d’Austria. Non esistono prove, tuttavia, che il Clerico fosse al servizio dei duchi di Mantova. Nella dedica dei volumi si fa riferimento ad altri brani (di genere sacro e profano) dello stesso Clerico, che egli sperava potessero un giorno venire pubblicati, ma nulla di ciò è pervenuto.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note d’Archivio, 1932; Dizionario musica e musicisti, Appendice, 1990, 182.


Parma prima metà del XVII secolo
Pittrice attiva nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 101.

CLORIDANO DULICHIENSE, vedi GIORDANI LUIGI UBERTO ANGELO

CLORIDE TANAGRIA, vedi DALL’AGLIO PAOLA MARGHERITA

COALI GIOVANNI, vedi QUAGLIA GIOVANNI GENESIO


Parma 21 marzo 1783-post 1831
Nel 1801 fu volontario reale del Reggimento di Ferdinando di Borbone, ultimo duca di Parma. Nello stesso anno passò al Reggimento di Linea Francese, diventato 131°. Fu promosso prima caporale (1805), grado col quale partecipò alla campagna di Spagna (1808-1812), e poi sottotenente (1813), prendendo parte l’anno seguente alla campagna di Francia. Divenne poi (1814) Guardia del Corpo al servizio di Parma e infine (1815) Sottotenente del Reggimento Maria Luigia.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 20.


Parma 24 novembre 1890-Parma 15 giugno 1962
Piccolo proprietario terriero, lavoratore integerrimo, figlio di Antonio e di Dusolina Gatti. Il Cobianchi nel 1929 si trasferì nel podere di Francesco Bocchi a Valera e nel 1936 acquistò sei biolche di terra e costruì una casa che costituì il nucleo intorno al quale i Cobianchi edificarono un autentico villaggio familiare. Infatti i figli del Cobianchi (Ezio, con sette sorelle) effettuarono una ripartizione del podere e quasi tutti risiedettero nella zona, estesa su una superficie di 24000 metri quadrati.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 171-172.


Carpi 1853-Parma 1910
Nato da nobile famiglia, fu dapprima pretore a Berceto, poi per quattro anni pretore a Borgo San Donnino, quindi giudice al Tribunale di Lecce e infine giudice istruttore del Tribunale di Parma. Come titolare di quest’ultimo delicato ufficio, affrontò con impavido coraggio la bufera rivoluzionaria seguita allo sciopero agrario del 1908. In uno di quei giorni burrascosi, circondato dalla truppa, tra il grandinare delle pietre e delle tegole e le ingiurie e le minacce degli scioperanti, il Coccapani assistette al sequestro della Camera del Lavoro per redigerne il relativo verbale.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 49-50.

COCCEJI BARBARA, vedi CAMPANINI BARBARA


Colorno 1831
Fu, col fratello Giovanni e col medico Guerreschi, il capo della rivolta in Colorno durante i moti del 1831. Non figurò nei processi allora celebrati perché non gran fatto sospetto. Fu comunque sottoposto a visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 152.


Torino 1774-Parma 21 gennaio 1838
Ebbe a maestri i pittori Grassi e Braccioli. Nella primavera del 1809 decorò con egregi scenari il grazioso teatro fatto costruire dal marchese Fabio Scotti nella sua villeggiatura del Ponte Dattaro presso Parma. Nel Carnevale 1807-1808 cominciò a lavorare per il Teatro Ducale di Parma. Fu scenografo ufficiale (senza particolare specializzazione) del Teatro Ducale di Parma, dove lavorò sia solo sia con la collaborazione di M. Braccioli e soprattutto di P. Piazza, col quale lo si ritrova anche al Teatro della Pergola a Firenze (1813). Particolarmente note rimasero le scene (tutte del Cocchi) per Luigi ossia L’Amante prigioniero di Alfonso Savj, rappresentata il 7 giugno 1814 per festeggiare la rioccupazione del Ducato da parte del maresciallo Nugent in nome di Maria Luigia d’Austria. Fu autore delle seguenti scenografie: (a Parma, Teatro Ducale, tutte in collaborazione con P. Piazza) 1803, Il trionfo di Giuditta di P. Guglielmi e il ballo La Presa d’Alessandria in Egitto (anche Braccioli), 1808, I Riti d’Efeso di G. Farinelli (del Cocchi: Piazza, Sotterraneo, Bosco sacro), Raoul de Créqui di L. Callegari e il ballo I Caledoni di A. Landini, 1809, Corradino di F. Morlacchi, La Festa della rosa di S. Pavesi, Camilla di F. Paer, Il Rivale di se stesso di G. Weigl, Nannetta e Giannone di V. Fioravanti e i balli La Riconoscenza, Cesare in Egitto e Il Flauto magico, 1810, La Locandiera di G. Farinelli, Elisa di Mayr, Zilia di C. Mellara, Il Finto sordo di S. Nasolini, Griselda di Paer e i balli Ezio trionfante in Roma e Il Barbiere di Siviglia, 1811-1812, L’Equivoco di Mayr, Papirio di Guglielmi, Il Principe di Taranto di Paer e i balli La Vendetta di Medea, Chi più guarda meno vede, I Due svizzeri, 1812-1813, I Pretendenti delusi e Romilda, entrambi di G. Mosca, Adelina di P. Generali e i balli Deucalione e Pirra e Chi la fa l’aspetti, 1815, Castore e Polluce di F. Radicati, 1817, Balduino duca di Spoleto di Giuseppe Nicolini e il ballo Mehemed Sultano di Carizme. Sempre con Piazza a Firenze, Teatro della Pergola, 1813, Le Finte rivali di Mayr, Ciro in Babilonia di Rossini e il ballo Giulia Gonzaga. Nel 1820 dipinse gli scenari e i fonali per la stagione di inaugurazione del Teatro Nuovo di Borgo Taro.
FONTI E BIBL.: Oltre alle collane di libretti della Biblioteca Marucelliana e di Santa Cecilia, cfr. P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma, Parma, 1884; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 52; Enciclopedia spettacolo, III, 1956, 1005.


Parma 1598-ante 1671
Orefice attivo a Parma negli anni 1625-1626.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 103


Copermio 1 febbraio 1769-Parma 6 novembre 1838
Figlio di Antonio e di Cristina Amadasi. Iniziati gli studi a Colorno, li proseguì a Parma avendo come insegnante Luigi Bolla. Laureatosi in giurisprudenza a ventidue anni, fu chiamato ben presto a insegnare filosofia nel Collegio Lalatta di Parma. Nel 1796 fu sostituto del Bolla come avvocato fiscale e lettore di diritto romano nell’Università di Parma. Nel 1797 ebbe l’incarico di lettore dei primi sedici libri delle Pandette all’Università di Parma. Nel 1805 sposò la parmigiana Anna Ortalli, dalla quale ebbe dodici figli. Rifiutata un’importante carica propostagli dal ministro Ventura (1801), preferì offrire gratuitamente la propria profonda esperienza alle opere benefiche e all’amministrazione pubblica. Grandi infatti furono i benefici da lui arrecati al Comune, al patrimonio dello Stato, all’Ordine costantiniano e alla Casa ducale. Sotto il governo francese gli vennero conferite nel 1813 le cattedre di legislazione criminale e di processura civile e criminale nell’Accademia di Parma. Nel 1814 venne confermato dal ministro Magawly professore di procedura civile. Contemporaneamente alla carriera universitaria intraprese quella forense, patrocinando prevalentemente cause civili. Mantenne tra l’altro per moltissimi anni le funzioni di capo del Collegio degli avvocati. I suoi suggerimenti persuasero la duchessa Maria Luigia d’Austria a far sì che il Collegio degli avvocati riacquistasse l’antico prestigio. L’11 dicembre 1820 fu nominato cavaliere dell’Ordine costantiniano di cui, nel 1835, fu nominato commendatore. Ricoprì inoltre importanti cariche amministrative e giudiziarie. Nel 1820 fu nominato Consigliere di Stato ordinario, quindi Presidente del Tribunale supremo di revisione, per arrivare poi nel 1831 alla Presidenza dell’Interno. Come Presidente dell’Interno, fu ascritto al Consiglio intimo delle Conferenze straordinarie. Nel 1830 venne pure nominato Priore della facoltà legale, nell’esercizio della quale incombenza diede l’assenso a che cinque compagnie delle truppe austriache occupassero alcuni locali vuoti dell’Università di Parma nel corso dei moti del 1831. Il Cocchi viene considerato e definito come magna pars tra i compilatori del codice di procedura. Durante il corso delle lezioni tenute all’Università di Parma dopo l’entrata in vigore del codice di procedura civile, redasse gli appunti per le Lezioni di processura civile. Ulteriore testimonianza della sua attività didattica è pervenuta colle Osservazioni sulla processura civile (cfr. Biblioteca Comunale di Piacenza, ms. Comunale 54, Lezioni di diritto, p. IV), relative alle disposizioni preliminari del codice di procedura e alla procedura ordinaria. Il Cocchi lasciò testimonianza della sua intensa attività forense mediante la pubblicazione di numerose arringhe: Discorso recitato nel giorno 21 maggio 1807 a sostegno delle ragioni del signor Francesco Guglielmo Levacher nella sua causa pendente nanti il tribunale di prima istanza sedente in Parma (Parma, 1807), Osservazioni sopra il discorso pronunciato al tribunale di prima istanza di Parma nel giorno 21 maggio 1807 a difesa del pupillo Levacher (Parma, 1807), Discorso tenuto il giorno 31 marzo 1808 in difesa dei signori Carpintero, Adorni e Bianchi nella loro causa pendente nanti il Tribunale di prima istanza sedente in Parma (Parma, 1808), Osservazioni sopra l’allegazione di fatto e di diritto stampata a difesa de’ signori interessati nel Canaletto di Sala (Parma, 1808), Ragioni del signor consigliere Francesco Schizzati nella causa pendente tra lui e il signor marchese Ercole Calcagnini innanzi al Tribunale Civile e Criminale di prima istanza della città di Ferrara (Parma, 1818, scritta in collaborazione coll’avvocato Giuseppe Bertani), Ragioni di fatto e di diritto per le sorelle marchese Boscoli nella causa contro il Conservatorio delle Oblate in Parma e lo Spedale di Colorno (Parma, 1823). Sono assai numerose le sue allegazioni, a stampa o manoscritte, giacenti nelle varie biblioteche, spesso catalogate in modo sommario. Preparò i principi per l’istituzione dell’insegnamento teorico-pratico delle scienze agrarie, economia e statistica. Vagheggiò l’idea di restaurare e coordinare in un solo codice le disgregate leggi e gli ordini di pubblica amministrazione.
FONTI E BIBL.: Istituto Storico dell’Università di Parma, Note statistiche del personale universitario 1818, tomo 492, 25; G.B. Niccolosi, Intorno alla vita del commendatore Francesco Cocchi, Parma, 1845; G. Mariotti, L’Università di Parma e i moti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1933, 91; F. Rizzi, Professori, 107; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 117-118; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 713; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 363; Palazzi e casate di Parma, 1971, 151; Studi Parmensi, XXXI, 1982, 219-222; G. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 76.


Colorno 1831
Assieme al fratello Alessandro e al medico Guerreschi fu il capo della rivolta in Colorno durante i moti del 1831. Non figurò nei processi allora celebrati perché non gran fatto sospetto. Fu comunque sottoposto a visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 152.


Parma seconda metà del XVIII secolo
Incisore di medaglie e sigilli attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 79.

COCCHI PIERO, vedi COCCHI PIETRO


Copermio 1810-1880
Ingegnere civile. Fu consigliere comunale di Parma, dove possedette la casa già Musi di Via Farini n. 31. Nel 1835 eseguì un sopralluogo alla Strada Mulattiera di Collecchio per lavori di ampliamento.
FONTI E BIBL.: G. Zilioli, Cenni necrologici in memoria del dott. Pietro Cocchi, Parma, Ferrari, 1880; L. Gambara, M. Pellegri, M. De Grazia, Palazzi e casate di Parma, Parma, 1971; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 271; Malacoda 8 1986, 43-44.


Parma prima metà del XIX secolo
Pittore scenografo, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 104.

COCCIANO, vedi AQUILA


Parma 3 ottobre 1761-Parma 26 marzo 1846
Figlio di Giuseppe. Fu ingegnere idraulico e civile e professore universitario. Secondo lo Janelli, meritò lodi da Napoleone Bonaparte per la realizzazione della strada che va da Ajaccio a Bastia. Rientrato in patria dalla Francia, venne nominato nel 1814 ingegnere capo dell’Ufficio dell’acque e strade del Ducato di Parma e Piacenza sotto la reggenza provvisoria. Nel 1815 presentò il progetto per il ponte della Via Emilia sul Taro, iniziato nel marzo 1816 e terminato nel 1821 tra disastrose alluvioni e infinite polemiche che portarono a modificare il progetto originario con l’aggiunta di tre arcate e dei fori circolari sopra le pile (del diametro di quattro metri con anello in laterizio) allo scopo di alleggerire la muratura, migliorare la possibilità di scarico delle acque nelle grandi piene e diminuire la spesa. Interessante, nella Descrizione dei progetti e lavori per l’innalzamento dei due ponti sul Taro e sulla Trebbia, pubblicati a Parma a cura del Cocconcelli nel 1825, l’analisi delle cause della conformazione del Taro nella zona del ponte. Infatti il Cocconcelli fu uno dei primi ad applicare in una grande corrente, come quella del torrente Taro, i pennelli ortogonali a pignone, per forzare la corrente stessa a dirigersi e conservarsi verso il centro del ponte abbandonando e bonificando le sponde esageratamente distanti l’una dall’altra (Janelli). Un decreto sovrano del 22 maggio 1819 ordinò un ponte in legno sulla Trebbia, ma un rescritto sovrano del 5 dicembre 1821 ordinò che venisse costruito in cotto. Maria Luigia d’Austria pose la pietra augurale l’8 giugno 1825. Il progetto del Cocconcelli in pietra e cotto venne modificato su consiglio dell’ispettore Parea secondo il sistema del Palladio. Nel 1820 il Cocconcelli trasformò l’ex convento di Santa Maria Maddalena a Parma in Ospizio di Maternità (Canali-Savi, p. 237). Nel 1821 pubblicò a Parma una grande Carta topografica degli Stati di Parma (copie nell’Archivio di Stato e nella Biblioteca Palatina di Parma). Nel 1825 pubblicò a Parma un Saggio teorico pratico sulle acque correnti. Nel 1829 progettò le nuove porte di Santa Croce e di San Barnaba a Parma, aperte al pubblico il 1° dicembre 1830. Progettò il ponte sull’Arda, decretato il 13 luglio 1833, cominciato il 12 febbraio 1834 e terminato nel 1837. Il ponte sul Nure, progettato assieme a F. Belleni, decretato il 18 luglio 1833, fu terminato nel 1838. Nel 1832-1839 pubblicò a Parma Istituzioni di idraulica teorico-pratica (tre volumi) e nel 1844 a Modena Dissertazione sull’arte di osservare. Il Cocconcelli insegnò all’Università di Parma con un fare brillante e piacevole, a dire dell’ingegnere F. Bucci, capo del genio civile di Genova alla metà dell’Ottocento (cfr. Janelli, p. 494). Il Cocconcelli fu cavaliere dell’Ordine Costantiniano e di quello Sabaudo dei Santi Maurizio e Lazzaro, professore di meccanica applicata all’architettura, statica e idrodinamica e dei principî di geodesia, consigliere di Stato onorario, capo degli ingegneri e direttore delle Acque e strade del Ducato di Parma (cfr. necrologio in Gazzetta di Parma 28 marzo 1846). Esiste un suo ritratto inciso nello studio Toschi da A. Rossena su disegno di G. Gaibazzi con dedica: Antonio. Cocconcellio Mira. Pontium. Tari. Trebiaeq. Molitione Spectabilissimo Auditores. et. Amici (copie all’Ordine degli ingegneri e alla Cassa di Risparmio di Parma).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Autografi illustri, Cocconcelli Antonio (una lettera del 13 giugno 1823); Archivio di Stato di Parma, Governo francese (1802-1814), Presidenza dell’Interno, b. 90; Parma, Soprintendenza ai beni artistici e storici, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., IX, ad vocem; P. Toschi-A. Isac-N. Bettoli-M. Leoni, I principali monumenti innalzati dal MDCCCXIV a tutto il MDCCCXXIII da Sua Maestà la principessa imper. Maria Luigia arciduchessa d’Austria duchessa di Parma, Parma, 1824, 1-4, 9 ss.; L. Molossi, Vocabolario topografico dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1832-1834, 537-540, 566 ss.; C. Bombelles, Monumenti e munificenze di Maria Luigia, Parma, 1845; M. Lopez, Aggiunte alla Zecca e moneta parmigiana del padre Ireneo Affò, Firenze, 1869, 190 s., 195 s.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani più illustri, Genova, 1877, 118 s., 493 s.; B. Cornelli, Il ponte sul Taro e le amarezze dell’ing. Antonio Cocconcelli, in Aurea Parma XLII 1958, 10-24; G. Canali-V. Savi, Parma neoclassica, in Parma. La città storica, Parma, 1978, 234, 237, 240 s.; B. Adorni, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 541-542.


Parma 1760 c.-post 1804
Figlio di Giuseppe e fratello, probabilmente maggiore, di Antonio, fu ingegnere e viene ricordato per alcune sue carte topografiche estremamente corrette dal punto di vista dei rilevamenti e dalla grafica elegante: i rilievi effettuati del convento di San Paolo di Parma (gennaio 1804), la Carta compendiata degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla (1804), disegnata in collaborazione col padre e per la quale fu gratificato direttamente dall’amministratore Moreau de Saint-Méry con un premio di quindici zecchini, la Topographie de l’état de Plaisance (1803 c.) e la Mappa del Ducato Piacentino (1804), completa della Superficie del Piacentino. Questo corpus cartografico servì circa dieci anni dopo al fratello Antonio per disegnare la sua Carta topografica degli Stati di Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 241.


Parma 1740-1819
Capostipite della dinastia di ingegneri e topografi che ebbe in Antonio il suo culmine, sotto la Restaurazione si sa solo che lavorò a lungo per la Congregazione dei Cavamenti di Parma, lasciando un prezioso archivio che documenta la sua attività. Nel 1763 fu assunto come ingegnere in qualità di coadiutore al perito Antonio Gherri nell’Uffizio de’ Cavamenti coll’annuo assegno di zecchini 36. Capitano e ingegnere idraulico, risulta già attivo nel 1765, anno in cui realizzò la Pianta dei cavi sotterranei di Parma. Il Cocconcelli nel 1768 fu inserito nella Congregazione dei Cavamenti come vice-perito di Gherri. Già in questo ruolo ebbe modo di dimostrare più volte quel rigore tecnico-scientifico che lo portò ad assumere incarichi sempre più rilevanti e responsabilità in vari settori della vita cittadina di Parma. Restò perito dei Cavamenti fino allo scioglimento della Congregazione a opera dei Francesi, i quali tuttavia continuarono a fare riferimento alla sua persona per lungo tempo. Nel periodo francese disegnò, con il figlio Ferdinando, la Carta compendiata degli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla e prestò le sue capacità per il rilievo e la misurazione degli edifici conventuali soppressi della città di Parma, eseguendo una serie di disegni che dovevano costituire la base per la progettazione di nuovi edifici: quelli di Sant’Agostino, di Santa Maria della Neve, di Santa Cristina e di Santa Maria del Carmine. Nei primi anni della Restaurazione si occupò dell’adattamento a Ospedale dei Pazzi del complesso conventuale di San Francesco di Paola e dei Mulini bassi. Fece anche un progetto di facciata per il nuovo edificio dell’Ospizio di Maternità (1819), che doveva insistere sull’antica chiesa e convento delle Cappuccine vecchie di  Santa Maria della Neve. Fu definito primus inter idraulicos, geometras atque architectos e fu progettista tra l’altro del Ponte San Giovanni a Colorno (1793) e del cimitero della Villetta di Parma (1817).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914, 14; P. Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 97; Enciclopedia di Parma, 1998, 241-242.


Viarolo 29 maggio 1911-Monte Rey 6 aprile 1938
Figlio di Athos e Maria Mariani. Diplomato al Liceo Scientifico Marconi di Parma e iscritto alla facoltà di scienze commerciali di Bologna, allo scoppiare della guerra d’Africa si arruolò volontario e partecipò alle operazioni nell’Ogaden con il Battaglione Universitario Curtatone e Montanara. Ritornato in Patria e scoppiata nel frattempo la guerra spagnola, si trasferì a Cadice. Come sottotenente del 2° Reggimento Fanteria Volontari Littorio partecipò alle operazioni di Guadalajara e a quelle sul fronte Aragonese, dimostrando sempre elevato spirito combattentistico e non comune sprezzo del pericolo. Nello scontro che portò i legionari alla conquista di Tortosa, il 6 aprile 1938, il Cocconcelli cadde eroicamente alle porte della città. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Comandante di un plotone esploratori arditi, durante il combattimento per la conquista di una fortissima posizione nemica, si slanciava all’assalto alla testa dei suoi legionari dimostrando coraggio indomito ed assoluto sprezzo del pericolo. Ferito una prima volta alla mano sinistra da una scheggia di bomba a mano, si fasciava sommariamente con un fazzoletto e proseguiva nell’attacco, finché una raffica di mitragliatrice arrestava il suo slancio e lo abbatteva. Morente trovava la forza di rivolgere ai propri arditi parole di incitamento e di fede nella Vittoria.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spgna, 1940, 55; Decorati al valore, 1964, 127.


Parma 1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma il 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma 1548-Parma 14 aprile 1577
Figlio del notaio Bernardo. Fu medico eccellentissimo e dottore in filosofia, lettore e maestro eloquentissimo di filosofia nel cenobio di San Giovanni Evangelista in Parma. Risulta iscritto al Collegium Medicorum di Parma in arti e medicina nel 1571. Nel 1576, a soli 28 anni fu eletto Presidente dell’Accademia degli Innominati di Parma (dopo la sua prematura morte, gli successe nella carica il letterato e teologo Simone Cassola). Come risulta dalla lapide mortuaria, il Cocconi fu coniugato con Flavia, appartenente all’antica casata parmigiana dei conti Scacchini.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 194; Parma nell’Arte 3 1965, 205-206, e 1 1970, 67-68.


Venezia 26 febbraio 1887-Parma 8 febbraio 1967
Figlio di genitori parmigiani, nacque a Venezia, ove il padre, ufficiale, era di guarnigione. Lo seguì con la famiglia nei trasferimenti richiesti da esigenze di servizio in varie località del Veneto, del Piemonte, degli Abruzzi, della Sardegna e della Toscana. La fervida intelligenza di cui il Cocconi fu dotato, sorretta da uno studio tenace, gli permisero di superare i disagi che non mancarono di recargli questi continui cambiamenti di sede, riportando in ogni scuola ottimi risultati. Nel 1909 la sua famiglia si trasferì definitivamente a Parma ma egli terminò gli studi a Siena ove frequentò i corsi universitari e vi si laureò brillantemente in legge nel medesimo anno. Raggiunta Parma, venne assunto dalla Congregazione di San Filippo Neri, nell’ufficio del direttore, conte Luigi Sanvitale. Scoppiata la guerra, fu mobilitato e prestò servizio presso i reparti mitraglieri. Terminato il servizio militare, riprese il suo posto alla San Filippo Neri e alla morte del conte Sanvitale (1917) venne ritenuto già preparato a succedergli nella non certo facile direzione del Pio soldalizio. A quarantacinque anni durante i quali detenne l’importante carica, andò esplicando con acume ed entusiasmo quelle riforme e quelle attività che consentirono non solo una integrale conservazione del patrimonio dell’Ente, ma un notevole incremento, rivelandosi saggio e oculato amministratore. Sensibile all’arte, il Cocconi rivolse provvide attenzioni alla cospicua raccolta Stuard, di notevole valore artistico, lasciata in proprietà alla Congregazione (raccolta che costituisce la più copiosa e interessante pinacoteca privata della città di Parma). Ne curò la collocazione e la schedatura, valendosi della competenza dell’amico, professor Copertini. Cosicché nel 1926 poté uscire in elegante veste tipografica il primo catalogo, seguito alcuni anni dopo da altri due, più aggiornati, di cui uno compilato dallo stesso Copertini. Per tutte queste benemerenze acquisite presso l’importante Ente, gli venne conferita l’onorificenza di Cavaliere Ufficiale al merito della Repubblica e una medaglia d’oro dalla Presidenza della Congregazione. Il Cocconi coltivò gli studi letterari, storici, artistici e scrisse interessanti articoli pubblicati nelle riviste cittadine Aurea Parma e Parma per l’Arte. Dalla madre, figlia dell’ultima nobile Schizzati con la quale si estinse lo storico casato, poté avere dettagliati ragguagli degli illustri familiari. Notizie che ebbe modo di completare con lo studio di memorie private e dalla raccolta di pubblicazioni riguardanti la famiglia Schizzati. Per i suoi antenati effettuò ricerche d’archivio e dedicò speciale attenzione a quei due che, tra gli altri, lasciarono più notevole traccia nella storia del Ducato: Francesco e Filippo, entrambi docenti dell’Ateneo parmense, eminenti e integerrimi magistrati, nonché uomini di Governo, specie il primo che ricoprì la carica di Ministro di Stato, con titolo di Delegato al Dispaccio Universale di Ferdinando di Borbone. Studi questi in cui il Cocconi rivelò un particolare acume, obiettività e ponderatezza di giudizio. Fece inoltre numerose recensioni di opere storiche, letterarie e giuridiche. Questa attività gli valse l’iscrizione alla Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi come socio aggregato e poi come socio corrispondente. Lasciò in dono all’archivio della Deputazione di Storia Patria, per essere degnamente custodito, oltre ad altre carte importanti, un ponderoso e ricchissimo gridario, che va dall’inizio del periodo farnesiano alla fine del governo di Maria Luigia d’Austria. Fu inoltre socio, fin dalla fondazione, del Comitato per l’Arte, divenendo ben presto consigliere apprezzato e vice presidente, prendendo parte attiva a ogni manifestazione del sodalizio e partecipando a tutte le benemerenze dell’importante associazione culturale, specie nella difesa del patrimonio artistico cittadino. Su proposta della Prefettura di Parma, d’intesa coll’Ente del Turismo, venne nominato dal Ministero della Pubblica Istruzione Capo della Commissione per la tutela del paesaggio e sua protezione, esplicando anche in questo campo una proficua attività.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1967, 135; R. Allegri, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 27-28.


Venezia 1899-Parma 7 giugno 1970
Nato a Venezia da genitori parmigiani (il padre fu ufficiale dei bersaglieri), dopo gli studi classici frequentò la Regia Accademia di Fanteria in Modena e ne uscì, sottotenente in servizio attivo permanente, nel 1911. Il valore dimostrato nella sua lunga carriera si compendia nelle decorazioni conferitegli: una medaglia d’argento sul campo, consegnatagli dal comandante la 3a Armata, il Duca d’Aosta, due medaglie di bronzo e tre croci di guerra al valor militare. Nel corso della prima guerra mondiale, vissuta e sofferta interamente al fronte e specialmente sul Carso, venne ferito due volte. Le sue doti di studioso e le sue capacità gli consentirono la frequenza alla Scuola di guerra e l’ammissione al corpo di Stato maggiore. Fu quindi chiamato a delicati incarichi anche al Ministero della guerra e, per un periodo di quattro anni densi di fecondo lavoro, venne inviato in Bulgaria quale addetto militare presso la delegazione militare a Sofia. Al rientro in patria, fu nominato aiutante onorario del Re d’Italia. A Sofia ebbe la ventura di incontrare e di stringere cordiali rapporti di amicizia con monsignor Roncalli, rappresentante della Santa Sede, divenuto poi papa Giovanni XXIII. I rapporti cordiali tra i due non vennero mai meno anche negli anni in cui il prelato salì la scala della gerarchia ecclesiastica e persino durante il suo pontificato. Ne scaturì una lunga e cordiale corrispondenza, custodita poi, assieme ad altri ricordi e cimeli, dagli eredi. Tra gli scritti del Cocconi, di particolare interesse è un opuscolo intitolato Un largo impiego di gas venefici sulla fronte italiana durante la prima guerra mondiale. Il Cocconi, che in quel periodo rivestiva il grado di capitano, fu infatti aiutante maggiore del 10° Reggimento Fanteria della Brigata Regina, protagonista, quindi, delle pagine di eroismo scritte dalle truppe italiane nel primo impiego di gas venefici usati dagli Austriaci. In quell’episodio, benché colpito dalle esalazioni, il Cocconi fu alla testa dei pochi fanti disponibili e prese egli stesso a manovrare una mitragliatrice priva di serventi. Lo strenuo coraggio di un pugno di uomini valse a frenare l’avanzata del nemico che dovette ripiegare sulle posizioni di partenza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 giugno 1971, 3.

COCCONI GEROMINA, vedi FORMAINI GEROMINA


Parma 1500/1533
Figlio di Bernardo. Notaio (rogò dal 1500 al 1533), fu anche cronista e autore della Frottola, scritta contro i Rossi.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, in Aurea Parma 1958, 36, e 3-4 1959, 194.


Parma 1894/1912
Fu tenente aiutante maggiore in seconda dell’11° Reggimento Bersaglieri, decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: In ripetuti combattimenti disimpegnò le funzioni di aiutante maggiore con lodevole slancio, coraggio e noncuranza del pericolo (Macabez, 24 maggio 1912, Sidi Said, 28 giugno 1912, Begdaline, 15 agosto 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.


Parma 6 luglio 1822-Parma 1904
Collaborò col Lemoigne nello studio Sullo stato dell’Istruzione Veterinaria in Italia nel 1861 (Parma, 1861). Fu professore di zootecnia e materia medica veterinaria nell’Università di Parma (1857). Nel 1871-1872 fu invitato dall’Università di Bologna a insegnare materia medica e igiene. A Bologna fu direttore della Scuola Superiore di Veterinaria. Fu versatissimo in botanica. Tra le sue opere vanno segnalate: Flora dei foraggi che crescono negli stati Parmensi (Parma, 1856), Enumerazione dei funghi della provincia di Bologna (Cent. IV, Bologna 1882-1887), Una pinta singolare (in L’Annotatore 18 1857), Molluschi (Bologna, 1873), Proposta ai botanici (1857), Flora della provincia di Bologna (1883).
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 490; P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 53; F. Rizzi, Professori, 1953, 86.


Parma 19 ottobre 1877-Sivizzano Rivalta 21 dicembre 1943
Figlio di Giuseppe e Itala Crema. Valoroso tribuno e avvocato, il Cocconi chiuse il ciclo della poesia parmense d’ispirazione ottocentesca, affiancandosi al Sanvitale, al Rondani e allo Zanetti. Fu poeta civile, di derivazione romantica ma di taglio classico, cresciuto alla scuola del Carducci, come attestano le sue poesie (alcune delle quali furono anche musicate da Ildebrando Pizzetti e da Renzo Martini), raccolte in diversi volumi editi dal 1904 al 1922: Vigilia nuziale, Oltre l’addio e, soprattutto, Bivacchi e sogni, per tacere delle poesie patriottiche pubblicate nel 1915, assieme a versi di Luigi Sanvitale, sotto il titolo Rime eroiche. Spirito fiero e indipendente, generoso e cavalleresco, amante della libertà e insofferente della tirannide, accorse volontario nella prima guerra mondiale ove si guadagnò una medaglia d’argento al valor militare. Consigliere comunale di Parma e candidato alla Camera nell’anteguerra, si interessò di politica ma non fu mai un politico nel senso letterale del termine. Di idee socialiste, militò nel partito sino all’entrata in guerra nel 1915 ma fin da giovanissimo si schierò apertamente contro i possibilisti Berenini e Pacetti, che erano i numi tutelari del socialismo dell’epoca. Fu invece a favore di Amerigo Onofri, un intransigente, affidando i suoi vivaci dissensi di anticonformista alla reazionaria Gazzetta di Parma. Fu un ammiratore entusiasta di Margherita di Savoja. Nei giorni dell’intervento si affiancò ad Alceste De Ambris, che difese ripetutamente in Corte d’Assise, in piena battaglia contro il socialismo ufficiale. Al ritorno dalla trincea, ancora in divisa di fante, pronunciò un discorso al Teatro Regio di Parma contro gli interventisti imboscati che fece molto chiasso, così come le sue conferenze su Carducci e su Battisti (quest’ultima, anzi, fece nascere un pandemonio tra i fascisti e i loro avversari e lo stesso Cocconi ne fu pesantemente coinvolto). Democratico fino allo spasimo, oratore trascinante, conobbe i trionfi del Foro e il favore della folla, che guardò a lui come a un faro di luce e di sapienza. Antifascista senza ambagi, sopportò in silenzio i vent’anni di regime fascista e morì senza poter assistere alla vaticinata resurrezione della Patria tanto amata e disinteressatamente servita. Ebbe degna sepoltura a Sivizzano, accanto alla madre.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 50; A. Credali, Ildebrando Cocconi, in Gazzetta di Parma 24 settembre 1958, 3; Commemorazione di Ildebrando Cocconi, in Gazzetta di Parma 8 dicembre 1958, 5; Aurea Parma 43 1959, 215-216; F. Botti, Ildebrando Cocconi poeta, oratore, avvocato in Gazzetta di Parma 7 settembre 1959, 3-4; J. Bocchialini, Ildebrando Cocconi, in Figure e ricordi parmesi, Parma, 1960, 162-164.


Parma 26 dicembre 1821-Ozzano Taro 5 giugno 1883
Figlio di un calzolaio, con grandi sacrifici si laureò (1841) in medicina presso l’Università di Parma e divenne segretario di Giacomo Tommasini, scienziato e patriota di primo piano. Rappresentò nei collegi I e II la città di Parma al Parlamento nazionale per cinque legislature, dal 1865 al 1882. Nel 1847 fu nominato coadiutore al segretario del Protomedicato Uberto Antonio Bettoli, che era a quel tempo molto avanti con gli anni, e durò in tale carica fino al dicembre 1852, quando dovette precipitosamente fuggire dal Ducato per la scoperta di un’associazione mazziniana, di cui faceva parte. La sua destituzione venne annunciata con un decreto del duca Carlo di Borbone nel maggio 1853, in cui è detto che, considerando che il Dott. Cocconi nei primi di dicembre del 1852 si è allontanato dal proprio ufficio e dallo Stato, senza averne chiesta ed ottenuta la necessaria permissione, e che l’assenza di lui dura anche di presente, si provvede alla sua sostituzione con il dottore Claudio Cordero. Il Cocconi visse vari anni profugo a Torino (dove esercitò con successo la professione di medico), rimanendo sempre in contatto con i patrioti parmigiani e partecipando, secondo le deposizioni rese alla polizia parmense da alcuni congiurati, all’organizzazione di attentati d’ispirazione mazziniana negli anni precedenti il 1859. A Torino il Cocconi si prodigò a favore degli altri esuli parmigiani, fu eletto Presidente del Comitato per soccorrere l’emigrazione polacca e nel 1859 fu incaricato di preparare la difesa della città minacciata dall’avanzata austriaca. Nel 1848 servì nella Guardia Nazionale col grado di capitano e, dopo Custoza, seguì (7 agosto) in Piemonte il colonnello Berchet, comandante la Guardia Nazionale di Parma, rientrando in Patria l’anno successivo a causa di una grave malattia polmonare. Nel 1859 fu candidato all’elezione dei rappresentanti per l’Assemblea del Popolo delle Province Parmensi (la cosiddetta Costituente Parmense), ma non riuscì eletto. Giornalista di un certo valore, promosse la pubblicazione del giornale Il Presente e militò come deputato nella sinistra costituzionale, su posizioni moderate. In Parlamento ebbe molte cariche, fece parte di importanti commissioni, fu Presidente del settimo ufficio e Segretario dell’ufficio di presidenza della Camera. Poco eloquente, venne definito dalla Gazzetta di Parma, il muto di Montecitorio. Il Presente nacque nel 1867 e visse fino al 1889. Grazie al giornale, il Cocconi diede voce ai mazziniani, ai garibaldini, ai progressisti, ai radicali e a tutti quei gruppi che potrebbero genericamente essere qualificati di sinistra, ignorati dalla Gazzetta di Parma (bastione liberale e moderato) e dalla stampa di regime. Nonostante l’impronta democratica, però, Il Presente non si aprì mai alle nascenti formazioni socialiste. Alla scuola del Cocconi e del suo quotidiano si formarono quei giovani, un tempo mazziniani, poi progressisti, trasformisti e radicali, che dominarono la scena politica della Parma di fine Ottocento: primo tra tutti Gian Lorenzo Basetti, notabile della Val d’Enza, a lungo arbitro della politica provinciale. Iscrizioni in memoria del Cocconi si trovano nel cimitero di Parma e nella casa ove nacque.
FONTI E BIBL.: E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 2, 1932, 714; T. Sarti, Il Parlamento subalpino e italiano, Roma, 1896-1898; T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 272; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 364; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 4; M. Caroselli, La storia di Parma, 1980, 93-94; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 30 novembre 1983; Aurea Parma 1 1992, 22; L. Alfieri, Parma, la vita e gli amori, 1993, 244, 245; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti nelle scienze, nelle lettere e nelle arti o per altra guisa notevoli. Appendice II, Parma, Ferrari e Pellegrini, 1884, 13-19, che riporta il discorso funebre pronunciato da G. Mariotti; Pel XX anniversario della società di Mutuo Soccorso Pietro Cocconi, Parma, Bianchi e Schianchi, 1907; P. Marchetti, In memorie di Pietro Cocconi, in L’Emilia 28 aprile 1907; G. Sitti, Parma nel nome delle sue strade, Parma, Fresching, 1929, 62-63; A. Malatesta, Ministri, deputati e senatori dal 1848 al 1922, Milano, Istituto Editoriale Italiano, 1940, vol. I, 265; M. Giuffredi, Dopo il Risorgimento, ad Indicem.

COCLEA, vedi CINICO GIOVAN MARCO

CODECÀ, vedi CAPCASA

CO DE CHA MATTEO, vedi CAPCASA MATTEO

CODULO ALBERTINO, vedi CODULO ALBERTO


Parma-1315
Fu canonico della Diocesi di Liegi.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 254.


Parma 1412/1451
Armaiolo, figlio di Giacomo. È ricordato in diversi atti notarili: 5 Febbraio 1412, testamento della sig.ra Caterina f. q.m Pietro de Montebrancano e moglie di Giacopino de Saldinis, ab.e in Parma nella vic.a di San Sepolcro, col quale istituisce suo erede universale Codurum de Coduris civem parme, obbligandolo di fare seppellire honorifices la di lei salma et facere dicere septimum pro anima sua et tunc dare et distribuire in pane cocto pro anima sua staria duo frumenti. Actum parme in vic.a Scti sepulcri in domibus in quibus habitat suprascriptus Codurus de Coduris et ipsa domina testatricis (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile di Parma); 11 Agosto 1413, Coduro de Coduris abitava nella vicinanza di San Sepolcro sulla strada Claudia (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile di Parma); 8 Giugno 1419, testimonio Coduro de’ Coduris f. q.m Giacomo della vic.a di S. Giovanni pro burgo de medio (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile di Parma); Mccccxxxj Indicione viiij die xxxj Ianuarii. Coduru de Coduris filius quondam domini Iacobi civis parme vicinie maioris Ecclesie Tutor legitimus, Decreto Iudicis confirmatus, et ut et tamquam Tutor et totorio nomine Antonii de’ Bochalariis pupili f. quondam Iohannis vicinie Sancti Blaxi et qui Codurus tutor predictus fecit et composuit inventarium de bonis, rebus et iuribus dictis pupilli prout de dixit tutella et inventario constat publicis instrumentis rogatis per Iohannem de Bocetis notarium publicum parmensem Millesimo cccc trigesima indictione viij die secundo Iunii pro se dicto nomine ac heredes et successores dicti Antonii pupilli, dedit, concessit et locavit Iuliano de Ottolinis f. q.m Alberti habitatori civitatis parme vicinia Sancti Blaxii ivi presenti pro se suisque heredibus et successoribus et eru declerit unam domum muratam et copatam et stationatam positam in civitate parme in vic.a Sancti Michaelis de Canalis, cui sunt fines ab Francisci et Dominici fratrum de Moyule bochalariorum, ab Domini Iohanne Antonii de Bonsigninis, ab via communis, ab salvis aliis confinibus ad affictum et pro affictu ac pensione hinc ad novem annos proxime futuros incepturos die primo februarii anni presentis et finituros ut sequitur ad computum et pensionem et racionem librarum quinque soldorum octo et denariorum quatuor imper. pro quolibet anno ipsorum viiij annorum ascendit ad sommam librarum quadraginta octo, et soldorum quindecim imper. et qualiscumque sit ipsa domus intradictos confines permaneat et consistat ad computum et rationem librarum quinque, soldorum viij, denar. iiij imperialium pro quolibet anno ipsorum viiij annorum salvo errore calculi. De quibus librarum xl. octo, sold. quindecim et denariorum quatuor imper. dictus Codurus tutor suprascritus, tutorio nomine quo supra pro fictu et pensione integra omnium dictorum viiij annorum a dicto Iuliano sibi bene solutus renunciavit exceptioni de non datis, non habitis. Ipse Codurus tutor suprascriptus a dicto Iuliano habuit et recepit in presencia mei notarii secundique notarii et testium infrascriptorum dandos et pro dando Domine Marie f. q.m Petri dicti Rubeis de Tuschis uxori presentialiter Marci de Gondis et olim p. uxori Antonii de Guerciis de Bercepto f. q.m Zanini «alla quale erano dovute perché formanti parte della dote di essa Maria costituitasi in lire 150 imp. all’epoca del matrimonio primo da lui celebrato con Antonio Guerci come risultava dal rogito dotale ricevuto il 24 Settembre 1421 da Francesco Maini not.o parmigiano. Di questa somma di 150 lire Antonio Guerci avevane impiegate 65 presso il defunto Giovanni Bocalaio padre» dicti Antonii pupili pro ut patet publico Instrumento depositi predicti rogato per quondam Andream de Pezalis not. M.cccc.xxi. Indictione xv die trigesimo Iunii. Ora coll’approvazione del sapiente ed egregio dottore Guglielmo de Drompelis Giudice «rationis Mag.ci et potentis viri domini Conradi de Careto Marchionis Saone honorabilis Commissarii et Potestatis parme» il ricordato Coduro Coduri paga alla Maria de Gendis lire 48 e soldi 15 in conto della maggior somma di lire 65 e per conto del pupillo suo Antonio, «et de quibus denariis ipsa Maria, finem fecit dicto pupillo ibi presenti dictoque Coduro tutori suo et me notario infrascripto uti pubblico persona de omni eo et toto quod dicto pupilo petere possit occasione dicti depositi ut sopra librarum 1xv imper. et riservato sibi iure petendi et exigendi a Fracisco et Dominicho fratribus dicti pupili et residuum debiti predicti dictarum librarum 1xv quod libras xvj sold. v imper. (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma); 3 Ottobre 1432, il provvido uomo Michele da Rimini f. del Sig. Marino Rettore hospitalis Militum tercii Ordinis sancti Francisci de Parma, affitta in detta qualità di Rettore a Coduro de Coduris f. q. Sig. Giacomo della vic.a di Sant’Antonino una pezza di terra lavoria con casa posta in Villa Beretta in vicinia Sancti Bartholamei de Strata rupta (rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile di Parma); 11 Giugno 1433, testimonio Coduro de Coduris f. q.m Iacobi vic.ae Sancti Antolini (anche in altro atto del 30 marzo; rogito di notaio anonimo nella Miscellanea filza 35, Archivio Notarile di Parma); 24 Maggio 1435, actum parme in vicinia Sancti Vitalis, ante stacionem communis sita in pallacio olim domini Potestatis per pavonem presentibus Coduro de Coduris f. q. domini Iacobi vic.ae Sancti Antolini (rogito di Antonio Buroni, Archivio Notarile di Parma); 23 dicembre 1441, actum in civitate parme in stacione et apoteca armorum quam tenet ad pensionem Coduri de Coduris, iuris Communis parme signatam per arma Communis et per Nomen Iesus, sita in vic.a Sancti Vitali presentibus dicto Coduro de Coduris f. q.m Iacobi vicinie Sancti Antolini (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma); 29 Gennaio 1442, actum in Civitate parme in Stacione et Apotecha armorum Coduri de Coduris iuris Communis parme segnata per nominem Iesus et per arma Communis parme sita in vicinia Sancti Vitalis presentibus Petro da Varsio dicto Bazino et Coduro de Coduris predicto f. q.m Iacobi vic.e Sancti Antolini omnibus testibus ydoneis civibus oriundis et habitatoribus civitatis parme ad predicta (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma); 18 Novembre 1444, testimonio Coduro de Coduris f. q.m Giacomo della vicinanza di San Antonino (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma); 6 Novembre 1445, testamento di Bertolino f. q.m Gherardo Borri abitante alla Villa territorio di Montechiarugolo che fu ricevuto «in stacione Armadure Communis parme segnata per Iesu posita in vic.e Sancti Vitalis quam tenet ad pensionem a Commune parme vel ab Agetibus pro ipso Commune Codurus de Coduris, presentibus ipso Coduro de Coduris f. q. Iacobi vic.a Sancti Antolini (rogito di Lodovico da Nevano, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 20-22.


Parma 1448/1451
Armaiolo, figlio di Coduro. È ricordato in atti notarili e documenti contabili: Il 23 Dicembre 1448 pagato a Giacomo de Coduris lire 192 per altrettante lancie in servizio del Comune di Parma; lire 20 per due baliste a buxalla e lire 34 e soldi 15 per prezzo lancearum xlvj a pedite et ab equo ferratis consignat. Tadeo de Buralis pro precio s. xij; d. vj pro lancea et pro una andata facta Cremona (a carta 60 verso del Liber zaldus et azurus Mag.ce Co.itatis Parme); 1449, in quest’anno eravi però in Parma un Giacomo de Coduris il quale prestava giuramento di fedeltà a Francesco Sforza (Pezzana, Storia di Parma, III, app. 7); 3 Settembre 1449, testimonio Giacomo de Coduris f. del Sig. Coduro della vic.a di Sant’Antonio; 25 Marzo 1451, testamento dello strenuo Niccolò de Ferofinis di Alessandria f. del fu Giacomo alloggiato co’ suoi uomini d’armi nella terra di Coenzo, ma essendo infermo trovasi di presente ospitato nella casa di Giovanni Zaboli in via di S. Alessandro, al quale è presente fra diversi testimoni anche Giacomo de Codursis figlio di Coduro della vic.a di San Antonino (rogito di Martino Ricci, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 22.


Parma 1424/1440
Figlio di Coduro. Frate e priore della chiesa e ospedale (dell’Ordine dei Crociferi) di San Bartolomeo di Strada Rotta in Parma. Nel 1437 fu inviato al Concilio di Basilea a nome del clero di Parma. Il Coduri è ricordato in alcuni atti notarili: 8 Maggio 1424, venerabilis vir D. Frater Ioannes de Coduris filius Coduri Prior ecc.e sancti Bartholamei strate rupte ordinis Cruciferorum. Actum ad banchum et officium buletaum Civitatis parme situm super plateola herbe Co.is parme. In altro rogito dell’11 Gennaio 1425, è detto prior domus ecclesie et hospitalis S. Bartolomei (rogito di A. Baroni, Archivio Notarile di Parma); 7 Maggio 1437, frate Giovanni de Coduris figlio di Coduro della vic.a di S. Antonino Priore del Priorato di S. Bartolomeo di Strada rotta eletto col sacerdote D. Giorgio de Paniciiz Arciprete della Pieve di S. Giovanni Ev. di Castelnuovo a Sera a portarsi al Sacro concilio di Basilea a nome del Clero di Parma, al quale oggetto gli vengono sborsati Ducati 50 d’oro in oro pro eorum sallario et stipendio mensium duorum et ibi pro ipso Clero et nomine ipsius facere eaque fieri expedient (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma); 15 Maggio 1437, testimonio Frate Giovanni de Coduris figlio di Coduro, Priore del Priorato di S. Bartolomeo di Strada rotta abit.e in Borgo Carlo (rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile di Parma); 18 Luglio 1440, frate Giovanni de Coduris era Priore del Priorato di S. Bartolomeo di Strada Rotta presso Parma dell’Ordine de’ Crociferi retto allora da Frate Andrea de Eugabio Dottore in Decreti e Ministro generale dell’Ordine tutto (rogito di Gherardo Mastagi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 20-22.


Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Di condizione forse libertina, fu dedicatario di un’epigrafe, perduta, postagli da Nicostratus alumnus, presumibilmente attribuibile, per la presenza della formula D.M., al periodo imperiale. Il nomen Coelius, presente a Parma forse in una seconda epigrafe, di cui tuttavia la lettura non è certa, indicherebbe l’appartenenza di questo personaggio alla gens Coelia, plebea, forse di origine etrusca, la cui presenza in tutta la Cisalpina è notevole. Timotheus, cognomen grecanico diffuso ovunque, è presente tuttavia raramente in Cispadana e in questo unico caso in Parma.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 81.


Busseto 1465
Mastro fornaciaio, figlio di Tommasino. È ricordato in due atti notarili: 11 Febbraio 1465, Maestro Giacomino de Collis fornaxarius, figlio del fu Tommasino abitante al castello di Busseto, compera dalli mag.ci Gio. Lodovico e Pallavicino fratelli marchesi Pallavicino figli del fu Rolando, ventinove biolche di terreno nella villa delle Roncole di Busseto in prezzo di lire 116 imperiali, a queste 29 biolche li detti signori aggiungono per liberalità il dono di pertiche otto di terra lavoria a quelle confinanti esonerate da qualunque gravezza sì reale che personale (rogito di Pietro Brunelli, Archivio Notarile di Parma); 24 Settembre 1465, Maestro Giacomino de Coellis fornaxario abitante in Busseto (rogito di Pietro Brunelli, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 27-28.


Borgo San Donnino 30 novembre 1890-Fidenza 1 febbraio 1949
Figlio del fotografo Achille, imparò la professione paterna dopo aver fatto pratica per alcuni mesi dagli Alinari a Firenze (1906). A vent’anni perdette il padre e iniziò, aiutato dalla madre, l’attività autonoma. Ben presto dovette partire per la prima guerra mondiale (fu dislocato in Albania). Al ritorno finalmente poté dedicarsi allo studio fotografico. La sua attività di fotografo fu marcata dalle profonde evoluzioni storiche e sociali successive al primo conflitto mondiale. Tornato dalla guerra, ritrovò la sua città intatta, ma già incalzavano quelle vicende che in seguito portarono all’affermazione del fascismo. Il nuovo regime segnò, anche a Borgo San Donnino, una rottura con le abitudini e le tradizioni del passato, seguita dalla rapida instaurazione di un diverso ordine politico e sociale. Le fotografie del Coen sono un documento attendibile e obiettivo di questa nuova situazione, che ben presto si consolidò e si rifletté sulla vita quotidiana. In pochi anni, Borgo San Donnino mutò completamente aspetto e questo cambiamento trovò un suggello ufficiale nel giugno del 1927, allorché la città assunse il nome di Fidenza. Le fotografie del Coen rievocano i momenti salienti e le grandi cerimonie di quegli anni, comprese le inaugurazioni delle opere pubbliche realizzate dal nuovo regime: quelle opere con le quali iniziò una serie ininterrotta di interventi, più o meno validi, sul tessuto urbanistico locale. Nel 1925, tra l’altro, fotografò il re Vittorio Emanuele mentre inaugurava il monumento ai Caduti di Fidenza. Ma Borgo San Donnino non mutò soltanto dal punto di vista urbanistico, dal momento che fu tutta la vita della città a cambiare profondamente. Confrontando le fotografie del Coen con quelle del padre e con quelle più antiche di Nullo Musini, si ha la netta sensazione di una città diversa, che, nel bene e nel male, si avviava a superare la dimensione raccolta e angusta del borgo (e, forse, fu proprio questa l’aspirazione inconfessata di chi volle abbandonare il nome medioevale, con tutto quanto esso poteva rappresentare). La folla che partecipava alle manifestazioni patriottiche promosse dal regime era formata dalle stesse persone, ma era cambiato il loro modo di vivere nella città. I luoghi nei quali si snodava la vita collettiva di Fidenza non erano più i luoghi tradizionali (la piazza del Duomo, il pozzone in una certa misura, la stessa piazza della Rocca), ma i nuovi centri di aggregazione, in cui si celebravano, tra l’altro, le liturgie del regime (il Parco delle Rimembranze, il Palazzo del Littorio, la sede dell’Opera Nazionale Dopolavoro, la piscina Dux e il campo sportivo). È dunque logico che fossero questi luoghi a essere fotografati, anche se soltanto come sfondo di quelle manifestazioni delle quali erano teatro. Dal punto di vista tecnico, prevalgono perciò le inquadrature dall’alto o da lontano, che danno il senso della massa ma cancellano le individualità (eccezion fatta per notabili e gerarchi) e rendono indifferente l’ambiente circostante. Al di là di queste considerazioni, l’opera del Coen merita di per sé un’attenzione non superficiale. Si può dire che, con lui, la fotografia superò definitivamente, nel contesto provinciale di Fidenza, la dimensione pionieristica e lo testimonia la quantità di riprese dedicate a ogni avvenimento. Il Coen fotografò automobili, autocarri militari, pezzi meccanici, incidenti stradali, così come documentò cerimonie patriottiche e matrimoni. Non fu soltanto fotografo di avvenimenti, anche se cessò di essere fotografo di luoghi. Quel che restò in lui fu l’insegnamento del padre, che si tradusse in una tradizione di mestiere e di ricercatezza formale che non venne meno, anche quando si adattò alle mutate circostanze. Quel che, forse, gli mancò, fu la passione privata per la fotografia, che invece sempre animò il padre Achille. In questo senso, si può affermare che egli fu più professionista poiché operò soltanto su commissione. Con le leggi razziali (il Coen era ebreo) gli venne ritirata la licenza. Nel 1944 gli vennero tolti tutti i macchinari e distrutto lo studio. Arrestato con una sorella e la madre, fu dapprima imprigionato a Scipione Castello, poi a Parma. Successivamente i Coen furono internati in un campo di concentramento a Bolzano. Le violenze subite (frattura della spina dorsale) condussero il Coen alla morte.
FONTI E BIBL.: Ciao Borgo, 1987, 11-12; R. Rosati, Fotografi, 1990, 203.


Parma 28 giugno 1916-Lugagnano di Monchio 20 novembre 1944
Di famiglia ebraica perseguitata in seguito alle leggi razziste emanate nel 1938 dal regime fascista, aderì alla resistenza armata nella primavera del 1944 come partigiano della 47a Brigata Garibaldi, fino a divenirne il Capo di Stato Maggiore. Il 20 novembre 1944, durante il rastrellamento operato da forti reparti tedeschi contro le formazioni partigiane schierate tra le Valli dell’Enza e del Baganza, cadde in un’imboscata sulla strada presso il ponte di Lugagnano, nelle vicinanze di Monchio delle Corti. Nello scontro a fuoco vennero uccisi, insieme con il Coen, il comandante di brigata Aldo Zucchellini, il vicecommissario Bruno Ferrari e i partigiani Giorgio Lambertini e Ave Melloli. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 72; Enciclopedia di Parma, 1998, 244.

Bassa Parmense 12 aprile 1911-Parma 22 aprile 1980
A Parma compì gli studi classici e conseguì, a pieni voti, la laurea in chimica e farmacia nel 1937 e in chimica pura nel 1940. Nel 1938 fu nominato assistente alla cattedra di chimica generale dell’Università di Parma. Richiamato alle armi all’inizio del 1943, riprese il suo posto in Università nel 1945 e, nominato aiuto, ricoprì negli anni sino al 1965 vari incarichi di insegnamento facenti capo all’Istituto di chimica generale. Nel 1958 conseguì la libera docenza in chimica generale e inorganica, che venne definitivamente confermata nel 1963. Dal 1965 al 1980 ricoprì l’incarico dell’insegnamento di chimica nella facoltà di medicina e chirurgia. Autore di una vasta e varia produzione scientifica, il Coghi profuse le sue straordinarie doti di preparazione e rigore nell’attività didattica, non solo negli insegnamenti ufficiali di chimica generale e di chimica analitica, ma anche in altri numerosi corsi da lui curati con entusiasmo e impegno. Nella difficile situazione postbellica si prodigò per la riorganizzazione delle mutilate strutture dell’Istituto di chimica generale con dedizione e saggezza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 aprile 1980, 6.


Parma 11 agosto 1846-Poviglio agosto 1894
Fu allievo della scuola di musica annessa alla banda cittadina di Parma. Nel giugno 1886 venne nominato direttore della banda municipale di Novara, con la quale, nella gara nazionale delle bande svoltasi a Parma nel settembre del 1887, riportò il primo premio.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 52-53.


Mantova 1874-Parma 1949
Figlio del grande economista Salvatore, che fu professore di economia politica all’Università di Torino, studiò a Torino nella facoltà di legge di quell’Università, ove ebbe a compagno di studi Luigi Einaudi. Nel 1904 si trasferì a Parma, ove insegnò dapprima diritto ed economia politica all’Istituto Tecnico e poi, per molti anni, economia e legislazione agraria nella facoltà di legge dell’Università degli Studi. Fu autore di parecchie pubblicazioni di carattere giuridico e di alcuni studi sul Mistrali.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 51.

COGORAMNO PIETRO GIOVANNI DOMENICO, vedi COGORANI PIETRO GIOVANNI DOMENICO


Parma XIV secolo-1417
Figlio di Duarte. Fu canonico capitolare della Cattedrale di Parma, poi fu designato vescovo di Rimini da papa Martino V (amico personale del Cogorani), non appena eletto pontefice nel Concilio di Costanza. Morì prima di essere consacrato.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 691; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271; Palazzi e casate di Parma, 1971, 381


Parma prima metà del XVI secolo
Ingegnere attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 140.


Parma 12 giugno 1554-Parma 19 giugno 1618
Figlio di Lodovico e Bianca Massera. Ingegnere militare, militò con Alessandro Farnese in Fiandra per circa dodici anni. Passato in Ungheria a servizio dell’imperatore Rodolfo II, vi divenne consigliere militare e ingegnere generale del Regno. Lavorò alle fortificazioni di Strigonia e Altemburgo. Nel 1596 difese Agria contro i Turchi, agli ordini di don Giovanni de’ Medici, ma per l’esiguità delle forze la città dovette arrendersi. Nel 1597 lavorò alle fortificazioni di Vaccia (alto Danubio). Tornato in Italia, fortificò Borgo San Donnino e Parma. Seguì poi le truppe modenesi di Ippolito Bentivoglio nella spedizione in Garfagnana (1603). Lavorò alle fortificazioni di Livorno nel 1611 e nel 1614 fu al servizio del governatore di Milano. Morì a Parma, dove era tornato per riprendere i lavori alle mura.
FONTI E BIBL.: Bosi, 186; A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 588; Enciclopedia militare, III, 107; L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1933, 198; L.A. Maggiorotti, Architetti militari, II, 1935, 432; C. Promis, Biografia, in Miscellanee di storia italiana, XVI, Torino; A. Valori, Condottieri, 1940, 91; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 126.

COGORANI DOMENICO, vedi COGORANI PIETRO GIOVANNI DOMENICO


Parma-Colorno 2 novembre 1752
Conte, figlio di Claudio. Discendente da nobilissima famiglia, acquistò fama presso i suoi concittadini per la vasta cultura e la perfetta conoscenza del greco e del latino. In quest’ultima lingua scrisse la maggior parte delle sue opere. Fu membro dell’Arcadia con il nome di Enope Orfeio e come tale pubblicò molti suoi versi in varie raccolte. Fu imparentato con la migliore nobiltà di Parma: la moglie del fratello Giovanni Francesco, Teresa Pescatori, fu dama d’onore della regina Elisabetta Farnese, consorte di Filippo V di Spagna e sua nipote Maria Emanuella andò sposa al conte Filippo Linati. Il Cogorani morì in un incidente durante un’esercitazione con un cavallo ligneo da giostra, dal quale cadde pesantemente al suolo. Uno degli esecutori testamentari (testamento del 1° novembre 1752) fu Bernardino Giordani, padre del poeta Luigi Uberto.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 588; R. Giordani, Opere scelte di L.U. Giordani, 1988, 336-337.


Parma-Copenaghen 22 aprile 1742
Figlio di Claudio e fratello di Ferrante. Fu primo maggiordomo, gentiluomo di Camera, primo presidente delle miniere, giudice di tutte le cause della Corte di Filippo V e suo ambasciatore a Copenaghen. Si sposò con Teresa Pescatori, dama d’onore della regina Elisabetta Farnese.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 588.


Parma 1565/1595
Ingegnere civile e orefice coniatore, fu perito dei Cavamenti di Parma per molto tempo: lo si trova per la prima volta citato con questo incarico nell’anno 1565. In data 5 luglio 1568 è una Lista delle opere di muradore che hanno murato dietro al canallo magior’ , a firma Pietro Iovanno Do. Cogoramno, e poi ancora lo si trova in numerose altre occasioni fino al 1595.
FONTI E BIBL.: P. Zanlari, Tra rilievo e progetto, 1985, 95.

COGORANO, vedi COGORANI


Parma prima metà del XVIII secolo
Incisore di stampe a bulino, attivo nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 270.


Parma 1471
L’erudito Paolo del Dosi, genovese, dedicò nel 1471 al Cola, orefice e gioielliere molto abile, la copia da lui fatta del Lapidario o trattato delle pietre preziose di Evace.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 461.


Parma 1940-Parma 11 dicembre 1993
Si formò artisticamente a Firenze, frequentando prima l’Istituto d’Arte e successivamente l’Accademia. Iniziò a dipingere nel 1965, con una collocazione post-impressionista. Passò quindi al figurativo moderno, mantenendo però una costruzione della forma di tipo rinascimentale. Dalla fine degli anni Settanta creò anche gioielli. I suoi temi preferiti furono ritratti, figure e paesaggi. Usò olio, tempera, gouaches, gessi colorati e, per i gioielli, olio su avorio. Relativamente all’attività espositiva, esordì nel 1967 a Firenze. Quindi espose in numerose città italiane, con mostre personali e collettive, ricevendo premi e onorificenze.
FONTI E BIBL.: Della Coli hanno scritto P. Bianchi, R. Bertoli, A. Battistini, G.M. Mazzoni, P.P. Gandini, M. Portalupi e L. Alfonsi; Dizionario artisti italiani XX secolo, 1979, 97.

COLIBRÌ, vedi BRICOLI BRUNO


Montechiarugolo-Alessandria 9 settembre 1943
Figlio di Alberto. Artigliere del 2° Reggimento Artiglieria Pesante, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Servente di un pezzo postato allo scoperto alla difesa di una posizione soggetta ad intenso fuoco di artiglieria avversaria, incurante della propria incolumità continuava impavido il servizio al pezzo, fino a quando una granata, che colpiva in pieno il pezzo, non ne stroncava la giovane vita. Fulgido esempio di cosciente sacrificio e di alto sentimento del dovere.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1947, Dispensa 18a, 1698; Decorati al valore, 1964, 58-59.


Parma ante 1718-Parma 7 agosto 1752
Fu violinista alla chiesa della Steccata di Parma dal 25 marzo 1726 al 1751 e alla Cattedrale di Parma dal 3 maggio 1718 al 3 maggio 1752 .
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1726-1751; Archivia della Cattedrale di Parma, Mandati 1700-1725, 1726-1747, 1747-1761; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 164.


Parma ante 1819-post 1842
Studiò con Luigi Tartagnini, primo fagotto della Ducale Orchestra di Parma. Il maestro lo fece debuttare con altri suoi allievi il 1° gennaio 1819 in un’accademia al Teatro Ducale di Parma, nella stagione di Fiera del 1819, quando interpretò Alidoro nella Cenerentola al Teatro Majocchi di Cento. Nel 1823 lo si trova al Teatro Comunale di Trieste nelle cinque opere di repertorio, nel 1827 al Teatro Comunale di Bologna nel Falegname di Livonia di Pacini, mentre l’anno successivo al Teatro Contavalli della stessa città in Elisa e Claudio di Mercadante. Nel 1829 al Teatro di Tordinona di Roma fu in Torvaldo e Isolina di Morlacchi e nell’agosto 1831 al Teatro Ducale di Parma. Il Ferrari riporta che in luogo del basso Pietro Giani partito per Corfù, si produsse il basso Colla, parmigiano, della cui abilità non è fatto menzione. Nell’ottobre 1841 fu a Varese in Chi dura vince, opera che ripropose poi a Novara, mentre nel Carnevale 1841-1842 fu a Savona come primo basso nella Norma e nella Gemma di Vergy.
FONTI E BIBL.: Cametti; Ferrari; Levi; Trezzini; G.N. Vetro, Voci Ducato, in Gazzetta di Parma 23 maggio 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 6 dicembre 1806-Parma 10 marzo 1857
Nacque da Carlo e da Teresa Berari. Professore di astronomia e meteorologia all’Università di Parma, fu direttore dell’Osservatorio meteorologico di Parma, città nella quale trascorse tutta la sua vita, dedicandosi a osservazioni di fenomeni astronomici e meteorologici con una diligenza e accuratezza tale che non gli sfuggirono le più singolari circostanze e le più piccole particolarità. Fu un abilissimo e paziente ricercatore di comete: molte osservazioni gli meritarono riconoscimenti a livello europeo. Fu membro di molte società astronomiche e meteorologiche e di molte accademie, come la fisico-medico-statistica di Milano. Scrisse su diversi giornali, come l’Institut, il Giornale di Scienze Matematiche e Fisiche di B. Tortolini e la Bibliothèque de Genève. Fu in corrispondenza epistolare con molti scienziati, come G. Plana, F. Carlini, J.R. Hind e K.C. Bruhns, con uno scambio continuo di esperienze: questo suo lavoro anno per anno fu raccolto in volumi conservati presso l’Osservatorio. Non poté vedere realizzato un suo grande desiderio: rendere anche astronomico l’Osservatorio meteorologico di Parma, come il governo ducale stava allora per fare. Il 15 maggio 1845 sulla Gazzetta Ufficiale a Parma venne pubblicato un articolo, Cenni sopra le quattro comete telescopiche apparse nel principio dell’anno MDCCCXLV, in cui il Colla spiega che l’anno 1845 è molto fecondo per l’apparizione di comete perché già entro febbraio quattro astri si trovano simultaneamente visibili in tutta Europa. Delle 4 la prima ad apparire fu scoperta a Berlino il 28-12 da D’Arrest presso la stella quindici del Cigno; poi la seconda cometa appare alla fine di gennaio agli astronomi del Collegio Romano nella sera del 24. La terza fu scoperta dal Colla nella sera del 5 febbraio tra le stelle della piccola costellazione del Fornello Chimico verso 33° di ascensione retta e 25° di declinazione; la quarta cometa fu scoperta dagli astronomi del Collegio Romano la sera del 25-2 nella costellazione boreale dell’Orsa Maggiore. Nella Raccolta fisico-chimica italiana del professor F. Zantedeschi (I, Venezia, 1845) compaiono vari lavori del Colla: Cenni sopra le 4 comete telescopiche apparse nel principio dell’anno 1845 con emendazioni ed aggiunte (le aggiunte sono, pp. 41-55, Sulla cometa D’Arrest, Sulla cometa apparsa in Europa il 5-2 e Sulla cometa scoperta a Roma il 25-2, in quest’ultima il Colla osservò gli elementi parabolici della cometa calcolati dagli astronomi E.I. Cooper e A. Graham sulle osservazioni del 27 febbraio e 11 e 27 marzo e concluse che dagli elementi calcolati risulta che nessuna cometa di quelle registrate nei cataloghi ha una positiva somiglianza con questa, la quale sembra nuova per noi), Cometa scoperta a Parma nel 2-6 e Comete periodiche di Enke e di Biela. Osservò quindi il Colla: Queste due comete sono state trovate ed osservate per la prima volta dagli astronomi del Collegio Romano il 10-7 presso la stella 26 dell’Auriga (quella di Biela è stata vista dopo la metà di novembre). La cometa di Biela è stata vista a Parma il 16-12 1845 presso la stella ?À della costellazione zodiacale dei Pesci in vicinanza all’equatore. Era di una debolezza estrema non presentando né traccia di coda, né nucleo, né condensamento di luce nella parte centrale, ma solo una languida luminosità irregolare. Il Colla l’ha vista nelle sere del 17, 22, 25, 26, 27 e 29; il passaggio al perielio avrà luogo l’11-2-46. Sempre sulla stessa Raccolta fisico chimica italiana (I, pp. 331-339) furono pubblicate Sulla quantità d’acqua che cade annualmnete allo stato di pioggia e di neve a Parma dedotta da osservazioni udometriche di 18 anni dal 1828 al 1845 e (pp. 237-240) Considerazioni intorno ad una luce particolare che manifestasi con frequenza di notte verso la parte boreale del cielo. Il Colla notò questo fenomeno che registrò sotto il nome di impressione luminosa verso ponente estivo: è una luce che si presenta sotto deboli apparenze e per questo passa inosservata, ha qualche somiglianza con una luce zodiacale, ma si trova nel meridiano magnetico. Il Colla pubblicò a Venezia nel 1847 Cenni sopra le otto comete telescopiche apparse nell’anno 1846 e sugli Annali di Scienze Matematiche e Fisiche (II, 1851, pp. 80-92), Sulle due comete scoperte nell’anno 1850 da Peterson e da Bond, e sul ritorno della cometa periodica di Faye scoperta nel 1843. Sempre sugli Annali di Scienze Matematiche e Fisiche (VI, 1855, pp. 393-406), apparve Sulla V cometa del 1854 che il Colla vide il 22 febbraio 1854, tra le stelle ?Á e ¹ della coda dell’Idra a circa 13h 30m di ascensione retta e a meno 24° di declinazione. Sulla Gazzetta di Parma e sulla Gazzetta Ufficiale uscirono vari articoli del Colla: Sulla cometa di Westphal e sui quattro nuovi asteroidi scoperti negli ultimi mesi (Gazzetta di Parma 8 dicembre 1852), Sulla cometa di Westphal e sui nuovi pianeti Lutetia, Calliope e Talia, scoperti nell’ultimo bimestre dell’anno 1852 (Gazzetta di Parma 12 febbraio 1853), Sulla nuova cometa, sulla nuova nebulosa a doppio nucleo scoperte all’Osservatorio del Collegio Romano nel 6 marzo 1853 (Gazzetta di Parma 10 aprile 1853), Sulle scoperte di tre nuovi pianeti Temi, Phocea e Proserpina fatte nell’anno 1853 negli Osservatori di Napoli, Marsiglia e di Bilk dagli astronomi De Gasparis, Chacornac e Luther e sulle scoperte fatte in questo stesso anno dagli astronomi Secchi, Schweizer e Klinkerfues negli Osservatori del Collegio Romano, di Mosca e di Gottinga (pubblicati sui nn. 185, 187, 188 dell’anno 1853 della Gazzetta Ufficiale di Parma; il Colla osservò i dati sugli elementi ellittici del pianeta: anomalia media, longitudinale del perielio, longitudinale del nodo ascendente, inclinazione, angolo di eccentricità). Sui nn. 86 e 98 del 1854 della Gazzetta Ufficiale di Parma uscì una nota del Colla: Sopra i piccoli pianeti Euterpe, Bellonia ed Anfitrite scoperti a Londra ed a Bilk dagli astronomi Hind, Luther e Marth, tra il novembre 1853 ed il marzo 1854, sugli altri planetoidi situati tra Marte e Giove e sulle scoperte delle comete di Klinkerfues e di Bruhns fatte a Gottinga ed a Berlino tra il giugno ed il dicembre 1853 e sull’apparizione dell’ultima nel marzo 1854. Sempre sulla Gazzetta Ufficiale di Parma, nei numeri 140, 213, 214 e 221 del 1854 fu pubblicato Sopra la terza e quarta cometa del 1854 scoperte all’Osservatorio di Gottinga dall’astronomo Klinkerfues nel 4 giugno e 11 settembre e sul pianeta Urania scoperto all’Osservatorio Bishop a Londra dall’astronomo Hind del 22 giugno. Infine va citata una memoria estratta dalla dispensa 14a del 20 novembre 1855 della Enciclopedia contemporanea di Fano: Intorno alle scoperte di quattro pianeti della famiglia degli asteroidi Circe, Leucotea, Athlanta e Fides, fatte nell’anno 1855 dagli astronomi Chacornac, Luther e Goldschmidt a Parigi e a Bilk tra il 6 aprile e il 5 ottobre e sulle scoperte di due comete telescopiche di Schweizer e Donati fatte a Mosca e a Firenze tra l’11 aprile e il 3 giugno e sul ritorno della cometa a corto periodo di Enke. Tra le altre opere, si ricordano: Stelle cadenti (Parma, 1838), Aurora boreale (Parma, 1840), Ago magnetico (Parma, 1842) e Ozono atmosferico (Parma, 1885).
FONTI E BIBL.: P. Pigorini, Necrologio del professor Antonio Colla, Parma, 1857; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri e benemeriti, Genova, 1877, 119-120; J.C. Poggendorff, Biograph-liter. Handwört. zur Gesch. der exact. Wissensch., I, 462 s.; L. Amaduzzi, Il p. Angelo Secchi e le sue relazioni col professor Antonio Colla, in Aemilia 4 1929, 31-36; N. Janiro, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 757-759.


Parma 1799
Medico oculista di valore, vissuto nel XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: T. Adorni, Sonetto per estrazione di cateratta operata da Augusto Luigi Colla, Parma, Gozzi, 1799.


Parma XVII secolo-Parma 4 gennaio 1704
Conte, sacerdote, canonico della Cattedrale di Parma, fu buon disegnatore e pittore. Morì improvvisamente nella Piazza Grande di Parma, colpito da un accidente apoplettico. Fu sepolto nella chiesa dei padri Teatini. La sua prebenda di Sorbolo fu conferita (29 luglio 1704) dal pontefice Clemente XI al conte Giuseppe Mischi.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 70-71; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 327.

Parma 1701
Fu suonatore di oboe alla chiesa della Steccata di Parma il 25 marzo 1701.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1700-1702; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 160.


Parma 30 dicembre 1807-Collecchio 13 marzo 1883
Fu assistente di Giacomo Tommasini. Nominato medico condotto di Collecchio e Golese nel 1836, si dimise dall’incarico il 31 dicembre 1881. Assistette i colpiti dalle epidemie di colera del 1836, 1855 e 1867 e dalle febbri malariche che nel 1868 si diffusero dalle risaie di Giarola e Talignano. Quale riconoscimento dei suoi meriti nel campo della salute pubblica, ebbe dallo Stato una decorazione al valore civile (1855).
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3; U.A. Pini, Poesia dialettale inedita di G. Bonvicini, in Aurea Parma 3 1966, 196; U. Delsante, Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 356.


Parma 1583-Parma 6 marzo 1630
Frate cappuccino, predicatore, morì in servizio degli appestati. Compì la vestizione nell’anno 1602.
FONTI E BIBL.: Ann. Prov., I, 197; Bertani, Ann. III/III, 488-489, n. 183-184; Mussini, Memorie storiche, II, 27, 28; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 169.


Parma 1597
Fu sacerdote e poeta. Un suo epigramma a dialogo (1597) ha come protagonisti un Advena e un Civis.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 115.


Parma 28 febbraio 1485-Parma aprile/dicembre 1528
Appartenente a nobile famiglia, sposò Ottaviano Bergonzi. Nell’anno 1523 commissionò al Correggio il quadro della Madonna detta di San Gerolamo, che poi donò alla chiesa di Sant’Antonio Abate. Fu questo l’unico quadro realizzato dal Correggio per dei committenti privati di Parma. Per il dipinto, la Colla pagò al pittore 400 lire.
FONTI E BIBL.: D. Ekserdjian, Correggio, 1997, 193-196.


Parma 1593/1621
Fu una delle amanti del duca di Parma Ranuccio Farnese.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 256.

Parma ante 1937-Parma 30 ottobre 1997
Fu tra i protagonisti del teatro dialettale parmigiano, insignita del premio Vincenzo Zileri per la lunga carriera iniziata con i fratelli Clerici e proseguita con Giulio Mainardi, Bruno Lanfranchi e Luigi Casalini. Il 31 maggio 1957, quando pur giovane era già una vedette dello spettacolo dialettale parmigiano, la naturalezza del suo essere attrice di talento fece dire di lei al poeta parmigiano Giovanni Casalini, in occasione della presentazione di un suo libro di poesie: Egidia Colla, spirito aperto, amante di ogni cosa bella, che rivela con la squisita gentilezza del tratto, la sua fine anima di artista. La Colla fu interprete particolarmente apprezzata nelle seguenti commedie: La colpa l’è d’la radio, I pogioj in stra’ Mestra, La popolära d’l’Aida, Viva al zio Placid, Riccio da Parma, Il piumi in t’al capél, Al fiol d’la serva, Estratt äd confusion, Donni ed l’ätor mond, L’Emiliamagnanini show, La comedia musicäla, Che fadiga essor siòr e La fijastra d’al prior. Fu inoltre superba interprete di poesie dialettali e deliziosa intrattenitrice, soprattutto in occasione delle numerose serate benefiche alle quali amava partecipare. Fu tra gli animatori della Consulta dialettale parmigiana e tra i promotori dell’unificazione artistica e manageriale di tutte le arti popolari parmigiane nel direttorio Dams.
FONTI E BIBL.: L.S., in Gazzetta di Parma 30 novembre 1997, 26.


Parma 1887-1961
Fondò nel 1927 l’impresa Colla Ettore fu Ulderico, specializzata nella costruzione di edifici di civile abitazione, divenendo ben presto appaltatore di fiducia di alcuni tra i più importanti enti pubblici nazionali. L’attività dell’impresa da lui guidata svolse un ruolo non marginale in Parma nell’opera di ricostruzione delle abitazioni civili distrutte dalla seconda guerra mondiale.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 395.


Parma 13 aprile 1896-Roma 28 dicembre 1968
Nacque da Cesare e Angela Bussi. Primogenito di famiglia numerosa, frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parma, unendosi in amicizia con Attanasio Soldati e con Bruno Barilli. Dopo un breve periodo in guerra nel 1918, tornò a Parma, seguendo fino al 1921 i corsi di scultura dell’Accademia di G. Spalmach. Nel 1922 interruppe definitivamente gli studi senza diplomarsi e iniziò un periodo particolarmente intenso con frequenti spostamenti. In questi anni (1923-1926), particolarmente significativi anche sul piano delle esperienze individuali, il Colla ebbe modo di frequentare gli ateliers di alcuni dei maggiori scultori europei, come Maillol, Despiau e Bourdelle, la cui influenza si rivelò decisiva nella sua formazione artistica. Nel 1926, tornato in Italia, si stabilì definitivamente a Roma, fissando il suo studio in Via Brunetti. Iniziò a lavorare come abbozzatore sotto la guida dello scultore Angelo Zanelli. Sempre nel 1926 iniziò ufficialmente la sua attività espositiva con la partecipazione alla XCII mostra della Società degli amatori e cultori in cui presentò un Ritratto di giovinetta non identificato nel catalogo dell’opera dell’artista a cura di S. Pinto (1972). La produzione di quegli anni, prevalentemente in gesso e terracotta e in gran parte dispersa, rivela da una parte l’influenza delle precedenti esperienze francesi e in particolare di Bourdelle e dall’altra risente, specialmente nell’impianto compositivo, delle contemporanee elaborazioni neoquattrocentesche della scultura italiana. La sua partecipazione alle più significative mostre nazionali proseguì negli anni seguenti: nel 1930 espose alla XVII Biennale di Venezia il Ritratto di Pitt. Yo-Lin Pan (bronzo, disperso: un altro esemplare è conservato a Roma nella collezione M. Colla). Nel 1932 ottenne un discreto successo di critica presentando alla III mostra del Sindacato laziale fascista di belle arti tre busti-ritratto, in gesso o terracotta policroma, i quali presentano un impianto compositivo basato sulla costruzione di piani squadrati e sono caratterizzati da una tensione caricaturale che li differenzia in maniera precisa dalle opere precedenti. L’adozione di moduli fortemente espressivi tuttavia rimase un episodio limitato nella produzione del Colla, probabilmente influenzato in quel momento dal clima culturale romano e in particolare da Antonietta Raphael e Mario Mafai che frequentarono il suo nuovo studio di Via Margutta. Le difficoltà economiche cui il Colla aveva fatto fronte nei primi anni del suo soggiorno romano lavorando come abbozzatore nello studio di diversi scultori, tra cui Sivio Canevari, furono in parte superate negli anni Trenta grazie ad alcune commissioni per monumenti ufficiali e al conseguimento nel 1936 della cattedra di ornato modellato al liceo artistico di Napoli. L’attività del decennio 1930-1940 fu dunque subordinata alla partecipazione ai numerosi concorsi per opere ufficiali tra cui si ricordano quelli per il monumento al Bersagliere (1930) e per il monumento al Maresciallo Diaz (1935) a Napoli. Condizionate dalle esigenze celebrative dei committenti, le opere del Colla, prevalentemente in pietra, si adeguarono forzatamente al gusto ufficiale e risentirono delle tendenze arcaizzanti e degli influssi stilistici del Novecento. La produzione non legata alle commissioni ufficiali, ugualmente caratterizzata dall’uso della pietra, fu prevalentemente orientata verso il ritratto. Il Colla proseguì in quegli anni la sua partecipazione ad alcune esposizioni, tra cui si ricordano nel 1936 e 1937 quelle del Sindacato laziale fascista di belle arti. Nel 1935 trasferì il suo studio a Viale Castro Pretorio dove restò fino al 1947-1948. Nel 1939 ottenne la cattedra di scultura al liceo artistico di Roma, presentando, tra l’altro, il bassorilievo in gesso Minotauro chitarrista. L’opera adotta nuovi moduli di ispirazione neocubista e rivela una generica attenzione alle contemporanee esperienze della scultura d’avanguardia europea e in particolare francese. Un’analoga ricerca di semplificazione geometrica in senso cubista si ritrova nelle opere degli anni seguenti fino al 1941-1942 (Ragazza, Roma, collezione M. Colla, Uomo che si rade, Roma, collezione Laudisa De Sanctis e Ritratto, Roma, collezione A. Terenzi). In quel periodo, nonostante la sporadica partecipazione a qualche mostra collettiva, il Colla abbandonò la scultura e iniziò un’intensa attività di animatore e organizzatore culturale come consulente prima della galleria Lo Zodiaco (1941-1944) e poi della Galleria del secolo (1944-1945). Si trattò di un momento di pausa sul piano della creazione artistica che gli diede modo di entrare nel vivo del dibattito della cultura figurativa italiana. Lo scoppio della seconda guerra mondiale offrì al Colla, come del resto a molti artisti italiani, elementi di riflessione sul piano esistenziale, che furono oggetto di elaborazione nella sua successiva produzione. Nel dopoguerra partecipò del clima di rinnovamento culturale caratterizzato dalle accese polemiche su astrattismo e realismo, vivendo da protagonista ormai maturo le vicende della ricerca non-figurativa dell’ambiente romano. Fondamentali in quel momento furono i contatti con il poeta e critico Emilio Villa e con Alberto Burri. Assieme a quest’ultimo, a G. Capogrossi e a M. Ballocco il Colla fondò nell’anno 1950 il gruppo Origine: questo propose una linea di ricerca non figurativa al di fuori delle tendenze dell’astrattismo classico, considerato come esperienza artistica ormai conclusa. Nel gennaio del 1951 si tenne la prima mostra del gruppo nella galleria che il Colla aveva aperto in Via Aurora, vicino all’abitazione in cui viveva sin dal 1948 con Maria Carbone, che sposò nel 1954. L’esposizione segnò l’esordio del Colla come pittore: presentò infatti una serie di quadri astratti iniziati nel 1948. Queste opere, esercizi astratti classici di ispirazione neoplastica (Pinto, 1972, p. 53), denotano una completa adesione alle istanze antidecorative contenute nel manifesto del gruppo, pubblicato nel catalogo della mostra, per la rinunzia ad una forma scopertamente tridimensionale, per la riduzione del colore alla sua funzione più semplice ma perentoria ed incisiva e soprattutto per la evocazione di nuclei grafici, linearismi e immagini pure ed elementari. Dal 1951 in poi il Colla continuò intensamente la sua attività culturale legata alla galleria Origine, proponendosi di realizzare un programma didattico di aggiornamento e di orientamento. Tra le mostre organizzate si ricorda in particolare quella di Balla (1951), che offrì una prima occasione di riflessione sulla problematica culturale del futurismo. Nel 1952 uscì il primo numero della rivista Arti Visive, di cui il Colla fu il principale ispiratore insieme con P. Dorazio ed E. Villa. Il Colla vi pubblicò numerosi scritti e curò scrupolosamente la veste grafica fino alla fine del periodico (1958), eseguendo, in collaborazione con Nuvolo (G. Ascani) numerose copertine e illustrazioni. Nello stesso 1952 la galleria Origine, trasformatasi nella omonima fondazione, organizzò la mostra Omaggio a Leonardo. Il Colla vi presentò tre rilievi in legno colorato in cui è evidente la ricerca di nuove soluzioni tridimensionali attraverso una via più costruttivista che plastica (de Marchis-Pinto, 1972, p. 18). Parallelamente a questo tipo di lavori il Colla svolse negli stessi anni (1951-1954) nuove elaborazioni plastiche astratto-geometriche che segnano il suo riavvicinamento alla scultura e il progressivo abbandono della pittura e del rilievo. Si tratta di opere realizzate in lamiera di ferro, materiale di produzione industriale, che sviluppano e articolano nello spazio figure geometriche piane, servendosi di moduli che risentono a volte dell’astrattismo classico (si vedano, tra le altre, la Grande scultura in ferro, presentata nel 1952 al concorso per il prigioniero politico ignoto, Milano, collezione M.A. Levi, e la scultura pure in ferro presentata fuori catalogo alla già citata mostra Omaggio a Leonardo). Dalla sperimentazione astratto-geometrica di quegli anni il Colla passò, tra la fine del 1954 e gli inizi del 1955, a una produzione lontana da ogni tematica geometrica e orientata verso l’assemblage. Seguendo un procedimento che rimase costante nella produzione successiva, il Colla raccolse dai depositi alla periferia della città rottami di ferro e residui inservibili di macchinari industriali. In quel primo momento si trattò soprattutto di materiali che, provenendo in gran parte dalle rovine della guerra, ne costituivano una significativa e drammatica testimonianza. Dopo aver scelto alcuni pezzi, il Colla li montava insieme assecondando, nel corso dell’operazione, l’immagine creativa che l’oggetto trovato gli suggeriva: questo tipo di operazione ha il suo antecedente nella poetica dadaista. L’azione del Colla tuttavia si basa su un processo creativo che si allontana da ogni casualità e automatismo nella sua rigorosa disciplina, nel suo rifarsi a precisi criteri sul piano sia manuale sia concettuale. Se anche alla base del gesto del Colla si riscontra un atteggiamento di opposizione all’immobilismo della cultura contemporanea e alla civiltà dei consumi (come ammise lo stesso Colla nell’intervista a cura di M. Volpi Orlandini, in Marcatrè, maggio 1968, pp. 72 s.), questo si esplica sul piano dell’ironia e non della polemica dissacratoria (intervista, a cura di M. Calvesi, in Marcatrè, luglio-settembre 1964, pp. 229-231), com’è ulteriormente sottolineato dal titolo degli assemblages. Nacquero in quel momento Il Re (Amsterdam, collezione P. Stuyvesand), Pigmalione (Torino, collezione C. Stein) e Agreste. Queste ultime due, assieme a Continuità (New York, Museum of Modern Art), vennero presentate nel 1955 alla VII Quadriennale di Roma, ma furono rifiutate l’anno seguente alla Biennale di Venezia. La genesi di questo tipo di realizzazioni è descritta dal Colla in un articolo pubblicato nel 1957 sul n. 3-4 di Civiltà delle Macchine (pp. 38-41), che costituisce anche una sorta di catalogo ragionato della produzione del Colla dal 1955 al 1957. E. Villa (in Arti Visive, 1956, e in Civiltà delle Macchine, 1957, n. 3-4) individua nelle esperienze futuriste e dadaiste, in Calder e Pevsner, Picabia e Gonzales i punti di riferimento essenziali dell’operazione del Colla. G.C. Argan, nella presentazione della mostra allo Stedelijk Museum di Amsterdam (1960), mette in luce, oltre alla tematica dadaista e surrealista, anche il rigore costruttivista che muove da Tatlin e da Rodcenko, ma va via via caricandosi, tenuto conto di talune esperienze di Picasso e di Gonzales, di contenuti più drammatici e di una espressività più intenzionalmente allusiva. Dopo la mostra a Gargnano del Garda (1956) presentata da M.A. Levi, il Colla tenne una personale nel 1957 alla galleria La Tartaruga di Roma, ottenendo un discreto successo. Nello stesso anno partecipò sempre a Roma all’esposizione della Rome-New York Art Foundation e conobbe il critico Lawrence Alloway che lo presentò con C. Delloye a una mostra presso l’Institute of Contemporary Arts di Londra (1959) e che l’anno seguente gli dedicò una monografia. Dal 1957 il Colla si dedicò, con interesse crescente fino al 1961, alla creazione di opere con destinazione murale realizzate con una superficie di fondo in lamiera di recupero su cui sono saldati oggetti di scarto, sempre in ferro. In questa serie di rilievi, la cui produzione più significativa (1958-1959) venne presentata alla personale presso la galleria La Salita nel 1959, gli oggetti trovati tendono a essere assunti unicamente come elementi in ferro e non più come oggetti già costruiti che, rielaborati dal Colla, compongono sculture che rimandano a personaggi e simboli noti o sconosciuti (Colla, nel già citato articolo pubblicato in Civiltà delle macchine, 1957, n. 3-4). Significativo in tal senso l’abbandono dei titoli più propriamente allusivi in favore di quelli essenzialmente descrittivi, come Concavo e convesso (1957), Rilievo con bulloni (Roma, Galleria nazionale d’arte moderna), Rilievo con spatola (Amsterdam, Stedelijk Museum), Rilievo con anello (Roma, collezione G. De Marchis). Parallelamente al tipo di sperimentazione portata avanti con i rilievi, il Colla proseguì la produzione delle sculture in assemblage. Dopo il 1961 tuttavia si delinea con maggiore chiarezza una ricerca di forme pure, attraverso il recupero di elementi che denunciano una matrice geometrica. La linearità e l’interesse per le cose pulite, a detta dello stesso Colla (nella citata intervista di M. Calvesi), sono le caratteristiche dell’ultima fase del suo lavoro. Questo tipo di produzione venne presentato nel 1961 alle due personali alla galleria La Salita e alla galleria Trastevere di Roma. Nello stesso anno il Colla affrontò il tema della Spirale che segna una modifica nel procedimento d’esecuzione dell’opera. La Spirale infatti, realizzata prima con ferro di recupero in un esemplare alto tre metri, fu successivamente elaborata in una scultura monumentale eseguita con materiale standard negli stabilimenti dell’Italsider di Bagnoli. Esposta alla mostra Sculture dentro la città a Spoleto nel 1962, la scultura fu collocata nel 1968 di fronte alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma. Negli anni Sessanta il Colla ottenne numerosi riconoscimenti dalla critica, che spesso inserì la sua operazione nell’ambito della poetica newdada. Numerosissime furono in quegli anni anche le partecipazioni a mostre collettive nazionali e internazionali. Si ricordano, tra le altre, quelle a New York nel 1961 (The Art of assemblage, Museum of Modern Art, a cura di W. Seitz), a San Marino nel 1963 (Oltre l’Informale, IV Biennale internazionale d’arte), a Torino nel 1964 (Sculture in metallo, Galleria civica d’arte moderna), nel 1965 a Roma (V Rassegna di arti figurative di Roma e del Lazio e Mostra degli acquisti e delle donazioni dell’anno della Galleria nazionale d’arte moderna) e a Cannes (Aspetti dell’arte italiana contemporanea, organizzata dalla Galleria nazionale di arte moderna di Roma), nel 1966 a Parigi (3e Exposition internationale de sculpture contemporaine, Musée Rodin) e a Edinburgo (Twenty Italian Sculptors, Scottish National Gallery of Modern Art), nel 1967 a Spoleto (Collettiva di scultori e architetti, Modern Art Agency e Standard M.), Foligno (Lo spazio dell’immagine, con presentazione di P. Bucarelli), Tokyo (Arte italiana contemporanea, Museo d’arte moderna) e New York (Sculptors from 20 Nations, The Solomon R. Guggenheim Museum), nel 1968 a Varsavia (Cento opere d’arte italiane dal futurismo ad oggi, poi replicata a Roma, Galleria nazionale d’arte moderna) e a New York (Recent Italian Painting and Sculpture, The Jewish Museum). A parte, oltre alle personali alla galleria La Medusa di Roma (1966) e alla galleria Stein di Torino (1967), con presentazione di M. Fagiolo, si ricorda la sala allestita nel 1964 alla XXXII Biennale di Venezia che segnò il riconoscimento ufficiale dell’opera del Colla. M. Calvesi, nella presentazione in catalogo, propone una interpretazione in chiave metafisica degli objets trouvés, non accettata da altra parte della critica tra cui M. Fagiolo (Immobiles e metamorfosi di Ettore Colla, in La Botte e il Violino, settembre 1965, pp. 35-41). Il Colla morì a Roma, nella sua casa di Viale Parioli, lasciando incompiuta una serie di opere dal titolo Rilievi componibili e scomponibili. Tra le molte mostre postume a lui dedicate, vanno ricordate, oltre alla retrospettiva alla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma (1970), le personali nel 1972 alla galleria Marlborough di Roma e alla Galleria Blu di Milano, nel 1973 la mostra Le sculture di Ettore Colla nella città di Pesaro, organizzata dal Comune di Pesaro e dalla galleria Il Segnapassi con presentazione di G. Ballo, nel 1976 la retrospettiva al Castello Svevo di Bari (catalogo di P. Martino), nel 1978 la personale organizzata in collaborazione con il Comune di Parma alla galleria Niccoli e nel 1980 Sculture in piazza di Ettore Colla organizzata dalla Galleria civica e dal Comune di Modena. Per un elenco completo degli scritti del Colla, pubblicati in parte su Arti Visive, si rimanda alla monografia a cura di G. De Marchis e S. Pinto (Roma, 1972), con bibliografia completa fino al 1970.
FONTI E BIBL.: S. Groppa, Marmi, bronzi e porfidi, in Quadrivio 26 marzo 1939; A. Del Guercio, Mostra d’arte contemporanea allo Zodiaco, in Emporium XLIX 1943, 133; M. Venturoli, Interviste di frodo, Roma, 1945, ad Indicem; Arti Visive 10 1954, antologia fotografica, senza titolo, a chiusura della prima serie della rivista; W. Hofmann, Wie weiter?, in Magnum 3 1954, pp. non numerate; L. Drudi, Sculture di Ettore Colla, in Arti Visive 6-7 1957; L. Trucchi, in La Fiera Letteraria 29 dicembre 1957; Arti Visive 8 1958, antologia fotografica; J. Reichardt, Ettore Colla, in Art News and Review 12 settembre 1959; E. Villa, La sculpture ital. contemporaine, in Aujourdh’hui Art et Architecture settembre 1959, 4-15; L. Hoctin, Où en est l’art ital. d’aujourd’hui?, in L’Oeil gennaio 1960, 56 s.; L. Alloway, Iron sculpture. Ettore Colla, Roma, 1960; M. Volpi, Ferri di Ettore Colla, in L’Avanti! 21 giugno 1961; G. Carandente, Sculture nella città, in Civiltà delle Macchine luglio-agosto 1962, 45-50; G. Ballo, La linea dell’arte italiana dal simbolismo alle opere moltiplicate, Roma, 1964, II, 222 ss.; Arte d’oggi, Roma, 1965, 119; A. Monferrini, in Collage settembre 1965, 11-18; M. Volpi, Ettore Colla, in Marcatrè aprile 1966, 306-310; M. Fagiolo, Rapporto 60. Le arti oggi in Italia, Roma, 1966, 105-113; N. Ponente-M. Fagiolo, in Kunst unserer Zeit, Köln, 1966, ad vocem; L. Sinisgalli, Un patrono invisibile: sculture di Ettore Colla, in Tempo Illustrato 3 gennaio 1967; M. Calvesi, Gruppo Origine, in Qui Arte Contemporanea marzo 1967, 16-23; M. Fagiolo, Colla: Sculpture of the Iron Age, in Art International maggio 1967, 18-21 (poi nel catalogo della personale alla galleria Stein di Torino, 1967); U. Kultermann, Nuove dimensioni della scultura, Milano, 1967, 96; M. Volpi, Ricordo di Colla, in Qui Arte Contemporanea 6 1969, 31; G. De Marchis-S. Pinto, Precisazione sulla storia di Ettore Colla ad uso della critica, in Qui Arte Contemporanea 6 1969, 32-37; E. Villa, Attributi dell’arte odierna, Milano, 1970, 51-59; M. Calvesi, Ettore Colla, in L’Arte contemporanea in Italia, Roma, 1971, 467-469; M. Conte, Colla e il gruppo Origine, la fondazione Origine, la rivista Arti Visive, in Capitolium gennaio 1972, 71; G. De Marchis-S. Pinto, Ettore Colla, Roma, 1972; G. Ballo, Gli assemblages di Ettore Colla, in Pesaro 7 luglio 1973; L. Alloway-M. Fagiolo-P. Bucarelli, Ettore Colla (catalogo mostra galleria Corsini), Intra, 1975; P. Fossati, Colla sculture-scritture (catalogo mostra galleria Spazio/sette), Verona, 1980; L. Marcucci, in Ettore Colla Progetto-manufatto (catalogo mostra galleria Fonte d’Abisso), Modena, 1980; M. Calvesi, in Enciclopedia delle Muse, Bergamo, 1964, ad vocem; G. Carandente, in Dizionario della scultura moderna, Milano, 1967, ad vocem; N. Cardano, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 759-763.


Collecchio 1849-12 settembre 1927
Portiere comunale, fu uno dei soci fondatori della Società Operaia di Collecchio, una delle prime associazioni assistenziali d’Italia. Il Colla ebbe il compito di recarsi a visitare gli operai e i contadini del Comune di Collecchio per convincerli a versare la quota mensile. Fu segretario di quasi tutte le associazioni collecchiesi del tempo ed ebbe anche compiti di contabile durante le feste da ballo che venivano organizzate nelle maggiori festività dell’anno. Fu un accesissimo campanilista. La famiglia Colla fu al servizio del Comune di Collecchio dal 1843.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.


Parma 1528
Fu nominato notaio il 12 novembre 1528.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 620.

Parma -post 1773
Figlio di Francesco, violinista, nel 1752 suonò a Colorno nella stagione delle opere giocose di autunno. Nel 1769 suonò nell’orchestra in occasione delle nozze ducali e nel programma dell’accademia del Collegio dei Nobili del 1772 è indicato come maestro di violino nella prestigiosa istituzione. Il Pelicelli riporta che suonò a Parma negli spettacoli teatrali dell’agosto 1773 rappresentati in occasione delle allegrezze per la nascita del principe reale Lodovico di Borbone. Fu anche nominato per un triennio come suonatore nell’Accademia teatrale di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Teatri 1770 1779, Affari diversi, cart. n. 2; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 224; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1655
Fu eletto Questore del Magistrato di Parma il 22 gennaio 1655.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 620.

Parma 1587/1589
Fu eletto dalla Comunità di Parma alla conservazione del ponte sul fiume Enza (10 aprile 1589).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 620.

COLLA GIOVAN BATTISTA, vedi COLLA GIOVANNI BATTISTA


Parma ante 1491-post 1515
Probabilmente di famiglia parmense, nel 1491 faceva parte da epoca imprecisata della Cancelleria del Duca di Milano. Nella primavera dello stesso anno compì una missione in Germania. A lui infatti Ludovico il Moro indirizzò una lettera nel maggio per comunicargli che sarebbero stati posti a disposizione dell’Imperatore 12000 fiorini di Reno, anziché i 20000 da lui richiesti, purché la cosa rimanesse segreta. Quando nel settembre del 1499 il Duca di Milano abbandonò la città sotto l’incalzare dell’esercito di Luigi XII, il Colla lo seguì in Germania, dove divenne precettore dei figli di lui, Massimiliano e Francesco. Inoltre, non si sa da quando, ricevette la qualifica di segretario e consigliere di Massimiliano d’Asburgo, che lo utilizzò in missioni diplomatiche almeno a partire dal 1511. Allorché in quell’anno, infatti, la decisione dell’Imperatore di rimanere fedele all’alleanza con la Francia, rivolta contro papa Giulio II collegato con Venezia, cominciò a venir meno, il Colla, nel gennaio, fu inviato al Papa, che aveva allora portato a termine la vittoriosa impresa della Mirandola. Uno dei punti di contrasto che impediva di giungere alla pace era la pretesa dell’Imperatore di avere Verona, a cui il Papa non intendeva cedere. La missione del Colla continuò a Roma, dove egli rimase per parecchi mesi, verosimilmente proseguendo i suoi tentativi. Egli fece da tramite anche in scambi di cortesia tra l’Imperatore e il Papa, che il 25 dicembre gli chiese se Massimiliano avesse apprezzato il dono di una corniola da lui stesso inviatagli. Il Colla si affrettò a confermare quanto l’Imperatore avesse gradito il dono. Di questo periodo è la prima delle testimonianze dei contemporanei sul carattere del Colla, che invero non dovette suscitare molte simpatie. Il conte Girolamo di Porzia infatti, scrivendo al Senato veneto l’8 ottobre 1511, lo definiva un certo deserto melanconico (Sanuto, Diarii, XIII, col. 86). L’11 novembre, intanto, poco dopo la proclamazione della lega santa (5 ottobre 1511), Massimiliano d’Asburgo affidò al Pontefice la mediazione per addivenire alla pace con Venezia. Non si sa che parte ebbe il Colla in questo avvenimento, ma verosimilmente non fu estraneo alla trattativa. Il 5 marzo dell’anno successivo l’accordo sembrava raggiunto, quando il Colla, ricevute lettere dalla Germania, disconzò tutto (Sanuto, Diarii, XIV, col. 24). Evidentemente egli aveva bisogno di altre istruzioni, poiché nello stesso mese lasciò Roma, diretto in Germania. Passò per Chioggia il 7 aprile e vi fu ricevuto onorevolmente. Mentre si sviluppava l’azione degli Svizzeri collegati con l’esercito veneziano e quello papale per il recupero del Ducato di Milano, il Colla alla fine di maggio giunse a Verona, di nuovo inviato dall’Imperatore. Il 31 dello stesso mese, insieme con Alberto da Carpi, egli presentò le lettere di credenza al Senato veneto. Gli ambasciatori esposero le condizioni di Massimiliano per addivenire alla tregua. Avendole Venezia sostanzialmente accettate, la missione del Colla risultò pienamente riuscita. Da Venezia egli proseguì quindi per Roma, ove si trovò nel giugno e dove forse fece al Papa una relazione su quanto aveva operato. Avvenne intanto a Milano la restaurazione sforzesca nella persona di Ottaviano Sforza, che il 20 giugno prese possesso della città in nome del primogenito del Moro, Massimiliano. Risulta quindi errata la notizia (Santoro, 1968, p. 385) che il Colla fosse divenuto primo segretario ducale il 24 maggio 1512. Forse si deve intendere l’anno 1513. Non si sa se il Colla seguì Massimiliano Sforza sin dal suo arrivo nella città (29 dicembre 1512) o se ancora per qualche tempo continuò a servire esclusivamente l’Imperatore. Certo è che, anche se nel marzo 1513 (quando salì al soglio pontificio Leone X) fu a Roma e nel giugno a Novara come oratore cesareo, insieme con Andrea del Borgo, presto egli fu costantemente accanto al Duca, di cui era considerato uno dei favoriti. Questa stima non fu però condivisa da tutti. L’inimicizia che nutrì, ricambiato, per Girolamo Morone, data comunque da ancora prima del ritorno a Milano di Massimiliano Sforza. È infatti del 4 dicembre 1512 una lettera del Morone piena di astio per il Colla, il quale lo aveva attaccato accusandolo di essere stato un troppo buon servitore dei Francesi per essere un fedele sforzesco. Il Morone, della cui famiglia il Colla era stato al servizio, ritorse le accuse contro di lui, chiamandolo servitore di due padroni. Oltre che di essere filofrancese, il Colla accusò il suo potente nemico anche di avere tramato con Ottaviano contro Massimiliano Sforza. Anche da ciò il Morone si difese e, mentre tra di loro l’astio cresceva, nel gennaio 1513 in una lettera dell’Arcivescovo di Bari, dipinse il Colla definendolo vile, sordido, ignorante e ignaro di ogni cosa, imbecille, inadatto alla diplomazia e indegno. Il ritratto rappresenta a tutto tondo la figura di un uomo che interrogato, ammutolisce rodendosi le unghie, che, senza provocazione, è preso dall’ira, che è privo di amici, altero e anche sgradevole nel suo aspetto esteriore, degno servo insomma di un padrone detestabile. Anche il cardinale M. Schiner, scrivendo nel luglio di quell’anno ai Conservatori dello Stato di Milano, urtato per certe mene del Colla per ottenere la commenda di San Giovanni di Cremona, concessa invece a un suo nipote, non esitò a definirlo domini sui neglectorem, ne dixerimus, proditorem (Korrespondenzen und Akten, I, p. 249). Tuttavia egli rimase nelle grazie del Duca di Milano, che lo utilizzò inviandolo nel settembre-ottobre 1513 presso gli Svizzeri, come oratore ducale, in un momento in cui l’influenza di costoro nel Milanese era preponderante. Nel 1514 il Colla, che perseverò nella sua fedeltà al Duca e nella sua inimicizia nei confronti del Morone, divenne tesoriere generale. L’anno successivo, mentre la minaccia francese al Ducato, nella persona di Francesco I, si rinnovava, il Duca, nel tentativo di organizzare in qualche modo la resistenza, lo inviò a chiedere ancora una volta l’aiuto degli Svizzeri, i quali il 13 giugno accettarono di scendre in difesa dello Sforza, dietro compenso di 300000 ducati, che il Duca stava già da tempo invano tentando di mettere insieme. L’ultima notizia che si ha del Colla è che in quell’occasione tornò a Milano insieme con dodici ambasciatori svizzeri, venuti verosimilmente per perfezionare l’accordo. Non è forse avventato credere che il Colla, mentre il suo acerrimo nemico, il Morrone, riceveva dal Sovrano francese le nomine di senatore e auditore regio, seguisse invece il duca Massimiliano nel suo esilio in Francia, dimostrando così, a dispetto di tante critiche, una certa coerenza.
FONTI E BIBL.: Correspondance de l’empereur Maximilien Ier et de Marguerite d’Autriche, a cura di M. Le Glay, II, Paris, 1839, 157-160, 254, 262, 268; G.A. Prato, Storia di Milano, in Archivio Storico Italiano III 1842, 309, 327 s.; G. Morone, Lettere ed orazioni latine, a cura di D. Promis-G. Müller, in Miscellanea di storia italiana, II, 1863, 259-265, 267, 274 ss., 303, 305 s., 418-421, 451 s.; M; Sanuto, Diarii, XI-XX, Venezia, 1884-1887, ad Indices; L.G. Pélissier, Documents relatifs au règne de Louis XII, Montpellier, 1912, 159 s.; Korrespondenzen und Akten zur Geschichte des Kardinals Matth. Schiner, a cura di A. Büchi, I, Basel, 1920, 220, 249 ss., 263, 271, 378; Gli uffici del dominio sforzesco, a cura di C. Santoro, Milano, 1948, 64; Gli offici del Comune di Milano, a cura di C. Santoro, Milano, 1968, 385, 409; C. Gioda, Girolamo Morone, Torino-Roma-Milano-Firenze, 1887, 95 s., 99, 101 s.; A. Luzio, Isabella d’Este ne’ primordi, in Archivio Storico Lombardo VI 1906, 455; A. Schulte, Kaiser Maximilian I. als Kandidat für den päpstlichen Stuhl, Leipzig, 1906, 19, 31, 33; A. Luzio, Isabella d’Este di fronte a Giulio II, in Archivio Storico Lombardo XVIII 1912, 122, 444; L. von Pastor, Storia dei papi, III, Roma, 1925, 800; G. Franceschini, Le dominazioni sforzesche, in Storia di Milano, VIII, Milano, 1957, 142, 165; F. Petrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 764-766.


Parma 1538-1580
Figlio di Francesco, che era stato nel 1494 degli Anziani del Comune di Parma. Attese alle belle lettere, specie alla poesia, e poi alla medicina, divenendo valente medico. Fu accolto nell’Accademia degli Innominati col nome di Sonnacchioso. Fu amicissimo del Platoni, dell’Alessandrini e dell’Occulto. Morì a soli 42 anni. Del Colla sono pervenuti soltanto due sonetti, in cui esalta la bellezza e lo splendore della sua donna. In morte del Colla, l’Occulto compose a sua volta un sonetto.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 111, e 3/4 1959, 194-195.


Parma 4 agosto 1731-Parma 16 marzo 1806
È molto probabile che abbia compiuto gli studi musicali nella città di Parma. Nel 1760 lo si trova in Germania, dove scrisse alcune arie per il Caio Fabricio di N. Iommelli, che nel novembre dello stesso anno venne rappresentato a Mannheim. Secondo il Manferrari, l’opera sarebbe stata interamente frutto della fatica del Colla e non andrebbe confusa con l’omonimo lavoro dello Iommelli, che pur si diede nella stessa città e nello stesso periodo. Tornato in Italia, il Colla compose l’Adriano in Siria (libretto di Metastasio), facendolo rappresentare al Regio ducal teatro di Milano il 31 dicembre 1762. Probabilmente il Colla si era già stabilito a Parma, città nella quale visse e svolse gran parte della sua attività. Per il Teatro Ducale di Parma nel 1766 scrisse il Tigrane, dramma in tre atti su libretto di F. Silvani, che fu rappresentato alla fine dell’anno. Nel 1769 compose la pastorale Licida e Mopso, la quale venne eseguita a Colorno, nel teatro di Corte, in festeggiamento dell’arrivo di S.A.R. l’arciduchessa Maria Amalia. La successiva opera del Colla, l’Enea in Cartagine, su libretto di G.M. Orengo, inaugurò la stagione 1769-1770 del Teatro Regio di Torino, assieme all’Armida di Pasquale Anfossi. L’opera, che andò in scena il 26 dicembre 1769, ebbe per interprete la celebre A.M. Girelli Aguilar, la quale svolse la sua attività nella stessa città del Colla, in qualità di virtuosa da camera di S.A.R. il duca di Parma. Con l’esecuzione della successiva opera del Colla, il Vologeso, re dei Parti, dramma in tre atti su libretto di A. Zeno, un importante personaggio entrò nella vita e nell’arte del Colla: Lucrezia Agujari (detta la Bastardina o Bastardella), la celeberrima cantante le cui doti canore stupirono Mozart. Il Vologeso, andato in scena nel maggio del 1770 al Teatro San Benedetto di Venezia, per la festa dell’Ascensione, fu la prima della lunga serie di opere del Colla che ebbero per interprete la Bastardella. L’opera, in cui l’Agujari interpretò il ruolo di Berenice, ebbe altri rinomati esecutori, come P. Potenza e G. D’Ettorre, virtuoso da camera dell’elettore di Baviera. A quest’opera fece seguito l’Eroe cinese, dramma in tre atti su libretto del Metastasio, che fu rappresentato al Teatro Sant’Agostino di Genova l’8 agosto 1771, con l’Agujari protagonista. E fu ancora un’opera del Colla, l’Andromeda, su libretto del torinese V.A. Cigna Santi, a inaugurare una stagione del Teatro Regio di Torino (1771-1772), assieme al Tamas-Kouli-Kan di G. Pugnani (il Colla ricevette come compenso la somma di 1136 lire). Oltre all’Agujari, quest’opera trovò un altro interprete d’eccezione nel sopranista G. Aprile, definito dai suoi contemporanei il padre di tutti i cantanti. L’esito fu favorevolissimo e il Teatro Regio di Torino commissionò al Colla una nuova opera per l’inaugurazione della stagione seguente (1772-1773). Tale opera fu la Didone abbandonata, sul musicatissimo libretto metastasiano, che il teatro torinese rappresentò alternandola per le prime sere con l’Argea di F. Alessandri. La Didone ebbe come primadonna ancora L. Agujari, che in quell’occasione pretese e ottenne il compenso, favoloso per quei tempi, di 11360 lire. Risale pressapoco a questo periodo un’anonima poesiola in dialetto piemontese che accenna con ironia alla relazione tra il Colla e la celebre cantante. Alla Didone torinese seguì la favola pastorale in due atti Uranio ed Erasitea, su testo del poeta S.A. Sanvitale, che lo firmò con lo pseudonimo arcadico di Eaco Panellenio. Questo lavoro venne eseguito al Regio ducal teatro di Parma per festeggiare la nascita di Ludovico, primogenito di Ferdinando di Borbone e Maria Amalia arciduchessa d’Austria. Nella stessa occasione venne ripreso l’Enea in Cartagine, che i contemporanei del Colla considerarono la sua opera meglio riuscita. L’esecuzione di entrambi i lavori, che ebbero come protagonista la Agujari, viene indicata dal Manferrari come avvenuta nel luglio del 1773, ma una copia del libretto dell’Uranio ed Erasitea, conservata nella Biblioteca del Civico Museo bibliografico musicale G.B. Martini di Bologna, reca l’indicazione del mese di agosto. Con la rappresentazione del Tolomeo, dramma in tre atti di L. Salvoni con musica del Colla, il 26 dicembre 1773 il Regio ducal teatro di Milano inaugurò la nuova stagione. Protagonista fu ancora L. Agujari, la quale pochi giorni dopo interpretò anche una cantata del Colla nel palazzo milanese del conte Tomaso Marini. Sicotencal, dramma in tre atti su libretto di C. Olivieri, costituì l’ultima fatica teatrale del Colla e venne rappresentato nella primavera del 1766 al Teatro Nuovo delli Quattro Signori in Pavia. Due anni dopo, nell’autunno del 1778, l’Andromeda venne ripresa al Teatro alla Pergola di Firenze. Nel 1780 Lucrezia Agujari, di ritorno da Londra dove per vari anni aveva cantato ai Pantheon Concerts, sposò il Colla, che in quel periodo ricopriva la carica di maestro di cappella alla Corte di Parma, dove la coppia si stabilì. Minata dalla tisi, l’Agujari fu costretta ad abbandonare le scene e morì il 18 maggio 1783. Il Colla continuò la sua attività di maestro di cappella, insegnando anche musica a Ferdinando di Borbone e al figlio di lui Ludovico. A partire da quegli anni, il Colla si dedicò prevalentemente alla musica sacra, scrivendo messe, antifone, vespri, inni e oratori (tra cui Esther). Nel 1789 compose una cantata a quattro voci, I geni amici, su libretto di Antonio Cerati, che venne eseguita pel faustissimo giorno natalizio di Ferdinando I, infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza e Guastalla. A partire dal 1790 ricoprì anche la carica di maestro concertatore al Teatro Ducale di Parma, mantenendola fino alla morte. La musica del Colla è sovente di buona fattura, ma non abbastanza originale e variata da poter emergere e distinguersi tra le altre produzioni dei contemporanei. Le sue opere comunque riscossero quasi sempre notevoli successi (particolarmente l’Enea in Cartagine), senza dubbio da attribuire per buona parte alle eccezionali doti dell’Agujari, che pur di cantare le opere del Colla rifiutò sovente altri più vantaggiosi contratti. Nella biblioteca dell’Istituto musicale N. Paganini di Genova si conservano del Colla otto arie, la maggior parte delle quali tratte da opere e scritte appositamente per l’Agujari (coll. M. 2.10). Le musiche sacre si trovano per la maggior parte in archivi parmensi. La Biblioteca del Civico Museo bibliografico musicale G.B. Martini di Bologna conserva inoltre i libretti di otto suoi lavori, tra melodrammi e cantate. L’Eitner segnala anche due arie del Colla, tratte da un’opera intitolata Adelaide, non meglio identificata, e due arie in partitura manoscritta presso la Bibl. d. Gesellschaft der Musikfreunde di Vienna. Si ricordano inoltre altre due arie staccata del Colla, dal titolo Luci amate se piangete (rondò) e Parto da te ben mio (già Darmstadt, Hessische Landes- u. Hoch-schulbibl.).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVIII, in Note d’archivio per la storia musicale, XI, 1934, 172; U. Sesini, Catalogo della Bibl. del liceo musicale di Bologna, V, Bologna, 1943, 129 s.; U. Manferrari, Dizionario universale delle opere melodrammatiche, I, Firenze, 1954, 214; S. Pintacuda, Catalogo della Bibl. dell’istituto musicale N. Paganini di Genova, Genova, 1966, 164 s.; M. Th. Bouquet, Storia del teatro Regio di Torino, I, Torino, 1976, ad Indicem; F.J. Fétis, Biogr. univ. des musiciens, II, 326; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, Supplemento, 205; R. Eitner, Quellen Lex. der Musiker, II, 13 s.; Grove’s Dict. of Music and Musicians, II, 372; Enciclopedia dello Spettacolo, III, col. 1070; Die Musik in Gesch. und Gegenwart, XV, Supplemento, coll. 1540 s.; D. Della Porta, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVI, 1982, 766-768.


Collecchio 1893/1923
Consigliere comunale di Collecchio dal 9 luglio 1914, fu eletto Sindaco il 19 ottobre 1920 e rimase in carica fino al giugno 1923.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.


Parma seconda metà del XV secolo
Orefice attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 117.


Parma-Parma 9 aprile 1815
Medico colto (ebbe buona conoscenza della filosofia e della letteratura italiana, latina e greca, della chimica, della botanica e di altre scienze accessorie alla medicina), attivo, sentì notevolmente l’esigenza unitaria delle scienze e l’importanza del metodo. Ebbe una base metafisica per le sue tendenze filosofiche nonché per la formazione umanistica-classica. Si pose pure due problemi, il didattico e il professionale rispetto ai giovani. Tenne per primo la cattedra di chimica medica (fondata nel 1803) dell’Università di Parma. Fu socio ordinario dell’Accademia medico chirurgica di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1815, 128; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 120-121; G. Tommasini, Della nuova, 56-59, 90; Berti, Atteggiamenti del pensiero nei ducati di Parma e Piacenza, 1962, II, 531.


Parma 24 maggio 1883-1961
Figlio di Carlo e Celestina Rossi. Diplomatasi maestra elementare, insegnò per diciassette anni a Sorbolo e contemporaneamente si appassionò alla stenografia, una materia nuova che stava prendendo piede in Italia. Nel 1908, insieme al generale Romeo Mella e altri, fondò il Circolo stenografico parmense, specializzato nel sistema Gabelsberger Noe. Nel 1915-1918 fu crocerossina di guerra. Nel 1920 lasciò l’insegnamento elementare per dedicarsi completamente alla stenografia. Nel 1949, nella ricorrenza del 40° anniversario di insegnamento della stenografia, venne festeggiata alla Camera di Commercio di Parma.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 98-99.


Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore di storia, fu attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 73.


-Parma 1507 c.
Fu nelle cose sacre di nome famoso per il merito. Ebbe un sepolcro marmoreo nella Cattedrale di Parma, opera di Bartolomeo Pradesoli, reggiano. Vi è solo una piccola targa: Barthol. Reg.s F. (data probabile 1507).
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 38.


Parma prima metà del XVII secolo
Pittore, fu attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 106.


Gramignazzo 1867-1946
Fu burattinaio di valore operò col teatrino di famiglia. Le maschere di questa più che secolare famiglia di burattinai furono due: Gianduja e Famiola. I loro soggetti erano spesso di carattere patriottico: mise in scena episodi della guerra d’Africa contro Menelik, che in quegli anni interessavano particolarmente il pubblico.
FONTI E BIBL.: Proposta 5 1976, 16.


Parma 1512
Nel 1512 fu uno degli oratori inviati da Parma a papa Giulio II. Il Colla terminò gloriosamente i suoi giorni combattendo contro i Turchi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1959, 194.


Parma seconda metà del XV secolo
Orefice, fu attivo nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 117.


Parma 13 luglio 1716-Parma 1 marzo 1738
Figlio di Giuseppe Maria e Teresa Ravasini. Di famiglia patrizia, fu convittore del ducale Collegio dei Nobili di Parma. Fu educato sia nelle discipline cavalleresche sia nelle belle arti. Fu inoltre presidente dell’Accademia degli Scelti.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 32.


Montechiarugolo 1831/1861
Fu perito geometra e ingegnere civile. Risiedette a lungo a Collecchio. Fu inquisito dopo i moti del 1831, nei quali ebbe una parte marginale. Fu nominato sindaco del Comune di Collecchio il 28 ottobre 1850 e risulta tale anche nel 1852. Nel 1861 compilò la perizia tecnica per il restauro della facciata e della torre della chiesa di Collecchio. Fu consigliere anziano e assessore anche a Sala. Figura consigliere anziano nell’anno 1853. Fu agente nell’interesse degli eredi Marcellini circa i lavori di assestamento della strada dei Cavi il 29 aprile 1858 e inoltre fu perito in varie occasioni: costruzione del ponte sul Canale Naviglio Taro nella strada Scodoncello presso il mulino Chiavarini, nel 1843, costruzione di un ponte sul canale Naviglio Taro nella strada Mulattiera, nel 1844, riparazione del ponte sul cavo Maretto dove attraversa la strada Maria Lunga in Madregolo, nel 1846, rettifilo della strada Mulattiera, nel 1850 e 1851.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Gli ampliamenti territoriali del Comune di Collecchio; O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 155; Malacoda 8 1986, 44.


Soragna 1739
Il 24 febbraio 1739 sposò il marchese Diofebo Meli Lupi di Soragna. Fu dama della Croce Stellata.
FONTI E BIBL.: P. Litta, Famiglie celebri, XI, 1870, tav. IV.


Zibello 7 novembre 1890-15 febbraio 1961
Laureatosi giovanissimo in giurisprudenza, il Collamarini, iniziò quando ancora era studente, la sua carriera come stenografo della Gazzetta di Torino nel 1908, passando successivamente all’Agenzia Stefani, alla Stampa e al Momento di Torino. Nel 1914 il Collamarini vinse il concorso per laureati stenografi alla Camera dei deputati. Pochi mesi dopo l’esito del concorso vinto dal Collamarini, scoppiò la prima grande mondiale. Il Collamarini fu al fronte per due anni come ufficiale di fanteria e passò poi in aviazione quale pilota di caccia. Nel 1919 fece parte, in qualità di pilota, del gruppo sperimentale delle comunicazioni aeree e nel 1922 comandò la prima grande crociera aerea, denominata Le ali d’Italia sui cieli d’Europa. In due occasioni fu costretto a lanciarsi dall’aereo in fiamme: nel 1917 e nel 1934. In seguito fu colonnello nel ruolo d’onore dell’Aeronautica. Iscritto all’Albo degli avvocati professionisti sin dal 1919, il Collamarini fu, sino al momento della morte, avvocato patrocinante presso le supreme corti. Nel dopoguerra fu redattore stenografo del Tempo di Roma, del Giornale di Roma e del Giornale d’Italia. Ricoprì anche il ruolo di consigliere amministrativo dell’Associazione della Stampa Periodica Italiana. Uscì dal giornalismo nel 1924 perché antifascista, ma rimase alla Camera dei deputati, dove percorse tutta la carriera professionale diventando Direttore generale. Nel 1946 l’onorevole Enrico De Nicola, che aveva conosciuto il Collamarini nel 1921 quando De Nicola era presidente della Camera, lo chiamò quale Capo del suo Gabinetto allorché divenne provvisoriamente Presidente della Repubblica. Quando De Nicola lasciò quell’importante carica legislativa, il Collamarini rioccupò il suo posto alla Camera. Collocato a riposo dopo quarantuno anni di servizio, il Collamarini fu nominato Grande Ufficiale della Repubblica. Fu autore di vari studi giuridici.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 febbraio 1961, 4; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1183.


Parma 1779/1805
Violinista, fu nominato con rescritto ducale dell’8 aprile 1779 in soprannumero della Reale Orchestra di Parma. Il 12 settembre 1782 ottenne il permesso dalla Corte di portarsi a Torino per un anno. Con Regio Decreto del 7 novembre 1795 fu nominato violinista effettivo col soldo di 2000 lire all’anno. Partecipò alle funzioni della chiesa della Steccata di Parma dal 1798 al 1805.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 573, Ruolo B, 1, fol. 303; Archivio della Steccata di Parma, Mandati agli anni 1798-1805; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 216.

Parma XV secolo
Discendente da nobile famiglia, fu laureato in legge verso la fine del XV secolo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 30-31.

Lu Monferrato 9 maggio 1883-Parma 13 marzo 1971
Nato da umile famiglia, entrò nel Seminario di Casale Monferrato in giovane età e qui fu consacrato sacerdote il 5 novembre 1905, dopo avere studiato (1899) all’Apollinare di Roma teologia e diritto, avendo come compagno di studio A.G. Roncalli, in seguito papa Giovanni XXIII, cui restò legato da fraterna amicizia. Gli venne assegnata la cattedra di storia ecclesiastica e civile nel seminario di Casale, ove insegnò poi diritto canonico e sacra eloquenza (1906-1915). Fu inoltre direttore del settimanale cattolico Corriere di Casale. Dal 28 marzo 1915 fu parroco a Occimiano, nella Diocesi di Casale. Il 30 ottobre 1927 fu nominato vescovo di Acireale e nei cinque anni della su attività nella città etnea lasciò una impronta per l’efficacia con cui intervenne nel riordinare la vita diocesana e nell’organizzazione degli aiuti portati alle popolazioni colpite dall’eruzione dell’Etna. Trasferito alla sede episcopale di Parma il 7 maggio 1932, si legò profondamente alla città e alla sua gente, tanto da rifiutare la proposta ad altra sede, che gli fu fatta perché potesse continuare a reggere l’Azione Cattolica nazionale durante la seconda guerra mondiale. Tenne il governo della Diocesi fino al 1966, quando presentò le dimissioni e fu affiancato da un amministratore apostolico (Amilcare Pasini) sede plena. Il suo episcopato, nella prima parte, si svolse nel periodo della dittatura fascista, quando il Movimento Cattolico non poteva avere libera espressione. Risulta isolata e incombente la figura del voscovo Colli che, pur esultando per la Conciliazione prima e per le vittorie militari nelle colonie poi, fu chiaramente critico, anche se moderato e cauto nell’espressione, con l’ideologia totalizzante e i miti del regime (cfr. le lettere pastorali del 1936, I cattolici e la Patria, e del 1942, Le lezioni della guerra). Anche durante l’occupazione tedesca si fece efficace portavoce a salvaguardia delle città e del clero di fronte all’occupante. Tutto questo evidenzia la sua posizione monarchica di vescovo, del resto motivata dalla sua formazione e dal suo sentire (cfr. la prima lettera pastorale del 1932, all’inizio del ministero episcopale a Parma, dove invita la diocesi a seguire il vescovo: Venite con me). Il suo prestigio episcopale si accrebbe rapidamente e determinante fu il suo parere negativo, per motivi di opportunità, allo svolgimento della XIX Settimana sociale del 1935. Dal 1939 al 1943 fu direttore generale dell’Azione Cattolica, quando l’episcopato italiano ritenne di porre così rimedio alla diffidenza del regime verso di essa e di salvaguardarne le attività. In quel ruolo si evidenziarono l’intelligenza, la fortezza del carattere e la profonda conoscenza delle persone che sempre lo caratterizzarono. Grande impressione e ammirazione suscitò in Italia la dura smentita con cui il Colli sconfessò nell’ottobre 1943 la notizia pubblicata dal Regime Fascista, secondo cui a tutti gli associati all’Azione Cattolica sarebbe stata data la direttiva di aderire al Partito Fascista. Nel dopoguerra diede notevole incremento all’Azione Cattolica parmense, intendendola, come era proprio di quegli anni, espressione dell’apostolato gerarchico. Anche nei confronti della Democrazia Cristiana sostenne la linea del collateralismo. Il 9 aprile 1942 divenne assistente al Soglio pontificio e il 18 ottobre 1955 fu nominato arcivescovo. Per dare una valutazione globale del suo operato, va evidenziata, da un lato l’indubbia capacità di pensiero nelle prese di posizione di principio e nel suo magistero (cfr. le lettere pastorali, che servirono da guida ad altri vescovi, specie della regione: I cattolici e il bolscevismo, del 1937; Giustizia e carità: Gesù Cristo nel mondo del lavoro, del 1944; Le dottrine alterate, del 1952; Materialismo pratico e materialismo marxista, del 1955) e, d’altro canto, nella sua azione pastorale fu spesso cauto nelle aperture e chiuso alla collaborazione dei laici e dei sacerdoti. È noto, ma ancora da accertare completamente nelle motivazioni, il divieto a don Mazzolari di predicare a Parma. La figura del vescovo Colli, indubbiamente rilevante, si colloca nella scia della Chiesa uscita dal Concilio Vaticano I, tanto è vero che le aperture del Concilio Vaticano II, cui partecipò, lo trovarono spesso impreparato e critico.
FONTI E BIBL.: Le lettere pastorali del Colli sono pubblicate nel Bollettino ufficiale diocesano di Acireale e in quello di Parma (L’eco della Diocesi di Parma; in quest’ultimo sono anche gli atti ufficiali del suo episcopato). Nel 1957 si tenne un sinodo diocesano, i cui decreti sono raccolti in XX Sinodo diocesano parmense celebrato nel 1957, Parma, 1957. Lettere pastorali e altri scritti e discorsi sono in parte in Lettere pastorali 1932-1956, a cura di P. Triani, Torino, 1956, e Semina flammae, documenti di vita pastorale, a cura di P. Triani, Parma, 1960 (i testi pubblicati in queste ultime due raccolte hanno subito qualche taglio redazionale); si vedano da ultimo, di Colli, Altre lettere pastorali. Scritti, documenti, discorsi raccolti nel X anniversario della morte. Testimonianze, a cura di P. Triani, Tipografia Benedettina, Parma, 1981. Sono infine da segnalare alcuni fondi archivistici ancora in buona parte inesplorati: il primo nell’Archivio vescovile di Parma, bisognoso di riordino e che comunque da un primo sondaggio sembra carente degli atti in partenza, l’altro presso l’Archivio dell’Azione Cattolica a Roma per gli anni in cui il Colli fu direttore. Notizie sull’opera del Colli nell’Azione Cattolica sono in tutte le storie dell’Azione Cattolica; la vicenda del suo diniego a tenere la XIX Settimana sociale nel 1935 è in R. Moro, La formazione della classe dirigente cattolica (1927-1937), Il Mulino, Bologna, 1979, 343-344. Studi sul vescovo Colli non sono ancora stati fatti, se si escludono piccole monografie celebrative, come S.E. l’Arcivescovo Evasio Colli, vescovo di Parma, a cura dell’Azione Cattolica diocesana, Milano, 1955 (per il 50° dell’ordinazione sacerdotale) e i ricordi depositati in La Chiesa di S. Evasio. Vita di mons. Evasio Colli arvivescovo di Parma, Editrice Vita Nuova, Parma, 1971; puntuali notizie biografiche del Colli si trovano in A. Bianchi, in Dizionario storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 242-243; A. Marocchi, Mons. Evasio Colli, 1987, 7; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 17 luglio 1989; P. Bonardi, Mons. Evasio Colli mediatore di pace, Parma, 1996.

COLLI GIACOMINO, vedi COELLI GIACOMINO


Parma 1803/1816
Nel 1803 fu volontario del Regno d’Italia. Col grado di caporale partecipò alle campagne delle Coste dell’Oceano (1805), d’Olanda (1806), di Prussia e d’Austria (1807). Promosso sottotenente nel 1809, prese parte alla prima campagna di Spagna (1811). Divenuto tenente nel 1812, partecipò l’anno seguente alla seconda campagna di Spagna. Nel 1814 entrò a far parte della Guardia di Parma, combatté nella campagna d’Italia e fu fatto prigioniero. Nel 1816 fu tenente del Reggimento Maria Luigia di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 20-21.

COLLINA BERNARDO, vedi COLLINI BERNARDO

COLLINA GIAN o GIOVAN BATTISTA, vedi COLLINA GIOVANNI BATTISTA


Parma 1792-2 gennaio 1873
Fu scultore, decoratore e anche restauratore. La sua opera più celebre è il busto di Angelo Mazza (Parma, Istituto di Belle Arti), eseguito nel 1817. Nel 1848 dipinse sei medaglioni con storie del santo nella cappella di San Bernardo al Duomo di Parma. Nel 1849 eseguì piccole decorazioni sulle volte di una stanza e di una galleria di casa Bergonzi. Nella sala di Maria Luigia alla Biblioteca Palatina, nel Palazzo della Pilotta in Parma, eseguì una medaglia con i Geni della Storia e delle Scienze che sorreggono le armi della Duchessa.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, ms. nella Pinacoteca di Parma; Gazzetta di Parma 19 luglio 1817; U. Thieme-F. Becker, VII, 1912; N. Pelicelli, Parma Monumentale, Parma, 1949; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori e incisori italiani moderni, I, Milano, 1971, 773-774; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 398.


Parma 1780-post 1817
Avvocato di professione, si dilettò di musica, arte nella quale fu assai erudito. Il 19 giugno 1817 al Liceo filarmonico di Bologna, in occasione della solenne distribuzione dei premi agli studenti, tenne un discorso dal titolo Della Musica (Stamperia Ducale, Parma, 1817).
FONTI E BIBL.: G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, I, 74; R. Eitner, Quellen-Lexikon, III, 15; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 239.


Parma 22 gennaio 1771-Piacenza 21 aprile 1851
Frate cappuccino predicatore, fu confessore di molta pietà e pronto nella osservanza regolare. Compì a Guastalla la vestizione (24 luglio 1795) e la professione solenne (25 luglio 1796).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 251.


Parma 1783/1790
Il Collini fu allievo di G. Sbravati. Si cimentò soprattutto nella scultura. Nel 1783 ottenne il premio per il nudo di plastica e per un disegno di composizione al concorso dell’Accademia di Belle Arti di Parma con il bassorilievo in terracotta raffigurante L’incontro di Ettore con Andromaca. Nel 1786 venne premiato a pari merito per il disegno di nudo con Francesco Calza.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 279; Archivio Accademia di Belle Arti di Parma, Atti, I, 1770-1793; E. Scarabelli Zunti, VIII, 1751-1800; M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 168; Arte a Parma, 1979, 199.


Parma 21 gennaio 1676-Venezia 1735 o 1736
Nacque da Francesco, vecchio soldato, e Isabella, nella parrocchia di San Bartolomeo. Gli furono padrini l’Ill.mo Gian Carlo Buralli e Donna Maria Lalatta. Dato il livello sociale dei padrini, è pensabile che la famiglia fosse di discreta posizione sociale. Negli anni 1693-1694 il Colombani combatté in Piemonte contro le armate francesi del Catinat. Dal 1688 al 1694 si svolse infatti una guerra tra i Francesi e Vittorio Amedeo di Savoja sostenuto dagli imperiali austriaci. L’evento bellico si svolse tra battaglie, brevi assedi, scorrerie e scaramucce continue. Lo spirito di intrapredenza e di avventura e le azioni di saccheggio e preda a cui si abbandonarono le truppe occupanti favorirono l’arruolarsi di molti giovani. Il Colombani, poco più che diciassettenne, vincendo l’opposizione del padre, si arruolò così con molti compagni nelle truppe del duca Vittorio Amedeo di Savoja. Partecipò a numerose battaglie (Guastalla, Pinerolo, Orbassano, Santa Brigida, Staffarda) e si comportò valorosamente, tanto da raggiungere il grado di Uffiziale e Portabandiera. Da allora ebbe l’appellativo di Alfiere Lombardo, appellativo che egli in seguito sbandierò spesso, vantando eroiche imprese. In effetti imparò l’uso delle armi e divenne abilissimo nel maneggio della spada, tanto da diventarne maestro e come tale insegnante a molti giovani nobili: il Colombani confessò di averne tratto lauti compensi. Comunque, ancor prima che terminasse la guerra nel 1694, disertò assieme a un compagno e s’imbarcò a Genova per Barcellona. Durante il viaggio ebbe modo di perfezionare il maneggio delle carte, vincendo al gioco una bella somma (cento pezze da otto) grazie alla sua brillante prestidigitazione. A Barcellona si servì del suo ingegno vivace ed eclettico per imparare a danzare alla spagnola, suonare vari strumenti musicali e perfezionare il suo gioco di scherma, esibendosi anche in alcune Accademie. Ritornato in Italia, cominciò a presentarsi sulle piazze con le più varie e spettacolari prestazioni. Peregrinando, arrivò a Malta e in Sicilia. A Palermo conobbe un saltimbanco persiano che gli offrì in sposa la figlia Angelica in cambio di insegnamento della scherma a entrambi. Tutti e tre si diedero poi a spacciare i più vari medicamenti, segreti medicinali, un miracoloso collirio per il mal d’occhi e vari altri intrugli, il tutto condito con esibizioni e musiche. In seguito, con l’aiuto di un altro ciarlatano, detto Testa di Ferro, si liberò del saltimbanco persiano e della figlia e passò a Napoli dove imparò l’arte del burattinaio, fece l’attore in palcoscenico e cominciò a esibirsi come acrobata sulla corda. Come schermidore, suscitò gli entusiasmi dello stesso vicerè, da cui ebbe onori e larghi compensi. Dopo essere stato imbarcato su una nave pirata, per l’Anno Santo del 1700 arrivò a Roma, dove fece solenne promessa di abbandonare tutti gli imbrogli del suo mestiere e di bruciare tutti i suoi libri di diavolerie. Però poco dopo allestì un banco a Piazza Navona insieme a quattro ballerini di corda e, in breve, con vari espedienti raggranellò molti quattrini. Unitosi a una prostituta spagnola, girò diversi paesi (Francia, Olanda, Inghilterra) sperperando ogni suo avere. Approdò infine a Livorno e, conosciutovi un onorato cavadenti, ne sposò la figlia Apollonia. Da allora il Colombani mantenne una più seria vita professionale mettendo a miglior partito la sua intelligenza e fondamentale onestà. Arrivato a Venezia nel 1709, mise su banco in Piazza San Marco alla terza colonna del Broglio. A Venezia esistevano delle regole generiche per l’esercizio della medicina minore: il Colombani dovette sostenere degli esami abbastanza rigidi e fu uno dei pochi che ottenne il diploma ufficiale di dentista. Tra il 1710 e il 1712 si misurò sulla pubblica piazza con diversi ciarlatani, dimostrandosi assai più valente degli altri cavadenti. Venne in onore tra il popolo, proclamando di senza pretender nulla dai poveri cavar denti, nettarli, impiantarli, farli posticci, guarire le flussioni, curare ulcere aposteme fistole, medicare rotture di ogni specie. Affermò sarò in Venezia ammirato con attenzione, nel mezo amato con distinzione, e nel fine odiato senza discretione ma dai ciurmadori e dai ciarlatani bugiardi. Ma anche si vantò di saper giocar ogni sorta d’armi, di dilettarsi di poesia, di essere un buon prattico in medicina e di esser un cavadenti inferior a nessuno, solo pari alla moglie Apollonia Colombani, la quale ha dato alla stampa nel 1719 in Venezia un’opera dove fa vedere le donne abili in siffatte manovre al pari degli uomini e dichiara aver cavati più di cinquemila denti. Nei venticinque anni che visse a Venezia il Colombani si fece una fortuna: percepiva dai 5 ai 15 zecchini per ogni cura. Congiuntamente alla pratica della professione il Colombani diede alle stampe diverse pubblicazioni mediche che per la loro peculiarità destano non poco interesse. Si è potuto rinvenire nella Biblioteca Palatina di Parma, nel blocco di volumi acquistati dal Paciaudi all’epoca della costituzione della Biblioteca, l’opera fondamentale del Colombani: Il tutto ristretto in poco, ossia il tesoro aperto dove ognun può arricchirsi in virtù, salute, ricchezza (Venezia, 1724, presso Domenico Milocco), con varie tavole incise fuori testo. Nel 1725 scrisse Opera nuova, apri ben l’occhio (Venezia, Baggio Maldura), ricca di riferimenti autobiografici. Il Colombani cominciò un altro libro dal titolo Vita, viaggi, incontri dell’Alfier Lombardo ma non risulta sia stato terminato né dato alle stampe. Invece fu pubblicato un altro suo lavoro intitolato Il castigamatti ossia il Flagello della Bugia (Venetia, presso il Milocco, 1732). Dai molti libri letti (nei suoi scritti sono frequenti le citazioni da autori illustri, come Terenzio, Tacito, Aristotele, Platone, Arnaldo da Villanova, Bacone, Vesalio e Paracelso) e dalla lunga esperienza ricavò e descrisse nozioni esatte sulla struttura del corpo umano e sui principi terapeutici che gli furono utili nel curare il prossimo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 118-119; L. Gambara, Cerretani, 1928, 157-159; Parma nell’Arte 2 1982, 97-104; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 128.

COLOMBANI GIUSEPPE, vedi COLOMBANI CARLO GIUSEPPE


Parma 1671-Parma 30 ottobre 1725
Nel 1691 fece il concorso di filosofia (Die 27 iunii 1691, post prandium, P. Ranuccius Franciscus a Parma, unus ex oppositoribus, pubblice exposuit textum Aristotilis in Phisica, et habuit vota duo pro bono, quatuor vero pro optimo, ex sex) e nel 1694 venne destinato lettore di morale in Parma. Fu lettore giubilato, definitore di Provincia, segretario del provinciale, padre Francesco Petrobelli, nella sua seconda elezione, teologo del duca di Parma Francesco Maria Farnese e commissario visitatore della Provincia di Torino nel 1721 (Atti Capitolari, t. 1, p. 478, 485, 503). Negli Atti Capitolari (t. 1, p. 504) si legge che il Colombani, definitore, venne chiamato a Roma dal ministro generale, ma si ignora a quale scopo. Nel Flaminio (t. 2, p. 214) si trova che verso il fine dello scorso secolo erasi incominciato a diminuire il numero dei Reggenti della Fabbrica della Ss. Nunziata. Quindi nel 1717 li 15 maggio promosse il P. Ranuzio di Parma che era guardiano del Convento, lo ristabilimento d’una Congregazione di signori Fabbricieri, li quali successivamente fino al 1725, coi redditi della Fabbrica, vegliarono a molti rilevanti risarcimenti in tutta la Chiesa. Nell’anno 1717 fu eletto ministro provinciale: Haec est electio Ministri Provincialis, Custodis et Definitorum huius almae Observantis Provinciae Bononiae in conventu nostro Ss. Annuntiatae Parmae anno millesimo septingentesimo decimo septimo, die vigesima nona mensis iunii, canonice ac rite celebrata, Praesidente in ea Adm. R. p. Ioanne Antonio de Campo S. Petri Commissario Visitatore. In qua quidem electione, pro Provinciali, A.R. p. Raynutius Franciscus de Parma habuit vota 42 (Atti Capitolari, t. 2, p. 35). Il Colombani fu più volte guardiano del convento della Santissima Annunziata di Parma e al momento della morte lo era del convento di Montechiarugolo.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Ministri e Vicari Provinciali, 1908, 245-246.


Pellegrino Parmense 1 giugno 1892-Parma 18 luglio 1968
Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Parma, partecipò alla prima guerra mondiale come ufficiale di fanteria. Fu decorato e venne congedato con il grado di capitano. Già da studente prese vivo interesse alle questioni politiche come dirigente del Circolo giovanile liberale Camillo Cavour e fu collaboratore del settimanale liberale. Iniziata la libera professione di avvocato nell’immediato dopoguerra, promosse la costituzione di un gruppo di avvocati e procuratori ex combattenti, assumendone la presidenza. Fu anche tra i fondatori dell’Associazione provinciale combattenti. Nel 1920, assieme a un folto gruppo di giovani reduci, diede vita in Parma al Partito liberale indipendente, di cui fu primo presidente, divenendo poi vice presidente della locale sezione del Partito Liberale Italiano unificato, carica che tenne fino allo scioglimento del partito nel 1925. In quell’epoca il Colombi Guidotti fece anche parte del gruppo Rivoluzione liberale di Piero Gobetti. Ripresa l’attività politica dopo la parentesi della dittatura fascista, entrò a far parte della Giunta popolare di liberazione del Comune di Parma per il 1945-1946. Fu candidato del Partito Liberale Italiano al Consiglio comunale e nel 1951 ottenne il maggior numero di preferenze dopo l’avvocato Scotti. Da allora la sua posizione, sia in seno al partito che nell’ambito delle attività civiche, andò assumendo sempre più importanza e prestigio. Presidente provinciale e regionale del Partito Liberale Italiano, consigliere nazionale fin dal 1946, membro del collegio nazionale dei probiviri, consigliere capogruppo della rappresentanza liberale al Consiglio comunale di Parma, fu candidato al Senato nelle elezioni del 1964 e, dopo le dimissioni del senatore Veronesi, nel marzo 1968 entrò a Palazzo Madama, primo parlamentare parmigiano del Partito Liberale Italiano nel dopoguerra. Vice presidente della Cassa di Risparmio di Parma dal 1961 al 1965, ricoprì altri importanti incarichi cittadini (fu anche giudice costituzionale aggregato).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 luglio 1968, 4.


1762-Pellegrino 8 dicembre 1832
Fu notaio di Pellegrino dal 1782 al 1832.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 20.


Parma 7 ottobre 1922-Parma 16 gennaio 1955
Fu allievo di Attilio Bertolucci e Borlenghi al Liceo Maria Luigia di Parma. Laureato in legge a Parma, esordì giovanissimo, nel 1941, con il gruppo di Pianura (edito a Parma presso Fresching; insieme a Guglielmo Ambrosoli, Gian Carlo Artoni, Renzo Bocchi e Pietro Galli) che segnò l’affermazione di un gusto e l’avvento di una civiltà letteraria nuova. Dal 1941 cominciò a collaborare a giornali e a riviste con racconti, saggi critici e articoli vari (da Cronache, settimanale bolognese, nell’immediato dopoguerra, al Mattino dell’Italia Centrale di Firenze negli anni 1952-1953, al Popolo nel 1954). Nel dopoguerra, affinate nel frattempo le sue letture e consolidate le sue preferenze su autori vecchi e nuovi (i francesi tra le due guerre, gli americani, Conrad e Fitzgerald soprattutto), prese parte attiva alla vita letteraria di Parma imponendosi in breve all’attenzione del pubblico e della critica. Della sua sensibilità letteraria fanno fede le eccellenti versioni dal francese e dall’inglese, l’ultima delle quali, la più importante forse, quella del Negro del Narciso di Conrad, egli non poté vedere pubblicata. Nel 1945 redasse per Guanda Il Contemporaneo, mensile di politica e letteratura, e nel 1946 diresse per breve tempo il settimanale liberale L’Uomo Libero. Per un paio d’anni fu anche critico teatrale e cinematografico del Giornale dell’Emilia e poi, fino alla morte, critico letterario e collaboratore assiduo della Gazzetta di Parma. La sua firma uscì dagli angusti confini di Parma e apparve, in calce a racconti e scritti critici, in giornali e riviste di tutt’Italia, quali la Rassegna d’Italia, Galleria, Paragone, Letteratura e Comunità. Collaborò anche alla Radio con note di letteratura italiana e straniera. Per quattro anni (1951-1955) fu alla testa del gruppo del Raccoglitore, la pagina quindicinale di lettere e arti della Gazzetta di Parma, di cui egli personalmente e amorosamente curò la redazione e l’impaginazione. Nel 1952, all’insegna del Raccoglitore, uscì il suo primo romanzo breve, Impazienza, cui seguì, due anni dopo, Vogliamo svagarci (Sciascia, Caltanissetta, 1954). Entrambi furono favorevolmente accolti negli ambienti letterari. All’attività culturale accompagnò sempre la diuturna pratica della professione forense che esercitò nello studio del padre avvocato. Morì a soli 32 anni, a causa di un incidente automobilistico. La maggior parte delle sue opere fu pubblicata dopo la sua morte: Vita con Cate e altri racconti (Parma, il Raccoglitore, 1957; già apparso nell’estate 1954 in una rivista fiorentina), Il grammofono (Roma, Colombo, 1959), Tormentosa stagione (Parma, Pilotta, 1980), All’inizio dell’estate (Parma, Guanda, 1992).
FONTI E BIBL.: G. Spagnoletti, in Rassegna di Cultura e Vita Scolastica novembre 1951; P. Vida, Tre narratori, in Raccoglitore n. 28, 1952; P. Calandra, Vetrinetta, in Idea, 19 aprile 1953; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 51; Parma per l’Arte 2 1955, 100; Dizionario letteratura italiana contemporanea, 1973, 234; Aurea Parma 1 1983, 71; Dizionario Bompiani autori, 1987, 519; Letteratura italiana, I, 1990, 579; Storia Civiltà Letteraria, 1993, I, 208; Aurea Parma 3 1995, 224-225.


Borgo San Donnino 1882/1903
Fu sindaco di Borgo San Donnino nell’anno 1903.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.


Borgo San Donnino 7 maggio 1925-Bargone Montauro 1 marzo 1985
Nacque da un insegnante di disegno e da una maestra elementare. Dopo la laurea in medicina e chirurgia conseguita all’Ateneo parmense, prese servizio nel dicembre del 1950 all’ospedale di Fidenza come assistente volontario. Successivamente prestò servizio all’Università e all’Ospedale Maggiore di Parma. Ma nell’ottobre del 1956 tornò all’ospedale fidentino come aiuto radiologo. Dopo un breve periodo di lavoro all’Ospedale di Crema, vinse nel 1961 il concorso di aiuto radiologo incaricato all’ospedale fidentino. Vi rimase fino al 1970, quando vinse il concorso di primario radiologo all’Ospedale di Colorno. Nel 1973 tornò a Fidenza, questa volta come primario. Medico professionalmente molto preparato e stimato, durante il primariato del Colombini il reparto radiologia dell’ospedale fidentino conobbe una completa ristrutturazione e venne dotato di tutte le più moderne apparecchiature. Il Colombini ebbe anche l’incarico della sorveglianza medica per la radioprotezione per tutti i dipendenti dell’Unità sanitaria locale soggetti a radiazioni. Fu inoltre autore di numerose pubblicazioni scientifiche.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 marzo 1985, 18.


Parma 1830/1840
Pittore. Secondo il Grazzi sarebbe stato attivo come litografo tra il 1830 e il 1840, come collega e amico del Vigotti.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 50.


Campo di Pietra 5 aprile 1747-Parma 17 giugno 1838
Nacque da Iacopo e da Francesca Carbonere. Educato inizialmente dal sacerdote del villaggio, gli si presentò presto l’occasione di avviarsi alla lettura dei classici italiani. La sua preferenza andò subito ai prosatori e si vennero delineando in lui sin dai primi anni un deciso interesse per gli studi di lingua e una propensione per un modello di prosa semplice, non numerosa, quale ritrovò appunto in Segneri, Salvini, Redi, Dati, Magalotti e, tra i moderni, Zanotti, Manfredi e Gaspare Gozzi. A determinare la vocazione linguistica dovette contribuire moltissimo la frequentazione del compendio del vocabolario della Crusca di Apostolo Zeno, ma nel carattere delle sue scelte già si rifletteva l’indirizzo del moderno purismo: diffidente verso l’eloquenza del Boccaccio, ammiratore della spontaneità e grtazia dei trecentisti, ma anche dell’arte dei cinquecentisti, apprezzò la disinvoltura dei contemporanei, purché a quei modelli si richiamassero. Nel 1764 o forse un anno prima (egli stesso si contraddice nelle sue memorie), si avviò alla carriera ecclesiastica, entrando nel vicino seminario di Ceneda, dove seguì il regolare corso degli studi, finché fu ordinato sacerdote. Negli studi di retorica ebbe maestro l’abate  Giannandrea Caliari, un vicentino proveniente dal seminario di Padova, di cui conservò un grato ricordo per il metodo liberale da lui adottato, mentre avvertì insofferenza per la logica, la metafisica, soprattutto per l’aridità e l’inutilità, a suo parere, dell’argomentazione formale, e limitato interesse per la teologia. Nel seminario di Ceneda strinse un’affettuosa amicizia con Lorenzo Da Ponte, il quale ricorda nelle sue Memorie alcune gustose vicende di quella vita comune. Al Da Ponte, stabilitosi a New York, il Colombo inviò ancora, poco prima di morire, un sonetto sugli acciacchi della sua vecchiaia, rinnovando la consuetudine della loro giovinezza. Dopo la vestizione e una breve dimora nella casa paterna, il Colombo iniziò la sua attività di precettore nella stessa Ceneda, presso il conte Folco Lioni, che gli affidò l’istruzione dei suoi cinque figli. Fu la necessità di far fronte a questo impegno che lo spinse a cimentarsi anche con le materie scientifiche e a contrarre una particolare passione per la geometria, l’algebra, la fisica, l’analisi e, in particolare, per gli studi biologici, che coltivò attraverso l’osservazione microscopica. Dopo undici anni, intorno al 1779, passò nella casa del conte Pietro Caronelli, a Conegliano, per istruirne l’unico figlio, di sette anni: compito difficile, data l’indole del discepolo, col quale egli applicò tutta la sua intelligenza pedagogica. Tuttavia, poiché con il passare degli anni l’allievo mostrò segni inequivocabili di pazzia, il Colombo si sentì costretto a fingere gravi motivi di salute per sottrarsi all’incarico, riuscendo ad allontanarsi prima che la tragedia sconvolgesse la famiglia del conte (il quale nel 1801 venne ucciso dal giovane, finito poi in manicomio). A Conegliano il Colombo partecipò alle sedute dell’Accademia degli Aspiranti, come risulta da versi burleschi rimasti inediti in un volume autografo delle sue rime. In quella occasione usò lo pseudonimo di Agnol Piccione, che anche in seguito figura come l’autore di alcuni suoi scritti scherzosi. Nello stesso periodo si sviluppò la sua passione scientifica: nel 1786 fu stampata una sua lettera intorno ad alcune specie di animali acquatici nel tomo V del Giornale per servire alla storia ragionata della medicina, edito a Venezia, e l’esperienza del microscopio, fatta appunto durante tale ricerca, gli permise di avanzare alcune proposte per il miglioramento dello strumento, comunicate in tre lettere al padre Giambattista da San Martino, il quale pare ne tenesse poi conto nei suoi esperimenti. Il Colombo continuò l’opera di precettore a Venezia presso Giovan Battista da Riva, che seguì anche nei tre anni in cui il gentiluomo risiedette a Padova, eletto podestà e capitano della Repubblica. E come a Venezia conobbe Carlo Gozzi, Angelo Dalmistro, Canova e soprattutto il celebre naturalista Lazzaro Spallanzani, col quale ebbe modo di discutere delle comuni esperienze scientifiche, così a Padova entrò in contatto col Gabinetto di lettura, un club frequentato anche da Melchiorre Cesarotti. Ma godé soprattutto dell’amicizia con l’abate Pietrantonio Meneghelli, che fu poi professore di belle lettere a Vicenza. Dovette essere ancora a Venezia nel marzo 1796, quando entrò in Italia l’esercito francese: in quella occasione scrisse un sonetto alla burchiellesca, poi rifiutato. Nell’agosto fu chiamato a Parma per ammaestrare Giovanni Bonaventura Porta, col quale visse il resto della vita, seguendolo per oltre vent’anni nei suoi numerosi viaggi. L’affezione che portò al giovane gli fece rifiutare poi ogni altra offerta di lavoro. Iniziò nel 1798 l’epoca più proficua del Colombo, sia per la molteplicità delle esperienze culturali sia per la produzione letteraria. Visitando Firenze conobbe il canonico Bandini, l’abate Fontani e Giovan Battista Baldelli ed ebbe l’occasione di visitare l’Alfieri in seguito a una curiosa circostanza che indusse eccezionalmente il poeta e riceverlo. Frequentò inoltre il conte D’Elci, possessore di una preziosa biblioteca di classici. Dopo aver visitato le città della Toscana, Camaldoli e gli altri celebri santuari, tornò col Porta a Parma per allontanarsene l’anno seguente (1799) alla volta di Brescia e Bergamo. Frattanto, mentre istruiva attraverso la diretta osservazione il discepolo, durante i viaggi arricchì le sue collezioni di minerali e di stampe in rame di maestri moderni. Nell’anno 1800 il Colombo col discepolo riprese la serie dei viaggi fermandosi a Milano, a Torino e, passando nella Francia meridionale, quindi in Spagna e di nuovo in Francia, a Parigi nel 1801. Vi si trovarono quando giunse Ludovico di Borbone, principe di Parma, nominato re d’Etruria. Tornarono quindi in Spagna, sostando a Lione, dove il Colombo s’incontrò ripetutamente in conversazioni letterarie con alcuni dotti, deputati per la Repubblica italiana, ivi convenuti per i Comizi, e a Marsiglia. Visitata Barcellona, patria del padre del Porta, e Madrid, tornarono a Barcellona nell’ottobre del 1802 e quindi a Parigi, dove si trattennero sei mesi. Partirono quindi alla volta dell’Inghilterra assieme al Baldelli, ma il Colombo non seguì i compagni, costretto a rimanere a Londra per le sofferenze che gli comportava il viaggio, e si affrettò a tornare in Francia quando Napoleone Bonaparte dichiarò guerra agli Inglesi e chiuse i porti di Boulogne e Calais (1803). A Parigi ebbe la compagnia del conte Filippo Linati e si dilettò a frequentare le pubbliche vendite di cospicue librerie, accrescendo la sua non grande ma preziosa biblioteca. Tornato a Parma, dove il discepolo lo raggiunse, vi si trattenne fino al 1816, con alcune brevi puntante nella sua terra nel 1807 e a Venezia nel 1814. Nel 1811 collaborò al Giornale del Taro, compilato dal Pezzana, con gustosi articoli burleschi per i quali si tentò di metterlo in cattiva luce presso il regime francese. A questi stessi anni risale la sua prima opera d’impegno teorico e didattico, dove si manifestò l’ormai lunga esperienza di lettore, di cultore della lingua e di educatore: il Catalogo di alcune opere attinenti alle scienze, alle arti ed ad altri bisogni dell’uomo, le quali quantunque non citate nel vocabolario della Crusca, meritano per conto della lingua qualche considerazione. Si allinea nel senso della proposta montiana, pur senza alcun esplicito riferimento, individuando nella chiusura dei cultori della lingua entro gli stretti confini delle belle lettere la ragione della crisi di queste ultime, abbandonate da parte di molti ingegni. In tre lezioni aggiunte al Catalogo indicò la chiarezza, la forza e la grazia quali doti essenziali di una colta favella. Il libro, pubblicato nel 1812 a Milano dalla tipografia Mussi, riscosse un largo consenso di pubblico e meritò la corona nel concorso indetto dall’Accademia della Crusca nel 1817. Tra il 1812 e il 1814 fu pubblicato a Parma (stamperia Blanchon) un Decameròn con note del Colombo, il quale si dedicò ancora, negli ultimi anni della vita, ad annotare l’opera boccaccesca per un editore fiorentino, il Passigli. Nel 1816, ancora col Porta, il Colombo si recò a visitare le province orientali e settentrionali del Veneto. Nel 1817 fu di nuovo a Parma. Lì lo raggiunse la nomina a socio onorario dell’Ateneo di Treviso e a socio corrispondente della Crusca. In corrispondenza con A. Cesari, che lo incitava, si schermì dall’intraprendere un lavoro di più ampio respiro, non sentendosi sufficientemente preparato. In quell’anno il Porta sposò Elena Bulgarini, rimanendo vedovo dopo solo due anni. Il Colombo lamentò la sventurata perdita in un elogio della Bulgarini, tracciando attraverso il profilo di lei un modello ideale di educazione femminile. Nel 1819 raggiunse a Roma il discepolo, il quale vi si era recato per trovare sollievo al dolore. Durante questo soggiorno romano il Colombo ebbe amico Guglielmo Manzi, bibliotecario della Barberina. Questi aveva dedicato nel 1815 al Colombo il volgarizzamento del Convito di Luciano e ora, donandogli un prezioso volume, la traduzione del libro secondo dell’Eneide da parte di G.A. dell’Anguillara, gli offrì l’occasione di darne una nuova edizione con notizie sull’autore (Parma, 1824). Terminata la lunga serie di viaggi tra il 1819 e il 1820, il Colombo rimase a Parma nella casa del Porta, godendo di una lunga vecchiaia in una discreta agiatezza, quantunque amareggiata da acciacchi. In questi anni continuò a esercitare il suo estro di garbato stilista in argomenti leggeri, come la traduzione di un trattatello inglese sul gioco degli scacchi (Parma, 1821), che ebbe una certa fortuna editoriale, e in scritti scherzosi come novelle arieggianti la maniera antica e i temi della narrativa tre-cinquecentesca. Ma in una quantità di opuscoli discusse questioni letterarie e filologiche, recensì libri e raccolse notizie erudite. Sviluppò inoltre la sua teoria della lingua e soprattutto dell’educazione linguistica, ampliando e precisando le osservazioni contenute nelle prime lezioni e tenendo sempre fede a un tipo di discorso piano, consapevolmente didattico, in cui la destinazione ai giovani viene garbatamente affettata. La pubblicazione dei suoi numerosi interventi fu dovuta anche alla collaborazione di un editore parmense, Giuseppe Paganino, che nel 1824 iniziò la stampa degli scritti del Colombo, protrattasi fino al 1837 (anno in cui apparve il quinto volume), accogliendo quanto via via egli andava scrivendo. Nella lezione Del modo di maggiormente arricchire la lingua senza guastarne la purità, pubblicata nel primo volume, il Colombo respinge la norma di attenersi ai soli trecentisti, sostenendo la necessità di tener conto della modificazione avvenuta nel modo di pensare dei moderni e del perfezionamento dovuto ai secoli successivi, specialmente al Cinquecento. Il riconoscimento della matrice fiorentina della lingua italiana si inseriva dunque in una visione dalla quale erano esclusi gli estremismi e alla quale rimase sostanzialmente fissata la teoria del Colombo. Successivamente, nel 1830 affrontò in un’altra lezione (pubblicata nel volume terzo, parte seconda, edito nel 1831) il tema della proprietà e tornò in un’altra diceria sul tema della purezza della lingua (scrivendone al Dalmistro nel dicembre del 1830, polemizzò contro la denominazione dispregiativa di purismo e rifletté sul valore modesto delle sue lezioni). Collaborò anche ad alcune edizioni di classici, come la Gerusalemme liberata, uscita a Firenze nel 1824 con confronto critico delle varianti di edizioni precedenti, e Le cento novelle antiche, che furono edite a Milano nel 1825 con una sua prefazione. L’interesse rivolto dal Colombo a quest’opera si inserisce nella sua ammirazione per la semplicità antica della lingua italiana secondo le prospettive del purismo: in un esemplare dell’opera aggiunse più tardi un acuto confronto tra il Boccaccio e il Novellino a proposito della novella del re di Cipro, dove riprese il tema della ridondanza della prosa boccaccesca. Al 1825 risale la lezione Sopra ciò che compete all’intelletto e alla immaginativa (pubblicata a Parma, per G. Paganino, con la data del 1824, ma la premessa porta la data del 7 aprile 1825), che ricalca i motivi critici settecenteschi quali l’entusiasmo come fondamento della fantasia del poeta e l’evidenza e la ragione quali suoi necessari freni. Ma il discorso mirava a inserirsi nel recente dibattito sulla mitologia e a dissolverlo ragionevolmente, mostrando come avesse pur un senso simbolico e metaforico la mitologia, di cui si proclamava l’inconsistenza, e ribadendo la distinzione tra le due sfere dell’intelletto e della fantasia. L’atteggiamento schivo che il Colombo mantenne nei confronti della grossa polemica che agitava il mondo letterario si rivela in un bizzarro scritto del 1826, un ghiribizzo appunto, che polemizza ironicamente contro la repubblica dei letterati per le inutili e artificiose contese, attraverso una presunta relazione sulla fantomatica Repubblica dei Cadmiti attribuita ad Angelo Piccione. In una nota esplicativa dell’allegoria, il Colombo, nelle vesti del figlio del presunto autore, manifesta, sempre nella chiave burlesca da lui scelta, il risentimento per l’incontentabilità dei critici e ironizza sulla moderna narrativa francese mista di tragico e di patetico. La recensione apparsa nell’ottobre dello stesso anno sulla Biblioteca Italiana, non negativa ma critica nei confronti del modo indiretto e ironico da lui usato, suggerì al Colombo di affrontare il discorso Intorno alle discordie letterarie d’oggidì, in una lezione (pubblicata a Parma nel 1827) che risolve il problema del contrasto tra classici e romantici in termini di costume, condannando l’abuso delle polemiche letterarie, succedute a un’antica presunta concordia costruttiva, che sarebbe finita con la generazione dei Boccalini, Bettinelli e Baretti, e l’estremismo generalmente perseguito dalle due scuole nell’imitazione come nel rifiuto dei classici: all’indicazione di esempi sommi di equilibrio, quali Metastasio e Parini, segue la critica del romanticismo, non per quello che esso innovava sul piano dei generi, ma per il sovvertimento del gusto e del nativo carattere della letteratura italiana e per l’inopportunità di introdurre da noi un tipo di immaginativa propria dell’ambiente nordico. Più tardi, nel 1837, in una lettera a Domenico Olivieri, polimizzò contro i moderni stampatori e contro la moda del romanzo storico, mentre sull’opera del Manzoni, in questo stesso anno, espresse un eccellente giudizio, premettendo una breve prefazione alla ristampa parmense del Fiaccadori. Nel 1829 fu colto da una grave malattia che lo costrinse ad astenersi a lungo dal lavoro, ma nel 1830 proseguì il discorso sulle doti di una colta favella con la trattazione della proprietà (Intorno al favellare e scrivere con proprietà), sviluppando la parte relativa all’uso dei vocaboli, alla costruzione verbale e alla collocazione delle parole. Nel pubblicarla, nel 1830 a Parma, avvertì di avere ripercorso, quantunque a un più umile livello didattico, l’argomento di una lezione del 1821 di G.B. Niccolini, pubblicata nel 1829, ma che egli non aveva potuto leggere a causa di quella forzata inattività. La Biblioteca Italiana (giugno 1830) accolse favorevolmente lo scritto del Colombo. Dopo essere stato già quasi in fin di vita nel novembre del 1835, morì due anni e mezzo dopo.
FONTI E BIBL.: Alcuni Ricordi del Colombo, scritti nell’anno 1824, e quindi alcuni più ampi Cenni, scritti nei primi mesi del 1838 e rimasti manoscritti presso il Porta, furono utilizzati da A. Pezzana, il quale compose la voce per la Biografia di E. De Tipaldo (VI, Venezia, 1838, 97-118) e ne ampliò in parte il testo in Alquanti cenni intorno alla vita di Michele Colombo, Parma, 1838, 4-49, cui segue (51-60) un catalogo delle opere edite e inedite del Colombo. Ai Cenni si rifanno F. Maestri, Elogio di Michele Colombo, premesso alle Lettere raccolte dal Pezzana, Bologna, 1851 (pp. XI-XXXVII; esso ricalca la biografia del Pezzana). Per le Memorie di L. Da Ponte (Nuova Jorca, 1823) cfr. l’edizione a cura di G. Gambarin-F. Niccolini, Bari, 1918, I, 6-9, 261, II, 68-95, 124. Le lettere furono in gran parte raccolte dal Pezzana. Parte di quelle dirette ad A. Dalmistro furono pubblicate da P.A. Paravia (con dedica al Pezzana), Torino, 1839. Un’altra a D. Francesconi è inclusa tra le Lettere inedite d’illustri italiani, pubblicate da F. Federici, Padova, 1838; altre sono tra Alcuni scritti inediti di Michele Colombo, per cura di G.G. Mistrali, Parma, 1851 (introdotti da una ristampa della biografia del Pezzana). Degli inediti elencati dal Pezzana, oltre a quelli inclusi nell’opera testé citata, furono pubblicati Due casi inverisimili ma veri tra le Novellette dell’ab. Michele Colombo, Livorno, 1868, da una copia fatta sull’autografo dal Pezzana e posseduta da F. Zambrini. Cfr. inoltre: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 121-123 e 522, e 1880, 175; C. Frati, Un esemplare dei Canti carnascialeschi (Firenze, 1559) già posseduto da A. Zeno e Michele Colombo, in Archivio Storico per le Province Parmensi XII bis 1922; C. Frati, Bibliotecari, 1934, 175-178; Enciclopedia ecclesiastica, II, 1944, 219; Parenti, Bibliotecari, I, 1957, 280; Dizionario enciclopedico letteratura italiana, 2, 1966, 86; G. Mazzoni, L’Ottocento, Milano, 1949, I, 95, 111 s., 365, 653; G. Natali, Il Settecento, Milano, 1950, I, 594, II, 696, 761; e soprattutto M. Vitale, La questione della lingua, Palermo, 1978, 402 s., 516 ss. e ad Indicem; F. Tateo, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVII, 1982, 238-241.

COLOMBONI GIUSEPPE, vedi Colombani Carlo Giuseppe


Parma 10 gennaio 1927-Parma 30 agosto 1975
Fu titolare della Linotipia Parmense di Borgo Giacomo Tommasini 20, docente di arte grafica nell’Istituto d’arte P. Toschi e consigliere del Centro Studi G.B. Bodoni. Cominciò la sua carriera di tipografo all’età di quattordici anni presso lo stampatore-editore Mario Fresching. Dopo un’esperienza di lavoro a Roma, fu assunto nel 1950 come linotipista presso la Gazzetta di Parma. In seguito mise in proprio una delle prime aziende di linotipia assai bene attrezzata e di notevole prestigio anche fuori della cerchia cittadina. Si dedicò alla sua arte con bravura e passione e fu uno degli innovatori del settore per la sua specifica competenza e per essere stato tra i primi ad adottare la composizione in offset. Prese parte attiva alla Resistenza e militò con onore nelle Brigate garibaldine che operarono nell’Appennino parmense. Tra i suoi allievi dell’Istituto Paolo Toschi riscosse vivo apprezzamento per le sue doti di umanità e di intelligenza. Insegnò con vera semplicità, senza mai posare a maestro, e celò la sua autentica bravura sotto le vesti della modestia.
FONTI E BIBL.: Boll., Museo Bodoniano 3 1975, 108.


-Parma 1 luglio 1649
Fu rettore della chiesa della Santissima Trinità di Parma e professò, nello Studio universitario parmense, diritto canonico. Nell’Archivio di Stato di Parma, nella cartella Studio Publico (in Mandati 1631-1658) viene ricordato l’8 luglio 1647 come Lettore di Ragione Canonica, mentre nel 1649 si versò la provvisione a lui spettante alli Heredi del già Dott. B.C. Lettore di Canon. per i tre mesi finiti l’ultimo di Settembre 1649 corrente. In una iscrizione già esistente nella chiesa della Santissima Trinità si leggeva del Coloreti: Cesar. iur. in Parm. gimn. publ. interpres extit. erud. Quiexit in Domino Kal. jul. 1649. La lapide non esiste più, ma l’iscrizione è riprodotta in U. Ferrari, La parrocchia della Santissima Trinità in Parma (Parma, 1927, p. 90).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.


Parma 17 luglio 1825-Parma 25 settembre 1875
Studiò violino, armonia e pianoforte nella Ducale Scuola di musica di Parma dal 1833 al 1844. Il 7 marzo 1842, ancora alunno, per concorso fu nominato aggiunto aspirante violino della Ducale Orchestra, nel dicembre 1846 aspirante, nel gennaio 1847 professore, il 30 dicembre 1856 violino di stacco e vice direttore e con decreto 7 aprile 1857, I violino al posto di Domenico De Giovanni. Fu attivo anche in concerti: sulla Gazzetta di Parma si legge che l’8 aprile 1842 in un’accademia dell’Accademia Filarmonica Ducale Parmense al Ridotto del Teatro Ducale si esibì in alcune virtuosistiche variazioni per violino e il 5 giugno 1844, nel concerto pro asili dato da Giuseppina Strepponi al Teatro Ducale, suonò assieme a Bosoni in una Variazione per violino e pianoforte. Molto stimato professionalmente, nel 1869 lo si trova a Carpi commissario degli esami degli allievi della Scuola comunale di musica. Fu attivo anche come direttore d’orchestra e nel 1873 diresse una stagione d’opera al Teatro Reinach di Parma. Scrisse composizioni per violino, tra cui Omer Pascià, fantasia di concerto (Milano, Ricordi), duetti per violino e viola e due sinfonie per orchestra. Di una di queste il Ferrari riporta che, composta per l’occasione, fu eseguita in aggiunta allo spettacolo la sera del 29 aprile 1857, onomastico del duca.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 207; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


-Parma 1808
Fu organista e maestro di cappella a Parma, nominato dal 1° luglio 1805, in sostituzione di Carlo Ramis. Fu giubilato nel 1808. Fu anche compositore, poiché scrisse un Te Deum per la Cattedrale di Parma, al servizio della quale lo si trova soltanto fino al 7 marzo 1807. Con Regio Decreto del 2 luglio 1801 gli fu accordato il titolo di Maestro onorario di Cappella.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, capsula 36 Organisti e Maestri di Cappella, Bilancio 1858 e 1859; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 248 e 266.

COMANTE EGINETICO, vedi FRUGONI CARLO INNOCENZO


Calestano 1831/1849
Prese parte ai moti del 1831 e a quelli del 1848. Fu medico condotto a Calestano. Il 25 settembre 1849, con atto sovrano del duca Carlo di Borbone, venne rimosso dal posto per la cattiva condotta politica tenuta anche recentemente. Il 27 dicembre dello stesso anno, per un decreto di clemenza in seguito alla nascita della principessa Alice Maria Carolina di Borbone, al Dott. Clodoveo Comaschi, già medico condotto del Comune di Calestano, è fatta abilità di concorrere alle condotte medico-chirurgiche di tutt’altro dei Comuni de’ Nostri Regi Stati. Fu poi nominato medico condotto ad Alseno.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 4-5.


Montalto di Varano de’ Melegari 15 luglio 1724-Antognano 14 aprile 1783
Si applicò ferventemente allo studio delle buone lettere e del diritto, nel quale ebbe a mestri Paolo Politi, Giuseppe Maria Bolzoni e Bernardino Giordani. Fu prima Pretore in diversi luoghi dello Stato parmense, e segnatamente a Compiano e a Salsomaggiore. Mentre era Commissario a Cortemaggiore, gli fu offerta la nomina a Governatore di Bozzolo, carica che comportava il diritto a un posto nel Senato di Milano, ma il Comaschi rifiutò. Al momento della restaurazione dell’Università di Parma, nel 1768, da Salsomaggiore inviò un suo progetto intorno la riforma degli studi di giurisprudenza al Du Tillot, che lo comunicò al Paciaudi. Questi consigliò Du Tillot di chiamare il Comaschi in Parma, ove infatti nel 1769 fu deputato all’insegnamento del diritto criminale. Mantenne la carica di professore universitario per sei anni, fu il primo a spogliare i precetti del suo insegnamento dallo stile barbaro-latino in cui erano stati dati fino ad allora dai suoi predecessori e a insegnare che ottiensi assai meglio la diminuzione dei delitti col prevenirli che colla scure o col capestro. Elaborò i suoi studi nell’opera in latino (rimasta manoscritta per volere del Comaschi) Istituzioni criminali, di cui si valsero tutti i suoi successori. Abbandonato l’insegnamento per le difficoltà oratorie dovute alla sua balbuzie, fu nominato Professore emerito nel 1775 e nello stesso anno fatto Uditore delle cause civili in Piacenza, dopo averne patrocinate alcune con dotte allegazioni. Fu nominato Assessore della Regia Casa il 6 febbraio 1778 e consigliere nel Tribunale della Dettatura nel 1777. Fu inoltre aggregato al Collegio dei Giudici e Dottori il 3 novembre 1775. Fu colto letterato e raccolse molte notizie patrie. Sul margine di quasi tutti i suoi libri pose postille secondo il soggetto. Pietro De Lama pubblicò nel 1820 alcune sue note alla Tavola legislativa della Gallia Cisalpina. Scrisse altresì qualche iscrizione in latino e, postumo, uscì il Ragionamento intorno alle leggi civili. Sposò Lucia Bazoni, dalla quale ebbe più figli, tra cui Giuseppe e Vincenzo
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 253-256.


Parma 1831
Prese parte attiva ai moti del 1831 e perciò fu inquisito. La sua scheda segnaletica riporta: Dopo l’arrivo dei Tedeschi si tenne nascosto nelle cantine del Baistrocchi, stampò lettere rivoluzionarie coi torchi Blanchon. Costui godeva una pensione di 1500 franchi, e colle sue lettere sfogò una rabbia mordace contro la legittimità dei Governi e verso Sua Maestà l’Arciduchessa. È colpito da mandato d’arresto e fu posto in istato d’accusa il giorno 8 agosto 1831. Pubblicò in tempo della rivolta lettere rivoluzionarie. Fu quindi rilasciato ordine pel di lui arresto, ma si sottrasse. Si costituì in seguito volontariamente, fu processato, ed in seguito amnistiato, ed al suo uscire di carcere fu sottoposto a varii precetti da quali è tuttora colpito.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 149.


1749 c.-Parma XIX secolo
Figlio di Giambattista e Lucia Bazoni. Fu buon verseggiatore. Pubblicò una risposta polemica al sonetto del Minzoni Quando Gesù.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 256.


Parma 1848
Medico, fu volontario nella guerra del 1848 nella prima Colonna Parmense che si recò a combattere in Lombardia. Fu parente di Clodoveo.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 4-5.


1750 c.-Parma 3 maggio 1817
Figlio di Giambattista e Lucia Bazoni. Letterato, fu autore di diverse opere (elencate dal Pezzana). La morte gli impedì di portare a compimento una Storia di Parma dal 1796 al 1816.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 256.


maggio/luglio 1759-Bazzano 4 maggio 1833
Il 27 luglio 1802, in età di 43 anni, fu nominato arciprete di Bazzano. Resse la parrocchia trentuno anni, periodo durante il quale figurano suoi cappellani diversi sacerdoti: dal 1803 al 1809 don Zuccolini, nel 1810-1812 don Domenico Zanni, nel 1820 don Giovanni Bonaccursio Costa, nel 1821 don Giuseppe Bosi, nel 1827-1828 don Mariano dei Mariani e nel 1833 don Giacomo Magnani. Il Comastri morì all’età di 73 anni. Redasse complessivamente 541 atti di battesimo (media di diciassette l’anno), 127 di matrimonio (dei quali tre redatti da don Magnani) e 639 di morte (più cinque registrati da don Magnani).
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 39.

COMBODO, vedi GOMBODO


Parma 1776
Fu consorziale e musico della Cattedrale di Parma il 7 aprile 1776.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma 1831
Partecipò attivamente ai moti del 1831, in collegamento col Braibanti. Fu inquisito quale uno dei disarmatori della truppa nella sera del 13 febbraio. Il successivo 12 aprile si trovava a San Pancrazio, ma durante la notte si rese latitante. Fu poi processato e detenuto nelle carceri di Stato, indi amnistiato ma sottoposto a precetti di buon Governo.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 149.

Parma 1777
Falegname, artefice, assieme ad Alessandro Bartoli, nel 1777 della balaustra in Sant’Antonio a Parma.
FONTI E BIBL.: Mendogni, 1979, 80; Il mobile a Parma, 1983, 261.


Parma 1854-1932
Fu mansionario della Basilica Cattedrale di Parma dal 1895. Chiamato da monsignor Magani a dirigere La Provincia di Parma (1895-1897), ne fece un organo ligio alla più stretta intransigenza. G. Micheli fece presente al Pastori i lati meno positivi del carattere del Comelli e della sua esperienza pastorale (vedi: Resoconto stenografico del processo di Udine, in La Provincia di Parma, febbraio-marzo 1897).
FONTI E BIBL.: Dall’intransigenza al governo, 1978, 77.

COMINAZI o COMINAZO LAZZARO, vedi COMINAZZI LAZZARO


Borgo San Donnino 1680
Detto anche Cominazo o Cominazi. Fu armaiolo, cesellatore e scultore in ferro, attivo nel 1680.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, VII, 1821, 9.


Cedogno 1909-Medolla 21 maggio 1987
Svolse il servizio militare nell’Arma dei carabinieri, onorata con l’attaccamento più profondo e generoso al proprio dovere. La carriera gli fu facile e rapidissima, portandolo per il suo servizio a girare nei paesi d’Europa, della Cina e del Giappone. Quindi venne inviato come addetto presso l’ambasciata d’Italia a Mosca. Nel 1940, per incarichi riservati, fu mandato in Cina, in Giappone e nel Belgio. Nel 1945, per aver diretto il 24 e 25 febbraio la difesa contro l’attacco di un contingente russo al comando del secondo corpo d’armata in ripiegamento dal fronte russo, a Dienepropetrowski, si meritò la medaglia d’argento al valore militare sul campo. In varie circostanze conobbe, nel corso delle sue numerose e difficili missioni, molte personalità (ministri, generali, ambasciatori) e assistette in prima persona alle drammatiche vicende del conte Galeazzo Ciano, di Edda Ciano e di Mussolini. Finita la seconda guerra mondiale, tornò all’Arma dei carabinieri, al comando di diverse stazioni, tra le quali quelle di San Polo d’Enza, di Pellegrino Parmense e di Salsomaggiore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22 e 28 maggio 1987, 17; F. Barili, Cedogno, 1993, 34-36 e 41-42.

COMINI BASSANO, vedi COMINI BASSIANO


Piacenza 1384/1441
Armaiolo, figlio di Comino. È ricordato in alcuni atti notarili: M.cccxxxiiij Indict. xij die xiij novembris Bassianus de Cominis de placentia armarolus f.q. Comini habitator civitatis parme in vicinia S.ti Vitalis per se sponte conduxit et recepit a Gerardo de Ceratis f. q. Andrei cive parm. vic.a Santi Silvestri, ibi presente dante concedente et locante per se ac nomine et vice Antonii et Francisci fratruum suorum pro quibus de rato ad affictum unam domum muratam et copatam cum duobus oculis aphothecarum positam in vic.a Sancti Vitalis civitatis parme confin. ab Strada claudia ab mag.ri Georgii de Abelondis barbitonsoris, ab Iohannis de Maranno mediante dugaria, ab filipi et marci de Butini salvis usque ad annos ex pro ficto et nomine ficto librarum decem octo imper. per dictum conductorem dicto locatori annuatim durante dictam locationem dandanem et solvendarum (rogito di notaio incerto, filza 1, Miscellanea secolo XV, Archivio Notarile di Parma); 3 Giugno 1440, Bassanus de Cominis de Placentia f. q. Comini armarolus et habitator civitatis parme vic.e Sancti Vitalis nomina suoi procuratori Ser Gherardo de Cerati ed Antonio de Belloli con alcuni Causidici parmigiani, onde rappresentarlo in giudizio davanti qualunque Giudice (rogito di Giovanni Francesco Sacca, Archivio Notarile di Parma); 21 Settembre 1441, Simone Gazzotti parm. riceve a prestito lire 11 e soldi sei imp.li da Bassano f. q.m Comino de Cominis di Piacenza armarolo abitante in Parma nella vic.a di S. Vitale e con bottega da armi di proprietà de’ Sig.ri Gherardo e fratelli Cerati posta nella casa stessa dove abitava esso Bassano (rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma); 1441, Bassano Comini maritò Caterina sua figlia in Giovan Pietro Gazzotti, figlio del ricordato Simone che fu marito di Antonio di q.m Martino de Bonarolis. Caterina ebbe dal padre una dote di lire 60 imperiali. A questi due atti intervenne in qualità di testimonio Ilario figlio di M.ro Giovanni de Luschis della vic.a di S. Apollinare (rogito del notaio Gaspare Zampironi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 22-23.


Parma seconda metà del II secolo d.C.
Presumibilmente liberta, fu dedicataria, insieme a P. Domitius Splendor, di un’epigrafe, perduta, posta ai genitori dal figlio P. Domitius Cominianus. La gens Cominia, in origine forse proveniente dal Sannio, frequente nelle regioni transpadane e documentata, anche se non molto frequentemente, nella regio VIII, è presente a Parma in questo solo caso. Da ricordare P. Cominius Clemens, prefetto della flotta di Miseno e di Ravenna tra il 175 e il 180 d.C., patronus di Parma e di Aquileja, che presenta la propria lunga e varia carriera in tre epigrafi di Aquileja e Concordia. Se collegabile con questo personaggio, l’epigrafe è da attribuire agli ultimi decenni del II secolo d.C. Tigris è cognomen grecanico usato in Italia soprattutto per liberti. Documentato sporadicamente in tutta la Cisalpina, si riscontra anche in una seconda epigrafe parmense
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 82.


Parma 12 marzo 1784-Parma 2 marzo 1844
Cuciniere, sposò nel 1807 Maria Teresa Brignole di Parma, dalla quale ebbe due figli. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 20 aprile 1816. Dal 1° maggio 1817 fu sottoaiutante di cucina, dal 10 agosto 1819 primo sottoaiutante di cucina e dal 15 ottobre 1821 aiutante di cucina.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 307.

COMPARINI BARBARA, vedi CAMPANINI BARBARA


Parma 1915-Pantelleria 14 giugno 1942
Figlio di Giuseppe. Compiuti gli studi magistrali a Reggio Emilia, ottenne, nel febbraio 1936, di essere ammesso, in qualità di allievo sergente pilota, nell’Aeronautica. Assegnato al 21° stormo a Padova, vi conseguì la promozione a sergente nel novembre dello stesso anno. Nel gennaio 1937 partì volontario per la Spagna. Rientrato in Italia un anno dopo e destinato al 19° stormo, fu congedato il 17 marzo 1938. Richiamato a domanda nel gennaio 1939, nel giugno 1940 fu inviato alla Scuola B.T. di Bologna ove fu promosso sergente maggiore. Frequentò poi la Scuola di pilotaggio per aerosiluranti nel settembre 1941, dopo di che venne trasferito alla 252a squadriglia aerosiluranti del 46° stormo. Partito in volo per la Libia nel dicembre dello stesso anno, poco dopo rimpatriò per malattia, rientrando in volo all’aeroporto di Pisa. Ristabilito, tornò al reparto e partecipò a numerose azioni di guerra. Perì durante la battaglia di Pantelleria e, alla memoria, gli fu assegnata la medaglia d’oro al valor militare, con la seguente motivazione: Capo equipaggio di aereo silurante rifiutava il ricovero in ospedale e benché sofferente per grave malattia chiedeva di partecipare ad una azione particolarmente rischiosa contro convoglio nemico potentemente scortato. Prima di partire lasciava scritto al proprio comandante che non avrebbe lasciato il cielo della battaglia se non dopo aver colpito la nave portaerei segnalata. Avvistata la formazione navale nemica si portava all’attacco dell’obiettivo prescelto e non desisteva pur in mezzo al violento fuoco delle armi contraeree delle navi nemiche e di quelle degli apparecchi da caccia. Sganciato il siluro contro la portaerei da distanza ravvicinata e colpitala gravemente, ormai certo che il proprio mezzo non gli avrebbe consentito di tornare alla base perché seriamente danneggiato, si lanciava contro la fiancata di altra unità da guerra nemica in un ultimo sublime olocausto.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 82; G. Carolei, Medaglie d’oro, 1965, II, 32-33; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 184; Gazzetta di Parma 16 marzo 1987, 10.


Parma 9 ottobre 1849-Varese febbraio 1934
Studiò violino e viola al Conservatorio di Parma, diplomandosi con lode l’11 settembre 1867. Nel 1879 si stabilì a Piacenza, ove subentrò come direttore di ballo del Teatro Municipale al Maestro Narra e il 18 luglio dello stesso anno ottenne la nomina a insegnante di violino e viola presso la Scuola di Musica di Santa Franca, posto che occupò ininterrottamente per più di quarant’anni, fino al 16 novembre 1922. Fu per anni violino di spalla presso il Teatro Municipale. Al Politeama di Piacenza concertò e diresse varie stagioni di opera buffa. Fece anche tournée nell’America del Sud. L’insegnamento, però, costituì il suo principale interesse e alla sua scuola si formarono valenti artisti, quali Valla, Puppo, Genocchi, Pini, Ghiselli e Donio Ranieri.
FONTI E BIBL.: G. Dacci, Cenni storici e statistici intorno alla Reale Scuola di Musica in Parma, Parma, L. Battei, 1888, 238 e 276-277; Successo al Concerto Comuni-Tedoldi, in Libertà, 16 marzo 1912; Musicisti e cantanti parmigiani a Piacenza, in Bollettino Storico Piacentino XVII 1922, 32; Il Maestro Augusto Comuni, in Libertà, 27 febbraio 1923; Le nozze d’oro del M.tro Comuni, in Libertà, 21 dicembre 1923; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 54; Necrologi, in La Scure, 14 e 15 febbraio 1934; P. Datilini, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 84.

Parma 1831
Impiegato in Dogana, prese parte ai moti del 1831 in Parma e venne indicato dalla Direzione Generale della Polizia come cooperatore allo scoppio e alla propagazione della rivolta. Figurò nell’elenco degli Inquisiti di Stato con requisitoria. Successivamente fu controllore di Finanza a Porta San Michele con condotta non sospetta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 154.


Borgo San Donnino 30 settembre 1607-Piacenza 22 novembre 1677
Frate cappuccino, già sacerdote nel secolo, fu guardiano tutto carità, specialmente con gl’infermi, favorito dei doni di profezia e scrutazione dei cuori. Compì la vestizione il 21 settembre 1632 e la professione solenne un anno dopo a Cesena.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 658.


Pieve Ottoville 17 febbraio 1828-Reggio Emilia 11 novembre 1901
Frate cappuccino laico, fu degno di stare per oltre trent’anni nel convento di noviziato. A Borgo San Donnino compì la vestizione (18 febbraio 1847) e la professione solenne (20 febbraio 1848).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 639.


Parma 1918-Parma 12 ottobre 1994
Figlio di agricoltori, conseguì il diploma di geometra e poi un impiego al Catasto di Parma. La seconda guerra mondiale, combattuta da ufficiale dell’esercito italiano nella 5a Armata americana, gli valse due decorazioni al merito. Alla fine del conflitto, nell’autunno del 1945 ottenne il primo lavoro da impresario: lo sgombero delle macerie provocata dai bombardamenti. Poi, due anni dopo, realizzò il suo primo complesso immobiliare in Via Padre Onorio, per i dipendenti del Comune di Parma. Si sposò con Loredana Del Lungo che gli diede tre figli. L’impresa continuò a crescere: oltre alla costruzione di parecchi tronchi della rete autostradale italiana, con l’intensa produzione di elementi prefabbricati, al Concari si deve anche l’introduzione in Italia delle barriere spartitraffico mobili in cemento. Nel 1972 il Concari ricevette la nomina a cavaliere del lavoro. Poi ricoprì diversi incarichi nell’Unione parmense industriali, nell’Associazione costruttori edili e nella Cassa edile nella Camera di Commercio italo-iraniana. Nel 1991 ricevette anche il premio Sant’Ilario del Comune di Parma, insieme a Vittorio Adorni, Gianfranco Albanese, Bernardo Bertolucci e don Sergio Sacchi. Il Concari condusse sempre l’impresa edile in prima persona. Affidò invece al figlio Pasquale l’azienda di prefabbricati, mentre l’altro figlio maschio Marco si occupò dell’hotel San Marco di Pontetaro, una delle proprietà della famiglia. Dell’impresa continuò a occuparsi anche durante l’ultimo grave periodo di difficoltà economiche, che lo scosse profondamente. Il Concari si suicidò a settantasei anni sparandosi un colpo alla tempia, nella sala d’attesa della sede dell’impresa Pizzarotti, in Via Suor Anna Maria Adorni. Il gesto fu provocato dalla drammatica situazione finanziaria della sua ditta, sull’orlo del fallimento.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 ottobre 1994, 7; Cento anni di associazionismo, 1997, 396.


Roccabianca 1895-Plava 27 ottobre 1915
Figlio di Fulgenzio. Partito per il fronte dopo pochi mesi di sommaria istruzione, venne mandato nel settore di Oslavia ove combatté come soldato nel 44° Reggimento Fanteria. Partecipò, con slancio e disciplina, a diverse azioni. Cadde da prode, colpito a morte dal fuoco austriaco.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 24.


Zibello-Conca di Meglenci 9 maggio 1917
Caporale maggiore di fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Sotto l’intenso fuoco nemico, compiva il suo dovere di porta-ordini e di combattente con ammirevole calma e coraggio. Offertosi spontaneamente di accompagnare il suo superiore, cadeva colpito a morte; costante esempio di belle virtù militari.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 10a, 748; Decorati al valore, 1964, 132.


Parma 1831
Fu tra gli inquisiti di Stato dopo i moti del 1831.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 263.


Stienta 9 dicembre 1891-Parma 20 febbraio 1979
Fu allievo di Paolo Baratta e frequentò l’Accademia di Belle Arti di Parma. A vent’anni il Concerti ottenne l’abilitazione all’insegnamento da parte dell’Accademia di Parma (1911) e nel 1918 si licenziò dal corso di pittura. Poi, nel 1930, vinse il concorso per l’insegnamento di figura all’Istituto d’arte Gazzola di Piacenza: tenne quella cattedra di pittura fino al 1967. Nel 1945 fu incaricato all’insegnamento di scenografia all’Istituto d’arte Toschi di Parma, dove nel 1959 sostituì il pittore Lilloni. Il Concerti fu membro effettivo dell’Accademia di Belle Arti di Parma e nella sua carriera artistica figurano anche una serie di restauri e di affreschi: i primi, insieme a Bonaretti, nella sala Maria Luigia della Biblioteca Palatina di Parma e agli affreschi di Lattanzio Gambara nella Cattedrale di Parma, i secondi a palazzo Roverella di Ferrara (scene di ambientazione rinascimentale), a Premilcuore di Forlì, a Gazzano, a Mariano di Valmozzola, a Gropparello di Piacenza e a Parma (cappella dei Caduti al cimitero della Villetta). Non intensa ma brillante fu l’attività artistica pubblica del Concerti: già nel 1923 ebbe un clamoroso debutto con la vittoria (ex-aequo con Donino Pozzi) al premio nazionale Perpetuo di pittura di Parma. Poi partecipò a mostre collettive a Milano, Torino (quadriennale), Parma, Ferrara, Piacenza e in altre città. Allestì una mostra personale alla Galleria d’Arte Moderna di Parma nel 1943. L’ultima sua mostra personale a Parma risale al 1961, mentre a Piacenza gli fu allestita una mostra nel 1968 in occasione dell’addio alla scuola.
FONTI E BIBL.: A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1971, 794; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 23 febbraio 1979, 3.


Parma 1819 c.-
Figlio di Tommaso e di Luigia Orlandi. Sposò Guglielmina Gruppini. Intrapresa la carriera militare (ebbe il grado di ufficiale nel Corpo delle Guardie di Finanza), divenne in seguito Ispettore Generale del Ministero e visse sia a Torino che a Roma.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 19 gennaio 1998, 5.


Parma 12 giugno 1791-Parma 22 gennaio 1857
Figlio di Francesco di Domenico e di Anna Maria Carloni, si arruolò giovanissimo nelle armate napoleoniche (7° Reggimento Italiano di linea, 29 aprile 1810), con le quali prese parte alle campagne di Spagna, da cui tornò con i gradi di tenente. Ferito gravemente al collo e a una gamba nel combattimento di Aijerbe, fu trattenuto prigioniero dal 1812 al 1814. Nel 1830 fu nominato Ispettore Capo delle Finanze a Piacenza e nel 1836 Segretario Capo della Divisione delle Contribuzioni nella Presidenza delle Finanze del Ducato di Parma. Accusato di carboneria durante i moti del 1821 e del 1831, venne successivamente scagionato. Le sue idee liberali trovarono motivo di confronto con il Giordani e il Gioja durante le sue frequentazioni alla Società di Lettura di Piacenza. Fu poeta e letterato, insegnò la lingua inglese ad Antonio Berchet, prigioniero nel forte di Compiano, da cui poi partì per l’esilio. Venne nominato membro del Consiglio degli Anziani di Parma nel 1848. Salì tutti i gradini del ministero delle Finanze, dove fu stretto collaboratore di Mistrali, Onesti e Lombardini, divenendone il segretario generale nel 1852. Lo stesso anno, dopo il personale successo ottenuto a Vienna nella definizione degli accordi del trattato doganale austro-estense-parmense, fu nominato cavaliere di prima classe dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio e dell’Ordine Imperiale di Francesco Giuseppe. Il suo potere nell’apparato dello Stato e la sua influenza a Corte aumentarono sensibilmente, tanto che il duca Carlo di Borbone lo nominò maggiore onorario delle Regie Truppe (4 aprile 1853) e cavaliere dell’Ordine di San Lodovico. La duchessa reggente Luisa Maria di Berry, pei lunghi, fedeli ed utili servigi prestati allo Stato, lo promosse commendatore dell’Ordine di San Lodovico il 30 gennaio 1856. Con questa nomina acquisì di conseguenza la nobiltà ereditaria. Sposò Adelaide Farina nel 1823, figlia del capitano Giuseppe, comandante del castello di Compiano, da cui ebbe Emilio, sindaco di San Secondo, e Camillo, medico. Fu sepolto nelle arcate dei cavalieri costantiniani nel cimitero di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 528; Gazzetta di Parma 3 aprile 1996, 5; M. De Meo, in Gazzetta di Parma 19 gennaio 1998, 5; Enciclopedia di Parma, 1998, 256.


Parma 1901-1992
Con i fratelli Guerrino e Severino, dopo una iniziale esperienza quale dipendente di una ditta piacentina, fondò nel 1925 in Borgo San Donnino l’attività di fonderia, che si sviluppò significativamente prima e dopo la seconda guerra mondiale attraverso la produzione di oggetti in ghisa per l’industria e gli enti pubblici e stampi per vetrerie. Sotto la sua guida la Fonderia Conforti si collocò tra le più qualificate fonderie emiliane.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 396.


Parma 1858
Comico, attivo nel XIX secolo. Ebbe figli e nipoti essi pure comici.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, in Aurea Parma 1 1939, 29.

Fontanellato 20 marzo 1884-Fidenza 20 novembre 1957
Avvocato di valore, appartenne a quella scuola positiva che in Agostino Berenini ebbe uno dei cultori più eminenti. Come socialista riformista, prese parte attiva alle contese politiche che precedettero lo scoppio della guerra 1915-1918. Spirito battagliero, fu tra i primi, con il fratello Giuseppe, a partire volontario per il fronte, rimanendo ferito il 25 agosto 1917 sull’altipiano della Bainsizza e meritando, per il valore dimostrato in campo, di essere decorato di medaglia d’argento al valor militare. Reduce dalla trincea con il grado di capitano, riprese, con il consueto fervore, la propria attività professionale, politica e accademica. Merita di essere ricordata, a questo riguardo, una sua celebre commemorazione verdiana a Busseto. Partito da posizioni di agnosticismo religioso, abiurò negli ultimi anni, aderendo pienamente al cristianesimo. La sua salma riposa nel cimitero urbano di Fidenza accanto a quella del fratello Giuseppe.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 114-115.


Parma XIX/XX secolo
Di professione tappezziere, cominciò a recitare colla Società Filodrammatica che agiva nel Teatro di San Giovanni a Parma, della quale facevano parte Amalia Fedeli, Luigi Pini, Cleto Ferrari, Cinquimi, Colla, Jacobacci e Speciotti. Si applicò, con mediocre successo, alle parti di mezzo cavaliere e in tale qualità si diede a fare il comico di professione.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4.


Parma o Bologna 1556/1567
Le uniche notizie certe sulla sua vita sono quelle che si ricavano dalle dedicatorie delle due opere date alla stampa, rispettivamente nel 1558 e nel 1567. Priva di ogni fondamento è l’identificazione del Conforti con il celebre violinista Giovanni Battista Romano, attivo presso le cappelle di Corte di Monaco e Landshut dal 1567 al 1570 (per una approfondita discussione dell’argomento, cfr. D. Kämper, pp. 152 ss.). Assai incerta è una eventuale provenienza romana del Conforti (come potrebbe far credere la datazione, da Roma, della dedica dei Ricercari), mentre assai plausibile è l’ipotesi che fosse originario dell’Emilia Romagna. Suffragata dal fatto che vi svolse gran parte della sua attività il nobile cesenate Anselmo Dandini suo mecenate, tale ipotesi confermerebbe inoltre la supposizione (peraltro non documentata) del padre Giambattista Martini il quale, nel frontespizio della parte del tenore del primo libro di Ricercari del Conforti, scrisse: Credo sia bolognese (cfr. Gaspari, 1905). Suo protettore fu il cardinale Nicola Caetani di Sermoneta (nel 1556 gli venne assegnata in beneficio da papa Paolo IV la chiesa di Santa Maria degli Angeli di Faenza, della quale prese possesso nel 1559 (Roma, Archivio Caetani, 1559, 29/I, 186.599). Nonostante l’entusiasmo del cardinale per le arti belle e, in particolare, il suo interesse per la musica, non sembra che il Conforti abbia mai prestato servizio alle sue dipendenze: non si ha notizia, infatti, di una eventuale cappella privata del cardinale e anche nell’archivio della famiglia Caetani non compare mai il nome del Conforti. Non è improbabile un suo soggiorno a Roma, ove avrebbe potuto conoscere il cardinale. Egli però al cardinale fu legato da stretti rapporti di amicizia e di autentica e non solo formale gratitudine, come si ricava dalla dedica dei suoi Ricercari: Al reverendis. et illustris. monsignor reverendissimo il cardinale Sermoneta. Poiché la bassezza della mia fortuna non mi da magior campo, onde io possa farvi fede della servitù mia; havendo io alli giorni passati composti alcuni Ricercari, per duo respetti ho pensato di mandarli fuori sotto l’Illustre vostro nome; uno perché io vi debbo molto, l’altro perché il mondo sappia da questo picciol segno quanta sia la Riverenza che vi porto, e vedrà che ne havendo io possuto fare quanto debbo ho fatto quanto hò possuto. V.S. rev. et illustris. si degni di raccorli, e mirarli, con quella innata e propria sua cortesia et affettione, con la quale ella così amorevolmente e liberalmente raccoglie et abbraccia tutti versi. L’altra opera rimasta del Conforti, il primo libro di madrigali pubblicato nell’anno 1567, è dedicata ad Anselmo Dandini, membro di una illustre famiglia di Cesena e protagonista di rilievo della storia ecclesiastica italiana del Cinquecento. Non si sa quando e dove il Conforti avesse conosciuto il Dandini che, nella dedica viene definito abbate di Santo Bartholomeo (nel 1559, infatti, a questo era stata trasferita dal prozio, cardinale Girolamo Dandini, la commenda del convento di San Bartolomeo presso Ferrara). Con certezza si sa soltanto che A. Dandini godette fama di grande mecenate della musica (a lui vennero infatti dedicati il Secondo libro de madrigali di D. Micheli, 1564, e il Primo libro de madrigali di A. Romano, 1565). Si sa, inoltre, che fu in ottimi rapporti con la Corte papale di Roma, come dimostrano gli importanti incarichi conferitigli nel 1573 da papa Gregorio XIII (nunzio apostolico presso il Re di Francia, governatore generale di Perugia, vicedelegato di Bologna: cfr. Libanori, 1665). Del Conforti si conoscono le seguenti opere: Il primo libro de Ricercari à quattro voci nuovamente da lui composti e dati in luce, in Roma, per Valerio Dorico, l’anno 1558 e Madrigali, nuovamente dati in luce et corretti da Claudio da Correggio. A cinque voci. Libro primo. In Venetia, 1567. Si tratta di due raccolte che, pur rivelando notevoli affinità con lo stile e la pratica compositiva del tempo, mettono in chiara luce le straordinarie doti innovative del Conforti, soprattutto per quel che concerne il ricercare, ritenuto generalmente dagli studiosi una delle forme più antiche di musica strumentale d’insieme. Accanto al ricercare classico nel senso di una composizione per studio a scopo teorico (Kämper, p. 144) compare verso la metà del secolo un tipo di ricercare fortemente influenzato dal genere della fantasia e del capriccio, che si accosta vieppiù alla musica strumentale destinata alla esecuzione pratica. È appunto a questo secondo tipo di ricercare che si rifanno le composizioni pubblicate dal Conforti nel 1558, dalle quali risulta chiaramente, alla luce di una rigorosa analisi strutturale, il contributo decisivo da lui dato all’emancipazione dello stile strumentale. Pur in assenza di precise indicazioni lasciate dal Conforti, non sembra azzardato ritenere che questi ricercari vennero originalmente concepiti non già per l’organo, bensì per degli strumenti ad arco. E ciò, in particolare, per la complicatissima struttura ritmica delle voci, per le formulazioni tipicamente strumentali delle parti contrappuntistiche e per la completa equiparazione della parte del basso che si integra perfettamente nel tessuto complessivo delle voci. Altre caratteristiche presenti nei ricercari del Conforti (a esempio, la persistente alterazione ritmica del tema: vedi ricercare XIII; o la progressiva augmentatio del tema: ricercare V) rivelano l’affinità sostanziale, anche se non terminologica, di queste composizioni con le forme un poco più tarde del capriccio e della fantasia strumentale, delle quali Vincenzo Ruffo (Capricci in musica a tre voci, Milano, 1564, F. Moscheni) e Orazio Vecchi (Fantasia a 4, in Selva di varia ricreazione, Venezia, 1590, A. Gardano) lasciarono alcuni dei primi esempi. Per quanto riguarda la seconda pubblicazione del Conforti, si tratta della raccolta di ventinove madrigali composti sui versi di poeti come, a esempio, A.F. Doni, l’Ariosto e il Petrarca. Definiti nella dedica al Dandini (datata Di Venetia a 6 d’Aprile MDLXVII) alcuni pochi mie giovanili componimenti, è probabile che questi madrigali siano di poco posteriori (se non addirittura contemporanei) ai ricercari del 1558. A pagina 3 del libro si trova un madrigale composto nell’anno 1562 per la morte di Adriano Willaert, come si intuisce facilmente dal verso finale E che ’l grand’Adrian di vit’è spento. Basandosi unicamente sulla dicitura del frontespizio della pubblicazione del 1567 (madrigali nuovamente dati in luce e corretti da Claudio da Correggio), il Fétis sostenne che il Conforti era stato allievo di Claudio Merulo. Ipotesi che, pur essendo stata contrastata dal Gaspari con argomenti peraltro non del tutto convincenti, non si può, per quanto si conosce, né accettare né rifiutare del tutto. L’unico dato che si può dedurre dalla suddetta dicitura è che, assai probabilmente, il Merulo (il quale nel 1566 aveva aperto a Venezia una stamperia insieme con Fausto Betanio) divenne non solamente lo stampatore, ma anche l’editore e il curatore dei madrigali del Conforti.
FONTI E BIBL.: A. Libanori, Monaci illustri della badia di San Bartolomeo di Ferrara dell’Ordine cisterciense, Ferrara, 1659, 49 s.; A. Libanori, Vita di monsignore d. Davide Dandini, Venezia, 1665, 150 ss.; F. Florimo, La scuola musicale di Napoli, III, Napoli, 1882, 503; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, III, Bologna, 1893, 62, IV, 1905, 195; H. Mayer Brown, Instrumental music printed before 1600, Cambridge, Mass., 1965, 179; D. Kämper, La musica strumentale nel Rinascimento, Torino, 1976, 150 ss. e ad Indicem; D. Kämper, in Giovanni Battista Conforti, «Ricercare» (1558) und «Madrigale» (1567), pp. VII-XIX, Köln, 1978; E. Vogel-A. Einstein-F. Lesure-C. Sartori, Bibliografia della musica italiana vocale profana, I, Pomezia, 1977, 401 s. Cfr., inoltre, F.-J. Fétis, Biogr. univer. des musiciens, II, 346; R. Eitner, Quellen-Lexikon, III-IV, 27; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 362 e Supplemento, 208; J.G. Walther, Musikalisches Lexikon, 179; Enciclopedia della Musica Rizzoli-Ricordi, II, 158; Die Musik in Gesch. und Gegenwart., XV, Supplemento, coll. 1558 s.; Répert. intern. des sources musicales. Einzeldrucke vor 1800, II, 194; D. Masiello Zanetti, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVII, 1982, 802-803; Dizionario musicisti UTET, 1985, 300.


Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore e restauratore, fu attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 76.


Borgo San Donnino 26 luglio 1887-Piave 13 ottobre 1918
Volontario della prima guerra mondiale con il fratello Ferruccio, quale tenente di fanteria si batté con indomito coraggio sui fronti di battaglia in Val Lagarina, a Monte Palone, sull’altipiano di Asiago, a Cengio, Mrzli, Vetribrizza, San Gabriele, San Marco, sul Monte Nero e nell’ansa di Zenson. Instancabile, sopportò stoicamente i disagi più duri e i pericoli più gravi. Meritò una medaglia al valore militare. Fu ferito due volte: il 16 giugno 1916 sull’altipiano di Asiago e il 29 agosto 1917 sull’altipiano della Bainsizza e ogni volta rifiutò l’assegnazione di inabilità, ottenendo di ritornare al combattimento. Colpito da una granata nemica durante una ricognizione sul Piave, morì poco dopo in un ospedaletto da campo. Il suo nome è ricordato nella lapide dei volontari caduti che figura nell’atrio del Palazzo comunale di Fidenza. La salma del Conforti, inizialmente sepolta in un cimitero di guerra del Carso, nel novembre 1949, per interessamento del fratello Ferruccio, fu traslata a Fidenza e inumata, dopo solenni onoranze, nella tomba di famiglia.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 115.


Casalora di Ravadese 30 marzo 1865-Parma 5 novembre 1931
Nato, ottavo di dieci figli, da Rinaldo e Antonia Adorni, di ottimi sentimenti cristiani e di condizioni economiche abbastanza agiate, il Conforti fu un ragazzo vispo e allegro, anche se di costituzione fisica non buona. Data la viva intelligenza, il padre sperò di farne il futuro conduttore dell’azienda agricola e per questo, nel 1872, lo inviò a Parma, ospite delle sorelle Maini, perché frequentasse gli insegnamenti dei Fratelli delle Scuole Cristiane (1872-1876). A otto anni il Conforti ricevette la cresima e a dieci fece la prima comunione. Manifestata l’intenzione di entrare in seminario, trovò una certa opposizione nel padre, che vide frustrati i suoi progetti, ma la difficoltà fu superata e nel novembre 1876 egli poté entrare in seminario. Il Conforti si mise in luce sia nella pietà sia nello studio, cattivandosi la simpatia dei superiori e dei compagni. A diciassette anni cominciò a essere soggetto ad attacchi di epilessia e di sonnambulismo, fenomeno che si protrasse per sette anni. Questa menomazione fisica costituì un grave intralcio per la permanenza in seminario e per l’ordinazione sacerdotale: il rettore Andrea Ferrari ebbe però fiducia nel Conforti e gli fece continuare gli studi, ma il vescovo non volle ordinarlo insieme ai suoi compagni di classe. Avendo finito gli studi, il Conforti fu nominato vicerettore e insegnante in prima ginnasio (1887-1894). Improvvisamente le crisi epilettiche cessarono e così il vescovo Miotti, il 22 settembre 1888, lo ordinò sacerdote. Rimase ancora come vicerettore e professore in seminario tra la generale stima dei seminaristi e dei superiori, ma nel frattempo esercitò il ministero nelle parrocchie di Parma, sia nel confessionale sia nella predicazione. Rifiutò di succedere al Ferrari (vescovo a Guastalla e Como e arcivescovo e cardinale a Milano) quale rettore del seminario maggiore di Parma (1891). Fu poi prorettore del seminario e canonico del Duomo (1892), membro consigliere della locale Accademia filosofica di San Tommaso d’Aquino (1892), direttore diocesano della Pia Opera della Propagazione della Fede (1893), delegato ad instar vicarii generalis di monsignor Magani a Parma (8 gennaio 1895), provicario generale (23 febbraio 1895) e Cameriere d’onore di papa Leone XIII (16 dicembre 1896). Conseguita la laurea in teologia (4 marzo 1896) e nominato vicario generale della Diocesi di Parma (7 marzo 1896), fu aggregato al Collegio teologico di Parma (23 marzo 1896) di cui fu dichiarato dottore (27 marzo 1896). Presidente del tribunale ecclesiastico speciale per la stampa (15 settembre 1896), ottenne da Roma il rescritto di sanazione per le manomorte di famiglia (29 novembre 1897). Fu inoltre arcidiacono della Cattedrale (28 gennaio 1898), socio corrispondente della Società cattolica italiana per gli studi scientifici di Pisa, con diploma a firma di G. Toniolo (31 luglio 1900), protonotario apostolico (12 dicembre 1900) e priore dell’Almo Collegio Teologico di Parma (1902). Il Conforti va però soprattutto ricordato per aver realizzato un progetto per allora arditissimo: fondare un istituto con lo scopo di formare giovani missionari per evangelizzare le terre degli infedeli. Il disegno non incontrò il favore del vescovo Miotti, ma il Conforti non si perse di animo e interpellò nel 1894 il cardinale prefetto di Propaganda Fide. La risposta incoraggiante lo spinse a rompere gli ultimi indugi e così il 1° novembre 1895 egli poté aprire in Parma (Borgo del Leon d’Oro) una casa con quattordici alunni per la formazione di missionari. Con l’eredità paterna e con offerte riuscì a comprare il terreno: nacque così una nuova Congregazione religiosa, denominata, dall’apostolo delle Indie Francesco Saverio, Pia Società Saveriana. Un primo regolamento venne approvato dal vescovo diocesano nel 1898. Successivamente le costituzioni ricevettero dal Conforti una formulazione definitiva nella quale egli si avvalse anche dell’esperienza personale. Tentò una lotteria nazionale (1898-1900), fondò l’Opera di cooperazione detta Apostolato di fede e civiltà (29 giugno-2 luglio 1899), che durò sino al primo dopoguerra e servì a dare la testata del bollettino mensile omonimo, che è la rivista dei Saveriani di Parma. Presiedette il processo apostolico per la causa di beatificazione del venerabile Antonio Criminali, protomartire dei Gesuiti nell’India del secolo XVI (1901). Le costituzioni saveriane vennero approvate in via provvisoria da Roma nel 1906 e, definitivamente, il 20 novembre 1920. L’aumentato numero degli allievi rese ben presto necessaria una nuova sede, trovata, non senza difficoltà, nella zona di Piazza d’Armi. Nel 1899 partirono i due primi missionari per la Cina ove, in seguito, la Congregazione sviluppò maggiormente la sua attività. La dotò di quattro case filiali a Vicenza, a Jesi, a Vallo di Lucania e nel Cremonese e di due circoscrizioni missionarie nel Honan (Cina). Favorì gli aspetti sociali della formazione culturale dei Saveriani, fondando un museo etnologico, avviandoli a corsi di medicina e consentendo che realizzassero film. Riuscì a porre la prefettura apostolica dell’Honan occidentale sotto il protettorato italiano, sottraendola a quello francese (1906). Il 22 maggio 1902 il Conforti fu eletto da papa Leone XIII arcivescovo di Ravenna, ove fece ingresso nel gennaio del 1903. Nel frattempo emise i voti religiosi. Nell’ambiente ravennate, ove la propaganda anticlericale era molto viva, trovò notevoli ostacoli. Una grave forma di insonnia, inoltre, lo costrinse dopo appena un anno di esemplare ministero a rinunziare alla diocesi (ne restò amministratore apostolico dal 12 novembre 1904 al 15 giugno 1905). Traslato alla Chiesa Titolare Arcivescovile di Stauropoli, ritornò nel suo Istituto e ben presto la salute rifiorì. Il 24 settembre 1907 fu nominato vescovo coadiutore di Parma con diritto di successione e il 12 dicembre, morto il vescovo Magani, prese la direzione della diocesi. Pur continuando a vigilare premurosamente sullo sviluppo della Congregazione da lui fondata, svolse con zelo incredibile il ministero episcopale. In venticinque anni di episcopato compì cinque volte la visita pastorale nelle trecento e più parrocchie della Diocesi. In tali occasioni predicò e confessò senza sosta alcuna. Tenne due congressi eucaristici (1912 e 1924), un congresso mariano (1925), due sinodi diocesani (1914 e 1930). Esercitò un’opera intensa di carità durante il primo conflitto mondiale, ottenendone un pubblico riconoscimento: fu nominato dal re Vittorio Emanuele di Savoja grande ufficiale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Nel 1928 compì un viaggio in Cina (vicariato apostolico di Cheng-Chow) per visitare le missioni saveriane in notevole sviluppo. Poté visitare le sue Missioni della Cina dal 29 settembre al 28 dicembre 1928: dalle fatiche di questo lungo viaggio tornò a Parma fortemente scosso. Il 1° aprile 1929 pose la prima pietra del Seminario nuovo di Viale Solferino. I lavori, iniziati nel giugno del 1929, ebbero un brusco arresto nel 1930, a causa anche del fallimento di alcuni Istituti bancari cittadini. In Italia diede grande impulso al risveglio di una coscienza missionaria suscitando nei seminari e nel clero una maggiore conoscenza del problema. Per questo diede grande sviluppo all’Unione Missionaria del Clero, della quale fu presidente per vari anni. A seguito di un incontro col padre Paolo Manna del PIME (1916), diede vita all’Unione missionaria del clero, rappresentandone gli estremi al Papa per l’approvazione (25 febbraio-27 aprile 1916), istituendola subito nella sua Diocesi (10 aprile 1917), dove diede convegno a delegazioni qualificate (12 giugno 1918), e diventandone primo presidente nazionale (31 agosto 1918). Fondò periodici diocesani, ricostituì associazioni del clero diocesano, formò una scuola magistrale di catechismo (1914), rinnovò o costruì ex novo varie chiese e favorì in tutti i modi l’Azione Cattolica cui dedicò uno dei suoi ultimi documenti pastorali (3-8 gugno 1931). Una delle sue più vive preoccupazioni come vescovo fu l’insegnamento catechistico, giacché ritenne che la decadenza religiosa, manifestatasi anche nel Parmense, fosse da attribuirsi all’ignoranza delle verità di fede. Per la riconquista della società alla religione sostenne e incrementò l’apostolato dei laici, pur sempre sotto il controllo della gerarchia. Assai attento all’evoluzione della società italiana, incoraggiò le attività sociali dei cattolici e, pur mantenendo sempre ben ferma la distinzione tra Chiesa e politica, favorì l’impegno politico dei cattolici e guardò con favore alla nascita del Partito Popolare Italiano. Nei confronti del fascismo il suo atteggiamento fu dettato da preoccupazione per il bene spirituale della Diocesi. Se da una parte incoraggiò i fedeli a compiere i loro doveri civici, dall’altra non esitò a denunziare pubblicamente le violenze inqualificabili ai danni del clero, tra il 1922 e il 1924. Durante lo sciopero generale antifascista dell’agosto del 1922 svolse opera di mediazione e di pace, dando un contributo rilevante alla pacificazione degli animi. La snervante e ininterrotta operosità ebbe ragione del suo fisico a sessantasei anni: morì in seguito a emorragia cerebrale. La salma, tumulata nel Duomo di Parma, nella cappella di Sant’Agata, il 9 novembre 1931, fu oggetto di ricognizione il 3 maggio 1942. Traslata nella cappella della casa-madre dei Saveriani in Parma, ebbe un’altra sistemazione in loco il 27 agosto 1959. Il 10 marzo 1941 monsignor Evasio Colli, suo immediato successore, costituì il Tribunale per il Processo informativo sulle virtù del Conforti. Il 29 maggio 1959 fu introdotta la causa di beatificazione presso la Sacra Congregazione dei Riti. Il processo di beatificazione finì con la dichiarazione dell’eroicità delle virtù l’11 febbraio 1982. Il Conforti fu poi effettivamente dichiarato beato il 17 marzo 1996.
FONTI E BIBL.: Civiltà cattolica 82 1931, 474 s.; F. Binaghi, in Osservatore Romano 5 novembre 1941; G. Bonardi, in Osservatore Romano 8 novembre 1941; Enciclopedia Ecclesiastica, II, 1944, 281; V.C. Vanzini, Padre di missionari, Parma, 1941; Dizionario Ecclesiastico, I, 1953, 702; Allocuzioni di Sua Eminenza monsignor Guido Maria Conforti, Tientsin, 1934; G. Bonardi, in Enciclopedia Cattolica, IV, 1950, 256-257; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 52; I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 172-174; G.D. Gordini, in Biblioteca Sanctorum, IV, 144; L. Grazzi, in Dizionario Istituti di Perfezione, II, 1975, 1439-1442; Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 7-8; Gazzetta di Parma 12 gennaio 1984, 9; E. Ferro, in Dizionario Storico del Movimento cattolico, III/1, 1984, 249-250; A. Marocchi, Il vescovo Colli e i duri anni di guerra, in Gazzetta di Parma 10 luglio 1979, 3; A. Marocchi, Monsignor Evasio Colli, 1987, 69-70; Grandi di Parma, 1991, 42; Cinquant’anni di vita: 1895-1945, Parma, 1945; V.C. Vanzin, Il padre dei Saveriani, Parma, 1956; G. Barsotti, Più vivo dei vivi. Aspetti e momenti della vita di monsignor Conforti, Roma, 1970; W. Birello, Il sacerdozio negli insegnamenti e nella vita di Guido Maria Conforti, Parma, 1962. I tre volumi del Processo Informativo (1945), Suppletivo (1952) e Apostolico (1960) risultano dai Sommari e dalle Animadversiones presso la Sacra Congregazione per le Cause dei Santi; l’opuscolo Itinerario alla gloria (curato da D. Barsotti, 1956) e i Dati anagrafici del servo di Dio Guido Maria Conforti (curato da F. Teodori in Anagrafe Saveriana, Parma, 1961) ne precisano gli estremi. Tra gli inediti: una biografia del Conforti, che S. Volta scrisse nel 1941 (dattiloscritto); L. Grazzi, Bio-bibliografia dei Saveriani: 1895-1945, vol. I-II, 1946; L. Grazzi, Conversazioni Saveriane, 1947; i 29 volumi dell’epistolario e scritti vari del Conforti; Il Fondatore e le Costituzioni. Raccolta di documenti a uso dei pp. Capitolari, a cura di F. Teodori, 2 vol., 1966 (ciclostilato); dell’Epistolario del Conforti, costituito di 14 voll. dattiloscritti conservati nell’Archivio Saveriano presso la Direzione generale dell’Istituto a Roma, erano stati pubblicati al 1984 5 voll.: Lettere a L. Calza; Lettere ai Saveriani 1 e 2; Lettere e discorsi sull’U.M.C.; Lettere e documenti sulle Piccole Figlie. Nel medesimo archivio giacciono 9 voll. dattiloscritti di Omelie, Discorsi, Ritiri e Panegirici, 1 vol. dattiloscritto di Diari e 1 vol. dattiloscritto di Testimonianze sul Servo di Dio Guido Maria Conforti 1931-46. Alcune lettere del Conforti a G. Micheli sono state pubblicate in Dall’intransigenza al governo. Carteggi G. Micheli 1891-1926, Brescia, 1978. Una buona fonte è costituita dalle annate 1909-1931 del periodico della Curia di Parma, L’eco. Le Edizioni ISME hanno pubblicato alcuni volumi e opuscoli contenenti il pensiero del Conforti: Ricordi e Propositi, 1933, La Parola del Padre, 1937, La Parola del Fondatore, 1966. Confronta inoltre: G. Bonardi, Guido Maria Conforti, Parma, 1936; R. Cioni, Un grande vescovo italiano Guido Maria Conforti, Parma, 1944; V.C. Vanzin, Un pastore due greggi, Parma, 1950; G. Barsotti, Il Servo di Dio Guido Maria Conforti, Parma, 1953; L. Ballarin, L’anima missionaria di Guido Maria Conforti, Parma, 1962; F. Botti, Monsignor Guido Maria Conforti, Parma, 1965; A. Dagnino, Dottrina spirituale di monsignor Guido Maria Conforti, Milano, 1966; C. Pelosi, Note e appunti sul Movimento Cattolico a Parma, Parma, 1967; P. Bonardi, Settant’anni fa, Parma, 1970; S. Baroncini, Monsignor Guido Maria Conforti nel 1° periodo dell’episcopato a Parma 1907-1915, Tesi di Laurea - Università di Roma, 1979; A. Luca, Sono tutti miei figli, Bologna, 1980; Guido Maria Conforti un grande vescovo italiano, Emi, Bologna, 1982; R. Longoni, in Gazzetta di Parma 16 marzo 1996, 8; P. Bonardi-E. Dall’Olio, A Parma e nel mondo, 1996, 13-30 (con ampia bibliografia).

Parma 1499
Il 14 agosto 1499 scaricò merci nel porto di Venezia da una sua grossa caravela di portada di stera 2.000.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 104.

CONFORTI PEPPINO, vedi CONFORTI GIUSEPPE

Parma 18 settembre 1827-Parma 1887
Figlio di Paolo e Gaetana Ubrì. Fece le campagne risorgimentali del 1848, 1849, 1859, 1866 e 1870, assieme ai sei fratelli minori. Nel 1854 fu condannato ai lavori forzati.
FONTI E BIBL.: L’Avanguardia 10 giugno 1887, n. 125; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 77.


Fugazzolo-27 aprile 1945
Partigiano nelle vallate dell’Appennino parmense, rimase leggendario per le sue doti straordinarie di combattente, sempre pronto ad assumersi i compiti più rischiosi, come nell’ottobre 1944 a Castellonchio e un mese più tardi sul Montagnana. Cadde in un ennesimo scontro a fuoco con forze tedesche che non volevano arrendersi: colpito alla fronte, trovò ancora la forza di incitare i suoi partigiani alla lotta e di gridare Viva l’Italia. Fu decorato al Valor Militare alla memoria.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 gennaio 1978, 6.


Parma 2 luglio 1829-Parma 15 giugno 1909
Figlio di Paolo e Gaetana Ubrì. Fu patriota ardente e valoroso. Combattè in tutte le campagne per la libertà d’Italia: 1848, 1849, 1859, 1860, 1866 e 1870.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 77.


Parma 1831
Fu tra i principali facinorosi durante i moti del 1831 in Parma. Inquisito e arrestato quale disarmatore della truppa nel giorno 13 febbraio, fu qualificato dalle autorità di Polizia uomo pericoloso massime in materia di furti per cui egli è vegliato dal buon Governo.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 153.


Berceto-Berceto 23 aprile 1773
Venne investito dell’arcipretura di Berceto il 7 marzo 1743 e ne assunse subito la cura, tenendola per trent’anni precisi, fino alla morte. Al tempo del suo ingresso la Collegiata era formata dai canonici Giulio Cesare Caprara, Simone Fortunato Consigli, Giovanni Moretti e Francesco Becchetti. Dall’agosto 1749 compare per pochi mesi il canonico Filippo Capellazzi e dal 1750 i canonici Flaminio Armani, Lucio Laurenti e Lorenzo Laurenti. Con lettera del vescovo Marazzani del 9 marzo 1747, il Consigli venne autorizzato a demolire l’altare di San Moderanno per estrarne l’urna contenente il corpo del Santo, allo scopo di esporlo alla pubblica venerazione. Attese poi alla ricostruzione del piccolo oratorio di Sant’Apollonia della Beata Vergine della Vita, ultimandolo nel 1759, come è provato da un’iscrizione che è posta sul muro esterno in corrispondenza della nicchia dell’altare di detto oratorio.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 114.

CONSILI, vedi CONSIGLI

CONSOLINI EMMA, vedi DE STEFANI EMMA

CONTE FULMINE, vedi MASSAROLA GIOVANNI

CONTEJA JULIAN, vedi VERGIATI AMLETO ENRICO

CONTE LODOVICO DA PARMA, vedi COPELLI LODOVICO


Parma 1875
Nel 1875 venne nominato sottomaestro di clarino nella Scuola di musica annessa alla Banda Comunale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 62.

Parma 1755/1787
Fu pittore di paesaggio. A lungo lavorò nei palazzi Pallavicino e Sanvitale. Nel suo opuscolo Adunanza in onore della Divina Santa Madre sono inserite due sue incisioni eseguite in collaborazione con P. Martini. Sei vedute con architetture del Contenti furono stampate dall’incisore P. Menant.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. VII, 1912; P.A. Corna, Dizionario, Piacenza, 1930; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 701; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 421.


Calestano 23 febbraio 1904-Calestano 26 marzo 1979
Fu sagace versificatore in dialetto calestanese: per vari decenni sottolineò i fatti piccoli o grandi della vita del suo paese con bonaria arguzia e fine acume. Ebbe la facilità dell’improvvisazione e la spontaneità della lingua, tutta costruita di termini veramente dialettali e quindi pura da ogni contaminazione italianizzante. Un suo libretto (si tratta di una ventina di pagine con dodici componimenti), che raccoglie il meglio di quanto recitato ai Calestanesi e pubblicato sulla Gazzetta di Parma, rimane la testimonianza più felice della sua vivace ironia e del buon senso fatto di saggezza tradizionale.
FONTI E BIBL.: Morto Adolfo Conti il poeta contadino, in Gazzetta di Parma 28 marzo 1979, 13; ; Per la Val Baganza 3 1979, 41.


Borgo Taro 1812-1875
Si laureò in medicina nel 1842, dopo essere stato in gioventù religioso nella Compagnia di Gesù. Fu medico condotto ad Albareto, membro del Consiglio di Vigilanza della Casa di Custodia di Borgo Taro dal 1854 al 1856 e membro del Consiglio Sanitario del Circondario di Borgo Taro fino al 1871. Il suo stipendio come medico condotto ad Albareto fu di lire 800 annue. Fu tra gli offerenti per la fondazione dell’Asilo d’Infanzia a Borgo Taro nel 1842.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 29-30.

CONTI ANTONIO, vedi CONTI ILARIO

Parma 22 febbraio 1855-Milano 24 marzo
Figlio del clarinettista Luigi. Compiuti gli studi classici, anziché iscriversi all’Università di Parma in matematica, terminò gli studi musicali con Giovanni Rossi e Giulio Cesare Ferrarini. Dopo essersi iscritto al Conservatorio di Milano, dove rimase poco tempo, iniziò la carriera direttoriale. Debuttò al teatro Reinach di Parma nel 1878, ebbe un’ottima carriera nei teatri italiani (Napoli, Roma, Torino, Milano) e fu diverse volte al Teatro Regio di Parma. Fu a Parigi, Londra, Madrid, Lisbona e nelle Americhe. Dal 1909 al 1913, anni in cui Toscanini diresse il Metropolitan di New York e Campanini la Chicago Opera Company, il Conti diresse l’Opera House di Boston, contribuendo con i due colleghi parmigiani alla riaffermazione dell’opera italiana negli Stati Uniti, dove era stata scalzata da quella tedesca. Ebbe ottime relazioni con le maggiori personalità della cultura e dell’arte. Sposò la cantante Erina Borlinetto.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 54; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 52-53; Dietro il sipario, 1986, 275.


Calestano 27 ottobre 1911-Sala Baganza 2 febbraio 1988
Ottavo di nove fratelli, inizialmente fece il garzone agricolo e poi emigrò in Corsica e in Francia. Vanificate le speranze di trovare fortuna, tornò in patria. Si sposò nel 1935 con Anellina Bertolani. Partecipò alla seconda guerra mondiale. Dal 1959 cominciò a scrivere poesie per dare spessore poetico a ogni accadimento quotidiano. E tanta produzione venne consolidata in due raccolte di versi: Le mie poesie, del 1967, e le Filastrocche di un poeta, successivo. Fu un autentico naif della poesia, immediato, spontaneo, ironico (specie nelle composizioni dialettali), al di là dei mezzi stilistici.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 febbraio 1988, 15.


Parma 1591/1624
Sacerdote, figlio di Giovanni Maria, pure musico. Lo si trova come tenore nella chiesa della Steccata di Parma dal 5 aprile 1591 al 1624. Nel frattempo fu anche sotto maestro di cappella e dal 2 novembre 1618 precettore dei Putti.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, 44; Archivio della Steccata di Parma, Ordinazioni; Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 81.


-Soragna 14 maggio 1645
Di profondo sapere e grande zelo pastorale, fu protonotario apostolico e con tale titolo lo si ritrova in numerosi atti, anche civili. Il 27 luglio 1628 venne nominato parroco di Soragna. Fu sua premura il richiamare i Soragnesi al riconoscimento della priorità che aveva la sua chiesa verso le altre, esigendo che i bambini fossero battezzati in San Giacomo anziché in Santa Maria Annunziata. Curò in modo particolare l’insegnamento religioso dei giovani, tanto che fin dai primi anni della sua permanenza a Soragna è possibile rinvenire una dottrina cristiana ben organizzata, con quattro maestre per la dottrina, sei maestre per il Pater noster e un vertice formato da una priora, una vicaria e una luogotenente. Nel 1643 ricevette in parrocchia la visita del marchese Ferdinando Boschetti, arcivescovo di Cesarea, che benedisse la campana della comunità e diede la prima tonsura al marchese Alessandro Meli Lupi. Il Conti lasciò sua erede universale la Compagnia del Santissimo Sacramento: oltre ai mobili, denari e crediti, lasciò pure la possessione delle 5 vie, di 42 biolche, col legato di un ufficio da morto in perpetuo, di otto messe nel giorno anniversario della sua morte e di una messa festiva all’altare della Beata Vergine della Neve, dopo la quale si debba poi far recitare alli fanciulli le orazioni, cioè il Pater noster, Ave Maria, Credo e 10 comandamenti, e questo alla levata del sole per comodo dei fanciulli di campagna, per così indi poi possino attendere al pascolo dei propri bestiami. Sulla sua tomba venne posta una lapide marmorea, trasportata poi nella chiesa parrocchiale di Soragna. Il Conti può considerarsi l’ultimo rettore di San Giacomo. Nel 1664, infatti, monsignor Nembrini, portatosi a Soragna per compiervi la visita pastorale, avendo rilevato l’importanza della parrocchia stessa, volle che d’allora in poi il parroco non fosse più chiamato rettore ma arciprete.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna: cristiani ed ebrei, 1975, 32-33.


Ramiano di Calestano 28 febbraio 1878-Soragna 18 ottobre 1941
Nacque da Costante e da Domenica Fontana. Fu parroco di Diolo di Soragna dove costruì la bella chiesa parrocchiale, con le guglie arieggianti in piccolo il Duomo di Milano. Nominato Arciprete di Soragna il 13 luglio 1918, fu emulo di don Davide Vecchi e vi restaurò la parrocchiale, divenuta Santuario della Sacra Famiglia di Nazareth. Nominato Rettore del Seminario Maggiore di Parma (1925), fu uno dei più ferventi ideatori dell’erezione del nuovo Seminario, in viale Solferino. Come Direttore spirituale ed Economo della Congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, fece innalzare il maestoso edificio, detto il Noviziato, nei pressi della Navetta, poi divenuto anche Casa di Cura, e fece edificare la Casa Famiglia presso la chiesa del Quartiere. Il Conti è considerato il confondatore di questa Congregazione religiosa. Fu un grande organizzatore: il Congresso Eucaristico di Soragna e quello di Parma ebbero in lui il più attivo artefice. Il Conti e l’arciprete Torricelli furono i fondatori dei bollettini parrocchiali Voce Amica e Voce del Pastore. Fu canonico onorario della Cattedrale di Parma e Cavaliere della Corona d’Italia. Nell’atrio del Noviziato della Navetta, le Piccole Figlie vollero collocare, a sua perenne memoria e riconoscenza, una lapide marmorea con questa epigrafe: In questa Casa che è il monumento della fede e del santo ardire di Monsignor Bonfiglio Conti le Piccole Figlie dei SS. Cuori di Gesù e di Maria con memore e imperitura riconoscenza eternando il nome di Lui che la mente geniale, la volontà fattiva e il cuore generoso dedicò per tre lustri alla Congregazione.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 178-179; B. Colombi, Soragna: cristiani ed ebrei, 1975, 38.


Ghiara di Fontanellato 22 febbraio 1882-Busseto 2 novembre 1956
Appartenente a famiglia bussetana, fu fratello di monsignor Mario, prelato della diocesi fidentina. Compiuti a Busseto gli studi ginnasiali, entrò giovanissimo nell’Accademia militare di Modena, dalla quale uscì con il grado di sottotenente nell’arma di fanteria. Combattente nella guerra di Libia, nell’agosto 1911 fu collocato a disposizione del ministero degli Affari Esteri e destinato al corpo di truppe coloniali dislocate nella Somalia italiana. Promosso capitano, quindi maggiore nella prima guerra mondiale, meritò due medaglie d’argento al valor militare, due croci al merito di guerra e molti encomi per la sua eroica condotta. Quale colonnello del 225° Reggimento, partecipò alla campagna d’Etiopia e poi a quella di Spagna. Già nella riserva allo scoppio della seconda guerra mondiale (1940), venne richiamato in servizio effettivo. Raggiunto il grado di generale di divisione e destinato a Merano, passò poi a Bolzano, a Verona e infine in Sicilia in zona di operazioni. Fatto prigioniero dagli anglo-americani il 22 luglio 1943 durante l’avanzata degli alleati nell’isola e tradotto in Algeria, rientrò in patria al termine delle ostilità e fu ricollocato a riposo nella riserva. Per l’ardimento e le alte virtù militari, venne decorato di altre cinque medaglie d’argento e nominato grand’ufficiale della Corona d’Italia e commendatore dei Santi Maurizio e Lazzaro. Promosso nel 1954 generale di corpo d’armata, trascorse gli ultimi anni di vita a Busseto, dove ebbe sepoltura.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 115-116.


Palermo 1918-Verona 8 luglio 1992
Figlio di un maresciallo di cavalleria in servizio a Parma (nel magazzino di via Trento) che al congedo si stabilì definitivamente in questa città, il Conti, primo di sette fratelli, abbracciò la carriera militare, arruolandosi nell’Aeronautica come pilota. Nel periodo dell’occupazione tedesca si sistemò stabilmente a Parma, partecipando alla lotta clandestina contro i Tedeschi e i fascisti (una sera, mentre rientrava a casa, fu fatto oggetto di alcuni colpi di arma da fuoco, andati a vuoto). Dopo la fine del conflitto entrò in forza alla 3a Aerobrigata di Villafranca di Verona e nell’Aeronautica proseguì la carriera, giungendo al grado di generale. Pilota di eccezionale valore, fece parte della forza Nato e fu istruttore dei giovani piloti nel Congo, segnalandosi sempre anche per le sue doti umane. Ma il Conti è ricordato soprattutto per le sue straordinarie affermazioni sportive nella specialità del bob a due. Una passione coltivata a margine della professione, durata non molti anni, ma che fu segnata da traguardi prestigiosi. Il 27 gennaio 1956, in coppia con Lamberto Dalla Costa, conquistò la medaglia d’oro nelle Olimpiadi invernali di Cortina d’Ampezzo. Il Conti e Dalla Costa si rivelarono i migliori in assoluto stabilendo in tutte e quattro le prove in programma i tempi migliori (tempo complessivo: 5’30’’14). Nel 1958, questa volta con Zardini, divenuto poi il compagno abituale nel prosieguo della carriera, fu medaglia d’argento ai campionati mondiali di Garmisch, piazzamento ripetuto nel 1959, sempre nei mondiali, a Saint Moritz. Nel suo libro d’oro figurano anche due medaglie di bronzo, a conclusione dell’attività sportiva: nel 1960 ai mondiali di Cortina e nel 1961 a quelli di Lake Placid. Proprio per gli alti meriti sportivi, il Conti fu premiato dai veterani dello sport di Parma.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 43; Gazzetta di Parma 9 luglio 1992, 31.

CONTI GIAN BATTISTA, vedi CONTI GIOVANNI MARIA


Piacenza 28 novembre 1928-Parma 19 gennaio 1983
Visse fin da ragazzo a Parma (sede assegnata al padre, ufficiale di carriera), dove insegnò lettere all’Istituto Tecnico Melloni. Fu allievo, al liceo Romagnosi, di Attilio Bertolucci e si laureò a Bologna con Carlo Calcaterra. La sua migliore stagione letteraria fu quella tra gli anni Cinquanta e la prima metà dei Sessanta. Collaborò a riviste e pagine letterarie locali e nazionali, dal Raccoglitore (la pagina letteraria della Gazzetta di Parma, la prima del dopoguerra, uscita tra il 1951 e il 1959) a Botteghe Oscure. Fu co-redattore di Palatina (altra impresa parmigiana, pubblicata dal 1957 al 1966) e critico cinematografico. Ma, soprattutto, pubblicò in quel torno d’anni due plaquettes poetiche, Un mite ottobre e altre poesie nel 1952 (per le edizioni parmigiane del Raccoglitore) e Il primo passaggio dopo il mare nel 1956 (per Sciascia di Caltanissetta), che confluirono poi nel successivo volume (edito da Feltrinelli nel 1960) Il profumo dei tigli, che diventò così il suo unico libro di versi pubblicato in vita. Solo postumi uscirono infatti, nel 1984, in una edizione del Comune di Parma e per le cure di Giorgio Cusatelli e Paolo Lagazzi, il volumetto Chiudere gli occhi, che raccolse, a un anno dalla sua scomparsa, le poesie rimaste inedite, e Non si ricordano più (1991), curato ancora da Lagazzi e Cusatelli. L’itinerario poetico del Conti è chiaro. Il primo momento della sua lirica, corrispondente di fatto alle sue due prime plaquettes, è costituito di brevi componimenti, versi leggeri, di una grazia impalpabile, piena di trasalimenti, turbamenti, sospensioni esistenziali ma anche di scorci tra campagna e città, tra siepi e lambrette, ville e bar, ragazze e partite a tennis. Il secondo tempo è segnato dalla scoperta della deperibilità della fanciullezza e della giovinezza. Ecco allora il ricordo, la nostalgia di giorni pur ancora vicini, la coscienza dello scorrere inarrestabile della propria stagione. L’ultimo tempo, tutto apparso postumo, è scandito in due segmenti: Francesca, trentun componimenti di una disperata, lacerante e avvilente storia d’amore, e Chiudere gli occhi, un’altra trentina di testi residui, amarissimi, prosciugati alla fine dal senso di rovina inarrestabile, degli affetti e della vita intorno, della vita privata e delle pubbliche costumanze. Lungo questo percorso il Conti deve constatare che non gli è venuta meno solo la consuetudine degli amici di gioventù, ma che anche universalmente il tempo ha scavato voragini nei rapporti, soprattutto generazionali.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1983, 71-72; Corriere di Parma 1 1992, 89-90; Gazzetta di Parma 1 marzo 1998, 9.


Bardi 1912-1957
Figlio di Celeste. Sergente motorista dell’Aeronautica, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Sottufficiale specialista di squadra da Bombardamento, volontario in missione di guerra per l’affermazione degli ideali fascisti, partecipava quale motorista mitragliere a numerose azioni belliche; dimostrando sprezzo del pericolo e valore (Cielo di Spagna, luglio 1937 - gennaio 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.


Parma 1580 c.-post 1614
Pittore, del quale sono pressocché inesistenti le notizie intorno alla vita e all’attività. È noto soltanto per un documento, riportato da M.A. Gualandi (Memorie risguardanti le Belle Arti, s. 6, Bologna, 1845, 98-101) e ricordato dallo Scarabelli Zunti (f. 78), riguardante un contratto di allogazione per la decorazione pittorica della chiesa plebana di Arola. Nel contratto, che è datato 1602, è indicato come compartecipe dell’impresa assieme al più noto pittore parmense Pier Antonio Bernabei. La decorazione andò distrutta assieme alla chiesa nel terremoto del 1818.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, V, 107; Dizionario biografico degli Italiani, XXVIII, 1983, 431.


Parma 5 dicembre 1653-Mantova 1716
Figlio di Ferrante e Florida. Pittore. Ricevuti i primi insegnamenti dal bresciano Monti, sull’esempio di Spolverini e Simonini si dedicò a quadri di battaglie. Alla fine del XVII secolo si trasferì a Mantova, dove in alcune chiese (San Martino, San Gervasio, Santa Maria della Carità, San Barnaba) si trovano dipinti a lui attribuiti. In villa Strozzi a Begozzo di Palidano (Mantova) gli sono attribuite diverse decorazioni, tra cui una tumultuosa battaglia equestre nel fregio continuo del vestibolo. In palazzo Sordi a Mantova dovrebbe essere sua la Battaglia di Mohacz, che illustra lo scontro tra cristiani e Turchi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 260.


Parma 1591/1621
Fu suonatore di trombone nella chiesa della Steccata di Parma dal 1 gennaio 1591 al 2 aprile 1621.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma 11 marzo 1614-Parma 11 marzo 1670
Detto della Camera. Tradizionalmente è detto figlio del pittore Giovanni Battista, attivo nell’ambito di P.A. Bernabei, del quale peraltro sarebbe stato allievo egli stesso. Le prime notizie sicure intorno all’attività del Conti riguardano la vasta decorazione a fresco della chiesa di Santa Croce a Parma. Erroneamente collegata ad alcuni documenti di pagamento datati 1664-1666 (da riferirsi invece alla decorazione dell’oratorio di Sant’Ilario), è stata precisamente riconosciuta (Quintavalle, 1940) come opera della sua prima attività. I documenti pubblicati (Quintavalle, 1940) consentono di indicare il periodo 1634-1638 come ambito cronologico di esecuzione delle pitture, distinguendo almeno tre fasi. La prima, nel 1634, riguarda gli affreschi della cupola dove è rappresentata l’Assunta col Redentore in un cerchio di angeli musici, con i relativi pennacchi e lunette raffiguranti Santa Elisabetta con san Giovannino, San Zaccaria, un Profeta e una Sibilla e Angioli tubicini. A questa stessa fase è attribuibile il riquadro della Sacra conversazione sulla cantoria di sinistra. Tra il 1637 e il 1638 seguì la decorazione della cappella di San Giuseppe, annessa alla chiesa, con episodi della Vita del santo e dell’Infanzia di Cristo. Episodi della Vita di san Giuseppe si ritrovano rappresentati ancora nella navata principale dipinta nel 1638. La vastità del ciclo decorativo comportò sicuramente la partecipazione di molti aiuti e collaboratori. Numerosa di allievi deve essere stata la bottega del Conti, se lo stesso soprannome, della Camera, deriva dal fatto che tenne a pigione una gran camera nella quale insegnò pittura. Tra i collaboratori, il Quintavalle ipotizza la presenza di Baratti nelle parti ornamentali della cappella di San Giuseppe e del genovese Merano che, nella stessa cappella, dipinse i due ovati con Santa Lucia e Sant’Apollonia, ai due lati dell’altare. Questa prima opera nota del Conti conferma la discendenza dal Bernabei, che media un generico riferimento alla tradizione correggesca della scuola parmense. Nelle composizioni stipate e simmetriche è forte anche l’influsso dei cremonesi Lattanzio Gambara e Bernardino Gatti, che lo vincola alla maniera tardocinquecentesca, del tutto estranea al rinnovamento postcarraccesco dello Schedoni o del Lanfranco. Altre opere concordemente attribuite al Conti dalle antiche guide e dagli eruditi locali e confermabili anche per raffronti stilistici, sono, sempre a Parma, il fregio a chiaroscuro con Sibille e Angeli e gli ornati delle due cappelle presso l’altare maggiore della chiesa del Quartiere, eseguiti nel 1657 per commissione del padre Vincenzo Bonardi (Felice da Mareto, 1977), ancora, nella chiesa della Steccata, i monocromi con Storie evangeliche che ornano i pilastri sorreggenti la cupola (1669) e infine i dipinti della volta della chiesa delle Cappuccine nuove. Tra il 1664 e il 1666 fu eseguito dal Conti il ciclo decorativo dell’oratorio di Sant’Ilario, con affreschi rappresentanti episodi della Vita del santo titolare e decorazioni in stucco. Il lavoro ebbe termine il 18 dicembre 1666, come si desume dal documento dell’archivio dell’Ospedale degli esposti a Parma (Bertoluzzi, 1830), e vi collaborarono, si presume nelle decorazioni, Francesco Maria Reti e Antonio Lombardi. In quegli stessi anni il Conti dipinse sotto il portico dell’Ospedale un affresco raffigurante la Carità, staccato a massello nell’Ottocento e conservato presso la Pinacoteca nazionale di Parma. Le fonti ricordano altri dipinti del Conti, perduti: la Conversione di san Paolo, già in San Paolo a Parma, un affresco con Adamo ed Eva al Malcantone di via Farini, un quadro che finge arazzo di Fiandra con friso et istoria in mezzo (Campori, 1870), compreso nell’inventario dei quadri farnesiani esistenti nel palazzo del giardino. Di dubbia attribuzione è il dipinto con la Regina dei cieli in Sant’Alessandro. Più sicura è invece l’autografia dell’unico quadro del Conti fuori di Parma, un David (1648), conservato a Piacenza nella chiesa di Santa Maria di Campagna. Il Conti fu sepolto nella chiesa del convento dei padri carmelitani, a Parma, che, con testamento del 1666, designò suoi eredi universali.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca Palatina: I. Grassi, Parmenses pictores, celatores, architecti et impressores, ms. (1733 circa), f. 29v; Parma, Biblioteca della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Parma e Piacenza: R. Baistrocchi, Guida di Parma, ms. (1780), ff. 38, 53, 77 s.; Archivio di Stato di Parma: R. Baistrocchi-G. Bertoluzzi, Biografie di artisti, ms. (fine del secolo XVIII), f. 29; Parma, Biblioteca Palatina; P. Ravazzoni, Artisti parmigiani, ms. (fine del secolo XVIII), f. 21; Parma, Biblioteca della Soprintendenza per i beni artistici e storici delle province di Parma e Piacenza: A. Sanseverino, Notizie storiche e artistiche delle chiese di Parma, ms. (fine del secolo XVIII), E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, ms. (secolo XIX), n. 104, ff. 80-82; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, a cura di M. Capucci, II, Firenze, 1970, 251; I. Affò, Il Parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, ad Indicem; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, I, 7, Parma, 1821, 27; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, ad Indicem; G. Bertoluzzi, Nuovissima guida di Parma, Parma, 1830, ad Indicem; G. Campori, Raccolta di cataloghi e inventari inediti, Modena, 1870, 291; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Parma, 1877, 124; A. Corna, Storia e arte in Santa Maria di Campagna-Piacenza, Bergamo, 1908, 192; L. Testi, Santa Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, ad Indicem; A.O. Quintavalle, Catalogo della Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 282; A.O. Quintavalle, Gli affreschi restaurati di Giovanni Maria Conti in Santa Croce a Parma, in Le Arti 4 1940, 259-264; F. da Mareto, La chiesa del Quartiere, in Parma nell’Arte 2 1977, 9; Felice da Mareto, Chiese e conventi di Parma, Parma, 1978, ad Indicem; U. Thieme-F. Becker, Künstlerlexikon, VII, 335 s; M. Cordaro, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVIII, 1983, 431-433.


Parma 1586/1599
Fu musico nella chiesa della Steccata di Parma dal febbraio 1586 al marzo del 1599.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

Valmozzola 1772-Borgo San Donnino 1839
Fu dottore in teologia e protonotario apostolico. Ricoprì con prudenza e zelo esemplare gli uffici di vicario generale dei vescovi borghigiani Alessandro Garimberti e Luigi Sanvitale e di arcidiacono del Capitolo della cattedrale di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana fidentina, III, 1978, 1291.


Pellegrino 17 gennaio 1779-Napoli 9 maggio 1855
Nacque da Bartolomeo e Caterina Marrubbi. Ancora giovanetto fu avviato agli studi ecclesiastici presso un collegio gesuita di Parma, dove si distinse soprattutto nello studio delle discipline scientifiche. Ultimato il consueto corso di studi, ricevette gli ordini sacri. Nel 1801 gli fu conferita la cattedra di ripetitore di fisica sperimentale e di matematica nel locale collegio Lalatta, incarico che conservò fino al 1808. Durante questo periodo diede alle stampe due opere: Proposizioni fisico-matematiche (Parma, 1805) e Proposizioni di geometria (Parma, 1806). Chiamato a Napoli a insegnare ai figli di un alto funzionario del Regno, il 17 agosto 1809 fu nominato socio corrispondente del Reale Istituto d’incoraggiamento alle scienze naturali, una tra le più importanti istituzioni scientifiche fondate durante il decennio francese (1806-1815). Professore di fisica sperimentale e di chimica e mineralogia nella scuola di applicazione della direzione generale di ponti e strade, il Conti fece altresì parte della commissione per la riforma del sistema dei pesi e misure, che, in quegli anni, si voleva stabilita nel Regno: a tale scopo costruì nel suo laboratorio i primi modelli unificati di pesi e misure. Gli anni dal 1815 al 1845 vedono dispiegarsi l’attività del Conti quale inventore e tecnico accreditato presso la restaurata monarchia borbonica, che cercò di portare avanti, potenziandola, l’opera di rinnovamento e riammodernamento della struttura economica del Regno già iniziata durante il decennio francese. In queste vesti, il Conti costruì su ordine del Re due bilancieri per la Zecca reale e risolse il problema dell’azionamento idrico dei filatoi della manifattura serica di San Leucio (Caserta), problema fino ad allora giudicato insolubile a causa della lontananza e del dislivello esistenti tra la manifattura e le acque del fiume che dovevano alimentarla (cfr. G. Giucci, 419). Nel 1824 gli fu concesso da parte di Ferdinando di Borbone un brevetto d’invenzione per uno speciale tessuto di ferro particolarmente adatto per la costruzione dei ponti e per le armature dei tetti (cfr. F. Del Giudice, 189). Tale tessuto consentì al Conti di progettare ponti sospesi in ferro non solo più resistenti ed economici di quelli fino allora in uso, ma anche di più facile esecuzione e manutenzione. Altre invenzioni che, negli anni successivi, gli valsero il brevetto, furono: nel 1832 una macchina a vapore a bassa pressione, la prima (secondo G. Giucci, 420) costruita in Italia, nel 1837 un nuovo congegno atto ad agevolare la mietitura dei cereali (cfr. F. Del Giudice, 195), nel 1845 un nuovo metodo atto a utilizzare vantaggiosamente la forza motrice delle cadute d’acqua, applicabile anche a correnti di bassa velocità (cfr. G. Giucci, 420). Nel VII congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Napoli nell’autunno del 1845, il Conti fu eletto membro della commissione per le irrigazioni nel Regno. A partire da questa data non si hanno più notizie di lui, sebbene gli Atti del Regio Istituto d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali del 1855 (VIII, p. IX) annoverino ancora il suo nome tra i soci corrispondenti nazionali ed esteri.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 febbraio 1827, 37-40; G. Giucci, Degli scienziati italiani formanti parte del VII congresso in Napoli nell’autunno del 1845. Notizie biografiche, Napoli, 1845, 419 ss.; Atti del Regio Istituto d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli VIII 1855, IX; F. Del Giudice, Notizie istoriche del Regio istituto d’incoraggiamento, t. X, 1863, 97, 187, 189, 195; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 125; R. Montali, L’abate Giuseppe Conti naturalista fisico e matematico, in La Giovane Montagna 15 dicembre 1939 e 15 gennaio 1940; R. Ferola, in Dizionario biografico degli Italiani, XXVIII, 1983, 435; A. Comi, in Gazzetta di Parma 1 dicembre 1997, 5.


Borgo San Donnino 1906-Woroscilowa 29 dicembre 1941
Figlio di Albino. Camicia nera scelta del 63° Battaglione Camice Nere, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma tiratore, durante reiterati e violenti attacchi nemici, combatteva con decisione ed ardimento infondendo nei camerati la certezza che l’avversario non sarebbe passato. Con intelligenza e coraggio, faceva dell’arma un micidiale strumento di morte per le forze soverchianti che disperatamente tornavano all’attacco fino a quando cadeva da valoroso.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 13a, 1625; Decorati al valore, 1964, 43.

Guastalla 13 gennaio 1832-1913
Si diplomò in contrabbasso alla Scuola di musica di Parma (1850). Entrò poi nell’Orchestra ducale di Parma, di cui fece parte dal 1852 al 1874, assumendo nel 1872 la cattedra di contrabbasso al Liceo musicale di Torino (che mantenne fino al 1879). Dal 1880 al 1890 suonò come libero professionista ed ebbe molte e varie scritture. Nel 1889 vinse per concorso la cattedra di contrabbasso al Conservatorio di Parma, ove insegnò per vent’anni con lusinghieri risultati. Nel 1912, essendo anche diventato cieco, fu collocato in pensione per limiti di età.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 52; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma prima metà del XVI secolo
Pittore attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti, III, 142.


Parma 1573/1576
Fu suonatore di trombone nella chiesa della Steccata in Parma dal 24 aprile 1573 al 26 agosto 1576.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 33; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 19.


Parma 6 ottobre 1823-post 1876
Nel 1832 entrò alla Ducale Scuola di musica di Parma, dove studiò clarinetto, e si diplomò nel luglio 1845. Mentre era allievo fu incaricato di fare il ripetitore di solfeggio ai compagni. Nel 1844 fu nominato aggiunto praticante nella Reale Orchestra e, con la riorganizzazione del 1852, venne nominato secondo clarinetto e nel 1857 primo. Fu attivo anche in diverse altre orchestre. Dopo il Carnevale del 1876 per ragioni di salute si ritirò dall’attività.
FONTI E BIBL.: Dacci; Inventario; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Sala 1831/1849
Figlio di Giovanni, oriundo di Bardi, e di Rosa Mattei, pronipote del cardinale Lorenzo Mattei. Fece, quale volontario, le campagne risorgimentali del 1848 e 1849. Ardentissimo patriota, soffrì il carcere e dovette esulare a Corfù, in Grecia, per sottrarsi alla pena capitale. Cospiratore, propagandista e uomo di indomito coraggio, dedicò tutto se stesso alla patria.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 124-125.


Sala 1894/1912
Capitano dell’Arma del Genio, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Alla testa della sua compagnia in avanguardia, combattè per l’occupazione della posizione, della quale diresse poi i lavori di rafforzamento, malgrado non fosse completamente cessato il fuoco nemico (Sidi Bilal, 20 settembre 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

CONTIGNACO ANTONIO, vedi MOZZI ANTONIO


Parma 5 settembre 1875-Parma 19 febbraio 1951
Figlio di un fabbro che inventò il cavatappi a vite, fu bravo fabbro egli stesso. Frequentando l’oratorio salesiano di San Benedetto dal 1888, studiò musica, fu iniziato al suono della tromba e divenne prima cornetta della banda salesiana. Con diversi maestri (Lenzi, Terenziano Marusi) successivamente studiò l’armonia e il contrappunto. Oltre a dirigere la piccola banda dell’Istituto Salesiano, nel 1913 fondò una banda che prese il nome di Giuseppe Verdi e che portò a esibirsi in varie città. Durante il ventennio fascista fu a capo della banda della Milizia volontaria nazionale Walter Branchi di Parma e diresse anche le bande della Certosa (riformatorio) e dell’Orfanotrofio maschile. Intorno al 1910 istituì e diresse una banda a Noceto. Studioso degli strumenti a ottone, inventò per essi delle modifiche e miglioramenti. Nel 1906 fu l’ideatore del sistema sintonico per ottenere la perfetta intonazione degli strumenti a cilindro. Il Sistema Sintonico Contini fu brevettato dal Ministro dell’Industria e Commercio e nel 1906 premiato con diploma d’onore all’Esposizione di Milano. È descritto in un opuscolo figurato (stampato in Parma da Zafferri nel 1910). Vi si leggono lettere e dichiarazioni rilasciate al Contini, per raccomandare il suo sistema, da diversi musicisti, tra i quali Fano, Bonferoni, Fontana, Zanella, Pizzetti, Tebaldini e Vaninetti. Ciononostante, l’invenzione ebbe fortuna effimera. Abitando nell’oratorio dei Salesiani, fu per quarantacinque anni il maestro di musica e l’animatore della banda che vi aveva sede e qui ebbe almeno duemila allievi, quasi tutti cioè quelli che in quei tempi si dedicarono alla musica a Parma. Fu anche compositore: scrisse un’operetta e quasi duecento tra marce e ballabili (preferibilmente walzer e mazurke). Ebbe una certa popolarità l’Inno dell’Oratorio Salesiano, da lui musicato, ma le sue opere rimasero in gran parte inedite e, in seguito a un grave bombardamento, andarono, con la casa da lui abitata, quasi tutte distrutte. Delle sue composizioni pubblicate, va segnalato un inno patriottico: Salva, o Dio, l’amata Italia, per canto e pianoforte (parole di Giuseppe Broli, Officine di G. Ricordi e C., Milano, 1915).
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 54-55; A. Alessandri, in Parma per l’Arte 2 1951, 91-92; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 53; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 91.


Parma 4 aprile 1889-Parma 31 ottobre 1946
Terminate le scuole tecniche, frequentò per qualche anno l’Accademia di Belle Arti di Parma, ma, sentendosi predisposto per il canto nel quale il padre Lodovico si era brillantemente distinto, lasciò la pittura per dedicarsi appunto allo studio del canto, nel ruolo di basso. Debuttò con successo al Teatro Reinach di Parma nel febbraio 1914 (un mese dopo la morte del padre) quale Oroveso nella Norma, ma lo scoppio della prima guerra mondiale interruppe poco dopo la sua carriera. Combattè come mitragliere in tutto il conflitto e solo alla fine delle ostilità potè tornare al canto. Nel 1920 fu ancora al Teatro Reinach quale Sparafucile e, nel luglio dello stesso anno, in un concerto vocale e strumentale con l’orchestra mandolinistica milanese. Sempre nel 1920 cantò poi al Teatro Massimo di Palermo in Aida (Ramfis), ruolo che tornò a ricoprire nello stesso teatro nel 1928. L’anno dopo, nella temporada del 1921, fu al grande Teatro Colon di Buenos Aires, teatro dove cantò anche nel 1926. Al Teatro Regio di Parma fu la prima volta nel 1923 e vi rimase ininterrottamente, in un grandissimo numero di opere, fino al 1939. Nel 1925, in un concerto in onore di Benito Mussolini, ebbe un grande successo personale. Tra gli altri teatri, fu al Grande di Brescia (1925-1926), all’Opera di Roma (1934-1935) in Otello e Traviata di Verdi, Faust di Gounod, Vigna di Guerrini, Bohème di Puccini e Maestri cantori di Wagner. Fu anche in molti teatri stranieri. Calcò le scene fino a un anno prima di morire: nel gennaio 1945, nella stagione organizzata e diretta dal maestro Renzo Martini al Teatro Ducale di Parma, cantò ancora in Bohème, L’elisir d’amore e Lucia di Lammermoor.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 55; Caamano; Ciotti; Frajese; Cronologia Teatro Regio di Parma; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 13 giugno 1982, 3.


Parma 23 settembre 1828-Parma 20 ottobre 1912
Figlio di Teodoro, guardia campestre di modesta condizione, e di Teresa Bettelli, il Contini frequentò con discontinui risultati presso la Reale Accademia di Belle Arti di Parma dapprima la scuola di ornato (1850-1858), quindi quella di paesaggio (1858-1859), nonchè il corso speciale di disegno industriale (1872-1873). Paesista seguace del Boccaccio e dell’Alinovi, poco si conosce del Contini, che forse praticò l’arte solamente a livello dilettantistico. Una breve nota dello Scarabelli Zunti lo indica come autore di paesetti all’acquerello ed all’olio e di mediocre abilità. Nel 1858 espose per l’Incoraggiamento due quadri di paese, per i quali un critico non identificato (sigla F.G.) scrisse sulla Gazzetta di Parma sembrargli questi esercitasse l’arte piuttosto da scherzo che seriamente. Nel medesimo anno il Contini ricevette una menzione onorevole per l’ornato architettonico superiore d’invenzione presso l’Accademia di Belle Arti di Parma. L’anno seguente mostrò il Castello di Montechiarugolo, per la quale opera venne ammonito da un secondo critico non identificato (sigla C.I.): badi a non torcere i passi ch’egli ha cominciato a muovere, dalla difficile strada che vien tracciata solamente dal vero. Presentò poi nel 1862 una veduta che venne sorteggiata al Comune di San Pancrazio, nel 1863 Il dileguarsi d’una nebbia e un Paesaggio alla mostra Industriale Provinciale, nel 1867 Veduta del Po (esposto presso il Comune di Monticelli) e nel 1868 Torrente Parma (conservato nel Comune di Roccabianca). Nel 1865 (Scarabelli Zunti) il Contini occupò un posto di scopatore nell’Accademia di Belle Arti di Parma: una notizia da verificare, non essendo infrequente tale manoscritto a contraddizioni, e non è neppure improbabile un caso di omonimia, anche perché nel 1878-1879 si ritrova il Contini scopatore diventato bidello. Nel 1870 il Contini partecipò alla Mostra Nazionale con Una giornata d’inverno (questo dipinto venne erroneamente indicato da Copertini - Allegri Tassoni, 1971, p. 132, come di Ugo Contini, che a quella data contava solamente sei anni). Infine nel 1872 partecipò ancora all’Incoraggiamento con l’Interno del teatro Farnese che fu vinto dalla Pinacoteca di Parma. Un suo quadro (Il ponte di Lugagnano), firmato, si trova in collezione privata a Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 settembre 1858, 841; L’Annotatore 11 settembre 1858, 140; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 870; Esposizione delle opere, 1858, 9; C.I., in L’Annotatore 1859, 166; Gazzetta di Parma 13 luglio 1863, 619; Esposizione Industriale Provinciale, 1864 91; Catalogo delle opere esposte, 1870, 40; L. Pigorini, 1879, 14; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 45; E. Bénézit, 1955, v. II, 612; G. Copertini, in Gazzetta di Parma 7 dicembre 1967, 6; C. Ricci, La Regia Pinacoteca di Parma, Parma, 1896; II Mostra sindacale, Mostra del paesaggio parmense moderno e dell’800, catalogo, Parma, 1936, 31; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 426; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 78-79; Archivio dell’Accademia, Parma, Ruolo, 1837-1856, 1857-1858, 1858-1859, Atti, vol. 7, Esposizione, 1870, Registro, 1872-1873; G. Allegri Tassoni, 1984, 523-566; Città latente, 1995, 89; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 12 ottobre 1998, 25.


Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore paesista, fu attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di belle arti parmigiane, X, 49.


Valera di San Pancrazio 12 aprile 1856-Marano 2 gennaio 1914
Fu allievo della Regia Scuola di musica del Carmine di Parma nel 1873 con il maestro Griffini, ma dopo un anno si ritirò per continuare gli studi privatamente. Debuttò come basso al Teatro Comunale di Piacenza nel 1877 quale Ramfis nell’Aida e qui ebbe inizio una bella carriera percorsa nei migliori teatri d’Europa e d’America. Il Contini possedette una voce robusta, omogenea ed estesa che gli procurò plauso e ammirazione nella lunga carriera durata più di trent’anni e interrotta soltanto dalla morte. L’agente Carozzi di Milano, al quale il Contini fu legato da contratto, dichiara nel suo annuario del 1896 che il Contini aveva trenta opere pronte in repertorio. A Parma cantò al Teatro Regio e al Teatro Reinach in un gran numero di stagioni, fin da quella di Carnevale 1878-1879. Nell’autunno 1879 Italo Campanini lo prescelse per cantare con lui nella stagione che organizzò a sue spese al Teatro Regio per beneficienza, come pure lo richiamò due anni dopo in quella straordinaria, diretta da Cleofonte Campanini. E il Contini nel Trovatore, come scrive il Ferrari, cantò egregiamente e con voce bellissima e le chiamate onde venne onorato, dopo la scena dell’atto primo e dopo quella dell’atto terzo furono meritatissime. Il benemerito tenore lo fece poi scritturare da Abbey nel 1883-1884 nella compagnia che inaugurò il Metropolitan di New York, compagnia che fece poi una lunga tournée in varie città degli Stati Uniti. Il Contini fu presente sui maggiori palcoscenici: al San Carlo di Napoli nella Dannazione di Faust di Berlioz (1894), al Teatro Comunale di Bologna nell’Asrael di Franchetti (1888), in Sigfrido e in Madama Butterfly (1905), al Carlo Felice di Genova nella Walkiria e nella Norma (1908) e in Aida (1912), all’Opera di Roma nei Medici di Leoncavallo (1893), al Grande di Brescia in Lohengrin e nella Norma (1891) e poi ancora nel 1913, alla Fenice di Venezia in Don Carlo nel 1912 e alla Scala di Milano nel 1892 e poi nel 1902 nella Linda di Chamounix. A proposito di quest’ultima esecuzione, la sera del 3 gennaio, alla seconda recita dell’opera di Donizetti, il Contini fu preso da una forte indisposizione pochi minuti prima che si alzasse il sipario. Toscanini era disposto a rinviare la recita ma il Contini, per rispetto al pubblico che gremiva il teatro, non essendoci il tempo di provvedere per un valido sostituto, volle andare ugualmente in scena. Cantò a mezza voce ma la gola fu comunque sforzata e il Contini dovette stare poi un mese a riposo per riprendersi. Oltre che nei teatri suddetti si è trovato il Contini presente su tante altre scene: al Cressani di Como (1881) nello Zio d’America del compositore borghigiano Napoleone Gialdi, alle Muse di Ancona (1908 e 1909), al Verdi di Pisa, al Municipale di Reggio Emilia (1882 e 1887), al Metastasio di Prato (1889 e 1904), al Filarmonico di Verona (1887) e poi a Rio de Janeiro, a Montevideo e a Buenos Aires. Nel 1897 venne insignito dal Governo portoghese di una alta onorificenza. Quando morì, il Corriere della Sera scrisse che il teatro italiano aveva perduto un signore della scena, il basso dalla voce più plastica e armoniosa che da trent’anni dominava la scena mondiale.
FONTI E BIBL.: Alcari, Parma nella musica, 1931, 55-56; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 53; Arnese; Bologna; Carozzi; Dacci; Ferrari; Fioravanti; Frajese; Frassoni; Mapleson; Morini; Seltsam; Seveso; Trezzini; Valentin; Cronologie Teatri La Fenice di Venezia, Municipale di Reggio Emilia e Regio di Parma; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 13 giugno 1982, 3; Dietro il sipario, 1986, 275-276.


Sorbolo 21 dicembre 1776-post 1831
Fu nelle truppe del Re di Sicilia (Reggimento Principe Cavalleria) l’anno 1797. Fu quindi volontario nelle truppe del Regno d’Italia il 28 agosto 1803, fu promosso Sottotenente il 5 aprile 1806, Tenente il 22 giugno 1808 e Tenente aiutante maggiore il 24 febbraio 1810. Fece le campagne militari del 1804-1806 sulle Coste dell’Oceano, del 1807 nelle due Pomeranie, del 1808-1809 e 1811 in Spagna. Fu agli assedi del Forte di Colberg e di Stralsunda in Pomerania e alla battaglia di Walls il 25 marzo 1809. Fu ferito a Santa Cerenj e ferito e fatto prigioniero alla Montagna Nera il 18 ottobre 1810 (fu liberato solo il 21 luglio 1814). Tenente nei Dragoni di Maria Luigia d’Austria a Parma dal 3 ottobre 1814, fu promosso Capitano l’11 luglio 1815 e Capitano del Reggimento Maria Luigia il 14 febbraio 1816. Fu posto in ritiro il 3 marzo 1827. Appartenne alla società dei Carbonari e fu tra i protagonisti dei moti del 1831. La sua scheda segnaletica, redatta dalle autorità di polizia, riporta quanto segue: Dicesi che sollecitasse il popolo a disarmare il reggimento dichiarando di non fidarsi del medesimo. Esso intervenne al discorso tenuto dall’Ufficiale in ritiro Bergonzi Odoardo, di cui è cenno nel foglio che riguarda quest’ultimo. Fu nominato comandante di Guastalla ove si mostrò molto attivo. Comandava alla guardia nazionale di Parma, ma successivamente fu investito del comando della suddetta piazza di Guastalla. Si dice che sia stato il sollevatore di Sorbolo. Chiese pure di avere il comando dei Dragoni e credette con ciò di dar prova al Governo provvisorio del di lui attaccamento sul quale in fatti si dubitava. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Fu inquisito ed arrestato e poi dimesso dalla sezione d’accusa il dì 18 Agosto 1831 ma confinato a Sorbolo con alcuni precetti.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Reggimento Maria Luigia, Registro Matricola 1826.; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XVII; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 21; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 156-157.


Parma 1769-
Fu insegnante di diritto canonico. Resta noto come corrispondente del Bodoni.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario dei Parmigiani, 1997, 101.


Parma 1 ottobre 1864-Parma 1941
Figlio di Giovanni e Maria Vernini. Fu pittore paesaggista. Pur non raggiungendo le raffinatezze pittoriche del maestro Giulio Carmignani, pervenne tuttavia a una singolare e robusta interpretazione del paesaggio padano, di cui seppe tradurre, con originale equilibrio cromatico, l’atmosfera. Tra i soggetti prediletti, ambientati sulle rive dei corsi d’acqua con lo sfondo della città di Parma, si rintracciano le sue opere migliori: Veduta del Baganza (Parma, Istituto d’Arte P. Toschi) e Il torrente Parma (Parma, Galleria Nazionale).
FONTI E BIBL.: C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896; G. Copertini, La pittura parmense dell’800, Milano, 1971, 132; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 426.


Parma 1928-Parma 19 agosto 1998
Nell’immediato dopoguerra lavorò come lucidatore con Renzo Salvarani, piccolo artigiano mobiliere, che gli propose di entrare in società con lui in quella che diventò poi una delle più grandi industrie produttrici di cucine. Il Conversi rifiutò, in nome di quello che era il suo progetto di vita: il canto. Cominciò a cantare nel 1945, vincendo per ben quattordici volte, di cui una ex-aequo con Luciano Virgili, il concorso Enal. Al 1946 risale il suo debutto nel mondo delle orchestre da ballo: prima con Alberto Fontechiari e poi con Tamani, Donzelli, Barbieri e Fogu, che gli permisero di diventare in breve tempo molto popolare. Iniziò poi a cantare sulle navi da crociera e su quelle di linea, soprattutto sui convogli che percorrevano la rotta Genova-New York. Nel 1955 iniziò con Pippo Casarini una tournée nei più celebri locali di tutta Europa, spingendosi poi fino in India. Sempre negli anni Cinquanta lavorò con i musicisti parmigiani Bruno Aragosti, Angelo Bocelli e Nando Monica. Il Conversi fondò anche il complesso I Delfini, con il quale si esibì in tutto il mondo, affermandosi in modo particolare negli Stati Uniti, dove incise diversi 45 e 33 giri di successo, entrati a fare parte dei cataloghi internazionali. Cantò per personaggi famosi come lo Scià di Persia a Zurigo, re Hassan II nella sua reggia in Egitto, Nelson Rockefeller al Rockefeller Center di New York e Charlie Chaplin nella sua villa di Vevey. Tra le sue conoscenze, vanno ricordate Joanne Woodward, Paul Newman, William Holden, Cary Grant, Zackary Scott, Joan Fontaine, Charlton Heston, Zsa Zsa Gabor e Gloria Swanson, che in occasioni diverse lo fecero esibire con Perry Como e Peggy Lee nel famoso spettacolo Eddy Sullivan Show. Di lui si ricordano la bella presenza e la verve artistica, che ne facevano un personaggio di innegabile attrattiva.
FONTI E BIBL.: R. Ghirardi, in Gazzetta di Parma 21 agosto 1998, 7.

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