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Dizionario biografico: Ceccherelli-Cizzardi

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CECCHERELLI-CIZZARDI


San Vito a Bellosguardo 14 dicembre 1850-Parma 9 dicembre 1915
Nato da Federico e da Teresa Franzoni, studiò medicina e chirurgia nelle Università di Pisa e di Firenze. Conseguita la laurea, si dedicò subito alla chirurgia. Dopo essere stato classificato secondo nei concorsi a cattedra di Parma e di Messina (in cui risultò primo il celebre E. Bassini), fu nominato straordinario di clinica chirurgica e medicina operatoria nell’Università di Parma nel 1882. Divenuto ordinario di tale disciplina nel 1888, fu successivamente anche Preside della facoltà di medicina e chirurgia dal 1907 al 1910. Allo scoppio del primo conflitto mondiale si recò in Francia a osservare l’assistenza sanitaria del fronte e delle retrolinee, in particolare nelle Argonne. Entrata in guerra anche l’Italia, fu Presidente della sezione di Parma della Croce Rossa e operò come Tenente colonnello al servizio dell’organizzazione territoriale e di riserva militare. Valente didatta, il Ceccherelli fondò a Parma la sua scuola chirurgica e, superando non pochi ostacoli e difficoltà, riuscì a dare una nuova e adeguata sede alla clinica chirurgica di quell’Università. Brillante e ardito operatore, si segnalò per l’esecuzione di numerosi interventi di recente introduzione nella pratica chirurgica. Il Ceccherelli emerse praticamente in tutti i campi della chirurgia. Importante, in particolare, fu il suo metodo di nefropessia, operata facendo passare il primo dei punti a cavalcioni dell’ultima costola. Non meno note furono le sue tecniche di splenopessia, ottenuta fissando il viscere alle coste, e di emostasi del fegato mediante sutura incavigliata su stecche di balena decalcificate. Eseguì, inoltre, complessi interventi di resezione del polmone, di stiramento dei nervi, di innesti ossei. Mentre, come affermò al XIII Congresso internazionale di medicina tenutosi a Parigi nel 1900, riteneva che fossero rare le indicazioni operatorie per i tumori del pancreas, fu un sostenitore dell’utilità dell’intervento precoce nella terapia del cancro dello stomaco (relazione svolta nel 1903 a Madrid, al XIV Congresso internazionale generale di medicina). Riguardo alla metodologia chirurgica generale, fu favorevole alla rachianestesia eseguita mediante l’introduzione nello speco vertebrale di piccole dosi di novocaina. Autore di oltre duecento lavori scientifici, curò inoltre la traduzione in italiano dei celebri trattati di E.A.G.G. Strümpell (Trattato di patologia speciale medica e terapia, VII edizione italiana con note originali di chiurgia per il prof. Ceccherelli, Milano, s.d.) e di P. Tillaux (Trattato di chirurgia clinica, I traduzione italiana riveduta e corretta da A. Ceccherelli, Milano, s.d.). Tra i suoi scritti meritano di essere ricordati: Chirurgia (Milano, s.d.), I restringimenti del retto (Firenze, 1880), Le deviazioni della colonna vertebrale, del ginocchio e del piede consecutive alla rachitide e loro cura (Firenze, 1880), La resezione del ginocchio (in Collezione italiana di letture sulla medicina, diretta da G. Bizzozero, III, 1885, pp. 1-36), La tubercolosi nelle malattie delle ossa e delle articolazioni. Studio clinico (in G. Bizzozero, III, 1885, pp. 261-335), I restringimenti dell’uretra in rapporto alla loro cura (in G. Bizzozero, IV, 1886, pp. 513-567), La resezione del fegato. Ricerche sperimentali e considerazioni (Torino, 1889), Il mio processo di nefrorrafia (in Per il XXV anno dell’insegnamento chirurgico di F. Durante nell’università di Roma, I, Roma, 1898, pp. 523-534), Ferite avvelenate, ferite per armi da fuoco e rapporto fra malattie costituzionali e traumatismi, (in Trattato italiano di chirurgia, I, 2, Milano s.d., pp. 51-67), Malattie delle aponeurosi (in Trattato italiano di chirurgia, II, 1, pp. 385-400), Malattie del collo e della tiroide (con G. Negri, in Trattato italiano di chirurgia, III, 4, pp. 663-886), Le malattie delle mammelle (in Trattato italiano di chirurgia, IV, 1, pp. 303-452), Malattie delle pareti addominali e laparatomia (in Trattato italiano di chirurgia, IV, 2, pp. 1-50). Membro di numerose società chirurgiche italiane e straniere, il Ceccherelli fu tra l’altro socio fondatore della Società italiana di chirurgia e socio corrispondente della Regia Accademia medica di Roma, della Società medico-chirurgica di Bologna e della Société de chirurgie di Parigi.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Policlinico, sezione pratica, XXIII 1916, 34 s.; R. Alessandri, Andrea Ceccherelli, in La Clinica chirurgica XXIV 1916, 1 ss.; D. Giordano, Chirurgia, Milano, 1938, ad Indicem; F. Rizzi, I professori dell’università di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953, ad Indicem; I. Fischer, Biograph. Lexikon der hervorragenden Aerzte, I, 230 s.; Enciclopedia Italiana, IX, 593; Capparoni, Lezioni, 360; A. Pazzini, Storia della Chirurgia, 1948, 266; D. Celestino, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIII, 1979, 222-223.


Riano 13 agosto 1762-Parma 20 dicembre 1819
Si applicò agli studi di chirurgia e di anatomia. Laureatosi giovanissimo, cominciò ben presto a dare saggio di grande capacità nella clinica chirurgica. Fu scelto nell’anno 1783 quale Chirurgo maggiore dello Spedale civile di Parma e poi fu nominato Incisore anatomico nell’Università di Parma. Maria Luigia d’Austria lo nominò Consigliere della sezione Chirurgia del Protomedicato, posto che egli occupò con decoro e un’attività esemplare. Fu sepolto in Parma, nella chiesa di San Bartolomeo, dove lo ricorda una lapide con epitaffio.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1819, 417; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 107; Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11; C. Melli, Langhirano nella storia, 1980, 54.

Parma 1467/1502
Generalmente conosciuto con i nomi di Cieco o Orbo. Fu erroneamente creduto in un primo tempo di Firenze, ma documenti d’archivio pubblicati dal Bertoni lo dicono indubitabilmente di Parma: un documento del 1473, che parla di doni destinatigli dal Duca di Ferrara (A Zohane orbo da Parma che dice in rima pano de lana e drapo de seda per farse uno mantello et uno zipon e para una de calce e una breta), specifica la sua terra d’origine. Se non bastasse, vi è poi l’autorità dell’Affò, che lo colloca nei suoi Scrittori parmigiani. Con l’appellativo di parmense il Ceci è citato, inoltre, in diversi manoscritti che raccolgono le sue poesie, tra cui il Parmense 201 della Biblioteca Palatina di Parma. Data la scarsità di notizie dirette sulla sua vita, per ricostruire le sue vicende biografiche è necessario servirsi delle allusioni che appaiono via via nelle sue opere. Certo il Ceci seguì il destino comune degli artisti e dei letterati di quel periodo, sempre in cerca di favori e protezione presso le principali corti signorili e perciò dediti a lunghe peregrinazioni. Se si presta fede a quanto afferma nei suoi versi, si deve credere che abbia viaggiato mezzo mondo: Che non mostrar ver me gli ultimi segni Solchando l’onde del Peloponeso Per guastar di fortuna i lor disegni. Portato ho, signor mio, la grave psalma in Creta, in Cypro, in Syria et nell’Egypto, confessa in un lungo capitolo rivolto al marchese di Mantova Francesco Gonzaga, del quale fu a servizio. Conferma il soggiorno a Mantova la presenza, nel codice intitolato Perfecti Corazzini, et aliorum Carmina (ms. Chigiano J.VII.266 della Biblioteca Vaticana), di un componimento del Cieco da Parma in onore di Dorotea Gonzaga, la figlia del marchese Ludovico, morta a 18 anni nel 1467. Il Ceci fu comunque a Ferrara fin dal 1468, anno in cui improvvisò davanti a Sforza Maria Sforza, ospite degli Estensi, che ne riportò assai favorevole impressione: al disnare avessimo diversi piaceri de clavicembali, de liuti, de buffoni et de magistro Zohane orbo, quale dixe maravigliosamente più de l’usato. Vi rimase sicuramente fino al 1478, ma probabilmente vi tornò anche in seguito, alternando la dimora in questa e in altre corti. Nel 1481 compose un capitolo di sessantuno terzine in morte del Filelfo e diciotto sonetti petrarcheggianti (contenuti rispettivamente nel ms. Sessoriano 413 della Biblioteca Nazionale di Roma e nel codice Estense lat. 225), molto probabilmente trovandosi a Firenze: questo spiegherebbe l’epiteto di fiorentino che generò l’equivoco sulla sua origine. Altre sue rime sono comprese in un manoscritto, già posseduto da Bonafede Vitali di Busseto. Forse al Ceci appartengono i Proverbj in rima, scritti verso il 1480, già conservati nella Biblioteca Strozziana. Non si ha una data precisa per la sua morte, ma un elemento potrebbe indurre a porre verso il primo decennio del Cinquecento il termine post quem: un gruppo di componimenti contenuti nel ms. Estense lat. 228 sono indirizzati a una Lucrezia, che può essere la figlia di Ercole d’Este di Ferrara, andata sposa nel 1487 ad Annibale Bentivoglio, ma può anche essere Lucrezia Borgia, andata sposa ad Alfonso d’Este alla fine del 1501 e dal 1502 residente a Ferrara. Più suggestiva è senz’altro la seconda ipotesi: è noto che il salotto della figlia di papa Alessandro VI divenne una specie di raffinato Parnaso e ospitò poeti e letterati di vaglia, tra i quali il Bembo, e che numerosi scrittori le dedicarono le loro opere. Né si andrebbe troppo avanti con gli anni: è vero che il Ceci operò già prima del 1467 (i componimenti per Dorotea Gonzaga ne parlano come ancora in vita) ma, supponendo che allora fosse agli inizi della sua carriera e quindi ancor giovane, nel primo decennio del XVI secolo sarebbe stato di età ancor valida.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 58; Aurea Parma 1 1983, 4-5; Letteratura italiana, I, 1990, 912.


Parma 1440/1490
Secondo alcuni si tratta di Iacopo Zoco, ferrarese, che nel 1440 professò il Diritto Canonico nello Studio di Padova, ma l’Affò lo ritiene parmigiano perché in fronte a sette suoi sonetti si legge Iacobus Cecus Parmensis. Pare fosse della famiglia Ceci e dovette vivere fin verso il 1490. Scrisse parecchi sonetti, con diverse varianti.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 178-179.

Oriano 1925-Fornovo di Taro 8 ottobre 1993
Nato da famiglia contadina, il Celaschi nei primi anni della gioventù svolse la professione di cameriere nel Seminario vescovile di Parma. In quegli anni conobbe un seminarista di Longobardi, in provincia di Cosenza, che intuì le sue doti spirituali e il suo desiderio di diventare sacerdote, vocazione ostacolata dalla povertà e dal disagio. Entrato in contatto con Francesco Miceli, vescovo di Cosenza, frequentò dal 1943 al 1946 il Seminario di Cosenza, ospite dell’alto prelato. Dal 1946 al 1950 il Celaschi ritornò a Parma dove si formò in teologia e nel 1950 fu ordinato sacerdote. Dal 1950 al 1956 fu parroco a Longobardi e si impegnò a sostenere gli ideali della Congregazione di Cristo Re. Alla morte del suo mecenate, la Congregazione venne sciolta dal successore e dopo quell’evento il Celaschi ritornò a Parma. Dal 1956 al 1962 svolse la sua missione pastorale nella parrocchia di Fosio. Dopo aver inaugurato il ponte sul Ceno a Varano Melegari, il Celaschi ritornò a Longobardi dove restò sino al 1967. Quindi, dal 1967 al 1972 fu richiamato a Parma per dirigere le parrocchie di Tordenaso prima e Mulazzano poi. Nuovamente a Longobardi dal 1972 al 1991, il Celaschi, a seguito di un grave incidente stradale, si trasferì poi a Roma dove si dedicò agli studi teologici e storici. Della sua vasta produzione si ricordano Le torri dei Paolotti, scritto a Parma tra il 1967 e il 1972, e la Storia di Longobardi. Colpito da ictus nel 1992, si trasferì a Fornovo dalla sorella Maria, dove rimase sino alla morte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 novembre 1998, 24.


Parma 6 marzo 1845-
Si diplomò in clarinetto presso la Regia Scuola di Parma nel 1861. Direttore di banda, dopo essere stato per diversi anni capo musica della Regia Marina italiana, si dedicò all’insegnamento nella città di Rio de Janeiro. Modificò il proprio cognome in Celsetti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 50.


Parma 1679/1716
Fu suonatore di violino alla Corte Farnese di Parma dal 1° dicembre 1679 sino a quando fu licenziato, il 15 gennaio 1707. Fece parte anche della Cappella della Steccata di Parma dal 5 luglio 1690 fino alla fine di aprile del 1696. Poi continuò a suonare nelle feste più solenni della Steccata e della Cattedrale di Parma, dal 25 dicembre 1699 al 22 giugno 1716.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 137.


Borgo Taro 1638
Medico, nominato in un documento del 1638 conservato nell’Archivio parrocchiale di Borgo Val di Taro.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 29.


Borgo Taro metà del XVI secolo
Letterato e poeta ricordato dal Cipelli nel suo panegirico di Sant’Antonino. Un suo carme latino, dedicato al cremonese Francesco Zara, si trova in raccolte pubblicate a metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 119.

CELIJ CELIO, vedi CELI CELIO


Borgo Taro secolo XVIII
Medico, ricopiò gli Statuti di Borgotaro per suo diletto, come dice nell’intestazione. È definito phjsiaster nella pietra tombale della sua famiglia, nella chiesa di San Domenico di Borgo Val di Taro.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 29.

CELIO LORENZO, vedi anche CELI LORENZO


Parma prima metà del XVII secolo
Stuccatore attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 96.


Colorno 10 agosto 1900-Parma 29 giugno 1972
Muratore, comunista, nel 1936 fu condannato a sedici anni di reclusione per attività antifascista. Detenuto a Castelfranco Emilia e a Parma, fu poi confinato a Lipari. Dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla guerra di liberazione, combattendo nel Parmense nelle file della 13a Brigata Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, I, 1968, 513.


Bardi 1839
Fondò nel 1839 l’opera pia in Bardi, che poi si intitolò al suo nome. Essa ebbe per scopo di somministrare medicinali e sussidi in denaro ai poveri del paese. Si giovò della rendita di 700 lire annue. All’elargizione del Cella, si aggiunsero in seguito quella del capitano Giovanni Antonio Guglielmani di Bardi, per una rendita annua di 250 lire, e l’altra del maggiore Gaspare Guglielmani, pure bardigiano. Per cui dal 1880 l’istituto si chiamò Opera Pia Cella-Guglielmani.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 120.


Santa Giustina di Bardi 1836
Fu Prevosto di Santa Giustina in Val di Lecca. Per l’abnegazione e l’assiduità dimostrate nell’assistere e soccorrere i suoi parrocchiani colpiti dal colera nell’anno 1836, venne insignito di medaglia d’argento per i benemeriti della salute pubblica.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 120.


Bardi 9 marzo 1851-Monte Rajo di Adua 1 marzo 1896
Figlio di Giuseppe e di Giuseppa Addoli. Dal Collegio Militare di Colorno (nel quale entrò a otto anni e dal quale fu rimandato alla famiglia al compimento dei quindici anni perché ritenuto fisicamente non atto al servizio militare) passò a quello di Racconigi ove compì gli studi. Si arruolò volontario nell’esercito il 15 febbraio 1872 e prestò servizio prima al Distretto di Piacenza, poi a quello di Palermo ove conseguì il grado di caporale, di sergente e quindi di furiere. Il 30 luglio 1877 fu ammesso alla Scuola Militare di Modena e il 31 luglio 1879 ottenne la nomina a Sottotenente di Fanteria nel 37° Reggimento. Trasferito nei battaglioni alpini del 6° Reggimento, con la promozione a Tenente, nel dicembre 1885, fu assegnato al 10° Battaglione del 4° Reggimento. Le vicende del Corpo lo portarono da un settore all’altro della frontiera. Dimostrò spiccate attitudini all’addestramento dei reparti. Promosso Capitano l’8 aprile 1888, fu nuovamente assegnato al 6° Reggimento Alpini a Verona, dove rimase fino al 20 dicembre 1895. Destinato al comando della 4a Compagnia del 1° Battaglione Alpini d’Africa formato con 954 volontari, tratti da tutti i reggimenti, sbarcò a Massaua il 29 dicembre 1895 e raggiunse, dopo lunga ed estenuante marcia attraverso la valle dell’Haddas, la località di Adigrat, dove si attestò in attesa di ordini. Nella notte tra il 28 febbraio e il 1° marzo 1896 condusse il battaglione, che faceva parte della 3a Brigata di Fanteria (di riserva), dalle alture di Adi Diché verso Rebbi Arienni. Alle ore 11 del 1° marzo, per l’improvviso incalzare degli avvenimenti, il Cella ricevette l’ordine di portarsi alle falde di Monte Rajo a difesa di quelle posizioni, che gruppi scioani, dopo aver rotto lo schieramento della colonna del generale Arimondi e occupato il Colle Erarà, minacciavano di accerchiamento. Richiesti rinforzi dal 3° Battaglione Indigeni (Galliano), vennero distaccate due compagnie alpine, la 3a e la 4a. Il Cella, che faceva parte della 4a, quale più elevato in grado, assunse la direzione tattica dei due reparti. Raggiunta la posizione designata sul Colle Erarà, tra le Brigate Arimondi e Dabormida, le due compagnie si trovarono subito seriamente impegnate, ma tennero ben salda la posizione sotto l’incalzante minaccia nemica. La 4a Compagnia, spintasi troppo avanti, venne fatta arretrare per costituire un nucleo di maggiore resistenza e di maggiore efficacia di fuoco. Nella lotta, divenuta ben presto furibonda, il Cella fu animatore instancabile per rincuorare i suoi alpini al combattimento, per assistere i feriti e tenere saldamente la posizione. Nell’eroica difesa all’arma bianca, caddero intorno a lui molti ufficiali e soldati. Giunto l’ordine di ripiegamento, e dopo averne disposta l’esecuzione, nel supremo e disperato tentativo di proteggere i superstiti, si prodigò nel combattimento e scomparve nella mischia, trafitto da numerosi colpi. La medaglia d’oro al valor militare concessagli alla memoria con regio decreto 11 marzo 1898, dice nella motivazione: Comandante delle compagnie alpine 3a e 4a distaccate sulla sinistra dell’occupazione di Monte Rajo, le tenne salde in posizione contro soverchianti forze avversarie finché furono pressoché distrutte, e combattendo valorosamente lasciò la vita sul campo prima di cedere di fronte all’irrompente nemico. Il Cella fu il primo alpino decorato di medaglia d’oro al valor militare.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 120-121; Enciclopedia Militare, II, 1926, 847; G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella Conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937, 79-81; Decorati al valore, 1964, 16; G. Carolei, Medaglie d’oro, 1958, 46; F. Ferrari, in Gazzetta di Parma 17 marzo 1986, 3, e Gazzetta di Parma 16 febbraio 1987, 10; Delfanti, 69; Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 75; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 152-153.


Busseto 1751
Falegname. Assieme a Giuseppe Gusetti, falegname da carrozze, nell’anno 1751 risulta creditore di Casa Pallavicino.
FONTI E BIBL.: Busseto, Biblioteca Civica, Inventario dell’eredità del Marchese Pallavicino, 1751, 95 v.; Il mobile a Parma, 1983, 260.


Parma 25 agosto 1917-Roma 9 settembre 1989
Studiò con E. Camussi e all’Università di Milano. Laureato in lettere nel 1940, studiò composizione con Ezio Camussi e dal 1945 si dedicò alla critica musicale, collaborando con varie testate tra cui Epoca. Dal 1948 al 1959 fu critico musicale del Corriere Lombardo e collaboratore del Radiocorriere dal 1948 al 1967. Dal 1957 al 1962 tenne la rubrica musicale sul settimanale Oggi, quindi sulla Domenica del Corriere (dal 1965). Nel 1971 successe inoltre a Renzo Rossellini come critico musicale del Messaggero di Roma. Accanito assertore della tradizione, fu tra i recensori più attenti alla vocalità e ai suoi campioni. Osservatore della cronaca e dell’arte nel periodo della rinascita della Scala di Milano (dopo il secondo conflitto mondiale), del divismo, dell’antinomia Callas-Tebaldi, il Celli combatté battaglie, spesso solitarie, contro le tendenze moderniste come quelle dei fratelli Wagner a Bayreuth. Scrisse Va’, pensiero (Milano, 1951), L’arte di Victor de Sabata (Torino, 1978), Il dio Wagner ed altri dei della musica (Milano, 1980), Guida all’ascolto dell’Anello del Nibelungo di Wagner (Milano, 1983), il testo di educazione musicale Incontro con la musica (Bergamo, 1970), saggi vari, soprattutto sul melodramma ottocentesco, tra cui i due saggi Scoprire la melodia (in La Scala, 1951) e L’ultimo canto (in La Scala, 1951). Compose Glauco, opera teatrale (1963-1966), per pianoforte due Walzer (1969; 1976), due Romanze senza parole (1978), Il Ritorno, cantata per tenore, soprano, coro e pianoforte (testo di G. Pascoli, 1940), alcuni Lieder per soprano e pianoforte (testi propri e di G. Carducci).
FONTI E BIBL.: Dizionario Ricordi, 1976, 155-156; Dizionario musicisti UTET, 1985, 170; Dizionario opera lirica, 1991, 156.


Parma 1897-1975
Dall’iniziale attività commerciale nel settore dell’olio e dei vini, intuendo il crescente interesse per lo spettacolo cinematografico, passò alla gestione di una articolata catena di cinematografi nei quali primeggiò per la tempestività e l’importanza delle programmazioni. Il Cellie ricoprì importanti incarichi locali e nazionali.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 394.

CELSETTI CELESTE, vedi CELESTI CELESTE


Parma 1774
Violinista. Nel registro tenuto da Giacomo Puccini, maestro della Cappella Palatina di Lucca, risulta tra gli strumentisti invitati nel 1774 per la festa di Santa Croce. Vi è indicato di Parma. Fece parte del P.mo Coro e fu retribuito con 10 lire.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Fontevivo 1835/1855
Sacerdote. In occasione delle epidemie di colera si accattivò l’affetto e la riconoscenza dei colerosi che confortò con amore e carità cristiana. Fu cappellano nell’Oratorio di Folezzani, nel territorio di Fontevivo, e si meritò una menzione d’onore.
FONTI E BIBL.: E. Dall’Olio, Fontevivo. Arte e storia, 1990, 160.


Salsomaggiore 1911-Fidenza 24 febbraio 1990
Figlio di Lazzaro e di Lodovica Negri. Camicia nera del 6° Reggimento Camice Nere, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Porta arma di una squadra fucilieri di rincalzo, durante una fase dell’attacco, visto che il fucile mitragliatore di una squadra avanzata si era inceppato, si portava all’altezza di detta arma sotto violento e rabbioso fuoco nemico, ed apriva il fuoco contro la posizione avversaria. Ferito ad una mano ed avuto anche colpito l’arma, rimetteva questa rapidamente in efficienza, riprendendo la sua azione di fuoco. Si recava al posto di medicazione solo quando, occupate le posizioni nemiche, considerava terminato il suo compito (Mudefes, 1° aprile 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.


1700 c.-Parma post 1749
Nell’anno 1720 sposò il conte Jacopo Antonio Sanvitale. Si dedicò alla poesia. Riuscì a essere ascritta all’Accademia dell’Arcadia in Roma, dove visse qualche tempo. Avendo letto i suoi versi alla presenza del consesso, ne ebbe lodi e omaggi.
FONTI E BIBL.: Atti dell’Accademia dell’Arcadia, ad annum; M. Bandini, Poetesse, 1941, 152.

CENERINA, vedi MARINONI CASSANDRA


Parma 1705
Figlia di Battista. Falegname, fu immatricolata all’arte nell’anno 1705.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 257.


Casola Valsenio 1915-Stretto di Messina 4 settembre 1943
Figlio di Giovanni. Si trasferì, giovanissimo, con la famiglia a Parma. Risiedette per diverso tempo anche a Varsi. Iscrittosi all’Istituto d’arte di Parma, vi conobbe Adriano Mantelli, Alessandrini e Sirocchi e con loro attivò e alimentò la passione per il volo. Frequentò la scuola di volo a vela di Cantù e successivamente i corsi di pilotaggio preliminare voluti da Italo Balbo, entrando nell’aviazione militare con il grado di ufficiale. La sua abilità e il suo coraggio lo imposero subito all’attenzione dei superiori. Partecipò alla guerra di Spagna conquistando significative decorazioni. Abbattuto e fatto prigioniero dai falangisti, per due volte venne portato davanti al plotone d’esecuzione e poi salvato all’ultimo momento. Il trauma ricevuto gli causò una crisi del sistema nervoso che si protrasse anche quando, liberato, poté tornare in Italia. Nel 1938 il Ministero lo trasferì come istruttore alla scuola cacciatori di Castiglione del Lago. All’inizio della seconda guerra mondiale, quando la Luftwaffe cedette all’Aeronautica italiana un massiccio contingente di Stukas, il Cenni fu tra i primi piloti italiani inviati a Graz per l’addestramento: in quella occasione stupì gli stessi Tedeschi per i suoi numeri di alta acrobazia. Combatté poi valorosamente in Grecia. Promosso Capitano, nominato Comandante della 239a Squadriglia, venne inviato sul fronte di operazioni dell’Africa settentrionale. Dall’aprile al dicembre 1941 affondò decine di unità inglesi, ma fu colpito tre volte. Partecipò alla battaglia di Pantelleria e, pur con gli Stukas ormai inadatti ai duelli aerei, continuò a dare incredibili prove di audacia, di coraggio e di bravura. A Malta riuscì per due volte a colpire un difficilissimo obiettivo: un radio-localizzatore protetto da massiccia contraerea a Cala San Marcu, che sembrava irraggiungibile. Nel luglio 1942 Mussolini in persona, in una base della Sardegna, gli appuntò la sesta medaglia d’argento al valor militare. Già perduta l’Africa settentrionale e con gli Anglo-americani in Sicilia, il 5° Stormo del Cenni (che era di base all’aeroporto di Crotone) li attaccò all’alba del 4 settembre sullo Stretto di Messina: il Cenni rimase ucciso con tutti i suoi uomini. Questa la motivazione della medaglia d’oro al valor militare che gli fu concessa alla memoria: Abilissimo pilota da caccia e da bombardamento a tuffo, consumò la sua breve giovinezza per la grandezza della Patria. Sempre ed ovunque rifulsero le sue preclari virtù spirituali e professionali; sempre primo nell’azione e nel rischio, seppe, in due guerre duramente combattute, guadagnarsi ben sei medaglie d’argento e due promozioni per merito di guerra. Nelle memorabili giornate dal 10 al 19 luglio, seguito dalla assoluta dedizione dei gregari, contrastò il passo agli invasori con inesausto, aggressivo accanimento, superando ogni limite umano dell’ardimento e, in duri combattimenti con la caccia avversaria, tre volte riusciva a disimpegnare i propri gregari assaliti da numero preponderante di caccia nemici. Durante una azione di bombardamento a tuffo, nell’inferno di ferro e di fuoco della zona di sbarco dello stretto di Messina, scompariva sopraffatto dal numero. Esempio imperituro di elette virtù militari, sublime amor patrio, abnegazione ed eroico attaccamento al dovere.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 144-145; Gazzetta di Parma 30 marzo 1987, 10; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 153-154.


Roccabianca 1887-Monte Spinoncia 3 dicembre 1917
Figlio di Pietro. Nel corso della prima guerra mondiale partecipò a numerosissimi combattimenti sul Carso, facendo parte della gloriosa Brigata Casale, i cui fanti, per il colore delle loro mostrine e per avere tenuto e difeso il Podgòra per quasi due anni contro innumerevoli e disperati attacchi nemici, furono chiamati i Gialli del Podgòra. Passò poi col 114° fanteria nel fronte tridentino. Cadde valorosamente durante un aspro combattimento.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 23.


Borgo San Donnino 1902/1927
Ragioniere. Nel 1923 fu Sindaco di Borgo San Donnino e nel 1927 ne divenne Podestà.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.


Parma prima metà del XVII secolo
Fonditore di metalli attivo nella prima metà del XVII secolo. Lavorò, tra l’altro, al Pantheon dell’Escorial per Filippo IV.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 98.


Parma 1902-Milano 1967
Figlio di Giuseppe, che portò la prima auto a Parma, con officina in Strada delle Fonderie, dove venne ideato e costruito il primo motore a stella per aerei. Qui nel 1914 sorse la prima scuola-guida, per la quale ci si servì della spider Dedion Buton a due cilindri. Il Centenari fu, col fratello, uno dei primi insegnanti istruttori, ma poi, di carattere ardimentoso, preferì passare alle corse: gareggiò a Modena, al rally di Montecarlo, a quattro Mille Miglia, a giri di Sicilia e di Sardegna e alla Bologna-Raticosa (vinta su Dina Panhard). Molto abile, non potè abbinare al coraggio e alla classe mezzi meccanici adeguati. Nel 1921 fu tra i trenta fondatori dell’Automoto Club a Parma.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 92.


Parma seconda metà del XVIII secolo-post 1822
Flautista, alla fine del XVIII secolo subì con felice esito la solita prova per essere ammesso al Reale Concerto (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 6). Nel 1822 fu nominato professore onorario della Ducale Orchestra (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della Orchestra Ducale).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma 9 febbraio 1841-Narni 29 novembre 1902
Si tratta di un pittore la cui opera è in parte da ricostruire nello sviluppo critico e cronologico, essendo conosciuto esclusivamente, oltre che per un quadro della Galleria Nazionale di Parma e per pochissime altre opere, per i titoli di pochi altri dipinti irrintracciabili. Studiò pittura all’Accademia di Belle Arti di Parma. Nel 1858 ricevette, come terzo premio, una medaglia d’argento per il disegno elementare di figura presso l’Accademia di Belle Arti di Parma, indi, nel 1863, espose un bozzetto copiato dalla Madonna della Scodella del Correggio. Tre anni dopo la Pinacoteca di Parma si aggiudicò, tramite l’Incoraggiamento, la Famiglia del Calzolaio. In un modesto ambiente il Centenari offre un momento di intimità di una famiglia di calzolaio che, sospeso per un attimo il suo lavoro con la mano ferma, la quale regge lo strumento della consueta occupazione, osserva con appagata serenità la moglie che guarda con grazia la bimba, in camiciola e scalza, con le braccia tese verso la madre. Con questo dipinto il Centenari ottenne un buon successo di critica nel 1866. Più che il paesaggio, nei pochi dipinti che si conoscono del Centenari, la figura è il maggior protagonista. La sua fama è legata al fascino di scenette ispirate a semplici manifestazioni di vita quotidiana che infondono serenità. Nel 1870 il Centenari conobbe il pittore Federico Maldarelli di Napoli, autore della tavola Giovane donna che legge di cui egli eseguì la copia esposta nell’Accademia di Parma. Una lettera autografa conferma l’autenticità dell’interessante copia eseguita dal Centenari. Non fu un grande produttore di dipinti, esercitando egli proficuamente il mestiere di restauratore, che con successo praticò, oltre che a Parma, a Modena e in molte altre città d’Italia. Il Ricci (1896, p. 183), a esempio, lo ricorda buon restauratore come fanno fede diversi lavori da lui compiuti, in tale arte, in questa Pinacoteca. Comunque, partecipò nel 1870 alla Mostra Nazionale Parmense con Un bacio. Nel 1876 ebbe modo di entrare in relazione con Guglielmo Botti, ispettore della Regia Accademia di Venezia, il quale si trovava a Parma per restaurare l’affresco del Correggio con l’Annunciazione, che gli trasmise il modo di rigenerare i dipinti a olio secondo il metodo del tedesco Pettenkofr. Nella maggior parte delle sue composizioni campeggia al centro la figura della donna con amplissime gonne che toccano il pavimento e il viso dolce, magari concentrato sulla figlia, come nel quadro I primi ninnoli (olio su tela datato 1876 conservato presso l’amministrazione della Casa protetta di Colorno), con agganci al Baliatico di Francesco Scaramuzza. Nell’Accademia di Parma è esposto il dipinto Rimprovero, non firmato, con attribuzione a Silvestro Lega, anche se non sarebbe errato accostarlo al Centenari per la figura seduta con accanto un ragazzetto che, grattandosi la testa folta di capelli neri, è poco convinto del rimprovero appena subito. Abilità compositiva è espressa nel suggestivo dipinto, dal 1868 conservato presso il palazzo comunale di Varsi, Donna che fugge dalla casa incendiata (olio su tela firmato di 128x90 cm): composizione in diagonale con forte contrasto di luce e ombra e rapidità esecutiva. Poi, nel 1879 espose I primi ninnoli, che venne sorteggiato all’Ospedale Civile di Colorno e, due anni dopo, a Milano, La Confidenza. Nel 1883 e nel 1885 propose a Firenze un Paesaggio emiliano e uno Studio dal vero e nel 1886 a Milano Il lavoro e a Firenze Verso sera. Presentò a Parma nel 1887 l’Educazione del cane, che venne estratto all’Ospizio Civile di Colorno. Ricevette anche il titolo di Accademico d’onore. Nel 1889 restaurò un San Martino del Ribera al dottor Serpagli. Infine nel 1901 ebbe l’incarico dal Ministero di restaurare un quadro del Quattrocento nel Palazzo Comunale di Narni. Il Centenari fu senz’altro affascinato dai grandi capolavori del passato, dai quali ereditò un’inconfondibile personalità, senza per altro lasciarsi prendere da manie di grandezza. Nel 1902 Guido Carmignani, per commissione degli Asili Infantili di Parma, eseguì un suo ritratto da porre tra gli effigiati benefattori di quell’istituto. Il Centenari lasciò i suoi averi al Ricovero di Mendicità di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: L’Annotatore 11 settembre 1858, 140; Esposizione Industriale Provinciale, 1864, 91; Catalogo delle opere, 1870, 39; Giornale del primo congresso, 1870, 269; Gazzetta di Parma 15 marzo 1876; L. Pigorini, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1879; Esposizione Nazionale in Milano, 1881, 96; Il Presente 25 gennaio 1887; A. Rondani, 1889; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. X, 40; A. De Gubernatis, 1906, 117; L. Callari, 1909, 362; A. Alessandri, 1910, 88; G.B., in Thieme Becker, 1912, v. VI, 285; A. Corna, 1930, 68; A.M. Comanducci, 1945, v. I, 158; E. Bénézit, 1955, v. II, 398; P. Grazioli, Il primo congresso artistico italiano, Parma, 1870; A. De Gubernatis, Dizionario degli artisti italiani viventi, Firenze, 1889; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, Parma, 1896, 182-183; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Milano, 1971, 124-125; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 248; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 30; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 46; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1971, 685-686; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 94; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 1 luglio 1996, 5.


Parma 20 giugno 1804-post 1825
Figlio di Paolo e Maddalena Gatti. Studiò per tre anni contrabbasso con Francesco Hiserich e suonava già in orchestra quando nel 1825 dette l’esame per essere accettato come aspirante della Ducale Orchestra di Parma, superando la prova (Biblioteca del Conservatorio di Parma, Archivio della Orchestra Ducale).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

CENTINARO CLARA, vedi MOGLIA CLARA


-Parma post 1464
Dottore in entrambe le leggi, fu giureconsulto. Fu sepolto nella Cappella di famiglia nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Zarotti-M. Turchi, Epigrafi della Cattedrale, 1988, 63.


Parma 1400
Fu creato nell’anno 1400 Cavaliere di San Giovanni.
FONTI E BIBL.: L. Araldi, L’Italia nobile, 1722.


Parma 1419
Fu creato nell’anno 1419 Cavaliere di San Giovanni.
FONTI E BIBL.: L. Araldi, L’Italia nobile, 1722.


Parma 1432
Fu dottore in legge. Del Centoni, il da Erba scrive (Compendio, c. 44v.): Ha dato imperante Massimiano II, Pietro Antonio di Centoni, preclarissimo dottore et in tutta Italia estimatissimo, che scrisse latino de l’antichità et origine di Milano et di molte altre cità di Lombardia; ma particolarmente della patria una cronica che raccoglie dall’edifficatione della grande cità di Milano fino a l’anno della salute 752.
FONTI E BIBL.: Pico, Matricola dei dottori, Parma, 1642, 29; Aurea Parma 2/3 1971, 84.


Parma prima metà del XVI secolo
Maestro di bello scrivere attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 116.

CERASCHI GIORGIO, vedi CERASCHI IORIO


-Parma 1462 c.
Fu tessitore di stoffe operate a fiori e fogliami. Del Ceraschi si ha la seguente memoria: 9 giugno 1462, Inventario di beni mobili lasciati dopo morte da M.o Ieorio de Ceraschi ab.e nella vic.a di S. Giorgio in Parma, di professione tessitore di stoffe con filati d’oro e d’argento (rogito Donnino Calcagni, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 20.

Colorno ante 1875-post 1901
Si diplomò in composizione nel 1895 al Conservatorio di Pesaro. Il 4 dicembre 1897 presentò al Teatro Reinach di Parma una Cantata per tenore, coro e orchestra, che venne ripetuta il giorno dopo. Dal 7 ottobre 1899 diresse undici recite di Norma al Teatro Verdi di Fiorenzuola d’Arda. Nel giorno di Pasqua del 1901 venne eseguita nella Cattedrale di Parma una sua Messa per voci e organo. Ebbe come allievo Paolo Gandolfi, che si affermò come fisarmonicista. Forse si trasferì a Milano.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Reinach, 1995; Fernandi, Non solo.


Parma 1490/1529
Fu notaio in Parma dal 1490 al 1529.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 233.


Vienna 19 agosto 1738-Parma 20 settembre 1816
Nacque dal conte Carlo, di famiglia parmigiana, allora reggente nel Supremo Consiglio d’Italia, e da Isabella Dalla Rosa. Il Cerati ricevette la prima istruzione nel Collegio dei nobili di Modena, città che predilesse e fu suo frequente luogo di villeggiatura. Si trasferì per qualche tempo a Milano, dove il padre fu senatore, dedicandosi poi a Parma agli studi ecclesiastici e diplomatici, per assecondare i desideri del padre. In un opuscolo inedito (citato in Affò-Pezzana, pp. 382 s.) confida però che, terminata a diciotto anni la via tortuosa delle leggi civili e canoniche, preferì costruirsi da solo, cartesianamente si direbbe, un metodo intellettuale consultando la sua propria ragione e quella di qualche amico che reputava di sommo merito, perché sapeva pensare, prediligendo lo studio della metafisica e del diritto pubblico nonché, in pari tempo, un’attività letteraria che rispondesse a certo suo edonismo divagante e curioso. Una vera carriera pubblica il Cerati non fece, quantunque a tale effetto si schierasse con gli oppositori di G.L. Du Tillot, inviso ai politicanti e al clero locali per la sua coraggiosa opera riformatrice, scrivendo contro di lui una sorta di cahier de doléance presentato ai due ministri straordinari delle corti di Francia e di Spagna inviati a quella di Parma, del quale onestamente si pentì più tardi, dopo la deposizione del ministro avvenuta nel 1771, confessando il suo grave errore di valutazione (cfr. Opuscoli, I, pp. 49 s.). Non gli mancarono peraltro incarichi nel campo culturale: nel 1778, su proposta di P.M. Paciaudi, fu nominato riformatore degli Studi, poi Preside della facoltà di filosofia e, dopo la morte di A. Bernieri e del duca Ferdinando di Borbone (1802) che gli era avverso, Presidente della locale Università, carica che riebbe nel 1814, con la Restaurazione dopo il burrascoso periodo francese. Viaggiò molto: in Toscana, specialmente a Lucca, ospite dei Buonvisi, nel 1770, a Torino (dove fu iscritto ai Pastori della Dora come Medonte) e a Genova nel 1787, a Roma e Napoli nel 1788, a Venezia l’anno dopo. A Roma divenne amico di V. Monti e membro dell’Arcadia, presentato da G.C. Amaduzzi e da L. Godard, col nome di Parmenio Dirceo, ma preferì sempre quello, ricevuto nella colonia degli Emonii, di Filandro Cretense che compare nei frontespizi di molte sue opere. Fu pure in corrispondenza con G.B. Giovio e G. Fantoni, ma specialmente intrinseco del vescovo di Parma Adeodato Turchi, del quale lasciò un’accurata biografia (pubblicata negli Elogi). Il Cerati non prese moglie, fu terziario cappuccino e negli ultimi anni sopportò serenamente la cecità. Con la sua morte, si estinse la sua famiglia. Sepolto nella chiesa dell’Ordine, ne dissero l’elogio funebre A. Sanvitale e il padre F.F. Jabalot. Un altro elogio compose R. Tonani, cui si deve pure l’epitaffio. Il lunghissimo catalogo dei suoi scritti, opuscoli con molta minutaglia stampati a Parma e spesso dal Bodoni, si avvia con una serie di Elogi, genere nel quale il Cerati, infaticabile panegirista intonato sul registro enfatico del francese A.L. Thomas, rinforzando il discorso di pezze d’appoggio filosofiche, suscitò un’ammirazione corale, della quale permane testimonianza fin nella chiusa dell’articolo dedicato da P.L. Ginguené allo zio del Cerati, monsignor Gaspare Cerati (Biographie univ. ancienne et moderne, VII, Paris, 1844, p. 328). Gli elogi dello zio Gaspare (1778), di C.I. Frugoni (1776), di Isabella di Spagna (1780) furono i più citati, con gli altri (di P. Manara, di S. Pallavicino, di A. Bernieri Terrarossa) raccolti da A. Rubbi nei suoi volumi di Elogi italiani (Venezia, 1782). Il fondamentale dilettantismo del Cerati ebbe poi modo di provarsi in tutta un’altra serie di componimenti, misti di prosa e versi secondo la formula sannazariana dell’Arcadia, che egli adattò principalmente al genere narrativo-descrittivo, come nelle celebrate Ville lucchesi (1783) Cenami, Buonvisi, Orsetti, Mansi, Garzoni, con profusioni scenografiche ed encomiastiche, e nel libretto, esso pure elogiativo fino all’adulazione smaccata, I Sanvitali (1787), in cui, trattando sotto forma di visioni dei fasti della nobile famiglia, si propose di tramutare la Storia in una specie di scena teatrale di quadri mobili, dove l’una dopo l’altra le colorate figure si mostrano (premessa Al leggitor discreto). In pari tempo si accostò alla lirica magniloquente di tipo frugoniano (L’accademia degli amori, 1792) in una con I.A. Sanvitale, G.M. Pagnini, il Manara, A. Mazza. Tentò la novella in ottave: Una fola (1792), ripresa e ampliata in Una fola e il fine d’una fola (1808), Zobed (1795), I tre gobbi (1800), Il chimico morale (1806). Spinse all’assurdo, alla caricatura volontaria e involontaria, la voga preromantica del macabro, sfruttato moralisticamente, negli sciolti La morte (1807). Due sono le zone più genuine e interessanti nella congerie dei suoi scritti. L’una, ben conosciuta, è dove sbriglia i suoi umori grotteschi negli scherzi e nei ghiribizzi (come lui stesso li intitolò) della Magreide (1781) con il suo autoritratto di ultramagro: un collo lungo, un naso sperticato, dell’Ipocondria (unita alla precedente), in cui compaiono ironizzati E. Young, J. Hervey e F.I. Arnaud, e della Grasseide (1816). L’altra, pressoché ignorata, nei trattatelli latamente illuministici, stesi per lo più in forma di dialogo, di argomento politico, giuridico, economico, moraleggiante e linguistico. Il Cerati vi mostra non comune informazione e un equilibrato progressismo. Sono sparsi e talora celati sotto i titoli di altre composizioni, quasi per un miscere utile dulci a pro’ della nobiltà più aperta alla nuova cultura. Vanno ricordati come esempio almeno la Rapsodia politica e il Dialogo al sig. N.N. patrizio lucchese (sullo schema del Caffè), con note eruditissime, sparse anche in altre operette di svago, e citazioni estese agli studi che in materia uscirono in Francia e in Inghilterra. È significativo al riguardo che il Cerati abbia progettato un giornale (Lo Spettatore Italiano) sul modello illustre dello Spectator inglese. Oltre agli scritti citati, vanno ricordati (anch’essi editi a Parma): Parafrasi de’ sette salmi penitenziali (1778), I genii amici, cantata a quattro voci (1789), A Pio VII nel suo passaggio per Parma (1805), L’immortalità dell’anima (1808), Opuscoli diversi (I-IV, 1809-1810), Schizzo dell’uomo sociale e poesie per il matrimonio Buri-Portalupi (Vicenza, 1811).
FONTI E BIBL.: F.F. Jabalot, Orazione funebre in morte del conte Antonio Cerati, Parma, 1816; R. Tonani, Elogium comitis Antonio Cerati, Parma, 1816; I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 382-402; G.B. Passano, I novellieri italiani in verso, Bologna, 1868, 227 s.; E. Bertana, In Arcadia, Napoli, 1909, 397 s., 409 s.; C. Calcaterra, Storia della poesia frugoniana, Genova, 1920, 377; G. Natali, Il Settecento, Milano, 1955, 723 e ad Indicem; I. Belli Barsali, La villa a Lucca, Roma, 1964, ad Indicem; R. Negri, Gusto e poesia delle rovine in Italia fra il Sette e l’Ottocento, Milano, 1965, 102 s.; R. Negri, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIII, 1979, 660-661.

Parma ante 1731-Milano 1764
Figlio di Valerio. Conte, fu Reggente delegato nel 1746, Pro-podestà l’anno seguente, infine Podestà di Parma nell’anno 1749. Emigrò da Parma quale consigliere dell’imperatore Carlo VI, poi di Enrichetta d’Este. Fu Reggente del Supremo Consiglio d’Italia e Senatore di Milano. Coniugato a Isabella Dalla Rosa, dama d’onore della regina Elisabetta Farnese, ebbe quattro figli.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 718-719.


Parma 1300
Fu Console di giustizia a Parma nell’anno 1300.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 4, 1931, 211.


Parma 1450/1451
Figlio di Andrea. Fu orefice di professione, arte la quale sembra non fosse disdegnata nemmeno da nobili personaggi, così come era professata grandemente la mercatura, dato che il Cerati viene qualificato Nobilis et circumspectus vir d. franciscus de Ceratis f. q.m Andreae, cittadino abitante sotto la vicinanza di San Silvestro. Viveva ancora nel 1451 (rogito di Gaspare Zampironi del 29 maggio 1451, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 20.


Parma 17 maggio 1571-
Figlio di Giovanni e Giulia, di nobile e illustre famiglia. Si dilettò della poesia tragica, pubblicando varie tragedie, come l’Arsace, l’Altea, la Rossana e la Ginevra.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 117.


Parma 7 febbraio 1730-Piacenza 17 febbraio 1807
Nacque dal conte Carlo, patrizio parmense di recente nobiltà, fratello di Gaspare, e dalla marchesa Isabella Dalla Rosa. Nel 1738 entrò nel collegio dei gesuiti di Modena, ma, in seguito alla nomina del padre a reggente nel Supremo Consiglio d’Italia a Vienna, dovette continuare gli studi, insieme con il fratello primogenito Valerio, nel collegio dei somaschi a Verona. Tornato suo padre a Parma, in seguito allo scoppio della guerra di successione austriaca, il Cerati passò al Collegio dei nobili di quella città, diretto dai gesuiti. A diciotto anni, terminato il collegio, dove si era dedicato soprattutto agli studi letterari e poetici, entrò nell’Ordine dei benedettini, presso il Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma, assumendo il nome di Gregorio. Qui, compiuti gli studi di teologia, storia ecclesiastica e diritto canonico, poiché era affetto da balbuzie che gli impediva di dedicarsi all’insegnamento, fu assegnato a cariche amministrative. Venne ordinato sacerdote il 3 dicembre 1752. Divenne poi rettore della badia cassinese di Sanguigna, presso Colorno, sede della reggia del duca di Parma e Piacenza Filippo di Borbone, entrando perciò in contatto diretto con la Corte. Ma, per tradizione familiare, si sentì legato ai Farnese, che avevano conferito il patriziato alla sua famiglia e non fu molto favorevole alla nuova dinastia, soprattutto nella sua prima fase riformatrice, sia a causa della sua politica ecclesiastica antiromana, sia a causa del suo ricorrere a elementi non locali per le cariche governative. Durante il rettorato, stimolato dal poeta e arcade Prospero Manara, verseggiò in terzine italiane la Genesi. Questo suo lavoro, che gli diede una certa rinomanza di poeta e che fu molto lodato dal Frugoni e da A. Mazza (cfr. Affò-Pezzana e Massari), rimase inedito per sua volontà e soltanto dopo la sua morte venne pubblicato dal fratello Antonio il quale vi premise una biografia del Cerati (pp. I-LIX): La Genesi. Versione di monsignor Gaetano Cerati già vescovo di Piacenza, Parma, 1807. Scaduto il rettorato di Sanguigna, fu segretario dell’abate Fabi, visitatore dell’Ordine, che accompagnò nelle diverse ispezioni ai monasteri benedettini italiani, e, quindi, divenne Procuratore e poi Priore del Monastero di San Giovanni Evangelista di Parma. Nello stesso periodo vi si trovò, quale lettore di teologia, il padre Gregorio Barnaba Chiaramonti, poi papa Pio VII, col quale si legò di amicizia. Lasciata la carica troppo gravosa di priore a Parma, preferì passare, sempre come priore, al più piccolo Monastero di Assisi, per potersi dedicare agli studi sacri. Ma nel 1772 ritornò a Parma rinunciando al priorato e accettando soltanto il titolo di Abate onorario. Nel 1778, col padre Eugenio Porta, fondò in Parma il Conservatorio delle luigine (riconosciuto ufficialmente dal Duca il 21 settembre 1779) per l’assistenza e l’educazione delle orfanelle, con annesse due scuole elementari femminili gratuite. Il 7 aprile 1783 il Cerati fu designato dal duca Ferdinando di Borbone al vescovado di Piacenza, vacante in seguito alla morte del titolare, A. Pisani. Confermato da Roma il 18 luglio, la sua consacrazione avvenne il 10 agosto 1783 alla presenza del Duca, nella chiesa di Colorno, per mano del cugino del Cerati, Alessandro Garimberti, vescovo di Borgo San Donnino. Giunse a Piacenza il 1° settembre 1783, trovandovi una certa ostilità dovuta alla sua origine conventuale, e subito emanò una Lettera pastorale al clero della Chiesa piacentina (Piacenza, s.d. ma 1783), per richiamare il clero della diocesi ai doveri del ministero pastorale e, soprattutto, allo studio e all’insegnamento della dottrina cristiana e al rigore dei costumi e del comportamento. La Pastorale, avendo avuto scarso effetto, venne seguita da un editto, del 26 gennaio 1784, prescrivente istruzioni e pene precise relativamente alla disciplina ecclesiastica, che dovette essere ripetuto nel 1785, nel 1799 e ancora nel 1805. Consapevole di tale situazione di inadeguatezza e di rilassatezza del clero diocesano, volse le sue cure soprattutto al seminario, proponendosi una riforma ecclesiastica che risollevasse il prestigio del clero e di conseguenza risvegliasse la religiosità popolare, ma sempre in un’ottica di prudente moderazione e di interventi devozionali tradizionali. Così nel 1785 organizzò una missione che durò dodici giorni. Continuando nelle iniziative di carità, nel 1788 istituì a Piacenza un orfanatrofio maschile nell’ex convento di Sant’Anna, che acquistò dal demanio, a cui aggiunse una casa di correzione per fanciulle traviate che si tramutò successivamente in un conservatorio per orfane. A partire dal 1787 cominciò a organizzarsi un fronte di opposizione al Cerati, costituito dal clero riformatore e filogiansenista, che lo accusò di affrontare la crisi religiosa della Diocesi con pratiche devozionali esteriori invece che con energiche riforme e, soprattutto, di appoggiare gli ex gesuiti che da sempre dirigevano il Seminario vescovile, additato quale causa primaria della decadenza e impreparazione generale. Così, quando nel 1783 Ferdinando di Borbone richiamò nei suoi Stati i padri della disciolta Compagnia riaffidando loro l’insegnamento, il Cerati fu indicato tra i promotori di tale misura. Entrati i Francesi a Piacenza il 7 maggio 1796, il Cerati contribuì con i proventi della Mensa vescovile al prestito volontario aperto dal Duca per far fronte alle pesanti imposizioni finanziarie previste dalle condizioni di pace. Il 4 giugno 1796, onde prevenire disordini, il Cerati indirizzò una Enciclica al clero e al popolo (Piacenza, 1796), in cui invitò i diocesani all’ordine e al rispetto delle truppe francesi che avevano dimostrato di tenere nel debito conto i diritti della religione, delle persone e della proprietà. Essa divenne oggetto di dure critiche da parte del Giornale degli Amici della Libertà e dell’Eguaglianza di Milano, che il 25 pratile dell’anno IV (13 giugno 1796) accusò il Cerati d’ipocrisia e di malafede e sostenne che il tono filofrancese dell’enciclica era soltanto frutto d’imposizione. Gli attacchi continuarono in articoli successivi, che G. Bianchi e A. Massari attribuiscono a Melchiorre Gioja, immemore dei benefici ricevuti dallo stesso Cerati, che lo aveva aiutato finanziariamente a espatriare a Milano. Nel 1798 il Cerati si fece assegnare dal Duca l’amministrazione di una parte del reddito del convento dei canonici lateranensi di Sant’Agostino, soppresso per soccorrere l’erario durante le requisizioni e le spese di occupazione, che utilizzò per assistere i preti poveri della diocesi. Sempre nel 1798, il 9 ottobre, emanò una serie di Norme da eseguirsi dai parroci, in quarantanove articoli, in cui rinnovò le minuziose disposizioni pastorali a cui i parroci dovevano ottemperare, dalla tenuta dei registri parrocchiali all’insegnamento della dottrina cristiana. Il 15 aprile 1799, nel suo viaggio di trasferimento in Francia, papa Pio VI si fermò a Piacenza al Collegio Alberoni. Soltanto il giorno seguente il Cerati, con un ritardo che provocò altre critiche, si recò dal Pontefice. Dopo la vicende alterne che portarono all’occupazione di Piacenza, il 30 aprile 1799, da parte degli Austro-russi e alla riconquista della città, nel giugno seguente, da parte dei Francesi, il Cerati provvide a organizzare l’assistenza ai numerosi feriti della battaglia della Trebbia del 17-19 giugno, vinta dagli Austro-russi e, successivamente, ad aiutare, tramite i parroci, la popolazione a far fronte ai disastrosi e vandalici passaggi delle truppe confederate, recandosi, a tal fine, a raccomandarsi presso lo stesso generale Suvorov. Rioccupata nuovamente Piacenza dai Francesi, il 17 giugno 1800, e, dopo la morte di Ferdinando di Borbone (9 ottobre 1802), passati i Ducati sotto la sovranità francese, il Cerati venne fatto oggetto di critiche per il suo atteggiamento favorevole alla nuova dominazione, che gli meritò nel 1806 la croce della Legione d’onore, ma che non gli impedì di emanare due lettere pastorali severe contro i costumi più liberi introdotti dai Francesi: Lettera pastorale sopra il vestire (Piacenza, agosto 1804) e Lettera pastorale sopra il rispetto delle Chiese (Piacenza, maggio 1805). Il 10 novembre 1804 accolse papa Pio VII, in viaggio verso Parigi per incoronare Napoleone Bonaparte. Al ritorno, il Papa ripassò ancora da Piacenza, il 30 aprile 1805. Nel giugno seguente il Cerati ricevette Napoleone Bonaparte, appena incoronato re d’Italia a Milano. In seguito alla soppressione di numerosi conventi stabilita da Napoleone Bonaparte nella Diocesi piacentina (decreto del 20 pratile dell’anno XIII-9 giugno 1805) e al malcontento che ne derivò, il Cerati dovette inviare al ministro dei Culti Portalis un rapporto, al quale seguì, nel gennaio 1806, una dettagliata relazione sulla condizione materiale e spirituale della Diocesi. Il 30 dicembre 1805, di fronte alle prime manifestazioni di rivolta antifrancese, scoppiate soprattutto sulle montagne, in risposta alla coscrizione forzata, emanò una lettera pastorale con cui richiamò i diocesani al rispetto delle leggi vigenti ed esortò il clero ad adoperarsi per indurre gli insorgenti a deporre le armi. Essa venne ripetuta il 4 gennaio successivo. Nel febbraio 1806, sedata l’insurrezione dal governatore Junot e dal generale Radet, il Cerati si adoperò per cercare di mitigare la durissima repressione seguita, che coinvolse anche molti sacerdoti. Rimase sempre in ottimi rapporti coi rappresentanti di Napoleone Bonaparte, al cui merito ascriveva la pace religiosa e la restaurazione dell’autorità della Chiesa, fino alla morte. Con i suoi legati testamentari, secondo la sua volontà, fu istituito, il 10 aprile 1820, un ricovero per sacerdoti anziani o ammalati, che assunse il nome di Pio Ritiro Cerati.
FONTI E BIBL.: I documenti relativi all’episcopato del Cerati (omelie, pastorali, lettere, editti), conservati presso l’Archivio della Curia vescovile di Piacenza, sono stati in gran parte pubblicati da A. Massari, L’opera del vescovo monsignor Gaetano Cerati in Piacenza durante la dominazione francese (1796-1807), Piacenza, 1943. Altre notizie sono in A. Cerati, Versi per la promozione al Vescovato di Piacenza del P.D. Gaetano Cerati, Parma, 1783; Giornale degli Amici della Libertà e dell’Uguaglianza 13 e 21 giugno, 12 e 30 luglio 1796; A.D. Rossi, Ristretto di storia patria ad uso de’ Piacentini, V, Piacenza, 1829, 316; I. Affò-A. Pezzana, Continuazione delle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 335-342, 397; G. Bianchi, La vita e i tempi di monsignor Gaetano Cerati, Piacenza, 1893; I. Stanga, Dell’elezione di monsignor Gaetano Cerati a vescovo di Piacenza, in Bollettino Storico Piacentino 3 1929, 117-121; P. Berselli Ambri, L’opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze, 1960, 15, 205; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, LII, 257 s., 265; M. Caffiero, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIII, 1979, 666-668.


Parma 1642/1643
Sull’esempio di altre città, gli Anziani della Comunità di Parma vennero nella determinazione, il 30 marzo 1643, di designare quattro archivisti, obbligati a prestare gratuitamente servizio in sostituzione di Giulio Cesare Bravi. Fu revocata la delibera d’elezione del Cerati fatta il 20 dicembre 1642, ma lo compresero tra i prescelti, che furono Pietro Lodovico Toccoli, Paolo Camillo Tagliaferri e Troiano Fognani, che dovevano restare in ufficio a vita. Il cancelliere della Comunità di Parma doveva essere anche cancelliere di detti archivisti, con determinati obblighi e diritti. Il Cerati, saputo di questa nuova disposizione e della revoca della sua nomina, non accettò la nuova elezione protestando perché egli era già stato eletto solo coi privilegi in uso allora. Così gli Anziani dovettero surrogarlo con altro archivista. L’esperimento dei quattro curatori dell’Archivio, fatto a imitazione di tante altre città d’Italia, non ebbe in Parma buon esito.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.


Parma 21 gennaio 1690-Firenze 19 giugno 1769
Nacque dal conte Valerio e da Fulvia, figlia del conte Carlo Agosto Anguissola, del patriziato piacentino, ed ebbe quale padrino di battesimo, nel 1695, il duca Francesco Farnese. Studiò a Modena nel collegio dei gesuiti e a quindici anni prese la decisione di entrare nella Compagnia di Gesù, ma in seguito alla contrarietà paterna vi rinunciò. Consolidatasi in lui la vocazione religiosa, nel 1708 entrò nella Congregazione dell’Oratorio della Chiesa Nuova a Roma, dove studiò teologia e filosofia, allontanandosi dagli insegnamenti dei gesuiti, e dove, nel 1714, venne ordinato sacerdote. Ben presto la sua pietà e la sua vasta cultura gli guadagnarono larga stima sia tra i confratelli, che gli affidarono la direzione della biblioteca della Chiesa Nuova, sia nei circoli dotti romani. Nel 1726 fu destinato a far parte del gruppo di eruditi che curavano la continuazione degli Annali ecclesiastici del Baronio, sotto la direzione dell’oratoriano G. Laderchi. A Roma il Cerati strinse amicizia con A. Niccolini (al quale rimase sempre legatissimo), con F. Martini, con A. Leprotti, con G. Bottari (durante il soggiorno di questo a Roma nel 1725-1726), col Lambertini, con Celestino Galiani, con i cardinali M. Conti (poi papa Innocenzo XIII) e G. Davia e con il cardinale Melchior de Polignac, incaricato d’affari francese presso la Santa Sede e abile conciliatore delle vertenze connesse alla bolla Unigenitus. Il Polignac ricorse ai suoi consigli per la stesura del suo Anti-Lucretius sive de Deo et Natura, lasciato incompiuto e pubblicato postumo (Parisiis, 1747), e fu probabilmente nel suo palazzo che il Cerati, nel gennaio-febbraio del 1729 (e non nel luglio, come afferma P. Berselli Ambri, p. 17), conobbe il Montesquieu, di cui divenne intimo amico e corrispondente (Montesquieu, Viaggio in Italia, p. 183). Fin da questi anni romani, dunque, il Cerati si legò agli ambienti ecclesiastici culturalmente più aperti e meno conformisti in cui si discuteva con grande interesse della nuova cultura scientifico-sperimentale e antiscolastica, di orientamento lockiano e newtoniano e dell’applicazione di un rigoroso metodo critico agli studi di antiquaria, di storia ecclesiastica e di teologia. Dai comuni interessi sorgeva anche un altro notevole motivo di coesione tra questi uomini, cioè l’antigesuitismo, che ebbe in alcuni di essi motivazioni prevalentemente scientifiche, antiscolastiche, sulla scia di una persistente tradizione galileiana, e che in altri, tra cui il Cerati, assunse, invece, sfumature prevalentemente teologiche e morali, in senso agostiniano-rigoristico. Nel 1730 venne nominato tra i confessori del conclave che portò all’elezione di papa Clemente XII (Lorenzo Corsini), zio del cardinale Neri Corsini, il quale fu il protettore di questo gruppo romano. Per conto di questo il Cerati iniziò a stendere una relazione sul conclave che non portò mai a termine (un Frammento dell’introduzione alla relazione del conclave in cui il sig. card.e Lorenzo Corsini fu eletto Sommo Pontefice col nome di Clemente XII è conservato nella Biblioteca Corsiniana di Roma, codice 1617, cc. 171-176). Lasciò Roma nel luglio 1732, forse anche in seguito al mancato conferimento del vescovado di Piacenza, cui aspirava, e tornò a Parma dove fu subito chiamato ad assumere l’incarico di bibliotecario di Corte e di precettore dell’infante Carlos di Borbone, nuovo duca di Parma. Ma, scoppiata nell’aprile del 1733 la guerra di successione polacca, dopo un breve soggiorno a Roma, il Cerati si trasferì a Pisa, dove già in quello stesso anno fu chiamato dal granduca di Toscana Gian Gastone de’ Medici, dietro raccomandazione dello stesso Carlos di Borbone (A. Fabroni, III, p. 31), a ricoprire la carica di Provveditore generale dello Studio pisano e quella, alla prima tradizionalmente connessa, di Priore della chiesa conventuale dell’Ordine di Santo Stefano. Rimase, tuttavia, sempre in relazione stretta con gli amici romani cui spesso procurò, attraverso il porto di Livorno, libri difficili da reperire (N. Carranza, Monsignor Gaspare Cerati, 1974, p. 148), e soprattutto col Bottari, con cui intrattenne un’assidua corrispondenza (conservata nei codici Corsiniani 1589 e 1590). Nel 1749, durante una delle sue visite a Roma, si legò d’amicizia anche col cardinale D. Passionei che lo annoverò tra gli amici più intimi che frequentavano la sua villa presso Frascati. Il Cerati entrò così a far parte di quel circolo dell’Archetto che, proprio verso il 1749, cominciò a riunirsi a palazzo Corsini intorno al Bottari con l’intento di opporsi al gesuitismo. Dal punto di vista della dottrina teologica, infatti, è indubbia la formazione agostiniana e rigoristica del Cerati (scrisse anche un inedito Metodo sul modo di leggere le opere di Sant’Agostino) e la sua profonda conoscenza e ammirazione dei classici della letteratura giansenistica francese, che non si possono far risalire soltanto all’epoca del soggiorno francese del 1742-1744 (E. Dammig, p. 124). Già nel 1724 fornì informazioni al Bottari sulle opere di Gerberon, Tillemont e Fleury. Pur apprezzando la Theologia christiana dogmatico-moralis del rigorista domenicano D. Concina, per le dottrine antiprobabiliste in essa espresse, ne criticò il rifiuto di utilizzare e apprezzare le opere morali dei maggiori giansenisti francesi (a Bottari, da Pisa il 24 aprile 1752, in Dammig, p. 126). Considerò uno de’ migliori trattati di religione il catechismo dell’appellante Mésenguy e ne deplorò la proibizione della traduzione italiana, pubblicata a Napoli per interessamento dello stesso Bottari (Dammig, p. 125). Durante il pontificato dell’amico Lambertini (Benedetto XIV) inoltre, il Cerati, insieme al Bottari, cercò di ottenere dal Papa la cancellazione dagli atti del concilio provinciale romano del 1725 del passo in cui la bolla Unigenitus veniva definita quale regula fidei, aderendo alla diffusa opinione che tale passo vi fosse stato dolosamente inserito dal segretario del concilio su pressione dei gesuiti. D’altra parte, uno dei principali obiettivi del gruppo filogiansenista fu quello di ottenere dal Pontefice la revisione della stessa Unigenitus: anche il Cerati, in molte sue lettere e in numerose scritture (si veda, a esempio, tra le sue Scritture sopra i gesuiti e i giansenisti, il capitolo Risposta alle considerazioni sopra le spiegazioni domandate per gli appellanti della Bolla Unigenitus, codice Corsiniano 1617, cc. 41 s.), sostenne l’impossibilità di considerare eretici gli appellanti e la necessità, per porre fine alla persecuzione scatenata in Francia contro di loro, di un intervento pontificio di spiegazione della bolla che ne impedisse gli abusi d’interpretazione da parte dei gesuiti (si veda anche la lettera-memoria al Nicolini, sulle dispute di Francia, conservata in codice Corsiniano 1617, ff. 131-167). Tuttavia, come il Bottari, il Foggini e l’amico Lami, anche il Cerati si mostrò sostanzialmente legato soprattutto alla tradizione di Port-Royal e del primo giansenismo francese e lontano da ogni atteggiamento d’intransigenza anticuriale. Respinse sempre ogni eccessiva asprezza nei confronti della Corte romana e criticò alcuni atteggiamenti di fanatismo degli appellanti francesi e olandesi: la sua preoccupazione rimase costantemente la salvaguardia dell’unità e del prestigio della Chiesa e la difesa della sua struttura gerarchica, il desiderio non di distaccarsi da Roma, bensì di restaurarne l’autorità, intaccata dall’appoggio concesso ai gesuiti e alle persecuzioni della Corte francese contro gli appellanti (E. Passerin d’Entrèves, La riforma, pp. 217-231). La nomina a Provveditore, carica vacante dal 1717, pose il Cerati di fronte ai problemi della decadenza dello Studio pisano, benché, anche prima del suo arrivo, vi avessero insegnato molte personalità di prestigio (G. Grandi, A. Marchetti, G. Averani, C. Taglini, E. Noris, G. Capassi, Pompeo Neri, B. Tanucci, G. Rucellai), alcune delle quali egli trovò, giungendo, ancora al loro posto, e benché l’Università pisana continuasse pur sempre a costituire in Italia uno dei punti di riferimento della nuova cultura critica, scientifico-sperimentale. La sua attività volta alla riorganizzazione dell’Ateneo sul piano delle strutture, della disciplina e della cultura lo portò spesso a scontrarsi con la reggenza e, soprattutto, con l’onnipotente Richecourt, sia a causa della rigida economia nelle spese, imposta da Vienna alla reggenza, che rallentò ogni concreta iniziativa di miglioramento, sia, soprattutto, a causa del sospetto che nutrì il giurisdizionalista Richecourt nei confronti di una Università di cui stimava eccessivo il numero dei professori ecclesiastici e di un provveditore, il Cerati appunto, che egli giudicò troppo Pretaio, perché sostanzialmente ortodosso e fedele a Roma (codice Corsiniano 1589, c. 131: a Bottari, da Firenze il 13 ottobre 1739). Da parte sua il Cerati, aderendo all’opposizione antilorenese del patriziato e dei dotti toscani, accusò sempre il Richecourt di comandare dispoticamente e di voler essere l’arbitro assolutissimo della Toscana (codice Corsiniano 1589, c. 133: a Bottari, da Firenze l’8 novembre 1739) e cercò di opporsi alle idee del ministro lorenese in merito alle riforme da portarsi all’Ateneo, per il quale egli propose di non alterare punto l’antica Costituzione dell’Università, ma bensì di richiamarla a poco a poco all’antico splendore, rimediando gli abusi e risanando i languori (N. Carranza, 1974, p. 236, lettera a Niccolini, da Pisa il 18 dicembre 1738). Significativo di questo contrasto ideale, oltre che politico, fu la disapprovazione del Cerati nei confronti della protezione accordata dal Richecourt all’opuscolo del professore pisano G.A. de Soria intitolato Della esistenza e degli attributi di Dio (Lucca, 1745), che egli giudicò come puro pensiero deistico (N. Carranza, 1974, pp. 278 s.). Nell’estate del 1742 il Cerati riuscì a realizzare il viaggio in Francia cui da qualche anno pensava e si recò a Parigi anche per farsi curare un’oftalmia da cui era affetto. A Parigi conobbe Mairan, Trudaine, Réamur, Fontenelle, Falconet e Voltaire (altri suoi amici e corrispondenti francesi furono Clairaut, Duhamel, Brosses, La Condamine, Maupertuis, l’abate di Saint-Pierre) e alcuni tra i maggiori rappresentanti del giansenismo francese, come il Mésenguy, il Caylus, il Boursier e il Fitz-James, vescovo di Soissons. Ma più di tutti frequentò il Montesquieu, con cui entrò in grande intimità e che gli permise di leggere alcune parti de L’Esprit des lois che allora stava scrivendo (R. Shackleton, Montesquieu, p. 101). Il Montesquieu, che indirizzò sempre al Cerati espressioni di grande stima (vous êtes toute l’Italie pour moi, gli scrisse da Bordeaux il 1° dicembre 1754: Oeuvres complètes de Montesquieu, III, p. 1521), gli annunciò personalmente l’imminente pubblicazione del suo libro il 28 marzo 1748. Di rimando il Cerati, scrivendo all’amico il 18 febbraio 1749, dichiara che la lettura dell’opera aveva prodotto in lui une espèce d’extase d’admiration (Oeuvres completes, III, p. 1183), ma accanto alle espressioni del suo entusiasmo espose anche il timore di violente reazioni contro di essa. Lo stesso Cerati, durante le polemiche che fiorirono intorno al libro e alla sua condanna da parte della Congregazione dell’Indice, ammise che esso non poteva assolutamente sottrarsi da qualche censura teologica relativamente a diverse osservazioni (P. Berselli Ambri, p. 38, lettera a Bottari, da Pisa il 31 gennaio 1751), benché poi il suo atteggiamento tollerante e ironico, oltre alla sua amicizia per l’autore, gli impedisse di approvarne la condanna e di condividere il giudizio negativo espresso sull’opera dai giansenisti francesi. D’altra parte, nell’ammirazione del Cerati per Montesquieu fu presente anche una componente politica che si manifestò chiaramente nella sua opposizione al despotismo e nell’adesione all’ostilità del patriziato e dei dotti toscani, raccolti intorno alla famiglia Corsini, nei confronti della reggenza lorenese e dei suoi tentativi di trasformazione dello Stato toscano in senso assolutistico (il 25 agosto 1749 il Cerati scrisse a Montesquieu che il suo libro conteneva molte verità utili al genere umano que le gouvernement militaire et despotique avoit presque partout fait disparoître. Ce sera toujours le plus beau projet du monde d’avoir tenté avec une noble hardiesse de sauver les débris de notre espèce des ravages de la puissance arbitraire: Oeuvres complètes de Montesquieu, III, p. 1252). La stessa motivazione antidispotica si ritrova nei giudizi favorevoli da lui espressi sull’opposizione del Parlamento di Parigi alle decisioni reali nella questione del rifiuto dei sacramenti agli appellanti contro la bolla Unigenitus e sulle grandes remontrances indirizzate al Re (1753), che egli definì degne di Demostene. Il Cerati ritenne che l’azione del Parlamento, al di là dell’appoggio che esso dava alla causa giansenista, dimostrasse che vi era ormai in Francia la sazietà del despotismo asiatico di una monarchia filogesuitica e vide in questo comportamento un motivo di libertà, sul piano politico, che egli condivise e che lo indusse a identificare nel Parlamento quei pouvoirs intermédiaires di cui il Montesquieu aveva costruito il sistema (E. Passerin d’Entrèves, La riforma «giansenista», pp. 218-220). Infatti il 16 marzo 1755 scrisse a F. Galiani che gli effetti dell’Esprit des lois si scorgevano nel modo di pensare de’ Parlamentari (P. Berselli Ambri, p. 153). Tuttavia occorre sottolineare come l’antidespotismo del Cerati, così come degli altri dotti toscani, quale il Niccolini, ebbe un carattere aristocratico e spesso conservatore nel suo porre oggettivamente freno all’opera razionalizzatrice e alla volontà di riforma dell’assolutismo, di cui il Richecourt fu espressione (F. Venturi, pp. 303 s.; si veda anche M. Rosa, Dispotismo e libertà, pp. 14-16). Le amicizie contratte tra i filosofi parigini non attutirono la vivace ostilità del Cerati per il deismo (sistema infame), per la massoneria e per le libertinage d’une fausse et téméraire philosophie che, disse più tardi, aveva prodotto infiniti danni nella capitale francese (Parigi, Bibliothèque de l’Arsenal, ms. 4987, p. 120: ad A. Clément, da Pisa il 18 marzo 1759). Si mantenne in corrispondenza con Voltaire, che si rivolse a lui per conoscere la vera posizione della Chiesa cattolica nei confronti delle rappresentazioni teatrali. Anche su questo punto il Cerati manifestò l’apertura e la tolleranza delle sue convinzioni mostrando, nella sua risposta, di aderire, contro le affermazioni del rigorista Concina, all’opinione del Maffei, secondo cui mai la Chiesa aveva totalmente condannato il teatro. Nel 1742 scrisse un inedito Parere intorno alla quistione se sia contrario ai principii della religione cattolica l’assistere alle oneste rappresentazioni teatrali. Nell’estate del 1743 lasciò la Francia per l’Inghilterra. Ammirò la cultura inglese e soprattutto Locke, che definì l’Archimede della migliore metafisica, secondo un apprezzamento comune a tutto il gruppo riformatore che, tra Firenze, Roma e Napoli, cercò di imporre all’interno del cattolicesimo la nuova cultura scientifica (F. Venturi, pp. 22 s.). A Londra frequentò il mondo scientifico e gli ambienti della Royal Society: Bradley, Stormont e M. Folkes, Presidente della Royal Society e amico di Montesquieu, col quale fu in corrispondenza. Passato in Olanda, incontrò i maggiori rappresentanti del giansenismo francese in esilio e quelli della Chiesa dissidente di Utrecht, il cui contrasto con Roma egli ritenne componibile poiché non gli apparve di natura teologica ma solamente disciplinare. Fu corrispondente di A. Clément, uno dei più importanti sostenitori della causa della Chiesa di Utrecht, che egli stesso mise in contatto, nel 1754, col Bottari. Ammalatosi, venne curato dal Van Swieten e assistito dal marchese G. Sforza Fogliani, ambasciatore napoletano in Olanda. Nell’autunno del 1743 rientrò a Parigi e vi si trattenne, a causa di una indisposizione, fino alla primavera del 1744, epoca in cui si rimise in viaggio. Passò prima a Lipsia, dove conobbe il Leich e il Mascov, poi a Berlino, dove incontrò Federico II e il Maupertuis, che lo fece ascrivere all’Accademia reale di scienze e lettere di Prussia. Quindi, fermatosi a Vienna, discusse col ministro barone di Pfutschner i problemi della riforma dell’Università pisana. Dopo una sosta a Padova rientrò a Pisa e da qui si mosse ancora solo per brevi viaggi: a Roma e a Napoli, nel 1749, per visitarne gli scavi archeologici e incontrare l’amico Celestino Galiani, con cui era rimasto sempre in contatto, tanto più che questi, in qualità di cappellano maggiore del Regno e quindi di prefetto degli Studi, aveva presentato già nel 1732 una proposta di riforma dell’Università di Napoli a cui si ispirò certamente il Cerati (N. Carranza, 1974, pp. 242 s.). Oltre a un viaggio, intorno al 1750, sul lago di Garda e a Torino (relativamente al quale redasse alcune note inedite: Relazione de’ viaggi di Garda e di Torino) e un secondo a Milano e sul lago Maggiore, intorno al quale scrisse un Racconto di un viaggio fatto nel 1755 da Parma a Milano e di là al Lago Maggiore per vedere le Isole Borromee, disposto in due lezioni da recitarsi alla Accademia della Crusca che venne pubblicato postumo, nel 1776, nel Magazzino toscano (XXVIII), non si mosse quasi più dalla Toscana, dedito alle sue incombenze e agli studi e, tra questi, soprattutto a quelli di agraria e di botanica. L’interesse per l’agricoltura, oltre a dettargli l’opuscolo Della maniera di coltivare gli alberi fruttiferi (postumo, Firenze, 1769), lo avviò verso gli studi di economia. Accolse con ammirazione l’opera di B. Intieri, Della perfetta conservazione del grano, e fu in corrispondenza col Genovesi e con Ferdinando Galiani, che spronò a scrivere il trattato De re tributaria e col quale, pur rimproverandogli il suo atteggiamento antimontesquieuiano, discusse per lettera dell’importante materia del commercio (a F. Galiani, da Pisa il 17 febbraio 1755, citato in F. Venturi, p. 568 n.) e delle opere di Forbonnois, di Plumard de Dangeul, di Tull, di Uztariz, di Ulloa e dell’amico Duhamel. Già vecchio e malato, partecipò attivamente ai lavori della deputazione per la riforma dello Studio pisano costituita nel 1767 da Pietro Leopoldo e contribuì con le numerose memorie e relazioni stese durante il suo provveditorato al riordinamento dell’Università, che venne attuato solamente dopo la sua morte. Ancora nel 1767 preparò, su richiesta del ministro Du Tillot, un progetto per una università a Parma, che però non ebbe mai corso. Il Cerati venne sepolto nella chiesa delle monache dell’Ordine di Santo Stefano, a Firenze. Prima di morire dispose che fosse distrutta gran parte del suo ricchissimo epistolario e che il suo corpo venisse sezionato per studiarne la malattia. Benché poco numerosi siano i suoi scritti (oltre a quelli già citati esistono dei frammenti di Discorsi sacri e un abbozzo di Questioni teologiche), data la riluttanza del Cerati a scrivere e a stampare, importante fu l’attività e il ruolo concreto da lui svolti per il rifiorire dell’Università pisana. Sensibile alle esigenze del rinnovamento culturale, le sue iniziative, benché spesso contrastanti con le intenzioni della reggenza a causa della diversità delle loro prospettive ideali, contribuirono a confermare lo Studio pisano nel suo ruolo di vivace centro culturale del Settecento italiano e di formatore di molti tra i maggiori rappresentanti della classe dirigente, toscana e non, del periodo delle riforme. Durante il provveditorato del Cerati, che riorganizzò l’Ateneo anche sul piano amministrativo e disciplinare, incoraggiò l’insegnamento di materie scientifiche e sperimentali e di una teologia rigoristica (chiamando a Pisa i padri G.L. Berti e T.V. Moniglia), fu costruito l’osservatorio astronomico, venne riordinato il museo di storia naturale, si istituì un laboratorio di chimica, si aprì la biblioteca universitaria, furono soppresse cattedre inutili e ne vennero istituite di nuove, quali quelle di astronomia, affidata nel 1739 a T. Perelli, di fisica sperimentale, storia naturale ed elementi di chimica, affidata nel 1748 a C.A. Guadagni.
FONTI E BIBL.: Indicazioni sugli scritti e sui carteggi del Cerati (conservati oltre che nella Biblioteca Corsiniana di Roma, anche nell’archivio privato dei marchesi Niccolini di Camugliano, a Firenze, nella Biblioteca della Società napoletana di storia patria e, relativamente alle sue memorie e relazioni sullo Studio pisano, nella Biblioteca e nell’Archivio dell’Università di Pisa e nell’Archivio di Stato di Firenze) si trovano a p. 116 n. e a p. 132 n. della monografia di N. Carranza, Monsignor Gaspare Cerati provveditore della università di Pisa (1733-1769), in Bollettino Storico Pisano XXX 1961, 103-290, poi ampliato e aggiornato in volume: Monsignor Gaspare Cerati provveditore dell’Università di Pisa nel Settecento delle riforme, Pisa, 1974. Tra le fonti parigine, tuttavia, il Carranza non ricorda, oltre alle lettere del Cerati conservate presso la Bibliothèque de l’Arsenal, quelle, numerose, che si trovano nella Bibliotheque du Séminaire de Saint-Sulpice (Lettres italiennes à M. La Motte du Coudray, t. V). Per la biografia del Cerati sono stati utilizzati anche: A. Cerati, Elogio di monsignor Gaspare Cerati patrizio parmigiano, Parma, 1778; A. Fabroni, Historia Academiae Pisanae, Pisis, 1795, III, 30-35; I. Affò-A. Pezzana, Continuazione delle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 127-145, 317, 335, 385, 394; E. De Tipaldo, Biografia degli Italiani illustri, VIII, Venezia, 1841, 412-416; G. Bianchi, La vita e i tempi di monsignor Greg. Cerati, Piacenza, 1893, 255-256 n. Per le idee religiose e i rapporti del Cerati con l’ambiente romano: R. Palozzi, Monsignor G. Bottari e il circolo dei giansenisti romani, in Annali della Regia Scuola Normale Superiore di Pisa, s. 2, X 1941, 70-90, 199-220; E. Dammig, Il movimento giansenista a Roma nella seconda metà del secolo XVIII, Città del Vaticano, 1945, 122-130 e ad Indicem; E. Codignola, Illuministi, giansenisti e giacobini nell’Italia del Settecento, Firenze, 1947, 60 ss., 199, 203; F. Nicolini, Un grande educatore italiano. C. Galiani, Napoli, 1951, 30, 53, 68, 106, 126, 134, 143, 188, 203; E. Passerin D’Entrèves, L’ambiente culturale pisano nell’ultimo Settecento, in Bollettino Storico Pisano XXII-XXIII 1953-1954, 55; M. Rosa, Atteggiamenti culturali e religiosi di Giovanni Lami nelle Novelle letterarie, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa, s. 2, XXV 1956, 295, 330; E. Passerin d’Entrèves, La riforma «giansenista» della Chiesa e la lotta anticuriale in Italia nella seconda metà del Settecento, in Rivista Storica Italiana LXXI 1959, 209-234; E. Appolis, Entre iansénistes et zelanti. Le «tiers parti» catholique du XVIIIe siècle, Paris, 1960, 131 ss. e ad Indicem; A. Vecchi, Correnti religiose nel Sei-Settecento veneto, Venezia-Roma, 1962, 193, 379, 380, 437; G. Ricuperati, recensione a C. Pighetti, Per la storia del newtonianesimo in Italia, in Rivista Critica di Storia della Filosofia XVI 1961, 425-434; in Rivista Storica Italiana LXXIV 1962, 644; P. Stella, Il giansenismo in Italia, I, Piemonte, Zürich, 1966, 175, 221, 225; M. Caffiero, Lettere da Roma alla Chiesa di Utrecht, Roma, 1971, 22, 31, 53 s., 61 s.; V.E. Giuntella, Roma nel Settecento, Bologna, 1971, 126; M. Caffiero, Cultura e religione nel Settecento italiano: G.C. Amaduzzi e Scipione de’ Ricci, in Rivista di Storia della Chiesa in Italia XXVIII 1974, 97-104. Per i rapporti con la cultura europea e con il Montesquieu: Oeuvres complètes de Voltaire, L, Kehl, 1785, 483 s.; Di alcune lettere inedite di Voltaire, in Antologia VII 1822, 348-351; Oeuvres complètes de Montesquieu, a cura di A. Masson, III, Paris, 1955, 1183, 1252 e ad Indicem; R. Shackleton, Montesquieu’s Correspondance: additions and corrections, in French Studies XII 1958, 330 ss., 344; C. de Secondat de Montesquieu, Viaggio in Italia, a cura di G. Macchia-M. Colesanti, Bari, 1971, pp. XIII, 183, 201, 277 s., 289, 303, 326 s.; P. Berselli Ambri, L’opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Firenze, 1960, 16-22 e ad Indicem; R. Shackleton, Montesquieu. A critical biography, Oxford, 1961, 101, 177 s. e ad Indicem; M. Rosa, Dispotismo e libertà nel Settecento. Interpretazioni «repubblicane» di Machiavelli, Bari, 1964, 11, 14 ss., 20; F. Venturi, Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria, Torino, 1969, 22 s., 303, 304 n. e ad Indicem; M. Rosa, Riformatori e ribelli nel Settecento religioso, Bari, 1969, 82, 88, 90, 116, 265 s.; M. Caffiero, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIII, 1979, 661-666.


Parma 23 ottobre 1536-Parma 1604
Di nobile famiglia, si dedicò allo studio della matematica, dell’architettura, della musica e della pittura. Non se ne conoscono le opere pittoriche. La sua tomba è nella chiesa dei padri Serviti in Parma, in cui era situata la cappella gentilizia della famiglia (Affò). Al 24 luglio 1565 risale un rogito in cui è citato il Cerati come pittore (Archivio di Stato di Parma, notaio Lodovico Medici).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Vita del pittore Francesco Mazzola, Parma, 1784, 109; P. Zani, VI, 1820, 129; F. Zava, Epistole, tomo II, libro 6, c. 70; E. Scarabelli Zunti, III, c. 117, IV, cc. 128-129; Archivio Storico per le Province Parmensi 1914, 6; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 323.


ante 1733-Parma 1775
Fu canonico (1733), Arcidiacono (1768) e archivista della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 233.

CERATI GREGORIO, vedi CERATI GAETANO


Parma 1608/1642
Discendente di una delle più nobili e illustri famiglie di Parma, si addottorò in legge il 5 ottobre 1608. Per diverso tempo trascurò gli studi e perse gran parte della propria reputazione. In seguito esercitò la professione con maggiore diligenza. Il duca Odoardo Farnese lo nominò Auditore di campo nell’impresa militare contro lo Stato di Milano a favore del Re di Francia ma egli rifiutò l’incarico per motivi familiari. In seguito fu eletto Avvocato della Camera Ducale di Parma. Fu a capo (1628) dell’ambasceria inviata a incontrare Margherita de’ Medici che si preparava a trasferirsi a Parma per il matrimonio con Odoardo Farnese.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 74-75, [181-182].

-Parma 7 ottobre 1558
Canonico della Cattedrale di Parma nel 1513, fu Vescovo titolare di Costanza (1540) e suffraganeo del vescovo di Parma Guidascanio Sforza. Fu sepolto nella Cattedrale di Parma nella cappella del Venerando Consorzio in un’arca di marmo. Fu uomo di grande virtù e di molta erudizione. Possedette un beneficio di Santa Maria fondato nella chiesa di San Barnaba in Parma, rassegnato a suo favore da Gianfrancesco del Prato, canonico della Cattedrale, il 28 dicembre 1553.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 52; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 78; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.


Parma 1619
Nell’anno 1619 fu eletto quindicesimo abate della chiesa di San Sepolcro in Parma.
FONTI E BIBL.: Soncini, Chiesa San Sepolcro, 1932, 90.


Parma 1436
Maestro da muro e di legname. In data 18 gennaio 1436 venne eletto come stimatore di una casa.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 62.

CERCAMONDO, vedi OXILIA ADOLFO


Parma 1560
Ingegnere idraulico, architetto civile e scultore, attivo nell’anno 1560.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 130.


Parma seconda metà del I secolo d.C.
Fu primo edile, capraio e unguentario.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 145.


-Parma 1628
Nipote di Benedetto. Fu Abate e Visitatore nel Monastero di San Giovanni in Parma. Morì in ancora giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 98.


-Parma 1622 c.
Fu alunno del Cenobio e poi Abate del Monastero di San Giovanni Evangelista in Parma dal 1604 al 1608, quindi dal 1612 al 1617 e infine una terza volta dal 1618 al 1621. Unì la giurisdizione spirituale del Cenobio con l’Abbazia di Fontevivo il 29 maggio 1615. A detta del Pico, diede ottima prova sia nel governo spirituale che in quello temporale. Rivestì con marmi di Carrara la facciata di San Giovanni Evangelista, arricchendola con alcune statue, e innalzò l’altissima torre del monastero. Morì dopo lunga malattia e in età avanzata.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 97; M. Zappata, Corollarium Abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 110-111.


Parma 1641
Fu uno dei più valenti maestri di scherma della prima metà del secolo XVII. Il Ceresa fu soprannominato l’Eremita, forse per il suo carattere schivo. Sembra fosse in Ancona nel 1641, poiché la pubblicò in quell’anno il suo L’Esercizio della Spada regolato con la perfetta idea della Scherma et insegnato dalla maestra mano di Terenziano Ceresa Parmigiano detto l’Eremita. Opera utile e necessaria a chiunque desidera uscire vittorioso dalli colpi della Spada nemica. Dedicata al Sig. Tomaso Palunci nobile Anconitano. (Ancona, per Marco Salvioni, 1641) e lo dedicò a Tommaso Palunci, nobile anconetano e suo discepolo. Nella lettera dedicatoria il Ceresa annuncia come fosse quello il primo parto delle sue fatiche divolgato più per violenza de’ Padroni, che per impulso del suo genio nemico delle Stampe.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 925.

-Parma 27 marzo 1890
Volontario, fece la campagna del 1859 e, combattendo alla presa di Ancona, fu decorato della medaglia al valor militare.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 29 marzo 1890, n. 86; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 403.


Parma 1781
Libraio attivo in Parma nell’anno 1781.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 234.


San Michele Tiorre 1929-Parma 4 febbraio 1990
Imprenditore edile, il Ceresini fu presidente del Parma Calcio per quattordici anni e pose le basi per portare la squadra nell’élite del calcio italiano. Quella del Ceresini fu una presidenza sofferta, tra retrocessioni (tre) e promozioni (altrettante), con tecnici di successo (Cesare Maldini e Arrigo Sacchi furono lanciati da lui) e un difficile rapporto con il direttore generale Riccardo Sogliano.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 40.

Collecchio 1849/1859
Fu Sindaco di Collecchio dal 1849 al 1852 e tra il 1853 e il 1859 fu membro (consigliere anziano) della commissione speciale di sanità del Comune di Collecchio. Dovette pertanto affrontare la grave epidemia di colera del 1855. La famiglia Ceresini ebbe possedimenti a nord di Madregolo, sulla riva del Taro.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Gli ampliamenti territoriali del comune di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975; Malacoda 8 1986, 43.


Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 110.


1555-post 1610
Bramoso di carriera e di lustro, nel 1575 il Ceretoli combatté in Fiandra a soli vent’anni d’età segnalandosi quale alfiere. Poi fu Capitano di fanti con Alberto d’Austria. Questi lo nominò membro del Consiglio di Guerra, Cavaliere di San Giacomo e della Spada. Anche Ranuccio Farnese lo tenne assai in considerazione, creandolo (1610) Comandante del Castello di Piacenza.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 702.


Parma 13 giugno 1741-Parma 5 maggio 1830
Figlio del conte Giacomo e della contessa Fantuzzi. Il 25 febbraio 1767 venne ascritto alla religione di Malta in qualità di Cavaliere di divozione e nel 1779 ottenne, per intercessione della madre, il privilegio di poter indossare l’uniforme di colore rosso e bianco, come praticavano i cavalieri cavaranisti di detta religione. Nel 1769, in occasione del matrimonio di Ferdinando di Borbone, servì in qualità di scudiero il cavaliere della quadriglia della tigre, marchese Giacinto Malaspina di Mulazzo. Dal 23 febbraio 1798 ebbe la carica di Archivista dell’Archivio Ducale in Parma. Al Ceretoli fu dato per qualche tempo come coadiutore Antonio Pavesi (14 agosto 1801) e nel 1804, per poco tempo, gli fu pure aggregato Gaetano Nasalli. Nel 1804 lo stesso Ceretoli si scelse quale aiuto Giuseppe Zanmatti, che, nel 1805, fu nominato segretario dell’Archivio medesimo. Nel 1801 venne iscritto alla classe dei decurioni della Comunità di Parma e il pontefice Pio VII lo ascrisse al numero dei suoi Camerieri segreti. Fu l’ultimo discendente del suo casato. Il 2 gennaio 1797 fu incaricato dal Governo della requisizione di generi, vettovaglie e foraggi occorrenti alle truppe francesi e cisalpine transitanti per gli Stati di Parma e Borgo San Donnino e nominato Capo e Direttore delle Scuderie Civili a cui era annesso il trasporto di equipaggi, ammalati e ufficiali delle suddette truppe.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Famiglia Ceretoli, Parma, Stocchi, 1856, 21; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1914.


Parma 1593/1621
Fu l’amante del duca di Parma Ranuccio Farnese, cui diede un figlio chiamato Ottavio e una figlia di nome Isabella.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 234.


Parma ante 1722-Parma 1778
Dal duca Francesco Maria Farnese fu nominato Alfiere della compagnia costituita contro i Turchi. Dimostrò il proprio valore in varî combattimenti, per cui la Regina d’Ungheria lo promosse Comandante di reggimento e lo creò suo gentiluomo nonché ciambellano alla sua Corte (1722). Passò poi nelle Indie (America) al servizio del Re di Spagna e fu promosso aiutante generale del Marchese di Valhermosa. Dopo tale periodo di esistenza errabonda e avventurosa, rientrò a Parma, dove la duchessa Dorotea Sofia di Neoburg lo elevò al grado di Sergente maggiore, comandante la Piazza di Parma. Fu coniugato in seconde nozze con la contessa Francesca Fantuzzi di Bologna. Venne inumato nella Basilica di San Giovanni Evangelista in Parma.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 703.


Fontanellato 1920-Jm Molatow 16 luglio 1942
Figlio di Enzo. Sottotenente di complemento dell’82° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di squadra guastatori, in più giorni di azioni per il rastrellamento di una vasta zona cosparsa di mine, assolveva il compito con ardimento e perizia, salvando numerose vite umane e rendendo celere l’avanzata del reggimento. Scorta una mina anticarro, nuovo modello, in mezzo al campo minato e avendo già consumato tutti gli inneschi, per non lasciare un così grave pericolo a colonne di altri reparti che dovevano attraversare la zona, decideva di smontarla con le mani. Nel generoso tentativo, in seguito allo scoppio della mina, immolava la vita.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1946, Dispensa 7a, 774; Decorati al valore, 1964, 47.


Fontanellato 1895-Vicenza 22 settembre 1978
Soprano. Studiò canto a Roma e a Milano, eccellendo specialmente nel campo concertistico. Si esibì in vari teatri in Italia e all’estero. Nel 1942 si dedicò all’insegnamento del canto presso l’Istituto musicale Canneti di Vicenza. Tra i suoi allievi vanno ricordati il soprano Marcella Pobbe, il baritono Renato Bruson e il tenore Giacomini. Il 18 giugno 1972 il sindaco di Vicenza, in un concerto dedicato dai suddetti cantanti alla Ceriati, le consegnò una medaglia d’oro a nome della città.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 23 maggio 1982, 3.

Parma seconda metà del XIX secolo
Scultore, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 41.

CERMISONE DA PARMA, vedi CERMISONE BARTOLOMEO


Padova o Parma 1366 c.-Padova o Verona settembre 1441
Nacque da Bartolomeo, condottiero al servizio prima dei Carrara, poi dei Visconti. Dopo la conquista di Verona, il padre vi acquistò dei possedimenti successivamente ereditati dal Cermisone. Il Cermisone studiò nelle facoltà di arti e medicina dell’Università di Padova dove nel 1387 conseguì, essendone promotori Giovanni e Marsilio di Santa Sofia e Biagio Pelacani da Parma, il dottorato in artibus. Iscritto nel Collegio dei dottori, medici e artisti dal settembre 1389, fu, secondo il Maffei, lettore di arti nello Studio patavino negli anni 1389-1390. Conseguì il dottorato in medicina nell’aprile del 1390. Negli anni 1393-1394 figura come lettore di medicina nell’Università di Pavia, dove insegnò con tutta probabilità fino al 1399, giacché, essendo in tale data spostata temporaneamente la sede dello Studio in Piacenza, egli è incluso negli elenchi dei professori come lettore di fisica ordinaria. Rientrò poi in Pavia dove il 6 giugno 1401 fu promotore della laurea in filosofia e medicina di Thomas Stranger da Londra. Tornò poi, come lettore di medicina teorica, allo Studio di Padova in data non precisabile, forse nel 1411. Vi era comunque nel 1413, quando, per essersi assentato alcuni giorni dalle lezioni, il Senato veneto deliberò delle sanzioni economiche a suo carico. La professione medica, che venne esercitata dal Cermisone con grande successo, lo chiamò spesso fuori Padova, allontanandolo dalle lezioni e dalla discussione di lauree delle quali egli stesso era promotore, tanto che il Senato nominò un sostituto che lesse in sua assenza con lo stipendio di 50 fiorini l’anno. Ai successi professionali fece riscontro una vasta popolarità derivatagli dal costume abbastanza inconsueto di esigere parcelle puramente simboliche. Secondo alcuni invece egli sarebbe stato esoso e avaro, ma è certo che il Senato nel 1422 si interessò al risarcimento dei debiti da lui contratti. Spentosi già con Pietro d’Abano, morto nel 1316, il fervore di attività originale, lo Studio patavino attraversò un periodo di declino: attività correnti furono i commenti, in particolare di Avicenna e la raccolta rapsodica di singoli casi e terapie in volumi di consilia, nei quali la casistica nosografica si sostituì a una teoria generale dell’eziologia e della semeiotica (F. Pellegrini, La clinica medica padovana attraverso i secoli, Verona, 1939, p. 39). Creatore del genere medico-letterario dei consilia fu Taddeo degli Alderotti, ma la sua diffusione è legata al nome di Gentile da Foligno che lo impose in particolare nello Studio patavino (A. Castiglioni, La scuola medica padovana attraverso i secoli, in Annali Merck I, 1930, I, p. 9). La maggior parte di tali consilia riportava i risultati di discussioni avvenute in pubbliche consultazioni chiamate circoli o concertationes che vedevano riuniti, oltre a professori e studenti, anche i medici della città (G. Tanfani, I Consilia medica di Vettore Trincavella, in Rivista di Storia delle Scienze Mediche e Naturali II 1952, p. 5). All’interno di tale tradizione si collocano i Consilia medica contra omnes fere aegritudines a capite usque ad pedes che il Cermisone venne redigendo e ampliando a partire dal 1415, editi per la prima volta a Brescia da Arrigo da Colonia nel 1476, poi a Venezia da Ottaviano Scoto quattro volte tra il 1483 e il 1514, a Lione nel 1521, a Parigi nel 1525 e infine a Francoforte nel 1604 e nel 1652 nelle Selectiorum operum di Bartolomeo da Montagnana. Si tratta di 163 casi ritenuti esemplari, taluni dei quali relativi a personaggi di rilievo, come a esempio il CVII (Pro Gatamelata, armigero famoso, contra mictum sanguinis et dolorem calculi) che espone diagnosi, terapia e decorso della calcolosi renale che afflisse gli ultimi anni di vita di Erasmo Gattamelata. La casistica è interrotta talora da brevi digressioni di carattere teorico, che non superano però gli angusti limiti della teoria costituzionalistica, e nelle quali i riferimenti e le citazioni di Averroè, Avicenna, Rhazes, Mesue, Serapione, Alï ben Abb-as e, più raramente, di Ippocrate e Galeno, testimoniano, assieme all’elenco dei volumi posseduti dal Cermisone (A. Gloria, Monumenti della Università di Padova, Padova, 1888, pp. 488-489), il progressivo diffondersi della cultura araba nello Studio patavino. Il Papadopoli attribuisce al Cermisone un’opera manoscritta poi dispersa (In re medica commentaria) e un’altra (De sanitate tuenda) il Maffei. L’elenco dei manoscritti esistenti attribuibili al Cermisone è dato in L. Thorndike, A Catalogue of incipits of mediaeval scientific writings in Latin, (London, 1963, pp. 261, 1192, 1437). Le Recollectae de urinis del Cermisone furono stampate, senza note tipografiche, verso il 1475 in appendice a Iacobus Forliviensis, Expositiones in Im Canonis Avicennae (D. Reichling, Appendices ad Hainii-Copingeri Repertorium bibliographicum, Monachii, 1905-1914, V, p. 33, n. 1525): si tratta di una breve opera che riunisce consilia e opinioni in materia di uroscopia estratte per lo più dall’opera maggiore. Il medesimo carattere hanno le Recepte contra la pestilentia stampate nel 1480 a Milano da Filippo da Lavagna. Il Cermisone morì con tutta probabilità nel settembre 1441, giacché era vivo il 17 luglio quando fu promotore (assente) del dottorato di Pier Francesco Vagnoli e morì prima di poter assistere a un altro dottorato da lui promosso al 18 settembre. Secondo Savonarola sarebbe stato sepolto in Padova nella Basilica di Sant’Antonio, nella medesima tomba che avrebbe accolto le spoglie paterne. Secondo il Maffei, invece, morì in Verona, dove si stabilirono la figlia Caterina, vedova di Francesco Buzzacarini, e due figli dei quali si ignorano i nomi.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, 1789, 133-135; Acta Graduum Academ. Gymnasii Patavini, a cura di G. Zonta-I. Brotto, Padova, 1970, ad Indicem; B. Scardeone, De antiq. urbis Patavii, Basileae, 1560, 209; G.F. Tomasini, Gymnasium Patavinum, Utinii, 1654, 155-157, 279, 383; N.C. Papadopoli, Historia Gymnasii Patavini, Venetiis, 1726, 285; S. Maffei, Verona illustrata, Verona, 1732, 127; M. Savonarola, De laudibus Patavii, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XXIV, Mediolani, 1738, col. 1165; M. Savonarola, Libellus Padue, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, XXIV, 15, a cura di A. Segarizzi, 30, 39 (documenti biografici); G. Facciolati, Fasti Gymnasii Patavini, Patavii, 1774, 122-124; C. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Roma, 1783, VI, I, 379-380; S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, II, Napoli, 1845, 374-375, 399, 438; A. Corradi, Memorie e documenti per la storia dell’Università di Pavia, Pavia, 1878, 103; R. Maiocchi, Codice diplomatico dell’Università di Pavia, Pavia, 1905, 228, 312, 342, 344, 350, 352, 359, 421, II, Pavia, 1913, 4; E. Wickersheimer, Un portrait d’Antonio Cermisone médecin padouan du XVe siècle, in Bulletin de la Société Française d’Histoire de la Medecine II 1910, 20-23; A. Birkenmajer, Antonio Cermisone über die Pest, in Isis XX 1934, 440-451; Antonio Cermisone, in Minerva Medica XL 1939, 388; F. Di Trocchio, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIII, 1979, 773-774.


Parma 1340 c.-Padova 1429 c.
Nacque da Antonio. Non resta alcuna notizia sui suoi genitori, né sulla sua prima giovinezza. Il Cermisone fu tra i primi italiani che si conquistarono fama come capitani di fanteria e i suoi successi alle Brentelle e a Castagnaro contribuirono molto alla maggiore importanza attribuita alle fanterie nelle guerre italiane. Tuttavia, egli è ricordato piuttosto come padre di Antonio, famoso professore di medicina. Secondo il Vergerio, il Cermisone, giunto a Padova, poco prima del 1360, impressionò grandemente Francesco il Vecchio da Carrara con la sua abilità nel maneggio delle armi e, ammesso alla Corte, divenne tra i più stretti familiari del Carrarese. Intorno al 1379 comandò la fanteria padovana e, agli inizi della guerra di Chioggia, conquistò ai Veneziani la bastia di Morenzan (6 aprile). Nell’agosto dello stesso anno fu inviato con 3000 fanti a raggiungere l’armata padovano-genovese che assediava Chioggia ed ebbe una parte notevole nella conquista della città. Nel febbraio del 1384, dopo la resa della guarnigione austriaca di Treviso ai Padovani, il Cermisone, agli ordini del capitano generale Simone Lupi, condusse nella città la fanteria carrarese. Dopo questo successo le forze padovane furono dirette contro il patriarca d’Aquileia e posero l’assedio a Udine: ancora una volta fu il Cermisone ad avere il comando della fanteria. Egli continuò a comandare le fanterie padovane nelle guerre che opposero i Carraresi agli Scaligeri (1386-1387): fu presente alla battaglia di Barbarano (febbraio 1386) con 2000 provisionati scielti e fu di nuovo al comando della fanteria nello scontro decisivo delle Brentelle (25 giugno). In questa occasione il Cermisone e i suoi uomini si distinsero sbaragliando gli squadroni di cavalleria di Antonio da Valle e catturando le bandiere di Cortesia da Serego. Dopo la battaglia il Cermisone ricondusse trionfalmente a Padova le truppe vittoriose ed ebbe il privilegio di entrare per primo nella città. L’anno seguente ebbe un ruolo di primo piano nella vittoria dei Padovani, comandati dall’Acuto, a Castagnaro. Nel settembre marciò con le sue fanterie da Treviso a Conegliano per partecipare all’assedio di Sacile. Dopo la resa di Verona ai Carraresi (1387), sembra che il Cermisone si sia stabilito con la sua famiglia nella città appena conquistata. Certo è che per il resto della sua vita egli ebbe notevole importanza negli affari politici della città. A ogni modo, restò ancora strettamente legato ai Carraresi: nel 1388 fu responsabile della sicurezza interna di Padova durante il passaggio dei poteri da Francesco il Vecchio a Francesco Novello. L’anno seguente, quando Francesco Novello cominciò a subire la crescente pressione viscontea, il Cermisone incitò il giovane signore a resistere e si offrì di giustiziare con le sue mani venti Padovani sospettati di preparare un colpo di Stato in favore dei Visconti. Ma i suoi consigli rimasero inascoltati e Francesco Novello preferì arrendersi a Pavia. Fu allora che il Cermisone abbandonò i Carraresi e si mise al servizio di Gian Galeazzo Visconti. Così l’anno seguente, quando Francesco Novello tornò al potere, la casa del Cermisone fu tra quelle bruciate nel corso delle manifestazioni antimilanesi. Una famosa orazione indirizzata da P.P. Vergerio a Francesco Novello (Epistolario, pp. 431-436) fa supporre che il Cermisone desiderasse tornare al servizio di Padova, in quanto vi si insiste perché egli fosse perdonato della diserzione e potesse rientrare in possesso dei suoi beni padovani. In seguito, una delle clausole della pace del 1392 tra Visconti e Carraresi restituì al Cermisone la proprietà delle sue terre. Il Cermisone passò gli ultimi anni del XIV secolo al servizio di Milano: il 28 agosto 1397 comandò 10000 fanti viscontei nella battaglia di Governolo. Non è certo però che egli fosse presente a Casalecchio (1402), è anzi probabile che in quell’epoca vivesse a Verona e si fosse quasi del tutto ritirato dalla milizia. Nell’aprile 1404 lo si ritrova con Ugolotto Biancardo nella cittadella di Verona, tra gli ostaggi dati ai Carraresi nel corso dei negoziati per la resa della città. Nel settembre riprese al servizio di Niccolò d’Este la sua professione e fu mandato in Polesine per appoggiare i Padovani nella guerra contro Venezia. Dopo la resa di Verona a Venezia (1405), il Cermisone sembra si fosse definitivamente stabilito nella città, dove trascorse i suoi ultimi anni coinvolto in numerose dispute legali relative a terre avute dai Carraresi. In un testamento del 10 luglio 1415 il Cermisone lasciò 500 ducati alla chiesa veronese di Sant’Anastasia: questa è l’ultima notizia che di lui rimane. Secondo il Pezzana, avrebbe dedicato i suoi ultimi anni alla religione e a pratiche pie e sarebbe morto ottantanovenne a Padova, dove suo figlio Antonio si stava già facendo una solida reputazione di medico. Il suo elogio funebre sarebbe stato letto nello Studio da Ludovico da Pirano. Inoltre, secondo M. Savonarola, il Cermisone sarebbe stato sepolto nella Basilica di Sant’Antonio in Padova. Queste affermazioni tuttavia non risultano confermate dalle fonti e nessuna traccia della sua tomba resta in Sant’Antonio a Padova.
FONTI E BIBL.: La principale fonte biografica sul Cermisone è la Cronaca carrarese di G. e B. Gatari, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, XVII, I, a cura di A. Medin-G. Tolomei, ad Indicem. Si vedano inoltre: Andreas de Redusiis de Quero, Cronicon Tarvisinum, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XIX, Mediolani, 1731, col. 784; M. Savonarola, Libellus de magnificis ornamentis regie civitatis Padue, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, XXIV, 15, a cura di A. Segarizzi, 33; Epistolario di Pier Paolo Vergerio, a cura di L. Smith, Roma, 1934, in Fonti per la storia d’Italia, LXXIV, 431-436; A. Pezzana, Memorie de’ scrittori e letterati, VI, 2, I, Parma, 1825-1833, 136 s.; A. Gloria, Monumenti della università di Padova, Padova, 1888, II, 116; G. Della Corte, Storia di Verona, II, Verona, 1744, 296 s.; G.B. Verci, Storia della Marca trivigina e veronese, XVII, Venezia, 1786-1791, 54; G. Cittadella, Storia della dominazione carrarese, II, Padova, 1842, 63 s., 67, 118; E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, I, Torino, 1893, 326; C. Cipolla, Ricerche storiche intorno alla chiesa di Sant’Anastasia, Roma, 1916, 15-18; M. Mallett, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIII, 1979, 774-776.

CERNITORI BIAGIO, vedi PELACANI BIAGIO


Parma 1448/1449
Fu notaio e cancelliere. Stese una cronaca di Parma in latino dall’anno 1448 all’anno 1449.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 26.


San Lazzaro Parmense 1867-post 1923
Sottotenente di fanteria nel 1877, partecipò alla campagna d’Africa del 1895-1896, meritandosi una medaglia d’argento al valor militare a Tucruf (1896) e alla campagna italo-turca (1912-1913). Partecipò quindi alla prima guerra mondiale (1915-1918) comandando col grado di colonnello il 47° Reggimento Fanteria e il 10° Bersaglieri. Nel 1918 fu promosso Brigadiere generale. Collocato in congedo (1919), assunse nel 1923 il grado di generale di brigata.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, II, 1926, 863.

CERRO GENESIO, vedi DEL CERRO GENESIO


Parma 1550
Poeta, autore di alcuni sonetti.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1959, 19.


Parmigiano XVI/XVII secolo
Poeta, di cui si conosce quasi nulla (forse nacque fuori Parma). Compose certamente un sonetto e un madrigale in morte di Leonora d’Este.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.


San Lazzaro Parmense 1874-1954
Commerciante, fratello di Silvio. Partecipò giovanissimo alle lotte politiche per la costituzione del primo Partito Socialista Italiano, violentemente avversato dal ministero Crispi. Fu in relazione con i capi del movimento dei Fasci di Sicilia (Giuseppe De Felice Giuffrida, Nicola Barbato, Garibaldi Bosco), represso nel sangue nel gennaio del 1894. Per questa sua attività, in seguito alle leggi eccezionali crispine del luglio 1894, il Cervi subì una prima condanna dal Tribunale di Parma. Sciolto nell’ottobre di quello stesso anno, per ordine del Crispi, il Partito Socialista, il Cervi fu tra gli organizzatori clandestini del 3° Congresso del partito stesso che si tenne, segretamente, nel dicembre del 1894 a Parma. Nonostante la qualifica di sovversivo e la condanna subita, fu inviato in Africa per la campagna militare 1895-1896. Fu tra gli eroici combattenti e i pochi superstiti della giornata di Adua (1° marzo 1896) e, nel maggio, partecipò valorosamente alla liberazione del Forte di Adigrat. Rientrato in Italia, riprese l’attività politica dedicandosi con capacità e rettitudine all’amministrazione pubblica. Fu eletto consigliere comunale di Parma nel 1898 accanto al sindaco Mariotti e membro del Consiglio Provinciale dal 1910 al 1920.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 46-47.


Parma 1642/1647
Tipografo. Nel 1642 comparve un foglio a stampa intitolato Rinovatione del bando per il buon governo della città con la sottoscrizione Appresso Francesco Cervi & Compagno, che si legge anche in altre grida e fogli d’avviso fino al 1644. In seguito, fino al 1647, il Cervi stampò da solo.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 1996, 20.


Parma 14 ottobre 1663-Madrid 25 gennaio 1748
Nacque da Carlo e Orsola Grassi, in una famiglia agiata, che fu in grado di fargli compiere gli studi nel Collegio dei gesuiti di Parma, dove ebbe come maestri F. Fontana e F. Grandi per le lingue classiche e A. Santi per la filosofia. Quest’ultimo gli dette una formazione tipicamente scolastica, forte della quale il Cervi, non ancora ventenne, sostenne una pubblica difesa di logica, fisica e metafisica, poi stampata con il titolo Theses ex universa Philosophia qua ex Acad. Parmens. Soc. Iesu sub faustissimis auspiciis Illustriss. ac Reverend. P.D. Thomae Saladini episcopi, comitis, publice propugnandas proponit Iosephus Cervius Parmensis, (Parmae, 1683). Come tutti i giovani studiosi del periodo il Cervi risentì però presto gli effetti dell’ondata sperimentalista e antiscolastica che a partire da suggestioni galileiane e straniere premette anche la provincia culturale e si interessò particolarmente al cartesianesimo, traendone l’impuso a studiare più a fondo la matematica e la fisica (coltivò in particolare l’idrostatica). Come maestro negli studi matematici e astronomici ebbe il padre Giovanni Mancini e già nel luglio del 1683 poté affrontare nella Cattedrale di Parma un secondo dibattito pubblico su argomenti matematici: Aenergica magnarum coniunctionum panurgia. Problema Physico-Theologico-Astrologicum a I. Cervio in Universitate Parmensi Societatis Iesu mathematicarum auditore expositum, propugnatum et dicatum Illustrissimo ac Excellentissimo D.D. Co. A. Sanvitali cum auctario Thesium ad Systema Telluris immotae pertinentium, (Parmae, 1683). Entrambe le difese testimoniano una fase sincretistica, di passaggio dalla cultura peripatetico-umanistica allo sperimentalismo e meccanicismo rigorosamente intesi, propria degli ambienti accademici del tardo Seicento. Secondo l’Ortega, in gioventù il Cervi coltivò anche la poesia, ma non pare che alla notizia si possa dare un significato preciso che vada oltre la consuetudine dell’epoca per le esercitazioni poetiche a fini stilistici. In realtà, giunto al momento della scelta universitaria, egli optò per la facoltà di medicina, quella che più agevolmente poteva consentire di collegare i suoi interessi scientifici con un’utilizzazione professionale. Nella facoltà medica di Parma era allora preminente la figura di Pompeo Sacco, il quale, notate le spiccate attitudini del Cervi, gli permise di ridurre la durata quadriennale dei corsi a due anni facendolo laureare nel gennaio del 1685. In seguito lo tenne vicino a sé e si valse del suo consiglio. Il Cervi iniziò la professione accettando la condotta a Castell’Arquato, ma proseguendo gli studi a livello teorico-scientifico. Alcuni anni dopo, rimasta vacante una cattedra di filosofia a Parma, il governo ducale ve lo chiamò, consentendogli poi alla morte del Liberati, lettore di medicina, di succedergli. Nel luglio del 1713 fu ammesso nel Collegio medico di Parma e infine, morto il Sacco, lo sostituì come professore primario di medicina e protomedico di casa ducale, ottenendo anche lo stato nobiliare per sé e per i discendenti: sembrò così destinato a seguire la carriera del maestro. Degli anni d’insegnamento del Cervi a Parma è noto solo il criterio didattico di fondo, che coerentemente con la tendenza dominante del periodo, aspirava a trattare in modo analitico-matematico la problematica filosofica, tentando anche l’applicazione di modelli quantitativi e meccanici ai fenomeni biologici, secondo l’ottica iatromeccanica di derivazione borelliana. In questo volgere di tempo il Cervi venne anche allacciando ampi rapporti con gli ambienti culturali e scientifici di tutta Italia. La vita del Cervi subì una netta e imprevedibile svolta quando Elisabetta Farnese, figlia del Duca di Parma e sua estimatrice, avendo sposato nel 1714 il re di Spagna Filippo V, lo volle a Madrid come medico personale. Dopo qualche esitazione egli finì con l’accettare, trasferendosi nel 1717 nella capitale spagnola. Da puro studioso di medicina in una università di provincia divenne così personaggio di spicco in una delle principali corti europee, con tutte le implicazioni politiche e di costume che ciò comportava. Il Cervi si adattò alla sua nuova condizione con grande abilità e finezza, dimostrando che più che nel campo della pura ricerca le sue doti migliori si situavano nella pratica e nell’attitudine agli aspetti organizzativi della professione medica. La sua carriera procedette con sorprendente continuità e sicurezza: nel 1720 divenne Protomedico di Castiglia e membro del protomedicato regio, nel 1724 Consigliere del Re e nel 1729, morto l’inglese J. Higgins, Protomedico della persona di Filippo V, Presidente del protomedicato regio, degli organi sanitari dell’esercito e di quelli della Catalogna. A questa ascesa senza dubbio sorprendente per uno straniero, oltre alle sue indubbie capacità e alla protezione della Farnese, giovarono le doti politiche del Cervi, che appaiono rilevanti. Con un contegno di grande riservatezza, ma attento a fatti e persone, riuscì nel complesso problema di non farsi coinvolgere in personalismi e giochi di fazione, senza per questo rischiare l’isolamento e la conseguente oscurità. Ebbe insomma l’abilità di far apparire contegno e comportamento da puro tecnico quello che era il risultato di un consumato giudizio politico. Già attorno al 1730 la sua notorietà si diffuse a livello europeo. Parma gli dedicò due iscrizioni elogiative, una delle quali, nel palazzo pubblico, dovuta al Frugoni. In suo onore furono coniate alcune medaglie e Carlo di Borbone, assunto il Ducato in luogo dei Farnese, con decreto del 30 giugno 1732 esentò da qualsiasi esazione fiscale i beni che il Cervi aveva in patria. Nel 1736 fu ammesso nella Royal Society e nel 1739 nell’Accademia delle scienze di Parigi, in luogo del defunto Boerhaave. L’aspetto più notevole dell’attività del Cervi in Spagna fu il suo contributo all’organizzazione delle strutture sanitarie, sia in direzione della ricerca sia in quella della normale pratica clinica. Già nel 1729, trovandosi la Corte a Siviglia, egli venne in contatto con la società medica locale, che cercava di tenere il passo della ricerca estera pur tra difficoltà finanziarie e quelle derivanti dal sordo tradizionalismo accademico e confessionale. Intervenne allora con successo presso il Re perché dotasse la società di un appannaggio, così da consentirle di svolgere il suo lavoro in modo ampio e continuativo. Come presidente del protomedicato regio, investito di delicati problemi legislativi e organizzativi, agì in modo da rivitalizzare quell’istituto e nel 1733 realizzò la stesura delle sue nuove leggi e costituzioni. Nel successivo 1734 patrocinò attivamente il progetto della costituenda Accademia medica di Madrid, della quale fu anche il primo presidente. Primo frutto del lavoro dell’Accademia, volto a ridurre il ritardo della Spagna nella conoscenza teorica così come in quella della situazione sanitaria del paese, fu una grande compilazione farmacologica, la Pharmacopea Matritensis, edita a Madrid nel 1739. Diverse fonti ne indicano il Cervi come autore, ma ciò è da escludere, come è anche provato da un’epistola dedicatoria a lui diretta dagli accademici e premessa al testo. Con ogni verosimiglianza egli seguì la preparazione dell’opera e forse contribuì con consigli e suggerimenti, senza che il suo contributo andasse oltre: certo è che l’Accademia volle ringraziarlo anche col dedicargli il nome di una pianta, detta appunto Cerviana, scoperta da Juan de Minuart lungo il Manzanarre. Come a Parma, così anche in Spagna il Cervi non volle, o non poté, dedicarsi con impegno alla ricerca o condensare in libri le sue esperienze. Secondo l’Ortega negli anni spagnoli ciò gli fu reso del tutto impossibile dai molteplici impegni, anche se il Cervi raccolse in vari manoscritti le minute di consulti, osservazioni cliniche e orazioni accademiche. Lo stesso Ortega giudicò questo materiale di un certo interesse e forse meritevole della pubblicazione, anche se lasciato in stato di abbozzo. Esso rimase invece inedito e in seguito non si trova menzionato in altre fonti. Dopo il 1740 lo stato di salute del Cervi cominciò a declinare, con un indebolimento generale che agì in particolare sulla sua capacità di movimento. Nel 1746 la morte di Filippo V, col cui regno si era identificato un intero periodo della sua vita, lo colpì dolorosamente e lo stato di prostrazione andò irrimediabilmente accrescendosi, nonostante la benevolenza mostratagli anche da parte del nuovo re Ferdinando. Fu sepolto nel Monastero di San Girolamo all’Escorial. Visse celibe, conducendo un’esistenza sobria e appartata e costituendo un patrimonio ragguardevole, al quale attinse per opere di pietà e di religione, oltre che di mecenatismo scientifico. Le Novelle letterarie del 1749, nel dare la notizia della sua morte, scrissero che aveva lasciato all’unica erede, una nipote residente a Parma, un patrimonio valutato attorno ai tre milioni e mezzo di piastre, il più alto mai accumulato da un medico, superiore anche a quello del famoso opulentissimo Boerhave. La sua ricca biblioteca andò invece alla Società medica di Siviglia.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Studio, Registro dello Studio, 1711-1712, f. 7; Archivio di Stato di Parma, Registro dei Mandati, 11; F.X. Gonzales, Oración funebre del Sr. doct. D. Joseph Cervi caballero parmense, cathedratico de eminencia, Sevilla, 1748; J. Ortega, Elogio histor. del señor doctor D. Joseph Cervi a la Real Academia Medica Matrinense, Madrid, 1748; Novelle letterarie di Firenze X 1749, col. 79; I. Affò-A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 20-26; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani, Genova, 1877, 111; P.A. Saccardo, La botanica in Italia, in Memorie del Regio Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti XXV 1895, 49, XXVI 1901, 30; M. Varanini, P. Sacco e la sua scuola, Fidenza, 1931, 8; U. Baldini, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIV, 1980, 108-110.


-Parma 8 aprile 1891
Fu buon patriota e accorse volontario quando si trattò di combattere le battaglie per l’indipendenza d’Italia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di parma 10 aprile 1891, n. 97; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 403.


San Lazzaro Parmense 14 aprile 1880-Parma 14 agosto 1919
Commerciante, fratello di Ferruccio. Ardente e vibrante di entusiasmo per ciò che gli appariva giusto e bello, dedicò la breve vita a due passioni dominanti: l’arte e la politica. Fu per diversi anni critico musicale della Gazzetta di Parma, al tempo in cui le stagioni del Teatro Regio godevano di fama europea. Il suo temperamento lo portò spesso ad accese polemiche, tra le quali, violentissima, quella con Spartaco Copertini, critico del Piccolo. Negli anni in cui il mondo musicale di Parma era diviso in due schiere, di verdiani e wagneriani irriducibili, il Cervi fu wagneriano. Alcuni suoi articoli su Nietzsche e Wagner furono apprezzati da Cosima Wagner che gli manifestò stima e gratitudine. Fu acuto e attento studioso di tutta la musica contemporanea e il suo esame critico di Mussorgski e dei Russi, di Debussy e della scuola francese, rivelarono in lui un’illuminante e non comune capacità di giudizio e, per i Russi in particolare, quasi un senso profetico. Lo stesso spirito polemico e ardente che lo animò nelle battaglie dell’arte, il Cervi portò nella lotta politica. Credette religiosamente nella giustizia e nella libertà e di queste sue idee si fece propugnatore e apostolo con ogni mezzo e in ogni luogo. Dapprima socialista, poi sindacalista rivoluzionario e repubblicano, nell’ardore della campagna per l’intervento incorse nel reato di offese al Re. In una tumultuosa seduta del Consiglio Comunale di Parma dell’11 gennaio 1915, il Cervi, dal suo banco di consigliere, protestò vivacemente per il comportamento della polizia la quale aveva sciolto un corteo d’interventisti che volevano portare una corona di fiori sul monumento a Garibaldi dopo aver ascoltato un comizio del poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi. Ma tradito dall’impeto oratorio, come spesso gli capitava, uscì con questa frase: Ieri, dall’ultimo grande poeta civile d’Italia, ho appreso che il Re è vile: la monarchia dei Moriana è gelosa dell’epopea garibaldina. Denunciato e processato nell’aprile del 1915 a Piacenza, lo spirito di conciliazione e di affratellamento che tanti rancori placò tra gli italiani nei giorni della drammatica vigilia di guerra, favorì l’assoluzione, grazie anche alle virtù oratorie dei suoi due grandi difensori, Innocenzo Cappa e Agostino Berenini. Il Cervi lasciò alcuni volumi nei quali è raccolta parte dei suoi scritti. Tra gli altri, vanno ricordati Vibrazioni canore (Parma, 1915) e Parole d’arte e di guerra.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 47-48.


San Lazzaro 31 maggio 1850-post 1909
Fu apprezzatissimo studioso e cultore della lingua latina e greca, insegnante per quarant’anni nel ginnasio a Parma, e si dedicò con grande passione e competenza al teatro lirico come critico e come librettista (fu inoltre direttore della Filodrammatica Ettore Dominici, nella quale anche recitò). Scrisse nel 1880 per il maestro Napoleone Gialdi L’ultima notte di Carnevale e Lo zio d’America e come musicologo stampò, nel 1909 a Montecchio Emilia, un volumetto di appendici musicali.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 50.


Parma 1728
Fu pittore e architetto civile, attivo nell’anno 1728.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 138.

Parma 1574
Fu valido compositore di musica. Di lui si conosce solo la raccolta Di Barnaba Cervo da Parma il primo libro de Madrigali a’ cinque voci nuovamente posti in luce. (In Vinegia appresso l’Herede di Girolamo Scotto, 1574), dedicata al duca di Parma, Ottavio Farnese. Il Cervo dichiarò di essersi ispirato alla figura del fiammingo Cipriano de R ore (pure al servizio di Ottavio Farnese), di cui si definì allievo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, 1827, 575; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note d’Archivio, 1932; B. Meier, Melodiezitate in der Musik des 16. Jahrhunderts, in TVer, 1964; Dizionario musica e musicisti, Appendice, 1990, 166.


Parma V secolo d.C.
Di condizione incerta, apparentemente schiavile, fu co‹n›iunx di L. Aurelius Maurellius, che le pose, d(e) s(ua) p(ecunia), un’epigrafe databile presumibilmente a età tardo imperiale (mancanza di dittongo finale in Cervole e Victorine). Cervola sarebbe vissuta trent’anni. Cervola, ottenuto per deminutio da cerva, è sporadicamente documentato nel mondo romano (una volta anche al maschile), solo in questo caso in Cispadana e raramente nelle regioni transpadane. Victorina, che si riscontra in una seconda epigrafe parmense, è usato in questo caso come signum, altrimenti sconosciuto nella regio VIII, e presente, anche se non molto frequentemente, in Transpadana.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 78.

CESARE, vedi BAROZZI CESARE e RAVAZZONI CESARE


Parma 1486/1495
Tipografo. Fu attivo a Venezia nel 1486. Poi si unì con Bernardino dei Misinti da Pavia, col quale lavorò in Brescia nel 1492 e a Cremona dal 1492 al 1495. Stampò nella prima città le Grammaticae Institutiones di Cristoforo Barzizza (1492) e la Summa de sponsalibus et matrimonio di Giovanni Andrea. Successivamente a Cremona (dove si trasferì tra il giugno e il novembre 1492 assieme al Misinti, dato che quella città era priva di stampatori), nello stesso anno, il Dione Crisostomo, De Ilio non capto, il Petrarca, De remediis utriusque fortunae, e il dialogo De contemptu Mundi. Secondo l’Affò fu professore dell’Arte Tipografica.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori, III, 1791, XLIII-XLIV; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 235; A. Ciavarella, Storia della tipografia, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1967, 257; G. Borsa, Clavis typographorum, 1980, 246; Tipografia del Cinquecento, 1989, 169.


Parma prima metà del XVII secolo
Scultore in plastica attivo nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 376.


Borgo San Donnino 1 agosto 1881-post 1948
Negli anni precedenti la prima guerra mondiale, si entusiasmò alla figura di Alceste De Ambris, aderendo al sindacalismo rivoluzionario, fin da quando quest’ultimo aveva diretto la Camera del Lavoro di Parma e quando poi venne eletto deputato nel 1913, dopo il volontario esilio in Brasile e in Svizzera. A Borgo San Donnino furono molti a seguire l’esempio e la scelta del Cesari, costituendo un nutrito gruppo di repubblicani, che si dispersero momentaneamente per la guerra 1915-1918, distribuiti nelle varie unità operanti, per ricostituirsi, quelli che tornarono dal conflitto, sotto il simbolo dell’edera mazziniana. Rientrato a Borgo San Donnino, il Cesari si dedicò alla stagionatura e alla vendita dei salumi in un negozio del centro. Il Cesari fu uno dei protagonisti della vita politica di Fidenza dal maggio del 1944 all’aprile 1945. Il mese di maggio del 1944 fu veramente esiziale per Fidenza: i due bombardamenti del 2 e del 13 crearono una massa di problemi che non si potevano procrastinare. Tra le vittime sotto le rovine del giorno 2 ci fu anche il podestà in carica Attilio Pertusi, per cui la Prefettura dovette subito provvedere alla nomina di un Commissario (Mattioli di Parma). Tutti i Fidentini collaborarono (prezioso fu l’aiuto dei religiosi del Convento dei Cappuccini) e per prima cosa si dovette organizzare lo sfollamento nelle frazioni del Comune, cercando di salvare dalle macerie le poche suppellettili domestiche rimaste intatte. La gestione commissariale del Mattioli non durò a lungo e la Prefettura diede l’incarico di podestà, in via provvisoria, a Paride Bizzarri. Fu quindi nominato podestà il Cesari che non era mai stato iscritto al Partito fascista, né prima né dopo il 25 luglio 1943. Si mise subito al lavoro, sfollando gli uffici comunali nel Convento dei Cappuccini e la burocrazia amministrativa riprese a funzionare regolarmente. Il Cesari in molti casi si prese anche pesanti responsabilità, rischiando la deportazione o il carcere, realizzando iniziative coraggiose. In una di queste occasioni venne anche arrestato per otto giorni, prelevato dalla polizia della Repubblica Sociale Italiana e tradotto a Parma, su ordine prefettizio. Chiarite le ragioni del suo operato, fu scagionato e rientrò a Fidenza. Una sua iniziativa personale (ne informò la Prefettura a cose fatte) fu la distribuzione di quanto contenevano vari magazzini locali: centinaia di tonnellate di formaggio grana e di burro. Ogni famiglia ebbe quattro chilogrammi di formaggio e tre chilogrammi di burro, assicurandosi la scorta di grassi e facendo a meno della tessera annonaria per vari mesi. Alla fine della guerra il Cesari fu sostituito dal sindaco Roberto Marchetti. Il Cesari fu tra i primi a ricostituire la sezione del Partito repubblicano e nelle prime elezioni comunali pose la propria candidatura. Fu diffusa allora l’insinuazione che egli fosse stato indirettamente uno dei responsabili dell’eccidio dei tredici partigiani che il 10 aprile 1945 furono fucilati alle Carzole. Si disse che avrebbe potuto, come podestà, dissuadere i Tedeschi dall’esecuzione, il che non avrebbe fatto per paura. In realtà sembra accertato che il Cesari fosse all’oscuro di quanto stava accadendo e potè intervenire solo a fucilazione avvenuta.
FONTI E BIBL.: N. Denti, in Gazzetta di Parma 17 gennaio 1983, 3.


Parma 28 agosto 1836-Fiorenzuola d’Arda 11 giugno 1902
Figlio di Lorenzo e Luisa Bignaschi. Intraprese lo studio del violino nella città natale e, trasferitosi a Venezia, vi apprese il contrappunto dai maestri Rusca e Pietro Tonassi (si diplomò nel 1856). Dopo essere stato attivo musicista in diverse località d’Italia, nel 1860 fu maestro di violino a Fiorenzuola d’Arda e l’anno dopo entrò a far parte dell’orchestra del Teatro Municipale di Piacenza. Nell’aprile 1883 s’imbarcò a Genova per l’America del Sud in qualità di direttore della Compagnia d’Opera Ciacchi, la quale riscosse successi a Rio de Janeiro, Montevideo, Buenos Aires, Valparaiso e Santiago. In seguito a lusinghiere offerte, lasciata la compagnia, si stabilì a Valparaiso, ove operò come direttore d’orchestra e di bande militari. Qui compose anche il Canto a Prat, che venne scelto come inno nazionale cileno. A Valparaiso fondò l’Orfeon Municipale, la cui banda, per le bellissime esecuzioni e il superbo repertorio, fu giudicata il migliore complesso bandistico dell’America del Sud. Da ultimo si ritirò a vita privata. Come compositore lasciò varia musica strumentale da camera e vocale, nonché ballabili di genere brillante. Attivo anche nel settore della didattica musicale, il Cesari fu autore di una Storia della Musica Antica raccontata ai giovani musicisti (Milano, Ricordi, 1883), che fu tradotta in spagnolo da Manuel Valls y Merino, di un Prontuario del giovane violinista e di un Manuale di Storia e Teoria della Musica (Editrice Ricordi). Tornò in Italia verso la fine dell’Ottocento e si stabilì a Fiorenzuola d’Arda, città d’origine della moglie Eloisa Fulgonio.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico dei Parmigiani illustri e benemeriti, Parma, Battei, 1905, 30-31; Orchestre, 70-72; P. Datilini, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 78; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti 1 1926, 324 e 3 1938, 183.


Parma 1800
Conte. Fu pretore di Trento nell’anno 1800.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice, 56.


Parma 1693
Monsignore, fu Segretario del duca Ranuccio Farnese e poi suo ministro a Roma. Il Principe, per le benemerenze del Cesarini Sforza verso la sua Casa, gli concesse il titolo comitale estensibile ai discendenti maschi con patente del 16 giugno 1693 (Archivio di Stato di Parma, Patenti Sovrane, busta 17).
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 433.


-Aidussina 13 agosto 1916
Figlio del conte Lotario. Fu ufficiale del Regio Esercito. Morì in battaglia.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 433.

CESARIO, vedi CESARE DA PARMA


Padova ante 1648-post 1699
Fu lettore primario di leggi nello Studio parmense (1673), Consigliere ducale e Governatore della città (1695-1699).
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 223.


Parma XV secolo
Orefice del XV secolo artefice di un tabernacolo per la Certosa di Parma, poi trasportato nella Certosa di Pavia.
FONTI E BIBL.: Archivio Storico per le Province Parmensi 1878, 213; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 158.


Parma 1428
Calligrafo, del quale si conserva un codice (segnato Z, L, CCLXIX) nella Biblioteca Marciana di Venezia. Esso fu fatto fare da Andrea Valeri nel 1428. Detto codice è intitolato: Annaei Lucii Senecae, ad Lucilium amicum suum. Moralium, epistolarum, lib. XIX. Precedono: Epistola M.T. Ciceronis P. Lentulo proconsuli. Ego omni officio ac potius pietate erga te ceteris satisfacio omnibus; Tabula librorum, epistolarum Annaei Lucii Senecae. Consta di 151 fogli in membrana pulitissima e levigata, scritta con eleganza. Fu copiato ad istantiam viri nobilis et egregii Andree de Valeriis de Parma, per me Opizonem de Cysis scriptorem et civem parmensem. Anno Domini MCCCCXXVIII, die XXVIII aprilis. È un volume splendido non solo per finezza calligrafica, ma per l’accuratezza del testo. È adorno di graziose miniature nei margini e nelle lettere maggiori e nella prima lettera ha lo stemma dei Valeri con la scritta Andr. Nell’ultimo foglio, quasi vuoto, si leggono le seguenti parole Epistole Senece extimate pezze XXII et d. X, Va d. XXVIII. Andreas de Valleriis de parma scripsit.
FONTI E BIBL.: V. Lottici, Quattro copisti, 1903, 134-135; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 20.

CESIS LELIA, vedi PALLAVICINO LELIA


Parma 1535
Coniatore di monete e medaglie, attivo nell’anno 1535.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 144.

CESONO LEONARDO, vedi CESONI LEONARDO


Barletta 10 agosto 1924-Parma 29 luglio 1984
Si trasferì giovanissimo (il padre era un impiegato statale) a Parma dove si laureò in giurisprudenza nel 1949. Si dedicò subito alla libera professione e, dopo aver conseguito nel 1960 la libera docenza in diritto del lavoro, tre anni più tardi venne nominato incaricato, per la stessa disciplina, alla facoltà di economia e commercio dell’Università di Parma. Prima di assumere l’incarico aveva svolto, per quattordici anni, una intensa attività di studio, dando alle stampe numerose e importanti pubblicazioni, e una collaborazione disinteressata all’Ateneo parmense. Nel 1965 il Cessari vinse il concorso per la cattedra di diritto del lavoro nella facoltà di giurisprudenza di cui venne nominato Preside il 1° novembre 1969. Venuto a scadere il mandato, fu poi riconfermato, fino a quando, il 19 ottobre 1972, in riconoscimento delle sue capacità e della sua qualificata attività, fu eletto Rettore magnifico dell’Università di Parma per il triennio 1972-1975, quale successore del professore Carlo Bianchi. La nomina del Cessari a Rettore (il ventisettesimo della storia dell’Università di Parma) avvenne a larga maggioranza al termine del primo scrutinio. In precedenza, dal 1967 al 1969, aveva rappresentato l’Università nel consiglio di amministrazione degli Ospedali Riuniti e fatto parte del consiglio dello stesso Ateneo, acquisendo così una preziosa esperienza per il difficile mandato che gli fu poi affidato di lì a qualche anno. Fu poi chiamato a voti unanimi presso l’Università Statale di Milano, ma mantenne a Parma l’insegnamento della 1a cattedra di diritto del lavoro. Il Cessari visse intensamente anche gli anni della seconda guerra mondiale e della liberazione. Con il nome di battaglia di Claudio Solari prese parte attiva alla resistenza operando nella provincia parmense. Arrestato ben due volte, nel 1943 e nel 1944 (appena prima di essere nominato rappresentante della gioventù universitaria), venne sottoposto a torture da parte della polizia fascista. Per una fortuita circostanza non fu tradotto a Brescia per il processo: l’autocarro che doveva prelevarlo il 23 aprile 1944 venne mitragliato sul Po e non poté raggiungere Parma. Fu liberato con l’arrivo delle truppe alleate. Il Cessari lasciò una vastissima produzione scientifica, tra cui alcune pubblicazioni unanimemente giudicate fondamentali: L’interposizione fraudolenta nel rapporto del lavoro (1953), L’interpretazione dei contratti collettivi (1963), Il favore verso il prestatore di lavoro subordinato (1965) e Fedeltà, lavoro, impresa (1969). Fu anche fondatore, nel 1983, di una delle più prestigiose riviste giuridiche, La Rivista Italiana di Diritto del Lavoro. A suo merito va anche ascritta la fondazione della Scuola di specializzazione nelle discipline del lavoro annessa alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Parma. Fu pure insignito per i suoi meriti di studioso e docente della medaglia d’oro alla cultura. Fu contitolare, con l’avvocato Luciano Salvi, di uno dei più affermati studi professionali di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 30 luglio 1984, 4.

CESSARO, vedi CESARE DA PARMA

CHALEMBRUN MERCURE FERDINANDO, vedi CALEMBRUN MERCURE FERDINANDO


Parma I secolo a.C./V secolo d.C.
Bambina morta in tenera età (annum/os. menses quattuor) cui i parentes posero un’epigrafe, perduta, attribuibile, per la presenza della formula D.M. a età imperiale. La lacuna centrale, presente nei manoscritti e interessante il cognomen Charite (espresso pertanto probabilmente in forma diminutiva, Charitina), non è contemplata negli indici del CIL. Charite è cognomen grecanico, diffusissimo soprattutto in Italia, modestamente testimoniato tuttavia in Cispadana, presente a Parma in questo solo caso.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 79.


Parma 19 luglio 1824-Parma 30 gennaio 1896
Arruolatosi ventenne nell’artiglieria piemontese, fece le campagne del 1848 e 1849, col grado di sottufficiale. Richiamto dal padre, vecchio e infermo, lasciò il servizio e tornò in Parma. Nel 1859 prese parte alla organizzazione della guardia nazionale e nel gennaio 1860 ebbe la nomina di Sottotenente nell’artiglieria dell’Emilia, che fu poi incorporata nell’esercito sardo. Con questo grado fece la campagna del 1860-1861 e nel combattimento del 20 gennaio 1861 meritò la medaglia al valor militare. Nominato Capitano (1863), prese parte nel 1866 alla terza guerra d’indipendenza e il 24 giugno, alla battaglia di Santa Lucia del Tione, meritò un’altra medaglia al valor militare, comandando la 2a batteria del 9° Reggimento. Promosso Maggiore (1879), fu destinato presso il comando della fortezza di Genova, ove rimase dieci anni. Fu messo in posizione ausiliaria nel 1882 e sette anni dopo venne addetto alla riserva, nella quale fu promosso Tenente colonnello nel 1895. Fu insignito di varie onorificenze.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti, nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, o per altra guisa notevoli, Parma, 1905, 31; E. Michel, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 665.

CHECHET, vedi CORTESI FRANCESCO GIOVANNI ANTONIO

CHELER FORTUNATO, vedi KELLER FORTUNATO


Pellegrino 1682
Fu Commissario di Pellegrino Parmense nell’anno 1682.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.


Parma 1693/1695
Fu cantante alla Corte Farnese di Parma dal 1° dicembre 1693. Fu licenziata il 15 febbraio 1695.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma 1677/1701
Suonatore di tiorba, fu alla Corte ducale di Parma dal 26 ottobre 1677 fino a che venne licenziato, il 19 maggio 1691. Il Chelleri fu pure alla Steccata di Parma dal novembre 1678 al 30 aprile 1696, nel qual giorno fu licenziato. Intervenne tuttavia alle funzioni più solenni, come in quella dell’Annunciazione del 1701, e anche in occasioni particolari alle feste della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 136.

CHELLERI AGOSTINO, vedi KELLER AGOSTINO

CHELLERI FORTUNATO, vedi KELLER FORTUNATO


1777-Parma 1842
Fu benefattrice del Monte di Pietà di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 241.


Parma ante 1810-1856
Sacerdote e cronista, fu autore dell’opera Le grandi epoce sacre diplomatiche cronologiche critiche della chiesa vescovile di Parma (3 voll., Parma, 1835-1839).
FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 120.


Parma 12 ottobre 1820-1881
Figlio di Pietro e Elisabetta Debrai. Fu medico chirurgo valente e tenente colonnello nelle guerre d’indipendenza del 1859 e del 1866.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 283.


Parma 21 luglio 1877-Parma 1932
Figlio di Enrico ed Emma Musiari. Medico, di famiglia oriunda della Francia. Fu aiuto nell’Istituto di Anatomia umana dell’Università di Parma con Antonio Pensa e insegnante di anatomia topografica fino alla morte. Per molto tempo fu anche medico del carcere di San Francesco in Parma. Ricoprì le cariche di consigliere comunale e di direttore sanitario della Pubblica Assistenza. Lasciò una trentina di pubblicazioni scientifiche, tra cui notevoli sono gli studi sull’anatomia topografica del collo.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 48; T. Marcheselli, Strade di Parma, II, 1989, 283.


Correggio 9 febbraio 1636-Modena 3 febbraio 1728
Fu cappuccino dell’antica provincia di Lombardia (Parma), predicatore e letterato. Polemizzò contro gli eretici e fu cappellano dei soldati del Duca di Mirandola nella campagna di Candia contro i Turchi. Per tre volte fu Ministro provinciale, maestro dei novizi e promotore della consacrazione alla Vergine Immacolata della sua provincia. Tradusse la Solitude séraphique del padre Giuseppe da Dreux: Solitudine serafica ovvero esercizi spirituali per un ritiramento di dieci giorni secondo il vero spirito di San Francesco (Piacenza, 1706), inserendovi il Breve metodo per fare con profitto gli esercizi spirituali (edito dal padre Michelangelo da Ragusa, Milano, 1705). Il manoscritto delle sue Meditazioni per gli esercizi spirituali di dieci giorni ad uso privato dei frati Minori cappuccini ebbe molte trascrizioni.
FONTI E BIBL.: Bernardo da Bologna, Bibliotheca scriptorum Ord. Min. cap., Venezia, 1747, 62; G. Tiraboschi, Biblioteca modenese, II, Modena, 1782, 97; Placido da Pavullo, Gli scrittori francescani di Reggio nell’Emilia, Reggio Emilia, 1931, 9; Felice da Mareto, Missionari cappuccini della provincia parmense, Modena, 1942, 40-41; Melchiorre da Pobladura, Historia generalis Ord. Min. cap., II, 1, Roma, 1948, 210, 232, 233; Felice da Mareto, in Enciclopedia Cattolica, III, 1949, 1413.

CHERUBINO DA PARMA, vedi ANZOLA ANGELO FRANCESCO


Colorno 4 luglio 1809-Colorno 11 febbraio 1890
Appartenne a una famiglia francese stabilitasi in Italia durante l’Impero napoleonico. Provvisto di beni che gli permisero indipendenza e libertà di attendere alle pubbliche amministrazioni, dedicò a esse la miglior parte della sua attività. Consigliere anziano nel 1837, Sindaco nel 1839, Podestà nel 1843-1848, rinunciando in seguito ripetutamente a queste due ultime cariche, a cui venne ripetutamente proposto, egli fu diligentissimo consigliere e assessore del Comune di Colorno. Tenne per lungo tempo la carica di Deputato dell’8° Comprensorio del Po e fu uno dei fondatori dell’asilo infantile, che lasciò erede dei suoi beni. Dal Governo borbonico e da quello italiano ebbe una quantità di altre incombenze che disimpegnò sempre con equità e giustizia. Degli avvenimenti politici e amministrativi di Colorno, e per incidenza di Parma, di cui fu autorevole testimone e parte durante il XIX secolo, il Chevé lasciò un diario manoscritto assai importante. Diario che alcuni amministratori dell’asilo infantile di Colorno, cui pervenne in eredità, non coscienti della gravità del loro atto, diedero alle fiamme col pretesto che il Chevé negli ultimi tempi della sua vita vi aveva raccolto qualche pettegolezzo, lesivo a persone ancora viventi. Con questo gesto sconsiderato perirono notizie preziose e curiosi aneddoti della Corte di Maria Luigia d’Austria e degli ultimi Borbone di Parma. Si salvò solo un fascicolo di minute, tra cui importantissime quelle che riguardano gli avvenimento del 1848 e del 1859. In quegli anni il Chevé contribuì alla formazione della Guardia nazionale, di cui divenne capitano e tenne le veci di comandante. Lasciò scritto: Non era posto questo che non avesse la sua importanza, non essendo ancora sufficientemente generalizzate le nuove idee, per cui esistevano germi di reazione, e ad evitare e scongiurare ogni occasione conveniva agire con attività e molta prudenza. Accadde bensì il 7 aprile 1848 nel paese un tumulto reazionario, che fu represso; ritornarono pure i Borboni con conseguenti rigori, di cui erano capaci, ma io non ebbi mai a subire il più piccolo sfregio, né da parte degli uni né degli altri, giacché tutto ciò che tende all’ordine e ad evitare mali peggiori non può essere soggetto d’odio o di vendetta. Il nuovo Governo ricompensò l’amor patrio e le benemerenze dello Chevé nelle pubbliche amministrazioni nominandolo Cavaliere della Corona d’Italia. Il Chevé raccolse documenti e opuscoli del Risorgimento, che egli poi conservò con gelosa cura.
FONTI E BIBL.: G. Lombardi, in Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 671; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 347-348.


Mezzani 1893/1911
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Diede spiccata prova di slancio ed ardimento sotto il fuoco nemico (Sidi - Abdallah, Derna, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.


Casale di Mezzani 1922-Caracas 1986
Lasciò Parma, dove faceva il meccanico di biciclette, nel 1947, per tentare la fortuna in Sudamerica. In Venezuela diventò titolare di due grandi industrie metallurgiche, una a Caracas e una a Valencia. Appassionato di musica lirica, nei suoi frequenti ritorni a Parma creò alla Corale Verdi il premio, abbinato al proprio nome, per giovani cantanti. Per il suo mecenatismo, la Corale Verdi lo nominò Presidente onorario.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 94.

CHIAPETTI VINCENZO, vedi CHIAPPETTI VINCENZO


Bedonia 1878-Caorso 25 aprile 1935
Dopo aver frequentato il Seminario diocesano e il Collegio Alberoni di Piacenza ed essere stato consacrato sacerdote, andò come curato a Salsomaggiore e poi, come parroco, a Cereseto. Diventò quindi Arciprete di Caorso. La sua figura fu ricordata non solo per la sua attività pastorale ma anche per lo zelo dimostrato nel far restaurare e decorare la chiesa parrocchiale e nel far costruire il monumentale asilo-scuola di catechismo. Per questi suoi meriti il Comune di Caorso lo insignì di medaglia d’oro.
FONTI E BIBL.: Nuovo Giornale 26 aprile 1935; E. Cordani, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 78.


Parma 21 ottobre 1660-Bologna 1730
Figlio di Pietro Giovanni e Antonia Asconi. Secondo di cinque figli maschi, visse con la numerosa famiglia fino al 1676, anno nel quale entrò nel terz’ordine di San Francesco nel Convento di Santa Maria della Carità a Bologna, dove terminò gli studi e pronunciò gli ordini (assumendo il nome di Vincenzo, con cui poi firmò tutte le sue opere), orme che calcarono anche due dei fratelli, negli ordini dei Carmelitani e dei Serviti. La famiglia Chiappetti (che si estinse verso la metà del XVIII secolo) abitò a Parma in una delle case del conte Pietro Giovanni Bondani, amico del padre e padrino di battesimo del Chiappetti. Questa casa era nel centro della città, nella vicinia di Sant’Andrea, chiesa nella quale la famiglia Chiappetti ebbe una cappella gentilizia che servì da sepolcro per i membri laici della stessa. Oltre alla familiarità con i conti Bondani, i Chiappetti ebbero rapporti con i duchi Farnese fin dai tempi del padre Pietro Giovanni, che dal duca Ranuccio Farnese fu beneficiato di alcuni beni della Camera e al quale prestò la sua opera di procuratore. Dal 1685 il Chiappetti fu in vari conventi del nord Italia (Cremona, Pavia, Piacenza, Vicenza, Rimini e Ferrara) e ricoprì diverse mansioni, tra cui quelle di Priore in Santa Maria del Quartiere a Parma (vi istituì anche una biblioteca, da lui arricchita e diretta), di Maestro dei Novizi, revisore dei manoscritti prima della stampa per la Santa Inquisizione nelle province di Vicenza (1702) e Venezia e di lettore di filosofia (1685, Cremona) e sacra teologia (1694, Parma). Svolse inoltre la professione di architetto militare e scrittore che, come sottolinea il Bédarida nel suo libro Parma e la Francia, conciliò perfettamente con il suo stato di religioso: di fatto, dal 1699 al 1727 produsse una serie di manoscritti a carattere scientifico, scritti per puro diletto. Il suo primo volume conosciuto è del 1708. Appartiene al filone di architettura militare, scritto nel Convento di Santa Maria della Carità a Bologna dove fu discepolo di Gian Battista Bergonzoni, architetto e confratello. Ma fu a Parma dove produsse la maggior parte delle opere, che spaziano dall’architettura civile a quella militare, dall’idrografia alla meccanica, dalla matematica alla fisica, all’astronomia. I suoi volumi, tutti manoscritti autografi, sono inediti. Se ne conoscono ventisei: ventitré sono presso la Biblioteca Palatina di Parma (per acquisizione della biblioteca del Convento di Santa maria del Quartiere, soppresso nel 1810) e tre nella Biblioteca farnesiana portata nel 1736 a Napoli da Carlo di Borbone e conservati alla Biblioteca Vittorio Emanuele III di quella città. Fu certamente per questa notevole mole di volumi che Angelo Pezzana, nelle sue Memorie degli Scrittori e Letterati Parmigiani del 1833, definisce il Chiappetti faticosissimo scrittore e ritiene immenso il suo sapere. Il Chiappetti scrisse buona parte dei suoi trattati per i duchi Francesco e Antonio Farnese, suoi protettori, come si deduce dalle dediche che presentano e dalla corrispondenza epistolare che intrattenne con loro. Ma il rapporto col duca Francesco Farnese fu ulteriormente rafforzato dalla malattia che li accomunò e così il soffrire di mal di pietra li portò entrambi a essere devoti di San Liborio. Il Chiappetti, tra le varie discipline scientifiche, si interessò di ingegneria idraulica, studiò il sistema idrografico di tutto il bacino del Po e avanzò varie proposte in funzione della sicurezza delle acque. Per Parma fece al Duca l’importantissima proposta di realizzare una navigazione artificiosa bidirezionale attraverso due canali: il primo ricavato dai torrenti Enza e Cedra e il secondo dai torrenti Taro, Baganza e Parma fino al Po. Tale proposta fu particolarmente elogiata dallo stesso Pezzana che la ritenne idea luminosa, tutta da riferire al Chiappetti e non ai successivi tempi del Du Tillot, come si credette. Oltre a frequentare la Corte ducale, durante i suoi spostamenti il Chiappetti conobbe varie personalità di rilievo, tra cui il padre Vincenzo Maria Coronelli, geografo e cosmografo della provincia di Venezia, con il quale carteggiò e disquisì su alcune macchine militari, e il senatore bolognese Girolamo Albergati Capacelli, al quale diede idee progettuali per la Villa a Zola Predosa fuori Bologna (in un suo volume di architettura civile è un progetto completo di questo singolare edificio, connubio tra architettura civile e militare). Nei manoscritti di architettura civile, il Chiappetti analizza tutto ciò che concerne le fabbriche: dai teatri alle chiese, dagli ordini architettonici ai complementi e tecniche costruttive, dalle abitazioni civili di tutti i gradi della scala sociale, ai palazzi, ville e giardini, animato, come afferma, dal desiderio di dare delle regole per migliorare le costruzioni. Il Chiappetti presenta, in particolare, il suo Alfabeto di Architettura con disegni supportati da assonometrie e didascalie esplicative, dicendo che la materia di cui tratta non è per Rethorici, ma per Mastri di terra che risguardano figure a bracio; per professori che s’imbrattano di calcina, gesso, molta et simili materie. Più che un trattato teorico è un manuale, reso ancor più pratico dalla scala metrica, il bracio, usata per la proporzione dei disegni: dico che le misura sono segnate con nome di bracio, ma non è nome rigoroso di bracio, ma è nome genericco, che può nomarsi ò piede, modulo, ò bracio commune, purché sia questa total’ misura diuidibile per dodeci parti, tanto basti perché con questa regola già mai si può fallare, adoprata la dovuta proportione secondo la contingenza. In questi volumi non fa cenno a luoghi o costruzioni specifiche. Attento alla realtà che lo circonda, ne trae interpretazione con mente scientifica, proponendo un’infinità di modelli. A un’attenta comparazione con la realtà delle città nelle quali il Chiappetti visse, sono riconoscibili vari monumenti esistenti e in particolare vi sono carte con disegni e annotazioni sul Casino dei Boschi a Sala, residenza di caccia dei Farnese, e sulla Villa Ducale a Colorno, residenza estiva degli stessi duchi. La frequentazione del Chiappetti teorico dell’architettura con i Farnese, apre nuove interpretazioni sulla paternità di quest’ultimo edificio. Il Chiappetti è ricordato solo per qualche breve citazione in materia di architettura civile. In generale la sua opera è bollata come verbosa, ampollosa e mancante di contenuti innovativi. Se si indaga però l’ambiente socio culturale che fece da sfondo alla formazione del Chiappetti, si nota che proprio in quegli anni avvenne una grande rivoluzione dei metodi di indagine scientifica. Rivoluzione che lo coinvolse e che ne fece a tutti gli effetti un uomo del suo tempo. Nella seconda metà del Seicento la forte pressione demografica richiese la bonifica delle zone paludose: il Chiappetti scrisse ben sette libri relativi a questa disciplina, due dei quali sono tra quelli dedicati ai Farnese e trasferiti a Napoli. Le basi dell’idraulica fluviale, che è la scienza maggiormente affrontata dal Chiappetti, furono poste da Benedetto Castelli, da Brescia, e dal bolognese Gian Domenico Guglielmini, con il quale è ipotizzabile un contatto, diretto o indiretto, del Chiappetti. È quindi indubbia una partecipazione, anche se marginale, del Chiappetti a quel complesso fermento di ricerca e sperimentazione. Un clima così ricco e articolato da spingerlo a occuparsi per parecchi anni di questi argomenti: i primi scritti di idrografia risalgono al 1708 mentre gli ultimi sono del 1723. Vi sono molti altri fattori che sottolineano la partecipazione attiva del Chiappetti alle problematiche del suo tempo e che quindi smontano quella definizione un po’ superficiale di mero copiatore di nozioni. Il Chiappetti scrisse dieci libri di architettura militare e cercò una corrispondenza col padre Vincenzo Maria Coronelli in merito a un opuscolo da quest’ultimo pubblicato sulla materia. Il Chiappetti gli rivolse degli appunti e chiese chiarimenti su alcune macchine belliche che il Coronelli aveva descritto, ma quest’ultimo rispose brevemente con un biglietto senza entrare nel merito della questione. È possibile che Coronelli non ritenesse il Chiappetti un interlocutore abbastanza preparato sull’argomento per intavolare una discussione, ma è anche possibile che egli fosse stato punto sul vivo dalle sue osservazioni e non volesse quindi dargli importanza né tantomeno scendere sul rischioso piano della discussione. L’architettura civile sembra infine essere stata per il Chiapetti una breve ma intensa parentesi, che egli sviluppò tra il 1709 e il 1712. Un periodo molto limitato rispetto a quello dedicato ad altre discipline: forse il Chiappetti ritenne di aver esaurito l’argomento con l’ultimo dei suoi tre volumi oppure, cosa più probabile, valutò che l’idrografia e l’architettura militare potessero interessare maggiormente i duchi Farnese. Il Chiappetti sperò nella pubblicazione dei suoi scritti (lo dice più volte), ma questa non avvenne mai. Anche l’architettura civile si inserisce nel panorama di interessi scientifico-tecnici del Chiappetti, non come momento estemporaneo, libero gioco-artistico, ma assai più verosimilmente come risultato delle sollecitazioni culturali di un’epoca complessa e contraddittoria. L’architettura civile del Chiappetti si inserisce in quella trasformazione della trattatistica che, iniziata col Seicento, vide scomparire la volontà cinquecentesca di descrivere la materia architettura come un tutto, di darne regole precise e manualistiche (Vignola), per specializzarla. Questa specializzazione può assumere la forma di autobiografia (Borromini) o separare campi un tempo uniti, come l’architettura militare, l’idraulica o la meccanica. Il Chiappetti non inserì il capitolo dedicato ai metodi di costruzione in nessuno dei suoi tre libri di architettura civile, lo collocò invece nella meccanica. Separò cioè l’elemento pratico da quello teorico. Infine è possibile trovare nel Chiappetti un ulteriore punto di contatto con la sua epoca: l’accostamento a quella corrente funzionalista e razionalista che ebbe nel Settecento i suoi massimi esponenti, i quali per la maggior parte non furono architetti ma letterati (Cordemoy, Laugier, Lodoli), come del resto non fu architetto il Chiappetti. L’architettura per il Chiappetti deve rispondere a esigenze ben precise di luce, aria, comunicazione interna e regolarità delle stanze. I tre libri del Chiappetti dedicati all’architettura civile sono ricchissimi di disegni, che non hanno niente a che vedere con la raffinata pulizia formale degli scenografi suoi contemporanei ma che esprimono proprio questa aspirazione alla sperimentazione delle forme e delle funzioni. Una ricerca a volte esasperata del nuovo e del non in uso, mediante l’elaborazione di tutti i possibili modelli geometrici, che vengono utilizzati per ogni tipo edilizio o suo elemento, una ricerca che solo apparentemente è quindi votata al capriccio, alla stramba, come lui stesso afferma, ma che si può legittimamente leggere come logica conseguenza della sua formazione tecnico-scientifica. L’opera del Chiappetti è tanto ricca di riferimenti pratici, politici ed economici, quanto invece è carente di indicazioni tecniche, che, quando ci sono, vengono inserite in tutt’altra disciplina, la meccanica: parlando dei teatri, il Chiappetti arriva a sottolineare l’ingiustizia dei privilegi della nobiltà nei confronti del popolo, scagliandosi contro la soluzione dei palchetti che, a suo parere, rubano spazio per favorire il comodo di pochi eletti, descrivendo una lussuosa villa di campagna, egli sottolinea come le scelte distributive siano mirate alla buona conduzione dell’economia domestica, e così via. La complessità del Chiappetti, che tanto scrisse ma niente riuscì a pubblicare, dalla formazione scientifica e non certo artistica, emerge a poco a poco dai suoi scritti. Gli incarichi da lui avuti come lettore di filosofia e di morale, revisore di libri e bibliotecario, testimoniano l’ampiezza e la varietà della sua erudizione. Dall’elenco dei libri presenti nella biblioteca del convento di Santa Maria del Quartiere, di cui si occupò, risultano rilevanti interessi storici, figurano inoltre opere geografiche, scritti d’occasione, libri di filosofia, teologia, dottrine della chiesa, opere relative alle discipline militari, scritti di politica, di etica e di medicina.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 50-51; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 112-113; L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1933, 197; P. Spotti, in Gazzetta di Parma 24 novembre 1997, 5; F. Siclari, I manoscritti di Vincenzo Chiappetti alla Biblioteca Palatina di Parma, in Il Disegno di Architettura 16 1997, 44-47; F. Siclari, Chiappetti, il francescano ingegnere alla ricerca di una nuova metodologia di indagine scientifica, in Archivio Storico per le Province Parmensi XLX 1998.

CHIAPPETTI VINCENZO, vedi CHIAPPETTI ANGELO AUGUSTINO


Talignano 1834-Talignano 7 gennaio 1915
Figlio di Antonio e di Luigia Menozzi. Prestò servizio di leva a Parma nelle giornate che seguirono l’uccisione di Carlo di Borbone (1854) e l’avvento a Parma dell’unità italiana. Arruolatosi poi nell’esercito italiano (1860), si distinse in vari scontri in Romagna e nella repressione del brigantaggio nel Napoletano.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 124; F. Botti, Talignano, 1973, 87-88.


Rossena o Ciano d’Enza-Roma 16 aprile 1721
Ebbe i natali da Cesare e da Elisabetta. Servì la casa Sanvitale nella persona del conte Federico. In seguito si portò a Roma, dove, nel 1677, ebbe dal papa Innocenzo XI il beneficio di Santa Lucia nella chiesa di San Nazzaro di Reggio. Si applicò allo studio delle cerimonie sacre, tanto che meritò di essere eletto Cerimoniere pontificio. La carica gli procacciò l’onore di essere adoperato in molte circostanze importanti e sotto quattro consecutivi pontefici. Antonio Baldassarri, che nel 1721 gli dedicò la sua Aggiunta alla scelta de’ Concilj nazionali e provinciali, così si rivolge al Chiapponi: I Vicarj di Gesù Cristo l’hanno adoperata per tanti lustri nelle sacre Cerimonie in Roma, ed in altre Città, non ostante la malagevolezza de’ tempi nelle Legazioni Pontificie. Sallo Modena, che l’ammirò direttore della Legazione del Cardinal Giacopo Boncompagni Arcivescovo di Bologna, ed Amalia allora Regina d’Ungheria, ed eletta in Reina de’ Romani, e poscia Imperadrice. Sallo Nizza, la qual Città con istupore videla soprastante a quella del Cardinal Giuseppe Archinto Arcivescovo Milanese, inviato alla Sposa del Cattolico Re Carlo II Maria Aloisia Gabriella, la quale di Principessa di Savoja divenne Reina di Spagna. Sallo Napoli, che contemplolla Soprintendente all’altra dell’Eminentissimo Carlo Barberini, mandato Legato a Filippo V Monarca delle Spagne. Che più? Milano la vide regolatore della Legazione dell’Eminentissimo Imperiali al Re Carlo eletto Imperadore; e Parma sua degna patria altresì giubilò quando ella diè regola all’altra del Cardinal Gozzadini in occasione delle Reali Nozze della Principessa Elisabetta Farnese col Regnante Re Cattolico: senza dir nulla, che a lei toccò la sorte di accompagnare l’Eccellentissimo D. Carlo Albani, inviato dalla Santità di Nostro Signore Clemente XI ad incontrare Giacomo Re d’Inghilterra pel Cerimoniale tra i Cardinali, e Sua Maestà Brittanica; e col porre sotto silenzio, che alla sua perizia venne data l’incumbenza d’ordinare i soliti Riti della tradizione della Berretta Cardinalizia all’Eminentissimo Pignatelli, portagli nel Santuario di Loreto da Monsignor Annibale Albani, oggi Eminentissimo Cardinale, e meritevolissimo Camerlengo della Santa Romana Chiesa. Il Chiapponi, che possedette una scelta collezione di libri e manoscritti, fu sempre molto stimato per la sua prudenza. Fu sepolto nella chiesa del Gesù di Roma. Furono suoi eredi i Gibertini di Parma, imparentatisi col Chiapponi tramite una sua sorella.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 341-343.


Parma 1453
Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Guglielmo una campana nel Duomo di Parma. Erano peritissimi nell’arte loro, per cui il vescovo Delfino onorolli di speciale patente (Scarabelli Zunti, v. II, p. 88).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 112.


Parma 1453
Fonditore di campane attivo nella seconda metà del XV secolo. Nel 1453 fuse assieme al fratello Giovanni una campana nel Duomo di Parma. Erano peritissimi nell’arte loro, per cui il vescovo Delfino onorolli di speciale patente (Scarabelli Zunti, v. II, p. 88).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 112.


Parma secolo XVII
Scrisse La Geometria applicata all’architettura militare (ms. nella Biblioteca Palatina di Parma).
FONTI E BIBL.: L.A. Maggiorotti, Dizionario architetti e ingegneri, 1933, 197.


Parma 21 febbraio 1888-6 febbraio 1970
Figlio di Giustiniano e Antonia Barberi. Continuò e sviluppò, con rilevante successo sui mercati nazionali ed esteri, l’attività di stagionatura e commercializzazione del formaggio Parmigiano Reggiano dell’azienda di famiglia Pelagatti Isotta vedova Chiari, fondata dagli avi nei pressi di Barriera Santa Croce in Parma nel 1839.
FONTI E BIBL.: L’improvvisa scomparsa del commendator Antonio Chiari, in Gazzetta di Parma 7 febbraio 1970; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 244; Cento anni di associazionismo, 1997, 394.


Parma 13 novembre 1881-post 1941
Figlia di Enrico e Teresa Bocchia. Dopo aver compiuto gli studî a Parma, ottenne l’abilitazione all’insegnamento del francese e della religione. Si diede all’insegnamento primario e scrisse per i bambini e opere pedagogiche e religiose: La dottrina cattolica e la pedagogia (Torino, 1918), La donna e le missioni cattoliche (Parma, 1918), Coi nostri piccini (Torino), Andiamo incontro a Gesù, Viviamo con Gesù, Santi d’Italia (Torino, 1928). Collaborò con la rivista Scuola Italiana Moderna.
FONTI E BIBL.: G. Casati, Dizionario degli scrittori d’Italia, Milano, 1925, II; G. Casati, Manuale di letture per le biblioteche, le famiglie e le scuole, Milano, 1921, 159; G. Casati, Scrittori cattolici italiani, Milano, 1922, 18; M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile italiana, Milano, 1936, 306; Bandini, Poetesse, 1941, 155.


Parma 21 gennaio 1846-Parma 12 gennaio 1890
Figlio di Giuseppe e Apollonia Adorni. Volontario, fece la campagna risorgimentale del 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 gennaio 1890, n. 15; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 403.


1846-Collecchio 1 giugno 1918
Figlio di Ignazio. Impiegato comunale, cedette la sua casa, posta in Via Spezia, al Comune di Collecchio, per adibirla a sede municipale, allorché l’amministrazione, cercando una sede nuova e più spaziosa, avrebbe voluto acquistare la Villa Baduini. La casa del Chiari fu poi detta Municipio Vecchio. Il Chiari rimase al servizio del Comune di Collecchio per oltre 43 anni e fu collocato a riposo il 4 ottobre 1965 a causa della sua epilessia.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.


-Parma 15 settembre 1864
Fu volontario nella campagna risorgimentale del 1859.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 settembre 1864, n. 210; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 403.


Parma 1892-Monte San Michele 22 ottobre 1915
Perito geometra, figlio di Antonio. Sottotenente di complemento del 111° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Dovendosi rinnovare l’attacco ad una posizione con la truppa molto scossa dal veemente fuoco del nemico, si slanciava avanti con il suo plotone riuscendo coi più ardimentosi dei suoi uomini a conquistare la posizione stessa. Cadeva ucciso.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17, 23, 26 novembre 1915 e 22 agosto 1916; Bollettino dell’Associazione Agraria 20 novembre 1915; La Giovane Montagna 27 novembre e 4 dicembre 1915; La Cronaca 17 novembre 1915; Rivista Eroica anno 1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 72; Decorati al valore, 1964, 81.


Praticello di Gattatico 2 agosto 1896-Parma 28 gennaio 1973
Si formò alla scuola di Paolo Baratta all’Accademia di Belle Arti di Parma, studiando poi con l’architetto Gian Giuseppe Mancini. Fu pittore sensibile, che non amava mettersi in mostra: solo qualche quadretto a sporadiche collettive. Le sue opere sono in genere bianconeri, ove però il bianco e il nero sono gli ultimi colori di cui ci si accorge, tanto le superfici fresche e poetiche riescono a rendere il tono su differenti valori cromatici. Sono impressioni di soggiorni in collina, di costruzioni ammorbidite nella vegetazione, tecnicamente esili, dall’essenziale materia che graffia appena i sottofondi. L’efficacia dell’insieme supera spesso il mezzo, raggiungendo effetti di una piacevolezza che si accosta alla poesia. Il Chiari si espresse in questi paesaggi trasparenti che scivolano tra le macchie inconsistenti del velo di colore, in questa pittura misurata. Ma la sua attività fu molto più vasta: dal disegno (conservò carpette intere di schizzi dedicati ai ragazzi più espressivi del Lambruschini) all’architettura e alla scultura (suo, con Froni, fu a esempio il monumento ai Caduti di Sant’Ilario e suo fu il progetto per il munumento ai martiri di Cefalonia al cimitero di Parma), dall’arredamento (una sua Suorina in ferro figura in un numero della rivista Domus del 1939) alla realizzazione di illustrazioni per testi scolastici (uno dei quali fu adottato nel Cremonese per le operaie di una fabbrica di ceramiche). Un’attività vastissima, quindi, e in buona parte ancora da scoprire.
FONTI E BIBL.: E. Padovano, Dizionario artisti contemporanei, 1951, 83; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 29 gennaio 1973, 4.


Parma 22 agosto 1887-1969
Figlio di Enrico e Maria Negri. Fondatore con le famiglie Forti e Medioli della ditta Chiari e Forti, comprese ben presto l’importanza strategica dell’insediamento produttivo contiguo a supporti infrastrutturali razionalmente ubicati sul territorio e costruì nel 1920 il più moderno complesso molitorio italiano a Porto Marghera (dotato di banchine di ricevimento materie prime e spedizione prodotti con silos della capacità di 100000 quintali). Alla fine degli anni Trenta diversificò l’attività estendendola al settore oleario con due prodotti (olio Topazio e olio di mais Cuore) che con il successo conseguito comprovano le sue capacità intuitive.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 395.


Parma 1914/1915
Allievo scenografo dell’Accademia di Belle Arti di Parma, nella stagione 1914-1915 lavorò al Teatro de la Societad Española, dove mise in scena con plauso un Amleto.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Collecchio 1840/1859
Fece costruire, intorno al 1840, la casa che poi il figlio Ercolano vendette al Comune di Collecchio per farne la sede municipale. Fu tra gli offerenti al Comitato di soccorso ai militari delle guerre d’indipendenza. Fu Sindaco di Collecchio tra il 1857 e il 1859.
FONTI E BIBL.: Si ripristina l’edificio che ospitò il municipio, in Gazzetta di Parma 30 ottobre 1976, 11; Malacoda 8 1986, 43.

CHIARI ISIDORO, vedi CLARIO TADDEO

Collecchio 21 maggio 1870-Parma 22 dicembre 1958
Figlia di una maestra e del segretario comunale, fu nominata maestra provvisoria a Collecchio appena diciannovenne, il 26 settembre 1889. Partecipò alla prima guerra mondiale come crocerossina. Il battesimo del fuoco fu terribile e nelle settimane trascorse nel piccolo ospedale a ridosso delle trincee, sul Carso, la Chiari rivelò le sue doti di umanità, dedizione e fermezza. Sul campo ricevette promozioni dalla Croce Rossa, assunse incarichi di alta responsabilità e conobbe Cesare Battisti e Fabio Filzi. Dopo Vittorio Veneto, tornò a Collecchio e riprese l’insegnamento. In seguito, due guerre la videro ancora in prima linea: quella d’Africa e il secondo conflitto mondiale. Fu la donna più decorata d’Italia: fu infatti insignita delle mostrine di quindici campagne militari, una medaglia d’oro, due d’argento, due croci di guerra e varie di bronzo. Ebbe anche l’onore di conversare alcuni minuti con il re Vittorio Emanuele di Savoja.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 dicembre 1958, 4; U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 25 gennaio 1960, 3.

CHIARI MARIA PAOLA, vedi MIAZZI MARIA PAOLA

CHIARI RACHELE, vedi DAZZO RACHELE

CHIARI TADDEO, vedi CLARIO TADDEO


1805-Vigolante 1893
Sacerdote, fu vice cancelliere della Curia di Parma. Il vescovo Miotti lo volle con sé a Roma per il giubileo sacerdotale di papa Leone XIII. Ritiratosi a Vigolante in tarda età, il Chiari venne circuito da Valentino Costa, proveniente dalla Corsica, che in gioventù aveva fatto il girovago spostandosi per le sagre con un orso ammaestrato. Questo equivoco personaggio riuscì a diventare erede universale del Chiari (aggiudicandosi anche una sua villa), con disappunto della Curia.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 25 luglio 1988.


Parma 1544
Pittore attivo nell’anno 1544.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 176.


Roma 1936-Parma 1996
Discendente da una nobile famiglia genovese dalla quale ereditò il titolo di marchese, si laureò in medicina a Parma e si specializzò in dietologia e psichiatria infantile, ma amò soprattutto l’antiquariato e le arti decorative, divenendo un esperto di liberty e di déco. Nel 1972 aprì la galleria La Rocchetta, in Strada dei Farnese, poi nel 1979 Borgobello in Borgo Montassù. Fu procuratore nazionale del disegnatore di moda russo-francese Erté e del cartellonista piemontese Garretto. Fu inoltre consulente artistico del Comune di Parma, organizzatore di mostre a tema a Mercanteinfiera (Ente Mostre di Parma), regista di opere verdiane e scrittore di piccoli libri a tiratura numerata.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 94.


Parma XVIII/XIX secolo
Sacerdote, fu scrittore drammatico attivo tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 241.


Roccalanzona 1926-Case Orlando di Varano Marchesi 14 gennaio 1945
Il Chiavarini, diciassettenne, si unì ai partigiani nell’ottobre del 1943. Raggiunse Case Castelli (Varano Marchesi) unendosi alla squadra di Zanbasàn. Partecipò ad azioni di guerra soprattutto nella zona di Riviano. Per un certo tempo, nell’estate del 1944, operò nei dintorni del castello di Roccalanzona. Durante il grande rastrellamento dell’inizio di gennaio del 1945 da parte dei Tedeschi e dei fascisti, il Chiavarini, come gli altri compagni, si sganciò dal gruppo per non essere catturato. Da Varano Marchesi pensava di risalire a Visiano e poi ridiscendere a Roccalanzona dove abitava la famiglia. L’operazione non andò a buon fine: venne catturato nei pressi della chiesa di Visiano. Sotto al giubbotto aveva tenuto la maglietta con la scritta Aquila rossa e i nazifascisti pensarono di aver catturato un famoso comandante partigiano che aveva lo stesso nome di battaglia. Venne arrestato e portato a Varano Marchesi (8 gennaio 1945). Lì venne barbaramente bastonato. La sera del 9 gennaio lo portarono, con altri, a Case Orlando, dove da tempo si era installato un comando dei bersaglieri e un gruppo di Tedeschi. Il Chiavarini fu nuovamente torturato da un maresciallo genovese della compagnia Monterosa. Venne finito quattro giorni dopo con un colpo di fucile al cuore. Fu decorato di medaglia d’argento al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Capo pattuglia contrastava efficacemente, nel corso di un violento combattimento, l’avanzata nemica, a protezione dello sganciamento della formazione. I nazifascisti, alla fine, ne vincevano l’accanita resistenza, facendosi scudo di inermi cittadini. Catturato, assumeva su di sé la responsabilità delle perdite inflitte al nemico, ottenendo la liberazione dei commilitoni. Seviziato per carpigli informazioni, risultati vani i reiterati tentativi, veniva barbaramente trucidato. Nobile esempio di altruismo e di valore.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 novembre 1992, 8; R. Cerocchi, in Gazzetta di Parma 24 aprile 1994.

CHIAVELLI ARISTIDE, vedi CHIAVELLI MODERANNO


Parma secolo XIX
Fu modesto attore, suggeritore e amministratore di compagnie teatrali.
FONTI E BIBL.: M. Ferrarini, Parma teatrale ottocentesca, 1946, 75.


Fontanellato 16 giugno 1869-Parma 5 ottobre 1962
Iniziò, portatovi da singolare predilezione, gli studi musicali, che dovette bruscamente interrompere per una caduta che gli lasciò una permanente menomazione nella mano destra. Entusiasta per le cose dell’arte e dotato di una indomita volontà, riuscì allora ad addestrare la mano sinistra al disegno e si iscrisse all’Istituto di Belle Arti di Parma (1885). La sua passione per il disegno lo rese talmente noto nell’ambiente della scuola artistica che, ancora prima del diploma, l’architetto Pancrazio Soncini lo volle nel suo studio come disegnatore. A ventiquattro anni si diplomò a pieni voti nel corso di disegno architettonico (1893), di cui era titolare Enrico Bartoli. Dopo il diploma il Chiavelli esercitò l’insegnamento di geometria descrittiva e architettura presso la scuola serale annessa all’Istituto di Belle Arti (1894-1913) e prestò contemporaneamente servizio come impiegato straordinario nell’Ufficio Tecnico del Comune di Parma (1894). Collaborò così a vari progetti di edifici pubblici: la scuola elementare Pietro Cocconi (1898), all’angolo di Via Cocconcelli e Strada del Quartiere, con l’ingegnere Raffaele Villa, e il Macello Pubblico, con gli ingegneri Giorgio Alessi Canosio e Gino Fornari. Nel 1904 eseguì, in collaborazione con l’ingegnere Guido Albertelli, la facciata dell’Albergo Croce Bianca (in Piazza della Steccata, distrutto dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale). Rimasto solo alla conduzione dell’Ufficio tecnico, coadiuvato soltanto dal geometra Baroni, non si lasciò sfuggire la grande occasione, da tempo attesa, di poter imporre in piena autonomia le proprie idee, eseguendo il progetto del Palazzo delle Poste. Questo incarico gli fu affidato sotto il sindaco Giovanni Mariotti e il Chiavelli (che lavorò alla progettazione assieme all’architetto Olindo Tomasi) seppe impostarlo e risolverlo magistralmente, ideando un nitido blocco con un ampio spazio interno in comunicazione sia con Via Pisacane che con Via Melloni. La facciata principale su Via Pisacane, nel suo variato intreccio di richiami classicheggianti, portati sul piano decorativo a un icastico espressionismo floreale fine a se stesso, qualifica stilisticamente l’esterno dell’edificio. Il cornicione a dentelli, le numerose cornici, le paraste con capitello, la trifora centrale, posta su un lungo balcone, e le bifore ai lati dimostrano la volontà del Chiavelli di restare fedele ai richiami dell’eclettismo e della ventata umbertina, pur nell’affiorare del gusto Liberty. Ma la sovrabbondanza dei rilievi plastici che impreziosiscono l’edificio non rompe l’ampio respiro dell’armonico e ben calibrato volume, che trae la sua configurazione planivolumetrica da precise considerazioni di carattere urbanistico. L’ampio salone interno, le cui caratteristiche principali sono la copertura a vetrata e la suddivisione verticale delle pareti, ricorda molto da vicino l’atrio dell’Hotel Corso di Milano (1903-1905), progettato dagli architetti Cattaneo e Santamaria. Il complesso, la cui realizzazione richiese cinque anni (1905-1909), testimonia l’interesse e l’utilità di una progettazione totale, resa possibile dalla stretta collaborazione del Chiavelli con artisti di notevole valore: Cleomene Marini (decorazione pittorica del salone), Alessandro Marzaroli (decorazione plastica del salone), Paolo Baratta (figure allegoriche del vestibolo su Via Melloni) e Riccardo Del Prato (rilievi plastici della facciata principale). L’opera ebbe molti ammiratori e anche parecchi denigratori, che la stigmatizzarono per la ridondanza del suo apparato decorativo. Questa prima esperienza importante mise le ali all’entusiasmo del Chiavelli, che con la costruzione di quell’edificio entrò a far parte del novero dei più prestigiosi costruttori parmigiani. Subito dopo il Chiavelli eseguì alcuni lavori sul lato orientale del Palazzo del Comune, uniformandone la facciata appesantita da infelici aggiunte. Maturò intanto la nomina del Chiavelli ad architetto capo-sezione dell’Ufficio Tecnico, un premio da lui lungamente atteso (aveva prestato la propria opera per quindici anni senza alcuna qualifica specifica). La promozione arrivò nel 1913, anno in cui l’amministrazione civica rinnovò i suoi quadri del personale. Il Chiavelli, dimostrandosi funzionario di prim’ordine, organizzò un ufficio progetti che nulla ebbe da spartire con quelli tradizionali e retrogradi dell’Italia umbertina: il Chiavelli tenne saldamente in pugno per un ventennio le principali attività edilizie di Parma, vigilando con scrupolo sulle licenze di costruzione e imponendo con fermezza il rispetto dei regolamenti. Si erano ormai spente le polemiche sul Palazzo delle Poste quando il Chiavelli elaborò il progetto dell’imponente edificio delle Scuole Tecniche (1914), affacciato sul lungo Parma Maria Luigia. Concepito come monoblocco pluripiano secondo la più castigata logica costruttiva, l’edificio è caratterizzato dalla fitta trama delle finestre e dalle fascie marcapiano e s’impone per la sobria chiarezza della ritmica struttura. L’opera fu ultimata solo dieci anni dopo (1924), per la carenza di materiali del periodo bellico e post-bellico. Venne invece portato a compimento il ripristino dell’antico palazzo Gherardi (1915), in Via Farini, trasformato in Istituto Tecnico. Nessun motivo ornamentale e nessuna arbitraria aggiunta fu inserita nell’originario contesto architettonico. Dopo una lunga parentesi bellica, il Chiavelli progettò e diresse dei lavori di restauro sul lato ovest della Pilotta (1922), dove ha sede l’Istituto di Belle Arti, e disegnò la fronte su Viale Mariotti della nuova ala dell’edificio, occupata dal Museo Nazionale d’Antichità, sistemandone inoltre la scala e provvedendo al riassetto dei vari locali e a una razionale disposizione dei reperti archeologici. In quest’ultimo lavoro egli proporzionò con esattezza la lunga facciata, in armonia con la vicina mole centrale dell’edificio, senza l’ausilio di elementi decorativi se non con l’uso del mattone faccia a vista. Dimostrò così che il decorativismo di cui si era servito in precedenza non condizionava la sua opera di costruttore. In concomitanza con questo lavoro il Chiavelli affrontò il restauro e la sistemazione interna di alcune parti del Convento benedettino di San Paolo (1922) e disegnò la facciata del palazzo dell’Azienda Municipalizzata Pubblici Servizi (1923), nel rispetto rigoroso di linee classiche, in armonia da un lato con palazzo Marchesi, dall’altro con l’antico campanile. Nel 1930 provvide ai restauri del Palazzo del Giardino e ai lavori di trasformazione in un unico vano delle due salette a nord dell’atrio del Teatro Regio, modificandone il sistema di copertura. Nello stesso periodo portò a compimento il già iniziato edificio progettato dall’ingegnere Enrico Tognetti in collaborazione con l’ingegnere Bruno Cornelli per gli Istituti Biologici dell’Università, ma poi sede dell’avviamento professionale Pietro Giordani, e disegnò la lapide marmorea murata nella facciata, con la dedica ai Caduti dettata da Arnaldo Barilli (1931). Queste opere diedero grande notorietà al Chiavelli, soprattutto nell’ambito della committenza privata. In questo senso, tra gli edifici a uso abitativo che maggiormente testimoniano un’intensa attività progettuale, sono sicuramente villa Romanelli in Viale Martiri della Libertà (gennaio 1909), casa Tirelli in Via Emilia Est (gennaio 1909), il rifacimento della facciata di casa Valesi in Via D’Azeglio (luglio 1911), la sistemazione e il sovralzo di casa Chiapponi (maggio 1911), palazzo Piazza in Via XXII luglio, con Olindo Tomasi, con decorazioni pittoriche al piano terra (1912), villa Masini a Barriera Farini (maggio 1916), palazzo Giovannacci per il costruttore Zanchi, sempre in collaborazione con Tomasi, presso Barriera Repubblica (1918), il rifacimento di palazzo Tosi in Borgo Giacomo Tommasini (1920) e forse casa Battioni, realizzata sempre per il costruttore Zanchi, il cui progetto inoltrato all’Ufficio d’Arte è tuttavia a firma dell’architetto Faraboschi. Gli anni dal 1909 al 1920 rappresentarono infatti il periodo più intenso della sua attività professionale e coincisero anche con il periodo più fertile della produzione architettonica del primo Novecento. Gli anni successivi lo videro impegnato in numerose opere pubbliche, in particolare in alcuni restauri, rifacimenti e riattamenti di facciata. Nel campo funerario sono da segnalare le cappelle Leoncini, Fulgoni, Caprioli, Romanelli e il monumento Marchelli. In provincia costruì la facciata, la cupola e il campanile delle chiese di Felegara e di Calestano ed eseguì altre opere minori a San Pancrazio, Collecchio, Fontevivo, Monticelli Terme, Sant’Ilario di Baganza, Sant’Ilario d’Enza, Polesine Parmense, Terenzo e Selva del Bocchetto. Dimesso dal servizio a 64 anni per raggiunti limiti di età (1933), il Chiavelli si ritirò dalla professione attiva, pur continuando sino a tarda età a produrre disegni e progetti di varia natura, che lo portarono a realizzare alcune case economiche nel 1936, in Via Emilia Est e in Via Langhirano, e nel 1938, in Via Milazzo e in Via Imbriani. Fu socio effettivo dell’Accademia Parmense di Belle Arti di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 282; Parma nell’Arte 3 1963, 240-241; G. Capelli, Architetti del primo Novecento, 1975, 81-85; Gli anni del Liberty, 1993, 94.


Parma seconda metà del XVI secolo
Fabbricatore di carte da gioco attivo nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 131.

CHIAVINI MICHELE, vedi PORRI MICHELE

Tizzano 20 luglio 1895-11 novembre 1917
Risiedette a Noceto. Fu soldato nel 20° Reggimento Fanteria. Morì combattendo eroicamente.
FONTI E BIBL.: Caduti di Noceto, 1924, 25.

CHIDIGLIA QUINTAVALLE AUGUSTA, vedi GHIDIGLIA AUGUSTA

CHIENI FERDINANDO, vedi CHIER FERDINANDO

CHIEPPI AGOSTINO, vedi CHIEPPI LUIGI AGOSTINO


Castel San Giovanni 12 novembre 1830-Parma 7 settembre 1891
Primogenito di sette fratelli, trascorse la fanciullezza in un ambiente povero ma dignitoso e profondamente cristiano. Il padre, Raimondo, era capomastro, la madre, Benvenuta Maffi, casalinga. Con sacrifici e privazioni della famiglia, fece i suoi studi privatamente sotto la guida del canonico professor Molinelli e dai padri gesuiti di Piacenza. Studiò poi nel Collegio Alberoni a Piacenza dove entrò, avendone vinto il concorso, il 2 novembre 1847, una volta compiuti gli studi ginnasiali. Si distinse per pietà e intelligenza e fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1853. Rimase nel Collegio Alberoni a completare e perfezionare gli studi fino al 1855, poi andò quale professore di umanità e retorica nel ginnasio di Borgo Taro. Unì all’insegnamento scolastico l’attività apostolica e organizzativa a favore della gioventù del luogo con intenti e metodi decisamente pionieristici. Per motivi di salute, nel 1860 si trasferì a Parma divenendo professore del Ginnaio comunale dove rimase anche come vice-direttore per tre anni (1860-1863), fino a quando, cioè, perdette il posto perché si rifiutò di prendere parte a un Te Deum organizzato dai liberali in occasione della festa dello Statuto (30 ottobre 1863). Rimase comunque a Parma quale precettore nella famiglia patrizia Biondi (1863-1865), dandosi nel frattempo a un’intensa attività pastorale come predicatore, confessore e direttore spirituale. L’anno seguente (1866), l’ondata di anticlericalismo si abbatté anche su Parma: il vescovo Felice Cantimorri e il suo vicario generale Francesco Benassi furono relegati a Cuneo a domicilio coatto (1866). Il Chieppi, sotto la stessa minaccia, si ritirò nella casa paterna a Castel San Giovanni, ma ci rimase pochi mesi (1867). Scelto per virtù e scienza dal vescovo Villa, collaborò nel restaurare spiritualmente alcune parrocchie di Parma. Inoltre fu teologo canonico e protonotario apostolico della Cattedrale di Parma (1877), dando un valido contributo alla cultura religiosa del tempo, biblica in particolare. Si laureò presso l’Almo Collegio Teologico di Firenze in sacra teologia nel 1879 e nel 1882 entrò a far parte dei sessanta dottori collegiali della stessa Università di Firenze. Si dedicò alla predicazione che estese a molte città d’Italia e al giornalismo, inteso come veicolo di diffusione del pensiero cattolico. Fu sempre pronto alle richieste dei vescovi che in quegli anni si succedettero a Parma: fu residente nella chiesa di San Vitale (1867), economo spirituale di San Benedetto (1876, ne restaurò la chiesa lo stesso anno), canonico teologo della Cattedrale (1877), aggregato al collegio teologico parmense (1884). Prestò la sua opera evangelizzatrice anche collaborando ai giornali locali Il Veridico e il Mentore delle Famiglie e fu direttore (dal 1889 alla morte) di quello che allora era il giornale diocesano di Parma, La Sveglia. Fu un appassionato cantore delle glorie di Maria, che intese e mostrò nel suo stretto riferimento a Cristo. L’amore in particolare alla gioventù gli fece pensare a una forma d’insegnamento catechistico, organizzata nella struttura parrocchiale e diocesana e specializzata nella didattica e nella metodologia. Studiò con ardore il problema dell’organizzazione di circoli di Azione Cattolica maschili e femminili, per arginare il laicismo e il liberalismo. Le migliori espressioni dell’attività sacerdotale del Chieppi in campo sociale si possono riassumere in un triplice impegno: l’apostolato dei laici, la dedizione ai poveri e la sua congregazione. Ricco di cultura nelle scienze sacre e profane e nella loro evoluzione, e avvalorato da una ricca esperienza di persone e di ambienti, fondò in Parma il 14 aprile 1865 una modesta congregazione, costituita inizialmente da cinque membri, tra cui Anna Micheli, una giovane popolana ricca di virtù, che fu sua fervente collaboratrice. Compì così la sua più grande aspirazione: raggiungere un numero illimitato di persone cui annunciare il piano salvifico di Dio. Chiamò la congregazione Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Mentre continuava ad attendere alla sua multiforme azione di servizio alla Chiesa, cui si mostrò sempre fedelissimo, scrisse le Regole per il suo istituto delineando in esse una chiara spiritualità cristocentrico-mariana con tipico accento ecclesiale. Contemporaneamente il Chieppi continuò a essere presente nella vita della Chiesa di Parma. Uno degli incarichi più importanti di quegli anni fu la nomina a coadiutore al promotore del Sinodo, nel 1878, e successivamente fu eletto dallo stesso Sinodo esaminatore sinodale. Nell’anno 1890 il Chieppi ricevette un altro incarico di rilievo: il vescovo Miotti lo incaricò di rappresentarlo all’VIII congresso di Lodi. Le Regole tracciate dal Chieppi ebbero l’approvazione del vescovo di Parma Andrea Miotti il 27 novembre 1892. L’Istituto ebbe il decreto diocesano di erezione canonica l’8 dicembre 1905. Alla morte del Chieppi, avvenuta all’età di 60 anni, la piccola congregazione contava trentacinque suore, tre novizie e una postulante, suddivise in sei case: due in Parma per l’educazione della gioventù, tre in provincia per l’assistenza agli anziani e infermi in ospedaletti e una in provincia di Piacenza. Le suore assistevano anche gli ammalati a domicilio. La vita d’azione dell’Istituto ebbe le più ampie applicazioni in forme nuove, secondo le necessità dei tempi, nei settori dell’assistenza in genere, anche perché le Regole furono ispirate a un senso di modernità ed elasticità, frutto della multiforme esperienza personale del Chieppi, il quale volle che i membri sentissero il dovere continuo del progresso culturale e dello spirito di trasmissione per svolgere un adeguato servizio alla Chiesa. La congregazione, di diritto pontificio dal 10 maggio 1941, arrivò ad avere 84 case in Europa (Italia, Svizzera, Spagna, Principato di Andorra), in America Latina (Cile) e in Africa (Zaire). La casa generalizia è in Parma, nella cui cappella si trova custodito il corpo del Chieppi. Il 14 novembre 1941 il vescovo di Parma Evasio Colli diede inizio al processo diocesano sulla fama di santità e di virtù del Chieppi, proclamato servo di Dio. Dopo due anni di intenso lavoro, il processo venne chiuso il 29 gennaio 1944 e presentato alla Sacra Congregazione dei Riti il 21 luglio 1945, ove venne ufficialmente aperto il 9 agosto dello stesso anno. In varie tappe furono richiesti dalla Sacra Congregazione studi sull’ambiente socio-culturale di Parma, sul mondo e linguaggio del popolo parmense dove la congregazione operò ai tempi del Chieppi e una raccolta di documentazione a complemento del processo stesso. Approvata la Positio super scriptis, la causa percorse il suo normale iter, secondo la legislazione per le cause dei santi.
FONTI E BIBL.: A. Chieppi, in La Sveglia 7 settembre 1891; G. Zini, Monsignor Agostino Chieppi, in La Sveglia 16 settembre 1891; L. Sanvitale, Cenni biografici di monsignor Agostino Chieppi, Parma, 1891; E. Picco, Biografia di Monsignor Agostino Chieppi, Parma, 1900 (manoscritto); G. Parma, Vita di monsignor Chieppi, fondatore delle Piccole Figlie, Parma, 1923; G. Parma, Anima candida, Subiaco, 1928; B. Conti, Monsignor Agostino Chieppi e l’opera sua, Parma, 1930; Summarium del processo ordinario, 1941-1945; Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria 1-2 1964-1965; G. Parma, Vita di Monsignor Agostino Chieppi, fondatore delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, Parma, 1930; Vita di Monsignor Agostino Chieppi, a cura della Postulazione, Bergamo, 1941; Specchio delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, preceduto da un Florilegio di altri scritti del fondatore servo di Dio Agostino Chieppi sulla dottrina e spiritualità della congregazione, a cura della Congregazione delle Piccole Figlie, Roma, 1970; C. Negri, Le intuizioni della catechesi moderna nel pensiero, negli scritti, nell’attività del servo di Dio Agostino Chieppi, tesi di laurea, Pontificio Istituto Regina Mundi di Roma, 1972; Al cenno di Dio. Vita di don Agostino Chieppi, a cura della Congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, Parma, 1977; Don Agostino Chieppi e la sua opera, Parma, 1980, traduzione in francese e in spagnolo; Don Agostino Chieppi nel 150° della nascita, Parma, 1980; M. Cattenati, Monsignor Agostino Chieppi nel contesto sociale culturale ecclesiale del suo tempo, Parma, 1981 (manoscritto); T. Brizzolara, Un povero prete, Parma, 1982, traduzione in spagnolo; Enciclopedia Ecclesiastica, II, 1944, 103; P. Calliari, in Dizionario Istituti di Perfezione, II, 1975, 895-897; R. Lecchini, Suor Maria Eletta, 1984, 6; F. Molinari, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 79; A. Leghisa, in Bibliotheca Sanctorum, Appendice, I, 1987, 320-322; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 158; P. Ferrari, in Gazzetta di Parma 5 giugno 1989, 3; Gazzetta di Parma 31 luglio 1990 e 6 settembre 1990; B. Perazzoli, Agostino Chieppi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1990, 252-253; V. Sani, in Gazzetta di Parma 13 maggio 1991, 3; Positio super virtutibus Servi Dei Augustini Chieppi, Congregatio pro Causis Sanctorum, Roma, 1988, 542; Informatio super virtutibus Servi Dei Augustini Chieppi e Quadro storico-religioso-culturale nel corso dell’esistenza del Servo di Dio, Congregatio pro Causis Sanctorum, Roma, 1987; Guido Maria Conforti - Le Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria - Lettere e documenti dal 1895 al 1931, a cura di Franco Teodori, Roma, 1980, 1024; Andrea Ferrari e Guido Maria Conforti nella Chiesa di Parma 1850-1893, a cura di Franco Teodori, Roma, 1983, 1093; Quaderni di prima cronaca, 1865-1891, manoscritto; M. Massera, Memorie sulla Confondatrice Anna Micheli, manoscritto; Raccolta documenti, Archivio particolare della Congregazione delle Piccole Figlie, Parma; G. Lentini, Agostino Chieppi, 1990.


Parma seconda metà del XVII secolo
Fu pittore e incisore di soggetti militari. Nell’inventario (1713) dei quadri di Clara Zimarmani, compilato da L. Tramonti e I. Spolverini, figurano battaglie del Chier, lo stesso artista ricordato da Zani (volume VI, p. 178) col nome di Chieni.
FONTI E BIBL.: La battaglia nella pittura del XVII e XVIII secolo, 1986, 347.


Parma 1890/1910
Falegname, eseguì gli infissi e il portone in legno della chiesa di Vicofertile in occasione dei restauri progettati e diretti da Lamberto Cusani.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 155.


Parma 1762/1782
Falegname, nel 1762 aiutò Gherardo Bernardi nel coro di San Marcellino in Parma. È ricordato, sempre per lavori effettuati a Parma, in queste altre date: 1780 pagamento per un coro, 1782 credenzoni in Sant’Antonio, in collaborazione con Giacomo Ballarini, 1782 riproduzione ridotta della Cappella del Santo Sepolcro di Gerusalemme in San Sepolcro.
FONTI E BIBL.: Soncini, 1932, 40, nota 1; Mendogni, 1979, 80-81; Il mobile a Parma, 1983, 260.


Parma seconda metà del XIX secolo
Scultore, fu aggiunto sostituto nella Scuola di Scultura dell’Accademia di Belle Arti di Parma nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: P. Martini, Scuola delle arti belle, 1862.

CHIERICI GIOVANNI LEONARDO, vedi CLERICI GIOVAN LEONARDO


Soragna 1773
Intagliatore, artefice nell’anno 1773 di sei portapalme in San Giacomo a Soragna.
FONTI E BIBL.: Colombi, 1975, 55; Il mobile a Parma, 1983, 260.


Montechiarugolo 1919-Parma 26 aprile 1945
Figlio di mezzadri, entrò nella Resistenza col nome di battaglia Bill (fu vice-commissario di distaccamento della 3a Brigata Julia). Venne ucciso da un franco tiratore appostato sulla torre del Governatore in Piazza Garibaldi: fu l’ultimo partigiano a pagare con la propria vita la liberazione di Parma.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 95.


Parma prima metà del XIX secolo
Pittore figurista, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 211.

CHIERICI PAOLO GRAZIANO, vedi CLERICI PAOLO GRAZIANO


Cortile San Martino 1915-Celeannjie 15 luglio 1941
Figlio di Luigi. Guardia di Finanza, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Infermiere al seguito di una colonna in operazione di rastrellamento, durante un attacco si prodigava nel soccorrere i feriti, incurante del pericolo. Colpito a morte immolava la vita per la Patria.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1943, Dispensa 65a, 4784; Decorati al valore, 1964, 65-66.

Parma 1878/1913
Tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento pubblicò presso la casa editrice Battei di Parma numerosi libri a uso delle scuole elementari: sillabari, abachi, guide per il comporre, volumi di storia, geografia, scienze fisiche e naturali, igiene ed economia domestica.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 224.

CHIERICI ROBERTO, vedi anche CLERICI ROBERTO

CHIERINI MICHELE, vedi PORRI MICHELE


Parma 1767
Fu un avventuroso artista di circo. Nel giugno 1767 il Chiesa arrivò a Turku, in Finlandia, dopo aver fatto il giro di tutto il Golfo di Botnia. Un anno prima fu visto a Cristiania (l’attuale Oslo). Si portava dietro un cammello, un orso, due istrici africane, due asini e quattro scimmie e gli animali, per di più, sapevano persino dare spettacolo. Le autorità di Turku mostrarono molta benevolenza verso un programma tanto inconsueto, anche perché stava per cominciare la fiera locale. L’ottenimento della licenza di spettacolo per otto giorni prevedeva il pagamento di 500 talleri d’argento a favore dei poveri e di altrettanti per l’ospedale. Il Chiesa pagò coscienziosamente quanto da lui dovuto prima di proseguire nel suo viaggio, prima per Helsinki e poi ancora verso l’Est.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1976, 162.


Trecasali-Tobruk 22 dicembre 1911
Figlio di Temistocle. Caporale maggiore del 20° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Addetto al reparto mitragliatrici, combatté strenuamente, rimanendo colpito a morte presso la sua arma.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 126.


Parma 1676/1677
Pittore e decoratore a smalto, lavorò a Parma negli anni 1676-1677 per papa Innocenzo XI.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 61.

Parma 1740
Intagliatore. Nell’anno 1740 realizzò l’altare maggiore in San Martino a Varano Melegari.
FONTI E BIBL.: Bernini, 1976-1977, 3; Il mobile a Parma, 1983, 258.


Parma 1705/1733
Scultore e intagliatore, ricordato per la realizzazione dei seguenti lavori: 1705 sei candelieri grandi, due piccoli e una croce per l’altare maggiore in San Vitale, uguali a quelli già realizzati in San Giovanni Evangelista; 1713 acconto ricevuto per l’altare maggiore; 1715 sei candelieri e una croce nella chiesa parrocchiale di Diolo; 1711-1717 c. ancona maggiore in San Pietro Apostolo; 1720 puttini, urna, festoni e mensa dell’altare maggiore in Certosa; 1726 modello dell’ancona maggiore in San Vitale, su disegno dell’architetto Pietro Righini, sedili e sgabelli del coro nella chiesa parrocchiale di Diolo; 1731 baldacchino nella chiesa parrocchiale di Parola; 1733 Crocifisso nell’oratorio di Sant’Antonio a Soragna.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Docum., VI, 243 v., VII, 43; E. Guerra-A. Ghidiglia, 1948, 27-36; Colombi, 1975, 221; Il mobile a Parma, 1983, 257.

CHIESA, vedi anche DALLA CHIESA e DELLA CHIESA


Bassa Reggiana 1902-Parma 15 gennaio 1996
Si laureò in chimica e farmacia all’Università di Bologna. Nel 1935 acquistò un piccolo laboratorio galenico nel centro di Parma. Passati gli anni bui del secondo conflitto mondiale e della crisi, l’attività crebbe e il laboratorio non bastò più. Il 1955 coincise con l’apertura di un nuovo impianto industriale con il marchio Chiesi Farmaceutici, nella zona nord della città, in Via Palermo. Iniziò in quel periodo un successo destinato a fare della Chiesi un’azienda farmaceutica d’avanguardia. Vennero allora lanciati i prodotti più innovativi che fecero la storia dell’azienda: dai farmaci per la terapia dell’ulcera (come il Ljter e l’A-Col) e per le malattie reumatiche ai prodotti ginecologici. Lo sviluppo dell’azienda non conobbe soste e andò di pari passo con le affermazioni personali del Chiesi il quale, dopo essere stato, nel 1945, uno dei fondatori dell’Unione parmense industriali, venne eletto consigliere e vice-presidente dell’Associazione nazionale di categoria, Farmunione. A metà degli anni Cinquanta il Chiesi creò una nuova linea di profumi, Roi de Rome, e qualche tempo dopo rilanciò una vecchia azienda di profumeria, la Borsari e C. Antica Casa 1870. I figli Alberto e Paolo entrarono a fare parte dell’azienda nel 1965. Seguirono anni di ricerca e innovazione, in cui vennero creati nuovi farmaci: antinfiammatori, analgesici, antiasmatici, per la terapia delle malattie cardiovascolari e neurologiche. Protagonista e artefice dello sviluppo della ditta, il Chiesi riuscì a vivere a lungo a sufficienza per essere testimone dei successi e della dimensione internazionale dell’impresa: quattro centri di produzione in Europa e in Sudamerica, due centri di ricerca in Italia e negli Stati Uniti, sette aziende associate in Francia, Spagna, Svizzera, Brasile e Pakistan, un totale di 1600 dipendenti di cui 900 in Italia, una diffusione di settanta milioni di confezioni l’anno, 360 miliardi di lire di fatturato nel 1995, di cui il 12% speso in ricerca e sviluppo e il 45% ottenuti all’estero. La sua azienda fu ascritta tra le prime cinque del mercato farmaceutico nazionale a capitale italiano. Socio fondatore e Presidente del Lions Club di Parma, il Chiesi fu anche amante dell’arte e dell’antiquariato e collezionista.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 gennaio 1996, 8; Cento anni di associazionismo, 1997, 395.

CHIEVINI MICHELE, vedi PORRI MICHELE


Parma 1823/1824
Sottotenente, fu prigioniero di guerra dei Francesi durante l’ultima campagna di Spagna, presente nel 1823-1824 nel deposito stabilito nel Dipartimento dello Cher.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

CHILLI FLORO, vedi DEL CHILLA FIORIO


Parma 21 luglio 1890-
Figlio di Attilio e Corina Pessina. Sergente del 137° Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Si slanciava, tra i primi, a capo di un manipolo di arditi sorpassando con i suoi compagni la linea nemica. Rimasto gravemente ferito, conscio sempre del suo dovere, era ancora di incitamento ai suoi dipendenti. Magnifico esempio di sacrificio e di valore (Castagnevizza, 20 agosto 1917).
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1919, 734; Decorati al valore, 1964, 81.


Busseto 1627
Organista. Il 20 gennaio 1627, per volontà testamentaria di Giuseppe Vitali e della moglie, venne fondata a Busseto la cappella musicale di San Bartolomeo. Nel rogito sono menzionati il Chinelli e Annibale Fieschi, primo maestro di Cappella (Seletti, Storia di Busseto, III, 153-154).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Moletolo 24 maggio 1610-Parma 15 giugno 1677
Detto l’Occhialino. Nacque da Marc’Antonio e Peregrina. Poco si sa della sua vita e della sua attività se non che fu sacerdote e maestro di cappella a Novara e poi a Parma. Dalle dedicatorie delle sue opere si può desumere che vivesse anche a Venezia e probabilmente per un certo periodo in Germania. Maestro di cappella del Duomo di Novara dal 15 ottobre 1631, successe a Ignazio Donati, uno dei più stimati maestri di cappella del suo tempo, che fu chiamato a dirigere la cappella del Duomo di Milano. A partire dal 1° giugno 1634 il Chinelli fu nominato maestro di cappella della Cattedrale di Parma e dal 25 settembre dello stesso anno fu investito di un beneficio che mantenne fino alla morte. Nello stesso periodo ebbe l’incarico di maestro di canto dei chierici nel locale seminario. Assentatosi dall’incarico dal 1637 al 1652 per ragioni rimaste sconosciute, fu sostituito nelle funzioni principali da Olivo della Steccata. Tornato a Parma in occasione delle feste di Natale del 1652, riprese il servizio presso la stessa Cattedrale con le mansioni sia di organista sia di maestro di cappella. Secondo il Pelicelli, il periodo della sua attività a Parma sarebbe da suddividere tra il 1634 e il 1637, il 1652 e il 1658 e dal 1660 alla morte. Secondo il Larousse, il periodo della sua permanenza a Parma va retrodatato tra il 1631 e il 1635, anni in cui fu quasi certamente a Novara. Tra il 1660 e il 1664 fu attivo come maestro di cappella presso l’Accademia della morte a Ferrara, come risulta dal manoscritto conservato nella Bibliteca comunale Ariostea di Ferrara (Classe I, Coll. Antonelli), in cui il Chinelli viene elencato nel catalogo dei maestri di cappella in data 1660 come R.do sig. d. Giovanni Battista Chinelli deto l’Ochiallino Parmeggiano (Cavicchi). Delle sue composizioni, pubblicate a Venezia presso Alessandro Vincenti salvo diversa indicazione, si ricordano: Messe a quattro, cinque e otto voci, parte da cappella, e parte de concerto, con il basso continuo per l’organo, con una posta nel fine, concertata a 6 voci e 6 instromenti, li quali possono tralasciare, facendosi essa senza le sinfonie opera terza (Venezia, Bartolomeo Magni, 1634), Il Primo Libro de madrigali concertati a due, tre e quattro voci con alcune canzoni poste nel fine concertate con doi violini, opera quarta (1637), Il Primo Libro di motetti a voce sola opera quinta (1637), Compieta, Antifone et Letaniae della B.V.M. concertate a due, tre, quattro e cinque voci con doi violini a beneplacito opera sesta (1639), Il Terzo Libro de motetti a due, tre e quattro voci opera settima (1640), Il Secondo Libro delle messe concertate a tre, quattro e cinque voci con doi violini, a beneplacito opera ottava (1648), Missarum tre, quattro, cinque vocum, cum ripienis, e duobus violinis ad libitum adhibendis vel omittendis, cum basso continuo ad organum, liber secundus (Antverpiae, Magdalène Phalése et Cohéritiers, 1651), Il Quarto Libro de motetti a due, tre voci con alcune cantilene nel fine a 3 voci con violino et altri stromenti ad libitum opera nona (1652). Sue composizioni si trovano in raccolte dell’epoca: tra esse il motetto O dulcis, in Ander Teil geistlicher Concerten und Harmonien à 1.2.3.4.5.6.7 voci cum et sine violins et Basso ad Organa (Leipzig, Ambrosium Profium, 1641), due motetti, Ecce nunc benedicite, a tre voci, due violini e basso per organo e Jubilate Deo a quattro voci, due violini con basso per organo, in Dritter Teil geistlicher Concerten und Harmonien (Leipzig, Ambrosium Profium, 1642), un motetto in Raccolta di Motetti, a 1, 2 e 3 voci di Gasparo Casati et de diversi altri eccellentissimi autori (Venezia, F. Magni, 1651), un’aria in F. Tonalli, Arie a voce sola de diversi auttori (1656).
FONTI E BIBL.: Parma, Archivio del Duomo, Mandati della cattedrale 1661-1681; G. Gaspari, Catalogo della biblioteca del Liceo musicale di Bologna, II, Bologna, 1892, 200; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nel secolo XVII. La cappella della Steccata, in Note d’archivio per la storia musicale, IX, 1932, 245; N. Pelicelli, La cappella corale della cattedrale di Parma nel secolo XVII, in Note d’archivio per la storia musicale, X, 1933, 36 ss.; V. Fedeli, Le cappelle musicali di Novara, in Istituzioni e monumenti dell’arte musicale italiana, III, Milano, 1933, 60 s.; A. Cavicchi, Contributo alla bibliografia di A. Corelli, in Ferrara. Rivista del Comune, n.s., 2 1962, 243; F.J. Fétis, Biogr. univ. des musiciens, II, 277; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, II, 426; Larousse de la musique, I, 1888; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, I, 335; Enciclopedia della musica Ricordi, I, 469; Die Musik in Gesch. und Gegenwart, XV, Supplement, col. 1455; R. Eitner, Bibliogr. der Musik-Sammelwerke des XVI und XVII Jahrhunderts, 282 s.; E. Vogel, Bibliothek der gedruckten weltlichen Vocalmusik Italiens aus den Jahren 1500-1700, I, 166; Répértoire internat. des sources musicales. Recueils imprimés XVIe XVIIe siècles, I, Liste chronologique, 512, 514, 528, 536; Einzeldrücke vor 1800, a cura di K. Schlager, 115 s.; C. Colombati, in Dizionario biografico degli Italiani, XXIV, 1980, 794-795.


Parma 1624
Fu suonatore di cornetto, eletto alla Corte di Parma il 12 gennaio 1624.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 90.


Montechiarugolo 1831
Impiegato di Finanza, prese parte attiva ai moti del 1831. Fu inquisito e sottoposto a sorveglianza poiché Diede luogo alla sua sospensione e sequestro in Parma per qualche tempo coi suoi discorsi liberali e sommamente sconci contro S.M. nel tempo della rivolta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 155.


Parma 1866
Sottotenente delle truppe garibaldine. Il 16 luglio 1866 a Condino, sul guado del fiume Chiese, meritò la medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

CHIOVINI DANIELE, vedi PORRI DANIELE


Parma seconda metà del XVI secolo
Fu suonatore di lento. Visse nella seconda metà del secolo XVI. Dapprima fu alla Corte dell’imperatore Ferdinando II e poi si portò a Roma, suonando pubblicamente e insegnando alla Corte. Secondo il da Erba, superò in valore e di gran lunga ogni altro suonatore di lento.
FONTI E BIBL.: M.E. da Erba, Storia di Parma, 222; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 294.


Parma 1600
Fu eletto musico alla Corte ducale di Parma il 16 giugno 1600.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.

CHIOVINI MICHELE, vedi PORRI MICHELE


-Parma 27 giugno 1630
Sacerdote, fu suonatore di trombone alla Steccata di Parma dal 1° ottobre 1616. Fu riammesso il 10 giugno 1619, dato che pochi giorni prima era stato licenziato come contumace. Si trova ancora alla Steccata il 2 aprile 1621, ma venne poi di nuovo licenziato. Raccomandato dal duca Odoardo Farnese, fu riammesso il 4 maggio 1624 con la provvigione che aveva avuto in precedenza, decorrente dal 10 dello stesso mese. Morì di peste.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 87.

CHIOVINO MICHELE, vedi PORRI MICHELE


Parma seconda metà del XVII secolo
Fu pittore di architetture e fiori, attivo nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 6, 1820, 184.


Grotta di Pellegrino Parmense 15 aprile-Piacenza dicembre 1997
Nato da un’umile famiglia di contadini, ebbe l’arte nel sangue, tanto che, attraverso una lenta e costante maturazione in campo musicale e artistico, riuscì, nei ritagli di tempo rubati al lavoro dei campi, a diventare prima un apprezzato fisarmonicista e poi un valido costruttore di viole e violini, autentici capolavori. Sul Chiozza fu scritto il volume Mario Chiozza splendido ultimo liutaio piacentino. La biografia, scritta da Giorgio Pipitone, che si avvalse di documenti e testimonianze orali di parenti e amici del Chiozza, fa luce sulla figura esemplare dal punto di vista umano e professionale del Chiozza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 marzo 1999, 26.

CHIOZZI ANDREA, vedi GHIOZZI ANDREA


Busseto 1576/1606
Frate francescano, dal 1576 al 1580 fu guardiano in Carpi (Centone, t. 1, p. 320). Nel 1581 fu nominato Definitore della Provincia e nel 1587 Lettore in Bologna, destinatovi dal Capitolo generale di Roma (Atti Capit., t. 1, p. 216, 225). Nel Capitolo provinciale del 1589 venne eletto Ministro: An. Domini MDLXXXIX, die 14 iulii, celebratum fuit Capitulum provinciale in loco nostro Sanctae Mariae de Campania Placentiae; Praeside in eo Rev.mo P. fr. Thoma a Massa totius Cisalpinae Familiae Commissario generali; in quo electus fuit in Ministrum, in primo scrutinio, omnibus fere concurrentibus votis, Rev. P. fr. Archangelus Cocius a Buxeto (Atti Capit., t. 1, p. 225). Rinunciò alla carica nel 1591. Il Chiozzi ebbe una vasta dottrina e per questo nel 1597 venne eletto Esaminatore pro Confessariis et Ordinandis, col titolo di Theologus amplissimus, e nel 1605 fu nominato primo Maestro dei Novizi (Atti Capit., t. 1, p. 238, 251). Più tardi ebbe incarico dal vicario generale, padre Evangelista da Gabbiano, di rivedere l’opera Martirio e Morte d’alcuni Frati di S. Francesco Minor. Osserv., scritta e pubblicata dal padre Daniele di Perugia. Nell’approvazione della medesima opera, segnata 21 agosto 1606 in Bologna, si sottoscrive Fr. Arcangelo di Busseto, Teologo e Predicatore (Cenni Biografici, t. 1, p. 202).
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 202-203; G. Picconi, Ministri e Vicari Provinciali, 1908, 171.


Pontremoli 1872-San Prospero d’Enza 16 luglio 1918
Fu letterato e dantista. Insegnò per molti anni lettere italiane nel liceo di Parma. Di lui sono notevoli soprattutto i saggi danteschi, specie quelli sull’Etica nicomachea nel Convivio e sulla seconda fase del pensiero di Dante sul Veltro. Tra le sue opere più significative vanno segnalate: Le fonti classiche e medievali del Catone dantesco che unifica il Censore e l’Uticense (in Miscellanea d’Ancona, Firenze, 1901), Sulla triplice partizione dei dannati nell’«Inferno» dantesco (Potenza, 1901), La seconda fase del pensiero dantesco (Livorno, 1903), Nuove osservazioni intorno al Veltro dantesco (Prato, 1905).
FONTI E BIBL.: U. Benassi, in La Provincia Parmense 20 luglio 1918; V. Cian, Paride Chistoni, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXXII 1918, 388; Dizionario enciclopedico letteratura italiana, 2, 1966, 41; G. Chistoni, in Voci di Val di Magra, Milano, 1969, 36-42.

CHITÒ, vedi CHITTÒ


Parma 1758/1789
Era zio di Antonio Rugarli. Fu organista in occasione di solennità alla Steccata di Parma dal 1758 al 1763 e alla Cattedrale di Parma dal 15 agosto 1780 al 15 agosto 1789. Nel 1782 fu insegnante di cembalo agli alunni del Collegio dei Nobili di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1758-1763; Archivio della Cattedrale di Parma, Mandati 1773-1782, 1782-1788; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 168; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1831
Fu tra i disarmatori della truppa durante i moti del 1831 in Parma.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 154.

CHIUSA CANDIDO, vedi CHIUSA TOMMASO


Pellegrino 1673
Nel 1673 fu commissario, dottore e notaio di Pellegrino.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.

Busseto 17 marzo 1820-Sirdhanah 15 settembre 1885
Frate cappuccino, fu predicatore e guardiano, poi missionario nell’Indostan dal 1871, quale vicario generale del vicario apostolico di Patna, monsignor Paolo Tosi. Costruì una chiesa a Kassaul, coltivò lo studio della sacra liturgia e si rese benemerito per varie utili pubblicazioni. Fu espertissimo nelle rubriche, stimato e ben voluto per cortesia e mitezza d’animo. Compì la vestizione a Borgo San Donnino il 7 giugno 1837 e la professione solenne nella stessa località il 10 giugno 1838.
FONTI E BIBL.: Lorenzo da Saltino, Pontremoli e i Cappuccini, Pontremoli, 1938, 45; Felice da Mareto, Biblioteca dei cappuccini, 1951, 200; Cappuccini a Parma, 1961, 26; Felice da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 533.

CHIVINI MICHELE, vedi PORRI MICHELE

CHODECA, vedi CAPCASA

CHOGORANI, vedi COGORANI


Parma 1732/1735
Fu suonatore di tromba alla Steccata di Parma dal 22 gennaio 1732 al 1735.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1732-1735; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 166.


Parma II/III secolo d.C.
Ser(vus), dedicante di un’epigrafe a Eucharistus, publ(icus) disp(ensator) pec(uniae). Chrysevelpistus è cognomen grecanico ottenuto dalla fusione di Crysis ed Evelpistus, cognomina diffusi dappertutto specialmente in riferimento a schiavi e liberti.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 79.

CHRYSOLAUS PIETRO, vedi GROSOLANO PIETRO

CHRYSOPOLITANUS, vedi CAPELLUTI ROLANDO


Bologna ante 1544-post 1566
Fu pittore quadraturista di origine bolognese, di cui non parla però il Malvasia. Fu attivo per il Comune di Parma nel 1544 in occasione dell’arrivo del duca Pier Luigi Farnese e nel 1566 per l’ingresso di Maria di Portogallo, sposa del duca Alessandro Farnese. Nel 1544 fu pagato per aver dipinto sulla facciata del palazzo del Governatore tre stemmi del duca Pier Luigi Farnese e due stemmi della Comunità. Il 29 giugno 1566 fu pagato 60 scudi d’oro per aver decorato la stessa facciata e per aver dipinto stemmi sopra un arco d’ingresso (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Libri delle Ordinazioni comunali di Parma). Giberto Sanvitale fece restaurare e abbellire la propria cappella gentilizia nella chiesa di San Francesco del Prato avvalendosi di Girolamo Mazzola, il quale ebbe per aiuti il figlio Alessandro, Giovanni Maria Varano, il Ciarpelloni e Giovanni Antonio Paganino (da documenti esistenti nell’archivio della casa Sanvitale, riportati da E. Scarabelli Zunti).
FONTI E BIBL.: P. Zani, IV, 142; E. Scarabelli Zunti, IV, c. 133; Künstler-Lexicon, VI, 565; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 323; Dizionario Bolaffi Pittori, III, 1972, 327.


San Marco in Lamis 11 marzo 1915-Parma 1 dicembre 1993
A Napoli, pervasa dall’incontrastato magistero di Benedetto Croce, frequentò la facoltà di lettere e filosofia, conseguendo la laurea nel 1938 con una tesi su Benjamin Constant. In questo periodo napoletano fu allievo di Adolfo Omodeo, del quale frequentò con assiduità le lezioni di storia del cristianesimo. Tornato in Puglia, insegnò per due anni (anni scolastici 1938-1939 e 1939-1940) materie letterarie nel corso inferiore del Regio Ginnasio di Lucera, dove strinse amicizia con l’avvocato Giambattista Gifuni, che, abbandonata la professione legale, diventò bibliotecario, curando con perizia e conoscenze storiche la pubblicazione di numerosi scritti di Antonio Salandra. La frequentazione di questo erudito fece scoprire al Ciavarella la sua vera vocazione, quella di bibliotecario e di dotto bibliofilo. Vincitore del concorso per bibliotecario-aggiunto in prova indetto con Decreto Ministeriale del 4 agosto 1939, prese servizio a Parma nella Biblioteca Palatina il 9 agosto 1940, otto giorni dopo la data indicata nel decreto di nomina (1° agosto 1940), non potendosi allontanare da casa per lutto intimo. Dei libri e della quiete della Palatina poté godere soltanto per undici mesi. La guerra lo coinvolse nel luglio 1941 mentre si godeva le ferie nel suo paese natale. Con ogni probabilità, essendo stato dichiarato non abile alla visita di leva, la lettera di precetto gli dovette giungere inattesa. Questa volta (scrisse a Giovanni Masi, direttore della Biblioteca Palatina) mi hanno dichiarato abile e destinato ad Ascoli Piceno per frequentare un corso di addestramento per allievi ufficiali. Tra le carte della Palatina non si trovano documenti relativi al Ciavarella soldato dopo l’agosto del 1941. Ne ricompaiono alcuni nel mese di novembre 1943 necessari all’Ufficio Provinciale del Tesoro per essere informato dalla direzione della Biblioteca che il Ciavarella, dopo lo scioglimento delle Forze Armate (8 settembre 1943), non aveva ripreso servizio e che null’altro consta allo scrivente se non che doveva trovarsi alcuni mesi fa nella Penisola Balcanica, e per disporre la cancellazione del Ciavarella dalle note nominative per il pagamento mensile fino a quando non si avranno notizie precise su di lui. Il Ciavarella era stato infatti rinchiuso in un lager tedesco. Leggendo L’Hannoversh Zeitung del 18 novembre 1944, venne a sapere che la Pilotta era stata gravemente danneggiata dai bombardamenti aerei del maggio precedente. Quando e come uscisse dal lager, con quali mezzi e in quanto tempo poté tornare a San Marco in Lamis non è possibile sapere. È certo che al 28 ottobre 1945 data il suo congedo e che le autorità gli concessero sessanta giorni di riposo previsti per i reduci dalla prigionia. In questo periodo il Ciavarella fece domanda, che gli fu respinta, di un comando presso la scuola e tentò ogni strada per ritardare il suo ritorno a Parma: La situazione in cui verso di deperimento ed esaurimento è sacrosantamente vera e ho bisogno di cure costose. Dopo sei anni, di cui cinque trascorsi in guerra, tornò a Parma (1° marzo 1946). Giovanni Masi lottò perché la Palatina non fosse trasferita dalla Pilotta come l’Archivio di Stato, gli ambienti lasciati liberi da questo fossero equamente ripartiti tra Palatina, Museo e Galleria Nazionale e la Galleria Petitot fosse ricostruita nella sua originaria lunghezza e non, come avvenne, accorciata di dieci metri per la costruzione di uno scalone. Il Ciavarella venne adibito alla schedatura delle opere a stampa, alle ricerche bibliografiche, all’assistenza agli studiosi e alla vigilanza in sala di consultazione. Inoltre, quando la Biblioteca era chiamata a collaborare con le altre istituzioni cittadine alla realizzazione di manifestazioni culturali, egli ne era incaricato. Nel 1950, quando Parma volle rendere omaggio a Stendhal con un Convegno di studi svoltosi alla presenza delle massime autorità culturali di Francia e d’Italia e dei più insigni studiosi del grande scrittore francese (Martineau, Pietro Paolo Trompeo, Luigi Foscolo Benedetto, Victor Del Litto, Bruno Pincherle), il Ciavarella curò, insieme a Virginio Marchi, il Catalogo della mostra stendhaliana, impaginato da Carlo Mattioli. Forse da quell’anno data il suo amore per Stendhal, certamente però allora ebbe inizio il suo studio assiduo e sistematico del romanziere francese. Marcello Turchi così interpretò questa passione del Ciavarella: Egli si è dedicato allo studio di Stendhal con una dedizione e un’insistenza che rivelano un’affinità elettiva, quasi vedendovi la realizzazione di un’idea di letteratura che compiutamente esprime le proprie esigenze, i propri slanci e le proprie più incantevoli vibrazioni. Perciò egli non solo isola l’individualità stendhaliana attribuendo ad essa caratteri propri e originali ma scava in essa sino a ricavarne aspetti che appaiono in perfetta sintonia con la natura propria della civiltà parmigiana. Così egli diviene lo storico di un «incontro», quello di Stendhal e di Parma. Nella primavera del 1952, trasferito Giovanni Masi a Roma, il Ciavarella resse la Palatina in attesa di un nuovo direttore, che fu Maria Teresa Polidori, la prima donna nella storia dell’Istituto, la quale restò a Parma fino all’estate del 1957. Dopo due anni, il 23 aprile 1954, mentre il Ciavarella era impegnato ad allestire la Mostra del libro raro, in occasione delle Manifestazioni Celebrative Parmensi del 1954 (centenario della morte di Macedonio Melloni e di Paolo Toschi e della istituzione dalla Società storica parmense) e della riapertura della Galleria Petitot, gli giunse la nomina a direttore della Biblioteca Universitaria di Catania. Egli, sia per questo impegno sia perché non amava gli spostamenti, tergiversò e cercò di rimandare la partenza il più possibile. Il 17 maggio 1954 una lettera del Ministero gli intimò di raggiungere Catania non oltre il 1° giugno successivo. Vi restò tre anni, il tempo per celebrare i 200 anni di vita di quella Biblioteca con una mostra dedicata a Giovanni Verga, Federico De Roberto e Luigi Capuana. Come malvolentieri partì per Catania, così con poco entusiasmo vi si distaccò per tornare a Parma e assumere il 12 settembre 1957 la direzione della Palatina. Il Ciavarella collaborò con tutte le istituzioni per il bene della Biblioteca, della città e della cultura. Solo con l’Università la sintonia non fu mai perfetta: non gli confermarono l’insegnamento di storia del libro e ciò lo umiliò non poco. Felice e fortunato fu l’incontro con Francesco Borri e Carlo Corvi: Borri, Corvi e Ciavarella furono la triade intraprendente e animosa che all’ombra della Pilotta e del Battistero fece di Parma un richiamo culturale di tutto rispetto con mostre, rassegne e manifestazioni di grande prestigio e assoluto rigore. Senza il loro contributo intelligente e disinteressato, queste cose non sarebbero mai state fatte (Baldassarre Molossi). Il Ciavarella si identificò con gli istituti da lui diretti e promossi mediante l’inesausta indagine degli ambienti culturali e dei personaggi che ne avevano modellato la fisionomia e considerò il suo lavoro in funzione della comunità. Scrivendo a Giovanni Pettenati, prossimo a prendere servizio (16 marzo 1964) in Palatina, si lamenta di quante cose c’erano da fare e di quanta fatica costavano e aggiunge: Ma vedrà che è bello lavorare entro questa luce ideale, sentirci impegnati per soddisfare i problemi che ci pone la comunità umana, al cui servizio dobbiamo mettere volentieri le nostre migliori energie. Con fervore ed entusiasmo riordinò materialmente i fondi bibliografici dissestati dalla guerra e a uno a uno eliminò i segni bellici evidenti in ogni angolo della Biblioteca, della quale studiò i fondi per aggiornarli nel migliore dei modi e ne arricchì il patrimonio porgendo attenzione non soltanto al libro quale portatore del pensiero umano, ma anche quale prodotto dell’editoria e della sperimentazione grafica. Riponendo una grande importanza nelle mostre bibliografiche, con quelle allestite anticipò la politica della valorizzazione del bene culturale librario e l’istituzione del Ministero per i beni culturali e ambientali (3 dicembre 1975). Sfogliando la sua bibliografia si potrebbe sostenere che il grande amore culturale del Ciavarella fosse G.B. Bodoni, ma ciò non è esatto. Fu infatti un curioso nato, un ricercatore instancabile e se si attardò su qualche tema specifico, lo fece perché la circostanza del momento glielo impose. Per questo Stendhal, Paciaudi, Pezzana, la Palatina, Bodoni furono passioni temporanee: il suo vero amore, mai tradito, fu il libro. Nell’Introduzione a una dispensa dedicata alla storia del libro, che circolò dattiloscritta tra gli studenti di Magistero negli anni Sessanta, il Ciavarella scrive: Il libro ci offre la possibilità di trovare la soluzione a non pochi problemi che ci riguardano, di ordine morale, tecnico e intellettuale. Può essere anche un compagno in grado di intrattenerci utilmente nelle ore del tempo libero. Ma principalmente il libro assolve un compito educativo, di elevazione civile e spirituale, perché prepara il cittadino alla sua attività pratica ed etica, gli fornisce attraverso l’uso della lettura e lo studio l’attitudine a una più matura riflessione e lo aiuta ad avere coscienza di sé, a meglio comprendere e rispettare gli altri, ciò che è il fondamento di ogni libero e democratico vivere civile. Assumendo la direzione della Biblioteca Palatina, il Ciavarella trovò sul tappeto un’idea da realizzare: la costituzione del Museo Bodoniano. Francesco Borri, infatti, aveva preso l’iniziativa, convocando la direttrice della Palatina, Maria Teresa Polidori, e altre autorità cittadine, di verificare quante possibilità c’erano per la realizzazione di un museo in onore del grande tipografo. Il Ciavarella abbracciò con entusiasmo l’iniziativa di Borri e la sua azione e risolutezza risultarono determinanti allo scopo. Oltre che alla Palatina e al Museo Bodoniano, dette il suo contributo al Comitato Provinciale dell’Istituto per la storia del Risorgimento, al Comitato per la storia dell’Ateneo parmense, all’Accademia di Belle Arti, nella quale ricoprì la carica di segretario (1959), e alla Deputazione di Storia Patria. Lasciò la direzione della Biblioteca Palatina il 1° luglio 1973. Dopo qualche iniziale incomprensione, si riavvicinò ai suoi vecchi collaboratori e si dedicò anima e corpo al Museo Bodoniano. Dal luglio del 1973 al luglio del 1993, il Ciavarella si occupò disinteressatamente non solo del Museo, ma svolse anche un’intensa attività di conferenziere ed ebbe la presidenza della Società Dante Alighieri e la redazione del Bollettino del Museo Bodoniano. Nel 1955 il Ministero della Pubblica Istruzione lo nominò cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Vantò inoltre l’onorificenza francese di Chevalier dans l’ordre des Arts et des Lettres per aver collaborato all’allestimento di mostre e alla stesura di saggi su Apollinaire e Stendhal e il 2 maggio 1983 fu nominato commendatore al merito della Repubblica Italiana.
FONTI E BIBL.: Biblioteca Palatina, Parma, Archivio, Fascicolo personale di Angelo Ciavarella; Bollettino del Museo Bodoniano 1-6 1972-1992; Quaecumque recepit Apollo: scritti in onore di Angelo Ciavarella, a cura di Andrea Gatti, in Bollettino del Museo Bodoniano 7 1993, XVII-XVIII; L. Farinelli, È morto il «padre» del Museo bodoniano, in Gazzetta di Parma 2 dicembre 1993, 6; F. Grisenti, Omelia durante la messa delle esequie, ms. presso il Museo Bodoniano; Nel nome di Ciavarella, in Gazzetta di Parma 18 dicembre 1993, 10; S. Congia, L’umanesimo di Ciavarella, in Gazzetta di Parma 9 dicembre 1993, 10; G. Marchetti, Angelo Ciavarella, in Aurea Parma III 1993, 189-191; L. Farinelli, in Archivio Storico per le Province Parmensi XLV 1993, 32-40.


Coriano 18 marzo 1924-Parma 10 ottobre 1996
Frate minore francescano, nel 1958 fondò e diresse fino al giorno della sua morte la casa e la mensa per i poveri intitolata a Padre Lino Maupas, sita a Parma in Via Imbriani 4.
FONTI E BIBL.: L. Vignoli, notizie manoscritte.

CICCIO, vedi FERRARI FERRUCCIO


Parma 1631/1636
Insegnò prima istituzioni romane e poi diritto civile presso l’Università di Parma dal 1631 al 1636.
FONTI E BIBL.: Ricetto; Mandati 1619-1715 e 1631-1652; Bolsi, 49; F. Rizzi, Professori, 1953, 35.


Parma 1652-Parma 26 ottobre 1717
Nacque dal nobile Giulio e da Francesca Verdieri. Fu dedito con pari ardore prima agli studi delle lettere, poi alla medicina, alla giurisprudenza e alla teologia. Raccolse una gran quantità di libri e si diede a una continua lettura. In un suo sonetto è detto: Me vide il chiaro giorno, e me l’algente Notte agli scarsi rai di sue facelle Volger le antiche carte e le novelle. Acquistò grande stima non solo presso il duca Ranuccio Farnese, che nel 1682 lo decorò dell’Ordine Costantiniano e lo dichiarò poi conte, ma anche presso la regina Cristina di Svezia. Stimando il Cicognari le poesie di Alessandro Guidi, poeta tra i preferiti della regina Cristina, e avendo su di esse composto il suo Discorso di nuova invenzione, che fu alla medesima presentato da Stefano Pignatelli, essa avrebbe voluto avere il Cicognari alla sua Corte in Roma. Vi si sarebbe forse anche trasferito, se non glielo avesse impedito il padre. Prese poi gli abiti ecclesiastici e fu canonico della Cattedrale di Parma. Il Breve speditogli a tale proposito da papa Innocenzo XII recita: Dilecto filio Nicolao Cicognari Canonico Parmensi nobili genere nato, in materiis ecclesiasticis, et politica literatura, Philosophia, Theologia, et utroque Jure versato. Il Cicognari fece restaurare a sue spese la Cappella di Sant’Agata, di proprietà del Capitolo della Cattedrale, e vi fece collocare nel 1713 il cenotaffio e il busto dell’arcidiacono Francesco Petrarca. Fu socio delle accademie dei Concordi Ravennati, dei Fisiocritici di Siena e degli Arcadi di Roma (a quest’ultima fu ascritto il giorno 3 gennajo 1692, col nome di Doralgo Egemonio). Il Ravasini gli indirizzò qualche suo componimento e Francesco Redi, che lo stimò, soleva mandargli i suoi scritti per averne un giudizio. Paolo Monti, stampando nel 1705 le rime del Redi, le dedicò al Cicognari, cui poi fu diretta anche la Vita di Jacopo II Re della Gran Bretagna, tradotta dal francese e impressa dal medesimo stampatore nel 1708. Lodovico Sacca, suo medico curante, ne compianse la morte, assieme ad altri verseggiatori, nelle Memorie poetiche funebri al merito del fu Conte Canonico Cicognari Parmigiano (1719, per Giuseppe Rossetti). Un breve elogio del Cicognari lasciò l’abate Francesco Biacca (stampato nelle Notizie degli Arcadi morti), lo celebrò anche il Crescimbeni e fu commemorato nel Giornale de’ Letterati di Venezia. Lasciò numerose opere, tra le quali Scrittura legale e cavalleresca qualunque si riceva dalle tre opinioni, che arrecano il Possevino, il Pigna, e il Romei (Rosati, Parma, 1691) e Discorso di nuova invenzione (Pazzoni e Monti, Parma, 1696). Si possono leggere quattro suoi sonetti nelle Poesie italiane di rimatori viventi (Ertz, Venezia, 1717) e nelle Rime degli Arcadi (Giunchi, Roma, 1717, tomo VII).
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 337-339; Letteratura italiana, I, 1990, 555.

CICOGNARI NICOLÒ, vedi CICOGNARI NICCOLÒ

CIECO DI PARMA, vedi MIGLIAVACCA AUGUSTO

CIECO GIOVANNI, vedi CECI GIOVANNI

CIECO IACOPO, vedi CECI IACOPO


Monchio XVIII secolo/1802
Per un decennio resse, come giusdicente vescovile, il governatorato delle Corti di Monchio. Tentò una descrizione storico-fisica del territorio sottoposto alla sua autorità (Descrizione storica, fisica, morale, politica delle Corti di Monchio, scritta verso il 1802 ma pubblicata soltanto nel 1969). Si tratta di un’opera svelta e precisa che consegna degnamente il nome del Cignolini al ricordo degli studiosi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.


Parma-post 1842
Il 21 aprile 1842 cantò al Teatro Ducale di Parma nell’intermezzo di una commedia.
FONTI E BIBL.: Stocchi; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma-post 1774
Nel 1770 era allieva della Reale Scuola di Ballo di Parma e percepiva una borsa di studio. Il 18 febbraio 1774, in lite con il maestro Antonio Bianchi, che la teneva come figurante, mentre lei si reputava una prima ballerina, portossi inconsideratamente a Bologna. Delusa per essere stata pagata con 20 zecchini, anziché 30 come nel contempo avevano guadagnato i suoi colleghi, prosternata ai suoi piedi non intendendo però mancare di quel rispetto, presentò una supplica al duca Ferdinando di Borbone affinché le venisse accordato il perdono e l’autorizzazione di essere riammessa nella Scuola. Le fu concesso, assieme al Real perdono. Nel luglio 1774 ricevette 25 zecchini in pagamento per il ballo dato in occasione della visita dell’arciduca di Milano (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 4).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma seconda metà del XVII secolo/1715
Orafo del quale si credette a lungo che non fosse rimasta alcuna opera. Infatti lo Scarabelli Zunti scrive che i sei candelieri d’argento della chiesa di San Francesco da Paola (la sua unica opera allora conosciuta) furono fusi durante la dominazione francese. Il nome del Cigolini risulta invece anche dal Libro delle spese della Compagnia del Ss. Sacramento 1715: Gli sacerdoti et altri uomini e donne del Comune di Pannocchia, hanno fatto fare una croce tutta d’argento dal Sig. Andrea Cigolini da Parma per riporvi dentro il Santo Legno della Croce di N.S. Gesù Cristo, et hanno speso nella medesima croce L. 956. La detta croce pesa onze quarantadue et denari ventidue. Hanno gli suddetti dato al suddetto orefice un filippo per ciascuna oncia. Per fattura della suddetta croce gli hanno dato lire 250, in tutto sono: lire 956. L’opera è conservata nella chiesa parrocchiale di Panocchia. In un ovato negli specchi della base vi è la scritta: In hoc signo vinces MDCCXV.
FONTI E BIBL.: Arte a Parma, 1979, 449.

CILIEN, vedi PELIZZA ICILIO


Parma 1565/1611
Musicante, vittima di sospetti per l’onore di Margherita Farnese divenuta suor Maura Lucenia, cui il Cima fece da maestro di musica in convento.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 246.


Parma XVI/XVII secolo
Compose un Dizionario Latino di nomi, pronomi e verbi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 105.


Parma 1207
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1207.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 416.


Parma 1551 c.-post 1607
Intagliatore, si sposò nell’anno 1577. Nel 1580-1589 è citato in atti notarili assieme al fratello Pietro. Viveva ancora nell’anno 1607.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 99-100; Il mobile a Parma, 1983, 253.


Parma 1580/1618
Figlio di Pietro. Prima del 1581 realizzò per la Cattedrale di Parma un modello ligneo per l’altare maggiore, i sedili per canonici e Anziani e armadi di noce per l’Archivio. Nel 1581 il taxellum dell’organo nel Duomo di Parma, nel 1599 lavori in Palazzo ducale. Nel 1607 fu tutore del nipote Pietro (figlio di Domenico) assieme al fratello Pellegrino.
FONTI E BIBL.: A. Ronchini, 1852, 313-314; E Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 99-100; Il mobile a Parma, 1983, 253.


Parma 1607
Falegname, fratello di Paolo. Stipendiato alla Corte Farnese, nel 1607 realizzò un modello per il Palazzo ducale in collaborazione con Pietro Cimardi.
FONTI E BIBL.: A. Ronchini, 1876, 325; Il mobile a Parma, 1983, 253.


Parma prima metà del XVI secolo
Maestro di legno intagliato attivo nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 127.


1840-Parma 5 luglio 1870
Fu valoroso e fedele soldato nelle battaglie risorgimentali, decorato di medaglia al valor militare.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 111.

CIMONE, vedi FAELLI EMILIO

CINICO GIAN MARCO, vedi CINICO GIOVAN MARCO


Parma 1430 c.-Napoli post 1503
Giovanissimo dimorò per qualche tempo a Firenze, dove apprese l’arte del calligrafo alla scuola di Pietro Strozzi. Il soggiorno fiorentino deve collocarsi intorno alla metà del XV secolo, perché nella dedica a Diomede Carafa, premessa alla stampa del Confessionale di Sant’Antonino, il Cinico scrive di essere stato familiare del santo per alquanto tempo nel MCCCCLXII (Fava-Bresciano, II, p. 120) ma la data 1462 è un errore per 1442 o piuttosto 1452, essendo Antonino Pierozzi morto nel 1459. Nel 1458 si stabilì a Napoli: nella sottoscrizione all’Astronomia di Arato (codice n. 12 dell’elenco compilato dal De Marinis, I, pp. 46-51) per Andrea Matteo Acquaviva, del 1469, dice che l’anno è l’undicesimo della sua dimora napoletana. E a Napoli, forse, prima del giugno del 1458 trascrisse per Alfonso il Magnanimo il codice (De Marinis, n. 64) del De evitandis venenis et eorum remediis libellus di Giovanni Martino de Ferrariis. Nell’estate del 1465 fu a Palermo, dove il 31 luglio terminò la trascrizione della Naturalis historia di Plinio (De Marinis, n. 2). Tornò a Napoli nel corso dello stesso anno, se l’Eutropio della Vaticana (De Marinis, n. 3) per Antonello Petrucci, datato Napoli 1465, fu copiato dopo il Plinio. Comunque, il 13 agosto 1466, a Napoli, sottoscrisse la copia per la duchessa d’Andria dell’Etica di Aristotele nel volgarizzamento di Niccolò Anglico (De Marinis, n. 4). Forse già dal 1469 scrittore regio, il Cinico ricevette per questo ufficio, ininterrottamente dall’11 luglio 1471 al settembre 1497, un assegno mensile di 10 ducati, accompagnato da frequenti donativi di stoffe per i suoi abiti. Dal marzo 1488 ebbe al suo servizio un garzone stipendiato dalla Corte e dall’8 novembre dello stesso anno beneficiò di una certa quantità di candele. Fu anche regio bibliotecario, come fanno supporre le numerose cedole della Tesoreria aragonese attestanti frequenti rimesse di somme a suo nome per l’acquisto di codici o per la miniatura e legatura di altri, e alcuni volumi, manoscritti e a stampa, appartenuti alla Biblioteca Aragonese, recanti in calce la sua firma. Ancora celibe nel 1472, se nella sottoscrizione al Francesco Barbaro, De re uxoria (De Marinis, n. 28), di quell’anno, si dichiara uxoris nescius, sposò in seguito, per interessamento di Diomede Carafa, la nobile Giovanna Ferrillo. Intorno al 1487 il Cinico strinse una società per l’esercizio dell’arte tipografica con Mattia Moravo e Pietro Molino: se ne trova notizia nelle dediche a Diomede Carafa e a Beatrice d’Aragona che sono premesse alle edizioni del Confessionale di Sant’Antonino (Indice generale degli incunaboli delle Biblioteche d’Italia, I, n. 684), senza anno (ma anteriore al 17 maggio 1487, data di morte del Carafa) e dei Sermones de laudibus sanctorum di Roberto Caracciolo, del 31 gennaio 1489 (Indice generale degli incunaboli, II, n. 2458). Alla società deve assegnarsi anche la stampa senza data, ma del 1489 circa, del Trattato dell’ottimo cortegiano di Diomede Carafa con dedica del Cinico a Beatrice d’Ungheria (Indice generale degli incunaboli, II, n. 2508; Fava-Bresciano, II, nn. 139, 141, 142). Per i Sermones di fra’ Roberto, di cui furono stampate duemila copie, il Moravo e il Cinico ottennero dal Re con bando del 22 agosto 1489 che nessun’altra edizione dell’opera potesse essere venduta nel Regno sino all’esaurimento dei volumi della società. Nel 1487 citò in giudizio Francesco Del Tuppo, che non aveva rispettato certi patti per la stampa di un manuale, e ne fece sequestrare gli esemplari. La controversia durò sino al 1493, quando un arbitrium boni viri assegnò al Del Tuppo 94 ducati. Precedentemente i rapporti tra i due erano stati amichevoli: fu il Cinico che procurò al Del Tuppo l’esemplare del Novellino di Masuccio per la stampa del 1476, come si legge nella dedica a Ippolita Sforza (cfr. Masuccio Salernitano, Il Novellino, a cura di L. Settembrini, Napoli, 1874, pp. XXXIII-XXXV). Dalla sottoscrizione alle Decades di Flavio Biondo (De Marinis, n. 51) del 1494 si apprende che il Cinico in quell’anno dimorò in Castel Nuovo. Il Cinico è menzionato per l’ultima volta in una cedola della Tesoreria aragonese del 31 marzo 1498 (De Marinis, II, doc. 955). Nel ms. 1706 della Biblioteca Casanatense a carta 24v, in calce alle epistole di Ippocrate nella versione latina di Rinuccio d’Arezzo per Niccolò V, si legge: Ioannes Marcus Parmensis Cynicus Cristi coclea Parthenope exaravit MDIII. Segue della stessa mano del Cinico l’epistola del Petrarca a Niccolò Acciaiuoli (Fam., XII, 2) senza sottoscrizione. Il codice, sfuggito al De Marinis (cfr., invece, I codici petrarcheschi, Roma, 1874, n. 326; Kristeller, Iter Italicum, II, p. 95), non ha dedica e probabilmente fu trascritto, caduti gli Aragonesi, per conto di qualche privato o per uso personale. Il soprannome Cinico, piuttosto che traduzione dell’altro appellativo Velox, è da interpretarsi seguace dell’antica scuola filosofica: tale è ricordato nel sonetto LX di Giannantonio Petrucci (E. Perito, La congiura dei baroni, Bari, 1926, p. 255), nell’epistola indirizzatagli dal musico fiammingo Jean Tinctor (De Marinis, I, p. 80, nota 76) e nelle Institutiones grammatice del Musefilo (Napoli, Biblioteca nazionale, ms. V.C.12). Tale parrebbe dalle sottoscrizioni di alcuni suoi codici, nelle quali quasi come a correzione del vocabolo pagano (Percopo, p. 125) si dichiara Cynico Christianissimo (De Marinis, nn. 39, 62) e Cynico Coclea Christianissimo (De Marinis, n. 65), Cynicus Christi et honestatis famulus (De Marinis, n. 52), Cynico Coclea pernicie delli blasphemi de Christo (De Marinis, n. 61), Cynicus Christi coclea (De Marinis, n. 64; cod. Casanatense 1706) e Cynico Coclea servo de Christo (dedica alla stampa del Trattato citato del Carafa). Anche l’appellativo Coclea, pertanto, deve intendersi come correttivo di Cinico (Christi coclea) oppure come rafforzativo (chiocciola), allusione alla vita riservata e parca del Cinico, tanto elogiata dal Calenzio (si vedano le lettere a cc. 52v, 60v, 71rv degli Opuscula, Romae, 1503), giudicata, invece, bizzarra dal Brancati nel suo Memoriale a Ferrante (De Marinis, I, p. 252). Il Cinico fu amanuense eccellente, anche se spesso più elegante che accurato. I numerosi codici da lui trascritti subirono la sorte della Biblioteca Aragonese e sono sparsi un po’ dovunque. Molti probabilmente sono ancora da rintracciare e da attribuirgli. L’elenco più completo resta, con tutti i suoi limiti, quello offerto dal De Marinis. Il Cinico è noto anche come modesto compilatore e volgarizzatore. Raccolse un Catalogo de li sancti martiri, perduto (ne trascrisse una copia Francesco da Pavia tra la fine del 1491 e il febbraio 1493), un Libro della observatia delli re e delli subditi (codice Vaticano Chigiano L VII 269) dedicato a Ferrante, centone di esempi di clemenza e di obbedienza tratti da peregrini et varii auctori, scritto, pare, prima del 1487, e un Elencho historico et cosmographo (codice Vaticano Chigiano M VIII 159), compendio di storia letteraria a uso di re Ferrante (edito in De Marinis, I, pp. 231-243). L’opera è databile tra il 1482 e il 1489, dal momento che si dice già morto Ludovico Carbone (1482) e che «Aristotele de la Historia de li animali» non è in libraria (il codice aragonese fu trascritto nel 1489) ma potrebbe essere stata iniziata prima del 1481, se si identifica il volume di Aristotele con il manoscritto del De animalibus, perduto, che Baldassarre Scariglia consegnò rilegato il 31 luglio 1481 (De Marinis, II, doc. 638). La compilazione, velocissima, non rivela robusta cultura e non è esente da sviste grossolane. Fa scrivere, infatti, al Valla una biografia di Ferrante, confondendola con quella del padre di Alfonso il Magnanimo (Gesta Ferdinandi regis Aragonum), che il  Valla scrisse a Napoli intorno al 1445-1446 con un proemio sull’utilità della storia, cui il Cinico allude. Attribuisce, inoltre, ad Arnaldo di Bruxelles il Libellus de mirabilibus Puteolorum di G.B. Elisio, medico e filosofo napoletano, e al tipografo tedesco attivo a Venezia Erhard Ratdolt, il Fasciculus temporum di W. Rolewinck. Ridusse in volgare per Ferrante il Libro de’ falconi et altri uccelli di rapina di Moamyn Arabico (codice Ashburn. 1249 della Laurenziana: De Marinis, I, n. 65 e II, pp. 111 s.) nella versione latina di Teodoro Antiocheno, e l’Epithoma del sito del mondo et delle mirabile cose in ipso sono di Solino (codice Ital. 84 della Nazionale di Parigi: De Marinis, I, n. 69, e II, p. 152). Avrebbe anche scritto un libro intitulato lo Exiciale al quale sono notati tucti li Ri et signuri sonno morti de violente morte dal principio del mundo fin al presente (De Marinis, II, doc. 785, del 27 aprile 1491).
FONTI E BIBL.: Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, a cura di I. Affò, continuate da A. Pezzana, VI, 2, Parma, 1827, 267-270, 418 s., 950, 986; A. Marsand, I manoscritti della Regia Biblioteca parigina, I, Parigi, 1835, 16 s.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, Genova, 1877, 113 s.; G. Filangieri, Documenti per la storia, le arti e le industrie delle province napoletane, I, Napoli, 1883, pp. X-XII; N. Barone, Le cedole della Tesoreria aragonese dell’Archivio di Stato di Napoli, Napoli, 1885, ad Indicem; G. Mazzatinti, La Biblioteca dei re d’Aragona in Napoli, Rocca San Casciano, 1897, pp. LVIII-LXIII, XCVII s. e passim (recensione di E. Percopo, in Rassegna Critica della Letteratura Italiana II 1897, 120-132); M. Fava-G. Bresciano, La stampa a Napoli nel XV secolo, I, Leipzig, 1911, 64-74, II, 1912, nn. 139, 141 s.; A. de Hevesy, La bibliothèque du roi Matthias Corvin, Paris, 1923, 19 s.; A. Mauro, Francesco del Tuppo e il suo «Esopo», Città di Castello, 1926, 44, 54 (e documenti XXVII-XXX); B. Croce, I carmi e le epistole dell’umanista Elisio Calenzio, in Archivio Storico per le Province Napoletane, n.s., XIX 1933, 270-273 (poi in Varietà di storia letteraria e civile, I, Bari, 1949, 23-26); E. Mayer, Un opuscolo dedicato a Beatrice d’Aragona, in Studi e documenti italo-ungheresi della Regia Accademia d’Ungheria a Roma, I, 1936, 207 ss.; A. Altamura, La Biblioteca Aragonese e i manoscritti inediti di Giovan Marco Cinico, in La Bibliofilia XLI 1939, 418-426; A. Altamura, Per alcuni codici del Cinico, in La Bibliofilia XLII 1940, 120; T. De Marinis, La biblioteca napoletana dei re d’Aragona, Milano-Verona, 1947-1969, I-II e Supplemento I, ad Indices; V. Branca, Un codice aragonese scritto dal Cinico, in Studi in onore di T. De Marinis, I, Roma-Verona, 1964, 163-215; L. Monti Sabia, L’humanitas di Elisio Calenzio alla luce del suo Epistolario, in Annuario della Facoltà di lettere di Napoli XI 1964-1968, 175-251; M. Fuiano, Insegnamento e cultura a Napoli nel Rinascimento, Napoli, 1973, 33-38, passim; P.O. Kristeller, Iter Italicum, I-II, ad Indices; M. De Nichilo, in Dizionario biografico degli Italiani, XXV, 1981, 634-636.


Parma XVI secolo
Laureato in legge, fu ritenuto uno dei più eccellenti avvocati che fossero in Parma nel suo tempo.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 49.

CINZIO DI MARTINO, vedi MARTINI CINZIO

CIOLDEN, vedi VILLA CARLO


-Parma 17 febbraio 1673
Sacerdote, musico della chiesa della Steccata di Parma, cominciò a servire il 14 giugno 1670.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936.


Parma 1629/1630
Medico e lettore di medicina, si distinse durante l’epidemia di peste del 1630.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 247.

CIOTO ILARIO, vedi CIOTI ILARIO

CIPELLARIO FRANCESCO BERNARDINO, vedi CIPELLI FRANCESCO BERNARDINO


Busseto prima metà del XVI secolo-Ferrara 1612
Fratello di Angelo e Benedetto. Fu cultore di diritto, assai utilizzato dalla Santa Sede in Italia (fu Legato di Romagna) e all’estero. Fu ambasciatore e Legato di Lombardia di papa Giulio III presso il re di Francia Enrico (1550-1555) ed ebbe la carica di auditore e datario del cardinale Girolamo Verallo. Fu sepolto nella chiesa di San Benedetto in Ferrara.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 470.


Busseto ultimi anni del XV secolo-Ferrara settembre/dicembre 1562
Fratello di Angelo e Bartolomeo. Studiò legge e intraprese in seguito la carriere ecclesiastica, pervenendo alla carica di vicario generale di Nicolò Sfondrati, vescovo di Cremona. Divenuto questi papa con il nome di Gregorio XIV, conferì il titolo di cavaliere al Cipelli, il quale, svestito l’abito clericale, esercitò la professione di giureconsulto. Fu pretore in Bologna e preside in quella Rota fintanto che, chiamato nel 1559 a Ferrara da Ercole d’Este, fu da lui annoverato tra i suoi consiglieri di giustizia. Il 22 settembre 1562 fece testamento, designando a suo erede il nipote Lampridio, figlio del fratello Angelo, e disponendo che la sua salma fosse sepolta a Ferrara nella chiesa di San Benedetto. Tra le opere del Cipelli è ricordata un’allegazione inserita nelle Decisioni scelte dell’Alma Rota Bolognese, pubblicata in quella città nel 1616 con i tipi degli eredi Giovanni Rossi.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 113-114.


Borgo Taro 1808-Parma 15 agosto 1882
Di nobile famiglia piacentina, nacque a Borgo Taro dove il padre Paolo era magistrato. Fu calcografo, allievo a Parma nello studio Toschi, ma abbandonò presto l’arte. Si laureò in legge a Piacenza nel 1835 ed esercitò l’avvocatura a Parma. Nella stessa città fu anche segretario della Camera di Commercio dal 1842 al 1854, membro di varie amministrazioni pubbliche e più volte consigliere comunale e provinciale. Di sentimenti liberali, fu nell’aprile del 1848, per designazione della Reggenza istituita in seguito agli eventi politici del mese precedente, delegato provvisorio alla sezione delle finanze. La dedizione agli studi di diritto privato gli valse nel 1854 la nomina a professore di diritto civile presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Parma e nel 1862 la nomina a professore di diritto commerciale presso la medesima facoltà, della quale detenne anche, ripetutamente, la presidenza (dal 1874). Oltre a vari scritti giuridici minori, pubblicò in Parma Trattato di diritto commerciale (Carmignani, 1846), Storia dell’amministrazione di G. du Tillot pei duchi Filippo e Ferdinando di Borbone dal 1754 al 1771, nel 1868 gli Elementi di diritto commerciale, in cinque volumi, e nel 1870 la Teoria giuridica degli atti di commercio.
FONTI E BIBL.: Il Presente 16 agosto 1882, n. 224; G. Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 27; L. Caprari, in Annali dell’Università di Parma, 1883, 107; C. Luciani Cipelli, Bernardino Cipelli. Cenni biografici, Pisa, 1885; G. Mariotti, Commemorazione di Bernardino Cipelli, in Atti e Memorie Regia Deputazione di Storia Patria, Modena, 1884; U. Benassi, G. Du Tillot, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1915, 50-51; P. Martini, L’arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario incisori, 1955, 202; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 128; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 471; F. Rizzi, Professori, 1953, 112; Arte incisione a Parma, 1969, 49; M. Boscarelli, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 81.


Parma 1597
Laureato in legge, fu creato fiscale di Parma il 25 luglio 1597.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 471.


Parma 1805-Parma 25 settembre 1860
Figlio del consigliere di Stato, Paolo. Superati brillantemente gli studi filosofici, si dedicò poi a quelli di medicina e si distinse, meritando la medaglia d’oro dei benemeriti, per l’opera intelligente e caritatevole largamente prestata a tutti i concittadini nell’epidemia del morbo asiatico scoppiata in Parma nel 1836. Si segnalò pure grandemente nelle successive epidemie che funestarono la città dal 1849 al 1855. Nel 1836 fu nominato coadiutore alla cattedra di anatomia e fisiologia dell’Università di Parma, poi definitivamente a detta cattedra nel 1843, imprimendo agli studi anatomici un indirizzo nuovo e preparando per il Museo un materiale scientifico prezioso. Insegnò ai propri studenti le nuove dottrine secondo le scoperte del Malpighi, del Leeuwenhoek, che coll’aiuto del microscopio semplice gettarono le basi dell’istologia. Il Cipelli, che assisteva di persona alle esercitazioni pratiche e rivedeva e correggeva le relative monografie, istituì premi annuali per gli studenti che presentavano i pezzi migliori e degni di essere conservati nel Museo e invitò gli studiosi di medicina a costituirsi in associazione scientifica (ne fu Presidente e ne elaborò il programma). Questa associazione fu sospettata di nascondere un’associazione politica, organizzata per minare il governo ducale. Fu buon patriota e nel 1848 fu promotore efficace e fulcro del comitato di soccorso ai volontari. Ripristinato il governo ducale, fu destituito dalla cattedra fino al 1854. Alla riapertura dell’Università fu nominato professore di medicina legale. Fu preside della facoltà medica nel 1859, nominato dal dittatore Farini. Pubblicò nel 1840 (Parma, Rossetti) un opuscolo intorno all’arte di giudicare le osservazioni altrui nelle cose controverse in anatomia e Alcune osservazioni microscopiche sulla membrana interna dei vasi (Parma, Ducale).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 settembre 1860, n. 264; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 64-66; L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 128; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 470-471; Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 698; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 357; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 12.

Busseto 1481-Piacenza 1535
Fratello di Antonio. Fu letterato di chiara fama, come tale ricordato negli scritti del Campi, dell’Arisi, del Cavitelli, del Poggiali, del Tiraboschi e dell’Affò. Frequentò a Cremona la scuola di Niccolò Lucaro, distinguendosi tra i migliori allievi per vivacità d’impegno e singolare attitudine allo studio delle lettere. Nel 1497, sedicenne appena, fu preposto dal Comune di quella città all’insegnamento di belle lettere alla gioventù e questa attività svolse poi a Piacenza, dove già si trovava nel 1502. Trasferitosi nel 1521 a Milano, pubblicò in quell’anno, con i tipi di Giovanni Castiglioni, il poema in tre libri Panegyricus D.ni Antonini martiri ang. Placentix nominis tutelaris, considerato il suo principale lavoro, che incontrò molto favore, nonostante il Poggiali lo definisca bizzarro e storicamente poco fedele. Tra i Piacentini, in particolare, l’opera suscitò tale entusiasmo che essi inviarono messi al Cipelli perché s’inducesse a ritornare tra loro. Aderendo all’invito, riprese a Piacenza l’insegnamento nelle pubbliche scuole (1527) e dall’Anzianato fu eletto a vita con cospicuo assegno annuo per leggere pubblicamente due volte nei giorni feriali l’arte oratoria e una volta nei festivi la lingua greca. Nel 1534 dette alle stampe Grammaticx institutiones (Sebastiano Banzoti, Venezia), precedute da una dedica al Senato e al popolo piacentino. Tra i lavori inediti del Cipelli si ricordano un trattato di Geometria pratica, Note contro il libro di Bartolo dell’Isola, un Sonetto in lode di Tommaso Castellano, poeta bolognese e un’emendazione al testo del poema di Lucrezio De rerum natura.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 128-129; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 470; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 114.


Parma 1595
Poetessa, della quale si leggono alcune rime nella raccolta poetica in morte di Camilla Beccaria, edita nel 1595 in Pavia da Fulgenzio Cicogna.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 470.

Parma 1804-Parma 27 giugno 1869
Nato (da nobile famiglia piacentina) a Parma ove il padre, Paolo, era alto magistrato, divenne sacerdote e fu poi nominato canonico nel 1836, ricevendo nel Capitolo della Cattedrale di Parma la prebenda di Meletolo, già del canonico marchese Luigi Cusani. Si dedicò particolarmente agli studi di archeologia, di numismatica e di filologia orientale nei quali diede ottima prova. Il 6 dicembre 1839 il Cipelli, nominato professore di lingue orientali all’Università di Parma, fu designato dalla duchessa Maria Luigia d’Austria a recarsi in Egitto a scopo di perfezionamento nelle lingue semitiche (ma il viaggio del Cipelli fu poi annullato) e nel 1841-1842 la Duchessa lo mandò a Roma per perfezionarsi in tali discipline. Di spiriti patriottici, nel 1848 fu con la Guardia Nazionale e pare che si mostrasse in giro con le armi sull’abito talare, il che non gli poté certo conciliare le simpatie degli Austriaci al loro ritorno nel Ducato. Venne costretto dalla polizia ducale ad allontanarsi da Parma anche nella primavera del 1859. Quando Garibaldi si portò a Parma nel 1862, il Cipelli fu tra coloro che andarono a rendergli omaggio. Luigi Pigorini, che fu direttore del Museo d’antichità di Parma e poi fondò il Museo Paleontologico ed Etnografico di Roma, scrive di lui: Negli anni precedenti il 1859 gli fu apposto a colpa l’amore del paese, fu perseguitato, esulò, perdette i proprî emolumenti. Tanto nel 1848 che nel 1859 fu Prete schiettamente patriota, ed amò il paese più che gl’interessi di casta. Italo Pizzi, che fu da lui spinto e incoraggiato allo studio delle lingue orientali, lo ricorda con venerazione dedicando alla sua memoria la traduzione dal persiano dei Racconti epici del libro dei re di Firdusi, lamentando che non avesse ricevuto da Parma l’onore che meritava. Tra i suoi scritti si può citare la dissertazione Di una moneta turca coniata nella zecca di Parma (Parma, 1868). È suo anche un opuscolo su alcune questioni relative ai geroglifici egiziani (Parma, Ducale, 1834). Fu membro dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica di Roma. Con diligenza e perizia classificò nel regio medagliere parmense la ricca serie delle monete arabe e turche, fino ad allora male decifrate.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 115-116; Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 129; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 471; Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 698; G. Bellotti, Eroica donna potremolese, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1963, 208-209; G. Niccoli, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 81.


Cortemaggiore 1778 c.-Parma 29 dicembre 1848
Si distinse nella carriera giudiziaria e fu tra i più fedeli amici di Angelo Pezzana e Ferdinando Cornacchia, di cui fu anche esecutore testamentario. Sostituto procuratore alla Corte d’Appello di Piacenza nel 1814, poi giudice al Tribunale di Parma, fu nominato viceprocuratore generale di Sua Maestà nel 1818, quindi procuratore generale presso il Tribunale Supremo di Revisione di Parma (1829). Presiedette la giunta per la liquidazione dei debiti della soppressa Università degli Ebrei e fu membro del Consiglio di Stato dal 1825 al 1846, prima come membro onorario, poi effettivo (1844). Fu uomo di lettere, membro dell’Arcadia, giudice al Tribunale di Pontremoli. Fu creato nel 1820 cavaliere di 1a classe dell’Ordine Costantiniano. Fu padre di quattordici figli, tra i quali Carlo, Luigi e Bernardino.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 470; Enciclopedia di Parma, 1998, 240.


Parma XVI secolo
Fu stimato giureconsulto.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 470.


Parma 450/451
Vescovo di Parma, detto anche di Brescello perché in quella cittadina fu trasportata la sede episcopale dopo che gli Unni ebbero raso al suolo Parma e le altre città dell’Emilia. Di Cipriano rimane solo una labile traccia in un documento del 451, indirettamente legato all’azione di papa Leone Magno. Leone Magno nell’ottobre del 449 radunò in Roma un concilio per esaminare la dottrina di Eutiche sul mistero dell’Incarnazione e ridonare la pace alla Chiesa d’oriente. Il Papa, nel sinodo di Roma, annullò gli atti del concilio di Efeso e, essendo stata condannata la dottrina eutichiana, mandò i suoi messi in Oriente, all’imperatore Teodosio, per annunziargli la condanna di Eutiche ed esigere da Anatolio, patriarca di Costantinopoli, una professione di fede cattolica. Al ritorno degli ambasciatori, che furono il vescovo Asterio, Abbondio, vescovo di Como, il prete Basilio e il prete Senatore, Leone Magno nel 451 diede notizia a Eusebio di Milano dell’ambasciata, che aveva ottenuto esito felice. Eusebio, nell’agosto o settembre dell’anno 451, raccolse a Milano in un concilio provinciale i suoi vescovi suffraganei. Eusebio si rallegrò col papa Leone Magno del ritorno dall’Oriente dei suoi fratelli Abbondio, coepiscopo, vescovo suffraganeo di Como, e Senatore, compresbitero, assicurò di aver letto nel sinodo provinciale la lettera che aveva spedito a Flaviano e inviò comunicazione a tutti i metropoliti orientali perché la sottoscrivessero. Con Eutiche deposto, Eusebio di Dorileo ammesso nella comunione di Roma, Teodoreto restituito nella sua dignità dal Papa e dall’Imperatore, la fede cattolica, con la sottoscrizione della lettera leonina a Flaviano, fu pienamente ristabilita. La lettera dogmatica di Leone, che condannò solennemente Eutiche e Nestorio, fu pure sottoscritta dai vescovi delle Gallie. Infine Eusebio, insieme ai vescovi suffraganei, sottoscrisse la condanna di Eutiche. Cipriano, il quarto nell’ordine della sottoscrizione, così si firmò: Ego Cyprianus episcopus ecclesiae Briscillianae in omnia supra scripta consensi et subscripsi: Anatema dicens his qui de incarnationis dominicae sacramento impia senserunt.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 224; N. Pelicelli, Vescovi della Chiesa Parmense, 1936, 40-41; A. Mori, in Brescello nei suoi XXVI secoli di storia, Parma, 1956, 36-40.

CIPRIANO CORNELIO, vedi CORNELI CIPRIANO


Parma 1680
Detto Girani, fu pittore attivo nell’anno 1680.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, XIV, 1823, 287.

CIRIANO DA PARMA, vedi CIRIANI GIOVANNI BATTISTA

CIRO DA PARMA, vedi PALLAVICINO GIOVANNI FRANCESCO


Fontanellato 13 marzo 1899-27 ottobre 1918
Figlio di Alberto e Desolina Raineri. Risiedette a Noceto. Fu soldato nel 3° Reggimento Artiglieria da Montagna. Cadde sul campo di battaglia combattendo eroicamente.
FONTI E BIBL.: Caduti di Noceto, 1924, 25.

CISARÒ CRISTOFORO, vedi CESARI CRISTOFORO


Ripalta Arpina 27 febbraio 1883-Traversetolo 15 gennaio 1971
Nacque da Michele e Luigia Pegola. Dopo le scuole elementari, frequentate nel Comune natale, passò nel Seminario di Crema studiandovi per qualche anno. Conseguito nell’Istituto magistrale di Cremona il diploma di maestro, insegnò in alcune scuole come supplente finché, nel 1903, dal Comune di Traversetolo fu bandito il concorso per l’insegnamento nella 4a e 5a classe elementare, di nuova istituzione. Il Cisarri vi partecipò, riuscendo primo tra i concorrenti: prese servizio il 20 ottobre 1904. Trovò alloggio a Vignale, nella cui scuola insegnava la maestra Teresa Balignon, che diventò poi sua moglie. Gli sposi si trasferirono a Traversetolo dove la moglie, più anziana del Cisarri, morì nel 1931, avendogli dato due figli: Maria e Michele. Fin dai primi anni d’insegnamento, il Cisarri si rivelò docente infaticabile e cittadino esemplare. Fu l’animatore dell’Unione Sportiva Italia di Traversetolo, per molti anni si fece capocomico per addestrare i suoi alunni nella recita di drammi educativi e di farse divertenti, si adoperò per l’istituzione di biblioteche circolanti per destare nei giovani l’amore alla lettura e fu anche pioniere della lotta contro l’analfabetismo, prestandosi a insegnare gratuitamente agli adulti del Comune e di altri luoghi. Allo scoppio della prima guerra mondiale si costituì a Traversetolo un Comitato per l’assistenza alle famiglie dei combattenti, del quale il Cisarri fu solerte segretario. Segretario fu pure del Patronato scolastico, istituzione che forniva libri e sussidi agli scolari poveri. Una collaborazione particolare diede a Comitato per i restauri alla chiesa parrocchiale, costituito nel 1924. Prima reumatismi, poi dolori artritici e altri disturbi lo costrinsero a chiedere la pensione per invalidità nel 1940, dopo trentasei anni di insegnamento. Durante la seconda guerra mondiale il Cisarri fu indotto a nascondersi presso una famiglia di Vignale. Col rastrellamento del 1° luglio 1944, effettuato dai nazifascisti in tutto l’arco di montagne a est della Cisa, fu catturato e rinchiuso nel campo di concentramento di Bibbiano. Nelle elezioni comunali del 1946, volendo contribuire alla ripresa democratica del paese, accettò la candidatura nella lista della Democrazia Cristiana, venendo eletto consigliere.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, in Al Pont ad Mez 1 1975, 22-25.


Parma 1653
Gesuita, insegnò retorica nel 1653 presso l’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: C. Antinori-M.C. Testa, Università di Parma, 1999, 160.

CISI, vedi CESI

CITI AZZO, vedi CESI AZZO


Parma 1638 c.-Parma 1705/1709
Fu accolto nel Collegio dei Giudici di Parma nel 1664. Insegnò all’Università di Parma nel 1673 come Criminalium Publ. Lector e nel 1677-1678 talvolta come Canon. iuris interpres e talvolta come Inst. Imp. lector. Si conosce l’argomento delle sue lezioni per il 1670-1671: interpretabitur praxim iudiciorum. Nel 1703 e 1704 appare come Lettore di canonico.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Mandati 1619-1715, n. 90, Certificati Scolastici 1673-1678, Mandati pagati 1702-1703, Mandati 1703-1704; Bolsi, 39 e 49; F. Rizzi, Professori, 1953, 56.


Parma 23 luglio 1593-post 1642
Figlio di Alessandro e Petronia. Si addottorò in leggi il 18 gennaio 1618. Nella professione di avvocato acquistò in breve tanto credito e reputazione che in Parma nessun altro ebbe maggior numero di clienti di lui. Per la sua integrità e dirittura morale fu frequentemente utilizzato negli affari pubblici della città. Fu riformatore dello Studio, ottenendo piena approvazione sia da parte dei docenti che da parte degli studenti. In seguito il duca Odoardo Farnese lo inviò come auditore generale a Castro e Ronciglione e in questa carica rimase anche durante il periodo più turbolento e calamitoso, sforzandosi sempre, senza per altro ottenere molti risultati, di compiere al meglio il proprio dovere.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 88-89.


Parma 28 maggio 1843-Parma 13 settembre 1915
Ammessa alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1860, cantò come seconda parte (mezzosoprano) in diversi teatri della Russia fino alla Siberia. Abbandonò la carriera quanto il marito, il tenore Italo Campanini (sposato in Parma il 19 giugno 1870), cominciò a percorrere le scene mondiali con successo. Ai due coniugi il direttore d’orchestra Cleofonte Campanini dedicò una sua romanza per mezzosoprano, tenore e pianoforte.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 23 maggio 1982, 3.


Borgo Taro-Homs 1 dicembre 1911
Figlio di Angelo. Caporale dell’8° Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Dopo avere tenuta lodevolissima condotta il 23 ottobre ad Homs, il primo dicembre si recava volontariamente a combattere sulla linea di fuoco ove cadde mortalmente ferito.
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4; G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi nella conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 25-26.


Parma-Parma 1802
Nel 1765-1766 fu lettore interinale primario di Istituzioni Civili all’Università di Parma. Dal 1768 al 1774 fu Lettore primario del Gius. Naturale e delle Genti e dal 1775 Lettore Eminente. Sostenne importanti uffici pubblici, con alterne vicende. Nel 1775 fu Consigliere della Dettatura, nel 1777 Consigliere del Supremo Magistrato Camerale, nel 1781 Primo Consigliere del Supremo Magistrato delle Finanze e nel 1785 Presidente Supremo del Consiglio di Giustizia. In quest’ultima carica fu coinvolto in un clamoroso processo e nel 1788 rimosso da tutti i suoi impieghi e privato del soldo. Nel 1794 però gli fu accordata la pensione, aumentata poi nel 1799 e nel 1800. Del Civeri si sono conservate solo Orazioni per conferimento di lauree (Parma, 1762, 1766 e 1777).
FONTI E BIBL.: U. Benassi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1925, 38, 40 e passim; M. Bocconi, La disavventura di un Ministro, in Aurea Parma 1 1949; Archivio di Stato di Parma, Ruoli Università 1768-1801 (Ruoli de’ Provvigionati, 17), R.D. Camera, Ruolo di Parma, 1774-1805, n. 46, 35, 37; F. Rizzi, Professori, 1953, 63.


Tarsogno 1813-Ziano 2 marzo 1882
Fece gli studi nel collegio Alberoni a Piacenza e si avviò alla carriera ecclesiastica. Nel 1848, parroco di San Giovanni in Canale in Piacenza, partecipò agli entusiasmi patriottici e nella sua chiesa parrocchiale il 7 e il 21 maggio di quell’anno tenne dei discorsi politico-religiosi in forma di omelia, poi pubblicati per le stampe (Piacenza, Tagliaferri). Collaborò assiduamente al periodico Il Tribuno, giornale politico diretto dal Freschi, nato con la partenza degli Austriaci e cessato col loro ritorno. Più tardi passò parroco a Ziano e per la festa dello Statuto, il 13 maggio 1860, scrisse un opuscolo (Piacenza, Del Maino) esuberante di sentimenti patriottici. Nel 1862, pure coi tipi Del Maino, pubblicò il discorso da lui pronunciato in occasione della distribuzione dei premi ai fanciulli delle scuole elementari di Vicomarino. Nel 1865 scrisse versi per Antonio Sangalli e nel 1876 licenziò per le stampe un opuscolo intitolato Osservazioni intorno all’acquisto dei beni demaniali parmensi (Piacenza, Tedeschi).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 129-130; Dizionario Risorgimento, 2, 1932, 706.


Parma 1770/1784
Letterato attivo tra il 1770 e il 1784.
FONTI E BIBL.: A. Brianzi, Una satira inedita di A. Mazza, Parma, Adorni & Ugolotti, 1903, 28-30; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 269.


Parma 31 marzo 1674-Parma febbraio 1740
Sacerdote. Lo si trova addetto alla chiesa di San Vitale di Parma fino al 1711, come presidente della Collegiata. Nel 1698 fu a Roma, ove scrisse un metodo, assai bello, di calligrafia: Regole necessarie per bene e regolarmente formare qualunque sorta di cancelleresco corsivo (in fine si legge Liborio Mauro Cizzardi da Parma scriveva in Roma). Il 18 marzo 1719 passò a servire la Cattedrale di Parma, investito di un beneficio vacante per la morte di don Carlo Vitale Righetti. In Cattedrale prestò i suoi servizi religiosi fino al principio del 1740. Come musicologo è conosciuto per avere scritto un libro sul canto gregoriano: Il tutto in poco, overo il Segreto scoperto composto da Liborio Mauro Cizzardi Sacerdote Parmigiano, e Presidente nella Collegiata di S. Vitale in Patria, diviso in cinque libri, ne quali si mostra un modo facilissimo per imparare il vero Canto fermo con le giuste Regole, e con alcune altre osservazioni necessarie ad un cantore. È dedicato al cardinale Anton Francesco Sanvitale, arcivescovo di Urbino, e fu stampato in Parma nel 1711 da Rosati. Se ne conservano esemplari nella Biblioteca del Conservatorio di Parma, nel British Museum di Londra, a Bologna nel Liceo Musicale e a Vicenza. Sembra che il Cizzardi scrivesse anche alcuni Ragionamenti intorno al Canto Fermo, che promise di pubblicare dopo poco, come si legge nell’opera anzidetta, ma che di fatto non videro la luce.
FONTI E BIBL.: Battistero di Parma, Libro dei Battezzati all’anno 1674; A. Pezzana, Memorie degli Scrittori parmigiani, VII, 90-91; Archivio della Curia, Benef. et Benefitiat, ms., fol. 214; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 46; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale, I, 175; R. Eitner, Quellen-Lex., II, 452; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 234; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 3, 1938, 200.


-Parma 1735
Dottore di medicina, fu Lettore nel 1719 presso l’Università di Parma. Secondo quanto nota il Cocchi nel suo Parere, il Cizzardi nel 1730 sentenziò a favore della realtà della gravidanza della duchessa Enrichetta d’Este, moglie di Antonio Farnese. Il Cizzardi compose anche versi latini.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 90-91.

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