Ti trovi in Home page>Dizionario biografico: Boschetti-Brizzolara

Dizionario biografico: Boschetti-Brizzolara

Stampa la notiziaCondividi su facebook

BOSCHETTI-BRIZZOLARA

Parma 1795-Parma 6 settembre 1855
Censore per molti anni dell’Università di Parma, fece parte del’Accademia dei Filomati. Tradusse il Dies irae e lo Stabat Mater e fu autore di molti componimenti di vario genere. Nei suoi versi non brillò una vera scintilla poetica ma qualche suo sonetto racchiude immagini vereconde e uno stile purgato e terso (Janelli). Il Boschetti morì di colera nell’Ospedale del Reale Giardino di Parma.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 492-493.


Parma 1749
Intagliatore, artefice nel 1749 del leggio nel coro di San Giovanni Evangelista in Parma, su disegno dell’architetto Giuseppe Bianchi.
FONTI E BIBL.: Bussoni, 1976; Il mobile a Parma, 1983, 258.


Felino 1887-1968
Dall’originaria attività familiare di salumificio in Felino, diede vita nel 1905 all’azienda di trasformazione del pomodoro con stabilimenti che, via via nel tempo, furono localizzati, oltre che a Felino, in Corcagnano, nella periferia di Parma (via Trento) e in San Lazzaro Alberoni.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 393.

-Parma 18 settembre 1874
Fu volontario nella campagna risorgimentale del 1859.
FONTI E BIBL.: Il Presente 19 settembre 1874, n. 252; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 401.


Parma 16 luglio 1833-post 1886
Figlio di Giovanbattista, indoratore, e di Maddalena Daceno. Sposò attorno al 1850 Doralice Lanfranchi, filatrice. Fu fotografo dal 1868 in strada del Quartiere 61. Successivamente operò in borgo San Silvestro 11 e dal 1877 in strada dei Genovesi 79. Nell’attività fotografica fu aiutato dai figli Sara Rosa e Ulisse. La fotografia non sembra però gli desse risultati soddisfacenti, tanto che per un certo periodo il Boschi si dedicò al mestiere di indoratore con bottega in borgo Salina 12. Burocraticamente l’insuccesso fotografico venne sancito nel 1882 con l’esenzione dal pagamento della prescritta tassa per carenza. Nel 1886 il Boschi venne definitivamente cancellato dalla matricola della Camera di Commercio di Parma per reddito insufficiente. Il Boschi, zio del fotografo Carlo Grolli, fu tra i volontari che presero parte alle campagne del 1849, 1859 e 1860-1861 per il Risorgimento nazionale.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 150.

Sant’Ilario di Baganza o Barbiano 1827-Piacenza post 1873
Nacque presso una numerosa famiglia di agricoltori che abitavano nella zona di Sant’Ilario Baganza e Barbiano. Fu gendarme sotto il governo borbonico e, per alcuni mesi (nel 1859), indossò anche l’uniforme dei Reali Carabinieri italiani. Fu costretto a malincuore a lasciare la divisa dai cambiamenti politici del tempo: il mestiere di gendarme lo aveva aiutato a emanciparsi e a ottenere, in tempi assai difficili, un ruolo dignitoso nella scala sociale, tanto da consentirgli di sposare la figlia del medico condotto di Calestano, Ramiolini. Il Boschi si sposò nel febbraio 1861 e cominciò a gestire a Calestano una rivendita di tabacchi. Colto a cacciare di frodo e con porto abusivo di armi, i suoi rapporti con la giustizia si guastarono e dal 20 maggio 1861 cominciò una latitanza solitaria che durò ben undici anni, durante i quali fiorì nel Parmense intorno alla sua figura un alone sempre crescente di leggenda, alimentata da furti, rapine, estorsioni, aggressioni, agguati, sparatorie e delitti d’ogni genere, che furono certamente esagerati per numero ed efferratezza dall’immaginario collettivo. La cattura del Boschi avvenne a Ghisoni, in Corsica, il 4 giugno 1872 dopo che questi era riuscito a espatriare sotto il falso nome di Giuseppe Marazzi. Processato dal tribunale di Parma il 26 maggio 1873 con una interminabile sequela di accuse, il Boschi venne ritenuto colpevole e condannato a morte (sentenza che fu mutata successivamente nel carcere a vita). Il Boschi morì quasi certamente nel carcere di Piacenza.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 maggio 1997, 5.

Felino 1882-1964
Nato in una famiglia di industriali alimentari che si era già significativamente affermata sia sul piano nazionale che su quello internazionale, nel 1924, intuendo l’interesse del mercato per un prodotto di elevata qualità e tipicità caratterizzato da una accentuata fedeltà ai metodi e regole produttive della migliore tradizione locale, fondò un’azienda basata precipuamente sulla produzione del salame di Felino. Si deve soprattutto al Boschi se questo prodotto tipico parmense venne conosciuto e apprezzato ovunque.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 393.

BOSCHO o BOSCO, vedi DEL BOSCO

Parma XVIII secolo
Fu scultore di figure in rame, attivo nel XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 221.

Ravarano 1708/1714
Appartenne alla famiglia dei marchesi di Ravarano. Fu alunno del Cenobio parmense e fu poi eletto nel 1708 abate del Monastero di San Giovanni Evangelista, carica che resse fino al 1714.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 158.

BOSCOLI GIAN SIMONE, vedi BOSCOLI GIOVANNI SIMONE


Parma 7 gennaio 1612-15 gennaio 1701
Figlio di Ottavio e di Isabella Ricardi. Il padre gli impose il nome di Gian Simone per onorare la memoria di Gian Simone Moschino, architetto e scultore (padrigno di Ottavio per averne sposato la madre vedova, Eustochia Cocconi Tarugi). Il Boscoli studiò in Parma le lettere e le scienze matematiche. Si diede poi alla carriere militare, servendo nelle Guardie Nobili del duca Odoardo Farnese, col quale si trovò nel 1635 in Piemonte all’assedio di Valenza. Diede prova di grande valore e di sicura fede allorché, tentato un assalto ad alcune mezze lune, riportò varie ferite. In seguito a questo episodio fu nominato Tenente delle fortificazioni. Il giorno 2 maggio 1642 fu fatto commissario di artiglieria in tutti gli Stati del Duca, come appare dalla patente speditagli dal generale dell’artiglieria, marchese Odoardo Scotti. Durante la guerra tra il duca Odoardo Farnese e i Barberini, il Boscoli partecipò all’assedio di Bondeno, nel Ferrarese. Presa Bondeno nel 1643, il Boscoli la fortificò e fece altrettanto alla Stellata. Passò nell’anno 1646 nel Ducato di Castro, dando anche in quella occasione prove indubbie di coraggio e di fedeltà. Per questo il duca Ranuccio Farnese lo promosse nel 1650 al grado di Tenente generale d’artiglieria e poi a quello di collaterale generale di tutte le sue milizie. Nel 1688 il Duca dichiarò il Boscoli marchese del feudo di Ravarano. Sposò Domitilla de’ Conti, che gli diede parecchi figli. Quando per anzianità fu dimesso dall’esercito, favorì con le proprie sostanze letterati e uomini di scienza, come a esempio Giambattista Morasca, piacentino, che nel 1681 gli dedicò il suo libro Delle Misure sopra li tre generi dell’Artigleria, stampato nel 1695 da Giuseppe Rossetti, che contiene una lusinghiera dedicatoria al Boscoli. Il Bacchini pubblicò il disegno di un raro bassorilievo di bronzo facente parte del ricco museo posseduto dal Boscoli. Il Boscoli morì mentre attendeva alla stesura di un’opera di architettura militare, per la stampa della quale era già stato preparato il suo ritratto inciso in rame. Ebbe sepoltura nella chiesa di San Pietro Martire in Parma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642 [218-220]; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 274-275.


Parma 7 agosto 1637-Parma 29 gennaio 1703
Figlio di Gian Simone e di Domitilla de’ Conti. Ebbe una rigida educazione religiosa. Fece inizialmente degli studi letterari, frequentando poi la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Parma, dove si laureò. Fu quindi (31 luglio 1659) ammesso al Collegio dei Giudici di Parma. Fu ascritto all’Accademia degli Innominati, riaperta pochi anni prima in Parma dal principe Alessandro Farnese. Il Boscoli si diede poi alla vita ecclesiastica, ottenendone in breve tempo qualificate e onorevoli cariche: Canonico della Cattedrale di Parma, protonotario apostolico, consultore del Sant’Uffizio e riformatore delle scuole parmigiane. Inoltre il vescovo Carlo Nembrini lo destinò a suo Vicario generale, giudice sinodale, esaminatore, penitenziere e revisore dei libri. Alla morte del Vescovo (1678), il Boscoli fu nominato Vicario capitolare e il duca Ranuccio Farnese sembrò sul punto di designarlo all’episcopato. Poi però il Duca decise di servirsi del Boscoli per gli affari dell’amministrazione civile, così lo creò suo consigliere e segretario di Stato (1682). Essendosi grandemente distinto nei suoi incarichi, assieme al padre fu dichiarato marchese del feudo Ravarano (1688). Il Boscoli ebbe le stesse cariche anche sotto il successore di Ranuccio, Francesco Farnese, dal quale fu tenuto in grandissimo pregio, ed era ormai famoso e conosciuto in tutta Italia, soprattutto in virtù delle sue dottissime opere legali, pubblicate in più edizioni e riprese dai più celebri legisti del tempo. Meritò fin l’onore, come scrive il conte Niccolò Cicognari dedicandogli una sua scrittura legale e cavalleresca, di scrivere sopra materie gravissime per comando d’Innocenzo XI. Infatti ebbe a trattare l’affare dei Segretariati: in concorrenza con molti altri dottissimi giureconsulti, la tesi del Boscoli prevalse tra tutte le altre. Di conseguenza ebbe dal Papa distinti onori e una pensione (lettera del cardinale De Luca nella Orazion funebre fatta al Boscoli). Il Bolsi dice inoltre che meritò la stima dei principi di tutta Europa: Apud omnes Europae Principes summam nactus est aestimationem. Fu sepolto nella chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, ove venne posta la seguente iscrizione, composta da don Maurizio Zappata: Lelio Boscolo Ex Marchionibus Ravarani Et Comitibus Cornianae Prothonotario Apostolico Ecclesiae primum parmesis canonico Et Generali Vicario Rainutii II Et Francisci I Farnesiorum Principum Ab Intimis Inde Secretis Consiliisque Delecto Et Utrisque In Muneribus Arduas Ob Cavsas Integrae Prudentiae Et Iustitiae Experto Morum Suavitate Et Religionis Candore Pietate In Deum Et Proximos Charitate Acceptissimo Et Desideratissimo Iuris Utriusque Perito Omniumq. Fere Splendore Virtutum Ornato Urbius Et Orbis Universim Moerore Mortales Deposuit Exuvias III Kal. Feb. Anni D.ni MDCCIII Sui Vero LXV Andreas Carolus Et Ioseph Nepotes Ex Fratre Amantissimo Patruo Moestiss. PP.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 277-280; D. Munerati, Di un antico Segretario di Stato di Casa Farnese: cenni storici biografici, in Rivista di Scienze Storiche 1 1909, 125-136.

BOSCOLI SIMONE, vedi SIMONCELLI SIMONE

BOSCOLI MOSCHINI GIOVANNI SIMONE, vedi BOSCOLI GIOVANNI SIMONE

Parma 1755/1759
Fu cantore alla Cattedrale di Parma dal 29 maggio 1755 al 14 giugno 1759.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

-Parma 25 giugno 1630
Contralto, fu eletto alla Steccata di Parma il 23 dicembre 1611. Morì di peste.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

Parma 11 marzo 1588-Parma 21 febbraio 1661
Figlio di Nicolò. Si applicò in gioventù allo studio delle leggi per gli interessi della sua casata, impegnata in continue liti con la Camera Ducale. Sotto la disciplina di un sacerdote, studiò le lettere e le scienze. Mortagli la madre, entrò nella Compagnia di Gesù. Fece il noviziato a Novellara (vi entrò il 5 aprile 1611) sotto il padre Ascanio Marazzi. Ritornò l’anno seguente a Parma per gli studi di filosofia e teologia, inframmezzati da un anno di grammatica che frequentò a Ferrara. Finiti gli studi con l’anno di probazione in Arona, ebbe poi la cattedra in Parma l’anno 1621 (fino al 1631 si trattenne in Parma leggendo filosofia e poi teologia). Fu poi rettore del noviziato in Bologna, istruttore in Novellara e nel Collegio di San Rocco in Parma (1642). Fu confessore della vedova del duca Ranuccio Farnese. Nella Congregazione Provinciale fatta alla morte del padre Vincenzo Carafa, fu inviato alla Congregazione Generale in Roma, dove dal governatore generale Piccolomini fu fatto governatore della provincia. Finito il triennio del suo provincialato, si pensò di mandare il Boselli preposito della Casa professa in Venezia ma poiché egli era ormai molto anziano fu lasciato a Parma. Morì poco tempo dopo per un attacco apoplettico, lasciando in eredità al Collegio Gesuitico di Parma i beni paterni.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 42; G.A. Patrignani, Necrologio dei Gesuiti, 1730, I, 193-194.


Parma 1718
Figlio di Giulio Cesare. Fu cavaliere e dottore in legge. Nel 1718 istituì una commenda nell’Ordine Costantiniano di San Giorgio di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 154.


Parma 11 giugno 1799-1868
Nacque dal conte Giulio Cesare e da Bianca Montanari. Il Boselli crebbe a Parma nel palazzo avito (via del Conservatorio 2) e nelle ville di Eja e Traversetolo. Fu guardia del corpo di Carlo IV re di Spagna. Nel 1839 venne nominato ciambellano e quindi primo maestro delle cerimonie di Corte. Fu poi cavaliere di prima classe (1846) e commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio (1849). Sposò (1821) la marchesa Maria Amalia Pallavicino dalla quale ebbe nove figli.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 154; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 96; Marchi, Figure del Ducato, 1991, 24.

Parma 14 ottobre 1840-Reggio Calabria 31 marzo 1923
Figlio di Tito, di nobile famiglia, e di Luisa Finelli. Nel 1860 fu Sottotenente di fanteria e partecipò alla campagna del 1866. Fu buon cultore di studi geografici e fu addetto, da Capitano, all’Istituto Topografico Militare. Entrato nel Corpo di Stato Maggiore, fece parte nel 1881 delle commissioni internazionali per la delimitazione delle frontiere turco-montenegrina e turco-ellenica e nel 1882 fu nominato capo di Stato Maggiore della divisione militare di Salerno. Comandò da Colonnello (1886) il 70° e il 29° reggimento fanteria e, promosso maggiore generale (1894), fu nominato Comandante della brigata Friuli. Collocato in disponibilità (1897), raggiunse nel 1903 il grado di Tenente generale. Negli anni di riposo fu segretario della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi e pubblicò studi sulla pittura locale del Cinquecento basandosi su documenti d’archivio sino ad allora trascurati: le pitture cinquecentesche della Biblioteca del convento benedettino di Parma con una memoria inserita nel volume IV dell’Archivio Storico (Parma, presso la Regia Deputazione di Storia Patria, 1903, pp. 159-174: Pitture del secolo XVI rimaste ignote fino a oggi) e con un articolo in Aurea Parma (a. II, fasc. 5-6, settembre-dicembre 1913, pp. 167-172). Intorno a una proposta di riforma del Calendario gregoriano pubblicò erudite Osservazioni nel vol. XIV (1914) dell’Archivio Storico. Divenuto socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria di Parma nel giugno del 1900 e membro attivo e segretario tre anni dopo, alla morte dell’Amadei, si dedicò, con opera assidua e intelligente, a rimettere in corso le pubblicazioni, arenate dalla lunga malattia del suo predecessore, e a sistemare la sede nei nuovi locali.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1924, 425-426; Enciclopedia Militare, II, 1926, 378; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 154; G. Gonizzi, in Gazzetta di Parma 6 dicembre 1959, 3.


San Pancrazio Parmense 22 agosto 1879-Parma 9 gennaio 1955
Nato da Raffaele, di nobile famiglia, ed Elena Tirelli, compì gli studi letterari presso l’Università di Bologna, ove frequentò le lezioni di G. Carducci e si laureò con una tesi sul mito degli Argonauti, che poi pubblicò (Il mito degli Argonauti nella poesia greca prima di Apollonio Rodio, Padova, 1905). Tra il 1906 e il 1911 insegnò letteratura italiana all’Università di Malta, dedicandosi contemporaneamente a studi filologici romanzi e all’edizione di testi in dialetto parmigiano, oltre che a occasionali ricerche erudite di argomento locale. Nel 1912, lasciata Malta, entrò come bibliotecario nella Biblioteca Palatina di Parma e questo evento modificò profondamente il corso dei suoi interessi scientifici, orientati da allora in avanti sempre più decisamente verso la bibliologia, la storia della stampa e la codicologia. Dopo aver partecipato alla prima guerra mondiale, diresse la Biblioteca Palatina tra il 1922 e il 1927, quindi, dal 1927 al 1930, la Nazionale di Palermo. Dal 1930 al 1936 fu direttore della Biblioteca Universitaria di Bologna, di cui ampliò e migliorò fondi e servizi. Poi, per poco più di un anno (marzo 1936-agosto 1937), passò a dirigere la Nazionale di Napoli, per chiudere infine la carriera come direttore della Biblioteca Nazionale di Firenze. Nel 1941 una grave infermità lo costrinse ad abbandonare prematuramente il servizio. Il Boselli fu un tipico rappresentante di quella particolare categoria di bibliotecari italiani che si trovò, cronologicamente e culturalmente, a metà strada tra il bibliotecario studioso di un tempo e il bibliotecario organizzatore. Egli fu un erudito assai dispersivo, sempre attratto dai più disparati oggetti di studio, ma in ogni suo saggio lasciò il segno di una solida preparazione filologica e di una elegante concisione. Importanti furono in campo bibliografico i contributi che il Boselli diede alla storia della stampa in Sicilia e alla conoscenza dei libri a stampa membranacei delle biblioteche di Parma e di Firenze. Esemplare è la ricostruzione della storia del codice originale della cronaca di fra’ Salimbene (La fortuna della cronaca di fra’ Salimbene, in Bullettino dell’Istituto Storico Italiano, LII, 1937, pp. 265-281), ma l’opera maggiore e più meritoria del Boselli resta il riordinamento e l’illustrazione dei ricchi e numerosi carteggi della Biblioteca Palatina di Parma, ricostruiti in unità organiche secondo una coerente metodologia storicistica, anticipatrice della più moderna archivistica dei manoscritti (cfr. Parma. Biblioteca Palatina. Nuovo ordinamento dei carteggi, in La Bibliofilia, XXIV, 1922-1923, pp. 224-228). Ai carteggi palatini e soprattutto a quello farnesiano e a quello bodoniano, il Boselli dedicò, oltre a saggi illustrativi particolari, anche due cataloghi descrittivi che costituiscono un modello di sintetica funzionalità (Il carteggio bodoniano della Palatina di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XIII, 1913, pp. 157-288; Il carteggio del cardinale Alessandro Farnese conservato nella Palatina di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XXI, 1921, pp. 99-172). Un suo intervento in favore di una maggiore liberalizzazione del prestito internazionale, tenuto al secondo Congresso Internazionale delle Biblioteche svoltosi nel 1935 a Madrid, diede la misura della sua moderna concezione delle biblioteche (Prestito internazionale, in Accademie e Biblioteche d’Italia, X, 1936, pp. 3-10).
FONTI E BIBL.: M.T. Danieli, Antonio Boselli, in Accademie e Biblioteche d’Italia, XXIII, 1955, 78 s.; M.T. Danieli, Antonio Boselli, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, VII, 1955, 23-30 (con bibliografia completa delle opere); B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 36; A. Petrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 232-233.

Piacenza 20 aprile 1650-Parma 23 agosto 1732
Figlio di Cristoforo, agiato calzolaio, e di Lucia Cattaneo. Ben poco si sa della sua educazione. A Milano, dal 1664 al 1669, fu allievo non di Giuseppe Nuvolone (Carasi) ma del di lui fratello Michelangelo (Fiori, 1967). Qui ebbe contatti con Angelo Maria Crivelli detto il Crivellone, specialista in nature morte di selvaggina. L’intonazione generale dei suoi quadri e il fatto che, al contrario di altri specialisti, egli amasse spesso interporre alle nature morte alcune realistiche figure, fa supporre che avesse ben osservato la pittura lombarda dei tenebrosi oltre che quella romana del Cerquozzi. Come ritiene lo Sterling, però, oltre queste ascendenze, egli dovette osservare, come la maggior parte degli artisti italiani che dipinsero nature morte nel Sei e Settecento, anche i Fiamminghi. Dopo un breve soggiorno a Piacenza, il Boselli si trasferì a Parma (1670) dove dipinse per i nobili locali e dove il 26 luglio 1673 dalla moglie Barbara Draghi (morta nel 1731) gli nacque l’unico figlio, Orazio, che fu pure pittore. I quadri del Boselli, se non grande fama, dovettero almeno dargli la possibilità di una vita agiata, ed è evidente, dal numero di opere sparse ovunque, specie nelle case nobiliari del Piacentino e del Parmense, che il suo fare fu alla moda, anzi dovette essere addirittura di rigore appendere alle pareti delle sale da pranzo quei suoi soggetti appetitosi, ma qualche volta truculenti, i quali, più che in un salotto, sarebbero stati bene in una macelleria, in una rivendita di polli o, al più, nelle vaste cucine nere di fumo e odorose di intingoli. Il Boselli appartiene, di massima, alla categoria di pittori di nature morte dal linguaggio paesano e modesto: carni macellate, pesci sventrati, uccelli morti, polli spennati, rami da cucina, sporte per la spesa, mastelli di legno, cavoli, verze e rape, tutto buttato alla buona su gradini di pietra consunti, su tavoli rustici. E, mescolati alla natura morta, animali domestici, ma sempre di bassa levatura, gatti senza pedigree (pare che il gatto, che ricorre tanto spesso nella sua pittura, rappresenti il suo nome: feles, felino=felix, felice), cani arruffati e randagi, un pollaio e, in mezzo, gente del contado che si è messa il vestito delle feste per portare al mercato i suoi prodotti, ma ha ancora le mani callose e le dita nere di terra. A questo clima si confà l’intonazione dei dipinti per lo più densi di pasta pittorica e gravi nei toni bassi rilevati da note argentine, con aperture improvvise su paesaggi folti di alberi. Un uomo del contado, del resto, fu anche il Boselli, quale appare nel tardo Autoritratto della Galleria Nazionale di Parma (1720 circa), vestito a festa, con la parrucca a boccoli e la tavolozza in mano, in posa aulica, ma con gli occhi vispi e arguti che scrutano, con vivace attenzione, il modello fuori campo, i due gallinacci appesi, che egli sta ritraendo nel quadro sulla destra. Eppure il Boselli non dipinse esclusivamente scene domestiche. Chiamato a Fontanellato da Alessandro Sanvitale per decorarvi il teatro, vi lavorò dal 1681 al 1690 circa. Ma fu praticamente pittore dei Sanvitale sin oltre il primo decennio del secolo successivo e per loro, oltre alle sue abituali rassegne di pesci e carni sanguinanti, dipinse ritratti e decorò la sala di ricevimento con un elegantissimo fregio di vasi traboccanti di fiori con ai lati bianchi grifi alati e paesaggi a sanguigna, cornici barocche a volute e conchiglie, per il quale indossò, una volta tanto, la toga praetexta, rivelando, nel soggetto e nella resa, una eccezionale finezza (Bocchia Casoni, pp. 32-36). Ma la serie più bella di quadri di genere sono sei ovati dipinti per i Meli Lupi a Soragna tra il 1700 e il 1701, ove alle nature morte, per lo più pesci e crostacei disposti su piani orizzontali, con in fondo un paesaggio, sono interpolate figure di giovani. Del 1702 è l’Ecce Homo in Santa Brigida a Piacenza, l’unica opera rimasta di soggetto sacro, ma che non è un unicum, in quanto si sa dagli antichi inventari di altre opere religiose, poi perdute. Nel 1704 tornò a Fontanellato, ove interpretò liberamente in dodici tele (Parma, Galleria Nazionale) la favola di Diana e Atteone affrescata dal Parmigianino in una saletta della Rocca: il modello non è che un pretesto e il Boselli si rivela succoso di colore e originale nel modellato dei panneggi. Altrove poi, così nel quadro col Mendicante cieco ed il fanciullo della Galleria Nazionale di Parma, si rifece, oltreché ai Lombardi, ai pittori di bambocciate, dall’olandese Peter Van Laer, detto appunto il Bamboccio, al romano Michelangelo Cerquozzi, ma con tono personale nei colori bassi rilevati di bianco e immediatezza nella pennellata, che modella con partecipe vigoria le vesti a brandelli, l’orecchio, le sensibili mani. Dello stesso stile sono quattro quadri dipinti per i Sanvitale dopo il 1710 (nella Galleria Nazionale di Parma), con nature morte e figure interpolate. Certo dello stesso tempo sono altri dipinti, dalla Macelleria, con l’uomo che pesa la carne al piccolo cliente, della collezione Zauli Naldi a Faenza, alla Selvaggina della collezione Antonio Piacenza a Piacenza, a una Piccionaia della collezione Zacchia Rondinini di Bologna, tra i migliori della sua attività per il modo prezioso con cui sono trattati: quello spruzzare d’argento, quasi un brillio di luci su fondo scuro, mentre di lontano appare spesso, come uno squarcio nel fondo, il primo chiarore di un cielo all’alba. Molti altri sono i quadri che possono essere ricordati di lui in collezioni pubbliche e private a Parma e a Piacenza (vedi Arisi, 1960, pp. 236 s.), nella Pinacoteca Civica di Cremona, nella Pinacoteca di Brera e nell’Accademia Carrara di Bergamo. Mentre non risultano commissioni da parte dei Farnese, sue opere furono inventariate nel 1713 nella imponente raccolta del Gran Principe di Toscana Ferdinando dei Medici (M. Chiarini, in Paragone 301 1975, pp. 57-98). Tra le opere più tarde del Boselli si conoscono due Nature morte, firmate e datate 1730 sul retro, nella Galleria Campori di Modena, dove sparisce invece il magico brillio delle opere mature e il suo fare, che ripete gli abituali modelli, diviene ormai una stanca ripetizione del passato.
FONTI E BIBL.: C. Carasi, Le pubbliche pitture di Piacenza, Piacenza, 1780, 90; Parma, Galleria Nazionale: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 106, ad vocem; P. Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, I, 4, Parma, 1820, 222; L. Scarabelli, Guida ai monumenti storici e artistici di Piacenza, Piacenza, 1841, 167; P. Bozzini, Elenco di artisti piacentini, in Strenna Piacentina per il 1879, 107-111; L. Ambiveri, Gli artisti piacentini, Piacenza, 1878, 107-111; G. Ferrari, Ricordo della Mostra d’arte sacra, Piacenza, 1903, 26-28; M. Marangoni, Valori mal noti e trascurati della pittura italiana del Seicento in alcuni pittori di natura morta, in Rivista d’Arte n. 1-2, 1917-1918, 30 (recensione di R. Longhi, in L’Arte XXI 1918, 239); V. Pancotti, Felice Boselli, in Ars Nova III 1924, 1-6; N. Tarchiani, La pittura italiana del Seicento e Settecento, Milano, 1924, 53; M. Campori, La Galleria Campori, Modena, 1924, 43; S. Fermi, Due nature morte del Boselli, in Libertà 22 marzo 1925; G. Copertini, Catalogo della Pinacoteca Stuard, Parma, 1926, nn. 152-156; V. Pancotti, La Chiesa di Santa Brigida, Piacenza, 1929, 154-156; V. Pancotti, La Galleria del Collegio Alberoni, Piacenza, 1933, 51 s.; G. Copertini, Felice Boselli, in Strenna Piacentina per il 1935, 100-107; S. Fermi, Due nature morte di Felice Boselli vendute a una recente asta milanese, in Bollettino Storico Piacentino XXXV 1940, 38 s.; F. Arisi, Nel terzo centenario della nascita di Felice Boselli (1650-1732), in Bollettino Storico Piacentino XLV 1950, 12-18; A. Puerari, La Pinacoteca di Cremona, Cremona, 1951, 209 s., 223 s.; C. Sterling, La nature morte de l’antiquité à nos jours, Paris, 1952, 58; A. Ghidiglia Quintavalle, I castelli del Parmense, s.l., 1955, 23 s., 33, 37 s. (con bibliografia); M. Borghini, Il pittore piacentino Felice Boselli, in Piacenza Sanitaria aprile 1956, 3-18 (con elenco delle opere); F. Arisi, Il Museo Civico di Piacenza, Piacenza, 1960, 230-238 (con bibliografia ed elenco delle opere a Piacenza); G. De Logu, La natura morta italiana, Bergamo, 1962, 71-73, 177 (con elenco delle opere); G. Pantaleoni, Le nature morte di Felice Boselli, in Selezione piacentina novembre 1963, 77-90; F. Arisi, Nature morte di Felice Boselli, Milano, 1964; G. Bocchia Casoni, Notizie inedite sulla vita e le opere del pittore Felice Boselli, in Parma per l’Arte XIV 1964, 31-42; G. Bocchia Casoni, La formazione stilistica di Felice Boselli, in Parma per l’Arte XV 1965, 127-136; R. Roli, in La Natura morta italiana (catalogo della mostra a Napoli, Zurigo, Rotterdam, 1964-1965), Milano, 1964, 103 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, C. Munari e la natura morta italiana, Parma, 1964, 91-94; G. Fiori, Documenti biografici sul pittore Felice Boselli, in Libertà 24 febbraio 1967; Natura in posa, catalogo della mostra, Bergamo, Galleria Lorenzelli, 1968, tav. 54; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, IV, 394; A. Ghidiglia Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 235-237; F. Arisi, Felice Boselli, pittore di natura morta, Piacenza, 1973, al quale si rimanda per una bibliografia completa, alla quale si deve aggiungere quanto sul Boselli scrisse E. Riccomini in I fasti, i lumi, le grazie, pittori del Settecento parmense, Parma, 1977, 32-34, e ancora Arte a Parma, 1979, 30-31; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 2 marzo 1998, 5.

Parma seconda metà del XVII secolo
Disegnatore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 38.

Parma 1598
Fratello di Nicolò. Laureato in legge, fu celebre giurista. Illustrò e ampliò le Adnotationes ad statuta Parmae (1598).
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 42; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 154.

BOSELLI GIOVANNI ANTONIO, vedi BOSELLI GIAN ANTONIO

Parma seconda metà del XVII secolo
Sacerdote e disegnatore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 39.


Parma 1746/1787
Figlio di Mattia. Conte, fu nominato con patente del 9 aprile 1787 Tenente Colonnello di cavalleria. Fu Comandante di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 154; Alla Regal Colorno, 1987, 101.

Parma 1788/1819
Fu guardia del corpo di Carlo IV re di Spagna.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 154.

Parma 1831
Tenente, durante i moti del 1831 prese servizio attivo nella Guardia civica. Fu mandato in distaccamento a Sacca, allorché si temeva il passaggio del Po da parte degli Austriaci. Per questa sua attività fu in seguito inquisito e tenuto sotto sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 143.


Zibello 1668
Fu alfiere vessillifero nell’anno 1668.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 maggio 1996, 5.

Parma 26 luglio 1673-1721
Figlio di Felice. Fu anch’egli pittore. Nel 1715 fu pagato per gli apparati compiuti nel Duomo di Parma l’anno precedente.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 106, 29, Parma, Galleria Nazionale; Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 235.


Parma 1598/1627
Fu eletto abate di San Sepolcro in Parma per cinque volte consecutive, ininterrottamente dal 1598 al 1627.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa di San Sepolcro, 1932, 90.

Parma 26 settembre 1553-
Figlio di Donnino e Anna. Di professione notaio, scrisse alcuni sonetti.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 111.

Parma-1913
Fu Presidente del comitato diocesano di Parma e del gabinetto cattolico Leone XIII. La documentazione riguardante il periodo della sua presidenza diocesana è conservata nell’archivio Micheli (Biblioteca Palatina di Parma, b. LVII).
FONTI E BIBL.: Dall’intransigenza al governo, 1978, 78.


Parma 1911-Javalambre 22 settembre 1938
Discendente da nobile famiglia. Nel gennaio 1937, alla vigilia della laurea in ingegneria all’Università di Bologna, partì volontario per la Spagna, volontario della Patria e della Fede come si definì egli stesso. L’11 novembre 1937, per il genetliaco di re Vittorio Emanuele di Savoja, con tutta la batteria in armi assistette a una messa dedicata al Sovrano e più tardi, in presenza dell’Alcade, pronunciò in spagnolo un brindisi in onore di Sua Maestà. Alla vigilia del rimpatrio (aveva ritardato l’imbarco per dare la precedenza a un collega), cadde in aspro combattimento a quota 1595 del Javalambre, sul fronte di Teruel, dopo aver, sebbene ferito, continuato imperturbabile il combattimento e mentre attorno a lui morivano sette dei suoi uomini. Fu decorato di medaglia d’oro al valor militare.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 36.

Parma 1 gennaio 1803-Parma 16 settembre 1847
Nacque dal nobile Marc’Antonio e da Marianna Fontanesi ed ebbe la prima educazione civile e letteraria nel Collegio Lalatta di Parma a spese della duchessa Maria Luigia d’Austria, che vi aveva istituito dodici posti d’alunnato per famiglie nobili cadute in ristrettezza. Attese allo studio del disegno e della pittura, che coltivò poi con maggiore assiduità e profitto nell’Accademia di Belle Arti di Parma: frequentò dal 1824 la scuola del Callegari, mentre dal 1823 iniziò l’apprendistato presso la Scuola d’incisione. Fu allievo di P. Toschi. Il Le Blanc ricorda cinque sue incisioni da S. Rosa e una dal Domenichino. Sono noti: una Veduta del castello di Persemberg (da C. Boccaccio), un Paesaggio boscoso (da J. Ruisdael), due vedute della Villa Wilding presso Palermo, le vedute dell’esterno e dell’interno del Battistero di Parma e la veduta est del Teatro Ducale (tutte a Parma, nella collezione Lombardi). Incise alcuni rami per la Galleria Pitti del Bardi, per la Reale Galleria di Firenze del Ranalli e per la Reale Galleria di Torino del D’Azeglio. Nel 1839 incise, in collaborazione con il Cornacchia, la stampa della Disfida di Barletta, da un quadro del D’Azeglio.
FONTI E BIBL.: Ch. Le Blanc, Manuel de l’amat. d’estampes, I, 469; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 1910, 394; P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; G.B. Janelli, Dizionario dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 78; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; H. Apell., 1880; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 154; Mostra di acquarelli, disegni e stampe di P. Toschi, catalogo a cura di G. Lombardi, Parma, 1947; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 43; Arte incisione a Parma, 1969, 48; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 402; Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 254; Enciclopedia di Parma, 1998, 167.

Chiari 21 giugno 1901-Fidenza 1 agosto 1962
Nacque da una famiglia contadina di ferventi cristiani e fu il settimo di ben sedici fratelli. Negli anni dell’infanzia maturò in lui la vocazione al sacerdozio. Dopo aver frequentato le scuole medie e i primi anni del ginnasio, comunicò ai familiari l’intenzione di diventare ministro di Dio. Al seminario bresciano frequentò il ginnasio superiore e successivamente passò al Collegio Arici per conseguire la licenza liceale. Nel Seminario Maggiore iniziò gli studi di teologia che furono conclusi con la laurea a pieni voti che egli ottenne presso l’Università di Milano. Il 6 gennaio 1924 fu ordinato sacerdote nella Cattedrale di Brescia e i suoi superiori vollero che andasse a Roma per conseguire la licenza in Sacra Scrittura all’Istituto Biblico. Ritornato a Brescia, cominciò a dedicarsi all’insegnamento diventando professore di Sacra Scrittura nel Seminario bresciano. Rimase con tale incarico dal 1927 al 1951. Il Bosetti fu anche insegnante di religione nell’istituto magistrale e in quello agrario. Il 6 gennaio 1942 fu chiamato a reggere la vasta e importante parrocchia di Sant’Alessandro. Il 6 gennaio 1952 venne elevato alla massima dignità sacerdotale: da Giacinto Tredici, arcivescovo di Brescia, venne consacrato Vescovo di Ippona Zarito (rimase nella sua diocesi come Vescovo ausiliario). In un primo tempo, e per oltre tre anni, conservò pure la sua parrocchia. Poi la ragguardevole età di monsignor Giacinto Tredici impose al prelato di ordinare al Bosetti una dedizione esclusiva alla vastissima diocesi bresciana (più di 450 parrocchie con oltre ottocentomila anime). Per un decennio il Bosetti fu a fianco di monsignor Tredici che ebbe in lui un valido aiuto e un fervente apostolo. Il Bosetti estese la sua attività anche alla cura spirituale delle famiglie emigrate. Iniziò a visitare i Bresciani all’estero: si recò varie volte anche in Svizzera per rimanere qualche giorno con coloro che lo avevano conosciuto come parroco e come vescovo. Fu anche particolarmente sensibile verso gli ammalati: non si contano i pellegrinaggi che guidò ai vari santuari per permettere loro di trovare nella preghiera il conforto e la forza di sopportare il male. Fu predicatore di corsi di esercizi per il clero, di ritiri sacerdotali, esaminatore presinodale presso istituti religiosi, censore di libri, direttore del corso magistrale per l’insegnamento nelle scuole, assistente ecclesiastico del segretariato della Moralità e del Centro Italiano Femminile, vice superiore e poi superiore delle Figlie di Sant’Anna Merici. Il 21 maggio 1961 fu nominato Vescovo di Fidenza. A Fidenza giunse con un ricco bagaglio di esperienza e di umanità e con il desiderio di dedicarsi interamente ai suoi nuovi figli spirituali, ma dopo soli tredici mesi di episcopato morì.
FONTI E BIBL.: Morte di Monsignor Guglielmo Bosetti, Vescovo di Fidenza, in Gazzetta di Parma 2 agosto 1962, 1; E. Gandini, in Gazzetta di Parma 3 agosto 1962, 9; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 165.


Parma 1615
Intagliatore, nel 1615 realizzò la statua di San Rocco per l’oratorio dei Santi Simone e Giuda.
FONTI E BIBL.: Gabbi, 1819-1824, v. I, 141; Il mobile a Parma, 1983, 254.

Parma seconda metà del XV secolo
Maestro da muro e di legname operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 73.

Piacenza o Parma XIX secolo
Ingegnere, fu autore di tavole storiche e statistiche di raro pregio.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 101.

BOSI DOMENICO, vedi BOSI GIUSEPPE DOMENICO


Parma 1678/1706
Intagliatore, nell’anno 1678 fu immatricolato tra gli Ufficiali dell’Arte. Eseguì i seguenti lavori: 1689, fusto di carrozza; 1694, tre lampadari e trentadue aquile, lupi e leoni intagliati; 1701, sei cornici ovali, soffitto del Gabinetto nella Rocca di Soragna; 1703, ancona della Vergine della Cintura nella Parrocchiale di Fontanellato; 1704, ruota della carrozza grande; 1705, bucintoro nuovo; 1706, due cornicioni nell’appartamento nuovo e sei piedistalli nella Rocca di Soragna.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2-4; A. Dal Pozzo, 1970, 87-89; Il mobile a Parma, 1983, 256.

Parma 30 luglio 1799-Parma 24 novembre 1883
Nacque da Giuseppe e da Teresa Mondelli. Compiuto tutto il ciclo di studi fino a laurearsi a Parma a soli diciannove anni in legge (suoi maestri furono Luigi Bolla e don Remigio Caescini), il Bosi diventò compilatore della Gazzetta di Parma e correttore di bozze nella tipografia ducale nel 1821, a ventidue anni. Pur così giovane, fu già allora molto stimato anche nell’ambiente di Corte per le sue qualità personali e la preparazione culturale. Sebbene la sua direzione sia stata piuttosto breve, risultò importante perché con lui il giornale attuò una riforma strutturale e anche di immagine (con l’ampliamento del formato, 1° gennaio 1822). Restò alla Gazzetta di Parma dal gennaio 1821 al novembre 1823 quando, attraverso Luigi Mussi, chiese a Maria Luigia d’Austria di essere destituito dall’incarico per motivi di salute (ma fu solo un pretesto onorevole di disimpegno). In effetti, la sua dichiarazione di essere ammalato di tisi polmonare è evidentemente contraddetta dal fatto che il Bosi restò in vita ancora sessant’anni: in realtà la questione è probabilmente da mettere in relazione con la sua appartenenza alla Carboneria. Dopo la parentesi alla Gazzetta di Parma si dedicò completamente agli studi preferiti: in particolare quelli bibliografici, per cui giunse a essere nominato censore della stampa nel 1840 e successivamente vice direttore della polizia, cui seguirono altri prestigiosi incarichi come segretario capo nella seconda divisione finanze (1848), segretario capo del Consiglio di Stato (1854), poi consigliere di Stato e infine magistrato delegato alle funzioni di Pubblico Ministero presso la Commissione dei Conti nell’amministrazione ducale. Gli fu inoltre affidata la liquidazione del patrimonio Serventi e fu insignito della croce dell’Ordine del Merito. Può sembrare singolare ma, evidentemente, questi impieghi all’interno dello Stato luigino non erano in contrasto con il fatto che egli appartenesse, o fosse appartenuto, alla Carboneria: il suo nome compare anche nell’Elenco dei sudditi parmensi più o meno compromessi nelle turbolenze avvenute nel Ducato nel 1831. Fu molto amico di Francesco Pastori, estensore del foglio rivoluzionario uscito prima con il nome di Foglio Commerciale poi con quello di Eclettico, del quale frequentò la casa e fu amministratore. Il Bosi è generalmente ricordato nelle biografie con termini encomiastici: non si accenna nemmeno brevemente alla sua presenza nella Carboneria, presumibile censura celebratoria di vicende giovanili da parte di prudenti contemporanei. Sebbene durante i numerosi anni di studio avesse raccolto molto materiale storico-locale, non lasciò scritti degni di nota, anche se per le sue competenze, soprattutto bibliografiche, venne nominato socio della Regia Deputazione di Storia Patria di Parma. La Deputazione acquistò la Raccolta Bosi, costituita in gran parte da materiale di storia locale (formata da 731 volumi, diversi del Quattrocento e parecchi Aldi, Elzevir, Giunti, Comino, Bodoni, 343 opuscoli e 10 pacchi di manoscritti), nel 1886 dalla vedova del Bosi, Luisa Serventi, su proposta del socio effettivo Raimondo Meli Lupi di Soragna nella seduta del 19 dicembre di quell’anno.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 10-13; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 147; Parma. Vicende e protagonisti, 1978, II, 191; Aurea Parma 2 1991, 130-132; Aurea Parma 3 1994, 279.

Parma 1880
Sacerdote laureato, fu fondatore di un’opera pia in Parma.
FONTI E BIBL.: Statuto organico dell’Opera Pia disposta dal sacerdote dottor Pier Maria Bosi, Parma, Fiaccadori, 1880.

Parma-post 1723
Fonditore di campane operante nella prima metà del XVIII secolo. Per la chiesa di Santa Cecilia in Parma nel 1709 fuse la seconda e la terza campana. Soppressa la chiesa nel 1808, la prima passò nella chiesa di Ognissanti. Nella cappella della villa Solari di Porporano si trova una sua campana con l’effige di Santa Felicola e la scritta Procul recedat calamitas tempestatum. P. Bosi f. 1723. Fu qui trasportata dal convento di Montechiarugolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 33; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1701/1712
Sacerdote, fu cantore alla Chiesa della Steccata in Parma dal 25 marzo 1701 e alla Cattedrale di Parma negli anni 1705-1712.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

Parma 26 giugno 1795-Parma 12 marzo 1878
Nacque da Giuseppe e da Teresa Mondelli, e fu fratello maggiore di Giuseppe Domenico. Dai primi rudimenti scolastici sino al completo corso di belle lettere ebbe quale maestro privato il dottore in teologia don Giovanni Bianchi, che fu poi rettore di San Bartolomeo in Parma. Presso l’Università di Parma si laureò in filosofia razionale (ebbe tra i suoi insegnanti il celebre orientalista Gian Bernardo De Rossi) e scienze matematiche e fisiche. Subito dopo entrò nel Seminario vescovile di Parma. Fu ordinato sacerdote nel 1817. Durante gli anni trascorsi in Seminario continuò gli studi ecclesiastici e quelli di letteratura classica e di storia. Nel 1822 fu ricevuto in Roma nella Compagnia di Gesù e lì perfezionò i suoi studi nelle scienze sacre. Successivamente ebbe la direzione dei collegi convitti di Viterbo, di Urbino e di altre località e insegnò scienze ecclesiastiche e lingua ebraica a Roma e teologia morale e dogmatica a Roma, a Ferrara, a Reggio e in altri centri. In seguito ai moti del 1848 riparò a Parma, uscendo anche dalla Compagnia di Gesù. Il Collegio dei Teologi di Parma lo annoverò tra i suoi membri, e fu pure esaminatore prosinodale. Le sue vaste cognizioni nelle materie liturgiche lo fecero conoscere anche fuori dalla diocesi parmense tanto che fu consultato da cardinali e vescovi in veste di direttore spirituale e consigliere nei più spinosi affari delle loro chiese. Dopo l’uscita dalla Compagnia di Gesù, gli fu offerto più volte un canonicato nella Cattedrale di Parma, che egli sempre ricusò, accettando soltanto un beneficio nel Venerando Consorzio della stessa Cattedrale. Dotato di eccezionale memoria, il Bosi conosceva a memoria gran parte della Divina Commedia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 29-31.

BOSIO ANTONIO, vedi BOSIO GIOVANNI ANTONIO


Piantonia 1466-1539
Fu forse fratello del notaio Bernardino, che esercitò la professione dal 1509 al 1519. In una piccola lapide è detto Philosophus Poeta et Medicus. Di lui è rimasto un sonetto (con due varianti) in morte di un generale d’armata, che viene paragonato a Furio Camillo nella prima stesura e a Fabio Massimo nella seconda (per il resto i due sonetti si equivalgono e spesso i versi sono identici).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 235; Pini, Vecchi medici, 1960, 28.

BOSIO GIANANTONIO, vedi BOSIO GIOVANNI ANTONIO


Parma 1666/1737
Incisore. Fu attivo in Parma, Firenze e Venezia (in questa località fin verso il 1693). Incise a bulino due frontespizi, uno per le Rime piacevoli di G.B. Marino (1666), l’altro per gli Elogi di Lorenzo Crasso (1683) e ad acquaforte allegorie (Caritas romana), soggetti sacri, vedute scenografiche e ritratti, tra cui quello della musicante Lucrezia Leonora. Incise le tavole per il Museo Etrusco di Antonio Francesco Gori (Firenze, 1737).
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, vol. IV, 1910; Arte incisione a Parma, 1969, 34; Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 256.

Parma prima metà del XVII secolo
Ricamatore operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 74.

Parma 1106
Primicerio, arcidiacono e maestro di scuola, fu Canonico della Cattedrale di Parma nel 1106.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 161.

Arcisate 1727-Parma 4 novembre 1792
Figlio di Pietro Luigi. Nel 1743 il Bossi seguì il padre in Germania (Hubertsburg, Norimberga e Dresda): certo apprese da lui l’arte dello stucco e probabilmente ne fu collaboratore. In Germania apprese anche l’arte dell’incisione, dato che nella sua Raccolta di teste pensieri e prove d’acquaforte, accanto a incisioni di teste molto più tarde (1783-1784), ve n’è una datata 1754, un’altra Dresdae 1755 e la stessa segnatura ha la Presentazione al tempio da G. Carpioni (nel Gabinetto Nazionale delle Stampe di Roma, tra i ritratti incisi dal Bossi, uno è datato 1753). Allo scoppio della guerra dei Sette anni (1757), comunque, il Bossi ritornò in Italia, attraverso la Svizzera: una sua incisione rappresentante un frate con barba fluente (in una versione della Biblioteca Palatina di Parma firmata Borto Nazari p. Benigno Bossi Sculp.) è segnata Mediolani 1758. Poco dopo si dovette trasferire a Parma, dato che esistono incisioni segnate Parma 1760 e anzi, già nel 1759, a Parma, fu pubblicata la Iconologie tirée de divers auteurs di J.-B. Boudard, per la quale egli incise alcune tavole. Certo è che in quegli anni il Bossi eseguì il trofeo in stucco, su disegno del Petitot, per l’attico della facciata della chiesa di San Pietro (la costruzione iniziò nel 1761). La collaborazione con il Petitot fu particolarmente fortunata dato che nel 1764 il Bossi incise su suoi disegni la Suite des vases. Nello stesso periodo contribuì alla decorazione del palazzo della Riserva, decorando lo scalone e alcune sale con festoni a stucco di grande eleganza. Dal 1o aprile 1766 il Bossi risulta impiegato come stuccatore di Corte. Nello stesso anno insegnò anche nell’Accademia di Belle Arti, dove vinse il premio di ornato. Nel 1767 ebbe inizio la ristrutturazione del Palazzo del Giardino, con l’aggiunta delle due ali laterali. Il Bossi è l’autore degli stucchi interni, i più importanti dei quali, i medaglioni nelle volte delle gallerie laterali, andarono purtroppo distrutti durante la seconda guerra mondiale. Le decorazioni superstiti a festoni, trofei e conchiglie mostrano uno stile sicuro e grazia e vivacità soprattutto nei puttini (cfr. G. Copertini, in Parma per l’Arte VIII 1958, pp. 125-128). Negli affreschi monocromi della Sala dei Giochi (staccati e conservati alla Galleria Nazionale) il gusto neoclassico è preponderante: si tratta di nove scene tratte dal V libro dell’Eneide rappresentanti i Giochi in onore di Anchise. Il Bossi ne ambientò alcune in un vasto paesaggio alberato, popolato di erme, di statue e di obelischi, in cui le figure d’ispirazione parmigianinesca si disegnano con netti risalti e luci fredde. Altre, come la Corsa delle bighe, sono ambientate entro sfondi architettonici assai ricchi, di gusto molto francese. Nella raccolta Ortalli (Biblioteca Palatina, Parma) si trovano due incisioni, una dall’Eneide e l’altra da Orazio (ode III, libro IV) molto simili a questi affreschi nel taglio scenico e nel gusto. Secondo il Donati (Guida di Parma, 1824, p. 132) il Bossi inoltre fornì i disegni per la decorazione di una stanza del Casino dei Boschi, eseguita poi da N. Rusca e Pietro De Lama su commissione di Maria Amalia di Borbone. Il Campori (Lettere artistiche, 1866, pp. 208-209), riporta due lettere del Bossi inviate rispettivamente al Bertoluzzi (1771) e al De Lama (1789): in quest’ultima riferisce su possibili variazioni da apportare al progetto per la decorazione di una sala, quasi certamente questa del Casino, per il riferimento ai materiali occorrenti (conchiglie, ecc.). Nel 1772 il Petitot costruì il piccolo oratorio del Casino di Copermio presso Colorno. Nell’interno di esso, sui pennacchi della piccola cupola, sono rappresentati i Quattro Evangelisti in stucco, figure piene di fantasia e di notevole qualità. Un’ipotesi di attribuzione al Bossi, possibile da un punto di vista cronologico, non è sostenuta da documenti certi. Sicuramente il Bossi lavorò alla chiesa ducale di Colorno, San Liborio, già costruita nel 1725, che il Petitot trasformò di sana pianta, cambiandone l’orientamento durante i lavori, definitivamente terminati nel 1791. Non si sa bene che ruolo avesse il Bossi nella decorazione della Chiesa: infatti nei pagamenti per le Reali Fabbriche di Colorno (Parma, Archivio di Stato) appare con i suoi allievi per lavori agli altari, non altrimenti specificati, dal novembre del 1777 al dicembre dell’anno successivo. Gran parte di questi lavori venne probabilmente distrutta nel corso stesso della costruzione (cfr. E. Monti, L’architetto Petitot, in Bollettino d’Arte IV 1924-1925, pp. 253-276 passim). Molti quadri in San Liborio vengono attribuiti al Bossi. Tra questi sicuramente autografa è la replica della pala con la Beata Orsolina Veneri di fronte all’antipapa Clemente VII, eseguita su commissione del duca Ferdinando di Borbone per la chiesa di San Quintino a Parma nel 1786. Tra le altre opere, sempre nella chiesa ducale di Colorno, la pala dell’altare di San Domenico, con l’Apparizione in Soriano della Madonna, Santa Maria Maddalena e Santa Caterina che recano l’immagine di San Domenico, attribuitagli dal Baistrocchi (Biblioteca Palatina), è confermata al Bossi da due incisioni del Saussat datate 1794, che portano la segnatura B. Bossi inven. Sempre attraverso i riscontri con le incisioni, possono essere assegnati al Bossi, nella chiesa di San Liborio, anche i quadri con San Marino e con Sant’Omobono e per caratteristiche stilistiche quelli raffiguranti San Giovanni Buralli, Sant’Alberto da Bergamo e San Pietro da Uremis. In questa sua produzione pittorica sembra predominare, più che lo spiccato gusto neoclassico dei monocromi con i Giochi, la maniera contegnosa del Batoni (due quadri del quale furono a Parma dal 1760 circa) e l’influenza del Callani (a Parma, nel 1952, sono state esposte due piccole Vestali a olio della collezione Corradi Cervi di Parma). Migliore artista fu forse il Bossi incisore, esperto in tutti i procedimenti dell’incisione, da quelli lineari a quelli di tono. L’acquatinta (lavis) fu da lui portata al massimo delle sue possibilità di rendimento, sia come mezzo in sé sia in associazione con altri. Molta parte della sua attività di incisore fu dedicata alle opere del Parmigianino, per cui nutrì un vero culto. Nacque così, prima in tavole sciolte, poi, nel 1772, in volume, la Raccolta di disegni originali di Fra.co Mazzola detto il Parmigianino, tolti dal gabinetto di sua eccellenza il sig.re conte Alessandro Sanvitale, incisi da Benigno Bossi Milanese stuccatore regio e professore della reale Accademia delle Belle Arti, che può considerarsi il suo capolavoro. Sono 30 tavole compreso il frontespizio: in ossequio agli originali, sono stampate parte in seppia parte in nero. Il Bossi incise altre opere del Parmigianino, del Correggio, del Guercino, del Landonio, già suo allievo, del La Rue. Del Petitot incise, oltre alla Suite de vases tirée du cabinet de Monsieur du Tillot marquis de Felino (Milano, 1764), ad alcune tavole per il volume stampato da Bodoni nel 1769 che riporta le Feste celebrate in Parma in occasione delle nozze di Ferdinando di Borbone e Maria Amalia e le vignette del frontespizio delle Pastorelle d’Arcadia, feste campestri, stampato sempre da Bodoni nel 1769, alcuni Caminetti di ispirazione piranesiana e una Mascarade à la Grecque d’après les dessins originaux tirés du cabinet de le marquis de Felino (Parma, 1771). Non contento di fare, come incisore, solo opera di riproduzione, intagliò fin dai primordi anche rami di sua invenzione e su di essi anzi si compiacque di porre l’accento, quasi a rivendicare la sua genialità creativa, riunendoli più e più volte, con varianti, in volumi dai titoli diversi (Raccolta di teste inventate, disegnate ed incise da Benigno Bossi, Fisionomie possibili, Prove all’Acquaforte, Miscellanea, Trofei), oltre a molte illustrazioni e frontespizi per libri, quali Le Stagioni di G. Guttierez nella prima edizione rizzardiana (Brescia, 1760), i Discorsi accademici del conte Gastone Della Torre di Rezzonico (Parma, 1772), I versi sciolti e rimati di Dorelli Dafneo (è il Rezzonico, Parma, 1773). Sulle incisioni in facsimile del Bossi, cui la preoccupazione di una equivalenza senza residui con i disegni originali conferisce spesso un che di meccanico e di freddo, si può avanzare qualche riserva, ma non così sulle incisioni di sua invenzione. In queste, sia che si tratti di una fantasia mitologica o di una allegoria delle stagioni, sia che si tratti di una testa o fisionomia possibile, il Bossi, sciolto da quella preoccupazione, si anima e tende a individuarsi. Anche la produzione delle teste e delle fisionomie possibili corrispose a una moda del tempo, che affondava le radici nelle famose deformazioni di Leonardo, ma che nel campo specifico dell’incisione era stata sfruttata specialmente dal Grechetto nel Seicento e dai Tiepolo nel Settecento: gli autori cioè che il Bossi sembrò tenere specialmente presenti. Appare inoltre evidente quanto i suoi tratti riportino a Tiepolo, Piazzetta, Rotari, Nogari, Giulia Lama, tanto più che il Bossi dovette essere un raccoglitore appassionato di stampe da portare in Italia, per farne commercio e per trarne aggiornati spunti per sé e per i numerosi allievi che si formarono alla sua scuola. A proposito della sua attività di ricercatore di dipinti e incisioni per sé e per gli altri si ha notizia attraverso una lettera inedita (Raccolta autografi, 4394, n. 40, serie LX in Archivio di Stato di Parma) inviata dal Bossi a Liborio Bertoluzzi, che si trovava a Parigi, datata 2 marzo 1773: in essa si accenna a problemi conservativi, alla spedizione di quadri, all’indagine condotta insieme a Petitot per trovare pezzi artistici di pregio. Alle teste di maniera, quali di prevalenza venivano prodotte in quegli anni, egli volle evidentemente contrapporre le sue teste dal vero, notevoli per la loro icasticità e puntualizzazione espressiva. Eclettismo fu dunque il suo, dal Parmigianino al Petitot, dal Dürer al Castiglione, ma tutt’altro che superficiale, rifuggente sempre dalla volgarità e dalla faciloneria. Il Bossi formò alcuni allievi valentissimi come Francesco Landonio, Simone Francesco Ravenet iunior, Paolo Borroni e Guglielmo Silvestri.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo d’Antichità: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms., VIII, ad vocem, e Materiale per una guida artistica e storica di Parma (chiese e conventi), ms.; Parma, Biblioteca Palatina: R. Baistrocchi, Notices sur les peintures et les peintres de Parme, ms.; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 128, 162; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 80; A. Pezzana, Memorie dei letterati parmigiani, Parma, 1833, 375, 534; C. Le Blanc, Manuel de l’amateur d’estampes, I, Paris, 1854, 483 (con bibliografia precedente); P. Martini, L’arte dell’incisione in Parma, Parma, 1873, 17 s.; G.A. Gariazzo, La stampa incisa, Torino, 1907, 119-121; S. Lottici, Le belle arti nella Chiesa di San Quintino, in La Realtà 1908, 4; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928, 544; G. Copertini, Tesori d’arte ignorati in Aurea Parma XII 1928, 15; N. Pelicelli, Il Palazzo del Giardino, Parma, 1930, 23-26; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, ad Indicem; A. Pettorelli, I disegni del Parmigianino nelle incisioni di Benigno Bossi, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3, V 1940, 33-38; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia (catalogo), Parma, 1952, 39, 41, 44, 51 s.; P. Usberti, Note storico artistiche sul palazzo del Giardino, in Gazzetta di Parma 29 aprile 1958; A.M. Castelli Zanzucchi, Contributo allo studio su Benigno Bossi, in Parma per l’Arte X 1960, 149-185; M. Pellegri, E.A. Petitot, Parma, 1965, 50-185 passim; G. Bertini, I Quadri della Real Chiesa di San Liborio di Colorno; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 405; A. Petrucci-P. Ceschi Lavagetto, in Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 290-293; E. Riccomini, I fasti, 1977, 134-145; Arte a Parma, 1979, 122-125.

Parma 1698-post 1763
Figlio di Eleuterio. Secondo il censimento del 1765, visse in una casa di sua proprietà nella parrocchia di San Bartolomeo in Parma insieme alla cognata e due nipoti ormai maggiorenni. Nel 1722 lo si trova a lavorare nel Duomo di Parma, nella cappella dei Santi Fabiano e Sebastiano, dove eseguì stucchi con ornati di fogliame e d’armi. Tra il 1729 e il 1733 fu alla Steccata di Parma dove operò nel coro coi disegni di Adalberto Della Nave e del Mozzani. Undici anni più tardi eseguì due decorazioni di armi e festoni sull’arco di San Lazzaro. Intensa fu la sua attività di esecutore di statue e ornamenti per i complessi apparati che si realizzavano in occasione delle solenni cerimonie per i grandi avvenimenti che segnavano la vita del Ducato. Nel 1745 fu a capo degli stuccatori che operarono sotto la direzione di Maurizio Lottici per costruire la machina dei fuochi di gioia posta nella Piazza maggiore per festeggiare il giuramento prestato dai Parmigiani a Elisabetta Farnese, regina di Spagna. Nel 1746 il sodalizio Lottici-Bossi si espresse nella ancona dell’Oratorio dei Rossi. L’anno seguente il Bossi si recò a lavorare nel palazzo di Alessandro Pallavicino a Bufolara di Busseto (venne pagato nel 1752). Nel 1750 fu a capo del gruppo degli stuccatori che operarono nel Palazzo Ducale di Parma agli ordini dell’architetto Carlier. Oltre a statue per catafalchi (1741, ornati e statue in stucco posti in opera nella Chiesa dell’Annunciata a Parma, nel gran catafalco eretto per i funerali dell’imperatore Carlo VI), tra il 1760 e il 1763 eseguì a Parma insieme a Giovanni Ghezzi i numerosi stucchi che ornano la chiesa di Sant’Antonio Abate e nel 1763 plasmò le due figure allegoriche che si trovano nel primo altare a destra nella chiesa di San Pietro.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. VII, 1700-1750, cc. 35, ms. della fine del XIX secolo; P.P. Mendogni, in Gazzetta di Parma 19 maggio 1980, 3; La reggia di là da l’acqua, 1991, 173.

Felino-Flondar 30 maggio 1917
Bersagliere dell’11o Reggimento Bersaglieri ciclisti, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con mirabile slancio e sprezzo del pericolo, visto il nemico sotto le nostre linee, si gettava fuori della trincea al grido di Avanti Bersaglieri! trascinando col suo esempio i compagni. Ferito una prima volta, non si ritirò dal combattimento, finché colpito a morte, cadde da prode sul campo, non senza tralasciare di incitare i compagni ad avanzare.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1921, Dispensa 35a, 1765; Decorati al valore, 1964, 40.


Guastalla 26 agosto 1806-Parma 29 dicembre 1875
Una tempera, databile a prima del 1859, è l’unica opera conosciuta del Bossi, pittore scenografo e di quadratura, educato all’arte in Parma, segnalato soltanto dallo Scarabelli Zunti (ms. seconda metà Ottocento, v. IX, f. 78 r.). Arrivò a Parma nel 1835, esercitandovi l’arte pittorico decorativa nella quale si rese distinto. Si sa poi di scene attuate nel Teatro Comunale a Guastalla (1841) e della decorazione interna nel Teatro Comunale a San Secondo, nel 1853-1857 circa (Cirillo-Godi, 1984, p. 178). Il disegno rimasto lo rivela ancorato tenacemente alla magniloquente tradizione accademica parmense post petitotiana. Morì cieco.
FONTI E BIBL.: Disegni della Biblioteca Palatina, 1991, 277.

Parma 1831
Tenente, durante i moti del 1831 fu tra quelli che intervennero nottetempo all’osteria dell’Inglese ove si bevve e si fecero bere gli astanti alla salute della Nazione. Con decreto sovrano del 7 luglio 1831 fu relegato in Piacenza sotto la sorveglianza civile e militare
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937 148.

BOSSIS NAPOLEONE, vedi BOSSI NAPOLEONE

BOTERI, vedi ROSSI GHERARDO

BOTERIO UGO, vedi BOTTERI UGO

BOTIGONI, vedi ZONI PAOLO

BOTTACCIO GIUSEPPE, vedi BOTTAZZI GIUSEPPE


Spezia 24 settembre 1874-Parma 10 marzo 1965
Il Bottai entrò giovanissimo nel movimento repubblicano, iscrivendosi poi al Partito Repubblicano, al quale rimase fedele per tutta la vita. Studiò a fondo le opere di Giuseppe Mazzini e ne diffuse il pensiero con scritti, con conferenze e propaganda. Partecipò al movimento culturale dell’Associazione Mazziniana Italiana: della sezione parmense dell’A.M.I. fu Presidente per un ventennio. Diplomato in ragioneria, il Bottai scelse Parma (1904, ma già vi aveva dimorato intorno alla metà degli anni Novanta, lasciando traccia della sua presenza sulle riviste letterarie del tempo) come città adottiva e si impiegò alla Banca del Monte, nella quale raggiunse il grado di ragioniere generale. Dedicò il tempo libero allo scrivere. Critico nei confronti dei maggiorenti del Partito Repubblicano di Parma, creò un circolo autonomo. Durante lo sciopero del 1908 prese posizione per i lavoratori in lotta, scontrandosi duramente anche con Ghisleri. Una lettera di Amilcare De Ambris del 14 marzo 1910, conservata nel fondo Bottai presso la Domus Mazziniana di Pisa, è rivelatrice degli stretti rapporti che legarono il Bottai alla Camera del Lavoro di Parma. La lettera è indirizzata a Poli, sindacalista di Sala Baganza, e annuncia che l’oratore della commemorazione della Comune di Parigi, programmata in quel paese, sarebbe stato proprio il Bottai. Nel 1913 il Bottai fu tra i promotori della candidatura-protesta di Alceste De Ambris, che permise al dirigente sindacalista, eletto deputato, di tornare in Italia e di riprendere la guida del movimento dell’azione diretta. Nel 1913 la città di Spezia, vincendo la sua ritrosia, lo scelse come candidato. Una candidatura subito protestata perché pendeva su di lui una condanna al carcere per reato di stampa. Il Bottai collaborò a moltissime pubblicazioni. Diresse Il Comune e Il Pensiero alla Spezia, La battaglia e Il Corriere della Democrazia a Parma, La giovine Italia, organo della federazione giovanile repubblicana, l’Emancipazione, poi la rivistina Dalli al tronco!, promotrice di una lega repubblicana da formare per adesioni individuali di mazziniani, anarchici e sindacalisti. Dopo la guerra 1915-1918 il Bottai diresse Gioventù sindacalista, organo dei corridoniani parmensi convergenti verso il Partito Repubblicano Italiano. Di Filippo Corridoni fu amico e protestò contro lo sfruttamento della sua gloria che ne fecero i fascisti. Fu amico anche di Alceste De Ambris e si deve in parte anche a lui se, a trent’anni dalla morte, Alceste De Ambris poté ritornare nella sua città e trovarvi degna sepoltura. Il Bottai fu infatti Presidente, insieme con Luciano Dalla Tana, allora Presidente della Provincia, del Comitato per le onoranze al sindacalista pontremolese. Quando il Bottai fu gerente responsabile del numero unico Pro Batacchi e contro il domicilio coatto fu imputato di eccitamento all’odio di classe e condannato a sei mesi di reclusione, che evitò per l’amnistia seguita all’uccisione di Umberto I. Fu assolto poi in altri processi a Chiavari e a Sarzana, così che non subì mai il carcere. Patriota convinto, il Bottai divulgò sempre la storia del Risorgimento italiano. Fu propugnatore e sostenitore della necessità che l’Italia entrasse in guerra nel primo conflitto mondiale di fianco alla Francia e al Belgio invasi dai Tedeschi e si schierò con i suoi amici Corridoni e De Ambris per sferrare una campagna interventista. Alla dichiarazione di guerra del 24 maggio 1915 si arruolò volontario (aveva superato ormai i quarant’anni) in artiglieria. Durante il fascismo, il prefetto di Parma volle mandare il Bottai al confino, ma lo protesse il nipote, diventato ministro: fu così solo ammonito dalla commissione prefettizia e dovette cambiare provincia. Dopo la liberazione, nominato commissario della Cassa di Risparmio di Parma, il Bottai devolvette tutto l’emolumento al Partito Repubblicano. Fu poi consigliere comunale di Parma per lo stesso partito.
FONTI E BIBL.: La morte di Alfredo Bottai repubblicano e mazzianiano, in Gazzetta di Parma 11 marzo 1965, 4; F. Fochi, Lettera a mio zio Alfredo Bottai, in Gazzetta di Parma 9 aprile 1965; G. Furlotti, Ricordo di Alfredo Bottai, in Gazzetta di Parma 1 maggio 1965; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 166; Comunisti a Parma, 1986, 225.

Parma 1913-Folgaria 22 luglio 1978
Pervenne alla pittura in età non più giovane, ma subito si affermò. La sua prima partecipazione a mostre è del 1957, alla Nazionale di Pittura di Pisa. Nel 1960 vinse il primo premio alla Nazionale d’Arte Sacra di Massa e, nello stesso anno, una coppa al concorso nazionale Città di Bormio. Ottenne poi medaglia d’oro e diploma d’onore alla estemporanea di Ravenna (1962), primo premio all’esposizione della Villa Reale di Monza (1964), Grande Targa Fattori a Bormio (1965) e premio al Concorso Nazionale Vanvitelli di Napoli (1966). Il Bottai diresse la Galleria Parma ed esercitò anche l’attività di critico d’arte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 10 febbraio 1964; Catalogo III Mostra di Pittura del Circolo Europeistico, Parma, 1968; M. Cagetti, Catalogo personale di Arnaldo Bottai alla Galleria Internazionale di Varese, settembre-ottobre 1969; A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 406.

BOTTAI AROLDO, vedi BOTTAI ALFREDO

BOTTAMINI ADEODATO LUIGI, vedi BOTTAMINI LUIGI ADEODATO


Parma 4 marzo 1797-Parma 27 aprile 1842
Figlio di Carlo e Maria Bianchi. Fu valoroso predicatore, prefetto della pietà nelle scuole secondarie e, nell’Università di Parma, professore di scrittura sacra. Tradusse l’opera di Giacobbe Vernet Della Verità della Cristiana Religione, fece la riduzione de I due celebri ragionamenti ai sacerdoti di Giovanni Davila (Parma, Paganino, 1837-1841) e scrisse delle Solenni esequie di Pio VII e le Lodi di Luigi Bolla, suo collega nello Studio e famoso professore di diritto civile.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte dal 1827 al 1840; G.B. Janelli, Dizionario Biografico, 1877, 79; M. Leoni, in Gazzetta di Parma 1842, 109; Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

BOTTAMINI LUIGI ADEODATO, vedi BOTTAMINI ADEODATO

Borgo San Donnino 1854
Nell’anno 1854 fu podestà di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: G. Laurini, Borgo San Donnino e i suoi capi civili, 1927.

Borgo San Donnino 15 febbraio 1800-Istanbul 30 agosto 1854
Vestì l’abito dell’Ordine francescano il 12 dicembre 1822. Fu guardiano, confessore e concionatore della provincia bolognese. Il 22 settembre 1836 partì missionario da Roma per Istanbul. In terra di missione fu prefetto e custode dell’Ordine fino al 1848, anno nel quale rinunciò alla carica.
FONTI E BIBL.: Biblioteca della Terra Santa, XIII, 1930, 377.

BOTTARDI FLAMINIO, vedi BOTTARDI MELCHIORRE FRANCESCO ANTONIO

Parma 5 novembre 1709-Parma 1 gennaio 1766
Nacque da Marco e Caterina Tornari. Fu battezzato col nome di Melchiorre, che egli cambiò in quello di Flaminio allorché vestì l’abito dei Minori Osservanti il 1o novembre del 1725 nel convento di Busseto. Compiuto l’anno di noviziato e il corso degli studi, che terminò in Roma, fu destinato a leggere filosofia nel Convento della Santissima Nunziata di Bologna. Poi fu nominato alla cattedra di lettore generale di teologia, che tenne prima a Bologna e poi a Parma, attendendo al medesimo tempo alla predicazione, tramite la quale si fece ammirare per la sua erudizione e dottrina. Nell’anno 1747 i padri Minori Conventuali, celebrando solennemente la canonizzazione di Pietro Regalato, distribuirono prima in Roma e poi in Parma un compendio della sua vita. Il Bottardi confutò in buona parte quello scritto, facendo stampare (per prudenza a Guastalla, presso la Stamperia Gualdi, senza indicazione di data né di luogo) le sue osservazioni accompagnate da un’orazione e da una incisione ove si vede il Santo vestito da frate minore dell’Osservanza, con le scarpe, calze e altre vesti gettate al suolo, con sotto le parole del padre Daza: Hic S. Regalatus veterem Adamum exuens novum induit Franciscum: dimissis calceis, habituque Conventuali, Sacco paupere contentus. Hic novam inter manus benedicti sui Magistri fecit professionem. Il Bottardi scrisse poi la Storia dei Conventi della Provincia di Bologna dei Minori Osservanti. In questo lavoro produsse alcuni interessanti documenti ma non si mostrò sufficientemente fornito né di quel rigore critico che sarebbe stato necessario né di quella vasta erudizione indispensabile in un’opera del genere. Ciononostante è lavoro utile, per il quale il Bottardi spese sei anni di ricerche. In occasione della quaresima del 1759 andò a predicare per la seconda volta a Torino, ma nella città piemontese fu sorpreso da tale affanno di petto, che da quel momento dovette definitivamente rinunciare alla predicazione. Tornato a Parma, subì la delusione di vedere eletto il padre Claudio della Mirandola quale superiore provinciale, carica che alla vigilia sembrava fosse destinata al Bottardi. Da quel momento non pensò ad altro che alla stampa della sua Storia dei Conventi, che fu portata a termine il 12 luglio 1759. Va anche ricordato che il Bottardi fece il Registro dell’Archivio del Convento di Cortemaggiore mentre ne era guardiano e che, per l’amichevole mediazione di Ireneo Affò, si riconciliò e strinse amicizia con lo storico piacentino Cristoforo Poggiali, che il Bottardi aveva aspramente criticato nelle sue Memorie Storiche delle Chiese. Fu molto stimato dal marchese di Felino e primo ministro del Ducato, Guillaume Du Tillot, il quale tra l’altro gli commise la stesura di un suo parere teologico intorno ai limiti della podestà ecclesiastica e secolare.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 209-211; Beato Buralli 1889, 166-167.


Borgo San Donnino 10 novembre 1856-
Soprano. Allieva di Felice Varesi a Milano, esordì con buon successo a Leopoli, in Galizia, nel settembre 1878 nella Sonnambula di Bellini. Nel 1878-1879 fu, secondo il Ferrari, in cartellone al Teatro Regio di Parma (consultando la cronologia, non la si trova però citata negli spettacoli del massimo teatro cittadino). Nell’aprile 1880 fu al Politeama genovese nella Norma e nel 1881-1882 fu principale sostegno dello spettacolo al teatro Municipale di Reggio Emilia, dove cantò nelle sedici recite del Faust di Gounod (Margherita) e nel Conte di Chatillon di Nicolò Massa. Bettoli scrisse di lei: Non ha gran voce, ma è perfettamente intonata, canta con garbo e mostra molta intelligenza. Nell’autunno 1883 fu in Lucia di Lammermoor al Teatro di Voghera e nella primavera 1884 ad Alessandria d’Egitto ancora in Lucia e nella Traviata. Si ritirò dalle scene dopo il matrimonio.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 34; P. Bettoli; P.E. Ferrari; Frassoni; Cronologie dei teatri di Parma e di Reggio Emilia; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1982, 3.

Borgo San Donnino-post 1855
Attorno al 1850 fu nominato organista dal Capitolo della Collegiata di Castell’Arquato. In breve tempo dette vita anche a una banda, che si prestava in occasione delle solennità civili e religiose. L’Anzianato deliberò allora di fargli istruire per 150 lire all’anno quattro giovinetti poveri che avrebbero ricevuto le lezioni gratuitamente. Il Dipartimento del Ducato ratificò la nomina, dopo averlo sottoposto a un esame tenuto a Parma dinanzi a una commissione composta da professori della Reale Orchestra. Il contratto fu firmato il 25 novembre 1854. Dal 31 dicembre 1855 presentò le dimissioni, essendo stato nominato organista a Sissa (Archivio di Stato di Parma, Dipartimento di Grazia, Gustizia e Buongoverno, b. 610, fasc. 5).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Busseto-Broni 1888
Figlio di Emilio, fu organista a Castel San Giovanni. Nel 1880 vi fu nominato maestro di banda per un anno, ma alla scadenza non venne confermato per le liti che inquinavano l’ambiente. Nel 1886 venne nominato a Broni dove, due anni dopo, morì cadendo nel discendere dall’organo della chiesa di Santa Maria. Su parole del bussetano Luigi Balestra musicò I volontari italiani.
FONTI E BIBL.: P. Saglio, Memorie storiche di Broni, Broni, 1890, v. II, 138.


Soragna 1813
Falegname, fu artefice nel 1813 di due angeli ai lati della cassa dell’organo in San Giacomo a Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 58; Il mobile a Parma, 1983, 263.

1926-Parma 29 giugno 1998
Laureata in scienze naturali, respirò il clima del mondo universitario attraverso l’esperienza del padre Ciro, che con Albino Arduini (entrambi erano originari di Polesine Parmense) resse le sorti amministrative dell’Ateneo parmense a cavallo del secondo conflitto mondiale. La Bottazzi ebbe propensione all’insegnamento e alle ricerche che svolse nella cattedra di zoologia al dipartimento di biologia evolutiva e funzionale dell’Università di Parma, segnando con la sua presenza discreta la storia della ricerca e della didattica delle scienze biologiche dell’Ateneo parmense. Notevoli furono i suoi studi sulla fauna marina, in particolare sul plancton, e le collaborazioni con il centro di biologia marina Woods Hole (uno dei principali centri di ricerche oceanografiche a livello mondiale). Rilevanti furono anche i suoi interessi ai temi ambientali e all’evoluzione degli ecosistemi marini. La salma della Bottazzi fu tumulata alla Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: C.D., in Gazzetta di Parma 1 luglio 1998, 9.

Parma 1596/prima metà del XVII secolo
Perito ingegnere e architetto civile. Nel 1596 il Bottazzi (o Bottaccio) offrì i suoi servigi a un ignoto committente con queste parole: Mi diletai da molti anni in qua ponere in dissegno tutte quelle cose, che io misurava: e questo facevo a ciò la memoria non mi fuggisse di quelle cose, che io haveva già hauto per le mani e con la misura. Desiderando hora che non li fuga il sito et modo dela sua possessione, io gli ho in questa piccola carta fatto il disegno per sempiterna memoria che tenghi.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 75; Io, Smeraldo Smeraldi ingegnero et perito, 1980, 51.

Busseto 8 novembre 1757-Piacenza 14 marzo 1836
Cappuccino laico ornato delle più belle virtù cristiane. Fece la vestizione a Guastalla il 24 ottobre 1785 ed esattamente un anno dopo, nella stessa località, la professione solenne. Fu cuciniere in Guastalla e, dopo la soppressione, si ritirò a Sorbolo, in casa del parroco. Fu tra i primi a riprendere l’abito in Piacenza, ove continuò a esercitare l’ufficio di cuoco fino alla morte, ilare e gentile con tutti.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 182-183.

Albareto 1820-San Lazzaro Parmense 1897
Nacque dall’agricoltore Giuseppe e da Celestina Bottego (omonima, ma non parente del marito). Fu avviato al Seminario di Parma per poter continuare gli studi grazie all’interessamento delle zie orsoline. Successivamente lasciò il seminario, si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Parma e a prezzo di non pochi sacrifici portò a termine gli studi. Fu dapprima medico condotto ad Albareto, da cui emigrò a Parma nel 1845. Sposò Maria Accinelli, di origine genovese, trasferitasi a Parma per sfuggire alle persecuzioni della polizia austriaca. L’Accinelli, sposatasi con un dottor Vaghi, ne era restata presto vedova, e sposò quindi il Bottego in seconde nozze. Ebbero tre figli: Vittorio (il celebre esploratore), Gian Battista, avventuroso e giramondo e padre di Celestina Bottego, fondatrice delle Missionarie di Maria, e Celestina, trasferitasi in Sicilia col marito, capitano Pio Citerni. Il Bottego ottenne una condotta a Praticello di Gattatico, nel Reggiano, ma il suo spirito libero e la passione per la caccia lo indussero in un secondo tempo a chiudere l’ambulatorio per dedicarsi all’agricoltura e allo studio della letteratura latina e dei poemi omerici. Acquistò quindi un fondo a San Lazzaro, dove si stabilì definitivamente e dove crebbe i tre figli.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 28; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 87-88.


Glendale 20 dicembre 1895-San Lazzaro Parmense 20 agosto 1980
Nacque nell’Ohio, da Gian Battista e da Mary Healy. Il padre aveva lasciato il fondo agricolo della famiglia, a San Lazzaro Parmense, dodici anni prima, emigrando in Francia e quindi negli Stati Uniti. La madre era nata a Boston da genitori irlandesi. Nel 1897 in Africa Orientale venne ucciso lo zio, il grande esploratore Vittorio Bottego. Solo nel 1903, il padre poté rientrare a Parma, mentre la moglie e i figli lo seguirono sette anni dopo. La Bottego riprese gli studi presso le Figlie della Croce, all’Istituto San Carlo, proseguendoli poi dalle Orsoline. Terminati gli studi ginnasiali, iniziò quelli magistrali presso la scuola Albertina Sanvitale di via Saffi. Dopo aver frequentato l’Università di Pisa e l’Istituto Britannico di Firenze, ottenne una nomina al ginnasio Romagnosi di Parma per l’insegnamento della lingua inglese, poi, sempre a Parma, all’Istituto Tecnico Macedonio Melloni e infine alla scuola media Fra Salimbene. Frattanto, sotto la direzione spirituale del benedettino abate Caronti, la Bottego consacrava la sua vita a Dio, mentre la sorella Maria si fece missionaria francescana, partendo per l’India. L’incontro con l’abate Emanuele Caronti, negli anni della giovinezza, la orientò verso una totale dedizione a Dio che ella visse però per diversi anni fuori degli schemi della vita religiosa tradizionale. Non ancora ventenne, con poche altre persone impegnate nel servizio della Chiesa, collaborò alla nascita dell’Azione Cattolica a Parma, dapprima nell’ambiente studentesco e poi in quello parrocchiale. Nel 1936 si recò in India a trovare la sorella Maria, entrata tra le Francescane Missionarie di Maria, e in India visse la sua prima esperienza missionaria. Contemporaneamente, a partire dal 1935, iniziò anche l’insegnamento di inglese presso i Missionari Saveriani: per quei tempi era una cosa inusuale che una donna insegnasse in un seminario o in una casa religiosa. Durante la seconda guerra mondiale la sua abitazione di San Lazzaro divenne rifugio per persone in difficoltà. Nel 1943 padre Giacomo Spagnolo, rettore dello studentato saveriano, le chiese di fondare una famiglia religiosa. Inizialmente la Bottego si dichiarò perplessa ma il 24 maggio 1944 diede il suo assenso a fondare le Missionarie di Maria. Il 19 luglio 1945 alla Bottego si unì Teresa Danieli, cui fecero seguito, pochi mesi dopo, altre tredici ragazze. Il 30 settembre 1946 Villa Bottego di San Lazzaro diventò la loro Casa Madre. Il 2 luglio 1950 la Bottego emise la sua prima professione di fede nelle mani del superiore generale dei Saveriani, monsignor Giovanni Gazza. Nel 1954 accompagnò le prime missionarie negli Stati Uniti, a cui successivamente si aggiunsero missioni in Brasile e in Africa. Nel 1966, in occasione del primo capitolo generale della Società, chiese di non essere rieletta superiora. La famiglia da lei fondata si sparse in tutto il mondo: dagli Stati Uniti al Messico, dal Brasile all’Amazzonia, dalla Sierra Leone allo Zaire, dal Camerun al Ciad e al Giappone. La causa diocesana per la beatificazione di madre Bottego si aprì il 22 aprile 1995 e si concluse il 5 novembre 1997.
FONTI E BIBL.: Dizionario Istituti di perfezione, I, 1974, 1541; Gazzetta di Parma 2 febbraio 1995; M. Montani, in Gazzetta di Parma 4 novembre 1997, 5.


Parma 29 luglio 1860-Daga Roba 17 marzo 1897
Nato da Agostino, medico condotto originario di Albareto, e da Maria Accinelli, genovese, trascorse la prima fanciullezza a Olmo di Gattatico, nel Reggiano, ove il padre aveva acquistato un fondo agricolo. Tornò quindi a Parma per seguire gli studi che interruppe alla prima classe del liceo. Preparatosi poi privatamente, superò l’esame d’ammissione all’Accademia Militare di Modena, frequentando successivamente la Scuola di Applicazione di Artigliera e Genio a Torino e la Scuola di Applicazione di Pinerolo, donde uscì con il grado di Tenente di artiglieria. Nel 1887, quando frequentava il corso a Pinerolo, il Bottego ottenne di far parte del corpo speciale di ufficiali destinato in Eritrea. Sbarcato a Massaua nel novembre, fu assegnato alla prima batteria del corpo speciale volontari, ma nel contempo si dedicò allo studio degli aspetti geografici e naturalistici del paese, raccogliendo oggetti e reperti di vario genere destinati alle collezioni del Museo di Storia Naturale di Parma. Nell’estate 1890 progettò un programma di esplorazione della Somalia interna, allora del tutto sconosciuta, verso la quale in quegli anni cominciava a rivolgersi l’interesse italiano, ottenendo l’appoggio del governatore dell’Eritrea, generale Gandolfi, e riuscendo a convincere dell’opportunità dell’impresa il presidente del consiglio Crispi e il presidente della Società Geografica Italiana, marchese Giacomo Doria. La caduta del governo Crispi e altre difficoltà ne impedirono l’attuazione e allora il Bottego, che era tornato in Italia nel gennaio 1891, per suggerimento del Doria preparò un piano di esplorazione della Dancalia, regione costiera dell’Eritrea meridionale. Il 1o maggio 1891 il Bottego partì da Massaua ma dopo dieci giorni, quando aveva superato Arafali e si apprestava a raggiungere Hachelo, gli pervenne l’ordine di retrocedere e di rinviare la scorta. Si limitò perciò a percorrere con pochi uomini l’itinerario costiero Massaua-Assab, che nessun europeo aveva mai prima seguito. Del viaggio redasse un’accurata relazione dal titolo Nella terra dei Danakil: giornale di viaggio (in Bollettino della Società Geografica Italiana XXIX 1892, pp. 303-318 e 480-494). Di ritorno a Massaua da Assab, nel giugno 1891, ricevette l’ordine di rientrare in Italia, ove venne destinato a Firenze. Durante il soggiorno di circa un anno in questa città, mentre insisteva presso il Ministero degli Affari Esteri e la Società Geografica onde avere il necessario appoggio alla realizzazione del progetto per l’esplorazione del Giuba, approfondì i propri studi di astronomia, di botanica, di mineralogia e di tecnica fotografica. Frattanto il fallito tentativo del principe Ruspoli di raggiungere il Giuba rafforzò nel proprio intento il Bottego, che accettò di associare alla spedizione il capitano Matteo Grixoni, per ottenerne un apporto finanziario (15000 lire) necessario alla copertura delle spese. Nell’aprile 1892 la Società Geografica, ottenuto l’appoggio governativo, assunse la responsabilità dell’impresa. Tornato a Massaua a metà agosto e superate le difficoltà frapposte dal governo britannico, il Bottego poté trasferire la spedizione a Berbera e da qui il 30 settembre 1892 iniziare la penetrazione verso l’interno. Con relativa facilità raggiunse l’8 novembre Imi, sull’alto corso dell’Uebi Scebeli, ove sostò alcuni giorni. Il percorso ulteriore, in una zona impervia e sconosciuta, presentò molte difficoltà e si ebbero frequenti scaramucce e anche scontri di qualche gravità con gli indigeni della regione attraversata. Sul finire del 1892 la spedizione entrò nel bacino del Giuba, ma soltanto il 22 gennaio 1893 il Bottego poté raggiungere il corso principale del fiume. Mentre il Bottego intendeva proseguire secondo il programma iniziale, risalendo il corso del fiume sino a identificarne la sorgente, il Grixoni, fiaccato dagli stenti e timoroso dei pericoli, volle dirigersi verso la costa e il 14 febbraio pose in atto una grave defezione: discendendo lungo il corso del Daua, più a occidente, pervenne a Lugh, primo tra gli Europei. Rimasto con una sessantina di ascari, undici cammelli, cinque muli e quindici asini, il Bottego riprese il cammino il 23 febbraio, risalendo il Ganale Guddà (secondo la designazione data dagli indigeni all’alto corso del Giuba), del quale seguì, quando esso si triparte, il ramo centrale. La spedizione, molestata dagli assalti e dalle insidie degli Arsi-Sidama, nel cui territorio era penetrata, giunse al termine della valle del Ganale Guddà (a 2185 metri di altitudine), donde si poteva scorgere il corso delle acque che discendono dai monti Faches. Dopo aver tentato di proseguire ancora oltre, per scalare l’antistante catena montuosa, il Bottego il 23 marzo, di fronte alla crescente ostilità degli Arsi-Sidama, decise di passare sulla riva destra del Ganale e di dirigersi in direzione sud verso il corso del Daua. Ma anche il raggiungimento di questa meta si rivelò impossibile e la spedizione, in condizioni ormai precarie, ritornò verso il Ganale Guddà e il 18 aprile giunse a Bululta. Dopo un nuovo tentativo di toccare il corso del Daua, reso vano dalla mancanza di viveri, riuscì a metà maggio a tornare sul corso del Giuba. Agli inizi di giugno intraprese la discesa lungo il corso del fiume e, superata la confluenza del Daua con il Giuba, giunse il 17 luglio alle porte di Lugh, importante centro commerciale. Dai capi locali, che non gli consentirono di penetrare nella città e gli intimarono di lasciare il territorio, il Bottego ottenne soltanto la consegna di due superstiti della seconda spedizione Ruspoli trattenuti prigionieri, il triestino Emilio Dal Seno e l’ingegnere svizzero Borchardt. A metà agosto la spedizione arrivò a Bardera e proseguì in direzione sud-est, lasciando la riva del Giuba, sino a raggiungere Brava, sulla costa somala, l’8 settembre 1893. Pochi giorni dopo, mentre il Bottego si recava a Zanzibar, la notizia della positiva conclusione dell’impresa, che dava soluzione a uno dei maggiori problemi ancora aperti della geografia africana, giunse in Italia dissipando le diverse pessimistiche supposizioni sorte per l’assoluta mancanza di notizie, dopo quelle recate dal Grixoni. Da Massaua, ove ricondusse i superstiti della spedizione, il Bottego rientrò in Italia ai primi di novembre, accolto da festeggiamenti e onori. Mentre riordinava le note di viaggio e redigeva la relazione sistematica sull’impresa, edita con il titolo Il Giuba esplorato (Roma, 1895), egli sperò invano di essere designato, alla revoca della concessione alla Compagnia Filonardi, quale responsabile dell’amministrazione del territorio del Benadir per conto del governo italiano. Pensò allora di sfruttare la popolarità acquistata tentando la carriera politica e si presentò candidato nel collegio di Borgo Taro per la lista moderata, ma non ebbe successo (maggio 1895). Frattanto lo svolgimento e il risultato della sua spedizione sul Giuba divennero segno anche di critiche, di accuse e di polemiche (tra l’altro fu accusato di avere utilizzato nella relazione del viaggio, senza farne cenno, notizie raccolte su Lugh dal Dal Seno). Ma un nuovo problema geografico acquistò preminenza: l’esplorazione della regione tra l’alto Giuba e il lago Rodolfo e il conseguente accertamento del corso del fiume Omo. Il Bottego, spinto dal suo carattere irrequieto e ambizioso, si propose di realizzare questa nuova impresa, per la quale intorno alla metà del 1894 formulò un preciso programma, facendone rilevare ai dirigenti della Società Geografica Italiana e attraverso essi ai responsabili della politica estera nazionale, le prospettive commerciali e politiche, accanto a quelle di preciso interesse geografico. Ottenuti nel maggio 1895 l’appoggio del governo e il patrocinio della Società Geografica e precisato l’itinerario entro determinati limiti, il Bottego in luglio ritornò a Massaua per allestire la spedizione, che mosse da Brava il 12 ottobre. Ne fecero parte anche il tenente di vascello Lamberto Vannutelli, incaricato delle determinazioni geografiche, il tenente di Fanteria Carlo Citerni, nipote del Bottego, per la tenuta del diario e per i rilievi fotografici, Maurizio Sacchi, per le rilevazioni naturalistiche, e il capitano Ugo Ferrandi, designato al comando della stazione commerciale che doveva essere impiantata a Lugh, dove la carovana, forte di 250 ascari, 120 cammelli e altre bestie da soma e da macello, giunse il 18 novembre, stabilendo i previsti accordi con i capi locali. Da Lugh ebbe inizio a fine dicembre la penetrazione verso l’interno. Tra febbraio e marzo 1896 il Bottego guidò con energia la marcia nella zona desertica tra il corso del Daua e Burgi, dove visitò la tomba del Ruspoli. Proseguendo oltre, la spedizione raggiunse il lago Pagadé, che il Bottego ribattezzò con il nome di Margherita in onore della regina, e da qui piegò verso occidente, nel tentativo di eludere il pericolo di attacchi da parte dei presidi scioani, la cui ostilità e intraprendenza si erano accresciute nei riguardi degli Italiani dopo la battaglia di Adua, della quale si cercò invano di far giungere notizia al Bottego. Sotto l’incalzante minaccia abissina, il Bottego riuscì a raggiungere il 29 giugno le rive dell’Omo (a 6° 43’ di latitudine) e a discendere lungo il corso sconosciuto agli Europei. Tra la preoccupante ostilità delle tribù che abitavano le regioni attraversate, la spedizione giunse (31 agosto) alla foce del fiume, accertandone l’immissione nel lago Rodolfo. Il Bottego decise allora di inviare alla costa l’ingente carico di avorio ricavato nel corso delle cacce e le raccolte naturalistiche, ponendo a capo della carovana il Sacchi, che morì nel corso del viaggio (7 febbraio 1897). Dopo aver effettuato, con il Vannutelli e parte degli uomini, una puntata sino al lago Stefania, il Bottego guidò i suoi uomini in una difficile esplorazione lungo le rive del lago Rodolfo, escludendo l’esistenza di un emissario. Il 10 dicembre la spedizione iniziò il cammino di ritorno, dirigendosi verso nord, per attraversare l’Etiopia, come previsto, ignorando la crisi sopravvenuta nei rapporti itali-etiopici. Superata la catena di spartiacque tra il bacino del lago Rodolfo e quello del Nilo, il gruppo raggiunse ai primi di gennaio del 1897 il ramo meridionale del fiume Sobat e proseguì, tra insidie e agguati continui da parte degli indigeni, sino all’Upeno, ramo principale del Sobat. Inoltratisi in territorio abissino, furono bloccati a metà marzo dalle autorità locali, probabilmente per ordine dello stesso Negus, che si teneva al corrente dei movimenti della spedizione. Accampato con i suoi sopra l’isolato colle di Daga-Roba, nei pressi di Gidami, il Bottego tentò di aprirsi la strada con la forza, ma nello scontro con le soverchianti forze nemiche cadde colpito a morte, mentre i compagni Vannutelli e Citerni e gli altri pochi superstiti vennero fatti prigionieri.
FONTI E BIBL.: Accanto al volume dello stesso Bottego sul viaggio al Giuba è da porre l’ampia relazione sulla seconda spedizione redatta dai superstiti Vannutelli e  Citerni: L’Omo: viaggio di esplorazione nell’Africa orientale, Milano, 1899; R. De Benedetti, Vittorio Bottego e l’esplorazione del Giuba, Torino, 1929; R. de Benedetti, Vittorio Bottego e l’esplorazione dell’Omo, Torino, 1930; G. Narducci, Diario inedito di Vannutelli e Citerni, in Rivista delle Colonie XVII 1943, 123-126; A. Lavagetto, La vita eroica del capitano Bottego, Milano, 1934 (che utilizza abbondante materiale inedito pur senza renderne conto con note critiche); P. Pedrotti, L’ultima spedizione del capitano Bottego, Rovereto, 1937; S. Campioni, I Giam Giam. Sulle orme di Vittorio Bottego, Parma, 1960; E. Cerulli, Parma e Vittorio Bottego, in Aurea Parma XLIV 1960, 135-144. Altre indicazioni bibliografiche e biografiche in Enciclopedia Italiana, VII, 585 s.; S. Zavatti, Dizionario generale degli esploratori, Milano, 1939, 61-62; S. Bono, in Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 426-429; P. Strobel, Museo Zoologico Eritreo Bottego in Parma, Guida, Parma, Luigi Battei, 1891; V. Bottego, Nella Terra dei Danakil. Giornale di viaggio, in Bollettino della Società Geografica Italiana 5 e 6 1892; I capitani Bottego e Grixoni sull’alto Giuba, in Bollettino della Società Africana d’Italia V-VI 1893; G. Dalla Vedova, La Spedizione Bottego - Relazione sommaria, in Bollettino della Società Geografica Italiana 8-9 1893; V. Bottego, Esplorazione del Giuba e suoi affluenti, in Bollettino della Società Geografica Italiana 1894; V. Bottego, Il Giuba e i suoi affluenti, in Bollettino della Sezione Fiorentina della Società Africana d’Italia 1-2 1894; V. Bottego, Sull’esplorazione del Giuba e i suoi affluenti, in Bollettino della Società Africana d’Italia 11-12 1894; La seconda spedizione Bottego, in L’Africa Italiana 25 agosto 1895; V. Corradini, Vittorio Bottego e le sue esplorazioni africane, Parma, Grazioli, 1897; A. Turano, Per Vittorio Bottego, in Bollettino della Società Africana d’Italia 3 1897; L. Vannutelli e C. Citerni, Relazioni preliminari sui risultati geografici della seconda spedizione condotta dal cap. Bottego nell’Africa orientale, in Bollettino della Società Geografica Italiana 9 1897; L. Vannutelli e C. Citerni, La seconda spedizione Bottego nell’Africa Orientale, in Memorie della Società Geografica Italiana, VIII parte seconda, Roma, Stabilimento G. Civelli, 1898; L.F. De Magistris, La seconda spedizione Bottego, in Nuova Antologia 1899; L. Vannutelli, Intorno all’ultima spedizione Bottego, in Atti del Terzo Congresso Geografico Italiano, Firenze, Tipografia di M. Ricci, 1899; V. Bottego, L’esplorazione del Giuba. Viaggio di scoperta nel cuore dell’Africa, Roma, Società Editrice Nazionale, 1900; Ulteriori note illustrative sulla seconda Spedizione Bottego, in Bollettino della Società Geografica Italiana 12 1902; U. Ferrandi, Lugh. Emporio commerciale sul Giuba. Seconda spedizione Bottego, Roma, Società Geografica Italiana, 1903; A. Cugini, Commemorazione del capitano Vittorio Bottego, Parma, Tipografia Operaia Adorni-Ugolotti & C., 1904; E. Ronna, In memoria di Vittorio Bottego, in Gazzetta di Parma 26 agosto, 12 settembre, 16 settembre 1907; L’inaugurazione del monumento a Vittorio Bottego, in Gazzetta di Parma 27 settembre 1907; G. Ceccherelli, In memoria di un eroe, in L’Emilia 5 ottobre, 6 ottobre e 13 ottobre 1907; E. Millosevich, Commemorazione di Vittorio Bottego letta a Parma il 26 settembre 1907, in Bollettino della Società Geografica Italiana 1907; Per l’inaugurazione del monumento a Vittorio Bottego. Discorsi, Parma, Tipografia Rossi-Ubaldi, 1907; A. Mori, L’opera di Vittorio Bottego, in Rivista Coloniale settembre 1907; F. Bassi, Vittorio Bottego, Roma, Tipografia dell’Unione Editrice, 1920; G. Civinini, Un viaggio attraverso l’Abissinia sulle orme di Vittorio Bottego, Roma, Unione Editoriale d’Italia, 1928; S. Vesco (A. Lavagetto), Vittorio Bottego. Le esplorazioni del Giuba e dell’Omo, in Rassegna Mensile 1928; A. Adorni, Due cimeli di Vittorio Bottego, in Aurea Parma 1 1930; R. Trevis, Sulle orme della seconda spedizione Bottego, in Rivista delle Colonie Italiane 1931; S. Vesco (A. Lavagetto), Bottego giovane, in Il Ducato, numero unico, Parma, 1932; R. De Benedetti, Vittorio Bottego e l’esplorazione dell’Omo, Torino, Paravia, 1933; G. Vitali e M. David, Gesta italiche in Somalia (Seconda spedizione Bottego 1895-97), in Le grandi Esplorazioni per terra e per mare, Milano, Casa Editrice Sonzogno, 1933; P. Giudici, Maurizio Sacchi e la 2.a Spedizione Bottego, Pavia, Mario Ambaglio, 1935; A. Minardi, Vittorio Bottego e il Museo eritreo dell’Università di Parma, in Crisopoli 3 1935; G. Cenzato, Sosta alla casa di Bottego, in Corriere della Sera 25 giugno 1936; E. De Agostini, Vittorio Bottego, in Italiani in Africa 9 maggio 1939; G. Ongaro, Il Museo Zoologico Eritreo Vittorio Bottego di Parma, in Gli annali dell’Africa italiana 2 1942; M. Sanguini, Vittorio Bottego esploratore del Giuba e dell’Omo, Torino, Paravia, 1946; L. Lambertini, Una tenera vicenda sentimentale di Vittorio Bottego. Musica proibita per Corinna e rullo di tam-tam per Batula, in Gazzetta di Parma 27 maggio 1960; J. Bocchialini, La figura di Vittorio Bottego nella storia e nella leggenda, in Gazzetta di Parma 2 luglio 1960; G. Torelli, Riapriamo la valigia del capitano Bottego, in Candido 17 luglio, 24 luglio, 31 luglio, 7 agosto, 14 agosto, 21 agosto 1960; A. Barbieri, Parma onora Vittorio Bottego nel centenario della nascita, in Gazzetta di Parma 24 luglio 1960; A. Sacchelli, Oggi si celebra il centenario della nascita di Vittorio Bottego, in Il Resto del Carlino 24 luglio 1960; Parma ha tributato degne onoranze a Vittorio Bottego nel centenario della nascita, in Gazzetta di Parma 25 luglio 1960; A. Sacchelli, La generosa figura di Bottego intravista da diari e documenti, in il Resto del Carlino 29 luglio 1960; Onoranze a Vittorio Bottego, Comune di Parma, Tipografia STEP, 1961; W. Minestrini, Il Leone d’Africa. Vita di Vittorio Bottego, San Lazzaro di Savena, Editrice Corbaccio, 1961; N. Maccini, Vittorio Bottego e la sua attività africanista, tesi di laurea, Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Bologna, anno accademico 1965-1966; P.G. Magri, Scopi Geografici e retroscena politici nella seconda spedizione Bottego, in Bollettino della Società Geografica Italiana 10-12 1968; V.G. Rossi, Bottego l’esploratore guerriero, in Epoca 1969; M. Di Mito, Vittorio Bottego. Mistero insondabile di un uomo singolare, 1978; G. Cucchi, Vittorio Bottego capitano d’artiglieria, in Rivista Militare 5 1983; M. Bonati, Appunti inediti o poco noti su Vittorio Bottego e sul suo dissidio con Matteo Grixoni, in Aurea Parma III 1986 e 1987; A. Mascolo, Il piccolo Bottego mangiava lucertole sognando la sua Africa a San Lazzaro, in Gazzetta di Parma 23 settembre 1987; A. Mascolo, La spedizione Bottego ha conquistato il Daga Roba, in Gazzetta di Parma 5 dicembre 1987; P. Amighetti, Bottego e l’Etiopia cent’anni dopo, in Trekking 21 e 22 1988; R. Milanesio, Sulle orme di Bottego, Cavallermaggiore, Gribaudo Editore, 1988; M. Bonati, Il dissidio tra Matteo Grixoni e Vittorio Bottego, in Miscellanea di storia delle esplorazioni, volume XIV, Genova, Bozzi Editore, 1988; M. Bonati, Dalla 2° spedizione Bottego: la prigionia di Citerni e Vannutelli, in Trekking 52 1991; M. Bonati, Lettere inedite di Vittorio Bottego in Trekking 83 1995; R. De Benedetti, Vittorio Bottego. Avventure in terre d’Africa, in La Stampa 31 maggio 1995; F. Pompily e C. Cavanna, La spedizione maremmana in Etiopia 100 anni dopo Vittorio Bottego, Grosseto, Scripta Manent Editrice, 1996; M. Bonati, Vittorio Bottego un ambizioso eroe in Africa, Parma, Silva, 1997.


Parma 1717
Laureato, nell’anno 1717 fu cappellano d’onore del duca Francesco Maria Farnese.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160.


Lesignano Palmia 13 gennaio 1735-Parma 5 febbraio 1819
Entrò nella Compagnia di Gesù il 14 ottobre 1754. Dopo due anni di noviziato nella casa di prova in Novellara, passò nel Collegio di Piacenza. Alla fine dell’anno 1757 fu maestro di grammatica nel Collegio di Verona, di umanità nel 1759 e di rettorica nei due anni consecutivi, sempre a Verona. Fece recitare un’accademia di belle lettere da lui composta per l’esaltazione al vescovado di Verona di Niccolò Antonio Giustiniani. Fu mandato poi nel Collegio di Carpi ove insegnò grammatica e umanità, quindi passò nel Convitto di San Luigi in Bologna quale ripetitore di teologia negli anni 1763 e 1764. Alla fine del 1765 fu teologo del terzo anno nel Collegio di Santa Lucia in Bologna. Finito il suo corso di studi, fu dichiarato Accademico in poesia e maestro di teologia nelle Università (Gazzetta di Parma, 1819). Il Paciaudi, in una sua lettera dell’11 marzo 1779 al d’Aguera, narra che il Botteri uscì dalla Compagnia quando era per fare il secondo noviziato, in tempo che nemmen si pensava alla espulsione de’ Gesuiti dagli Stati Borbonici, e che ne uscì con approvazione del M.se di Felino. Da quel momento si diede interamente alla predicazione e, acquistata in breve tempo una certa rinomanza, fu chiamato in molti centri. Nella Cattedrale di Parma recitò tre volte il Quaresimale e più di una volta l’Avvento con grande plauso. Molto efficace fu anche negli esercizi spirituali e nei sermoni che recitò nell’Università di Parma, ove ebbe ufficio di prefetto della Pietà. Girolamo Faelli disse che il Botteri univa in sé due grandi segreti: persuadere l’intelletto, e muovere il cuore. Predicò anche in Colorno, in tempo di Avvento e due volte in Quaresima, al cospetto di Ferdinando di Borbone. Nel 1789 il Duca gli commise l’orazione funebre del terzo per Carlo re di Spagna e nel 1792 diede al Botteri il compito di confessore e compagno di viaggio della propria figlia Carolina Teresa che si recava in Sassonia per le nozze. Il Botteri fu anche confessore e direttore spirituale delle altre figlie di Ferdinando di Borbone. Ebbe inoltre l’ufficio di dogmano e di preposto dei canonici del Battistero, di consorziale nella Cattedrale di Parma e di rettore del Collegio Lalatta e del Seminario. Continuò a predicare sino agli ultimi anni della sua vita: all’età di 78 anni recitò l’intero Quaresimale in San Petronio di Bologna, a 81 anni fu in Reggio e a 82 nella Cattedrale di Borgo San Donnino. Poco prima di morire diede ordine che fossero bruciate tutte le sue opere. Contravvenendo a queste sue ultime disposizioni, monsignor Pietro Casapini, nipote del Botteri, decise invece di conservarle. Il Botteri, che amò le umane lettere e in special modo la poesia, scrisse tra l’altro, in versi sciolti, un poema sulla coltura degli orti. Avendo egli un difetto di pronuncia (per cui non riusciva quasi a proferire la r), scrisse alcuni esordi di prediche e un sonetto, che pubblicò, privi di questa lettera. I nipoti Carlo e Luigi Botteri, il primo canonico della Cattedrale, medico l’altro, fecero porre in suo ricordo nella Cattedrale di Parma un’iscrizione sepolcrale, scritta e pubblicata dal Tonani. Il conte Antonio Cerati gli dedicò nel 1810 la ristampa del suo Elogio del Marchese Prospero Manara.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 345-348; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 79-80.


Parma1282
Fu giudice nell’anno 1282.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160.


Parma 1888-1960
Volontario nella guerra di Libia, fu ufficiale sanitario a Tripoli. Prese parte alla prima guerra mondiale sul fronte del Carso e in Albania. Come veterinario, inventò un ambriotomo (apparecchio per tagliare a pezzi un feto o parte di feto nei parti difficili).
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 67.

Lesignano Palmia 1727/1730
Fu rettore della Chiesa di Lesignano Palmia, ove aveva i suoi beni, e cappellano d’onore del duca Antonio Farnese.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160.


Parma 1861/1866
Partecipò alle guerre per l’unità d’Italia dal 1861 al 1866.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 88.

Cornocchio di Golese 13 gennaio 1894-Milano 8 novembre 1969
Arruolato nel 1914, il Botteri partecipò alla prima guerra mondiale come bersagliere combattendo sul fronte di Tolmino. Congedato col grado di Capitano, conseguì la laurea con lode in medicina veterinaria (novembre 1920) all’Università di Parma, divenendo poi assistente effettivo. Nel 1925 conseguì una seconda laurea, in medicina e chirurgia. Prestò la sua opera all’Ospedale Maggiore di Parma e scrisse varie opere. Nel 1929 entrò nella congregazione San Filippo Neri, dove fino al 1935 si prodigò a favore della popolazione meno abbiente, riuscendo a ottenere una radicale riforma del servizio sanitario dell’ente. Interessato particolarmente alle malattie polmonari, svolse un’intensa attività divulgativa, inventando anche un apparecchio per pneumatorace. Durante la resistenza, ospitò nella propria abitazione riunioni clandestine, fornì assistenza medica a perseguitati politici e partecipò alla liberazione di Praticello di Gattatico. Consigliere comunale, poi assessore alla sanità, il 3 marzo 1948 divenne sindaco di Parma. Venne confermato alle elezioni del 1952.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 88.

Parma 1326
Fu console di giustizia del Comune di Parma nell’anno 1326.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160.

Parma 1307
Fu avvocato del Comune di Parma nell’anno 1307.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160.


Parma 1717
Fu alfiere nella milizia ducale e ottenne nel 1717 una patente ducale di familiarità.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160.


Parma 1777
Fu capitano delle truppe del Ducato di Parma nell’anno 1777.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160.

Parma 1247/1251
Figlio di Gherardo e di Agnese Fieschi di Lavagna, sorella di papa Innocenzo IV. Il Botteri, fervente ghibellino, fu podestà di Pavia e prese parte con Federico II all’assedio di Parma del 1247-1248: et primus qui venit fuit dominus Ugo Boterius civis Parm. domini Innocentii quarti ex sorore nepos, qui cum tempore illo potestas Papiensium esset cum omnibus Papiensibus venit, nec papa potuit eum ab amore Federici divellere (Salimbene, Cronica). Nel 1251 fu podestà di Reggio.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 160; Palazzi e casate di Parma, 1971, 422.

Parma 1755
Fu musico alla Cattedrale di Parma il 29 maggio 1755.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.


Compiano 1 ottobre 1769-post 1821
Figlio di Giacomo. Nel 1785 fu cadetto in servizio a Parma e nel 1787 ebbe il grado di Tenente e poi di Capitano. Nel 1802 fu promosso Colonnello in servizio per la Francia e partecipò (1805-1806) alla campagna d’Italia. Nel 1810 fu riformato con pensione dalla Francia e due anni dopo combatté in Corsica. Nel 1813 fu rimesso in attività quale Capitano del 3o Battaglione Straniero e prese parte all’assedio di Livorno (1813) e a quello di Porto Ferraio (1814) dove fu ferito. Il 15 maggio 1815 entrò col suo grado nel 3o Battaglione Cacciatori di Napoleone Bonaparte all’Isola d’Elba e l’anno seguente fu Capitano del Reggimento Maria Luigia. Fu definitivamente pensionato nell’anno 1821.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 17.
BOTTI ANNA MARIA o CAROLINA, vedi ADORNI ANNA MARIA

Parma 1466/1467
Nel periodo 1466-1467 fu chiamato all’Università di Bologna per la lettura del Sesto e delle Clementine.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.


Fornovo 1465 c.-1508/1511
Figlio di Martino. È uno dei pochi ceramisti emiliani antichi di cui è rimasta notizia. Con tutta probabilità si trattò di un fabbricante di stoviglie d’uso comune. Il 7 giugno 1487 stipulò in Parma un contratto di società per cinque anni con Salvatore Botti in arte ac misterio bocalorum et laboreriorum de terra et aliarum mertium. Il nome del Botti è ricordato in altri rogiti notarili: 27 Settembre 1487 Daniele Botti f.q. M.ro Martino abit.e nella villa di Fornovo vende alla Mag.ca Sig.ra Perusina f.q.m Conte Niccolo della Mirandola e vedova del Mag.co Gio. Galeazzo Manfredi di Faenza citt.o abitante della città di Parma della vic.a di S.M.a Maddalena, sei biolche di terra in contracta de Mulazzano posita in clauxuris civitatis parme iuxta et prope portam sancti Francisci in prezzo di lire 35 imperiali per biolca (Rogito di Galazzo Leoni, Archivio Notarile di Parma); 21 Agosto 1506 Le oneste donzelle Signore Giovanna e Margherita sorelle de Bottis figlie di Daniele de Bottis dicti Bochalarii e della fu D. Orsolina de Ottolinis già sua consorte, abitanti nella terra di Fornovo parmense vendono con assenso del padre loro 30 biolche di terra in Carona alla nobile Giovanna Agnese del q.m Leonardo Rossi e vedova del fu Marsilio Rossi; 15 Marzo 1507 Luchina, M.a Caterina, Giovanna e Margherita sorelle Bottis, figlie Danielis de Bottis bochalarii cittadine di Parma ma abitanti in Fornovo (Rogito di G.B. Bittocchi, Archivio Notarile di Parma); In data 27 Dicembre 1511 si trova che Giovanna era maritata a certo Antonio de Sachis, e che colla sorella Margherita abitavano nella terra di Fornovo ed erano ancora minorenni d’anni 25, maggiori però d’anni 20, e avendo perduto il padre loro Daniele (con testamento ricevuto dal notaio Pier Paolo da Gallicano) era successo nella qualità di loro tutore Gaspare de Grassani cittadino, abitante in Parma nella via di San Giacomo in Cò di ponte (Rogito del notaio G.B. di Bistocchi, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: G. Campori, in G. Vanzolini, Istorie delle fabbriche di maioliche metaurensi, Pesaro, 1879, vol. II, 226; L. De Mauri, L’amatore di maioliche, Milano, 1924; G.M. Urbani De Ghelthof, Note storiche ed artistiche sulla ceramica italiana, in Erculei. Arte ceramica e vetraria, Roma, 1889, 86; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 17; A. Minghetti, Ceramisti, 1939, 82.


Piacenza 1 dicembre 1796-22 marzo 1844
Sposò nel 1826 Carolina Adorni di Fivizzano ed ebbe quattro figli. Inizialmente fu al servizio del barone Amelin. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° marzo 1826 come commesso degli uffici di bocca presso la dispensa e dal 1° gennaio 1835 impiegato al Controllo.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 305.

Parola 18 gennaio 1905-Noceto 27 giugno 1983
Ordinato sacerdote il 30 ottobre 1927 dal vescovo Guido Maria Conforti, che il 9 aprile 1930 lo inviò priore a Talignano (di quella celebre pieve romanica in seguito curò, senza preparazione specifica ma tecnicamente in modo appropriato, i restauri, facendone uno dei monumenti più visitati del Parmense). Esercitò per mezzo secolo, fino all’ultimo quinquennio di forzato silenzio, il suo ufficio pastorale e un’infaticabile attività di raccoglitore e valorizzatore di documenti e notizie, che gli valse la nomina a corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi e ispettore onorario alle antichità e ai monumenti della Val Taro e della Val Baganza. Attività della quale sono prova le numerose pubblicazioni sui temi più disparati: dal Medioevo al Cinquecento e all’Ottocento, su Verdi e Maria Luigia, Toscanini e Paganini, la gastronomia e le tradizioni popolari. Ma a Talignano, all’antica pieve romanica e alla sua storia religiosa e civile, rimase sempre fedele e dedicò, in pieno 1943, una monografia nei Quaderni della Giovane Montagna (aggiornata, a distanza di trent’anni, per i tipi di Luigi Battei): non a caso è lo scritto più interessante e più genuino tra i molti usciti dalla sua penna. Fu per moltissimi anni collaboratore della Gazzetta di Parma con lo pseudonimo di Ferrutius e scrisse un’infinità di articoli su vari altri giornali, tra cui l’Osservatore Romano. Il Botti scrisse, inoltre, i seguenti volumi: Collecchio Sala Baganza Felino e loro frazioni, La Chiesa di S. Vitale in città, Talignano, La psicostasi di Talignano e S. Michele nel culto e nell’arte medievale, Collecchio per l’arciprete D. Carlo Ferri, Parola e il suo santuario, Le sculture di Lorenzo Bartolini e Tommaso Bandini nella Steccata, Il cimitero urbano della Villetta in Parma, Maria Luigia Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, Il dottore Angelo Balestra, Hilaire Belloc attraverso il parmense, Famiglie illustri del parmense: i Marubbi della Val di Ceno, Il colera a Parma e nel parmense, I Borbone-Parma. Celebrò con entusiasmo i grandi della musica, tanto da essere considerato un biografo fedele e appassionato di Verdi. Alla Vita di Verdi, stampata per la prima edizione nel 1941 e poi ristampata in quattro edizioni con una tiratura di più di quindicimila copie, si affiancarono due fascicoli di Spigolature Verdiane e altri studi dello stesso carattere: Verdi e la Religione (1942), Verdi e l’Ospedale di Villanova d’Arda (1952), Verdi nel giudizio degli intimi (1953). Curò anche una serie di articoli sulla rivista Ecclesia dal titolo Inediti Verdiani. Con note storico-critiche delineò poi la forte personalità e le doti eccezionali di Paganini e i suoi rapporti con Parma: Paganini e Parma (1962). Con altrettanto entusiasmo si dedicò alla biografia di Arturo Toscanini, impegnando in quel libro le ultime sue energie (gennaio 1977). Ma il nome del Botti come storiografo è legato, oltre a questi numerosi titoli, soprattutto a due studi che suscitarono vivissimo interesse, specialmente tra i Parmigiani: la Forca d’breta, storia del noto bandito con cenni sui condannati a morte nel Ducato di Parma dal 1560 al 1858, e la Gastronomia parmense, giunta alla sesta edizione. Sullo scorcio degli anni Venti la sua attività nel campo degli studî di storia locale, si confrontò con le personalità dominanti e difformi di Nestore Pelicelli, Vigenio Soncini, Egidio Guerra e Antonio Schiavi, per citare solo alcuni nomi. Né va dimenticata la suggestione che sul Botti esercitò l’opera di Laudedeo Testi, morto autorevolissimo nel 1924 (alla collaborazione del Botti con uno storico dell’arte tutt’altro che provinciale, Giovanni Copertini, si dovette più tardi, nel 1951, la limpida guida della chiesa di San Vitale, rifatta poi nel 1958), e del faentino Giovanni Drei, paleografo e archivista, poi direttore dell’Archivio di Stato, tra i pochissimi in Parma a concepire la storia come sintesi d’indagine erudita e visione generale del mondo. Ma più ancora dell’ideale magistero cosmopolita del Testi o del Drei, contribuì alla formazione storica del Botti la vicinanza umana di monsignor Guerra: se ne ha la prova (assieme allo stile, persuasivo e garbato) nei suoi rapidi profili di sacerdoti, vescovi e santi, e nell’orientamento apologetico dei lavori su Maria Luigia, sposa e madre esemplare, e su Verdi e Paganini, ottimi e devotissimi credenti. Nell’attività pubblicistica ultraquarantennale del Botti non si può dire che vi sia un capolavoro, un’opera che si stacchi nettamente dalle altre per elevatezza di toni e singolare profondità di ricerca. Non quella su Verdi, che fu tra le prime, né l’altra sulla Gastronomia, che ebbe anch’essa varie edizioni, né l’ultima su Toscanini, che si può definire la meno fortunata. Tutti i suoi studi sono improntati a un unico, costante desiderio: quello di ricercare nel passato dell’uomo una chiave di lettura del presente. Ebbe un senso così acuto della profondità del tempo e dell’evoluzione storica da non ammettere anacronismi. Ma soprattutto radicato in lui fu il concetto di tradizione, dei modi e dei comportamenti che si ripetono nel tempo tra gli uomini di una stessa terra: tradizione religiosa e morale innanzitutto, ma anche tradizione architettonica e artistica, letteraria in dialetto e in lingua, artigianale, contadina, gastronomica e persino sportiva. Il Botti, pur provenendo dagli studi classici, non fece corsi universitari di critica storica. Fu interessato pressoché esclusivamente alla storia locale, cui peraltro diede significativi contributi. Stabilito il tema, un soggetto da esaminare o riprendere perché a suo giudizio poco trattato, ne ricercava i documenti originali, che spesso però trascrisse liberamente e senza l’acribia della lezione critica. Per procurarsi testi e documenti, data la sua quasi forzata immobilità a Talignano, tenne un’incessante corrispondenza con altri studiosi e archivisti. Una volta letto tutto quanto già edito in materia, nello scritto che andava via via componendo inseriva la sua particolare logica storico-tradizionale-religiosa. In questo senso emblematici sono gli opuscoli da lui dedicati a sacerdoti e vescovi parmigiani oppure a santi non parmigiani ma sempre visti nei loro rapporti con Parma: monsignor Angelo Micheli, monsignor Luigi Sanvitale, San Luigi Gonzaga, San Pio X, San Giovanni Bosco, suor Maria Antonia di Borbone, San Pier Damiani, Santa Maddalena Sofia Barat, don Alberto Tadé, monsignor Guido Maria Conforti, monsignor Giuseppe Orsi, don Edmondo Barchi. Cantò Mussolini, inviandogli nel dicembre 1937 due poesie (Il Popolo dei Forti e Italia Imperiale) ma dopo l’8 settembre 1943 finì in San Francesco dove fu interrogato e torturato dai Tedeschi perché accusato di collaborazionismo con le forze alleate. Il 28 giugno 1978, per motivi di salute, il Botti si ritirò nella casa di riposo Pavesi di Noceto, dove si spense.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, in Arti e lettere 3 1983, 15-16; E. Dall’Olio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1983, 50-55; Per la Val Baganza, 6 1984, 108; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 90; Botti, La forca d’Bretta, 1991, VII-VIII; Gazzetta di Parma 21 giugno 1993, 5.


Salsomaggiore 20 ottobre 1924-Soragna 18 novembre 1944
Partigiano, appartenne alla 31a Brigata Garibaldi Forni. Fu decorato con le medaglia d’argento al valor militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 69.


Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti, X, 25.

Parma 1831
Durante i moti del 1831 fu tra i disarmatori della truppa (13 febbraio). Fu inquisito perché ritenuto capo fazioso.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 143.

Fornovo-ante 1487
Boccalaro. È ricordato in un rogito notarile del 28 febbraio 1456: Mandato di procura in diversi Leggisti parmigiani fatto da Martino de Bottis f.q. Bartolomeo cittadino di Parma della vic.e di S. Cecilia abitante ad presens terrae de Fornovo episc. parme (Rogito di Giovanni Palmia, Archivio Notarile di Parma). Fu padre di Daniele.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti Parmigiane, 1911, 17.


Parma 1487
Figlio di Giovanni. Boccalaro, ricordato in un atto notarile del 7 giugno 1487, per mezzo del quale fu stipulato un contratto di società per cinque anni con Daniele Botti di Fornovo: Mcccc xxxvij Inditione quinta die septimo mensis Junii. Providi viri Salvator de Botis f. q.m. Iohannis civis parme vicinie Sancti Marzolini ex una parte et Daniel de Botis f. q.m. Magistri Martini etiam civis parme habitator ad presens terre Fornovi episcopatus parme parte ex altera sponte ex certa animorum suorum scientia et nullo iuris vel facti errore, terrore, dolo vel metu ducti, sed animis eorum deliberatis ut dixerunt per se se eorunque heredes et successores contraxerunt et contrahunt in simul societatem ad commune lucrum et perditam in arte et misterio bocalorum et laboreriorum de terra, ac aliarum mertium videlicet olei, casei et similium hiis pactis, modis, condicionibus et convencionibus et inter ipsos contrahentes appositis et per me notarium infrascriptum solemniter stipulacione vallatis videlicet. Primo quod in societate ipsa utraque pars ponat et ponere debeat et sic posuit in denariis libras centum imper. traficandas ad comune lucrum et perditam in societate spatio annorum quinque proxime futurorum hodie inceptorum et finiturorum ut sequit. Item quod ipse Daniel teneatur et debeat vendi facere in domibus suis in terra Fornovi tam super platea quam in domo habitacionis cum hoc quod ipse Daniel pro fictu domorum et massaritiarum q. poni ipse Daniel aptus a laborerio videlicet fornacis, terrarum et aliorum habeat et habere debeat annuatim ex societate ipsa et seu veru ipsius libras viginti imperialium. Item quod omnes expense fiende occasione dicte societatis solvantur communiter. Item quod si contingat alter unum ipsorum decedere ante finitam societatem quod tunc et eo casu societas ipsa sit finicta et tunc et eo casu fiat ratio de lucro et perdita infra tempus trium mensium inter superviventem et heredes mortus (rogito del notaio Esopo Palmia, Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 17.

Parma 18 settembre 1823-Parma 11 marzo 1895
Valoroso soldato, partecipò alle campagne risorgimentali 1848-1849 e 1859-1860, raggiungendo il grado di maggiore. Fu rappresentante della Giunta municipale di Parma per il Teatro nella stagione di Carnevale 1887-1888. Per molti anni fu zelante consigliere e assessore delegato allo stato civile e per quasi diciotto anni prestò la sua opera come consigliere e ispettore degli Asili d’Infanzia di Parma.
FONTI E BIBL.: Cenno necrologico, in Gazzetta di Parma 13 marzo 1895 n. 71; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 73; Dietro il sipario, 1986, 270-271.


Salsomaggiore 1275
Nel 1275 il Botti scoprì nel territorio di Salsomaggiore una nuova vena d’acqua da far sale e stabilì sopra ciò alcuni patti con la Comunità di Piacenza.
FONTI E BIBL.: F. Stroppa, Famiglie di Salsomaggiore, 1928, 14.

Parma 1828/seconda metà del XIX secolo
Ritrattista in miniatura e restauratore di quadri e stampe, ebbe studio nella sua abitazione, al n. 44 di borgo del Vescovo in Parma. Fu anche incisore e firmò in Parma, nel 1828, stampe raffiguranti le statue allegoriche poste sul ponte del Taro.
FONTI E BIBL.: Arte incisione a Parma, 1969, 48.

Parma 6 ottobre 1891-Ciano d’Enza 13 luglio 1970
Volontario nella prima guerra mondiale, Tenente di artiglieria, il Bottiglieri ottenne una medaglia d’argento e una medaglia di bronzo al valore militare per gli episodi di coraggio di cui fu protagonista, come attesta la motivazione di una delle due onorificenze: osservatore da un Drachen, aggredito durante l’ascensione da due velivoli nemici che facevano segno il pallone a tiri di razzi incendiari e scariche di mitragliatrice colpendolo più volte nell’involucro e nel sartiame, chiedeva di restare in quota per portare a compimento la direzione del tiro iniziato dalle nostra artiglierie. Ma se eccezionale fu il suo spirito combattivo, non meno rilevante fu la sua puntigliosità di documentatore dei campi di battaglia. Infatti la sua formazione di artigliere venne messa a disposizione degli addetti al tiro con l’impiego di una tecnica che faceva le sue prime prove belliche in grande stile: l’osservazione aerea (il cui pioniere riconosciuto è il celebre fotografo francese Gaspard Félix Tournachon, più noto come Nadar, le cui prime fotografie aeree risalgono al 1858). Tra le carte conservate a Parma dai parenti del Bottiglieri ci sono i manuali distribuiti dallo Stato Maggiore della III Armata e dallo stesso Comando Supremo italiano agli specialisti che operavano a metà strada tra l’aviazione e l’artiglieria. E quanto le tecniche di ripresa fossero giudicate importanti nell’economia bellica è testimoniato dall’esistenza, presso il Comando Supremo, di una sezione fotografica che emanò precise norme di servizio a chi, come il Bottiglieri, osservava e riprendeva il territorio dai dirigibili. Sono pagine preziose di storia tecnologica cui il Bottiglieri aggiunse, di suo, una raccolta di situazioni e di ritratti fuori servizio. Terminata l’esperienza bellica, si laureò in veterinaria a Milano, dove restò come assistente universitario per diversi anni. Nel 1920 sposò Lina Bonaccorsi, che morì nel 1928. Nel 1930 il Bottiglieri fu nominato veterinario presso il macello comunale di Napoli e mantenne l’incarico per dieci anni. Nel periodo napoletano si dedicò con grande impegno allo studio delle lingue e delle popolazioni africane, divenendo tra l’altro segretario della Società africana italiana. Si trasferì quindi a Vicenza, si laureò in farmacia ed esercitò la professione di farmacista. Nel 1951, sempre come farmacista, fu a Ciano d’Enza dove sposò in seconde nozze Santa Girardi. Morì in un incidente stradale.
FONTI E BIBL.: Aviatori parmigiani, in Gazzetta di Parma 15 maggio 1978, 3; R. Rosati, Fotografi, 1990, 288.

Parma 1705/1726
Fu violoncellista della Cattedrale di Parma dal 1705 al 3 maggio 1725 e della Steccata in Parma nel 1726.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

BOTTINI CARLO
Piacenza 7 febbraio 1827-Parma 24 aprile 1889
Studiò all’Istituto Gazzola della città natale e si trasferì a Parma per perfezionarsi con Giuseppe Boccaccio. Volontario nella prima guerra di Indipendenza, dopo il 1850 lavorò come scenografo e nel Carnevale 1858-1859 fu al Teatro Municipale di Piacenza. Dal 1860 si dette all’insegnamento negli istituti tecnici, nelle scuole serali e in quella di disegno annessa all’Accademia di Belle Arti di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Barbiano 10 settembre 1890-Monte San Michele 14 agosto 1915
Figlio di Giacomo e Virginia Bonini. Contadino, fu soldato nel 5° Alpini. Partecipò valorosamente a diversi combattimenti tanto da meritarsi la medaglia d’argento al valor militare. Morì, colpito alla fronte, sul Monte San Michele, mentre inseguiva il nemico.
FONTI E BIBL.: A. Coruzzi, Caduti di Vigatto, 1924, 17.

Parma 4 settembre 1786-post 1831
Figlio di Francesco. Nel 1801 fu cadetto in servizio a Parma. Fu promosso nel 1805 Sergente, nel 1807 Sottotenente, nel 1808 Tenente e nel 1811 Capitano. Dal 1808 al 1812 fece la campagna di Spagna e dal 1813 al 1815 quella di Francia, dove fu anche fatto prigioniero e ferito. Nel 1815 fu Capitano dei veterani nel Reggimento Maria Luigia. Nel 1822 fu pensionato. L’anno seguente fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Non risulta invece che il Bottioni abbia preso parte alla rivolta del 1831, non trovandosi nell’elenco degli inquisiti.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 17; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 144.


Fornovo Taro 1894/1912
Fu soldato del 63° Reggimento Fanteria, decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Con mirabile fermezza ed abnegazione, sebbene colpito due volte, riusciva a trasportare un compagno ferito fino al posto di medicazione, dando prova di energia e cameratismo superiori ad ogni elogio (Gheran, 20 luglio 1912).
FONTI E BIBL.: G.S. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937; Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 303.


Parma 1894/1912
Fu soldato del 57o Reggimento Fanteria, decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: All’ultimo assalto si slanciava arditamente contro una casa fortemente occupata dal nemico, impegnandosi corpo e corpo nella lotta (Due Palme, Bengasi, 12 marzo 1912).
FONTI E BIBL.: G.S. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Parma 1770/1820
Nel 1770 fu sostituito del professor Bertioli quale docente di diritto civile, poi titolare di diritto pubblico nel secondo decennio del secolo XIX. Lasciò Orazioni, Allegazioni, Saggio d’Ideologia (Parma, 1812), Del Diritto Pubblico (Parma, 1817) e anche odi e sonetti.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Filze Università, n. 25, 1770; Calendario di Corte, 1817, 1818, 1819; F. Rizzi, Professori, 1953, 101.

Parma 1808/1842
Capitano, compose quattro sonetti per le nozze di Angelo Pezzana (1809). Fu in corrispondenza col Bodoni e col Pezzana.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 163.

BOTTIONI SPECIOSA, vedi ZANARDI SPECIOSA

-Parma 3 ottobre 1871
Partecipò alle campagne risorgimentali del 1860 e 1866.
FONTI E BIBL.: Il Presente 5 ottobre 1871 n. 278; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 401.


Parma 1622/seconda metà del XVII secolo
Pittore attivo nel 1622 e ancora nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 233.

Parma seconda metà del XVII secolo
Sacerdote. Ingegnere, architetto civile e suonatore d’organo operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 42.

Parma seconda metà del XV secolo
Orefice operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 74.

Parma 1559
Orefice operante nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 106.

Parma 1648
Organaro. Nel novembre 1648 un cavallante fu pagato per condurre da Parma, e ricondurre il Sr D. Aurelio Bottoni per aggiustare li contrabbassi, et accordare di nuovo l’organo che la chiesa di San Pietro di Piacenza aveva acquistato a Parma da Ranuccio Farnese e che era inutilizzato nel Teatro Farnese (Archivio di Stato di Parma, Gesuiti di Piacenza, b. 120).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma seconda metà del XVII secolo
Sacerdote. Architetto civile operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 233.

Bottone di Traversetolo fine XII/inizio XIII secolo-Bologna 24 marzo 1266
Nacque da una famiglia probabilmente di piccola nobiltà feudale che traeva il nome da una località, Botonus (Bottone), dove, nel 1230, le Rationes devimarum per l’Emilia dicono fosse una cappella e, nel 1299, una chiesa, dipendenti dalla pieve di Traversetolo. Fu allievo a Bologna dei canonisti Tancredi e Vincenzo Ispano. Ricordato già nel 1230 quale docente di diritto canonico nello Studio che lo aveva avuto scolaro (Savioli, Annali), il primo documento che lo menzioni, e con la qualifica di magister, reca la data del 1232, quando il Bottoni intervenne con altri professori bolognesi in un atto del capitolo della Cattedrale. Canonicus Bononiensis e cappellano papale è per la prima volta designato in una bolla di papa Innocenzo IV del 13 giugno 1247, indirizzata al Bottoni e al vescovo di Cervia, perché, dopo la rinunzia dell’abate di Nonantola Cirsacco, promuovessero l’elezione di un nuovo abate. I problemi della rinunzia di Cirsacco e della successione del nuovo abate Bonaccorso erano ancora aperti otto anni più tardi e affidati ancora, per la soluzione, al Bottoni, se in argomento si trovano lettere di papa Alessandro IV in data 12 luglio e 3 settembre 1255, indirizzate, oltre che a Cirsacco, a Bonaccorso e ai monaci di San Procolo, anche al magister Bernardus, canonicus Bononiensis, capellanus noster. Il Bottoni è ricordato anche in altra bolla di Alessandro IV del 21 settembre dello stesso anno. Nel 1250 il Bottoni intervenne all’atto mediante il quale dal podestà venne concessa all’arciprete di Monteveglio la chiesa di Sant’Ambrogio, in cambio della chiesa di Sant’Apollinare, che doveva essere demolita. Testimone a un atto vescovile si trova il Bottoni sotto la data del 28 giugno 1262. Anche papa Urbano IV, come i suoi predecessori, tenne in gran conto il Bottoni e gli affidò delicate incombenze, come quella trasmessagli con bolla dell’8 settembre 1264 di immettere nel possesso del castello di Carpi quel Manfredo, Vescovo di Verona, che, rettore della Marca anconitana, per la sua fedeltà alla sede apostolica tanto aveva sofferto a opera di re Manfredi. Il Bottoni era anche titolare della Chiesa di Santa Maria di Montovale nell’agro bolognese, per la quale ebbe a subire molestie e danni a opera di Iacopo conte di Panico. Al momento della morte del Bottoni era in corso una causa per risarcimento dei danni, nella quale gli successe un altro canonico, Bernardo da Querceto. L’Affò e il Sarti non credono alle notizie, peraltro non documentate, che volta a volta presentano il Bottoni uditore in Roma del palazzo apostolico, cancelliere dello Studio bolognese o Arcivescovo di Genova, né credono che abbia mai insegnato altrimenti che a Bologna, escludendo un suo trasferimento a Reggio. Il Bottoni fece testamento il 10 giugno 1262 e lo confermò il 9 giugno 1265, aggiungendo disposizioni circa la sua sepoltura (da farsi presso la tomba del suo maestro, Tancredi, nella chiesa di San Pietro) e diversi legati, tra cui quello dei suoi pochi libri (Codicem, Digestum vetus et Digestum Novum et Summa Uguitionis in Decretis et Psalterium cum ymnario) e di alcuni oggetti preziosi, al nipote Gerardo. Altri codicilli, del 6 e del 12 marzo 1266, sono segnalati dal Sarti. L’opera maggiore del Bottoni è la glossa alle Decretales Gregorii IX. Queste furono promulgate il 5 settembre 1234, ma già una intensa attività esegetico-sistematica si era svolta, da quasi mezzo secolo, sulle compilazioni decretalistiche che avevano preceduto l’opera affidata da papa Gregorio IX a Raimondo da Peñafort e che in essa erano quindi confluite insieme con il materiale legislativo più propriamente gregoriano. Valendosi pertanto degli apparati, delle glosse, delle summae e di altri scritti sulle cinque compilationes antiquae, nonché dei lavori che subito avevano cominciato a svolgersi intorno al Liber Extra, il Bottoni redasse, in guisa di commento continuo, un vasto apparato di glosse a quest’ultimo, che presto si affermò come l’apparato per eccellenza, la glossa ordinaria alle Decretali di Gregorio IX, il lavoro per cui il Bottoni fu definito, per antonomasia, glossator, ovvero Decretalium apparatus compilator. All’apparato, che ebbe almeno quattro versioni, il Bottoni lavorò per oltre un trentennio. Definitivamente scartata la data del 1263, che lo Schulte indica come quella del completamento e della prima pubblicazione dell’opera, si distinguono, in base alle ricerche di Kuttner-Smalley fondate su un numero cospicuo di manoscritti, una prima redazione della glossa del Bottoni, da collocarsi tra il 1234 e il 1241, che è testimoniata da un manoscritto oxoniense (il Bodl. Lat. th. b. 4) datato nell’explicit 12 luglio 1241 (al di là di tale anno non si può andare, oltretutto, per l’assenza di ogni riferimento alla legislazione di Innocenzo IV); una seconda redazione che contiene citazioni delle decretali innocenziane Officii e Pia (la prima emanata tra il 28 giugno 1243 e il 23 febbraio 1244, la seconda tra il 1243 e l’agosto 1245), ma che non fa alcun riferimento agli statuti del Concilio di Lione del 25 agosto 1245 e che pertanto è databile tra il luglio 1243 e l’agosto 1245; quindi una terza redazione da porsi tra il 1245 e il 1253 circa. Per la quarta, l’ultima e finale stesura, bisogna attendere altri dieci anni. Essa è posteriore a una ben nota additio del Bottoni in cui si ricorda la consacrazione (maggio 1263) del vescovo di Bologna Ottaviano e forse non ricevette nemmeno l’ultima mano dell’autore. Il Bottoni padroneggiò con sicurezza tutta la letteratura anteriore e dimostrò una particolare attitudine nella scelta e nella rielaborazione del materiale esegetico dovuto a una serie numerosa di autori, quali Alano, Bernardo di Compostella antiquus, Tancredi, Lorenzo e Vincenzo Ispano. Ad alcune glosse di questi ultimi egli mantenne la sigla che ne individuava la provenienza, ma, in complesso, i riferimenti espressi alla letteratura precedente sono relativamente poco frequenti. Talune glosse portano la sigla del Bottoni (Ber. o Bern.), che ne è certamente l’autore, altre non recano alcuna sigla, ma sono tradizionalmente attribuite al Bottoni. Con la pubblicazione della prima redazione della glossa del Bottoni dovette coincidere quella dell’apparato alle Decretali di Goffredo da Trani, che apparve prima del 1241-1243, ma fu soppiantata dall’opera più fortunata del Bottoni, che prevalse anche sull’apparatus di Innocenzo IV. Un’antica confusione del Bottoni con Bernardo da Compostella iunior, come pure l’attribuzione a Vincenzo Ispano di un esagerato contributo all’opera del Bottoni, sono state facilmente scartate dalla critica. Ma mancano ancora efficaci strumenti filologici e bibliografici che orientino nella massa enorme dei manoscritti (citati dallo Schulte in modo sbrigativo là dove tratta del testo delle Decretales e nel paragrafo riservato al Bottoni citati solo quei pochi dell’apparato senza il testo; ma un primo nucleo importante e in certo modo classificato di codici è offerto dalle indicazioni di Kuttner-Smalley; si vedano anche i codici descritti da Bohácek e Stelling-Michaud) e delle edizioni a stampa (le prime a Magonza, 1472, e a Strasburgo, circa 1472). Dell’opera maggiore del Bottoni vennero col tempo a far parte integrante numerose additiones di canonisti contemporanei e posteriori, quali Giovanni d’Andrea e l’Ostiense, senza peraltro alterare il carattere fondamentale di quella che restò, in perfetta analogia con l’opera accursiana sul Corpus iuris civilis e con l’opera di Bartolomeo da Brescia sul Decretum Gratiani, la glossa ordinaria alle Decretales Gregorii IX. Distinti dalla Glossa, anche se a essa affiancati in alcuni manoscritti e nelle più tarde edizioni, sono i Casus longi, discussioni dei problemi di fatto e di diritto posti e risolti dalle singole decretali. Lo Schulte ne indica molti manoscritti. Per ciò che riguarda le edizioni a stampa, il primo dei quattordici incunaboli che si conoscono è di Parigi e reca la data del 13 giugno 1475. Si è detto che i Casus entrarono a far parte della Glossa nelle più tarde edizioni di questa, ma essi vennero anche pubblicati nelle opere di Niccolò de’ Tedeschi (Milano, 1504). Sempre a proposito di casus, il Kuttner aggiunge al catalogo delle opere del Bottoni (contro lo Schulte) i Casus et notabilia alle Novelle di Innocenzo IV, compresi in un’opera dall’incipit Olim ante istam constitutionem. Il Kessler ha confermato l’attribuzione, indicando in uno dei 18 manoscritti in cui l’opera segue i Casus alle Decretali (contro tre soli manoscritti in cui l’opera si presenta da sola) la sottoscrizione Expliciunt casus magistri Bernardi Parmensis novarum constitutionum (ms. Wien 2071). Inedita è l’altra opera del Bottoni, la Summa super titulis Decretalium, i cui numerosi manoscritti sono indicati nel Repertorium del Kuttner, che integra e corregge i dati forniti dallo Schulte. Questi è ancora necessario per la descrizione dell’opera, che comprende brevi esposisioni compendiose delle materie dei singoli titoli del Liber Extra. Ma la concezione dell’opera non è del tutto nuova. Si fanno, come quelli di antecedenti bene individuati, i nomi di Bernardo da Pavia, di Ambrogio, di Damaso, di Tancredi, di Vincenzo Ispano. Il prologo della Summa è identico, all’inizio, con il prologo della Summa titulorum di Ambrogio e con quelli degli apparati di Tancredi e di Vincenzo. Ma è ancora da vagliare criticamente se il Bottoni abbia tenuto presente, per questo inizio dell’opera, Tancredi o piuttosto Ambrogio e così resta da accertare se a quest’ultimo spetti un posto apprezzabile accanto a Bernardo da Pavia e a Damaso, ampiamente utilizzati lungo tutto il lavoro del Bottoni. Che ai due ultimi, e specialmente alla Summa Decretalium del pavese, il Bottoni abbia attinto senza risparmio e spesso testualmente, è palese. In realtà il Bottoni non si preoccupò tanto di creare un’opera originale, quanto di completare quella dei predecessori, che avevano lavorato solo intorno ai testi delle compilationes e di tener dietro pertanto all’evoluzione legislativa. E poiché la struttura della Summa non lo consentiva, il Bottoni preferì rinviare, dove occorrevano più minuti dettagli, al proprio apparato, che a sua volta possiede nella Summa un utile complemento e uno strumento di orientamento per lo studioso nella sistematica del Liber Extra. L’appartenenza al Bottoni della Summa super titulis Decretalium è indiscutibile. Si può supporre che, dopo aver compiuto l’apparato alle Decretali, il Bottoni abbia scritto, stante l’inattualità di quelle esistenti, la sua Summa, che fa precisi e frequenti riferimenti all’apparato, e quindi i Casus. Ciò mentre in continuazione procedeva a ritoccare l’apparato. Il Sarti attribuisce al Bottoni anche un Consilium magistri Bernardi doctoris Decretalium, conservato in un codice della Biblioteca dei frati minori di Cesena, che verte sull’interpretazione di una decretale di Gregorio IX in materia di bestemmia. Secondo Kuttner-Smalley, sarebbe inoltre opportuno svolgere ricerche intorno a una possibile opera esegetica del Bottoni sulle Decretali del pontefice Innocenzo IV. Il Bottoni, che fu maestro, tra gli altri, di Guglielmo Durante, non appartiene alla rosa dei canonisti eccelsi, anche se l’opera che ha lasciato è giustamente considerata fondamentale nella letteratura canonistica. A renderla tale contribuirono non solo la seria cultura in entrambi i diritti e il raffinato senso giuridico, ma, soprattutto, la grande chiarezza espositiva del Bottoni. Ourliac indica alcuni luoghi che rivelano le doti migliori del Bottoni: dal significato mistico attribuito alla croce episcopale (glossa propter historiam ad X.1.15.1), all’etimologia di cardinale (glossa cardinalium ad X.1.24.2), alla questione lucidamente esposta della legittimazione dei bastardi di Filippo Augusto (Casus, ad X.4.17.13). Rileva, peraltro, lo stesso Ourliac che le teorie giuridiche non si trovano nel Bottoni se non allo stato frammentario. Toccò ai canonisti dell’età immediatamente seguente di collocare in un coerente quadro sistematico le idee sparse nella vasta opera del Bottoni, alla quale, nonostante la sua frammentarietà, che è del resto il connotato del genere letterario della glossa, si sa che si deve ricorrere sempre come a un punto obbligato di riferimento nello svolgimento storico del diritto canonico.
FONTI E BIBL.: Platina, Liber de vita Christi ac omnium pontificum (aa. 1-1474), in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, III, I, a cura di G. Gaida, 237; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, V, Brescia, 1762, 1904; G.G. Sbaraglia, Bullarium Franciscanum, I, Romae, 1759, 597; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, Parma, 1789, 98-107; L.V. Savioli, Annali bolognesi, III, I, Bassano, 1795, 69, 79; J.F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des canonischen Rechts, II, Stuttgart, 1877, 114-117, 145; Les registres d’Innocent IV, a cura di E. Bérger, I, Paris, 1884, n. 2876, 430; R. v. Scherer, Bernhard de Botone, in Kirchen-Lexicon, II, Freiburg im Breisgau, 1887, col. 428; M. Sarti-M. Fattorini, De claris Archigymnasi Bononiensis professoribus, I, Bononiae, 1888, 354, 383, 392, 421, 426, 433-438, II, 1896, 170, 175, 176, 187, 188, 189; F. Laurin, Introductio in Corpus Iuris Canonici, Friburgi Br.-Vindobonae, 1889, 149 s.; L. Wahrmund, Consuetudines Curiae Romanae, in Archiv für Katholisches Kirchenrecht LXXIX 1899, 8-9; Les registres d’Urbain IV, a cura di J. Guiraud, II, Paris, 1901, nn. 518, 944; Les registres d’Alexandre IV, I, a cura di C. Bourel de la Roncière, Paris, 1902, nn. 595, 738, 819; H. Hurter, Nomenclator literarius theologiae catholicae, II, Oeniponte, 1906, col. 369; A.B. Meehan, in The Catholic Encyclopedia, II, New York, 1907, 498; Chartularium Studi Bononiensis, III, Bologna, 1916, n. 231, 237, XII, 1939, n. 135, 144; E. Besta, Fonti, in Storia del diritto italiano, a cura di P. Del Giudice, I, 2, Milano, 1925, 837; E. Ruffini Avondo, Le origini del conclave papale, in Atti della Regia Accademia delle Scienze LXII 1926-1927, 409-431; R. Wehrlé, De la coutume dans le droit canonique, Paris, 1928, 138, 146-153, 246, 346, 394, 401, 410, 425; F. Gillmann, Der Kommentar des Vincentius Hispanus zu den canones des vierten Laterankonzils, in Archiv für Katholisches Kirchenrecht CIX 1929, 242; Gesamtkatalog der Wiegendrucke, IV, Leipzig, 1930, nn. 4092-4105; K. Hilgenreiner, Bernhard von Bottone, in Lexicon für Theologie und Kirche, II, Freiburg im Breisgau, 1931, col. 197; Aemilia. Le decime dei secoli XIII-XIV, a cura di A. Mercati, E. Nasalli-Rocca, P. Sella, Città del Vaticano, 1933, nn. 4274, 5013; J. Wenner, Bernard de Parme, de Botone, in Dict. d’Hist. et de Géogr. Ecclés., VIII, Paris, 1935, coll. 721-722; A. Rota, Un fondo giuridico ignorato nell’Archivio di Stato di Roma. I codici dell’Arcispedale del SS. Salvatore ad Sancta Sanctorum, in Archivi, s. 2, II 1935, 172-177; P. Ourliac, Bernard de Parme ou de Botone, in Dictionnaire de droit canonique, II, Paris, 1937, coll. 781-782; S. Kuttner, Repertorium der Kanonistick (1140-1234), Roma, 1937, 341, 374, 387, 389, 393, 399; G. Barraclough, Bonaguida de Aretinis, in Dictionnaire de droit canonique, II, Paris, 1937, 936; M. van Kerckove, La notion de juridiction dans la doctrine des décretistes et des prémiers décretaliste de Gratien à B. de Bottone (1250), Assisi, 1937; S. Kuttner, Decretalistica, in Zeitschrift der Savigny Stiftung für Rechtsgeschichte, Kan. Abt., XXVI, 1937, 464-465; A. Sorbelli, Storia dell’Università di Bologna, I, Bologna, 1940, 82, 84; A. Sorbelli, Indice generale degli incunaboli delle Biblioteche d’Italia, I, Roma, 1943, nn. 1574-1581, 203-204, III, 1954, nn. 4451-4478, 48-51; P.-J. Kessler, Untersuchungen über die Novellengesetzgebung Papst Innozenz’ IV. III Teil, in Zeitschrift der Savigny Stiftung für Rechtsgeschichte, Kan-Abt., XXXIII, 1944, 95-99; S. Kuttner-B. Smalley, The Glossa ordinaria to the Gregorians Decretals, in English Historical Review LX 1945, 97-105; A. van Hove, Prolegomena, in Commentarium Lovaniense in Codicem Iuris Canonici, I, I, Mechliniae-Romae, 1945, 473, 476, 480-481, 485; P. Fiorelli, La tortura giudiziaria nel diritto comune, I, Milano, 1953, 266, 318, II, 1954, 75; S. Stelling-Michaud, Catalogue des manuscrits juridiques (droit canon et droit romain) de la fin du XIIe au XIVe siècle conservés en Suisse, Genève, 1954, nn. 27-31 e 53-56, 34-37, 47-48; S. Stelling-Michaud, L’Université de Bologna et la pénetration des droits romain et canonique en Suisse au XIIIe et XIVe siècles, Genève, 1955, 101 s., 106, 110, 113 s., 256; P.G. Caron, Bottoni Bernardo, in Novissimo Digesto Italiano, II, Torino, 1958, 560; W. Plöchl, Geschichte des kanonischen Kirchenrechts, II, Wien, 1962, 62, 197, 266, 494, 518; M. Bohácek, Le opere delle scuole medievali di diritto nei manoscritti della Biblioteca del capitolo di Olomouc, in Studia Gratiana VIII 1962, 362-364, 394, 395; G. Post, Studies, in Medieval Legal Thought, Public Law and the State 1100-1322, Princeton, 1964, 35, 41, 174, 189, 191, 192, 397-398; R. Abbondanza, in Dizionario biografico degli Italiani, IX, 1967, 276-279; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 195-198; Dizionario ecclesiastico, I, 1953, 420.

Parma 1627/1642
Si addottorò nelle leggi il 3 luglio 1627. Successivamente fu lettore nello Studio universitario di Parma. Si adoperò particolarmente, e con molta lode, nei negozi della città.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 90 e 91.


Salsomaggiore 1923-Luneto di Bore 14 luglio 1944
Figlio di Alfredo. Partigiano, fu decorato con la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Nel corso di una furiosa azione, volontariamente si portava sulle prime linee incitando i compagni d’arme a mantenere le posizioni. Colpito a morte da fuoco concentrato, immolava la sua giovane vita alla causa della Liberazione.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1963, Dispensa 6a, 477; Decorati al valore, 1964, 111.

Parma 1600
Pittore attivo nell’anno 1600.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 233.


Parma-Anagni 1295
Nipote ed erede di Bernardo. In Parma nell’anno 1278 ebbe il titolo di dottore di decreti (Discorso preliminare). Il Cronico Parmense all’anno 1295 narra che Dominus Gerardus de Botono Decretorum Doctor, et Dominus Petrus de Prandis, Judices ambo de Porta Nova, furono inviati dal Comune di Parma ad Anagni al Papa e che ivi entrambi morirono.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 101.

-Parma 1635 c.
Fratello di Carlo. Si laureò in legge poco dopo il 1627. Morì in giovane età, mentre cominciava a rendersi molto onorato nella professione.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 91.

BOTTONI GHERARDO, vedi BOTTONI GERARDO

Parma-Bologna 1489
Fu in relazione di parentela con Taddeo Bottoni. Studiò diritto civile e canonico a Bologna, dove diventò membro del Capitolo di San Petronio e quindi fu nominato lettore nello Studio universitario dal 1469 al 1489. Durante il suo lungo periodo d’insegnamento (che fa del Bottoni il decano dei maestri di diritto parmigiani a Bologna), lesse per un decennio il Sesto e le Clementine e per un altro le Decretali (Rot. I, 80 ss.).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 235.

BOTTONI LUIGI
Parma 1582
Si laureò nell’anno 1582. Esercitò alcuni uffici in Abruzzo e quindi ritornò a Parma. Fu per lungo tempo Auditore Civile di Piacenza, meritando onore e lode. Morì in giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 56.

BOTTONI MARCO ANTONIO
Parma 1600/1631
Fu celebre avvocato. Pare insegnasse all’Università di Parma già nell’anno 1600, ma dai documenti d’archivio le sue accertate condotte per lettore dell’Ordinario Civile sono del 1609-1612, 1616 e 1630-1631.
FONTI E BIBL.: Bolsi, 36 e 47; R. Pico, Catalogo Dottori, 64; Archivio di Stato di Parma, Registro delli Lettori 1610-1616; Libro dei Mandati 1617-1630; Ricetto del Tesoriero 1631-1635; F. Rizzi, Professori, 1953, 35; G. Berti, Studio Universitario Parmense, 1967, 88.

Falleroni-Sarengrand 12 aprile 1945
Partigiano, residente a Parma. Fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare.
FONTI E BIBL.: Caduti Resistenza, 1970, 99.


Parma 1465
Dopo aver compiuto gli studi di diritto civile nelle Università di Bologna e di Ferrara, nell’anno 1465 tenne lodevole esame nel Collegio dei Dottori di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, III, 1847, 257.

Parma 26 agosto 1760-Roma 1825
Figlio di Jean-Baptiste e di Maria Giordani o Jourdant. Esercitò la pittura dapprima a Parma sotto la guida di A. Bresciani, ottenendo nel 1779 il premio di composizione e nell’anno seguente quello di disegno del nudo all’Accademia di Belle Arti, di cui nel 1796 divenne accademico d’onore. Dal 1781 si stabilì a Roma come stipendiato del Ducato di Parma. Secondo il De Boni, dipinse per alcune chiese domenicane della Sicilia: si è identificato solo un Martirio di Sant’Andrea nella Chiesa di San Nicolò del convento dei benedettini di Catania. Nella Pinacoteca di Parma (depositi) è un suo dipinto, firmato e datato (Roma, maggio 1794), rappresentante Luigi Cotti, abate parmigiano: una mezza figura quasi di faccia con capelli bianchi, una marsina color lacca sbiadita e un libro nella sinistra. Lo Scarabelli Zunti lo definisce mediocre pittore ma buon restauratore: tra i suoi restauri ricorda la Madonna col Bambino fra due angeli di Francesco Francia nella Chiesa di San Giovanni Evangelista a Parma.
FONTI E BIBL.: Parma, Biblioteca del Museo Nazionale di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 107, f. 51, ms. 108, f. 80; F. De Boni, Biografia degli artisti, Venezia, 1840, 132; Descrizione di Catania e delle cose notevoli de’ dintorni di essa, Catania, 1841, 128; C. Monaco, Le lettere da Roma di Ferdinando Boudard a Pietro de Lama dal 1821 al 1824 e la loro importanza storico-artistica, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 4, V, 1953, 183-307; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, IV, 436; S. Papaldo, in Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 515; Arte a Parma, 1979, 197.

Parma 1758-Parma 1801
Figlia di Jean-Baptiste e di Maria  Giordani o Jourdant. Miniaturista coltivò con onore anche la pittura. Le fu dedicata un’epigrafe sepolcrale con iscrizione del padre Tonani.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 53; Biografia universale, VII, 1822, 162; Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 517.

Parigi 1710 c.-Sala 20 ottobre 1768
Figlio di Philippe. Dopo aver vinto nel 1732 il premio Roma per la scultura, sul tema Betsabea consegna il figlio Canaan a David (A. Duvivier, Liste des élèves, in Archives de l’Art Français V 1857-1858, p. 291), si portò a Roma a sue spese nel 1733. Solo nell’agosto 1735, però, dopo una serie di difficoltà anche economiche, riuscì, grazie all’interessamento di Wleughels, a entrare come pensionante all’Accademia e l’anno seguente prese il brevetto di allievo scultore (J.-J. Guiffrey, Brevets de pensionnaires, in Nouveaux Archives VII 1879, p. 356). Restò a Roma fino alla primavera del 1741, apprezzato anche dal de Troy che gli riconobbe fuoco e genio, e avendo per compagni G. Coustou, R.-M. Slodtz e E. Bouchardon, i quali ultimi, benché dimessi, continuarono a frequentare l’Accademia. Il Boudard si esercitò sull’antico e due sue copie in marmo, un Busto di Caligola (1736) e il Ragazzo della spina, vennero mandate a Parigi (quest’ultima opera si trovava fino alla Rivoluzione sul bordo della vasca d’acqua del parco del castello di Ménars del marchese de Marigny; cfr. Plantet, La collect. de statues du marchis, Paris, 1885, p. 163). Eseguì nel 1739 il modello in cera delle Armi del re, mai tradotto in marmo, per il balcone di palazzo Mancini a Roma. Intorno al 1740 lavorò alle statue in travertino di Profeti ed Evangelisti sulla balaustra della cupola della chiesa del Santissimo Nome di Maria (gli è attribuito il S. Luca), insieme con un gruppo di artisti quasi tutti francesi e legati quindi all’architetto della chiesa, A. Derizet (Martini-Casanova). Il soggetto classicheggiante fa supporre che fossero di questo periodo i due bassorilievi ovali in marmo rappresentanti Alessandro e Olimpia, comparsi alla vendita della raccolta del duca di Saint-Aignan nel giugno 1776 (Riccomini, 1965, pp. 186 s.). Dalla corrispondenza dei direttori dell’Accademia di Francia si possono seguire i successivi spostamenti del Boudard: nel 1741 fu a Napoli per eseguire alcune opere per il marchese de L’Hôpital, cinque anni dopo fu a Lione dove eseguì, da disegni di Soufflot, due gruppi di Angeli su nubi in cartone per il baldacchino della certosa, e per il monastero delle dame di San Pietro due statue simboleggianti l’Orazione e la Contemplazione. Non si hanno notizie del Boudard fino al dicembre 1748 quando, per intervento del Du Tillot, entrò al servizio di Filippo di Borbone a Chambéry e lo seguì poi a Parma, dove il Boudard lavorò per circa venti anni nel grandioso programma di ricostruzione dei palazzi e giardini ducali, interprete fedele delle concezioni artistiche di spirito francese imperanti a Corte. Parma era allora in uno dei periodi più felici della sua storia, grazie all’illuminato governo del Du Tillot, che tra l’altro istituì nel 1752 l’Accademia di Belle Arti, designando all’insegnamento alcuni connazionali come l’architetto Ennemond Petitot e il Boudard (dieci anni dopo, il 5 ottobre 1762, questi fu eletto accademico d’onore dell’Accademia Clementina di Bologna: cfr. Bologna, Istituto di Belle Arti, Atti dell’Accademia Clementina, 1762, c. 320). Anche a uso dei suoi alunni, il Boudard pubblicò nel 1759 (2a edizione, Vienna, 1766) l’Iconologie tirée des divers auteurs, in tre volumi in folio, dedicati a Filippo di Borbone. Questa raccolta di circa 630 soggetti allegorici incisi su rame, disposti in ordine alfabetico con spiegazione in italiano e in francese, si ispira all’opera analoga di C. Ripa e, benché il Boudard dimostri di conoscere bene anche l’Alciato e il Valeriano, si comincia a sentire la crisi delle dottrine allegoriche e lo spirito è già illuministico (cfr. Enciclopedia universale dell’arte, XII, col. 498, sub voce Iconologia). Dopo un viaggio a Firenze, dove ebbe contatti con lo scultore G. Traballesi e studiò i marmi del tardo Cinquecento, il Boudard iniziò a eseguire le undici statue e i cinque bellissimi vasi che, sebbene rovinati dal tempo e da atti di vandalismo, ornano i viali del Giardino ducale di Parma. Le sculture sono quasi tutte figure mitologiche: dal Bacco giovane del 1753 alla Dea col delfino del 1754, alla Ninfa con vaso, alla deliziosa Ninfa con satiro, al Vertumno e all’Apollo e infine ai quattro Geni dell’agricoltura e della pastorizia davanti al Palazzo ducale. In tutte l’impostazione classica è temperata con estro e brio da una grazia delicata d’intonazione francese ancora rococò, mentre le figure si allungano e si contorcono con chiara influenza del Parmigianino e dei manieristi toscani. Il gruppo di Sileno, inizialmente ornamento del boschetto d’Arcadia accanto al tempio del Petitot, si trova al centro della rotonda. In origine il gruppo poggiava su un alto zoccolo circolare disegnato dal Petitot, che permetteva la visione di sotto in su voluta dal Boudard. In simmetria il Boudard progettò anche un gruppo del Sacrificio di Cerere, di cui esiste il disegno nella collezione Lombardi di Parma. Col Petitot, e spesso da suoi disegni, il Boudard lavorò alla decorazione di alcune sale del palazzo di Colorno (1753-1755): volte, pareti, camini e specchi, in un misto di marmi, stucchi, legni scolpiti e tele dipinte, costituiscono un delizioso insieme in cui si fondono tutte le tendenze artistiche della metà del Settecento. Il 2 febbraio 1756 il Boudard sposò, a Parma, Maria Giordani (o Jourdant, come sulla lapide nella chiesa della Santissima Trinità a Parma, dove fu sepolta nel 1808). Da lei ebbe, oltre al figlio Ferdinando, Guglielma Leonice, miniaturista, morta nel 1801 (Scarabelli Zunti). Tra i lavori più significativi del Boudard sono ancora i molti vivaci busti-ritratto dei personaggi della Corte: da quello sprezzante e regale di Don Filippo (modello in terracotta all’Istituto di Belle Arti; un esemplare in marmo, del 1764, al Museo Archeologico di Parma; un altro esemplare, firmato e datato 1765, passò alla vendita del castello di Langeais nel 1886) a quello elegante di Isabella, figlia di Filippo di Borbone (al Museo di Antichità di Parma), a quello infine, estremamente naturale e di grande acutezza psicologica, del gioviale Abate Frugoni (1764, Istituto di Belle Arti). Opere tradizionali nella linea religiosa o funeraria sono invece la grande statua della Vergine col Bambino in terracotta (1761) in una nicchia sotto l’orologio del palazzo del governatore (esisteva copia nella chiesa parrocchiale di Copermio, presso Parma: cfr. Riccomini) e il semplice Monumento funebre di Leopoldo margravio di Hesse-Darmstadt, morto a Borgo San Donnino nel 1764. Eseguito nel 1765 su commissione della moglie Enrichetta d’Este, il mausoleo si trova nella nuova chiesa dei Cappuccini a Fidenza (cfr. Bergamaschi). Nel 1766 i padri domenicani di Bologna si rivolsero al Boudard per il completamento dell’arca di San Domenico sul modello preparato da C. Bianconi, ma il lavoro venne eseguito dal suo allievo G. Boni (Riccomini, 1969). Talento molto versatile, il Boudard ha lasciato anche diversi disegni (nella collezione Lombardi a Parma) e il modello in cera per una medaglia in onore del medico genovese Tronchin, conservato negli Archivi comunali di Parma (fu criticato severamente, dal punto di vista sia numismatico sia epigrafico, dal Paciaudi: cfr. Sitti). Il 1° aprile 1768 il Boudard, che il 20 giugno 1765 era diventato cittadino parmense, fu dichiarato primo statuario e direttore generale di tutti i lavori, tanto in materia di statue che di ornati, con lo stipendio annuo di 26000 lire, ma lo stesso anno morì a Sala, dove si era stabilito pochi mesi prima (è sepolto in quella chiesa parrocchiale e ricordato da una lapide).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Rescritti, Ruolo della Real casa, Autografi illustri, B. n. 28; Parma, Archivio Storico Comune, fasc. 48, Epistolario scelto; Ruolo della Real casa 1766-1805, Spese ordinarie 1766-1768, c. 313; Parma, Biblioteca del Museo Nazionale di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 107, ad vocem; P. Donati, Nuova descrizione di Parma, Parma, 1824, 89, 140; C. Le Blanc, Manuel de l’amateur d’estampes, I, Paris, 1854, 488; L. Dussieux, Artistes français à l’étranger, Paris, 1876, 451, 453; A. De Montaiglon-J. Guiffrey, Correspondances des directeurs de l’Académie de France à Rome, IX, Paris, 1899, 18, 19 n., 24, 117 n., 118, 122, 177, 187, 189, 192, 194, 197 s., 236, 254 s., 261, 273, 381 s., 386, 391, 409, 415, 420 s., 431, 449, 455, 462, XIII, 1904, 303; S. Lami, Dictionnaire des sculpteurs de l’école française au XVIIIe siècle, I, Paris, 1910, 115 s., A. Micheli, La rocca di Sanvitale a Sala, Parma, 1922, 105; G. Sitti, Una medaglia ideata dal Boudard e la critica del p. Paciaudi, in Parma per l’Arte XXII bis 1922, 201-207; G. Rouches, Trois bustes par Jean-Baptiste Boudard, in Revue de l’Art Anc. et Mod. XLIV 1923, 307; E. Monti, L’art due XVIIIe siècle français à Parme et à Colorno, in Revue de l’Art Anc. et Mod. XLIX 1926, 268-270; H. Bédarida, Parme et la France, Paris, 1928, 514-543, 546 s.; N. Pelicelli, Il palazzo del giardino di Parma, Parma, 1930, 26 s.; L. Réau, Les sculpteurs français en Italie, Paris, 1945, 88 s., 112; G. Allegri Tassoni, in Mostra dell’Accademia Parmense di Belle Arti (catalogo), Parma, 1952, 19-21, 27; G. Cusatelli, Una guida poetica di Parma settecentesca, in Aurea Parma XXXX 1956, 92; A. Martini-M.L. Casanova, Ss. Nome di Maria, Roma, 1962, 57 s., 89; E. Riccomini, Un’avventura del Boudard, in Palatina XXVI-XXVII 1963, 70-75; In difesa delle statue di G. Boudard, in Parma per l’Arte XV 1965, 225; E. Riccomini, Jean-Baptiste Boudard scultore ducale, in Dai ponti di Parma, Bologna, 1965, 184-189; Mostra sul Settecento parmense in occasione del II centenario della morte di C.I. Frugoni (catalogo), Parma, 1968, 31; A. Bergamaschi, L’arte nella Chiesa e nel convento dei cappuccini di Fidenza, Fidenza, 1968, 28-31; E. Riccomini, Jean-Baptiste Boudard e le vicende conclusive dell’arca di San Domenico in Bologna, in Atti del Convegno sul Settecento parmense, Parma, 1969, 369-374; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 436; S. Papaldo, in Dizionario biografico degli Italiani, XIII, 1971, 515-517; M. Pellegri, G.B. Boudard statuario, Parma, 1976.


Colorno 22 luglio 1764-Parma 27 ottobre 1799
Figlio di Claude, scalco della tavola di Stato, di origine belga. Studiò con Antonio Richer, primo violino della Cappella Ducale di Parma e a quattordici anni iniziò a suonare nella stessa senza assegno (Regio Decreto del 14 ottobre 1778). Si perfezionò con Pugnani che, quando si trasferì nel 1785, lo raccomandò a Viotti, che lo fece esordire in un concerto spirituale. Nel 1783 si esibì con l’orchestra dell’Accademia Filarmonica di Parma in tredici concerti: oltre al pagamento, gli furono regalate quattro paia di calze bianche di seta. Nel 1784 andò a Parigi dove entrò a far parte dell’orchestra del Teatro Italiano. Il Calendario di Corte del Duca di Parma riporta che il Bouvier nel 1791 era violino soprannumerario del Reale Concerto. Secondo il Fetis, pubblicò sei Sonate e romanze per violino.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 219; Enciclopedia di Parma, 1998, 172.

Parma 1780 c.-Parigi 1801
Figlia di Giuseppe Maria. Cantante, esordì a Parigi nel 1797 nell’opera comica al Teatro Favart e si distinse per il sentimento, l’intelligenza scenica e il buon metodo del canto, anche se era scarso il volume della voce. Si ritirò per una malattia di petto che la condusse a morte poco più che ventenne.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 172.


Borgo Taro 1859
Tenente delle milizie ducali di Parma, nel 1859 fu consigliere provinciale e consigliere della casa di custodia di Borgo Taro.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.

Borgo Taro 1624/1630
Il 26 agosto 1624 fu nominato Fiscale generale di Busseto, il 2 marzo 1626 Podestà di Torrechiara e il 4 marzo 1627 Podestà di Fiorenzuola. Il Boveri fu anche consigliere di Borgo Taro nel 1627 e nel 1630.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.

Borgo Taro 1696
Il 10 febbraio 1696 fu nominato podestà di Langhirano.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.


Borgo Taro 1859
Fu secondo pretore supplente a Borgo Taro nel 1859.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.


Borgo Taro 1719/1741
Il 28 ottobre 1719 fu nominato bargello di Castell’Arquato e il 14 settembre 1741 bargello di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.

Borgo Taro XIX secolo
Sacerdote, fu maestro di filosofia al Seminario di Bedonia verso la metà dell’Ottocento.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.

BOVERI GIACOMO, vedi BOVERI JACOPO

Borgo Taro 1745
Il 7 settembre 1745 fu nominato tenente delle truppe ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.

Borgo Taro 23 ottobre 1791-post 1859
Fu guardia d’onore al servizio di Francia dal 6 luglio 1810, Sottotenente il 1° aprile 1811. Fece le campagne 1812-1813 in Polonia e in Germania. Aiutante di campo del generale Vial il 4 aprile 1814, fu poi sottobrigadiere delle Guardie del Corpo di Parma nelle truppe di Maria Luigia d’Austria dal 4 ottobre 1814. Da Sottotenente fece la campagna del 1815 prima in Francia e poi a Napoli. Fu cancellato dai ruoli il 15 marzo 1831 e messo a pensione l’8 maggio 1834. Fu riammesso in servizio il 1o gennaio 1840, col grado di Capitano dal 12 giugno dell’anno stesso e di maggiore dal 1° settembre 1846. Fu ancora Comandante del 1° Battaglione (8 aprile 1848) sotto la Suprema Reggenza ma poi venne messo a riposo (8 giugno 1848) dal Governo Provvisorio. Fu infine reintegrato col grado di Tenente Colonnello dal Degenfeld il 20 agosto seguente Il Boveri fu cavaliere dell’Ordine costantiniano.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Com. Gen. Matricola 13-1-A. Reggimento Maria Luigia registro matricola 1826; A. Del Prato, L’anno 1831, 1919, XVI; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 17-18.

Parma 1229
Nell’agosto 1229 si trovò a difendere il Carroccio di Parma che, assieme a Modena e Cremona, aveva stretto d’assedio San Cesario Bolognese. La lotta fu furibonda da ambo le parti, ma i Bolognesi, pure attraverso perdite ingenti, finirono coll’impadronirsi del Carroccio di Parma, dopo averne ucciso tutti i difensori. Il solo Boveri rimase intrepido a difendersi, incitando colla voce e cogli atti le milizie di riserva ad accorrere in suo aiuto. E fu tale il suo esempio, che i collegati, già in fuga, tornarono all’assalto e forzarono da ogni parte le trincee dei Bolognesi, che in breve tempo furono vinti e dispersi, lasciando sul campo anche le macchine da guerra.
FONTI E BIBL.: A.F. Boschetti, San Cesario, Modena, 1922; C. Argegni, Condottieri, 1937, III, 406.

Parma 1312
Nel 1312, quale Anziano e Consigliere del Comune, con Guidello Bergonzi, rappresentò Parma presso l’Imperatore e da questi ricevette in dono cinquanta scudi.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.

Borgo Taro 1616/1630
Fece parte del Consiglio di Borgo Taro nel 1616. Il Boveri, che aveva il grado di Alfiere nelle milizie ducali di Parma, fu anche Console della Comunità nel 1630.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.

Borgo Taro 1663/1690
Il 7 aprile 1663 ricevette una patente con la quale fu autorizzato, quale Segretario della Duchessa di Parma, di poter rogare in forma autentica qualsi voglia scrittura concernente gli interessi della stessa. Il Boveri, alla fine del XVII secolo, col fratello Marco Aurelio ottenne un formale riconoscimento di nobiltà e conseguente iscrizione al patriziato parmigiano. Una lapide che ricorda la nobiltà parmigiana della famiglia si trova nella chiesa di Sant’Antonino a Borgo Val di Taro.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 10 maggio 1999, 13.


Parma 1680-Fontevivo 17 luglio 1759
Cappuccino, compì la professione solenne a Carpi l’8 settembre 1700. Studiò a Modena. Fu predicatore, lettore, guardiano, definitore e ministro provinciale (1731). In seguito fu commissario nella provincia di Genova e ripetutamente (1740 e 1747) definitore generale. Si recò anche a Mantova e fu inviato al conte di Novellara. Un suo ritratto con epigrafe si trova nel convento di Piacenza.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 416.

Parma prima metà del XIII secolo
Figlio di Guidone. Fu cavaliere seguace dell’imperatore Federico II dal quale fu fatto podestà in diverse città. Abitò in Capo di Ponte a Parma, presso la Chiesa di San Gervaso.
FONTI E BIBL.: Salimbene De Adam, Cronica; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 81.

BOVIÈ GIUSEPPE MARIA, vedi BOUVIER GIUSEPPE MARIA

BOVIO UBERTO, vedi BOBBIO UBERTO


Parma-Africa prima metà del XIX secolo
Fratello di Enrico e Luigi. Dopo aver servito nel Reggimento Maria Luigia di Parma, fu ufficiale nella legione straniera al servizio della Francia in Africa, da dove non fece più ritorno.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 83.

Portoferraio 29 febbraio 1808-Novara 27 febbraio 1871
Di famiglia d’origine guastallese, nacque in Portoferraio, dove il padre Stanislao, ufficiale napoleonico, stava di guarnigione. Rimpatriato col padre dopo la caduta di Napoleone Bonaparte, entrò nel 1818 nel nuovo Collegio militare di Parma, dove fece gli studi e dal quale uscì cadetto. Percorse i gradi da alfiere a maggiore, guadagnati con condotta esemplare nel reggimento di Maria Luigia. Nel 1848 le truppe di Parma, comandate dal Bozoli, si condussero valorosamente a Pastrengo, a Santa Lucia, a Sona e a Volta. A Santa Lucia il Bozoli fu decorato delle medaglia al valor militare per aver dato più volte dimostrazione di coraggio. Nella battaglia di Novara sostenne con fermezza l’impeto dei nemici, poi, con molti altri ufficiali e soldati, seguì l’armata piemontese, ricusando le offerte del duca Carlo di Borbone che lo avrebbe voluto con sé. Nel 1855 fu promosso Tenente Colonnello e gli venne affidato il comando del 17o Reggimento Fanteria. Nel 1859 combatté col grado di Colonnello alla testa dello stesso reggimento, ricevendo una menzione onorevole per l’intelligente e coraggiosa direzione data alle sue truppe il 3 maggio a Frassineto. Colto improvvisamente, per i disagi della campagna militare, da uno spasimo insopportabile al braccio destro, dovette cedere il comando e farsi condurre all’Ospedale di Brescia. Nel 1860 venne promosso maggiore generale ed ebbe il comando della Brigata Cremona. Nel marzo del 1861 si ritirò dal servizio a causa della salute malferma. Fu ufficiale della Legion d’onore e commendatore mauriziano.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 81-83.

-Torino 1880 c.
Fratello di Enrico. Fu Comandante della Guardia Civica di Parma nel 1848-1849 ed ebbe poi il grado di Capitano a riposo. Si trasferì quindi a Torino dove fu insegnante di lingua francese.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 83.

Parma-Kakavia 21 aprile 1941
Sottotenente del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Alla testa del proprio plotone attraversava terreno fortemente battuto dalle artiglierie e dalle armi automatiche nemiche e riusciva con la parola e con l’esempio a guidare i propri uomini alla conquista di una posizione tenacemente sistemata a difesa. Colpito a morte da una scheggia di granata, cadeva proferendo parole di incitamento e di fede.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, 3014; Decorati al valore, 1964, 78.

Fontanellato 1860
Figlio di Pietro. Fu uno dei Mille che, partiti da Quarto, sbarcarono a Marsala con Garibaldi (11 maggio 1860).
FONTI E BIBL.: Il Presente 4 maggio 1910, 1.

Parma 27 febbraio 1873-1962
Figlio di Raimondo e Ines Vergani. Il suo nome è legato a una tradizione familiare di cartai che, iniziata nel 1700, si sviluppò poi per oltre due secoli, quando i Bozzani ottennero la completa padronanza delle cartiere della città di Parma e della provincia, tanto che il loro nome assurse a simbolo dell’attività. L’ultima a essere ceduta fu la cartiera di Porporano.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 69.

Salsomaggiore 1895/1913
Sottotenente dell’11° Reggimento Bersaglieri, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Dando bell’esempio di perizia, di avvedutezza e di ardimento, riusciva in momenti critici col plotone ai suoi ordini, a sostenere col fuoco l’avanzata della compagnia, e, quindi, a raggiungerla, senza subire perdite, attraversando una zona dominata e battuta dal fuoco avversario. Concorreva infine efficacemente a sloggiare il nemico dalle posizioni occupate (Assaba, 2 marzo 1913).
FONTI E BIBL.: G.S. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Mariano 1774-Mariano 20 novembre 1854
Del Bozzani, come del più illustre cartaio dell’età bodoniana, parla l’iscrizione sepolcrale posta nella chiesa di Mariano, ove, tra l’altro, è detto che Bodoni giudicò i suoi fogli degni degli immortali tipi; lo inviò sulle rive del Tebro a perfezionare nuova macchina a costruttura di papiri; saggio, caritatevole, religioso, fu padre di undici figli. Fu il Bozzani che introdusse in Italia la carta wove (tessuto) passando dal tipo di carta tesa, come Whatmarm aveva fatto in Inghilterra nel 1757.
FONTI E BIBL.: Grazzi, Parma romantica, 1964, 19; Giambattista Bodoni, 1990, 296.

Fontanellato 1869-Monte Cucco 14 maggio
Figlio di Contardo. Maggiore del 127o Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Durante il bombardamento precedente l’attacco di una forte posizione, calmo e sereno preparava abilmente l’avanzata delle sue colonne e sfidando ogni pericolo si recava più volte, da solo, fuori delle trincee ad osservare le condizioni dei reticolati nemici assicurando che tutti i varchi vi erano stati aperti. Al momento dell’assalto si slanciava alla testa delle truppe, avanzando sotto il violento fuoco avversario di artiglieria e mitragliatrici. Mirabile esempio di serenità ed eroismo; ferito mortalmente, rifiutava ogni soccorso, incitando chi accorreva a lui, ad andare a combattere e spirava augurando vittoria al battaglione ed inneggiando al Re ed all’Italia. Il Bozzani fu sepolto nel cimitero di Lagara.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 giugno 1917 e 4 e 30 giugno e 1 luglio 1918; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 51; Bollettino Ufficiale 1917, Disposizione 86a, 7060; Decorati al valore, 1964, 46.


Borgo Taro-Sablici 5 giugno 1917
Figlio di Giovanni. Fante del Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Sprezzante del pericolo ed animato da elevato sentimento di umanità, sotto l’infuriare dell’artiglieria e della fucileria avversaria, si recava a medicare ed a raccogliere i feriti, finché cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, 5051; Decorati al valore, 1964, 25.

Salsomaggiore-Santa Lucia di Tolmino 21 ottobre 1915
Sergente del Reggimento Alpini, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di un plotone, con mirabile slancio trascinò i suoi dipendenti all’assalto delle posizioni avversarie. Ferito non abbandonava il proprio posto di combattimento e continuava ad incoraggiare i suoi soldati, finché cadeva nuovamente e mortalmente colpito.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 72a, 3977; Decorati al valore, 1964, 111.


Soragna 1894/1912
Sergente maggiore del 6o Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Coadiuvò efficacemente il comandante di compagnia, tanto col portare ordini ed avvisi, quanto nell’assicurare il servizio di rifornimento delle munizioni, sotto il fuoco nemico (Zanzur, 8 giugno 1912).
FONTI E BIBL.: G.S. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.


Parma metà del XV secolo
Poeta, di civile famiglia e di professione notaio. Fiorì intorno alla metà del XV secolo. Scrisse, tra l’altro, una breve elegia in onore di Arnaldo Fenolleto, a cui si rivolge dicendogli: Tu mihi Mecoenas, magni tu Caesaris alter.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1958, 172.

Borgo Taro 19 giugno 1772-Parma 27 settembre 1857
Nacque da Giuseppe e Caterina Marchini. Istruito in scuole pubbliche e private nella grammatica italiana e nella lingua latina, ottenne di essere ricevuto nell’Ordine dei Frati Minori Riformati. L’11 settembre 1790 ne indossò l’abito assumendo il nome di Barnaba. Fu lettore di filosofia e poi di teologia dogmatica, scolastica e morale, fervido predicatore, definitore, custode e cronologo della Provincia francescana (Atti prov. Lib. VI, p. 19, 231; Registro dei Novizi). Divenne poi esaminatore prosinodale, teologo e consigliere intimo del vescovo di Parma Vitale Loschi. Con decreto del 31 luglio 1833 il vescovo Loschi lo nominò ex definitore generale, con tutti i privilegi (Atti prov. Lib. VII, p. 60). Neppure un anno dopo (18 maggio 1834, Convento di San Paolo in Monte presso Bologna) il Bracchi fu eletto ministro provinciale della Provincia bolognese (Atti prov. lib. VII, p. 67).
FONTI E BIBL.: Beato Buralli, 1889, 221; G. Picconi, Ministri e Vicari provinciali, 1908, 459-461.

BRACCHI BARNABA, vedi BRACCHI ANTONIO

Borgo Taro 16 gennaio 1897-Strela di Compiano 19 luglio 1944
Nacque ultimo dei diciotto figli dei coniugi Giuseppe e Luigia Stefanini. Iniziati gli studi superiori a Siena tra i Figli di San Vincenzo, li compì a Roma nel Collegio Leoniano, ove ricevette l’ordinazione sacerdotale nel dicembre 1924. Svolse nel Collegio Alberoni e nella  Casa di San Vincenzo a Piacenza prima e poi, saltuariamente, a Siena, Roma e Perugia la sua dinamica attività di sacerdote, di missionario e di predicatore instancabile. Si trovava appunto a Strela per predicare, quando fu coinvolto in una rappresaglia ordinata dai Tedeschi e venne fucilato il 19 luglio 1944 insieme al parroco Alessandro Sozzi. Il Bracchi fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 luglio 1964, 8; Breve profilo, in Nuovo Giornale 23 luglio 1977; F. Molinari, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 51.

Busseto 10 gennaio 1883-Parma 22 ottobre 1958
Figlio di Giacomo. Laureatosi a ventiquattro anni in medicina, divenne uno dei più apprezzati collaboratori del suo maestro, il professor Ughi. A ventotto anni conseguì la libera docenza. Divenne poi primario della II Divisione Medica dell’Ospedale Maggiore di Parma, incarico che tenne per 41 anni. Partecipò alla prima guerra mondiale come maggiore medico di complemento, poi come direttore di due grandi ospedali da campo e, infine, come consulente per la medicina, della III Armata. Il Braga è ricordato come medico-filosofo, innamorato dello studio e con particolare tendenza all’insegnamento (fu esimio docente di medicina). Subito dopo l’occupazione tedesca della città di Parma, nella mattinata del 9 settembre 1943 un gruppo dei più tenaci oppositori antifascisti si ritrovò nella villa del Braga a Mariano. Vennero esaminati i principali problemi della lotta antinazista, determinati dall’occupazione militare. Vennero gettate le basi della costituzione di una nuova forza militare nazionale, raggruppando soldati sbandati, vecchi antifascisti e nuove adesioni popolari entro un organismo unitario. A villa Braga vennero impostate, sul piano tattico, le fasi iniziali della lotta di liberazione nel Parmense. I primi nuclei di partigiani vennero avviati verso la montagna e con loro l’armamento recuperato nelle caserme e nei presidi militari. Un busto bronzeo del Braga è stato collocato nell’Istituto di patologia medica e semeiotica dell’Università di Parma.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 91-92.

BRAGA GIACOMO, vedi BRAJA GIACOMO

Parma giugno 1935-Parma 26 giugno 1995
Figlia di Carlo. Diplomata in decorazione all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma e all’Accademia di Brera a Milano (1959), tenne alcune mostre personali (Parma, Verona, Firenze) e partecipò alle maggiori rassegne dell’Associazione Parmense Artisti, segnalandosi sempre per una pittura essenziale e impegnata. I primi ritratti furono figure dai lunghi colli modiglianeggianti, predilette nel periodo della scuola d’arte. Poi la Braga scoprì le terre (di Siena naturale, bruciata, la terra verde): dalla prima mostra alla Galleria Sant’Andrea di Parma all’altra personale a Montecatini, fino a quelle, dal 1980 in poi, con gli amici dell’Associazione Parmense Artisti. Trent’anni di pittura intelligente eppure ritrosa, filtrata attraverso una sensibilità accentuatissima, complessa nell’elaborazione ideologica e poi magari semplice nella stesura. Poche e sofferte tappe di un racconto sulla gente, come una galleria buia (quei neri tutto intorno) nella quale una torcia illumina con improvvisi coni di luce frammenti di umanità sorpresa. I suoi neri, dai quali affiorano le terre bruciate sono intrighi sottili, tessiture nate astratte e poi divenute figurative. Perché la Braga amò la figura umana, quasi sempre in un contesto sociale: dalle prime ortolane alle successive donne oggetto, incartate nei bianchi polverosi di una pittura lancinante. Il nero come colore, incombente, è come l’uomo perseguitato da un’ombra incalzante. E in ogni quadro successivo il nero ruba un po’ di spazio in più alle forme vive protagoniste, finendo poi per diventare protagonista esso stesso.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 202-203; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 2 luglio 1995, 8.

BRAGA PAOLA, vedi BRAGA MARIA PAOLA

-Parma 23 febbraio 1980
Fu stimato radiologo, fine cultore di umane lettere, poeta e pregevole traduttore dai classici. La rivista Aurea Parma pubblicò, nel 1964, la sua traduzione di un secentesco poemetto latino, inedito, scritto da don Guatteri, parroco di Casarola, su una controversia tra il Duca di Parma e il Vescovo per la signoria del feudo di Monchio delle Corti.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1980, 107.

Stagno Lombardo 22 agosto 1892-Pieve d’Olmi 13 febbraio 1950
Si trasferì con la famiglia a San Secondo Parmense in tenera età. A diciotto anni entrò nell’Istituto di Belle Arti di Parma. La guerra 1915-1918 lo costrinse al momentaneo abbandono degli studi che riprese nel 1919. Si diplomò nel febbraio 1921, sotto la guida di Paolo Baratta, ottenendo il massimo dei voti e un viaggio premio all’estero quale migliore conoscitore della figura. Nel biennio 1921-1922 frequentò l’Accademia d’Arte a Roma specializzandosi nello studio della figura. Di San Secondo aspirò quell’aria prettamente padana, spessa di luce e riflessi, di atmosfera e naturalismo, che fu alla base di tutta la sua opera. Successivamente si trasferì a Pieve d’Olmi lavorando con appassionata e ininterrotta volontà fino al 1940, anno in cui avvertì i primi segni della malattia che gli fu fatale dieci anni dopo.
FONTI E BIBL.: San Secondo, 1982, 50.


Castellina 10 aprile 1872-Ragazzola 20 febbraio 1952
Avviato agli studi religiosi, venne ordinato sacerdote nel 1895. Dopo essere stato Vicario cooperatore a Busseto, ebbe nel 1903 la nomina a Prevosto di Ragazzola. Professore di teologia dogmatica nel Seminario di Borgo San Donnino (1922-1936), fu Vicario generale del vescovo Fabbrucci dal 1923 al 1930, Vicario capitolare reggente la diocesi di Fidenza durante la sede vacante e ancora Vicario generale del vescovo Vianello (1932-1936), cariche che svolse sempre con saggezza, prudenza, lineare rettitudine e senso pratico delle cose.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 274.

Parma 1831
Figlio di Alessandro. Durante i moti del 1831 fu inquisito perché Giovine studente dei più fanatici. Costui eccitava i contadini alla rivolta anche dopo l’ingresso degli Austriaci. Leggendo il proclama di Frimont, lo dileggiò facendovi le corna. Lo stesso fece al proclama di S.M. caricandolo di tutte le ingiurie. Non fu però sottoposto ad alcuna misura restrittiva.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 141.


Palanzano 14 gennaio 1921-Corniglio 21 novembre 1944
Fu partigiano col nome di battaglia Iago. Morì in combattimento.
FONTI E BIBL.: Caduti della Resistenza, 1970, 69.

Parma 13 dicembre 1929-Parma 11 agosto 1981
Frequentò il liceo artistico a Bologna e poi la facoltà di architettura nelle Università di Firenze e Venezia. Molteplici interessi distolsero il Braglia dal percorso lineare degli studi. La tendenza al perfezionismo, che quasi maniacalmente voleva raggiungere, lo allontanarono dall’obiettivo prefisso o meglio da un traguardo da lui ritenuto secondario. E quando riuscì a regolare i conti col piano di studi, pur saggiamente organizzato, gli mancarono le forze per affrontare la tesi di laurea. Esiste un periodo intermedio che portò il Braglia a svolgere funzioni d’insegnante. L’esame d’abilitazione per le scuole superiori lo sostenne a Roma. L’ottenuta abilitazione gli aprì le porte dell’insegnamento, preludio alla cattedra di Materie geometriche all’Istituto d’arte Paolo Toschi di Parma (1960-1981). Ruscì a portare innovazioni nella rappresentazione degli oggetti. Per esempio sostituì al cubo la forma di un macinino da caffè, liberando le proiezioni ortogonali da schemi ripetuti all’infinito. Il trasferimento dalla facoltà di architettura di Firenze a quella di Venezia fu per il Braglia una scelta consapevole, suggerita dalla presenza nella seconda sede dei docenti Giuseppe Samonà, Leonardo Benevolo e Carlo Scarpa. Nel grande architetto e designer veneziano, il Braglia riconosceva una delle figure di maggiore prestigio nel panorama culturale internazionale. E di Scarpa la progettazione del Braglia risentì la presenza: nel gusto, nella creatività, nella puntigliosa definizione dei particolari e nella scrupolosa ricerca dei materali da impiegare. Tra gli edifici da lui costruiti, spicca il condominio P. Giordani (via Affò - via Verdi) realizzato nel 1963 in collaborazione con l’architetto Aurelio Cortesi, col quale il Braglia ebbe costanti e amichevoli rapporti professionali. Fu molto preso da questa opera. Durante la progettazione, collegata ai suoi trasferimenti a Venezia, si recò spesso in visita alla chiesa dei Frari, il Pantheon della Repubblica, per disegnare schizzi di particolari architettonici di cui si servì per disegnare i prospetti dell’edificio ricordato, uno dei pochi da lui firmato. Quale disciplina artistica fosse da lui privilegiata è difficile dire. Quantitativamente prevale la pittura, ma è impossibile stabilire se il braglia lasciò un solco più profondo nella pittura o nell’architettura. Per quanto riguarda le tendenze, va detto che il Braglia non subì condizionamenti. Stimoli e suggerimenti gli giunsero da varie correnti e scuole, ma, rimanendo sempre se stesso, non risulta facile attribuirgli precisi accostamenti ad altri artisti. In architettura ebbe una particolare predilezione per il Liberty e il Déco, tanto che velati accenni alle opere dei maggiori esponenti di quegli stili emergono in alcuni suoi disegni. Tra le sue composizioni pittoriche naturalistiche, va ricordata i Girasoli (1958), grande pannello a tempera posto all’interno del ristorante La Filoma di Parma. La prima abitazione progettata dal Braglia sul prosieguo di borgo Polidoro corse il pericolo di essere inglobata nel piano di atterramento dell’imbocco ovest della Bassa dei Magnani. Riuscì a salvarla, senza dimenticare lo scempio dell’antica strada: ne propose insieme a Cortesi e Tiella la riedificazione salvando tutte le preesistenze storiche, come risulta dal progetto e dalla relazione acclusa. Nell’architettura degli interni, dove prevalse più fortemente il talento del Braglia, si trova la radice della sua eccezione inventiva. Il mensile Casa Classica pubblicò con ampio commento la ristrutturazione e l’arredamento di una casa a due piani costruita a Parma negli anni Trenta, opera che raggiunge toni di notevole raffinatezza. Disegnò a Milano presso lo Studio Albini e realizzò numerosi arredamenti. Nel 1970 tenne una mostra personale a Brescia con opere di pittura astratta. Svolse anche seminari sull’architettura alla facoltà di magistero di Parma. Nel Salone delle Scuderie, nel Palazzo della Pilotta, si tenne (22 maggio - 30 giugno 1999) la mostra Adriano Braglia, il Maestro segreto (1929-1981), organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma e dal Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma. Tutta l’opera del Braglia esposta in mostra, fu donata da Carla Braglia al Centro Studi e Archivio della Comunicazione.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 69; G. Capelli, in Parma Economica 2 1999, 127-132.


Reggio Emilia 1937-Parma 24 dicembre 1997
Si laureò nel 1962 nell’Ateneo parmense, dove percorse le tappe della sua carriera accademica: assistente volontario, assistente di ruolo, professore incaricato, professore associato. Il Braglia conseguì nel 1972 la libera docenza in fisica del plasma. Fu inoltre dichiarato vincitore, nel 1986, del concorso di professore di ruolo di prima fascia in struttura della materia. Vicende diverse portarono il Braglia a restare sul posto di ruolo di fascia. Ebbe la titolarità di diversi insegnamenti, tenuti, oltre che nel corso di laurea in fisica, in altri corsi, tra cui matematica e scienze e tecnologie alimentari, con sede a Reggio Emilia. Accanto all’attività didattica, il Braglia sviluppò un intenso lavoro di ricerca su temi di notevole rilevanza nel campo della fisica teorica. Fu autore di oltre cento pubblicazioni, apparse nelle più qualificate riviste internazionali, che lo resero molto conosciuto e apprezzato nella comunità scientifica nazionale e internazionale. Negli ultimi anni di vita, a seguito dell’insorgere della malattia che lo aveva colpito, avviò un rapporto di proficua collaborazione scientifica con colleghi della facoltà di medicina che lo avevano in cura, in particolare con il professor Antonio Bonati, per cercare di trovare soluzioni ad alcuni problemi inerenti la stessa malattia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 dicembre 1997, 8.

BRAIA, vedi BRAJA

Parma o Piacenza 1819/1854
Calcografo, fu allievo del Toschi nella scuola di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’arte dell’incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 421.

Soragna 1819-Parma 20 marzo 1848
Figlio di Luigi e Giuseppina Marenghi. Conseguì nel 1845 la laurea in medicina. Cadde durante l’insurrezione scoppiata a Parma contro il governo di Carlo di Borbone.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 275.

Soragna 1850-Soragna 1925
Figlio di Antonio, fu agricoltore illuminato e si occupò attivamente della coltivazione di terreni tanto a Soragna quanto a Busseto e Borgo San Donnino. Presiedette la nascente Latteria Sociale Cooperativa di Soragna e, in stretto contatto con la Cattedra ambulante di agricoltura, fu tra i pionieri della sperimentazione dei concimi chimici e nell’allevamento del baco da seta. Svolse per vari anni le cariche di vice sindaco e di assessore del Comune di Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 275.

Soragna 30 settembre 1816-Soragna 18 ottobre 1887
Nacque da Luigi e Giuseppina Marenghi. Fu sindaco del Comune di Soragna, dal 1861 al 1863 e poi ancora dal 1873 al 1880, stimato e apprezzato come cittadino integro, liberale e premuroso nel disimpegno della cosa pubblica. Presiedette pure la Commissione di carità, tenne a lungo la carica di giudice conciliatore e si distinse come socio onorario e benemerito della locale Società operaia. Per i suoi meriti ottenne le onorificenze di cavaliere della Corona d’Italia e dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Il sacerdote Vincenzo Toscani compose a sua memoria un sonetto in morte.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 275.


Parma 1831
Fu tra coloro che si distinsero il giorno 13 febbraio 1831 nel disarmo della truppa, nell’alzare grida sediziose e nell’innalzare le insegne tricolori. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 142.


Parma 18 dicembre 1845-Modena 1917
Figlio di Enrico e Marianna Leonardi. Sottotenente d’artiglieria, nel 1865 seguì i corsi della Scuola d’applicazione d’artiglieria e genio. Promosso Tenente nel 1868, fu assegnato al 9° Reggimento Artiglieria, comandato presso il Comando territoriale d’artiglieria di Napoli. Successivamente prestò servizio nel 13° Reggimento Artiglieria e, promosso Capitano nel 1876, fu comandato alla Scuola militare di Modena quale insegnante, ufficiale di compagnia e incaricato del comando dell’artiglieria a Modena. Successivamente prestò servizio presso il Comitato d’artiglieria e genio rimanendo poi presso l’Ispettorato generale d’artiglieria da fortezza ove raggiunse il grado di Colonnello nel 1899. L’anno dopo passò in P.A., ottenendo poi nel 1911 il grado di maggior generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, II, 1926, 412; C. Montù, Storia dell’Artiglieria, VIII, 1942, 2613.

Parma 1791
Laureato in medicina. Nel 1791 figurò tra i chirurghi operanti alla Corte del duca Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 275.


Parma 1897-Milano 1966
Nel 1921 si laureò in ingegneria meccanica al Politecnico di Milano e iniziò a lavorare nel pastificio paterno di Parma, con il fratello Mario. Si dedicò particolarmente allo studio dei nuovi procedimenti della pastificazione, tendenti a una produzione razionale e moderna. Nel 1933 creò, con la collaborazione del fratello, la prima macchina per la produzione completamente automatica della pasta alimentare, invenzione che divenne oggetto di menzione onorevole all’Accademia Braidense di Milano. Nel 1946, al termine di ulteriori studi, lanciò sul mercato mondiale le prime linee totalmente automatiche per la produzione di paste corte. Nel 1949 realizzò il completo automatismo della produzione di paste lunghe. Nel 1955, alla Fiera Campionaria di Milano, presentò la prima linea automatica per la produzione delle paste a massa. Nel campo specifico della costruzione di macchinari e impianti destinati alla pastificazione, contò oltre una trentina di brevetti. Intensa fu la sua attività nella costruzione ed esportazione di tali macchinari. Fu socio e amministratore della Società Braibanti di Milano, comproprietario del pastificio Braibanti di Parma e socio maggioritario della Società francese Braibanti di Parigi. Creò il Premio Braibanti per l’alimentazione.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 69-70.

Parma 1831
Durante i moti del 1831 tentò d’innalzare la bandiera tricolore in San Pancrazio, armato di spada e cinto di fascia tricolore. Fece la spedizione di Moletolo e, colla sciabola alla mano, inalberò la bandiera tricolore in Parma. Figurò nell’elenco degli inquisiti di Stato come sospetto in genere.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 139-140.

Parma 1831
Dopo i moti del 1831 fu inquisito perché disarmatore della truppa, feccia di popolo vegliato per delitti commessi e condanne sofferte quindi capacissimo a delinquere.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 143.


San Pancrazio 12 dicembre 1846-Santa Croce di Magliano 9 luglio 1897
Fu garibaldino a Bezzecca e a Mentana. Tra i fondatori della Società dei Lavoratori, fu il primo operaio eletto nel consiglio del Comune di San Pancrazio Parmense.
FONTI E BIBL.: A. Orland, in Il Popolo 17 luglio 1897 n. 11; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 201.

BRAJA, vedi anche DELLA BRAJA


-Parma 13 ottobre 1995
Giunta a Parma nel 1964 per ricoprire nella facoltà di magistero dell’Università la cattedra di storia della grammatica e della lingua italiana, organizzò l’istituto, la biblioteca e i nuovi insegnamenti fondando le prime solide radici della nuova facoltà, mutata poi, dal 1967, in quella di lingua e letteratura italiana e circondandosi dei primi assistenti, tra i quali Roberto Tissoni e Paola Medioli Masotti. Sotto la sua direzione l’istituto prese forza e si arricchì considerevolmente. Contemporaneamente la Brambilla dedicò le proprie attenzioni anche a facoltà di altre università dove tenne corsi di filologia dantesca, come alla Cattolica di Milano, o di sintassi storica dell’italiano, come a Bologna. Nel 1990 l’editrice Antenore di Padova pubblicò i Saggi danteschi, su sollecitazione del Billanovich e per celebrare la conclusione dell’insegnamento universitario della Brambilla, che nel 1994 ricevette anche il premio dell’Accademia dei Lincei per le scienze morali storiche e filologiche. Nel marzo 1996 la casa editrice fiorentina Le Lettere pubblicò la monumentale edizione curata dalla Brambilla del Convivio dantesco, in tre volumi, nel quadro dell’edizione nazionale delle opere di Dante curate dalla Società dantesca, e quel lavoro puntiglioso, prezioso, mai interrotto e mai praticamente terminato è rimasto la testimonianza più alta e sicura di una vocazione per gli studi di filologia italiana che riempì tutta la vita della Brambilla.
FONTI E BIBL.: G. Marchetti, in Gazzetta di Parma 22 ottobre 1996, 8.

San Rocco di Busseto 24 febbraio 1878-Parma 10 gennaio 1949
Nacque da Frediano e Amelia Gaidolfi. Entrò nell’Istituto per le missioni estere di Parma il 27 dicembre 1900 e fu ordinato sacerdote a Parma l’8 novembre 1903. Fu tra i primi quattro missionari a partire per la Cina. Durante il viaggio dall’Italia alla Cina fu il cronista ufficiale che, a nome della piccola comitiva, tenne informati superiori e confratelli di Parma sull’andamento della traversata. La gioia e la commozione provate, alla fine del viaggio, nel toccare il suolo tanto desiderato, furono ben presto cancellate da una grave malattia. Costretto a intraprendere un lungo viaggio per Hanko al fine di curare la sua indisposizione, ne tornò in uno stato non certo migliore. Le cure avute, limitate ai soli calmanti in attesa dell’intervento chirurgico e il caldo soffocante lo ridussero a una debolezza estrema. Sia a causa della sua salute, sia per le continue difficoltà presso i tribunali civili, sia per le esigenze che gli imponevano i continui contatti coi mandarini, il Brambilla dovette affrontare sempre maggiori problemi. Riuscì comunque ad acquistare una casa a Cengcio, che diventò, dopo pochi anni, il grande centro della missione, con un complesso notevole di opere. Allo scopo di poter allargare la sua sfera di azione anche tra i mandarini e i letterati, si sottopose poi a uno studio massacrante della lingua classica cinese. Il Brambilla operò anche a Yucio e poi, per diversi anni, nell’estrema parte ovest del vicariato, dove non aveva mai messo piede alcun europeo. Sempre piuttosto malandato in salute, il Brambilla rimpatriò nell’aprile 1930.
FONTI E BIBL.: P. Garbero, Missionari in Cina, 1965, 88-91.

Fontanelle 1906-Malta 6 agosto 1941
Figlio di Guido. Frequentò le scuole medie e dopo il diploma intraprese la carriera militare nell’aeronautica. Ammesso nel novembre 1926 all’Accademia Aeronautica di Caserta, nel giugno 1928 ottenne il brevetto di pilota militare e nel settembre successivo la nomina a Sottotenente. Assegnato a un reparto da bombardamento in Piemonte, vi fu promosso Tenente e poi Capitano. Dall’aprile 1937 al febbraio 1938 fu volontario in Spagna, comandante di una squadriglia da bombardamento veloce. Durante la guerra di Spagna si distinse per ardimento e bravura, meritandosi una medaglia d’argento al valor militare che gli fu consegnata dal Duca di Torino. Rientrato in Italia e trasferito al 7° stormo da bombardamento, vi fu promosso maggiore per meriti straordinari nel marzo 1939. Trasferito al comando della 4a Divisione Drago, partecipò, nell’agosto 1940, alle operazioni belliche sulla Manica e sull’Inghilterra facendo parte del Corpo Aereo Italiano. Rimpatriato ai primi del 1941, gli fu affidato il comando del 99° gruppo del 43° stormo da bombardamento, col quale combatté prima sul fronte jugoslavo e poi, trasferito in Sicilia, nel Mediterraneo Centrale. Nel giugno dello stesso anno fu promosso Tenente Colonnello. Due mesi dopo fu abbattuto nel corso di un aspro combattimento nel cielo di Malta. Fu decorato di medaglia d’oro al valor militare alla memoria, con la seguente motivazione: Nobile figura di apostolo del volo, bellissimo soldato di Italia, pilota di mirabile perizia, temprato a tutte le audacie e a tutti i pericoli, iniziatore, animatore impareggiabile di giovani volatori, confermava quale comandante di un gruppo di velivoli da bombardamento operanti nel Mediterraneo, la grande capacità professionale e le alte virtù guerriere brillantemente rivelate nella guerra anti-bolscevica di Spagna e nella campagna di Jugoslavia. Volontario sempre là ove maggiore era il rischio, instancabile nell’ardire e nell’osare, esempio costante ai suoi equipaggi per valore e tenacia, compiva numerose azioni belliche su munitissime basi avversarie, affrontando e superando le maggiori difficoltà di volo e la più violenta reazione aerea e contraerea del nemico. Alla testa dei suoi gregari durante un ripetuto attacco notturno su Malta, veniva attaccato da numerosa, soverchiante caccia avversaria. Dall’asperrima lotta, sostenuta con la più balda audacia e con il più puro eroismo, non faceva ritorno al suo campo.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 106-107; G. Carolei, Medaglie d’oro, 1965, I, 711-712; Gazzetta di Parma 16 marzo 1987, 10; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 93.

BRAMBILLA ROSA, vedi GRANDI ROSA

ante 1567-Parma 20 marzo 1618
Fu accettato, come musico, col salario di tre scudi d’oro al mese nell’ottobre del 1567, dal duca Ottavio Farnese di Parma, ove restò fino al 1586, essendo stato licenziato il 30 settembre di quell’anno. Dopo poco tempo (1588) ritornò presso la Corte di Parma con l’incarico di mantenere gli organi e gli altri strumenti musicali in perfetto ordine, ricevendo come salario otto scudi d’oro al mese. Nel 1598 riparò organo e cantoria in Sant’Alessandro.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 61; E. Scarabelli Zunti, v. I, 19; Il mobile a Parma, 1983, 253.

BRANCA LINDA, vedi ROSAZZA LINDA

BRANCARDI UGOLOTTO, vedi BIANCARDO UGOLOTTO


Collecchio 1092
Possedette vasti terreni, forse tra la strada che va da Collecchio a Pontescodogna e Campirolo, come appare da una pergamena del 3 gennaio 1092.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3.

BRANDINI LUIGI, vedi LUCCHENI LUIGI

BRASCHI BRUNO, vedi RASCHI BRUNO

BRAUN GIOVANNI, vedi BRAUN JOHANNES


Pairait 19 maggio 1793-post 1835
Sposò Elisabetta Buzzatti di Parma, dalla quale ebbe tre figli. Fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1o gennaio 1819. Dal 10 agosto 1819 fu garzone di cantina e il 1o gennaio 1835 staffiere di 3a classe.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 305.

1597-Parma 5 febbraio 1630
Frate cappuccino, fu predicatore, lettore e guardiano. Fece la vestizione il 18 aprile 1615 e la professione solenne a Ravenna un anno dopo. Morì, contagiato, assistendo gli appestati.
FONTI E BIBL.: Bertani, Ann., III/III, 488-489, nn. 183-184; Mussini, Memorie storiche, II, 25-26; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 112.

Parma 1448
Fu mandato oratore della Comunità di Parma a Francesco Sforza nell’anno 1448.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 238.

Parma 6 marzo 1498-Roma 7 novembre 1574
Nobile probo e per religione insigne, sposò Luchina Tronamala. Fu sepolto nella basilica di San Giovanni Laterano a Roma, dove aveva vissuto per gran parte della sua vita alla Corte papale.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 158-159.


Parma 1183
Fu console di Parma, dottore di leggi, giudice e legato a Federico I imperatore e a Enrico VI suo figlio (1183).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 238.


Parma-ante 1643
Venne nominato archivista del Comune di Parma, forse attorno al 1630. Non si ha notizia della data della nomina, avvenuta forse in modo informale, del Bravi. Nella deliberazione di nomina dei quattro archivisti fatta il 30 marzo 1643 si dice infatti: Giulio Cesare Bravi ch’era Archivista dell’Ill.ma Comunità, benché non si vede ordinazioni della sua elletione, qual era stata fatta a bocha, non si sà pubblicamente che con effetto tal fontione esercitava anzi per essa essigeva il solito salario.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1914.

Parma secolo XVI
Dottore in leggi, divenne Canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 39 e 125.


Parma 1451
Dottore in leggi nel 1451, fu inviato come ambasciatore a Francesco Sforza.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 238.

Parma 8 agosto 1520-
Figlio di Francesco e Susanna. Fu egregio giureconsulto e inoltre poeta, ricordato anche da Pomponio Torelli. Compose molti versi in lode del papa Paolo III e alcune rime amorose per una Lucia.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2/3 1957, 109 e 4 1958, 238-239.

Parma-post 1575
Fu eletto castellano della Fortezza di Firenze dal duca Alessandro dei Medici per ricompensarlo dei servigi ricevuti come suo cortigiano, più che per le sue effettive doti e capacità militari. Tanto che alcuni storici lo hanno tacciato di semplicità e di eccessiva credulità perché si fece attirare fuori dalla Fortezza, e poi da quella escludere, da Alessandro Vitelli, governatore delle armi fiorentine. La sua fedeltà al Duca gli fece acquisire la massima stima anche da parte di Margherita d’Austria, la quale, alla morte del marito Alessandro (1537), gli consegnò, perché fossero custoditi adeguatamente, tutti i gioielli e gli oggetti preziosi che erano appartenuti al marito. Inoltre, una volta risposatasi col duca Ottavio Farnese, volle condurre al suo seguito anche il Bravi, onorandolo finché visse di una provvigione annua.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 95-96.

BRAVINI GIOSEFFA, vedi SANTOMERI GIOSEFFA

BRAYA GIACOMO, vedi BRAJA GIACOMO


Parma 10 aprile 1886-1938 c.
Dal 1909 al 1923 fu insegnante di pedagogia nelle scuole normali, dal 1923 al 1925 insegnante di filosofia e pedagogia negli istituti magistrali, dal 1925 al 1934 insegnante di filosofia e storia nei licei scientifici e dal 1934 in poi insegnante di filosofia e pedagogia ancora negli istituti magistrali. Si occupò prevalentemente di questioni pedagogiche. La sua Enciclopedia dei maestri fu premiata alla prima mostra didattica nazionale di Firenze. Nel 1934 la Brenna ebbe un premio della Regale Accademia d’Italia. Scrisse La dottrina del Pestalozzi e la sua diffusione particolarmente in Italia (Roma, 1909), Metodologia dell’insegnamento storico (Milano, 1916), Armonie d’Italia (Milano, 1923), La letteratura popolare educativa in Italia nel secolo XIX (Milano, 1913), Enciclopedia dei Maestri (1a edizione, Roma, 1923-1932, 2a edizione, Milano, 1935), Pedagogia (Brescia, 1937).
FONTI E BIBL.: A. Codignola, Pedagogisti, 1939, 95; M. Gastaldi, Panorama della letteratura femminile contemporanea, Milano, 1936, 626; M. Bandini, Poetesse, 1941, 119.

BRENNO FILATTRIDIO, vedi MAGNI CORNELIO


Piacenza 8 novembre 1720-Parma 31 ottobre 1817
Figlio di Angelo, munizioniere del castello di Piacenza. Suo primo maestro fu il pittore Carlo Antonio Bianchi, ma egli dovette guardare con più acuto interesse le opere del borghigiano G.B. Tagliasacchi, operante stabilmente a Piacenza tra il 1735 e il 1737 (due disegni del Bresciani derivanti da dipinti del Tagliasacchi sono presso la Biblioteca Palatina di Parma). Nel 1739, in un latino abbastanza elegante che ne documenta la cultura, lasciò testimonianza della sua presenza sulle pareti della cupola del Duomo di Piacenza, intento a studiare quegli affreschi del Guercino che incise più di sessant’anni dopo. Nel 1740 fu a Bologna (inviatovi dalla madre, rimasta vedova nel 1730) presso Donato Creti e vi rimase per sei o sette anni. Che cosa sapesse fare al ritorno è documentato dai due quadri con Storie di Sant’Ulderico (1747), dipinti a Piacenza per la chiesa omonima (e poi in San Giovanni). Dimostrò simpatia, più che per la pittura classicamente composta e costruita del maestro, per quella tumultuosamente venezianeggiante e molle del Pasinelli (morto da tempo), le cui opere, insieme con quelle di Gioseffo Dal Sole, dovettero accrescergli la giovanile ammirazione per il Tagliasacchi. La sua pittura però fu in quel momento scolorita, monotona, piuttosto macchinosa e vuota. Divenne abbastanza solida più avanti, intorno al 1780, anche se il suo venezianismo veronesiano, per la verità, rimase sempre piuttosto superficiale e decorativo. Il suo trasferimento a Parma deve essere avvenuto intorno al 1750, se nel 1752 fu nominato professore con voto dell’Accademia di Belle Arti di questa città, che con la pittura del Correggio dovette infondergli un po’ di calore e di colore. In quegli anni, operosissimi, venne nominato pittore di Corte. Per Filippo di Borbone nel 1761 disegnò con il Gilardoni i monumenti equestri farnesiani del Mochi, in una dozzina di grandi tavole identificabili con quelle conservate presso la Cassa di Risparmio di Piacenza. Più tardi, per la Corte, dipinse ritratti e lavorò ad affresco nel Palazzo del Giardino e nella villa di Colorno (cfr. Bertini), dove nel 1777 progettò anche la Macchina de’ fuochi (Scarabelli Zunti, ms. 107). Numerose furono le sue opere nelle chiese di Parma: del 1756 i due grandi quadri (Adorazione dei Magi e Caduta degli angeli ribelli) per San Pietro Martire (poi alla Steccata, dove sono anche quindici quadretti con I misteri del Rosario, del 1762, un San Vincenzo Ferreri e una pala d’altare, 1783, nella cappella del Crocifisso), una Pietà è in San Tommaso, un Martirio di San Giacomo in Sant’Ulderico (dove affrescò la medaglia della volta, 1763), in Duomo, nel 1768, ridipinse la cappella grande a sinistra, dove erano andati distrutti gli affreschi di Michelangelo Anselmi. Dipinse anche per Santa Cristina, il Carmine e San Paolo (qui in collaborazione col quadraturista Gaetano Ghidetti). In provincia lavorò per le chiese di Mezzano dei Rondani (Annunciazione), di Copermio (San Pietro), di Rocca Lanzona (Sant’Agata, San Michele, San Bonaventura, del 1755, Santa Caterina, del 1759), di Canetolo (San Luigi, del 1765). Tutte opere che presentano un artista insensibile a quell’influsso di cultura francese che nel Ducato, nella seconda metà del secolo, affascinava colleghi più giovani. A Piacenza, oltre ai dipinti già ricordati, rimangono un suo Convito di Epulone (1779) nella chiesa di San Lazzaro e quattro medaglie ad affresco (di soggetto mitologico) in altrettante sale del palazzo Maruffi. Gli possono essere ragionevolmente riferiti cinque affreschi nelle sale al primo piano del palazzo Rota e altri nei palazzi Fogliani e Scotti da Vigoleno, due medaglie ad affresco nel palazzo dell’amministrazione dell’Opera pia Alberoni, altre sullo scalone e nelle sale del palazzo dei conti Manfredi e un’altra ancora in una sala del palazzo Petrucci. Veramente deliziosi sono gli affreschi nella villa già dei marchesi Volpelandi a Vigolzone di Piacenza. Dispersa invece la Moltiplicazione dei pani e dei pesci dipinta per Sant’Andrea, ricordata nelle guide come il suo dipinto più importante. Lavorò anche per Reggio, Asti, Mantova e Milano. Suoi disegni (ricchi di quella freschezza di segno che manca spesso nei dipinti e nelle incisioni) sono a Parma nella Biblioteca Palatina e nella collezione Lombardi e a Piacenza nella Biblioteca Comunale. Ebbe commissioni anche da località fuori del Ducato, tra l’altro Chiaravalle di Milano, Sassuolo, Sabbioneta, Vicobellignano nel Cremonese, Guastalla, Sant’Ilario e altri centri del Reggiano: Pieve Modolena, Villa Cadé, Cavriago, Calerno, Praticello (nelle chiese dei centri indicati si conservano suoi dipinti, nella maggior parte dei casi privi di attribuzione). La sua attività di incisore iniziò presto: del 1749 sono alcune immagini sacre di sua invenzione. L’anno seguente iniziò a riprodurre gli affreschi di Ludovico Carracci e del Guercino nel Duomo di Piacenza, ma questa impresa (25 stampe) venne per la maggior parte portata a termine tra il 1801 e il 1808. In cinque stampe riprodusse la favola di Diana e Atteone del Parmigianino. Incise anche vecchissimo: a 95 anni pubblicò (1815) un Compendio delle vite de’ Santi e Beati parmigiani, accompagnato da 16 incisioni. Suo allievo fu il ritrattista piacentino Francesco Floriani. La sua fama decadde rapidamente, molti suoi dipinti furono ricoperti o andarono distrutti nel XIX secolo e anche di molte sue opere nel Parmense e nel Piacentino si era perduto il nome dell’autore: suoi a esempio sono i dipinti dell’Oratorio dell’Assunta di Fontanellato, della cappella di San Michele a Chiaravalle della Colomba, sopraporte di alcuni palazzi di Parma, pale d’altare nelle chiese di San Secondo, Trecasali, Castelvetro e Fiorenzuola, tavolta ritenuti opera di altri artisti.
FONTI E BIBL.: Necrologio, in Gazzetta di Parma 25 novembre 1817, 378 (L. Bramieri); G. Fiori, Morì quasi centenario il pittore Antonio Bresciani, in Libertà 18 gennaio 1969 (riporta gli atti di nascita e di morte); Piacenza, Biblioteca Comunale, ms. Pallastrelli 124 (secolo XIX); G.F. Bugoni, Memorie storiche, f. 133; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Chiese e conventi, ms., II, 214, e Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 107, ad vocem; Piacenza, Biblioteca Comunale, Schede Rapetti, ms. (1930-1960); C. Carasi, Le pubbliche pitture di Piacenza, Piacenza, 1780, 85, 127; C. Ruta, Guida delle più eccellenti pitture che sono nella città di Parma, Milano, 1780, 33, 36, 64, 70 s.; I. Affò, Il Parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 134; Avviso, in Gazzetta di Parma LXV 1815, 278; P. Zani, Enciclopedia Metodica delle Belle Arti, I, 5, Parma, 1820, 39; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 22 s., 25, 50 s., 61, 72, 76, 82, 93, 101, 146 s., 169 s.; A.D. Rossi, Ristretto di storia patria ad uso de’ Piacentini, Piacenza, 1833, V, 457; M. Gualandi, Memorie originali ital., I, Bologna, 1840, 29 n. 10; L. Scarabelli, Guida ai monumenti di Piacenza, Lodi, 1841, 157-187, passim; G. Buttafuoco, Nuovissima guida di Piacenza, Piacenza, 1842, 57 s., 79, 82, 242; P. Martini, La scuola parmense delle Belle Arti, Parma, 1862, 7; P. Martini, Guida di Parma, Parma, 1871, 101, 126, 161; P. Martini, L’incisione in Parma, Parma, 1873, 6, 19; L. Ambiveri, Gli artisti piacentini, Piacenza, 1879, 157-160; P. Bozzini, Elenco di artisti piacentini, in Strenna Piacentina 1880, 123-125; S. Fermi, Opere minori di incisori piacentini del secolo XVIII, in Bollettino Storico Piacentino VII 1912, 167 s.; G. Copertini, La Chiesa di Sant’Uldarico, in Aurea Parma X 1926, 239; G. Copertini, Tesori d’arte ignorati, in Aurea Parma XII 1928, 15; V. Pancotti, La Galleria del collegio Alberoni, Piacenza, 1932, 44; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, 69-71, 100, 108, 147, 215 s., 219, 250; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia parmense, Parma, 1952, 38; G. Borghini, L’incisione e la litografia a Piacenza, Piacenza, 1963, 22-26; G. Allegri Tassoni, Le opere d’arte delle Congregazioni soppresse, in Aurea Parma LIV 1970, 170; G. Bertini, I quadri della real Chiesa di San Liborio a Colorno, in Aurea Parma 1970, 187, 189; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, IV, 585 s.; F. Arisi, in Dizionario biografico degli Italiani, XIV, 1972, 171-172; Bertelà, 1974, nn. 109-117; Arte a Parma, 1979, 67-68 e 352.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore paesista, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 63.


Fiorenzuola-Parma post 1573
Idraulico e meccanico, nel 1573 fu attivo a Parma (Scarabelli Zunti).
FONTI E BIBL.: Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 103, ad vocem; A. Ronchini, Girolamo Bresciani Ingegnere militare del secolo XVI, in Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi, IV, 1868, 171 ss., A.N. Cianelli, Memorie relative al fabbricato delle nuove mura che circondano la città di Lucca, in Memorie e documenti per servire all’istoria del ducato di Lucca, VIII, 1882, 211 s.; I. Belli, I disegni e le mappe delle mura di Lucca, in Riv. d’arte, XXVIII, 1953, 167; S. Maggi, Girolamo Bresciani da Fiorenzuola, architetto militare del Cinquecento, Piacenza, 1968; G. Fiori, in Dizionario biografico degli Italiani, XIV, 1972, 175.


Parma-post 1799
Clarinettista. Il suo nome compare nel manifesto della stagione di Carnevale 1798-1799 di inaugurazione del Nuovo Teatro della Pace di Cesena, quale primo clarinetto.
FONTI E BIBL.: Cesena, 31; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BRESCIANINO, vedi MONTI FRANCESCO

BRESCILLO FERINTE, vedi MARASINI POMPEO


Cuneo 26 aprile 1896-Padova 31 ottobre 1953
Si trasferì con la famiglia nel 1909 a Parma (il padre fu procuratore del Re presso il tribunale).
Nel 1915 interruppe gli studi per arruolarsi nel Corpo Nazionale Volontari Ciclisti, nel quale rimase sino allo scioglimento. Successivamente frequentò il corso di allievo ufficiale medico e in data 1° giugno 1918 fu nominato aspirante medico di complemento. Smobilitato il 25 febbraio 1919, nel 1920 si laureò in medicina presso l’Università di Parma e si specializzò poi nella cura delle malattie tropicali. Il 1° agosto 1920 fu nominato Sottotenente medico di complemento e il 1° settembre 1921 Tenente medico in servizio permanente effettivo. Nel 1926 fu inviato a Bengasi come Capitano medico. Nel settembre del 1928 il Brezzi, mentre era a capo di una missione sanitaria (42 uomini, 118 cammelli e 25 autocarri di medicinali) diretta all’oasi di Cufra, fu catturato dai beduini e condannato a morte. Fu liberato dopo quattro mesi dietro pagamento di un riscatto pagato dal governo italiano della Cirenaica. Nel 1932 passò all’aeronautica e nel 1936 partecipò alla campagna etiopica quale primo capitano medico ottenendo una medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Capitano medico direttore di servizio sanitario d’aeroporto, durante un incendio di velivoli carichi di bombe, incurante del pericolo, si avventurava nella zona dove cadevano i rottami di aeroplani e di aviorimessa lanciati dal susseguirsi delle esplosioni, per provvedere al trasporto ed ai primi soccorsi ai feriti; esempio di spiccate virtù militari, di alto e generoso spirito del dovere (Bollettino Ufficiale R. Aeronautica, 1936, Dispensa 22a, pag. 364). Ottenne pure diversi encomi e una proposta di avanzamento per meriti speciali. Rimpatriato nel 1939, raggiunse il grado di maggiore generale medico nel giugno 1953.
FONTI E BIBL.: G. Bagnaschi, Volontari Plotone Parma, 1965, 30-33.


Parma 15 aprile 1739-Parma 8 maggio 1787
Allievo del pittore di decorazioni architettoniche Gaetano Ghidetti, lavorò a Parma sia in architettura sia in pittura di ornati, mantenendosi ai margini delle attività più importanti della sua epoca, occupato in varie opere minori. Fu aiutante di Francesco Grassi nel dipingere le scene del Teatro Ducale di Parma (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 4). Nel 1762 vinse un premio di architettura all’Accademia parmense di Belle Arti, con il modello di un casino di campagna posto su una collina, a pari merito con Filippo Castelli. Nello stesso anno iniziò i lavori, che lo tennero impegnato per parecchio tempo, per la chiesa della Steccata in Parma: primo tra tutti la progettazione di un nuovo altare da collocare in luogo di una porta di accesso dal piazzale, che doveva essere chiusa. In seguito gli vennero commissionati tutti gli altri altari della chiesa con le loro ancone marmoree, compresi quelli delle cappelle minori, di cui diede i disegni nel 1772 (eseguiti da Domenico della Meschina). Intanto provvide alla sistemazione del sepolcro di Ottavio Farnese, trasportato alla Steccata dalla chiesa di San Pietro nel 1765, sorvegliò e diresse le riparazioni dei tetti, diede i disegni per i lampadari da usare nelle solennità e per la balaustra. Sotto la direzione del Ghidetti, ideatore della decorazione architettonica, e con il Rasori, collaborò all’esecuzione degli ornati della volta della chiesa di Sant’Antonio Abate. In questo campo l’opera di maggiore successo dovette essere la decorazione della cappella del beato Giovanni Buralli (1777), nel Duomo di Piacenza. Gaetano Callani eseguì le figure e il Brianti l’ornato architettonico per la sua semplicità e verità piacevolissimo agli intendenti (Carasi). A Parma progettò la porta della biblioteca del convento benedettino di San Giovanni e negli stessi anni rinnovò il fianco meridionale della chiesa del Santo Sepolcro, distruggendo le finestre gotiche e inserendovi un portale. Diede pure un disegno per la facciata che non venne eseguito. Certamente attento all’opera del Petitot (che nel 1778 aveva progettato la chiesa di Sant’Ambrogio, perduta), preferì, misurandosi nella sua impresa artistica forse più importante (il progetto per la facciata della chiesa di San Giuseppe, finita nel 1782), riferirsi al modello della chiesa della Madonna di Saronno del Tibaldi (Scarabelli Zunti) riflettendovi un certo gusto borrominesco, appreso alla scuola del Righini. Di lui si ricordano anche il disegno del catafalco eretto alla Santissima Annunziata per le esequie del conte Iacopo Sanvitale, il disegno del prospetto dell’organo per la stessa chiesa e parecchi progetti di altari per varie altre chiese (Archivio di Stato di Parma, Mappe e disegni, voll. 5-6).
FONTI E BIBL.: Parma, Museo d’Antichità, VIII: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 107, ad vocem; Parma, Museo d’Antichità, E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida artistica e storica di Parma, ms., Chiese e Conventi, ad voces; C. Carasi, Le pubbliche pitture di Piacenza, Piacenza, 1780, 13, 14; I. Affò, Il Parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 121; Parma, Biblioteca Palatina, R. Baistrocchi, Notices sur les peintures et les peintres de Parme, ms., ad voces; P. Donati, Nuova descrizione della città di Parma, Parma, 1824, 46, 64, 127, 169, 171; G. Malaspina, Nuova guida di Parma, Parma, 1869, 83; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 85; L. Testi, Santa Maria della Steccata di Parma, Firenze, 1922, 81, 85, 86, 98, 108, 195, 213, 216, 217, 222, 224, 254, 256; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, 73, 75; M. Pellegri, E.A. Petitot, Parma, 1965, 173; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, V, 5; P. Ceschi Lavagetto, in Dizionario biografico degli Italiani, XIV, 1972, 216-217.


Cortemaggiore 1 maggio 1871-Ranzano 1952
Figlio di un funzionario dello Stato in servizio a Ranzano, dopo aver compiuto gli studi superiori, si laureò in belle lettere all’Università di Bologna. Esercitò l’insegnamento per vari anni e fu studioso di serietà e rigore, oltre che autore di una grammatica italiana pubblicata nel 1946 dall’Editrice Cappelli. Coniugatosi con la ranzanese Caterina Simonini, fu periodicamente in villeggiatura in Val d’Enza, dove soggiornò definitivamente una volta in pensione. Fu suo il merito di aver riscoperto le origini ranzanesi di Giovambattista Fontana, notaio, letterato e podestà di Tizzano, contro il quale è rivolta una satira di Angelo Mazza pubblicata dal Brianzi nel 1903.
FONTI E BIBL.: Valli Cavalieri 14 1995, 24; Valli Cavalieri 16 1999, 47-48.

BRICCOLI ALESSANDRO, vedi BRICOLI ALESSANDRO

Borghetto di Noceto 14 giugno 1901-Parma 24 marzo 1980
Fin da ragazzo manifestò una particolare inclinazione al disegno e alla pittura. La sua personalità artistica si formò all’Accademia di Belle Arti di Parma, sotto la guida di Paolo Baratta e De Strobel che gli furono preziosi maestri. Completati gli studi, si recò a Parigi (1929), dove ottenne significative affermazioni in varie esposizioni (gallerie A. Goupy, Georges Petit, R. Zivi). Ritornato ancor giovane a Parma per necessità familiari, si stabilì definitivamente in via Primo Groppi, lavorando intensamente fin quasi agli ultimi giorni di vita, nel silenzio del suo studio e tra le sue memorie. Fu a seguito di una spiccata affinità con il mezzo espressivo che il Bricoli compì la sua scelta in direzione dell’acquarello, una tecnica che più di ogni altra richiede un puntuale controllo degli strumenti di lavoro. E sulle risorse delicate della pittura ad acqua il Bricoli costruì una sua visione figurativa, riscuotendo consensi di pubblico e di critica. Oltre che a Parigi, tenne personali a Milano, Torino, Roma, Napoli, Ancona, Pescara e in altre città italiane. Di lui scrissero in termini lusinghieri critici autorevoli. Fu membro delle accademie romane Tiberina e Dei 500, del cenacolo di lettere, scienze e arti Spadaro di Napoli e di altri istituti culturali.
FONTI E BIBL.: T. Mazzieri, Gazzetta di Parma 23 ottobre 1963; Equilibrio nelle Arti, Napoli, 1966 (numero unico); P. Girace, Catalogo personale alla Galleria del M.A.C.I., Napoli, aprile-maggio 1966; Nuovi Orizzonti 12 1966, 3 1967 e 3 1968; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 432; Gazzetta di Parma 26 marzo 1980, 5; Parma nell’Arte 2 1981, 109-110.


Borgonovo 27 gennaio 1789-Parma 7 aprile 1880
Nato da Antonio, podestà feudale di Borgonovo, e da Alba Pelagatti. Subito si distinse per operosità e acutezza d’ingegno e fece una rapida carriera negli impieghi amministrativi: fu, ancora giovanissimo, segretario ragioniere della Direzione delle Finanze, per poi passare, su richiesta del barone Ferdinando Cornacchia, alla Presidenza dell’Interno. Disimpegnò con solerzia e intelligenza gli uffici che gli furono affidati e nel 1817, quando, cessato il tifo che in quell’anno infierì micidiale, fu chiuso l’Ospedale provvisorio dei Mulini bassi, la Commissione di protezione e vigilanza volle rendergli testimonianza per lo zelo con cui aveva svolto le incombenze di segretario. Divenuto segretario capo della Divisione di Stato e Istruzione pubblica del Ducato di Parma e Piacenza, fu particolarmente apprezzato per le sue conoscenze in materia di statistica. Ebbe parte di rilievo nelle consegne degli edifici ai Fermieri generali delle Ferme miste, nei sopraluoghi per sistemare le risaie di Colorno (1819), nella compilazione del regolamento per il Collegio Lalatta (1820), in quello della Reale Accademia (1821) e nella commissione per l’acquisto delle raccolte di stampe di Massimiliano Ortalli, donate da Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, alla Reale Biblioteca (1828). Fu inoltre membro della commissione per la liquidazione della soppressa Università Israelitica nel 1823, e per merito del Bricoli fu dato avvio alla Scuola di mutuo insegnamento, che ebbe vita breve perché prima osteggiata e poi vietata dal Governo. L’antagonismo col segretario di gabinetto, barone di Werklein, fece cadere in disgrazia il Bricoli, che nel 1830 fu allontanato da Parma e nominato commissario del distretto di Monticelli d’Ongina, dove pure diede prova della sua non comune abilità amministrativa e non tardò a guadagnarsi la pubblica stima. Prese parte attiva ai moti del 1831: fu sorpreso dagli Austriaci colle armi in mano a Fiorenzuola, dove si trovava con una folta schiera di patrioti. Ferito con due colpi di sciabola alla testa e uno di pistola alla mano, catturato e tratto prigioniero con altri a Piacenza, fu poi rinchiuso nella fortezza di Pizzighettone, ove restò diversi mesi. Quindi fu tradotto a Parma nel carcere di Sant’Elisabetta (destinato ai compromessi politici) per subirvi un procedimento giudiziale che però fu annullato per intervenuta amnistia. Alla fine il Bricoli fu rimesso in libertà, ma dimesso dall’impiego e confinato a Piacenza, in base alla seguente imputazione: Abbenché le sue incombenze ordinarie lo volessero a Monticelli, pure trovossi a Parma e fece parte dei notabili che assistettero alla seduta dei 14 e 15 febbraio. Notisi che il Generale Zucchi fuggendo da Milano passò in quella località il confine sul Po. Allorché il Briccoli fu arrestato in Fiorenzola si disponeva a portarsi a Monticelli e Corte Maggiore per piantare colà la bandiera tricolore, e si sa che a Corte Maggiore era aspettato. Esso doveva essere il veicolo della corrispondenza del S. Vitali coi Cremonesi, Bandera delle Brazere con Folchino Schizzi e forse coll’Avvocato Porro che trovavasi a Parma allo scoppiare dell’insurrezione. Il Porro è semplice dottore in legge ed ha nome Antonio. Troncata così definitivamente la sua carriera di brillante funzionario pubblico, si ritirò a vita privata, dedicandosi ai suoi prediletti studi dei classici greci e latini e occupandosi in particolare di memorie attinenti alla storia patria. Lasciò manoscritte molte notizie statistiche sullo Stato parmense e diverse memorie storiche. In particolare preparò i materiali per una Iconografia degli Stati Parmensi, nella quale avrebbero dovuto figurare tutti coloro che si erano distinti nelle scienze, nelle arti e per altri servizi resi alla patria, e per la quale raccolse numerosissimi ritratti. Ebbe amici alcuni degli uomini più distinti del suo tempo, tra i quali il conte Jacopo Sanvitale, che gli dettò un sonetto quando il Bricoli fu mandato a Monticelli d’Ongina.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1880, 32-34; L. Mensi, alla voce; E. Montanari, Parma e i moti del 1831, Firenze, Tipografia Galileiana, 1905; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 138-139; R. Lucchini Massa, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 52.

Parma 11 gennaio 1926-Parma 28 dicembre 1996
Fu insegnante universitario di economia politica alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Parma, Presidente dell’Associazione Italo-Francese e dotato pittore naïf. Il Bricoli partecipò al V Premio Nazionale dei Naïf (Luzzara, 1972) e fu presente in seguito alle principali mostre d’arte naïve italiane e straniere. Vinse il primo premio al Concorso Ducato di Parma (1973), ebbe una sala personale alla Prima Biennale d’arte naïve (Roma, 1975) e la Medaglia del Presidente della Repubblica al Premio Nazionale dei Naïfs (Luzzara, 1977). Fu invitato al 7° Incontro d’Arte Contemporanea di La Rochelle (Francia) con mostra personale al Museo delle Belle Arti (1979), poi ospitata nello stesso anno dal museo municipale di Angoulème e dal Municipio di Niort e sala omaggio alla Mostra L’uomo e le piante, organizzata dall’Istituto di Studi Francesi di La Rochelle (1980). Gli fu inoltre assegnata la sala omaggio al XV Premio Nazionale Naïfs (Luzzara, 1981). Fu invitato a rappresentare i pittori naïfs italiani alla Mostra sull’Arte Naïve Europea allo Studio Molière di Vienna (1983), ebbe mostra personale alla seconda edizione degli Incontri Internazionali sull’Ambiente e la Natura di Royan (1983), e una mostra personale dall’Istituto Italiano e dall’Istituto Francese di Cultura di Vienna (1985, la mostra venne in seguito ospitata dall’Istituto Francese di Cultura e dalla Società Dante Alighieri di Linz, 1985, dall’Istituto Francese di Cultura e della Società Dante Alighieri di Salisburgo, 1986, e dall’Istituto Francese e dall’Istituto Italiano di Cultura di Innsbruck, 1986). Allestì una mostra personale alla galleria Montparnasse 167 di Parigi (1986) e fu invitato permanente all’annuale Premio Nazionale Naïf in qualità di maestro naïfs del Museo di Luzzara. Gli ambienti e i personaggi dei suoi quadri sono raccontati nei suoi libri Cose di quassù (Franco Maria Ricci, Milano, 1977; 2a edizione Choses d’en-haut, Casanova, Parma, 1980; 3a edizione Cose di quassù – Choses d’en-haut, Artegrafica Silva, Parma, 1985) e La nuvola delle favole (Allemandi, Torino, 1992). L’atmosfera che caratterizza la sua arte è apparentemente populista, rustica e montanara ma, a saper leggere tra le righe, raffinata narrazione letteraria di fatti e personaggi locali, ove il privato diviene proiezione dell’universale. Il Bricoli operato al cuore a Parigi, fu colpito da trombosi. Morì all’Ospedale di Parma e fu cremato a Reggio Emilia, mentre le sue ceneri furono portate al cimitero di Urzano.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Bricoli il cristallino, in Gazzetta di Parma 10 marzo 1969, 3; N. Jori, M. Dall’Acqua, R. Margonari, Bruno Colibri, in I naïfs italiani, Parma, Passera e Agosta Tota, 1972, 118-119; Colibri Bruno, in Catalogo Bolaffi dei Naïfs italiani, Torino, Bolaffi, 1973, 25; Colibri Bruno, in Catalogo nazionale Bolaffi n. 2, Torino, Bolaffi, 1974, 48; L. Grandinetti, Incontro con Bruno Colibri, in Gabbiola 7-8 1977, 4; D. Menozzi, Bruno Colibri, in L’Arte Naive 13 1977, 27-40; L. Grandinetti, Secondo incontro con Bruno Colibri, in Gabbiola 1 1978, 5; L. Carrier-R. Kalbach, Bruno Colibri al Musée des Beaux Arts, La Rochelle, 1979; R. Kalbach-M. Couturier-M.D. Dat, Hommage a Bruno Colibri, in Revue de l’Association Internationale des Amis de l’Institut d’Etudes Françaises de la Rochelle luglio 1980, 20-28; Bruno Colibri, in Associazione Parmense Artisti, Colorno, Comune 1981, 24; G. Cavazzini, Le cose di Urzano in mostra a Vienna, in Gazzetta di Parma 4 luglio 1983, 3; M. Pieri, Muta d’accento il Colibri, in Corriere di Parma 1988, 100-102; Colibri. Primo giorno di scuola, in XXVI Rassegna premio nazionale dei naifs di Luzzara, Luzzara, Comune, 1993, 126-127; Colibri. Nellina, in XXVIII Rassegna premio nazionale dei naifs di Luzzara, Luzzara, Comune, 1995, 118-119; Colibri. Perché, in XXIX Rassegna premio nazionale dei naifs di Luzzara, Luzzara, Comune, 1996, 106-107; Se n’è andato Colibri. Un aristocratico naif, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1997, 10; M. Rinaldi, Bricoli a Parma, Colibri a Urzano, in Gazzetta di Parma 30 dicembre 1997, 5; M. Dall’Acqua, Bruno Bricoli: l’omino della neve, in Al Pont ad Mez 1997, 83-84; F. e T. Marcheselli, Bricoli Bruno (1925-1996), in Dizionario dei Parmigiani, 1997, 70; M. Pieri, L’omino della neve, in XXX Rassegna premio nazionale dei naifs di Luzzara, Luzzara, Comune, 1997, 94-95; G. Cavazzini, La gente di Colibri, in Gazzetta di Parma 2 giugno 1998, 25; M. Dall’Acqua, Bruno Colibri. Neviano Arduini, Sala della Cultura, 24 maggio - 30 giugno 1998, Neviano degli Arduini, Amministrazione Comunale - Museo Nazionale Arti Naives Cesare Zavattini, 1998; Bricoli Bruno, detto Colibri, in Enciclopedia di Parma, 1998, 175.


Parma 30 agosto 1820-23 gennaio 1885
Nato da Alessandro e da Carola Preperolina. Entrò cadetto nel 2o Battaglione di linea delle truppe parmensi salendo rapidamente i gradi della gerarchia militare. Divenne nel 1848 Sottotenente d’Artiglieria nelle batterie campali del Ducato. Nello stesso anno partecipò alla prima guerra per l’indipendenza d’Italia quale Sottotenente d’artiglieria dell’esercito sardo. Dopo la sfortunata prova di Carlo Alberto di Savoja, il Bricoli rimase aggregato al suo reparto per un anno senza percepire paga finché venne dimesso. Nel 1850 fu di nuovo ufficiale nelle truppe parmensi. Nove anni dopo, come Capitano comandante di batteria, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza. Nel 1860 fu alla campagna per l’indipendenza dell’Italia Meridionale dove ottenne la croce di cavaliere dell’Ordine militare di Savoja e i gradi da Luogotenente Colonnello per il valore mostrato in azione (fu ferito combattendo sotto le mura di Capua). Nel 1862 divenne sotto capo di Stato maggiore del 2° Dipartimento Militare. Fu questo l’ultimo incarico ricoperto dal Bricoli, che venne posto in aspettativa per infermità temporanea contratta per ragioni di servizio (Regio Decreto del 10 agosto 1865).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 gennaio 1885 n. 29; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 401; Parma Economica 4 1973, 33.

Parma 1797-Parma 2 giugno 1878
Nel 1823-1824 fu astante nella Clinica Medica dell’Ospedale civile di Parma diretta dal professor Carlo Speranza. Nel 1841 prestò servizio medico gratuito ai primi asili d’infanzia e dal 1845 fu assunto dalla Congregazione di San Filippo Neri di Parma per il IV Quartiere (Porta San Barnaba). Venne nominato nel 1846 secondo medico delle Reali Persone e della Corte, carica che tenne fino al tramonto del Ducato. Ancora nel 1858 risulta abbinato col primo medico Pietro Maschi, primario dell’Opedale Civile di Parma, e nel 1859 col dottor Pietro Maria Fioretta.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1 1970, 75-76.

Neviano degli Arduini 1910-Monte Golico 7 marzo 1941
Figlio di Bonfiglio. Alpino dell’8° Alpini, Battaglione Gemona, fu decorato di medaglia di bronzo al valor militare, con la seguente motivazione: Durante un aspro combattimento, di sua iniziativa e sotto il fuoco avversario, rimetteva in efficienza un’arma rimasta priva di serventi. Partecipava poi a ripetuti contrassalti, dando prova di coraggio. Colpito a morte, continuava ad essere di esempio ai compagni, mantenendo contegno sereno.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, Dispensa 17a, 2937; Decorati al valore, 1964, 59-60.

Marano 16 aprile 1861-San Lazzaro Parmense 8 febbraio 1931
Nacque da Giulio e Carolina Costa. Frequentò l’Istituto di Belle Arti di Parma sotto la guida di Cecrope Barilli. In seguito si recò con alcuni amici a Napoli per frequentare lo studio di Domenico Morelli. Comprendendo però che il temperamento vulcanico di questo artista poco si addiceva alla sua indole timida e mite, preferì accostarsi all’arte di F.P. Michetti, che sentì più vicina ai suoi gusti di pittore georgico e pastorale. Non si sa se vi sia stata tra i due artisti una relazione diretta da maestro ad alunno oppure una semplice e spontanea assimilazione, da parte del Bricoli, di forme e colori michettiani. Fatto sta che egli si diede a copiare le opere più tipiche del Michetti e molti suoi disegni. A testimonianza di questa infatuazione michettiana si conserva presso gli eredi una deliziosa copia della famosa Pastorella. Fatto esperto della tecnica e dello stile del Michetti, si mise a creare disegni sub signo di lui con una vena così fresca che ancora si spacciano, da parte di commercianti poco scrupolosi, come del Michetti, le sue belle copie dal vero e soprattutto i ritratti a chiaroscuro di giovinette e di vecchie. Le modeste condizioni economiche lo spinsero a coltivare il ritratto, ma la sua attività in questo campo non si mantenne sempre allo stesso livello, poiché v’è una differenza notevole tra i mirabili ritratti dal vero e quelli ricavati, per necessità di guadagno, da fotografie. Le sue opere migliori sono quelle che gli furono ispirate dalla vita umile dei campi, dalle attività agresti e dagli abitanti dei colli e delle pianure parmensi. In questi temi il Bricoli appare un georgico di rara finezza evocatrice. Il Bricoli, contadino-poeta, si valse dei colori per dire il suo pacato, fedele, nostalgico amore per le persone umili, gli animali mansueti e gli oggetti più comuni e più modesti. Tra le sue opere, meritano un particolare ricordo il Contadinello visto di profilo con il berrettone in testa, il Contadinello effigiato di prospetto, seduto, con il piede destro sul ginocchio sinistro (proprietà Levi, Parma), la Fruttivendola in atto di ricamare presso la cesta dei frutti e il paiuolo delle castagne lesse, le Due giovani donne che cuciono sedute entro un orto fiorito (Istituto d’Arte di Parma), i Due amanti presso una fontana (proprietà Levi), la Guardiana dei tacchini, la Giovinetta seduta sulla panca, le Signore che ricamano nell’orto, il Ritratto del cognato, il Campo di cavoli, il Contadinello con il fucile, il Contadinello con la polenta in mano, l’Interno di cucina (proprietà Pizzarotti), le Pecore nel torrente Parma (proprietà Monguidi, Parma), le Pecore al pascolo (proprietà Solari, Roma), le Pecore entro la stalla (proprietà Petrella). Però l’opera che più di tutte può dare un’idea del suo alto sentimento georgico e della sua freschezza cromatica è la Pastorella seguita dal suo gregge (Parma, Istituto d’Arte), che può essere accostata alla Pastorella del Michetti per sentimento ispiratore e che bene rappresenta la dolce poesia della terra in cui il Bricoli trascorse tutta l’esistenza.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, necrologio, in Aurea Parma, XV, 1931, 80; V. Bianchi, necrologio, in Corriere Emiliano 13 febbraio 1931; M. Mora, La mostra retrospettiva di Marchesi e Bricoli, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1952; G. Copertini-R. Allegri, Mostra di L. e S. Marchesi e di Giuseppe Bricoli (catalogo), Parma, 1952; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 36; G. Copertini, in Dizionario biografico degli Italiani, XIV, 1972, 232-233; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 18 maggio 1998, 15.


Parma 1860
Ingegnere, fu volontario garibaldino.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

Sala 1860
Fu Colonnello di Artiglieria con Garibaldi nella campagna del 1860.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922.

BRIGADIERE, vedi GALLI DOMENICO PIETRO


Parma 11 luglio 1829-Piacenza 1901
Figlio di Luigi e Teresa Infermini. Professore di chimica generica e applicata all’Istituto Industriale di Piacenza, poi preside del Regio Istituto Romagnosi della stessa città, il Brigidini si servì della fotografia per le sue ricerche. Il servizio fotografico più importante è del 1862, sui resti dell’antica città d’Umbria, nell’Appennino Piacentino al confine con quello parmense. Nel diario della spedizione del piacentino Bernardo Pallastrelli, effettuata nel maggio 1862, dopo quella del professore tedesco Alessandro Wolf che ne scoprì per primo i resti nel 1861, si legge: codesta gita fruttò sei tavole fotografiche rappresentanti la veduta generale della terra, alcuni tratti delle mura, l’interno e il monte soprastante e due altre delineate, porgenti il piano della città e la topografia dei dintorni. Ricordiamo con grato animo come il professore Severino Brigidini e il perito-geometra Domenico Gregori prestassero diligente e gratuita l’opera loro, quegli alle fotografie, questi al piano della città. Le foto furono presentate all’Esposizione operaia-industriale di Piacenza e corredano lo studio del conte Bernardo Pallastrelli, La città d’Umbria nell’Appennino Piacentino: Relazione, edito a Piacenza nel 1864. Nel giugno 1865 tenne una conferenza sulla fotografia agli allievi delle scuole serali.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 169; Enciclopedia di Parma, 1998, 175.

Parma 7 ottobre 1854-24 luglio 1893
Figlio di Pietro e Marianna Gardoni. Fu insegnante delle Fonti della Dogmatica e di Sacra Eloquenza nel Seminario di Parma e Canonico della Cattedrale di Parma. Per suggerimento del rettore Carcelli, il Brignoli scrisse il volumetto Un fiore nascosto, racconto della vita del chierico Giuseppe Guidetti, di Reno, morto nel 1872 in fama di santità.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 194.

1911-Borgo Val di Taro 13 dicembre 1991
Fondò, insieme ad altri partigiani, nei primi mesi del 1944, il Gruppo Penna. Prese parte (col nome di battaglia di Libero) ai principali combattimenti, nel primo dei quali a Montevacà rimase anche seriamente ferito a una gamba. Fu poi nominato vice-Comandante del Comando unico di Bosco di Corniglio, ove visse in prima persona i terribili momenti dell’eccidio. Curò personalmente in diverse occasioni delicate trattative di scambio di prigionieri tra Tedeschi e partigiani. Dopo di che divenne Comandante della gloriosa Prima brigata Julia fino al termine delle ostilità, nel 1945. Il Brindani fu anche amministratore, in quanto per diverse legislature fu a Borgo Val di Taro consigliere comunale nelle file del Partito socialista democratico italiano. Fu basilare il suo apporto per l’assegnazione della medaglia d’oro al valor militare concessa al Comune di Borgo Val di Taro quale riconoscimento del grande contributo di sangue versato dalla popolazione valtarese. Fu uno dei promotori della realizzazione del sacrario eretto in memoria dei caduti posto nel cimitero del capoluogo di Borgo Val di Taro e visitato, in occasione del conferimento della medaglia d’oro, anche dal capo dello Stato Francesco Cossiga. Il Brindani fu uno dei fondatori della Pro Loco di Borgo Val di Taro e militò attivamente in parecchi sodalizi del volontariato e sportivi.
FONTI E BIBL.: F.B., in Gazzetta di Parma 14 dicembre 1991, 27.


Busseto 1478
Pittore attivo a Busseto nella seconda metà del XV secolo. La sua firma opus De Brionis Joanis ano 1478 fu letta dallo Scarabelli negli affreschi del portico dei Paladini nel Castello di Busseto, che si conservano in frammenti.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. V, 1911; Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 300.

Borgo San Donnino 1568
Disegnatore attivo nel 1568. Fu anche ordinarissimo et insulso verseggiatore.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 5, 1820, 55.

BRIOSCO GIUSEPPE, vedi BRIOSCHI GIUSEPPE

Noceto 1878-Noceto marzo 1953
Ingegnere, pioniere dell’agricoltura e dell’industrializzazione della produzione agricola, profuse a questo settore tutta la sua attività. Figlio di contadini, conobbe la vita dell’emigrante e fu poi animatore di una serie di cooperative edili e agricole, di manovali e di braccianti. Nel 1923, davanti a un collasso finanziario delle cooperative operaie provocato da forze estranee al mondo del lavoro, pagò personalmente le disavventure dell’impresa. In una difficile situazione politica, accettò poi di dirigere la vita amministrativa del Comune di Noceto: alla prepotenza degli invasori tedeschi in cerca di ostaggi, il Brizzolara rispose con coraggio Prendete me, perché io li rappresento tutti. Donò alla chiesa parrocchiale una vetrata istoriata da Giuseppe Moroni e come tecnico del Comune progettò gli edifici scolastici di Cascine, Borghetto, Cella, Vigna, Costa Morini e Pontetaro e la sopraelevazione della scuola elementare di Noceto.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 286.

Noceto 1911-Ivrea 24 ottobre 1986
Già durante gli studi compiuti a Parma frequentò gruppi e cenacoli letterari legandosi di affettuosa amicizia con Pietro Bianchi, Cesare Zavattini e Attilio Bertolucci. Laureatosi in ingegneria, cominciò su Omnibus la sua carriera letteraria di narratore. Dalla rivista di Longanesi passò poi a Tempo di Milano, alternando un’attività giornalistica vera e propria con la passione dello scrittore che si guarda attorno e che indaga il proprio tempo. Nel 1935-1936 fece la guerra in Abissinia come soldato semplice. Quando nel 1939 fu assunto all’Olivetti come direttore del servizio di sicurezza sul lavoro della grande industria di Ivrea, il Brizzolara si allontanò un poco dalla letteratura e dovette poi arrendersi alla dura realtà della guerra. Nel secondo conflitto mondiale venne inviato sul fronte orientale, come paracadutista della Folgore. Nella battaglia di El Alamein cadde prigioniero degli Inglesi: internato nei campi egiziani, rientrò in patria soltanto nel 1946. In prigionia il Brizzolara realizzò un teatrino di burattini per i soldati, scrisse favole, racconti, piccole pièces teatrali e apologhi. Dall’esperienza della guerra nacque il suo primo organico volume di racconti per ragazzi, Il pennacchio, che Vallecchi gli pubblicò con grande successo nel 1965 (premio Antonio Rubino 1969 per la letteratura giovanile). Il libro inaugurò una collana che l’editore fiorentino intendeva dedicare ai classici di domani per la gioventù, affidandone la responsabilità a una delle più sensibili scrittrici, Donatella Ziliotto. Il pennacchio narra la guerra e i suoi veri dolori, ma senza inutili smancerie e senza piagnucolosi richiami. Seguì Ai cani non si tirano sassi (Ponte Nuovo, Bologna, 1970). Nel 1971 Temporale Rosy (Einaudi, Torino) fu un altro titolo del Brizzolara che ebbe fortuna. Il Brizzolara vi racconta il mondo della lotta libera femminile e un amore, quello tra la lottatrice Rosy e l’ex pugine Antonio Rinaldi (premio Coni 1972 per il romanzo sportivo). Ma fu il magico calibro di Titina F5 (Einaudi, Torino) nel 1972 a lanciare il nome del Brizzolara nel campo della letteratura per i ragazzi (premio Salone dell’Umorismo di Bordighera, 1973). Questo diario di una piccola cilindrata diede un’altra prova della forza comica e poetica del Brizzolara e della sua capacità di rendere umane e allegre persino le amiche-nemiche dell’uomo moderno, queste automobili che ci somigliano, nel bene e nel male. Poi, nel 1974, il Brizzolara proposte a grandi e a piccini un altro titolo festoso e pensoso al tempo stesso, La vita è sport. Si compì così un altro dei suoi sogni: raccogliere in volume tutti i racconti di argomento sportivo che aveva composto sino ad allora. La sua fantasia, negli anni della maturità, ebbe le briglie sciolte: non c’erano più guerre e non aveva più l’urgenza di vivere giorno per giorno la sua vita di dirigente all’Olivetti, dove era approdato quanto i titolari dell’industria piemontese ambivano circondarsi di tecnici che sapessero anche di greco e di latino e fossero un poco enciclopedici. Con il passare degli anni, il Brizzolara venne concependo e in parte realizzando, anche un disegno più ambizioso: quello di creare una narrativa per i giovani adatta a tutti, ricca di un interno, salutare umore, fresca, pressante nelle proprie ragioni umane, non uggiosa né didattica ma provocatoriamente saldata agli avvenimenti contemporanei. E così stampò La canoa d’acqua viva (Mondadori, 1976) e La minghina bastonata che, dedicata a Italo Ferrari, grande burattinaio parmigiano, riassunse nel 1975 (Einaudi, Torino) tutto il gusto brizzolariano di fare teatro e teatrino. La minghina bastonata raccoglie otto brevi commedie di pura tradizione burattinesca, dove la morte (la Minghina) viene cacciata a bastonate, dove i tiranni vengono sopportati e poi combattuti, dove gli accenti comici e grotteschi si alternano a quelli allegri e patetici e dove infine la recita buffa e divertente della vita diventa il sapore pieno e popolaresco della storia, quella vissuta e quella ancora da vivere. Ma il Brizzolara scrisse anche per gli adulti, occupandosi prevalentemente di sport. Fu collaboratore della Gazzetta di Parma e di quotidiani sportivi con articoli pieni di spirito e di umanità. A Parma tornò nel 1974, proprio per presentare La vita è sport. A dieci anni dalla morte, nel corso di un conviviale del Rotary Club Salsomaggiore Terme tenutosi a Noceto, fu presentato il libro Compagnìa Zappatori (La Sesia Editrice, Vercelli, 1995), opera postuma del Brizzolara, con la prefazione di Attilio Bertolucci, suo compagno di scuola al liceo Romagnosi di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 26 ottobre 1986, 8; Aurea Parma 3 1986, 236-237; Gazzetta di Parma 22 maggio 1996, 24; G. Mellini, in Gazzetta di Parma 11 settembre 1996, 14.

Parma 1820
Studiò con Moisè Bersani e nel 1820 era violino nell’orchestra di Piacenza. Per motivi economici, essendo previsto che si sarebbe liberato un posto nella Ducale Orchesta di Parma, chiese di essere assunto come violino o viola (Archivio Storico del Teatro Regio, Carteggi, 1820).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Ricerca:

Teca Digitale Biblioteche del Comune di Parma - V.lo Santa Maria 5, 43125 Parma (PR)