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Dizionario biografico: Boarini-Boqui

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BOARINI-BOQUI

Soragna 25 novembre 1922-Soragna 10 luglio 1997
Nacque da Fermo ed Enrichetta Ottolini. Si laureò in medicina e chirurgia nell’anno 1952. All’attività professionale affiancò quella di critico e pubblicista d’arte, che svolse presso riviste specializzate e periodici. Partecipò a diverse commissioni giudicatrici in concorsi di scultura, pittura e grafica. Collaborò alla stesura di volumi che raccolgono i vari cultori delle arti figurative contemporanee, tra cui Arteoggi: pittori e scultori italiani (Ediz. Cidac, Cesena, 1980, 1982, 1984, 1986). Fu presidente della Famiglia Soragnese e del sottocomitato della Croce Rossa di Soragna.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 271.


Alpe di Bedonia 1914-Chiavari 3 gennaio 1945
Nacque da Alessandro e da Rachele Zazzali. Per la sua spiccata attrazione per i libri e per il sapere, con sacrificio ma con orgoglio i genitori, dopo le elementari frequentate nel piccolo centro di Alpe, portarono il Bobbio nel Seminario di Bedonia, dove frequentò con profitto gli studi ginnasiali e liceali dal 1926 al 1934. Avrebbe poi dovuto passare al Seminario di Piacenza per gli studi teologici, ma il Bobbio chiese e ottenne di frequentare il corso di teologia presso il Seminario di Chiavari. Nel settembre del 1938 venne ordinato sacerdote dal vescovo Casabona. Pochi mesi dopo l’ordinazione, il 14 febbraio 1939, fu inviato a reggere la parrocchia di Valletti, un piccolo centro dell’alta valle di Vara. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale e fino al settembre 1943 il Bobbio svolse il suo ministero di parroco dividendosi tra la cura delle anime e gli impegni per soccorrere le famiglie e i giovani destinati al fronte. Ma dopo l’armistizio dell’8 settembre gli eventi precipitarono e nel paese di Valletti si stabilì un gruppo di partigiani che poi diede origine alla divisione Coduri. Il Bobbio ne divenne il cappellano, senza tuttavia entrare direttamente nella formazione partigiana, cercando di mediare tra i partigiani e gli alpini della Monterosa che presidiavano il vicino colle di Velva: sogno generoso ma destinato al fallimento. Il Bobbio fu infatti additato al pubblico disprezzo e tacciato di tradimento. Il 30 dicembre 1944 fu catturato durante un rastrellamento a Valletti nella sua casa canonica e, dopo un viaggio avventuroso attraverso i monti, portato a Santa Maria del Taro, e poi a Chiavari. Rinchiuso nelle carceri di Chiavari, vi rimase tre giorni. All’alba del 3 gennaio 1945 fu condotto al poligono di tiro e, senza aver subito alcun processo, fu fucilato.
FONTI E BIBL.: G. Lusardi, in Gazzetta di Parma 6 febbraio 1995.


Parma 1190-Parma 1238/1244
Un atto notarile del 1° agosto 1214 è il più vecchio documento in cui si faccia menzione del Bobbio. Tra i testimoni presenti all’atto è infatti annoverato Dominus Ubertus de Bobio Doctor Legum. Era dunque fin da quel tempo laureato, e cominciava forse anche a essere celebre. Il Pancirolo afferma che nell’anno 1227 scrisse il Trattato delle Posizioni. L’Affò aggiunge che in quel tempo viveva in Parma assai onorevolmente e che dal podestà Torello di Strada di Pavia e dal Comune di Parma fu eletto giudice in una controversia sorta tra il Comune e il vescovo Grazia: Anno Domini millesimo ducentesimo vigesimo septimo Indictione XV secundo exeunte Decembri in pleno Consilio coadunato ad campanam sonatam more solito, et convocato a preconibus per Civitatem de consiliariis et consulibus viciniarum et ministeriorum in Ecclesia Sancte Marie Parmensis, Dominus Ubertus de Bobio judex de voluntate Domini Torelli de Strata Potestatis et Consilii Parmensis surrexit in Consilio, et dixit, et denuntiavit Domino Gratie Parmensi Episcopo ibidem presenti, ut de veteribus decimis se non intromittat, sed earum jurisdictionem Communi dimittat, sicut actum fuit inter Commune Parmense, et Dominum Episcopum Opizonem, et ut compositioni facte olim inter Episcopum et Commune faceret consentire Dominum Papam, et Imperatorem et Archiepiscopum Ravennatem sicut idem Episcopus promisit. Alioquin idem Dominus Ubertus nomine et vice Communis, et de voluntate Potestatis, tacente et non contradicente Consilio, dixit, denuntiavit et protestatus fuit eidem Domino Episcopo, quod compositionem ipsam Potestas et Consilium et Commune in nullo ei servare volebat. Postea surgens Dominus Gratia Parmensis Episcopus dixit et protestatus fuit, quod quantum in se erat volebat servare compositionem per omnia, nec eam aliquo modo infringere. Et dixit quod Dominus Episcopus Opizo dedit operam ad faciendum consentire Dominum Papam ipsi compositioni, sed Papa noluit consentire, sicut apparet per Apostolicas Litteras quas idem Episcopus ibidem legit in Consilio, et quod ad Commune non pertinebat cognoscere de decimis ex ipsa compositione. Monuit etiam eosdem Potestatem et Consilium, et requisivit ut ipsam compositionem servarent, et ut deberent ei dare totam et integram medietatem placitorum et bannorum de terris suis expressis in sententia Domini Pape a quocumque percipiantur vel habeantur, sive per Potestates villarum, sive per camparios, sive per Potestates vel Consules militum aut mercatorum, vel per alios quoscumque quomodocumque vel quacumque occasione puniantur homines earundem terrarum, sive singulariter sive universaliter, ita quod de ipsa medietate nihil alicui habere vel retinere permittatur, et monuit eos ut detenta de medietate hujusmodi sibi facerent integre solvi. Et cum per ipsam concordiam sint sibi reservate antique usantie quas consuevit habere Episcopus in predictis terris preter placita et banna Communi concessa, monuit eos ut institutionem Potestatum earundem terrarum ei libere dimittant, et ea uti ipsum pacifice permittant, et in hoc manuteneant, quia predecessorum suorum antiqua usantia erat in eisdem terris ponere eos qui jurisdictionem placitorum et bannorum exercebant. Ad hec omnia presentes fuerunt Dominus Ubertus de Roduldisco electus et receptus in Potestatem Parmensem pro sequenti anno, Dominus Tancredus Abbas Sancti Johannis, Domini B. Prepositus, Jacobus Archipresbiter, Geronimus Custos Parmensis, Dominus Papa et Willelmus de Rivalta capellani ejusdem Episcopi, Dominus Laurentius Guazi Judex, Ruffinus de Vernacio et multi alii (Archivio Capitolare di Modena). L’anno 1228, assieme a Mangiarotto Visdomini, fu eletto dalla Comunità di Parma ambasciatore al popolo di Cremona perché assistesse a un trattato di pace concluso tra queste due città nel mese di luglio. Non molto dopo fu chiamato a leggere nello Studio di Vercelli. Trattando cause con celeberrimi giureconsulti (di una delle quali, discussa tra il Bobbio e Alberto da Pavia, fa ricordo il Giasone), acquistò fama tale che, sollevata in Parigi la questione se Bianca, regina e tutrice del re Luigi IX, suo figlio, dovesse essere rimossa dalla tutela per non volere essa sostituire certi nobili ministri da lei creati e reputati incapaci di ben governare, fu richiesto il suo giudizio. Il Bobbio dichiarò non essere quella ragione sufficiente a privarla del suo diritto. Così scrisse, a questo proposito, Alberico (Episcop. Audentia): Unde fertur, quod Dominus Ubertus de Bobio actu legens in Studio Vercellen, consultatus utrum Domina Blanca mater Regis Franciae pupilli, quae dederat quosdam nobiles fidejussores, qui tamen non sufficiebant quantum ad Regnum, cum alios diceret se dare non posse, excludi deberet a dicta tutela, consuluit eam non repellendam per hanc L Cum similib. Successivamente (1234) fu chiamato a Modena dal podestà Gherardo Albino di Parma, quale professore dello Studio universitario di quella città, dove esercitò in compagnia di altri illustri soggetti, quali Uberto di Bonaccorso e Alberto da Pavia. Secondo il Bolsi insegnò anche a Reggio, Piacenza e Milano e, a quanto afferma il da Erba, fu lettore nello Studio di Bologna. Nel 1237 fu di nuovo e definitivamente a Parma dove ebbe la carica di avvocato del Comune. Nello stesso anno garantì all’ambasciatore di Ravenna, Marcoaldo, l’aiuto dei Parmigiani (allora confederati con Modena e Cremona) contro Bologna. Il Bobbio aprì in quegli anni una Scuola di Giurisprudenza e vi ebbe l’onore di insegnare a Simon di Brian, che venne poi eletto nel 1281 al sommo pontificato col nome di Martino IV: aliquando in Parma Leges audierat a Domino Uberto de Bobio (Salimbene, Cronica). Nel mese di giugno del 1245 il Bobbio era sicuramente già morto poiché il testamento di Gherardo Manente, canonico di Parma, rogato allora, fa menzione di una casa que fuit Ugonis de Cremona, et quondam Domini Uberti de Bobio. Dovette avere sepoltura nella chiesa di San Giovanni Evangelista, dove si trova il suo epitaffio: Uberti Bobii Parmensis Iureconsulti Legum Interpretis Receptis. Memoriae Ergo Monachi Huius Coenobii Restaurato Templo. La sua dottrina fu sovente usurpata da Giovanni di Andrea, dall’Ostiense e dall’Omobono, come nota il Diplovataccio nella sua opera manoscritta intorno ai celebri giureconsulti. Da Camillo Gallina il Bobbio è appellato antiquus ille magnae auctoritatis interpres Ubertus de Bobio. L’abate Tritemio ne stende il seguente elogio: Hubertus de Bobio juris utriusque professor, et interpres sagacissimus, ingenio subtilis, et scholastico more luculentus eloquio, qui apud veteres hujus scientiae professores inter praecipuos doctores est habitus, nomen suum docendo et scribendo cum gloria transmisit ad notitiam posteritatis, dans caeteris discendi exemplum ac proficiendi adjumentum.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, I, 1789, 81-89.

BOBBIO UMBERTO, vedi BOBBIO UBERTO

BOBIO UBERTO, vedi BOBBIO UBERTO

BOBULCI GIOVANNI BATTISTA, vedi BIOLCO GIOVANNI BATTISTA

BOCCABADATI GERARDO, vedi BOCCABADATI GHERARDO


Modena primi anni del XIII secolo-Modena dicembre 1257
Nacque da una delle famiglie più notevoli della città di Modena. Il cronista Salimbene de Adam nota che da secolare era chiamato Gerardo Maletta. Fu tra i primi compagni di Francesco: de primitivis fratribus unus non tamen de XII, attesta Salimbene, aggiungendo che il Boccabadati fu amico e intimo del santo. Nella leggenda francescana non ha però posto di rilievo: solo l’Historia satyrica di fra’ Paolino da Venezia (morto nel 1344, ma la sua opera è composta con materiale anteriore) menziona la sua presenza accanto a Francesco nell’episodio della predica agli uccelli (D.M. Faloci Pulignano, Leggenda francescana liturgica del sec. XIII, in Miscellanea Francescana VIII 1901, pp. 57 s.). Nel 1230 partecipò al Capitolo in cui fu compiuta la traslazione del corpo di Francesco e fece poi parte (con Antonio da Padova, Aimone di Faversham e altri, secondo la notizia di Tommaso da Eccleston, Tractatus de adventu fratrum minorum in Angliam, a cura di A. G. Little, Manchester, 1951, p. 66) della delegazione guidata dal generale Giovanni Parenti a Roma, per presentare a papa Gregorio IX quelle richieste pro expositione regulae che indussero il pontefice a emanare, il 28 settembre di quell’anno, la bolla Quo elongati. Un ruolo notevole svolse il Boccabadati nel 1233 nella regione emiliana in occasione del moto devozionale detto dell’Alleluja. Delle paci da lui promosse in quell’occasione fanno menzione le cronache così di Modena come di Parma: Salimbene, che parla come testimone oculare, giunge a dire che in Parma i cittadini fecero il Boccabadati suum potestatem, dando ei plenum dominium Parmae (p. 106). Se l’espressione non è da prendersi, con ogni probabilità, alla lettera (come pure si è fatto sovente nella letteratura storica: ma il titolo non appare attribuito altrove al Boccabadati, mentre da più parti risulta che podestà era in quell’anno il genovese Ansaldo de Mari), è certo che ricevette dal Comune ampi poteri di riformare gli statuti e che di tali poteri si servì, come attestano le numerose inserzioni conservate nella redazione del 1255. I suoi interventi riguardano innanzitutto il riconoscimento e consolidamento delle paci da lui mediate (vedi, specialmente, 301 ss.) e toccano inoltre la difesa dei privilegi e possedimenti del clero e degli istituti religiosi, l’inquisizione degli eretici, la protezione di orfani e vedove e la tutela della moralità. Salimbene aggiunge che nel corso della sua opera pacificatrice il Boccabadati venne a un certo punto a scontrarsi con gli interessi di Bernardo di Rolando Rossi, notevole figura del partito guelfo, cognato del cardinale Fieschi (poi papa Innocenzo IV), e rileva come le simpatie del Boccabadati fossero tutte per il partito imperiale. Un documento di un’attività di mediatore e pacificatore del Boccabadati si ha ancora dieci anni più tardi: nel settembre 1243 si trovava con due compagni del suo Ordine, proveniente dalla Puglia, a Traù, e ivi, alla presenza del vescovo, concluse un accordo tra quel Comune e Spalato. La disposizione mediatrice del Boccabadati sembra aver avuto modo di esplicarsi anche all’interno dell’Ordine: così riconciliò frate Alberto di Parma, ministro della provincia di Bologna, con il generale frate Elia. E più tardi, dopo la scomunica di frate Elia, fu dal nuovo generale Giovanni da Parma inviato presso di lui a Cortona, per convincerlo, in nome dell’antica amicizia che li aveva legati, a riconciliarsi con l’Ordine: missione che sarebbe però fallita, per i timori di Elia. Nel 1249-1250 il Boccabadati fu a Costantinopoli, a fianco di Giovanni da Parma, inviato dal pontefice all’imperatore Giovanni III Vatatzes. Da Costantinopoli si recò poi per ordine del generale a visitare la provincia francescana di Romania. Le fonti che menzionano il Boccabadati mettono in rilievo soprattutto la sua fama e la sua efficacia di predicatore. Per effetto della sua predicazione, secondo il racconto di Bartolomeo da Pisa, Giacomo Michiel, suggestionato da una visione, avrebbe donato ai francescani l’isola su cui poi sorse il convento di San Francesco del Deserto (la carta di donazione è del 4 marzo 1233: vedi F. Corner, Ecclesiae Torcellanae, II, Venetiis, 1799, 37 s.). E, secondo un documento citato dal padre Flaminio da Parma (58), per la stessa ragione lasciò il secolo Giovanna degli Adelardi, nobildonna di Modena, fondatrice, in seguito, del monastero di Santa Chiara in quella città. Dovette essere, la sua, un’oratoria improntata a effetto, intesa a suggestionare attraverso atteggiamenti ispirati ed elementi di sapore prodigioso, come risulta sia dalle pagine di Salimbene (che rileva esplicitamente alcuni aspetti di messa in scena nella predicazione dell’Alleluja) sia da quelle del Clareno (che narra della predicazione costantinopolitana del Boccabadati, accompagnata dalla rivelazione miracolosa della cattura in Egitto di Luigi IX), il che ben corrisponde alla notazione complessiva di Salimbene: parve litterature fuit, magnus concionator (p. 106). Salimbene costituisce indubbiamente la fonte principale sul Boccabadati, che aveva anche svolto un ruolo di rilievo nella sua vita: fu lui infatti a presentarlo a frate Elia, di passaggio per Parma, il 4 febbario 1238 e ad appoggiarne la domanda di essere ammesso nell’Ordine. E all’interno dell’Ordine ebbe poi modo di conoscerlo da vicino, perché gli fu più di una volta compagno di viaggio. Il ritratto che egli traccia del Boccabadati è interessante e vivace: curialis homo fuit valde, libealis et largus (e vedi, per il significato e l’importanza di tale cortesia nella mentalità del cronista, C. Violante, Motivi e caratteri della Cronaca di Salimbene, in Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa XXII 1953, 114) e insieme religioso esemplare, predicatore gradito e amante del viaggiare (totum mundum circumire volebat, p. 106). Il Boccabadati fu sepolto nella chiesa di San Francesco di Modena. Il suo nome, presto circondato da una fama di prodigi, si trova incluso in un catalogo dei santi francescani già nel 1335 circa (vedi L. Lemmens, Fragmenta minora, Romae, 1903, 16). La prima ricognizione della tomba fu effettuata nel 1542. Dopo varie vicende le sue reliquie ritornarono in quella sede nel 1926. In Modena è festeggiato (quale beato) nella terza domenica di giugno. Negli Acta Sanctorum è menzionato sotto il 29 agosto, ma è confuso (come anche altrove, nella letteratura erudita) con Gerardo Rangoni (Acta Sanctorum Augusti, VI, Antverpiae, 1743, 495).
FONTI E BIBL.: Statuta Communis Parmae digesta anno MCCLV, a cura di A. Ronchini, Parmae, 1855-1856, V s., 3, 5, 10, 27, 42 s., 198ss., 221, 271 s., 290, 292 s., 301-307, 312-315, 320; Codex Diplomaticus regni Croatiae, Dalmatiae et Slavoniae, a cura di T. Smi ?c iklas, IV, Zagreb, 1906, 196-199 (docc. 176, 177); Annales veteres Mutinensium, in L. A. Muratori, Rerum Itaicarum Scriptores, XI, Mediolani, 1727, col. 60; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. bonazzi, 10; Angelus de Clarino, Historia septem tribulationum ordinis minorum, a cura di F. Ehrle, in Archiv für Literatur und Kirchengeschichte des Mittelalters II 1886, 268 s.; Bartolomeo da Pisa, De conformitate vitae beati Francisci ad vitam Domini Iesu, in Analecta Franciscana IV 1906, 263, 523, e V 1912, 463; Mariano da Firenze, Compendium Chronicarum fratrum minorum, in Arch. Franc. Histor. II 1909, 310, 628, 629; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di G. Scalia, Bari, 1966, 103 s., 106, 107 s., 136, 149 s., 237 s., 864, 957; Flaminio da Parma, Memorie istoriche delle chiese e dei conventi dei frati minori della provincia di Bologna, II, Parma, 1760, 58, 96 s.; G. Tiraboschi-L. Maini, Dei beati G. Rangoni e Gherardo Boccabadati di Modena, Modena, 1856, passim; C. Sutter, Johann von Vicenza und die italien. Friedensbewegung im Jahre 1233, Heidelberg, 1891, 32-39, 72; O. Holder-Egger, Zur Lebensgeschichte des Bruders Salimbene, in Neues Archiv XXXVII 1911, 177-179, 183, 186; P. Gratien, Histoire de la fondation de l’Ordre des Frères Mineurs au XIII siècle, Paris-Gembloux, 1928, 117; G. Cantini, L’apostolato dei Beati Gherardo Boccabadati e L. Valvassori da Perego e la devozione dell’Alleluja, in Studi Francescani XXXIV 1937, 335-345; Bibliotheca Sanctorum, III, coll. 212 ss.; Z. Zafarana, in Dizionario biografico degli Italiani, X, 1968, 822-823.


Modena o Parmigiano 1799 o 1800-Torino 12 ottobre 1850
Nacque da Antonio, medico. Iniziò lo studio del canto ancora fanciulla, a Modena, incoraggiata e protetta dal maestro Alessandro Gandini. Il suo debutto viene comunemente stabilito a Parma nel 1817, ma non sembra sicuro: è certo, invece, che nella primavera 1819 apparve, quasi esordiente e contro la volontà della famiglia (Brunelli), al Teatro degli Obizzi di Padova nella Gazza ladra di Rossini e nel luglio dello stesso anno cantò al Teatro Ducale di Parma nell’opera Erminia del Gandini. A Padova la Boccabadati venne udita dal sopranista G. Pacchierotti, che si offrì di perfezionarne la voce, la dizione e il portamento scenico. I progressi conseguiti dalla Boccabadati furono così rapidi da consentirle d’avviare una intensa e felice carriera di soprano, interprete eccellente dapprima di opere del repertorio rossiniano, poi di quelle di altri autori, specialmente di Donizetti e di Bellini. Per circa un ventennio l’attività della Boccabadati in Italia e all’estero fu, si può dire, quasi senza interruzione e sempre celebrata ovunque. Nel 1823 cantò, infatti, al Teatro La Fenice di Venezia e nel gennaio e febbraio 1824 all’Argentina di Roma, dove ebbe un grandissimo successo. Nel maggio 1824 presentò al Teatro Carolino di Palermo opere rossiniane sicuramente nuove per la città, come Matilde di Shabran, Semiramide e forse anche Zelmira. Nell’autunno 1825 fu al Teatro Nuovo di Padova e nella stagione di primavera 1826 alla Scala di Milano, dove ritornò nel 1838, dall’aprile al giugno, rialzando le sorti finanziarie e artistiche della stagione (Gatti). Dall’autunno 1826 al Carnevale 1828-1829 cantò nuovamente a Roma, acclamatissima, ai teatri Valle e Argentina. Tra l’estate 1829 e l’estate 1831 fu, per espressa designazione dell’autore, impegnata in una serie di prime donizettiane, svoltesi con alterna fortuna nei teatri San Carlo e Fondo di Napoli, quali Elisabetta al castello di Kenilworth, Il diluvio universale, Francesca di Foix, I pazzi per progetto, La romanziera e l’uomo nero. Particolari consensi ebbe nel 1832 al Teatro Italiano di Parigi con la Matilde di Shabran e nel febbraio 1833 al King’s Theatre di Londra con la Cenerentola di Rossini (a Londra fu riconfermata anche per la stagione di Carnevale 1834-1835). Rientrata in Italia, cantò successivamente e più volte a Torino, Brescia, Trieste, Parma, Firenze e Genova. La sua carriera teatrale terminò nel 1842 a Lisbona, dove era stata scritturata per tre stagioni consecutive al Teatro S. Carlos dal 1840. Ammalatasi, la Boccabadati ritornò in Italia e si ritirò definitivamente dalle scene per dedicarsi all’insegnamento e alle cure della sua famiglia. Sposata con Antonio Gazzuoli, ebbe quattro figli, Augusta, Cecilia, Cesare e Virginia, da lei tutti educati con felice risultato nell’arte del bel canto italiano. Insieme con i figli e con alcuni colleghi, continuò a cantare talvolta nelle serate musicali tenute nella sua casa a Milano, frequentata dai più insigni maestri dell’epoca, che ancora componevano musiche per lei. Poco avvenente (une petite femme, sèche et noire, la definì il musicista francese Déspreux in una lettera da Napoli, in data 17 febbraio 1830, a F.-J. Fétis, citata nella Revue Musicale VII 1830, p. 172), la Boccabadati fu, in compenso, oltre che cantante di viva intelligenza e di larghi mezzi, attrice provetta ed elegante. La versatilità e la ricchezza del temperamento, favorito da una voce possente e pur dolce ed espressiva, estesa e addestrata a ogni virtuosismo, le permisero di cimentarsi indifferentemente e con risultati parimenti persuasivi, sia nel genere comico sia in quello serio e drammatico. Solo una così inconsueta poliedricità psicologica può riuscire a spiegare il sorprendente convergere, nell’ammirazione per lei, di musicisti come Rossini, Donizetti, Bellini e Berlioz. Tra le più apprezzate e squisite interpretazioni della Boccabadati vanno ricordate, nell’ambito del repertorio rossiniano, quelle della Matilde di Shabran, del Barbiere di Siviglia, di Cerenentola, ma soprattutto della Semiramide e del Mosé in Egitto. Di Donizetti, di cui fu la cantante preferita, interpretò in modo superbo la Zoraide di Granata, Il furioso all’isola di Santo Domingo, Lucrezia Borgia e Gemma di Vergy, queste ultime due opere per suo merito condotte al trionfo dopo gli insuccessi iniziali. Tra le opere del repertorio belliniano emerse, con eccezionali esecuzioni, nei Puritani, nella Norma, nella Sonnambula, nel Pirata e nei Capuleti e i Montecchi.
FONTI E BIBL.: Notizie in Gazzetta Musicale di Milano, V, 1846, n. 26, 203 s.; Castil-Blaze, Théâtres Lyriques de Paris. L’Opéra italien de 1548 à 1856, Paris, 1856, 436, 463; A. Gandini, Cronistoria dei teatri di Modena dal 1539 al 1871, II, Modena, 1873, 78 s.; F. Florimo, La scuola musicale di Napoli e i suoi conservatori, III, Napoli, 1882, 164, 346, IV, 1881, 295, 297, 299, 301, 379; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dall’anno 1628 all’anno 1883, Parma, 1884, 132, 134, 181 s., 199; L.F. Valdrighi, Alcune ristrette biografie di musicisti modenesi, Modena, 1886, 11; Jarro (G. Piccini), Memorie di un impresario fiorentino, Firenze, 1892, 108-110; E. Cametti, Donizetti a Roma, Torino, 1907, 37-39, 75, 105; B. Brunelli, I teatri di Padova dalle origini alla fine del secolo XIX, Padova, 1921, 393 s., 401, 461; U. Morini, La R. Accademia degli Immobili e il suo teatro “La Pergola” (1649-1925), Pisa, 1926, 192 s., 195; F. Clementi, Il carnevale romano nelle cronache contemporanee. Secoli XVIII-XIX, Città di Castello, 1938, 333 s., 347 s.; C. Zavadini, Donizetti, Bergamo, 1948, 57, 172 s.; O. Tiby, Il Regio Teatro Carolino e l’Ottocento palermitano, Firenze, 1957, 137, 435, 439; Il Comunale di Trieste, a cura di V. Levi, G. Botteri e I.B., Udine, s.d. (ma 1962), 135-137; H. Weinstock, Donizetti, New York, 1963, passim (v. Indice, 415); C. Gatti, Il Teatro alla Scala nella storia e nell’arte (1778-1963), I, Milano, 1964, 94, II, 1964, 30, 40; W. Ashbrook, Donizetti, London, 1965, passim (v. Indice, 537); F. Regli, Dizionario Biografico, Torino, 1860, 76; F.-J. Fétis, Biographie univ. des musiciens, I, Paris, 1860, 450; C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, I, 119; O. Thompson, International Cyclopedia of music and musicians, New York, 1959, 200; Enciclopedia dello Spettacolo, II, coll. 655 s.; Enciclopedia della Musica Ricordi, I, Milano, 1963, 278; Dizionario biografico degli Italiani, X, 1968, 824-827; Arnese; Bettoli; Bologna; Cambiasi; De Angelis; Rinaldi; Rossi; Schiavo; Traniello; Valentini; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 14 marzo 1982, 3.

BOCCABADATI LUISA, vedi BOCCABADATI LUIGIA


Medesano 1899-post 1937
Figlio di Lino e di Eufrosina Canali. Fu camicia nera scelta del battaglione camicie nere Leone. Fu decorato con tre medaglie di bronzo, con le seguenti motivazioni: Porta ordini attraversava più volte zone violentemente battute da fuoco avversario. Ferito mentre recapitava una notizia al comando di battaglione, si esponeva di nuovo al fuoco portando a termine l’incarico affidatogli (Sierra de las Cabras, 5-6 febbraio 1937); In occasione di violento attacco dell’avversario e durante un’intera giornata di combattimento si prodigava, sprezzante di ogni pericolo a mantenere il collegamento tra i vari reparti in linea. Nel successivo ripiegamento del battaglione, accortosi che un ufficiale, rimasto ferito, stava per cadere in mano al nemico, accorreva al suo fianco, e sommariamente curatolo, riusciva a trarlo in salvo, liberandosi a viva forza dei primi elementi nemici (Settore di Brihuega, 18 marzo 1937); Graduato di ottime qualità militari, benché ferito rifiutava ogni soccorso e trascinava all’assalto la sua squadra a minutissime posizioni nemiche incitando i camerati con la parola e con l’esempio. Giungeva per primo sulla trincea nemica. Fulgido esempio di sprezzo del pericolo e di abnegazione (Venta Nueva, 15 agosto 1937).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

Boccolo dei Tassi 1750-Piacenza 27 maggio 1825
Entrò giovanetto nella Compagnia di Gesù, nella quale ebbe cattedra di belle lettere in Bergamo. Lasciato il sacerdozio, si ritirò in Piacenza. Fu segretario del vescovo Cerati, poi canonico primicerio nella Cattedrale di Piacenza. Ebbe fama di letterato e di verseggiatore robusto: è sua l’ode Epodica, dedicata al predicatore padre Finetti nel 1819. Lesse l’orazione funebre nelle solenni esequie del vescovo Carlo Scribani Rossi, celebrate il 26 novembre 1823, orazione che fu data alle stampe assieme ad altre coi tipi Del Maino. Queste, con altre pubblicazioni minori e versi di circostanza riportati in raccolte dell’epoca, dimostrano la sua disposizione per l’eloquenza e per le belle lettere. Il Boccaccio recitò nella Cattedrale di Piacenza il 7 dicembre 1806 un’orazione durante i festeggiamenti per l’incoronazione di Napoleone I. Inoltre del Boccaccio sono un’altra orazione per il ristabilimento della religione cattolica nell’impero francese, del 1807, e un’ode apodica per nozze Maruffi-Paolucci. Al Boccaccio si deve il merito di aver sottratto alla distruzione i registri spettanti all’Accademia degli Scelti, così che l’abate Andrea Sabini poté compilare la Nomenclatura universalis Collegii parmensis nobiliorum convictorum con un ristretto di memorie storiche intorno al Collegio dei Nobili di Parma (Parma, 1820).
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario Biografico dei Piacentini, 1899, 71; G. Pongini, Storia di Bardi, 1973, 202.

Colorno 1790-Parma 5 febbraio 1852
Figlio di Girolamo e Caterina Sporta. Pare che fin da bambino si esercitasse nello studio del disegno, dimostrando tali qualità da interessare il duca di Parma Ferdinando di Borbone. Ma alla morte di questo, nel 1802, il Boccaccio si trovò nell’impossibilità di frequentare le scuole. Fu Salvatore Balzari che ne capì le doti e lo aiutò a proseguire lo studio della pittura. Nel 1814, dopo tre anni di servizio sotto le armi, sposò Maddalena Guatteri, dalla quale ebbe poi due figli che si dedicarono alla musica: Luigi e Giulio. Il Boccaccio divenne noto soprattutto come paesaggista (nel 1817 l’Accademia di Belle Arti di Parma lo nominò accademico d’onore) ma per ragioni economiche eseguì scenografie per teatri di privati e di collegi. Nel 1819 la duchessa Maria Luigia d’Austria lo scelse come suo maestro di pittura e contemporaneamente lo nominò scenografo del Teatro Ducale di Parma. Come maestro e consigliere artistico di Maria Luigia, seguì la sua protettrice nei suoi numerosi viaggi, in Austria (nel 1820 fu a Vienna), in Italia (nel 1830 fu a Roma), in Svizzera e in Germania ed eseguì per la sua allieva numerosi dipinti, in particolare acquerelli (suoi volumetti di vedute e impressioni sono nella Biblioteca Palatina di Parma). Nel 1821 il Boccaccio fu nominato dall’Accademia di Belle Arti professore consigliere con voto e destinato all’insegnamento di paesaggio. Nella sua attività pittorica, in genere, scelse come soggetti fiori e paesaggi, solo animati a volte da figurette romantiche del tutto subordinate all’ambiente naturale, secondo il gusto dell’epoca. Anche come pittore di teatro si dedicò esclusivamente alla scenografia paesaggistica. In questo campo il suo nome compare per la prima volta, insieme con quello di G. Bruner, nella stagione del 1819-1820 del vecchio Teatro Ducale di Parma per i Pretendenti delusi di G. Mosca e la Gazza ladra di Rossini (oltre che per balletti e altre opere, in collaborazione anche con altri scenografi). Per lo stesso teatro dipinse il sipario nel 1821 e continuò a lavorare sino alla stagione 1826-1827 (P.E. Ferrari). Nel 1825 ne restaurò la sala, in vista della visita di Francesco I d’Austria e di Francesco I delle Due Sicilie. Le scene per l’opera I Baccanali di Roma di P. Generali e per i balli I Minatori Valacchi e Il Mostro turchino, rappresentati per l’occasione, furono tutte sue. Per l’inaugurazione del nuovo Teatro Regio (16 maggio 1829) diede le scene per il paese (con G. Giorgi e P. Piazza) per la Zaira e ancora per le altre opere e balletti della stagione. La sua opera continuò nelle stagioni seguenti del 1829-1830, 1832-1833, 1835-1839 e 1841-1842 (Stocchi). Oltre che a Parma, lavorò come scenografo a Piacenza (1840, Teatro Comunale), a Reggio (1840-1841), a Casalmaggiore (1841, Teatro Comunale), a Genova, a Brescia e specialmente al Teatro alla Scala di Milano (1843-1846). Qui lo si trova per la prima volta come pittore di paesaggio nell’agosto del 1843 per l’opera Elena da Feltre, alla quale seguì, tra le altre, la Lucia di Lammermoor. Il suo nome fu sempre associato alla Scala con quelli dei pittori di architetture A. Merlo e G. Fontana. Tra le opere per le quali curò le scene si ricordano quelle eseguite a Parma al Teatro Ducale per La Gazza ladra (1810) e Aureliano in Palmira di Rossini e il ballo Gundenberga (1820), Emma di Resburgo di Meyerbeer, Celanira di S. Pavesi (1821) e i balli Il Matrimonio persiano, Il Sogno ossia La Fata benefica, Il Matrimonio per raggiro, Il Portator d’acqua, I Due cacciatori, Il Feudatario indipendente. Ivi al Teatro di Casa San Vitale (1821) per Amelia e Leandro ossia Il Trionfo della rassegnazione di G. Liberati-Tagliaferri e il ballo La Casa degli Spiriti. Di nuovo al Teatro Ducale per Ricciardo e Zoraide e La Donna del lago di Rossini e i balli Enea in Cartagine, L’Allievo della natura, Il Maestro del villaggio (1822), Camilla di F. Paer, Pietro il Grande di N. Vaccai, L’Occasione fa ladro e L’Infelice di Rossini, Elisa e Claudio di Mercadante e per i balli L’Amor materno ossia Il Terremoto di Messina, Enrico IV al passo della Marna, I Tre gobbi di Bagdad (1823), Il Crociato in Egitto di Meyerbeer (1825), Otello e Semiramide di Rossini e i balli Arsinoe Regina di Cassandra, Il Matrimonio alla sorte, La Figlia mal custodita (1825-1826), Attila in Aquileia di G. Mosca e i balli Le Fucine di Norvegia, I Paggi del duca di Vandome, La Neve (1826-1827), Zaira di Bellini, Mosé in Egitto, Semiramide e Il Barbiere di Siviglia di Rossini, Colombo di L. Ricci e i balli Oreste e Ines di Castro (1829), Giulietta e Romeo di Vaccay, Tancredi, Bianca e Faliero e Il Turco in Italia di Rossini e i balli La Vestale e L’Orfana di Ginevra (1829-1830), Fernando, Edvige, Kaliski (1830-1831), I Puritani di Bellini, La Cenerentola di Rossini, Gemma di Vergy di Donizetti e i balletti Jocko, Gli Automi, Sofia di Moscovia, Il Tamburo magico (1835-1836), Il Pirata di Bellini, Lucia di Lammermoor e i balli Anna Erizzo e La Fidanzata di Catania (1836-1837), Beatrice di Tenda di Bellini, Otello di Rossini, Belisario di Donizetti e i balli Malvina e La Festa della rosa (1837-1838), Ines de Castro di G. Persiani, Il Giuramento di Mercadante e i balli Simone il fiero duce degli Albanesi e Giulietta e Romeo. A Reggio al Teatro Comunale per: Gemma di Vergy di Donizetti e il ballo Le Nozze al castello (1840), Roberto Devereux di Donizetti (1841). Al Teatro di Brescia per: Anna Bolena di Donizetti e Elena da Feltre di Mercadante (1841). Di nuovo a Parma al Teatro Ducale per: Lucrezia Borgia di Donizetti, La Vestale di Mercadante e i balli Il Cid, Le Nozze senza la sposa, Raul de Crequi (1841-1842). A Milano, Teatro alla Scala, per: La Favorita e Lucia di Lammermoor di Donizetti, Elena da Feltre di Mercadante, Beatrice di Tenda e La Sonnambula di Bellini, Anelda da Messina di E. Vera, Lara di Matteo Salvi, L’Assedio di Brescia di Giovanni Bajetti (1843), Maria regina d’Inghilterra di Pacini (1843-1844), I Lombardi alla prima crociata, Giovanna d’Arco, Ernani, I Due Foscari di Verdi, Semiramide di Rossini, La Vestale di Mercadante, Rosvina de la Forest di Vincenzo Battista, Gemma di Vergy di Donizetti, I Burgravi di G. Sacchero, Guglielmo Tell e Il Barbiere di Siviglia di Rossini, Roberto Devereux e Linda di Chamounix di Donizetti, Saul di Francesco Canneti (1845-1846), Roberto il diavolo di Meyerbeer, La Regina di Golconda di Donizetti, Mosè, L’Italiana in Algeri e Ricciardo e Zoraide di Rossini, Gemma di Vergy, Lucia di Lammermoor e Lucrezia Borgia di Donizetti, Ernani di Verdi (1845-1846). A Milano, al Teatro della Canobbiana per: Berrettino rosso di F.A. Boïeldieu (non rappresentata), Don Procopio di V. Fioravanti e il ballo Il Noce di Benevento (1845), Linda di Chamounix di Donizetti (1851). Dopo il 1845 la sua fortuna cominciò a declinare. Fu amico del Sanquirico, al quale dovette probabilmente in parte la preferenza datagli dalla Scala. L’Alizeri lodò una Marina e un Paesaggio del Boccaccio a palazzo Peloso a Genova. Nel 1844 mandò all’Esposizione di Belle Arti di Milano un Ritorno di Linda da Chamonix e un Episodio della guerra di Russia e l’anno dopo una Veduta boschereccia negli Appennini, che potrebbe identificarsi con Attraverso l’Appennino parmense, firmato, esposto alla mostra retrospettiva del paesaggio parmense dell’Ottocento (Parma, 1936, p. 10 del catalogo). Alla Galleria Nazionale di Parma sono conservati due paesaggi del Boccaccio. Due grandi tele con cavalli sono presso l’Istituto d’Arte, una Caccia (attribuitagli) è all’Accademia di Belle Arti di Parma. Nel Museo Glauco Lombardi di Parma è conservata una Veduta di Velleia (acquerello, catalogo, p. 27). Altre opere si conservano in collezioni private della stessa città: numerose tempere e oli sono nella collezione privata Corradi-Cervi, un Bosco nella collezione Pizzarotti, un Duomo di Milano, firmato e datato 1845, nella collezione Pioli, un Paesaggio nella collezione Magnani (Mostra dell’Accademia parmense, Parma, 1952, p. 46). Il Boccaccio fu considerato dai contemporanei uno dei migliori scenografi e un importante maestro della nuova generazione, anche se, alieno dal neoclassicismo, non si allontanò mai dal gusto romantico né aprì nuovi orizzonti alla scenografia del suo tempo. Suoi allievi furono G. Magnani (che gli successe alla Scala) e A. Fontanesi. Alla sua scuola si formarono la duchessa Maria Luigia e i pittori Giuseppe Drugman, Giuseppe Alinovi, Luigi Marchesi, Erminio Fanti, Giacomo Giacopelli, Pasquale Domenico Cambiaso e Alberto Pasini.
FONTI E BIBL.: Parma, Galleria Nazionale: E. Scarabelli Zunti, Materiale per una guida artistica e storica di Parma, IX, 17, ms. 108, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ad vocem; A. Stocchi, Diario del teatro ducale di Parma dal 1829 a tutto il 1840, Parma, 1841, 3, 18, 70, 122, 158, 179; A. Stocchi, Diario del 1842, Parma, 1843, 5; G. Alizeri, Guida artistica di Genova, Genova, 1846, I, 129; G.C., Necrologio, in Gazzetta di Parma 14 febbraio 1852; F. Martini, La scuola parmense di belle arti, Parma, 1862, 25; G. Campori, Lettere artistiche, Modena, 1866, 447, 466, 501; P. Martini, Guida di Parma, Parma, 1871, 84, 171; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 60 s.; P.E. Ferrari, Spettacoli in Parma dall’anno 1628 all’anno 1883, Parma, 1884, 61, 63, 65, 131, 133, 135; G. Ferrari, La scenografia, Milano, 1902, 176, 195, 211 s., 241, 265; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 30-31; Aurea Parma 2 1936, 65-66; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 357; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana, Milano, 1951; A.O. Quintavalle, La R. Galleria di Parma, Roma, 1939; Mostra dell’Accademia Parmense 1752-1952, catalogo a cura di G. Allegri-Tassoni, Parma, 1952; Mostra dei pittori emiliani dell’Ottocento, catalogo, Bologna, 1955; C. Gatti, Il Teatro alla Scala nella storia e nell’arte (1778-1963), cronologia a cura di G. Tintori, Milano, 1964, 44 ss.; G. Copertini, I paesisti parmigiani dell’Ottocento, in Gazzetta di Parma 26 dicembre 1958; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 151; Enciclopedia dello Spettacolo, II, coll. 657 s.; A. Barigozzi Brini-P. Ceschi Lavagetto, in Dizionario biografico degli Italiani, X, 1968, 856-857; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 339; Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 158-159; Dizionario pittori Ottocento, 1974, 71; Disegni antichi, 1988, 104.

Parma 11 giugno 1820-
Figlio di Giuseppe, fu per poco tempo allievo della Regia Scuola di musica di Parma. Pianista, nel 1847 concorse al posto di maestro di musica a Cortemaggiore, ma dovette rinunciare in quanto era richiesto espressamente un I violino direttore. Esplicò la sua attività di docente, direttore e compositore in Piemonte. Il 21 agosto 1852 presentò a Pinerolo, al Teatro Sociale, Alessandro Stradella, opera semiseria in due atti su libretto di Rinaldo Dall’Argine. Il giornale locale La stella il 28 agosto scrisse che era l’opera di un giovane, esordiente, sconosciuto ed espresse il parere che Non ha insieme, è un po’ slacciata, spinta per la parte del canto, ma però ha una bella introduzione; l’aria del soprano, e i duetti tra soprano e tenore sono di buon gusto, e non si meritava certamente di essere condannata alle segrete degli archivi musicali. Noi diremo all’autore, non iscoraggiatevi ancora, provatela in qualche piccolo teatro di una città più grande, ritoccatela però prima. A Savigliano, nel Teatro Sociale, il 7 febbraio 1872 fu rappresentata la sua commedia postuma in due atti Il bandito: nel 1857 quest’opera era stata offerta al Teatro Regio di Parma, ma non era stata accettata. Fu inoltre autore di marce, pezzi vocali e ballabili: tra questi, per pianoforte, Versovienne (Parma, Lit. Corsini).
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 1, 1926, 200 e 3, 1938, 105; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Borgo San Donnino 1453
Maestro vasaio. In un rogito cartaceo del 1453 dei contribuenti della Comunità e circondario di Borgo San Donnino si trova abitare nella parrocchia di San Giovanni Battista, Ziliola uxor Andrioli bochalarii.
FONTI E BIBL.: Carte Pincolini nell’Archivio dello Stato Parma; Registro degli Affitti del Comune per l’anno 1473 e seguenti, carte 274 tergo, 275 e 276 tergo, Archivio Comunale Parma; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 7-8.

BOCCALARI ANGELO, vedi MOILE ANGELO

BOCCALARI ANTONIO, vedi LONGHI ANTONIO

BOCCALARI DAMIANO, vedi MOILE DAMIANO

BOCCALARI DANIELE, vedi BOTTI DANIELE

Parma 1453
Boccalaro, forse originario di Borgo San Donnino. È ricordato in un documento del 18 novembre 1453: Infrascripti sono le spexe facte per Maestro Filipo Bochalaro zoe in fare fare lo muro de la casa de Misser lo Prevosto, del Battistero di Parma, per una somma di lire imp. 35.
FONTI E BIBL.: Atti del Cancelliere vescovile Gherardo Mastagi; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 7.

BOCCALARI FRANCESCO, vedi MOILE FRANCESCO

BOCCALARI FRANCINO, vedi MOILE FRANCINO

BOCCALARI NICCOLÒ, vedi MOILE NICCOLÒ

BOCCALARO GIOVANNI, vedi BELLIARDI GIOVANNI

Colorno 1845-
Fu volontario nel genio e fece la campagna del 1866. Prese parte alla costruzione di opere campali sotto le fortificazioni di Legnago. Raggiunse il grado di ufficiale.
FONTI E BIBL.: U. Grottanelli, Libro d’oro del patriottismo italiano, Roma, 1902; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; Ribera, Combattenti, 1943, 73.

BOCCELLI GIROLAMO, vedi BOCELLI GIROLAMO

1841-Parma 1897
Fu capitano e cavaliere, insignito di medaglie al valore militare guadagnate combattendo nelle guerre per l’indipendenza italiana. Fece la campagna del 1859.
FONTI E BIBL.: S.G., Cenno necrologico, in Gazzetta di Parma 4 marzo 1900, n. 62; La Battaglia 17 marzo 1900, n. 13; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 138.

Parma 24 agosto 1883-Roma 16 dicembre 1976
Figlio del pittore Federico e di Clelia Cacciani. Dopo aver appreso dal padre i primi rudimenti dell’arte, entrò all’Accademia di Belle Arti di Parma per seguire gli insegnamenti di Cecrope Barilli che lo introdusse allo studio degli impressionisti. Tra i compagni di corso si legò con affettuosa amicizia allo scultore Renato Brozzi. Nel 1902 compì il primo viaggio a Roma per frequentare i corsi triennali di nudo all’Accademia di Belle Arti, ma continuò a mantenere stretti rapporti con la città natale e l’ambiente artistico parmense, in particolare con l’amico pittore Latino Barilli, mentre iniziava a esporre a Milano, Roma, Bologna. Fu suggestionato dal gruppo dei Venticinque della campagna romana (costituitosi nel 1904), tra i quali G.A. Sartorio e D. Cambellotti, che diede vita a una scuola di paesaggio in opposizione alla poetica impressionistica. A queste novità stilistiche attinse il Bocchi, pur spostando l’attenzione dal paesaggio alle realtà del mondo del lavoro. Appartiene infatti al periodo 1905-1907 il nucleo delle opere sociali e per i soggetti trattati e per il forte realismo che le caratterizza: Battesimo (1905), La rivolta (1906), legata al Quarto stato di Pellizza da Volpedo, e il Cassoniere (1907). Tuttavia contemporaneamente alla pittura dai toni realistico-sociali il Bocchi sviluppò stilemi di sottile simbolismo, già tutti Liberty nell’impiego di linee sinuose e di atmosfere avvolgenti, come nei Fiori di loto (Parma, Palazzo del Comune) del 1905. Nel 1910 si recò a Padova per lavorare nello studio di Achille Casanova, che da poco aveva ricevuto la commissione per eseguire un ciclo di affreschi nella Basilica del Santo, e da questo acquisì la tecnica dell’affresco, collaborando al ciclo padovano per due anni e assimilando modelli di gusto preraffaellita. Sempre nel 1910 espose per la prima volta alla Biennale veneziana (con La violinista e Villa Borghese) contemporaneamente alla grande personale di Gustav Klimt che tanto influenzò la sua attività artistica degli anni seguenti. Nel 1911, infatti, in occasione delle manifestazioni per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, il Bocchi entrò in contatto con le diverse realtà della produzione artistica internazionale e in particolare restò colpito dagli spagnoli H. Anglada Camarasa, I. Zuloaga e J. Sorollo, dal padiglione austriaco nel quale ancora una volta emergeva Klimt e dalle sperimentazioni dei Fauves. Per la mostra etnografica della regione Emilia-Romagna creò, in collaborazione con l’architetto Lamberto Cusani, lo scultore Renato Brozzi e il pittore parmense Daniele de Strobel, la ricostruzione della sala d’oro del castello di Torrechiara: un’impresa che spiega la straordinaria abilità del Bocchi nella realizzazione dei fondi oro, lavori a pastiglia dorata e a stucco, che si espresse al massimo livello nella sala riunioni della Cassa di Risparmio di Parma. Al 1911 data il primo viaggio a Terracina e l’incontro con la realtà drammatica delle paludi pontine e dal 1919 in poi tutte le estati condusse qui un costante lavoro in parallelo all’attività romana. Nel 1912 a Milano con il dipinto Le tre Marie ottenne la medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione e nel 1913 a Parma vinse il premio Perpetua. In questi anni si fecero più stretti i rapporti con l’ambiente romano e in particolare con Sartorio e De Carolis. Allo scoppio del primo conflitto mondiale si stabilì definitivamente a villa Strohl-Fern a Roma con l’amico Renato Brozzi e sempre nel 1915 ricevette l’incarico per la decorazione della sala riunioni della Cassa di Risparmio di Parma. L’idea venne avanzata il 20 gennaio 1915 da Cornelio Guerci, deputato e consigliere dell’istituto, il quale propose anche il nome di Brozzi per l’esecuzione di due urne d’argento per la sala. Il compenso stabilito fu di 20000 lire. Al Bocchi spettarono tutte le spese per la decorazione muraria, mentre le opere di falegnameria vennero eseguite da Bandini di Sala su disegno del Bocchi. Nei primi mesi del 1915 preparò i cartoni, mentre al 1916 e agli inizi del 1917 data l’esecuzione, interrotta dal richiamo alle armi del Bocchi, quando alla sala mancavano soltanto alcuni oggetti di arredo. Le pareti affrescate sono tre: parete occidentale Il Risparmio, parete nord La Protezione, parete orientale La Ricchezza. Gli affreschi sono raccordati da cinque pannelli alternati raffiguranti favi su cui calano sciami d’api (rilievo in pastiglia dorata). La sala inoltre fu arricchita da mobili eseguiti su disegno del Bocchi in legno d’acero con intarsi in ebano da Bandini, mentre sul soffitto fu posto un apparecchio per illuminazione costituito da un velario dal quale emergevano sette soli bombati sul fondo azzurro. Durante il fascismo il pittore P. Canonica eliminò il lampadario e distribuì sulle pareti un’uniforme tinta grigia. Nel 1974 l’istituto bancario richiese al Bocchi, ormai novantenne, di ridisegnare il lampadario (eseguito dalla ditta Giuliani di Roma) e l’arredo. In questa occasione fu asportata anche la tinteggiatura grigia. L’intero complesso è fondamentale nel percorso artistico del Bocchi, perché palesa inequivocabilmente il legame con la secessione viennese e la totale adesione al principio modernista della progettazione globale e l’equiparazione tra pittura e arti applicate. Del 1916 è un’altra opera significativa: il trittico Le tre sorelle: la colta, la folle, la saggia (Tassi, 1974, p. 92) nel quale affiorano intendimenti simbolisti e un trasferimento nella pittura a olio delle esperienze decorative della sala parmense. È tuttavia con la fine del primo conflitto mondiale, tra il 1918 e il 1923, che il Bocchi visse una stagione di grande intensità poetica in cui si dedicò ai ritratti, in particolare di personaggi femminili, e a scene di vita agreste dell’Agro Pontino. Nel 1920 espose alla Mostra della Società degli amatori e cultori di belle arti a Roma il dipinto Nella veranda, suscitando interesse da parte della critica che tuttavia gli rimproverò di seguire poco la propria vena lirica (Tassi, 1974, p. 93). In occasione della mostra collettiva alla galleria Pesaro a Milano nel 1921 Vittorio Pica giudicò il Bocchi di qualità, piuttosto che nei paesaggi agresti, nei ritratti e nei gruppi familiari e, infatti, nel 1924 il Bocchi vinse il primo premio alla Mostra del Ritratto a Monza. In questi anni partecipò attivamente alle Biennali veneziane dove ottenne continui riconoscimenti alla IX (1910), alla XII (1920), alla XIII (1922), alla XV (1926), alla XVI (1928) e alla XVII (1930) e alla II e III Biennale romana. Nel 1925 fu nominato accademico nazionale di San Luca e socio dell’Accademia di Belle Arti di Parma. All’estero espose, su invito del governo italiano e di istituzioni straniere, ad Atene, Barcellona, Brighton, Buenos Aires, San Paolo del Brasile, Bruxelles, L’Aja, New York, San Francisco, Pittsburg, Monaco di Baviera. L’attività del Bocchi si svolse comunque tutta a Roma, nello studio di villa Strohl-Fern, e questo suo isolamento si legge chiaramente nell’intimismo lirico e sottile delle opere tarde. Nel 1927 eseguì una serie di affreschi (non più reperibili) in villaWnorowska, in via di Villa Massimo a Roma (Tassi, 1974, p. 94). E nel 1932 progettò una serie di cartoni per la ricostruzione della decorazione musiva del Duomo di Messina, incarico precedentemente affidato a Sartorio. Resta fondamentale nel percorso artistico del Bocchi il nucleo di opere databili tra il 1919 e il 1934, tutte dedicate al tema del lavoro e della vita nell’Agro Pontino realizzate con una cromatismo acceso e personale dove la resa della luce si risolve in ampie e trasparenti campiture. Tuttavia le tematiche apparentemente di segno sociale si risolvono nella descrizione lirica della vita agreste in cui la fatica e il dolore della condizione contadina, svuotate da qualsiasi forma di ribellione, si inseriscono in un generico dolore di vivere. Nel 1967 l’Accademia di San Luca gli dedicò la prima importante mostra retrospettiva, mentre nel 1972 con il dipinto Nel parco (Galleria Comunale d’Arte Moderna, Roma) partecipò alla rassegna della pittura figurativa del cinquantennio 1885-1935 nel contesto della X Quadriennale romana. Nello stesso anno il presidente della Repubblica gli conferì la medaglia d’oro dei benemeriti della cultura e dell’arte. Opere del Bocchi sono conservate nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna e nella Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma, nella Galleria dell’Accademia di San Luca, nella Pinacoteca Nazionale di Parma, nella Galleria Ricci-Oddi di Piacenza e nella Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Firenze (Palazzo Pitti).
FONTI E BIBL.: Amedeo Bocchi, in Arte e Storia XXXI 1912, 387; E. Tea, La mostra degli Amatori e cultori, in Rassegna d’Arte Antica e Moderna XX 1920, 113; V. Pica, Catalogo della mostra collettiva di G. e A. Carozzi, Bocchi, D’Antino, Brozzi alla Galleria Pesaro, Milano, 1921, 6; A. Lancellotti, Le Biennali veneziane del dopoguerra (XII-XIII-XIV), Roma, 1924, 55; G. Copertini, Amedeo Bocchi e la sala riunioni della Cassa di Risparmio, in Aurea Parma 1930, 167; F. Sapori, L’amico degli artisti, Roma, 1931, 193-201; M. Longhena, Un pittore delle paludi pontine, in Crisopoli novembre-dicembre 1935, 57-62; F. Sapori, I Maestri di Terracina, Roma, 1954, 27-30; F. Arisi, La Galleria Ricci-Oddi, Piacenza, 1967, 86-88; F. Bellonzi, Mostra di pitture e disegni di Amedeo Bocchi, Roma, 1967; F. Bellonzi, Amedeo Bocchi, in Arte moderna in Italia 1915-1935, Firenze, 1967, 5 (con bibliografia precedente); F. Bellonzi, Amedeo Bocchi, con introduzione di C.L. Ragghianti, Roma, 1970; A.M. Brizio, Amedeo Bocchi, in Mostra del Liberty italiano, Milano, 1972, 128 s.; R. Tassi, Magnani, Bocchi, de Strobel: tre pittori a Parma tra Ottocento e Novecento, Roma, 1974, 43-95; P. Frandini, Parma: la sala Bocchi alla Cassa di Risparmio, in Parma per l’Arte, Parma, 1977, 67-86; Amedeo Bocchi, in Gli artisti di villa Strohl-Fern (catal.), Roma, 1983, 28-30; I. De Guttry-M.P. Maino-M. Quesada, Le arti minori d’autore in Italia dal 1900 al 1930, Bari, 1985, 90 s. Si veda inoltre: H. Vollmer, Künstlerlexikon des XX Jahrh. s., Leipzig, 1953, I, 241; Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori, II, Torino, 1972, 164; V. Terraroli, in Dizionario biografico degli Italiani, XXXIV, 1988, 459-461.

Parma 18 agosto 1864-Parma 1946
Figlio di Ercole e Rosa Mantovani. Fu medico, per lungo periodo di anni, di Cortile San Martino. Fu anche cultore delle discipline storico-letterarie: trovava nei momenti di riposo dal lavoro, conforto e godimento negli studi prediletti e nella paziente ricerca di quanto poteva soddisfare il suo gusto di collezionista intelligente e appassionato. Amò raccogliere i capolavori dell’arte tipografica di Gian Battista Bodoni e l’intera serie dei volumi che illustrano la storia di Parma. Con particolare passione e costanza riuscì inoltre a formare e a completare una pregevole raccolta di medaglie riguardanti il periodo napoleonico e la storia del Risorgimento parmigiano. Notevole e di particolare interesse, fu pure la sua raccolta di rari autografi, tra cui le lettere di Verdi, esposte a Torino nel 1941. Delle interessanti e pregiate collezioni, come della sua attività di ricercatore e di studioso, ebbe a occuparsi G. Cenzato, che ne scrisse sul Corriere della Sera. In riconoscimento di tale sua attività, fu eletto membro della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi nel 1924. Pubblicò le seguenti opere: Il ’48 e il ’49 nel diario di un parmigiano (Parma, Donati, 1924), Brani di storia parmigiana (Parma, Donati, 1922), L’umor faceto di Fra’ Salimbene da Parma (Parma, Donati, 1924).
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1947, 47-48.

Fontanellato 6 gennaio 1913-Parma 1 novembre 1973
Figlio di Primo e di Lidia Masini. Fu camicia nera scelta del 7o Reggimento Camicie Nere. Fu decorato di medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Elemento di grande rendimento, coraggioso e sprezzante del pericolo, in un combattimento con forze nemiche preponderanti, nonostante fosse ferito a una gamba e in condizioni di non potersi più reggere in piedi, rifiutava ogni soccorso, rimanendo al proprio posto fino al termine del combattimento. Esempio di senso del dovere e sprezzo del pericolo (Mudefes, 1o aprile 1938).
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

-Parma 7 ottobre 1909
Fu uno dei più attivi cospiratori contro il dominio borbonico in Parma dal 1850 al 1859. Organizzò la congiura contro Carlo di Borbone e preparò l’alibi di Antonio Carra. Prese parte attiva ai moti del 22 luglio 1854 e a tutte le cospirazioni successive. Arrestato nel marzo 1857, dopo un anno di carcere, venne assolto. Costituì il Comitato segreto, per preparare l’insurrezione parmense avvenuta il 9 giugno 1859 e per inviare volontari in Piemonte.
FONTI E BIBL.: L’Idea 16 ottobre 1909, n. 514; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 400.

Parma 9 febbraio 1899-Mortara 14 dicembre 1983
Si diplomò nel 1918 al Conservatorio Arrigo Boito di Parma a pieni voti. Ebbe la prima scrittura per una serie di concerti al Cairo riscuotendo fin dall’inizio calorosi consensi. Passò poi per qualche tempo al Teatro Regio di Parma come primo violoncellista. Esercitò la libera professione suonando nelle migliori orchestre, compiendo inoltre diverse tournée all’estero, toccando Svizzera, Germania, Francia, Olanda, Inghilterra ed Egitto. In particolare i teatri svizzeri lo videro per lungo tempo esibirsi con lusinghiero successo come solista. In seguito fu scritturato dall’Ente radiofonico di Venezia, per passare poi alla sede di Milano. Entrò al Teatro alla Scala di Milano l’11 maggio 1946. Milano quel giorno inaugurava il teatro alla Scala restaurato: il Bocchi suonò per l’occasione nel famoso concerto sinfonico diretto da Arturo Toscanini. Da allora continuò la sua attività nella capitale lombarda fecendo parte anche del quartetto Pro Arte della Scala e vi rimase fino alla data del suo pensionamento, alla fine della stagione concertistica nel novembre 1964. La collocazione a riposo non lo vide inattivo: dal suo violoncello cercò ancor più la perfezione tecnica e un maggiore affinamento del gusto musicale. Fece parte, come primo violoncello, dell’orchestra dei pomeriggi musicali di Milano fino a quando le prime avvisaglie del male, che doveva affliggerlo fino alla morte, gli compromisero l’attività necessaria allo svolgimento del suo lavoro.
FONTI E BIBL.: A.B., in Gazzetta di Parma 14 gennaio 1984, 7.


Parma 1425-Parma 1490
La sua attività è documentata per la prima volta da una lettera del 21 luglio 1452 scritta dal Bocchi, in qualità di impiegato della Curia arcivescovile di Parma, ad Antonio Aldigeri, studente in legge e filosofia. Conseguì il dottorato in utroque iure (con questo titolo egli viene ricordato nel 1473), ma non si hanno altre notizie sui suoi studi. Nel 1470 divenne vicario generale dell’arcivescovo di Firenze Giovanni Neroni Dietisalvi: in tale veste compose nel 1471 una vertenza. Proprio all’attività fiorentina è dovuta, in gran parte, la sua notorietà. Nel 1472 venne istituito in Firenze il Monte di Pietà e subito sorsero accese discussioni tra domenicani e francescani sulla liceità dell’interesse richiesto dal Monte per i prestiti concessi (sulla questione, P.-H. Holzapfel, Die Anfänge der Montes Pietatis, München, 1903, pp. 60 s., e M. Weber, Les origines des monts-de-piété, Rixheim, 1920, p. 42). L’Arcivescovo intervenne per porre fine alla disputa e incaricò il Bocchi di decidere in merito. Il 23 aprile 1473, in una solenne assemblea convocata nella sala dell’arcivescovato, alla presenza di Lorenzo il Magnifico, il Bocchi accolse le tesi dei francescani e dichiarò lecita l’esazione dell’interesse (cfr. M. Ciardini, app. XVI, pp. LII s.). Di conseguenza l’Arcivescovo vietò ai domenicani, pena la scomunica, di predicare contro il Monte di Pietà. Dopo questa data non si hanno notizie del Bocchi fino al 1477. Si trovava allora ad Avignone in qualità di vicario dell’arcivescovo Giuliano Della Rovere e a lui si rivolse con una lettera, il 16 giugno, Lorenzo de’ Medici per ringraziarlo dell’attività svolta a suo favore presso il monarca francese. Il Bocchi era ancora ad Avignone l’8 ottobre 1478, data di una sua lettera a Lorenzo de’ Medici. L’ultima notizia sul Bocchi è del 1488, quando fu eletto presidente del Monte di Pietà di Parma istituito in quell’anno. La sua iscrizione tombale, nella Nunziata di Parma, indica che egli fu anche protonotaro apostolico e canonico di Avignone.
FONTI E BIBL.: Archivio mediceo avanti il principato, Inventario, II, Roma, 1955, 159, 353; Protocolli del carteggio di Lorenzo il Magnifico per gli anni 1473-1474, 1477-1492, a cura di M. Del Piazzo, Firenze, 1956, 58; B. de’ Busti, Defensorum Montis pietatis, Mediolani, 1497, 123; B. Angeli, Historia della città di Parma, Parma, 1591, IV, 429; I. Affò, Scrittori parmigiani, III, Parma, 1793, 3-6; A. Pezzana, Continuazione dell’opera dell’Affò, VI, 2, Parma, 1827, 317 s.; M. Ciardini, I banchieri ebrei in Firenze nel secolo XV, Borgo San Lorenzo, 1907, 61-66, LII s.; G. Diurni, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 70.

-Parma 10 agosto 1873
Lavorò attivamente per la libertà nazionale e fu prode soldato. Combatté per l’Indipendenza Italiana nelle campagne del 1859-1860 e 1866.
FONTI E BIBL.: G.C. Cenno necrologico, in Il Presente 12 agosto 1873, n. 219; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 400.


Fornola di Vezzano della Spezia 1920-Parma 7 maggio 1986
Nato da una famiglia operaia, si diplomò alle scuole magistrali. Nel 1941 partì per la guerra ma dopo l’8 settembre 1943 entrò nella Resistenza e si iscrisse al partito comunista. Combattente e organizzatore (comandante di brigata), ebbe una medaglia d’argento al valore militare e due croci di guerra. Alla fine del conflitto il Bocchi si stabilì a Parma. Nel 1949 fu tra i dirigenti della Camera del Lavoro di Parma e nel 1952 presidente della Federazione provinciale delle cooperative. Consigliere comunale del Pci nel 1960 e assessore nel 1962, il Bocchi fu successivamente consigliere e vicepresidente del Consiglio provinciale (ricoprì la carica di assessore allo sviluppo economico e alla pubblica istruzione), consigliere e assessore regionale. Nel 1976 fu eletto deputato e riconfermato nelle successive elezioni. In Parlamento la sua fu una presenza attiva e costante. Nominato vicepresidente della commissione trasporti, si impegnò fattivamente per il miglioramento delle comunicazioni riguardanti la provincia di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 8 maggio 1986, 1; 6 maggio 1996, 5; 7 maggio 1996, 8.

Roccabianca 1894-Veliki Kribach 14 settembre 1916
Figlio di Angelo. Fu caporale maggiore e prese parte a parecchi combattimenti sul Carso con una batteria del 2o Reggimento Artiglieria da montagna. Nel settembre del 1916 prese parte a quelle battaglie che fruttarono la cacciata degli Austriaci dal Velicki e dal Faiti Kribach, martellando il nemico coi colpi del suo pezzo. Il 14 settembre 1916 trovò la morte sul campo, colpito sul suo cannone piazzato sul rovescio del San Michele. Pochi giorni prima era stato promosso caporale maggiore per merito eccezionale. Fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Puntatore di un pezzo avanzato portato per battere una mitragliatrice avversaria, coraggiosamente volle, da solo, esporsi risparmiando gli altri serventi e, da solo, riuscì a far partire vari colpi finché cadde colpito a morte. Aveva dato costante esempio di serenità e arditezza durante sedici mesi di guerra. La sua salma riposa nel piccolo cimitero italiano di Gàbrie, piccolo paese slavo del Vallone di Doberdò. Prima di morire ebbe il conforto di essere abbracciato per l’ultima volta dal fratello Alcibiade, che combatteva poco distante.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 14-15; Bollettino Ufficiale 1917, Disposizione 49a, 4258; Decorati al valore, 1964, 106.

Parma 1891/1911
Doratore. Fu l’esecutore degli stucchi e delle dorature dei mobili nella riproduzione della Camera d’Oro del Castello di Torrechiara e dei campioni delle formelle dorate con oro in polvere.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 155.

Parma prima metà del XVI secolo
Ingegnere, operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 327.

Parma 1819/1834
Medico. Studiò le qualità curative dell’acqua di Tabiano e la possibilità di realizzare colà uno stabilimento termale. Sull’argomento pubblicò una Dissertazione nel 1819. Durante i moti del 1831 fu arrestato e inquisito come disarmatore della giornata del 13 febbraio, ma poi prosciolto (18 agosto). Fu assessore di Collecchio dal 1830 al 1832, consigliere anziano negli anni 1830-1834.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 141; Malacoda 8 1986, 38.

Colorno-ante 1782
Fu il primo campanaro della nuova chiesa di Colorno. Il 4 prile 1782 venne accordata la pensione vedovile alla moglie Isabella Marazzi (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma 1780-Parma o Genova 1848
Nella bottega di Paolo Bocchi, orafo e gioielliere, imparò i rudimenti dell’arte, per poi espatriare, giovanissimo, prima in Spagna (dove il suo nome venne spagnolizzato in Josef Boqui) e successivamente in Sud America. A Buenos Aires si dedicò con profitto a lavori di cesello e di argenteria, specialmente di carattere religioso. Lo scrittore gesuita Guillermo Cardiff Furlong, autore di molti saggi storici, lo considera il più abile orafo della capitale nei primi anni dell’Ottocento. Nel 1806-1807 la prima invasione inglese (che approfittò dell’ormai inevitabile decadenza della Spagna) riuscì a conquistare di sorpresa Buenos Aires. Occorrendo rimettere in sesto un esercito capace di respingere gli Inglesi e poiché mancavano fabbriche di armi pesanti, il Bocchi si trasformò in fonditore di cannoni, inventandone un nuovo tipo, con tecnologia avanzata di puntamento. Dopo che l’esercito argentino, riorganizzato e comandato da Santiago de Liniers, riconquistò Buenos Aires, il Bocchi continuò a fabbricare cannoni che, un anno dopo piazzati nelle strade della città, contribuirono a ricacciare per la seconda volta il poderoso esercito inglese del generale J. Whitelocke (che per questa sconfitta in Inghilterra fu degradato). Acquistati notarietà e vantaggi economici, il Bocchi seguì la sua inclinazione verso l’oreficeria e pensò di cimentarsi in qualcosa di grandioso. Si dedicò perciò, nel corso di circa quindici anni, a condurre a fine un magnifico ostensorio, nella cui lavorazione pose tutte le sue energie, sia artistiche che economiche. In un suo manoscritto il Bocchi mette in evidenza il faticoso lavoro da lui intrapreso con utensili inadeguati, alcuni dei quali costruiti da lui stesso: la preparazione laboriosa degli stampi, la fusione dei metalli, la loro lucidatura, la combinazione e l’equilibrio delle parti, unite e assicurate da viti non visibili al profano, la distribuzione delle allegorie al fine di rispettare i principi dell’arte e quelli religiosi. Un rilievo particolare lo dedicò all’orologio, inserito nell’ostensorio, che permetteva a chi vegliava in preghiera di sapere, senza distrarsi, quanto tempo aveva trascorso in devozione. L’ostensorio, alto circa 1,20 metri, era costituito da 106 chili d’argento, 5 chili di oro di 22 carati e 44 chili di lega di argento, rame e zinco (tutti i pezzi di questa lega furono sottoposti a triplice doratura). Per ciò che riguarda le pietre preziose e le perle, il Bocchi le elenca così: 148 rubini, 90 topazi rossi, 840 smeraldi, 11 topazi bianchi, 137 zaffiri, 32 topazi ramati, 48 topazi, 9 topazi di colore composto, 1366 gergones, 502 granate, 112 crisoliti, 198 acquemarine, 242 topazi gialli e 25 ametiste. A Buenos Aires l’ostensorio fu valutato (nel 1820 circa) 90000 colonnate, prezzo giudicato assolutamente inaccettabile dal Bocchi. Amareggiato dalla superficialità della valutazione, preparò nove casse in legni artisticamente lavorate per poter custodire il suo ostensorio. Le caricò su una carovana di muli, attraversò le Ande seguito dalla famiglia che si era formato a e si portò a Lima dove sperava di poterne trarre maggior vantaggio. A corto di denaro per avere impegnato tutto nel suo ostensorio ma ancora ingegnoso e pieno di abilità, il Bocchi tentò di riassestare le proprie finanze con il prosciugamento delle miniere peruviane. Per tale operazione occorreva però una ingente quantità di denaro: dalla Camera di Commercio di Lima ottenne un prestito di 40000 colonnate dando in pegno il suo ostensorio che fu custodito nelle fortezze del Callao (il maggior porto militare spagnolo sul Pacifico). L’impresa fu fallimentare, e il Bocchi venne arrestato sotto l’accusa di terrorismo, ma poi fu assolto. Fu emissario segreto del generale San Martin e ne ebbe una decorazione. Dopo che per gli eventi rivoluzionari d’indipendenza il governo, cacciati gli spagnoli, divenne repubblicano, fu nominato direttore della Zecca. Il Bocchi poté dimostrare la sua correttezza nella sfortunata impresa di prosciugamento delle miniere e ottenne dal presidente della Repubblica Peruviana la restituzione dell’ostensorio (come consta da un atto di consegna datato 13 giugno 1823). Recuperato l’ostensorio, il Bocchi partì da Lima coi suoi familiari per rimpatriare. A Genova però gli fu notificato un atto di sequestro dell’ostensorio per ordine del Re di Spagna e per cura del suo console: il Bocchi fu accusato di non aver restituito le 40000 colonnate, in pegno delle quali aveva dato l’ostensorio. La lite fu portata dinanzi al Tribunale di Genova. Seguirono due sentenze, la prima del 4 giugno 1828 e la seconda del 29 maggio 1829. Venne deliberato che la causa dipendeva da una motivazione politica, quindi non soggetta a una decisione giudiziaria. Le sentenze del Tribunale di Genova assolsero il Bocchi dall’accusa di aver sottratto l’ostensorio e ridussero la questione da diritto privato a diritto politico (con l’avvenuto riconoscimento della Repubblica Peruviana da parte del Governo spagnolo, quest’ultimo non avrebbe più avuto diritto sull’ostensorio che, pertanto, doveva ritornate al suo legittimo proprietario). Ma ciò non avenne e gli eredi del Bocchi, che finì per perdere la ragione morendo a 68 anni di età, chiesero la protezione di Carlo Felice, re di Sardegna, che, con suo atto del 4 agosto 1849, avocò a sé la decisione della questione. Un’altra petizione venne rivolta il 17 aprile 1851 ma la questione non venne mai più risolta né l’ostensorio ritrovato: sequestrato e custodito nei depositi Oneto di Genova, alla riapertura le casse furono trovate vuote. Secondo la versione della vicenda data da Del Bono, in realtà il Bocchi, al momento di rimpatriare, trafugò molti pezzi di argenteria e oreficeria che lui stesso aveva raccolto dallo Stato, dalla chiesa e da privati per organizzare una grande esposizione a Lima.
FONTI E BIBL.: A. Ferrari, Advertencias sobre el valor y mérito de la Custodia; Pellegrino Ghinelli, Lettera a S.E. il Marchese Massimo d’Azeglio, Presidente del Consiglio dei Ministri di S.M. il Re di Sardegna; Manrique Zago, La otra Patria de los italianos, Buenos Aires, Edizione Zago, 1983; Guillermo Cardiff Furlong, Artesanos argentinos durante la dominación Hispanica, Edizione Huarpes, 1945; A. Del Bono, Gli “strajè” nelle città argentine, in Gazzetta di Parma 3 luglio 1989; M.P. Cavagni, in Malacoda 70 1997, 16-19.

Collecchio 1827/1846
Fu sindaco facente funzioni di podestà del Comune di Collecchio nel 1827 e sindaco nel 1828. Fu nominato ancora sindaco il 26 gennaio 1844. Fu inoltre consigliere anziano tra il 1834 e il 1846.
FONTI E BIBL.: Indice analitico e alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati di Parma, Piacenza e Guastalla degli anni 1840 al 1845, Parma, 1847; Malacoda 8 1986, 39.

Fontanellato 1902-Roma 8 novembre 1960
Fu maestra elementare in Palanzano, moglie di Adriano Grande. Residente in Genova e poi in Roma, fu scrittrice di racconti e novelle e collaboratrice della Gazzetta di Parma e di altri giornali. Si distinse per opere caritative.
FONTI E BIBL.: Morte della scrittrice Lola Bocchi a Roma, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1960, 5; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 131.

Parma 1870
Fondò una delle prime fabbriche italiane di fisarmoniche. Iniziò a costruire armoniche (così venivano chiamate le fisarmoniche) verso il 1870, con l’aiuto del figlio Marcello, poi dei nipoti Gino, Antonio e Luigi. A fine secolo il prodotto, in specie gli organetti, fu portato per il mondo dai suonatori ambulanti. Nel 1929 la fabbrica, che vendeva in molti paesi esteri, fu premiata a Roma di medaglia d’oro. Nel dopoguerra impiegava dodici operai. La fabbrica chiuse nel 1960.
FONTI E BIBL.: B / S, 36; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1930/1973
Figlio di Marcello. Lavorò nella fabbrica di fisarmoniche di famiglia. Assieme ai fratelli Gino e Antonio, negli anni Trenta il Bocchi formò un’orchestrina da ballo che si esibiva in provincia di Parma. Fu anche compositore (Aurora, mazurka, e i valzer Sull’onda e Un dì a Milano).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

ante 1870-Parma 14 marzo 1947
Figlio di Luigi. Collaborò col padre nella fabbrica di fisarmoniche che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del XX secolo si affermò a livello nazionale e in molti paesi esteri.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1729/1770
Fu oboista della Cattedrale di Parma dal 3 maggio 1729 al 14 giugno 1759 e alla Steccata di Parma dal 1751 al 1770.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 179.

Parma 1925-Parma 1 gennaio 1997
Nonostante la mancanza di studi appropriati, mostrò una eccezionale sensibilità artistica per la pittura. La fiducia che il Bocchi sapeva comunicare alla gente fu all’origine di una profonda amicizia con il pittore Renato Guttuso, incontrato casualmente nel 1958. L’artista siciliano gli ricambiò la stima, tanto che il Bocchi, pur non vantando una specifica preparazione nel campo della pittura, diventò il principale gallerista di Guttuso e fu più volte ospite nella casa del pittore dove conobbe anche Pablo Picasso. In seguito poté allacciare anche altre amicizie tra i protagonisti della cultura del XX secolo: Vittorini, Levi, Sartre, Morlotti, Montale. Di idee libertarie e antifasciste, fu decorato con la medaglia d’argento al valore per un episodio di guerra partigiana, alla quale prese parte ricoprendo i seguenti incarichi:
- Comandante del gruppo GAP/SAP di Parma; 
-Comandante di distaccamento della 47a Brigata Garibaldi; 
-Comandante del Battaglione di montagna della 47a Brigata Garibaldi;
-Comandante del Raggruppamento guerriglieri della 123a Brigata Garibaldi (già 47a Brigata Garibaldi); 
-Ufficiale dello Stato maggiore della Divisione partigiana "Ottavio Ricci".
FONTI E BIBL.:
Gazzetta di Parma, 5 gennaio 1997, 10;
Incontrando Picasso / [a cura di Giancarlo Bocchi ; con la collaborazione di Federica Bocchi!. - [S.l.! : IMP, [2007! (Tipografie riunite Donati). - 64 p., [32] p. di tav. : ill. ; 21 cm.;
Testimonianza del figlio Giancarlo, ricevuta in data 15 gennaio 2014 (MR)

Parma 23 ottobre 1843-Parma 8 dicembre 1899
Figlio di Antonio e Maria Landini. Fu assessore, membro della Commissione Teatrale di Parma nella stagione di Carnevale 1897-1898.
FONTI E BIBL.: Dietro il sipario, 1986, 268.

Roccabianca 1894-Monte Mosciagh 15 luglio 1916
Figlio di Giocondo. Soldato del 112° Reggimento Fanteria. Il 15 luglio 1916, sul Monte Mosciagh, durante un bombardamento dei grossi calibri nemici che sconvolgevano le trincee e polverizzavano i reticolati, il Bocchi cadde da prode, fermo al suo posto di combattimento, colpito al capo da una enorme scheggia di granata.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 15.

Parma 1 settembre 1913-Flossenburg 15 dicembre 1944
L’adolescenza del Bocchi fu stravolta da crescenti difficoltà esistenziali: la povertà, l’interruzione degli studi di legge, la ricerca forzata di un lavoro (diventò commesso viaggiatore per conto di una casa di moda) e le acute incomprensioni familiari scompaginarono, in breve tempo, la trama dei suoi sogni. I contatti, anzi la familiarità, con i cattolici del circolo Domenico Maria Villa accesero in lui una vera passione per i problemi politici e sociali. Convinto che l’agnosticismo rappresentasse all’inizio degli anni Trenta la soluzione peggiore, il Bocchi affrontò la sua ricerca sul pensiero politico anche attraverso il fascismo, che lo vide, nell’arco di tredici anni, dapprima consenziente, poi dissidente, oppositore e vittima. Non barattò mai questa sua ricerca civile e umana e i suoi interessi poetici, con immediati vantaggi strumentali. Il Bocchi collaborò con l’Agenzia giornalistica italiana di Ruggero Zangrandi. Con questo, nel 1936 e tramite Carlo Andreoni e Mario Pallavicini, sviluppò una timida, calcolata opposizione al regime: Gli slogans che rilanciavano a scopo agitatorio (l’universalfascismo, il corporativismo integrale, l’opportunità di vedere l’impero ormai proclamato, in funzione di uno sviluppo rivoluzionario e sociale che imprimesse al nostro colonialismo un’impronta di modernità, l’urgenza di una sterzata a sinistra), tutte codeste rivendicazioni finivano con l’intrigare anche noi. Ma al di là di questa collaborazione, il Bocchi fu corrispondente da Parma del Telegrafo di Livorno, diretto da Giovanni Ansaldo. Sempre come secondo lavoro, inviò i suoi articoli culturali a diversi giornali: il Corriere Emiliano, La Gazzetta di Venezia, il Secolo-La Sera di Milano, Il Mattino di Napoli, il Nuovo Cittadino di Genova e la Giovane Montagna di Parma. In quegli anni la collaborazione giornalistica del Bocchi non fu di tipo consolatorio o di petulanza giovanile: fu un lavoro duro, per certi versi eclettico, che non s’interruppe neppure durante i lunghi periodi del servizio militare, che in pochi anni lo portò nella Saar, poi in Spagna e nell’Africa settentrionale. Le sue lettere dal fronte mirarono a irrobustire il filo della sua ricerca ideologica e morale e a non spezzare i contatti vitali con gli amici. Vi si aggiunge anche un ossessivo senso di preoccupazione per la sua attività pubblicistica. Don Cavalli sottolinea, in poche righe, il punto centrale di questa crescita esistenziale: Quando Renzo Ildebrando Bocchi venne a trovarsi nella necessità di formulare un giudizio di valutazione morale su dottrine, metodi di azione e fatti che costituivano la sostanza stessa del fascismo, egli non esitò a impegnarsi in una radicale revisione di idee e di atteggiamenti, in un riesame attento dell’intera situazione. Su questo tratto biografico si rintracciano le ragioni profonde di un dramma interiore e le premesse di alcune scelte successive di notevole rilevanza morale e politica. Il Bocchi fu soprattutto un poeta. Nel 1938 pubblicò La fiamma nel cuore e nel 1940 Il pane del perdono. In Africa settentrionale terminò, inedita, una raccolta di poesie intitolata Dune rosse. Affidò i suoi versi al giudizio di molti critici. Il referente principale, Renzo Pezzani, non gli nascose, insieme all’apprezzamento, alcune affettuose raccomandazioni e preziosi avvertimenti che hanno l’illuminazione di un presagio: Il linguaggio della poesia è linguaggio di pochi e l’amore per la poesia è quasi sempre deriso. Chi si elegge poeta è destinato alla solitudine. E nel 1940: Altri ti augurerà la gioia e il rapido successo. Io ti auguro di soffrire. Sii fedele al tuo sogno, signore della tua certezza. La lettura degli inediti del Bocchi rappresenta un aspetto rilevante sia sul piano poetico che su quello politico. Un grande rilievo assume la corrispondenza con il gruppo Zangrandi sulla guerra d’Africa (dove il Bocchi rimase ferito), così come a un valore emblematico assurge la poesia Canto funebre, scritta nel giugno del 1939 in Castiglia, per onorare la memoria di Nello e Carlo Rosselli, assassinati in Francia due anni prima da emissari fascisti. Agli inediti bisogna aggiungere opere citate e mai rintracciate, come un breve romanzo scritto in Libia (Tempo di Mussolini) e l’epistolario, che dovette essere assai vasto. Se Pezzani fu il referente poetico del Bocchi, Giuseppe Micheli fu quello politico. Nel 1943, quando a Parma si costituì la Democrazia Cristiana, il Bocchi era già impegnato in una precisa scelta di campo. Dopo il 25 luglio, pur nel rispetto delle direttive e delle linee indicate da Micheli, risentì della polemica scoppiata all’interno dei cattolici democratici sulle finalità del nuovo partito e si ritrovò in sintonia con don Cavalli, con Giovanni Vignali e l’avvocato Giovanni Calzolari. Nel mese di ottobre ottenne (all’indomani della visita a Parma di Piero Mentasti) un importante incarico della Democrazia Cristiana Alta Italia nel settore organizzativo, a livello regionale. Accompagnò don Cavalli a Bardi a una importante riunione politica, dove evocò la vicenda libertaria dei Maccabei come modello biblico di una lotta di liberazione. Con l’arresto di Giovanni Calzolari (8 settembre 1943), membro della Democrazia Cristiana nel Comitato di Liberazione Nazionale, fu il Bocchi a sostituirlo: da quel momento assunse il nome di battaglia di Ruffini. In quei mesi l’attività clandestina del Bocchi divenne frenetica e assai costruttiva. Il raggio d’azione si estese settimana dopo settimana fino a comprendere Milano, la capitale della lotta partigiana. Il suo interesse per il settore della stampa e della propaganda divenne proverbiale (seguì i problemi della carta stampata e le edizioni clandestine di giornali come Il Popolo, Democrazia, l’Uomo). In quel periodo, a causa dell’assenza forzata di Giuseppe Micheli, il Bocchi diventò direttore responsabile della Giovane Montagna. L’incarico di capo del servizio informazioni per l’Emilia-Romagna, alle dipendenze del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, segnò una svolta sul piano del rischio e della responsabilità. Gli uomini della Resistenza furono ben impressionati dalle sue azioni e dal suo coraggio. Lo stesso Giacomo Ferrari era solito dire, nel dopoguerra, che il pallido poeta dell’Oltretorrente gli sembrò in quel tempo, uno degli uomini più lucidi e più concreti. Il 13 maggio 1944 il Bocchi affrontò, per ordine del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, una missione delicata, a Lugano, in Svizzera, per incontrare Ruggero, il capo del servizio informazioni alleato per l’Italia. La posta in gioco era rilevante sia sul piano militare-organizzativo che su quello finanziario. A missione compiuta, dopo aver ottenuto un positivo risultato, sulla via del ritorno in Italia, in provincia di Como, fu arrestato dalla polizia fascista. Portava con sé una forte somma di denaro destinata alle formazioni partigiane. Riuscì a liberarsene in tempo, così come di un foglio di appunti compromettenti. Tradotto nel carcere di San Vittore, a Milano, diventò ben presto oggetto delle sevizie delle SS tedesche, le quali interruppero ogni trattativa di liberazione e di scambio con il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, trasferendolo prima nel campo di concentramento di Bolzano e poi nel campo di sterminio di Flossenburg, nella Selva Nera. Lì e nella vicina miniera di Hersbrück, il Bocchi consumò fino in fondo il tormento della sua via crucis: Questa croce che mi segue da trent’anni e mi fa ombra al cuore. Denutrito, ammalato, stremato, non rinunciò mai, per quanto gli fu possibile, a ogni opera di soccorso verso gli altri: ci sono, in questo senso, commoventi testimonianze. Assegnato al Block 23, il Bocchi conobbe sofferenze e maltrattamenti inenarrabili, sottoposto a pesanti lavori di sterramento. La fame, il freddo, gli stenti e le percosse gli furono fatali. Il 14 dicembre, gravemente ammalato, fu ricondotto a Flossenburg e gettato ancora vivo in un forno crematorio. Aveva appena 31 anni. L’opera poetica del Bocchi ebbe una sua fortuna critica, anche se non estesa né caratterizzata da sonanti definizioni. Il saggio forse più sentito lo stese Giuseppe Marchetti, in una ventina di pagine ricche di analisi penetranti: momenti di verità poetica e impeti declamatori, sentimento religioso e urgenze morali, felicità di segni espressivi e oscillazioni di confine incerto puntualizzano l’atto creativo di questo giovane poeta all’alba di un’attesa maturazione e portano a riconoscergli un’identità nella mappa della poesia parmigiana contemporanea (G. Marchetti, Renzo Ildebrando Bocchi tra amore e dolore, Parma, 1980). Precedentemente, Jacopo Bocchialini, recensendo Il Pane del Perdono su La Giovane Montagna (15 giugno 1941), pur disapprovando l’inopportuna aritmia dei versi, riconobbe che il libro ha una sua schietta anima di dolore, la quale ha forza comunicativa e penetrativa, che è quanto dire attributo di senso lirico (Jacopo Bocchialini, Memorie e figure parmensi, Parma, 1964, pp. 235-237). Nel 1945 Carlo Andreoni, amico fraterno del Bocchi, in una trentina di pagine offrì una preziosa silloge di annotazioni psicologiche sulle occasioni della poesia dell’amico e ne abbozzò il ritratto morale e le intenzioni poetiche (Carlo Andreoni, A Renzo Ildebrando Bocchi, Parma, 1945) e nel 1966, in Ritratto di un Poeta, Giuseppe Cavalli colse felicemente alcuni aspetti fondamentali della poesia del Bocchi, percorrendo il mondo dei suoi sentimenti e dei suoi ideali, e analizzò la dimensione del poeta, intento a proiettare nei canti e riflessi di una umanità sincera e aperta per rendere la sua arte partecipe dello sforzo di evasione, suo e altrui, dalle paludi terrene verso le cime luminose della bellezza e della verità (Giuseppe Cavalli, Contributo dei cattolici alla lotta di Liberazione in Emilia-Romagna, pp. 293-314). Anche il carteggio Bocchi-Pezzani è di notevole interesse critico, riaguardando il periodo dal novembre del 1939 al febbraio del 1944. Per Fiamma del cuore Pezzani non nasconde i suoi rilievi critici: Più che a letture e modelli io vorrei saperti impegnato a cercare il poeta che è in te. Ma esorta il Bocchi a continuare: Tengo il tuo libro come una promessa perché poeta lo sei: un poeta che nasce (18 novembre 1939). Quando il Bocchi, agli inizi del 1940, poté inviare il dattiloscritto d’una nuova raccolta (che sarebbe poi uscita in ottobre sotto le insegne della editrice pezzaniana Le Muse: Il Pane del Perdono), Pezzani, pur con la fretta di chi doveva partire per un richiamo alle armi, scrive: Che lungo passo innanzi avete fatto! Quante chiarezze guadagnate! Con questa giovanile fatica voi entrate nella dolorosa vita del creare: tortura d’ogni minuto, spietato dono del cielo (20 febbraio 1940). Alla memoria del Bocchi fu conferita la medaglia d’argento al valore militare.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 30-31; Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, I 1968, 315; G. Marchi, in Gazzetta di Parma 15 dicembre 1984, 3; Corriere di Parma 1987, 138-139.

BOCCHI SECONDO, vedi BOCCHI FECONDO

Roccabianca 30 gennaio 1866-Zibello 20 gennaio 1937
Ricco possidente, fu assessore comunale di Zibello agli inizi del XX secolo. Ebbe alti meriti in campo sociale.
FONTI E BIBL.: Strade di Zibello, 1991, 6.

San Secondo 8 novembre 1851-San Secondo Parmense 18 febbraio 1893
Fu direttore del Concerto Bocchia e Galli di San Secondo Parmense, una formazione musicale che si esibiva nelle sagre di paese. È ricordato in Riflessi e profili di Arnaldo Furlotti: I vecchi di San Secondo ricordano ancora con orgoglio una edizione dell’opera I masnadieri di Verdi esclusivamente formata con elementi locali: orchestra, coro, solisti, macchinisti. Di San Secondo era anche il direttore, Bocchia Demetrio, vulgo Alpi. Le recite di questo complesso di eccezione furono molte, perché la compagnia passò in diversi paesi vicini. Ebbero, però, un finale tragico-romantico, perché una sera, dopo lo spettacolo, la prima donna e il tenore scomparvero, e soltanto dopo molti anni si seppe che erano riparati all’estero.
FONTI E BIBL.: San Secondo, 1982, 60; Enciclopedia di Parma, 1998, 145.

Parma 7 gennaio 1860-1935
Figlio di Giovanni e Drusilla Zinzani. Fu studioso sobrio, spoglio di ogni forma appariscente, schivo di ogni elemento emotivo e solo dedito a ricerche pazienti, precise, di cui diede conto con semplicità di narrazione, buon gusto nella scelta e ispirazione non scevra di pacato umorismo. Avvocato signorile nella corretta e contenuta misura della parola e nell’atto sempre decoroso, con uno sfondo di dottrina mai sfoggiata, anche negli studi storico drammatici egli procedette colla linearità di un cronista, senza orpelli, lontano con pari animo da adulazioni e da denigrazioni. Coltivò onorevolmente quel po’ di giornalismo che gli permetteva il tempo libero, scrivendo per giornali e riviste della sua città (dalla Gazzetta di Parma ad Aurea Parma) soprattutto articoli d’argomento storico-teatrale, campo nel quale fu assai competente. Nel 1913 diede alle stampe per i tipi del Battei un libro d’utile consultazione: La drammatica a Parma 1400-1900. Il Bocchia appartenne a una generazione che egli stesso rievocò in un gustoso articolo, Storie del vecchio testamento, pubblicato nei Ricordi di vecchi scolari raccolti da Ferdinando Bernini nell’Annuario del Liceo Romagnosi del 1934. Di sentimenti democratici, che lo posero fedelmente al fianco di Giovanni Mariotti, ebbe orrore di ogni gesto demagogico e di ogni esagerazione di bassa retorica.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1935, 95-97; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 31.

Roccabianca 22 marzo 1839-Parma 30 maggio 1904
Fu professore di disegno e d’intaglio nel Regio Istituto di Belle Arti di Parma. Lottò per la libertà della patria, prendendo parte alla campagna risorgimentale del 1860.
FONTI E BIBL.: A. Rondani, Cenno necrologico, in Gazzetta di Parma 3 giugno 1904, n. 153; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 155.

Roccabianca 7 aprile 1877-Monte Sei Busi 24 luglio 1915
Figlio di Giuseppe. A diciassette anni entrò nella scuola militare di Modena, dalla quale uscì sottotenente di fanteria nel 1896, per venire promosso al grado superiore tre anni dopo e conseguire, nell’ottobre 1911, la nomina a capitano. Comandato nell’agosto 1913 quale istruttore nel Convitto Nazionale di Lucera, disimpegnò questo delicato incarico con particolare avvedutezza. Rientrato al reggimento un anno dopo e scoppiata la guerra coll’Austria, fu uno dei primi a varcare il confine nel basso Isonzo. Dopo aver assalito e conquistato col suo battaglione del 14o Reggimento Fanteria, di cui era comandante interinale, varie linee di trincee nemiche, nella sera del 24 luglio 1915, a Monte Sei Busi, dopo aver attraversato alla testa dei suoi soldati il reticolato di un’ultima trincea nemica e mentre stava per precipitarsi in essa, colpito al capo e al petto, cadde esanime. La medaglia d’argento al valore militare gli fu concessa sul campo (D.L. 24 febbraio 1916), con la seguente motivazione: Conduceva con slancio e arditezza il suo reparto all’assalto di una trincea nemica, combattendo con esemplare coraggio, finché cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 4 agosto 1915; Aurea Parma, anno III, fasc. 3-4, luglio-dicembre 1915; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 40; Combattenti di Roccabianca, 1923, 16; Decorati al valore, 1964, 106.

San Secondo Parmense 11 novembre 1884-Parma 5 luglio 1952
Figlio di Demetrio. Studiò al Conservatorio di Parma sotto il maestro De Stefani dopo avere ottenuto una borsa di studio. Accanto a lui in quegli anni vi furono altri allievi insigni, come Pizzetti, Campanini, Mugnone e Toscanini. Si diplomò nel 1902. Il suo strumento, l’oboe, lo portò a partecipare a orchestre importanti, come quella del Regio di Parma o della Scala di Milano. Il Bocchia si esibì nei teatri di Londra, Berlino, del Sud America, d’Egitto, di Buenos Aires (Colon) e di Rio de Janeiro. Combatté nella prima guerra mondiale col grado di sottotenente di complemento nella Brigata Piacenza del 3° Corpo d’Armata. Compose per il suo reggimento una marcia bellica. In seguito a un incidente venne dichiarato grande invalido di guerra e gli fu conferito il grado di maggiore del ruolo d’onore. Impossibilitato a viaggiare agevolmente, diventò insegnante al Liceo Musicale di Ferrara, poi a Venezia, a Trieste e a Cagliari. Dal 1929 al 1931 fu supplente nel Conservatorio Arrigo Boito di Parma, finché nel 1933 si aggiudicò la cattedra di oboe presso lo stesso Conservatorio, dove, tra gli altri ebbe come allievi Ermes Armenzoni, Agostino Chiappero ed Ernani Longari, tutti oboisti sansecondini.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 31; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 31; San Secondo, 1982, 60; K. Golini, in Gazzetta di Parma 22 maggio 1991.

Parma 18 agosto 1838-gennaio/agosto 1915
Figlio di Francesco, alto funzionario del governo ducale, imprigionato da Carlo di Borbone per la sua avversione all’Austria, e di Adelaide Panini. Fu giurista di grande valore, nutrito di severa dottrina giuridica e di vasta cultura letteraria classica. Solo la malferma salute, che lo costrinse a ritirarsi prematuramente dalla professione, impedì una sua più completa e durevole affermazione nel campo dell’avvocatura. Dal suo ritiro data invece la sua attività di studioso, che eccelse nel volume Il possesso nella legge italiana, elogiato da giuristi come il Gabba, il Lessona, il Perozzi e il Bonfante. Conservatore cattolico, dopo essere stato autorevole Giudice Conciliatore Capo, fu ripetutamente eletto a far parte della Giunta provinciale amministrativa. Si spense a pochi mesi di distanza dalla morte in guerra del figlio Fabio.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 31; J. Bocchialini, Camillo Bocchialini, in Memorie e figure parmensi, scrittori e poeti del Novecento, Parma, 1964, 343-348.

Parma 1 ottobre 1840-Parma 4 gennaio 1901
Figlio di Francesco e fratello minore di Camillo, illustrò la città natale come pochi altri. Giureconsulto egregio del Foro Parmense, fu tra i migliori avvocati di fine Ottocento ed esercitò la professione per trentaquattro anni. Fu sempre studiosissimo, specialmente di cose letterarie, e acquistò uno stile forbito efficacissimo, che esplicò nelle sue arringhe civili e penali, come fanno fede le memorie legali da lui pubblicate. Parlatore sobrio ed energico, con il suo dire molte volte a scatti, a frasi scultoree e concettuose, accoppiate a vastità e profondità di dottrina, si conquistò la generale ammirazione. Oratore classico, penalista brillante, civilista preparato, ebbe come discepoli Luigi De Giorgi, Mario Garbarini, Annibale Capella e altri giovani di valore. L’Università di Parma lo ebbe per due anni docente (diritto e procedura penale). Presidente e amministratore di molti istituti parmensi, fu consigliere comunale e provinciale e per più di un anno fece le veci di sindaco di Parma, senza tuttavia volerne accettare il titolo definitivo. Fu per lungo tempo membro della commissione del gratuito patrocinio presso la Corte d’Appello e anche in tale ufficio spiegò la sua coscienziosa attività. Fu inoltre membro della Commissione d’appello per i ricorsi in tema d’imposte. Sostenne con zelo l’ufficio di presidente dell’Associazione Garsi per l’invio dei fanciulli scrofolosi agli ospizi marini. Deputato al Parlamento per quattro legislature consecutive (XVII-XX, dal 1890 al 1900), sedette sui banchi dell’estrema destra col gruppo di Colombo, Carmine, Giusso, Gianturco, Luzzatti, Molmenti e Prinetti, facendo parte dell’opposizione a Giolitti. Prese parte attiva ai lavori parlamentari e fu membro di qualche commissione. Nelle elezioni del 1900 fu battuto da Erminio Olivieri, dopo che egli a sua volta aveva sconfitto Aristo Isola. Fu seguace della corrente liberale-cattolica che aveva avuto in Parma un precursore in Filippo Linati. Alla Camera non parlò molto spesso, ma quelle poche volte fu ascoltato e tenuto in grande considerazione. Uomo di ingegno e di molta cultura (autodidatta per il greco, era un profondo conoscitore del Trecento e del Cinquecento e fu autore di egregie monografie di diritto penale uscite sulla Rivista penale del Lucchini). Nel suo saggio Del dolo civile e della frode punibile spiega con chiarezza il criterio fondamentale secondo cui il dolo può essere frenato dalla legge civile oppure cessa l’azione esclusiva di questa per dar luogo alla legge penale. Resse con rettitudine i pubblici uffici cui fu preposto, fu presidente degli Ospizi e dell’Ordine degli avvocati di Parma.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, I, 1940, 122-123; A. Pariset, Dizionario biografico, 1905, 11-12; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 31-32.

Parma 5 dicembre 1882-Podgora 4 novembre 1915
Figlio di Camillo, affermato giurista, e Teresa Ferrari. Fu seguace della dottrina neo-fisiocratica di Stanislao Solari, allievo della Scuola Superiore Agraria di Milano (diretta da Angelo Menozzi) e cattedratico ambulante a Langhirano. Con Antonio Bizzozero, di cui era lo scolaro prediletto, fu l’apostolo del rinnovamento agricolo della provincia parmense e in special modo contribuì, con gli scritti e con il quotidiano esempio, alla redenzione agricola della montagna parmense. Fu stroncato a trentatré anni nel corso della prima guerra mondiale, ove era andato volontario nonostante fosse ufficiale della Territoriale: egli cadde combattendo da eroe sulle pendici del Podgora mentre, alla testa dei suoi fanti (ebbe il grado di sottotenente nel 12° Reggimento di Fanteria), espugnava una trincea. Alla sua scomparsa, la sua nobile figura fu ricordata da tutta la stampa italiana. Per iniziativa de La Giovane Montagna di Giuseppe Micheli, il 21 settembre 1933 gli fu eretto un monumento, opera di Renato Brozzi, sul Monte Caio (m 1580) per iniziativa e contributo di tutti i comuni di Val Parma, Val d’Enza e Val Baganza. Lasciò molti scritti, agrari ed economici, su L’Avvenire Agricolo e una importante opera postuma, L’avvenire dell’economia terriera, ove sono esposti il pensiero e il sistema del Solari.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 32-33; M. Bersini, in Gazzetta di Parma 20 settembre 1981, 7; F. Piazza, Bocchialini agronomo-eroe, in Gazzetta di Parma 23 febbraio 1999, 14.


Parma 2 luglio 1806-Parma 15 settembre 1872
Figlio di Pietro e Luigia Panini. Compiuti gli studi a Parma, entrò nell’amministrazione delle contribuzioni indirette, ufficio del quale in seguito fu a lungo direttore. Quando Parma e Piacenza si trovarono unite all’Impero Austriaco in virtù della Lega Doganale, il Bocchialini seppe tener fronte validamente al commissario imperiale nell’interesse del Ducato di Parma. All’avvento del governo italiano preferì essere collocato a riposo, ma in seguito, nominato assessore del Comune di Parma, caldeggiò e promosse il bene della sua città. Fu benemerito altresì quale giudice conciliatore. Dotato di grande amore per le lettere, ebbe fama di ottimo scrittore.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, 1877, 61-62; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 182.

Parma 25 ottobre 1873-1893
Figlio di Fabio e Maria Carrara. Musicista, fu compagno di studi di Toscanini e Zanella. Come concertista di violino, Arrigo Boito lo preconizzò futura gloria d’Italia. Morì invece a soli diciannove anni.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 32.


Parma 1 dicembre 1878-Parma 12 febbraio 1965
Figlio di Camillo e Teresina Ferrari. Laureatosi in legge nell’Università di Parma appena compiuti i ventuno anni, seguì le inclinazioni ataviche e fu avvocato di grido e oratore trascinante. Divise la sua attività tra la professione, il giornalismo e la letteratura. Fu uno dei migliori avvocati del foro di Parma, quale penalista e civilista. Giovanissimo, si dedicò al giornalismo con l’ardore del neofita. Iniziò sul finire del XIX secolo, come corrispondente de’ L’Alba di Milano (di cui era magna pars Giovanni Borelli) e della Gazzetta dell’Emilia di Bologna, diretta da Ettore Pesci e poi da Ettore Gentili. Data da allora anche la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma e ai periodici locali. Nel 1903 fu chiamato alla redazione del quotidiano cattolico Il Momento di Torino, di cui divenne successivamente direttore. Uscito alla fine del 1908 del giornalismo nazionale, riprese a Parma la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma e alla Giovane Montagna. Diresse nel periodo dal 1920 al 1925 la rivista Aurea Parma, collaborandovi poi assiduamente, così come collaborò a numerosi periodici locali, a importanti quotidiani e a molte riviste. Ma la sua collaborazione più affettuosa fu riserbata, si può dire fino agli ultimi giorni di vita, alla terza pagina della Gazzetta di Parma. Il suo contributo alla letteratura parmense fu determinante, soprattutto con i saggi critici, i profili di scrittori e artisti e gli studi sul dialetto, di cui egli fu conoscitore profondo. Cominciò come poeta pubblicando presso Treves nel 1921 Nido nella siepe, che incontrò il favore dei critici per la sua squisita fattura e a cui si possono idealmente allacciare le Liriche del crepuscolo (1961). Pubblicò inoltre quattro volumi di storia e critica letteraria, sul poeta Alberto Rondani (1922), sul poeta Luigi Sanvitale (1924), sui poeti parmensi dell’Ottocento (1925) e del Novecento (1926), due volumi di folclore e dialettologia (Rispetti d’amore, raccolti sull’Appennino parmense, 1924, e Il dialetto vivo di Parma e la sua letteratura, 1944), due libri di scienze sociali, Il diritto alla terra (1902) e il Disegno di un ordine nuovo nelle vie del Cristianesimo (1948), e varie monografie storico-filosofiche, tra cui quelle sul Monte di Pietà di Parma e sulle Maestre Luigine. Le sue ultime opere furono le antologie ragionate dei suoi scritti: Figure e ricordi parmensi in mezzo secolo di giornalismo (1960), Frammenti di storia, di arte e di vita parmense, attraverso mezzo secolo di giornalismo (1962) e Memorie e figure parmensi, scrittori e poeti del Novecento (1964). Il Bocchialini coltivò anche la passione per la filatelia. Il suo nome è riportato in diverse enciclopedie, specialmente per la sua competenza per le emissioni provvisorie di francobolli del Ducato di Parma e per la prima emissione di francobolli del Regno di Sardegna nell’ex Ducato parmense. La sua fama varcò le Alpi, tant’è vero che venne interpellato come prezioso perito filatelico dalla Corte reale inglese. Il Bocchialini appartenne alla Giunta provinciale amministrativa di Parma, al Consiglio comunale di Parma, al Consiglio generale dell’Unione Popolare, alla Deputazione di Storia Patria, all’Amministrazione degli Istituti Femminini Raggruppati e al Consiglio amministrativo dell’Università di Parma e fu anche commissario dell’Istituto per le Case Popolari. Nel 1960, a Bologna, venne insignito della Toga d’oro, premio ai suoi cinquant’anni di carriera forense. Ebbe un suo stile di scrittura inconfondibile, con una stesura forbita, da profondo conoscitore della lingua italiana. Fu anche un eloquente e piacevolissimo conversatore dalla facile parola e dal periodo incisivo. Non si contano i suo discorsi e le sue orazioni, tenuti in occasione di cerimonie patriottiche o civiche in città e nella provincia.
FONTI E BIBL.: T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 43; Gazzetta di Parma 13 febbraio 1965, 4; Archivio Storico per le Province Parmensi 1965, 31-33.

Spagna 1741-post 1809
Nato da famiglia originaria del Ducato di Parma, a Parma ritornò bambino con il padre che prestava servizio nel Reggimento delle Guardie Valloni del duca Filippo di Borbone. Giovanetto, intraprese la carriera militare nello stesso Reggimento, raggiungendo il grado di capitano. Fu appassionato studioso di scienze, di botanica, di geologia, di chimica. Rimase al comando della guarnigione di Berceto e della Compagnia Malaspina fino al 1777, quando, date le consegne al conte Felice Cantelli, passò alla Compagnia Cacciatori. La sua simpatia verso le nuove idee che venivano dalla Francia lo mise in cattiva luce. Per le sue opinioni politiche, sotto il governo di Ferdinando di Borbone fu perseguitato e arrestato. Durante l’occupazione austriaca, nel 1799 fuggì in Francia, dove rimase sino all’affermazione del dominio napoleonico in Italia (tornò in patria dopo la Pace di Lunéville del 1801, che assegnò il Ducato alla Repubblica Cisalpina e lo sottopose quindi all’influenza napoleonica e al riformismo francese). Nel giugno del 1804, per iniziativa dell’amministratore E.M. Moreau de Saint Méry che intendeva raccogliere dati e notizie per la stesura e successiva pubblicazione di una poderosa Descrizione di tutto il Ducato, gli fu affidato un incarico esplorativo per cui il Boccia iniziò un lungo e faticoso viaggio nell’Appennino Parmigiano, che si concluse nell’autunno dello stesso anno. Il percorso attraverso i monti piacentini avvenne invece tra il 14 maggio e il 1o settembre del 1805. In entrambi i viaggi il Boccia fu accompagnato da un giovane di ottima indole, Luigi Chizzolari, fratello del parroco di Statto, il cui nome appare verso la fine del resoconto relativo al Piacentino. Nell’Archivio di Stato di Parma, tra le carte del Dipartimento del Taro si trova una lettera autografa in francese, in data 25 febbraio 1809, diretta al prefetto, con la quale il Boccia lo informa delle visite compiute nelle valli del Recchio e della Parola, delle spese sostenute (1000 franchi) e ne sollecita il pagamento, sottolineando il fatto che egli viveva con la sola pensione di ufficiale in ritiro e accennando alla sua età avancé et les infirmités. Notizie più vive sul suo conto emergono dall’esame di tutto il manoscritto. Lo si vede attento osservatore di uomini e di cose, dotato di un interesse sincero per fatti e persone e di un bonario umorismo nei riguardi anche di se stesso. Fu ottimo geologo e conoscitore di pietre e rocce, esperto botanico e raccoglitore di erbe per un importante erbario. Egli stesso dice di essere stato a Berceto comandante delle truppe che guarnivano le valli della Cedra, Bratica, Parmossa, Parma, di conoscere bene, per esservi stato tempo addietro, la valle del Taro e Compiano, di aver scalato il Pelpi, di essere un buon camminatore benché avesse 63 anni, artritico officiale quasi patriarca, e fosse in viaggio da oltre tre mesi, di aver scortato in varie gite la duchessa Maria Amalia di Borbone e di conoscere molti personaggi del suo tempo, con i quali era legato da stima e amicizia. Tra gli altri sono indicati: il dottor Giuseppe Poggi, figura di primo piano durante la dominazione francese e che donò alla Biblioteca Passerini Landi, tra altri importanti volumi, il prezioso salterio della regina Angilberga, lo storico Vincenzo Boselli, che definisce suo dolce amico, l’abate Morandi di Castell’Arquato, autore di una storia del suo paese. Il Boccia fu anche appassionato ed esperto nello studio delle conchiglie e dei fossili: lo dimostrano le molte notizie di scienze naturali, i riferimenti e le spiegazioni a tal riguardo. In passato doveva aver percorso in lungo e in largo il territorio piacentino: accenna di aver visto anni prima il ricchissimo archivio della Cattedrale di Castell’Arquato, di aver notato certe zone, poi spoglie, coperte di ulivi, di aver trovato vent’anni addietro (quando era giovane) piante ed erbe interessanti nel territorio di Monte Gioco, gli strati di Mignano, dei quali denuncia fondamentali cambiamenti. Ricorda di essere stato giovanetto a Castell’Arquato per la fiera della Madonna di Agosto e certe perlustrazioni fatte in valli, vallette e borghi dell’Appennino, solo o accompagnato da amici dotti dell’Università di Parma. Varie volte era andato nello Stato piacentino anche negli ultimi anni e questo gli aveva permesso di avere contatti e rapporti di vera amicizia con l’arciprete Rocci di Torrano, suo antico amico e condiscepolo, con l’arciprete di Pomaro, con la famiglia Pisani di Roccapulzana, con l’abate Amoretti e con il prevosto di Niviano. Il Boccia, per sua asserzione, villeggiò per cinque anni a Suzzano e forse fu in quell’occasione che ispezionò attentamente, con l’amicissimo suo abate Poggi, la zona bassa del Trebbia al fine di identificare il luogo dove avvenne la battaglia, zona che aveva esaminato anche venti e quattordici anni prima. Il Boccia dovette essere dotato di mente aperta, pieno di un interesse vivo per tutto ciò che vedeva, di un sottile senso di umorismo, di spirito di osservazione, fedele nelle amicizie e anche sportivo (se si tengono presenti le sue partite di caccia e le sue escursioni), sempre attento a cogliere notizie, a controllarle e a vagliarle. Qualcosa in più su di lui si desume attraverso le lettere allegate sia al ms. Parmense 1186 che al 497 (Biblioteca Palatina di Parma): sono notizie spicciole, anche di carattere economico. Le lettere in genere sono due per ogni vallata e in due copie: una per il segretario del Moreau, Duplan, di carattere più personale, e l’altra più breve e ufficiale indirizzata al Moreau stesso. La prima è del 14 giugno 1805: egli spedì la descrizione delle valli dell’Ongina e dell’Arda osservate e descritte nella migliore maniera che da lui si poteva, unitamente a qualche prodotto di storia naturale. Il Boccia non aveva perso tempo, in quanto la lettera di affidamento di Moreau de Saint Méry è dell’8 maggio dello stesso anno. A titolo di esempio del contenuto di queste lettere, si segnala quella del 29 giugno, da Carpaneto, con quale avverte il Duplan che aveva trasmesso al podestà di Fiorenzuola, unitamente al plico, qualche pietra dura con un pezzo mai più da lui ritrovato che supponeva essere ingemmato di granate, un pezzo di legno silificato e ossa fossili di cetacei trovate a Montezago. Informa di aver finito di osservare le quattro valli (Chiavenna, Chero, Viceno, Riglio) e di essere pronto a partire il giorno dopo per Ponte Albarola. Ricorda il rischio corso il giorno di San Giovanni mentre andava da Gusano a Sariano. Una biscia gli aveva attraversato la strada e il cavallo si era impennato. Egli aveva avuto l’avvertenza di liberarsi dalla staffa ed era caduto nel terreno sottostante, fortunatamente soffice, rimanendo indenne, se pure un po’ sbalordito.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Lago Santo, in La Giovane Montagna, Parma, Zerbini, 1901; G. Micheli, L’alta valle del Taro al principio del secolo scorso, Parma, Zerbini, 1903; G. Micheli, Il viaggio del capitano Antonio Boccia nell’Appennino Parmense, in Nozze Bevilacqua-Ronna, Parma, Zerbini, 1906; Il viaggio del capitano Boccia nell’Appennino Parmense, in Bollettino Storico Piacentino, 1907; G. Micheli, Le valli dei cavalieri. Note e documenti, Parma, Federale, 1915; G. Micheli, Il passo della Cisa descritto dal capitano Boccia, Parma, U.T.P., 1925; G. Micheli, I petroli parmensi e quelli di Miano al principio del secolo scorso, Parma, Bodoniana, 1930; G. Micheli, Salsomaggiore e i suoi dintorni al principio del secolo scorso, Fidenza, Mattioli, 1930; G. Micheli, Un viaggio nelle montagne piacentine (1805), Parma, Bodoniana, 1933. La pubblicazione completa del Viaggio è recente. Essa si basa su due manoscritti, rimasti a lungo inediti, o editi solo parzialmente, della Biblioteca Palatina di Parma: il 496 e il 497, recanti il comune titolo Viaggio ai monti di tutto lo Stato di Parma e di Piacenza. Una copia è anche nel ms. 1186, che reca il titolo Itinerario e descrizione geografica, Fisica Storica e Statistica dei monti e delle valli dello Stato di Parma e di Piacenza. Altri passi con aggiunte e correzioni si trovano nel ms. 1187. Tra le opere apparse successivamente agli studi di Micheli: Viaggio ai monti di Parma (1804), Parma, Silva, 1970; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 132; Boccia, Viaggio ai monti di Piacenza, 1977, 9-11; Guagnini, Regione e Europa, 1987, 302-303; Valli dei Cavalieri 10 1989, 7-8.

Mezzani 1831
Fu inquisito dalle autorità governative dopo i moti del 1831 e assoggettato ai precetti di polizia, con la seguente motivazione: Costui si è distinto colle sue iniquità ed è rimasto libero. È da ricordarsi, che nel predetto luogo dei Mezzani si voleva fucilare l’effigie di S.M. Destro ladro che come tale venne condannato alla reclusione. Nel tempo della rivolta fu veduto assieme ad altri malviventi armato di pistole e stilo, forse per attendere il momento favorevole di commettere furti.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 139.

Borgo Taro 1823/1831
Caffettiere in Borgo Taro. Fu inquisito dalle autorità governative perché nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Dopo i moti del 1831 espatriò dai Ducati parmensi, e non si ebbero più notizie di lui.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 147.

Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore copista, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 20.

Vaestano 14 luglio 1921-Ciano d’Enza 10 aprile 1945
A diciotto anni fu operaio specializzato negli stabilimenti Pirelli di Milano. Arruolatosi volontario con la ferma di due anni il 16 novembre 1938 nel 4° Reggimento Artiglieria d’Assalto, il 16 ottobre 1939 ottenne i galloni di capitano maggiore. Nominato sergente il 18 giugno 1940, il 20 ottobre successivo fu inviato in congedo illimitato. Dal 1941 risiedette con la famiglia a Mezzani. Nella lotta clandestina, fece parte dal 14 giugno 1944 della formazione partigiana 143a Brigata Aldo, assumendo il nome di battaglia Fulmine. Dal 20 luglio al 4 agosto 1944 ebbe la qualifica gerarchica di caposquadra, quindi quella di comandante di distaccamento. S’impegnò con i suoi uomini per portare l’energia elettrica a Madurera e Pratopiano e si sforzò per non fare pesare in senso negativo la presenza dei partigiani nelle alte valli. Coraggioso e audace, fu però sempre contrario allo spargimento di sangue, se non strettamente necessario. Nelle sue varie puntate contro il nemico fu deciso e spesso imprevedibile: con audacia, in pieno centro a Parma, prelevò un ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, con automezzo completo di armamento; clamorosa fu anche la cattura di un maggiore tedesco, che fu poi scambiato con partigiani in ostaggio. L’ultima sua impresa fu la conquista di Ciano d’Enza, dove resisteva un nutrito presidio tedesco, centro di sevizie ed esecuzioni. Guadò con alcuni suoi uomini il fiume Enza, gonfio per il disgelo, e si portò, minacciato dal nemico, presso le prime case per costituire una testa di ponte. Quando il grosso del battaglione tentò di seguirli, fu bloccato dal tiro ormai intenso dei Tedeschi. Il Bocconi appostò un paio di uomini con lo scopo di sparare verso il Municipio per distrarre i Tedeschi, poi si slanciò allo scoperto sparanto all’impazzata con l’amico Nando Mattioli che, colpito, gli cadde vicino. Il Bocconi, da solo, in piedi, intimò allora la resa al presidio tedesco. Colpito in piena fronte, stramazzò a terra, ma i suoi compagni lo scavalcarono di slancio, sotto un fuoco infernale, conquistando il paese e costringendo alla resa i Tedeschi. Il Bocconi fu decorato con la medaglia d’oro al valore militare alla memoria, con la seguente motivazione: Valoroso combattente della lotta partigiana più volte distintosi per capacità di comandante e per coraggioso comportamento, alla testa di pochi uomini guadava arditamente l’Enza sotto violento fuoco nemico. Portatosi a ridosso delle difese di Ciano d’Enza, chiesti rinforzi ma insofferente dell’attesa, si slanciava da solo con leggendaria audacia nelle vie del paese raggiungendo la piazza. In piedi, allo scoperto, intimava la resa al nemico. Fatto segno a colpi di fuoco rispondeva senza curar di coprirsi. Colpito alla fronte si abbatteva esanime, ma l’audacia del suo gesto contribuiva molto ad animare i partigiani che conquistavano di slancio il paese infliggendo gravi perdite ai tedeschi.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1952, Disposizione 6a, 730; Decorati al valore, 1964, 64; Carolei, Medaglie d’oro, 1965, II, 656; Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, I, 1968, 316; Minardi, Le terre de’ Mezzani, 1989, 174; Gazzetta di Parma 10 aprile 1965; Gazzetta di Parma 8 maggio 1995, 5.

Parma-1505
Prevosto del Battistero di Parma, dogmano, fu segretario del cardinale Schiaffinati. Fu a sua volta cardinale, ricordato per la sua estrema cultura ed erudizione. Il 23 ottobre 1495 fu nominato vescovo di Vieste. Alla morte, ebbe sepoltura nella Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 340; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 271.

Parma 1505
Fu dottore in legge (1505).
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 137.


Parma 7 aprile 1901-Parma 11 settembre 1973
Figlio di un assistente farmacista. La madre, di Busseto, era amica del flautista Paolo Cristoforetti, pure Bussetano, che diventò maestro del Bocelli e lo spinse a diplomarsi al Conservatorio di Parma (1919). Passato dal flauto al pianoforte, il Bocelli formò un complesso con il trombettista Orsatti, il violinista Monti e il batterista Stecconi, andò in tournée nei paesi di mare e suonò nove anni al  Gardenia di Parma. Quindi dal 1929 ebbe stagioni a Salsomaggiore (dove lanciò Gorni Kramer al Poggio Diana), Gardone, Sanremo, Ospedaletti, Stresa, Padova (Caffè Pedrocchi), Milano (Rigoli), Roma (Grand Hotel Quirinale), Rimini (Mocambo), Forte dei Marmi (Augustus), Parma (1945, Giardino d’inverno e Teatro Regio, nel 1938 col Trio Lescano e Silvana Fioresi). Fu poi solista ad Alassio e Laigueglia e concluse la carriera ancora a Salsomaggiore (1970, Berzieri). Scrisse vari ballabili.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 57; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 7 ottobre 1819-Colorno 14 gennaio 1888
Esercitò a Colorno la professione di chimico farmacista. Patriota convinto e indomito nemico della tirannide, nel 1850 fu costretto dalla polizia borbonica a chiudere la propria farmacia divenuta ritrovo dei liberali. Nel 1859 si assunse l’incarico di ispezionare il confine padano per agevolare il passaggio dei volontari in Piemonte attraverso il comitato parmense. Dopo la reazione, dovette abbandonare Colorno, ma poco dopo vi organizzò una schiera di armati coi quali entrò in Parma, che trovò già in subbuglio per la partenza della duchessa Luisa Maria di Berry. Accolto dalla cittadinanza con entusiasmo, ebbe il comando di una compagnia della guardia nazionale. Il governo provvisorio gli rilasciò un particolare attestato di benemerenza. Nemico di ogni partito estremo, fu convinto seguace della politica del conte di Cavour. Al raggiungimento dell’unità nazionale, non chiese né ricompense né onori.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 400; G. Lombardi, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 183.

Borgo San Donnino 1650
Dottore, fu eletto podestà di Borgo San Donnino il 10 settembre 1650.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 378.

Parma 1751
Fu tenente colonnello dei carabinieri nel 1751.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 378.


Busseto 1749
Il 10 aprile 1749 ottenne patente di colonnello del Terzo di Busseto e capitano della 1a Compagnia.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 378.

Busseto ante 1561-post 1594
Fonditore di campane. Il Seletti ne La città di Busseto (v. II, p. 51) scrisse: Un altro artista di Busseto, gettatore di bronzo e lodato artefice di campane, che si dedicò con buon risultato a quest’arte e si ricorda, come opera sua, una campana della collegiata di Cortemaggiore con la leggenda Deo Divae Omnipotenti Virgini restaurata pro Comune Curtis Majoris. 1561 Hieronimus Bocellus de Busseto. Che esercitasse tale arte lo è pur detto nell’iscrizione per la venuta di Paolo III e Carlo V in Busseto, fatta erigere dallo stesso sulla facciata di S. Bartolomeo di Busseto nel 1594.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di belle arti, 4, 1820, 108; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Polesine 24 agosto 1740-Pieve Ottoville 2 ottobre 1812
Successe nell’arcipretura di Pieve Ottoville a don Giacomo Annibale Caraffini il 17 marzo 1770, presentato e proposto dalla famiglia Pallavicino. Dalla lettera di collazione, redatta il 20 aprile di quell’anno e conservata tra gli atti di quell’archivio parrocchiale, si apprende che era allora feudatario di Zibello il marchese Oberto Pallavicino, ad quel spectat Juspatronatus, ac Jus eligendi, nominandi et praesentandi Archipresb. ipsius Parochialis et Plebanae Ecclesiae. L’istituzione canonica risale al 6 maggio successivo e da allora il Bocelli iniziò la sua attività pastorale che si protrasse per ben 42 anni, durante i quali egli fu provvido di iniziative. Ottenne dal Pontefice, con speciale concessione, la perpetua facoltà di ritenere e leggere i libri proibiti d’ogni maniera et ancora d’eretici e miscredenti, affinché la conoscenza di tali opere gli potesse, nell’esercizio del suo ministero, tornare ad altrui illuminazione e salvezza. Dotò la Collegiata di un nuovo organo a due tastiere, costruito dai fratelli Serassi di Bergamo, e di un concerto di nuove campane. Nella chiesa della Madonna del Po, che come i suoi predecessori ebbe particolarmente a cuore, dispose la demolizione del pilastro recante l’immagine miracolosa della Vergine, facendo collocare il dipinto sopra il coro del sacro edificio. Contribuì al decoro della chiesa arricchendola di un artistico ostensorio d’argento cesellato e sbalzato, di un messale legato nello stesso metallo e di sacri arredi e parati. Devoto alla famiglia Pallavicino, dalla quale ottenne protezione e favori, godette pure dell’amicizia di influenti personalità. Ebbe rapporti con i duchi di Parma e con la principessa Enrichetta d’Este, dalla quale fu eletto suo cappellano d’onore. Laureato in sacra teologia, fu protonotario apostolico.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 79-80.

Parma 1746
Fu nominato procuratore il 15 marzo 1746.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 378.


Colorno 1892-Genova 24 aprile 1949
Impiegato, allo scoppio della prima guerra mondiale, il 25 maggio 1915 partì da Parma col gruppo dei volontari ciclisti parmensi. A Piacenza fu assegnato al reparto di Parma col quale prestò servizio anche in zona di guerra aggregato al 2° Squadrone del 1° Reggimento Cavalleggeri Monferrato sul basso Tagliamento sino allo scioglimento del Corpo Nazionale Volontari Ciclisti Alpini verso la fine di novembre. Subito dopo passò nel Corpo degli Alpini, frequentò il corso allievi ufficiali e fu destinato al 4° Reggimento Alpini che raggiunse in zona di operazioni. Partecipò poi a varie e importanti azioni di guerra distinguendosi per il valore e l’alto senso del dovere. Per tutta la durata della guerra fu sempre in linea di combattimento. Raggiunse il grado di capitano e gli furono assegnate, oltre la croce al merito di guerra, due medaglie al valor militare, una d’argento e una di bronzo, con le seguenti motivazioni: Tenente nel 4° Reggimento Alpini. Sotto violento bombardamento nemico, sprezzante del pericolo, con la parola e con l’esempio incitava alla resistenza i pochi soldati superstiti, ricacciando brillantemente l’avversario e mantenendo saldamente la posizione occupata (Monte Vodice, 18-19 maggio 1917); Aiutante Maggiore di un battaglione alpini, durante un pericolo di azioni di attacco e di difesa, fu valido coadiutore del comando. Sempre fermo e coraggioso nell’adempimento dei suoi compiti, maggiormente si distinse con l’opera sua, quando per effetto di ripetuti assalti nemici, il battaglione subiva notevoli perdite, che ne diradavano le file (Meletta Davanti di Gallio, Altipiano di Asiago, 16-24 novembre 1917). Dopo la guerra il Bocelli si trasferì a Genova.
FONTI E BIBL.: G. Bagnaschi, Volontari plotone Parma, 1965, 29-30.

Polesine 1764
Fu nominato podestà di Polesine il 24 dicembre 1764.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1, 1935, 378.


Parma 1390/1427
Già frate minore nel 1410, dimorò nel Convento di San Francesco in Parma. In quell’anno lo si trova presente in un’adunanza capitolare (20 febbraio), imbreviata dal notaio Pietro del Sale: tra i frati conventuali presenti, abili a dare voto giuridico, è infatti ricordato Fr. Barnabas de Bucetis de Parma. Passato poi nel Convento di Cremona, ottenne l’ufficio di lettore e in quel periodo compose un intero Sermonario, diviso, come era costume, in due parti, cioè 82 Sermoni de Sanctis e 69 de Tempore. Il codice autografo che li contiene (posseduto un tempo da padre Fabrizio Montebugoli, minore riformato, lettore di filosofia) ha infine Explicit hic libellus per me fratrem Barnabam de Parma a Bixitis ordinis Minorum, dum essem lector Conventus Cremone cum tedio maximo, quia in dicto conventu erant infiniti homines armigeri tam equestres quam pedestres. an. 1427. Questi Sermoni constano di alcune proposizioni provate, con varie citazioni di autori sacri e profani, latini e volgari. È opera di qualche interesse per la varietà delle lezioni che offre e per certe chiose che, dichiarandone il senso, porgono, almeno storicamente, il concetto che si prestava loro e la ragione per cui si allegavano.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 217-219.

Parma 1450
Moglie di Gabriele dei Calcagni, nel 1450 fu insignita del grado di primiceria nel Consorzio delle gentili donne parmigiane, fondato nel 1247.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 217.

BOCHALARO GIOVANNI, vedi BELLIARDI GIOVANNI

Parma 1606
In una grida del 1° luglio 1606 è indicato come tubator (trombetto) del Comune di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 25.

Parma 1774/1791
Fu violinista in soprannumero della Reale Orchestra di Parma dal 22 luglio 1774. Venne ammesso col soldo di lire 5000 il 13 gennaio 1776 e lo si trova in questo incarico fino al 1778. Nel 1791 era violino in proprietà del Reale Concerto di Parma.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, R. Casa, Ruolo dei Provvigionati dal 10 di aprile 1776 a tutto l’anno 1805, B. 1, fol. 20, 131; Calendario di Corte per l’anno 1791, 193; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 215.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Scultore in creta, attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 40.

Parma 20 dicembre 1835-post 1860
Figlio di Pietro e Clotilde Notari. Fu uno dei Mille che, partito da Quarto, sbarcò a Marsala con Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Il Presente 4 maggio1910, 1.

BODINI DARIO, vedi BODINI ARIO


Saluzzo 26 febbraio 1740-Parma 30 novembre 1813
Terzo figlio del tipografo Francesco Agostino e di Paola Margherita Giolitti. Dopo il tirocinio nell’officina paterna, soprattutto quale intagliatore in legno, e dopo quello a Torino sotto la guida di F.A. Mairesse, il 15 febbraio 1758 partì per Roma, seguendo l’esempio dell’avo paterno Giovanni Domenico, che era stato compositore nella Stamperia Camerale e più tardi, tornato in patria, appassionato incisore di caratteri. Il Bodoni fu apprezzato dall’abate C. Ruggeri, sovrintendente alla Stamperia di Propaganda Fide e dal prefetto della Congregazione, cardinale G. Spinelli. Assunto nella celebre tipografia e appresi alla Sapienza gli elementi di alcune lingue orientali, lavorò come compositore. Ebbe inoltre l’incarico di riordinare numerose serie di punzoni, che due secoli prima erano stati incisi dai francesi C. Garamond e G. Le Bé. Avendo dato ottima prova, il Bodoni fu autorizzato a sottoscrivere col proprio nome (Excudebat J.B. Bodonus Salutiensis) un Pontificale copto-arabo (1761-1762), in due volumi, e un Rituale nella stessa lingua (1763), dei quali rimangono le prove dei frontespizi, probabilmente incisi in legno. Il periodo romano fu decisivo per l’orientamento del Bodoni quale incisore di caratteri e per il suo interesse agli alfabeti orientali, e alla Stamperia di Propaganda Fide rimase sempre legato da profonda gratitudine. Ambizioso di maggiori affermazioni, il Bodoni lasciò Roma nel 1766 con l’intento di raggiungere Londra, capitale di un paese dove l’arte tipografica, per merito di W. Caslon e di J. Baskerville, attraversava un felice periodo di rinascita. Ma a Saluzzo cadde malato. Nella Pasqua del 1767 impresse un Sonetto con caratteri da lui stesso incisi: il saggio ebbe successo e gli procurò ordinazioni da parte di tipografi piemontesi. Lo raggiunse l’anno seguente l’invito di G. Du Tillot, ministro del duca Ferdinando di Borbone, a impiantare e dirigere a Parma una Stamperia reale, del genere di quelle esistenti a Parigi, Madrid, Vienna, Napoli, Torino e Firenze. Il nome del Bodoni era stato suggerito al Du Tillot da P.M. Paciaudi, già bibliotecario del cardinal Spinelli e poi della Reale Biblioteca di Parma, la cui recente istituzione, insieme con quelle dell’Accademia di Belle Arti e del Museo e col restauro dell’università, si doveva alla illuminata politica culturale del ministro francese. Dopo brevi trattative e con l’assenso del suo sovrano Carlo Emanuele III re di Sardegna, il Bodoni accettò l’offerta e giunse a Parma il 24 febbraio 1768. Il 24 marzo sottoscrisse il contratto, che prevedeva l’alloggio e l’installazione dell’officina nell’ala occidentale del palazzo della Pilotta, lo stipendio annuo di 6450 lire parmensi, l’impegno di procurarsi punzoni e matrici, anche di caratteri greci ed ebraici, e di comporre personalmente i lavori di natura segreta. Il Bodoni cominciò a stampare libri dell’ottobre del 1768 con materiale tipografico ordinato a Saluzzo, a Torino e soprattutto al celebre incisore e fonditore francese P.S. Fournier il Giovane. Ma si propose subito d’incidere caratteri propri e a tale scopo chiamò il fratello Giuseppe a sovrintendere alla fonderia, che iniziò la sua attività nel 1770. Nel 1771 pubblicò il primo campionario di propri Fregi e majuscole, d’imitazione fourneriana. Questo e i successivi campionari, insieme con gli squisiti saggi che uscivano dalla Stamperia, resero ben presto noto e ammirato il nome del Bodoni in Italia e fuori. La Stamperia regia occupò al massimo una ventina di operai. Tuttavia il genere delle pubblicazioni, che rispecchiava le modeste esigenze culturali di una Corte pur illuminata, non poteva a lungo soddisfarlo. La sede, lo stipendio, l’ambiente stesso, la stima crescente da cui era circondato offrivano da un lato le condizioni ideali per l’esercizio dell’arte tipografica come il Bodoni la intendeva, dall’altro rappresentavano un vincolo, dal quale egli cercò di liberarsi fino dal 1783, installando due torchi di una propria tipografia al secondo piano del palazzo. Da questa, prima dell’autorizzazione ducale, uscirono fino al 1790 solo un paio di edizioni. L’invito del suo amico e ammiratore J.N. de Azara, ministro del re di Spagna a Roma, a trasferirsi presso di lui per pubblicare una serie di classici (quattro di ciascuna delle lingue greca, latina e italiana) e il rifiuto del Duca di lasciar partire un artista che tanto lustro dava alla Corte e alla città di Parma, fecero ottenere al Bodoni la desiderata autorizzazione. Proto dell’officina privata fu L. Orsi. Essa occupò non più di una dozzina di persone. Per conto del de Azara uscì nel 1791 l’Orazio, seguito nel 1793 dal Virgilio e nel 1794 da Catullo, Tibullo e Properzio: la correzione dei testi veniva fatta a Roma dagli eruditi E.Q. Visconti, C. Fea e S. Arteaga. L’impresa fu interrotta per l’impedimento del de Azara, sopravvenuto a causa di eventi politici, e per il suo successivo trasferimento a Parigi nel 1798. Tuttavia un Tacito (1795) e altri classici furono pubblicati dalla Stamperia reale e dal Bodoni a sue spese. Il 18 marzo 1791 il Bodoni prese in moglie l’assai più giovane Margherita Dall’Aglio, che lo assisté amorevolmente, lo aiutò nell’abbondantissima corrispondenza e ne continuò l’opera dopo la morte. Nella produzione del Bodoni possono considerarsi un gruppo a sé stante i campionari di caratteri, che sono i più numerosi tra quelli pubblicati da fonderie e tipografie europee del Settecento: Fregi e majuscole (1771), Essai de caractères russes (1782), Manuale tipografico (1788), Manuale tipografico, pubblicato postumo dalla vedova (1818). Si aggiungano i saggi di caratteri su fogli sciolti, che il Bodoni mandava in dono a tipografi italiani e stranieri. Possono comprendersi inoltre in tale gruppo, per l’intento del tipografo e la grande varietà dei caratteri impiegati, alcune celebri edizioni quali Pel solenne battesimo di S.A.R. Ludovico Principe Primogenito di Parma. Iscrizioni esotiche di G.B. De Rossi (1774), Epithalamia exoticis litteris reddita dello stesso De Rossi (1775), Oratio dominica in CLV linguas versa (1806), contenente duecentoquindici caratteri diversi. Il Manuale tipografico del 1788 comprende cento caratteri tondi e cinquanta corsivi, dal più piccolo (parmigianina) al più grande (papale). I caratteri mostrano talora le tracce di una filiazione antica, talaltra le caratteristiche del modern face, con un deciso contrasto tra i pieni e le finezze. Questi contrasti, tuttavia, non sono ancora spinti al limite e conservano alla riga nel suo insieme un aspetto di transizione e una bella armonia (Veyrin-Forrer). Separatamente fu stampata nello stesso anno la Serie dei caratteri greci, che ne contiene ventotto. Altri estratti contengono caratteri esotici, lettere maiuscole e cancelleresche. Il Manuale tipografico pubblicato nel 1818, sebbene incompleto e contenente alfabeti esotici usati (ma non disegnati), incisi o fusi dal Bodoni (Lane), comprende in tutto duecentottantacinque tipi dei seicentosessantasette esistenti nella Stamperia ed è stato giustamente considerato la somma tipografica del Bodoni. Nell’ampia introduzione, che segue la presentazione della vedova, il Bodoni accenna a principî di estetica secondo le idee correnti (il bello consiste nella convenienza e nella proporzione) e passa a esporre con chiarezza la propria opinione sui rapporti tra ornamentazione e tipografia. Della prima non sarà dunque saggio partito il farne pompa, salvo forse in que’ libri, che meno da’ letterati si apprezzano. Ma quanto più un libro è classico, tanto più sta bene che la bellezza de’ caratteri vi si mostri sola. Riassume la bellezza dei caratteri in quattro doti: regolarità, nettezza e forbitura, buon gusto e grazia, che dev’essere naturale e ingenita, lontana dall’affettazione e dallo sfarzo. Il Bodoni tratta inoltre delle operazioni di allineamento e spaziatura, della uguaglianza d’impressione, della bontà della carta e dell’inchiostro. L’ultima parte è dedicata ai progressi dell’Arte, dei quali parla ordinatamente con riferimento alle lettere, ai numeri e ai fregi. Quest’introduzione è divenuta un testo classico dell’arte tipografica ed è stata tradotta in più lingue. Il primo volume del Manuale contiene i caratteri latini tondi e corsivi (cc. 1-144), i cancellereschi, finanzieri e inglesi (cc. 145-169), le lettere maiuscole latine, tonde, corsive e cancelleresche (cc. 170-265). Il secondo è dedicato ai caratteri greci (cc. 1-19), alle lettere maiuscole greche tonde e corsive (cc. 20-62), ad altri caratteri esotici (cc. 63-182), infine ai fregi, agli ornati e ai contorni, a cartelle da racchiudervi de’ numeri, a linee finali, grappe, cifre diverse, numeri arabici e musica. La straordinaria quantità di caratteri incisi dal Bodoni va posta in relazione con la sua concezione tipografica. Attesta la vedova: intendeva egli che una ben compiuta fonderia dovesse esser fornita di una tal gradazione di caratteri, per cui l’occhio potesse appena discernere la differenza che passa tra l’uno e l’altro. L’acuta sensibilità e la grande periza d’incisore permise al Bodoni di concepire e realizzare le più lievi differenze nel disegno e negli spessori delle lettere, le quali, pur nella varietà, rivelano l’individualità e la coerenza stilistica del loro creatore, ciò che le rende a colpo d’occhio riconoscibili come bodoniane. Una valutazione dell’immane lavoro sostenuto dal Bodoni punzonista può farsi sulla base di quanto egli stesso dice: che la somma delle matrici per un solo tondo ascende a 196, e che ne bisognano altre 184 per lo corsivo della stessa grandezza e occhio. Lascia perplessi l’enorme quantità di alfabeti greci e orientali (esotici), taluni perfino fantastici. Alla perfezione tecnica e alla regolarità delle lettere il Bodoni attribuì la più grande importanza: Dalla maestria del punzonista dipende che le misure e le parti che possono essere comuni a più lettere siano precisamente ed esattamente le medesime in esse tutte; e questa esatta regolarità riesce grata allo sguardo ché presso che sola basta a far parere bella qualunque scrittura. Il Bodoni portò inoltre a compimento con estrema coerenza la trasformazione dei tipi, cominciata in Francia agli inizi del secolo da Ph. Grandjean con l’incidere per l’Imprimerie Royale il carattere romain du roi. Tale trasformazione, che fece perdere alla lettera le ultime tracce dell’origine umanistica manoscritta, consisté nell’accentuare il contrasto tra i tratti grossi e i sottili, nel collocare i primi nella medesima posizione centrale su ciascuno dei lati delle lettere tonde, infine nel concepire le grazie non più oblique ma come sottilissimi tratti rettilinei. Prima del Bodoni avevano operato nel medesimo senso Fournier il Giovane, dal quale il Bodoni prese le mosse, e il Baskerville, i cui caratteri, come quelli dei due Francesi, vengono comunemente definiti di transizione. Mentre i Didot e, più ancora, il Bodoni della seconda maniera portarono nel disegno delle lettere un rigore neoclassico. La perfetta aderenza al gusto dell’epoca e l’estrema accuratezza nell’incisione e nella fusione assicurarono il successo ai moderni tipi bodoniani. Anche per il corsivo il Bodoni seguì la tendenza del Fournier e si accompagnò a quella contemporanea dei Didot nel concepirlo come un romano inclinato, armonizzante con la sua classicità (Johnson). Il Bodoni incise trentaquattro alfabeti greci di grandezze e forme differenti. Alcuni furono criticati nel Bollettino della Société de Correspondance, soprattutto per gli arricciamenti delle teste e delle code. Da queste critiche il Bodoni cercò di difendersi nella lettera al marchese S.L. de Cubières (1° settembre 1785). Delle due edizioni di Anacreonte, dello stesso anno 1784, in una il Bodoni usò la varietà del greco di H. Estienne per lo stesso poeta (1554), nell’altra impiegò lettere maiuscole. Nel greco usato nel Longo Sofista del 1786 venne esagerato il contrasto tra i tratti grossi e i sottili. Una variante migliore è nella Iliade del 1808 (Scholderer): delle centonovantacinque lettere, trentanove furono battute insieme con gli spiriti. Una fondata, unanime critica fu rivolta ai suoi numeri arabi, che il Bodoni non sentì e alcuni dei quali sono decisamente di cattivo gusto. La fama del Bodoni è affidata anche al talento di compositore e alla perfezione di stampatore, benché secondo il Bertieri il solo scopo della composizione in Bodoni fosse quello di far risaltare i caratteri, il che lo avrebbe portato spesso a peccare come tipografo, la cui opera, per quanto meravigliosa, dovremmo dirla passata e morta, mentre tuttora vivente è la gloria di Lui quale rinnovatore e perfezionatore di tipi. Sembra difficile isolare i due momenti nel Bodoni, ovviamente ispirato dal medesimo gusto sia nel creare tipi che nel comporli. Del resto, è stato osservato, l’enorme disponibilità di caratteri permise al Bodoni amplissime scelte per ogni genere di composizione. Ciò non esclude che il Bodoni abbia potuto peccare come tipografo: la pagina allungata è talvolta in contrasto con l’occhio piuttosto largo del carattere. Si citano come anomalie le prefazioni in tutte maiuscole cancelleresche (Aminta) o capitali (Iliade) e la strana abolizione delle iniziali maiuscole perfino nei nomi propri (Introduzione alla storia naturale di G. Bowles, 1783). Nuocciono spesso all’estetica della pagina le numerose spezzature delle parole e gli apostrofi in fin di riga. In alcune edizioni greche fu rimproverata la mancanza di accenti. Compensano largamente i difetti del Bodoni compositore (alcuni sono piuttosto licenze consapevoli) la scelta sapiente dei caratteri per le differenti parti di un’opera, l’equilibrio nella distribuzione dei neri (caratteri) e dei bianchi (spazi tra le singole lettere e parole, interlinee e margini), l’esattezza del registro, ossia dell’appiombo e dell’allineamento delle lettere. La solenne compostezza, apparentemente priva di calore umano, della pagina bodoniana soprattutto dell’ultimo periodo tradisce lo sforzo appassionato del Bodoni di attingere le vette dell’armonia. Nel primo periodo della sua attività il Bodoni seguì il gusto settecentesco del libro ornato di fregi, testate, iniziali figurate, finalini e vignette, di rado in un gusto rococò, più spesso in quello antiquario, anticipatore dello stile Impero: trabeazioni, lapidi, meandri greci, medaglie. Per la magnificenza delle molte pubblicazioni celebrative, che la Stamperia reale fu tenuta ad apprestare, non venne certo meno l’ambizioso mecenatismo del Duca. Il fiorire in Italia di abilissimi calcografi quali F. Rosaspina, R. Morghen, G. Volpato, D. Cagnoni, A. Baratti, B. Bossi e altri (il più grande di tutti, G.B. Piranesi, non lavorò per il Bodoni), l’elevato clima artistico di Parma, con E. Petitot e una fiorente accademia, i rapporti che il Bodoni stesso intratteneva personalmente con artisti figurativi (A. Appiani e G. Lucatelli) o per mezzo dei suoi amici o collaboratori (sono noti quelli che il de Azara ebbe con R. Mengs) spiegano l’inclinazione del Bodoni, fino a un certo momento, alla ornamentazione e alla illustrazione. Le edizioni più illustrate e ornate sono per componimenti d’occasione: Descrizione delle feste per le auguste nozze di Don Ferdinando colla R. Arcid. Maria Amalia (1769), adorna del più bel frontespizio figurato, inciso dal Volpato (esso fu probabilmente tenuto presente dal Piranesi in quello, di pochi anni posteriore, del Trofeo o sia magnifica colonna coclide), e inoltre di numerose illustrazioni, vignette, iniziali incise dal Baratti, da G. Patrini, dal Bossi e da S.F. Ravenet il Giovane, Epithalamia exoticis linguis reddita di G. De Rossi (1775), contenente centotrentanove rami dei medesimi e di altri artisti, Atti della solenne coronazione della insigne poetessa Corilla Olimpica (1779), con bel ritratto inciso dal Cagnoni, vignette e ogni pagina entro cornice, Gestorum ab Episcopis Salutiensibus ’AÉ“ÉøÉ‘ÉvßjÉøÉ…´ÉøɃÉ÷É–É«V recusa (1783), con cinquantaquattro rami del Cagnoni e del Patrini su disegni del Lucatelli, Prose e versi per onorare la memoria di Livia Doria Caraffa (1784), abbellito da due ritratti del Morghen, da incisioni a piena pagina, da numerose testate, iniziali e cornici, Scherzi poetici e pittorici di G.G. De Rossi (1795), con quarantuno figure di stile neoclassico a puro contorno tirate in differenti colori e inquadrate da cornici pompeiane (diverse edizioni, alcune con rami del Tekeira, altre del Rosaspina), infine Le più insigni pitture parmensi (1809), con sessanta tavole in rame dello stesso Rosaspina. Di opere letterarie propriamente dette hanno decorazione, desunta peraltro dagli Epithalamia, soltanto una delle quattro edizioni degli Inni, in greco, di Callimaco (1792) e il Bardo della Selva Nera del Monti (1806). A opere di minore impegno editoriale e ai numerosissimi fogli volanti conveniva, disse il Bodoni, l’ornamentazione tipografica in rilievo. Nelle cornici, composte di minuti elementi tipografici, la grande varietà di motivi e la leggerezza di colore intonata alla pagina di testo non attenuano l’impressione di freddezza meccanica, propria di questo genere di decorazione, nei confronti di quella calcografica. Il Bertarelli avverte una stancante uniformità tra ornamentazione e tipografia in tutti i libri decorati del Bodoni, il quale non si servì delle figure come di un valido sussidio estetico, ma volle fonderle colla pagina e le assoggettò alle regole tipografiche, quasi fossero altrettanti caratteri del testo. L’osservazione ha un sottinteso riferimento alle edizioni illustrate a lui contemporanee, nelle quali manca ogni preoccupazione dello stampatore di un accordo tra tipografia e decorazione, e va obiettato che l’uniformità bodoniana è espressione di coerenza stilistica. I classici che uscirono dall’officina privata affermano nel Bodoni, oltre all’ambizione editoriale, una concezione della tipografia pura, intesa a dimostrare che la magnificenza delle edizioni si poteva conseguire coi soli mezzi tipografici. L’abbandono della decorazione liberò nel Bodoni la tendenza ad accentuare il contrasto tra i tratti grossi e sottili delle lettere: sarebbe difficile immaginare perfino un genere di decorazione antiquario nell’Orazio o nell’Iliade greca. I monumenti tipografici della seconda maniera possono pertanto considerarsi, assai più di quelli della prima, espressioni genuine dell’individualità artistica del Bodoni. Tra i più ammirati sono ’°póÉ ÉÀÉ˜É Éø Parmense in adventu Gustavi III Sueciae Regis (1784), notevole anche per le incisioni, pertanto opera di transizione, Anacreonte (1784), Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista nella traduzione del Caro (1786), Aminta del Tasso (1789), composta in caratteri appositamente incisi e fusi, Orazio (1791), De imitatione Christi (1793), infine i capolavori Iliade greca (1808), con dedica a Napoleone I, e Les aventures de Télémaque di Fénelon (1812), considerata dal Bodoni stesso la propria edizione più bella. Il Bodoni dichiarò l’interesse particolare che aveva per il frontespizio, fu cosciente dei meriti conseguiti in questo campo e confessò il proprio travaglio d’artista allo scopo di raggiungere i migliori risultati. Con gusto architettonico e sapienza epigrafica egli concepì la lunghezza delle righe in proporzione all’importanza concettuale dei gruppi di parole. Da espertissimo tipografo seppe scegliere in ordine a tale importanza caratteri e corpi, misurare spazi e interlinee. La concezione epigrafica del Bodoni si rivela appieno negli Epithalamia, nelle dediche e in molti fogli volanti, specialmente iscrizioni, dove intervengono anche i punti a dividere una parola dall’altra. I titoli delle opere sono racchiusi talvolta entro contorno (lo sono di regola i fogli volanti). Nell’Oratio dominica e nel Manuale tipografico del 1818 è contornata ogni pagina del testo. Nei frontespizi il Bodoni rifuggì dalle minuscole, presenti anche in quelli dei migliori tipografi contemporanei quali il Baskerville e i Didot. Evitò titoli largamente spaziati occupanti l’intera pagina (frequenti nel tipografo inglese) e dette importanza alla leggenda tipografica equilibrandola col titolo, se occorresse, mediante un medaglione centrale. Adottò quasi esclusivamente righe sciolte alternando le forti e le leggere seguite solo di rado da un blocco di linee compatte. All’effetto ottico sacrificò talvolta l’integrità del testo e la stessa armonia ideografica, cardine della sua concezione del frontespizio. Come tutti i tipografi d’arte il Bodoni dette la massima importanza al processo di stampa. Scelse ottime qualità di carta, che dal 1796 al 1807 ordinò al Miliani di Fabriano, criticandone talvolta la fornitura e impartendo istruzioni. Corresse gli inchiostri, che faceva venire da Venezia e modificò il torchio allo scopo di ottenere le migliori impressioni. Le edizioni bodoniane si distinguono infatti tra le contemporanee per freschezza e nitidezza. Nel primo catalogo, compilato dal De Lama e compreso nel secondo volume della sua Vita del cavaliere Giambattista Bodoni, e in quello del Brooks i prodotti della Stamperia reale e di quella privata sono elencati promiscuamente in una unica serie cronologica. Gli uni tuttavia sono distinguibili dagli altri per le differenti soscrizioni: dalla Stamperia Reale, ex Typographia Regia (dopo il 1804 anche dalla Stamperia Nazionale, dalla Stamperia Imperiale, nel Giardino Imperiale) e simili, i primi, nel regal Palazzo co’ tipi bodoniani, in aedibus Palatinis typis bodonianis, de l’Imprimerie Bodoni e simili, gli altri. Si incontrano però anche forme diverse come Crisopoli, nella Stamperia Apollinea, Tipografia Omerica, aux deux-Ponts. G. Giani (Milano, 1948), sulla base di lettere, cataloghi di vendita e altri documenti, restringe il numero delle autentiche edizioni bodoniane, pure rinunziando a una particolareggiata disamina dei valori estetici. Un’idea del carattere della produzione bodoniana nel suo insieme può aversi dalla bibliografia del Brooks, la più ricca, benché incompleta, di quelle esistenti: nei suoi 1140 numeri (fino alla morte del Bodoni) comprende oltre un centinaio di classici greci, latini, italiani e francesi, una cinquantina di opere di filologia, storiografia, erudizione, tra cui primeggiano per numero e importanza quelle, legate alla migliore cultura parmense, di I. Affò, G. Andrès e G. De Rossi, circa trecento fogli volanti, contenenti poesie d’occasione, epigrammi e iscrizioni, nonché stampe ufficiali come proclami, regolamenti, passaporti e biglietti d’invito. Il resto, circa settecento numeri, fino alla morte del Bodoni, sono opere di varia mole e indole, suggerite e spesso imposte alla tipografia ufficiale dall’ambiente di corte. Dopo il 1791, anno dell’apertura dell’officina privata, la massima parte delle edizioni di classici e delle opere fornite di valore letterario recano il nome del Bodoni: del resto l’attività della Stamperia reale andò via via scemando. Nel ventennio successivo alla morte del Bodoni, dalla tipografia privata, in minima parte da quella ufficiale diretta da G. Paganino, uscirono circa duecento edizioni. Nel 1814 proseguì, con il La Fontaine e il Boileau, la serie dei classici francesi in folio (dei quali il Bodoni aveva stampato nel 1812 il Fénelon e nel 1813, quasi per intero, il Racine), intrapresa su invito di Gioacchino Murat. La fama delle edizioni più sontuose, talvolta in folio massimo, ha fatto sottovalutare i numerosi libri di piccolo formato e di aspetto modesto, ma anch’essi ben proporzionati, signorilmente garbati, disadorni, asciutti (Bertieri): questi, più facilmente dei primi, poterono essere imitati dai tipografi dell’Ottocento. Le edizioni bodoniane di rado ebbero tirature superiori a centocinquanta esemplari. Molte presentano varianti di formato, di qualità o colore di carta, persino di testo (ad esempio edizioni greche con o senza traduzione, aggiunte di avvisi, di fogli di dedica, di sonetti). Inoltre varianti nei frontespizi, nelle interlinee, nel numero e nel colore dei rami. Tirature speciali e varianti di ogni genere soddisfacevano a un tempo la ricca fantasia del Bodoni tipografo d’arte e il suo desiderio di appagare il gusto dei bibliofili traendone guadagno. A quest’ultimo scopo egli evitò sempre più la mediazione dei librai, facendo eccezione per J. Blanchon, agente a Parma del Renouard. Aiutato dalla moglie, pubblicò cataloghi di vendita (il primo è del 15 ottobre 1793), che spedì alla clientela di principi e di amatori, e adottò anche il metodo delle sottoscrizioni. Negli anni in cui rinasceva, dopo almeno due secoli, la copertina di carta pesante con fregi incisi, il Bodoni, al fine di proteggere le proprie edizioni pregiate e di evitare le manomissioni dei legatori, ideò un tipo semplice ed economico di legatura in cartone, dal dorso piatto e alta unghiatura sui margini, generalmente coperta di carta priva di decorazione, ovvero con carta solo agli angoli e al dorso. Questa legatura ebbe successo ed è universalmente nota col nome di bodoniana. Il bibliopega del Bodoni apprestò tuttavia per alcuni esemplari anche rilegature d’arte. Il gran numero di fogli volanti, di stampati ufficiali, annunzi, saggi, estratti, prove, varianti di ogni genere rende pressoché impossibile un catalogo completo delle edizioni bodoniane. Analogamente nessuna collezione, per quanto ricca, le comprende tutte. Le raccolte cominciarono a formarsi vivente il Bodoni: il De Lama ne elenca undici, la più ricca delle quali fu quella appartenente al Blanchon. Le collezioni più cospicue in Italia sono possedute dalla Biblioteca Palatina di Parma (circa 3000 esemplari, compresi i duplicati e 1500 fogli volanti), dalle Nazionali di Milano, Napoli e Firenze, dalle Civiche di Torino e di Saluzzo. All’estero particolarmente notevole è quella acquisita dall’Universitaria di Uppsala. La Biblioteca Palatina di Parma conserva inoltre l’intero corredo di punzoni e matrici, oggetto di vive preoccupazioni da parte del Bodoni, il quale intendeva venderlo al re di Spagna. Trent’anni dopo la morte del Bodoni, e in seguito a quella della vedova, per evitarne la dispersione o la vendita all’estero (sollecitazioni e offerte allettanti vennero da ogni parte d’Europa), il bibliotecario Angelo Pezzana indusse Maria Luigia d’Austria ad acquistarlo per la modesta somma di 50000 lire. La suppellettile comprende 22618 punzoni e 42148 matrici di 289 caratteri diversi, e inoltre forme, torchietti, morse e linee, per un totale di oltre 76000 pezzi. Nel 1847 la Duchessa assicurò alla biblioteca per 3000 lire anche l’importante carteggio bodoniano che, sebbene sfoltito dal Pezzana, per distruzione e cambi, di migliaia di lettere, ne comprende circa 12000: fonte preziosa di documentazione, solo in parte sfruttata. Con la suppellettile dei punzoni e delle matrici, integrata da edizioni parmensi e bodoniane, fu costituito nel 1960 presso la Biblioteca Palatina un Museo bodoniano, al quale si affiancò nel 1962 un Centro di studi grafici intitolato al Bodoni, avente come scopi di favorire la preparazione professionale e culturale dei soci, di diffondere la conoscenza del Bodoni, di elevare il livello culturale dei grafici, infine di stringere rapporti con istituti affini, italiani e stranieri. Il Bodoni trascorse a Parma quarantasei anni di protetta, indefessa attività, che interruppe solo per rari brevi viaggi, intrapresi soprattutto allo scopo di avvicinare personalità e ricevere onori: si recò nel 1788 a Roma e a Napoli, nel 1789 a Pavia, nel 1795 a Bologna, nel 1798 a Milano, Torino e Saluzzo, nel 1806 a Milano. Forse nessun altro tipografo conobbe mai altrettanti riconoscimenti morali e materiali. Fu editore del Parini, del Monti e del Pindemonte. Ammirato dall’Alfieri, dal Foscolo, dal Botta, dal Tiraboschi (quest’ultimo e il Monti trovarono però a ridire sulla correttezza di alcune edizioni) e da molti altri eruditi e bibliofili italiani e stranieri, alcuni dei quali furono suoi collaboratori, desiderosi tutti di avere i pregiati volumi bodoniani: il cardinale G.G. Mezzofanti, E. Leone, T. de Ocheda, A.A. Renouard, lord G.J. Spencer. Fu in corrispondenza anche con dotti tedeschi. Ebbe elogi da celebri tipografi quali i Didot e B. Franklin. Da parte di sovrani fu onorato di visite, privilegi, decorazioni e doni: il papa Pio VI lo ricevette in udienza, il re Carlo III di Spagna lo nominò impresor de Cámera de S.M. e il successore Carlo IV gli concesse nel 1793 una pensione annua di 6000 reali. Nel 1810 il Bodoni ne ebbe un’altra da Napoleone I. Fu ascritto a numerose accademie, a cominciare da quella di pittura, scultura e architettura di Parma. In Arcadia assunse il nome di Alcippo Perseio. La città natale lo festeggiò nel 1798. Il 17 agosto 1803 gli Anziani di Parma gli decretarono la cittadinanza onoraria e una medaglia d’oro e nel 1806 fu dal governatore Junot nominato maire-adjoint della città. Nel 1807 il prefetto Nardon lo esentò dal pagamento delle imposte e nello stesso anno ottenne la medaglia d’oro all’Esposizione di Parigi, alla quale aveva partecipato l’anno prima con quattordici edizioni. Più volte il Bodoni fu sollecitato a trasferirsi a Roma, a Milano, a Napoli, in Spagna. Da ogni parte, anche da Parigi, da Madrid, da Berlino, da Zurigo e da Londra gli giunsero richieste di matrici e di caratteri, che in parte soddisfece. Contrariamente a quanto è stato da alcuni asserito, benché epistolografo fecondo, autore di prefazioni e forse di qualche sonetto, il Bodoni fu sprovveduto letterariamente e immune da velleità in tal senso. Se si eccettua la sua avversione per i gesuiti, che lo fece passare per filogiansenista, non partecipò a movimenti d’idee né ai rivolgimenti contemporanei: la professata fedeltà al sovrano non gli impedì di accettare i successivi mutamenti di regime. Tra i collaboratori del Bodoni, prima ancora della moglie e del fratello Giuseppe, sono da ricordare l’abate A. Amoretti (entrato poi in conflitto col Bodoni, che abbandonò verso il 1795 per aprire a San Pancrazio, insieme con altri familiari, una rinomata fonderia di caratteri) e il fedele L. Orsi, proto della stamperia privata, della quale assunse la direzione dopo la morte del Bodoni. Già dai contemporanei furono rimproverati al Bodoni errori materiali di composizione, particolarmente gravi in alcune edizioni di classici. I pochi che Firmin Didot denunciò in un articolo del Magazin Encyclopédique del 1799, concludendo con un giudizio sommario (comme littérateur, je condamne ses éditions; comme typographe, je les admire), e gli altri che il fratello Pierre rilevò nel Virgilio del 1793 colpivano nel Bodoni anche il tipografo, il quale cercò di scagionarsene. Manca uno studio sull’argomento, come pure sul valore filologico delle edizioni bodoniane, ma che questo non fosse trascurabile, come si ripete comunemente, almeno nelle edizioni dei classici greci e latini, può desumersi dai nomi stessi dei dotti curatori: L. Lamberti, O. Morali, P.M. Paciaudi e P.A. Serassi. Quanto al rilievo, mosso dal Barbera, dal Fumagalli e da altri, circa la sua insensibilità verso la funzione sociale della tipografia, esso non tiene conto che dall’intento del Bodoni esulò appunto lo scopo comunemente detto editoriale, mirando alla tipografia d’arte. Mentre unanime è il riconoscimento della perfezione dell’incisore, del fonditore di caratteri e dello stampatore, il giudizio sul disegnatore di lettere e sull’architetto di pagine fu influenzato dalla evoluzione del gusto. I contemporanei non poterono non esaltare, nel rigoroso interprete del trapasso dalla ornata tipografia settecentesca alla nudità neoclassica, i propri stessi ideali. Enfatico, dogmatico, frigido, astratto il Bodoni fu detto solo quando quegli ideali erano da tempo tramontati. I modelli bodoniani di caratteri e di architettura tipografica, in particolare dei frontespizi, vennero largamente imitati in Italia (in Inghilterra lo furono da W. Martin e in Spagna influenzarono J. Ibarra), anche se spesso resi opachi dalla mancanza di talento degli imitatori o involgariti dal macchinismo e da esigenze commerciali, ovvero frammisti al deteriore romanticismo dei caratteri fantasia. Allorché sul finire del secolo XIX, in Inghilterra prima che altrove, per merito di W. Morris, rinacque la tipografia artigiana come reazione ai procedimenti meccanici di composizione e di stampa e fotomeccanici di riproduzione, ci si orientò verso i modelli tardogotici e protorinascimentali, e si ebbe perciò in sommo fastidio, tra le altre espressioni dell’arte neoclassica, quella grafica del Bodoni. Meno spiegabile è l’antistorico rimprovero mosso dal Fumagalli, che il Bodoni, per i caratteri latini, avrebbe potuto rievocare il bel carattere romano degli incunaboli romani e veneziani, che si inspirava alla vaghissima scrittura umanistica, quasi che avesse potuto evadere dalla sua epoca, da quello stile neoclassico (comune pertanto ai Didot e agli altri maggiori tipografi contemporanei), del quale le caratteristiche della lettera bodoniana sono rigorosa espressione. Ancora prima della sua rivalutazione teorica, il carattere bodoni fu uno dei primi impiegati in Italia per la composizione meccanica. A Parma mai venne meno il culto bodoniano, che ebbe tra i risultati più aprrezzabili la pubblicazione, a cura di A. Boselli, dell’indice del ricchissimo carteggio e la pubblicazione di una parte di esso. Mentre ineguali, talvolta scarsamente originali, sono i numerosi contributi biografici e critici occasionati dalle ricorrenze celebrative del 1913 e soprattutto del 1940, del 1963 e del 1990. Nel periodo di rinascita della tipografia d’arte, di cui fu partecipe anche l’Italia all’inizio del XX secolo per merito soprattutto del Bertieri, si cercò di trarre dal Bodoni ogni utile insegnamento, pure rifiutandogli la qualifica di legislatore dell’arte tipografica attribuitagli dal Barbera. G. Mardersteig, con la sua Officina Bodoni di Verona e la monumentale edizione in quarantanove volumi delle opere del D’Annunzio in caratteri fusi nelle matrici del Bodoni (1927-1936), contribuì ad accrescere attualità e prestigio ai caratteri bodoniani. Nel 1940, in un clima particolare, si chiese al Bodoni addirittura di dare uno stile nazionale alla tipografia. Il Modiano lo esaltò per aver liquidato tutte le bizzarrie e le improvvisazioni che da almeno due secoli inquinavano le tipografie e precorso il moderno astrattismo grafico e la tendenza a riportare la tipografia alla sua vera natura geometrica. Ciò spiega la fortuna perdurante del carattere bodoni che non manca mai nelle dotazioni di matrici, nella composizione meccanica sia linotipica che monotipica, ed è uno dei primi scelti dai nuovissimi sistemi di composizione fotografica (Rossi). Il Bodoni giunse appena in tempo a vedere i primi progressi tecnici della tipografia, destinata a subire profondi mutamenti nel corso del XIX secolo. Personalmente recò alcune modificazioni al torchio e creò il contropunzone per le lettere con vuoti. Fu inoltre il primo in Europa, nelle Pitture di Antonio Allegri detto il Correggio (1800), a dare un saggio litografico dopo l’invenzione del Senefelder. Il Bodoni è per un verso alla fine di un’epoca, cioè della tipografia artigiana, ma per altro anticipa il futuro, egli è quindi a cavallo di due epoche (Barbera). Ciò può intendersi in senso più ampio. Pur considerando soltanto l’ultimo Bodoni, nella monumentale austerità delle sue creazioni è evidente la sopravvivenza di uno spirito ancien régime e insieme uno spirito nuovo: il Bodoni appartiene al Settecento per la regalità, al secolo seguente per la semplicità, che paradossalmente impose per mezzo della prima.
FONTI E BIBL.: La più ricca bibliografia sul Bodoni, che ne include altre particolari, è quella di G. Avanzi, Giambattista Bodoni tra due centenari: 1913-1940. Saggio bibliografico, in Archivio Storico per le Province Parmensi, s. 3, V 1940, 137-161. Fondamentale e fonte principale per i futuri biografi è la Vita del cavaliere Giambattista Bodoni tipografo italiano e catalogo cronologico delle sue edizioni, di G. De Lama, Parma, 1816, in due tomi. Tra le altre biografie e opere d’insieme si segnalano: P. Barbera, Giambattista Bodoni, Genova, 1913, ristampa 1939; P. Trevisani, Bodoni. Epoca, vita, arte, 2a edizione, Milano, 1951; Bodoni. Pubblicazione d’arte grafica edita in occasione delle manifestazioni parmensi, Parma, 1940; Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963. Particolari periodi della vita del Bodoni e rapporti coi contemporanei sono stati oggetto di numerose pubblicazioni, basate in prevalenza sui suoi carteggi: G. Aliprandi, Carteggio bodoniano, in Aurea Parma, XLIII, 1959, nn. 3-4, 165-180; Autobiografia di Giambattista Bodoni in duecento lettere inedite all’incisore F. Rosaspina, a cura di L. Servolini, Parma, 1958; U. Benassi, Il tipografo Giambattista Bodoni e i suoi allievi punzonisti (gli Amoretti di San Pancrazio parmense), in Archivio Storico per le Province Parmensi, n. s., XIII 1913, 43-155; Giambattista Bodoni e la Propaganda Fide, Parma, 1959; A. Boselli, G. Mezzofanti e Giambattista Bodoni, in La Bibliofilia XXVI 1924-1925, 128-134; A. Boselli, Giambattista Bodoni e il bibliotecario della “Spenceriana”, in Gutenberg Jahrbuch XIII 1938, 194-201; A. Boselli, Alfieri e Bodoni, in Aurea Parma XXIV 1940, 111-122; A. Boselli, Corrispondenza di A.A. Renouard con Giambattista Bodoni, in La Bibliofilia XXVIII 1926-XXXII 1930, passim; A. Boselli, Il carteggio bodoniano della Palatina di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi, n.s., XIII 1913, 157-288; F. Boyer, Bodoni et la France, in Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963, 181-204; R. Brun, Una memoria inedita di Bodoni su “Notizie intorno a vari incisori di caratteri e sopra alcune getterie d’Italia”, in Bodoni celebrato a Parma, 1963, 112-119; M.G. Castellano Lanzara, Napoli e il cavalier Giambattista Bodoni, in Archivi, s. 2, XXI 1954, 48-156; A. Mercati, “Bodoniana” nell’Archivio segreto Vaticano, in Aurea Parma XXIV 1940, 85-96; C. Revelli, La prima attività tipografica di Giambattista Bodoni, in Epoche novembre-dicembre 1962, 121-125; C. Revelli, Il carteggio Bodoni-Lucatelli, in Graphicus XLV 1964, nn. 7-8, 41-47; S. Samek Ludovici, Esordi di Giambattista Bodoni, in Atti e Memorie della Accademia Nazionale di Scienze, Letterature e Arti di Modena, s. 6, VI 1964, 20-29; S. Samek Ludovici, Giambattista Bodoni e la Propaganda Fide, in Accademie e Biblioteche d’Italia XXXIII 1965, 141-157; Bodoni-Miliani, a cura di F. Gasparinetti, Parma, Museo Bodoniano, 1970; De Azara-Bodoni, a cura di A. Ciavarella, 2 voll., Parma, Museo Bodoniano, 1979. Oltre al catalogo del De Lama, il più ricco è quello di H.C. Brooks, Compendiosa bibliografia di edizioni bodoniane, Firenze, 1927; si vedano inoltre: H. Bohatta, Zur Bodoni-Bibliographie, in Gutenberg Jahrbuch X 1935, 280-283; G. Giani, Saggio di bibliografia bodoniana, Milano, 1946; G. Giani, Catalogo delle autentiche edizioni bodoniane, Milano, 1948. Integrano in varia misura i precedenti repertori, cataloghi o notizie su singole raccolte: A. Ciavarella, La Collezione bodoniana della Palatina di Parma, in Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963, 23-47; M. Fittipaldi, La collezione bodoniana della Biblioteca Nazionale di Napoli, in Bodoni celebrato a Parma, 1963, 135-141; R. Hadl, Druckwerke des Giambattista Bodoni und der Parmenser Staatsdruckerei gesammelt von R. M., Leipzig, 1926; Collezione bodoniana del cav. Antonio Enrico Mortara, Casalmaggiore, 1857; C. Revelli, La collezione bodoniana della Biblioteca Civica di Torino, in Accademie e Biblioteche d’Italia XXXII 1964, 12-28; H. Sallander, Die Bodoni-Sammlung in der Universitätsbibliothek zu Uppsala, in Libri X 1960, 271-291. Sulla raccolta di punzoni e matrici e sul Museo bodoniano: A. Ciavarella, L’eredità bodoniana e i tentativi di vendita della vedova, in Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963, 257-287; A. Ciavarella, Catalogo del Museo bodoniano di Parma, Parma, 1968. Sull’arte del Bodoni, soprattutto in quanto creatore di caratteri, vedi anzitutto le storie generali della tipografia: A. Nesbitt, The history and technique of lettering, New York, 1957, 138-140 e passim; A.F. Johnson, Type designs: their history and development, London, 1959, 68-69, 150; D.B. Updike, Printing types: their history, forms, and use. A study in survivals, Cambridge, Mass., 1962, II, 163-176 e passim; J. Veyrin-Forrer, Campionari di caratteri nella tipografia del Settecento. Scelta, introduzione e note, Milano, 1963, 28-31; sui caratteri greci vedi V. Scholderer, Greek printing types 1465-1927, London, 1927, 13. Sul Bodoni incisore, compositore e stampatore, fondamentale è lo studio del Bertieri, in R. Bertieri-G. Fumagalli, L’arte di Giambattista Bodoni, Milano, 1913; R. Bertieri, Giambattista Bodoni, in Il Risorgimento Grafico XXXVII 1940, 99-116; R. Bertieri, Piccole edizioni bodoniane, in Il Risorgimento Grafico XXXVII 1940, 321-327; A. Ciavarella, Ricettario d’inchiostri adoperati nella Stamperia Reale, in Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963, 247-255; P. Colombo, La rilegatura d’arte in Italia dall’epoca di Bodoni ai nostri tempi, in Bodoni celebrato a Parma, 1963, 227-233; A.F. Gasparinetti, Bodoni e le cartiere, in Bodoni celebrato a Parma, 1963, 235-239; Inediti sull’Anacreonte di Giambattista Bodoni, Parma, 1961; R.F. Lane, The Bodoni punches, matrices and molds at Parma, in Printing and Graphic Arts dicembre 1957, 61-69; K.J. Luethi, Gutenberg, Bodoni, Morris, Bern, 1925; G. Micheli, La risposta di Bodoni alle critiche di un funzionario francese, in Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963, 124-133; G. Modiano, Attualità di Bodoni, in Bodoni celebrato a Parma, 1963, 156; A. Novarese, Il neoclassicismo nella evoluzione del carattere, in Graphicus XLV 1964, nn. 7-8, 21-32; C. Orsenigo, Bodoni e gli inchiostri, in Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963, 241-245; R.M. Rosarivo, Aldo Manuzio e Giambattista Bodoni nella sublime estetica del libro stampato, in Graphicus XLV 1964, nn. 7-8, 33-36; A. Rossi, Il carattere bodoniano nella tipografia moderna, in Bodoni celebrato a Parma, Parma, 1963, 205-224; S. Samek Ludovici, Bodoni e il neoclassicismo, in Bodoni celebrato a Parma, 1963, 117-137; S. Ajani, Bodoni e la stampa della musica, in Graphicus XLV 1964, nn. 7-8, 37-40; S. Samek Ludovici, I manuali tipografici di Giambattista Bodoni, in Italia Grafica 31 dicembre 1963, 9-30. Sulla decorazione delle edizioni bodoniane: A. Bertarelli, Giambattista Bodoni e la decorazione del libro, in Il Libro e la Stampa, n. s., VI 1912, 176-180. Il Manuale tipografico del 1818 è stato riprodotto in due volumi nel 1960 da The Holland Press e in tre da F.M. Ricci (Parma, 1965), che ha riprodotto in facsimile anche l’Oratio Dominica, 1967; vedi inoltre: F. Barberi, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 107-115; Biblioteca Nazionale Braidense, Mostra antologica di G. Bodoni, prefazione e catalogo a cura di S. Samek Ludovici, Milano, 1972; Bibliografia generale delle antiche province parmensi, a cura di Felice da Mareto, 2 voll. (vol. I: Autori; vol. II: Soggetti), Parma, Deputazione di Storia Patria, 1973-1974; G. Zappella, La collezione Bodoniana della Biblioteca Universitaria di Napoli, Massa Lubrense, 1978; Catalogo Museo Bodoniano di Parma, a cura di A. Ciavarella, Parma, Museo Bodoniano, Artegrafica Silva, 1984; Biblioteca Angelica, La collezione bodoniana, catalogo a cura di A. Palaia e L. Moscatelli, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1987; G. de Lama, Vita del cavaliere Giambattista Bodoni tipografo italiano, ristampa dell’edizione del 1816 a cura di L. Farinelli e C. Mingardi, Parma, Franco Maria Ricci editore/Cassa di Risparmio di Parma, 1989 contiene anche: A. Ciavarella, Giuseppe De Lama biografo di Bodoni, 11-23; A. Ciavarella, I Manuali Tipografici, 187-201; M. Cattini, Il proto di Bodoni, 203-223; F. Razzetti, Florilegio di giudizi contemporanei, 225-243); C. Fahy, Le Istruzioni pratiche ad un novello capostampa di Zefirino Campanini (1789), in Quaderni storici XXIV 1989, 699-722; C. Mingardi, Petitot, Bossi e Bodoni per le feste di Parma, in Feste, fontane, festoni, a Parma nel Settecento, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1989, 109-112; Conoscere Bodoni, a cura di S. Ajani e L.C. Maletto, Collegno, Altieri, 1990 contiene: G. Spadolini, Bodoni, uomo di carattere, 9-10; L.C. Maletto, Il mio maestro Bodoni: un uomo, un lavoratore, un artista, 13-17; T. Grandi, L’opera bodoniana nel tempo, 96-111, già in Graphicus 15 settembre 1935; S. Samek Ludovici, Sistema, ordine, chiarezza, 112-115, già in Le vie d’Italia 1940; R. Bertieri, L’arte di Giambattista Bodoni, 118-163, già Milano, Bertieri e Vanzetti, 1913; G. Mardersteig, I caratteri di Bodoni rivivono per il torchio d’un maestro moderno, 166-170, già in Scritti di G. Mardersteig sulla storia dei caratteri e della tipografia, Milano, Il Polifilo, 1988; A. Rossi, Giambattista Bodoni e il suo tempo, 172-177, già in Bollettino del Centro di Studi Grafici, Milano, 1960; S. Samek Ludovici, I Manuali Tipografici di G.B. Bodoni, 180-197, già in L’Italia grafica, 1964; F.M. Ricci, Neoclassico, ma anche Pop-art, 198-200, già Prefazione alla ristampa del Manuale tipografico, Parma, 1965; N. Moneta, Re dei tipografi, tipografo dei re, 202-206, già in L’Industria della stampa aprile 1940; G. Modiano, Astrattismo di Bodoni, 208-209, già in L’Industria della stampa aprile 1940; R.M. Rosarivo, Manuzio e Bodoni: le auree proporzioni del libro, 212-216, già in Graphicus 7-8, luglio-agosto 1964; A. Boselli, Giambattista Bodoni giudicato da un grande bibliografo francese: Antonio Agostino Renouard, 218-221, già in Aurea Parma 3-4 1913, 106-113; N. Moneta, Vincenzo Monti amico di Bodoni, 224-232, già in L’Industria della stampa ottobre-novembre 1938; S. Ajani, Bodoni e la stampa della musica, 234-239, già in Graphicus 7-8 luglio-agosto, 1964; M. Spagnol, Giambattista Bodoni grande tipografo bocciato in letteratura, 242-244, già in Tuttolibri, supplemento de La Stampa 2 ottobre 1982, Torino; C. Mingardi, Inediti bodoniani sull’arte della stampa, 246-248, già in Gazzetta di Parma 3 dicembre 1984; R. Ponot, I Bodoni di Bodoni e gli altri, 250-267, già in Caractère Noël, Parigi, 1961, e Graphé, Parigi, 1963); Bodoni. L’invenzione della semplicità, Parma, Guanda, 1990. Tra le fonti inedite, vanno segnalate: Parma, Biblioteca Palatina - Museo Bodoniano: Epistolario Bodoni, Minute; Epistolario Parmense, cass. 25-60, Carteggio Giambattista Bodoni.

BODONI GIAN BATTISTA, vedi BODONI GIAMBATTISTA

Saluzzo 1740 c.-Parma 1815
Fratello quartogenito di Giambattista, lo raggiunse a Parma nel 1770 per divenirne valido aiuto.
FONTI E BIBL.: Giambattista Bodoni, 1990, 295.

BODONI MARGHERITA o MARGHERITA PAOLA, vedi DALL’AGLIO PAOLA MARGHERITA

BODONI PAOLA MARGHERITA, vedi DALL’AGLIO PAOLA MARGHERITA


-Parma 25 dicembre 1892
Fu valoroso soldato nelle battaglie del Risorgimento.
FONTI E BIBL.: B. Guido, Cenno necrologico, in Corriere di Parma 28 dicembre 1892, n. 357; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 400.

Mezzani 1855-post 1926
Sottotenente di artiglieria nel 1875, resse da tenente colonnello la carica di direttore d’artiglieria di Piacenza e comandò da colonnello il 20o Reggimento di Artiglieria da campagna. Promosso maggiore generale nel 1911, fu nominato comandante dell’artiglieria da fortezza di Roma e prese parte col grado di tenente generale alla campagna di guerra 1915-1916. Resse dal 1916 al 1918 la carica di comandante della divisione territoriale di Ravenna, poi andò in posizione ausiliaria e nel 1926 a riposo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, II, 1926, 297.

BOERI, vedi GERVASI DOMENICO

Borgo Taro 23 ottobre 1791-post 1831
Figlio di Angelo. Nel 1810 fu al servizio della Francia come guardia d’onore. Nel 1812-1813 partecipò col grado di sottotenente alla campagna di Polonia e Germania. Nel 1814 fu aiutante di campo del generale Pial e sottobrigadiere delle guardie del corpo. Nel 1815 fu sottotenente del Reggimento Maria Luigia e nello stesso anno partecipò alla campagna di Francia. Nel 1825 fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Dopo i moti del 1831 fu inquisito perché costui era conosciuto per caldo istigatore de’ suoi compagni e li dissuadeva dal far ritorno sotto le bandiere di S.M. allorché vi furono chiamati. Avvi però chi pretende che esternasse qualche sentimento di pietà sulla infelice situazione in cui trovavasi costituita la Sovrana. Dietro disposizione sovrana del 7 luglio 1831 venne relegato in Borgo Taro, da dove fu poi richiamato, avendo mostrato egli buona condotta e buone intenzioni.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 16; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 144.


Parma prima metà del XVII secolo
Stuccatore operante nella prima metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, 68.


Parma 1921/1941
Iscrittosi al Partito Nazionale Fascista nell’agosto 1921, fu uno dei più ferventi squadristi, partecipando ai fatti di Sarzana e alla Marcia su Roma. Laureato in medicina nella Regia Università di Torino, fu uno dei fondatori di quel Gruppo Universitario Fascista, ove ricoprì cariche di componente il Direttorio e di capo dell’Ufficio Stampa e Propaganda. Fu anche scrittore. Volontario e legionario in Spagna, partecipò dal gennaio al luglio 1939 ai più importanti fatti d’arme, rimanendo due volte ferito e ottenendo due Medaglie d’Argento e due Croci di Guerra al Valore Militare. Fu segretario federale del Partito Nazionale Fascista in Parma.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 41.

BOGGIA PETER, vedi BOGGIA PIETRO


Berceto 1929-Parma 9 ottobre 1998
Dopo venti anni trascorsi in America, si trasferì prima a Genova, poi a Parma, dove risiedette molti anni. Giornalisticamente, il Boggia crebbe collaborando con la Gazzetta di Parma, poi, a Genova, con la terza pagina del Corriere Mercantile e de Il Lavoro. Collaborò anche con la Gazzetta dell’Umbria e con la Gazzetta Italo-Svizzera e fu per otto anni direttore responsabile della Gazzetta del Mattino di Roma. Si occupò pure dei problemi della scuola, con articoli su Mondo Scolastico. Appassionato d’arte, curò un programma sull’Arte Italiana per una televisione di San Francisco e collaborò con molte riviste del settore. Negli ultimi anni di vita svolse una fitta collaborazione con la rivista parmigiana Malacoda. Pubblicò un romanzo, L’uomo delle mandorle (1979), con la presentazione dello scrittore e amico Luciano Bianciardi, e la raccolta di interviste Ritratti di pittori (1990). Il Boggia fu anche poeta e partecipò con successo a un’edizione del Premio Silone.
FONTI E BIBL.: A. Ceruti, in Gazzetta di Parma 9 novembre 1998, 8, e in Malacoda 80 1998, 33.


Parma-post 1831
Fu disarmatore dei Dragoni durante i moti del 1831 e per questo motivo figura negli elenchi degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 142.


Parma 1908-Alto de Buitre 21 settembre 1938
Figlio di Piero. Fu camicia nera del 4o Reggimento Camicie Nere. Fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Legionario ardito, si offriva volontariamente quale esploratore per precedere, in una dura azione di contrattacco, i reparti avanzati. Colpito a morte sopra una posizione avversaria, seppe ancora incitare i compagni all’inseguimento dei nemici in fuga. Esempio di serena e coraggiosa dedizione al dovere.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1941, Disposizione 10a, 607; Decorati al valore, 1964, 77.


Parma 1886/1887
Allievo diplomando in composizione del Conservatorio di musica di Parma, nel novembre 1886 diresse nella stagione di Fiera di Casalmaggore la Jone ed Ernani, allestiti dall’impresario Virginio Bavagnoli. La Gazzetta di Parma parlò di un grande successo. Si diplomò nel 1887.
FONTI E BIBL.: G. Piamonte-G.N. Vetro, Conservatorio di Musica, 1973; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BOJARDO SILVIA, vedi SANVITALE SILVIA


Parma 1841
Pubblicò nel 1841 una tragedia urbana in versi, Amy Robsart, tratta da un noto romanzo di Walter Scott, lodata come prova di ingegno e cultura.
FONTI E BIBL.: Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 219.

Parma 1646/1647
Fu contralto della Steccata di Parma dal 10 gennaio 1646 al 30 luglio 1647.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.

Pellegrino 1765/1771
Dottore, notaio, dal 1765 al 1771 fu commissario di Pellegrino. In data 21 dicembre 1766 pubblicò una grida per i tagli dei boschi del marchesato.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 15.

Parma 1644 c.-1694
Fu insegnante all’Università di Parma. Una lapide in onore suo e del figlio Giovanni fu posta nel Palazzo degli Studi in San Francesco a Parma.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1 1966, 5.

Parma 1670-1740
Figlio di Francesco. Iscritto al Collegio parmense dei Medici nel 1693, insegnò all’Università di Parma, Botanica, Chirurgia e Anatomia dal 1696 al 1726. Una lapide in onore suo e del padre fu posta nel Palazzo degli Studi in San Francesco a Parma.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte 1 1966, 5.


Borgo San Donnino 10 settembre 1835-Bezzecca 21 luglio 1866
Appartenne alla schiera dei valorosi borghigiani che immolarono la vita per la libertà della patria. Scomparve durante la battaglia di Bezzecca, mentre, con indomito coraggio e spirito di pietà, era intento a cercare la salma del proprio maggiore, rimasta sul campo nemico.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 80.

Noceto 1880-1949
Laureatosi in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino, si trasferì a Milano dove allestì una rudimentale officina per la costruzione di ventilatori. Quando vennero progettati i primi sommergibili italiani, tutti gli impianti di raffreddamento, di ventilazione, di respirazione subacquea furono realizzati dal Boldrocchi. Percorse una rapida carriera facendosi apprezzare quale esperto dei problemi della trasformazione industriale dell’aria: le Officine Termomeccaniche Boldrocchi furono quotate in campo industriale per l’indiscusso valore. Fece dono alla chiesa parrocchiale di Noceto di una finestra istoriata raffigurante San Martino mentre dona il mantello. Fu sepolto a Noceto.
FONTI E BIBL.: G. Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 287-288.


Parma 1859/1873
Collezionista d’incisioni e proprietario di una completa raccolta delle stampe di Paolo Toschi. Fu sindaco di Vigatto dal 1859 al 1866 e dal 1870 al 1873.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 143.

Pieve Ottoville 28 luglio 1874-Gris 18 luglio 1915
Figlio del cavaliere Gaspare e di Pia Marchi, appartenne a una tra le più illustri famiglie della Bassa parmense. Iniziato dal padre all’equitazione, frequentò il Collegio Militare di Firenze, uscendone nel 1896 con il grado di sottotenente. Assegnato al Nizza Cavalleria, ne divenne istruttore, qualifica che tenne per otto anni prima di passare, nella stessa qualità, alle scuole di Pinerolo e Tor di Quinto. Cavaliere di grande ardimento e valore, con il suo cavallo Blitz guidò alla vittoria i colori d’Italia nelle massime competizioni ippiche internazionali, da Saumur a Vienna, da San Sebastiano a Buenos Aires. Voltosi all’aviazione, ottenne tra i primi, dopo soli dodici giorni di addestramento, il brevetto di pilota nel gennaio 1912 alla scuola di Pau nei Pirenei, e anche in questo campo non tardò a porsi in luce per singolare coraggio e non comune abilità. Capitano di cavalleria, durante la guerra italo-turca, a sua domanda, fu capo squadriglia a Derna ove eseguì 52 voli sopra il nemico. Fu decorato di medaglia d’argento e destinato in seguito comandante del campo militare aeronautico di Mirafiori. Nominato comandante della Squadriglia Aviazione del Basso Isonzo, appena scoppiata la guerra contro l’Austria eseguì molte azioni di bombardamento e di ricognizione sulle linee nemiche. Morì presso Gris (Udine), travolto in volo da un violento temporale. Fu allora decorato, alla memoria, con una seconda medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Con voli di ricognizione e di bombardamento, compiuti a bassa quota e spesso in difficili condizioni atmosferiche, assolveva brillantamente il suo compito di aviatore. Costante esempio ai suoi dipendenti di alto sentimento del dovere. Perdeva la vita in una giornata di combattimento, travolto dal volo di un turbine di vento. Il Bolla fu inoltre insignito delle croci di Cavaliere della Corona d’Italia, di Cavaliere dell’Ordine Militare di Spagna, di Cavaliere dell’Ordine delle Due Spade di Svezia e di Ufficiale della Stella Nera di Francia. Fu un pioniere dell’Aeronautica Italiana. Gabriele d’Annunzio celebrò il Bolla, compagno d’arme, con una squillante dedica e dettò alla Malpensa la seguente solenne epigrafe, che si può in parte leggere sulla lapide fatta collocare il 4 novembre 1922, per interessamento dei cavalieri e aviatori di Parma, sulla casa Menapace nella piazza principale di Pieve Ottoville: Questo campo di Cascina Costa la giovane Italia alata dedica al nome e all’esempio di Gaspare Bolla cavaliere perdutissimo che parve coll’impennata estrema del suo cavallo raggiungere tra gli altri della Patria i più alti eroi dell’ala sanguinosa. Al nome del Bolla furono intitolati a Pinerolo la Sezione dell’Associazione d’Arma, a Cascina Costa di Gallarate il campo di aviazione e a Parma l’Aereo Club.
FONTI E BIBL.: E. Grossi, Eroi e pionieri dell’ala, 1934, 37; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 33; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 80-81; Decorati al valore, 1964, 131.

Parma 1650-Parma 15 settembre 1735
Fu pittore molto attivo a Parma e nel territorio circostante, dove si possono rintracciare alcune opere che testimoniano una formazione piuttosto eclettica, genericamente gravitante sulla pittura dei bolognesi (Cignani, Bibiena). Restano di lui a Parma un’Assunzione (in San Pietro Apostolo), un San Carlo (nell’oratorio di San Cristoforo) e poi affreschi nel palazzo arcivescovile e nell’oratorio di San Quirino (1734). Una Crocifissione e un Sant’Antonio Abate sono invece collocati nella cappella della Rocca di Soragna dove il Bolla affrescò anche alcuni scomparti raffiguranti delle scene mitologiche, visibili nella sala degli Stucchi ideata da Ferdinando Bibiena. Al Bolla è stato inoltre riferito un Martirio di san Fedele, nel convento di San Francesco a Busseto. Tra le sue opere perdute, notevole doveva essere la decorazione, a olio e ad affresco, della chiesa parmense di San Francesco di Paola.
FONTI E BIBL.: C. Ruta, Guida ed esatta notizia a’ forastieri delle più eccellenti pitture che sono in molte chiese della città di Parma, Milano, 1780; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796; P. Previtali, Le pitture di Busseto, Parma, 1819; U. Thieme-F. Becker, vol. IV, 1910; P.A. Corna, Dizionario, Piacenza, 1930, 1; L. Testi, Inventario degli oggetti d’arte d’Italia. Provincia di Parma, Roma, 1934; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 366; F. Quaranta, La Rocca di Soragna, Parma, 1951; E. Scarabelli Zunti, Schede manoscritte relative alle chiese e ai conventi di Parma, Parma, Museo; A. Ottani Cavina, in Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 180.

1722 c.-Parma 1770 c.
Dottore, nel 1749 fu nominato commissario ducale di Castell’Arquato e nel 1751 fu commissario di Fiorenzuola. Nel 1753 fu promosso procuratore fiscale di Piacenza e nel 1757 uditore criminale nella medesima città. Due anni dopo passò a Parma con la carica di uditore civile e nel 1764 divenne consigliere di grazia e giustizia.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 103.


Parma 15 novembre 1780-Parma 2 gennaio 1833
Figlio di Luigi, barone. Compì con lode il corso legale e ottenne la laurea in giurisprudenza, con aggregazione al Collegio dei Giudici di Parma, il 6 agosto 1804 dalle mani stesse dell’illustre genitore. Fu professore di istituzioni di diritto civile nella Ducale Università di Parma. Molto stimato, ricoprì alte cariche anche prima dell’avvento di Maria Luigia d’Austria. Sotto la dominazione francese (marzo 1811), fu tra i deputati alla capitale dell’Impero, quindi sostenne la direzione degli spettacoli e poi (1814) fu aggiunto al Maire di Parma. Fu amministratore delle prigioni e del Collegio Lalatta, direttore del Monte di Pietà, consigliere del Censimento, podestà di Vigatto e di Parma nel 1825, 1828 e 1831. Nello svolgimento di tale sua carica cercò di migliorare le condizioni di vita dei cittadini incentivando il mercato, dando impulso all’industria, rendendo più viva l’illuminazione delle strade per creare maggiore sicurezza, aprendo nuove strade verso la collina e facendo cavare i marmi coi quali vennero costrutti gli ornati e la vasca della fontana presso il palazzo del Comune. Maria Luigia d’Austria volle che il titolo di barone, già accordato al padre, fosse trasmissibile a lui e ai suoi figli e nel 1829 lo nominò cavaliere dell’Ordine Costantiniano. Alla sua morte, sotto un ritratto intagliato in rame, Pietro Giordani scrisse: Paolo Toschi onorando la memoria di Lucio Bolla da cui per acquisto dell’arte ebbe ciò che gli negava la fortuna disegnò e incise MDCCCXXXV.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri nelle scienze, nelle lettere e nelle arti, Genova, 1877, 64-65; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 103; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 187; Palazzi e casate di Parma, 1971, 380; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 273; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 64.

Soragna 11 dicembre 1747-Parma 9 ottobre 1834
Nato dall’uditore dottor Lucio e da Marianna Beccanti, il Bolla iniziò i suoi studi presso i Gesuiti di Parma, distinguendosi presto per il lodevole profitto. Compiuto il corso di filosofia e intrapreso quello del diritto civile e canonico, a diciannove anni conseguì la laurea in ambo le leggi: come venne scritto, mai l’alloro forense coprì capo più degno. Due anni dopo, su designazione di Paolo M. Paciaudi, prefetto della Ducale Biblioteca di Parma, fu chiamato alla cattedra di storia e diritto civile nell’Università di Parma, incarico che tenne poi per oltre sessant’anni, circondato sempre dalla stima e dalla fiducia dei suoi discepoli che istruiva, oltre che con le ordinarie lezioni, anche con familiari conferenze tra le pareti domestiche e nella sua villa estiva di Arola, aprendo loro la sua insigne biblioteca di circa quattordicimila volumi che egli nel tempo formò e arricchì di pregevoli edizioni di classici latini e opere di giurisprudenza. Lo stesso Ireneo Affò, in una sua lettera del 15 gennaio 1787, già lo definisce il più savio ed erudito uomo del paese, e sopra tutto integerrimo e senza macchia. Diede continue ed evidenti prove del suo attaccamento alla scuola, giungendo al punto di continuare l’insegnamento, senza emolumenti e senza onori, quando, con l’avvento della dominazione francese, l’Università di Parma venne chiusa. Acuto osservatore del diritto, curò un erudito commento alle Istituzioni Giustinianee, opera che, per la profondità del pensiero e il nitido stile, fu sempre tenuta in grande considerazione, oltre che dai suoi discepoli, anche dai più famosi giureconsulti. Non disdegnò, nel contempo, di dedicarsi alla storia e all’archeologia, dando un dotto saggio critico intorno alla tavola legislativa della Gallia Cisalpina rinvenuta tra le rovine di Velleja. Il Bolla occupò poi primari ruoli nella vita politica della città di Parma: nominato nel 1783 decurione della Comunità di Parma e, due anni dopo (7 ottobre 1785), avvocato fiscale, seppe accattivarsi l’incondizionata stima e la più grande fiducia del duca Ferdinando di Borbone, che se ne servì, tra l’altro, per importanti missioni diplomatiche. Nel maggio del 1796, infatti, venne inviato a Parigi, insieme al conte Pietro Politi, con piena potestà di trattare la pace col Governo francese, nella quale occasione le sue non comuni maniere furono di grande giovamento alla causa del Ducato. Vi ritornò quattro anni dopo per sostenere le ragioni del Duca sugli Stati parmensi, minacciate dal trattato di Aranjuez, e anche questa volta riuscì a ottenere la riconferma della corona per Ferdinando di Borbone, il quale volle poi offrirgli, non accettata, la carica di ministro di Stato. Divenuta frattanto Parma un dipartimento dell’Impero francese, il Bolla fu nel 1809 relegato al modesto incarico di consigliere del tribunale di 1a istanza ma poi, grazie alla stima in lui riposta dal Moreau de Saint Mery, venne promosso a membro del Consiglio Generale del Taro e giudice del tribunale civile e criminale. Con Maria Luigia d’Austria il Bolla ebbe ripetuti riconoscimenti delle sue doti e dei suoi meriti: consigliere di Stato, professore di istituzioni civili e preside della facoltà di legge (1814), conservatore del Collegio Lalatta (1817), vice presidente alle finanze (1819), plenipotenziario nella liquidazione dell’eredità della duchessa Maria Amalia (1820), consigliere del Supremo Tribunale di Revisione (1820), presidente del Consiglio di Stato (1822), consigliere intimo del Trono (1822), tre volte membro della commissione di governo reggente il Ducato in assenza della Sovrana (1824, 1825 e 1829), presidente dell’Università (1827). Per lui non mancarono neppure le onorificenze, prima tra tutte il titolo di barone, per sé e i suoi discendenti maschi, concessogli da Maria Luigia d’Austria il 13 dicembre 1820 con l’arma d’oro alle tre bande d’azzurro. Già cavaliere (1816) e poi commendatore dell’Ordine Costantiniano, ottenne nel 1827 la croce di cavaliere di 2a classe dell’Ordine Imperiale Austriaco della Corona di Ferro e infine nel 1831 il grado di senatore di Gran Croce dell’Ordine di San Giorgio. Nella vita privata si distinse per la carità e per la profonda convinzione religiosa, animato da quella fede che praticò in ogni circostanza e nella quale si rifugiò, per cercare conforto allo spirito, nei momenti della perdita della moglie Barbara Magnani e del figlio Lucio. Lasciò varie opere scritte: una Prolusione alla cattedra di istituzioni civili del 25 settembre 1769, le Osservazioni al frammento Velleiate, le Institutiones Iustinianae, le Orazioni per laurea e una Lettera in cui descrive Parigi nel 1789. Alla sua morte, gli furono tributati solenni onori funebri nella chiesa dei Padri Riformati. Nel cimitero della Villetta gli venne innalzato un monumento e su di esso, composta d’ordine di Maria Luigia d’Austria dal professor Amadio Ronchini, venne incisa la seguente epigrafe: Aloysio Luci F. Bollae Cooptato in Collegium Iurisconss. Antecessori Institutionum Civil. per Ann. LXVI Equiti a Corona Ferrea Secundi Ordinis Senatori Constantin. Cruce Magna Exornato Viro Pluribus in Vario Civitatis Statu Muneribus Perfuncto Qui Summa Prudentiae et Integritatis Laude Peculiarem Principum nn. Benevolentiam Promeritus a Ferdinando I Borbonio Lutetiam Plena cum Potestate Administer Missus Est Annis MDCCXCVI et MDCCC a Maria Ludovica Aug. Praeses Consilii a Negotiis Pub. Dictus Adlectus in Concilium Eiusdem Sanctius et Praeses Archigymnasii Cui Tantum Decoris Addiderat Renunciatus Est Idem Ob Eruditionem Eximiam Elegantia Literarum Cumulatam Clarissimus Studio Religionis Animique Constantia Ad Exemplum Spectatus V. Ann. LXXXVII Dec. Luctu Omnium Maximo VII Id. Oct. Ann. MDCCCXXXIV Tituloque Heic Honestatus Decreto D.N. Augustae.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, 1877, 65-66 e 521; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 103; E. Casa, Missione dell’avvocato Bolla e del conte Politi, in Atti della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province d’Emilia 1878; Gazzetta di Parma 1834, 347 e 397; G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 187; Studi Parmensi XXXI 1982, 220; M.G. Arrigoni Bertini, Lettere di Pietro De Lama, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 312; B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 271-273; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 66.

BOLLATI GIULIO, vedi BOLLATI DI SAINT-PIERRE GIULIO


San Pancrazio Parmense 1924-Torino 18 maggio 1996
Malgrado fosse nato da famiglia nobile, da giovane il Bollati fu costretto a fare il fattorino e il copista e a vincere continuamente borse di studio per potersi mantenere agli studi. Suo padre Filiberto era infatti partito per la campagna d’Africa lanciata da Mussolini e per dieci anni aveva lasciato la famiglia, alle prese con inevitabili difficoltà economiche. Frequentò, giovanissimo, la colonia ermetica di Parma: lì conobbe Attilio Bertolucci, Pietro Bianchi, Aldo Borlenghi, Oreste Macrì, Mario Luzi, Vittorio Sereni e Longhi. Quando però dovette scegliere l’università, il Bollati, diffidente com’era verso le ricadute arcadiche dell’ermetismo, scelse Pisa, dove rimase affascinato da Pasquali, da Cantimori e da Russo. Con Russo si laureò, e la tesi sul romanticismo italiano gli offrì la possibilità di coniugare la passione letteraria con quella storica. Nel 1945-1946, scoprì la politica: fu un marxista molto filosofico e poco economico. Laureato dunque in lettere e diplomato in magistero superiore alla Scuola Normale di Pisa nel 1949, il Bollati entrò nello stesso anno a far parte della casa editrice Einaudi. A Pisa aveva conosciuto tra gli altri Giovanni Gentile e Luigi Russo e fu proprio Russo a presentarlo a Giulio Einaudi, che subito lo volle nella sua casa editrice. Il Bollati seppe associare al meglio la creatività intellettuale con la capacità organizzativa dell’editore di razza. Nessuna meraviglia, dunque, se nel giro di pochi anni diventò il braccio destro di Einaudi. La casa editrice aveva già vissuto i suoi traumi: dopo la morte di Leone Ginzburg, la tragedia Pavese, poi la secessione di Boringhieri, la rottura su Nietzsche e la fuga di Luciano Foà, sempre più emarginato. Rimanevano i grandi consulenti: tra gli altri, Cases, Bobbio, Fortini, Vittorini, Venturi, Muscetta. Il Bollati fu in quegli anni il vero perno della casa editrice e gestì da par suo l’eredità Pavese e soprattutto le divergenze con Ernesto De Martino sulla collana viola. Su consiglio del Bollati, arrivò a Torino un altro normalista, il grande tessitore Daniele Ponchiroli, caporedattore straordinario. Vennero poi gli anni Cinquanta e la guerra fredda. Il Bollati non accettò mai il sospetto di una dittatura marxista all’interno della casa editrice. Ripercorrendo quegli anni, nel 1983 scrisse in un saggio sull’identità nazionale, intitolato L’Italiano, che la polemica tra Vittorini e Togliatti, troppe volte citata per denunciare il veto posto dai politici all’autonomia della cultura, vuol dire in realtà che i politici declinarono le offerte della cultura e la lasciarono libera di continuare i suoi esercizi dove e come meglio credesse. Fu così che la cultura venne restituita alla sua splendida separatezza. Condirettore generale nel 1953-1954, il Bollati contribuì a delineare la fisionomia dell’editrice torinese, ideando importanti collane, come la Piccola Biblioteca Einaudi, i Paperbacks, Nuovo Politecnico la Nuova Universale Einaudi (in colaborazione con Renato Solmi), Einaudi Letteratura. Di non minor rilievo fu la partecipazione del Bollati ai grandi progetti einaudiani: la Storia d’Italia, a cui contribuì con la cura del volume VI (in collaborazione con L. Gambi, 1976) e l’ideazione del volume II degli Annali (da lui curato in collaborazione con C. Bertelli, 1979), la Storia dell’arte italiana, che coordinò insieme a Paolo Fossati, la Biblioteca Giovani, una collezione da lui curata. Lasciata l’Einaudi nel 1978, il Bollati passò prima alla casa editrice Il Saggiatore, quindi fu dal 1980 al 1984 consulente del gruppo Mondadori. Nel 1984 le pressioni di Nerio Nesi, Antonio Maccanico e Federico Zeri (tutti suoi amici), lo convinsero a ritornare all’Einaudi, nel frattempo commissariata. Ma ci rimase per poco. Nel 1987 diventò amministratore delegato e direttore editoriale della Boringhieri (con Paolo Boringhieri aveva lavorato ai tempi dell’Einaudi), dopo che la sorella Romilda, titolare della Carpano-Baratti, ne aveva acquistato il novanta per cento del capitale. Nacque così la Bollati Boringhieri che allargò il proprio catalogo verso la narrativa, la saggistica letteraria e la varia, mentre solidamente restarono in piena attività le collane scientifiche già molto note e seguite, come quella che comprende tutte le opere di Freud. Il Bollati aggiunse una forte presenza letteraria, le collane vennero ristrutturate, si profilò un filone narrativo con classici (Proust, Zola, Balzac), contemporanei ed esordienti, come Ermanno Cavazzoni, e con scritture sperimentali che rifuggivano programmaticamente dai gusti correnti. Ma nella saggistica il Bollati ripropose, tra gli altri, Marx, Gramsci, Darwin, Keynes, Schumpeter, Cattaneo, nell’antico intento di saldare i conti con la modernizzazione e di colmare le distanze tra le due culture. Nacque anche il Manuale della Letteratura italiana. Nonostante gli sforzi, però, la casa editrice (a cui si unì, nel 1995, Alfonso Berardinelli) ebbe una vita travagliata sul piano economico. Come saggista, il Bollati pubblicò: L’Italiano (in Storia d’Italia, I, Einaudi, Torino, 1972; poi, in edizione a sé e ampliata, Einaudi, Torino, 1983), Note su fotografia e storia (in Storia d’Italia. Annali, II, Einaudi, Torino, 1979), le voci Alfieri e Manzoni, comparse nel volume da lui ideato L’albero della Rivoluzione. Le interpretazioni della Rivoluzione francese (a cura di B. Bongiovanni e L. Guerci, Einaudi, Torino, 1989). Sempre per i tipi Einaudi, il Bollati curò nel 1965 l’edizione di A. Manzoni, Tragedie, e nel 1968 G. Leopardi, Crestomazia italiana. La prosa. Il Bollati collaborò a riviste (Micromega, Nuova società) e quotidiani (La Stampa, La Repubblica) con saggi politici e interventi su temi letterari o editoriali.
FONTI E BIBL.: Grandi di Parma, 1991, 30; Dizionario Letteratura Novecento, 1992, 68; G. Marchetti, in Gazzetta di Parma 19 maggio 1996, 5 e in Aurea Parma 2 1996, 211-212; Corriere della Sera 19 maggio 1996, 27.

Parma 1793/1794
Suonò come primo dei secondi violini a Reggio Emilia nelle stagioni di Fiera del 1793 e 1794: era indicato di Parma.
FONTI E BIBL.: P. Fabbri e R. Verti; G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 1795/1816
Fu professore di viola in soprannumero della Reale Orchestra di Parma, nominato il 25 dicembre 1797. Nel Carnevale del 1795 suonò nell’orchestra del Teatro Comunale di Reggio Emilia come primo dei secondi violini. Il 10 luglio 1816 fu nominato I viola in proprietà della rinnovata Ducale Orchestra di Parma (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936; P. Fabbri e R. Verti.


Parma 1909-Cracovia post 1984
Figlia di Lotaria. Nel 1914 si trasferì a Varsavia al seguito della madre, celebre arpista, che l’anno precedente aveva sottoscritto un contratto con l’Opera di Varsavia. In gioventù frequentò la Scuola Drammatica di Varsavia, iniziando la carriera teatrale, per poi divenire attrice cinematografica. Sposatasi col regista e attore polacco Victor Bieganski, si trasferì a Cracovia, abbandonando la recitazione. In seguito divenne una affermata e celebre pittrice.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 21 gennaio 1984, 3.


-Parma 1803
Figlio di Giacomo. Come tenente nella compagnia delle reali guardie del corpo, partecipò al famoso torneo dei nobili del Ducato, datosi a Parma per celebrare le nozze del duca Ferdinando di Borbone con l’arciduchessa Maria Amalia (vedi Descrizione delle feste per le nozze di don Ferdinando, Parma, Stamperia Reale, 1769). Il Bologna, che aveva sposato una Paternò, fu promosso colonnello del terzo suburbano di Parma con patente del 25 gennaio 1781.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 2, 1929, 105.

Parma 24 novembre 1838-Parma 3 febbraio 1888
Figlio di Francesco e Luisa Franceschelli. Commerciante. Fu un prode soldato. Fece la campagna risorgimentale del 1859 e fu decorato di medaglia al valore militare.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 107.

Parma 12 febbraio 1885-Varsavia 1935
Riuscì una delle migliori allieve della celebre scuola d’arpa di cui fu insuperabile maestra nel Conservatorio di Parma, Rosalinda Sacconi De Anna. Si diplomò nel 1904. Tenne diversi concerti in Italia e all’estero (in Messico, 1908, con una compagnia d’opera lirica; a Gand in Belgio, 1908). Nel 1913 l’Opera di Varsavia fece richiesta al Conservatorio di Parma di una suonatrice d’arpa che possedesse eccellenti doti musicali, disposta a un eventuale contratto con lo stesso teatro. La proposta venne girata alla Bologna, già celebre arpista, reduce da tournées che l’avevano portata in vari paesi europei e in America. Ben poche erano le notizie circa la Polonia che allora si potevano raccogliere a Parma e per lo più queste riflettevano suggestioni quanto meno infondate. Fu certo il fascino dell’avventura uno degli elementi che maggiormente sollecitarono la coraggiosa determinazione della Bologna. Affidata la piccola figlia Carlotta alle premurose cure dei propri genitori e di sua sorella, la Bologna partì infatti per Varsavia. Sorpresa dall’eccellente preparazione dell’intero staff dell’Opera, la Bologna constatò con piacere la presenza di vari connazionali tra i suoi colleghi: primo tra tutti il direttore d’orchestra Cimini, che salutò con calorosi applausi l’arpista parmigiana la sera del suo debutto. Inoltre vi erano i cantanti Crotti, Morlatti, Polsinetti, che sposò la celebre ballerina polacca Casimira Jalowiecka, e Umberto Macnes, rinomato maestro di canto oltre che eccellente cantante. La soddisfacente retribuzione pattuita, le notevoli richieste di lavoro, anche come solista (fu ingaggiata pure dalla Filarmonica di Varsavia) e l’universale consenso del pubblico e della critica ottenuto in poco tempo, risolvettero infatti la Bologna a stabilirsi definitivamente a Varsavia, raggiunta in breve tempo dalla famiglia. Casa Bologna, in via Senatorska, nelle immediate vicinanze del Teatro Massimo, divenne presto il luogo d’incontro preferito dai musicisti di Varsavia. Frequentatrice assidua di casa Bologna, fu Margot Kaftal, bravissima cantante, ben conosciuta anche in Italia come eccellente interprete wagneriana. Tra i numerosi cantanti che frequentarono casa Bologna uno dei più assidui fu Waclaw Brezinski, ineguagliabile interprete del Barbiere di Siviglia e pure eccellente pedagogo. In seguito divenne professore di canto di Jan Kiepura, astro nascente destinato a divenire la più grande star del mondo lirico polacco. La compagnia della Bologna, oltre che da cantanti, fu composta anche da ballerini, primi tra tutti Felix Parnell e sua moglie Pawliszewa, e da direttori d’orchestra e compositori. Particolare affetto fu riservato dalla Bologna a Gregorio Fitelberg, col quale più di una volta suonò nel brano di Ravel per arpa e trio. Anche tra i compositori, furono presenti i più famosi: Szymanowsky, Rozycki e Wiechowicz. A lei molte volte essi chiesero consigli circa la scrittura dell’arpa.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 31-32; Gazzetta di Parma 21 gennaio 1984, 3.

BOLOGNA LOTTARIA, vedi BOLOGNA LOTARIA

Parma 1571
Pittore di grottesche, ritenuto parmigiano dallo Zani. E. Scarabelli Zunti riporta la notizia che dipinse nel coro della chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma. Potrebbe coincidere con il Giovanni Bolognese che aiutò Alessandro Mazzola nel 1571 a dipingere nella Cattedrale di Parma la volta della navata minore a sinistra entrando, oppure con Giovanni Antonio Paganino, che appunto affrescò il coro della chiesa di San Giovanni Evangelista.
FONTI E BIBL.: P. Zani, vol. IV, 152; G. Bertoluzzi, Guida, 1890, 99; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, cc. 85-86; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 320.


Parma 1707/1716
Fu cantore della Cattedrale di Parma dal 1707 al 22 giugno 1716.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica in Parma, 1936.


Busseto 1893-San Michele 9 agosto 1916
Figlio di Giuseppe. Fante, fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Incurante del pericolo, distanziando nello slancio i compagni, si gettò con indomito coraggio in un camminamento ancora occupato dai nemici, rincorrendone tre a colpi di baionetta, finché cadde ucciso proditoriamente assalito a colpi di pugnale da un austriaco appostato in un ricovero.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Disposizione 25a, 1924; Decorati al valore, 1964, 29.


Parma 1648/1661
Fu attuario di San Secondo nel 1648. Nel 1652 fu podestà di Montechiarugolo. Nel 1655 fu inquisitore per la seta e nel 1661
podestà di Parma.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appedice 1, 1935, 381.


Parma 22 giugno 1680-Parma ottobre 1749
Nacque da Troilo e da Irene. Fu addottorato in legge il 6 aprile 1705 e aggregato al Collegio di Parma il 29 di detto mese e anno. Esercitò l’avvocatura e fu uno dei decurioni di Parma. Nel 1720 i dottori del Collegio gli ordinarono d’illustrare la Matricola dei giurisprudenti di Parma. Il 9 ottobre 1732, per l’entrata in Parma dell’infante Carlo di Borbone, il Bolsi fu delegato a complimentarlo al momento che il conte Ceretoli, sergente maggiore, gli presentò le chiavi della città. Tra coloro che partirono l’11 febbraio 1741 per Piacenza a nome della Comunità di Parma per giurare fedeltà alla regina d’Ungheria, il primo delegato fu il Bolsi. Il 14 aprile 1745 recitò una breve orazione latina in onore del marchese senatore Olivazzi, venuto da Milano per incontrare la Comunità di Parma. Secondo il Pezzana, coltivò poco lodevolmente le muse latine e italiane.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 74.

Parma 1604-Parma 12 maggio 1630
Nel 1623 entrò nel Collegio di Parma della Società di Gesù. Insegnò scolastica e filosofia e per un anno fu maestro di grammatica superiore. Aspirò ardentemente a recarsi nelle Indie, ma quando la pestilenza cominciò a infuriare a Parma, mise tutto il proprio impegno in questa causa, recandosi nelle case della città e ai letti del nosocomio. Dopo pochi giorni fu colpito dal morbo che lo portò a morte all’età di soli ventisei anni.
FONTI E BIBL.: P. Alegambe, Heroes Societatis Jesu, 1658, 291.


Parma 26 novembre 1688-Parma 28 marzo 1766
Nacque da Pier Maria e fu tenuto a battesimo da Giuseppe Marchesi, di cui assunse poi nome e cognome. Il padre, dottore di legge, consumò nel giuoco d’azzardo tutte le sue sostanze e lasciò la famiglia in completa miseria. Giuseppe Marchesi, orefice di professione e zio del Bolsi per parte della moglie, lo accolse nella sua casa e lo designò suo erede. Nel mese di novembre del 1703 il Marchesi morì: il Bolsi ereditò dunque le sue sostanze e assunse il cognome Marchesi. Nel mese di luglio del 1704 sposò poi Giovanna Balestrieri (Diari ms. del giureconsulto Odoardo Bolsi). Fu capitano dei carabinieri, accademico ordinario dell’Istituto delle Scienze di Bologna e allievo nelle matematiche di Gabriele Manfredi e nell’astronomia di Eustachio Manfredi. Fu anche membro dell’Accademia delle Belle Arti di Parma. Visse per quarant’anni in Bologna in società di studi con Eustachio Manfredi, il quale ne parla assai onorevolmente in più luoghi dei Commentarii de Bonon. Instit., nell’avviso al lettore che precede le sue Novissimae Ephemerides 1726-1737, nel volume stesso tra le Observationes defectuum lunae, ove racconta come lo avesse a compagno nel 1722 durante le osservazioni medesime, e in particolare nell’opera (a f. 33, 64, 79, 90 e 92) de Gnomone meridiano Bononiensi: Postmodum cum id totum significassem Josepho Bolsio Marchesio qui cum diuturna mihi ac jucundissima in astronomicis studiis consuetudo intercedit aggressus est ipse problematis solutionem aequationem invenit neque ipsum piguit, ut est in analyticis rationibus exercitatissimus, calculum absolvere, ac radices quatuor hujusce aequationis investigare, quarum duas imaginarias, duas vero reales comperit. Il Bolsi fece altresì osservazioni intorno all’eclissi del Sole, che furono inserite nei predetti Commentarj (carte 93, 101, 103 e 119 della 3a parte del t. 2°). Eustachio Zanotti confermò queste cose nel suo avviso al lettore che precede le sue Ephemerides ex anno 1751 in annum 1762 (pubblicate nel 1750): Manfredius sibi socium adjunxit Josephum Bolsium Marchesium in mathematicis clarum, qui tunc Bononiae degebat, et astronomiam maxime colebat. Parole da cui si ricava che nel 1750 il Bolsi non dimorava più in Bologna. Nel 1757 lavorò col Belgrado nella nuova Specola del Collegio dei Gesuiti di Parma, col padre Tortosa, succeduto poi al Belgrado nella cattedra di matematica, e con due altri prestigiosi cultori di queste scienze, Stefano Droghi e Pietro Ballarini, all’osservazione dell’eclissi lunare del 30 luglio di quell’anno. Il padre Pagnini, divenuto poi professore dell’Università di Parma, fu uno dei suoi più diligenti discepoli. Il Bolsi scrisse diverse opere rimaste inedite per la sua modestia e la somma incontentabilità. Ancora vivente, La Minerva (ottobre 1765) pubblicò questo encomio: l’insigne matematico Giuseppe Bolsi, che è stato Professore a Bologna, noto alle Accademie più illustri d’Europa e che ha dato la soluzione a due nobilissimi Problemi, che fanno la gioja più preziosa dell’Opere del celebre Eustachio Manfredi. Il Bolsi fu sepolto nella chiesa di San Pietro d’Alcantara dei Minori Riformati di Parma con questa iscrizione: Josephus Bulsius Marchesius Patricius Parmensis alae equitum urbanorum centurio pura in superos religione omnibusque christiani nominis officiis praeclarus mathematicis disciplinis deditus sublimioris geometriae et arduae analyseos studia primus in patriam invexit parata insigni librorum supellectili vitam in literis integerrime transegit eamque cum morte commutavit annor. Natus LXXXII. Decessit die XXVIIII. Mensis martii anno CI I CCLXVI. Uxor dolori relicta cum liberis moestissimis monumentum poni curavit.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 120-122; G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 67.


Parma 1593
Fu capitano del Divieto e commissario per la Grascia nel 1593.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1 1935, 381.

Parma 1701-1800
Cronista di parte francese. Ebbe corrispondenza col Bodoni.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 141.

BOLSI GIUSEPPE, vedi anche BOLSI GIACOMO ANTONIO GIUSEPPE

BOLSI ODOARDO, vedi BOLSI FRANCESCO ODOARDO

BOLSI MARCHESI GIUSEPPE, vedi BOLSI GIACOMO ANTONIO GIUSEPPE


Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 70.


Parma 1819/1848
Sacerdote, fu dottore in legge e consorziale della Cattedrale di Parma. Scrisse una biografia di Vitale Loschi ed ebbe corrispondenza col Pezzana.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 91.

Parma seconda metà del XIX secolo
Calcografo, allievo del Toschi nella scuola di Parma. Si dedicò poi al disegno e fu anche pittore paesista.
FONTI E BIBL.: P. Martini, L’Arte dell’Incisione in Parma, 1873; L. Servolini, Dizionario illustrato incisori italiani moderni e contemporanei, Milano, 1955; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 354.

Parma 21 novembre 1837-Parma 27 agosto 1878
Contrabbassista. Fu allievo della Regia Scuola di musica di Parma dal 1848 al 1855. Mentre era ancora alunno, fu nominato per esame aspirante nella Ducale Orchestra. Fece una buona carriera di strumentista e per diversi anni occupò il posto di contrabbasso al cembalo nel Teatro Imperiale di Odessa.
FONTI E BIBL.: Dacci; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 14 maggio 1841-Torino 21 febbraio 1919
Rimasto orfano del padre quando era ancora bambino, a causa dell’indigenza familiare non poté dedicarsi a regolari studi, finché la madre non riuscì a procurargli delle lezioni di teoria musicale, elargite gratuitamente da un corista del Teatro Regio di Parma, e a farlo poi entrare come alunno interno nella locale scuola di musica. Il Bolzoni frequentò quella scuola per sette anni: studiò il violino con G. Del Maino, canto con Griffini, pianoforte con Grumtner e armonia e composizione con G. Rossi. Nel frattempo, suonò come violinista nell’orchestra del Teatro Regio. Diplomatosi nel 1859, iniziò la sua attività nel 1864 come primo violinista (con funzioni di concertatore e di maestro sostituto) al Teatro Comunale di Reggio Emilia. Due anni dopo ebbe lo stesso incarico al Comunale di Cremona, collaborando con A. Ponchielli come direttore d’orchestra, e nel 1867 a Savona, dove insegnò anche il violino. Da Savona passò a dirigere numerose stagioni d’opera nei principali teatri italiani. Nel 1874, vinto il concorso, fu nominato direttore dell’Istituto Musicale F. Morlacchi a Perugia, dove si fermò fino al 1876, dirigendo anche l’orchestra del locale teatro. Fu poi direttore del Teatro Municipale di Piacenza e dopo alcuni anni trascorsi in questa città si stabilì definitivamente a Torino: per consiglio di Verdi gli fu affidata, infatti, la direzione del Teatro Regio per il quinquennio 1884-1889. La stagione operistica 1884-1885 si aprì con Le Villi di G. Puccini e il Bolzoni ottenne, per quella prima mirabile esecuzione, seguita da numerose altre di ugual valore, gli elogi della critica nella Gazzetta Piemontese (28 dicembre 1884). Nominato nel luglio 1887 direttore del liceo musicale di Torino, fino al 1916 si dedicò in prevalenza alla composizione e all’insegnamento (tra i suoi moltissimi allievi ebbe F. Collino, G. Blanc, G. Fino, F. Varese, L. Sinigallia). Sotto la direzione del Bolzoni il liceo musicale torinese si avvalse di una serie di provvedimenti e d’istituzioni importanti: l’obbligatorietà della scuola di teoria e solfeggio, l’abbinamento della scuola di violino e di viola, l’inizio delle esercitazioni quartettistiche, le istituzioni di una scuola di cognizioni elementari generiche, letterarie e scientifiche, delle cattedre d’organo (1892), d’arpa (1901) e di pianoforte (1903). L’attività di direttore del Bolzoni fu notevole anche nei concerti sinfonici, di cui speciale ricordo meritano i tre concerti indetti dall’Associazione Orchestrale Torinese nell’aprile 1886 al Teatro Vittorio di Torino e, nel dicembre, gli ultimi due dei cosiddetti Concerti Popolari, e a Milano, chiamato dal Ricordi, i sei concerti della Società Orchestrale del Teatro alla Scala nel maggio dello stesso anno. Diresse ancora un concerto al Teatro Vittorio di Torino nel maggio 1905 e nel febbraio 1910 uno, dedicato interamente alle sue composizioni, all’Augusteo di Roma. Ottimo concertatore operistico e direttore d’orchestra esigente, il Bolzoni fu anche buon maestro e buon compositore. Più che nelle opere teatrali, che ebbero limitato successo, egli si distinse nella musica da camera e in numerosi, brevi componimenti sinfonici atti a mantenere viva la tradizione della musica strumentale e sinfonica italiana. Della sua vasta produzione si ricordano: Sestetto in quattro tempi per oboe, due clarini, corno e due fagotti, Quintetto in re maggiore per pianoforte e archi (I premio della Società del Quartetto a Milano, 1878), Quartetto in la maggiore (II premio della Società del Quartetto a Milano, 1878), Terzetto per tre violoncelli, numerose romanze senza parole per soli archi (Dolce sogno, Serenata al castello medioevale, Il ruscello, Madrigale, Quies, Gavotta in fa, Gavotta in re), pezzi vari per pianoforte solo, per pianoforte e violino, per oboe e pianoforte (Canzone boema, Fantasia), per organo (sei Preludi, Pastorale, Suite di quattro pezzi in stile religioso), liriche per canto e pianoforte, composizioni per canto corale (cantate per quartetto vocale, Raccolta di cori a due, tre e quattro voci), la sinfonia-ouverture Giulio Cesare (premiata a Milano, 1868), l’ouverture Saul (I premio a Firenze, 1868), Suite drammatica (vincitrice di un concorso a Bologna, 1873), Sinfonia in mi maggiore (1880), Fra i campi, capriccio sinfonico (prima esecuzione liceo musicale di Torino, 1902), altri numerosi pezzi vari per piccola e grande orchestra (Racconto di gioventù, Dafni e Cloe, La poule, Armonie della sera, Melanconia campestre, Tempesta in un bicchier d’acqua, Elegia funebre, Idillio sul mare) e la Cantata della Patria, del Lavoro e dell’Umanità (1911). Quasi tutte le composizioni del Bolzoni vennero edite, in parte da Ricordi (Milano) e in parte da Capra (Torino), Marchetti (Parigi), Venturi (Bologna), Brocco (Venezia) e altri. Per il teatro scrisse: Giulia da Gazzuolo (che venne presentata al concorso del Teatro alla Pergola di Firenze nel 1869 e non rappresentata), Il matrimonio civile (Parma, Teatro Regio, 11 ottobre 1870), La stella delle Alpi (Savona, Teatro Chiabrera, gennaio 1871; Parma, Politeama Reynach, 1875), Jella (Piacenza, Teatro Comunale, 3 luglio 1881) e la scena lirica Venezia in Vienna (rappresentata in occasione dell’Esposizione veneziana a Vienna, 1899).
FONTI E BIBL.: Notizie in Gazzetta Musicale di Milano XLII 5 1887, 44, e 14 1887, 109; A. Bazzini, Musicisti contemporanei italiani giudicati da A. Bazzini, in Rivista Musicale Italiana V 1898, 148; necrologio (firmato Zàbery), in Musica, XIII, 5 1919, 3; G. Depanis, I Concerti popolari e il Teatro Regio di Torino, II, Torino, 1915, 287, 289, 292, 297 s., 305, 307; G. Fino, Il maestro Giovanni Bolzoni. Commemorazione, Torino, 1923 (inserita anche in Gazzetta di Parma 13 marzo 1924, 1 s.); A. Della Corte, Il liceo musicale di Torino, in Musica d’Oggi, XI, II 1929, 446 s.; M. Ferrarini, La musica sinfonica di Giovanni Bolzoni, in Parma teatrale ottocentesca, Parma, 1946, 175-180 e passim (v. indice, 284); B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 33; G. Gatti, Il Teatro alla Scala nella storia e nell’arte (1778-1963), II, a cura di G.P. Tintori, Milano, 1964, 243-245, 247; Enciclopedia dello Spettacolo, II, coll. 748 s.; Enciclopedia della Musica Ricordi, I, Milano, 1963, 288; La Musica. Enciclopedia storica, parte 2a: Dizionario, I, Torino, 1968, 248; C. Frajese, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 368-369; A. Moroni, Giovanni Bolzoni compositore e direttore d’orchestra parmigiano, in Premio Giuseppe Verdi luglio-ottobre 1970, 29-33.


Parma 22 maggio 1668-Parma 11 maggio 1753
Figlio di Andrea (che fu decurione del Comune di Parma e morì giovanissimo) e di Maria. Sacerdote, studiò teologia e giurisprudenza. Fu creato professore di diritto civile nell’Università di Parma nel 1702. Scrisse un gran numero di orazioni per lauree, dalle quali pare chiaro che molti lo scelsero come loro promotore al dottorato perché assai famoso e rinomato (tra questi, Giuseppe Pompeo Sacco e Giuseppe Soreti). Nel Collegio dei Nobili di Parma fu professore di leggi canoniche e feudali, e fu anche primario del Digesto. Morì in età di 85 anni e fu sepolto in Santo Stefano, a Parma. Le sue orazioni, erudite ed elegantemente scritte, furono ai suoi tempi particolarmente lodate. Fu degli Arcadi di Roma colla denominazione di Ergesto Cleoneo e anche come poeta divenne assai noto.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 44-45.

Busseto 1764-Busseto 5 maggio 1817
Fu allievo in Busseto di Pietro Balestra e percorse nella pittura una buona carriera. Condusse a termine il dipinto Il miracolo di San Niccolò da Bari, lasciato incompiuto dal suo maestro e, nel paese natale, disegnò per la Collegiata l’immagine dell’Immacolata. Lasciò vari ritratti, tra i quali il Seletti rimarca quello di monsignor Bernardino Baldi da Urbino, primo abate di Guastalla, inciso poi dallo Zamboni. Fu pure letterato e, come tale, fece parte dell’Accademia bussetana Emonia col nome arcadico di Cromi Ciparisseo e della locale Accademia di lettere greche, alla cui fondazione ebbe parte nel 1796 con Pietro Vitali e con i sacerdoti Marco Pagani e Pietro Seletti.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 81-82.

BOMBELLES MARIA LUIGIA, vedi ABSBURGO LORENA MARIA LUDOVICA LEOPOLDINE

BOMBOLO, vedi BENAGLIA ERMES


Parma 1894/1912
Soldato del 26° Reggimento Fanteria, fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Diede spiccata prova di slancio e ardimento sotto il fuoco nemico (Sidi-Abdallah, Derna, 10 dicembre 1911). Si distinse pure per lodevole contegno nella notte dall’11 al 12 febbraio 1912 alla ridotta A bis, ove rimase leggermente ferito.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Parma 1946-Monticelli Terme 6 agosto 1998
Fu per oltre vent’anni presidente delle Grafiche Step di Parma. Di innata raffinatezza e di notevole cultura, un amore spassionato per l’arte, la grafica e il bello in genere, il Bompani, con la collaborazione di validi collaboratori, iniziò a creare veri e propri capolavori d’arte tipografica che nulla ebbero da invidiare a blasonate e più note case editrici di livello nazionale. Si avvalse, tra gli altri, di grafici di grande valore, come Alberto Nodolini.
FONTI E BIBL.: L. Sartorio, in Gazzetta di Parma 7 settembre 1998, 13.


Parma 12 gennaio 1825-Parma 5 agosto 1854
Figlio di Angelo e Radegonda Gruzzi. Detto il Casaro, calzolaio. Avendo preso parte alla rivolta del 22 luglio 1854, il 3 agosto dello stesso anno fu condannato alla fucilazione dal tribunale di guerra e la sentenza venne eseguita due giorni dopo.
FONTI E BIBL.: G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Martiri, 1939, 60.

BONA DINO, vedi BONAMICI FERDINANDO


Parma-1707
Insegnò istituzioni romane all’Università di Parma dal 1670 al 1707. Nel 1670-1671 spiegò Tit. Instit. Imp. de testam. ordin.
FONTI E BIBL.: Mandati 1619-1715; Registri d’entrata e spesa 1631-1750; Registro de’ Mandati 1701-1720; F. Rizzi, Professori, 1953, 32.

-Parma 25 aprile 1899
Fu soldato valoroso nelle battaglie per l’indipendenza e l’unità d’Italia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 27 aprile 1899 n. 115; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 400.

Parma 1281/1314
Fu Podestà di Trento nel 1281, sotto il vescovo principe Enrico. Il Bonagiunta viene ricordato in vari documenti anche negli anni 1288, 1307 e 1314: Dominus Bonagunta de Parma judex et auditor Causarum Episcopatus Tridenti. Tra questi, l’investitura dei feudi in Val Lagarina data a Guglielmo di Azone dei Castelbarco da Enrico vescovo di Trento il 12 giugno 1314, in Episcopali Palatio in loco ubi consuevit Vassalorum Curia celebrari, praesentibus venerab. viris fratribus Petro Abbate Monasterii S. Laurentii prope Tridentum, Conrado Hazerstal, et Simone de Metis ordinis Cisterciensis, D. Episcopi Capellanis, et honorabilibus viris Dominis Gerardo de Bononia, jureperito Vicario Trident., Bommesio de Paganottis de Verona, Bonazunta de Parma, et Guilhelmo de Belenzanis judicibus, magistris Nicolao de Mutina, et Iohanne de Venetis artis medicae Professoribus.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice, 55.

BONAGUNTA, vedi BONAGIUNTA


Parma 3 marzo 1892-Roma 8 gennaio 1945
Dotato di bella voce tenorile, studiò da autodidatta il canto: giovanissimo abbandonò gli studi secondari per dedicarsi alla piccola lirica. Dal 1916 al 1926 coprì il ruolo di primo tenore in una delle principali compagnie di operette della casa editrice Mauro.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 33.

Parma 27 ottobre 1884-post 1943
Conseguì il brevetto di pilota di sferico nel 1906, di pilota d’aeroplano a Pau il 6 giugno 1911, di pilota di idrovolante a Taranto nel 1916. Ideò e costruì due monoplani a Levallois Perret nel 1911 chiamati Pegaso e due biplani, che realizzò costruì a Cascina Costa nel 1911, chiamati Albatros. Volontario, sottotenente aviatore di una squadriglia da bombardamento, partecipò alla guerra contro l’Austria, indi fu pilota istruttore. Fu un pioniere dell’aeronautica italiana.
FONTI E BIBL.: E. Grossi, Eroi e pionieri dell’ala, 1934, 38; M. Cobianchi, Pionieri aviazione, 1943, 423.

Parma 19 aprile 1735-Parma 1808
Figlio di Luca e Laura Gardani. Orafo, che lo Scarabelli Zunti (Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. VIII, ad vocem) dice nato nel 1735 e morto nel 1808 sulla base di un’iscrizione commemorativa perduta, un tempo nella chiesa di San Pietro Apostolo, ove era l’altare di Sant’Eligio, patrono degli orefici. Il Bonani ricoprì le massime cariche dell’arte (cfr. Archivio di Stato di Parma, Fondo Archivio Comune, serie XXII, n. 1856) e fu indubbiamente personalità di primo piano tra i maestri del tardo Settecento locale, a giudicare dalla consistenza e qualità della sua produzione. Tra gli altri oggetti conservati in chiese di Parma e provincia, va segnalato un calice d’argento simboleggiato con segni della Passione (chiesa della Steccata di Parma, 1786 c.). Il lavoro della Steccata ancora indugia, nonostante la datazione avanzata nel secolo, su di un repertorio di gusto barocchetto, accostandosi ai più notevoli calici della chiesa di San Tommaso e della Cattedrale di Parma (cfr. L. Fornari, Schianchi, 1979, pp. 458-459). Con le cornici a fogliette stilizzate della base e con i rigidi nodi di raccordo nel fusto, appena si insinuano quegli stilemi neoclassici a cui il Bonani si dimostrò decisamente sensibile altrove (nella chiesa di Gainago: cfr. R. Rota Jemmi, 1983, pag. 80; e anche nella chiesa di Monchio: cfr. G. Cirillo-G. Godi, 1986, pag. 217). La decorazione del pezzo appare poi piuttosto stereotipa e resa con una tecnica non particolarmente raffinata, talora corsiva nella definizione degli elementi.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, C 38, Inventario, 1780; Per uso del santificare, 1991, 88-89.

Parma 28 aprile 1909-post 1968
Tagliatore, membro dell’organizzazione comunista clandestina, nel 1931 fu condannato dal tribunale speciale a quattro anni di carcere per attività antifascista. In seguito fu confinato per cinque anni a Ponza. Dopo l’8 settembre 1943 partecipò alla guerra di liberazione: fu partigiano combattente nella 143a Brigata Garibaldi.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia dell’antifascismo e della resistenza, I, 1968, 326.


Parma ante 1741-post 1773
Ebbe una carriera lunga e notevole come quantità, anche se non sempre figurò in parti primarie. La si trova la prima volta nel Carnevale del 1741 al Teatro dell’Accademia Filarmonica di Verona nel dramma per musica Artaserse di Pietro Chiarini. Ricompare nei libretti d’opera nel 1749 a Cremona nella stagione di Carnevale proprio con lo stesso Artaserse e poi con il Vologeso di Galuppi, per essere poi nella primavera al Regio Ducale Teatro di Parma nel Demetrio di Niccolò Jommelli. Nel Carnevale del 1750 fu al Teatro Omodeo di Pavia nel Demetrio, questo di Gaetano Piazza, e al Teatro San Samuele di Venezia per la Fiera dell’Ascensione nel componimento drammatico Imeneo in Atene di Domenco Terradellas. Nel Carnevale dell’anno seguente fu al Teatro Formagliari di Bologna nei drammi in musica Cajo Mario di Jommelli e Semiramide riconosciuta di Galluppi. Nel 1752 al Teatro di San Sebastiano di Livorno nel Carnevale cantò nel Catone in Utica di Giuseppe Latilla e ne La Didone abbandonata di Francesco Poncini e nell’autunno a Lucca in Adriano in Siria di Giuseppe Scarlatti. Nel Carnevale del 1753 fu al teatro della Pergola di Firenze in Didone abbandonata (26 dicembre 1752) e in Cesare in Egitto, ambedue di autore anonimo, e poi a Casale Monferrato ritornò nel Cajo Mario di Jommelli. Nel Carnevale del 1754 fu al Teatro Rangone di Modena nel Tito Manlio di Girolamo Abos e in un Antigono che il Gherpelli attribuisce a Ferdinando Bertoni, nell’autunno la si incontra al Teatro di Lucca nel dramma Demofoonte e nel Carnevale seguente al Teatro Ducale di Parma nell’Olimpiade di Egidio Duni, mentre cantò alla Fiera di autunno al Teatro Solerio di Alessandria nell’Ipermestra, opera di un compositore dilettante, don Giuseppe Re. Nel Carnevale del 1756 fu al Teatro Regio di Torino nel Ricimero di Giacinto Calderara e nel Solimano di Michelangelo Valentini, mentre nella primavera cantò al Teatro Formagliari di Bologna nel Demofoonte di Galluppi. Nel 1757 fu al Teatro Sant’Agostino di Genova ne La sconfitta di Dario del Valentini e in Talestri del Jommelli, mentre l’anno dopo fu nel Carnevale al Regio di Torino in Arsinoe di Vincenzo Ciampi e nella Nitteti di Holzbauer, successivamente alla Fiera di Reggio Emilia nell’Antigono di Antonio Ferradini e nell’autunno al Teatro dell’Accademia Filarmonica di Verona nell’Olimpiade di Traetta. nel Carnevale del 1759 fu al Regio Ducal Teatro di Milano nel Demofoonte di Antonio Ferradini e in Alessandro nell’Indie, per recarsi poi a lavorare in Germania, dove fu attiva ininterrottamente fino al 1772 a Stoccarda, a Tubinga e in una località indicata come Louisbourg, dove interpretò un grande numero di opere di Jommelli (Alessandro nell’Indie, L’isola disabitata, L’Olimpiade, Semiramide, Il trionfo d’Amore, Didone abbandonata, La pastorella illustre, Demofoonte, Il re pastore, La clemenza di Tito, meneo in Atene, Enea nel Lazio, Il Vologeso, Il cacciator deluso, Fetonte e La schiava liberata), di Antonio Baroni (L’amore in musica, Il marchese villano e la cantata La fiera de’ Numi nel tempio d’Apollo) e di Antonio Sacchini (Colliroe). Nel Carnevale del 1773 fu di nuovo in Italia, al Teatro di Corte di Modena in Scipione in Cartagena di Nicola Piccinni e nell’Ipermestra di Francesco Fortunati. La si incontra l’ultima volta al Teatro Regio di Torino nella Merope di Pietro Guglielmi e in L’isola di Alcina di Felice Alessandri.
FONTI E BIBL.: P. Fabbri e R. Verti; P.E. Ferrari; Gherpelli; Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1831
Dopo i moti del 1831, fu indicato come disarmatore della truppa del giorno 13 febbraio e tra i principali facinorosi. Fu arrestato e processato ma il 18 agosto fu rilasciato, quindi dal giorno 24 agosto 1831 venne sottoposto ad alcuni precetti.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 141.

BONANNI MONACA, vedi BONANI MONACA

BONAPARTE MARIA LUIGIA, vedi ABSBURGO LORENA MARIA LUDOVICA LEOPOLDINE


Parma 1501/1502
Fu forse studente di giurisprudenza a Pavia. È ricordato in uno scritto del 1501 o 1502: Breve diceria di Bernardino Dardano ad Antonio Bonardi da Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori parmensi, III, 1791, 251; Gazzetta di Parma 19 maggio 1981, 3.


Parma 20 gennaio 1847-Spezia 1914
Figlio di Napoleone e Irene Pasetti. Sottotenente del genio nel 1868, raggiunse poi il grado di tenente colonnello e fu sottodirettore del Genio di Livorno. Successivamente fu addetto alla direzione del Genio a Bari e a Messina. Collocato in P.A. (1903), raggiunse nel 1911 il grado di maggiore generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia militare, II, 1926, 345.


Parma o Bologna 1539/1552
Secondo, in ordine di tempo, dei Bonardi che esercitarono in Bologna l’editoria e il commercio librario durante il secolo XVI. Si ignora se il Bonardi sia stato figlio o piuttosto fratello di Vincenzo. Le edizioni provano che al ritiro di Vincenzo (1539 o 1540) il Bonardi lo sostituì nella società editoriale e tipografica già fin dal 1539 costituita con Marcantonio Grossi da Carpi. Le sottoscrizioni editoriali dal 1540 sono Per Bartolomeo Bonardi e Marcantonio Grossi ovvero Bartholomaeus Bonardus et Marcus Antonius Grossius e tali rimangono sino a tutto il 1544, quando la società si sciolse. Sono di questo periodo non poche edizioni di libri e libretti in volgare, specialmente Pronostici (di Lattanzio Benacci, professore di astronomia e astrologia nello Studio bolognese, di Flaviano Turchi e di altri), di operette popolaresche di vario genere, di pubblicazioni occasionali di interesse locale, come la Lettura fatta nell’Accademia degli Infiammati da Alessandro Piccolomini (1541) e del Rinaldo appassionato (1544), edizione rarissima, copiata dalla fiorentina del 1533 nella quale il poemetto cavalleresco è attribuito a Ettore Baldovinetti. Da queste pubblicazioni minori si differenzia la Historie di Bologna. Deca prima del domenicano Leandro Alberti (1543) del quale già Vincenzo Bonardi aveva pubblicato due opuscoli. Le sei parti in cui è diviso tipograficamente il testo sono impresse con caratteri di grande eleganza. Bellissime e varie di disegno sono le grandi iniziali a ornati su fondo nero con le quali iniziano i testi. Le carte non hanno cifratura, il registro è continuo per tutte le sei parti. Con frontespizio analogo ai precedenti, ma con figura al verso tutto diversa (grande veduta di Bologna con l’epigrafe: Bonomia mater studior.), segue il Libro primo della Deca seconda dell’Historia di F. Leandro degli Alberti bolognese. Sono 26 cc. cifrate. Non vi sono note tipografiche. Con questa parte prima della seconda deca, la pubblicazione restò interrotta: fu continuata nel 1589 da Fausto Bonardi. Altre belle edizioni del Bonardi, adorne di eleganti fregi, sono: i Ricordi di fra’ Sabba da Castiglione (1546) e i Capitoli con il Monte della pietà della città di Bologna per l’officio del Massarolo (1546). Negli anni successivi, e sino al 1552, l’editoria del Bonardi scade per qualità di testi pubblicati: si tratta di libretti popolareschi di facezie, come una Bravata de l’ardito e nobile Ammazza cento, un Pronostico di F. Turchi (1546), un ricettario domestico e simili minuzie che facevano stampare i cantambanchi. Tuttavia, anche in queste stampe, il Bonardi curò dignitosamente la parte tipografica e scelse con buon gusto i legni che ne adornano taluna. Dopo il 1552 del Bonardi non si conoscono altri prodotti. L’ultimo sembra sia stato un manualetto di chirurgia militare compilato da G. Magi (1552).
FONTI E BIBL.: A. Sorbelli, La stampa in Bologna, in Tesori delle biblioteche italiane: Emilia e Romagna, Milano, s.a., 427; A. Sorbelli, Storia della stampa in Bologna, Bologna, s.a., 99-100; A. Sorbelli, Le marche tipografiche bolognesi del secolo XVI, Bologna, s.a., 30; F. Ascarelli, La tipografia cinquecentina italiana, Firenze, 1953, 44; A. Cioni, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 567-568; Dizionario tipografi editori italiani, 1997, 158-161.


Parma 1202
Fu ingrossatore del Comune di Parma nell’anno 1202.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 143.

Parma o Bologna 1584/1592
Tipografo. Fu probabilmente figlio ed erede di Pellegrino, secondo quanto dichiara il Sorbelli. Pellegrino cessò l’attività nel 1583 e il Bonardi la iniziò nel 1584, continuandola per un non lungo periodo: meno di un decennio. Tra le sue edizioni si possono ricordare: Della precedenza tra la podestà ecclesiastica e la secolare di G.A. Pacciani (1586, ristampata nel 1588), Introductio ad syllogismos di Melchiorre Zoppi (1590), In Moretum virgilianum commentarius (1590). Nel 1589 il Bonardi pubblicò il Libro II e III della Deca seconda della Historia di Bologna di fra’ Leandro Alberti, opera rimasta interrotta dopo il Libro I della Deca seconda stampato da Bartolomeo Bonardi nel 1543. Dal manoscritto dell’autore, P.L. Caccianemici riordinò e completò la stesura delle Historie, condotte dall’Alberti sino agli avvenimenti dell’anno 1273 e aggiunse poi un Supplemento per il IV libro della Deca seconda che il Bonardi pubblicò nel 1590, mentre il Supplemento ultimo e V libro venne messo a stampa in Vicenza da Giorgio Greco nel 1591. Come avevano già fatto i suoi predecessori, anche il Bonardi pubblicò libretti popolareschi, scritti vari d’occasione e qualche pronostico. Il suo capolavoro fu il Libro di lavorieri. Alla Serenissima Signora Margherita Gonzaga da Este Duchessa di Ferrara (17 aprile 1591). È una delle più eleganti raccolte di disegni per trine che siano state pubblicate nel secolo XVI: sono trenta tavole, ciascuna dedicata a una gentildonna bolognese, disegnate da Aurelio Passarotti. Di questa raccolta restano noti due soli esemplari: l’uno nella Biblioteca Comunale di Forlì e l’altro nella Kunstbibl. di Berlino. L’album venne modernamente riprodotto facsimile dalla contessa Lina Casazza. Vi è però nella Biblioteca Vaticana un libretto diviso in due parti di complessive 67 cc. (manca apparentemente l’ultima carta) che non ha note di stampa (le quali si dovevano presumibilmente trovare sulla carta mancante) ma che ha tutti i caratteri di una edizione accresciuta della raccolta precedente. Il titolo è: Libro primo [secondo] di lavorieri. Alle molto illustri et virtuosissime gentildonne bolognesi. La prima parte riproduce i disegni dell’edizione 1591, mentre la seconda è tutta nuova e rivela la mano del Passarotti nei disegni e quella dell’intagliatore che magistralmente aveva già fissato sul legno le delicatissime invenzioni dell’artista bolognese. È probabile che anche questo sia un prodotto del Bonardi e probabilmente fu il suo ultimo: infatti dopo il 1592 non si conoscono edizioni a suo nome.
FONTI E BIBL.: A. Sorbelli, La stampa in Bologna, 432; A. Sorbelli, Storia della stampa in Bologna, 118; A. Sorbelli, Le marche tipografiche bolognesi del secolo XVI, 33; Bibliographie der Modelbucher, Leipzig, 1933, 315; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XXVI, 279; Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 572.

Parma 1535/1588
Tipografo. Ebbe officina a Bologna del 1535 al 1588, in società per un certo periodo con Antonio Manuzio, figlio di Aldo.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della stampa, 1969, 28.

Parma o Bologna 1587
Tipografo, attivo a Bologna nel 1587.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 19 maggio 1981, 3.


Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 22.

Boston 11 febbraio 1881-Parma 2 maggio 1974
Figlio di Agostino e Maria Rustici, immigrati parmigiani. Rientrò in patria con i genitori nel 1888, insediandosi al Perlaro, un podere collinare sopra Pietramogolana. Entrato nel Seminario Minore di Berceto nel 1892 per gli studi di grammatica e umanità, si legò di filiale devozione al rettore, don Ormisda Pellegri, e di schietta amicizia ai condiscepoli Luigi Calza, primo vescovo saveriano in Cina, ed Eugenio Pellerzi che, con lui, entrarono (18 luglio 1898) nel Seminario Emiliano per le Missioni estere, appena fondato in Parma dal canonico Guido Maria Conforti. Vi conobbero alcuni dei futuri martiri della persecuzione dei Boxers: un drappello di persone, anche cinesi, che monsignor Francesco Fogolla aveva guidato in Italia per allestire un padiglione cinese nella Mostra Internazionale di Torino (1898). Emessa la prima professione religiosa nel febbraio 1902 e consacrato sacerdote nella cappella dell’episcopio di Ravenna dallo stesso monsignor Conforti (14 giugno 1903), da un anno eletto a quell’illustre sede, il Bonardi partì per la Cina con i confratelli Calza, Sartori e Brambilla il 18 gennaio 1904: con lodevole zelo lavorò da principio nel Honan meridionale, poi nella Prefettura Apostolica dell’Honan occidentale, ove rimase in qualità di procuratore sino all’aprile 1911. Si distinse subito in versatili forme di apostolato, nonché per lo spiccato interesse all’arte e alla cultura di quel grande paese. Fu stimato e benvoluto anche da monsignor Volonteri che gli affidò molto presto incarichi di fiducia, come quello di aiutante di padre Gilardi, procuratore generale della missione, e di professore nel Seminario di Kin Kia Kang. Ne trasse quella competenza e quel gusto che lo portarono dapprima a redigere corrispondenze e servizi per il bollettino dell’Istituto Fede e Civiltà, poi quei racconti per la gioventù, pubblicati in due volumi (Sulle rive del Fiume Giallo, uscito sotto pseudonimo dopo gli anni Venti, e La compagnia del filo d’oro) e, finalmente, a peritarsi in saggi e monografie ospitate in almanacchi, riviste, enciclopedie, riscuotendo credito e attenzione a livello anche scientifico. Altre sue benemerenze restano le collezioni delle monete e la guida del museo missionario (fondato dal Conforti), con aperture culturali che dalle cose cinesi passarono ai campi più disparati: dalla meccanica all’agricoltura (fisiocrazia solariana), dall’abaco alle tecnologie più avanzate in funzione didattica e pratica dell’apostolato, fino alla cinematografia (1924-1928). Al Bonardi è anche dovuta la bella chiesa, in perfetto stile gotico, inaugurata a Hsucio nel novembre del 1909. Richiamato in patria dopo otto anni di missione (1904-1912), il Conforti, divenuto nel frattempo vescovo di Parma, gli affidò il compito di rettore dell’Istituto, già affermatosi nella nuova sede al Campo di Marte fuori barriera Farini. Il Bonardi fu l’alter ego del fondatore per il susseguente ventennio (1912-1931), senza mai snaturarne l’impronta o forzarne lo spirito, che il Conforti venne attuando con mano forte nei controlli pressoché quotidiani e nella vigilanza indefessa, sempre riconosciuta e professata dal Bonardi, come dichiara nella sua prima biografia del Conforti (Guido Maria Conforti, arcivescovo-vescovo di Parma, fondatore dei Missionari Saveriani, Parma, 1935) e giurò nella deposizione al processo di beatificazione e canonizzazione dello stesso Conforti. Primo maestro dei novizi (1921) ed economo generale, primo vicario generale dell’istituto, eletto nel primo capitolo della Congregazione (1929), il Bonardi seguì tutte le generazioni dei missionari saveriani formatesi tra la prima e la seconda guerra mondiale (1914-1940). Accompagnò il Conforti nel suo viaggio, d’andata e ritorno, da Parma alla Cina, via mare e per Transiberiana (1928), dopo avere coadiuvato nel lancio della causa missionaria in Italia tra il clero e il laicato (1916-1927) e nell’aprire scuole apostoliche (Vicenza, Ancona, Salerno, Cremona), con tentativi anche all’estero (Ungheria, Brasile, Spagna, Stati Uniti, Svizzera). Successe a padre Giovanni Popoli come procuratore generale in Roma nel 1936. Si distinse per l’integrità morale, per la sua duttilità linguistica nel latino, nell’inglese, nel cinese mandarinale e nell’esperanto, per la sua indefessa attività come direttore delle stampe periodiche dell’istituto, come propulsore della fotografia, della cinematografia, della grafica e della medicina per missionari.
FONTI E BIBL.: P. Garbero, Missionari in Cina, 1965, 84-88; Aurea Parma 2 1974, 185; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1221; L. Grazzi, in Gazzetta di Parma 3 maggio 1974, 3.

Parma 2 agosto 1887-Milano 1961
Nato da povera famiglia, venne ricoverato da ragazzo, dopo aver perso entrambi i genitori, nell’Orfanatrofio Vittorio Emanuele di Parma. Uscitone nel 1904, si impiegò prima a Parma, e poi si trasferì a Milano nell’agenzia teatrale del giornale Il soffietto, condotta dal Borboni. Andò poi a Barcellona, al teatro del Liceo, quale segretario dell’impresa Volpini. Serio e assai stimato nella trattazione degli affari teatrali, fu uno degli esponenti di maggior spicco della Società E. Ferone e C. di Milano, presso la quale seppe crearsi una invidiabile posizione. Divenne uno dei più noti impresari lirici d’Europa, oltre che presidente di varie associazioni e organismi teatrali italiani ed esteri. Curò gli interessi di molti cantanti, tra i quali Maria Callas, Renata Tebaldi, Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco, Fedora Barbieri, Giovanni Lauri Volpi, Ferruccio Tagliavini, Alessandro Ziliani, l’argentina Helda Marina e l’americana Margaret Roberti.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 33; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 59.

Parma seconda metà del XIX secolo
Pittore, attivo nella seconda metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 22.

Parma 17 maggio 1764-
Figlio di Giuseppe e Anna Tronchi. Appartenne alla Repubblica Cisalpina, caduta la quale fu coinvolto nella reazione austrorussa, imprigionato e condannato alla deportazione in Dalmazia. Chiuso nella stiva di una manzera, incatenato, fu portato a Sebenico. Rinchiuso in una segreta, soltanto dopo venti giorni poté ottenere, a sue spese, un po’ di paglia e un piatto ove mangiare. Dopo 83 giorni di ceppi, venne tolto dalla segreta e liberato dai ferri. Trasferito a Petervaradino, ebbe a subire nuove sevizie.
FONTI E BIBL.: F. Apostoli, Le lettere sirmiensi, illustrate da A. D’Ancona, Roma-Milano, 1906; Storia della deport azione in Dalmazia e in Ungheria de’ patrioti cisalpini scritta da uno degli stessi deportati, Cremona, 1801; F. Ercole, Martiri, 1939, 60.

Parma o Bologna 1532/1583
Come per gli altri membri della famiglia, anche per il Bonardi la mancanza di documenti di archivio costringe a ricostruirne l’attività valendosi delle sole testimonianze certe fornite dalle edizioni. Dalle datazioni di esse risulta convincente l’ipotesi del Sorbelli che fa del Bonardi un figlio di Bartolomeo e, quindi, un nipote di Vincenzo Bonardi, sia questi stato suo nonno o suo zio. Nel 1532 il Bonardi stampò a Bologna un’orazione sacra del carmelitano parmense Claudio Perini. Il nome del Bonardi come stampatore si ritrova menzionato in un’edizione del 1553, unito a quello di Anselmo Giaccarello (o Zaccarelli), editore e tipografo originario di Correggio, che si stabilì a Bologna verso il 1545 e vi lavorò con abilità tanto da divenire impressore camerale. Il primo libro stampato dai due fu Domini Benedicti Campegii Italidis libri decem sottoscritto: Bononiae in aedibus Anselmi Giaccarelli Peregrinus Bonardus excudebat anno MDLIII nonis Novemb. Durante il biennio 1553-1554 non furono poche le edizioni prodotte dai due e sottoscritte: Anselmo Giaccarello e Pellegrino Bonardo Compagni. Durante il biennio successivo sembra che i due soci non abbiano prodotto alcuna edizione. Il Giaccarello, invece, continuò a stampare per suo conto, come aveva fatto anche durante il 1553 e il 1554. Col 1556 cominciarono ad apparire edizioni che portano il solo nome del Bonardi senza che, tuttavia, si possa stabilire se egli avesse attrezzato una stamperia in proprio ovvero se avesse rimesso in funzione quella che gli era pervenuta dal padre (e doveva essere assai modesta cosa), oppure se il Giaccarello gli avesse permesso l’uso della sua tipografia, senza intervenire nelle edizioni. L’esame dei caratteri tipografici usati tende ad avvalorare quest’ultima ipotesi. Si tratta di pubblicazioni ordinategli da comunità, come Provisione sopra l’eccessive spese così del vivere come del vestire, emanata dal Senato bolognese il 15 aprile 1555 e fatta più volte stampare dal Giaccarello (1555, 1556, 1557) e poi anche dal Bonardi (1557) o lo Statuto della compagnia dei drappieri ovvero strazzaroli della città di Bologna (1557). Durante il 1558 ripresero le edizioni sociali col Giaccarello: gli Statuti della Domus Hispanica, ristampa del testo pubblicato nel 1485, la Disputatio adversus M.T. Ciceronis Academicas quaestiones del faentino Giulio Castellani, il Repudio della regina Maria d’Inghilterra (Anna di Clèves), che è un opuscolo del francese Jean de Luxembourg tradotto in italiano dal capitano fiorentino al servizio della Francia Giovan Battista dei Grillandari. Negli anni 1556-1558 il Bonardi entrò in relazioni di affari con Antonio di Aldo Manuzio, costretto, per la sua disordinata vita, a lasciare Venezia e cercare rifugio a Bologna. Il Bonardi lo aiutò economicamente e gli fornì la carta occorrente per quelle poche edizioni che Antonio Manuzio pubblicò (con la consueta marca dell’ancora) in Bologna, forse nella stessa tipografia del Bonardi. In seguito il Bonardi perse i suoi crediti e Paolo Manuzio lo costrinse anche a restituirgli le robbe che si trova havere del q. mio fratello. La disavventura non impedì tuttavia al Bonardi di continuare a pubblicare, seppur sempre opere di piccola mole, con molta attività sino al 1576. Luca Machiavelli gli fece stampare tutti i suoi scritti: De laudibus Ferrariensium (1560), De laudibus religionis (1560), Oratio in funere Thomae Cospii (1560), De libertate reipublicae Servorum (1560) e Oratio de luce (1576). Bartolomeo Ricci gli affidò la sua dissertazione De evitanda atque compescenda iracundia (1561), Giovan Battista Pellegrino la Disceptatio de causa continente deque morbo fiente (1561) e Benedetto Leoni la Oratio de laudibus cardinalis A. Cornelii (1567). Per conto di Gian Antonio Fava pubblicò gli Atti degli Accademici Oziosi (1567). Del sacerdote Giulio Castellani stampò due Orazioni (1576) e per conto dei fratelli editori Giovan Battista e Cesare Salvetti pubblicò una ristampa dei Componimenti poetici di Benedetto Varchi (1576). Per proprio conto stampò alcune edizioni popolaresche e taluni avvisi, il più interessante dei quali è quello che il celebre capitano Francesco De Marchi mandò a Bologna dalla Corte spagnola: Avviso ove si narra a pieno le famose livree di Scaramuzza di cavalli et fanti et apparati et feste nelle nozze del Ser. Re Cattolico di Spagna e della Ser. Regina sua consorte della nobile città di Guadalagiara et di Madrid (1560). È da ricordare anche una raccolta di laudi spirituali pubblicata col consueto titolo di Libro di compagnia (1563). Dopo il 1576 cedette per cinque anni ai fratelli Cesare e Giovan Battista Salvetti l’uso della tipografia e della sua marca. Riprese a stampare in proprio, ancora per un biennio, solo scritti occasionali, l’ultimo dei quali sembra essere stato la Breve descrizione della edificazione della chiesa et oratorio della Madonna del Monte (1583).
FONTI E BIBL.: P. Manuzio, Lettere di P. Manuzio nella Bibl. Ambrosiana, Paris, 1834, lettere XX, XXXVIII; A. Sorbelli, La stampa in Bologna, in Tesori delle biblioteche d’Italia: Emilia e Romagna, Milano, s.a., 428; A. Sorbelli, Storia della stampa in Bologna, Bologna, s.a., 100, 103, 116 s., 121; A. Sorbelli, Le marche tipografiche bolognesi del secolo XVI, Bologna, s.a., 32; D. Pulega, La tipografia bolognese dei Giaccarello, in Archiginnasio, 1940, 87 ss.; F. Ascarelli, La tipografia conquecentina italiana, Firenze, 1953, 44, 48, 49; A. Cioni, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 571-572; Enciclopedia della stampa, 1969, 28; Gazzetta di Parma 19 maggio 1981, 3.

Parma-post 1543
Ebbe in Bologna attività di editore oltreché di negoziante di carta e libri durante il secondo quarto del secolo XVI. Né il Sorbelli, che tanto diligentemente ricercò le carte bolognesi relative agli editori e tipografi della sua città, né altri hanno potuto rinvenire notizie di archivio sulla famiglia Bonardi. Pare certo che questa si fosse già trasferita in Bologna durante il secolo XV e vi tenesse un florido commercio di carta: infatti il Bonardi si qualifica una volta come opifex chartarum, ciò che lascia intendere che egli conducesse una cartiera, oltreché un negozio di cartaio. È probabile che non abbia mai chiesto né ottenuto la cittadinanza bolognese, giacché egli si qualifica costantemente Vincenzo Bonardi da Parma. Certo è che intorno agli anni 1530-1535 il suo negozio di cartaro e libraio era posto nella sua abitazione in via di San Bernardino delle Pugliole, come si ricava da una sottoscrizione editoriale del settembre 1535. L’attività editoriale del Bonardi iniziò appunto nel 1535, quando si associò con il tipografo carpigiano Marcantonio Grossi. Nella società il Bonardi dovette apportare il capitale liquido, fornire i locali per l’officina, forse la carta e certo provvedere allo smercio dei libri prodotti, il Grossi dové provvedere all’attrezzatura tipografica e offrire la sua opera di stampatore. Il primo prodotto sociale noto è dell’aprile del 1535: Trattatello di fra’ Lorenzo da Bergamo sulla disposizione a ricevere la grazia dello Spirito Santo stampato a soddisfatione di alchune persone desiderose di acquistare la gratia del Spiritosanto, sottoscritto Per Vincenzo di Bonardi da Parma cartaro e Marchantonio da Carpi compagni. In questa edizione compare una bella xilografia a piena pagina e un’elegante bordura sul frontespizio. Seguì (giugno 1535) lo Specchio di vita religiosa composto da un devoto Osservante. Nei mesi seguenti fu dato in luce un Pronostico di Lodovico Vitali, del quale i due soci continuarono a stampare i Pronostici per gli anni 1537, 1538 e 1539, assieme a quelli di Flaviano Turchi (1537) e di Lattanzio Benacci (o Benazzi) per gli anni 1538 e 1539. Pubblicarono ancora (sempre nel 1535) le Costituzioni sinodali della diocesi di Bologna, il Breve ricordo di quanto hanno da fare i clerici e l’opuscolo di Leandro Alberti De divi Dominici calaguritani obitu et sepultura. Chiuse l’attività dell’anno 1535 la stampa di una dissertazione sul digesto del giurista bolognese Carlo Ruini. Nel 1536 furono pubblicate dai due soci le Annotazioni della volgar lingua del bolognese Giovanni Filoteo Achillini e l’edi zione della Grammatica volgare di A. Accarisi. È dello stesso anno l’unica edizione del poemetto cavalleresco di A.M. Botti, Herculea. Del 1537 si può ricordare Epicedion sive fortuna di Scipione Baldi da Finale. Durante il biennio 1538-1539 i soci continuarono a stampare pronostici, libri vari di piccola mole e operette popolaresche. Di Leandro Alberti diedero (1539) la Chronichetta della gloriosa Madonna di san Luca del monte della Guardia di Bologna e una ristampa (rarissima) del poemetto di G.A. Albicante, Historia della guerra del Piemonte, tratta dall’edizione originale di Milano, 1538, e poi riprodotta a Venezia due volte. L’ultima edizione della società fu il commento alla regola di san Benedetto del frate Regino da Barletta: Il Padre san Benedetto con l’esposizione, edizione adorna di una xilografia e di una bordura sul frontespizio. Dopo il 1539 non si conoscono edizioni che rechino il nome del Bonardi. La sua attività cessò, ma si ignora se ciò sia avvenuto per la sua morte o per cessione volontaria della sua partecipazione alla società editoriale col Grossi a un Bartolomeo Bonardi (suo fratello o suo figlio) che seguitò a lavorare assieme a Marcantonio Grossi.
FONTI E BIBL.: A. Sorbelli, Storia della stampa in Bologna, Bologna, s.a., 98; A. Sorbelli, Le marche tipografiche bolognesi nel secolo XVI, Milano, s.a., 30; G. Fumagalli, Lexicon typographicum Italiae, Firenze, 1905, 43; F. Ascarelli, La tipografia cinquecentina italiana, Firenze, 1953, 44; A. Cioni, in Dizionario Biografico degli Italiani, XI, 1969, 572-573; Dizionario tipografi editori italiani, 1997, 166-168.

BONARDO PELLEGRINO, vedi BONARDI PELLEGRINO

Parma 1893-Parma 3 novembre 1977
Studiò e si diplomò all’Accademia di Belle Arti di Parma (corsi di ornato e figura), allievo di Giuseppe Carmignani, con il quale collaborò per scene teatrali in Italia e nel Sudamerica. Sono da ricordare al Teatro Regio di Parma le scene per il Lohengrin del 1941 e Lo straniero di Pizzetti del 1943. All’Accademia fu poi insegnante di scenografia. Iniziò l’attività pittorica con varie mostre collettive a Parma, Bologna, Roma e Fiume. Dal 1925 diventò insegnante all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma. Il Bonaretti si costruì lentamente e silenziosamente, una pittura che, su basi tecniche ottocentesche, si avviò verso un rapporto affettivo tra artista e ambiente: borgo Pipa, Polidoro o Bosazza, le carrozzelle davanti al Regio, la chiesa dell’Annunciata e il lungoparma furono i suoi temi preferiti. Ma anche la campagna, soprattutto la collina, con alberi, case e strade sempre raccontati con un nitore e una fedeltà romantica che rappresentano fedelmente la cristallina figura del Bonaretti. È un lavoro meticoloso di omaggio e di documentazione storica: i suoi quadri appaiono come scampoli fuori dal tempo di una città un po’ patetica, fatta di ricordi.
FONTI E BIBL.: G. Copertini, Artisti parmigiani, 1927, 253-254; G. Pighini, Storia di Parma, 1965; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 4 novembre 1977, 6; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1905
Violinista. Nel 1905 si diplomò come alunno interno al Conservatorio di Parma. Fu docente al Liceo Gasparini di Genova.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Fraore 1 febbraio 1915-Parma 26 febbraio 1950
Figlio di Giuseppe ed Erminia Balestrieri. Entrò nel Seminario di Parma nel 1927. Fu il primo seminarista mandato a Roma dal vescovo Evasio Colli per frequentare la facoltà di teologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Fu ordinato sacerdote l’8 aprile 1939. Tornato a Parma, nel 1942 venne nominato beneficiario consorziale della Cattedrale e vice cancelliere vescovile. Durante la Resistenza si impegnò alle dipendenze del Comitato di Liberazione Nazionale e quale cappellano nel battaglione Squadre di azione partigiana U. Corazza. Si interessò della Fuci e degli scout. Il Bonati fu infatti una delle anime dello scoutismo parmense. Nel 1945 diede vita a un gruppo scout nella sua abitazione di borgo Piccinini. Nominato il 10 maggio 1940 cappellano nella parrocchia di San Sepolcro, si prodigò subito anche nella nuova sede per la diffusione della filosofia scout. Nel 1948 fondò il ramo scout cattolico femminile di Parma. Per commemorare il sacerdote, nel febbraio del 1990 il gruppo Amici di don Ennio e il Gruppo scout Parma 8 realizzarono una pubblicazione che riporta le testimonianze di amici e collaboratori del Bonati: don Tarcisio Beltrame, monsignor Amilcare Pasini, monsignor Franco Grisenti, Giampaolo Jacopozzi, Giampaolo Mora, Lucia Mora e altri.
FONTI E BIBL.: L. Sartorio, in Gazzetta di Parma 28 maggio 1992, 10; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 59; Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia); G. Belli-G. Gonizzi, Il sorriso di don Ennio, Parma, 1990.

Berceto 27 gennaio 1837-Parma 18 aprile 1928
Fece le scuole ginnasiali e liceali nel Seminario di Berceto e quelle teologiche in quello di Parma. Pio e umile sacerdote, insegnò nelle scuole ginnasiali del Seminario di Berceto. Per dodici anni fu a riposo a Langhirano, a causa della malferma salute. Poi fu nominato consorziale del Duomo di Parma, professore nelle scuole ginnasiali e maestro di canto ecclesiastico nel Seminario di Parma. Instancabile lavoratore, raggiunse a volte esiti felicissimi, come a Berceto, quando presentò e diresse, nel 1890, la parte musicale nelle Feste dell’Incoronazione della Madonna. Fu fatto guardacoro in Duomo e canonico del Battistero. Il Bonati compose messe, mottetti e canzoncine popolari. Morì a 91 anni.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 198.


Berceto 15 luglio 1912-Parma 9 luglio 1990
Iniziò la carriera sportiva nel Parma A.S. calcio per il campionato 1932-1933 di serie B. Nel 1934 passò alla Rugby Parma. Convocato in nazionale, giocò in azzurro contro la Germania a Milano e contro la Romania a Roma. Si mise anche in evidenza con la nazionale universitaria partecipando ai giochi mondiali universitari a Vicenza dove conquistò il titolo mondiale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 24 gennaio 1993.


Parma secolo XV/XVI
Figlio e allievo di Luchino. Fu scultore in legno e intarsiatore attivo nel secolo XVI. A Parma intagliò i cori nelle chiese di San Quintino e di San Ulderico. Sposò Ginevra, figlia dell’intagliatore Marco Antonio Zucchi (Ronchini, 14 e 19).
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 82; Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 598.

Parma 17 marzo 1931-Parma 9 aprile 1994
Maestra elementare. Fu cofondatrice e dirigente delle Guide cattoliche AGI, girl-scout, di Parma (1948-1954).
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia).

BONATI GUIDO, vedi BONATTI GUIDO


Parma 1434 c.-Parma 1525 c.
Da un rogito del 10 giugno 1506 del notaio Clementino Franconi (Parma, Archivio Notarile, filza 582, riportato da Scarabelli Zunti) risulta che questo intagliatore e intarsiatore fu figlio di Giovanni. Pur mancando documenti sulla sua formazione, è certo che il Bonati apprese l’arte dell’intarsio da Cristoforo da Lendinara, del quale terminò il lavoro d’intarsio dei seggi a cassapanca nella sacrestia dei consorziati nel Duomo di Parma. Alcune spalliere di questo complesso sono prive del relativo sedile: su tre di queste si legge un’iscrizione (con la data 1491) nella quale il Bonati manifesta la sua gratitudine per Cristoforo (v. Ronchini, pp. 9 s.; Quintavalle, 1959, p. 91). I pannelli intarsiati dal Bonati, riconoscibili per il taglio verticale e per il nesso prospettico che li subordina a un comune punto di vista, raffigurano vedute di Parma chiaramente riconoscibili. Il grande bancone, con sportelli intarsiati con oggetti di culto, al centro di questa sacrestia, secondo il Quintavalle faceva parte del complesso finito nel 1491 (v. anche Ronchini). Il 24 aprile 1493 furono commissionate al Bonati le porte della Cattedrale e quelle del Battistero (Pezzana, p. 29 dell’App.; Ronchini, p. 16): i documenti non dicono quante e quali. Lo Scarabelli Zunti riporta un rogito del 14 dicembre 1497 del notaio Piermaria Prati nel quale Gregorio Beliardi fa l’atto di consegna dei grossi bulloni per le porte del Duomo e del Battistero in casa del Bonati nel quartiere di Sant’Andrea, e ancora un pagamento pro resto facture portarum Ecclesiae maioris et Babtisterii del 4 agosto 1509. Di questi lavori resta solo la porta centrale del Duomo, intagliata a rosoni, con la data 1494 e la firma. Secondo il Quintavalle (1962, p. 45) sarebbero del Bonati anche quelle laterali e quella del transetto (le porte del Battistero vennero rifatte nel secolo XIX). Certo è che per queste porte sorsero dispute tra i fabbricieri e il Comune: quelli volevano le porte di legno, il Comune in bronzo (v. Pezzana; Scarabelli Zunti; Ronchini, p. 16). Secondo lo Scarabelli Zunti, nello stesso periodo in cui lavorava alle porte, il Bonati eseguì una cassa foggiata a guisa di urna sepolcrale per una casa di Prato, preziosa anticaglia venduta a Genova da un amico dello Scarabelli. L’opera più importante del Bonati sono gli stalli e il grande leggìo corale nel convento di San Paolo a Parma (poi nell’oratorio della Trinità dei Rossi), lavoro che si svolse nel periodo delle due badesse Cecilia Bergonzi (morta nel 1507) e Giovanna Piacenza, gli stemmi delle quali appaiono sugli stalli. Oltre alla firma e al nome della badessa Giovanna, in un’iscrizione si legge la data MDX, che alcuni hanno ritenuto incompleta (Scarabelli Zunti). Le tarsie rappresentano vedute del complesso del convento di San Paolo e delle sue proprietà (nel leggìo). Già il Lottici (in Thieme-Becker) mise in evidenza l’attività di architetto del Bonati in base a un documento del 24 luglio 1490 che lo indica operoso alla Porta Nuova e a quella di San Michele (Archivio di Stato di Milano, Archivio Ducale, Registro Missive, n. 182, f. 33r). In effetti, da documenti riportati dallo Scarabelli Zunti, risulta che nel 1521 il Bonati fu eletto ingegnere della Comunità di Parma, che nel 1522 venne pagato per lavori al ponte di Caprazucca e che nel 1523, data la sua grave età, gli fu associato nell’ufficio di ingegnere della Comunità Aristotele Zucchi. L’anno dopo il Bonati restituì addirittura l’incarico ma il suo successore, Bartolomeo Spinelli, fu obbligato a dargli metà del suo stipendio. Questo fa pensare che egli fosse veramente molto vecchio e infatti non si hanno documenti riferentisi al Bonati dopo il 1524. Il Ronchini (p. 19) cita un documento per cui il Bonati sarebbe stato eletto ingegnere della Camera apostolica il 16 ottobre 1523. Sono attribuiti al Bonati due stalli nella sacrestia dei canonici della Cattedrale di Parma, decorati da tarsie con ampie vedute della città e da altri ricchi lavori d’intaglio e intarsio (Ronchini; Quintavalle) e un grande armadio, poi diviso in due parti, nella sala dei codici e manoscritti (sacrestia superiore), nelle cui tarsie con vedute urbane appaiono anche oggetti di culto (Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, p. 28). Il Bonati ebbe un figlio, Gian Francesco, che sposò Ginevra, figlia dell’intagliatore Marco Antonio Zucchi (Ronchini, pp. 14, 19).
FONTI E BIBL.: Parma, Museo di Antichità, ms. 101; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, sub voce Bianchini; A. Ronchini, Intorno alla scoltura in legno, Modena, 1876 (estratto da Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi VIII 1876, 9-19 e passim); G. Bertoluzzi, Nuovissima Guida di Parma, Parma, 1830, 24, 62, 73, 144, 155; A. Pezzana, Storia della città di Parma, Parma, 1859, V, 183, 249, 436 e 29 dell’Appendice; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, 1877, 59; Bessone, Scultori e architetti, 1947, 72; A.C. Quintavalle, Cristoforo da Lendinara, Parma, 1959, 89-91; A.C. Quintavalle, Luchino Bianchino, in La Critica d’Arte IX 1962, 36-54; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, III, 590, sub voce Bianchino Luchino; Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 597-598; Epigrafi della Cattedrale, 1988, 189.

Parma 27 aprile 1898-Brescia 12 marzo 1952
Compì gli studi nel Seminario Maggiore di Parma e, durante gli anni di guerra (nei quali il Seminario di Parma fu adibito a infermeria militare), in quello di Modena. Monsignor Conforti, che lo stimò molto e l’aveva ordinato sacerdote il 29 giugno 1924, per la sua vasta cultura e le doti di sacerdote pio ed esemplare, lo assegnò al Seminario di Berceto quale insegnante d’italiano, latino, storia e geografia nelle prime classi ginnasiali. Il Bonati ne diventò nel 1931 rettore. Nel 1932 passò a Parma al Seminario Minore, dove rimase come rettore e insegnante di lettere fino al 1935. Ammalatosi, dovette lasciare la rettoria. Una volta ristabilitosi nella salute, fu nominato consorziale della Cattedrale di Parma e iniziò l’insegnamento al Seminario Maggiore di varie discipline: apologetica e italiano nel liceo, teologia fondamentale e patrologia nei corsi teologici. Ebbe una innata vocazione all’insegnamento delle discipline umanistiche e teologiche, che gli erano assai congeniali. Questi anni furono i più intensi del suo insegnamento. Nelle biblioteche del Seminario Minore e Maggiore esistono innumerevoli quaderni, carte, fogli sparsi, appunti di lezioni varie, di conferenze sui più svariati argomenti, che vanno dalla storia civile e religiosa alla dottrina patristica, dalla letteratura italiana e latina a letture dantesche, conversazioni a carattere catechetico e apologetico, tenute negli incontri di cultura agli universitari e laureati, all’Azione Cattolica e anche al gruppo di giovani sacerdoti denominato Amicizia Sacerdotale, guidato da monsignor Giovanni Delmonte e animato dal Bonati, che ne era segretario. Buon parlatore, fu ricercato per la sacra predicazione, nella quale curò anche la forma, l’eleganza e lo stile. Nel 1944 fu nominato canonico del Duomo di Parma e cappellano della casa madre delle Piccole Figlie, carica prestigiosa e delicata che tenne per diversi anni. Fu anche apprezzato collaboratore del settimanale cattolico Vita Nuova. I suoi articoli, anche a distanza di anni, appaiono freschi e puntuali. Fu collaboratore prezioso delle iniziative culturali della diocesi, con il Movimento dei Laureati Cattolici, a fianco dell’amico don Giuseppe Cavalli e della segretaria Francesca Morabito, delle Conferenze di San Vincenzo e dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche, per la quale scrisse l’inno Discendi, o Santo Spirito eterno autor di vita, e dei congressi eucaristici diocesani. Di quello di Berceto, celebrato nel 1937, compose l’inno ufficiale, È l’ora, fratelli, la santa bandiera alziamo fidenti. Tutti e due questi inno furono musicati dal prevosto Amedeo Frattini.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 187-188; F. Barili, in Il Seminario di Parma, 1986, 67-69.

Borgo San Donnino-Baskowskij 8 agosto 1942
Figlio di Luigi. Sottotenente di complemento del 6° Reggimento Bersaglieri. Fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Comandante di plotone bersaglieri a rinforzo di un battaglione germanico, attaccato da forze preponderanti nemiche e minacciato di aggiramento, teneva valorosamente testa all’avversario, permettendo agli altri reparti di ripiegare ordinatamente su posizioni arretrate. Ferito gravemente portava ugualmente a termine il suo compito, ritirandosi dalla lotta solo per esplicito ordine superiore. Pur esausto di forze per la considerevole perdita di sangue, rifiutava il soccorso dei suoi bersaglieri, finché dopo alcuni chilometri, si abbatteva privo di sensi.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1949, Disposizione 4a, 575; Decorati al valore, 1964, 42.


Borgo San Donnino 9 maggio 1924-Colorno 2 febbraio 1907
Studente a Parma, prese parte ancora prima del 1848 a tutte le dimostrazioni patriottiche e si affiliò alla Giovine Italia, contribuendo mediante la sua azione a tenere vivo tra i concittadini il sentimento dell’indipendenza e dell’unità. Nel 1856 fu sospettato di aver preso parte alla congiura che aveva portato all’uccisione del duca Carlo di Borbone, perciò fu processato e, per quanto assolto, vigilato dalla polizia. Nel 1859 dovette emigrare in Piemonte. Tornato a Parma dopo la proclamazione dell’unità, rimase fedele al partito di azione, contribuendo a fondare la Società operaia sotto la presidenza di Mazzini e di Garibaldi. Dopo i fatti di Aspromonte, nel 1862, promosse una grande dimostrazione, per cui ebbe a subire la destituzione. Nel 1866-1867 favorì in ogni modo l’arruolamento dei volontari. Passando al servizio del Comune di Parma, continuò a educare i giovani al senso della nazione.
FONTI E BIBL.: G. Lombardi, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 195.


Soragna 1703-post 1777
Il Bonatti fu priore del convento dei Serviti di Soragna e successore nella carica al padre Musini. Di lui gli Annali dell’Ordine ricordano lo zelo che ebbe nel ministero religioso, l’impiego che fece del proprio denaro per dotare la chiesa di arredi sacri, nonché la guarigione, ritenuta miracolosa, che ottenne nel 1777, all’età di 74 anni, da una forma ormai cronica di sordità.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 274.

Collecchio 21 marzo 1923-Gusen 26 aprile 1945
Nato da Artemio ed Erminia Mercadanti. Il 28 agosto 1944, col nome di battaglia di Villa, si unì ai partigiani entrando nella 1a Brigata Julia, Battaglione Gardelli, Distaccamento Bigliardi, che operava in Val Taro. Ebbe il grado di caposquadra. Durante il rastrellamento del gennaio 1945 nella zona Ovest Cisa, il Battaglione Gardelli respinse il giorno 6 un attacco a Pessola di Varsi, poi si ritirò verso Bore. L’8 gennaio, incalzati dal nemico, gli uomini del Gardelli ebbero l’ordine di nascondere le armi e disperdersi. Tra il 9 e il 10 una ventina di loro venne catturata da soldati repubblichini nel territorio di Solignano. Il Bonatti fu preso a Ronco di Prelerna il giorno 9. Per diversi mesi del Bonatti non si seppe più nulla. Deportato nel campo di concentramento di Gusen, in Austria, vi morì mentre l’Italia veniva liberata. Nelle fonti a stampa il cognome è spesso indicato erroneamente come Bonati.
FONTI E BIBL.: V. Barbieri, 211; F. Botti, 47; Comitato Unitario Antifascista di Collecchio, 30° della lotta di Liberazione 1945-1975, Collecchio, 1975; Fortunato Nevicati. Una vita per la libertà, Collecchio, 1973; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 68; M. Lodi, Obiettivo libertà. Storia della 1a Julia Brigata partigiana dell’alta Val Taro, Parma, 1985, 206 e 387; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti nella guerra di Liberazione 1943-1945, Parma, s.a., 71; G. Vietti, L’Alta Val Taro nella Resistenza, Anpi, Parma, 1980, 286-291, 462; Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza di Parma, sezione III, Biografie caduti, il Comune di Collecchio all’Istituto Storico della Resistenza di Parma, 25 ottobre 1966; Archivio Storico Comunale di Collecchio, b. 156, Elenco nominativo dei partigiani appartenenti al Comune di Collecchio, 10 ottobre 1947, b. 157, Comando 1a Brigata Julia. Verbale di irreperibilità, 20 gennaio (recte aprile) 1945; b. 157, Richiesta di documenti da parte del Commissariato Generale Onoranze ai Caduti in Guerra. Delegazione per l’Austria, 20 marzo 1947; Anpi, Scheda personale e Ruolino 1a Brigata Julia; La guerra a Collecchio, 1995, 248-249.

Colorno 1 novembre 1912-Lesignano 28 ottobre 1995
Perito edile, svolse la professione di imprenditore. Partecipò alla seconda guerra mondiale come ufficiale carrista. Fu commissario scout laici pluriconfessionali (CNGEI).
FONTI E BIBL.: Centro Studi Scout C. Colombo (M. Furia).


Soragna 6 novembre 1677-Soragna 28 settembre 1768
Sacerdote e fondatore nel 1751 dell’Oratorio della Beata Vergine della Misericordia, ne fu il primo cappellano e rettore del beneficio in esso costituito. Dietro licenza vescovile, venne qui sepolto dopo la sua morte.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, Soragna. Feudo e Comune, 1986, II, 274.

Borgo San Donnino 1921-Maaten Giofer 14 dicembre 1942
Figlio di Alberto. Fu caporale maggiore del 3o Reggimento Artiglieria Motorizzato Pistoia. Fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare, con la seguente motivazione: Addetto alle trasmissioni, durante accanito combattimento incurante dell’intenso fuoco nemico, si prodigava incessantemente per il mantenimento dei colegamenti più volte interrotti, recapitando di persona, spesso, i messaggi più urgenti, finché colpito mortalmente, cadeva da prode.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1953, Disposizione 7a, 748; Decorati al valore, 1964, 42.

BONAVENTURA DA MONTICELLI, vedi CAPELLI GIOVANNI FRANCESCO

BONAVENTURA DA PARMA, vedi FRANCESCO DA PARMA, GHIRARDANI BONAVENTURA e ZAMPIRONI BONAVENTURA

BONAZUNTA, vedi BONAGIUNTA


Roccabianca 1 settembre 1908-post 1937
Nacque da Alberto e Romilda Bertoluzzi. Socialista, dovette espatriare in Francia. Il suo nome comparve sul Bollettino delle ricerche, supplemento dei sovversivi. Arruolato nel Battaglione Garibaldi, fu poi nella Brigata omonima, 2° Battaglione, 2a Compagnia. Lasciò forse la Spagna nel settembre 1937.
FONTI E BIBL.: L. Arbizzani, Antifascisti in Spagna, 1980, 42; A. Lopez, Battaglione Garibaldi, 1990, 12.


Parma 1907-Gaiato 18 novembre 1965
Detto Stopaj. Nel 1923 venne assunto dal timbrificio Primo Catellani in borgo XX Marzo a Parma e vi lavorò fino al 1945. Da allora iniziò la sua vita errabonda per la città di Parma, divenendo in breve tempo un etilista. Famosi restano i suoi soliloqui, le sue battute sui passanti, le barzellette, sempre espresse con intelligenza e spirito arguto. La sua mimica, le risate sgangherate, le canzoni porte con voce roca nei borghi lo resero popolare tra i Parmigiani per una ventina d’anni. Col tempo diventò una figura leggendaria nel mondo delle macchiette locali, così che gli vennero attribuiti ogni sorta di aneddoti e barzellette. Negli anni Cinquanta tentò di riprendere il lavoro tipografico, ma l’etilismo non glielo permise. Fu ricoverato nel centro sanatoriale Gaiato, dove si spense.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 59.


Parma 1881/1925
Si laureò presso l’Università di Parma nel 1903 in chimica pura. Trasferitosi a Milano nel 1904, vi frequentò, riportandone brillantemente il diploma, il corso di elettrochimica del Politecnico, nel primo anno della sua fondazione. Passò quindi a lavorare nei laboratori del professor Menozzi ma le sue modeste condizioni economiche gli impedirono di proseguire nella carriera scientifica. Nel 1905 iniziò così l’attività di rappresentante di case estere, principalmente germaniche, di articoli per laboratori scientifici. A partire dal 1915, validamente coadiuvato dal fratello Nicola, il Bonazzi cominciò a produrre in proprio per i laboratori scientifici e i grandi stabilimenti industriali termometri, aerometri, apparecchi di vetro soffiato e vetreria graduata e tarata, eccellente materiale che sostenne brillantemente la concorrenza con quello estero. Alla 1a Esposizione di Chimica, che ebbe luogo a Torino nel 1925, la ditta del Bonazzi ebbe l’ambita ricompensa del Gran Premio.
FONTI E BIBL.: E. Savino, Nazione operante, 1928, 616.

Parma 1623
Fu incisore all’acquaforte, attivo nel 1623.
FONTI E BIBL.: P. Martini-G. Capacchi, Incisione a Parma, 1969.

Borgo San Donnino 1485
Detto de’ Pizzinali o Piccinagli, figlio di Marchio. Nel 1485 affrescò la cappella di San Genesio nel Duomo di Borgo San Donnino. In seguito eseguì, per l’altare della stessa cappella, una Madonna che più tardi, sotto il nome di Madonna della Ferrata, fu posta nella cappella di San Gislamerio.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, vol. IV, 1910; Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 197.

Sissa 16 novembre 1863-Roma 17 novembre 1956
Laureatosi in giurisprudenza, entrò nelle biblioteche governative, svolgendo per due anni le funzioni di bibliotecario all’Estense di Modena (1892-1894) e per cinque anni quelle di direttore della Universitaria di Cagliari (1894-1899). Fu quindi all’Alessandrina di Roma dal 1899 al 1905 e, dopo un breve periodo trascorso alla Marciana di Venezia (agosto-dicembre 1905), ottenne la direzione della Universitaria di Torino, colpita appena un anno prima da un furioso incendio che ne aveva distrutto gran parte della suppellettile libraria. Nell’opera di riordinamento e di ricostruzione della biblioteca torinese il Bonazzi diede la misura della sua preparazione tecnica e delle sue capacità organizzative, riaprendo al pubblico i nuovi locali dopo meno di un anno di lavori e provvedendo a una più funzionale sistemazione dei servizi e del materiale librario. Il Bonazzi era allora uno dei bibliotecari italiani più preparati dal punto di vista professionale e tra i più aperti all’apprendimento delle esperienze straniere in campo bibliografico. Dopo l’epoca dei bibliotecari-letterati, dei R. Bonghi e dei D. Gnoli, che, sebbene talvolta con metodi sbrigativi, crearono e organizzarono le prime biblioteche del Regno, maturò una nuova generazione, di cui il Bonazzi fu esponente, conscia dei problemi immensi offerti dall’enorme patrimonio librario italiano e dall’arretratezza della corrispondente organizzazione bibliotecaria. Già tra il 1889 e il 1890 (dopo alcune giovanili esperienze letterarie) pubblicò due opuscoli dedicati rispettivamente all’edilizia e all’ordinamento delle biblioteche (Dell’ordinamento delle biblioteche. Saggio, Parma, 1889) e all’enunciazione di un nuovo sistema di classificazione sistematica (unico escogitato in Italia), diviso in venticinque classi (Schema di catalogo sistematico per le biblioteche, Parma, 1890). Fornito di ampia e solida preparazione culturale, si volse negli anni seguenti a lavori di erudizione storica, pubblicando con metodo esemplare testi documentari e narrativi di epoca medievale. Primo tra essi fu un cartolario volgare del monastero sardo di San Pietro di Silki dei secoli XI-XIII, da lui acquistato per la Universitaria di Cagliari, ed edito con ampia introduzione storica e prezioso glossario linguistico (Il Condaghe di San Pietro di Silki. Testo logudorese inedito dei secoli XI-XIII, Sassari-Cagliari, 1900). Seguirono nel 1902 e nel 1911 due cronache lombarde per la nuova edizione dei Rerum Italicarum Scriptores (Chronicon Parmense, IX, 9 e Chronica gestorum in partibus Lombardiae et reliquis Italiae, XXII, 3), nella preparazione delle quali e in particolare del Chronicon Parmense di complessa tradizione testuale, dovette risolvere ardui problemi filologici. Nel 1909 il Bonazzi ebbe la direzione della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, ove rimase sino al collocamento a riposo avvenuto nell’anno 1933. In questo periodo riuscì a rendere funzionali i diversi servizi del grande istituto, ovviando con innovazioni a volte geniali alle difficoltà tecniche e alla ristrettezza dello spazio. A queste, di carattere tecnico, unì altre iniziative più propriamente bibliografiche. Dopo aver contribuito alla redazione delle Regole per la compilazione del catalogo alfabetico, emanate dal ministero della Pubblica Istruzione nel 1921, il Bonazzi iniziò un censimento di tutti gli incunaboli delle biblioteche italiane (poi realizzato dall’Indice generale degli incunaboli) e un repertorio alfabetico di tutte le opere degli scrittori italiani dal 1500 in poi, iniziativa che, per mancanza di personale e di mezzi, rimase interrotta. Nel frattempo la ristrettezza dei vetusti locali della Nazionale romana indusse il Bonazzi a cercare una nuova sede per la biblioteca. Già nel 1903 e nel 1904 egli, insieme con gli architetti M. e P. Piacentini, aveva elaborato un progetto per la Nazionale di Firenze. Forte di questa esperienza, nel 1912 rese noto il piano di una grande biblioteca a raggiera (secondo uno schema già da lui caldeggiato nell’opuscolo del 1889), che avrebbe dovuto essere costruita poco lontano dalla vecchia sede. Nel 1929, sfumata questa possibilità, avanzò un diverso progetto, che prevedeva l’erezione di un grande edificio rettangolare tra piazza della Pilotta e il Quirinale e, infine, giunse a proporre l’unificazione in una sola, grande raccolta di tutte le minori biblioteche romane intorno alla Nazionale ricostruita alla periferia della città. Dopo il collocamento a riposo il Bonazzi si volse agli studi classici, pubblicando nel 1936 e nel 1939 due edizioni critiche, con traduzione in versi, delle poesie di Catullo e di Properzio (Catulli carmina. Poesie di Gaio Valerio Catullo, Roma, 1936; Le elegie di Sesto Properzio secondo la lezione genuina, Roma, 1939; Propertius resartus, Romae, 1951). Si tratta di lavori filologicamente di non grande valore, in quanto le congetture, basate di solito su criteri paleografici, sono troppo spesso audaci o arbitrarie. Errata fu poi la rivalutazione operata dal Bonazzi di uno dei codici deteriores della tradizione properziana, il tardo Vaticano Palatino latino 910, le cui varianti egli accettò come lezioni genuine, mentre la critica posteriore fu concorde nel giudicarle spurie. Le disinvolte traduzioni metriche che accompagnano i testi, infine, risentono di un accentuato e a volte stucchevole tono aulico. Oltre alle opere citate, si ricordano del Bonazzi anche: Canto dell’alba, Parma, 1885; Il matrimonio di Annetta. Novella, Parma, 1887; la traduzione italiana di P.B. Shelley, Prometeo disciolto, Parma, 1892; Di un edificio per la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Roma, 1903 (insieme con P. e M. Piacentini); Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele. Progetto di una nuova sede, Roma, 1912; Per la creazione in Roma di una grande Biblioteca Nazionale, Roma, 1929.
FONTI E BIBL.: N. Santovito Vichi, Ricordo di Giuliano Bonazzi, in Accademie e Biblioteche d’Italia XXV 1957, 39-46; N. Santovito Vichi, Giuliano Bonazzi nel centenario della nascita, in Bollettino d’informazioni dell’A.I.B., n.s., III 1963, 161-167; per l’edizione di Properzio curata dal Bonazzi, si veda Sex. Propertii, Elegiarum libri, a cura di M. Schuster e F. Dornseiff, Lipsiae, 1958, XV; A. Petrucci, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 662-663.


Sala di Sissa 1866-Parma 1919
Presso l’Università di Parma professò zootecnia ed ezoognosia dal 1911 e fu direttore della Scuola Veterinaria dal 1913 al 1915. Nella Biblioteca Palatina di Parma sono conservati alcuni suoi studi: La nutrizione del bestiame agricolo (Parma, 1899), La stalla (Parma, 1896), I foraggi (Bologna, 1902), Rendiconto di Clinica Veterinaria (Parma, s.d.).
FONTI E BIBL.: Registro, III, 99; V. Zagami, in Un secolo di progresso scientifico italiano, IV, 346; F. Rizzi, Professori, 1953, 146.

Fontevivo XIX secolo-Fontevivo post 1940
Costruì sino al 1940 chitarre seguendo la scuola spagnola e in particolare quella di A. Torres, oppure ispirandosi al modello Guadagnini.
FONTI E BIBL.: G. Antonioni, Dizionario dei costruttori, 1996, 18.

Parma 31 luglio 1803-Parma 22 agosto 1838
Figlia di Luigi e Teresa Malaspina. Contessa. Appartenne alla Compagnia del Santo Angelo Custode di Parma. Alla sua morte, fu sepolta da prima con iscrizione nell’arco della Compagnia, poi trasportata il 22 agosto 1850 in quello di ragione della famiglia Bondani per desiderio del superstite consorte, il conte Luigi Gigli Cervi, preside del Magistrato degli studi di Parma.
FONTI E BIBL.: Il Parmigiano istruito pel 1839, ff. 124-125; G. Negri, Compagnia Santo Angelo Custode, 1853, 67-68.


Collecchio 1820/1832
Il conte Bondani fu allievo del Collegio dei Nobili di Parma e nel 1821 fece parte dell’Accademia degli Scelti. Fu assessore del Comune di Collecchio nel 1832.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Collecchio, ville e residenze; G. Capasso, Il Collegio dei Nobili di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1901, 245; Malacoda 8 1986, 39.

Genova ante 1795-1848
Conte, fu allievo del Collegio dei Nobili di Parma. Divenne consigliere intimo e ciambellano di Maria Luigia d’Austria, presidente delle finanze (1815-1831), consigliere di Stato (1815), presidente del Magistrato degli Studi (1822-1832), gran cancelliere dell’Ordine Costantiniano. Nel 1805 intervenne presso Napoleone Bonaparte in favore dell’Università di Parma in seno a una Deputazione nominata dall’Anzianato e composta anche da Filippo Linati e Giacomo Tommasini. Tra il 1822 e il 1832 tenne corrispondenza con Angelo Pezzana. Di lui però così scrisse Emilio Casa, sempre piuttosto caustico con i legittimisti: Stava al Ministero delle Finanze (nel 1831, al tempo dei moti) il conte Luigi Bondani, uomo di poca mente e di scarsi studi; fattosi alquanto alle pratiche amministrative nel tempo napoleonico, servendo come Maire o poco più: ma senza avervi appreso che le grossolane sentenze e la parte meccanica, non gli affinamenti della scienza economica-amministrativa. Il giudizio del Casa è però stato completamente sovvertito dallo Spaggiari, che ha esaminato a fondo l’attività del Bondani quale ministro delle finanze. A parere di questo studioso, il Bondani conobbe perfettamente le tecniche economiche e si batté per introdurre il liberalismo nel Ducato, dove fino a quel momento aveva dominato il mercantilismo. Tuttavia in molte occasioni non seppe, da perfetto cortigiano quale era, opporsi alle decisioni non sempre pertinenti di Maria Luigia e del Neipperg. Solo in questa ossequiente forma mentis prettamente nobiliare (e non già nella incompetenza) consistette il limite della sua azione, giudicata peraltro, nel complesso, assai positiva. Con decreto di Maria Luigia in data 18 giugno 1841 fu delegato a far temporaneamente le autentiche delle soscrizioni in luogo del Segretario di Gabinetto e Incaricato del Dipartimento degli affari esteri. Il Bondani figura proprietario di terreni nelle strade Scodoncello e di Campirolo di Collecchio nel 1832.
FONTI E BIBL.: E. Casa, I moti rivoluzionari accaduti in Parma nel 1831, Parma, 1895, 131; P.L. Spaggiari, Economia e finanza negli Stati parmensi (1814-1859), Milano-Varese, 1961; Malacoda 8 1986, 39-40.

Parma 1687/1739
Il padre Bacchini inserì a f. 116 e seg. del suo Giornale dei Letterati per l’anno 1687 l’opuscolo intitolato Oppositioni fatte in Parma dal Sig. Cavaglier Bondani Professore d’Ottica, al primo de’ Microscopj Tortoniani, descritti nell’instrutione stampata in Roma dal Komarek l’anno 1683. Questo però non fu l’unico lavoro da lui composto, poiché Angelo Capelli, rinomatissimo astronomo, nella dedicatoria che a lui fece del suo Calendario Celeste 1739, parla di opere matematiche inedite del Bondani: E ben lo palesano il suo gran merito, se non in pubblico almeno in privato, le Opere Vostre matematiche, benché inedite, sotto l’occhio d’Eruditi esposte. Secondo lo stesso Capelli, il Bondani fu assai valente anche in astronomia e possedette una scelta raccolta di libri matematici: Chi più di voi è versato nelle scienze d’Aritmetica, e d’Algebra, e ne’ celesti computi? Chi più di voi in cotesta mia patria vanta una scelta di libri matematici dei più ragguardevoli? Dalle predette Oppositioni al microscopio del Tortona si ricava che il Bondani fabbricò poco tempo prima un microscopio di propria invenzione che ingrandiva gli oggetti quasi un terzo di più del Tortoniano, che ebbe grandissima perizia nel lavorare da sé i vetri occorrenti a ogni strumento ottico e che perfezionò un Cannochiale di sua invenzione che raddrizzava l’oggetto con due soli vetri convessi, ed esquisitissimamente rappresentavalo intiero più di quello facesse qualsivoglia altro Cannochiale di quattro vetri esquisitissimamente lavorati. Il Bondani possedette inoltre una ricca raccolta di strumenti ottici. Salì in gran reputazione presso i Farnese: non solo essi lo decorarono del titolo di cavaliere ancora prima della pubblicazione delle Oppositioni, ma poi gli concessero anche quello di conte. Fu protettore dei letterati e accolse nella sua casa Francesco Maria Biacca di ritorno da Milano (che in essa morì nel 1735).
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, 17-19.


Parma 21 giugno 1639-
Figlio di Pietro Giovanni e Vittoria, fu tenuto a battesimo (Vicinia di Sant’Ambrogio) dal medico Antonio Maria Zucchi e da Caterina Pallavicino Sanseverini. Nel 1665 fu ascritto al Collegio dei Medici di Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1833, 17-18.


Mezzano Superiore 27 giugno 1742-Vienna 20 giugno 1821
Nacque da Ranuccio e da Lisabetta Gennari: una modesta famiglia che viveva di piccolo commercio e della coltivazione di un modesto podere. Mortogli il padre, fu accolto sui dodici anni da uno zio economo del Seminario di Parma e mantenuto agli studi (ebbe come maestro di umanità e retorica il padre Angelo Berlendis), fino a quando entrò nella Compagnia di Gesù, il 16 ottobre 1760. Negli anni seguenti continuò gli studi nel Modenese prima, nel collegio di Santa Lucia e in quello de’ Nobili di San Francesco Saverio a Bologna poi. Nel 1765 sembra fosse incaricato di insegnare grammatica nel collegio della Compagnia di Padova. Quando nel 1773 fu soppressa la Compagnia, in uno di quei momenti in cui l’impeto di un giusto dolore previene la riflessione, scrisse la celebre canzone allegorica a Gaspare Gozzi, nella quale trovano eco tutte le invettive dei gesuiti contro papa Clemente XIV. La canzone circolò manoscritta, fu stampata a insaputa del Bondi e da alcuni attribuita al Bettinelli. Qualche anno dopo rispose a essa il Monti, con una canzone circolata anch’essa manoscritta. Questo episodio non mancò di procurare al Bondi i malumori dei ministri spagnoli: secondo il Pezzana, egli dovette ritirarsi per un breve periodo nel Tirolo (ci fu anche chi disse nei dintorni di Genova), finché tutto non venne dimenticato. Sono di questi anni anche altre sue prime prove poetiche impegnative: una tragedia, Il Melesindo, scritta per servire ai passatempi carnevaleschi di uno dei più rinomati collegi d’Italia e rappresentata con successo a Bologna, e, in una pausa della composizione della tragedia, il poemetto in ottave La Giornata villereccia (citata anche come Asinata), nel quale racconta con una cert’aria di lepido non plebeo, misto, e, dirò così, travestito di una nobile serietà un’allegra scampagnata dei convittori del collegio di San Francesco Saverio. Dopo un nuovo brevissimo soggiorno a Padova, dove fu precettore nella famiglia dei conti Da Rio, fu a Parma e a Venezia, e si stabilì infine a Mantova in qualità di bibliotecario presso i nobili Zanardo, che lo accolsero con alta stima e amicizia. A Mantova poté anche frequentare un ambiente di persone colte, tra le quali brillavano altri ex gesuiti quali l’Andres, il Bettinelli, il Mari, il Vettori. Fu questo uno dei periodi più fertili dell’attività poetica del Bondi, il quale, oltre a una varia produzione di sonetti e anacreontiche, si dedicò soprattutto ai poemetti descrittivi e satirici, ricalcando la formula già sperimentata con La Giornata villereccia. Nel 1775 scrisse, in due canti di ottave, La felicità (un’ennesima esaltazione del mito del buon selvaggio, semplificata nella facile contrapposizione dell’età primitiva, quando Felicità regnava sulla terra, all’età moderna, dominata da Errore e Disinganno). Nel 1777 gli endecasillabi sciolti La Moda (anche qui una contrapposizione tra i genuini popoli primitivi e le corrotte genti d’Europa, in particolare d’Italia, schiave dei capricci della Moda: un contenuto moralistico, che si svolge in una serie di descrizioni di costume, spesso condotte con minuzia da poeta didascalico). Nel 1778 Le Conversazioni, anch’esse in endecasillabi sciolti, palesemente derivate dal Giorno del Parini, ma caratterizzate da una puntigliosità caricaturale e antimodernista che toglie alla satira il valore morale e sociale del modello maggiore (anche questo poemetto si conclude con una celebrazione della sanità e semplicità della vita campestre). Infine, nel 1784, L’incendio, nel quale racconta un incidente occorsogli mentre si trovava per una partita di caccia nella villa di Palidano dei conti Zanardi. In questa stessa villa scrisse anche una anacreontica di contenuto scatologico che restò però un episodio isolato nella sua carriera poetica (La Cacajuola, pubblicata a Venezia nel 1808). Contemporaneamente venne pubblicando le prime raccolte di versi, destinate a una non comune fortuna di ristampe e riedizioni. Dalla prima del 1776 (Padova), con una breve introduzione che già compendia i principî, rimasti immutati, della sua poetica (Giudicate i miei versi su la maniera del dire ma non crediate troppo a tutto quello che dicono), a quella del 1778 (Venezia) comprendente anche i primi tre poemetti e ristampata lo stesso anno a Padova, alle molte riedizioni, più o meno legittimate, immediatamente successive. Recatosi a Milano con il balì tra Gaetano marchese Valenti Gonzaga (non si sa esattamente in che anno, ma intorno al 1790), vi conobbe l’arciduca Ferdinando e la consorte Beatrice, che lo accolsero con tanta simpatia da convincerlo a trasferirsi presso di loro. Abbandonato ormai il genere satirico (a un certo punto, ma non è chiaro in che anno, scrisse anche dei versi Su la inutilità delle satire, nei quali sostenne l’opportunità di insistere più che sulla rappresentazione dei vizi del tempo sulla esaltazione delle virtù), egli, pur continuando a comporre sonetti occasionali e di maniera, preferì alternare a brevi liriche di argomento amoroso composizioni varie di contenuto religioso e morale. Del 1792 è l’Orazione funebre nelle solenni esequie di Leopoldo II (Mantova), del 1794 l’Orazione accademica sopra Maria Vergine Assunta in Cielo (di un’altra Orazione in lode di San Luigi Gonzaga non si conosce la data esatta), sei Cantate di argomento amoroso, di derivazione metastasiana e la canzonetta malinconica Il congedo della gioventù, del 1795 Il Matrimonio. Sonetti XII morali. Quando nel 1796 l’Arciduca riparò a Brunn, non si dimenticò del Bondi, da lui protetto: l’anno seguente lo volle alla sua Corte e gli affidò l’incarico a vita di custode della biblioteca di Beatrice. Per un certo periodo ebbero residenza a Neustadt, poi si trasferirono lontano dalla capitale durante le guerre del 1805 e del 1809 e infine dal 1810 si stabilirono definitivamente a Vienna, dove il Bondi rappresentò l’ultima figura di poeta cesareo. Negli anni viennesi la sua produzione poetica fu piuttosto limitata. Poiché circolava in Italia un’edizione molto scorretta delle sue poesia in sei volumi (Venezia, 1798), ne curò egli stesso una raccolta completa, in tre volumi, da considerarsi definitiva per tutto quel che riguarda le sue opere fino a quell’anno (Vienna, 1808). Un’altra raccolta d’altro genere curò nel 1814, quando pensò di riunire in un volumetto le sue brevi ed episodiche rime epigrammatiche e moraleggianti, intitolandole Saggio di sentenze e proverbii epigrammi ed apologhi serii e scherzevoli, tutte ispirate da un ovvio buon senso e da una morale convenzionale e gradevolmente superficiale. Dell’Essai sur la flatterie, nominato anche dal Pezzana perché inviato dal Bondi a C. Belli nel 1811, non si è mai rinvenuto il testo. Ma in verità la sua attività più intensa e più interessante fu, fin dagli ultimi tempi del soggiorno a Mantova, quella del traduttore: dal 1790 al 1793 uscì in due volumi l’Eneide (Parma), nel 1800 le Georgiche (Vienna), nel 1806 le Metamorfosi di Ovidio (Padova), nel 1811 le Bucoliche (Vienna). Ognuna di questa traduzioni è preceduta da interessanti pagine teoriche. Afflitto da diversi anni dalla gotta e da una crescente diminuzione della vista, il Bondi morì a Vienna d’idropisia. All’edizione viennese delle sue poesie il Bondi premise queste parole: Queste poesie non offrono né filosofiche né politiche né verun’altra di quelle che si dicono serie meditazioni. Figlie di un ozio pacifico e di una libera immaginazione e serena tutte o la maggior parte risentonsi, e nelle immagini, e negli argomenti, della tranquillità dei tempi e dell’animo in che furono composte. Così poté scrivere il Bondi che, come notò il Croce, passò attraverso eventi quali la Rivoluzione e le guerre napoleoniche, rimanendone del tutto estraneo, e contrapponendo allo svolgersi drammatico della storia e a tutti i problemi del progresso scientifico e civile un mondo arcadico imperturbabile e anacronistico, un classicismo tutto chiuso nel vagheggiamento di belle forme e nell’espressione di sentimenti sereni appena animati da qualche leggera ombra di tristezza (con delicate riflessioni sul rapido trascorrere del tempo e sulla fugacità e illusorietà del piacere, che spiegano la simpatia del Leopardi e il largo spazio riservatogli nella Crestomazia, oltre a certe risonanze di suoi versi notata dal Binni nel Sabato del villaggio e nella Quiete dopo la tempesta). L’unico momento di passione l’ebbe quando la soppressione della Compagnia sembrò compromettere quella tranquillità, e allora uscì in improvvisi versi violenti, che stupirono tutti e che sembrarono imprevedibili anche al Gioberti sulla bocca di chi era pur uno di quei padri lindi e attillati, che sapevano all’occorrenza far versi galanti. Altrimenti, il suo tono si altera soltanto quando condanna la filosofia venuta di Francia (come nel sonetto A celebre Scrittore sacro su la lettura dei libri: un Gallico fiume inonda l’Italia con la sua corrente immonda, che copre di fiori l’impura feccia, o come nel ritratto di Aristippo nelle Conversazioni, dove i termini materia, moto, ente, irresistibile natura, società sono detti pomposi nomi, e vuoti del giusto senso, e gli scrittori francesi insidiose serpi), o quando si scaglia contro i mali del secolo, per contrapporre alla civiltà il mito del buon selvaggio, un ritorno alla natura come rifugio unico dalla corruzione del mondo presente. Per il resto, e non esitò a ripeterlo esplicitamente più di una volta, i contenuti gli sono indifferenti: si tratti di uno svago di collegiati o delle passioncelle di Nice e Filli (il Pezzana lo definì il poeta prediletto del bel sesso dopo Metastasio) o di ritrovati moderni (i due celebri sonetti l’Orologio e Nice elettrizzata) o della moda o dei salotti, quel che gli importa è il decoro tutto esteriore dell’espressione (e non stupisce, se è vero che lo pronunciò, il giudizio formulato su di lui dal Parini al Ticozzi: So pur troppo che il mio Giorno ha fatto e farà cattivi scolari!). Accadde così che egli trovò i suoi momenti migliori nelle descrizioni minuziose (il Croce lo definì un talento di descrittore), che gli valsero la definizione di Delille degl’Italiani e nelle quali riuscì a ingentilire il genere didascalico tradizionale esercitando liberamente la sua perizia stilistica nel ritrarre in punta di penna (siamo all’opposto del realismo omerico) singole figure o singole azioni anche banali: la preparazione della polenta e del caffè nella Giornata villereccia, la temperatura della penna per scrivere, le toilettes, i molti ritratti e paesaggi delle Conversazioni e di altri componimenti (il Carducci definisce le Conversazioni una lungheria ciclica mal composta d’oggetti, ma afferma che nel particolare i ritratti sono accuratamente studiati e disegnati). Era quindi naturale che la sua poesia si esaurisse nel volgere di poco più di un decennio e che egli trovasse poi nella traduzione la forma letteraria più congeniale. Il problema che egli si pone di fronte a essa è soprattutto di natura formale: il traduttore riceve dal poeta originale il pensiero nudo e deve come ricrearlo secondo l’indole della nuova favella. Delle due forme di fedeltà possibili, alla lettera e allo spirito, la prima è la più infedele, mentre l’altra è una specie d’imitazion creatrice, la quale raddoppia l’originale facendo in modo che il lettore quasi dubiti a quale delle due lingue il Poema originariamente appartenga. Per questo tutte le cure del traduttore devono rivolgersi alla sua propria lingua, bandando di non contaminarla con forme sintattiche ed elementi lessicali non suoi, e facendo in modo che si svolga armonicamente senza soggiacere a nessuna costrizione (né la rima, né l’impossibile pretesa di un’esatta corrispondenza dell’endecasillabo con l’esametro). Ma per ben tradurre è necessario soprattutto che non esistano differenze di anima, ossia di carattere e temperamento tra il tradotto e il traduttore. Proprio questa differenza fu la prima ragione dei difetti della traduzione del Caro. Il risultato della presunta consonanza del Bondi con Virgilio fu una lettura corretta ma incolore del poeta latino, ridotto nelle dimensioni di un monotono elegiaco e didascalico del Settecento (per esempio gli sfuggì completamente il valore ideologico delle Georgiche, interpretate come una semplice lezione di precetti e una gran prova di stile, una veste ricamata a piccoli fiori in confronto al grande arazzo dell’Eneide), e un’altrettanto incolore lettura di Ovidio, emendato dei luoghi che potevano offendere la morale corrente. Anche in queste traduzioni, che ad alcuni sembrarono superare il precedente illustre del Caro, i risultati migliori sono ottenuti sul piano del calligrafismo descrittivo, sì che esse si presentano come una naturale prosecuzione dell’opera precedente. E quell’unità di tono e di ritmo da lui teorizzata si risolse troppo spesso in una grave monotonia. Se ne avvide il Caluso (Il Bondi mi riesce per voler esser sostenuto un po’ monotono, non è senza borra, e per fatto della lingua è al Caro inferiore), se ne avvide il compilatore della Bibliothèque Universelle, che gli rimprovera la cantillation monotone de ses vers blancs, e il Maffei, infine, il quale trova in quelle traduzioni una mancanza di maestria e di dignità di dire poetico.
FONTI E BIBL.: Vari manoscritti del Bondi (lettere e poche poesie) sono sparsi nelle seguenti biblioteche: Padova, Museo Civico (Mss. aut., fasc. 61; C.M. 658 VII); Padova, Biblioteca del Seminario, cod. DCCLXXIII, tomo I, 119-123. D. 4, e 509. DCXVI; Milano, Biblioteca Ambrosiana, A. 48; Parma, Biblioteca Palatina, Carteggio Bodoni, cass. n. 33, e cass. n. 61; Biblioteca Palatina, Misc. Parm., A. 884; Biblioteca Palatina, Carteggio Framm., cass. n. 152; Modena, Biblioteca Estense, Autografoteca Campori; Reggio Emilia, Biblioteca Municipale, Mss. Vari, A. 17. 16, A. 31. 42, e A. 31. 34: Forlì, Biblioteca Comunale, Fondo Piancastelli, Ritratti, n. 5; Bologna, Biblioteca Universitaria, Ms. 1496, busta IV, 16, e Ms. 74, busta IV, 45; Biblioteca dell’Archiginnasio, Ms. Santagata, XVIII, 2, Collez. aut., IX, 2675, Ms. B. 203, n. 26; Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana, Ferrajoli 119, 585, 9, e 940, 14; Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. Lat. 9677, f. 91r; Vienna, Nationalbibl., Aut. 1/70. Il Pezzana inoltre segnala altri inediti, di cui non si hanno notizie: numerose lettere a Carlo Belli (conservate un tempo presso i conti Giovanelli di Venezia) e allo Spallanzani, un Discorso intorno lo stile, varie poesie, una traduzione dell’Athalie di Racine e varie traduzioni di poeti francesi fatte a Salò nel luglio 1796. La fonte più attendibile e più ricca di notizie sulla vita e sulle opere del Bondi è nelle Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, raccolte dal padre Ireneo Affò e continuate da A. Pezzana, VII, Parma, 1833, pp. 491-516; di quest’opera esiste nella Biblioteca Palatina di Parma un esemplare (Direzione, B) prezioso, con numerose aggiunte e rettifiche autografe del Pezzana stesso, delle quali si è potuto tener conto in questa sede. Vedi inoltre M. Cesarotti, Epistolario, IV, Pisa, 1813, 225 (lettera al Cesarotti, 5 ottobre 1805); A. Pezzana, Intorno a Clemente Bondi parmigiano, Epistola, Parma, 1821; P.A. Paravia, Clemente Bondi, in Opuscoli vari, Torino, 1832, 225-229; P.A. Paravia, Lettere inedite d’illustri italiani, Verona, 1833 (lettera a Carlo Belli); Lettere inedite di Clemente Bondi, Padova, 1841 (nove lettere a Girolamo Mometti Da Rio, dal 1791 al 1818); C. Pariset, Clemente Bondi e suo carteggio inedito con Giambattista Bodoni, in La Romagna nella storia, nelle lettere e nelle arti, II, 1905, 224-252 (otto lettere a Giambattista Bodoni, una a Paola Margherita Bodoni, una al Blanchon). Poesie del Bondi si leggono in varie antologie, soprattutto ottocentesche, tra le quali ci si limita a ricordare la Crestomazia italiana poetica di G. Leopardi, Milano, Stella, 1828 (poi nella nuova edizione Einaudi a cura di G. Savoia, Torino, 1968); tra le recenti: Poeti minori del Settecento, a cura di A. Donati, II, Bari, 1913, 185-250; G. Parini, Poesie e prose con appendice di poeti satirici e didascalici del Settecento, a cura di L. Caretti, Milano-Napoli, 1951, 771 ss.; Lirici del Settecento, a cura di B. Maier, Milano-Napoli, 1959, 441 ss. Per la critica: G. Andres, Dell’origine, progressi e stato attuale d’ogni letteratura, Parma, 1785, II, 189; Memorie per servire alla storia letteraria e civile, settembre-ottobre 1799, 50 ss.; G. De-Coureil, in Opere, Pisa, 1818, vol. I, 59 ss. (sei lettere a L. Bramieri sopra le traduzioni dell’Eneide del Caro e del Bondi); S. De Sismondi, De la littérature du Midi de l’Europe, III, Paris, 1813, 79-80; Lettera del signor G. Carpani al signor G. Acerbi concernente la morte del poeta Clemente Bondi, Vienna, 24 giugno 1821, in Biblioteca italiana XXIII 1821, 138-143; G. Maffei, Storia della letteratura italiana dall’origine della lingua ai nostri giorni, Milano, 1834, IV, 106-108; C. Vannetti, L’educazione letteraria del bel sesso, Milano, 1835, 18-23; Lettere inedite di C. Vannetti roveretano e di I. Pindemonte veronese, Verona, 1839, 94 (lettera del 12 marzo 1794); E. De Tipaldo, Biografia degli Italiani illustri, VII, Venezia, 1840, 299-302; V. Gioberti, Il gesuita moderno, Ed. naz. delle Opere, Milano, 1940-1941, vol. IV, 102-103; G. Carducci, Ed. naz. delle Opere, XVI, Bologna, 1944, 256 s., 356 s., XVII, 1944, 174, 196, 229; G. Agnelli, Precursori e imitatori del Giorno di G. Parini, Bologna, 1888, 68-74; E. Bertana, L’Arcadia della scienza. G. Gastone Della Torre Rezzonico, Parma, 1890, passim; Ch. Dejob, Les femmes dans la comédie française et italienne au XVIIIe siècle, Paris, 1899, 381 s.; L. De Mauri, L’epigramma italiano dal Risorgimento delle lettere ai tempi moderni, Milano, 1918, 136-141; A. Ottolini, Una canzonetta del Parini sconosciuta, in Archivio Storico Lombardo, s. 5, XLVIII 1921, n. 1, 185-190 (con un abbaglio, l’Ottolini attribuisce al Parini la canzonetta Il Laberinto che è del Bondi, come fu facilmente precisato da A. Foresti, La canzonetta Il Laberinto restituita al suo autore, in Archivio Storico Lombardo XLIX 1922, n. 1, 408-411); F. Baldensperger, Le poète Bondi et Jacques Delille, in Revue de Littérature Comparée III 1923, 111 s. (brevissima nota, limitata alla citazione dei Souvenirs di M.me di Montet); C. Pariset, Polenta con gli uccelli, in Aurea Parma XI 1927, 281-285; B. Croce, Verseggiatori del grave e del sublime, in La letteratura italiana del Settecento, Bari, 1949, 352-362; B. Croce, Clemente Bondi, in La Letteratura italiana del Settecento, 363-374; G. Natali, Il Settecento, Milano, 1950, 721-722; W. Binni, Classicismo e neoclassicismo nella letteratura del Settecento, Firenze, 1963, 150; B. Maier, Il neoclassicismo, Palermo, 1964, passim; W. Binni, Il Settecento letterario, in Storia della letteratura italiana, a cura di E. Cecchi e N. Sapegno, VI, Milano, 1968, 527. Per la risposta del Monti alla canzone sulla soppressione dell’Ordine: G. Pecci, Una canzone inedita di V. Monti, in La Romagna XII 1923, 170-178; tra le più recenti biografie del Bondi: G. Barbarisi, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 727-730.

Borgo San Donnino 5 settembre 1808-Madonna del Monte 6 maggio 1848
Fece parte della prima colonna di volontari parmensi che partecipò alla prima guerra d’indipendenza. Perse la vita nello scontro tra gli eserciti piemontese e austriaco durante il fatto d’armi di Santa Lucia.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 82.


Gravagna di Pontremoli 16 ottobre 1788-Collecchio 3 febbraio 1852
Fu arciprete di Collecchio dal 1823 fino alla morte. Proveniente dall’Apuania, ottenne la cittadinanza parmigiana con decreto di Maria Luigia d’Austria del 16 aprile 1841. Nel 1848, accusato di essere rimasto fedele al regime ducale, si difese con una circolare inviata a tutti i parroci della diocesi (copia nell’archivio parrocchiale di Gaione). In effetti il 25 aprile 1848, durante una manifestazione patriottica svoltasi a Collecchio, dopo aver celebrato una messa solenne, benedisse la bandiera della Guardia Nazionale. Svolse le funzioni di vicario foraneo e di ispettore della scuola di Collecchio. Nel 1833 officiò le nozze del conte Luigi Sanvitale con Albertina Montenovo, figlia di Maria Luigia e del conte di Neipperg, nell’oratorio del Ferlaro. Il 10 novembre 1840 battezzò, nell’oratorio del Casino dei Boschi, la quartogenita di questo matrimonio, chiamata Maria Luigia come la nonna materna (che ne fu madrina). Quale responsabile del beneficio parrocchiale di Collecchio, il 28 giugno 1828 cedette al Comune una piccola porzione di terreno per il rifacimento della strada della chiesa.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3; F. Botti, Maria Luigia Duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, Parma, 1969; Malacoda 8 1986, 40.

1805-Gaiano 27 marzo 1880
Medico chirurgo, esercitò per lungo tempo la professione a Collecchio e dovette fronteggiare le epidemie di colera del 1855 e 1867 e la malaria che tra il 1868 e il 1872 mieté vittime tra i coltivatori di riso di Giarola e Talignano. Si dedicò particolarmente ai poveri che curò disinteressatamente, spesso senza ricevere ricompensa alcuna. Fece parte della Giunta municipale di Collecchio dal 19 luglio 1869 sino alla morte. In precedenza lo era stato nel Comune di Sala.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3; U. Delsante, Ampliamenti di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1979, 356.


Gaiano 1859/1866
Cavaliere e dottore. Volontario nelle guerre del Risorgimento, fece da medico valoroso le campagne dal 1859 al 1866, raggiungendo il grado di colonnello medico. Nel 1859 si meritò la menzione onorevole.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 129.

BON DOMENEGO o BON DOMENICO o BONDOMENICO DA PARMA, vedi BUONDOMENICO DA PARMA

BONELLA TRABISONDA, vedi BONELLI TRABISONDA


Parma 1677
Nell’anno 1677 fu immatricolato tra gli ufficiali dell’Arte dei falegnami.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.

Parma 1569-Bologna post 1620
Fu attivo a Bologna nei primi due decenni del secolo XVII come pittore, organista e compositore. Fu allievo di Agostino Carracci (secondo il Masini, invece, di Lavinia Fontana) per la pittura e partecipò alle onoranze funebri (1602) del maestro con una raffigurazione di Mercurio, che additava alla Pittura, et a Felsina le stelle del carro celeste col motto splendor ad splendorem (Oretti). Sempre sotto la guida dei Carracci collaborò alla decorazione pittorica ad affresco del celebre chiostro ottagonale del Monastero olivetano di San Michele in Bosco a Bologna (1605-1616), dove raffigurò il Colloquio tra santa Cecilia e Valeriano. Nello stesso monastero dipinse altresì un quadretto, raffigurante la Madonna, mezza figura, che sostiene il Signorino intiero dirimpetto alla Porta del Convento di San Michele in Bosco sovra quell’uscio, che è la prima cosa a vedersi prima anche del Cortile (Oretti). Altri suoi lavori pittorici che si ricordano sono: Santa Cordola (dipinto posto di lato alla cappella della Madonna Addolorata nella chiesa di Santa Maria dei Servi), la Beata Vergine coi santi Cosma e Damiano dipinta per la Compagnia de’ barbieri e un San Giovanni Evangelista (non più esistente) nel soffitto della sagrestia di San Giovanni in Monte. Ricci e Zucchini gli attribuiscono la Madonna e il San Giuseppe delle due edicole sotto il portico di palazzo Spada in via Castiglione (nn. civici 23-25). Lo Scarabelli Zunti, riportando dall’archivio dei padri serviti di Parma un pagamento fatto il 30 giugno 1598 a un maestro Aurelio pittore, si domanda se non si riferisca al Bonelli e se non fosse questi il padre di Trebisonda Bonelli, pittrice, alla quale era attribuito un quadro con l’Ascensione nella stessa chiesa dei serviti, ma già sparito al tempo dello Scarabelli Zunti. Come musicista è conosciuto attraverso tre opere a stampa, dal frontespizio di due delle quali si apprende che nel 1602 era organista a San Michele in Bosco e nel 1620 a San Giovanni in Monte. La prima opera a stampa è Il Primo Libro delle Villanelle a tre voci (Venezia 1596, Angelo Giordano), di cui resta un esemplare incompleto (manca una voce) al British Museum di Londra. Pure incomplete sono le Messe e Motetti a quattro voci da Capella e da Concerto (Venezia, 1620, A. Vincenti), di cui si conserva la sola parte per organo alla Biblioteca del Conservatorio di musica di Bologna. Completo, e in esemplare unico conservato nella Staats-und Stadtbibliothek di Augusta, è invece pervenuto Il Primo Libro de Ricercari et Canzoni a quattro voci con due Toccate e doi Dialoghi a otto (Venezia, 1602, Angelo Gardano). L’opera è dedicata al gonfaloniere e agli anziani del Comune di Bologna, alle cui dipendenze stava un reputato complesso di suonatori formanti il cosiddetto concerto palatino e per i quali evidentemente si attagliava bene il contenuto quasi esclusivamente strumentale della pubblicazione. Essa consta infatti di otto ricercari e otto canzoni a quattro voci, due toccate e due dialoghi o madrigali vocali a otto voci. I ricercari sono basati ciascuno su un unico tema (tutt’al più in alcuni di essi il tema fondamentale viene presentato rovesciato), ciò che conferisce loro una struttura unitaria e compatta. La scrittura è severamente polifonica ed è frequente l’impiego dell’artificio del thema per augmentationem. Questi ricercari figurano trascritti in blocco nell’intavolatura manoscritta d’organo tedesca della Biblioteca Nazionale di Torino, VIII (Giordano 8, cc. 131v-144v). La trascrizione è interessante non solo come testimonianza di diffusione transalpina (il volume fu redatto nel 1639-1640), ma perché i ricercari sono presentati in versione organistica con fioriture e figurazioni di abbellimento e diminuzione tipicamente organistiche. Da notare che il IV e V ricercare risultano trasposti una quarta sotto rispetto al tono nel quale essi figurano nella stampa originale, dove presentano una disposizione cosiddetta in chiavette. Le otto canzoni portano nomi classici (Licori, Arete, Urania, Istrina, Nisa, Irene, Artemisia, Erina), come del resto le due toccate (Cleopatra, Atalante). Ciò è forse da porre in relazione con gli orientamenti stilistici classicheggianti dell’ambiente pittorico in cui il Bonelli si formò. È da sottolineare l’importanza delle toccate come una delle testimonianze del genere in campo polistrumentale, anche se singolarmente prese esse non si rivelano pagine di particolare valore compositivo.
FONTI E BIBL.: Per il Bonelli pittore: Il Funerale d’Agostin Carraccio, Bologna, 1603, 19; Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, ms. B. 126; M. Oretti, Notizie de’ professori del disegno, IV, 122 s.; A.P. Masini, Bologna perlustrata, Bologna, 1666, I, 635; C.C. Malvasia, Felsina Pittrice, Bologna, 1678, III, 417, 579; F. Malaguzzi Valeri, La chiesa e il convento di San Michele in Bosco, Bologna, 1895, 72; Parma, Museo Nazionale d’Antichità, ms. 103: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. IV, cc. 65, 96; C. Ricci-G. Zucchini, Guida di Bologna, Bologna, 1930, 45, 69, 215 s.; A. Raule, San Michele in Bosco in Bologna, Bologna, 1963, 105; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 283; Dizionario Bolaffi Pittori, II, 1972, 199. Per il Bonelli musicista cfr.: G. Gaspari, Dei musicisti bolognesi al XVII secolo e delle loro opere a stampa. Ragguagli biografici e bibliografici, in Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Province dell’Emilia, n.s., V, 2, Bologna, 1880, 29 s.; E. Vogel, Bibliothek der gedruckten weltlichen Vocalmusik Italiens, Berlin, 1892, I, 103; C. Sartori, Bibliografia della musica strumentale italiana stampata fino al 1700, Firenze, 1952, 115 s.; O. Mischiati, L’intavolatura d’organo tedesca della Biblioteca Nazionale di Torino, in L’Organo, IV, 1963, 64 s.; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, II, 109; C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, I, 216; Enciclopedia della musica Ricordi, IV, Milano, 1964, 5 s., 391-393 (sub voces Ricercare e Toccata); O. Mischiati, in Dizionario biografico degli Italiani, XI, 1969, 745-747.

Parma XVI secolo
Maestro d’organo e d’orologi operante nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 80.

BONELLI DIONIGI o DIONISIO, vedi BONELLI GIOVANNI DIONIGI


Parma 1586
Figlio di Cipriano. Falegname, nell’anno 1586 eseguì, in collaborazione con altri, un catafalco per la duchessa Margherita d’Austria nel Duomo di Parma.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 253.


Parma 8 aprile 1542-post 1580
Figlio di Cipriano e Giovanna, della vicinia di Sant’Ambrigio: Joannes, Dionisius filius Cipriani de Bonellis et Joanne uxor natus 8 et baptizatus 11 aprilis compatres Dominus Balthasar de Garimbertis et Dominus Joannes Franciscus de Anselmis, et Medea de Comaschis et Domina Constantia de Torreclara et Helisabeth de Tinctis (Archivio del Battistero di Parma, Registri dei Battezzati). Fu pittore attivo tra il 1560 e il 1580, padre della pittrice Trabisonda. Romualdo Baistrocchi scrive che il quadro del Bonelli raffigurante San Niccolò e Santa Barbara nell’atto di venerare la Vergine Annunziata che appare in alto su piccola tavoletta sostenuta da due angeli nella Cappella dei Sanseverino passò, dopo la soppressione, in proprietà del conte Alessandro Sanseverino, sostituito da un’opera dell’abate Peroni. Non se ne conosce la successiva ubicazione. Baistrocchi afferma che il quadro fu creduto di Giovanni Nenarzi da Pesaro. Al 18 novembre 1571 risale la convenzione tra la Congregazione di Santa Brigida di Parma e i fratelli Giovanni Vittorio e Giovanni Dionigi Bonelli per le pitture nell’oratorio della congregazione stessa, situato nella vicinia di Sant’Anastasio. Il pagamento conclusivo è documentato il 14 maggio 1573 per 75 scudi d’oro (ASPR, Archivio della Confraternita di Santa Brigida, fascicolo intitolato Fabbrica dell’oratorio e filza 14 degli Atti del notaio Giacomo Ugolino Cornazzano).
FONTI E BIBL.: R. Baistrocchi, Guida di Parma per i forestieri, 1877, ms. presso la Biblioteca della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici di Parma, 55; P. Zani, vol. II, 193 e vol. IV, 172 e 299; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, cc. 91-95; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, vol. IV, 283; Bénézit, vol. I, 758; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 373; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 320.


Parma 1715/1768
Professò Pratica Civile all’Università di Parma per ben 53 anni: dal 1715 al 1768.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 66.

Parma seconda metà del XVII secolo
Miniatore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 35.

Parma 1567 c.-post 1619
Figlia di Giovanni Dionigi e suocera dello scultore Luca Reti. Il marito Michelangelo Aschieri, architetto e intagliatore, morì nel 1648. Del loro figlio Remigio, intagliatore anch’esso e attivo per i Farnese, si ha la prima notizia nel 1614 (morì nel 1630). Poco resta anche sul secondo figlio Dionigi, mentre non è molto chiaro un loro eventuale rapporto di parentela con Angelo Maria Aschieri. La Bonelli viene attestata dall’Allodi come della scuola del Molossi, quindi il suo apprendistato andrebbe localizzato tra il 1601 e il 1619, quando il cremonese Giovanbattista Trotti è documentato in servizio stabile a Parma presso Ranuccio Farnese. Del contatto artistico fu molto probabilmente fautore il marito stesso, che risulta al servizio di Casa Farnese a partire dal 1598: nel 1609 il Duca gli commissionò un tabernacolo in noce da porsi nella chiesa dei Cappuccini a Fontevivo, di cui il Malosso fornì il disegno. Tra gli altri lavori farnesiani di Fontevivo, il Trotti disegnò, sempre nel 1609, anche il mobile-letturino per il coro, presso la Parrocchiale, che va senz’altro ritenuto manifattura del medesimo Aschieri. Infatti nel 1614 egli lavorò di nuovo (in collaborazione col figlio Remigio), su progetto del cremonese, diciotto cartelle per le scatole regalate durante il banchetto offerto da Ranuccio Farnese in onore del figlio Ottavio. A questo punto non sorprende ritrovare inventariata un’opera della Bonelli nel Palazzo del Giardino di Parma, più precisamente nella camera del Cantone dove studia il Ser.mo Sig.r Prencipe Odoardo: Un quadro alto br. 2 on. 7, largo br. 2 on. 2. Un ritratto di donna vedova con punta di velo che le cuopre la fronte, nella destra tiene un faccioletto, a sinistra un tavolino sopra del quale un officio al quale tiene sopra la sinistra, e paese in lontananza, di Trabisonda Ascheri. Il ritratto potrebbe dunque essere stato frutto di una espressa commissione farnesiana, inoltre va notato che tale raccolta era ricca, in questo genere artistico, di esemplari del medesimo Malosso, il quale anzi vi eccelleva come in una vera e propria specialità. Che la Bonelli non praticasse a semplice livello dilettantistico lo prova una importante commissione pubblica nella chiesa dei Servi di Maria, menzionata per la prima volta dall’Affò: A destra Capp. I. Ascensione di Cristo con varie figure. Dicesi di Trabisonda Bonelli. In realtà l’edificio sacro era intitolato all’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, quindi la tela in origine non poteva trovarsi che all’altare maggiore, come infatti afferma l’Allodi: il quadro dell’Ascensione ch’era in Coro fu lavorato da Trabisonda Bonelli Parmigiana. La qualità della tela si attesta a un buon livello, mentre alcune punte di ottimo naturalismo (nel Cristo e in varie teste di Apostoli) lascerebbero pensare all’intervento del Trotti in persona o perlomeno alla sua supervisione diretta del lavoro. A meno che non si tratti addirittura di opera sua rimasta incompleta alla morte (avvenuta l’11 giugno 1619) e portata a termine dalla Bonelli. La seconda ipotesi sembra rafforzata anche dalla stesura stessa di certi colori, come a esempio lo squarcio di cielo a mezza altezza, tra il profilo delle nubi e quello delle teste. In San Francesco al Prato era infine una terza fatica della Bonelli. Sita dapprima nella seconda o terza cappella della navatella destra, verso la fine del Settecento è annotata dal Sanseverini nella cappella Lupi-Biancardi a sinistra della maggiore: Ammiransi in questa Chiesa le seguenti insigni Pitture. La tavola di San Bonaventura di mano di Trabisonda Bonella. Soppresso l’Ordine a inizio Ottocento, del quadro restano solo deboli memorie nelle Guide.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Il parmigiano, 131; R. Baistrocchi, Guida di Parma, 88, e ms., 32; F. Baldinucci, Decennali, II parte, sec. IV, Opere, vol. VIII, 237 dell’edizione milanese; P. Zani, vol. III, 193 e vol. IV, 172 e 299; E. Scarabelli Zunti, vol. IV, c. 96; G. Bertini, La Galleria, 254; Parma nell’Arte, 1983/1984, 82-86; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 321; C. Villani, Stelle femminili, 1916, 44.

BONELLI TREBISONDA, vedi BONELLI TRABISONDA

Parma seconda metà del XVII secolo
Miniatrice operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 35.

Parma 1565/1570
Falegname attivo alla Corte papale. Tra il 1565 e il 1570 fece diversi lavori nel Sacro Palazzo Apostolico in Roma.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 90 e 140.


Parma 1249
Fu ambasciatore del Comune di Parma nell’anno 1249.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 256.

BONESI GIAN BATTISTA, vedi BONESI GIOVANNI BATTISTA


-Parma 22 dicembre 1722
Il 27 aprile 1717 gli fu affidata la carica di archivista del Comune di Parma, che il Bonesi conservò sino al 1722, anno in cui morì.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Archivio comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

Parma 1603
Falegname. All’anno 1603 risale un pagamento per una carrozza da lui intagliata.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Mastri farnesiani, 254; Il mobile a Parma, 1983, 253.


Capoponte 1915 c.-Maracay maggio 1992
Dopo la laurea in lettere conseguita nel 1938 all’Università di Bologna e il diploma a Parma in paleografia diplomatica e dottrina archivistica, insegnò per alcuni anni al convitto Maria Luigia di Parma. Finita la guerra, si iscrisse al Partito Liberale. Sono di quel periodo i suoi editoriali sul Corriere Emiliano, diretto da Nino Di Stefano. Venne poi la decisione di lasciare l’Italia del dopoguerra per cercare fortuna in Venezuela. I primi tempi furono duri, con l’esigenza per il Bonfanti di adattarsi anche a lavori umili e poco qualificati. La svolta arrivò con l’assunzione come bibliotecario alla facoltà di agronomia dell’Università Centrale del Venezuela. Nel 1953 fu riconosciuto docente, invitato a fondare la cattedra di Metodologia della ricerca sperimentale e incaricato della cattedra di Bibliografia della scienza nella Scuola di Bibliotecologia della stessa Università. Pubblicò molti saggi in riviste nazionali e internazionali sui problemi della documentazione e dell’informazione scientifica nel campo bio-agricolo. Nel 1967 gli alunni della Scuola di Bibliotecologia battezzarono con il suo nome l’anno della loro laurea. Nel 1971 l’Istituto italiano venezuelano di cultura gli conferì un diploma al merito e il governo italiano l’Ordine cavalleresco della Repubblica Italiana. Nel 1975 venne insignito dalla Repubblica del Venezuela con l’Orden de Andrès Bello e, l’anno seguente, con quello di José Maria Vargas. Nel 1976 l’Università gli riconobbe il massimo grado accademico. Il Bonfanti fu anche tra i fondatori dell’Associazione Interamericana dei bibliotecari e documentalisti agricoli e della Casa d’Italia a Maracay.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 maggio 1992, 8.

Parma 1925-Rocca di Papa 11 ottobre 1986
Fu partigiano della Resistenza, brillante magistrato e vice procuratore a Parma dal 1953 al 1962. Nel 1988 Città Nuova dedicò un libro, Ho cercato la giustizia (autore Alfredo Zirondoli), al Bonfanti, che da servo della legge degli uomini volle farsi servo della giustizia di Dio, gettando la toga e un fulgido avvenire dietro le spalle, per entrare nel Movimento dei Focolari (fondato da Chiara Lubich) di cui divenne animatore e propulsore. Il Bonfanti, che a Parma fu Pubblico Ministero, era solito recarsi dai carcerati più sfiduciati e incattiviti, per cercare di tirare fuori la vecchia scintilla umana, sepolta. Si faceva umile, in un faccia a faccia che spesso scuoteva il condannato e lo faceva tornare persona. Nei locali dei Focolarini (il Bonfanti cedette al movimento anche la sua casa), atei, comunisti, giovani e vecchi, ricchi e poveri, uguali e differenti poterono incontrarsi in una palestra di unità e reincontrare se stessi nell’ambito di una umanità comune a sé e agli altri. I Focolarini del Bonfanti, a Parma, furono mandati dal vescovo in missione nelle case e nei quartieri più poveri. Il Bonfanti morì improvvisamente proprio durante un congresso di Focolarini.
FONTI E BIBL.: R. Rastelli, in Gazzetta di Parma 16 ottobre 1989, 3.

Tizzano Val Parma 1894-Monte Nero 15 agosto 1915
Figlio di Antonio. Alpino zappatore del 4o Reggimento Alpini, fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Facendo parte di un drappello incaricato di tagliare i reticolati e aprirvi un varco per il passaggio della compagnia, adempiva, in modo esemplare, il rischioso incarico e si slanciava poi tra i primi sulle trincee nemiche. Cadeva colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1916, Dispensa 54a, 2796; Decorati al valore, 1964, 122.

Parma 1644-Parma 3 aprile 1698
Fu abate del monastero di San Giovanni Evangelista di Parma dal 1696 al 1698. Fu lettore di filosofia e di teologia nel cenobio parmense.
FONTI E BIBL.: M. Zappata, Corollarium abbatum, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1980, 157.


ante 1758-Parma 24 luglio 1789
Chiamato all’Università di Parma nel 1768, vi insegnò teologia dogmatico-scolastica. Fu anche lettore per l’Istoria Ecclesiastica e infatti nei Ruoli Università 1768-1801 dell’Archivio di Stato di Parma appare quale Missionario, Teologo, Lettore per l’Istoria Ecclesiastica dal 1768 al 1779. Nel 1781 fu proclamato professore emerito. È ricordato dal Benassi.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

BONGIOVANNI GIOVAN FEDERICO, vedi BONZAGNI GIOVAN FEDERICO

BONGIOVANNI GIOVAN FRANCESCO, vedi BONZAGNI GIOVAN FRANCESCO

BONGIOVANNI GIOVAN GIACOMO, vedi BONZAGNI GIOVAN GIACOMO

Parma 1884
Avvocato, scrisse per Angelo Disconzi il libretto dell’opera Nella (Siena, Teatri dei Rinnovati, 1884).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 29.

Zibello 1762-
Violinista, nel 1788 si trovava a Piacenza.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Langhirano 1830-
Distributore postale. Nel 1864 fu sottoposto al controllo delle autorità governative perché giudicato oltranzista.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 45.


Zibello 1831/1841
Maggiore. Il 14 giugno 1841, con decreto della duchessa Maria Luigia d’Austria, gli venne concessa la nobiltà di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 aprile 1996, 5.


Zibello 1646/1683
Dal 1646 al 1683 fu arciprete della Pieve di San Giovanni Battista a Zibello.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 aprile 1996, 5.


Traversetolo 1870-Collecchio 18 febbraio 1935
Fu medico condotto a Collecchio per oltre trent’anni, dal 22 giugno 1903 fino alla morte. Si rese assai benemerito tra la popolazione più umile verso la quale spesso si prodigò gratuitamente. Fu un appassionato organizzatore di feste, concerti e manifestazioni tese a far risaltare il buon nome di Collecchio. Tra le manifestazioni da lui organizzate, si ricorda un concerto tenutosi il 28 agosto 1915 nel Parco della Villa Paveri che ottenne un grandioso successo sia dal punto di vista artistico che per il concorso del pubblico. L’incasso fu devoluto a un istituto di assistenza per le madri e le vedove dei caduti in guerra. A quel concerto partecipò, tra gli altri, il celebre pianista Del Campo.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1960, 3.

-Parma 10 giugno 1905
Quale volontario, fece le campagne risorgimentali del 1859, 1860, 1861 e 1866.
FONTI E BIBL.: C. Carraglia, Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 13 giugno 1905 n. 161; La Battaglia 17 giugno 1905 n. 16; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 401.

Parma 27 gennaio 1786-
Figlio di Carlo e Teresa Righi. Nell’anno 1800 fu volontario al servizio d’Italia. Col grado di brigadiere (1803) partecipò alle campagne di Prussia (1807) e di Spagna (1808-1813). Nel 1813 fu promosso sottotenente e nel 1814 sottobrigadiere delle guardie del Corpo di Parma. Nello stesso anno prese parte alla campagna d’Italia, dove fu ferito. Nel 1815, quale sottotenente del Reggimento Maria Luigia, partecipò alla campagna di Francia.
FONTI E BIBL.: E. Loevison, Ufficiali, 1930, 16-17.

Parma 1705
Sacerdote, fu nominato cappellano della Corte Ducale di Parma il 28 settembre 1705.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

Parma 7 agosto 1817-Parma 1894
Figlio di Cosma e Angela Favre. Nell’anno 1864 vennero marchiate con la scritta Editore Gaetano Boni, strada Santa Lucia n. 22 interessanti riproduzioni fotografiche d’arte, come la Madonna di San Gerolamo di Antonio Allegri detto il Correggio e gli affreschi della Camera di San Paolo, sempre del Correggio, parte di una intera serie commissionata dal Boni a Filippo Beghi, suo parente. Il Boni, aiutato dalle sorelle, oltre che immagini vendette e confezionò album per fotografie e chincaglierie in genere. Il suo nome è citato anche da Guido Carmignani quando, scrivendo al padre da Bougival (Parigi) nel 1858, parla di certe lastre commissionategli dal Calvi, circa le quali il Boni espresse giudizi di fragilità.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 100.

Parma 28 marzo 1838-Parma 1904
Figlio di Remigio e Maria Rosa Azzali. Valoroso ufficiale di carriera (raggiunse il grado di tenente colonnello), partecipò alle campagne di guerra per l’unità e l’indipendenza d’Italia del 1866 e del 1870. Di ardente fede monarchica, non avendo eredi diretti e volendo devolvere in beneficenza le sue sostanze, scelse l’Istituto Vittorio Emanuele II di Parma. La sua salma riposa nel cimitero della Villetta di Parma, custodita dall’ente beneficato. Del Boni, l’Istituto Vittorio Emanuele conservò le medaglie commemorative delle campagne risorgimentali.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 203; Giuffredi, L’Istituto Vittorio Emanuele II, 1962, 147.

Zibello 1858-1921
Ingegnere, ricordato come benefattore di Zibello. L’epigrafe dedicatagli dalla sorella Elena lo dice dotato di rare virtù e che lasciò cospicuo ricordo ai poveri. Fu proprietario del podere Bodriazzo.
FONTI E BIBL.: Strade di Zibello, 1991, 6.


Zibello 1680
È ricordato per aver fatto restaurare a sue spese, nel 1680, la chiesa di Zibello.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 15 aprile 1996, 5.

Fontanelle 6 dicembre 1862-Parma 22 giugno 1931
Fece tutti gli studi ecclesiastici nel seminario di Parma. Appena ordinato sacerdote fu nominato parroco di Oppiano, poi divenne segretario particolare del vescovo Miotti. A 28 anni gli fu assegnata l’importante cattedra di teologia morale, lasciata libera dal canonico Andrea Ferrari, eletto nel 1890 vescovo di Guastalla, e nominato canonico della Cattedrale. Il Boni tenne la suddetta cattedra per 40 anni con somma competenza e grande diligenza. Fu onorato dal Collegio Teologico del dottorato in teologia honoris causa e aggregato al suddetto collegio. Successe come parroco nella chiesa di San Tommaso in Parma al grande teologo monsignor Luigi Mercati. Ricoprì con onore importanti cariche pubbliche di vari enti della città di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminari di Parma, 1958, 199-200.

BONI LUIGI, vedi anche BONI FORTUNATO CIPRIANO LUIGI

BONI PIER FRANCESCO, vedi FONTANA GIOVAN BATTISTA

Parma 25 dicembre 1847-Parma 10 luglio 1915
Nacque in una modesta famiglia dell’Oltretorrente. Autodidatta per necessità, lesse i classici e scrisse versi e commedie sin da quando, giovanetto, fu commesso in un negozio di cuoiami. Coi suoi compagni domenicali, tra una discussione d’arte, di letteratura o di scienza, mise insieme un giornale umoristico illustrato. Nel 1866 fu volontario, assieme all’amico Luigi Battei, nei Cacciatori delle Alpi in Trentino. Chiusa la parentesi di milizia garibaldina, il Boni tornò al consueto lavoro e ai suoi ideali d’arte. Frequentò poi la Scuola Normale di Reggio Emilia, da dove, dopo due anni, uscì maestro. Maestro di campagna, fu compagno di giochi e di risate dei suoi scolari, ma, didatticamente e disciplinarmente, la sua prova fu un disastro. Ne seguirono ispezioni, rimbrotti, acerbe risposte, il licenziamento e di nuovo la miseria. Fu in seguito insegnante in un collegio privato a Parma, finché emigrò a Comacchio, quale insegnante di lettere italiane in quella Scuola Tecnica (di quel periodo è traccia nei quattro superbi sonetti Comacchio, pubblicati nei suoi Momenti lirici). A Comacchio partecipò attivamente alla vita politica: fondò un giornaletto satirico, La Zanzara, per punzecchiare gli avversari e ne raccolse ire e inimicizie, tanto che, dopo una lotta elettorale (1880) che ai popoli parve avesse mandato al potere coloro ch’esso credeva suoi affamatori, dovette abbandonare nottetempo quella città per sottrarre sé e la propria letteratura al furore popolare. Passò quindi a Voltri, insegnante d’italiano in un collegio. A quel paese, in cui rimase dal 1876 al 1883, è legato il suo primo libro di prose, quelle Marine cui schiuse la strada il Fanfulla della Domenica pubblicandone la prima novella e che uscirono più tardi in volume, a Parma nel 1885, edite dal Battei. E a Voltri compose anche versi, che in parte comparvero poi nei suoi Momenti lirici, e abbozzò drammi e romanzi. Il suo ritorno a Parma lo ricondusse tra vecchi amici e al fianco di colui che fu il suo editore per eccellenza, quel Battei che mai mancò di aiutare il Boni, diletto amico dell’infanzia, del quale volle non soltanto pubblicare ma anche compensare ogni lavoro letterario e scolastico. Battei nel 1884 raccolse i bozzetti del Boni nel volumetto Marine, che, pur di farlo conoscere, egli più spesso regalò di quel che non lo vendesse. Ma fu quel volumetto che fruttò al Boni il posto alla Scuola Tecnica di Parma, e, finalmente, la tranquillità economica. Da Parma non si mosse più, vi compì la sua opera letteraria ed ebbe onori e buona fama. Sono di quel tempo la sua commedia in versi Ritorno (1886) e la pubblicazione di una piccola rivista settimanale, ideata con audacia dal Battei, Le Campane d’Italia, di cui il Boni ebbe la direzione e fu l’anima. La rivista, che uscì in 32 pagine e si vendette a un soldo il numero, fu pubblicata per una sola annata. Fu un disastro finanziario per l’editore (il quale però continuò puntualmente a pagarla 50 lire il numero al Boni) ma segnò una pagina curiosa e interessante nella vita del giornalismo letterario parmense e italiano. Il Boni vi scrisse collo pseudonimo di Filippo Sterno, sotto il quale appunto comparve il rimanzo I venduti, che egli scrisse puntata per puntata, sotto la pressione del proto, nella misura che questi richiedeva (si trattava di riempire un certo numero di pagine e non più), scambiando talvolta persino i nomi dei protagonisti. Ed è di quel tempo anche la prima delle dodici edizioni della sua Antologia della lingua viva, uscita nel 1887, la cui ideazione, assolutamente nuova e originale, come più tardi quella di una felice antologia femminile che egli fece in collaborazione col professor Ferrari (Anima femminile, edita nel 1910 dai F.lli Bocchialini), ebbe un numero considerevole di imitazioni un po’ in tutta Italia. Nel 1889 il Battei gli affidò la direzione del foglio quotidiano politico Il Corriere di Parma, che fece concorrenza per un certo tempo alla Gazzetta di Parma: il Boni vi brillò come giornalista vivace e come intraprendente critico letterario ed ebbe occasione di qualche polemica con Pellegrino Molossi. Il Boni nel 1892 pubblicò, sempre coi tipi del Battei, Momenti lirici. Nel 1893, pure coi tipi del Battei (cui rimase fedele fino alla fine), venne alla luce Il figlio di Pinocchio, felice prosecuzione collodiana, anche se non confondibile col modello. In quello stesso anno il Boni abbandonò l’insegnamento attivo per passare alla direzione generale delle scuole elementari di Parma. Nel 1895 pubblicò la raccolta di bozzetti e racconti Popolani e nel 1896 e negli anni seguenti una felice serie di letture per la scuola che gli fruttò un piccolo patrimonio e la fama di eccellente e originale scrittore educativo e popolare. Da quel momento e fino all’epoca della sua morte, il Boni scrisse un solo volume originale e degno di nota, Muso di lepre (1905): volume che, malgrado l’evidente pericolo del raffronto col grande esemplare del De Amicis, ha buoni pregi d’invenzione, di pensiero e di stile. Poi null’altro, se si eccettuano pochi scritti sparsi qua e là. Il Boni fu sdegnoso di camarille letterarie e di ogni strisciante prodigarsi per ottenere fama o fortuna, né mai desiderò né accolse le critiche altrui. Con la penna fu spesso un improvvisatore, ma fu anche invincibilmente pigro e trascurato, malgrado la consapevolezza del proprio valore.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, in Aurea Parma 2 1926, 65-73; A. De Gubernatis, Dictionnaire international des écrivains du jour, Firenze, 1895; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Italiano, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 201; T. Rovito, Dizionario letterati e giornalisti, 1907, 45; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 33-34.

Zibello 1737
Fu eletto podestà di Barigazzo il 7 agosto 1737.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, 1928-1935.

1806-Parma 14 novembre 1878
Fece parte del Venerabile Consorzio della Cattedrale di Parma, di cui fu primicerio e canonico onorario.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 111.


Tizzano 1530-Modena o Parma 1590
Benché di povera famiglia, il padre lo mandò a studiare diritto civile e canonico e teologia all’Università di Parma. Fu ordinato sacerdote dal cardinale Guido Ascanio Sforza, vescovo di Parma. Nel 1570 fu fatto canonico della Cattedrale e poi il cardinale Ferrante Farnese, vescovo di Parma, lo nominò suo vicario generale. Quindi fu fatto protonotario apostolico e indi chiamato a Milano (1578) come vicario di Carlo Borromeo e, in seguito, di Federigo Borromeo. Per l’elezione di papa Urbano VII recitò in Roma una dotta orazione. Infine fu fatto vescovo di Modena. Si formò una bella biblioteca e scrisse una lunga Canzone che comincia, petrarchescamente, coi versi Vergine santa e bella, che sì piacesti al sommo Re dei Regi.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1958, 31-32, e 1959, 191-192; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 146.

Borgo Taro 25 gennaio 1901-Fronte di Viver 20 luglio 1938
Nacque da Antonio e Rosa Sozzi. Fu combattente valoroso nell’impresa africana. Poi, secondando i suoi sentimenti fascisti, chiese e ottenne di arruolarsi nella Legione Italiana in Spagna. Appartenne alle batterie obici 17/100 della 6a Legione Camicie Nere Milizia Contraerei. In un vittorioso combattimento sul fronte di Sarion, ove rifulse il suo valore, venne gravemente ferito. Trasportato nell’ospedale da campo n. 2, vi decedette. Alla sua memoria venne decretata la medaglia d’argento al valore militare sul campo, con la motivazione: Ausiliario per trasmissioni di una pattuglia O.C. di gruppo, prontamente e volontariamente accorreva per riparare una linea telefonica in una zona intensamente battuta dall’artiglieria e dalla aviazione nemica. Ferito gravemente alla testa da scheggia di bomba aerea, si sforzava di continuare il suo servizio, rinunciandovi solo quando le forze gli vennero a mancare. Trasportato all’ospedale vi decedeva. Esempio di spirito di abnegazione, coraggio e altissimo senso del dovere.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Legionari in Spagna, 1940, 101; Decorati al valore, 1964, 25; F. Morini, Parma in camicia nera, 1987, 181.

Borgo Taro 1891/1941
Emigrò da Borgotaro a Parigi nel 1909, dove lavorò come impiegato fino al 1941. Nella capitale francese creò una grande industria dolciaria di tipo italiano, la quale si sviluppò notevolmente conquistando vasta clientela.
FONTI E BIBL.: U. Imperatori, Italiani all’estero, 1956, 52.

Urzano 27 novembre 1863-Bazzano 17 ottobre 1936
Fu ordinato sacerdote il 21 settembre 1889. Fu cappellano per tredici anni a Roccabianca, fino al 1895. Nominato arciprete di Bazzano nel giugno 1895, ricevette l’investitura canonica nel 1913. Svolse un’intensa azione pastorale, specialmente nel campo della liturgia e dell’istruzione religiosa, nulla trascurando di fare e di tentare per il bene spirituale della parrocchia. Il Bonifaci morì all’età di 73 anni dopo aver retto la parrocchia 41 anni. Esiste nell’archivio parrocchiale di Bazzano un registro di ventitré pagine recante la firma di oltre 650 parrocchiani e forestieri che vollero rendere omaggio alla sua salma. Fu sepolto nel cimitero di Bazzano. Fu il primo arciprete di Bazzano ad avere l’onore dell’avello per unanime volere dei parrocchiani riconoscenti.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 49 e 52.

BONIFAZIO DA LAVAGNA, vedi FIESCHI BONIFAZIO


Parma 15 marzo 1905-Bordeaux 13 agosto 1968
Nato in Oltretorrente, dotato di una voce particolarmente intonata, nell’adolescenza amava trascorrere le serate in compagnia di amici con i quali sfoggiava un vasto repertorio di romanze verdiane, tra le quali la celebre romanza della barella dalla Forza del destino, che eseguì con il tenore Otello Boni. Nel 1922, appena diciassettenne, dopo avere superato agevolmente un’audizione con il maestro Renzo Martini, entrò a far parte della corale del Teatro Regio di Parma e, sotto la guida di Maria Alboni, iniziò lo studio del canto. Il debutto del Bonini, che da baritono era diventato tenore, avvenne nel 1941 al Teatro Comunale di Savona con Bohème, ottenendo un lusinghiero successo. Con la stessa opera fu poi a Parma al Teatro Reinach con un valido cast di artisti tra i quali figuravano la soprano Sara Scuderi, il baritono Campolonghi, il basso Emanuelli, e il direttore d’orchestra Adolfo Alvisi. La carriera del Bonini era già avviata a lusinghiere affermazioni quando scoppiò la seconda guerra mondiale e così la sua attività dovette subire una lunga interruzione. Nel 1946 si trasferì prima a Parigi poi a Bordeaux e in terra francese ebbe modo di continuare la sua attività artistica che negli ultimi anni alternò alla professione di artigiano calzaturiero.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 settembre 1968, 4; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 147.

Parma 1770-post 1817
Scultore. Fu primo nel concorso dell’Accademia di Belle Arti di Parma del 1790 col rilievo in terracotta Meleagro fa dono della testa del cinghiale alla Vergine Atalanta, ben composto ed eseguito con somma diligenza. Divenne poi professore di plastica. Nel 1817, presentò all’Accademia altre opere.
FONTI E BIBL.: M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 168-169; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 43.

Parma seconda metà del XIX secolo
Sergente, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare dopo il fatto d’armi di Oliosi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.


Parma 1866
Soldato, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Condino, sul guado del fiume Chiese (1866).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

Parma 1782/1822
Intagliatore e falegname, attivo tra il 1782 e il 1822.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, v. IX, 32; Il mobile a Parma, 1983, 262.

BONINI GIAN ANTONIO o GIANNANTONIO, vedi BONINI GIOVANNI ANTONIO

Parma 12 febbraio 1807-post 1830
Esordì giovanissima al Teatro Ducale di Parma il 3 aprile 1820 nell’Aureliano di Rossini (che ripropose il 21 febbraio dell’anno dopo) riscuotendo applausi ed elogi dalla stampa. Fu ancora al Teatro Ducale di Parma il 28 luglio 1823 nel Tancredi, di Rossini. Nell’agosto 1824 fu al teatro dell’Aquila a Fermo in Chiara di Rosemberg di Ricci, in Elisa e Claudio di Mercadante e in Matilde di Shabran. Nel giugno 1826 fu al Teatro degli Impavidi di Sarzana con Elisa e Claudio. Di quella sua interpretazione, si scrisse: Esige una nuova menzione onorevole ed encomio quella primadonna che nella serata di suo benefizio oltre l’opera cantò superiormente una scena con aria e cori scritti espressamente per essa dal signor maestro Filippo Mercadante sarzanese. Lo stesso anno la Bonini fu a Firenze al Teatro della Pergola nell’Inimico generoso di Giuseppe Persiani, mentre il 20 aprile 1829 inaugurò la stagione di primavera al Teatro alla Scala di Milano con Il solitario di Persiani, in una compagnia che comprendeva Rubini e Tamburini. L’esito, comunque, fu mediocre. Nel giugno successivo, invece, sulle stesse scene, conseguì grande successo con Il talismano di Pacini. Nel 1830 fu al Teatro Argentina di Roma negli Aragonesi in Napoli di Carlo Valentini: i cantanti piacquero, non convinsero invece musica e libretto. La stagione di Carnevale 1829-1830 la si trova a Urbino, dove si distinse splendidamente nel Barone di Dolsheim e nell’Ajo nell’imbarazzo. Nell’estate 1831 fu al Teatro Comunale di Cento nel Barone di Dolsheim e nell’Inganno felice; subito dopo a San Giovanni in Persiceto nel Turco in Italia. Nel Carnevale seguente fu a Mantova nell’Agnese di Paër, nel Mosè e nell’Elisa e Claudio e a febbraio a Camerino nell’Inganno felice di Rossini e negli Arabi nelle Gallie di Pacini, dove fu scritto che aveva dato dimostrazione di canto ben modulato, espressivo e di perfetto metodo, canto spianato che sente la buona scuola.
FONTI E BIBL.: C. Alcari; Gazzetta di Parma 8 aprile 1820; P. Bettoli, 33; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli, 62, 104, 346; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 270; Cambiasi; De Angelis; Frassoni; Rinaldi; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 21 marzo 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1870
Professore dell’orchestra al Teatro Regio di Parma, nel 1870 offrì al Comune di Parma perché venisse pubblicato un Metodo per bombardone. Gli venne però restituito (Archivio Storico Comunale, Diverse 1870, b. 253, fasc. 1).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.


Parma 1464
Nell’anno 1464 tradusse dal latino in lingua volgare l’opera sulle Piante del veronese Emilio Macro. L’Affò ne possedette il manoscritto in fine del quale stava scritto: Explicit Liber dictus Macer traductus de latino e carmine in vulgari sermone per M. Johannem Antonium de Boninis de Parma. Deo gratias 1464. Non si ha notizia di altri traduttori di detto poema, che fu poi stampato in Napoli nel 1477 (in folio, per Arnoldum De Bruxelle) e in Friburgo nel 1530 da Giovanni Atrocino, che lo commentò.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1789, 265.


Parma 1688/1707
Suonatore di tiorba, cominciò a prestare servizio alla Corte farnesiana il 1° ottobre 1688 e fu licenziato il 15 gennaio 1707. Alla Steccata di Parma venne accettato tra i salariati nell’agosto del 1690 e continuò a suonarvi fino al 30 aprile 1696, dopo di che lo si trova a suonarvi soltanto nelle funzioni più solenni, sia alla Steccata che alla Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 144.

Colorno 15 ottobre 1900-Roma 10 marzo 1941
Nato da una famiglia di modeste condizioni economiche, frequentò nel paese nativo le scuole inferiori e a Parma l’istituto tecnico. Dopo aver preso parte alla prima guerra mondiale nel 3° Genio Telegrafisti, ottenne a Genova il diploma di capitano di lungo corso. Passò nel 1920 nella Regia Accademia Navale di Livorno, dove conseguì il grado di guardiamarina. Imbarcatosi sulle navi Regina Elena e Pisa e promosso nel 1923 sottotenente di vascello nelle siluranti, fu tra i primi a offrirsi al regime fascista che stava ricostituendo l’arma aerea. Lasciò così la Marina per la Regia Aeronautica prendendo parte a numerosi raid, contribuendo al perfezionamento dell’impiego degli idrovolanti e vincendo la coppa Miraglia (1925). Il suo passaggio dal posto di osservatore a quello di pilota di idrovolanti, avvenuto nel 1928 alla scuola di Portorose, lo pose poi in grado di guidare ogni tipo di velivolo nel centro sperimentale di Vigna di Valle. Nel 1929 partecipò con la squadra comandata da Italo Balbo alla crocera del Mediterraneo orientale e un anno dopo fu promosso capitano a scelta, passando a Orbetello per addestrarsi alla prima crocera transatlantica Italia-Brasile, effettuata tra il dicembre 1930 e il gennaio 1931. Premio di questa ardua impresa furono la medaglia d’oro al valore aereonautico e la commenda dei Santi Maurizio e Lazzaro. Nell’anno seguente conquistò (col capitano Giordano) la coppa Bibescu superando nel viaggio Roma-Bucarest (coperto alla media di 250 km orari) esperti aviatori stranieri. La crocera del decennale, compiuta nel 1933 sul percorso Roma-New York, lo trovò tra i meglio preparati a un viaggio che stupì il mondo. Dopo avere varcato per altre due volte l’oceano, fu promosso maggiore per merito straordinario e posto al comando di un gruppo da bombardamento. Assegnato come tenente colonnello a un reparto speciale di Roma, prese parte nel 1937 alla corsa Istres-Damasco-Parigi. Stava per conseguire la vittoria, quando il funzionamento difettoso dei motori lo costrinse a un atterraggio di fortuna in un terreno accidentato, salvando comunque con la sua perizia l’equipaggio. Ciò gli meritò la medaglia d’argento al valore aereonautico, a cui seguì la croce d’oro per anzianità di servizio. Alla società Ala Littoria organizzò l’addestramento dei piloti per le linee aeree civili e col grado di colonnello rientrò nel 1939 nell’arma combattente divenendo capo di Stato Maggiore in Albania e ottenendo poi nel 1940 il comando di uno stormo da bombardamento in zona di operazioni. Fu fatto cavaliere della Corona d’Italia. Morì nel cielo di Roma a causa di un banale incidente, mentre aveva da poco intrapreso il viaggio di ritorno all’aeroporto da lui comandato. La città di Parma gli tributò onoranze funebri solenni. Sulla porta della chiesa della Santissima Annunziata fu posta la seguente iscrizione dettata dall’avvocato Francesco De Giorgi: Per l’anima eletta Di Guido Bonini Colonnello pilota atlantico Medaglia d’oro Asceso il 10 marzo MCMXXXXI Dall’azzurro cielo Della Patria in armi A quello supremo Donde si irradia La eterna luce di Cristo Preci e suffragi.
FONTI E BIBL.: E. Grossi, Eroi e pionieri dell’ala, 1934, 40-41; Aurea Parma 1/2 1942, 35-36; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 34; C. Ferrari, La spettacolare impresa aerea di un valoroso ufficiale parmigiano, in Gazzetta di Parma 15 agosto 1967.

Parma 3 agosto 1810-1896
Di modesti natali (figlio di Antonio e Rosa Oranger), impiegato, cantò in versi argomenti politici e patriottici. Scrisse un poema lirico-epico rivendicante Roma all’Italia intitolato La Teocraziade e pubblicato nel 1869 (composto di ben cinquecento sonetti divisi in dieci cantiche). Il Bonini, pur avendo scioltezza di verseggiatura e facilità di rima, non ebbe una vera ispirazione poetica, così che per la sua opera si può parlare di prosa metrica e rimata piuttosto che di poesia. Tentò pure il teatro col dramma Sofia di Valliére che ebbe consensi (2 dicembre 1846), recitato dalla compagnia del Calloud, con Letizia Fusarini.
FONTI E BIBL.: E. Bocchia, La drammatica a Parma, 1913, 220; Aurea Parma 2 1924, 80; J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 73.

Parma 1939-Parma 1967
Figlio del pittore veneto Gerardo Sansone, studiò all’Istituto d’Arte di Parma nella sezione architettura e si trasferì poi a Roma. Lavorò a Subiaco per i Benedettini, mettendo in luce interessanti doti: la sua pittura, cristiana e primitiva, alla perenne ricerca di Dio, è legata alla letteratura francesce di Maritain, Claudel e Jean Bloy, oltre che all’arte di Rouault. Il Boniolo fu insegnante di disegno a Subiaco, a Noceto e alla scuola Bottego di Parma. Morì a soli ventotto anni nel proprio studio di borgo della Posta a Parma in seguito a una fuga di gas.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 60.

Bazzano 921
Fu giudice di Bazzano, ricordato nel maggio dell’anno 921.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 147.

Borgo San Donnino 1564
Xilografo, attivo nell’anno 1564. Incise assieme al suo scolaro Giacomo Fogauroli. Fu anche disegnatore ornatista e astronomo.
FONTI E BIBL.: P. Zani, IV, 1820, 181; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, IV, 302; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 42; G. Capacchi-P. Martini, Incisione a Parma, 1969.

Parma 1129
Fu arciprete e canonico della Cattedrale di Parma nell’anno 1129.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 147.

Parma 1623/1635
Sacerdote, cantore, eletto da prima alla Steccata di Parma il 9 maggio 1623, ove si fermò fino al 20 dicembre 1630. Poi passò alla Cattedrale di Parma, tra i musici, e vi figura fino al 1635.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 108.

-Parma 7 luglio 1630
Sacerdote, fu tenore e compositore. Figura alla Steccata di Parma nel bimestre maggio-giugno del 1624 come straordinario, perché venne accettato tra i salariati solamente l’8 novembre 1624 con l’incarico di sostituire il maestro di cappella e l’organista. Il Bonizzi prese parte a funzioni solenni in Cattedrale a Parma, come per la Settimana Santa e dell’Assunta del 1627 e del Corpus Domini del 1628. Il 4 marzo 1630 il Bonizzi fu pagato dalla Compagnia della Steccata per avere composto una Compieta da cantarsi alla Steccata. Morì di peste.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 90.


Parma seconda metà del XVI secolo-Parma 17 luglio 1630
Le poche notizie che si hanno della sua giovinezza sono quelle da lui stesso tramandate nella dedica a Malgarita Aldobrandini, duchessa di Parma, della sua raccolta Alcune opere di diversi auttori a diverse voci, passaggiate principalmente per la viola bastarda, ma anco per ogni sorta di stromenti (Venezia, 1626), in cui egli si dichiara allievo del celebre Orazio Bassani per la viola e di Claudio Merulo per l’organo, probabilmente insieme con C. Angleria, G.B. Conforti e altri musicisti. Nella stessa dedica accenna anche a un suo imprecisato servizio in Ferrara presso i duchi d’Este, notizia, però, non confermata da alcuna documentazione. Verso il 1595 fu al servizio della duchessa d’Urbino, Lucrezia d’Este, come si rileva dal frontespizio della sua opera Motecta, ut vulgo dicunt, tum quaternis, quinis, tum senis ac septenis, tum octonis vocibus decantanda. Liber primus (Ferrariae, Victorius Baldinus, 1595), che dedicò a Ranuccio Farnese, duca di Parma. Il 1° febbraio 1599 fu assunto come musico da Ranuccio Farnese e il 15 ottobre 1610 venne eletto organista della chiesa della Madonna della Steccata in Parma, succedendo all’incarico a don Cristoforo Bono, che forse aveva preso il posto di C. Merulo. Il 25 aprile 1614 abbandonò tale incarico, per riprenderlo il 31 gennaio 1619, in occasione della sua nomina a maestro di cappella della Steccata. Nello stesso periodo fu nominato anche organista della Cattedrale di Parma, mentre ne era maestro di cappella Guglielmo Dillen e, alla morte di questo, sopraggiunta nel luglio 1627, gli succedette nella carica. Oltre alla già citata opera, del Bonizzi è giunto anche un madrigale inserito nelle Lezioni di contrappunto di F.M. Bassani (manoscritto del 1621, autografo, conservato nella Biblioteca del Conservatorio di Bologna). Notevoli sono inoltre, tra i tanti, gli arrangiamenti per la viola bastarda da lui fatti di un madrigale di Cipriano de Rore, La bella mett’ignuda, e di uno di A. Striggio, dal titolo Invidioso Amor, per la raccolta del 1626. Non si conoscono altre opere del Bonizzi, ma si presume che, per i suoi uffici di organista e di maestro di cappella a Parma, egli dovette senza dubbio comporre musiche, poi perdute. La sua fama, forse, fu dovuta più al suo talento di esecutore che di compositore, ma non può essere trascurata l’importanza dell’ambiente dotto e musicalmente ricco in cui il Bonizzi fu educato. Le poche composizioni pervenute riecheggiano, infatti, anche tenendo conto della sola tessitura musicale, quel nuovo accento che aveva caratterizzato l’arte del Merulo, dalla forma madrigalistica colorata all’uso sciolto e libero degli strumenti, prerogativa della scuola veneta e fondamento del nuovo canto figurato.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario Universale dei Musicisti, 1, 1926, 218 e 3, 1938, 110-111; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note d’archivio per la storia musicale, IX, 1932, 128 s., 226; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo musicale di Bologna, I, Bologna, 1890, 294; E. Vogel, Bibliothek der gedruckten weltlichen Vocalmusik Italiens. Aus den Jahren 1500-1700, II, Berlin 1892, 513; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, II, 113; Enciclopedia della Musica Ricordi, I, Milano, 1963, 292; La Musica. Enciclopedia storica, Diz., I, Torino, 1968, 252; G. Piscitelli Gonnelli, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 259-260.

BONO ANGELO, vedi BEL BONO ANGELO

Parma 1598/1627
Fu addottorato nel 1598 e insegnò all’Università di Parma prima istituzioni e poi diritto canonico.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 30-31.


Parma 1779
Poetessa, di cui restano delle Rime, comprese negli Atti della solenne coronazione fatta in Campidoglio della insigne poetessa Maria Maddalena Morelli Fernandez, pistoiese, tra gli Accademici Corilla Olimpica (Parma, 1779).
FONTI E BIBL.: P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; M. Bandini, Poetesse, 1941, 203.

BONO PIETRO, vedi DEL BONO PIETRO

BONO PLACIDO, vedi DEL BONO PLACIDO

San Rocco di Busseto 21 novembre 1869-Reggio Emilia 19 febbraio 1951
Frate cappuccino laico, cuciniere e questuante, sorretto da vocazione. Compì la vestizione a Borgo San Donnino il 9 gennaio 1897 e la professione di fede nella stessa città il 17 gennaio 1898.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 8 1948, 82 e 11 1951, 96-97; Collegio missionario, 221-224; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 139.

Parma 1544/1554
Il Bonomo fu zecchiere della Comunità di Parma quando ancora questa città era sotto il dominio ecclesiastico (Affò, 155). Siccome non si può credere che il Bonomo avesse un tale ufficio anche al tempo di Pierluigi Farnese, mancando nella lista dei vari tipi di punzoni, acclusa agli strumenti notarili che lo riguardano, qualsiasi cenno all’immagine o all’arma del Farnese, è necessario convenire che tra il 1545 e il 1550 la zecca di Parma ebbe un periodo di inazione causata forse, in principio, dalle incertezze continue circa la stabilità del governo e, in seguito, dai gravi torbidi successi all’uccisione di Pierluigi Farnese del 1547. Riaperta la zecca da Ottavio Farnese, questi inizialmente si occupò di far battere moneta coi segni esclusivi della propria sovranità e solo in seguito pensò di dare stabile assetto e regolare e ampio funzionamento all’officina monetaria, facendo anche accogliere al locatario le stampe del Bonomo, tra le quali alcune, recando emblemi riferentisi alla personificazione allegorica della città e ai santi protettori, avrebbero potuto ancora servire, una volta che per il verso fosse stato applicato il punzone con lo stemma ducale e la scritta di Ottavio II duca Farnese.
FONTI E BIBL.: G. Coggiola, La zecca di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1897-1898, 6-7.

Colorno 1908-Roma 1942
La breve esperienza di capitano di lungo corso nella Marina Mercantile lo indusse a entrare nell’ambiente militare e a ricoprire la carica di sottotenente di vascello. Negli anni del fascismo abbandonò la Marina per l’Aviazione, nella quale nel 1939 divenne Capo di Stato Maggiore in Albania e l’anno seguente colonnello pilota. Trovò la morte in volo. Fu decorato di medaglia d’oro alla memoria.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 151.

Parma seconda metà del XVII secolo
Figlio di Ippolito. Pittore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 232.

Parma 1590
Laureato, nell’anno 1590 ebbe l’incarico di reggere la Comunità di Borgo San Donnino.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.

Sala Baganza 21 giugno 1889-Parma 8 luglio 1955
Fu un pioniere dell’aviazione parmigiana.
FONTI E BIBL.: M. Cobianchi, Pionieri dell’aviazione, 1943.

BONVI, vedi BONVICINI FRANCO

Parma 1642-Parma 30 settembre 1698
Figlio di Odoardo. Sacerdote molto accreditato, fu mansionario nella Cattedrale di Parma, esaminatore, giudice e visitatore sinodale del vescovo Carlo Nembrini, consultore del Sant’Offizio, protonotario apostolico e priore di San Lazzaro. Non era ancora giunto all’età di trent’anni, allorché cominciò a insegnare legge nelle pubbliche scuole di Parma. Ottenne onori e fama, attestati da due iscrizioni poste a sua gloria nelle scuole di San Francesco: una nel 1671 dal genovese Giammaria Cattaneo, l’altra nel 1674 da Fortunato Contardi di Sarzana, entrambi priori dell’Università di Parma. Lesse anche nel Collegio dei Nobili il jus canonico e le istituzioni feudali per ventisette anni e con molta lode. Di lui fece onorata menzione Odoardo Bolsi, dicendo che, nello spazio di trentatré anni spesi nell’insegnamento della giurisprudenza nel pubblico ginnasio e nel Collegio dei Nobili, aveva laureato circa seicento allievi. Il Bonvicini pubblicò diversi libri di tesi legali, stampati in occasione di pubbliche dispute cui si esposero alcuni suoi discepoli. Volle essere sepolto nella chiesa dei Padri Cappuccini, dove il nipote Odoardo, due anni dopo, gli fece collocare la seguente iscrizione: Francisco Bonvicino I C Parmensi Prothon. Apost. S. Laz. Priori Ss. Inquisit. Consultori etc. Quem Iuris Civilis Interpretem Patrium Per XXXIII Annos Lyceum Et Per XXVII Ducal.S Coll.Y Nob. Exedra Sexcentiq. Laurea Donati Toti Europae Ostenderant Admirandum Morum Integritas Ingenii Fama Doctrinae Amplitudo Quiumque Ingenuaru Virtutum Tituli Firmaverant Praestantissimum Viro Immortalitate Digno Cum Mortalem Dedisset Luctuosa Dies XXXA Septbris MDCIIC Aetate LVI Patruo Beneficentissimo Odoardus Bonvicinus I. C. Coll.S Et Eq. Aur. Dolentissime Posuit Anno D.NI MDCCI.
FONTI E BIBL.: I. Affo, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 269-270.

Parma 1941-Bologna 1995
Disegnatore di fumetti, conosciuto come Bonvi. Creò la striscia Strumtruppen, che apparve per la prima volta nel 1967 su Paese Sera. Disegnò anche il personaggio di Nick Carter. Consigliere comunale del Partito Comunista Italiano nel 1985 a Bologna, chiese poi polemicamente a Occhetto la restituzione di quindici anni di versamenti al partito.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario parmigiani, 1997, 61.

Parma 1717
Intagliatore, artefice nell’anno 1717 degli altari minori intagliati nell’oratorio di San Giovanni Battista in Cò di Ponte.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 34; Il mobile a Parma, 1983, 257.


Borgo Taro 1748-Borgo Taro 3 luglio 1837
Figlio di Alessandro e Paola Camia. Distinto magistrato, fu pretore a Ferriere e Cortemaggiore verso il 1790, a Busseto nel 1802, presidente del Tribunale di Guastalla nel 1814, pretore a San Secondo nel 1816, presidente del Tribunale di prima istanza del Valtarese dal 1820. Fu collocato a riposo nel 1829 col titolo di Presidente Emerito, con l’intero onorario che percepiva, secondo la disposizione riportata nella raccolta delle leggi dello Stato. Sposò la baronessa Maria Teresa Del Campo. Letterato di qualche nome e di vasta erudizione, pastore arcade, pubblicò una traduzione in versi delle Bucoliche (stampata dal Carmignani nel 1774), Osservazioni sopra vari mezzi per prevenire i delitti nella civil società (Borsi, Parma, 1787), in cui si mostrò propenso al carcere come custodia e non come punizione, e Pensieri poetici di Silvino Doricleo, per i tipi del Bodoni, nel 1797. In un suo manoscritto sono ricordati anche Saggio intorno la vita di Damigella Trivulzi nobile milanese e Sopra il premio dovuto alle virtuose azioni del cittadino. Lasciò alla Biblioteca Manara di Borgo Taro 150 volumi a stampa, in prevalenza opere legali e di letteratura, e 25 volumi manoscritti, tutti rilegati, in cui è una massa enorme di annotazioni, poesie tratte da vari autori o sue proprie, dispositivi di sentenze, curiosità scientifiche e notizie varie. In questi volumi si trovano commenti al Petrarca e traduzioni di poeti greci e latini, di inni sacri, epigrammi ed enigmi. Una lunga memoria sulla fondazione del Convento delle Cappuccine dello Stradone di Borgo Taro si trova accanto alla trascrizione di lapidi romane, alle poesie di circostanza per monacazioni, per la nascita del re di Roma, per la morte di Ferdinando di Borbone, per Napoleone imperatore e per lauree. Morì nel palazzo dei conti Bertucci dove si era ritirato negli ultimi anni della sua vita.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1959, 227; Aurea Parma 3 1966, 194-195; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1177.

Parma 29 settembre 1660-Parma 14 gennaio 1727
Figlio di Giambattista e Vittoria Scori. Attese agli studi di legge, fu poi addottorato e quindi aggregato al Collegio dei Giudici di Parma il 30 dicembre 1700. Ebbe la Pretura di Mezzani, come si ricava da uno strumento rogato il giorno 10 dicembre 1698 da Lorenzo Braibanti. Fu creato cavaliere dello Sperone d’oro e fu consultore del Sant’Uffizio. Il Mazzuchelli lo chiama soggetto assai dotto e versato nella erudizione. Le sue Giunte ai Vescovi di Parma nell’Ughelli (Notae in Parmenses Episcopos Ferdinandi Ughelli, Ughelli, Italia Sacra, t. 2. Ven. apud. Coletum, 1717, f. 143 e seg.) sono indicate dal proprio cognome, Bonvicinus, e ricordate con onore da Flavio Sacco (a f. 21 della Lettera intorno al Palazzo Vescovile di Parma, ove ne riferisce alcuni brani). Morì a 66 anni d’età e fu sepolto nella chiesa di San Pietro Martire in Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, IV, 1833, 17.

Busseto-ante 1567
Fu plenipotenziario del marchese Pallavicino.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 82.

Parma XVIII secoloDipinse in Santa Maria della Steccata in Parma alcune scene nelle quali, malgrado la tecnica esecutiva chiaramente tardo secentesca, predominano i caratteri iconografici tardomanieristici, soprattutto per la Crocifissione, affollata e costruita con qualche sproporzione prospettica. Meglio riuscita è la scena con la Deposizione, con la costruzione in diagonale in profondità e una resa migliore nel disegno.
FONTI E BIBL.: Santa Maria della Steccata, 1982, 217.

BONZAGNA GIOVAN GIACOMO, vedi BONZAGNI GIOVAN GIACOMO

BONZAGNI ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

Parma 1490 c.-Parma ante 1539
Figlio di Biagio. In un rogito del 29 aprile 1508 (Rogito di Gerolamo Balestra, Archivio Notarile Parma) è definito maestro, abitante nella vicinia di Santa Maria Borgo Taschieri in Parma. Era già morto nel 1539, come risulta da altro rogito: Giacomo Bonzaghi f. del fu Antonio della vic.a di S. Barnaba minore di 25 anni maggiore però di 22 chiede in suo curatore speciale Giovanni di quondam Antonio della vic.a di Santa Cecilia (Rogito di Andrea Cerati, Archivio Notarile Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 10.


Parma 1495
Il 6 marzo 1495 il Bonzagni, figlio del nobile Daniele cittadino di Parma, era podestà della terra di Varano de’ Marchesi, come risulta da un rogito alla data citata del notaio Simone Cenci (Archivio Notarile Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 9.

BONZAGNI GIAN ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO


Parma 1563 c.-Parma 1640 c.
Si addottorò in leggi nell’anno 1586 a Ferrara, dove aveva compiuto gli studi. Ritornato a Parma, attese alla sua professione, con buon credito. Fu poi incarcerato per alcuni mesi per aver preso le parti del conte di Corniglio. Una volta libero, esercitò ancora con onore, finché, oppresso da molte gravi infermità che lo costrinsero lungamente a letto, morì in età avanzata pochi anni prima del 1642.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 54.

BONZAGNI GIAN FRANCESCO, vedi anche BONZAGNI GIOVAN FRANCESCO

BONZAGNI GIAN JACOPO, vedi BONZAGNI GIOVAN GIACOMO

Parma 1508 c.-Parma maggio 1588
Figlio di Giovan Francesco e di Maria Caterina Marolli, e fratello minore di Giovan Giacomo. Non si hanno documenti relativi alla sua opera a Parma, dove risiedeva ancora nel 1552, quando ricevette da Roma, dal fratello Giovan Giacomo, del denaro per la madre (Scarabelli Zunti, ms. 102, p. 106; Ronchini, p. 322 nota). Medaglie di papa Paolo III datate 1548-1549 e firmate I. Fede. Parm. e ? provano come il Bonzagni avesse fin da allora rapporti con la zecca pontificia. Tra queste, ve ne è una eseguita per Paolo III in vista del giubileo del 1550, rimasta inutilizzata per la morte del papa. Nel 1554, comunque, il Bonzagni fu a Roma, aiuto incisore alla zecca, e come tale è probabile che abbia inciso alcuni dei conî del fratello. Il primo pagamento documentato a Roma in suo favore è del 15 novembre 1554, per settanta medaglie che il Papa fece gettare nelle fondazioni di un portale di Castel Sant’Angelo (Martinori, n. 10, pp. 44, 57). I documenti disponibili lasciano intendere che il Bonzagni subentrò al fratello nell’ufficio di incisore. Il 16 novembre 1554 fu pagato uno stipendio cumulativo a lui e ad A. Cesati (Martinori, n. 10, p. 44). Non sono documentate sue medaglie per il pontificato di Giulio III (1550-1555) né d’altra parte Martinori (n. 10, p. 57) può fornire specificazioni per le settanta medaglie menzionate nel 1554. Nessuna sua opera è documentata durante il breve pontificato di Marcello II, nell’aprile 1555. Sotto il papa Paolo IV, nel periodo 1555-1559, il Bonzagni fu pagato, il 18 ottobre 1555, per l’esecuzione di altre medaglie da porre nelle fondazioni di un nuovo portale di Castel Sant’Angelo (Martinori, n. 10, pp. 62-64). Armand registra inoltre quattro medaglie per il pontificato. Sotto Pio IV, tra il 1559 e il 1565, i documenti segnalano pagamenti nel luglio 1560 e nel 1561, per l’esecuzione di cinquanta monete d’oro, e il 7 giugno 1561, per le medaglie da mettere nelle fondazioni di Porta Pia (Bertolotti, 1875; Martinori, n. 10, p. 83). Armand registra dieci medaglie per questo pontificato. I documenti per l’anno 1561 indicano anche che il Bonzagni fu attivo come incisore insieme con A. Cesati e G.A. de Rossi. Quattordici sono le sue medaglie, firmate o attribuite (Armand) per il pontificato di Pio V (1566-1572). Foville attribuisce al Bonzagni una medaglia ovale del Papa a rovescio liscio. Nel 1568 il Bonzagni fece venire da Parma a Roma il nipote Lorenzo Fragni, nominato, con G.A. de Rossi, impressore e stampatore della zecca il 23 gennaio 1572 (Ronchini, p. 325 nota). Il 3 gennaio 1570 il Bonzagni fu nominato bollatore e divenne pertanto converso nell’Ordine dei cisterciensi (Ronchini, p. 322). Quando papa Sisto V soppresse i bollatori, rassegnò la carica, ma in una lettera del 1° dicembre 1586 al cognato Giovanni Alberto Pini, orefice in Parma, lo prega di registrare davanti al notaio che lo faceva metu et per forza et per paura et non altrimente e che appena avesse potuto avrebbe fatto valere i suoi diritti (Ronchini, pp. 323 s.). Non vi sono ulteriori riferimenti al Bonzagni nei registri della zecca, benché egli abbia firmato cinque medaglie recanti quattro diversi tipi di ritratti per il papa successivo, Gregorio XIII (1572-1585). L’ultima sua medaglia fu eseguita per il giubileo del 1575. Bonanni registra settanta medaglie per questo pontificato, ma si conoscono i nomi di altri undici medaglisti che lavorarono per la Corte (Martinori, n. 11, pp. 76-86). Armand registra cinquantatré medaglie firmate dal Bonzagni o a lui attribuite: oltre alle serie dei papi, comprendono ritratti firmati del cardinale Cesi, del conte di Collalto, del cardinale Ippolito II d’Este (Gruyer, 1897), di Pier Luigi Farnese duca di Parma, di Ottavio Farnese duca di Parma e del cardinale Alessandro Farnese. La firma del Bonzagni nelle medaglie è F.P., F. Parm, Fed. Parm., I.F.P., I. Fede. Parm. e ?. Un cammeo in onice che rappresenta Ercole infante che strangola i serpenti, firmato ?, gli è stato plausibilmente attribuito (Burlington Fine Arts Club, Catal. of a collection of Ital. sculpture and other plastic arts of the Renaissance, London, 1913, p. 140 n. II). L’unica opera di oreficeria assegnatagli, insieme con G.A. de Rossi e A. Cesati, è una pace in argento dorato, con la Deposizione di Gesù Cristo, con cammei e pietre preziose, regalata al Duomo di Milano da Pio IV nel 1561 (L. Beltrami, L’arte negli arredi sacri della Lombardia, Milano, 1897, pp. 39 s.). Non vi è cenno di opere di oreficeria del Bonzagni nei documenti riportati da Bulgari. Sono spesso attribuite al Bonzagni due placche di bronzo: l’una rappresenta l’Adorazione dei Pastori, con un’iscrizione Parm. Invent. (o varianti), l’altra rappresenta la Deposizione di Cristo. Questa attribuzione non è comunque fondata e il catalogo della collezione Morgenroth avanza l’ipotesi che l’iscrizione indichi semplicemente la derivazione del disegno da un’opera del Parmigianino (U. Middeldorf-O. Goetz, Medals from the S. Morgenroth coll., Chicago, 1948, n. 342). Una terza placchetta (Salton, n. 166) attribuita al Bonzagni è, invece, opera di Guglielmo Della Porta. Enea Vico riferisce che il Bonzagni eseguì imitazioni di monete imperiali romane (Discorsi sopra le medaglie de gli antichi, Venetia, 1555, p. 67). Nel testamento datato 7 aprile 1584, redatto a Roma, il Bonzagni lasciò i suoi gioielli, ori, argenti, medaglie, antichità, ai nipoti Giovan Francesco Bonzagni e Lorenzo Fragni e alle sorelle Barbara e Dorotea. Un codicillo datato 14 aprile 1584 specificò che a Lorenzo Fragni toccavano tutti li ferramenti della bottega di zecca et stampe di zecche et cuni di medaglie di papa ed di altri et modelli et altre cose attinenti a detto esercizio. Da un accordo stipulato dai suoi nipoti in data 22 ottobre 1588, relativo alla divisione dei beni, si apprende che il Bonzagni morì a Parma nel maggio 1588. Il 20 agosto 1618 Giovan Francesco Bonzagni, come erede dello zio, stipulò col Duca di Parma un contratto di vendita di settecentoquattro medaglie e centotredici gemme, per 700 scudi romani (Scarabelli Zunti, ms. 103, p. 125).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Roma, Not. Cap., Off. 19, XIII, cc. 198v-201v (7 aprile 1584), c. 220v (14 aprile 1584), XVII, c. 207 (12 febbraio 1587), XIX, cc. 295 ss. (9 settembre 1588: inventari delle cose di poco conto restate a Roma), cc. 458 ss. (compromesso del 22 ottobre 1588), XX, c. 640 (22 maggio 1589); Parma, Museo d’Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, mss. 100, 102, 103, ad vocem; Ph. Bonanni, Numismata Pontif. Romanorum, Romae, 1699, I, 212-335 (passim; con riproduzione a incisione delle medaglie); I. Affò, Della Zecca e moneta parmigiana illustrata, in Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia, a cura di G.A. Zanetti, V, Bologna, 1789, 160, 168, 174, 177 nota 112; A. Ronchini, I Bonzagni e Lorenzo da Parma coniatori, in Periodico di Numismatica e Sfragistica VI 1874, 322-325; A. Bertolotti, Benvenuto Cellini a Roma e gli orefici lombardi e altri, in Archivio Storico Lombardo II 1875, 137; A. Bertolotti, Spese pella fabbrica di Porta Pia, in Archivio Storico-artistico, Archeologico e Letterario di Roma I 1875, 31 ss., 74 ss.; A. Bertolotti, Artisti modenesi, parmensi e della Lunigiana in Roma, Modena, 1882, 70; A. Armand, Les médailleurs italiens, I, Paris, 1883, 221-227, II, 1883, 296, III, 1887, 104-106; E. Martinori, Annali della Zecca di Roma. Serie papale, n. 9, Roma, 1917, 27, 40-45 passim, n. 10, 1918, 11, 17, 23, 29, 44, 57-83 passim, n. 11, 1918, 10, 14 s., 22-24, 26, 67, 76, 86, n. 12, 1919, 38, 40, 42; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, I, 4, Parma, 1820, 190; L. Cicognara, Storia della scultura, V, Prato, 1824, 453 s.; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 72; G. Gruyer, L’art ferrarais à l’époque des princes d’Este, Paris, 1897, I, 695; C. von Fabriczy, Italian Medals, London, 1904, 191 s.; J. de Foville, Médailles de la Renaissance, in Revue Numismatique XVIII 1914, 73; G.F. Hill, Medals of the Renaissance, Oxford, 1920, 95; G. Habich, Die Medaillen der italien. Renaiss., Stuttgart-Berlin, 1924, 117; G.C. Bulgari, Argentieri, gemmari, I, Roma 1, Roma, 1958, 190; M. e L. Salton, The Salton collection, Brunswick, Maine, 1965, nn. 165, 166; G.F. Hill-G. Pollard, Renaissance medals from the S.H. Kress collection at the National Gallery of Art (Washington D.C.), London, 1967, nn. 372-375 (con illustrazioni di quattro medaglie); F. Panvini Rosati, Medaglie e placchette italiane dal Rinascimento al XVIII secolo (catalogo), Roma, 1968, nn. 109-131 (con illustrazioni di diciassette medaglie); J. Fischer, Sculpture in miniature. The Andrew S. Ciechanowiecki collection of gilt and gold medals and plaquettes, Louisville, Kentucky, 1969, nn. 239, 241; L. Forrer, A biographical dict. of medallists, I, London, 1904, 214 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 329; Enciclopedia Italiana, VII, 439 s.; G. Pollard, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 480-481; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, II, 1831, 52-53; De Boni, Biografia degli artisti, 1840, 347.

Parma 1475-ante 1549
Figlio di Giacomo. Orafo come il padre, nel 1522 figurò tra gli anziani del Comune di Parma. Nello stesso tempo fu ispettore della zecca e il suo negozio era allora nella parrocchia di Sant’Alessandro. Nel 1523 fu maestro della zecca. Nello stesso anno ricevette l’eredità della sorella Elisabetta, vedova di Bartolomeo Caloni di Varano, conformemente al testamento di questa, datato 27 ottobre 1523. Nel 1526 cedette in locazione il proprio negozio, prendendone in affitto un altro presso il palazzo degli anziani. Nel 1540 fu incarcerato nel castello di Parma con Galeazzo de Montagnis, saggiatore alla zecca, entrambi accusati di truffare sulla qualità dei soldi d’oro di Parma (Scarabelli Zunti, ms. 102, p. 104; Affò, pp. 155 s.). Nel 1542 il Bonzagni fu nominato pubblico ufficiale e la città di Parma gli commissionò, in seguito a concorso, una mazza d’argento dorato: i giudici ritennero che il suo disegno fosse magis pulchrum ceteris aliis disignis. Nel settembre del 1544 s’impegnò a fare due candelieri d’argento, parzialmente dorati, per l’opera del Duomo di Parma (Scarabelli Zunti, ms. 102, p. 105). Lo Scarabelli Zunti gli attribuisce tre medaglie ma, in base alle loro date, solo una potrebbe essere di sua fattura: si tratta di un pezzo a rovescio liscio con ritratto di Scipione Rosa di Parma datato 1515 (Armand, III, p. 206, B). Lo Scarabelli Zunti descrive un altro esemplare con la data MDXV al rovescio. Dalla moglie, Maria Caterina Marolli, ebbe vari figli, di cui il maggiore, Giovan Giacomo, continuò la sua arte alla stessa maniera del fratello Giovan Federico. Un altro figlio, Gabriele, fu assassinato a Roma dopo il 1549. Delle figlie, Maria Bianca Paola, nata il 21 giugno 1512, sposò un Lalatta, Orsina Barbara, nata nel 1513, sposò Giovanni Fragni e fu madre dell’orefice e medaglista Lorenzo, Lucrezia, nata nel 1516, sposò Gian Alberto Pini, orefice.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo d’Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, mss. 100, 102, 103, sub voce; I. Affò, Della Zecca e moneta parmigiana illustrata, in Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia, a cura di G.A. Zanetti, V, Bologna, 1789, 128, 133 s., 155 s., 168, n. 104; A. Ronchini, I Bonzagni e Lorenzo da Parma coniatori, in Periodico di Numismatica e Sfragistica VI 1874, 318; A. Bertolotti, Artisti modenesi, parmensi e della Lunigiana in Roma, Modena, 1882, 70; L. Cicognara, Storia della scultura, V, Prato, 1824, 453; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, I, 4, Parma, 1820, 189 nota 208; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 72; A. Armand, Les médailleurs Italiens, III, Paris, 1887, 206, B; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 329; Enciclopedia Italiana, VII, 439 s.; G. Pollard, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 481-482.

Parma 1551-Parma 7 maggio 1638
Dottore in leggi. Il 10 maggio 1586 costituì suo procuratore il Magnifico signor Girolamo Ruggieri, suo cognato, per ottenere la pace da Giovan Francesco Guidini, col quale, due giorni prima, aveva avuto una rissa tale che il Guidini riportò dal Bonzagni alcune ferite (Rogito di Gio. Batta Turchetti, Archivio Notarile Parma). Abitò nella vicinia di Sant’Alessandro. Fu sepolto nella chiesa della Annunziata in Parma (Necrologio nella parrocchia di San Gervaso, Libro I, p. 34).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 15.


Parma 19 febbraio 1507-Roma 10 gennaio 1565
Figlio di Giovan Francesco e Maria Caterina Marolli. Il primo documento che lo indica presente a Roma è un pagamento del 1532 a una banca per la patente di orefice. Di cinque anni dopo (26 febbraio 1537) è l’acquisto di una casa (Bertolotti, 1882, pp. 69 s.). L’8 gennaio 1546 fu nominato incisore della zecca papale, succedendo a Giovanni Bernardi (Ronchini; Martinori, n. 9, pp. 66 s.) ma A. Cesati si oppose a questa nomina e Paolo III il 28 gennaio 1547 rese la carica doppia (Martinori, n. 9, pp. 68 s.). Il 3 agosto il Pontefice confermò la nomina, ordinando che per la zecca di Roma si adoperassero solo i tipi fatti dal Bonzagni e dal Cesati (Ronchini). I documenti della zecca registrano, oltre agli stipendi di 48 scudi l’anno, altri pagamenti per monete e medaglie nel 1546-1548 (Bertolotti, 1882, p. 70, 1885, p. 75; Müntz, Martinori, n. 9, p. 67 s.). Il 14 gennaio 1551 al Bonzagni venne pagata la somma di cinquanta scudi d’oro per medaglie commemorative per la cerimonia della Porta Santa in San Pietro nel giubileo dell’anno precedente (Bertolotti, 1882, p. 71). Il suo nome compare nei registri della corporazione degli orefici nel 1536 e 1537: di essa fu console negli anni 1546-1548. Pagamenti riportati dal Bertolotti (1878, pp. 199, 203, 212) e da L. Dorez (La cour du pape Paul III, I, Paris, 1932, p. 172) si riferiscono al 1546-1547 e documentano che lavorò per il Pontefice a opere di varie entità: dalla doratura dei serragli del libro pontificale alla montatura di due perle per Vittoria Colonna, alla statua in argento dell’Apostolo Filippo per la cappella papale (L. Dorez, p. 172). E forse è il Bonzagni il Giovanni orefice cui si riferisce un pagamento dell’11 agosto 1547 riportato dal Bertolotti (1878, p. 203) per una statua in argento dell’Apostolo Tommaso. Pagamenti dal 1548 al 1552 indicano che furono opera sua, in quegli anni, lo stocco e il cappello ducale che il pontefice benediceva nella notte di Natale e donava ai principi benemeriti della Chiesa. Dopo la morte di Paolo III nel 1549, protettore del Bonzagni divenne il cardinale Alessandro Farnese, del quale in quegli anni si stava terminando il palazzo. Il nome del Bonzagni compare in vari pagamenti per lavori di oreficeria nel palazzo stesso (Ronchini, p. 321). In un pagamento del 1550 figurano tra gli oggetti, oltre a medaglie e sigilli, una coppa di oro ovata, una tazza di argento, una saliera de argento per il cardinale Del Monte (Bertolotti, 1882, p. 70). Dopo aver ricevuto il canonicato di San Celso, nel 1552 il Bonzagni entrò nell’Ordine Cisterciense e ottenne il posto di piombatore, carica che gli portò lauti stipendi e che tenne insieme con Guglielmo Della Porta. Con questo lavorò nel 1553 a villa Giulia (Bertolotti, 1882, p. 71). Pagamenti nel 1556 si riferiscono a figure di angeli e di profeti per la tomba di Paolo III (v. Archivio Storico Lombardo, 1875). Nello stesso anno eseguì la rosa d’oro che il Papa donò nel settembre dell’anno seguente alla duchessa d’Alba (E. Cornides, Rose und Schwert im papstlichen Zeremoniell, Wien, 1967). Dal momento che il Bonzagni lavorava insieme con il Cesati, non è possibile attribuirgli con certezza nessuna emissione di monete, se non qualcuna del 1548 (Martinori, n. 9, pp. 24, 30 s.). Egli non firmò né marcò i coni delle sue medaglie e non è stato possibile identificare nemmeno le riproduzioni di monete imperiali romane che il Bonzagni eseguì con grande abilità, come era ricordato sulla sua pietra tombale (Bertolotti, 1882, p. 72) e come indica espressamente Enea Vico, il quale, menzionandolo tra i migliori medaglisti del tempo, scrive nel 1555 che egli aveva superati tutti i moderni nell’arte dell’imitazione e che chi grandemente non è pratico, resterà facilmente ingannato, e le sue medaglie riceverà per antiche. Dei trentacinque rovesci di medaglie di Paolo III registrati dal Bonanni (I, p. 199), solo tre sono stati attribuiti al Bonzagni (Martinori, n. 9, pp. 40, 43, 44) e del pontificato di Giulio III gli sono state assegnate soltanto cinque medaglie per il giubileo del 1550 (Armand, 1887). Dal 1554 Giovan Federico, suo fratello minore, lavorò alla zecca come aiuto incisore ed è probabile che sia stata affidata a lui l’incisione dei coni del Bonzagni. Il Bonzagni fu sepolto nella chiesa di San Rocco in Roma e il fratello Giovan Federico fece erigere la lapide commemorativa (Bertolotti, 1882, p. 72). Documenti nell’Archivio di Stato di Roma indicano che il figlio del Bonzagni, Giovanni Francesco, erede dello zio Giovan Federico, possedette a Roma una casa in piazza Montedoro (Not. Cap. off. 19, XVI, c. 550; XVII, c. 500; XVIII, c. 719; XXII, c. 728; CIII, 2 agosto 1617). Ebbe un figlio a nome Giovan Giacomo, per il quale sono conservati a Roma documenti di proprietà immobiliari (possedette una casa in via della Croce), che testimoniano anche, attraverso le varie procure, della continuità dei legami con il cugino Lorenzo de Fragni e i suoi eredi (Not. Cap. off. 19, XVII, c. 476; CV, c. 218; CIX, cc. 217, 265; CXXI, cc. 593 s., 597; CXXV, cc. 491 s.).
FONTI E BIBL.: Parma, Museo d’Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, mss. 100, 103, ad vocem; E. Vico, Discorsi sopra le medaglie de gli antichi, Venetia, 1555, cap. XXIII, 67; Ph. Bonanni, Numismata Pontif. Romanorum, Romae, 1699, I, 199-290 passim; I. Affò, Della zecca e moneta parmigiana illustrata, in Nuova raccolta delle monete e zecche d’Italia, a cura di G.A. Zanetti, V, Bologna, 1789, 168 nota 104; A. Ronchini, I Bonzagni e Lorenzo da Parma coniatori, in Periodico di Numismatica e Sfragistica VI 1874, 318-322; Guglielmo Della Porta scultore milanese, in Archivio Storico Lombardo II 1875, 320; A. Bertolotti, Speserie segrete e pubbliche di papa Paolo III, in Atti e Memorie delle RR. Deputazioni di Storia Patria per le Province dell’Emilia III 1878, I, 199, 202, 203, 212; A. Bertolotti, Artisti lombardi a Roma, Milano, 1881, 16 s.; A. Bertolotti, Artisti modenesi, parmensi e della Lunigiana in Roma, Modena, 1882, 69-72; E. Müntz, L’atelier monétaire de Rome, in Revue Numismatique II 1884, 326 s.; A. Armand, Les médailleurs italiens, I, Paris, 1883, 220, III, 1887, 101 s.; A. Bertolotti, Artisti bolognesi, ferraresi in Roma, Bologna, 1885, 75; E. Martinori, Annali della Zecca di Roma. Serie papale, n. 9, Roma, 1917, 24, 28-31, 40 s., 43-45, 66-69, n. 10, 1918, 4, 9, 17, 23, 25, 32 s.; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, I, 4, Parma, 1820, 189, 303; L. Cicognara, Storia della scultura, V, Prato, 1824, 453 (come Borzagna); C. von Fabriczy, Italian Medals, London, 1904, 190 s.; G.F. Hill, Medals of the Renaissance, Oxford, 1920, 95; G. Habich, Die Medaillen der italien. Renaissance, Stuttgart-Berlin, 1924, 112, 117; G.C. Bulgari, Argentieri, gemmari e orafi d’Italia, I, Roma, I, Roma, 1958, 190 s.; G.F. Hill-G. Pollard, Renaissance medals from the S.H. Kress collection at the National Gallery of Art (Washington, D.C.), London, 1967, n. 381; L. Forrer, Biographical dict. of medallists, I, London, 1904, 215, VII, 1923, 95 s.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, IV, 329 s.; Enciclopedia Italiana, VII, 439 s.; G. Pollard, in Dizionario biografico degli Italiani, XII, 1970, 482-483.

BONZAGNI GIOVANNI ALBERTO, vedi PINI GIOVANNI ALBERTO

Parma-Parma 1576/1583
In tre diversi rogiti notarili è definito Maestro: Giovanni Giacomo de Stovanini della vic.a di S. Ambrogio riceve a prestito o deposito lire 300 imperiali da Maestro Lorenzo de Bonzaninis f. q.m. Michele della vic.a di S. Paolo, quale somma costituivano la dote di Giulia Stovanini moglie di esso Lorenzo ed era stata esatta sopra la vendita fatta a Matteo Armanini di una pezza di terra posta nella villa degli Orti Cistelli (Rogito di Andrea Cerati, Archivio Notarile Parma, 1° ottobre 1553); Maestro Lorenzo de Bonzaninis f. del fu Michele della vic.a di S. Paolo. Tutore de’ minorenni nipoti suoi Carlo e Angelo fratelli e figli del defunto Biagio de Bonzanini vende a certi Gio. Giacomo Righi e alla moglie sua Giulia de Gottani una casa murata, con pozzo, posta in Parma nella vic.a di S. Paolo pro burgo plazole in prezzo di L. 500 imp. (Rogito di Assalonne Garbazzi, Archivio Notarile Parma, 23 marzo 1556); Testimonio Lorenzo M.o de Bonzagnis f. q. Michele della vic. di S. Paolo (Rogito di Gio. Alberto Rocca, Archivio Notarile Parma, 13 gennaio 1573).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 12-13.

Parma 1600/1609
Falegname. In collaborazione col fratello Paolo costruì per Casa Farnese due archivi per servitù della camera e per archivio che fa in Rocchetta, per cui ebbe acconti di pagamento dall’anno 1600 all’anno 1609.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Mastri farnesiani; Il mobile a Parma, 1983, 253.

Parma 1575/1609
Maestro falegname e massaro (1584) dell’Arte dei fabbri ferrai di Parma. È ricordato in due rogiti notarili: Presente al testamento di Giulia da Godano moglie di Giovanni Cormani, detto de Cominis, il Sig. Paolo de Bonzagnis figlio di Maestro Lorenzo della vicinanza di San Paolo (Rogito di Ottavio Manlio, Archivio Notarile Parma, 2 marzo 1575); Maestro Paolo de Bonzagnini f. q.m. maestro Lorenzo della vic.a di S. Paolo era Massaro dell’arte dei Fabbriferrai di Parma (rogito di Gio. Alberto Rocca, Archivio Notarile Parma, 13 dicembre 1584). Come falegname, dal 1585 fu attivo per Casa Farnese. Nel 1588 costruì un baldacchino e nel periodo 1600-1609 ebbe tre acconti per due Archivi per servitù della camera e per Archivio che fa in Rocchetta in collaborazione col fratello Ortensio.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Mastri farnesiani, 9, 52, 87, 178, 231, 273; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 13 e 15; Il mobile a Parma, 1983, 253.


Parma 1458
Figlio di Paolo. Notaio della vicinia di San Bartolomeo della Ghiaia in Parma, intervenne quale secondo notaio a un atto di Galasso Leoni in data 12 agosto 1458 (Archivio Notarile Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 9.

BONZAGNINI o BONZAGNINO, vedi BONZAGNI

BONZAGNO GIOVANNI FEDERICO, vedi BONZAGNI GIOVAN FEDERICO

Solignano 1891/1911
Fu soldato del 61° aggregato al 26o Reggimento Fanteria. Fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Con fermezza e coraggio non comuni combatté validamente quando la compagnia era maggiormente premuta dal nemico, dando esempio ai commilitoni, finché cadde gravemente ferito (Derna, 16 dicembre 1911).
FONTI E BIBL.: R. Vecchi, Patria!, 1913, 4; G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.


Parma 1590
Laureato, fu podestà di Borgo San Donnino nell’anno 1590.
FONTI E BIBL.: N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.


Parma 1759/1780
Sacerdote, cantore della cappella ducale di San Paolo in Parma fino a che fu soppressa, il 12 dicembre 1779, e della Steccata in Parma dal 1759 al 1780. Fu anche cantore nei cori della corte ducale di Parma tra gli anni 1770 e 1779. Fece parte del coro agli spettacoli eseguiti in occasione delle nozze ducali del 1769 (Archivio di Stato di Parma, Spettacoli e Teatri borbonici, b. 5).
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 892-897; Archivio della Steccata, Mandati dal 1759 al 1780; Teatri, 1770-1779, cartella n. 2; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 214.

BONZANINI LORENZO, vedi BONZAGNI LORENZO

BOQUI JOSEF, vedi BOCCHI GIUSEPPE

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