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Dizionario biografico: Belenzoni-Berzolla

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BELENZONI-BERZOLLA

Parma-Parma 1441/1463
Pittore. In due distinti rogiti (in data 23 maggio e 27 giugno 1441) del notaio Gherardo Mastagi si dà contezza del Belenzoni: dum ipse Iacobus de Tolarolis vivisset in domum Cristofori pictoris sitam in dicta vicinia sancti Prosperi causa solacii prout mos suus est. Il Belenzoni viene menzionato in altri due rogiti notarili: 26 novembre 1442, Cristoforo de Belenzonibus f.q.m Magistri Nicolai citt. ed abit. in Parma nella vicinia di S. Prospero vende a Giovanni f.q.m Genesio Zandemaria una casa con orto che possedeva nella vicinia della SS. Trinità in Burgo Episcopi (rogito Giovanni Palmieri, Archivio Notarile Parma); 28 settembre 1463, Mandato di procura fatto dalla sig.ra Agnese f.q.m Niccolò da Carpaneto e moglie del fu Cristoforo de Belenzonibus, ed ora passata a secondi voti coll’egregio signor innocenzo de Borris f.q. Leonardo abit. nella vicinia di San Salvatore, in diversi causidici parmensi (rogito Galasso Leoni, Archivio Notarile Parma).
FONTI E BIBL.: Da processo criminale, tra gli atti del notaio e cancelliere vescovile Gherardo Mastagi nell’Archivio Notarile, Archivio di Stato di Parma; A. Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 451; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 6.

Parma 1416/1448
Pittore ricordato in data 23 luglio 1448 in un rogito del notaio Pietro del Bono: Magister Egidiolus de Belenzonibus filius q.m Magistri Johannis pictor habitator civitatis parme vic. Sancti Prosperi porte de Parma.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, II, 1842, 647; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 6.

BELENZONI GIOVANNI
Modena ante 1366-Parma ante 1403
Pittore, viene ricordato in diversi atti notarili: 26 marzo 1366, atto del notaio parmigiano Bernabeo Aleotti col quale Melchiorre del fu Giovanni de Bicchini, vende una casa posta nelle vicinanze di San Vitale alla quale sono confini da due la strada comune, da altra certo beneficio eretto nella Chiesa di San Vitale stesso, et ab alia mag.ri Johanis de mutina pictoris salvis aliis vrioribus confinibus. Il Belenzoni si trova ricordato similmente nei due seguenti rogiti relativi all’inventario dei beni di Melchiorre Bicchini e all’acquisto che di tale casa ne fece Bernardo del fu messer Gigliolo degli Aghinolfi della vicinanza di Santa Cristina. Questi atti portano la stessa data (13 aprile 1381): Canzelatum fuit suprascriptum instrumentum de voluntate Fratri Ardenghi. Actum parme in vicinia Sancti Vitalis penex stacionem magistri Iohanis de mutina pictoris, presentibus dicto Magistro Iohane et Lazarino muratore testibus (rogito di Pietro del Sale, nell’Archivio Notarile di Parma). Il Belenzoni è ancora ricordato in data 26 febbraio 1406: Testimonio ad un atto ricevuto dal notaio parmense Antonio q.m Gherardo de Tardeleris, Nicolao pictore f.q.m. magistri Johannis de Belenzonibus de Mutina nunc cive parm. vic. sancti Prosperi porte de parma (Archivio dei conti Bajardi di Parma). Così anche in altra pergamena del 1413 sempre del notaio Pietro del Sale.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 6-7 e 44.

BELENZONI GIOVANNI
Modena-Borgo San Donnino 1413/1417
Fu costruttore di scudi e forse pittore. È ricordato in un rogito notarile del 1° novembre 1412 (notaio Giovanni San Leonardo, Archivio Notarile di Parma). Era figlio di Giacomo e abitò nella vicinia di San Giovanni in Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 7.

Modena ante 1403-Parma 1429/1438
Figlio di Giovanni. Pittore, è ricordato in diversi atti notarili: 9 maggio 1403, Nicolaus de Belenzonibus de Mutina scudarius f.q. domini Ioannis civis parme vic.e sancti prosperi civitatis parme, porte de parme con revocando q. fecit, costituit et ordinavit suos verso et certos nuntios, actores, procuratores, providos viros Iohannem de pilizariis, Ilarium et Antonium fratres de Zutis. (rogito di Giovanni da San Leonardo, Archivio Notarile di Parma); Nicolao pictore f.q.m magistri Johannis de Belenzonibus de mutina nunc cive parme vicinae Sancti Prosperi portae de parma: così viene nominato, come testimonio, in un atto del 1406 e ancora nel 1413: Magister Nicolaus de belenzonibus pictor filius quomdam magistri Joanis civis parmae vic. sancti prosperi. Il 2 novembre 1425 comperò una pezza di terra posta nelle clausure di Parma, fuori ma presso la porta di San Basilide alla quale era limitrofo suo fratello Egidiolo de Belenzonibus. Il 7 agosto 1427 fece altro acquisto di maggiore rilevanza di terra in Casalbaroncolo. Del Belenzoni pittore nulla si può dire, fuorché congetturare che egli possa avere dipinto nella chiesa parrocchiale di San Prospero quei preziosi dipinti e scritti storici, prima della distruzione della chiesa stessa avvenuto verso il 1580: fu rasa al suolo per innalzare sulle sue rovine il Collegio delle Madri di Sant’Orsola. Il Belenzoni è ricordato in altri rogiti notarili: 27 agosto 1427, Magister Nicolaus de Belenzonibus pictor f.q.m magistri Johannis civis parme vic. Sancti Prosperi possedeva terre nella villa di Casalbaroncolo (rogito del notaio Gherardo Mastagi, nell’Archivio Notarile di Parma); 20 maggio 1428, Maestro Nicolò de Belenzonibus f.q.m domini Johannis citt. parm. della vicinanza di San Prospero nomina suoi procuratori a liti diversi causidici parmigiani e il provvido uomo Gaspare di Castagneto (rogito di Gaspare Zampironi); 22 febbraio 1439, L’onesta Signora Orsolina de Malabranchis f.q. Signor Giovanni e moglie del fu Maestro Nicolò de Bellinzonibus abitante in parma nella vicinia di San Prospero confessa aver ricevuto da Antonio Fulchini della vicinia di San Giorgio 50 lire di moneta longa in conto delle lire 200 imper. che la stessa Signora gli aveva sovvenute sino dal 9 novembre 1430 con atto del notaio parm. Giovanni Maffoni (rogito di Giovanni Francesco Sacca, Archivio Notarile di Parma); 12 novembre 1448, Testamento di Donna Orsolina di q.m Gio. Malebranchi moglie del fu Maestro Niccolò Belenzoni da Modena, pittore, abitante esso pure nella parrocchia di San Prospero in Parma.
FONTI E BIBL.: Rogito del 25 febbraio 1406 del notaio Antonio di Gherardo de Tardelevis in pergamena che si trovava presso i conti Bajardi di Parma; rogito di Giovanni da San Leonardo nell’Archivio Notarile di Parma; rogito di Gherardo Mastagi, 27 agosto 1427, in Archivio Notarile di Parma; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, vol. III, 1909; A Pezzana, Storia di Parma, vol. II, 1842 647; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 67; Dizionario Enciclopedico Pittori e Incisori, 1990, I, 445.

BELENZONI NICOLò, vedi BELENZONI NICCOLò

BELGRADO GIACOMO, vedi BELGRADO IACOPO

Udine 16 novembre 1704-Udine 26 marzo 1789
Nacque da nobile famiglia friulana. Compiuti i primi studi di lettere greche e latine a Padova, entrò nella Compagnia di Gesù il 16 novembre 1723. Proseguì negli studi di filosofia e matematica a Bologna e in quelli di teologia a Parma. Dopo un periodo di insegnamento delle lettere umane nel collegio gesuitico di Venezia, assunse nel 1738 la cattedra di matematica e fisica nello Studio parmigiano, che pare abbia tenuto per dodici anni. Dall’insegnamento trasse in larga misura le occasioni e gli argomenti per una letteratura scientifica quantitativamente rilevante ma qualitativamente disuguale, probabilmente proprio a causa della sua origine e destinazione scolastica. Non più che illustrazioni di esperimenti o di temi trattati nelle lezioni sono infatti alcune operette uscite a Parma tra il 1738 e il 1748. Più originali e importanti sono alcune altre opere dello stesso periodo: Ad disciplinam mechanicam, nauticam et geographicam acroasis critica et historica (Parmae, 1741),  De corporibus elasticis disquisitio physicomathematica (Parme, 1747),   I fenomeni elettrici con i corollarj da lor dedotti, e con i fonti di ciò che rende malagevole la ricerca del principio elettrico (Parmae, 1749). Pare che il Belgrado rinunziasse all’insegnamento nello Studio di Parma nel 1750, allorché assunse la carica di confessore e teologo di Filippo di Borbone, nonché quella di matematico per la Real casa. La protezione del Duca permise al Belgrado di continuare la sua attività scientifica nelle migliori condizioni: tra l’altro gli consentì nel 1757 la realizzazione di un osservatorio astronomico nel collegio gesuitico di Parma che diede anche occasione a due nuove operette, Dell’azione del caso nelle invenzioni e dell’influsso degli astri ne’ corpi terrestri e Observatio defectus Lunae habitae Parmae in novo observatorio patrum Societatis Iesu die 30 iulii 1757, ambedue pubblicate a Parma nel 1757. Il periodo che il Belgrado trascorse alla Corte ducale fu particolarmente fecondo di risultati scientifici e di riconoscimenti accademici: soprattutto importante è l’opera De utriusque analyseos usu in re physica (Parmae, 1761-1762), che ebbe larga risonanza ottenendogli l’aggregazione all’Accademia delle scienze di Parigi, certamente il più cospicuo riconoscimento scientifico conseguito dal Belgrado, il quale peraltro fu socio di analoghi istituti accademici di Bologna, Padova, Siena, Cortona, Ravenna e Udine, oltre che socio fondatore della colonia arcadica di Parma, col nome di Damageto Crispeo. Sempre di questo periodo sono anche due dissertazioni del Belgrado, Della riflessione de’ corpi dall’acqua e della diminuzione della mole de’ sassi ne torrenti, e ne’ fiumi, e due lettere inserite nel quarto volume della raccolta antologica Symbolae litterariae (Florentiae, 1753, pp. 129 ss., 134 ss.), rispettivamente illustranti una basis Ariminensis inscriptio militaris recens inventa e il tema De crassitie laterum quibus utebantur. Bruscamente e del tutto imprevisto per il solido prestigio che egli si era acquistato nella piccola Corte borbonica giunse nel novembre del 1763 il congedo del Belgrado dalle cariche che ricopriva presso il Duca. Il provvedimento, ispirato dal teatino Paolo Maria Paciaudi, fiero avversario dei gesuiti e divenuto assai influente presso il Du Tillot, fu una prima significativa avvisaglia della politica religiosa che il ministro borbonico avrebbe fermamente attutato negli anni seguenti. Pare però che il Belgrado abbia conservato lo stipendio, poiché esso gli fu ancora confermato al momento dell’espulsione dei gesuiti dallo Stato. Senza più alcuna veste ufficiale, il Belgrado continuò tuttavia la sua intensa produzione scientifica: nel 1764 pubblicò a Parma una dissertazione Delle sensazioni del calore, e del freddo, e nel 1767, sempre a Parma, Theoria Cochleae Archimedis ab observationibus, experimentis, et analyticis rationibus ducta. Soprattutto diede impulso a una Nuova raccolta d’autori che trattano il moto dell’acqua, utile solloge in sette volumi di scritti italiani sul tema indicato dal titolo, nonché su quello delle architetture idrauliche e in genere sulle opere di sistemazione del corso dei fiumi. La raccolta fu pubblicata a Parma tra il 1766 e il 1768 e ristampata a Bologna tra il 1823 e il 1845. Accanto a questi interessi scientifici venne maturando nel Belgrado in questo periodo una viva curiosità per l’archeologia. Già nel 1749 aveva pubblicato a Venezia alcune lettere a Scipione Maffei in cui discorre, oltre che de rebus physicis, dei recenti scavi di Resina e di argomento archeologico è anche una delle lettere antologizzate, come si è visto, nel 1753. Nel 1764, appena congedato dalla Corte di Parma, compì un viaggio a Ravenna dove ebbe modo di esaminare nella chiesa di San Vitale due bassorilievi rappresentanti due troni simili del dio Nettuno. A illustrazione di questi pubblicò a Cesena nel 1766 la dissertazione Del trono di Nettuno, nella quale trae argomento da un attento esame dei due bassorilievi, minuziosamente interpretati con passaggi di Omero, con le medaglie e con il raffronto ad altri monumenti antichi, per proporre l’esistenza in Ravenna di un tempio del dio, del resto attestata da varie iscrizioni. L’operetta si conclude con una digressione sull’architettura e sul gusto del monumento in genere, che anticipa un’opera assai più tarda del Belgrado, una dissertazione Dell’architettura egiziana pubblicata a Parma nel 1786, nella quale si cerca di dimostrare la superiorità dell’architettura egizia su quella greca. I tranquilli studi del Belgrado vennero nuovamente turbati nel febbraio del 1768, allorché il duca Ferdinando di Borbone, facendo seguito agli analoghi provvedimenti presi dalle corti di Portogallo, di Francia, di Spagna e di Napoli e come rappresaglia al monitorio contro Parma di papa Clemente XIII, bandì dallo Stato i gesuiti. La Compagnia attribuì al Belgrado la nuova sede del collegio gesuitico di Santa Lucia a Bologna, del quale egli fu nominato rettore il 23 dicembre dell’anno successivo. In questa qualità nel 1773 gli toccò di affrontare il cardinale Malvezzi, arcivescovo di Bologna, quando questi, in ottemperanza alle disposizioni di papa Clemente XIV, intraprese a Bologna la chiusura dei noviziati tenuti dai gesuiti e la riduzione di essi sotto l’autorità episcopale, come misura preparatoria allo scioglimento della Compagnia. Secondo le istruzioni del generale della Compagnia, Lorenzo Ricci, il Belgrado si oppose con tutti i mezzi a sua disposizione all’iniziativa dell’arcivescovo: quando nel maggio il Malvezzi secolarizzò gli studenti delle scuole gesuitiche, egli si rifiutò di ottemperare al provvedimento e redasse un memoriale al Pontefice, nel quale si fa appello contro di esso alla bolla Suprema di papa Clemente X. Pare tuttavia che questo scritto non arrivasse mai a Clemente XIV. Di fronte alla ferma opposizione del Belgrado, il Malvezzi dapprima minacciò di deporlo dalla carica e infine, il 5 giugno, lo fece arrestare e accompagnare alla frontiera di Modena, misura che, secondo quanto scrive all’arcivescovo di Bologna monsignor Macedonio, segretario dei memoriali, fu approvata senza riserve dal Papa. Modena offrì asilo al Belgrado per ben poco tempo: pubblicato il breve pontificio di soppressione della Compagnia di Gesù, egli fu costretto ad allontanarsi anche da questa città. Trovò rifugio a Udine, presso il fratello Alfonso, e qui, dopo tante disavventure, ricevette il titolo comitale per sé e per la sua famiglia, conferitogli il 25 agosto 1777 dal duca di Parma Ferdinando di Borbone, il quale, liberatosi dalla tutela delle maggiori corti borboniche, andava revocando i provvedimenti presi dal Du Tillot in materia religiosa, sanandone gli effetti. Il Belgrado, che nel periodo bolognese pubblicò le dissertazioni Della rapidità delle idee (Modena, 1770) e Della proporzione tra i talenti dell’uomo, e i loro usi (Padova, 1773), non rinunziò nemmeno nel rifugio udinese alla letteratura scientifica: nel 1777 pubblicò a Udine una dissertazione, De telluris viridatate, e nel 1783, a Ferrara, Del sole bisognevole d’alimento e del Oceano abile a procacciarglielo, dissertazione fisico-matematica. Ma sostanzialmente, nell’ultimo periodo della sua vita, il Belgrado si rivolse alla meditazione religiosa e alla redazione di opere devote con intenzioni e modi del tutto tradizionali, senza più alcuna traccia della vivacità di interessi e del curioso spirito indagatore che aveva animato, al di là dei risultati, la sua vasta e varia esperienza scientifica. Del resto egli stesso precisa il proprio punto di vista in proposito in una lettera a Pietro Zuliani del 30 gennaio 1782: Siamo in un secolo, dove si ama più che mai il nuovo. Ma io credo che il nuovo stia bene nelle scienze, nelle scoperte, nelle arti; ma negli affari di religione e della Chiesa sia bene non muover nulla (Sette lettere inedite dell’abate Jacopo Belgrado della Compagnia di Gesù dirette all’abate Pietro Zuliani, professore nell’Università di Padova, a cura di don Morosini, Padova, 1849). La maggior parte di questa particolare letteratura è rimasta tuttavia inedita. A stampa si hanno, oltre a De vita B. Torelli Puppiensis Ord. Vallisumb. commentarius, pubblicato a Padova nel 1745, Dall’esistenza nel nostro mondo d’una sola spezie d’esseri ragionevoli e liberi s’arguisce l’esistenza di Dio (Udine, 1782) e i postumi Ragionamenti sacri su le tre prigionie di San Giovanni Battista, di San Pietro e di San Paolo (Udine, 1824). La più significativa tra queste opere del Belgrado è Dell’esistenza di Dio da’ teoremi geometrici dimostrata (Udine, 1777), un curioso anche se non nuovo tentativo di far convergere riflessioni sulla geometria e dimostrazioni teologiche. I principî geometrici, sostiene il Belgrado, sono verità eterne, necesarie, immortali, fornite di un ordine intrinseco, di un’armonia perfetta, di una evidenza precisa e certa; la geometria è come una scala armonica, composta d’infiniti gradini; Archimede, Euclide e Newton, gli ingegni sommi di questa scienza, hanno conosciuto soltanto i gradini primi della scala infinita; per conoscerli tutti occorre una mente infinita, un Ente intelligente che comprenda in sé tutta la geometria e che al tempo stesso ne sia l’autore, poiché solo l’autore può averne perfetta scienza. La produzione scientifica del Belgrado è varia per i temi e ineguale per l’impegno. In essa non manca, tuttavia, un carattere costante, costituito dal notevole grado di chiarezza espositiva e della tendenza a formalizzare il ragionamento in senso matematico. Lo scritto I fenomeni elettrici (1749), dedicato al Duca di Parma, appartiene al primo periodo della vita del Belgrado, che si può considerare concluso nel 1750. Tale scritto uscì in un momento di massimo interesse per i fenomeni dell’elettricità. Dopo la riscoperta degli elementari fenomeni di elettrizzazione per strofinio, avvenuta agli inizi del secolo, nel quarto decennio S. Gray osservò i fenomeni della conduzione, dell’isolamento e dell’influenza elettrostatica, mentre C.F. du Fay riuscì a distinguere le due elettricità resinosa e vitrea. Nel 1745 infine E.J. von Kleist e P. van Musschenbroeck scoprirono casualmente la bottiglia di Leida. Tra la fase degli studi sull’elettricità rappresentata da questi autori e quella che avrebbe visto sorgere le teorie, monistiche e dualistiche, di B. Franklin, G.B. beccaria e R. Symmer, s’inserì l’opera del Belgrado. Essa è suddivisa in tre articoli, i quali con rigorosa progressione metodologica espongono i fenomeni elettrici, i corollari da fenomeni elettrici dedotti e le fonti delle difficoltà nello scoprimento della natura, e cagione de’ fenomeni elettrici. La sperimentazione del Belgrado non acquisì osservazioni nuove di particolare interesse. È notevole, invece, il metodo di ragionamento, sia per le misurate definizioni, sia per la costante ricerca di analogie tra i fenomeni elettrici e altri meglio noti, soprattutto i luminosi e i termici. Il Belgrado, che in seguito compose un suo abbozzo di filosofia della scienza, è criticamente consapevole già ne I fenomeni elettrici. Il suo esempio è la fisica newtoniana e dal Newton egli ricava la perfetta regola dell’ottimo filosofare (pagina 29): ammettere solo i principî necessari a spiegare i fenomeni. Confortato da questo criterio, il Belgrado esprime l’avviso che si dovesse formulare prima l’ipotesi di un solo principio elettrico (pagina 27). Ma il Belgrado dubita che si potesse mai giungere allo scoprimento della natura, e cagione dei fenomeni elettrici. Richiamandosi a Locke e pur risentendo del deteriore sostanzialismo scolastico, il Belgrado giunge a definire una sua moderna veduta del procedimento ipotetico delle scienze naturali (pagina 37). La rinunzia all’insegnamento e la protezione del Duca permisero al Belgrado di dedicarsi appieno agli studi dopo il 1750. In questo tempo nacque l’opera più organica che egli abbia lasciato, il De utriusque analyseos usu in re physica (1761-1762), la quale s’inserì in una corrente di studi che, attraverso quelli di G. Grandi, dei fratelli Eustachio e Gabriele Manfredi e di I. Riccati, nella prima metà del secolo portò in Italia i metodi infinitesimali di Newton e di Leibniz, ridestando l’interesse per la geometria e per l’analisi. Nella dedica encomiastica a Ferdinando di Borbone, figlio decenne del Duca, il Belgrado non manca di richiamarsi a certa filosofia sensistica, cara al Condillac, precettore di Ferdinando di Borbone, ai cui studi il De utriusque analyseos sarebbe dovuto servire. Il primo volume, De analyseos vulgaris usu, contiene un’ampia dissertazione (pagine 1-24) sull’uso dell’analisi nella fisica. Fisica, geometria e analisi non rappresentano, però, per il Belgrado, gradi successivi di astrazione concettuale e non sono tra loro congiunte da implicazioni successive. La fisica usa il procedimento analitico anche per la trattazione delle masse, dei volumi, dei pesi, delle densità degli attriti e delle forze di coesione (I, pagina 8). Per applicare l’analisi alla fisica si richiedono tre condizioni: definire le quantità delle masse, dei volumi e delle densità, poter trasferire queste quantità nel linguaggio analitico e poter istituire tra le quantità rapporti geometrici o aritmetici (pagina 9). Ma il Belgrado aggiunge che non mancano problemi, né fisici né geometrici, passabili di formulazione matematica e di trattazione analitica: con questo richiamo il Belgrado sembra legato a vedute ancora tradizionalmente quantitative del formalismo matematico. Poste queste premesse, il Belgrado formula e risolve nel primo volume problemi di idraulica, statica, astronomia, ottica, balistica, centrobaryca, fisica dei gas, architettura, meteorologia, igrometria, de motu uniformi, et accelerato, de pendulis, de corporum collisione, de cohaerentia corporum, acustica, nautica, geografia e gnomonica. Alcuni di questi argomenti e altri ancora (de viribus centripetis, et centrifugis, de communicatione motus, de centro oscillationis et motu oscillatorio, de viribus motui corporum resistentibus) tornano nel secondo volume, De analyseos infinitorum usu, dedicato a problemi che il Belgrado affronta con l’analisi infinitesimale. Le premesse concettuali del lavoro sono così formulate dal Belgrado: Quemadmodum vero corpora ex superficiebus, hae ex lineis, lineae vero ex punctis conflantur, in quae ea demum resolventur; ita ex perpetuo puncti fluxu lineam, ex fluxu lineae superficiem, ex huius vero flexu solida, seu corpora gigni, et condi aptissime fingitur. Elementa ista, seu linearum, seu superficierum, seu corporum aliquando indivisibilia, mox ab aliis infinitesima, seu differentialia, ab aliis ultimo evanescentia, vel primo nascentia, ab aliis denique fluxiones dici cepta sunt, nomen idoneum nacta explicandae indoli, et naturae huiusmodi elementorum (II, pagina 2). La geometria, nella prospettiva concettuale del secondo volume del De analyseos usu, si pone, dunque, come un tramite necessario tra la fisica e la matematica. Nel trattatello Delle sensazioni del calore, e del freddo (1764) il Belgrado che, assecondando il costume intellettuale del tempo, manifestò convinzioni filosofiche in più passi delle sue opere, elaborò i principi di una gnoseologia e di un’epistemologia delle scienze naturali. La gnoseologia del belgrado è sensistica: le sue fonti culturali sono Locke e d’Alembert, che il Belgrado cita (pagina 6), rivelando, qui come in numerosi altri passi delle sue opere, la propria dimestichezza con la cultura europea. Dove finiscono le impressioni organiche, provocate dall’azione degli obbietti, incominciano le sensazioni animistiche (De analyseo, pagine 4 ss.). Il Belgrado si propone di vedere se e come si possa giungere a un giudizio obiettivo sugli eventi fisici. Il problema è aggravato nel Belgrado non soltanto dalla pregiudiziale sensistica, ma anche da un’intuizione meccanicistica della natura. Gli oggetti sono materia, e forza, e moto, mentre in noi acquistano quasi infinite nature, e forme di luce e di suono, di calore e di freddo, di dolce e d’amaro (pagine 5 s.). Il Belgrado muove da un’affermazione fisiologica, la quale trova largo riscontro nell’anatomia del tempo: Gli organi destinati dalla natura ad accogliere le nozioni degli obbietti sono principalmente le fibre, e tra queste le menome, come quelle, che ad ogni menomo urto, e, per così dire, solletico si risentono, si scuotono, oscillano e propagano l’impressione (pagina 20). Una prima causa di soggettività delle sensazioni è il diverso angolo d’incidenza dello stimolo sulla fibra, che provoca una diversa distensione della medesima fibra. Altra causa di soggettiva percezione dello stimolo è la non perfetta elasticità della fibra, che stenta, quindi, a riprendere lo stato primitivo e si presenta a un secondo stimolo in uno stato abnorme. Queste cause di soggettività delle sensazioni sono passibili di espressione matematica e geometrica, ma tutto ciò non serve al singolo caso. Quindi vieppiù s’avvera il comune dettato, che nelle quistioni fisiche convien disperar del preciso, appagarsi del prossimo, e confessare, che le vedute dell’umana mente son corte (pagina 204). Il secondo scritto scientifico del Belgrado che possiede un’autentica originalità, la Theoria cochleae Archimedis, appartiene al 1767, cioè al periodo successivo al congedo del Belgrado dalla Corte ducale. Secondo il Belgrado, la coclea fu veramente scoperta da Archimede: e ciò egli ritiene possa essere confermato dall’esame approfondito di quello stesso testo di Vitruvio (De architectura, VII, proemio, e IX, 3), che aveva indotto altri a dubitare dell’attribuzione. Il Belgrado procede poi a risolvere il paradosso della coclea mediante l’analisi geometrica della sua struttura e la formulazione matematica del suo funzionamento. La coclea deve essere costituita da un involucro cilindrico, dentro il quale si svolga un elicoide di passo quasi pari al diametro del cilindro, avente al centro un albero intorno al quale possa ruotare il complesso. Il paradosso della macchina, dove l’acqua sale da un livello inferiore, è solo apparente, poiché qui rem ad vivum resecant, et ad trutinam severiorem singula revocant, nihil huiusmodi in ea agnoscunt, quod naturae ingenio non conveniat (pagina 24). Il moto ascensionale di una particella liquida è null’altro che la risultante del comporsi di due moti: quello impressole dalle spire dell’elicoide e quello gravitario.
FONTI E BIBL.: Il Belgrado non è annoverato nel Bollettino di storia delle matematiche del Boncompagni; viene ricordato, invece, nella classica Histoire des mathèmatiques (III, Paris, 1800, 766) di J.E. Montucla, che sottolinea l’importanza della Theoria cochleae Archimedis; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, 2, Brescia, 1760, 626-629; C. Belgrado, Commentario della vita e delle opere dell’abate conte Iacopo Belgrado, Parma, 1795; R.D. Caballero, Bibliothecae scriptorum Societatis Iesu supplementa, Roma, 1814, 93-95; G.B. Ferrari, Vitae virorum illustrium seminari Patavini, Patavi, 1815, 269; C. von Würzbach, Biographisches Lexicon des Kaiserthums Oesterreich, Wien, 1856, I, 238; P. Riccardi, Bibliotheca mathematica italiana, Modena, 1870, coll. 102-105; F. di Manzano, Cenni biografici dei letterati ed artisti friulani, Udine, 1887, 32; M. Danvila y Collado, Reinado de Carlos III, III, Madrid, 1894, 178, 520 s.; L. von Pastor, Storia dei papi, XVI, 1, Roma, 1933, 741, 916, e 2, 207-209; G. Castellani, Contributo di Gaetano Luigi Marini e di Giovanni Fantuzzi alla storia della soppressione dei gesuiti, in Archivum Historicum Societatis Iesu XI 1942, 103-105; Sommervogel, I, coll. 1143-1149; E. Lamalle, in Enciclopedia Cattolica, II, 1949, 1177; F. Rizzi, I professori dell’Università di Parma attraverso i secoli, Parma, 1953, 44, 67 e seg.; V. Cappelletti, in Dizionario Biografico degli Italiani, VII, 1965, 574-578.

BELGRADO JACOPO, vedi BELGRADO IACOPO

BELIARDI, vedi BELLIARDI

BELINO PIETIRO o PIETRO, vedi BELLINI PIETRO

BELLACANNA, vedi MANTELLI LUIGI

Parma 13 ottobre 1594-Parma 2 luglio 1651
Nacque dal dottor Febo e da una gentildonna della famiglia Marinoni, di cui si ignora il nome. Affidato fin dall’infanzia all’avo materno Cesare Marinoni, gentiluomo di corte al servizio dei principi di San Secondo, con lui, mentre il genitore era podestà in Fiorenzuola e commissario nei fondi di casa Borromeo, passò i suoi primi anni di vita, fino al dodicesimo. Una volta che fu rimpatriato il padre (che aveva ottenuto la cattedra legale all’Università di Parma), la famiglia si ricongiunse. Il Bellacappa, frequentate le scuole e compiuto il corso di belle lettere, a sedici anni, guidato spiritualmente dal venerando padre Giovanni Balestrazzi di Parma, decise di abbracciare la vita dei Francescani Osservanti. Il 4 ottobre 1610 ne vestì l’abito nel convento delle Grazie, sopra Rimini. Ebbe a maestro di noviziato il padre Aurelio di Rimini. Studiò filosofia in Cortemaggiore, ove trovò precettori cospicui per virtù e dottissimi per scienza. Passò quindi in Bologna allo studio di sacra teologia. Qui pure ebbe eccellenti maestri, tra i quali il padre Celso Zani, fiorentino, autore di opere erudite e che poi fu vescovo di Città della Pieve. Terminati gli studi in Piacenza e raccomandato dal duca Ranuccio Farnese al cardinale Varallo, si portò nel 1615 a Roma. Da Roma ripartì nel 1619 per recarsi, in qualità di lettore di Teologia, prima ad Alessandria, poi a Cortemaggiore e finalmente a Bologna. A Bologna si diede anche alla predicazione evangelica e acquistò fama di uomo dotto e letterato. Durante la fiera peste del 1630, il Bellacappa, uscito dal convento poiché destinato al pubblico lazzaretto, si ritirò invece a Crespolino con Girolamo Grassi e altri cavalieri e poté sfuggire al contagio. Fatta poi rinuncia della cattedra nel 1632, ritornò a Parma, ove resse il convento dell’Annunziata in qualità di Guardiano. L’anno appresso fu eletto Definitore e Visitatore. Per il periodo in cui fu Guardiano dell’Annunziata, si sa che nel 1632 pose mano alla fabbrica del braccio di Convento che s’innalza tra il claustro e il cortile rustico e che fece fare la campana maggiore della torre, sulla quale stanno scolpite due immagini, la Madonna col Bambino in braccio e San Francesco in atto di ricevere le Stimmate, e sotto la seguente scritta: P. Angel. Bellacappa L. Theol. Gen. Et Guard. F. F. Anno MDCXXXII. Il Capitolo fratesco del padre Sebastiano Chiesa, gesuita, lo annovera tra quei claustrali che ai suoi giorni erano più noti per fama. Il padre Fernando di Bologna lo ritenne uomo di grande stima nella teologia scolastica e di grido nella predicazione. Il Bellacappa fu anche Esaminatore sinodale.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie delgi scrittori e letterati parmigiani, 1797, V, 193-194; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 76-79.

BELLARDI, vedi BELLIARDI

BELLEDI ANNA, vedi BARILLI ANNA


Parma XVI/XVII secolo
Poeta che deviò dal buon gusto e si mise a seguire la scuola Marinesca, amante di novità.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3-4 1959, 198.


Bedonia 1863-Bedonia 1937
Sacerdote e docente di lettere, durante gli anni in cui fu curato nella parrocchia di San Pietro a Piacenza (1894-1899), fondò e diresse una corale che divenne famosa in città, esibendosi ovunque e rivelando, tra l’altro, le doti del futuro tenore Italo Cristalli. Il repertorio di questo complesso era quasi interamente di sua composizione. Trasferito nel 1899 come docente di lettere al seminario di Bedonia, vi insegnò fino alla morte. Anche qui fondò una società corale, che si esibiva durante le funzioni solenni con le composizioni del Bellentani. Nel Carnevale del 1900 musicò alcune parti di un dramma sacro, che venne rappresentato con successo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Nizza Marittima 3 febbraio 1863-Dogali 26 gennaio 1887
Figlio del generale Vincenzo e di Teresa Bovis. Nato da famiglia parmense, trascorse a Parma la maggior parte della gioventù. Fu incline più alla vita avventuraosa che allo studio. A dieci anni, trovandosi ad Albenga, fuggì per qualche giorno sul mare con altri coetanei e solo a stento i familiari poterono ricondurlo a casa. Due anni dopo entrò nella Scuola di Marina Militare a Napoli, viaggiando poi a bordo della nave scuola in Oriente, Spagna, Francia e Inghilterra. Al ritorno abbandonò Napoli per passare alla Scuola di Livorno, completando gli studi militari in quella di Modena, da dove uscì ufficiale di cavalleria. Chiese allora di essere inviato in Colonia (Massaua), progettando viaggi nell’interno dell’Africa. Ma la guerra in Abissinia lo distolse da ogni progetto avventuroso. Nella gloriosa giornata di Dogali combatté da prode. Decimato il proprio reparto (41° Reggimento Fanteria), continuò a combattere sino all’ultimo, facendo fuoco sul nemico col proprio fucile. Ferito al braccio sinistro, trovò ancora la forza di scaricare la rivoltella contro gli Abissini che avanzavano. Impugnò quindi la spada con la quale ferì al collo un capo etiopico che portava un collare di pelo con piccoli sonagli, in segno di dignità e di comando. Circondato infine dai nemici soverchianti e mortalmente ferito al fianco sinistro, il Bellentani cadde senza un lamento, con l’arma ancora stretta nel pugno destro. Morì dopo diverse ore d’agonia. Gli venne concessa la medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Per la splendida prova di valore data nel combattimento del 26 gennaio 1887 a Dogali. Il Bellentani fu il primo ufficiale di Parma caduto per la conquista dell’Impero e fu ricordato nella lapide che il Comune di Parma eresse nel Palazzo Civico a memoria dei prodi che s’immolarono in battaglia.
FONTI E BIBL.: Parmensi nella conquista dell’Impero, 1937, 41-42.

Torrile 1862-Parma 28 febbraio 1941
Nato da povera famiglia, si trasferì a Roma all’epoca dello sviluppo della fine del XIX secolo e fece fortuna nel campo dell’edilizia. Appassionato della musica e del canto, quando nel 1921, assieme alla soppressione del Convitto musicale di Parma, fu ventilata quella del Conservatorio stesso, visitò a Roma, dove risiedeva, tutti i Parmigiani autorevoli affinché, tramite relazioni personali, contribuissero a scongiurare il pericolo. Da quella data ogni suo tentativo fu teso alla riapertura del Convitto. Senza legami familiari, liquidate per l’età le sue varie attività, ritornò a Parma con una notevole sostanza e divenne assiduo frequentatore dei concerti. Alla morte, lasciò il Conservatorio di Parma erede del suo patrimonio affinché, con le rendite, fossero istituite delle borse di studio (le più ricche in Italia) che attirassero i giovani a studiare canto.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia di Parma, 1998, 123-124.

Sorbolo 5 aprile 1824-post 1894
Nel 1847 fece parte, coll’esercito parmense, del corpo d’operazione in Lombardia. Partecipò da sottufficiale alla campagna del 1848 e, promosso sottotenente nel 23° fanteria delle truppe lombarde, prese parte alla campagna del 1849 e alla spedizione d’Oriente (Crimea) del 1855-1856. Si distinse nella campagna del 1859 meritandosi una medaglia di argento al valore nel fatto d’armi di Palestro e riconfermò brillantemente il suo eroismo nella campagna di Ancona e Bassa Italia (1860-1861), durante la quale si guadagnò una medaglia di bronzo al valore per la presa di Perugia e l’assedio di Ancona e la croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoja per la presa di Capua. Fu insegnante alla Scuola Militare di Modena (1862-1866), e prese parte, quale capitano addetto al quartier generale principale, alla campagna del 1866. Promosso Colonnello (1878), comandò il 46° e il 64° Reggimento Fanteria, dopo aver trascorso due anni nell’arma dei carabinieri reali quale comandante della Legione Torino e della Legione Allievi. Collocato in posizione ausiliaria a sua domanda (1885), raggiunse nel 1894 il grado di maggiore generale nella riserva.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Militare, 1925, 166; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 56.

Parma 1890-1910
Lavorò come Capomastro ai restauri della chiesa di Vicofertile (1910) insieme all’architetto Lamberto Cusani. Fu uno dei firmatari del plebiscito contro i restauri collamariniani della chiesa della Steccata di Parma.
FONTI E BIBL.: Gli anni del Liberty, 1993, 155.

BELLETTI BERNARDINO, vedi BELLETTI FERDINANDO

Collecchio 1900-Parma 1962
Ordinato sacerdote nel 1926, fu cappellano vescovile, mansionario della Cattedrale di Parma, rettore, insegnante ed economo del seminario di Berceto, dove rimase fino al 1931. Fu quindi parroco di Mariano. Dal 1934 al 1944 fu cappellano delle carceri di San Francesco a Parma, ove si sforzò di alleviare le sofferenze dei reclusi, in particolare di quelli incappati nelle ire dei nazifascisti. Assisté fino all’ultimo i valorosi ammiragli Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, fucilati il 24 maggio 1944. Nello stesso anno venne chiamato a reggere la parrocchia di Sant’Alessandro in Parma. Fu direttore dell’Ufficio missionario diocesano (dal 1926 al 1929), segretario dell’Ufficio catechistico (dal 1934 al 1947) e cappellano onorario dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Insegnò per un trentennio alle scuole Romagnosi e Parmigianino di Parma.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 42.


Parma 1831
Fu uno di coloro che in Parma il 13 febbraio 1831 disarmarono le truppe del Ducato. Figurò perciò nell’elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 142; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 126-127.

Collecchio 1937-Collecchio 30 maggio 1998
Dopo la laurea conseguita al Politecnico di Milano nel 1963 intraprese la libera professione dedicandosi alla realizzazione di edifici residenziali: dalla casa unifamiliare al condominio. Contemporaneamente estese i suoi interessi culturali al campo della ricerca sistematicamente orientata allo studio della città antica e moderna, traendo spunti dai grandi piani proposti da Le Corbusier. Alcuni anni dopo il Belletti fu attivo nel Comune di Parma in veste di dirigente del settore urbanistico, ruolo che lo vide impegnato nel decennio 1978-1988, dimostrando una notevole competenza. Nel quadro della sua attività spiccano il progetto di sistemazione dell’area settentrionale del centro storico comprendente il monumento a Vittorio Bottego, il disegno, particolareggiato per la riorganizzazione del piazzale Santa Croce (porta storica della città) e la sistemazione del settore antico di Viale Piacenza. Notevole fu il suo contributo alla progettazione e organizzazione del Piano di edilizia popolare Emilia-Sud. Raggiunto il pensionamento, riprese nella sua residenza di Collecchio l’attività professionale, mantenendo i rapporti con gli uffici comunali quale membro della Commissione edilizia.
FONTI E BIBL.: G. Capelli, in Gazzetta di Parma 30 maggio 1999,28.

Parma-Mazaleon 30 marzo 1938
Figlio di Giuseppe e di Rosa Pecorari. Camicia nera del 538° battaglione Camice Nere, fu decorato con medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: In una pericolosa azione scattava audacemente avanti incurante del fuoco micidiale delle mitragliatrici nemiche. Rimasto gravemente ferito continuava a trascinarsi verso le posizioni avversarie finché esausto, cadeva a terra esprimendo il suo rammarico per non poter continuare a combattere contro i nemici del Fascismo. Per non distogliere dal combattimento i compagni rifiutava le prime medicazioni, esortandoli a proseguire nella lotta. Studente universitario, elemento pieno di esuberante entusiasmo e di pura fede fascista si distinse sempre in ogni precedente azione.
FONTI E BIBL.: G. Sitti, Eroismo dei legionari, 1940.

Collecchio 1836/1858
Fu eletto sindaco di Collecchio l’11 ottobre 1848 e dispensato il 27 luglio 1849. Fu consigliere anziano tra il 14 maggio 1836 e il 15 dicembre 1858 e deputato d’acque e strade tra il 28 luglio 1842 e il 24 novembre 1857.
FONTI E BIBL.: Indice analitico ed alfabetico della Raccolta generale delle leggi per gli Stati Parmensi degli anni 1846 al 1850, VIII, Parma, 1853, 119; Malacoda 8 1986, 35.

BELLETTI ROMEO
Sissa 1899-Rio Baboso. Piana di Sernaglia 27 ottobre 1918
Figlio di Ferdinando. Fante del 4° Reggimento Fanteria, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Visti reparti nemici che si avvicinavano alla nostra linea, di slancio si gettava contro di essi. Soverchiato dal numero, resisteva con mirabile tenacia finché cadde colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino ufficiale, 1919, Dispensa 34, 2387; Decorati al valore, 1964, 116.

BELLETTI ROMEO
Corniglio-Corniglio 1966
Fu appassionato raccoglitore di materiale storico e folcloristico.
FONTI E BIBL.: La morte a Corniglio del cav. Romeo Belletti, in Gazzetta di Parma 19 aprile 1966; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 94.

Parma 14 maggio 1826-Corrientes 24 settembre 1902
Sacerdote e musicista. Vestì l’abito dell’Ordine Francescano il 15 giugno 1844 e nel 1848 fu fatto sacerdote. Fu professore nel Collegio dei Francescani dall’11 dicembre 1854. Partì per l’Argentina come missionario, seguendo padre Adriano da Carmagnola, il 12 dicembre 1860. Passò molto tempo nella provincia di Corrientes, nel cui collegio per quarantadue anni insegnò musica e compose opere di carattere religioso.
FONTI E BIBL.: Biblioteca di Terrasanta, XIII, 1930, 403; Gazzetta di Parma 3 luglio 1989, 3.

Langhirano 1907-Parma 1961
Laureato in Giurisprudenza a Parma, si specializzò in Germania. Tornato a Parma, mosse i pri

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