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Dizionario biografico: Basalei-Beiliardi

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BASALEI-BEILIARDI

Parma prima metà del XVI secolo
Pittore operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane.

1474-Parma 6 marzo 1536
Nel Sinodo di Alessandro Farnese (1519) è ricordato D. Polidorus Basalupus Guardachorus della Cattedrale di Parma. Il Basalupo ebbe anche la cura dell’Oratorium Annunciationis in Castro Soranea. Fu tenuto in grande onore per il suo splendido modo di cantare. Morì a 62 anni d’età.
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 178.

Vairo maggio 1798-Palanzano 1 aprile 1888
Figlio di Lorenzo e Lucia Placidi. Nascere nella famiglia di una casata prestigiosa, protagonista nei secoli della storia delle Valli dei Cavalieri, gli permise di formarsi in un ambiente colto, amante dell’arte ma anche vicino al mondo della politica e presente, con numerosi rappresentanti, nella pubblica amministrazione. Il Basetti si mostrò ben presto degno seguace delle tradizioni familiari: dodicesimo di sedici figli, laureatosi in medicina e chirurgia a Parma nel 1822, coltivò sin dalla giovinezza, accanto all’interesse per la professione medica che lo rese presto stimato dai colleghi, l’amore per la poesia. Di memoria ferrea, conosceva l’intera Divina Commedia di Dante a memoria, quasi tutto il Tasso, l’Ariosto e i versi più belli dell’Alfieri, del Metastasio e del Mazza. Declamava anche molto bene, specialmente i versi romaneschi del Belli. Fu il Basetti che spiegò allo Scaramuzza i più reconditi e sublimi concetti della Divina Commedia. Poeta egli stesso e spirito romantico, si guadagnò la reputazione di buon letterato per le sue ricerche sulla poesia popolare e la pubblicazione, peraltro anonima, di una raccolta di rispetti, produzione del mondo contadino influenzato dall’apparato lessicale degli emigranti stagionali toscani che si trasferivano nella Val d’Enza per il tempo della mietitura. Fu il primo a coltivare in Italia interessi folkloristici, raccogliendo, con cura per gli aspetti linguistici, questi canti popolari dell’Appennino Emiliano (pubblicati a cura di P. Oppici come Saggio di poesie contadinesche su la Gazzetta di Parma del 12 e 24 maggio 1824; in seguito più volte ristampati, a partire dal Tommaseo, che li accolse nella sua raccolta di Canti popolari toscani, Tasso, Venezia 1841). La scelta del Basetti è importante, perché in essa per la prima volta, romanticamente, si sottolineano la genuinità e immediatezza di sentimenti e la semplicità espressiva dei testi raccolti. Sebbene la fama letteraria sopravanzasse quella di politico, il Basetti mostrò un precoce interesse per i temi patriottici, entrando a far parte, studente dell’Università di Parma, della Carboneria, emanazione dell’altra società segreta, molto più potente, dei Sublimi Maestri Perfetti. Liberale e democratico, fu in prima fila durante i moti del 1831. Il Basetti non entrò a far parte delle file dei governanti moderati, ma grazie all’espressa richiesta degli studenti più accesi venne ammesso in febbraio al Consesso Civico, in cui si batté immediatamente per dare al Governo Provvisorio un carattere più marcatamente rivoluzionario. Ma la crisi precipitò immediatamente, e nei confusi primi giorni del marzo 1831, il Basetti, dopo essersi allontanato con Macedonio Melloni verso Mignegno, nel Comune di Pontremoli, tornò a Parma, dopo poco occupata dagli Austriaci che iniziarono un periodo di dure rappresaglie. A questo punto la vicenda politica e umana del Basetti visse una svolta decisiva: nel clima da inquisizione che la repressione austriaca aveva portato a Parma, il Basetti, in quanto membro del Consesso Civico, pensò di rifugiarsi prima a Vairo poi in Toscana. Nel momento in cui tutti, da Maria Luigia d’Austria al Metternich, propendevano alla mitezza nei confronti dei ribelli, i promotori dei moti del 1831 se la cavarono con danni, tutto sommato, modesti. Il Basetti, per evitare il processo, scelse però il destino del profugo. Cominciò così il periodo dell’esilio, che sarebbe durato fino al 1840, per nove interi anni. I primi mesi furono trascorsi a Bastia, in Corsica (qui contrasse amicizia col poeta Salvatore Viale), da dove giungevano a Vairo lettere che non nascondevano il desiderio struggente del ritorno in patria, che sembrò in alcuni momenti molto vicino (si portò a un certo punto a Firenze), ma poi si allontanò completamente, costringendo il Basetti ad abbandonare definitivamente il suolo italiano, in seguito alla repressione poliziesca nel Granducato di Toscana. Dopo alcuni giorni di sosta a Zante e a Cefalonia, il Basetti approdò a Corfù: qui il soggiorno durò sette anni. Il Basetti conservò sempre un ricordo struggende dell’isola di Corfù, vivendo l’esilio con straordinaria dignità e serietà, come appare dalle lettere indirizzate al fratello Pier Grisologo. La sua bravura nell’esercitare la professione medica, accompagnata da una grande umanità e da una spiccata benevolenza nei confronti delle classi più povere, lo resero immediatamente popolare e gli fornirono i mezzi per vivere bene. L’esilio, nella casa di Exoria, costruita nel 1836, gli permise di stringere una profonda amicizia con il collega Tito Savelli: la casa dei dottori divenne un centro di incontro non solo per gli ammalati e i bisognosi, ma anche per i patrioti e i cospiratori della Giovane Italia. In essa fu concertata e da essa partì, nel 1844, la spedizione dei fratelli Bandiera. Nel 1838 venne finalmente accolta la domanda di grazia, ma solo nel 1840, dopo la morte del fratello Carlo, il Basetti tornò a Vairo. Assunse allora le redini della famiglia, e ciò non gli consentì di prendere parte agli avvenimenti che portarono all’unità d’Italia, senza però mai rifiutarsi di aiutare, quando fosse possibile, i patrioti. Durò quasi vent’anni l’assenza sul piano politico del Basetti, dedito alle cure del patrimonio personale e familiare, all’attività di medico e a quella di letterato. In quegli anni si arricchì notevolmente, e si impegnò nuovamente nella raccolta di altri rispetti pubblicati dalla Gazzetta di Parma. Nel 1859 fu eletto (rappresentò il collegio di Tizzano), con 189 voti su 219 votanti, tra i deputati della Costituente Parmense (4 settembre 1859), dopo la partenza dei Borbone, e prese parte attiva ai lavori di tale assemblea, proponendo tra l’altro l’erezione di un monumento ai Parmigiani caduti durante le due prime guerre d’indipendenza, e votando la decadenza del governo borbonico e l’annessione al Regno dell’Alta Italia sotto Vittorio Emanuele di Savoia. Nel 1877 accettò la candidatura a deputato del Collegio di Langhirano. Il Basetti fu eletto parlamentare nel 1877, nel 1880 e ancora nel 1882. Nel parlamento seguì la linea di Depretis (sinistra storica) e mantenne un certo distacco dalla lotta politica più accesa, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, già carico d’anni e desideroso sopra ogni altra cosa della pace e della serenità nel suo rifugio di Vairo. I voti che continuò a ottenere (tremila nel 1882) furono soprattutto il segno della stima personale e della popolarità che ancora lo circondava. Il Presente, quotidiano della sinistra costituzionale, in tale occasione ebbe a scrivere che i suffragi ottenuti da Basetti erano una splendida dimostrazione delle simpatie dell’elettorato nei confronti di questo vecchio patriota, che seppe attraverso a tante vicende, a tante defezioni e a innumerevoli viltà mantenere fermo il culto ai più grandi ideali del progresso, incorrotta la fede nella libertà, libero e indipendente da ogni consorteria il suo voto. Si spense a 90 anni.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 139; P. Gabrielli, Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 7 aprile 1888 n. 94; A. Pariset, Dizionario Biografico, Parma, Battei, 1905, 6-7; P. Graziani, Almanacco di A Muvra per 1928, Aiaccio, 1927; G. Micheli, L’esilio di Atanasio Basetti, Reggio Emilia, 1926; G. Micheli, Il viaggio attraverso la Corsica compiuto da Atanasio Basetti nel 1831, Livorno, 1938; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 398; G. Micheli, Valli Cavalieri, 1915, 269-275; Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 84; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 113; U.A. Pini, Medici nella Costituente, 1957, 1; U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 3-4; A.M. Cirese, La poesia popolare, Palermo, 1958; A.M. Cirese, Note sugli scritti italiani intorno alla poesia popolare dal 1811 al 1827, in Annali del Museo Pitré, VIII-X, 1957-1959, 106 sgg.; Dizionario enciclopedico letteratura italiana, 1, 1966, 283; E. Michel, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; U.A. Pini, Medici Valli Cavalieri, 1983, 51-52; A. Madoni, in Valli dei Cavalieri 8 1987, 33-35; Letteratura italiana, I, 1990, 199-200; Valli Cavalieri 14, 1995, 20.

BASETTI ATANASIO, vedi anche SOLDATI ATANASIO

BASETTI ATTANASIO, vedi BASETTI ATANASIO

Vairo 1750-Borgo Taro 28 settembre 1821
Tra il 1775 e il 1786 il Basetti, Artium et Medicinae Doctor, figlio del capitaneus Carlo Pietro, si trasferì a Borgo Taro per esercitare come medico condotto, e fino al 1821, data della sua morte, lo si trova nel Borgo appenninico. Nello Stato d’Anime di Borgo Taro del 1775 non figura ancora residente, mentre nel 1786 vi venne battezzato il suo primogenito, Carlo Antonio Ippolito. Nel 1796 (Stato d’Anime di quell’anno) la sua famiglia era composta dalla moglie Teresa Bellini e dai figli Carlo Antonio di dieci anni, Nicolò di nove e Francesco di sette. Nel 1811, per la morte del chirurgo Gaetano Buzzoli, il Basetti venne delegato dalla Commissione Amministrativa dell’Ospedale Civile di Borgo Taro ad eseguire o far eseguire le operazioni del caso come chirurgo dell’ospedale stesso. Figura consigliere della stessa commissione nel 1814 e 1815. Non vi sono altre notizie del suo soggiorno in Val Taro, ma dovette meritare la stima e la benevolenza di tutti, perché l’atto di morte reca che il 29 settembre 1821 la salma fu portata alla chiesa di Sant’Antonino, Amicis Parentibus Civibus et Pauperibus tanti viri omissionem dolentibus, e fu sepolto nel cimitero al di là del Taro.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 27; Valli dei Cavalieri 1 1971, 33; U.A. Pini, Medici Valli Cavalieri, 1983, 52.

Borgo Taro 1786-Parma 19 novembre 1856
Figlio di Biagio, pure medico. Iscritto nel 1814 al Collegio dei Medici di Parma, fu membro del Consiglio del Protomedicato. Prese parte alla stesura del Codex Medicamentarius Parmensis (Additamenta) nel 1827: si tratta del ricettario adottato nel Ducato e alla cui stesura collaborarono i medici di maggior fama. Nel 1832, dopo avere esercitato in Parma, diventò ispettore delle scuole primarie e secondarie di Borgo Taro e nel 1835 medico condotto e membro della Commissione Centrale di Sanità e Soccorso della città. Fu anche medico dell’Ospedale di Borgo Taro (1851-1852) ed ebbe premi per le vaccinazioni (1821) e per le cure ai colerosi nell’epidemia del 1855. Ebbe la carica onorifica di ispettore della Biblioteca Manara di Borgo Taro, cui lasciò i suoi libri. Sposò Giovanna Gasparotti, di diciassette anni più giovane, che gli diede sette figli.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 26-27; Valli dei Cavalieri 1 1971, 33-34.


Parma 1765
Ebbe il grado di capitano forense e abitò sotto la vicinia di Sant’Andrea a Parma, dove già nel 1765 risulta possedere una casa di proprietà.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1999, 17.

-Carpi 12 giugno 1839
Fu vescovo di Carpi dal 28 febbraio 1831 al 12 giugno 1839.
FONTI E BIBL.: A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273.

Parma 1758/1775
Il 12 dicembre 1758 fu nominato tenente e il 17 aprile 1775 ottenne la nomina a capitano delle truppe del Ducato di Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1999, 17.

Vairo 26 maggio 1838-Vairo 10 febbraio 1909
Figlio di Paolo e di Giovannina Garsi. Nipote di quell’Atanasio Basetti che raccolse i canti popolari dell’Appennino Parmense meritando di essere ricordato con lode dal Tommaseo e che pagò coll’esilio i liberi sensi del suo patriottismo, il Basetti fu anch’egli poeta, prevalentemente burlesco, classicheggiante e spontaneo a un tempo. Ebbe vera tempra d’artista, e come pittore fu apprezzato seguace di Cecrope Barilli, del quale fu amico. Discepolo del pittore Scaramuzza, ne diventò poi amico fedele (Scaramuzza dimorò molte volte e a lungo a Vairo, e lo rese valentissimo nei disegni a penna, dei quali esiste un album delle vedute più caratteristiche e dei tipi più originali del Vairese). Riuscì così un singolare ritrattista, rapido nell’afferrare la linea e fecondo sempre. Fu in particolar modo studioso del Correggio, di cui riprodusse molti lavori nella sua casa e nelle chiese vicine. Di questi studi d’arte e di questi ricordi della sua giovinezza artistica il Basetti sempre si compiacque, anche nella più tarda età. Negli studi letterari non ebbe invece maestri: uscito dalle scuole classiche, si tuffò nella letteratura arricchendo ampiamente la già notevole biblioteca avita. Non vi fu poeta o prosatore che egli non conoscesse, non disputa letteraria nella quale non potesse recare un contributo vivace di osservazioni e di notizie. Poeta eletto e arguto, molto scrisse e lesse agli amici che lo frequentavano per la sua conversazione piacevole ed erudita. Stampò poco perché alieno da ogni pubblicità ma molta della sua produzione resta a mostrare come fosse valentissimo, specialmente nella poesia giocosa e satirica. Fu sindaco di Palanzano, con una breve interruzione, per quarantaquattro anni. Nel 1876, in seguito all’opzione del fratello Gian Lorenzo per Castelnuovo Monti, fu offerta al Basetti la candidatura politica a Langhirano. Ma egli, per non ostacolare il vecchio zio Atanasio Basetti, spianò la strada di Montecitorio all’antico profugo. Il Basetti rimase dunque a Vairo, a dipingere, a suonare e a fare versi. Fu egli stesso virtuoso di musica e protettore di Marco Pianforini, di Paolo Orlandi e di altri violinisti montanari che come lui sapevano trarre dal violino gioconde armonie. Di essi raccolse, negli ultimi anni della sua vita, le principali produzioni, che senza la sua opera sarebbero andate disperse. Nei giornali del tempo non è raro trovare del Basetti articoli e corrispondenze: sono spesso risposte polemiche ad accuse lanciate a lui o ai suoi familiari dai partiti avversi, o scritti riferentisi ai più importanti interessi del Paese. Scrisse le Lettere sullo sboscamento e presentò proposte e proteste in Consiglio Provinciale, nel quale fu per parecchi anni rappresentante del Mandamento di Traversetolo. Si dimise quando si persuase che di fronte alla coalizione di altri interessi a nulla sarebbe approdato l’insistere di qualche voce isolata. La battaglia della fluitazione rese il suo nome noto anche nei territori della pianura, che da quella venivano grandemente danneggiati: così il Basetti, che rifiutò pertinacemente ogni candidatura politica nei collegi di Corniglio prima e di Langhirano poi, venne presentato, a sua insaputa, nel 1874 nel collegio di Guastalla, ove solo per pochi voti venne battuto da Pasquale Villari. Dopo avere inutilmente mandato una prima volta, nel 1866, le dimissioni da sindaco di Vario (è l’episodio richiamato in certe sue strofe settenarie narranti i dolori della vita sindacale), più tardi, quando un grave evento nazionale mise la sua coscienza contro il suo ufficio, si dimise di nuovo, ma anche questa volta le dimissioni non furono accettate. A proposito delle prime dimissioni va aggiunto che l’autografo, datato da Vairo 1866, reca in testa questa curiosa nota di pugno del Basetti: Questi versi sono come una parodia della canzone cui il Leopardi intitolò Il Risorgimento. L’Autore nominato sindaco per la seconda volta avrebbe potuto chiamare cotesta colascionata, La Ricaduta. Comeché fosse roba da dozzina, la medesima fu mandata tal quale al signor Desiderato Chiaves, che nell’anno 1866, quando fu scritta, era Ministro per l’Interno. Esso Ministro, sempre capo ameno sebbene insaccato nella antipoetica giubba rabescata a coda di rondine, diede risposta con una prosa più matta ancora della poesia, confortando l’autore a rimanersene al posto, anzi minacciandolo del cavalierato! Altra fortunata poesia burlesca compose il Basetti nel 1863, narrando le miserie del consigliere comunale con una libera imitazione giocosa del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, del Leopardi, e la pubblicò col titolo Il consigliere comunale nella Strenna del Fischietto del 1864. Un curioso intreccio di poesia faceta, con abbondanti reminiscenze mitologiche, e di classica lirica petrarchesca è ancora offerto dal polimetro per le nozze di Caterina Pigorini, letterata parmigiana nota sia per lo studio su Jacopo Sanvitale sia per qualche originale romanzo. Spirito inesauribilmente brioso e cortese e squisito narratore, il Basetti fu un caratteristico conservatore delle tradizioni familiari e montanare. Fu infatti sempre studioso di ogni estrinsecazione della montagna, e conoscitore profondo di ogni sua nascosta o palese meraviglia. Ebbe un culto vivissimo per le selve e non consentì mai che nei boschi delle sue proprietà si facesse alcun taglio.
FONTI E BIBL.: G. Micheli, Valli dei Cavalieri, 1915, 280-283; La Giovane Montagna 13 febbraio 1909; Aurea Parma 1924, I, 11-13; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 20; J. Bocchialini, Figure e ricordi, 1960, 175-177.

Borgo Taro 3 settembre 1791-Maniati 21 giugno 1825
Figlio di Biagio. Non ancora ventenne, prese servizio come volontario nell’armata francese come guardia d’onore (1810). Sostenne valorosamente le campagne di Russia nel 1812 e di Sassonia nel 1813, nel corso della quale, per il valore dimostrato, venne promosso sottotenente del 7° Reggimento Cacciatori a cavallo: nella giornata campale del 6 settembre di quell’anno, infatti, grondante sangue per quattro ferite riportate, fu fatto prigioniero. Riacquiústata poco dopo la libertà, lottò alla baionetta, ricoprendosi di gloria. Alla battaglia di Lipsia riportò una nuova ferita. Il Basetti fu presente anche alla battaglia di Waterloo. Tramontato l’astro napoleonico, passò (1814) sottotenente nelle milizie parmensi (guardie del corpo del Reggimento Maria Luigia), ma ben presto si rese dimissionario (1822). Dopo essersi rifugiato in Spagna il 9 maggio 1823, rispose all’appello dei Greci che si erano sollevati: partì per la Grecia nel 1825. Fu fatto aiutante di campo di Fletche Diky, che comandava gli insorti. A Calamata combatté assieme a soli 300 prodi contro seimila turchi e nel villaggio di Maniati, dopo quattro ore di disperata resistenza, incontrò gloriosamente la morte (due soli furono i sopravvissuti). I giornali dell’epoca lo paragonarono a Leonida. Borgo Taro gli dedicò un monumento con iscrizione commemorativa dettata dal Casa.
FONTI E BIBL.: L. Mensi, Dizionario biografico dei Piacentini, 1899, 58-59; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 14; Valli dei Cavalieri 1 1971, 34; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 53.


Vairo 3 agosto 1836-Parma 11 aprile 1908
Nacque da Paolo e da Giovannina Garsi. Col fratello Filippo compì in Parma i primi studi che continuò poi nelle scuole del Collegio Maria Luigia. Nel 1856 si iscrisse all’Università di Parma nel corso medico-chirurgico. Il 2 agosto 1862 ottenne il diploma di chirurgo maggiore, e come tale (con nota ministeriale del 3 ottobre 1862) fu nominato astante alla clinica medica presso l’Ospedale civile per l’anno accademico 1862-1863 sotto il professore Luigi Caggiati. Il 3 luglio 1863 ottenne la laurea in medicina e chirurgia e con decreto ministeriale 31 ottobre 1863 venne confermato astante per gli anni 1863 e 1864. Il 22 agosto 1864 diresse istanza al senatore P.E. Imbriani, rettore dell’Università di Napoli, per concorrere al posto di assistente presso quell’Università, concorso aperto a tutti i laureati da non meno di quattro anni nelle università del Regno. Nella domanda dichiarò di volersi dedicare in special modo agli studi di microscopia e di chimica medica. Nell’inverno e nella primavera seguente fu però colpito da grave malattia e dovette rinunciare al concorso. Si recò invece, qualche tempo dopo, a Bologna al corso di perfezionamento tenuto dal Concato. Il 24 giugno del 1866 si arruolò nel corpo dei volontari garibaldini che si preparava alla nuova campagna contro gli Austriaci. Con decreto ministeriale del 23 giugno fu nominato medico di battaglione. Prese parte anche alla campagna dell’Agro Romano nel 1867 e lasciò di essa alcune sue Rimembranze di Mentana e Monterotondo, riferentesi in special modo al servizio sanitario. Le dedicò e spedì a Emilio Cipriani di Firenze, che se ne servì nella compilazione di un lavoro di maggiore mole. A Mentana morì Ettore Marasini, che fu l’uomo d’aiuto del Basetti, il quale pubblicò di lui una lunga e affettuosa necrologia. Adamo Ferraris fu invece uno dei suoi compagni nel combattere eroicamente e nel medicare santamente a Monterotondo e a Mentana. Amici anche prima della campagna, vi fu sempre tra i due frequente scambio di lettere. Morto il Ferraris combattendo coi garibaldini a Digione, il Basetti consegnò l’epistolario al deputato Pietro Delvecchio che pubblicò le lettere più importanti in appendice alla Commemorazione. Al Basetti, che la diffuse, pervennero molte lettere di ringraziamento: tra esse meritano di essere segnalate quella di Garibaldi e le due di F.D. Guerrazzi. Venuto a conoscenza della sua perizia, fu lo stesso Garibaldi a volerlo con sé a dirigere il servizio medico dell’esercito dei Vosgi nel corso delle operazioni in Francia nel 1870-1871. L’esperienza nelle formazioni garibaldine e la conoscenza dell’Eroe dei due mondi segnarono indelebilmente il suo cammino patriottico e politico: il rimpianto più grande di tutta la sua vita rimase quello di non aver potuto prendere parte ai moti nazionali d’indipendenza del 1859-1860, in quanto la famiglia lo aveva praticamente relegato a Vairo a motivo della giovane età. Al Garibaldi rimase sempre devoto, tanto da far dire a Cornelio Guerci nel discorso di commemorazione Garibaldi ti dominò, trascinandoti eroico sui campi di battaglia, dai quali passasti umano, senza preoccupazioni e senza paure, in quelli della politica. Garibaldi fu la costante visione dell’animo tuo, e in quella visione modellasti ogni atto della tua vita. Di tempra fieramente democratica, quando la Camera italiana venne sciolta nel 1867, venne, per la prima volta, presentato come candidato alla Deputazione, ma soccombette per pochi voti, e così nuovamente nelle due elezioni successive nello stesso collegio. Nel 1874, nel corso della dodicesima legislatura, venne eletto per la prima volta deputato al Parlamento nazionale nel collegio di Castelnuovo Monti. Nel 1876 (tredicesima legislatura) venne eletto dai collegi di Langhirano e Castelnuovo Monti. Optò per quest’ultimo, che gli rinnovò il mandato dalla 14a legislatura in avanti (il Basetti fu deputato in undici legislature, per trentacinque anni consecutivi: 1874-1908). Nella 15a, 16a e 17a legislatura venne eletto a scrutinio di lista tra i rappresentanti del collegio unico di Reggio Emilia. Nella 16a fu eletto anche a Parma ma optò per Reggio, rimanendo fedele al suo antico collegio anche nelle seguenti legislature. In Parlamento fu oppositore della Destra e sostenne gli orientamenti della Sinistra Storica ma di fronte alle incertezze e al trasformismo di Agostino Depretis si avvicinò sempre più al gruppo radicale (la cosiddetta Sinistra Estrema), erede del vecchio Partito d’Azione garibaldino. Nell’alta sede istituzionale il Basetti fu propugnatore della diminuzione del prezzo del sale, oppositore delle concessioni ferroviarie, favorevole all’estensione del suffragio. Combatté come uno dei più animosi, mediante la pratica dell’ostruzionismo, contro le leggi eccezionali proposte dal Pelloux all’epoca della crisi di fine secolo. Godette dell’amicizia di personaggi autorevoli come Benedetto Cairoli, Felice Cavallotti e Giuseppe Zanardelli. Non amò mettersi in mostra e tanto meno intervenire con discorsi nelle seduta in aula. Non prese quasi mai la parola tranne che in due momenti: una volta nel corso della battaglia ostruzionistica contro il Governo, quando tenne banco per un’intera seduta, e l’altra quando interruppe l’oratore di turno gridando Illegalissima! Illegalissima. In quell’occasione la moderata Gazzetta di Parma gli giocò una beffa mandando in giro i propri strilloni ad annunciare il discorso del Basetti (che in verità si limitava all’espressione suddetta), e la cosa non poté che suscitare inevitabili ironie nei lettori del giornale. Invece il Basetti svolse con assiduità il lavoro nelle commissioni di cui fece parte conquistandosi il rispetto anche degli avversari. Oltre alla presenza politica a livello parlamentare, ricoprì anche incarichi amministrativi: consigliere comunale a Parma e Langhirano, consigliere provinciale per vari mandamenti della montagna, presidente del Conservatorio delle Luigine e membro dell’amministrazione degli Ospizi Civili di Parma. Come deputato sostenne il Consorzio della ferrovia Reggio-Ciano per lo sviluppo della Val d’Enza e si batté per la realizzazione delle linee Parma-La Spezia, Parma-Brescello e Parma-Suzzara. Appoggiò numerose proposte di interesse provinciale e locale, facendo sì che il governo concorresse alle spese per la costruzione dei ponti sul fiume Taro a Fornovo e a San Secondo e sul torrente Parma a Capoponte e a Corniglio. Non riuscì però a vedere completata l’opera che maggiormente lo interessava, la strada provinciale della Val d’Enza, con i ponti che dovevano sorgere presso Vetto e Selvanizza. Nel 1906 fu delegato dal gruppo parlamentare a far parte della direzione dei radicali (costituitisi in partito politico nel 1904) e l’anno seguente fu acclamato a presiedere il Congresso di Bologna. Quando si spense, a 71 anni, era il deputato più anziano dell’Emilia e uno dei decani dell’Assemblea. Il Basetti dedicò, con esito positivo, tutte le sue forze all’abolizione della tassa per il macinato. Per la storia di quella grande agitazione che egli seppe sollevare in tutta Italia e delle vicissitudini parlamentari cui l’iniziativa andò soggetta è fondamentale il volume La questione del macinato, che egli indirizzò agli elettori del suo collegio. In tale occasione ricevette parecchie lettere di plauso e sostegno da Giuseppe Garibaldi. Il Basetti fu infatti promotore della Lega contro la tassa sul macinato, nata a Castelnuovo ne’ Monti nel dicembre 1876. Il documento costitutivo della Lega per l’abrogazione della tassa sul macinato, datato 20 dicembre 1876, venne redatto a Castelnuovo ne’ Monti e porta la firma di venti notabili della montagna reggiana schierati contro l’iniquo balzello (che verrà abolito solo nel 1884). Il documento della Lega segnò il primo esempio di mobilitazione popolare in Italia. La tassa sul macinato colpiva tutti i cereali e venne istituita dal Parlamento nel 1868, sotto l’incubo del disavanzo pubblico, con lo scopo di portare in pareggio il bilancio dello Stato, impegnato nella costruzione di strade e strutture. Di fronte a queste spese c’era la necessità di finanziamenti e la Destra storica e moderata istituì appunto la tassa sul macinato, sollevando moti di protesta cavalcati dalla sinistra ancora indivisa. Ma quando, nel marzo del 1876, la sinistra moderata salì al potere con Depretis, non diede prova concreta di una reale efficienza e volontà riformista. Tant’è che lo stesso Basetti prese le distanze da Depretis, ponendosi come figura di oppositore e radicale. Tale opposizione sfociò, appunto, nella Lega contro la tassa sul macinato, alla quale aderirono nomi illustri (Garibaldi, Cairoli, Bertani), giornali a diffusione nazionale, partiti politici e organizzazioni economiche e sociali. La tassa sul macinato divenne ben presto il simbolo delle riforme mancate del governo di sinistra di Depretis, il quale nel giugno del 1897 fu costretto a dimettersi. Negli ultimi tempi, quando il Basetti era tra i membri più anziani della Camera, fu oltre che il decano, la guida e il capo spirituale della Sinistra: fu detto bonariamente il nonno dell’Estrema. Morì in seguito all’aggravarsi di disturbi cardiaci e bronchiali. Commemorandolo, il Presidente della Camera dei Deputati, nella tornata del 12 maggio 1908, poté dire del Basetti queste parole: Membro autorevolissimo del partito radicale, fu anche, negli ultimi anni, rispettato decano di tutta l’estrema Sinistra, e come tale ebbe non solo le simpatie di questa parte della Camera, ma, dei colleghi tutti; onde fu più volte chiamato a far parte della Giunta delle elezioni e di quella delle petizioni, e a presiedere la Sottogiunta dell’interno e degli esteri nella Commissione generale del bilancio, in nome della quale dettò relazioni mirabili per sobrietà. In quotidiano contatto coi miseri, egli, di cuore aperto ai più elevati sentimenti, ne comprendeva i bisogni e ne sentiva le sofferenze, adoperandosi, con ogni mezzo, a confortarle e a lenirle: e dal profondo sentimento del bene traeva fervori ed entusiasmi, che non si sarebbero sospettati sotto la parvenza della sua pacata bonarietà. Di qui il memorabile suo apostolato per l’abolizione della tassa sul macinato e la sua operosa adesione alla propaganda per la diminuzione del balzello sul sale.
FONTI E BIBL.: T. Sarti, Rappresentanti legislature Regno, 1880, 139-140; Cimone, Gli eletti della Rappresentanza nazionale per la XXI, per la XXII e per la XXIV legislatura, tre volumi, Napoli, 1902 e 1906 e Milano, 1919; G. Micheli, In memoria di Gian Lorenzo Basetti, Parma, 1908; S. Sapuppo Zanghi, La XV legislatura italiana, Roma, 1884; T. Sarti, Il Parlamento Subalpino e Italiano, due volumi, Roma, 1896 e 1898; A. Malatesta, Ministri, deputati, senatori, 1940, I, 85; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 398; G. Micheli, Valli Cavalieri, 1915, 277-280; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 20-21; E. Piccinni, in Gazzetta di Parma 11 marzo 1988, 14; Valli Cavalieri 14 1995, 20-21; Gazzetta di Parma 12 aprile 1908; G. Micheli, In memoria di Gian Lorenzo Basetti, in Il Presente 16-17 giugno 1912; J. Bocchialini, Figure e ricordi parmensi in mezzo secolo di giornalismo, Parma, Battei, 1960, 139-140; C. Guerci, Memorie pe’ miei figli e nipoti, Parma, La Nazionale, 1961, passim.; Aurea Parma 1 1992, 26; Valli Cavalieri 15 1997, 45-48.

Parma 1744 c.-
Figlio di Carlo Pietro. Fu sacerdote secolare della Real chiesa di San Rocco in Parma, deputato dal Sovrano alle incombenze spirituali come Direttore della Congregazione della Penitenza e Catechista per Dialogo in Piazza.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1999,17.

Parma 1800
Il 14 febbraio 1800 fu nominato aiutante e successivamente, raggiunto il grado di colonnello, fu insignito del titolo di commendatore dell’Ordine al merito di San Lodovico.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1999, 17.

BASETTI PAOLO
Parma 1745 c.-
Figlio di Carlo Pietro. Fu sacerdote secolare della Real chiesa di San Rocco in Parma, deputato dal Sovrano alle incombenze spirituali come Catechista in secondo per Dialogo in Piazza.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1999, 17.

BASETTI PAOLO
Parma 1780/1800
Figlio del capitano Giovanni Lorenzo. Intrapresa la carriera militare, il 2 ottobre 1780 fu nominato sottotenente, il 31 ottobre 1795 aiutante a Parma e il 20 dicembre 1800 capitano.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1999, 17.

Vairo 2 dicembre 1790-Borgo San Donnino 16 giugno 1857
Nacque da Lorenzo e da Lucia Placidi, agiati possidenti di Vairo. Entrò quattordicenne nel Seminario Maggiore di Parma, vi compì gli studi e fu ordinato sacerdote nella primavera del 1815 da monsignor Carlo Francesco Caselli. In quello stesso anno si addottorò in sacra teologia nel Collegio di Parma, supplendo pure per un certo tempo nell’insegnamento di tale materia il titolare della cattedra, compresa allora nei corsi di studio dell’Ateneo Parmense. Per tredici anni rimase consorziale in Duomo. Prescelto a confessore della principessa Antonia di Borbone, che aveva fatto professione religiosa presso le dame Orsoline di Parma, la seguì a Roma, allorché, nel 1831, ella vi si trasferì. Nel nuovo ambiente in cui fu introdotto ebbe modo di porre maggiormente in luce le sue eminenti qualità, entrando in relazione con principi e regnanti legati da vincoli di parentela con Antonia di Borbone, e in specie con Maria Cristina e Maria Isabella, regina di Spagna, sue cugine. Quest’ultima nel 1836 lo nominò prevosto degli Ospedali Riuniti presso la chiesa romana di San Giacomo in Monserrato. Il 19 dicembre 1834 fu eletto da papa Gregorio XVI vescovo titolare di Sebaste di Frigia e consacrato il 28 di quello stesso mese nella chiesa di San Giuseppe delle Orsoline in Roma dal cardinale Emanuele Di Gregorio, assistito dai patriarchi di Costantinopoli e di Antiochia, monsignor Giuseppe Della Porta e monsignor Giovanni Soglia. Annoverato dallo stesso Pontefice tra i suoi prelati domestici e tra i vescovi assistenti al Soglio Pontificio, il 22 giugno 1843 fu destinato a reggere la vacante sede vescovile di Borgo San Donnino, della quale il Basetti prese possesso il 13 agosto successivo senza alcuna cerimonia, giungendo inaspettatamente nella tarda sera di quel giorno. Si rese benemerito per una serie di iniziative che contrassegnarono il suo vescovado. Il 19 luglio 1853, nella circostanza della terza invenzione delle ossa di San Donnino, promosse a Borgo San Donnino grandi festeggiamenti. In quello stesso anno ottenne dal Pontefice l’approvazione del culto ab immemorabili del beato Rolando de’ Medici, il cui corpo riposa sotto l’altare dell’oratorio della Santissima Trinità in Busseto. Istituì a Borgo San Donnino la processione, che si tiene il 3 maggio, del Sacro Legno della Croce. Nel 1854 si recò a Roma per unirsi con gli altri presuli a far corona a papa Pio IX che definì l’Immacolata, in cui onore, l’anno successivo, celebrò feste solenni. Eresse il Collegio dei parroci urbani, ottenendo che essi potessero vestire la penula nera, elevò a rettoria la chiesa di Coduro, dove risiedeva un semplice vicario curato, fondò la prebenda teologale nella Collegiata di Busseto, istituì la confraternita del Sacro Cuore di Maria nell’oratorio, poi soppresso, di San Giorgio in Borgo San Donnino. Ebbe infine cure assidue per il Seminario, nel cui edificio promosse restauri e ampliamenti di rilievo, emettendo inoltre un decreto perché la ricca biblioteca dell’istituto fosse tenuta costantemente aggiornata. L’energia fu certo la nota distintiva del Basetti. Uomo dotto e severo, ebbe, come disse monsignor Costa, lo zelo della disciplina del clero, che più volte, infatti, colpì con severità. Niente affatto diplomatico, aborrì le vie tortuose della diplomazia ed ebbe maniere semplici e spicce. Il Basetti fu tra i primi ad aderire al nuovo Governo d’Italia. Allorché il 25 maggio 1848 venne, tra il giubilo delle popolazioni, proclamato l’esito delle elezioni nel Ducato (su 39703 votanti, 37250 si espressero per l’annessione al Regno Sardo), il Basetti indirizzò una lettera al Governo Provvisorio di Parma, ispirata alla più pura idealità della patria e della religione. Ossequiente alle autorità civili, non mancò però di dire loro schiettamente il proprio pensiero e di dare monita salutis. Fu in buoni rapporti con Maria Luigia d’Austria, per quanto egli manifestasse apertamente la propria contrarietà verso talune ingerenze della Sovrana nelle cose che erano di esclusiva pertinenza della Chiesa. A questo proposito, si narra che, non avendo il Basetti permesso che una sua lettera pastorale fosse censurata dall’autorità preposta a tale compito, rispondesse alle reiterate richieste della Duchessa a volersi cortesemente conformare alle disposizioni vigenti in materia di censura preventiva con un secco rifiuto. I suoi meriti civili furono tuttavia riconosciuti dal duca Carlo di Borbone, che l’insignì della Commenda dell’Ordine Equestre Costantiniano. Un attacco di paralisi, che lo colpì nella parte inferiore del corpo, lo trasse rapidamente alla tomba dopo quattordici anni di episcopato, durante i quali fu efficacemente coadiuvato da monsignor Giuseppe Maria Cavalli, dapprima, e in seguito da monsignor Giuseppe Buscarini, suoi vicari generali. L’asserzione del Giacopazzi secondo la quale il Basetti sarebbe morto senza lasciare larga eredità di affetti, non trova conferma nell’affluenza eccezionale di popolo in vescovado, dove la salma, dopo essere stata imbalsamata, fu lasciata esposta per tre giorni, e nell’imponenza delle esequie. Molto affezionato ai Cappuccini, volle per testamento essere sepolto nella loro chiesa, nella cappella dell’Immacolata Concezione, disponendo inoltre che nel giorno dei funerali fosse distribuita in elemosina la somma ingente di mille lire. Allorché la chiesa di questi religiosi venne nel 1885 atterrata, le spoglie del Basetti furono traslate nella cappella mortuaria del Capitolo nel cimitero urbano. Finalmente, il 27 settembre 1928, assieme a quelle dei successori Buscarini, Tescari, Terroni e Mapelli, furono inumate nella cripta del Duomo di Fidenza, verso il quale il Basetti si era reso benemerito mediante la donazione di numerosa argenteria e di un pallio per l’altare maggiore a foglie e fiori d’argento in rilievo, rappresentante il martirio di San Donnino e recante ai lati lo stemma di famiglia.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei Vescovi di Parma, II, 598; G. Micheli, Valli Cavalieri, 1915, 275-277; I. Dall’Aglio, Seminario di Parma, 1958, 157-158; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 56-59; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 130.

Roccabianca 1718
Fu speziale in Roccabianca e il 14 febbraio 1718 ottenne una patente di Familiarità dal duca Francesco Maria Farnese.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 22 giugno 1999, 17.

Sorbolo 1841-
Figlio di Giacomo. Soldato del 50° Reggimento di Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare dopo la battaglia di Villaúfranca (1866). Fu poi premiato dal Comune di Sorbolo con 200 lire.
FONTI E BIBL.: M. Clivio, Dal Risorgimento Nazionale alle conquiste sociali, 1984, 68.

Parma 1347
Nel 1347 fu nominato cavaliere di San Gioúvanni. Nello stesso anno era Commendatore di Modena.
FONTI E BIBL.: L. Araldi, L’Italia nobile, 1722.

BASILIO, vedi BARBIERI GIUSEPPE

BASILIO DA PARMA, vedi COLLA BASILIO


Tizzano 1425-Rimini 24/29 maggio 1457
Nacque da famiglia di origine mantovana, nel castello di Tizzano, da Vincenzo di Basino, che era stato come uomo d’arme al servizio di Ottone Terzi. I Terzi ebbero signoria su vari castelli del parmense, tra cui Tizzano, Vezzano (a torto creduta patria del Basini) e Guardasone. Il padre morì nel 1453, la madre, Margherita, figura già morta nel 1457, mentre due fratelli gli sopravvissero in patria. Nei documenti il nome è Basino (Baxinus) o Basinio (Baxinio, Baxinius), nei codici e nei testi letterari sempre Basinius Parmensis. Il cognome Basini non appare mai nei documenti. Lo si può accettare con riserva, poiché una famiglia Basini probabilmente discendente dai fratelli del Basini è ricordata a Tizzano ai primi del secolo XVII e vi si estinse nel XVIII, e un’altra viveva negli stessi secoli nella non lontana Bardi. Il Basini fece i primi studi in patria presso modesti maestri. Ben presto, tuttavia, poté proseguirli con maggiore frutto a Mantova, alla scuola di Vittorino da Feltre: segno evidente questo o dell’agiatezza della famiglia o della protezione che le aderenze del padre avevano potuto procurargli. A Mantova fu anche scolaro di Teodoro Gaza e si innamorò del greco. Per questi due maestri il Basini mostrò anche più tardi grande venerazione. Alla morte di Vittorino da Feltre (2 febbraio 1446) seguì il Gaza a Ferrara, dove udì certamente anche Guarino. A Ferrara, dove si trattenne quasi quattro anni, proseguì gli studi greci e latini e diede inizio alla propria attività letteraria, partecipando vivamente alla vita del fervido ambiente umanistico estense. Appartengono a questi anni una dozzina di elegie amorose per una fanciulla che chiamò Ciride (Cyris), che non fu la sola donna da lui amata (un’altra elegia, per una Lissa, è in Var., I), e molte composizioni minori in distici o in esametri, che forniscono, oltre alla storia dell’amore per Ciride, parecchie notizie biografiche di questo periodo e, soprattutto, testimoniano i suoi rapporti con la Corte estense e con i dotti e gli artisti di quella cerchia, come l’elegia al Gaza (Var., IV), quella al medico Girolamo da Castello (Var., III), al quale inviò da rivedere i primi due libri del poema sulla morte di Meleagro, mentre attendeva alla composizione del terzo, e quella al Pisanello (ad Pisanum pictorem ingeniosum et optimum; Var., VIII), che include quasi un catalogo delle sue medaglie e dei motivi di animali cari al pittore. Si aggiunga l’amicizia col condiscepolo T.V. Strozzi, che è nota per altra via. Per il principe stesso, Leonello d’Este, il Basini scrisse un breve carme che fu recitato pubblicamente in occasione delle nozze di una figlia di Giovanni Romei, quale prologo a una composizione volgare di Malatesta Ariosti (Var., XIII; non dopo l’estate 1449 vedi Massèra, I poeti, pp. 43-45), un’elegia (Var., VII) e un’epistola in esametri (Var., XVI), preannunzio o inizio di un più vasto poema celebrativo. Lo stesso annunzio è in alcuni versi che con cludono la Meleagris (III, 928-936), ma non si trovano in tutti i manoscritti. Questa vasta composizione, compiuta nel 1448, ovidiana per il soggetto, omerica per gli ornati (Rossi, Il Quattrocento, p. 243; all’ispirazione omerica accenna il Basini stesso nei versi citati:Tempore dum dederat magni mihi carmen Homeri Ocia), è la prima testimonianza della disposizione del Basini a versare in larghe ed eleganti composizioni narrative la sua facile vena e i frutti dello studio appassionato degli autori classici e della mitologia antica. Di un poema dello stesso genere, da lui iniziato l’anno seguente, e che senza dubbio si sarebbe intitolato Polidoreis, parla un passo in greco di una sua lettera al Tortelli del 5 agosto 1449 (citazioni e tratti in greco sono un vezzo che appare, e non sarà un caso, in tutte le lettere del Basini pervenute): Ti mandai la morte di Polidoro figlio di Ecuba; vedrai il solo principio del poemetto; più tardi il resto. Nel proemio espongo molte cause della guerra, e seguita Poetam novum ibi commendo (cioè se stesso). Il frammento non si è conservato e certo il Basini non proseguì l’opera, o perché fosse venuto a sapere che il tema era stato già trattato da Antonio Baratella o perché il nuovo corso della sua vita, incominciato di lì a poco, non gliene lasciasse la possibilità. Il 6 agosto 1448, certo in gradimento degli invii fatti e delle dediche promesse, il marchese Leonello d’Este dispose che fossero date, secondo l’uso, sette braccia di panno a litteratissimo Basinio parmensi, qui in utraque lingua, latina scilicet et greca, prope callet: il mandato è scritto dal ben noto funzionario estense e protettore di umanisti Lodovico Casella, e in un libro amministrativo il Basini è designato, a proposito di questo dono, quale maistro de poitria (G. Bertoni, in Archvum romanicum, 1917, p. 70; G. Bertoni, Guarino da Verona, Ginevra, 1921, pp. 88 s.). Maistro de poitria è qualcosa di più che semplice grammatico e potrebbe far pensare a un insegnamento nello Studio. Ma non è così, giacché i documenti ufficiali attestano solo l’insegnamento della grammatica, e forse degli auctores, nella scuola primaria del Comune, per cui il Basini fu condotto per un anno il 25 settembre 1448. Forse qualcosa dovette accadere, di cui non si ha notizia, perché nell’agosto 1449 il Basini, con la lettera già citata a Giovanni Tortelli, sembra cercare il favore di papa Niccolò V e, all’incirca nello stesso tempo, mandò al Papa un’egloga scritta in suo onore (Var., XIX). Di fatto il Basini nel settembre-ottobre si trovò nel castello di Guardasone, tenuto da Nicolò Guerriero Terzi e assediato dalle genti sforzesche: egli stesso racconta di aver preso parte alle operazioni di guerra (elegia Cyr., VIII, a Girolamo da Castello). Non risulta che col cessare dell’assedio il Basini tornasse a Ferrara, mentre d’altra parte è certo che l’insegnamento da lui sin’allora tenuto a Ferrara fu conferito ad altri per il nuovo anno scolastico. Tutto porta a credere che alla fine di quell’anno 1449 (e cioè prima della morte di Leonello d’Este avvenuta il 1° ottobre 1450) il Basini si trasferisse a Rimini. Probabilmente, almeno in un primo tempo, con un incarico di insegnamento nella scuola pubblica (non accertato da documenti, ma sufficientemente testimoniato), e certo anche attirato, per trattative intercorse o con la speranza di maggiori fortune, dalla munificenza di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Proprio il 19 novembre 1449 morì in Rimini Giusto dei Conti, il celebrato rimatore e consigliere stimatissimo di Sigismondo Malatesta, per il quale il Basini scrisse un epitafio, e pochi mesi prima vi era morto l’umanista veronese Tobia dal Borgo, un altro scolaro di Guarino trasferitosi da Ferrara a Rimini come storiografo e poeta cortigiano. Il Basini non perdette tempo. Appartengono al primo periodo della dimora riminese (fine 1449-inizio 1452) alcune sue importanti composizioni, come le tre epistole metriche a Sigismondo Malatesta: Ausoniae decus (Var., XVIII), in cui si offre a celebrare le glorie malatestiane dai remoti antenati a Pandolfo, padre di Sigismondo Malatesta, a Sigismondo stesso, O decus Asculeum, in qua reliquus ager Picenus ad Asculum loquitur, che celebra l’investitura di Sigismondo Malatesta a capitano generale della Chiesa e la presa di Roccacontrada (1445, certo l’epistola fu composta parecchio tempo dopo i fatti), Liquerat Oceanum, de bello suscipiendo pro salute et protectione Italiae, quello che sarà il secondo periodo della guerra in Toscana tra Firenze-Milano e Napoli-Venezia (1452-1453), e il poemetto Dioúsymposis, elegante descrizione di un banchetto di Giove e degli dei ospiti di Oceano. In un documento del 13 aprile 1451 l’elloquentissimus ac egregius vir dominus Baxinus appare domiciliato in Rimini e ammogliato con Antonia del fu Pietro Gualdi (gentiluomo riminese non ignoto, anche come modesto rimatore), vedova del dottore di leggi Andrea Brancorsi, dal quale aveva avuto un figlio. La moglie sembra fosse stata data al Basini dallo stesso Sigismondo Malatesta e, benché più anziana del nuovo marito di almeno una decina d’anni, rappresentò, per la sua condizione sociale e le autorevoli aderenze familiari, un ottimo partito. Anche le parole dell’estensore del documento citato, e particolarmente il titolo di dominus, sono un sicuro riflesso della posizione di prestigio già assunta dal Basini nella nuova residenza. Nel 1453 egli risulta poi cittadino (non più solo abitante) di Rimini. L’acquisto da lui fatto alla fine del 1453 di una possessione in San Martino di Montelabate nel contado di Rimini, per 350 lire di bolognini, attesta la raggiunta agiatezza: si tratta certo dell’agrum pulcherrimum, et villam amoenissimam che due anni dopo, in una lettera all’amico Roberto Orsi, il Basini vanta quale frutto dei suoi studi greci, attraverso la benevolenza del Principe. Ma sembra che più tardi il Basini si gravasse di debiti, perché non altrimenti si può spiegare la rinunzia della vedova alla sua parte di eredità, alla morte del marito nel 1457. Frattanto, il quinquennio 1451-1455 segnò il momento del maggiore benessere e della più animosa produzione letteraria del Basini, in esatta corrispondenza con gli anni del più grande splendore della Corte di Rimini, mentre stava sorgendo il Tempio Malatestiano, una folla di artisti (tra cui L.B. Alberti, Agostino di Duccio, Piero della Francesca, Matteo Pasti) conferivano alla città l’incomparabile prestigio di una nuova civiltà artistica, Roberto Valturio scriveva per Sigismondo Malatesta il De re militari, e gli altri umanisti riminesi e forestieri gareggiavano nel celebrarlo, Signore di Rimini e ormai famoso condottiero, all’apice delle sue fortune militari, politiche ed economiche, assieme alla sua donna, la divina Isotta degli Atti. Tutti, chi più chi meno, gli umanisti che gravitavano intorno a Sigismondo Malatesta diedero il loro tributo all’esaltazione della coppia famosa, ma il più singolare prodotto letterario di quelli che furono chiamati i poeti isottei resta il Liber Isottaeus, un raffinato romanzo amoroso, in tre libri, ognuno di dieci elegie, che, nella forma delle epistole ovidiane, trasferisce in chiave umanistica la tradizione del canzoniere di imitazione petrarchesca, narrando la storia immaginaria, ma pure intessuta di molti e vivaci frammenti di vita reale, dell’amore di Sigismondo e Isotta. Opera in tutto e per tutto del Basini, oppure composita, iniziata da altri (Tobia dal Borgo) e ripresa e compiuta, in piccola o grande parte, dal Basini, il Liber Isottaeus rimane in ogni caso inseparabile dalla figura del Basini e al centro sia della cultura malatestiana di quegli anni, come dell’opera del poeta parmense. La questione della paternità del Liber Isottaeus lasciò divisi gli eruditi settecenteschi (Affò e Tiraboschi per l’attribuzione totale al Basini, i due Battaglini per la doppia paternità), e forse fu una delle cause che allora fecero escludere l’opera dall’edizione riminese delle Opera praestantiora del Basini. Tacque poi per un secolo e risorse ai primi del secolo XX con gli studi del Lonati e dell’Albini (duplicità) e le ricerche appassionate di F. Ferri (unicità). La tesi del Ferri trovò consenzienti decisi il Sabbadini e altri successivi e autorevoli studiosi (anche, con una tenue riserva, V. Rossi), mentre il miglior conoscitore dell’umanesimo riminese, A.F. Massèra, se lasciò intendere chiaramente il suo pensiero orientato per la tesi opposta, morì (nel 1928) proprio quando, dopo aver ripreso la pubblicazione dei suoi Poeti isottei, e aver premesso contributi fondamentali alla biografia del Borgo e del Basini, stava per giungere all’esame di questo problema centrale della sua trattazione. La questione, estremamente difficile e complessa, non trova aiuto esplicito nella tradizione manoscritta perché le elegie dei due amanti e quella del padre di Isotta figurano scritte in persona loro propria, e l’altro interlocutore, il Poeta, doveva quindi ufficialmente rimanere anonimo per non scoprire la finzione. Tuttavia in una serie di manoscritti, che cominciano con l’autorevolissimo Parmense 195, scritto vivente il Basini, nel 1455 e forse a Rimini, si è insinuato il nome di Tobias poeta Veronensis nel titolo dell’elegia I, 3, e nella tradizione estravagante di due elegie (II, 9-10) nel più tardo ma importante codice Bevilacqua, come nella trascrizione del testo completo nello stesso manoscritto, appare il nome del Basini nei titoli in cui è ricordato il poeta anche come destinatario. Fu merito del Ferri individuare nel testo del codice Bevilacqua una redazione diversa dalla volgata, che egli allora (1917) ritenne la primitiva (come è certamente), mentre più tardi, nelle sue edizioni del 1922 e del 1925, pure basate sulla volgata, pervenne alla convinzione che fosse invece seriore, e non seppe valutare la portata di quella situazione. D’altra parte i dati contrastanti della tradizione, pur diversamente spiegati o spiegabili, trovano conferma in testimonianze di contemporanei che attribuiscono tanto a Tobia, quanto al Basini la qualità di cantori degli amori di Sigismondo e Isotta. Una medaglia di Matteo Pasti con l’effigie di Isotta e la data 1446 reca sul rovescio un libro chiuso con la scritta Elegiae, che è da riferire certamente al Liber Isottaeus, ma la medaglia è altrettanto certamente di fattura posteriore a quella data. Dal canto suo, il Massera ritenne di poter dimostrare che le due elegie (II, 9-10), per la morte del padre di Isotta (evento di cui poté accertare la data al 1448) fossero state composte, in concorrenza con una dello stesso soggetto di T.V. Strozzi (Erot., III, 3=II, II Ald.), nello stesso anno 1448 e quindi a Ferrara, prima che prendesse corpo l’idea di un organico canzoniere (ciò che, per conseguenza, apporterebbe un elemento importante anche per l’origine dei rapporti tra il Basini e il Signore di Rimini). D’altra parte, l’interpretazione storica di altre elegie (particolarmente I. 2) lo condusse all’opinione che fossero state composte in Rimini prima della venuta del Basini, e quindi non da lui. Resterà sempre difficile distinguere le parti dei due poeti. Certamente i rapporti, indiscutibili, tra molti luoghi del Liber Isottaeus e luoghi di opere sicure del Basini (indagati minuziosamente, con risultati certo importanti, dal Ferri) non possono costituire sempre prova di unicità di autore, perché argomenti in parte reversibili, e neppure di attribuzione di singole elegie, perché il Basini avrebbe comunque sistemato tutta la materia per la pubblicazione dopo la morte di Tobia, e può quindi avere rielaborato liberamente anche testi non suoi, tanto più in quanto destinati a restare anonimi. Nel 1453, o forse meglio nel 1454, si deve porre l’epistola metrica al papa Niccolò V, al quale il Basini aveva già dedicato un’egloga: epistola di tipo oraziano, preziosa per gli elementi autobiografici di cui è intessuta quanto nessun altro scritto del Basini, e documento di somma importanza per la storia della critica letteraria degli umanisti (Zabughin, Vergilio, I, p. 314, n. 78). L’epistola, che tra l’altro spiega le ragioni per cui egli non tradurrebbe Omero, è stata messa in rapporto con un presunto invito del Papa a quella versione, che negli stessi anni fu affidata a Carlo Marsuppini e a Francesco Filelfo. Al 1455 spetta la pubblicazione degli Astroúnomica, poema in due libri nel quale il Basini, volgendosi dal culto della grande arte omerica all’amore delle cesellature alessandrine (Rossi, Il Quattrocento, p. 484), diede una trattazione didascalica della materia astronomica (non astrologica) basata principalmente su Arato, con derivazioni mitografiche da Igino e scientifiche da Marziano Capella. Dello stesso anno, se non del seguente, è un singolare episodio letterario che diede origine a due tra i più interessanti degli scritti minori del Basini: l’aspra polemica, di grande interesse nella storia del movimento umanistico, pro e contro lo studio del greco, che il Basini sostenne indispensabile ai cultori della lingua latina. Furono suoi avversari i due anziani umanisti Tommaso Seneca da Camerino (che già nel 1440 si trovava a Rimini quale segretario di Sigismondo Malatesta e vi dimorò saltuariamente fino al 1472) e l’avventuriero napoletano Porcelio Pandoni, che vi era giunto nel 1453 o 1454, raccomandato a Sigismondo Malatesta dal Valturio e dallo stesso Basini, e che vi aveva composto, tra altre smaccate adulazioni, una sorta di poema in dodici elegie, De amore Iovis in Isottam. La controversia, originata da beghe di ombrosità letteraria tra i tre umanisti, e a quanto pare permessa, forse non senza ironia, da Sigismondo Malatesta, invocato giudice dalle parti, diede occasione a tre composizioni poetiche indirizzate al Principe (quella di Porcelio anche a Isotta): una nuova epistola metrica del Basini, Quis ferat indocti, in qua ostendit poetas Latinos sine litteris Graecis nihil omnino posse e due satyrae, come le chiama il Basini, rispettivamente in esametri e in distici, del Seneca e del Pandoni. Il Basini stesso, sicuro del fatto suo, diffuse copie degli scritti degli avversari (e certo anche dei propri) come racconta in una lunga e interessante epistola in prosa all’amico Roberto Orsi del 27 ottobre (1455 o 1456), che dà insieme la storia della controversia e l’ultima battuta di essa (si noti che il testo dei due avversari, che vi è più volte letteralmente citato, riflette una redazione anteriore a quella pervenuta). La nuova epistola metrica e la lettera all’Orsi sono una ulteriore testimonianza delle idee letterarie del Basini e dei suoi studi. Si deve aggiungere un breve trattato inedito di prosodia latina, De carminibus, diretto a un Giulio Cesare, a quanto sembra il Varano, che di lì a poco divenne genero di Sigismondo Malatesta. È notevole che fin dalle prime parole il Basini vi si richiami all’insegnamento di Vittorino da Feltre. Altri scritti di questo tempo, come una nuova epistola al Gaza (Var., XVII), al quale raccomanda Andrea Contrario, e un epigramma a Maffeo Vegio, informano di sue amicizie umanistiche. Altri carmi minori illustrano i suoi rapporti riminesi, come l’epigramma per un cane del consigliere di Sigismondo Malatesta, Piero Gennari, e quello in lode dell’opera del Valturio. Altre fonti informano dell’amicizia con gli umanisti riminesi Piero Perleoni e Roberto Orsi (per quest’ultimo, oltre la lettera citata, due epigrammi dell’Orsi per il matrimonio e la morte del Basini). Probabilmente maggiore fu l’intimità con il Valturio, al quale il Basini morente affidò il codice autografo dei due ultimi poemi. Per la sua partecipazione all’attività costruttiva e artistica riminese di quel quinquennio glorioso, si possono citare un distico epigrafico per un ritratto di Sigismondo Malatesta, scoperto nel Tempio, che è da ritenere scritto da lui, e la solenne iscrizione votiva e celebrativa in greco, ripetuta sulle due fiancate del Tempio, che già fu proposto di attribuire al Basini. Ma la maggiore celebrazione di Sigismondo Malatesta che sia stata prodotta dalla letteratura umanistica fu il grande poema Hesperis in 13 libri, che è insieme la più estesa delle opere del Basini e quella a cui egli intese principalmente affidare la sua fama di poeta. Il titolo Hesperis, o Hesperidos libri XIII, vale quanto Italiade, e sottolinea, oltre la materia che è costituita principalmente dalle più recenti guerre in Italia, lo spirito con cui la narrazione è costantemente condotta: la guerra è per il Basini quella dei Latini, Ausonii, Itali, cioè degli Italiani, contro i barbari, Iberi, Celtae, Taraconii, cioè gli Aragonesi di re Alfonso di Napoli e di suo figlio Ferdinando, e l’eroe vincitore e trionfatore, Sigismondo, è rappresentato come un campione nazionale della latinità. Si tratta in realtà di modesti avvenimenti, quale le due fasi della guerra condotta in Toscana da Sigismondo Malatesta, quella del 1448 che terminò con l’abbandono dell’assedio marittimo di Piombino (Populonia) da parte di Alfonso d’Aragona, e quella del 1452-1453 con le vittoriose imprese di Fogliano e di Vada contro Ferdinando d’Aragona. La retorica amplificazione e la trasfigurazione fantastica sono realizzate dal Basini con tutti gli accorgimenti e gli ingredienti e mezzi esornativi della tradizione epica, principalissimi gli interventi dei numi e la ÉÀ Év´ ɻɓɫÉø omerico-virgiliana, cioè la discesa di Sigismondo agli inferi, che occupa tre interi libri del poema (VII-IX), inserita come intermezzo tra le due guerre (se ne veda l’analisi e ricerca delle fonti in Zabughin, Vergilio, I, pp. 289-293). Con opportuni accorgimenti sono ricordate imprese anteriori di Sigismondo Malatesta o sono celebrati i suoi antenati (il padre Pandolfo, il fratello, venerato quale beato, Galeotto Roberto, il più vecchio Malatesta Ungaro), o avvenimenti salienti della signoria di Sigismondo Malatesta quali la riedificazione di Senigallia e la costruzione del Tempio (pagine notevolissime, che chiudono il libro XIII, 319-342, 343-360), o ricordate figure dell’ambiente malatestiano, come nell’episodio della morte, all’assedio di Vada, di Antonello da Narni (Narnius), uno dei giovani capi di Sigismondo Malatesta (XII, 532-586). E persino appaiono beghe letterarie del Basini, come nell’attacco al vecchio maestro Carino (X, 170-230: quasi sicuramente Guarino, a cui solo poco tempo prima il Basini aveva rivolto una affettuosa lettera), o nell’episodio infamante di Seneuco (XI, 279-372: sicuramente Tommaso Seneca). Di fronte a tanta ricchezza di motivi, ben poco importa che il poema non sia stato condotto alla perfezione (e forse neppure finito, come appare dagli argomenti monostici scritti dal Basini, che prevedono 14 libri, e dall’esame dell’autografo). Molto, se non tutto, è stato fatto per la valutazione critica del poema e per l’indagine delle fonti classiche (persino, qua e là, ci sono traduzioni dirette da Omero), come per lo studio di qualche particolare tratto o episodio e per l’esame dei rapporti di questa con le altre opere del Basini, che trasporta liberamente, qui come altrove, versi suoi da altre opere o viceversa cancella dei tratti per usarli altrove (Finsler, Ferri, Zabughin). Ma la Hesperis è anche una fonte storica diretta, fondata probabilmente in gran parte su racconti orali di Sigismondo Malatesta stesso e della sua cerchia, e lo è anche, indipendentemente dal racconto, come documento della propaganda malatestiana, al quale più o meno direttamente dovette contribuire lo stesso Sigismondo. Per questi ultimi aspetti, il poema resta quasi inesplorato, e certo si tratta di un’esplorazione difficile (si possono vedere le osservazioni, importanti, di F.G. Battaglini, in Basini Parmensis Opera praestantiora, II, pp. 268-272). Si aggiunga che le indagini sul contenuto storico dovrebbero essere estese alle interessanti miniature che adornano alcuni esemplari manoscritti del poema, secondo un piano che poté ben risalire al Basini o al suo eroe, anche se furono realizzate solo alcuni anni dopo la morte del Basini (v. Campana, presso Pächt, Giovanni da Fano’s, pp. 109-111). Probaúbilmente prima di aver terminato la Hesperis, il Basini si accingeva, con quella febbre di lavoro che sembra aver caratterizzato, con ritmo crescente, l’ultima intensa stagione della sua breve vita, a un nuovo poema, gli Argonautica. Lo stesso Basini nel prologo (I, 1-7) si dice preso da ancora maggiore furore di ispirazione poetica che per i due precedenti poemi, Hesperis e Astronomica (è significativo che non ricordi altre opere). Il tema degli Argonauti era già stato affrontato in parte dall’amico suo Maffeo Vegio, l’umanista che più di ogni altro dei suoi contemporanei coltivò l’epica e che occupa, almeno letterariamente, un posto appena inferiore al Basini. Qui la fonte principale è Omero, più ancora che Apollonio Rodio, non senza qualche derivazione da Valerio Flacco. Ma dell’opera sono rimasti solo tre libri largamenti incompiuti e una serie di frammenti, e l’autografo mostra bene l’aspetto tumultuario della composizione. Diciottomila versi (attenendosi a un calcolo prudente) di poesia dotta, di alto livello formale e certo con ambizioni d’arte quali appaiono anche dal lavoro di lima nell’autografo dei due ultimi poemi, non sono pochi per un poeta morto a trentadue anni. Si può pensare che tale mole di lavoro, e più il ritmo febbrile degli ultimi anni, abbiano influito sulla salute del Basini e mutato qualche cosa del suo equilibrio fisico. Ma queste sono ipotesi: come non si sa nulla del suo aspetto, del quale non è pervenuta nessuna immagine, neppure la medaglia che, giovanissimo, chiese all’amico Pisanello, così neppure della malattia, forse improvvisa e rapida, che lo condusse a morte. Il 24 maggio 1457 il Basini, ammalato, fece testamento: morì lo stesso giorno o in ogni caso prima della fine di quel mese. Il 30 maggio, a norma degli Statuti, la vedova fece redigere l’inventario dei suoi beni mobili: colpisce in questo documento, quale ne sia la causa, la mancanza di libri, a eccezione di cinque, tutti greci (un Apollonio, un Porfirio, un libro di astronomia, altri due non meglio indicati). Il testamento del Basini, rogato nella casa della sua dimora in contrada Santa Innocenza (non lontano da San Francesco), è documento di alto interesse biografico, umano e letterario. Il Basini vuole essere sepolto presso la chiesa di San Francesco (il Tempio Malatestiano) e chiede al suo signore Sigismondo Malatesta di fargli erigere un sepolcro con il verso Parma mihi patria est, sunt sydera carmen et arma (il riferimento è ancora alla Hesperis e agli Astronomica e la limitazione, qui in punto di morte, è ancora più significativa). Tralasciando alcuni legati consuetudinari o irrilevanti, è da notare che il Basini lascia a Sigismondo Malatesta la Hesperis, opera non ancora sottoposta all’ultima lima, che è il massimo di tutti i suoi beni, alla condizione, insistentemente ed energicamente espressa, che non sia permesso ad altri di mettervi le mani per correggerla, altrimenti sia piuttosto data alle fiamme o alle onde. Lascia il cavallo per le spese del funerale, una veste al figliastro Pier Domenico, ai fratelli Antonio e Manfredo due vesti e tutti i beni mobili e immobili e diritti a lui spettanti dall’eredità del padre e della madre, al servitore Pietro Alberti di Pavia un mantello, a Sigismondo Malatesta un libro greco di Omero e Apollonio (ma quest’ultimo legato fu cancellato). Infine si raccomanda ai cittadini di Parma e di Rimini (et deinde duobus se comendat populis Parmensi et Ariminensi). Di tutti i rimanenti beni mobili e immobili istituisce erede universale la moglie Antonia. Un codicillo rogato lo stesso giorno riguarda solo cose patrimoniali. Il Signore di Rimini fece per il Basini assai più di quello che il testamento gli imponeva. Il Basini fu deposto nel primo dei grandi sarcofagi di tipo romano che avevano cominciato a ornare, forse secondo un piano previsto dall’Alberti, il fianco destro del Tempio. Ma contemporaneamente (particolare importante, non chiarito) fece esumare e riporre nel secondo sarcofago le ossa di Giusto dei Conti, morto fin dal 1449: Sigismondo Malatesta diede cioè inizio, con il Basini, al suo programma di destinare quelle arche a sepolture di poeti e di sapienti che facessero corona alle tombe propria e di Isotta, secondo un concetto celebrativo senza esempi a quel tempo. E in questo diede al Basini il primo posto (terzo fu, nel 1465, il dotto filosofo bizantino Giorgio Gemisto Pletone, da Sigismondo Malatesta riesumato e portato a Rimini durante la guerra in Grecia; quarto, dopo la morte di Sigismondo stesso, Roberto Valturio). Sul sarcofago del Basini fu posta una breve e solenne iscrizione in prosa, composta, è da credere, dal Valturio, senza data e senza il verso voluto dal Basini: Basinii Parmensis poetae D(ivi) Sigismundipandulfi Mal(atestae) Pandulfi f(ilii) tempestate vita functi condita hic sunt ossa. Quanto alla pubblicazione della Hesperis, come è implicito nelle parole dettate al notaio dal Basini morente, il confronto con un’altra e parallela situazione classica, quella testimoniata dalla vita vergiliana di Donato (il suo poema imperfetto e l’incompiuta Eneide, Basini-Virgilio e Augusto-Sigismondo), confronto evidentemente sottolineato dall’autoepitafio (cfr. Mantua me genuit cecini pascua, rura, duces), così certo Sigismondo Malatesta non era uomo da disdegnare la parte di Augusto e forse il Basini stesso volle assegnare all’amico Roberto Valturio, segretario e consigliere fedele di Sigismondo Malatesta, quella di Vario e di Tucca. Il fatto che il Basini in punto di morte abbia affidato l’autografo del poema al Valturio, che vi scrisse di sua mano quem ipse dedit mihi Roberto Valturrio, non è forse in contrasto col legato testamentario a Sigismondo Malatesta: è da credere che egli volesse garantirsi con ciò dell’esecuzione fedele delle sue ultime volontà. Di fatto il testo della Hesperis fu trascritto fedelmente secondo l’ultimo stato che si poteva desumere dall’autografo, e se non ebbe una larga diffusione, fu però pubblicato come aveva voluto il Basini ed ebbe anche, per dir così, una edizione illustrata da miniature, della quale alcuni esemplari, certo eseguiti a cura e spese di Sigismondo Malatesta, si sono conservati. La maggior parte delle poesie giovanili del Basini del periodo ferrarese è stata conservata unicamente dal cosiddetto codice Bevilacqua, ben nota miscellanea umanistica ferrarese (Modena, Estense Éø. J. 5. 19), una piccola serie delle poesie minori nel Malatestiano S. XXIX 19 di Cesena, altri sparsamente in altre miscellanee umanistiche. Per tutti questi manoscritti si può vedere F. Ferri, La giovinezza, pp. XLV-XLVII, e Le poesie liriche, pp. 150-152, con una aggiunta in Massèra, I poeti isottei, p. 44 n. Più interessanti sono alcuni manoscritti autonomi: l’egloga a Niccolò V è solo nel Vaticano latino 1676, esemplare di dedica, che contiene anche la Meleagris con l’aggiunta (autografa) di un distico autobiografico e di note marginali; l’epistola allo stesso, solo nel Vaticano latino 3591, anche questo esemplare di dedica, con titolo e note marginali autografe; autografa è anche la nota finale, importantissima per i propositi del Basini in quel momento, Haec est una ex triginta Basinii epistolis, quae est principium primi libri ad Nicolaum quintum (la seconda doveva essere un’epistola a Sigismondo Malatesta, v. la nota al v. 138: F. Ferri, La giovinezza, pp. XVII n. 6, 49, e Le poesie liriche, p. 152). Oltre il citato Vaticano latino, 1676 del Meleagris che proviene dal Basini, un manoscritto della Biblioteca Palatina di Parma (Parmense 241) che contiene anche l’epistola a Leonello d’Este, e il Laurenziano 33, 29, copia del secolo XVI in. mandata a papa Leone X da C. Sylvanus Germanicus con l’aggiunta di una sua prefazione e di argomenti metrici; D. Fava, La Biblioteca Estense, Modena, 1925, p. 35, sospetta che l’Estense Éø. X.2.29 (membranaceo, mutilo) sia l’esemplare di dedica a Leonello d’Este. Delle epistole a Sigismondo Malatesta, una, Ausoniae decus, è conservata solo dal manoscritto riminese (Gambal. 77) della cronaca di G. Broglio, altre due, O decus Asculeum e Liquerat Oceanum, in una serie di manoscritti del Liber Isottaeus; ma la seconda anche nel manoscritto bolognese degli Astron.; quella polemica per il greco, Quis ferat indocti, nel Casanat. 4059 che contiene anche la lettera all’Orsi. Il Diosymposis si trova nel Riccard. 904, copia autografa del Basini (nonostante Ferri, La giovinezza di un poeta, pp. XXXIV-XXXVII e tav. I), con un epigramma d’invio a Melchiorre da Camerino; nel Parmense 195 del 1455; e in molti altri codici della tradizione corrente del Liber Isottaeus. Particolarmente importanti per il Liber Isottaeus sono il Parmense 195 scritto da Giovanni Peruzzo Bartolelli, forse a Rimini, nel 1455 (v. l’edizione Ferri 1922 del Liber Isottaeus, tav. I-II) e il citato manoscritto Bevilacqua di Modena (unico della prima redazione), che ha prima le elegie II, 9-10 e I, 2 (ff. 11r-15r, 17r-19r) e poi le rimanenti (ff. 78r-113r); la tradizione estravagante di II, 9-10 è anche nel Parmense 241. Si conoscono inoltre una quindicina di manoscritti, alcuni dei quali perduti o non identificati, contenenti un corpo umanistico malatestiano formato, più o meno, dal De amore Iovis in Isottam e altre cose di Porcelio, a cui seguono il Liber Isottaeus, le due epistole O decus Asculeum e Liquerat Oceanum e la Diosymposis del Basini; e componimenti vari di Aurelio Trebanio, Taddeo servita bolognese, Roberto Orsi, Guarino (in sostanza la materia dell’edizione 1539) e occasionalmente anche altri testi. Sui manoscritti in generale vedi Ferri, L’autore, pp. 8-31, 103-105, e meglio Ferri, Il testo definitivo, pp. 233-253 (lista a pp. 236-240); molti materiali sono in Carte Massèra della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini. Si aggiungano il manoscritto della Biblioteca Comunale di Forlì Piancastelli VI 91 e due esemplari del corpo malatestiano, Vaticano Rossiano 1008 e Londra, British Museum, Add. 16987 (per questo, Massèra, p. 22 n. I); un altro manoscritto di Rimini, Biblioteca Gambalunghiana, 4.A.III.16 del secolo XVI, è una semplice copia della stampa del 1539. Nell’inventario dei beni mobili di Sigismondo Malatesta trovati in Castel Sismondo alla sua morte (1468) appaiono degli Isottei certo eseguiti in serie (Tri vilumi cioè tri Isotei, edizione F.G. Battaglini, in Basini Parmensis Opera praestantiora, II, p. 678) ma non è certo che si tratti di copie del Liber Isottaeus o del corpo descritto sopra, perché si può anche pensare a esemplari del Canzoniere volgare dello stesso Sigismondo Malatesta (cfr. p. 674). Dell’Astronomica si hanno i seguenti manoscritti Parmense 1008, scritto a Rimini nel 1458 da Pier Mario Bartolelli, con figure delle costellazioni elegantemente disegnate, e 1197 (ff. 36-72); Bologna, Biblioteca Comunale, A. 173, e altri (v. Affò, in Basini Parmensis Opera praestantiora, II, p. 35; Soldati, La poesia astrologica, p. 84 n. I; Massèra, p. 49 n. I). Per l’autografo riminese dell’Hesperis, si veda il manoscritto Gambalunghiano 67 (ff. 2r-15IV), proveniente dalla biblioteca di San Francesco erede dei codici del Valturio (v. Ferri, La giovinezza, p. XV n. 8, XXXIX n. 2, tav. 3-4 e sparsi accenni in altri lavori del Ferri; Massèra, R. Valturio, [1928], ristampa Faenza, 1958, p. 11; A. Campana, nel volume Tesori delle Biblioteche d’Italia. Emilia e Romagna, Milano, 1932, p. 113 e fig. 44). Per gli esemplari miniati (Paris, Bibl. de l’Arsénal 630, Oxford Bodl. Canon. class. lat. 81, Vaticano latino 6043) vedi C. Ricci, Il Tempio Malatestiano, pp. 52-54 e figg. 73-78; C. Ricci, Di un codice (ms. Paris) e O. Pächt, Giovanni da Fano’s, pp. 91-111, con due appendici di A. Campana: Il nuovo codice Vaticano della “Hesperis” di Basinio, Tavola delle illustrazioni dei codici miniati della “Hesperis” di Basinio. Uno di questi può essere il libro composito per dominum Basinium copertum de veluto azurro cum brochis de ottone indicato nel citato inventario delle cose di Sigismondo Malatesta, p. 674. A una produzione in serie di tali esemplari, e non già dell’opera del Valturio, sono da riferire i documenti su cui si veda C. Ricci, Il Tempio Malatestiano, pp. 48 s. Per altri cinque codici, si confronti Campana, p. 108. Si aggiunga infine quello di Firenze, Biblioteca Nazionale II p 46, appartenuto a Galeotto Malatesta, figlio di Sigismondo. Per l’Argonautica, solo l’autografo nel Gambalunghiana 67, ff. 154v-208v, che comprendono anche fogli bianchi e frammenti. De carminibus si hanno nei codici Parmense 241, Vaticano Chigiano I.V.158, Napoli, Biblioteca Nazionale, V.C. 40 (v. Ferri, La giovinezza, pp. XXXIX-XL). Per quanto riguarda le lettere: al Tortelli, l’originale autografo era nel Vaticano latino 3908, ne rimane una copia moderna nel Vaticano latino 9065; a Guarino, minuta autografa nel Gambalunghiana 67, ff. 204v-205r; a Roberto Orsi, nel Casanatense 4059 e in altri codici. Prima della fine del secolo XVIII erano a stampa del Basini solo poche cose nel raro volumetto Trium Poetarum elegantissimorum, Porcelij, Basinij et Trebani opuscola nunc primum diligentia Christophori Preudhomme edita, Parisiis, 1539, derivato da un manoscritto del corpo umanistico malatestiano: a ff. 37r-85v il Liber Isottaeus diviso in quattro libri e falsamente attribuito a Porcelio, 85v-87r l’epistola metrica O decus Asculeum,87v-91v la Liquerat Oceanum, e 92r-101r la Diosymposis. Le due epistole metriche furono tradotte in endecasillabi sciolti da F.G. Battaglini (ms. a Forlì, Biblioteca Comunale, Piancastelli VI 87). Per il Liber Isottaeus si hanno le due edizioni di F. Ferri: Basini Parm. poetae Liber Isottaeus, Città di Castello 1922 (edizione di 100 copie numerate), con tre capitoli introduttivi e due appendici di Richiami storici e Annotazione critica (si vedano anche le discussioni sul testo, a cui diede occasione questa edizione: G. Albini, Il “Liber Isottaeus” in una, pp. 172-192; G. Albini, recensione in La Cultura, s. 5, III 1923, pp. 131 s.; e le risposte del Ferri, Un accademico e Un distico) e Le poesie liriche di Basinio (Isottaeus, Cyris, Carmina varia), vol. I dei Testi latini umanistici diretti da R. Sabbadini: Liber Isottaeus a pp. 1-74, con apparato pp. 143-150 e note pp. 153-157. Una traduzione italiana in terzine (1858) di C. Tonini è nelle Carte Tonini della Biblioteca Gambalunghiana di Rimini, cart. XXXI (con saggio della traduzione, elegia I, I, in bozza di stampa del 1906; il Tonini tradusse anche il De amore Iovis in Isottam di Porcelio). Di XXIX carmi giovanili del Basini, quasi tutti inediti o solo parzialmente conosciuti, diede un’edizione F. Ferri, La giovinezza di un poeta, pp. 1-60 (e cfr. pp. XLII-XLVII). Più tardi il Ferri li ripubblicò nel volume Le poesie liriche, dividendoli in due gruppi: Cyris, pp. 77-92, e Carmina varia, pp. 93-129, con apparato alle pp. 150-152 e note alle pp. 157-163: nel primo le XII elegie amorose per Ciride (che però non hanno nella tradizione manoscritta una unità autonoma e tanto meno un titolo), nel secondo gli altri XX componimenti (cioè con l’aggiunta di altre tre, X, XII, XV, che nell’edizione 1914 erano fuori serie, rispettivamente a p. 36 n., XV n. 9, 60). Le importanti note marginali (autografe) a Var., XX, si trovano solo nell’edizione 1914, pp. 48 s. Altre composizioni non incluse in queste raccolte (oltre la Diosymposis e le due epp. metriche dell’edizione 1539) sono: l’ep. Quis ferat indocti, edito da G. Ferri, in Anecdota litteraria ex mss. codicibus eruta, II, Romae, 1773, pp. 405-416, e F. Ferri, Una contesa di tre umanisti, pp. 45-47 e 62; il frammento (43 versi) di un Urbis Romae ad Venetias epistolion a proposito della statua del Gattamelata, F. Ferri, Un’invettiva latina, pp. 418-424 (l’attribuzione è sicura); l’epigramma a Melchiorre da Camerino, edito da Albini, Il “Liber Isottaeus” e il suo autore, p. 18 n. 2 e Ferri, La giovinezza, p. 21 (cfr. XXXV); gli argomenti monostici dei libri della Hesperis, editi da Affò, in Basini Parmensis Opera praestantiora, II, p. 34 (sono anche in Mazzuchelli, Notizie, pp. 20-21); il distico con la data della propria nascita in Ferri, Sopra una lettera di Basinio, p. 208 n. 4; il distico inciso intorno a un ritratto di Sigismondo Malatesta in G. Ravaioli, Una nuova effigie di Sigismondo nel Tempio Malatestiano, in Studi riminesi e bibliografia in onore di C. Lucchesi, Faenza, 1952, p. 184 (per l’attribuzione vedi nel testo). Per quanto riguarda le lettere: a G. Tortelli, edite da Ferri, La giovinezza, p. 63 e Le poesie liriche, pp. 160 s.; a Guarino, edite da Sabbadini, Epistolario di Guarino Veronese, II, Venezia, 1916, pp. 634 s. con la bibliografia precedente e Ferri, Una contesa, p. 68; a R. Orsi, edite da I.L.B., in Anecdota litt., II, pp. 300-312 e F. Ferri, Una contesa, pp. 58-61 e 63 s. L’iscrizione greca del Tempio Malatestiano è in G.M. Garuffi, Lucerna lapidaria, Arimini, 1691, p. 62 (poi in Graevii-Burmanni Thesaurus antiq. et hist. Italiae, VII, 2, Lugduni Batav., 1722, col. 39; G.B. Costa, Il Tempio di San Francesco di Rimino, in Miscellanei di varia lett. di Lucca, V (1765), e a parte, Lucca 1765, tavola, n. III; e presso C.G. Fossati, Le Temple de Malateste de Rimini, Fuligno, 1794, p. 37; solo le riproduzioni fotografiche in Ricci, fig. 258, 259, 356 (cfr. pp. 217 e 240 n. 43 con altra bibliografia; per l’attribuzione vedi Ferri, Un voto). I quattro poemi maggiori sono pubblicati, a cura di L. Drudi, in Basini Parmensis poetae Opera praestantiora nunc primum ed. et opportunis commentariis illustrata, I, Arimini, 1794, edizione senza note e apparato critico ma accuratissima (pp. I-XI prefazione, ancora utile per i manoscritti , XIII-XV il testamento del Basini, 1-288 Hesperis, 288-342 Astron., 339-447 Meleagris, 449-506 Argon., con gli argomenti in prosa composti dal Drudi o attinti al codice Laurenziano 33, 29; nelle tavole incise riproduzioni di miniature della Hesperis); i commentarii accennati nel titolo occupano il volume II, stessa data, e sono le tre monografie sulla storia e la cultura malatestiana del Quattrocento di I. Affò, A. Battaglini, F.G. Battaglini; sull’importanza di questa edizione, promossa da F.G. Battaglini, come espressione dell’alta cultura riminese del tempo e come episodio saliente degli studi malatestiani, v. C. Tonini, La coltura in Rimini, II, pp. 526 s., e A. Campana, Vicende e problemi degli studi malatestiani, in Studi Romagnoli II 1951, pp. 7 s. Notevole per la storia di essa è il carteggio letterario dei due Battaglini (ms. 4302 della Biblioteca Universitaria di Bologna).
FONTI E BIBL.: Una Bibliografia basiniana in Ferri, Le poesie liriche di Basinio, Torino, 1925, 140-142; per gli scritti del Ferri e le recensioni relative, minutissime notizie del Ferri stesso nell’opuscolo Un accademico delle Scienze di Bologna e il poeta Basinio Parmense, Città di Castello, 1924, 11-14. La prima biobibliografia basiniana a stampa è quella del p. I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, II, Parma, 1789, 185-228 (v. anche A. Pezzana, Continuazione delle Memorie, VI, 2, Parma, 1827, 170-187), ristampata sotto il titolo Notizie intorno la vita e le opere di Basinio Basini, in Basini Parmensis Opera praestantiora, II, 1-42; l’Affò si giovò largamente dell’analogo lavoro preparato dal Mazzuchelli per gli Scrittori d’Italia e allora inedito (Notizie intorno alla vita e agli scritti di Basinio da Parma estratto dalla serie degli Scrittori d’Italia del Conte Giammaria Mazzuchelli 6 febbraio 1768 copiate e poste in netto, a cura di F. Ferri per Nozze Dal Pero-Orlandi, Rimini, 1911), degli intensi scambi epistolari col Tiraboschi (Lettere di G. Tiraboschi al P. Ireneo Affò, a cura di C. Frati, Modena, 1895, 21 s., 141-144, 149-157, pagine ancora importanti, con le note dell’edizione, specie per i manoscritti basiniani), e dei materiali del Basini che rimangono nel ms. Parm. 1197; del Tiraboschi si veda la Storia della letteratura italiana, 1400-1500, lib. III, c. IV, par. 5. Poi C. de’ Rosmini, Idea dell’ottimo precettore Vittorino da Feltre, Bassano, 1801, 462-470; G. Carducci, Delle poesie latine di L. Ariosto (1875), poi riveduto e con nuovo titolo (1881) e infine rifatto in Opere, XV (1904) (poi Opere, edizione nazionale, XIII, 1936, 169-173, 235-237); C. Tonini, La coltura in Rimini dal secolo XIV ai primordi del XIX, Rimini, 1884, I, 100-108, e II, 687 (indice); K. Borinski, Das Espos der Renaissance, in Geiger’s Vierteljahrschrift, I, 1886, 187 ss.; R.J. Albrecht, Zu T.V. Strozza’s und Basinio Basini’s lat. Lobgedichten auf Vittore Pisano, in Romanische Forschungen IV 1891, 341-344; G. Voigt, Die Wiederbelebung des class. Alterthums, 3a edizione, Berlin, 1893, I, 580-584, e II, 527 (Indice); V. Lonati, Un romanzo poetico nel Rinascimento, Brescia, 1899 (per nozze Pasi-Lonati; sul Liber Isottaeus; vedi la recensione di S. Ungaro, in Rassegna Critica della Letteratura Italiana VII 1902, 74-78, e VIII 1903, 57); B. Soldati, La poesia astrologica nel Quattrocento, Firenze, 1906, 74-104; G. Albini, Il “Liber Isottaeus” e il suo autore, in Memorie dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, classe scienze morali, sezione storia-filologia, 1, I, 1906-1907, 139-160; F. Ferri, L’autore del Liber Isottaeus, Rimini, 1912 (e la recensione di R. Sabbadini, in Rassegna Bibliografica della Letteratura Italiana, n. s., III 1913, 50-54, con nota di F. Flamini, 94); G. Finsler, Homer in der Neuzeit, Leipzig, 1912, 30-33; G. Finsler, Sigismondo Malatesta und sein Homer, in Festgabe für G. Meyer v. Knonau, Zürich, 1913, 285-303; F. Ferri, Il poeta Basinio e la leggenda di San Patrizio, in Aurea Parma II 1913, 101-105 (su Hesperis: VIII, 176-188); F. Ferri, La giovinezza di un poeta. Basinii Parmensis Carmina, Rimini, 1914 (e la recensione del Sabbadini, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXV 1915, 96-100 e di G. B[ertoni], in Archivum Romanicum III 1919, 141 s.); F. Ferri, Un’invettiva latina contro Erasmo Gattamelata, in Athenacum III 1915, 418-424; F. Ferri, Un dissidio tra Basinio e Guarino, in Athenaeum V 1917, 33-43 (con una nota del Sabbadini; su Hesperis: X, 170-230); F. Ferri, Sopra una lettera di Basinio, in Athenaeum V 1917, 206-209 (datazione della lettera all’Orsi); F. Ferri, Il testo definitivo del “Liber Isotteus”, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXX 1917, 233-253; R. Sabbadini, Epistolario di Guarino Veronese, III, Venezia, 1919, 488-490 e Indice, 547; F. Ferri, Una contesa di tre umanisti, Basinio, Porcellio e Seneca. Contributo alla storia degli studi greci nel Quattrocento in Italia, Pavia, 1920; F. Ferri, Basinio e l’Argonautica di Apollonio Rodio, in Rendiconto dell’Istituto Lombardo di Scienze e Lettere LIII 1920, 147-165; V. Zabughin, Vergilio nel Rinascimento italiano, I, Bologna, 1921, 287-293, 312-325 (note); F. Ferri, edizione del Liber Isottaeus, Città di Castello, 1922 (pp. VII-XIV sulla questione della paternità, XV-XXVII sul Basini, XXIX-XXXVI sulla doppia redazione); A. Rafanelli, Gli amori di Sigismondo e d’Isotta nel Liber Isottaeus di Basinio Parmense, Città di Castello, 1922; G. Albini, Il “Liber Isottaeus” in una recente edizione, in L’Archiginnasio XVII 1922, 172-192 (e la recensione del 1923); F. Ferri, Un voto di Sigismondo Malatesta, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi, n.s., XXII bis 1923, 369-371; F. Ferri, Un accademico delle Scienze di Bologna e il poeta Basinio Parmense, Città di Castello, 1924; F. Ferri, Un distico di Basinio, in Athenaeum, n.s., II 1924, 196 s.; C. Ricci, Il Tempio Malatestiano, Milano-Roma, s.d. ma 1924, 287-289 e figg. 341-342 (tomba); F. Ferri, Le poesie liriche (131-139: Notizia di Basinio, adattamento del secondo capitolo dell’edizione 1922; vedi la recensione di L. Galante, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXXXVI 1925, 370-372); G. Pochettino, L’“Isotteo” di Basinio Parmense, in Aurea Parma IX 1925, 16-23, 95-99; G. M[elli], Intorno alla patria di Basinio, in Aurea Parma IX 1925, 383 s.; A.F. Massèra, I poeti isottei, in Giornale Storico della Letteratura Italiana XCII 1928, 21 (notizie su Tommaso Monaldi, cognato di Antonia), 23 s. (Atteone Ugone e suoi epigrammi sulla Meleagris), 25-36 (IV. Tobia Borgo), 36-55 (V. Basinio Parmense), fondamentale per la biografia e per alcune datazioni; accenni alla questione del Liber Isottaeus, 31, 36, 52, e per il pensiero di Massèra vedi anche V. Zabughin, in Giornale Storico della Letteratura Italiana LXXVII 1921, 329; C. Ricci, Di un codice malatestiano della “Esperide” di Basinio, in Accademie e Biblioteche d’Italia, I, 5-6 1928, 20-48; V. Rossi, Il Quattrocento, Milano, 1933, 92, 241-244, 484 e note; O. Pächt-A. Campana, Giovanni da Fano’s illustrations for Basinio’s epos Hesperis, in Studi Romagnoli II 1951, 91-111; F. Arnaldi-L. Gualdo Rosa-L. Monti Sabia, Poeti latini del Quattrocento, Milano-Napoli, 1964, XX-XXIII (Arnaldi: Liber Isottaeus), 211-247 (Gualdo Rosa: notizia del Basini e scelta di poesie con versione e note, che comprende Cyr. IV e VI, Var. VI e quattro elegie del Liber Isottaeus); A. Campana, in Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1965, 89-98.

BASINI BASINO, vedi BASINI BASINIO

Mantova o Tizzano-Tizzano 1453
Fu uomo d’arme al servizio di Ottone Terzi. Sposò Margherita, dalla quale ebbe tre figli maschi, uno dei quali fu il celebre poeta Basinio.
FONTI E BIBL.: A. Campana, in Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1965, 89.

BASINIO DA PARMA, vedi BASINI BASINIO

Parma XV secolo
Fu vescovo Lusoviense di Lisieux in Francia. Scrisse dei fatti di Lodovico XI re di Francia.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 96.

BASINO DA PARMA, vedi BASINI BASINIO


Parma-1843
Fu scultore in legno e tornitore, attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: L. Molossi, Vocabolario topografico, 1832-1834, 294; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 32; Il mobile a Parma, 1983, 262.


Parma 18 maggio 1893-Parma 24 febbraio 1965
Nato da distinta famiglia parmense di origine ebraica. Laureatosi in scienze agrarie a Milano, fu presidente dell’Associazione degli studenti universitari milanesi negli anni 1914-1915 fino all’intervento in guerra. Allo scoppio della prima guerra mondiale partì volontario, pur essendo stato riformato per i postumi di un’operazione d’ernia, e combatté valorosamente per tutta la durata del conflitto come ufficiale nel 28o Artiglieria da campagna di cui, dopo un lungo servizio di batteria, fu aiutante maggiore in prima. Fu decorato al valore militare per l’azione dell’8 aprile 1916 sul Monte Mrzli. Appena smobilitato col grado di capitano, nel novembre 1919, assieme a un piccolo gruppo di raduci, fondò in Parma l’Assoúciazione Provinciale Combattenti (la seconda in Italia) e promosse cooperative di lavoro per ex combattenti, segnalandosi per la generosa opera assistenziale a favore dei reduci. Nello stesso tempo si dedicò alla conduzione di un’esemplare azienda agricola. La sua dedizione alla terra gli valse due premi nazionali (uno per la coltura frumentaria e l’altro per i silos da foraggio), la stella al merito rurale e la croce di cavaliere della Corona d’Italia. Il Bassani fu un agricoltore moderno, socialmente avanzato, profondo conoscitore di argomenti e problemi agricoli, di cui si fece divulgatore e propagandista nei molti interventi o articoli che pubblicò su vari giornali e, in particolare, fino a poco prima della scomparsa, sulla Gazzetta di Parma e sul Gazzettino Agricolo. Fu, tra l’altro, presidente della sezione dei conduttori a mezzadria in seno all’Unione Provinciale Agricoltori, vice presidente del Consorzio di bonifica e della Cattedra ambulante di agricoltura, consigliere del Consorzio Agrario, vice presidente dell’Ordine dei dottori in agraria, presidente della Centrale del Latte e presidente dell’Unione Provinciale Latterie Sociali e Aziendali. L’inizio della sua opera di pubblicista risale ai primi del Novecento quand’egli compilò e diffuse un foglio di battaglia che si chiamò, con titolo significativo, Il Grido Liberale, e continuò sino alla fine, con articoli non soltanto di carattere agricolo ma anche d’argomento politico, sociale e di costume. Particolarmente assidua fu la sua collaborazione alla Gazzetta di Parma. Il Bassani fu il primo presidente della SEGEA, società editrice della Gazzetta di Parma, che egli presiedette per ben quindici anni, dal 1948 al 1964. La fede liberale del Bassani, che risaliva agli anni dell’adolescenza, si temprò, attraverso gli anni, nel corso di cruente battaglie. Fin dal 1919 egli difese i principi dell’ordine e della legalità. Animato da un fiero amor di patria, che non gli venne meno neppure quando fu perseguitato per ragioni razziali dai suoi stessi compatrioti, fu guidato da uno spirito tollerante e civile, pieno di rispetto per l’individuo e per la personalità umana. Nel dopoguerra, si mise al servizio del Partito Liberale, e per il Partito Liberale Italiano si presentò candidato al Parlamento nelle elezioni politiche del 1946, del 1948 e del 1953. Sempre per il Partito liberale italiano fu eletto, più volte, consigliere comunale a Parma assieme all’avvocato Colombi Guidotti, e fu anche consigliere nazionale del partito a Roma.
FONTI E BIBL.: La morte del Dr. Bassani, in Gazzetta di Parma 25 febbraio 1965; Alessandro Bassani a un anno dalla morte, in Gazzetta di Parma 23 febbraio 1966; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 87; Gazzetta di Parma 24 febbraio 1986, 8; Gazzetta di Parma 17 maggio 1993, 5.

Cento ante 1578-post 1630
Violista, fratello di Orazio. Ricevette da Orazio i primi insegnamenti nello strumento. Prestò servizio alla Corte di Parma dal gennaio 1578 al settembre 1586 e ancora dal settembre 1590 al dicembre 1603 (Ruoli Farnesiani). Fu ancora musico alla Corte Farnese dal 31 marzo 1621 al 1630. Fu maestro di Vincenzo Bonizzi.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica a Parma, 1936; Enciclopedia Ricordi della musica; Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1965, 109; Dizionario musicisti, UTET, 1985, 346.

Parma 1621/1641
Figlio di Cesare e nipote di Orazio fu musico, contralto di trombone e suonatore di violone. Ricevette dalla Compagnia della Steccata di Parma, il 2 gennaio 1632, per il suo buon servizio, dodici ducatoni d’argento. Nella Festa dell’Annunciazione di quell’anno suonò il violone o controbasso, come poi fece ancora nel 1641. Il Bassani prese parte più volte alle esecuzioni musicali più solenni nella Cattedrale di Parma, come a quella del Corpus Domini del 1633. Scrisse le Lezioni di contrappunto fatte da Francesco Maria Bassani con alcune Toccate e varii Madrigali rotti da Orazio Bassani suo zio (ms. autografo in 4o, di 22 carte, Biblioteca Liceo Musicale di Bologna: 1621 a dì 9 novembre cominciai). È probabile che il Bassani fosse anche insegnante di musica.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Ordinazioni, Lib. 17, fol. 248; Archivio della Fabbriceria del Duomo di Parma, Mandati, 1631-1667; G. Gaspari, vol. I, 294; R. Eitner, vol. I, 364; G. Gasperini, Musicisti celebri alla corte dei Farnese: C. Merulo e O. Bassani, in Aurea Parma 1920; N. Pelicelli, Musica in Parma, in Note d’Archivio, 1932, 93; Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1965, 109-110; A. Newcomb, The Madrigal at Ferrara 1579-1597, Princeton, 1977; Newcomb, in Grove; Dizionario musicisti, UTET, 1985, 346.

Verona 1855-1928
Trasferitosi a Parma nel 1879, fu censore della Banca d’Italia, consigliere della Camera di Commercio e presidente dell’Azienda Elettrica Comunale.
FONTI E BIBL.: Genealogia della famiglia Bassani di Parma oriunda da Verona, Parma, Fresching, s.a., 18 pp.; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 87.

Cento 1550 c.-Parma 8 settembre 1615
Nacque da Girolamo, valente suonatore di viola. Seguita l’arte paterna, divenne presto uno dei più celebri strumentisti virtuosi del suo tempo. Il 1o settembre 1574 entrò alla Corte parmense come violista al servizio del duca Ottavio Farnese, che gli aumentò lo stipendio dal 1o gennaio 1583 per i suoi meriti e in occasione di un breve soggiorno romano del Bassani presso il cardinale Alessandro Farnese. Nel settembre dello stesso anno ritornò a Parma, dove rimase fino alla morte del duca Ottavio Farnese (16 settembre 1586). Il 30 settembre 1586, in seguito alla sospensione delle attività musicali di Corte, molti musici furono licenziati, mentre il Bassani venne chiamato nelle Fiandre, a Bruxelles, dal governatore dei Paesi Bassi Alessandro Farnese, che nutrì per lui stima e considerazione tali da colmarlo di favori e da assegnargli una pensione annua di 300 scudi d’oro. Nel 1592, morto Alessandro Farnese, il Bassani fece ritorno a Parma e anche dal nuovo duca Ranuccio Farnese gli furono tributati lo stesso riconoscimento e la stessa benevolenza già dimostratigli dal padre: nel 1594 Ranuccio Farnese gli donò 1500 scudi d’oro e per suo ordine Agostino Carracci fu incaricato di dipingere il ritratto del Bassani in atto di suonare la viola (Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte). Nel 1599 il Bassani fu di nuovo a Roma, dove sembra trascorresse un periodo di tempo più lungo del precedente (la pensione, infatti, gli venne regolarmente pagata in quella città), forse fino al 1609. Rientrato a Parma nello stesso anno, non l’abbandonò più e continuò, acclamato unico & famosissimo, secondo l’espressione del suo allievo V. Bonizzi (nella dedica a Margherita di Parma del suo libro Alcune opere di diversi auttori a diverse voci Passaggiate principalmente per la Viola Bastarda, ma anco per ogni sorte di Stromenti, e di Voci, In Venetia, Appresso Alessandro Vincenti, 1626), il suo servizio a Corte fino al giorno della sua morte. Il suo corpo venne sepolto nella chiesa di San Pietro Martire. Virtuoso di grande valore, il Bassani non si contentò soltanto di suonare il suo strumento in modo eccellente, ma contribuì con le sue composizioni e trascrizioni a dare nuova fisionomia alla tecnica e all’arte strumentali, che si andavano affermando in quel tempo, anche se ancora legate alla policoralità. Egli cercò appunto di superare i limiti della semplice riduzione da vocale a strumentale dei madrigali mediante i più ricchi e vari abbellimenti (o passaggi, come si diceva allora) appropriati alla natura dei singoli strumenti (pratica usata dai liutisti) e quindi di effetto e di carattere puramente strumentali. A testimonianza della sua opera è rimasto assai poco, ma è significativo che uno dei suoi madrigali passaggiati o rotti (secondo la terminologia del tempo) a 5 voci, Poi che mi prieg’ancora, stampato nel 1591 (mentre egli era nelle Fiandre) ad Anversa da Pietro Phalesio & Giovanni Bellero nella raccolta Melodia Olympica di diversi eccellentissimi musici a III, V, VI et VIII voci, a cura di Pietro Philippi Inglese (più volte ristampata), venisse ancora edito in un’altra pubblicazione del 1605 a Leida: Nervi d’Orfeo, di eccellentiss. autori. A cinque et sei voci, appresso Henrico Lodowico de Haestens. Alcune toccate e madrigali rotti del Bassani furono raccolti nelle Lezioni di contrappunto fatte da Francesco Maria Bassani (nipote del Bassani), il cui autografo del 1621 è conservato alla Biblioteca del Liceo Musicale di Bologna. Un motetto del Bassani figura anche nell’antologia Florilegium musicum Motectorum, trium et quinquaginta, IV. et V. vocum e profanis auctoribus excerptorum ac latino ecclesiastico textu donatorum, ut cum Basso ad organum, vel sola viva voce, in divinis possint officiis, firmo succedere cantui. Liber primus, curata da Johann Degen e stampata a Bamberg da Andrea Baals nel 1631.
FONTI E BIBL.: G. Gasperini, Musicisti celebri alla corte dei Farnesi: Claudio Merulo da Correggio e Orazio Bassani da Cento, in Aurea Parma IV, 5 1920, 262, 264-266; A. De Rinaldis, Pinacoteca del Museo Nazionale di Napoli (catalogo), Napoli, 1927, 49; N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note d’Archivio per la Storia Musicale 2 1932, 118-120, 128, e 3-4 1932, 220, 235; E. Bohn, Bibliographie der Musik-Druckwerke bis 1700 in der Stadtbibliothek zu Breslau, Berlin, 1883, 54; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo Musicale di Bologna, I, Bologna, 1890, 294; E. Vogel, Bibliothek der gedruckten weltlichen Vocalmusik Italiens. Aus den Jahren 1500-1700, I, Berlin, 1892, 72; R. Eitner, Quellen-Lexikon der Musiker, I, 364, 367; Enciclopedia Ricordi della Musica, I, Milano, 1963, 200; Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1965, 109-110.

Parma seconda metà del XVIII secolo
Pittore attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 22.


Parma 16 ottobre 1898-Chiavari 25 marzo 1971
Figlio di Aurelio e Lidia Pelagatti. Il padre fu redattore capo della Gazzetta di Parma, e il Bassanini volle seguirne l’esempio dedicandosi al giornalismo, raggiungendo, come il genitore e nello stesso giornale, l’incarico di redattore capo, posto che ricoprì per diversi anni. Fu per un quarantennio redattore responsabile della rivista Aurea Parma, prestando la sua collaborazione disinteressatamente. Iniziò la sua carriera di giornalista quale cronista presso la Gazzetta di Parma. Le sue cronache, a firma Pijama, sulla vita cittadina mondana e pettegola di allora (poco dopo la fine della prima guerra mondiale) ebbero risalto. Negli anni Trenta si trasferì a Salsomaggiore ove si occupò presso l’ufficio stampa delle Terme, continuando a collaborare a vari giornali, tra cui il Corriere della Sera, il Resto del Carlino e la Gazzetta di Parma. Fondò e diresse la rivista Salsomaggiore Illustrato e in seguito Tutto Salso. Con tali pubblicazioni, così come fece più tardi per Chiavari tramite le sue corrispondenze pubblicate sulla Gazzetta di Parma, contribuì a pubblicizzare i due importanti centri climatici: Salsomaggiore in campo nazionale e internazionale e Chiavari con particolare riferimento allo sviluppo del turismo e del soggiorno dei Parmigiani nell’accogliente cittadina ligure.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 1 1971, 36; Aurea Parma 1 1971, 72; R. Frattarolo, Scrittori pseudonimi, 1975, 153.

Parma 1869-1928
Entrato nel giornalismo nel 1886, fu per sette anni redattore del Corriere di Parma e poi, per diciotto anni, redattore capo della Gazzetta di Parma. Corrispondente del Corriere della Sera del Resto del Carlino fin dal 1893 e dell’Agenzia Stefani dal 1909, collaborò a vari giornali teatrali e fu tra i fondatori del sindacato corrispondenti. Alla sua morte era il decano dei giornalisti parmensi. Ricoprì diverse importanti cariche in seno a società e istituzioni benefiche di Parma, quali la Pubblica Assistenza, di cui fu segretario per parecchi anni (ricevette un diploma di benemerenza consegnatogli dal principe Umberto di Savoia al Teatro Regio), l’Asilo Notturno e la Croce Rossa. Fu padre di Eugenio, egli pure giornalista.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 21.

BASSETTI FRANCESCO, vedi BASETTI FRANCESCO

BASSETTI GIAN LORENZO, vedi BASETTI GIAN LORENZO

-Parma 23 gennaio 1871
Soffrì nel 1856 quindici mesi di carcere duro. Il Bassetti fu infatti tra quei cospiratori mazziniani che nel 1854 tentarono di anticipare la liberazione italiana.
FONTI E BIBL.: Il Presente 25 gennaio 1871, n. 25; Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 398.

Vedole 18 maggio 1809-
Fu colonnello della gendarmeria e capo della polizia del Ducato di Parma, il più odiato tra gli esecutori degli ordini sovrani. Il suo nome, insieme a quello del collega Anviti, fu infatti tra i più esecrati. Dopo il 1859 se ne perdono le tracce.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Parma da Maria Luigia a Vittorio Emanuele II, Parma; G. Lombardi, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; Ercole, Uomini politici, 1941, 114.

Parma 1899
Nel 1899 aprì a Parma in via Garibaldi 81 un commercio e accordatura di pianoforte e harmonium, con vendita di accessori.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1872
Nel 1872 era sottomaestro di tromba, corno e congeneri nella Scuola di musica annessa alla banda della Guardia Nazionale di Parma.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Banda, 1993, 58.

Bardi 1907
Secondo l’Annuario Musicale Carozzi del 1907 era titolare di una fabbrica di corde di minugia (budella di animali) a Bardi, in via Maestra 39.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1439/1448
Muratore, maestro di legnami e ingegnere, fratello di Guidotto. In un rogito in data 31 maggio 1439 è ricordato come maestro Cristoforo de Bassis, muratore, figlio del fu Giovannino, cittadino abitante in Parma nella vicinanza di Sant’Uldarico, testimonio (Rogito Gaspare Zampironi): Nello stesso giorno pagò a M.ro Giascomo da Stagno f.q. Giovanni fornaciaio cittadino abitante nella vicinia di San Francesco del Prato lire trenta imperiali in conto della maggior somma di lire simili ottanta per prezzo e pagamento di biolche 14 di terra poste nella villa di Praticello in contracta de Milanello (Rogito di Gaspare Zampironi, Archivio Notarile Parma). È ancora ricordato nell’anno 1448: Item die ultimo Ianuarii das Christoforo Basso Inzignerio pro eius salario mensis Ianuarii vigore bullete ll. iiij, s. xvj, d-. Item die xiij Februarii dat. M.ro Christoforo Basso muratori et magistro manarie pro capensis per ipsum factis in reaptando unum palazolum in palatio residencie Deffensorum vigore bullete. ll. xxviiij, s. vj, d. vj (A carte VIII del Liber Zaldus et Azurus Mag.ce Co.itatis Parme, Archivio Comune di Parma). A carte 55 di questo registro, a Cristoforo Basso inzignerio viene pagata la sua provvigione per i mesi di novembre e dicembre, e quella degli antecedenti mesi di settembre e ottobre è registrata a carte 59.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 5.

Parma 1442
Maestro muratore, fratello di Cristoforo. È ricordato in un atto notarile in data 4 settembre 1442: Maestro Guidotto de Bassis muratore f. del fu Giovanni cittadino oriundo e abitante in Parma nella vicinia di Santa Maria del Tempio, e Maestro Cristoforo de Bassis muratore fratello di Maestro Guidotto cittadino abitante nella vicinia di Sant’Uldarico testimoni a un atto del notaio Gaspare Zampironi (Archivio Notarile, Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 27.

Parma-post 1885
Soprano, nel 1885 debuttò con la compagnia di operette di Vittorio Forlì al Teatro Reinach della città natale in Cuore e mano di Alexandre Lecocq (direttore Pietro Mascagni).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Reinach, 1995.

Parma 1600/1601
Lesse Sesto e Clementine nel 1600-1601 presso lo Studio universitario di Bologna.
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 236-237.

BASSO CHRISTOFORO, vedi BASSI CRISTOFORO

Parma 15 gennaio 1922-Pré Saint Didier 9 luglio 1965
Tenente colonnello della Polizia di Stato, fu decorato con due medaglie d’argento al valore, una militare, sul campo, e l’altra civile. La prima gli fu attribuita con la seguente motivazione: Volontario di guerra, diciottenne, chiedeva l’assegnazione in reparti di prima linea. In vari fatti d’arma si distingueva per sprezzo del pericolo e capacità combattiva. Ferito da tre pallottole che gli sfracellavano il braccio sinistro, manteneva il suo posto di comando. Ricoverato in ospedale, insisteva per rientrare in linea, nonostante la gravità della ferita (Cassola, luglio 1940 - Agodart, gennaio 1941). La seconda gli fu assegnata con la seguente motivazione: Con generoso spirito di altruismo, pur essendo minorato a un braccio per mutilazione riportata in guerra, si lanciava vestito, di notte, nelle acque profonde e vorticose di un fiume in piena, in soccorso di un uomo in procinto di affogare. Lo traeva in salvo dopo notevoli sforzi resi più rischiosi dall’ostinata resistenza dell’infortunato, dando prova di sereno coraggio e di sprezzo del pericolo (Darfo, Brescia, 19 settembre 1960). Oltre alla concessione delle due medaglie, gli furono attribuiti un encomio solenne del Ministero della Difesa per azioni militari e tre encomi solenni dal Ministero dell’Interno per operazioni di polizia. Il Basso perì in un incidente aereo: era a bordo di un Augusta Bell 47 allorché questo precipitò al suolo dopo aver urtato con le pale contro una teleferica a sbalzo adibita al trasporto del fieno, non segnalata e non indicata sulle carte di navigazione aerea. Scopo della missione era la ricognizione per studiare e completare il piano di coordinamento del traffico in Valle d’Aosta e la predisposizione dei relativi servizi in vista dell’inaugurazione del traforo del Monte Bianco, che avvenne alcuni giorni dopo con l’incontro tra il presidente Saragat e il generale De Gaulle.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 14 dicembre 1991, 14.

BASTARDINA o BASTARDELLA, vedi AGUJARI LUCREZIA

San Lazzaro Parmense 1897/1915
Capitano del 12o Battaglione indigeni eritrei. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: “Per chiara prova di ardimento e di coraggio data durante il combattimento (Gheifat, 9 marzo e Sira Gmaisil, 11 marzo 1915).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Parma 1848/1866
Sergente, nella battaglia per espugnare il Forte d’Ampola si guadagnò la medaglia d’argento al valore militare (19 luglio 1866).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

BATTAGLIA, vedi SQUERI MARIO

Parma prima metà del XVI secolo
Pittore operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 67.

Guastalla o Viadana 1521-post 1583
Ricevette la cittadinanza parmigiana il 18 settembre 1545. È probabilmente identificabile con quel Costantino da Viadana che nel 1547 dipinse tori, cervi e armi sulle Beccherie di piazza a Cremona insieme a Giovanni da Cornazzano e Giovanni Malamadre, i quali ultimi eseguirono quadrature e altre fantasie. P. Zani identifica Costantino Battaglia, originario di Guastalla e che operò nel 1545, e Costantino da Modena, pittore d’architetture definito bravissimo, che operò nel 1547. Scarabelli Zunti non è d’accordo con tale identificazione e afferma: Dopo lui ripeté quest’errore il Grasselli nel suo Abecedario biografico dei pittori cremonesi. Nel 1545 il Battaglia dipinse stemmi ducali insieme a Michele Porri e Francesco Maria Cornazzano in occasione dell’ingresso del duca Pier Luigi Farnese. Dal censimento della popolazione di Parma del novembre 1545 risulta: Costantino Battaglia d’anni 24 marito di Lucia d’anni 19 entrambi genitori d’Elisabetta di uno anno. Aveva egli una sorella d’anni 22 chiamata Samaritana, e tutti abitavano nella vicinia di San Marcellino (Archivio di Stato di Parma, Archivio comunale, Descrizione degli abitanti di Parma). Il 22 settembre 1554 il Battaglia ricevette il pagamento di 50 lire imperiali insieme a Giovanni Maria Varano da parte del Comune per avere dipinto la torre dell’orologio. Con il nome di Costantino Battaglia è firmata un’opera dipinta a fresco sopra l’orologio del monastero di San Martino de’ Bocci. Il Battaglia avrebbe dipinto nel capitolo dello stesso monastero, secondo il Ravazzoni, ma non secondo l’Affò. Una tela in cui sono raffigurati santi, tra i quali anche San Carlo Borromeo, attribuita al Battaglia, si trova nel Duomo di Guastalla (cappella del Santissimo). Come detto, il Battaglia si può forse identificare con Costantino Da Viadana, pagato nel 1583 per pitture di soggetto zoomorfo e insegne di botteghe e della Comunità sulle Beccherie nuove con Giovanni Cornazzano e Giovanni Malaúmaúdre (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Beccherie nuove, 1543, c. 73 v.).
FONTI E BIBL.: P. Zani, Parte I, vol. III, 128 e vol. XIX, 157; G. Ravazzoni, Guida di Parma, ms., Parma, Biblioteca Palatina; I. Affò, Schede varie, ms., Parma, Biblioteca Palatina; Grasselli, Abecedario biografico dei pittori, scultori e architetti cremonesi, Milano, 1927; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, vol. III, c. 69 e vol. IV, c. 69; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, vol. 3, 40; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 248; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 313-314.

Treporti di Burano 19 marzo 1904-Parma 29 aprile 1978
Figlio di Angelo e Luigia Smerghetto. Entrò nel Seminario di Parma il 29 ottobre 1916 e vi fece la professione il 17 settembre 1921 (dopo il primo noviziato regolare dell’istituto, in seguito all’approvazione definitiva delle Costituzioni). Frequentò liceo e teologia nel Seminario di Parma tra gli anni 1916-1926 con le interruzioni della guerra. Fu fatto sacerdote il 29 agosto 1926 e partì per la Cina il 27 settembre 1926. Ritornò nel febbraio 1932 e fu eletto consigliere generale della Congregazione. Fu poi missionario in Pakistan orientale dal 3 luglio 1953. Fu nominato amministratore apostolico di Jessore il 19 gennaio 1952 (prima della partenza dall’Italia) e vescovo di Khulna (nuova sede della diocesi) il 3 agosto 1956. Fu consacrato a Parma il 23 settembre 1956. Diede le dimissioni per motivi di salute il 20 marzo 1969.
FONTI E BIBL.: Il Seminario di Parma, 1986, 122.

Parma 1 ottobre 1856-Zibello 12 maggio 1897
Fu studente esemplare e si laureò brillantemente in medicina e chirurgia all’Università degli Studi di Parma nel 1883. L’anno dopo venne nominato medico condotto di Zibello. Si prodigò con assoluta dedizione a quella che per lui fu una vera e propria missione. La sua deontologia fu incomparabile e la carità evangelica che l’accompagnò la rese ancora più limpida. Molti furono gli episodi di rara bontà di cui si rese protagonista il Battei, il quale sovente non solo non chiedeva compenso per la sua opera, prodigata instancabilmente, ma arrivò al punto di aiutare le persone indigenti fornendo loro i soldi per acquistare i medicinali occorrenti alla terapia. Il suo impegno fu di profonda matrice cristiana e rifuggì dalla benché minima ostentazione. Il Battei conobbe l’incurabilità del male che lo stava distruggendo, ma continuò fino in fondo il suo apostolato medico e umano, come se la fine non lo riguardasse. A Zibello il Battei fu stimato e benvoluto. Ricoprì l’incarico di delegato scolastico in modo sensibile e attento ai temi dell’istruzione popolare e fu anche presidente del Club dei Cacciatori. Ebbe imponenti funerali a Zibello (14 maggio) e Parma (15 maggio).
FONTI E BIBL.: A. Grassi, in Gazzetta di Parma 29 gennaio 1990, 3; R. Lasagni, Storia Casa Editrice Battei, 1995, 210.

Parma 30 giugno 1918-Parma 4 maggio 1963
Fu titolare della omonima casa editrice, libreria e cartoleria, con sede in strada Cavour. Il 24 luglio 1948 il Battei sposò la trentacinquenne Serena Conversi. A lui si deve la ripresa dell’attività della già gloriosa casa editrice. La sua opera di ricostituzione dell’impresa editoriale condotta con immensi sacrifici e volontà tetragona, fu però bruscamente interrotta durante il secondo conflitto mondiale: arrestato dai nazisti durante un rastrellamento in Parma il 23 settembre 1943, fu internato a Lipsia, dove soffrì la prigionia per due anni prima che la liberazione lo restituisse, il 12 settembre 1945, alla famiglia e al suo lavoro. Nel dopoguerra il Battei poté finalmente ridar corpo, con entusiasmo febbrile, all’attività editoriale. Insieme al fratello Luigi, nel 1953 subentrò al padre, Antonio, ritiratosi a vita privata. In seguito alla morte del fratello, il Battei rimase solo a dirigere la ditta, continuando con successo un’attività che, iniziata nel 1872 dell’avo Luigi, non era mai stata interrotta. Al Battei si devono diverse importanti opere: la stampa della Storia di Parma del Bernini, di poesie di Pezzani e Zerbini, di una collana storica di Saggi e memorie del Risorgimento parmense diretta dal professor Spaggiari. Per il centenario della nascita di Vittorio Bottego, stampò un volume commemorativo, e ancora diede alle stampe opere di Pecorella, Falconi, Corradi Cervi, Rondani, Bocchialini, Saloni, Pighini, Ciavarella, oltre a poesie di Lorca e di altri autori ancora. La collana Musa dialettale parmense venne elencando raccolte di Pezzani, Zerbini, Tentolini, Ferrari e Vicini. Nel maggio 1962, in riconoscimento della sua lodevole attività editoriale, il Battei fu insignito della onorificenza di cavaliere ufficiale al merito della Repubblica. Morì a soli 44 anni, al termine di una lunga e dolorosa malattia.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 maggio 1963, 4; R. Lasagni, Storia Casa Editrice Battei, 1995, 213-214.

BATTEI ANTONIO, vedi BATTEI FILIPPO INNOCENZO ANTONIO

Parma 10 gennaio 1890-Parma 25 dicembre 1963
Figlio di Luigi. Il 22 maggio 1913 sposò la ventiduenne Maria Battioni (figlia di Emilio e Saffo Bianchi). Il Battei svolse inizialmente le mansioni di contabile (1911) divenendo in seguito il titolare dell’omonima casa editrice (1921). Sorpreso dalla morte del padre mentre si trovava al fronte nei giorni della tragedia di Caporetto, al suo ritorno a Parma decise di dedicarsi in modo pressoché esclusivo all’attività cartolibraria del negozio, quasi abbandonando, invece, il più impegnativo settore dell’editoria. In effetti il padre Luigi gli aveva lasciato una buona azienda ma poco denaro liquido, e i difficili anni del dopoguerra indussero il Battei, che non possedeva lo spericolato coraggio del padre, a ridimensionare l’impresa di famiglia. Varie volte invitò a esporre nel suo negozio artisti parmigiani quando a Parma non esistevano ancora gallerie d’arte. Il Battei appoggiò Donati e Pelegreffi nella realizzazione del giornaletto satirico La puntura, il cui successo fu grandissimo. Fecero parte del gruppo dei pupazzettisti, oltre al Donati, il giovane pittore Giovanni Fabbi, lo scultore Bazzoni, Riccardo Talamazzi, Chiarato, Violi, Gatti e Bianchi, alla guida dei quali primeggiava Latino Barilli. Il Battei si ritirò dall’attività commerciale nel 1952.
FONTI E BIBL.: V. Bianchi, in Gazzetta di Parma 27 gennaio 1964, 3; R. Lasagni, Storia Casa Editrice Battei, 1995, 213.

Parma 26 dicembre 1821-Parma 22 febbraio 1882
Nacque da Gioacchino e Anna Maria Alberti. Per un errore anagrafico, la nascita non fu registrata allo stato civile, per cui in seguito dovette intervenire una sentenza della Pretura Sud di Parma per regolarizzarne la nascita, che fu registrata solo il 22 novembre 1842. L’8 settembre 1843 sposò la diciannovenne Teresa Pellegri, figlia del possidente Pietro e di Annunziata Bravi. Il Battei svolse inizialmente la professione di lavorante stampatore. In seguito venne qualificato come libraio (1852), tipografo (1853), legatore di libri con bottega in strada Santa Croce (1857) e ancora libraio (1865). Dal 1857 gli venne riconosciuta una infermità, per la quale ottenne apposita patente. Morì all’età di 61 anni.
FONTI E BIBL.: R. Lasagni, Storia Casa Editrice Battei, 1995, 209-210 e 213.

Parma 19 marzo 1798-Parma 18 settembre 1874
Fu alunno del Seminario di Parma ove percorse brillantemente le scuole ecclesiastiche e venne ordinato sacerdote nel 1822. Fu consorziale della Cattedrale di Parma e canonico della Collegiata del Battistero. Fu sacerdote aperto ai problemi sociali e molto caritatevole. Fu rettore della Casa di Provvidenza, corso elementare gestito, dal 1852, in borgo del Correggio, dai Fratelli delle Scuole Cristiane, chiamati a Parma nel 1836 dalla duchessa Maria Luigia d’Austria, la quale aveva avuto modo di apprezzarne la preziosa opera pedagogica in Francia. Il provvido e tenace interessamento del Battei per i Fratelli non ebbe soste. Nel 1866 uscì la legge per la soppressione degli ordini e congregazioni religiose, in forza della quale fu necessario denunciare al demanio anche le suppellettili scolastiche di proprietà dei Fratelli. Il delegato del demanio volle allora incamerare nella scuola di via P. Giordani tutto ciò che apparteneva alla soppressa congregazione, ma trovò che molti oggetti erano stati prestati o erano ancora di proprietà del Battei. Altre cose furono riscattate con l’aiuto di un comitato da lui costituito pro scuole cristiane, che, raccogliendo offerte tra la cittadinanza, poté in tal modo provvedere alle più urgenti e inderogabili necessità dei Fratelli e del loro Istituto. Nel 1868 il direttore dell’Istituto fece rilevare al Battei le difficoltà che si incontravano nella sede di via P. Giordani, sia per le ristrettezze finanziarie che per l’insufficienza dei locali, e che in mancanza di una adeguata soluzione si sarebbe trovato nella situazione di dover chiudere la scuola. Il Battei allora, con nobile risoluzione, stabilì di ospitare i Fratelli nella sua stessa casa, in borgo delle Colonne. Là si trasferì nel 1868 la scuola elementare gratuita, e vi rimase sino al 1875, mantenuta sempre dalle offerte che il Battei instancabilmente raccoglieva. L’atto di generosità compiuto dal Battei venne apprezzato dal vescovo di Parma, monsignor Domenico Maria Villa, che lo segnalò alla Santa Sede, e il pontefice Pio IX si degnò annoverarlo tra i suoi camerieri segreti col titolo di monsignore. Il 18 febbraio 1873 il Battei ebbe l’onore di ospitare nella propria casa don Bosco, per la seconda volta in visita a Parma. Dopo aver tanto operato in vita a vantaggio dei Fratelli, perpetuò il suo grande amore per l’Istituto lasciando a essi in eredità, con testamento del 17 settembre 1874 ricevuto dal notaio Giovanni Rondani, due case in borgo delle Colonne e una in Triolo San Giovanni: Lega e lascia al suo buon amico Signor Direttore Francesco Challet (in religione fratel Placido di Gesù) le tre case che possiede in Parma, due in Borgo delle Colonne ai n.ri 21 e 23 e Triolo San Giovanni n. 24 in pieno dominio. Con tale cospicuo lascito diede modo ai Fratelli di procurarsi una sede più idonea, il che fu fatto nel 1875 con l’acquisto del palazzo dei conti Scutellari. Il Battei, per le sue alte benemerenze, venne inoltre insignito dell’onorificenza di cavaliere del Sacro Angelico Imperiale Ordine Costantiniano di San Giorgio, che comportava la nobilitazione del decorato.
FONTI E BIBL.: Corriere di Parma 1983, 67; A. Grassi, in Gazzetta di Parma 29 gennaio 1990, 3; R. Lasagni, Storia Casa Editrice Battei, 1995, 203.

Sissa 1784-Parma 7 giugno 1838
Pittore attivo nella prima metà del XIX secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 33.

Parma 10 luglio 1913-Parma 22 luglio 1954
Laureato in legge, ufficiale di complemento durante la seconda guerra mondiale, venne fatto prigioniero in Africa dagli Inglesi, e inviato in un campo di raccolta in India. A guerra finita, ritornò a Parma col fisico ormai intaccato dal male che poi lo uccise a soli 41 anni. Nel 1949 sposò Anna Vanelli. Fu stretto e prezioso collaboratore del fratello Angelo nell’attività editoriale. Negli anni Cinquanta, il Battei, col fratello Angelo, diede nuovo impulso alla casa editrice fondata dal nonno Luigi. La necessità di intervenire subito per la salvezza e il potenziamento della casa editrice, imposero a lui e al fratello un duro tour de force. Inizialmente aiutati dal padre Antonio, essi presero a realizzare una nutrita serie di testi, dal valore indiscusso per l’importanza del contenuto e la pregevole realizzazione grafica. Pubblicò infatti opere di non comune valore artistico e culturale, quali La Storia di Parma di Ferdinando Bernini, Sott’il Torri di Alfredo Zerbini e il Catalogo della Mostra del libro raro a cura di Angelo Ciavarella. Pur essendo ormai lontani i grandi successi editoriali del nonno Luigi i due fratelli, con costanza, sagacia e spirito di sacrificio, riordinarono la libreria di via Cavour, da sempre cenacolo di intellettuali, pianificarono il lavoro editoriale e ripresero quello che la guerra aveva così violentemente interrotto. Quando almeno le prime difficoltà sembravano superate, il Battei si ammalò gravemente e di lì a poco si spense.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 1 1955, 47; Gazzetta di Parma 4 maggio 1993, 11; R. Lasagni, Storia Casa Editrice Battei, 1995, 214.

Parma 21 giugno 1847-Parma 29 novembre 1917
Nacque da Filippo (detto Antonio), rigatore di carta con bottega di cartoleria a due passi dall’Annunciata, e da Teresa Pellegri. Fu il fondatore della Casa Editrice Battei, in strada Santa Lucia. Il Battei, che in un primo momento, all’età di dodici anni, aveva frequentato per un solo trimestre il corso di disegno elementare di figure della Reale Accademia di Belle Arti, conseguì poi la licenza di scuola tecnica. Nel 1863, a sedici anni, si impiegò come commesso nella libreria del professor Giovanni Adorni. Fervente monarchico, tre anni dopo partì volontario partecipando, con il 9o Reggimento Volontari Italiani di Giuseppe Garibaldi, alla campagna del 1866 in Trentino, nel corso della quale, il 26 luglio di quell’anno, ebbe modo di combattere in prima linea nella sanguinosa battaglia di Bezzecca. Nel 1868 fu riformato alla leva militare, e in quel periodo assunse in prima persona la gestione della libreria Adorni. Coi pochi e faticosi risparmi del salario e ancor più col credito (un amico gli prestò 500 lire e un falegname gli approntò i mobili senza pretendere un pagamento immediato), il 12 settembre 1872 aprì un suo negozio di libreria rilevato dall’ex datore di lavoro: una botteguccia in strada Santa Lucia. Sorretto da instancabile operosità e da incrollabile tenacia, nel breve volgere di qualche anno seppe trasformare la propria impresa in quella di tipografo e editore. Nella sua libreria si davano convegno amici, autori di pubblicazioni e i più distinti cittadini: Oreste Boni, Graziano Paolo Clerici, Carlo Pariset, l’onorevole Agostino Berenini, i poeti Alberto Rondani e Mansueto Tarchioni. Lo stesso Battei, che tra l’altro fu un buon intenditore d’arte, amò particolarmente la poesia dialettale e spesso si esprimeva in vernacolo con frasi e modi efficacissimi. Tra il Battei e l’amico d’infanzia, apprezzato docente e valente letterato e poeta, Oreste Boni (comune tra i due l’origine popolana, l’essere stati commilitoni e l’aver indossato la divisa garibaldina), si creò un sodalizio operativo e spirituale d’indubbia efficacia. Il Boni divenne, in effetti, collaboratore strettissimo e attivo consulente della nuova casa editrice, che accompagnò fin dal suo nascere e a cui infuse spirito, vigore e ampiezza di programmi. Da parte sua il Battei era capace di dedicare fino a diciassette ore al giorno alla direzione della sua azienda che nel breve volgere di tempo fece registrare una crescita impressionante. La tipografia fu posta inizialmente in borgo Serena, poi nel 1882 il Battei rilevò una piccola litografia con annesso gabinetto fotografico in piazzale San Nicolò 18 e nel 1889 lo stabilimento litografico Battei si spostò nei locali della cessata Litografia Dall’Olio in strada Benedetta 8. Da questo momento, avendo a disposizione litografia e tipografia, il Battei si trovò in condizione di poter gareggiare con le principali case editrici italiane eBemporad, Paravia, Vallardi). Infatti dalla fine del 1897 diede vita a un vero e proprio stabilimento tipografico, litografico e fotografico in via Melloni 8/10, acquisendo il grande fabbricato addossato all’antico Monastero di San Paolo, già sede della tipografia Michele Adorni, cui si aggiunsero i locali di borgo Schizzati 1 e i reparti litografici dislocati in via Saffi 8. Nel 1905 entrò a far parte dello stabilimento anche la legatoria di borgo del Correggio 23 mentre la libreria in strada Cavour, già ingrandita nel 1898, acquisì nuovi locali, occupando i numeri civici 13/17. Dal 1908 lo stabilimento tipografico e i magazzini vennero spostati in borgo Serena 1/9. Le macchine tipografiche in funzione erano ben ottanta e all’interno della casa editrice arrivarono a lavorare 135 persone tra operai, apprendisti, tecnici, impiegati e addetti alla libreria (gli occupati erano stati 50 nel 1890, 70 nel 1898 e 85 nel 1908). Tra i primi datori di lavoro in Italia, il Battei istituì, nel 1899, per tutti i dipendenti l’assicurazione gratuita contro gli infortuni e le malattie. Il contratto, stipulato con la Compagnia delle Assicurazioni Generali di Venezia, prevedeva l’assicurazione di un capitale di 64000 lire ripartibili tra ciascun operaio in caso di morte o di invalidità permanente, con una diaria di due lire al giorno in caso di invalidità temporanea. Una succursale delle Poste e Telegrafi di Parma lavorò in modo esclusivo per la Casa Editrice Battei, ormai divenuta un’industria fiorente, una delle più grandi del settore in Italia. Il 12 agosto 1896 il Battei fu insignito dal Governo Italiano del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia per il suo alto impegno professionale e per il forte sviluppo impresso all’arte tipografica nella città di Parma, con iniziative editoriali che caratterizzarono tutto il fine secolo letterario parmigiano. Fu socio contribuente del Comitato di Provvedimento, di cui in seguito fu emanazione l’Assistenza Pubblica, al quale aderì tra i primi (1873), mettendo a disposizione le proprie librerie per la raccolta delle sottoscrizioni. Se avesse trasportato la sua industria in una grande città avrebbe potuto aspirare ad assurgere ai massimi livelli del settore, invece visse e lavorò sempre a Parma, accontentandosi dell’onorata posizione di preminenza che si era conquistata, e si limitò a dare alle stampe le opere dei letterati cittadini: tutti i poeti e gli scrittori parmigiani dell’Ottocento, dai maggiori ai minori, furono lanciati da lui. Uno dei suoi autori preferiti fu Oreste Boni di cui nel 1886 pubblicò la Nuova antologia della lingua viva che fu un successo senza precedenti, con quattro edizioni esaurite in pochi mesi e con la quinta edizione della tiratura record di diecimila esemplari. Il Battei diede inoltre alle stampe, in splendide edizioni tipografiche, le maggiori opere di Alberto Rondani, dalle Voci dell’anima ai commenti danteschi, e opere di Filippo Linati, Alberto Lisoni, Emilio Faelli, Emilio Costa, Francesco Zanetti, Ildebrando Cocconi, Egberto Bocchia e di tanti altri. Tra le opere più significative pubblicate dal Battei è da citare anche la Storia di Parma di Tullo Bazzi e Umberto Benassi illustrata dal pittore Daniele Strobel. Dal 1898 al 1901 il Battei stampò la Gazzetta di Parma e gareggiò, in eleganza e stile, con le più accreditate tipografie del suo tempo. Infinite furono le sue edizioni scolastiche che si vendevano in tutt’Italia e soprattutto nel Mezzogiorno. Il Battei concepì l’ardito disegno di diventare editore, cioè mediatore attraverso la stampa, di quello che i professori, suoi clienti e frequentatori della libreria, discutevano sui metodi d’insegnamento, sui programmi e sulla scuola in genere. Le scuole, afferma in una lettera il Battei, sono poche e poco frequentate: in processo di tempo cresceranno di numero e d’estensione. Un popolo che aspiri a libertà non può non alzare le sue armi contro un nemico capitale quale è l’ignoranza. In questa lotta secolare della luce contro le tenebre, il libraio non può rimanere soltanto uno strumento o uno speculatore, ma deve assurgere alla più degna funzione di propulsore e di collaboratore della scuola. Il suo cavallo di battaglia furono infatti le edizioni scolastiche: La grammatica italiana della lingua parlata di Oreste Boni raggiunse in poco più di dieci anni, ben dieci edizioni e la successiva opera, La lingua viva, dello stesso autore, come detto, ebbe cinque edizioni in cinque anni. Ruggero Bonghi la giudicò il miglior libro pei giovani che vogliono imparare a leggere e scrivere, senza alcuna pretesa letteraria, con la spontaneità che s’immedesima nei bisogni della vita, per i quali la lingua è il veicolo naturale. Il Battei fu dunque un pioniere appassionato dell’alfabetizzazione capillare, integrale. Il debutto come editore avvenne nel 1879 col volume di Luigi Morandi: Le correzioni dei Promessi sposi e l’unità della lingua. L’opera fu salutata con lusinghiero successo. Due anni dopo questo esordio, partecipò all’Esposizione internazionale di Milano e vi guadagnò la prima medaglia d’argento (1881). Dai suoi torchi uscirono anche vere e proprie novità nel campo editoriale: Il disegno decorativo policromo del Pasinati, con 148 tavole in cromolitografia, e il Trattato di anatomia plastica del Monguidi, per l’insegnamento della figura umana. Con la dotazione e l’impiego di nuove macchine il Battei ottenne ottimi saggi in zincotipia e fototipia, allora agli esordi, ed eccellenti riproduzioni artistiche di capolavori del Correggio, del Mazzola e di G.B. Borghesi. Il Battei accanto agli strumenti tecnici e meccanici che apprestò per realizzare il bel libro, mise in atto numerose iniziative editoriali, veramente precorritrici, come efficace richiamo pubblicitario per diffondere il libro a tutti gli strati sociali, nessuno escluso: dai bollettini periodici delle novità librarie, alle cartoline letterarie, alle bibliocartoline, strumenti di conoscenza e d’informazione per interessare e favorire la circolazione del libro. Conseguì, dal 1881 al 1892, ben otto importanti riconoscimenti tra medaglie d’oro e d’argento e diplomi, non solo in Italia (Milano, Torino, Parma, Bologna, Genova) ma anche all’estero: Parigi, Londra, Bruxelles. Jacopo Bocchialini disse di lui: Sognò una casa editrice che facesse echeggiare per l’Italia la voce dei letterati cittadini e a tale sogno sacrificò fatiche e denaro, nulla lasciando d’intentato. Amedeo Roux, in La litterature contemporaine en Italie (1896), scrive: Nei dintorni della capitale morale d’Italia (Milano) non troviamo che Parma che sia un centro letterario. L’intelligente e operoso editore Battei ha creato una casa editrice assai progredita e moderna.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 21-22; A. Ciavarella, in Gazzetta di Parma 6 luglio 1987, 3; R. Rosati, Fotografi, 1990, 179; R. Lasagni, Casa Editrice Battei, 1995, 210-212.

Parma 19 marzo 1841-
Ammessa alla Regia Scuola di musica di Parma nel 1862, cantò con plauso il soprano in vari teatri nazionali. Nel 1869, ancora giovanissima, abbandonò la carriera per motivi di salute.
FONTI E BIBL.: Dacci, 272; G.N. Vetro, Dizioúnaúrio. Addenda, 1999.

Sarzana 24 settembre 1869-Firenze 1955
Nato da genitori parmigiani, rimase orfano in tenera età. Entrato come convittore al collegio Maria Luigia di Parma, vi passò nove anni ininterrotti, fin quando ne uscì con la licenza liceale. Qualche anno dopo si laureò in giurisprudenza all’Università di Parma. Andò poi a Firenze, che divenne la sua seconda patria, e si laureò in lettere e filosofia. Si interessò e insegnò un po’ di tutto: storia e letteratura, arte e filosofia, storia religiosa e letteratura medioevale, lingue straniere e glottologia, archeologia e pedagogia. Fu però soprattutto illustratore di arte straniera e italiana all’estero (Portoúgallo specialmente). Formatosi sul Taine e sul Fromentin, quindi insoddisfatto dall’esercizio attribuzionistico, indagò finemente problemi figurativi di attinenza culturale con occhio volto all’aspetto curioso, alla relazione insospettata, all’elemento biografico. Si compiacque di ritrovare nelle opere d’arte l’atteggiamento spirituale che le aveva promosse e insieme i precedenti intellettualistici. Le Leggende cristiane sono un esempio significativo della natura composita dell’ingegno e del gusto del Battelli: il punto di vista iconografico, che è alla loro base, s’ingrandisce e si fa più umano per la commossa adesione del Battelli al fecondo spiritualismo cristiano dalla grande capacità figuratrice. Il Battelli frugò con interesse e con vera gioia nel campo medioevale. Dall’esperienza fatta sui bestiarî e i lapidarï, valendosi anche dei contributi di L. Testi, riuscì a leggere con acume quella somma figurata che è il Battistero di Parma. Egualmente lo attrassero problemi affini di influssi esercitati da correnti religiose come il francescanismo, o il significato dottrinale delle sculture satiriche nelle chiese medioevali o gli aspetti moderni dell’arte di Giotto. Dal Medioevo, discendendo al Rinascimento, al Seicento, all’Età moderna, accanto a qualche infrequente indagine di natura erudita, si avverte nel Battelli un’attitudine francamente e mobilmente descrittiva, valorizzata da una commossa adesione all’opera d’arte. Per qualche anno, fino al 1932, insegnò letteratura italiana anche all’Università di Coimbra, in Portogallo. La massima parte della sua produzione è sparsa in giornali e riviste. Tra le poche monografie, sono da segnalare la cospicua antologia dei maggiori poeti portoghesi e i notevoli commenti critici ad antichi testi o ad altre opere erudite, nonché, per l’interesse locale, l’esile volumetto dedicato ai verdi anni della sua giovinezza, Parma di cinquant’anni fa. Gli ultimi suoi articoli, scritti per la Gazzetta di Parma, furono dedicati a mettere in luce il valore dell’opera di Bruno Barilli, ingiustamente obliato dai suoi stessi concittadini, e in una lettera aperta chiese giustizia anche per la Storia di Parma di Bazzi e Benassi.
FONTI E BIBL.: S. Lodovici, Critici d’arte, 1942, 45; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 22-23; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 124.

BATTEY MARIETTA, vedi BATTEI MARIETTA


Vigatto 1823/1831
Avvocato, fu podestà e sindaco del Comune di Vigatto. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Durante i moti del 1831 fu tenuto sotto controllo dalla polizia.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 147.

Sala Baganza 1894/1912
Soldato del 4o Reggimento Alpini. Fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare con la seguente motivazione: In una ricognizione, quantunque ferito due volte d’arma da fuoco non si perdeva d’animo e con eroico sforzo raggiungeva il proprio reparto con le sue armi (Kasr Ras El Leben, 17 settembre 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’impero, 1937.

Sala Baganza 13 settembre 1914-1 luglio 1991
Si formò presso il Seminario di Parma, dal quale uscì sacerdote nel 1938. Iniziò il suo ministero a Castelnuovo di Golese, per essere destinato poi a parrocchie di montagna. Gli albori della guerra lo videro a Quinzano di Langhirano. Di lì a poco la Val Parma divenne uno dei centri epici della Resistenza. Ai primi di novembre del 1944 i Tedeschi assediarono Langhirano, pronti a mettere a ferro e fuoco il paese e a consumare una feroce rappresaglia per la scomparsa, che credevano opera dei partigiani, di una sergente delle SS. Con coraggio e determinazione, il Battilocchi, abbracciati gli ideali della Resistenza, fece la spola tra il centro della Val Parma e il comando della III Brigata Julia, di stanza a Carobbio, nel Tizzanese. Con il comandante Paolo il Danese concordò una strategia difensiva e poche ore prima dello scadere dell’ultimatum, assieme al podestà Lanzi, riuscì a convincere il colonnello Müller della diserzione del sottufficiale e della sua volontaria adesione alle formazioni clandestine. Langhirano fu salva e, quale riconoscimento per la preziosa collaborazione prestata alla popolazione, l’amministrazione comunale gli conferì la cittadinanza onoraria. Nominato cappellano regionale della III Julia e decorato di medaglia d’argento ai Meriti della Resistenza, con la fine della guerra poté tornare alla propria missione sacerdotale ad Albazzano, frazione di Tizzano. Qui operò attivamente anche per migliorare le condizioni di vita dei propri parrocchiani, facendo dotare il piccolo agglomerato di strada e luce elettrica. Nel 1977 il vescovo lo riavvicinò al paese natìo, insediandolo definitivamente a San Michelino Gatti, ove realizzò un centro comunitario polivalente. Il tutto gli valse il cavalierato ufficiale, concessogli dal presidente della Repubblica Pertini, nel 1985. Il Battilocchi fu infine decorato della medaglia d’oro al valore militare, conferitagli personalmente dal presidente della Repubblica Cossiga nel 1986, in occasione di una visita in Val Taro. Fu inoltre cappellano onorario della Basilica di Lourdes, titolo conferitogli da monsignor Enrico Donze, vescovo della cittadina francese, per aver condotto centinaia di malati in pellegrinaggio alla Grotta di Mazzavielle.
FONTI E BIBL.: L. Menozzi, in Gazzetta di Parma 3 luglio 1991, 21.


Felino 13 luglio 1924-Palanzano o Ranzano 15 o 16 luglio 1944
Nato da Antonio e da Palmira Zarotti. Appartenne a una famiglia contadina che negli anni Trenta si trasferì per motivi di lavoro a Gaiano di Collecchio. Nell’estate del 1944, probabilmente anche per sfuggire al reclutamento della Repubblica Sociale Italiana, abbandonò Gaiano e il 10 luglio si arruolò in una delle formazioni partigiane che agivano in Val Cedra e Val d’Enza e che avrebbero costituito la 47a Brigata Garibaldi. Il 30 giugno iniziò il grande rastrellamento nazifascista della zona Est Cisa, che durò circa tre settimane con stragi, deportazioni e distruzioni. Fu durante questo rastrellamento che il Battilocchi venne ucciso: secondo alcune fonti per fucilazione a Palanzano il 15 luglio, secondo altre in combattimento a Ranzano il 16. Aveva appena compiuto venti anni. Il corpo fu sepolto nel cimitero di Collecchio.
FONTI E BIBL.: V. Barbieri, La popolazione civile di Parma nella guerra 1940-1945, Parma, 1975, 211; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino e loro frazioni, Parma, 1961, 116; Comitato Unitario Antifascista di Collecchio, 30o della lotta di Liberazione 1945-1975, Collecchio, 1975; Fortunato Nevicati. Una vita per la libertà, Collecchio, 1973; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 65; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti nella guerra di Liberazione 1943-1945, Parma, s.a., 65; Archivio dell’Istituto Storico della Resistenza di Parma, sezione III, Biografie caduti, il Comune di Collecchio all’Istituto Storico della Resistenza di Parma, 25 ottobre 1966; Archivio Storico del Comune di Collecchio, b. 156, Elenco nominativo dei partigiani appartenenti al Comune di Collecchio, 10 ottobre 1947; Archivio Storico del Comune di Collecchio, b. 157, Comune di Palanzano. Atto di notorietà, 5 agosto 1947; Archivio Storico del Comune di Collecchio, b. 157, Elenco nominativo di tutti i militari e partigiani sepolti nei cimiteri del Comune di Collecchio, 18 maggio 1949; Anpi, Scheda personale Mario Battilocchi; M. Villa-M. Rinaldi, Dal Ventasso al Fuso. Guerra partigiana nelle Valli dell’Enza e del Parma, Battei, Parma, 1989, 419; La guerra a Collecchio, 1995, 243 e 246.

BATTILOCCHIO MARIO, vedi BATTILOCCHI MARIO

Felino 10 agosto 1920-Fidenza 24 aprile 1945
Chiamato alle armi in data 2 febbraio 1940, fu assegnato in forza al 62° Reggimento Fanteria Motorizzata divisione Trento, di stanza a Santa Maria Capua Vetere. L’8 settembre 1943, a seguito degli avvenimenti causati dall’armistizio, abbandonò il proprio reparto e fece ritorno a casa. Con la instaurazione della Repubblica Sociale Italiana, le persecuzioni e le angherie dei fascisti di Salò si volsero contro il padre, più volte arrestato. Per impedire che tali persecuzioni assumessero forme più gravi, e si estendessero anche agli altri componenti la famiglia (il fratello Carlo militava già nelle formazioni partigiane), il Battioni preferì entrare nella organizzazione Todt. Fu una scelta di opportunità, che permise il rilascio del padre dalle carceri fasciste. Dopo poco tempo, il Battioni prese la via dei monti. Il 1o settembre 1944 fu aggregato al distaccamento Pablo operante nella Val Parma. Prima come semplice partigiano, poi come comandante di distaccamento e infine come ispettore di battaglione, si distinse sempre per ardimento e capacità. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1945, mentre stava svolgendo il suo compito di ufficiale di collegamento, cadde nelle mani di un reparto tedesco in ritirata nella zona di Fontanini di Vigatto. Portato a Fidenza, allo scopo di favorire la fuga di un partigiano suo compagno di cattura, il Battioni chiese di essere interrogato per primo, favorendo così la riuscita della fuga. I Tedeschi, accortisi della beffa, sfogarono sul Battioni la loro rabbia, crivellandolo di colpi e uccidendolo all’istante.
FONTI E BIBL.: Felino. XXX della Liberazione, 1975, 26-27; Gazzetta di Parma 3 maggio 1995, 23.

Parma 15 dicembre 1875-Milano 1909
Figlio di Guglielmo e Giovanna Nola. Il Battioni operò a Milano intorno al 1900 con uno studio fotografico proprio. La sua scuola, a Parma, fu delle migliori: lavorò infatti presso Rastellini, nel cui studio entrò giovanissimo come operatore. Per lui fotografò molte scolaresche. Sua moglie fu Ermelinda Gruzza. Il Battioni (che fu primo cugino di Ettore Pesci, altro bel nome della fotografia parmigiana) morì ad appena 33 anni, e la giovane moglie, disperata, si tolse la vita.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 195.

Parma 1858
Sacerdote, fu professore di etica. Insegnava ancora nel 1858, giacché in tale anno il Magistrato degli Studi dell’Università di Parma propose, con molte lodi per l’autore, la stampa di una sua prelezione (Filze Università, presso l’Archivio di Stato di Parma).
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Clero in cattedra, 1953.

Parma 1854-1928
Noto come il Bagnén perché era stato un tempo bagnino nello stabilimento di Victor Riquer in via XXII Luglio a Parma, conobbe Pellegrino Molossi che lo prese con sé alla Gazzetta di Parma ove il Battioni rimase fino a che il giornale venne assorbito dal Corriere Emiliano. Prima di fare il bagnino, aveva fatto anche il vetturale presso gli Swich di Busseto: fu lui che condusse Giuseppe Verdi da Fiorenzuola d’Arda alla villa di Sant’Agata all’indomani della prima dell’Otello a Milano. Alla Gazzetta di Parma fece il fattorino, ma ne fu anche, e per lungo tempo, gerente responsabile. La firma sul giornale gli costò qualche grattacapo, tra cui una condanna a parecchi mesi di carcere, che poi non scontò grazie a un’amnistia.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 23.


-Parma 8 aprile 1887
Seguì Garibaldi in Francia e combatté nei campi della Borgogna.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, L’Avanguardia 11 aprile 1887, 66; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 399.

Fontanelle 19 settembre 1904-Parma 8 giugno 1984
Figlio di Fortunato. Funzionaro di banca, fu studioso e collezionista di fotografie e documentò personaggi e fatti con particolare riferimento al periodo fascista e alla seconda guerra mondiale. Non trascurò comunque la diretta pratica fotografica e svolse, come fotografo dilettante, un apprezzabile e importante lavoro di documentazione sulla vita cittadina di Parma. Utilizzò una macchina Contax.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 195.

Parma 7 settembre 1839-Parma 7 novembre 1914
Nel 1852, mentre era ancora alunno interno della scuola di musica di Parma, venne, in seguito a esame, nominato aspirante nella Ducale orchestra parmense. Ma amando perfezionarsi non solo nello studio del contrabbasso, nel quale strumento riuscì distintissimo, ma anche in quello dell’armonia, frequentò la detta scuola come alunno esterno. Dal 1868 al 1874 tenne il posto di contrabasso al cembalo nel teatro La Fenice di Venezia. Fu maestro di musica a Castelnovo di Sotto (1860-1865), a Salsomaggiore (1865-1868), a Castel San Piero (1874-1876), a Tortona (1876-1885), a Mirandola (1885-1890) e ad Acqui (1890-1907). Dovunque dimorò lasciò orme indelebili della sua fatica dimostrandosi uno dei migliori e più coscienziosi insegnanti che abbiano onorato l’istituto musicale di Parma, del quale serbò sempre grata memoria mandandovi a perfezionarsi diversi suoi allievi: il tenore Montecucchi, il violinista Caratti, il violoncellista Cornaglia, il direttore d’orchestra Franco Ghione. Il Battioni fu inoltre apprezzato concertatore e direttore d’orchestra negli spettacoli d’opera da lui diretti a Tortona, Mirandola e Acqui. Lasciò una messa, che venne eseguita in San Francesco della Vigna a Venezia (1872), e un eccellente metodo per contrabasso che fu premiato con medaglia di bronzo all’Esposizione Industriale Scientifica tenutasi a Parma nel settembre del 1887.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 20-21.

BATTISTA DA FORNOVO, vedi FORNOVO GIOVANNI BATTISTA

Parma 1445-Mantova 1535
Fu valido e ricercato legatore di libri.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 95.

BATTISTA DA PARMA, vedi anche BARBIERI GIOVANNI BATTISTA e PANZER BATTISTA

Parma 4 ottobre 1869-
Si diplomò in viola e trombone ottenendo il secondo premio del Lascito Barbacini. Esercitò la professione quale violinista.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 98.

Busseto 9 ottobre 1894-Mariano 30 luglio 1973
Appartenne a una famiglia originaria, in linea paterna, di Monchio. La madre era invece una Bergonzi di Langhirano. A Parma il Battistini si trasferì giovinetto dopo la morte immatura del padre e vi compì gli studi fino alla laurea, ottenuta brillantemente nel 1920. Il Battistini fu arruolato allo scoppio della prima guerra mondiale e, dopo il corso ufficiali a Modena, mobilitato e inviato al fronte con il grado di sottotenente nella brigata Sassari. Combatté nel Trentino e assisté a uno dei più brillanti episodi di quella guerra: lo scoppio del Col di Lana. Verso la fine del conflitto fu trasferito nella Sanità. Esercitò la professione di medico per quarantacinque anni. Dopo aver allargato le sue conoscenze nel campo della medicina e della chirurgia come assistente ospedaliero e come medico condotto, si dedicò con decisione al campo della pediatria. Si specializzò alla scuola del professor Comba di Firenze (una delle poche scuole pediatriche italiane di allora), fece una vasta esperienza nell’alimentazione del lattante come consulente della Baliatica e diresse per vent’anni l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia di Parma. Diede alle stampe importanti lavori di casistica e compilò una storia della puericultura (A studio de la culla. Storia della puericoltura), un trattato che per la sua completezza, la struttura e la bellezza dello stile rimase a lungo unico in Italia. Ma il Battistini affrontò argomenti anche lontani dalla medicina: trattò però soprattutto la storia, quasi sempre nell’ambito della provincia di Parma. Per questo fu chiamato a far parte come membro della Deputazione di Storia Patria. Trattò anche argomenti ameni, riesumando con nostalgia e bonario umorismo la vita ospedaliera dei primi decenni del Novecento nel volume Ombre di Torri. Scrisse inoltre due importanti saggi, Le Corti di Monchio a difesa delle libertà feudali (Aurea Parma, gennaio-aprile 1964), e l’altro, fondamentale, Le Corti di Monchio, feudo del Vescovo di Parma, uscito sull’Archivio Storico per le Province Parmensi (1966) e in volume a parte. Fu collaboratore della Gazzetta di Parma e su quel giornale, essendo egli ancora vice presidente dell’Ordine dei Medici, condusse una vivace polemica sullo scottante argomento delle mutue.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 31 luglio 1973, 4; Valli dei Cavalieri 6 1983, 111-112; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 47; Aurea Parma 2 1973, 168.

Parma 1909-1964
Fin dall’età di nove anni lavorò, sempre a Parma, presso sellai, prima a barriera Vittorio Emanuele e poi alla Crocetta. Quindi si mise in proprio, con bottega in strada Massimo D’Azeglio, di fronte all’Ospedale vecchio. Fu artigiano di grande abilità, inventiva e tecnica, acquisite in tanti anni di lavoro.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani 1997, 39.

BATTISTONE, vedi CLERICI BATTISTA


Parma-1528
Fu valente letterato. Pierio Valeriano, suo amico, lo dipinge come uomo di molte lettere, dotto in greco e in latino, fecondo in prosa e in versi, e anche versato in filosofia. Fece disastrosi viaggi per terra e per mare, specie in Ungheria, al tempo della guerra coi Turchi. Nel 1524 fu a Roma al servizio di alcuni signori, poi accettò la cattedra di Belle Lettere in Arezzo. Di qui, essendo scoppiati dei moti popolari nei quali il Batto si compromise, dovette partire e riparò con alcuni suoi discepoli a Bologna, ove il Valeriano cordialmente l’accolse. Giorgio Anselmi si accorò delle sue vicende, rimpiangendo in un epigramma che il destino lo sbatacchiasse innocente di qua e di là. Infine tornò a Parma, ove ebbe una cattedra di lettere. Ma neanche qui trovò pace, ché nel 1527 vi si portatono i Francesi capitanati dal Lautrec a estorcere danaro (che avrebbe dovuto servire per la liberazione di papa Clemente VII dopo il sacco di Roma) e anche il Batto dovette subire vessazioni e fu spogliato di ogni suo bene. Morì l’anno dopo di peste e tutti i suoi scritti furono purtroppo bruciati nel timore di contagio. Delle sue opere sono sopravvissute soltanto la Vita di Adriano VI e i Miracoli che apparvero in Pannonia nel 1524. Il Mazzuchelli cita inoltre due sue lettere, a stampa, in latino.
FONTI E BIBL.: Pico; Mazzuchelli; I. Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, 1791, III, 209-210; Aurea Parma 1 1959, 12-13.

Parma 1824/1826
Fu rifugiato in Francia tra il 1824 e il 1826, essendosi compromesso in Italia per mene rivoluzionarie.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

Parma 15 ottobre 1830-Milano 15 ottobre 1874
Dopo aver studiato a Parma con Savazzini, che lo presentò anche in un’accademia della Società Filarmonica Ducale al Ridotto del Teatro Ducale il 18 febbraio 1842, si perfezionò in pianoforte con Antonio Angeleri e composizione con Lauro Rossi al Conservatorio di Musica di Milano. Terminati gli studi, dopo molta musica per pianoforte, tra cui numerosi ballabili, compose l’opera Le due fidanzata (Milano, Teatro Carcano, Carnevale 1857) e successivamente, su commissione del Teatro Regio di Parma, Il conte di Leichester (18 febbraio 1858). Dopo il matrimonio con Isoletta Briccoli, nel 1859 si arruolò prima come capo musica della Guardia Nazionale di Parma, poi del reggimento Ussari di Piacenza, e qui scrisse diversa musica per la sua fanfara (il ballabile Ciarea e la Marcia funebre per la morte del conte di Cavour). Quando il reggimento venne sciolto, si stabilì a Torino dove lavorò come direttore editoriale nelle case musicali Giudici & Strada e Blanchi, per le cui edizioni pubblicò diversi lavori. Nel Carnevale 1867 collaborò con Costantino Dall’Argine per il ballo Nyssa e Saib rappresentato al Teatro Regio di Torino e al Teatro Apollo di Roma. Nel 1867 partì come direttore d’orchestra per New York e Londra e, l’anno dopo, scrisse per il Teatro della Pergola di Firenze il ballo La dea Valhalla, che conseguì uno strepitoso successo e venne replicato al Teatro alla Scala di Milano per sessantaquattro sere e per ventuno al Teatro Regio di Torino. Nel 1872 collaborò con Dall’Argine, Romualdo Marenco e Giovanni Bottesini per il ballo Alfa e Omega, dato al Teatro San Carlo di Napoli. Nel 1873 partì per le Filippine, dove era stato assunto quale direttore d’orchestra al Teatro di Manila, e dove scrisse diverse composizioni di musica sacra. Il clima gli fu però fatale, in quanto il Baur era già minato dalla tisi. Tornò in Italia l’11 luglio 1874 e poco dopo morì. Fu autore delle seguenti composizioni: Le due fidanzate, opera seria in due atti, libretto di Antonio Ghislanzoni (la Casa Editrice Lucca di Milano pubblicò la riduzione per canto e pianoforte, per pianoforte solo e diversi fascicoli sciolti di brani ridotti per pianoforte a 4 mani, violino e pianoforte, flauto e pianoforte); Il conte di Leichester, opera in quattro atti, libretto di Antonio Ghislanzoni; Nyssa e Saib, ballo (assieme a Costantino Dall’Argine); La dea Valhalla, ballo; Alfa e Omega, ballo (assieme a Dall’Argine, Romualdo Marenco e Giovanni Bottesini); Capriccio, sopra un motivo dell’opera La Straniera di Bellini, per pianoforte; Care rimembranze di Viazzano, notturno per pianoforte; Un sogno melanconico, notturno per pianoforte; Notturni, per pianoforte; Una lagrima sulla tomba di mia moglie, pensiero melodico per pianoforte; Un sorriso angelico, mazurka elegante di bravura per pianoforte; La vita è un sogno, notturno per pianoforte; La vita è un delirio, capriccio per pianoforte; Per chi piangi!, notturno per pianoforte; Album per il carnevale 1851, raccolta di undici valzer, galop, polke per pianoforte; Alle bande musicali italiane, marcia per pianoforte; Souvenir dei Lombardi, capriccio per tromba e pianoforte (assieme a Raniero Cacciamani); Fantasia sulla Marta di Flotow, per pianoforte a quattro mani; Fantasia sul Poliuto di Donizetti, per pianoforte a quattro mani; con la Litografia Vigotti di Parma pubblicò Emma, mazurka per pianoforte; la polka-marcia per pianoforte La fiera nel giardino reale (Torino, Blanchi); con Giudici e Strada di Torino il waltz di bravura per pianoforte, La mia partenza per Manila. Nella Biblioteca del Conservatorio di Musica di Parma si trovano manoscritti: Inno di guerra, per canto e pianoforte: Rimembranze de’ Vespri Siciliani, per fiati e pianoforte; nell’Archivio Storico del Teatro Regio di Parma (Lascito Sanvitale) Scappa... scappa, galop per pianoforte a quattro mani, La primavera, polca per pianoforte; L’autunno, polca, Fantasia sopra motivi dell’opera Lucia di Lammermoor.
FONTI E BIBL.: Archivio del Battistero di Parma, Libro dei Battezzati; P. Bettoli, I nostri fasti, 17; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli drammatico musicali, 1884, 142 e 323; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 286; Banda della Guardia Nazionale, 1993, 87-88.


Cremona 9 settembre 1879-Milano 4 aprile 1933
Proveniente da una famiglia di musicisti (Manlio, il padre, fu direttore d’orchestra, insegnante di canto e compositore, la madre, Giuditta Casali, fu un’egregia cantante, lo zio Virginio fu impresario), studiò violino e armonia dapprima col padre e poi al Conservatorio di Parma laureandosi direttore d’orchestra. A soli diciassette anni, nel 1896, diresse per la prima volta: a Legnano (Cavalleria rusticana). La carriera del Bavagnoli fu eccellente: dal 1904 diresse nei principali teatri d’Italia (al Regio di Parma, al Comunale di Bologna, al Massimo di Palermo, al Reale dell’Opera di Roma (1929, 1a stagione, con Marinuzzi), al Carlo Felice di Genova, all’Arena di Verona) e in Inghilterra (1920, Trittico di Puccini al Covent Garden), in Olanda, in Russia, nell’America del Nord, nel Messico e in Australia. Su designazione di Toscanini, che era alla Scala di Milano, il Metropolitan di New York lo chiamò a dirigere in sostituzione del grande concittadino (1916, prima rappresentazione di Goyescas di Granados). Interprete dotato di molto talento, soccorreva con la volontà e con inenarrabile sforzo fisico al limite della scarsa erudizione e della poca memoria. Ma mise tale fuoco e tanta passione nelle sue esecuzioni da meravigliare e sbalordire il pubblico, che gli decretò onori e trionfi. Specialista nel repertorio romantico, fu geniale interprete di Puccini in ogni esecuzione.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 23-24; Dizionario musicisti, UTET, 1985, 359.


Parma 8 settembre 1853-Milano 1 gennaio 1931
La famiglia desiderava che si dedicasse alla carriera forense. Fu allievo del Convitto maria Luigia di Parma e nel contempo studiò pianoforte con Michele Cardinali e Stanislao Ficcarelli e armonia con Giovanni Rossi. A diciannove anni compose il balletto Il disertore, che venne eseguito nel Teatrino del Convitto. Nel 1876 si recò a San Pietro a Majella di Napoli per terminare la preparazione con lauro Rossi e dove studiò canto con il maestro Scafati. Nel 1876 debuttò come direttore d’orchestra a Pordenone e subito dopo fu al Teatro La Fenice di Venezia per fare il sostituto di Emilio Usiglio. nel 1878, su libretto di Francesco Guidi, compose l’opera seria Roderigo di Spagna, che diresse con successo al Teatro Regio di Parma per tredici repliche dal 20 aprile. Vi cantava la cremonese Giuditta Casali, cui il Bavagnoli dedicò la romanza Il sogno, cantata nella serata d’onore. L’opera, acquistata da Ricordi, che pubblicò il recitativo e la romanza del III atto Regna silenzio funebre, venne ripresa a Modena nel 1878-1879 e l’anno dopo a Cagliari. Nel 1880 diresse le stagioni d’autunno al Teatro Vittorio Emanuale di Messina e al Politeama di Palermo. Nominato a Reggio Emilia direttore dell’orchestra del Teatro Municipale e della Scuola comunale di musica, vi insegnò pianoforte, composizione e canto. Nel 1888, dopo aver condotto al successo l’Asrael di Franchetti al Teatro di Reggio Emilia e aver compiuto con quest’opera un applaudito giro per l’Italia, iniziò a dirigere nei maggiori teatri italiani e stranieri, cominciando dal Comunale di Bologna nel 1892. Ritiratosi dalle scene, aprì a Milano un’apprezzata scuola di canto: tra i suoi allievi si può ricordare Aureliano Pertile. Scrisse una Sinfonia (1889), che fu premiata dall’Accademia di Firenze.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia spettacolo, II, 1955, 76; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 24; Dizionario musicisti, UTET, 1985, 359; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BAVAGNOLI VIRGILIO, vedi BAVAGNOLI VIRGINIO

Parma 26 agosto 1849-Parma 18 aprile 1924
Fratello maggiore del direttore Manlio, fece l’impresario per vari anni allestendo spettacoli lirici, specie nella Bassa nei dintorni di Parma. Toscanini, appena diplomato, suonò per lui a Guastalla come violoncellista a tre lire per sera. Le sue opere preferite furono il Trovatore e la Favorita. Rotto a tutti gli espedienti del mestiere, trovava sempre il modo di liberarsi dagli impegni ai quali non poteva far fronte: a Montecatini, all’ultima recita della stagione, impossibilitato a pagare, dopo il primo atto, il quartale ai cantanti che lo richiedevano minacciando di non proseguire la rappresentazione, messosi d’accordo col capo illuminatore, scappò coll’incasso e, al calar della tela, fece restare tutti all’oscuro. A Casalmaggiore ripeté l’identifica sceneggiata, ma non riuscì a sottrarsi all’ira dei suoi scritturati se non nascondendosi entro la cappa di un camino. Ebbe alterna fortuna e quando era in difficoltà economiche (il Bavagnoli venne anche travolto in gravi dissesti finanziari) ricorreva al nipote Gaetano Bavagnoli che lo aiutò sempre con generosità, anche per una forma di riconoscenza: egli, infatti, lo aveva fatto debuttare come direttore a diciannove anni al Teatro Dal Verme di Milano, di cui era impresario. Abbandonata questa attività, girò il mondo come segretario dei tenori Angelo Masini prima e Italo Cristalli poi.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 23; M. Ferrarini, Impresari teatrali, 1950, 64; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 24; Dietro il sipario, 1986, 266-267.

BAVIERA, vedi CARROCCI BAVERIO

BAYARDO JACOBO, vedi BAJARDI JACOPO

Reggio Emilia 1250 c.-Avignone 1313
Nacque da famiglia bolognese dimorante a Reggio. Compiuti gli studi giuridici forse nella stessa sua città (maestri erano allora Guido da Suzzara e Giovanni d’Anguissola), insegnò diritto canonico a Bologna, ove fu anche arcidiacono della Cattedrale (1296). Tra i suoi discepoli fu Giovanni d’Andrea. Secondo diversi autori (nessuno dei quali parmigiano), fu inoltre vescovo di Parma e poi cardinale e vescovo di Sabina. Dal 1304 dimorò presso la corte papale di Avignone. Si hanno di lui un Apparato al Decreto di Graziano, noto col titolo di Rosarium Decreti, composto tra il 1296 e il 1302 (Strasburgo, 1472) e un Apparato al Liber Sextus delle Decretali (Milano, 1480).
FONTI E BIBL.: G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, I, 1781, 316-332; F. Gillmann, Guido de Baysio und Johannes de Anguissola, in Archiv. für katholisches Kirchenrecht, 1924, 54-55; Hurter, II, 511 ss.; Enciclopedia Italiana, XVIII, 253; M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, Milano, 1939, 197; Enciclopedia Ecclesiastica, IV, 1949, 319; Dizionario Ecclesiastico, II, 1955, 304.

BAYSTROCCHI o BAYSTROCHI RAIMONDO o ROMUALDO, vedi BAISTROCCHI GIROLAMO

BAZANI, vedi BAZZANI

Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 25.

Sassuolo 10 febbraio 1897-Parma 16 maggio 1973
Ottenne nel 1914 il diploma di maturità classica e, non ancora finito il primo anno di corso presso la facoltà di legge dell’Università di Parma, si arruolò come volontario nell’esercito italiano della prima guerra mondiale nel maggio 1915. Partì da Parma col reparto V.C.A. per raggiungere la zona di addestramento, ma prima ancora che il Corpo Nazionale V.C.A. venisse sciolto ottenne di essere ammesso al corso allievi ufficiali presso il 35°Fanteria e già nel novembre 1915 conseguì il grado di aspirante ufficiale e raggiunse il Peuma (altura a nord-ovest di Gorizia) al comando di un plotone del 72° Reggimento Fanteria. Nel febbraio 1916 seguì il reggimento destinato al corpo speciale d’Albania ove prese posizione sulla riva sinistra della bassa Voiussa a protezione dell’esercito serbo in ritirata. Nel maggio 1916 per la strafe-expedition la sua brigata fu trasferita nella zona del Pasubio agli ordini del maresciallo Pecori-Giraldi. Il Bazini fu ferito una prima volta l’11 giugno 1916 sul monte Parmesan (Vallarsa) in una azione alla quale partecipò volontariamente. Successivamente fu destinato ai mitraglieri Fiat e partì per il Carso al comando di una sezione della 577 Compagnia mitraglieri Fiat. Combatté per vari mesi con la Brigata Lombardia nel settore Castagnevizza-Hudilog e tra l’altro partecipò alla decima azione: venne ferito per la seconda volta il 26 maggio 1917 e, rientrato al deposito, venne (col grado di tenente) abilitato al comando di compagnia mitraglieri. A sua richiesta, dopo Caporetto fu nuovamente inviato al fronte e destinato alla 51a Divisione al comando della 1518 Compagnia mitraglieri Fiat. Combatté con le Brigate Aosta e Abruzzi sul colle della Berretta (a nord-ovest del massiccio del Monte Grappa) e l’11 dicembre 1917, sepolto dallo scoppio di una granata, fu catturato: a seguito di quell’azione gli venne decretata la medaglia di bronzo al valore militare con la seguente motivazione: Volontario di guerra, già distintosi in precedenti combattimenti, al comando di una compagnia mitraglieri, resisteva a oltranza a un violento attacco nemico, fino a che contuso in seguito a uno scoppio di una granata veniva catturato (Col della Berretta, 11 dicembre 1917). Fu trasferito prima al Castello del Buon Consiglio di Trento e quindi nella fortezza di Hohensalzburg a Salisburgo, da cui il 26 maggio 1918, riuscì a evadere. Ripreso a Puch il 20 giugno 1918, fu avviato allo Strefelager di Komarom (Ungheria) da dove il 4 novembre 1918 poté rientrare in Italia, via Zagabria-Fiume-Trieste-Venezia, con un viaggio avventuroso. Durante la permanenza a Komarom scrisse un libro di memorie. Gli furono concesse la croce di guerra al merito e le insegne di Cavaliere Ufficiale della Corona d’Italia. Per le ferite riportate ottenne il riconoscimento di invalido di guerra e fu congedato nel marzo 1920 col grado di capitano del 62o Reggimento Fanteria. Ottenne poi il grado di maggiore di complemento. A guerra ultimata riprese gli studi interrotti nel 1915. Dal 1919 fu procuratore legale e dal 1920 avvocato. Rivestì cariche presso enti di beneficenza: Comitato Orfani di Guerra e Orfanatrofio Vittorio Emanuele II di Parma. Per due trienni fu vice pretore onorario di Parma. Nel 1923 venne eletto presidente della Sezione di Parma dell’Associazione Nazionale Combattenti e fu per molti anni (dal 1936 al 1947) presidente della Sezione di Parma dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra. Insieme a Ildebrando Cocconi fondò a Parma la Sezione dell’Associazione Nazionale Volontari di Guerra di cui fu per vari anni segretario sotto la presidenza del Cocconi. Risiedette a Parma, ove esercitò per cinquantadue anni la professione legale (avvocato civilista).
FONTI E BIBL.: G. Bagnaschi, Volontari Plotone Parma, 1965, 25-27; G. Corradi, Parma e l’Ungheria, 1975, 170-171.

Parma-post 1982
Fu avvocato stimato, impegnato nel proprio studio legale fino in tarda età. Esplicò il mandato di presidente della Società Dante Alighieri di Parma nel periodo bellico e subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Date le precarie condizioni economiche e sociali del momento, poche e scarse dovettero essere le iniziative del Bazini per dare animazione e vitalità al sodalizio.
FONTI E BIBL.: A. Ciavarella, Presidenti della “Dante”, 1982.

BAZOLI, vedi BAZZOLI


Parma seconda metà del XVII secolo
Orefice operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 26.

Parma 1455 c.-post 1504
Di famiglia nobile di Parma, fu discepolo di Taddeo Ugoleto. Il Pico lo celebra come uomo dei più eruditi del tempo suo nel greco e nel latino, onde tradusse dal greco in latino Pindaro e questa traduzione fu stampata da Francesco Ugoleto il 15 dicembre 1504 e accolta con plauso. Andrea Bajardi gli indirizzò una terza rima, lodandolo per l’ottimo suo verseggiare: Tu sei Mastro de l’Arte, e conosciute rimbomban le tue Rime in ogni parte e dànno luce a le Muse perdute.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, 1791, III, 170-171; Aurea Parma 4 1958, 235.

BAZZANI BENEDETTO
Parma 1530-Loreto post 1570
Fu uno dei primi gesuiti parmigiani. Ebbe l’incarico di coadiutore.
FONTI E BIBL.: M. Scaduto, Catalogo dei gesuiti, 1968, 12.

BAZZANI BENEDETTO
Parma XVI/XVII secolo
Fu pittore in Roma. Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo fu ascritto all’insigne Congregazione dei Virtuosi al Pantheon.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 158.

Parma XIV/XV secolo
L’Erba lo loda come esimio Dottore, chirurgo pratico, esperto medico e profondo filosofo, valente soprattutto nel curare gli infermi e perciò stipendiato dalla Repubblica di Parma con annuo copioso salario, creato cavaliere e aggregato alla Nobiltà.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 4 1958, 235.

BAZZANI FRANCESCO MARIA, vedi BAZZANI GABRIELE FRANCESCO MARIA

Parma 12 marzo1650-Piacenza 1706
Figlio di Ulisse e Maria. Sacerdote, figlio di un domestico del duca Ranuccio Farnese, fu da questo raccomandato al capitolo della Cattedrale di Piacenza il 28 gennaio 1677 per un incarico musicale nella stessa chiesa. Il 16 giugno 1679 il Bazzani venne infatti eletto maestro di cappella della Cattedrale e occupò tale carica per molti anni, almeno fino al 1693, come risulta dal suo oratorio a cinque voci con strumenti e cori, La caduta di Gerico, dedicato al Duca di Modena nel febbraio di quell’anno. Dal 1674 al 1686 egli svolse la medesima attività di maestro di cappella anche alla chiesa di San Giovanni in Canale. Compositore gradevole, pur non discostandosi dal gusto del suo tempo, il Bazzani fu soprattutto un ottimo maestro di musica e dal suo insegnamento trasse profitto in modo particolare il nipote Fortunato Chelleri, buon operista e maestro di cappella dapprima a Parma e a Firenze e in seguito in Germania. Delle numerose composizioni del Bazzani, si conserva solamente la partitura manoscritta dell’oratorio La caduta di Gerico alla Biblioteca Estense di Modena (Mus. F. 63), mentre delle opere Ottone in Italia (libretto di A. Gargiera), rappresentata nel Teatro del Collegio dei Nobili a Parma nel 1673, e Il Pedante di Tarsia, rappresentata al Teatro Formagliari di Bologna nel 1680, sono rimasti i libretti alla Biblioteca del Liceo Musicale di Bologna. Il Bazzani musicò anche L’Inganno trionfante overo La disperata speranza ravvivata ne’ successi di Giacomo Quinto di Scozia e Maddalena di Francia, dramma di Orazio Francesco Ruberti, eseguito nel teatrino privato del conte di Sissa nel 1673 e al Teatro Ducale di Parma nello stesso anno (il libretto è conservato alla Library of Congress di Washington), I trionfi dell’Eridano in cielo, azione drammatica del priore A.F. Nobili, eseguita a Piacenza nella piazza Maggiore nel 1679, La pace scesa in terra, omaggio in versi e musica a Gesù Bambino del 1683, e Il bacio della Giustizia e della Pace, oratorio su testo di F. Glissanti, eseguito nella chiesa di San Rocco nel 1697. Ancora sconosciuti rimangono l’anno e il luogo di morte del Bazzani, per quanto si presuma che questa sia avvenuta ai primi del secolo XVIII a Piacenza.
FONTI E BIBL.: E. De Giovanni, La Cappella Giovannea, Piacenza, 1922, 14; F. Bussi, Alcuni maestri di Cappella e organisti della Cattedrale di Piacenza, Piacenza, 1956, 8-10; G. e C. Salvioli, Bibliografia universale del teatro drammatico italiano, I, Venezia, 1903, 467; O. Sonneck, Catalogue of Opera Librettos printed before 1800, I, Washington, 1914, 630; G. Gaspari-U. Sesini, Catalogo della Biblioteca del Liceo Musicale di Bologna V Libretti d’opera in musica, Bologna, 1943, 40 s.; Associazione dei Musicologi Italiani, Catalogo delle opere musicali, s. VIII, Città di Modena. Biblioteca Estense, Parma, s.d., 95; G. Grove’s Dict. of Music and Musicians, I, London, 1954, 516; Dizionario biografico degli Italiani, VII, 1965, 320; Dizionario musicisti, UTET, 1985, 361.


Parma 13 aprile 1622-Piacenza 1702
Figlio di Gabriele e Paola. Fu maestro di cappella al servizio di Ranuccio Farnese. Altri, come il Fiori, affermano essere stato il barbiere di Corte.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BAZZANO ANTONIO, vedi BAZZANI ANTONIO


Parma o Bergamo 1886 c.-post 1921
Sindacalista, fu sostenitore di Alceste De Ambris. I rapporti tra De Ambris e il Bazzi risalivano al periodo precedente la prima guerra mondiale. Fu Campolonghi a farli incontrare a Parigi nel 1915, secondo quanto riferì lo stesso De Ambris al Tribunale di Ravenna nel febbraio del 1917. In verità la collaborazione del Bazzi a L’Internazionale iniziò nel 1914. il Bazzi era già noto agli ambienti sovversivi di Parma, città dove abitò sino agli inizi del Novecento. Il padre, Tullio, fu insegnante al liceo e autore di una Storia di Parma. Nel 1903-1904 il Bazzi collaborò al Ça ira di Icilio Fietta e poi, da Padova, nel 1910 divenne corrispondente de L’Emancipazione di Alfredo Bottai. Repubblicano intransigente, lo si trova tra i volontari delle Argonne, con una spiccata predilezione per le mene affaristiche (risultò bene addentro al caso Bolo Pascià). Il Bazzi partecipò alla formazione dell’Unione Italiana del Lavoro, l’organismo sindacale che riuniva le forze interventiste, e fondò poi il Sindacato Nazionale delle Cooperative, che si mosse nella stessa area politica. Nella primavera del 1921 fu tra i sostenitori della candidatura dannunziana di De Ambris alle elezioni politiche, ma già allora i suoi rapporti con Mussolini e con i fascisti divennero erano assai stretti.
FONTI E BIBL.: G. Rossini, Il delitto Matteotti tra Viminale e Aventino, Bologna, 1966; F. Cordova, Cooperazione e fascismo nella crisi dello stato liberale (1918-1925), in Il movimento cooperativo nella storia d’Italia (1854-1975), a cura di F. Fabbri, Milano, 1979; A. De Ambris, Lettere dall’esilio, 1989, 113-114.

Parma o Reggio 1500/1520
Si trova spesso sdoppiato in due diverse identità: Giacomo Antonio da Reggio e Giovanni Antonio da Parma. L’Affò lo ritenne allievo di Cristoforo Caselli. È menzionato per la prima volta con il nome di Gianantonio da Reggio in un documento del 17 febbraio 1500 per aver dipinto l’ancona e un fregio a monocromo di cui rimane qualche frammento nel refettorio grande del monastero di San Giovanni Evangelista in Parma. Nel 1501 consegnò un dipinto datato e firmato raffigurante Samaritana al pozzo per lo stesso monastero, opera ancora visibile ai tempi del Lopez (cfr. M. Lopez, Il Battistero di Parma, Parma, 1864). Nel 1507 stipulò contratti a Reggio Emilia. L’Affò, nel suo Servitor di Piazza, afferma che il Bazzi dipinse anche nell’Oratorio dell’Inquisizione in Parma (1508), ma questi dipinti furono anch’essi distrutti. Nel 1509 (secondo G. Cirillo e G. Godi, 1984), dipinse una Crocifissione nella chiesa di San Giovanni Battista di Pedrignano. Nel 1514 firmò e datò le Scene di sacrificio che costituiscono il fregio a monocromo che corre nel transetto sinistro della chiesa di San Giovanni Evangelista. Il primo a menzionare il fregio senza riconoscere una diversità di esecuzione tra quello del transetto a sinistra e quello a destra fu lo Scarabelli Zunti: non si trova, infatti, nessun’altra citazione di quest’opera prima della fine dell’Ottocento. Lo storico parmense assegna la decorazione a Giovanni Antonio da Parma, attribuzione accettata anche dal Testi e da A. Ghidiglia Quintavalle che, in occasione del restauro condotto negli anni sessanta, ebbe modo di rileggere la data ripetuta più volte nei fregi della crociera e la scritta in caratteri romani Jo. Ato.P.P.MCCCCCXIV interpretata come Joannes Antonius parmensis pinxit 1514. Si tratta di un maestro che non trova precedenti nella cultura locale e che affrontò il tema del sacrificio inteso ancora in senso pagano e cruento dell’offerta delle vittime alla divinità, e la cui cultura trova qualche nesso con quella di Alessandro Araldi nei putti ai lati dei tondi e di Filippo, Michele e Pier Ilario Mazzola per quanto riguarda i sei ritratti a mezzo busto per i quali è intuibile un preciso riferimento religioso: non a caso sono rappresentati due papi, due vescovi, un monaco con corona regale e un cardinale. Sono gli anni in cui i rapporti tra Papato e ordini religiosi vivevano strane contraddizioni, in cui le eresie stavano nascendo e veniva riaffermato, ribadito poi ulteriormente dal Concilio di Trento, il valore del sacrificio eucaristico su quello pagano ed ebraico. L’ara, da cui si innalzano metalliche lingue di fuoco, è pronta per il sacrificio. Ai lati (fascia sopra l’altare di San Mauro) due divinità più pagane che cristiane e tutt’intorno la scena di un sacrificio cruento: cinghiali, agnelli e arieti sgozzati da monaci variamente agghindati, con turbanti all’orientale e coronati di foglie, recanti libri o rami, ma sempre le stesse identiche immagini ripetute varie volte. Basta il disegno di metà della scena replicato, rovesciato, in controparte per riempire tutta la fascia. L’invenzione è ridotta ancora di più nel transetto destro dove la metà del disegno viene replicata non solo in controparte per completare la scena, ma con la stessa meccanica sono eseguite tutte e nove le immagini di sacrificio che si alternano ai tondi racchiudenti, anche qui, sei ritratti di monaci benedettini. Il Bazzi fu chiamato nell’anno 1516 dalle Benedettine di Sant’Alessandro in Parma per dipingere tutta la volta della loro chiesa (la volta fu ridipinta verso la metà del XVII secolo con affreschi di pittori bolognesi). Il 22 novembre 1518 il Bazzi risulta ancora documentato a Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 275; Abbazia di San Giovanni Evangelista, 1979, 94-97; P. Zani, Enciclopedia Metodica di Belle Arti, X 1822, 9; B. Adorni (a cura di), Il monastero di San Giovanni Evangelista a Parma, Parma, 1982; M. Pirondini-E. Monducci, La pittura del Cinquecento a Reggio Emilia, Milano, 1985, 93-96; G. Godi-G. Cirillo, Guida artistica del Parmense, I, Parma, 1984, 269; La pittura in Italia, 640; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 314-315.

Bergamo 1860-Parma 1905
Professore di liceo, trasferitosi a Parma, legò il suo nome alla vita letteraria parmense dell’epoca. Fondatore de La Soffitta, rivista e cenacolo di scrittori parmigiani, pubblicò presso Battei un libro di novelle per ragazzi intitolato Anni belli. A Parma raccolse gli elementi per una Storia di Parma, che però non riuscì a portare a compimento: l’opera uscì postuma, completata da Umberto Benassi. Inedito è rimasto anche un romanzo dal titolo Antonio Ramengo intorno al quale lavorò per molti anni. In precedenza il Bazzi aveva dato alle stampe un pregevole volume di versi (Lares, Saluzzo, 1895) e, approfittando di un suo soggiorno a Nuoro come insegnante, un libro sui costumi sardi (In Barbagia) e una raccolta di poesia popolare isolana.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti parmensi della seconda metà dell’Ottocento; B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957, 24.

BAZZIGOTTI ROSA, vedi GRANDI ROSA

Cornocchio 1897-1969
Fu attivo nel campo delle ricerche petrolifere.
FONTI E BIBL.: La morte a Milano del Cavalier Edgardo Bazzini, in Gazzetta di Parma 18 marzo 1969; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 92.

Bardi 1822/1823
Cancelliere della pretura di Bardi. Ritenuto carbonaro e cospiratore, fu arrestato, probabilmente insieme al notaio Giuseppe Bertucci, il 3 giugno 1822 con l’accusa di aver fatto proseliti e di aver sparso ovunque principî di rivoluzioni. Sottoposto a processo e avendo rigettato ostinatamente ogni accusa, con sentenza del 20 aprile 1823 fu assolto. Venne però sottoposto a rigida sorveglianza con divieto di uscire dal Comune di Bardi e di avere rapporti con gli ex detenuti di Stato.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmigiani, 1904, 139-140; A. Curti, Alta polizia, censura e spirito pubblico nei ducati parmensi, in Rassegna storica del Risorgimento, 1922; S. Fermi, La carcerazione e il processo di Pietro Gioia nell’aprile-novembre 1922, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1922; E. Ottolenghi, Pagine piacentine del risorgimento italiano, Piacenza, 1938; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 120.

Parma 1699/1723
Fu violinista alla Cattedrale di Parma dal 19 aprile 1699 al 3 maggio 1723 e alla Steccata di Parma in occasione della Festa dell’Annunziata nel 1701.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 172.

Parma 1571
Figlio di Giovanni Battista, fu pittore (attivo nel 1571).
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia Metodica di Belle Arti 3 1820, 144; Enciclopedia Pittura Italiana I 1950, 253.

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo. Fu padre di Prospero.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 46.

Parma seconda metà del XV secolo
Pittore operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 46.


Parma 1521/1531
Pittore, figlio di Giovanni Antonio, ricordato in data 8 novembre 1521 e ancora attivo nel 1531.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia Metodica di Belle Arti 3 1820, 144; Enciclopedia Pittura Italiana I 1950, 253.


San Nicomede 24 marzo 1889-Milano 23 settembre 1973
Denotò sin da fanciullo inclinazione alla scultura, intagliando nel bosso o nell’olivo pupazzi e figure suggerite dalla forma o dalla fibra del legno. Queste piccole sculture, che il Bazzoni eseguiva per diletto, furono oggetto di doni ad amici e conoscenti. Talune, meglio riuscite, pervennero a persone in grado di apprezzarne la fattura ancor rozza e ingenua, ma che rivelava nell’autore singolare attitudine all’arte plastica. Fu appunto per interessamento di alcune di queste persone che il Bazzoni ottenne dal Comune salsese una borsa di studio che gli permise di frequentare i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Parma, diretta da Cecrope Barilli, dove il Bazzoni ebbe a maestri di pittura e scultura Paolo Baratta e Oscar Spalmach. In quella città, ventitreenne appena, partecipò al concorso nazionale indetto tra i giovani scultori, meritando una medaglia d’oro (1912). Licenziatosi dall’accademia nel 1913, proseguì gli studi a Firenze e a Roma. Completò poi la propria preparazione sottoponendosi a sacrifici durissimi e a una tormentosa fatica fisica e morale per acquistare maturità intellettuale, cultura ed esperienza tecnica. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi e inviato al fronte. Chiusa la parentesi militare e stabilitosi a Parma, iniziò la propria attività artistica, che gli procurò subito successi e ambiti riconoscimenti. Il Bazzoni, come peraltro gran parte degli scultori della sua generazione, fu sicuramente debitore della lezione di Leonardo Bistolfi, ma, dopo le prime prove (a esempio, La Fatica, 1913), abbandonò l’accentuazione dinamica delle figure, cercando invece di realizzare compostezza e sodezza dei volumi, senza troppo concedere alle notazioni veristiche. Nel gennaio del 1921 il Bazzoni partecipò alla Mostra Triennale di Belle Arti promossa dalla Società di Incoraggiamento tra gli Artisti, tenutasi al ridotto del Teatro Regio di Parma, insieme con gli scultori Luigi Froni, Guglielmo Cacciani ed Ercole Vighi. Fino al 1927 la sua attività fu rivolta in particolare alla realizzazione di monumenti celebrativi che molte località dedicarono ai caduti della prima guerra mondiale, tra cui Collecchio, Salsoúmagúgiore, Borgo San Donnino, Gualtieri, Montecchio, Reggio Emilia, Bardi e Viadana. Questi monumenti solo in parte si sono conservati perché le sculture in bronzo furono sacrificate durante il secondo conflitto mondiale. Tutti i monumenti ai caduti di guerra da lui realizzati furono vinti per concorso nazionale o regionale. Eseguì in collaborazione con architetti la parte scultorea dei monumenti di Bardi, San Pancrazio, San Martino e Viadana, dei quali creò in seguito anche la parte architettonica. Vinse il concorso di Montecchio, si aggiudicò anche il secondo premio di Salsomaggiore, ottenne nel 1921 all’Esposiúzione Nazionale di Brera in Milano il premio Fumagalli, vinse ancora i concorsi di Gualtieri (quest’ultimo distrutto dai tedeschi nel corso del secondo conflitto mondiale e il cui modello, raffigurante gli eroi di Passo Buole, esposto a Milano, gli procurò la medaglia d’oro del ministero della Pubblica Istruzione), di Borgo San Donnino e di Reggio Emilia, prescelto su trentaquattro scultori tra i quali alcuni dei migliori d’Italia (Andreotti, Bazzaro, Graziosi; burrascose vicende giudiziarie gli impedirono di realizzare subito l’opera, che fu condotta a termine nel 1926). In quell’anno si trasferì a Milano, dove nel 1928 ricevette dal ministero della Pubblica Istruzione l’incarico per la decorazione scultorea del grande salone, adibito a biglietteria, della monumentale stazione ferroviaria e della sala reale. A Milano eseguì varie opere per il cimitero Monumentale e un grande bassorilievo (Caduta di Lucifero) per il Palazzo di Giustizia (1936). Due suoi bronzi sono esposti alla Galleria d’Arte Moderna. Nel 1936 si trasferì a Parigi e ivi, nell’anno successivo, organizzò una sua personale di sculture e disegni alla Galleria d’Arte Charpentier, che riscosse vivi consensi di pubblico e di critica. Durante il suo soggiorno in quella capitale si dedicò quasi esclusivamente alla produzione di piccoli bronzi e di ceramiche a gran fuoco per le più importanti case d’arte di Francia e del Belgio. Allo scoppio della seconda guerra mondiale rientrò in Italia, ma nel 1945 ritornò a Parigi per rimanervi sino al 1950, anno in cui lasciò definitivamente quel paese per ristabilirsi a Milano. Da quel momento diradò la sua attività. L’arte del Bazzoni poggia sopra una solida preparazione che, affinando la sua naturale disposizione e la sua sensibilità, si manifesta in opere nelle quali è evidente la ricerca del vero. Il Bazzoni non fu alieno, sin dalla giovinezza, da quel travaglio interiore che nasce dal bisogno di gettare nella materia l’impronta di una testimonianza alla verità, secondo il proprio sentire. L’ambiente un po’ freddo e severo dell’Accademia dove egli compì gli studi non gli ispirò certo una supina osservanza alle sue leggi, ma nemmeno una formale ribellione. L’impressione profonda che nel suo animo esercitarono la sapienza, l’abilità tecnica e soprattutto l’arcano potere che emana dai capolavori dei grandi maestri del passato, dai greci a Michelangelo, a Donatello, influì sul carattere del Bazzoni e si riscontra nelle sue opere non come imitazione ma come guida nell’interpretazione della figura umana e dei sentimenti che essa deve riflettere. Si può pertanto affermare che l’arte del Bazzoni si ispira ai canoni classici tradizionali. Arte, quindi, totalmente aliena dalle influenze dell’astrattismo, espressa in opere che inducono a serena contemplazione. La sua arte risulta immune dalla consunzione modernista, prima di tutto perché il Bazzoni rigettò questi esperimenti, secondariamente perché ciò che caratterizza tali tentativi egli l’aveva già superato: la semplicità del cubismo, la rivolta dadaista, la velocità del futurismo e la non realtà del surrealismo sono in lui già scontate. Le opere del Bazzoni sono vive e s’impongono per l’espressività. Arte figurativa non mai però accademica, ché, anzi, le creazioni del Bazzoni vibrano di forza interiore nell’espressione dei volti e nella compostezza dei gesti e degli atteggiamenti. Finezza del modellato, qualità decorative, equilibrio delle parti e sentimento compendiano l’eccellenza del Bazzoni.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 59-63; C.D. Faroldi, in Gazzetta di Parma 17 dicembre 1984, 3; Malacoda 33 1990, 6-8.

Parma 1833-Parma 1856
Fu pittore di buon valore.
FONTI E BIBL.: Parma per l’Arte 7 1957, 93; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 92.

BECARIS GIOVANNI, vedi BECCARI GIOVANNI

1775-Parma 9 luglio 1845
Fu, dal 1836, insegnante gratuito, indi dal 20 marzo 1840 al 9 luglio 1845 titolare delle cattedre abbinate di flauto e clarinetto nel Conservatorio di Musica di Parma. Fu suo allievo e successore nell’orchestra del Teatro Regio e al Conservatorio Giacomo Mori.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 73.

Pavia 10 dicembre 1809-Parma 1886
Studiò oboe e fagotto col padre. Nel 1827 fu nominato fagottista della Ducale Orchestra di Parma. Fu professore al Conservatorio di Parma, dove insegnò l’oboe e il fagotto dal 1836 al 1840 gratuitamente e dal 20 marzo 1840 al 26 dicembre 1886 come docente effettivo. Dal 25 aprile 1862 al 26 dicembre 1886 vi tenne lezione anche di flauto. Fece ottimi allievi.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 73; G.N. Vetro, Il giovane Toscanini, 1982, 55.

Vigatto 22 maggio 1926-Barbagelata di Lorsica 9 ottobre 1944
Partigiano (nome di battaglia Tempesta), combattente della 59a Brigata Garibaldi, cadde in combattimento contro i nazifascisti.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 60.

BECCARELLI GIAN BATTISTA, vedi BECCARELLI GIOVANNI BATTISTA

Borgo San Donnino 1831
Cancelliere della Pretura di Borgo San Donnino. Fu uno degli autori della rivolta in Borgo San Donnino e della riunione di quel consesso civico durante i moti del 1831. Per questo fu sottoposto a sorveglianza dalla polizia.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 139.

Campi 25 agosto 1765-Parma 24 agosto 1830
Frate cappuccino, fu predicatore, cappellano per diciotto anni nell’Ospedale di Parma e per dieci anni nella Casa di forza di San Francesco. Fece la vestizione e la professione a Guastalla, rispettivamente l’8 aprile 1788 e il 31 maggio 1789.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 490.

Borgo Taro 9 dicembre 1837-Vignale di Traversetolo 16 marzo 1908
Nacque da Vincenzo e da Maria Brignoli. Il padre, fabbro, lo avviò agli studi ginnasiali, ma presto la penuria di mezzi lo costrinse ad abbandonare la scuola e a emigrare a Parma per imparare un mestiere. Qui, passato sotto la prestigiosa direzione dell’orologiaio di Corte (probabilmente Antonio Allodi, che sostituì il padre Ilario nella carica di Capo orologiaio a partire dal 1831), il Beccarelli si appassionò allo studio delle tecniche meccaniche e all’evolversi degli stili dell’orologeria d’arredo (sia pure in stretta dipendenza da Parigi, a lungo seguita a Parma), e tanto si applicò da riuscire acostruire un orologio a grande soneria con le ore, i quarti e la ripetizione a scappamento come i cronometri di marina, provvisto di calendario perpetuo, coi giorni del mese e le settimane; con una terza sfera la quale, muovendosi in virtù d’una ruota che compie il suo giro in un anno, segnalava la differenza tra il tempo vero e quello dell’orologio, traducendo in atto meccanico le cosiddette tavole perpetue d’equazione. Di questo straordinario esemplare, peraltro ricordato solo da Lodovico Gambara e probabilmente ispirato alle pendole cosiddette astronomiche dei fratelli Frédéric ed Henri Courvoisier, di cui anche tra le suppellettili ducali delle regge parmensi esisteva un affascinante esempio (rintracciato da Chiara Briganti tra gli arredi passati al Quirinale), si è nel tempo perduta ogni traccia. Ancora dal Gambara viene la notizia che a ventidue anni (1859, quando l’ultima duchessa di Parma, Luisa Maria di Berry, reggente in nome del figlio Roberto di Borbone, dopo l’assassinio del padre Carlo, il 9 giugno abbandonò il Ducato travolta dagli avvenimenti), il Beccarelli emigrò a Parigi, trattenendovisi per diciotto anni. Tuttavia, se difficilmente verificabile è la parrtenza da Parma nel 1859 e la permanenza a Parigi per quasi vent’anni, ancora più arduo è ipotizzare la data precisa del definitivo rientro in Italia (dal Gambara riferito al 1867), data l’ampia libertà di movimento e di spostamento fuori dei confini francesi, di cui il Beccarelli, per la sua stessa attività produttiva, dovette godere, e che i frequenti andirivieni con l’Italia (puntualmente registrati nel passaporto, conservato dagli eredi) non mancano di porre in ulteriore evidenza. Dai documenti conservati presso l’Archivio Storico del Comune di Traversetolo risulta comunque che Ernesto e Melania, figli del Beccarelli e della francese Léontine Bauret, nacquero entrambi a Parigi, rispettivamente il 30 aprile 1868 e il 16 aprile 1869, e che l’intera famiglia, cui si erano aggiunti Raffaele (Parigi, 17 giugno 1871) e Annita (Vignale, 3 ottobre 1872) occupò il podere di Vignale tra il 1871 e il 1872, certificando però il proprio trasferimento in via ufficiale solo il 1o luglio 1877. Certamente, quando il Beccarelli, ventiduenne, approdò nella capitale francese (probabilmente richiamatovi proprio dal fervore dell’attività orologiaia), la produzione di orologi da mensola e da viaggio, in cui il Beccarelli si specializzò al suo rientro in patria, era dello stesso ordine di grandezza, in termini monetari, di quella degli orologi da tasca svizzeri nel loro complesso. Le cosiddette pendules de Paris, da appoggiare su una mensola o su un mobile a muro, vivevano il momento più felice del loro prepotente (e duraturo) successo, e numerosi furono gli imprenditori (spesso anche inventori di geniali perfezionamenti) che tra il secondo e il terzo quarto del XIX secolo impiantarono opifici per la produzione di orologi: i fratelli Japy, eredi del grande Frédéric, fondatore della prima industria di orologi alla fine del XVIII secolo e ancora attivi nel 1867, o Samuel Marti & C.ie, fabbricante di movimenti del tipo Parigi, attivo a partire dal 1840, per citare solo alcuni tra i numerossissimi esempi disponibili in uno scenario particolarmente affollato. Comunque, se pure le carte d’archivio non forniscano precise indicazioni sulla presenza del Beccarelli presso uno dei menzionati opifici (sebbene l’uso di giovarsi di marchi di fabbrica, punzonati sulla platina posteriore del movimento, che ricordano le medaglie ottenute in varie esposizioni, potrebbe ragionevolmente indurre a ipotizzare un legame privilegiato con l’industria degli Japy Frères), è indubbio che il soggiorno parigino e probabilmente la frequentazione di rinomati atelier, dove il Beccarelli poté avere agio di apprendere l’assemblaggio di movimenti e casse separate ma compatibili, dovette renderlo ben consapevole sia della complessa organizzazione delle grandi manifatture francesi (dove ogni singolo elemento decorativo e funzionale di una cassa d’orologio poteva essere separato dall’insieme e assemblato mediante viti e bulloni, così che ogni parte risultava essere il frutto di specializzazioni diverse a partire da un progetto iniziale) sia di come la produzione di statuette e gruppi plastici in bronzo, da inserire in pendole, fosse contigua a quella di elementi decorativi da impiegare autonomamente pour orner les tables, et les cheminée. Certamente dovette trovare assai congeniali tali orientamenti, al punto che, ormai consapevole delle proprie ben consolidate capacità, si risolse a impiantare un proprio stabilimento al n. 1 del Passage Brady in Faubourg Saint Martin: l’Horlogerie Bijouterie L. Beccarelli, come si legge sulla carta intestata di una lettera inviata a Parma il 1o gennaio 1876 all’avvocato Sicoré, curatore dei suoi interessi in Italia. Fin dal 1872 il Beccarelli, come egli stesso dichiara in una lettera del 15 dicembre 1875 al marchese Guido Dalla Rosa Prati sindaco di Parma, prese l’abitudine di compiere un viaggio a Parma, e non è azzardato pensare che proprio nel corso di questi frequenti andirivieni abbia avuto modo di acquistare da Pontoli, un ex carbonaro toscano, la villa di Vignale, più tardi ribattezzata Cronovilla, anticamente proprietà dei conti Arese-Borromeo e successivamente passata ai conti Nasalli. È certo, comunque, che questi frequenti soggiorni in Italia dovettere dare agio al Beccarelli di valutare la possibilità di un rientro definitivo in patria e del conseguente trasferimento del proprio opificio parigino in un’area che, sotto il profilo industriale, sembrava offrire condizioni di lavoro particolarmente favorevoli, non presentando problemi di concorrenza e avendo disponibilità di forza occupazionale a basso costo, data la situazione di estrema miseria materiale e culturale della popolazione, nella città di Parma come nelle campagne. La già citata lettera al sindaco Dalla Rosa Prati è, in tal senso, illuminante: V.a S.a Ill.ma non apprenderà niente di nuovo dicendoLe che l’Italia (eccettuatone la Spagna) è la più grande nazione in Europa priva di fabbriche di Orologeria. È pure inutile ch’io mi adoperi per dimostarLe l’importanza e il vantaggio che ne ritraerebbe l’Italia dal non più essere per questi articoli, tributaria interamente delle nazioni estere. Ho ancor meno bisogno di dimostrare a Lei, uomo pratico, l’interesse che ne risulterebbe per la Città che possederebbe una simile industria. Ma per condurre a buon fine quest’opera eminentemente patriottica, e che si può qualificare di gigante, necessita un uomo della professione, e capace di un’abnegazione poco comune. Quanto alle conoscenze pratiche in orologeria mi sarà facile fornirne le prove. Quanto poi allo spirito di abnegazione, bisogna possederne una gran dose per abb andonare la mia casa di manifattura e commercio d’orologeria in Parigi, la quale mi permette di economizzare dalle venticinque alle trentamila lire ogni anno. Quindi non mi dissimulo che quest’opera patriottica è per me un vero sacrifizio. Da quattro anni faccio un viaggio ogni estate aParma, e ogni volta arrivo coll’intenzione di cominciare l’impianto della progettata fabbrica; ma l’isolamento mi scoraggia. Buone parole ne trovo pertutto, appoggio di fatto, nessuno. In modo che metto in un piatto della bilancia il guadagno di Parigi, nell’altro le buone parole dei Parmigiani ed è sempre il primo che vince l’ultimo. Però quest’anno il vento sembra spirare più favorevole, e se V.S. Ill.ma è disposta come mi si accerta, ad appoggiare moralmente il mio progetto, e colla sua incontestabile influenza procurarmi un appoggio materiale dal Comune e dal Governo (che desidererei dividessero meco i sacrificii almeno in piccola parte), arriverei a dar cominciamento all’opera. La reazione della Giunta Municipale di Parma alla proposta del Beccarelli fu all’inizio alquanto tiepida, in considerazione soprattutto dell’appoggio materiale esplicitamente richiesto (concessione gratuita di un locale con motore idraulico, esonero dalle tasse comunali per tre anni, sussidio di lire diecimila), e solo in virtù dei buoni uffici del sindaco, che nella consapevolezza dei vantaggi che alla città sarebbero derivati dall’impiantarvi un’industria per l’Italia affatto nuova aveva già sollecitato, con lettera del 18 gennaio 1876, il concorso economico della Cassa di Risparmio Parmense, e aveva individuato il locale adatto all’impianto dello stabilimento nell’Edificio del Santo Spirito al n. 31 dell’omonimo borgo, cui era annessa una caduta d’acqua che serviva un tempo al filatoio Perinetti, si poté giungere a deliberare affermativamente in favore di un appoggio di massima. Nella successiva adunanza del 4 febbraio 1876, il Consiglio Municipale approvò a maggioranza la proposta della Giunta di aderire al progetto del Beccarelli. In effetti, la direzione della Cassa di Risparmio, pur deliberando, nella seduta del 7 febbraio 1876, di non poter venire in soccorso all’imprenditore coll’elargizione di una somma, promise di usargli tutte le possibili agevolezze, ove egli chiedesse qualche sovvenzione. Pur deluso nelle proprie iniziali aspettative, il Beccarelli non dovette tuttavia perdersi d’animo e di buon grado si assoggettò a mutare l’iniziale progetto, volgendosi a più economiche pretese. Una lettera al sindaco di Parma dell’11 febbraio rende edotti dei nuovi termini della questione: il Beccarelli si obbliga a impiantare in Parma, entro l’anno 1876, una fabbrica di pendole per proprio conto sotto la speciale sua direzione e sorveglianza e a impiegarvi circa cento persone da aumentarsi man mano col progredire dell’industria. In cambio chiede che il comune gli conceda il godimento gratuito dell’edificio detto di Santo Spirito, coll’annesso diritto d’acqua e col carico del Comune del pagamento delle contribuzioni pei primi tre anni, e un premio in danaro di lire cinquemila da pagarsi attivata la fabbrica entro l’anno 1876. Chiede inoltre che la Cassa di Risparmi Parmense gli accordi un prestito di lire ventimila per dieci anni fruttifero nella ragione del 2,50% da garantirsi con ipoteca sui beni stabili di sua ragione, posti in Vignale di Traversetolo. Il prestito fu effettivamente concesso, come si desume dall’estratto del processo verbale dell’adunanza tenuta dal Comitato Amministrativo della Cassa il 14 febbraio 1876 e il Beccarelli non mancò di testimoniare la propria riconoscenza con un dono prestigioso per la Sala del Consiglio che Girolamo Magnani andava decorando e per la quale proprio in quell’anno furono deliberati, a successive riprese, numerosi lavori di arredo e abbellimento. È anzi probabile che il Beccarelli fornisse anche la meccanica per il grande orologio da parete (quasi certamente su disegno dello stesso Magnani, secondo l’indirizzo decorativo imperante, che legava l’oggetto d’arredo allo spazio architettonico elaborandone il progetto in modo unitario), con cassa in legno intagliato e dorato a motivi neoantichi di ghirlande, conchiglie e foglie d’acanto, in prezioso pendant con l’esuberante boiserie della sala. Il quadrante in marmo bianco, con le dodici placchette in smalto, a orlo irregolare su schema trapezoidale capovolto, ore in numeri romani in blu e lancette d’acciaio brunito a traforo, ripropone infatti uno schema assai consueto nella produzione del Beccarelli, peraltro non nuovo ad adattare i suoi movimenti a un contesto insolito. La perdita del movimento originale non consente di spingersi oltre, ma il confronto con l’orologio presente nella Sala della Giunta del Palazzo Municipale di Traversetolo, con quadrante del tutto identico a quello della Sala Consiliare della Cassa fuorché nell’indicazione L. Beccarelli Vignale impressa a inchiostro nero sul marmo, incoraggia a pensare si possa riconoscervi la mano del Beccarelli, sebbene essa esplicitamente non appaia. Il catalogo delle opere d’arte della Cassa annovera anche un altro orologio (Inv. CRP 39898) riferibile alla produzione della manifattura Beccarelli, come esplicitamente attestano il marchio di fabbrica L. Beccarelli Parma inciso sul quadrante e un altro punzone che ricorda la medaglia ottenuta all’Esposizione Universale di Parigi del 1878. Riferimento cronologico che potrebbe anche assumersi come termine post quem per la datazione del delizioso orologio da mensola con cassa in tartaruga decorata con intarsi in avorio a girali d’acanto e motivi floreali, in linea con la moda per i mobili intarsiati tornata in auge in Italia fin dagli anni Quaranta del XIX secolo grazie all’attività di intraprendenti botteghe artigiane. Le caratteristiche meccaniche del pezzo, con movimento tipo Parigi, non contribuiscono di per sé a una datazione precisa (in quanto si ritrovano pressoché costanti per un lungo arco di tempo), datazione che può tuttavia essere verosimilmente compresa tra il 1878 e il 1881, anno della fortunata partecipazione del Beccarelli all’Esposizione Nazionale Italiana di Milano e del conseguimento della medaglia d’oro, ricordata a partire dal 1882 in un nuovo punzone che andò a sostituire quello relativo alla medaglia di bronzo del 1878. L’inaugurazione dell’opificio avvenne il 29 aprile 1877, come si desume dal verbale dell’adunanza della Giunta Municipale del 1o maggio. Il medesimo documento rende edotti sullo stato della fabbrica e sul suo ritmo di lavoro, al momento ancora piuttosto rallentato: Sono in luogo e funzionano tutte le macchine occorrenti: sono impiantati tutti i servigi, anche di doratura, di lavorazione di marmi etc. Il personale degli operai ha raggiunto il numero richiesto; si è già incominciato a lavorare per fabbricar pendole. La fabbrica quindi se non è giunta al suo massimo sviluppo, cosa che certamente non poteva pretendersi in pochi mesi, è però veramente in attività di esercizio. Ben presto l’attività dell’opificio divenne, come da parte di tutti si auspicava, assai intensa e ben qualificata, tanto che il piccolo campionario di orologi presentato nel 1878 all’Exposition Universelle di Parigi ottenne dal giurì la medaglia di bronzo. Fu il primo di una serie di prestigiosi riconoscimenti che seguirono con puntuale regolarità fino allo scoccare del nuovo secolo: la medaglia d’oro all’Esposizione Nazionale Italiana di Milano nel 1881, ancora la medaglia d’oro all’Esposizione Generale Italiana di Torino nel 1884, il diploma d’onore e la medaglia d’argento all’Esposizione Industriale e Scientifica di Parma nel 1887, tre medaglie d’oro all’Esposizione Emiliana di Bologna nel 1888 e ancora la medaglia d’oro all’Esposizione Fiorentina nel 1890, all’Esposizione Nazionale di Torino nel 1898 e all’Exposition Universelle di Parigi nel 1900. Tuttavia, l’insufficienza della caduta d’acqua annessa all’opificio e, forse, qualche tensione con gli operai e particolarmente con gli apprendisti i quali prima ancora di essere capaci di lavoro proficuo, pretendevano di essere largamente retribuiti, e non potendosi acconsentire, abbandonavano la fabbrica, dovettero suggerire al Beccarelli l’opportunità di trasferire l’opificio sul suo fondo di Vignale, dove avrebbe potuto utilizzare la forza motrice idraulica del Canale della Spelta e, al tempo stesso, sottrarre i suoi operai, e specialmente i teneri giovinetti, dalle distrazioni cittadine, e dai pericoli del vizio. La notizia del trasporto della fabbrica nel Comune di Traversetolo colpì sfavorevolmente i membri del Consiglio municipale che, riuniti in seduta straordinaria l’11 febbraio 1881, lo giudicarono di grave danno per la città. Il Beccarelli, sollecitato a fornire spiegazioni in merito, non mancò di porre in evidenza, con malcelata amarezza, i numerosi ostacoli che malgrado il sacrificio d’ingentissime spese, impedivano di fatto il mantenimento dell’opificio in Parma. Per di più alcune disastrose circostanze avevano rallentato, quando non del tutto paralizzato, l’attività dello stabilimento: lo sciopero nel gennaio 1877 di tutti gli apprendisti i quali contavano dalli undici a’ quatordici anni d’età, perché volevano essere pagati!, il rifiuto della Presidenza degli Ospizi Civili di fornire manodopera femminile, per non parlare dell’ostracismo della stampa locale che avversava il Sindaco d’allora sostenitore del progetto e che aveva rivolto perciò i suoi strali anche contro il Beccarelli e la sua industria accogliendo nelle sue colonne lagnanze prive d’ogni giustizia. Alla Giunta non restò che prendere atto delle ragioni dell’imprenditore e nella seduta del 1o aprile 1881 dichiarò di fatto cessata la fabbrica d’orologeria e diede contemporaneamente disposizione all’Ufficio d’Arte per il recupero dei locali che il Beccarelli si impegnò a riconsegnare entro la fine di quello stesso mese. Tuttavia, è solo a partire dal 1882 che le carte dell’Archivio Storico del Comune di Traversetolo documentano l’inserimento del nome del Beccarelli, registrato come Fabb.e d’orologi, tra quelli degli Utenti Pesi e Misure soggetti alla verificazione periodica, mentre nulla si è ritrovato a carico dell’attività dello stabilimento nei mesi che vanno dal maggio al dicembre del 1881, durante i quali dovettero probabilmente cadere i lavori di adattamento del fabbricato originario della villa di Vignale, trasformata in un complesso di ben più ampie proporzioni, con opificio, edificio padronale per l’industriale e la sua famiglia e una sorta di falansterio destinato a ospirare gli operai, come documenta una rara incisione posta a corredo dell’intestazione a stampa, in capo al foglio di una lettera indirizzata dal Beccarelli al sindaco di Traversetolo. Dai documenti conservati nell’Archivio Storico Comunale si ha l’impressione che a Traversetolo il Beccarelli godesse di altissima considerazione. Una considerazione e un prestigio che i numerosi incarichi pubblici via via assunti dovettero nel tempo ulteriormente accreditare: membro del Consiglio Municipale fin dal 1881, il Beccarelli risulta far parte della giunta nel 1885, e nel 1887 fu nominato presidente della giunta del Comune di Traverúsetolo per la grande Esposizione Industriale e Scientifica tenutasi a Parma nell’agosto e nel settembre di quell’anno nei locali dell’ex Convento di San Paolo e nell’annesso giardino. Attorno al 1886 la produzione di pendole da muro di tipo standardizzato per gli uffici delle Ferrovie dello Stato e delle Poste, nonché di telemetri per la Marina, è concordemente menzionata dalla peraltro esigua bibliografia sull’attività industriale del Beccarelli. Produzione che risulta ulteriormente accreditata sia dall’indicazione Fornitore delle Ferrovie e R. Telegrafi stampata sulla carta intestata dell’azienda, sia da una nota della Prefettura di Parma al sindaco di Traversetolo del 14 ottobre 1893, che rende edotti sul condono di una multa, precedentemente inflitta al Beccarelli, nel frattempo nominato Cavaliere della Corona d’Italia, dal Ministero delle Poste e Telegrafi per ritardo nella consegna degli orologi, in considerazione del fatto che esso era in parte dipeso da ulteriori miglioramenti richiesti. Il Beccarelli inoltrò nel 1901 al Ministero d’Agricoltura Industria e Commercio la richiesta di emissione di un decreto di privativa per un suo orologio notturno a grande suoneria e sveglia, testimonianza rivelatrice di un ritmo di lavoro assai serrato e competitivo. A partire dal 1896, il Beccarelli appare registrato nella Matricola degli esercenti del Comune di Parma non più soltanto come Fabb.e di pendole ma anche come Nolegg.re di trebbiatrici, e inoltre nel 1903 tentò anche la fabbricazione di due tipi di bicicletta, la Luxor e la Kelpis, che tuttavia abbandonò solo tre anni dopo. Richiamati dal fervore e dal prestigio dell’attività della Manifattura Italiana d’Orologeria giunsero alla Cronovilla molti giovani operai e apprendisti, non solo dal limitrofo abitato di Traversetolo ma da tutti i paesi della provincia, come si desume dalle Note degli operai appartenenti allo Stabilimento d’Orologeria Beccarelli Luigi, regolarmente presentate alla Prefettura di Parma insieme con la prescritta Denuncia annuale di esercizio a partire dal 1902, in ossequio alla legge 19 giugno 1902 n. 242 sul lavoro delle donne e dei fanciulli (che, in effetti, furono numerosi nello stabilimento: sui 46 operai registrati nel 1902, 9 avevano infatti meno di quindici anni e 13 erano donne di età compresa tra i tredici e i trentacinque anni). Tra i tanti, dovette compiere il proprio apprendistato alla Cronovilla anche Giuseppe Baldi, modellista e fonditore, che secondo Valo Bianchi impiantò a Traversetolo per conto del Beccarelli un piccolo laboratorio per la fusione di bronzi artistici e la realizzazione di custodie per Pendole d’ogni genere prodotte nello stabilimento di Vignale, e sotto le cui direttive passarono, nel tempo, alcuni giovani artisti di grande talento: Renato Brozzi, Cornelio Ghiretti e Pietro Carnerini. L’azienda del Beccarelli si avviò a essere una delle maggiori e più qualificate non solo in Italia ma in tutta Europa (pare che i giurati dell’Exposition Universelle di Parigi del 1889 stentassero a credere che il campionario di orologi e sveglie tipo officier presentato provenisse da una sola fabbrica e, soprattutto, da una fabbrica italiana) e nel 1907, non senza orgoglio, il Beccarelli poté segnalare sulla propria carta intestata: Prima Manufattura Italiana d’Orologeria. Nel 1906, in occasione dell’Esposizione Internazionale di Milano, il Beccarelli inviò pendole e bronzi artistici d’une valeur artistique et commerciale fort grande, come sottolineò encomiasticamente la Revue Générale Industrielle di Parigi. Un incendio scoppiato nel padiglione dedicato alle Arti Decorative distrusse tutto il prezioso campionario ma non impedì che la manifattura di Vignale ottenesse dal giurì milanese il diploma d’onore e che la stampa nazionale e internazionale si occupasse del Beccarelli in termini entusiasticamente elogiativi. Giunti però al 1907, le notizie sull’attività dello stabilimento si fanno di colpo assai rare. Una latitanza che forse è già il segnale del precario stato di salute del Beccarelli, che morì settantenne l’anno successivo, lasciando sulle spalle della moglie tutto il peso dell’azienda.
FONTI E BIBL.: Lettera di L. Beccarelli da Vignale di Traversetolo, 31 maggio 1882, in L’Arte Cronometrica 2 1882, 76; Fabbriche di orologi a Pendolo, in Notizia sulle condizioni industriali della provincia di Parma, Roma, Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, 1890, 63; Exposition Universelle de Paris 1900. Manufacture Italienne d’Horlogerie et Bronzes Louis Beccarelli. A Messieurs les Jures des classes 96 et 97, Parma, 1900; J. Michel-Morot, La manufacture de bronze et horlogerie L. Beccarelli, in Revue Generale Industrielle 24 febbraio 1907, 142-143; L. Gambara, Villa già Ferrari-Beccarelli. (Cronovilla), in Le ville parmensi, Parma, La Nazionale, 1966, 128-130; L. Sartorio, La fabbrica di arloj, in Gazzetta di Parma 7 maggio 1984, 3; Patria degli orologi con la Cronovilla, in Gazzetta di Parma 2 agosto 1996, 21; Beccarelli Luigi, in Enciclopedia di Parma, 1998, 122; Gazzetta di Parma 15 giugno 1981, 3; A. Mavilla, in Almanacco Parmigiano 1996/1997, XXX-XLIV.

Traversetolo 1894-Mali Scindeli 14 febbraio 1941
Figlio di Giuseppe. Maggiore del 53° Reggimento Fanteria Umbria (Divisione Sforzesca), fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: Durante due giorni di aspra lotta, su montagne battute dalla tormenta, conduceva il suo battaglione ripetutamente all’attacco delle posizioni sulle quali si era annidato il nemico. In fine, pur avendo il battaglione subito gravi perdite, riuniva i superstiti, si poneva alla loro testa e con eroico slancio assaltava ripetutamente la posizione avversaria, cadendo in uno degli eroici tentativi valorosamente alla testa dei suoi fanti.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1943, Disp. 70a, 5044; Decorati al valore, 1964, 124.

Parma 1427
Maestro da legname della vicinia di San Michele dell’Arco in Parma, fu citato il 16 ottobre 1427 davanti al vicario del Vescovo per differenza di prezzo di due note fatte all’arciprete di San Vitale.
FONTI E BIBL.: Rogito di Andriolo Riva, Archivio Notarile di Parma; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 27.

BECCARIA OTTAVIA, vedi BAJARDI OTTAVIA

Berceto 1688
Sacerdote. Il 26 febbraio 1688 ottenne, con patente ducale, la nomina a Cappellano d’onore del duca Ranuccio Farnese.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 24 maggio 1999, 13.

Berceto 1631/1660
Intrapresa la carriera nell’amministrazione giudiziale ducale, il 10 aprile 1631 fu nominato Procuratore Fiscale e il 17 ottobre 1646 Auditore Criminale. Il 24 agosto 1656 fu nominato podestà di Busseto e il 20 agosto 1660 fiscale di Piacenza.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 24 maggio 1999, 13.

Berceto 1688
Il 16 aprile 1688 fu nominato capitano delle truppe ducali di Parma.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 24 maggio 1999, 13.

Berceto 1780 c.-Berceto 12 settembre 1828
Arciprete di Berceto, resse la parrocchia per ventitré anni (1805-1828) in un periodo di grandi sconvolgimenti politici, i quali ebbero ripercussione anche nel ristretto ambiente bercetano, specialmente per il frequente passaggio di reparti militari, che vi portarono una ondata di spirito laico.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 119.

Berceto 1733-Berceto 6 gennaio 1805
Figlio di Camillo, ottenne la prevostura di Berceto l’11 maggio 1773 e ne tenne la cura per trentadue anni, fino al gennaio 1805. Sacerdote di rara pietà, promosse la devozione del Sacro Cuore di Gesù, ottenendo per i devoti, con rescritto vescovile del 1784, la concessione dell’indulgenza plenaria nel venerdì dopo l’ottava del Corpus Domini e altre indulgenze nella III domenica del mese per i confessati e comunicati. Impetrò per la sua chiesa il privilegio dell’Indulgenza della Porziuncola o del perdono d’Assisi, concesso da papa Pio VI avanti il 1779 e riconfermato con breve pontificio del 12 gennaio 1789. In seguito alla concessione di questo privilegio i fratelli Flaminio e Isabella Pagacini fecero costruire a loro spese l’altare di San Francesco. Nel 1790, in giorno e mese imprecisato, diresse una supplica al Papa, dichiarandosi Il Prevosto e Canonico dell’Antica Collegiata di Sant’Abondio di Berceto, colla quale chiese il privilegio di portare la mozzetta di seta con piccolo cappuccio di colore nero: privilegio che venne concesso nell’udienza pontificia del 26 novembre 1790, senza alcun onere finanziario.
FONTI E BIBL.: G. Schianchi, Berceto e i suoi arcipreti, 1927, 118-119.

Berceto 1758-Parma 26 giugno 1830
Figlio di Francesco Maria e Teresa Dal Pozzo Farnese. Recatosi a studiare a Parma, si applicò alla medicina e venne laureato nel 1779. Fu insegnante all’Università di Parma di Istituzioni Mediche (13 novembre 1800), preside della facoltà medica (1819) e protomedico dello Stato dal 1819, successore di Pietro Rubini. Iscritto al Collegio dei Medici di Parma dal 1779, annuente Collegio, nel 1792 fu nominato professore sostituto di tutte le cattedre della facoltà medica. Nel 1805 fece parte della Commissione per la Vaccinazione (di tale commissione, presieduta dal protomedico Serafino Dentoni, era segretario Giacomo Tommasini che compose per l’occasione un Invito al popolo per la Vaccinazione, per diffondere il nuovo metodo di Jenner). Il Becchetti dovrebbe essere stato uno dei primi insegnanti di pediatria, perché è detto Professore di Istituzioni Mediche sulle malattie dei fanciulli. Consigliere del Protomedicato nel 1817, vice presidente della Società Medico Chirurgica di Parma dal 1816, prese parte alla stesura del Codex Medicaúmentarius Parmensis del 1823. Nel 1829 ebbe il titolo di Protomedico Emerito, date le malferme condizioni di salute. Fu scrittore, in volgare e in latino, di una certa eleganza. Una lapide in sua memoria è nel cimitero della Villetta di Parma, nell’Arco dell’Università.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario Biografico degli Italiani, 1877, 44-45; U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 27.

BECCHIGNI, vedi BECHIGNI

Parma 1458/1460
Maestro da muro e da legname, ricordato in alcuni rogiti notarili: il 28 febbraio 1458, Item datos Mro Antonio Becho muratori qui conduxit ad incantum ad faciendum in palatio prefacte Communitatis in quo residet Illustris Domnus Bossius Sfortia fenestras quatuor moda et forma ut in incantu concinetur; il 7 maggio 1460 vennero pagate dal Tesoriere del Comune a Mro Antonio de Bechis muratore lire 30 imperiali per aver costrutto dodici pertiche di muro presso la casa di Antonio Carissimi; il 30 giugno 1460 lo stesso Becchi ricevette dal Comune lire 48 e soldi 15 per aver fatto certam quantitatem muri apud monasterium sancte Catherine ultra aquam.
FONTI E BIBL.: Liber Rationum Communitatis, 1458, 50, e 1460, 57 e 60; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 5-6.

Parma 19 dicembre 1522-post 1568
Liutista e compositore. L’unica opera da lui pubblicata che ci sia pervenuta, il Libro primo d’intabolatura da leuto con alcuni balli, napolitane, madrigali, canzon francese, fantasie, recercari, passamezzi e saltarelli (Venezia, 1568), contiene sia intavolature di danze, sia intavolature di brani vocali, sia pezzi strumentali. Oltre ad alcune composizioni verosimilmente attribuibili al Becchi stesso, il libro contiene anche un’intavolatura di Anchor che col partire di Cipriano de Rore (1547) e di musiche di Nola, di Celano e, forse, anche di Spinacino. Un ricercare, inoltre, è una contraffattura di una fantasia di Francesco da Milano.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musicisti in Parma nei secoli XV-XVI, in Note d’Archivio, 1932; L.H. Mof., Dance Music in Printed Italian Lute Tablatures from 1507 ti 1611, Diss., Harvard Univ., 1956; G. Lefkoff, Five 16th-Century Venetian Lute Books, Diss., Catholic Univ., Washington D.C., 1960; E.T. Ferand, “Anchor che col partire” die Schicksale eines berühmten Madrigals, in Festschrift K.G. Fellerer, Ratisbona, 1962; Dizionario musicisti, UTET, 1985, 365.

BECCHI, vedi anche DAL BECCO e DEL BECCO

Parma 1558-
Si dilettò di poesia latina. Fu amico di Bernardino Baldi, abate di Guastalla, che gli dedicò dei distici latini. Un’elegia del Beccotti sulla recuperata salute di Ranuccio Farnese fu stampata a Reggio nel 1599: in essa dice di avere spesso pregato Iddio per la salute del Duca e gioisce che le sue preghiere siano stata esaudite.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 113.


Parma 1531/1549
Figlio o zio di Giovanni, entrò nell’Arte della Lana nel 1531 e ne fu sindaco nel 1549.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, II, 1827, 154.

Parma 1445
Cronista. Nell’autografo del da Erba è detto: ha dato Parma imperante Federico 3° jacobo di bechigni cittadino Patricio che latino scrisse un libro de l’origine et fatti della nobilissima donna Contessa di Canoso Matilde; et una Cronica breuissima che raccoglie di fatti della Patria dal 1030 sino al 1445. Angelo Pezzana acquistò per la Biblioteca Ducale di Parma le seguenti opere del Bechigni: De Comitissa Matilde, ms. in folio, cartaceo in caratteri assai difficili a leggersi e molto rassomiglianti a quelli del notaio Pietro Panerari, che si trovano in un suo atto del 1348 a carte 14 dell’antico Statuto dell’Arte della Lana di Parma. Del manoscritto del Bechigni non rimane che un frammento di tre carte rappezzate e sciupate, comprensive del principio e della fine. Dalla vecchia numerazione delle carte che scorge ancora nella Cronica del Bechigni, la quale viene subito dopo, si arguisce che il De Comitissa Matilde fosse in origine di 63 carte. Contro il titolo si leggono sul margine le seguenti parole, di mano molto posteriore: Scritta da Iacobo di Becchigni Parmigiano imperando Federico 3° così notò Angelo M. Edoari da Herba nella 4° parte de’ suoi miselanei Storici. Queste parole sembrano di mano del Vaghi; Cronica abreviata de factis civitatis Parmae cum aliquibus adjunctis, fa parte del codice predetto e cammina da carte 64 a 79. Il diritto della carta 65 è bianco per interruzione della Cronica, e tale è pure quello della seguente con parte del rovescio. Seguono altre 11 carte in cui si leggono segreti, giochi, ricette, almanacchi e via dicendo.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, 1791, III, 27; A. Pezzana, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, II, 1827, 154-155.

Parma 1498
Fu sindaco dell’Arte della Lana in Parma nell’anno 1498.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, II, 1827, 154.

Parma 1514/1537
Fu sindaco dell’Arte della Lana in Parma nel 1514-1515 e nel 1536-1537.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, II, 1827, 154.

Parma-Venezia 1558
Padre domenicano, il Bechigni fu soggetto assai accreditato, chiamato da Sisto Sanese Theologus nostrorum temporum celebris. Scrive il Piò che il Bechigni fu Maestro dello Studio, e Bacelliero honorato nel Convento di Bologna, e i padri Quetif ed Echard lo danno per Inquisitore in Parma. Vi dimorava certamente nel 1542 come priore del Convento di San Pietro Martire. Per il suo valore, fu consultato, assieme a molti altri teologi, dal Sacro Concilio di Trento quando tenne sessioni in Bologna l’anno 1547. Passato a Ferrara, venne ascritto al Collegio dei teologi il giorno 20 ottobre 1549. Si portò poi a Venezia ed entrò nella celebre Accademia della Fama, eretta da Federigo Badoaro, alcuni anni prima nel 1556. Essendosi prefissa quell’Accademia di dare in luce opere di vari autori eccellenti in ogni scienza, e volendo cominciare l’impresa un’opera di uno dei suoi membri, fu scelta la Interpretazione de’ Salmi del Bechigni. Il Bechigni morì l’anno stesso 1558, forse dopo aver veduto cominciata l’edizione, terminata poi l’anno seguente. Il Bechigni scrisse inoltre un commento all’Epistola di San Paolo ai Romani. Fu inoltre predicatore noto e ricercato.
FONTI E BIBL.: Biblioth. sancta, IV, 316; Progen. di S. Dom., II, 496; Script. Ord. Praedic. tomo II, 167; Protocolli di Benedetto dal Bono, notaio Parmense; Borsetti, Hist. almi Ferrar. Gym., parte II, V; 479; Storia e ragione d’ogni poesia, I, 109; S. Razzi, Uomini illustri dei predicatori, 1596, 261; Piò, Vite di uomini illustri di San Domenico, 1613, 2, 222; R. Pico, Appendice, 1642, 67; I. Affò, Memorie degli Scrittori e Letterati parmigiani, IV, 1743, 45-46; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, I, 1856, 440.

BECHO ANTONIO, vedi BECCO ANTONIO

Parma ante 1904-post 1951
Mezzosoprano, fu allieva del Conservatorio di Parma e si perfezionò a Milano. Ebbe una lunga carriera in parti per lo più di spalla: debuttò l’8 marzo 1919 al Teatro Toselli di Cuneo nel Trovatore, seguito da Cavalleria. Nell’aprile 1921 fu a Crema ancora nel Trovatore, nella stagione 1922-1923 al Teatro Regio di Parma in Giulietta e Romeo di Zandonai, che ripeté due anni dopo al Comunale di Modena, assieme al Guglielmo Tell. Ritornò in questo teatro nel 1930-1931 in Madame Butterfly (Suzuki) e a Parma nella Walkiria (Grimgerde). Nel 1931-1932 fu al Teatro di Cremona in Lohengrin e Andrea Chenier e ancora nel 1936-1937. Nel 1950-1951 fu ancora attiva al Teatro Municipale di Reggio Emilia in Cavalleria e nell’Amico Fritz.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1638/1671
Prete e pittore, nel 1638 decorò a Parma la casa di Giovanni Battista Zappata, eseguendovi, tra l’altro, un affresco con la Madonna. Nel 1671 era ancora vivente. Di lui non restano opere.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia Pittura Italiana, I, 1950, 259.

Parma 1594
Al vasto panorama editoriale parmense del Quattrocento, arricchito anche dalla presenza di tipografi itineranti, si sostituì nella prima metà del Cinquecento il monopolio di un’unica stamperia, quella dei Viotti, che, salvo sporadici casi, fu l’unica a produrre libri in città per quasi due secoli, anche per conto di altri. Tra i committenti di Erasmo Viotti, compare nel 1594 il Bedodo, che fece stampare due edizioni in onore del duca di Parma e capitano generale dell’esercito spagnolo, Alessandro Farnese: l’Oratione, composta e recitata dal cap puccino Felice Sassi da Bertinoro in occasione delle esequie, e la Catolica Consolatione di frate Zaccaria, un cappuccino portoghese che aveva vissuto a lungo nei Ducati parmensi, tanto da considerarli una seconda patria. Le due edizioni sono possedute dalla Biblioteca Palatina di Parma.
FONTI E BIBL.: L. Pelizzoni, in Dizionario tipografi editori italiani, 1997, 89; Enciclopedia di Parma, 1998, 122.

Reggio Emilia ante 1759-Parma post 1805
Virtuoso della Camera Ducale di Parma, fu nominato con Regio Decreto del 1° luglio 1778 col soldo di lire 2400, avendo però l’obbligo di servire gratuitamente nelle funzioni di Corte. Alla Steccata di Parma prestò servizio dal 1759 al 1805.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Ruolo A, 1, fol. 839; Archivio della Steccata di Parma, Mandati 1759-1805; P.E. Ferrari, Gli Spettacoli etc. in Parma, Parma, 1883, 36, 340; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 216.

BEDOLI ALESSANDRO, vedi MAZZOLA ALESSANDRO MICHELE

BEDOLI FABIO, vedi MAZZOLA FABIO

Parma 1500 c.-Parma 1569
Nacque da famiglia originaria di Viadana e assunse il cognome di Mazzola per la parentela acquisita, sposandone nel 1529 una cugina, con il pittore Francesco Mazzola detto il Parmigianino, suo amico, con cui riparò a Viadana verso il 1521, al tempo della guerra tra Francesco I e Carlo V che coinvolse anche Parma. Educatosi alla pittura in Parma e qui vissuto la maggior parte della vita, ottemperando a molte commissioni pubbliche (Parma, Reggio, Pavia, Mantova) nell’agio di un riconoscimento che non gli venne mai meno, il Bedoli ricevette il fondamentale orientamento nella pittura dal Parmigianino, subendo l’influsso in patria anche del Correggio, di Michelangelo Anselmi e di Antonio Begarelli, ma non alieno in più occasioni dall’accogliere nella propria esperienza i portati di una assai diversa cultura pittorica, quella irradiantesi da Roma e da Firenze. Le sue opere migliori infatti si distinguono nel contesto dell’arte parmense cinquecentesca per una particolare gamma cromatica, variante su toni freddi da porcellana e appoggiata a forme chiuse, immobili, concepite entro la più astratta interpretazione della intellettualistica maniera toscana (Bronzino, Vasari). Ma altrove il Bedoli dimostra di conoscere anche le più drammatiche espressioni del filone manieristico disceso da Raffaello tardo (Polidoro, Giulio Romano) e nell’ultimo tempo prefigurò i devoti spiriti della pittura romana cosiddetta controriformata (Venusti, Marco Pino tardo). Seguendo i punti fermi della cronologia delle opere documentate, si riscontra tuttavia una notevole discontinuità nel suo percorso artistico, un’alternativa di faticosi compromessi e di originalissimi risultati. Suo unico biografo fu Giorgio Vasari, che lo conobbe personalmente a Parma nel 1566 (e forse anche prima, a Firenze) e molto lo stimò, pur non dedicandogli una biografia particolare, ma trattandone in margine a quella del Parmigianino. A dire dello scrittore aretino, tra le più antiche opere del Bedoli, eseguite aViadana durante il periodo colà trascorso tra il 1520 e il 1522, sarebbero le due Annunciazioni da identificare forse con i dipinti conservati rispettivamente nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano e nel Museo di Capodimonte a Napoli. Ma questi due dipinti non sembrano convenire allo stesso periodo, e soprattutto non possono datarsi prima del 1530-1540. La prima opera documentata del Bedoli è la pala con la Immacolata Concezione (Parma, Galleria Nazionale), già nell’oratorio omonimo in San Francesco del Prato in Parma, commessagli, ma insieme al suocero Pier Ilario Mazzola (che però sembra non aver posto mano al dipinto), nel 1533 e compiuta nel 1538. Un lungo periodo dell’attività del Bedoli, avanti quella prima pubblica commissione, resta pertanto oscuro, mancando notizie di qualsiasi genere. Osservandosi che la pala della Concezione non fu commessa a lui solo, si può pensare che egli a Parma fosse allora poco considerato, per avervi fino a quel momento poco dipinto. Ma è probabile che sia anteriore al quarto decennio, per la stretta osservanza dei modelli del Parmigianino (che si varia di molte altre influenze dopo la morte del maestro), la Sacra famiglia con san Francesco del Museo di Budapest, forse la più antica opera conosciuta del Bedoli. D’altra parte raggruppabili in un periodo anteriore alle imprese nel Duomo di Parma e in Santa Maria della Steccata sembrano essere la Madonna con san Nicola e santa Caterina in San Giovanni Evangelista (che una tradizione dice eseguite nel 1537), la già citata Annunciazione di Milano e l’Adorazione del Bambino del Museo di Capodimonte a Napoli: suoi capolavori e tra i dipinti più significativi, benché trascurati dalla critica (che del resto si occupò pochissimo del Bedoli e sempre superficialmente), del filone più intellettualistico della maniera. La congiuntura spirituale col Bronzino, strettissima anche nel Ritratto di principi in preghiera (Londra, collezione Howard), non può essere solo frutto di analoga disposizione, nello stesso momento storico, giacché nel Bedoli tale intellettualistico atteggiamento non durò a lungo, ma sottintende un reale contatto del Bedoli con l’ambiente toscano tra il 1530 e il 1540, tale da condizionare per qualche tempo la sua arte. Esistono d’altronde opere di attribuzione discussa, oscillante tra il Bedoli e maestri toscani (per esempio, il Ritratto di dama del Museo di Houston, riferito da alcuni al Bedoli, da altri al Salviati). Le tracce di una congiuntura con i Toscani sono assenti nelle opere documentate dal 1542 in poi. È da dirsi però certamente errata la tradizione che riferisce al 1556 il polittico (Parma, Galleria Nazionale) già nella Badia di San Martino, stilisticamente prossimo alla pala della Concezione. Viceversa la Madonna e santi (Parma, Galleria Nazionale), già in Sant’Alessandro, è certamente più tarda dell’anno 1540, in cui tradizionalmente la si colloca, vicinissima nell’appassionata interpretazione del Correggio alla pala con Sacra Famiglia e santa Caterina (Parma, Galleria Nazionale) documentata del 1557. Ancora, forme e pitture di declinano secondo dolci cadenze correggesche nella decorazione a fresco della nave principale del Duomo di Parma (1555-1557), mentre nel più antico affresco dell’abside (1538), scadente nel complesso dell’opera bedoliana, il Bedoli issò un enorme Cristo rigido come un’antica immagine musiva, tra i tralci e i festoni correggeschi. Nonostante egli accettasse l’incarico di dipingere vastissime superfici a fresco, non c’è dubbio che meglio gli convenisse la pittura su tela o su tavola, da cui, nel periodo di mezzo della propria attività, seppe trarre effetti luministici di una preziosità rara sulle materie inseguite nei loro vari accidenti, marmi screziati, massicci ceselli, damaschi, velluti, tappeti, piume e fogliami. L’Annunciazione (a Napoli), ne è un vivido esempio. Ma l’opera più alta in questo senso, e notevole per l’apertura fuori dei confini di Parma, stavolta verso Giulio Romano, Perino o Polidoro, è l’Adorazione dei Magi (Parma, Galleria Nazionale), già alla Certosa, dove l’ammirò il Vasari. In questo quadro, e in quello analogo soggetto (Parigi, Louvre), già in San Benedetto Polirone presso Mantova, documentato del 1552, il Bedoli assimila anche la drammatica agitazione di Lelio Orsi da Novellara, che poté conoscere durante il soggiorno a Reggio, nel 1544. Negli affreschi in Santa Maria della Steccata scoperto è invece l’influsso ancora del Parmigianino, nelle figure femminili tra i rosoni della volta, dell’Anselmi nella Pentecoste (1546-1553) e nella Adorazione dei Magi (1555-1566), e qui anche di Giulio Romano, che aveva potuto studiare nelle opere di Mantova. Ma in una delle ultime pale d’altare, la Trasfigurazione in San Giovanni Evangelista (1556), il Bedoli astrasse totalmente dalla cultura di ambito emiliano, per configurarsi come il più rigoroso michelangiolesco in clima di controriforma e per questo si meritò una particolare lode dal Vasari. L’anno dopo, tuttavia, egli poté rivolgere, con la Sacra Famiglia con santa Caterina (Parma, Galleria Nazionale), già nella chiesa del Carmine in Parma, un nuovo e affettuoso omaggio al Correggio e all’Anselmi. Il Bedoli dipinse anche molti ritratti, tra cui notevoli, per citare solo opere di attribuzione indiscussa, quello del Poeta Borra (Parma, Galleria Nazionale), quello di Alessandro Farnese con l’allegoria di Parma (Parma, Galleria Nazionale) e quello di Eleonora Sanvitale, datato 1562 (Parma, Galleria Nazionale). Si occupò anche di architettura, pur limitandosi a fornire i disegni (per esempio, la sepoltura di san Bernardo vescovo nella cripta del Duomo di Parma), e di prospettiva (nel perduto affresco con Ultima Cena nel Convento di San Giovanni Evangelista).
FONTI E BIBL.: G. Vasari, Le Vite, a cura di G. Milanesi, V, Firenze, 1880, 220, 235-237, 241 e VI, 1881, 486, 491; F. Azzari, Compendio storico di Reggio, Reggio, 1623; L. Scaramuccia, Le finezze de’ pittori italiani, Pavia, 1674, 117; F. Baldinucci, Notizie de’ professori del disegno, Firenze, 1820, VI, 286 s.; Parma, Biblioteca Palatina, M. Zappata, Notitiae ecclesiarum Parmensium, ms. (circa 1700), passim; P. Orlandi, Abecedario pittorico, Bologna, 1719, 232; C. Ruta, Guida ed esatta notizia di Parma, Parma, 1752, passim; P. Flaminio, Memorie istoriche della chiesa dei Frati Minori dell’Osservante, Parma, 1760, 572; G. Cadioli, Descrizione delle pitture di Mantova, Mantova, 1763, passim; Parma, Museo di Antichità, R. Baistrocchi, Guida di Parma, ms. 120, passim; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Firenze, 1809, IV, 85 s.; I. Affò, Il parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, passim; G.B. Bodoni, Le più insigni pitture parmensi, Parma, 1809, tavv. XLI-XLVI; L. Pungileoni, Memorie istoriche di A. Allegri detto il Correggio, Parma, 1817, II, 44; G. Bertoluzzi, Nuovissima guida di Parma, Parma, 1830, 3; M. Gualandi, Memorie originali riguardanti le Belle Arti, Bologna, 1843, IV, 76-78; G. Campori, Artisti italiani e stranieri negli stati estensi, Modena, 1855, 311 s.; G. Campori, Raccolta di cataloghi e inventari inediti, Modena, 1870, 232-238; A. Ronchini, Due quadri di Girolamo Mazzola per la chiesa dei minori conventuali in Parma, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per l’Emilia, VII, 1881, 241-257; G.B. Intra, Guida di Mantova, Mantova, 1883, 75, 76; C. Ricci, Di alcuni quadri di scuola parmigiana nel Museo Nazionale di Napoli, in Napoli nobilissima, III, 1894, 163-166; G.B. Intra, Il monastero di San Benedetto Pollirone, in Archivio Storico Lombardo XXIV 1897, 226-238; G. Frizzoni, I quadri italiani nelle gallerie di Stoccarda e di Augusta, in Arte e Storia, s. 3, XVII 1898, 25-27; F. Gruyer, Notices des peintures du Musée de Chantilly, Paris, 1899, 77; P. Toesca, Ricordi di un viaggio in Italia, in L’Arte VI 1903, 248-250; L. Testi, Una grande pala di Girolamo Mazzola alias Bedoli, in Bollettino d’Arte II 1908, 369-395, con 19 ill.; G. Lombardi, Le Annunciazioni dipinte da Girolamo Mazzola Bedoli, in Aurea Parma I 1912, 45-50; L. Fröhlich-Bum, Parmigianino und der Manierismus, Wien, 1921, 100-114, tavv. 122-137; L. Testi, Santa Maria della Steccata, Firenze, 1922, 158-163, 214-216, tavv. XXVI s.; G. Copertini, Un ritratto sconosciuto di Dante dipinto da Girolamo Mazzola Bedoli, in Aurea Parma VII 1923, 365-368, fig. 366; M. Marangoni, Il completamento del polittico del Mazzola Bedoli nella Pinacoteca di Parma, in Bollettino d’Arte IV 1924-1925, 460-462, figg. I s.; A. Venturi, Storia dell’arte italiana, IX, 2, Milano, 1926, 718-739, figg. 577-593; W. Suida, Opere sconosciute di pittori parmigiani, in Cronache d’arte V 1928, 205-210; A. De Rinaldis, La pinacoteca del Museo Nazionale di Napoli, Napoli, 1928, 15-18; C. Ricci, La pittura del Cinquecento in Alta Italia, Parma, 1928, 50 s.; Acquisto di un quadro del Mazzola Bedoli per la Galleria Nazionale di Parma, in Bollettino d’Arte IX 1929-1930, 432; A. Sorrentino, Parma, R. Galleria, Restauri e acquisti, in Bollettino d’Arte XXVI 1932-1933, 99-100, fig. 13; V. Soncini, La chiesa di San Sepolcro in Parma, Parma, 1932, 33, fig. IX; L. Testi, La cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 47-50, 104-106; W. Suida, Opere sconosciute di pittori parmensi, in Crisopoli III 1935, 105-113; Catalogo della Mostra del Correggio, Parma, 1935, 97-110; A.O. Quintavalle, La R. Galleria di Parma, Roma, 1939, 36-38, 50-56, 86, 119 s.; H. Bodmer, Correggio e gli Emiliani, Novara, 1942, tavv. 65-72; A. Ghidiglia Quintavalle, Nuovi ritratti farnesiani nella Galleria Nazionale di Parma, in Aurea Parma XXVII 1943, 65-69, 78 s.; A.O. Quintavalle, Il Parmigianino, Parma, 1948, 101-105 e passim; A.O. Quintavalle, Mostra parmense di dipinti noti e ignoti dal XIV al XVII secolo, Parma, 1948, 48, 60 s., 66, 75-79, tavv. XXII, XXIX, XXX; A.E. Popham-J. Wilde, The Italian Drawings of the XV and XVI century at Windsor Castle, London, 1949, 244; F. Arcangeli, Mostra di Lelio Orsi, in Paragone I 1950, n. 7, 49; S. Freedberg, Parmigianino, Cambridge, 1950, 221, 229, 231-235; E. Modigliani, Catalogo della Pinacoteca di Brera, Milano, 1950, 89; A.E. Popham, The Drawings of Parmigianino, New York, 1953, 17-19, 21; W. Suida, The Samuel H. Kress Collection at the Museum of Fine Arts of Houston, Houston, 1953, fig. 13; S. Béguin, A Drawing by Girolamo Mazzola Bedoli, in The Burlington Magazine XCVI 1954, 384-387; P. Andor, A Régi Képtár Katalógusa, Budapest, 1954, I, 356, e II, 85; K.T. Parker, Catalogue of the collection of drawings in the Ashmolean Museum, Cambridge, 1956, 130 s.; S. Béguin, Un tableau retrouvé de Girolamo Mazzola Bedoli, in Aurea Parma XL 1956, 3-5; A. Caprali, Sulle orme del Parmigianino e di Girolamo Mazzola Bedoli a Viadana, in Parma per l’arte VI 1956, 3-8; B. Molajoli, Notizie su Capodimonte, Napoli, 1957, 41; Die Alte Pinakothek München, München, 1958, 59, tav. 241; A. Ghidiglia Quintavalle, L’oratorio della Concezione a Parma, in Paragone IX 1958, n. 103, 24-38; G. Copertini, Monocromi inediti di Girolamo Mazzola Bedoli, in Parma per l’Arte IX 1959, 3-9, figg. 1-4; G. Copertini, Girolamo Mazzola Bedoli non è nato a Parma ma a Viadana, in Parma per l’Arte IX 1959, 104; A. Ghidiglia Quintavalle, Un quadro a tre mani, in Paragone X 1959, n. 109, 60-64; F. Arisi, Il museo civico di Piacenza, Piacenza, 1960, 134 s., figg. 30 s.; Italian art and Britain, London, 1960, 48 s.; A. Ghidiglia Quintavalle, Michelangelo Anselmi, Parma, 1960, 62-65, figg. 135-138; A. Ghidiglia Quintavalle, Arte in Emilia, (catalogo), Parma, 1960, 78-80; L. Fröhlich-Bum, Zu Girolamo Mazzola Bedoli, in Festschrift Eberhard Hangstaengl, München, 1961, 37-42; G. Copertini, L’Ultima Cena di Girolamo Mazzola Bedoli, in Parma per l’Arte XI 1961, 79s.; A. Asciano, Postille all’Ultima Cena del Bedoli, in Parma per l’Arte XI 1961, 152; G. Copertini, Di alcune opere poco note eseguite da Girolamo Mazzola Bedoli nel Mantovano, in Parma per l’Arte XII 1962, 13-28, figg. 1-7; C. Perina, Appunti nella pittura mantovana della seconda metà del Cinquecento, in Commentari XIII 1962, 98 ss.; J. Fenjo, Alcuni disegni del Parmigianino nel Museo di Budapest, in Arte antica e moderna, 1963, 22, 136; A.E. Popham, The Drawings of Girolamo Bedoli, in Master Drawings II 1964, 243-267; P. Della Pergola-L. Grassi-G. Previtali, Note alle “Vite” del Vasari, V, Milano, 1964, 30-33; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, XXIV, 312 s. (sub voce Mazzola Bedoli); Enciclopedia Italiana, XXII, 656 (sub voce Mazzola Bedoli); E. Borea, in Dizionario Biografico degli Italiani, VII, 1965, 523; S. Ticozzi, 35; E. Scarabelli Zunti, III, cc. 268-292; A.R. Milstein, The paintings of Girolamo Mazzola Bedoli, New York-London, 1978; B. Adorni (a cura), Santa Maria della Steccata, Parma, 1979; G. Bertini, La Galleria, 97, 101, 113, 115, 120, 129, 133, 134, 148, 160, 171, 192, 241 n. 128 e 142, 245 n. 196 e 201, 246 n. 235, 237 e 245, 247 n. 248, 262 e 277, 249 n. 279 e 296, 251 n. 346 e 347, 252 n. 367 e 370, 255 n. 445, 256 n. 455, 467, 479, 481, 483 e 485, 258 n. 536, 266 n. 761, 268 n. 880, 269 n. 892, 272 n. 133, 298 n. 158 e 159; La pittura in Italia, 766-767 (con bibliografia precedente); Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 341-342.

BEDOLI PIER ILARIO o PIETRO ILARIO, vedi MAZZOLA PIETRO ILARIO

BEDOLI MAZZOLA GIROLAMO, vedi BEDOLI GIROLAMO

BEDULLI ALESSANDRO, vedi MAZZOLA ALESSANDRO MICHELE

BEDULLI GIROLAMO, vedi BEDOLI GIROLAMO

Parma 1823/1831
Conte, sottotenente nella guardia del corpo di Parma. Sin dal 1823 fu riconosciuto come appartenente alla società dei carbonari. Si fece notare tra i più fervidi agitatori durante i moti del Ducato del 1831. Anche dopo il fallimento dei moti, continuò a essere sorvegliato dalla polizia come elemento pericoloso, anche per essere stato padrino in un duello contro un ufficiale tedesco.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831 secondo nuovi elementi, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 123.

Roccabianca 1831
Fu podestà di Roccabianca nel 1831. Si compromise nei moti di quell’anno trasportando a Parma una bandiera del proprio paese. Si distinse dagli altri podestà della provincia per l’attività insurrezionale. Riuscì però a evitare di essere processato.
FONTI E BIBL.: A. Del Prato, L’anno 1831 negli ex ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, in Memorie parmensi per la storia del risorgimento, Parma, 1919; O. Masnovo, I patrioti parmensi del 1831, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi 1937; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 123.

Cassio-Lesignano Palmia 1917
Fu parroco di Lesignano Palmia e letterato.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 50.

Pellegrino 1593
Fu commissario di Pellegrino nell’anno 1593. Dottore, rogò un’investitura concessa dal marchese Francesco Fogliani a Giovanni della Silva.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11.

Parma 16 febbraio 1812-Parma 19 maggio 1872
Figlio dell’avvocato Vincenzo e della contessa Vittoria Liberati, terzogenito di quattro fratelli, venne educato nel Collegio Lalatta di Parma. Compì studi di carattere filosofico-letterario, ma le sue attitudini più spiccate furono per il disegno, che coltivò seguendo gli insegnamenti di Biagio Martini. Dedicatosi alla pittura con qualche successo, il Beghi frequentò ambienti artistici, lesse moltissimo e si destreggiò abilmente con le lingue (francese e inglese). Alle inclinazioni figurative unì poi un altrettanto naturale talento per la meccanica riuscendo a realizzare, da autodidatta, complicate apparecchiature nel campo dell’orologeria. Altra sua passione fu la galvanoplastica, che gli permise di riprodurre una serie di lastre tratte da opere di Paolo Toschi, tra cui una mirabile Disfida di Barletta (cm 60x51). Il Dizionario biografico dei parmigiani illustri o benemeriti di G.B. Janelli (Genova, 1877) riferisce che fu onorato di medaglie e di onorevoli menzioni e specialmente in quella del 1863, per opere di pittura, di fotografa e di galvanoplastica, e lodato ne’ Giornali secondo verità e lo annovera tra i primissimi a introdurre in Parma la fotografia. In effetti fu proprio quest’ultima a occupare con prevalenza i suoi molteplici interessi. Studiò a fondo la materia arricchendone le conoscenze con testi stranieri (specie francesi) e con soggiorni oltralpe. L’inizio della sua attività fotografica può essere fatto risalire, come per il Calvi, a prima del 1855. Il nostro concittadino signor Filippo Beghi (scrive l’Annotatore del 21 agosto 1858) ha trovato un metodo facile e sicuro per riprodurre qualsiasi lastra incisa, tanto di piccola che di grande dimensione senza che ne resti minimamente alterato l’originale. Il Beghi condusse ricerche anche sul dagherrotipo, riprodusse in fotografia opere del Correggio e del Borghesi (di cui frequentò lo studio) e si dedicò alla divulgazione scritta dei temi fotografici. Di questa sua attività resta traccia in tre articoli pubblicati tra il 1858 e il 1859 su La Stagione: Della Fotografia e della sua applicazione alle belle arti e alle scienze, Cenni sullo stato attuale della Fotografia riguardo alle produzioni di colori naturali nelle immagini, Nuovi apparecchi stereoscopici. Di particolare rilievo è il primo, in cui il Beghi fornisce preziose indicazioni per la ripresa fotografica dei monumenti. Negli anni Sessanta l’attività del Beghi fu particolarmente intensa: dame e gentiluomini, prelati, nobili, militari, artisti (fu fotografo e amico del professor Carlo Raimondi), strade, monumenti, piazze (tra cui una bellissima istantanea di piazza Grande, scattata nel 1860 circa), popolano il suo mondo di immagini. Quasi tutte le fotografie sono firmate sul retro con la scritta Eliografia artistica di Filippo Beghi - Parma st. San Nicolò, 21 e ricorre, spesso, il formato carta da visita. Dal 1857 il Beghi fu affiancato ufficialmente nell’attività professionale dal figlio Guglielmo, nato, come Luigia e Carolina, dal matrimonio con Maria Freman, morta nel 1842 a Vicomero, anno in cui il Beghi sposò in seconde nozze Marina Pasini, che gli darà le figlie Adelaide e Marietta. Insieme a Guido Calvi e Carlo Saccani, il Beghi rappresentò il massimo della professionalità a Parma, tanto che, tutti e tre, fotografarono nel maggio del 1860 l’Arco di Trionfo innalzato per festeggiare l’arrivo in città del re Vittorio Emanuele di Savoia. A differenza degli altri fotografi, il Beghi, oltre alle vedute dell’Arco, fissò sulle lastre al collodio anche Piazza Grande durante l’avvenimento (6 e 7 maggio) e i Portici del Grano, addobbati a festa con bandiere tricolori e stemmi dei Savoia. Ma il Beghi non abbandonò mai la pittura, e i suoi risultati figurativi rivelano la più autentica vocazione, come testimoniano i tre dipinti a olio da lui donati a don Francesco Bassi, parroco di Vicomero (residenza di campagna dei Beghi): un San Francesco leggente, una Madonna con Bambino e un San Francesco orante carichi di realismo fotografico. Dal 1865 il Beghi visse separato dalla seconda moglie, andando a vivere con la figlia Marietta e la famiglia di lei. Il 22 marzo 1864 presentò un album dove Tutte le suddette incisioni degli affreschi del Correggio sono state or ora fotografate in dimensione di Biglietto da Visita come pure in grande di 0,21x27 di cui è tuttavia aperta l’associazione presso il fotografo Filippo Beghi in Parma, Piazza San Nicolò n. 21. A raccogliere l’appello, fu l’editore di strada Santa Lucia 22 Gaetano Boni, parente del Beghi, che gli propose la propria collaborazione: migliaia di piccoli cartoncini, firmati sul retro da entrambi, vennero così venduti in tutt’Europa dal lungimirante editore. L’idea del Beghi venne seguita immediatamente dopo, forse con miglior tecnica, da Carlo Saccani e successivamente da altri, fino ad arrivare a Luigi Vaghi che, con Pietro Bocchialini (editore di cartoline), prima del 1940 produsse altre migliaia di esemplari, sempre con gli stessi soggetti fotografati dal Beghi e dal Saccani. Nell’aprile del 1864 venne edito un altro album composto da trentatré fotografie sui Disegni e schizzi del professor Biagio Martini di Parma, ora per la prima volta Raccolti e Fotografati per opera di Filippo Beghi della stessa città. L’agiata condizione economica del Beghi si assottigliò però in modo consistente in seguito alle spese profuse, sempre senza risparmio, nella ricerca e nella sperimentazione fotografica. Il Beghi, che abitava da solo al secondo piano della casa del figlio, in strada San Nicolò, morì sessantenne. Per la Camera di Commercio la sua attività professionale era cessata nel 1871. Nel 1884, in ediúzione postuma, vennero messi in vendita, con la ristampa delle fotografie a cura del figlio Guglielmo, gli Affreschi del Correggio, riprodotti in fotografia. Sono le stesse immagini fatte dal beghi e donate al cavalier Quirino Bigi di Correggio nel 1865.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario Biografico dei Parmigiani, 1877, 45-46; Aurea Parma 1 1989, 34-35; R. Rosati, Fotografi, 1990, 75, 77.


Parma 21 gennaio 1837-Traversetolo post 1884
Figlio di Filippo e di Maria Freman, all’età di diciannove anni (1857) è già qualificato come fotografo e capitalista. Una annotazione nel censimento del Comune di Parma di quell’anno lo indica passato in borgo del Salame 5, dove fu dozzinante di Fabbri Giuseppa, vedova May. Successivamente, sempre a dozzina dalla Fabbri, abitò ed ebbe lo studio in borgo del Cappello 2. Fu presente all’Esposizione Industriale Parmense del 1863 con ritratti diversi. Se ne può datare l’attività fino all’emigrazione per Traversetolo, avvenuta nel settembre 1866.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1989, 36.

Busseto 1716/1721
Appartenne a una famiglia notabile di Busseto. Si affermò nella carriera forense: fu giureconsulto del Collegio di Parma, come poi il figlio Michelangelo, e podestà di Trento nel 1716, 1718, 1720 e 1721.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice, 56; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 63.

Busseto-Busseto 1788
Fu canonico della Collegiata di Busseto, protonotario apostolico, cappellano onorario e familiare del Duca infante.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 63.

Busseto 1750/1770
Fu consigliere di gabinetto del Duca di Parma (1750-1770) e quindi nel Supremo Consiglio di Piacenza.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 63.

BEILIARDI, vedi BELLIARDI

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