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Dizionario biografico: Barabacci-Barzizza

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BARABACCI-BARZIZA

BARABACCI NAPOLEONE, vedi BARABANI NAPOLEONE


Roccabianca 1831
Fu uno dei promotori dei moti del 1831 in Roccabianca.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 143.

Fontanellato 15 febbraio 1878-Fontanellato 14 marzo 1947
Studiò e si licenziò in fagotto nel Regio Conservatorio di Parma nel 1895. Fu primo fagotto solista nell’orchestra sinfonica di Helsingfors e di Varsavia, nelle maggiori orchestre dell’impero russo e in quella dell’Augusteo a Roma. Dal 1909 fu insegnante nel Regio Conservatorio di musica di Santa Cecilia a Roma.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 16.

Parma 8 settembre 1820-Collecchio 15 ottobre 1877
Perito geometra e agrimensore, per un trentennio prestò la sua opera per il Comune di Collecchio. Fu consigliere anziano e assessore tra il 1858 e il 1869. Nel 1861 progettò un ponte in cotto sul cavo Maretto in Madregolo e il rassettamento di un tronco di strada denominata di Castellarso dividente i comuni di Collecchio e San Pancrazio. Nel 1876 iniziò la costruzione del nuovo cimitero di Collecchio. L’anno dopo il Baracchi morì e, caso singolare, fu sepolto per primo nel cimitero da lui stesso costruito. Compare come maggiore offerente del Comune di Collecchio, con Lire 20, nell’elenco pubblicato dal Comitato di soccorso ai militari feriti e malati nelle guerre d’Indipendenza. Il Baracchi figura ancora quale perito il 20 e il 28 novembre 1857 nei lavori di rassettamento della strada di Roma a Madregolo e quale consigliere anziano il 28 maggio 1858.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1960, 3; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 43; U. Delsante, Ampliamenti del Comune di Collecchio, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1975, 356; Malacoda 8 1986, 34.


Reggiolo 11 luglio 1889-Salsomaggiore Terme 1965
Insegnante di musica alla scuola per orfani di guerra che aveva sede nel castello di Scipione, fu poi docente di canto corale delle scuole elementari di Salsomaggiore. Qui nel 1920 diede vita a una corale, con i cui elementi collaborò alle stagioni liriche organizzate da Gino Gandolfi per conto delle Terme. Compose molte canzoni, tra le quali la vincitrice del I festival della canzone in dialetto parmigiano, quelle per il corso dei fiori che si teneva a Salsomaggiore, per la festa degli alberi, e partecipò allo Zecchino d’oro di Bologna. I suoi fox trot furono incisi dall’orchestra Semprini di Milano. Compose inoltre alcune operine per bambini, tra cui quella africana in tre atti Fra i selvaggi, su libretto di Italo Ferrari, eseguita il 22 dicembre 1932 al Teatro Petrarca di Parma con una compagnia di burattini. Dal 1932 diresse in una serie di concerti il Gruppo Mandolinistico del Dopolavoro provinciale di Parma. Come timpanista suonò vari anni nell’orchestra di Salsomaggiore, al Teatro Regio di Parma e nelle stagioni liriche di San Remo.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

San Martino Sinzano 1858/1859
Fu membro della commissione speciale di sanità del Comune di San Martino Sinzano nel 1859. Fu consigliere anziano dal 15 dicembre 1858.
FONTI E BIBL.: Almanacco di Corte per l’anno 1859, Parma, 1859, 587 sgg.; Malacoda 8 1986, 35.

Parma 21 novembre 1919-Milano 14 luglio 1993
Figlio di Leonida. Dopo gli studi al Conserúvatorio Boito di Parma e a Firenze, si perfezionò all’Accademia Chigiana di Siena e a quella di Santa Cecilia a Roma. Allievo di maestri illustri, da Achille Longo ad Alfredo Casella, si diplomò nel 1937, a diaciannove anni, e tenne il suo primo concerto a Firenze aggiudicandosi subito dopo il concorso fiorentino Buti. Svolse da allora un’intensa attività concertistica nei più prestigiosi teatri e auditori in Italia e in tutta Europa, diretto tra gli altri da Claudio Abbado, Nino Sonzogno, Edwin Lohrer, e partecipando alle prime rappresentazioni in Italia delle composizioni di Bela Bartok, Frazzi, Messiaen, Togni e Clementi. Il Baracchi accompagnò anche numerosi grandi interpreti della musica lirica come Tito Schipa, Beniamino Gigli, Luciano Pavarotti, Renata Scotto, Renata Tebaldi e Nicolai Gedda. Nel 1953 si trasferì a Milano, dove fu alla guida del Piccolo Teatro con Strehler, poi alla Scala, dove fu nominato segretario artistico e direttore della scuola di perfezionamento per cantanti lirici. Successivamente (1978-1982) fu direttore artistico del Liric Opera Theatre di Chicago e poi di nuovo alla Scala fino al 1987, cimentandosi con successo anche come direttore d’orchestra. A Salsomaggiore, negli anni Sessanta, tenne memorabili concerti al Berzieri.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 16 luglio 1993, 22.


Pontremoli febbraio 1885-Parma 16 novembre 1967
Fu una delle più prestigiose figure del foro parmense. Nel 1914 partecipò alla campagna elettorale pubblicando un giornalino intitolato Il Comune al quale collaborarono sindacalisti della Camera del Lavoro, socialisti, radicali e repubblicani. Il Baracchini fu eletto, e fu anche proposto per la carica di sindaco, che egli rifiutò accettando invece quella di membro della commissione teatrale. Il Baracchini fu infatti un appassionato del melodramma di Verdi, come fu innamorato di tutte quello che aveva il fascino della poesia. Le sue arringhe non furono mai retoriche ma basate oltre che su una formidabile dialettica e coerenza logica del discorso, su una eccezionale proprietà di linguaggio. Il Baracchini si trasferì a Parma al principio del secolo da Pontremoli, giovanissimo, trovandovi l’ostilità di certi ambienti della città, i più cospicui, per ragioni evidenti: il movimento sindacalista che aveva qui, con Alceste De Ambris, il suo centro più vitale, lo ebbe tra i suoi amici. Difese infatti in tribunale molti operai e pubblicisti: tra i tanti, Filippo Corridoni. Tornato dal fronte (dove ottenne gradi e decorazioni), nel dicembre del 1918 il Baracchini riaprì subito lo studio e la ripresa fu discretamente rapida. I processi clamorosi in cui lo si vide alla difesa furono tanti. Basterebbe ricordare il processo della Banca Agraria, il caso del tenente Muoio, imputato di avere ucciso l’amante nella sua stanza di via Cavallotti con un colpo di rivoltella alla tempia, il rinvio a giudizio davanti la Corte d’assise del marito di Brunella Zanni, Ruggero Bottazzi, e di sua madre, Melania Chiastra, per rispondere di omicidio volontario premeditato, e il processo per l’omicidio volontario del guardacaccia Giovanni Sartori.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 17 novembre 1967, 4; G. Bellotti, in Voci di Val Magra, Milano, 1969, 20-26; S. Ricci, in Gazzetta di Parma 20 agosto 1973.

Modena 1905-Parma 1987
Di mestiere decoratore, fu chiamato a Parma nel 1927 dal professor Mattioli (padre del pittore Carlo) per due opere di decorazione nel cinema Edison e in un salone del Palazzo della Prefettura. Durante la sua permanenza a Parma, dovendo preparare un incontro di pugilato a Ferrara, allestì una palestra in via delle Fonderie. Nel 1933 Mattioli lo richiamò, e nacque la ditta Mattioli & Baraldi e, indirettamente, anche l’Associazione Boxe Parma, il cui ispiratore fu Primo Scrocchi e della quale il Baraldi divenne ben presto l’allenatore. Nel 1934 i pugili della scuderia erano: Luigi Ferrari, Adriano Greci, Bruno Gemmi, Ugo Scaccaglia, Luigi Viani, Ennio Mazzotti, Primo Farisetti, Leopoldo Mariotti e Enea Gradella. La palestra si spostò poi da borgo delle Grazie alla Gil, e da via XXIV Maggio al Palazzetto dello sport. Il pugile più noto allenato dal Baraldi fu Marcello Padovani, campione italiano dei pesi leggeri nel 1957.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 30.

Parma 1866
Caporale dei bersaglieri nelle guerre d’Indipendenza. Fu insignito della medaglia d’argento al valore militare dopo il fatto d’armi di Borgoforte (1866).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

Parma 1 marzo 1889-Medesano 6 febbraio 1949
Albergatore (il suo ristorante fu ritrovo di cantanti e appassionati del melodramma), calcò le scene come corista e comprimario. In questa veste cantò anche all’estero: in Olanda, Egitto e Australia dove si fermò per otto mesi (1928). Nel 1921 prese in gestione la trattoria Elvira in Borgo Guazzo a Parma e nel 1933 aprì il ristorante Stiliano accanto al Teatro Reinach, locale che raggiunse una fama nazionale e che fu distrutto dai bombardamenti aerei del 13 aprile 1944. Lo frequentarono nomi famosi dell’arte lirica: Pertile, Gigli, Lauri Volpi, Ezio Pinza, Gina Cigna, la Caniglia, la Scacciati e tanti altri. Il maestro Renzo Martini nel volume Bel tempo andato fa di lui un simpatico ritratto: Il canto era la sua più grande passione e, talvolta, l’ossessione dei molti clienti della sua trattoria. Dio gli aveva dato la sagoma di un grande baritono ma era stato un po’ avaro nella voce. Così, pur di rimanere in teatro, aveva fatto il corista. Ottenne qualche piccola parte nella Traviata o di vestire i panni di Ceprano nel Rigoletto o dell’Araldo nell’Otello o quelli del sergente dei doganieri nella Bohème. È in queste vesti che è ricordato nella Cronologia del Teatro Regio di Parma nelle stagioni tra il 1921 e il 1939.
FONTI E BIBL.: Martini; Pighini; Cronologia Teatro Regio Parma; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 15; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 31 gennaio 1982, 3; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1998, 13.

Borgo San Donnino 1830-post 1864
Inserviente presso la Sottoprefettura, militò sotto le bandiere di Garibaldi. Nel 1864 fu schedato quale fervente repubblicano.
FONTI E BIBL.: P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 30.


Bedonia 1920-Roccalanzona 1996
Sacerdote attivo a Roccalanzona, appassionato conoscitore di lepidotteri, allestì una cospicua collezione e curò la revisione delle raccolte entomologiche del Museo di Scienze Naturali del Seminario di Bedonia.
FONTI E BIBL.: A. De Marchi, Guida naturalistica, 1997, 359.

BARATI, vedi BARATTI


Parma 1256/1275
Canonico della Cattedrale di Parma, per primo ridusse sotto leggi certe il Consorzio già disperso, e donò a esso terre e redditi perpetui. Nel 1256 il cardinale legato Ubaldini intimò ai canonici della Cattedrale (tra i quali è nominato il Barato) di concedere una prebenda al canonico Bonacato (Allodi, I, 468). Il Barato nel 1275 lasciò un terreno di cinque biolche al Collegio dei Sacerdoti beneficiati (Allodi, I, 512).
FONTI E BIBL.: Epigrafi della Cattedrale, 1988, 103.


Parma 1290
Capitano crociato, originario d’una nobile famiglia parmigiana, nel 1290 fu a capo della spedizione dei 500 che infervorò la città di Parma, tanto che alcuni giorni dopo, si formò un altro squadrone di crociati, che s’aggiunse al primo.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Viaggiatori, crociati e missionari, 1945, 87.

Parma-post 1792
Danzatrice. Nel 1792 fu a Reggio Emilia nella stagione di Fiera nel ballo Ines de Castro.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 26 novembre 1755-Borgo San Donnino 18 settembre 1835
Figlio di Antonio e Anna Bevilacqua. Danzatore, nel 1778 lo si trova al Teatro Zagnoni di Bologna, poi in un gran numero di stagioni al Teatro Ducale di Parma (tra il 1779 e il 1788) e in quello di Reggio Emilia (dalla stagione di Fiera del 1785 al 1818). Nell’eústaúte 1788 fu al Teatro Nazzari di Cremona.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1796
Danzatore. Nella stagione di primavera del 1788 fu al Teatro Ducale di Parma, dove ritornò nel Carnevale del 1793 e in quello del 1794. Tra il 1792 e il 1796 fu al Teatro di Reggio Emilia nelle stagioni di Fiera e nel 1795 a Bologna nel Nuovo Pubúblico Teatro.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma 1747-Parma 24 novembre 1829
Fratello di Fedele. Allievo della Reale Scuola di Ballo di Parma, dove nel 1770 ricevette una borsa di studio fino al termine del corso, assieme a Luigi Baratozzi e ad altri nel febbraio 1774 firmò una petizione per ottenere un aumento di paga. Danzò varie stagioni al Teatro Ducale di Parma (tra il 1780 e il 1797). Nella stagione di Fiera del 1785 fu al Teatro di Reggio Emilia e vi ritornò in diverse stagioni fino al 1796. Nell’Archivio Storico Comunale di Parma si trova una sua domanda del 1829, dalla quale risulta che era impiegato con basse mansioni (biglietteria o portierato) al Teatro Ducale di Parma e che chiese di essere assunto nel nuovo Teatro Ducale.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1805
Attore. Negli anni tra il 1802 e il 1805 fu a capo della Società Filodrammatica che a Parma aveva in affitto il Teatro Bergonzi.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma-post 1826
Danzatore. Nella stagione di Fiera del 1826 fu al Teatro di Reggio Emilia.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1834
Danzatrice. Nelle stagioni di Fiera fu al Teatro di Reggio Emilia, dove ritornò nel 1818 e nel 1834.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1826
Danzatore. Nella stagione di Fiera del 1826 fu al Teatro di Reggio Emilia.
 FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1780
Allievo della Reale Scuola di Ballo di Parma, nel 1770 usufruì di una borsa di studio fino al termine del corso. Nel 1776 danzò al Teatro Ducale di Parma e nel 1778 fu a Bologna al Teatro Zagnoni. Dall’autunno di quell’anno lo si trova attivo anche come coreografo: al Nuovo Teatro di Monza nei balli de Il curioso indiscreto, nel Carnevale 1779 diresse quelli al Teatro dell’Accademia degli Erranti di Brescia (Il tesoro immaginario), nell’autunno fu alla stagione di apertura del Nuovo Ducal Teatro di Varese con La scuola de’ gelosi e con L’Astratto ossia Il giuocator fortunato, mentre nel 1780 diresse i balli al Teatro Ducale di Parma (La Rosalia e L’amor fra l’armi). Fu probabilmente il marito della ballerina Angiola Laurenti, sua compagna di scuola.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma-post 1779
Danzatrice. Nel Carnevale del 1779 fu prima ballerina al Pubblico Teatro di Pesaro.
FONTI E BIBL.: Callegari; Fabbri e Verti; P.E. Ferrari; Inventario; Sartori; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 16 aprile 1639-Parma 1 settembre 1714
Fu uno dei principali protagonisti della vita artistica parmense negli ultimi decenni del XVII secolo. Uomo pio e devoto, accompagnò l’attività pittorica a un impegno costante nella Compagnia di San Giuseppe, fondata presso la chiesa di Santa Croce in Parma. Al battesimo ebbe per padrini Alessandro Lalatta e Caterina Bolzoni. Il padre Bartolomeo e la madre Domenica abitavano vicino alla chiesa di San Lorenzo, una delle più antiche della città. Da giovane studiò pittura presso Francesco Maria Reti, che lavorò nell’oratorio di Sant’Ilario, e a ventott’anni entrò nella Compagnia di San Giuseppe insieme a don Angelo Maria Bianchi e al canonico Agostino Bersese: i confratelli si impegnavano a eseguire alcune pratiche religiose, soprattutto a favore dei defunti, ed erano particolarmente devoti a San Giuseppe. Nel 1670 fu sagrestano, incaricato di raccogliere le elemosine, far dire le messe prescritte e seguire tutto quanto occorreva per le funzioni religiose. La sua attività di pittore è documentata per la prima volta nel 1668: fu pagato a giornata dal Collegio dei Nobili insieme ad altri pittori e stuccatori per la realizzazione delle scene e degli apparati in occasione dell’accademia eseguita per il battesimo del principe Odoardo, primo figlio maschio del duca Ranuccio Farnese, che però premorirà al padre. L’opera, composta dal padre Cusani, si intitola Cielo e terra, Accademici creati nel portarsi su l’onde sacre il Serenissimo principe Odoardo Farnese sotto l’oroscopo de’ gigli d’oro e dell’Aquilla stellata. All’attenzione il Baratta si impose qualche anno più tardi, quando eseguì le decorazioni trompe-l’oeil in Santa Cristina a Parma, che il teatino laico Filippo Maria Galletti stava affrescando con episodi della vita di San Gaetano da Thiene, fondatore degli stessi teatini che officiavano la chiesa. La mancanza di denaro aveva impedito la costruzione della cupola e dell’abside: a quest’ultima provvide il Baratta con una scenografia illusionistica largamente apprezzata. Scrive in proposito lo Scarabelli Zunti: Fece un’ampia prospettiva sopra la tela, ampia quanto lo spaccato delle tre navate. Fingeva essa la crociera, la cupola e il coro con tali ombreggiature che chi entrava per la porta maggiore credeva poter visitare. Nel frattempo diventò primo reggente della Compagnia (1672) e dipinse i cartoni da esporre in Santa Croce per la grande festa di San Fermo con processione del 1671. Gli incarichi nella confraternita erano periodici e così nel 1673 lo si trova fabriciere e nel 1675 di nuovo sagrestano. Sposatosi con Maria Lucia, abitò nella parrocchia di San Paolo. Venne poi chiamato a stimare le pitture eseguite nell’oratorio di Santa Brigida e nel 1676 eseguì alcuni lavori per il Comune, pagato 4 lire a giornata, ma lo stesso anno ebbe una nuova, importante commissione: il restauro dei dipinti nella cappella di San Giuseppe in Santa Croce e la ridipintura della volta. Come compenso, il 27 aprile ricevette 675 lire. Senz’altro appartiene al Baratta tutta la piacevole e fresca decorazione floreale della volta, nonché il medaglione centrale con la Madonna, mentre gli altri due potrebbe averli solo ridipinti. Due anni dopo (29 novembre 1678) gli morì la moglie: la fece seppellire nella cappella di San Giuseppe in Santa Croce, sede della Confraternita nella quale però non occupò più cariche, anche perché impegnato in una intensa attività pittorica. In Duomo dipinse le quadrature della prima cappella a sinistra, lavorò per i benedettini nel loro monastero, per i frati Minimi di San Francesco da Paola, per le monache di Sant’Agostino, per gli eremitani, per l’Ospedale della Misericordia e per parecchie case di nobili e religiosi (nel 1690 venne pagato da don Ladislao Ferrari, che abitava in borgo Strinato, L. 16 per aver dipinto il tellaro del cammino e L. 48 per gli ornamenti intorno agli ovati). Quando l’architetto bolognese Stefano Lolli progettò nel 1689 il nuovo Teatrino di Corte di fianco al Farnese, il Baratta ne fece il disegno indicandone le decorazioni e i dipinti. Vaghissimo teatrino ammirabile per la qualità dell’architettura e la ricchezza degli ornamenti: così lo descrive il contemporaneo Giuseppe Notari (1690). Alla fine del XVII secolo il barocco si alleggerisce e ingentilisce. Anche le chiese si trasformano. I consorziali, acquistata San Michele del Canale, le cambiarono nome in Santa Lucia e la ristrutturarono, affidandone il progetto a Mauro Oddi. Le statue che adornano la facciata furono scolpite da Giovanni Barbieri, mentre il Baratta cominciò ad affrescare la navata. Grandi vasi ricolmi di fiori festosi salgono verso quegli occhi aperti sul cielo in cui si muovono agili angeli danzanti con corone di fiori, di mirto e simbolici rami di palma, mentre in quello centrale Santa Lucia assurge alla gloria celeste. Ghirlande di verzura, foglie d’acanto, motivi a girali, ovuli, nicchiette riempiono ogni spazio di questo complesso apparato architettonico sospeso tra cielo e terra, in cui figure femminili rammentano la fede, la speranza, la fortezza, la carità, la sapienza al suono di un concerto celeste che ha per protagonisti disinvolti angioletti musicanti. Per la festività dedicata alla Santa (13 dicembre 1694) la navata venne scoperta. Il Borra nel suo diario annota: Oggi per la prima volta si è veduta la nave dello stesso tutta dipinta, terminata poche settimane or sono dal signor Alessandro Baratta pittore parmigiano. Anche la cupola dipinse, tra il 1695 e il 6 maggio 1697, giorno dell’inaugurazione ufficiale: Maria Vergine trionfa nella gloria divina tra un nugolo di angeli, circondata dai santi Giuseppe, Lucia, Francesco, Gaetano, Carlo Borromeo, Bernardo. Nei pennacchi campeggiano San Pietro, San Paolo, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista. Gli ultimi suoi lavori documentati sono la decorazione della cappella costruita (1694) in Santa Maria del Quartiere dietro l’altare maggiore e di quattro volti della Chiesa dei certosini, lavoro pagato nel 1699. Pare che negli anni successivi il Baratta abbia smesso di lavorare a causa di una infermità agli occhi, in quanto nel registro della tassa per le parrucche (si pagava dieci lire all’anno) nel 1701 vicino al suo nome viene annotato orbo. Comunque, fino alla sua morte non si ha più notizia di lavori da lui eseguiti. Il Baratta lavorò anche a Napoli e fu pure incisore al bulino.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, 3, 1820, 60; A. Pezzana, Storia di Parma, I, 1837, Appendice 42; Arte incisione a Parma, 1969, 33; Corriere di Parma 1985, 112-113; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 84.


Druogno 10 ottobre 1861-Salsomaggiore 23 aprile 1909
Rimasto orfano di padre giovanissimo, entrò dodicenne nel collegio salesiano di Lanzo e vi fece la professione perpetua nel 1877. Destinato come chierico nel 1878 nel collegio di Lucca e nel 1881 in quello di Alassio, nel 1884 fu ordinato sacerdote e l’anno successivo si laureò in lettere all’Università di Genova. Nell’ottobre del 1889 venne inviato a Parma per aprirvi un collegio e nel dicembre di quello stesso anno fu chiamato a dirigere la prima scuola superiore di religione sorta in Italia a opera del vescovo A. Miotti, lo stesso che l’anno precedente aveva chiamato i Salesiani, affidando loro il quartiere di San Benedetto. Attorno a lui si radunarono ben presto gli studenti cattolici, tra i quali vanno ricordati P. Benassi, J. Bocchialini, G.M. Longinotti, G. Micheli. La questione sociale fu uno dei temi trattati più frequentemente e questo interesse portò il Baratta ad approfondire le teorie dell’agronomo Stanislao Solari che riteneva possibile la soluzione della questione attraverso un miglioramento della produzione agricola, ottenibile con l’introduzione del suo sistema di coltivazione basato sull’utilizzazione dei concimi e su un metodo di rotazione che permetteva di sfruttare la capacità delle leguminose di arricchire il terreno d’azoto. Il Solari presentò le sue idee in una memoria al I Congresso Cattolico Italiano degli studiosi di scienze sociali tenuto a Genova nel 1892 senza ottenere alcuna eco per la forma involuta e dogmatica del suo scritto. In quella occasione conobbe il Baratta, il quale, dopo diversi incontri a Parma, passò da un iniziale scetticismo a una piena adesione, tanto da farsi propugnatore delle sue teorie, che, a partire dal 1895, espose con chiarezza e rigore in diverse opere riuscendo a interessare alle stesse Cerutti, Bonsignori e anche Rezzara e Toniolo. Nel Congresso di Fiesole dell’OC la trattazione del problema agrario fu tutta improntata alle teorie solariane e Parma divenne sul finire del secolo la sede delle maggiori iniziative dei cattolici in campo agricolo: Cerutti vi trasportò la redazione de La Cooperazione Popolare e nel 1896 sorse la Cassa centrale per le Casse rurali cattoliche. Per opera del Baratta il Bollettino Salesiano aprì nel 1901 una rubrica intitolata Spigolature agrarie, e delle teorie solariane si parlò nel III Congresso dei cooperatori e dinanzi al decimo Capitolo Generale nel 1904. Nel 1900 il Collegio di San Benedetto aprì una scuola agraria solariana e nel 1902 assunse la redazione della Rivista di Agricoltura, sorta nel 1896 all’ombra de La Cooperazione Popolare. Durante il suo soggiorno a Parma il Baratta operò attivamente anche per il rinnovamento della musica sacra, dedicandosi in particolar modo alla musica polifonica e alla reintroduzione del canto gregoriano. Nel 1891, in occasione del Congresso di musica sacra a Milano, fu nominato segretario del Comitato permanente, e vicepresidente nel II Congresso del 1894. A partire dal 1895 la sua opera fu amareggiata dai contrasti col nuovo vescovo F. Magani, finché nel 1904 venne nominato ispettore delle Case salesiane del Piemonte e rettore della chiesa di San Giovanni Evangelista a Torino. Ormai però le sue condizioni di salute si erano fatte critiche e negli anni torinesi la sua operosità si venne sempre più riducendo.
FONTI E BIBL.: Le carte Baratta, compreso il suo diario, sono conservate a Roma nell’Archivio centrale salesiano. Tra le opere edite, quasi tutte pubblicate da Fiaccadori, Parma, cfr.: Di una nuova missione del clero dinanzi alla questione sociale, 1895; Benefica influenza che il clero e laicato cattolico possono esercitare colla diffusione dei nuovi principi economici, in La fertilizzazione del suolo e la questione sociale, 1896, 129-149; Il sistema Solari in pratica, 1896; Piccolo manuale del cantore, 1898; La Libertà dell’operaio, 1898; Astensione e potere temporale. Pensieri di un cattolico, Tipografia Quirico e Camagni, Lodi, 1898 (pubblicato anonimo); Fisiocratici e fisiocrazia, 1899; Un fatto importante per gli studiosi del problema sociale, 1901; Principi di sociologia cristiana, 1902; Musica liturgica e musica religiosa, 1903; Solidarietà ed egoismo, 1905; La scuola agraria in Italia: osservazioni e proposte, 1906; Sessanta considerazioni sul Vangelo, 1908; Il pensiero e la vita di Stanislao Solari, in Rivista di Agricoltura, Parma, 1909. Su di lui cfr.: P. Benassi, Don C.M. Baratta. Commemorazione, Tipografia Salesiana, Parma, 1913; J. Bocchialini, Il cenacolo di San Benedetto, in Aurea Parma novembre-dicembre 1920, 353-359; F. Rastello, Don C.M. Baratta, salesiano, SEI, Torino, 1930; F. Rastello, Don C.M.Baratta, Torino, 1938; Egilberto Martire, in Enciclopedia cattolica, II, 1949, 797-798; Enciclopedia di scienze politiche, 1956, 748; F. Canali, Stanislao Solari e il movimento neofisiocratico cattolico (1878-1907), Rivista di Storia del Cattolicesimo Italiano, gennaio-giugno 1973, 28-78; L. Felici, Don C.M. Baratta, in Uscellana VIII 1978, 97-109; F. Canali, in Dizionario Storico del movimento cattolico, III/1, 1984, 50-51.

Traversetolo 4 ottobre 1867-La Spezia 11 dicembre 1948
Ingegnere civile (Torino, 1892), navale e meccanico (Genova, Scuola Navale, 1893) ed elettrotecnico (Genova, con G. Ferraris, 1895), fu cugino del pittore Paolo Baratta e genero del dottor Pietro Corsini. Ufficiale di Marina di carriera nel Genio Navale, si occupò di progetti di trasformazione e ammodernamento di navi militari e di opere idrauliche per produzione di elettricità per l’arsenale della Spezia. Progettò lo sbarramento del Lago del Lagastrello per la produzione di energia elettrica, realizzato dopo il congedo dalla Marina, nel 1902, da una società privata fondata all’uopo. Negli anni successivi costituì varie società per la costruzione di altri bacini idroelettrici (Ceno-Taro, Brasimone, Bagnone e Suviana) e di acquedotti nelle province della Spezia e di Apuania-Massa (Spezia città, Lerici, Sarzana, Portovenere, Camaiore, Pietrasanta, Cinquale, Forte dei Marmi e altri). Trasferitosi fin dagli anni trascorsi in Marina a La Spezia, fu uno degli iniziatori della Sezione dell’Unione Industriali di quella città e ricoprì vari incarichi pubblici di natura tecnica nel campo degli acquedotti, delle fognature e idrografico in genere. Nel 1919 appoggiò un gruppo di giovani naturalisti spezzini nella costituzione di una società di Scienze naturali che ben presto diventò molto attiva con il nome di Accademia Lunigianense Giovanni Capellini di Scienze e di cui fu il presidente e il maggiore mecenate (ebbe il riconoscimento di Istituto scentifico dello Stato con regio decreto nel 1938). Nel 1913 a Parma partecipò a una Mostra dell’Appennino, in occasione del centenario verdiano, esponendo alcuni progetti di opere idroelettriche destinate alla montagna e vincendo l’unica medaglia particolare del Ministero. In precedenza aveva già vinto una medaglia d’oro all’Esposizione Internazionale di Milano del 1906 per gli studi idraulici sulla Val di Magra e sulla Val d’Enza che avevano portato alla costruzione della diga del Lagastrello (che nei primi anni del XX secolo fu spesso indicato nelle carte geografiche come Lago Baratta). Ebbe una vasta produzione scientifica, pubblicando sia i suoi innumerevoli progetti sia studi teorici di idraulica e di idrologia. Ebbe risonanza internazionale per i suoi progetti di dighe ad archi multipli, tecnica che in America fu impiegata per la costruzione di grandiose dighe quali quella di Boulder sul fiume Colorado. Visse e morì a La Spezia, passando, però, lunghi periodi a Pellegrino Parmense, ove possedeva ampi possedimenti agricoli che gestì con tecniche all’avanguardia.
FONTI E BIBL.: F. Baratta, Sulle condizioni della Val di Magra e sulle alte valli d’Enza, Battei, Parma, 1906; F. Baratta, Dighe ad archi multipli, American Society of Civil Engineer, New York, 1928; U. De Champs, Dieci lustri di operosità del Dott. Ing. Fausto Baratta, Accademia Lunigianense Capellini, La Spezia, 1942; F. Carozzi, Fausto Baratta in La Spezia Oggi 1 1997, 34-38.

BARATTA GIACOMO o GIAN ANTONIO, vedi BARATTA JACOPO ANTONIO

Parma prima metà del XVIII secolo
Pittore quadraturista operante nella prima metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VII, 7.

San Secondo Parmense 1893-Monte Lodin 25 agosto 1916
Bersagliere del Reggimento Bersaglieri, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Slanciatosi primo a esplorare, di notte, una trincea che si supponeva tenuta dal nemico, urtava una bomba da questi predisposta, provocandone l’esplosione. Colpito a morte, con le gambe sfragellate, reprimeva con indomabile coraggio i gridi che gli strappavano le dolorosissime ferite, sollecito più della sicurezza della pattuglia di cui faceva parte, che della stessa sua vita. Spirava un’ora dopo durante il malagevole trasporto; esempio a tutti di eroismo sublime.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1917, Dispensa 47a, 4166; Decorati al valore, 1964, 113.

-Parigi 1833
Prese viva parte ai moti del 1831, e anzi ne fu uno dei capi, secondo i rapporti della polizia, tanto che incorse nel decreto del 29 settembre 1831 secondo cui determinate persone non potevano rientrare nel Ducato senza permesso sovrano, pena l’arresto e la detenzione per quattro anni. I moti iniziarono in Parma il 10 febbraio e costrinsero la duchessa Maria Luigia d’Austria a lasciare la città il 15 successivo. Il Governo Provvisorio, insediatosi nello stesso giorno in cui la vedova di Napoleone Bonaparte partiva dal Ducato, rimase in carica fino al 13 marzo. Il Baratta emigrò a Parigi dopo la fine dei moti. Ancora studente, fu nominato preparatore dei modelli in cera al Gabinetto Anatomico, succedendo al fiorentino Andrea Costa. Fu insegnante di anatomia fino al 1828, anno in cui lasciò l’incarico per questioni amministrative. Fu anche scultore di qualche nome.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Medici nel Risorgimento, 1960, 3.


Parma 1183
Fu podestà di Parma nell’anno 1183.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Consoli e governatori, 1935, 6.

Bosco di Corniglio 4 gennaio 1903-Parma 28 luglio 1980
Visse a Bosco fino a vent’anni, formandosi alle tradizioni e ai valori di fede, laboriosità e sacrificio della sua famiglia. L’ambiente familiare profondamente religioso fu determinante per la sua crescita nella fede e per lo sviluppo della sua vocazione alla vita religiosa. L’incontro poi con sacerdoti quali Riccardo Bolzoni, l’aiutarono a superare le difficoltà e misero alla prova la solidità della sua vocazione. Il 9 dicembre 1922, per rispondere alla chiamata di Dio, lasciò la sua casa e il suo paese per entrare tra le Luigine. Dopo gli anni di formazione e di studio, intensi di impegno e traboccanti di generosità e di gioia (come testimonia e il suo diario), nel 1929 iniziò l’attività educativa come maestra luigina. Visse la scuola come ambiente educativo, di comunicazione non solo dei saperi, ma attraverso di essi, della sapienza della vita. Nel 1936 divenne maestra di novizie e studenti: soprattutto in questo delicato compito rivelò come la dimensione educativa, sostenuta da uno straordinario livello di spiritualità, fosse ciò che qualificava maggiormente la sua personalità La Baratta fu per cinque anni superiora dell’Istituto delle Luigine.
FONTI E BIBL.: F. Barili, in Gazzetta di Parma 8 luglio 1992, 19; Gazzetta di Parma 17 luglio 1992, 15.


1906 c.-Parma 22 gennaio 1982
Si laureò in medicina a Parma nel 1930 conseguendo nello stesso anno l’abilitazione alla professione. Assistente volontario con Camillo Gallenga fino al 1932, successivamente si trasferì, avendo vinto il regolare concorso, al reparto oftalmico degli ospedali civili di Brescia in qualità di aiuto, guadagnandosi in breve tempo la stima del direttore, professor Ravedino, e dei pazienti per la profonda preparazione professionale e l’elevata carica umana. Rientrato a Parma, nel 1935 fu nominato assistente incaricato presso la clinica oculistica dell’Università, divenendone nel 1938 l’aiuto, ruolo che tenne fino al 1945 avendo avuto come direttori prima il professor Cattaneo e poi il professor Riccardo Gallenga. Finita la seconda guerra mondiale cui aveva preso parte in qualità di capitano medico, direttore di un ospedale da campo nella regione balcanica (nel frattempo aveva conseguito il diploma di specialista in oftalmoiatria nell’Università di Bologna e l’abilitazione alla libera docenza di clinica oculistica), cominciò ad alleggerire i suoi rapporti con l’Università, pure essendo rimasto iscritto, fino al 1952, nella stessa clinica come aiuto volontario. Si dedicò in seguito alla libera professione, raccogliendo in breve tempo una vasta e qualificata clientela. Ma nel contempo ricoprì importanti incarichi: consulente e direttore dell’ambulatorio oculistico dell’ospedale di Fiorenzuola e consulente in quello di Casalmaggiore, e consulente dell’Inam per la provincia di Parma fino al 1977. Ottenne l’idoneità nei concorsi per primario a La Spezia e Reggio Emilia. Attaccatissimo a Parma, rifiutò sistemazioni allettanti in ospedali lontani. Ebbe sempre il desiderio di mantenersi aggiornato, di seguire i continui progressi dell’oftalmologia attraverso la partecipazione a riunioni e congressi scientifici e la pubblicazione di numerose opere sulla embriologia, anatomia fisiologica e patologia oculare.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 23 gennaio 1982, 5.

BARATTA PAOLO
Ghiare di Noceto 14 agosto 1874-Parma 9 gennaio 1940
Allievo di Cecrope Barilli nel Regio Istituto d’Arte di Parma, a soli quindici anni già si era sviluppata in lui una eccezionale capacità di disegnatore. Nel 1890 il suo Primi passi al vizio (il bozzetto è presso gli Eredi) venne sorteggiato dall’Incoraggiamento al comune di Borgo San Donnino. Due anni dopo vinse il primo premio del corso speciale di figura nell’Istituto parmense ed espose a Genova Povera mamma (1892), mentre l’anno seguente espose a Parma Visita al convento, Orfani, Approfittando. Nel novembre del 1895, venne sorteggiato al Ministero della Pubblica Istruzione Ite missa est e all’Istituto Paolo Toschi Fra Crescenzio. Concorse l’anno seguente al pensionato romano con So che tu credi. Vintane la borsa di studio per Roma, vi frequentò l’Accademia libera e lo studio di Lodovico Seitz, entrando in contatto con i pittori L. Serra, Maccari e G.A. Sartorio. Tornato in Parma, nel 1897, la Società d’Incoraggiamento assegnò alla Casa Reale, l’Arco di Tito e l’anno dopo iniziò a partecipare, col Giuramento di Pontida, ai concorsi per il Pensionato Artistico Nazionale, continuando alcuni anni dopo con Paolo davanti ad Agrippa e nel 1903 con Dante e Beatrice salgono al primo Cielo. Con l’Arcangelo nel 1907 vinse a Parma il IX Concorso per il Premio Artistico perpetuo, che espose assieme a So che tu credi, mentre a Bologna si aggiudicò una medaglia d’argento della Società Francesco Francia con Autunno di guerra. Scomparso il maestro Cecrope Barilli (1911), ne occupò la cattedra di figura nell’Accademia parmense (un suo allievo fu C. Superchi), che tenne per trentacinque anni. Prima del 1913 dipinse le lunette della sala d’accesso al Salone del Palazzo delle Poste con le figure allegoriche della Musica, Agricoltura, Lavoro e Commercio. Nel luglio di quell’anno partecipò anche al concorso per una vetrata da farsi nella chiesa di San Paolo a Roma, e a quello importante per la decorazione a mosaico delle lunette del Monumento Nazionale a Vittorio Emanuele II, sempre a Roma: furono però preferiti altri artisti. Alla fine del 1924 eseguì un fregio decorativo esterno nel Palazzo della Camera di Commercio. Fu pure presidente dell’Accademia di Belle Arti parmense, presenziando a molte esposizioni artistiche locali, tra le quali quelle triennali dell’Incoragúgiaúmento nel 1925, 1928, 1931 e 1932, e anche dipingendo in varie chiese. Pittore di soggetti storici, religiosi e di genere, si riallacciò alla tradizione classicheggiante ottocentesca. Tra le sue opere più importanti, si ricordano, oltre quelle già menzionate Povertà e quiete (nella Pinacoteca di Parma), In attesa (esposto a Torino nel 1898), Decapitazione del beato Pietro Fabre (Parma, San Giovanni decollato, 1897), Beato Diego da Cadice (Parma, Cappuccini, 1889), Angeli (Parma, San Giuseppe). Vari altri suoi lavori figurano a Cicognara (Mantova) e alcuni affreschi sono nella chiesa di Chiavari. Suoi dipinti figurarono alla mostra bussetana del 1926, mentre esposizioni personali gli vennero allestite nel febbraio del 1940 nel Ridotto del Teatro Regio di Parma, nel 1945 a Noceto, con opere di proprietà degli eredi, e nel dicembre 1978 nell’aula magna dell’Istituto d’Arte Toschi. Partecipò alla vita politica comunale quale consigliere, quindi come assessore. Dai suoi concittadini ebbe dimostrazione di solidarietà e di affetto: una folla di Parmigiani andò addirittura ad applaudirlo davanti alla sua casa di via Nino Bixio 71, in occasione della sua nomina all’Amministrazione comunale. Sotto l’amministrazione Mariotti lottò per la conservazione del casinetto Petitot, delle torri dei Paolotti e della balaustrata barocca della chiesa della Steccata, non riuscì però a impedire la distruzione delle Beccherie della Ghiaia nonostante avesse interessato il poeta Gabriele D’Annunzio tramite il comune amico Renato Brozzi: il suo spirito battagliero ne subì una forte scossa. Dotato di intelligenza e di eccezionale cultura, non si sottraeva a partecipare alla vita culturale di Parma: il Baratta viene ricordato quando nel marzo 1912 pesentò nel Teatro Reinach, gremito di pubblico, Gabriele D’Annunzio, in occasione della sua venuta a Parma in margine alle celebrazioni del Correggio. Se è vero che il genere di pittura dell’Ottocento stava cambiando alle soglie del Novecento, lasciando all’osservatore il significato dell’opera, così non si può dire dell’arte del Baratta, che abbraccia vasti orizzonti privilegiando una pittura di paesaggio, di interni, di intimità e di affetti familiari, brani di realtà comprensibili e ricchi di poesia. Le sue migliori opere sono quelle non suggerite: sono immagini di bellezza che egli traduceva con limpida trasparenza, fossero paesaggi estivi ripresi al mare o quelli ispirati nelle vicine campagne, come La vecchia che lavora al telaio o Il giorno di bucato nella casa di Sala Baganza o La spannocchiata. Bellissime composizioni, con poche e suggestive figure velate di tristezza e impostate sull’attenzione a ogni piccolo particolare vengono presentate negli innumerevoli brani di pittura, come L’attesa, Approfittando, Aspettando il ritorno e Il ritorno dei naufraghi. I suoi ritratti sono di intensa espressività, come quelli della madre, della moglie, di Achille Puccio di Roma, della signora Carrara Mambriani, dei figli e numerosi altri, conservati presso gli eredi, nella Galleria Nazionale a Parma, nelle diverse chiese e conventi dei Cappuccini, nel coro interno di Sant’Alesúsandro, a Roma presso l’ex Casa Rurale e ancora a Parma nella Pinacoteca Stuard. Affreschi del Baratta si trovano nel Palazzo delle Poste di Parma con le allegorie della Musica, dell’Agricoltura, del Lavoro e del Commercio, nell’oratorio delle Missioni e nel Conservatorio delle Maestre Luigine, nelle chiese di San Leonardo e San Quintino e infine a Padova nella chiesa del Santo. Le opere d’ispirazione religiosa presentano accenti sentimentali ed esprimono mistica pace.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 18 novembre 1889; Corriere di Parma 18 e 19 ottobre 1890; Parma Giovane 24 luglio 1892, 239; R. De Croddi, 1893, 371; Parma Giovane 12 novembre 1893, 366; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X, 11; C. Ricci, La Regia Galleria di Parma, 1896; U. Ojetti, in Corriere della Sera, 1898; U. Flères, in Rivista d’Italia 10 dicembre 1898; Rondani, in Gazzetta di Parma 1898; voce, in U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, Lipsia, 1908; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 189; U. Fleres, 1903, 183; A. Alessandri, 1907, 9-10; Aurea Parma 1913; U. Galetti-E. Camesasca, 1951; Dizionario pittori dell’Ottocento, 1974, 38; A. Barilli, 1913, 150-154; G. Copertini, 1923; A. Pezzani, 1923; G. Copertini, luglio-agosto 1924, 221-226, 19 dicembre 1924, e 1925; Aurea Parma gennaio-febbraio 1926, 55, e novembre-dicembre 1926, 310; G. Copertini, in Almanacco parmense, 1927, 247, e 1928, 183-184; Aemilia gennaio 1929, 106; A. Corna, 1930, 33; Inventario ms. Istituto aolo. Toschi, II, nn. 6147 e 6117; A. Barilli, 1931, 26; G. Copertini, 1932, 145; A. Barilli, 1940, 30-33; G. Bellotti, 1940; G. Copertini, 1940; G. Copertini, 1942; Mostra postuma di P. Baratta, 1945; H. Vollmer, Künstlerlex, I, 1953; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 170-171; B. Molossi, 1957, 16; G. Copertini, 18 aprile 1961, 3; U. Galetti, 1961, 33; G. Copertini, 10 novembre 1962, 3; R. Allegri, 1963, 49; F. Arisi, 1967, 64; G. Copertini, 7 dicembre 1967, 6; G. Ponzi, 1973, II, 28; G. Battelli-R. Ferrari (senza data), In difesa di Paolo Baratta, Fidenza, 20 pp.; M. Bommezzadri, 1974, 6; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 125; Rossetti, Noceto e la sua gente, 1977, 291; M. Tanara Sacchelli, in Gazzetta di Parma 30 agosto 1999, 5.

BARATTA PAOLO
Parma 1876-1942
All’iniziale attività di stagionatura del formaggio affiancò nel 1917 quella di produzione di concentrati di pomodoro realizzando, primo tra gli imprenditori parmigiani, uno stabilimento nel Sud del Paese (Battipaglia) dove, oltre ai concentrati e ai pelati del pomodoro e a una vasta gamma di conserve di verdure e frutta, realizzò pure la produzione di scatole in banda stagnata per la commercializzazione all’estero dei prodotti. Questa attività, unitamente a quelle svolte in Parma, consentirono al gruppo industriale da lui creato di proporsi sui mercati internazionali tra i più qualificati produttori di alimenti conservati.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo, 1997, 389.

Parma XVIII secolo
Incisore attivo nel XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 84.

Parma 1302
Notaio attivo nell’anno 1302.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 84.

BARATTI ALESSANDRO, vedi BARATTA ALESSANDRO

Parma 1235/1267
Fu Gran maestro dei Cavalieri Gaudenti nel 1235 e conventuale in Reggio Emilia. Fu uno dei primi che ordinarono la regola dei Cavalieri Gaudenti. È ricordato ancora in data 15 novembre 1267 in Bologna all’elezione della Giurisdizione dei maggiori generali. Fu tra gli otto ravvivatori della milizia gaudente sotto papa Urbano IV, con la direzione dei Predicatori.
FONTI E BIBL.: D.M. Federici, Cavalieri Gaudenti, 1787, I, 285-287.


Parma 1847-post 1875
Distinta cantante, fece i suoi primi studi nella Scuola di Musica di Parma sotto i maestri Giovanni Rossi e Giuseppe Griffini, quindi andò a perfezionarsi al Conservatorio di Milano. Ivi esordì con esito felice nel 1866, cantando Il Trovatore di Verdi al Teatro Carcano. Nello stesso anno passò all’estero, dove fece la maggior parte della sua carriera artistica. Fu in Austria, Francia, Spagna, Inghilterra, America, Asia e Oceania, e non fece ritorno in patria che nel 1871. Nel 1875 si recò a cantare a Trapani.
FONTI E BIBL.: P. Bettoli, Fasti musicali, 1875, 14-15.


Parma 1312/1339
Nel 1312 fu nominato alla cattedra di diritto civile presso l’Università di Bologna, forse favorito dal concittadino Gerardo da Enzola, podestà di Padova. Dottore di leggi nel 1339, sentenziò nella lite tra il Comune di Bologna e gli abitanti di Funo (Chartularium, I, 240).
FONTI E BIBL.: R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 233.

BARATTI SIGIFREDO, vedi SIGIFREDO

BARATTI SIMONE, vedi BARATTI FISAIMONE

BARATTO SALADINO, vedi BARATO SALADINO

BARBA, vedi ADANI RENZO

Parma 24 giugno 1834-Milano 20 settembre 1905
Dopo aver studiato canto a Parma con Giuseppe Barbacini e Luigi Dall’Argine, si trasferì a Milano e fu allievo di Francesco Chiaramonte e di Francesco Lamperti. Assieme a Italo Campanini e dopo Emilio Naudin è considerato uno dei massimi tenori parmigiani dell’Ottocento. Cominciò a cantare in giovanissima età: per la prima volta al Teatro Ducale di Parma. Fu tra gli interpreti del Rigoletto di Verdi (26 dicembre 1852), della Favorita di Donizetti (16 febbraio 1853) e del Nabucco di Verdi (19 marzo 1853). Il vero esordio, tuttavia, ebbe luogo a Novara nel febbraio 1857 con una nuova opera di A. Traversari, Il Diavolo osia il Conte di San Germano. Il successo riportato la sera del debutto gli procurò l’interessamento della critica e di alcuni impresari italiani. Nel 1860 fu al Teatro La Canobbiana di Milano e, dopo aver dato una validissima prova del suo talento nel Poliuto di G. Donizetti (12 maggio), il 20 ottobre 1864 si affermò definitivamente con la Maria di Rohan dello stesso autore. Passò poi al Teatro alla Scala di Milano e il 26 dicembre 1868 trionfò nella rappresentazione del Don Carlos di Verdi, sostituendo P. Mongini ammalatosi improvvisamente. Dieci anni dopo, il 30 giugno 1879, insieme con T. Stolz e M. Waldmann, fu uno dei grandi interpreti dalla Messa da Requiem di Verdi diretta dall’autore, rinnovando il successo della precedente esecuzione effettuata al Teatro Ducale di Parma il 17 giugno 1876 sotto la direzione di Franco Faccio. Il Barbacini fu molto stimato dalla critica fin dagli inizi della carriera e giudizi assai lusinghieri sul suo conto ricorrono di frequente nelle cronache musicali del tempo. Caratteristiche notevoli della sua personalità furono la franchezza, la bella voce maschia e sicura, espressiva, abbastanza estesa e vibrante, oltre a una naturale capacità di accentare e colorire il suo canto. Amintore Galli nella sua Musica popolare ne decanta lo slancio interpretativo, che spesso diveniva passione. La sua voce si espandeva soprattutto nell’interpretazione di parti drammatiche raggiungendo il massimo dell’intensità in quelle d’amore (Ferrari). Ma forse il merito che meglio illustra le sue doti è l’umiltà con cui si avvicinò alle scene: per arrivare alla gloria di cui fu giustamente degno non rifuggì mai dall’adattarsi a interpretare parti anche di secondo piano quando già poteva aspirare a ruoli di maggior rilievo. Cantò più volte alla Scala e divenne poi una delle colonne di questo teatro: il 20 marzo 1869 cantò prima nel Fieschi di A. Montuoro, insieme con la Stolz, e poi nella Favorita di Donizetti (15 aprile). Nello stesso anno alla fine della stagione, che fu conclusa il 23 aprile con la Messa solenne di Rossini, insieme con il tenore M. Tiberini e il soprano Ida Beanza, riscosse unanimi consensi da parte della critica e del pubblico nelle due repliche del Ruy Blas di Filippo Marchetti e contribuì alla diffusione dell’opera, che successivamente fu rappresentata in molti teatri italiani e stranieri. Si ha notizia del successo riportato in queste rappresentazioni scaligere, soprattutto nel Don Carlos, da una lettera che Alberto Mazzuccato scrisse ad Angelo Mariani in termini assai elogiativi anche se non entusiastici (Gatti). Nel 1870 il Barbacini fu al Teatro San Carlo di Napoli per una rappresentazione del Don Carlos, nel 1871 sempre nello stesso teatro si esibì nel Manfredo di Enrico Petrella, nel 1874 nella Bianca Orsini ancora del Petrella e nell’Aida di Verdi. Purtroppo i suoi rapporti con Verdi furono piuttosti difficili e spesso a giudizi lusinghieri ne seguivano altri del tutto negativi, come si può constatare dai carteggi verdiani. Nel 1869, in occasione della rappresentazione del Simon Boccanegra a Trieste, Verdi non rimase soddisfatto della sua interpretazione e il suo giudizio fu alquanto severo. Ancor più duro nei suoi confronti si dimostrò dopo l’esecuzione al Teatro San Carlo di Napoli del Don Carlos nel 1871, tanto da considerare inesistente la sua personalità d’artista. Tali giudizi furono poi ribaditi dopo l’esecuzione dell’Aida. Tuttavia successivamente l’atteggiamento negativo si attenuò e Verdi stesso, considerando la scarsa fortuna del Barbacini nell’ultimo periodo della sua vita, in una lettera del 1o gennaio 1897, lo fece raccomandare da Giulio Ricordi a Francesco Paolo Tosti perché lo introducesse nell’ambiente artistico londinese. Di tutt’altra natura furono i rapporti con A. Boito, che ebbe sempre per lui grandissima stima, tanto da ritenerlo artefice assoluto del successo riportato dal Mefistofele il 4 ottobre 1875 al Teatro Comunale di Bologna dopo il clamoroso fiasco milanese del 1868. Nel 1878 il Barbacini si recò a Torino e partecipò alla prima esecuzione di Ero e Leandro, su poema di A. Boito e con musica di G. Bottesini. La rappresentazione effettuata al Teatro Regio ebbe un successo enorme e si sa dalla eloquente descrizione lasciata da G. Depanis che il Barbacini, dopo un’ottima impressione suscitata con l’anacreontica, entusiasmò il pubblico e la critica nel larghetto del 3o atto che interpretò in maniera insuperabile. Pur essendo piccolo di statura, tozzo e tutt’altro che bello nel volto, sorprendeva per l’abilità con la quale riusciva a trasformarsi durante la rappresentazione, immedesimandosi con il personaggio da interpretare. Lo stesso accadeva per la voce, che, divenuta in seguito gutturale e di estensione limitata, seppe usare con tanta intelligenza da far dimenticare i difetti, affascinando con la dizione perfetta e la tendenza naturale per un genere di esecuzione sempre dominata dal buon gusto e sorretta da un profondo senso artistico. A ciò si aggiunse un senso di responsabilità e profonda serietà che lo portò a una eccessiva meticolosità nello studio di nuove parti, che sottoponeva a un esame minuto e scrupoloso. Spesso giunse a sostituire ciò che meno si confaceva alla sua voce e al suo temperamento e questo fatto determinò contrasti e dispute con gli autori per la soppressione d’una battuta, un taglio, una sostituzione o una trasposizione di tono. Si ha notizia di una controversia col Bottesini per la sostituzione di una vocale sulla quale il compositore aveva appoggiato un si bemolle, nota che era l’orgoglio del Barbacini, ma che anziché sulla vocale o come era originalmente, sarebbe riuscita meglio sulla i. Il Barbacini dopo continue insistenze fu soddisfatto nella sua puntigliosa richiesta e il successo ottenuto ripagò sia la lotta sostenuta sia l’irregolarità del verso e della rima. Tanta fu la stima che il Boito ebbe per il Barbacini che venne scelto come protagonista del Nerone, alla cui laboriosa stesura il compositore stava ancora lavorando, ma la rappresentazione non ebbe luogo perché nel frattempo il Barbacini si ritirò dalle scene per dedicarsi all’insegnamento. Nell’autunno del 1879 fu al Teatro Comunale di Bologna rappresentandovi La Regina di Saba di K. Goldmark e la Cloe di Mascanzoni. Nel 1880 partecipò alla prima esecuzione della Elda di A. Catalani, rappresentata al Teatro Regio di Torino. Tornò poi al Teatro Ducale di Parma durante il carnevale 1880-1881 per due rappresentazioni di Aida e Poliuto. Cantò sempre con grande successo, a Livorno, Firenze, Padova, Trieste, Palermo, Genova e Roma. Si recò anche più volte all’estero, riportando successi di critica e di pubblico a Bucarest, Malta, Il Cairo, Madrid, Siviglia e Barcellona. Durante il Carnevale 1882 effettuò due memorabili interpretazioni al Teatro San Carlo di Lisbona nel Faust di C. Gounod e nel Lohengrin di R. Wagner. Apparve per l’ultima volta al Teatro Dal Verme di Milano ne Il Conte di Gleichen di S. Auteri Manzocchi (ottobre 1887). Artista eclettico e completo, si dedicò sempre con slancio e serietà all’attività teatrale, alla quale si interessò attivamente anche dopo l’abbandono delle scene, come è testimoniato dal tentativo fatto nel 1893 di riportare sul teatro il Bravo di S. Mercadante.
FONTI E BIBL.: A. Ghislanzoni, Rivista milanese, in Gazzetta Musicale di Milano XXIII 1868, n. 52, 423; G. Ricordi, Artisti di canto. Teatro della Scala 1868-1869, IV; Enrico Barbacini, in Gazzetta Musicale di Milano XXIV 1869, n. 17, 142 s.; L. Bignami, Cronologia di tutti gli spettacoli rappresentati nel gran Teatro Comunale di Bologna dalla solenne sua apertura a tutto l’autunno del 1880, Bologna, 1880, 215 s., 217; F. Florimo, La scuola musicale di Napoli e i suoi Conservatori, IV, Napoli, 1881, 339, 341; P.E. Ferrari, Spettacoli drammatico-musicali e coreografici in Parma dall’anno 1628 all’anno 1883, Parma, 1884, 142,150, 237, 309 s.; G.C. Bottura, Storia aneddotica documentata del Teatro Comunale di Trieste dalla sua inaugurazione nel 1801 al restauro del 1884 con accenni al Teatro Vecchio dal 1705 al 1800, Trieste, 1885, 419, 471 s., 534 s.; G. Sacerdote, Teatro Regio di Torino. Spettacoli rappresentati dal 1662 al 1890, Torino, 1892, 160, 161 s.; G. Ricordi, Enrico Barbacini, in Musica e Musicisti LX 1905, n. 10, 670 s.; P. Cambiasi, La Scala, Milano, s.d. ma 1906, 168 s., 347, 353, 417; G. Depanis, I concerti popolari e il Teatro Regio di Torino. Quindici anni di vita musicale, II, 1879-1886, Torino, 1915, 12 ss.; G. Bustico, Gli spettacoli musicali al Teatro Novo di Novara 1779-1873, in Rivista Musicale Italiana 2 1918, 228; C. Alcari, Parma nella musica, Parma, 1931, 16 s.; C. Gatti, Giuseppe Verdi, Milano, 1951, 300, 521; G. Pannain-A. Della Corte, Storia della musica, III, Torino, 1952, 1494; F. Abbiati, Giuseppe Verdi, Milano, 1959, III, 236, 284, 444, 657, 663, e IV, 82, 610; Enciclopedia dello Spettacolo, I, coll. 1458 ss.; R. Meloncelli, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, 1964, 17-19.

Parma 1932-30 gennaio 1975
Laureato in giurisprudenza, cominciò giovanissimo a interessarsi di politica, iscrivendosi alla Democrazia Cristiana. Nel 1958 fu segretario della sezione Oltretorrente di Parma e membro del Comitato provinciale. Fu poi dirigente di enti locali e, nel 1960, consigliere comunale. Uomo di punta del partito, esponente della corrente Forze nuove (facente capo in campo nazionale a Donat Cattin), nel 1970 venne eletto alla Provincia e alla Regione, optando per quest’ultima. Nonostante gli impegni di lavoro (nel frattempo era divenuto dirigente dell’ufficio problemi economici della Camera di Commercio) svolse il proprio incarico pubblico con zelo e disciplina, divenendo presidente della commissione bilancio e affari generali. Si spense dopo lunga malattia.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 48.

Cuvigliana 2 luglio 1811-Parma 25 giugno 1852
Fece i suoi studi presso la scuola di musica di Parma, nella quale entrò il 2 giugno 1821 e ne uscì il 6 agosto 1831. Nel Carnevale del 1831 sostituì Ferdinando Savazzini, come maestro dei cori, al Teatro Ducale di Parma, dal 26 di dicembre di quell’anno all’autunno del 1849. Intanto con Regio Decreto del 10 gennaio 1838 fu chiamato a coadiuvare il Maestro direttore della Musica, concertatore, tanto a porre in scena i drammi quanto a dirigere i cantanti sul palcoscenico. Quando poi venne a morire il maestro Orland, lo sostituì come maestro concertatore (9 settembre 1849). Fu nominato però con Decreto sovrano solo il 6 agosto 1850, e vi rimase fino al 25 aprile 1852, poco prima di morire. Il Barbacini insegnò anche nella Regia Scuola di musica di Parma, sostituendo con Sovrano Rescritto dell’8 settembre 1835 il maestro De Cesari nella scuola di canto e di pianoforte: ufficio che disimpegnò poi per tutta la vita. Compose molta musica da chiesa, varie cantate e un inno a pieno coro composto dal conte Filippo Linati, che fu eseguito nel Ducale Teatro la sera del 26 marzo 1841 in un’accademia a beneficio degli asili d’infanzia, nella quale si produssero due glorie parmigiane, Italo Gardoni, tenore, e Domenico Cosselli, baritono.
FONTI E BIBL.: Documenti nell’Archivio del Teatro Regio di Parma; Cenni sulla R. Scuola di musica di Parma, Parma, Ferrari e figli, 1870; Diario dello Stocchi; Biblioteca Palatina di Parma, Almanacchi di Corte dal 1832 al 1852; P. Bettoli, I nostri fasti musicali, 15; P.E. Ferrari, Gli spettacoli drammatico musicali, 1884, 132, 140, 172; G. Gasperini, Conservatorio di Parma, 56; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 274.

BARBERINI, vedi CAMPANINI BARBARA

BARBERINI DINA, vedi BARBORINI BRIGIDA

Parma 26 ottobre 1826-Terni 21 gennaio 1903
A quindici anni si iscrisse alla Giovine Italia e prese parte a tutte le campagne dell’indipendenza a partire dal 1848. Arrestato con Garibaldi a Sinalunga, fu segregato prima nella fortezza di Alessandria e poi a Caprera. Fu lui a cooperare sul Beccaccino alla fuga di Garibaldi dall’isola, eludendo la vigilanza della squadra italiana in crociera: mentre Garibaldi, condotto dallo Sgarallino, approdava a Livorno, il Barberini, vestito cogli abiti del generale, capelli e barba finta, fingeva di passeggiare sulle coste di Caprera. Si oppose poi a ogni perquisizione dell’ammiraglio e riuscì a tenere lontano ogni sospetto. Garibaldi gli regalò poi il Beccaccino. Nel 1870 combatté anche a Digione. Fu ferito sette volte. Rientrato in Italia, fu assunto come semplice operaio nella Regia Fabbrica d’armi in Terni, città dove poi fu eletto consigliere comunale.
FONTI E BIBL.: Archivio storico del risorgimento umbro, II, 195; G. Degli Azzi, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 100.

BARBERIO ADEODATO, vedi BARBIERI ADEODATO


Busseto 1611
Capitano dei fanti di Busseto, fu incaricato nel 1611 di tradurre in carcere Barbara Sanvitale.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 85.

BARBIER COSTANZA, vedi DRAGONELLI COSTANZA

Vaestano-Roma post 1573
Il de Turre nell’Elenco dei benefici fa cenno alla Plebs S. Michaelis Lisignani, della quale era investito D. Deodatus Barberius Romae commorans. Il Barbieri figura pure investito del Beneficium S. Nicolai extimatum libras quatordecim, in Traversetolo. Inoltre il Barbieri nel 1560 risulta tra i canonici parmensi per la prebenda di Palasone, con le seguenti indicazioni: D. Deodatus de Barberiis de Vaiero Romae commorans et D. Phebus eius nepos et adiutor cum futura successione et facultate residendi in absentia D. Dedodato: residet nunc D. Deodatus. Da una nota dell’Allodi si apprende che il 4 novembre 1564, tra i canonici assenti vi fu anche Adeodato Barberio Canonico della Prebenda di Palasone, che in qualità di Maestro della casa di Sua Santità dimorava in Roma. L’importanza che tale carica ebbe, specialmente in quei tempi, presso la Corte pontificia, dimostra come il Barbieri fosse senza dubbio persona dotata di non comuni virtù e tenuto in singolare considerazione. L’Allodi riporta: Ai 27 Gennaio 1573 Pietro vairo dei Barberii prese il possesso del suo canonicato pervenutogli per libera rassegna dello zio Adeodato Barberio. Il Barbieri morì in Roma, e venne sepolto nella chiesette di San Simone Eremita, ove una modesta lapide ricorda il suo nome.
FONTI E BIBL.: M. Martini, Archivio Capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1911, 128; A. Micheli, Valli cavalieri, 1915, 267-268; Gazzetta di Parma 5 agosto 1974, 11.

-Parma 27 gennaio 1826
Marchesa, vicepriora della Compagnia del Sant’Angelo Custode. Rinunciò per motivi di salute nel 1816.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 52.


Parma 1728
Figlio di Giuseppe. Fu notaio. Assieme al fratello Giuseppe fu creato nobile con privilegio del 1o luglio 1728 del duca Antonio Farnese.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice 1 1935, 291.


Parma 26 maggio 1896-Milano 23 giugno 1967
Artigiano del bulino, cantò nella Corale Euterpe. Un mecenate, l’industriale Riccardo Barilla, gli fece studiare canto, con Annibale Pizzarelli prima, poi con il tenore Giuseppe Borgatti, infine con Amilcare Zanella. Malgrado le grandi speranze che Borgatti riponeva in lui, la vera gloria non gli arrise mai. Nell’agosto 1926 cantò in un concerto della scuola di Borgatti al Teatro di Colorno e vi ritornò a settembre sotto la direzione di Renzo Martini, come Turiddu nella Cavalleria, che riprese al Teatro Reinach di Parma, teatro dove ritornò ancora nella stessa opera nella primavera seguente. Il 26 marzo 1927, assieme a Borgatti, prese parte a un concerto nella grande sala del Liceo musicale di Bologna. Nell’ottobre 1927 fu al Teatro Dal Verme di Milano nell’Isabeau, poi fu ad Asti e nell’aprile 1928 ebbe successo in Aida e nel Trovatore al Teatro Miramare di Tripoli. Il 16 novembre il suo maestro Amilcare Zanella  lo volle con sé in uno dei primi concerti radiofonici che dirigeva e subito dopo fu a Pisa in Cavalleria. Nella stagione 1928-1929 al Teatro Regio di Parma ci fu una ecatombe di Radames: caddero uno dopo l’altro Giuseppe Radaelli, Antonio Trantoul e Francesco Merli. Per le ultime due recite del 9 e 11 febbraio di Aida al Teatro Regio cantò il Barbieri.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 18; Cronologie Teatri Municipale Reggio Emilia e Regio Parma; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 7 febbraio 1982, 3; G.N. Vetro, Dizionaúrio, 1998.

BARBIERI AURELIO
Parma 1593/1618
Servì col grado di capitano nella milizia ducale di Parma nel 1593.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 maggio 1996, 5.

BARBIERI AURELIO
Parma XVII secolo
Scultore operante nel XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiani, V, 44 e VI, 23.


Vigatto 3 agosto 1908-Todi 4 novembre 1943
Figlio di Ferdinando. Capitano di fanteria di complemento, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare per gli atti di valore in guerra, con la seguente motivazione: Organizzatore e animatore della lotta partigiana della sua regione, caduto in mani nemiche, lungamente e barbaramente interrogato, manteneva contegno fiero ed esemplare, facendosi uccidere piuttosto che rivelare cosa alcuna che potesse compromettere i patrioti da lui dipendenti (Bollettino Ufficiale 1953, Dispensa 16a, pag. 1700). Il Barbieri fu fucilato.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 75; Caduti Resistenza, 1970, 64; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 48.


Parma 9 gennaio 1705 -post 1761
Orefice, figlio di Stefano e Maria Bianca Rosati. È l’autore di un Ostensorio in argento sbalzato, cesellato e dorato a vermeil, di cm 68x35x16,5 (Soragna, chiesa di San Giacomo). Lo squisito oggetto venne pagato il 14 maggio 1746 al Barbieri 900 lire per argento, oro, vetri e custodia, al lordo delle 649 lire di argento fornito dalla Compagnia del Santissimo Sacramento committente dell’opera. Sulla base mistilinea è infatti incisa la data 1746 e il punzone del Barbieri rappresentato da un cavallino in corsa. Le due facce schiacciate sono decorate da cartelle e volute riempite da palmette e frappine. Sulle sporgenze si trovano due testine di cherubini in altorilievo. Altre due applicate sottolineano anche il nodo ovaloide soprastante, pure esso decorato dai motivi della base, in gusto barocchetto. L’innesto con la raggiera è frastagliato da fogliette piatte e ritagliate. Della medesima tecnica è anche la raggiera dorata, al centro composta da un cerchio di nuvole punteggiate da sei teste di cherubini. L’elegante opera è perfettamente in sintonia con lo stile dell’epoca. Per le stesse sopraccennate caratteristiche si può attribuire al Barbieri pure l’ostensorio della Parrocchiale di Diolo. L’attività parmense del Barbieri inoltre viene ricordata nella chiesa della Steccata di Parma, dove nel 1754 fece i capitelli d’argento dell’altare maggiore e altre cose, percependo 7346 lire, mentre nel 1758 fornì dodici candelieri e un’asta d’argento e nel 1761 restaurò il corredo d’argenteria liturgica (L. Testi, 1922, pp. 103, 223, 245, 246). Fu attivo anche nel Duomo di Parma, per l’altare di San Bernardo. Il Barbieri prima lavorò assieme al padre, poi ne ereditò la bottega, posta nel piazzale della Steccata a Parma.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 43; G. Godi, Soragna: l’arte dal XIV al XIX secolo, 1975, 157; A. Mordacci, Argenti e argentieri, 1997, XXII.

Parma 20 agosto 1810-Castelgandolfo 18 luglio 1896
Discendente dell’antica famiglia dei Barbieri di Vairo, tra le più illustri delle Valli dei Cavalieri, nacque dal notaio Giovan Battista e da Maria Piazza Allodi. All’età di undici anni perse sia il padre che la madre e, con i fratelli, venne affidato alla tutela dello zio paterno Vincenzo Maria Barbieri. Questi ottenne dalla duchessa Maria Luigia d’Austria che il nipote venisse accolto al Collegio Lalatta di Parma quale alunno ducale. Terminata la prima fase della sua educazione, coerentemente con la tradizione di famiglia poté finalmente dedicarsi allo studio del diritto, iniziando prestissimo la carriera forense quale allievo del pontremolese avvocato Antonio Marchi, che si era stabilito a Parma dopo la caduta del primo impero napoleonico. Tutto questo non gli impedì, ad appena ventun’anni, di prendere parte ai moti del 1831 combattendo a Fiorenzuola d’Arda. Nel 1837, mentre già figurava tra i causidici esercenti presso i Tribunali dello Stato, iniziò i suoi studi di confronto dei codici parmensi con quelli degli altri stati. In ottimi rapporti con gli uomini politici più illustri dei Ducati, fu amico di Maestri, Gioja, Bertani, Godi, Jacopo Sanvitale e del vescovo Vitale Loschi. Di grande cultura, fu anche dotato di una buona vena poetica che gli rendeva facile il verseggiare: si conservano centinaia di sue composizioni poetiche, gran parte delle quali indirizzate ad amici, con i quali intratteneva corrispondenza in versi. Fu appassionato musicista e buon suonatore di flauto. Amico e protettore dello Scaramuzza, ottenne che questi gli affrescasse la villa I Gavozzi che possedeva nel teritorio di Noceto di Parma, dove amava rifugiarsi con allegre comitive di amici. Ebbe moltissimi incarichi pubblici nei quali si distinse per assennatezza e per criterio. Alla morte della duchessa Maria Luigia d’Austria, fu tra i cittadini notabili aggregati al Consiglio comunale e, con il barone Ferdinando Bolla, venne designato quale membro del Comitato di Sicurezza pubblica (1859). Fu consigliere comunale e membro della Deputazione provinciale, presidente del Consiglio del Collegio dei procuratori, membro della Commissione per il Teatro Regio di Parma nella stagione di Carnevale 1889-1890 e consigliere d’amministrazione degli Ospizi civili. Alla caduta del Ducato, fu tra i sessanta cittadini che ressero Parma fino all’annessione al Regno d’Italia. In tarda età fu inoltre presidente del Monte di Pietà di Parma, direttore dell’Ospizio di Belle Arti e consigliere del Comune di Noceto.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 78; J. Bocchialini, in Aurea Parma 2 1924, 85; Dietro il sipario, 1986, 266; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 168.

Parma 17 novembre 1818-Parma 22 novembre 1888
Figlio di Carlo, e quindi nipote di Vincenzo Maria, non seguì la tradizione di famiglia che lo avrebbe voluto leguleio e si dedicò invece alla pittura. Fu allievo di Giambattista Borghesi, dal quale apprese il gusto per il Neoclassicismo. Nel 1842 si aggiudicò il premio dell’Accademia di Belle Arti di Parma con il quadro L’incredulità di San Tommaso (conservato presso l’ambasciata italiana di Amsterdam). Furono senz’altro i pregi intrinseci del saggio premiato dagli accademici parmensi a indurre la direzione dell’Accademia di Belle Arti ad accordare al Barbieri un pensionato artistico in Roma. Giovanni Copertini scrive: desideroso di rinnovarsi al contatto della grande arte del Rinascimento, Enrico Barbieri guardò con particolare interesse a Raffaello e soprattutto alla Stanza della Segnatura in Vaticano. Fanno infatti fede della sua profonda ammirazione per questo artista le due belle e armoniose copie parziali della Disputa del Sacramento e della Scuola d’Atene, esistenti nei locali dell’Academia di Belle Arti di Parma. Dopo il suo ritorno a Parma, dal 1845 al 1847 la duchessa Maria Luigia d’Austria gli commissionò diversi quadri da collocare in varie chiese del Ducato quali Santa Liberata Vergine per la chiesa di Valdena, San Martino per quella di Fontanelle, e Sant’Ilario per quella di Fognano. È di questo periodo la sua nomina a professore consigliere con voto dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Nel 1854, aderendo all’iniziativa della Società d’Incoraggiamento, espose a Parma Milton che detta il Paradiso perduto alle figlie, mentre l’anno seguente presentò, prima a Piacenza e poi a Parma, lo Studio del pittore, sorteggiato al Comune di Parma, e una Carità, sorteggiata ad Antonio Costerbosa Lalatta. Indi nel 1857 fu ancora a Piacenza con Luisa Strozzi difesa da Michelangelo dalle insidie di Alessandro de’ Medici, vinto dal Comune di Vicomarino, mentre l’anno dopo espose a Parma Gesù Cristo consolatore, e ancora nel 1863, sempre a Parma, il Coscritto veneto strappato alla famiglia, La distrazione e Il pensiero dominante. Nel 1870 partecipò alla prima mostra nazionale di Parma con Una confidenza, che è forse identificabile con l’omonimo tema poi di proprietà degli eredi. Nel 1860 era stato nominato ispettore delle Gallerie in Accademia e nel 1882 entrò in servizio permanente presso l’Accademia stessa come membro del Collegio e della Commissione conservatrice.
FONTI E BIBL.: ms. Quadri mandati; C. Malaspina, 7 giugno 1845, 187; Il Giardiniere, 23 maggio 1846, 78; G. Negri, 1851, 23; G. Negri, 1852, 64, 65, 66; Gazzetta di Parma 20 febbraio 1854, 165, 31 maggio, 17 e 27 luglio 1855, 494, 648, 649, 683, 18 agosto, 6 e 8 ottobre 1857, 737, 901, 945; X., in l’Annotatore, 1857, 130; F.G., in Gazzetta di Parma 1858, 841, 854; Esposizione delle opere di Belle Arti, settembre 1858, n. 84, 6; P. Martini, 1858, 44; P. Martini, 1862, 35; Gazzetta di Parma 10, 11, 13 luglio 1863, 612, 615, 620; Atti delle Regie Emiliane Accademie, 1867, 6; Catalogo delle opere esposte, 1870, III, n. 960, 64; P. Martini, 1873, 36; L. Pigorini, 1879, 13; L., in Gazzetta di Parma 1888; B.L.F., in Gazzetta di Parma 1888; C. Ricci, 1896, 170, 264; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IX, 30; S. Lottici, in U. Thieme-F. Becker, 1908, II, 475; Inventario ms. Istituto Paolo Toschi, I, nn. 1656-1657; A. Corna, 1930, 36; G. Allegri Tassoni, 1952, 49; E. Bénézit, 1955, I, 392; G. Copertini, 24 novembre 1967, 6; G. Copertini, 1968; G. Copertini-G. Allegri Tassoni, 1971, 50; G. Copertini, Pittori parmensi dell’Ottocento, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 168; P. Ceschi, in Dizionario Bolaffi pittori, I, 1972, 337; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 176; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 44; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 246; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 22 dicembre 1997, 5.

BARBIERI FERDINANDO
Gaione 1799-
Figlio di Antonio. Per gli importanti incarichi diligentemente ricoperti nell’amministrazione ducale, da Carlo di Borbone venne nominato Cavaliere di San Lodovico.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 maggio 1996, 5.

BARBIERI FERDINANDO
-Parma 16 marzo 1900
Prese parte a tutte le battaglie per l’indipendenza Italiana e alla lotta contro il brigantaggio.
FONTI E BIBL.: Cenno necrologico, in Gazzetta di Parma 20 marzo 1900, n. 78; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 398.

Parma 1691/1740
Stuccatore e scultore, fu allievo di Luca Reti. Compose verso il 1691, su disegno di Mauro Oddi, le statue della facciata di Santa Lucia. Nel vestibolo della Chiesa dell’Annunziata plasmò in stucco il pomposo mistero dell’Annunciazione di Maria Vergine.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 43; M. Pellegri, Boudard statuario, 1976, 27 e 30.

BARBIERI GIAN BATTISTA, vedi BARBIERI GIOVANNI BATTISTA

BARBIERI GIAN DOMENICO o GIOVAN DOMENICO, vedi BARBIERI GIOVANNI DOMENICO

BARBIERI GIOVANNI BATTISTA
Correggio ante 1540-Parma post 1584
Attivo come scultore nella seconda metà del secolo XVI, nacque a Correggio, ove il padre Pellegrino esercitava il commercio di droghe e medicinali, e in patria dovette compiere i primi studi. Passato a Parma, entrò in familiarità con il Parmigianino, con il quale sembra collaborasse, preparando i modelli in gesso e in creta. Il Parmigianino, morendo nel 1540, lasciò eredi tre allievi che l’avevano seguito nell’esilio di Casalmaggiore: tra essi Io. Franciscum de Barberiis f.q. Peregrini. È quasi certo che quest’ultimo fosse il Barbieri: in un rogito del 19 settembre 1544, che riguarda i rapporti tra gli eredi del Parmigianino e la chiesa della Steccata di Parma, il suo nome, infatti, è ripetuto nella forma corretta. Meno certa è invece l’dentificazione del Barbieri con quel Messer Battista da Parma, suo creato, scultore eccellente, che difese il Parmigianino dalla taccia di praticare l’alchimia, come ricorda il Dolce. Il 20 gennaio 1568 la Compagnia della Steccata incaricò il Barbieri di eseguire il sepolcro marmoreo del conte Guido da Correggio, che aveva lasciato quella chiesa erede delle sue sostanze. I lavori procedettero sino al 1570 e il compenso fu di 325 scudi d’oro. Il monumento (cappella dei Santi Ilario e Giovanni Evangelista) è senza dubbio l’opera più brillante del Barbieri, che immaginò la maestosa figura di Guido da Correggio in piedi sul sarcofago, incorniciata da una classica edicola in marmo rosso di Verona. Il Barbieri declina in termini padani una cultura di lontana origine michelangiolesca, con risultati affini a quelli di Prospero Clementi a Reggio. Il ricordo del gusto artistico parmense è però avvertibile nella pacata dolcezza del modellato che, nel volto spirante, riflette in qualche misura il gusto del Correggio. Del 1573 sono alcuni pagamenti per un’acquasantiera scolpita per il Duomo di Parma. Nel 1576 il Barbieri eseguì il monumento sepolcrale di Sforza Sforza, conte di Santa Fiora, morto nel 1575. Il mausoleo, comprendente la figura dello Sforza in armi genuflesso sul sarcofago affiancato dalle statue della Fortezza e della Temperanza, venne conservato in origine nella chiesa dei francescani di Castell’Arquato e fu poi ricomposto nel Museo della Collegiata. L’ultima opera documentata del Barbieri è l’altare di Sant’Agapito, nella cripta del Duomo di Parma (1564-1578, compensi per 175 scudi d’oro) con la figura del santo che sormonta l’urna. Il Barbieri morì presumibilmente a Parma dopo il 1584, ultimo anno in cui è ricordato (Testi) come scultore.
FONTI E BIBL.: L. Dolce, Dialogo della Pittura, Venezia, 1557, in Trattati d’arte del Cinquecento, a cura di P. Barocchi, Bari, 1960, 199; I. Affò, Vita del graziosissimo pittore Francesco Mazzola detto il Parmigianino, Parma, 1784, 105; Parma, Biblioteca Palatina, I. Affò, Notizie intorno agli artisti parmigiani, ms. 1599, cc. 34-35; N. Ratti, Della Famiglia Sforza, Roma, 1794, I, 260, 275; I. Affò, Il Parmigiano servitor di piazza, Parma, 1796, 169; L. Pungileoni, Memorie storiche di Antonio Allegri, I, Parma, 1817, 177 s., e II, 1818, 206-209; P. Zani, Enciclopedia metodica delle belle arti, I, 3, Parma, 1820, 70, 289; M. Gualandi, Memorie originali italiane riguardanti le Belle Arti, V, Bologna, 1844, 121-126; Q. Bigi, Notizie di Antonio Allegri, in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province Modenesi e Parmensi, VI, 1872, 399-401; Parma, Museo Nazionale di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 103, IV, cc. 61-62; L. Testi, Santa Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 84, 90, 218; G. Copertini, Il Parmigianino, Parma, 1932, I, 174, 193, 194, e II, 124; L. Testi, La cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 114; A.O. Quintavalle, Il Parmigianino, Milano, 1948, 162, 169, 186; F. Bologna, Ritrovamento di due tele del Correggio, in Paragone VIII 1957, n. 91, 9-25; Parma, Sovrintendenza, A.C. Quintavalle, Catalogo degli oggetti d’arte della provincia di Piacenza, 1959, schede ms.; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 476; Enciclopedia Italiana, VI, 145; S. Zamboni, in Dizionario biografico dei Italiani, VI, 1964, 221.

BARBIERI GIOVANNI BATTISTA
-Vigheffio o Costamezzana 1821
Notaio, fu eminente letterato e uomo di grande cultura, in corrispondenza col Pezzana e legato da grande amicizia all’abate Michele Colombo. Nel 1810 fondò il gabinetto letterario di Parma, che successivamente il conte Filippo Linati trasformò nella Società di Lettura e Conversazione. Sposò Maria Allodi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 maggio 1996, 5.

Parma ante 1708-post 1742
Fu pittore, architetto e scenografo, attivo soprattutto a Parma, Milano, Bologna e Torino, quasi sempre in collaborazione con G.B. Medici. Allievo di Ferdinando Galli Bibiena, è a sua volta presunto maestro del Galliari. A Bologna per il Teatro Malvezzi, in collaborazione col Medici, eseguì le scene per Il più fedel tra i vassalli di vari autori (1710), per il Tito Manlio di anonimo, per l’Oronta di G. Orlandini (1724), per La verità nell’inganno di A. Caldara (1726) e per l’Antigone di anonimo (1732). A Milano nel 1717 ricostruì il Regio Ducal Teatro, distrutto da un incendio nel 1708, e a esso, sempre in collaborazione col Medici, fornì le scene dal 1722 al 1727, per le opere che si rappresentavano regolarmente tre volte all’anno, in gennaio, il 28 agosto e il 26 dicembre, e poi ancora dal gennaio del 1729 al dicembre del 1733 e dall’agosto del 1735 al dicembre del 1738. A Torino lavorò come scenografo nel 1726.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia dello spettacolo, II, Roma, 1954, Storia di Milano, XII, Milano, 1959; M. Viale Ferrero, La scenografia del Settecento e i fratelli Galliari, Torino, 1963; U. Thieme-F. Becker; Collezione di libretti della Marucelliana; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane; C. Ricci, I Teatri di Bologna, Bologna, 1888; A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 43; Enciclopedia spettacolo, I, 1954, 1479; D. Lenzi, in Dizionario enciclopedico pittori e incisori, 1990, I, 337-338.

BARBIERI GIOVANNI FRANCESCO, vedi BARBIERI GIOVANNI BATTISTA

Parma 1664
Attore, che recitò nelle parti di secondo zanni col nome di Volpino. È ricordato tra gli attori proposti da Fabrizio nel 1664 per la formazione di una compagnia al servizio dei Farnese, duchi di Parma.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia spettacolo, I, 1954, 1479.

BARBIERI GIUSEPPE
Parma 1728
Notaio, fu creato nobile con privilegio del 1o luglio 1728 dal duca Antonio Farnese. Era fratello di Antonio.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare. Appendice 1, 1935, 291.

BARBIERI GIUSEPPE
Parma 14 novembre 1908-Parma 1 settembre 1944
Dopo orribile sevizie, fu trucidato per rappresaglia in piazza Garibaldi a Parma assieme ad altri sei patrioti parmensi detenuti nelle carceri di San Francesco, in Cittadella e nelle celle della caserma della Brigata Nera, all’inizio di strada Cavestro. Del Baribieri, che ebbe grande amore per gli studi, tramanda il ricordo il foglio ufficiale La Toga del 21 dicembre 1947, pubblicato in occasione dell’avvenuto scoprimento di una lapide nell’atrio del Palazzo di Giustizia di Parma. L’inaugurazione avvenne, in presenza del Capo dello Stato, per onorare, insieme al Barbieri, gli altri due avvocati del Foro parmense, Arnaldo Canali e Augusto Olivieri, morti anch’essi per la libertà. Negli anni più duri della lotta clandestina, il Barbieri venne a stretto contatto con i principali cospiratori del movimento antifascista parmense, in particolare con Bruno Longhi, l’avvocato Lanfranco Fava, Giordano Cavestro e Brunetto Ferrari.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, III, 1990, 90.

Valli dei Cavalieri 1563
Dottore, nel 1563 ottenne la nomina a Podestà delle Valli dei Cavalieri.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 maggio 1996, 5.

Parma 1 novembre 1857-post 1909
Studiò canto (baritono) alla Regia Scuola di musica di Parma dal 1876 al 1878. Chiamato alle armi, dovette abbandonare gli studi. Congedato, riprese a studiare privatamente. Nel 1888 Dacci scrisse che cantò in qualche teatro con buon esito. Successivamente lavorò a Parma al Teatro Regio (dal 1889 al 1904) e al Teatro Reinach (dal 1889 fino al 1909), al Brunetti di Bologna (Roderigo nell’Otello, aprile 1895) e al Teatro Lirico Internazionale di Milano (in Lakmè e nella parte di Tonio nei Pagliacci).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Parma 12 maggio 1827-Parma 21 dicembre 1899
Alla scuola dei Gesuiti compì gli studi del ginnasio e liceo e all’età di ventitré anni passò alla Biblioteca Palatina di Parma come apprendista. Il Barbieri che ebbe il titolo di abate, il 25 luglio 1866 conseguì l’ufficio di segretario e dieci anni dopo quello di vice bibliotecario. Nel 1883 venne promosso bibliotecario della Biblioteca Nazionale di Firenze, rimanendo a Parma. Infine nel 1886 ebbe la carica di bibliotecario della Biblioteca Estense di Modena. Fu anche membro della Commissione per i testi di lingua. Dimostrò tanto amore per la storia che il Pezzana, il quale scriveva allora la continuazione della Storia di Parma, lo prese come aiutante. Bibliografo insigne e paleografo, fu ferrato su qualunque questione teologica, filosofica, letteraria, scientifica, artistica. La fama del suo sapere gli procurò richieste di informazioni da illustri letterati d’ogni paese. Fu socio di varie accademie italiane e straniere, socio e segretario attivissimo della Regia Deputazione di Storia Patria di Parma, di cui egli e il Ronchini possono considerarsi fondatori e precursori. Delle molte comunicazioni da lui fatte alla Deputazione di Storia Patria, vanno ricordate quella sulle quattro epigrafi disegnate a lettere gotiche intorno a una Pietà scoperta nel Battistero di Parma nel 1861, la spiegazione della scultura simbolica che adorna la porta ovest del Battistero, le notizie intorno all’antica torre del Comune di Parma, l’illustrazione dei bassorilievi della Chiesa di Fornovo, della vasca battesimale di Vicofertile, della vasca battesimale e di un capitello del Duomo di Borgo San Donnino, le osservazioni e rettificazioni a più brani della Cronaca dell’Agazzari, i cenni su Federico Prati e i suoi epigrammi, l’uno in lode di Vittoria Colonna, l’altro contro Carlo V. In varie sedute il Barbieri diede notizie sull’origine di molte voci del dialetto parmigiano, lasciando poi inedite un completo elenco delle voci dello stesso, oltre molte note grammaticali. Le sue opere più conosciute sono: I Parmigiani Cardinali della Chiesa Romana, Cronica parmensia a secolo XI ad exitum secolo XIV, e l’Ordinarium Ecclesiae Parmensis, da lui corredato di note preziose. Gli studi storici non lo distolsero dagli studi puramente letterari. Alberto Del Prato, commemorandolo, affermò d’avere trovato nei suoi manoscritti molte chiose e riscontri a proposito dei passi più difficili della Divina Commedia. Ma l’opera letteraria del Barbieri riguardò principalmente la pubblicazione e l’illustrazione di opere volgari dei migliori secoli della lingua italiana. A lui si deve l’edizione della Storia d’Europa del Giambullari, con note, indice e glossario, le pubblicazioni anonime Rhytmi et carmina in honorem Mariae Virginis immaculatae, l’articolo Persio e il suo Prologo. Alla produzione letteraria del Barbieri sono ancora da riferire numerose epigrafi, delle quali solo cinquanta egli trascrisse in forma definitiva. Si addentrò pure nella questione dell’attribuzione della Imitazione di Cristo, e dimostrò che il Gersen neppure era esistito, e che il Kempis e gli altri fino ad allora proposti non potevano esserne gli autori, mentre egli ritenne che fosse o un domenicano o un francescano del secolo XIII. Molte opere il Barbieri lasciò inedite, e altre pubblicò anonime. I suoi manoscritti e libri furono venduti dopo la sua morte: parte ne fu acquistata da Alberto Del Prato per la propria raccolta di cose parmigiane; pochi manoscritti, di argomento non parmigiano, furono poi dal Del Prato ceduti alla Biblioteca Palatina di Parma, la quale conserva anche parte del suo carteggio.
FONTI E BIBL.: A. Del Prato, Commemorazione del segretario Luigi Barbieri, in Archivio Storico per le Provincie Parmensi VIII 1899-1900, 137-158, e in estratto, Parma, 1904, 26 pp.; G. Nisard, prefazione alla Correspondance inédite du conte de Caylus avec le père Paciaudi, Paris, 1877, I, CI-CII; Manoscritti di Luigi Barbieri presso A. Del Prato, in A. Sorbelli, Inventari dei manoscritti delle Biblioteche d’Italia, XIV, 1909, 125, cfr. n. 1; A. Pariset, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri e benemeriti, Parma, 1905, 4-6; per le Lettere del Barbieri a Francesco Selmi: G. Canevazzi, Francesco Selmi, patriotta, letterato, scienziato, Modena, 1903, 111-120; G. Canevazzi, Per la fortuna di Dante a Modena, 1921, Modena, 1921, 159 seg.; Atti e memorie della Deputazione Modenese di Storia Patria, 7a, I; C. Frati, Bibliotecari, 1934, 51. Il Barbieri collaborò alle seguenti pubblicazioni di P. Del Prato: Trattati di Mascalcia attribuiti a Ippocrate, tradotti dall’arabo in latino da maestro Moisè da Palermo, volgarizzati nel secolo XIII, messi in luce per conto di Pietro Delprato, corredati di due posteriori compilazioni in latino e in toscano e di note filologiche per cura di Luigi Barbieri, Bologna, G. Romagnoli, 1865, CXXIX-300 pp. (Collezione di opere inedite o rare); La Mascalcia di Lorenzo Rusio, volgarizzamento del secolo XIV, messo per la prima volta in luce da P. Delprato, aggiuntovi il testo latino per cura di Luigi Barbieri, Bologna, G. Romagnoli, 1867, VIII-447 pp. (Collezione di opere inedite o rare).

Parma seconda metà del XVI secolo
Pittore operante nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 47.

Traversetolo 13 gennaio 1699-Guastalla 27 gennaio 1763
Frate cappuccino, fu predicatore, guardiano e maestro dei novizi. Ebbe la vestizione a Guastalla il 2 marzo 1720, e un anno dopo, sempre a Guastalla, fece la professione di fede.
FONTI E BIBL.: Memorie Convento Guastalla, 120; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 93.

Parma 1484
Cartaio. Nell’anno 1484 acquistò gli utensili da cartaro da Antonio Martinazzi per 90 lire imperiali. L’acquisto fu fatto in società con Andrea Quinzani.
FONTI E BIBL.: Al Pont ad Mez 1996, 61.


Sala Baganza 14 agosto 1925-Corniglio 22 novembre 1944
Nato da Oreste e da Maria Cavatorta. Presto si trasferì con la famiglia a Ozzano Taro dove giovanissimo lavorò come operaio meccanico presso lo stabilimento Carlo Erba. Nella primavera del 1944 fu tra i primi a entrare nelle Squadre di Azione Patriottica, addette ai colpi di mano, al sabotaggio e alla propaganda. Nell’ottobre, sia perché ormai troppo compromesso, sia per sfuggire al reclutamento della Repubblica Sociale Italiana, salì in montagna ed entrò, col nome di Taras, nella 12a Brigata Garibaldi, schierata tra la Val Parma e la Val Baganza. Durante il rastrellamento iniziato il 20 novembre venne catturato con tre compagni mentre era in servizio di guardia presso un campo di lancio. Portato a Corniglio, venne fucilato dai Tedeschi il 22 novembre insieme a un altro partigiano. Il corpo fu sepolto nel cimitero di Ozzano. Il nome figura nella lapide posta nel 1956 a ricordo degli Ozzanesi caduti nella seconda guerra mondiale.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino e loro frazioni, Parma, 1961, 116; Comitato Unitario Antifascista di Collecchio, 30° della lotta di Liberazione 1945-1975, Collecchio, 1975; Fortunato Nevicati. Una vita per la libertà, Collecchio, 1973; I caduti della Resistenza di Parma 1921-1945, Parma, 1970, 65; Parma partigiana. Albo d’oro dei caduti nella guerra di Liberazione 1943-1945, Parma, s.a., 64; Archivio dell’Istituto della Resistenza di Parma, sezione III, Biografie caduti: il Comune di Collecchio all’Istituto Storico della Resistenza di Parma, 25 ottobre 1966; Archivio Storico del Comune di Collecchio, b. 156, Elenco nominativo dei partigiani appartenenti al Comune di Collecchio, 10 ottobre 1947; Archivio Storico del Comune di Collecchio, b. 157, Estratto del Ruolino Caduti della Brigata 12a Garibaldi, 15 marzo 1946; Archivio Storico del Comune di Collecchio, b. 157, Elenco nominativo di tutti i militari e partigiani sepolti nei cimiteri del Comune di Collecchio, 18 maggio 1949; Anpi, Scheda personale e Ruolino 12a Brigata Garibaldi; La guerra a Collecchio, 1995, 243.


Massenzatico 1896-Parma 15 gennaio 1973
Fu allievo di Paolo Baratta e Giulio Ferrari nell’Accademia di Belle Arti di Parma dove si diplomò dal corso speciale di figura nel 1920. Espose il suo primo dipinto a Salsomaggiore, che gli fu acquistato da un raccoglitore egiziano. Si trasferì a Roma nel 1923 ove lavorò coi pittori Eugenio Cisterna, G. Battista Conti e Giulio Ferrari. Specializzatosi in decorazioni e figure, nel 1930 si recò a Reggio Calabria, dove affrescò interamente il Duomo, ricostruito dopo che un terremoto l’aveva completamente distrutto. In seguito ritornò a Parma e continuò il suo lavoro che gli diede sempre maggiori soddisfazioni. Dipinse anche quadri, molto apprezzati e quotati (alcune opere sono esposte al Quirinale, nella Galleria di Arte Moderna di Roma e nella Pinacoteca Stuard di Parma). Basando la sua tecnica su uno stile passatista-ottocentista (derivatogli in parte dalla scuola dei maestri Ferrari e Baratta), il Barbieri raggiunse meriti artistici riconosciutigli da valenti critici. Partecipò alla Nazionale d’Arte ex-Combattenti a Reggio Emilia, alla Nazionale della Fuci a Trieste, conseguendovi il quarto premio, al Premio Artistico Perpetuo a Parma, alla Interúnazionale d’Arte Sacra a Padova. Dipinse preferibilmente ritratti, nature morte e paesaggi. Per incarico della Soprintendenza ai monumenti di Bologna eseguì le decorazioni nella basilica romanica di Pieve di Guastalla. Decorò altre chiese nelle provincie di Parma (la pala di San Leonardo e gli affreschi delle chiese di Sorbolo e di Mezzani), Reggio Emilia e Cremona. Nel 1940 fu assunto nell’ufficio tecnico del Comune di Parma. Dalla fondazione (1953) fu direttore artistico della Galleria Camattini di Parma. Fece parte del direttivo dell’Associazione combattenti e del Comitato per l’arte (che fondò assieme al professor Copertini). Partecipò ad ambedue le guerre mondiali; nella prima fu decorato con medaglia di bronzo, nella seconda combatté col grado di capitano dell’esercito.
FONTI E BIBL.: H. Vollmer, Künstlerlex, I, 1953; Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 182; Gazzetta di Parma 16 gennaio 1973, 4; Aurea Parma 1 1973, 72; Pittori italiani dell’Ottocento, 1986, 70.

Parma 1679 c.-post 1760
Del Barbieri, orefice, sono documentati e tuttora conservati nella chiesa della Steccata in Parma uno splendido sportello, eseguito nel 1721, per il tabernacolo dell’altare di San Giorgio e successivamente montato su quello dell’altare maggiore (dettagliatamente descritto nell’Inventario del 1725, esso reca la figura a sbalzo della Fede con ai piedi il pellicano che nutre i piccoli) e i cinque rosoni in rame dorato sugli archi di accesso al Coro dei Cavalieri, realizzati nel 1728 (AOCSG, serie IX, busta 7, fasc. 1; e Libro delle Ordinazioni n. 45, p. 272 r.). Mai menzionato nelle carte relative all’Arte degli Orafi e documentato solo in Steccata e per importanti incarichi negli anni 1722-1731 da parte dei gesuiti di Borgo San Donnino, il Barbieri fu artigiano di indubbio valore, rivelando nei suoi lavori una grande raffinatezza di modi insieme a un’altissima perizia tecnica. Gli elementi vegetali delle urne sono assai simili per disegno e trattazione a quelli del pastorale di Michele Cruer e i riscontri sono tali da rendere plausibile l’ipotesi di un intervento diretto in quel pezzo dello stesso Barbieri, che i documenti peraltro presentano come compagno di Cruer.
FONTI E BIBL.: Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio di Parma, Libro delle Ordinazioni n. 44, 103v, 174r, 235r, 274r; Archivio dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio di Parma, IX, busta 7, fascicoli 2, 3, 4, 5, 6, 10; Archivio Steccata, Mandati di pagamento, 1722, 1723, 1724 e 1725; L. Testi, 1922, 89-90, 240; A. Santangelo, 1934, 77; L. Fornari Schianchi, 1979, 450; Per uso del santificare, 1991, 70; A. Mordacci, Argenti e argentieri, 1997, XXI-XXII.

BARBIERI TOMASO, vedi BARBIERI LEONIDA e BARBIERI TOMMASO

Parma 13 luglio 1890-Parma 1 febbraio 1944
Figlio di un ex garibaldino, direttore del cimitero comunale della Villetta di Parma. Fin da giovane lavorò nel campo delle macchine per l’industria molitoria e pastaria, iniziando l’attività nell’officina Cugini e Mistrali di via Bixio, a Parma. Dopo aver gestito con un socio, Palmia, la vecchia officina meccanica di via Volturno, verso il 1924 il Barbieri si mise in proprio, rilevando lo stabile della ex Cugini. La brillante disposizione per la meccanica industriale lo mise presto in luce anche all’estero. Detenne importanti brevetti e le sue maestranze giunsero a sfiorare le 170 unità. Quando i fratelli Mario e Giuseppe Braibanti idearono e brevettarono la prima macchina automatica per la produzione di pasta alimentare, ne affidarono la costruzione al Barbieri. Negli anni Trenta la pasta alimentare veniva prodotta su scala artigianale in tre fasi di lavorazione con tre diverse macchine: impastatrice, gramola e torchio. L’invenzione di una macchina automatica che includeva in una lavorazione unica le tre fasi produsse enorme scalpore. Arrivarono ordinazioni da tutto il mondo: America Latina, Africa, Europa, Stati Uniti Giappone e tanti altri paesi. Venti meccanici montatori delle Officine Barbieri si spostavano nelle varie nazioni per il montaggio delle attrezzature e per insegnare a produrre la pasta. Anche in Unione Sovietica furono mandate due grandi macchine capaci di una produzione oraria di 400 kg di pasta. Natuúralmente, la presenza di due grandi pastifici in Parma (Barilla e Braibanti) presso i quali erano installate queste presse automatiche, permisero di tenere sotto controllo il rendimento, l’efficienza e la durata delle stesse, apportando le necessarie modifiche ai piani costruttivi. Andò quindi formandosi presso l’azienda (che nel frattempo il Barbieri aveva totalmente trasformato, facendo costruire nel 1938 i nuovi capannoni e il fabbricato) una validissima équipe di meccanici e tecnici specializzati. Le macchine e gli impianti per grandi pastifici venivano costruite totalmente nell’azienda, senza ricorrere al mercato esterno. La scuola di specializzazione, voluta dal Barbieri, collocata al piano superiore della fabbrica, consentì a giovani apprendisti di acquisire nozioni di matematica, disegno e tecnologia usufruendo dei libri di testo preparati dalle Officine Reggiane a uso dello studente operaio. Di fede socialista, il Barbieri non si preoccupò di mascherare la propria avversione al regime fascista, e la sua officina agli occhi delle autorità assurse al ruolo di covo sovversivo. In effetti, il Barbieri vi accolse anche perseguitati dal fascismo, come Umberto Pagani, reduce dal confino, Gino e Marcello Zaccarini, Ennio Gorreri, Enrico Maluberti e altri. Alle 4 del mattino del 1° febbraio 1944, dopo l’attentato davanti al bar Centrale a Parma, il Barbieri venne prelevato dai fascisti: pochi minuti dopo tre colpi di pistola alla schiena lo freddarono all’inizio di via Caprera. Cadde al centro della strada, ove il corpo restò abbandonato per molte ore. Subito dopo la morte del Barbieri, un’importante formazione partigiana dell’Appennino parmense ne assunse il nome.
FONTI E BIBL.: T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 48-19; Gazzetta di Parma 30 gennaio 1994, 10, e 1 febbraio 1994, 9; G. Bertani, Quell'angolo di Via Bixio verso Porta San Francesco: storia di una strada e di un uomo, Parma, 2010.

Parma 31 gennaio 1776-Parma 9 maggio 1841
Nacque dal notaio Paolo, discendente da una delle più antiche famiglie della Valle dei Cavalieri, e da Brigida Costa. Come gli altri fratelli, nel rispetto di una tradizione plurisecolare, intraprese lo studio del diritto e diventò notaio a soli ventitré anni. A venticinque anni, poiché le leggi consentivano il simultaneo esercizio di entrambe le professioni, fu ascritto alla Corona dei Procuratori presso il Supremo Consiglio. La grande fama acquisita come professionista gli aprì ben presto la via dei pubblici incarichi nell’amministrazione dello stato. Così fu patrocinatore della Regia Economica delle Finanze, patrocinatore delle Dogane e procuratore legale della ferma-mista. Quindi, per decreto ministeriale, fu designato patrocinatore addetto al Tesoro di Francia per il Dipartimento del Taro (1810-1814). Fu procuratore del Comune di Parma e dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Per nomina sovrana, fu procuratore del Tesoro Ducale e dal 1831 tra i causidici dell’amministrazione del patrimonio dello Stato. Fu inoltre cancelliere dell’amministrazione dell’Ospeúdale Civile e, quando questo ente venne riunito ad altre istituzioni, ne venne nominato direttore generale. In questo incarico si rivelò dotato di grandi doti di organizzazione e di profonda avvedutezza facendo fronte alla eccezionalità dei problemi suscitati dall’epidemia di tifo. A seguito di ciò, per atto sovrano venne nominato consigliere onorario in seno alla Commissione amministrativa creata nel 1818 e conservatore dell’Ospedale Civile e dell’Ospizio delle Mendicanti. Per molti anni fu membro dell’Anzianato del Comune di Parma e, nel 1827, la duchessa Maria Luigia d’Austria lo elevò al rango di Consigliere ducale. Grande studioso di diritto, fu uomo di cultura, amante delle amene lettere. Ricevette in eredità dal padre la bella villa di Gaione e vasti possedimenti all’intorno. Fino a tarda età condusse in modo accorto le aziende agricole, occupandosene personalmente. Le sue esequie furono celebrate con gran pompa nella chiesa di Santo Stefano in Parma sulla cui porta venne posta un’epigrafe scritta da Amadio Ronchini. La Gazzetta di Parma del 5 giugno 1841 ricorda che alle esequie assisté il corpo intero de’ Signori Causidici, di cui il benemerito defunto era stato Capo più e più volte. Le sue spoglie mortali furono imbalsamate dal chiarissimo Signor cavaliere Giovanni Rossi Professore di Clinica Chirurgica col metodo di Tranchin, assistito dai Signori Dottori A. Barbugli e Dottor Carlo Cugini.
FONTI E BIBL.: A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 60.

BARBIERI FERRARINI PIETRO, vedi BARBIERI PIETRO

Parma 1811-Torino 25 settembre 1879
Corista del Teatro Regio di Parma, dette le dimissioni nel 1847. Si stabilì a Torino dove fece il maestro di canto.
FONTI E BIBL.: Berutto; Inventario, 1992, 258.

BARBISINA, vedi BARBISINI ANNA

Parma 1783/1788
Tabaccaia, protagonista e vittima di romantiche vicende nelle quali fu coinvolto anche il duca Ferdinando di Borbone.
FONTI E BIBL.: I. Stanga, Donne e uomini del Settecento parmense, Cremona, 1946, 39-55; M. Bocconi, La disavventura di un ministro: la più illustre vittima di Anna Barbisini, in Aurea Parma 33 1949, 13-24; I. Stanga, La Barbisina, in Dai ponti di Parma, Bologna, 1965, 170-171; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 79.

Tabiano 17 marzo 1862-Milano 26 dicembre 1932
Dotata di bellissima voce, fu consigliata da Verdi, cui giovinetta era stata presentata per un’audizione, di dedicarsi al canto. Diffiúcilúmente, però, per le disagiate condizioni di famiglia, avrebbe potuto compiere gli studi necessari se non si fosse imbattuta in una signora milanese, ospite a Tabiano per un periodo di cura, che rimase colpita dalle sue virtù canore. Sapute le aspirazioni della Barborini e gli ostacoli che vi si opponevano, volle prenderla sotto la propria protezione, conducendola con sé a Milano e riservandole un trattamento filiale. La Barborini serbò sempre vivo affetto e gratitudine per la sua benefattrice, grazie alla quale poté frequentare nella metropoli lombarda il Conservatorio di musica sino a conseguirvi lodevolmente il diploma di canto (studiò con Teresa Brambilla). Diciottenne, debuttò a Novara nel Faust di Gounod e il successo conseguito le permise di iniziare una brillante carriera con un repertorio eclettico, sebbene non vasto, comprendente, oltre al Faust, il Tannhäuser di Wagner, il Trovatore e l’Aida di Verdi, L’Ebrea di Halévy, l’Africana di Meyerbeer, Gioconda di Ponchielli, Cavalleria rusticana di Mascagni e Mefistofele di Boito, il quale la guidò personalmente nello studio di questo spartito. Nessuna altra cantante l’eguagliò come Elisabetta nel Tannhäuser che fu il suo cavallo di battaglia. La sua voce, ben timbrata, estesa, fresca, pastosa nelle note gravi, vellutata nelle medie, squillante nelle acute, era piena di fremiti e di vibrazioni. Seppe modularla con arte perfetta e con tale aisance e tanta spontaneità da apparire fresca anche dopo le fatiche richieste dalle più impegnative interpretazioni. Il segreto dell’arte della Barborini risiedette nella passionalità e nella cultura dello spirito. Le sue interpretazioni, interiori e sentite, creavano persone vive, anche perché ella si orientò verso quelle figure sceniche che aderivano perfettamente al suo temperamento, sottoponendole a uno studio minuzioso per renderle di fronte al pubblico rispondenti alla realtà, impersonandole nel carattere e nell’aspetto fisico e ponendone in rilievo ogni tratto. Gioconda, Margherita, Elisabetta, Santuzza, palpitavano non di un realismo superficiale, ma di un’umanità schietta e spontanea. Si produsse, sempre acclamatissima, a Milano, Genova (1895), Torino (1889-1890) e in altre città d’Italia, a Lisbona, Oporto, Madrid, Barcellona (1889), Rio de Janeiro, a Zagabria per tre anni, a Budapest per tre anni, a Pietroburgo, a Odessa (1890), a Mosca in occasione dell’incoronazione dello Zar, in Cecoslovacchia e a Montecarlo. I più celebri tenori suoi contemporanei l’ebbero loro partner: Tamagno, Lucignani, Grani, Galbiero, Garulli. Godette l’amicizia di insigni musicisti del suo tempo: Verdi, Mascagni, Gounod, Boito, Mayerbeer e Wagner. Fu pure un’eccezionale interprete di romanze da sala, che cantò nel corso di numerosi concerti in Italia e all’estero, facendosi apprezzare anche in questo campo per la squisita sensibilità artistica. Parma ebbe occasione di udirla al Teatro Reinach il 30 maggio 1910. Ebbe la sventura d’ammalarsi frequentemente, tanto che in più di un teatro dovette interrompere le scritture. Ritiratasi dalle scene, si stabilì a Milano, sua città di adozione. Fu sepolta in quel cimitero monumentale.
FONTI E BIBL.: Alcari; Faroldi; Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 59; B. Molossi, Dizioúnario biografico, 1957, 17; D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, 1961, 50-52; Gazzetta di Parma 4 febbraio 1980, 3; G.N. Vetro, Voci del Ducato, in Gazzetta di Parma 7 febbraio 1982, 3.

Parma 25 novembre 1833-Sorbolo 27 gennaio 1908
Nacque da Vincenzo e Annunziata Tardini. Combatté a lungo nelle file garibaldine. Si trasferì a Sorbolo il 19 giugno 1873, proveniente da Cortile San Martino. Sposò la contessa Teresa Gruppini, della nobile famiglia di Sorbolo.
FONTI E BIBL.: M. Clivio, Dal Risorgimento Nazionale alle conquiste sociali, 1984, 64.

Parma 1731 c.-post 1781
Fusore di campane, attivo nella seconda metà del XVIII secolo. Lo Scarabelli Zunti lo dice nato a Parma nel 1751, data certamente errata, in quanto nel 1763 allestì tre campane per la chiesa di San Basilide, poi nel 1764 una per il monastero del Carmine e nel 1766 due per la collegiata di San Vitale. Nel 1768 ne fuse una per la parrocchia di Marano e due per Soragna, mentre nel 1769 concorse assieme a Giuseppe Meloni alla gara per la fusione della campana maggiore del Duomo di Piacenza. Vinse, però, Felice Filiberti. Nel 1781 realizzò una grande campana per la chiesa dei padri Serviti e nel 1784 rifuse la campanella dell’Anzianato e quella del fuoco e delle armi (la quarta campana) sulla torre del Comune di Parma. Quella che si era rotta era opera del 1635 di Alessio Alessi.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 19; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.


Parma XIX secolo
Sposò il primo attore giovane comico Evaristo De Ogna. La Barborini, esordendo sulle scene, abbracciò il ruolo della servetta, ove riuscì discretamente. Ella ebbe parecchie figlie, che pure si diedero all’arte comica.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 3 giugno 1922, 4; Aurea Parma 1 1939, 29.

Parma 18 luglio 1746-Parma 27 febbraio 1816
Figlio di Domenico e Caterina Biendrati. Fonditore di campane in bronzo. I canonici del Duomo di Parma Vitale Loschi, Giovanni Biondi, Antonio Ghidini e Alessandro Magri, per accordare la campana la vecchia con l’armonia delle altre, curarono che fosse rifatta nell’anno 1806. Fu realizzata dal Barborini assieme al fratello Giuseppe, i quali prestarono la propria opera spontaneamente.
FONTI E BIBL.: G. Zarotti, Epigrafi della Cattedrale di Parma, 1988, 210.

Parma-post 1841
Scenografo. Nel maggio 1841 al Teatro Ducale di Parma la prima scena della Fausta di Donizetti rappresentante il Campidoglio di Roma venne espressamente dipinta dal signor G.B. Barborini di Parma (Stocchi, 40).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Parma 1757-Parma 1 luglio 1824
Figlio di Domenico. Nel 1806, col fratello Francesco, rifuse la campana la vecchia del Duomo di Parma.
FONTI E BIBL.: G. Zarotti, Epigrafi della Cattedrale di Parma, 1988, 210.

1774-Parma 9 settembre 1852
Nelle stagioni di Fiera del 1803 e del 1804 fu secondo oboe nell’orchestra del Teatro Comunale di Reggio Emilia, dove nella Fiera del 1811 suonò come primo fagotto. Nella riforma della Ducale Orchestra di Parma del 1816 per il posto di primo oboe in proprietà si vide preferire Gaetano Beccali.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Berceto 1841-Genova 1909
Si laureò in giurisprudenza nell’Ateneo di Parma, e in Parma dimorò fino al 1879. Indi fu a Roma e poi a Genova. Militò nel partito radicale antimonarchico progressista. Fu per vari anni consigliere assai battagliero del Comune di Parma, candidato alle elezioni politiche, sostenuto dal Mariotti. Fu inoltre collaboratore e, per qualche tempo, direttore del quotidiano democratico Il Presente, col quale sostenne lunghe, vigorose campagne giornalistiche in materia di pubblica amministrazione e di finanza pubblica. Fu autore di una pregevole monografia sull’agricoltura parmense pubblicata nell’anno 1880.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 17.

Berceto 1874-1954
Arciprete di San Vitale di Baganza. Fu cultore di studi storici.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 39.


San Lazzaro Parmense-Monte Vodice 20 maggio 1917
Caporale del Reggimento Alpini, fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Quale portaferiti, mentre non curante del pericolo, in una zona scoperta e intensamente battuta dal tiro avversario, prodigava generosamente le sue cure a un ferito, cadeva egli stesso colpito a morte.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 2a, 114; Decorati al valore, 1964, 69.

Rubiera 1902-1966
Fu parroco di Colorno e di San Sepolcro in Parma.
FONTI E BIBL.: F. Botti, Monsignor Edmondo Barchi, Parma, Battei, 1972, 93 pp.; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 79.


Collecchio 1903
Fu direttore didattico e maestro a Collecchio dal 1° aprile 1903. Insegnante capace e austero, lavorò a Collecchio per molti anni moralizzando la scuola locale che, nel periodo intermedio tra la rinuncia del maestro Baroni e l’insediamento del Bardella a direttore, aveva conosciuto un certo decadimento.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecúchiesi, in Gazzetta di Parma 4 aprile 1960, 3.

BARDI, vedi BORBONE PARMA ENRICO


Roma ante 1644-post 1696
Soprano, castrato, raccomandato dal Duca di Parma alla Compagnia della Steccata, venne ammesso tra i salariati il 17 giugno 1644, cessando di servire il 15 dicembre 1658. Ritornò alla Steccata il 1° maggio 1670, e fu anche tra i musici della Corte ducale. A Corte rimase fino al 1680 e alla Steccata fino al 30 aprile 1696. Prima di portarsi a Corte, il Bardi si fece conoscere cantando nel dramma L’inganno trionfato overo La Disperata Speranza dal Dottor Oratio Francesco Ruberti Parmiggiano recitato nella Rocca del Signor Conte di Sissa in un teatrino per le nozze del Signor Conte Mario Rezzi suo figlio e Signora Contessa Lucretia Scoffona L’anno 1673 e posto in musica dal Signor Francesco Maria Bazzani. In questo dramma il Bardi rappresentò la parte di Erbenia. Già musico servitore del Duca, cantò nel 1680 la parte di Rosilla, nutrice d’Elmira, sotto il nome di Mopso nel dramma Amalasunta in Italia. Il Bardi era solito cantare anche nel Duomo di Parma nelle feste più solenni.
FONTI E BIBL.: Archivio della Steccata, Mandati 1640-1644, 1643-1645, 1695-1698; Archivio della Fabbrica del Duomo 1644-1660; Ruoli farnesiani, 1683-1692, fol. 481, 1693-1701, fol. 330; L. Balestrieri, Feste e Spettacoli, 1909, 120, 122; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 95.

BARDI GALDINO, vedi LANDI GALDINO

Parma 1443
Pittore, ricordato quale teste in un atto notarile del 5 febbraio 1443: Actum parme in domibus Canonice ecclesie nostre parmensis et habitacionis et residencie nostre. Anno domini nostri Jesu Christi a Nativitate eiusdem Millesimo quadringentesimo quadragesimo tercio Inditione sexta die quinto Februarii. Pontificatus vero Sanctissimi in Christo patris et domini nostri Domini Eugenii divina providencia pape quarti. Anno duodecimo presentibus prefato domino Leonardo de Stadianis Vicario antedicto, et Alexandro filio Andree de Ramelis dicto de Bardilis pictore ambobus civibus parme testibus ydoneis ad predicta habitis vocatis et rogatis (Atti del notaio e cancellere vescovile Gherardo Mastagi nell’Archivio Notarile di Parma). Le parole de Ramelis dicto sono cancellate da un tratto di penna fatto forse dal notaio medesimo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 5.


Parma 1707/1717
Il 17 marzo 1707 fu nominato archivista dell’Archivio del Comune di Parma. Come d’obbligo, fece una parte d’inventario, che però l’Archivio non possiede. Essendo riuscito di gradimento al Duca, al quale il Bardini lo aveva sottoposto, ebbe in ricompensa l’aumento dello stipendio. Tale carica il Bardini occupò sino al 1717, anno in cui fu dispensato dal servizio per gravi mancanze commesse. Il Bardini, infatti, per molti anni occupò anche la carica di commissario generale degli alloggi, e nell’incombenze che ebbe in occasione dei passaggi di truppe, si scoperse nel 1716 ch’egli aveva commesso infinite mangerie con danno grande della cassa militare, avendo per complici anche tre scrittori della Comunità, e Cesare Scorza, suo amico, che in tale circostanza il Bardini aveva creato commissario generale. Furono presentati al Duca molti ricorsi, affinché la Congregazione dell’Uguaúglianza rivedesse i conti, ma questa fu impotente a farlo, avendo il Bardini fatto sparire le filze nelle quali si contenevano tali conti (ne fu poi trovata una enorme quantità semibruciata). Mentre si istruiva la causa, la polizia ebbe l’ordine di arrestare il Bardini: il 28 settembre tentò di sorprenderlo nella sua casa posta in borgo della Pace, ma egli, accortosene, riuscì a salvarsi rifugiandosi nell’Oratorio della Pace, contiguo alla sua abitazione. Nel 1717 gli fu fatto il processo e il 6 aprile il Bardini venne condannato alla pena di morte. Egli ricorse al duca di Mantova per il salvacondotto, ma non l’ottenne. La sentenza poi non venne eseguita, essendo il Bardini contumace.
FONTI E BIBL.: Borra, Diarii Parmensi, II, mss. nell’Archivio del Comune di Parma; G. Sitti, Archivio Comunale di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1914.

BARDINI GIAN BATTISTA, vedi BARDINI GIAMBATTISTA

Soragna 1624/1625
Falegname, ricordato in alcuni documenti: 1624 fattura della banchetta dell’altare nell’oratorio di San Prospero; 1625 fattura della scalinata all’altare maggiore, et coperchio nell’oratorio di Santa Maria Annunziata a Soragna, in collaborazione col figlio.
FONTI E BIBL.: B. Colombi, 1975, 186-191; Il mobile a Parma, 1983, 254.

Monchio-Sappada 9 novembre 1916
Fante del Battaglione Milizia Territoriale, fu decorato con la medaglia di bronzo al valore militare, con la seguente motivazione: Saputo che alcuni compagni di una piccola guardia correvano pericolo grave di essere investiti da valanghe, volontariamente si offrì di far parte della squadra di soccorso. Mentre animosamente era in testa alla colonna, venne travolto e ucciso da una valanga, restando vittima del suo coraggioso ardimento.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale, Dispensa 25a, 1921; Decorati al valore, 1964, 57.


Busseto 1699
Falegname. Nel 1699 eseguì, assieme a Giuseppe e Giovanbattista Gaibazzi, Bernardino e Giovanni Isé e in collaborazione con l’intagliatore borghigiano Giovanbattista Perfetti, un armadio nel Monte di Pietà di Busseto.
FONTI E BIBL.: C. Mingardi, 1973, 184-185; Il mobile a Parma, 1983, 256.

Busseto 23 dicembre 1787-Busseto 21 luglio 1867
Fu, nella prima fase della vita di Giuseppe Verdi, il suo protettore e mecenate. Facoltoso commerciante di generi coloniali a Busseto, nei suoi magazzini Giuseppe Verdi ebbe, giovanissimo, un modesto ufficio di commesso. Con la cospicua fortuna accumulata con il commercio dei generi coloniali il Barezzi beneficò largamente, nel paese natale, altri giovani studiosi di condizioni economiche disagiate, inclinati all’arte musicale. La casa del Barezzi divenne ben presto un gratuito conservatorio di musica, ed egli stesso fu ottimo insegnante. Fondò a Busseto una scuola di canto e una banda, che diresse per molti anni, contribuendo efficacemente, con tali iniziative, a diffondere tra i concittadini l’amore per la musica. Il Barezzi, grande amatore di musica, fu primo flauto al Teatro di San Bartoúlomeo e nella Cappella della Cattedrale, suonatore di clarinetto od oficleide nella banda cittadina, e tenne in casa sua la sede della Società Filarmonica, di cui fu il presidente, mentre ne era direttore il maestro Ferdinando Provesi. Verdi trovò in quella casa largo alimento per lo sviluppo del suo grande amore alla musica: prese parte ai vari avvenimenti musicali, copiò musica, assisté alle prove e alle esecuzioni e studiò sul pianoforte di Margherita Barezzi. E più tardi, quando il Provesi, avanzato negli anni, non poté più dirigere le prove della Filarmonica, fu Verdi a supplirlo, componendo anche all’uopo delle sinfonie, marce e altra musica occasionale. Fu poi ancora il Barezzi che provvide a mandare Verdi a Milano per continuarvi gli studi, e finalmente il 4 maggio 1836 gli diede in moglie la propria figlia Margherita.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 3, 1938, 62; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 52; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 342.

Busseto 1814-19 giugno 1840
Nacque dal droghiere e filarmonico Antonio. Sposò Giuseppe Verdi nel 1836, e fu a lui compagna e consolatrice nei giorni degli affanni e delle angustie. Nel 1840, a soli ventisei anni, colpita da meningite, morì e fu sepolta accanto ai due figli Icilio e Virginia, a lei premorti. Le sue ossa, come quelle dei suoi figli, andarono forse disperse, perché Verdi diede incarico all’amico Seletti di ricercarle nel cimitero suburbano del Gentilino solo nel 1863, cioè ventitré anni dopo la morte della Barezzi. Nel 1906 la regina Margherita di Savoia, visitò la Casa di riposo dei musicisti, e non vedendo nessun ricordo della prima moglie del musicista accanto alla tomba di lui, segnalò questa trascuratezza. Allora venne collocata una lapide con l’epigrafe di Emilio Seletti, che Camillo Boito disegnò, adornandola di rose schiantate dalla bufera, simbolo di un’oscura vita di dolore stroncata da un destino infelice.
FONTI E BIBL.: A. Alfani, Biografia di Verdi, in Battaglie e vittorie, Firenze, 1890; R. Barbiera, Voci e volti del passato, Milano, 1920; A.G. Barrili, Giuseppe Verdi. Vita e opere, Genova, 1892; A. Bonaventura, Verdi, Parigi, 1930; G. Bragagnolo-E. Bettazzi, La vita di Giuseppe Verdi, Milano, 1905; E. Cecchi, Giuseppe Verdi. Il genio e le opere, Firenze, 1887; E. Cecchi, Giuseppe Verdi (1813-1901), Firenze, 1911; F.T. Garibaldi, Giuseppe Verdi nella vita e nell’arte, Firenze, 1904; G. Monaldi, Verdi e le sue opere, Firenze, 1877; G. Monaldi, Verdi, Roma, 1899; A. Pougin, Giuseppe Verdi. Vita aneddotica con note e aggiunte di Folchetto, Milano, 1881; De Valori Prince, Verdi et son oeuvre, Parigi, 1895; A. Ribera, Giuseppe Verdi, Milano, 1913; F. Orestano, Eroine, 1940, 36.


Busseto 16 novembre 1789-Milano 4 gennaio 1859
Nacque da Giovanni e da Giuseppina Carrara. Ebbe i primi insegnamenti di pittura dal conterraneo Giuseppe Cavalli, per compiere poi, dal 1804 al 1808, studi più regolari a Cremona, allievo di Giovanni Motta e di S. Legnani. E a Cremona, a diciotto anni circa, prese moglie. Passò poi nel 1812 a Milano dove studiò all’Accademia di Brera. L’anno dopo fu disegnatore topografo al deposito di guerra di Milano e contemporaneamente studiò alla scuola speciale di G. Bossi. Con la Restaurazione, rifiutò l’impiego governativo alle dipendenze dell’Austria. Non una sola opera originale di pittura del Barezzi è nota. Egli acquistò larga fama come restauratore di dipinti e soprattutto di affreschi. Nonostante precedenti tentativi, limitati e solo in parte riusciti, della prima metà del Settecento (si ricorda per questo il ferrarese Antonio Contri) fu il primo ad applicare allo stacco degli affreschi la tecnica dello strappo e del successivo trasporto su tavola. Il suo biografo, E. Seletti, parla di un adesivo col quale inzuppava una tela da applicarsi al muro per procedere allo strappo e di una patina madiante la quale la pellicola strappata era fatta aderire a una tavola preparata prima con l’imprimitura normale. Adesivo e patina, secondo il Seletti, furono un suo segreto, mai rivelato. La verità, provata da L. Beltrami, è che il Barezzi tra la tavola e la pellicola dell’affresco interponeva una sottilissima tela. Comunque i suoi strappi e trasporti riuscirono per la maggior parte esemplari, e il metodo dello strappo è ora quello più comunemente usato per simili operazioni. Si ricordano di lui lo strappo di affreschi di Marco d’Oggiono dalla chiesa di Santa Maria della Pace a Milano, altri dalla chiesa di San Vincenzino, ma, soprattutto, quelli di tutta la serie, ancora superstite (Brera), dei cicli di Bernardino Luini alla Pelucca. La fama acquistata lo indusse a proporre lo strappo dello stesso Cenacolo di Leonardo, che poi gli fu affidato per saldarne il colore nel 1854. Cosa che egli fece sotto il controllo di una commissione, senza usare pennelli e colori e in modo egregio, talché fu nominato conservatore del dipinto e in tale carica promosse sia il risanamento del refettorio sia i primi tentativi di isolare il muro dall’umido e dalle formazioni di salnitro.
FONTI E BIBL.: Milano, Castello Sforzesco, Raccolta Vinciana, Carteggi Barezzi (donati dall’avvocato Emilio Seletti); E. Seletti, Commemorazione del pittore Stefano Barezzi da Busseto, Milano, 1859; E. Seletti, Appendice documentata alla commemorazione del pittore Stefano Barezzi, Milano, 1859; L. Beltrami, Luini, Milano, 1911, 199, 272, passim; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 494 (ove si avanza l’ipotesi, senza per altro alcun fondamento, che il Barezzi sia da identificare con un Barozzi, pittore di decorazioni, operoso a Sempach, Lucerna, nel 1825); A. Ottino Della Chiesa, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, 1964, 340.


Parma XVII secolo
Poetessa fatta conoscere dal Trucchi, che di lei pubblicò alcune ottave e un sonetto diretto al marito, tolti da un codice magliabechiano. Nata da famiglia originaria di Parma, ricevette una buona educazione e un’istruzione accurata: apprese il francese, lo spagnolo e il tedesco, e quindi si avviò allo studio delle lettere greche e latine, ma non trascurò la pittura, la musica, il canto, la danza e l’equitazione. Queste non comuni virtù richiamarono su lei l’attenzione dei contemporanei, che non le lesinarono lodi. Sposò giovanissima il poeta Lorenzo Capponi, uomo volubile e capriccioso, col quale non andò sempre d’accordo. Dai loro bisticci familiari, che spesso si concludevano con la stesura di poetiche lettere, nacque gran parte della limitata produzione bargelliniana.
FONTI E BIBL.: G. Trucchi, Poesie italiane inedite di dugento autori, Prato, 1847, IV; M. Bandini, Poetesse, 1941, 64.

BARIANO, vedi RONDANI GIOVANNI

BARILE AURELIO, vedi BARILLI AURELIO

Verzume di Tizzano 12 agosto 1918-Porporano 7 luglio 1999
Fu ordinato sacerdote il 21 marzo 1942 nel Duomo di Parma. Fu sacerdote e parroco per cinquantacinque anni (ventisette anni parroco a Prelerna e ventotto a Bazzano), vissuti in esemplare umiltà. Si trasferì a Bazzano il 17 dicembre 1968 e fu nominato arciprete di quella parrocchia il 1° gennaio 1969. Negli ultimi due anni di vita, causa la malferma salute, fu ospite della casa di riposo diocesana Villa Sant’Ilario di Porporano. Diede un’impronta personale alla sua attività di pastore, tesa a sensibilizzare gli aspetti spirituali, morali, caritativi e liturgici della comunità. Sacerúdote di vivace intelligenza e di profonda cultura, fu conosciuto anche per i numerosi scritti di storia locale. Tra l’altro pubblicò un volume sulla vita di suo zio, monsignor Giovanni Barili. Il Barili collaborò per molti anni con la Gazzetta di Parma, scrivendo articoli di colore dedicati a personaggi e usi della montagna, poi raccolti in un libro. Visse in solitudine, da lui stesso voluta quale occasione di crescita in quanto passaggio obbligato per ogni maturazione significativa.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Arcipreti di Bazzano, 1976, 87-88; Gazzetta di Parma 8 luglio 1999, 17.

Tizzano 4 novembre 1881-Parma 7 settembre 1962
Fu ordinato sacerdote il 24 settembre 1904 dal vescovo Magani, e inviato il 2 aprile 1905 parroco nella parrocchia di Rusino, dove rimase fino al 1911. In seguito a concorso, il 21 settembre 1911 fu nominato arciprete di Serravalle Ceno, e qui dimostrò quanto fosse aperto anche ai problemi sociali, costituendo una delle prime cooperativa in un caseificio. Fu maestro anche di nuovi metodi per una coltura più razionale della terra, dando così aiuto alla vita difficile dei suoi parrocchiani. Nell’ottobre 1928 monsignor Guido Maria Conforti lo volle rettore del Seminario Maggiore di Parma. Dopo la partenza del cardinale Ferrari, per vent’anni il Seminario di Parma non aveva più avuto un rettore fisso, in quanto nella carica si erano susseguiti numerosi sacerdoti, e tutti per pochi anni (durante la guerra 1915-1918 fu anche chiuso e trasformato in ospedale militare). Il Barili risollevò le sorti del Seminario restaurandone la disciplina, l’ordine, la formazione spirituale dei chierici e la fioritura degli studi liceali e teologici. Fu riconfermato rettore del Seminario nel giugno 1933 dall’arcivescovo Evasio Colli. Rinunciò al rettorato nel 1956, chiedendo per ragioni di salute di essere sollevato da un incarico così gravoso per la sua età. Il Barili fu anche direttore dell’O.V.E. dalla sua fondazione al 1956. Nel 1933 fu nominato dal vescovo Colli vicario generale, carica che tenne con responsabilità e impegno fino alla morte. L’anno successivo venne pure nominato arcidiacono della Cattedrale di Parma, succedendo a monsignor Del Soldato. Per le benemerenze nel governo del Seminario, fu nominato nel 1935 Prelato Domestico di Sua Santità. Uomo di profonda cultura, fu considerato uno dei sacerdoti più colti della diocesi. In Seminario fu insegnante di teologia pastorale e di amministrazione ecclesiastica. Istituì inoltre una cattedra di agricoltura. Alla sua morte, lasciò al Seminario una borsa di studio per un seminarista povero. Il corpo del Barili riposa nel cimitero della Villetta di Parma, nell’arco dei canonici.
FONTI E BIBL.: F. Barili, Tizzano, 1970, 87-89; E. Dall’Olio, in Il Seminario di Parma, 1986, 113-115; F. Barili, Monsignor Giovanni Barili, 1989, 74-75 (con bibliografia precedente).

BARILLA AURELIO, vedi BARILLI AURELIO

Parma-Parma 1247
L’assedio che l’imperatore Federico II portò a Parma nel 1247 ridusse ben presto la città allo stremo delle sue forze. Federico II decise quindi di sferrare contro di essa quello che sperava sarebbe stato l’ultimo attacco. I soldati, penetrati in città da Porta Egidia senza incontrare troppa resistenza, già stavano per occuparla, quando improvvisamente si trovarono sbarrato il passo da centinaia di donne che combatterono come furie finché non giunsero i loro uomini, salvando così Parma dalla distruzione. Molti furono in quel giorno gli atti di eroismo compiuti dalle intrepide donne parmensi. Tra tutte, la leggenda ricorda la Barilla, una giovane popolana che si trovò a combattere da sola contro numerosi soldati nemici ed ebbe il petto squarciato da un colpo di lancia. La Barilla, brandendo la spada tolta al nemico, mentre con l’altra mano si comprimeva la larga e profonda ferita, continuò a combattere, finché cadde morta sul terreno.
FONTI E BIBL.: M. Caroselli, La storia di Parma, 1980, 20-21.

Parma 16 aprile 1913-Fraore 16 settembre 1993
Figlio secondogenito di Riccardo e Virginia Fontana. Dopo aver frequentato vari collegi in Italia, nel 1931 andò a perfezionare gli studi in Germania. Nel 1934 iniziò a lavorare nell’azienda di famiglia come venditore. Nel 1935 compì il servizio militare di leva a Torino. Nel 1936, nel ristrutturato piano uffici di viale Veneto, curò l’organizzazione di vendita, degli agenti e dei trasporti. Tre anni dopo la società contava 800 dipendenti, con una produzione giornaliera di 700 quintali di pasta e 150 quintali di pane. Una particolare cura fu dedicata dal Barilla all’immagine dell’azienda. I venditori furono dotati di vetture Topolino: una iniziativa di avanguardia. Cominciò anche la penetrazione sui mercati esteri. Nel 1941 il Barilla fu richiamato alle armi, nel terzo reggimento autieri, e inviato sul fronte russo. Rientrato a Parma (1943) riprese il lavoro in azienda, nel contesto drammatico dell’occupazione nazista. Alla morte (1947) del padre Riccardo, le redini dell’azienda passarono al Barilla e al fratello Gianni. Dopo viaggi di studio negli Stati Uniti, i fratelli Barilla diedero all’azienda un’impronta industriale moderna: produzione di massa di qualità, confezioni sigillate, pubblicità, prezzo equilibrato. Nel 1952 il Barilla sospese la produzione del pane per concentrarsi nella produzione della pasta: la conservabilità del prodotto consentiva uno sviluppo industriale e commerciale molto più interessante. Fu varata (1953), con la collaborazione di grafici come Erberto Carboni e uomini di cultura come Pietro Bianchi, una moderna campagna pubblicitaria. La società ricevette per questo la 1a Palma d’Oro della pubblicità. Nel 1955 il Barilla sposò Maria Maddalena Da Lisca, di Venezia. Dal matrimonio nacquero Guido, Luca, Paolo ed Emanuela. In parallelo allo sviluppo dell’azienda, il Barilla dedicò particolare attenzione alla politica per il personale, con la costruzione di case dei dipendenti, la costituzione del fondo interno di solidarietà Riccardo Barilla, la nascita del gruppo Medaglie d’Oro. Nel 1959 la Barilla produceva 4000 quintali di pasta al giorno. L’azienda, ormai nelle prime posizioni in Italia nel mercato delle paste, si trasformò (1960) in Società per Azioni e nacque la struttura organizzativa basata su una direzione generale e sette direzioni operative. Nel 1965 prese avvio la fabbrica per grissini e fette biscottate a Rubbiano di Solignano. Nel 1968 il Barilla fu nominato Cavaliere del Lavoro. Nello stesso anno iniziò la costruzione a Pedrignano dello stabilimento per pasta più grande del mondo e più avanzato tecnologicamente. Il difficile momento storico e il costo dell’opera a Pedrignano crearono però problemi ai fratelli Barilla che nel 1971 cedettero l’azienda alla multinazionale americana W.R. Grace. Nel 1976 venne lanciato il marchio Mulino Bianco, che segnò il definitivo decollo della diversificazione nei prodotti da forno. Nel 1979 il Barilla riacquistò l’azienda assieme ad alcuni soci, e ne ridiventò presidente. Nel 1986 venne insignito della laurea honoris causa in economia e commercio dall’Università di Bologna e l’anno seguente la Società Barilla donò all’Università di Parma la sede didattica della nuova Facoltà di Ingegneria. I figli maggiori del Barilla, Guido e Luca, diventarono vice presidenti operativi della società nel 1989, anno in cui, con 2070 miliardi di fatturato, la Barilla era la prima azienda alimentare italiana con ventisette stabilimenti, di cui due in Spagna, e 6.000 dipendenti. Nel 1992 entrò nel Gruppo Barilla la società Pavesi. Il fatturato in quell’anno fu di 3330 miliardi e i dipendenti erano 8300.
FONTI E BIBL.: A. Beltrame, in Grandi di Parma, 1991, 9-10; Cento anni di associazionismo, 1997, 390; Gazzetta di Parma 17 settembre 1993, 3.

Parma 4 marzo 1880-Salsomaggiore 9 luglio 1947
Nacque da Pietro e Giovanna Adorni. Frequentò le scuole fino alla quarta elementare e successivamente cominciò ad aiutare il padre che possedeva nel centro di Parma, in via Vittorio Emanuele, un modesto negozio con annesso un piccolo forno per la fabbricazione e la vendita di pane e pasta; attività tradizionale della famiglia, che è presente con Ovidio fin dal 1576 nell’arte bianca. La ristrettezza della produzione obbligò per diversi anni la famiglia a muoversi con estrema cautela. Un primo tentativo di allargare l’attività con l’acquisto di una seconda bottega, nel 1892, dovette essere abbandonato abbastanza rapidamente. Del resto in quel periodo il Barilla riuscì a operare solo grazie al credito concessogli dai fornitori. Nonostante tutte queste difficoltà iniziali, e puntando sul fatto che gran parte della famiglia collaborava alla conduzione del forno e del negozio, a poco a poco la situazione migliorò. I mugnai cominciarono a offrire la loro farina con pagamenti più dilazionati che consentirono alla famiglia Barilla di operare qualche piccolo investimento. La lavorazione della pasta, prima effettuata a mano, venne resa più rapida ed efficiente con l’adozione di un torchio di legno che consentiva una produzione giornaliera di circa trenta chili. Qualche tempo dopo questo macchinario, tutto sommato ancora artigianale, venne sostituito con un più moderno torchio in ghisa con la gramola, uno strumento per rassodare la pasta prodotto dalla locale industria meccanica Barbieri. In tal modo i livelli produttivi crebbero di colpo: dapprima a cento chili al giorno e poi, con la moltiplicazione di tali macchinari e con l’ausilio di cinque o sei operai, a venticinque quintali. Nei primi anni del Novecento tornò a collaborare con la famiglia il fratello del Barilla, Gualtiero, che fino a quel momento aveva studiato in seminario, pronto a partire come missionario in Cina. In tal modo i due fratelli operarono una sorta di divisione del lavoro familiare: mentre il Barilla seguì da vicino la produzione, Gualtiero si occupò della vendita dei prodotti, effettuando anche qualche iniziale incursione in provincia di Parma e in seguito pure fuori. Il passaggio a una dimensione più propriamente industriale avvenne nel 1910, quando i Barilla presero in affitto un fabbricato (che successivamente diventò di loro proprietà) situato sulla via Emilia e dotato di vasti magazzini. Lo stabilimento venne attrezzato con i più moderni macchinari e la produzione, una volta avviata, aumentò subito da trenta a cento quintali al giorno. Il fatto che tutto fosse stato acquistato contraendo un debito dimostra che la ditta aveva ormai raggiunto una tale affidabilità, anche sul piano finanziario, che le aperture di credito nei suoi confronti potevano toccare cifre di una certa importanza. Fu tuttavia con la prima guerra mondiale che la ditta Gualtiero e Riccardo fratelli Barilla conobbe i primi importanti successi a livello nazionale. La produzione di pasta salì nel 1917 a trecento quintali al giorno, mentre nello stabilimento (che funzionava con motori elettrici con una potenza installata di quattrocento cavalli vapore) lavoravano circa duecento operai. Il che permise all’azienda di ottenere la dichiarazione di ausiliarità, grazie all’appoggio del ministro della Pubblica Istruzione Agostino Berenini, con tutti i vantaggi che teoricamente tale dispositivo comportava: forniture di farina più sicure, controllo maggiore sulla forza lavoro occupata, rapporti più continui con gli organi statali che dirigevano lo sforzo bellico e si occupavano della politica degli approvvigionamenti. In realtà anche la Barilla soffrì non poco delle restrizioni e delle lentezze con le quali il ministero competente effettuava le assegnazioni di grano. Inoltre i calmieri e i prezzi fissati centralmente, sia per la pasta destinata alle truppe, sia per quella posta in vendita alla popolazione civile, ridussero notevolmente gli utili di molte aziende del settore e in certi casi vennero pure registrate perdite di bilancio. Quest’ultimo non fu tuttavia il caso della Barilla, uscita dalla guerra con una maestranza di circa trecento persone. Alla morte del fratello Gualtiero, il Barilla rimase da solo alla testa dell’azienda. Le tre sorelle, benché avessero diritto a una quota dell’eredità, non furono mai coinvolte attivamente nella gestione dell’impresa. Il contrario avvenne invece con la moglie del Barilla, Virginia, che lavorò sempre al fianco del marito. La ditta non era evidentemente più una semplice bottega con un forno, tuttavia la mentalità del fornaio che vi lavora con i propri familiari resisteva tenacemente nel Barilla, spingendolo a occuparsi da vicino di tutte le fasi della lavorazione e della commercializzazione del prodotto, come se si trovasse ancora nel negozio paterno di via Vittorio Emanuele. È nel ventennio fascista che la Barilla compì un autentico salto di qualità, ponendosi tra le imprese di maggiore spicco di un settore in fase di espansione. I meriti personali del Barilla e dei suoi stretti collaboratori sono indubbi. Fu costante in lui l’esigenza di mantenere gli impianti al livello tecnologico più elevato possibile. Di qui i suoi continui viaggi in Germania a visionare e acquistare moderni macchinari per la sua fabbrica. La produzione di pasta venne differenziata con la fabbricazione di prodotti destinati a una ben determinata clientela (quelle paste che, secondo lo stesso Barilla, potevano definirsi di lusso), con il lancio delle pastine glutinate, particolarmente indicate per l’infanzia e con la creazione di una linea di prodotti con caratteristiche terapeutiche, le pastine glutinate, particolarmente indicate per l’infzia. Infine una buona organizzazione commerciale consentì all’azienda di coprire fin da quegli anni praticamente l’intero territorio nazionale e di essere presente in tutte le colonie italiane. L’unico punto debole di una struttura per il resto all’avanguardia in Italia era la mancanza di indipendenza della ditta dai mugnai, dato che il Barilla non riuscì mai a dotarsi di quel mulino che lo avrebbe posto in una posizione di vantaggio rispetto alla concorrenza. Lo sviluppo e il potenziamento delle attività produttive della ditta (alla vigilia del secondo conflitto mondiale la produzione giornaliera di pasta toccò gli ottocento quintali, mentre le maestranze assommavano a circa ottocentocinquanta unità) non sarebbero tuttavia stati possibili senza l’intervento di fattori extraeconomici. Iscritto al Partito Nazionale Fascista e, secondo una fonte coeva, in ottimi rapporti con il segretario di questo, A. Starace (Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del duce), il Barilla all’inizio degli anni Trenta cercò di trarne profitto per la propria attività imprenditoriale. Dal 1932, con assidue donazioni di suoi prodotti (in particolare di notevoli quantità di pastina glutinata) agli asili dell’Opera nazionale maternità e infanzia e con offerte in denaro (nel 1933 mise a disposizione del Partito Nazionale Fascista 10000 lire come contributo alla costruzione del palazzo del Littorio di Roma), egli seppe accattivarsi l’amicizia di Mussolini, che dal 1933 visitò assiduamente durante i suoi soggiorni romani. Questi contatti dovettere essere fruttuosi: il 24 maggio 1934 il Barilla fu insignito dell’onorificenza di grand’ufficiale del Regno e, verso la metà degli anni Trenta, la ditta Barilla poteva intrattenere rapporti di fornitura con numerosi enti statali e parastatali, ospedali, collegi e amministrazioni militari. Nel 1935 gli fu negata, tuttavia, la concessione per la fornitura del pane al presidio militare di Parma, da lui richiesta, adducendo come motivazione che in tal modo avrebbe contribuito a incrementare la disoccupazione nella provincia (tale rifiuto continuò negli anni successivi). Ciò testimonia la probabile esistenza di difficoltà nei rapporti del Barilla con le autorità politiche locali. Lo proverebbero un comunicato dell’ufficio stampa della federazione parmense del Partito Nazionale Fascista (pubblicato dal Corriere Emiliano del 28 giugno 1938), che lancia discredito su di lui, dando notizia dell’avvenuta restituzione alla figlia e al genero del Barilla degli anelli nuziali, offerti alla patria in occasione del loro matrimonio, perché punzonati con il marchio di oro basso, e più ancora alcune valutazioni, tese a metterlo in cattiva luce a Roma, presenti in una informativa del fascio locale (Segreteria particolare del duce). In questa il Barilla viene dipinto come un padrone vecchia maniera, autoritario, inviso ai concittadini e poco disponibile ad accogliere gli interventi del partito nella gestione del suo stabilimento. Gli si imputa inoltre di mantenere livelli retributivi inferiori alla media del settore, di avere tra i suoi dipendenti una quota eccessiva di donne e fanciulli, addetti inoltre a lavorazioni non adatte alle loro capacità fisiche, di essere stato tra gli ultimi nel Parmense ad accordare la settimana lavorativa di quaranta ore (e di pretendere, anche dopo, che l’orario fosse protratto di fatto di un quarto d’ora senza il pagamento dello straordinario), di mantenere cattivi rapporti con il sindacato fascista e di non voler assumere nella sua fabbrica i membri della milizia. Queste accuse da un lato non ebbero negativi effetti pratici sull’attività del Barilla, che diradò sì le sue visite a palazzo Venezia, ma continuò a ottenere cariche e onori, divenendo membro del direttorio del Sindacato pastai, risieri e trebbiatori e ricevendo nel 1938 l’onorificenza di cavaliere del lavoro. Dall’altro non mostrano, sul piano storico, di avere eccessivo fondamento. I legami del Barilla con il regime (ancora nel 1941 risulta una sua sottoscrizione di 50000 lire in favore del Partito Nazionale Fascista) furono con molta probabilità motivati dalla necessità di ottenere appoggi politici per espandere l’attività dell’azienda (questo opportunismo spiegherebbe anche il cattivo stato dei suoi rapporti con le strutture fasciste locali). Lo confermerebbe tra l’altro la circostanza che, negli anni dell’occupazione tedesca, la sua casa fosse divenuta uno dei luoghi di rifugio per aderenti alla Resistenza. Inoltre, all’indomani della Liberazione, il nome del Barilla non fu mai inserito nelle liste di epurazione: questa appare come un’ulteriore conferma che negli anni di guerra i suoi rapporti con la popolazione cittadina, con gli operai della fabbrica e con le forze politiche antifasciste si erano andati evolvendo secondo linee di crescente sintonia (avvalora questa ipotesi anche una serie di testimonianze orali raccolte a Parma). Nell’immediato dopoguerra il Barilla si fece affiancare e progressivamente sostituire alla guida dell’impresa dai figli Pietro e Gianni.
FONTI E BIBL.: Roma, Archivio centrale dello Stato, Ministero delle Armi e Munizioni, b. 59; Segreteria particolare del duce, fasc. 509625; Roma, Federazione nazionale dei cavalieri del lavoro, Archivio storico, fasc. Barilla; Guida commerciale di Parma e provincia, XII 1925, 153, e XVI 1938, 237 s.; L. Cortellini, Parma. Industria e commercio, Parma, 1953, 71 s.; B. Molossi, Dizionario dei parmigiani grandi e piccini (dal 1900 a oggi), Parma, 1957, 17-18; G. Mondelli, Profili delle aziende di Parma, in Parma economica giugno 1980, 42 s.; L. Segreto, in DBI, XXXIV, 1988, 255-257; Barilla: cento anni di pubblicità e comunicazione (a c. di. A. I. Ganapini e G. Gonizzi), Milano 1994; Cento anni di associazionismo, 1997, 390.


Parma 11 giugno 1879-Ferrara 5 luglio 1949
Nipote di Pietro, fece le scuole ginnasiali, liceali e teologiche nel Seminario Maggiore di Parma ove fu ordinato sacerdote il 28 giugno 1903. Dopo una lunga esperienza come cappellano degli emigranti Oltremare, fu nominato parroco di Eia di San Pancrazio e assistente ecclesiastico della Federazione Giovanile. Partecipò con capacità animatrice alle prime battaglie dell’Azione Cattolica e portò il suo fervore ai congressi catechistici. Come arciprete di Cazzola di Traversetolo svolse una vasta azione sociale. Nel luglio del 1935 fu chiamato da monsignor Colli a reggere il Seminario Minore di Parma (che diresse fino al febbraio del 1938), poi fu nominato arciprete di Noceto (che resse fino al 1946), dove fondò il bollettino Voce Amica e scrisse una storia del paese. Nel 1947 rinunciò a questa importante parrocchia a causa di una grave malattia che in breve tempo lo portò alla morte. Frequenútatore assiduo del circolo salesiano di don Carlo Baratta e di Stanislao Solari, fu uno dei fondatori e poi segretario della Giunta Cattolica di Guerra (insieme al conte Luigi Sanvitale, all’avvocato Luigi De Giorgi, al conte Antonio Boselli e all’avvocato Jacopo Bocchialini) e, come redattore del giornale A Voi Giovani e del Giornale del Popolo, si batté, con coraggio e ardore, per l’annessione all’Italia delle terre irredente. Durante la prima guerra mondiale, con un gruppo di amici cantò l’Inno di Mameli nella chiesa di Traversetolo dopo una funzione propiziatrice di vittoria per l’Italia in armi, suscitando grande scandalo.
FONTI E BIBL.: I. Dall’Aglio, Seminario di Parma, 1958, 205-206; J. Bocchialini, Figure e ricordi, 1960, 287-288; J. Bocchialini, in Aurea Parma 2 1949, 100-101; Barilla. Cento anni di pubblicità, 1994, 44, 73.

Parma 8 maggio 1924-Parma 9 marzo 1991
Figlia di Latino e di Lina Pallini. Compì gli studi presso l’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma. Visse sempre nella casa di famiglia di via delle Fonderie, dove svolse la sua attività pittorica sotto lo sguardo paterno. Non partecipò mai ad alcuna mostra. Sposò il pittore e libraio Giorgio Belledi. Morì per arresto cardiaco.
FONTI E BIBL.: Casa Barilli, 1997, 291.

Monterotondo 19 maggio 1876-Parma 20 dicembre 1953
Figlio di Cecrope, cresciuto in un ambiente familiare privilegiato di artisti, il Barilli manifestò subito ingegno vivace e ricca personalità. Compiuti gli studi inferiori a Parma, si laureò in lettere a Bologna con una tesi sul poeta Angelo Mazza, assai apprezzata dal suo illustre maestro Giosuè Carducci. Entrato nell’insegnamento medio (1905), il Barilli fu per oltre un cinquantennio insegnante e preside, prima della scuola d’avviamento professionale di Parma e poi (1940) della scuola media di Colorno, stimato per la profonda cultura. Nutrì una sincera passione per le ricerche letterarie e storiche, pubblicando saggi lucidi ed eleganti. Poeta spontaneo e delicato, scrisse versi in lingua italiana e in vernacolo. Tutte le sue opere, tanto le letterarie o artistiche quanto quelle di fantasia e, in modo particolare, le rievocazioni ottocentesche, rivelano la sua schietta personalità, ricca di fine e spontaneo umorismo e di profondo calore umano. Ma la sua passione furono gli studi storici. I più interessanti, perché più consoni al suo temperamento, sono quelli riguardanti il periodo farnesiano, che si raccolgono intorno alla potente personalità di Ranuccio Farnese. Il Barilli, psicologo acuto e caratterista estroso, ne mise in evidenza con rara abilità gli aspetti molteplici e contrastanti e, nell’ambiente di questo personaggio, dalla volontà inflessibile, familiari e nobili del Ducato ricevono una luce nuova e vivissima. Al Barilli furono fonte preziosa le carte farnesiane dell’Archivio Statale di Napoli, quasi interamente distrutte da un incendio durante la seconda guerra mondiale. Altre interessanti indagini dedicò ai moti del 1831, alle figure più caratteristiche del Risorgimento, al Correggio, al Parmigianino, al Baratta, allo Scaramuzza e al De Strobel. Fatti e personaggi, con sicura analisi, sono riportati su di un piano naturale e rivissuti con singolare capacità costruttiva. Il Barilli ebbe, nella ricerca storica, nell’architettura dei singoli studi e nella esposizione, un metodo di lavoro strettamente personale: la ricerca è fatta con indagine scrupolosa ma senza sfoggio e sforzo di erudizione, l’elaborazione è piana e semplice, con un andamento in minore che non toglie dignità alla costruzione, ma ne ingentilisce i contorni, sfrondandola di ogni appesantimento. La narrazione, sempre sobria e pacata, assume spesso il tono di racconto, non romanzato ma vivo, arguto, attraente, pieno di movimento, di colore descrittivo e di calore interiore. Il Barilli fu inoltre giornalista e conferenziere efficace e brillante. Invero la sua conferenza sulla Polonia, del 1919, coraggiosamente e generosamente antitedesca e antirussa, la sua deliziosa rievocazione universitaria carducciana del 1947, la sua argutissima e manzoniana dissertazione del 1948 sull’onore del XVII secolo, sono un esempio non facilmente superabile del modo di avvicinare l’anima del pubblico alla storia. Il Barilli diresse Aurea Parma dal 1928 al 1932 e le riviste comunali Parma e Crisopoli dal 1933 al 1935. I suoi moltissimi scritti furono raccolti dopo la morte in quattro ponderosi volumi antologici per tenace volere della vedova Bianca Ferrari. Essi comprendono: Studi Farnesiani (1958), Correggio e altri studi (1961), Saggi Parmensi (1963) e Il Galaverna (1966). Rivestì diverse cariche pubbliche: fu consigliere comunale e provinciale, membro dell’Accademia di Belle Arti di Parma, vice presidente dell’Istituto per la Storia del Risorgimento (1937), segretario del Comitato di Assistenza Civile di Parma, durante la seconda guerra mondiale, e presidente della sezione di Parma della Dante Alighieri. Ebbe una fervente fede cattolica e politica (fu liberale, ma aderì per ragioni patriottiche al fascismo), che non mutò con il cambiare degli eventi. Per l’importanza delle sue ricerche scientifiche il Barilli venne chiamato assai presto (1905) a fare parte della Deputazione di Storia Patria di Parma: fu segretario dal 1927 al 1934, poi membro del Consiglio Direttivo, e, in seguito alla riforma del 1935, commissario e presidente apprezzato della sezione parmense della Deputazione di Storia Patria per l’Emilia, che diresse con alto prestigio fino al 1944.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Barilli, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1954, 23-28; Molossi, Dizionario biografico, 1957, 18; Gazzetta di Parma 3 febbraio 1981, 10; J. Bocchialini, Ricordo di Arnaldo Barilli, in Aurea Parma 37 1953; In morte di Arnaldo Barilli, in Parma per l’Arte 4 1954; M. Mora, Ricordo di Arnaldo, in Gazzetta di Parma 20 dicembre 1954; G. Allegri Tassoni, Arnaldo Barilli, in Centenario Deputazione di Storia Patria Province Parmensi, Parma, 1960, 44-45; Ad Arnaldo Barilli nel X anniversario della morte, in Archivio Storico per le Province Parmensi 15 1963; Decimo anniversario della morte, in Parma per l’Arte 13 1963; Due amici: Arnaldo Barilli e Carlo Cantimori, in J. Bocchialini, Memorie e figure parmensi, scrittori e poeti del Novecento, Parma, 1964; G. Pettenati, Il letterato parmigiano allievo del Carducci: A. Barilli, in Gazzetta di Parma 8 febbraio 1971.

Parma 1541-Parma 27 aprile 1591
Figlio di Albertino, è ricordato per la prima volta (Aurelio de Barillis) il 14 aprile 1570 in un atto notarile. Negli anni 1574-1575 affrescò la volta della cappella dei canonici nella navata meridionale della Cattedrale di Parma, per il compenso di 20 scudi d’oro, oltre 5 scudi per l’impiego di 100 fogli d’oro. La cappella fu rinnovata interamente in forme rococò nel 1713: la primitiva decorazione è visibile tuttavia nella fascia dell’arcone d’ingresso, nella quale il Barilli immaginò una serie di eleganti figure femminili reggicortine alternate a grottesche. Anche l’attigua cappella, che fa da vestibolo all’ingresso laterale sud della chiesa, fu ornata di affreschi dal Barilli negli stessi anni. Rimangono solo quelli della fascia dell’arco che separa la cappella della navata: entro un finto cassettonato si aprono due riquadri che incorniciano le figure di Sant’Agata e di una Santa vergine. Simiúlmente si è conservato l’intradosso dell’arcone della cappella di contro nella navata nord (già cappella Aldigeri): l’affresco rappresenta Santa Caterina d’Alessandria e Sant’Anastasio. I tre sottarchi ricordati sono quanto rimane del Barilli che vi si mostra pittore di buon livello, impegnato a elaborare la cultura parmense della prima metà del secolo (Correggio, Parmiúgianino, Anselmi) in una robusta maniera in leggero ritardo sui tempi. Nel 1580 un mandato di spesa testimonia che il Barilli eseguì alcuni   lavori per la Compagnia di Santa Brigida. Nel 1588 il Barilli affrescò, in collaborazione con Gian Antonio Paganino bolognese, la cappella di Santa Croce dell’Inquisizione in San Pietro Martire, opera anch’essa perduta. La notizia, riferita dal Lanzi e dal Ticozzi, di affreschi eseguiti dal Barilli nella chiesa della Steccata in Parma è da ritenere inesatta.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo di Antichità: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 103, IV, cc. 63, 64, 221; I. Affò, Il Parmigiano Servitor di piazza, Parma, 1796, 30, 92; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, Parma, 1820, I, 3, 82; Parma, Biblioteca Palatina: P. Zani, note ms. per l’Enciclopedia, ms. 3722, parte 5, I, ad vocem; G. Bertoluzzi, Nuovissima guida di Parma, Parma, 1830, 91; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Firenze, 1834, IV, 90; S. Ticozzi, Dizionario degli architetti, scultori, pittori, Milano, 1830, I, 111; F. De Boni, Biografia degli artisti, Venezia, 1840, 64; N. Pelicelli, Guida artistica di Parma, Parma, 1912, 6, 7, 8; L. Testi, La Cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 68, 126, 147; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 498 s.; S. Zamboni, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, 1964, 367; F. da Mareto, Chiese e conventi di Parma, Parma, 1978, 63-74.

Fano 14 dicembre 1880-Roma 15 aprile 1952
Nacque da Cecrope, noto pittore e da Anna Adanti. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza a Parma, città d’origine e residenza della famiglia. Dopo l’istituto tecnico, iniziò gli studi musicali nel Conservatorio di Parma, avendo a maestro di composizione il Righi, e li continuò, dal 1901, a Monaco di Baviera, dove seguì alla Dirigentschule i corsi di Felx Mottl (del quale più tardi fu, per qualche tempo, sostituto al Prinzregententheater), e alla Akademie der Tonkunst quelli di Gluth e Thuille, diplomandosi in composizione nel 1903. A Monaco conobbe una studentessa serba, Danitza Pavlovic (nipote del re Pietro Karagjorgjevic), che poi sposò, avendone una figlia, Milena. Tornato in Italia, compose (1910) un’opera in tre atti, Medusa, su libretto di O. Schanzer (Milano, 1914, vincitrice in questo stesso anno del concorso Mack Cornik, non fu rappresentata che nell’anno 1938, a Bergamo). Nel 1912, recandosi presso la moglie a Poz?arevac, ebbe incarco da O. Malagodi, direttore della Tribuna, di inviare al giornale un servizio sulle guerre balcaniche. E, in circostanze analoghe, sempre dalle zone balcaniche, altre corrispondenze di guerra inviò, due anni dopo, allo scoppio del conflitto mondiale, al Corriere della Sera (ottobre 1914) e al Resto del Carlino (febbraio 1915). Servizi che, con quella occasionalità che, conforme alla sua natura irrequieta, bizzarra, di bohémien, fu un po’ la caratteristica di tutta la produzione del Barilli, segnano il suo ingresso nel giornalismo e nella letteratura. Ché tra questa e quello, per le singolarissime doti di scrittore subito rivelate, non vi fu in lui differenza, se non nel senso che l’uno servì di stimolo e pretesto al manifestarsi dell’altra. Il 1915 è anche l’anno di composizione della seconda sua opera musicale, Emiral, un atto, su libretto proprio, ispirato a una leggenda balcanica. Opera che, avendo vinto più tardi (1923) un concorso governativo, fu rappresentata al Teatro Costanzi di Roma nel 1924. In quello stesso periodo il Barilli cominciò a occuparsi di critica musicale sul giornale romano La concordia (1915-1916): critica che già presenta, e sempre più venne assumendo (in Il Tempo, 1917-1922, e nel Corriere italiano, 1923-1924), forme tutte sue, che ben poco hanno da spartire con le consuete cronache di concerti e spettacoli, in quanto il giudizio su opere, autori, esecutori, sicuro, preciso e spesso, nelle negazioni, reciso, anziché esprimersi in termini logici, diretti, tende a una trascrizione immaginosa dei propri elementi, con carattere essa stessa di creazione artistica. Secondo un gusto che si incontrò con quello di alcuni scrittori suoi coetanei, formatisi attraverso le esperienze critico-liriche del frammentismo e della Voce, come E. Cecchi, A. Baldini, V. Cardarelli. Assieme ai quali (e ad altri: R. Bacchelli, L. Montano, E.A. Saffi) il Barilli fondò a Roma (1919) la rivista letteraria La Ronda, con il cui programma di restaurazione classica egli, pur con i suoi spiriti romantici, si trovò d’accordo, per quel rispetto verso certi valori fondamentali della tradizione, che lo portò a professare, come i suoi amici per il Leopardi, un vero culto per il Verdi. Del quale fu tra i primissimi a rivendicare la grandezza, e proprio nelle opere allora più discusse, come il Trovatore, con un estro polemico tanto più efficace in quanto sorretto da una inesauribile invenzione verbale (rivendicazione, insieme con quella del melodramma italiano, che peraltro non gli impedì di intendere Stravinskij). La fama del Barilli come scrittore data appunto da quegli anni (del 1924 è una prima raccolta di queste sue critiche, Delirama). E la sua attività successiva si svolse in tale direzione, soverchiando o accantonando, non senza suo intimo cruccio, quella del musicista, la cui vena, del resto, pur genuina in quel suo accordare il canto, di una linea melodica italiana e verdiana, con uno strumentale memore della scuola tedesca, non ha l’alacrità innovatrice propria dello scrittore. Numerosi sono i giornali e i periodici ai quali il Barilli collaborò: Il Tevere (1925-1933), Gazzetta del Popolo, Il Popolo di Roma, Omnibus, Tempo (illustrato), e, nel secondo dopoguerra, Risorgimento Liberale, L’Unità, alternando ad articoli di carattere musicale scritti e corrispondenze di viaggio (da Parigi, 1926-1927, da Londra, 1931, dal Nord d’Europa, 1931, dall’Africa, 1931-1932, dall’Austria e dai Balcani, 1935-1936, dalla Spagna). Ché quella del giramondo fu un’altra delle vocazioni del Barilli, per la sua curiosità del vedere, e per quel tanto di zingaresco che fu in lui, e che gli fece, nella stessa Roma, dove più a lungo dimorò, cambiare spesso di domicilio, in alberghi o piccole pensioni. Di tutta questa attività restano testimonianza alcuni volumi, nei quali, per lo più a cura di amici, è raccolto il meglio dei suoi scritti: Il sorcio nel violino (1926), Il paese del melodramma (1931, vincitore del premio Fracchia dello stesso anno), Parigi (1933), Il sole in trappola (1941), Ricordi londinesi (1945), Il viaggiatore volante (1946), Lo Stivale (pubblicato postumo, 1952). Negli ultimi anni, malfermo di salute e afflitto da avversità e sventure (la figlia Milena, che aveva acquistato nome quale pittrice, morì a New York nel 1945 in seguito a una caduta da cavallo), il Barilli venne diradando il proprio lavoro, che indirizzò a preferenza verso i modi diretti della confessione autobiografica. Affidata la più intima a diari e taccuini, solo in parte fu pubblicata lui vivente (Capricci di vegliardo, 1951, che vinse il premio Saint-Vincent di quell’anno). Altra, ma numerosi sono ancora gli inediti, dopo la sua morte. Temperamente lirico, di un lirismo piuttosto fomentato che moderato dal sottofondo critico, il Barilli nei suoi scritti appare dominato da una immaginativa densa, intensa, ribollente, pronta a evocare, sulla scorta delle impressioni o sensazioni ricevute, figure, scene, paesaggi, prospettive di un barocco tra festoso e allucinato, dove ogni particolare realistico è portato al limite del surreale. Evocazioni e trasposizioni che, certo, non vanno disgiunte da un che di artificioso. Ma l’artificio è il mezzo e, per così dire, il naturale nutrimento di quest’arte. E se prevale, e riesce molesto in momenti di accentuato o compiaciuto intellettualismo, si riscatta però presto in poesia, grazie al trapassare di quella alacrità sensuale, così esuberante nel Barilli (e che reca a volte tracce dannunziane), in una nostalgia di beni perduti o di orizzonti sempre più ampi, coincidenti con i termini supremi del destino umano: la bellezza, l’amore, la morte. Ed è proprio per questo tendere delle sensazioni a un principio arcano, che l’un senso sconfina di continuo e si risolve nell’altro, e che l’impressionismo del Barilli non è mai solo acustico o auditivo, sì anche visivo, anzi visionario. Donde il carattere non musicale ma plastico, seppure di una plasticità così spericolata e friabile, della sua scrittura. I suoi aggettivi, spesso divaricati, e solo saldabili tra loro o con il sostantivo, al lampo dell’analogia, hanno assai più rilievo che colore. E il suo periodare, per la penuria dei nessi logici, ha una sintassi lirica. Come lirica è l’interpunzone, frequente di trattini in luogo di virgole, quasi scansioni di verso: una interpunzione tipica dei frammentisti e vociani (ai quali, del resto, fu presente la lezione dei simbolisti e decadenti francesi, come è presente, specie quella del Rimbaud, al Barilli). Scrittura la cui ideale misura è la pagina di taccuino, il foglio di diario, e il cui tono, si tratti di prosa di ispirazione musico-teatrale o di viaggio, è quello di una poesia che sorge come illuminazione dalla cronaca, e alla cronaca ritorna per risorgerne, e così via, quasi fenice dalle proprie ceneri. Ma col passare degli anni questa cenere si fa essa stessa incandescente: novità che, già avvertibile in certi altri scritti del Barilli, culmina nei citati Capricci di vegliardo. I pretesti, le occasioni al suo immaginare vengono ora sempre meno dal di fuori, e sempre più dal limbo dei ricordi. Non più recite musicali, né viaggi per il mondo, ma esplorazione d’ombra: di quella che il proprio corpo invecchiato reca sempre più gravosa con sé, in contrasto con gli slanci sempre estrosi dell’anima. E di quella che il tempo ha accumulato sul proprio passato ma che la memoria si adopera a diradare. Paesaggi si alternano ad autoritratti. E come questi mostrano in trasparenza, entro un lucore tra di radioscopia e di apparizione medianica, lo scheletro, gli altri, spenti o attutiti i fuochi delle antiche girandole, si mostrano attoniti e a momenti calcificati in una luce siderale. Quel tanto di funebre o di spettrale che ci fu sempre nel Barilli, anche nel più impennato e umoresco, qui impronta di sé tutte, o quasi, le sue fantasie, le quali, venute meno pur le commettiture vagamente narrative di una volta, ora si sviluppano secondo un disegno libero ma essenziale, e altamente poetico. Il Barilli fu autore delle seguenti opere: Delirama, con prefazione di E. Cecchi, Roma, 1924 (2a edizione accresciuta, Roma, 1944; 3a edizione, a cura di E. Falqui, Milano, 1948), Il sorcio nel violino, Milano, 1926, Il paese del melodramma, Lanciano, 1931, Parigi, con prefazione di R. Sanchez Masas (traduzione di N. De Silva), Lanciano, 1933, Il sole in trappola, diario del periplo dell’Africa (1931), Firenze, 1941, Ricordi londinesi, a cura di E. Falqui, Roma, 1945, Comme la lune, Roma, 1945, Il viaggiatore volante, a cura di E. Falqui, Milano, 1946, La loterie clandestine, Roma, 1948, Capricci di vegliardo (comprendente anche Comme la lune e La loterie clandestine), a cura e con nota bibliografica di A.M. Ligi, Milano, 1951, Lo Stivale, postumo, a cura di E. Falqui, Roma, 1952. Tutte queste opere sono raccolte e riordinate, a cura del Falqui, in due volumi (Firenze, 1963), rispettivamente intitolati Il paese del melodramma e altri scritti musicali e Il libro dei viaggi. Un terzo volume comprende scritti di critica e polemica musicale dispersi in giornali e riviste, nonché taccuini di appunti e abbozzi, ritrovati in gran numero tra le carte del Barilli. Alcuni suoi inediti (per lo più lettere e appunti) furono pubblicati, a cura di A.M. Ligi, in Paragone agosto 1952, in Il Mondo 21 agosto e 16 ottobre 1962, e in Galleria maggio-ottobre 1963.
FONTI E BIBL.: A. Baldini, Salti di gomitolo, Firenze, 1920, 228-229; R. Bacchelli, in Il Tempo 30 marzo 1922; A. Savinio, in Corriere Italiano 29 novembre 1923; E. Cecchi, prefazione a Delirama, poi riprodotta in Il sorcio nel violino e in Il paese del melodramma; V. Cardarelli, in Corriere Italiano 12 marzo 1924; A. Cecchi, in L’Italia Letteraria 28 gennaio 1931; A. Bocelli, in Corriere Padano 24 febbraio 1931; E. Montale, in Solaria marzo 1931; C. Sofia, in Il Popolo di Sicilia 2 ottobre 1931; A. Baldini, Amici allo spiedo, Firenze, 1932, 73-80, poi in Il libro dei buoni incontri di guerra e di pace, Firenze, 1953, 346-352; R. Sanchez Masas, prefazione (tradotta da M. De Silva) a Parigi; A. Gatto, in Letteratura marzo 1937; A. Gargiulo, Letteratura italiana del Novecento, Firenze, 1940, 231-237; G. De Robertis, Scrittori del Novecento, Firenze, 1940, 133-138; P. Gadda Conti, Vocazione mediterranea, Milano, 1940, 191-195; M. Alicata, Ritratto di Barilli, in Primato 1 marzo 1941; L. Giusso, Il viandante e le statue, s. 2, Roma, 1942, 116-122; E. Emanuelli, in L’Europeo 13 ottobre 1946; N. Sapegno, Compendio di storia della letteratura italiana, III, Firenze, 1948, 451 s.; La Fiera Letteraria 5 febbraio 1950 (numero dedicato al Barilli, con scritti di A.M. Ligi, G. Petroni e altri); G. Bellonci, in Il Giornale d’Italia 23 febbraio 1951 e 17 giugno 1952; C. Bo, in La Fiera Letteraria 11 marzo 1951; A. Bocelli, Capricci di Barilli, in Il Mondo 2 giugno 1951, ripreso in Galleria maggio-ottobre 1963, 184-189; R. Rossellini, in Il Messaggero 16 aprile 1952; La Fiera Letteraria 20 aprile 1952 (numero dedicato al Barilli, con scritti di V. Cardarelli, C. Pellizzi e altri); A. Mezio (Eliseo), L’avventura di Barilli, in Il Mondo 26 aprile 1952; A. Seroni, in L’Approdo aprile-giugno 1952, 9-13; A.M. Ligi, in Paragone agosto 1952; F. Squarcia, in Paragone agosto 1952; E. Falqui, prefazione a Lo Stivale, successivamente in Novecento letterario, IV, Firenze, 1954, 98 ss.; N. Ciarletta, in Paese Sera 16 ottobre 1952; O. Vergani, in Corriere della Sera 18 ottobre 1952; L. Cecchi Pieraccini, Incontri con Barilli, in Il Mondo 29 novembre 1952; G. Villaroel, in Il Giornale d’Italia 21 dicembre 1952; La Gazzetta di Parma 15 aprile 1953; E. Cecchi, Di giorno in giorno, Milano, 1954, 241-244; G. Spagnoletti, Antologia della poesia italiana, 3a edizione, Parma, 1954; G. Raimondi, La valigia delle Indie, Firenze, 1955, 57-60; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 18-19; E. Falqui, Novecento letterario, I, Firenze, 1959, 381-388; G. De Robertis, Altro Novecento, 1962, 85-89; I. Neri, Bruno Barilli ovvero il sorcio nel violino, in Settimo giorno 17 aprile 1962; V. Talarico, in E. Falqui, Caffè letterari, Roma, 1962, II, 708-710; F. Abbiati, in Corriere della sera 17 gennaio 1963; G. Confalonieri, Emiral di Bruno Barilli, in Radiocorriere 21-27 aprile 1963; G. Debenedetti, Intermezzo, Milano, 1963, 7-25; E. Siciliano, in Palatina, 26-27, aprile-settembre 1963, 40-49; Omaggio a Bruno Barilli, in Galleria maggio-ottobre 1963 (con scritti di R. Lucchese, A.M. Ligi, M. Alicata, G. Baldini, A. Bocelli, F. D’Amico, G. Ungaretti, E. Cecchi, E. Falqui, N. Frank, O. Rudge, e inediti, testimonianze e bibliografia); E. Falqui, prefazione a Il paese del melodramma e altri scritti musicali; C. Belli, Barilli sempre vivo, in Il Tempo 12 marzo 1964; A. Bocelli, Ritorno di Barilli, in Il Mondo 23 giugno 1964; A. Bocelli, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, 1964, 369; Bibliografia generale delle antiche provincie parmensi, a cura di F. da Mareto, vol. II, Soggetti, voce Barilli Bruno, Parma, 1974; e le pubblicazioni successive con bibliografia aggiornata: Il sorcio nel violino, a cura di L. Avellini e A. Cristiani, con introduzione di M. Lavagetto, Torino, 1982; Il paese del melodramma, a cura di L. Viola e L. Avellini, Torino, 1985; F. Sartorelli, Bruno Barilli, Parma, s.d.; Casa Barilli, Milano, 1997, 57-66, 258-265.

Parma 2 aprile 1839-Parma 23 giugno 1911
Nacque da Giuseppe e da Amalia Scorticati. Il padre, maestro alle scuole elementari di San Secondo e poi direttore delle scuole tecniche a Parma, lo iscrisse, subito dopo le elementari, alla scuola d’arte ove ebbe maestro di pittura F. Scaramuzza, pittore accademizzante e convenzionale, da cui il Barilli, esuberante per temperamento, si scostò ben presto, preferendo una più immediata e intima espressione figurativa. Partecipò come volontario alla guerra del 1859 e combatté valorosamente a Palestro. Nel 1862 vinse il pensionato artistico regionale col quadro Cristo converte il pubblicano Matteo (Galleria Nazionale di Parma), una delle poche opere di maniera della sua vasta produzione. Fu poi premiato con medaglia d’oro a un concorso regionale a Bologna. Da Parma passò a Firenze ove certo studiò, oltre ai contemporanei (soprattutto i macchiaioli), la pittura del Rinascimento. Nel 1867 andò a Parigi dove rimase tre anni, avvicinando numerosi artisti, tra cui il Doré, e ottenne numerose commissioni: tra le sue opere più importanti è la decorazione di alcuni soffitti (Primavera, Il turbine) nel palazzo di Madame Klaus. Scoppiata nel 1870 la guerra francoprussiana, tornò in Italia e si recò a Roma, dove rimase sino al 1876 salvo brevi intervalli. A Roma la sua fama di pittore à la page e di impronta parigina gli procurò una vasta clientela e commissioni ufficiali (Flora, soffitto a fresco in una sala al primo piano della Prefettura). Nonostante l’evidente abilità decorativa del Barilli, la facilità e l’eleganza delle vaste composizioni, il suo fare più spontaneo e vivo si rivela nei quadri di soggetto e di genere: ritratti, contadinelle, paesaggi, dove unisce al ricordo della pittura francese quello della pittura napoletana e dei macchiaioli. Nel 1871 il Barilli partecipò all’Esposizione annuale di Belle Arti di Parma con La giardiniera di Saracinesco e Una via di Marano (nella Galleria di Parma). Nel 1872 fu nominato accademico d’onore dell’Accademia di Parma, forse anche per il successo ottenuto a Roma nel marzo con l’esposizione al Circolo Internazionale Artistico di tre quadri, dei quali Capannola, la porcara fu assai lodato dalla stampa. Che il nome del Barilli fosse molto noto in Italia, anche come decoratore, è dimostrato dalle molte commissioni, come la decorazione della volta della sala da ballo del palazzo De Larderel a Livorno. Nel 1878, nominato professore di figura dell’Accademia di Belle Arti, tornò definitivamente a Parma, ove, sposato con Anna Adanti, ebbe tre figli: Arnaldo, Bruno e Latino. Proseguirono intanto numerosi e vasti i contatti esterni, e nello stesso 1878 e poi nel 1880 espose a Torino. Dipinse nel 1881 per la chiesa di Cortemaggiore la Madonna delle Grazie, e nel 1886, con G. Magnani, la volta della sala del consiglio nel Municipio di Parma. Dal 1889 ebbe incarichi ufficiali di ogni genere: la direzione dell’Accademia e della Pinacoteca, nel 1890 fu eletto consigliere comunale. In quegli anni dipinse numerosi ritratti che confermano la vena di intensa poesia dei primi tempi (il Piccolo convalescente, presso gli eredi), oltre a interni rustici, aie, animali, di cui sono esemplari in numerose collezioni pubbliche e private a Roma, a Parma, e anche in altre città italiane e straniere. Tra gli artisti che operarono a Parma nella seconda metà dell’Ottocento, il Barilli rivelò non solo una più vasta cultura di carattere nazionale e internazionale, ma un fare più sciolto e vivo, una sensibilità che lo distingue dagli altri.
FONTI E BIBL.: Note manoscritte, appunti, vasto elenco di opere presso gli eredi del Barilli a Parma; Asmodeo, Rivista artistica, in Il Diavoletto 12 novembre 1871; Note anonime, in Gazzetta di Parma 30 marzo 1872; Il Diavoletto 31 marzo 1872; Il Presente 7 aprile 1873; Gazzetta di Parma 26 ottobre 1875; Gazzetta di Parma 28 giugno 1881, riportate tutte in E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, X (1851-1893), 11-13, ms. 109 in Parma, Museo d’antichità; L. Testi, Nuovi quadri nella R. Galleria di Parma, in Bollettino d’arte 4, 1907, 20. Necrologi: in L’Illustrazione italiana 2 luglio 1911, 23, Il Presente 20 giugno 1911 (P. Baratta), Gazzetta di Parma 1 luglio 1911 (L. Testi); Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, 53; A.O. Quintavalle, La Regia Galleria di Parma, Roma, 1939, 245, 251 s.; A.O. Quintavalle, Cecrope Barilli, in Aurea Parma XXVI 1942, 85-88; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 407; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 19; A. e C. Quintavalle, in Dizionario biografico degli Italiani, VI, 1964, 372; G. Cusatelli (a cura di), Dai ponti di Parma. Storia, costumi e tradizioni, Bologna, 1965; Enciclopedia universale SEDA della pittura moderna, I, Milano, 1968; M. Chierici-M. Montan, Storia di Parma in mille fotografie, Bologna, 1971; G. Copertini, La pittura parmense dell’Ottocento, Parma-Milano, 1971; P. Ceschi, Cecrope Barilli, in Dizionario enciclopedico Bolaffi dei pittori e degli incisori italiani, I, Torino, 1972; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, Parma, 1972; G. Allegri Tassoni, La I Esposizione nazionale d’arte in Parma nel 1870, in Aurea Parma III settembre-dicembre 1973; G. Godi (a cura di), Mecenatismo e collezionismo pubblico a Parma nella pittura dell’Ottocento, catalogo mostra, Colorno, 1974; R. Tassi, Magnani, Bocchi, De Strobel, Parma, 1974; M. Bommezzadri, I Barilli e la “scuola romana”, in Gazzetta di Parma 23 maggio 1979; Io Smerando Smeraldi Ingegnero et perito dei cavamenti, Parma, 1980; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, scultori, disegnatori e incisori moderni e contemporanei, I, Milano, 1982; G. Allegri Tassoni, La Società d’Incoraggiamento degli Artisti degli Stati Parmensi, in Archivio Storico delle Province Parmensi, Parma, 1984; G. Cirillo-G. Godi, Guida artistica del parmense, II, Parma, 1984; M. Monteverdi, Storia della pittura italiana dell’Ottocento, Busto Arsizio, 1984; M. Pellegri, Il Museo Glauco Lombardi, Parma, 1984; R. Tassi, La pittura dell’Ottocento in Emilia, in Catalogo dell’arte dell’Ottocento, Milano, 1986; J. Schulz, Gli edifici di Parma dell’età comunale, Parma, 1988; M. Bonatti Bacchini (a cura di), Il teatro di Girolamo Magnani scenografo di Verdi, catalogo mostra, Parma, 1989; F. Borsi (a cura di), Il patrimonio artistico del Quirinale, Milano, 1991; G. Godi-G. Carrara (a cura di), Fondazione Museo Glauco Lombardi, Parma, 1991; G. Martinelli Braglia, La pittura dell’Ottocento in Emilia Romagna, in La pittura in Italia. L’Ottocento, I, Milano, 1991; M. Tedeschini (a cura di), I grandi di Parma. Repertorio alfabetico dei personaggi illustri dal 1800 a oggi, Bologna, 1991; A.V. Jervis, Cecrope Barilli, in La pittura in Italia. L’Ottocento, II, Milano, 1991; L. Frattarelli Fischer-M.T. Lazzarini (a cura di), Palazzo de Larderel a Livorno, Milano, 1992; T. Marcheselli, Barilli: un cielo per Sua Maestà, in Gazzetta di Parma 17 ottobre 1992; Cecrope, pittore da riscoprire, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1992; M.T. Lazzarini, Cecrope Barilli a Livorno, in Aurea Parma 1 1993; F. Barocelli, Gli artisti del suo tempo, in Padre Lino e il suo tempo, atti del convegno del maggio 1994, Parma, 1994, 93; G. Godi-C. Mingardi (a cura di), Le collezioni d’arte della Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, catalogo mostra, Parma, 1994; R. Tassi, La corona di primule. Arte a Parma dal XII al XX secolo, Parma, 1994; R. Canadé, Museo di Risparmio. La Cassa espone il suo patrimonio artistico, in Gazzetta di Parma 10 settembre 1994; Le collezioni d’arte della Cassa in mostra alla Fondazione Magnani Rocca, in Po. Quaderni di Cultura Padana 3 1994; R. Cavazzini, Premiata scuola parmigiana, in Gazzetta di Parma 20 ottobre 1994; Arte. I tesori della Cassa, in Gazzetta di Parma 6 novembre 1994; M. Angelini (a cura di), Emilia Romagna. Artisti e opere dall’Ottocento a oggi, Milano, 1995; U. Delsante-G. Gonizzi (a cura di), Girolamo Magnani e la Sala del Consiglio della Cassa di Risparmio 1875-1876, Parma, 1996; G.L. Marini, Il valore dei dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento, Torino, 1996; F. Barocelli, La sala consiliare di Girolamo Magnani e di Cecrope Barilli, regesto a cura di M. Siri, Parma, 1997.

Colorno 13 marzo 1906-Parma 4 aprile 1983
Figlio di Arnaldo, entrò nel 1919 nel Conservatorio di Parma, diplomandosi nel 1926 in violoncello. Trascorse molti anni all’estero, specie in Egitto e Jugoslavia quale violoncellista in grandi orchestre sinfoniche. Conobbe e apprezzò, godendone anche di cordialità e amicizia, celebri direttori d’orchestra quali Giuseppe Del Campo, Lovro von Matatich e, in modo particolare, Franco Ferrara, ai corsi musicali del quale partecipò, a Siena e a Roma, anche in età avanzata, ottenendo la grande soddisfazione di dirigere in occasione di un saggio di allievi. Il Barilli collaborò per anni alla Gazzetta di Parma nella pagina Tutta Parma con brevi ma saporosi scritti, affidando alla pagina ricordi e aneddoti della sua lunga attività di orchestrale, spesso a contatto con personalità di grande spicco, delle quali ebbe modo di riferire i pregi artistici.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 5 aprile 1983, 5.

Parma 29 ottobre 1902-Parma 29 novembre 1964
Figlio dello storico, letterato e poeta parmense Arnaldo. Si laureò in medicina e chirurgia nel 1926 ed esercitò la professione di medico condotto prima a Lagrimone poi a Zibello fino al 1938 e da ultimo a San Secondo Parmense, ove risiedette per venticinque anni fino al 1963. Costretto da un male inesorabile ad abbandonare la sua professione, da ultimo si rifugiò a Parma. Il Barilli fu invitato numerose volte a tenere conferenze nei circoli culturali dei paesi e delle frazioni vicino a San Secondo Parmense. Conferenze serali per adulti, sui più svariati argomenti: medicina, storia, scacchi, ma particolarmente sulla poesia dialettale parmense, con cenni biografici sui poeti e lettura delle poesie. Parlatore convincente e appassionato, nel 1957, tanto al Rotary Club quanto alla Famija Pramzana, sostenne acutamente e fervorosamente la tesi paterna (l’opera dedicata dal padre all’Allegoria della Camera di San Paolo era stata oggetto di sarcasmo in una importante pubblicazione dedicata al Correggio), riscuotendo consensi lusinghieri.
FONTI E BIBL.: G.C., in Parma nell’Arte 2 1965, 138.

Bardi 5 agosto 1727-Piacenza 7 agosto 1783
Cappuccino, già sacerdote nel secolo, fu assistente agli infermi nell’Ospedale di Piacenza, dove morì per febbre maligna ivi contratta. Per il suo quieto, umile e rispettoso vivere, conversare e procedere, e per molte altre sue virtù fu sempre caro ai superiori e venerato dai secolari. Compì la vestizione a Carpi il 4 maggio 1764 e un anno dopo, nella stessa località, la professione di fede.
FONTI E BIBL.: Registro Convento Piacenza, II, 67, n. 288; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 455-456.

Parma 1810-1878
Maestro elementare a San Secondo, divenne poi insegnante secondario e quindi direttore della Scuola Tecnica di Parma. Alternò le buone lettere alla buona musica (una sua critica sull’Aida fece scalpore). Si occupò con uguale amore di filosofia e di poesia, e come poeta cantò, in sonetti dal piglio classico e non privi di pregi, i fasti del Risorgimento.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti del secondo Ottocento, 1925, 37-38; J. Bocchialini, in Aurea Parma 1 1924, 3-4; M. Ferrarini, in Aurea Parma 33 1949, 79-84.

Parma 30 gennaio 1883-Parma 26 luglio 1961
Terzo figlio maschio del pittore Cecrope e di Anna Adanti, divenne pittore come il padre, dopo che i due fratelli, Arnaldo e Bruno, si erano affermati rispettivamente come studioso di storia e arte locale e come musicista e scrittore. Scrivendo del Barilli e della sua personalità di artista, viene immediato il riferimento alla famiglia nella quale egli crebbe, i contatti col padre Cecrope e i suoi preziosi insegnamenti. L’ambiente fu, dunque, subito importante per il Barilli, che verso i quattordici anni dipinse il primo quadro per dimostrare al padre di non essere tagliato per gli studi tecnici, e che poteva pretendere un’educazione artistica. Cecrope, ben contento di avere in casa un pittore e non un perito agronomo, se lo prese all’Accademia di Belle Arti di Parma ove insegnava. Gli studi poi proseguirono a Roma, alla Libera Accademia del nudo e a Monaco (1904-1906), dove c’era già il fratello Bruno che stava perfezionandosi in composizione musicale, alla scuola di Von Stuck. Qui il Barilli visse dal 1904 al 1906, lavorando intensamente e frequentando musei, mostre, concerti. Fu un soggiorno importante perché Monaco era una delle capitali della vita artistica europea e vi convergevano le idee nuove tra Francia e Germania. Nel 1905 visitò a Venezia le mostre di Ca’ Pesaro e della Biennale (tra gli altri, vi esposero Monet, Pissarro, Sisley, Vallotton, Vuillard), quindi fu a Roma tra il 1907 e il 1908, nell’atmosfera confusa ma vitale di un’arte che si avviava a uscire dalle secche del naturalismo ottocentesco. Nel 1911 partecipò insieme ad Amedeo Bocchi, Daniele De Strobel e Renato Brozzi alla ricostruzione della Camera d’oro del castello di Torrechiara per l’Esposizione Etnografica di Roma. È suggestivo pensare che il confronto diretto con la pittura quattrocentesca lombarda sia stato il motore che lo spinse, in anni di poco più tardi, a sperimentare un modo diverso di trattare le stesure cromatiche (che divengono liricamente sintetiche), di semplificare e rendere essenziali i profili plastici (in considerevole anticipo su quella, poi diffusa, esigenza di ritorno all’ordine che sfociò nell’esperienza di Valori Plastici, 1918-1921, ovvero nel neoprimitivismo di Carrà o dello stesso De Chirico). Il Barilli ritornò poi a Parma e continuò a dipingere con ardore. Nel 1909 fu a Fano per qualche tempo presso la famiglia della madre, poi nel 1912 si sposò, e subito dopo cominciò il primo lavoro di grande impegno, la decorazione ad affresco della facciata di palazzo Marchesi (1913). Dal maggio 1915 alla fine del 1918 fu al fronte e la sua abilità di disegnatore venne sfruttata con l’incarico di un compito particolarmente pericoloso: quello del rilevamento delle postazioni nemiche, eseguito spesso anche al di là della prima linea. Il Barilli partecipò anche alla difesa di Passo Buole, meritandosi la medaglia commemorativa d’argento. Nell’immediato dopoguerra il Barilli trascorse un anno in ospedale con la micidiale influenza spagnola. Superata la lunghissima crisi, riprese a dipingere, ma in difficili condizioni economiche: dipinse su tutto ciò che trovava, vecchie assi, scatole di sigari, legni sconnessi, e spesso su entrambe le facciate, come testimoniano tanti preziosi piccoli dipinti. Nel 1921 eseguì gli affreschi della facciata e dell’abside della chiesa di San Michelino dei Gatti. Poco prima aveva dipinto i medaglioni in San Michele a Parma. Poi nel 1925 il pittore bolognese Achille Casanova, al quale erano stati affidati i lavori di decorazione della Basilica del Santo a Padova, passando da Parma, ammirò gli affreschi del Barilli a palazzo Marchesi, ne rimase affascinato e gli propose di seguirlo come aiutante. Ma a Padova l’aiutante lo fece per breve tempo: tutti gli affreschi dell’abside, attorno alla serie degli archi, sono infatti suoi. Nella stessa chiesa ritornò nel 1931 con Lodovico Pogliaghi per affrescarvi una cappella. Tra il 1929 e il 1930 eseguì inoltre numerosi affreschi nel castello Giustiniani Cambiaso a Gabiano Monferrato e due serie di Vie Crucis per le chiese di Medesano e Gramignazzo. Nel 1939 ebbe il posto di insegnante all’Istituto d’Arte Paolo Toschi, dove restò per una ventina d’anni, creando numerosissimi allievi, legati a lui da ammirazione e affetto. Nel 1955 partecipò alla Quadriennale romana, cui fecero seguito numerose mostre personali organizzate nelle gallerie di Parma (1956, alla Galleria Camattini; 1961, alla Galleria del Teatro). Nel 1963 ebbe luogo una prima retrospettiva organizzata dalla Soprintendenza alle Gallerie di Parma, mentre nello stesso anno tre sue opere figurarono alla rassegna organizzata da Carlo Ludovico Ragghianti in Palazzo Strozzi a Firenze (Arte Moderna in Italia 1915-1935) che in qualche modo sancì anche fuori dai confini parmigiani ruolo e qualità del suo lavoro. Nel 1984 ancora a Parma fu organizzata un’altra ampia ed esauriente mostra retrospettiva. Il Barilli, colpito da infarto, si spense nella sua casa sul torrente Parma. È sulla linea di sensibilità basata sull’uso emozionato del colore e su una disposizione spirituale intimista, che si sviluppò il lavoro più immediato e sponeaneo del Barilli: paesaggi tutti percorsi dall’emozione della luce che scorre, non frammentata ma distesa, sulle striscie delicate della spiaggia, del mare, o trasforma in fantasmi viola e azzurri i monti, e il gusto e la poesia sottile degli interni, la porta che si apre sulla cucina, il ragazzo che legge, la donna che cuce. È questo lato che fa apparire la pittura del Barilli dei primi due decenni del secolo in consonanza col sensibilismo cromatico del bolognese Alfredo Protti, e singolarmente parallela a quella di un altro bolognese, Carlo Corsi, anch’egli incappato nell’amarezza di una valutazione tardiva. Con una formazione culturale così ricca, sia per rapporto diretto, sia per identità di atmosfera e disposizione, il Barilli fu per molti anni a Parma un pittore molto moderno, aperto agli stimoli e alle correnti che muovevano le cose artistiche d’Italia.
FONTI E BIBL.: L’Arte Moderna, XIV, 1967, 428; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 188-189; L’inaugurazione del Teater d’ Laten Barilli, in G.O. Vanni, Seguit dla vitta d’ Battistèn Panada strologh per necessità. Lunario parmigiano per l’anno 1923, Parma, 1923; Aurea Parma 1935; G. Copertini, II Mostra sindacale d’arte e del paesaggio parmense, catalogo mostra, Parma, 1936; A. Bertolucci, Sguardo a pittori e scultori di casa, in Gazzetta di Parma 31 maggio 1949; A. Bertolucci, Mostra degli indipendenti, in Gazzetta di Parma 2 gennaio 1950; G. Copertini, La mostra di pittura e scultura, in Giornale dell’Emilia 16 aprile 1950; Catalogo della personale al Salone San Paolo, Parma, 1951; U. Bertoli, La mostra di Latino Barilli nel Salone San Paolo, in Gazzetta di Parma 31 maggio 1951; C. Mattioli, Un mago si è accampato nel baraccone, in Giornale dell’Emilia 10 novembre 1951; Parma per l’Arte 1951; U. Bertoli, Galleria dei sarcasmi, in Epoca 22 novembre 1952; L. Goldoni, In casa di Latino Barilli, in La Notte 1 agosto 1953; A. Ghidiglia Quintavalle, La personale di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 8 maggio 1954; E. Spatti, La personale di Latino Barilli, in Il Resto del Carlino 12 maggio 1954; L. Bertacchini, Le manifestazioni d’arte a Bologna, in Avvenire d’Italia 15 gennaio 1955; R. Fornelli, La mostra di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 18 gennaio 1955; A. Ghidiglia Quintavalle, La mostra dei collezionisti parmensi, in Gazzetta di Parma 12 aprile 1955; G.C. Artoni, Latino Barilli, in Il Raccoglitore 20 dicembre 1956; G.C. Artoni, Latino Barilli alla Camattini, in Il Resto del Carlino 16 dicembre 1956; R. Tassi, Latino Barilli, in Aurea Parma IV 1956; P. Viola (a cura di), Latino Barilli, catalogo mostra, Parma, 1956; G.C. Artoni, Il dolce e l’amaro di Latino Barilli, in Palatina luglio-settembre 1957; G. Copertini, La mostra personale di Latino Barilli, in Parma per l’Arte VII 1957, 35-37; V. Bianchi, Cinquant’anni di attività del pittore Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 27 dicembre 1958; A.C. Quintavalle, Latino Barilli ha in casa la sua scuola, in Il Resto del Carlino 9 agosto 1958; A.C. Quintavalle, La personale di Latino Barilli, in Il Resto del Carlino 27 dicembre 1958; G.O. Vanni, Personale di Latino Barilli, in Il Nuovo Corriere delle Arti dicembre 1958; R. Tassi, Latino Barilli, catalogo mostra, Galleria del Teatro, Parma, 1961; R. Tassi, La personale di Latino Barilli alla Galleria del Teatro, in Il Resto del Carlino 12 maggio 1961; G.C. Artoni, In morte del pittore Latino Barilli, in Palatina aprile-giugno 1961; A.C. Quintavalle, Omaggio a Latino Barilli, in Aurea Parma II-III 1961, 95-100; G.C. Artoni, Una vita d’artista, in Gazzetta di Parma 27 luglio 1961; A., Latino Barilli ha lasciato un retaggio, in Il Resto del Carlino 27 luglio 1961; A.C. Quintavalle, L’ultimo pittore della vecchia Parma, in Gazzetta di Parma 28 luglio 1961; X, Morte di un artista, in Settimo Giorno 15 agosto 1961; V. Bianchi, Una vita illuminata dall’ideale dell’arte, in Gazzetta di Parma 28 agosto 1961; G. Copertini, In morte del pittore Latino Barilli, in Parma per l’Arte XI 1961, 205 s.; A.O. Quintavalle, Omaggio a Latino Barilli, in Aurea Parma XLV 1961; M. Milli, Nel trigesimo della morte, in Vita Nuova 16 settembre 1961; Ritratti 1800-1900. I Rassegna artisti parmensi dell’Ottocento, catalogo mostra, Parma, 1962; R. Allegri (a cura di), Retrospettiva del pittore Latino Barilli, catalogo mostra, Parma, 1963; G. Cavazzini, Mezzo secolo di vita parmense nella pittura di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 31 gennaio 1963; G. Copertini, La retrospettiva di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 31 gennaio 1963; C.L. Ragghianti, Arte moderna in Italia 1915-1935, catalogo mostra, Firenze, 1963; R. Tassi (a cura di), Retrospettiva di Latino Barilli, catalogo mostra, Galleria Nazionale, Parma, 1963, poi in Palatina gennaio-marzo 1963; T. Marcheselli, La retrospettiva di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 25 giugno 1963; J. Bocchialini, Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 27 giugno 1963; X, Parma in caricatura. Disegni originali di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 27 giugno 1963; L. Lambertini, Ha dipinto la gente e i giorni della sua città, in Avvenire d’Italia 3 luglio 1963; A. Bar, Una mostra retrospettiva doppiamente gradita al pittore, in Il Resto del Carlino 11 luglio 1963; R. Tassi, Il pittore Barilli e gli altri nella Parma degli anni Trenta, in Il Giornale di Brescia 18 agosto 1963; A.C. Quintavalle, Storia della vicenda artistica a Parma negli ultimi vent’anni, in Rivista l’Ametag 3 1963; E. Riccomini, Retrospettiva di Latino Barilli, in Aurea Parma XLVII 1963, 117-118; Latino Barilli, in J. Bocchialini, Memorie e figure parmensi. Scrittori e poeti del Novecento, Parma, 1964; E. Pirella, La storia di Parma nelle riviste culturali, in Rivista l’Ametag 3 dicembre 1964; G. Cusatelli (a cura di), Dai ponti di Parma. Storia, costumi e tradizioni, Bologna, 1965; A. Ghidiglia Quintavalle, Avvio per una Galleria d’Arte Moderna, Soprintendenza alle Gallerie, Parma, 1965; Enciclopedia universale SEDA della pittura moderna, I, Milano, 1968; M. Alpi, Latino Barilli, tesi di laurea presso l’Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia - Storia dell’Arte, relatore F. Arcangeli, anno accademico 1968-1969; A.C. Quintavalle, Storia di Parma. I pittori, in Il Resto del Carlino 3 dicembre 1970; T. Marcheselli, Genialità dei Barilli, in Gazzetta di Parma 3 gennaio 1971; G.C. Artoni, Parma ricorda Barilli, in Gazzetta di Parma 26 luglio 1971; Disegni di Latino Barilli, catalogo mostra, Parma, 1973; Parma ricorda Barilli, (florilegio di scritti sull’artista), in Gazzetta di Parma 26 luglio 1973; Barilli Latino, in Enciclopedia dell’arte Garzanti, Milano, 1973; G. Cavazzini, Omaggio a Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 21 ottobre 1973; T. Coghi Ruggiero, Nella chiesa di Gramignazzo la Via Crucis di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 17 gennaio 1981; T. Marcheselli, Poesia e humour di Latino Barilli, in Gazzetta di Parma 18 novembre 1981; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, scultori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei, I, Milano, 1982; B. Barilli, Il sorcio nel violino, con introduzione di M. Lavagetto, Torino, 1982; T. Marcheselli, Latino Barilli tra ’800 e ’900, in Gazzetta di Parma 30 gennaio 1983, 3; G. Allegri Tassoni, La Società d’Incoraggiamento degli Artisti degli Stati Parmensi, in Archivio Storico per le Province Parmensi XXXVI 1984; R. Tassi-A. e R. Barilli (a cura di), Latino Barilli. Mostra retrospettiva per il centenario della nascita, catalogo mostra, Accademia d’Arte e Galleria Consigli Arte, Parma, 1984; Omaggio a Latino Barilli nel centenario della nascita, in Gazzetta di Parma 30 gennaio 1984; G. Miglioli, Latino Barilli alla Pilotta, in Gazzetta di Parma 20 febbraio 1984; G. Foletti, Latino Barilli: un pittore della carriera solitaria, in Il Popolo 28 febbraio 1984; M. Novi, Fratel Latino, in La Repubblica 28 febbraio 1984; Le Mostre, in L’Unità 29 febbraio 1984; G.P., Latino Barilli. Arte ritrovata, in Prospettive d’Arte marzo-aprile 1984; M. Tedeschini (a cura di), I grandi di Parma. Repertorio alfabetico dei personaggi illustri dal 1800 a oggi, Bologna, 1991, 12; M. Pasquali, La pittura del primo Novecento in Emilia e Romagna, in La pittura in Italia. Il Novecento, I, Milano, 1992; S. Vicini, Latino Barilli, in La pittura in Italia. Il Novecento, II, Milano, 1992, 747-748; R. Tassi, La corona di primule. Arte a Parma dal XII al XX secolo, Parma, 1994; L. Fornari Schianchi (a cura di), La città latente. II. Aspetti iconografici della città nella pittura parmense del ‘800 e oltre, catalogo mostra, Galleria Nazionale, Parma, 1995, 87-88.

Roma 1886-
Poetessa, di famiglia parmense. Vivezza di sentimento e immediatezza di espressione furono le sue caratteristiche poetiche. Scarso invece appare il controllo formale e ritmico delle sue liriche.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti del secolo nuovo, 1926, 90; J. Bocchialini, in Aurea Parma 6 1925, 321.


Parma 1922-Parma 22 giugno 1991
Figlio del pittore Latino, nipote di Cecrope Barilli e fratello di Aristide: tutti artisti, che lasciarono a Parma una traccia luminosa. Pittore e insegnante, il Barilli si colloca artisticamente nel filone post-impressionista del padre, caratterizzato da un colore personalissimo, letterariamente proustiano, e da un figurativismo aristocratico ed essenziale, legato alle piccole cose locali, divenute magicamente nelle sue mani simboli universali. Si diplomò all’Istituto d’Arte Paolo Toschi di Parma in decorazione e scenografia. Studiò sotto la guida del padre Latino, e di Umberto Lilloni per l’ornato. Nel 1940 ottenne il secondo premio assoluto nella finale nazionale dei Ludi Iuveniles dell’arte, settore pittura, sezione paesaggio. Fu premiato alla Rassegna sulla Resistenza, in Cecoslovacchia, ottenne il Premio della Pubblica Istruzione a Modena nel 1940 e premi alla Mostra Nazionale del paesaggio a Roma (1941) e a Salsomaggiore nel 1954. Nel 1942, militare in Balcania, fu incaricato dal comando di divisione di eseguire un affresco nel Teatro di Mostar. Dal 1956 al 1982 fu titolare della cattedra di educazione artistica per le scuole medie inferiori. Iniziò a esporre nel 1939, partecipando da allora a numerose mostre regionali e nazionali. Espose in personali e collettive a Roma, Milano, Bologna, Firenze, Ferrara, Parma, Ravenna, Piacenza, Reggio Emilia. Sue opere si trovano in collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero. Dal 1974 fu membro effettivo dell’Accademia di Belle Arti di Parma. Numerose, nell’ambito della sua attività volta prevalentemente al paesaggio (tra Liguria, angoli di Parma e campagna), le opere a carattere sacro e commemorativo. Ne sono esempio la Madonna dell’emigrante nel comune di Compiano, gli sportelli del tabernacolo nella chiesa di San Pancrazio, le stazioni della Via Crucis nella chiesa della Famiglia di Nazareth, la Pietà nella chiesa di Rimagna, la Madonna con Bambino nella chiesa delle Cappuccine, l’affresco sull’Eccidio del Dordia nella sala del Consiglio del Comune di Varano Melegari. Restaurò anche la parte pittorica dell’affresco, opera del padre Latino, che si trova nella chiesa di San Michele dell’Arco in strada della Repubblica. Le mostre personali del Barilli a Parma costituirono sempre un avvenimento. È da notare l’effetto che traspirano i suoi paesaggi, soprattutto quando l’atmosfera parmigiana si fa nebbiosa, velata da quell’impalpabile coltre color malva che affascinò Proust. Qui il Barilli riuscì a esprimere al meglio la propria natura chiusa, introversa, immedesimandosi nell’ambiente dai viola assaporati per anni in casa, a contatto con la tavolozza coraggiosa del padre Latino. La citazione è d’obbligo, visto che a ogni mostra successiva divennero più sottili i confini artistici tra padre e figlio: un processo naturale, di interscambio, di inconscio ripercorso pittorico, ma ancor prima umano. Il Barilli si dimostrò poi sempre abile nel bozzetto impressionistico e nella marina colta al volo con pochi ed essenziali colpi di pennello. Ma la sua caratteristica decisamente personale è rappresentata dalle sere violacee padane, quando cielo, arie e case divengono un tutt’uno: quei viola alla Latino Barilli e alla Amedeo Bocchi, quei viola della Secessione viennese. Il Barilli partecipò a tutte le mostre dell’Associazione Parmense Artisti, della quale fu uno dei soci fondatori.
FONTI E BIBL.: Catalogo personale alla Galleria Camattini, Parma, dicembre 1957 e marzo 1962; Catalogo personale alla Galleria Sant’Andrea, Parma, gennaio 1964; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 189; Parma per l’Arte 1 1955; R. Tassi, in Gazzetta di Parma 28 dicembre 1957; T. Marcheselli, Cento pittori a Parma, 1969; Catalogo della personale alla Galleria Camattini, 1976; D. Lajolo, 12 litografie di Renzo Barilli, 1982; D. Lajolo, in Gazzetta di Parma 9 gennaio 1982; A.M. Comanducci, Dizionario illustrato dei pittori, 1982; Catalogo mostra degli accademici pittori, 1986; Catalogo della personale alla Galleria Sant’Andrea, 1989; G. Cavazzini, in Gazzetta di Parma 28 marzo 1992 e 2 novembre 1994; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 24 giugno 1991, 4; Casa Barilli, 1997, 286.

BARISELLO GIACOMO, vedi BARISELLO GIOVANNI

Parma ante 1250-Parma agosto 1298
Popolano di parte guelfa. Di professione sarto, visse nel secolo XIII. Proveniva da famiglia contadina, in quanto suo padre era mezzadro di casa Tebaldi. Il Barisello partecipò alle lotte tra i guelfi e i ghibellini della sua città, emergendo in occasione di uno dei tanti disordini che agitarono Parma verso la metà del secolo causato dalla minaccia di un tentativo ghibellino, appoggiato da Oberto Pallavicino, d’impadronirsi della città, allora guelfa. A quanto racconta Salimbene, fu soprattutto merito del Barisello se i guelfi, dapprima intimoriti, disposti in parte addirittura a lasciare volontariamente Parma, finirono col dominare la situazione prevenendo le mosse avversarie. Il Barisello, infatti, raccolti cinquecento armati, presi il Vangelo e la Croce, percorse la città costringendo i ghibellini sospetti di tradimento a giurare obbedienza alla parte della Chiesa e obbligando quanti non si prestavano al giuramento a lasciare la città. Lo stesso Salimbene fa sapere come i suoi concittadini mostrarono al Barisello la loro riconoscenza: anzitutto lo fecero ricco, mentre era povero, gli dettero in moglie una donna di nobile casato, della famiglia Cornazzano, gli garantirono un posto permanente al consiglio del Comune senza bisogno di elezione, in riconoscimento, tra l’altro, del suo buon senso naturale e delle sue virtù oratorie, infine lo autorizzarono a raccogliere sotto il suo nome una società militare, che poi Manfredino di Sassuolo, podestà modenese di Parma, nel secondo semestre del 1268 e nel prilo del 1269 sciolse nolens quod a tali nomine denominarentur Parmenses. Salimbene è l’unico a tramandare il racconto dell’impresa del Barisello, di cui tuttavia si trova indirettamente conferma in un capitolo degli Statuti di Parma riformati nel 1266, quando era podestà Alberico Suardi da Bergamo: in esso è detto testualmente che ad honorem Dei et Societatis Cruxatorum et tocius partis Ecclesie e per la conservazione dei fedeli, il podestà di Parma presente e futuro, si impegna a pagare Iohanni Barixello de Capite Pontis 25 lire imperiali da reperirsi de bonis Communis et de denariis Communis provenientibus de bonis bannitorum, pro remuneracione, substentacione, remedio et labore que substinet et supportat in amorem et servitium tocius partis Ecclesie. L’Affò considera questo capitolo degli Statuti come chiarificatore ai fini della datazione dell’impresa del Barisello, da porsi perciò nel 1266, in relazione con le agitazioni parmensi della primavera di quell’anno, dal giorno di Pasqua, 28 marzo, al 20 aprile. Anche gli storici posteriori condividono l’opinione dell’Affò (cfr. Ronchini, pp. XVI-XVII; Holder-Egger, pp. 372-375; Bernini, p. 73). È lecito tuttavia esprimere dubbi su questa datazione, poiché vi sono elementi che possono far pensare più verosimile una data antecedente al 1266. Innanzitutto Salimbene dichiara esplicitamente di essere stato presente a Parma all’impresa del Barisello, e non sembra che nell’anno 1266 Salimbene si trovasse in questa città. Il primo capitolo poi in cui Salimbene inizia la narrazione relativa al Barisello (sei sono i paragrafi a lui dedicati), è intitolato: Quod Parmenses pacem fecerunt ad invicem post mortem imperatoris, sed parum duravit pax illa, il che fa pensare che l’azione del Barisello si sia sviluppata all’indomani della morte di Federico II, avvenuta il 13 dicembre 1250, e non già sedici anni dopo la medesima. Inoltre in altri due capitoli, successivi a quello citato, alludendo alla distruzione di Borgo San Donnino, avvenuta alla fine del 1268 (Chronicon Parmense, p. 267), Salimbene ricorda che avvenne qualche tempo dopo la sommossa cui partecipò il Barisello. Sempre Salimbene afferma che la società militare posta sotto il comando del Barisello durò per molti anni prima di essere sciolta da Manfredino di Sassuolo. Ulteriore elemento, da non trascurare, il fatto che Salimbene non parla della Pasqua come del giorno in cui sarebbe avvenuto il tumulto in Parma, mentre questo particolare avrebbe dovuto colpire la sensibilità del frate cronista così incline ad avvertire il segno del trascendente nelle vicende storiche. Sembrerebbe perciò possibile avanzare un’altra ipotesi, e cioè che l’iniziativa del Barisello si sia manifestata durante la sommossa del 1253 seguita al tentativo di pacificazione tra i guelfi di Parma e i ghibellini esuli a Borgo San Donnino, di cui dà breve notizia il Chronicon Parmense (p. 20). In questo quadro meglio si capirebbe anche l’evoluzione della Società dei Crociati, ben nota per l’importanza che ebbe nella successiva vita del Comune di Parma, e le sue relazioni con la Societas del Barisello: nata in un primo tempo come milizia popolana, quasi personale del Barisello, sarebbe stata poi riorganizzata nel 1266 ufficialmente (di questo anno sono i primi capitoli degli Statuti che la riguardano), al servizio del Comune sotto la direzione di un capitano, che non fu però il Barisello. Il comune, in riconoscimento e in ricompensa (pro remuneracione pro remedio), avrebbe concesso al Barisello la ricordata rendita di 25 lire imperiali a titolo di pensione che avrebbe dovuto nello stesso tempo rendergli onore e persuaderlo a stare tranquillo. Nel 1269, come risulta da un capitolo degli Statuti emanato il 17 maggio di quell’anno, il Barisello fu scelto come mallevadore per un contratto stipulato dal Comune. Dopo il 1269 non si ha, fino al tempo della sua morte, alcuna notizia relativa al Barisello il quale, sciolta la sua milizia, tornò, senza fare opposizione, al suo lavoro di sarto, mantenendo in tal modo stima e prestigio presso i suoi concittadini, a quanto dice Salimbene, e come dimostra l’atto citato del 1269. Le tragiche circostanze della morte del Barisello sono schematicamente registrate nel Chronicon Parmense (pp. 78 s.): nell’agosto 1298 Rolandino da Marano fu imprigionato sotto accusa di tradimento e, per aver salva la vita, indicò i nomi dei suoi complici, veri o presunti, nelle persone di Bernardino della Porta, di Pietro Sanvitale e del Barisello, già banditi da Parma probabilmente in quanto partigiani di Obizzo Sanvitale vescovo della città, il quale era stato allontanato nell’agosto del 1295. Sottoposti a feroci torture perché confessassero i nomi degli altri congiurati, veri o presunti, il Barisello morì sotto i tormenti, mentre Pietro Sanvitale, pur avendo resistito senza parlare e protestato la sua innocenza, venne poi giustiziato illegalmente, nonostante il podestà di Parma, Raniero Gatti da Viterbo, fosse fuggito dalla città per non partecipare all’ingiusta esecuzione. Il Barisello fu forse implicato nella congiura di Manfredotto Cornazzano, alla cui famiglia egli si trovò imparentato in seguito al suo matrimonio.
FONTI E BIBL.: Statuta Communis Parmae, a cura di A. Ronchini, in Monumenta hist. ad provincias Parmensem et Placentinam pertinentia, I, Parmae, 1855, XVI-XVIII, 470 s., e II, 1857, XV, 207 s.; Cronica fratris Salimbene de Adam ordinis Minorum, a cura di O. Holder-Egger, in Monumenta Germ. Hist., Scriptores, XXXII, Hannoverae et Lipsiae, 1905-1913, 372-375; Salimbene de Adam, Cronica, a cura di F. Bernini, Bari, 1942, 536-541, che riproduce fedelmente il codice Vaticano latino 7260, quasi certamente autografo; Chronicon Parmense, in Rerum Italicarum Scriptores, 2a edizione, IX, 9, a cura di G. Bonazzi, 20, 78 s.; C. Sigonio, Opera omnia, II, Mediolani, 1732, coll. 1017 s.; I. Affò, Storia della città di Parma, III, Parma, 1793, 272-293, e IV, 1795, 72-116; E. Ricotti, Storia delle compagnie di ventura di Italia, I, Torino, 1845, 305; C. Argegni, Condottieri, capitani, tribuni, II, Milano, 1936, 72 (erroneamente lo chiama Giacomo); F. Bernini, Storia di Parma, Parma, 1954, 73; A. Alessandrini, in Dizionario biogafico degli Italiani, VI, 1964, 382-383.


Parma-post 1784
Con la sovrana approvazione del 13 giugno 1784 venne ammesso all’esame come suonatore di violino soprannumerario nella Reale Orchestra di Camera. L’esame fu tenuto il 21 luglio (Archivio di Stato di Parma, Decreti e Rescritti).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

BARIXELLO GIOVANNI, vedi BARISELLO GIOVANNI

BARNABA DA PARMA, vedi BOCETI BARNABA e GHERARDI BARNABA

BARNARDI MERCURIO, vedi BAJARDI MERCURIO

Firenze-Carso 1915
Entrò giovanissimo nel movimento operaio, vivendo a Parma, nel clima particolarmente aspro di lotta proletaria della regione emiliana, le sue prime esperienze di militante, in circostanze, quindi, che lo indussero a radicalizzare la sua posizione ideologica, dando una ragione al suo schieramento nelle file del sindacalismo rivoluzionario. La sua attività di sindacalista passò attraverso prove piuttosto burrascose. Nel 1908, trasferitosi a Brescia come vicesegretario della Camera del Lavoro e redattore del giornale sindacalista Lotte del Lavoro, rimase coinvolto in irregolari faccende amministrative, per le quali, abbandonate quelle cariche, già nell’aprile del 1909 passò a lavorare presso la Camera del Lavoro di Ferrara. Duramente attaccato per questi suoi trascorsi da C. Dell’Avalle, allora segretario della Camera del Lavoro di Milano, il Barni reagì con una querela per diffamazione, affrontando un processo presso il tribunale milanese, che si concluse, peraltro, con la conferma dei fatti addebitatigli. Lo stesso giorno in cui fu emanata la sentenza, il 21 gennaio 1910, giunse a Trento per assumere l’incarico di segretario del Segretariato del lavoro e di direttore del giornale delle società operaie L’Avvenire del Lavoratore. Nel Trentino, il Barni aveva già avuto occasione di soggiornare, nel precedente novembre, per un giro di conferenze propagandistiche. In quel periodo, l’involuzione del suo orientamento ideologico già si stava chiaramente delineando, secondo una linea abbastanza tipica di quel sindacalismo d’ispirazione soreliana che, sul terreno della polemica antiparlamentare e antidemocratica, andò ambiguamente convergendo verso le posizioni della destra nazionalista. Sintomatico, in tal senso, il fatto che proprio allora il Barni fosse in contatto e in rapporti di collaborazione con gli scrittori della rivista La Demolizione, uomini come O. Dinale, F.T. Marinetti, P. Orano, imbevuti di un herveismo già conciliato col principio nazionale, quasi tutti passati all’interventismo nel 1915, molti al fascismo nel dopoguerra. Ostilissimo al centralismo, perentorio assertore dell’autonomia sindacale, il Barni allargò rapidamente la sua polemica sul piano di un altrettanto tenace antiriformismo e antinternazionalismo, ma in un senso principalmente antitedesco, nella misura in cui cresceva nel movimento operaio e socialista europeo l’insofferenza o quanto meno la critica alle tendenze tattiche e strategiche che il partito modello della Germania, nella sua posizione egemonica, imprimeva all’organizzazione proletaria internazionale. Giungendo a Trento con un simile bagaglio di idee, il Barni suscitò inevitabilmente i sospetti e le apprensioni dei dirigenti politici del partito locale, così attenti a non contrastare, per convinzione o per necessità che fosse, con i criteri centralistici dominanti nell’apparato sindacale austriaco, né col principio internazionalista, così sollecitamente difeso dalla socialdemocrazia nella difficile, conflittuale realtà dello stato plurinazionale asburgico. Notevoli furono, invece, i consensi e le simpatie che egli incontrò tra i non pochi sindacalisti e in quegli ambienti operai che più erano stati toccati da certi accenti soreliani della propaganda svolta da Benito Mussolini a Trento, nel 1909, nel corso di un suo breve ma tumultuoso soggiorno. Nell’assumere la guida del movimento operaio trentino, il Barni lo trovò già portato alla centralizzazione e alla fusione col movimento politico: una situazione, quindi, nettamente in contrasto con le sue vedute e che, fin dall’inizio, si propose di rovesciare, in una flessibile difesa del localismo sezionale e con l’obiettivo, come egli disse, di separare diligentemente le due funzioni, economica e politica. Il risultato fu che ben presto i suoi rapporti con la direzione del partito divennero molto tesi, anche per il piglio provocatorio e spregiudicato con cui condusse la sua campagna di stampa sull’Avvenire del Lavoratore, su temi, anche politici, molto delicati (come la questione universitaria, da lui sbrigativamente definita una questione di ciarle), tanto da imbarazzare il partito e fornire validi appigli alla propaganda antisocialista delle forze avversarie. Ancor più ostinata fu la sua campagna per il localismo, condotta con toni tali da svelarne fin troppo chiaramente l’interno risvolto nazionalistico. Il separatismo del movimento socialista e operaio ceco, entrato proprio in quei mesi nella fase di maggior tensione, gli offrì una buona occasione per polemizzare con l’orientamento della socialdemocrazia austriaca e della stessa Internazionale, che condannarono il fenomeno con molta fermezza. L’agitazione svolta dal Barni, in proposito, nel Trentino aveva già cominciato a preoccupare anche gli ambienti socialisti viennesi, quando un suo violento scontro col deputato socialista di Trento, A. Avancini, fece precipitare la situazione. Lo spunto fu offerto da un’azione di sciopero, in cui Avancini intervenne in veste di mediatore, su incarico degli organi sindacali centrali viennesi. Il Barni protestò energicamente contro questa che per lui era un’interferenza inammissibile dei politici nelle vicende sindacali e manovrò con tanta mala grazia contro Avancini, da indurlo a dimettersi da deputato e dalle cariche del partito. Il caso fece un tale rumore, che anche i giornali socialisti austriaci presero aperta posizione contro il Barni e i sindacalisti che lo seguivano, definendoli una massa di sobillatori nazionalisti, separatisti e anarchici, responsabili di aver aperto una grave crisi nel socialismo trentino, turbando i legami di fiducia esistenti tra le società operaie locali e le federazioni centrali. Il caso Barni fu discusso perfino nel congresso dei sindacati austriaci, svoltosi a Vienna il 19 ottobre 1910: in quella sede, le tesi del Barni furono formalmente condannate, mentre si approvò la condotta di Avancini, che finì col ritirare le dimissioni. Il fatto provocò la reazione dei sindacalisti seguaci del Barni che a loro volta si dimisero dalle cariche di partito aprendo una dannosa scissione, anche se poté essere praticamente isolata dai dirigenti politici, forti dell’appoggio dei leaders viennesi e delle grandi federazioni operaie austriache. In questa situazione, il Barni che, volendo trapiantare nel particolare tessuto politico, sociale ed economico del Trentino il suo confuso, equivoco sindacalismo rivoluzionario, aveva tentato un esperimento senza speranza, non poté far altro che dimettersi. In novembre lasciò Trento, per rientrare in Italia dove collaborò al nuovo quotidiano operaio La Conquista, su cui scriveva anche Mussolini. Poi, colpito da una lieve condanna in un processo a sfondo politico, nel maggio 1911 si rifugiò in Svizzera, nel canton Ticino, diventando redattore dell’Aurora, organo del partito socialista ticinese. Lì rimase fino al 1913, quando, implicato in una polemica con la magistratura locale, fu colpito dal provvedimento di estradizione. Ritornato nuovamente in Italia, il Barni dimostrò di essersi saldamente attestato ormai, dopo le ultime esperienze, su posizioni antidemocratiche e attivistico-irrazionaliste e in questo senso è certo significativa la collaborazione che egli diede alla rivista Utopia, fondata da Mussolini nel novembre del 1913. Quanto, poi, al suo atteggiamento di fronte alla spinta crescente del nazionalismo, le dichiarazioni da lui rese nel 1913 a una pubblica inchiesta non lasciarono più alcun dubbio sulla sua adesione incondizionata a quel movimento, che affermò di apprezzare anche con tutte le sue intemperanze, con tutte le sue velleità, con tutte le sue affermazioni imperialiste. Non meraviglia, quindi, che allo scoppio del conflitto mondiale egli si gettasse nella lotta interventista con molto fervore. Nel maggio del 1915, entrata in guerra l’Italia, si arruolò volontario e trovò la morte in quello stesso anno, nei combattimenti sul Carso.
FONTI E BIBL.: G. Barni, Tradimenti e traditori. Una pagina di storia del socialismo trentino (1909-1910-1911), Trento, 1911; G. Yvetot, L’abc sindacalista, traduzione e note del Barni, Pistoia, 1909-1910; Dopo la conferenza di Budapest, in La guerra di Tripoli. Discussioni in campo rivoluzionario, Napoli, 1912; Il nazionalismo giudicato da letterati, artisti, scienziati, uomini politici e giornalisti italiani, a cura di A. Salucci, Genova, 1913; G. Barni-G. Canevascini, L’industria del granito e lo sviluppo economico del Canton Ticino, Lugano, 1913; G. Pedroli, Il socialismo nella Svizzera italiana, Milano, 1963; R. Monteleone, Il movimento socialista nel Trentino (1894-1914), Roma, 1971; R. Monteleone, in Movimento Operaio Italiano, I, 1975, 178-180.

Parma 9 maggio 1911-Parma 8 marzo 1982
Nato da famiglia popolana di Borgo Gazzola, fu ordinato sacerdote nel 1938. Divenne parroco di Sant’Uldarico in Parma nel gennaio del 1942 e vi rimase per quarant’anni fino alla morte. Nei primi tempi della sua attività sacerdotale ebbe l’incarico dell’insegnamento di materie letterarie alla Scuola Media del Seminario Minore (dal 1938 al 1943), poi in Arte Sacra nel corso liceale e teologico del Seminario Maggiore. Dispensò la catechesi cristiana agli alunni dell’Istituto d’Arte Paolo Toschi per più di quindici anni. Fu scelto dal Vescovo quale membro della Commissione Diocesana di Arte Sacra per la sua competenza specifica e la puntuale conoscenza dei problemi.
FONTI E BIBL.: Il Seminario di Parma, 1986, 85.

Parma 16 gennaio 1839-Parma 23 novembre 1909
Figlio del tipografo Giuseppe, proto della Regia Tipografia di Parma, e di Orsola Maestri, primogenito di cinque figli, nacque al n. 229 di strada San Francesco. Fu dapprima avviato dal padre al lavoro tipografico ma scoprì ben presto il suo vero interesse per la fotografia, senz’altro incoraggiato in ciò dall’amico Giacomo Isola (pittore-fotografo), alle cui nozze funse da testimone nel 1865. Negli anni 1869-1870 aprì, in società con Gardelli, uno stabilimento fotografico a Parma, in vicolo della Macina 4. L’edificio era denominato casa Fulcini in Pescheria Vecchia, probabilmente lo stesso in cui operava già Isola, il quale nel frattempo si era trasferito in strada al Duomo 13. Il Baroni sposò Ester Raspollini che gli diede cinque figli. La specialità di Baroni & Gardelli fu costituita dai ritratti. E se la clientela fu numerosa, non per questo diminuì la qualità del prodotto, sempre mantenuto a livelli di ottimo artigianato. Da notare che i due soci ebbero cura di cambiare spesso il disegno litografico sul retro delle fotografie, segno di particolare cura dei dettagli e dell’eleganza, oltre che di un innato senso di immagine aziendale. Entrambi furono volontari (il Baroni nel 1859, Gardelli nel 1860-1861) nelle campagne del Risorgimento Italiano. La lunga collaborazione però cessò improvvisamente il 1o ottobre 1891, quando il Baroni aprì una sua Fotografia in borgo Angelo Mazza al n. 17, proprio dove avevano cessato i soci A. Sorgato-P. Saccani, tre anni prima. Infine il Baroni tornò sui suoi passi rimettendo piede in casa Fulcini, luogo dei suoi esordi, dove rimase dal 1899 fino alla morte, avvenuta a 70 anni, quaranta dei quali dedicati alla fotografia.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 150-151.


Parma 20 novembre 1835-1872
Figlio di Ludovico e Maria Tomasi. Sacerdote, fu professore nel collegio Maria Luigia di Parma e nel Seminario parmense.
FONTI E BIBL.: S. Frati, Enrico Baroni: memoria, Parma, Fiaccadori, 1873, 8 pp.; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 84.

Reggio Emilia 1893-Soragna post 1976
Burattinaio, lavorò molto a Parma e nel Parmense. Rappresentò con particolare successo la tetralogia composta dalle Due orfanelle, I due sergenti, Il fornaretto di Venezia e la Genoveffa di Bramante: testi tratti da commedie che segnarono un’epoca. Quale esempio del contenuto di questi testi, si riportano le parole che Perouse, nell’omonimo dramma del Baroni, dice su una rupe in un appassionato monologo: Alfine la nebbia si va dissipando. Ancora per altro ella contrasta col sole e si ostina a tener appannata la tranquilla superficie del mare. Non altrimenti la calunnia tenta d’offuscare la virtù, ricoprendola di mille fantasmi, sino a che l’augusto sole della verità, dirada finalmente le tenebre che la circondano e le rende il suo incontaminato splendore. Quale maestoso spettacolo! Nel 1976 il Baroni viveva quasi cieco a Soragna.
FONTI E BIBL.: Proposta 5 1976, 16-17.

Parma 1812-Parma 15 maggio 1857
Professore di canto e compositore. Fu autore di un’opera, Ricciarda (Parma, Teatro Regio, 25 settembre 1847), che ebbe successo e fu più volte rappresentata, di romanze da camera, marce per pianoforte e un inno dal titolo Milano libera.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale musicisti, 1, 1926, 116.

BARONI FERNANDO, vedi BARONI FERDINANDO

BARONI GIOVANNA, vedi PIACENZA GIOVANNA

Borgo San Donnino 24 settembre 1724-Borgo San Donnino 11 agosto 1776
Frate cappuccino, fu sacerdote assistente gli infermi nell’Ospedale di Borgo San Donnino, morto per febbre ivi contratta. Compì la vestizione a Guastalla il 29 settembre 1745 e un anno dopo, sempre a Guastalla, fece la professione di fede.
FONTI E BIBL.: Registro Convento, Fidenza, 54 v.; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 464.

BARONI GIUSEPPE
1843-Collecchio13 maggio 1912
Fu insegnante elementare a Berceto e a Collecúchio (vi fu nominato il 3 febbraio 1884, provenendo da Berceto; col 1° ottobre 1907 cessò dalle funzioni di maestro di 4a e di 5a e di direttore didattico). Svolse la sua opera in seno alla scuola per quarant’anni, dei quali ventisette in Collecchio. Il Consiglio comunale di Collecchio, in data 20 agosto 1907, decretò di assegnargli un diploma di benemerenza e una medaglia d’oro. Il Baroni, adottando un metodo attivo, riuscì a fare apprendere ai suoi alunni di quinta persino il problema del tre composto. Nelle belle giornate egli portava i suoi ragazzi in giro per la campagna e li esercitava a misurare lunghezza e larghezza di canali, aree di colture, volume di mucchi di fieno e di paglia, portando sul piano pratico le nozioni teoriche insegnate dalla cattedra.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario Collecchiesi, in Gazzetta di Parma 11 gennaio 1960, 3; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 43.

BARONI GIUSEPPE
Borgo San Donnino 28 agosto 1878-Fidenza 21 agosto 1939
Studiò musica nella città natale sotto la guida di Napoleone Gialdi, molto anche apprendendo come autodidatta. Fu poi allievo del Conservatorio di Parma e del Liceo Rossini di Pesaro (vi si diplomò nel 1906). Ventiquatútrenne, costituì a Borgo San Donnino un efficiente complesso bandistico, che intitolò a Giovanni Rossi per onorare la memoria dell’illustre concittadino. Come direttore di banda e di fanfara riscosse premi e ambiti riconoscimenti. Nel 1910 vinse a Parma il primo premio al Concorso Fanfare dell’Alta Italia e nella stessa città, dirigendo nel 1926 la Banda municipale, ottenne il primo premio al Concorso Bandistico Internazionale. Si dedicò con successo anche alla composizione. Nel 1911 debuttò al Teatro Magnani di Borgo San Donnino con la sua prima opera lirica, Vanja, che suscitò consensi. A essa fecero seguito, nell’ottobre 1915, Visione italica, rappresentata anch’essa al Magnani con non minore successo, e, nel maggio 1920, La Castellana, andata in scena al Comunale di Salsomaggiore. Compose pure un’operetta, Dollari e cuori (Fidenza, Teatro Magnani, 8 aprile 1928, libretto di Gianni Cisarri), oltre a una mole considerevole di marce per banda e ballabili. La sua attività, che gli procurò quattro medaglie d’oro, si svolse pressocché interamente a Fidenza, dove per trentadue anni egli diresse la locale Scuola di Musica e la Banda municipale. Ma il nome e la musica del Baroni, sebbene con non molta fortuna, varcarono i confini della sua città e talune composizioni acquistarono larga popolarità. Assai apprezzato quale direttore di banda, venne chiamato nel 1927 a Torino a costituire un corpo bandistico composto di ottanta esecutori e, due anni dopo, gli fu affidato lo stesso incarico a Salsomaggiore. Come compositore lasciò altre tre opere liriche, Nerone, tratta dalla tragedia di Arrigo Boito, L’arpa di Taliesin e La roccaforte, sei poemi sinfonici ispirati ai primi sei canti dell’Inferno di Dante, un poema sinfonico sulla Rivoluzione Fascista dedicato e presentato a Mussolini il 30 ottobre 1925 e molta altra musica per banda e leggera, lavori, tutti, inediti.
FONTI E BIBL.: C. Schmidl, Dizionario universale dei musicisti, 3, 1938, 63; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 20; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 54-55.

BARONI LORENZO, vedi BARONI OTTAVIANO

Parma 1773
Fu avvocato e poeta.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 90.

Zibello 1623 c.-Sassuolo 27 marzo 1693
Frate cappuccino, fu predicatore, lettore, guardiano, definitore, ministro provinciale (1688), prelato perfetto secondo le regole di San Francesco. Compì a Cesena la vestizione il 13 agosto 1648 e un anno dopo la professione di fede. Raccomandò molto la cortesia verso i forestieri ordinando che si desse loro in coro e in refettorio la preminenza dovuta. Risolveva i casi di coscienza più scabrosi con tanta dottrina e affabilità che i frati stavano pendenti dalla di lui bocca per ore intere.
FONTI E BIBL.: Camp. Prov. I, 5 (lettore), 79-80; Ann. Prov. III, 231-239; Pellegrino, Ann. III, 473-475; F. da Mareto, Necrologio cappuccini, 1963, 204.

Parma 1892-Monte Resta 27 giugno 1916
Figlio di Alfredo. Ragioniere, caporale del 78o reggimento fanteria, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: Sempre volontario e sempre primo tra i primi in ogni più pericolosa impresa. Rese utilissimi servigi in molti combattimenti. Si portò in diverse occasioni ai reticolati nemici assumendo preziose notizie, finché colpito in fronte, cadde ucciso a breve distanza dalle trincee avversarie. Fu sepolto a Camporovere.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 22, 25 luglio e 23 settembre 1916, 28 agosto e 13 novembre 1917; L’Internazionale 29 luglio e 28 ottobre 1917; Per la Vittoria 26 maggio 1917; Per la Riscossa, numero unico 17 febbraio 1918; G. Sitti, Caduti e Decorati Parmigiani nella guerra 1915-1918, Parma, Fresching, 1919, 25; Decorati al valore, 1964, 75.

Parma 1583
Pittore attivo in Roma. Il 21 agosto 1583 è ricordato come testimonio di nozze.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Artisti parmensi in Roma, 1883, 121.

Traversetolo-31 maggio 1997
Comandante partigiano, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare. Il primo episodio significativo di cui fu protagonista il Barozzi riguarda l’assalto alla casa del fascio di Basilicanova. La notte tra il 7 e l’8 marzo 1945, quindici partigiani del Distaccamento Gemona, comandati dal Barozzi, fecero saltare con 120 chilogrammi di esplosivo la caserma, ultimo presidio brigatista tra i territori già liberati e la città di Parma. Il secondo avvenimento rilevante dell’azione partigiana del Barozzi riguarda la liberazione di Parma. Furono gli uomini del distaccamento Gemona a raggiungere per primi piazza Garibaldi, tra pochi cittadini increduli. Il Barozzi, con alcuni compagni, salì sul balcone del Palazzo del Governatore e vi issò la bandiera tricolore. Il Barozzi fu tra i primi ribelli traversetolesi. Fu attivo da Montefiorino a Santo Stefano d’Aveto, dal Penna alla Cisa. Fu coraggioso, assertore del pieno rispetto della persona, intollerante dei soprusi, ribelle nel temperamento e nel carattere, tanto da creare talvolta relazioni difficili con i comandi superiori.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 13 maggio 1998, 34.

Pagazzano 8 marzo 1795-post 1836
Sposato con Maria Rosati di Colorno, fu in servizio alla Corte di Maria Luigia d’Austria dal 1° gennaio 1836 con la qualifica di garzone di cucina e lo stipendio di 540 lire.
FONTI E BIBL.: M. Zannoni, A tavola con Maria Luigia, 1991, 304.

Sissa XVIII secolo
Costruttore di macchine e di orologi in legno e in ferro. Sembra che nella provincia di Modena esista ancora uno degli orologi del Barozzi. Nel Vocabolario Topografico, il Molossi (1830) riferisce testualmente: A Sissa nacque un Barozzi costruttore di macchine e orologi di ferro, il quale ebbe figli non meno di lui valenti e ingegnosi.
FONTI E BIBL.: A. Bacchini, Sissa, 1973, 37; G. Capelli, Sissa, 1996, 108.


Sissa seconda metà del XVIII secolo
Quasi certamente figlio di Lodovico. Meccanico orologiaio, fu attivo nella seconda metà del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VIII, 21.


Parma 1824
Negoziante, rifugiato politico, giunse a Bruxelles nell’ottobre-dicembre 1824 proveniente da Parma e diretto a Namur.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati politici in Francia, 1962.

BARTHOLOMEO, vedi BARTOLOMEO


Parma 1777
Falegname artefice, assieme a Leonardo Comelli, nel 1777, della balaustra in Sant’Anútonio a Parma.
FONTI E BIBL.: P.P. Mendogni, 1979, 80; Il mobile a Parma, 1983, 261.

Parma-Genova post 1585
Nel 1585 si stabilì a Genova per impiantarvi una stamperia. Dinamico e volitivo, fu anche dominato da un gusto fine e da una sensibilità irrequieta. Non risulta da alcun documento che nella scelta della città ligure (era stato al lavoro di stampatore, con una certa fortuna, anche a Bergamo, oltreché a Parma) avesse influito il miraggio o solo il desiderio di maggiori guadagni. È certo, in ogni caso, che nell’attività compiuta a Genova il suo gusto e il suo sentimento del bello fu più soddisfatto delle esigenze di guadagno. Intorno a lui si costituì un sodalizio al quale parteciparono, sia pure con saltuarietà, alcuni pittori e alcuni scrittori liguri: i fratelli Battista e Bernardo Castello, Angelo Grillo, il Foglietta, il Chiabrera. Ma il Bartoli, che per motivi di lavoro fu al centro del sodalizio, mirò a imporsi nei confronti degli artisti e degli scrittori proprio per quelle sue qualità umane di mobilità e di irrequietezza sulla cui spinta si era mosso da Parma. Non furono subito facili i suoi rapporti con il pittore Bernardo Castello, vero figlio del Rinascimento, sia pure nell’ambiente ormai decadente della città mercantile. Il Castello fu anche letterato nel senso più schietto e proprio del termine: pittore di una certa qual personalità, ebbe l’occhio attento ai modelli classici, anche quelli che non erano legati alla sua arte, e la mente fervida alle novità. Fu buon intenditore dell’Ariosto, e sovente discuteva di letteratura e di estetica col Bartoli, il quale per le novità, in arte e in letteratura, non fu da meno. In quegli anni la gran novità c’era, e cominciava a correrne notizia per tutta Italia: i primi canti della Gerusalemme Liberata, un poema cavalleresco con un’inquietudine e un’umanità che sembravano create a bella posta per le figure tutte ombra e ripensamenti del Castello e per i progetti non sempre definiti del Bartoli, il quale, nel suo mestiere, cominciò a farsi leggere e ammirare anche fuori di Genova. Le sue prime opere, quelle del Foglietta e del Chiabrera, uscite dall’officina tipografica con stile ordinato ed esemplare, furono divulgate con una certa fortuna. La fama della nuova stamperia corse nei cenacoli letterari e artistici e se ne parlò nelle corti e presso gli altri stampatori, alcuni dei quali, specialmente milanesi e bergamaschi, cercarono di collaborare con il Bartoli. Ma il Bartoli non si lasciò tentare dalle proposte che gli venivano fatte, pur tutte allettanti: aveva i figli, che dopo il 1585 cominciarono ad aiutarlo, una volta imparata l’arte. Stampate le opere del Foglietta e del Chiabrera, egli pensò alla famosa Repubblica del francese Jean Bodin, lo scrittore politico che sembrava voler imporre il principio dell’indivisibilità del potere sovrano. Il Bartoli riuscì a dare alle stampe una traduzione precisa e agile, in ediziona nitida. Quando però il Castello gli propose un’edizione illustrata della Gerusalemme Liberata, il Bartoli restò perplesso. Il pittore, dal canto suo, era certo che sarebbe uscita un’opera editorialmente bella e che avrebbe avuto fortuna perché il Tasso piaceva a Genova (il suo poema circolava manoscritto nei salotti dei nobili, e da qualche anno una scelta di canti era stata stampata da altro tipografo) e lui avrebbe disegnato le venti scene del poema, una per ogni canto. Il Bartoli cominciava però a diventare vecchio e a sentirsi stanco. C’era comunque un fattore per il quale si sentiva portato a creare un’edizione sul tipo di quella propostagli: l’ambizione di lasciare prima della morte un libro famoso e mettere insieme il suo nome con quello del Tasso, che, nonostante anche allora nei confronti del poeta di Sorrento ci fossero contestazioni, era il più celebrato poeta vivente. Avendo infine ottenuto il consenso dal Bartoli per la stampa, il Castello e Angelo Grillo si misero in comunicazione con il poeta. Dopo qualche tergiversazione da parte del Tasso, il pittore, ardentissimo di disegnare le figure, si mise all’opera e una volta completato il lavoro, si recò a Ferrara e sottopose i disegni all’esame e alla considerazione del poeta. In effetti, riuscì a convincere il Tasso che vide certe scene della Gerusalemme riprodotte con una verità artistica e un rigore stilistico originali, vivaci, ma anche contenuti in un raro equilibrio. Anche il Bartoli fu soddisfatto. Ma mentre il pittore cercò di acquistare fama soprattutto presso alcune corti italiane dove avrebbe potuto trovare clienti, il Bartoli non pensò a trarne profitto: l’edizione gli servì come opera di prestigio, una consacrazione di capacità e di fama. E in verità gliene diede, nonostante alcune vicende e i contrasti successivi: il Tasso infatti avrebbe voluto ancora rivedere il testo e ritenne anche di essere stato in parte ingannato. I figli del Bartoli ripresero certi criteri del padre e ristamparono anche la Gerusalemme, quella stessa così felicemente figurata dal pittore Castello. Tra l’abbandono del mestiere, e la morte, il Bartoli non visse molto tempo, forse un solo anno.
FONTI E BIBL.: G. Marasco, in Gazzetta di Parma 8 settembre 1969, 3.

Piacenza-seconda metà del XIV secolo
In una delle sedici nicchie nella zona inferiore del Battistero di Parma (la quarta nicchia), si legge per due volte il nome del Bartolino da Piacenza, sotto una figura di San Giovanni Battista (Bartolin’ d. Placencia. fecit.), e accanto a una Santa Lucia frammentaria (Bertolin d. Placen. f.). L’ipotesi, avanzata nel XIX secolo da alcuni, che il nome letto sotto gli affreschi fosse non dell’artista ma del committente, non ha ragione di essere. Il valore artistico degli affreschi è buono.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon, II, 1908; P. Toesca, Il Battistero di Parma, Parma, 1960; S. Padovani, in Dizionario Enciclopedico pittori e incisori, 1990, I, 369.

BARTOLOMEI ANTONIO, vedi BERTHOLEMIEUX ANTONIO

Parma 1760-
Fu liutaio e violinista.
FONTI E BIBL.: H. Vercheval, Dizionario del violinista, 1924, 146.

Parma 1529
Detto anche Paolo de Proleza, fu scultore ornatista in marmo. Era attivo nel 1529.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica di Belle Arti, 3, 1820, 105.

BARTOLOMEO
Parma 1302
Figlio di Zagno. Fu medico celebrato, attivo nell’anno 1302.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 90.

BARTOLOMEO
Parma 1699
Fu suonatore della Cattedrale di Parma il 19 aprile 1699.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica a Parma, 1936.

Borgo San Donnino 1478
Fu espulso dall’Ordine degli Umiliati nell’anno 1478.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 91.


Busseto prima metà del XVI secolo
Ingegnere operante nella prima metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, III, 95.

BARTOLOMEO DA BUSSETO, vedi anche CARNEVALI BARTOLOMEO e PASTORI GIUSEPPE


Casola 1453
Figlio di Simone. Notaio, nel 1453 fu podestà delle Valli dei Cavalieri, il magistrato cioè che amministrava la giustizia ed esercitava l’autorità in nome dei Signori di Parma, specie dopo la presa del Castellaro del 1448 e il declino della potenza dei Vallisneri. A lui va il merito di aver compilato il Liber podesteriae terrarum militum, altrimenti conosciuto come Imbreviature del notaio Bartolomeo da Casola, un manoscritto cartaceo del secolo XV che costituisce uno dei documenti fondamentali per la conoscenza della storia delle Valli dei Cavalieri in quanto conserva copia di tutti gli atti delle cause civili e criminali che venivano sottoposti al podestà da parte dei valligiani o di forestieri.
FONTI E BIBL.: Valli Cavalieri 14 1995, 23.

BARTOLOMEO DA PARMA
Parma 1442/1443
Francescano, fu istitutore di varie pie congregazioni, il cui scopo volle fosse l’avanzamento spirituale nel bene, non disgiunto dalla compassione ai bisognosi. Della prima di queste congregazioni si trova memoria in una cronaca antica scritta dal notaio Ugaccione da Fano, stampata in poche copie nel 1842, e riportata in parte dal Tonini nella sua Storia di Rimini: fino all’anno 1442, in lo quale essendo a S.Maria della Grazia di Rimini per confessore il venerabile uomo Fr. Bartolomeo da Parma, e venendogli in la mente di domandare alcuni che da Rimino andavano a confessarsi da lui con grande prudenza, discrezione e fervente caritade, se volessero osservare insieme con alcuni altri certe osservanze e capitoli, che egli loro daria, ed essendogli risposto che sì, e guardando a quella persona che più gli pareva atta, con lo adiutorio di Dio fé che i sopradetti con altri qui sottonominandi si congregarono in lo dì secondo della Pasqua di Risurrezione a S.M. di Grazia in la cappelletta d’Infermeria. E dopo molti e accesi colloquii, dimandando a ciascuno se gli piacesse di voler osservare ed incominciare a seguir l’ordine della Compagnia di S. Ieronimo secondo il modo ed ordine di certi capitoli allora letti li in presenza di ciascuno, gli fu per tutti di buona volontà risposto che sì. In una successiva adunanza fu fatta l’accettazione di ventidue soci, che si unirono ai sei primitivi. L’accettazione dovette essere solenne perché venne fatta cum osculo Pacis e con canto di veni Creator Spiritus, in la sala della Casa che fu di Giovanni di Sigurano, e li furono a tutti lavati li piedi e baciati per lo detto Venerabile e suo Compagno. Il giorno dell’Assunta furono accettati altri due confratelli. Su consiglio di Bartolomeo fu presa provvisoriamente a nolo una casa, ove ogni festa i fratelli si adunavano. Successivamente si stabilirono nella Chiesa, e luogo dei Frati Armeni, presso uno Spedale denominato di S. Maria in Trebbio, locché fu approvato con Bolla di Eugenio IV data in Firenze nello stess’anno, ed ivi appresso edificarono un assai celebre Oratorio, dedicandolo al loro principale Protettore S. Girolamo. Meritò anche la gloriosa denominazione di Compagnia della Carità, per essersi questi Confratelli applicati a cercare per la città e somministrare limosine a tutti li poveri infermi. Della seconda Compagnia, dedicata essa pure a San Girolamo e fondata da Bartolomeo in Reggio Emilia nel 1443, non rimangono memorie. Gli elenchi di tutti gli ascritti sono conservati in grandi quadri, nel primo dei quali si legge: Catalogus Confratrum Societatis S. Hieronymi de Reggio quæ fuit erecta MCCCCXLIII. Indict. VI. XX. mensis Iunii per Venerab. Fr. Bartolomeum de Parma Guard. Ord. Min. de Observantia S. Francisci. Alla detta Compagnia potevano accedere solo i nobili della città. Ebbe la sua chiesa dedicata a San Girolamo, con bellissimo oratorio nel piano superiore. È tradizione che Bartolomeo abbia istituito una compagnia di uomini anche in Parma, sotto il nome di Santa Brigida.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 230-233.

BARTOLOMEO DA PARMA
Parma 1461/1472
Conte, fu in partibus Egipti per voto religioso nel 1461 e di nuovo nel 1472. Di lui fa menzione Emilio Motta nell’Archivio Storico Lombardo (1886, p. 867) citando registri dell’Archivio di Stato di Milano. In un codicetto di strambotti inediti del secolo XV (n. 720, tra quelli urbinati della Vaticana), descritto da Giovanni Zannoni nei Rendiconti (serie 5a, vol. I, p. 371 segg.), se ne trovano cinque di Bartholomaeus de Parma.
 FONTI E BIBL.: G. Lumbroso, Descrittori dell’Egitto, 1892, 208.

BARTOLOMEO DA PARMA, vedi anche ANSELMI BARTOLOMEO e GUISCOLO BARTOLOMEO

BARTOLOMEO DA SACCA, vedi SACCA BARTOLOMEO

BARTOLOMEO DA ZIBELLO, vedi MUSSINI CARLO

BARTOLOMEO PAOLO, vedi BARTOLOMEI PAOLO

BARTOLOTTI, vedi BERTOLOTTI

Parma 1886/1927
Preside dell’Istituto Tecnico Macedonio Melloni, fu per diversi anni il fulcro del sottocomitato della sua scuola. Fu inoltre presidente della Società Dante Alighieri di Parma. Nullo Musini, bravo caricaturista, lo ritrasse mirabilmente in un numero unico della Dante del 1912.
FONTI E BIBL.: A. Ciavarella, Presidenti della Dante, 1982.

Parma 29 aprile 1911-Milano 19 ottobre 1991
Laureatosi nel 1935 a Parma, dove iniziò l’attività, divenne allievo prediletto del professor Guido Melli. In seguito cominciò a viaggiare: per oltre due anni fu assistente scientifico a Zurigo del premio Nobel Hess Vinta. Dal 1950 il Bartorelli si insediò stabilmente a Milano, salvo un periodo (1956-1966) nel quale diresse la cattedra di patologia medica a Siena. Fu prima professore di patologia medica, poi clinico medico, e quindi per vent’anni, dal 1966 al 1986, direttore della clinica medica II dell’Università di Milano. Fondò e presiedette l’Istituto di ricerche cardiovascolari Giorgio Sisini, adiacente al Padiglione Sacco del Policlinico: una delle prime realizzazioni che videro scienza e industria alleati contro l’infarto. Già direttore della scuola di specializzazione in cardiologia, fondò nel 1981 il Centro Cardiologico di via Parea di Milano. Fu inoltre presidente e fondatore della Lega Italiana per la Lotta contro l’Ipertensione. Fu inoltre presidente della Società Italiana di Cardiologia, membro fondatore della International Society of Hypertension e membro del primo Consiglio Scientifico di questa società, presidente onorario della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, unico italiano eletto membro del Royal College of Physicians di Londra e di quello di Edimburgo. Quanto il Bartorelli fece per la vita accademica italiana è testimoniato dal padiglione interamente ristrutturato a Siena nell’ex-brefotrofio di Piazzetta della Selva, dal padiglione di ricerca che egli costruì dal nulla accanto al padiglione Sacco del Policlinico di Milano, dono della munificenza dei suoi amici ed estimatori, infine dal Centro Cardiologico Fondazione Monzino, da lui creato al momento di lasciare il suo ruolo di clinico medico. La sua opera di clinico illustre si rivolse a un gran numero di pazienti, e tra essi i più bei nomi di almeno due generazioni di protagonisti della cultura, dell’imprenditoria e della politica italiana, sicché egli fu personaggio eminente della vita milanese e italiana dell’ultimo trentennio del Novecento. Grazie alla sua iniziazione come fisiologo in tempi in cui la medicina clinica italiana era per lo più ancorata a modelli tradizionali e provinciali, credette fortemente nella ricerca, insegnò che ricerca e clinica devono marciare fianco a fianco, e che l’una non può fare a meno dell’altra. Creò istituzioni nelle quali ricercatori di base e clinici lavorarono a stretto contatto l’uno con l’altro e incitò i suoi allievi a calare in ciascuno di loro il ricercatore e il clinico, affinché il ricercatore apprendesse a lavorare con concretezza sui quesiti del clinico, e il clinico sapesse che le reali risposte potevano venire solo dalla ricerca. Autore di 250 pubblicazioni di neurofisiologia e cardiologia, sua fu, tra l’altro, l’idea di realizzare la trasmissione televisiva Check up, dedicata a divulgare la medicina. Fu più volte invitato in Parlamento a esporre i suoi giudizi favorevoli alla vivisezione per motivi scientifici, dove fu spesso contrastato da alcuni esponenti radicali. Nel 1985 ricevette il prestigioso premio Milanomedicina, un riconoscimento speciale per la brillante carriera. Destinatario di numerosissime benemerenze internazionali, il Bartorelli sposò Maria Luisa Cusani, figlia del marchese e architetto Lamberto, autore tra l’altro del munumento a Verdi, poi distrutto dai bombardamenti, e di quello alla Vittoria, in viale Toschi. Il Bartorelli fu sepolto a Parma, nel cimitero della Villetta.
FONTI E BIBL.: Corriere della Sera 20 ottobre 1991, 31; Gazzetta di Parma 20 ottobre 1991, 4 e 26 ottobre 1992, 5.

Parma 1303
Maestro falegname, ricordato in un atto notarile del 10 dicembre 1303: Actum parme in vicinia sancte Anne sub porticu domni Melioris de Ceratis presentibus d. giberto barufaldi magistro manarie vic.e sancte marie magdalene, et romualdo q.m gilioli de Monticulo magistro manarie vicinie sancte Anne, et Albertino de Mianno calzolario vicinie sanctorum jacobi et filippi et pinello filio quondam d. ottini de ursis de palanzanno testibus rogatis (Rogito di Manfredino del porco nell’Archivio Notarile di Parma).
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 5.


Parma 1300/1304
Fu notaio e canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 92.

Parma 1505/1507
A questo eccellente scultore, rimasto per lunghissimo tempo del tutto ignoto, si devono i magnifici ventiquattro stalli del Coro di Sant’Ulderico di Parma, intagliati con molta arte e intarsiati in noce per incarico della badessa Cabrina Carissimi dal 1505 al 1507. Nello stesso tempo il Baruffi lavorò un’ancona con tabernacolo in legname per la Società del Corpo di Cristo della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, Museo di Parma; A. Ronchini, 314; Relazione dei lavori compiuti dall’Ufficio Regionale per la conservazione dei monumenti dell’Emilia dall’anno 1898 all’anno 1901, di Raffaele Faccioli, Bologna, Zanichelli, 1901; G. Micheli, Il Coro di Sant’Ulderico, in Per l’Arte 1902, 131; Libro della Società del Corpo di Cristo, nell’Archivio Comunale di Parma, cartella Cattedrale, Libro della Fabbrica, 12 e 14 t.°; Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 343.

Medesano 24 marzo 1892-Mauthausen 11 aprile 1945
Fu decorato nella guerra di Libia (1911-1912) e in quella mondiale (1915-1918) con medaglie e croce al valore militare. Congedato con il grado di maresciallo per i meriti acquisiti, risiedette a Cannetolo, frazione alle porte di Medesano. Fece il contadino, insieme alla moglie, in un podere di quaranta biolche preso in affitto lungo lo stradone Farnese. Qui, l’11 marzo 1944, venne arrestato da elementi del governo della Repubblica di Salò e inviato alle carceri di Parma. Il motivo dell’arresto fu il supporto materiale fornito alla fuga di alcuni Inglesi internati nella Casa del Fanciullo, tra cui Garth Ledgard, Eric Cutler e John Greenwood. Gli Inglesi erano stati tenuti nascosti nell’abitazione del Baruffini fino a quando fu emesso un bando contro chi collaborava con loro. Così il Baruffini li trasferì a Banzola, sulle colline verso Salso, a casa di amici. La figlia del Baruffini Albertina, andava una volta alla settimana a portare loro da mangiare. Tornarono a Cannetolo nel novembre 1944. Dopo le feste di Natale uno di loro si ammalò e fu ricoverato all’ospedale di Parma. Di lui si perse ogni traccia. Gli altri, invece, riuscirono a scappare (gennaio 1944). Ragúgiunúsero la Svizzera grazie al capitano Comino, di Fontanellato. Dopo due mesi il Baruffini fu arrestato dalle brigate nere. Venne condotto nelle carceri di San Francesco, a Parma, dove fu in cella con il viceprefetto di Bologna. Verso la fine di maggio del 1944 San Francesco fu bombardato e la maggior parte dei detenuti si diede alla libertà senza soverchie difficoltà. Il Baruffini invece non scappò: aveva un processo in corso e temette che un gesto del genere potesse ripercuotersi sulla sua famiglia. All’indomani del bombardamento, fu trasportato a Fossoli di Carpi, quindi, il 5 luglio, nel centro di smistamento di Bolzano, preludio dell’ingresso in Germania, nel campo di Mauthausen. Da quel 5 luglio non si ebbero più sue notizie. Fino a quando, prima ancora che arrivasse il certificato di morte, il viceprefetto di Bologna, suo ex compagno di prigionia a Parma, che era membro della polizia segreta di Stato, venne ad avvisare la famiglia della morte del Baruffini, bruciato in un forno del campo di concentramento tedesco di Mauthausen.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 7 ottobre 1993, 20.

Soragna 18 luglio 1908-Vigneus 19 gennaio 1975
Figlio di Delfino e Zefferina Bonatti. Imbianchino, fece parte della Brigata Garibaldi quale sergente di compagnia comando. Fu ai campi di Saint Cyprien, Gurs e Vernet. Fu confinato a Ventotene. Fu poi gappista a Cesena e membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Savignano sul Rubicone.
FONTI E BIBL.: Lopez, Battaglione Garibaldi, 1990, 9.

Parma 1660/1696
Violinista, fu ammesso alla Steccata di Parma il 16 agosto 1660 e vi rimase fino a tutto l’aprile del 1696.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Storia della musica a Parma, 1936.

Cortile San Martino 1892 c.-
Caporale del 63o Reggimento Fanteria, fu decorato con la Medaglia di Bronzo al Valore Militare con la seguente motivazione: Dette prova di singolare bravura in combattimento, e si slanciava con grande entusiasmo e coraggio all’assalto (Kabara Ruidat, 30 agosto 1912).
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie alla conquista dell’Impero, Parma, Fresching, 1937.

San Pancrazio Parmense-Tobruk 22 dicembre 1941
Figlio di Cesare. Fante del 20o Reggimento Fanteria, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare con la seguente motivazione: Addetto al reparto mitraglieri combatté strenuamente rimanendo colpito a morte presso la sua arma.
FONTI E BIBL.: G. Corradi-G. Sitti, Glorie Parmensi alla conquista dell’Impero, Parma, Ediz. Fresching, 1937; Decorati al valore, 1964, 71.

BARVITIUS CARLO, vedi BARWITIUS KARL

Boemia-post 1838
Il Barwitius si dedicò dal 1807 al 1810 allo studio dell’arte del giardinaggio presso il Gran Giardino Tochnisch a Gratz, in Austria, diretto dal capo giardiniere Johann Wenzel Frodisch. Alla fine di questi tre anni gli venne rilasciato l’attestato di giardiniere, che gli permise di entrare al servizio della duchessa Maria Luigia d’Austria. Il Barwitius, membro della Società d’Orticoltura di Londra, giunse a Parma nel 1816 al seguito della Duchessa, in veste di direttore del giardino di Colorno. Egli, in collaborazione con il direttore dei boschi e serragli e capocaccia di Sua Maestà, Antonio Linhart, allestì tra il 1816 e il 1838 i giardini ducali di Colorno, Sala (Casino dei Boschi) e Collecchio (Ferlaro), mentre il giardino ducale di Parma fu affidato alle cure di Michele Oranger, direttore dei regi giardini. Il Barwitius, seguendo i presupposti culturali che stanno alla base del giardino paesistico inglese, introdusse nel paesaggio originario notevoli modifiche di carattere naturalistico e idrografico. Si trattò di realizzazioni che in un certo senso rispecchiavano il metodo di costruzione del paesaggio sostenuto da Brown e che tendevano a eliminare dal paesaggio tutti gli elementi culturali e a rinunziare a corredarlo di templi, chiese, pagode. Osservando le planimetrie redatte dal Barwitius, si può notare come esse rispecchino la tipica iconografia del giardino ottocentesco basata sulle teorie romantiche della pittura, dalla quale egli trasse i simboli da utilizzare nella fase progettuale del giardino. Dunque rappresentazione pittorica del giardino e analogia tra il lavoro del pittore e quello del giardiniere-artista. Questo si avverte soprattutto nel parco del Ferlaro, dove a una rappresentazione planimetrica dell’impianto del sito si sovrappone una rappresentazione assonometrica della vegetazione (metodo iconografico caratteristico della scuola germanica), dando così una visione paesaggistica generale. Il progetto del parco del Ferlaro, inoltre, testimonia quanto lo scarto tra disegno e realizzazione fosse assai ampio. Infatti per i giardini e i parchi le scelte di dettaglio vennero in genere compiute direttamente in fase di realizzazione e molte modifiche vennero introdotte sul campo. Nel progetto del parco del Ferlaro, per esempio, compaiono alcuni elementi architettonici (castello-rovina, ecc.) probabilmente mai realizzati, come del resto l’estensione del giardino all’inglese nella zona a sud prospeciente la villa e la conseguente eliminazione del tratto di strada che collegava il Ferlaro al Casino dei Boschi. Per quanto riguarda Sala e Colorno, confrontando le planimetrie dei giardini, appare subito evidente come l’impianto di quest’ultimo sia molto più complesso di quello di Sala, complessità che è la probabile conseguenza del tentativo di conferire al territorio piatto di Colorno la varietà propria del parco all’inglese. Affermazione, questa, che può essere convalidata dalle osservazioni di un autore ottocentesco, il quale nota come il giardino del Casino dei Boschi superi per posizione, ma non per arte quello di Colorno. Il Barwitius fu autore del Catalogo delle piante del giardino di Colorno (Parma, 1825).
FONTI E BIBL.: P.A. Saccardo, Botanica in Italia, 1895, 23; Aurea Parma 1 1993, 12-13.

BARZIZA ANTONIO GIUSEPPE, vedi DELLA TORRE DI REZZONICO ANTONIO GIUSEPPE

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