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Dizionario biografico: Balbi-Banzoli

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BALBI-BANZOLI

Vigatto 10 novembre 1914-Cefalonia 19 settembre 1943
Fu uno degli otto figli di Sante, gestore di una torrefazione in strada Cavour a Parma. Comandante di compagnia del 17o Reggimento Fanteria Acqui, fu di presidio a Cefalonia al momento dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Il 19 settembre attaccò una postazione costiera tedesca a Capo Munda e restò ferito e fatto prigioniero. Il giorno dopo venne fucilato dal nemico. Fu decorato con medaglia d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Comandante di compagnia, per lunghe ore riusciva a tenere fronte a soverchianti forze tedesche appoggiate da grandi forze aeree. Nell’attacco a una munitissima posizione nemica, mentre trascinava i suoi uomini all’assalto, veniva falciato da una raffica di mitragliatrice. Catturato, benché ferito gravemente, veniva fucilato, reo di avere combattuto per l’onore delle armi.
FONTI E BIBL.: Decorati al valore, 1964, 75; Caduti Resistenza, 1970, 99; Gazzetta di Parma 19 settembre 1995, 10; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 26.

Pellegrino 1619/1620
Fu commissario di Pellegrino negli anni 1619-1620. È ricordato nei libri parrocchiali di Careno in data 14 luglio 1619.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 11.

BALDACCHINI GIOVANNI, vedi BALDUCCHINI GIOVANNI


Parma 1611/1627Frate carmelitano, fu soprano alla Steccata di Parma dal 12 ottobre 1611 al 5 gennaio 1623. Fu anche musico alla Corte di Parma dal 30 giugno 1620 al 31 dicembre 1627.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 87.

Parma XIV secolo
Notaio attivo nel XIV secolo.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 79.


Parma 10 gennaio 1879-Milano 23 marzo 1945
Fu allieva di canto nel Conservatorio di Musica di Parma nella classe di Salvatore Auteri Manzocchi. Debuttò come soprano con discreto successo e cantò nei primissimi anni del XX secolo sia nella Traviata che nei Puritani in teatri di provincia (Cividale del Friuli, Lodi). Si dedicò poi all’operetta e divenne un’apprezzata soprano in questo genere. Nel luglio 1903 al Politeama Genovese, in La Basoche di André Messager, ebbe grande successo: La signorina Baldi dovette concedere il bis nel suo couplet nell’atto terzo modulato con dolcissima grazia. La si trova ancora nel 1905 al Teatro Reinach di Parma nella compagnia di operette Callegaris-Lombardo.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 15; Frassoni; G.N. Vetro, Voci ducato, in Gazzetta di Parma 17 gennaio 1982, 3.

Borgo San Donnino 1831
Fu tra i patrioti che parteciparono ai moti del 1831. Fu indagato dalla polizia, con la seguente motivazione: Altro degli autori della rivolta in Borgo San Donnino e della riunione di quel consesso civico. Non è notato tra i processati e non tiene sospetta condotta. Visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, Archivio Storico per le Province Permensi, 1937, 142.

BALDI GIORGIO, vedi BALBI GIORGIO

Parma 29 luglio 1875-post 1908Studiò al Conservatorio di musica di Parma armonia con Pio Ferrari e violino con Lodovico Mantovani. Non risulta però diplomato. Organista del Duomo di Borgo Taro, diresse la banda cittadina dal 1° settembre al 31 dicembre 1901 e dal 1° gennaio 1906 al 31 agosto 1908. Nell’autunno 1907 pubblicò sul periodico Serate Musicali il valzer lento Dolce risveglio.
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

Felino-Felino 1967
Fu sindaco di Felino dal 1949 alla sua morte.
FONTI E BIBL.: Archivio Commissione toponomastica del Comune di Felino.

BALDICHINI GIOVANNI, vedi BALDUCCHINI GIOVANNI

Parma 1780-Parma 1872
Ebbe pubblici uffici sotto il governo francese e sotto Maria Luigia d’Austria, si fece poi carbonaro e come tale nel 1823 venne ammonito. Aderì alla rivoluzione del 1831 venendo nominato commissario ducale a Borgo San Donnino, ma al ritorno della Duchessa fu rimosso dall’impiego. Nel 1848 e nel 1859 fu chiamato a far parte dei governi provvisori prima della venuta dei commissari piemontesi.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmensi e moti di Parma nel 1831; G. Scaramelli, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; Zatti, Borgo San Donnino nei moti del 1831, 1872; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 87 e 89.

Parma 1197
Canonico della Cattedrale di Parma nel 1197, fu inoltre primicerio e Magister schola.
FONTI E BIBL.: M. Martini, Archivio capitolare della Cattedrale, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1911.

BALDOINI ALESSANDRO
Parma 1378/1430
Orafo, attivo a Padova tra il 1378 e il 1430. Nel 1410 fu a Ferrara insieme al figlio Pietro. A Padova ha lasciato diverse opere, alcune documentate e datate, altre stilisticamente a lui ascrivibili. Di una croce in argento dorato factam ex manibus m. Alexandri aurificis de Parma resta solo menzione nell’inventario del 1396 (codice 572) nella basilica di Sant’Antonio. In Cattedrale è conservato il reliquario dei Santi Paolo e Cristoforo, anch’esso in argento dorato, che i quaderni di cassa attestano eseguito nell’agosto del 1422, pagato insieme a una croseta de cristallo lire 75. Pure in Cattedrale è il reliquiario dei Santi Stefano e Luca, che gli si può attribuire su basi stilistiche, così come quello dei capelli di Sant’Antonio, in argento dorato, forse in parte rifatto, custodito nella basilica del Santo. Discussa è l’attribuzione del reliquiario delle Sante Anatolia ed Emerenziana, portante le armi e il monogramma del prete Orfeo, l’altro di Sant’Agapito e infine quello in rame dorato di San Pietro martire. Attribuitigli dal Gonzati, ma senza prove né documentarie né stilistiche, sono: il reliquiario del Legno della Croce (da riportare, secondo l’Arslan, alla fine del secolo XV o al principio del XVI) e un altro reliquiario nella basilica di Sant’Antonio.
FONTI E BIBL.: B. Gonzati, La Basilica di Sant’Antonio, Padova, 1853, I, 196, 220; L.N. Cittadella, Notizie relative a Ferrara, Ferrara, 1864, 178, 686; E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle arti parmigiane, I, (1050-1450), a cura di S. Lottici, Parma, 1911, 55 s.; A. Moschetti, Il tesoro del Duomo di Padova, in Dedalo I, 1925-1926, 104, 106-107; Crisopoli 4 1934, 318-319; W. Arslan, Inventario degli oggetti d’arte di Padova, 236 Roma, 1936, 15-17, 79 s.; U. Thieme-F. Becker, Allgem. Lexikon der bildenden Künstler, I, 256 s.; A. Bubani, in Dizionario biografico degli Italiani, II, 1960, 233-234.

BALDOINI ALESSANDRO
Parma 1440/1452
Quasi certamente figlio di Pietro. Orefice, nel 1452 (rogito del notaio Bartolomeo Isnardi) fu ammesso tra la cittadinanza di Ferrara.
FONTI E BIBL.: Crisopoli 4 1934, 318.

Parma ante 1410-Padova 1440
Eccellente orefice, figlio di Alessandro. Fu autore del grandioso Reliquiario della Santa Croce posseduto dalla Cattedrale di Padova. Lavorò col padre nell’arte dell’oreficeria in Ferrara nell’anno 1410, e, secondo Gonzati, fu tra gli aiuti di Donatello. Gli sono attribuite le due seguenti opere: Grandioso reliquiario di Pietro da Parma, compiuto da Bartolomeo da Bologna nella Cattedrale di Padova. Fu allogato dal consiglio della città al Baldoini (che è detto anche da Padova dal Selvatico per avere lungamente ivi abitato e ottenuta la cittadinanza). Non poté il Baldoini condurlo a termine, perché venne a morire nel 1440. Dopo tre anni fu dato da completare a Bartolomeo da Bologna e ad altri due di cui si ricorda soltanto il nome, Antonio e Francesco. È certamente una delle opere più immaginose e fini che abbia lasciato l’oreficeria nella prima metà di quel secolo. Serba ancora le eleganze archiacute, e nel tempo stesso s’ispira alle forme classiche del Rinascimento. È tutto d’argento fuso e cesellato. Sullo zoccolo ornato di dentelli è posto il piede di due piani adornati esternamente da motivi gotici fiammanti, coperto al di sopra di un ricco fogliame. Il fusto abbraccia un nodo formato da torrette pensili circolari unite da una balaustrata in forma di un cesto riempito di larghe foglie. Lo stesso motivo con aggetto maggiore e colonnette a più piani si sviluppa al di sopra, e tra le colonnette cilindriche sono altrettante nicchiette composte da colonne tortili sostenenti un archetto trilobato con ornati gotici, entro le quali stanno statuette di getto. Al di sopra sono poste altre piccole statue entro nicchie ad arco a tutto sesto. Termina il fusto con grandi fogliami pendenti verso il basso. Il piede che così si allarga sostiene la teca del reliquiario. La base si compone di colonnette arrotondate unite tra loro da un piano ricurvo all’esterno con motivi gotici. Entro una nicchia trilobata è posto il Santo Legno su una croce di cristallo, e ai lati piedistalli pieni di decorazioni, che sostengono dei putti sotto a nicchie pensili. Più in alto altre finissime architetture di forma classica, statuette entro nicchie con arco a tutto sesto, alternate da putti che suonano il corno sotto ad arcate pensili, con evidente influenza di Donatello in tutto quello che è figura. Più sopra ancora sono cupolette poste all’intorno e più in alto ancora altre nicchiette. Termina il reliquiario in una cupola a costoloni con fogliami; Reliquiario della Lingua incorrotta di Sant’Antonio, d’argento dorato. Pesa 342 once e ha un’altezza di 81 centimetri. È attribuito al Baldoini perché è della medesima maniera dell’altro già descritto, soprattutto nei nodi e nei motivi decorativi classici e gotici propri del periodo di transizione. Oltre il Gonzati, anche il Selvatico notò una somiglianza di elementi a quello della Cattedrale di Padova, rimasto incompiuto a causa della morte del Baldoini avvenuta nel 1440, e condotto poi a compimento da Bartolomeo da Bologna secondo il volere dell’Ovetari, manifestato nel suo testamento del 5 gennaio 1443. Gli si attribuisce l’ingrandimento del piede e certi ingegnosi trafori e fogliami. L’arma gentilizia sul piede è quella di Antonio Ovetari, smaltata. Con tre bacinetti o cervelliere bianche in campo rosso, due nel capo dello scudo e una nella punta, con fascia d’argento carica di tre stelle vermiglie. In due altri scudi che si alternano nello stesso piede si vede dipinto il cimiero, che è una testa nera, su mezzo busto di milite vestito di rosso in campo verde. Elegantissima è l’architettura del Reliquiario. Esagoni sono i tre nodi del fusto, il tabernacolo dov’è custodita la preziosa reliquia, e la cupola con la sua lanterna. Con grande magistero sono eseguiti i trafori che fregiano il piedistallo, i tre gruppi e il piano, che serve di base all’ordine superiore, sono finemente lavorati. Nel nodo maggiore rientrano sei nicchie e altrettante finestrine oblunghe: dalle prime sporgono in fuori bellissime cappellette acuminate sormontate da piccole torri rotonde. Davanti alle seconde il Baldoini ha collocato statuine della Vergine e di santi francescani. Proporzionati sono i cupolini ricoperti da leggeri pinnacoli. Di un gusto somigliante è il corpo superiore dell’edificio d’argento, dove si osservano moltissimi ornati. Dal piano superiore sorgono sei piedistalli, i cui lati sono decorati. Nel basso s’innalzano facciate sporgenti di cappellette e nell’alto vi sono specie di bugne o bozze che sopportano sei angeli dalle ali ritte verso l’alto in attitudine di adorare. Dai pilastrelli si voltano sei archi circonflessi formanti un porticato circolare. Dai medesimi, digradando, s’innalzano sei curve per rafforzare il corpo di mezzo, già sostenuto da due pile per maggiore solidità. Nel mezzo, sotto una volta snella a foggia di conchiglia decorata, dentro un tubo di cristallo, è collocata la reliquia della lingua del Santo. In basso è legata da un cerchio dentato d’oro e sostenuta da colonnette a spirale d’oro, che sembrano però più antiche dello stesso Reliquiario. Più sopra è ornata da torricelle a guisa di minareti coperti da acuminati cupolini terminanti a piramide. Un tal gruppo fa bella corona alla cupola maggiore, illuminata da una lanterna a giorno.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 55; Crisopoli 4 1934, 319-321; M. Lopez, Battistero di Parma, 1864, 51; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani 1877, 8.

Parma 1831
Prese parte ai moti del 1831 in Parma. Fu indagato con la seguente motivazione: Indicato dalla Direzione Generale di Polizia come cooperatore allo scoppio e propagazione della rivolta. Figura nell’Elenco degli inquisiti di Stato con requisitoria.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 142.

BALDOVINI EMILIO, vedi BALDUINO EMILIO


Parma 1451/1452
Maestro nello Studio di Bologna, nel 1451-1452 fu Rettore degli scolari citramontani, e poi, per il quinquennio successivo, lettore delle Decretali. In seguito ritornò a Parma dove fu cancelliere dello Studio e vicario del vescovo Giacomo Antonio dalla Torre.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Storia di Parma, III, 182 ss.; Malagoli, 165; R. Fantini, Maestri a Bologna, in Aurea Parma 1931, 234.

Parma 1803
Nacque da Giuseppe. Fu brava pittrice e acquafortista, operando tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento. Andò sposa nel 1803 a Biagio Martini, anch’egli pittore. Non si hanno notizie della sua produzione. Firmava le sue acqueforti C.B.f.
FONTI E BIBL.: P. Zani, Enciclopedia metodica, XIII; Meyer, Kunstlerlex; Campori, Lettere art., 386; Nagler, Monogramm., I; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 1908; C. Villani, Stelle femminili, 1916, 47; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 27; A.M. Comanducci, Dizionario dei pittori, 1970, 153.

Stradella 12 agosto 1722-Parma 12 gennaio 1803
Nulla si sa di una sua possibile primissima attività pavese, nonostante le ricerche condotte sia in collezioni private che pubbliche, e brevi cenni gli vengono dedicati dalla storiografia locale (D. Morani, Dizionario dei pittori pavesi, 1948, p. 17). Ben presto la sua famiglia si trasferì a Napoli ove il Baldrighi apprese i primi insegnamenti. Passò poi a Firenze, dove ebbe come maestro Vincenzo Meucci, l’affermato e ricercato pittore ad affresco contemporaneo al Ferretti, e si fermò poi a Bologna, dove diventò accademico d’onore dell’Accaúdemia Clementina il 19 gennaio 1758 (Atti dell’Accademia Clementina, vol. I, c. 209), e quindi a Parma. Si guadagnò ben presto per i suoi ritratti in miniatura la stima di Filippo di Borbone e del ministro Du Tillot che ne seguì con amichevole interesse gli sviluppi artistici. Scelto dal Du Tillot tra i molti artisti protetti dalla Corte, al principio del 1752 il Baldrighi fu mandato a Parigi perché perfezionasse i suoi studi con il godimento di un regolare pensionato: il 3 gennaio, infatti, il banchiere Claude Bonnet, che a Parigi curava i rapporti con la Corte di Parma, registrò la pensione accordata al Baldrighi dall’infante Filippo di Borbone. Il soggiorno parigino del Baldrighi, che riuscì fondamentale per la formazione del suo gusto, è documentato da una ricca serie di lettere del Bonnet al Du Tillot. La prima notizia che riguardi un suo dipinto è dell’agosto del 1752, quando il Baldrighi dipinse un ritratto di Madame Bonnet. Il Baldrighi in quel periodo studiava nell’atelier di François Boucher, che mostrò poi di stimare moltissimo il suo allievo italiano. Nel 1753 toccò proprio al Baldrighi suggerire al Bonnet la scelta di E.-A. Petitot per l’incarico di architetto della Corte di Parma. Nello stesso anno a Versailles il Baldrighi presentò all’infanta Luisa Elisabetta un ritratto che ebbe molto successo. Ai primi anni parigini sembra certo appartenga il ritratto del Conte G.A. Sanvitale in costume di arcade, poi nella rocca di Fontanellato: il Sanvitale, infatti, in quel periodo si trovava a Parigi. Nel luglio del 1753 risulta che il Baldrighi avesse lasciato già da qualche tempo lo studio di Boucher. Più ancora del suo diretto maestro, non vi è dubbio che furono i ritrattisti, da La Tour a Nattier, da Liotard a Perronneau, ad affascinare il Baldrighi e a lasciare un’impronta decisiva sulla sua pittura. Sul finire del 1754 il Baldrighi inviò a Parma alcune sovrapporte per il palazzo ducale, poi perdute. Alla fine del giugno del 1756 egli presentò all’Académie Royale una Carità romana così apprezzata che il Baldrighi, come riferisce il Boucher al Du Tillot, con due votazioni successive e all’unanimità fu aggregato e accolto come membro effettivo. Il dipinto, nel Museo di Angers, mostra l’intensa suggestione di Boucher. Fu proprio il successo dell’Accademia che indusse i duchi di Parma a nominare il Baldrighi primo pittore di Corte. D’altra parte la salute malferma del Baldrighi consigliò il Du Tillot a favorirne il ritorno in patria al più presto. Il 13 settembre 1756 il Baldrighi lasciò Parigi per raggiungere Parma alcune settimane dopo. Si aprì così un periodo felicissimo nella sua attività: davanti a lui posarono i personaggi più rappresentativi della società ducale. L’eco diretta degli esempi francesi si avverte nell’Autoritratto con il Callani e il Ferrari (Pinacoteca di Parma), un dipinto rapido e succoso di notevole qualità. La sua opera più impegnativa fu senza dubbio il Ritratto di don Filippo di Borbone con la famiglia (1758-1759 circa), grande quadro di parata scintillante di colori, in cui tuttavia si insinua una affettuosa goffaggine. Posteriore è il Ritratto del pittore con la moglie (Pinacoteca di Parma), che rappresenta il punto più alto raggiunto dal Baldrighi nel senso di una incantevole intimità d’espressione, quasi a metà via tra La Tour e Pietro Longhi. Ma che questa vena commossa fosse minacciata dall’insorgere di ideali classicistici è dimostrato dall’Ercole e Prometeo (Pinacoteca di Parma), robusto ma gelido pezzo d’accademia. L’involuzione che si avverte nel gusto del Baldrighi a un certo punto della sua attività sembra condizionata dai rapporti da lui intrecciati con l’Accademia Parmense, fondata da Filippo di Borbone nel 1752. Verso il 1760, infatti, il Baldrighi fu chiamato a insegnarvi accanto a P.M. Ferrari e a G. Peroni. Nel 1772 fu nominato Accaúdeúmico Professore con voto (in questa occasione egli donò il ricordato Ercole e Prometeo). Il progressivo raggelarsi del suo gusto si riflette anche nei ritratti di questo periodo: il Don Ferdinando dell’ospedale di Parma e il Luigi Berri della Pinacoteca Stuard (Parma). Il Baldrighi morì a Parma e fu sepolto nella parrocchia della Santissima Trinità.
FONTI E BIBL.: G. Bertoluzzi, Notizie intorno alle Belle Arti Parmigiane, ms. Parmense 1106 in Biblioteca Palatina di Parma; Archivio di Stato di Parma, Carteggio Bonnet-Dutillot, Carteggio Borbonico di Francia, cartelle 41-45; P. Zani, Enciclopedia metodica delle belle arti, I, 3, Parma, 1820, 36, e I, 13, Parma, 1823, 83; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Firenze, 1834, IV, 96; F. De Boni, Biografia degli Artisti, Venezia, 1840, 55; P. Martini, La Scuola Parmense delle Arti Belle, Parma, 1862, 7; G. Campori, Lettere artistiche, Modena, 1866, 249 s., 251 s., 386; C. Ricci, La R. Galleria di Parma, Parma, 1896, 177, 254 s.; L. Hautecoeur, L’Académie de Parme et ses concours à la fin du XVIIIe siècle, in Gazette des beaux arts LII 1910, 147-165; U. Ojetti-L. Dami-N. Tarchiani, La Pittura Italiana del Seicento e del Settecento alla Mostra di Palazzo Pitti, Milano-Roma, 1924, 49; H. Bédarida, Parme et la France de 1749 à 1789, Paris, 1928, 203-206, 537; A. Sorrentino, I recenti acquisti della R. Galleria, in Aurea Parma XII 1928, 135-146; A.O. Quintavalle, La R. Galleria di Parma, Roma, 1939, 239-241; A. Ghidiglia Quintavalle, Nobiltà e arte di Fontanellato, Parma, 1951, 30, 34; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia Parmense (Catalogo), Parma, 1952, 41, 49; L. Concerti, Giuseppe Baldrighi, tesi di laurea, ms., Università di Bologna, 1954; I. Petrolini, Museo Glauco Lombardi, catalogo, Parma, 1961, 32; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 400; Enciclopedia Italiana, V, 950; S. Zamboni, in Dizionario biografico degli Italiani, V, 1963, 531-532; E. Riccomini, 1977; Arte a Parma, 1979, 101-103.

Parma 1609/1610
Si addottorò in leggi il 12 novembre 1609. Non esercitò mai la professione ma fu tesoriere ducale, ufficio che era già stato del padre e nel quale continuò fino alla morte. Tenne la carica di podestà di Borgo San Donnino per quattro mesi, dal 10 giugno al 10 ottobre 1610. Morì in ancor giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 76; N. Denti, Capi civili da Parma a Fidenza, 1960.

Parma prima metà del XIV sec.-Milano 1402 c.
Studiò legge a Padova intorno agli anni 1360-1361. Dopo essersi addottorato in diritto civile e canonico esercitò le funzioni di giudice e di vicario del podestà in vari centri dell’Italia settentrionale, in genere per conto dei Visconti. Nel 1363 fu a Cannobio, sul Lago Maggiore, vicario di quella comunità, nel 1364 a Cremona, nel 1372 a Reggio. Nel 1373 fu vicario del podestà di Lodi Giacomo Pio da Carpi, e il 30 marzo di quell’anno convocò il consiglio generale di quella città perché deliberasse sul pagamento di certe decime a Gian Galeazzo Visconti per le terre da esso affittate al Comune. In questo atto il Balducchini è detto sapiens vir utriusque iuris peritus (cfr. Codice diplomatico laudense). Nel 1389 fu a Milano e nel 1393 lo si ritrova giudice e vicario del podestà di Piacenza, che era di nuovo Giacomo Pio da Carpi. Il Corio e dopo di lui l’Affò ricordano che nel 1384 e nel 1385 il Balducchini fu tra gli Anziani del collegio dei nobili della città di Parma, e infatti nel 1384 trattò a nome del popolo ribellatosi a Gian Galeazzo Visconti le condizioni di un accordo. Questa presenza nella città natale non deve far pensare a una interruzione della sua attività di giudice, che continuò fino ai primi anni del Quattrocento. Con un decreto di Gian Galeazzo Visconti dato a Belgioioso il 29 dicembre 1401, il Balducchini fu infatti nominato giudice dai malefici della città e ducato di Milano, per sei mesi a cominciare dal 10 gennaio successivo: è questa l’ultima notizia che si ha sul Balducchini. S’ignora quando sia morto, se più tardi o quello stesso anno, perché proprio col 1402 cessa la cronaca che si sa da lui scritta a cominciare dal 1360, cronaca utilizzata dall’anonimo autore degli Annales Mediolanenses editi dal Muratori (cfr. Rerum Italicarum Scriptores) e da B. Corio nella sua Historia di Milano, ma già dispersa nel secolo XVII e non più ritrovata. Dell’esistenza di questa cronaca del Balducchini molti hanno spesso dubitato. L’ignora l’Argelati nella sua Bibliotheca Scriptorum Mediolanensium e il Muratori, che nell’introduzione agli Annales Mediolanenses riconobbe che essi sono una compilazione di altre cronache, l’autore delle quali appare talvolta novarese, talvolta piacentino, talvolta parmense, ma non individuò l’autore, che pure risulta sicuramente parmense, a cui attinse l’anonimo compilatore nell’ultima parte, cioè in quella che va fino al 1402, del testo da lui edito. Di una cronaca del Balducchini parla esplicitamente solo il Corio: il confronto tuttavia tra le citazioni degli Annales Mediolanenses del Corio e i dati biografici del Balducchini, noti da altri documenti, porta a concludere senza dubbi che egli tenne per molti anni una cronaca degli avvenimenti del suo tempo. Essa cominciava almeno col 1360, perché il Corio cita un passo in cui il Balducchini ricorda il passaggio di una squadra di soldati ungheresi a Padova nel novembre del 1360, mentre egli era in quello Studio, e finiva quasi certamente con la morte di Gian Galeazzo Visconti. Una delle ultime citazioni della cronaca scomparsa che si rinvengono negli Annales Mediolanenses conferma inequivocabilmente nel Balducchini l’autore di quella: riferendosi a certi documenti dell’Archivio visconteo, dice infatti che eas litteras dum Mediolani essem officialis et vicarius ad maleficia deputatus, vidi et legi (ibid, XVI, col. 837), ufficio che si sa ricoperto realmente dal Balducchini nel 1402. Nessun dubbio dunque che il Balducchini abbia scritto una cronaca che andava almeno dal 1360 al 1402, che quella cronaca fu vista e utilizzata dal Corio, nonché dall’anonimo compilatore degli Annales Mediolanenses, che tuttavia la usò solo a cominciare dagli avvenimenti del 1385. Quando al valore di essa è impossibile fare ipotesi. È certo solo che il Corio mostrò di apprezzarla in modo particolare.
FONTI E BIBL.: B. Corio, Historia di Milano, Venezia, 1565, III, 581, 584 s., e IV, pass.; Annales Mediolanenses ab anno CCXXII usque ad annum MCCCCII ab Anonymo Auctore, in L.A. Muratori, Rerum Italicarum Scriptores, XVI, Mediolani, 1730, coll. 635-853; C. Vignati, Codice diplomatico laudense, II, Milano, 1885, 483; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, I, Brescia, 1758, 159; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, Parma, 1789; G. Giulini, Memorie spettanti alla storia di Milano, VI, Milano, 1857, 51; G.B. Ianelli, Dizionario dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 37; L.A. Festa, Gli Annales Mediolanenses e i cronisti lombardi del secolo XIV, in Archivio Storico Lombardo, XVIII 1890, 277-297; E. Motta, Notai milanesi del Trecento, in Archivio Storico Lombardo, XXII, 4, 1895, 370; F. Comani, Usi cancellereschi viscontei, in Archivio Storico Lombardo, XXVI, 26, 1900, 401; G. Agnelli, Vertenze dei Visconti colla mensa vescovile di Lodi, in Archivio Storico Lombardo, XXVII, 32, 1901, 282; I Registri dell’Ufficio di Provisione e dell’Ufficio dei Sindaci sotto la dominazione viscontea, a cura di C. Santoro, Milano, 1931, 135; N. Raponi, in Dizionario biografico degli Italiani, V, 1963, 532-533.

Parma 1638/1661
Fu eletto quale diciottesimo abate della chiesa di San Sepolcro in Parma nel 1638. Fu poi confermato nel 1641 a tutto il 1643. Nel 1656 fu eletto abate per la terza volta e confermato nel 1659 fino a tutto il 1661.
FONTI E BIBL.: V. Soncini, Chiesa San Sepolcro, 1932, 91.

BALDUCHINI FRANCESCO, vedi BALDUCCHINI FRANCESCO

Parma 1590/1592
Attore della seconda metà del secolo XVI. Il suo nome appare nell’elenco degli attori della compagnia dei Gelosi, che recitarono a Milano nel 1590. È ricordata poi la sua presenza a Mantova, alla Corte dei Gonzaga, nel 1592: Bertolotti afferma infatti risultare nei registri dell’albergo del Gallo, a Mantova, che, il 1o gennaio 1592 vi alloggiò Emilio Balduino, da Parma, comico con spada.
FONTI E BIBL.: A. Bertolotti, Musici alla Corte dei Gonzaga in Mantova dal secolo XV al XVIII, Milano, s.a.; K.M. Lea, Italian popular comedy, Oxford, 1934; L. Rasi, I comici italiani, I, Firenze, 1897; Leonelli, Attori, 1940, 79; Enciclopedia spettacolo, I, 1954, 1307.

BALDO GUANZESE, vedi GUANZESE BALDO

BALESTRA ANGELO
Busseto 1 ottobre 1800-Parma 20 aprile 1870
Fratello di Luigi, fu avvocato di valore e magistrato integerrimo. Ricoprì le cariche di procuratore ducale presso i tribunali di Borgotaro e di Parma, quindi di consigliere nel Supremo Tribunale di Revisione e, regnando a Parma Carlo di Borbone, tenne il mandato di direttore delle finanze. Venne deposto da Carlo di Borbone nel 1849 per la sua partecipazione ai moti liberali del 1848. Fu tra i notabili cittadini aggiunti al Consiglio Comunale il 20 marzo 1848 e fece parte del Municipio durante i rivolgimenti del 1848 e 1859. Fu sindaco di Golese e consigliere provinciale. Insignito per le sue benemerenze dell’onorificenza di cavaliere della Corona d’Italia, al tempo in cui morì reggeva l’Amministrazione comunale parmense come vice sindaco.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 dicembre 1920, 1-2; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 44.

BALESTRA ANGELO
Parma 25 ottobre 1869-23 febbraio 1935Figlio di Carlo e Dafne Avanzi. Medico e filantropo, dedicò la sua esistenza a sollievo dei sofferenti e dei poveri. Iniziò il suo servizio presso l’Ospedale Maggiore di Parma nel 1905 come medico straordinario, e poco dopo fu nominato primario straordinario. Partecipò alla prima guerra mondiale come capitano medico dirigendo un ospedaletto da campo nel Friuli. Nel 1922 fu nominato primario ordinario della prima divisione medica e dieci anni dopo primario emerito. Fu uno dei fondatori della Pubblica Assistenza di Parma e il fondatore della prima colonia marina a Fano per la cura dei bambini scrofolosi, e molto si distinse in iniziative benefiche di ogni genere.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 14.

Parma 1837-Parma 1904
Prese parte alle campagne risorgimentali del 1859, 1860 e 1866. Nel 1864 fu segnalato come ardente repubblicano.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico in Gazzetta di Parma 10, 11 e 12 aprile 1904; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 129; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 29.

Busseto 5 settembre 1869-Zibello 3 dicembre 1934
Entrato giovanissimo nel seminario diocesano di Borgo San Donnino, vi compì gli studi e fu ordinato sacerdote il 23 settembre 1893. Destinato poco dopo a reggere la parrocchia di Bersano unitamente a quella di Mercore, passò nel novembre 1899 all’arcipretura di Zibello. Sacerdote di pietà e carità, fu molto amato da quella popolazione, al cui bene si prodigò per trentacinque anni con zelo e dedizione. Appassionato cultore di memorie locali, fu autore di una Storia di Zibello che si conserva in manoscritto in quell’archivio parrocchiale.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 44.

Parma 1845-1899
Scrittore solitario, si dedicò poi soltanto all’avvocatura forense civile. Pubblicò una breve raccolta di poesie nel 1876, nella quale, tra cose mediocri, è la canzone Triste addio che, pur tra ingenuità e romanticherie, ha qualche accento poetico e movenze di schietta passione.
FONTI E BIBL.: J. Bocchialini, Poeti secondo Ottocento, 1925, 76; J. Bocchialini, in Aurea Parma 2 1924, 83.


Busseto 9 settembre 1806-Parma 29 aprile 1887
Quinto figlio del dottor Cristoforo, studiò e si laureò in legge all’Università degli Studi di Parma. Occupò una sede notarile di Busseto nel 1832 e cominciò subito con una numerosa clientela che la sua competenza e serietà gli fece sempre più aumentare. Esercitò la professione a Busseto sino a tutto il 1857 con grande onore e successo: nell’Archivio Notarile di Parma giacciono ventinove grossi fascicoli di atti ufficiali registrati a Borgo San Donnino. Oltre a questi, fu stesa una quantità di atti privati che non necessitavano di notifica ufficiale. Questo successo professionale nella vivace e industre cittadina di Busseto, durato venticinque anni, gli procurò molte soddisfazioni morali e materiali, tanto da fargli accumulare un notevole patrimonio. Nel gennaio 1838 il Balestra sposò la ventiquattrenne Severina Braibanti, ma la felicità dei due giovani sposi fu breve: dopo la nascita (21 aprile 1840) e immediata morte del figlioletto Ettore, la moglie morì in puerperio l’8 maggio 1840. Il 19 settembre 1842 il Balestra sposò in seconde nozze Maria Pazzoni, nata a Parma nel 1819, figlia di Antonia Rastelli e del dottor Michele, professore di diritto patrio all’Università degli Studi di Parma, consigliere del Supremo tribunale di revisione, commendatore dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, ministro di Stato e consigliere intimo di Maria Luigia d’Austria, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla. Le nozze furono celebrate nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Maddalena in Parma da don Luigi Pazzoni, professore di matematica sublime nell’Ateneo parmense, zio della sposa. Gli sposi si stabilirono a Busseto, nella casa di proprietà del Balestra, nella strada Principale al n. 305. Dal matrimonio nacquero otto figli. Il Balestra a Busseto fu anche consigliere comunale e pretore supplente (sino al 1859). Nel 1857, venuta libera una sede notarile a Parma, vi si trasferì al n. 17 di via dei Servi. A Parma il Balestra fu nominato consigliere della Camera Notarile nel giugno 1858. Ne divenne poi presidente, e ne decadde per l’avvicendamento obbligatorio nel giugno 1866. In quell’anno fu consigliere comunale di Collecchio, dove aveva acquistato una casa di campagna. Col trasferimento di sede e di abitazione a Parma, il lavoro professionale del Balestra diminuì notevolmente. Avendo acquistato dei terreni, si appassionò alle coltivazioni, sorvegliando personalmente le mietiture e le vendemmie. Poco dopo il trasferimento a Parma, il Balestra acquistò una casa al n. 92 di via San Quintino dove abitò e tenne studio notarile sino alla morte. Consideraúzione particolare meritano i rapporti tra Giuseppe Verdi e il Balestra, che fu il notaio del grande musicista. Infatti alla stima e fiducia assoluta di Giuseppe Verdi per il Balestra notaio, si aggiunse anche un’amicizia familiare, per cui il Balestra e la moglie Maria furono invitati varie volte a Sant’Agata dal Verdi e dalla Strepponi. Tra i due vi fu una lunghissima dimestichezza, alla base della quale vi fu certo la reciproca grande stima Il Balestra morì repentinamente nella sua casa di via San Quintino 92.
FONTI E BIBL.: M. Accarini, Ercolano Balestra, notaro, e i suoi rapporti con Giuseppe Verdi, in Parma nell’Arte 2 1972, 87-101; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 73; Malacoda 8 1986, 34.

Parma 1831
Patriota. Prese parte ai moti del 1831 e fu imprigionato.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 80.

Parma 1866
Fu insignito della medaglia d’argento al valore militare dopo la Battaglia di Custoza del 24 giugno 1866.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 25 agosto 1980, 3.

Busseto 16 dicembre 1788-Busseto 1874
Studiò medicina all’Università di Pisa ed esercitò la professione a Parma, dove pure insegnò in quell’Archiginnasio. Scrisse importanti trattati sulle fasciature chirurgiche e, in prossimità della morte, lasciò per testamento la sua raccolta di libri, ricca di opere scientifiche, alla Civica Biblioteca di Busseto e i suoi ferri chirurgici a quell’Ospedale. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Fu indagato durante i moti del 1831, con la seguente motivazione: Già appartenente alla setta carbonaria: non risulta però ch’esso prendesse parte alla rivolta del 1831. Non si trova notato nell’elenco degli inquisiti.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 144; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 44-45.

Busseto 15 ottobre 1808-Busseto 27 giugno 1863
Figlio del giurista Cristoforo e di Luigia Villa. Fu medico distinto, appassionato cultore di belle lettere e benemerito dell’istruzione e della pubblica amministrazione nel paese natale. Conseguì la laurea in medicina all’Università di Parma (studiò con Giacomo Tommasini) ed esercitò la professione a Busseto. Dotto nella letteratura italiana, tedesca e inglese, e poeta e scrittore egli stesso, insegnò rettorica nel ginnasio locale ed ebbe parte notevole nell’istituzione delle pubbliche scuole femminili, che diresse per molti anni. Quale membro del consiglio comunale di Busseto, fu inoltre saggio amministratore della cosa pubblica. Compose poesie, una delle quali, Seduzione, fu musicata da Verdi (Die Verfuhrung). Si dilettò di epigrafia italiana, dettando iscrizioni per feste e cerimonie. Lasciò traduzioni di versi dal latino, dal greco, dal tedesco e dall’inglese, studi critici intorno alle opere di Giovanni Prati, una canzone musicata dal concittadino Girolamo Bottarelli dal titolo I Volontari italiani, romanze, discorsi e una bibliografia sulla grammatica latina di Carlo Cantarelli. Collaborò infine alla Gazzetta di Parma e ad altri giornali e riviste della provincia con articoli di vario argomento.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 45; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 166.

BALESTRA PIER ANTONIO, vedi BALESTRA PIETRO ANTONIO

Piacenza 17 luglio 1711-Busseto 17 ottobre 1789
Figlio primogenito di una famiglia che ebbe vari altri figli. I suoi genitori rimasero presso Sant’Alessandro in Piacenza fino al 1717, per poi trasferirsi in altra località. Il Balestra per tre anni fu allievo a Parma di Flavio Spolverini e si perfezionò a Cremona con Francesco Boccaccino, ma soprattutto studiò a fondo l’opera del Correggio, del quale seguì la scuola. Abbracciò la carriera ecclesiastica, ma non per questo rinunciò all’arte, cui, pur senza trascurare le pratiche di ministero, si dedicò nella cittadina natale, dove fu destinato dopo l’ordinazione al sacerdozio. Le sue opere sono sparse in varie località dell’Emilia. A Busseto, specialmente, se ne possono ammirare un po’ ovunque: nella Collegiata di San Bartolomeo una Santa Margherita da Cortona e due affreschi raffiguranti San Giacomo Minore e San Bernardo; nella chiesa dell’Annunciata La Risurrezione, Le Marie al sepolcro e Noli me tangere, lavori tutti giovanili; al Civico Museo è conservato Un miracolo di San Nicolò da Bari, giudicato il suo migliore lavoro. Altri dipinti figurano in alcune chiese del vicariato bussetano: a Roncole L’Immacolata con i Santi Sebastiano, Rocco, Antonio e Margherita, un San Michele e due mezze figure di San Luigi Gonzaga e di San Francesco di Paola, a Sant’Andrea, la pala dell’altare maggiore raffigurante il santo titolare, a Frescarolo un’altra Santa Margherita da Cortona e una Madonna del Rosario con i Santi Girolamo e Rocco. Nella Cattedrale di Fidenza, appartiene al Balestra una Madonna col Bambino in sagrestia. Una Trasfigurazione è esposta nella chiesa di San Salvatore in Ghiara di Fontanellato, un Sant’Ilario nella Cattedrale di Parma. A Piacenza si conserva, presso il Seminario, un suo ritratto del vescovo Burali, firmato e datato 1774. Nell’Inventario degli oggetti d’arte di Parma le opere del Balestra sono accreditate al più illustre omonimo, il veronese Antonio Balestra. Lasciò infine un Autoritratto (Civico Museo di Busseto, datato 1738) e, incompiuto, un San Niccolò da Bari, oltre a vari abbozzi e cartoni. Dedicatosi all’insegnamento, ebbe tra i suoi allievi il parmigiano Massimiliano Ortalli e i concittadini Gaetano Bombardi e Giuseppe Cavalli. Seguace di più scuole, il Balestra non ebbe il pregio di esprimere alcunché di nuovo nella pittura del tempo. Avendo però amorosamente studiato le opere dei grandi maestri, seppe ricavarne e riunirne le molteplici ispirazioni, così che, se non trovò soggetti nuovi per le sue pitture, dipinse tele che appaiono rimarchevoli, come i suoi santi e le sue Madonne, soavi di gentilezza e spiranti una devozione commovente. Il suo metodo risentì del dominante manierismo e talune opere, specie giovanili, appaiono imbarocchite da un’esasperata ricerca di movimento nel gesticolare dei personaggi e nella qualità stessa delle giustapposizioni di colore, impreziosite da eleganze delicate e rare, di sapore quasi lezioso. Ma i suoi quadri sono di una luminosità piena di letizia, avendo egli appreso dal Correggio il modo di rappresentare in pittura gli effetti di luce. L’intonazione cromatica rivela la personalità inconfondibile del Balestra: trasparente e chiara, con predominio di azzurro-verde. Il Balestra si volse quasi interamente ai soggetti sacri, che trattò con finezza di composizione e di linea e con vigoria di colorito, attingendo a una vera ispirazione religiosa. Così lo descrisse il suo contemporaneo, conterraneo e amico Pietro Vitali: abborrì sempre e odiò quei pittori che ebbero uno stile piccolo, triviale e plebeo e alla sola imitazione del vero si attennero; e fu portato per quello che grandeggiando alquanto si sollevava dal comun modo, e dove al natural vero accoppiata si vedesse l’opera della immaginazione, e però soprattutti ammirò sempre il Correggio. Il Balestra svolse una sua attività di insegnamento, di restauratore di dipinti e fu autore di una guida manoscritta: Intonro alle pitture e alle statue di Busseto e del suo territorio, poi perduta.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 184; Aurea Parma 3 1956, 174; E. Bénézit, Dict. des peintres, I; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 45-48; G. Fiori, Documenti di pittori piacentini, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1972, 203; Arte a Parma 1979, 65-66.

BALESTRA RAFFAELE, vedi BALESTRA RAFFAELLO


Verona-Parma 15 agosto 1837
Benedettino, prete secolare dopo la soppressione dei conventi, fu canonico della Cattedrale di Parma e raccoglitore di stampe. La sua collezione fu acquistata da Angelo Pezzana per la Biblioteca Palatina di Parma nel 1838.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, Parma, Fiaccadori, 1856, ristampa anastatica 1981; II, 539; L. Farinelli, Il carteggio Zani, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1986, 350.

BALESTRAZZI GIUSEPPE
Parma 1874-1901
Fu canonico della collegiata di San Secondo e insegnante nel seminario di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 34.

BALESTRAZZI GIUSEPPE
Parma 6 settembre 1893-Roma 1 maggio 1983
Nel 1917 il Balestrazzi, sottotenente, venne ricoverato nell’Ospedale di Parma per una grave mutilazione al braccio sinistro, conseguenza di una ferita riportata al fronte. Il 17 aprile di quello stesso anno, Priamo Brunazzi, un altro mutilato di guerra, con pochi altri fondò l’Associazione dei Mutilati di Parma quasi contemporaneamente alla nascita dell’Associazione Nazionale in Milano. Appena uscito dall’ospedale, il Balestrazzi si affiancò al Brunazzi, che l’anno seguente gli affidò la segreteria dell’ente appena costituito. I due diedero un impulso straordinario alla nuova istituzione, dichiaratamente apolitica, che trovò consensi in ogni strato sociale della città e della provincia. Infatti, Parma e provincia diedero alla prima guerra mondiale un contributo notevolissimo. I combattenti parmensi furono 42600. Di essi 1089 caddero sul campo, 1718 perirono per ferite, 1800 per malattie riportate in guerra, 420 in prigionia. I dispersi furono 673, i feriti oltre diecimila. La nuova associazione ottenne immediati consensi, sostegni e adesioni, tanto che dopo un solo anno di vita poté vantare sedici sottosezioni provinciali, circa duemila iscritti, dieci uffici nella sede cittadina allogata in via Petrarca, e, fatto significativo della intraprendenza dei dirigenti, già pubblicava un suo settimanale intitolato La libera parola. Nel 1919 Brunazzi dovette, a causa delle sue sofferenze fisiche (aveva perduto in guerra entrambi i piedi), rallentare il ritmo del suo lavoro, cosicché il peso della direzione della associazione si riversò in gran parte sulle spalle del Balestrazzi che, nel 1920, divenne presidente effettivo, rimanendo Brunazzi presidente onorario. La sezione di Parma poi si trasferì in via Vittorio Emanuele 41, avendo acquistato dal demanio il cosiddetto Palazzetto della Dogana. Tutti gli uffici vi trovarono razionale sistemazione, mentre in un vasto locale al piano terra si istallò, arricchendo la propria dotazione di materiale tecnico, lo stabilimento tipografico dell’Assoúciazione, un complesso che negli anni seguenti esplicò vari lavori per ditte e istituti e privati cittadini. Per avere un’idea del fervore operativo che il Balestrazzi impresse all’Associazione, basterà rammentare che essa, dopo tre anni dalla sua fondazione, creò una Cooperativa del mobilio popolare, ottenne l’assegnazione per gli invalidi di alcune case popolari e, oltre all’impianto del vasto stabilimento tipografico in città, costituì una tipografia in Colorno, una segheria a Langhirano e una cooperativa di lavoro a Corniglio. Inoltre, dopo le trattative iniziate dal Balestrazzi nel 1921, l’anno seguente ottenne la gestione del Caffè e ristorante della stazione ferroviaria. Nel settembre del 1927 l’Associazione Mutilati ereditò da Gontrano Molossi la gestione della Gazzetta di Parma, che resse fino alla fine di giugno del 1928, al momento della provvisoria fusione col Corriere Emiliano. Nel 1947 il Balestrazzi fu uno dei promotori, insieme con l’onorevole Micheli, Maspero, Romiti e Tomasi, della fondazione in Parma dell’Istituto per la rieducazione dei mutilatini di guerra. L’Istituto di Parma fu collocato nell’ospedale militare in piazzale dei Servi, e ivi svolse per alcuni anni opera provvidenziale per centinaia di fanciulli provenienti in gran parte da altre città. Trasferitosi a Roma e chiusa la sua attività, il Balestrazzi si dedicò a rivivere fatti e memorie della sua vita affidando alle stampe le sue impressioni e specialmente i ricordi della sua città. Sono scritti testimonianti viva sensibilità e uno schietto amor di patria. In particolare, sono da ricordare il volume dal titolo Vecchia Parma cara al cuore, e le 37 puntate del suo diario Un uomo di pace tra due guerre pubblicate sulla Gazzetta di Parma dall’11 febbraio al 29 marzo 1979, oltre a diversi articoli apparsi in Tutta Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 1173; Gazzetta di Parma 3 maggio 1983, 7.

Parma 13 marzo 1885-Parma 26 marzo 1970
Nacque da Lorenzo e Delina Riccò, in una famiglia di poveri contadini, inurbati da poco tempo in Borgo Calligarie. Di mestiere fece il sarto. Calzolai, sarti, tipografi e ferrovieri, fornirono i quadri dirigenti del movimento di classe ed espressero al punto più alto quelle esigenze di riscatto e di promozione sociale che percorrevano il ribollente mondo delle masse urbane. Già la loro adesione all’organizzazione sindacale e al partito socialista stava a indicare un’avvenuta crescita della loro mentalità rispetto al ribellismo passionale che fu la caratteristica della gente dei borghi. Quella carica antagonistica e quella aspirazione al mondo nuovo trovarono nelle esperienze di Icinio Bianchi, di Ugo Cerici, di Vittorio Ilariuzzi e quindi del Balestrazzi una effettiva realizzazione: si tradussero, cioè, in atti compiuti. Questi uomini furono fermamente sicuri di una verità: il miglioramento del mondo dipendeva dalla loro capacità di superare il livello raggiunto dalla società borghese. Per conseguire quell’obiettivo erano necessari sforzi e sacrifici di continua elevazione individuale: morale, culturale e anche di capacità tecniche. E questa fu anche la regola di vita del Balestrazzi: rigoroso nella battaglia politica, intransigente nei confronti degli avversari, quanto severo con se stesso e costantemente teso ad ampliare le basi della sua cultura e ad arricchire le sue conoscenze. Tutto ciò dovette costargli non pochi sacrifici. Leggere e studiare significò rubare le ore al riposo, perché i giovani sarti come lui avevano orari di lavoro che superavano le dodici ore. Eppure, nonostante fosse stato costretto, per le povere condizioni della famiglia, a lasciare le scuole (finì la quarta classe elementare), il Balestrazzi riuscì a darsi una discreta base culturale. Lo ammisero anche le stesse autorità di polizia che, nel redigere la sua scheda segnaletica, scrissero: Non ha fatto che le scuole elementari, ma mostra di avere una coltura abbastanza buona. Il Balestrazzi non attese molto per farsi notare dagli addetti alla pubblica sicurezza, e già nel marzo del 1906 il prefetto di Parma lo segnalò al ministero come fervente socialista rivoluzionario. Era allora membro della commissione esecutiva della federazione giovanile socialista ed era stato uno dei fondatori del circolo di Parma. Il suo campo d’azione fu la propaganda antimilitarista. In ogni circostanza, scrissero ancora le autorità, fa propaganda delle sue idee tra i giovani. Proprio sul tema dell’antimilitarismo fu il relatore al congresso provinciale dei giovani socialisti che si tenne a Fontanellato nell’ottobre del 1905. Successivamente, adempiendo a incarichi affidatigli dal comitato regionale della gioventù socialista, tenne conferenze in Parma e in diversi centri della provincia. È da credere che in quelle occasioni avesse modo di conoscere Alceste De Ambris, che più volte fu chiamato a Parma per manifestazioni promosse dai circoli giovanili. È un fatto che, quando nel 1907 la federazione giovanile socialista si spezzò in due tronconi, il Balestrazzi si schierò con quei gruppi che si richiamavano alla linea del sindacalismo rivoluzionario. Per questo motivo si dimise dal Partito Socialista Italiano nel 1907, in ottemperanza ai deliberati del congresso provinciale socialista, che dichiararono incompatibile il sindacalismo rivoluzionario con l’appartenenza al partito. La notte del 6 agosto 1907, al termine di una manifestazione anticlericale, un gruppo di dimostranti tentò di dare l’assalto alla chiesa dei Carmelitani e al convento dei Cappuccini. Il Balestrazzi cercò di placare i più accesi dimostranti, ma finì lo stesso tra gli arrestati. Tre mesi dopo il tribunale lo condannò a 9 mesi e 16 giorni di reclusione e 200 lire di multa. Scontò dapprima i 9 mesi e 16 giorni di carcere e poi tornò in San Francesco per altri 20 giorni perché non aveva le 200 lire per pagare la multa. Uscì dal carcere il 18 maggio 1908, nell’infuriare dello sciopero agrario. Quelle giornate memorabili lo videro protagonista di primo piano. Nel 1909 fu chiamato a far parte della commissione esecutiva della Camera del Lavoro. Si allontanò poi da Parma e si trasferì a Nizza, spintovi anche dalla salute cagionevole e da preoccupanti indizi di una malattia ai polmoni. In Francia, dove rimase per circa quattro anni, mantenne i contatti con gli esponenti del sindacalismo e del socialismo. A Parigi ebbe modo di conoscere Jean Jaurès, il mitico leader del socialismo francese, il cui assassinio, nell’estate del 1914, aprì la strada allo scatenarsi del conflitto. Proprio sulla questione dell’atteggiamento da tenere di fronte alla guerra, il Balestrazzi, rientrato a Parma nel giugno del 1914, ruppe con i dirigenti della Camera del Lavoro che avevano indicato nella sconfitta dell’Austria e della Germania la fine del blocco della reazione e l’apertura della via della rivoluzione sindacalista. Il Balestrazzi rimase fermo all’antica lezione antimilitarista e trovò sulle sue posizioni un vivace gruppo di giovani sindacalisti, Mario Longatti, Lodovico Saccani e Alfredo Veroni, e di esponenti anarchici, come Casimiro Accini e Alberto Zanlari. Questo gruppo ebbe il suo battesimo il 13 dicembre 1914, quando alle scuole Angelo Mazza si svolse il contraddittorio tra Benito Mussolini, di fresca conversione all’interventesimo, e Giacinto Menotti Serrati, che aveva sostituito il futuro duce alla direzione dell’Avanti! Nonostante i giovani neutralisti fossero in evidente minoranza, non si trattennero dal gettarsi nella mischia. Ebbero la peggio, come era inevitabile, ma riuscirono comunque a dare un segno di coraggio e di coerenza, che ebbe un grande significato. Se ne accorse anche Serrati, che individuò nel Balestrazzi un punto di riferimento in quella Parma ostile ai socialisti. E del Balestrazzi ospitò sull’Avanti! l’articolo dal titolo Parma quale è, che rappresenta un interessante tentativo di capire e di spiegare le cause della situazione parmense. A causa del suo pacifismo il Balestrazzi, richiamato alle armi, fu pure a lungo rinchiuso nel carcere militare di Piacenza. Rimase fedele all’impostazione sindacalista-anarchica che ebbe in Armando Borghi il suo leader, e che nel dopoguerra, insieme a Veroni, Motta, Longatti, Saccani, diede vita all’Unione Sindacale Parmense, che ebbe i suoi punti di forza in alcune leghe in Parma e in gruppi giovanili costituitisi in diversi centri della provincia (contò più di 8000 iscritti). Questa nuova organizzazione si qualificò per la determinazione nella lotta contro il nascente movimento fascista, che la ripagò secondo il suo stile: la sede dell’Usp, situata in borgo Rossi, fu assalita e devastata nell’aprile del 1921, e lo stesso Balestrazzi ebbe più volte a subire aggressioni. Fu tra i primi a capire l’importanza dell’iniziativa di Guido Picelli, e con Picelli il Balestrazzi collaborò nella realizzazione del giornale L’Ardito del Popolo, che propose l’esperienza parmigiana della resistenza popolare dell’agosto del 1922 come modello per la riscossa delle masse popolari italiane. A questa idea il Balestrazzi rimase fedele anche negli anni della dittatura (solo nel 1945 si iscrisse al Partito Comunista Italiano). Questa idea del primato di Parma rimase per lui una certezza assoluta. Il Balestrazzi dedicò l’ultima parte della sua vita alla ricerca storica, condotta proprio sotto questo segno: la vicenda di Parma interpretata come un modello per il movimento operaio italiano. Continuò, malgrado l’età, a dare il propio contributo di militante quale membro del comitato direttivo del sindacato provinciale pensionati della Camera del Lavoro. Ma soprattutto si occupò, dalle colonne dell’Eco del Lavoro e su riviste specializzate, di studi sulla storia del movimento operaio parmense, alla cui ricostruzione portò un valido contributo di testimone e di valoroso combattente.
FONTI E BIBL.: Documenti, 14, 1978, 48-50; U. Sereni, in Gazzetta di Parma 13 marzo 1985, 3; T. Marcheselli, Strade di Parma, I, 1988, 45.


1894-Mezzavia 20 giugno 1916
Figlio di Pasquale, Laureato in legge, sottotenente nel 90o Reggimento Fanteria, fu decorato di medaglia d’argento al valore militare. Morì, e fu sepolto, a Mezzavia, presso la 64a Sezione di Sanità, in seguito a ferita da pallottola penetrante al torace riportata in combattimento il giorno precedente sull’Altipiano di Asiago.
FONTI E BIBL.: Necrologio Commemorativo, in Gazzetta di Parma 10, 12, 14 e 15 luglio 1916, 5 giugno e 7 novembre 1917; La Voce dei Maestri 9 luglio 1916; La Tribuna 13 ottobre 1916; Consiglio Accademico Regia Università, inaugurazione anno accademico 1916-1917; G. Sitti, Caduti e decorati, 1919, 21.


Polesine 1846-Parma 31 marzo 1912
Di quel generoso gruppo di giovani parmensi, che dal fervore garibaldino e mazziniano approdarono al socialismo, il Balestrieri costituisce una figura di primo piano per il suo apostolato in mezzo ai lavoratori della Bassa parmense. La sua vita e la sua opera si svolsero in gran parte a Polesine, dove era nato da una famiglia di proprietari caduta in disgrazia. La sua gioventù, pur passata in mezzo allo studio e alla pratica negli uffici comunali (dove a quindici anni fu assunto come commesso), fu ravvivata dal fascino dell’epoca risorgimentale e dal mito garibaldino. A vent’anni il Balestrieri partì infatti volontario, dopo essere stato rifiutato dall’esercito regolare, per partecipare alla guerra contro l’Austria. Assieme a lui vi furono altri suoi giovani amici di Polesine e di altri centri della Bassa, e un folto numero di volontari di Borgo San Donnino, tra i quali Luigi Musini. Dopo aver trascorso settimane in Puglia, dove i volontari furono inviati per l’addestramento, le compagnie vennero trasferite al Nord, e il Balestrieri ebbe il battesimo del fuoco negli scontri che precedettero la battaglia di Bezzecca. Tornato a Polesine, prese moglie, dalla quale ebbe a distanza di due anni l’uno dall’altro quattro figli. Nello stesso anno del suo matrimonio, il 1869, fu nominato, dopo aver superato gli esami, segretario comunale di Polesine. Nel marzo 1872 il Balestrieri fondò a Polesine la Società Operaia Giuseppe Garibaldi, con quarantadue soci: iniziativa che si richiamava direttamente all’esperienza del mutuo soccorso. Come ricordò infatti la figlia Irma nel libretto Il nonno, il Balestrieri era rimasto colpito dalla estrema indigenza in cui si era venuta a trovare gran parte della popolazione di Polesine dopo le ripetute inondazioni del Po. La Società Operaia si differenziò profondamente da quella Associazione tra i segretari e gli impiegati della provincia di Parma, di cui il Balestrieri studiò a lungo lo statuto e il comportamento. Delle tradizionali mutue, la Garibaldi di Polesine conservò il carattere di sodalizio che forniva assistenza in caso di malattia, di inabilità e di vecchiaia, ma, ed era una novità sostanziale, non chiudeva la porta alle sollecitazioni per l’emancipazione dei lavoratori, che lo stesso Balestrieri condivise e propugnò. Già dal 1871 il Balestrieri prese a inviare collaborazioni al settimanale Il Patto di Fratellanza e si venne convincendo come l’idealità mazziniana non fosse in grado di risolvere il dramma della questione sociale. Il passaggio al socialismo avvenne per questa strada e, mentre gli si prospettavano gli esempi dei vetrai di Altare e dei lavoratori della fabbrica Sustermeister di Intra, il Balestrieri riuscì ad afferrare nella sua nitidezza il centro del problema: l’inevitabilità di una lotta contro il feroce diritto di chi possedeva e possiede la ricchezza. La lotta sarebbe stata combattuta in nome di una generale redenzione dell’umanità, ma intanto il Balestrieri si dedicò a rafforzare il sodalizio, a crearne di nuovi, a dare vita a giornali, a insegnare a leggere e a scrivere, a preparare liste elettorali per i Comuni, la Provincia, il Parlamento nazionale, a sperimentare nuove iniziative che sconcertarono i benpensanti e diedero serie preoccupazioni all’autorità di pubblica sicurezza. Il nome del Balestrieri infatti appare assieme a quelli degli altri esponenti del primo socialismo della Bassa nell’Elenco dei principali promotori dell’agitazione agraria nel territorio dei Comuni del Circondario che il comandante della compagnia dei carabinieri di Borgo San Donnino inviò alla Prefettura di Parma nella primavera del 1885 per informarla degli scioperi dilagati nelle campagne. La repressione fu di una durezza inconsueta, con arresti, intimidazioni, minacce, invio di truppe, tanto che Musini ne fece oggetto di una interrogazione alla Camera. La Garibaldi di Polesine raggiunse nel 1886 circa 200 aderenti e a quella data si tentò di istituire una società tra operai braccianti, sul tipo di quelle di Romagna, col progetto di fornirla poi anche di magazzini per materie prime e piccoli laboratori. L’opera del Balestrieri parve non subire pause e si arricchì di una miriade di episodi che esprimevano come tra quei braccianti il suo apostolato maturasse nuove coscienze. Polesine divenne così per la modesta ma eroica geografia del primo socialismo un punto fermo, pronto a riversare i suoi voti sulla candidatura Musini, sempre disposto a ospitare manifestazioni dell’idea nuova. Fu infatti a Polesine che nel 1890 con un comizio di Musini, dello stesso Balestrieri e di Binelli, venne celebrato il Primo Maggio, in concomitanza con quanto avveniva, per la prima volta, nei più attivi centri di tutto il mondo. Proprio per la manifestazione del Primo Maggio del 1894, che si svolse nella sala della Società Operaia, il Balestrieri cadde sotto i colpi della repressione crispina, che nell’ottobre sciolse, assieme ad altri sodalizi, la Garibaldi. Il carico di imputazioni per il Balestrieri fu assai pesante: accusato del reato di eccitazione all’odio tra le classi, venne più volte giudicato dal Tribunale che lo assolse sempre con formula piena. Dopo aver lasciato, al termine del trentesimo anno di servizio, l’incarico di segretario del Comune, il Balestrieri si trasferì a Parma, dove continuò a occuparsi della Società Operaia e della amministrazione comunale che era in mano ai moderati. Eletto consigliere di minoranza a Polesine, il Balestrieri lasciò spesso la casa di Parma, in Borgo Santa Chiara, per tornare al suo paese dove organizzò la battaglia per la definitiva conquista del Comune. L’obiettivo era assai ambizioso, tenuto conto del fatto che i socialisti in provincia di Parma non disponevano di un forte seguito elettorale: ancora nelle elezioni municipali del 1905, le liste socialiste subirono pesanti rovesci. Dai banchi della minoranza il Balestrieri condusse una opposizione che fiaccò la giunta moderata, costringendola poi a rassegnare le dimissioni. Nella successiva tornata elettorale i socialisti si affermarono e il Balestrieri venne eletto sindaco. Tra le realizzazioni di cui la sua amministrazione menò vanto, vi fu la ripresa della navigazione fluviale sul Po con un vaporetto, la costruzione di un ponte di barche tra Polesine e Stagno Lombardo, la formazione di un consorzio tra i due comuni per lo sviluppo commerciale, coronato dall’intervento dell’impresa Muggia che costruì uno scalo e diede il via ai lavori di escavazione della ghiaia. Un consorzio fu poi istituito con il Comune di Zibello per l’apertura di un centro per il ricovero dei malati infettivi, mentre la pubblica istruzione, per anni dimenticata dall’azione dei moderati, divenne uno dei più consistenti capitoli di spesa. Vennero aperte due nuove classi delle scuole elementari e, utilizzando il legato Galeotti, furono iniziate le pratiche per la costruzione di un nuovo asilo. Tutte queste realizzazioni resero credibile agli occhi dei lavoratori il socialismo della Bassa, che fidava nella lenta ma sicura espansione dell’edificio sociale, la cui costruzione era stata avviata con la mutua ed era poi proseguita con la cooperativa, con la lega e con il Comune. Questa visione, che nel Balestrieri soddisfece anche i principi della convinzione massonica, non ammetteva impennate o lacerazioni. La gradualità era una condizione indispensabile per il suo successo, perciò nelle terre tra il Taro e lo Stirone il sindacalismo rivoluzionario non riuscì a penetrare. Malaugurato sciopero definì il Balestrieri l’agitazione del 1908, compiacendosi che la sua zona ne fosse rimasta indenne. Il suo socialismo evoluzionista e umanitario, che lo collocava nei settori più moderati del partito, lo portò a impegnare l’amministrazione comunale di Polesine nella raccolta di fondi, promossa dal governo, per i feriti e le famiglie dei caduti della guerra di Libia. Le polemiche che in quei mesi si aprirono all’inteno del partito sul comportamento da tenere nei confronti della guerra e del governo fecero appena in tempo a sfiorarlo, perché di lì a poco il Balestrieri morì.
FONTI E BIBL.: U. Sereni, Il movimento cooperativo a Parma, 1977, 229-233.

Parma 4 ottobre 1611-
Figlio di Ferrante e Orsola Galli. Si laureò in legge e diede subito prova di ingegno nella professione. Morì ancora giovane mentre inseguiva un servitore del suocero che si era impossessato di una grande somma di denaro: tentando di guadare a cavallo il Taro, non volendo attendere il traghetto, fu travolto dalla corrente e affogò.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 92-93.

Parma 22 ottobre 1894-1979
Figlio di Clodomiro e Angela Torelli. Combattente nella prima guerra mondiale con il grado di capitano di artiglieria da campagna, al termine del conflitto si laureò in ingegneria meccanica al Politecnico di Torino e iniziò a lavorare presso l’azienda Scipioni, concessionaria della Fiat, che poi rilevò. Sotto il suo impulso l’impresa conobbe un grande sviluppo, così come l’azienda Sorit, il sistema motorizzato provinciale, rilevato poi dall’ente pubblico locale. Collaborò con Rocco Bormioli nell’industria del vetro. Nel 1945, con Alberto Zanlari, rifondò l’Unione Parmense Industriali, della quale fu presidente dal 1962 al 1971. Sostenne l’Ospedale Maggiore, la Società dei concerti e il Museo Bodoniano. Nel 1969 venne nominato Cavaliere del lavoro e fu presidente del Rotary Club Parma dal 1953 al 1955. Nel 1948 diede vita alla società editrice del quotidiano Gazzetta di Parma. Si interessò anche al settore farmaceutico acquisendo il laboratorio Carlevaro, a San Polo di Torrile, che sviluppò fino alla realizzazione di uno dei più moderni e tecnologicamente avanzati stabilimenti farmaceutici.
FONTI E BIBL.: Cento anni di associazionismo industriale a Parma, 1997, 389; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 27.

Parma 1586 c.-Parma 1627/1641
Si addottorò in entrambe le leggi il 4 dicembre 1603. Acquistò grande credito e reputazione come avvocato, e fu quindi mandato a Piacenza il 1o marzo 1627 come auditore civile. Fu giureconsulto di particolare esperienza e integrità. Ritornato a Parma, vi morì in ancora giovane età.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 66.

Parma XVI secolo
Dottore in entrambe le leggi, fu canonico della Cattedrale di Parma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 48.

Parma 1772/1783
Il 25 novembre 1772 fu nominato cavaliere di campo e il 28 giugno 1783 tenente colonnello.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1996, 5.

BALESTRIERI GABRIELE, vedi BALESTRIERI GABRIELLO

Parma 1634/1644
Operò a Parma, come si desume dalle lettere da lui inviate a Paolo Coccapani, vescovo di Reggio Emilia. Probabilmente fu soprattutto restauratore, ma lasciò anche qualche dipinto di sua invenzione. È anche noto come agente e consigliere artistico del duca Francesco I di Modena.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone-Aurelj, Dizionario, Milano, 1928; Enciclopedia pittura italiana, I, 1950, 184.

BALESTRIERI GENESIO
Parma 1431/1448
Figlio di Simone. Nel 1431 fu iscritto alla matricola dei notai di Parma. Nel 1448 compare tra i deputati alla costruzione della chiesa di San Pietro Martire di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1996, 5.

BALESTRIERI GENESIO
Parma 1593/1594
Dottore. Nel 1593 fu podestà delle Valli dei Cavalieri e per tale ufficio risulta tra i provvigionati di giustizia con un compenso di 56,80 ducati di Parma.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1996, 5.

Parma 1698/1700
Dottore fiscale nel 1698, fu podestà di Borgo San Donnino a far data dalla patente di nomina del 29 giugno 1700.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1996, 5.

Parma 1583
Nell’anno 1583 fu insignito della Croce dell’Ordine Militare di Santo Stefano. È forse lo stesso che nel 1538 fu Anziano della Comunità di Parma.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 81.

Parma 1765 c.-
Uomo di lettere, fu verseggiatore e viaggiatore indefesso per tutte le corti d’Europa. Fu molto ammirato per la sua eleganza e raffinatezza. Suo figlio Luigi morì durante la ritirata russa con Napoleone.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 118.

BALESTRIERI IRMA, vedi LANZA IRMA

Polesine Parmense 1 febbraio 1885-Milano 20 gennaio 1961
Dopo aver compiuto gli studi liceali a Parma, passò alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna e fu allieva di Giovanni Pascoli. Lo stesso Pascoli fu relatore, nel 1908, della sua tesi di laurea che verteva sullo stesso argomento (Feste e spettacoli alla Corte dei Farnese) ripreso nel volume pubblicato a Parma presso il tipografo Donati nel 1909, e poi ristampato. Fu dapprima insegnante di ruolo nelle scuole complementari a Piacenza, Monza e Milano. In seguito, con la riforma Gentile, fu trasferita all’Istituto Tecnico C. Cattaneo, dove rimase sino al pensionamento (1953). Vedova di Alberto Snider (1918), passò a seconde nozze con Emilio Bruno nel 1922.
FONTI E BIBL.: Feste e spettacoli alla Corte dei Farnese, 1981, 7.

Parma 1541
Miniatore attivo a Parma nella prima metà del XVI secolo. Nel 1541 il suo nome risulta in un pagamento di 13 scudi d’oro per un lavoro commessogli dalle autorità cittadine. Gli sono attribuite le belle miniature del manoscritto intitolato Ordinationes conservato nell’Arúchivio di Stato di Parma.
FONTI E BIBL.: E. Aeschlimann, Dictionnaire des Miniaturistes, Milano, 1940; Dizionario Bolaffi pittori, I, 1972, 310.

Parma 1711
Sacerdote, fu nominato teologo ducale in Parma il 15 gennaio 1711. Fu inoltre giudice di patenti.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1996, 5.

Parma 1575/1612
Si addottorò in entrambe le leggi il 19 dicembre 1575. Il 1o agosto 1597 fu nominato governatore di Altamura, il successivo 6 agosto di Castellamare e infine il 12 giugno 1612 commissario di Colorno.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 49; Gazzetta di Parma 1 aprile 1996, 5.

BALESTRIERI PIER GIOVANNI, vedi BALESTRIERI PIETRO GIOVANNI BIAGIO


Parma 3 febbraio 1683-Parma post 1750
Figlio di Domenico Maria e di Lucrezia. Inizialmente si diede alla poesia. A diciotto anni scrisse la favola pastorale L’Arcade, che fu lodata da L.A. Muratori, da Salvini e da Zeni, e che l’autore offrì personalmente a Luigi XIV a Parigi (1710). Ripartito dalla Francia, fece altri viaggi per l’Europa spendendo tutto il suo patrimonio, così che ritornò in patria miserabile. Fu comunque onorato dai dotti e da varie accademie, nelle quali fu accolto, e specialmente in quella dei Filergiti di Forlì (Marchesi, Memorie de’ Filergiti, carta 417). Fu anche uno dei fondatori della Colonia Parmense, coi nomi di Corinto Telamonio, e ascritto all’Accademia Fiorentina (1739), la principale in Italia in quei tempi. Un altro dramma boschereccio, Erasitea (1703), fu rappresentato con successo (1720) in occasione dell’arrivo a Piacenza della principessa Carlotta Aglae di Orléans, sposa di Francesco d’Este, principe ereditario di Modena. Il conte Jacopo Sanvitale lo accolse in casa propria, e passò poi presso il conte Aurelio Bernieri. Poco prima della morte, il Balestrieri diede manifesti segni di pazzia. Il ms. Parmense n. 1052 della Biblioteca Palatina di Parma contiene altri lavori drammatici del Balestrieri, forse destinati alla musica e commissionati dal duca Francesco Farnese: tra questi Orfeo, Admeto, Il Trionfo della virtù e il dramma peschereccio Antimenide, quest’ultimo probabilmente edito (1726). Il Balestrieri è inoltre autore delle Lezioni sopra certe poesie di alcuni signori parmigiani (1717), di poesie in lingua italiana, latina e francese. Sottopose al giudizio dell’Accademia Fiorentina il progetto, probabilmente non realizzato, di una raccolta di sonetti e canzoni, Esamerone o Le Sei giornate. Dei suoi versi latini e francesi si hanno saggi in alcune raccolte. Sembra altresì, dalla lettura dell’Esamerone e del suo Teatro, che conoscesse anche la lingua greca. Il Mazzuchelli fece onorevole menzione del Balestrieri e di alcune sue opere.
FONTI E BIBL.: G.V. Marchesi, Memorie storiche dell’antica Accademia de’ Filergeti della città di Forlì, Forlì, 1741, 310; I. Affò e A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, VII, Parma, 1833, 94-96; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri e benemeriti, Genova, 1877, 38; L. Tonelli, Un librettista inedito farnesiano, Pier Giovanni Balestrieri, in Atti dell’Accademia Pontaniana, settembre-ottobre 1932; C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 15; C.E.T., in Enciclopedia spettacolo, I, 1954, 1310-1311.

Parma 1408
Figlio di Pietro. Fu notaio camerale e tesoriere della Comunità di Parma nel 1408. Ebbe due figli che furono iscritti alla matricola dei notai rispettivamente nel 1425 (Marco) e nel 1431 (Genesio).
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 1 aprile 1996, 5.

San Martino Sinzano 1794/1810
Discendente da una famiglia presente in San Martino Sinzano fin dal secolo XVII. Fu maire di San Martino Sinzano già al tempo di Napoleone Bonaparte e nel 1810 firmò il verbale di constatazione dei confini con la Mairie di Collecchio. Nel 1794 fu decurione.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Collecchio nel primo Ottocento, in Gazzetta di Parma 25 ottobre 1971, 3; Per la Val Baganza 7 1985, 81.

Parma XIX secolo
Fu letterato e poeta di buon valore.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 35.


Roccabianca 1910-Roccabianca 15 luglio 1995
Educato nel solco delle tradizioni risorgimentali (la nonna paterna prese parte alle Cinque Giornate di Milano), il Ballarini rivestì con onore la divisa di capitano della 130a Brigata di Fanteria Divisione Emilia, operante in Jugoslavia durante la seconda guerra mondiale. Rientrato in patria, aderì alla Resistenza divenendo comandante del 1o Battaglione Sap. Seppe dare un decisivo impulso alla lotta partigiana: toccò a lui l’arduo incarico di attivare un centro di informazioni militari per l’intera zona inclusa tra la via Emilia, il Po, l’Ongina e il Taro. Verso la fine del 1944 venne nominato comandante della 78a Brigata Sap, che operò dapprima nel territorio di pianura, e raggiunse poi le zone montane partecipando anche alle operazioni finali, culminate con la resa delle forze tedesche rinchiuse nella sacca di Fornovo. Dopo la liberazione il Ballarini entrò nella polizia stradale: svolse ruoli direttivi a Reggio Emilia, Bologna, Milano, Padova e Genova. Fu comandante regionale per il Veneto e la Liguria del Corpo Guardie di Pubblica Sicurezza Stradale. Raggiunse l’apice della carriera con la promozione a generale. Il Ballarini conseguì numerose benemerenze di servizio, tra le quali la partecipazione alle fasi più drammatiche della lotta contro il banditismo in Sicilia. Fu decorato al valore militare.
FONTI E BIBL.: P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 16 luglio 1995, 19; P. Tomasi, in Gazzetta di Parma 16 giugno 1998, 13.

Roccabianca 1889-Pisa 9 gennaio 1916
Figlio di Luigi e Giovanna Reggi. Partì per la prima guerra mondiale con le prime spedizioni di truppe, incorporato nel 112o reggimento fanteria, che per gli innumeri sacrifici compiuti si colmò di gloria. Il 26 luglio 1915 il Ballarini rimase ferito gravemente sul Monte San Michele da una scheggia di granata nemica che lo colpì al capo. Ricoverato in un ospedaletto da campo prima, e nell’Ospedale di Pisa poi, subì inenarrabili sofferenze causategli da quella ferita, che infine lo condusse alla morte. Fu insignito della croce di guerra al merito.
FONTI E BIBL.: Combattenti di Roccabianca, 1923, 8-9.


Fontanellato 1778/1782
Falegname, realizzò nel 1782, in collaborazione con Domenico Chierici, i credenzoni nella chiesa di Sant’Antonio in Parma. Nel 1778 fu attivo nella chiesa parrocchiale di Fontanellato.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 260.

Parma 1757/1769
Patrizio, fu valentissimo ingegnere e meccanico. Nel 1757, insieme con Stefano Droghi, eseguì un quadrante astronomico (che divenne celebre) per l’Osservatorio di Jacopo Belgrado. Fu anche incaricato, assieme al Droghi, col quale operò sempre in perfetta e rara concordia, di esaminare ove convenisse aprire la progettata strada carreggiabile da Fornovo a Borgo Taro, Bardi e Compiano. Fu assai stimato per la sua grande abilità nel costruire macchine dal Belgrado e dal Du Tillot.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, IV, 1833, 123-124; G.B. Janelli, Dizionario biografico Parmigiani, 1877, 68.

BALLARINI PIETRO, vedi BALLARINI GIAN PIETRO


Parma seconda metà del XV secolo
Meccanico orologiaro operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 45.

BALLERINI GIAN PIETRO, vedi BALLARINI GIAN PIETRO

Parma 1831
Sottotenente delle truppe parmensi. In seguito ai moti del 1831 in Parma fu indagato, con la seguente motivazione: Si pretende che fosse incaricato di una missione fuori di porta Santa Croce alla quale avrebbero preso parte gli Ufficiali Spaggiari, Granata e Contini. Chiamato recentemente in attività di servizio col suo grado. Pare che sia uomo savio. Visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 143.

BALLERINI PIETRO, vedi BALLARINI GIAN PIETRO

Mantova-post 1552
Fu prevosto mitrato e resse la Chiesa di Borgo San Donnino dal 1550 al 1552. Successe a Marc’Antonio da Corte per nomina della Comunità di Borgo San Donnino, essendo stata la Chiesa borghignana riconosciuta nullius dioecesis dal pontefice Paolo III con breve del 1o settembre 1535. Il Balneo, non volle lasciare la città natale e per tale ragione nominò un vicario nella persona del canonico della Cattedrale di Borgo San Donnino, Pantaleone Bianchi. Questi, approfittando della lontananza del Balneo, riuscì con raggiri a essere eletto in sua vece.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 29.

Parma 1516
Poeta latino sconosciuto all’Affò. Alcuni suoi versi stanno in fronte alla Joannis Jacobi Adria Mazariensis Siculi Topographia inclytœ civitatis Mazariœ (Panormi, 1516, in-4°). Sono scritti con grande limpidezza e facilità.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1827, 458.

Parma 1916/1921
Allieva di Giulio Silva al Conservatorio di Parma, nel marzo 1916 cantò (contralto) Azucena nel Trovatore nelle ultime tre recite al Teatro Regio di Parma, parte che ripeté anche a Legnano, al Teatro Comunale di Como e a Forlì. la si trova anche in un’Aida al Teatro Verdi di Bologna. Nel gennaio 1921 fu al Teatro Municipale di Guastalla nel Trovatore.
FONTI E BIBL.: Moreau, II, 721; G.N. Vetro, Dizionario, 1998.

BALZANI SIMONIDE, vedi BALSANI SIMONIDE

Pellegrino 1295
Fu notaio di Pellegrino. È citato in un atto del 19 novembre 1295 del notaio Michele Orlandi, per le divisioni dei marchesi Pallavicino di Pellegrino e altri parenti.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 19.


Colorno 25 dicembre 1761-Parma 17 aprile 1839
Nacque da Pier Antonio e da Maria Elisabetta Solari, entrambi di nazionalità svizzera (erano di Altorf/Giornico). Il padre aveva ottenuto il posto di custode dei magazzini della corte ducale. Le modeste condizioni economiche non gli impedirono di dare una professione al figlio che rivelò sin dai primi anni mente aperta e animo sensibile all’arte. Gli fece apprendere i primi elementi della grammatica latina nella stessa Colorno, e poi proseguire gli studi classici a Parma frequentando l’Università, rinomata per gli illustri docenti. Al termine degli studi, non fu difficile al padre, che viveva così vicino ai funzionari di Corte, ottenergli un impiego: inizialmente di semplice scrivano poi di aiutante alla Soprintendenza dell’economia della Reale Casa. Quindi il Balzari venne nominato controllore delle contribuzioni dirette, e infine membro della Consulta del Catasto. Versato negli studi scientifici, fu egualmente portato per la letteratura, la musica e la pittura, con particolare predilezione per il paesaggio, che coltivò con passione d’artista dedicandovi il tempo che la professione gli lasciava libero. Venne ostacolato all’inizio dal padre, che temeva per la sua carriera. Ebbe invece incoraggiamenti prima dal duca Ferdinando di Borbone e, alla morte di questi, avvenuta nel 1802, dall’amministratore francese Moreau de Saint-Mery che, non trovandosi in Parma un professore di paesaggio e non essendo questa cattedra ancora contemplata nel quadro dell’Accademia, volle inviarlo a Roma per un corso di perfezionamento. Il Balzari generosamente rifiutò in favore del suo promettente allievo Giacomo Zamperla, di Fontanellato. Un riconoscimento ufficiale per la valentia raggiunta, venne al Balzari dalla duchessa Maria Luigia d’Austria con la nomina ad accademico d’onore e a consigliere con voto nella Ducale Accademia di Belle Arti (decreto 5 ottobre 1821). In questa veste operò in seno al Corpo Accademico, di cui era fu membro apprezzatissimo. Il Balzari iniziò l’attività di artista appena adolescente eleggendo a guida la natura, cui si accostò con schiettezza e semplicità. Offrirono motivo ai suoi quadri le passeggiate nei dintorni di Colorno, i viaggi con i genitori in Svizzera, i cui stupendi paesaggi, interpretati con una poetica personalissima, finirono per commuovere e persuadere il padre di trovarsi di fronte a una vera vocazione. La stessa professione, che richiedeva continui spostamenti nei vari centri della provincia, spesso sugli stessi Appennini, offrì opportuni suggerimenti: nei momenti di sosta, dato di mano a matite e pennelli, il Balzari fissava qualche aspetto della natura che l’aveva più sensibilmente impressionato. Infatti tra le sue opere, che si trovano in collezioni parmigiane, figurano castelli, paesi montani e campestri, viali silenziosi, torrenti, panorami di paesi e aspetti caratteristici della città di Parma. Sono paesaggi pervasi di limpida arcadica purezza, con cieli di un azzurro terso; con piante in primo piano analizzate con una preziosità fiamminga. Acquerelli e guazzi di piccole dimensioni che spesso regalava agli amici, e prospettive e scenografie a tempera che eseguì nella decorazione di cortili e di palazzi. Un suo Autoritratto si trova nella Galleria Nazionale di Parma, due Paesaggi a tempera si trovano presso casa Carpi, altre opere, come il Castello di Varano Melegari, il Torrente Parma, il Viale degli Eremitari e altri paesaggi e tempere si conservano in varie collezioni private. È inoltre ritenuto l’autore di alcuni acquerelli del Museo Glauco Lombardi di Parma: La fortezza di Villafranca, Villa Paganini a Gaione, Paesaggio con torrente, Capriccio alpestre, Capriccio con castello. Il Balzari può essere ritenuto il caposcuola dei valorosi paestisti dell’Ottocento parmense e in particolare fu maestro e aiuto di Giuseppe Boccaccio. Nel 1823 fu riconosciuto appartenere alla società dei Carbonari. Ebbe alte cariche onorifiche e fu legato d’amicizia con le personalità più illustri della cultura del ducato, in particolare con Antonio Melloni, padre del grande fisico, che predispose perché le spoglie mortali del Balzari venissero poste nella sua tomba di famiglia al cimitero della Villetta di Parma.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 143; G.F. De Castagnola, Memorie intorno a Salvatore Balzari, Parma, 1839; E. Scarabelli Zunti, Memorie di Belle Arti, IX, (1800-1850), 14, 20; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei parmigiani illustri, Genova, 1877, 38; Mostra retrospettiva del paesaggio dell’Ottocento, Parma, 1936, 10; Aurea Parma 2 1936, 65; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia di Belle Arti, Parma, 1952, 48; Parma nell’Arte 1 1962, 57; G. Allegri Tassoni, Pittori colornesi, 1969, 155-157; G. Copertini, Pittura dell’Ottocento, 1971, 26-27; Dizionario Bolaffi pittori, I, 1972, 315; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 16 marzo 1987; Disegni antichi, 1988, 85; A.V. Marchi, Figure del Ducato, 1991, 244; Gazzetta di Parma 16 ottobre 1995, 5.

BALZARI SALVATORE, vedi BALZARI CLAUDIO SALVATORE

Parma 31 marzo 1857-San José 1931
Trasferitosi a Bari con la famiglia nel 1872, il Bambocci mostrò precocemente un carattere indipendente. A soli quindici anni abbandonò i genitori e si stabilì a Napoli, dove coltivò quelle che furono le passioni della sua vita: il disegno (fu ottimo caricaturista) e la fotografia. Quest’ultima fu oggetto di assidua frequentazione presso lo studio Pompeiana. Acquisito il necessario bagaglio professionale, ritornò a Bari, dove aprì lo Studio fotografico Internazionale, in corso Vittorio Emanuele 54 (successivamente trasformato in Studio Luce e Arte, quindi in Studio fotografico Milanese E. Bambocci), sostenuto finanziariamente dal padre Mamerte, direttore di dogana nella città pugliese, convintosi delle doti del figlio in campo fotografico. Il 17 ottobre 1882 sposò a Bari Elena Di Geso. Nel 1907, spinto irresistibilmente dalla sua natura avventurosa, emigrò negli Stati Uniti. Una fotografia di quel primo periodo reca il marchio a secco E. Bambocci - 27 North Market St. - San José, Cal. Del Bambocci resta qualche pregevole testimonianza fotografica, riferita soprattutto alla documentazione della vita a Bari e in Puglia alla fine dell’Ottocento. In particolare sono da ricordare quaranta cartoline appartenenti a una serie virata in verde bottiglia ed esposte l’anno stesso della loro realizzazione (1899) all’Esposizione di Venezia: L’uomo de l’acque de mare, Le pulparule, Le vastàse, I mercati natalizi sono un assaggio della vasta iconografia fotografica del Bambocci. Alcuni esemplari conservati dai collezionisti Gaibazzi e Malpeli di Parma e da Puglia d’altri tempi di Bari, dimostrano eloquentemente che i frutti di un intuito artistico e di una rara abilità di mestiere non sono una momentanea, sia pure affascinante, produzione di immagini suggestive di un’epoca, ma una stupenda comprova visiva di indubbio valore storico e documentaristico che sfida il tempo.
FONTI E BIBL.: A. Giovine, in Gazzetta di Parma 17 agosto 1982, 3; R. Rosati, Fotografi, 1990, 164.

Parma 4 settembre 1783-31 maggio 1838
I genitori avrebbero voluto avviarlo alla carriera ecclesiastica, ma il Bandieri si diede con molto amore e profitto all’arte meccanica, aprendo al pubblico un’officina e ottenendone onorifico diploma il 6 febbraio 1807. Ebbe poi licenza di costruire un torchio di sua invenzione per fabbricare bottoni e finimenti di mobilia che verniciava color d’oro. Nel 1808 fece parte della commissione scientifica creata allo scopo di rinnovare tutti i pesi e le misure adottando il nuovo sistema metrico. La fabbricazione dei prototipi di pesi e misure fu difatti eseguita, sotto la sua sola responsabilità, nel palazzo della zecca delle monete presso San Francesco del Prato in Parma. Nel 1807 fu invitato a esaminare e a dare parere sui prodotti degli stabilimenti di Fontanellato, per giudicare quali meritassero di figurare a una pubblica esposizione. In quella circostanza fu sollecitato affinché anch’egli mettesse in mostra, come in effetti fece, i più rilevanti prodotti delle sue officine. L’architetto e ispettore dei pesi e misure del Dipartimento del Taro, Bierson, gli rilasciò un attestato che dichiara gli strumenti di matematica fabbricati dal Bandieri, nonché i suoi pesi e misure, d’inarrivabile esattezza. Un altro attestato, firmato dal pubblico funzionario della Città di Parma, constatò l’ottima condotta, l’onestà, la valentia che lo distinsero mai sempre tra quanti della sua classe e professione sono in fama di valenti macchinisti sì nazionali che esteri. Nel 1812 fu chiamato dal governo napoletano per collaborare con gli stabilimenti scientifici, e in particolare per discutere sulle macchine e strumenti da costruirsi presso il Corpo dei ponti e strade. Il Bandieri mise in atto nel laboratorio ogni tipo di macchina, tra cui la Macchina di pressione, da lui inventata, per calcolare la durezza, la tenacità e la forza delle pietre. Costruì inoltre una bilancia di grande precisione, che funzionò molti anni nella zecca, e per questo fu nominato macchinista di Casa Reale e dell’Università degli Studi. Ebbe certificati di stima dal famoso meccanico Reichenbach, il quale dichiara di aver trovato i diversi lavori veduti nell’officina del Bandieri di tale perfezione da superare quelli dei più accreditati artisti esteri, dal tenente generale Pietro Colletta, direttore del Corpo dei ponti e strade, il quale esprim la sua piena soddisfazione per i tanti lavori dal Bandieri inventati ed eseguiti, e da Luigi Sementini, per aver riparato tutte le macchine del pubblico laboratorio e gabinetto fisico chimico della Regia Università degli Studi di Napoli.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1884, 5-6.

Carpi 1908-Parma 24 dicembre 1995
Fratello gemello di Giovanni, divenuto poi anch’egli un ottimo pittore. Trasferitasi la famiglia a Parma, si diplomò all’Istituto d’Arte Paolo Toschi e frequentò l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Partecipò a molte mostre, tra cui Arte moderna a Ferrara (1933), Sindacale di Parma (1936), Nazionale di Palermo (1938), Artisti parmensi contemporanei a Firenze (1962), Arte contemporanea a Bologna (1965), vincendo numerosi premi. Molte furono anche le mostre personali tenute a Parma, dal 1935 in poi (alla galleria Sant’Andrea, l’antologica alla Galleria del Teatro nel dicembre 1984), oltre a quelle a Salsomaggiore nel 1951 e a Piacenza nel 1960. Collaborò con l’architetto Erberto Carboni nell’allestimento del padiglione unitario alla mostra di Torino Italia 61. Per quindici anni fu collaboratore, con Carlo Mattioli, della Mostra Internazionale delle Conserve e Imballaggi di Parma. Dal 1948 al 1953 fece parte della Commissione edilizia comunale di Parma. Nel 1964 fu nominato membro effettivo dell’Accademia Parmense di Belle Arti. Per molti anni insegnò disegno alla scuola media statale Parmigianino di Parma. Dal 1980 in poi partecipò alle numerose mostre dell’Assoúciazione Parmense Artisti, della quale fu socio fondatore. Il Bandieri fu artista schivo e solitario, ma uomo ricco interiormente, modesto, preciso e rigoroso. Il suo rapporto con la natura fu dal vero: fu uno degli ultimi pittori del paesaggismo padano, sostanzioso e colorista, attento a cogliere umori e tagli interessanti della sua terra, essenzializzando le atmosfere che gli venivano dalla tradizione dell’Ottocento parmense. Gli bastava calcolare ore e luci e girare qualche chilometro in campagna per individuare la composizione giusta, far combinare i rossi e i gialli delle case e della terra con quelli che portava con sé: il quadro, della dimensione della cassetta dei colori, sgorgava rapido e fresco, dai toni che mai si sporcavano in tentativi indecisi. Un gusto largo, di una certa corposità, formatosi dopo aver abbandonato l’incisione sottile, rarefatta, studiata con Morandi. Un gusto che trovò modo di esprimersi anche nelle composizioni pubblicitarie, con il saldo senso della struttura dell’immagine.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 192; T. Marcheselli, in Gazzetta di Parma 28 dicembre 1995, 9.

Traversetolo 1859
Fu eletto dal collegio di Traversetolo deputato all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo delle Province Parmensi dal 7 settembre al 7 novembre 1859.
FONTI E BIBL.: Assemblee del Risorgimento: Toscana, Roma, 1911; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 94.

Parma 1823/1829
Appaltatore teatrale. Dal 1823 al 1826 fu più volte impresario degli spettacoli del Teatro Ducale di Parma. Assunse nella primavera del 1829 l’appalto del nuovo Teatro Ducale, poi Teatro Regio, per la sua inaugurazione.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 15.

Parma 1504
Nel 1504 i frati di Santa Maria dei Servi di Parma allogarono al Bandini la costruzione della facciata della loro chiesa. Nell’atto del notaio Girolamo Balestra del 3 luglio 1504 (archivio notarile di Parma) si legge: la porta sia honorevole, cum el suo ochio de dicta chiesia lavorato honorevolmente e sia squarzato con la sua goletta intorno, che si possi mettere uno bello ochio de vedro.
FONTI E BIBL.: U. Benassi, Storia di Parma, V, 1906, 330.


Parma 1679/1681
Falegname, nel 1679 fu immatricolato tra gli Ufficiali dell’Arte.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2-4; Il mobile a Parma, 1983, 255.

Parma 13 settembre 1807-Parma 27 febbraio 1888
Figlio di Giuseppe e Luigia Bedodi. Uscì da quella fucina di talenti che fu la scuola di Giovanni Tebaldi, vincendo nel 1836 il concorso accademico per il premio annuale con l’Assassinio di Pompeo. Nel medesimo 1836 la duchessa Maria Luigia d’Austria commissionò al Bandini la Cena di Emmaus per la parrocchiale di Sala. Nel Palazzo del Giardino, si trovavano esposti nel 1837 alcuni suoi ritratti, nessuno privo del merito della somiglianza, alcuni particolarmente pregevoli ancor di lavoro (Gazzetta di Parma 11 febbraio 1837, p. 47). Due anni dopo nel medesimo luogo era visibile l’Archimede attorniato da quattro scolari, una copia parziale della Scuola d’Atene di Raffaello, che egli inviò da Roma come saggio dei suoi studi (l’opera è ancora catalogata dal Pigorini nel 1887, p. 21, presso la Galleria Regia). Sempre da Roma il Bandini spedì a Parma un Adamo ed Eva che piangono la morte di Abele che venne poi mostrato al pubblico nel 1840. Infine nel 1844 eseguì e donò a G.G. (forse Gaetano Godi) il Ritratto della moglie defunta. Nella mostra fatta in occasione del bicentenario dell’Accademia di Belle Arti furono esposti per la prima volta i Ritratti del giudice Godi e della moglie: interessanti entrambi per potenza espressiva e vigore plastico. La galleria Stuard possiede il Ritratto del cugino, lo scultore Tommaso Bandini: tale ritratto è sul livello artistico dei precedenti. Il Museo Lombardi conserva il ritratto del Ministro Salati e la galleria del castello di Fontanellato il Ritratto del conte Luigi Sanvitale: i modelli sono studiati con profonda analisi e resi con una eccellente, contenuta cromìa. Il necrologio apparso sulla Gazzetta di Parma lo descrive di costruzione storta e difettosa, egli era dotato di una mente diritta, attestandone una permanenza di parecchi anni né principali centri artistici d’Italia dove conobbe molti dei grandi che furono illustrazione dell’arte, della scienza, della vita politica del nostro secolo, con alcuno de’ quali ebbe dimestichezza (A.V.R., in Gazzetta di Parma, 1888). Oltre alla carica di ispettore nell’Accademia Parmense, resse per vario tempo il Comune di Cortile San Martino come sindaco.
FONTI E BIBL.: ms. Quadri mandati; Gazzetta di Parma 11 febbraio 1837, 47, 1 maggio 1839, 153, 27 maggio 1840, 181; G.G., in La Lettura, 1844, 112; G. Negri, 1852, 23; P. Martini, 1862, 18; P. Martini, 1873,16-37; L. Pigorini, 1887, 21; Gazzetta di Parma 28 febbraio 1888; A.V.R., in Gazzetta di Parma 1888; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie, IX, 23; G. Allegri Tassoni, 1952, 51-52; G. Copertini, Pittori dell’Ottocento, 1954, 168; La Pinacoteca Stuard, 1961, 47; G. Copertini-G. Allegri Tassoni, 1971, Pittura dell’Ottocento, 38-40; Museo Glauco Lombardi, 1972, 39; Mecenatismo e collezionismo pubblico, 1974, 32; M. Sacchelli, in Gazzetta di Parma 23 marzo 1998, 5.

1841-Parma 2 luglio 1897
Prode soldato, fu volontario garibaldino nel 1860. Per oltre 40 anni fu impiegato nell’amministrazione degli Ospizi civili di Parma.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 3 luglio 1897, n. 181; G. Sitti, Il Risorgiúmento Italiano, 1915, 153.


Parma 7 luglio 1698-1760
Nacque da Anton Maria e Barbara Corradi. Dimorò lungamente in Piacenza mentre era segretario dal marchese Fabio Scotti Chiapponi, che fu ambasciatore per la Spagna a Venezia nel 1745. Per qualche tempo fu poi segretario del conte Borri. Prese il dottorato in leggi, ma più di queste gli furono cari gli studi delle lettere, che ben presto lo fecero degno di essere aggregato all’Arcadia col nome di Telasco Orneate. Fu uno dei trenta Accademici del corpo, e censore delle leggi nella Società Albrizziana nell’anno 1739. Divenne famoso specialmente per il suo volgarizzamento dell’Astronomia di Manilio, che nessun altro prima di lui aveva tradotto in italiano. Scrisse anche versi latini, ma in quelli italiani fu uno dei più fecondi poeti dei suoi giorni, benché non ne abbia poi pubblicati molti: però ne rimangono parecchi inediti nella Biblioteca Palatina di Parma. Piacquero molto anche le sue poesie facete e le pedantesche. Ne scrisse alcune anche in dialetto parmigiano (un capitolo in terzine e un sonetto sulla battaglia di San Pietro). Molti componimenti li indirizzò a Giuseppe Giuliani, suo fraterno amico. Il Bandini vestì l’abito di abate benché non fosse sacerdote.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, IV, 1833, 172-173; J. Bocchialini, Dialetto vivo, 1944, 45.

BANDINI GIORGIO, vedi BANDIERI GIORGIO

Montechiarugolo 1780-3 aprile 1872
Negli studi si appassionò alla cultura e alla lingua greca e latina. Sostenne degnamente pubblici uffici sotto il governo francese e sotto quello di Maria Luigia d’Austria, dimostrandosi amministratore prudente e zelante. Dei suoi prediletti studi furono frutti pregevoli i volgarizzamenti in buoni versi delle Bucoliche, delle Georgiche e delle Anacreontiche, e la Storia Romana di Eutropio e le Lettere di Plinio tradotte in prosa italiana molto efficace. Il Bandini studiò con grande passione anche l’astronomia. Accusato di aver favorito i moti del 1831, fu rimosso dalla carica di commissario e vice prefetto di Borgo San Donnino. Appartenne poi al governo provvisorio costituito dall’anzianato di Parma l’11 aprile 1848. Se ebbe talvolta a soffrire nell’alternarsi delle vicende politiche, visse tanto da vedere il trionfo di quei nobili principi per i quali aveva militato e patito.
FONTI E BIBL.: Strenna Parmense 1842, 180; E. Casa, Cenno Necrologico, in Gazzetta di Parma 5 aprile 1872, n. 83; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 39 e 521; Assemblee del Risorgimento, Roma, 1911; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 398; F. Ercole, Uomini politici, 1941, 94.

Parma 6 agosto 1883-Parma 13 maggio 1953
Studente di giurisprudenza, quindi notaio, si dedicò prestissimo a quel dilettantismo che copre una fascia minore ma non meno significativa del mondo fotografico parmense alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento. Il suo approccio coi soggetti fu decisamente anticonformista: fin dalle esperienze giovanili, poi durante la prima guerra mondiale (che lo vide semplice fante addetto al trasporto munizioni nella zona del Carso) e per tutta la sua lunga frequentazione con la fotografia, il Bandini riprese uomini e cose fuori dalla tradizionale fissità dei ritratti andando alla ricerca delle pose e delle situazioni meno formali. La condizione sociale ed economica consentì al Bandini di operare, pur da dilettante, con attrezzature degne di un professionista. Egli impiegò per esempio, dopo aver abbandonato le pesanti e ingombranti fotocamere a lastra, la prima piccola Vest Pocket Kodak (1913) che consentì istantanee a 1/25 di secondo. Tra i suoi réportages più importanti si ricordano quelli relativi alla prima guerra mondiale (di cui documentò con efficacia, dal di dentro, trincee, automezzi colpiti, sobborghi bombardati, incontri di generali, semplici soldati, Gabriele D’Annunzio ufficiale di cavalleria, ecc.) e quelli della vita pubblica (scene di lavoro, navigazione fluviale, sport, spettacolo). Tra questi servizi uno ebbe come soggetto la famosa esibizione di Buffalo Bill e del suo circo, con cavalli, indiani e cow boys, al Campo di Marte di Parma, nell’aprile 1906.
FONTI E BIBL.: R. Rosati, Fotografi, 1990, 278.

Felino 1914-Parma 8 luglio 1989
Il Bandini si diplomò all’Istituto d’Arte Toschi di Parma e, dopo aver ottenuto l’abilitazione all’insegnamento del disegno e della storia dell’arte in tutti gli istituti tecnici, scientifici e magistrali, si dedicò all’insegnamento. Contemporaneamente svolse un’attività artistica che lo vide vincitore di numerose rassegne nazionali e internazionali, soprattutto nel campo della cartellonistica. Ma anche nella pittura, i riconoscimenti non gli mancarono: il Bandini fu infatti invitato più volte al Premio Marzotto e alla Quadriennale romana, e partecipò ad altre mostre ricevendo premi e consensi personali. Venne nominato Cavaliere della Repubblica per meriti artistici dal presidente Sandro Pertini. Al suo attivo, il Bandini ebbe mostre personali a Parma, Salsomaggiore, Ferrara, Verona, Milano, Varese, Rho, La Spezia e in altri centri italiani ed esteri. L’ultimo riconoscimento lo ebbe nel maggio 1989 quando ricevette un ambito premio dalla Galleria d’Arte Centro storico di Firenze.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 9 luglio 1989, 4; Gabbiola 8/9 1989.

Parma 19 aprile 1800-post 1872
Nacque da Antonio e Maria Bedodi. Si sposò con Teresa Cavalli (Archivio Storico Comunale di Parma, Registro di Popolazione del Comune di Parma per l’anno 1865 aggiornato fino al 1872). Fu architetto del Comune di Parma. Non si hanno notizie della sua attività, ma dai pochi documenti trovati, quali le perizie per il restauro delle facciate della chiesa di San Pietro e della canonica attigua e delle tre facciate del Palazzetto di San Rocco posto nelle immediate vicinanze della chiesa, risulta che i suoi interventi mirarono a un abbellimento dell’edificio e a un ripristino dell’unità stilistica.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 1 1992, 55.

Parma 29 novembre 1857-Piacenza 3 maggio 1929
Allievo di Stanislao Ficcarelli (pianoforte) e Giovanni Rossi (composizione) al Conserúvatorio di Parma (1866-1875). Fu eccellente timpanista e ne dette prova nella storica esecuzione dell’Aida al Teatro Regio di Parma nel 1872: il Bandini aveva appena quindici anni. E il Bandini rimase sempre per Verdi il timpanista dell’Aida. Diplomato con lode distinta a diciotto anni e condiscepolo di Amilcare Zanella, fu attivo come pianista, organista e direttore di banda e d’orchestra anche in Francia e Svizzera e diresse le scuole di musica di Fiorenzuola d’Arda (1880-1884) e poi di Oneglia (1885-1886). Al successo ottenuto come concertatore al Teatro Comunale di Piacenza nel Carnevale 1887-1888 (esordì con Carmen) valse pure la nomina a titolare di armonia, poi di contrappunto, composizione, pianoforte e canto all’Istituto Municipale di musica di Piacenza dal 1886 e a direttore dal 1900 al 1927, dopo Antonio Majocchi. Fu presente al Comunale di Piacenza fino alla Bohème 1905-1906, con esiti felici soprattutto in Mefistofele (1888-1889), Lohengrin (1889-1890), Le Villi di Puccini (1892-1893), Tannhäuser (1898-1899), e mirò in particolare a far conoscere Wagner e la Giovane Scuola. Con lui la riformata Scuola Musicale piacentina acquisì autonomia dal Teatro e s’elevò culturalmente in efficienza didattica. Ebbero successo suoi lavori orchestrali, come Meditazione e Preludio sinfonico, eseguiti all’Esposizione di Amburgo del 1895, oltre a Ouverture in re (1879, in onore di Ponchielli), Valzer sinfonico, Sinfonia con coro, Minuetto, Piccola Polacca, ecc. Per il teatro realizzò l’operetta Le miliardarie, l’opera-ballo Eufemio da Messina (A. Catelli, Teatro Regio di Parma, 1878), l’opera-ballo comica Fausta (P. Bettoli, Teatro Dal Verme di Milano, 1886) e il dramma lirico Yanko (libretto di E. Panzacchi e A. Zanardini, già destinato a Ponchielli, che poi morì, Teatro Regio di Torino, 1897) che lo fecero qualificare da critici come L.A. Villanis, F. Filippi, G.B. Nappi, C. D’Ormeville, F. D’Arcais minore ma non irrilevante emulo di Ponchielli, pur meno vigoroso e originale, cultore dello stile italiano, situato nell’interregno tra l’ultimo Verdi e la Giovane Scuola, accurato nella scrittura. Compose pure musica per banda (Marcia sinfonica per 3 bande), da camera (Notturno per violino e pianoforte in memoria di Puccini, Minuetto per pianoforte), sacra (Invocazione alla Vergine), liriche, l’Inno al Po e l’Inno della Vittorino (1928). Gli fu dedicato il Salone dei concerti del liceo musicale di Piacenza.
FONTI E BIBL.: A. Damerini, Primo Bandini, in Studi Parmensi X 1930, 44-47; M. Agnelli, Primo Bandini, Sc, 3 maggio 1939; G. Graziosi, in Enciclopedia dello Spettacolo, I, Roma, 1954, col. 1425; A. Scotti, Il maestro Primo Bandini, in Aurea Parma XXXVIII 1954, 34-36; M. Corradi Cervi, Commemorazione del maestro Primo Bandini nel centenario della nascita, in Parma per l’Arte VIII 1958, 140 (idem in Aurea Parma XLII 1958, 64-65); F. Bussi, I Musicisti, in Ottocento, 771. Inoltre: G. Quaquerini, Primo Bandini, Libertà 6 aprile 1892; Papi, 244-274; Cent’anni, 31-32 e passim; G. Gaspari, Catalogo della Biblioteca del Liceo Musicale di Bologna, V (Libretti d’opera, a cura di U. Sesini), Bologna, 1943, 36; Censi, 36 sgg.; F. Sirotti, Legati al nome del maestro Primo Bandini 40 anni di vita musicale piacentina, Libertà 29 novembre 1957; Enciclopedia della Musica Ricordi, I, 179; Caselli, 32; Stieger, 61; B. Molossi, Dizionario biografico, 1957, 14-15; G. Filipazzi, in Gazzetta di Parma 20 maggio 1957, 3; Dizionario musicisti, UTET, 1985, 297; Dietro il sipario, 1986, 265-266; F. Bussi, in Dizionario Biografico Piacentino, 1987, 24.

Felino 1807-Parma 3 maggio 1849
Compì i primi studi presso l’Accademia Parmense, sotto la guida di Giuseppe Carra, poi, vinto il pensionato artistico, poté recarsi a Firenze e frequentare per diciotto mesi lo studio di Lorenzo Bartolini, del quale divenne allievo prediletto. L’esperienza compiuta a Firenze riuscì determinante per la formazione del Bandini che, sulla scia del maestro, s’impegnò nel tentativo di superare le formule neoclassiche per attingere una più naturale e commossa verità di espressione. A Parma egli fu successivamente nominato professore della locale accademia ed ebbe modo di dare impulso a una scuola di scultura, dalla quale uscirono artisti di qualche fama, come F. Guastalla e A. Ferrarini. È possibile seguire il percorso del Bandini dal 1828, quando, giovanissimo, fu incaricato di scolpire a bassorilievo le due immagini alate della Fama sulla fronte del Teatro Regio, sino al 1849, anno in cui morì lasciando incompiuta la monumentale Pietà commissionatagli da Maria Luigia d’Austria nel 1845. Nel 1838 il Bandini espose alla Mostra di Belle Arti una serie di ritratti, tra cui quello di Paolo Toschi (nel Museo dell’Istituto d’Arte di Parma). Tra le sue cose più felici è la statua marmorea del Petrarca, posta nel 1847 nel tempietto votivo di Selvapiana, costruito da G. Bettoli e affrescato da F. Scaramuzza: in essa l’eredità neoclassica è declinata con quella fluida eleganza formale che costituisce la più apprezzabile qualità del gusto del Bandini. Meno brillanti sono i monumenti funerari del Cardinale Caselli e del Vescovo Loschi nella Cattedrale di Parma (seconda cappella della navata nord). Altre opere del Bandini, conservate in Parma, sono il busto di Ferdinando Cornacchia (1845, chiesa della Steccata), la Ninfa Egeria (Museo dell’Istituto d’Arte), il San Ludovico di Francia e la Madonna dell’aiuto (chiesa di Santa Maria del Quartiere) e il bassorilievo nella lunetta del portale maggiore della Steccata, con due angeli in atto di reggere l’emblema dell’Ordine Costantiniano (1848). Della già ricordata Pietà (1845-1849) solo la figura del Cristo morto, tornita con squisito virtuosismo, è interamente del Bandini. La Vergine fu abbozzata dal Bandini e compiuta dal Guastalla, mentre il basamento è del Carpi. Il Bandini morì infatti nel 1849 e Carlo di Borbone, successore di Maria Luigia d’Austria, provvide a far compiere il gruppo, dedicandolo alla memoria della sovrana. Leopoldo d’Austria, infine, nel 1851 donò l’opera alla chiesa della Steccata, dove essa si conserva.
FONTI E BIBL.: Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti Parmigiane, ms. 108, IX, cc. 25-28; G. Negri, Il Parmigiano istruito, Parma, 1852, 68; G. Campori, Lettere artistiche, Modena, 1866, 487; P. Martini, La Scuola parmense delle belle arti, Parma, 1862, 27; P. Martini, Guida di Parma, Parma, 1871, 127, 134; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 39 s.; L. Testi, Santa Maria della Steccata in Parma, Firenze, 1922, 109, 195-198, 206, 211 s., 255; G. Micheli, Selvapiana e il Monumento al Petrarca, Reggio Emilia, 1928, 34-39; L. Testi, La Cattedrale di Parma, Bergamo, 1934, 135; Inventario degli Oggetti d’Arte d’Italia. Provincia di Parma, Roma, 1934, 144, 148; A. Ghidiglia Quintavalle, Nobiltà e arte di Fontanellato, Parma, 1951, 35; G. Allegri Tassoni, Mostra dell’Accademia Parmense, Parma, 1952, 17, 48; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 442; Enciclopedia Italiana, VI, 83; S. Zamboni, in Dizionario biografico degli Italiani, V, 1963, 731.

San Secondo 1836-post 1866
Fratello del medico Raffaele. Si laureò in legge e a guerra conclusa si specializzò e divenne notaio di San Secondo. Il Bandini fece parte del gruppo che partì dalla stazione di Parma con l’Abba il mattino del 4 maggio 1860: è lecito pensare che egli sia stato compreso nel gruppo dei ventisette Parmigiani della colonna Zambianchi, forse proprio a sua richiesta, per seguire la sorte del fratello e condividere con lui l’onore di far parte dell’avanguardia garibaldina. Avvalora questa supposizione il fatto che di lui si hanno sicure e lusinghiere notizie soltanto durante il periodo delle operazioni svoltesi in Campania, col 3o Reggimento Volontari della 18a Divisione di Nino Bixio. Per il suo valoroso comportamento durante la battaglia del Volturno venne, da semplice camicia rossa, nominato ufficiale, come si rileva dal Decreto n. 1120 del Ministero della Guerra: Per Decreto del Generale Dittatore dell’Italia Meridionale della data degli otto andante mese ella è nominata Luogotenente di Fanteria nella 2a Brigata 18a Divisione per essersi distinto nel fatto d’armi di Villa Guabrieri il 1o corrente. E io glielo comunico per sua opportuna norma. Napoli, 12 ottobre 1860. Il Ministro: Cosenz. Che fosse stata veramente commendevole la condotta del Bandini in quella gloriosa giornata, ne dà conferma quest’altro documento ministeriale (al numero d’ordine 11216): Per determinazione di S.M. il Re in data 12 giugno 1861, il Luogotenente del corpo Volontari dell’Italia Meridionale Bandini Vincenzo per essersi distinto nel combattimento del 1° ottobre 1860 è stato dichiarato meritevole di Menzione Onorevole. Se ne rilascia al medesimo il presente certificato. Nel 1864 fu segnalato al Ministero dell’Interno quale fervente repubblicano. Nel 1866 egli rivestì ancora la camicia rossa dei garibaldini: con disposizione emanata a Firenze il 31 maggio, il ministro Di Pettinengo, a norma dell’articolo 5 del Reale Decreto del giorno 6 di quel mese, relativo alla formazione dei Corpi Volontari Italiani, accolse la domanda di arruolamento presentata dal Bandini e lo nominò al grado di Luogotenente nel 10° Reggimento Volontari Italiani colle competenze dovute al suo grado a far tempo dal giorno della sua presentazione al Corpo. Anche in questa guerra egli si comportò lodevolmente ed ebbe la piena fiducia dei superiori, i quali vollero dargli, a riconoscimento dei suoi meriti, un compito di grande responsabilità. Ciò risulta ufficialmente dal seguente dispaccio ministeriale diretto il 17 ottobre allo stesso Bandini per sua conoscenza: Sulla proposta del Comandante del 10o Reggimento Volontari Italiani questo Ministero avendo in data 13 luglio 1866 approvata la nomina del signor Bandini Vincenzo Luogotenente alla carica di Aiutante Maggiore in 2a nel detto Reggimento, ne rilascia la presente dichiarazione al predetto Uffiziale come titolo di sua nomina.
FONTI E BIBL.: M. Mora, in Gazzetta di Parma 7 novembre 1960, 3; P. D’Angiolini, Ministero dell’Interno, 1964, 30.


Parma 28 ottobre 1736-5 giugno 1785
Figlio di Giovanni Antonio e Francesca Maria Bolla. Fu iscritto al Collegio Medico di Parma nel 1759 regio jussu con Giuseppe Canuti e il celebre chirurgo Flaminio Torrigiani perché, non essendo nobili, fu necessaria una personale deroga del Duca onde ottenere l’iscrizione. Dottore in medicina e filosofia, il Banetti esplicò l’alto ufficio di medico di Corte durante il regno di Filippo e poi di Ferdinando di Borbone. Fu uomo intelligente e di elevata cultura. Nelle opere poetiche di C.I. Frugoni (tomo II) si trova un sonetto Per la laurea in medicina conferita al signor Giuseppe Banetti parmigiano dal signor dottor Antonio Manici.
FONTI E BIBL.: Parma nell’Arte, 1, 1970, 75.

BANETTI GIUSEPPE, vedi BANETTI CARLO GIUSEPPE SIMONE

BANSOLA EUGENIO, vedi BANZOLA EUGENIO

Parma 1739-Vigheffio 1794
Fu buon matematico, erudito, di gusto finissimo, e autore di molte orazioni per lauree scritte con sapore di latinità. Fu professore di medicina teorica all’Università di Parma dal 1769 al 1779, quindi d’istituzioni mediche e finalmente (1792) fu promosso professore ordinario alla cattedra di medicina teorica per la fisiologia e patologia. Jacopo Tommasini ne scrisse le lodi in una sua orazione per laurea. Le sue lezioni di medicina meritarono la pubblicazione. Morì per apoplessia.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memoria degli scrittori, 1833, IV, 334; Archivio di Stato di Parma, Filo Università 1057, n. 316 e n. 341; Ruoli Università 1768-1801, in Ruolo de’ Provigionati, 33; F. Rizzi, Professori, 1953, 55.


Parma 1720/1763
Falegname artefice dei seguenti lavori: 1720 c. modello esecutivo per l’oratorio di San Quirino, su progetto dell’architetto Adelberto Della Nave; 1726 commissione per l’ancona maggiore in San Vitale in collaborazione col fratello, su modello disegnato dall’architetto Righini ed eseguito da Sebastiano Chiesa; 1727 macchina funeraria per Francesco Farnese in Duomo, ideata e dipinta da Giovanni Pelliccioli; 1750-1753 coro, leggio, letturini; 1758-1761 organo e cantoria; 1763 nota lavori in Steccata.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, 1856, II, 347; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, VI, 243 v.; E. Scarabelli Zunti, Materiali, II, 167 v.; L. Testi, 1922, 107-229; L’Arte, 1979, 419; Il mobile a Parma, 1983, 258.

BANZI GIUSEPPE
Parma 1673
Nell’anno 1673 fu immatricolato tra gli Ufficiali dell’Arte dei Falegnami.
FONTI E BIBL.: Beghini, 1713, 2; Il mobile a Parma, 1983, 255.

BANZI GIUSEPPE
Parma 8 agosto 1828-Parma 30 ottobre 1903
Figlio di Filippo e Rosa Gnecco. Fu segretario capo della Camera di Commercio e Arti della provincia di Parma. In società con Francesco Cavalli tenne l’affitto e la gestione del Politeama Reinach di Parma dal 22 settembre 1878 al 31 ottobre 1882.
FONTI E BIBL.: C. Alcari, Parma nella musica, 1931, 16.

Parma 3 agosto 1944-Parma 16 ottobre 1991
Dopo la scuola media, si diplomò in trombone al Conservatorio di Parma (1973) e insegnò educazione musicale alla scuola media dello stesso Conservatorio. Iniziò a soli sedici anni l’attività di cantante di musica leggera, definito confidenziale per il suo modo originale di proporre le canzoni. Lavorò con l’orchestra di Tienno Pattaccini e Irene Vioni, prima di formare un proprio gruppo, i Baronetti, con i quali si esibì per circa dieci anni. Ritornò poi sui palcoscenici emiliani prima con l’orchestra di Iller Pattaccini e in seguito con gli Oscar. Dal 1983 si esibì come cantante solista accompagnato dal pianista Claudio Magnani, in serate in locali pubblici e circoli privati. Incise due dischi 45 giri e una musicassetta. Dal 1974 insegnò teoria e solfeggio al Conserúvatorio di Parma, di cui fu per un decennio vicepreside della scuola media annessa.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 29.

Parma 1666
Falegname artefice nel 1666 di un armadio, in collezione privata a Modena, firmato: 1666 Adì 24 di genaro fu fatto questo Casciono da Antonio maria banzola falegname ne la visinanza di San bertolomeo di Parma.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 255.


San Pancrazio Parmense 6 maggio 1924-Felino 14 marzo 1945
Lavorava come operaio in un caseificio, quando nell’agosto 1943 fu chiamato a prestare servizio di leva negli alpini. Poco tempo dopo, all’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, tornò a casa e si diede a collaborare con le forze della Resistenza. Si aggregò successivamente alla Brigata Pablo di Giustizia e libertà, nelle cui fila prese parte a numerose azioni. Il 13 marzo 1945, durante un combattimento contro soverchianti forze nemiche, fu gravemente ferito a entrambe le gambe da una raffica di arma automatica. Impossibilitato a muoversi, continuò a combattere fino a esaurire le munizioni. Catturato, fu sottoposto per un’intera notte a indicibili torture, alle quali resse stoicamente fino alla morte pur di non tradire i compagni di lotta. La motivazione della Medaglia d’Oro al Valore Militare conferita alla sua memoria nel 1976, riferisce: L’immagine del suo corpo denudato, legato, brutalmente evirato e stroncato dall’ultima rabbiosa raffica rimase a indicare vergogna per gli aguzzini traditori.
FONTI E BIBL.: Enciclopedia della Resistenza e dell’antifascismo, VI, 1989, 487.

1626 c.-Parma 16 agosto 1700
Figlio di Giovanni Lodi, che assunse poi il cognome Banzola. Sposò la guastallese Francesca Enrici. Intraprese la carriera di funzionario dell’amministrazione ducale farnesiana: occupò la carica di camerario e di maestro dell’entrate dal 28 luglio 1680, poi di questore nonché di soprintendente alla Zecca. Con patente del 9 giugno 1693 Ranuccio Farnese, sperimentata già la sua fede, abilità, e sufficienza in più occasioni e così prima nell’attual servigio da lui prestato a noi medesimi e alla nostra propria persona in impiego di particolare confidenza, e poi nelle cariche di Questore di questa n.ra Camera e di Soprintendente della nostra Zecca, nell’esercizio delle quali ha perfettamente corrisposto all’aspettazione Sua et al suo grado di Gentill.mo d’onore, lo nominò tesoriere generale in Parma. Fu sostituito, su sua richiesta, dal nuovo duca Francesco Farnese con Giovanni Boselli in data 24 settembre 1697. Precedentemente Ranuccio Farnese, con patente del 28 febbraio 1673, lo aveva creato nobile e con altra del 15 settembre 1693 cavaliere. Dal 1689 al 1692 fece parte del Consiglio Generale, sedendo nell’ordine dei piazzesi di II classe. Al Castellaro possedette i beni ereditati dal padre e altri acquistati con i propri proventi e, probabilmente, con la dote della moglie. Risulta da una supplica posteriore al 1766 di suo nipote Carlo Banzola, figlio di Odoardo, che la casa denominata il Palazzo fu fatta fabbricare di pianta nuova dal Cavaliere Francesco Banzola nel 1687 incirca. Il 7 giugno 1700, con atto del notaio Pietro Galloni, vendette, per lire 37000 imperiali, al famoso architetto Ferdinando Galli Bibiena un podere di 46 biolche a Rivarolo di Torrile con una lunga serie di legati a favore di creditori che furono poi assolti dal Bibiena, come risulta da atti successivi del medesimo notaio. Il notaio Gerolamo Onesti raccolse il testamento del Banzola in data 15 agosto 1700, e il giorno successivo, come risulta dal registro dei morti della soppressa chiesa di Sant’Andrea di Parma, egli morì, col conforto di tutti i sacramenti, e fu sepolto, conformemente alle sue volontà, nella chiesa di Santa Maria Dolorosa delle Madri Cappuccine.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, Il Castellaro della Valbaganza, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 229-231.

Parma 1405/1434
Notaio, figlio di Antonio, nel 1405 fu nominato patrocinatore di fra’ Antonio de Beltrami, commissario ed esecutore delegato pontificio, in merito all’assegnazione del feudo di San Giorgio di Brescello ai fratelli Bernieri. Tra gli atti che il Banzola compì per questa incombenza, vi fu l’affissione sulla porta della chiesa di Brescello di una triplice citazione: tra i testi che furono presenti compare suo fratello Giovanni. Il Banzola, che fu proconsole del Collegio dei notai nel 1434, fu anche lo stipite di una distinta famiglia di notai parmigiani.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 26 aprile 1999, 13.

Parma 1559/1570
Si addottorò in legge e fu assunto nel Collegio dei Giudici di Parma nel 1559. Il 27 giugno dello stesso anno fu nominato avvocato fiscale di Novara e il 22 marzo 1570 ricevette una patente da coadiutore dell’avvocato fiscale per le cause criminali di Parma, Paolo Bergonzi, che successivamente surrogò nella carica di Fiscale di Parma. Il Banzola fece parte del Consiglio Generale della città, sedendo nell’ordine dei Legisti.
FONTI E BIBL.: M. de Meo, in Gazzetta di Parma 26 aprile 1999, 13.

BANZOLA GIOVANNI ORTENSIO, vedi BANZOLA GIUSEPPE ORTENSIO


1687-Parma marzo/dicembre 1752
A dieci anni (1697) assunse l’abito clericale ma il vescovo Giuseppe Olgiati e il capocaccia ducale Paolo Camillo Bajardi gli consentirono, a quanto risulta dalle licenze a lui intestate fino al 1709, di portare per la campagna lo schioppo da caccia, purché sia effettivamente da caccia e non in forma di carabina ancorché d’Azzalino. Dimise l’abito talare e indossò la divisa del soldato per partire nel 1716, col grado di Alfiere, al seguito dell’esercito imperiale di Carlo VI d’Austria non condividendo, probabilmente, il pensiero politico del duca Francesco Farnese il quale, influendo sulla nipote Elisabetta, regina di Spagna, caldeggiava una politica antiasburgica. Prima della partenza il Banzola investì dell’usufrutto della propria metà dei beni ereditati dal padre il fratello Carlo per tutta la durata della sua assenza. Il 30 settembre 1720, conclusasi la pace, fu congedato dall’esercito imperiale, come risulta da attestato rilasciato a Siracusa dal comandante dell’esercito Ferdinando Otto. Nel 1726 morì il fratello Carlo e due anni dopo il Banzola riassunse l’abito clericale. Ma la passione per la caccia rimase, tant’è che il 7 luglio 1730 il capocaccia Bajardi rilasciò nuova licenza a lui e a don Vincenzo Magnani di adoperare il cane da borrita e di tenere granice e arnesi da caccia e adoperare li bracchi al solo monte. Nel 1740 lasciò nuovamente l’abito clericale e sposò, a 53 anni, il 4 dicembre dello stesso anno, la giovane contessa Giulia Küen di Castel Bellagio. Il contratto matrimoniale fu stipulato con la mediazione di Giovanni Michele Venceslao, conte di Spaur, Spör, Faij, Tambana, vescovo di Ressa, arcidiacono della cattedrale di Trento, effettivo consigliere intimo di Stato di Sua Maestà Cesarea Cattolica, zio della contessa, e prevedeva una dote della sposa di 1000 fiorini ma, per contro, in caso di premorienza dello sposo, una controdote e donazione di 6000 fiorini annui a favore della vedova, oltre l’uso di casa, carrozze ecc. Con decreto del 6 giugno 1742 Maria Teresa d’Austria, che nel 1740 era succeduta a Carlo VI, conferì al Banzola il titolo di marchese negli stati di Parma e Piacenza, principalmente per i meriti acquisiti durante gli anni di milizia al servizio del padre meritando il grado di Aquilifero e di subcenturione, ma anche per essere discendente di famiglia ascritta al ceto della nobiltà parmense fin dall’anno 1494 e per avere sposato la nobile damigella dei conti di Küen. Forse lo zio della sposa, consigliere di Stato, non fu estraneo al conferimento dell’ambìto titolo, facilitato, certamente, dai meriti militari del Banzola. Il 3 marzo 1752, per atto del notaio Pietro Beghi, confermò la donazione alla moglie dell’usufrutto vita natural durante sui suoi beni di Chiozzola, Parola, Pedrignano, Casalbaroncolo e Beneceto. Contestualmente lo stesso notaio raccolse il suo testamento mediante il quale elesse suo erede universale Francesco Tagliaferri, figlio del cugino Flaminio, di Borgo San Donnino. Oltre ad altri legati, lasciò all’Oratorio del Castellaro di Sala un podere di 31 biolche e 3 staia per fondarvi un beneficio. Fu sepolto nella chiesa di Sant’Andrea.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, Castellaro della Valbaganza, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 225-227.

BANZOLA LUIGI
Parma 1476/1523
Figlio di Andrea. Fu accolto nel Collegio dei Notai di Parma il 21 aprile 1474, e fu attivo tra il 1476 e il 1520. Cavaliere e conte palatino, ricoperse importanti pubblici uffici per l’Anzianato della Comunità di Parma. Di lui l’Affò ricorda una cronaca manoscritta degli anni 1474-1476, secondo il Lottici-Sitti andata perduta. Il Benassi (nel volume I della sua Storia di Parma, Parma, 1899, a p. 9) lo dice eletto dagli Anziani insieme ad altri causidici e notai sindaco e procuratore in difesa della Comunità il 16 gennaio 1501. Viene ancora ricordato come notaio e cancelliere del Monte di Pietà di Parma. Inoltre (volume II, p. 14) è menzionato sotto il 6 settembre 1512 tra gli otto magnifici Domini antiani che ricevettero il commissario apostolico generale di Reggio, Parma e Piacenza, Gio Matteo di Santa Severina, il quale prese possesso della città a nome di papa Giulio II. Il 19 ottobre 1513 fu chiamato a far parte dei deputati preposti alla sorveglianza sulla fabbricazione delle monete e ricevette l’incarico del livellamento delle strade. Nel 1523 fu proconsole del Collegio dei Notai di Parma.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, 1791, III, 27; V. Banzola, Castellaro della Valbaganza, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1975, 223-224.

BANZOLA LUIGI
Parma 1890-1961
Bilanciaio. Iniziò a lavorare a tredici anni. 58 anni di attività gli valsero i più ambiti riconoscimenti in varie mostre di importanza nazionale: dalla medaglia d’oro del 1926 all’Esposizione di Fiume alla medaglia d’oro dell’Esposizione Internazionale di Bologna, alla medaglia d’argento del Ministero dell’Industria e Commercio per la sua abilità artigianale, alla medaglia d’oro della Camera di Commercio di Parma per la fedeltà al lavoro, ai riconoscimenti del Ministero dell’Agriúcolútura e della Mostra dell’Artigianato di Firenze.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 29.

Castellaro di Sala 1831-Spezia 10 febbraio 1891
Al Castellaro fu proprietario e residente. Fece le campagne risorgimentali del 1848, del 1859 e 1866. Si distinse anche nella campagna contro il brigantaggio. Ardente patriota, raggiunse il grado di capitano.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Rocca Sanvitale, 1922, 122-123; F. Botti, Collecchio, Sala Baganza, Felino, 1961, 204.


Castellaro di Sala 6 maggio 1894-Parma 29 dicembre 1950
Figlio di Tercile e di Firmina Cavalieri. Nel 1902 si trasferì con la famiglia a Parma, dove prese alloggio in borgo Bertano. Fin da giovane il Banzola ebbe nel cuore e nella mente l’arte, il disegno e la pittura. Così, dopo avere frequentato la prima ginnasio, si iscrisse al corso preparatorio del Regio Istituto di Belle Arti di Parma, diretto da  Cecrope Barilli, e dove già la sorella Maria frequentava i corsi di Ornato. Il 25 maggio 1915 fu chiamato alle armi per mobilitazione, per cui fu costretto a presentarsi all’esame di figura solo nella seconda sessione, ottenendone il diploma in data 15 dicembre 1915 (suo maestro fu Paolo Baratta). Il Banzola fu assegnato al 2°  Reggimento Graúnatieri di Sardegna, dove, il 3 febbraio 1916, fu nominato Sottotenente e fu inviato alla Scuola di applicazione militare di Fanteria di Parma. Il 16 agosto di quell’anno giunse in territorio dichiarato in stato di guerra e fu, poco dopo, nominato Tenente. Il 25 maggio 1917 fu ferito da pallottola di fucile al braccio sinistro, che gli venne, dopo qualche giorno, amputato. Il Banzola, per questo episodio, fu decorato di medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: Colla parola e coll’esempio, infondendo nei suoi granatieri ardimentoso spirito aggressivo, in condizioni assai gravi di pericolo e di spossatezza, con audace iniziativa guidò il suo plotone, più volte, all’attacco di doline occupate dal nemico, facendo numerosi prigionieri e catturando importante bottino di guerra. Con impetuoso slancio liberò un nostro reparto accerchiato dal nemico, e non desistette dall’aspra lotta che quando, gravemente ferito al braccio sinistro, che gli fu poi amputato, dovette essere allontanato dal combattimento (Fornaza, 24-25 maggio 1917). Nel 1939 fu promosso al grado di Maggiore nel Ruolo Speciale. Nel febbraio del 1944 fu ammonito quale antifascista propalatore di propaganda contraria alla Repubblica sociale e fu pure oggetto di sorveglianza da parte dei carabinieri della caserma Bodoni. Il Banzola fu pittore paesista di vena serena e feconda. L’influenza del Baratta si sente in modo particolare nei quattro dipinti con le figure di modelle del periodo accademico (1914). Essi denotano non solo una sicura padronanza disegnativa e plastica, ma anche quella predisposizione per le tinte calde e pacate, che tanto piacevano al maestro nel periodo iniziale del suo insegnamento (Giovanni Copertini). Dopo la pausa nell’attività artistica dovuta alla guerra mondiale, nel 1920 partecipò alla Mostra d’arte parmense promossa dalla sottosezione di Salsomaggiore dell’Associaúzione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra. Espose un Paesaggio e un bozzetto dal titolo La gramolatrice. Del primo, che fu subito venduto, esiste presso gli eredi un bozzetto. Negli anni Venti la sua attività si limitò a qualche paesaggio dal vero in occasione di villeggiature della famiglia a Fornovo di Taro: un quadretto raffigurante le Case di Carona e una veduta di Fornovo di Taro dall’alto. Negli anni Trenta dipinse in occasione di un soggiorno a Bosco di Corniglio, ma una vera ripresa dell’attività pittorica si ebbe a partire dal 1940 (Autoritratto). Sono di questo periodo alcuni altri interessanti ritratti, come Lettura (1941), Ritrattino (1942) e Testa di vecchio (1943). Sempre di quegli anni (1942) è L’ingresso della mia casa. Giovanni Copertini definisce quest’ultima opera dipinto festivo e scintillante, fresco e lucente come un acquerello. Finita la seconda guerra mondiale, la sua attività non ebbe più posa. Prima di abbandonare l’esilio di Sala Baganza dipinse la splendida visione della pianura vista Da Maiatico (1945), poi realizzo un secondo Autoritratto, dipinto nel 1947 con tocco lieve e solido disegno, Orizzonti lontani (1949) e Val Baganza (autunno 1950), una delle ultime sue opere, che richiama il bozzetto del 1920 per la mostra di Salsomaggiore (opera di proprietà della Cassa di Risparmio di Parma). La poesia di una piccolissima opera come Il cancelletto (1946), dove il sole si insinua con lame taglienti di luce che ribaltano l’ombra verso l’osservatore, richiama alla mente certa pittura dell’Ottocento, rivisitata in modo spigliato e con un’immediatezza sincera e non ricercata. Queste impressioni, come le chiamava il Banzola, sono le sue opere migliori, solidamente costruite su un nitido disegno e impregnate dell’atmosfera e del colore dell’istante, sempre variate, come variabili sono le stagioni dell’anno e i momenti del giorno: Febbraio ad Antognano (1947), un cupo Temporale (1947), Marzo (1947), Dopo il temporale (1946), Primavera (1948), Piazzale del Carmine (1948), Po (1947), Monti di Maiatico (1948) e Alpicella (1948). Nei ritratti seppe cogliere le caratteristiche più salienti del soggetto. I ritratti dal vero del figlio mostrano una mano sicura e un disegno immediato. Di particolare interesse è il ritratto a figura intera del figlio seduto, colto in un meriggio d’estate, sotto l’ombra di un vecchio frondoso nocciolo (1950). Insieme ad altri artisti il Banzola diede vita alla Associazione Pittori e Scultori Parmensi, di cui fu nominato segretario. L’Associazione, che inizialmente si era chiamata Artisti indipendenti, fu assai attiva nei primi tempi della sua costituzione e tenne numerose mostre al primo piano del palazzo del Governatore, confortate sempre da favorevoli consensi.
FONTI E BIBL.: Parma per l’arte, 2, 1951, 92; Il pittore Banzola nel ricordo di Pezzani, in Gazzetta di Parma 5 gennaio 1953; Ortensio Banzola, Parma, Amoretti, 1962; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 76; Pub, 6, 1984, 132.


Parma seconda metà del XVI secolo
Calligrafo operante nella seconda metà del XVI secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, IV, 26.

Salsomaggiore 1915-Scief Sciuf 29 novembre 1941
Figlio di Arnaldo. Sergente del 33° Reggimento Carristi, fu decorato con la medaglia d’argento al valore militare, con la seguente motivazione: Capo carro, durante aspro combattimento contro forze corazzate nemiche preponderanti, dava esempio di valore e sprezzo del pericolo; rimasto il mezzo più volte colpito e lui stesso gravemente ferito, rifiutava ogni soccorso per non distogliere uomini alla lotta. Nuovamente colpito e a morte, esprimeva la fierezza d’aver compiuto fino all’estremo il suo dovere.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1950, Dispensa 19a, 2847; Decorati al valore, 1964, 110-111.

BANZOLI, vedi BANZOLA

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