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Dizionario biografico: Baebia-Bajardi

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BAEBIA-BAJARDI

Parma I secolo a.C./I secolo d.C.
Figlia di Sextius. Libera, dedicante di un cippo per sè e per il coniunx P. Baebius L.f., di cui si ipotizza un’origine parmense. Una simile origine per Baebia Velta non è documentabile, tuttavia il nomen, uguale a quello del coniuge, può far supporre una medesima condizione libertina remota. Velta è cognomen poco frequente, ma già documentato ad Augusta Bagiennorum per un personaggio pure di condizione libera.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 57.

Parma I secolo a.C./Augusta Bagiennorum I secolo d.C.
Figlio di Lucius. Libero, documentato in cippo funerario databile alla prima età imperiale, trovato presso Bene (Augusta Baúgienúnorum), fatto eseguire per testamento dalla coniunx Baebia Velta. L’apparente incongruenza tra la indicazione della tribù Camilia, cui era ascritta Augusta Bagiennorum, e il termine Parma, il cui scioglimento in Parm(a) come cognomen o parm(arius) non convince per la mancata documentazione di tali cognomina, potrebbe essere risolto supponendo P. Baebius un militare di origine parmense, Parm(a) sarebbe quindi l’indicazione della domus, iscritto poi nella tribù della città dove aveva fissato la propria dimora, secondo un costume proprio dei veterani, più volte documentato. La tribù, infatti, poteva essere collegata non con l’origo, bensì con la colonia di deduzione e con il sito, diverso dall’origo, dove il veterano fissava la propria dimora. E inoltre i veterani continuano ad indicare nelle loro epigrafi la città di origine e non la colonia di deduzione o la città in cui si stabilivano. Ma anche un semplice cittadino, in caso di spostamento, poteva cambiare la tribù. I Baebii, oltretutto, risultano già presenti a Parma e ampiamente documentati nella Tabula Veleiate e a Veleia. Da notare inoltre che per lo più gli appartenenti a questa gens non portano il cognomen, come si ipotizza per il Baebius.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 58.

Parma I secolo a.C./I secolo d.C.
Figlio di Marcus. Libero, documentato in epigrafe funeraria, poi perduta, attribuita al periodo augusteo. Si tratta di un tr(ibunus) mil(itum) bis, iscritto alla tribù Pollia, testimoniante, insieme ad altri, l’inserimento dei Parmensi nei ranghi militari. Il Baebius appartenne forse alla Seconda Coorte di Legione. La gens Baebia, molto diffusa ovunque, documentata in Transpadana e anche nella regio VIII, è presente a Parma in questo solo caso. Un’epigrafe sepolcrale di un tribunus militum e praefectus orae maritimae di rango equestre, C. Baebius T.f. Clu(stumina), rinvenuta a Salto, conservata al Museo Civico di Forlì, risalente al periodo augusteo, viene considerata contemporanea a questa di Parma, e ad altre due di Ravenna e Adria, relative a personaggi appartenenti alla stessa gens. Si potrebbe trattare, anche per il Baebius di Parma, come per quello di Forlì, di un partigiano di Ottaviano stabilitosi nella città al tempo della restaurazione augustea, oppure già qui residente e sostenitore della causa repubblicana. Altri Baebii sono infatti documentati nella Tabula Veleiate, alcuni dei quali, come quelli precedentemente citati, senza cognomen. Nella Tabula molti, inoltre, sono i toponimi derivati. La presenza originaria dei Baebii nella zona potrebbe anche ricondursi, oltre che a Cn. Baebius Tamphilus, console nel 182 a.C. e operante in Liguria, alla figura di M. Baebius Tamphilus, console nel 181 a.C., con P. Cornelius Cethegus assegnato alla Liguria, il cui imperium fu prorogato nella regione l’anno seguente. Essi trasferirono i Ligures Apuani (poi Ligures Baebiani e Corneliani) nel Sannio. La zona di influenza e di diffusione clientelare dei Baebii potrebbe essere stata, con ogni probabilità, Veleia, donde forse anche il Baebius tribunus potrebbe essere passato a Parma.
FONTI E BIBL.: L. Grazzi, Parma romana, 1972, 99; M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 59-60.

Pellegrino 1817
Nel 1817 emigrò a Borgo San Donnino e vendette a Giovanni Pettenati, oriundo di Specchio, per atto del notaio Marco Antonio Bergamini, per centoventicinquemila lire tutti i beni e diritti che la Casa Baffoli già antichissima tra noi e molto civile possedeva in detto luogo del Castello di Pellegrino, cedendo pure l’affitto dei beni e diritti livellati di Casa Fogliani.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 10.

Pellegrino 1466
Figlio di Leonardo, ricevette l’investitura come fittabile della Camera Ducale di Milano il 16 giugno 1466, per atto di Giacomo Axinilis, di ventun pezze di terra poste a Stiazzano, Gragnano, Careno, Guardata e al Carobino, confinante con Canedolo di Careno, coll’affitto stariorum duorum frumenti mensuram parmensem et par unum caponorum.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 9.

Parma 1285
Figlia di Bernardo e di Gisla. Divenne Badessa nel Monastero delle Clarisse di Parma .
FONTI E BIBL.: Dizionario bibliografico degli Italiani, V 1963, 167.

Parma 1200 c.-Terra Santa 1285
Figlio di Egidio, che partecipò alla quarta crociata e alla presa di Costantinopoli (1204), appartenne a un’illustre famiglia di Parma. Salimbene, unica fonte, oltre ad alcuni documenti, che del Baffoli dia notizia, lo dice miles ditissimus et famosus et multum nominatus in Parma. Vissuto intorno alla metà del secolo XIII (l’ultimo documento che lo ricorda, visto dall’Affò, è del 1242) in un’età ricca di fermenti spirituali, e in una città che dimostrò di non essere a questi estranea, basti ricordare il sorgere della religio de Martorano ad opera di Bernardo Vizio, e dei milites Christi, subì il fascino della predicazione e dell’ideale di vita francescano irradiato in Parma forse da San Francesco stesso, certo da un convento che nel 1224 sorse in Borgo San Donnino. Per quanto avesse tutte le qualità per distinguersi nel mondo e per la sua posizione e per le doti personali (era di cuore generoso, dice Salimbene, valoroso e capace in guerra), per quanto avesse già una propria famiglia, lasciò ogni cosa per entrare nell’Ordine: tempore primitivo quo fratres Minores in Parma cognosci ceperunt (Salimbene, pagina 611). Se il Baffoli, come vuole l’Affò, entrò in convento nel 1233 (il 6 febbraio 1234 però compare in carta di vendita come proprietario di beni), non poca influenza dovette esercitare sulla sua decisione la parola e l’opera del francescano Gherardo Boccadabati, allora podestà di Parma, promotore, al fine di pacificare le fazioni, della famosa processione dell’Alleluia (1223). La pluralità di vocazioni sorte nello stesso torno di tempo potrebbe essere significativa: contemporaneamente infatti entrarono nell’Ordine in Parma Arpo de Beneceto, Giovanni da Parma, futuro generale, e Alberto da Parma, futuro ministro della provincia di Bologna. Tutto ciò fa pensare a un’intensa opera di predicazione e può consentire di vedere un rapporto tra l’attività del Boccadabati e l’ingresso in convento del Baffoli. Amore provocatus divino, il Baffoli si mostrò dotato di mirabile capacità nel portare la parola di Dio alle genti, nel muoverle ai migliori sentimenti con l’esempio di una vita di sacrificio e di probitas di cui si ricordano, nell’alone di indubbio sapore agiografico del racconto salimbeniano, i seguenti episodi: fattosi flagellare pubblicamente per le strade di Parma, attaccato alla coda d’un cavallo, incitò il suo flagellatore; contribuì generosamente a domare un incendio sviluppatosi nella città (Borgo Santa Cristina), mentre i Parmensi erano all’assedio di Milano con Federico II; sul di lui esempio un usuraio, di nome Illuminato, entrato nell’Ordine dei minori insieme al fratello Berardo, si fece flagellare pubblicamente ad exemplum fratris Bernardi de Bafulo. Terminò la sua vita in Terra Santa, dove si recò nel 1237, laudabiliter. Non si sa con certezza l’anno della sua morte: l’Affò, senza fondamento, la pone al 1285. Si può pensare che il Baffoli non abbia avuto una lunga vita, poiché Salimbene lo cita tra coloro che egli conobbe e che cito et in brevi passarono da questo mondo all’altro. Una figlia, Bernardina (il Baffoli si era sposato prima di farsi frate), divenne badessa nel monastero di Parma delle clarisse. L’Affò deduce da alcuni documenti (1224, 1226, 1234, 1242), da lui visti nell’Archivio capitolare di Parma, il nome della moglie, Gisla, e d’un figlio, Giliolo, di cui Salimbene non fa cenno.
FONTI E BIBL.: Cronica fratris Salimbene de Adam ordinis Minorum, a cura di E. Holder-Egger, in Mone. Germ. Hist., Scriptores, XXXII, Hannoverae-Lipsiae 1905-1913, 611 s.; I. Affò, Storia della città di Parma, III, Parma, 1793, 157 s., 174; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi di Parma, I, Parma, 1856, 386 s.; Civezza, Stor. Miss. tomo 6, 7; Effemeridi parmigiane, tomo I, 244; Buralli, 38; G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 276-279; G. Golubovich, Bibliotheca bio-bibliografica della Terra Santa e dell’Oriente francescano, I (1215-1300), Firenze, 1906, 175-177; N. Scivoletto, Fra’ Salimbene da Parma e la storia politica e religiosa del secolo decimoterzo, Bari, 1950, 140; F. Bernini, Storia di Parma, Parma, 1954, 64; Dizionario Biografico degli Italiani, V, 1963, 167.


Pellegrino 1570
Fu commissario di Pellegrino nel 1570.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 8.

Parma 1204
Appartenne a un’illustre famiglia di Parma. Partecipò alla quarta crociata, indetta da papa Innocenzo III e alla presa di Costantinopoli (13 aprile 1204). Il Baffoli, con slancio eroico e ardito, si impadronì di una delle principali porte della città e, atterratala, vi entrò coi suoi, glorioso e trionfante. Ebbe in moglie Gisla, da cui ebbe i figli Jacopo e Bernardo.
FONTI E BIBL.: G. Picconi, Uomini illustri francescani, 1894, 277; Dizionario Biografico degli Italiani, V, 1963, 167.

BAFFOLI GIACOMO, vedi BAFFOLI JACOPO

Parma o Busseto 1263
Figlio di Egidio. Fu podestà di Pisa nell’anno 1263.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 112.

Pellegrino 1527
Nel 1527 fece testamento in favore dei frati di San Francesco per alcune terre poste a Mariano.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 9.


Pellegrino XVIII secolo
Capitano, acquistò (atto di Orfeo Cornazzani) dalla Confraternita di Pellegrino vari appezzamenti di terra posti in Careno, tra lo Stirone, la proprietà dei marchesi Fogliani e la strada comune.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 9.

Busseto 1556-
Poeta. Fu amico di Crisippo Selva, che gli indirizzò un sonetto, in cui giuoca sulla parola Selva (lauri, mirti, belle fronde), che è piuttosto stiracchiato e oscuro.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 2 1958, 112.


Parma ante 1168-1204
Fu Console di Parma negli anni 1168, 1174 e 1179.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice, 1967, 75.

BAFULO BERNARDO, vedi BAFFOLI BERNARDO

Parma 13 ottobre 1764-Neviano degli Arduini 1844
Figlio di Antonio. Nel 1808 fu Cappellano dell’Ospedale Militare di Parma, e nel 1814 Cappellano del Reggimento Maria Luigia di Parma. Fu professore di Ornitologia nella regia Università di Parma, e ascritto al collegio dei Dottori.
FONTI E BIBL.: Beato Buralli, 1889, 221; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 14.

Parma XIX/XX secolo
Letterato e poeta vissuto tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 32.

Parma 1629
Fu lettore nell’Università di Parma nel 1629.
FONTI E BIBL.: F. Rizzi, Professori, 1953, 42.

Cremona 1889-Parma 1966
Esercitò per molti anni la professione forense, ritirandosi all’inizio della seconda guerra mondiale. Si dedicò quindi completamente alle attività culturali e fu socio della Corale Verdi, della Famija Pramzana e del Comitato per l’Arte di Parma. Si interessò, in particolare, del teatro Farnese e della sorte dei monumentali platani di piazza della Pace. Il Bagatti fondò e diresse la Cittadella Film che fu la prima in Italia ad esportare e produrre documentari artistici.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 186; F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 25.

Parma II/III secolo d.C.
Di condizione probabilmente libertina, madre di Maesia Claudiane, e di (Maesia) Secunda, e avia di Virria Faustina, il suo nome compare in epigrafe attribuibile per caratteri paleografici (formule D.M., hic requiescit, hedera e pesce, forma posit, lettere molto apicate) alla piena età imperiale, ritrovata a occidente di Parma. Bagennius è nomen di origine ligure, raramente documentato. Nel Veleiate si trova il pagus Bagiennus, ampiamente testimoniato. Cleonis è cognomen femminile non documentato, corrispondente al grecanico virile Cleon. La presenza di formule, quali hic requiescit in pace e del simbolo del pesce, conferisce all’epigrafe un tono cristiano.
FONTI E BIBL.: M.G. Arrigoni, Parmenses, 1986, 61.

Parma-post 1824
Violoncellista. Cieco fin dalla nascita, la Gazzetta di Parma del 2 gennaio 1819 scrisse che, dopo tredici anni di studio della musica, pagata da un nobile, un uomo non ignobile, amico dell’umanità, e benemerito concittadino nostro, iniziò con altri tre ciechi, che avevano studiato con lui per merito dello stesso mecenate, a esibirsi nelle principali città italiane. Nel 1818, fino a tutto ottobre, fecero una lunga tournèe in Alemagna, a Monaco (16 giugno), Ratisbona (3 luglio) e Vienna. A Monaco si esibirono nella sala del Museo davanti a un folto pubblico e la locale gazzetta del 17 scrisse che la natura ha dato al loro orecchio quello che negò al loro occhio. Il Viandante di Vienna riporta che avevano suonato davanti all’imperatore e alla duchessa di Parma. Qualche giorno dopo la Gazzetta di Parma scrisse di altri successi in una corte tedesca. Il 3 giugno 1824 dettero un’accademia a Milano (Gazzetta di Parma 12 giugno 1824).
FONTI E BIBL.: G.N. Vetro, Dizionario. Addenda, 1999.

Cremona 1550 c.-Parma agosto 1615
Nacque da Giovanni Pietro, oscuro pittore. Questi più tardi si trasferì con la famiglia a Bologna, dove nel 1578 è ricordato come abitante nella parrocchia di San Isaia (testamento del 6 aprile con il quale istituisce erede il figlio Cesare). La più antica notizia che riguardi il Baglione è del 1565: anno in cui egli figura tra i molti artisti impegnati a Firenze nei lavori per l’addobbo della città in occasione delle nozze di Francesco de’ Medici con Giovanna d’Austria. Il Baglione è ricordato nuovamente a Bologna in un atto notarile del 28 gennaio 1584, dal quale risulta che egli abitava nella parrocchia di Santa Maria Maggiore. Tuttavia, a partire dal 1574 sembra certo che il Baglione dimorasse prevalentemente a Parma, dove il duca Ottavio Farnese lo aveva assunto al suo servizio con regolare stipendio. Il duca Ranuccio Farnese rinnovò più tardi l’incarico sino alla morte del Baglione. Della vasta attività decorativa, ricordata dal Malvasia, che il Baglione condusse in Bologna, gran parte è andata perduta, come gli affreschi nel chiostro vecchio di San Michele in Bosco. Tra le cose sopravvissute sono alcuni ornati nel presbiterio di San Pietro e nella prima cappella a destra della Madonna del Baraccano, nonché alcuni affreschi in San Giacomo Maggiore: l’Eterno Padre, S. Apollonia e S. Cristoforo nella seconda cappella a sinistra e diversi motivi decorativi sulla parete del peribolo. Sono state risparmiate in più larga misura le opere eseguite dal Baglione a Parma e nel suo territorio. Nonostante, infatti, siano andati quasi del tutto perduti gli affreschi del Palazzo del Giardino che dovevano costituire l’impresa più importante del Baglione, quanto di lui rimane a Parma e soprattutto nei castelli dei dintorni ha permesso alla critica di recuperare la fisionomia del Baglione, che deve essere considerato uno dei più brillanti maestri del tardo manierismo emiliano. Il Malvasia ha lasciato un ritratto vivacissimo del Baglione che egli descrive gran praticone risoluto e copioso, come quello che d’ogni cosa dipinse: fiori, frutta, prospettive, quadratura, sfondati, fregi, animali, figure a fresco, a olio, nonché uomo estroso e gioviale. Di notevole interesse sono anche la notizia di un improvviso viaggio a Roma che interruppe il soggiorno parmense e l’indicazione dei contatti con i paesisti fiamminghi. Tuttavia non vi è dubbio che il biografo bolognese mostra di condividere la diffidenza dei più moderni Carracci per il prestigioso e bizzarro erede del manierismo padano. La prima opera nota del periodo parmense è la decorazione della volta del presbiterio della certosa di San Martino (1580), ove medaglioni con scene bibliche sono incastonati in un lussureggiante tessuto di ornati e grottesche. Il raggio della cultura del Baglione si rivela già allora assai vasto: dal mondo delle Logge di Raffaello ai Campi, al Tibaldi, con un più acceso interesse per i maestri parmensi, Parmigianino e Bertoja. Di un tempo un poco anteriore sembra la decorazione di una sala di palazzo Marazzani a Piacenza, della quale rimangono notevoli frammenti. Nel 1583 il Baglioni fu mandato alla Corte di Urbino, per portare un ritratto di Ranuccio Farnese e della consorte. Nel 1584 dipinse un ritratto del duca Ottavio Farnese. A giudicare dai pagamenti riscossi dal Baglione, e che si intensificano attorno al 1600, è possibile arguire che in questo periodo egli sia stato impegnato nella decorazione del Palazzo del Giardino. Pure di questo tempo dovette essere la decorazione della chiesa di Stirone, presso Borgo San Donnino, costruita nel 1599 e distrutta nel 1812. In Parma rimangono del Baglione gli affreschi nel coro e nella prima cappella della navata sinistra della chiesa del Santo Sepolcro. Ma è soprattutto ai cicli decorativi lasciati dal Baglione nei castelli del Parmense che si affida la sua miglior fama. Complesse decorazioni ad affresco con motivi a grottesche, riquadri figurati, paesaggi, prospettive dipinte ornano numerosi ambienti dei castelli di Torrechiara, di Montechiarugolo, di San Secondo. Spiccano su tutti gli affreschi della Rocca dei Meli Lupi a Soragna, ove il Baglione immaginò un affascinante insieme di architetture illusive, di fontane zampillanti, di paesaggi fantastici, di grotticelle in cui appaiono capziose figure femminili. Il gusto decadente del Baglione celebra a Soragna il suo trionfo. Il Baglione morì a Parma nell’estate del 1615, come si sa dall’inventario, redatto il 2 settembre, dei pochi beni da lui lasciati: disegni, libri, incisioni, calchi in gesso, strumenti musicali e una veste da zani.
FONTI E BIBL.: G. Vasari, Le Vite, con nuove annotazioni e commenti di G. Milanesi, VIII, Firenze, 1882, 621; Parma, Museo di Antichità, E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, ms. 104, vol. V, 42; A. Masini, Bologna perlustrata, Bologna, 1666, 617; C.C. Malvasia, Felsina Pittrice (1678), Bologna, 1841, I, 253 ss., 344, 347, e II, passim; F. Baldinucci, Notizie dei professori del disegno (1681-1728), III, Firenze, 1846, 414; L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Firenze, 1834, V, 54, 56; P. Zani, Enciclopedia metodica delle Belle Arti, I, 3, Parma, 1820, 23, 258, 261 s.; P. Donati, Nuova descrizione di Parma, Parma, 1824, 64, 66, 181; M. Gualandi, Memorie originali italiane, s. 4, Bologna, 1843, 157; A. Bolognini Amorini, Vite dei pittori ed artefici bolognesi, Bologna, 1843, III, 168 s.; Catalogo della raccolta di disegni Santarelli, Firenze, 1870, 308; C. Ricci-G. Zucchini, Guida di Bologna, Bologna, 1930, 56, 129; N. Pelicelli, Il Palazzo del Giardino, Parma, 1930, 12 s.; G. Drei, I Farnese, Roma, 1954, 198; A. Ghidiglia Quintavalle, I Castelli del Parmense, Parma, 1955, 27, 33, 37, 56, 64 s., 157, 169, 173 s. 185, 191; R. Pallucchini, Cesare Baglione, in Metro I 1960, 94-99; A. e A.C. Quintavalle, Arte in Emilia (catalogo della mostra), Parma, 1960, 101-103; A. Ghidiglia Quintavalle, Cesare Baglione e le grottesche emiliane del ’500, in Archivio Storico per le Province Parmensi XII (1960), 101-107; A. Ghidaglia Quintavalle, Gli affreschi del Baglione nelle volte del presbiterio nella Certosa di S. Martino, in Aurea Parma XLV 1961, IV, 156-159; U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexikon, II, 358; S. Zamboni, in Dizionario biografico degli Italiani, V, 1963, 187-191; P. Orlandi, 120; S. Ticozzi, 24; G. Bertoluzzi, Guida di Parma, 1830, 162; P. Martini, Guida di Parma, 1871, 134; G. Drei, La Badia Cistercense di Valleserena di Parma, in Archivio Storico per le Province Parmensi vol XXVII 1927, 203-230; L. Fornari, Profilo di Cesare Baglione, in Aurea Parma 1971, 110-119; G. Cirillo-G. Godi, Di Orazio Samacchini e altri bolognesi a Parma, in Parma nell’arte XIV 1982, I, 126-127; G. Bertini, La Galleria, 1987, 271, n. 1023; La pittura in Italia, 633; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI 1994, 310-311.

BAGLIONI CESARE, vedi BAGLIONE CESARE

Parma seconda metà del XVII secolo
Pittore operante nella seconda metà del XVII secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti, VI, 14.

BAGNEN, vedi BATTIONI GUGLIELMO

BAIARDA OTTAVIA, vedi BAJARDI OTTAVIA

BAIARDI, vedi BAJARDI

BAIARDO NESTORE, vedi BAJARDI NESTORE

Foiano della Chiana 1926-Langhirano 1978
Si trasferì in provincia di Parma nel 1942. Si diplomò in decorazione nel 1953 e in scenografia nel 1954, iniziando l’insegnamento nel 1957. Partecipò a premi e collettive e tenne mostre personali a Parma. La sua pittura a olio è corposa e gradevole, ricca di luci e di immediatezza figurativa. Realizzò pannelli per l’Asilo pubblico di Langhirano. Dal Comune di Langhirano gli venne dedicata una retrospettiva nel 1982.
FONTI E BIBL.: F.T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 26.

Camporella 1863/1888
Trasferitosi a Parma, percorse nell’Accademia di Belle Arti gli studi dell’Arte ornativa e delle altre di corredo, sotto la guida del professor Gelati, dal quale attinse la purezza dello stile, l’armonia delle tinte e lo scrupolo d’esecuzione, tanto che in una dichiarazione di Gerolamo Magnani, successo al defunto Gelati, controfirmata dal direttore dell’Istituto Franco Scaramuzza, si attesta ch’Egli da più anni uscito dalle scuole e dedicatosi all’esercizio dell’arte sopra indicata ha eseguiti non pochi lavori d’importanza, ed ha saputo meritarsi la pubblica estimazione in guisa ch’ei viene additato tra i migliori ornatisti di questa città. Il Baisi lavorò a Bologna nel Palazzo Alberghetti mentre vi dimorava il generale Cialdini. A Firenze, chiamatovi dal Marchetti, a Borgo San Donnino nel Palazzo Municipale e nel Teatro, a Colorno nella Chiesa Maggiore, a Busseto nel nuovo Teatro Comunale e nella Chiesa Prepositurale, essendo sindaco D. Corbellini (anno 1863), a Fiorenzuola nel Teatro Comunale, a Fontanellato nel Teatro e nella Rocca, a Mantova nella Chiesa di San Leonardo, chiamatovi dal canonico Braghiroli e dal marchese Annibale Cavriani, a Ponútremoli nel Teatro e nel Duomo, a Guastalla nel Teatro, in Parma nel Teatro Farnese, nella Chiesa di San Vitale, nella Chiesa dei padri Riformati, nonché nella Chiesa di Santa Lucia del Venerando Consorzio dei Vivi e dei Morti. Il Baisi collaborò col professor Gaibazzi al restauro della Chiesa del Quartiere e nella cappella di San Giuseppe nel Duomo di Parma. Il suo prestigio fu tale che il Magnani, celebre scenografo, nulla faceva o decideva se non sentiva l’autorevole parere del Baisi. In data 16 giugno 1888 fu eletto socio onorario della Reale Accademia di Belle Arti in Parma: il relativo diploma lo definisce pittore ornamentale spettabilissimo.
FONTI E BIBL.: A. Mazza, in La Giovane Montagna 15 luglio 1938; Valli dei cavalieri 2 1972, 122-123.


Parma 29 dicembre 1825-Bologna 17 febbraio 1895
Figlio di Battista. Allievo della scuola militare di Parma, nel 1846 venne promosso cadetto nell’esercito parmense. Nel 1848 passò all’armata sarda col grado di sottotenente. Venne promosso tenente dei bersaglieri nel 1859, capitano nel 1860, maggiore nel 9° bersaglieri nel 1871, tenente colonnello al 6° bersaglieri nel 1877. Trasferito al comando di battaglione d’istruzione di Maddaloni nel 1878, fu promosso colonnello nel 23° fanteria nel 1882 e comandante del Distretto militare di Bologna nel 1884. Collocato in posizione ausiliaria dietro sua domanda nel 1889, fu promosso generale della riserva nel 1894. Ma il Baistrocchi fece la sua carriera soprattutto sui campi di battaglia: dalla campagna del 1848-1849 (alla Sforzesca e a Novara), a quelle del 1854-1856 (in Crimea), del 1859 (a San Martino) e 1866 (a Custoza), partecipò a tutte le guerre, fregiandosi il petto anche della medaglia del 1870 (a Roma). Oltre a quelle commemorative delle campagne fatte, ricevette una medaglia al valor militare per il combattimento di Vinzaglio nel 1859. Fu cavaliere e ufficiale della Corona d’Italia, e fu decorato con la croce di cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro per atti di valore compiuti durante la repressione del brigantaggio.
FONTI E BIBL.: A. Pariset, Dizionario Biografico, 1905, 4; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 398; P. Schiarini, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; A. Ribera, Combattenti, 1943, 43; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 178.

Parma 1761/1800
Fu eletto Podestà di Busseto il 22 novembre 1779, Giusdicente di Borgo Taro nel 1792, Uditore criminale di Parma il 1° settembre 1800.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice, 1, 1935, 263.

Parma 1875-
Fratello di Federico. Fu Ammiraglio, Consigliere di Stato e autore di opere di tecnica navale.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1996, 5.

Parma 19 agosto 1662-Surat 15 maggio 1726
Ordinato sacerdote nell’Ordine dei Carmelitani scalzi (1678), assunse il nome di Maurizio da Santa Teresa. Per qualche tempo resse come priore il convento di Mantova. Inviato nel 1704 alla missione del Gran Mogol (India), fu, il 12 maggio 1708, eletto vicario apostolico della medesima con il titolo di vescovo di Anastasiopoli. Consegnato in Roma l’anno 1709 dal cardinale Ulisse Gozzadini, ebbe poi la residenza nella casa dei Cappuccini di Surat (provincia Guzurat) fino al 1712, in cui si trasferì alla nuova stazione di Karwar (o Sunkery), nel Canará. Col permesso del governatore inglese, nel 1718 introdusse i Carmelitani nell’isola di Bombay, dove, dal 1720, assunse con i suoi missionari la cura parrocchiale in cinque chiese. Ebbe molto a soffrire a causa dei Portoghesi, del vescovo di Goa e dei suoi preti, ma con grande prudenza seppe far fronte a tutte le loro pretese.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, V, 371; E. Hull, Bombay mission history, I, Bombay, 1927, 55-63; Ambrogio di Santa Teresa, De vicariis apost. Magni Mogolis, in Analecta O.C.D., 9 (1934), 147-156; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 272; Ambrogio di Santa Teresa, in Enciclopedia Cattolica, VIII, 1952, 508-509; Eusebius, Enchiridion., 477-480; Bullar. Carm., IV, 45-47; Ambrosius, Hierarch. Carm., ser. III, 111-120; Ambrosius, Nomenclator Missionis C. D., Roma, 1944, 270-271; Ambrogio di Santa Teresa, in Dizionario Ecclesiastico, II, 1955, 904.

Parma 1788
Figlio di Francesco Maria e di Eleonora Scarabelli. Fu eletto Podestà di Borgo San Donnino il 10 ottobre 1788.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice, I, 1935, 263.

Parma XVIII/XIX secolo
Padre di Achille. Fu Maggiore dell’esercito. Venne decorato del Giglio di Francia e della medaglia imperiale francese di Sant’Elena.
FONTI E BIBL.: Palazzi e Casate di Parma, 1971, 178.

Fontevivo-Boscomalo 24 maggio 1917
Sottotenente del Reggimento Fanteria. Fu decorato con la medaglia di bronzo al Valor Militare, con la seguente motivazione: Dava costante bell’esempio di calma ed energia sia nel guidare i soldati all’attacco, sia nel mantenerli saldi sotto il violento bombardamento nemico. Lasciava la vita sul campo.
FONTI E BIBL.: Decorati al Valore 1964, 48; Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 3ˆ, 149.

Parma 1570/1612
Figlio di Filippo. Fu nominato secondo notaio nel 1570. Fu eletto Podestà di Coenzo il 29 dicembre 1612.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice, I, 1935, 263.

Langhirano 1831
Cancelliere della Pretura di Langhirano, durante i moti del 1831 fu indagato, con la seguente motivazione: era in corrispondenza con Gio. Battista Comaschi e come cancelliere esigette dopo l’arrivo dei Tedeschi la pensione del Comaschi medesimo. Allorché intese essere avvenuto l’arresto del nominato Terrarossa egli disse: Conviene fuggire da Parma. Giudicato ed amnistiato con sentenza 8 agosto 1831. Figura nell’Elenco degli inquisiti di Stato ma senza requisitoria, è tuttavia cancelliere in Langhirano contro cui pendono misure di Polizia per la sua sospetta condotta.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 140.

Mulazzo 7 luglio 1855-Salsomaggiore 8 aprile 1930
Il suo nome è legato alla storia di Salsomagúgiore e allo sviluppo della stazione termale in un senso filantropico, avendo dedicato la parte migliore della sua combattiva attività, insofferente di limitazioni o di tornaconti, a risolvere nella città un problema altamente umanitario di reintegrazione fisiologica e di profilassi sociale. Figlio di un magistrato, compì a Parma gli studi, laureandosi nel 1878 in medicina. Dette subito prova, quale assistente all’Università di Parma del professor Inzani e insegnante di anatomia patologica, del suo ingegno e della sua forza d’intuizione a comprendere e risolvere problemi di alto interesse scientifico, svolgendo indagini nuove su cervelli patologici, illustrando un nuovo ganglio linfatico del cuore e dando il proprio contributo agli studi di batteriologia negli Annali di studi medici, pubblicati a Parma. Nel 1882 fondò la Società d’Igiene e due anni dopo, imperversando a Parma il colera, assunse la direzione del Lazzaretto, prodigandosi assiduamente e con spirito di abnegazione nell’assistenza ai colpiti. Recatosi a Buenos Ayres, vi fondò il primo Museo di anatomia patologica, iniziandovi un corso di lezioni sulle autopsie, e cooperò alla creazione del grande Ospedale Italiano. Nel 1884 tornò in patria a riprendere nell’ateneo parmense il corso libero di anatomia patologica e l’anno seguente, succedendo a Edoardo Porro, della cui opera fu degno continuatore, fu assunto alla direzione dello Stabilimento vecchio di Salsomaggiore, cui dette un indirizzo sanitario assai moderno e avanzato. Iniziò infatti da allora un’intensa attività nell’ordinamento degli stabilimenti balneari, nei quali andò formandosi nel corso degli anni una così ricca esperienza da imporsi come uno dei più distinti idrologi delle acque termali, che egli trattò in profondi studi esposti a congressi nazionali e internazionali di medicina e di idrologia. Frutto concreto di tali studi fu la Guida medica, elogiata tra gli altri da Murri, Pescarolo, Grocco e Majocchi, edita nel 1900 e compilata non già sulla falsariga di altre guide ma elaborata sopra una consistente serie di fatti clinici diligentemente osservati e di cure ponderatamente eseguite. Organo di tali indagini fu un bollettino stampato in quattro lingue, nel quale erano riferiti ed esaminati casi diversi guariti e non guariti con i vari trattamenti. Nelle terme salsesi egli fu l’innovatore dei metodi di cura e dei servizi igienici, dando notevole incremento alle inalazioni e alle irrigazioni preparate con soluzioni di acqua madre. Non meno solerte fu la sua opera come igienista idrologo nella difesa degli stabilimenti dalla minaccia di leggi e riforme che ne avrebbero minato l’importanza. Soprattutto merita lode la sua recisa opposizione all’esportazione delle acque salsoiodiche, facendo rilevare i danni derivanti dal trasporto e dagli usi non sempre adeguati che di queste si sarebbero potuti fare. Svolse grande attività in seno all’Associazione Italiana di Idrologia, presieduta susseguentemente da G.S. Vinaj, da Grocco e da Baccelli. A tutelare l’igiene della città e la salute dei bagnanti, si adoperò in tutti i modi, con spirito filantropico, per dimostrare alle locali autorità la necessità di costruire un padiglione per i contagiosi e per le varie disinfezioni, allo scopo di allontanare le malattie epidemiche. Così come si batté al Congresso medico di Napoli, nel 1900, per l’istituzione dei Sanatori antitubercolari provinciali. La sua attività e solerzia si esplicarono largamente anche nel campo della pubblica beneficienza. Rese possibile l’uso delle acque salsoiodiche ai poveri e meno abbienti, fondando il Sanatorium, poi a lui intitolato, che diresse per venticinque anni. La creazione di questo istututo, inaugurato il 13 giugno 1897, gli costò lotte e fatica, ma infine egli lo realizzò: fu il primo istituto italiano del genere per i poveri, pietra militare nel campo della previdenza sociale e inizio di una nuova era nel settore dell’assistenza medica. Il Sanatorium divenne anche il primo centro studi di ricerche cliniche e di laboratorio. Nel 1907 il Baistrocchi fondò l’Asilo infantile Principe Umberto e Maria di Savoia, di cui fu per molti anni presidente. Quando l’Italia entrò nella guerra 1915-1918, fu il Baistrocchi a tenere un corso per infermiere, esigendo che estendessero la loro assistenza anche alle famiglie. Fu inoltre presidente della Croce Rossa Italiana, e nel dopoguerra promosse la costituzione di un comitato locale, assumendone la presidenza, per la cura dei bambini scrofolosi del Trentino. Quando si vollero onorare i caduti salsesi, egli presiedette il Comitato per la erezione del monumento ai Caduti, affidandone l’esecuzione ad Alberto Bazzoni. Del contributo dato dal Baistrocchi all’idrologia, fa fede la serie di articoli da lui pubblicati: rubriche batteriologiche, altre di carattere fisico-chimico, elettroscopiche, contenenti considerazioni sulla teoria degli elettroni e ioni. Più numerose sono le pubblicazioni sopra argomenti clinico-terapeutici: tra le principali, La disinfezione negli Stabilimenti balneari (1895), Della necessità di una legge che regoli l’autopsia medico-legale (1899), Guida medica dei bagni e delle inalazioni di Salsomaggiore (1900). Lasciata nel 1923 la direzione del Sanatorium, continuò a prestare la sua opera medico, rifiutando ogni onorario.
FONTI E BIBL.: B. Molossi, Dizionario Biografico, 1957,14; D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 41-44; Gazzetta di Parma 12 maggio 1980, 3.

Parma 1874-1945
Fratello di Alfredo. Fu Generale d’Armata, Sottosegretario al Ministero della Guerra dal 1933 al 1936, e Senatore. Con Regio Decreto del 7 ottobre 1937 ottenne un titolo comitale per sé e discendenti maschi in linea primogenita.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1996, 5.


Parma 9 maggio 1779-post 1831
Figlio di Giuseppe, ebbe la seguente carriera militare: nel 1801 negli Ussari, poi Dragoni della Regina, del Regno d’Italia, nel 1802 Brigadiere Furiere, nel 1810 Sottotenente, nel 1811 nei Dragoni della Guardia Reale, nel 1814 Capitano Aiutante Maggiore dei Dragoni di Napoleone, nel 1814 Aiutante Maggiore delle Guardie del Corpo di servizio di Parma, nel 1816 Maggiore del Reggimento Maria Luigia di Parma presso la piazza di Piacenza. Fu decorato con la Legione d’Onore nel 1813. Prese parte alle seguenti campagne militari: 1803-1804 Napoli, 1805 Austria, 1806 Napoli, 1813 Grande Armata di Russia, 1813-1814 Armata d’Italia. Nel 1823 appartenne alla società dei Carbonari. Durante i moti del 1831 fu indagato dalla polizia, con la seguente motivazione: Dopo lo sconvolgimento di Parma e pria che S.M. passasse da Casalmaggiore a Piacenza, manifestò ai signori Conte Corrado Marazzani ed Anguissola d’Altoè il desiderio che anche in Piacenza fosse come in Parma organizzata una guardia nazionale lasciando travvedere che forse esso ne avrebbe assunto il comando, ma quei due cavalieri saviamente gli osservarono che ben differenti erano le cose di Piacenza da quelle di Parma. Il Baistrocchi è ora stabilito a Parma ma non è ancora stato richiamato in attività di servizio ed è molto sospetto.
FONTI E BIBL.: Matricole Ufficiali in ritiro n. 5, Matricole Ufficiali 1814-1825 n. 10; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 148; E. Loevison, Ufficiali, 1930, 14.

Parma 1687/1701
Figlio di Lorenzo, notaio. Fu immatricolato notaio nel 1687, iuri consulto collegiato. Sposò la nobile Eleonora Scarabelli.
 FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1996, 5.

Soragna 1638-Fontevivo 12 novembre 1694
Predicatore e lettore. Fece la professione a Cesena il 19 giugno 1660. Il 28 aprile 1682 fu corretto in refettorio per aver introdotto l’uso di esporre il Santissimo Sacramento e fare sermoni nella chiesa di San Secondo mentre vi era vicario.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Necrologio Cappuccini, 1963, 641.

Casalbarbato 1688/1730
Figlio di Giovanni Battista. Abitò sotto la vicina di Tutti i Santi in Parma. Fu ascritto alla matricola dei notai camerali di Parma nel 1683. Fu anche iure consulto collegiato, e dal 1692 al 1695 e nel 1705 ricoprì l’ufficio di Fiscale a Piacenza. Negli anni 1724, 1727 e 1730 fu uno dei proconsoli del Collegio dei Notai. Sposò Caterina Maestri.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice, I, 1935, 263; Gazzetta di Parma 2 dicembre 1996, 5.

Parma 1737-12 ottobre 1789
Nacque da famiglia ascritta al patriziato. Sin da giovinetto ebbe grande interesse per la poesia, le arti belle e le patrie antichità. Entrò nei Benedettini di Parma, assumendo il nome di Romualdo. Oltre ai versi severi che pubblicò o rimasero inediti, ne scrisse altri satirici, tanto in italiano quanto in dialetto parmigiano, pieni di grazia e di facilità. Onorevolmente lo ricordò il padre Ireneo Affò nella Vita del Parmigianino, chiamandolo delle amene lettere non tanto coltivator leggiadro quanto delle cose a Pittura spettanti sollecito e premuroso indagatore. La sua produzione poetica non andò però molto a genio a parecchi dei suoi confratelli, ai quali non parve compatibile colla severità del loro Istituto. Ciò appare chiaro, ad esempio, da una lettera scritta da Modena a Giuseppe Pezzana nel 1770, al quale il Bastrocchi si raccomandò di tenere celato ai suoi confratelli la sua volontà di scrivere una commedia da mandare al concorso di Parma. Il Baistrocchi fu ascritto alle Accademie dei Dissonanti, degli Intrepidi, dei Ricovrati e degli Emonii (in quest’ultima col nome di Ergino Aulodo). Monsignor Gaetano Marini, che lo aveva conosciuto in Parma, lo stimò molto e lo rammenta di continuo nelle sue lettere all’Affò. Anche quest’ultimo gli fu affezionato e gli procurò notizie per la Guida pei forestieri che rimase inedita. Sotto il nome anagrammato di Storbicchia lo ricorda a carte 71 e 73 del suo Servitor di Piazza (1796) accennando alla sua triste fine, e alla povertà della Guida predetta e dei giudizii ivi pronunciati. Anche il padre Andrea Mazza non tenne in gran conto la Guida pei forestieri che in una lettera all’Affò del 2 Dicembre 1789 chiama, con giudizio eccessivamente negativo, vera sentina di spropositi incompatibili col senso comune. Nel suo Monastero il Baistrocchi ebbe lungamente la carica di Archivista. Fu anche raccoglitore di epigrafi.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, IV, 1833, 371-372; R. Lasagni, Bibliografia parmigiana, 1991, 82.

Parma 1646/1668
Figlio di Agostino. Venne nominato secondo notaio nell’anno 1646. Divenuto medico, fu eletto medico dell’Ospedale della Misericordia di Parma il 2 agosto 1668.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, Appendice I, 1935, 263.

Parma prima metà del XVIII secolo/1769
Fu scrittore nell’ufficio della notulazione all’inizio del XVIII secolo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, Appendice I, 1935, 263.

Sala 1829/1830
Falegname, assieme a Antonio Fagandini, Giuseppe Gironi, Pietro Leoni, Antonio Ferrarotti, Giosuè Piccoli e Pietro Ravasini, nel 1829-1830 lavorò, diretto dall’architetto Paolo Gazola, ai serramenti, parquet, invetriate gotiche, ecc. nel Casino del Ferlaro.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di Maria Luigia d’Austria, busta 11; B. Molossi, 1832-1834, 294; Il Mobile a Parma, 1983, 263.

Salsomaggiore luglio 1892-Flambro 31 ottobre 1917
Tenente del 2° Reggimento Granatieri. Fu decorato con due medaglie d’argento al valor militare, con la seguente motivazione: Aiutante maggiore di un battaglione di retroguardia, a stretto contatto col nemico, fu esempio costante di fede, di ardimento e di sprezzo del pericolo, dimostrando ognora splendide virtù guerriere. Cadeva da prode sul campo mentre ai suoi granatieri, impegnati in aspro combattimento, rivolgeva alte e vibranti parole, consacrando così alla Patria, che tanto aveva amata, la sua giovane e nobile vita.
FONTI E BIBL.: Bollettino Ufficiale 1918, Dispensa 26a, 1868; Decorati al valore, 1964, 110.

BAISTROCCHI MAURIZIO, vedi BAISTROCCHI ANTONIO

Parma 1719/1739
Figlio di Jacopo, fu laureato in leggi. Divenuto sacerdote, disse la sua prima messa nel 1719: avvenimenti questi che furono cantati con ampia Raccolta di poetiche composizioni (in 4°, Parma). Fu Oratore sacro, Fiscale del vescovado e verseggiatore. Compaiono suoi versi in più raccolte. Tra gli Arcadi Parmensi si chiamò Eutimene Artemideo.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori, 1833, IV, 371.

Parma 1748/1765
Figlio di Francesco Maria e di Eleonora Scarabelli. Fece attestare la propria nobiltà ottenendo l’iscrizione per giustizio tra i nobili di Parma il 10 luglio 1748. Nel 1765 è indicato tra i proprietari di immobili quale gentiluomo e Tenente urbano. Ebbe un’unica figlia, Giuseppa, che sposò il nobile Lazzaro Barozzi.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1996, 5.

Parma 1693
Incisore attivo a Parma nella seconda metà del XVII secolo. Con ogni probabilità gli si deve (firma P.B.F.) l’esecuzione del frontespizio ad acquaforte del Novum Sistema Medicum di Pompeo Sacco, pubblicato nel 1693 da G. dall’Oglio.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, vol. II, 1908, 376-377; E. Scarabelli-Zunti, Memorie di Belle Arti parmigiane, IV: ms. in Parma, Biblioteca Palatina; A. Pelliccioni, Incisori, 1949, 27; Dizionario Bolaffi Pittori, I, 1972, 290.

BAISTROCCHI RAIMONDO O ROMUALDO, vedi BAISTROCCHI GIROLAMO


Parma 1900-
Figlio di Federico. Conte, fu generale di divisione aerea.
FONTI E BIBL.: Gazzetta di Parma 2 dicembre 1996, 5.

BAISTROCHI, vedi BAISTROCCHI

Parma ante 1459-Parma 28 ottobre 1511
Nacque da Giammarco attorno alla metà del secolo XV (e certamente prima del 1459, perché da quell’anno ha inizio il Registro dei battezzati della città di Parma, in cui il suo nome non appare). Quella dei Baiardi era una famiglia parmense di antica nobiltà: ad essa appartennero nel secolo XIV Giberto, alle cui cure di precettore il Petrarca aveva affidato il figlio Giovanni, e nel secolo XV uomini d’arme e di Chiesa, che spesso ebbero cariche politiche e parteciparono alle lotte tra le varie fazioni (dei Pallavicino, dei Rossi, dei Correggio, dei Sanvitale) in cui era divisa la città. Anche il Bajardi, che fu a capo della ricca casata da cui dipendevano i feudi del contado, prese parte alla vita politica: fu tra gli Anziani del Comune e devoto di Ludovico il Moro che nel 1499 lo creò cavaliere aurato, forse anche in considerazione della sua grande abilità di giostratore. Alle lotte tra le fazioni il Bajardi pagò un doloroso tributo nel 1479: nell’ottobre di quell’anno, infatti, mentre faceva la sua entrata in Parma il cardinale Ascanio Sforza, accompagnato da dignitari ecclesiastici e civili e da molti cittadini, alcuni esiliati politici organizzarono un improvviso assalto contro il corteo che seguiva il cardinale e il Bajardi rimase atrociter ferito. Nel 1482 la Torre degli Albari, che apparteneva al Bajardi o a un suo omonimo parente, fu occupata e distrutta da Guido Rossi (le due notizie in Cronica gestorum in partibus Lombardie et reliquis Italiae, 2a edizione, XXII, 3, a cura di G. Bonazzi: 24 ottobre 1479 e 9 giugno 1482). Nel gennaio 1500 Parma, con la Lombardia, passò ai Francesi, ma il 3 febbraio il partito ducale, approfittando della partenza delle milizie francesi, fece insorgere la città e inalberare la bandiera sforzesca. Le truppe francesi tornarono e cinsero Parma d’assedio costringendola a pagare una forte taglia. Probabilmente a questa circostanza (o forse al 1510, in occasione dell’assedio dei Pontifici e Spagnoli, quando il Bajardi fu uno dei cittadini preposti all’allestimento delle opere di difesa) risale un sonetto in cui il Bajardi descrive la confusione che regnava in città e implora l’aiuto di Dio perché ottenga a Parma il perdono dei Francesi e conceda al nostro Roy prosperitade. Negli anni che seguirono il Bajardi collaborò con i Francesi, e la sua casa (presso la chiesa di San Vitale) ospitò spesso i ministri regi: nel 1500 fu presso di lui Gervais de Beaumont, luogotenente di Luigi XII per lo Stato di Milano, nel 1511 gli fecero visita il vescovo di Parigi e il connestabile di Borbone. In quello stesso anno il Bajardi si recò con altri legati di Parma presso Gaston de Foix, il nuovo luogotenente di Luigi XII a Milano. Al ritorno da questa ambasceria lo colse la morte. Non molto si sa della sua vita familiare: la moglie morì giovane lasciandogli ancora piccoli i figli, tra cui Elena, che andò sposa a Francesco di Lodovico Tagliaferri. La somiglianza del nome con quello del Boiardo non mancò di creare confusioni e abbagli, motivati anche da certa affinità ideale che accomuna in qualeche modo i due scrittori (l’esaltazione dell’armeggiare cavalleresco, una certa aristocraticità feudale), come da certo parallelismo esterno tra la loro opera letteraria, imperniata in entrambi i casi su un canzoniere petrarchesco e un romanzo in ottave. Le Rime del Bajardi giacciono ancora in gran parte inedite in un codice della Biblioteca comunale di Reggio Emilia (duecentotrentadue sonetti, nove lunghe terzerime e qualche canzonetta; forse un’altra copia dell’opera si trova presso i discendenti del Bajardi a Parma). A giudicare dai quarantadue sonetti e dalle due terzerime editi nel secolo XVIII del Fogliazzi (Rime del cavaliere Andrea Bajardi Parmigiano cavate dal suo Canzoniere inedito, e Notizie intorno alla sua vita scritte dal Dottor Francesco Fogliazzi, Milano, 1756, e si tenga presente che il Fogliazzi scartò tutti i componimenti in cui era troppo forte per lui la licenza e la barbarie), si tratta di un tipico canzoniere petrarchesco, centrato sopra l’amore per due donne, Fenice e Aurora, in cui sono molto frequenti le espressioni e i versi interi (particolarmente nella sentenza finale) mutuati dal modello. Le immagini sono caricate alla maniera del Tebaldeo e di Serafino Aquilano (la cui morte è pianta in due sonetti). L’impasto linguistico, che si indovina sotto l’operazione di purga compiuta dal Fogliazzi, doveva essere vistosamente mescolato con qualche apporto succosamente dialettale, la qualità stilistica e metrica appare spesso mediocre. Il Filogine, romanzo in ottava rima (Libro d’arme e d’amore, intitolato Philogine, del magnifico cavaliero messer Andrea Bajardi parmeggiano, nel quale si tratta di Hadriano e di Narcisa, delle giostre e guerre fatte per lui e di molte altre cose amorose e degne), fu stampato per la prima volta a Parma nel 1507. Altre edizioni seguirono a Parma nel 1508 e a Venezia nel 1520, 1530, 1538 e 1547. Esso si compone di circa quindicimila versi, è diviso in due libri (di sette canti il primo e di cinque il secondo) e fu condotto a termine, secondo quanto afferma il Bajardi, in soli quattro mesi. Fu dedicato a Giovan Francesco Garomberti, suo cugino, e presentato da Antonio Carpesano, amico del Bajardi. Il tema principale del romanzo è quello dell’amore tra Adriano, un giovane Parmense discendente da un gran baron di Francia, e Narcisa, ricca e giovane vedova. A questo si intrecciano altri amori che Cupido accende nel petto di altre molte delicatissime persone, tra cui Fenice, una nobildonna milanese che si innamora di Adriano e, respinta, tenta il suicidio, Luceacerba, gentildonna parigina, e Scaldacor, milanese, entrambe innamorate del protagonista. Non manca il solito apparato di avventure e complicazioni: ci sono le argutie de’ servi (Franco, servo di Adriano, e Saetta, la furba serva di Narcisa), li fortuiti contrasti, li dolci colloqui resi possibili dal ritrovato boccaccesco di un foro nel muro della camera di Narcisa che offre agli amanti i primi pretesti di sensuale abbandono. Il primo libro si conclude con le nozze tra Adriano e Narcisa, che sono poi particolareggiatamente narrate nel secondo, aggiunto e forse concepito più tardi, ove al tema degli amori si intreccia quello delle giostre, delle feste, dei viaggi diplomatici a Milano e a Parigi e dove la descrizione ama indulgere sulle scene della vita signorile di Parma (cacce, conviti, giochi di società), secondo un orgoglio cittadinesco ingenuo e spontaneo. Il romanzo fu giudicato dal Baretti una grossa cosaccia in ottava rima scritta da un poetastro parmigiano di cui l’invenzione è puerilmente stolta, e i versi tanto flosci e miseri, che non merita il pregio buttar via una pennata d’inchiostro di più in cosa tanto dannulla. E in effetti la struttura del romanzo è molto difettosa e piena di lungaggini, l’espressione sovente è goffa, il metro e lo stile sono cadenti. Ciò che non ha tolto al Rizzi la possibilità di scoprirvi, forse con eccesso di indulgenza, passi di popolaresca schiettezza e ingenuità. Ad altre opere del Bajardi, di cui non si ha però più notizia, accenna A.M. da Erba in un compendio storico manoscritto citato dal Tiraboschi (Storia della letteratura italiana, VII, pagine 1183-1184): scrisse in prosa volgare un Libro dell’occhio, uno Della Mente, e di romanzi uno intitolato la Tromba d’Orlando. Alla Tromba d’Orlando allude anche A.F. Doni (La seconda Libraria, Venezia, 1501, pagina 25).
FONTI E BIBL.: F.S. Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, IV, Bologna, 1739, 445 s.; F. Fogliazzi, Notizie intorno alla vita, in Rime, Milano, 1756, 9-28; G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, 1, Brescia, 1758, 68; G. Baretti, La Frusta letteraria, a cura di L. Piccioni, I, Bari, 1932, 361-363; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, III, Parma, 1791, 94-104; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani raccolte dal padre I. Affò, VI, 2, Parma, 1827, 377 s.; G. Tiraboschi, Storie della letteratura italiana, Milano, 1824, VI, 1284 e VII, 1803; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani illustri, Genova, 1877, 28; I. Stanga, La famiglia di P. Manara, Cremona, 1949, 258 ss.; F. Rizzi, Andrea Bajardi, Studio, in Aurea Parma aprile-giugno 1954, 71-91; R. Ceserani, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, 1963, 281.

BAJARDI ANTONELLA O ANTONIETTA, vedi CANTELLI VITTORIA


Parma 1676-1767
Conte, gentiluomo di Camera e capitano delle guardie alemanne presso i duchi di Parma Francesco e Antonio Farnese, fu un appassionato raccoglitore di codici. Dalla collezione del Bajardi proviene il celebre codice Landiano della Divina Commedia, 1336 (vedi Batines, Bibliografia Dantesca, II, 1846, 124-125; Pallastrelli B., Il codice Landiano della Divina Commedia di Dante Alighieri, Piacenza, 1868, 17 e sgg.). Proviene dalla collezione del Bajardi anche il codice musicale, illustrato da G.P. Clerici in Bibliofilia. Nelle poche citazioni riguardanti il Bajardi, tutti gli autori sono concordi nel considerarlo un divoratore di libri e un bibliofilo di opere cavalleresche senza paragoni. Alla Corte degli ultimi Farnese ricoprì l’incarico di maestro delle cerimonie e della caccia. Nel 1731 Antonio Farnese, in previsione della propria morte, lo elesse tra i componenti della Reggenza. È ricordato per l’amicizia col poeta piacentino Ubertino Landi.
FONTI E BIBL.: C. Frati, Bibliotecari, 1934, 43-44; Enciclopedia di Parma, 1998, 99 e 101.


Parma ante 1765-1812
Gentiluomo di camera di Ferdinando di Borbone, poi membro della municipalità di Parma in regime francese, fu l’ultimo a fregiarsi del titolo di Conte di Viarolo. Coniugato a Giuseppa Amalia dei marchesi Malaspina, dama di palazzo, abitò nel palazzo Bajardi di strada dei Genovesi.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 302-303.


Parma 3 aprile 1819-Genova 1875
Figlio di Leonardo ed Enrichetta Corradi. Contribuì con le proprie sostanze al miglior esito dei moti del 1848. Volontario nella campagna del 1848-1849, fu ferito gravemente e fatto prigioniero. Resse poi varie cariche pubbliche. Trasferitosi a Genova, si dedicò al giornalismo.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, I, 1928, 473; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 303.


Parma 29 dicembre 1884-Carso 1915/1918
Figlio di Berengario ed Elvira Volpini. Fu l’ultimo maschio della famiglia. Suggellò col proprio sangue come tenente del Regio esercito, nella prima guerra mondiale, i fasti secolari del suo illustre casato. Il Bajardi cadde infatti in combattimento sul Carso.
FONTI E BIBL.: Archivio di Stato di Parma, Famiglia Bajardi; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, I, 1928, 474.

Parma 1866
Fratello di Leonardo, combattè nel 1866 a Condino nelle file del 6° Reggimento dei volontari italiani.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, I, 1928, 474.

Parma XVI secolo
Si addottorò in leggi ed ebbe grande reputazione. In seguito cadde in disgrazia e dovette allontanarsi dalla città di Parma per aver ucciso un servitore del padre. Servì allora Margherita Farnese in Abruzzo e qui si trattenne finché, aiutato in questo dalla stessa Margherita Farnese, non gli fu consentito di ritornare a Parma.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 51.


Parma 19 settembre 1826-Parma 18 ottobre 1881
Figlio di Leonardo ed Enrichetta Corradi, fu paggio d’onore, poi sottotenente nelle truppe ducali di Maria Luigia d’Austria nel 1848. Nel 1860 comandò il battaglione di Guardia mobile parmigiana mandato a presidiare Alessandria.
FONTI E BIBL.: Cenno Necrologico, in Il Presente 18 ottobre 1881, n. 286; G. Sitti, Il Risorgimento Italiano, 1915, 63; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, I, 1928, 473; Palazzi e Casate di Parma, 1971, 303.

BAJARDI ELENA, vedi BAJARDI MARIA ELENA

Collecchio 1715
Marchesa, fu feudataria di Collecchio. Ai primi del Settecento fece costruire l’Oratorio della Beata Vergine di Loreto, che si ammira all’entrata di Collecchio, provenendo da Parma. Esso fu benedetto il 12 settembre 1715. Si legge in un manoscritto dell’epoca, conservato nell’archivio parrocchiale di Collecchio, che il motivo per cui fu costruito quell’Oratorio è da attribuirsi ad un miracolo che la Madonna di Loreto compì in favore di una donna di passaggio, proprio in quel luogo.
FONTI E BIBL.: U. Delsante, Dizionario dei Collecchiesi, in Gazzetta di Parma, 11 Gennaio 1960, 3.


Parma 1506
Orefice, figlio di Giberto. Alla morte del padre (1506) si impegnò verso i monaci di San Giovanni Evangelista in Parma di far dipingere l’ancona e fabbricare l’inferriata della cappella di San Giacomo nel detto Monastero. Ciò fu però effettivamente realizzato dalla famiglia Bajardi solo nel 1542.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 4-5; A.M. Bessone, Scultori e Architetti, 1947, 36.


Parma 1485/1534
Figlio di Andrea. Cavaliere di rango, collezionista di opere d’arte, protesse il celebre pittore Francesco Mazzola e, assieme alla sorella Elena, gli commissionò la celebre Madonna del collo lungo (1534). Fece anche securtà per l’artista allorquando la Compagnia della Steccata di Parma lo diffidò per troppa lentezza nei lavori della basilica. Per lui, in segno di gratitudine, Francesco Mazzola dipinse il famoso Cupido.
FONTI E BIBL.: A.E. Popham, The Baiardo inventory, in Studies in Renaissance and Baroque Art (London, Phaidon), 1967, 26-29; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, I, 1928, 473; Palazzi e Casate di Parma 1971, 300; F. da Mareto, Bibliografia, II, 1974, 71-72.


Parma XVI secolo
Orefice, figlio di Giberto. Visse nel secolo XVI.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e Architetti, 1947, 36.

BAJARDI GIACOPO, vedi BAJARDI JACOPO

BAJARDI GIAMBATTISTA, vedi BAJARDI GIOVANNI BATTISTA

BAJARDI GIBERTO
Parma 1345/1362
Fu grammatico di valore. Durante il suo soggiorno in Parma, il Petrarca lo chiamò all’educazione morale e letteraria del suo figliuolo naturale Giovanni, il quale contava allora dieci anni o poco più. Ciò si deduce dalle lettere familiari del Petrarca, e si ricavava pure da un Istrumento, che fu della nobile famiglia Bajardi. A lui dunque verso il 1348, come crede l’abate de Sade, raccomandò il Petrarca il figlio. Pochi tratti di una sua lettera fanno conoscere le qualità del precettore scelto: Adolescentulum nostrum consilii inopem, et aetatis agitatum stimulis paternae sollicitudinis ope complectere. Jam ut vides ad bivium pythagoricum vivendo pervenit. Nunc tu, oro, vir optime, sucurre, et incautum ac nutantem adjuva, rege, sustenta. Discat te magistro dextrum sequi callem, discat ascendere. E, dopo avergli ricordato alcuni precetti di disciplina scolastica, soggiunse: Notissima scienti ingero, ut attritu memoria recalescat. Il fanciullo non si trattenne molto alla scuola del Bajardi, perché il genitore poco dopo lo portò a Verona, quindi a Padova. Ma il Petrarca rimase certamente contento di averglielo affidato, dato che, scrivendo nel 1353 a Rinaldo da Villafranca intorno al figliuolo, gli disse che alcun tempo era stato sotto la disciplina del Bajardi, abile Gramatico di Parma.
FONTI E BIBL.: R.  Pico, Appendice, 1642, 159; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, II, 1789, 67-68; V. Spreti, Enciclopedia Storico Nobiliare, I, 1928, 472.

BAJARDI GIBERTO
Parma-Parma 1506
Orefice, figlio di Bertolino. Fu nel 1448 Anziano del Comune di Parma. Nel 1444, abitando sotto la parrocchia di Santa Cristina, fece chiamare davanti l’Avogadro della Mercanzia un altro orefice suo concittadino, Melchiorre de’ Postrela, che lo aveva giuntato di 15 lire imperiali per conto di bottoncini lavorati dal Bajardi e a quello venduti, onde ottenere tale somma, della quale ebbe il rimborso. Sembra che l’esercizio dell’oreficeria, nella quale tra i suoi contemporanei andò distinto, fruttasse al Bajardi una cospicua fortuna, fatta ancora più pingue dalle sostanze della consorte Simona di Lodovico de’ Benedetti, d’agiata famiglia parmigiana. Il Bajardi possedette in città una casa con bottega ove esercitò la sua professione nella vicinanza di San Pietro al Malcantone. Altra casa acquistò poco prima della sua morte dal Comune (munita di torre, nella parrocchia di San Giorgio). Possedette anche vasti terreni nella villa di Viarolo verso il Taro. Acquistò inoltre nel 1495 dai monaci di San Giovanni Evangelista il patronato di una cappella nella chiesa intitolata a San Giacomo, per la quale si convenne un prezzo di duecento lire imperiali, in parte sborsate ai monaci dal Bajardi e in parte fattegli buone per fatture di calici indorati, che egli aveva loro corrisposto. Con tanti mezzi, e per essere dell’illustre ceppo dei Bajardi, venne negli ultimi anni della sua vita gratificato e trattato col titolo di nobile. Lavorò anche nel chiostro della Chiesa di San Giovanni. Dalla ricordata Simona Benedetti ebbe tre figli, Gaspare, premorto ai genitori, Palamino e Francesco.
FONTI E BIBL.: R. Baistrocchi, Spogli, in Biblioteca Palatina, Parma, tomo IV; E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, 1911, 4-5; Bessone, Scultori e Architetti, 1947, 36.

BAJARDI GILBERTO, vedi BAJARDI GIBERTO

ante 1730-Parma febbraio 1779
Conte, fu canonico (dal 1730) e prevosto. Pio sacerdote, fu sempre pronto a servire la Chiesa. I documenti, di cui abbonda l’archivio della Curia Vescovile di Parma, che egli trascrisse di proprio pugno, fanno fede della premura e dello zelo che il Bajardi nutrì verso l’istituzione a cui appartenne. Quantunque di età avanzata, e consigliato a farsi un coadiutore, non volle mai procurarselo. Per il Capitolo, il Bajardi servì molti anni nella carica di archivista (dal 1745). Devoto, mansueto, affabile, caritatevole, fu stimato non solo dai suoi colleghi, ma da tutta la città di Parma. La malattia che lo condusse a morte fu lunga e assai penosa. Lasciò al Capitolo tutti i suoi manoscritti, e le cose d’uso ecclesiastico. Il marchese Giulio Zandemaria, avendo riununciato la prebenda di Sorbolo, fu provveduto dal Pontefice della prebenda di Corneto, rimasta vacante per la morte del Bajardi, con bolla del 14 marzo 1779, e ne prese il possesso al 28 aprile 1780.
FONTI E BIBL.: G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 396.

BAJARDI GIOVANNI
Parma 1440
Maestro di logica, fu Dottore del Collegio di Arti e Medicina di Parma. Nel 1440, insieme ad altri, aggiornò il corpo delle norme statutarie del Collegio.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3 1951, 186-187; G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 101.

BAJARDI GIOVANNI
Parma 7 dicembre 1793-1875
Figlio di Artaserse e Amalia Malaspina. Conte, guidò i volontari parmensi a Fiorenzuola nel 1831, distinguendosi durante i moti dello stesso anno. Per questo motivo fu indatago dalla polizia, con la seguente motivazione: fu dei primi a mettere la coccarda e pel primo portò egli da Bologna i modelli delle fascie tricolorate, pel primo eziandio apparendo con quelle sulla pubblica piazza alle ore otto antimeridiane del giorno 14 eccitò gli astanti a seguire il di lui esempio e distribuì di propria mano le fascie tricolori. Sebbene possano sussistere in parte a suo carico i pregiudizi addebitatigli egli però non fu inquisito né assoggettato a misura alcuna. Vive ora quietamente ed onestamente.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, La missione a Parma di G. Pagani, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1933, 148; O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1937, 147.


Parma 7 luglio 1530-Piacenza 1600
Figlio di Ludovico, cavaliere, e Maria Bianchi. Studiò giurisprudenza a Roma, Firenze e Bologna, e per il credito che si era andato guadagnando, non appena laureato in Parma il 30 settembre del 1560, fu destinato a incarichi di prestigio dal pontefice Pio IV così come dai papi suoi successori. Il da Erba, parlando del Bajardi, scrive: Vive Giovanni Batista de’ Bajardi Dottore incredibilmente giusto, molto stimato e temuto, il quale essendo per Papa Pio IV e V sino qui stato Governatore di Forlì, Imola, Rimino, Terni, Narni, Ascoli, Orvieto, Spoleto, e Prefetto di Campagna, et havendo massimamente liberata ciascuna delle predette Città dalle guerre civili con la morte di molti cittadini, ancora è in grandissima stima appresso di Papa Gregorio XIII. Intorno ai Governi sostenuti dal Bajardi nello Stato Pontificio e negli Abruzzi si hanno frequenti conferme nelle sue Additiones ad Clarum: a carte 269 si trova che fu Governatore in Ascoli nel 1568, a carte 178 che lo fu di Spoleto la prima volta nel 1569, e a carte 160 e altrove che lo fu per la seconda volta sotto Sisto V. A carte 278 si legge che in tutti i suoi Governi, tanto Pontifici che degli Abruzzi, fu così grande il potere accordatogli che ebbe persino la facoltà di fare grazia. Il Seragoni, nel Ragionamento che precede le Additiones ad Clarum del Bajardi, afferma: Integritatis vero usq. adeo observator, et vindex, ut cum quidam, quia iure obtinere diffidebant, ea sententia fortassis impulsi, ingentes divitias Judiciorum religionem, et veritatem perfringere, ad eum pecuniam attulissent, nedum oblata pecunia abstinuit, nihil cuiquam prœter laudem bene administrati officij accedere debere dijudicans, sed et improbœ letagionis ministros, quod attentassent Judicem subornare, pœnis debitis est prosecutus. Dopo il suo ritorno in patria, dice ancora il Seragoni, che ivi fu ad multos Magistratus evectus. Nei sei anni in cui fu governatore degli Abruzzi per comando di Margherita d’Austria, questa rimase tanto soddisfatta dei suoi servigi che volle fosse rimunerato con la straordinaria ricompensa di seicento zecchini. Morta Margherita d’Austria, i popoli da lui governati volsero fervidi suppliche ad Alessandro Farnese per ottenere che fosse confermato nel suo ufficio, ciò che poi avvenne. Il Bajardi rimase al servizio della Sede Apostolica anche sotto il pontificato di Sisto V, il quale ebbe a dire (come ricorda il Pico) che se non avesse avuto moglie l’avrebbe avanzato a maggiori gradi. Dunque a ragione il Bajardi chiama se stesso fidelis et devotus servus Sedis Apostolicae, in cujus statu gubernandis regendisque populis per annos viginti et octo sub Pio IV, Pio V, Gregorio XIII, et Sixto V summis Pontificibus variis guberniis praefui. Offertosi poi al servizio dei Farnese, la duchessa Margherita d’Austria lo impiegò, come detto, nel governo dell’Abruzzo, e lì lo tennero anche i duchi Alessandro e Ranuccio Farnese. Preparate le sue Aggiunte ed Annotazioni alla Pratica Criminale di Giulio Chiari, e rientrato a Parma, ove in seconde nozze sposò Vittoria Cantelli, pubblicò la sua fatica letteraria (più volte ristampata), che ottenne molto plauso. Il Bajardi fu anche buon poeta. Insorta una sedizione contro Gabriele Cesariano, governatore di Parma, il Bajardi ne fu creduto, forse ingiustamente, partecipe e fomentatore. Il duca Ranuccio Farnese lo chiamò dunque a Piacenza e lo fece carcerare nel castello. Trovandomi io in Piacenza, dice il Pico, quando quivi fu carcerato, intesi da chi lo custodiva, che mentre egli lo vedeva oppresso da molta malinconìa, ed afflizione d’animo, e stare di mala voglia, per confortarlo gli disse, che volesse sperar bene, perché riuscirebbe di quella prigionìa ancor libero, ebbe da esso Dottore risposta, che non era di così poco giudizio, che non sapesse, che i pari suoi non s’imprigionavano per lasciarli poi liberi. Il colpo subito dal Bajardi fu tale, che in breve, ancora carcerato, morì all’età di settant’anni. Nella cappella della famiglia, che era nella chiesa di San Pietro Martire di Parma, la consorte e la figlia gli fecero erigere un mausoleo col suo busto di marmo, che fu distrutto allorquando, rimossi i padri domenicani, detta cappella fu demolita. L’iscrizione però è stata tramandata dal Pico: Ioanni Baptistae Baiardo ivrisconsvlto clarissimo et eqviti nobilissimo cvivs acre ingenivm et spectata in dicendo ivre integritas svmmos principes in eam admirationem traxit vt eivs opera in popvlis regendis divtissime vti volverint. Nam romanis pontificibvs Pio IV Pio V Xisto V amplissimis magistratibvs decoratvs vmbriae emiliae samnio piceno annis plvs minvs triginta magna cvm lavde praefvit. A serenissimis qvoqve dvcibvs Margarita avstriaca Alexandro et Ranvtio Farnesiis aprvtinae eorvm ditioni praefectvs par tam antea gloriam cvmvlo avxit. Obiit annos natvs LXX: Victoria vxor et Florida filia mvltis cvm lacrymis pp.
FONTI E BIBL.: R. Pico, Appendice, 1642, 120-122; A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, III, 603-604; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, IV, 1743, 257-261; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 473; Aurea Parma 3/4 1959, 198; Palazzi e casate di Parma, 1971, 300-302.

Parma 30 gennaio 1615-Frejus 1657
Figlio di Giulio e Florida. Fu capitano valoroso degli archibugieri a cavallo, poi dei pompieri del Duca di Parma, poi di una compagnia di cavalleria italiana al servizio di Francia. Fu al servizio dei Farnese durante la guerra di Castro. Sotto il Re di Francia, alleato dei Farnese, assunse nel 1644 il comando della cavalleria e fu nominato luogotenente generale del Duca di Modena e dell’armata d’Italia. Nella giornata campale della battaglia tra le truppe pontificie e farnesiane avvenuta a San Pietro in Casale, nel Bolognese, l’anno 1649, il Molossi scrive che furono volti in fuga i Farnesiani non valendo a trattenerli la voce del valoroso Luogotenente Generale Conte Bajardi. Sposò Caterina dei conti Cerati, dalla quale ebbe il figlio Camillo.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 33 e 35; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 473; A. Valori, Condottieri, 1940, 20; Palazzi e casate di Parma, 1971, 302.


Parma 13 febbraio 1712-Borgo San Donnino 24 agosto 1775
Figlio del conte Artaserse, che occupò nella vita pubblica importanti cariche onorifiche, appartenne a una illustre famiglia gentilizia parmense dalla quale uscirono letterati, uomini politici e d’armi, scienziati e prelati, che dettero lustro alla città. Il Bajardi era nipote di monsignor Ottavio Bajardi, insigne filosofo e giureconsulto creato nel 1759 arcivescovo di Tiro, e di Giulio Bajardi, filosofo anch’egli e reputato poeta. Fu tenuto a battesimo dal marchese Piermaria Dalla Rosa. Allevato nel Collegio parmense dei Nobili, coltivò da giovane le belle lettere e, con lo pseudonimo di Filimbo Auxesiano, compose e pubblicò versi sia in latino che in italiano. Le sue numerose poesie si trovano tuttora sparse in varie raccolte, e alcuni sonetti figurano tra le opere del Frugoni. Abbracciato lo stato ecclesiastico, entrò nel Seminario maggiore di Parma, vi compì gli studi e fu ordinato sacerdote il 27 maggio 1741 dal vescovo Camillo Marazzani. Annoverato nel capitolo della Cattedrale, venne in seguito nominato prevosto ed ebbe il titolo di consigliere ducale. Il 25 giugno 1744 si laureò a Parma in entrambe le leggi. Il 9 aprile 1753 il pontefice Benedetto XIV lo creò vescovo di Borgo San Donnino. Consacrato a Roma il 23 dello stesso mese dal cardinale Portocarrero, prese possesso della Diocesi il 14 luglio successivo, iniziando una solerte attività pastorale che si protrasse per circa vent’anni. Il 19 maggio 1754 aprì la sacra visita, che fece precedere il giorno 2 da un editto contenente norme e disposizioni sulla disciplina del clero. Il documento è interessante, prospettando la necessità di correggere abusi inveterati nel costume del tempo. Ogni anno, invariabilmente, il Bajardi pubblicò la sua lettera pastorale in prossimità della Quaresima. Per altre lettere pastorali l’occasione fu offerta da speciali circostanze, come nel febbraio 1759, allorché partecipò ai fedeli l’indulgenza concessa da papa Clemente XIII all’inizio del suo pontificato, dettando minute norme per l’acquisto. Con gli atti della visita pastorale, le lettere rappresentano le fonti principali cui attingere notizie intorno al governo del Bajardi. Gli atti dimostrano la cura minuziosa del Bajardi nel compiere la sacra visita, nel corso della quale fu severo nel proscrivere abusi e consuetudini riprovevoli, nel condannare gli scandali, nell’impartire disposizioni per l’insegnamento catechistico ai bambini e agli adulti e per il decoro dei sacri edifici e delle funzioni liturgiche. Amò grandemente lo splendore della Cattedrale di Borgo San Donnino, che a proprie spese arricchì di argenterie e di parati. L’incremento dato alla vita cristiana mediante sacre missioni predicate dai migliori oratori del tempo, esercizi spirituali e scuole di dottrina, costituisce il principale titolo di merito del Bajardi vescovo, il quale si fece promotore di altre provvide iniziative, tra cui l’istituzione di enti di assistenza e di beneficenza e la fondazione a Borgo San Donnino del civico ospedale. Dopo la prima sacra visita pastorale egli non ne intraprese altre. Ragioni varie lo impedirono. Tra queste, il generale fermento di ribellione delle potenze cattoliche e protestanti d’Europa contro la Chiesa: una tale situazione, che tenne sotto durissima pressione l’autorità centrale della Chiesa, paralizzò in parte l’attività dei vescovi. Ciò potrebbe dunque spiegare l’apparente inoperosità del Bajardi nel periodo maggiore del suo episcopato. Vi contribuì d’altronde un’infermità ai piedi che lo afflisse per anni e che, convertitasi in cancrena, lo portò anzitempo alla tomba. Alla morte del vescovo piacentino Pietro Cristiani, papa Clemente XIII intendeva trasferire a suo successore il Bajardi. La promozione non ebbe tuttavia luogo e il particolare conferma quanto fosse caotica la situazione in quel tempo. Il Gabinetto ducale voleva infatti al vescovado piacentino il conte Ferdinando Scotti, sicché tra i due candidati la cosa si risolse solo con l’elezione di un terzo, che fu scelto nella persona di monsignor Alessandro Pisani, il quale prese possesso di quella sede nell’agosto 1766. Una spina nel cuore rappresentò per il Bajardi l’espulsione da Borgo San Donnino e da Busseto, nel febbraio 1768, dei Gesuiti, che egli molto amava e stimava. Il Bajardi fu prelato di grande fede, che si esprimeva nella sua umiltà e semplicità. Le sue lettere pastorali sono un richiamo costante alla sfera soprannaturale. Anche la sua morte fu esemplare. Immobilizzato a letto, pur tra gli spasimi delle carni martoriate, sopportò con cristiana fortezza, raccogliendosi in lunghe meditazioni. La salma del Bajardi, per espresso desiderio dell’estinto, venne sepolta nello scurolo della Cattedrale, fuori del cancello del presbiterio presso il muro attiguo alla cappella del Santissimo Sacramento. Nella cripta del tempio, nel mezzo della parete di sinistra, una lapide collocata per interessamento di Caterina Kuhnin, vedova del fratello, conte Leonardo Bajardi, reca la seguente iscrizione: Hieronimo comiti Bajardo Patricio parmensi Ecclesiae fidentinae episcopo quartodecimo Ingenio vigilantia eruditione pietate Nemini secundo Liberali in ecclesiam ipsam beneficentia Sincera erga inimicos charitate Ac magnanima acerrimarum diuturnarumque Animi corporisque aerumnarum tolerantia Cum paucis comparando Qui annos natus LXIII.M.VI.D.XIIX kal. sept. an salutis MDCCLXXV. Muneribus pastoris optimi expletis E sacra hac. Ad aetheream beatam evectus sedem Aeternum sui desiderium Reliquit Leviro benemerentissimo Catharina Kuhnin Hoc con querenti animo posuit Monumentum.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 37-41.

Parma 12 febbraio1584-1674
Figlio di Camillo e Maddalena. Il 18 dicembre 1620 fu creato conte palatino e miles auratus dal duca Ranuccio Farnese. Nel 1624 fu Auditore generale dello Stato di Busseto. Militò come capitano degli archibugieri a cavallo al servizio di Ranuccio e Odoardo Farnese. Si distinse nella guerra contro la Spagna, nell’intervento di Odoardo Farnese a fianco della Francia. Fu creato conte di Terenzo con Lesignano e Goiano (15 gennaio 1648) assieme ai figli e loro discendenti maschi.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 473; A. Valori, Condottieri, 1940, 20.


Parma 7 settembre 1705-1772
Figlio di Artaserse, discendente da quel Giulio che nel 1624 fu Auditore generale dello Stato di Busseto, e Domenica Marianna Scotti. Fu educato nel Collegio dei Nobili di Parma tra il 1710 e il 1720. Si appassionò alle buone lettere, agli studi filosofici e alle arti, tanto da acquistare notevole rinomanza. Ascritto come accademico d’onore all’Accademia delle Belle Arti di Parma, istituita da Filippo di Borbone, il primo ragionamento che vi fu letto pubblicamente fu un suo lavoro. Egli lo recitò il giorno 12 novembre 1758 nell’occasione della consegna del premio del nudo. Fu ricordato con lode come poeta latino e italiano, e come buon filosofo (Minerva, 1772, n. 44). Il conte A.G. Rezzonico lo pose nel suo Musarum Epinicia (f. 69) tra quei dotti Parmigiani a cui soleva far rivedere i suoi lavori letterari, prima di darli alle stampe. Fu ascritto alla Colonia degli Arcadi di Parma col nome di Mennone Peleo o Pellejo. Fu inoltre Gentiluomo di Camera dei duchi Filippo e Ferdinando di Borbone, poi ebbe la carica di gran tesoriere con la nomina di senatore di gran croce dell’Ordine Costantiniano. Il Bajardi appartenne a quel folto stuolo di mediocri poeti, che faceva corona al Frugoni e che serviva a rendere più viva la luce non contrastata di quest’ultimo. Le sue moltissime poesie auliche e adulatrici sono sparse in infinite raccolte. Sposò prima Anna Barbara dei marchesi Melilupi di Soragna, morta nel fiore degli anni, e poi Dorotea Ranuzzi Quaranta di Bologna, avendone complessivamente tredici figli.
FONTI E BIBL.: A. Pezzana, Memorie degli scrittori e letterati, IV, 1853, 165-166; G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 35; Palazzi e casate di Parma, 1971, 302.


Parma 1748/1756
Gesuita. Fu rettore del Collegio dei Nobili di Parma dal 1o gennaio 1748 al 15 dicembre 1756.
FONTI E BIBL.: G. Capasso, Collegio dei Nobili, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1901.


Parma 1489/1517
Letterato e giurista, fu pretore di Mantova nel 1489. Fu dottore in entrambe le leggi, e già insignito di ordine equestre assai prima che l’imperatore Massimiliano l’anno 1503 lo creasse, con diploma d’onore, Conte Palatino (probabilmente ne era stato insignito da Lodovico il Moro, duca di Milano). Il Privilegio originale di Conte Palatino, dato in Augusta il giorno 13 novembre 1503, indirizzato honorabili nostro, et Imperii Sacri fideli dilecto Jacobo Bayardo Equiti aurato, et Doctori, Sacri Lateranensi Palatii, Aulaeque nostrae et Imperialis Consistorii Comiti Palatino conferma al Bajardi, e ai discendenti l’uso dell’arme solita, videlicet scutum, in cujus area albi coloris caput equi cum cervice rubei, cum freno nigri coloris collocatum est. Inoltre a dette arme si aggiunge ornamento, per liberalità del Monarca, videlicet quod in galeae summitate albis et rubeis tentis redimitae Aquila nigra alis expansis, pedibusque protensis cum linea aurea sive crocea per medium alarum protensa imposita sit. Il Bajardi fu soggetto molto ragguardevole e onorato in patria, tanto che al tempo del governo francese fu inviato talvolta oratore a Milano per importanti faccende. Quando la città di Parma si diede al pontefice Giulio II, e mandò oratori a Roma nel 1512, scelse tra questi il Bajardi, che alla presenza del Papa recitò una eloquente e dotta orazione, la quale si trova stampata con questo titolo: Magnifici Domini Jacobi Bayardi Juris Utriusque Doctoris, Equitis, et Comitis Parmensium Oratoris ad Beatissimum Julium secundum Pontificem maximum optimum Oratio habita in deditione Urbis Parmae (in 4o, senza note tipografiche). Paride Grassi nei suoi Diarj ceremoniali narra che il Bajardi entrò in discordia con Antonio Bernieri, anch’egli desideroso di tenere l’orazione alla presenza del Papa, e che la controversia fu sedata dal Papa stesso nell’escludere il Bernieri, perché già partigiano dei Francesi. Il Bajardi viveva ancora nel 1517, quando tenne a battesimo Luigi Borra.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, 1791, III, 160-162; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 473.


Parma 6 luglio 1723-1744
Figlio di Artaserse e Anna Maria Scotti, fu Gentiluomo di camera di Enrichetta d’Este alla sua corte di Borgo San Donnino, dopo il terzo matrimonio della Duchessa col Margravio di Assia-Darmstadt. Fu inoltre centurione delle legioni della Casa Imperiale d’Austria.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 41; Palazzi e casate di Parma, 1971, 302.


Parma 15 dicembre 1841-1945
Figlio di Artaserse e Clementina Rossi, fu volontario a diciassette anni nella guerra del 1859. Fu ferito nella battaglia di San Martino e, conseguita la nomina di ufficiale, fu uno dei primi insegnanti della Scuola Militare di Modena. Una volta in pensione, coprì varie cariche pubbliche a Parma e a Desio.
FONTI E BIBL.: Palazzi e casate di Parma, 1971, 303.


Parma 11 giugno 1488-post 1534
Figlia di Andrea e Caterina, fu pure ella amante dell’arte. Assieme al fratello Francesco Maria, commise al Parmigianino nel 1534 la famosa tavola della Madonna detta del collo lungo, poi collocata nella Regia Galleria di Firenze. Sposò nel 1505 Francesco Tagliaferri.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 473.

BAJARDI MERCURINO, vedi BAJARDI MERCURIO

Parma 1535/1583
Figlio di Simone, appartenne al casato dei Bajardi di Parma i cui esponenti si dedicavano all’oreficeria. Fu allievo di Girolamo Mazzola Bedoli e buon dilettante di pittura, pittore ornatista e di architetture, secondo il giudizio di Scarabelli Zunti. Zani lo chiama erroneamente Barnardi. Il 31 luglio 1560 è citato in un rogito (c. 21 del III volume di Scarabelli Zunti). Il 29 giugno 1566 fu pagato dal Comune di Parma per aver dipinto archi trionfali e stemmi su carta e tela, realizzati in occasione dell’arrivo di Maria di Portogallo, sposa di Alessandro Farnese (Archivio di Stato di Parma, Archivio Comunale, Ordinazioni comunali, 29 giugno 1566). Il 12 maggio 1568 dipinse a monocromo le lesene interne della chiesa della Steccata con immagini allegoriche, Sibille e probabilmente Profeti. Il programma iconografico e il suo significato non sono noti. Da una lettera di Francesco Farnese del 28 gennaio 1669 si evince che nel XVII secolo gli affreschi del Bajardi furono restaurati da Seghizzi, quadraturista bolognese, che intervenne pesantemente sulla decorazione, tanto da non permettere di riconoscere lo stile del Bajardi. Il 13 maggio 1573 la madre del Bajardi pagò un debito ai coniugi Ottavia Bajardi e Luca Vezzani. Nel 1574, sulla casa di un amico, il Bajardi dipinse ad affresco una Madonna con Bambino e San Francesco, poi trasportata nella chiesa di Santa Maria del Quartiere dai frati francescani del Terz’ordine, perché ritenuta miracolosa. Il 14 gennaio 1577 e il 7 agosto 1581 il Bajardi fu testimone ad atti notarili (ASPR, rogito di Giovanni Alberto Rocca e di Marcantonio Foxio), così come l’8 agosto 1583 (Archivio Notarile, notaio Turchetti, filza 3). Durante gli scavi archeologici condotti nel 1547 per volontà del cardinale Alessandro Farnese furono rinvenute le tavole dei Fasti, studiate dal Panvinio, il quale intendeva pubblicarle. Il Farnese mise a disposizione del Panvinio tre amanuensi e il Bajardi. I Fasti vennero pubblicati a Venezia (cfr. Archivio Storico per le Province Parmensi).
FONTI E BIBL.: F. Grisenti, Breve relazione intorno all’origine della Sacra Immagine di Santa Maria del Quartiere, Parma, 1699, 20; E. Scarabelli Zunti, IV, cc. 182 r. e v. e c. 19; A. Sanseverino, Dizionario pittorico, ms. 173, c. 55 v.; A. Ravazzoni, mss. 1599, cc. 154, 176 (mss. conservati presso la Soprinútenúdenza ai beni artistici di Parma); L. Bertoluzzi, Nuoúvisúsima guida, Parma, 1830, 154-176; E. Allodi, Seúrie cronologica dei vescovi di Parma, Parma, 1856, II, 155; G.B. Janelli, Dizionario biografico di Parúmigiani illustri, Genova, 1887, 83; L. Testi, in Santa Maria della Steccata, 1982, 186 e sgg.; Künstler-Lexikon, 2, 364; Il mecenatismo dei Farnese, in Archivio Storico per le Province Parmensi, 1942-1943, 161; Bénézit, 1, 342; U. Galetti-E. Camesasca, Enciclopedia della pittura italiana, 1951, 175; P. Ceschi Lavagetto, in Santa Maria della Steccata, Parma, 1982, 212-218; V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 473; Guida d’Italia del T.C.I., Emilia Romagna, Milano, 1957; Dizionario Bolaffi pittori, I, 1972, 290; Archivio Storico per le Province Parmensi XLVI, 1994, 308-309.


Calestano 1430/1482
Figlio di Parente. Fu fatto notaio nell’anno 1430. Il Bajardi fu anche castellano della Rocca di Corniglio, e si arrese ai Fieschi nel 1482.
FONTI E BIBL.: M. De Meo, in Gazzetta di Parma 10 novembre 1997, 5.


Parma XVII secolo
Insegnò filosofia all’Università di Parma. In una orazione pronunciata per la pubblica discussione di tesi, esaltò la filosofia, che come tutte le discipline richiede assiduità e meditazione, nonché critica degli errori provenienti dai sensi ed esame delle opinioni antecedenti. Il loro esame infatti mette in risalto come al vero sia congiunto il falso. Multo facillime, clarissimequae deducere possumus grazie all’esperienza impegnata rettamente, mettendo sopra a essa intelligentiae vim admirabilem che, nonostante la presenza di oscurità, negazioni e contrasti di concezioni, stimola la scienza mitigando le difficoltà. Soltando le continue dispute filosofiche quindi devono giudicarsi validi strumenti per la ricerca scientifica finalizzata unicamente al conseguimento delle scoperte. Apportando delle critiche ad Aristotele per l’incompiutezza e l’erroneità della sua teologia contenuta nella metafisica, afferma l’impossibilità di qualsiasi costruzione sistematica, da lui paragonata a un tempio senza la connessione con Dio honorum omnium auctore. Suo assistente fu il professore Ferrante Capua Napoletano.
FONTI E BIBL.: C. Antinori-M.C. Testa, Università di Parma, 1999, 158 e 159.


Parma 1718
Figlio di Artaserse, e fratello di Giulio e di Girolamo. Nel 1718 fu militare nell’esercito del Re di Napoli, e ottenne successivamente i gradi di capitano del Reggimento Dragoni Borbone, poi quello di colonnello di cavalleria.
FONTI E BIBL.: G.B Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 35.


Parma ante 1558-Pavia post 1568
Vissuta nel secolo XVI, celebrata da tutti i poeti del suo tempo, non rimane di lei alcuna notizia biografica, per quanto gli studiosi abbiano frugato negli archivi della famiglia pavese Beccaria, alla quale appartenne il premortole marito, e in quelli dei Bajardi, nelle loro residenze di Parma e di altre città. La sua fama di celebrata poetessa giunse ai posteri soltanto attraverso le rime dei suoi moltissimi cultori, appartenenti all’Accademia degli Affidati, che era allora nel suo maggiore fiorire e una delle migliori d’Italia. Alessandro Farra (Desioso), Giovan Filippo Gherardo (Affetútuoso), Giovan Battista Brembato (Gersone), Filippo Zaffiri e molti altri la esaltarono con carmi adoranti. Fu inoltre celebrata da Bartolomeo Arnigio in un raro libretto intitolato Lettera, Rime, et Oratione dell’Arnigio in lode della bellissima e gentilissima Signora Ottavia Bajarda (in 4o, 1558). Lodovico Domenichi, esaltandola, la disse celebrata da tutte le lingue, e da tutte le penne (Della Nobiltà delle Donne, libro V, carta 264). Oltre ai suddetti, primo e più ampio tributo le fece l’accademico Giovan Filippo Binaschi (Endimione). Dalle rime di questo poeta si ha nozione della esaltante bellezza e della mente illuminata e gentile della Bajardi. Le rime degli accademici Affidati vennero stampate nel 1565, e le rime di Giovan Filippo Binaschi furono edite una prima volta da Aureliano Beccaria nel 1568 e una seconda volta nel 1589.
FONTI E BIBL.: L. Domenichi, Nobiltà delle donne illustri; I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati, IV, 1743, 257; A. e A. Spinelli, Di Giovanni Filippo Binaschi e di Ottavia Bajarda Beccaria, Milano, 1884 (vi si trovano versi italiani e latini e lettere dirette alla Bajardi); F. Orestano, Eroine, 1940, 32.


Parma 10 giugno 1694-Roma 7 marzo 1764
Nacque dal conte Paolo Camillo, appartenente a famiglia assai legata ai Farnese. Abbracciò lo stato ecclesiastico nel 1717 e si addottorò nel 1720 in filosofia e giurisprudenza. Mostrò largo interesse allo studio delle antichità, della matematica e dell’astronomia, ma, a quel che poi si vide, amò soprattutto far pompa della sua cultura sugli ascoltatori. Fu dapprima canonico della Cattedrale di Parma. Poco dopo lo si trova a Roma ove iniziò la sua carriera ecclesiastica: fu prelato domestico di papa Clemente XII, protonotario apostolico, referendario delle Due Segnature, consultore dei Riti. Clemente XII, il 16 ottobre 1730, ebbe ad Albano un colloquio col Bajardi: questi asseriva di poter sistemare tutta la cronologia ecclesiastica con i suoi quaranta volumi, già pronti (ma che non furono mai pubblicati) sull’argomento. Nel 1731 era ancora a Roma (lettera al marchese A. Capponi: Vatic. Cappon. 277, f. 207). Nel 1733-1735 fu in Spagna, presso la regina Elisabetta Farnese, per la quale scrisse alcune Laudes della Vergine. Sicuramente nel 1737 era di nuovo in Italia, come risulta dalla dedica a lui dell’Astrosophiae numericae supplementum di A. Capelli. Fu anche governatore di Narni e poi di Benevento (1739-1741) per conto della Santa Sede, e sembra che reprimesse con accortezza ed energia la sommossa beneventana del 25 gennaio 1741 (A. Zazo, Monsignor Ottavio Antonio Baiardi governatore di Benevento e la sommossa del 25 gennaio 1741, in Samnium XIV 1941, pagine 183-185). In questa circostanza, come pure negli anni successivi, il Bajardi dispiegò grande zelo a favore del Regno di Napoli: diede consigli a Carlo di Borbone alla vigilia della battaglia di Velletri (1744) e per l’adesione al trattato di Aranjuez (1745), e, in generale, curò presso la Santa Sede gli interessi di Carlo di Borbone durante la guerra di successione austriaca. A titolo di compenso Carlo di Borbone concesse al Bajardi la pensione dell’abbazia di Roccamadore in Sicilia. Recatosi a ringraziarlo (giugno 1746), il Bajardi, per la gran fama di dotto ma più forse per l’interessamento di G. Fogliani d’Aragona, suo cugino e ministro di Carlo di Borbone, ebbe l’incarico di illustrare i monumenti di Ercolano che proprio in quegli anni tornavano alla luce. Il Bajardi, al quale non si lesinarono i mezzi, si pose al lavoro tra le gelosie e le invidie dei dotti napoletani: in un primo tempo frequentò abbastanza assiduamente gli scavi, ma poi, specialmente dopo il 1750, diradò di molto le sue visite per non aggravare l’asma di cui soffriva. Lavorò sepolto tra i suoi libri con un ristrettissimo numero di collaboratori, conoscitori magari dell’ebraico e dell’arabo, ma, come lui, del tutto ignoranti di archeologia. Per di più il Bajardi, attizzando maggiormente l’ostilità dei dotti d’ogni paese, cercò d’impedire che altri pubblicasse alcunché sugli scavi d’Ercolano, riuscendo per esempio, con l’aiuto di Carlo di Borbone, a ritardare la pubblicazione della Descrizione delle prime scoperte di M. Venuti, pronta dal 1747. Alla prova dei fatti il Bajardi si rivelò il più insulso e ridicolo uomo che abbia mai lasciato memoria di sé negli atti della scienza (D. Comparetti-G. De Petra, La villa ercolanese dei Pisoni, Torino, 1883, pagina 59). Infatti i cinque grossi tomi del Prodromo delle antichità di Ercolano (Napoli, 1752, ma i tomi III-V, sebbene rechino la data del 1752, furono pubblicati in realtà nel 1756), di complessive XLVIII-2678 pagine, dopo un’introduzione fortemente polemica nei riguardi dei suoi avversari, non contengono null’altro che discettazioni metrologiche, cronologiche, sui vari Ercoli (greco, egizio, tirio, ecc.) e soprattutto la narrazione verbosa delle prime sette fatiche d’Ercole, eponimo di Ercolano: Schade um das schöne Papier notava il Winckelmann (Briefe, I, pagina 160). Via via che uscivano, i tomi del Prodromo suscitarono tra i dotti di Napoli e di tutta Europa, più ancora che delusione, sdegno, sarcasmo e perfino feroci epigrammi: il Winckelmann definì il Bajardi una stupidissima bestia (erzdummes Vieh: lettera del 25 luglio 1755 a H.D. Berendis, in Ausgew. Briefe, Leipzig, 1925, pagina 148). Il Bajardi cercò malamente di difendersi sia nel V tomo del Prodromo (pagine 2119 ss.), sia nel primo volume del Catalogo degli antichi monumenti dissotterrati dalla discoperta città di Ercolano (Napoli, 1755), in cui, tuttavia, riconosce che tutto il mondo grida, strepita, smania per il ritardo di un’adeguata illustrazione dei reperti archeologici. Comunque B. Tanucci, succeduto frattanto al Fogliani, pensò bene di affidare l’illustrazione dei monumenti all’Accademia Ercolanese, costituita appunto a questo scopo (13 dicembre 1755), che di fatto curò i successivi volumi del Catalogo (quello curato dal Bajardi non è che un’introduzione). Il Bajardi, pur nominato per riguardo tra gli accademici, comprese che era meglio andarsene, e con una lettera al Tanucci (4 maggio 1756), lagnandosi del proprio stato di salute, promettendo di scrivere altri due tomi del Prodromo (che poi non scrisse) e mendicando l’appoggio di Carlo di Borbone per ottenere un beneficio ecclesiastico, chiese il congedo: desiderio che fu prontamente esaudito. Si ritirò a Roma, ove fu subito preso da un altro grandioso progetto: un compendio di storia universale (Breviarium temporum) in dodici volumi. Credette di essere già a buon punto essendo riuscito a determinare il sito esatto ove Dio, all’atto della creazione, aveva fissato il Sole. Questo sito mostrò, infatti, su un globo al Barthélemy che lo visitò sia a Napoli sia a Roma e sembrava ritenerlo superiore alla sua cattiva fama (il devroit se contenter de parler et de ne pas écrire. Sans son Prodrome, il seroit plus estimé car il sait et sait beaucoup). Da ultimo il Bajardi chiese e ottenne da papa Clemente XIII un vescovado in partibus: gli fu concesso l’arcivescovado di Tiro (16 febbraio 1761). Morì a Roma e fu sepolto in San Pantaleo. Oltre le opere ricordate, e prescindendo da alcune altre minori, il Bajardi stampò, durante il suo soggiorno in Spagna, dedicandole a Elisabetta Farnese, Beatae M.V. sine labe conceptae panegyricus (Siviglia, 1735) e Beatae M.V. sine labe originali conceptae singulis horis dicendae laudes (Lisbona, 1735). Non è sicuro che siano state effettivamente stampate le Lettere erudite al cardinale A.M. Querini, che dovevano pubblicarsi a Napoli nel 1755: comunque sarebbe l’unico volume pubblicato dei sei promessi. Il Barthélemy, che lasciò un saporoso quadro del Bajardi (Voyage d’Italie, Paris, 1802, pagine 53 ss., 125 ss., 312 ss., 409 ss.), ricorda di aver visto presso il Bajardi un trattato sulla filosofia di Newton e numerose poesie latine, inedite, alcune delle quali dovette ascoltare per forza.
FONTI E BIBL.: La vita del Bajardi, se si eccettua il decennio napoletano, è scarsamente nota: si veda soprattutto A. Pezzana, Memorie degli scrittori parmigiani raccolte dal padre I. Affò, VII, Parma, 1833, 157-165. Sul decennio napoletano: G. Gastaldi, Della regia Accademia Ercolanese, Napoli, 1840, 32 s., 91 s.; G.M. Allodi, Serie cronologica dei vescovi, II, 1856, 384; F. Bernabei, Gli scavi di Ercolano, in Memorie dell’Accademia dei Lincei, Classe di scienze morali, 1878, 760 s.; M. Schipa, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, II, Milano-Roma, 1923, 42 s., 207, 229, 232 ss., 274; C. Jus, Winckelmann und seine Zeitgenossen, Leipzig, 1926, II, 240 s., 248, 394, e III, 419; A. Schiavi, Diocesi di Parma, 1940, 273; E.C. Corvi, Untergang und Auferstehung von Pompeji und Herculaneum, München, 1944, 157 s., 166 ss.; G. Castellano, Mons. Ottavio Antonio Bajardi e l’illustrazione degli scavi di Ercolano, in Samnium XVI-XVIII, 1943-1945, 65-86, 184-194 (assai ben documentato: vi si tenta una rivalutazione, peraltro impossibile, del Bajardi); J.J. Winckelmann, Briefe, I-IV, Berlin, 1952-1957, passim. Sulla sua nomina ad arcivescovo di Tiro v. R. Ritzler-I. Sefrin, Hierarchia catholica medii et recentior aevi, VI, Patavii, 1958, 423; L. Moretti, in Dizionario biografico degli Italiani, V, 1963, 284.


Parma XVI secolo
Orefice, figlio di Giberto. Visse nel XVI secolo.
FONTI E BIBL.: A.M. Bessone, Scultori e architetti, 1947, 36.

BAJARDI PALOMINO, vedi BAJARDI PALAMINO

Parma 1800-post 1824
Sottotenente, fu fatto prigioniero durante la guerra di Spagna e internato nel deposito di Montpellier, dove si trovava rinchiuso il 17 marzo 1824.
FONTI E BIBL.: S. Carbone, Rifugiati italiani in Francia, 1962.

BAJARDI PAOLO CAMILLO
Parma 1650
Figlio di Giovanni Battista, fu cavaliere di somma cultura, ajo dei principi Francesco e Antonio Farnese. Fu in seguito Capocaccia generale dello Stato. Sposò Virginia Bravi, dei conti di Viarolo, titolo che passò ai Bajardi, essendo ella l’ultima della sua casata.
FONTI E BIBL.: G.B. Janelli, Dizionario biografico dei Parmigiani, 1877, 33; Palazzi e casate di Parma, 1971, 302.

BAJARDI PAOLO CAMILLO
Parma 1821/1848
Prese parte ai moti del 1821 e alla campagna del 1848, distinguendosi per azione e senso patriottico.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 472.

Parma 1296/1309
Nel 1309 si trova ricordato assieme al padre Ugo perché scelto dal canonico Ottobono Rossi a suo esecutore testamentario. Il Bajardi fu assai reputato in patria e fuori, e sin dal 1296 era stato creato abate di Leno di Brescia.
FONTI E BIBL.: V. Spreti, Enciclopedia storico nobiliare, I, 1928, 472.

Parma-9 marzo 1734
Contessa, sposò il marchese Pallavicino Carissimi. Fu vice priora della Compagnia del Sant’Angelo Custode in Parma.
FONTI E BIBL.: G. Negri, Compagnia Sant’Angelo Custode, 1853, 51.

BAJARDI VITTORIA, vedi CANTELLI VITTORIA

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