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Dizionario biografico: Babboni-Badordi

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BABBONI-BADORDI

Parma 1746-Langhirano 1830
Chirurgo. Dal 1798 figura chirurgo a Borgotaro e nel 1809 fu chirurgo ordinario di quell’Ospedale Civile. In quell’anno volle abbandonare il posto, e la Commissione Amministrativa dell’Ospedale pensò che la causa di un tal divisamento sia la morosità incontrata in più individui che lo obbligarono di corrispondere un’annua certa somma, senza che in effetti poi l’abbiano sin qui corrisposta onde saldare le obbligazioni assunte verso il Medico e Chirurgo, e cercò di persuaderlo a restare. Morì in Langhirano, dove si era ritirato negli ultimi anni della sua vita.
FONTI E BIBL.: U.A. Pini, Vecchi medici, 1960, 26.

BABINI MARIANNA, vedi D’ALAY MARIANNA


Parma 1390
Viveva nel 1390 a Padova, dove studiò diritto civile.
FONTI E BIBL.: Gloria, Monumenti, II, 579; Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 13.

Pellegrino 1680
Fu Commissario di Pellegrino nell’anno 1680.
FONTI E BIBL.: A. Micheli, Giusdicenti, 1925, 13.

Guastalla 1790 c.-Vera Cruz 1855 c.
Si ritiene che avesse percorso la carriera militare nell’esercito napoleonico, dato che nell’anno 1822 ebbe il grado di Capitano Contabile nel Reggimento Maria Luigia di Parma, dove erano stati accolti molti parmigiani licenziati dal Governo francese. Il Bacchi visse insieme con il padre, di condizione agiata, in Parma. Amico del maggiore Berchet, gli fu compagno nella cospirazione politica, ma, più avveduto di lui, riuscì a porsi in salvo quando, avvisato da una amica, Clara Arcelli, seppe di esser caduto in sospetto e di dover essere di lì a poco carcerato. La sua fuga fu sollecita, ma non né è rimasta memoria come e per che via riuscisse a mettersi in salvo. Pare però che si sia rifugiato a Marsiglia, e lì, forse sotto falso nome, si sia dedicato al commercio. Durante il suo esilio infatti, amici del Bacchi provvidero ainviargli, su sua richiesta, i modelli di alcune macchine adoperate a Parma per industrie speciali. Passati alcuni anni in Francia e messo insieme il carico per una nave mercantile, il Bacchi navigò alla volta del Messico con la speranza di farvi buoni affari. Infatti, venduto quanto aveva portato dall’Europa, comperò altre mercanzie, che caricò sul Piccolo Anacarsi, e salpò da Vera Cruz per toccare il porto di Bordeaux. Ma durante la traversata venne colto da febbre gialla e morì. La sua salma fu gettata in mare, e il carico del valore di sessantamila franchi, fu depredato.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmigiani, 1904, 331-332.

Parma 1831
Avendo partecipato ai moti del 1831 in Parma, fu indagata con la seguente motivazione: cooperò col figlio Lanfranco all’introduzione in città delle bande armate de’ Contadini nel dì 13 febbraio. Partecipò alle aberrazioni politiche del figlio Lanfranco, ed ora vive di maniera insignificante. Visita e sorveglianza.
FONTI E BIBL.: O. Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 134.


Guastalla 23 agosto 1775-Parma 1860
Nell’ottobre 1812 istituì nella città natale una banda filarmonica, della quale fu il direttore. Dopo gli studi giuridici a Parma, intraprese la professione notarile, che fu interrotta bruscamente a causa della sua appartenenza a una società segreta, di cui fu imputato nei processi seguiti ai fatti del 1821. Esiliato a Londra, dovette adattarsi prima a insegnare l’italiano e il francese, poi a entrare in una compagnia di suonatori e cantanti girovaghi. Conobbe Ugo Foscolo, di cui fu segretario. Dopo molti anni ritornò a Guastalla e poi a Parma, dove tentò nuovamente, senza grandi successi, di riprendere la pratica notarile.
FONTI E BIBL.: E. Casa, Carbonari parmigiani e guastallesi, Parma, 1904; G. Scaramella, in Dizionario del Risorgimento Nazionale, Milano, 1930; F. Ercole, Uomini Politici, 1941, 81; Enciclopedia di Parma, 1998, 98.


Parma-Parma 15 settembre 1870
Cadetto del reggimento, fu indagato in seguito ai moti del 1831 in Parma, con la seguente motivazione: Si mostrò assai caldo per l’indipendenza e merita sorveglianza. I titoli addebitatigli nell’elenco non si avrebbero che per incidenza e d’altronde la condotta in genere di costui non emerge pregiudicata. Visita e sorveglianza. Alla patria il Bacchi consacrò la costanza dei suoi propositi liberali, e la servì compilando due giornali politici, nel 1848 e dal 1859 in poi. Come medico, si arruolò nel 1849 nelle milizie Sarde. Fu poi costretto ad esulare in Piemonte.
FONTI E BIBL.: Il Patriota 16 settembre 1870, n. 254; Sitti, Il Risorgimento italiano, 1915, 398; Masnovo, Patrioti del 1831, in Archivio Storico per le Province Parmensi 1937, 145; F. da Mareto, Bibliografia, I, 1973, 32.

Parma 1731
Letterato e arcade, ricordato nell’anno 1731.
FONTI E BIBL.: F. da Mareto, Indice,1967, 74.

Parma 18 settembre 1843-post 1868
Figlio di Angelo. Fu soldato nel 1° Reggimento, 1a Brigata, 18a Divisione dell’Esercito meridionale dei Mille di Marsala, dove sbarcò l’11 maggio 1860, e fece tutta la campagna fino al Volturno. La sua carriera seguì le seguenti tappe: Caporale, 16 giugno 1860; Sergente, 11 novembre 1860; congedato per Regio Decreto 11 novembre 1860; Soldato del 5° reggimento artiglieria, 1 dicembre 1863; Cannoniere di 1a classe, 1° maggio 1867; congedato, 13 febbraio 1868.
FONTI E BIBL.: I Mille di Marsala, estratto dai ruolini della prima spedizione in Sicilia, dall’Unità Italiana, Milano, s.a.; Illustrazione Italiana, numero speciale dedicato ai Mille, a. XXXVII 1919, vol. I, 418; P. Schiarini, Mille nell’Esercito, 1910, 24; A. Ribera, Combattenti, 1943, 42.

Borgo San Donnino 1739
Falegname, operante con uno o più fratelli, artefice nel 1739 di un armadio, in collezione milanese, segnato: Preso a’ Borgo S. Donino d... s.ri Bachini, Comprato il detto Cardenzone li 20 Aprile 1739, Costa L. 250 Moneta di Parma, Tolto dà mè Giuseppe Gravaghi.
FONTI E BIBL.: Il mobile a Parma, 1983, 258.

Parma 1584
Dottore in teologia, canonico nel 1584 a Bologna.
FONTI E BIBL.: Alidosi, Canonici di Bologna, 41; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 32.

BACCHINI BENEDETTO, vedi BACCHINI BERNARDINO

Borgo San Donnino 31 agosto 1651-Bologna 1 settembre 1721
Nacque da Alessandro e Giovanna Martini, di onesta ma impoverita famiglia. Passò l’infanzia e la giovinezza a Parma e fu educato dai locali gesuiti. A sedici anni entrò nel monastero benedettino di San Giovanni Evangelista e vi professò col nome di Benedetto il 21 agosto 1688. Suo maestro di filosofia fu padre Maurizio Zappata, ammiratore del Gassendi e antiquario, di cui pare che il Bacchini riordinasse i Notabilia rerum Parmensium (o Notitia ecclesiarum Parmae) in vista di una pubblicazione, poi non avvenuta, dopo la morte dell’autore nel 1709 (vedi Benedictina XII 1958, pagina 95). Teologia il Bacchini studiò con Epifanio Desu. Ma già allora impaziente di filosofia scolastica si interessò soprattutto di storia ecclesiastica. Nel 1675 divenne sacerdote e cominciò a insegnare umanità e retorica. Malato di esaurimento, nel 1676 venne trasferito alla dipendente badia di Torrechiara, dove riuscì a distrarsi studiando musica. Guarito, passò nel 1677 al monastero di San Benedetto a Ferrara come segretario dell’abate Angelo Maria Arcioni, poeta e architetto, parmense anch’egli. Seguì poi l’Arcioni ad Arezzo e nel 1679 a Piacenza, e dell’Arcioni, allora eletto presidente della Congregazione cassinese, fu il braccio destro. La sua prima produzione stampata sembra sia un barocchissimo sonetto per Ferrante Gonzaga duca di Guastalla, posto avanti la Istoria della Città di Guastalla di G.B. Benamati (Parma, 1674). Di questi anni può essere che sia il grosso Cartulario del Monastero della Pomposa colla Cronologia dei Papi, Re, Imperatori ed Abbati dal X secolo a tutto il XIV, che si conserva autografo tra i mss. Morbio (n. 29) della Biblioteca Braidense di Milano. Il manoscritto venne in mano di C. Morbio dopo che già aveva scritto sulla Pomposa nelle Storie dei Municipi Italiani, (I, 2a edizione, Milano, 1840). In verità Placido Federici (Rerum Pomposianarum Historia, I, Romae, 1781, p. XVI), asserisce che il cartulario fu redatto dal Bacchini poco prima della morte nel 1720, ma ci sono varie ragioni, non ultima la scrittura del Bacchini, per dubitare di data così tarda (si cfr. P.F. Kehr, Italia Pontificia, Berolini, 1911, V, pagina 179, e anche D. Balboni, in Benedictina VIII 1954, 289-300). La questione rimane sub iudice. Il Bacchini si fondò in ogni modo sulle carte della Pomposa che si conservavano nel monastero di San Benedetto di Ferrara. In quegli anni 1675-1683 il Bacchini ebbe soprattutto fama d’oratore. Nel 1679 fu designato a recitare l’orazione funebre della madre del Duca di Parma: l’Orazione Epicedica per Madama Serenissima Margherita Medici Farnese fu pubblicata nello stesso anno a Piacenza dalla Stamperia ducale di G.B. Bazachi. Il Bacchini predicò a Lucca, Venezia, Padova, Firenze, Milano e Bobbio. E appunto a Firenze nel 1681 strinse la decisiva amicizia con E. Noris e A. Magliabechi. Un volume manoscritto di prediche è conservato dalla Biblioteca Palatina di Parma (H. H. IV, 112, 949). Istruttivo per la tecnica oratoria del Bacchini è il paragonare la predica La libertà politica non essere tale senza il legame triplicato de’ riguardi dovuti al publico, all’anima, a Dio. Predica da dirsi all’Ecc.mo Senato della Repubblica di Lucca con l’altra da dirsi nel Capitolo generale Cassinense in Venezia correndo la quarta domenica dopo Pasqua del 1682. Dopo un breve intervallo con l’Arcioni a Pavia, dove pubblicò nel 1682 per i tipi di C.F. Magri il panegirico Le cagioni e gli effetti dell’unione di San Nicola da Tolentino con Dio, il Bacchini tornò al seguito dell’Arcioni a Parma nel 1683 o 1684. Diventato decano, liberato da impegni di predicazione e segreteria, si concentrò negli studi e ordinò la biblioteca del suo monastero. Riprese lo studio del greco con G.B. de’ Miro, più tardi sub-custode della Biblioteca Vaticana, e iniziò lo studio dell’ebraico con l’ebreo battezzato Ranuccio Costanti. Diventò inoltre consultore della Inquisizione a Parma. Già in rapporto con i maurini, ed evidentemente in profonda simpatia con il loro lavoro, ebbe l’onore e la gioia di ospitare a Parma i padri Mabillon e Germain nel maggio 1686. I tre giorni della visita consacrati in pagine famose del Museum Italicum del Mabillon (I, Lutetiae Parisiorum, 1687, pagine 208 s.) furono importanti per l’attività successiva del Bacchini: ne risultò tra l’altro l’iniziativa della pubblicazione del Giornale dei Letterati di Parma, finanziato dal carmelitano Gaudenzio Roberti, ma scritto quasi interamente dal Bacchini. Il Giornale dei Letterati nacque nel 1686 in un momento di crisi del Journal des Savants, tradizionale portavoce dei maurini: la coincidenza non è forse casuale, ma cessò presto di essere significativa. In Italia il Giornale dei Letterati acquistò subito prestigio e si considerò e fu considerato la continuazione del Giornale dei Letterati di G.G. Ciampini che aveva cessato le pubblicazioni alcuni anni prima: del Ciampini stesso il Bacchini diventò amico. A evitare una interruzione del suo lavoro il Bacchini rinunciò a un trasferimento a Roma nel 1688, e fu nominato teologo del Duca di Parma. Il Giornale nella sua edizione parmense durò dal 1686 al 1690. Diede di preferenza resoconti di teologia, storia ecclesiastica, antiquaria, medicina e matematica: la nuova antiquaria si combina con lo spirito sperimentale galileiano, una combinazione non insolita. In contrasto con il Giornale del Ciampini, è cospicua l’indifferenza per le letterature classiche (edizioni, commenti). Il Giornale di Parma rivela la straordinaria varietà di conoscenze storiche e scientifiche del Bacchini, ma non lascia ancora scorgere una personalità robusta di critico. La stessa produzione originale del Bacchini è incerta e svagata, cosa tanto più strana se si deve attribuire agli anni intorno al 1677 il cartulario della Pomposa, che presuppone precise conoscenze di storia medievale. Due dissertazioni antiquarie, una su una pretesa medaglia di Scipione Africano (pubblicata nel Giornale del 1688, pagine 147-155, e ripubblicata nelle Noivelles del Bayle del gennaio 1689, pagine 35-52, tramite il Magliabechi) e l’altra De sistroru figuris ac differentia (Bononiae, ex Typographia Pisariana, 1691, ristampata dal J. Tolliu, Utrecht, 1696, e poi nel volume VI del Thesaurus del Graevius), non sono più che esercizi. Nel 1688 il Bacchini si fece editore di Helena Lucretiae Corneliae Piscopiae Opera (Parmae, Rosati), per incarico della famiglia dell’autrice, morta nel 1684. La prefazione è un riassunto della biografia della Piscopi scritta da M. Deza nel 1681. Fu poi ristampata in Chr. Bauchiu, Vitae Selectae (Wratislaviae, 1711, pagina 240), ed è lungi dall’illuminare la figura della singolare, dotta e religiosa Veneziana. Più interessante l’edizione principe voluta dal Magliabechi del Dialogus de praestantia virorum sui aevi di Benedetto Accolti (Parmae, Haer. M. Vignae, 1689), a cui il Bacchini premise una vita dell’Accolti. L’opera ha ancora un sapore di polemica contro la corruzione degli ecclesiastici, ed è attestato da Ireneo Affò che il Bacchini dovette trovare un tipografo in Francia. Il Bacchini tradusse dal francese dei Saggi di Anatomia, di anonimo (Parma, Rosati, 1688, più volte ristampati), dopo averli recensiti in Giornale (1686, pagina 76). Inoltre in questi anni attese alla traduzione in latino della classica Histoire des grands chemins de l’Empire Romain di N. Bergier, traduzione che fu tosto resa superflua da quella di H. Chr. Henninius e si trova incompiuta in manoscritto della Biblioteca Estense di Modena (?¿. J. 4. 10). Nelle intenzioni del Bacchini la traduzione doveva essere seguita da un’appendice originale sulle strade antiche di Italia, per cui ancora stava raccogliendo materiale intorno al 1697 (appunti conservati nella Biblioteca Estense, ?¿. K. 3. 7), e di cui gli era stata offerta la pubblicazione nel Thesaurus del Graevius. Appartiene a questo periodo anche una confutazione della genealogia fantasiosa dei Farnese, a partire da Noè, preparata dall’abate Teodoro Damadeno (materiale rilevante nel ms. estense ?¿. K. 4. 1., e Parma, Biblioteca Palatina, ms. 906). Nell’agosto 1689 il protettore Arcioni, abate di San Sisto a Piacenza, morì. Per sfortunata combinazione Vitale Terrarosa, eletto abate di San Giovanni Evangelista a Parma nel 1690, prese a malvolere il Bacchini ormai indifeso, che in quel tempo esercitava le funzioni di economo delle monache di Sant’Alessandro, dopo esserne stato il confessore. Per accuse imprecisate (forse malversazioni) il Bacchini ricevette l’ordine nel 1691 (nel 1690 secondo altre fonti) di lasciare entro tre giorni Parma e ritirarsi nel monastero della Cervara. Ma Simeone Belinzani, abate di San Benedetto di Polirone, ottenne di portarsi il Bacchini nel suo monastero. Il colpo fu grave, e della crisi interiore del Bacchini sono documento i tre dialoghi col morto padre Arcioni, De constantia in adversis, De dignitate tuenda, De amore erga rempublicam Dialogi Tres, poi pubblicati anonimi a Modena (Cassiani, 1692, ristampati, Bois-le Duc, Du Mont, 1698, e Parma, Rosati, 1721). I dialoghi ebbero vasta eco, e meriterebbero analisi di competente nella casistica contemporanea: tutti hanno elementi stoici (si sa che il Bacchini studiò allora Boezio), e il terzo è particolarmente vigoroso nel sostenere il dovere assoluto di occuparsi della propria repubblica (cioè del proprio monastero). A San Benedetto di Polirone il Bacchini concepì una delle sue opere più importanti, l’Istoria del Monastero di S. Benedetto di Polirone nello Stato di Mantova, di cui pubblicò poi il primo e unico volume a Modena (Capponi e Pontiroli, 1696). L’opera, farraginosa e scritta male, ma interamente fondata su ricerche d’archivio, iniziò la revisione a favore del dominio longobardo contro l’opinione del Baronio, e in ciò il Muratori non farà che seguire il Bacchini (cfr. anche Giornale dei Letterati, 1696, pagina 181). Sulla redazione finale del volume, quasi tutto dedicato alle vicende della contessa Matilde e in cui talvolta il monastero di Polirone è perduto di vista, probabilmente influirono gli interessi dinastici degli Estensi, nella cui sfera il Bacchini passò sul finire del 1691 (auspici B. Ramazzini e G. Cantelli), andando a risiedere nel monastero di San Pietro di Modena. Il primo decennio modenese fu il più ricco, produttivo e scopertamente battagliero del Bacchini. Riprese il Giornale dei Letterati nel 1692 ancora a spese del Roberti e dopo la sua morte lo continuò con alcuni collaboratori per le annate 1693 (finita nel 1696), 1696 (stampata nel 1697) e 1697 (stampata nel 1698). Il Giornale è ora sempre più impegnato nel propagare il metodo critico di maurini e bollandisti. Nell’annata 1692 appare la recensione entusiastica del Traité des Etudes Monastiques di Mabillon. Nel 1696, tramite il Magliabechi, il Bacchini si fece il rappresentante del Papebrochius (Papenúbroeck), la cui Responsio contro gli attacchi dei carmelitani egli riassunse pezzo a pezzo tanto da farne l’articolo principale di parecchi numeri. Onori e incarichi furono profferti al Bacchini. Nel 1694, fallita la speranza di diventare professore a Pisa, venne nominato professore di Sacra Scrittura a Bologna, e vi fece qualche lezione fino al 1697. Anche dopo l’Università lo tenne tuttavia tra i suoi lettori absens cum reservatione lecturae. Il duca Francesco II gli diede il titolo di storiografo, e il suo successore Rinaldo lo fece custode della propria biblioteca nel 1697. L’anno prima toccò al Bacchini di preparare la macchina di fuochi di gioia per le nozze di Rinaldo. Nella Biblioteca Estense il Bacchini cominciò a catalogare i manoscritti e vi fece la sua più famosa scoperta, ritrovando il Libro Pontificale di Agnello Ravennate, alla cui edizione e commento dedicò alcuni anni. Il Giornale e le ricerche di storia medievale misero il Bacchini a contatto con molti dotti. Nel luglio 1698 lo visitò l’altro grande maurino B. Montfaucon (Diarium Italicum, Parisiis, 1702, pagina 31; per ulteriore visita, pagina 404). La storia di Polirone gli attirò in particolare la stima del Leibniz che già lo aveva incontrato nella visita a Parma del 1690 (Allgem. polit. u. hist. Briefwechsel, V, n. 316). Giovani accorsero dal Bacchini come a maestro: tra questi ci fu nel 1692 L.A. Muratori che ne ricevette indelebile orientamento scientifico e morale (qui sono essenziali le lettere giovanili di Muratori in Epistolario, I, Modena, 1901). Il suo monastero di Parma lo richiamò per alcuni mesi nel 1697 per il riordinamento della libreria. Ma il culmine di questi anni fu il lungo viaggio, a spese di padre Erasmo Gattola, per visitare nel 1696-1697 Montacassino e poi fermarsi in altre famose abbazie (tra cui Farfa), nonché in Napoli, Roma e Firenze, raccogliendo documenti e ritrovando, o facendo, amici. Il materiale accumulato in quei mesi non fu mai usato in specifici lavori dal Bacchini: egli lo comunicò tuttavia al Muratori (Epistolario, VI, Modena, 1903, n. 2152 dell’8 gennaio 1723). Del viaggio stesso, che per il Bacchini rimase un ricordo felice, esiste un diario parziale nella Biblioteca Palatina di Parma (ms. 951). La buona fortuna cessò poco dopo. La storia di Polirone per imprecisate ostilità non fu più continuata. Un capitolo inedito, così detto libro sesto, che va sino a circa il 1138, si trova autografo nell’Archivio Soli-Muratori alla Biblioteca Estense (riassunto in Rivista storica benedettina I 1906, pagine 248-252). Nel 1698 il Bacchini fu costretto dall’Inquisizione a interrompere la pubblicazione del Giornale: evidentemente la scesa in campo in difesa del Papebrochius alla vigilia della condanna dei suoi Propylaea non gli aveva giovato. Nello stesso anno, più o meno per punizione, fu fatto contro la sua volontà cellerario del suo monastero, e poco dopo dovette interrompere l’attività di bibliotecario del Duca. Il Muratori lo sostituì nel 1700, e le circostanze della sostituzione rimangono poco chiare. I rapporti con il Muratori si mantennero stretti e cordiali, ma forse, a giudicare dalle lettere, non più aperti e confidenziali, come si aspetterebbe tra maestro e discepolo. Delle prime esperienze del Bacchini cellerario sono testimonianza singolare alcuni foglietti di Memorie della mia celleraria conservati nella Biblioteca Estense. (?¿. J. 4. 7.). All’8 giugno 1698 il Bacchini per esempio annota: La mattina dopo mattutino il P. Abbate mi prese et hebbe la bontà di domandarmi perdono per li strapazzi fattimi, confessando che s’era ingannato ne’ suoi pensieri e che mi considerava huomo honorato. Io lo ringraziai e lo assicurai ch’era tale. Pur tra le faccende di convento, il Bacchini continuò a studiare e a insegnare. Nel 1703 fu fatto arcade col nome di Ereno Panormio. Nel 1704 diventò priore. Intorno al 1704-1705 teneva al monastero corsi di greco, ebraico e storia ecclesiastica, quest’ultima in forma di una Manuductio ad Philologiam Ecclesiasticam di cui si hanno copie (per esempio nella Biblioteca Estense, ?¿ F. 8. 16). Tra i suoi allievi furono il futuro cardinale Fortunato Tamburini e il futuro abate e storico Camillo Affarosi: le lettere a loro scritte sono le uniche in cui il Bacchini si apra sorridente e affettuoso. Attese inoltre al completamento delle opere maggiori. Nel 1703 apparve il De Ecclesiasticae Hierarchiae Originibus per i tipi del Capponi di Modena. Concepita come lavoro preparatorio all’edizione del Liber Pontificalis di Agnello, l’opera si inserì nella vasta discussione tra cattolici intorno al rapporto originario tra gerarchia ecclesiastica e gerarchia politica. Il Bacchini nega che le divisioni ecclesiastiche corrispondessero in origine a quelle dell’impero romano. Secondo il Bacchini la gerarchia introdotta dagli apostoli tenne conto anzitutto in Oriente della importanza e organizzazione delle comunità giudaiche (da lui studiate minutamente), mentre in Occidente la scelta di Roma sarebbe stata dovuta al convergervi di ebrei e gentili. In quanto l’argomento del parallelismo tra organizzazione politica e organizzazione ecclesiastica nella Chiesa primitiva era stato usato da scrittori gallicani, il Bacchini è implicitamente anti-gallicano. La sua teoria fu attaccata in Francia da L.-E. Du Pin (Bibl. des Auteurs Ecclés. du Dix-Septième Siècle, X, Paris, 1708, pagine 129-131). Nella difesa che del Bacchini fece il Giornale dei Letterati d’Italia, Venezia, XXII-XXIII, 1715-1716 (certo valendosi di materiale fornito dal Bacchini stesso), si osserva che la sua teoria è vantaggiosa alla dignità pontificia e manda in gran parte a terra la famosa opera di Per de Marca (XXII, pagina 29). Tuttavia, il parallelismo tra le due gerarchie era stato anche accettato dall’autorevole apologeta antigallicano E. Schelstrate, (Antiquitas Ecclesiae, II, Opus posthumum, Romae, 1697), e, come già vide qualche contemporaneo, la implicita polemica del Bacchini è piuttosto contro lo Schelstrate. Se una radice emotiva è da indicarsi per la tesi del Bacchini (che ebbe anche in proposito una interessante discussione epistolare con Gisb. Cuperus: v. Spicilegium Benedictinum, II, 150; III, 216), va piuttosto cercata in quella insofferenza per ogni interferenza delle autorità politiche negli affari ecclesiastici, di cui egli diede ripetute prove nella vita. Uscito indenne dalla pubblicazione di questo trattato, il Bacchini ebbe invece grandissime difficoltà a ottenere il permesso di pubblicare la edizione del Liber Pontificalis di Agnello. A Roma gli furono ostili F. Bianchini e L.A. Zaccagni. All’ostilità del Bianchini può aver contribuito l’incidente del 1704 tra il medesimo e il Muratori, a proposito del progetto della Repubblica Letteraria. Mentre il Bianchini, coinvolto a sua insaputa dal Muratori, si dimostrò violentemente contrario al progetto, il Bacchini approvò e incoraggiò il Muratori (documenti in Benedictina, VI, 1952). A un certo punto fu perfino proibito al Bacchini di conservare in manoscritto i suoi lavori su Agnello (A. Zeno, Lettere, I, Venezia, 1752, n. 81). Dopo un viaggio a Roma del Bacchini nel 1706, il permesso di stampa fu infine ottenuto, ma con considerevoli modificazioni del commento e un completo rifacimento della introduzione. Aiutarono il Bacchini i filogiansenisti G. Fontanini e D. Passionei, ma soprattutto ebbe effetto l’intervento del futuro cardinale G.M. Tommasi (importanti documenti in proposito sono riportati da G.L. Amadesi, In Antistitum Ravennatum Chronotaxim disquisitiones perpetuae, I, Faentiae, 1783, pagine 211-244). Le difficoltà per la pubblicazione del Liber Pontificalis furono molteplici. Si temette che essa riaccendesse non interamente sopite polemiche sui diritti della sede episcopale di Ravenna e sul suo tentativo di asserire autocefalia, e più ancora gettasse nuovo materiale combustibile nella controversia del diritto esclusivo del papa a inviare il pallio: Agnello (cap. 40) asserisce che l’imperatore Valentiniano III aveva concesso il pallio al vescovo di Ravenna. L’opera uscì nel 1708 per i tipi di Capponi di Modena. Per quanto le temute discussioni ecclesiologiche non mancassero, come si vede dalle critiche degli Acta Erud. Lips. (1710, agosto, pagine 330-336), riprodotte e amplificate in C. Oudin, De Scriptoribus Ecclesiae Antiquis (II, Lipsiae, 1722, pagine 156-167), il lavoro del Bacchini fu salutato per quel che era: una edizione modello di un difficile testo medievale. Essa fu ristampata dal Muratori nel secondo volume dei Rerum Italicarum Scriptores, e il commento fu ancora usato da O. Holder Egger in calce alla sua edizione critica del testo di Agnello nei Monumenta Germaniae del 1878. Un confronto tra il capitolo dedicato alla posizione di Ravenna nel De Eccl. Hier. Orig. e la introduzione al Liber Pontificalis permette di rendersi conto delle modificazioni imposte al Bacchini per ottenere l’imprimatur. Più precisi particolari in proposito si dovrebbero poter raggiungere con l’esame di materiale inedito. Su taluni punti il Bacchini è certo meno esplicito nel De Eccl. Hier. Orig.: sembra ammettere l’origine imperiale del titolo metropolitano di Ravenna ed è piuttosto vago sul pallio. Il Bacchini fu però sempre convinto che Agnello, per quanto fonte importante, non desse nel complesso una versione degna di fede delle vicende ecclesiastiche di Ravenna (su ciò cfr. anche la lettera al Muratori in Benedictina V 1951, pagina 179). Il Liber Pontificalis fu anche l’ultimo libro pubblicato dal Bacchini. Le vicende della sua carriera in parte spiegano questo silenzio. Egli fu nominato abate titolare di Santa Maria di Lacroma in Dalmazia (rimanendo a Modena) nel 1708, poi abate di governo a San Pietro nel 1711. Seguì un conflitto, e la sua salute sempre delicata andò peggiorando. Nel difendere il feudo di San Cesario per conto del suo monastero, il Bacchini suscitò le ire del duca Rinaldo e dovette essere trasferito all’abbazia di San Pietro in Reggio nel 1713 (documenti nell’Archivio di Stato di Modena, e inoltre Disquisitio de directo dominio in iurisdictionem Castri S. Caesarii, in Biblioteca Estense, ?¿ J. 4. 7.). A Reggio egli rimase umiliato sino al 1719. La ragione principale della prematura cessazione delle pubblicazioni è tuttavia quella che i suoi scritti destarono crescenti sospetti. Ammiratore del cardinale C. Sfondrati, protettore del suo Ordine, quando questi fece scandalo con l’opera postuma semi-pelagiana Nodus praedestinationis (1697), il Bacchini, sotto lo pseudonimo trasparente di Barachia Scutensis (Benedetto Parmense), scrisse un opuscolo in scusa, più che in difesa. Il Bacchini stesso non condivise le opinioni teologiche dello Sfondrati, come si può vedere dalla sua difesa della Historia Pelagiana del Noris in Giornale dei Letterati (1696, pagina 83). L’opuscolo su Sfondrati non poté essere pubblicato: se ne ha una copia nella Biblioteca Palatina di Parma (ms. H. H. IV, 69, 906), col titolo Epistola B. B. ad amicum. Nel medesimo ms. segue un Monitum ad eos qui theologiae polemicae operam dare intendunt. Può anche essere significativo che nel 1705 le lettere di Isidoro Chiari, vescovo cinquecentesco benedettino di Foligno, furono edite dal Bacchini, ma l’edizione fu attribuita all’abate Mauro Piazza. Nel 1709 e 1710 il Bacchini intervenne nella polemica suscitata dall’oratoriano G. Laderchi che aveva pubblicato (1707) come documento dell’età di Decio gli atti di s. Crescio (cfr. Acta Sanctorum, Oct., X, pagina 589). Nel primo scritto (Hypercrises ad Crises P. M. Gherardi Capassii et Anticrises Tyronis Laderchiani super actis SS. Crescii et Sociorum) il Bacchini in sostanza prende posizione per il Capassi contro il Laderchi per la tarda origine degli atti. Nel secondo scritto (Epistola D. Virginio Valsechio super Historiam Sanctorum Crescii et Sociorum italice scriptam a M. Antonio Mozzi) ribadisce la sua posizione in relazione a uno scritto del Mozzi. I due scritti, del più alto interesse metodico, basati su una rigorosa distinzione tra la Bibbia e documenti come gli atti dei martiri quae humana fide nituntur, ebbero diffusione manoscritta (copie per estimo nelle biblioteche Estense e Braidense), e il primo fu riassunto nel Giornale dei Letterati d’Italia di Venezia (III, 1710, pagine 222-252). Ma né l’uno né l’altro fu mai pubblicato: pare che vi si opponesse il granduca Cosimo III di Toscana. Nel 1715 il Bacchini intervenne nell’ultima fase della polemica suscitata dal gesuita B. Germon contro la Diplomatica di Mabillon. Anche questo scritto dal titolo Eleutherii Ilicrini Sanctae Irenes incolae de libro P.B. Germonii epistola (Biblioteca Estense, ?¿. K. 5. 1.), che naturalmente difende la posizione dei benedettini e in specie di padre P. Coustant, non poté essere pubblicato. Infine inedite rimasero, finché il Bacchini visse, le Lettere Polemiche contro il Signor Giacomo Picenino Ministro in Soglio. Sono lettere polemiche contro i protestanti, ma i censori romani obiettarono a molte affermazioni, specie sull’autorità papale. Che tra i censori ci fosse il Fontanini non sembra esatto (vedi la nota di S. Maffei in Osserv. Letter., VI, 1740, pagina 433). L’opera rimase interrotta, e fu poi pubblicata postuma nel 1738 per cura del benedettino Sisto Rocci con il falso luogo di stampa Altorf: in realtà fu stampata a Milano da F. Argelati. Il testo stampato include le censure dei revisori ecclesiastici, e le repliche energiche del Bacchini. Eppure in tutti quegli anni, in cui il Bacchini non poté più pubblicare, la sua autorità in storia ecclesiastica, paleografia, storia medievale italiana, diritto feudale, non fece che crescere. Pareri giuridici gli furono richiesti in controversie. Ad Asti nel 1718 vennero pubblicate due risposte legali del Bacchini su un diritto di intervento nelle congregazioni dell’Ospedale di Savigliano: Risposte del Rev.mo Padre Abate B. al Rev.mo Padre D. Pietro Fruttero (esemplare in Biblioteca Palatina di Parma, K. q. 123). Le Prove del Giuspatronato della Chiesa Parrochiale e Priorato di S. Giacomo Maggiore della città di Reggio spettante alla Casa Tacoli furono redatte dal Bacchini prima del 1719 e poi stampate a Modena, dopo la sua morte, nel 1725. L’Affò cita anche Riflessioni intorno all’Eredità Roberti rispetto al Monte di Pietà di Reggio. Scipione Maffei, che già aveva avvicinato il Bacchini prima del 1710, indirizzò a lui il rapporto sui manoscritti di Torino nel 1711, poi gli si rivolse nel 1713 nella controversia con il Pfaff, e nello stesso 1713 andò a Reggio per istruzione in paleografia dopo la scoperta dei manoscritti della Capitolare. Il debito dei Maffei verso il Bacchini in metodo storico fu grande (e, cosa insolita per Maffei, generosamente riconosciuto). Sarebbe ancora più grande se fosse vera la diceria che un trattato sulla sincerità e falsità dei diplomi del Bacchini sta alla base della Istoria Diplomatica pubblicata dal Maffei nel 1727, ma il diniego di Maffei stesso in Osser. Lett. (VI, 1740, pagina 434) sembra convincente (vedi per altro Affò, V, pagina 419). Dopo aver tentato di tornare a Modena, il Bacchini accettò nel 1719 di andare abate a San Colombano di Bobbio. Vi rimase pochi mesi e promosse l’ordinamento di quanto restava dell’archivio e della biblioteca. Malato di nefrite e in contesa con il vescovo locale, dopo un breve passaggio a San Sisto di Piacenza, si rifugiò nel monastero di Santa Giustina di Padova (ottobre 1719). L’amico A. Vallisnieri lo curò con il vin caldo, i dotti del Veneto si affollarono nella sua camera, ed egli aiutò la catalogazione dei manoscritti della biblioteca (cfr. Ch. Astruc, Benedetto Bacchini et les manuscrits de Sanite-Justine de Padoue, in Italia Medievale e Umanistica, III, Padova, 1960, pagina 341). Scrisse anche una Dissertatio in chartam donationis Opilionis quae adservatur Patavii in Archivo Monasterii D. Justiniae, pubblicata postuma nella Raccolta di opuscoli del Calogerà (III, Venezia, 1730, pagine 463-483). L’autenticità della carta di Opilione fu tosto negata dal Muratori (Antiq. Italiae M. Aevi, III, Mediolani, 1740, col. 35) e poi variamente discussa (A. Barzon, Padova Cristiana, Padova, 1955, pagina 232). Sempre sofferente, irrequieto e minacciato nella sua posizione di abate di Bobbio (si cfr. la Informazione dei motivi di sua partenza dal governo del Monastero di Bobbio, in Biblioteca Estense, ?¿. J. 4. 7), passò al monastero di San Benedetto in Ferrara nel settembre 1720. Traccia di questo passaggio a Ferrara sarebbe il Cartulario del Monastero della Pomposa, se, come detto, non ci fosse l’alternativa di una data assai anteriore. Nel luglio 1721 il Bacchini fu richiamato alla cattedra di Bologna a migliori condizioni delle precedenti. Preparò la prolusione (conservata autografa nella Biblioteca Estense, ?¿. J. 4. 7.) che ribadisce i suoi principi critici (libero esame limitato dal consenso dei padri o rtodossi e dall’autorità della Chiesa). Ma la prolusione non fu mai pronunciata. Il Bacchini morì infatti nel monastero di San Procolo in Bologna nello stesso anno. Il giudizio del Muratori sul Bacchini è noto: egli sapea, come fu detto di Socrate, mirabilmente far la balia degli ingegni, e chiunque il praticava, ne usciva sempre più dotto, e spogliandosi del gusto cattivo, facilmente pigliava il migliore (Epist., V, n. 1999, pagina 2137). Il necrologio del Giornale dei Letterati d’Italia (XXXV, pagina 358), ispirato, se non scritto, da S. Maffei, così lo descrive: Leggeasi nel suo volto un certo che di melancolico e di aspro, senza mitigarlo mai con maniere dolci e piacevoli, tal che sapea bene conciliarsi la venerazione di tutti e il rispetto, ma di pochi l’amore. Dove trattavasi dell’osservanza del suo istituto, de’ diritti del suo monastero, delle ragioni della Chiesa cattolica, avrebbe anzi lasciato cadersi il mondo addosso, che retrocedere un passo. Introduttore e difensore in Italia dei metodi critici di Mabillon e di Papenbroeck, iniziatore della revisione della storia medievale, specie per il periodo longobardo, studioso indipendente della storia delle gerarchie ecclesiastiche, il Bacchini diede il tono alla erudizione italiana del primo Settecento e contribuì decisamente alla formazione di L.A. Muratori e di Scipione Maffei. La sua austerità, il suo disinteresse, il suo coraggio, la sua tenacia si imposero come ideali. Egli determinò anche negativamente la cultura italiana del Settecento con la sua indifferenza (condivisa da Muratori e Maffei) per le letterature classiche, per la storia greca e romana, per il medioevo greco e per quella parte del Rinascimento italiano che vi si connette. Ma Muratori e Maffei si interessarono assai più di storia profana che di storia ecclesiastica. Come studioso di origini cristiane, di agiografia, e perfino di monasticismo, il Bacchini non ebbe veramente né allievi né successori. Egli stesso, nell’ultimo periodo della sua vita, trovò impossibile pubblicare quanto scriveva. Perciò il suo nome cessò presto di avere risonanza all’infuori del cerchio degli specialisti, e la sua opera non assunse una posizione stabile nella tradizione culturale italiana. La raccolta delle sue opere e del suo epistolario, a cui attese intorno al 1780 il benedettino parmense abate Andrea Mazza, non fu mai pubblicata. L’Elogio letto da G. Prandi all’università di Bologna nel 1814 rimase un episodio locale e isolato. Solo a partire da metà del Novecento il nome del Bacchini tornò in onore, sulla scia di un nuovo interesse per il Muratori, per quanto egli contribuì agli studi storici italiani e anche per quanto non riuscì a trasmettere ai suoi discepoli. Una raccolta di lettere del e al Bacchini si trova nella Biblioteca Estense, (?¿. K. 3. 20.), nonché in Parma (Biblioteca Palatina, ms. 951), e nel monastero di San Paolo a Roma (ms. 95). Da quest’ultimo, che è incompleto, furono ricavate le lettere stampate in Spicilegium Benedictinum, a collection of unpublished papers edited by the nuns of St. Benedict’s (I-V, Rome, 1896-1900). Le lettere al Muratori furono pubblicate in Benedictina (V-VI 1951-1952), così come quelle del Papenbroeck (VI 1952). Le lettere al Magliabechi sono inedite, e ancora da studiare. Due lettere del Cuperus al Bacchini sono in Lettres inédites di G. Cuypert (ed. L. G. Pélissier, Caen, 1903, pagine 183-193). Un ritratto del Bacchini, dipinto da L. De Cesaris e intagliato in rame da B. Bonvicini in Reggio circa il 1717, è riprodotto con leggera variante in fronte alle Lettere Polemiche del 1738 (Affò-Pezzana, Parma, 1827, VI, pagina 888).
FONTI E BIBL.: Il Bacchini scrisse uno schizzo autobiografico sino al 1705 pubblicato in Giornale dei Letterati d’Italia XXXXIV 1723, 295-319, e completato redazionalmente, in Giornale dei Letterati d’Italia, XXXV 1724, 340-373. La più importante biografia è quella di I. Affò, Memorie degli scrittori e letterati parmigiani, V, Parma, 1797, 345-420, VI, 2, Parma, 1825, 864-908 (a cura di A. Pezzana). Ma vedi anche G.M. Mazzuchelli, Gli Scrittori d’Italia, II, 1, Brescia, 1758, 6-11; M. Armellini, Bibliotheca Benedictino Casinensis, I, Assisii, 1731, 76-89; G. Lami, Memorabilia Italorum eruditione praestantium, I, Florentiae, 1742, 215-228; M. Ziegelbauer, Historia rei liter. Ord. S. Benedicti, III, Aug. Vindel., 1754, 445-451; A. Fabroni, Vitae Italorum doctrina excell., VII, Pisis, 1781, 182-223; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, Milano, 1833, IV, 418 ss., 540; P. Pozzetti, Elogio di Andrea Mazza, Carpi, s. d. (ma 1797 circa). L’apporto più importante di dati biografici in anni seguenti è rappresentato dal fascicolo di Benedictina VI 1952, dedicato al Bacchini, che qui si presuppone in generale. Si cfr. inoltre H. Hurter, Nomenclator literarius Theol. Catholicae, IV, Oeniponte, 1910, 1227-1231, e per l’appendice di documenti l’Elogio su citato di G. Prandi. Una bibliografia, non perfetta, del Bacchini è in Benedictina VI 1952, 151-164. In generale, E. Raimondi, I padri maurini e l’opera del Muratori, in Giornale storico dei letterati italiani CXXVIII 1951, 429-442; G. Gasperoni, Benedetto Bacchini nella storia della cultura e della erudizione, in Benedictina XI 1957, 57-96, 275-316. Per il giornalismo del Bacchini, L. Piccioni, Giornalismo letterario in Italia, Torino, 1894, 34-46. Per i rapporti con i maurini, M. Valéry, Correspondance inédite del Mabillon et Montfaucon, I-III, Paris, 1847. Per Magliabechi, M. Battistini, A. Magliabechi e la sua collaborazione all’opera bollandiana, in Bulletin de l’Inst. Hist. Belge de Rome XXII 1942-1943, 113-258. Per Ciampini è utile cfr. P. Paschini, Monsignor G. Ciampini e la conferenza dei Concilii a “Propaganda”, in Rendiconti della Pontificia Accademia di Archeologia, XI 1935, 95-106. Per Leibniz, M. Campori, Corrispondenza tra L.A. Muratori e G.G. Leibniz, Modena, 1892. Per Muratori cfr. tra gli altri T. Leccisotti, Il contributo di Montecassino all’opera muratoriana, in Benedictina IV 1950, 207-240; A. Andreoli, Il ritorno del Muratori da Milano a Modena, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province Modenesi, s. VIII, volume IX 1957, 225-232; A. Andreoli, Di alcune relazioni intellettuali del Muratori ventenne, in Convivium, n.s., IV 1950, 635-665; A. Andreoli, Di alcuni inediti di Benedetto Bacchini, in Atti e Memorie della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Province Modenesi, s. IX, vol. II 1962, 121-144; S. Bertelli, Erudizione e storia in L.A. Muratori, Napoli, 1960, 16-24 e passim (importante in generale per la storiografia contemporanea). Per Maffei, G. Gasperoni, Scipione Maffei e Verona settecentesca, Verona, 1955, 174-176. Per il Bacchini all’Università di Bologna, U. Dallari, I rotuli dei lettori legisti e artisti dello Studio Bolognese dal 1384 al 1799, III, 1, Bologna, 1891, 168. Per il Bacchini a Bobbio, G. Mercati, Prolegomena de fatis bibliotecae monasterii S. Columbani Bobiensis, Città del Vaticano, 1934, 149. Su uno strano episodio di falsificazione per cui fu sfruttato il nome del Bacchini, G. Schwartz, Die Fälschungen des Abtes Guido Grandi, in Neues Archiv XL 1916, 185-189, confermato da G. Tabacco, La vita di San Bononio di Rotberto Monaco e l’abate Guido Grandi, Torino, 1954. Cfr. inoltre H.S. Noce, Lettere di P.J. Martello a L.A. Muratori, Modena, 1955, 40; A. Momigliano, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, 1963, 22; R. Ezio, in Lettere Italiane, 1-3 1973, 37-56.

Fontanellato 5 ottobre 1909-Trecasali 16 febbraio 1995
Frequentò l’Istituto d’Arte di Parma (1925-1930) e l’Accademia di Brera a Milano (1930-1934). Espose in mostre collettive a Ferrara, Milano, Firenze, Bologna, Roma, Parma e Brescia. Sue opere furono riprodotte su pubblicazioni, quali Il Frontespizio, Il Primato, Il Perseo. Risiedette lungamente a Parma.
FONTI E BIBL.: A.M. Comanducci, Dizionario dei Pittori, 1970, 139.


Borgo San Donnino 1721-Borgo San Donnino 1791
Fu dottore in teologia, insegnante emerito nel Seminario di Borgo San Donnino e vicario generale del vescovo Alessandro Garimberti.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia Diocesana Fidentina, III, 1978, 1289.


Parma 1531/1541
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 1531 al 1541.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 13.


Parma 1825/1870
Già dal 1825 frequentò la scuola del Martini. Insegnante presso case private e pubblici istituti, aprì nel 1837 nella sua abitazione una scuola per l’insegnamento del disegno. Attivo dal 1840 come litografo, collaborò con il Vigotti ed ebbe bottega propria in strada San Michele. Tra le sue opere, i ritratti da lui disegnati e stampati dal Vigotti per la Serie cronologica dei Vescovi di Parma, Piacenza e Borgo San Donnino (1844-1847) e la Serie cronologica dei Duchi e Signori di Parma e Piacenza (1845-1847), le effigi dei virtuosi di canto esibitisi nel Teatro Ducale di Parma Marianna Barbieri-Nini, Nicola Ivanoff, Felice Varesi, Luciano Bouché, e inoltre Cinque ritratti de’ più insigni medici nostri (1844), la celebre Apoteosi in onore del professor Tommasini (1847), la Triade dal dipinto del Borghesi, tirata nella sua stamperia litografica, e due apprezzate miniature dai dipinti del Correggio.
FONTI E BIBL.: Servolini, Dizionario incisori, 1955, 34; Arte incisione a Parma, 1969, 45; Enciclopedia di Parma, 1998, 98.

Parma 2 settembre 1895-1963
Figlio di Icilio e Clotilde Cavazzini. Libraio e robivecchi, conosciuto come il Poeta, con negozio in borgo del Gesso. Fu amico di scrittori e giornalisti. Investito da un’automobile, morì per le conseguenze dell’incidente.
FONTI E BIBL.: F. e T. Marcheselli, Dizionario Parmigiani, 1997, 24.

Borgo San Donnino 24 agosto 1828-Parma 22 luglio 1854
Ricoprì il grado di sergente nell’esercito del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, allorché questo era governato da Maria Luisa di Berry, vedova di Carlo di Borbone. Il 22 luglio 1854, quale strascico di disordini verificatisi a Piacenza e a Pontenure in seguito al rincaro dei prezzi delle farine e in conseguenza anche della repressione violenta attuata dalla polizia ducale in quella circostanza, gravi tumulti scoppiarono a Parma. In Borgo delle Colonne e in via San Michele nei pressi del Caffé Ravazzoni, luogo di riunione della gioventù più animosa e decisa, gruppi di rivoltosi si scontrarono con le truppe austriache, ma la resistenza, tenacissima, venne infine stroncata e gli insorti caduti nelle mani del nemico, furono sottoposti a processo e condannati a pene severe. Tra questi il Bacchini, il quale, accusato di avere come soldato fatto causa comune con i ribelli illudendosi che l’esempio suo e del commilitone Baldassarre Poli potesse trascinare i compagni d’armi a volgere le spalle al Governo e a cacciare gli Austriaci dal patrio suolo, fu giudicato dal Consiglio di guerra, riunitosi d’urgenza, condannato a morte e fucilato nello stesso giorno in cui avvennero i moti politici d’insurrezione. Il Bacchini affrontò la morte intrepidamente.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 35-36.

Borgo San Donnino 1545-Piacenza 1616
Achitetto e pittore, fu attivo tra la metà del XVI e i primi anni del XVII secolo. Fu il costruttore del convento dei Benedettini e della chiesa della Beata Vergine delle Grazie dello Stirone, a Borgo San Donnino, e della chiesa di Parola. Gravitò sull’ambiente di Corte, e ricevette numerosi incarichi dal duca Ranuccio Farnese a Parma, dove collaborò alla realizzazione della nuova Cittadella. A Piacenza lavorò dal 1596 al 1599.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli-Zunti, Documenti e memorie di Belle Arti parmigiane, ms., Soprintendenza ai beni artistici e storici, Parma, V, (1600-1650), 39; U. Thieme-F. Becker; Trecasali, Cronologia di Borgo S. Donnino, (ms. in Parma); Zani, Enciclopedia di Belle Arti, III, 8, e nota 2, III, 257-258; E. Bénézit, Dictionnaire, Parigi-Bruxelles, 1911; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 38; Enciclopedia pittura Italiana, I, 1950, 162; Aurea Parma 3 1979, 224.


Borgo San Donnino 1715-Borgo San Donnino 23 dicembre 1792
Appartenne alla stessa famiglia dalla quale uscì Benedetto Bacchini. Fu architetto assai reputato. Curò la costruzione della nuova Chiesa parrocchiale di Parola.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia diocesana fidentina, 1961, 36.

Parma-post 1839
Figlio di un ufficiale, fu allievo della Scuola Militare. Tra le materie d’obbligo, con la scherma e il tedesco, studiò musica. Entrato nell’esercito del Ducato di Parma e congedato per un difetto fisico, si arruolò come oboista della banda del 52° reggimento ungherese Francesco Carlo con una ferma di sei anni a decorrere dal 1831. Il 23 ottobre 1836 chiese l’intervento della Corte di Parma per ottenere il congedo anticipato a causa dell’età e della salute del padre (Archivio di Stato di Parma, Casa e Corte di maria Luigia, b. 867). Strumentista del Teatro Comunitativo di Piacenza, in occasione del riordino del Teatro stesso e della Scuola di musica, venne nominato per concorso primo oboe e docente nell’Istituto: il 19 dicembre 1839 prestò giuramento per essere annoverato tra i dipendenti di ruolo del Comune. Il Censi lo elenca tra i docenti della scuola come insegnante di flauto.
FONTI E BIBL.: C. Censi, Il Liceo musicale Giuseppe Nicolini di Piacenza, Firenze, Le Monnier, 1951, 20.

BACHINI, vedi BACCHINI

Parma 1569/1570
Sacerdote, fu cantore nella chiesa della Steccata in Parma dal 13 maggio 1569 al 21 ottobre 1570.
FONTI E BIBL.: N. Pelicelli, La cappella corale della Steccata nel secolo XVI, 28; N. Pelicelli, Musica in Parma, 1936, 21.

Parma 1608-Parma 18 aprile 1688
Fu Arciprete del Duomo di Parma e dottore di teologia sacra. Scrisse l’opera Historia della Vita e Morte della gloriosa S. Febronia Vergine e Martire. Chiamato a Corte, servì in qualità di Segretario quattro principi, il che testimonia del suo valore. Onorata menzione fece di lui Francesco Bordoni nel suo Tesoro della Chiesa Parmense (1671), dicendo che in quell’anno serviva in qualità di Segretario Margherita Farnese de’ Medici. Morì ottuagenario, e gli fu posta in Duomo una lapide.
FONTI E BIBL.: I. Affò, Scrittori e letterati parmigiani, tomo V, 239-240; G. Mazzuchelli, vol. II/1, 19 (da Pico Ranuccio, Appendice de’ Soggetti Parmigiani, nell’ultima aggiunta al Catalogo de’ Dottori dell’una e l’altra Legge); L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 74.

Parma 1705/1738
In una lettera di G.B. Arcelli, governatore e capo della Congregazione dei Riformatori, scritta in data 8 settembre 1749 all’abate Scorati di Parma, si legge: Anche la cattedra di Botanica fu distinta con l’onorario e nel suo primo stabilimento restò conferita al Sig. Bacicalue, già lettore di Chirurgia, il quale occupò l’una e ritenne l’altra dall’anno 1705 sino all’anno 1738. Del Bacicalue nulla rimane, salvo qualche documento amministrativo. All’epoca, l’originaria vena dei semplici era esaurita, in Parma: di fronte ai nomi che risuonano alti presso altre università italiane per opere e prestigio, gli incaricati alla cattedra dei Semplici in Parma appaiono pallide finzioni accademiche. Al cessare del Bacicalue e fino alla nomina del Ponticelli, e cioè dal 1738 al 1749, la cattedra restò vacante. È probabile che in quel periodo di tempo, se non prima, il vecchio Orto dei Semplici, che Ranuccio Farnese aveva fondato perché la sua Università non fosse, sotto questo riguardo, inferiore a Padova, Pisa e Bologna, ormai abbandonato a se stesso, abbia finito per passare a meno onorifico ruolo.
FONTI E BIBL.: Aurea Parma 3/4 1933, 115.

BACIGALUA O BACIGALUE ANTONIO MARIA O ANTON MARIA, vedi BACICALUE ANTONIO MARIA


Parma ante XX secolo
Fu scultore di buon valore.
FONTI E BIBL.: Moroni, LI, 221; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 84.

Parma -post 1965
Architetto. Si laureò a Milano a pieni voti. Ebbe al suo attivo numerose costruzioni tra le più qualificate. Fu considerato tra i migliori professionisti di Milano per versatilità e competenza.
FONTI E BIBL.: G. Pighini, Storia di Parma, 1965, 190.

Parma 1650
Pittore attivo verso il 1650.
FONTI E BIBL.: U. Thieme-F. Becker, Künstler-Lexicon; P. Zani, Enciclopedia di Belle Arti, III, 17; L. Caetani, Dizionario Bio-Bibliografico, 1924, 90.

Parma 28 giugno 1585-Ordogno 1647 c.
Figlio di Giovanni e di Margherita, ebbe a padrino Andrea della Rosa, ciò che plausibilmente spiega il nome Sisto Rosa datogli in una notizia lui vivente, poi dal Malvasia, e ancora da catalogatori moderni troppo eruditi che lo chiamano Sisto Rosa detto il Badalocchio (dizione che si deve capovolgere). Si può supporre che a Parma divenne aiuto di Agostino Carracci, negli anni in cui questi lavorò agli affreschi del Palazzo del Giardino e fino alla sua morte (1602), dal fatto che il duca di Parma mandò il Badalocchio e il giovane Lanfranco a Roma per imparare da Annibale Carracci, facendo dare loro stanza in palazzo Farnese, allo scopo di avere buoni pittori tra i suoi vassalli (così Mancini, il biografo più antico e attendibile, verso il 1621). In quanto ex alunno dell’Accademia Carracci a Bologna, Annibale Carracci lo chiamò a collaborare (Malvasia) alla cappella Errera nella chiesa di San Giacomo degli Spagnoli in Roma. Questa (eseguita tra il 1602 e 1607) sarebbe stata dipinta per lo più dall’Albani su disegni di Annibale Carracci. Però il Carracci, mutando proposito, avrebbe assegnato al Badalocchio l’affresco della Predica del santo. Ma egli per non avere allora esperienza del fresco, e per essere di mano veloce, on riuscì punto. Annibale ritornato in se stesso ordinò si spiccasse dal muro, e richiamò l’Albani a farlo, il quale tuttavia se n’astenne, per rispetto del compagno, e solamente l’andò ritoccando a secco, come si vede (Bellori). Però la critica moderna propende anche qui per l’Albani. L’affresco, staccato nell’Ottocento, è mal conservato (Museo di Barcellona). Il Badalocchio firmò e datò nel 1606 un’incisione del Laocoonte. Nell’agosto del 1607 pubblicò (Roma, Giovanni Orlandini; rist. ibid. stesso anno, e Amsterdam, 1614 e 1638), insieme col Lanfranco, una raccolta di 51 acqueforti (per maggior prestezza) dalle Logge di Raffaello, di cui 23 sono sue. In una lettera dedicatoria ad Annibale Carracci i due spiegano di aver fatto i disegni l’estate precedente, in un periodo di ozio, per propria istruzione. Morto Annibale Carracci, il Badalocchio partì insieme con Antonio Carracci per Bologna dove avrebbe dovuto sposare una giovane della famiglia Carracci. Una lettera di monsignor Agucchi (vedi Malvasia, pagine 517 s.), del 21 settembre 1609, a un Bolognese, augura buona fortuna al loro progetto di mantenere lì l’Accademia dei Carracci. Fallita l’impresa dell’Accademia, tornarono a Roma, dove il Badalocchio s’impiegò a vari affreschi, ma sempre come minore compagno di altri. Nel 1608, a Roma, affrescò un Ecce Homo a San Gregorio al Celio prima che vi lavorassero Domenichino e Guido. Verso il 1611 dipinse i Ss. Pietro e Paolo morti a San Sebastiano fuori le Mura, facendo parte di un gruppo di pittori diretto da I. Tacconi (opere perdute, citate dal Bellori). Gli affreschi superstiti di palazzo Verospi devono risalire a subito dopo il 1611, anno in cui fu terminato l’edificio. Del 1613 è un nuovo viaggio in patria. Il 30 giugno, a Reggio, fece la perizia di un quadro. Il 1° ottobre un agente del marchese Enzo Bentivoglio scrisse a quest’ultimo da Modena sulle pitture che il Badalocchio aveva in corso nella sua tenuta di Gualtieri. Era difficile andare d’accordo col Badalocchio, che finalmente partì dicendo a un amico ch’era dietro a giocarsi la libertà di venire in questo Stato. Gli affreschi, superstiti, ma poco accessibili, sono citati dal Bellori come Storie di Ercole, ma in realtà si tratta di episodi di storia romana. Di nuovo a Roma, lavorò a un affresco, perduto, per un camerino di palazzo Mattei, probabilmente per aiutare il Lanfranco che s’impegnò qui a vari lavori nel 1615. Durante tutto questo periodo giovanile è ricordato come facile ma non diligente (Bellori) e capriccioso, di scarsa operatione (Scannelli), mirabile tuttavia nel disegno, sicché Annibale Carracci soleva dire che disegnava meglio di se stesso (Agucchi). Partito definitivamente da Roma, sposatosi a Parma nel 1617, s’apre la fase matura, quasi senza documenti ma ricca di opere. Diversamente dall’Albani, e dal gruppo più classicistico dei carracceschi, il Badalocchio muove un po’ come il Lanfranco verso la tradizione emiliana di dolcezza, di ombre e di movimento drammatico. Incide ora da Correggio e dallo Schedoni, e si avvicina, tra i Carracci, non più ad Agostino ma a Ludovico. Poche opere sono accertate: Tancredi e Clorinda (Modena, Pinacoteca Estense; inventario del cardinal Farnese del 1624), l’Angelo Custode (Parma, Duomo; dalla Chiesa delle Grazie costruita nel 1621). Non si hanno più date sicure, essendo ormai certo che quella del 1647 per la morte è soltanto un’eco di quella del Lanfranco, benché ancora venga da taluni ripetuta. Gli inventari del vescovo Coccapani di Reggio (1625-1650) citano quattro sue opere. Molte si trovano menzionate in quelli ducali di Parma del 1680 e dopo: in maggioranza si tratta di piccole Madonne (una identificata al Museo di Hartford, Connecticut, Usa); il S. Giovanni che battezza le turbe (Modena, Galleria Estense) permette di vedere un Badalocchio paesista. Di questo periodo varie sono le attribuzioni ben fondate (Ermafrodito e Salmace, Roma, Galleria Pallavicini). Interessante ricordare due opere monumentali, a Reggio, che sono anche le sole tarde citate dal Bellori: gli affreschi della cupola di San Giovanni Evangelista e la Deposizione e il Tradimento all’Oratorio della Morte. Quest’ultimo edificio non esiste più. Dopo l’attribuzione fatta su basi stilistiche (Tietze, 1906) di una piccola Deposizione a Napoli (Capodimonte), se ne sono trovate altre versioni in numero così grande da far pensare che la Deposizione di Reggio debba aver costituito gran successo (Roma, Galleria Corsini, in seguito a Tivoli, villa d’Este, e palazzo Patrizi; gallerie di Reggio, Piacenza, Cremona, Venezia e Dulwich) ed è stato suggerito che le tre grandi teste esistenti a Modena (Galleria Estense) siano frammenti dell’originale. L’ipotesi è confermata dall’attribuzione al Badalocchio (puramente su basi stilistiche, in quanto gemello delle Deposizioni) di un Tradimento (abbazia benedettina di San Meinrad, Indiana, USA). Non sono identificati i disegni del Badalocchio, se non uno a Budapest (per la Madonna con s. Matteo e s. Francesco della Pinacoteca di Parma)
FONTI E BIBL.: G. Mancini, Considerazioni sulla pittura, 1621, I, Edizione critica, Roma, 1956, 96, 247,279, 335; F. Scannelli, Microcosmo della pittura, Cesena, 1657, 368; G.P. Bellori, Le vite de’ pittori, Roma, 1672 (Roma, 1931), 68, 73, 95-98; F. Titi, Studio della pittura, Roma et Macerata, 1675, 44 s.; C.C. Malvasia, Felsina pittrice, I, Bologna, 1678, 107, 443, 494, 517-520; Bologna, Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, M. Oretti, Notizie artistiche sopra l’Emilia, ms. B 96 bis, c. 15; C. Ruta, Guida di Parma, Parma, 1752, vedi Indice (vedi anche guide posteriori); F. Titi, Descrizione delle pitture, sculture in Roma, Roma, 1763, 349; Parma, Biblioteca del Museo nazionale di Antichità: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, V, ms. 12; G. Campori, Lettere artistiche inedite, Modena, 1866, n. 83 s.; G. Campori, Raccolta di cataloghi, Modena, 1870, 67, 420 s. Studi fondamentali: D. Mahon, The Seicento at Burlington House, II, in The Burlington Magazine XCIII (1951), 82-84; L. Salerno, Per Sisto Badalocchio e la cronologia del Lanfranco, in Commentari IX 1958, 44-64; e anche la tesi di laurea inedita di G. Bettuzzi, Bologna anno accademico 1956-1957. Su aspetti particolari del Badalocchio: L. Lanzi, Storia pittorica della Italia, Milano, 1823, IV, 118 e V 156; A. Bartsch, Le peintre graveur, XVII, Leipzig, 1870, 352-360; H. Tietze, Annibale Carraccis Galerie in Palazzo Farnese und seine römische Werkstatte, in Jahrb, der Kunsthist Sammlungen, XXVI 1906-1907, 169-172; E. Hoffmann, A szépmüvészeti Múzeúm néhá ny olasz rajzáról, in Az Országos Magyar Szépmüvészeti Múzeum Évkönyvei, IV 1924-1926, 148 (riassunto in tedesco, 226, col titolo Über enige Ital. Zeichnungen in Museum der bildenden Künste); P. Della Pergola, Gli affreschi della scuola bolognese nel palazzo Costaguti a Roma, in Il Comune di Bologna, XIX 1932, 16; Inventario degli oggetti d’arte d’Italia, III, Provincia di Parma, Roma, 1934, 58, 62, 64; V. Golzio, Le pitture nelle volte del palazzo Mattei in Roma, in Archivi IX 1942, 47, 49; A. Boschetto, Per G. Lanfranco, in Paragone III 1952, n. 29, 21; M.V. Brugnoli, Note alla mostra dei Carracci, in Bollettino d’arte, s. 4, XLI 1956, 359; L. Salerno, Commento a G. Mancini, Considerazioni, II, Roma, 1957, 106, 148, 149, 191, 192; D. Mahon, Afterthoughts on the Carracci Exhibition, in Gazette des Beaux Arts, s. 6, XLIX 1957, 284, 296; E. Turner, An attribution restudied: Sisto Badalocchio’s Holy Family, in Wadsworth Atheneum Bulletin, s. 4, I 1958, 1-4; G.C. Cavalli, in Maestri della pittura del Seicento emiliano (Catalogo della mostra), Bologna, 1959, 232-237; C. Gilbert, Ital. paintings at St. Meinard Archabey Badalocchio: Kiss of Judas, in Gazette des Beaux Arts, s. 6, LII 1959, 355-368; D. Posner, Annibale Carracci and his school: the paintings of the Errera Chapel, in Arte antica e moderna, 1960, n. 12, 403, 411; D. Mahon, Note sur l’achèvement de la Galerie Farnèse et les dernières années d’Annibal Carrache, in Dessins des Carrache (Catalogo della mostra al Louvre, di R. Bacou), Paris, 1961, 60; E. Schleier, Lanfranco’s Notte for the Marchese Sannesi and some early Drawings, in The Burlington Magazine CIV 1962, 246 s.; cfr. anche i cataloghi aggiornati della Galleria Estense di Modena, del Museo di Capodimonte di Napoli, della Pinacoteca di Parma, della Quadreria della Villa d’Este a Tivoli, della Pinacoteca di Cremona e della Galleria Borghese a Roma e inoltre F. Zeri, La galleria Pallavicini in Roma, Firenze, 1959, 29 s.; C. Gilbert, in Dizionario Biografico degli Italiani, V, 1963, 64; A. Ghidiglia Quintavalle, in Tesori nascosti della Galleria di Parma, Parma, 1968, 53-55.

Parma 1830-1867
Fu dei Mille a Marsala e fece tutta la campagna risorgimentale fino al Volturno.
FONTI E BIBL.: I Mille di Marsala, estratto dai ruolini della prima spedizione in Sicilia, dall’Unità Italiana. Milano, s.a.; Illustrazione Italiana, numero speciale dedicato ai Mille, a. XXXVII 1910, vol. I, 418; Ribera, Combattenti, 1943, 42-43.

Ivaccari 26 aprile 1866-Borgo San Donnino 23 ottobre 1918
Studiò nel Seminario diocesano e di Borgo San Donnino e compì l’ultimo anno teologico nel Seminario di Mantova, allorchè era vescovo di quella città Giuseppe Sarto, divenuto poi patriarca di Venezia e infine pontefice con il nome di Pio X. Ordinato sacerdote il 24 settembre 1892 dal vescovo G.B. Tescari, fu destinato poco dopo a reggere la parrocchia suburbana di Coduro, ove si trattenne per nove anni. Chiamato dalla fiducia dei superiori a insegnare in Seminario storia ecclesiastica, sacra eloquenza e lingua francese, il 4 settembre 1901 venne annoverato tra i canonici della Cattedrale. Alla morte del canonico Ziffra, fu promosso, il 17 settembre 1910, canonico teologo, incarico che disimpegnò con dottrina e fine interpretazione. Fu uomo colto e brillante oratore, oltre che valente e piacevole scrittore. Nell’autunno 1899, con monsignor Alberto Costa, monsignor Pier Grisologo Micheli e i canonici Laurini, Donati, Bianchi e Bassanini, contribuì alla fondazione del settimanale diocesano Il Risveglio, che per vent’anni diresse con spirito acuto e battagliero, animato dalla volontà di fare del giornalismo una crociata di bene. In questo settore egli non limitò la propria attività a illustrare gli avvenimenti alla luce della verità cristiana, ma si sobbarcò anche l’onere di redigere buona parte della terza pagina, inserendovi articoli di colore e racconti a sfondo morale ed educativo. Il Badini fu polemista di polso e come tale fece più volte udire la sua voce per demolire le tesi degli avversari. Come politico tenne alta l’idea programmatica del Partito Popolare, alla cui affermazione contribuì assieme a don Guglielmo Laurini e don Nino Mantovani. La sua salma riposa nella cappella dei canonici nel Cimitero urbano di Fidenza.
FONTI E BIBL.: D. Soresina, Enciclopedia dicesana fidentina, 1961, 36-37.

Parma seconda metà del XV secolo
Orefice operante nella seconda metà del XV secolo.
FONTI E BIBL.: E. Scarabelli Zunti, Documenti e Memorie di Belle Arti parmigiane, II, 43.

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